ALLE PORTE D'ITALIA.


EDMONDO DE AMICIS


ALLE

PORTE D'ITALIA


3.ª Impressione
della nuova edizione del 1888 riveduta dall'Autore,
con l'aggiunta di due capitoli.

MILANO
FRATELLI TREVES, EDITORI
1888.

Questa nuova edizione annulla le precedenti; l'autore avendola riveduta completamente, ed aggiuntovi due capitoli:
I difensori delle Alpi e La scuola di cavalleria.


PROPRIETÀ LETTERARIA

Riservati i diritti di traduzione.

Tip. Fratelli Treves.



[INDICE]


ALLA CITTÀ DI PINEROLO
IN SEGNO DI AFFETTO E DI REVERENZA
OFFRO QUESTE PAGINE
ISPIRATE DALLA BELLEZZA DEI SUOI MONTI
E DALLA NOBILTÀ DELLE SUE MEMORIE.


ALLE PORTE D'ITALIA


PINEROLO SOTTO LUIGI XIV

Al Signor Carlo Toggia, a Torino.

Pinerolo, 22 luglio 1675.

Ti ringrazio della bella lettera, la quale, dopo tanti mesi di silenzio, m'è stata cagione di vivissimo piacere. Ti porgerà questa mia il signor Pietro Osasco, procuratore di S. A. R. il duca di Savoia; il solo pinerolese al quale io possa confidare una lettera pericolosa con la speranza che i vostri riveriti padroni non gli ficchino le mani nelle tasche. Grazie delle affettuose domande intorno alla famiglia. I fratelli, le sorelle, tutti son sani come pesche. Io pure, grazie a quest'aria purissima che vien dai monti, e nonostante le molte noie della mia professione, se non schiatto dalla salute, almeno posso dire che i medici non hanno mai visto il colore del mio letto. Se anche non mi tenessero qua i miei affari, ci starei forse egualmente, perchè ci ho messo le radici, e mi pare che non potrei più trapiantarmi senza pericolo. La città mi piace infinitamente. Vista dall'alto, posta com'è all'imboccatura di due bellissime valli, ai piedi delle Alpi Cozie, davanti a una pianura vastissima, seminata di centinaia di villaggi, che paiono isole bianche in un mare verde e immobile, è la città più bella del Piemonte. Il mio povero padre soleva dire che qui, per imparar la storia di Casa Savoia, basta leggerla una volta sul tetto: guardando intorno, si possono seguire le mosse degli eserciti e le vicende delle guerre come sopra una carta geografica sterminata. Ma questo è più strano: che vi si può studiare con eguale vantaggio il Nuovo Testamento, poichè v'ha una rassomiglianza singolarissima di giacitura e di dintorni tra Pinerolo e Gerusalemme. Come la città santa, questa è fabbricata in parte sopra un'altura, e scende allargandosi al piano: il colle di San Maurizio è il Sion, l'altura della cittadella è il Golgota, il monte di Santa Brigida, monte Moria; e, non solo per sito, ma per forma, la valle del Lemina rappresenta la valle di Giosafat; ed anche Pinerolo ha dalla parte di levante un monte Oliveto, e il torrente Chisone può raffigurare il Giordano. Che te ne pare? Avrei ragione di star qui volentieri, non foss'altro che per studiare la storia patria e la storia sacra.

***

Ma lasciamo gli scherzi. Risponderò alle tue domande, minutamente, come desideri. Pur troppo, non ho cose molto liete da dirti. Tolto il piacere di ber l'aria fresca e di ammirare il paese, a Pinerolo si vive miseramente. Se anche non vi fosse l'ombra di uno straniero, la città, con questo cerchio che la strozza, di bastioni, di mezzelune e di controguardie, e con quella enorme cittadella che le rizza sopra la testa i suoi cinque torrioni di malaugurio, non potrebbe essere allegra. Mettici ancora un governatore generale, francese, un luogotenente del re e un comandante del castello, francesi, e uno stato maggiore che non finisce più, e un nuvolo d'ufficiali e di soldati di milizia mobile, francesi; e mi saprai dire come ci si campi. Essi ci detestano e noi li odiamo. Essi ci tengono come vinti e prigionieri, noi li trattiamo da invasori e da giandarmi. Essi fiutano in ogni pinerolese una spia del duca di Savoia; noi temiamo in ciascun di loro un delatore del Saint-Mars. È impossibile farsi un'idea delle angherie a cui siamo soggetti. Di città non s'esce senza un permesso del Governatore; di casa non si può uscire che a quell'ore determinate; per una celia che scappi di bocca all'osteria, si è agguantati e ingabbiati; in ogni valigia di viaggiatore italiano sospettano veleni e pugnali; in ogni pezzo di carta, vedono il disegno della fortezza. E ogni volta che credon di cogliere uno di questi traditori immaginari, è il finimondo: inchieste, minacce, corrieri a Parigi, ammonizioni a Torino, scacciati di città gli italiani che non vi hanno dimora fissa, licenziati dal servizio delle autorità i piemontesi e i savoiardi, visite e inquisizioni in tutti i canti. Puoi esser certo che non si troverebbe in tutta Pinerolo nè un moschetto nè una pistola, a pagarli a peso di rubini. Naturalmente, da parte dei cittadini, sono lagnanze e richiami continui; e, anche più naturalmente, le autorità non se ne dànno per intese. Prepotenze aperte e impunite da un lato; e dall'altro rivolte e vendette, s'intende, ogni volta che si posson fare copertamente. Duelli, ammazzamenti, furti, ripeschi amorosi che finiscono con un occhiello nel ventre, son cose d'ogni settimana. Le gaîtés du sabre, come le chiamano, sono oramai la nostra ricreazione abituale: viviamo sotto il materno regime della Lama. Aggiungi che i nostri buoni amici credono d'aver diritto sulle nostre donne come sui loro cavalli. Tu vedi le conseguenze. Non puoi immaginare con che superbia, con che muffa si sbacchian le spade negli stivali questi bravacci gallonati del grande Sottaniere di Versailles! È Lui, infatti, quello che dà il tono a tutti quanti. E son grossolani, con tutto questo, e ignoranti, da disgradarne i montanari del Talucco. Per dartene un esempio, io ce n'ho uno, alloggiato in casa mia, un luogotenente De Rivière, un gran perticone del reggimento di Navarra, che scrive con la sua bella mano inanellata: Suivant lordre que jai recu a Pignierolle.... Ci parliamo, nondimeno, perchè non ci possiamo scansare. Egli batte sempre sullo stesso chiodo: la slealtà della politica di Savoia. E io tiro via a ribattergli che sarebbero ameni assai un orso bianco e un orso nero, i quali, stringendosi addosso un veltro per divorarlo, tacciassero di sleali le giravolte ch'egli facesse in mezzo a loro, per tenerli a digiuno tutt'e due.

***

Noi ci troviamo qui in una condizione di cose unica al mondo. Dentro alla cinta delle fortificazioni ci sono due città. La cittadella, colle sue prigioni e con la sua compagnia franca, è separata affatto da Pinerolo. I suoi ponti levatoi, sempre alzati, non si calano che per far entrare le provvigioni da bocca e i corrieri. Il Saint-Mars che nella sua qualità di governatore del castello dovrebbe sottostare al marchese d'Herleville, governatore generale della città, se ne infischia, e fa le sue sette volontà come un sovrano. Quindi si guardano in cagnesco, fra loro, e credo anzi che ciascuno tenga una spia alle costole dell'altro, e che il Louvois, da Parigi, li faccia spiare tutti e due. Ne segue che la cittadella è un piccolo mondo a parte, oggetto di preoccupazione continua non meno per la guarnigione che per i pinerolesi. Gli ufficiali, i viaggiatori, i cittadini girano intorno a quelle alte muraglie impenetrabili, divorati dalla curiosità, fantasticando, poichè non posson far altro, sui prigionieri misteriosi e sugli strani avvenimenti che vi si debbon nascondere; tanto che finiscono col ragionare delle cose immaginate come di cose reali. Chi ci sia dentro ora, non si sa con certezza, fatta eccezione dell'intendente Fouquet, del suo servo, il famoso Eustache Dauger, del più famoso conte di Lauzun, e di due ufficiali di artiglieria, francesi, dei quali non s'è ancora riusciti a scoprire nè il delitto nè il nome. Ma si crede che i prigionieri sian molti. Ogni tanto ne arriva uno, di notte, scortato da un drappello della compagnia franca, e lo conducono nella cittadella senza attraversar la città, facendolo passare per la porta segreta di San Giacomo, a cui si giunge per un sentiero sinistro che serpeggia tra la lunetta di Santa Brigida e quella di Sault. Presentemente si fa ancora un gran discorrere intorno a uno sconosciuto, portato lassù nell'aprile dell'anno scorso, con grandissima segretezza, una notte di pioggia, in mezzo a uno stuolo di cavalieri, comandati dal luogotenente Saint-Martin; e rinchiuso, dicono, nella torre chiamata torre bassa, che è quella di mezzo del castello, e la più tetra delle cinque. Raccontano che fu portato in lettiga, che veniva da Lione, che aveva sul viso una maschera di ferro. Chi crede che sia il conte di Beaufort, chi vuole che sia figlio di Cromwell. I soliti almanacchi. Per me, quando penso ai molti birbaccioni volgari che passaron per grandi personaggi perchè furon portati quassù, chiusi in gabbie, come tigri ircane, o in bussole, come principesse rapite, larvati, imbacuccati e tappati come se lo scoprimento della loro persona dovesse sconvolgere il mondo; mi pare cosa molto probabile che anche questo nuovo venuto non sia che un malfattore di dozzina, come chi dicesse il capo d'una delle cento congiure che si vanno scoprendo di continuo, o un avvelenatore di Corte, od anco un galantuomo qualsiasi, che ha detto quattro crude verità in faccia a Sua Maestà il Re di Francia.

***

Comunque sia, tutti gli sguardi e tutti i pensieri son rivolti al Castello. Su dieci pinerolesi io credo che sette lo sognino tutte le notti. Chi sia il nuovo confessore concesso dal Re ai prigionieri, quanto abbia speso il Governo nel mese scorso per la mensa del Fouquet, che secreti si sia lasciato cascare dalle labbra, nel suo ultimo viaggio, quel grand'uomo del D'Artagnan, e che cosa sia venuto ad armeggiare il personaggio sconosciuto che fu visto uscire due giorni addietro dalla casa del Governatore, sono argomenti di chiacchiere interminabili, indovinelli meravigliosi, su cui centinaia di persone si scervellano dalla mattina alla sera, non avendo altro da fare. La curiosità è così smaniosa che la stessa marchesa d'Herleville s'è inimicata con la signora Saint-Mars (una delle più belle e delle più sciocche creature che si sian mai viste con due occhi) per il dispetto di non aver potuto visitare il Castello come voleva. Il Saint-Mars è affollato di tante domande indiscrete e supplichevoli intorno ai suoi ospiti, e in special modo alla maschera di ferro, che ha preso il partito di raccontare a ciascuno una fandonia diversa, la prima e la più strampalata che gli passa pel capo, con la speranza che, mettendole poi a confronto e riconoscendosi corbellati, i curiosi si sdiano dall'interrogare. Questo Saint-Mars, antico moschettiere, soldataccio di ventura, affamato d'oro come un usurario, che si becca la bagatella di centocinquantamila lire francesi all'anno, oltre a quello che raspa nell'amministrazione; piccolo, brutto, con un muso di bertuccia, sempre rannuvolato come il cattivo tempo, irascibile e bestemmiatore come un vetturale, tutto carne e pelle col Louvois per via della sorella di sua moglie; è il tipo nato del ferro di polizia e del carceriere aguzzino, che Dio gli mandi il malanno. Non si assenta un giorno all'anno dalla sua bicocca, veglia sulle sentinelle dalla finestra, fruga i panni dei prigionieri mentre dormono, è capace di passar la notte sopra un albero per scoprire che cosa fa nella cella un disgraziato che gli dà sospetto. Questa specie di porco spino, circondato di mistero e di paura, non è l'ultima delle cagioni per cui a Parigi e alla Corte si parla come d'un recesso strano e quasi fantastico, di questa fortezza solitaria, posta all'ultimo confine dello Stato, ai piedi della quale vengono dalle sale splendide di Versailles i sospiri, i saluti e l'oro di tante belle, a cercare gli amici o gli amanti. Ma chi può farla al Saint-Mars? Ai prigionieri più gelosi porta egli stesso il mangiare una volta al giorno; due sentinelle girano dì e notte intorno alle torri; nella stanza che sta sopra a ogni cella, dorme con gli occhi aperti un ufficiale; ai reclusi non è permesso di confessarsi che una volta l'anno: assistono alla messa da un finestrino obliquo che li nasconde; e quando si cambia la gente del presidio, il cambio è regolato per modo che gli ufficiali e i soldati che vengono non possano barattare una parola con gli ufficiali e coi soldati che se ne vanno. Che delitto avran commesso la maggior parte di quegli infelici? Un libello, una canzonetta impertinente, uno scherzo mordace, che fece ridere furtivamente dieci cortigiani e dieci dame. La collera d'una amante del Re o di un ministro bastò a farli sprofondare in quel sepolcro, dove alcuni muoiono in capo a pochi anni; e quando la notizia della loro morte giunge a Parigi, accade non di rado che chi li ha fatti seppellire non si ricordi più nè del loro nome nè della loro colpa. Ah! la giustizia non ha la mano leggera di qua dal confine, te lo assicuro io. A quando a quando, sulla cima del colle di San Maurizio, si sentono gli urli dei prigionieri indocili, ai quali “dànno la disciplina.„ Giorni fa, dalle carceri basse, si son viste uscire barcollando, soffocate dai singhiozzi, istupidite dal terrore e dalla vergogna, tre meretrici della città, ancora giovani, alle quali, non so per che colpa, avevan raso i capelli e lacerato la schiena a sferzate. Io ricorderò per tutta la vita, rabbrividendo, quegli orribili crani nudi e quei miseri cenci bagnati di pianto e di sangue.

***

Riguardo al Fouquet, me ne duole, non mi trovo in grado di soddisfare la tua giusta curiosità: so questo soltanto, che in dieci anni da che è qui, tutto occupato a far la digestione, un po' laboriosa, dei trentasei milioni del castello di Vaux, non gli è ancora stato concesso di riveder la moglie e i figliuoli. Si sa per altro che può, quando vuole, stare in compagnia del Lauzun e degli ufficiali della cittadella, e che al Saint-Mars è permesso dal Re d'invitarlo a pranzo, e di fargli gustare, oltre ai suoi piatti, le scioccherie della sua signora. Pare che sia rassegnato e tranquillo. Ti posso dire qualcosa di più del conte di Lauzun, che è confitto qui da quattro anni, e che ci starà un altro bel pezzo, se Dio m'esaudisce. Dopo ch'è venuto lui, il Saint-Mars non ha più un'ora di bene. Gli dà più da fare questo rompicollo di dragone, che tutti gli altri prigionieri insieme. Superbo, furioso, scontento di tutto, manesco come un facchino, schiamazzone come un banditore d'incanti, è riuscito a ordire intrighi amorosi dentro e fuori della cittadella, e a far più chiasso a Pinerolo di quello che ne facesse a Versailles. Le sue ultime due amanti, la Grande demoiselle e la bella La Motte, damigella d'onore della Regina, hanno profuso i denari a palate per fargli prendere il volo. Di tempo in tempo si vedono per la città delle facce nuove; si dice: chi sono? chi non sono? Tutt'a un tratto spariscono come spettri. È un tentativo di fuga andato a male. Già una volta una sentinella e non so chi altri avevano preso l'imbeccata; una lettera era arrivata fino al conte; tutto era disposto per la fuga. Ma quel satanasso di Saint-Mars stava all'erta. Un messo della damigella, scoperto, si tagliò le vene; parecchi altri furon messi sotto chiave; e il dragone amato rimase a contare i travicelli. Figurati il chiacchierìo che se ne fece a Pinerolo. Per molto tempo fu un vero furore di curiosità. Questa lamaccia di De Lauzun, dopo averne fatte di tutte le tinte, cortigiano ipocrita, cacciatore di grasse doti, giocatore sospetto, crapulone, maldicente, invidioso, villano con le donne e insolente col suo Re, è ancora riuscito a farsi un piccolo paradiso in prigione, dove le sole spese del suo installamento, a quello che si dice, raggiunsero la somma di diecimila lire francesi. Ha vitto di principe, stoviglie d'argento, camicie di trina, letto di piume, due servitori, e grandi dame che lo adorano a duecento leghe di lontananza. Si chiama nascer fortunati. Si dice che stia nella medesima torre del Fouquet, che è quella accanto al quartiere del Saint-Mars. Ma per quanto sia lasciato libero, le belle signore di Pinerolo, che girano intorno alla cittadella con gli occhi fuori del capo, non sono ancora riuscite a vedere neanche il contorno della sua bellissima faccia di ferro fuso.

***

La vita intellettuale di Pinerolo, insomma, consiste in gran parte nel commentare i fatti e le gesta di quei signori, dei merles, come li chiama benignamente il Governatore; tanto più dopo che è finito il divertimento di veder lavorare alle fortificazioni, che furon rifatte con grandi spese in seguito alla visita che ci venne a fare segretamente il Vauban, anni sono, in compagnia, credo, dell'onnipotente Louvois. Le famiglie pinerolesi si mescolan poco con gli ufficiali del presidio. C'è un po' di passeggiata la sera in piazza San Donato; ma non ci va quasi nessuno, perchè danno ai nervi quei grandi baffi impertinenti dei soldati della compagnia d'onore, che fan la guardia al palazzo del Governatorato, e le famiglie dei commissari e degli altri impiegati francesi che fanno dei nastri per la piazza col naso per aria, dicendo corna della città (une tanière) ad alta voce. Gli ufficiali della cittadella, alloggiati nel loro vasto gabbione, non scendon quasi mai; il Saint-Mars se li tiene a portata della mano per timore che quei di sotto glieli corrompano. E infatti, non si dà mai il caso che mandino a prendere o ad accompagnar fuori un prigioniero dai soldati e dai sergenti del presidio, da tanto che se ne fidano! Non ce n'è uno — è scappato detto allo stesso governatore, — che mandato fuor delle mura, non pianterebbe il prigioniero in mezzo ai campi per disertare. Così è fedele l'esercito del gran Re! Per conseguenza, quando la città non è scossa dall'arrivo d'un ufficiale dei moschettieri, nelle ore in cui le truppe riposano, dopo mezzogiorno, Pinerolo ha tutta l'aria di una necropoli. Fra le alte caserme e i grandi conventi silenziosi, dalla porta di Torino alla porta di Francia, non si vede passare che qualche cappuccino o qualche penitente della Concezione, e non si sentono che i rumori cupi della Fonderia e dell'Arsenale, che lavorano ai nostri danni. Si direbbe che quel maledetto castellaccio, con quei cinque ricettacoli di dolori, che si alza come una gigantesca macchina di tortura a contaminare l'azzurro, e si vede da tutte le parti della città e da tutti gli angoli dei bastioni, getti per le vie e nelle piazze l'uggia dei suoi cortili grigi e la tristezza delle sue celle nefande. O piuttosto, non è il castellaccio. È quella faccia malaugurosa del Saint-Mars che si vede spuntar a tutte le cantonate e a tutte le finestre. È lui che empie la città del suo umor nero di birro sospettoso, e che batte la misura alla vita di Pinerolo con lo stridor cadenzato dei suoi chiavistelli. Lo stesso governatore d'Herleville ne sente l'influsso funereo, e scappa a Torino ogni volta che può, con la sua graziosa marchesa; — un amore; — la sola cosa bella ch'io abbia trovato finora nella dominazione francese.

***

Oh splendido e caro passato, già tanto lontano! Ci pensi mai, tu, amico Toggia? Dire che siamo stati la città capitale del Piemonte per il corso di più d'un secolo, accarezzati, colmati di privilegi; che qua i nostri principi nascevano e venivan sepolti; che fra noi si festeggiavano re e imperatrici; che contavamo una popolazione di grande città, con quattordicimila operai, con una brava milizia nostra, che le mura turrite si estendevan per varie miglia da monte Oliveto oltre all'Abbadia, che mandavamo le nostre lane fino in Oriente, che accoglievamo gli ambasciatori di Napoli, di Milano, di Venezia, di Ungheria, di Vienna, del Papa, i deputati di tutte le città del Piemonte, i cortei dei marchesi di Saluzzo e di Monferrato, e le visite festose dei conti di Savoia, e i ritorni trionfali dei principi d'Acaja, e che su per queste vie salivano a cavallo le belle spose bionde vestite di broccato d'oro, sotto i baldacchini di raso bianco, in mezzo ai baroni vassalli scintillanti di ferro e ai signori del Consiglio vestiti di mantelline purpuree, sopra un terreno coperto di mirti e di rose! Ed ora abbiamo il Saint-Mars. Io l'ho col Saint-Mars. Che rotolone, ingiusto cielo!

***

Se voglio vivere, caro mio, non bisogna ch'io pensi che questo dura da quarantaquattr'anni. Dall'anno in cui son nato, nè più nè meno; poichè io venni al mondo qui nell'anno medesimo che quel baccellone del conte di Scalenghe, dopo due giorni di tremarella, cedeva Pinerolo al cardinale Richelieu, facendo abbassare le armi a quattrocento Vallesiani e a trecento uomini di milizia che avrebber potuto salvare il Piemonte. Ah se risuscitasse Emanuele Filiberto, brava anima sua! — Il re ha bisogno di tenere un piede di qua dalle Alpi, — bada a ripetermi questo squassapennacchi del luogotenente Rivière. Ebbene, ci vorrebbe un duca di Savoia che rispondesse al re, come rispose quel lestofante: — Son d'accordo, purchè quel piede sia io. — Ma che possiamo sperare da Carlo Emanuele II, che si lascia pestare i calli ogni giorno dagli ambasciatori di Francia per il posto al banchetto o per il palco al teatro? Egli tira ai dominii di Ginevra, del Vaud, di Friburgo, di Losanna, limosina dei pezzi di terra a tutte le Corti di Europa, manda dei reggimenti a lasciar le ossa per il Re nelle Fiandre, attacca lite con Genova per far quella bella figura che sappiamo, s'intesta di bucare il colle di Tenda; e non pensa a liberar Pinerolo, che è il morso col quale la Francia terrà sempre Casa Savoia in sua balìa. Facesse almeno dei bei versi come suo nonno! Oramai noi non speriamo più che in una specie di diluvio universale, in una vastissima e terribile guerra che metta sottosopra l'Europa, sconquassando questa mostruosa baracca dorata della Monarchia francese. Comunque debba finir la cosa, peraltro, possiamo esser certi che le prime batoste, ossia le bombe, le mine, le devastazioni e la fame, saranno per noi. È stato sempre il nostro destino. Abbiamo l'onore di esser la chiave della valle del Chisone, una delle porte d'Italia; e tu vedi dove ce l'han confitta, questa chiave. Povera Pinerolo! Dalla seconda guerra punica in poi, chi abitò da queste parti non ebbe mai dieci anni di santa pace. Romani e Cartaginesi, Galli e Saraceni, Goti e Ostrogoti, Longobardi e Svizzeri, Tedeschi, Spagnuoli, Francesi e Valdesi e marchesi e anticristi si sono scatenati sui nostri quattro campi e sui nostri quattro sassi come se questo fosse un circo stato fatto apposta da domenedio perchè tutti i popoli della terra vi si venissero a pestar la cappa del cranio. Per tutto dove si scava, vengon fuori stinchi, caschi rotti e dagacce arrugginite. Che spettacolo, perdio, se saltassero su vivi per i campi e per i colli tutti i soldati che li calpestarono in venti secoli, dai numidi di Annibale agli alabardieri di Francesco I! Sarebbe la benedetta volta che vedremmo il Saint-Mars, spaventato e senza parrucca, precipitarsi dalla Torre del Diavolo nel fossato della cittadella.

***

Ciò non ostante, come t'ho già detto, io trovo modo di vivere serenamente, grazie alle molte faccende e alla molta lettura. La mia più bella ricreazione è una passeggiata che faccio ogni sera, verso il tramonto, con le poesie del Chiabrera tra le mani; un esemplare prezioso, annotato nei margini, che fu regalato dal poeta stesso al marchese di Caluso, quando fu alla corte del primo Carlo Emanuele. Me ne parto di vicino alla Polveriera, dove sto di casa, attraverso la città bassa; risalgo lento lento per i bastioni di Villeroy e di Richelieu, svolto dal bastione della Corte, e vado a fare, regolarmente, una piccola visita al castello dei nostri principi. Che cosa vuoi? Quel povero castello, unico avanzo delle nostre glorie, imprigionato là fra le casipole, coi suoi merli cadenti e le sue porte sbarrate, che par compreso dal sentimento della sua miseria, mi mette pietà e tenerezza insieme! Il suo silenzio triste mi fa ripensare alle feste e agli amori che lo animarono un tempo, alle ambizioni smisurate che si spennaron le ali fra le sue mura come aquile prigioniere, alle belle principesse d'Acaja che vi folleggiarono, vi piansero e vi morirono. Dopo un quarto d'ora che son là, mi par di sentire i passi concitati dell'altera Isabella di Villehardouin che ridomanda il suo principato perduto; vedo Caterina di Vienna, coi suoi grandi occhi celesti rivolti alle vette bianche dei monti; la sventurata Sibilla del Balzo, che spira benedicendo il suo povero Filippo, predestinato al lago d'Avigliana; e quel bel demonio biondo di Margherita di Beaujeu che susurra all'orecchio di Giacomo le parole che sconvolgono la ragione, e Caterina di Ginevra con la sua vita sottile di vergine e il suo adorabile neo sulla guancia, e Bona di Savoia che smorza sotto alle lunghe palpebre la fiamma de' suoi occhi pieni d'amore. Oh se s'affacciassero tutte insieme a quelle finestre arcate e vedessero sventolare sulla cittadella la bandiera di Versailles, come si farebbero tutte vermiglie di sdegno dalla gorgiera al diadema, e come spezzerebbero sui davanzali i loro ventagli imperlati! E dopo essermi beato in questo sogno vado su verso le vecchie caserme, tiro un'occhiataccia al castello, e per San Maurizio e per il bastione di Schomberg, chinando il capo sul Chiabrera quando vedo di lontano il cappello a tre punte d'un tagliacantoni francesco, me ne ritorno a casa placidamente, consolato dal pensiero che un altro giorno della dominazione straniera è passato. Quel ceffo di mandrillo del Saint-Mars ha disteso un lenzuolo di piombo su Pinerolo; ma non è ancora riuscito a oscurarle la bellezza impareggiabile delle sue notti di luna. Per questo, rientrando in casa mia, salgo quasi sempre all'abbaino per godere la vista dei dintorni. Le case che biancheggiano sulla collina, tutte quelle torri nere che s'intagliano nel cielo limpido e profondo, la città di Saluzzo che appare come una macchia lattea di là dalla striscia luccicante del Po, e la rocca di Cavour, che s'alza solitaria nel piano come un frammento colossale d'asteroide precipitato dal cielo, e le cime delle Alpi inargentate; questo spettacolo immenso e quieto, in cui si sente la voce sonora del Lemina che parla delle glorie morte, mi tiene inchiodato un'ora con la bocca aperta. E se qualche volta mi piglia un senso di tristezza a veder lì a pochi passi quella gola spalancata della valle di Fenestrelle, che ci ha vomitato addosso tanto ferro e tante sventure, allora mi rivolgo dalla parte di Torino, dove brilla la speranza d'un avvenire migliore del passato e del presente, e il mio cuore si riconforta.

..... È sonata la mezzanotte. Sento che passa la ronda per la strada e riconosco al chiarore della luna il profilo rodomontesco di quel lanternone del Rivière. Siccome abbiamo leticato ieri sopra la quistione di Casale, è capace, vedendo il lume acceso, di venirmi ad aggranfiare la lettera. Caro mio, non voglio maschere di ferro. Ti mando un saluto dal cuore e chiudo la lettera in furia.

Il tuo
***

I PRINCIPI D'ACAJA

Pinerolo, agosto 1883.

Era un pezzo che desideravo di visitare quel vecchio palazzo, il quale mi mostra tutti i giorni i suoi merli rossi di là dai pini e dai cedri del giardino della bella marchesa Durazzo. Uno strano edifizio, veramente, d'una forma che non riuscivo da nessuna parte ad afferrar intera con lo sguardo; coronato di certi merli bizzarri da castello di palcoscenico; carico di secoli, e pure colorito di fresco, e triste a vedersi come un cadavere imbellettato: e poi, nascosto là in un canto solitario di Pinerolo, in mezzo a casette misere e a vicoli in salita, irti di sassi enormi e corsi da larghi rigagnoli sonori. Non ci avevo mai visto intorno che ragazzi scalzi e processioni di pulcini, e qualche vecchio sonnacchioso, accucciato davanti a una porta, il quale non sapeva certamente chi avesse abitato una volta tra quei muri, più che non lo sapessero l'erbe che gli verdeggiavan tra i piedi. — Che diavolo ci ha da esser là dentro? — mi domandavo. Una mattina, passando sotto quelle finestre misteriose, m'era parso di sentire un bisbiglio di voci lamentevoli, come una preghiera di anime in pena, e una sera, affacciandomi al terrazzo d'una villa vicina, avevo visto giù nel giardino oscuro del palazzo una bella monaca che fuggiva come uno spettro in mezzo alle piante: — l'immagine d'un quadretto del Boccaccio. Ce n'era più del bisogno per eccitare la curiosità di qualunque più ostinato odiatore di rovine illustri.

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Sarebbe stato ingiustizia, peraltro, se quella curiosità non fosse nata anche in parte da un sentimento di simpatia per i Principi d'Acaja. Dico simpatia, non entusiasmo. Grandi non furono, nè forse potevano essere. La parte principale, in quel fortunato lavorìo diplomatico e guerresco della casa di Savoia, toccava naturalmente ai Conti, loro signori, più forti d'armi e piantati in domini assai più sicuri che non le terre dei principi. Tolto anche il conte Verde e il conte Rosso, che vissero al tempo loro, sarebbe bastata ad oscurar gli Acaja la gloria di Amedeo il Grande che li precedette e la fama d'Amedeo VIII che li seguì. Ma non furono indegni d'ammirazione. Accampati sopra un territorio di dubbie frontiere, circondato da Comuni turbolenti e da Signori il cui unico pensiero era la conquista; posti in una condizione, rispetto ai Conti savoiardi, la quale, se li assicurava d'un valido sostegno nei grandi cimenti, vincolava però in mille modi la loro libertà politica; costretti sempre a destreggiarsi fra nemici spesso più potenti di loro, con alleanze ed accordi continuamente rotti, ripresi, falsati e violati; condannati a combattere quasi senza riposo coi Marchesi di Saluzzo e di Monferrato, cogli Angioini e coi Visconti, in un paese impoverito dalla sfrenatezza della soldataglia mercenaria; inceppati nel governo dalle mille difficoltà e dai mille disordini che nascevan dalla mancanza d'un Codice generale di leggi, e dall'imperfezione degli Statuti di ciascun Comune; essi riuscirono non di meno, a furia di sagacia e di costanza, parte coi matrimoni accorti, parte con gli ardimenti opportuni, e molto col valor personale, gli uni ad accrescere, gli altri a consolidare la propria potenza, e a preparar largamente la via alle conquiste avvenire della casa sabauda; ci riuscirono, — questa è la loro gloria maggiore, — conservando quanta fama di lealtà era possibile meritare allora, tra quei nemici: non macchiandosi di efferatezze famose in un tempo in cui pochi Principi avevan le mani nette di sangue; non opprimendo smodatamente i loro sudditi, liberando anzi i Comuni dalla maggior parte degli incagli dei diritti feudali; governando anche fra i torbidi e le guerre in maniera da legare a poco a poco al loro nome, nella mente del popolo devoto non per timore, una certa idea di magnanimità e di giustizia, che era forza nei pericoli e conforto nella miseria. Eccettuato Giacomo, non malvagio, ma debole, e imprudente e pauroso a vicenda davanti ad Amedeo VI, gli altri, educati tutti nella Corte di Savoia, e compagni d'armi dei Conti nei loro primi anni, lasciarono un nome illustre ed amato: Filippo fu politico sapiente e capitano ardito; Amedeo non meno saggio principe che soldato valoroso; Ludovico, gentile d'animo, non inetto alla guerra, protettore e fautore degli studi, quanto era concesso al tempo suo. E ci destano anche un sentimento particolare di simpatia e di curiosità per il fatto di essere passati così, quasi perduti nella gloria dei loro parenti, quattro soli nel corso di più d'un secolo, in un'età tanto remota, in una terra presso che barbara allora appetto a molte altre d'Italia, non celebrati da scrittori nè cantati da poeti, non lasciando di sè che pochi documenti scritti in rozzo latino, e nessun vivo ricordo personale, e nemmeno le pietre e la polvere delle loro tombe; oltre a non so che di strano e di romanzesco che aggiunge al nome loro quel titolo d'un principato lontano, non posseduto mai e ambito sempre, che brillò per cent'anni nei loro sogni come la promessa allettatrice d'un paese fatato.

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Fu quindi una festa per tutta la comitiva quando si vide davanti alla porta spalancata del palazzo, pronto a riceverci, il cortese e còlto canonico Chiabrandi, direttore dell'Ospizio dei Catecumeni. Poichè è da sapersi che il palazzo degli Acaja, dopo essere stato un pezzo proprietà privata, e poi ospedale, serve ora di ricovero e di scuola ai giovani valdesi delle valli vicine, maschi e femmine, che vogliono convertirsi al cattolicismo... o passare un inverno al coperto.

Ma, ahimè! appena si fu nel cortile, si provò un amaro disinganno.

Nessuna parola può dare un'idea della devastazione, che, sotto il nome di restauro, fu fatta di quella povera casa. Lo sciupìo è tale che desta per primo sentimento il desiderio di vedersi davanti tutti coloro che fecero o lasciaron fare, ci fosse anche in mezzo qualche Duca impennacchiato, per dare a tutti quanti, in nome della storia, dell'arte, della poesia e della patria, una di quelle lavate di capo che fanno perder la via di tornare a casa. Il palazzo, fondato nel 1318, ha sei secoli, e può dimostrar benissimo sei anni. Qui fu distrutto, là rifatto; parti nuove vennero aggiunte, con imitazione infelice delle antiche; tutti i muri dipinti d'un color rosso arrabbiato di pomodoro, coi mattoni segnati a contorno bianco, come i piccoli castelli dei giardini di cattivo gusto; dentro, tutto rotto e sformato per fare spazio alle nuove scale; le logge alte, tappate; le sale, tramezzate; le pareti ch'eran dipinte, intonacate; la torre, che si alzava d'un buon tratto sopra i tetti, tagliata via; una rovina senza nome. Le ombre degli spodestati Marchesi subalpini ci debbono venire a ridere una volta al mese. Il palazzo ha press'a poco la forma d'un bidente rettilineo con l'apertura volta verso il Monviso, un piccolo cortile nel mezzo, un piccolo giardino davanti. I tre corpi dell'edifizio son disuguali d'altezza. L'unica cosa che si riconosca d'antico, a primo aspetto, è nel corpo più basso: uno stretto porticato a tre archi schiacciati, il quale sostiene una loggetta, sul cui parapetto s'alzano delle colonnine leggere che sorreggono un tetto a larga gronda, congiunte fra loro da grandi persiane claustrali. Ma chi può dire quale fosse la forma e l'ampiezza del palazzo nel secolo decimoquarto? Per quanto si sappia che vivevano pigiati, ed anco ammesso che facesse parte del palazzo un piccolo edifizio che gli si alza accanto, le cui finestre conservano il disegno e le incorniciature del tempo, è difficile credere che tutta la famiglia dei Principi, e gli ufficiali, e i servi, e gli ospiti principeschi che eran frequenti, vi capissero. Non vi si potevan rigirare. Un'angusta stanza sotterranea che si apre sulla strada e che pare fosse una scuderia, non conteneva certo tutti i cavalli della corte. Ci dovevano essere intorno altri edifizi. Un grosso muro scalcinato che sorge da un lato d'un cortiluccio esterno, dove rimane ancora un antico pozzo da streghe, era forse il muro maestro d'un annesso considerevole del palazzo. Comunque sia, ciò che resta dà l'immagine d'un edifizio meschino, incomodo, troppo stretto per la sua altezza, un che di mezzo tra il monastero, la carcere e una casa da appigionare non terminata. Ma come! vien fatto di dire entrando: di qui fu governato per cent'anni il Piemonte? qui si ricevettero i legati del Pontefice e gli ambasciatori dell'Impero? Qui si ospitò la sposa di Andronico Paleologo, imperatore d'Oriente? Oh! tristissima delusione!

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Si stette un poco nel cortiletto a guardare in alto, scontenti, con un leggero sentimento di pietà per gli antichi Principi; poi s'andò su per le scale. Anche l'interno del palazzo ha un aspetto uggioso di convento e d'ospedale, che gli vien dall'ammattonato rosso vivo, dai muri bianchi e dai crocifissi neri, appesi in fondo agli anditi nudi; nei quali il sole gettava qua e là dei grandi rettangoli di luce d'oro, reticolati di fili d'ombra dalle grate delle finestre. C'era un silenzio di Trappa. Il sacro ospizio non ha presentemente che tre convertiti; la stagione è così bella! Si sentiva sfogliettare un libro su al terzo piano, e di tratto in tratto, intorno a noi, un fruscìo discreto di sottane monacali invisibili. Dalle alpi veniva diritta in viso un'arietta deliziosa.... Ci affacciammo a uno stanzone a dare un'occhiata alla travatura antica del soffitto, dove rimane quale mensola rozzamente scolpita e imbiancata. Era forse la camera nuziale dove dormirono il sonno più dolcemente stanco della vita le sette spose della casa di Acaja. Chi può provare di no? Ora ci sono due lunghe file di letti da infermeria, con le coperte di cotone a quadretti bianchi e turchini; e ci dormon le monache e le catecumene, quando ce ne sono. Un altro stanzone del primo piano è convertito in cappella, con un altare da chiesuola di campagna. Non rimane il menomo indizio dell'uso al quale potessero servire le altre stanze. Un principe d'Acaja redivivo non ci si raccapezzerebbe più, sicuramente. Un luccichìo che intravedemmo per uno spiraglio, ci fece accorrere con la speranza di ritrovar delle antiche armature: erano le casseruole della cucina. Mi prese la stizza. Era così penoso quel contrasto fra la curiosità stimolata da mille memorie, fra l'avidità impaziente di vedere, di riconoscere, di scoprire, di capire, e la nudità muta, la stupida ignoranza di quei muri freschi e di quelle scale rifatte! Avrei voluto afferrare un raschiatoio e un piccone, e lavorar come un dannato a scrostar pareti, a sfondar tramezzi, a metter tutto in un monte, per ritrovare un segreto, una immagine viva, una parola almeno del passato! Perchè debbono averne visto quelle vecchie pietre nascoste, e furori d'ambizioni disperate, e scoppi di pianto geloso, e tripudi di vincitori, e audacie insensate di paggi, e secreti d'amore e forse di sangue!

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Girammo lentamente di stanza in stanza, vedendo ogni tanto per certi finestrini ad arco acuto degli squarci luminosi di paesaggio lontano: la cosa che è meno mutata attorno al palazzo, credo io. E mi tornava continuamente in capo questa domanda: — Come vivevano? In che maniera avranno ammazzato le loro giornate, qua dentro, nei tempi ordinari? E m'immaginavo, non so bene perchè, delle ore interminabili di noia in mezzo al grande silenzio di Pinerolo, addormentata sotto il sole di luglio, e delle eterne giornate scure d'autunno, in cui il rumor della pioggia nel piccolo cortile doveva empire il palazzo d'una tristezza da far piangere. Le ricreazioni intellettuali dovevano essere scarse in un paese dove non era traccia d'arte, nè di letteratura, e in cui pochi legisti, qualche monaco e qualche notaro formavano tutto il ceto erudito. Il tema più frequente dei discorsi saranno stati gli amori e i pettegolezzi delle Corti vicine, specie di Savoia e dei marchesati, e i matrimoni e le avventure dei nobili vassalli, sparpagliati da Perosa a Torino. Avranno pure ragionato, in famiglia, degli argomenti spesso delicati o stravaganti delle moltissime liti, per le quali si ricorreva ai Principi contro le sentenze dei giudici dei Comuni. Le udienze accordate ai castellani e ai vicari, l'arrivo dei corrieri di Chambéry, la comparsa di un capitano di ventura che veniva a offrire la sua spada o a fissare i patti per la sua compagnia, saranno stati avvenimenti graditi, e oggetto di molte parole. Tutta quella politica minuta e intralciata di piccoli Stati, quelle contese senza fine per una ròcca, per un mulino, o per un palmo di terra, avranno dato luogo naturalmente a infinite conversazioni del pari intricate e sottili, nelle quali si ripetevano forse mille volte le medesime cose. Un gran discorrere l'avranno fatto pure, prima e dopo, delle corse e delle giostre con le quali festeggiavano gli sponsali e le paci, e di quegli strani banchetti in cui servivano i porci dorati, col fuoco nella bocca, e i vitelli tutti d'un pezzo, con un giardino sul dorso. Anche avranno molto pregato, e discorso molto di cavalli e di cani. Eran più giovanili di noi; avranno sfogliato più assiduamente il libro dell'immaginazione. E davano una parte maggiore alla vita fisica. Il palazzo si sarà assopito di buon'ora dopo i ritorni stanchi delle cavalcate festose, le sere che i pinerolesi vedevan passare in un nembo di polvere dorata dal sole, dietro al viso infiammato d'Isabella d'Acaja, un'onda di cavalli, di levrieri e di paggi. Che diversa vita, peraltro, che violente commozioni dovevan provare in tempo di guerra, quando cento vedette esploravan la pianura dall'alto delle torri e dei campanili, e tutta la città si rimescolava ad un cenno e ad un grido! Dalle finestre del loro palazzo, come dalle logge d'un torneo, le principesse vedevano le milizie uscir dalle porte, e allungarsi in colonne pei campi, e coronar le colline di stendardi e di spade. Quando Filippo assediava Savigliano col fiore della nobiltà sabauda, e allorchè il Principe Giacomo stringeva Saluzzo con Manfredo e col Siniscalco del Balzo, e Facino Cane dava il sacco ad Osasco e Ludovico assaliva Pancalieri, esse vedevano i fuochi notturni degli accampamenti, e i bagliori degl'incendi, e i nuvoli bianchi sollevati dal galoppo degli squadroni. Dovevan martellare gagliardamente i cuori! Era ben altro che ricever le notizie dal bollettino del telegrafo. Respiravano l'aria della battaglia, sentivan passare il soffio della morte. Si capisce come crescessero col petto forte quei Principini e quelle future spose di Principi, che assistevano ai ritorni notturni dalle mischie feroci, tra le lance insanguinate e le fiaccole, in mezzo alle imprecazioni dei prigionieri e agli urli dei mutilati.

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Covando questi pensieri, arrivammo al secondo piano. Qui, finalmente, si ritrovò qualche resto notevole: uno stanzone, che si dice fosse la sala dei grandi ricevimenti, nel quale rimangono qua e là sulle pareti alcuni affreschi a chiaroscuro. Il buon gusto di non so chi li aveva non solamente imbiancati, ma coperti di calce, delicatamente; ed è il direttore dei catecumeni che li rimise alla luce del sole. Occupano un terzo circa dei muri. Il rimanente dev'essere stato raschiato senza pietà dalla zampa d'un asino di cui vorrei essere padrone per ventiquattr'ore. Dalla rozzezza infantile del disegno si giudicherebbero questi affreschi più antichi; ma non si può ammettere che siano, almeno in parte, anteriori alla seconda metà del quindicesimo secolo, rappresentando uno di essi Amedeo IX di Savoia, che tiene in mano una cartella, sulla quale è scritto un suo motto diventato celebre. Ora, essendosi estinta la famiglia degli Acaja nel 1418, tocca agli eruditi a dirci se i Duchi di Savoia hanno abitato per qualche tempo, da Amedeo IX in poi, il palazzo dei Principi, e sotto quale Duca quei dipinti sono stati fatti. Son curiosi saggi dell'infanzia dell'arte, e si direbbe dell'artista, quelli vicini all'uscio, particolarmente: un cavaliere testardo che vuol entrare a tutti i costi, ritto sotto a un baldacchino di trionfo, dentro a una porta di città per cui non potrebbe passar che carponi; drappelli di guerrieri, con facce da tiranni delle marionette, piantati sulla cima di certi colli a pan di zucchero, come spilloni confitti a caso in un cuscinetto, accanto a pini o cipressi tascabili, che arieggiano gli spazzolini da lumi a petrolio; e un ballottìo di case da presepio, d'una prospettiva miracolosa, che dan l'idea d'un villaggio colto colla fotografia istantanea nell'atto d'un terremoto che non lascerà pietra su pietra. Altri dipinti rappresentano Conti o Duchi di Savoia, di pessimo umore. Questa sala è convertita ora in dormitorio dei piccoli catecumeni, i quali riposano così placidamente in mezzo alle immagini minacciose dei persecutori dei loro padri. Null'altro rimane d'antico nell'interno del palazzo. Nulla; nemmeno tre piccoli scalini, a cui si possa domandare, come il Musset alle famose marches de marbre rose, di quale delle belle donne che li premettero avesse il piede più piccolo e il passo più leggero. Nulla. Le povere Principesse ginevrine, viennesi, siciliane, savoiarde, francesi, scomparvero senza lasciare un ricordo, un'immagine neanche contestata delle loro sembianze. Ah! se i cronachisti d'allora avessero descritto le donne con quella minuziosità delicata da mercanti di schiave con cui le mostrano in piazza i romanzieri moderni, quanti preziosi ritratti non avremmo al presente! Come dovevano esser belle e superbe, coi loro alti cappelli conici e con le loro pellegrine d'ermellino, quando si slanciavano a braccia aperte giù per le scale, e schiacciavano rudemente il loro seno bianco contro le maglie polverose dei vincitori di Monasterolo, di Sommariva e di Tegerone! Non avendo altro appiglio, la fantasia s'aiuta col suono dei nomi, il quale dà delle immagini. Non è vero che quel largo nome sonoro di Beatrice di Ferrara, prima sposa di Giacomo, fa vedere dei grandi occhi neri e una grande bocca purpurea, e udire una di quelle voci profonde e calde che rimescolan l'anima? Che arcana cosa son queste simpatie vive per un fantasma del passato a cui abbiamo dato forma noi stessi! Io la vedevo, discorrendo col buon canonico (mi perdoni); inseguivo il lungo strascico della sua veste azzurra che spariva in fondo ai corridoi, e mentre stavo per raggiungerla nel cortile, essa appariva sur una loggia del terzo piano, e quando ero arrivato ansando sulla loggia, la vedevo passare lentamente giù nel giardino. Povera buona Beatrice, uscita dal palazzo dentro la bara, coi fiori ancor freschi delle nozze, morta senza bambini, così giovane, e dimenticata così presto da tutti; Avrà molto sofferto? In che stanza sarà morta? Aveva una amica, almeno, in questa Corte? E Caterina di Vienna, la suocera, l'avrà amata? E come avrà parlato? Il suo dialetto ferrarese? Come doveva esser dolce e triste la sua voce, quando invocava sua madre lontana, stringendosi il crocifisso sul cuore!

