LA CARROZZA DI TUTTI.


Edmondo De Amicis

La Carrozza di tutti

MILANO
Fratelli Treves, Editori
1902

Sedicesimo Migliaio.


PROPRIETÀ LETTERARIA.

I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i paesi, compreso il Regno di Svezia e di Norvegia.

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Tip. Fratelli Treves.



[INDICE]


LA CARROZZA DI TUTTI

CAPITOLO PRIMO.

Gennaio.

Era il primo di gennaio del 1896. Salii la mattina sul tranvai del corso Vinzaglio, in via Roma. Per tutto il tragitto, di là a via Garibaldi, fu un continuo salire e scendere di signore e di signori, che pareva si fossero dati convegno nel carrozzone, poichè dentro e sulle piattaforme, all'entrare e all'uscire, era uno scambio di saluti, d'inchini, di levate di tuba e d'auguri, come in una sala di ricevimento. A metà di via Garibaldi vidi dentro un quadretto curioso. Stava seduta nel mezzo una contadina tarchiata, col fazzoletto in capo e un grosso involto di cenci sulle ginocchia; di fronte a lei una ragazza del popolo, col capo nudo e i capelli corti, un viso mal lavato di monella, vestita poveramente; e tutt'intorno signore e signorine elegantissime, indorate e impennacchiate, che ad ogni aprirsi dei battenti a vetri mandavan fuori un'ondata d'odori fini come da una bottega di profumiere. Mi maravigliai di non aver mai badato, in tanti anni, ad alcuno di quei contrasti sociali che pure sono così frequenti in quei carrozzoni; nei quali soltanto, non essendovi separazione di classi, può accadere che gente del popolo infimo si trovi per qualche tempo a contatto con gente della signoria, con tutto l'agio d'esaminarla, di fiutarla e di ascoltarne i discorsi. Osservai curiosamente allora l'attenzione viva e continua con cui quella contadina e quella ragazza esaminavano le loro vicine, dalle ciocche di fiori dei cappelli alle cernierine dorate dei guanti, tastando quasi con gli occhi le stoffe e le pelliccie, il portamonete dell'una, il libretto da messa dell'altra, e il loro modo d'alzarsi e di sedere e ogni più piccola mossa e quasi ogni piega che facesse il loro vestito; un'attenzione insistente, seria, scrutatrice, come se avessero avuto davanti creature piovute da un altro mondo. Da quell'osservazione uscì come un lampo nella mia mente. Cercai, ritrovai nella memoria altri quadretti simili a quello, e diversi, e d'un significato profondo; mi ritornarono alla mente scene, incontri, conversazioni, piccole avventure allegre e tristi, che non si possono dare che in quella specie di carrozza democratica, dove tutte le classi continuamente si toccano e si confondono; mi sfilò davanti una processione di personaggi che conoscevo soltanto per aver fatto delle “corse„ in loro compagnia, coi quali non avevo mai parlato che sulle piattaforme, e che formavano per me come una famiglia a parte di compagni abituali di viaggio; e mi suonò dentro un'esclamazione che per poco non mi sfuggì dalla bocca: — To'.... uno studio.... un libro.... la carrozza di tutti!

*

Il giorno stesso questa idea mi fu attraversata da un'altra. Ripassando in rassegna i “personaggi„ che m'eran più vivi nella mente, mi fermai sopra due, sui quali fui tentato d'architettare un romanzo. Erano un giovine e una ragazza. Questa, che doveva abitare nel borgo San Donato, la trovavo sul tranvai della linea del Martinetto, alla prima corsa delle sette e mezzo, ogni volta che salivo in piazza dello Statuto per andar verso il centro di Torino. Il giovane saliva sullo stesso carrozzone ogni giorno, all'angolo di via Siccardi. La ragazza sedeva quasi sempre nell'angolo a dritta, dalla parte del cocchiere; lui, quando c'era posto, le si metteva sempre accanto o di faccia. Eran tutti e due piccoli, male in carne, di poca salute, pareva, e vestiti meschinamente, ma puliti; di quei poveretti la cui gioventù non consiste in altro che nella data della nascita, e che fanno più pietà perchè mostrano d'aver coscienza della loro miseria fisica, e di vergognarsene. Il giovine aveva un occhio chiuso, un viso che faceva pensare a una fanciullezza perseguitata ed esprimeva una rassegnazione antica alla povertà, al dolore, alle umiliazioni; della ragazza avrei detto, non so ben perchè, che era orfana da bambina e vissuta molti anni sotto la tirannia d'una matrigna. Pallida, uno scheletrino, un viso irregolare, con un naso a ballotta e una bazza di vecchietta: la natura non le aveva fatto l'elemosina che di due occhi belli e dolci: la sua gioventù, il suo sesso era tutto in quegli occhi, la sola cosa che ella avesse al mondo per ottener qualche volta dai suoi simili uno sguardo di simpatia. Egli poteva essere uno scrivano, un piccolo impiegato senz'avvenire; essa maestra in un asilo, governante o cucitrice in qualche istituto. M'aveva colpito fin dalla prima volta la serietà, la dignità semplice e triste del loro contegno. La ragazza scendeva sempre in piazza Castello; il giovine proseguiva per via di Po. Quando egli saliva si salutavano con un sorriso leggerissimo; quando ella scendeva si salutavano senza sorridere, ed egli sporgeva il capo fuor dell'uscio per accertarsi che non cadesse; non si scambiavano che poche parole, di rado guardandosi. E singolare: non guardavano quasi nessuno: ufficiali brillanti, belle signore, chiunque entrasse, non gli rivolgevano che un rapido sguardo distratto, come a un'ombra, che non destasse in loro alcun pensiero. Si capiva bene che c'era fra di loro qualche cosa d'irrevocabilmente determinato, non un amoretto, ma un fidanzamento; che eran due vite legate; e si capiva pure che per allora non avevan modo di star vicini altro che sul tranvai.

