Biblioteca dei Capolavori Scientifici

e Letterarii

Sodoma e Gomorra

Cronistoria del Libertinaggio attraverso i secoli ed il mondo

con prefazione del Cav. Prof. PIETRO FABIANI

9.º MIGLIAIO

SOMMARIO

La corruzione nell'antichità.—I diversi culti di Venere e loro pratiche manifestazioni. I misteri di Iside e di Osiride in Egitto. Sodoma e Lesbo. L'amore dei filosofi pei fanciulli. Efebi e Cinedi. Storia di Saffo. Le cortigiane ateniesi: le dicteriadi, le auletridi, le etere. Cupido e Priapo. Le feste Floreali ed i Lupercali. I fellatores. Scene e descrizioni di questi atti contro natura. Le leggi di Ligurgo e di Solone. I cunilingui. Le tribadi greche e romane. Pratiche lesbiche. I poeti latini e le tribadi. Epigrammi. Scene curiose. Una lezione di tribadismo. L'olisbos ed il suo uso. Le depravazioni dei dodici Cesari. Le tribadi al medioevo. Loro turpi costumi. Un collegio di tribadi. Le vestali di Venere. L'iniziata. Le sette degli Adamiti, dei Nicolaiti, dei Cainisti, dei Manichei, dei Flagellanti e loro pratiche immonde. L'amore libero e le dottrine di Carpocrate. La lussuria francese. Le Crociate. Giacomo de Retz. Caterina de' Medici. Enrico IV. La Pompadour e la Dubarry. Letteratura, Ballo, Musica, e Toilettes depravate. L'incesto. Costume e carattere delle tribadi moderne. Il clitorismo ed il saffismo. Case di prostituzione per uomini e donne. La sodomia nei diversi paesi del mondo. Nel matrimonio. Citazioni ed esempi. Depravazioni delle comunità religiose e i Penitenziali. Gli sfruttatori di vergini. Strana ricetta per riparare la verginità perduta. La flagellazione, curiose circostanze. Casi di bestialità. La masturbazione solitaria ed in comune. Diverse pratiche adoperate da uomini, donne e fanciulli. La scuola della masturbazione. Costumi e carattere dei pederasti moderni. Psicologia del pederasta. Prostituzione mascolina. Corruzione londinese e parigina. Case di tolleranza e loro tenitrici. Quadri viventi. Utensili di corruzione e l'industria del caoutchouc pervertita. Turpitudini dei vecchi. Siamo noi più dissoluti degli avi nostri?

Napoli—Società Editrice Partenopea

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SODOMA

E GOMORRA

CRONISTORIA DEL LIBERTINAGGIO

ATTRAVERSO I SECOLI ED IL MONDO

CON PREFAZIONE

del Prof. Cav. PIETRO FABIANI

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«Se ciò che ho scritto sarà occasione

di scandalo per qualche impudico,

costui accusi la sua turpitudine, anzichè

le parole di cui fu mestieri servirmi

per esprimere il mio pensiero».

Sant'Agostino.

«Se ciò che ho scritto sarà occasione

di scandalo per qualche impudico,

costui accusi la sua turpitudine, anzichè

le parole di cui fu mestieri servirmi

per esprimere il mio pensiero».

NAPOLI

SOCIETÀ EDITRICE PARTENOPEA

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Proprietà letteraria riservata

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NAPOLI—Tipografia Moderna 1900

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PREFAZIONE

Questo nuovo volume, che ora esce alla luce, certo sarà bene accolto dagli studiosi e dal pubblico, perchè viene a riempire una notevole lacuna, generalmente intesa e deplorata; e viene ad arricchire la letteratura della Cronologia del vizio.

La medicina—come io già scrissi nella mia Rivista La Nuova Scuola Medica Napolitana—astrologica con Paracelso, chimica con Sylvius, meccanica con Boerhaave, spiritualista con Stahal, fra il succedersi del sodalismo organico di Hofmann, dell'irritabilità di Haller, del dualismo dinamico di Brown, del miskonismo di Bufalin, del vitalismo di Borden, del materialismo di Tronchin, sia venuta alla fisiologia col Broussais e col Bernard, all'anatomia patologica col Blagle e col Corvisait, alla patologia comparata con Rayer e Bonzinger, [pg 4] all'istologia con Bichal, alla nosologia col Pinel, alla percussione con Arembrugger, al plepimetrismo col Pierry, e come dalle prime osservazioni di batterii visti con lenti semplici da Antony von Leèuwenkock nel 1683 e di poi studiati da Ehremberger e più tardi assegnati al regno vegetale dal Cohn, sia arrivata alle meravigliose scoperte del Koch, dell'Enrilich, del Loeffler, dello Zichl, del Krihne e di tanti illustri scienziati stranieri ed italiani promettendo di assorgere sempre più col vorticoso e febbrile cammino dei nostri giorni.

Dopo tante evoluzioni, questa fata benefica dell'umanità, come io la chiamava nell'altro mio volume su i Pervertimenti sessuali, ha avuto nuove esplicazioni e va ogni giorno più evolvendosi, invadendo tutti i campi, penetrando in tutti i luoghi, intromettendosi in tutte le estrinsecazioni della saltuaria e vorticosa nostra vita moderna.

Fra le tante pubblicazioni però che si sono andate succedendo e sono venute ad invadere il campo medico, ne mancava una come la presente sul Libertinaggio attraverso le varie epoche fino ai giorni nostri.

Perciò arriverà bene a proposito questa pubblicazione, che tutti certamente troveranno interessante.

Fin dalle prime pagine appare l'importanza e l'utilità di questo volume, che cominciando [pg 5] a fare la storia delle prime tracce del vizio riscontratesi nella Caldea e nella Babilonia, passa in rassegna i varii focolai di corruzione, indicandone le date, i tempi e i luoghi, e rilevando i foschi personaggi, che più si distinsero nel vizio.

Vi sono dei brani veramente sorprendenti che meritano tutta l'attenzione possibile, e spiegano tutto il mio entusiasmo per questa pubblicazione, che si affida alla benevolenza dei critici e del pubblico intelligente e senza falsi pudori.

Io sono certo che per la grandissima importanza dell'argomento, non mancherà la più lieta accoglienza a questo volume; e con questa certezza m'imprometto di dare presto alle stampe un altro lavoro di eguale interesse, con un contributo assai originale raccolto e studiato nella mia Casa di Salute «Istituto Medico Chirurgico Palasciano» in Napoli, che pur mi fornì un prezioso materiale per l'altra mia recentissima pubblicazione su i Pervertimenti sessuali cui è per seguire il volume su le Inversioni.

Adusato, come sono, a conoscere i gusti del pubblico, ho piena fiducia che esso non mi farà trovare ingannato circa il completo successo a questo libro.

Cav. Prof. Pietro Fabiani

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I. La corruzione nell'antichità

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Nell'antica culla delle società bisogna cercare le prime tracce del vizio, in Caldea, nella Babilonia che è stato il più intenso focolaio di corruzione.

La leggenda biblica c'insegna che poco tempo dopo la creazione del mondo, il Signore irritato dalla perversità degli uomini, fu tentato di distruggerlo novamente. Il diluvio venne a purgare la terra, ma la corruzione riapparve, e gli uomini, aumentandosi ed estendendosi, non fecero che spargerla e diffonderla.

Il vizio era personificato dal culto di Venere, la quale a Babilonia era adorata sotto il nome di Militta. Il profeta Baruch si lamentava con Geremia sulla turpitudine dei tempi; Geremia nella sua lettera agli ebrei due il re Nabuchodonosor aveva condotti in cattività a Babilonia, diceva:

[pg 8] «Alcune donne sono sedute al limite delle strade e bruciano profumi. Quando una di esse, attirata da qualche passante, ha trascorso la notte con lui, rimprovera alla sua vicina di non essere stata giudicata degna, come lei, di essere posseduta da quell'uomo e di non aver saputo rompere la sua cintura di corde».

Questa cintura di corde, questi nodi che circondavano il corpo della donna votata a Venere, rappresentavano il pudore, il qual la riteneva con un fragilissimo legame, e che l'amore impetuoso doveva al più presto rompere.

Quinto Curzio e gli storici del vincitore di Babilonia, affermano che perfino Alessandro il Grande fu spaventato dal libertinaggio della grande città: «Non vi è popolo più corrotto di questo, diceva, nè di questo più sapiente nell'arte dei piaceri e delle voluttà... I Babiloniesi si affogano soprattutto nell'ubbriachezza e nei disordini che ne conseguono. Le donne dapprima si presentano ai banchetti modestamente, ma poco a poco si liberano delle vesti, si spogliano da qualunque pudore fino a restare completamente nude. E non solo le donne pubbliche si abbandonano in tal modo, ma financo le dame della migliore società con le loro figliuole».

In Armenia, Venere, sotto il nome di Anaitide aveva un tempio circondato da un vasto dominio, nel quale viveva rinchiusa tutta una popolazione consacrata ai riti della dea. Solo gli stranieri erano ammessi in questo serraglio di ambo i sessi, per chiedervi una galante ospitalità che non veniva mai rifiutata. I serventi e le serventi di tal luogo [pg 9] erano i figli e le figlie delle migliori famiglie del paese; entravano al servizio della dea per un tempo più o meno lungo, secondo i voti dei loro genitori.

In Siria, a Heliopolis, si adorava Venere e Adone rappresentati da una sola statua. Gli stravizii più infami avevano luogo in talune feste in cui gli uomini travestiti da donne e le donne travestite da uomini si abbandonavano a tutti gli eccessi, donde nascevano figlie che non conoscevano mai i loro padri, e che venivano a loro volta, sin dalla più tenera giovinezza, a ritrovare le loro madri nei misteri della dea.

A Pafo la dea era rappresentata da un cono in pietra bianca (Konnus, da cui si è fatto poi c...). Il culto di Venere si sparse da Cipro nella Fenicia, a Cartagine e su tutta la costa africana.

La Bibbia dice che i tempii di Cartagine come quelli di Sidona e di Ascalona erano circondati da tende, sotto le quali le Cartaginesi si consacravano a Venere fenicia.

S. Agostino ha precisato i principali caratteri del culto di Venere, constatando che vi erano tre Veneri in luogo di una: Quella delle Vergini, quella delle donne maritate e quella delle Cortigiane, dea impudica—dice egli—a cui la Fenicia immolava il pudore delle sue figlie prima che si maritassero.

Tutta l'Asia Minore aveva abbracciato con entusiasmo un culto, il quale deificava i sensi e gli appetiti carnali.

I Lidii, soggiogati dai Persi, comunicarono ai proprii vincitori i loro vizii. Questi Lidii che avevano nelle loro armate una folla di ballerine e di musicisti meravigliosamente, [pg 10] esercitati nell'arte della voluttà, appresero ai Persi ad avere in grande considerazione simili donne che sonavano la lira, il tamburo ed il flauto.

La musica divenne allora il pungolo del libertinaggio e non si davano grandi pranzi, nei quali l'ebbrezza e gli stravizii non fossero sollecitati dal suono degl'istrumenti, da canti osceni e dalle lascive danze delle cortigiane.

Questo vergognoso spettacolo, questo preludio dell'orgia sfrenata, gli antichi Persi non lo risparmiavano nemmeno agli sguardi delle loro mogli e delle loro figlie, che pigliavano parte ai festini senza velo e coronate di fiori. Riscaldate dal vino, animate dalla musica, queste vergini, queste matrone, perdevano ogni contegno, e con la coppa in mano accettavano, scambiavano, provocavano le sfide più disoneste in presenza dei rispettivi padri, mariti, fratelli e figli. Le età, i sessi, le condizioni si confondevano sotto l'impero della vertigine generale; i canti, i gridi, le danze raddoppiavano, ed il pudore, pel quale nè occhi nè orecchie erano rispettati, fuggiva nascondendosi sotto le pieghe del suo velo. I banchetti e gl'intermezzi si prolungavano in tal modo fino a che l'aurora faceva impallidire le torce e che i convitati seminudi, cadevano l'un sull'altro addormentati nei letti di argento e di avorio.

L'Egitto adorava Iside, il cui culto misterioso ricordava con una folla di allegorie la parte che rappresenta la donna o la natura feminile nell'universo. In quanto al suo sposo Osiride, era l'emblema della natura feminile. Il Bue e la Vacca erano dunque i simboli di Osiride e di Iside; i sacerdoti e le sacerdotesse [pg 11] portavano nelle cerimonie il Van mistico che riceveva il grano e la crusca, ma che conservava il primo rigettando il secondo; i sacerdoti portavano ancora il Tau sacro, o la chiave che apriva le serrature meglio custodite. Vi erano ancora l'occhio, con o senza sopracciglie, che si situava accanto al Tau negli attributi di Osiride, per simulare i rapporti dei due sessi. Alle processioni di Iside, le ragazze consacrate reggevano il Cyste mistico, ceste di giunchi contenenti dolciumi ovali e bucati nel mezzo, simili a ciambelle; accanto ad esse una sacerdotessa nascondeva nel seno un'urna di oro, nella quale era conservato il Phallus, definito da Apollo: «L'adorabile immagine della divinità suprema e l'istrumento dei più secreti misteri».

