VIRGILIO NEL MEDIO EVO VOLUME II.
VIRGILIO
NEL MEDIO EVO
PER
DOMENICO COMPARETTI
Volume II.
2ª edizione riveduta dall'autore
FIRENZE
BERNARDO SEEBER
Libraio-Editore
—
1896
FIRENZE-ROMA
Tipografia Fratelli Bencini
1896
PARTE SECONDA
VIRGILIO
NELLA LEGGENDA POPOLARE
VIRGILIO
NELLA LEGGENDA POPOLARE
Maint autres grant clerc ont esté
Au monde de grant poesté
Qui aprisrent tote lor vie
Des sept ars et d'astronomie;
Dont aucuns i ot qui a leur tens
Firent merveille por lor sens;
Mais cil qui plus s'en entremist
Fu Virgiles qui mainte en fist,
Por ce si vos en conterons
Aucune dont oi avons.
L'Image du Monde.
CAPITOLO I.
All'uomo odierno la poesia volgare del medio evo e la poesia classica appariscono come due cose tanto diverse per qualità di forme, per sentimenti e tendenze, che la prima pare debba essere figlia di una rivoluzione, prodotta e governata da una ragione antagonistica rimpetto all'altra. Ma quella lotta fra classicismo e romanticismo che si è potuta verificare nei tempi moderni, e sulla quale questa idea si basa, non ebbe luogo realmente nel medio evo. Le lettere volgari non nacquero da una ribellione o reazione vera e propria contro le antiche, più di quello nascessero da una rivoluzione antimonarchica le repubbliche del medio evo. Perchè la cosa avesse luogo, conveniva ci fosse un giusto e vivo sentimento della classicità antica, quale noi abbiamo veduto, nella prima parte del nostro lavoro, non esservi stato. Il concetto dell'arte antica non era molto più profondo e più vero nel chierico di quello fosse nel laico. Il latino, che allora aveva un uso assai simile a quello di una lingua vivente, serviva di veicolo fra la tradizione antica e la produzione nuova, che aveva una ragione indipendente da quella. Mentre esso serbava nel pensiero comune elementi antichi, era anche organo di sentimenti vivi, e per piegarsi a questi aveva anche assunto forme speciali nella poesia, e in generale aveva subito quel cambiamento che, rispetto all'ideale classico, chiamasi corruzione. È difficile trovare una narrazione tanto esclusivamente medievale quanto quella che serve di tema al Waltharius; pure questa vien trattata in latino, neppure in forma ritmica, ma in esametri, e con sì frequente ricorrenza di reminiscenze virgiliane, che si vede chiaro chi la scrisse essere stato un uomo di scuola e, come ogni altro chierico, lettore assiduo di quel poeta[1]. E questo può dirsi di una quantità di scritti latini del medio evo, in versi o in prosa, che hanno tema desunto dalla poesia volgare. La poesia volgare poi non disprezza l'antichità e la poesia antica, ma ne parla sempre come di grande cosa, e in certo modo si subordina ad essa, invocandone l'esempio e l'autorità, talvolta mostrando anche di rammentarne la parola[2]. Frequentissimo e quasi di moda è fra i narratori romantici indicare come fonte della loro narrazione qualche libro latino reale o imaginario[3].
Ben v'ha un più antico periodo della poesia volgare, presso taluni popoli d'Europa, in cui questa è esclusivamente nazionale e non si mescola ancora con elementi estranei alla nazione di cui è propria. È questo il periodo in cui i popoli scandinavi, germanici e celtici, nei canti epici dei padri loro, serbano ancora la memoria del loro passato anteriore alla civilizzazione romana e alla loro cristianizzazione. Ma, in quella parte che è rappresentata nei monumenti scritti oggi superstiti, questo periodo è d'assai breve durata. Già lo stesso porre in iscritto quei canti è un fatto che rivela l'influenza di una cultura non nazionale, tanto per sè stesso quanto per la forma in cui si compie, essendo latina la lettera di quelle scritture. Ben più numerosa è la classe di quelle poesie volgari medievali nella quale a quelle caratteristiche che ne fanno riconoscere la speciale origine nazionale si uniscono caratteristiche di natura più universale, quelle cioè che son dovute agli elementi che cementavano in un consorzio comune, civile, intellettuale e religioso più nazioni diverse. E per ultimo più ricca di ogni altra è quella in cui gli elementi specialistici nazionali si perdono di vista, e rimangono soltanto visibili, come moventi poetici, gli elementi comuni del sentimento, della civiltà e della religione. Questa categoria, meno propriamente epica delle altre, si risolve in una moltitudine di narrazioni fantastiche in verso e in prosa, e nella lirica romantica, organo di una subbiettività che non è esclusivamente locale in alcun paese. Nella poesia di queste due ultime categorie, singolarmente nella prima delle due, la grande fucina in cui è avvenuta la fusione, la permutazione e la trasformazione dei vari elementi nazionali fra loro e con le idee universali, quelle sopratutto dovute alla religione e alla cultura, ed in cui ebbe luogo il trapasso dei testi volgari al latino e nuovamente poi dei latinizzati al volgare, fu la società monastica, portatrice e dominatrice dell'idea civile e religiosa, ossia degli elementi assimilatori.
In tutta quest'opera di fusione e, dicasi pure, di confusione, la fantasia ebbe una parte enorme, godendo di una libertà smodata che risultava da una condizione eccezionale dello spirito. Ben si vede che le menti del medio evo hanno abitudini e procedimenti diversi da quelle di epoche più normali, e la prevalenza in quell'età dell'allegoria nelle più serie e profonde funzioni intellettuali già mostra chiaro come il ravvicinamento di idee disparate dovesse divenir familiare, come si stesse lontani dall'investigar per diritta via la reale natura delle cose e dal rappresentarsele giustamente, e come quindi la fantasia, sempre prona a sconfinare, non potesse trovare nell'azione del pensiero quelle remore e quei correttivi che trova in epoche avvezze universalmente alla critica. Fatto è che se per alcune fasi della produzione fantastica medievale trovasi un movente razionale che le spiega e le nobilita, ve n'ha una più estrema nella quale essa apparisce come cosa di ragion patologica e che mal si spiegherebbe se non si conoscessero le leggi di certi naturali tralignamenti. Chi ben consideri le diverse nature della poesia antica e della medievale, troverà facilmente che il fantasticare vuoto e il sentimentalismo convenzionale con cui finisce questa ha, in ultima analisi, la stessa ragione che ha la retorica e la declamazione in cui si spegne l'altra.
Con questo prevalere della fantasia identificavasi uno straordinario amore del maraviglioso, e quell'intenso universale desiderio di narrazioni d'avventure che conduceva alla personificazione di monna Avventura[4]. E poichè tutti amavano abbeverarsi a quella fonte, l'impegno di alimentarla era grande, nè v'era angolo da cui non si andasse ad attingere per soddisfare l'avido desiderio di nuovi racconti. L'antichità forniva anch'essa il suo contingente, e la narrazione antica come ogni altra si romantizzava travestendosi secondo gl'ideali del tempo. Questo fatto, strano per noi, accadeva allora senza sforzo, e quindi senza effetto ridicolo, poichè quel che noi chiamiamo travestimento non appariva allora quale a noi pare e non era in fatti che una formulazione un poco più recisa della maniera ingenua in cui quei fatti concepivansi assai generalmente; come si vede pure nell'opere di pittura che rappresentano gli uomini della società antica ebrea, cristiana, pagana con vesti, armi, suppellettili, abitazioni, edifizi del tempo del pittore. Tutti i vari temi, qualunque fosse la loro origine, venivano ad acquistare un colorito comune, e poichè minima era la forza che lo spirito adoperava per fare astrazione dai concetti della vita presente, sui quali ergevasi l'opera fantastica, tutto si riduceva a tipi, a ideali determinati e sempre identici, comunque cambiassero i nomi, i luoghi, le cose narrate. La narrazione chiesastica, la classica, la orientale, la mitologia e la storia, la leggenda celtica, scandinava o germanica, tutto è capace di servire alla narrazione romanzesca. La società antica viene imaginata simile alla società feodale, l'antico eroe è un cavaliere, l'eroina antica una dama, gli dei del paganesimo sono specie di maghi che hanno ciascuno una sua specialità; i pagani antichi non si distinguono gran fatto dagli altri non cristiani, Nerone passa per un adoratore di Maometto, come i Saracini hanno per dio Apollino; l'amore di cui parla la favola e la storia antica è l'amore romantico del sentimento contemporaneo; il poeta, lo scrittore antico diviene un filosofo, un savio, un chierico, di proporzioni e qualità medievali, colle esagerazioni e i travisamenti che già trovansi nella tradizione scolastica e dotta d'allora e che crescono naturalmente in questo libero regno della fantasia.
Uno dei nomi dell'antichità che più rimangono in evidenza in questa peripezia è il nome di Virgilio, il quale nella regione romantica serba in mezzo ai nomi degli altri antichi scrittori quello stesso posto più elevato, e quella più larga ed intensa celebrità che serbò nella regione dotta e scolastica. Qui però non soltanto il nome del poeta era esposto a nuovi casi, ma anche la stessa sua opera, come narrazione, doveva subirne; due fatti questi che hanno luogo affatto separatamente, ma che pure non sono senza rapporto e senza proporzione fra loro. Ciò che la poesia, la favola e la storia antica offrivano di più attraente pei compositori di romanzi era l'impresa eroica o guerresca, l'avventura maravigliosa, gli avvenimenti d'amore. Quanto la letteratura antica e la letteratura latina medievale basata su quella, offrivano per questi lati, fu adoperato in quelle composizioni, sia come tema sia come suppellettile. La storia Troiana desunta da Virgilio, dalla pseudo-Darete e da altri testi latini, la Tebana da Stazio, le favole maravigliose su Alessandro, desunte da testi latini provenienti da greci, la storia di Cesare e dei grandi conflitti romani tolta da Lucano, tutti i vari avvenimenti mitologici di cui il gran deposito allora usitatissimo erano le Metamorfosi d'Ovidio[5], tutto ciò diviene cosa domestica in quella letteratura, e serve anche di tema a lavori che sono traduzioni libere o rifacimenti nei quali al concetto antico si sostituisce l'idea e il sentire romantico. Centro e focolare di questa maniera di composizioni è la Francia dalla seconda metà del XII secolo in poi; di là esse si diffondono in traduzioni, imitazioni, rimpasti in tutta Europa; singolarmente allato alla Francia in ciò distinguesi la Germania. Benoit di Sainte-More, Lambert li Cors, Enrico di Veldeke, Alberto di Halberstadt, Herborto da Fritzlar ed altri produssero opere in tal genere che godettero di molto favore e notorietà[6].
Già il compiacersi della favola e del racconto antico ed anche il fantasticare su quelli, era cosa anteriore al romantismo propriamente detto; prima che le lettere volgari si producessero, prima che si combinassero cogli elementi della cultura e della tradizione, un lavoro simile erasi fatto nella letteratura dotta del medio evo fra i chierici, benchè taluni sentimenti ancora non vi avessero luogo e prevalesse in quello l'idea scolastica dell'antico e la tendenza chiesastica alla moralizzazione. Fra le altre favole antiche la più notoria e più spesso narrata in varie forme era la favola troiana[7]. Virgilio, che era la prima autorità per quella tradizione mitica che congiungeva le origini di Roma con Troia, e che, come vedemmo, avea reso di moda fra i popoli vari e le famiglie principesche del medio evo questa maniera di origini come principal titolo di nobiltà, aveva singolarmente influito a dare gran voga alla favola della guerra troiana e a tutto quanto con questa si connetteva, e singolarmente a determinare le simpatie piuttosto pei Troiani che pe' Greci. Questo vedesi già nel fatto notevole che il testo attribuito a Darete, supposto quindi scritto da un troiano contemporaneo degli avvenimenti e scritto realmente in senso troiano, avea più favore e più uso che quel di Ditti scritto in senso greco, e faceva anche dar del mentitore ad Omero là dove si sapeva che questi avea narrato taluni fatti diversamente[8].
Come tutta la parte nota della favola troiana messa e tenuta in evidenza per la celebrità dell'Eneide, fu romantizzata, a più forte ragione doveva esserlo l'Eneide stessa. Ed infatti Benoit di Sainte-More che componeva il Romanzo di Troia, fu anche il probabile autore del Romanzo di Enea[9]. Nell'Eneide considerata in questa regione così diversa dalla regione propriamente scolastica, rimaneva d'entità secondaria tutto quanto avesse significato storico, o troppo con idee mitologiche o altre serbasse presente l'indole antica del poema. V'era nell'Eneide un elemento più attraente d'ogni altro per l'opera romanzesca da fare su quel tema, e che fissava in modo preciso quel che in un'opera tale doveva prevalere; era l'elemento amoroso e sentimentale, la donna innamorata o disputata, Didone e Lavinia. Così, col materiale dell'Eneide, altro sopprimendo, altro cambiando, altro sviluppando, facevasi una composizione romantica in cui i nomi erano antichi, ma la natura de' fatti, i titoli de' personaggi, gli usi descritti, il colorito generale come il sentimento erano cose proprie della vita contemporanea, e rispondenti all'idea cavalleresca e cortigiana d'allora. E quella composizione ebbe grande successo; singolarmente più che il testo francese del Romanzo di Enea ebbe celebrità e influenza letteraria considerevole l'opera su quello composta dal limburgese Enrico di Veldeke, il quale per la sua Eneit figura come capo di una grande scuola di poeti tedeschi che lo venerano come maestro[10].
Questa trasformazione romantica di narrazioni antiche non è propriamente, come parrebbe a prima giunta, opera popolesca che si effettui fuori della conoscenza delle lettere classiche. È cosa fatta per una società superiore ed aristocratica, è un prodotto delle lettere volgari divenute cortigiane; gli autori sono uomini colti, laici o chierici che fossero di stato, e fanno quel lavoro di proposito, tenendo dinanzi agli occhi il testo latino, di cui anche sovente invocano l'autorità nel loro lavoro[11]. Essi non facevano niente di strano, per cui già tutto non fosse preparato e disposto, ma solo formulavano e riassumevano con opera più speciale e con certa intelligenza dello scopo e della cosa, ciò che già trovavasi elaborato nelle lettere romantiche e nella poesia volgare in generale. I nomi e i fatti antichi, separati com'erano anche nelle menti dei chierici da un giusto sentimento dell'antichità, eran passati nel modo il più naturale, come elementi del pensiero, nelle lettere volgari e nell'arte nuova; in queste trovaronsi a contatto coll'idea e il sentimento che le governava, si approssimarono a quello e si connaturarono con quello. Ogni poeta volgare conosce e rammenta i nomi di Enea, Didone, Lavinia, come tanti altri nomi antichi[12], servendosene naturalmente nell'interesse della sua poesia, e fra le varie narrazioni che i trovatori vantansi di sapere trovasi un numero di soggetti antichi mescolati a soggetti intieramente romantici[13]. Il fecondo Chrestien de Troies in un suo poema romanzesco (Erec) parla di una ricchissima sella sulla quale era scolpita tutta la storia d'Enea[14]. Naturalmente per tutti costoro, come anche per lo stesso chierico quando diveniva poeta di quella natura, il concetto del fatto antico non poteva essere antico, chè come tale avrebbe stonato. Ogni forma d'arte per la sua ragione psicologica impone uno special modo di vedere. D'altro lato però quella tal forma d'arte per cui questo avea luogo non assorbiva intieramente tutta l'opera del pensiero, ma coesisteva allato ad una cultura tradizionale, ad una operosità letteraria e dotta, anch'essa tradizionale, che passava dai chierici ai laici appunto nell'epoca in cui più si moltiplicano e diffondono que' romanzi. E così accade, fatto sorprendente per noi, che il rifacimento romantico gode di grande notorietà e favore, mentre la stessa notorietà gode il testo classico da cui tanto si diparte, e mentre anche si fanno in volgare per uso dei laici, traduzioni propriamente dette di quel testo; tutto ciò senza che il lavoro romantico appaia come parodia o cosa bizzarra e ridicola. Nè è questo il solo campo in cui il medio evo potè trovare naturale il connubio di cose che oggi a noi appariscono inconciliabili.
A questa peripezia dell'opera avremmo anche potuto passar sopra se un certo rapporto con quella del nome dell'autore essa non avesse. Ed invero un Virgilio ideale a cui si possa attribuire un'Eneide così rifatta si trova, e noi già lo abbiamo incontrato, benchè disgiunto da un'attività che possa dirsi poetica. È il Virgilio del Dolopathos. Quel tipo di grandissimo clerc presentato così in una società interamente feodale, contornato di duchi, baroni, vescovi, abati, fra cortigiani, damigelle e tornei, è anche poeta, e l'autore lo dà per tale[15], benchè per la parte che ha nel poema non abbia luogo a manifestare questa sua qualità. Se l'autore avesse voluto farlo agire come poeta, e ideare un poema su Enea da attribuirgli, che fosse proporzionato a quel tipo e a quell'ambiente, è chiaro che questo non avrebbe potuto essere l'Eneide reale, ma il Romanzo d'Enea. Ed infatti v'ha nel Dolopathos un racconto di ragione morale che è attribuito a Virgilio, e questo è per forma e per natura cosa del tutto romantica[16].
Noi abbiamo veduto che questo tipo di Virgilio nel Dolopathos proviene direttamente dalla idea letteraria e scolastica medievale. Il clerc e la discipline di clergie sono l'uomo di scuola e la dottrina di scuola quali si concepivano e si vedevano nella società reale del tempo. Nella poesia romantica affatto libera e indipendente dalla scuola, tutto quanto proviene da questa acquista un carattere specioso, come di cosa mirabile veduta da lungi e quasi da un altro mondo; il maraviglioso, che tanto ha parte in quella poesia, cinge facilmente della sua aureola i nomi che hanno quella provenienza. Questo accadeva per Virgilio anche più facilmente che per altri, poichè anche nell'ordine propriamente letterario e scolastico una buona dose di maraviglioso, d'imponente e d'incompreso contornava già il suo nome. S'intende dunque che il Virgilio della scuola nella regione romantica dovesse divenire il Virgilio del Dolopathos, come l'Eneide diveniva il Romanzo di Enea. In quel tipo di chierico c'è un'idea intieramente laica e popolesca del sapere, di cui la natura e i limiti, per l'effetto, diciam così, ottico del mezzo da cui è veduto, divengono fantasmagorici e miracolosi, anche quando l'autore sia chierico di stato o di cultura. Come ogni gran sapiente, Virgilio è astrologo, o come dicevano, astronomo, e dalla osservazione degli astri può conoscere fatti e avvenimenti lontani per ispazio o per tempo. Era cosa questa che allora niuno credeva impossibile, niuno negava intieramente, tutt'al più, come fa l'autore del Dolopathos, restringendosi i più scrupolosi a notare che solo per permissione di Dio poteva aver luogo. Fino a questo punto conduceva e poteva condurre l'idea letteraria trapassata nel romantismo, fino al concetto di un dotto, di un savio versato in tutte le discipline che allora costituivano la scienza, compresa l'astrologia più mirabile e più fantastica fra tutte.
Però il maraviglioso, essenziale ed integrante elemento dell'invenzione romantica, aveva una sua assai ricca suppellettile nella quale un posto notevole occupava l'idea e il tipo del mago, sì ovvio in que' romanzi, sorgente poco finamente poetica invero[17], ma pure speciosa ed efficace in tempi di tanta credulità, di avvenimenti fantastici, sovrumani e sorprendenti. È chiaro che ogni mago è un sapiente; non però ogni sapiente è mago; i due tipi esistono distinti e indipendenti uno dall'altro. Il mago è propriamente un accrescitivo del gran sapiente, in certo senso è anche un peggiorativo, come caratteristica morale; v'ha però un'idea intermedia secondo la quale la magia in certi limiti e con certi mezzi appare cosa lecita e di ragione puramente scientifica. Ma, conviene avvertirlo, l'idea del mago ha la sua origine fuori della scuola e della disciplina scientifica propriamente detta. Chi domandasse se di per sè solo il tipo scolastico di Virgilio, dovesse senz'altra occasione, per trasformazione naturale e per associazione d'idee, cambiarsi in quel tipo di mago che poi descriveremo, io non esiterei a rispondere di no. Che l'antico savio si cambi in mago è fatto di cui rari sono gli esempi, e quando accade ha luogo per puro cambio di nome e in modo momentaneo; non v'ha antico che arrivi mai a quel largo e completo ciclo di leggenda biografica che ebbe il Virgilio mago. Accadde bensì assai volte che uomini studiosi di matematica, meccanica, astronomia, astrologia, fisica che sono le risorse della così detta magia bianca, o naturale, passassero per maghi ed anche per maghi diabolici come accadde per Gerberto, per Alberto Magno e simili; ma la tradizione ed anche la leggenda letteraria che fece Virgilio onnisciente non dimenticò mai il suo primo essere di poeta e come vediamo in Dante non lo ridusse mai ad un fisico, astrologo, matematico capace di operar prodigi e fabbricar talismani ed altre simili opere magiche. Perchè ciò si producesse conveniva che su Virgilio esistesse un'idea speciale già elaborata presso il popolo indipendentemente dalla letteratura; ed infatti le indagini sull'origine di quella leggenda rivelano chiaro che l'idea di Virgilio taumaturgo e mago è di origine del tutto popolare, benchè accettata poi nella letteratura per gli elementi affini che trovava già preparati in questa. La paternità di quell'idea spetta ad un volgo italiano.