Mi commoveva l'amore di quei due poveri esseri così maltrattati dalla natura e dalla fortuna, così meschini e così umili, che s'erano forse stesa la mano per pietà l'uno dell'altro. Pensavo che s'eran forse detto, senza parlare: — O povero giovane, o povera ragazza, e chi ti vorrà bene al mondo se non son io? Vuoi unire la tua tristezza con la mia tristezza, la tua povertà con la mia, vuoi che soffriamo insieme e che ci amiamo tanto da non avvederci più che la natura ha messo le nostre anime in due corpi infelici? — E da questo pensiero mi nacque l'idea del romanzo: l'amore, il matrimonio, molti anni di miseria durissima, una sequela di calamità e di umiliazioni da condurli al proponimento del suicidio; poi le leggi della natura smentite: un amore di bambino, un fiore maraviglioso di bellezza e di robustezza, e con esso la vita mutata; e dopo questa altre creature somiglianti, una nidiata d'angioli, d'intelligenza pari alla bellezza, ammirazione e invidia di tutti, una famiglia di grandi ingegni precoci, di artisti ammirati a quindici anni e famosi a venti, la gloria, la ricchezza, la vita come un sogno d'oro.... Ma l'idea cadde dopo pochi giorni. Non erano più poetici, così come li vedevo, quei due poveri giovani sconosciuti, destinati a una vita oscura e stentata, ma confortata da un amore profondo; non era meglio ch'io non snaturassi con l'immaginazione quel sentimento di simpatia pietosa ch'essi m'ispiravano, accompagnata da molti pensieri quieti e buoni intorno alla vita e alla natura umana? Perchè contraffare con l'arte quella realtà così triste e così gentile? E buttai l'idea del romanzo nella gran fossa comune degli aborti della fantasia.

*

Ritornai alla prima idea una mattina presto osservando dalla finestra sulla piazza dello Statuto, già bianca di neve, i carrozzoni delle tre linee che vi s'incrociano, fermi, che aspettavano l'ora della partenza. La vista di quelle piccole case ambulanti che nella luce crepuscolare, ravvolte dal nevischio, con quei colori ciarlataneschi degli annunzi, offrivano l'aspetto strano e compassionevole d'un gruppo di baracche variopinte di saltimbanchi perdute in mezzo a una steppa, mi destò il capriccio di scendere, di ficcarmi in una e poi in un'altra, e di girar così tutta la mattina, come un vagabondo in cerca d'avventure. E così feci. I passeggieri salivano con le spalle bianche, la neve pioveva fittissima contro i finestrini; di dentro si vedevano a traverso i vetri bagnati e il velo dei fiocchi le case e la gente così in confuso da non raccapezzare più, di tratto in tratto, in che parte di Torino si fosse; e lo strepito dei cavalli che puntavano lo zampe e sdrucciolavano sul ciottolato, incitati dal vocìo continuo dei cocchieri, il frastuono di fischi, di grida, di frustate, di scampanellate, di scalpitii, di squilli di corno che raddoppiava ai crocicchi dove le linee si tagliano, le traversate delle vaste piazze candide dove altre grandi macchio oscure di carrozzoni s'avvicinavano e fuggivano, era per me quasi uno spettacolo nuovo, che mi ricordava certi diletti acuti che dà alla fanciullezza l'inverno. Poi, quando la neve fu più alta, le fermate improvvise, le file dei carrozzoni aspettanti, pieni di passeggieri immobili, come larve spaurite, l'affaccendarsi dei cocchieri e dei fattorini a ripulire e a sospingere le ruote, tutta quell'agitazione di forme nere su quella bianchezza quieta, sotto quella pioggia bianca, densa, continua, silenziosa, in cui si smorzavano le voci, i sibili e gli squilli che venivan dalle vie vicine e lontane, tutto questo mi diede il senso e l'illusione di quegli antichi viaggi in diligenza, pieni di peripezie e di sorprese, che i romantici rimpiangono, e mi fece riafferrare vivamente il proposito del primo giorno. Sì, uno studio.... un libro.... la carrozza di tutti.

Fu appunto quella mattina che mi si mostrò in piena luce l'animo di Giors, un cocchiere della linea Vinzaglio, col quale avevo già parlato più volte, perchè attaccava discorso con tutti, familiarmente. Quel maledetto tempo, che era la dannazione dei cocchieri, pareva che accrescesse il suo buon umore abituale. Insaccato nel cappottone, imbacuccato nella grossa cuffia di lana color cacao, piantato in un par di scarponi da cavatore di sabbia, coi suoi enormi guanti fatti di pezzi di cuoio, di panno e di calza, egli si pigliava il nevischio in faccia e sguazzava nella belletta della piattaforma con un'allegria di carnevale, salutando con grida e versi buffi i cocchieri dei tranvai che passavano e riprendendo ogni momento a zufolare un motivo della Carmen: toreador attento, che non sapeva finire. Invidiabile uomo! L'idea della colazione bastava a farlo felice. Ogni volta che facevo una corsa con lui ritornavo a casa con un appetito da cacciatore alpino. Ogni giorno verso quell'ora, quando principiava a stimolarlo la fame, egli cascava nei discorsi gastronomici, tormentando i colleghi con le più crudeli provocazioni. — Ebbene, camerata, ci staresti a un bel piatto di agnellotti, con un buon sugo e molto formaggio, caldi che fumino, eh? — o sillabava a voce alta i nomi delle ghiottonerie che vedeva di sfuggita nelle vetrine, come parlando all'aria: — Mor-ta-della di Bologna! Sa-lame di Alessandria! — e poi dava in una risata che scopriva i suoi forti denti bianchi, spiccanti nel sano color bruno del viso, attraversato da due grandi baffi neri e lucenti. Diceva d'aver quarant'anni; ma ne davan trenta le mosse vigorose, la voce sonora, il riso fresco, la giocondità di buon ragazzo che gli brillava negli occhi chiari e vivacissimi, sempre sorridenti. Ed era simpatico a tutti anche per il suo buon garbo ad aiutare a scendere e a salire vecchi, bambini, donne, malati, di qualunque condizione fossero, senza gradazione di cortesia.

Quella mattina mi divertì moltissimo. Salì in piazza Carlo Felice un quidsimile d'ortolano, con un canestro al braccio, che mandava un odore acuto di tartufi bianchi. Quell'odore eccitò subito Giors, che tra un fischio e una schioccata di frusta, tra una girata e l'altra di freno, prese a fare ogni specie d'allusioni facete al “frutto proibito„ strizzando l'occhio ora a questo ora a quel passeggiere, contento, come se quei tartufi fossero destinati alla sua tavola. — Ah che fior di patate! Saccorotto! Roba dell'orto del diavolo! — Il municipio avrebbe dovuto proibire di portar in giro quella razza di peste; egli n'avrebbe sentito il puzzo nella polenta per quindici giorni. Proprio quello ci mancava per aguzzargli l'appetito, quella mattina ch'egli si sarebbe mangiato le posate. Tutte le disdette! Per esempio, ci aveva anche un cavallo che si chiamava Risotto, che a nominarlo soltanto si sentiva aprire un vuoto nello stomaco.