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Il mio buon amico Fi, esattore, gastronomo e antiquario, s'ostinava a cercar la cucina, e voleva a tutti i costi che il canonico gliene dicesse qualche cosa. Egli aveva trovato nel Regesto degli Acaja, edito dal bravo conte Saraceno, che la cucina era attigua al parlatorio, camera parlatorii, del Principe: il che dà un'idea della strana maniera in cui doveva essere scompartito il palazzo. E ci divertiva molto, trattenendoci a tutti gli usci, per darci dei ragguagli culinari ricavati dal latino spaventevole dei conti di tesoreria. Nei loro giri per il Piemonte, ch'eran frequenti, i Principi ricevevan regali da abati, da nobili, ed anche da gente del popolo, e da poveri diavoli: cinquanta staia di avena, un moggio di vino, dodici montoni, un bove, quattro porci: non sdegnavano nulla. Tornavano pure a casa con caponibus pinguibus et grossis, e qualche volta con un cesto di tartufi, triffolarum, dei migliori, probabilmente, di quei bianchi, delle terre di Monferrato. Pare che avessero una predilezione per i pesci, perchè tenevano assai ai molti laghi pescosi, che eran loro proprietà esclusiva; e di questi laghi, e dei regali di pesci che ricevevano, in specie dai marchesi di Saluzzo, è fatto cenno frequentemente nel Regesto. Andavano spesso a desinare fuor di casa, con tutta la famiglia, da prelati e da signori; e qualche volta dai frati minori di San Francesco, pagando loro tutto il pranzo, eccettuati i porri e l'insalata, che i frati mettevan di proprio, si crede anche col condimento. Soventissimo pure invitavano al palazzo capitani, nobili, preti, ambasciatori di piccoli stati, cittadini ragguardevoli. Trattavano i loro sudditi, si capisce, molto familiarmente; conoscevano tutti; davano udienza al primo venuto; vivevano con semplicità casalinga, senza misteri. Non pare che facessero grandi spese di lusso. Non si trovan registrate che pochissime spese per lavori di pittura che si facevan fare su pergamene, bibbie e salterii, e nelle stanze dove ricevevano. Erano anche di facile contentatura in fatto di medici: si facevan curare sovente dai veterinari, qualche volta di malattie cutanee poco pulite, e salassare, flebotomare, come dice elegantemente il chierico registratore, da quibusdam barbitonsoribus. Non profondevano quattrini che in giocolieri e menestrelli. Questo era il loro debole. È interminabile la lista dei regali e delle mance date a giullari, a cantastorie, a strimpellatori di chitarra, a tiratori di scherma, ad ammaestratori di cani, ad acrobati che facevano il saltum periculosum, qualche volta in pubblico, ma spesso anche nelle sale del palazzo. Ospitavano essi pure dei Goliardi. Tenevano in casa delle scimmie. Ci ebbero per un tempo un leopardo, col collarino d'argento, e col relativo magistro: oggetto, a quel che pare, di tenerissime cure. Del resto, si trovavano di frequente nelle strettezze, costretti a vendere gli ori e le gioie che avevan ricevuto in dono dai principi. Ricchissimi non potevano essere certamente, a malgrado di tutti i tributi che ricevevano e di tutti i loro diritti su pascoli e su acque, poichè nè la terra nè il popolo, desolati da una ladronaia di soldati che facevan della guerra un brigantaggio, potevano dar loro gran cosa; nè essi medesimi calcavano troppo la mano. — S'ingegnavano, peraltro, diceva l'esattore, con un sorriso d'uomo esperto della materia. Il principe, per esempio, non prestava mica gratis il suo ufficio di giudice supremo: il vincitore della lite gli faceva spontaneamente, per meglio dire, con spontaneità obbligatoria, un regalo in contanti, e, si sottintende, salato. E poi, anche la giustizia criminale era una vera fontana di bezzi. I capi scarichi e i birbaccioni formavano una rendita per la Corte. Chi era preso a passeggiar per Pinarolium, o Pignerolium, o Pineyrolum, senza lume, dopo il suono dell'ultima campana; chi giocava a giochi proibiti, ad taxillos, per esempio; chi portava coltelli non di misura; chi faceva cader la gragnuola sulla città per arte di negromanzia; chi aveva o tentava di habere rem cum quadam filia di età troppo verde, e chi disertava le bandiere, e anche chi ammazzava il prossimo, scampavano facilmente alla prigione, e al boia, vuotando la borsa, se l'avevano, nelle tasche dell'amato sovrano. E in questi casi, naturalmente, chi più n'aveva, peggio stava. Un infelice canonico di San Donato, più danaroso che continente, per aver tentato appunto di habere rem con una parrocchianetta troppo acerba, solamente tentato, era ridotto addirittura sul lastrico; e per contro, un falegname che aveva spacciato un cristiano, se la cavava rifacendo il tetto a spese proprie a una torre del castello di Moncalieri. — Costava caro, come vedete, concludeva l'esattore, abbassando la voce, era un affar serio habere rem.... sotto i principi d'Acaja.

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Eravamo rimasti al secondo piano, mi pare.... Al terzo non c'è da vedere che la stanzina di studio del direttore, il quale, senz'avere una grande biblioteca, possiede senza dubbio molti più libri di quanti n'abbiano mai letto tutti insieme in cento e vent'anni i quattro Principi della casa d'Acaja. Tutt'in giro a quest'ultimo piano pare che ricorresse una loggia, sulla quale forse si drizzava una merlatura simile a quella degli altri muri. Le Principesse, probabilmente, stavano qui la sera a godere l'aria dei monti, con le figliuole; e qui forse trapunsero le prime ciarpe da torneamenti, fantasticando sul proprio avvenire, Margheritina, la piccola greca, figliola d'Isabella, e la bimba Eleonora, e Alasia ricciuta, e Melchide sposa futura dell'Elettor di Baviera. Da questa grande altezza, quasi librate nell'azzurro, vedevan lì sotto, a pochi passi, la bella chiesa di San Francesco, dove riposavano i loro padri e i loro fratelli, e di cui non esiste più traccia; e tutt'intorno, Pinerolo con le sue mura merlate e coi suoi ponti a levatoio, e il viavai delle sentinelle sugli spaldi delle torri, rispecchiate dall'acque immobili dei fossi. E con un solo giro dello sguardo potevano abbracciare quasi intero il Piemonte, centinaia di borghi e di rocche soggette a loro, od amiche, o nemiche, o malfide; che videro ventiquattro guerre durante il regno di quattro Principi; una pianura meravigliosa, nella quale miriadi di miriadi di alberi salgono in lunghissime file verso i santuari biancheggianti come cubi di neve sulla cima dei colli, si serrano, come eserciti, in masse profonde, si schierano in vasti quadrati attorno a campi color di malachite chiarissimo, convergono in processioni sterminate verso le città, serpeggiano a mille a mille lungo i fiumi e i torrenti, precipitano a legioni giù dalle chine, e incrociano le loro fughe in tutte le direzioni ed empiono gli avvallamenti lontani di vaste moltitudine confuse, presentando innumerevoli sfumature e contrasti di verdi fortissimi e dolci, fin dove il colore della vegetazione si cangia in un azzurro poderoso, e poi digrada in un azzurro gentile, tagliato da una linea immensa e diritta come l'orizzonte del mare.

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Discendemmo adagio adagio, come se a furia di ficcare gli occhi per tutti i buchi si fosse dovuto scoprire almeno qualche annosissimo servo incartapecorito, dimenticato dalla morte, dal quale si sarebbe potuto saper qualche cosa. Ciascuno metteva coll'immaginazione i suoi personaggi prediletti della casa d'Acaja negli angoli del palazzo, e negli atteggiamenti che gli parevan più propri a dar vita alla sua larva. Un mio amico, invece, si stillava il cervello per capire dove avessero potuto “alloggiare„ Ludovica del Villars nel dicembre del 1362, mentre c'era già in casa la terza sposa di Giacomo; gravissimo quesito per uno storico e per un direttore di albergo. I ragazzi si seccavano. Uno di essi domandò timidamente: — Ma.... dove sono questi Principi d'Acaja? — La più eccitata era una signorina, la quale pensava con un sentimento vivo di tenerezza che il povero Filippo, il diseredato, doveva aver passeggiato per molte e molte ore sotto quel portico, col capo basso e le braccia incrociate, nei giorni che cominciava a presentire le sua disgrazia. Filippo era la sua simpatia. — È una brutta cosa, diceva con calore, che nessuno storico di Casa Savoia abbia detto una parola ardita e generosa in sua difesa. — Andiamo! le rispose l'amico dell'“alloggio,„ ha fatto la guerra da bandito. — La signorina scattò: — Chi n'aveva fatto un bandito? — No veramente, non era giusto. Non era soltanto la coscienza del suo diritto di primogenito che gli rendeva intollerabile di veder destinato il retaggio del padre Giacomo al figliuolo della matrigna; era pure, e più forse, il ricordo di essere stato investito a sette anni di tutti i dominii che gli spettavano, de omnibus civitatibus et burgis, e d'aver ricevuto l'omaggio solenne de' suoi futuri vassalli, in logiam sumiarum, vicino alla grande torre rotonda del castro di Pinerolo. Erano quindici anni ch'egli si teneva sicuro di succedere al padre, quando vide entrare in casa la bella Margherita di Beaujeu, e nascere un bambino in cui l'indole ambiziosa e imperiosa della madre gli fece sospettare fin dalle prime un rivale. La signorìa che la bella donna va pigliando ogni dì più sul marito debole e innamorato, lo afferma a grado a grado nel suo sospetto. L'animo suo s'inasprisce. Crescendo la diffidenza, scema il rispetto, e la freddezza del padre risentito fa peggio. Allora egli parla dei suoi diritti, facendo sonare il passo irato nelle sale del palazzo non più suo, e guarda con gli occhi pieni d'odio quella donna astuta e intrigante il cui unico pensiero è la sua rovina. Egli non ne dubita più oramai. A lui sarà gettata l'elemosina di quattro case e di quattro campi perchè pieghi la fronte di vassallo dinanzi al figliuolo dell'amor senile di suo padre. E il solo che lo potrebbe proteggere, Amedeo di Savoia, lo condanna, e vuole che sacrifichi tutte le speranze della sua vita alla concordia della famiglia! Eppure, sì, quando egli è al cospetto del Conte Verde, quel viso di prode lo soggioga, quella parola nobile e ferma lo persuade: due volte, commosso da lui, egli rinunzia generosamente ai propri diritti. Ma quando torna alla casa paterna, quando rivede l'occhio azzurro e freddo di quella madre egoista, e risente la voce di quel bimbo, nato per la sua sventura e per la sua vergogna, e ha sentore del testamento che lo spoglia per sempre dell'aver suo, anche in caso di morte dell'usurpatore, l'ingiustizia allora gli risolleva l'odio nel cuore, l'ira gli risale per le arterie in ondate di fuoco e gli mette la bandiera della rivolta nel pugno. Amedeo è salpato per l'Oriente; il popolo, sciolto dal timore di lui, i vassalli memori del loro antico giuramento, si leveranno in favore del diseredato. Ebbene, se tutto gli fosse andato a seconda, mancandogli così ogni occasione alla violenza e alla vendetta, la storia avrebbe detto di lui: — Aveva ragione. — Ma non un braccio si leva dalle sue terre, non una voce risponde al suo grido fra quella gente cocciuta, in cui la consuetudine dell'ubbidienza brutale è più forte che il sentimento della giustizia. Esasperato dal disinganno, egli s'indraca allora contro i sostenitori senza coscienza, contro i complici paurosi di quella ladra di principati, che coll'amplesso lascivo ha soffocato nell'anima di suo padre il sentimento dei primi affetti e il rispetto delle solenni promesse. Sanguini, urli dunque sotto le spade e in mezzo alle faci incendiarie dei suoi inglesi e dei suoi alemanni prezzolati, quello stupido pecorame di popolo, poichè è sordo alla voce del diritto e della ragione. Da Barge a Chieri, da Costigliole a Torino, egli passa come un uragano, furioso, accecato, delirante, ma non colpevole di tutte le violenze della sua turba feroce e forse straziato dentro e atterrito dell'opera propria. Il suo cuore non è impietrato. Quando Giacomo fugge a Pavia, una speranza, forse un pentimento lo risospinge verso di lui: corre a Pavia, chiede perdono, riconduce il padre alla sua città, lo circonda di affetto e di cure. Ma il padre muore senza esaudirlo. Una nuova speranza gli brilla al ritorno d'Amedeo da Costantinopoli. Ma il Conte di Savoia proclama solennemente la successione del fanciullo e la reggenza della matrigna. Tutto è finito, dunque. Abbandonato dai Principi a cui ricorre, respinto dai suoi popoli, malsicuro dei suoi mercenari, a che pro raccoglierebbe il guanto di sfida che gli getta l'implacabile Amedeo, chiamandolo traditore e bugiardo, perchè giochi la vita con lui davanti alla Corte dell'Imperatore? Non è il solo pensiero della vanità della prova, forse, quello che gli trattiene la spada: è un resto della riverenza antica per il capo della sua stirpe, è un senso nuovo di ammirazione per l'eroe dell'Oriente, salutato dal plauso del mondo. La lotta non è più possibile. Stretto in Fossano, viene a patti. Con un salvacondotto del vincitore cavalleresco, si reca a Rivoli senza timore. Un Consiglio di giurisperiti deciderà fra lui e Margherita. Forse tutto non è perduto. Ma che! A Rivoli, dinanzi al Conte di Savoia, egli si trova in faccia alla matrigna odiata, che lo accusa delle devastazioni e del sangue. Invano egli invoca il salvacondotto. Mentre il Consiglio delibera sulla successione, un altro Consiglio gli forma processo criminale. Egli non può sbugiardare le accuse, deve pur confessare che s'è ribellato, che ha incendiato, che ha fatto sangue.... Allora, nello sguardo del Conte di Savoia, nell'accento dei Commissari, nell'atteggiamento de' suoi custodi, indovina forse una sentenza tremenda; un misto di rimorso e di pietà di sè stesso gli opprime l'anima, si sente venir meno il coraggio, invoca la misericordia del suo signore.... Che cosa avvenne di quel disgraziato? Il giorno 13 ottobre del 1368 fu ancora interrogato una volta dai suoi giudici nelle prigioni di Avigliana. Poi non se ne seppe più nulla. Fu ucciso? Ma non c'è indizio d'una condanna di morte che sia stata pronunciata contro di lui. Si uccise? Ma perchè non si seppe? Delle due supposizioni, è più ragionevole la prima pur troppo. Ah! ma è doloroso.... ripugna il mettere una macchia vermiglia sulla gloriosa assisa verde d'Amedeo!

***

Queste cose, o presso a poco, doveva dire tra sè la signorina, mentre scendevamo nel giardino, poichè i suoi begli occhi verdi luccicavano come due smeraldi inumiditi e le sue narici sottili vibravano come due alette rosate di farfalla. Il giardino lungo e stretto, chiuso tra quattro muri, è un giardinuccio malinconico di chiostro, fatto piuttosto per dirvi degli atti di contrizione, che per commettervi dei peccati. È incredibile che quello fosse tutto il giardino della Corte: doveva risalire o discendere il colle a scaglioni e a gradinate, e stendersi molto più in là verso le mura. Non di meno, visto di lì sotto, il palazzo antico degli Acaja, così alto, nell'ampio azzurro, coi suoi merli, con le sue finestre arcate, con le sue logge aperte, con la sua torre rotonda e leggera, doveva offrire un aspetto gradevole, o, se non altro, curioso. Ed anche nel giardino ci tenne dietro Filippo, il protagonista della giornata. Non ci fu rimedio. La poetica signorina si commoveva da capo, pensando ai suoi amori di fanciullo. Ah! un idillio gentile davvero che raccomando al mio buon Marenco, per la piccola Cuniberti. Quale argomento più grazioso che le avventure di due sposi di sett'anni? Filippo forse non li aveva ancora quando suo padre Giacomo, collo scopo d'amicarsi il Conte di Ginevra, il quale, come tutore d'Amedeo VI, poteva giovargli presso la Corte di Savoia, concertò il matrimonio del principino con Maria, figliuola del Conte, nata da Matilde di Bologna. Sciolto il ragazzo, col consenso del papa, dai vincoli dell'autorità paterna e proclamato erede dei dominii di Giacomo, si stipulò il matrimonio in forma solenne, al cospetto di molti personaggi ecclesiastici e secolari, fissandosi una dote di quindicimila fiorini d'oro; alla quale parve che il fidanzato si mostrasse affatto indifferente. Le promesse vennero fatte nel 1346. L'anno seguente scese in Italia la sposa. Filippo aveva compito il settennio; la sposa poteva avere otto o dieci anni. Essa portava con sè uno scrigno pieno di gioielli, che suo padre affidò all'abate di San Michele della Chiusa, perchè lo rimettesse agli sposi quando il matrimonio fosse consumato, o lo restituisse alla famiglia quando il matrimonio andasse a monte. Gli sposini non essendo ancora in età di consumar altro che dei confetti, furono celebrati intanto gli sponsali; e la bimba rimase alla Corte degli Acaja ad aspettare gli anni dell'amore. Come avranno passato quel tempo i due ragazzi? Senza molta impazienza, si può credere. E nessuno gli avrà vigilati, di certo. Si saranno rincorsi mille volte per i viali di questo giardino. Essa avrà parlato del cofanetto miracoloso dell'Abate, egli dei bei puledri che avrebbero fatto caracollare insieme per le vie di Pinerolo, tra pochi anni. Sibilla del Balzo, che era ancor giovane, avrà fatto da mamma alla piccola nuora. Qualche bacio innocente nel collo alla sua ginevrina, Filippo ce l'avrà stampato, qualche volta, in mezzo ai roseti. Si saranno posti affetto l'un l'altro? Si saran bisticciati? Quanti lieti pronostici avran fatto i vassalli striscianti e le dame adulatrici! Ah poveri pronostici d'amore! Amedeo VI cresceva; nel 1347 usciva di pupillo. A che poteva giovare il Conte di Ginevra, scadendo dal suo ufficio di tutore? E allora, perchè il matrimonio? Con un tratto di penna, tutto fu sciolto. La povera sposina fu liberata dalle promesse. Le fecero un involtino delle sue bricciche, le rimisero in mano la scatoletta dei suoi gingilli, e la rimandarono al babbo e alla mamma... com'era venuta. Le cronache non dicono se i due ragazzi abbian singhiozzato separandosi, e maledetto “l'iniqua ragion di Stato.„ Si separaron forse con un sorriso. Ma chi sa che molti anni dopo, quando era sposa di Giovanni di Chalon, signore d'Arlay, udendo la miseranda fine di Filippo d'Acaja, la giovine signora non abbia pensato con tenerezza al suo piccolo fidanzato d'un tempo e lasciato cader una lagrima su quella memoria gentile!

***

Avevamo visto tutto, e stavamo per uscire, quando s'accese una discussione vivace tra la signorina e l'esattore intorno alla “mitezza„ dei principi d'Acaja. L'esattore peraltro ci metteva una puntina di malignità, e faceva un po' per chiasso. — Infine, saranno stati miti, diceva; ma fatto sta che nel registro dei loro conti c'è segnata di tratto in tratto una somma per l'acquisto d'una corda nuova, pro magna corda de nouo, che non serviva certamente a far all'altalena. Sì, perdonavano molti delitti.... per denaro. Ma quando i colpevoli erano spiantati, facevano torturare e impiccare de bon cuer, come scrive il mite Amedeo, con ortografia principesca. Uno aveva l'auriculam incisam, l'altro il naso deputatum, un terzo la fronte rabescata col ferro calido, un quarto, gli oculos decrepatos; una donna era combusta, nientemeno; un vecchio annegato come un cane; un altro rabellatus, trascinato alla forca per una corda attaccata alla coda d'un'asina comprata da un'ebrea. E per parua furta si contentavano di sbrindellare le cuoia a vergate. Le pare che sia mitezza, signorina? E quell'altra birbonata di tenere sepolti gli ostaggi in una torre, per anni e anni, dei poveri ragazzi astigiani, che ne uscivan mezzo morti? Perchè non facevano l'inferno per liberarli, quelle dolci principesse? — Ebbene, la signorina l'avrebbe fatto l'inferno, ne potevamo andar sicuri; ma quella di dar carico ai Principi dell'atrocità della giustizia punitiva, che era mostruosamente atroce da per tutto, in quel tempo, le faceva alzare le spalle (ammirabili). Conosceva anch'essa il famoso regesto, e sapeva che la mitezza degli Acaja si poteva dimostrare con altre prove. Bisognava vedere, per esempio, in qual maniera punivano le colpe che offendevano soltanto le loro persone. Un Barnabò non si sarebbe contentato di far pagare una piccola multa a chi avesse parlato in pubblico contro il suo onore; Galeazzo avrebbe levato qualcosa di più che pochi fiorini ad una donna che avesse bruciato in chiesa il banco d'una principessa, la vigilia del suo onomastico; nè altri Principi d'allora pagavano alla povera gente, come usavano gli Acaja, i danni fatti dai loro cani e dai loro falconi; no sicuramente. — Andiamo, le concedo questo, — rispose l'esattore; — ma non potrà negare che quella di far dormire le principesse sulla paglia era una vera barbarie. — Tutti gli diedero sulla voce: era un calunniatore. Ma egli addusse la prova, una somma registrata nei conti pro precio unius charrate palearum pro lectis faciendis pro adventu domicelle Bone; Bona principessina, figliuola d'Amedeo.... — Ci avranno dormito tutti sulla paglia, — osservò la signorina. Che! Che! — rispose l'altro trionfante, il dominus dormiva sulla lana. C'è registrato. Lanam materacii ad opus domini. Che mi viene a contare! — E allora tutti risero, e la discussione finì in quella maniera, sul morbido, come non sogliono finire le discussioni con gli esattori.

***

A forza di ricordare e d'immaginare, insomma, uscimmo tutti dal palazzo con la gradita illusione d'aver visto mille meraviglie. Gran bel dono, proprio, quello dell'allucinazione volontaria! Per questo, io potrei dare dei punti a quel caro signor Joyeuse del Nabab, il quale, andando la mattina all'ufficio, si rappresentava così al vivo l'atto del direttore che gli dava una gratificazione di mille lire, e vedeva così nettamente il suo biglietto bianco e i suoi colleghi verdi, che arrivato alla banca, rimaneva ogni mattina stupito e avvilito di non ricever la croce d'un quattrino. Io pure, ritornando verso la villa Accusani, mi raffigurai, e posso dire d'aver visto davvero una stranissima cosa. Mi trovavo sopra un alto ballatoio del palazzo degli Acaja, e vidi sorgere tutt'a un tratto accanto a me i quattro Principi morti, diritti stecchiti nelle loro armature corrose, coi visi consunti e con gli occhi orribilmente infossati sotto le fronti che mostravan l'osso nudo. Si fregaron le palpebre cadenti come destandosi da un altissimo sonno, e s'atteggiarono a un'espressione di stupore indescrivibile, riconoscendo a poco a poco la pianura immensa e i luoghi vicini e lontani dove avevan combattuto durante la loro vita mortale. E si vedevan passare nel loro sguardo lento e girante mille curiosità e mille inquietudini, come se domandassero affollatamente a sè stessi: — Che fu del nostro sangue? Dove sono i nostri nemici? Che cosa avvenne dei Marchesi di Saluzzo e di Monferrato? E le repubbliche d'Asti e di Chieri? E i re di Sicilia? E i Signori di Milano? — Principi! — io gridai allora; e i quattro teschi si voltarono. — Non c'è più Marchesi di Saluzzo, non c'è più Marchesi di Monferrato, non c'è più repubbliche d'Asti e di Chieri, non c'è più dominii piemontesi nè di Re di Sicilia nè di Visconti: fin dove arriva il vostro sguardo, sventola l'insegna della vostra famiglia, splende la croce bianca di Pietro II, vostro progenitore di Savoia. — I loro occhi cavernosi mandarono un lampo, dilatandosi, e si fissarono profondamente ne' miei. — Principi! — ripresi, — quello che appena avreste osato ambire in segreto, nei più audaci sogni della vostra giovinezza, tutta la bella riviera di ponente, e le terre dei Gonzaga, e i possedimenti degli Scaligeri, e i domini degli Estensi, e le quarantadue città di Gian Galeazzo, son raccolte sotto lo scettro dei vostri nipoti, e glorificano il nome della vostra stirpe.... Ascoltatemi! — gridai, frenando col cenno un movimento impetuoso con cui si traevano indietro. — Ciò che non avete mai sognato un istante, nemmeno nei più febbrili delirii della vostra ambizione, nei giorni di battaglia e di trionfo, la città poderosa e superba, che portava il terrore tra i Saraceni, e che voi salutavate con riverenza salpando pel mar di Liguria a tentar la conquista del vostro principato di Grecia; e quella più formidabile e più bella, signora del mar dell'Adria, che avrebbe potuto coprire i vostri domini con le vele distese dei suoi navigli; e quell'altra piena d'oro e di gloria che ammiravate di lontano come un immenso chiarore all'orizzonte, e da cui vi giunsero come echi di un nuovo mondo i nomi immortali di Giotto e di Dante, sono unite sotto il regno del vostro sangue, e portano nella stessa bandiera la croce della vostra Casa!... Ascoltatemi ancora! — gridai con tutte le forze del mio petto, soffocando un'altissima voce che stava per prorompere dalle quattro bocche spalancate e convulse. — Immaginate avverato il sogno d'un pazzo, incominciata l'età dei prodigi, le leggi del mondo sconvolte: tutte le terre soggette ai vicarii di Cristo, da Radicofani a Ceprano, l'Emilia, i possedimenti della duchessa Matilde, Spoleto, tutto quanto è mai stato donato da Re o da popoli a San Pietro e ai suoi successori; e tutto il vasto paradiso sul quale ondeggiò per tant'anni il vessillo temuto di Casa d'Angiò; e tutta la terra splendida e favolosa che sottostette alla spada d'Aragona; tutto, tutto, da un estremo all'altro della penisola enorme, popolata di mille città e armata d'un milione di spade, tutto riconosce e inchina un Re solo, un Umberto di Savoia! — A queste ultime parole i quattro Principi d'Acaja rimasero un momento immobili e muti, girando intorno i loro grandi occhi insensati; poi barcollarono come percossi da una mazza ferrata sul cranio, e stramazzarono riversi tutti insieme nell'oscurità del sepolcro.

IL FORTE DI SANTA BRIGIDA

Pinerolo, agosto 83.

Ho ricevuto una gran visita graditissima, giorni sono, qui sul colle di San Maurizio, nella villa Accusani. Mi portan su una lettera e un biglietto di visita, dicendomi: — C'è un signore forestiere. — Guardo il biglietto. C'era scritto: Commandant Emile de Beaulieu, 20me régiment d'artillerie. — De Beaulieu! dissi tra me. Questo nome non mi è nuovo. Mi pareva d'averlo inteso o letto pochi giorni avanti; ma non ricordavo nè dove nè a qual proposito. Sapendo che i parroci delle chiese antiche di Pinerolo ricevono qualche volta delle lettere di francesi sconosciuti, i quali li pregano di far ricerche intorno alle loro famiglie nei registri parrocchiali del tempo della dominazione di Francia, pensai che quel maggiore de Beaulieu fosse venuto a Pinerolo con uno scopo simile, e che si presentasse a me con la raccomandazione d'un amico perchè io lo presentassi al parroco di San Maurizio. E non la sbagliavo di molto. Ma ero ben lontano dall'immaginare la buona fortuna che m'annunziava la lettera, d'un mio amico di Parigi. Il maggiore De Beaulieu era discendente in diretta linea di quel valoroso De Beaulieu che aveva governato e difeso il forte di Santa Brigida durante l'assedio famoso di Pinerolo del 1693. Io n'avevo letto e ammirato le gesta la settimana prima. — Il maggiore, diceva la lettera, passando di Torino per tornare in Francia, si reca a Pinerolo a visitare i luoghi dove combattè il suo antenato. —

Figuratevi! ruzzolai le scale. E mi trovai davanti un bell'uomo sui trentacinque anni, biondissimo, d'una corporatura asciutta di cavallerizzo, vestito da viaggiatore, con eleganza. La voce me lo rese immediatamente simpatico. Aveva combattuto a Sédan, luogotenente d'artiglieria, nel corpo del generale Wimpffen; era stato due anni in Africa; non parlava, ma capiva l'italiano.

Mais, c'est très beau ici! — disse dopo le prime parole, accennando i monti. — Intendo assai bene ora come il conte di Tessé si sia difeso accanitamente. Doveva rincrescer molto a lui e a tutti i Francesi di sloggiare di qua. — Aveva già fatto un giro per Pinerolo, col piano della città forte fra le mani, ed era contento d'aver ritrovato fin dai primi passi l'edifizio dell'antico arsenale.

— Dunque io vi debbo fare da cicerone? — gli dissi. — Badate che non sono in grado d'insegnarvi altro che la strada.

Non gli occorreva altro. Aveva letto le relazioni militari del tempo, specialmente la storia del marchese di Quincy, brigadiere di Luigi XIV; nessun particolare dell'assedio gli era sconosciuto.

— Ci aiuteremo a vicenda — mi disse; e poco dopo pigliammo la via del monte di Santa Brigida.

***

Ma prima d'arrivar sul terreno dell'assedio, credetti opportuno di fargli un'osservazione conciliativa. Bisognava regolare i conti del nostro orgoglio nazionale. E la cosa, per un caso assai raro, era mirabilmente facile. Avevamo l'uno e l'altro una parte eguale di soddisfazione nei ricordi dell'assedio di Pinerolo, perchè è vero che gli italiani e i loro alleati avevano espugnato il forte di Santa Brigida; ma non eran riusciti a impadronirsi della città: la gloria dei conquistatori del forte lasciava intera e netta quella dei difensori della cittadella. Gli alleati, d'altra parte, non avevan levato l'assedio per disperazione di vincere, ma perchè minacciati alle spalle dal Catinat. Le partite eran pari, dunque. Potevamo visitare il campo col cuore in pace. — Tapez! — egli rispose con un sorriso, stendendomi la mano.

***

Arrivati ai piedi del colle, dove sorgeva la cittadella, ci soffermammo a guardar la pianura sottoposta. — Che stupendo scacchiere! — esclamò il maggiore; — degno veramente della partita che vi giocarono! — Ah sì! La partita era terribile. Si trattava di strappar di mano al gran Re la libertà dell'Europa. Ci formicolavano cinque eserciti, su queste belle colline; piemontesi, inglesi, olandesi, tedeschi dell'impero e degli elettorati, valdesi e protestanti di Francia, Vittorio Amedeo II ed Eugenio di Savoia, uno stuolo di generali d'ogni paese, il fiore della nobiltà francese e savoiarda, trentamila soldati che avevan visto il fuoco di venti battaglie. E con che animo c'eran venuti! I francesi, incrudeliti nelle persecuzioni degli ugonotti e nelle atrocità del Palatinato; i piemontesi, furiosi di vendicare il macello di Cavour e gli orrori d'una guerra devastatrice fatta ad un tempo con la spada e con la forca; gli anglo-olandesi infiammati dall'ira di Guglielmo III; quasi tutti i principi morsi nel cuore dal ricordo di un'offesa personale del re Luigi; e gli uni eccitati dal pensiero che qui era il lato vulnerabile della Francia, il solo punto in cui si potesse assalirla con vantaggio per irrompere nel Delfinato e nella Provenza; gli altri inanimiti dagli eccitamenti del loro Re, che teneva a Pinerolo come al proprio sangue, e che giocava sulle sue mura l'onnipotenza e la gloria della monarchia.... Che meraviglia di spettacolo, per San Giorgio! degno proprio d'aver a spettatrici le montagne da cui scese la vendetta di Annibale e irruppe la furia di Carlomagno.

***

Un po' più innanzi, uscendo di fra i muri di cinta delle ville, il maggiore si fermò ad ammirare quel monte di Santa Brigida, che protende con una curva così graziosa il suo largo fianco nella pianura. I giardini, le pergole, le siepi, i gruppi d'alberi sono così fitti dalla cima alle falde, e la vegetazione così rigogliosa, che le case vi paion tuffate dentro come in un bosco; e son sparpagliate così pittorescamente per tutta la china, fattorie bianche, cascine rosse, casette svizzere, torri, nidi nascosti da innamorati, villette raccolte insieme come un crocchio d'amiche, palazzine pensierose nella solitudine, file di case poste l'una sotto l'altra a scalinata, e villini variopinti buttati via a caso per il verde come una grembialata di camelie e di rose, che lo sguardo v'è attirato in mille punti ad un tempo, e la fantasia assalita da mille capricci di poeta, e il cuore punto da mille invidie di comunista.

***

Oltrepassata la villa Vagnone, il De Beaulieu cominciò a cercare il sito dei ridotti in terra, che il conte di Tessé, comandante di Pinerolo, aveva fatti costruire per legar la cittadella al forte di Santa Brigida: tre ridotti, scaglionati lungo la china del monte, a difesa dei quali eran stati posti cinque battaglioni di fanteria discesi da Roccia Coltello, dove stava a campo il Catinat con gli avanzi dell'esercito.

— Qui doveva passar la strada sotterranea, mi disse. — Voleva dire la strada sotterranea, lunga almeno un miglio di Piemonte, che metteva in comunicazione il forte con la cittadella. — È probabile che seguitasse i serpeggiamenti della strada scoperta, — soggiunse. Ci doveva parer l'inferno là sotto, durante i combattimenti, quando vi s'incrociavano e vi si urtavano, al chiarore delle lanterne, i feriti portati giù dalla cima del monte, le compagnie di rinforzo che salivano di corsa, gli aiutanti di campo che recavan gli ordini del governatore, i cannoni trascinati a salvamento, i difensori dei ridotti soverchiati, che precipitavan dentro per le buche travolgendo i prigionieri esterrefatti, mentre le vôlte del sotterraneo tremavano sotto la pesta degli assalitori e il fischio rabbioso delle granate. D'una cosa non sapeva rendersi ragione il maggiore, del perchè i francesi non avessero pensato molto tempo prima a costruire un forte sulla cima di quel monte che dominava così terribilmente Pinerolo; perchè è certo che del forte di Santa Brigida non c'era ancora segno nell'aprile del 1692, e che i lavori non eran nemmeno terminati al cominciar dell'assedio. — Ecco San Pietro! — esclamò tutt'a un tratto, accennando giù nella valle del Lemina il bel villaggio mezzo nascosto nella verzura. — Là seguì il primo combattimento, il 24 di luglio. C'era il capitano Affs, del reggimento d'Auvergne, quando il duca Amedeo gli piombò addosso dai colli con due colonne convergenti, dopo aver spazzato gli altri posti francesi. Se non accorrevano a liberarlo i granatieri della cittadella, era spacciato. Deve aver passato un brutto quarto d'ora. — E seguitando a parlar così, con quella familiarità di linguaggio e con quei particolari e vocaboli tecnici che ravvicinano tanto gli avvenimenti lontani, mi dava la gradita illusione di visitare quei luoghi pochi mesi dopo la pace del 30 maggio del 96, in compagnia d'un aiutante di campo del generale di Tessé.

***

Continuammo a salire in mezzo alle cascine, alle fattorie, alle ville. Tutte quelle case, durante l'investimento del forte, erano convertite in altrettanti ridotti, continuamente presi e perduti dagli assedianti e dagli assediati, rovinati dagli uni, riattati in furia dagli altri. Di lì bisognava ad ogni costo che gli alleati snidassero i francesi se volevan tagliare le comunicazioni del forte con la piazza. Colonne enormi di tedeschi, di spagnuoli, di savoiardi si precipitavano su quei fortilizi improvvisati, di giorno e di notte, e attaccavano mischie orrende tra le siepi, sulle aie, nelle stanze, dove combattevan con le pistole, con le sciabole, con le baionette, coi calci dei moschetti, urlando come anime dannate in sei lingue diverse, non rendendosi prigionieri se non crivellati di ferite, e lasciando il terreno sparso di tronconi d'armi, di brani di giustacuori, di ciocche di capelli, di chiazze di sangue. I nobili piemontesi, il conte di Massel, i marchesi di Parella, di Caraglio, di Bernezzo, facevano sfolgorare le loro lunghe spade tra i primi. Ogni più breve tratto di trincea che si aprisse, costava decine di vite di guastatori e di soldati. Ogni più piccolo avanzamento di batteria scatenava una tempesta di ferro e di fuoco dai bastioni. Le sortite disperate del presidio portavan tutt'intorno la rovina e l'incendio come le eruzioni d'un vulcano. Sterratori, ingegneri, giovani volontari ugonotti, brillanti capitani cresciuti nelle Corti, veterani canuti di dieci guerre, vecchi gentiluomini luccicanti d'oro e di seta, stramazzavano a capo riverso nei fossi delle parallele, sfracellati il petto e la fronte. Tremila uomini si dice che perdessero gli assedianti soltanto nei primi quindici giorni. E non si stava molto meglio dentro al forte. Le bombe vi grandinavano da tre parti, qualche volta trecento in una notte. Il presidio, formato da principio di quattrocento cinquanta soldati, scelti tra i migliori nei dodici battaglioni di Pinerolo, con venti sergenti e venti ufficiali eletti, comandati dal colonnello Sestribe e dal governatore De Beaulieu, doveva essere rinfrescato senza posa. I bastioni costrutti di recente, e guasti dalle grandi piogge, oltre che danneggiati dalle stesse artiglierie della cittadella che li proteggevano, richiedevano un lavoro continuo e precipitoso di riparazione. E con tutto questo, il forte tenne duro contro quattro eserciti per quasi un mese.

***

Ma via via che si saliva, e che il terreno s'andava facendo più ripido e più rotto, il maggiore pareva sempre più disposto ad ammirare gli assedianti. — Caspita! diceva, soffermandosi per guardare intorno, — era una dura impresa (une rude affaire). Bombardati dal forte, bersagliati dalla cittadella, tempestati dai ridotti, fulminati dalle batterie mobili del Tessé.... ci volevan dei petti di bronzo e dei fegati d'acciaio per tener le trincee. Eppure, chi sa! avrebbero piantato ogni cosa, forse, se non era la presenza dei due principi savoiardi. Quelli eran due campioni, sacro dio!

Feci un sorriso modesto in nome dei due principi. Con uno straniero, vien qualche volta naturale anche all'ultimo dei cittadini, di imitare quel vecchio sergente francese il quale diceva: — L'empereur et moi, ça ne fait qu'un. — E poichè m'aveva detto una cosa gradita, io gli dissi alla mia volta, per rendergli la gentilezza, che ammiravo cordialmente, come un bell'esempio del come si possa accordare l'orgoglio del soldato col rispetto dovuto a un nemico glorioso, la nobile risposta che il governator De Beaulieu aveva dato al principe Eugenio quando questi era venuto in persona a intimargli la resa, affermandogli che le comunicazioni tra il forte e la cittadella eran rotte. Invece di scimmiottare il Roi soleil con una risposta spavalda da eroe di teatro, egli s'era contentato di accennare al Principe la strada sotterranea ancor libera, il fosso sgombro e la breccia richiusa, rispondendo rispettosamente: — Vostra Altezza vede. Un soldato d'onore non può ancora render la spada.

— Non poteva ispirare che una risposta nobile la parola del Principe Eugenio, — rispose il maggiore. Ah! l'Abatino! Egli l'ammirava con entusiasmo quella simpatica e strana figura, quell'eroe gobbetto, che non aveva mai lasciato vedere il suo scrigno ai nemici, piccolo, gracile, terribile, con quegli occhi da Napoleone del Meissonnier, chiari come due diamanti, con quel nasino voltato in su, con quella bocca sempre aperta come per esser più pronta a gettare il grido dell'assalto. Ci doveva mettere il diavolo in corpo ai suoi reggimenti quando passava di galoppo con la bella coccarda azzurra sulla corazza, e apostrofava i soldati in quattro lingue, dissimulando con un sorriso il tormento della sua vecchia ferita di Belgrado. Era una mirabile natura, audace, tenace, impetuosa, gioviale. Nulla lo definiva meglio della scommessa di cento doppie che aveva fatta la sera del primo sabato d'agosto con Vittorio Amedeo: di fargli sentir la messa nel forte di Santa Brigida all'alba del giorno dopo.

***

Arrivati sulla cima del monte, il maggiore De Beaulieu riconobbe il terreno con un'occhiata. — Qua eran piantate le batterie dei tedeschi, comandati dal maggior generale Scheveim; là ci doveva esser la trincea dei mille e settecento inglesi, comandati dallo Schomberg; laggiù gli spagnuoli col generale de Las Torres. Dov'è il Pilone della Morta? mi domandò. — Gli indicai il piccolo gruppo di case dove rimangon gli avanzi d'un pilone sul quale era anticamente raffigurata una donna, morta là una notte per terrore degli spiriti. — Fino a quelle case, disse il maggiore, si spinsero il 27 luglio, incalzando i francesi cacciati da Frossasco, cinquemila soldati del duca di Savoia. Il forte era formato da quattro bastioni e sfolgorava tutto quello spazio d'attorno palmo per palmo. Ma doveva essere terribilmente tragica la condizione del forte negli ultimi giorni, quando già erano stati costretti a levar via la più parte dei cannoni, e i fossi erano colmi di ruderi, i bastioni squarciati, la via sotterranea in pericolo, la palizzata minata per far saltare la controscarpa del fosso; e gli assediati si vedevan dintorno, a pochi passi, le gole nere di tutti quei mostri di bronzo venuti su come strisciando col favor delle tenebre, e tutti quei visi arsi di soldati d'ogni paese, inferociti da cento assalti e smaniosi dell'ultima strage, che li divoravan con gli occhi iniettati di sangue, mostrando le baionette. A quel punto, ogni resistenza era inutile. All'alba del quattordici, in fatti, gli alleati, cannoneggiando furiosamente i bastioni già cadenti, si avanzano per tentare l'ultimo assalto. Uno scoppio tremendo li arresta per un momento: le porte e il ponte del forte erano andati per aria. Credono d'aver appiccato il fuoco al magazzino delle polveri, ricominciano a fulminare con la frenesia della vittoria. Ma che è? Dai bastioni non si risponde. Si avvicinano titubanti, irrompono dentro come un torrente.... Non c'è più anima viva. Il forte è un mucchio di rovine. Non ci trovano che pochi cenci sanguinosi e un cannone con l'arma di Savoia, inchiodato. Fin dallo spuntare dell'alba, il governatore De Beaulieu, per ordine del comandante di Pinerolo, dopo aver fatto minare le cortine della porta principale e delle porte di soccorso, era sparito col presidio per la via sotterranea, non lasciando che pochi soldati coll'incarico di dar fuoco alle mine all'ultimo momento. Che formidabile moccolo deve aver attaccato Vittorio Amedeo!

Avvicinandosi alla villa solitaria del signor Todros, che copre lo spazio già occupato dal forte, il maggiore si fermò ad osservare due piccole piramidi di bombe che s'alzano sui due pilastri della porta del giardino: bombe che furon trovate nella terra, con qualche pezzo d'armatura e poche monete ossidate, scavando là presso. Chi sa che non fosse proprio una di quelle, la bomba che aveva fracassato le gambe al povero Montour, maggiore del presidio. — Due bei piatti di patate di Savoia, — soggiunse il De Beaulieu, fissandole con gli occhi sorridenti d'un buongustaio.

Lassù v'è uno spianato ampio, come non s'immagina guardando la cima del monte da San Maurizio: bei vigneti; tratti di terreno coperti d'erba altissima, ombreggiati da gruppi di quercioli, di eriche, di pini selvatici, e tutti tempestati di rosolacci, d'ombrellifere bianche, di ranuncoli, di giunchiglie, di fiori di smirnio, di pervinche, folti come i fiori di una aiuola, e frammisti a una quantità di pianticelle odorose che, toccate passando, spandono aromi acuti lungo i sentieri. Sedemmo per pochi minuti in mezzo agli alberi, e riposando là in quell'ombra quieta, in mezzo a quei profumi, refrigerati da un bicchiere d'acqua ghiaccia bevuta al pozzo d'una fattoria vicina, accarezzati da un'aria fresca e morbida che ci entrava tra i panni e ci girava intorno alla vita e alle braccia, pensammo tutti e due a quei poveri soldati che in quei medesimi giorni di agosto, a quella stessa ora, cento ottantasei anni addietro, attraversavano correndo quello stesso spazio di terreno, allora nudo come un deserto, arroventati dal sole, trafelati, sfiniti, stravolti, inciampando nei cadaveri sbudellati dei loro compagni, sotto una grandine di palle francesi, mezzi morti di fame e di sete; là, a centinaia e centinaia di miglia dai proprii paesi e dalle proprie famiglie, di cui non avevan notizia da molti mesi, e che non avrebbero saputo nulla della loro morte; poveri strumenti ciechi di grandi ambizioni che non capivano, povera carne da mortai, sospinta a marce forzate da un capo all'altro d'Europa, frustata, macellata e dimenticata! Povere creature umane! — Ma perchè non avete messo un ricordo quassù? — mi domandò il bravo maggiore: — una pietra con quattro parole almeno?

***

Grazie alla cortesia del signor Todros, potemmo entrare nel giardino, e salire sulla torre della villa. Lassù il De Beaulieu mise fuori una di quelle voci lente e prolungate di stupore con le quali si suole accompagnare il volo circolare dello sguardo lungo gli orizzonti d'un panorama meraviglioso. Subito lo colpì quella bella conca ridente di Cumiana, che vien fuori inaspettata dalla parte sinistra, col suo semicerchio di monti boscosi, coi suoi poggi coronati di chiesuole, colle sue borgate che fan capolino fra le macchie. — Dove sono i boschi della Volvera? — mi domandò. — Ah, so quel che cerchi! — pensai. Ma non ebbi il tempo di fargli l'indicazione. Egli conosceva meglio di me tutto quel vastissimo teatro del grande attore Catinat. — Voilà Piossasco, je crois, — esclamò, accennando giusto. Là era la chiave della battaglia di Marsaglia, il monte San Giorgio, a cui aveva appoggiata l'ala destra il generale francese, facendo fronte al principe di Commercy, che fu poi il primo sbaragliato. Eugenio era nel centro, Vittorio Amedeo nei boschi di Volvera; tutti furono sfondati e travolti. Una miseranda giornata, mondo ladro. Il maggiore non disse parola; ma vidi che, richiamato senza dubbio dall'analogia dei ricordi, cercava dall'altra parte la città di Saluzzo, e quindi la pianura di Staffarda. — Cercate il campo delle vostre vittorie, — gli dissi. E lui, pronto, da vero gentiluomo francese: — Osservate però che non ho ancora osato guardare dalla parte di Superga. — Era un'allusione alla difesa vittoriosa di Torino, una risposta gentile alla botta scherzosa. — Touché, — gli dovetti rispondere, facendo il saluto da schermitore.

***

Per un pezzo non lo potei levare di lassù. Egli non si stancava mai di contemplare quello sterminato tappeto verde, picchiettato di vermiglio dai villaggi, rigato di bianco dalle strade, strisciato d'argento dai corsi d'acqua, orlato d'azzurro all'orizzonte, e tutto ricamato a rilievo e come trapunto dalla vegetazione, da mettere la voglia di passarci sopra la mano; e reso più bello anche da un cielo limpidissimo, striato di lunghissime nuvole sottili ed accese, simili a immense pennellate color di rosa, che tingevano del loro riflesso delicato le acque immobili del giardino della villa. — No, — diceva, dondolando il capo, e guardando giù per il fianco del monte, come se parlasse per sè solo; — dopo la presa di Santa Brigida, se non sopravveniva il Catinat, Pinerolo non poteva più reggere. Col rinforzo di seimila spagnuoli e coi dodici nuovi cannoni di grosso calibro che aveva ricevuti, il Duca di Savoia era sicuro del fatto suo. La piazza non era approvvigionata che per tre mesi. Egli aveva alla mano più di cento pezzi d'artiglieria. Con la batteria di mortai che piantò qua sotto, e con l'altre due che aveva fatto drizzare dalla parte opposta, sulla pianura, avrebbe ben presto avuto ragione del Tessé, nonostante il fuoco d'inferno della cittadella. La torre maestra, bersagliata notte e giorno da ventiquattro bocche di bronzo, era ridotta in pessimo stato, al primo d'ottobre.... Ma sapete che era originale, e dura molto, la condizione di quei poveri abitanti di Pinerolo, bombardati per dieci giorni di seguito dal loro Duca, e costretti a desiderare con tutto il cuore che tirasse avanti! No, davvero, dopo due mesi e mezzo di quella dannata vita, e dopo sessantatrè anni di dominazione straniera, essi avrebbero meritato la soddisfazione di veder l'entrata trionfale di Vittorio Amedeo. Non era giusto che la dovessero sospirare altri tre anni. Il conte di Tessé non sperava certamente di cavarsela così a buon mercato.

***

Parve molto curioso al De Beaulieu un particolare che gli richiamai alla mente riguardo al Duca di Savoia. Uno degli edifizi di Pinerolo, visibile di lassù, che era stato malconcio più degli altri dal bombardamento, era il monastero della Visitazione. Che cosa avrebbe detto Vittorio Amedeo II, se mentre tirava a palle infocate sul monastero, gli avessero profetato che sotto a quel tetto, fra quelle mura fulminate, sarebbe morta settantasei anni dopo, quasi nonagenaria, la più cara delle sue amanti, quella marchesa di Spigno e di San Sebastiano che fu poi sua sposa, che si raccolse con lui a Chambéry dopo l'abdicazione, e che lo spinse, si dice, a metter sottosopra lo Stato per ritogliere il trono al figliuolo? — Une femme charmante, non è vero? — disse il maggiore. Quel diavolo di francese la conosceva personalmente. Andando la mattina a comprare la Guida delle Alpi Cozie nella libreria del caro Mascarelli, ci aveva visto la fotografia della marchesa, presa da un ritratto a olio che si conserva ancora nel monastero; e quella testina ravvolta in un ampio velo come dentro a una nuvola bianca, quei begli occhi languidi, quella bocca voluttuosa e maligna, l'avevano stregato, lui pure.

— Bel tipo anche quell'Amedeo! — soggiunse, con una certa espressione d'invidia. On n'en fait plus. Inchiodato sul cavallo da un'alba all'altra, con quella enorme parrucca bionda che gli cascava di sotto al piccolo cappello a tre punte fin sopra le spalle, con quegli occhi azzurri mobilissimi, con quel naso forcuto, butterato dal vaiolo preso nella campagna del Delfinato, vestito alla diavola, spoglio fin anche del collare dell'Annunziata, che aveva fatto a pezzi l'anno innanzi per darlo ai poveri di Carmagnola, celione coi soldati e burbero coi pezzi grossi, e libero di lingua come un caporale, che stupendo soggetto per la “fotografia aneddotica„ d'un corrispondente di giornale che avesse potuto seguirlo da vicino! E a me pareva di vederlo, là su quella vetta, accompagnare ogni colpo di cannone con un pugno sulla sella, sagrando a mezza voce coi denti stretti: — Ah, io sono la bestia nera di Louvois! Ah, io sono il paggio del re di Francia! Ah, non mi è permesso di fare un viaggio a Venezia! Ah, maniga d'baloss! Pigliatevi queste, per ora.

