SAGGIO DI RICERCHE
SULLA
SATIRA CONTRO IL VILLANO
Dr DOMENICO MERLINI
SAGGIO DI RICERCHE
SULLA
SATIRA CONTRO IL VILLANO
CON APPENDICE DI DOCUMENTI INEDITI
TORINO
ERMANNO LOESCHER
FIRENZE ROMA
Via Tornabuoni, 20 Via del Corso, 307
1894
Proprietà Letteraria
Torino — Vincenzo Bona, Tip. di S. M. e de' RR. Principi
ALLA CARA E VENERATA MEMORIA
DI
CARLO MERLINI
IL FIGLIO
CON AFFETTO RICONOSCENTE
AVVERTENZA
Lo studio che noi presentiamo al cortese Lettore vuol essere considerato come un semplice contributo e un modesto saggio sopra un argomento di tanta importanza, quale è quello da noi trattato; questo desideriamo di dichiarare esplicitamente, perchè non ci si incolpi di temerarietà, per aver voluto costringere in una piccola cornice una ricerca che presenta tanto interesse per la nostra storia letteraria. Sopratutto abbiamo cercato di affrontare la questione tanto intricata delle origini della Satira contro il Villano, e ci siamo sforzati di mettere in chiaro i non dubbi legami che esistono tra le ultime esplicazioni di questa Satira e il sorgere di una delle principali maschere della Commedia dell'Arte. Abbiamo inoltre cercato di curare colla massima diligenza, fin dove ci fu possibile, la riproduzione dei documenti inediti o rari che abbiamo riunito nell'Appendice.
Ringraziamo vivamente tutte le gentili persone che ci furono cortesi di comunicazioni e di consigli, e in particolar modo il prof. Rodolfo Renier, nostro amato maestro, al quale siamo lieti di attestare qui la nostra affettuosa riconoscenza, il prof. Vittorio Rossi, al quale dobbiamo la conoscenza di rari documenti, e S. E. il principe G. G. Trivulzio che volle concederci l'accesso alla sua preziosa biblioteca.
Rovato Bresciano, 1º marzo 1894.
CAPITOLO I. CAUSE CHE DETERMINARONO QUESTA SATIRA.
LA CONDIZIONE ECONOMICA DEI VILLANI NEL MEDIO EVO.
Uno dei tipi più caratteristici e più noti nella letteratura popolare medioevale è senza dubbio il «Villano», che incontriamo in una straordinaria quantità di componimenti satirici degni di essere studiati, se non per la loro poca importanza letteraria, almeno per la luce che possono portare alla conoscenza dei rapporti fra le diverse classi sociali nel medio evo. Soltanto la satira contro le malizie delle donne, colle quali i Villani hanno avuto molte volte comuni i capi d'accusa, e quella contro la corruzione del clero, possono paragonarsi in fecondità ed in violenza a quella assai copiosa di cui furono fatti bersaglio i poveri coltivatori del suolo. Oggetto del più profondo disprezzo da parte dei signori per i quali erano composte le poesie satiriche dei menestrelli, i villani furono colpiti con non meno feroci invettive dagli appartenenti alle altre classi sociali, e specialmente dalla plebe cittadina, per quell'antagonismo assai vivo che ha sempre diviso gli abitanti della campagna da quelli della città, e che nel medio-evo era inasprito da speciali ragioni economiche. Da quali cause fu originata questa satira feroce contro i villani? Ecco la questione più difficile a risolversi in questa nostra ricerca.
Lo Stoppato[1] aveva promesso di dedicare un capitolo speciale del suo lavoro annunciato sul Ruzzante allo studio del tipo del villano nella letteratura popolare durante il medio-evo; ma la morte immatura che l'ha rapito, non ha permesso ch'egli mandasse a termine il suo divisamento. Il Novati[2], illustrando una poesia medioevale satirica contro i villani «De natura rusticorum»[3], ha ricordato un buon numero di queste produzioni satiriche contro i villani del medio-evo, ed egli pure si è domandato: «Perchè i miti abitatori dei campi, quei coloni che il buon Virgilio chiamava pii, presso i quali la giustizia aveva soffermato il piede ancora un istante prima d'abbandonare la terra per sempre[4], essi la di cui semplicità ed innocenza sono esaltate a gara da tutti gli scrittori antichi, divengono per le generazioni del medio-evo i malvagi villani pieni di ogni malizia, degni di ogni vitupero contro i quali tutto è lecito, poichè per essi nulla esiste di sacro, di venerando? Perchè l'odio popolare giunge perfino a designarli complici, anzi autori del più atroce fra i misfatti, di aver crocifisso Gesù Cristo?[5] Perchè per tanti secoli non una voce si leva a difenderli? La questione è assai ardua, nè si comprende facilmente la cagione di un odio così tenace, che si effuse in tante poesie burlesche, in tanti proverbi e motti, in tante satiriche novelle, contro questa umile classe, la quale considerata pari agli animali domestici e venduta e rivenduta colla terra che coltivava, ebbe a soffrire più che le altre tutte nell'età media: per la quale le stesse libertà comunali furono vano nome».