Finì di metterlo di buon umore la comparsa d'un signore di sua conoscenza, che lo salutò amichevolmente: — Buondì, Giors! Brutto tempo, eh?

— Che! — rispose Giors. — È un tempo che rinforza.

— Cosa c'è questa mattina al Grand Hôtel della Barriera di Francia?

— Riso e paste.... con tartufi.

Giors aveva la famiglia alla barriera di Francia, suo capolinea, dove verso l'undici la moglie gli portava la colazione, ch'egli spacciava in cinque minuti, sedendo sul montatoio del carrozzone. Il Grand Hôtel era quello.

La breve conversazione che fece con lui quel signore, un quarantenne sferoidale, che aveva l'aria d'un buon benestante disoccupato, mi svelò un originale, un prodotto particolare dell'istituzione dei tranvai, appartenente a una famiglia numerosa, di cui non c'è lettore, son certo, che non abbia conosciuto qualche esemplare.

Il signore adocchiò i cavalli; poi domandò:

— Dov'è passerotto?

— È passato alla linea dei Viali —, rispose Giors.

— E Gabriella?

— Sempre all'infermeria.

— Già, quella è debole di nervatura alle gambe davanti; non farà servizio per sei mesi. E Ferrari, che non lo vedo?

— È in riserva.

— Quando metterete in circolazione il carrozzone nuovo?

— È in vernice.

— Tò: anche questo ha il difetto solito: bisogna che l'Amministrazione si decida a cambiare i freni.

Mi bastò per riconoscere un tranvaiofilo. Ne conoscevo già vari. Ogni nuovo servizio pubblico, che rappresenti un progresso cittadino, tira a sè un certo numero di questi amatori, che prendono a cuore il suo andamento, i suoi interessi, i suoi più minuti particolari come se fossero azionisti della Società che lo esercita. Il mio vicino era uno di quelli che sanno il numero esatto dei carrozzoni chiusi e delle giardiniere della Società Torinese e della Belga, che conoscono i regolamenti, il profitto medio quotidiano di ciascuna linea, il nome d'una cinquantina di fattorini, cocchieri e controllori, il nomignolo, l'età, le buone qualità e i vizi di altrettanti cavalli, che nelle loro corse quotidiane esaminano il materiale, interrogano gl'impiegati, notano gl'inconvenienti, danno una mano. se occorre, a rimettere sulle rotaie un carrozzone sviato, e fanno qualche volta delle proposte per lettera all'Amministrazione, e parteggiano quasi tutti per l'una o per l'altra Società, senza alcuna ragione determinata, per un sentimento spontaneo di simpatia, che non si saprebbero spiegare.

Ricominciò a celiare con Giors sul Grand Hôtel della barriera, e a ridere ad ogni sua risposta amena ammiccando ora all'uno ora all'altro come per dire: — Eh, che bell'originale? Ci son io soltanto che lo so stuzzicare. — Poi, essendo scesi parecchi, si rivolse a me solo, abbassando la voce: — Gran buon uomo, sa. È stato soldato. Prima d'entrar nei tranvai faceva l'imballatore. Già, è tutto un personale eccellente quello della Belga; l'avrà osservato lei pure. Anche quello dell'altra, non fo' per dire. Ah, non ci possiamo lamentare. Io son stato all'estero.... e non c'è Parigi, non c'è Londra. Per quello che è personale, badiamo bene. Non potrebbero fare una scelta migliore.... salvo rare eccezioni. — Poi soggiunse sorridendo: — Ce n'è di tutte le provenienze. Non troverà un altro personale di servizio pubblico che sia passato per tanti mestieri. Anche con quelli d'una Società sola lei può mettere insieme una pattuglia di carabinieri, di soldati di cavalleria, di guardie di finanza; ci trova chi le fa la barba, chi le canta l'Aida, chi le stampa un libro, chi le cucina un pranzo in tutte le regole. Ci son perfino dei marinai e dei segretari comunali. C'è un fattorino della Belga che sa mezzo Dante a memoria e parla latino. Non è vero, Giors, che c'è un fattorino che ha fatto il Liceo?

— E come! — rispose il cocchiere. — Ha sempre la testa nelle nuvole. Gli caricano tutti i soldi dell'Argentina.

*

Quel benedetto “tranvaiofilo„ mi fece cambiar idea un'altra volta: fui tentato di fare uno studio soltanto sugli impiegati dei tranvai. L'argomento si prestava a rappresentare in un quadro forte la lotta disperata degli innumerevoli cercatori di piccoli impieghi, che, nuotando come naufraghi in tutte le direzioni, s'afferrano a tutte le travi e a tutte le tavole, e lascian l'una per avvinghiarsi all'altra, s'affondano e risalgono per riattaccarsi alla prima, da per tutto respinti, sospinti, adunghiati da cento mani che cercano la salvezza sullo stesso palmo di legno. La biografia d'una cinquantina di cocchieri e di fattorini sarebbe stata una storia maravigliosa, e non inutile, di famiglie fulminate e smembrate dalla sventura, dì piccoli commercianti falliti, di piccoli proprietari rovinati, di poveri diavoli travolti senza posa dalla caserma all'officina, dall'officina all'anticamera, alla bottega, alla portieria, alla cantina, all'ufficio, sbalzati sul tranvai dalla vettura, dal furgone, dalla carretta, dal carro funebre, diversissimi fra di loro d'educazione e di cultura, e nel modo di considerare il proprio stato, che è immutabile e soddisfacente per gli uni, e transitorio e insopportabile per gli altri, destinati in gran parte a nuove cadute, a nuove trasformazioni, a nuove avventure. Ed anche mi allettava allo studio la vita strana di costoro, che corrono la città tutto l'anno e tutto il giorno, mangiando a scappa e fuggi come soldati alla guerra, in contatto con gente d'ogni classe e d'ogni ceto, strisciati dalla veste profumata della signora, urtati dal gomito brutale del briaco, costretti continuamente a disputare, a ammonire, a comporre dissidi, spettatori e uditori obbligati d'amori, di pettegolezzi, di discussioni, di beghe, di ridicolaggini e di miserie infinite. E con questa nuova idea, per vari giorni, andai interrogando fattorini e cocchieri....