È evidente che in un simile culto l'opera della carne era considerata come avente il primo posto sopra tutte le cose, e per conseguenza i sacerdoti usavano del loro prestigio, e s'incaricavano d'iniziare ad infami stravizii i neofiti dei due sessi.

Il vizio e la corruzione presso questo popolo era arrivato ad un tal punto, che non si davano agli imbalsamatori i corpi delle giovani se non tre o quattro giorni dopo morte, per tema che non abusassero dei cadaveri.

I libri santi sono pieni di passaggi che ci indicano i quadrivi delle strade che servivano da campi di fiera alle lussuriose. È vero che queste donne non erano ebree, almeno la maggioranza, giacchè la scrittura le qualifica per straniere.

Il soggiorno degli Ebrei in Egitto, dove i costumi erano depravatissimi, pervertì [pg 12] considerevolmente i loro. Mosè, questo savio legislatore, lasciò agli Israeliti per prudenza la libertà di aver commercio con donne straniere, ma fu implacabile contro i delitti di bestialità e di sodomia.

La maggior parte dei luoghi infami erano diretti da stranieri, per lo più sirii, le donne che li frequentavano erano anche sirie, giacchè Mosè proibiva assolutamente la prostituzione alle donne Israelite.

Nondimeno i vizii più vergognosi infestavano il popolo di Dio. Il profeta Ezechiel ci dà una pittura spaventevole della corruzione ebrea; nelle sue terribili profezie non parla che di cattivi luoghi aperti al primo venuto, di tende da donnaccie piantate su tutti i cammini, di case scandalose ed impudiche; non vi si scorgono che cortigiane vestite di seta e di merletti scintillanti di gioielli, profumate da capo a piedi; non si contemplano che scene infami di fornicazioni.

Presso i Greci, e più tardi presso i Romani, numerosi filosofi insegnavano con Zenone che l'amore è un dio libero, il quale non ha altre funzioni da compiere se non l'unione e la concordia. Se gli dei nella loro saggezza, hanno dato all'uomo l'amore fisico, è semplicemente in vista di piacere; la gioia dei sensi, non è un mezzo, è uno scopo, un fine. Il matrimonio non deve essere consigliato e praticato se non per prevenire l'estinzione della specie umana. Di più, la donna, così come lo professavano Ippocrate e Aristotele, è considerata come la schiava dell'uomo, d'una essenza inferiore, la si tiene per una sorta d'irregolarità nella natura; la si crede incapace di comprendere l'ideale di una passione, [pg 13] di un legame profondo. Ne risulta che l'uomo disprezzando la donna, la teneva lontano, e i due sessi finivano coll'essersi indifferenti. La donna allora si ripiegò verso sé stessa, tanto vero che all'amore anti-fisico degli uomini fra di loro, s'aggiunse come conseguenza logica, l'amore, non meno anti-naturale, delle donne con donne.

La Grecia accettò, sin dai tempi eroici, il culto della donna e dell'uomo divinizzati, di cui l'esercizio fu del pari lubrico che nell'Asia Minore.

Le leggi di Solone stabilirono la prostituzione legale, lo scopo di questo legislatore era stato quello di separare le donne di cattiva vita dalla società; ma il popolo si stancò più tardi di questa severità, poichè meno di un secolo dopo la morte di Solone le cortigiane fecero irruzione da ogni parte nella società greca ed osavano di confondersi con le donne maritate perfino nel foro.

Solone aveva regolato gli stravizii, dapprima perchè voleva mettere al coperto dalla violenza e dall'insulto il pudore delle vergini e delle spose legittime, e poi per sviare la gioventù dalle tendenze vergognose che la disonoravano e l'abrutivano. Atene divenne il teatro di tutti i disordini; il vizio contro natura si propagava d'una maniera spaventevole e minacciava di arrestare il progresso sociale. Simili debosce, che non dovevano appartenere agli uomini, potevano appartenere ai cittadini? Solone volle dar loro i mezzi di soddisfare i bisogni dei sensi senza abbandonarsi alla sregolatezza della loro immaginazione.

Nondimeno riuscì solo a correggere in parte [pg 14] i suoi compatrioti; gli altri senza rinunziare alle loro colpose abitudini, contrassero quelle del libertinaggio, più naturale, ma non meno funeste.

Il vizio patentato, una volta ben stabilito, e quando se ne acquistò l'abitudine, vi si abbandonarono con furore; e perciò le leggi di Solone, trasmodarono dapprima in eccessi per la necessità degli stravizii pubblici, e successivamente cancellate sotto l'impero della corruzione dei costumi, che non si epuravano, civilizzandosi.

A Sparta ed a Corinto i costumi privati delle donne non erano così regolari come ad Atene. A Corinto il vizio era libero, ognuno aveva il completo godimento di sè stesso. A Sparta, Licurgo aveva voluto, come diceva Aristotele, imporre la temperanza agli uomini e non alle donne; queste, molto prima di lui, vivevano nel disordine e si abbandonavano quasi pubblicamente a tutti gli eccessi. Le ragazze che ricevevano un'educazione maschile, pigliavano parte, quasi nude, agli esercizii degli uomini. Molte si prestavano ad atti di un'estrema licenza.

La gozzoviglia era dunque organizzata in Grecia, la si considerava come un male necessario. Ateneo ha potuto dire: «Parecchi personaggi che hanno preso parte alla cosa pubblica, hanno parlato di cortigiane, gli uni biasimandole, gli altri facendone gli elogi.» Non era vergogna per un cittadino, per quanto altolocato fosse sia per nascita, che per evoluzione, di frequentare le cortigiane, anche prima dell'epoca di Pericle, durante la quale questa specie di donne regnò, in qualche sorta, sulla Grecia. Non erano nemmeno [pg 15] biasimevoli i rapporti che si potessero avere con esse.

Il vizio ad Atene aveva sacerdotesse sotto tre forme: le dicteriadi, le auletidi e le etere. Le prime erano le schiave della corruzione, e stavano chiuse in case speciali; le seconde ne erano le ausiliarie, sonatrici di flauto, ed avevano un'esistenza più libera, poichè potevano esercitare la loro arte nei festini. La loro musica, i loro canti, le loro danze non avevano altro scopo che di riscaldare e di esaltare i sensi dei convitati, che le facevano ben presto sedere accanto ad essi...

Le etere erano cortigiane che facevano traffico dei loro incanti, abbandonandosi impudicamente a chi le pagava, ma si riserbavano nondimeno una parte di volontà: non si vendevano al primo venuto, avevano preferenze ed avversioni e non facevano mai abnegazione del loro libero arbitrio. D'altronde col loro spirito, la loro istruzione e la loro squisita gentilezza, potevano spesso camminare alla pari con gli uomini più illustri della Grecia.

Le etere possedevano case particolari dove si recavano a passare qualche giorno e qualche notte coi loro amici; non si davano che danze e musica in questi nidi di voluttà. Alcifrone ha raccolto una lettera di Panope che scriveva a suo marito Eutifulio.

«La vostra leggerezza, la vostra incostanza, il vostro gusto, la vostra voluttà, vi portano a negligere me ed i vostri figli, per abbandonarvi interamente alla passione che vi ispira questa Galena, figlia di un pescatore che è venuta da Ermione per metter su casa e far commercio della sua bellezza nel Pireo, a detrimento della nostra povera gioventù. [pg 16] I marinai vanno a gozzovigliare da lei, dove le fanno mille regali, ella non rifiuta alcuno, è un abisso che tutto assorbe!»

Il vizio era cosa tanto comune per le donne, che si vedeva spesso la madre vendere la propria figlia, e dopo averne avvizzita la verginità del corpo, s'ingegnava di contaminarne ed insozzarne l'anima.

«Non è una disgrazia così grande, diceva Crobyle a sua figlia Corinna, che ella stessa aveva ceduto la vigilia ad un ricco e giovane Ateniese, di cessare di essere zitella e di conoscere un uomo che ci dia sin dalla prima visita una grande somma, con la quale io ti comprerò una collana».

Queste lubriche ed infaticabili regine della crapula erano in maggior parte straniere. Venivano da Lesbo e da altre isole dell'Asia Minore; un gran numero erano di Mileto. Le più esperte nell'arte della voluttà erano quelle di Lesbo. Mileto era come il vivaio delle ballerine e delle sonatrici di flauto.

Si ritrova qua e là negli erotici greci i principali insegnamenti che le cortigiane si trasmettevano l'una all'altra:

1.º L'arte di fare all'amore;

2.º L'arte di aumentarlo e di mantenerlo;

3.º L'arte di cavarne il maggior danaro possibile.

«È bene, dice una di esse nelle lettere di Aristinete, di creare qualche difficoltà ai giovani amanti, e di non accordar loro tutto ciò che desiderano. Questo artifizio allontana la sazietà, sostiene il desiderio di un amante per la donna che ama e gliela fa avvicinare sempre con maggior entusiasmo, ma non bisogna spingere la cosa troppo oltre, l'amante [pg 17] finirebbe collo stancarsi, coll'irritarsi e correrebbe dietro ad altri progetti e ad altri legami; l'amore se ne vola con la stessa leggerezza colla quale è venuto.»

Anche Luciano parla della scienza delle cortigiane:

«Di rado permettono agli amanti di avvicinarle, giacchè sanno per esperienza che il godimento è la tomba dell'amore, ma nulla trascurano per prolungare la speranza ed il desiderio.»

Le etere avevano maniere particolari di attirare gli uomini; i loro sguardi, i loro sorrisi, le loro pose, i loro gesti erano tanti allettamenti che spandevano d'intorno; ognuna conosceva a meraviglia quello che bisognava nascondere e quello che si doveva mostrare; talvolta fingevano distrazione ed indifferenza e talaltra silenzio ed immobilità, or correvano dietro la preda per adescarla al passaggio; cambiando di tattica a secondo la natura dell'individuo che volevano accalappiare. Avevano tutte un riso provocante e licenzioso che, da lontano, svegliava le idee più impure, parlando direttamente al senso, e che, da vicino, faceva brillar denti di avorio, trasalir labbra di corallo, scavar rosee fossette in fra le guance e fremer gole di alabastro. Non appena l'etera si era fatta notare da un uomo, gli mandava mazzolini di fiori, che ella aveva portati, frutta nelle quali i suoi denti avevano morso, e gli faceva dire da messaggeri che ella non dormiva più, non mangiava più e che sospirava incessantemente. «Correva a baciarlo quando giungeva, dice Luciano, lo pregava di restare quando voleva partire; faceva le finte di non [pg 18] far toilette che per apparirgli sempre più bella, e sapeva alternar sapientemente le lagrime al disprezzo, conquistando col soave incanto della sua voce.»

Fra le cortigiane era frequentissimo l'amore lesbico. Questo amore che la Grecia non schiacciava col disdegno e che non era nemmeno punito col rigor delle leggi, nè cogli anatemi della religione.

Le sonatrici di flauto cantavano, danzavano, facevano le mime, erano belle, ben fatte e compiacenti.

Di esse Aristagoras, dice:

«Vi ho precedentemente discorso di belle cortigiane ballerine, e non aggiungerò altro, trascurando puranco le sonatrici di flauto che, appena nubili, snervavano gli uomini più robusti e si facevano pagare profumatamente.»

Simili donne avevano tale sapienza nell'arte delle carezze da esaurire Ercole stesso. I libertini che avevano sperimentato le raffinatezze della lussuria asiatica, non potevano più farne a meno e, alla fine del pasto, quando tutti i sensi erano eccitati dal canto e dai suoni, giungevano a tali eccessi di furore erotico, da precipitarsi gli uni sugli altri, sopraccaricandosi di colpi, fino a che la vittoria decideva a chi la suonatrice di flauto dovesse appartenere.

Queste donne, esercitate di buon'ora nell'arte della voluttà, arrivavano a disordini tali che l'immaginazione trascinava tutti i sensi. L'intera loro vita era come una perpetua lotta di lascivia, come uno studio assiduo della bellezza fisica; a furia di vedere la loro propria nudità e di paragonarla con quella [pg 19] delle loro compagne, vi pigliavano tal gusto, e si creavano bizzarri godimenti, tanto più ardenti, in quanto che in essi non avevano punto il concorso dei loro amanti, i quali quasi sempre le lasciavano fredde ed insensibili. Le passioni misteriose che si accendevano così nelle auletridi erano violente, terribili, gelose, implacabili.