***

— Con tutto questo, riprese il maggiore, quasi seguitando il filo del mio pensiero, — quando non s'ammazzavano, si usavano mille cortesie delicatissime. Che ne dite del duca di Savoia che lascia libera ai francesi la corrispondenza postale fra la città assediata e Casale, e che manda il suo fido conte di Groppello, travestito da bifolco, a consigliare al Tessé di far scendere il Catinat dalle montagne, per dare a lui, Amedeo, un pretesto onorevole di non bombardare Pinerolo? — La più bella, per altro, la più grandiosa, la più buffa io non la sapevo: una lettera del Tessé al San Tommaso, prima che Amedeo arrivasse al campo: Sento che Sua Altezza reale deve giungere. Vorrei far qualche cosa per il suo ricevimento. Suggeritemi voi. Vi offro intanto tutto quello che posso. Sua Altezza vorrà passeggiare, passare in rivista il suo esercito. Ditemi da che parte andrà: abbiamo molti cannoni appostati; ordinerò che non tirino da quella parte, nè cannoni, nè archibugi, perchè l'Altezza Sua non abbia la minima noia. Sta bene? Si può essere più amabili? — Che maravigliosi burloni! — conchiuse ridendo il maggiore, e si sarebbero squartati coi denti.

***

Infine, si dovette scendere. Ma che indimenticabile spettacolo aveva goduto di là il signor De Beaulieu! pensavamo tutti e due, uscendo dalla villa. Nelle brevi ore di tregua, affacciandosi al parapetto dei bastioni, egli vedeva il rimescolìo dei soldati dentro ai fortini giù per la china del monte, le mezzelune di Pinerolo brulicanti di moschetti, le torri della cittadella coronate d'ufficiali alla vedetta; e da ogni parte, per i vigneti rasi, fra le case diroccate, per gli orti sconvolti dagli scavi delle trincee e pesti dai cavalli e dalle ruote, sui campi sparsi di gabbioni rotti, di travi fumanti, di sacchi di lana sventrati, tutt'intorno alla città, migliaia di tende e di padiglioni d'ogni colore, villaggi di baracche preparate per il blocco invernale, e più lontano vasti parchi di carriaggi e armenti enormi addensati, e masse ondeggianti di cavalleria che foraggiavano per la campagna dalle parti di San Secondo e del Belvedere; e nelle ore di battaglia, quando rombavano insieme le artiglierie del forte, della cittadella, della piazza, dei ridotti, delle batterie di pianura, facendo una corona densa di fumo e di fuoco in giro a Pinerolo, quelle larghe onde furiose di soldati che venivan su per il monte, i battaglioni biondi d'Inghilterra, le fanterie brune di Spagna, le larghe facce sbiancate degli olandesi, gli alti dragoni di Savoia, le colonne pesanti e serrate dei tedeschi, una marea montante di carne umana, variopinta di cappelli piumati e di larghe tracolle, lampeggiante di baionette e di scuri, irta di fascine, di scale, di bandiere lacere, di spade brandite di colonnelli, ubbriacata dalle proprie grida e da un clamore infernale di tamburi, di pifferi e di timballi.... E appunto in quel momento, giù per la vasta pianura florida e tranquilla, facevano un vivo contrasto con le nostre tumultuose immaginazioni i bei pennacchi di fumo dei treni di Torino e di Torre Pellice, e dei tranvai di Perosa e di Saluzzo, immagini di pace e di lavoro, che trascorrevano rapidamente fra gli alberi, come lunghissimi veli candidi di amazzoni gigantesche lanciate a corsa gioiosa per la campagna.

***

Stava per cadere il sole. Ci soffermammo ancora un momento a guardare la cima del Freydour e i Tre Denti, che ci sorgevano proprio di faccia, come bastioni verticali d'una fortezza prodigiosa, davanti alla quale i combattimenti di Santa Brigida non sarebbero stati che lotte di formiche; ed erano maravigliose, a quell'ora, quelle montagne di nuda roccia, di cui si vedono nettissimamente tutti i rilievi, tutte le incavature, tutte le crespe, che parevan fatte col cesello, e tinte di color di ferro, di grigio perla, d'amaranto, di viola, di sfumature di corallo e di rosa. E ammirammo anche la valle del Lemina, così verde e raccolta, che pare una valle chiusa ai profani, la quale appartenga tutta a un convento. Era una bella sera di domenica. Si vedeva tutt'intorno quella vasta pace sorridente dei dì di festa, che s'indovina, in campagna, anche quando non si mostra per alcun segno visibile. Sotto i pergolati delle ville passeggiavano coppie di signore a braccetto; dalle casette lungo la strada uscivano suoni di bicchieri urtati e di voci allegre; incontravamo dei bimbi paffuti, delle belle ragazze e dei vecchi arzilli che ridevano. Quando tutt'a un tratto, vicino alla villa Vagnone, udimmo un canto graziosissimo di due voci di tenore, non educate, ma d'un metallo insolito da queste parti; e poco dopo vedemmo spuntare di fra gli alberi due soldati di cavalleria della Scuola, con le loro belle mostre color d'arancio.

— Non son mica piemontesi quei due soldati, — disse il De Beaulieu.

— Son romani, — risposi.

— Da che li riconoscete? — mi domandò curiosamente.

— Dalla pronunzia, dall'intonazione del canto, dalle parole stesse della canzone. E son romani di Roma, se non m'inganno.

— Soldati volontari, forse?

— Ma no; soldati di leva. Son più di dieci anni che abbiamo nell'esercito i soldati di Roma.

Si soffermò, e si voltò a guardar quei soldati. La mia risposta aveva riportato d'un colpo la sua immaginazione dal Piemonte di Vittorio Amedeo all'Italia con Roma capitale, e dietro a quei due giovani egli vedeva confusamente, con una specie di stupore, gli archi gloriosi e i colonnati carichi di secoli della città immortale. E me lo disse. Quanta poesia spandevan su per il monte di Santa Brigida le voci armoniose di quei due ragazzi! Che favolosa mutazione s'era compiuta! Eppure, il sangue sparso dai soldati di Vittorio Amedeo su quella vetta aveva giovato anch'esso al compimento del miracolo che la presenza di quei due figliuoli di Roma significava. Certo, quei soldati del diciassettesimo secolo non avevan creduto di battersi per l'Italia; s'eran battuti per devozione al loro principe, per l'onore delle armi, per amore della propria provincia. Ma eran quelli i sentimenti e quelle le tradizioni da cui nasceva due secoli dopo, fecondata dalle nuove idee, l'audacia patriottica del Piemonte e la popolarità italiana di casa Savoia. La forza nazionale di Torino del 48 e del 59 derivava in gran parte dalla coscienza di quel passato. Santa Brigida era anch'essa un'avanguardia lontana di San Martino. Il sangue sparso al Pilone della Morta si univa per una sterminata striscia vermiglia al sangue versato a Porta Pia. Non mi si destavano quelli stessi pensieri all'udir la voce di Roma sul campo di battaglia di Amedeo?

Sì, gli stessi pensieri mi si destavano. Ma pensavo pure, arrivando sul colle di San Maurizio e osservando lo sguardo quasi di gratitudine che girava il maggiore sui dintorni, pensavo alla efficacia grande e benefica del valore, che ingentilisce e innalza ogni cosa. Era la memoria d'un valoroso che, dopo due secoli, rendeva simpatico a me uno straniero, e faceva amare a lui una città sconosciuta, e metteva sulla bocca all'uno delle parole nobili e onorevoli per la patria dell'altro, e suscitava da questi sentimenti, in poche ore, un'amicizia gentile.

La quale, dopo molti altri discorsi sull'assedio, fu poi suggellata a tavola con una vecchia bottiglia di Campiglione.

— Al governatore De Beaulieu! — dissi, alzando il bicchiere.

E il maggiore, balzando in piedi subito, con voce vibrata e cordiale:

— Agli espugnatori di Santa Brigida!

IL FORTE DI FENESTRELLE

Pinerolo, settembre 1883

Il vetturino schioccò la frusta, e i cavalli partirono allegramente, stimolati dalla brezzolina dell'alba, che inargentava il Monviso. Una gita da Pinerolo a Fenestrelle, con quella bella giornata ariosa e limpida, in compagnia di mio fratello Giacosa, era uno di quei gusti.... l'unico che potesse farmi levar più presto del sole. La campagna si svegliava appena, e gli illustri abati e il buon Francesco di Sales dormivano ancora fra i muri severi dell'Abbadia d'Adelaide. Più su, il ponte di Napoleone era deserto; intorno a Turina, dove combattè il bravo Caprara, tutto taceva, e fra le belle cave del Malanaggio, che Dio ci liberi, non c'era anima viva. Cominciammo a vedere alcune contadine valdesi, con le loro cuffiette bianche da vecchierelle, tutte pulite, vicino al villaggio di San Germano, in mezzo a quei monti graziosi, coperti di vigneti alle falde, vestiti d'eriche e di faggi più in alto, dove si arrampicano allo spuntar del giorno, coi libretti sotto il braccio, i piccoli “barbetti„ per andar alla scuola del maestro girovago, nei casali romiti delle vette. E da quel punto in su trovammo la valle animata da quei cento rumori sparsi e lenti, di carri, d'armenti, di sonagliere, d'officine solitarie, che accarezzano l'orecchio e acquietano il cuore come il canto pacato d'una buona madre che lavora. Ecco Villar-Perosa, ospite di Re, che mostra in mezzo al verde la sua piccola copia candida della basilica di Superga; ecco le praterie floride di Pinasca, dove si raccolse gettando sangue dalla bocca, col petto attraversato da una palla cattolica, Janavel, l'eroe dei Valdesi, scampato ai macelli di Val d'Angrogna.... Ma, veramente, la vista di quei luoghi, invece delle antiche battaglie, mi richiamava alla mente i discorsi che avevo intesi l'anno prima il giorno della festa d'inaugurazione del tranvai, discorsi di sindaci campagnuoli, d'industriali e di maestri, sonatine originali di rettorica alpestre, interrotte da scappate intempestive di bande musicali, o da sincopi improvvise di paura; e mi pareva di risentire quelle voci tremanti, e di rivedere quei visi pallidi, in mezzo ai contadini vestiti da festa e alle villanelle infiorate, che facevan corona alla larga figura dittatoria del senatore Bertea. Mentre la carrozza correva, tutte quelle frasi mi venivano incontro, come una folata di quei piccioni tinti che fan volare per le piazze i venditori di numeri buoni; e mi mettevano in fuga i ricordi storici. Ma era meglio così, perchè non bisogna pedanteggiare con la natura: essa si vendica sempre in qualche modo dei descrittori di passeggiate che appiccicano una data a ogni albero e un nome a ogni sasso. E poi la valle del Chisone è così bella in quel tratto. Passato Pinasca, si ristringe, si infosca, alza da una parte dei grandi macigni nerastri, strisciati di licheni, e piglia quell'aspetto particolare di tristezza delle valli anguste e quiete, dove sembra che la natura prepari in silenzio qualche sorpresa; e i viaggiatori si raccolgono e tacciono senz'avvedersene, guardando davanti a sè, con un sentimento vago di aspettazione. La sorpresa è là vicina, in fatti. La valle si riapre a poco a poco, la vegetazione s'addensa, poggi ameni si elevano, le case spesseggiano, sbucan ragazzi da ogni parte, ed ecco un'ampia conca, circondata di rocce ardite e di coltivazioni ridenti, popolata di opifici, di giardinetti e di ville, nella quale biancheggia e fuma Perosa; e là in fondo, si schiude da una parte la valle profonda di Fenestrelle, e dall'altra la valle solitaria di San Martino, guardata all'imboccatura dal villaggio di Pomaretto, che pare un mucchio di case ruzzolate giù dalle alture. Oh, il bel luogo fresco e gentile per venirci a nascondere un amore o a ponzare un romanzo! Un rincon de paraiso entre los Alpes, dice un poeta spagnuolo che vi combattè co' suoi connazionali nel 1693. Qui ci avevano un castello di confine i principi d'Acaja. Qui passarono, s'accamparono, e scaramucciarono cento eserciti, dai romani della repubblica ai francesi dell'impero. Qui si fabbricano dei dolci liquori, delle buone sete, delle belle ragazze, dei saldi soldati. — Animo, sforniamo un sonetto, mentre i cavalli rifiatano, — mi disse il Giacosa. Ma dopo aver buttate fuori undici sillabe ciascuno, sperando che venisse via il resto con la solita furia, dovemmo smettere; era troppo presto; le ruote della macchina poetica intaccavano ancora, arrugginite dai vapori notturni; e bisognò rassegnarsi, e continuare a discorrere in prosa come il signor Jourdain del Molière. Ma non ci parve che le montagne se ne mostrassero afflitte.

***

Da Perosa in su, i monti si serrano di tratto in tratto, in maniera che la valle par chiusa, e c'è da credere in vari punti di dover voltare indietro i cavalli. La strada serpeggia, si stringe al torrente, guizza sotto le rocce, passa in mezzo a casipole schiacciate e mute, che dànno l'immagine di una vita di tristezza e di stenti, attraversa dei recessi oscuri, di aspetto sinistro, che fan pensare a viaggiatori spogliati e sgozzati, fiancheggia dei mulini di steatite mossi da larghe vene d'acqua, percorre dei tratti ombreggiati da una vegetazione superba, dove fioriscono dei gerani, dei sedii, dei cespugli di rose selvatiche, che hanno la sventura di strapparci finalmente di bocca le prime quartine. Poco lontano da Perosa, passiamo accanto alla roccia enorme di Bec-Dauphin, che segnò già il confine tra Francia e Savoia, e che per un momento ci pende quasi tutta sul capo coll'aria di dire: — Se mi salta il grillo! — e poi entriamo da capo nel verde, in mezzo a grandi noci e a grandi castagni, che ci immergono in un'ombra cupa di grotta, risollevando tra me e il mio amico una vecchia disputa sulla bellezza comparata del castagno e della palma. Ecco il villaggio pensieroso di Meano, ecco i primi frassini, ecco i monti erti e brulli, dalle alte cime coniche, dalle bricche rotte e bitorzolute, dalle sottili guglie cesellate, che s'alzano snelle e recise per l'aria, colorite di viola, e svariate d'ombre nette e vigorose, sopra un tratto di paese quasi vergine, dove si ritrovano voci ed usanze romane, che noi vituperiamo di nuove strofe. Gli aspetti propri della montagna vengon pigliando forma e colori sempre più visibili. I castagni spariscono, le piccole conifere s'affollano, i sassi e i petroni si ammucchiano, il Chisone rimpiccolito saltella fra i grandi macigni, accavalciato da ponticelli rustici, che ricordano i modelli scolastici del paesaggio montano, il fondo della valle si colora d'un verde più unito e più vivo; e ci bisogna torcere il collo sempre di più, per arrivare con lo sguardo alle cime altissime, sparse di casette appena visibili, somiglianti a romitori d'anacoreti, e di piccoli quadrati di neve, rimasugli bianchi di valanghe, che paion tovaglie dimenticate di colazioni d'alpinisti. Siamo finalmente nella montagna “vera„ come dice il Giacosa, che mi rimprovera sempre di non aver mai visto che montagne “false.„ L'aria gagliarda, la sonorità dell'acqua, i fiori di color vivissimo, i profumi della lavandula spica e della nepeta nepetella ce lo annunziano. Fiancheggiamo ancora Mentoulles, a cui domandiamo, passando, se ha dormito bene Francesco I, e vediamo di là dal torrente la selva di Chambon, la più bella delle Alpi Cozie, vasta, fittissima e bruna, come una moltitudine innumerata di giganti, affollati sui colli e pei fianchi delle montagne, che aspettino un comando misterioso per scendere, e inondare la valle e irrompere nel Piemonte.

***

Ma già di lontano avevamo visto uno dei più straordinari edifizi che possa aver mai immaginato un pittore di paesaggi fantastici: una sorta di gradinata titanica, come una cascata enorme di muraglie a scaglioni, che dalla cima d'un monte alto quasi duemila metri vien giù fin nella valle, presentando il contorno d'uno di quei bizzarri colossi architettonici che vedeva Gustavo Doré coi suoi grandi occhi di mago: l'immagine di un vastissimo chiostro medievale, d'un tempio smisurato di Cheope, d'una immane reggia babilonese; che so io? un ammasso gigantesco e triste di costruzioni, che offre non so che aspetto misto di sacro e di barbarico, come una necropoli guerresca o una rocca mostruosa, innalzata per arrestare un'invasione di popoli, o per contener col terrore milioni di ribelli. Una cosa strana, grande, bella davvero. Era la fortezza di Fenestrelle.

E fu anche più gradevole l'impressione quando arrivammo ai piedi del monte, e ci trovammo davanti al forte di Carlo Alberto, piantato là sul Chisone, a traverso alla strada, come un castello antico che intercetti il cammino, con la sua poderosa saracinesca sospesa sul ponte levatoio, tutto bucato di feritoie, da ciascuna delle quali pare che debba uscire una voce minacciosa per domandare “le carte.„ Il Giacosa si sentì risonar dentro tutti gli echi armoniosi del suo medioevo. Si direbbe che l'ha disegnato e messo là un poeta, quel forte; non un colonnello del genio: il soldato di fanteria che faceva sentinella al portone, stonava tra quei muri come una frase di regolamento in mezzo a una ottava dell'Ariosto. La carrozza passò sul ponte, che brontolò cupamente, come risentito d'un'offesa, e tirò via verso Fenestrelle. E per un buon tratto di strada, voltandoci indietro, vedemmo tutta la vasta fortezza che si alzava maestosamente sopra di noi, un disordine grandioso di edifizi nudi e foschi, sorgenti l'uno sul capo dell'altro, tortuosamente, come se rampicassero su per la montagna, dandosi di spalla a vicenda; alti muri rivolti in cento direzioni, dei quali non si capisce a primo aspetto lo scopo; tetti sormontati da tetti, imprigionati fra i bastioni, rocce che sporgono al di sopra degli spalti, fortini che alzan la testa al di sopra delle rocce, irti di parafulmini, forati di cannoniere, fiancheggiati di scale, congiunti come dalle ramificazioni d'un labirinto di pietra, tutto angoli acuti e saliscendi e rigiri; una fortezza non mai veduta, infine, che sembra composta di tante fortezze sovrapposte e legate a caso, costrutte tumultuariamente, nella furia del pericolo, in mille occasioni diverse, o intricate a quel modo, senza legge, di deliberato proposito, per confonder la testa agli assalitori. Una veduta, creda chi non c'è stato, da far nascer la voglia di comporre un ballo storico fenestrelliano, unicamente per metterci in fondo quella scena, che farebbe la fortuna di un impresario.

***

Pregustando con l'immaginazione il piacere di penetrare dentro a quei misteri terribili, arrivammo alla piccola e giovane città di Fenestrelle. Ero curioso molto di vederla, quella cittadina solitaria, dopo averla intesa rammentare tante volte da impiegati e da ufficiali freddolosi, che lamentavano con voce lugubre i suoi inverni di nove mesi, e la descrivevano come un villaggio perduto della Groenlandia. Ebbene, rimasi tutto meravigliato percorrendo quell'unica via stretta e tortuosa, lungo la quale si schierano le sue piccole case. Ha l'aria di un villaggio olandese, tanto è dipinta gaiamente da ogni parte. Da ogni davanzale sporgon dei fiori, e muri, terrazzi, imposte, contorni di finestre, battenti di porte, tutto è tinto di colori vistosi e freschi, come se là pure, come in Olanda, cercassero di consolarsi della tristezza del clima con le allegrie del pennello. Perchè la somiglianza ci apparisse meglio, scendemmo in un curiosissimo albergo della Rosa rossa, che ha daccanto all'entrata una specie di loggetta, o teatro di burattini, tappezzata di mille colori e ornata di mille gingilli, e sotto il portone un quissimile di lanterna chinese, e nel cortile, tutto intorno ai quattro muri, i ritratti dei grandi italiani, e teste d'angelo sotto i terrazzi, e vasi decorativi sopra le porte, e pitture intorno alle finestre, e automi messi in moto dalle fontane, e ogni sorta d'ornamenti da baracca carnovalesca, d'un gusto perverso e amenissimo, che paiono immaginati da un ragazzo o da un matto; e per giunta due gatti bianchi come la neve, con due paia d'occhi d'un azzurro così meraviglioso, da far sospettare che abbiano in corpo gli spiriti cabalistici di due streghine delle Alpi Cozie. Del resto, ci si trova delle trote da monsignori, un sugo di pergola squisito, e un liquore dei fiori del prato di Catinat, che farebbe digerire una bomba lessa. Tutta la città è curiosa a quel modo; variopinta e gaia a primo aspetto; ma come ristretta in sè, per tenersi calda, e aduggita, impaurita quasi dai monti altissimi che la dominano d'ogni lato. A ogni passo ci s'incontrano soldati in vestito di tela, visi abbronzati d'alpinisti, facce rosate di montanari; e i due soliti carabinieri che vi ficcan negli occhi uno sguardo insolitamente profondo, uno sguardo da servizio di frontiera.

***

Spacciate le trote, salimmo verso il forte di San Carlo, per il quale s'entra nel recinto della fortezza. Passammo sopra un altro ponte levatoio, in mezzo a muri enormi, a bastioni petrosi: tutto grigio, freddo, arcigno, spaurevole. — Si vede che nulla di tutto questo, diceva il Giacosa, è stato costrutto con un'intenzione benevola. — Entrati, vedemmo di sfuggita il quartiere degli ufficiali, la cappella, l'ospedale, le prigioni, la casa del Governatore, un gruppo di edifizi di malumore, che ci guardarono poco benignamente a traverso alle palpebre socchiuse delle loro finestre; e ci disponemmo a far l'ascensione della formidabile scala di quattromila scalini, intagliata nella roccia, e coperta da una vòlta a prova di bomba, che va su dal forte di San Carlo fino alla cima del monte. Un simpatico sergente d'artiglieria, che l'ottimo Comandante ci diede per scorta, mosso a pietà delle nostre gravi persone, ci domandò cortesemente se volevamo salire per la scala coperta, o per la via esterna, che è meno faticosa. Ma noi rispondemmo con l'incauta baldanza di chi s'è levato allora da tavola: — Per la scala coperta. — Sta bene, rispose il sergente, con un certo risolino che voleva dire: — Se n'accorgeranno a suo tempo; — e infilò un androne oscuro, facendoci cenno di tenergli dietro.

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Salimmo una prima scala di pietra, col passo allegro di chi va su a un terzo piano, a fare una visita galante. — Arriveremo in cima senza avvedercene, dicevamo. — Ma quando a quella prima scala succedette la seconda, e a questa la terza, e alla terza la quarta, di cento scalini ciascuna, allora si cominciò a tirare un poco indietro le corna dell'orgoglio, come face la lumacia. — O dio, si disse, nessuno ci fa fretta, possiamo salire con comodo: intanto si discorre. — In quel momento appunto ci si presentava davanti una scala lunghissima, di più di cento e cinquanta scalini, grigi, rigidi, affilati, che pareva dicessero: — Ci assaggerete. — Si spronò le scarpe, e su, di buon animo. Le barzellette ci aiutavano. Ci divertivamo a inventare dei supplizi atroci per certi critici, amici nostri; uno dei quali fu condannato a guadagnarsi la vita facendo da cameriere in un albergo immaginario che aveva la cucina nel forte di Carlo Alberto, e le sale da mangiare sulla vetta, affollate d'avventori impazienti. Ma la conversazione a getto continuo durò ben poco. Le scale sono uggiose, sempre eguali, rischiarate scarsamente, a intervalli, dalle feritoie altissime e strettissime; scale di convento o di carcere, per le quali uno s'aspetta ogni momento di incontrare dei frati stecchiti, o dei prigionieri di Stato in catene. Passando accanto alle feritoie, vedevamo di sfuggita il forte sottoposto, altre feritoie, altri muri grigi, dei cortili tristi, e di là i monti vicinissimi, neri di pini, che coprivano il cielo. Qualche gocciola birbona, che cominciava a filarci giù dalle tempie, ci preannunziava una camiciata memoranda. Il Giacosa, per distrarsi, prese a contar gli scalini; ma dopo averne contati meno di trecento, sconsolato dal pensiero che ne rimanevano ancora più di tremila, si mise a cercare un altro divertimento. — Andiamo, andiamo, ci dicevamo a vicenda, tutto ha una fine, su questa terra. — E giusto allora, a uno svolto, ci si allungava davanti un'altra così formidabile scala erta e sinistra, che ci guardammo l'un l'altro con quella particolare espressione del viso, che si potrebbe chiamare: il sorriso del terrore. Ma il sergente che ci andava dinanzi snello, salendo gli scalini a due, a tre alla volta, come una creatura indipendente dalla legge di gravità, asciutto in viso che pareva arrivato allora con la funicolare, ci tirava su per il gancio dell'amor proprio. Certi tratti di scala eran più chiari, e ci si saliva con piacere; altri, oscuri come gallerie di strada ferrata, pareva che entrassero nelle viscere della montagna, e ci obbligavano a tastare il muro con le mani. L'aspetto singolare del luogo ci attirava: la luce fioca, il colore delle pareti e delle vòlte, la solitudine, la tristezza, mi richiamavano alla mente l'Escuriale. A ogni pianerottolo, soffermandoci a pigliar respiro, vedevamo da una parte una scala interminabile che ci si sprofondava sotto i piedi, perdendosi nel buio, e dalla parte opposta un'altra scala senza fine di cui la vòlta nascondeva la sommità, alla quale pareva che non si potesse arrivar che strisciando. E sali, e sali. Agli scalini rettangolari succedono gli scalini inclinati, alle branche a scala, le branche piane, poi ricominciano gli scalini, poi tornano da capo gli anditi lisci che salgono dolcemente, con gli scalini appena segnati da liste di pietre. In uno di questi tratti ci soffermammo, assaliti da un orrendo sospetto. — Contano nei quattromila, domandammo al sergente, questi scalini senza rilievo? — Oh no, signori! — rispose con uno spietato sorriso il bravo giovanotto. — Ma allora non li facciamo! — noi gridammo. — Siamo truffati! Non eran nei patti questi altri! — Ma un'umile rassegnazione succedette subito a quell'impeto vano di sdegno e ci rimettemmo la inesorabile scala tra i piedi. Trasudavamo come due girasoli e soffiavamo come due mantici. Dalle feritoie ci venivano nelle costole dei soffi d'aria gelata, che ci facevan correre dei brividi maledetti sotto la pelle. Di tanto in tanto ci sentivamo sonar sotto i piedi il tavolato d'un ponte levatoio, messo là per tagliar la via agli assalitori nel caso di una difesa disperata all'interno. Sul nostro capo, lungo la vòlta, correva il filo del telefono che trasmette gli ordini del comandante ai presidii dei forti superiori. A destra e a sinistra, c'eran degli enormi anelli di ferro, confitti nei muri giganteschi, per farci passar le corde con le quali si tirano su i cannoni, anche i più grossi, rapidamente. Ma noi non badavamo gran fatto a tutto questo, occupati come eravamo a regolare sapientemente la nostra non soave respirazione. Avevamo una palla da cannone da dodici attaccata ai piedi, e le ginocchia ci ballavano sotto, con dei movimenti curiosissimi da cerniera di schiaccianoci, nei quali non aveva la ben che minima parte la nostra facoltà volitiva. In molti punti la scala era disfatta per lunghi tratti e il suolo tutto ingombro di calcinacci e di sassi, e ripido da doverci posare i piedi ben pari, per non fare uno sdrucciolone che ci avrebbe levato la penna di mano per un trimestre. Qua e là pareva che la scala s'impietosisse, gli scalini si schiacciavano, si saliva per qualche minuto cristianamente; ma poi, a una giravolta, ricominciava una scalinata da patibolo, che ci rompeva le articolazioni delle cosce. Ci eran delle branche di scala che sarebbero arrivate in linea retta dal pian terreno ai tetti di uno dei più alti casoni di Napoli, e delle branche corte, ma disagevoli in compenso, rotte, buie, maligne, che riuscivan più lunghe delle altre. E com'era tutto ingegnosamente combinato per far dell'ascensione un supplizio! Avremmo voluto riposarci un poco, di tempo in tempo; ma le feritoie eran così fitte, che in qualunque punto ci soffermassimo, subito ci veniva addosso uno spiffero, una frecciata di vento autunnale, che ci mormorava all'orecchio: Che cosa desidera? Una flussione ai denti? Un reuma alle reni? Una polmonite? Un accidente? e ci spingeva su, come un aguzzino. E noi su, e avanti, stronfiando, con le gambe di piombo, con cento rivoletti deliziosi che ci s'incrociavano sulla schiena e sul petto, e con la testa ciondoloni, come dei malati d'amore. Mi ripassava pel capo quel brutto sogno del padre Dombey nel celebre romanzo del Dickens, quando sale le scale di casa sua, per ore e per ore, e si trova sempre nel medesimo punto, e una certa acqua forte, del Goya, se non sbaglio, dov'è rappresentato un giovanetto, un puntino nero, che sale su per una montagna prodigiosa, in vetta alla quale non arriverà che invecchiato. Che scala con l'effe, corpaccio d'un cane! bisognava ripetere a ogni gomito. — L'unica consolazione, diceva quel capo ameno del sergente, è di pensar che è sicura. — Salivamo adagio adagio, tacendo per lunghi tratti, con tutte le apparenze d'una profonda venerazione per il luogo, come se salissimo per le scale d'una reggia, in cima alla quale ci aspettasse un monarca d'Oriente, col nostro destino nel pugno. Per un pezzo c'eravamo confortati con dei versi, e bastandoci ancora la lena, avevamo cominciato a dire degli esametri; ma poi via via che s'accorciava il respiro, eravamo venuti stringendo i metri, fino a non recitar più che il famoso sonetto francese

Frêle,

Belle,

Elle

Dort!

e infine ci parvero troppo lunghi anche questi. Gli stessi calembours cadevano a terra spossati appena sfuggiti dalla bocca. Per le feritoie vedevamo giù dei pezzetti verdi di valle, dei tratti bianchi di strada su cui si movevano delle figure umane minuscole; e a pochi metri da noi, per aria, delle fortunate secchie di muratori, che andavano e venivano in tre quarti d'ora dalla sommità della fortezza al fondo della valle, sospese a due fili di ferro, mossi da un congegno a pulegge. A quando a quando, sentivamo parlare degli operai genovesi e lombardi, che lavoravano di fuori, invisibili a noi. Due o tre volte, ci raggiunsero per le scale e ci passarono accanto dei soldati che portavan dei sacchi e dei cesti, e li seguitammo fin che sparvero in alto, con uno sguardo pieno d'invidia per la loro leggerezza ventenne. Poi tutto ricadeva nel silenzio, e alle scale succedevano le scale vuote, mute, tetre, interminate. Il sergente, per alleggerirci il supplizio, ci raccontava la storia d'un asino maraviglioso, morto da poco, cieco, poveretto, il quale faceva più volte al giorno quella salita, portando provvigioni ai forti alti, di dove ridiscendeva per quelle medesime scale, sempre solo, senza romper nulla, e senza sbagliar mai il cammino. Il racconto era commovente; ma noi invidiavamo troppo quell'asino. E continuavamo a salire, ansanti e sgocciolanti, raffigurandoci lo spettacolo di quella strada segreta nei momenti d'una difesa suprema, colorata di fuoco dalle torce a vento, fracassata dalle bombe, scossa dagli scoppi dei magazzini, intronata dagli urli delle mischie, e corsa da rigagnoli caldi di sangue, cadenti giù nelle tenebre, di scalino in scalino, a intepidir le guance dei moribondi.... Ma anche l'immaginazione sfiatava. Per riposarci qualche momento, senza sfigurare in faccia al sergente, ci soffermavamo come per ammirare la valle. Che bellezza! O meglio, quante bellezze! Avevamo una grande passione per il paesaggio. Ma un suo sorriso rapidissimo ci mise un amaro sospetto, che ci impedì anche quei brevi riposi. — Signori! esclamò il sergente a un certo punto, non ce n'è più che ottocento! — Poh! rispose il Giacosa, è una miseria. — È niente per noi, soggiunsi, con un anelito. — Ma poi scoppiammo in esclamazioni, in imprecazioni violente, tirando giù tutti i personaggi del Calendario, passandoci intorno al collo il fazzoletto inzuppato, furibondi contro Carlo Emanuele III e tutti i suoi ingegneri. Espressi però al Giacosa la mia meraviglia di vederlo uscir dai gangheri anche lui, appassionato alpinista. — Ma che storie! — rispose, — chi sale, sagra; ho sempre visto così. — Oramai le piante dei piedi s'inchiodavano nella pietra, le gambe ci rientravano in corpo, e le braccia ci spenzolavano come due cenci: chi ci avesse visti dal basso, ci avrebbe presi per due malati di spina che si trascinassero ad un santuario di montagna a domandare la grazia. L'aria soffiava sempre più viva, e portava delle buone fragranze di piante resinose; il paese che si vedeva dalle feritoie, doveva essere stupendo; ma noi non badavamo più a nulla. Eravamo pervenuti a quel periodo stupido della fatica, nel quale, anche a sentirsi mettere sulle spalle tutto il vocabolario della Crusca, non si avrebbe più fiato in corpo da protestare. E andavamo su, per forza d'inerzia, col mento sul petto, con la lentezza funebre degli incappati di Dante, quando il sergente, che era d'un lungo tratto più avanti di noi, ci gridò: — Ancora un quarto d'ora. — Io capii tre quarti, e voltandomi verso il Giacosa che era molto più in giù, gli domandai con voce lamentevole: — Ha detto tre quarti? — E il Giacosa mi rispose con voce tonante:

Uno ei gridò, e d'un angelo

Mi parve la sua voce!

Ricominciammo a salire, rincorati, a salire.... a salire.... Ma caspita! Era un quarto d'ora ardito, o gonfio, come dicono i toscani. Non si finiva più. Era troppo oramai. Era un prodigio quella scala. Si sarebbe saliti per tutta la vita, dunque. E appunto mentre si diceva questo, una nuova branca infinita ci si drizzava davanti, di centinaia di scalini, soffocata da una vòlta bassa e lugubre che s'immergeva in una oscurità lontana di spelonca.... Abbiamo da continuare, ci domandammo con voce fioca, seguitando a salire, dobbiamo crepare onoratamente per via, o affrontar l'infamia di una seduta? — Ci siamo, finalmente! — gridò in quel momento il nostro duca, da una porta altissima, segnata da una riga luminosa. E allora lo raggiungemmo in pochi minuti, ed uscimmo all'aria aperta, sopra uno spianato battuto dal sole, in faccia alle montagne; e alzando gli occhi per cercar la cima del forte, ci vedemmo dinanzi un'altra serie sterminata di scale, che si perdevano in mezzo alle rocce.

***

Per qualche momento tutto quel bianco delle pietre battute dal sole ci levò il lume degli occhi. Poi ripigliammo la salita per la scala chiamata reale, costrutta sopra la vòlta della strada coperta; una bella scala di pietra da taglio, per la quale salivano i re di Sardegna, andando a visitare i forti della cima. Neanche quella salita era dolce; ma per la varietà degli spettacoli, piacevolissima. Si passò in mezzo a un gruppo di case, simile a un villaggio, con la sua chiesetta imbiancata, per vicoli tortuosi fiancheggiati d'alti muri, per anditi umidi e bui, per piazzette allegre, piene di luce, sempre salendo; e poi si attraversò un luogo stranissimo, cento volte più strano e più bello delle più bizzarre immaginazioni dei romanzieri medievali. Da un passaggio oscuro, aperto dentro a una roccia isolata, si riesce sopra un ponte levatoio, da cui si vedono precipitare a destra e a sinistra, sotto gli archi di due capponiere aeree, i fianchi ripidissimi del monte giù fino a una profondità dove non arriva lo sguardo; e passato il ponte, s'entra in un altro passaggio oscuro, scavato in un'altra roccia isolata e murata come un castello, dalla quale si sbocca sopra un altro ponte levatoio, disteso come il primo tra due abissi, in mezzo ad altre due capponiere sospese nel vuoto; e poi da capo un'altra roccia, e poi di nuovo un altro ponte: tre bicocche solitarie di tre feudatari fratelli, alleati, ma diffidenti. Del rimanente non si raccapezza nulla. I magazzini, le casematte, le batterie, le scale oblique, i passaggi, gli sbocchi, presentano una tale apparenza di confusione, che neanche un ingegnere militare, in una rapida visita, credo ne caverebbe molto costrutto. Si sale, si sale sempre: questo lo ricordo assai bene. Per le porte semiaperte si vedono i magazzini pieni riboccanti di granate cilindriche, di granate sferiche, di scatole di mitraglia, di shrapnel, di bombe, che han l'aria d'aspettare, annoiandosi, il giorno di far del chiasso. Qua e là, dai loro stanzini aperti verso l'interno, della forma di tempietti, i cannoni enormi allungano il loro collo orribile fuori delle finestrelle quadrate, come guardando curiosamente nella valle, se c'è dei mal capitati da rimandare a casa. Dei robusti soldati d'artiglieria andavano e venivano tra le batterie e i magazzini, sbrigando le faccende domestiche di quella strana casa che riceve così male i suoi visitatori quando si presentano in troppi; scopavano le scalette, tingevano in nero delle vecchie granate, ammucchiavano dei ciottoli da tiro, battevan la mano sui cannoni, passando; parevano affezionati alla loro fortezza, come i marinai al naviglio, e contenti di lavorar lassù, in quell'alta solitudine, nella freschezza odorosa del vento. Passo passo, eravamo saliti dal forte di San Carlo al forte dei Tredenti, dai Tredenti alla ridotta di Santa Barbara, da questa a quella di Sant'Antonio, e poi al forte di Sant'Elmo; e finalmente, dopo un'altra buona pettata, toccammo il Forte delle valli, il quale non ha più sul capo che il cielo.

***

E là fummo ricompensati ad usura dei nostri.... non nobili sudori. La valle profonda che vaneggia sotto, come una voragine, e per cui lo sguardo va diritto, e come imprigionato fra le vette, fino alla pianura lontanissima, dove si vedono le macchie bianchicce delle città bagnate dal Po; quelle montagne superbe che sorgon di faccia, l'Albergian fra le quali, vestite di foltissimi boschi neri, coronate di nuvole bianche, e come squarciate da valloni scoscesi e selvaggi, per cui dirocciano le acque simili a rigagnoli d'argento fuso; e più lontano gli altri monti altissimi e brulli, sfumati di mille tinte cinerine; e tutto in giro, alle falde dei monti, e pei colli, quegli innumerevoli piccoli scacchi delle coltivazioni, tutti eguali di grandezza, ma svariati di cento colori giallastri, verdi, rossicci, dorati, che paion parati di velluto e di seta distesi per una festa misteriosa da un popolo sconosciuto; ecco uno spettacolo grande, severo, strano, triste e bellissimo, che leva l'animo in alto come un inno di guerra accompagnato da una musica sacra. Tutta quella varietà di grandi linee ripide, e come violentemente spezzate, quegli angoli enormi, quelle verticali temerarie, quei contorni grandiosamente disordinati come d'un ammasso formidabile di macigni precipitanti, dànno l'immagine d'un linguaggio muto che dica cose solenni e tremende, le quali si sentano confusamente, senza comprenderle, ma che, comprese, ci farebbero tremare le ossa, come la rivelazione d'un mistero sovrumano. Giù, vicino alla città, si vedon sopra un'altura le rovine sparse del forte di Mutino, eretto da Luigi XIV. Dalla parte opposta, alle spalle della fortezza, al livello quasi del forte delle valli, di là da un altissimo ponte levatoio, si stende con un dolce declivio verso Fenestrelle la vasta prateria che il Catinat rese famosa, svernandovi con diecimila soldati nel 1692; una bella distesa di verzura, che par fatta per la parata d'un esercito, e che nel mese di giugno si smalta tutta di fiori meravigliosi, che le dan l'aspetto d'un immenso tappeto turco, spiegato per un ballo di regine. Dalle due parti della fortezza, i fianchi del monte van giù quasi a picco, irti di pini e di abeti, che s'arrampicano su fino ai piedi delle cortine, come per dar la scalata. Si vedono i villaggi in fondo alla valle grandi come la palma della mano, e popolati di formiche; e il Chisone e la strada, come un nastrino argentato e un nastrino bianco, che serpeggiano un tratto l'uno accanto all'altro, e poi si nascondono fra i monti. Il grande silenzio del luogo era appena turbato dal brontolìo fioco del torrente, quasi vergognoso della sua misera vena d'acqua in mezzo a quelle maestose immagini di grandezza e di forza. Le montagne erano già velate qua e là di vaste ombre; dei grandi boschi s'andavano immergendo in una oscurità paurosa; altri, dorati dal sole, trionfavano; e mentre pei villaggi delle gole faceva notte, delle case romite, a grandi altezze, brillavano come accese. Il giorno moriva con un sorriso dolce e malinconico, e in cima a un bel colle a ponente, si disegnava come un piccolo tratto nero sul cielo, la più bella, la più memoranda, la più amata cosa di quante ne abbracciavamo con lo sguardo: il monumento ai morti dell'Assietta.

***

Ma che rimbombi dell'altro mondo debbono avere là dentro le cannonate! Ci deve parere il giorno del giudizio, soltanto quando salutano gentilmente l'anniversario della Regina Margherita. E ne ha sentito del baccano, in vita sua, quella piccola valle, di cui tanti italiani non conoscono neppure il nome. Il mio amico ed io ce ne siamo fatti un'idea appuntando il nostro vecchio cannocchiale di sognatori nel vano d'una cannoniera, la quale tagliava proprio nel fondo della valle un piccolo quadrato verde, attraversato da un pezzetto di strada e da pochi palmi di torrente. Abbiam visto passar prima una moltitudine confusa, con grandi trombe curvate in cerchio, e con elmi di bronzo ornati di lunghe penne nere, armata di lance corte, di daghe tozze, di grossi archi, di larghi coltelli e di fionde, e nel mezzo un'asta altissima, sormontata da un'aquila romana; e ci parve l'esercito di re Cozio, alleato dell'Impero, che si spingesse fin là ai confini del suo Stato, finis terrae, ad esplorare i monti minacciati dai Galli. E poi vedemmo scendere dai monti un'altra fiumana d'armati, più ferrati e più gravi, balestrieri d'alta statura, cavalieri dalle barbute lucenti, scudieri dai lunghi giachi, fanti carichi di frecce a quattro ali e coperti di scudi di cuoio; e dalle grida acutissime che arrivavano fino a noi, giudicammo che fosse l'esercito del Delfino di Vienna che irrompeva contro Umberto il Beato di Savoia, seminando sui suoi passi l'incendio e la morte. E a questa tenne dietro un'altra moltitudine in tutto diversa: i seguaci di Valdo cacciati di Francia, un affollarsi di donne, di vecchi, di giovani, di bimbi, carichi di robe, seguiti da carrette sfasciate e da giumenti sfiniti, una fuga compassionevole di miserie, d'angosce e di terrori, che si sparse e si perdè in breve tempo su per le rocce dei monti e nell'oscurità dei burroni. E poco dopo, un alto frastuono di tamburi e di trombe, un giovane re baldanzoso, dal gran cappello piumato, caracollante dinanzi a una folla di gentiluomini, una selva di lance imbandierate, cannoni e colubrine tirate da lunghe file di cavalli e spinte a forza di braccia, e picchieri, alabardieri e archibugieri, tipi normanni, picardi, guasconi, borgognoni, svizzeri, vestiti di assise strane e pompose, l'esercito splendido e insolente di Francesco I, che calava sopra Pinerolo, empiendo la valle di grida allegre e di canti. E sparito quest'esercito, un accorrere improvviso di batterie, un saltellìo concitato di cappelli a tre punte e di code di parrucca, un gridìo d'ufficiali, un frastuono confuso di bestemmie piemontesi, e Vittorio Amedeo che incalzava gli artiglieri con la spada, accennando il forte di Mutino, meta di tutta quella furia di uragano. E infine, due processioni opposte di gente, che venivan di Torino e di Francia: gli ospiti forzati della fortezza; il viso spaurito del cardinal Pacca affacciato allo sportello d'una carrozza; personaggi di Stato caduti in disgrazia all'uomo fatale, pallidi e insonniti sotto le parrucche scarmigliate dai disagi del viaggio; cortigiani malfidi o insolenti dei Re di Sardegna, scortati dai classici lucernoni dei carabinieri; e la folla vermiglia e triste dei Garibaldini di Aspromonte; e frammisti a tutti costoro, centinaia d'ufficiali d'ogni età e d'ogni corpo, mandati in villeggiatura a Fenestrelle a meditare il regolamento di disciplina, seguiti per via da sospiri dolorosi di babbi, di creditori e d'amanti.... Che bel luogo, per bacco, proprio fatto apposta per venirci a espiare i peccati del carnovale! Che paturne tutti quei poveri uffiziali, quando guardavano col viso contro i vetri la neve che calava a fiocchi serrati sulla valle bianca e deserta, pensando alle belle signore del Teatro Regio e ai veglioni chiassosi dello Scribe!

***

Levammo il cannocchiale dalla cannoniera, e ci rimettemmo a guardare la fortezza, la quale è anche più bella e più strana vista di lassù, che guardata dal basso. Si vedon tutte quelle rocce e quei muri che vanno giù come a salti, a trabalzi, a brusche svoltate, presentando mille angoli e scorci di ridotte, di piattaforme, di ponti, di vôlte, di strade tortuose, di fossati profondi, ma così tutto erto, stretto, chiuso, spaurevole, che a un nemico d'Italia salito là, dovrebbe riuscir molesto fino il pensiero di avere un giorno tra i suoi rampolli un generale incaricato dell'investimento. Non è possibile, guardando al basso, sprigionar la mente dall'immaginazione d'una lotta tremenda, tanto ogni forma e ogni aspetto del mostruoso edifizio esprime possentemente la minaccia, la resistenza e la morte. Sempre par di sentire ruggire di sotto le batterie, o di veder tra le rocce e le casematte rimbalzare le granate degli assedianti sollevando tempeste di schegge, e soldati boccheggiar per le scale, e giù nella valle, e pei fianchi dei monti, saltar in aria cassoni d'artiglieria, e masse di truppa sbaragliarsi urlando per i boschi, sparsi d'affusti stritolati e di membra umane. E si gode a pensare che tutta quella forza immobile e salda, che quella montagna pregna di fulmini, è nostra, veglia alle porte di casa nostra, pronta a vomitare l'inferno al primo grido d'allarme. Si gode a palpare amorevolmente le pietre della cannoniera a cui s'è appoggiati, estendendo la carezza col pensiero a tutto il lunghissimo mostro accovacciato, e dicendogli: — Buona guardia, vecchio gigante solitario. — Ma non è già solitario il vecchio gigante. La sua solitudine non è che apparenza. Egli ha delle corrispondenze segrete e degli accordi misteriosi. Ha dei fratelli, dei figli, delle avanguardie ardite, delle vedette perdute nelle nebbie, delle sentinelle morte che sporgono il capo fra le bricche lontane, una famiglia invisibile di là, muta e vigilante come lui; e ad un cenno suo, altre cime di monti lampeggiano, altri dirupi fumano, altri valloni rimbombano. Ah! è un'orchestra bene affiatata, un concerto, vi assicuro io, da far tremare le budella in corpo anche ai più arditi. Ora sta qui, mogio, cogli occhi socchiusi, a fare il gattone, godendosi il caldo del sole. Ma vi consiglio di lasciarlo in pace. Come dev'esser bello, come deve tramutarsi tutto in un lampo al primo sentore della polvere! Ecco, un brivido acuto trascorre dal forte delle valli giù fino al fortino di Carlo Alberto, un ronzìo come di enorme alveare si spande per tutti i meati, i soldati precipitano e risalgono per le cento scale come caprioli, i cannoni di rinforzo s'arrampicano rumoreggiando su per la strada coperta, i colossi di acciaio avanzan la testa sui precipizi, le feritoie si animano di sguardi umani, i fili elettrici parlano, le casematte si spalancano, i ponti cigolano, le bandiere s'innalzano, mille occhi e mille mani scrutano, tastano, raffermano, serrano, sbarrano.... E poi succede un profondo silenzio, nel quale tutti si scambiano con lo sguardo un solo pensiero: — Fino alla morte!