*

Ma proprio in quei giorni fermarono la mia attenzione altri personaggi, che m'indussero da capo ad allargare il campo del mio libro.

La prima fu una vecchietta della campagna solita a venire a Torino sul tranvai che parte dalla barriera di Francia. Veniva forse da Pozzo di Strada. La trovavo quasi sempre sulla piattaforma, con accanto un sacco ritto, pieno di non so che, molto pesante, al vedere. Scendeva ogni volta al crocicchio di via Venti Settembre. Giors l'apostrofava di tratto in tratto come una conoscente: — Bondì, mare —; essa rispondeva con un cenno del capo. Non apriva mai bocca se non per chiedere scusa ai passeggieri dell'ingombro del suo sacco, che mutava di posto ogni momento, perchè impacciasse il meno possibile. Era una vecchierella piccolissima, con le braccia d'una cortezza straordinaria, vestita rozzamente, ma molto pulita, con un fazzoletto di colore sul capo: un viso umile e buono. Soleva star ritta in un angolo, con una spalla appoggiata alla colonnina, con la fronte bassa, con gli occhi fissi sui piedi dei vicini, come meditando, e non solo non guardava, ma pareva che non vedesse nessuno, e ogni tanto chiudeva gli occhi, e stava un po' così, come se dormisse. Per via Garibaldi si faceva il segno della croce quando il tranvai passava davanti alla chiesa di San Dalmazzo, alla Trinità e ai Santi Martiri, o quando incontrava una processione di Figlie verdi col crocifisso. Era evidente che aveva un pensiero fisso, un'immagine triste immobile davanti alla mente, un dolore chiuso e grave che non cercava conforti e che nessuna parola pietosa avrebbe potuto alleviare. Una mattina poco mancò che un sobbalzo improvviso del carrozzone non la buttasse giù: fece appena in tempo ad afferrarsi alla colonnina; ma non passò sul suo viso bruno e rugoso la più leggiera espressione di spavento: non le premeva la vita, si capiva. Che poteva esser stata la sua vita? La ricorrevo con l'immaginazione, guardando lei: curvata al lavoro fin da bambina, sfiorita a vent'anni, sposata per la dote d'un palmo di terra, maltrattata, abbandonata dai figliuoli adulti, rimasta sola, forse, dopo cinquant'anni di fatiche e di stenti, con un vecchio ingrato e malato.... Mi destava una grande pietà. All'angolo di via Venti Settembre scendeva, si metteva il sacco sulle spalle e, piegata sotto il peso, pigliava verso Porta Palazzo. Vista di dietro, nella strada, pareva una bimba, tanto era poca cosa: era veramente l'immagine della sua vita: una cosa di nulla, china sotto un gran carico, in mezzo a gente che la urtava e non le badava. Studiando la sua tristezza, l'ultima volta che la vidi, vi scopersi l'espressione d'un dubbio o d'una speranza, mi parve come un dolore che aspettasse, e che dovesse cessare un giorno o mutarsi in disperazione....

L'altro “personaggio„ fu una signorina che trovavo qualche volta sul tranvai del Martinetto, qualche volta su quello di corso Vinzaglio, sempre sola. La prima volta che la vidi, seduta in un angolo del carrozzone, il suo viso si disegnava di profilo sopra il vetro del finestrino, dov'era dipinto in colore azzurro e rosso di fuoco un annunzio figurato di pastiglie per la tosse; e pareva veramente un viso di vergine campeggiante nell'invetriata d'una cattedrale; così puro di linee, così casto d'espressione e d'una bianchezza così eguale e soave che avrebbe attirato il primo sguardo fra dieci visi di monache tutte belle. Fui anche più maravigliato quando si voltò, mostrando due grandi occhi chiari e sereni, che si fissavano un momento ora sull'uno ora sull'altro di quelli che la guardavano senza dare il più leggiero segno nè di stupore, nè di compiacenza, nè di suggezione, come gli occhi d'una creatura chiusa alle passioni umane. Aveva l'aria d'una ragazza che non potesse arrossire per ignoranza del peccato, che non avesse più mutato aspetto dall'età di cinque anni, e a cui mancasse la coscienza del proprio sesso: una di quelle figure serafiche, che non ci riesce d'immaginare intese a un'occupazione volgare, e quasi neppure alla soddisfazione d'un bisogno fisico, come se del corpo umano non avessero che le forme esteriori. Ebbi un disinganno, peraltro, quando la vidi levarsi in piedi e discendere: era molto alta di statura, stretta di spalle, un corpo di bambina allungata, così esile e leggiera, che un ragazzo l'avrebbe potuta portar via. Tutta la sua bellezza era nel capo, incoronato d'una stupenda capigliatura castagna: la natura le aveva abbozzato il resto senz'amore. Vestiva molto modestamente, con semplicità severa, come si vestirebbe una monaca costretta a smettere per un giorno l'abito religioso. Mi destò una viva curiosità. E fin dalla prima volta mi sorse nella mente un'immagine che non ne uscì più: Vittoria Colonna morta, del pittore Iacovacci: chi sa perchè? Vidi lei vestita di bianco, distesa sopra un catafalco, lunghissima, ravvolta in un velo bianco, coronataci fiori bianchi, in mezzo a quattro grandi ceri fiammanti, e la chiamai dentro di me: la vergine morta. Chi poteva essere, così bella e così strana, e sempre così sola? Non l'ombra d'un pensiero mi passò per la mente, che non fosse rispettoso, poichè s'ha un bel sapere per esperienza che i visi ingannano: ci sono dei visi su cui si giura. E mi rimase un desiderio acuto di sapere, e feci il proposito fermo di chiedere, di scoprire in qualunque modo chi fosse.