Tali depravati costumi erano talmente diffusi fra le donne, che parecchie in fra di loro si riunivano spesso nei festini dove nessun uomo era ammesso e là si corrompevano sotto l'invocazione di Venere.

Alcifrone ci ha conservato il quadro di una di queste feste notturne; è l'auletride Megara che scrive all'etera Bacchis e le racconta i dettagli di un magnifico festino al quale le sue amiche Phessala, Phryallis, Myrrhine, Philumene, Chrysis et Euxippe assistevano, metà etere, metà sonatrici di flauto.

«Che pasto delizioso! il solo racconto ti farà rimpiangere di non avervi assistito; quante canzoni! e che orgia! se ne son vuotate coppe dalla sera all'aurora! Vi erano profumi, corone, i vini più squisiti, le più delicate vivande! Un boschetto ombreggiato da lauri fu la sala del festino. Non vi sarebbe mancato nulla se anche tu vi fossi stata. Appena riunite si accese una disputa che venne ad aumentare i nostri piaceri. Si trattava di decidere se fosse più ricca Phryallis o Mirchina in quei tesori di bellezza che fecero dare a Venere il nome di Callipige. Mirchina si sciolse la cintura, la tunica che indossava era trasparente, si girò; e noi avemmo l'illusione di vedere i cigli a traverso il cristallo; allora impresse alle sue reni un [pg 20] movimento precipitato, guardando all'indietro, e sorrideva allo sviluppo delle sue forme voluttuose che ella agitava. Allora, come se Venere stessa avesse ricevuto quest'omaggio, si mise a mormorare non sò qual dolce nenia che mi commuove tuttora.

«Nondimeno Phryallis non si dà per vinta, s'avanza e grida:—Io non combatto punto dietro un velo: voglio comparire innanzi a voi come in un esercizio ginnico; questa battaglia non ammette maschere.—Ciò detto, fa cadere fino ai piedi la tunica ed inclinando le sue rivali bellezze:—Contempla, o Mirchina, questa caduta di reni, la bianchezza e la finezza della mia pelle e queste foglie di rose che la mano della voluttà ha come sparpagliate sui miei graziosi contorni, disegnati senza grettezza e senza esagerazione. Nel loro gioco rapido; nelle loro amabili convulsioni, questi emisferi non tremolano come i tuoi, il loro movimento somiglia al dolce gemito dell'onda.—Appena finito di pronunziar queste parole raddoppiò i lascivi increspamenti con tanta agilità, che un generale applauso le decretò gli onori del trionfo.

«Si fecero altre scommesse di bellezza, nelle quali risultò vincitore il petto sodo e liscio di Philumena.

«Tutta la notte trascorse in simili piaceri e la terminammo con imprecazioni contro i nostri amanti e con una preghiera a Venere che scongiurammo, perchè ci procurasse ogni giorno nuovi adoratori, giacchè l'inedito è il più stuzzicante incanto dell'amore. Eravamo tutte ebbre quando ci separammo».

Le etere ad Atene dominarono ed ecclissarono [pg 21] le donne oneste, avevano clienti ed ammiratori, esercitavano un'influenza continua sugli avvenimenti politici, e sugli uomini che vi pigliavano parte.

Fu sotto Pericle e pel suo esempio che gli Ateniesi si appassionarono per queste sirene e per queste maghe che fecero molto male ai costumi e moltissimo alle lettere ed alle arti. Durante questo periodo di tempo si può dire che non vi furono altre donne in Grecia e che le vergini e le matrone si tennero nascoste nei misteri del gineceo domestico, mentre le etere s'impadronirono del teatro e della pubblica piazza.

L'Egitto, la Fenicia, la Grecia, colonizzarono la Sicilia e l'Italia, stabilendovi le loro religioni, i loro costumi, e naturalmente i loro vizi.

Le pitture dei vasi etruschi ci dimostrano appunto a che era giunta la raffinata corruzione di questi popoli aborigeni, schiavi ciechi e grossolani dei loro vizii e delle loro passioni. Da mille prove su questi vasi dipinti si vede come la lubricità di questo popolo non conoscesse alcun freno nè sociale nè religioso. La bestialità e la pederastia erano i vizii più comuni, e queste vituperevoli ingenuità, familiari a tutte le età e a tutti i gradi sociali, non avevano altri freni se non alcune cerimonie di espiazione e di purificazione che ne sospendevano talvolta la libera pratica.

Come presso tutti i popoli antichi, la promiscuità dei sessi rendeva omaggio alle leggi di natura, e la donna sottomessa alle brutali aspirazioni dell'uomo, non era se non il paziente istrumento del godimento; doveva far [pg 22] sempre tacere la voce della sua scelta, giacchè apparteneva a chiunque avesse la forza di possederla.

La conformazione fisica di questi selvaggi avi dei Romani giustifica d'altronde tutto quello che si poteva aspettare dalla loro impudica sensualità; avevano le parti virili analoghe a quelle del toro, rassomigliavano ai becchi. In queste razze così naturalmente portate all'amore carnale, il vizio si associava, senza dubbio, a tutti gli atti della vita civile e religiosa.

Ai primi tempi della fondazione di Roma furono stabilite feste, dette Lupercali, in onore del dio Pane, nelle quali i preti percorrevano le vie completamente nudi, ed armati di tirsi coi quali battevano i passanti.

Più tardi si ebbero le Floreali, feste istituite in onore della celebre cortigiana Flora, che legò al popolo romano tutta la sua fortuna. Queste feste che le donne dissolute consideravano come fatte per loro, si davano al circo e servivano di pretesto ai più infami disordini. Le cortigiane vi si recavano in gran pompa, ed una volta là, si liberavano delle vesti, mettevano in mostra compiacentemente tutto ciò che gli spettatori volevano vedere, accompagnando ogni gesto con moti lascivi ed impudichi. Ad un momento convenuto gli uomini nudi anch'essi si mischiavano con tali donne e, al suon di trombe, aveva luogo una spaventevole scena di orgia pubblicamente.

Un giorno Catone si presentò al circo nel momento in cui gli edili stavano per dare il segnale del gioco, ma la presenza di questo gran cittadino impedì lo scoppio dell'orgia. [pg 23] Le donne restavano vestite, le trombe tacevano, il popolo attendeva. Si fece osservare a Catone che lui solo ostacolava la festa; egli allora si alzò, si coperse il volto con la toga ed uscì dal circo. Il popolo applaudì, le cortigiane si svestirono, le trombe sonarono e la baldoria ebbe luogo.

Venere aveva a Roma numerosi tempii, e se le cerimonie del culto della dea non offendevano il pubblico pudore, le feste date in suo onore autorizzavano ed esercitavano il vizio nelle case private, soprattutto presso le giovani dissolute e le cortigiane. D'altro canto le donne romane, così riservate riguardo il culto di Venere non si facevano alcun scrupolo d'esporre il loro pudore alla pratica di certi culti più disonesti e vergognosi, che, nondimeno, non riguardavano se non gli dei subalterni.

Offrivano sacrifizii a Cupido ed a Priapo soprattutto; e non soltanto questi sacrifizii e queste offerte avevano luogo nell'interno delle case, ma ancora in certe specie di pubbliche cappelle, innanzi a statue erette agli angoli delle vie. Le cortigiane non si votavano mai a questo misterioso olimpo dell'amor sensuale; Venere sola bastava loro; erano le matrone e perfino le vergini che si permettevano l'esercizio di questi culti secreti ed impudenti; non vi si abbandonavano se non velate, è vero, prima del sorgere o dopo il tramonto del sole; ma non arrossivano di essere viste adorando Priapo ed il suo sfrontato corteggio.

Il dio Priapo, favorito dalle dame romane, presideva ai piaceri dell'amore, ai doveri del matrimonio, e a tutta l'economia erotica. [pg 24] Lo stesso titolo era decretato al dio Mutunus o Tulunus che non differiva da Priapo se non per la posizione delle statue, le quali erano rappresentate sedute invece che in piedi; in oltre queste statue si nascondevano in edicole chiuse, circondate da boschetti. A questo Mutunus le spose erano condotte prima di appartenere ai mariti, e si sedevano sui ginocchi della statua come per offrirle la loro verginità. Questa offerta della verginità diveniva talvolta un atto reale di deflorazione. Poi, una volta maritate, le donne che volevano combattere la sterilità, ritornavano ancora a visitare il dio, che le riceveva novamente sulle sue ginocchia.

Se i romani, che avevano istituito la prostituzione legale, tolleravano con compiacenza il commercio naturale dei sessi, se ne infischiavano ancor più del commercio contro natura. Questa vergognosa depravazione, che le leggi civili e religiose dell'antichità non avevano pensato a combattere, eccetto quelle di Mosè, non fu mai tanto generalizzata quanto ai migliori tempi della civilizzazione romana.

Le ragazze pubbliche di Roma erano più numerose che non lo fossero mai state ad Atene ed a Corinto; ma vi si sarebbero invano cercato quelle regine della crapula, quelle etere così notevoli per la loro grazia e la loro bellezza che per la loro istruzione ed il loro spirito. I Romani erano più materiali dei Greci, non si contentavano delle delicatezza della voluttà elegante, e non avrebbero mai ricercato in una donna di piacere un trattenimento spirituale. Per essi il piacere consisteva nell'atto materiale, e siccome erano per natura di temperamento [pg 25] ardente, d'immaginazione lubrica, di una forza erculea, non chiedevano se non godimenti reali, spesso ripetuti, largamente soddisfatti, ed mostruosamente variati.

La corruzione maschile era certo più ardente a Roma che non lo fosse la corruzione feminile. Erano i figli degli schiavi che si istruivano a subire le sozzure di un osceno commercio.

Gli adolescenti formati a quest'arte impura sin dal settimo anno, dovevano riunire certe esigenze di bellezze che li avvicinavano al sesso feminile, erano sbarbati e senza pelo, unti di olio profumato, con lunghi capelli a buccoli.

Tutti questi vili servitori del piacere e del vizio si dividevano in due categorie, arrogandosi in generale diritti sulle loro attribuzioni speciali; vi erano quelli che facevano sempre da vittime passive e docili, ve ne erano di quelli che divenivano attivi a loro volta e che potevano al bisogno rendere impudicizia per impudicizia ai loro dissoluti mecenati. Questi ultimi, di cui le dame romane non sdegnavano i buoni ufficii, erano gli eunuchi, ai quali la castrazione aveva risparmiato il segno della virilità.

Per ben comprendere l'incredibile abitudine di questi orrori presso i Romani, bisognerà rappresentarsi che essi chiedevano al sesso mascolino tutti i godimenti che poteva dar loro la donna, e qualche altro, più straordinario ancora, che questo sesso, destinato all'amore dalle leggi della natura, avrebbe penato molto a soddisfare. Ogni cittadino, fosse il più raccomandabile pel suo carattere ed il più altolocato per la sua posizione sociale, [pg 26] aveva in casa un serraglio di schiavi sotto gli occhi dei suoi genitori, di sua moglie e dei figli. Roma del resto era piena di gitani che si vendevano così come le donne.

Un pretesto alle pratiche viziose erano i bagni; questi stabilimenti comuni ai due sessi e quantunque avessero ognuno la vasca o la stufa a parte, pure potevano vedersi, incontrarsi, parlarsi, ordir intrighi, fissar convegni e moltiplicare gli adulterii. Ognuno conduceva là i suoi schiavi maschi e femmine, per guardar le vesti e farsi pelare, raschiare, profumare, confricare, radere, pettinare. I padroni dei bagni avevano pure schiavi addestrati a qualunque specie di servizio, miserabili agenti d'impudicizia che si noleggiavano per qualunque uso. Questi stabilimenti contenevano un gran numero di sale dove si trovavano letti da riposo, nei quali ragazzi di ambo i sessi si tenevano a disposizione dei clienti.

Giovenale in una sua satira, ci presenta una madre di famiglia che aspetta la notte per recarsi ai bagni con tutto il fardello di pomate e di profumi: «Tutto il suo godimento consiste a sudare con grande emozione quando le sue braccia cadono rotte sotto la vigorosa mano che la massa, quando il bagnino animato da questo esercizio fa trasalire sotto le sue dita l'organo del piacere, e scricchiolar le reni della matrona».