Uno dei caratteri pei quali il popolo italiano, anche nel medio evo, dà segno della sua superiorità storica e civile dinanzi agli altri popoli d'Europa, è l'essere esso quello che fra tutti gli altri più scarseggia di produzione fantastica. Il romantismo, in quanto è invenzione narrativa, poco si ebbe da noi, e in questo, come anche nella cavalleria che è un suo movente principale, l'Italia mostrasi in una condizione che può dirsi passiva; subisce per fatto d'infiltrazione inevitabile, ma dal poco che produce in quell'ordine vedesi chiaro esser quello cosa poco sua, e poco omogenea alle sue tendenze attive. Insieme a tanti altri romanzi venuti dal di fuori e allora sparsi dappertutto, ebbero qualche voga anche qui i testi francesi della Storia Troiana; ben poca ne ebbe il Romanzo d'Enea[18]. Virgilio, Ovidio e altri antichi furono presto tradotti in volgare[19] prosa italiana, senza grandi cambiamenti, salvo la giunta delle solite moralizzazioni, singolarmente per Ovidio. Guido da Pisa scrivendo i fatti di Enea mostrava invero talvolta in alcune espressioni l'influsso di certe idee del suo tempo, ma era lungi dal fare un'opera romantica, e non deviava dalla narrazione virgiliana che sull'autorità di altri antichi. La fantasia ebbe più remore qui che altrove, sia pel prevalere di facoltà più elette e più razionali nella tempra dell'ingegno italiano, sia perchè la cultura tradizionale, comunque molto abbassata anche in Italia, avesse qui più salde radici che altrove e più che altrove fosse cosa domestica. L'Italia nel medio evo, benchè vinta e dilaniata e anche imbarbarita, moralmente e idealmente figura sempre come un centro storico e civile, e di questo essere suo non si perde mai la coscienza fra gli italiani[20]. Perciò mal si cercherebbe qui ciò che può solo trovarsi in paesi nei quali meno fortemente e meno immediatamente agiva il peso di grandi ricordanze storiche, tanto universalmente intese come tali da non potere esse in alcuna guisa acquistare natura e forma epica. Con questo non s'intende dire che il popolo italiano fosse sfornito di leggende; ebbe anch'egli le sue aventi per soggetto l'antichità, e il passato e i primordi delle varie città italiane. Può credersi che col procedere degli studi storici fra noi, concepiti in quella più larga maniera che è loro propria oggidì, molte di queste leggende finora dispregiate, saranno messe a luce e accresciuta così la conoscenza, troppo insufficiente, che oggi abbiamo di tal materia. Però rimarrà sempre vero questo fatto, del resto ben naturale, che l'impressione fantastica prodotta dalle memorie dell'antico mondo romano, fu assai più vivace e feconda fra i barbari che fra gli italiani. Si può senza gran fatica provare che il numero delle leggende relative all'antichità romana nate in Italia è assai minore di quelle nate in suolo straniero, e che anzi non poche di quelle che si ritrovano in Italia, singolarmente nella letteratura, furono qui introdotte dal di fuori.
Le leggende nate in Italia hanno per soggetto talvolta antichi fatti storici o mitologici, più spesso antichi monumenti, e spesso ancora d'antico non hanno che i nomi dei personaggi che in esse figurano. Molti nomi illustri dell'antica Roma rimasero fluttuanti nella memoria del popolo, segregati dai fatti coi quali la storia li mostrava uniti, ma pur non del tutto sprovvisti di certe caratteristiche distintive procedenti dalle loro caratteristiche storiche, concepite queste com'era capace di farlo la mente limitata del popolano o della narratrice casalinga, di cui Dante dice che:
«.... traendo alla rocca la chioma,
Favoleggiava colla sua famiglia
De' Troiani, e di Fiesole, e di Roma.»
Attorno a questi nomi la fantasia popolare aggruppava racconti favolosi, comunque originati, attenendosi però alla special categoria d'idee popolari a cui ciascun nome per sua natura apparteneva. Quindi è che anche divenuti personaggi leggendari serbano un carattere ben distinto fra loro Cesare, Catilina, Nerone, Traiano, e simili. Nondimeno, siccome il numero dei tipi rappresentati dalle leggende è limitato ai soli ideali più spiccanti che il popolo è capace di concepire, da ciò viene che più nomi s'incontrino sotto una data categoria, come quella del savio, del mago, del tiranno ecc., e siano quindi compartecipi delle leggende a quella appartenenti, le quali talvolta all'uno, talvolta all'altro dai narratori vengono riferite.
Uno dei più luminosi esempi di quanto qui si dice è la leggenda virgiliana, di cui in questa parte del nostro lavoro vedremo come nascesse a Napoli e come di là poi si divulgasse nelle letterature d'Europa, assai più e prima fuori d'Italia che in Italia. Essa era originariamente in Italia un prodotto del tutto plebeo, estraneo ad ogni moto poetico e letterario, una credenza popolare di natura superstiziosa, fondata su ricordi locali, sul fatto della lunga dimora di Virgilio in Napoli, la presenza e la celebrità del suo sepolcro in quella città. Si riferiva a luoghi di Napoli, ad immagini, a monumenti che la decoravano, ai quali si credeva che Virgilio avesse dato un potere telesmatico. Questa credenza era rimasta propria di quel popolo, ingenuamente ritenuta da esso, senza essere espressa in alcuna forma che avesse carattere poetico o artistico in alcuna maniera; poco se ne sapeva nel resto d'Italia e poco ad essa si badava qui, mentre da forestieri che visitavano Napoli era raccolta e trasportata dalla sfera plebea alla sfera letteraria e colta, e passava contemporaneamente in opere volgari e romantiche, ed in opere latine di natura dotta. Nell'una e nell'altra sfera essa trovava Virgilio già ridotto ad un tal tipo di savio da poterla facilmente comportare. E dal XII secolo in poi, ossia dall'origine della poesia e prosa romanzesca di proprio nome, incontrasi quindi nei monumenti letterari una nuova fase del nome virgiliano che ha vari momenti e vari accrescimenti, e tutta una sua storia che deve servire di soggetto alla presente parte del nostro libro. Questa fase ha la sua natura in questo distinta dalle altre già da noi studiate, ch'essa procede originariamente da idee su Virgilio nate e sviluppatesi, non propriamente nella scuola, ma fra il popolo, benchè per la natura generale del pensiero, che si riconosce naturalmente in ogni strato della società, potesse esservi e vi fosse realmente certa proporzionalità ed anche continuità fra il concetto popolesco e l'ultimo concetto letterario del poeta. Non la diciamo popolare perchè rimasta estranea alle lettere e ai dotti, chè anzi ne dovremo desumere la storia da una moltitudine di scritti che in massima parte non hanno carattere di scritti popolari; ma perchè nata dal popolo, alimentata con idee popolesche. Senza questo, per quanto corrotta e imbarbarita, la tradizione letteraria a quella leggenda non avrebbe potuto condurre, nè difatti trovasi traccia di questa nelle epoche della più grande barbarie, prima del XII secolo, prima cioè che ci fosse chi dalla plebe napoletana l'attingesse e le desse adito nella letteratura.
Le opere dotte dell'ultimo medio evo, repertori, riassunti, enciclopedie, manuali o altri simili lavori scritti in latino o in volgare, mescolano ogni cosa con una assenza di critica tanto strana quanto strano è lo sfrenato moltiplicarsi delle produzioni fantastiche d'allora. C'è di tutto; tutto il detritus medievale di idee classiche, cristiane, e romantiche, mito, storia, leggenda, romanzo, tutto posto alla pari. Il Novellino che diverte le brigate, il Gesta romanorum che le edifica con racconti moralizzati stranamente, Vincenzo di Beauvais col caos del suo Speculum historiale, e tanti altri in tante opere di erudizione, parlano egualmente di Cesare, di Arturo, di Tristano, di Alessandro, di Aristotele, del Saladino, di Carlomagno, di Merlino senza distinzione di sorta, e con serietà eguale per tutti. Gualtiero Burley in un'opera che non vuol punto essere un romanzo, nelle Vite de' filosofi, scrive gravemente anche la vita di Virgilio che è filosofo perchè mago, perchè conoscitore di riposti segreti della natura. Così non v'ha libro di que' tempi in cui non possiamo aspettarci di trovare leggende virgiliane. In una epoca di credulità universale, il popolo non è soltanto quello che non ha parte alla cultura e al moto letterario; quantunque nel medio evo il numero della gente colta fosse assai minore di quello fu ed è dal risorgimento in poi, la distanza che allora separava l'animo dei colti e degli incolti era assai meno grande di quella che separa queste due classi nei tempi moderni.
Se difficile sempre riesce cogliere l'esatto punto di separazione fra le creazioni poetico-fantastiche popolari e le letterarie, ciò, più che in ogni altra età, si sente nel medio evo, e sopratutto in quelle peripezie che allora subiscono gli antichi nomi storici nel passare che fanno, già assai fantasticamente tramutati, dai letterati e dai semicolti al popolo, e nel tornar poi anche più tramutati da questo a quelli. Fra la tradizione letteraria tralignata e creatrice essa pure di leggende e i fantasmi popolari v'è continuità senza dubbio, poichè non altrimenti che pel tramite letterario, direttamente o indirettamente, i grandi nomi storici possono giungere e rimaner presenti all'animo delle plebi. Ma pur deve avvenire che entrando quei nomi in un ambiente intellettuale diverso, sian diversamente ideati ed acquistino un nuovo carattere per tratti fantastici novelli di indole affatto popolesca, comunque motivati od occasionati da quanto già imaginarono menti più colte ma non tanto nè così finamente da riuscir per certi lati molto superiori all'animo popolare. Chiaro esempio di tal fatto è il carattere diverso con cui si presenta il nome di Virgilio in queste due parti dell'opera nostra, le quali quantunque diversamente intitolate, pure sono tanto connesse fra loro che nei fatti esposti nella seconda ognuno che ci abbia ben seguiti potrà riconoscere gli effetti e l'ulteriore sviluppo di quelli riferiti e studiati nella prima, e vedere in qual rapporto sia col Virgilio delle scuole e della tradizione letteraria del medio evo inoltrato questo Virgilio, non più poeta, ma operatore di magici prodigi, questo Virgilio di quella che noi crediamo dover chiamare leggenda popolare, che ora ci facciamo ad esporre narrandone la storia, investigandone le origini e le fasi diverse. A scansar equivoci e malintesi che con nostra sorpresa abbiamo veduto prodursi fra taluni cultori di questi studi[21] ricordiamo che il popolare si distingue dal letterario anzitutto per la natura e l'indole sua e de' vari elementi suoi, sia qualsivoglia la condizione di chi lo riferisce e vi crede od anche lo idea; tale leggenda, pur sublimata dal sommo dei poeti, come quella p. es. di Traiano e della vedova in Dante, sarà e rimarrà una leggenda popolare, quand'anche si riesca a provare che scaturì dalla fantasia di un chierico che la scrisse in latino, come popolari sono le leggende relative ai monumenti di Roma nel Mirabilia e tante altre, quantunque, riferite e credute da chierici, possano anche essere state originate in menti di quella classe.
CAPITOLO II.
Dopo tutto quanto abbiamo premesso non parrà strano che le più antiche notizie che si abbiano intorno a leggende popolari relative a Virgilio trovinsi in iscritti, non già di provenienza plebea o destinati comunque alla plebe, ma bensì dettati da persone colte e di posizione elevata, non in volgare ma in latino, e destinati a gente della classe la più distinta della società. Fra gli altri autori, i più notevoli per ubertà di notizie rilevanti per le nostre ricerche, sono un Corrado di Querfurt cancelliere dell'imperatore Arrigo VI, suo rappresentante a Napoli ed in Sicilia, e poi vescovo di Hildesheim, un Gervasio di Tilbury che fu professore dell'università di Bologna e maresciallo del regno di Arles, un Alessandro Neckam fratello di latte di Riccardo Cuor di Leone, professore nell'università di Parigi, abate di Cirencester ed uno dei più sopportabili facitori di versi latini del suo tempo, un Giovanni di Salisbury ed altri di cui parleremo. Qui però, prima d'ogni altro, debbono fissare la nostra attenzione Corrado e Gervasio, come quelli che non solo sono i primi a farci conoscere in modo assai diffuso le leggende virgiliane, ma ci additano eziandio la loro origine napoletana, che sarà confermata da quanto poi avremo da aggiungere a questo primo indizio. Infatti essi riferiscono quelle leggende come viventi fra il popolo napoletano, dalla bocca del quale le raccolsero.
Corrado ne parla in una lettera[22] scritta di Sicilia nel 1194 ad un suo vecchio amico, preposto del convento di Hildesheim, nella quale narra le impressioni del suo viaggio in Italia. Questa lettera, oltre a quanto contiene di notevole per le nostre ricerche, è un curioso monumento che ci rivela lo stato dell'animo degli stranieri, anche colti, che in quel tempo visitavano l'Italia. Il gran nome di questo nostro paese esaltava talmente la loro immaginazione, e tale era l'ideale fantastico che se ne formavan da lungi, da non cedere neppure alla realtà veduta dappresso. Mille racconti strani già uditi rammentare, mille memorie classiche serbate in mente, non sempre con egual lucidità, dopo la scuola, si affollavano e si confondevano bizzarramente nello spirito del visitatore che, come in un paese fatto d'incanto, credeva vedere altro e più di quello realmente vedesse. È impossibile spiegare altrimenti certi grossi svarioni del bravo cancelliere messi giù con una serietà da far disperare. Quante cose non ha egli viste nell'Italia meridionale! Ivi l'Olimpo, ivi il Parnaso, ivi l'Ippocrene, ch'egli è beato di trovare dentro i confini del dominio tedesco. Poi, dopo esser passato con orrore profondo fra Scilla e Cariddi, trova, non so in qual luogo, Sciro dove Teti tenne Achille nascosto, e giunto a Taormina è lietissimo di trovarsi sott'occhio il labirinto del Minotauro, prendendo per tale l'antico teatro, e d'aver fatto conoscenza coi Saraceni, gente dotata, come già S. Paolo, dell'invidiabile facoltà di uccidere serpenti con la saliva. Chi si rammenta di Mandeville che dice d'aver veduto il sasso a cui fu legato il «gigante Andromeda», e de' tanti strani racconti dei viaggiatori d'allora non troverà sorprendente la lettera di Corrado. La rende però assai singolare la qualità dell'autore, il quale non era venuto in Italia come semplice dilettante d'archeologia, o come touriste, ma bensì come ministro di quell'esecrabile padrone che fu Arrigo VI, da cui ebbe ordine di smantellare la città di Napoli, cosa da lui eseguita puntualmente. Ad onta di ciò egli non esita di riferire, con piena fede, l'idea allora propria del popolo napoletano, che Virgilio avesse fondato quelle mura, come la città stessa di Napoli, e che di più egli ponesse in questa, come palladio, un piccolo modello della città racchiuso in una bottiglia fornita di collo strettissimo. Questo palladio, che dovea preservare Napoli da ogni attentato nemico, non impedì certamente che fosse presa dagl'imperiali, e se c'era qualcuno che potesse legittimamente dubitare della sua efficacia, tale doveva essere Corrado. Ma come non c'è uomo più sordo di chi non vuole udire, così non c'è fede più incrollabile di quella di chi vuol credere. Corrado osserva che se quel palladio virgiliano non fece il suo effetto, ciò va attribuito ad una screpolatura che gl'imperiali rinvennero nel cristallo quando l'ebbero in mano. Si crederebbe volentieri ad una celia, se a ciò non si opponesse il tono generale del suo scritto e gli altri assurdi che vi si trovano esposti con tutta serietà.
Altre opere maravigliose attribuite dai napoletani a Virgilio, sono, secondo Corrado, un cavallo di bronzo che, finchè rimase sano, preservava i cavalli dal fiaccarsi la groppa, una mosca di bronzo posta su di una porta fortificata che, finchè rimase intatta, allontanava le mosche dalla città, un macello nel quale la carne poteva conservarsi fresca per sei settimane. Inoltre, essendo Napoli infestata da una moltitudine di serpenti che scorrevano in essa per le molte cripte e costruzioni sotterranee, Virgilio li relegò tutti sotto una porta detta Ferrea e gl'imperiali, come dice Corrado stesso, nell'abbattere le mura esitarono dinanzi a quella porta, non volendo dar la via a tutti quei serpenti con grande molestia degli abitanti.
Temibile ed incomodo vicino è per Napoli il Vesuvio, ma Virgilio pensò a rimediare ponendogli incontro una statua di bronzo che rappresentava un uomo coll'arco teso e la freccia pronta a scoccare. Ciò pare bastasse a tenere per molto tempo in soggezione quel monte ignivomo; se non che un bel dì un contadino, non potendosi capacitare che colui stesse così eternamente coll'arco teso, fece in modo che la freccia scoccò, e questa andò a colpire l'orlo del cratere il quale d'allora in poi ricominciò a mandare fuori fumo e fuoco.
Premuroso di provvedere in ogni modo al pubblico bene, Virgilio fece presso Baia e Pozzuoli dei bagni pubblici, utili a tutte le malattie, ornandoli con immagini di gesso che rappresentavano le varie infermità e indicavano i bagni appropriati a ciascuna di esse.
A queste opere maravigliose di Virgilio Corrado aggiunge ciò che a Napoli si credeva intorno alle ossa del poeta. Queste, dic'egli, trovansi in un castello circondato dal mare, e se vengano esposte all'aria si fa subito scuro d'ogni dove, si ode lo strepito di una tempesta, il mare si commove tutto, si solleva, e mettesi a procellare, «e questo, soggiunge, noi abbiam veduto e provato.»
Gervasio di Tilbury che nei suoi Otia imperialia[23], dettati nel 1212 per servir di passatempo all'imperatore Ottone IV, raccoglie in una specie d'enciclopedia, notizie d'ogni sorta e assurdità d'ogni calibro, è una sorgente preziosa per chi fa indagini sulle credenze popolari[24]. Le sue idee intorno al maraviglioso ce le dice egli stesso in poche parole. «Maravigliose (dic'egli) chiamiamo quelle cose che sfuggono al nostro intendimento, quantunque siano naturali. Le rende mirabili l'ignoranza del perchè così siano.» Qui cita gli esempi della salamandra che vive nel fuoco, della calce che non si accende se non con acqua ed altri simili, quindi soggiunge: «Niuno creda sien cose favolose quelle che io scrivo.... Eccedono esse le forze della mente umana, e quindi è che spesso sieno stimate false, quantunque anche di quelle cose che vediamo tutti i giorni non possiamo render ragione.» È chiaro che con principî di questo genere si può andar lontano, e veramente l'autore se ne vale senza la menoma parsimonia. I lettori mi accorderanno il permesso di citar qui per intero un passo di quanto ei dice a proposito di Virgilio, il quale è sommamente caratteristico, come quello che ci trasporta a Napoli sul declinare del XII secolo e ci fa assistere ad una scena nella quale possiamo scorgere la leggenda vivente appunto nella sede sua prima.
Dopo aver narrato anch'egli il fatto del macello e dei serpenti, «un terzo fatto, soggiunge, è questo che io stesso sperimentai, benchè allora non ne fossi consapevole; però un caso fortuito avendomene dato la notizia e la prova, fui costretto ad esser convinto di una cosa che, se non l'avessi sperimentata, appena avrei potuto crederla possibile sulla relazione altrui.... L'anno in cui fu assediata San Giovanni d'Acri (1190), mentre io mi trovava a Salerno, mi sopraggiunse all'improvviso un ospite.... Filippo figlio dell'illustre patrizio, conte di Salisbury.... Dopo alcuni giorni deliberammo di recarci a Napoli, se per caso ci si offrisse occasione di far la traversata fra non molto tempo e senza molto dispendio. Arrivati in città ci recammo alla casa dello spettabile mio uditore in diritto canonico a Bologna, Giovanni Pinatelli, arcidiacono napoletano, illustre per sapere, per opere e per nascita; dal quale lietamente accolti gli spieghiamo il perchè della nostra venuta e saputolo, egli, per favorire il nostro desiderio, mentre si preparava il desinare, recossi con noi al mare. Appena in un'ora, con poche parole, si noleggia una nave pel prezzo che noi volevamo, e a nostra istanza viene accelerato il dì della partenza. Nel tornare a casa si andava discorrendo come mai e per quali buoni auspici così speditamente avessimo incontrato tutto quanto per noi si bramava. Vedendoci ignari, ed attoniti di tanto buon successo: — Dite su, dice l'arcidiacono, da qual porta siete voi entrati? — Avendogli io detto qual porta fosse, egli, uomo perspicace, soggiunse: — Sta bene adunque che così di leggeri v'abbia la fortuna favoriti; ma, di grazia, ditemi la verità appuntino, da qual parte dell'ingresso siete voi entrati? — Noi rispondemmo: — Giungendo innanzi alla porta, più prossimo era per noi entrare a sinistra, quando eccoti all'improvviso un asino carico di legna ci vien dinanzi per di là, sì che per evitarlo siamo stati costretti a prendere a dritta: — E l'arcidiacono: — Onde sappiate quali mirabili cose abbia fatte Virgilio in questa città, andiamo sul luogo e vi mostrerò come in quella porta egli abbia lasciato un bel ricordo di sè sulla terra. — Arrivati colà ci mostra infissa nella parete della porta a destra una testa di marmo pario in atteggiamento di riso e di grande ilarità; a sinistra stava infissa un'altra testa dello stesso marmo, ma molto diversa dall'altra, come quella che con occhi torvi offriva piuttosto l'aspetto di persona che pianga e si crucci deplorando le iatture di un triste avvenimento. Da queste così diverse configurazioni asseriva l'arcidiacono sovrastare a tutti coloro che entravano due contrarie fortune, purchè non si faccia, per espressa volontà, deviamento alcuno a destra o a sinistra, ma, trattandosi di destino, si vada a caso, e come viene viene. — Chiunque, diceva, entra in città da destra sempre riesce in ogni cosa e tutto gli va a vele gonfie; chi però si volge a sinistra fallisce in tutto e vien fraudato in ogni suo desiderio. Or dunque vedete come avendo voi dovuto, per lo scontro dell'asino, piegare a destra, presto e con successo compieste il vostro viaggio. — » Questo fatto, che colpì in modo strano la mente di Gervasio, poco manca non lo faccia diventar fatalista; dalla qual cosa però ei si difende esplicitamente umiliandosi dinanzi a Dio e ripetendo: «Dal voler tuo, o Signore, dipende ogni cosa e nulla v'ha che al tuo volere possa resistere.»