Il terzo personaggio mi destò una curiosità anche maggiore. Una mattina che nevicava, in via Garibaldi, fa fermare il tranvai un piccolo signore sulla cinquantina, con gli occhiali e il pizzo grigio, s'avvicina per salire sulla piattaforma davanti, e, visto me, mi lancia un'occhiata severa e scappa sulla piattaforma di dietro. Diavolo! Già una volta l'avevo visto fare quell'atto; ma non m'era nato alcun sospetto: poteva essere un caso o uno sbaglio. Ma la seconda volta non cadeva più dubbio. Ero proprio io la forza repellente. E perchè mai? Non lo conoscevo; non ricordavo d'avergli parlato mai. È però tanto facile il dimenticarsi d'aver offeso, anche non volendo, uno sconosciuto, o con una lettera asciutta, o col silenzio, o con uno sgarbo fatto per la via, che mi diedi a cercare rapidamente nella mia memoria. Ma non vi ritrovai nè il suo viso, nè un indizio qualsiasi della sua esistenza. Che fosse un'antipatia letteraria così violenta da rendergli insopportabile la mia vicinanza? Ma non m'aveva l'aria d'un cittadino che potesse patire di quella malattia: pareva d'una professione remotissima dal mondo delle lettere, come un notaro o un segretario d'agenzia, un padre di famiglia serio e posato. A un certo punto, voltandomi indietro, mentre i due usci erano aperti, lo vidi ritto sull'altra piattaforma, e incontrai il suo sguardo: egli dilatò gli occhi, come a una sorpresa sgradevole, e voltò bruscamente il capo dall'altra parte.... Ombre degli avi miei! Era veramente un'antipatia d'indole acuta; era un uomo che m'avrebbe dato fuoco da due parti. Ebbene, rimasi male; sì, alla mia tenera età! perchè son uno di quei poveri diavoli che non sanno rassegnarsi a essere odiati. Presi nota di quel viso nella mia memoria. L'“amico„ doveva star di casa su quella linea, l'avrei rivisto, avrei forse scoperto il suo perchè, e mi si poteva offrir il modo di levare a lui il verme dal cuore e a me l'osso dalla gola....

*

Mi si presentarono intanto altri personaggi; la cosa s'avviava bene. Pensai che si potessero anche studiare sul tranvai gli effetti degli avvenimenti politici; ma mi persuasi presto che, per questo riguardo, c'era poco da cavare da un popolo dell'indole del torinese. Eran quelli i giorni della grande ansia pubblica per la sorte della fortezza di Makallè. Sui tranvai di Napoli avrei inteso chi sa che discussioni ed esclamazioni; su quelli di Torino non c'era nulla da raccogliere: la mattina leggevan tutti il Popolo e la Stampa, in silenzio, e solo i conoscenti barattavano qualche parola a voce bassa, per lo più dei: — ma! — secchi e solitari, come suoni di bottiglie stappate. Conobbi però un fattorino che s'occupava della guerra con gran passione, e che mi diede egli solo una forte spinta a scrivere il libro. Era una settimana sulla linea del Martinetto, un'altra su quella dei Viali: un lanternone biondiccio, con gli occhi lustri e le guance cave, che arieggiava lo Zanardelli. Lo chiamavano Carlin. Era acceso d'un sacro furore per la guerra d'Africa; diceva egli stesso che fin dal principio della campagna quello era un suo pensiero fisso, che non gli dava pace. Tendeva l'orecchio a tutti i discorsi guerreschi dei passeggieri, e quando sentiva biasimar la guerra o far presagi sinistri, faceva dietro le spalle del parlatore degli atti violenti di negazione. Le buone notizie lo inebbriavano, e allora parlava alto da sè: — Bravo Galliano! Ah non importa: si fanno un bell'onore! Ah, la vedremo! — E aveva il baco dello stratega: ripeteva ogni mattina che bisognava pigliarli fra due fuochi, e faceva l'atto con le braccia. — Ma perchè non li pigliano fra due fuochi? — Gli pareva così semplice! E non sapeva darsi ragione del perchè non lo facessero. — Non concluderanno niente — diceva —, fin che non li attaccheranno davanti e di dietro non concluderanno niente; non ne tornerebbe più uno a casa di quei maledetti negri, non uno! — Se la prendeva anche con la Francia per un pezzo d'articolo insolente che aveva letto tradotto in un giornale; avrebbe voluto che si “desse una lezione„ anche alla Francia. Era un esempio maraviglioso di atavismo bellico. Le sue idee sulla politica estera si riducevano in un solo concetto semplicissimo: — darle —; dandole, non importa a chi nè con qual fine, s'accomodava ogni cosa. Avendo un giorno udito parlare delle stragi d'Armenia, diceva che si doveva mandar là “in vcntiquattr'ore„ tutte le flotte: era molto semplice anche il suo modo di risolvere la quistione d'Oriente: — Bombardé tutt! (Bombardar tutto) — e accennava con un gesto largo tutto l'orizzonte. Ma pochi gli davan retta, perchè i blateroni, a Torino, fanno poca presa. V'era un solo passeggiere che gli rispondeva ogni tanto qualche monosillabo perchè lo doveva conoscere da un pezzo, un abbonato che saliva ogni mattina alla stess'ora sui tranvai diretto a Piazza Castello, un tipo di travet che ha del suo, grasso e severo, e correttamente vestito; che Carlin chiamava “cavaliere„. E anche questo era destinato ad essere uno dei miei personaggi prediletti. Era la figura ideale del bicchierino pacato e compassato. Si sedeva ogni mattina dentro, dalla parte posteriore del carrozzone, e se non trovava libero quell'angolo, anzichè sedersi in un'altra parte, restava in piedi di fuori. Appena seduto, ogni volta con lo stesso atto riposato tirava fuori dalla stessa tasca del soprabito la Gazzetta del Popolo, l'apriva lentamente, e leggeva sempre per prima cosa la cronaca cittadina, e poi il rimanente, ma senza mai tagliare il foglio, che voltava e ripiegava con tutti i riguardi, e senza dar mai nel viso il più leggiero segno di curiosità o di maraviglia, qualunque fossero le notizie del giorno; finchè arrivato in Piazza Castello tirava fuori l'orologio, ogni mattina con lo stesso gesto, e guardava l'ora prima di scendere. Un vero travet dello stampo antico, conservatosi intatto perfettamente. E d'un amor proprio campanilista così geloso! Una mattina, lui presente, vedendo che passava un carro sul marciapiede per lasciar la strada al tranvai, dissi forte a un mio amico: — Già, questa via Garibaldi è troppo stretta. — Egli alzò dalla Gazzetta il viso stupito e sgranando gli occhi verso di me, senza guardarmi in faccia, mormorò: — Stretta Via Ga-ri-bal-di? — Poi ricominciò a leggere con una sfumatura di sorriso ironico sulle labbra. Tutta l'anima del vecchio Torinese s'era rivelata in quelle tre parole. Me ne innamorai, e scrissi i suoi connotati nel mio taccuino.