Rintracciare le cause principali che possono aver generato e favorito questa satira contro il villano, e tentare di fissare e di ricostruire la figura di questo tipo curioso, seguendone le vicende nei numerosi componimenti satirici in cui lo troviamo tratteggiato, ecco quanto noi ci proponiamo di fare in questo nostro studio. Ed anzitutto osserveremo come sia necessario distinguere due correnti opposte in questa satira contro il villano, che si manifestano ben presto, e forse contemporaneamente, e che molte volte più che uno sdoppiamento della medesima figura, ci farebbero supporre l'esistenza di due tipi ben distinti del villano; ma esse invece, come vedremo, corrispondono evidentemente a due fonti diverse di produzioni che hanno per oggetto il medesimo tipo. Da una parte abbiamo la corrente, che chiameremo negativa, a cui appartengono tutti i componimenti satirici nei quali è riflesso il disprezzo del mondo aristocratico e della plebe cittadina verso il villano nel medio-evo; dall'altra la corrente opposta, e che chiameremo positiva, nella quale la fantasia popolare si impadronisce di questo tipo caratteristico di «vinto della società» per crearne il rappresentante degli oppressi, che, valendosi dell'astuzia riconosciutagli dai suoi schernitori, riesce con quest'arma vincitore dei suoi potenti e brutali avversari. Questa inversione della satira contro il villano si è compiuta quasi insensibilmente nella coscienza medioevale; perchè, come vedremo, le qualità positive per le quali grandeggia nella fantasia popolare fino a confondersi con leggendari personaggi creati come lui dal sentimento di rivolta degli oppressi contro gli oppressori, non sono che la conseguenza naturale della esagerazione delle cattive qualità attribuitegli dalla satira negativa. Queste due correnti ci rappresentano da una parte il villano vittima delle burle più grossolane e dotato di tutti i vizi che la più bizzarra fantasia ha potuto immaginare, tra cui primeggia una volpina astuzia contro cui è impossibile lottare; dall'altra invece, nel concetto stesso dei suoi detrattori, riesce, appunto colla sua malizia, ad ottenere vittoria sugli avversari che gli sono attribuiti nella tradizione popolare. Ma avremo occasione di ritornare più a lungo su questa inversione della satira, studiando la figura del villano nella novella, in cui appaiono ben distinte queste due correnti satiriche di cui abbiamo ora parlato.
Per ora ci fermeremo alla satira negativa, e cercheremo di rintracciare le cause principali che la possono aver generata.
Il Wright[6], parlando delle cause inesplicabili che possono aver dato origine alla straordinaria quantità di invettive che nel medio-evo dai trouvères furono scagliate contro i villani, in molte delle quali troviamo manifestato dell'odio brutale, ha espresso l'opinione che queste poesie satiriche contro di essi siano state prodotte dalla cura costante dei menestrelli di guadagnarsi la benevolenza dei signori da cui erano mantenuti, e ai quali erano indirizzate queste poesie che ne riflettevano ed adulavano il disprezzo per i servi. Questa ipotesi del Wright, che ci pare più accettabile di quella messa innanzi da altri[7], che cioè la satira contro i villani originasse dalla paura che si aveva nel medio-evo che questa moltitudine di oppressi non rialzasse un giorno minacciosamente la testa, è confermata da molte poesie dei «jongleurs» tra le quali basterà che ricordiamo il poemetto di Matazone da Calignano[8], di cui avremo occasione di parlare, nel quale appare evidente l'intento del rozzo cantore di rendersi favorevoli i signori, attribuendo loro un'origine ben diversa da quella vilissima attribuita ai villani, coi quali è lieto di non aver più legami.
Ma per quanto giusta, questa ipotesi del Wright vale solo a spiegare una parte molto limitata dei componimenti satirici contro i villani, quella cioè che riflette il disprezzo dei signori verso i servi lavoratori del suolo; vedremo come il disprezzo verso i rustici non fosse men vivo da parte dei «chierici» e in generale di tutta la classe colta nel medio-evo[9]. E questo, oltrechè per quella speciale tendenza satirica di quell'età da cui ci son pervenuti tanti bizzarri componimenti, trova una spiegazione anche nel perdurare, in epoche relativamente recenti, della dottrina aristotelica che sanzionava la differenza sociale tra servo e padrone, come una conseguenza razionale di un diverso grado d'intelligenza. Nella letteratura italiana troviamo, a differenza delle altre nazioni, ben poche poesie satiriche contro i villani originate da questo sentimento aristocratico di disprezzo verso una classe infima; perchè invece la maggior parte dei componimenti satirici contro i villani appartiene alla letteratura prettamente popolare, e fu dettata dall'antagonismo assai vivo nel medio-evo tra gli artigiani della città e gli abitanti della campagna. Il Novati osserva giustamente che «una spiegazione probabile di questa satira può trovarsi nel fatto che insieme ad una ignoranza, ad una semplicità che porgevano pronta e facile occasione di riso, la plebe cittadina rinveniva nel villano che s'inurbava una astuzia ed una sagacità grossolana, è vero, ma non sospettata; talchè spesso chi pensava poterlo con impune facilità gabbare e schernire, allo stringer dei conti vedevasi contro ogni sua credenza gabbato e schernito»[10].