Parecchie delle leggende virgiliane raccontate da Gervasio sono in fondo identiche con quelle raccontate da Corrado, se non che, avendo ambedue attinto direttamente alla tradizione orale del popolo napoletano, offrono nei loro racconti tutta quella differenza di particolari che suol trovarsi appunto nelle versioni orali delle leggende[25]. Così il macello della carne incorruttibile, secondo Gervasio, deve la sua qualità ad un pezzo di carne posto da Virgilio in una delle sue pareti, ed in esso la carne si conserva non per sei settimane soltanto, ma per un tempo indefinito; i serpenti furono racchiusi da Virgilio sotto ad una statua (sigillum) presso porta Nolana. In ciò che riguarda i bagni di Pozzuoli van d'accordo ambedue; così pure quanto alla mosca. Quanto poi alla statua opposta da Virgilio al Vesuvio la versione di Gervasio offre una differenza assai notevole. Quella statua trovavasi sul Monte Vergine e non aveva in mano un arco colla freccia, ma bensì una tromba alla bocca, e questa tromba avea la virtù di ricacciare indietro il vento che trasportava verso quelle campagne il fumo e la cenere del Vesuvio. Disgraziatamente però, soggiunge Gervasio, sia che l'età l'abbia logorata, sia che gl'invidiosi l'abbiano abbattuta, ora per parte del Vesuvio si rinnovano sempre i guai di prima.
Gervasio non parla nè del cavallo di bronzo nè del palladio di Napoli, nè delle mura di questa città fatte da Virgilio, ma oltre alle due faccie di pietra della porta Nolana, delle quali non parla Corrado, egli è anche il primo a farci sapere che Virgilio «per arte matematica» seppe fare in modo che nella grotta di Pozzuoli non potesse mai aver luogo insidia nè agguato veruno, e che sul Monte Vergine egli pose un giardino nel quale trovavasi ogni sorta d'erbe dotate di proprietà medicinali. Fra queste, soggiunge, trovasi l'erba Lucia che tosto venga toccata da una pecorella cieca, le rende la vista.
Se si volesse stare a quanto asserisce Roth[26] nel suo interessante articolo intorno a Virgilio mago, anche Alessandro Neckam sarebbe stato a Napoli, e quindi avrebbe raccolto quanto racconta di leggende virgiliane dalla bocca del popolo napoletano. Il fatto è però che Neckam non solo non dice di aver visto egli stesso la mosca maravigliosa, conforme crede Roth, ma di questa non parla neppure. Vero è che il trattato De naturis rerum non era ancora stato posto in luce[27] quando Roth scriveva, e che questi non avea potuto procurarsi la dissertazione assai rara di Michel, nella quale il passo di quell'opera relativo a Virgilio mago trovasi riprodotto per intiero[28].
Le notizie che abbiamo sulla vita di Neckam sono così scarse[29] che è difficile stabilire in un modo positivo se ei fosse o no a Napoli. Nel poema De laudibus divinae sapientiae, scritto da lui in vecchiaia, egli parla della sua ripugnanza ai lunghi viaggi, alle nevi del Moncenisio, ed alle vie percorse da Annibale, e dice che non ha nessuna voglia di andare a Roma, allegando ragioni punto onorevoli per la capitale del cristianesimo[30]. Da ciò sembra potersi congetturare che Neckam non venisse mai in Italia. La data della sua opera De naturis rerum è incerta. Considerando però che egli nacque nel 1157 e morì nel 1217, che la sua opera si trova già nota verso la fine del XII secolo e che egli cita in essa altri suoi lavori di lunga lena[31], si può asserire con tutta verosimiglianza che quest'opera dovesse essere scritta nel penultimo decennio di quel secolo. Da ciò si rileverebbe che le leggende virgiliane aveano a quell'epoca già cominciato a rendersi note in Europa anche indipendentemente dagli scritti di Gervasio e di Corrado. Ma, come vedremo, la leggenda era nata a Napoli già prima della venuta di costoro, ed altri visitatori di questa città doveano averla diffusa.
CAPITOLO III.
Dopo avere escluso Neckam dal novero degli autori che impararono a conoscere le leggende virgiliane nel luogo stesso dov'erano nate, è tempo che ci occupiamo di esaminarle quali esse sono in questo più antico loro periodo storico, affine di determinare la vera natura e le ragioni dell'esser loro. I lettori avranno già notato che Virgilio, in questa più antica forma della leggenda, apparisce come protettore della città di Napoli, e che le opere maravigliose a lui attribuite consistono principalmente in talismani. Oltre alle tradizioni dell'antichità, oltre alle idee diffuse nel medio evo in Europa da popoli di stirpe semitica, la credenza nei talismani fu certamente rinvigorita nell'Italia meridionale dalla dominazione bizantina. Infatti come molte opere di tal genere furono a Napoli attribuite a Virgilio, così in Costantinopoli molte ne furono attribuite ad Apollonio Tianeo. Com'è naturale, certi monumenti della città eran quelli che dovean farne le spese. Così il famoso tripode di bronzo, di cui si vede una parte tuttora nell'ippodromo, fu per lunghi secoli considerato come un talismano. La leggenda[32] diceva che a tempo di Apollonio Tianeo Bizanzio fosse visitata dal flagello dei serpenti e che quindi fosse colà chiamato quel savio, onde allontanasse quella piaga. Costui elevò una colonna sulla quale era un'aquila che teneva nei suoi artigli un serpente, e d'allora in poi quegli animali scomparvero. Ai tempi di Niceta Coniate († 1216)[33] questa colonna coll'aquila esisteva tuttora; fu distrutta però, come tanti altri monumenti, quando la città cadde in potere dei latini. Ma la leggenda, che non si distrugge così facilmente, rimase, e fu applicata al nobile residuo dell'antico tripode, il quale appunto è costituito dalle spire di tre serpenti avviticchiati assieme. Inoltre le leggende costantinopolitane raccontavano anch'esse che Apollonio bandisse le mosche dalla città con una mosca di bronzo, e le zanzare con una zanzara di bronzo, e così pure gli scorpioni ed altri insetti[34]. La credenza poi a talismani di questo genere era ben lungi dal limitarsi a Napoli ed a Costantinopoli. A' tempi di Gregorio di Tours (VI sec.) la troviamo anche a Parigi. «Si diceva, ei narra, che anticamente la città fosse stata consecrata per preservarla dagl'incendi, dai serpenti e dai topi. Nel nettare la chiavica del Ponte-Nuovo, per togliere via il fango che l'ostruiva, non ha guari vi si trovò un serpe e un topo di bronzo[35]; furon portati via di là, e d'allora in poi innumerevoli topi e serpenti si videro, e cominciò la città a soffrire incendi»[36].
Vecchie tradizioni del paganesimo parlavano anche esse di mosche e d'altri insetti perseguitati da esseri superiori all'uomo. Così, delle mosche dicevasi ch'esse erano state bandite dal tempio di Ercole nel foro boario, e da una montagna dell'isola di Creta[37]. «Le cicale presso Reggio son mute, dice Solino[38], ciò che non è in alcun altro luogo, e questo silenzio è cosa tanto più miracolosa che quelle dei Locresi vicini si fan sentire anche più delle altre. Granio ci fa sapere il perchè: un giorno ch'esse facevano strepito mentre Ercole dormiva in quei luoghi, il Dio ordinò loro di stare zitte, e così d'allora in poi quel silenzio prese ad essere permanente.» Il cristianesimo, che tanto dovette concedere alle antiche credenze pagane, ebbe poi anch'esso non solo santi che scomunicarono mosche ed altri insetti, come san Bernardo, san Goffredo, san Patrizio ecc., ma anche formole di anatema ufficialmente stabilite per questi casi[39].
Non è da credere che a Napoli la credenza in questi talismani fosse semplicemente allo stato di racconto, senza un qualche oggetto a cui si riferisse[40]. Certamente anzi essa dovette nascere dalla presenza di opere di arte, sia antiche, sia bizantine, alle quali il popolo, come a Costantinopoli, attribuisse un'origine telesmatica. Una volta poi così avviata potè la fantasia popolare, od anche quella degli scrittori, amplificar la cosa, aumentando il novero dei talismani «che c'erano un tempo ed ora non esistevan più.»
Principale, e forse uno dei più antichi fra questi talismani, pare essere stata la mosca di bronzo. Uno scrittore anteriore a Corrado e Gervasio non solo ne parla, ma ci riferisce anche per intero la leggenda ad esso relativa. Questi è Giovanni di Salisbury che conosceva bene Napoli e l'Italia come colui che nel 1160 diceva di aver già passato le Alpi dieci volte e di aver percorso due volte l'Italia meridionale[41].
Quest'uomo veramente superiore, pieno d'ingegno e di spirito, ci racconta l'aneddoto seguente: «Dicesi che il poeta mantovano interrogasse Marcello mentre era fortemente intento a fare strage d'uccelli, se gli piacerebbe meglio che fosse fatto un uccello col quale si acchiappassero tutti gli uccelli, o una mosca che esterminasse tutte le mosche. Avendo Marcello parlato di ciò con Augusto, per consiglio di lui prescelse che si facesse una mosca che scacciasse da Napoli le mosche, e liberasse la città da questa piaga. E il desiderio fu compiuto; dal che si riduce che al proprio piacere è da preferire l'utile dei più»[42].
I nomi di Marcello e d'Augusto posti così in rapporto con Virgilio potrebbero forse a prima giunta destar dubbio circa l'origine popolare di questa leggenda applicata a quel tal talismano. Notiamo però che la leggenda popolare napoletana considerava appunto Marcello come governatore di Napoli, e Virgilio come suo ministro. Nella Cronica di Partenope della quale parleremo a suo luogo, i fatti di Virgilio sono riferiti «in nel tempo quando Octaviano ordenao Marcello duca de li Napoletani.» È questo il lato pel quale la leggenda napoletana si mostra connessa, come vedremo colla leggenda letteraria sorta sulla antica biografia del poeta. — L'autore anonimo di una poesia satirica contro gli ecclesiastici, dell'anno 1180, allude anch'egli alla mosca di Virgilio col verso:
«Formantem (video) aereas muscas Virgilium»[43].
Non altra mosca Virgiliana trovasi mai menzionata se non quella di Napoli, alla quale certamente si riferisce questo anonimo come pure esplicitamente Giovanni di Salisbury; e Giovanni è il solo a narrare per quale occasione fosse fatta da Virgilio quella mosca; non lo crederei però autore di quel racconto, il quale, come ognun vede, è ideato nello spirito delle moralizzazioni del Gesta Romanorum e simili, e si può attribuire a qualche chierico napoletano che volle dare un edificante involucro storico alla superstizione popolare su quella mosca. Questa mosca, della grandezza di una rana, che secondo Corrado trovavasi su di una porta fortificata, poi passò ad una finestra nel castel Capuano e poi in castel Cicala (chiamato in seguito castel Sant'Angelo, e diroccato dai preti di Santa Chiara), dove perdette la sua efficacia. La Cronica di Partenope cita un tale Alessandro il quale dice d'averla veduta. Nel testo oggi noto di Alessandro Neckam della mosca non è parola.
Le due facce di pietra nella porta Nolana, che, come dice un vecchio scrittore napoletano[44], «chiamavasi di Forcella» esistevano realmente, e questo scrittore, che è lo Scoppa, dice di averle vedute nel portico di quella mentre era ancor fanciullo, prima che il re Alfonso II d'Aragona lo demolisse e le trasferisse in Poggio Reale. Il cavallo di bronzo esisteva anch'esso; Eustazio da Matera sulla fine del sec. XIII ne parlava nel suo poema, oggi perduto, Planctus Italiae[45], e nel 1322 trovavasi ancora nella corte della primaziale di Napoli. Il tempo e la barbarie l'avean guasto; il popolo però diceva che i manescalchi, ai quali quel cavallo avea fatto danno, gli sfondarono il ventre, talchè venne a perdere la sua efficacia e quindi parve giusto che i preti della primaziale, per farlo servire a qualche cosa, lo trasformassero in campane nel 1322. Altri dice fosse distrutto per toglier di mezzo la superstizione popolare ad esso relativo[46]. Rimase la testa che si conserva tuttora nel museo nazionale di Napoli e che può darci un'idea delle proporzioni colossali di quella notevole opera d'arte[47]. Il racconto della statua che Virgilio contrappose al vento che veniva dalla parte del Vesuvio, par fondato sulla real presenza di una qualche statua che desse, in qualche modo, motivo a quella leggenda. Scoppa dice che essa trovavasi nella porta già chiamata Ventosa poi Reale «dove (soggiunge) rimangon tuttora alcune statue di marmo»[48]. Quanto al palladio di Napoli, di cui parla Corrado, esso certamente dovette essere quel ch'ei dice d'aver visto e toccato, cioè un modello della città posto in un fiasco di cristallo. Sono note queste curiosità che anche oggi sbalordiscono il volgo, nè v'ha di che maravigliarsi se nel medio evo producevano l'impressione di cose fatte con arti soprannaturali, e se vi si annettevano idee telesmatiche. Forse quel cimelio andò perduto fra le mani degl'imperiali. Fatto è che in seguito la leggenda ad esso sostituisce un uovo[49] posto in un fiasco di vetro, questo stesso riposto in un recipiente di ferro. Questa forma della leggenda, assai posteriore, si sostituì alla prima dopo che l'antico castello fabbricato nel 1154 da Guglielmo I, ed ampliato da Federigo II, ebbe mutato il suo nome di Castello marino o di mare[50] in quello di Castel dell'uovo. Non si conoscono, a mia notizia, documenti che adoperino quest'ultima denominazione prima del XIV secolo. Negli statuti dell'Ordine dello Spirito Santo, fondato nel 1352 da Luigi d'Anjou, esso è chiamato «Castellum ovi incantati»[51]. In un MS. napoletano della metà del secolo XIV si parla di questa leggenda sull'autorità di Alessandro Neckam, il quale però non ne dice nulla[52]. Alla denominazione e alla leggenda si riferisce pure la iscrizione enimmatica, anch'essa del secolo XIV, che ci ha conservato la raccolta Signorili[53]:
«Ovo mira novo sic ovo non tuber ovo,
Dorica castra cluens tutor temerare timeto.»
Quella stessa idea che presentando Virgilio come protettore benefico di Napoli avea fatto attribuire a lui quei talismani e le mura della città, e la città stessa, dovea fare a lui attribuire i salutari bagni di Pozzuoli che godettero di molta celebrità nel medio evo, per le loro virtù medicinali[54]. L'uso di porre nei bagni di questo genere delle iscrizioni[55] indicanti le malattie a cui potevano essere utili, particolarmente quando le sorgenti eran varie, non lo troviamo soltanto in quei di Pozzuoli, ma anche in altri bagni celebri dell'epoca, come, p. es., in quelli di Bourbon l'Archambault[56]. Beniamin di Tudela (morto nel 1173) parla[57] di una sorgente di petrolio che trovavasi in vicinanza di Pozzuoli, e parla anche dei bagni medicinali ivi esistenti e visitati da moltissimi malati; non dice nulla però di Virgilio. Riccardo Eudes[58] nel suo poema, composto nel 1392, mentre parla anch'egli delle iscrizioni, non dice nulla di Virgilio. Così pure La Sale in un trattato di morale citato da Le Grand d'Aussi[59], così Burcardo[60] che visitava quei luoghi nel 1494, ed altri. Che questi ed altri scrittori non parlino di Virgilio, prova che l'attribuzione di quei bagni al Mantovano era un fatto tanto esclusivamente popolare che o non giunse a loro notizia, o, se pure, non ne tenner conto come di fola puerile. Certamente non potè ignorarla, ma non ne fece caso Pietro da Eboli[61] che nel suo poemetto su quei bagni non ne dice parola, mentre il suo protettore ed amico Corrado di Querfurt, più credulo di lui e prono a fantasticare col popolo, raccoglieva e seriamente riferiva la leggenda, come fecero altri della stessa tempra quali Gervasio, Elinando e il napoletano autore della Cronica di Partenope. La leggenda popolare aggiunse alla realtà della cosa il nome di Virgilio e l'idea che quei bagni fossero utili per ogni malattia. Il benefico Mantovano avrebbe voluto così principalmente provvedere ai poveri onde potessero dispensarsi dai medici «li quali (come dice la Cronica di Partenope[62]) senza alcuna charità domandano essere pagati.» I medici però che, come dice a tal proposito un vecchio poema francese, «ont fait maint mal et maint bien»[63] non trovavano in ciò il loro tornaconto, e particolarmente i celeberrimi della scuola salernitana videro talmente diminuire gli affari, che recatisi di soppiatto ai bagni virgiliani disfecero le iscrizioni; sicchè i poveri malati non seppero più da dove rifarsi. Ma Dio punì coloro, soggiunge la leggenda, poichè nel ritorno furon colti da una così furiosa tempesta che «annegaro intra Capre et la Minerva escepto uno lo quale manifestò questa cosa[64]. Questo fatto, anche narrato da Gervasio e Corrado, lo è pure da Burcardo e da altri che non mescolano al racconto il nome di Virgilio. La favola dandosi l'aspetto della storia riferiva anche un preteso istrumento notarile del 1409, nel quale si asseriva essersi trovata in Pozzuoli presso al luogo detto Tre Colonne la seguente iscrizione:
«Sir Antonius Sulimela, Sir Philippus Capogrossus, Sir Hector de Procita, famosissimi medici salernitani supra parvam navim ab ipsa civitate Salerni Puteolos transfretaverunt, cum ferreis instrumentis inscriptiones balneorum virtutum deleverunt et cum reverterunt, fuerunt cum navi miraculose submersi»[65].
Da quanto siamo venuti dicendo fin qui i lettori avran potuto farsi un concetto di ciò che era la leggenda virgiliana nell'origine sua. C'è un'idea prima e fondamentale, ed è questa, che Virgilio non solo abbia vissuto a Napoli, ma abbia avuto in mano il governo di quella città, o almeno per le alte sue relazioni in corte, abbia avuto parte a quel governo, ed in ogni caso abbia spiegato il più grande amore pel pubblico bene dei napolitani. Inoltre, esistevano in Napoli parecchi monumenti d'arte, antica o medievale, ai quali il popolo napolitano, come accadeva fra altri popoli altrove, attribuiva qualità maravigliose e telesmatiche. Abbiamo veduto di quale aureola di sapienza fosse stato decorato il nome di Virgilio presso i letterati del medio evo. Il popolo napoletano per la idea che universalmente si aveva di questo suo protettore, non poteva attribuire quei talismani ad altri che a lui.
Il mago propriamente detto non è ancora sorto. Quantunque Corrado parli di una ars magica o di magicae incantationes per mezzo delle quali Virgilio sarebbe riuscito a fare quei talismani, è chiaro che ciò va inteso in senso benigno di magìa naturale, o di cognizione dei più riposti segreti della natura[66]. Infatti la credenza d'allora portava che mediante certe combinazioni meccaniche, astrologiche e matematiche si potesse riuscire a produr cose maravigliose. Tutto ciò si considerava come affatto indipendente da arti diaboliche, e non rendeva necessariamente odioso il personaggio a cui si attribuiva, tanto meno quando le sue arti tendessero a bene. E realmente, come abbiamo veduto, Virgilio apparisce nella prima forma della leggenda non solo come innocuo, ma come grande benefattore, e nessuno degli scrittori che riferiscono le idee del popolo napoletano intorno a lui parla di arti diaboliche. Gervasio attribuisce le opere virgiliane ad una ars mathematica o vis mathesis. Boccaccio, il quale visse in un'epoca in cui, come vedremo, la leggenda avea già cambiato natura, non teme di offendere la fama del poeta da lui tanto venerato, dicendo che quelle tali cose furono da lui operate a Napoli «con l'aiuto della strologia», essendo egli «solennissimo strologo»[67], idea che già vedemmo anticamente sostenuta fin da Servio e da altri.
Il popolo adunque non faceva altro a Napoli se non trarre conseguenze materiali dal concetto che i letterati d'allora si formavano di Virgilio, e questo era tale che i letterati stessi non si maravigliavano di quei racconti. Siccome però quel concetto era universale e la leggenda è di origine esclusivamente napoletana, si può domandare come mai il nome di Virgilio fosse così familiare al popolo di Napoli, che questi se lo trovasse così alla mano quando volle dare un autore ai talismani a cui avea preso a credere. E questa è appunto l'ultima e più semplice formola a cui si riduce il problema dell'origine di queste leggende. Prima però di farci a dire la nostra opinione intorno a ciò, è d'uopo far parola di un fatto che non possiamo qui lasciar passare inosservato.