*

Pure in quei giorni feci un'altra scoperta che mi diede un impulso di più a colorire il mio disegno, la scoperta (non posso far di meno di quest'espressione barbarica) dell'“erotismo tranviario„ una delle “molte forme psicologiche di quella eccitazione sessuale„ che, secondo il Ferrero, è cagione della minore attitudine della razza latina al lavoro metodico, in confronto della razza anglo-sassone. Scopersi che v'è una famiglia d'uomini di tutte le età, ma i più dell'età matura e della classe agiata, facilmente riconoscibili, per i quali il tranvai è un nido errante di delizie erotiche del pensiero, una specie di arem continuamente cangiante, in cui per la via degli occhi, dell'olfatto e dei contatti fortuiti essi si procurano mille godimenti raffinati dell'immaginazione. Infatti, respirare come in un salottino un'aria pregna di delicati profumi femminili, seder per mezz'ora in mezzo a due belle signore che vi pigiano, sentirsi urtare il ginocchio dal ginocchio o premere il piede dal piedino d'una signorina che entra o che esce, o appoggiar la mano inguantata sulla spalla da un'altra che perde l'equilibrio nell'atto di sedersi, e altre cosette simili, sono piccole voluttà in nessun altro luogo così frequenti e così facili come nella carrozza di tutti. V'è in questa famiglia una varietà grandissima di dilettanti, da quello che cerca soltanto dei piaceri quasi spirituali, come il grazie e il sorriso della signora a cui cede il posto o apre l'uscio o porge il fazzoletto dimenticato o sorregge il bambino quando scende, via via, per una gradazione minuta, fino a quello che preferisce le voluttà più sensuali della piattaforma, dove le sere dei dì di festa, fra la calca della gente in piedi, si trova a strofinar la barba sulla capigliatura fresca d'una ragazza del popolo, o riceve sul petto e nel viso l'urto e l'alito d'una bella persona buttatagli addosso da un sobbalzo del carrozzone, o può premere col braccio un braccino imprigionato, di cui sente la morbidezza a traverso la manica. Studiare questi vari “amorosi„, e in special modo gli ultimi, del palcoscenico rotante, osservare le simulazioni diverse di fredda indifferenza o di raccoglimento filosofico con cui cercano di coprire le loro ebbrezze silenziose, e cogliere anche il contrasto comico che c'è qualche volta tra la gravità dei loro discorsi politici e la natura delle loro sensazioni e dei loro pensieri segreti, mi parve una cosa nuova e allettante. E apersi una colonna per gli erotici dei tranvai nello scartafaccio dei miei appunti.

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Ebbi ancora una spinta a scrivere esperimentando quante più cose abbracci e penetri la facoltà d'osservazione quando invece d'aspettare, come di solito, il richiamo degli oggetti, si fa una facoltà attiva, che interroga e cerca, acuita dalla curiosità e stimolata da uno scopo. Non ero ancora ben fermo nel mio proposito che già, in quegli ultimi giorni di gennaio, avevo raccolto una maggior quantità d'osservazioni che non avessi fatto per l'addietro in molti anni; alcune delle quali, d'ordine generico, m'avrebbero messo sulla via di farne molte altre curiosissime. Avevo osservato, per esempio, che signori e signore, rispetto al modo di considerare il tranvai, si dividono in due ordini: quelli che lo hanno accolto e se ne servono volentieri, senz'alcuna ripugnanza, anzi quasi compiacendosi della promiscuità delle classi che v'è inevitabile, e quelli che se ne giovano perchè non possono farne di meno, ma che, per quella ragione che lo rende ad altri piacevole, vi ripugnano, e fanno un piccolo sacrificio d'amor proprio ogni volta che vi salgono, e mostrano a mille segni sfuggevoli, mentre vi stanno, di adontarsi dei contatti plebei e di non veder l'ora di uscirne. Avevo notato, in special modo nella gente del popolo, e più che altro nel sesso femminile, altre due grandi famiglie: quella dei disinvolti, in cui è vivo e altero il sentimento dell'eguaglianza, che s'accomodano e discorron forte fra i signori come in casa propria, non vergognandosi, anzi facendo quasi ostentazione dei loro panni poveri; e quella dei timidi, giovani e ragazze per lo più, anche del ceto medio, che entrano impacciati e arrossendo come in casa d'altri, umilmente cerimoniosi, e siedono tenendo gli occhi sulle ginocchia, e aspettano per scendere che tiri un altro il campanello, per non attirar l'attenzione sopra sè soli. Mi s'era presentata fra i passeggieri d'ogni classe un'altra divisione notevolissima: la schiera dei noncuranti, che non hanno alcuna curiosità dei propri simili, che stanno là con gli occhi morti, senza guardar nè chi esce nè chi entra, come se fossero stufi dello spettacolo della vita e non avesse più alcun viso umano maggior significato per loro che una pietra del lastrico, e quella degli spiriti curiosi, che giran gli occhi continuamente da un viso all'altro, badando a ogni atto e a ogni parola di tutti, con la vivacità evidente d'un pensiero che scruta, indovina e commenta, come se ogni sconosciuto che entra nel carrozzone entrasse nella vita loro e dovesse un giorno esercitare un influsso sul loro destino.... E altre mille cose osservavo ogni giorno, maravigliandomi di non averle prima vedute mai, come se fosse stato sempre tra me e i miei compagni di corsa interposto un velo, che soltanto in quei giorni si squarciasse. Quante scene mute finissime e giochi riflessi di fisionomia e manifestazioni involontarie di pensieri e di sentimenti intimi fra quella gente che non si conosce, che si vede e si tocca per un momento, e non s'incontrerà forse mai più nella vita! Che baleni guizzano sul viso della ragazza povera, ma bella e opulenta di forme, quando siede di fronte alla signorina d'aspetto infelice e d'abbigliamento splendido, della quale si sente gli sguardi addosso e indovina i pensieri; quali ombre passano sul viso della signora elegante, regina del tranvai per cinque minuti, quando n'entra un'altra elegantissima, che svia da lei e attira a sè tutti gli sguardi e le siede davanti vittoriosa posando i piedi sulla sua corona caduta; e quante cose dicono gli occhi della vecchia ragazza malinconica quando le sta di faccia una florida mamma campagnuola con un gran pezzo di marmocchio rosato che le succhia l'anima dal seno! E che rapido e parlante scambio di sguardi e di sorrisi segue tra i passeggieri quando il sindaco della città, conosciuto da tutti, non trova più posto che accanto a uno spazzino municipale con tanto di scritta sul cappello, e quando una mondana dipinta, incipriata e petulante, riconoscibile alla prima occhiata, si viene a seder dirimpetto a una povera monachella che sfila il rosario col mento inchiodato sul petto, e quando un giovinotto attillato, che ha già preso un atteggiamento galante davanti a una bella signora, scendendo questa ad un tratto, si vede sedere di faccia in luogo suo un vecchio donnone in rovina con un cavolo enorme fra le braccia! E muta ogni tanto, come un quadro dissolvente, l'aspetto generale della compagnia. Predomina per un tratto il bel sesso signorile con un profumo misto d'essenze fini e di viole; poi si squaglia come per accordo, e prevale il popolo minuto — operai, erbivendolo, serve — con un odor forte di pipe spente e di cipolle; e poco dopo si trasforma il carrozzone in una stanza della Maternità, dove cinque o sei piccini sgambettano e gnaulano, rodono mele e pagnotte e succhiano poppaiole e caramelle; e dieci minuti appresso non ci son più che vecchi intabarrati, occhiali e barbacce, facce gravi d'uomini d'affari che consultano taccuini e discuton di cifre come in una sala d'agenzia. E in ciascuno di questi quadri mutevoli è un succedersi continuo di macchiette che spiccano vivamente sul fondo, ora un ufficiale in gran divisa, ora un prete che legge l'ufficio, o una signora con un mazzo di fiori, un ubbriaco che parla da sè, un malato che languisce, un contadino che dorme. Una piccola immagine della società umana, infine, un piccolo mondo pieno anch'esso di pompe e di miserie, di ravvicinamenti strani e di contrasti bizzarri, col suo baratto perpetuo d'invidie, di disprezzi e di danari; nel quale v'è chi scende, chi sale e chi casca, chi va fino a capo della corsa e chi s'arresta a metà, e chi non trova posto e chi n'occupa troppo, e gli uni lo disputano agli altri, e questi ridono, e quelli si lagnano, e tutti hanno premura di giungere, e il veicolo che porta tutto questo — come quell'altro — va, va, va senza posa