Questo antagonismo assai vivo che troviamo espresso in una quantità straordinaria di poesie popolari, di novelle, di proverbi, deve però essere stato originato ed inasprito da cause speciali economiche; perchè in più d'una di queste composizioni satiriche popolari contro i villani nel medio evo, troviamo frequenti accenni a questa lotta economica tra la popolazione cittadina e quella rurale. Una delle cause principali che hanno dato origine a questo antagonismo tanto vivo, deve ricercarsi, molto probabilmente, nella continua e numerosa immigrazione delle popolazioni del contado verso la città; immigrazione che ha cominciato subito dopo l'abolizione della servitù della gleba e ha continuato, si può dire, fino ai giorni nostri. La satira contro il villano che godette tanto favore specialmente nella drammatica popolare del secolo decimosesto, fu originata da cause economiche non molto dissimili da quelle che hanno creato più tardi nella Commedia dell'arte la maschera degli Zanni bergamaschi, coi quali andò a poco a poco confondendosi il tipo del Villano. E infatti tanto questo quanto quelli rappresentano, molto probabilmente, l'odio della plebe cittadina verso il campagnuolo che si inurba portando colla sua robusta opera un pericoloso concorrente all'occupazione degli artigiani della città, che si vendicano dell'intruso collo scherno di cui lo fanno bersaglio; come più tardi la plebe delle città marittime vide certamente con animo trepidante la calata in città di numerosi montanari, quasi tutti bergamaschi, che, stabilendovisi in vaste e potenti corporazioni, finivano col monopolizzare in proprio favore, per così dire, il lavoro manuale dei porti. Abbiamo detto che questa invasione dei villani nella città ha cominciato appena dopo l'abolizione della servitù della gleba, e non sarà perciò inopportuno che diciamo alcune parole intorno alle condizioni economiche dei villani nel medio-evo. Purtroppo assai poco sappiamo su questo argomento, specialmente per la pluralità di nomi con cui viene distinta la classe rurale nel medio-evo, e per la mancanza di un lavoro speciale, come quelli che si hanno in Francia e in Germania, che illustri le condizioni delle nostre classi rurali di quei secoli. «È una lacuna grave assai nella storia italiana, dice il Cipolla, sicchè noi siamo costretti a ricorrere ai lavori stranieri, che riproducono condizioni di cose simili, ma non sempre identiche alle nostre. Dobbiamo augurarci che da un lavoro d'insieme ci siano sciolti i molti enimmi, che si celano sotto i nomi indicanti le varie classi sociali dei lavoratori, o che si nascondono sotto i documenti, non sempre chiari, di livello, di enfiteusi, di precaria, ecc...[11]». I comuni italiani, osserva il Poggi, appena resisi indipendenti dalla giurisdizione comitale, si diedero tosto all'opera per abbattere le forze ostili della nobiltà feudale da cui erano minacciosamente circondati, e la lotta si iniziò nel campo economico tra le industrie nascenti e la proprietà fondiaria. Iniziatasi la lotta su questo terreno, i signori rurali credettero di uscirne facilmente vincitori impedendo ai propri vassalli di portare a vendere nelle città le derrate di cui esse abbisognavano; ma le città si approvigionarono per mezzo delle comunicazioni fluviali e marittime, e ciò valse anzi a dare un notevole impulso al loro commercio. Visto riuscir vano il loro tentativo, i conti rurali incominciarono a imporre tasse e balzelli sulle merci che transitavano per il contado, e anche ad impadronirsene depredando i mercanti; allora le città vennero a guerra aperta coi conti rurali e ne abbatterono la potenza[12]. Già prima che si iniziasse questa lotta, erano frequenti le fughe dei servi della gleba, dalla campagna nella città, per sottrarsi ai soprusi dei feudatari. «Beato chi poteva toccare il suolo di una terra franca, senza che il padrone ne conoscesse il ricovero. Dopo un anno ed un dì alzava al seguito del gonfalone di una arte un capo libero e cittadino, e guardava in faccia senza tremare il suo antico tiranno»[13]. Quando poi nella seconda metà del secolo decimoterzo i comuni, dopo di aver abbattuta la potenza feudale, abolirono il servaggio della gleba, allora si manifestò un vero esodo dalla campagna dei villani, che abbandonavano i loro tuguri e i campi da loro coltivati per correre nelle città a godervi i beneficî delle libertà municipali; ma allora incominciarono pure i provvedimenti da parte dei cittadini per impedire questa pericolosa invasione dei contadini che si inurbavano. Particolarmente celebrato dagli storici è il bando con cui la Repubblica fiorentina il 6 agosto dell'anno 1289 abolì la servitù della gleba, e vietò di vendere i coltivatori coi terreni, annullando nello stesso tempo tutte le prestazioni, angarie e servizi personali dovuti al padrone; ma basta scorrere gli Statuti fiorentini[14] per accorgersi che la libertà accordata alle