L'abitudine dei bagni sviluppava una specie di passione, per gl'istinti ed i gusti i più avvilienti; vedendosi nudi, contemplando tutte quelle nudità che facevano pompa dintorno nelle pose più oscene, nel sentirsi toccare dalle frementi mani del bagnino, i romani erano presi [pg 27] irresistibilmente da una rabbia di piaceri nuovi ed ignoti, per soddisfare i quali consacravano tutta la loro esistenza.

Era là che l'amore lesbico aveva stabilito il suo santuario; e la sensualità romana si arricchiva ancora sul libertinaggio delle allieve di Saffo.

Queste donne apprendevano la loro esecrabile arte a fanciulli ed a schiavi chiamati fellatores; simili impurità erasi talmente radicate a Roma che un satirico scrive:

«O nobili Romani, discendenti della dea Venere, fra breve non troverete fra di voi un labbro casto per rivolgerle le abituali preghiere».

Nelle strade, alla passeggiata, al circo, al teatro le cortigiane alla moda comparivano circondate da una folla di ammiratori; erano giovani dissoluti che facevano vergogna alle loro famiglie; liberti ai quali le mal acquistate ricchezze non avevano lavato la macchia della schiavitù; erano artisti, poeti, attori, che sfidavano volentieri la pubblica opinione. Bisognava vedere la sera sulla Via Sacra questo convegno quotidiano del lusso, della crapula e dell'orgoglio per rendersi conto quanto numerosa e brillante fosse quest'armata di cortigiane alla moda, che occupava Roma quale città conquistata.

Convenivano là ogni giorno a far mostra e dar spettacolo di civetteria, di toilette e d'insolenza, fra le matrone che ecclissavano coi loro incanti e colla loro spudoratezza. Talvolta si facevano trasportare da robusti abissini in lettighe scoperte, nelle quali erano coricate seminude, le braccie cariche di bracciali, le dita di anelli, la testa inclinata sotto [pg 28] il peso degli orecchini, del nimbo e delle forcinelle di oro; accanto ad esse bellissime schiave facevano lor vento con ventagli di penne di paone.

Or sedute or impiedi nei carri leggeri, guidavano esse stesse i cavalli e cercavano di oltrepassarsi l'un l'altra. Le meno ricche andavano a piedi; tutte bizzarramente vestite con stoffe screziate di lana o di seta, sempre pettinate artisticamente; coi capelli in treccie formanti diademi biondi o dorati, intermezzati di perle ed altri gioielli.

Le matrone vi convenivano pure la maggior parte in lettiga od in carrozza e non affettando un contegno molto più decente delle cortigiane di professione. Si mostravano sulla pubblica via per far pompa delle toilettes e del loro corteggio; queste sortite avendo spesso lo scopo di procacciarsi un amante o piuttosto un vile e vergognoso ausiliario alla loro lubricità.

Giovenale ne dà il seguente interessantissimo quadro:

«Nobile e plebee sono tutte egualmente depravate. Quella che calpesta il fango delle vie non val più della matrona portata sulla testa dai grandi sirii. Per far bella mostra di sè, ognuna noleggia una toilette, un corteggio, una lettiga, e guanciali ed una nutrice e una giovanetta dai capelli biondi, incaricata di prendere i suoi ordini. Povera ella prodiga ad imberbi atleti ciò che le resta dell'argenteria dei suoi avi; dà loro fino agli ultimi pezzi. Ve ne sono di quelle che ricercano solo gl'imberbi eunuchi impotenti, dalle molli carezze e dal mento senza barba, [pg 29] perchè così non corrono il rischio di dover preparare qualche aborto».

Le satire di Giovenale sono piene delle prostituzioni orribili, che le signore romane si permettevano quasi pubblicamente, e di cui gli eroi erano infami istrioni, schiavi vili, vergognosi eunuchi, atroci gladiatori.

«Vi sono donne che gioiscono a cercare i loro amanti nel fango ed i cui sensi non si svegliano se non alla vista di uno schiavo, di un servo. Altre impazziscono per un gladiatore, per un impolverato mulattiere, per un istrione che mostra le sue grazie in sulla scena».

In questa Via Sacra si vedeva spesso un Nubiano toccare in sulla spalla di un ragazzo dalla lunga capellatura, era un vecchio senatore dissoluto che chiamava questo giovanetto metamorfosato in donna; altrove un robusto portatore di acqua che si trovava a passar per caso era disputato da due grandi dame che lo avevano notato simultaneamente e che facevano a gara a chi fosse la prima a sacrificargli l'onore. Un gesto, uno sguardo, un qualunque segno, e gladiatore, eunuco, fanciullo si presentavano, non disdegnando di prestarsi ad alcun genere di servizio per quanto abbominevole fosse.

Petronio ci dà incredibili dettagli sulla vita dei ricchi Romani, soprattutto nei festini. Non erano solo succolenti pasti, ma sovente spaventevoli conciliabuli di orgie smodate, arene d'impudicizia.

Non si mangiava e si beveva senza interruzione, ma si avevano intermedii di specie differenti; dapprima oscene conversazioni, [pg 30] provocanti o voluttuose; poi musica, danze e divertimenti di esasperata libidine.

Dopo o durante questi intermezzi di tutti i disordini che l'ebbrezza ed il vizio potevano inventare, comparivano i ballerini—buffoni che facevano salti pericolosi, smorfie e giuochi di forza straordinarii; non dimenticando mai nella loro pose, di far spiccare tutte le forme, tutti i muscoli dei loro corpi; accompagnavano tutti i loro movimenti con gesti indecentissimi, davano alle loro bocche un'espressione oscena, che completavano col giuoco rapido delle dita; si scambiavano fra di loro segni muti che avevano sempre qualche rapporto, più o meno diretto, con l'atto della copula; e talvolta, infiammati di lussuria, eccitati dagli applausi dei convitati, passavano dai gesti ai fatti, abbandonandosi ad impure battaglie ed imitando le turpitudini dei fauni. Quanto alle ballerine, eseguivano dei passi che un padre della Chiesa, Arnobio, ha così descritti: «Una truppa lubrica ballava danze dissolute, saltava disordinatamente e cantava; queste ballerine giravano danzando e ad una certa misura, sollevando le coscie e le reni, imprimevano alle natiche ed ai lombi un movimento di rotazione che avrebbe infiammato il più freddo spettatore».

Petronio nel Festino di Trimalcione ci mostra il disordine di queste donne in simili riunioni.

«Fortunata arrivò con le vesti tenute in su da una cintura verde, in modo da lasciar vedere al disotto la tunica ciliegia, le legacce delle calze tessite in oro, e le pantofole dorate; si asciugò le mani nel fazzoletto di [pg 31] seta che le cingeva il collo, e si accampò sul letto della moglie di Kabimas, Scintilla, la quale battè le mani e Fortunata gliele baciò. Queste due donne non fanno che ridere e confondere i loro baci avvinati; Scintilla proclamò la sua amica donna di casa per eccellenza; e questa non fa che lagnarsi dell'indifferenza maritale. Mentre esse si stringono così; Kabimas si alza silenziosamente, afferra Fortunata pei piedi, e la rovescia sul letto:—Ah! Ah! esclama questa, sentendo che la tunica le si scopre fin più su del ginocchio; e raggiustandosi in fretta, nasconde nel seno di Scintilla un viso che il rossore rende ancora più indecente.»

In quel tempo, apprende Giovenale, che l'adulterio era peccato men che veniale. Il marito era un volgar lenone che si ritirava nel fondo dell'appartamento quando veniva l'amante della moglie. Cicerone nelle sue epistole, lo conferma. Racconta che Mecenate corteggiava la moglie di un certo Sulpicio Galba, il quale, per facilitare queste galanti relazioni, fingeva di addormentarsi uscendo di tavola. Un giorno, un suo schiavo, volendo profittar di tal circostanza per gustare il vino di Falerno, il compiacente marito gli gridò «Olà! stupidone, io non dormo per tutti.»

Seneca ha uno squarcio di sdegno contro la moda degli abiti trasparenti:

«Vedo—dice—vesti di seta, se si può dar il nome di vesti a stoffe che non garantiscono nè il corpo, nè il pudore, e con le quali una donna non potrebbe senza mentire, affermare di non essere nuda».

Giovenale così esclama: «È stato detto che [pg 32] sotto il regno di Saturno, il pudore abitasse la terra, ma si deve credere che non tardò a seguire sua sorella Astrea, lasciando il mondo per andar ad abitare gli spazii celesti. Se l'età dell'argento ha visto il primo adulterio, l'età del ferro fu madre di ben altri delitti, con essa non si ebbe più una donna degna di toccar le bandelle di Cerere, e di cui un padre non dovesse temerne gli abbracci.»

Questo gran satirico ci presenta ancora la donna crudele ed avvelenatrice; ne ha vedute di quelle che si rovinavano per soddisfare le esigenze dei cantanti e dei ballerini.

A Roma non era nemmeno rispettato il talamo. Cicerone racconta la storia della madre di Cluentius che, innamoratosi di suo genero, lo sposò e le nozze furono consumate nello stesso talamo che ella aveva offerto due anni innanzi a sua figlia e dal quale poi l'aveva scacciata.

Le orgie erano incessanti. Ecco la descrizione che ne dà Giovenale:

«A tali incerti sguardi, già si sente girar il pavimento di sotto, la tavola si solleva ed i lumi si vedono doppi. Ebbene! dubitate forse ancora delle oscenità di Tullia, delle proposte che fa a quella Maura troppo famosa che è la sua più intima amica, quando Maura passa dinnanzi al vecchio altare del pudore?

«E là che esse fanno, durante la notte, fermar la loro lettiga, e là che si estrinseca il loro furor concentrato, e che dopo di aver sfidato la statua del dio con i più bizzarri insulti, si abbandonano al chiaror della luna ad assalti reciproci di cui la natura ne freme. Tutti sanno che avviene nei misteri della [pg 33] buona dea, quando le trombette agitano queste specie di furie, e quando egualmente ebri di cibo e di vino, fanno volare turbinosamente i loro capelli sparsi, invocando al Dio Priapo. Quali desiderii! e quali slanci! E che torrenti di vino scorrono sulle loro cosce!

«Sarfeïa, colla corona in mano, provoca alcune vili cortigiane, e vince il premio offerto alla lubricità. A sua volta rende omaggio agli ardori di Medullina; quella che trionfa in tale conflitto è proclamata la più nobile. Nulla si fa per finzione: le attitudini sono di una tale verità che infiammerebbero il vecchio Priamo e l'infermo Nestore. Diggià gli esaltati desiderii vogliono essere assopiti; diggià ogni donna riconosce che non stringe tra le braccia se non una donna impotente, e l'antro echeggia di questi unanimi gridi: Introducete gli uomini, la dea lo permette: il mio amante dorme forse? che lo si svegli subito... se il mio amante non viene, mi abbandono agli schiavi, e se di schiavi non ve ne sono, che si apporti un asino... subito!!!»

I libertini ricercavano a qualunque prezzo i primi fiori delle vergini, ciò che costituiva un lucroso commercio pei lenoni, che arrivavano perfino a vendere ragazzine dai 7 ad 8 anni, per essere più certi della condizione di una mercanzia sì fragile e sì rara.

La gelosia, come l'amore, sembrava passata di moda, e si vivea troppo in fretta per consacrare interi anni ad una sola passione; e perciò che si trovano in tale epoca poeti disposti a cantare il libertinaggio. E che Marziale dice francamente: «Nessuna pagina del mio libro è casta, e quindi quelli che mi leggono sono giovani e ragazze dai facili [pg 34] costumi, vecchie che hanno bisogno di solletico. Ho scritto per me, dice alle venerabili matrone che leggevano le sue opere di nascosto, e che l'accusavano di non scrivere per le donne oneste, ho scritto per me, pel ginnasio, per le terme: gli studiosi sono da questa parte, ritiratevi dunque, noi ci svestiamo; andate via se non volete veder uomini nudi! Qui, dopo aver bevuto, Tersicore, coronata di rose, abdica il Pudore, e nell'ebrezza, non sapendo più cosa dire, invoca ad alta voce ciò che Venere trionfante riceve nel suo tempio al mese di agosto, e ciò che il villico mette in sentinella in mezzo al suo giardino, quello che la vergine casta non può guardare se non mettendosi la mano sugli occhi.» ed allargando le dita, aggiungiamo noi.

Fa il ritratto di Lesbia che ama la pubblicità, i piaceri segreti non hanno alcun sapore per lei, perciò la sua porta non è mai chiusa, nè guardata, quando ella si abbandona alla lubricità. Vorrebbe che tutta Roma la guardasse in quei momenti, e non si turba nè si scomoda se qualcuno entra, giacchè il testimone del suo libertinaggio le procura più godimento che il suo amante stesso. La sua più grande felicità è di essere sorpresa in flagrante.