***

Di lassù si ridiscese alla ridotta di Sant'Elmo, in compagnia di alcuni bravi sott'ufficiali, e si entrò in una curiosa cantina formata da uno stanzone lungo e affumicato, con un palco a tetto di grosse travi, bassissimo, da cui spenzolavano delle pelli di capra piene di vino: un quissimile d'osteria da quadro fiammingo, tenuta da un cantiniere singolare, un tipo da Steen, punto cerimonioso, come s'addice a un cantiniere di fortezza, e grave, come se avesse proprio lui nelle tasche le chiavi delle porte d'Italia. Eppure mi parve che ci si dovesse provare un certo gusto a star là appallottati accanto al fuoco, con un pipone in bocca, le sere d'inverno, quando fa un freddo da spaccar le pietre, ed urlano per i monti le fiere immaginarie del cardinal Pacca. Rimanemmo là un pezzo, trattenuti, come dice il Boccaccio, dalla “piacevolezza del beveraggio„ e dalla conversazione arguta dei nostri ospiti. Uno dei quali, particolarmente, un furiere còlto e cortese, ci fece un'uscita amenissima. Domandato di che provincia fosse, ci disse il nome d'un comune del Piemonte, soggiungendo: — Dove villeggiò il tal dei tali. — E il villeggiante, per l'appunto, era uno di noi due. Ma avendogli detto l'altro: — Eccolo qui il tal dei tali. — Che! rispose lui, facendo un gesto molto espressivo, non lo credo neanche se mi dànno centomila lire. — Non avendo la somma disponibile per tentare la prova, si cercò di persuaderlo per altre vie, e dopo molto stento, ci parve di esserci riusciti; ma tanto egli continuò a guardarci tutti e due con un certo risolino diffidente, come se volesse dire: — Eppure, loro signori m'hanno l'aria di due famosi farceurs! — Un compagno suo, meno incredulo, ci raccontava intanto le piccole maraviglie dei piccioni del forte. Egli era incaricato di ammaestrarli. Portava con sè ogni settimana il suo gentile drappello alato in villaggi di volta in volta più lontani, dava loro il largo in mezzo a una piazza, e poi se ne tornava a Fenestrelle, dove i suoi allievi erano arrivati molte ore prima di lui, dopo aver percorso ottantamila metri in sessanta minuti. Raramente arrivavan tutti; alcuni cadevan per viaggio, fulminati dai cacciatori; altri si smarrivano, o andavano in cerca d'avventure, e giungevan più tardi; ma la maggior parte, dopo fatto qualche giro incerto sopra la piazza, infilavano la via diritta e tornavano alla fortezza d'una volata sola. E il sergente ci indicava dalla finestra, giù nel forte di San Carlo, la sua colombaia, non dicendo, ma pensando forse con ragione: — Faccio anch'io qualche cosa per il mio paese: gli educo dei servitori utili, disinteressati e fedeli.

***

Dal forte di Sant'Elmo scendemmo per una strada esterna, che fa trentasei svolte a traverso a un bosco di pini cembri, in mezzo a cento varietà di campanule, di serpilli, di scabiose, di fiori alpini d'ogni colore, alla vista dei quali, essendo la strada ineguale e sassosa, dovetti rinunciare, con grande rammarico, per dedicarmi tutto quanto alla conservazione della mia dignità verticale. Alla Rosa rossa trovammo una tavolata di gente della montagna, che discorrevano ad alta voce nel loro bizzarro dialetto, misto di piemontese, di francese e di provenzale, non sgradevole all'orecchio, e pieno di immagini colorite. Parlavan d'ufficiali francesi travestiti, che gironzavano nei dintorni. Là, vicino alle frontiere, il sentimento patrio è costantemente eccitato dalla memoria sempre viva delle guerre francesi, e più da quello incrociarsi di piccole curiosità sospette, di piccole diffidenze e di dispetti, che è quasi continuo fra le terre confinanti di due grandi Stati, anche in tempo di buon'armonia. Vi si parla quasi sempre della guerra, come d'un avvenimento non solo probabile, ma vicino. E ciascuno vigila per conto proprio. Il servizio d'informazione si compie spontaneamente con una così oculata prontezza, che se un forestiero di dubbio aspetto fa colazione la mattina alle nove in un'osteria del confine, al forte si sa che cos'ha mangiato prima del cadere del sole. Il forte è l'oggetto di tutti i discorsi, l'argomento che casca sul tappeto a tutti i propositi, l'immagine che s'alza dietro a tutte le immagini, come nei villaggi marittimi il mare. I fenestrellesi lo guardano e lo accennano con un'espressione mista di rispetto, di affetto e d'alterezza. Sono ancora vecchi piemontesi del tempo di Vittorio Amedeo II e di Carlo Emanuele III, affezionati ai loro monti, alteri delle loro tradizioni, soldati in ispirito, devoti alla dinastia, e bevitori cordiali di un vino limpido e schietto, che fa sgorgare dai loro cuori in note stridule e gaie la canzone patriottica dell'Assietta. Con che piacere siamo stati un'ora in mezzo a loro, a sentirli ragionar della difesa d'Italia con un sentimento di fede e di orgoglio! E come son belli sempre quei piccoli alberghi di cittaducce solitarie, coi loro cortiletti ingombri di barroccini colle stanghe all'aria, pieni di gente e di strepito all'arrivo delle diligenze, e profumati di arrosto e di fieno, e risonanti di latrati di cani e di nitriti di cavalli. Quando si riparte a notte fitta, con la lanterna accesa e con le coperte sulle ginocchia, le schioccate d'avviso del vetturino fan sempre nascere un rimescolìo: i bimbi accorrono, gli avventori s'affacciano alle finestre col tovagliolo al collo, le ragazze della casa vengono ad augurare il buon viaggio, e i saluti hanno qualche cosa di cordiale e di poetico, che non si ritrova da nessuna parte viaggiando per le strade ferrate. Questo dicevamo, il mio amico ed io, percorrendo rapidamente la lunga via maestra di Fenestrelle, allegri e soddisfatti della nostra giornata; ma lo spettacolo della enorme fortezza nera che disegnava i suoi contorni superbi sul cielo stellato, ci fece tacere improvvisamente. E s'espresse forse nell'animo di tutti e due con le parole medesime il saluto silenzioso che le mandammo entrando nell'oscurità della valle. Addio, bella ròcca italiana, baluardo fidato delle nostre Alpi! Noi forse non ti vedremo più. Ma tu starai dopo la nostra vita, e dopo quella dei nostri figli, e dei figli loro, guardiano immobile e superbo della nostra indipendenza e del nostro onore. Affòrzati ancora, e continua a dilatar le tue membra, come un adolescente titano. E se verrà il giorno della prova, possa essere per te un giorno di gloria splendida e pura come la neve delle tue montagne quando vi batte il sole di primavera, e il tuo nome diventi sacro alla patria, e da tutti i cuori d'Italia si levi il grido della gratitudine a benedire le pietre dei tuoi bastioni e il sangue dei tuoi difensori.

EMANUELE FILIBERTO A PINEROLO

Il signor Giovanni Battista Lombriasco, notaro di Pinerolo, buon cristianaccio, scarso di clienti e di fortuna, ma assestato nei suoi affari, onesto fino alla dabbenaggine, patriotta di cuore, infarinato di latino, e ancora forte e florido benchè scendesse già dalla parte peggiore della sessantina, era tutto glorioso quando si poteva mostrare sul terrazzino del suo piccolo quartiere di piazza San Donato in compagnia di Don Enrique de Benavides, nobile catalano, suo cliente. E non gli passava nemmeno per il capo che i maligni potessero attribuirgli il matto proposito di convertire il cliente in genero. — “Tanto non lo accecaua la uanità di padre che a tale sposalitio potesse riuolgere sue speranze.„ — Così dice (e io ci credo) uno scartafaccio giallognolo, pieno di raspatura di gallina, col quale un nipote del buon notaro intese di mandare alla posterità un “caso molto mirabile„ seguìto nella sua famiglia; scartafaccio che dormì per più di tre secoli, sotto molte altre carte mal decifrabili, in mezzo agli atti consolari della città di Pinerolo. Il nobile Enrique de Benavides, venuto qui da Gerona per la questione intricata d'una eredità lasciatagli da un parente di sua madre, colonnello francese, non si capisce se Mortier o Mornier, del presidio di Pinerolo, aveva affidato l'affare proprio al notaro Lombriasco per la riputazione d'uomo integerrimo di cui godeva; ma avrebbe potuto attestare alla città intera che un mese e più dopo il primo abboccamento, e quando già s'era stabilita fra loro una certa dimestichezza, il delicato notaro non gli aveva ancora fatto parola della sua famiglia. La relazione era nata per puro accidente. Un giorno che il Benavides stava ad aspettare nello studio notarile, la señorita Evelina, certa di trovarci suo padre solo, era entrata festosamente, d'un salto, tenendo spiegata davanti a sè una stampa che rappresentava la battaglia di San Quintino, e che le era arrivata allora per le poste, desiderata da lungo tempo. Visto appena quel signore, aveva fatto l'atto di ritirarsi, vergognandosi e chiedendo scusa; ma era rimasta come inchiodata là dalla maraviglia e dalla gioia quando il signore catalano, letto di sfuggita il titolo vistoso della stampa, aveva detto in tuono di gentile rispetto, e con molta semplicità: — Si occupa della battaglia di San Quintino, señorita? Io ci sono stato.

***

Così il Benavides aveva fatto conoscenza della famiglia; e da quel giorno, ogni volta che usciva dallo studio del notaro, attraversava il pianerottolo per salutare la signora e la signorina; con le quali anche s'intratteneva sovente. La signora, già tutta grigia, sempre malata, non apriva bocca che di rado, con un sorriso triste, un poco vergognata di non saper parlare l'italiano, che il Benavides parlava assai bene, benchè “prononziando„ dice il manoscritto “al modo delli spagnioli.„ La signorina, invece, interrogava continuamente, e l'oggetto delle sue interrogazioni era sempre il medesimo.

Come ogni piemontese d'allora, al quale non mancasse affatto il senso dell'alterezza e dell'amor di patria, essa aveva un'affettuosa, profonda, appassionata ammirazione per Emanuele Filiberto. Nata sotto la dominazione straniera, della quale aveva potuto vedere fin dall'infanzia gli effetti miserevoli; educata da suo padre, un po' corto ma generoso d'animo, alla pietà e all'amore del suo paese oppresso, smembrato, impoverito da spagnuoli, da svizzeri e da francesi; facile per gentilezza innata ai grandi entusiasmi, aveva cominciato a venerare il duca di Savoia all'età di dieci anni, quando aveva visto la sua città fremere di gioia all'annunzio sfolgorante della vittoria di San Quintino; e la sua venerazione giovanile per quel principe glorioso che dai confini di Picardia faceva balenare come una speranza la sua spada vincitrice alla patria lontana, le era venuta crescendo nel cuore, coll'ingigantire di quella gloria, fin che oramai essa viveva tutta di quell'affetto, e della fede di veder entrare un giorno nella sua città rifatta libera e piemontese il “grande„ duca di Savoia. Suo padre si ricordava d'averlo visto a Nizza nel 1535, un anno prima della caduta di Pinerolo, in compagnia di Aimone di Ginevra, barone di Lullins, suo precettore, quando non aveva che sette anni, e lo chiamavano il cardinalino, perchè destinato al sacerdozio; e lo descriveva: piccolo, gracile, d'aspetto pensieroso e nobile. Ma non poteva dare null'altro in pasto alla curiosità ardente della figliuola, smaniosa di ragguagli minuti intorno al capitano, al sovrano e all'uomo; e però essa affollava di domande, timide, ma incalzanti, lo straniero benvenuto, facendosi rimproverar sovente da sua madre, alla quale pareva poco conveniente a una ragazza e poco rispettosa per un nobile quella perpetua interrogazione. No, a lei non pareva possibile che quel signore, col quale parlava, avesse proprio veduto e inteso parlare Emanuele Filiberto a pochi passi di distanza, su quel campo di battaglia famoso, dov'egli aveva tenute in pugno e decise le sorti della Spagna e della Francia, pigliando in una sola formidabile retata tutto il possente esercito del conestabile di Montmorency. Era nondimeno vero, grazie a Dio; il Benavides, ufficiale a diciott'anni, aveva fatto parte del seguito del barone di Brederode, morto a San Quintino; era stato testimonio dell'atto superbamente ardito del Duca, quando, la mattina del dieci agosto, cacciatesi dentro alla corazza, senza leggerle, le relazioni dei generali che gli stavano attorno, tutti concordi a consigliarlo di non attaccare battaglia, aveva gridato ai trombettieri, alzando la spada: — Sonate l'assalto! — l'aveva visto correre in aiuto, lanciando il cavallo a pancia a terra, ai conti di Egmont e di Pandeveaux, che stavan per essere soverchiati; avrebbe potuto disegnare pezzo per pezzo la sua armatura, e sapeva imitare benissimo la sua pronunzia spagnola, che risentiva più della francese che dell'italiana. Ma dunque, com'era proprio, a ventinove anni, il duca Emanuele Filiberto? Come si moveva? Come guardava? Che voce aveva? E il Benavides doveva ridire per la decima volta le medesime cose. Non alto di statura, saldo e bello delle membra, una testa scultoria, i capelli biondi un po' increspati, due piccoli occhi celesti acutissimi e scintillanti come due punte di spade, la barba folta e corta, il petto largo e sporgente, le braccia atletiche, le gambe leggerissimamente arcate, la voce, il passo, il gesto d'un uomo nato per comandare e per combattere, e per esser più temuto che amato; e pure una grazia meravigliosa d'atteggiamenti e di mosse. Nessuno aveva mai visto sui campi di battaglia un cavaliere più principescamente soldato di lui. Desto e armato avanti all'alba, infaticabile, abborrente dall'immobilità come da una tortura, parchissimo di parole, irremovibile nei suoi propositi, frenava gl'impeti di collera mordendosi a sangue le labbra, dava con un'occhiata o con una parola delle lodi che inebbriavano l'anima, degli ordini che mettevano la furia nelle vene e dei rimproveri che facevano tremare le ossa. Ed era terribile, ma giusto, e rivelava spesso in atti secreti di clemenza la bontà che non si lasciava mai uscire dalle labbra. Chi gli leggeva nell'animo lo amava, timidamente ma con devozione ostinata. Era colto: conosceva il tedesco e il fiammingo; parlava spagnuolo, italiano e francese; sapeva di latino, studiava le istorie, s'occupava di scienze. Gli eserciti che gli avevan posto il nome di “testa di ferro„ lo veneravano pure come un sapiente. Gli spagnuoli lo chiamavano el sabio. — O renderà l'anima sopra un campo di battaglia, o rialzerà la monarchia dei suoi padri — dicevano. Fin da quando sotto le mura di Ternaux aveva con una stretta della sua implacabile mano ridisciplinato in un giorno l'esercito tumultuoso di Carlo V, tutti avevan presentito vagamente ch'egli era mandato da Dio a compiere grandi cose. E quando passava per i campi a cavallo, in mezzo a quei baldanzosi reggimenti spagnuoli e fiamminghi, non prorompevano in acclamazioni e in evviva ch'egli non amava, ma gli facevano intorno un vasto spazio e un grande silenzio, in cui si sentiva il suono della sua armatura e il respiro del suo cavallo, e mille sguardi attoniti accompagnavano il suo pennacchio bianco fin che spariva in mezzo alle tende lontane.

— Un nobile principe, verdaderamente, concludeva il Benavides. — Se la Spagna deve benedirlo, il Piemonte lo può adorare. — E la signorina stava a sentire, immobile, sorridendo per nascondere la commozione, e stropicciando con le dita la borsetta e le forbici che le pendevano dalla cinturina di cuoio; e la sera, quand'era sola nella sua cameretta, alzava il lume davanti a un piccolo ritratto a stampa del duca, e gli diceva ingenuamente, con voce calda e tremola, quello che le dettava l'anima. — Tu ci renderai alla patria, Emanuele Filiberto, non è vero? Tu ti farai restituire la tua città fedele, che non t'ha mai visto, ma che t'ha sempre amato e invocato! Tu ci pensi a noi, tu ci pensasti sempre, tu la vuoi a qualunque prezzo, e la ripiglierai con la spada, se occorre, la tua Pinerolo, non è vero? mio valoroso, mio nobile, mio superbo principe, gloria del nostro sangue e speranza del nostro paese! — Ed era così bella in quell'atto, stretta nella sua veste di lana oscura, con la sua gorgierina di mussola che le s'alzava a ventaglio dietro la nuca, col viso un po' inclinato sopra una spalla, e così grande e così bionda, che se il duca di Savoia l'avesse vista, avrebbe forse proposto a Margherita di Valois una nuova damigella d'onore.

***

Quella sua adorazione per Emanuele Filiberto era il tormento di un suo cugino, Antonio Lombriasco, che faceva le pratiche di notaro nello studio del padre, facendo nello stesso tempo, e con non maggiore profitto, l'occhio pio alla figliola. Il nipote cronista si piglia molto spasso di lui, celiando un poco pesantemente, alla maniera dei novellisti del suo tempo. Lo definisce: “giouine di grosso intendimento e di picolo e poerile animo„ soggiungendo poco dopo “di rideuole aspetto.„ Pare che fosse un mezz'uomo, stentito e vanesio, con un gran naso rincagnato. Persuaso che il duca di Savoia fosse la sola cagione per la quale sua cugina rifiutava come un omaggio molesto il suo giovane cuore notarile, egli aveva preso a odiarlo come un rivale e come un nemico. Quel nome di Emanuele Filiberto, ogni volta che l'udiva pronunciare, gli metteva un bruciore intollerabile alla bocca dello stomaco, e San Quintino era per lui il più infausto santo del calendario. Da principio, per gratificarsi la signorina, aveva finto anche lui una profonda ammirazione per il Duca, e provato a rincarare le lodi ogni volta che glie le sentiva intonare; ma lo faceva di così mala grazia, con una voce così ingrata, che invece di entrarle nel cuore con quell'artificio, s'era fatto pigliare in uggia peggio di prima. E allora aveva mutato registro; s'era ingegnato per un pezzo di scalzare e di abbattere il suo rivale rodendo a poco a poco col dente della critica la sua grandezza e la sua gloria. — In fin dei conti, la battaglia di San Quintino l'aveva vinta con un esercito spagnuolo; la vittoria di Gravelines era principale merito del conte di Egmont; il Piemonte si trovava sempre in pessime acque; Asti e Santhià erano ancora in mano degli spagnuoli; il “grande„ Duca non aveva nè fatto trionfare le sue ragioni sopra Ginevra, nè ritolto alla Francia Pinerolo, Savigliano e Perosa; era certamente un principe “considerevole„ ma non si poteva chiamare ancora “un grand'uomo„; bisognava aspettare dell'altro. — Ma la signorina lo rimbeccava terribilmente. — Tacete! — gli gridava coi denti stretti, tutta vermiglia d'ira, facendo sibilare col suono d'una lama mulinata il suo rapido e vigoroso dialetto subalpino — è la più insensata, la più iniqua delle ingratitudini la vostra. Fin da ragazzo egli s'è consacrato tutto alla sua patria; egli è andato in esilio per noi; egli ha ereditato un paese in pezzi e in brandelli, e ne ha fatto uno Stato; è lui che ha riscattato Torino, Chieri, Chivasso, Villanova, la Savoia, le provincie del Genevese e del Chiablese; è lui che ha fondato l'esercito, lui che ha rialzato le fortezze, lui che ha costrutte le galee che vinsero alle Curzolari, lui che ha riordinato gli statuti, ristorato l'erario, rianimati gli studi, rilevata la dignità nazionale e riacceso l'amor di patria.... scimunito. — L'ultima parola era piuttosto pensata che detta; ma il povero cugino che l'indovinava, ne rimaneva fulminato. E allora, per qualche giorno, tentava un'altra via, la cosa più ridicola di questo mondo, una certa imitazione d'ammiratore, o piuttosto uno scimmiottamento di certe abitudini e qualità esteriori del Duca: si levava presto, andava a giocare alla palla sui bastioni per fortificarsi le membra, sdegnava di aver qualsiasi riguardo per la salute, ruminava dei grandi pensieri, e parlava a monosillabi. E per un po' di tempo l'esperimento non riusciva male. Ma poi, un giorno, un dialogo di questa specie lo rovinava. La signorina domandava: — In che stato sono le strade? — Egli rispondeva: — Fango. — Ma pare che il tempo si rimetta? — Pare. — Potremo andar domani all'Abbadìa? — Forse. — Credete che ci sarà molta gente? — Credo. — Una cordiale risata della cugina lo avvertiva spietatamente che il suo gioco era scoperto, e gli riattizzava in cuore un odio rabbioso contro la testa di ferro. E l'aveva trovato, finalmente, il lato vulnerabile del Duca e della ragazza: censurava il Duca come marito, accennava vagamente alle sue amanti, una signora di Vercelli, una Doria, una Beatrice Langosco; e diceva di saperne assai più che non ne sapeva. A quelle uscite, la signorina alzava le spalle, ma corrugando la fronte e chinando il capo, e rispondeva: — Questo riguarda la Duchessa... se è vero.... — Ma le rimaneva una punta nel cuore, e non si tornava a rasserenare che riudendo la voce del Benavides, il quale le ripresentava l'eroe savoiardo nella luce pura della sua gloria.

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Ma non era possibile che una signorina piemontese appassionata per Emanuele Filiberto udisse parlar lungo tempo del suo idolo un bel gentiluomo catalano di trentacinque anni, senza che le nascesse nel cuore, come un rampollo dell'antica passione, una nuova simpatia. Il Benavides aveva perduto da pochi mesi la madre che adorava. La sua tristezza, aggiunta alla naturale gravità catalana; il pallore marmoreo del suo viso regolarissimo, reso anche più pallido da una capigliatura d'un nero orientale, e da una barba poderosa che gli saliva a metà delle guance e gl'invadeva il collo e le tempie; la dignità gentile dei suoi atteggiamenti e dei suoi modi, la sua voce robusta e melodiosa, le misero a poco a poco una certa timidezza dolce nel cuore. Aveva una strana bellezza quello straniero. Era un colosso, con l'eleganza leggiera d'un giovanetto; i suoi occhi fulminavano, e la sua voce accarezzava; aveva le membra d'un Ercole, e non faceva sentire il suono del suo passo. Passati i primi giorni, quando si presentava nel vano della porta, ch'egli riempiva tutto, e restava un momento immobile con la cappa sul braccio, chinando il mento sul collaretto di trina di Venezia, che gli si allargava sul giustacuore nero, Evelina provava una sensazione nuova e quasi dolorosa, come di due piccole ali che si agitassero rapidissimamente dentro al suo seno. E n'era quasi sdegnata con sè stessa. Il pensiero della grande diseguaglianza che era fra loro di fortuna, di nome, di famiglia, di tutto, le faceva scattare dentro tutte le forze ribelli del suo orgoglio di donna; di quell'orgoglio che soffoca e nasconde come una vergogna l'affetto senza speranza, sul quale potrebbe cader l'accusa di ambizione sciocca e impudente. Il Benavides, dal canto suo, compreso della riservatezza delicata che gli imponeva in quella casa la superiorità del suo stato e la nobile prestanza della sua età ancor giovanile, nascondeva di proposito anche quel naturale sentimento di simpatia tranquilla che la ragazza gli ispirava, e che ad ogni uomo è permesso di esprimere, o di lasciar indovinare, a qualsiasi donna. Il suo aspetto e i suoi modi non significavano che una gentilezza seriamente rispettosa, la quale avrebbe reso impossibile ogni illusione anche nel cervello di una señorita meno assennata e meno dignitosa di Evelina. Egli aveva l'aria di frequentare quella casa perchè ci sapeva di buona gente e non per altro. Era triste; non aveva sorriso; lasciava cascar la conversazione quando non lo interrogavano. Ma per fortuna di Evelina, l'argomento dei discorsi soliti era inesauribile. Dal giorno in cui Emanuele Filiberto, ragazzo, s'era gettato in ginocchio davanti a Carlo V, a Genova, supplicandolo che lo conducesse alla guerra d'Algeri, fino all'anno che correva, 1574, avevano trentadue anni della vita del Duca da ricorrere, trentadue anni pieni d'avventure da epopea e da romanzo, intorno alle quali il Benavides, legato d'amicizia con molti personaggi spagnuoli della Corte e degli eserciti, sapeva mille particolari preziosi, non noti che a pochissimi. Discorreva delle strettezze compassionevoli in cui s'era trovato il Duca al tempo del suo primo viaggio in Germania, della sua vita d'accampamento, quando comandava, appena diciottenne, la cavalleria fiamminga e borgognona contro la lega di Smalcalda, e dell'astio geloso preso contro di lui da Filippo II dopo la battaglia di San Quintino, e dei suoi viaggi avventurosi, quando tornava nei propri Stati e ne ripartiva travestito come un congiurato vagabondo, con l'angoscia nel cuore; e quando pareva che avesse tutto detto, le interrogazioni ingegnose della ragazza gli richiamavano alla mente e gli facevano dire nuove cose. Un giorno raccontava in che maniera avesse salvato Barcellona dallo sbarco notturno dei francesi; descriveva un altro giorno un suo vezzo di stropicciare l'elsa della spada quando s'impazientiva, in modo che tutti i circostanti fissavano la sua mano sinistra con trepidazione; una sera pure, aveva imitato con la penna la enorme e strana firma del Duca, che pareva fatta a colpi di pugnale, ed era fiancheggiata da un lunghissimo tratto nero inclinato simile all'asta d'un'alabarda. E ad Evelina brillava l'anima a quelle notizie, e ad ogni nuovo particolare prorompeva in una viva esclamazione; e poi rimaneva un momento pensierosa, come per risentire dentro di sè l'eco della voce che aveva parlato; e in quei momenti teneva l'occhio fisso sul cappello di feltro scuro del Benavides, appeso alla spalliera d'una seggiola; intorno al quale girava una penna nera di struzzo, fermata sul davanti per mezzo d'un piccolo anello d'oro ingemmato: un ricordo della madre morta.

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Il solo che riuscisse qualche volta a far sorridere il Benavides era il vecchio Lombriasco, con le sue tirate di politica internazionale. Dopo che aveva l'onore di quella nobile clientela spagnuola, si dava per grande partigiano della Spagna; ciò che feriva il senso delicato della figliuola, la quale si ricordava d'averlo inteso molte volte inveire con alte declamazioni contro “il mostro insaziabile„ che divorava la Lombardia dalla Sesia all'Adda, e i regni di Napoli e di Sicilia e di Sardegna, e i presidii toscani “che Dio lo faccia tristo.„ Ma il notaro non badava agli scrupoli della ragazza. — La Spagna, care mie! — esclamava, voltandosi alla moglie e alla figliuola, con la coda dell'occhio verso il cliente; — ecco la nostra alleata naturale, necessaria, perpetua. Nuestra amiga. La protettrice provvidenziale dei Duchi. Chi aveva divinato il genio guerriero di Emanuele Filiberto se non Carlo V? Chi, se non Filippo II, gli aveva fornito i mezzi di farsi glorioso e potente a benefizio del suo paese? Chi aveva imposto nel trattato di Cambray la restituzione del Piemonte, con la minaccia di ricominciare la guerra? La Corte di Madrid, insomma, non aveva mai abbandonato in tutto neppure Carlo il Buono. Aveva preso la sua parte, ma senza violenza. Si poteva dire che “usurpava„ più per necessità che per cupidigia. Gli facevan scrollare le spalle i fiorentini, i veneziani, i genovesi, e gli sforzeschi e gli estensi con le loro tenerezze francesi, manifeste o coperte. Non erano che sfoghi di dispetto, gelosia del colosso, una gran voglia d'esser liberi per fare alto e basso e mettere il mondo a soqquadro con le loro matte ambizioni. Naturalmente, non poteva patire la Francia; e in questo era sincero. Ah sì! La vista d'un francese gli metteva il cuore a traverso. Ma, in realtà, quella sua furiosa avversione derivava anche in parte da un suo rancore privato: dal fatto che, essendo egli stato anni addietro del Consiglio dei Cento, e gloriandosene sopra modo, era stato offeso mortalmente da un bisticcio ingiurioso d'un uffiziale francese, il quale, in occasione d'un litigio insorto tra il Consiglio e il Siniscalco del Re, aveva detto: Ce n'est pas un Conseil décent. Questa l'aveva serbata sullo stomaco per anni ed anni e gli tornava in gola di tanto in tanto. — Il Consiglio dei Cento! — esclamava nei giorni di cattiva luna, gesticolando dietro ai vetri, quando vedeva passare per la piazza un uffiziale francese. — Ma la vostra famosa monarchia era ancora nelle fasce, quando il Consiglio dei Cento era già in piedi, forza e decoro di Pinerolo, assemblea legislativa, supremo magistrato politico, rispettato in tutta la sua autorità da quanti passarono fra le nostre mura, da abati, da marchesi di Susa, da principi d'Acaja, da conti di Savoia! Ce n'est pas un Conseil.... décent! Ma l'avete dovuto rispettare anche voialtri, padroni illustrissimi, e sarà ancora rispettato quando non ci sarà più neppure la semenza dei Valois e degli Angiò, credetelo pure! — E se l'uffiziale francese, per caso, si voltava a guardare la finestra, lui, da savio padre di famiglia, si ritirava dalla vetrata, e continuava a sfogarsi in mezzo alla stanza. Ma non era mai tanto ameno come quando canzonava il nipote, del quale conosceva la passioncella innocua, e le comiche imitazioni del Duca. Diceva d'averlo sorpreso a lavarsi il capo con l'acquavite per fortificarsi la testa, e lo chiamava testa di ferro, battendogli la mano sulla nuca, come per sentire a che grado di durezza l'avesse già ridotta: di che il giovane andava sulle furie, e si faceva pavonazzo, che parea sul punto di schiattare.

***

Il Benavides, frattanto, andava pigliando a poco a poco una secreta compiacenza a far vibrare con la sua parola quella bell'anima, così giovanilmente innamorata delle cose grandi. Senz'avvedersene egli si preparava prima certe frasi e certe immagini che gli parevano più efficaci a dilettarla e a farle battere il cuore. Una contrazione quasi di pianto infantile, leggerissima e dolcissima, che le era passata sul viso una sera che egli descriveva l'atto regalmente gentile con cui Emanuele Filiberto aveva carezzata la fronte del conte di Siegelberg ferito a morte, gli era rimasta impressa nell'animo per varii giorni. Come mai era nata quella bell'anima in quella casa così umile, fra quella gente mediocre, in mezzo a una città dominata dagli stranieri, dove nulla era accaduto da tanti anni che potesse scuotere e innalzare gli spiriti? La sua stessa figura non riportava in nulla nè il padre nè la madre, e contrastava in mille modi con tutta la gente e con tutte le cose che aveva d'intorno. Quella era veramente una nobiltà pura e legittima, stampatale nell'anima e sulla fronte da Dio. Certo, egli non sentiva punto amore per lei. Solamente la sua voce gli cagionava un'illusione singolare: lo accompagnava alle volte giù per la scala, lo seguitava per la via, gli si faceva sentire ora come un'eco lontana, ora come una nota staccata che gli suonava tutt'a un tratto nell'orecchio, e non di rado pareva che gli empisse per qualche minuto tutta la stanza come la vibrazione prolungata ed eguale d'una corda sonora. E allora gli sembrava che, rivedendola, avrebbe sentito il bisogno di sorriderle e di parlarle con una cortesia più familiare e più affettuosa di quella che aveva usato fino allora con lei. Ma quando poi si ritrovava con la famiglia, al vedersi circondato di un così profondo rispetto, considerato quasi come una creatura d'un'altra razza, al punto che non avrebbero osato uscire dal discorso solito per timore di parergli troppo entranti, allora si richiudeva in sè, imponendosi maggior riserbo di prima, e rimproverandosi quasi il desiderio che aveva provato di fare un passo innanzi in quell'amicizia. Una sera, per altro, la signorina gli raccomandò la sua Pinerolo con una grazia così affettuosa e timida, con parole così caramente ingenue, ch'egli dovette fare uno sforzo per non risponderle con lo stesso tuono di voce. — Vostra Signoria, — gli disse la ragazza con un sorriso, incrociando a più riprese le dita delle sue belle mani, — dovrebbe persuadere il suo grande Re a restituire Asti e Santhià al duca e allora la Francia ci renderebbe Savigliano e Pinerolo, e noi ritorneremmo piemontesi. Mi pare che lo dovrebbe comprendere il re Filippo che non ci sarà mai pace fin che il Piemonte sarà così diviso e esposto a tutti i pericoli. Vostra Signoria può dire che tocca al re di Francia a fare il primo passo, intendo bene. Ma continuando così.... Non sarebbe naturale che lo facesse il più forte, che ha meno da temere, il primo passo? Quando il Piemonte fosse tutto unito, ora che è con la Spagna, sarebbe anche più sicura la Lombardia, non è vero? mentre la Francia, fin che ha Pinerolo, può scendere nello Stato di Milano quando le piace, con molti soldati. Ah signore! Io non sono che una povera ragazza; ma darei tutto il mio sangue per sentir sonare a Pinerolo le trombe delle nostre milizie, e veder inalberare sul castello la nostra bella bandiera, che non ho mai veduta... vederla una sola volta! un momento solo! Dio buono! — E stette un momento con le mani giunte, guardando verso la piazza, con gli occhi umidi, in un atteggiamento da strappare i baci. Il Benavides tardò un minuto a rispondere. Poi con un accento benevolo, come d'un fratello: — Tutto vi sarà reso, señorita, — rispose. La señorita poteva andar sicura che i negoziati per la liberazione di Pinerolo erano in buone mani. Ella doveva sapere che Emanuele Filiberto chiamava Pinerolo e Savigliano: le chiavi della mia casa, e le aveva in cima d'ogni suo pensiero. La restituzione non poteva tardare. Carlo IX, malato, lacerato dai rimorsi, sputava sangue da molto tempo, sarebbe morto fra pochi mesi; e il suo successore, il re di Polonia, avrebbe trovata la Francia in un tale stato, avrebbe veduto così chiaramente l'impossibilità di tentare nulla di utile per molti anni di qua dalle Alpi, che per levarsi l'inquietudine e la spesa dell'occupazione, e amicarsi il Duca di Savoia, gli avrebbe rese le due città spontaneamente. — Caterina dei Medici — concluse — sarà la prima a consigliarglielo, per levare l'armi di mano ai propri nemici. E allora, signorina, ella sentirà sonare in piazza San Donato le trombe delle milizie ducali... senza bisogno di dare su preciosa sangre. Il cuore mi dice che ciò accadrà assai prima che ella non creda. Io non sarò più qui; ma ne godrò con tutta l'anima anche da lontano. — Detto appena questo, rimase meravigliato del senso improvviso come di solitudine triste che il suono delle ultime sue parole gli aveva svegliato nel cuore; e quella sera la signorina sentì come un'oppressura all'animo, una voglia di piangere senza sapere di che, una tristezza grande che la fece stare seduta sul suo letto per lungo tempo, col gomito appoggiato sopra il guanciale, e la mano tuffata nei capelli biondi.

***

Qualche cosa per aria c'era, in fatti, di quei giorni. Non era un mistero per nessuno che parecchi negoziatori fidati del Duca avevano fatto più volte in pochi mesi il viaggio da Torino a Parigi, e che tra la Corte ducale e il Governo di Madrid si trattava daccapo, con alacrità insolita, la vecchia quistione della resa della città. Gli stessi ufficiali francesi del presidio, fra i quali il Benavides aveva dei conoscenti, parlavano non della restituzione, ma della “concessione graziosa„ di Pinerolo, come d'un fatto facilmente prossimo; e non se ne dolevano, perchè neanche a loro era gradevole lo stare così sull'ala, in una città di confine, coll'incertezza del domani, in mezzo a gente che sospirava palesemente la loro partenza. La città si animava: i giovani e le donne, in special modo, si rallegravano. Ma i vecchi dondolavano il capo, increduli. Anche nel 1562, al tempo della convenzione di Fossano, s'era sperato; e la speranza durava da dodici anni. — È inutile, — dicevano; — noi siamo nati sotto un cattivo pianeta: Pinerolo verrà alla coda; ha da passarle davanti fin l'ultimo villaggio del Monferrato. — Sarebbe stato tempo nondimeno, per l'anima di San Donato! In quei trentotto anni di dominazione straniera, quel povero paese, trattato come territorio militare, soggetto a mille danni, trascurato dal Governo in tutto quello che non riguardava la difesa, minacciato di giorno in giorno dalla guerra, era caduto in una grande miseria. Molti edifizi di Pinerolo erano stati distrutti per ristringere la cerchia dei bastioni. La popolazione della campagna era scemata. Le industrie e le arti erano a terra. L'inquietudine, l'incertezza d'ogni cosa disamorava la gente dal lavoro, distoglieva le famiglie dal risparmio, scoraggiava i privati facoltosi da ogni impresa utile, e l'infelicità del paese era sentita anche più dolorosamente da tutti per effetto del confronto che si faceva con le altre provincie del Piemonte, le quali s'andavano rialzando rapidamente sotto l'amministrazione saggia e vigorosa del Duca di Savoia. Oltrechè, — i cittadini colti lo vedevano, — quella dominazione francese nè violenta nè mite, quell'aspettazione continuamente delusa, quel tirare avanti così alla stracca una vita ambigua e bastarda nè di francesi nè d'italiani, snaturava il carattere del popolo, sfibrava la sua virilità e corrompeva la sua coscienza. In altri pochi anni di quello stato tutto sarebbe infracidito. E ad ogni nuovo barlume di speranza, la città fremeva di desiderio e d'impazienza. Ma questa volta pure, passato il primo fremito, i giorni succedevano ai giorni, e nulla accadeva. Ad ogni arrivo di corriere da Torino o dalla Francia, si aspettava per ventiquattr'ore il grande annunzio; ad ogni radunata straordinaria del Consiglio dei Cento, si sperava la lettura d'un messaggio solenne del Re o del Duca; i consiglieri, dice il cronista “per tutti li luoghi dove passauano ueniuano con molta anzietà dimandati se fossero buone nouelle gionte di Torino per la restituttione della città.„ Ma nulla era giunto. E quel grullo cascamorto d'un cugino ne faceva un gran chiasso in odio a Emanuele Filiberto. Egli perdurava nella sua beata illusione di non avere altri rivali che il Duca. Veramente, una vaghissima idea gli era lampeggiata dentro alle tenebre del cranio che il nobile catalano c'entrasse anche per qualche cosa; ma l'idea d'avere un rivale di quella fatta, presente, parlante e sfolgorante, col quale ogni lotta sarebbe stata impossibile, gli metteva un tale sgomento nel cuore, ch'egli l'aveva scacciata subito, bruscamente, come un'immaginazione insensata; e continuava a tirare di punta e di taglio contro il vincitore di San Quintino. — Con le armi, — diceva all'Evelina — s'ha da riconquistar Pinerolo, con le armi, come fanno i grandi capitani, e non con i negoziati e con le chiacchiere. Ha fatto un bel pezzo di lavoro, in dodici anni, il gran Duca! Ci troviamo nelle peste peggio di prima. — Evelina, — soggiungeva poi a bassa voce, con enfasi; — io sarei più grande di lui se mi amaste! — Ma rimaneva tutto stupito al vedere che la cugina non aveva sentito nè la puntura, nè la carezza. Da due giorni era distratta e taciturna, aveva come l'ombra d'un pensiero doloroso sulla fronte bianca, e i suoi begli occhi celesti parevano gonfi di pianto. Il buon notaio Lombriasco, due sere innanzi, stando a tavola a desinare, aveva esclamato improvvisamente: — Sia lodato il cielo! Sono finalmente arrivate quelle benedette carte da Gerona e da Parigi. Tutto sarà finito tra pochi giorni. E il nostro illustrissimo e amatissimo don Enrique de Benavides y Zeballos se ne potrà tornare alla sua Catalogna.... carico di quattrini.

***

Ma ecco, l'una dopo l'altra, come colpi di cannone, la notizia della morte di Carlo IX, il messaggio di Caterina de' Medici alla Corte di Savoia, il viaggio di Emanuele Filiberto a Venezia e la novità più meravigliosa di tutte: la venuta di Enrico III, nuovo re di Francia, a Torino. La signorina si riscosse tutta a quegli avvenimenti, e si riaccese della passione antica, rifacendosi per qualche tempo più rosea, più gaia e più alteramente bella di prima. Il re di Francia a Torino! Ah! non occorreva altro. Se Enrico III — diceva — vive tre giorni soli col duca Emanuele Filiberto, è impossibile che non gli renda Pinerolo! È impossibile che non rimanga ammaliato, soggiogato da lui! Gli darà tutto quello che vorrà, ne sono certa come della luce del sole! — Ed ecco un'altra notizia inaspettata: il duca di Savoia che accompagni la re di Francia a Lione con cinquemila fanti e quattrocento cavalli. Era un'idea luminosa, da grande cavaliere e da grande politico; di quelle cose che pensava e faceva egli solo, l'ardito e profondo Emanuele Filiberto. Senonchè, a interrompere bruscamente l'allegrezza suscitata da quegli avvenimenti, venne pochi giorni dopo l'annunzio della malattia grave di Margherita di Valois e del principino. Tutti ne furono atterriti. Se quell'unico figliuolo del duca moriva, il Piemonte toccava di diritto ai principi di Savoia Nemours, mezzi francesi, per non dir francesi dalla testa ai piedi; e la Spagna non lo avrebbe mai consentito. — Il che vorrebbe dire, — esclamava il notaro, con calore, — che noi cadremmo dalla Francia nella Spagna (e guardava intorno, se ci fosse l'ombra del Benavides), dalla padella nella brace, dall'inferno alla dannazione! Ma c'è proprio piovuto la sperpetua, dunque, su questa povera Pinerolo! — E si piantava con le braccia incrociate davanti alla figliuola che teneva il mento sul petto. Il principino guarì, come Dio volle; ma la gioia pubblica fu soffocata immediatamente dalla notizia della morte della Duchessa. E la ragazza ne fu afflitta sinceramente. Si seppe che nessuno del seguito del Duca a Lione aveva avuto il coraggio di annunciargli subito quella sventura, e che quando l'aveva intesa, n'era rimasto fulminato. — Dio lo vuol provare in tutte le maniere, — diceva la signorina; — ma egli avrà forza di vincere il dolore; egli è nato per essere grande nei trionfi e nella sventura. — Intanto, la notizia che Emanuele Filiberto, ritornandosene da Lione, avesse lasciato i suoi cinquemila soldati al re di Francia, era venuta a rinfiammare ancora le speranze già vivissime dei pinerolesi. Ma quel benedetto notaro Lombriasco era proprio un ambasciatore male ispirato. La stessa sera, anzi nello stesso punto che annunziava in casa quell'atto cavalleresco e sagace del Duca di Savoia, dava pure, stropicciandosi le mani, il “felicissimo„ annunzio che la lite del Benavides con la famiglia Mortier o Mornier era finita, e che il suo nobile cliente aveva disdetto per la metà del mese il quartierino di via Porta di Francia.

***

La settimana seguente, sull'imbrunire d'un giorno triste di dicembre, nevicava; la stanza da desinare del notaro era mal rischiarata da un'alta lucerna posta nel mezzo d'un tavolino intorno al quale la signora e la ragazza facevano delle nappe da tenda; e il Benavides, seduto un poco in disparte, aspettava da qualche minuto il signor Lombriasco, guardando attentamente Evelina, che da parecchio tempo gli pareva mutata. Tutti e tre stentavano singolarmente, quella sera, a trovar materia di discorso, e parole; e tacevano di tratto in tratto per alcuni momenti, durante i quali non si sentiva nella stanza che il fruscio leggiero dei grandi stivali di daino del catalano, non statuariamente immobile come sempre.

All'improvviso, si spalancò la porta, e apparve il notaro ansante, con una notizia solenne sul viso.

— Pinerolo è resa al Duca! — urlò alzando le braccia. Evelina gettò un grido dall'anima e gli saltò al collo d'un balzo.

— E il Duca.... — soggiunse il padre col fiato grosso, mettendo le mani sulle spalle della figliuola, e parlandole nel viso: — Il Duca....

— Viene! — gridò Evelina.

— Viene! — gridò il vecchio, buttando il cappello a traverso la stanza e lasciandosi cadere spossato sopra una sedia.

La ragazza si mise a ridere, poi si fece seria un momento, poi di nuovo rise, e poi ruppe in un singhiozzo violento e cadde in ginocchio davanti a sua madre e le nascose il viso nel seno.

Per un minuto nessuno parlò; non s'udiva che la respirazione asmatica del vecchio, e il singhiozzo soffocato di Evelina, a cui la madre carezzava le treccie e le spalle. Poi, mentre il Benavides, ritto in piedi, commosso, avvolgeva e riavvolgeva collo sguardo la ragazza, lunga e nobilissima in quel suo atteggiamento abbandonato di bella donna e di bella bambina, e cercava inutilmente una parola che le potesse dire fra le mille che avrebbe voluto dirle; il trionfante signor Giovanni Battista Lombriasco, dimentico per la prima volta del rispetto dovuto all'ospite, si mise a passeggiare in lungo e in largo per la stanza, gesticolando e declamando.

— Ah, finalmente. È venuto, dunque, il benedettissimo giorno! Siamo liberi e siamo piemontesi, siamo in casa nostra, siamo gente di questo mondo, adesso! Li vedremo partire una volta. Abbiamo finito di sentir suonare gli speroni francesi sui ciottoli di piazza San Donato! E non si può dire che non fosse tempo, per l'anima.... del Beato Amedeo! Eran trentasei anni che la commedia durava, dovete sapere! E possiamo dire d'averne viste passare, in questi quattro giorni, delle faccie antipatiche di governatori e di siniscalchi e di spillaquattrini d'ogni colore, che il diavolo se li porti! Quel generale Vassé che aveva un pino delle Alpi nel corpo! E quel signor Carlo di Cossé, signore di Brissac, che aveva l'aria di guardarci dalla sommità del Monviso! E quel famoso Re da torneo, quel gran giuocatore di palla, che ci degnò di una visita, coi nastrini della sua bella sul petto, quel caro Henri deux, che ci affamava e non voleva sentir parlare di miserie! E il duca di Nevers, che sia benedetto con una sbarra di ferro, l'eccellentissimo signor Luigi di Gonzaga, duca di Nevers, governatore del Marchesato di Saluzzo, di Pinerolo e di Savigliano, che minacciò di tagliarsi la testa se il Re di Francia rendeva le terre al Duca, speriamo che manterrà la parola, ora, da quel gentiluomo onorato che s'è sempre vantato d'essere! Ah! ah! Ce n'est pas un conseil décent! Birboni! A che stato ci avevan ridotti! È finita, dunque! Così è — concluse poi solennemente voltandosi verso il Benavides che aveva già tentato invano d'interromperlo, e verso la ragazza che s'era rialzata vermiglia e radiante: — Sua Maestà Enrico III, re di Francia e di Polonia, ha restituito a Sua Altezza il Duca di Savoia le città di Pinerolo, Savigliano e Perosa insieme ai loro mandamenti, giurisdizioni e dipendenze. Il trattato è stato concluso a Torino ieri mattina. Domani si raduna il Consiglio dei Cento. Il nostro amatissimo e gloriosissimo Duca Emanuele Filiberto di Savoia, espugnatore di Torneaux, vincitore di San Quintino e liberatore del Piemonte, farà la sua solenne entrata in Pinerolo il giorno primo di gennaio del 1575. Sia ringraziato l'Altissimo! Io non speravo di avere questa santa consolazione prima di morire. — E quella sera stessa il cavaliere Enrique di Benavides appigionava per altri quindici giorni il suo piccolo quartiere di via Porta di Francia.