popolazioni rurali fu più in apparenza che in realtà e che, colla abolizione della servitù personale, la Repubblica aveva unicamente di mira di liberare l'agricoltura dai vincoli signorili, perchè i prodotti di essa potessero venire senza molestia nella città, e di abbattere completamente la potenza feudale. E infatti subito dopo l'abolizione della servitù della gleba troviamo negli statuti stabilite delle misure molto restrittive alla libertà dei villani per immobilizzarli sul terreno e impedire il loro inurbarsi, e per favorire nello stesso tempo la classe mercantile e l'interesse delle industrie urbane. E infatti «fu ordinato che le famiglie dei lavoratori non potessero locar l'opera loro a giornata, ma dovessero ricercare la coltura d'altri fondi; e per timore che partissero dai poderi all'insaputa dei proprietari, gli obbligarono a riportare da essi il consenso alla disdetta..... il che se non rendeva inutile il benefizio della conseguita libertà, lo attenuava d'assai, rilasciando all'arbitrio dei proprietari di rifiutare il consenso alla partenza dai poderi..... Questi ordini rendono evidente che le catene servili, più che per sentimento di carità, furono abolite per favorire l'interesse della casta mercantile»[15]. Negli stessi statuti troviamo inoltre non equiparati i diritti degli abitanti della città e di quelli della campagna; era infatti comminato il doppio della pena al contadino che offendesse un cittadino, ed era all'offeso lasciata facoltà di trarne vendetta[16].
Noi ci siamo fermati a parlare della nuova condizione fatta ai villani nella Repubblica fiorentina, perchè qui più che altrove ci è dato di scorgere la preoccupazione dei cittadini di mantenere l'agricoltura in una costante inferiorità di fronte alle industrie, appunto perchè in Firenze erano queste assai sviluppate. Anche la nuova forma di contratto agricolo iniziatosi dopo l'abolizione della servitù della gleba, cioè la mezzadria, concorse assai, coll'indebitare il colono, ad immobilizzarlo sul terreno che coltivava, spingendolo a ricorrere, per vivere, a quelle rapine che vedremo, con tanto monotona frequenza, ricordate nei componimenti satirici contro il villano. Ma quello che certamente ha inasprito questo antagonismo che si andava manifestando tra la città e il contado, fu l'obbligo imposto ai contadini dagli Statuti della coltivazione dei gelsi e dell'allevamento di una data quantità di bestiame, proibendone nello stesso tempo l'esportazione[17], perchè non mancasse la materia prima all'industria della seta e a quella della lana; ed erano comminate gravi pene ai trasgressori, e si fissava il prezzo a cui questi prodotti dovevano essere venduti. Ora siccome il prezzo fissato era quasi sempre tale da non rimunerare le fatiche dei coltivatori, questi molte volte guastavano i gelsi e trascuravano l'allevamento del bestiame, perchè venisse a mancare agli artigiani della città la materia prima necessaria per le industrie suddette. E questa condizione poco felice delle classi rurali, anzichè migliorare sotto il governo Mediceo, andò sempre più peggiorando, perchè i Medici ebbero di mira l'accrescimento delle industrie cittadine, ed aumentarono i vincoli gravosi con cui la repubblica aveva inceppato l'agricoltura, e reso malagevole il commercio dei prodotti della campagna. Da qui, secondo noi, originò quel fiero odio tra gli artigiani delle città ed i contadini che troveremo chiaramente espresso in molte poesie popolari, e, particolarmente, in quei contrasti[18] caratteristici che godettero tanto favore tra il popolo, e che continuano anche ai giorni nostri ad essere ristampati, quantunque abbiano perduto gran parte del loro significato. Malgrado la forma rozza di questi contrasti che indica la loro origine prettamente popolare, essi sono importanti come una conferma di questo antagonismo a cui abbiamo accennato, ed una spiegazione delle cause che hanno dato così grande incremento alla satira contro il villano. Basterà che ricordiamo le: Astutie de' Villani sententiose, e belle, Composte per Lorenzo Piccinini che si leggono in una Miscellanea marciana[19] e che risalgono, molto probabilmente, alla prima metà del secolo decimosesto; per la rarità e la brevità di questo contrasto, crediamo utile di riprodurlo, anche perchè la risposta che i contadini fanno alle accuse degli artigiani, rientra nel numero di quei «Lamenti dei Villani» di cui avremo spesso occasione di parlare. Prima sono gli artigiani che si lamentano delle male arti che adoprano i villani quando vengono in città a vendere le frutta:
Artigiani, hor che faremo,
Poi che ogn'un ci ha posto il freno
E non sono i Cittadini,
Ma son peggio i Contadini,
Se da lor nulla compriamo?
Dio ci scampi dal mal Villano.
Contadini fuora in contado
Che de' buoni si trovan rado,
Quando vendono lor mercantia,
O per piazza, o per la via,
Han la bocca com'i cani;
Dio ci scampi da i mal Villani.