Gervasio di Tilbury narra quanto segue: «Ai tempi di Ruggero re di Sicilia un tal uomo dotto, inglese di nazione, si presentò al re chiedendo gli fosse dato qualcosa dalla generosità di lui. E pensando il re, chiaro di stirpe e di vita, che a lui questi richiedesse un qualche beneficio, rispose: — chiedi tu stesso il beneficio che vuoi ed io volentieri tel farò. — Imperocchè colui il quale chiedeva era un sommo letterato, forte assai ed acutissimo nel trivio e nel quadrivio, grandemente operoso negli studi fisici, e grandissimo astronomo. Disse dunque al re ch'ei non chiedeva efimeri piaceri, ma bensì ciò che agli uomini sembrerebbe cosa da poco, le ossa di Virgilio, dovunque potessero trovarsi dentro i confini del suo regno. Il re annuì, e il dotto, fornito di lettere regie, recossi a Napoli dove Virgilio in molte cose avea esercitato il suo ingegno. Presentate ch'egli ebbe le lettere, il popolo si preparò ad obbedire, e ignaro del luogo della sepoltura, facilmente promise ciò che gli parve dover credere impossibile. Finalmente però il dotto, guidato dall'arte sua, ritrovò le ossa nel loro sepolcro, nel bel centro di un monte, là dove neppur la menoma apertura o fenditura ne dava segno veruno. Si scava in quel luogo, e dopo lunga fatica si discopre un sepolcro nel quale si trova intero il corpo di Virgilio, e sotto al capo di questo un libro nel quale era scritta l'arte notoria[68] con altre scritture relative agli studi di lui. Si tolgon via le ossa e la polvere, e il dotto estrae il volume. Il popolo napoletano ponendo mente alla speciale affezione che Virgilio avea portato alla città, e temendo che, sottratte via le sue ossa, la città intiera ne venisse a soffrire un danno enorme, preferì eludere l'ordine regio piuttostochè, obbedendo, occasionare la rovina di una sì grande città. Imperocchè credeva che Virgilio appunto per ciò avesse posta sua sepoltura nel recesso segreto del monte, affinchè col portar via delle sue ossa non venisse meno l'efficacia degli artifici suoi. Il duca dei napoletani con una schiera di cittadini, riunite assieme le ossa e postele in un sacco, le recarono nel Castel di Mare dove dietro a certe spranghe di ferro si mostrano a chi voglia vederle. Interrogato il dotto che cosa avrebbe voluto fare delle ossa, rispose che per mezzo di uno scongiuro egli avrebbe fatto sì che quelle, dietro sua richiesta, rivelassero a lui tutta l'arte di Virgilio; diceva anzi ch'ei sarebbe soddisfatto se avesse potuto averle a sua disposizione per soli quaranta giorni. Contentandosi però di portar via il libro soltanto, ei se ne andò, e noi per mezzo del venerabile Giovanni da Napoli[69], cardinale del tempo di Papa Alessandro, vedemmo alcuni estratti di esso libro e con esperienza concludentissima ne facemmo la prova.»
Questo strano racconto di Gervasio trovasi riprodotto da Andrea Dandolo[70] verso il 1339 e trovasi pure nella Cronica di Partenope che lo ha anch'essa da Gervasio, e in Andrea Scoppa che lo ha dalla Cronica di Partenope. All'infuori di Gervasio, l'unico scrittore contemporaneo che alluda ad un fatto di questo genere è Giovanni di Salisbury, il quale nel suo Polycraticus dice di aver conosciuto un tal Lodovico «che (dic'egli) io vidi trattenersi a lungo nelle Puglie, onde dopo molte vigilie, lunghi digiuni, e moltissime fatiche e sudori, come prodotto di un siffatto inutile e triste esilio, riportare in Gallia le ossa, piuttostochè il senno, di Virgilio»[71]. È assai probabile che, come crede Roth, qui trattisi della stessa persona di cui parla Gervasio, sapendosi che Giovanni di Salisbury fu a Napoli appunto a' tempi di re Ruggero, e non formando grave difficoltà l'espressione in Gallias, di cui egli si vale parlando di un uomo che Gervasio qualifica di Anglus[72]. Il Roth però vuol vedere in questo fatto la principal circostanza che mise in moto sul conto di Virgilio la fantasia dei napoletani, e qui mi duole di non poter approvare l'opinione di questo dotto uomo.
Il fatto narrato da Gervasio presuppone l'esistenza della leggenda. Non è punto impossibile che un eccentrico inglese si ponesse in capo di ottenere le ossa di Virgilio, onde cavarne, per mezzo di una operazione magica, quel tesoro di scienza riposta che il mondo attribuiva allora al poeta. L'avere però il popolo napoletano ricusato di dargliele, e la ragione stessa di questo rifiuto, mostra evidentemente che già il nome del poeta erasi reso celebre a Napoli per la protezione che le sue opere telesmatiche, e le sue ossa stesse porgevano alla città. L'idea che in quella occasione si scoprisse il sepolcro di Virgilio, e che questa scoperta facesse grande impressione sul popolo napoletano a me pare non resista alla critica, quantunque Gervasio pretenda che il popolo napoletano fosse, prima di quel fatto, «ignaro della sepoltura.» Infatti quando si rifletta alla colossale rinomanza ed autorità di Virgilio nel medio evo, è chiaro che questo solo fatto della scoperta del suo sepolcro, avvenuta, per soprappiù, in modo così strano, sarebbe stato un avvenimento tale da commuovere non solo i napoletani, ma tutto il mondo letterario d'allora. Invece noi troviamo intorno a ciò un silenzio generale non interrotto che dal solo Gervasio. Se poi esaminiamo da vicino il racconto di costui, a me pare possa rilevarsene che il fatto dell'inglese a cui allude Giovanni di Salisbury, si complicò con una leggenda intesa a dare spiegazione di un sacco pieno di ossa che si mostrava dietro una inferriata in Castel di Mare, come quello che si credeva contenesse le ossa di Virgilio, e nello stesso tempo questa leggenda servì ad autenticare od accreditare (come soleva farsi allora e dopo) un qualunque libro d'arti segrete, che Gervasio dice aver veduto, dando ad intendere che esso provenisse dal sepolcro di Virgilio. Non dimentichiamo che lo stesso Giovanni di Salisbury parlando di quel tal Lodovico da lui conosciuto, ce lo presenta nel suo aspetto reale, e quindi ridicolo, mentre Gervasio, che scriveva qualche decennio più tardi, ce lo presenta con circostanze evidentemente leggendarie, e che di più lo stesso Giovanni di Salisbury conosce già la storia della mosca di bronzo, vale a dire che il nome di Virgilio, indipendentemente dalle pazze voglie di quel tal messer Lodovico, trovavasi già in Napoli applicato a talismani. Quindi a me pare debba del tutto eliminarsi l'idea che nel fatto narrato da Gervasio stia la principal causa dell'origine o dello sviluppo delle leggende virgiliane in Napoli[73]. È noto poi nel modo il più positivo che l'idea del protettorato di Virgilio su Napoli e del governo da lui ivi esercitato è anteriore al re Ruggero, poichè ne fa esplicita menzione Alessandro di Telese nel 1136, dicendo che per quel distico «Nocte pluit tota» ecc. Virgilio ebbe da Augusto in feudo la città di Napoli e la provincia di Calabria[74].
Se da quel che narra Gervasio noi non deduciamo le conseguenze che ne deduce Roth, non esitiamo d'altro lato ad affermare che la presenza a Napoli del sepolcro di Virgilio è uno dei fatti principali che spiegano la permanenza del nome di lui nelle tradizioni del popolo napoletano. Sia qualsivoglia l'autenticità di quello che oggi si crede essere il sepolcro di Virgilio, o di quello che forse nel medio evo passava per esser tale[75], è un fatto storico, sul quale non è possibile dubbio di sorta, che Virgilio volle esser seppellito a Napoli, e che ivi fu seppellito realmente, come dice la sua biografia, «sulla via puteolana a circa due miglia»[76]. Questa notizia deriva, molto probabilmente, nella Vita di Virgilio attribuita a Donato, dalla biografia del poeta scritta da Svetonio (98-138 d. Cr.) nel suo De viris illustribus, ed è confermata da altre notizie che mostrano come il sepolcro di Virgilio divenisse l'ornamento principale di Napoli, ed attirasse visitatori quasi come un tempio di una qualche divinità. Silio Italico, come abbiamo già notato altrove, era solito recarvisi come ad un tempio, adire ut templum, e Stazio chiama senz'altro il sepolcro di Virgilio un tempio. Nel V secolo Sidonio Apollinare considera ancora il sepolcro di Virgilio come vanto di Napoli[77]. È chiaro che il popolo napoletano, spettatore di questa specie di culto reso alla memoria del poeta, dovea, per lo meno, serbarne il nome nella mente. Le notizie ci mancano pel più fitto medio evo, poichè gli scrittori che avrebbero potuto darcene avevano allora la mente altrove. Da quello però che sappiamo intorno alla rinomanza grandissima e sempre continuata del poeta, possiamo conchiudere che il popolo napoletano per ben molti secoli dovette essere avvezzo a sentir ripetere il nome di Virgilio, e chieder della tomba di lui da quanti forestieri un po' colti visitassero la città. Nel X sec, cioè ne' tempi della più grande barbarie, l'autore della Vita di S. Atanasio tessendo un elogio entusiasta di Napoli, da lui ben conosciuta, se pur non era sua patria, ricorda Virgilio e la nota epigrafe da lui dettata per la sua tomba[78]. Più tardi, a mezzo il sec. XII, il trovatore provenzale Guilhem Augier per indicar Virgilio si limita a dire «cel que jatz en la ribeira — lai a Napols» ben sicuro che ognuno intenderebbe di chi volesse parlare[79]. Certo, non furono i Normanni che rivelarono o ricordarono alla piccola repubblica Partenopea, fiera della sua antica romanità, l'esistenza del sepolcro di Virgilio nel suo classico suolo[80].
Così non è impossibile che sia d'antica data l'idea popolare che il sepolcro di Virgilio fosse intimamente connesso col bene della città e l'altra da questa dipendente, che, come riferisce Corrado, le ossa di lui quando si ponessero all'aria suscitassero turbini e tempeste. E veramente abbiamo potuto notare che il sepolcro di Virgilio figura nelle più antiche leggende virgiliane, fra le quali notevolissima, da questo punto di vista, è quella dell'inviolabilità quasi sacra della grotta di Pozzuoli, vicino all'ingresso della quale scorgesi anche oggi il sepolcro creduto del poeta. Leggende di questo genere erano assai comuni anche ai tempi pagani. È noto come il possedere le ossa di Edipo fosse tenuto qual causa di prosperità dagli Ateniesi, e come la stessa cosa, per altre ossa, si credesse da altri popoli. Un'altra leggenda, relativa al colle che serviva di sepolcro ad Anteo, diceva che quando da questo toglievasi un poco di terra pioveva immediatamente, nè cessava di piovere finchè non si fosse rimessa al posto[81].
Il poeta che nato presso Mantova volle esser seppellito a Napoli molto dovette amare quella città in vita sua. E veramente da quanto ci resta di notizie autentiche intorno a lui rileviamo che molto egli visse colà, godendo in pace le agiatezze procurategli dall'eccelso suo protettore, e che in quell'incantevole soggiorno gran parte dei suoi versi immortali fu da lui composta. Come rileviamo da un passo della principale sua biografia, familiare era al popolo napoletano la sua figura dolce e modesta, e caratterizzandone il tipo e l'espressione in una parola, solean chiamarlo per soprannome Parthenias[82]. A me poi pare indubitato che il suo nome dovesse esser conservato anche da alcune terre da lui possedute in quelle contrade.
In prova di ciò è d'uopo richiami alla mente del lettore quel tal giardino che Virgilio, secondo la leggenda, ebbe sul Monte Vergine, del quale parla Gervasio dicendo che vi si trovavano erbe d'ogni sorta dotate di proprietà mediche. Il nome di questo monte ha subito vari cangiamenti. Oggi chiamasi Monte Vergine, ma in latino lo trovo chiamato nei documenti e negli scrittori Mons Virginis, Mons Virginum, Mons Virgilianus. Giovanni Nusco autore della Vita di san Guglielmo da Vercelli[83], fondatore della congregazione e della chiesa del Monte Vergine, dice che il monte chiamossi dapprima Monte Virgiliano, denominazione della quale egli stesso si serve esclusivamente. Questa asserzione è negata da Roth[84], il quale nota che in alcuni documenti contemporanei del Santo il monte è chiamato «Mons qui Virginis vocatur», e la chiesa «S. Maria Montis Virginis.» Che però, quando il monte cominciò a cambiar denominazione alcuni seguitassero a chiamarlo col nome antico, altri col nuovo, è cosa che non ha nulla di straordinario. L'autore della Vita di san Guglielmo fu anch'egli contemporaneo del Santo, come colui che fu ricevuto nella congregazione dei preti del Monte Vergine nel 1132[85] cioè dieci anni prima che san Guglielmo morisse, e sei anni dopo la consecrazione di quella chiesa. Quando egli tenendosi alle tradizioni locali seguita ad adoperare il nome di Monte Virgiliano, il voler porre in dubbio la sua autorità è un volersene sbarazzare ad ogni costo, tanto più che nella sua qualità di ecclesiastico e di aderente alla nuova congregazione, se non avesse trovato una tradizione ed un uso più forti di lui, certo avrebbe dovuto preferire il titolo di Monte della Vergine Maria al titolo pagano di Monte di Virgilio. Se poi alcuni devoti, in certi loro atti di donazione, si affrettarono ad adottare il titolo di Monte Vergine, la tradizione veniva tuttavia rispettata anche dalla suprema autorità ecclesiastica nel 1197, nella bolla di papa Celestino III, relativa a quel monastero, nella quale questo più d'una volta è chiamato «Monasterium sacrosanctae Virginis Mariae de Monte Virgilii»[86]. Non essendo punto strano che una località abbia più nomi ad un tempo, può essere che, oltre al chiamarsi Virgiliano, questo monte, prima di intitolarsi dalla Vergine Maria, si chiamasse anche Mons Virginum col qual nome appunto lo designa Gervasio. La presenza, probabile a' tempi pagani, del culto di Vesta e di Cibele in quei luoghi spiegherebbe ottimamente questa denominazione[87]. Comunque sia di ciò, il nome indubitato di Monte Virgiliano, e la leggenda napoletana e locale[88] che poneva ivi un giardino di Virgilio, non potrebbe meglio spiegarsi che colla reale esistenza di una possessione avuta da Virgilio in quei luoghi. Ora, stabilire positivamente che ciò fosse non si può, ma ben si può provare con tutta evidenza che appena un secolo e mezzo, e forse neppur tanto, dopo la morte del poeta c'era chi parlava di possessioni avute da lui in quei dintorni.
Aulo Gellio[89] dice di aver trovato scritto «in quodam commentario»[90] che quei versi
«Talem dives arat Capua et vicina Vesevo
Ora iugo, etc.»
fossero da Virgilio recitati e pubblicati dapprima colla lezione «Nola iugo», ma che poscia, avendo egli chiesto ai Nolani di poter portare l'acqua nella prossima sua campagna, e i Nolani questo favore non avendogli accordato, il poeta offeso per ciò, quasi a toglier via dalla memoria degli uomini il nome della loro città, lo espungesse dai versi suoi sostituendovi ora che poi sempre si lesse in quel luogo. Qui Gellio soggiunge che egli non si mette punto in pena per sapere se il racconto sia vero o falso, e noi faremo altrettanto. Notiamo però che uno scrittore del secondo secolo, basandosi sull'autorità di scrittori anteriori, accenna nel modo più esplicito a possessioni che si credette Virgilio avesse nei dintorni di Nola, cosa che niente distoglie dal creder vera[91] singolarmente trattandosi di un uomo che tanto soggiornò in quella regione. Ora, la leggenda pone il giardino maraviglioso di Virgilio a non molta distanza da Nola, cioè presso Avella[92] alle falde del Monte Vergine, rannodandosi così dopo dieci secoli alla notizia che desumiamo da Aulo Gellio, nella quale trova un precedente che le serve di spiegazione[93]. Quanto alle qualità speciali che a quel giardino attribuisce la leggenda, non è impossibile che l'idea ne provenga da un orto di piante medicinali che ivi esistesse realmente, come solevano trovarsene anche nel medio evo[94].
Su questo fatto ho voluto trattenermi alquanto, poichè a me sembra sia uno di quelli che meglio provano la permanenza continua del nome di Virgilio nelle tradizioni del popolo di quelle contrade, anche per quelle epoche nelle quali la storia e i documenti non ci dicono nulla intorno a ciò. Molte leggende medievali presentano lo stesso fenomeno. Preparate ed elaborate di lunga mano nell'oscurità, esse si presentano nella letteratura ad un tratto belle e formate. Questa di Virgilio è più notevole, poichè la storia ci fa assistere al primo contatto di quest'uomo col popolo napoletano, e alle prime profonde impressioni da lui lasciate fra questo, di mezzo al quale il suo nome dopo vicende di secoli rivien fuori, come dal crogiuolo di un chimico, tutto trasmutato e coronato dall'aureola della leggenda. In questa leggenda non si ravvisa più, è vero, il poeta augusteo, la più preziosa gemma della poesia romana, ma ben vi si ravvisa ciò che più interessava il popolo napoletano, cioè un ingegno altissimo e d'eterna rinomanza, che avea in modo invidiabile onorato la città di Napoli, ponendola talmente in cima ad ogni suo affetto che volle esserle vicino anche nella tomba. Quindi è che la parte più antica della leggenda debba essere l'idea di un protettorato che Virgilio esercitò in vita sua sulla città di Napoli; e realmente questa idea accompagna le più antiche notizie che noi possediamo di un Virgilio leggendario napoletano, quella cioè di Giovanni di Salisbury relativa alla mosca di bronzo, e quella più antica di Alessandro di Telese il quale parla di Napoli e della Calabria, date da Augusto in feudo a Virgilio. Con questa idea prima e fondamentale, in cui veramente la leggenda ha le sue radici, si collega un fatto curioso del tutto degno dell'erudizione medievale. Seneca nel sesto delle questioni naturali parla, in sul principio, di un fortissimo tremuoto che desolò la Campania sotto il consolato di Regolo e di Virginio, soggiungendo che mentre altre città della Campania ne soffrirono grandemente, Napoli non fu che «leniter ingenti malo perstricta.» Ora, è certo che vi fu chi in questo passo di Seneca lesse Virgilio in luogo di Virginio e, ignaro di ciò che fosse un console ai tempi del mantovano, ne dedusse che Virgilio fu «console di Napoli.» Il padre Giordano, abate di Montevergine, che raccolse nel 1649 le tradizioni e le cronache del suo monastero, seguita ancora a dire che, essendo Virgilio andato a Napoli, Augusto lo fe' console, e che ebbe per collega nel consolato Regolo, e parla poi dell'eruzione del Vesuvio, citando il luogo di Seneca summenzionato[95]. Vedendo che Alessandro di Telese, cioè un ecclesiastico che viveva nel Sannio a poca distanza da Napoli, parla di questa città come feudo di Virgilio, possiam supporre che a questa idea non fosse estraneo quel tal passo di Seneca, il quale, frainteso da qualche monaco dell'Italia meridionale, sarebbe venuto ad afforzare l'idea popolare del protettorato di Virgilio su Napoli.
Napoli che da Giustiniano fino a metà del sec. XII mantenne quasi costantemente intatta, quantunque non senza molti e grandi travagli, la sua indipendenza, fu in condizione di serbare meglio che altre città italiane le tradizioni antiche. L'abbassamento però della cultura, nei secoli della barbarie, non fu meno grande là che altrove, talchè gl'illustri nomi antichi serbati vivi nella memoria del popolo letterato o illetterato, con una coltura così ridotta, trasformaronsi allora tutti nelle menti di ogni grado, contornandosi di leggende. Già invero a metà del IX secolo si osserva qualche progresso sulla ruvida barbarie dei tempi anteriori; in taluni duchi quali Sergio e Gregorio III in taluni vescovi quali Atanasio I ed altri ecclesiastici si riscontrano segni notevoli di studi anche profani; nè senza sorpresa nelle tenebre del X secolo troviamo in questa Napoli medievale, tanto oscura per noi, il duca Giovanni III che, pieno di nobili istinti, come un piccolo Carlomagno, ama e predilige gli studi latini e anche i greci, si procaccia da ogni parte, anche da Costantinopoli, libri così sacri come profani nelle due lingue, e Giuseppe Ebreo, e Dionigi e la storia di Alessandro Magno in greco e nella traduzione latina e Tito Livio e altri scrittori, storici, cronografi ecc., chiamando anche alla sua corte, e ben ricompensando, dotti e scrivani che traducessero e copiassero opere greche[96]. Quanto poi fosse vivace il sentimento patrio dei Napoletani allora, qual vanto menassero della loro romanità, del nobile passato della antica città loro «non ad altra seconda in Italia che a Roma»[97] lo mostra l'enfatico elogio di Napoli in cui prorompe l'autore della Vita di S. Atanasio nell'esordio del pio suo scritto. Questo sentimento che traluce pure in tutta la più antica leggenda virgiliana ed è la più manifesta prova dell'essere essa essenzialmente napolitana, è il lievito che colà pone in moto le menti dei rozzamente colti e degli incolti, generando leggende sull'antica storia di Napoli romana; poichè anche gli uomini iniziati allora agli studi profani, lo erano poi tanto poco e così malamente che a fraintendere i nomi e i fatti e i monumenti antichi, a travisarli secondo le loro imaginazioni, a crear fantasmi su di essi ed a crederci poi, eran facilmente pronti quanto qualsivoglia dei più incolti. Un saggio ne dà lo stesso autore della Vita di S. Atanasio quando scrive: «La qual città quanto egregia sia lo mostra Marone Mantovano nei chiari versi dell'epitafio che morendo dettava per sè, quando la chiama Parthenope, cioè vergine, da certa fanciulla nubile che un tempo vi abitava. Per ultimo Ottaviano Augusto ordinò che fosse chiamata Napoli, cioè dominatrice di nove città (ἐννεάπολις) o come alcuni vogliono Città Nuova, il che è tanto assurdo da stentare a crederlo, poichè come si possa chiamare nuova una città tanto antica che se ne ignora l'origine, non è facile intendere, tanto più che non si ritiene fondata da lui»[98]. In questo cumulo di strafalcioni va notata la favola di Ottaviano che dà il nome a Napoli, la quale mostra come già la leggenda virgiliana dovesse esistere a Napoli nel X secolo, almeno in quanto concerne i favolosi rapporti fra Virgilio, Ottaviano, Marcello quali son presentati più tardi da Alessandro di Telese, da Giovanni di Salisbury, dalla Cronica di Partenope ecc. Infatti l'abate del monastero di San Salvatore presso Telese, il quale, quantunque vivesse in tempi più avanzati, non era men grosso in fatto di cultura classica dell'anonimo hagiografo napoletano del X secolo, non fa che ricordare nella dedica a re Ruggero il fatto di Virgilio che ebbe da Ottaviano per due versi in premio Napoli e la Calabria, come cosa ben nota; e doveva già esserlo certamente anche all'autore della Vita di S. Atanasio, poichè l'interesse leggendario di Ottaviano per Napoli va sempre accompagnato all'interesse suo per Virgilio ch'ei fa signore di quella, e ne è anzi nello sviluppo della leggenda una conseguenza. Altrettanto va detto di Giovanni di Salisbury il quale riferisce con un fertur la leggenda napoletana della mosca maravigliosa, ove intervengono Ottaviano e Marcello; leggenda pur questa che da tempo assai più antico deve essere stata messa in corso fra i rozzi chierici napoletani che, ai tempi certamente del ducato, aveano immaginato Marcello fatto da Augusto «duca dei napoletani.»