Lacamè si fa servire al bagno da uno schiavo di cui il sesso è decentemente nascosto da una cintura di cuoio nero, mentre giovani e vecchi si bagnavano nudi con essa; perciò Marziale si vede autorizzato a chiederle: «Ma che, forse il tuo schiavo è l'unico che sia veramente uomo in fra tanti?».

Ligella spela i suoi avvizziti incanti: «se ti resta un qualunque pudore, le grida [pg 35] Marziale, cessa di strappar la barba ad un leone morto».

La maggior parte delle cortigiane non erano Greche, esse non venivano da molto lontano, e molte ne uscivano dai sobborghi di Roma, dove le madri le avevano vendute alla crapula. Nondimeno si ricercavano le donne Greche, e si pagavano più care delle altre, ed è perciò che quasi tutte le cortigiane si dicevano di tal paese. Una cortigiana, certa Lelia, avéva mandato a memoria qualche parola greca, che ripeteva continuamente con un accento romano; Marziale le dice:

«Quantunque tu non sii nata nè a Efeso, nè a Rodi, nè a Metilene, ma in una casa dei sobborghi patrizii, quantunque tua madre, che mai non conobbe cosa volesse dir lavarsi, sia nata presso gli Etruschi dalla carnagione olivastra, e che quel rustico di tuo padre sia originario della campagna di Aricia, tu impieghi a qualunque proposito questo dolci espressioni greche: vita mia, anima mia! Come, tu cittadina di Ersbia e di Egeria osi parlare così!? Tu non sai come fare per parlare il linguaggio di una pudica matrona: ma non dici nulla di più tenero quando i desiderii ti tormentano? Va, Lelia, quand'anche giungesti a saper a mente Corinto, non sarai mai Lais!».

Ecco uno dei più curiosi epigrammi di Marziale, egli si rivolge a Galla:

«Il tuo viso è tale che nessuna donna oserebbe dirne male, tu non hai neppure una macchia sul corpo. Perciò ti meravigli senza dubbio di non aver mai ispirata alcuna passione, e di non veder mai ritornare a te l'uomo col quale hai dormito una notte. Ciò [pg 36] dipende dal fatto che tu hai un enorme difetto. Ogni volta che io ti avvicino per fare all'amore e che agitiamo i nostri corpi voluttuosamente confusi, la tua vagina fa rumore e tu taci. Piacesse al cielo che tu parlassi e quell'organo tacesse! Giacchè il suo mormorio non mi lusinga affatto; preferisco il rumor del tuo deretano, il quale almeno ha una certa utilità ed allo stesso tempo provoca ilarità».

Fu sotto gl'imperatori, per l'influenza dei loro costumi depravati, pei loro esempii e le loro malsane istigazioni, che la società romana fece spaventevoli progressi nel vizio, il quale finì di disorganizzarla.

Giovenale esclamava allora:

«Il vizio è al suo colmo: Ecco disgraziati a qual punto di decadenza siamo giunti! Abbiamo, è vero, portate le nostre armi fino ai confini dell'Iberia, abbiamo anche recentemente sottomessi gli Orcadi e la Brettagna, dove le notti sono sì corte, ma quello che fa il popolo vincitore nella città eterna, non lo fanno i popoli vinti!»

Infatti quello che restava di buoni costumi a Roma fu perduto dal giorno in cui il capo dello Stato finì di rispettarlo.

Giulio Cesare, questo grand'uomo di cui il genio innalzò a tanta potenza le armi romane, la politica e la legislatura; Giulio Cesare fu il primo ad offrire al popolo romano l'indecente esempio della propria depravazione. Tutti gli storici del tempo sono d'accordo nel dire che egli era portato molto verso i piaceri sensuali e nulla risparmiava per soddisfarli. Sedusse un numero infinito di donne per bene. Non rispettava nè il suo [pg 37] talamo, nè quello degli altri. Questo dittatore volle fare una legge che gli permetteva di godersi tutte le matrone che gli andavano a genio, sotto pretesto di moltiplicare gli uomini della sua illustre razza!

Nessuno ignora lo scandaloso festino di Augusto e dei suoi cinque compagni di orgia con sei rispettabili matrone romane. Vestiti da dei e da dee imitavano gl'impudicissimi costumi olimpici descritti nelle favole. Augusto commise un incesto con la propria figlia, dal quale nacque la madre di Galigola. Marcantonio parlando dei tirannici costumi di Augusto, dice che in un festino, fece passare dalla sala da pranzo nella camera vicina, la moglie di un console, pur trovandosi il marito fra gl'invitati, e quando ella ritornò con Augusto, i banchettanti avevano avuto il tempo di vuotar più di una coppa in onore di Cesare, e la matrona aveva le orecchie rosse ed i capelli in disordine. Tutti lo notarono; solo il marito non vi fece caso.

Le orgie di Augusto paragonate a quelle di Tiberio erano ingenue ed innocenti. Questi commise delitti che nessuno prima di lui aveva osato immaginare. A Caprea, dove soggiornava abitualmente, fece costruire una grande camera, sede delle più secrete sregolatezze. Là una moltitudine di giovanette e di giovanetti diretti dagli inventori di una mostruosa prostituzione, formavano una triplice catena e mutualmente e carnalmente allacciati, gli passavano dinnanzi per rianimare i suoi sensi esauriti.

Sua moglie accettava volentieri tutte le dichiarazioni di amore che le venivan fatte. Riceveva i suoi amanti in folla e correva [pg 38] con essi pazzamente per le vie della città. La ragione e le leggi del pudore non si fecero mai sentire in casa di questa depravata principessa.

Galigola, ancor men riservato di Tiberio, che cercava di imitare, fece conoscere pubblicamente i suoi infami amori con Marco Lepidus. Egli cercò sempre lo straordinario ed il mostruoso.

Agrippina visse con suo fratello Galigola in un legame mostruoso.

Claudio ebbe troppe mogli legittime per aver molte concubine e quelle che si pagò, più per capriccio che per amore, non furono troppo note perchè ne restasse traccia nella storia.

Messalina, moglie di Claudio, ha lasciato nella storia la più detestabile nomea; ella si macchiò di tutte le infamie. La sua prostituzione fu delle più abbiette, i suoi capricci oltraggiosamente disordinati, senza ritegno, pubblicamente soddisfatti e pubblicamente conosciuti. Dimenticò la dignità, la nascita, la naturale modestia del suo sesso, la fedeltà coniugale, per abbandonarsi brutalmente alle sue lubriche passioni.

Associò ai suoi stravizii moltissime dame romane, obbligandole, per eccesso di autorità, a vivere con lei in un vergognoso libertinaggio. Le forzò a prostituirsi in presenza dei loro mariti agl'individui più vili.

Su questa donna Giovenale ha scritto pagine terribili:

«Appena suo marito si addormentava, ella preferendo un qualunque schifoso strapuntino al letto nuziale ed imperiale, evadeva dal palazzo, seguita da una sola confidente, [pg 39] favorita dalle tenebre e mascherata, si portava in un luogo infame della più putrida prostituzione. E là, a seni scoperti, Messalina, scintillante e fiera, votava alla pubblica brutalità i fianchi che ti portarono, o generoso Britanicus! Nondimeno ella lusinga chiunque si presenta e chiede l'abituale salario. Il capo del luogo congeda le cortigiane, ma ella ancora fremente di desiderio, non vuol partire ed è l'ultima ad andar via, profittando di un solo minuto per dar sfogo al furor che la consuma. Esce infine più stanca che soddisfatta, affumicata dalla puzzolenti lampade, le guance livide e sozze, e va a depositare gli odori di quest'antro sul capezzale dello sposo».

Appena gettò via la maschera che copriva le sue perverse inclinazioni, Nerone si abbandonò a tutti gli eccessi che i raffinamenti del libertinaggio avevano potuto creare e diede sfogo ai suoi impuri vizii. Sua moglie Poppea, vedova di Ottone, non fece alcuna differenza fra i suoi mariti ed i suoi amanti, dandosi ai più svergognati disordini, e facendo un infame uso della sua bellezza.

Vitellio fu l'allievo di Tiberio e servì i suoi infami piaceri, cioè a dire continuò un simil genere di vita.

Tito nutriva nel suo palazzo un gran numero di schiave che servivano ai suoi piaceri.

Domiziano si bagnava con le prostitute compiacendosi a strappare i peli delle sue concubine. Sua moglie si prostituiva senza vergogna a tutti quelli che la desideravano.

Eliogabalo creò un senato di donne votate a Venere, tenne apertamente udienze sulla [pg 40] prostituzione. Si fece portare su di un carro tirato da donne nude; e rappresentò Venere sotto tutti gli aspetti.

Commodo manteneva 300 concubine e disonorava, seducendole o violandole, le più distinte matrone romane.

Per Commodo era un piacere, un bisogno di avvilirsi agli occhi di tutti, non si diceva soddisfatto se non quando le sue turpitudini avevano avuto mille testimoni e mille echi.

«Sin dalla più tenera infanzia, dice Lampride, fu impudico, cattivo, crudele, libidinoso, e arrivò fino a prostituir la sua bocca! Fece del palazzo reale una taverna ed un antro di voluttà, dove attirò le donne più notevoli per la loro bellezza, e se ne servì pei suoi impuri capricci.» Alle 300 concubine aggiunse più tardi 300 giovanetti.

Questi 600 convitati sedevano alla sua mensa e si offrivano volta a volta le impure fantasie di lui. Quando la forza fisica gli mancava, chiamava in aiuto tutta la potenza dell'immaginazione; obbligava tutta questa gente di abbandonarsi sotto i suoi occhi a quei piaceri che egli non poteva più condividere.

Dopo aver stuprata sua sorella, diede il nome di sua madre ad una concubina, alfine di persuadersi che commetteva un incesto con lei.

Eliogabalo, così come Nerone, trovava un eccessivo piacere in tutti gli atti della prostituzione. Un giorno convocò tutte le cortigiane di Roma e presiedè lui stesso questa strana assemblea. E tenne un'accanita discussione su parecchie quistioni astratte di voluttà e di libertinaggio. Nessuno potrà mai farsi un'idea [pg 41] di quali abbominevoli sozzurre quest'uomo sporcò il suo corpo.

Se gli appetiti carnali di Eliogabalo erano smodati, la sua immaginazione corrotta aveva ancora più potenza ed attività. Così, quello che egli cercava continuamente, era la creazione di nuove maniere colle quali poter contaminare i suoi occhi, le sue orecchie, la sua anima, insozzando contemporaneamente il pudore altrui.

[pg 42]

II. Il Vizio all'era cristiana

Medioevo. Rinascenza—Impero

Nel periodo della cristianità il vizio si mostrò soprattutto nelle sette eretiche, le quali immaginarono, a fine di favorire la corruzione, stravaganti dottrine.

I Nicolaiti insegnavano che per acquistare la salvezza eterna, era necessario di insozzarsi di tutte le specie d'impurità. Essi pretendevano che una carne maculata dovesse essere più accetta a Dio, perchè i meriti del redentore dovevano esercitarsi maggiormente su di essa per renderla degna del paradiso.

Altre eresie congiunte con immaginazioni più o meno stravaganti ed ingegnose, come [pg 43] fine e come mezzo, avevano sempre un prodigioso sviluppo della sensualità.

In generale era la comunità delle donne e la promiscuità dei sessi che formavano la base di queste sette singolari. Il pudore non esisteva per questi settarii che lo consideravano come ingiurioso alla divinità.

Secondo le dottrine di Carpocrate e di suo figlio, nessuna donna aveva il diritto di rifiutare i suoi favori a chiunque gliene facesse richiesta in virtù del diritto naturale.

Una donna di questa setta, Marcellina, venne a Roma, verso il 160, e vi fece molti proseliti col sudore del proprio corpo! Dopo i festini si commettevano le infamie carnali, quando, le grazie dette, il sacerdote massimo diceva: «Lungi da noi la luce ed i profani.» Allora si spegnevano le fiaccole, e quello che avveniva nelle tenebre, senza distinzione di sesso, di età e di parentela, non doveva lasciare traccia nemmeno nei ricordi. Ciò rappresentava agli occhi dei dottori della setta l'immagine naturale della creazione.

I Cainisti avevano per dogma la riabilitazione del male ed il trionfo della materia sullo spirito. Interpretavano i libri santi a rovescio, ed onoravano, quali vittime ingiustamente sacrificate, i più esecrabili tipi della cattiveria umana. Si glorificavano d'imitare i vergognosi vizii che attribuivano a Caino, e che ritrovavano con piacere presso gli abitanti di Sodoma e di Gomorra.