Se ci vendono un caciuolo,
Oh ch'affanno, pena e duolo!
Non più presto in piazza gionto,
L'ha pesato, e fatto il conto;
E ci giuran per certano,
Dio ci scampi dal mal Villano.
Nosce, pesche, fichi et mele,
E susine, nespole e pere,
Se da lor [gli] vogliam comprare
Non lo lasciano con man toccare,
E ti dicono: là fè pian piano;
Dio ci scampi dal mal Villano.
Quando vengono alla cittade,
Con le bestie, come accade
Che si abbattono in Luca, o in Viagio
Stà fuorte, ci harian sto sagio
Guarda, guarda, o paesano;
Dio ci scampi dal mal Villano.
Vedi se sono di mala razza!
Quando portan legno in piazza,
Se ne stanno con l'arco teso,
Si ben l'asino porta il peso,
Quando à freddo per monte, per piano,
Dio ci scampi dal mal Villano.
Hor finiam noi questa guerra;
Contadini da zappar la terra,
Buon bocconi non haveranno,
Perchè mangiar non sanno;
Agli, cipolle, fave, lupini e poco grano,
Dio ci scampi dal mal Villano.
«Quanto vuoi di questa legna?»
Non ti ascolta, et se ne insegna
Muta un passo et dice: «arri là.»
«Val un Giulio, stà fuorte qua»
E ti mira da lontano,
Dio ci scampi dal mal Villano.
Quando questi vanno ad opra
Una malitia vo' che si scopra;
Quando che hanno piena la trippa
Piglia la vanga, non si ficca.
E ti mandano il dì pian piano,
Dio ci scampi dal mal Villano.
L'anno al tempo della State
Mille astutie han ritrovate,
Fanno il giorno conclusione,
E a dispetto del padrone
A sue spese il pan facciano.
Dio ci scampi dal mal Villano.
Vanno al tempo del vendemmiare
L'uno e l'altro a consigliare:
«Che faremo Antonio et Matteo?
Sta in cervello, et non ci far Meo,
Vo' che insiem ci accordiano».
Dio ci scampi dal mal Villano.
Ha voluto il vino Agosto
Caro vender l'uva et il mosto
Siam venuti al nostro gioco
Dieci lire la soma è poco,
Vo' che a venti la diciano.
Dio ci scampi dal mal Villano.
Dove è il loco deputato
Se ne van loro al mercato,
Et in man tengono un mellone,
E li fanno lor riputatione,
Ne ci pia un quattrin da fano,
Dio ci scampi dal mal Villano.
O si havessino costoro
Grano, vino, argento et oro
Come i nostri Cittadini
Non vorriano i nostri quattrini
Per comprare del lor grano:
Dio ci scampi dal mal Villano.
Ma l'intendono i ciricochi
Nè son matti, nè dapochi;
Li ci fanno stare al segno,
E 'l Villan ch'ha poco ingegno,
Si ben pare l'artigiano.
Dio ci scampi dal mal Villano.
Risposta de' Contadini [fol. 3 r.]
Noi siamo poveri Contadini,
Abitiamo fuora in confini,
Stavamo fuora a zappare,
Si ci dovessimo biasimare,
E veniamo per riparo,
E per questo noi vendiamo caro.
Ascoltate la ragione,
Ci havereste compassione,
Da che viene che siamo maltrattati.
Siamo da tutti discacciati,
Verso di noi si dimostra avaro,
E per questo vendiamo caro.
Si volemo torre il podere,
Ascolta, questo si è il dovere:
Le galline, et li capponi
Vogliono li Cittadini di ragione,
Di pollastri più d'un paro,
E per questo noi vendiamo caro.
E però loro si fanno tanti atti
Mille intrichi et mille fatti;
Chi non prova non lo sane,
E ci voglionvi le securtane,
E lo scritto del Notaro.
E per questo noi vendiamo caro.
L'anno al tempo delli frutti,
Li patroni li voglion tutti
Si son fichi, over poponi
Tutti li voglion che sian buoni,
E ci fanno il patto chiaro;
E per questo noi vendiamo caro.
L'anno al tempo della sementa,
Il contadino sempre mai stenta,
Voi sapete che è per usanza,
Se ci danno il grano in prestanza,
Si rincarca per l'ordinaro.
E per questo noi vendiamo caro.
Han costoro per natura,
Sempre far trista misura,
Hanno pigliato certa maniera
Quando adoprando la rasiera,
Ci vorrian votar lo staro;
E per questo noi vendiamo caro.
Se provasser come noi
Tutto il giorno arar con buoi,
E stentare tutto l'anno,
E sudare con affanno,
E lor dormir sopra al solaro!
E per questo noi vendiamo caro[20].
L'anno al tempo della state,
Dal patron siamo aspettati
In su l'aia più d'una volta:
E' ci toglion tutta la ricolta
E ci votano il granaro,
E per questo noi vendiamo caro.
Se vendiamo una cipolla,
Tutti in piazza ci fan la folla
E ci vogliono metter la mano.