Tutta questa parte della leggenda virgiliana nella quale figurano insieme Napoli, Augusto, Marcello, Virgilio, mentre è per ispirito affatto napoletana e quindi popolare a Napoli come le leggende che la continuano di Virgilio taumaturgo, benefattore di Napoli, mostra col ricordo, che pur è storico, dei rapporti fra Ottaviano, Marcello e Virgilio d'esser nata fra il popolo letterato, fra il volgo dei chiostri e delle scuole monastiche medievali dell'Italia meridionale, animato da sentimento napoletano. Per questa parte ed in questo senso limitato, si può riconoscere l'origine prima letteraria della leggenda popolare napoletana su Virgilio. Infatti, come per ogni leggenda relativa all'antichità, si trova per questa un punto di partenza ed il movente primo nella tradizione letteraria delle scuole ed in qualche monumento superstite, cioè nella biografia del poeta letta e appresa nelle scuole e nel sepolcro del poeta, col suo epitafio, esistente a Napoli. La notizia che è nella biografia e nei commenti, del dono da Augusto fatto a Virgilio pei noti versi Tu Marcellus eris ecc. vien combinata colle parole dell'epitafio «Calabri rapuere, tenet nunc Parthenope» intese con popolesca libertà e napoletanamente, e se ne cava fuori che Augusto diede per quei versi a Virgilio, oltre a molto danaro, anche la signoria di Napoli e della Calabria. Virgilio che, secondo la biografia stessa, molto amò vivere a Napoli e volle esservi sepolto, diviene il protettore di Napoli, che pure è amata da Marcello, il quale per volere di Augusto ne fu signore con lui, ed Augusto stesso molto amò Napoli a cui diede il nome ed anche mura e torri[99].
Queste idee storico-fantastiche procedenti dalla biografia del poeta, si collegano e si continuano colle idee popolari dei tanti benefizi fatti a Napoli dal sapiente Virgilio, non più poeta, ma taumaturgo. C'è di mezzo la superstizione comune ai letterati ed al popolo, della prodigiosa efficacia del sepolcro di Virgilio per la salute ed incolumità di Napoli. Che questa città per la sua forte cinta di mura e più ancora per la sua posizione fosse difficile a prendere ed anche imprendibile lo vide già Belisario[100] e lo dice poi e lo ripete più di uno scrittore del medio evo. Ma la superstizione popolare, certamente assai antica, attribuiva questa imprendibilità di Napoli alla presenza in essa di un palladio che la preservava, anzi di più d'uno, poichè ve n'era uno profano ed uno cristiano, v'erano le ossa di Virgilio, protettore antico e profano della città di Napoli, e quelle pure dei due suoi protettori sacri S. Agrippino e S. Gennaro. Gli scrittori medievali, generalmente ecclesiastici, ricordano più volentieri il protettorato dei santi, ma non ignorano e neppur sempre passano sotto silenzio la credenza popolare e laica del protettorato di Virgilio. L'autore della Vita di S. Atanasio per l'indole religiosa del suo scritto non ricorda che il protettorato dei due santi pei quali la città è imprendibile[101]; ma Alessandro di Telese che, quantunque ecclesiastico, narra le gesta di un principe laico, si sente più libero e laicamente dimenticando S. Gennaro, ricorda invece Virgilio[102]. Una propagine di questa idea è l'ampolla contenente un modello della città di Napoli che si credeva al tempo di Corrado di Querfurt Virgilio dicesse per servir di palladio ad essa. Ma anche allora viveva tuttavia la credenza che il principal palladio fossero le ossa di Virgilio, come si vede nella storia di quel tal Ludovico che le richiedeva e i napoletani gliele rifiutarono temendo ne venisse danno alla città.
Tutte queste idee e leggende volgari, germogliate già in antico tempo, cresciute e propagatesi lungo i secoli del ducato, rimasero lungamente cosa domestica dei napoletani, poco o punto trasparendo al di fuori. Colla caduta del ducato col sorgere di un'era affatto nuova sotto la monarchia normanna, coll'invasione brutale degli imperiali che smantellano la vecchia città virgiliana, l'operosum opus Virgilii come la chiama il cancelliere stesso di Arrigo VI, l'incanto fu rotto, violato il penetrale delle credenze patrie, spento il fuoco sacro di quel sentimento che le vivificava e le nutriva. Gli stranieri ai quali poco diceva il nome, tutto locale, di S. Gennaro e molto il nome universale di Virgilio, con avida curiosità e ingenua credulità, già convinti della illimitata sapienza virgiliana, le raccolsero e le propalarono, e mentre in Napoli trasformata, non più romana e quindi non più virgiliana, ne cessava la produzione e se ne affievoliva la ricordanza, si propagavano e diffondevano crescendo e snaturandosi per tutta Europa.
Qui avendo esaurito tutti i dati che abbiam potuto trovare per gittar luce sulle origini di queste leggende napoletane, sarà opportuno restringerne il risultato in poche parole.
Nella sua più antica forma questa leggenda ci offre due elementi distinti, cioè 1º il nome di Virgilio accompagnato dall'idea di uno speciale affetto da lui portato alla città di Napoli, ch'ei vivente beneficò colla sua sapienza, morto proteggeva dal suo sepolcro, 2º la credenza in alcuni pubblici talismani attribuiti a lui, che li avrebbe fatti per bene della città. Il primo di questi due elementi è esclusivamente napoletano; fondato, come abbiam potuto vederlo, su fatti reali e su tradizioni locali provenienti da questi, esso è certamente tanto antico da poter risalire fino all'epoca stessa in cui il poeta visse a Napoli ed ivi presso si fece seppellire. Il secondo elemento non è esclusivamente napoletano, ed è in ogni caso posteriore al primo, dal quale è realmente distinto come quello che fa parte delle molte leggende che nei secoli della barbarie nacquero intorno ad antichi monumenti. Il rapporto pel quale questi due elementi si son fusi assieme, sta in ciò, che l'idea medievale della infinita sapienza di Virgilio combinata colla antica memoria napoletana dell'affetto portato da lui alla città di Napoli, fecero che ivi a lui fossero attribuite opere credute d'utile pubblico, e considerate come prodotti di profonda e riposta sapienza, quali in altre città ad altri venivano attribuite. In questa prima forma della leggenda Virgilio non è mai presentato sotto un aspetto ridicolo, ed è affatto esclusa ogni idea di maleficio o di arti diaboliche. La leggenda infine è essenzialmente napoletana di sentimento e di origine, ed è popolare quantunque per taluna parte si connetta colla biografia del poeta e vi si scorga l'opera della fantasia di rozzi chierici napoletani.
Nello stabilir così le origini della leggenda, possiamo constatare come la natura stessa ch'essa presenta in questa prima sua fase, ben si accordi con queste sue origini e con certe osservazioni generali da noi già fatte. Virgilio in essa figura come conoscitore profondo dei segreti della natura e come tale che ne usa in pro del suo popolo prediletto. Piuttosto che il mago, egli è il dotto per eccellenza che sa fare cose inaccessibili ai comuni ingegni. Ond'è che nel trasformarsi della rinomanza di Virgilio noi scorgiamo una legge presso a poco identica seguìta egualmente e presso il popolo napoletano, che serbava memoria del suo vecchio amico, e presso i letterati che avean continuato a leggerne i versi per consuetudine, e ad ammirarli per tradizione. Dal che proviene che quelle tali leggende napoletane appena riferite nel mondo letterario, pel concetto che i letterati allora aveano di Virgilio, trovarono il terreno così ben preparato ad accoglierle che vi allignarono ed anche, propagandosi, vi tralignarono con una rapidità veramente sorprendente.
CAPITOLO IV.
Che le leggende popolari trasmettendosi di bocca in bocca o anche passando da scrittore a scrittore vadan soggette a modificazione, è legge costante e notissima. Piccoli nuclei di leggenda sogliono crescere a dimensioni considerevoli per due modi diversi, sia, cioè, per una esagerazione ed amplificazione del dato primitivo creata in corso di tempo dalla fantasia popolare, sia coll'aggrupparsi attorno ad esso di altre leggende che già esistevano, vaganti, solette ed anonime, ovvero appartenenti ad altri cicli leggendari. Generalmente però la prima, più profonda modificazione è quella che subiscono le leggende nell'uscire dal suolo in cui sono nate, particolarmente quando ad esse abbia dato motivo un fatto locale, storico o tradizionale. Nel cambiar di paese una leggenda di tal genere, non potendo incontrare quei sentimenti affatto locali ai quali corrispondeva nella patria sua, deve necessariamente andar soggetta ad essere fraintesa ed a cambiar di natura. Se quindi nella sua prima forma napoletana, la leggenda di Virgilio non poteva parlare di arti diaboliche, perchè ripugnava al sentimento popolare dei Napoletani il credere che la loro città andasse debitrice ad arti siffatte di tutti quei pretesi benefizi, e se Virgilio, figurando in essa come protettore di Napoli, non poteva essere posto in una luce poco onorevole per lui e per la città, tutto ciò non aveva ragione di essere quando la leggenda uscendo da Napoli si diffuse in Europa. Ed infatti noi la vediamo, col traslocarsi, entrare in una seconda fase ben distinta dalla prima.
Dall'arte matematica, dalla scienza astrologica all'arte diabolica, com'è noto, non c'era che un passo, e se per le ragioni che ho dette, il popolo napoletano si trattenne dal farlo, quando la leggenda uscì di Napoli niente impediva che a Virgilio toccasse la sorte che toccò a Gerberto e ad altri illustri cultori di studi astrologici e matematici, divenendo un negromante nel senso più negro[103] di questa parola. Questo passaggio poi si rendeva tanto più facile trattandosi di un nome pagano. Imperocchè, come già provai altrove, molti fra i chierici amavano screditare gli scrittori illustri dell'antichità presentandoli come adoratori del diavolo, e come tali che dell'esimio sapere e talento principalmente alle potenze infernali da loro venerate andassero debitori; pregiudizi che, quantunque non divisi pienamente da tutto il clero, pur vedemmo esser durati lungamente.
Tenuto conto di tutto ciò, non sarà difficile spiegarsi le mutazioni e gl'incrementi che subì la leggenda virgiliana, allorchè percorrendo l'Europa civile con grande rapidità cadde in mano alla sbrigliata fantasia dei cantastorie e dei poeti da piazza. Posti nella necessità d'interessare l'uditorio sicchè non volgesse loro le spalle, stimolati anche dalla concorrenza che si faceano reciprocamente, essi doveano attendere non solo a narrare in modo da fissar l'attenzione e destar l'interesse, ma ad avere eziandio un ricco repertorio di racconti, in modo da poterli scegliere a seconda dei gusti dell'uditorio, e da poter sostituire un racconto ad un altro, in caso di disapprovazione[104]. Così taluni di essi nei loro cantari sciorinavano la lunga filastrocca di tutte le storie che dicean di sapere e d'esser pronti a narrare[105]. Intende ognuno con quanta avidità e con quale zelo di mestiere costoro s'impadronissero di un soggetto nuovo. Appena la leggenda virgiliana cominciò ad esser nota fuori di Napoli, cadde subito nelle loro mani, e sul bel principio del secolo XIII la troviamo già in loro balìa. In una lunga poesia del trovatore Giraud de Calançon, che dovette essere scritta fra il 1215 e il 1220[106], si parla a lungo delle abilità necessarie ad un giullare. Dopo avere annoverato i vari strumenti ch'ei deve saper suonare, i giuochi di destrezza e le capriole che deve saper fare, segue una lunga litania di racconti ch'ei deve sapere, siano romanzi, siano novelle verseggiate. Fra questi figurano anche le leggende virgiliane[107], fra le quali quella del giardino maraviglioso, ed altre, d'origine non napoletana, delle quali parleremo in seguito. Poeti, saltimbanchi e buffoni ad un tempo, quali erano i più di questi cantores francigenarum, unicamente intenti a divertire il pubblico per cavargli l'obolo di tasca, si può facilmente immaginare con quale libertà trattassero certi personaggi leggendari, cercando di renderli più interessanti o più divertenti che fosse possibile, ed è quindi superfluo il chiedere se in mano loro Virgilio dovesse o no divenire un negromante con tutti i fiocchi.
Non diversi gran fatto dai fati che il Virgilio leggendario incontrava su per le piazze, erano quelli a cui soggiaceva presso gli scrittori. È notevole che nel Dolopathos, quantunque Virgilio vi figuri come un personaggio affatto ideale, grossolana conseguenza di quel ch'egli era divenuto nella tradizione letteraria[108], pur nondimeno nessuna leggenda relativa a magia venga ad esso applicata. Nella versione francese in versi che ne faceva Herbers nel XIII secolo, la sola cosa che alluda alla magia virgiliana è un passo nel quale parlando del piccolissimo libriccino in cui, per comodo del suo discepolo Luciniano, Virgilio racchiuse tutte le sette arti liberali, è detto che quando Virgilio morì, serbò chiuso in mano quel libretto sì fortemente che non fu possibile trarnelo fuori, e che ciò ei seppe fare
«Par engin et par nigromance
Dont il sot tote la science»[109].
È una negromanzia, come ognun vede, di genere assai innocuo[110]. È difficile stabilire se Don Gianni, il primo autore del Dolopathos, eliminasse quei racconti per propria volontà, o non ne parlasse perchè quand'egli scriveva non fossero ancora tanto diffusi da giunger fino a lui. Certo è però che, già a quell'epoca, cioè anteriormente a Gervasio e, benchè di poco, anche a Corrado, parla delle maraviglie virgiliane il Neckam, il quale come abbiam veduto, non pare fosse a Napoli.
Oltre al macello che rendeva la carne incorruttibile, Neckam racconta[111] che Virgilio, con una sanguisuga d'oro[112], liberò Napoli da una miriade di sanguisughe che ne infestavano le acque, che costruì un ponte aereo per mezzo del quale poteva trasportarsi dovunque volesse, e che circondò il suo maraviglioso giardino d'aria immobile, impenetrabile come un muro: aggiunge poi un'altra leggenda di cui parleremo fra poco.
Un altro scrittore che, prima della pubblicazione dell'opera di Gervasio, già conosceva parecchie leggende virgiliane, è Elinando monaco, autore ben noto di una cronaca scritta in latino[113], inserita da Vincenzo di Beauvais nel suo Speculum historiale e molto letta nel medio evo. Questa cronaca va fino al 1204, ed è notevole perchè offre già a quell'epoca qualche dettaglio intorno alle maraviglie virgiliane, non menzionato da quelli che ne scrissero prima. Oltre alla mosca di bronzo, ai bagni, al macello, al giardino, nel quale, egli aggiunge, non piove mai, Elinando attribuisce a Virgilio un campanile che, quando si suonavan le campane, si muoveva a tempo con queste[114] e parla anch'egli, come Neckam, della Salvatio Romae. Le notizie che abbiamo intorno ad Elinando[115] e la natura stessa di qualcuna delle leggende da lui riferite non ci autorizzano a credere ch'ei fosse mai a Napoli. In lui come in Neckam ritroviamo i segni delle alterazioni subite dalla leggenda fuori del suo paese nativo. Non è poi da lasciar passare inosservato che Elinando prima d'esser monaco fu trovero illustre nel gran mondo d'allora, a cui molto piacquero le sue canzoni. Egli stesso, parlando di quel tempo, dice, deplorandolo[116], che ei menò allora ben lieta vita, nè v'era luogo di pubblico convegno, non festa o divertimento in cui non si facesse udire la sua voce. Forse per questo avviene che in tutta la parte della sua cronaca relativa ai suoi tempi, invece di raccontar fatti, egli narri ogni sorta di fantasticherie, come sogni, visioni, apparizioni, prodigi e leggende, le virgiliane fra le altre, nelle quali ben si riconosce l'antico trovero e che nondimeno furono diligentemente riferite da Vincenzo di Beauvais e da Alberico di Trois-Fontaines.
Certamente dai poeti popolari o colti della Francia appresero a conoscere Virgilio, come mago, i poeti imitatori di essi in Germania. Wolframo di Eschenbach nel suo Parzival, scritto fra il 1203 e il 1215, e tratto appunto da sorgenti francesi[117], fa discendere da Virgilio il mago Klinschor, nato, dic'egli, in Terra di Lavoro, e poi altri poeti tedeschi di quella scuola parlano di Virgilio nello stesso senso durante tutto il XIII secolo. Tali sono Boppo, Frauenlob, Rumeland, l'autore del Reinfrit von Braunschweig ecc.[118]. Così mentre da un lato giullari, menestrelli e poeti d'ogni sorta propagavano oralmente e per iscritto le leggende virgiliane, dall'altro grande notorietà era loro procacciata nel mondo letterario dal trovarsi consegnate in repertori e opere di erudizione, molto lette e consultate, come erano quelle di Gervasio, Neckam, Elinando, Vincenzo di Beauvais ecc.
CAPITOLO V.
Se ben si considerino le condizioni del mondo letterario del medio evo si troverà facilmente che il Virgilio leggendario, quale era uscito da Napoli, presentava un'anomalia da non poter sussistere a lungo, come quella che non permetteva alla leggenda di adattarsi a tutta intera la cerchia d'idee colla quale il nome del poeta trovavasi congiunto. Infatti, come i lettori han potuto notare, fin qui la leggenda, nata com'era a Napoli ed espressione di ricordi e di sentimenti napoletani, non poneva Virgilio in rapporto con altra città che con Napoli. Ciò non poteva durare allorchè essa fu uscita da quella città. Dinanzi alla tradizione letteraria i rapporti del poeta con Napoli non presentavano che un dettaglio affatto secondario della sua biografia. Virgilio era uno dei più eminenti personaggi dell'antico mondo latino, e il suo nome anche nella leggenda non poteva rimanere del tutto segregato dal gran centro di quello. Roma e Virgilio rappresentavano una grandezza tale e talmente omogenea, che questi due nomi dovevano per necessità attrarsi reciprocamente, ogniqualvolta s'incontrassero in uno stesso ambiente d'idee, e il Virgilio leggendario non poteva esistere indipendentemente dalla Roma leggendaria. Come pensare che delle arti sue egli tanto avesse usato in pro di Napoli e non avesse fatto nulla per Roma, Roma aurea, Roma caput mundi, egli che con un poema immortale ne avea immortalato le origini? La lacuna che da questo lato presentavano le leggende napoletane doveva esser colmata, e lo fu appena quelle cominciarono a diffondersi in Europa. Infatti in Alessandro Neckam e in Elinando troviamo già alle leggende napoletane aggiunta una leggenda romana. Grande lavoro di fantasia non si richiedeva, poichè, come a Napoli abbiam veduto che la credenza in quelle tali opere maravigliose ebbe luogo anche indipendentemente dal nome di Virgilio, e che il popolo napoletano non fece che applicare ad esse questo nome, così esistevano da lungo tempo racconti di un ordine presso a poco simile, relativi a Roma, e ci volle poco ad unire a questi il nome di Virgilio dopo l'esempio napoletano. La differenza sta per noi, in questo, che le leggende di Napoli divennero virgiliane in Napoli stessa e per opera del popolo napoletano, mentre quelle relative a Roma divennero virgiliane fuori di quella città, per opera degli scrittori e dei poeti, ed in ogni caso, in conseguenza delle napoletane.
Alessandro Neckam racconta che Virgilio costruì a Roma un bel palazzo nel quale erano statue rappresentanti i varii paesi soggetti al popolo romano, ciascuna delle quali avea un campanello in mano. Tosto che una qualche provincia pensasse a tendere insidie alla maestà dell'impero, la statua che la rappresentava facea suonare il campanello. Allora un guerriero di bronzo che trovavasi in vetta a quel palazzo, brandita la lancia, rivolgevasi dalla parte di quella provincia, e così avvertiti, i Romani inviavano truppe a reprimere i moti sediziosi e a punirne gli autori. Notiamo che lo stesso Neckam che qui attribuisce a Virgilio quella maraviglia, non mentova punto il nome di lui parlando di essa nel suo poema De laudibus divinae sapientiae[119], nel quale riassume il suo libro De naturis rerum. Con alcune varianti di poca entità, ma che mostrano non avere egli tolto questo racconto da Neckam, narra le stesse cose Elinando. Neppur egli è ancora ben sicuro che Virgilio sia autore di quell'opera, ma tempera l'asserto aggiungendo «creditur a quibusdam.»