Gli Adamiti, facevano risalire le loro dottrine al primo uomo, non proscrivevano la donna come gli eredi di Caino e di Saffo. Il loro capo Psodicos, ebbe l'audacia di permettere [pg 44] e di prescrivere la copula pubblica fra i due sessi.

I Manichei proclamavano, con l'avversione del matrimonio, il libero e smodato esercizio di tutte le facoltà sensuali. Essi consideravano l'atto venereo come opera santa, a condizione che la santità di quest'atto, non fosse compromessa dal matrimonio o dalla concezione.

A quei tempi la vita cenobitica non fu neppur essa esente da vizii. La sensualità e la lussuria penetravano col mistero a traverso le solitudini, dove si raccoglievano per lavorare e pregare in comunità i frati e le suore della nuova famiglia cattolica.

Furono le eresie che condussero quel prodigioso abbandono nella cristianità. San Cipriano nel 230 ci dipinge tale epoca così: «Non esisteva più carità nella vita dei cristiani, non esisteva più disciplina nei loro costumi; gli uomini si pettinavano le barba, e le donne si imbellettavano il viso; si corrompeva la purezza degli occhi violando l'opera delle mani di Dio, e perfino quella dei capelli dando ad essi uno strano colore. Si ricorreva a tutte le astuzie ed a tutti gli artificii per ingannare i semplici; i cristiani sorprendevano i loro fratelli con le infedeltà e le furberie.»

Bisogna attribuire questi cattivi costumi che regnavano allora, in un sì gran numero di comunità femminili, all'influenza demoralizzatrice di una folla di monaci erranti e di secolari che l'ozio e la corruzione moltiplicavano dappertutto. La condotta impudente e dissoluta di questi monaci si propagò nell'Egitto fino ai deserti della Tebaide.

[pg 45] Più tardi il vizio si introdusse nei monasteri e si potettero allora avverare i numerosi squilibramenti che hanno provato la fragilità della virtù umana, e l'impotenza dei voti i più sacri. Nei monasteri feminili, l'ospitalità accordata a tutti gli ecclesiastici ed ai monaci di passaggio, vi generò disordini che non trascesero quasi mai in scandali pubblici tanto da attirare l'attenzione della gente.

I Franchi che si introdussero nella Gallia verso la metà del V.º secolo, a primo acchito con i Gallo Romani; conservarono i loro costumi, la loro religione, i loro usi senza lasciarsi influenzare dal contatto della civiltà brillante e voluttuosa che incontrarono nella città conquistata.

Ma, al tempo stesso, non fecero nulla per cambiare il carattere dei primi possessori del suolo. Divenuti cristiani i franchi divennero allo stesso tempo Galli e Romani. Da Clodoveo fino a Carlomagno, i vescovi furono i veri legislatori e il codice ecclesiastico dominò il codice giustiniano e le leggi teutoniche. La corruzione legale non aveva un corso regolare, i disordini e l'incontinenza non erano che più indomabili e più audaci.

Non vi erano cortigiane propriamente parlando, o prostitute che esercitavano questo vergognoso mestiere nelle città governate dai vescovi, ma vi erano dappertutto, in ogni feudo, in ogni dimora rurale, una sorta di serragli, di ginecei, nei quali le donne libere o schiave lavoravano all'ago o al fuso, e dove il padrone trovava facile il piacere, ed un'emulazione sempre compiacente per servirlo.

[pg 46] I concubinati, essendo per loro natura, estranei alle leggi ecclesiastiche, non dipendevano se non dal capriccio delle persone che li contraevano e che li rompevano senza tanti scrupoli. Tale fu per oltre tre secoli lo stato di famiglia in Francia.

I re merovingi non indietreggiarono nè dinanzi a delitti, nè dinanzi a guerre sanguinose per soddisfare i loro amori, per lasciare o per prendere una concubina. Vivevano nei loro dominii reali, lontani dalla vista dei loro soggetti, che udivano appena il rumore delle orge di questi re buontemponi, i quali si abbandonavano a tutte le specie di disordini, passando dall'ebbrezza alla lussuria più sfrenata.

E come ai primi tempi la corruzione soggiornava in mezzo al clero; Martiniano, monaco di Rabais, al X secolo, diceva ai preti del suo tempo: «È forse legge vostra di prender moglie e di avere relazioni con donne? di contaminare con tutte le specie di lussuria il vostro corpo che è stato creato per ricevere il cibo degli angeli?»

Il pio vescovo di Limoges, Turpio, morto nel 944, tramandava con dolore nel suo testamento questa confessione spoglia di ipocrisia: «Noi stessi che dovremmo dare l'esempio, siamo gl'istrumenti dell'altrui perdita, ed invece di essere i pastori del popolo ci comportiamo tali lupi divoranti!»

Non è qui il caso di esporre gli orribili vizi della gente di chiesa, che credevano fosse loro tutto permesso al sol perchè avevano il diritto di assolvere qualunque peccato; non cercheremo nemmeno in questo libro di penetrare negli archivii dei conventi [pg 47] per ricercarvi la lunga lista di quelli che furono riformati, scomunicati, soppressi a causa dei mostruosi disordini dei loro ospiti; basti dire che non era possibile di trovare un'abbazia celebre, dove i costumi claustrali non fossero stati a più riprese focolari d'impudico contagio.

La depravata condotta dei preti e dei monaci, non era che troppo imitata dai laici che la bersagliavano coi loro sprezzanti motteggi. In presenza di tali modelli di corruzione, il popolo non poteva certo aver la pretesa di restar puro e virtuoso.

Tutti gli scrittori dell'epoca sono d'accordo nel constatare la profonda degradazione dello stato sociale e tutti ne attribuivano la causa all'incontinenza che aveva preso gigantesche proporzioni.

Nelle provincie i signori facevano bella mostra di tutti i loro vizii, non conservando alcun pudore. Fra i tanti citiamo un solo esempio della selvaggia impudicizia che caratterizzava l'uno e l'altro sesso. Nel 990, correva voce che Guglielmo IV, duca di Aquitania e conte di Poitiers, avesse avuto adultero commercio con la moglie del visconte di Thouars, presso il quale era stato ospitato. Emma, moglie di Guglielmo, aspettava un'occasione favorevole per vendicarsi della rivale. Un giorno vistola passeggiare a cavallo, con poca scorta, nei dintorni del castello di Talmont, accorse con un buon seguito di paggi e di scudieri; la fece rovesciare per terra, la colmò d'ingiurie e di percosse e l'abbandonò alle sue genti. Le quali, impadronitisi della viscontessa, la violentarono un dopo l'altro fino al giorno [pg 48] seguente, per obbedire agli ordini della padrona che li eccitava, contemplandoli. La mattina, la lasciarono quasi nuda, e semiviva. Il visconte di Thouars non potette nè lagnarsi, nè vendicarsi e riprese la moglie disonorata, mentre Guglielmo esiliava la sua nel castello di Chinon.

Ma è soprattutto nei Penitenziali che bisogna cercare gli occulti misteri della corruzione. È là che il peccato della carne si compie con tutte le audacie, che non si limita solo agli illeciti congiungimenti fra i due sessi, ma si spinge fino ai più esecrabili capricci della depravazione. «Si vorrebbe credere, dice il signor de la Bedollière, per l'onore dell'umanità, che gli orrori segnalati nei Penitenziali fossero puramente accidentali». Ma è certo che invece tali orrori erano troppo frequenti e che spandevano poco a poco una corruzione latente in tutte le parti del corpo sociale. Ad ogni pagina, i Penitenziali classificano i vizii secondo i gradi di colpabilità e di penalità. Bisogna distinguere in questo codice primitivo della confessione, i fatti che concernono gli atti più secreti del matrimonio, quelli che toccano all'incesto, quelli che sono relativi alle corruzioni contro natura, e quelli infine che caratterizzano il delitto di bestialità.

Erano peccati veniali se gli sposi non avevano consacrato la prima notte di nozze a pratiche devote; se il marito che si coricava con la moglie non si fosse lavato prima di entrare in chiesa: se una moglie fosse entrata in chiesa, all'epoca delle sue regole. Ma il peccato diveniva più grave quando gli sposi si abbandonavano ad oscene fantasie ecc.

[pg 49] L'incesto si moltiplicava sotto le forme più vergognose; i figli non risparmiavano la madre; la madre essa stessa non rispettava l'innocenza dei suoi più giovani rampolli; i fratelli attaccavano le sorelle; il padre si corrompeva con la figlia! Per simili turpi atti vi erano penitenze da 10 a 15 anni, durante i quali i colpevoli dovevano sottomettersi a digiuni ed a continenze.

Il peccato contro natura aveva innumerevoli varietà agli occhi del confessore, che applicava anche per esso diverse specie di penitenza. I vizii antifisici delle donne erano puniti così severamente quanto quelli degli uomini.

Talvolta l'incesto associandosi al delitto contro natura, ne aggravava l'infamia ed il castigo. Tutti i generi di bestialità figuravano nei Penitenziali; nessuna bestia era esclusa per commettere simili obbrobriose indegnità.

Sotto Luigi VII la corporazione delle ragazze libere, trovavasi in uno stato di notevole prosperità. Sauval dichiara nelle sue compilazioni, che gli statuti di questa disonesta corporazione, ebbero corso, pel loro occulto governo, fino agli stati di Orleans, nel 1560.

San Luigi cercò, ma invano, di mettere un argine a tante corruzioni. Il 25 giugno 1263, scrisse da Aigues-Mortes a Mathieu, abbate di San Denis, e al conte Simon de Nesle: «Abbiamo ordinato d'altronde, di distruggere quelle note e manifeste prostituzioni che insozzano con le loro infamie il nostro fedel popolo e che trascinano tante vittime nel fango e nell'abisso della perdizione; abbiamo altresì ordinato di perseguitare questi scandali [pg 50] tanto nella città che nella campagna, e di purgare assolutamente il nostro reame da tutti gli uomini corrotti e pubblici malfattori».

Un orribile libertinaggio essendosi insinuato in tutte le classi sociali sin dai tempi delle crociate e il vizio contro natura, che il soggiorno dei francesi in Palestina aveva acclimatato in Francia, minacciava ancora d'infettare i costumi e di corrompere tutta quanta la popolazione.

A partire dall'undicesimo secolo un sensibile miglioramento si fece sentire nei costumi pubblici e privati. Vi rimanevano ancora senza dubbio molti disordini, presso i nobili e nel basso popolo, ma i primi non davano più in comune l'esempio della perversità e del vizio.

Certo si deve all'influenza della cavalleria la conversione del più grande peccatore che l'undicesimo secolo abbia prodotto. Guglielmo duca di Aquitania, nono a portare tal nome, fu il più pericoloso ingannatore di donne ed il più gran libertino, la cui riputazione abbia percorso il mondo. Passò senza scrupoli e senza por tempo in mezzo dal culto della materia alla contemplazione spirituale, dall'incredulità alla fede.

Le crociate furono il più bel momento della cavalleria e non di meno nessuno può negare che questa prodigiosa massa di uomini di tutte le condizioni e di tutti i paesi non abbia riscaldata nel suo seno il germe corruttore della lussuria. «Tutti i vizii vi regnavano, dice l'abbate Fleury, sia quelli che i pellegrini avevano apportati dai loro paesi, [pg 51] sia quelli che avevano conosciuti nei paesi stranieri.»

«I crociati, dice Alberto d'Aise, si comportavano da gente grossolana, insensata ed inetta quando l'amore carnale spegneva in essi la fiamma dell'amore divino; vi erano nelle loro fila una quantità di donne, vestite da uomini, e viaggiavano tutti insieme senza distinzione di sesso, confidandosi all'azzardo di una spaventevole promiscuità. I pellegrini non si astenevano dalle illecite riunioni, nè dai piaceri della carne; si abbandonavano senza tregua a tutti gli eccessi della culinaria, si divertivano colle donne maritate o con le zitelle, le quali si erano allontanate di casa loro appunto per abbandonarsi perdutamente ad ogni specie di vanità.»

Quando le donne mancarono ai crociati in Palestina, dove la religione di Maometto si opponeva a qualunque illecito commercio coi cristiani, si fece venire dall'Europa un rinforzo di belle ragazze, che concorsero a modo loro al trionfo delle crociate.

Uno storico arabo aggiunge che l'esempio dei franchi fu contagioso pei loro nemici, i quali vollero anch'essi aver donne di piacere nelle armate, dove non erano mai state permesse simili sregolatezze.