E ci bravan da can villano
O pensate che duolo amaro!
E per questo noi vendiamo caro.
. . . . . . . . . . . . . . .
L'anno al tempo de' meloni
O cocomeri, et citriuoli
Ci vorriano il sacco pieno,
Ogni cosa per un quattrino,
E la fune, con il somaro,
E per questo noi vendiamo caro.
E se noi gimo a zappare
L'anno ad opra, e a svangare,
Ci danno a ber dell'acquarello,
Mal trattato il poverello
Con un fiero e puzzo amaro,
E per questo noi vendiamo caro.
. . . . . . . . . . . . . . .
Contadini hor che faremo
Poi che ognun ci ha posto il freno
Cittadini et artigiani,
Che ci trattan come cani,
E ci fanno poi meschini,
E dicon: «dagli, dagli a' Contadini!»
Abbiamo detto che questi contrasti, che riflettono l'eterna lotta tra il capitale e la mano d'opera[21] nelle relazioni tra il padrone ed il colono, continuano a vivere tra il popolo e vengono per lui stampati nella letteratura popolare. Così nel «Contrasto fra un Fiorentino ed un Contadino»[22] continuiamo a vedere espresso chiaramente l'odio del cittadino contro i villani che s'inurbano:
. . . . . . . . . . . . . . . .
— Villan f..., contadino, bada,
Se avrò d'accordo gli altri fiorentini,
Mi metterò alla porta con la spada,
E proibirò l'ingresso ai contadini.
Segno che voglia e vada come vada,
Sian di piano, di monti o di appennini,
Sian di collina, della costa o valle,
Gli destino i suoi campi, prati e stalle.
— Quando avrem pien barili, sacchi e balle
D'ogni raccolta che tanto a noi preme,
E quelle pesche colorite, gialle,
D'ogni genere frutta ed ogni seme,
Quei prosciutti, salami e quelle spalle,
Tra noi villani mangeremo insieme
Tacchi, piccioni, galletti e pollastre,
E te in Firenze mangerai le lastre[23].
Malgrado la forma moderna a cui i cantastorie hanno avvicinato questi contrasti, non è difficile scorgervi un raffazzonamento di quelle poesie satiriche popolari contro i villani che abbiamo vedute originate dalle cause economiche che avevano inasprito, dopo l'abolizione della servitù della gleba, l'attrito tra la popolazione cittadina e quella della campagna. Accenni manifesti a questo conflitto d'interessi avremo spesso occasione di incontrare nella drammatica popolare senese dei Rozzi e nelle novelle «cittadine»; ma per ora ci basta di aver brevemente accennato alle cause che possono aver generato questo antagonismo, nel quale noi persistiamo a vedere l'origine principale della satira contro il villano nella letteratura popolare. Si è da alcuni tentato di dimostrare che si potrebbe trovare una causa di questa copiosa satira contro i villani, nella loro condizione florida che avrebbe spesso trasmodato in un orgoglio insolente e in un lusso non proporzionato al loro stato[24]. In quanto al lusso nel vestire da parte dei villani nel medio-evo, non è raro di trovare, specialmente in Francia[25], degli accenni a questa tendenza, e in Germania troviamo persino delle leggi suntuarie contro di essi; ma probabilmente ciò si deve all'esteso significato che la parola «villano»[26] aveva nel medio-evo, e d'altra parte abbiamo troppe testimonianze della triste condizione delle classi rurali in quell'epoca, per poter credere avveratosi uno stato tanto anormale di cose. Alle affermazioni di coloro che decantano il medio evo come l'epoca più felice per i lavoratori del suolo, noi potremmo opporre un numero grandissimo di documenti di quell'epoca, se non temessimo di uscire dal campo prefissoci in questo studio[27]. Abbiamo più addietro accennato alla condizione degli abitanti della campagna sotto la repubblica fiorentina, perchè ivi più specialmente si potevano rilevare, per lo sviluppo straordinario che erasi dato alle industrie della lana e della seta, le cause particolari che possono aver originato un conflitto d'interessi fra la popolazione della campagna e quella della città; e abbiamo detto anche come questa condizione poco florida abbia sempre più peggiorato sotto il governo Mediceo, il quale ebbe cura di conservare premurosamente tutte le misure prese dal governo popolare della repubblica per impedire l'inurbarsi dei contadini. Ma non solamente la condizione della classe rurale fiorentina era ben poco florida, ma anche quella dei contadini di tutte le altre parti d'Italia. Le frequenti guerre che le città intraprendevano per aumentare il proprio territorio o per combattere il minaccioso crescere di una potente vicina, avevano per risultato di guastare e di impedire la coltivazione dei campi[28], ed i poveri contadini, spingendo dolenti il bestiame verso la città per sottrarsi all'onda devastatrice degli invasori, cadevano spesso nelle mani dei nemici che li mandavano a morte[29]; e quando la città, stremata dall'assedio, non aveva più vettovaglie per nutrirsi, scacciava i contadini, rifugiatisi entro le mura al principiare delle ostilità, come bocche inutili[30], ed essi, uscendo dalla città, andavano soggetti alle rappresaglie degli assedianti[31]. Di una ben triste eloquenza sono poi i lamenti dei villani che incontriamo assai spesso nella poesia popolare del secolo decimoquinto e del decimosesto[32], che sono detti «cose ridiculose et bellissime»; persino nelle poesie satiriche contro i villani, molte volte lo scherno muore sulle labbra degli anonimi ed oscuri rimatori, che si sentono trascinati a compiangere la miseria dei poveri contadini, trattati peggio delle bestie dalla gente d'armi. Così nell'Alphabeto delli Villani[33] del secolo decimosesto, i contadini lamentano con triste rassegnazione la loro infelice condizione:
Martori sem con duogia e con gran pianto
. . . . . . . . . . . . . .