Che il popolo romano nell'ignoranza in cui il clero e i barbari l'avean gittato nel medio evo, non sapesse più rendersi ragione dei monumenti che ancora rimanevano in Roma, e che ad essi applicasse molte leggende, è cosa tanto più facile a indovinarsi, che non ne mancano esempi fra le plebi neppure in epoche colte. L'ammasso di memorie che si era accumulato su Roma era talmente imponente, che il sapere il vero nome e scopo di ciascun monumento avrebbe richiesto cognizioni storiche superiori a quelle che possono aspettarsi dal popolo di una città qualsivoglia. Il sentimento d'essere romani e nobili figli d'un gran popolo non mancava, e la grandiosità dei monumenti superstiti lo manteneva, ma la memoria dei fatti speciali non poteva esistere che in qualche nome o in qualche leggenda. Quella grandezza però piuttostochè fra i Romani doveva far nascere molte leggende fra gli stranieri, che arrivando a Roma con quella freschezza d'animo che è propria dei popoli di recente inciviliti, e ignari affatto delle maraviglie che è capace di produrre una potenza ed una civiltà come fu la romana, rimanevano attoniti dinanzi ai residui sempre imponenti e maestosi dell'abbattuto colosso. Tornati alle loro case descrivevano quel che avean veduto, esagerando; chi ripeteva esagerava anch'egli, e così la leggenda si formava.
In molti racconti che ci rimangono, per lo più riferiti da scrittori stranieri, noi possiamo scorgere il prodotto di forti impressioni, elaborato dalla fantasia di chi era assente dai luoghi a cui le leggende si riferivano. Molto più semplici e meno fantastiche le leggende romane si riferivano a qualche monumento realmente esistente, che nella leggenda rimaneva tale qual'era, solo cambiando di nome e di scopo. Così la presenza di una nave votiva, accordata colle favole relative ad Enea, facea vedere in quella la barca con cui Enea avea approdato in Italia[120]. Il racconto di Traiano e della vedova, immortalato da Dante, esisteva già prima d'esser riferito a Traiano[121]. Probabilmente però un bassorilievo d'arco trionfale rappresentante quell'imperatore trionfante a cavallo, e dinanzi a lui la provincia sottomessa, in sembianza di donna in ginocchio, fece attribuir quel racconto a Traiano. Nell'opera che abbiam veduto attribuita da Neckam ed Elinando a Virgilio, ben nota nel medio evo sotto il titolo di Salvatio Romae[122], in versioni diverse che non istaremo ad esaminare, noi troviamo uno strano miscuglio di reminiscenze confuse del Pantheon, del Colosseo, e del Campidoglio, e delle statue delle varie nazioni che adornavano il teatro di Pompeo, dalle quali, nei momenti del rimorso, Nerone, credea vedersi aggredito; il tutto cementato con una idea superstiziosa sul modo come la vigilanza necessaria, in sì vasto impero, potesse esercitarsi. Questa leggenda, certamente nata fuori d'Italia, fu comunissima nel medio evo e narrata senza il nome di Virgilio assai prima che a questi fosse attribuita. Essa incomincia col riferirsi al Campidoglio e per essa il Campidoglio figura fra le sette maraviglie del mondo presso il greco Cosma nell'VIII secolo[123] e presso altri scrittori; il che m'induce a credere che il primo motivo di questa leggenda stia nel noto racconto delle oche del tempio di Giove, che dovette accompagnare la celebrità del Campidoglio e da Bizanzio divulgarsi in Oriente. Mi conferma in questa idea il trovare una reminiscenza di questo racconto in alcune leggende arabe, fra le quali per una notevole coincidenza ricorre, senza troppo essenziali modificazioni, l'idea della Salvatio Romae applicata all'Egitto, e quella altresì dello specchio maraviglioso di cui or ora dovremo parlare[124]. Più tardi essa è riferita da taluni al Pantheon[125] e da altri anche al Colosseo. Oltre a Cosma, uno scritto dell'VIII secolo attribuito al venerabile Beda l'annovera anch'esso fra le sette maraviglie del mondo[126]; se ne parla pure in un ms. di Wessobrunn parimente del secolo VIII[127]; nel X ne fa parola l'anonimo Salernitano[128] e poi un ms. vaticano nell'XI[129]. Ne parla pure quella guida di pellegrini nota sotto il titolo di Mirabilia urbis Romae[130], che subì varii cambiamenti in varie epoche, ma che certo era già conosciuta e adoperata nel XII secolo[131], e ne parla pure Iacopo da Voragine[132] nel XIII secolo, il quale, come molti altri, l'attribuisce ad arte diabolica[133]. Tutti questi ed anche altri posteriori parlano di quella maraviglia senza attribuirla a Virgilio, quantunque altri dopo Neckam ed Elinando a lui l'attribuissero[134]. Nell'applicare però questa leggenda a Virgilio, si volle unirla al suo nome con una specie di legame che è appunto l'ultima parte del racconto, nella quale il poeta riprende la sua figura ben nota nella tradizione letteraria del medio evo, di profeta di Cristo. Ma di ciò parleremo in altro capitolo. Per ispiegare come una così bella cosa non si vedesse più, l'anonimo Salernitano scriveva che quelle statue furono recate a Bizanzio e che ivi Alessandro imperatore († 915) per trattarle coi riguardi che meritavano, le vestì con abiti di seta; ma in seguito di ciò San Pietro apparve a lui di notte gridandogli crucciato: «Sono io il Principe de' Romani!» e il giorno dopo l'imperatore morì.
Tale è il primo rapporto in cui veggasi posto Virgilio con Roma dalla leggenda. Quantunque sappiamo che Virgilio possedeva una casa sull'Esquilino[135], pure dalle notizie che ci dà la sua biografia non pare che ei risiedesse abitualmente in quella città[136], e quand'anche vi avesse dimorato a lungo, non avrebbe potuto lasciarvi le memorie che lasciò a Napoli. Il popolo che abitava la capitale del più grande impero che sia mai esistito, avvezzo com'era a grandezze d'ogni sorta, non poteva ricevere grandi e durature impressioni dalla personalità di Virgilio, quantunque sapesse distinguerla ed apprezzarla in mezzo ad una folla di grandi d'ogni specie. Quindi se in Roma troveremo qualche monumento a cui si connetta il nome di Virgilio, troveremo ancora che ciò non avvenne per una tradizione qualsivoglia relativa al poeta serbata dal popolo romano, ma bensì ebbe luogo in epoca assai recente, per un riflesso delle leggende virgiliane nate altrove, mescolate colle leggende relative a quella città, e in questa portate dal di fuori.
CAPITOLO VI.
Nel secolo decimoterzo, essendosi pienamente diffusa in Europa la leggenda virgiliana, noi la troviamo ben nutrita ed assai accresciuta in opere volgari in versi, particolarmente in alcuni poemi francesi che furono molto letti. Tali sono l'Image du Monde, specie di enciclopedia[137], scritta nel 1245, e attribuita, senza buon fondamento, a Gualtiero di Metz, il Roman des sept Sages[138] scritto in versi e in prosa, tradotto in molte lingue e uno dei libri più popolari d'Europa, ed il romanzo in versi intitolato Cleomadès scritto da Adénès nell'ultimo scorcio del XIII secolo[139].
Nel 1319 trovasi la leggenda di Virgilio introdotta anche nel Renart contrefait, tuttora inedito[140] e nello stesso secolo XIV alcune leggende virgiliane, o comunque rese tali, furono introdotte in alcune raccolte di racconti e d'aneddoti fatte particolarmente per uso degli asceti, dei moralisti e dei predicatori, perchè se ne servissero, secondo l'uso che era invalso, interpretandole allegoricamente per edificazione de' fedeli. Tali sono alcune redazioni del Gesta Romanorum[141], e proveniente da questo il Violier des histoires romaines[142]. Al XIII secolo appartiene la Cronaca universale scritta in versi tedeschi di Gianni Enenkel cittadino di Vienna (1250) nella quale trovansi riuniti parecchi racconti virgiliani[143].
In queste versioni, come doveva essere, Roma era il principal campo dell'attività di Virgilio. Le leggende napoletane rimanevano, talvolta però trasportate a Roma e variate, e le leggende romane aumentavano. La leggenda del Castel dell'Ovo avea preso proporzioni formidabili; non si trattava più di un semplice talismano serbato in quel castello, ma si trattava, secondo l'Image du Monde, nientemeno che di tutta la città posta in bilico su di un uovo, in modo che se l'uovo si muoveva la città crollava tutta:
«Que quant aucuns l'uef remuait
Toute la cité en crolait.»
Il Cleomadès invece dice che eran due castelli in mare, fondati ciascuno su di un uovo, e che una volta vi fu chi si volle provare a rompere uno di quegli uovi, e tosto un castello andò giù; rimase però l'altro, che è ancora visibile sul suo uovo a Napoli:
«Encor est là l'autres chastiaus
Qui en mer siet et bons et biaus:
Si est li oes, c'est vérités,
Seur quoi li chastiaus est fondés.»
L'idea della Salvatio Romae fu ravvicinata ad una vecchia idea nota già anche fra gli orientali, che cioè ci fosse modo di fare degli specchi nei quali si potesse vedere tutto quello che avveniva a grandi distanze. Uno di questi specchi si diceva esistesse in cima al faro d'Alessandria, postovi, secondo Beniamin di Tudela[144], da Alessandro, e con esso si poteva vedere fino alla distanza di più di 500 parasanghe tutti i bastimenti da guerra che venissero contro l'Egitto[145]. La Salvatio Romae si cambiò in uno specchio consimile che a Virgilio si trova attribuito nel Roman des sept Sages, nel Cleomadés e nel Renart contrefait[146]. Ma disgraziatamente, come ogni cosa mortale, lo specchio maraviglioso doveva finire anch'esso, e il Roman des sept Sages ci dice come finì. Un re straniero, ungherese, cartaginese, tedesco, pugliese, secondo le varie versioni, non potendo soffrire d'essere tenuto così in soggezione dai Romani accettò l'offerta che tre cavalieri gli fecero di abbattere quello specchio. Venuti a Roma costoro, sotterrarono oro in più luoghi e si spacciarono per «trovatori di tesori.» L'imperatore avido di ricchezze, volle provare il loro sapere, e fecero bella figura trovando l'oro che avean messo essi stessi sotterra. Quando videro l'imperatore bene invogliato, dissero che un gran tesoro doveva trovarsi sotto il pilastro dello specchio, e subito furono incaricati di cercarlo. Dopo aver disfatto il piedistallo, posero sotto lo specchio puntelli di legno ai quali poi di notte diedero fuoco e fuggirono. Così lo specchio cadde in mille pezzi. Il popolo romano indignato per la perdita di una cosa tanto preziosa, onde punire l'avidità dell'imperatore lo condannò a ingoiare oro fuso. — Questo racconto, di cui la fine rammenta un aneddoto ben noto della storia romana, esisteva indipendentemente da Virgilio e dallo specchio maraviglioso. Lo ritroviamo nel Pecorone, nella novella che porta il titolo seguente: «Chello et Ianni di Velletri si fingono indovini per vituperare il comune di Roma. Sono ricevuti alla corte di Crasso, per cui scavano certi danari che avean nascosi in diversi luoghi. Gli dicono poi che sotto la torre detta del Tribuno v'è un gran tesoro. Crasso la fa mettere in puntelli ed essi vi appiccano il fuoco. Intanto si dilungano da Roma, e la mattina cade la torre con grande uccisione di Romani.»[147] Virgilio e lo specchio maraviglioso non hanno luogo in questa versione, nella quale trattasi soltanto di un monumento, detto la Torre del Tribuno, in cui «erano intagliati dal lato di fuori, di metallo, tutti coloro che ebbero mai triumfo o fama, et era tenuta questa torre la più degna cosa che avesse Roma.» Questa novella è in rapporto assai stretto con un curioso racconto riferito da Flaminio Vacca[148], archeologo del XVI secolo, il quale attribuisce la cosa ai Goti.
Divenuto che fu Virgilio mago per bene, non solo si attribuirono a lui parecchie maraviglie che si raccontavano di Roma, ma gli furono applicati ancora racconti già riferiti ad uomini a cui toccò la stessa sorte. Uno di questi, com'è notissimo, era il papa Silvestro II, o Gerberto, che colla rinomanza di magia pagò il torto che ebbe di occuparsi di meccanica e di matematica in un tempo in cui ciò in un ecclesiastico, e più in un papa, pareva uno scandalo. Fu tanto più facile confondere la leggenda sua colla virgiliana, che molti degli scrittori notissimi che riferivano questa, riferivano anche l'altra; tali sono, per esempio, Gervasio di Tilbury, Elinando e quindi Vincenzo di Beauvais, Alberigo ecc. Un esempio di questa confusione l'abbiamo nei poemi che ho già citati.
Leggesi nel Mirabilia, che dov'è la chiesa di Santa Balbina in Roma fu il mutatorium Caesaris e che ivi fu un candelabro fatto della pietra chiamata asbestos, il quale una volta acceso e posto all'aria, non poteva essere spento in alcun modo, secondo dice etimologicamente quel vocabolo greco. Questa leggenda è applicata a Virgilio nell'Image du monde, colla sola differenza che il candelabro è cambiato in due ceri ed una lampada inestinguibile. Nel Cleomadés e nei Sette Savi[149] però esso è mutato in un fuoco sempre ardente, dinanzi al quale trovavasi la statua d'un arciere pronto a scoccare la freccia contro di esso, e questo arciere portava una scritta in ebraico che diceva: Se alcun mi tocca, io ferirò. Uno sfaccendato che probabilmente non sapeva l'ebraico, toccò un giorno la statua, la freccia scoccò, il fuoco si estinse, nè mai più d'allora in poi si riaccese. Questa leggenda che qui è applicata a Virgilio[150] avea già servito per Gerberto. A proposito di costui dicevasi che nel Campo di Marte a Roma era una statua la quale teneva teso l'indice della mano destra e portava scritto in fronte: hic percute. Nessuno avea saputo capire il senso di questa iscrizione, ma Gerberto l'indovinò. Quando il sole trovavasi allo zenit della testa della statua, egli osservò dove cadeva l'ombra dell'indice, e, segnato il luogo, di notte andò con un servo a farvi scongiuri, e la terra spalancandosi diedegli adito ad un sotterraneo pieno d'ogni sorta di tesori. In questo era una sala nella quale di sopra a uno scudo raggiava un carbonchio, profondendo una luce maravigliosa. Una quantità di cavalieri tutti d'oro erano schierati nei portici all'intorno, e rimpetto al carbonchio era un fanciullo coll'arco teso. Appena si toccasse qualcosa di questi tesori, tosto i cavalieri facean risuonare le armi. Il famiglio che avea menato seco Gerberto, non resistendo alla voglia di portar via qualcuna delle tante belle cose che vedeva, tolto un piccolo coltellino lo intascò. Allora subito dall'arco del fanciullo scoccò il dardo, si spense il carbonchio, e se vollero uscire, convenne riporre il coltellino al posto[151]. — La prima parte di questo racconto, cioè il fatto della statua e del tesoro, trovasi anch'essa attribuita a Virgilio, con qualche variante, da Ians Enenkel[152]. Altri testi però riferiscono tutto il racconto, senza attribuirlo nè a Gerberto nè a Virgilio, ma ad un clericus qualsivoglia[153]. Notiamo per ultimo che questa leggenda non è che una variante del racconto di Zobeide nelle Mille ed una notte[154].
Nella stessa maniera, come si disse che Gerberto fece una testa che parlava[155] e prediceva l'avvenire, e che la sua morte accadde appunto per non aver egli bene inteso una predizione di essa[156]; un fatto simile raccontano intorno a Virgilio l'Image du monde e il Renart contrefait[157]. Un giorno che egli consultava quella testa per un viaggio che avea da fare, essa gli rispose che se ben custodisse la sua testa non gliene verrebbe che bene. Egli credette si trattasse della testa profetica, ma postosi in viaggio, senza troppo guardarsi dal sole, una infiammazione di cervello il tolse di vita. E qui abbiamo un fatto da unirsi ai molti altri che provano come l'applicazione di queste leggende a Virgilio avesse luogo, piuttostochè fra le plebi illetterate, fra la gente più o meno colta. E veramente che Virgilio morisse di malattia prodotta in viaggio dal calor del sole[158] è fatto storico narrato nella principale biografia del poeta. Di esso non sa nulla la leggenda napoletana, che è tutta d'origine sicuramente popolare nel senso odierno della parola.
Molti racconti puerili ho dovuto narrare fin qui, tediosi certamente pel lettore, al quale debbo chiedere scusa se non ho saputo presentarglieli in modo da diminuirgli la noia. Tanto più poi ho bisogno della sua indulgenza che, quantunque arrivato assai innanzi, non posso annunziargli di aver finito. Per quanto possa riuscir gravoso a lui ed a me l'andare anatomizzando queste fantasticherie, oso sperare che il frutto che se ne trae per la spiegazione di un fenomeno pur singolarissimo, conforterà lui, come me, a proseguire.
CAPITOLO VII.
All'epoca a cui appartengono tutte queste leggende della magia virgiliana erasi resa popolare l'idea che la Sibilla avesse profetato la venuta di Cristo. Questa idea nata dapprima fra gli apologeti, divulgatasi fra i padri e gli scrittori ecclesiastici, erasi fissata in un modo stabile nel medio evo: uscita dalla letteratura teologica era giunta a far parte delle nozioni volgari e comuni che accompagnavano l'idea religiosa, e dal XII secolo in poi la troviamo molto familiare così ai laici come ai chierici. Frequente è quindi la menzione della Sibilla anche nelle lettere volgari e romantiche come frequente è quel personaggio nelle rappresentanze artistiche fino al XVI secolo[159]. Era una di quelle idee più accessibili a tutti, desunte dalla parte più trita della dottrina cristiana elaborata dai teologi medievali, con cui la fede affermava sè stessa e su di cui intendeva essere saldamente appoggiata; ognuno intendeva bene che cosa volesse dire nel notissimo canto sacro del poeta francescano «teste David cum Sibylla»[160]. Questa grande notorietà data alla Sibilla o alle Sibille che si voglia dire, era opera della chiesa e risultava dai suoi modi di comunicare coi fedeli e di porgere ad essi la dottrina religiosa. Singolarmente l'ammaestramento religioso, la predicazione ed anche quel prodotto posto di mezzo fra le cerimonie liturgiche e la poesia popolare che sono le rappresentazioni sacre o Misteri, erano potenti mezzi per la diffusione di conoscenze e vedute siffatte. Quel drammatizzare credenze religiose fatto in modo ingenuo, intieramente popolare e scevro da ogni pretensione letteraria, era istrumento di popolarità che per la natura sua speciale, e i rapporti che ha colle origini e la storia del teatro moderno, contribuiva notevolmente ad introdurre quelle idee nelle nuove letterature che andavansi svolgendo.
Noi vedemmo già come e quanto il nome di Virgilio andasse unito, in quest'ordine d'idee, a quello della Sibilla, e quanto familiare fosse ai chierici del medio evo la quarta ecloga pel vaticinio sibillino che riferivano a Cristo. Virgilio seguì le sorti di questo personaggio nel suo farsi popolare, tanto più facilmente che anche, per altra via, era divenuto popolare egli stesso[161]. Nelle prediche, singolarmente in quelle del Natale, v'era occasione di rammentarne il nome con quello della Sibilla; nell'arte cristiana di soggetto sacro spesso dov'era rappresentata la Sibilla lo era anche Virgilio, o almeno venivano segnate le note parole della quarta ecloga[162]; ed in più di un Mistero fra gli altri personaggi aveano luogo anche Virgilio e la Sibilla[163]. Già nell'XI secolo nel noto Mistero latino della Natività che rappresentavasi nell'abbazia di S. Marziale a Limoges avea parte Virgilio fra gli altri profeti di Cristo[164]; e similmente in quello che recitavasi a Reims[165]. Dopo Mosè, Isaia, Geremia, Daniele, Habacuc, David, Simeone, Elisabetta, Giovanni Battista, il Procentor chiamava Virgilio dicendogli:
«Vates Maro gentilium
Da Christo testimonium»
e Virgilio facevasi innanzi in aspetto e in abito di giovane uomo, e diceva:
«Ecce polo, demissa solo, nova progenies est.»
Poi a render ciascuno la sua testimonianza venivan chiamati Nabuchodonosor e la Sibilla; dopo di che il Procentor rivolgevasi ai Giudei dicendo:
«Iudaea incredula
Cur manes adhuc, inverecunda?»
Simile ufficio ha Virgilio nel Mistero delle Vergini folli[166], ed in altri Misteri scritti anche in lingue volgari, in tedesco, in olandese ecc.[167] In una grande composizione drammatica di Arnoldo Immessen (XV sec), per una singolare inversione di parti, la Sibilla Cumea cita Virgilio come sua autorità[168].
Non sempre però nei Misteri ha luogo Virgilio; talvolta la Sibilla è sola a rappresentare i profeti gentili. In un Mistero latino del Natale la Sibilla conosce la venuta di Cristo dalla stella che guidò i re magi[169]. Questa stella secondo un antico poeta spagnuolo fu anche veduta da Virgilio[170].
In ordine a questa idea divenuta popolare e penetrata nel romantismo ha luogo una produzione leggendaria che, passando per varie forme, arriva a combinarsi colla leggenda del Virgilio mago. Già alle presunte disposizioni di Virgilio pel cristianesimo si riferiscono i versi latini che cantavansi a Mantova, da noi già citati[171], i quali parlano della visita di S. Paolo al sepolcro del poeta secondo una leggenda che non è esclusivamente mantovana, e trovasi più estesamente narrata nella Image du monde[172]. San Paolo (così dice questa leggenda), ch'era uomo di molta dottrina, allorchè venne a Roma, trovò che di fresco era morto Virgilio, e ne fu dolente; tanto più se ne addolorò quando nei libri del poeta trovò quei versi che sì bene applicavansi alla venuta del Salvatore. Vide ch'era un'anima disposta a diventar cristiana, e deplorò non essere arrivato a tempo per farla tale:
«Ah! se ge t'éusse trouvé
Que ge t'éusse à Dieu donné!»
come appunto dicono i versi latini. Prese tanto interesse pel morto poeta che arrivò a scoprire un luogo sotterraneo in cui trovavasi riposto. La via per arrivarvi era terribile; soffiava un vento impetuoso, e si udivano tuoni spaventevoli. L'apostolo potè vedere Virgilio assiso fra due ceri ardenti, tutto attorniato da libri gittati in terra alla rinfusa; alla volta era appesa una lampada, e dinanzi a Virgilio stava ritto in piedi un arciere che coll'arco teso la teneva di mira. Questo si vedeva dal di fuori, ma entrare era difficile, chè all'ingresso stavano due uomini di bronzo i quali con martelli d'acciaio facevano dinanzi alla porta un tal continuo martellare che guai a chi si attentasse a valicare la soglia. Tanto fece l'apostolo che riuscì a far cessare l'opera di quei martellatori; ma allora l'arciere scoccò la saetta contro la lampada e tutto cadde in polvere. San Paolo che avrebbe voluto prendere i libri del poeta, dovè tornare colle mani vuote.