***

La mattina seguente, sedici di dicembre, era un tempo sereno e asciutto, e le Alpi Cozie tutte bianche spiccavano in un cielo azzurro e limpidissimo, che pareva di primavera. Pinerolo tripudiava. La gente s'affollava in piazza San Donato e in via degli Orefici, strizzata dal freddo, allegra, confondendo gli aliti fumanti in mille dialoghi rapidissimi, troncati da strette di mano e da saluti festosi. Una folla era radunata fin dall'alba davanti a una casa di via del Duomo, guardata dagli archibugieri del Comune, nella quale si trovava Giannantonio de Toni dei conti di Piossasco, nominato governatore di Pinerolo due giorni prima, e arrivato nella notte da Torino. Il Consiglio dei Cento si dovea radunare nel refettorio del Convento dei Frati Minori di San Francesco, in via degli Orefici. I consiglieri arrivavano da ogni parte, a coppie e a drappelli, ravvolti nelle loro cappe, coi cappelloni calati sulle orecchie, pestando i piedi, brillanti di contentezza, e tutti si affollavano al loro passaggio, scoprendosi il capo e tendendo le mani. Molti contadini erano accorsi dalla campagna, sparuti e laceri, ma di buon umore, consolati dalla speranza d'un lieto avvenire. A mezzogiorno il Consiglio si trovò raccolto sotto la presidenza dei sindaci Giovanni da Prato e Giorgio Bonardi. C'erano presenti il Conte di Piossasco, rappresentante del Duca di Savoia, il luogotenente generale del Duca di Nevers, e il signor Servient, consigliere e segretario di Stato del Re di Francia. La folla che nessuna forza aveva potuto contenere, era penetrata nel refettorio, e riempiva tutti gli angoli, pigiandosi senza far rumore contro le pareti bianche dello stanzone ampio e nudo; e dietro ai vetri delle finestre, dietro alle teste dei consiglieri, nei vani delle porte, si alzavano gli uni sugli altri dei grandi cappelli d'archibugieri, dei cappucci di seta di signore, degli scapolari di frati, dei pennacchi d'ufficiali francesi, dei visi pallidi e immobili, che non avevano di vivo che gli occhi. In mezzo a un silenzio profondo furono rimesse al segretario le regie patenti suggellate del Re di Francia. Il vecchio segretario, notaio del Comune, esaminò diligentemente i suggelli, secondo le prescrizioni: le sue mani tremavano, la pergamena gli sfuggì due volte; l'adunanza pareva soffocata dalla commozione; era quasi mezzo secolo di dominazione straniera, di avvilimento, di tristezza e di miseria che stava per finire in quel punto! In fine, i suggelli furon rotti; una voce alta e tremante lesse l'atto solenne, col quale Enrico III “per la piena fiducia da Lui riposta nell'amicizia che gli dimostrava suo zio il Conte di Savoia, e per il desiderio che era in Lui di accontentarlo„ ordinava la restituzione di Pinerolo, di Savigliano e di Perosa, prosciogliendo gli ufficiali delle tre terre dal giuramento di fedeltà al Re di Francia. Un'acclamazione altissima, a cui fece eco la moltitudine dalla via, seguì le ultime parole; i consiglieri si baciarono; cento visi si rigaron di lacrime. In mezzo a un'agitazione febbrile fu firmato l'atto di restituzione al “Serenissimo Domino Emanueli Philiberto, Duci Sabaudiae, Principi Pedemontium, et principi nostro vero, naturali, optatissimo.„ Un altro altissimo evviva fece tremare l'edifizio, il Consiglio si sciolse, i consiglieri usciti nella via furono circondati, abbracciati, portati quasi dalla folla verso la piazza San Donato. Una gioia fresca e sonora, come di gente ringiovanita, si spandeva in ogni parte, ravvivata ancora da quel bel sole, da quel bel cielo terso, che pareva la promessa e il principio d'una lunga età serena e tranquilla. Ma nonostante quella gioia, che dominava ogni altro sentimento negli animi, molti, passando, si voltavano a guardare in viso una signorina grande e snella, che portava con una grazia mirabile un alto cappello conico, ornato di cordoncini d'oro e di nappine di seta, appoggiandosi al braccio di suo padre. E più di tutti la guardava, seguitandola a quindici passi di distanza, Enrique de Benavides, che pure attirava molti sguardi di donna con la sua bella eleganza di colosso e con la grossa gemma del suo sombrero piumato. Egli non perdeva un solo movimento di quelle spalle graziose, e di quel braccio ripiegato, nascosto in un'ampia manica serrata al polso. Da quei movimenti leggerissimi egli indovinava il respiro affannoso, il palpito concitato del cuore, una gioia violenta e compressa che brillava forse in bellissime lagrime mute, non vedute da alcuni. — Pobre nina! — andava dicendo tra sè, perdendola d'occhio e ritrovandola a volta a volta tra la gente; — il nobile sogno della tua vita s'è compiuto; godi; sii felice. In tutti costoro l'amor di patria nasconde un interesse, che so io? una speranza; in te sola è puro come l'aria delle tue montagne. Tutta la gioia di questa moltitudine non vale una pulsazione di quel sangue gentile che ti colora il collo in questo punto. Sii felice. I giorni tristi ritorneranno, forse, pel tuo paese; nuovi stranieri, nuove miserie, e servitù più lunghe e più dure, forse; ma tu non ci pensi, povera ragazza; il tuo cuore è tutto nella gioia presente, e vede un avvenire interminato d'indipendenza e di pace. Va, buona e bella creatura; ritorna nella tua casetta modesta, ad aprire la tua bell'anima piena di tesori davanti alle immagini del tuo Dio e del tuo principe: essi non riceveranno certo da questa terra un omaggio più nobile e più santo del tuo. — E così pensando, mentre la fanciulla spariva svoltando in via Porta di Francia, egli sporse leggermente il viso innanzi stringendo le labbra; e quel bacio muto si perdette tra la folla come un fiore invisibile travolto dalle acque d'un torrente.

***

Da quel giorno in poi Pinerolo fu in ribollimento come non era più stata dal tempo dei principi d'Acaja. I soldati del Re lasciavano la città giorno per giorno, a un battaglione alla volta; molte famiglie francesi partivano; arrivavano ufficiali e messi del Governo di Torino; venivano frotte di curiosi dai dintorni. Il governatore conte di Piossasco aveva messo mano fin dal primo momento a ordinare la milizia provinciale, istituita da Emanuele Filiberto. Il Consiglio dei venticinque si radunava ogni giorno per provvedere alle feste. Il tempo incalzava: erano già arrivati i furieri della Corte. La città avrebbe voluto fare grandi cose, superare Vercelli che aveva drizzato sul passaggio del Duca cinque archi di trionfo e cento statue. Ma i denari mancavano e le ore erano contate. Fu stabilito che il Consiglio intero, la milizia, gli archibugieri, i personaggi principali della città andassero ad aspettare il Duca al Belvedere. Fu ornato di tappeti e di arazzi il palazzo degli Acaja. Il Consiglio fece fare un grande baldacchino frangiato che doveva essere portato da sei gentiluomini; ordinò vestiti appositi pei sindaci, pei capitani, per gli staffieri, per le guardie; fece allestire centinaia di bandiere savoiarde: tutto doveva essere a lutto per la morte della duchessa Margherita. La città era sottosopra; nascevano litigi accaniti per la rappresentanza e per i posti di ricevimento; per tutto si lavorava a preparare stendardi, ghirlande, corone; quanti fiori era possibile trovare a quella stagione nei dintorni della città e nelle valli e sulle montagne, le rose di Bengala, i leontopodii, gli eliotropii d'inverno, le viole a ciocche, i capelli di Venere, il lauro nobile, l'ellera, l'agrifoglio, i rami di pino selvatico dei monti di Talucco e di Cumiana, tutto fu ansiosamente cercato, disputato, pagato, e centinaia di mani bianche s'affaticavano a intrecciare e a trapungere; mentre per le vie insolitamente rumorose andavano e venivano consiglieri, operai, archibugieri, militi provinciali ancora mezzo vestiti da paesani, contadini carichi di fascine e di legna per i fuochi di gioia, processioni di ragazzi con le coccarde dai colori di Savoia; e al disopra dello strepito dei crocicchi, s'alzava la voce acuta dei banditori del Comune ad annunziare fra cento altre cose “che nissuno habi da andar incontro a Suoa Altezza a cavalo, salvo queli quali saranno domandati et avvertiti, sotto pena di venticinque scudi„. Eran giorni tumultuosi, febbrili e felici. Si capisce. Non era soltanto un capitano possente e fortunato che aveva empito l'Europa del suo nome, non era solamente il vincitore di San Quintino colui che doveva entrare a Pinerolo: era un monarca sapiente e benefico, che aveva compiuto con una perseveranza maravigliosa, in trent'anni di fatica e di pericolo, l'opera gigantesca della ricostituzione dei suoi Stati; che aveva rinsanguato la sua Casa, ridata una nuova gioventù, aperta un'età nuova d'immense speranze al suo popolo, mentre le altre provincie d'Italia, come invecchiate, e richiuse pigramente in sè medesime, pareva che non pensassero più all'avvenire; era un principe che rientrava nella città ch'egli aveva più lungamente desiderata, e per la quale aveva messo più duramente e più mirabilmente alla prova la sua costanza e il suo ingegno; e ci veniva di quarantasei anni, nel colmo della sua forza e della sua gloria, e reso più venerabile e più sacro da un grande dolore.

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Quel capo armonico di cugino, col suo naso rincagnato, trovava che il Consiglio “faceva troppo;„ che tutto quello spreco di “danaro pubblico„ sarebbe stato a mala pena giustificabile quando con Pinerolo e Savigliano fosse venuta anche Saluzzo; ma non si curava neanche più di stuzzicare la ragazza, tanto la vedeva da un pezzo indifferente ad ogni cosa che le potesse dire. Solamente, egli aveva adottato, per quando si parlava delle feste, un sorriso leggermente compassionevole, che cercava di mettere in vista. Evelina, a quando a quando, si sentiva dentro degli impeti di una gioia immensa. La proposta che uno dei venticinque aveva fatta, e che il Consiglio aveva approvata, di mandare incontro al Duca duecento bambini, — doeciento putti — con una bandiera ciascuno, i quali cantassero tutti insieme a mezza voce una canzone patriottica, in cui si sentisse un'eco sommessa di dolore per la morte di Margherita di Valois; quell'idea di mandare innanzi il canto dell'infanzia a consolare il dolore d'un eroe, le pareva divina; s'inteneriva a pensarci; avrebbe voluto pettinarli, lisciarli tutti lei quei ragazzi, metterli in fila e guidarli ella stessa incontro a Emanuele Filiberto. Non potendo fare altro, preparava un ampio parato azzurro da stendere sulla ringhiera del terrazzo, con le parole San Quintino trapunte in bianco, a grandi caratteri. Aveva ordinato del lauro tino per fare delle corone. Il terrazzo era al primo piano, all'angolo di via del Duomo, dove la via sbocca nella piazza, a sinistra di chi va verso San Donato: si sapeva che il Duca per andare fino alla via degli Orefici, dov'era il Palazzo degli Acaja, sarebbe passato di là; essa l'avrebbe visto da vicino, dunque; e ogni volta che questo pensiero le si affacciava improvvisamente, il sangue le dava un tuffo, la mente le si turbava; aveva bisogno di moversi, di spalancare le finestre, di sentire dello strepito, di discorrere, di cantare. E poi si rimetteva con più ardore al lavoro. Ma di quando in quando — molto sovente — una profonda tristezza le entrava tutt'a un tratto nell'anima, violentemente, come una mano brutale le afferrasse il cuore; e allora lasciava cadere il parato azzurro sul pavimento, e rimaneva con le mani inerte sulle ginocchia, e con gli occhi fissi alla parete, per molto tempo. Gli affari del Benavides erano accomodati; dopo l'entrata del duca sarebbe tornato in Catalogna; egli non rimaneva che per rivedere, dopo diciassette anni, il suo glorioso generale di San Quintino, forse per l'ultima volta; e il giorno dopo sarebbe partito, ed essa non l'avrebbe rivisto mai più, certamente. E allora tutto sarebbe finito. Tutto? Che cosa? Nulla. Un sogno. Nemmeno un sogno. Eppure si sentiva un nodo di pianto nell'anima. Egli era così nobile d'aspetto e di cuore, così rispettabile in quella sua tristezza austera per la morte di sua madre, e doveva nascondere dei così grandi tesori di bontà sotto quella compostezza taciturna, che dava tanta dignità alla sua bellezza! Come doveva essere profonda e generosa l'amicizia, in lui, e l'amore grande e gentile! E che dolci, ardenti, possenti parole gli dovevano sgorgare dal cuore, quando un impeto di passione e di tenerezza lo moveva! No, ella non avrebbe mai più incontrato nella vita un'anima così nobile e così bella. Ed egli partiva senza averle dato mai un segno d'affetto e d'amicizia. Era troppo povera cosa per lui. Eppure, l'avrebbe guardata con occhio assai diverso, l'avrebbe forse anche amata, a poco a poco, se non fosse stata di una condizione di tanto inferiore alla sua. Essa avrebbe saputo farsi amare, forse! Non si sentiva mica indegna di lui, dentro al cuore. Egli l'avrebbe dovuta indovinare. Come non l'aveva indovinata, come non gli era nato, in tanto tempo, un sentimento un po' più vivo che una benevolenza cortese? Qualche volta, ripensandoci, le pareva sì d'aver visto in certi momenti nel suo sguardo, d'aver sentito nella sua voce non so che d'insolito, un lampo, un tremito sfuggevole, come l'espressione involontaria e istantanea d'un sentimento d'amore. Ma come a fissare intensamente con lo sguardo i caratteri minuscoli d'una scrittura, si finisce con non veder più che il bianco della carta, così, mettendosi a meditare profondamente su quei piccolissimi segni, essa finiva con non trovarci più alcun valore, e con credere fermamente d'essersi ingannata. Ah! come avrebbe saputo amarlo, consolarlo, entrargli nell'anima, legare una per una alle fibre del proprio cuore tutte le fibre del suo! La ragione le si offuscava a pensare a una gioia, all'ebbrezza di essere amata, serrata contro quel giustacuore di seta, chiamata per nome nell'orecchio da quella voce profonda e morbida, carezzata da quella bella mano atletica di gentiluomo intemerato e di soldato valoroso. Ah! una così grande felicità non poteva essere per lei, lo capiva bene! Ed egli partiva, solo e malinconico, per un paese lontano, per ritornare alla casa abbandonata e triste, dove non c'era più sua madre a dargli il bentornato e a baciargli la fronte. Non sarebbe però stato solo lungo tempo. Non era un uomo da poter consumare la vita senza affetti. Una donna, cento donne l'avrebbero amato, adorato.... Ma non n'avrebbe amata che una sola, lui, Benavides, così nobile e così austero! E fissandosi in questo pensiero a malgrado proprio, essa vedeva una donna fra le braccia di lui, una spagnuola orgogliosa e vezzosa, una patrizia vestita di raso e scintillante di gemme, avviticchiata al suo collo, in una stanza splendida di marmi e di specchi; e la rivedeva accanto a lui, altiera e felice, in un ricco legno tirato da cavalli superbi, su per la Rambla di Barcellona; e abbandonata sulle sue ginocchia sotto la tenda verde d'una barca dorata lungo le sponde dell'Ebro; tutta vermiglia in viso, palpitante e pazza d'amore; e liberatasi da quell'immaginazione sfolgorante e dolorosa, e rivolto lo sguardo intorno per la propria casa, dove tutto esprimeva la povertà del suo stato e l'umiltà della sua nascita, che eran forse la sola cagione per cui una felicità immensa le era negata, provava un dolore più acuto, un avvilimento angoscioso, una pietà infinita di sè stessa, che le faceva abbandonare la fronte sulla spalliera della seggiola esclamando: — No, no, non basta la patria! — e scuotere desolatamente la testa, piangendo senza lacrime, come una creatura disperata. Ma poi, riscossa da un grido improvviso dell'orgoglio, balzò in piedi, si passò una mano sulla fronte, e disse a sè stessa: — Ho sognato. Non pensiamoci più. Coraggio! — E da quel momento si rigettò tutta nella sua prima passione, e si rimise a parlare con nuovo e più ardente entusiasmo al Benavides del suo principe adorato, sforzandosi di mostrare una grande allegrezza; stupita nondimeno e afflitta dentro, al vedere che il catalano non le rispondeva più come per l'addietro, e pareva sazio ed uggito di quei discorsi. — Ancora di Emanuele Filiberto? — le domandò una sera quasi in tuono di noia. Ed ella disse tra sè tristamente, quando fu uscito: — Egli s'annoia. Il suo pensiero e il suo cuore sono già lontani. È già separato da noi. Tutto è finito. Addio.

***

Venne finalmente quel sospiratissimo primo dell'anno. Partito da Torino, col suo grande corteo, il 31 dicembre, il Duca doveva pernottare a Vigone ed entrare in Pinerolo il primo di gennaio, avanti mezzogiorno. Spalancando le finestre la mattina presto, Evelina gettò un'esclamazione di dolore e di dispetto: la piazza San Donato, i tetti, i rilievi delle case, tutto era bianco, e nevicava ancora, radamente. Ma l'aria era mite. La città rumoreggiava. Il Consiglio, le milizie, tutti i personaggi del ricevimento e una grande folla erano già usciti di Porta Torino. La piazza San Donato si riempiva di gente a poco a poco; le finestre s'andavano ornando di arazzi e di ghirlande di verzura e di fiori. Il tratto più trionfale dell'entrata del principe sarebbe stato certamente là, davanti alla vecchia chiesa del Santo protettore di Pinerolo, nel cuore della città antica. In pochi minuti la ragazza levò la neve dalla ringhiera, distese con le mani un po' tremanti il suo bel parato azzurro, ordinò sopra un tavolino le sue quattro grosse corone di lauro tino, poi si andò a infilare il suo bel mantelletto di panno oscuro senza maniche, che le copriva la nuca col suo ampio bavero diritto, e si mise un mazzetto di semprevive nei capelli. Il notaro comparve poco dopo, con la barba fatta, e con un paio di calze nuove ben tese, che mettevano in bella mostra le sue gambe muscolose di alpigiano. Molti parenti, invitati, dovevano arrivare da un momento all'altro. A tutte le finestre delle case di rimpetto apparivano e sparivano visi di signore, di uomini e di ragazzi, sovreccitati, incuranti del freddo: ogni famiglia aveva in casa una frotta di parenti e di amici. Sopra le porte, sul davanti dei terrazzi e sotto i davanzali, a tutte le altezze, si vedevano degli stemmi di Savoia sormontati dalla corona, coi due cavalli e i due leoni: delle iscrizioni, dei quadri con la divisa assunta da Emanuele Filiberto giovanetto: un braccio nudo che stringeva una spada, col motto: Spoliatis arma superunt; altre sue divise d'altri tempi: l'elefante in mezzo all'armento di pecore: Infestus infestis; un gran cartellone con su scritto: Pugnando restituit rem; una corona civica col motto: Instar omnium; altri avevano esposto in mezzo a rami di mirto e di cipresso lo stemma di Margherita di Valois, la losanga azzurra coi tre gigli d'oro, e certe sue figure simboliche predilette, come i due serpenti attorcigliati a un ramo d'olivo, con motti sapienti e pietosi, che tutti sapevano. La folla ch'era andata sempre crescendo, riempiva or tutta la piazza, e le strade vicine, del Duomo, del Corpo di guardia, del Miranetto. Un colpo di cannone avrebbe annunciato l'apparizione del Duca al Belvedere; di là egli sarebbe arrivato in tre quarti d'ora a Porta Torino. Una ondata di zie e di cugine aveva empito la casa del notaro. Oltre al terrazzo, le finestre erano tre: una fu assegnata ai ragazzi: da tutte si vedeva obbliquamente il punto dove il corteo sarebbe apparso e quello dove sarebbe sparito. Un ronzìo diffuso e crescente si spandeva per l'aria. La folla, aperta a stento da due file di archibugieri, si rimescolava. Erano cittadini di Pinerolo, abitanti dei villaggi, gente venuta fin da Perosa, da Cavour e da Saluzzo, montanari discesi dalle Alpi, ravvolti in mantelli sbrendolati, con le berrettine nere sotto i cappellacci a larga tesa, con lunghi bastoni nel pugno, alpigiane infagottate in casacconi da uomini, coi ragazzi per mano. E avevano tutti davanti alla mente una sola immagine, quella figura quasi favolosa di Emanuele Filiberto, che nessuno aveva mai visto, di cui tutti parlavano da tanti anni, e che ciascuno si rappresentava a modo suo, gigantesco, spaurevole, sorridente come un padre, superbo come un nume, coperto d'oro, irto di ferro, fantasticamente vestito ed armato. I cuori battevano per la febbre dell'aspettazione. E batteva più di tutti quello di Evelina. Ma un pensiero l'atterriva quasi: il sospetto che il Benavides non venisse. Doveva partire la mattina dopo. Essa avrebbe dato il sangue per rivederlo ancora una volta. Una scampanellata improvvisa la fece tremare da capo a piedi. La folla degl'invitati s'aperse, inchinandosi; il Benavides venne innanzi, grande e elegantissimo, con una ruga diritta sulla fronte. Evelina diventò bianca: era l'ultima volta che lo vedeva! Ma subito fece uno sforzo violento per riafferrarsi con tutta l'anima alla gioia dell'aspettazione del suo principe, e si vinse. Accesa nel viso, coll'occhio scintillante, colle mani febbrili, andava e veniva, raggiustando le corone, contando i minuti, apostrofando ora l'uno ora l'altro con la voce commossa; ed era bella e superba. — Tu devi esser felice, Evelina! — le dissero le cugine, ammirandola, e facendosele intorno con tutti gli altri. E allora essa si sentì come sollevata da terra da un soffio irresistibile di entusiasmo, e trasfondendo in poche parole fiammeggianti, e nel linguaggio di una passione sola, tutta la forza delle due passioni che la divoravano, rispose: — Sì, sono felice, perchè è stato il sogno della mia infanzia e della mia gioventù questo giorno! perchè sarei morta per provare questa gioia! Dio mio! Ci ha restituito la patria e l'onore, ed è il più valoroso e il più nobile principe che abbia mai stretto una spada colui che aspettiamo! È Emanuele Filiberto, grande, buono, glorioso! È il nostro sovrano, il nostro liberatore, il nostro.... — Un colpo di cannone le soffocò la parola in bocca, e la costrinse a cercare la spalliera della seggiola. Emanuele Filiberto era al Belvedere.

***

Tutti corsero alle finestre per veder l'effetto prodotto nella folla da quell'annunzio. Il Benavides rimase in disparte. Egli aveva inteso le parole e visto l'atto di Evelina. Aveva la mente annebbiata e il sangue sottosopra. Era una di quelle potenti e chiuse nature catalane in cui la passione brucia per molto tempo nascosta come una lunghissima miccia restia, e poi scoppia improvvisamente come una mina. L'impallidire della ragazza al suo arrivo, aggiunto ad altre manifestazioni leggerissime che egli andava rintracciando nella sua memoria, e rimeditando da qualche giorno, gli aveva tolto a tutta prima quasi ogni dubbio sopra una verità ch'egli desiderava ora impetuosamente. Ma quella sua commozione straordinaria, quella sua esaltazione quasi vaneggiante per il Duca di Savoia, lo turbava, lo sgomentava, ricacciandogli nell'animo il sospetto che tutti gl'indizi d'una seconda passione ch'egli aveva creduto di scorgere in lei non fossero veramente che indizi mal compresi della prima. Egli sapeva che quelle ammirazioni entusiastiche per un principe glorioso crescevano qualche volta fino al più ardente amore, nell'anima delle fanciulle. Questo pensiero gli faceva salire delle ondate di foco al cervello. Egli si sentiva nel cuore e nella testa una di quelle tempeste oscure di sentimenti e di idee che precedono le grandi risoluzioni della vita. Seguitava coll'occhio fisso tutti i passi e tutti i gesti di Evelina. Non le era mai parsa, e non era mai stata infatti così ardentemente bella e viva, e riboccante di gioventù, di tenerezza, di forza, di grazia, giù dalle sue grandi treccie d'oro, per la lunga vita flessibile, fino ai piccoli piedi che si contraevano e fremevano come due mani. Ogni suo movimento, ogni suono della sua voce gli faceva balzar dal cuore una piena di parole appassionate, umidi, dolci, imperiose, che l'avrebbe soffocato s'egli l'avesse lasciata arrivare alle labbra. La guardava, l'inseguiva, e la vedeva confusamente a una grandissima lontananza, in una sala splendida di marmi e di specchi della sua casa di Gerona, serrata contro il suo petto, e avviticchiata al suo collo; e poi seduta accanto a lui, altiera e felice, in un ricco legno, tirato da cavalli superbi, giù per la Rambla di Barcellona; e poi abbandonata sulle sue ginocchia sotto la tenda vermiglia d'una barca dorata lungo le sponde dell'Ebro, pallida e stanca d'amore. E l'amava, la voleva, le avrebbe inchiodato la bocca sul cuore per suggere e trasfondere nella propria la sua anima bella. Non sapeva più comprendere come avesse potuto non curarla per tanto tempo, come avesse lasciato crescere, fomentato in lei quell'entusiasmo ardente per il Duca, invece di mettersi in mezzo subito, di separarla dal suo idolo, di farsi amare, di dirle brutalmente che voleva esser amato. Ed ora una smania lo invadeva di riguadagnare precipitosamente il tempo perduto, di conquistarla prima dell'arrivo del principe, di cacciarle dall'anima il suo rivale con una parola fulminea, tirandola in un canto, e bruciandole il viso con un bacio. Ah forse era troppo tardi!

***

Intanto, giù nella piazza, il fermento cresceva; le voci s'alzavano, la folla ondeggiava; a ogni finestra s'alzavano cinque, sette, otto visi, gli uni sugli altri; c'era gente sul tetto della chiesa e sui comignoli delle case; pareva che gli edifizi vivessero e parlassero, e in tutte le vie circostanti fluttuavano dei fiumi neri. Il notaio andava e veniva per le stanze, come brillo, battendo le mani sulla spalla, ora all'uno, ora all'altro, e gridando: — Padre della patria!... Padre della patria vorrà esser chiamato il nostro grande, il nostro gloriosissimo Duca Emanuele Filiberto! Pater patriae! Pa-dre-del-la-pa-tria! — E per la contentezza della sua trovata voleva batter la mano, come al solito, sulla testa di ferro del nipote; ma lo risparmiò, vedendo che anche lui, quel bestione, pareva finalmente commosso. Le campane empivano l'aria di una romba continua e assordante; la gran voce della folla entrava e risonava in tutti i recessi della casa. All'improvviso il rumore si chetò e una notizia corse. Il corteo era alla porta di Torino. Tutti si gettarono alle finestre. Evelina in mezzo al padre e alla madre, sul terrazzo; il Benavides dietro; gli altri schiacciati contro il muro. Passarono altri pochi minuti. Tutti i visi erano rivolti verso il fondo di via del Duomo. Evelina si sentiva saltare il cuore fino alla fontanella della gola. Nella piazza si taceva. S'udì un suono strano, un mormorio armonioso come di voci argentine che cantassero sommessamente una musica festosa e triste ad un tempo; il suono si alzò, avvicinandosi; e un'onda di bambini, duecento ragazzi puliti e ravviati, ciascuno con una bandiera nel pugno, empirono la via, stretti e seri, biancheggianti di neve, cantando, accompagnati dalla folla con un bisbiglio lungo di parole liete e carezzevoli; e dietro a loro, come un canneto di lancie, le guardie ducali a cavallo, ferrate e gravi, coi caschi punteggiati di fiocchi bianchi, salutate dalla folla con uno scoppio di grida. Immobile come una statua, con tutto il busto fuor della ringhiera, Evelina aspettò ancora un momento, con gli occhi fissi in fondo alla via; poi diede un tremito, e trattenne un grido.

Era Lui.

In mezzo alla bianchezza della neve, sotto un alto baldacchino di seta nera, sostenuto da sei signori vestiti a bruno, e seguito da un grande corteo, — veniva innanzi lentamente — immobile sopra un enorme cavallo bianco ingualdrappato a lutto — un cavaliere pallido, bello, impassibile come un simulacro —, tutto nero dalle piume ricurve del berretto ai larghi calzoni alla fiamminga, — vestito d'un giustacuore di velluto, su cui brillava il collare dell'Annunziata, in mezzo alle rivolte d'una grande casacca oscura, che lasciava uscire l'elsa ritorta e argentata della spada; — una figura poderosa e nobile di guerriero e di pensatore, — semplice ad un tempo e magnifica, — piena di una grande maestà e d'una grande tristezza, — che non era, e pareva colossale, — che riuniva non so che di gentile e qualche cosa di terribile; e che avanzandosi così mutamente sul tappeto candido della piazza, come una forma leggerissima che non toccasse la terra, diffondeva intorno a sè un senso di stupore e di mistero — e dava l'immagine d'un'apparizione più che umana.

La moltitudine tacque, infatti, per un momento come sopraffatta da un sentimento di maraviglia e di timore: poi ruppe tutta insieme in un grido altissimo interminabile frenetico, in uno scoppio formidabile di entusiasmo e di gioia, tendendo furiosamente le sue mille braccia dalla piazza, dai portici, dalle finestre; e una pioggia di fiori e di corone cadde sul baldacchino, sui cavalli, sui gentiluomini, sulle guardie, sulla neve, costringendo il corteo a fermarsi come una carovana sorpresa da un uragano; ed Emanuele Filiberto rimase immobile per alcuni momenti ad aspettare la fine del grido. Tutti gli sguardi si confissero nel suo viso. Egli non diede altro segno di commozione che un istantaneo dilatamento degli occhi. Poi si rimise in cammino.

***

S'avvicinava al punto dove la via del Duomo sbocca nella piazza. Evelina, inchiodata, muta, affascinata, non aveva più staccato gli occhi da quella figura. Il corteo enorme e strano che veniva dietro in grande silenzio: il vescovo di Venza, grande elemosiniere, a cavallo, accanto al gran Cancelliere Conte di Stroppiana; il presidente del Senato di Torino, il grande scudiere, fiancheggiati e seguiti da ufficiali giganteschi degli arcieri, da vecchi ciambellani e da maggiordomi, da prelati, da curiali canuti, da paggi biondi e brillanti, da consiglieri e da sindaci di Pinerolo vestiti a lutto, da capitani della milizia, da staffieri armati di spade e di pugnali; una folla serrata, maestosa e lenta, dai larghi cappelli di feltro, dalle lunghe penne nere, dalle ampie casacche brune, di un aspetto austero e guerresco, come improntata della natura del suo principe, e che pareva venire piuttosto a una battaglia o a un giudizio solenne, che a una festa trionfale; questo nuovo e bellissimo spettacolo, dietro al quale si drizzava un'altra selva di lancie e di caschi imbiancati dalla neve, non attirò uno solo dei suoi sguardi. La grande e misteriosa figura del Duca incatenava a sè tutte le facoltà dell'anima sua. Nel punto che il baldacchino passava davanti al terrazzo, e che un nuovo scoppio spaventevole di grida faceva tremare la piazza e impallidire tutti i visi, la ragazza fu come presa da una vertigine d'entusiasmo e d'audacia, e alzata fuori della ringhiera la corona che era stata stretta fino allora nella sua mano come in una morsina d'acciaio, la gettò in aria d'un colpo, con uno slancio del braccio convulso, più forte che non volesse. Subito, restò pietrificata dal terrore. La corona, passando al disopra degli archibugieri, era caduta sul fianco del Duca, ed era rimasta infilata, dondolando, all'elsa ritorta della sua spada. Allora provò come il senso d'un sogno prodigioso. La folla applaudì a quel caso; il Duca, dato uno sguardo all'elsa, alzò il viso verso il terrazzo; il cavallo fece in quel punto un raddoppio; ed Evelina vide le sfolgoranti pupille azzurre di Emanuele Filiberto fisse per un momento nelle sue. Non fu che un momento, ma non ci resse: il corteo, la folla e le case le si confusero agli occhi, le ginocchia le mancarono, e cadde fra le braccia di sua madre.

***

Subito, in furia, fu portata dentro, adagiata sopra una seggiola, spruzzata d'acqua; rinvenne immediatamente; si scosse, si vergognò, domandò perdono, sorrise, — fece cenno che tornassero tutti sul terrazzo e alle finestre; — tutti sparirono; — rimase sola. Allora seguì un rivolgimento nuovo, e pur naturale, nell'animo suo. Svanito l'ultimo resto della gioia che l'aveva soverchiata, fu presa quasi tutto a un tratto da un grande sgomento, come se quella commozione sublime fosse stata la fine d'un sogno, il giorno più felice, e l'ultimo giorno felice della sua vita; come se, appagato quel desiderio supremo che era stato il conforto e l'alimento di tutta la sua giovinezza, non le rimanesse più scopo di vivere; le parve d'essere precipitata da una grande altezza e di ritrovarsi in una grande solitudine; vide come al chiarore d'un lampo il suo avvenire vuoto e malinconico, una successione interminabile di giornate grigie e fredde, la madre morta, la casa solitaria, la sua cameretta povera e triste, e lei, seduta in un angolo, sola, invecchiata, senza famiglia, senza speranze, senza amore; e mentre già il cuore le si gonfiava d'un'amarezza immensa, e il pianto le stringeva alla gola, un nuovo pensiero doloroso, intollerabile, le attraversò improvvisamente quei pensieri: — il Benavides partiva fra poche ore. — Il presentimento della tristezza mortale del dì seguente, diede l'ultima stretta spietata al suo povero cuore: chinò il mento sul seno, si coperse il viso colle mani, e lasciò sgorgare, in silenzio, un'onda ardente di pianto.

In quel punto una voce strana, violenta, sgarbata, tremante di dolore e di sdegno, le gridò all'orecchio:

— Ma voi l'amate, dunque, il vostro Duca!

Evelina balzò in piedi, vide il Benavides pallido, con gli occhi ardenti, capì tutto, e un grido soffocato di amore pazzo e di gioia infinita le fuggì dalle viscere: — Enrico!

Era uno di quei gridi che rivelano in un punto la storia d'un'anima, e che non lasciano dubbi.

Il Benavides stette per un secondo attonito, come trasognato.

— Ah! cara! bella! nobile! adorata creatura! — le gridò poi, afferrandole e baciandole furiosamente le mani; — amor mio! Evelina mia! — Strappò in furia dal cappello l'anello d'oro di sua madre, lacerando i nastri e la penna, lo infilò convulsamente in un dito alla ragazza, la riafferrò per le mani, l'attirò con sè alla finestra dov'erano i bambini, e ribaciandole i polsi, le palme, le dita, ansando, con la voce interrotta, indicando col viso il Duca lontano: — Amalo... — disse sorridendo — amalo pure... lo ameremo insieme... perchè a te ha ridato la patria, e a me... ha dato il tuo cuore!

Evelina volle rispondere, ma i singhiozzi le chiudevan la gola. Arrivato in quel momento in fondo alla piazza, sul punto di sparire nel vicolo che conduce alla via Porta di Francia, Emanuele Filiberto voltò il cavallo verso la folla, si rizzò maestosamente sopra le staffe, e con un gesto vigoroso e superbo alzò tre volte in aria il suo berretto piumato. E quel poetico saluto parve ai due giovani un buon augurio ch'egli mandasse al loro nobile amore sbocciato sotto il sole della sua gloria, e parve alla moltitudine fremente un comando solenne ch'egli rivolgesse ai suoi sudditi presenti e alle generazioni avvenire, come se avesse voluto gridare con quell'atto: Le porte d'Italia son nostre! Emanuele Filiberto ve le affida! Difendetele!

LA GINEVRA ITALIANA

La prima gita a Torre Pellice me la fecero fare i carabinieri. Un giorno, passeggiando per Pinerolo, vidi un lungo cartellone variopinto del teatro delle marionette, con su scritto a caratteri cubitali: — Questa sera si rappresenta: Le gesta e avventure del famoso bandito Delpero da Canale arrestato dal vice brigadiere dei carabinieri Luigi Gamalero, attualmente in riposo a Torre Pellice. — Come! dissi fra me: il Gamalero è ancora vivo? Mi pareva che gli attori di quel dramma terribile, di cui fu protagonista il Delpero, e che terminò con sei impiccamenti solenni nella piazza maggiore della città di Bra, dovessero tutti esser morti e inceneriti da un pezzo. Sbagliavo, perchè non eran passati più di venticinque anni; ma gli avvenimenti che ci colpirono quand'eravamo ragazzi ci paiono quasi sempre più lontani del vero, forse per effetto di quella grande ebbrezza della prima gioventù che vi stese sopra i suoi fumi. Quel cartellone delle marionette mi richiamava alla memoria una delle commozioni più vive dei miei primi anni. Rividi la sala da desinare di casa mia, la famiglia a tavola, la cuoca che porgeva a mio padre la Gazzetta del popolo, arrivata allora, e poi tutta la scena: mio padre dà una scorsa al foglio, e grida: — Ah! l'hanno agguantato finalmente! — e noi tutti prorompiamo in una esclamazione di maraviglia e di gioia. Poi tutti zitti, immobili, a sentir la lettura d'una corrispondenza da Vigone, nella quale era raccontato l'arresto dell'assassino famoso, che da molti mesi atterriva e inorridiva il Piemonte; l'apparizione inaspettata dei carabinieri nell'osteria dove egli stava desinando con uno dei suoi, la lotta accanita, la resistenza furiosa del mostro, forte come un toro e svelto come una tigre, le varie vicende di quella mischia disperata che noi seguitammo con l'animo sollevato, quasi ansando, come se l'esito fosse ancora incerto; e finalmente il largo e profondo respiro dato da tutti all'intender quelle benedette parole: Si arrese. Dei carabinieri, non so come, m'era rimasto impresso il solo nome del Gamalero; e me lo ripetevo sovente, a voce alta, con gratitudine. Perchè era un pezzo, per dio Bacco, che noi ragazzi, facendo delle scappate in campagna, tremavamo di veder sbucare da una siepe o da un fosso lo spaventevole bandito, e scappavamo come il vento alla vista d'ogni faccia barbuta. Nessun altro masnadiero ci aveva mai ispirato tanto terrore e tanto ribrezzo. Era perchè il Delpero non aveva mai mostrato mai neppur uno di quei rari e istantanei sentimenti di mansuetudine che passan per l'animo anche ai malfattori più tristi, una di quelle qualità, per esempio, che avevan reso quasi simpatico, pur troppo, il famoso bersagliere Mottino: egli era un assassino tutto di un pezzo, una belva crudele e stupida, che uccideva inutilmente, e torturava prima di uccidere, e infieriva contro i cadaveri; uno sgozzatore di ragazzi, acceso di libidini orrende, perverso e feroce fin nel midollo delle ossa. L'avevano agguantato, dunque! Mentre noi leggevamo la notizia della sua cattura a Vigone, egli era già arrivato a Pinerolo, legato come un salame, in mezzo a uno squadrone di cavalleria. Tornavamo a respirare, potevamo rifare le nostre scampagnate col cuore tranquillo.... Di tutto questo mi ricordai lucidamente leggendo quel cartellone dei burattini. — Ah! è ancora vivo, e sta a due passi di qua, il Gamalero! Ebbene, lo andrò a trovare; e gli farò raccontare le sue gesta in mezzo a due bottiglie di Barolo vecchio.

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Tre giorni dopo, infatti, una bella mattina dorata di settembre, mi trovavo sul treno di Torre Pellice, con due buoni amici pinerolesi (due editori, tanto per non perder l'abitudine); tutto contento di rivolare un'altra volta a traverso a quella vasta campagna così verde e così buona, coperta da una rete infinita di canali, di rigagnoli, di strade, di siepi, di file di alberi, e chiusa all'orizzonte da quelle grandi montagne di color celeste, così placidamente superbe. Ma non era passata una mezz'ora dalla partenza, che lo scopo della mia gita era mutato. C'erano dei viaggiatori, nel mio vagone, degli uomini maturi e dei vecchi, d'apparenza così tra il ceto signorile e il ceto medio, che avevano qualche cosa di singolare nel viso, nel vestire e nel contegno. Parlavan francese, e si capiva che non eran francesi, benchè si capisse pure che quella era la loro lingua abituale; erano italiani, e trovavo in loro non so che di diverso da tutti gli altri italiani, nelle linee del viso, nell'espressione degli occhi e della bocca, che so io? nella compostezza degli atteggiamenti, nell'intonazione tranquilla e quasi grave dei discorsi. Erano sbarbati la più parte, d'aspetto pensieroso, vestiti d'abiti oscuri; avevano le capigliature lunghe, dei cappelli bassi, di larga tesa, le cravatte nere; tutti puliti, austeri e semplici. M'ispirarono subito una viva curiosità. Io non avevo mai visto alcuno del loro popolo; poichè era evidente che appartenevano tutti ad una sola grande famiglia. N'avevo inteso molto parlare, peraltro, da varii mesi, perchè il loro nome si pronunzia assai sovente a Pinerolo, e con un sentimento di simpatia e di rispetto, anche dal popolo minuto; nella mente del quale esso risveglia un'idea confusa di grandi dolori e di grandi glorie passate. Avevo visto anche nella biblioteca di Pinerolo, sui margini di certi libri di storia, nei quali essi eran giudicati dall'autor cattolico con parole appassionate e ingiuriose, delle risposte sdegnose, scritte in furia a matita, delle sclamazioni ironiche e dei rimproveri amari, che rivelavano l'anima calda di lettori giovanetti, offesi nella loro fede; e m'era nato il desiderio di conoscerli e d'interrogarli. Ma confesso che sapevo assai poca cosa dei fatti loro. Per molti anni, da ragazzo, il loro nome non mi aveva chiamato alla mente altre immagini che lo strano emblema della loro fede: una candela che arde in mezzo a una corona di stelle, col motto Lux lucet in tenebris; e il ricordo d'un bel quadro d'artista piemontese, il quale rappresentava un gruppo d'uomini e di donne, sfuggiti alle persecuzioni dei savoiardi, e raccolti sulla cima rocciosa d'una montagna, pallidi di sfinimento e di terrore, sotto il raggio rosato dell'aurora. Poco tempo dopo, negli anni della nostra rivoluzione, la storia delle loro lotte gloriose contro il despotismo teocratico m'aveva acceso d'un entusiasmo pieno d'affetto. Poi avevo dimenticato. Ed ora mi ritrovavo, quasi all'impensata, in mezzo a loro e stavo per entrare nel loro paese, e, cosa che non prevedevo ancora, nella loro storia, nella quale il mio spirito e il mio cuore dovevano poi rimanere per molti mesi, come imprigionati dall'ammirazione. Al nascere di questi pensieri, naturalmente, il vice brigadiere Gamalero si ritirò in seconda linea. Non desiderai più di arrivare a Torre Pellice che per veder la capitale di quel popolo così singolare e ammirevole. E intanto avrei voluto attaccar conversazione con qualcuno dei presenti. Ma il loro contegno non era punto incoraggiante. Due parevano assorti nei proprii pensieri, altri discorrevano a voce bassa d'una Scuola latina, che è nel villaggio di Pomaretto, posto all'imboccatura della valle di San Martino. Uno, che pareva un ecclesiastico, leggeva un piccolissimo giornale religioso, che si stampa a Pinerolo, intitolato Le Témoin. La sola persona a cui avrei potuto rivolger la parola era una signora sui quarant'anni, seduta davanti a me, vestita di nero, pallidissima, con un bimbo sulle ginocchia; una bella donna che pareva afflitta da una sventura recente, e guardava le montagne; ma con un aspetto che rivelava un animo così profondamente addolorato, e così forte, nello stesso tempo, contro il dolore presente, e così coraggiosamente risoluto ad affrontare i dolori avvenire, che la riverenza mi ricacciava indietro tutte le interrogazioni, anche le più gentili, che mi venivano alle labbra. Stavo non di meno per rivolgerle una domanda sul suo bambino, con quella timidezza con cui si dirige la parola a uno straniero in un paese straniero, quando il fischio della macchina a vapore annunciò che eravamo arrivati a Bricherasio....

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È un bel modellino di piccola città campagnuola, che fa i conti delle sue rendite, beatamente, ai piedi d'una collinetta da giardino, coronata d'una chiesetta candida, in mezzo a una benedizione di frutteti e di vigneti, tutti bianchi d'ombrellifere, che metton fame e sete a guardarli. — Gran bella cosa la proprietà agricola! — avrebbe esclamato il Prudhomme, affacciandosi al finestrino.... — migliore forse della proprietà letteraria. — Tutto spira un'aria d'abbondanza là attorno, e di vita grassa e contenta; l'aria d'un paese in cui non ora soltanto, ma da tempo immemorabile regni una pace da Bengodi, non stata mai turbata fuorchè dalle schioppettate dei cacciatori di quaglie.... Ma è un puro inganno di quel bel verde impostore, che dà l'aspetto innocente a ogni luogo. Dov'è ora la chiesetta bianca, ci fu per secoli un castellaccio; intorno alla cittadina graziosa girava una rude cintura di bastioni; e dal tempo che vi apriva la testa a mazzate la soldataglia dei feudatarii fino al giorno in cui il marchese di Parella vi vendicò il carnaio di Cavour, macellando il presidio francese venuto da Pinerolo, anche qui corse sangue sopra sangue, e s'ammontarono ossa su ossa. La strada ferrata passa appunto a sinistra dell'altura dove piantò il suo quartier generale Carlo Emanuele I, nel 1594, quando strinse d'assedio Bricherasio, difeso dai francesi, con quel suo poderoso e strano esercito composto di piemontesi e di svizzeri, di borgognoni e di spagnuoli, di milizie di Pinerolo e di Barge, e di milanesi, accampati tutt'intorno, lungo le rive del Chiamona e del Pellice. L'accampamento del duca occupava lo spazio coperto ora da un ricco vigneto: era come un piccolo castello di tela e di legno, formato da alti padiglioni conici, congiunti fra loro, con una piazzetta nel mezzo; e gli s'alzavano accanto da una parte le tende del Conte di Marino e di don Amedeo di Savoia, e dall'altra, altre innumerevoli tende e padiglioni bianchi, gialli e scarlatti, e baracche imbandierate, una città guerresca improvvisata, dove stavan la corte, la nobiltà, un visibilio d'alti uffiziali di Piemonte e di Spagna; e alla estremità opposta, Pietro di Padilla, generale dell'esercito di Filippo II. Lo spettacolo doveva esser vivo e splendido, se si pensa chi era il direttore di scena. Ora, nel luogo in cui s'alzavano i padiglioni ducali, su quello stesso tratto di terreno dove passeggiava a passi concitati, nelle notti insonni, quel grandioso capitan di ventura, stendendo col pensiero i tentacoli smisurati della sua ambizione dalla Macedonia alla Provenza, dal trono del Papa al trono di Boemia, dalla corona di Spagna alla corona di Francia, e meditando le vaste cabale e le giravolte astute e i colpi d'audacia che meravigliavan l'Europa; in quel breve spazio quadrato dove egli intratteneva con la conversazione rapida e scintillante i pomposi generali dei due eserciti, e divisava acquisti di quadri del Vasari e del Veronese, e poetava forse, e sognava la gloria immortale, impotente quasi a contenere nel piccolo corpo difettoso la piena tumultuante delle passioni; in quello stesso punto il vignaiuolo avido e astuto quanto il principe savoiardo, ma più cauto, stilla pacatamente la maniera di fare al padrone ciò che il principe avrebbe voluto fare all'Europa, e conta sulle dita i miriagrammi d'uva e le brente di vino che potrà buffare onestamente, ignaro affatto delle glorie storiche della sua vigna, e fin del nome di Carlo Emanuele. Così, con l'ignoranza, il contadino si vendica dei gloriosi devastatori della campagna. Poichè gliel'avevan conciata bene, tra assediati ed assedianti, a giudicarne da un disegno di quel tempo, fatto sul luogo dal Caracca, e inciso dal Fornaseri, a Turino. È un curioso quadro che rappresenta mirabilmente il castello, i bastioni di Bricherasio e tutta la campagna circostante, nel trentasettesimo giorno dell'assedio, e nel momento dell'ultimo assalto. Gli assediati son sulle mura; grandi masse di cavalleria spagnuola e piemontese ondeggiano tutt'intorno, lungo gli accampamenti e le trincee; tutte le batterie, dai lunghi cannoni, lampeggiano; le baracche dei vivandieri, una piccola città, posta sulla riva del Chiamona, fumano per apparecchiare il pasto della vittoria; in ogni parte del campo caracollano e galoppano uffiziali e carabinieri; tutto s'agita, freme, ribolle, s'avanza; già due colonne di spagnuoli e una di piemontesi e di borgognoni hanno assalito la cinta in tre punti, hanno superato il fosso, hanno invase le breccie; una è già dentro le mura; i difensori resistono ancora, ma vacillano; le grida di Viva el Rey e Viva il duca arrivano all'orecchio dei cittadini tremanti nelle loro case; altri pochi minuti e i tre torrenti umani, infranta l'ultima resistenza, irromperanno nelle strade strepitando e urlando: — La ciudad es nuestra! I souma sì! Abajo las armas! Viva Bricheras! Döerve le porte! e convergeranno tumultuariamente verso la piazza.... Nella quale troveranno la bella statua del generale Brignone, il bravo soldato di Palestro, che è ritto là in mezzo al suo caro paese nativo, in quell'atteggiamento austero e quasi doloroso in cui lo vidi sulla via di Villafranca, il giorno della battaglia di Custoza, durante la ritirata lenta o muta dei suoi granatieri.