Non so come a possom me sofrir tanto
Nassem tutti a sto mondo per stentare
L'è sì desgratià sta nostra ragia
Che d'ogni banda se sentom pelare.
. . . . . . . . . . . . . .
Sarem sempre de quigi che è al fondo
Martori semo e martori sarom.
A sem pruoprio la schiuma de sto mondo.
Anche in una Raccolta di poesie popolari milanesi della Biblioteca Ambrosiana[34] troviamo dei lamenti di contadini per le sevizie dei soldati verso gli oppressi; ricorderemo la: «Lamentatione | che fanno | Beltram da Gasian | Et Bausion da Gorgonzola | sopra li presenti tempi calamitosi et Racconta | no le Allegrezze, che si fanno in Milano per la | felice nascita del presente Principe di | Spagna che Dio mantenga» (nº 4 della Raccolta; dopo il titolo vi è una rozza silografia rappresentante un villano che vaglia, poi: In Milano, 1630). I due villani narrano gli orrori della guerra e i maltrattamenti che loro usano i soldati.
Bausion. Se costor fussen pagan
No poraven fa de pesij.
Baltram. Quant tosan àn pers l'onor
Per i man desti soldà.
Allegrezza | fatta da Beltramo da Gagiano | Sopra la Bondanza... Cosa piacevole et da ridere in lingua rustica. Milano, Malatesta, senza data; poi una silografia rappresentante due villani che ballano (n. 7 nella Raccolta).
A nun alter pover vilan
A la nog po' a i ne dan
Sciavatà su per ol cò...
Il Lamento | del | Contadino | sopra diverse Arti. | Molto ridiculoso et piacevole, novamente posto in luce; poi una silografia rappresentante un villano che guarda le pecore. In Milano per Pandolfo Malatesta: da una nota manoscritta è creduto dell'anno 1625 (n. 8 della Raccolta). Questo Lamento appartiene a quel ciclo caratteristico di poesie popolari, di cui avremo più oltre occasione di parlare, che contengono una specie di rivista satirica delle varie classi sociali e delle varie professioni. Qui il Villano, dopo di aver fatta l'enumerazione dei difetti della classe dei contadini, lamenta lo stato compassionevole in cui i soldati li hanno ridotti:
«Guardè un po' che compassion
«Quant em ven sta gent a cà,
«Chai me fan sò di tremà
«Fin intro i pè della lechiera
. . . . . . . . . . . . .
«Fam roba tutt'ol beschiam
«E se vo' po' a lamentam,
«Tas ignò vilan poltron!»[35]
Questi accenni alla misera condizione dei villani in queste poesie popolari di un'epoca relativamente recente, dimostrano che la loro sorte, poco invidiabile durante il medio evo, ha continuato a mantenersi tale anche nei secoli successivi, e, purtroppo, anche ai giorni nostri, e che ben poco fondamento ha l'ipotesi, a cui abbiamo più addietro accennato, che vorrebbe originata la satira contro il villano dal suo prospero stato. Nè molto più felici dovettero essere le condizioni dei villani nella Francia e nella Germania durante il medio-evo, e ce lo prova il numero grandissimo di strazianti lamenti, in parte serî e in parte satirici, nei quali ci fu conservato un ben triste quadro della miseria delle classi rurali in quell'epoca. Basterà che ricordiamo per la Francia il disperato lamento del contadino, di cui si fa eco Alain Chartier nel Quadrilogue[36], dove il terzo stato fa una straziante descrizione delle proprie afflizioni, ed accusa il clero e la nobiltà di aver rovinata ed immiserita la patria. Al medesimo autore è attribuita pure quella Complainte du pauvre commun et de pauvres laboureurs de France[37] che troviamo tanto spesso ricordata, e che è una non meno eloquente pittura del misero stato delle classi rurali in Francia nel secolo decimoquinto. Una fosca luce poi gettano sul medio-evo le frequenti e terribili rivolte dei villani[38], che, spinti dalla disperazione, rialzano ferocemente il volto macilento e si slanciano con furore selvaggio sui loro oppressori, vendicando in un sol giorno i soprusi sofferti in una lunga sequela d'anni; in Francia esse furono assai più sanguinose che altrove, perchè la reazione suole essere tanto più feroce, quanto più grande è stata l'oppressione. Ricorderemo tra tutte quella che ha superato le altre per violenza e per estensione, la famosa «Jacquerie» del secolo decimoquarto, così detta dal nome di Jacques Bonhomme con cui per disprezzo era chiamato in Francia il villano dalla gente d'armi. Ma anche questa, come tutte le altre sollevazioni dei villani, fu soffocata tosto nel sangue dei ribelli, e di essa non rimase che il noto lamento:
Cessez, cessez, gens d'armes et piétons
De piller et de manger le bonhomme
Qui de longtemps Jacques Bonhomme
Se nomme[39].