Fra le leggende relative ai miracoli che precedettero immediatamente la venuta di Cristo e la fecero presentire ai pagani, celebre è quella che concerne la chiesa di S. Maria in Ara coeli di Roma. Augusto, secondo questa leggenda, fece venire a sè un giorno la Sibilla per interrogarla sugli onori divini che a lui aveva decretati il senato. La Sibilla risposegli che dal cielo verrebbe il re il quale regnerebbe in eterno; e tosto si aprirono i cieli ed Augusto vide una vergine di maravigliosa bellezza seduta su di un altare con un bambino in braccio, e udì una voce che disse, «questo è l'altare del figlio di Dio.» L'imperatore si prostrò pregando, e poscia rivelò la visione al senato. Là dove la visione ebbe luogo, sul Campidoglio, fu poi edificata quella chiesa che anche oggi porta il nome di S. Maria in Ara coeli. Questa leggenda trovasi già fino dall'VIII secolo in scrittori bizantini; poi fu introdotta nella Leggenda aurea, nel Gesta romanorum, nel Mirabilia e in altri libri molto letti che la resero notissima[173]. L'arte la rappresentò più volte, e frequentemente se ne trova menzione negli scrittori dal XII secolo in poi. Petrarca ne parla anch'egli in una sua lettera[174]. Il Mirabilia che riferisce questa leggenda, ne riferisce un'altra di simile significato e che trovasi pure in altri scritti dell'epoca[175]. Nel suo palazzo, ov'erano i tempi della Pietà e della Concordia, Romolo pose una statua d'oro, dicendo: «non cadrà finchè una vergine non partorisca»; e Cristo nacque e la statua cadde a terra[176]. Altri riferisce questo fatto al tempio di Pallade, altri a quello della Pace, che sarebbero caduti quando nacque Cristo; altri finalmente riferisce il fatto alla Salvatio Romae e la predizione di esso a Virgilio. Così Alessandro Neckam, dopo aver parlato della Salvatio Romae, soggiunge: «Allorchè veniva interrogato il glorioso poeta fino a quando gli Dei conserverebbero quel nobile edificio, soleva rispondere: rimarrà in piedi finchè una vergine non partorisca. Nell'udir ciò applaudivano e dicevano: dunque rimarrà in eterno. Quando però nacque il Salvatore dicesi che quel mirabile palagio rovinasse immantinente[177]. Così la leggenda, coll'introdurvisi del nome di Virgilio, perde il suo significato primitivo. La parola di Romolo è un vanto che poi il fatto fece riescir vano; la parola di Virgilio, dato il rapporto in cui era questo poeta con la Sibilla nella idea leggendaria, e il suo posto fra i profeti di Cristo, ha valore di profezia.
Uno sviluppo di questa leggenda, divenuta virgiliana, trovasi in un poema francese inedito, di cui esiste un esemplare MS. nella biblioteca di Torino[178]. È una strana rapsodia di più poemi, due dei quali già noti, che sono il poema di Vespasiano o della Vendetta di Gesù contro gli Ebrei, e la Gesta dei Lorenesi[179]. Per congiungere questi due poemi viene intercalato un terzo poema che serve d'introduzione all'ultimo e narra i fatti di S. Severino, congiunto genealogicamente con Vespasiano da un lato, con Hervis e Garin di Lorena dall'altro. Ma il rapsodo non si è contentato di questo. Nel romanzo di Vespasiano essendo narrata la vendetta della morte di Cristo, egli ha voluto premettere anche gli antecedenti di questo fatto, ed ha quindi aggiunto tutto un lungo poema, che comincia colla creazione del mondo, narra tutti i fatti dell'antico e del nuovo testamento e finisce colla morte di Cristo. Non ha creduto però dover esporre direttamente, come desunta dalla Bibbia, ed in proprio nome, la storia sacra. Ha inventato invece un racconto fondamentale fantastico, con cui, prendendo per base la leggenda di cui sopra abbiamo parlato, fa sì che Virgilio sia appunto il narratore di tutta quella lunga storia. L'unico manoscritto a me noto manca del principio; però quel che rimane di questa parte basta a farci capire di che cosa si tratta. Invece del buon Ottaviano o di Romolo, abbiamo qui un Noirons li arabis, un tristo imperatore, rispondente all'ideale di Nerone che troviamo nelle leggende medievali, adoratore del diavolo e di Maometto, personaggio intieramente fantastico, il quale edifica in onore de' suoi Dei un palagio votivo tutto ricco e splendente d'oro e di gemme; poi fa venire a sè Virgilio, e gli domanda: «tu che tutto sai, dimmi quanto durerà il mio palagio!» — Virgilio risponde: «durerà finchè una vergine non partorisca.» — «Dunque durerà in eterno, chè quel che tu dici non sarà mai.» — «Eppure un giorno sarà» soggiunge Virgilio. E infatti trent'anni dopo nasce Cristo e il palazzo di Nerone rovina. Grande ira di Nerone che fa chiamare Virgilio, e: «dunque, dice, tu sapevi che questa vergine partorirebbe; perchè non me l'hai detto?» E Virgilio entra a parlargli della nuova fede e ne nasce un alterco: chè Nerone di questa non vuol saperne. Infine l'imperatore stabilisce che abbia luogo una disfida fra di loro; quello dei due che vincerà taglierà la testa all'altro. Virgilio accetta, ma desidera, prima di scendere nell'arringo, dare una corsa a casa sua a vedere la sua gente e Ippocrate e i sapienti amici e parenti suoi. E va, e li riunisce tutti ed espone loro il suo caso. Ippocrate si dà a cercare ne' suoi libri e trova tutto quanto concerne la venuta di Gesù; comunica il tutto a Virgilio, il quale, fornito di questa invincibile armatura, parte sicuro del fatto suo. Nerone s'accorge che il suo avversario porta seco armi troppo poderose, prevede la propria fine, e dichiara a Virgilio l'essere proprio. Gli narra l'antica storia di Lucibello o di Lucifero e degli angeli ribelli cambiati in demoni: dice che egli è uno di questi; parla della loro missione sulla terra, della edificazione di Babilonia e di altre simili cose. Virgilio gli risponde ponendosi di piè fermo a narrare tutta la storia sacra, cominciando dalla creazione del mondo. Qui il rapsodo arrivato al suo scopo, sciorina giù un profluvio di versi a migliaia, perdendo affatto di vista Virgilio, e dimenticando anche alla fine di dirci come terminò la sfida fra Nerone e Virgilio; v'ha però in fondo una scena finale che ha luogo in inferno, nella quale parlano Nerone e Maometto, e da cui si desume che Nerone fu decapitato da Virgilio. — Questo poema, anche nella forma, è una delle più goffe cose che si possano immaginare.
Pel rapporto leggendario di Virgilio col Cristianesimo si connette con questa fantasticheria del trovero francese quella di un tedesco quasi contemporaneo, l'autore del Reinfrit von Braunschweig[180], col quale si accorda in ciò anche chi scrisse la Tenzone poetica di Wartburgo (Wartburgkrieg)[181]. Ecco la leggenda, quale si desume da queste due composizioni tedesche. Sulla Montagna della Calamita (Magnetberg, Agetstein, di cui è spesso menzione in queste poesie germaniche medievali)[182] stavasi un gran negromante, principe babilonese o greco, di nome Zabulon (Diavolo) il quale già avea letto nelle stelle la venuta del Salvatore 1200 anni prima che questa avesse luogo, e adoperava tutte le sue arti per impedirla o allontanarla. Egli fu l'inventore della negromanzia e dell'astrologia e scrisse su tal materia più libri, sempre con questi mirando allo scopo sopra detto. I milledugento anni erano già quasi passati, e fra i viventi trovavasi Virgilio, uomo pieno di virtù, il quale per beneficare altrui erasi ridotto in grande miseria. Virgilio seppe di questo Zabulon e delle sue arti e del suo malvolere; e tosto si mise in mare e navigò verso il Monte della Calamita. Grazie all'aiuto datogli da uno spirito che era stato racchiuso in forma di mosca in un rubino che ornava un anello, Virgilio arrivò ad impadronirsi dei libri e dei tesori del mago; e intanto i milledugento anni si compivano e la Vergine partoriva Gesù.
Così la primitiva idea del Virgilio profeta di Cristo, modificandosi e passando per fasi diverse, veniva a combinarsi con una delle leggende relative alla magia virgiliana, quella che narrava come Virgilio fosse divenuto mago, ossia come si fosse procurato il libro che gli comunicò la conoscenza di quelle arti[183]. Riconosciamo qui il libro di ars notoria che, secondo il racconto di Gervasio, era stato trovato da quel tale inglese nel sepolcro di Virgilio, e che qui diviene il libro di Zabulon, come presso altri diviene il libro negromantico scritto da Salomone, il quale com'è noto ha gran parte nella letteratura della magia. Nella tenzone poetica di Wartburgo parlasi di questo libro di Zabulon con grande fatica conquistato da Virgilio[184]. — Ma la leggenda trovasi in altre versioni spoglia di ogni rapporto colla venuta di Cristo.
Verso la stessa epoca Enenkel nel suo Weltbuch narra in qual modo Virgilio, questo «figlio dell'inferno»[185] com'ei dice, si procacciasse le straordinarie sue cognizioni magiche. Mentre un giorno lavorava in una vigna, approfondò tanto la zappa nella terra che giunse a scoprire una bottiglia nella quale trovavansi racchiusi 12 diavoli. La tolse su e si rallegrò del suo trovato. Allora parlò un di quei diavoli e disse che s'ei li mettesse in libertà gl'insegnerebbero ogni sorta di arti segrete. «Insegnatemele prima, rispose Virgilio, e prometto di liberarvi.» E coloro insegnarongli tutta la magia, ed ei ruppe la bottiglia e li lasciò andar liberi. Enrico da Müglin, che visse verso la metà del sec. XIV, pose in versi anch'egli questo fatto in una forma più prossima alla versione del Reinfrit, ma senza parlare neppure egli della venuta di Cristo[186]. Virgilio parte da Venezia per far fortuna in compagnia di altri, e si mette in mare alla volta della Montagna della Calamita[187]. Colà trova uno spirito chiuso in una bottiglia il quale, per prezzo della libertà, gl'insegna il luogo dov'è riposto, sotto il capo di un morto, un libro di magia. Virgilio trova infatti quel libro e appena apertolo gli si fa dinanzi una legione di ottantamila diavoli che si pongono ai suoi comandi e ch'egli incarica di lastricare una lunga strada. Più tardi, nel secolo XV, Felice Hemmerlin[188] narra anch'egli come uno spirito ponesse Virgilio in possesso del libro magico di Salomone, nella speranza di esser liberato. Virgilio però fattolo uscire dalla bottiglia e vedutolo prendere grandi proporzioni, pensò non esser bene lasciar libero pel mondo un galantuomo di quella fatta. Con maniera astuta si fece a dirgli: «di certo tu ora non potresti rientrare in quella bottiglia.» Il diavolo affermava che sì e Virgilio negava, finchè, messo sul punto, il diavolo si rimpiccolì e fecegli vedere che avea detto vero; ma, ridotto che fu nuovamente nella bottiglia, Virgilio ripose su di questa il suggello di Salomone e lo lasciò chiuso là dentro per sempre. Così dal secolo XIII al XV vediamo, in questo fatto dello spirito imprigionato che pone le sue facoltà soprannaturali ai servigi del suo liberatore, applicata a Virgilio una leggenda ben nota, di provenienza rabbinica e maomettana, che non può certamente riuscir nuova ai lettori i quali devono già in essa aver riconosciuto un racconto che figura nelle Mille e una notte e serve di base al notissimo Diavolo zoppo. Come a Virgilio, così anche a Paracelso trovasi applicato questo stesso fatto il quale forma pure soggetto di alcuni racconti tuttora viventi sulla bocca del popolo[189].
Per tal guisa il concetto della magia virgiliana facevasi pieno ed intero, diveniva ovvio e volgare in tutti i paesi latini e germanici; non v'era scrittore di qualsivoglia ordine che non ne sapesse; ricca di fatti vari e di grande notorietà era quella leggenda, e quindi tanto più disposta ad aumentare, poichè anche per queste rinomanze leggendarie vale il proverbio «on ne prète qu'aux riches.» Una espressione più astratta di quel concetto di Virgilio che risultava da tutte queste favole trovasi in un curioso libro latino il quale, quantunque non contenga alcuna leggenda virgiliana, si collega con queste pel nome che si attribuisce l'autore e la natura delle cose in esso contenute. È intitolato Virgilii cordubensis philosophia[190], e questo Virgilio cordubense sarebbe stato un filosofo arabo e l'opera sua, scritta in arabo, sarebbe stata tradotta in latino a Toledo nel 1290[191]. Di certo l'autore non era arabo, e neppure sapeva gran fatto di cose arabiche, poichè non avrebbe mai potuto pensare che un filosofo arabo si potesse chiamare Virgilio, e molto meno a dare per suoi contemporanei a Cordova Seneca, Avicenna, Averroe e Algazel. È un cerretano qualunque il quale ha voluto darsi autorità, assumendo il nome di Virgilio e la qualità speciosa di sapiente arabo. Con una sfacciataggine mirabile ei racconta, in principio del suo scritto, che tutti i grandi dotti e studiosi che accorrevano da varie parti a Toledo, nei gravi problemi che discutevano sentirono il bisogno di rivolgersi a lui, poichè sapevano quanto grande fosse la conoscenza di ogni segreta ed astrusa cosa da lui acquistata mediante quella scienza «che, dic'egli, altri chiama negromanzia, noi chiamiamo Refulgentia.» Mandarono a pregarlo che si recasse a Toledo; ma egli non volle muoversi da Cordova, e invitolli a recarsi da lui, e vennero. Nel libro adunque vengono riferite le gravi discussioni che ebbero luogo intorno alla causa prima, al mondo, all'anima umana, e le importanti comunicazioni che l'autore fece a tutti quei filosofi su tali materie, secondo le rivelazioni avute dagli spiriti da lui interrogati in proposito. Di questi spiriti parla pure, come anche della ars notoria, che è scienza santa, di cui solo chi è senza peccato può sapere; autori di questa furono i buoni angeli i quali la comunicarono al re Salomone[192]. Questi rinchiuse li spiriti in una bottiglia, salvo uno che era zoppo il quale riuscì a rimaner fuori e liberò poi tutti gli altri. Quando Alessandro venne a Gerusalemme, Aristotele suo maestro, che era allora uomo dappoco e rozzo, riuscì a sapere dov'erano riposti i libri che Salomone scrisse su quella scienza, trovò modo d'impadronirsene e così divenne quel grand'uomo che tutti sanno. — La latinità di quest'opera è tutta piena delle più goffe sgrammaticature; l'idea filosofica è una mescolanza strana in cui si riconoscono idee giudaiche e rabbiniche miste a principî cristiani, fra i quali quello del Dio trino ed uno. Di Virgilio non c'è propriamente che il nome attribuitosi dall'autore. Però, come vedesi dalla natura dell'opera, la causa per cui questi assume quel nome sta nell'ideale del Virgilio mago, appunto come nella prima parte di questo lavoro abbiamo veduto l'ideale di Virgilio risultante dal rapporto di questo poeta collo studio grammaticale, condurre il non meno strano Virgilio grammatico a prendere questo nome. Questa corrispondenza fra i risultati di due fasi diversissime del nome virgiliano è veramente uno dei fatti più considerevoli nella storia di questo nome, il quale nelle sue peripezie, non solo subisce la influenza di più vicissitudini del pensiero, ma molte di queste riassume in sè tanto profondamente che ne diviene il simbolo e il rappresentante.
Nulla di quanto l'idea popolare attribuiva al mago, la leggenda lasciò mancare a Virgilio. Stabilita una volta e completata saldamente questa sua qualità, e reso volgarmente noto il nucleo leggendario da cui si desumeva, il resto veniva facilmente da sè. Siccome non c'era buon mago che non avesse fatto i suoi studi a Toledo, anche Virgilio, come Gerberto e tanti altri, doveva avere studiato in quella città. «I chierici, dice Elinando, vanno a Parigi a studiare le arti liberali, a Bologna i codici, a Salerno i medicamenti, a Toledo i diavoli e in nessun posto i buoni costumi»[193]. La rinomanza però di Virgilio mago e la parte che in quella aveva Napoli fece considerare anche Napoli come sorella di Toledo nel dare origine alla negromanzia[194]. Inoltre era inevitabile che nel mondo romantico, in cui s'incontravano tanti altri nomi di maghi, Virgilio si trovasse in rapporto con qualcuno di questi. Nel Parzival di Wolframo da Eschembach il mago Klinsor è nativo di Terra di Lavoro, e Virgilio è un suo antenato[195]. Anche qualche contatto col mago Merlino non mancò[196]. Per tal guisa la leggenda non era più un semplice catalogo di opere maravigliose alle quali si univa il nome di Virgilio, ma veniva a contenere una quantità di fatti particolari che definivano la personalità di questo mago e offrivano anche gli elementi di una biografia. Già abbiamo veduto come nella Image du monde e nel Renart contrefait la narrazione si chiuda colla morte di Virgilio. La persona del poeta trovasi così descritta nel primo di questi due poemi:
«Il fu de petite estature
maigres et corbes par nature,
et aloit la teste baissant,
toz jors vers terre resgardant:
Car coustume est de soutil sage
c'à terre esgarde par usage.»
Anche nel Dolopathos:
«Virgile de poure estature
et petite personne estoit;
com philosophe se vestoit.»
V'ha poi nelle leggende virgiliane una parte che può dirsi sporadica, come quella che è costituita da racconti ai quali il nome di Virgilio non trovasi applicato che di rado, nè entrano mai a far parte di alcuna raccolta di fatti relativi alla magia di Virgilio. Questo nome viene arbitrariamente introdotto in essi, per associazione d'idee, da qualche rifacitore o compilatore, senza che la cosa abbia seguito o si ripeta con qualche stabilità. Questo si ravvisa singolarmente nel Gesta Romanorum, repertorio che ha subìto le più varie vicissitudini. Certamente ebbe in mente la Salvatio Romae e lo specchio maraviglioso colui che sostituì il nome di Virgilio a quello di un magister qualunque in un racconto del Gesta relativo ad una statua maravigliosa che denunziava tutti i trasgressori della legge[197]. Così pure allo specchio magico di Virgilio pensò colui che diede questo nome nel racconto 102 al clericus, il quale mostra ad un marito la moglie e l'adultero che fanno un incantesimo per ucciderlo, e fa in modo che l'incantesimo uccide invece l'adultero. In simil guisa trovasi il nome di Virgilio introdotto in altri racconti del Gesta, singolarmente nei testi tedeschi ed inglesi, là dove nelle redazioni più antiche non c'è[198]; fra gli altri anche in quello del mercante di Venezia. Questa libertà di fantasia non sorprende, e solo prova quanto familiare fosse il nome di Virgilio mago ad ogni sorta di narratori. Così gli autori di narrazioni fantastiche, conoscendo dalla leggenda Virgilio come fondatore di Napoli facilmente attribuivano a lui edifici e città[199], singolarmente d'Italia. Nell'Italia meridionale, anche all'infuori di Napoli, venivano attribuiti a Virgilio taluni edifici, quali, ad esempio, quelli[200] dell'isola di Ponza non lontana da Gaeta. L'autore di un poema franco-italiano, tuttora inedito, attribuisce a Virgilio la fondazione di Brescia[201].
Chiudiamo queste notizie sulla parte sporadica della leggenda Virgiliana con un racconto poco diffuso, ma pur notevole, che combina la leggenda di Virgilio con quella di Giulio Cesare.
Il popolo romano credeva nel medio evo che la palla dorata posta in cima all'obelisco vaticano, racchiudesse le ceneri di Giulio Cesare[202]. Quindi l'iscrizione medievale che, insieme alla relativa leggenda, figura nel Mirabilia e che si attribuisce a Marbodo, vescovo di Rennes:
«Caesar, tantus eras quantus et orbis,
Et nunc in modico clauderis antro»[203].
Questa iscrizione, con due versi d'aggiunta:
«Post hunc quisque sciat se ruiturum
Et iam nulla mori gloria tollat.»
è da Elinando, in un suo sermone, attribuita a Virgilio[204]. Secondo una leggenda riferita nel Victorial di Gutierre Diaz de Games (XV sec), quell'obelisco fu fatto da Salomone, il quale volle che nella palla fossero riposte le sue ossa. Quando Giulio Cesare morì, Virgilio andò a Gerusalemme e chiese quel monumento agli Ebrei, i quali credendo burlarsi di lui, gli dissero che glielo darebbero purchè ei sborsasse loro una certa somma giornalmente, finchè l'obelisco non fosse arrivato a Roma. Ma Virgilio si burlò invece di loro, poichè fece colle sue arti in modo che l'obelisco in una notte passò da Gerusalemme a Roma: e così le ossa di Giulio Cesare presero il posto di quelle di Salomone[205].