Nelle antiche storie militari tanto di Francia che delle altre nazioni europee è spesso fatto cenno di questa affluenza di prostitute nelle armate, di cui la dietro guardia si componeva sempre di simili specie di donne e dei loro depravati compagni. Giovanni di Bazano parla di un capitano tedesco, chiamato Garnier, che invase alla testa di 3500 lame il territorio di Modena e di Mantova, [pg 52] nel 1342, accompagnato da 1000 prostitute, e da ragazzi libertini e corrotti.

Sono indescrivibili le abbominazioni del regno di Carlo VI, dove il clero, la nobiltà ed il popolo lottavano in perversità ed in turpitudine. Nicola di Clemenzio, arcidiacono di Bayeux, esclamò: «A proposito delle vergini consacrate al signore, dovremmo ritracciare tutte le infamie dei luoghi di prostituzione, tutte le astuzie e la sfrontatezza delle cortigiane, tutte le opere esecrabili della fornicazione e dell'incesto; giacchè, vi prego di credere, che ai dì nostri nei monasteri le donne si consacrano più volentieri al culto di Venere che a quello di Dio! Tali luoghi potrebbero definirsi degli spaventevoli ricettacoli, nei quali una gioventù sfrenata si abbandona a tutti i disordini della lussuria, di nodo che non vi ha alcuna differenza di far prendere il velo ad una giovanetta o di esporla pubblicamente in un luogo abbominevole.»

Per le donne pubbliche non si aveva pietà alcuna, quando la decenza ed il pudore sembravano banditi dai costumi, quando i soli abiti scollacciati erano alla moda, a dispetto degli editti suntuarii.

Le donne avevano per costume di adornarsi di vesti aperte lungo i fianchi e rialzate in modo da lasciar intravedere la gamba, e perfino la coscia nuda; in quanto alla gola se la scoprivano fino ai capezzoli delle mammelle!

Per rendersi conto del grado di pervertimento a cui certi nobili fossero giunti, abbandonandosi a tutte le specie di aberrazioni sensuali, basta leggere negli archivii [pg 53] di Nantes, il processo intentato al maresciallo di Francia, Gilles de Rietz, che fu condannato al rogo nel 1440.

La lettura della Vita dei dodici imperatori romani di Svetonio, aveva eccitato questo potente signore ad imitare i loro mostruosi pervertimenti sessuali. Come Tiberio e Nerone, egli si appassionò pel sangue mischiato alla immondizia: l'unico suo passatempo era di corrompere i fanciulli che faceva rubare un po' dappertutto.

Si trovarono nei sotterranei dei castelli di Chantocè, della Suze e d'Ingrande, le ossa calcinate e le ceneri di tutti i fanciulli che il maresciallo di Rietz aveva assassinati, dopo di averne abusato. Questi delitti finì per confessarli lui stesso.

A quei tempi si istruivano una quantità di processi per stregoneria, nei quali non era difficile di scoprire la depravazione morale, che cercava di coprirsi, come da un mantello, con la possessione diabolica.

Quegli stessi che pretendevano di aver ceduto ad una potenza occulta e ad un irresistibile prestigio, non credevano affatto all'intervento dei demonii.

Erano ordinariamente vergognosi libertini, forzati pel loro stato a vivere nella continenza, o per lo meno a nascondere sotto rispettabili apparenze, l'effervescenza delle loro passioni sensuali.

Il sabbat era il convegno di tutto quanto si poteva immaginare di più perverso, ecco perchè si compiva in luoghi appartati, in mezzo ai boschi, nelle montagne o in fra gli scogli.

Del resto i giureconsulti in Francia, non [pg 54] vedevano nella stregoneria se non una forma della prostituzione la più criminale, e ricorrevano a tutta la severità delle leggi per reprimere i disordini che corrompevano i pubblici costumi. Ma si aveva l'aria di attribuire alla malizia del demonio una quantità di atti detestevoli, che non accusavano se non il vizio degli uomini, e si aveva una cura scrupolosa a non diminuire l'orrore di cui la volgare credulità circondava il sabbat, giacchè se si fossero mostrate le cose sotto il loro vero aspetto, il sabbat sarebbe stato ancora più frequentato, tanto la curiosità serve di pericoloso movente alla depravazione morale e fisica.

L'eresia riapparve in Francia a partire dal dodicesimo secolo e favorì la corruzione.

I Bulgari essendo stati accusati di pratiche sodomitiche, consideravano quale sacrilegio i rapporti naturali dei sessi. Tutti i settarii, per un raffinamento di libertinaggio, s'imponevano privazioni di ogni genere, e affettavano in generale una noncuranza assoluta per tutte le cose materiali; ma ciò non era che la maschera della continenza, sotto la quale si sentivano più liberi per abbandonarsi alle loro passioni e dar briglia sciolta alla natura; le loro austere pratiche di devozione aggiungevano una specie di salsa piccante alle nascoste depravazioni.

Quando si vide apparire nel 1259 la setta dei Flagellanti, a primo acchito non si pensò che le pubbliche penitenze di questi peccatori, potessero essere delle invenzioni di lussuria. Essi camminavano nelle strade due a due, nudi fino alla cintura, e si battevano [pg 55] o da sè stessi o l'un l'altro con frusta e con correggia di cuoio, cacciando gemiti, fino a che non sanguinassero da capo a piedi.

E questo è niente. Si portavano la notte nelle campagne, in fondo ai boschi, e là, nelle tenebre, raddoppiavano le flagellazioni, i loro gridi e le loro impudiche follie. Si indovinano facilmente le odiose conseguenze di queste riunioni di uomini e di donne seminudi, animati dallo spettacolo di simile indecente pantomima, nella quale ognuno diveniva attore a sua volta, e che arrivava gradatamente all'ultimo parossismo dell'estasi libidinosa.

L'uso della flagellazione nell'antichità era ben conosciuto da tutti i depravati, a cui ricorrevano per prepararsi nei piaceri di amore.

Ma al medio evo se la flagellazione erotica non si esercitava più se non raramente e nel più profondo mistero, aveva però assunto un carattere di sanguinaria ferocia che si riproduceva negli atti dei flagellanti.

Nel 1343 durante la terribile peste si contavano in Francia circa 800.000 flagellanti, fra i quali vi erano gentiluomini e nobili dame, che non erano meno avidi di pubbliche fustigazioni.

Si videro pure i Picardi, che, secondo la dottrina del loro capo, dicevano che Dio li aveva mandati sul mondo per ristabilire le leggi della natura.

Queste leggi consistevano in due cose; la nudità di tutte le parti del corpo e la comunità con le donne. Appena un Picardo provava un desiderio per una sua compagna, la conduceva dal capo e formulava così la sua richiesta: «Il mio spirito si è riscaldato [pg 56] per questa.» Il padrone rispondeva: «Ebbene andate, e crescete e moltiplicate». Scacciati dalla Francia, vi riapparvero nel 1373 sotto il nome di Turlupius. E questi ultimi andavano anche più lontano, commettevano peccati carnali in pieno giorno, dinanzi al mondo intero. Essi insegnavano che l'uomo è libero di obbedire a tutti gl'istinti della natura.

I Valdesi, gli Anabattisti, gli Adamiti, i Manichei colle loro sette non erano mai completamente estinti; essi di tanto in tanto rinascevano dalle loro ceneri; tanto è vero che il vizio ha fascini irresistibili per certe nature pervertite, deboli o depravate.

Gli Anabattisti ebbero armate in Olanda ed in Germania. Essi insegnavano che ogni donna è obbligata a prestarsi alla concupiscenza di qualunque uomo, e che tutti gli uomini sono del pari tenuti a soddisfare qualunque donna. Nel 1535 il 13 febbraio a Amsterdam, sette uomini e cinque donne, cedendo alle eccitazioni ed all'esempio d'un profeta anabattista, si spogliarono dei loro abiti, li gettarono nel fuoco, ed uscirono per le strade completamente nudi.

Per trovare la pruova della depravazione pubblica verso la fine del XV secolo, non avremmo che a leggere i sermoni dei predicatori contemporanei. Gl'intelligenti si sono molto divertiti a spese di questi vecchi che avevano sì bizzarri procedimenti oratorii e che raccontavano un mondo di corbellerie e di eccentriche buffonerie; ma bisogna riandar con lo spirito all'epoca loro e considerare la specie di pubblico che veniva ad ascoltare la parola così poco edificante di questi monaci predicatori. Questo pubblico, [pg 57] nel quale l'elemento feminile era in maggioranza, non si raccomandava troppo per li decenza della tenuta, nè per la purezza delle intenzioni. Non erano che donne e ragazze, vestite indecentemente, facendo, quel che si chiama, la caccia cogli occhi: accalappiando gli uomini, dando convegni, cercando avventure.

Menot si lamentava che non una sola casa fosse esente dalla corruzione, e che non si vedevano se non donne di piacere nella città e nei sobborghi. Questa mercanzia conveniva a tutte le età e a tutte le condizioni sociali; le vecchie come le giovani, le donne maritate e le zitelle, le serve e le padrone, facevano, ciò che i predicatori chiamano, traffico del loro corpo. Menot fa dire a certi giovanotti, sposi di fresco:

«Si sa bene che non possiamo avere sempre le nostre mogli dietro di noi sospese alla nostra cintura, o portarle nella manica, e nondimeno la nostra gioventù non può far a meno della donna. Ci rechiamo in taverne, osterie, stufe ed in altri piacevoli luoghi; troviamo le cameriere fatte al mestiere e che non chiedono molto danaro; desideriamo sapere:—Non facciamo forse bene di usarne come se fossero le nostre proprie mogli?»

Maillard esclamava: «Se le pile delle chiese avessero occhi, e che vedessero ciò che avviene; se avessero orecchie per sentire e se potessero parlare, che direbbero?... Io non lo so; ma voi, signori preti, che ne dite?»

Egli vota alle fiamme d'inferno i proseliti e le ruffiane, ma fra tutte queste vili creature quelle che detesta di più sono le madri che lavorano esse stesse per disonorare le [pg 58] proprie figliuole. Guarda intorno a lui, come per scoprire nell'assemblea qualcuna di queste madri snaturate. «Vi sono, dice, parecchie madri che vendono le loro figliuole, sono le ruffiane della loro prole, a cui fanno guadagnare qualche matrimonio con le pene ed il sudore del corpo!»

E Menot a proposito del lusso esclama: «Voi direte forse, o signore: i nostri mariti non ci danno tali vesti, ma siamo noi che li guadagniamo colle fatiche del nostro corpo! A trentamila diavoli tali fatiche!» A quell'epoca infatti il progresso del vizio, era il risultato immediato del progresso del lusso; la civetteria e la vanità delle donne le spinsero al vizio; e fu tutto un obbrobrioso mercimonio per provvedere alle spese della toilette e alle fantasie della moda.

I costumi della corte non erano punto fatti per frenare il popolo che teneva all'onore di imitarli. Sotto Luigi XI la corte non dava affatto l'esempio della decenza nei costumi. Vi era allora così nei grandi che nei piccoli una sfacciataggine generale tanto nelle idee, che nelle azioni e nelle parole. Non si vedevano che mariti ingannati, vedove intriganti, donne libertine, ragazze sedotte.

Certamente, la morale pubblica era poco rispettata, in un'epoca in cui si esponeva agli sguardi dei passanti, nelle feste per l'entrata del re a Parigi (1461) «tre buone e belle ragazze che figuravano da sirene tutte nude, in modo che si vedeva loro il bel capezzolo diritto, ed i seni separati, rotondi e duri, che era piacevolissima cosa»; all'epoca in cui gli uccelli gracidatori piche, gazzere non sapevano ripetere altro che parole oscene [pg 59] come figlio di pu... ecc. dice Giovanni de Troyes; ad un'epoca in cui un normanno aveva per concubina la propria figlia, dalla quale aveva avuto anche parecchi figli, che egli uccideva non appena nascevano (1466); ad un'epoca in cui un monaco «che aveva i due sessi, talmente seppe fare, che finì per divenir incinto di sè stesso» (1478); ad un'epoca infine che un valletto del re, chiamato Regnault la Pie, si faceva mantenere pubblicamente dalla vecchia moglie di Nicola Bataille, il più sapiente legista francese che morì di dolore nel 1482, dopo aver visto la sua fortuna intiera consacrata alla ghiottoneria di una tale carogna! (dalle cronache scandalose del tempo).

Nel secolo XVI l'aristocrazia sotto i Valois si abbandonò a tutti gli stravizii. I racconti di Brantôme su questa spaventevole depravazione sono là per provarlo, ed il modo libero come egli racconta simili turpitudini, senza temere di offendere il pudore di chi legge, dimostra il grado di corruzione al quale era giunta la società francese ai tempi di Carlo IX e di Enrico III. Si era perfino perduto il sentimento dell'onestà, tanto che senza alcuna reticenza innanzi a signore si parlava dei più ignobili misteri del libertinaggio.