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Passato Bricherasio, s'apre con maestà graziosa la bella valle del Pellice, dai due lati della quale s'alzano il Vandalino, superbo e triste, e la Gran Guglia, e i monti di Angrogna, e il Frioland, una varietà maravigliosa di cime cinerine che sorgono dietro alle alture verdi, di cime azzurre che si drizzano sopra le cinerine, di punte bianche che fan capolino sopra le azzurre, fino al confine di Francia; e tutt'intorno, dalle rive del torrente affollate di pioppi, su per le falde coperte di gelsi e d'alberi fruttiferi, vigneti sopra vigneti, e campi biondi su campi biondi, divisi da macchie di castagni, e boschi di pini e di faggi più alti, e ville, fattorie, chiesuole, capanne a tutte le altezze, come nelle vicinanze d'una città grande; e su tutta questa bellezza una gran pace. Sulla cima d'un bel poggio, da una parte della via ferrata, s'alza in mezzo ai castagni il castello severo di Bibiana; dall'altra luccicano al sole i tetti di San Giovanni; in faccia, salta fuori dai boschetti del Pellice il campanile bianco di Luserna. Intanto il treno corre in mezzo a palazzine eleganti, a giardini fioriti, a grandi mucchi e a lunghissime file di lastre di gneiss, cavate dai monti vicini, tra un martellare sonoro di operai, che si spande pei campi come un coro di voci argentine; e la valle si restringe, i monti si innalzano, la campagna.... Un momento.... Non si passa mica di là come si passa per qualunque altra stretta di montagne. Mette conto di arrestare per un momento il pensiero, in quel passo. Noi stiamo per entrare, siamo già entrati anzi, in una regione famosa e gloriosa, in una piccola Svizzera italiana, che ha là vicino, in Torre Pellice, la sua Ginevra, in mezzo a un popolo singolare, che forma come una nazione a parte nel seno della nostra nazione, raccolto quasi tutto e accampato in una vasta fortezza quadrilatera di montagne dirupate e boscose, compresa tra l'alta valle del Po, la frontiera del Delfinato e la valle di Susa. Questo popolo ha una storia propria, la cui origine si perde nell'oscurità del medio evo, una fede sua, una sua letteratura, un suo dialetto, un particolare organamento religioso democratico, che appartiene a lui solo, un'assemblea libera che tratta e decide dei suoi interessi più delicati, delle istituzioni speciali, fondate in parte e sostenute dalla liberalità di gente d'ogni nazione. Non occupa, e scarsamente, che tre valli, di cui una piccolissima, e otto valloni; e ha corrispondenze e stazioni in tutte le parti d'Italia, e colonie in Germania e in America, e vanta amicizie di popoli e di principi, ospita visitatori riverenti e devoti di tutti i paesi, manda soldati e divulgatori della sua fede in tutti i continenti. Fra abitanti del piano e montanari non furon mai più, o molto di più di ventimila, divisi in quindici parrocchie: eppure ebbero le vicende e la forza d'un grande popolo; ebbero i loro eserciti, i loro generali, i loro eroi, i loro martiri; trattarono molte volte da pari a pari con lo Stato cento volte più grande a cui appartenevano: sostennero trenta guerre, quali contro il Piemonte, quali contro la Francia, più d'una contro i due Stati riuniti; tennero testa per quasi un anno alla potenza di Luigi XIV. Come il popolo musulmano, sostennero urti di crociate fanatiche; furono strappati tutti insieme dalle loro terre come il popolo ebreo; si riconquistarono la patria come il popolo iberico. Dispersi, uccisi, distrutti quasi tutti come una razza infetta di cui si volesse purgare la terra, ripullularono più numerosi e più ostinati. Infine stancarono con la costanza invitta gli oppressori, si fecero invocare da loro nei pericoli, combatterono valorosamente per la causa comune, strapparono ai secolari nemici l'ammirazione e la gratitudine, li costrinsero a dar loro la libertà per cui lottavano da secoli, a vergognarsi del passato, e a festeggiare quella concessione come un bene e una gloria di tutti. E nonostante le mille persecuzioni, e le guerre spietate, e i lunghi esilii, che avrebbero dovuto spezzare intorno a loro ogni legame, e soffocare nel loro animo ogni altro affetto fuor che l'amore dei propri monti e l'orgoglio della propria storia, essi si mantennero sempre italiani nel cuore, e come furono del vecchio Piemonte, sono ancora una delle provincie più nobilmente patriottiche della nuova Italia. Onore ai valdesi, dunque! Eccoci a Ginevra... Voglio dire a Torre Pellice. Vediamo un po' questo illustre minuzzolo di capitale.

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Scendiamo alla stazione, usciamo nella piazza.... Dove diamine siamo? In Italia, o in una città di passo della Svizzera e del Reno? C'era pieno di gente. I due amici mi spiegarono: era la stagione in cui vengono a passar le vacanze dai loro parenti i molti valdesi che esercitano l'insegnamento in quasi tutte le parti d'Europa, e specialmente in Olanda e in Inghilterra. Erano anche i giorni nei quali si raduna a Torre Pellice il sinodo annuale, a cui intervengono, in segno di simpatia per “il popolo dei martiri„ rappresentanti di tutte le chiese evangeliche del mondo: una specie di piccolo concilio ecumenico, di parlamento ecclesiastico, composto però di ecclesiastici e di laici in parti quasi eguali, il quale tratta tutte le questioni relative alle leggi e ai regolamenti che reggon la chiesa valdese, e i suoi istituti di beneficenza e d'istruzione. Molta gente arrivava, molta aspettava. Era un rimescolìo di maestri, d'istitutrici, di istitutori, di famiglie, un ricambiarsi di strette di mano e d'abbracci, un mormorìo di saluti in francese, in inglese e in tedesco; poichè non son pochi anche i tedeschi e gl'inglesi che soggiornano là durante l'estate. C'erano anche dei valdesi venuti dalle stazioni delle varie provincie d'Italia, da Venezia, da Roma, da Napoli; parecchi personaggi del Sinodo, pastori, evangelisti laici, professori, ministri emeriti, e anziani e diaconi di tutte le valli, quasi tutti con quell'aspetto particolare d'austerità benevola, vestiti di abiti neri, coi capelli lunghi e ravviati, coi visi lisci e placidi, composti senza affettazione, e come serenamente pensierosi. Apparivano pure, qua e là, degli ecclesiastici stranieri, delle canizie biondeggianti, dei visi ascetici, d'una carnagione di altri paesi: ministri protestanti degli Stati Uniti forse, o d'Australia; un pastore di Livonia, si diceva che ci fosse, e dei membri della chiesa riformata del Capo di Buona Speranza. Era uno spettacolo curioso a vedersi, in quella borgata nascosta fra i monti, tutta quella gente così diversa d'aspetto, di modi, di linguaggio da quella che si vede in tutti i paesi vicini. Pareva di ritrovarsi in mezzo a una di quelle grandi carovane di viaggiatori, messe insieme dagli impresari di viaggi internazionali, la quale non fosse discesa a Torre Pellice che per far colezione, e dovesse ripartire fra pochi minuti per ripassare le Alpi e risparpagliarsi per l'Europa. Tutti s'avviavano verso il paese, a passo lento, discorrendo pacatamente; e in mezzo alle tube lucide e ai grandi cappelli patriarcali di feltro nero, si vedevano spuntare delle cuffiette bianche di contadine valdesi, delle lunghe penne di soldati delle compagnie alpine, dei veli azzurri di signore e di signori, armati di alti bastoni, raccolti a brigatelle, che s'apostrofavano in piemontese e in italiano; poichè a Torre Pellice è il quartier generale degli alpinisti della sezione dell'Alpi Cozie; e il bel quadro aveva da una parte, sull'orlo d'un prato, le macchiette indispensabili di due carabinieri, immobili, che parevano venuti là per tenere nei giusti limiti la libertà di coscienza. Un bel quadro, una mescolanza bizzarra di gravità e di gaiezza, di accademico e di campestre, di nostrano e d'esotico, in mezzo a quelle alte montagne, sui confini d'Italia, dentro al verde immenso e quieto d'una delle più gentili valli delle Alpi.

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Infilammo la via principale, passando davanti a una fontana pubblica che fece erigere il re Carlo Alberto, in segno di gratitudine per l'accoglienza affettuosa che gli fecero i valdesi nel 1844. Il paese stretto e lunghissimo, è tutto pulito e lindo, che par fabbricato da pochi anni. Somiglia a un villaggio svizzero. Le casette colorite di fresco, i salici piangenti che sporgon fuori dai muri bassi dei giardini, le torrette bianche delle chiese evangeliche che spiccano sulla vegetazione bruna dei monti, e le viti fronzute che formano delle tende verdi sulle facciate delle case turchine e rosee, gli danno una grazia singolare; guastata un poco dai grandi casoni nudi e grigi dei molti opifici, fabbriche di tessuti la maggior parte, che empion la valle d'un brontolio cupo e affannoso. Non ci sono che quattromila abitanti, metà dei quali, a un di presso, cattolici, e quasi tutti operai. Ma il carattere generale della piccola città è vistosamente valdese. C'è quella nitidezza, quell'aria di semplicità quasi ingenua che si ritrova nei sermoni dei pastori delle valli. Quelle iscrizioni insolite nei nostri villaggi, come Circolo Letterario, Sala di Conferenze, Scuola normale, Pensionnat, che inalzano gli abitanti nella stima del visitatore, pare che nobilitino, in certo modo, anche l'aspetto materiale del paese, e gli aggiungano all'occhio qualche cosa d'originale. I vetri delle finestre tersissimi, le botteguccie anche più misere, ordinate e lucide, e non so che apparenza d'assestatezza in tutte le cose, mi ricordarono certi villaggi della Frisia e di Groninga. Le piccole strade erano animate; giravano molte cuffiette bianche; passavan dei signori, con delle palandrane scure, dei visi di professori, che leggevano le loro piccole gazzette locali, Le Témoin o l'Avvisatore alpino, m'immagino; delle frotte di bimbi, coi libri sotto il braccio, uscivan dalle scuole, allegri ma senza far chiasso, vestiti da povera gente, ma senza cenci. Non osservai nulla di diverso, nell'aspetto della gente del popolo e dei campagnuoli, dal tipo comune piemontese; ma so che dei naturalisti stanno studiando se non esistano nella famiglia valdese certi particolari caratteri fisici, per effetto del numero grandissimo di matrimonii fra consanguinei che vi seguon da secoli: essi ci diranno qualche cosa. Noi, in un breve giro, incontrammo parecchi ragazzi bellissimi, punto somiglianti a quelli che credeva di trovare tra gli eretici il duca Carlo II, con un occhio in mezzo alla fronte, e sei file di denti pelosi. Incontrammo anche una signorina valdese, alta e superba, una vera bellezza, una donnina del Michetti ingigantita, che avrebbe fatto cader la bolla della scomunica dalle mani di Torquemada. E fu questa la sola vista che turbò un momento, per noi, la quiete serena di Torre Pellice. C'era in ogni parte un'operosità tranquilla, e come un buon odore di vita ordinata e raccolta; l'apparenza d'un paese in cui non fosse mai stato commesso un delitto, nè seguito un tumulto o una sventura pubblica, e dove i carabinieri stessero in villeggiatura.... A proposito: la passeggiata pei dintorni, naturalmente, la riserbammo a più tardi: la nostra prima visita fu per il vice brigadiere Gamalero.

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Domandammo di lui all'albergo; ci dissero che faceva il garzone da un liquorista! Andammo dal liquorista. C'eran tre uomini seduti a una piccola tavola, in una piccola stanza, in mezzo ad una nidiata di bimbi. Dissi subito: — Dev'esser quello là; — non si poteva sbagliare. Egli ci portò il vermut. È veramente una figura da carabiniere piemontese dell'antica stampa; alto, membruto, d'aspetto grave, quasi cupo, con due grandi occhi scrutatori e i baffi grigi. È vicino ai settanta, ne dimostra dieci di meno: si capisce alla prima occhiata che doveva avere una forza erculea, e che l'ha conservata quasi tutta. Gli domandammo se voleva venire all'albergo dell'Orso a bere un bicchiere con noi, e a raccontarci il famoso arresto. Rispose di sì, senz'altro, come se fosse una cosa già convenuta, e fece subito un'uscita da vecchio carabiniere, abituato alle formalità del servizio. — Mi rincresce soltanto che non mi ricordo più del nome di battesimo di Delpero. — Io lo sapevo: Francesco; e anche il soprannome, Nerone: li avevo visti in sogno più d'una volta, scritti sulla parete, a caratteri rossi. Fummo maravigliati della sua voce: una voce profonda, poderosa, un po' tremula, la quale, a' suoi bei tempi, doveva gridare degli alto là da far accapponare la pelle ai cavalli. Due ore dopo era seduto a tavola con noi, e ci raccontava la sua vita, modestamente: figliuolo d'un capellaio d'Alessandria, soldato nella brigata Aosta dal 1835 al 1841, poi carabiniere; promosso vicebrigadiere, non so in qual anno, dopo un arresto rischioso fatto a Torre Pellice, e servizi resi durante il colèra, a Villafranca. Al tempo del Delpero, era di stazione a Vigone. Il bandito era cercato da varii mesi, furiosamente, da tutte le parti. Da ultimo aveva ancora ucciso a tradimento due carabinieri, di notte, sulla via di Pollenzo, e cercava di assassinare il delegato di sicurezza pubblica di Pinerolo, certo Francia, al quale aveva già dato molti anni prima una stilettata mortale, per cui l'avevan mandato in galera; donde era fuggito freddando un guardiano. Il Gamalero faceva continue perlustrazioni, faticose e inutili, nei boschi di Vigone, dove si credeva che il Delpero s'aggirasse con la sua banda. Una sera che ritornava stanco morto da una di queste corse, gli dicono che il brigadiere, uscito poco prima dalla caserma, cerca di lui. Egli va difilato all'osteria dell'Orso marino, dove gli pareva più probabile di trovarlo. C'era infatti, con un altro carabiniere: li aveva mandati a chiamare l'ostessa perchè eran capitate all'osteria due “brutte facce.„ Il Gamalero entra nella stanza grande. A sinistra della porta d'entrata, all'estremità d'una lunga tavola, c'erano i due avventori sospetti, seduti l'uno in faccia all'altro, che avevano smesso di mangiare. Il brigadiere, ritto davanti a loro, col carabiniere accanto, — un mingherlino, un po' tonto, — li interrogava. Un po' più in là, a un'altra tavola, stava cenando un altro avventore, un negoziante di bovi, corpulento, che osservava con curiosità quella scena. — Appena entrato, disse il Gamalero, appena vidi la faccia di quello seduto di fronte alla porta, dissi subito tra me: — Quello è Delpero. — Era un giovine sui ventisei anni, d'alta statura, coi capelli neri e la barba nera, d'una pallidezza di morto. Il Gamalero s'andò a piantare alle spalle di lui, vicinissimo, senza fiatare; e il brigadiere gli fece un cenno col viso: — Occhio alle mani dell'amico. — Intanto continuava a interrogare. Richiesti delle carte, gli avevan presentato un passaporto e un certificato patentemente falsi: i connotati non corrispondevano, le firme eran tutte della stessa mano. L'uno si faceva passare per un mercante d'agrumi, l'altro per un negoziante di vino. Il brigadiere incalzava con le interrogazioni, e osservava intanto che una tasca della giacchetta del più grande presentava un rilievo singolare. — Datemi di nuovo il passaporto, — gli disse, — e alzatevi, che riconosca un'altra volta la statura. — To'! — gridò allora il Delpero cacciando fuori con rapidità fulminea una pistola, e puntandola al cuore del brigadiere. Ma nel punto stesso il Gamalero gli vibrava un formidabile pugno nel viso, che lo buttava a terra. Il brigadiere e il carabiniere s'avventano sul caduto; il Gamalero salta sull'altro, lo afferra pel collo, e lo porta via di peso, sbatacchiandolo attraverso alla stanza.... Qui bisognò ridere per forza a sentire come il Gamalero, interrompendosi, accennò di volo, senza ridere, la sveltezza prodigiosa, la velocità sovrumana con cui il grosso negoziante di bovi, al veder la mala parata, non fuggì, ma volò, svanì per la finestra. La lotta fu tremenda. Il Delpero, armato d'altre due pistole e d'un coltello, lottava per salvarsi dalla forca; la disperazione gli dava una forza formidabile, la rabbia l'aveva mutato in una belva, si scontorceva, ruggiva, picchiava, si rotolava sul pavimento, abbracciato ai due carabinieri, fra le panche rovesciate e le stoviglie spezzate, scalciando e addentando, facendo degli sforzi di dannato per afferrare l'altre armi. Il Gamalero voleva correre in aiuto ai due compagni, ma non attentandosi ad abbandonare il suo prigioniero, gli andava torcendo la cravatta, e allentandola a vicenda, quando lo vedeva annerire; gli dava un po' di fiato, di tanto in tanto, per dirla con le sue parole, lo stretto necessario per vivere, come si fa con la chiavetta d'un becco di gas, che non si vuol nè spegnere nè tenere acceso. Il momento era terribile. C'era da temere che gli altri della banda fossero appostati là attorno; se accorrevano, tutto era perduto. Una persona s'affacciò alla porta: fu creduto un bandito; disparve subito; era un fratello dell'oste, mezzo scemo. Bisognava finirla. Il Gamalero, con una mano sola, stringendo il laccio più forte, strascinò il suo impiccato verso gli altri tre, afferrò un braccio all'assassino, gli fece cascar dal pugno la pistola, lo inchiodò a terra per la gola; e allora s'arrese, finalmente, e fu ammanettato. Subito accorsero guardie municipali e guardie nazionali. Il Delpero ansò per molto tempo. Le sue prime parole furono di rammarico perchè gli fosse mancato il colpo alla pistola. — Se non mi mancava, — disse con uno sguardo torvo al brigadiere, — a quest'ora lei sarebbe già in compagnia degli altri due. — Poi diede in smanie da forsennato, si dibattè, urlò che voleva morire, tentò di spaccarsi il capo contro il muro. In fine, si quetò, e fu portato alla caserma dei carabinieri, tra un urlìo orrendo della folla.... Ma io l'ho sciupato miseramente il racconto del Gamalero. È difficile farsi un'idea dell'eloquenza, disordinata, ma calda, gagliarda, scolpita, con la quale egli ci fece veder quella scena, e sentir quasi gli aneliti, i colpi, lo sgretolìo dei denti, le grida soffocate dei lottatori. A lui stesso pareva di ritrovarcisi, e gestiva, raccoltamente, ma con tale vigore, che quando torceva il pugno noccoluto per render l'atto con cui aveva serrato la strozza al suo fantoccio, mi pareva di sentirmi il colletto troppo stretto, e me lo sarei sbottonato con piacere. E tirò innanzi per un pezzo. Ci raccontò tutti gli altri avvenimenti della sua vita militare, dei quali non fu mica il più notevole l'arresto del Delpero: combattimenti sanguinosi con disertori, corpo a corpo, nelle tenebre, dentro a fossi della campagna; inseguimenti disperati d'assassini per stradoni solitarii, al lume della luna; lotte contro folle ammutinate, due contro cento, con la certezza della morte; il salvamento fatto da lui in una città dell'Emilia, d'un quadro del Guercino, sorprendendo con uno stratagemma astuto, di notte, i ladri che lo trafugavano; tante avventure e così strane e drammatiche, da far pensare perchè mai certi matti affamati di commozioni, che trovan la vita noiosa, non vadano ad arrolarsi nella “benemerita arma.„ Per la prima mezz'ora, parlò piemontese; poi, a poco a poco, si mise a parlare italiano, malgrado le nostre preghiere, quasi forzato da non so che capriccio fonico della memoria; un italiano stranissimo, tutto intessuto di frasi da rapporto e di parole vernacole italianate con una desinenza in i; ma che non ci facevan ridere, nè sorridere, perchè eran l'espressione ingenua e rozza di quello che aveva d'italiano nell'anima, un'eco della gran voce della patria unita, ch'egli era arrivato in tempo a sentire negli ultimi anni della sua vita di soldato. E s'accalorava parlando, senza mai perdere, peraltro, una certa ritenutezza severa d'aspetto e di modi: ci spiegava certi segreti del suo mestiere, certe prescrizioni che faceva ai carabinieri novizii, per esempio, per arrivar addosso a dei malfattori, di notte, per una via di campagna: andar per un pezzo a passi lunghissimi, tra il passo accelerato e la corsa, in punta di piedi, nel mezzo della via, dov'è più alta la polvere; poi, a breve distanza, spiccare una corsa precipitosa, la quale ottien quasi sempre l'effetto di “far perder la testa„ ai bricconi, che rimangon lì, intontiti e immobili, senza neanche l'idea della resistenza; e diceva questo a voce bassa e concitata, fissando nel muro i suoi assassini immaginarii, con l'occhio scintillante, come se li vedesse davvero. Poi riferiva gl'interrogatorii imperiosi, che faceva agli arrestati, per confonderli; con una tale efficacia di espressione li ripeteva, che a un certo punto del racconto, sentendomi una sua mano sul ginocchio, e vedendo i suoi grandi occhi fissi nei miei, mentre mi domandava viso a viso, con quel vocione: — E i mezzi di sussistenza? — rimasi un momento imbarazzato, e quasi lì lì per rispondergli, timidamente: — Ma.... non so.... m'ingegno.... — Parlava a cuore aperto, facendo comprendere, senza esprimerli, tutti i suoi sentimenti più intimi, vedere tutto il fondo della sua semplice natura: e non si può dire la rettitudine d'animo, l'abborrimento profondo del delitto, lo sdegno superbo della viltà, il nobile concetto del proprio ufficio, il forte e netto sentimento del dovere e dell'onore, che si rivelava dalle sue parole, dal suo accento, dal suo viso. Non pareva un semplice carabiniere che parlasse, in certi momenti, ma un giudice, che so io? uno di quegli austeri monaci antichi, incolti, ai quali la fede illuminava l'intelletto; tanto il suo parlare era grave, nonostante la scorrettezza, e sensato, fermo, dettato da una coscienza onesta, e da un cuore forte, sano e generoso. E non un'ombra di vanteria nel suo discorso: si sarebbe giurato sulla verità assoluta d'ogni parola; non un lampo di compiacenza vanitosa nel suo viso, benchè mi vedesse pigliar delle note mentre parlava. — Signori, comandano altro? — domandò quand'ebbe finito, come avrebbe detto ai suoi superiori dopo una relazione di servizio. E dataci una forte stretta di mano, se n'andò senza cerimonie, serio come sempre, quasi triste, verso la sua botteguccia.

***

Quando uscimmo, la valle era tutta piena di sole, il paese faceva la sua siesta, mezzo insonnito, dentro al suo grande letto verde, sotto la vigilanza guerriera del Vandalino, la sentinella gigantesca delle valli, la quale da qualunque parte ci trovassimo, pareva che ci s'alzasse sopra il capo. Quello, e tutti gli altri monti circostanti, così ridenti alle falde, si fanno terribili di forme e di memorie, innalzandosi. Nei loro fianchi s'aprono caverne spaventevoli, covi antichi di saraceni, e poi ricetto di valdesi cercati a morte, convertite in stanze di tortura e in sepolcri. Ma la vegetazione è così folta, florida, allegra, che le memorie sinistre dei luoghi vi rimangono sotto soffocate. Per un buon tratto, camminando, non vedemmo altro che verde e azzurro. Il terreno saliva dolcemente. Quasi senza avvedercene, ci trovammo sopra un bel poggio, al confluente del Pellice con l'Angrogna, dove sorgeva la torre famosa, che diede nome al paese, e un castello disputato per lungo tempo tra Francia e Savoia, e più volte rovinato e rifatto; con la storia del quale è legata in gran parte la storia del popolo valdese. Ora non ne rimangon che pochi ruderi, quasi nascosti dalle piante. Di là si vede, sotto, tutto Torre Pellice, e i due torrenti, e più lontano, Luserna, e a destra e a sinistra, monti dietro a monti, e poi la pianura infinita: tutto così bello e felice quando splende un sole d'oro nel mezzo d'un cielo di zaffiro, ripulito da una buona arietta di settembre. Eppure quello è uno dei più sciagurati e dei più sinistri luoghi del mondo; il luogo dove risedettero, trincierarono i loro reggimenti, ordirono le loro trame, e diedero i loro ordini terribili quei governatori di nefanda memoria, quel conte della Trinità, quel Castrocaro, quel marchese di Pianezza, quel conte di Bagnolo, al suono del cui nome par di sentire confusa un'eco lontana di grida di raccapriccio e d'angoscia. L'enorme macchina di tortura che per centinaia d'anni spremette sangue, oro e disperazione dal popolo valdese, era piantata là, su quel poggio così gentile. Di là partivano, a grosse colonne, quegli eserciti feroci, composti in parte di soldati regolari, in parte di volontari, di campagnuoli fanatici, d'irlandesi banditi dal Cromwell, di saccheggiatori e di scampaforche, che i governatori sguinzagliavan nelle valli come branchi di mastini a fare le vendette del Dio dell'Inquisizione. E là riparavano, ritornando dalle spedizioni contro Villar, Bobbio, Comba, Taillaret, Rorà, Pra del Torno, cacciandosi innanzi il loro bottino vivente, famiglie cariche di masserizie, seguite dal bestiame delle proprie terre, pastori incatenati come ladroni, giovani colle orecchie strappate a furia di morsi, vecchi coperti di lividure, donne insanguinate pazze di terrore, che vedevan già con l'immaginazione le tanaglie e le ruote del Sant'Uffizio, e si stringevan contro i fianchi le teste dei fanciulli sfiniti dalla fatica e soffocati dai singhiozzi. Là intorno, sopra le cime di quei bei monti, seguirono quelle fughe tragiche di popolazioni d'interi villaggi, avvertite in tempo dell'assalto imminente, erranti per le nevi, al lume delle stelle, gli uomini coi ragazzi assiderati sopra le spalle, le donne coi bimbi moribondi nelle culle, striscianti nell'ombra delle rupi, al fischio delle palle degl'insecutori, mentre giù nella valle si alzavano le fiamme delle loro case e gli urli dei loro fratelli sgozzati. Là, per quei sentieri, lungo i due torrenti, passarono, nelle giornate memorande della grande espulsione, diretti alla pianura, per esser dispersi pei conventi e per le galere, per andare a morire a mucchi, pigiati come bestie da macello, divorati dalla fame e dai pidocchi, nei fossati delle cittadelle e nelle prigioni immonde, passarono in file sterminate, a centinaia, a migliaia, i mariti separati dalle mogli, i parenti divisi dai figliuoli, poveri, signori, vecchi, donne, infermi, feriti, legati a due a due, e coppia a coppia, con lunghissime corde, fiancheggiati dai soci della propaganda fide che tentavan di strappare i bimbi alle madri, spinti innanzi a calci e a nerbate, coperti di scherni, di maledizioni e di sputi, come una turba di schiavi infami destinati alle fiere di un circo. E di là, infine, proprio dalla cima di quel poggio, fu dato il segnale di quelle stragi di Pasqua, di quella Saint-Barthélemy dei Valdesi, che strappò un grido d'orrore al mondo, e quei versi terribili al Milton; e dopo la quale degli uffiziali onorati buttaron la spada con disprezzo ai piedi del loro generale; là in quel tratto della valle e per tutto lo spazio che s'abbraccia di lassù con lo sguardo, famiglie intere, snidate dai nascondigli, raggiunte e accerchiate per le vie e per i campi, furon palleggiate sulle punte delle spade e delle alabarde; centinaia di sventurati fatti perire con quei supplizi inauditi, inventati dalle immaginazioni stravolte di carnefici pazzi e briachi, con quelle agonie eterne, la cui sola idea ci oscura la ragione; uomini e donne d'ogni età, sotto gli occhi dei loro più cari, scaraventati giù dai precipizii scannati, scorticati, sbranati, ridotti lentamente un carname informe che urlava ancora, e i bambini sfracellati contro le roccie, in cospetto delle madri mutilate, a cui schizzavan le cervella negli occhi.... Oh! Maledizione! Dolore! Vergogna eterna! Esecrabili memorie che inferociscono il cuore, che destano, con l'immaginazione della vendetta, anche nell'anima dei miti, la sete di sangue che era nell'anima dei carnefici!... Ma un altro sentimento tien dietro subito all'indignazione: uno scoramento triste, un disprezzo infinito della bestia umana, che fu capace allora di commettere quegli orrori in nome della religione, che li commise più tardi in nome della libertà, che li commetterà forse domani in nome dell'eguaglianza; che è capace ancora, dopo sei secoli, di ricordarli senza ribrezzo e senza rossore, di scusarli, di giustificarli, di gloriarsene. Non ci è che un conforto a quel pensiero, ed è il considerare che quelle atrocità obbrobriose furono inutili a chi le commise, e duplicarono la forza di chi le patì. Non foss'anche stato il sentimento profondo della propria fede, sarebbe bastato l'orrore, l'odio che dovevan provare contro i macellatori, a mantener i valdesi eroicamente immobili nella loro ostinazione; la carne, le viscere loro, oltre che la coscienza, dovevano abborrire anche dalla sola idea d'una simulata conversione; dovevano nascere con l'istinto della resistenza disperata nel sangue i nipoti di quei martoriati. Che gigantesco orgoglio si saran sentiti nell'anima di fronte ai propri nemici! E come si capisce che dovessero amare disperatamente il loro paese, e amarsi tra loro, legati com'erano gli uni agli altri da quelle tremende memorie, dall'odio mostruoso che li circondava, e dall'immensa pietà delle sventure comuni!

***

Dì lassù, guardando nel paese col canocchiale, vidi a una cantonata un cartellone di teatro che annunziava la rappresentazione del Ventaglio del Goldoni. Non potevo trovare migliore pretesto per rompere il filo delle riflessioni tristi. Ma la prima volta che si va tra i Valdesi, è difficile sprigionare il pensiero dal loro maraviglioso passato. Quelle tre date terribili: 1561, 1655, 1686, che sono come le tre piaghe sanguinanti della loro storia, mi pareva di vederle scritte nei muri, incise negli alberi, tracciate sulle vie, segnate per aria, e che avessero quasi il senso d'un rimprovero e d'un avvertimento: — Raccogliti, ricorda, medita! Non è questo un luogo dove tu debba far faccia da ridere, figlio dei persecutori! — Che volete? Qualche cosa sulla coscienza, un minimo che, leggerissimo, me lo sentivo anch'io; tanto che i saluti e gli sguardi benevoli che ci rivolgevano i campagnuoli, incontrandoci, mentre scendevamo, mi sembravano quasi una gentilezza immeritata. Insomma, tutta quella gente avrebbe bene avuto un po' di diritto di darci quattro tanagliatine tra la spalla e il gomito, delicatissime, s'intende, per pura formalità di contraccambio. Tutti i putti che vedevo seduti davanti agli usci delle case, mi ricordavano quei cinquanta poveri bimbi dei Valdesi fuggiaschi da Pragelato, trovati morti gelati nella neve, gli uni nelle loro cune, gli altri fra le braccia delle madri irrigidite, lassù, sui monti della valle di San Martino, nella quaresima del 1440. Una ragazza bionda e graziosa, sui quattordici anni, che entrava in casa con un gran pane sotto il braccio, mi fece pensare a quella piccola eroina, che sorpresa dai soldati del conte della Trinità in una caverna, dove s'era rifugiata con l'avolo centenario, e visto trucidare il suo vecchio, spiccò un salto per scampare alle braccia degli uccisori, e rotolò morta sformata in fondo a un burrone. Una coppia matrimoniale, un po' più in là, un ometto sulla cinquantina, un po' curvo, che dava il braccio a una signora malata, di aspetto risoluto insieme e amorevole, mi richiamò alla mente quell'infelice Mathurin, e quella sua brava e buona Giovanna che volle morire con lui, nel 1560, legata alla stessa trave, sulla medesima catasta di legna, in faccia all'inquisitore generale e al prevosto generale di giustizia, nella piazza maggiore di Carignano. Quella stessa campagna così fiorente, la vedevo nuda in qualche momento, devastata, sparsa di rovine affumicate e di vestigia turpi d'accampamenti, come doveva offrirsi allo sguardo quando vi seguivano i casi maravigliosi che la resero celebre. Casi meravigliosi, infatti, anche per la mescolanza incredibile che presentavano di solenne, di bizzarro, di tragico, e a volte di ridicolo dall'una parte e dall'altra. Che strana cosa, quei brillanti aiutanti di campo che entravan di carriera nei villaggi, a intimare: — O alla messa fra ventiquattr'ore, o la morte! — e che riportavano al generale quelle risposte: — Meglio mille volte la morte che la messa! — E quei legati delle due parti che, nelle interruzioni dei combattimenti, si radunavano, ancora neri di polvere e stravolti, a disputare sul sacramento del battesimo, sulla supremazia del Papa e sulla transustanziazione! Strani, degni del pennello di un grande umorista, quegli sgomberi forzati dei conventi, quei monaci portati via sulle spalle dalle donne in mezzo alle grida festose del popolo: io li vedevo, per quelle strade, beccheggiare al di sopra delle teste della folla, come barconi sopra un'acqua agitata, e mi pareva che non fossero mica spaventati, alcuni di quei fratoni, di sentirsi di sotto le spalle rotonde di due robuste eretiche di venticinque anni, e che nell'appoggiar le mani sulle teste per non cadere, andassero palpando le grosse trecce con un'aria sorniona, sorridendo tra le palpebre semichiuse. E quelle sfide clamorose a disputare sul culto delle immagini e sulla presenza di Gesù Cristo nell'ostia, che si slanciavano da un paese all'altro, per lettera, monaci, gesuiti e pastori, chiamandosi a vicenda ignoranti, bestemmiatori, donnaioli e dannati; quelle scene tumultuose, quando i due avversari convenivan nelle chiese, l'uno seguito dai suoi Valdesi, l'altro da un codazzo di gentiluomini, di frati, di sagrestani e di bifolchi, in presenza d'un governator militare cattolico, che avrebbe dato fuoco a tutt'e due; e lì fiumi di chiacchiere, e grida, e gesticolamenti d'energumeni, e chi sa che birberie di cavilli, che scambietti d'arzigogoli da bastonate, e quante volte il santo randello sarà accorso in aiuto delle cattive ragioni! — Ma l'immagine che mi vidi più viva dinanzi per tutto quel giorno, che mi pesava quasi sull'animo come il ricordo d'un sogno spaventoso, come l'espressione di tutti i terrori e di tutti gli orrori della storia valdese, son quei convogli che passarono molte volte per quelle strade, nei secoli scorsi, quelle commissioni che venivan da Torino per estirpar l'eresia, in qualunque modo, con la persuasione, con le minacce e con la morte. Ah! no, studiate pure: voi non riuscirete a rappresentarvi alla mente un quadro più lugubre e più tremendo.... Il presidente del parlamento di Torino, dei consiglieri, dei membri del tribunale dell'inquisizione, una frotta di domenicani, di gesuiti, di arcieri di giustizia, e un seguito di contadini infanatichiti, armati di coltelli, e di predatori vagabondi raccattati per viaggio, e i frati cappuccini, e i birri, e il boia.... Raffigurateveli per una via di villaggio, di notte, che passano lentamente, fra le case mute, al chiarore delle torcie resinose che gettan per le finestre nelle stanze un riflesso delle fiamme del rogo; immaginate quel miscuglio di cappucci, di caschi, di pugnali, di crocifissi, di corde, quel rumore di catene e di tonache, quelle faccie barbute, quelle braccia in croce, quel mormorìo di preghiere, quelle fiamme fumose e quell'ombre sui muri.... Ah! l'orribile cosa! In pieno giorno, in mezzo a quel bel verde e sotto quel bel cielo, la scellerata visione mi strappava un grido muto dall'anima: — Via, larve nefande, spauracchi abbominevoli del passato!.... — e svanivano; ma per riassalirmi ad un altro svolto di strada, come uno stormo di upupe, che uscissero improvvisamente da un cimitero.

***

I miei due compagni mi condussero a fare una visita a un loro amico valdese, un signore sulla sessantina, dotto e amabile, padre d'una famiglia numerosa e studiosa, sparpagliata per l'Europa. In quei giorni, ce n'era a casa una buona parte; signorine e giovanetti, d'aspetto serio e simpatico. La casa mi parve che ritraesse qualche cosa del carattere della religione: una grande semplicità, le pareti bianche, una pulizia olandese, un ordine rigoroso: l'apparenza d'una casa in cui tutti dovessero levarsi prestissimo, e studiare, pregare e ricrearsi a quelle date ore, a regola d'orologio, come in un collegio. Parlavano tutti francese. I Valdesi colti parlan quasi sempre quella lingua fra loro. La introdussero nel paese, dicono, i pastori che vennero chiamati dalla Francia e da Ginevra dopo che la peste del 1630 ebbe portati via quasi tutti i pastori nativi delle valli; e aiutarono anche a diffonderla i giovani mandati a studiare di là dalle Alpi, e i libri religiosi, scritti in francese. Ora, peraltro, in quella predilezione del francese c'entra anche un po' di compiacenza, l'idea di parlare una lingua che tutti gli altri italiani vicini vorrebbero conoscere, e che essi conoscon meglio di tutti, e che è quindi, per loro, come un segno e un argomento di maggiore cultura. Ma si vanno italianando, lentamente, da parecchi anni. E intendo dire di lingua, perchè di cuore sono italianissimi, e non hanno punta simpatia, se così può dirsi, storica per la Francia; alla quale danno la parte maggiore di colpa nelle persecuzioni che ebbero a patire; non ostante che gli scrittori d'oltralpi s'ingegnino di persuaderli che i loro più funesti persecutori furono in ogni tempo gl'italiani. Certo, la quistione non è facile a risolvere. Ma questo è incontestabile, almeno: che la più terribile delle persecuzioni, quella per cui tutto il popolo valdese venne strappato dalle sue valli e disperso pel mondo, fu opera di Luigi XIV, e che gli orrori commessi in quell'anno dall'esercito del gran re nella valle di San Martino, stanno poco al di sotto delle famose stragi di Pasqua. Ma essi parlano di tutti quegli avvenimenti senz'ira, e quasi senza rancore, da vincitori che han perdonato; e perfino nei loro scritti storici, se qualche volta si lasciano sfuggire una parola violenta, non è quasi mai che una parola; alla quale segue subito l'espressione d'un sentimento di pietà e di benevolenza. Deriva anche questa moderazione dalla cultura, dalla conoscenza della storia, particolarmente, che è assai diffusa fra loro; per il che non cadono nell'errore di spinger troppo oltre le giuste recriminazioni, giudicando il passato con le idee del presente. Non c'è alcuno di essi che, nel giudicare le guerre atroci di cui furon vittime i loro padri nel sedicesimo secolo, non mostri d'aver chiaro in mente il concetto dello stato di quella Europa, divisa in due campi dalla religione, agitata furiosamente dal Papato, che andava riacquistando le antiche forze, insanguinata con egual furore da protestanti e da cattolici: il concetto, dico, della confusione di errori e di passioni di quel periodo di tempo, nel quale avevan color religioso tutte le guerre, e la teologia guidava la politica, ed era massima inconcussa in ogni Stato la necessità dell'unità religiosa, e che fosse fuor della legge chi era fuor della Chiesa, e che non si dovesse usare in materia di religione nè pietà nè misericordia. Perciò non si rifiutano di riconoscere, nemmeno nei più implacabili nemici di quegli anni, certe ragioni che valgono a scemare alquanto l'odiosità delle persecuzioni, o a spiegare almeno come le abbiano potute compiere, pure non essendo mostri di ferocia. Riguardo alla casa di Savoia, in particolar modo, mostrano una grande mitezza; la quale, per esser giusta, non è men generosa: pare che non ne ricordino che i benefizi. Rispetto ai primi duchi, lamentano l'ignoranza in cui eran tenuti, le favole calunniose con le quali venivano eccitati contro i Valdesi, dipinti a loro come gente depravata, selvaggia, impaziente d'ogni legge. Rispetto agli altri, sanno come fossero istigati, forzati alla violenza da Francia, da Spagna, da Roma; come anche i più severi di essi fossero rampognati, accusati di mollezza colpevole, specialmente dai Papi; come lo stesso Emanuele Filiberto, sotto il quale infuriò quel famigerato conte della Trinità, ripugnasse dalla guerra che il legato pontificio gli predicava necessaria con minacce e con rimproveri amari, e come manifestasse poi, con fiere parole, alla Corte di Roma la sua disapprovazione per il modo di procedere del Sant'Uffizio che “invece di punire, disperava„ e che era più atto “a distruggere, che a edificare.„ Ricordano con gratitudine l'ammirazione e la pietà di Filippo di Savoia. Non ignorano infine, che Vittorio Amedeo II resistette quanto potè alle istigazioni di Luigi XIV prima di rompere quella deplorabile guerra del 1686; che lo irritò con cento ripulse e con ogni sorta di scappatoie; che non cedette se non minacciato; che dovette cedere perchè il Re lo teneva sotto i piedi, per mezzo di Pinerolo e di Casale e con un esercito accampato in val di Chisone. Con tutto questo, è vero, non si giustificano pienamente nè gli ultimi duchi nè i primi; poichè, se non altro, avrebbero potuto fare assai di più per render meno orribili le persecuzioni a cui furono in parte costretti. Ma è raro che un Valdese esprima risentitamente questo pensiero. Non era nella loro indole, — dicono, — non era nell'indole dei duchi quello spirito di persecuzione implacabile. La forza che trascinava alla crociata i grandi Stati cattolici, li travolgeva. La società onnipotente de propaganda fide li circuiva, li premeva, li aizzava, metteva loro la benda agli occhi e l'arma in pugno, li spingeva al sangue per disperazione. Dopo ogni persecuzione, infatti, sono come vinti dalla pietà, la generosità naturale del loro cuore ripiglia il di sopra, inclinano al perdono, accordano dei patti accettabili. Ma che vale? Il loro cattivo genio, il nemico dei Valdesi e di loro, che domina la nobiltà, la corte e la plebe, s'intromette, ristringe i patti, li nega, li viola, soffia nei rimasugli dell'incendio e fa divampare la fiamma. Senza dubbio, anche dalla parte dei Valdesi, sorsero qualche volta ostacoli alla pace e incentivi alla guerra. I loro predicatori non si restrinsero costantemente a difendere la causa propria, i ministri ugonotti venuti nelle valli fomentarono spesso la ribellione, predicando la costituzione d'una repubblica indipendente; e così gli uni che gli altri, con la propaganda del valdismo, seminarono la discordia religiosa nelle terre vicine, nè rispettarono sempre nei cattolici la libertà di culto che volevano in sè stessi rispettata. Ma sarebbe assurdo il fondarsi su questi argomenti per dire che la colpa delle immani barbarie commesse non deve cader tutta su quella inesorabile fazione papista, la quale non volle uscir mai dal dilemma della conversione o dello sterminio, e su quei generali senza dignità e senza cuore, che cercaron la gloria nelle carneficine per la rabbia di non poterla conseguire nelle vittorie. Questi hanno segnato d'infamia e rammentano con orrore i Valdesi.... Ma neppure contro questi si scagliano con quella eloquenza d'indignazione che pare dovrebbe essere irresistibile in loro: li giudicano invece e li condannano con un linguaggio severo e tranquillo di magistrati, con una specie di compostezza d'animo, che deriva pure in gran parte dalla loro indole forte, ma fredda, la quale si rivela massimamente in una mancanza d'impeto e di colore nelle loro scritture. È però facile riconoscere, anche sotto quel riserbo dignitoso, un sentimento profondo e vivo di alterezza, o come ora si dice, d'orgoglio nazionale; poichè nazione si possono chiamare veramente, sotto certi rispetti. Considerano sè medesimi come cristiani primitivi sopravvissuti nel nuovo mondo, e la propria religione come l'essenza stessa del cristianesimo; sono alteri di rappresentare il solo principio di protesta religiosa che abbia attraversato vittoriosamente i terrori del medio evo, di essere stati quasi i padri spirituali della riforma, oggetto per secoli d'ammirazione e di affetto in ogni angolo della terra dove battesse un cuore protestante; alteri delle loro sventure e delle loro battaglie eroiche, di quella “gloriosa rientrata,„ principalmente, e di quella miracolosa difesa della Balsiglia, paragonabili davvero l'una e l'altra alle più grandi cose dei tempi antichi; alteri anche del presente; della floridezza, della istruzione, della operosità, della virtù del loro popolo, a cui il mondo protestante ha decretato il titolo glorioso di “Israele delle Alpi.„ Della virtù, dell'onestà sopra tutto, poichè, sebbene riconoscano essi pure di non essere più i Valdesi d'una volta, e ammettano che anche nelle valli, come dice uno dei loro scrittori viventi: “entrarono il lusso, il libertinaggio, la calunnia, la lite, il gioco, la crapula,„ hanno per fermo nondimeno, e non lo tacciono, che “il loro grado di moralità sia superiore a quello di tutte le altre popolazioni italiane.„ E veramente il giudizio della maggior parte di coloro che li conoscono da vicino, non discorda dal giudizio loro. Io interrogai anche pochi giorni fa un dottorino veneziano, un giovinotto allegro che visse molto tempo nelle valli. — Che cosa le pare? È davvero un popolo più morale degli altri il popolo valdese? — Con mia grande meraviglia, egli si rannuvolò. — Ah! — esclamò poi con tristezza, — pur troppo! — E domandato della ragione di quel pur troppo, mi raccontò una storia pietosa. Era innamorato d'una valdese, maritata, di umile condizione; ma bellina! ma cara! una delle più belle bocche che abbiano mai addentato un frutto proibito. E un giorno, trovandosi solo con lei, non all'aperto, la pregava, la scongiurava; e quella, che aveva simpatia per lui, resisteva, torcendo il viso, ma senza violenza, quasi con rammarico, cercando di acquietarlo con le buone parole, e pareva che non la dovesse durare più un pezzo; quando tutt'a un tratto s'alzò, corse in un canto, tornò con una Bibbia aperta, e gli disse: — Legga qui... e poi qui — con un accento commovente di preghiera, come se avesse voluto dire: — Mi rimetto alla sua coscienza, caro signore, abbia pietà dell'anima mia! — E il giovane lesse: Si un homme dort avec la femme d'un autre, l'un et l'autre mourra, l'homme adultère et la femme adultère.... Les enfants des adultères n'auront point une vie heureuse, et la race de la couche criminelle sera exterminée.... — E a quella lettura rimase lì, per servirmi della sua parola, come un asino; il quale suol dire d'allora in poi, come quel tal milanese dei Promessi Sposi: — Quelli che non credono che ci fossero untori... quelli che non credono alla moralità valdese, non lo vengano a contare a me, perchè le cose bisogna averle vedute....

***

Uscimmo da quella casa che tramontava il sole, e la valle e i monti eran già bruni; eccetto il Vandalino, che aveva ancora sulla testa un cappuccio d'oro. Per far l'ora della partenza, entrammo in un caffè, a carezzare il collo di una negrina di Bricherasio, ornata di un piccolo turbante rosso, che le dava una grazia maravigliosa. Là mi fu presentato un proprietario valdese, sulla quarantina, alto e poderoso come un dragone, e d'aspetto grave, ma d'umore lepido; uno di quegli uomini coi quali si piglia famigliarità fin dalle prime parole. — Badi, — mi dissero all'orecchio i due amici, scherzando; — questo è un Valdese chauvin. — E infatti, tra un sorso e l'altro, essendo caduto il discorso sulla storia valdese, io fui meravigliato della cognizione che n'aveva, non profonda, ma minutissima e precisa oltre ogni credere. È vero che non è difficile ai valdesi il conoscere la loro storia, a cagione della sua stretta unità, e del breve spazio che abbraccia. Ma quello faceva saltar sulle punte delle dita i pastori, i martiri, i sinodi, i combattimenti, le date soprattutto, come un cronologista di professione. Poichè era un chauvin, volli provare a stuzzicarlo un poco, ed egli s'accalorò, senza smettere lo scherzo, ma pure senza ridere mai, e dando alla discussione una forma curiosissima, come se si parlasse di fatti del giorno innanzi, ed io fossi ai suoi occhi il papismo incarnato. Io accennavo alla parte dei torti che avevan pure avuto i Valdesi, servendomi dello stesso suo modo di parlare. — Ma scusi, — gli dicevo, — lei mi saccheggia tutte le borgate della pianura, lei m'incendia i conventi, lei mi macella le pattuglie piemontesi colte alla sprovvista, lei mi passa ottocento irlandesi a fil di spada a San Secondo.... — Sta bene, — egli rispondeva, — ma quando, non avendo io fatto nulla ancora di tutto questo, lei mi svaligia la casa, m'ammazza i figliuoli, mi fa arrostire la moglie, apre la pancia ai miei fratelli per cacciarvi dentro dei gatti vivi.... — Un carabiniere ingenuo ci avrebbe messo le mani addosso a tutti e due. Io era ben d'accordo con lui, in fondo. E mentre tirava innanzi a ragionare, credendo che non fossi persuaso, non gli badavo, e andavo pensando che egli poteva essere nipote d'una di quelle sante sventurate che morirono di stento tra le nevi del Moncenisio, in quel tremendo inverno della cacciata, o discendente d'uno di quegli eroici vincitori di Salabertran, che, stremati dalle fatiche, furon ripresi prigionieri sui fianchi dello Sci, al momento di rientrare nella patria, riguadagnata a prezzo di tanti dolori e di tanti rischi.... Poveri e grandi Valdesi! E lui continuava a discutere, e non sapeva che gli avrei concesso dieci conventi e ottocento irlandesi di più, tanto il pensiero di quella sua possibile genealogia me lo rendeva simpatico e mi disponeva ad assentirgli ogni cosa. Ma come cioncava! Delle fiancate di Campiglione, Dio lo conservi, che se n'avessero ingollato la metà i campioni assiderati del bravo Arnaud, là sopra i monti bianchi di val San Martino, i francesi avrebbero lasciato trecento morti di più fra le rocce. — Bah! — concluse poi, guardandomi, dopo aver sbacchiato e fatto sonare la lingua, da buon bevitore soddisfatto, — son tutte cose passate; non si ricomincierà più, non è vero? — Per parte mia, — gli risposi, — glie lo do per sicuro; non sono mai stato inclinato alle carneficine; domandi pure informazioni. — Però, — soggiunse il più giovane dei miei compagni, — se tornando qui a violar la libertà di coscienza, si potesse sperare di esser portati via, come quei frati di Villar, da due paia di spalle.... a scelta! — Allora, finalmente, il valdese si mise a ridere. E sur cela, sopra quelle spalle, ci separammo amichevolmente; noi per ripartire per Pinerolo, e lui per andare a trincare in un altro luogo.