Per la Germania le condizioni delle popolazioni rurali durante il medio evo furono estesamente illustrate da una bella raccolta di poesie popolari tedesche, pubblicata recentemente dal Bolte[40], tra le quali particolarmente interessanti sono i lamenti dei villani e i loro contrasti coi soldati; da una copiosa bibliografia di canti che egli ha fatto seguire alla sua raccolta, appare evidentemente quanto il tipo del villano abbia fornito anche alla poesia popolare tedesca continua materia di riso e di commiserazione.
CAPITOLO II. POESIE SATIRICHE CONTRO IL VILLANO.
Abbiamo visto come il Wright spieghi la copiosa satira contro i villani che ci fu tramandata dalle poesie dei trouvères, come un'adulazione allo sprezzo del signore verso il lavoratore del suolo; e abbiamo detto pure come questa opinione del Wright sia confermata dall'evidente adulazione da cui è dettata la nota poesia satirica contro i villani di Matazone da Calignano:
A voy, signor e cavaler
Si lo conto volonter
così incomincia la sua «ragione» l'oscuro cantore popolare, che spinge l'adulazione fino ad attribuire ai signori un'origine molto diversa da quella vilissima che egli afferma esser toccata al villano:
La zoxo, in uno hostero
Si era uno somero:
De dre si fe un sono
Si grande come un tono.
Da quel malvasio vento
Nasce el vilan puzolento[41].
mentre il cavaliere è sorto dal connubio del giglio colla rosa, e appena nato ebbe in dono il villano di cui può fare ciò che più gli talenta. Perciò, dice il Matazone, ricordando la sua origine avvilente, il villano non deve lamentarsi di essere trattato duramente:
El vilan di mala fede
Queste parole no crede,
Ma e' voyo che sapia
Ch'eie son tute verità.
Che nesun asino che sia
May no va solo per via
Che un vilan o doi
No ge vada da poi,
E valo confortando
E seco rasonando
Però che son parente
E nati d'una zente[42].
E il poemetto termina con un'enumerazione delle prestazioni e dei lavori che in ogni mese dell'anno il signore può pretendere dal villano, e che, come osserva il Meyer, malgrado l'evidente esagerazione, può confermare la misera condizione in quel tempo dei villani dell'Italia settentrionale. Questo profondo disprezzo della nobiltà per i villani era condiviso cordialmente dal clero, e, in generale, da tutta la classe colta, e numerose poesie satiriche ci provano come lo scherno del clero contro i villani raggiungesse molte volte il più alto grado della violenza, e non fosse per nulla inferiore a quello da cui vedremo ispirate molte produzioni popolari della plebe cittadina. Uno dei componimenti più caratteristici che la satira contro il villano abbia prodotto in Francia nel secolo decimoterzo è certamente il poemetto intitolato Des vingtrois manières de vilains[43] e sul quale non sarà inutile che spendiamo alcune parole. L'anonimo autore di questa rara operetta, passa prima in rassegna umoristicamente il carattere ed i vizi della classe dei villani del suo tempo, e trova che si potrebbero dividere in ventitre categorie, di ciascuna delle quali espone il lato caratteristico; così, per esempio, il villano Porchins, il Kienins e l'Asnins, sono quelli che hanno le qualità proprie degli animali nominati; il Ferrè è quello che ha quattro file di chiodi sotto le scarpe; il Cropére è quello che rimane a casa, invece di andare a lavorare il campo, per rubare i conigli al padrone; il Moussous è quello che odia la società, il Babuin è quello che si ferma ad ammirare i monumenti della città e non s'accorge del ladro che gli ruba la borsa. «Li Vilains Purs si est cil ki onkes ne mist francisse en son cuer dés lors k'i vint des fons».
Poi segue una parodia delle Litanie[44] in cui si invoca da Dio ogni sorta di maledizioni e di infermità[45] perchè sia punita la malvagità dei villani; che l'autore appartenga al clero, appare evidentemente dai versi seguenti:
A tous chiax qui héent clergie
Soit la male honte forgie!
Por chou ke li cler me soustiennent
Et me joiestent et me retienent
Por chou hé-je tous le vilains
Qui héent clers et capelains.
Seguono poi le Litanie, di cui ricorderemo il principio:
Kyrieleyson, biaux sire Diex,
Envoiés-lor hontes et diex.
Christeleyson, biax sire cris
Metés-les hors de vos ecris.
Christe-audi-nos, oés nos
Qu'il aient brisié les genous!
Tu pie Pater de celis