Queste leggende che trovansi così isolate e sparpagliate non aggiungono gran cosa alla fisionomia del Virgilio mago; sono un effetto di quanto in questo tipo è già fissato da leggende più stabilmente connesse col nome del Mantovano; effetto di cui potrebbero moltiplicarsi gli esempi senza aggiungere gran che di essenziale al nostro studio. Però questo tipo leggendario, quale lo abbiamo descritto fin qui, non può ancora dirsi completo. Un personaggio così accetto e familiare al mondo romantico non poteva in tanto varia attività sua e in tanta celebrità dei suoi fatti rimanere del tutto estraneo al bel sesso. La leggenda infatti non lasciò per lui una lacuna che sarebbe stata tanto anormale, ed ora noi dobbiamo rivolgerci a quella parte di essa che mostra appunto Virgilio alle prese col sesso femminile.
CAPITOLO VIII.
Coloro i quali sostengono che di molto vada debitrice la donna al cristianesimo e alla cavalleria, evidentemente vogliono farsi illusione in favore di questi agenti storici, contro l'autorità dei fatti. L'ideale della santa e quello della dama degli antichi romanzi, sono prodotti d'idee utopistiche affatto inconciliabili coll'ordine sociale. Ognuno può domandarsi che cosa diverrebbe la società umana se ogni donna fosse una santa Teresa od una Isotta; due opposti egualmente esiziali per essa come quelli che, quantunque in modo diverso, ne escludono il principale fondamento, la famiglia. Gran bisogno delle inesauribili forze sue ebbe nel medio evo l'umanità, costretta a lottare contro questi due potenti principi: l'uno de' quali avrebbe voluto cambiarla in un vasto eremo dove la famiglia cessasse e rimanesse l'individuo puro e semplice, l'altro in una casa di dementi posti in continua opposizione colla morale e col senso comune. Da un lato i padri e gli scrittori ecclesiastici ad una voce encomiavano il celibato, come quello fra gli stati dell'uomo che solo è capace di condurre a perfezione: dottrina non solo assurda, ma eminentemente immorale perchè egoistica, perchè contraria alla prima base della società umana, e perchè tale che pone il perfezionamento umano in aperta contradizione colle leggi naturali e sociali e coll'esistenza stessa dell'umanità. L'aver santificato il matrimonio, che a molti sembra uno dei grandi meriti della chiesa cristiana, fa l'effetto di una derisione a chi conosce il medio evo ed ha veduto dappresso tutta quella immensa falange di uomini autorevoli, che ad ogni occasione il matrimonio e la donna pongono in iscredito colla voce, coll'esempio e collo scritto. Dall'altro lato e per via opposta, alle stesse mortifere conseguenze spingeva la cavalleria, fiaccando ogni saldezza dei vincoli coniugali, privando la donna della prima base su di cui possa riposare la dignità sua, che è l'onestà ed il rispetto di sè stessa. Così avveniva che, ad onta di certe purissime imagini presentate dall'hagiografia e dalla leggenda cristiana, ad onta degli incensi prodigati al sesso femminile nei romanzi, nei tornei e nelle corti d'amore, in verun'altra epoca fosse la donna più turpemente insultata, beffata, svillaneggiata di quello fu nel medio evo, cominciando dai più serii scritti dei teologi e scendendo fino alla poesia ed al teatro da piazza. Una incredibile quantità di racconti e di aneddoti, spesso triviali ed osceni, la cacciavano nel fango e, quel che oggi pare impossibile, non figurano soltanto nei repertori dei giullari che avevano il solo scopo di divertire, ma nei repertori dei predicatori che li narravano dal pergamo col pretesto di cavarne una morale qualsiasi, ma spesso in realtà, giullari in cocolla, per far ridere anch'essi[206]. Chi conosce quei repertori spiega lo sdegno del nostro poeta che grida:
«Ora si va con motti e con iscede
A predicare, e pur che ben si rida,
Gonfia il cappuccio, e più non si richiede.»
A questo spirito persecutore è informata tutta la parte più antica della leggenda virgiliana che si riferisce a donne. Nel primo e più comune racconto in cui Virgilio figura come innamorato, egli è posto in relazione con una giovane figlia di un imperatore di Roma. La viva fiamma che gli arde in petto non solo non è corrisposta, ma incontra grandissima crudeltà nell'oggetto amato, che non resiste alla tentazione di farsi beffe del grande uomo. Fingendo di accettare la sua dichiarazione e di piegarsi ai suoi voti, la giovane gli propose di introdurlo nascostamente nelle proprie stanze, facendolo tirar su di notte dentro una cesta fino alla finestra della torre da essa abitata. Tutto gioia, Virgilio accettò; e all'ora designata corse a mettersi nella cesta che trovò pronta appuntino, e con sua grande soddisfazione non tardò a sentirsi sollevare in aria. E fino ad un certo punto la cosa andava bene; ma giunta la cesta a mezza strada lì si fermò e vi rimase fino a giorno. Grandi furono le risa e il chiasso che fece la mattina appresso il popolo romano, a cui Virgilio era notissimo, quando vide un sì grave personaggio in quella pensile situazione. Nè qui finiva la cosa: chè, informato di tutto l'imperatore, Virgilio messo a terra di grave pena era minacciato, se coll'arte sua non avesse saputo sottrarvisi. Ma lo smacco rimaneva, e l'oltraggio non era perdonabile. La vendetta ch'egli immaginò fu terribile. Ei fece che il fuoco tutto quanto era in Roma si spegnesse a un tratto, notificando che, chi ne volesse, soltanto sulla persona della figlia dell'imperatore avrebbe potuto procurarsene, e che il fuoco così ottenuto non si potrebbe comunicare dall'uno all'altro, ma ognuno dovesse prenderne direttamente nel modo indicato. Fu duopo piegarsi ai voleri del mago. La figlia dell'imperatore posta sulla pubblica piazza nella più indescrivibile posizione, dovette soggiacere a quel lungo supplizio: i Romani riebbero il fuoco e Virgilio fu vendicato.
Questa novella consta di due parti distinte che in essa trovansi riunite, ma che esistettero anche separate: quella cioè della burla e quella della vendetta. Virgilio non figura veramente come mago che in quest'ultima. La prima appartiene al vasto ciclo dei racconti relativi alle astuzie femminili, ed esprime l'idea che non v'ha grandezza d'uomo a cui la malizia donnesca non si mostri superiore, come la stessa idea esprimevano mille altri racconti comunissimi nel medio evo, taluni desunti dalla storia sacra e profana e dalle tradizioni dell'antichità, altri totalmente leggendari. Cominciando da Adamo, David, Sansone, Ercole, Ippocrate, Aristotele e mille altri illustri figuravano nella lunga lista delle vittime degli inganni muliebri. Alcuni di questi non faceano che prestare un nome illustre ad un racconto favoloso, e se a ciò avean soggiaciuto Ippocrate e Aristotele, non poteva a meno di soggiacervi Virgilio, celeberrimo qual'era per infinita sapienza. Citiamo come esempio i seguenti versi francesi d'anonimo:
«Par femme fut Adam deceu
et Virgile moqué en fu,
David en fist faulx jugement
et Salemon faulx testament;
Ypocras en fu enerbé,
Sanson le fort deshonnoré;
femme chevaucha Aristote,
il n'est rien que femme n'assote»[207]
Eustachio Deschamps (XIV sec.) scrive anch'egli:
«Par femme fu mis à destruction
Sanxes li fort et Hercules en rage,
ly roy Davis à redargucion,
si fut Merlins soubz le tombel en caige;
nul ne se puet garder de leur langaige.
Par femme fut en la corbaille à Romme
Virgile mis, dont ot moult de hontaige.
Il n'est chose que femme ne consumme»[208].
E più tardi Bertrando Desmoulins nel suo Rosier des Dames faceva dire alla Verità:
«Que fist à Sanson Dalida
quant le livra aux Philistins,
n'à Hercules Dejanira
quant le fict mourir par venins?
une femme par ses engins
ne trompa-elle aussi Virgile
quant à uns panier il fut prins
et puis pendu emmy la ville?[209]»
E questa idea e questi esempi sono un luogo comune della poesia satirica, morale e burlesca nelle varie letterature d'Europa dal sec. XIII al XVI, di cui si potrebbero citare saggi innumerevoli[210]. Ad Aristotele era toccato un racconto d'origine orientale, secondo il quale il filosofo sarebbesi assoggettato a portare il basto per volere d'una donna da lui amata[211]. Ad Ippocrate toccò in un Fabliau[212] quella stessa avventura della cesta che toccò anche a Virgilio, e che a quest'ultimo rimase poi attribuita in modo assai più permanente[213]. Ma anche senza il nome di Virgilio nè d'Ippocrate, essa costituisce il soggetto di una novella del Fortini[214], di un canto popolare tedesco[215] e d'uno francese tuttora vivente[216].
La seconda parte affatto staccata dalla prima, incontrasi nella letteratura europea più secoli innanzi ch'essa fosse attribuita a Virgilio. Essa ricorre in un antico testo degli Atti di S. Leone taumaturgo[217], ov'è attribuita ad un mago Eliodoro vissuto in Sicilia nell'VIII secolo. Questi atti sono tradotti dal greco, ed il racconto è certamente d'origine orientale. Infatti noi lo ritroviamo con varianti di poco momento, in una storia dei Khan mongoli del Turkestan e della Transossiana, scritta in persiano e tradotta dal Defréméry[218] e in un aneddoto che serve di fondamento ad un proverbio arabo[219]. Certamente esso si divulgò, con altre leggende e novelle, fra i bizantini; in un libro neogreco del secolo scorso troviamo la prima e la seconda parte riunite, riferite ambedue all'imperatore Leone il filosofo[220]. E prima che ambedue le parti attribuite a Virgilio si fondessero assieme, ricorre applicata a lui questa seconda solamente. Il più antico esempio che io ne conosca, è quella poesia, già da me citata, del trovatore Giraud de Calançon, non posteriore al 1220, nella quale, fra gli altri fatti di Virgilio che il giullare deve conoscere, è annoverato anche quello «del fuoco ch'ei seppe estinguere» (del foc que saup escantir). Poi nella Image du monde tutta la seconda parte dell'avventura è narrata senza la prima. Non sarebbe impossibile però che questa si fosse unita al nome di Virgilio in un'epoca anteriore anche all'idea del mago, e quindi indipendentemente dalla seconda. Infatti in essa Virgilio figura soltanto come uomo di grande sapienza, e il suo gran nome serve a renderla più ridicola come novella, più autorevole come esempio. La seconda parte che ad essa fu aggiunta, quantunque dapprima sembri adattarvisi assai bene, pure lascia troppo visibile la commettitura. Virgilio che in essa figura come potentissimo mago, non è certamente tale nella prima, nella quale non sa nè prevedere la burla, nè sottrarvisi.
Così riunite le due parti in un solo racconto, questo ricorre in un testo latino del XIII secolo[221] e nella Cronica universale di Ians Enenkel[222]. Poi si ripresenta nel Renart contrefait e in un gran numero di scritti dei secoli XIV, XV e XVI, francesi e tedeschi particolarmente, ma parecchi anche inglesi, spagnoli e italiani. Anche fra le Rimur islandesi ve ne ha una[223] che narra lo sfregio e la vendetta, ma lo sfregio è doppio poichè la donzella dopo aver burlato Virgilio colla cesta lo riduce anche a servirle da cavalcatura, come altri narrarono di Aristotele. Indipendentemente da quelli che ne parlano insieme alle altre leggende virgiliane, i più narrano o richiamano questo racconto, particolarmente nella sua prima parte, con molti altri, nel declamare da burla o sul serio contro le donne e i peccati carnali. Così il poeta spagnuolo Juan Ruiz de Hita(1313) riferisce quel fatto a proposito del Pecado de Luxuria. Più tardi però ai tempi di Ferdinando e Isabella, quando appunto Diego de Santo Pedro nel suo Carcel de amor diceva, propugnando la causa delle donne, che: «le donne ci dotano delle virtù teologali non meno che delle cardinali e più che gli apostoli ci rendono cattolici» l'avventura di Virgilio era citata in vilipendio delle donne in un poemetto spagnuolo di cui neppure il titolo si può citare[224]. Combinato così colla morale, quel racconto non solo fu ripetuto a sazietà nella letteratura[225], ma fu spessissimo rappresentato dall'arte, e fin nelle chiese posto sott'occhio ai fedeli, scolpito in marmo, in legno, in avorio[226]. Servì pure di soggetto a molte pitture e incisioni, delle quali talune appartengono ad artisti illustri come Luca di Leida, Giorgio Pencz, Sadeler, Hopfer, Sprengel e più altri[227].
In Italia il più antico scrittore che, a mia notizia, racconti questa novella col nome di Virgilio è, oltre all'Aliprando di cui parleremo in seguito, il Sercambi (1347-1424) che la riferisce nella sua cronica, dalla quale essa fu già estratta e pubblicata a Lucca[228]. La fama del fatto era tanto diffusa, che si finì col designare una delle varie torri di Roma come quella che fu testimone della scena. Così spiego il nome di Torre di Virgilio dato in Roma alla torre dei Frangipani[229] e l'aneddoto stesso introdotto nella versione tedesca del Mirabilia del secolo XV, ed in uno scritto, parimenti tedesco e dello stesso secolo, intorno alle sette chiese principali di Roma[230]. Quel capo ameno del Berni annovera[231] fra le antichità che «pellegrini o romei» andavano a vedere a Roma:
«E la torre ove stette in due cestoni
Virgilio spenzolato da colei.»
Enea Silvio nel suo De Euryalo et Lucretia (1440), cita la prima parte dell'avventura come avvertimento morale. Come imprecazione però, fra le altre mille, figura essa nella Murtoleide:
«Possa come Virgilio in una cistola
Dalla fenestra in giù restar pendente.»
Nei testi a stampa dell'antico poemetto italiano Il padiglione di Carlomagno leggesi la seguente ottava:
«Ancora si vede Aristotil storiare
E quella femmina che l'ingannò,
Che come femmina lo facea filare
E come bestia ancor lo cavalcò,
E 'l morso in bocca gli facea portare,
E tutto lo suo senno gli mancò;
Da l'altra parte Virgilio si mirava
Che nel cestone a mezza notte stava»[232].
E molti altri testi italiani dei secoli XV e XVI potrebbero citarsi che provano come quell'avventura virgiliana fosse allora così popolarmente conosciuta qui come altrove. Mi limito a citare, perchè inedita, una Canzone morale in disprezzo d'amore[233] che leggesi in un codice magliabechiano del secolo XV, nella quale agli esempi di Giove, Aristotele, Salomone ecc. si aggiunge quello di Virgilio:
«Lett'hai d'una donzella che ingannava
Virgilio collocato in una cesta,
E fuor della finestra
Attaccato lasciollo infino a giorno.»
In un poemetto inedito contro amore, pur di quell'epoca, leggiamo:
«E tu Virgilio parasti le botte
Che sanno dar le donne a' loro amanti.
Tu ti pensasti rimetter le dotte
Con colei che ti fea inganni tanti.
A casa sua tu andasti una notte
. . . . . . . . . . . . . .
Fatto lo 'mposto cenno, ella fu presta,
E pianamente aperse la finestra.
Con una fune una cesta legoe,
Per dimostrare di farti contento,
E fuor della finestra la mandoe
Dove tu eri e tu v'entrasti drento;
Tirotti a mezza via e poi t'appiccoe
A un arpion per tuo maggior tormento
E fino al giorno istesti appiccato,
Dal popolo e da lei fosti beffato.»[234]
Nicolò Malpiglio in una canzone per Nicolò d'Este[235] scriveva, parlando ad amore:
«El Mantuan poeta nel canestro
Pose quest'altra cui tu lusingasti
E non ti vergognasti
Dar di tanta virtù solazzo al volgo.»
Nel Contrasto delle donne di Antonio Pucci[236], fra i numerosi esempi favorevoli e contrari al bel sesso, si rammenta in due ottave quello di Virgilio:
«Diss'una che Virgilio avia 'n balìa:
— Vieni stasera, ed entra nella cesta
E collerotti a la camera mia. —
Ed ei v'entrò, ed ella molto presta
Il tirò su; quando fu a mezza via
Il canape attaccò, e quivi resta;
E la mattina quando apparve il giorno
Il pose in terra con suo grande scorno.
Risp. Virgilio avea costei tanto costretta
Per molti modi con sua vanitade
Ch'ella pensò di farli una beffetta
A ciò che correggiesse sua retade;
E fe' quel che tu dì non per vendetta
Ma per difender la sua castitade;
Ver'è che poi, con sua grande scienza,
Fece andar sopra lei aspra sentenza.»
In altra poesia assai più antica, forse del XIII sec., nei Proverbi sulla natura delle donne[237] lo stesso fatto è attribuito al filosofo Antipatro:
«D'Antipatol filosofo udisti una rasone
Con la putana en Roma ne fe derisone
Q'entr'un canestro l'apese ad un balcone
Ogni Roman vardavalo con el fose un briccone.»
Così pure l'arte italiana di quel tempo spesso tolse a soggetto questo fatto della leggenda. Una stampa d'ignoto autore, ma d'antica scuola italiana, rappresenta la beffa e la vendetta, colla seguente scritta che è desunta dalle due ottave del Pucci sopra riferite:
«Essendo la mattina chiaro il giorno
Il pose in terra con suo grande scorno;
Ver'è che poi, con sua gran sapienza
Contr'a costei mandò aspra sentenza.»[238]
Una pittura di Perin del Vaga rappresentante la scena della vendetta fu riprodotta da E. Vico in una incisione che porta la data di Roma 1542 e la scritta: «Virgilium eludens meritas dat foemina poenas»[239]. In un manoscritto dei Trionfi del Petrarca, esistente nella biblioteca Laurenziana, una miniatura che illustra il Trionfo d'Amore rappresenta quattro fra le più illustri vittime dell'alato Dio: Ercole che fila, Sansone tosato, Aristotele col basto e Virgilio nella cesta[240]. Esiste tuttora vivente sulla bocca del popolo un racconto simile a Sulmona, ma in esso la vittima è Ovidio, che veramente per le sue poesie e avventure galanti lo meritò più di Virgilio[241].
La seconda parte della novella trovasi in uno dei tanti libretti popolari italiani che si ristampano continuamente e si diffondono fra la plebe. Essa però non è riferita a Virgilio ma ad altro mago, Pietro Barliario (scambiato a torto da taluni con Pietro Abelardo)[242], il quale, come Virgilio, più d'un fatto prodigioso ereditò dall'antico mago Eliodoro:
«Adirato si parte indi comanda
A' demoni che tosto abbiano spento
Tutto il fuoco che fosse in ogni banda,
Fosse da loro estinto in un momento.
Onde per compir l'opera nefanda
La donna fè pigliar con gran tormento,
E in piazza fu portata di repente,
Nuda, parea che ardesse in fiamme ardente.
Correa il popol tutto in folta schiera
A provveder di fuoco le lor case.
Fra le piante di quella in tal maniera
Sorgea la fiamma, onde ciascun rimase.
E l'uno a l'altro darlo invano spera
Chè presto si smorzava; intanto sparse
La Dea ch'ha cento bocche un gran romore
E l'avviso n'andò al governatore.»
Questo racconto, nato, come abbiam veduto fuori d'Italia, non era il solo che ponesse il mago Virgilio in rapporto col sesso femminile. — Residui di alcune antiche idee del mondo greco-romano e orientale, e più ancora le usanze nazionali proprie dei barbari invasori, resero nel medio evo familiare e comune, anche nella parte più nobile dell'Europa, l'idea fondamentale e l'uso dei giudizi di Dio; secondo i quali la divinità era chiamata a far trionfare, per mezzo di un miracolo, il vero ed il giusto. Nello scredito in cui la donna era caduta, queste forme di giuramento[243] rimanevano sempre fra i mezzi coi quali era chiamata a giustificare la propria condotta. Se la fantasia dei gelosi assai feconda si mostrava nel trovare difficili generi di prove, più feconda era in ciò la fantasia dei novellatori, romanzieri e moralisti e di quanti da burla o sul serio perseguitassero il sesso femminile, i quali nello scopo di mostrare che non c'era prova o terribile giuramento che una donna non sapesse deludere, inventavano a provar ciò, aneddoti d'ogni sorta. In questo l'Europa avea il torto di trovarsi d'accordo coll'oriente, e quindi di accettare racconti beffardi e disonorevoli per la donna, quali di là, dove la sua condizione era ed è la più bassa possibile, provenivano.
Ad uno di questi, che fu assai in voga in oriente e in Europa, fu mescolato il nome di Virgilio, sempre assecondando l'idea inerente all'avventura della cesta, quella cioè della più grande sapienza umana insufficiente contro le astuzie femminili. Virgilio[244], secondo questo racconto, fece in Roma una figura di pietra colla bocca aperta; le persone chiamate a dar prova della loro castità o fedeltà coniugale ponevano la mano in quella bocca, e se mentivano eran sicure di lasciarvi dentro le dita. Una donna però che avea una relazione illecita, chiamata a giustificarsi con questa prova dal marito venuto in sospetto, trovò modo di renderla vana. Disse al suo amante che, preso abito e maniere di pazzo, si trovasse là dove il giuramento doveva aver luogo, e appena la vedesse arrivare, corresse a lei e folleggiando l'abbracciasse. Così fu; essa finse sdegnarsi di quell'atto, ma il marito e gli astanti, trattandosi di un povero pazzo, non ne fecero caso. Allora la donna giurò che mai in vita sua non avea sofferto abbracciamenti di altr'uomo che di suo marito e di quel pazzo che tutti aveano visto abbracciarla; e siccome era ciò la pura verità, la sua mano uscì intatta dalla terribile bocca. Virgilio, a cui nulla si celava, accortosi dell'inganno, dovette confessare che le donne la sapevano più lunga di lui.