***

Era notte. Tutti quegli opifici, con le loro lunghe file di finestre illuminate, parevano tanti edifizi in foco, come quelle case di cartone che ci metton dentro un lume i bambini. Nel paese c'era quel brulichìo di ragazzi che annunzia l'ora d'andare a letto. Passando davanti al liquorista, rivedemmo a traverso ai vetri della finestra il profilo minaccioso del Gamalero. Nella piazza c'era un poco di passeggiata. Mi fece senso, a primo aspetto, dopo tutta quella fantasmagoria di guerre feroci di valdesi e di papisti, il veder passeggiare là un prete, giovane ed elegante, che si dondolava con una certa grazia di zerbinotto, guardando le signore; e mi parve che avesse una disinvoltura un po' studiata, come un ufficiale parlamentario in un accampamento nemico. Alla stazione c'eran tre o quattro famiglie valdesi; qualche bel visetto: due o tre signorine, che avrebbero fatto bene a portar sempre la Bibbia in tasca, come strumento di difesa. Credevamo di fare il viaggio soli, quando al momento della partenza, salirono nel nostro vagone un signore e una signora, che attirarono la nostra attenzione. L'uomo era una figura straordinaria: poteva avere dai trentacinque ai quarant'anni: alto, robusto, una gran barba nera, la fronte ampia, due occhi neri dolcissimi, la carnagione rosea, un'espressione di grande bontà, una testa di Cristo, non so che cosa nel viso, o piuttosto nell'aria del viso, che faceva indovinare una vita sobria e serena, tutta pensieri e propositi benevoli, e un'anima semplice, ma piena di vigore e di coraggio. La signora pareva poco più che trentenne, piccolina, bruna di capelli e di viso, con due belli occhi di bimba, viva e allegra, come se partisse per una scampagnata. Eran vestiti di scuro tutti e due; il marito aveva una cravattina bianca. Si guardavano sorridendo, tratto tratto, e poi guardavano noi, con quell'espressione particolare della gente buona che riceve sempre una prima impressione favorevole dalle persone sconosciute. Non tardammo ad attaccare discorso. Dimandammo dove andavano. La loro risposta ci maravigliò molto. Andavano al Capo di Buona Speranza! In Inghilterra prima, dove si sarebbero imbarcati, e di là al Capo di Buona Speranza, e dal Capo nel paese dei Bassutos, della stirpe dei Cafri. Egli era missionario, nativo delle valli; la sua signora, figliuola d'un pastore di Torre Pellice. Il suo nome era Weitzecker. Andava a predicare il Vangelo nella parte della Basutoland non ancora convertita al cristianesimo, e aveva già imparato qualche cosa della lingua poetica e musicale di quel paese. Una casetta solitaria, abbandonata da un altro missionario che s'era spinto più avanti, lo aspettava laggiù, ai confini della barbarie. Partiva con un piccolo bagaglio, la Bibbia, e pochi altri libri; e sua moglie l'accompagnava, per rimaner là con lui. Andavano incontro a una vita di privazioni, piena di difficoltà, di fatiche ingrate, di pericoli, in una terra quasi selvaggia, a una sterminata lontananza dal paese dov'eran nati e cresciuti, ed eran così tranquilli, contenti anzi, come due sposi che facessero un viaggio di piacere.

— E ci va volentieri? — domandai al marito.

— Sì, — mi rispose, — pensando allo scopo per cui ci vado.

— Non teme dei pericoli d'ogni genere, a cui va incontro con la sua signora?

— Il Signore ci aiuterà.

— E ritorneranno poi al loro paese?

— Prima di morire, speriamo.

Ma diceva questo con una naturalezza, con una dolcezza da non potersi esprimere. Gli si leggeva negli occhi che, all'occasione, sarebbe morto per la sua fede, con la placida intrepidezza di Gian Luigi Pascal o di Giaffredo Varaglia; e ci guardavano intanto, lui e sua moglie, sorridendo della nostra ammirazione, con la stessissima sfumatura di espressione benevola, come se avessero un'anima sola. Per un pezzo non trovai più parola; non potevo finir di pensare, con un sentimento di stupore, alla immensa distanza che separava il mondo morale in cui io vivevo, da quello in cui viveva quell'uomo. Insieme con l'ammirazione, io provavo quasi un senso di pietà per lui, e per il suo avvenire; ed egli forse provava un egual sentimento per me e per la mia vita. E non aveva mica, non poteva avere nessun secondo fine quell'uomo, nè di gloria, nè di guadagno, nè d'altri vantaggi. Abbandonava la patria, i parenti, dava un addio a mille cose care, rinunziava alla vita civile, si esiliava dal mondo forse per sempre, spontaneamente, col cuore lieto, non per altro che per andar a dire a gente sconosciuta, all'estremità d'un altro continente: — Siate onesti, amatevi, perdonate, pregate, sperate! — E poc'anzi, ricordando le stragi di Pasqua, io avevo parlato di disprezzo per la natura umana. Oh grande, immensa, maravigliosa natura umana! Quelle due anime gentili e intrepide valevano bene esse sole a purgarla di cento sanguinose vergogne. Io li avrei ringraziati tutti e due del bene che mi faceva la loro vista. E non osando parlare, augurai loro affettuosamente, dentro di me, che li accompagnasse un tempo felice sul grande Atlantico, che trovassero buona accoglienza in quei paesi lontani, che vi fossero amati, che vi vivessero contenti, che non vi perdessero dei figliuoli, che potessero tornare un giorno alle loro valli, e che vi fossero festeggiati da tutti, e vi chiudessero la loro nobile vita senza dolori, amandosi sempre, e benedicendo il passato. — E mentre pensavo questo, e tacevamo tutti, essi guardavano le Alpi, disegnate in nero sul firmamento, vedendo forse col pensiero un altro orizzonte, una pianura sterminata dell'Africa, colla casetta solitaria che li aspettava.

LE TERMOPILI VALDESI

Cominciamo come i romanzieri d'una volta. Era una bella mattinata della fine di settembre, sul levare del sole, quando tre amici, ancora mezz'addormentati, un deputato, un giornalista e.... (la frase è tanto bella e nuova che non posso trattenermi dal metterla) e chi scrive queste linee, uscivano insieme dal buon albergo dell'Orso, dove si cucina magistralmente il camoscio, e discendevano la strada principale di Torre Pellice per recarsi nella valle d'Angrogna, con l'intenzione di rimontarla fino al celebre Pra del Torno, chiamato “il santuario e la fortezza delle valli valdesi.„ — Ci vada, — m'avevano detto Valdesi e cattolici, — è la più originale e la più romantica di quelle valli, oltre che è la più gloriosa; lei ne ritornerà entusiasmato. — E m'avevano dato una commendatizia per il pastore d'Angrogna, il signor Stefano Bonnet, nativo del luogo, un barbone venerabile di ottanta o novant'anni, m'immaginavo; il quale sarebbe stato per me, dicevano, il più dotto e cortese cicerone che potessi desiderare. Il tempo ci favoriva. C'era un cielo, come suol dirsi, tirato, limpido da parere che non si dovesse più rannuvolar per un mese, e il Vandalino drizzava la testa granitica in quell'aria pura, tutto dorato dal sole, superbo come ne' più bei giorni delle sue vittorie.

***

In pochi minuti ci trovammo vicino all'imboccatura della valle, ai piedi della bella collina di Rocciamaneot, che è come un forte avanzato di val d'Angrogna; intorno al quale toccarono una delle prime batoste, nel 1488, le truppe tumultuose del legato d'Innocenzio VIII, e dove, circa duecento anni dopo, uno dei personaggi più eroici e più poetici della storia valdese, il capitano Ianavel, respingeva, con soli seicento de' suoi, tre assalti furiosi dell'esercito di Carlo Emanuele II. Ma chi volesse arrestarsi a notare tutti i combattimenti che seguirono su quelle alture, non arriverebbe mai a Pra del Torno. I Valdesi furono assaliti, nel giro di tre secoli, in tutti i punti del loro paese, da Pragelato a Lusernetta, da Bobi a Pramollo, in pianura e sui monti, nella buona stagione e nel cuor dell'inverno, da eserciti regolari, da volontari, da crociati, da banditi, dopo lunghi apparecchi e all'improvviso, con vasti accerchiamenti e con forze raccolte, alla scoperta e a tradimento, con tutte le combinazioni strategiche, con tutti gl'inganni leciti ed illeciti, con tutte le industrie politiche, guerresche e brigantesche, che possano cadere in mente umana. Ogni palmo delle loro terre, ogni rupe dei loro monti ha la sua storia di sangue, di fuoco e di gloria. Ma le memorie più solenni e le glorie più antiche sono della valle d'Angrogna. Questa fu la meta suprema di tutti i capitani cattolici e nello stesso tempo la rabbia, la vergogna, la disperazione loro. E perciò è la più amata e la più venerata dai Valdesi, la loro valle sacra, che chiamano anche “il cuore delle valli„ e di cui è difficile che pronunzino il nome in presenza d'un forestiero, senza guardarlo negli occhi. E per questo pure, arrivati che fummo vicini all'imboccatura, affrettammo il passo tutti e tre, senza parlare, impazienti di sprofondar lo sguardo là dentro, come in un luogo pieno di maraviglie e di misteri, nel quale i cattolici profani non potessero entrare che di contrabbando.

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Il primo aspetto della valle, infatti, è strano, misterioso, indimenticabile. M'avevan detto: è una valle angusta. Ma non m'aspettavo di vedere uno strettoio, un imbuto di valle a quel modo, e così bella malgrado la sua angustia, e così triste nonostante la sua bellezza. La stradicciuola che pigliammo corre orizzontalmente, dopo una breve salita, sul fianco dei monti che formano il lato destro della valle, a una grande altezza dal fondo. Il fondo è così stretto, che in alcuni punti ci passerebbe appena una compagnia schierata, o quattro file di soldati da una parte, e quattro dall'altra del torrente. Dalla strada in giù tutto era ancora nell'ombra. Dopo pochi minuti di cammino, vedemmo uno spettacolo bellissimo: a destra, davanti a noi, sulla cima di tre alture successive, ancora immerse quasi nell'oscurità, una chiesa valdese, una chiesa cattolica, e poi una seconda chiesa valdese, l'una dietro l'altra, bianche, inargentate dal sole, che pareva che splendessero, e solitarie in mezzo a una vegetazione cupa foltissima, che copriva ogni cosa d'intorno. Nella valle, un silenzio profondo: non un'anima viva nè per la via, nè sulle alture, nè per i fianchi dei monti, nè in basso. Solo i colpi affrettati del maglio d'un opificio, che non vedevamo, empivano di tratto in tratto la valle d'un fracasso assordante, il quale, cessando, faceva parer più alto il silenzio. I monti essendo squarciati a brevi distanze da valloni scoscesi per cui precipitano dei rigagnoli e dei torrentelli fin giù nel letto dell'Angrogna, la via gira dentro a ciascuno di questi valloni, nell'ombra, passa sopra un ponticello, riesce fuori sul fianco esterno del monte, al sole; poi daccapo rientra nell'ombra, poi esce al sole un'altra volta, e così avanti, con un serpeggiamento serrato e regolare, che fa cangiar veduta a ogni passo. E quei valloni sono così profondi, oscuri, umidi, affollati di vegetazione, che entrandovi e uscendone, par di passare di punto in bianco dal pieno giorno alla notte e dalla notte al giorno, e si è presi da un brivido ad ogni svoltata. Si cammina sull'orlo di precipizi rocciosi, sul ciglio di rive ripidissime, simili a grandi muraglie verdi leggermente inclinate, e tutte tempestate di freddoline, in mezzo a veri boschi di castagni giganteschi, che vengon su quasi dal fondo della valle, e s'innalzano ancora d'un grande tratto al di sopra della via e sul capo di chi passa, dentro a macchie di quercie, di noci, di roveri, di pioppi, e poi di nuovo tra castagni altissimi, fasciati di virgulti dal piede al nocchio, coi rami enormi allargati in mille forme strane, di braccia di candelabri giganteschi, di membra colossali agitate in atto disperato, o di mostruosi artigli distesi per afferrare una preda nel cielo. Tutto verde intenso, tutto forte, grande e austero, alberi, macchie, roccie, scoscendimenti, recessi. E l'ombra era così turchina, densa in quei grandi squarci dei monti, che, stando da una parte, non si vedevano quasi affatto i gruppi di case di pietra grigia, che eran dalla parte opposta, a pochi passi di distanza, addossati alla china; e i monti dell'altro lato della valle, visti da quel fondo nero illuminati dal sole e come inquadrati fra i due fianchi oscuri del vallone, davan l'idea d'un paese in cui regnasse un'altra stagione, parevano sfolgoranti d'oro, e abbagliavano. All'uscire da ciascun vallone, vedevamo, da una parte, l'alto della valle, che sembrava chiuso in maniera da non poter più far mezz'ora di cammino; e dall'altra, l'imboccatura, chiusa pure dalla gran mole azzurrina e violetta del Frioland, dalla punta della Rumella e dai monti lontani di Bagnolo, che fiancheggian la valle del Po, quasi svaniti nel cielo. Le poche case che trovavamo sulla via erano chiuse e mute. Non si vedeva nessuno da nessuna parte. Non c'era altro indizio di paese abitato che quelle tre chiese alte, bianche e solitarie, che sembravano allontanarsi come case fatate, via via che andavamo avanti. Anche il rumor del maglio era cessato. Non si sentiva più nulla. Ci pareva d'esser noi tre soli in tutta la valle, e nessuno parlava. Era una bellezza, uno stupore, un incanto.

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Dopo un'ora e mezzo di cammino arrivammo sopra un'altura, alla sede della parrocchia di Angrogna: un gruppo di casette pulite, una tettoia, una piazzetta nel mezzo, piantata d'alberi, una iscrizione a una cantonata, in grandi caratteri: Pubblicazioni di matrimonio; un tempio bianco un po' più in alto, in disparte, e tutt'intorno verzura, e non un'anima viva. Ma quasi subito sbucò dalla porticina d'un orto il pastore Bonnet. Io che m'aspettavo una specie di vecchio della montagna, rimasi molto maravigliato al vedere un bell'uomo sulla quarantina, con tutta la barba nera, alto e svelto, di viso sorridente e di modi amabili, vestito di scuro, ma con un certo garbo signorile, che se non avesse avuto la cravatta bianca, si sarebbe potuto pigliare per un capitano dei bersaglieri in villeggiatura. E fui anche più maravigliato, sapendo ch'era nativo d'Angrogna, quando l'intesi parlare con pronunzia quasi perfettamente toscana. Seppi poi che l'aveva presa nell'isola d'Elba, dove era stato nove anni, e a Firenze. C'è però nel collegio di Torre Pellice un bravo professore toscano, dal quale quasi tutti i maestri e le maestre valdesi piglian qualche cosa del parlar celeste; per il che non è raro di sentir toscaneggiare fra quelle montagne. Il signor Bonnet si offerse cortesemente di farci da guida, e ci trattenne per parecchi minuti sulla piazzetta a discutere il programma della giornata. Per tutto quel tempo, e per un buon tratto di strada quando ce n'andammo, c'intronò gli orecchi un canto altissimo, che usciva da una casetta chiusa, il canto d'un uomo che lavorava, e che cangiava arietta continuamente, senza interrompersi, saltando dallo stornello campagnuolo alla Traviata, dalla canzone militare al Rigoletto, con una vivacità, con una furia allegra, con una vigorìa di voce e di pronunzia, che pareva pagato per tener di buon umore il villaggio. — È più felice d'un milionario, — disse il Bonnet, sorridendo. — E il deputato soggiunse con ragione, che non si cantava più, nelle città, a quella maniera. Tutt'a un tratto tacque, e vedemmo il suo viso alla finestra, un viso beato; ma disparve subito, e intonò un coro dei Lombardi. Il pastore ci fece vedere il suo tempio piccolo e nudo, una specie di villino smobiliato, piuttosto che di casa di Dio. Ma è un tempio storico, il più antico della valle, fondato verso la metà del sedicesimo secolo, nel luogo dove solevano radunarsi i Valdesi, all'aria aperta, a deliberare e a pregare; stato distrutto dai monaci, poi riedificato, servito di caserma ai soldati del marchese di Pianezza, che s'accamparono là attorno; ed ora ringiovanito e tranquillo per sempre. Il signor Bonnet ce lo mostrò con una certa espressione d'affetto e d'alterezza, dicendoci del lungo ordine dei pastori, alcuni martirizzati ed altri morti di peste, che l'han preceduto fra quelle mura per il corso di quasi quattro secoli; e quella sua voce dolce e armoniosa, quelle memorie di pastori antichi, quella solitudine verde tutt'in giro, e il canto infaticabile di quell'operaio che si spandeva per la valle silenziosa, ci facevano un'impressione singolare, come d'un angolo del mondo lontanissimo da quello abitato da noi, e ignorato da tutti, in cui si godesse ancora la pace delle età primitive. Il pastore ci propose d'andar a vedere la Ghiesia d'la tana; la chiesa della tana, una delle meraviglie della val d'Angrogna. — Sono alpinisti? — domandò. — A ore perse, — risposi. — Perchè bisogna rampicare, — soggiunse. E si mise a salire per il primo, con la sveltezza d'un montanaro.

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Era una caverna che serviva di chiesa e di rifugio ai Valdesi al tempo delle persecuzioni. Se non si sa dov'è, è quasi impossibile trovarla. Dopo dieci minuti di salita ripida su per un terreno erboso e fradicio, vedemmo un ammasso di roccie, nel quale però non appariva alcuna apertura. Si continuò a salire, poi si discese per un sentiero da capre, appoggiandoci ai macigni, aggrappandoci agli arbusti, sedendoci qualche volta improvvisamente, fin che s'arrivò dentro a una specie d'atrio della caverna, mascherato da alcuni tigli. L'entrata è larga, ma di pochi palmi d'altezza, tutta punte di sopra e di sotto, simile a una bocca di roccia che digrigni i denti; in maniera che non ci si può entrare che accoccolandosi col mento sulle ginocchia, o allungandosi in terra, sul fianco, e strisciando, come un ferito che cerchi aiuto. L'entrata della grotta azzurra di Capri è un portone di palazzo in confronto di quella maledetta buca da lettere: a ficcarcisi, par proprio di impostar sè stessi per l'altro mondo. Il pastore accese un moccoletto, e s'infilò per il primo; noi ci coricammo sui pietroni, l'un dopo l'altro, in atteggiamento di gladiatori morenti, e badando bene alla cappadoccia, rotolammo dentro, senza gravi ammaccature. Appena entrati ci trovammo al buio; ci volle qualche momento per raccapezzarsi. La caverna è stretta e lunga, della forma d'una grande spaccatura, capace di circa a duecento persone, rischiarata fiocamente dall'alto, per tre aperture sottili, che paion tre feritoie orizzontali, e ingombra in fondo di massi enormi di roccia. Quel po' di luce che vi scende le dà l'aspetto sinistro d'una carcere sotterranea di castello, dove i prigionieri ricevano il cibo dalle fessure della volta. Il pastore ci diceva che alle volte vi si piglian dei pipistrelli nei vani delle pareti, così, allungando la mano. È una luce giallastra, tristissima, più ingrata delle tenebre, che dà ai visi delle persone una pallidezza di gente spaventata. L'angolo opposto all'entrata era oscurissimo: il signor Bonnet, ritto là in fondo sopra un macigno, col moccoletto che gli rischiarava il viso di sotto in su, aveva l'apparenza d'uno spettro. Certo che doveva destare una commozione profonda il pastore dalla lunga barba bianca che da quel pulpito di roccia, al chiarore d'una fiaccola, predicava con voce sommessa alla folla, pigiata in quella specie di cripta selvaggia, in cui ciascuno poteva temere di essere entrato per non uscirne mai più. Mentre il pastore predicava o i fedeli cantavano i salmi a mezza voce, dei giovani valdesi stavano alla vedetta sulle alture vicine. Al lontano apparir delle avanguardie nemiche, davan l'avviso, e allora, giù nella grotta, si faceva un silenzio di tomba, e si stringevan gli uni agli altri, tremando e pregando col pensiero, fin che i nemici fosser passati, inoltrandosi nella valle. Ma così non seguiva sempre. Qualche volta le spie, qualche volta i cani, addestrati alla caccia dell'uomo, guidavano i soldati per il giusto sentiero; e allora le vedette accorrevano col viso esterrefatto a portar l'annunzio tremendo: le madri si stringevano i bimbi sul cuore, i padri benedicevan le famiglie, gli amici si scambiavano l'ultimo saluto, e poi, immobili, muti, col respiro sospeso, tendevan l'orecchio, raccomandando l'anima a Dio.... Ah! quel suono delle alabarde picchiate nelle rocce dell'apertura! Quelle voci tonanti che gettavan per gli spiragli il comando di uscire! Quel rumore delle legna e delle foglie secche ammucchiate davanti alla buca, e i primi nuvoli di fumo che entravano, accompagnati da uno scoppio di bestemmie e di risate di scherno! Pensando a questo, par che quella piccola fessura per cui si è entrati a fatica, si debba chiudere di momento in momento, e si prova un senso d'affanno, come in quei brutti sogni, nei quali aggirandoci per i meandri d'un sotterraneo, vediamo spegnersi tutte le fiaccole e udiamo sbarrar le porte da ogni lato. Tant'è vero, che nonostante l'invito del pastore, non ci volemmo ficcare in altre due tane, ultimo rifugio dei disperati, le quali sono come due ripostigli della caverna grande, difficili molto a scoprirsi; e salvarono forse la vita a più di un infelice. Già che non c'erano i soldati del conte della Trinità! E poi splendeva un così bel sole di fuori! Ci tornammo ad allungare in terra.... Ma questa volta fui meno fortunato della prima, e diedi una capata che mi mise sottosopra centocinquanta pagine delle Porte d'Italia. — Badi alla testa! — gridò il Bonnet, che era già fuori. — Grazie! È già fatto! — risposi. — E mi parve che sorridesse della mia risposta. Ma sorrideva forse con un altro pensiero, vedendoci strisciar tutti e tre a quella maniera, come tre schiavi sotto il bastone. — Ci avete fatto passar di lì tante volte voialtri, — avrà pensato; — è giusto che vi ci facciamo passare un poco anche noi, cani di papisti. — Ma il suo viso dolce non rivelava punto la compiacenza della vendetta. Aspettò che avessimo rimesso a posto i panni e le ossa, e poi riprese la direzione della marcia, saltando di macigno in macigno, con la sicurezza di un pastore antico, esercitato alle battaglie dei monti.

***

Ripigliammo la via della valle, udendo per un buon tratto la voce del felice angrognino che cantava l'abbietta zingara del Trovatore, e passammo sopra a un torrente, chiamato Vengíe, quasi nascosto dalla vegetazione, che riempie il suo vallone ripidissimo; il quale forma una prima linea di difesa di val d'Angrogna contro l'assalitore che venga da val di Luserna. Da una parte del torrente s'alza una enorme roccia diritta, simile al piedestallo d'un monumento titanico, alla quale si lega una leggenda graziosa. Una volta all'anno, dicono i valligiani, tra la mezzanotte e il tocco, una vecchia sta sulla cima di quella roccia a filare, lasciando spenzolar giù il fuso, che dondola, girando, nelle tenebre. Il giovane che passa di là, è chiamato, perchè cerchi d'afferrare il fuso, alla cieca: se l'agguanta, la sua felicità è assicurata; canterà anche lui per tutta la vita, come quel tale fortunato. Ma non è la sola cosa notevole del luogo, quella roccia. Il torrente Vengíe divide in due parti il territorio della parrocchia d'Angrogna; e questo è curioso, che di qua e di là, a pochi passi di distanza, si parlano due dialetti notevolmente diversi; l'uno, quello della parte bassa, più simile al dialetto del Piemonte, l'altro con molto maggior fondo francese. Scrivou cista dua grissa per fa vou conoisce lou langage d'Angreugna, che a smiglia ren dar tout a noste parlà. Più strano è che, anche da Valdesi a Valdesi, c'è una certa rivalità, per non dire inimicizia, fra gli abitanti delle due rive. I giovani di qua dal torrente che vanno a far all'amore con le ragazze dell'altra parte, corrono il rischio molto spesso di essere conditi a sugo di bosco. Così pure negli affari comunali: ciascuna parte fa l'impossibile perchè riesca un sindaco suo. Ma è rarissimo che seguano risse. I carabinieri di Torre Pellice non arrivan fin là che a urli di lupo, come il medico, il quale dice che ci va soltanto per i parti e per le morti; chi non partorisce e non muore, sta sempre a maraviglia. Ci faceva specie sentir parlare di abitanti e di costumi, e non veder mai nessuno. Eppure la popolazione della valle conta circa mille settecento Valdesi e settecento cattolici, con tre templi, due chiese cattoliche e sedici scuole. Ma a quell'ora eran quasi tutti al lavoro, o giù in fondo, lungo l'Angrogna, o sull'alto dei monti, dentro e di là da quei boschi che ci pendevan sul capo. Quasi tutti sono piccoli proprietarii: le terre sono divise molto minutamente, anche tra i cattolici, dei quali un grande numero sono trovatelli, perchè da molti anni, a Pinerolo, è uso di mandare i trovatelli, i venturini, come si dice graziosamente in quelle campagne, nella valle d'Angrogna; dove crescono, lavorano e si maritano, lontani dal mondo che li ha rinnegati. Domandai al signor Bonnet se nascessero mai litigi tra cattolici e valdesi. — Mai, — mi rispose. Il pastore e i preti cattolici si salutano cortesemente, senza stringere amicizia, e i contadini vivono di buonissimo accordo. Qualche volta degli operai dell'una e dell'altra religione, lavorando insieme nella stessa casa o nello stesso campo, entrano in discussioni religiose, di dommatica, pigliano anche un po' di caldana; ma non vanno mai più in là. Quando un Valdese muore, i cattolici vanno ad accompagnarlo al camposanto; quando muore un cattolico, lo accompagnano i Valdesi. Non c'è più ombra nè d'odio nè di antipatia.

***

Andavamo avanti, sempre in mezzo ai castagni, all'ombra, dentro a un verde vivissimo, sparso di piccole macchie di sole, simili a strisce e a mucchi di scudi d'oro, che ci rammentavano i bei boschetti freschi del Calderini. Di tanto in tanto vedevamo spuntare fra gli alberi una casetta rustica, con due finestre e una porticina; erano le scuole, che si aprono nell'inverno. Il pastore ci indicò, in un luogo ombroso, amenissimo, che pareva un angolo di parco, un piccolo spazio rotondo di terra battuta, alquanto rialzato sul piano erboso, con un grosso tronco piantato nel mezzo. Era la sala da ballo della “balda gioventù del loco.„ In certi giorni di festa, la sera, vi si radunano i giovani e le ragazze; i suonatori siedono sulle pietre e sull'erba; due lanterne appese al tronco rischiarano le coppie, e al servizio di rinfreschi ci pensa il ruscelletto vicino. Il pastore brontola, naturalmente; non vede di buon occhio quel saltellìo di tentazioni e di peccatucci. Ma anche la gioventù valdese non rinuncia così facilmente ai suoi gusti. I costumi, nondimeno, non si può dire che siano liberi, quantunque i giovani e le ragazze non siano tenuti a catena. Gli innamorati son lasciati star soli insieme fino a tardi, al lume della luna, e credo anche quando non c'è luna, purchè non sia proprio un buio da tagliarsi a fette. Una graziosa canzonetta, che traduco in prosa, lo dice:

Alle Serre, l'altra sera,

Ero a letto, e m'addormentavo,

Quando sentii venire il mio amante,

E mi tornai a vestire.

— Benchè sia giovinetta,

Sedetevi qui, sulla panca;

Discorriamo dell'amore

Fin che la rondanina canti.

O rondanina bella,

Sei una traditora;

Ti sei messa a cantare

Che non era ancor l'ora.

N'avessimo vista almeno una di queste belle della panca! Ma da nessuna parte si vedeva un'effigie umana. Solo dopo un bel pezzo di cammino, incontrammo un contadino sui trent'anni, una bella figura, un tipo di antico valdese guerriero, alto, coi capelli lunghi e biondi come l'oro, con gli occhi celesti chiarissimi, con un gran cappello nero, di cupola emisferica e di ampia tesa, simile ai cappelli pastorali dei vescovi; una forma molto usata nella valle. Poi passarono alcune vecchie, curve sotto dei gran carichi di fascinotti, facendo la calza. E tutti, passando, salutarono il pastore con una certa dolcezza d'accento: Bonjour, monsieur Bonnet. Ed egli rispose a tutti colla stessa intonazione di benevolenza amichevole, chiamandoli per nome, poichè di quasi tutti i suoi parrocchiani sa il nome. Una volta gli avrebbero detto: — Buon giorno, barba, — che significa zio, e ch'era il titolo dei pastori antichi; da cui nacque il nome di barbetti dato ai Valdesi. Ora quel nome è caduto in disuso. Osservammo che tutte le vecchie ch'eran passate avevan la cuffietta bianca. La cuffia bianca la portano tutte le donne, ma dopo la pubertà solamente; le bimbe portano la cuffietta nera. Ma si va perdendo anche quell'uso, a poco a poco. — Una volta, — diceva il pastore, non senza un po' di rammarico, — non ci vedevo che delle cuffie nella chiesa, bianche e nere, semplicissime, tutte valdesi genuine. Ora le ragazze che sono state a servire a Torino, a Nizza o a Marsiglia, tornan con le cuffie infronzolite, con cappellini coperti di fiori e di nastri.... È tutt'altra cosa! — Ah! caro il mio pastore, — avrei voluto dirgli; — bisognerà che lei si prepari a vedere anche le gonnelle a sgonfi e le vite alla Sara Bernardt. — Per ora, nondimeno, dal mento in giù, vestono ancora quasi tutte semplicissimamente, di colori oscuri, con le vite liscie; e quando portano anche quella cuffia bianca e nuda, hanno qualche cosa di monacale all'aspetto, un'apparenza di gravità ascetica e di rigida pudicizia, da farvi trattenere sulle labbra una parola galante, per timore di essere rimbeccati con un versetto della Bibbia.

***

La via proseguiva a giravolte, sempre alla stessa altezza, passando di tratto in tratto sopra un ponticello, che accavalciava un rigagnolo precipitoso. Alle volte ci trovavamo chiusi d'ogni parte dagli alberi, come smarriti in un bosco oscuro, da cui non si vedeva più la valle. In altri punti gli alberi si diradavano, e dalla proda della via vedevamo cader giù la china lunghissima, per la quale, a lasciarsi andare, saremmo rotolati come botticelli per una mezz'ora; e giù, a una grande profondità, fra i tronchi fitti degli alberi bassi, dei pezzi del letto della valle, verdi e lisci, come tappeti di bigliardo, segnati di tante sottili esse d'argento, dall'Angrogna. In tutti quei luoghi, all'ombra del loro “albero nazionale,„ il castagno, si radunavano i valdesi, prima della fondazione dei templi, per udir la parola dei loro pastori; ed era uso, per annunziar l'arrivo del barba, — uso che dura ancora su certi monti, — di stendere un lenzuolo bianco per terra, nel punto dove il barba avrebbe pronunciato il suo sermone. In un luogo dove passammo, tutto coperto da un castagneto, e chiamato Cianforan, forse da un gruppo di case che c'era anticamente, fu tenuta l'adunanza famosa del 1532, detta il Sinodo d'Angrogna, al quale, oltre i pastori delle valli, intervennero dei barba dell'altra parte delle Alpi, e molto seguito di fedeli delle colonie provenzale e calabrese, per trattare insieme dell'adesione dei Valdesi alla riforma; e là fu redatta quella dichiarazione di fede, in diciassette articoli, che rimase poi, con quella primissima del secolo duodecimo, il fondamento scritto del valdismo. E là pure, non molto lontano da Cianforan, dopo lo spietato editto di Vittorio Amedeo II, ebbe luogo quella tragica assemblea, iniziata con una preghiera solenne di Enrico Arnaud, il futuro capitano della “rientrata gloriosa„, presenziata dagli ambasciatori dei sei cantoni protestanti di Svizzera, e interrotta da scoppi di pianto e da grida di angoscia; nella quale si discusse intorno a quei due soli partiti disperati che si potevano prendere: o rassegnarsi a perder la patria, o difendersi, senza speranza, fino all'ultimo sangue. Ed altre riunioni memorabili, nei momenti di grande pericolo, e in ispecie al tempo della peste e della carestia terribile del secolo diciassettesimo, tennero i pastori sui monti d'Angrogna, doppiamente consacrati dalla vittoria e dalla sventura. — Quasi tutta la nostra storia è scritta qui, — ci diceva il Bonnet, accennando le alture d'intorno; — di tutto il nostro paese, questo è il luogo in cui s'è più pregato, più combattuto e più pianto. — E quelle solennità religiose dei primi Valdesi, ch'egli ci descriveva, l'immagine di quelle folle inginocchiate e preganti all'ombra degli alberi, ci facevan pensare agli antichi riti druidici delle foreste, e ci parevano anche più poetiche e più solenni per effetto della solitudine e del silenzio da cui eravamo circondati. Veramente, quel non vedere e non sentir nessuno, nè vicino nè lontano, ci cominciava a parere molto strano; ed eravamo tentati di domandar sul serio al pastore se quei duemila quattrocento abitanti fossero una bugia vanitosa dei registri o una cosa vera. Ci sembrava di camminare in una di quelle valli maravigliose e sconosciute dei racconti arabi, delle quali è padrone il primo che capita, e vi fonda un regno e una dinastia. Oh il bel romitorio fatto apposta per venirci a scrivere una storia universale! Eppure c'è un giorno dell'anno, ci diceva il Bonnet, che anche la valle d'Angrogna fa del rumore: l'anniversario del giorno in cui Carlo Alberto firmò l'atto d'emancipazione dei Valdesi. Quello è un caro giorno per tutti, festeggiato veramente con affetto, fin dai contadini più poveri. I valligiani accorrono da ogni parte alla sede della parrocchia; i ragazzi, divisi in sedici drappelli, convengono là dalle sedici scuole, a suon di tamburo, con la bandiera nazionale, guidati dai maestri e seguiti dalle famiglie; si raccolgono nella chiesa, dove il pastore fa un discorso d'occasione, cantano, declamano poesie; poi ciascuno riceve in regalo un pezzo di pane bianco, che è una festa, e un arancio, che è un tesoro; i maestri e tutte le autorità del comune desinano insieme; la sera si fanno dei fuochi di gioia sui monti; e i ragazzi se ne ritornano cantando, per i sentieri dove i loro padri combatterono e morirono, tutti contenti, con un opuscoletto in mano, donato anche quello, un episodio, per lo più, della storia valdese, scritto e stampato apposta; che essi leggeranno poi cento volte, nelle lunghe serate d'inverno, dentro alle loro piccole case, mezzo sepolte nella neve.

***

Arrivammo a un gruppo di case, chiamato le Serre, posto sopra una bella altura, accanto a un tempio fondato nel 1555, e ricostrutto pochi anni sono; piccolo, tutto bianco, fiancheggiato da un campaniletto, con la candela emblematica dipinta sopra la porta. Dal piazzale del tempio, come da un belvedere, si domina tutta la parte bassa della valle, fino a Torre Pellice, che biancheggia laggiù alla sua imboccatura, come l'accampamento d'un esercito, preparato ad assalirla. I generali cattolici si debbono essere messi molte volte in quel punto per veder sfilare le colonne che andavano a tentar la presa di Pra del Torno. Di là si vedono i monti dell'altro lato della valle, vicinissimi, erti come muraglie, tutti vestiti di tigli, di faggi, di piccole quercie, di nocciuoli e di pruni, e rocciosi sulle cime: specialmente la Costa Roussina, sulla quale furono aspramente malmenati i soldati di Emanuele Filiberto, tutta scoperta e nuda, in maniera che vi si vedrebbero, anche dalle Serre, le vicende d'un combattimento di due pattuglie. Là pure c'era una pace profonda, e avremmo creduto di essere in un luogo disabitato, se non avessimo sentito i colpi di piccozzo di tre muratori che lavoravano a fabbricare una casetta. Il signor Bonnet, nondimeno, compì il miracolo di farci trovar da colezione. Ci condusse in casa di un contadino, il quale ci apparecchiò la tavola sopra un terrazzino di legno, e ci servì, per trattarci da signori, tre dozzine d'uova al guscio, domandandoci se doveva metterne al fuoco dell'altre. Questo grandioso imbanditore era un ex-sindaco d'Angrogna; una figura singolare, con due grandi occhi oscuri vivacissimi e un sorriso pieno d'arguzia: senza baffi, la barba nel collo, un Valdese pretto, di quegli angrognini, di cui ci parlò il Bonnet, frequenti nella parte alta, rari nella parte bassa della valle, i quali danno alle volte sui sermoni dei pastori dei giudizi critici d'un'acutezza e d'una precisione di parola, da far rimanere. Era vestito rozzamente; ma pareva piuttosto un banchiere o un impresario di strade ferrate andato a male, che un contadino. Con la sua famiglia parlava il dialetto, col pastore il francese, e con noi, alla meglio, l'italiano, scherzando, ma con garbo. Vedendoci impicciati a mangiar l'ova senza ovarolo, tagliò una grossa fetta d'uno di quei pani neri, durissimi, che fanno una volta al mese, ci aprì dentro un buco della forma d'un ovo, e la mise davanti a un di noi, dicendo lentamente, col tuono di chi sa di dire una cosa che farà effetto: — Il bi-so-gno fa na-sce-re l'in-du-stria. — Tutti i suoi figliuoli avevan quegli stessi occhioni pieni d'ingegno; uno principalmente, un bel ragazzetto che ci porgeva da bere con molta grazia, poco più che decenne; dell'età appunto in cui li cercavano le patrizie torinesi dopo che quell'anima pia della marchesa di Pianezza aveva messo alla moda di portar dietro alla carrozza un lacchè barbetto, a modo di trofeo vivente strappato all'esercito dell'eresia. Di là, guardando dalla parte opposta a Torre Pellice, al disopra degli alberi dell'orto, rossi di mele e di lazzerole, godevamo d'una veduta ammirabile: l'alto della valle, chiuso da tutti quei monti, che par che s'incastrino gli uni fra gli altri, e cerchino di coprirsi a vicenda; dietro al contrafforte che si spicca dal Vandalino, le Rocciaglie che si staccano dal monte Servin, e dietro alle Rocciaglie un altro monte, e di là da quello il monte Roux, il re delle valli, in berretta bianca; simili, così di lontano, a una successione d'immense muraglie verticali, tagliate obliquamente, e così strette fra loro, da lasciare appena il passo ad un uomo. Si capisce come quello spettacolo dovesse destare una viva inquietudine nei soldati cattolici non esperti della montagna, la prima volta che vi si trovavan davanti. A chi non sapesse nulla, parrebbe infatti di non poter fare due miglia innanzi senza andar a battere il capo in una gigantesca parete di granito. Non sembra più che debba continuare la valle dietro al primo contrafforte; ma serpeggiare non so che orribile corridoio, in cui manchi l'aria e la luce, una formidabile trappola da eserciti, dove una colonna assalitrice abbia da rimaner presa e schiacciata come una processione di formiche in mezzo alle pietre d'una macina, o arrestarsi appena entrata, stupefatta, inchiodata alle rocce da un terrore misterioso. Chi mai ci potrà esser là dentro, pensavo, fuorchè dei lupi e degli orsi, o una specie di popolo d'Oga Magoga, separato dal mondo?

***

Dall'altura delle Serre la strada comincia a scendere, ma sempre in mezzo ai castagni, ai noci, a ogni sorta di alberi montani, che gettano le loro grandi ombre sopra dei vasti tappeti di velluto verde, stelleggiati di freddoline. Via via che scendevamo, la voce del torrente ingrossava, come la voce d'una folla irritata che salisse verso di noi. Ci andavamo avvicinando al punto più stretto della valle, a quel luogo tremendo e memorabile, che si può chiamare le “Termopili dei Valdesi.„ Probabilmente la strada che percorrevamo era la medesima che avevano percorso quelle colonne degli eserciti cattolici, le quali tentavano di penetrare in Pra del Torno lungo il torrente, mentre le altre cercavano di calarvi dalle montagne; quella stessa strada, per la quale retrocedevano poi, disordinatamente, turbe di soldati senz'armi, aiutanti di campo bianchi di terrore, e generali che si mordevan le mani, vermigli dall'ira e dalla vergogna, bestemmiando tutte le più sacre cose in nome di cui erano andati a combattere. Poichè, per circa duecent'anni, quel maledetto Pra del Torno fu veramente la cittadella del diavolo per gli eserciti papisti. Sulla fine del secolo decimoquinto lo assale l'arcidiacono di Cremona, il famoso De Capitaneis, coi suoi famosi crociati; e n'esce rotto, pesto e sbaragliato, giurando di non riporvi più i piedi. Lo investe nel 1561, con un esercito, il conte della Trinità; e vi è sconfitto nel mese di febbraio, schiacciato nel mese di marzo, tagliato a pezzi nel mese d'aprile, ributtato e incalzato fino al piano, dove s'ammala di dolore e di rabbia. Tenta d'impadronirsene il marchese di Pianezza, e vi è sgominato; vi slancia le sue colonne il marchese di Fleury, e v'è disfatto. È tempo e sangue buttato via. Pra del Torno rimarrà inviolato per due secoli, dal 1488 al 1686, come una rocca inaccessibile, difesa da una forza più che umana. E cadrà nel 1686, per la prima volta; ma bisognerà che l'assalgano insieme, dopo lunghi apparecchi, la Francia e la Savoia riunite; un grande principe e un grande generale; l'esercito di Luigi XIV, movendo da Pramollo, e salendo sul colle della Vachère; l'esercito di Vittorio Amedeo, gettandosi sui monti d'Angrogna da Bricherasio, da Bibiana, da Garzigliana, da Torre Pellice; il generale Catinat coi battaglioni del Delfinato, coi presidii di Pinerolo e di Casale, con le artiglierie, coi dragoni famosi; Gabriele di Savoia, coi reggimenti di Nizza, di Savoia, di Monferrato, della Croce Bianca, con le guardie del corpo, con la cavalleria, coi gendarmi, coi volontari di Mondovì, di Barge, di Bagnolo; eccitati tutti dai capi come ad una grande impresa, carichi di munizioni, di sacchi, d'ascie e di pale come per l'assalto d'una città forte; tutta quest'ira di Dio bisognerà che si rovesci sulla valle d'Angrogna per aver ragione d'un pugno d'uomini spossati e senza speranze, che pure romperanno ancora una volta, prima di cedere, l'onda irruente dei battaglioni. E quella sarà festeggiata come una grande vittoria, tanto parrà strano a tutti, e quasi maraviglioso, di esser riusciti a ferir quel nemico nel “cuore;„ una grande vittoria.... simile a quella del marchese di Pianezza, quando mosse con ottomila soldati e duemila contadini contro i diciassette Valdesi di Rorà. Ma non era mica il pastore Bonnet che diceva queste cose, strada facendo: eravamo noi. Egli non vantò mai i suoi padri valdesi durante la passeggiata. Non faceva che dipingerci lo spettacolo solenne e lugubre che doveva presentare quella valle, quando, all'avvicinarsi d'un esercito, tutti gli abitanti dei luoghi vicini correvano a rifugiarsi a Pra del Torno; e per quella strada, e sulle cime dei monti, e giù lungo il torrente passavano famiglie dietro a famiglie, portando le loro robe e i loro malati, e da tutte le parti si sentivan cantar salmi e cantici, come da gente che andasse alla morte. E ci facevan tanto più effetto quelle cose per la maniera con cui le diceva, senz'ombra di retorica predicatoria, aggiustandosi ogni tanto il cappelletto di paglia gialla e il soprabito che s'era buttato sulle spalle, come un buon giovanotto, che ci parlasse amichevolmente d'un avvenimento doloroso della sua famiglia, non per cercare la nostra pietà, ma per espander la sua.

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Intanto eravamo arrivati nel fondo della valle.

Qui, una maraviglia di bellezza. Il torrente vien giù, grosso, rotto da pietroni enormi, a salti e a sprazzi, come scendendo per una scala informe di roccia, e occupa quasi tutto il letto della valle. Di qua e di là si levano quasi a picco i monti altissimi, rocciosi, boscosi, orridi, quasi neri, dalla parte dell'ombra. Par di essere in fondo a una grande crepa della terra: bisogna torcere la testa in su per vedere il cielo. Il luogo è maravigliosamente sonoro. Alle cento voci del torrente s'unisce il rumorìo vario e assordante d'un'immensa quantità d'acqua che vien giù dalle montagne. Grossi rigagnoli limpidissimi corrono lungo la strada con l'impeto di torrentelli contenuti a stento fra le sponde; dentro ai massi, qua e là, s'aprono delle piccole grotte nere, dove cadono miriadi di stille, che risonano nei laghetti di sotto, formando per aria dei brevi arcobaleni e svegliando degli echi sommessi, da cui par di sentirsi chiamare, passando; da tutte le chine scendon larghe vene d'acqua, le quali si rompono e si sparpagliano in ruscelli rumorosi, in cascatelle sonanti e spumeggianti, che biancheggian tra il verde, su in alto, quasi sul capo di chi passa, da ogni parte; altri ruscelli più alti, che par che caschin dal cielo, si slanciano con grida di gioia infantile dalla sommità delle alture; delle fontanelle solitarie mormorano fra i macigni: le rocce grondano, sudano, piangono, gemono; mille voci che par che facciano a soverchiarsi, e a dir ciascuna la sua, mille note gravi, acute, argentine, trillanti, carezzevoli, lente, precipitose, empiono l'aria; un canterellìo, un gridìo, un baccano, una baldoria che stordisce, rallegra l'anima, mette fresco nel sangue e fa fremere i nervi di piacere. Non ci sentivamo più parlare, quasi. Ridevamo, senza sapere perchè, come in mezzo a una festa di ragazzi. Tutto quel chiasso ci aveva colti all'improvviso. Eravamo ben lontani dall'aspettarci un'accoglienza così gioiosa. L'acqua correva, saltellava in tale abbondanza e con tanto impeto al di sopra del nostro capo, che in certi punti c'era da temere di fare un bagno involontario, e non sarebbe stato inutile aprire gli ombrelli. La musica ci accompagnò per un pezzo, crescendo. In certi tratti pareva che si chetasse un poco; le voci dell'acqua si facevan più rare e più basse. Poi, tutt'a un tratto, alla svoltata d'una roccia, un altro scoppio più rumoroso di grida, di trilli, di vocioni del torrente, di borbottii di fontane, di risa di cascatelle, di note profonde e cristalline rapidissime, che pareva ci volessero dire, raccontare, spiegare, persuadere qualche cosa, affannosamente; un diluvio di chiacchiere incomprensibili, da far perdere la pazienza, e gridare: — Ma sì! Ma chetatevi! Ma abbiamo capito! — E allora, per pochi momenti, si tranquillavano, e noi tornavamo a poter discorrere, senza bisogno d'urlare. Ma ecco, improvvisamente, un nuovo fragorìo, un coro altissimo e concitato di saluti sonori, di chiamate, di esclamazioni, di risatine, di versi d'uccello e di tintinni di campanelli, come d'una moltitudine nascosta dietro ai macigni, tra le piante e nelle grotte, come di centinaia di donne e di bimbi, che da tutte le altezze ci apostrofassero, motteggiando il conte della Trinità, domandandoci come stava il marchese di Pianezza, ridendosi degli inquisitori e dei frati. Era un'armonia, uno spettacolo da metter voglia di batter le mani o di sventolare il fazzoletto. — Eppure, — ci diceva il Bonnet, — questa non è la migliore stagione per venir qua: bisogna venirci di maggio, quando tutte le isolette e le rive del torrente sono fiorite, e formano come un mosaico mobile di mille colori, e sui monti c'è ancora la neve, che si va squagliando. Bisogna sentire allora, che orchestra. — Oh bella, benedetta natura! Oh! voglia il cielo che non si compia l'orribile cosa da cui la valle d'Angrogna è minacciata: stian lontani di qui gli alberghi americani o inglesi, e le tavole rotonde, e le sale di lettura, e i concerti! Per un altro secolo almeno!

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Andando avanti, al di là d'una bella cascata detta Gorg Nie (che può significar gorgo nero), si vedono nel letto del torrente delle incavature profonde, chiamate tompi dai valligiani, nelle quali l'acqua ristagna, alta parecchi metri, e chiara, che si vedrebbe la foglia d'un fiore nel fondo. Paiono grandi conche scavate apposta per servir di tinozze da bagno a dei giganti. Ciascuna ha un nome proprio, parecchie hanno una leggenda. Una delle più profonde, chiamata tompi Saquet, è storica, per esservisi annegato, precipitando da una roccia, un tal Saquet di Polonghera, ch'era uno dei capi dell'esercito del De Capitaneis, nel 1488, e che poco prima di morire, combattendo lì presso contro gli Angrognini, aveva giurato di mettere in pezzi quanti gli fossero caduti nelle mani. Dopo trecentonovantaquattr'anni il tompi conserva ancora il nome del suo morto, e lo conserverà, come dicono poeticamente in quelle valli, fin che un padre valdese percorrerà quella strada accompagnato dal suo figliuolo. La strada, via via che la valle si serra, si va mutando in un sentiero, il quale striscia ai piedi delle Rocciaglie, quasi paurosamente, minacciato dai macigni da un lato, e dalle acque del torrente dall'altro. L'aspetto delle Rocciaglie, in quel punto, è veramente maestoso e terribile. Dei massi enormi, in cui si potrebbero scavar delle case, s'avanzano fin sulla sponda, intercettando quasi il cammino; alcuni staccati, franati dalle alture; altri incastrati nei fianchi del monte, simili a mostri smisurati che sporgan fuori la testa deforme; altri inclinati come torrioni che minaccin rovina, sospesi quasi sopra il sentiero, da potervisi riparar sotto venti persone, così male intenzionati, all'aspetto, che, passandovi sotto, vien voglia dire: — Un momento, di grazia! — In alcuni punti ci son dei vasti ammontamenti di macigni, che paiono rottami di palazzi giganteschi, buttati giù dal terremoto. Il letto stesso del torrente, molto ripido, e tutto ingombro di colossali massi bianchi, dà l'immagine delle rovine d'una gradinata titanica, che scenda dal monte Roux fino a Torre. La montagna va su, quasi inaccessibile, tutta a pareti diritte, a scaglioni di roccie, a spigoli, a denti, a piccoli precipizi, a piccole frane, piena di minaccie, d'insidie e d'orrori; erta, maligna in maniera, da non credere che ci possan stare degli uomini altro che appiccicati, o appesi per le corde alle bricche, o rannicchiati nelle buche, come gli uccelli nei nidi. Eppure anche lassù, tra quelle rocce, ci son delle scuole, dei gruppi di casette, con piccolissimi tratti di terreno coltivato, tenuti su alla meglio da muricciuoli di sassi rifatti cento volte con pazienza da santi; e delle capanne solitarie, che rimangon per mesi e mesi nelle nevi, e da cui, qualche volta, non si posson portar giù neanche i morti. Quello è il tratto più angusto della val d'Angrogna. Il sentiero si assottiglia ancora, la riva si alza, le falde dei monti delle due parti quasi si toccano: ecco la porta di Pra del Torno. Un piccolo ponte ad arco accavalcia il torrente, il quale precipita fra due muraglie. Rasente una di queste passa il sentiero sopra un sostegno artificiale di pietre e di legna, che si butta giù con pochi colpi di zappa. Minacciati d'un assalto, i Valdesi rovinavano quel sostegno, e nessuno passava più. La stretta era fortificata. Il sentiero era chiuso da una porta. Dietro la porta c'eran due sentinelle; la disperazione e la morte.