per tornar sempre là donde s'è mosso.

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A questo punto il libro mi si disegnò nel pensiero lucidamente: scrivere quello che vedevo sui tranvai, giorno per giorno, per il corso d'un anno, dipingendo le persone più notevoli che v'avrei rivedute più sovente; rappresentare le relazioni e l'azione che esercitano l'una sull'altra, mescolandovisi, le varie classi sociali, senza forzare il vero ad alcun fine; ritrarre, insomma, il più fedelmente possibile, quella varia commedia umana, sparsa e fuggente per quindici lunghissime linee, che, intersecandosi in cento punti, costituiscono nella circolazione generale della vita cittadina una circolazione più rapida, e quasi una vita volante al disopra di quella della popolazione che cammina. Ma dal concepire il disegno al cominciare risolutamente il lavoro c'è un passo, che in più d'un caso non si fa mai. A farlo occorre alle volte un ultimo impulso, un piccolo accidente, che è come la fiammella che dà fuoco a una grande architettura pirotecnica lungamente preparata.

Questo piccolo accidente m'occorse l'ultimo giorno del gennaio, verso il tramonto, sulla linea del Corso Vinzaglio. Il carrozzone era pieno. Sul Corso Vittorio Emanuele salì e rimase in piedi sulla piattaforma davanti una donna del popolo d'una trentina d'anni, vestita male, che teneva in braccio una bellissima bambina bionda di nove o dieci mesi. Stando lei rivolta verso i cavalli, la bambina, appoggiata alla sua spalla, volgeva il viso indietro, verso uno dei finestrini; dietro il quale, nell'angolo interno del carrozzone, sedeva una giovane signora, che avevo visto altre volte su quella linea, e che per il viso, il modo di vestire e il contegno ugualmente singolari m'aveva colpito. Era piccolina, ma bella, con due grand'occhi scuri e sporgenti; un viso bruno pieno di vita e improntato d'una bontà grave, calda, inquieta, ardita, come quella d'una suora di carità sul campo di battaglia; e avevo notato che quando parlava le veniva su di tratto in tratto un'ondata di sangue e le si gonfiava il collo e le s'alzava il seno con violenza come se la forza della passione le opprimesse il respiro. Ed era vestita bene, ma senza nulla di vistoso, con una discrezione evidentemente voluta, che appariva anche più modesta accanto all'eleganza della bambinaia che aveva con sè; e c'era nel suo vestito una certa trascuratezza inconsapevole, che s'accordava coi suoi capelli un po' scomposti, non per arte, si vedeva, ma per negligenza. Teneva in quel momento ritto sulle ginocchia un bambino d'un anno al più, vestito con lusso, bruno come lei, con gli occhi grandi e oscuri come i suoi; il quale stava appoggiato col viso e con le mani contro il vetro del finestrino.

Il bambino e la bambina si trovarono così di fronte l'uno all'altra, quasi toccandosi col viso, non separati che dal vetro.

Appena si videro, parve che si riconoscessero dopo essersi per lungo tempo desiderati e cercati. Non è raro il caso fra bambini di quell'età; ma uno così bello non l'avevo visto mai. Cominciarono a sorridersi, poi a ridere, a scuotersi e a tender le braccia, la bambina chinandosi, il bimbo alzandosi sulla punta dei piedi; palpavano il vetro con le manine, volevano toccarsi, avvicinavano i visi, cercavano di sguisciare dalle mani delle loro mamme, ed eccitati a vicenda da quella mimica amorosa, s'agitavano e ridevano sempre più forte, mostrandosi i sedici dentini incisivi che avevano fra tutte e due, ansando e accendendosi nelle guance, trillando e scattando con tal vivacità l'un verso l'altro, che prima le due madri dovettero voltarsi e trattenerli perchè non dessero delle capate nel vetro, e poi tutti i passeggieri ch'eran dentro si misero a guardare, sorridendo, maravigliati di quella espansione irrefrenabile di simpatia e d'allegrezza.