La Corte di Francesco 1º era una vera casa di piacere, e secondo Brantôme le signore che ne facevano parte erano destinate a rimpiazzare le cortigiane, le quali divenivano pericolose a causa delle malattie veneree da cui erano quasi tutte infette. Dopo aver descritte tutte le sregolatezze a cui queste signore non disdegnavano di abbandonarsi Brantôme esclama: «E piacesse a Dio di potermi [pg 60] far entrare un po' in questa allegra corte del re pel mio piacere!»

Sauval dice che era molto facile ad un condannato, per quanto terribili fossero i suoi delitti, di ottenere la grazia dal re, purchè avesse una bella moglie od una fresca figlia zitella, che andasse personalmente a supplicare il sovrano.

Di tutte le dame di corte che abitavano al Palazzo Reale il re aveva le chiavi delle camere, per poterle andare a visitare intimamente, quando gli piaceva.

Brantôme ha voluto dimostrare che questa impudicizia della corte non aveva nulla di biasimevole. Così una dama scozzese di buona famiglia, dice questo storiografo, la quale aveva avuto un figlio naturale da Enrico II confessava: «Ho fatto quanto ho potuto per essere ingravidata dal re, e me ne sento onoratissima e felice; e direi quasi che il sangue reale ha un non so che di più soave del liquore comune, tanto me ne sono trovata bene; senza contare i regali che ne ho avuti», e Brantôme aggiunge: «Questa dama, come del resto molte altre, erano in questa opinione che per dormire col re, non si era punto diffamate e che sono disoneste solo quelle che si danno ai piccoli, ma non ai grandi re e gentiluomini».

Dopo simile ingegnosa teoria non ci deve meravigliare se molte signore invidiavano la vita delle cortigiane di professione.

Brantôme racconta che una cortigiana venne a Roma per dare lezioni alle dame di corte, ella diceva: «Il nostro mestiere è tanto caldo, quando si è ben appreso, che si ha [pg 61] mille volte più piacere di praticarlo con parecchi che con un solo».

Enrico II fu più costante in amore che Francesco I: vi era gente abituata a confondere Diana di Poitiers con la regina. Il re si era tanto familiarizzato col concubinato, di cui andava superbo, che non temeva di uscire a cavallo avendo in groppa abbracciata la duchessa di Valantinois.

L'adulterio aveva preso tali vaste proporzioni, che le figlie, vedendo le madri così liberamente divertirsi, facevano quanto era in loro per maritarsi presto ed imitarle.

Brantôme dice che nella maggior parte dei matrimonii, fatti a corte, raramente la sposa arrivava al talamo, senza che il re non le avesse prima insegnato praticamente l'arte della procreazione.

«In quanto alle sfrontate, narra Sauval, le une si ubbriacavano di voluttà prima di maritarsi; le altre avevano l'abilità di divertirsi in presenza delle governanti e delle madri stesse, senza essere scoperte; poi per coprire il mistero, si era ricorso a mezzi esecrabili; altre (e ciò era comune tra le vedove e le zitelle) usavano certi oggetti, come quei quattro che Caterina de' Medici trovò nello scrigno di una sua cameriera.

Qualche autore francese vorrebbe far credere, anzi afferma, che tali utensili di corruzione fossero fabbricati esclusivamente in Italia, donde si esportavano in Francia. Ciò però è molto dubbio, e sarebbe per lo meno strano, quando sappiamo con certezza che all'epoca di oggi è la Francia e propriamente Parigi che dà un commercio eccezionale in [pg 62] simili articoli e che ne fornisce si può dire il mondo intero!

I palazzi reali di allora erano ornati da pitture lascive, ed i libri di Pietro Aretino andavano per le mani di tutti. La pittura lubrica cominciò ad andare in voga sotto il regno di Francesco I. Il conte di Chateauvillain aveva fra i rari e bei quadri della sua galleria, una di queste pitture libidinose, di cui scrive Brantôme: «in essa erano rappresentate parecchie belle donne nude al bagno e che si palpavano, si carezzavano, si solleticavano, e ciò che più monta, si divertivano in modo da lasciar vedere le parti più secrete così bene e provocantemente che una fredda reclusa od un eremita si sarebbe riscaldato e commosso.»

Così una grande dama della corte, che visitava questa galleria, essendosi fermata a contemplare tale quadro, dopo poco disse al suo amante:

«Oh! è troppo pericoloso di venire qui! saliamo presto in carrozza, corriamo a casa mia, giacchè ho bisogno di andare a calmare il fuoco che mi brucia le visceri!»

Del resto i mariti non potevano nulla rimproverare agli stravizii delle loro mogli, giacchè essi stessi non tralasciavano nulla per corromperle.

«I mariti—dice Brantôme—bordellano più colle loro mogli, che non i ruffiani con le donnacce da trivio».

Questo stesso autore cita pure una bella ed onesta signora che aveva nel suo gabinetto intimo gli albums illustrati dell'Aretino: «Un gentiluomo innamorato di lei, venuto a conoscenza di tal circostanza, se ne [pg 63] augurò bene pel suo successo, ed infatti quando conquistò la bella signora, ebbe ad accorgersi che da tali opere ne aveva cavato ottime lezioni per la pratica».

Ai tempi di cui ci occupiamo il letto coniugale non era neppur circondato da un pudico velo. I mariti non arrossivano d'introdurre nella loro famiglia questi libri, queste stampe, queste pitture oscene, che facevano della sposa la più perfetta cortigiana, e che offrivano energici stimolanti all'adulterio.

Sotto i regni dei tre figli di Caterina de' Medici, Francesco II, Carlo IX e Enrico III, l'immoralità fu spinta tant'oltre che mai si può dire sia andata così lontano, si ha diritto di credere che mai l'arte di governare gli uomini avesse impiegato tanti mezzi e così vergognosi come quelli di cui questa regina madre si servì durante il lungo periodo del suo regno di convulsioni civili e religiose. Fu ella per la prima che ebbe damigelle d'onore addestrate a diventare al bisogno gli impuri istrumenti dei suoi disegni politici.

La depravazione di simil corte è un fatto confermato da tutti gli storici. Caterina de' Medici insegnò abilmente alle dame e damigelle che componevano la sua corte, e che formavano un corteggio, chiamato Lo squadrone volante della regina, la strategia galante.

«Un famoso prelato della nostra corte, dice Sauval, ci assicura che Caterina de' Medici aveva un serraglio di damigelle che non l'abbandonavano mai, e che rappresentavano tante calamite per attirare i cuori dei principi e dei signori del reame; e conoscerne i più intimi segreti; e che questa [pg 64] associazione di gentildonne seppe sì ben corrompere i capi dei partiti nel 1579, e soprattutto Enrico IV, che avendo con le loro moine ingaggiati quelli della religione in una nuova guerra civile, fu chiamata la guerra degli amanti».

Il duca d'Aubignè definisce questo squadrone volante una specie di rete che la regina tendeva sul mare della politica.

La licenza del linguaggio alla corte era il riflesso dei suoi costumi depravati. Il proverbio creato in quell'epoca: Puttana come una principessa è la migliore conferma di quanto abbiamo esposto.

Enrico IV non fu superato da nessun personaggio della sua epoca in fatto di libertinaggio, e, quali che fossero, d'altronde, le grandi qualità di questo principe, si è obbligati a constatare che la storia dei suoi amori e delle sue sregolatezze forma una parte integrante della storia del vizio al secolo XVI.

Questo principe non arrossiva di abbassarsi fino alle cameriere ed alle serve. Aveva contratto un male venereo, abbandonandosi in una scuderia di Agen, con la concubina di un palafreniere; e appena guarito, fu sorpreso nella camera di una serva, a disputarsela con un valletto. Sono celebri i suoi amori con la Fosseuse, Fleurette, Martine, Ester Imbert e mille altre. E dicesi che egli avesse così pervertito il senso genesico da non poter avvicinare una donna, se questa non emanasse l'odor del proprio sesso, il quale preferiva sempre al più soave profumo.

Il lusso eccessivo, che aveva invasa la corte, non poteva non nuocere i buoni [pg 65] costumi. Sauval racconta un piccante aneddoto, che ci apprende il vergognoso traffico d'amore praticato dalle grandi dame per la smodata passione del lusso. Un gran prevosto dell'hotel del re perseguitava da un certo tempo una illustre principessa, presso la quale aveva sempre trovato disprezzo e rifiuti; ma infine entrarono in trattative, e fu deciso che una tappezzeria, che la dama desiderava moltissimo, sarebbe il premio di una notte che ella accorderebbe al prevosto. Questi ebbe la cattiva fede al mattino di non mantenere la promessa, «perchè la notte trascorse in modo, per colpa sua, che egli uscì dal letto così come vi era entrato» da ciò nacque discordia e contestazioni in fra le parti. Si scelse a giudice la moglie di un segretario di stato, la quale chiuse la vertenza, a condizioni «che tutte e due sarebbero andate ad acquistar la tappezzeria e che la principessa accorderebbe un'altra notte al prevosto, aiutandolo in modo da esaudire i desideri di lui».

L'esempio fatale della corruzione di corte aveva pervertito il senso morale della nazione e la Lega finì di distruggere quello che vi restava di pudore nelle classi borghesi e plebee; che gli eccessi veri o falsi di Enrico di Valois, avevano spinto alla rivolta contro la regalità avvilita. Durante tutto il tempo dei Seize, gli occhi e le orecchie degli abitanti furono insozzati da canzoni, da libelli e da incisioni oscene, che avevano sempre per pretesto la santa Unione. Non si pronunziava un sol sermone nella chiese, nel quale il Bearnese non fosse trattato da figlio di pu... e da ruffiano.

[pg 66] Si avevano ancora scandalose processioni, nelle quali alcun senso morale non era rispettato. «Il 30 gennaio 1589, dice Dulaure, si fecero in città parecchie processioni con quantità di fanciulli, tanto maschi che femine, ed adulti uomini e donne, tutti nudi ed in camicia, e lo spettacolo ne era così attraente da non essersi visto mai cosa sì bella». Il cavaliere di Aumale faceva i suoi giorni grassi in queste processioni, e lo si trovava sempre immischiato per offrire da refocilarsi alle graziose e poco vestite penitenti, le quali riscaldate da tali colezioni si permettevano qualunque eccesso. E si ricorda che perfino una volta il cavaliere condusse la santa vedova coperta solo da una fine tela, attraverso la chiesa di S. Giovanni, baciucchiandola e palpeggiandola, a grande scandalo di parecchie persone devote.

Questa santa vedova era la figlia di Andrea di Hacqueville, primo presidente al gran consiglio di stato e cugina del duca di Aumale, il quale ne aveva fatto la sua concubina. L'avventura della chiesa di S. Giovanni, produsse un tal scandalo che le processioni ne furono atterrate.

In moltissime poesie del tempo si trovano schizzi dei costumi di allora. Il dottor Courval-Sonnet ci dà dettagli sui balli pubblici, ai quali gli uomini si recavano al solo intento di procurarsi l'amante di un'ora e le donne allo stesso scopo. In queste sale di orgia pubblica si commettevano le più grandi immoralità, dal palpeggiamento osceno al bacio sul seno.

Il dottor Courval-Sonnet, questo medico poeta, in versi molto liberi, traccia episodii del [pg 67] libertinaggio vagabondo. Apprendendoci come fra le bande erranti dei Bohèmiens, gli uomini viziosi cercavano compiacenti mercenarii e feroci depravazioni. Tutte le donne, che facevano parte di queste nomadi popolazioni, erano a dieci anni già esercitate al traffico infame, e per trovarle vergini, si sarebbe dovute prenderle nel ventre della madre!

Sempre lo stesso autore nei suoi versi parla di un signore che essendo andato a cercare fra queste donne facil conquista, la notte, mentre dormiva a pugni chiusi, ubbriaco di vino e di eccessi, fu dalla bella rubato e per compenso ne ebbe quale imperituro ricordo... la sifilide. Cosa che ai nostri giorni non è certo più rara!

Il teatro era puranco orribilmente licenzioso. Bisognerebbe citare tutte le farse che ci restano del XVI secolo per constatare le innumerevoli risorse della loro immoralità, e per comprendere qual parte avevano nell'insegnamento del vizio.

Una donna, dopo aver assistito a queste oscene rappresentazioni, ne usciva con l'animo insozzato e con lo spirito volto alla lussuria.

Non soltanto le immagini più oscene, le parole più crude, le massime più vergognose, infioravano il dialogo, ma ancora la pantomima e di giochi di scena provocavano orribilmente alla crapula.