***

Là ci soffermammo un po' di tempo, distesi all'ombra d'una roccia, a ragionare delle battaglie strane e tremende che s'eran combattute su quelle due rive, e su tutti i monti, che ci si drizzavano intorno. In che maniera un pugno di montanari aveva potuto trionfare di tanti eserciti? Come si difendevano? Com'erano assaliti? Le storie parziali e le memorie di quei tempi ci danno dei particolari concisi e sparsi, ma sufficienti a chi voglia rappresentarsi al vivo quei combattimenti. Gli eserciti cattolici, le prime volte, andavano a combattere di buon animo, fidando nella superiorità del numero, delle armi, della disciplina e dei capi; non potendo credere che i rovesci toccati dai loro predecessori avessero avuto altra cagione che qualche errore di tattica, commesso per trascuranza. Ed erano anche inanimiti dalla fede di far opera santa sterminando dei cani d'eretici, e dal veder che i Valdesi, abborrenti ancora dal sangue, per devozione al loro antico principio della inviolabilità della vita umana, fuggivano fin che potevano davanti a loro, per non dover combattere che agli estremi; ciò che, naturalmente, era considerato effetto di paura. Entravano dunque nella valle cantando, con la certezza d'andar a segnare sulle rocce di Pra del Torno l'ultimo giorno dell'eresia. Ma il disinganno non tardava a sopraggiungere. Era impossibile, innanzi tutto, che gente della pianura, per quanto avesse inteso dire dell'orridezza dei luoghi, s'immaginasse appunto la natura e la grandezza delle difficoltà che presentava quella valle a un esercito assalitore: il primo aspetto di quelle montagne scemava alquanto l'animo anche ai più audaci. Inoltre, riuscendo oltremodo difficile ai generali il calcolare le distanze con esattezza, accadeva facilmente che le varie colonne non arrivassero nello stesso tempo nei varii punti prefissi all'assalto, e che si trovassero l'una dopo l'altra ad aver di fronte tutte le forze del nemico. Partite in buon ordine, serrate e rapide, s'allungavano a poco smisuratamente per i sentieri angusti e in mezzo agli alberi fitti, spezzandosi, sfuggendo di mano ai propri uffiziali, perdendo molta parte della loro forza organica prima di arrivare sul luogo del combattimento. E la disparità d'armamento che correva fra loro e i nemici, era quasi tutta in loro svantaggio. Coperti di caschi, di corazze di ferro, d'armi pesanti, non usati a camminare sull'erbe liscie e sui sassi malfermi della montagna, sdrucciolavano, rabbiosi, stramazzavano, perdevano l'impeto dell'assalto a mezza salita, e arrivavano diradati e trafelati in faccia ai Valdesi freschi di forze e immobili. Questi, non armati da principio che di fionde, d'archi e di picche, difesi da corazze di scorza d'albero o di pelli vellose, leggieri, esercitati a piantare il piede sulle rocce come un artiglio d'acciaio, destrissimi alle salite ripide e alle discese precipitose, conoscitori di tutti i passaggi, di tutti i nascondigli, di tutte le difese naturali del terreno, volavano, si può dire, per i loro monti, come stormi di aquilotti, quasi non faticando, senz'altra cura che d'offendere e di difendersi, pronti sempre a cader sul nemico quando era impigliato in un passo difficile, a sfuggirgli, a svanirgli sotto le mani quando era sul punto d'afferrarli, a profittare di tutti i suoi momenti d'incertezza e di spossamento, per sopraffarlo e scompigliarlo con dei temerarii ritorni improvvisi, che non gli davan tempo di ritrovarsi. Si facevano ben precedere, i cattolici, da un piccolo numero di soldati che cercassero i passi più agevoli e le discese meno pericolose; ma questi erano assaliti inaspettatamente da gente appostata dietro ai macigni, si vedevan sorgere d'intorno degli spettri sbucati fuor dalla terra, dai quali erano uccisi o messi in fuga prima di riaversi dallo stupore, e prima che la colonna arrivasse in vista della mischia. Arrivava anche sovente una colonna, senza incontrar resistenza, e senza vedere nemici, a conquistare un luogo eminente, in cui le pareva di non aver più nulla a temere dall'alto; ma era un'illusione: dopo brevi minuti, essi sentivan sul proprio capo le grida e i sassi dei Valdesi, che eran saliti non visti, a breve distanza da loro, per le incavature e dietro ai massi della montagna, fin sopra un'altura che li dominava, e che sarebbe stato pazzia l'assalire. — A la brua! — Alla cima! — La vittoria è in alto! — era la loro parola d'ordine, il loro grido di guerra in tutti quei combattimenti. Mettere il nemico sotto i propri piedi. Apparirgli improvvisamente sul capo, come in pianura si cerca d'apparirgli improvvisamente al fianco. Ogni capo di manipolo aveva l'occhio d'un grande capitano in quei luoghi dei quali conosceva ogni arbusto e ogni pietra. Venticinque montanari, messi a difesa d'una viottola strozzata fra due roccie, o fra una roccia e il torrente, tenevano indietro una colonna di cinquecento soldati, dando tempo al grosso delle loro forze di sbarazzarsi delle altre colonne. Dove la difesa era meno facile, alzavan bastioni di terra e di ghiaia; delle barricate formidabili, composte d'una doppia fila di pioli, con dentro alberi e sassi ammucchiati, e neve pesta che empiva ogni vano; la quale, congelandosi dopo una bagnatura d'acqua tepida, formava un solo ammasso di ghiaccio, su cui cadevan di picchio gli assalitori, fulminati a bruciapelo dagli archibugi. I cattolici non potevano ancora portar dei cannoni sopra quei monti. Quando minacciaron di portarli, i Valdesi costrussero un bastione enorme, lungo quasi cinquecento metri, che si vedeva fin dallo sbocco della valle. Quello che non avevano imparato dalla natura, l'avevano imparato via via dalla esperienza; non ignoravano nessuna industria guerresca, non trascuravano alcuna precauzione, facevano una guerra di leoni e di gatti. Camminavan per lunghissimi tratti senza scarpe, per non esser sentiti; salivan su per l'erte con la pancia a terra, per non esser veduti; andavan delle miglia, per la nebbia, a lunghe file, tenendosi per i lembi dei vestiti, per non perdersi; avevano un'abilità maravigliosa a misurar la profondità della neve con le picche, a notte fitta, anche nei luoghi più scoscesi, a sentir l'avvicinarsi del nemico dagli echi, e a riconoscere il suo passaggio dall'erbe e dalle pietre rimosse; erano agguerriti dai dolori e dalla vita selvaggia, resistevano a privazioni inaudite, si cibavan di radici e di carni crude di lupi, mangiavan correndo su per le cime, con l'armi sotto il braccio e le marmitte alla mano; dormivan gli uni su gli altri, sui ghiacci, ammucchiati e serrati, come gruppi di biscie, per non morire di freddo. Quasi tutti maneggiavan le armi meglio dei vecchi soldati. Avevan formato coi giovani più arditi e più forti una compagnia di cento archibugieri, chiamati archibugieri volanti, ciascuno dei quali aveva il colpo quasi sicuro. Avevan dei tiratori di fionde che, a una distanza dove non arrivavan le palle degli archibugi, in tre tiri spezzavano il petto e il cranio ad un uomo. Si servivano anche terribilmente delle pietre, facendole franare dai monti; pochi uomini robusti, appoggiando le spalle e i gomiti alla roccia, e facendo forza coi piedi o con le leve, smovevano, cacciavan giù dei pietroni enormi, che precipitando si rompevano, davan la mossa ad altri pietroni, squarciavan le colonne, spezzavano dei soldati in due, e portavan via braccia e gambe e file intere, sparpagliandosi come scariche di mitraglia, a cui l'angustia dei luoghi rendeva impossibile di sfuggire. Inutilmente, andando all'assalto, i soldati cattolici si facevano schermo coi mantelletti di legno, alti e solidi, o con sacconi di paglia, o con fascine: i grossi pezzi di roccia, venendo giù a orribili salti, con la forza di palle da cannone, travolgevano, schiacciavano, stritolavano ogni cosa, e andavano a battere in fondo alla valle, imbrattati di sangue e di visceri, come gigantesche mazze da macello, scaraventate giù dalle cime. Anche tornavan tutti in vantaggio dei Valdesi i cambiamenti improvvisi del tempo. Una colonna d'assalto si trovava in pochi momenti ravvolta da una nebbia densissima, come da una immensa nuvola di fumo portata dal vento: i soldati non vedevano più nulla, gli ordini si scomponevano, tutti andavano e venivano, urtandosi, chiamandosi, cercando inutilmente la via del ritorno; un tamburo o un corno valdese che suonasse allora, metteva lo sgomento in tutta la colonna; sentivano nemici da ogni parte, si credevan circondati, si ammazzavan fra loro, si sbandavano in tutte le direzioni, come un armento in mezzo a cui piombi una saetta. Più d'una volta, pure, sbagliato il cammino, combattendo in ritirata, incalzati da due parti, si trovavano serrati, agglomerati in un luogo basso, sotto il fuoco dei Valdesi riparati dietro alle roccie, agli alberi e alle capanne soprastanti, di dove non un colpo andava in fallo, e non riuscivano a salvarsi che coprendo la via della fuga di cadaveri e di feriti, e lasciando un branco di prigionieri in ogni stretta. Altre volte, finalmente, spossati dalle lunghe marcie e dalle salite affannose, disperati di vincere, sgomenti di quel nemico infaticabile e invisibile che li minacciava da ogni parte, che turbinava continuamente sopra di loro come un esercito alato, che li decimava con mille armi e con mille arti imprevedute, misteriose, sataniche, un invincibile timor panico li assaliva tutt'a un tratto nel mezzo d'un combattimento, una paura fantastica della montagna, un terrore pazzo di quelle roccie enormi e di quelle gole tenebrose, piene di agguati, di spaventi e di morte, e allora si davano tutti insieme a fughe forsennate, aggirandosi vertiginosamente fra i massi, scivolando giù per i macigni umidi, pei rigagnoli convertiti in precipizi di ghiaccio, saltando l'un sull'altro giù per gli scaglioni degli orti, spenzolandosi giù dalle rupi con la corda alla vita, abbrancandosi agli arbusti dei ciglioni, sospesi sopra gli abissi; e non sentivan più comando d'ufficiali, s'accavallavano, si pestavano, si ferivano con le proprie mani, buttavan via le armi, s'imbrogliavano nei vigneti e nelle macchie come belve dentro alle reti, si lasciavan raggiungere, si lasciavano uccidere, si buttavano nei burroni per salvarsi dagli archibugi, si annegavano nel torrente per scampare alle lame, si gettavan incontro alle lame per sfuggire ai macigni, morivan soffocati nella neve per nascondersi agli insecutori. I più audaci, peraltro, i capitani, e quelli che avevan prese le armi per ardor religioso, e chi si trovava a combattere in luoghi senza uscita, resistevano ancora; la battaglia si rompeva in molte mischie parziali, in combattimenti di quattro, di otto, di dieci, che s'inseguivan poi lungamente, su per le bricche, uno per uno, con accanimento feroce, urlando minaccie di morte e di dannazione; duelli orribili s'impegnavano sopra eminenze solitarie; ufficiali, raggiunti dopo corse disperate, sopra i dirupi, cadevano sfiniti, offrendo inutilmente riscatto, come Luigi De Monteil; altri, come Carlo Truchet, stesi in terra da una sassata, eran sgozzati, e rimanevan cadaveri nudi sul ghiaccio; altri, scampati a stento dalla strage, erravano per le nevi, scamiciati, insanguinati, gridando al soccorso, mezzi pazzi, e tornavan poi al campo e alle case loro, affetti di malattie strane, di cui morivano, o tormentati per anni ed anni da un'allucinazione spaventosa, oppressi dalla visione perpetua di quelle roccie, di quei precipizi, di quelle morti orrende, di quelle fughe di pazzi frenetici, che empivan la valle d'ululati. Ah! non eran mica più quegli antichi pastorelli valdesi, dolci come agnelle, e pazienti fino al martirio! Trattati come fiere, avevan messo le zanne e gli artigli. Si capisce bene come dovesse avere il braccio terribile alla fionda il giovinetto a cui avevan torturato la madre, e il polso d'acciaio alla picca l'uomo a cui avevano fatto a pezzi il figliuolo; si capisce come dovessero andar molto addentro nelle schiene dei fuggiaschi le lame confitte da tali mani. Avevano un bel gridare i pastori, inseguendoli, ordinando che desistessero dal sangue, in nome del Dio di misericordia e d'amore. Oramai non bastava più vincere a loro; avevan bisogno di punire, di vendicare, di far scontare la spietatezza con la disperazione, e la tortura con lo sterminio. Eppure, anche a quelle feroci battaglie dava qualche cosa di solenne e di augusto la religione. Quale spettacolo dovevan presentare sui monti quelle lunghe schiere di Valdesi dai grandi cappelli e dalle chiome alla nazarena, quei vecchi armati d'archibugi, quei ragazzi con le fionde, quei giovani con le picche, quei pastori con la Bibbia, quando, prima di combattere, s'inginocchiavano tutti insieme sulle roccie, alla luce del sole nascente, alzando il viso e le mani al cielo, a dimandar a Dio la vittoria; e dietro a loro le donne e i ragazzi, che tenevan pronte le polveri e apprestavano i sassi; e più in su i vecchi cadenti, i malati, gl'invalidi, i bambini, che pregavano e piangevano, mentre giù nella valle i battaglioni si preparavano all'assalto, apostrofandoli con un coro infernale di bestemmie e di scherni! Poi sibilavano a traverso alla nebbia le palle, i sassi e le freccie, i macigni franavano, gli sfracellati urlavano, le roccie stillavan sangue, i caschi e le spade saltellavano di masso in masso, le colonne si sfasciavano e voltavan le spalle, e ruzzolavano insieme giù pei greppi e gli scoscendimenti morti, moribondi, panconi, alabarde, tamburi, alfieri, pionieri, cavalli, stendardi, mentre sulle alture dorate dal sole echeggiavano i salmi lenti e solenni della vittoria. Maledizione del cielo! Tanti bei nobili piemontesi, uffiziali prodi e ambiziosi, che speravano di raccontar le loro vittorie nei salotti di Torino, tanti giovani volontari della fede, i quali avevan creduto fermamente di andar a combattere con gli angeli al fianco, tanti avventurieri ch'erano andati là come ad una facile guerra di saccheggi e di stupri, che mortale rabbia, che angosciosa vergogna dovevan sentire nell'anima durante quelle miserevoli fughe, quando, voltandosi a guardare in alto, vedevano sulle vette quelle schiere di spettri, quei branchi di straccioni, d'affamati e di reietti, che nessuna forza umana poteva domare! Invano i frati, invano i missionarii, ad ogni assalto d'esercito, aspettavano all'imboccatura della valle che i vincitori ritornassero, trascinando con sè gli ultimi avanzi dei miscredenti, per farne dei papisti o dei cadaveri. Gli ultimi avanzi non tornavano mai. Non tornavano che i soldati dell'Inquisizione, sbandati, stravolti, sanguinosi, portando sulle barelle i loro compagni con la fronte spaccata, e celando per vergogna le croci delle loro bandiere. Chi avrebbe detto allora a quei soldati e a quei monaci che sotto a quella medesima croce bianca i cannoni di Casa Savoia avrebbero sfondato un giorno le porte della città del Papa!

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Ci rimettemmo in cammino; entrammo in Pra del Torno. Par veramente d'entrare tra le mura d'una immensa fortezza. Ai primi passi mi ricordai di quel terribile défilé de la Hache, dove il Flaubert fa morir di fame i ventimila barbari, nel suo romanzo Salammbô. Le roccie altissime presentan delle forme strane di torri, di facciate di cattedrali, di grandi archi di gallerie; alcune, di palazzi aerei, ritti lassù nella regione delle nuvole, intorno ai quali volan degli avvoltoi e delle aquile. Qua e là, a grandi altezze, si vedono ancora dei piccoli tappeti verdi, dove pascolano le capre, che, a guardarle, dan le vertigini; e piccole case, che par che stian su per miracolo, o che siano appiccicate alle roccie come nidi d'uccelli. Più in basso, altri gruppi di casette rozze e nere, appollaiate sui fianchi dei monti, sotto la perpetua minaccia delle valanghe e dei franamenti dei macigni, che qualche volta le seppelliscono e le sbricciolano come gingilli di vetro. Anche là non vedemmo quasi nessuno, benchè Pra del Torno sia abitato da circa cinquecento persone, tra Valdesi e cattolici: qualche pescatore di trote giù tra i sassi del torrente, un crocchio di bimbi all'ombra d'un agrifoglio, una donna che sfornava il pan nero in un cortiletto. Il torrente non faceva quasi più rumore. Dopo mezz'ora di cammino, in silenzio, arrivammo sopra una rocca, dov'è un tempietto nuovo, d'uno stile misto di gotico e d'arabesco, e dipinto di bianco e di rosso, come un padiglione di giardino. Ai piedi della rocca ci son poche case e una chiesetta cattolica. La valle pareva chiusa da tutte le parti, a sinistra dai monti che forman la stretta di Balfero, a destra dai monti di Soiran o dall'Infernet, ripidissimi, nudi, grigi, tutti roccia, che fendevan l'azzurro. Eravamo come caduti in un agguato della montagna, imprigionati, segregati dal mondo, in fondo a un enorme sepolcro concavo spalancato verso il cielo. E tutt'intorno, nè un rumore, nè una forma, nè una voce umana. Non c'era che una ragazza di dodici o tredici anni, una piccola vaccaia, scalza, con un cenciuccio di vestito, seduta in terra davanti al tempio, che leggeva un libro. Guardai il titolo: era una Histoire de l'église vaudoise; un volume di formato grande e elegante, stampato a Parigi. Ne presi appunto con piacere sul mio taccuino. Era la prima contadinella italiana che vedevo leggere.

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C'eravamo dunque arrivati, finalmente, a quel misterioso Pra del Torno, fortezza, cuore, santuario delle valli. Là, nei primi tempi dei Valdesi, era il seminario teologico dei barba, l'antica scuola “educatrice di pastori, d'evangelisti e di martiri„ nella quale s'istruivano i giovani alunni nelle sacre scritture e nel latino, si copiavano i manoscritti della Bibbia, e si componevano trattati religiosi; e di là partivan poi i nuovi pastori, a due a due, e si spandevan per il mondo, esercitando la professione di mercanti, di chirurghi e di medici, per diffondere più sicuramente la parola di Dio, e andavano a trovare i loro fratelli di Calabria e di Puglia, i loro discepoli di Moravia, d'Ungheria e di Boemia. Chi sa quali figure strane d'asceti, di centenari venerandi, di giovanetti inebbriati di fede, e quali maravigliose vite di umiltà e di sacrificio saranno passate fra quelle montagne! Essi eran ben lontani allora, senza dubbio, dall'immaginare che quell'angolo tranquillo delle loro valli sarebbe stato nei venturi secoli assalito con tanta furia da tanti eserciti, e irrigato tutt'intorno da tanto sangue. Qui, infatti, fu come l'ultima ridotta del popolo valdese in tutte le guerre. Ci accorrevano da ogni valle le famiglie, e gli avanzi delle famiglie, e ci stavano dei mesi, come rannicchiate, campando d'erbe e di latte. La compagnia degli archibugieri volanti, coi suoi due ministri, ci si raccoglieva dopo le sue audaci spedizioni. Ci avean costrutto delle case, dei forni, dei magazzini, dei mulini; ci fabbricavan delle picche, ci fondevan delle palle. Migliaia di persone lavoravano, pregavano, s'esercitavano alle armi, portavan le pietre e i tronchi d'albero alle barricate, salivan sulle vette a spiare il nemico. Era come un formicaio, un rimescolìo continuo di gente agitata senza posa dal terrore, dalla speranza, dalla gioia della vittoria, dal presentimento dell'ultima sventura. Perchè vedevan tutto di qui: vedevan le colonne nemiche venir innanzi sulle creste nude dei monti, scintillando ai raggi del sole, e discendere lentamente; e i Valdesi salir di nascosto, ad assalirle di fianco; vedevan le mischie, sentivan le grida, contavano i caduti, stavan là sotto immobili ad aspettare la fine dei combattimenti che per loro poteva esser la prigionia, la dispersione, la perdita dei figli, la tortura, la morte. Con che forsennata gioia si dovevano slanciare incontro ai loro difensori, quando precipitavan giù vittoriosi, buttando sulle rive del torrente delle bracciate d'alabarde, di corazze, di morioni, di uniformi, di pennacchi, fra cui rotolava qualche volta la testa d'uno dei loro feroci persecutori! Di notte, nel cuor dell'inverno, dopo fughe piene di pericoli, arrivavan qui delle frotte di fuggiaschi, a cui l'orrore degli eccidi veduti toglieva per molti giorni la parola: arrivavano dopo un viaggio di mesi e mesi, travestiti stranamente, e trasfigurati dagli stenti, i pochi scampati alle stragi di Calabria; ci arrivavano, scortati dai Valdesi, tremanti di freddo e di paura, delle donne e delle ragazze cattoliche, affidate loro dai mariti e dai padri per salvarle dalle violenze della soldatesca; e dei parlamentarii pallidi e scorati, che annunciavano ogni accordo fallito, e un nuovo assalto imminente. Ma c'eran pure dei giorni di festa in quel vasto baratro pieno di dolore e di spavento; i giorni in cui scendevano dalle alte montagne i deputati valdesi, reduci dalle lunghe peregrinazioni a traverso all'Europa, portando i denari dell'Elettore Palatino, del duca di Würtemberg, del marchese di Baden, dei cantoni evangelici di Svizzera, della chiesa francese di Strasburgo, di tutti i loro amici lontani, che mandavan l'annunzio di potenti intercessioni presso la Corte di Torino, e la speranza d'un migliore avvenire: i giorni in cui tornavano i loro missionarii dai paesi protestanti, con un carico prezioso di libri sacri, trovati dopo lunghe ricerche e raccolti a prezzo di gravi sacrifizi; i giorni in cui giungevano i loro fratelli di Provenza, con le armi nascoste sotto il mantello, i soldati ugonotti, disertati dalle guarnigioni di Lione, di Grenoble e di Valenza, i rudi compagni dei Lesdiguières e dei Coligny, accorsi per combattere e per morire con loro. Allora tutti ripigliavano animo, i salmi risonavano più alto, i piccoli arsenali lavoravano più fitto, le promesse e i giuramenti si ripetevano con nuovo ardore; e le compagnie armate si slanciavano più impetuosamente dall'alto delle loro montagne a soccorrere i fratelli. Calavano nella valle di San Martino, piombavano nel vallone di San Germano a rintuzzare i monaci dell'Abbadia di Pinerolo, si lanciavano nel vallone di San Bartolomeo a battere i signori di Roccapiatta, correvano a liberare Taillaret, volavano in aiuto delle popolazioni assediate di Bobbio, di Rorà, del Villar, irrompevano nella pianura, a vendicar gl'incendi con gl'incendi, e i macelli coi macelli, fino a San Secondo, a Miradolo, a Osasco, a Cavour.... Ma n'andava assai più lontano il terrore; n'andò qualche volta fino a Torino, fin nelle sale dorate dei castelli di Rivoli e di Moncalieri, fin dentro al cuore dei duchi di Savoia, i quali affacciandosi di notte alle finestre, torcevan lo sguardo da quelle grandi montagne nere, come da una immagine di malaugurio e di rimorso.

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Il Bonnet ci presentò il maestro, un giovanotto florido e allegro, il quale abita una cameretta nell'edifizio del tempio; dov'è anche la scuola, e una stanzina per il pastore. Quel bravo giovane, oltre alle molte e rare qualità dell'ottimo insegnante, possiede quella non disprezzabile di fare le frittate gialle come pochi, ma assai pochi cattolici le sanno fare. Ci sedemmo intorno alla frittata nella stanzina del pastore: una specie di cella monacale, nuda e bianca, con un tavolo e quattro seggiole, pulita come se ci avessero lavorato tutta la mattina quattro fantesche olandesi. Per tre piccole finestre a sesto acuto vedevamo i monti circostanti, null'altro che i monti, i quali riempivano tutti e tre i vani, come tre tendine verdi e turchine. Non si può dire la quiete, la freschezza, la semplicità di quel luogo. E la voce del pastore, dolce e lenta, era come una musica che accompagnava e traduceva il linguaggio delle cose. Egli ci raccontava dell'inaugurazione di quel tempio, fatta sei anni fa; alla quale erano accorse tremila persone, che non potendo in chiesa, s'eran raccolte in un prato, e molti oratori avevan parlato alla folla dall'alto d'un tetto, apostrofando le montagne gloriose e terribili; dopo di che Pra del Torno, silenzioso da quasi due secoli, era ricaduto nel suo silenzio profondo, che non sarà forse più turbato per altri secoli. Poi ci parlava dei suoi viaggi in montagna, di quando va a predicare ai pastori delle capanne di Soiran, dell'Infernet, di Giacet, della Cella, della Cella veia; e ascoltandolo, provavo un senso d'ammirazione, e anche una certa tristezza, a pensare che, mentre io ero nel mio studio, al caldo, a giocare con l'immaginazione, lui, quell'uomo così colto e gentile, se n'andava su per i monti, per sentieri dirupati, in mezzo alle nevi, incontro ai venti gelati, tutto solo, con un pezzo di pane e con la Bibbia, a predicare la bontà, la rassegnazione e la preghiera. Ma al vedere com'egli parlava della sua solitudine e delle sue fatiche con assai più compiacenza ch'io non provi mai a parlar dei miei giochi, mi rimaneva ancora l'ammirazione, ma scappava la tristezza, per ceder il posto all'invidia. Sì, quel buon pastore m'era così simpatico, il suo aspetto e la sua voce eran così dolci, mi ridestavano così vivamente nel cuore dei sentimenti, o piuttosto degli echi di sentimenti morti o sopiti da molti anni, che se fossi stato solo con lui.... non so, gli avrei forse preso la mano come a un amico, e gli avrei detto: — Vediamo.... parli.... mi persuada.... il mio cuore non è mai stato così ben disposto a sentire, e mi pare che non ci sia più altra voce che la sua da cui io possa ancora sperar qualche cosa.... — Chi sa mai come m'avrebbe guardato, che cos'avrebbe risposto, in che maniera, con quali parole incominciato? Io mi facevo queste domande, fissandolo, quando egli s'alzò, per condurci sul piazzaletto del tempio, dove giocavano alcuni bambini valdesi. Proprio sotto, ai piedi della rocca, c'è la chiesetta cattolica, consacrata alla Madonna delle Grazie e a San Carlo, scolorita e triste dirimpetto al tempio nuovo, variopinto e trionfante, e pareva che l'uno e l'altra si guardassero minacciosamente con l'occhio del loro finestrino rotondo, quella per slanciarsi all'assalto, questo per farle fare il ruzzolone. Dio buono! Quanto parevan piccini, in fondo all'abisso, ai piedi di quelle grandi montagne, quei due mucchietti di pietruzze, ciascuno dei quali diceva all'altro: — Io son più vicino al cielo di te! — Ma bastava dare uno sguardo in giro, sui pochi contadini valdesi e cattolici, che passavano, per accertarsi che non c'è più lotta se non fra le facciate dei due edifizi. Passavano lentamente e a lunghi intervalli, salutandosi con un cenno del capo, uomini e donne, con gli strumenti del lavoro sulle spalle o con la calza tra mano, quasi senza guardarsi, come persone d'una sola famiglia che girassero per la casa; e dal viso di tutti, e dai loro movimenti s'indovinava la quiete infinita della loro esistenza. Essi vivon là, infatti, come il presidio d'una fortezza solitaria, non visitata che da pochi curiosi, che ci si trattengono un'ora, in una sola stagione dell'anno. Pochi vanno qualche volta a Torre Pellice; pochissimi, più di rado, fino alla grande città di Pinerolo; e si contan certamente sulle dita quelli che sono arrivati fino alla lontana e immensa Torino. Una cresciuta del torrente, la caduta d'una valanga, un matrimonio, una morte, sono i grandi avvenimenti di cui discorrono per mesi, intorno ai lumicini fumosi che rischiarano le loro lunghe veglie invernali. Delle più grandi cose che accadono fuori della loro valle, a loro non arriva che un rumor fioco e confuso, come d'un lontano mare agitato. Il socialismo trionfante potrà sconvolgere il mondo: essi appena se n'accorgeranno. Dalla casa al tempio, dal torrente al pascolo, dall'orto al castagneto, tutti i giorni fanno i medesimi passi, volgendo in mente le medesime idee, dicendosi, quando s'incontrano, le medesime parole. I loro bisogni non sono che un po' di pane, un po' di fuoco e il sermone del pastore. Quand'hanno avuto questo per sessant'anni, muoiono senza lagnarsi della vita. E dire ch'è per aver questo, non altro, che hanno lottato, sanguinato e pianto per quattrocent'anni!

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Avremmo voluto trattenerci ancora un pezzo in quella pace profonda; ma vedendo che i tappeti d'oro distesi qua e là fra i castagni sparivano l'un dopo l'altro rapidamente, ci mettemmo in cammino per il ritorno. Ripassammo sotto le roccie enormi, tornammo a sentire quel fragoroso diluvio d'acque. La valle era già rotta da vaste ombre nere, in cui si vedevano appena le case, come macchie più nere; le cime petrose dei monti erano di color rosa e di porpora; la via, anche più solitaria che la mattina. Per due miglia di cammino, non udimmo che il tintinnio di qualche sonaglio di pecora o di capra, invisibili, e a grandi distanze, il canto d'una gallina o il latrato d'un cane, che risonavano in tutta la valle, come ripercossi da cento echi. Risalutammo Serre, rivedemmo la roccia della fata.... Due dei quattro viaggiatori avevan già l'aspetto e l'andatura dei due crociati dell'arcidiacono di Cremona, dopo la disfatta famosa delle Rocciaglie. Ma la vista della piazzetta di Angrogna li rimise su, come l'apparizione d'una bella signora alla finestra. Là il signor Bonnet ci fece vedere due curiose pietre storiche: una rotonda, confitta nel suolo, sulla quale è tradizione che il popolo facesse batter le mele (senza buccia) ai debitori insolventi, come già facevan i fiorentini ai falliti sul lastrone di Mercato nuovo; l'altra, della forma d'una lastra da tavola, sostenuta da un pietrone diritto, intorno alla quale si dice che venissero i litiganti, in presenza d'un pastore, o d'un vecchio autorevole, a dire le loro ragioni; il perchè si chiama ancora la pietra della ragione; ma nè l'una nè l'altra portando traccie di melate o di pugni, si può credere che tra i Valdesi antichi fossero diffuse molto le due rare virtù di pagare i debiti e di discutere con pacatezza. La piazzetta era solitaria come la mattina.... Ma quel diavolo d'operaio cantava ancora, con la stessa lena e con la stessa allegrezza della mattina! Pareva che non si fosse mai chetato per tutte quell'ore, e che avesse a continuare così per anni e anni per schiattare poi tutt'a un tratto come una cicala. Invidiabile fine! Io che ho tanta paura di dever cessar di cantare avanti di morire!

Prima di separarsi da noi, il signor Bonnet ebbe la gentilezza di condurci a casa sua: una casetta bianca, con un muro coperto di pampini, divisa in piccole stanze linde e chiare, arredate con semplicità graziosa, e rallegrate da voci di fanciulli e dalle note d'un pianoforte. Non avremmo potuto chiuder meglio la nostra giornata che in quella casa sorridente, in mezzo a quella famiglia amabile, in cui il ministero del padre diffonde come un riflesso di dignità e di serenità religiosa. Ma io ebbi la cattiva idea di chiedere al pastore, e di sfogliare un vecchio librone, che non avevo potuto trovare in commercio: la storia valdese di quel celebre pastore Léger, che visse nel diciassettesimo secolo, e che ebbe parte importante in molti avvenimenti, tanto che la corte di Torino mise la sua testa al prezzo di ottocento ducati. La sua storia tratta con particolare diffusione delle stragi di Pasqua, riporta deposizioni di testimoni oculari dei fatti, illustra i fatti con delle incisioni. Dicono che è uno storico partigiano e leggiero, e che ha detto molte bugie, e fatto molte frangie. Non lo so. Certo è che non ha mentito in tutto, e che parecchi di quei disegni rappresentano il vero, pur troppo. Vorrei non averli guardati. Credevo d'essere andato molto in là coll'immaginazione; ma dovetti riconoscere che certe cose non si possono immaginare. L'autore di quei disegni deve aver visto certamente come si torce e come gira gli occhi una creatura umana sul rogo. Io darei non so che per poter cancellare dalla mia memoria quelle immagini che son certo di non mai più dimenticare. E poi all'idea di certi spasimi, di certi dolori si può resistere coll'immaginazione, facendo uno sforzo; anche all'idea del rogo. Ma, Dio eterno! quella di vedere, per una via già chiazzata di sangue, fuggire i propri bambini, bianchi, impazziti dallo spavento; vederli raggiunti e afferrati; vedere in quei corpicini amati, che abbiamo coperti di baci, cullati, scaldati col nostro fiato, difesi con mille cure da un soffio d'aria, per tanti anni, vederci entrare, frugare delle mani e dei coltelli, e udire le loro grida, e sentirsi chiamare per nome e non poterli difendere, non poterli vendicare, non potersi muovere, non poter urlare, e dover star lì, a veder tutto, e morire.... Ah! non regge neanche l'anima d'un eroe a questa idea, bisogna scacciarla, scacciarla per non piangere, per non maledire, per non pigliare in odio il genere umano e la vita, per non lasciarsi sfuggire dalla bocca le più orrende bestemmie che sian mai risonate sotto la vòlta del cielo!

Ma come scacciarla? Quell'idea m'accompagnò per tutta la strada, molto tempo dopo che il caro signor Bonnet ci aveva lasciati, e mi tenne inchiodata la bocca; e anche i miei compagni tacevano, per la stessa cagione. C'era un solo pensiero che potesse rifarmi l'animo, e mi ci attaccai fortemente; il pensiero di quello che era avvenuto cento novantatrè anni dopo, il giorno 28 di febbraio del 1848, quando la deputazione dei Valdesi, andata a Torino per festeggiare quello Statuto che li rendeva liberi per sempre, moveva da porta Nuova per far la sua entrata solenne nella città. Eran più centinaia di persone; portavano uno stendardo di velluto con una iscrizione in argento: A Carlo Alberto i Valdesi riconoscenti; li precedeva un drappello di ragazze valdesi, vestite di bianco, ciascuna con una bandiera. Già, per tutto il viaggio dalle valli a Pinerolo, e di qui a Torino, erano stati accompagnati con le fiaccole e con le musiche, festeggiati come fratelli che ritornassero da un lungo esilio immeritato. Ma l'accoglienza che ebbero entrando in Torino fu ben altra cosa. Il popolo li acclamò con indicibile affetto, le signore sventolavano i fazzoletti, da ogni parte piovevan fiori, i torinesi rompevan la processione per abbracciare i vecchi e accarezzare i giovanetti; perfino dei preti si slanciavano in mezzo a loro e gettavan le braccia al collo ai primi venuti; molti di essi piangevano. Carlo Alberto volle che sfilassero per i primi sotto il balcone reale, in quella piazza Castello dove erano stati bruciati i loro padri. — Sono stati per troppo tempo gli ultimi, — disse; — è giusto che oggi siano i primi. — E passarono i primi tendendo le braccia verso il loro re, salutati da un altissimo grido della moltitudine, circondati, baciati, apostrofati con parole in cui si sentiva il tremito di chi domanda perdono, e a cui essi rispondevano con le lagrime agli occhi, con gesti concitati e gioiosi che volevan dire: — Non abbiamo nulla da perdonare, non ci ricordiamo più di nulla, siamo fratelli, abbiamo una sola patria, un solo nemico, un solo avvenire! — Oh bei momenti della vita dei popoli, belle ore gloriose del cuore umano, pagine d'oro della storia della civiltà, siate ricordate, amate, benedette in eterno! E benedetta tu pure, bella e nobile val d'Angrogna, che negli annali della grande guerra per la libertà dell'anima hai scritto col sangue dei tuoi pastori una parola vittoriosa e immortale.

LA MARCHESA DI SPIGNO

“Nata dai nobili Canalis di Cumiana, damigella d'onore di Madama Reale, sedotta, ancor giovinetta, da Vittorio Amedeo II, sposò il conte di San Sebastiano, del quale rimase vedova, con molta prole, nel 1724. Nominata allora dama di corte, accesa dalla speranza del trono, con mille arti fecesi riamare e segretamente sposare dal sovrano; il quale la investì del marchesato di Spigno; ma avendo subito appresso abdicato, dovette ella con molto dispetto e rammarico ritirarsi con lui in Savoia. Impaziente però della solitudine e smaniosa di regnare, eccitò il re abdicatario a riprendere la corona al figliolo. Onde, tornati insieme in Piemonte, e imprigionato Vittorio Amedeo a Rivoli, fu rinchiusa nella fortezza di Ceva, per esser poi restituita al marito prigioniero di cui assistette alla morte; dopo di che venne, per ordine di Carlo Emanuele III, relegata nel monastero delle Salesiane di Pinerolo, dove chiuse i suoi giorni. Donna d'ambizioso e temerario animo, e di triste memoria.„

Niente di meno. Io stavo appunto rileggendo, per caso, quei quattro periodi in cui è così brutalmente strozzata la storia d'una vita di novant'anni, piena di grandi casi e di grandi dolori, quando entrarono nel giardino della villa una signora e una signorina, nostre amiche e vicine, ad annunziarmi che la superiora delle Salesiane aveva cortesemente acconsentito a ricevermi nel parlatorio, e a dirmi quanto si sapeva nel monastero intorno alla marchesa di Spigno. Era una graditissima notizia. Chi sa, pensavo, ch'io non riesca a fare almeno uno sbrano nel velo di mistero che copre quella benedetta marchesa, tanto discussa, tanto maltrattata, e così poco conosciuta! Perchè nè le storie di Casa Savoia, anche le più minute, nè il romanzo del Dumas, nè il racconto del Rabou, nè la novella storica del buon teologo Viglierchio, nè la bella monografia di monsignor Bernardi, nè gli altri scritti che trattano di quel periodo storico, ci danno più che delle congetture per quanto risguarda “il cor profondo„ e la giusta misura di colpevolezza della celebre signora; la quale non lasciò una sola lettera, ch'io sappia, in cui si riveli tutto o in parte l'animo suo, e neppure un suo sentimento passeggero. Quello che si sa di certo è che era bella “d'una bellezza ribelle agli anni,„ come dice uno storico illustre, “pericolosa all'età prima e alla matura.„ E bisogna che fosse bella veramente, se, già vicina ai cinquant'anni, innamorò ancora d'un ardente amore Vittorio Amedeo, grande conoscitore, che aveva fatto un corso così vasto e splendido di studi, da madamigella di Saluzzo alla contessa di Verrua, alla marchesa di Priez, alla marchesa di Chaumont, alla contessa della Trinità; la quale non era stata nè l'ultima nè la più ammirabile. Giovane ancora e bellissima a quasi cinquant'anni, che maravigliosa creatura sarà stata ai sedici, quando fece la prima apparizione alla Corte, ancora commossa dai ricordi della battaglia terribile della Marsaglia, di cui aveva visto il fumo e udito il fragore dalle finestre del suo bel castello di Cumiana! E può darsi pure che tutta la sua bellezza non sia fiorita che nell'età avanzata: era forse una di quelle opere predilette dalla natura, che essa accarezza, ritocca e abbellisce per mezzo secolo, tormentata da un desiderio amoroso e infaticabile di perfezione. Còlta non è credibile che fosse, poichè sarebbe stata nel suo ceto, e in quel tempo, un'eccezione; e non era forse in grado di scrivere una lettera, neanche in francese, senza molti e grossi spropositi di varia categoria. Ma per questo appunto, chi sa quali altre forze di seduzione e d'amore doveva avere quella sua giovinezza indomabile, chi sa lo sguardo, la carezza, la grazia delle mosse, la musica della parola, l'eloquenza miracolosa del pianto e dell'ira, l'originalità strana dell'ingegno e la fragranza propria, innata del suo bel corpo, cresciuto come una pianta di rosa all'aria delle Alpi! E tutta questa bellezza, tutta questa forza, tutta questa ambizione, salita fino all'ultimo gradino d'un trono, fu precipitata in fondo a un carcere, e andò a finire sul catafalco d'un chiostro. Ah! se la superiora delle Salesiane mi avesse saputo rivelar qualche cosa!

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In pochi minuti, scendendo per un vicolo erboso e triste, arrivammo alla porta del monastero; che è un grande edifizio nudo, posto sulla china del colle di San Maurizio, con la facciata vòlta verso le Alpi, circondato da un muro altissimo, intorno al quale gira una stradicciuola solitaria. Non ci è più che poche monache; ma sempre un buon numero di educande soggette a un tenor di vita severo; tra le quali, in altri tempi, ci furon ragazze delle prime famiglie del Piemonte, e principesse, che anche presero il velo, e morirono tra quelle mura; poichè il monastero godeva della predilezione della casa regnante. La marchesa di Spigno, lasciata libera di scegliere tra quello e un convento di Carignano, aveva scelto quello, perchè ci aveva due parenti. Le poche case che son là intorno, pare che faccian parte anch'esse del chiostro: non ci si vede e non ci si sente nessuno. Accanto al chiostro c'è una chiesetta chiusa. La marchesa doveva essere passata per quello stesso vicolo silenzioso e malinconico. Sonammo a una porticina, che ci fu aperta da una mano invisibile, salimmo su per una piccola scala tetra, e passando per un'altra porta bassa e stretta, ci trovammo in una stanza bianca, davanti a una larghissima grata doppia, di legno grigio, simile a una inferriata di carcere, di là dalla quale si vedeva un'altra stanza, pure bianca, e semioscura. Qua e là, sulle pareti, ci son scritte a grandi caratteri delle sentenze di santi. A sinistra della grata, c'è una finestra chiusa da una ruota, come quelle degli esposti, per far girare gli oggetti di dentro, senza che si veda in viso chi li riceve. Dall'altra parte c'è appeso al muro un cartellino, che proibisce di dar dei confetti alle educande. La giornata essendo coperta, ci si vedeva appena. E c'era un silenzio, una tristezza fredda, un'espressione così severa, in tutte le cose, di penitenza, di rinunzia al mondo e di malinconia, che quelle due signore coi cappelli infiorati e coi vestiti eleganti ci facevano un contrasto violento e stranissimo, come di due mascherine pompose nella stanza mortuaria d'un ospedale. Aspettammo per molto tempo, senza trovar nulla da dire, come già presi dalla tristezza del luogo. Finalmente, s'udì un fruscio: comparvero due monache. Eran la superiora e un'anziana, vestite di nero, con un soggòlo bianco, e con un velo oscuro calato fin quasi sugli occhi. S'avvicinarono alla grata. Il velo e la mezza luce non lasciavan distinguere nè l'età, nè la fisonomia. La superiora doveva esser giovane. Quando aperse bocca, fui maravigliato della sua voce dolcissima e della sua pura pronunzia toscana. Era di Pistoia. Ci sedemmo, e cominciammo a parlare, come in confessione, a bassa voce, a traverso ai fori della grata.

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La superiora cominciò con dire che aveva ben poche notizie da darmi. Essendo state costrette parecchie volte a sgomberare in fretta e in furia il convento, per cagione delle guerre, le monache avevan perduto molte carte importanti, ed anche degli oggetti preziosi; fra i quali dei doni della marchesa di Spigno. Il ricordo più notevole che rimanesse di lei era un ritratto a olio, di grandezza naturale, che si diceva somigliantissimo e che doveva essere stato fatto prima della sua entrata in monastero, perchè non si poteva supporre che, nel monastero, si fosse fatta ritrarre con quel vestimento. Era forse del tempo in cui credeva di diventar regina, chè allora aveva la passione dei ritratti; in uno dei quali si fece dipingere in piedi, con la mano distesa sopra il diadema. La superiora mi domandò se lo volevo vedere. Non aspettavo altro: una monaca, che non vidi, lo portò su dal piano terreno e lo fece passare nello spiraglio tra la ruota e il muro; la signorina lo prese e lo appoggiò alla spalliera d'una seggiola a cinque passi da me, rivolto verso la finestra; e io ci fissai gli occhi su, avidamente.... Bella.... Bella.... Cioè, non so. Seducente, senza dubbio. Una testina, un visetto pieno di grazia, di grilli, di vezzi, di sorrisi sfuggevoli, di sottintesi arguti, di piccole minaccie e di piccole carezze, gli occhi neri e grandi, un nasino patrizio, una boccuccia amorosa e maliziosa, un bel collo lungo, una vita snella e diritta, che fa indovinare un'alta statura, e un corpo leggero e pieghevole, d'una eleganza altera, il quale si possa afferrare e levar su con una mano, come un arboscello, e che debba essere irresistibile nei movimenti della contraddanza e quando s'abbandona sui guanciali della carrozza. Bellissima no; ma simpatica, bizzarra, salata, come dicon gli spagnuoli, un misto curioso di tipo francese e di tipo italiano, una fisonomia che rivela un sangue bollente e una volontà risoluta, e la consapevolezza della propria potenza; uno sguardo che fa aspettare un parlare stringato e concitato, tutto frasine scintillanti e scherzi acuti, e parole che infochino l'anima, all'occasione. Una di quelle figure che vedeva sognando Enrico Heine, quando sonava certi pezzi il Paganini, adagiate sopra un canapè in una stanza decorata alla Pompadour, con molti piccoli specchi e piccoli amori, in mezzo a un grazioso disordine di porcellane chinesi, di ghirlande di fiori, di trine lacerate, di guanti bianchi e di perle. Ha una foggia strana di pettinatura, rotonda e altissima, a trecce ravvolte, della forma d'un turbante enorme; dal quale vien giù un velo trasparente che le dà l'aria d'una musulmana; un vestito di broccato azzurro ricamato a fiori d'argento, e un manto di velluto vermiglio ornato d'ermellino, del quale stringe un lembo con la mano sottile. Ha l'aspetto d'una grande signora; ma d'una signora salita più alto dei suoi natali, e che abbia la coscienza di star degnamente dov'è salita; e si capisce ch'è salita per l'amore. Si capisce come Vittorio Amedeo potesse credere ch'ella sarebbe bastata a riempirgli la vita nella solitudine di Chambéry. Si prova un rammarico di non averla vista viva. E si vorrebbe dire molte cose alla sua immagine, come si sarebbero dette a lei vivente; e non parole timide e ossequiose, ma brillanti, ardite, argute, per farla ridere, per parerle spiritosi, festosi e amabili, e piacerle a qualunque costo, e ottenere un lembo di quel velo bianco da stropicciar fra le dita e la bocca. Non una donna bellissima; ma che sarebbe meno seducente e meno terribile, se fosse più bella.

— Sappiamo poca cosa, — disse la superiora, dolcemente. Quello che si sa di certo, perchè è scritto nelle memorie del monastero, è che l'annunzio della sua venuta arrivò alla superiora quasi improvvisamente, pochi giorni dopo la morte del re Vittorio Amedeo, in modo che ci fu appena il tempo di far sgombrare e rintonacare alcune stanze al piano terreno, e di metterci un poco di mobilio. A che ora sia arrivata e da chi accompagnata, non si sa. Era un giorno di novembre del 1732. Ci si dice che fosse una mattina di domenica. Ma non lo potremmo assicurare.... La superiora d'allora era la madre Chiara Maria di Luserna....