Tutt'a un tratto la signora balzò in piedi, aperse l'uscio con una mossa vigorosa e uscendo sulla piattaforma alzò il suo bimbo verso la bambina, che l'aspettava con le braccia tese. Volevano baciarsi, ma non sapevano, si misero le mani sul capo e intorno al collo, si strofinarono il viso l'un contro l'altro, e poi s'avviticchiarono, parendo per un momento un solo grosso bimbo con due teste, vestito per metà da povero e per metà da signore, con una capigliatura mezza bruna e mezza bionda....

— Ah che birichinaia grama! — esclamò Giors, dando una frustata ai cavalli, dopo aver visto la scena. — Maledetta razza di sfaccendati, di mangiapani a tradimento! — E voltando verso di me il viso esilarato: — Eh, a quell'età, in pieno tranvai! E il povero Giors che fa lume! — E diede in una risata. Ma vidi che aveva gli occhi inumiditi.

— Il libro è fatto — pensai.

CAPITOLO SECONDO.

Febbraio.

Un consiglio agli studiosi delle donne: osservino i loro diversi modi di far fermare il tranvai, di sulla strada e di dentro, e ne ricaveranno gran lume a giudicare del loro carattere. Alcune agitano l'ombrellino in alto, da lontano, come un capitano di cavalleria agita la sciabola, o gridano un alt imperioso, corrugando la fronte e tendendo il braccio come per dare un ordine perentorio a un marito ribelle; altre muovono la mano all'altezza della spalla, come chi chiama a sè qualcheduno, o l'alzano graziosamente con due dita tese e col capo un po' inclinato da una parte, sorridendo, nell'atto della scolaretta che chiede il licet alla maestra: mogline sottomesse, parrebbe. E infinita e piena di significati psicologici è la gamma degli alt argentini e gravi, tremoli e dolci come note di tortora o interiezioni amorose, o duri e taglienti come i no d'una virtù inespugnabile. Quelle che hanno l'alt soave, per lo più, s'affrettano a salire, chiedendo scusa del ritardo con uno sguardo timido e sorridente; le altre, invece, se anche sono d'un bel tratto lontane, fanno il comodo loro, non badando agli atti d'impazienza dei passeggieri che aspettano, o mostrando un viso di regine offese. E sono anche più diversi i modi di far fermare per discendere. Le une s'alzano di scatto e danno una strappata alla correggia del campanello come padrone irritate che chiamino il servitore; le altre fanno un cenno di preghiera al fattorino perchè tiri lui, o se stanno sulla piattaforma, premono delicatamente con l'indice la spalla del cocchiere e gli domandano all'orecchio, come in confessione, se vuol far il piacere di fermare un momento. E si capisce che in molte, specialmente della classe alta, deriva da un concetto esagerato della brutalità degli uomini del popolo e del loro mal animo contro i signori la cortesia eccessiva e quasi umile che usan con loro; con la quale cercano d'ammansirli, come cagnacci ringhiosi, per timore di villanie gratuite; ed è altrettanto palese che quelli rispondono malamente, in molti casi, a quella cortesia soverchia, appunto perchè ne intuiscono la cagione, e se ne adontano.

*

Stavo riandando queste osservazioni, fatte per l'addietro, quando salì accanto a me sul tranvai dei Viali, vicino alla Mole Antonelliana, un bel giovanotto di mia conoscenza, una specie di fanciullo erculeo, sano e fresco come un fiore, figliuolo d'un ricco proprietario di case, dilettante di pittura a ore perse, simpatico per un misto originale d'ingenuità e d'arguzia, e compagno di chiacchiere piacevolissimo, perchè conosceva mezza Torino. Seguitai con lui a voce alta il corso dei miei pensieri.

— Ah! — esclamò, — lei fa degli studi sui tranvai. E anch'io. — Aveva fatto egli pure delle osservazioni sull'“erotismo tranviario„, ma s'occupava d'un ordine particolare di fatti: era uno specialista del bel sesso. S'interruppe per guardare una signora seduta dentro; poi mi domandò se mi ricordavo dove quella signora fosse salita. In piazza Vittorio Emanuele, mi pareva. — E scusi — ridomandò — ha osservato che abbia preso il biglietto di coincidenza? — Non l'avevo osservato. Rimase un po' pensieroso; poi disse piano: — L'ha preso di sicuro. È strano. Gira su tutte le linee e prende sempre la coincidenza. Ci dev'essere un perchè: forse per sconcertare i curiosi, o per sviare qualche spia, che sospetta d'aver alle calcagna. — Gli domandai chi fosse. Lo sapeva; ma non lo disse. — È la signora.... delle coincidenze — rispose sorridendo. E mi parlò della sua “specialità„. Egli si divertiva a indagare i misteri amorosi. C'era, per esempio, una signorina di famiglia conosciuta, che saliva sempre sul tranvai con la sua cameriera, ma fingendo di non essere in sua compagnia, e a un dato punto scendevano tutt'e due, e l'una pigliava da una parte, l'altra dall'altra, come se non avessero nulla a che fare fra di loro: c'era lì sotto un segreto, che non aveva ancora potuto scoprire. Ah i tranvai, che agevolezze avevano portato agli amori e che tormenti alle gelosie! Egli sapeva di mariti gelosi che proibivano assolutamente alla moglie di salirvi; che piuttosto di salire con essa sulla piattaforma affollata, quando dentro non c'era più posto, facevano due miglia a piedi sulla neve, e che quando eran costretti a ficcar la loro metà in quella calca d'uomini in piedi, vigilavano le facce circostanti con occhi di basilisco soffrendo delle torture d'inferno. Ne aveva inteso uno, in un salotto, chiamare l'istituzione del tranvai immorale, e definire i carrozzoni veicoli di scandalo, case ambulanti di mala fama. Ma d'altra parte, era un'“istituzione„ assai comoda per il servizio di polizia coniugale. Egli conosceva una signora che cercava gli scontrini negli abiti di suo marito per accertarsi ch'egli fosse veramente andato dove aveva detto, e che spesso, quando egli usciva dicendo: — Vado nel tal sobborgo — usciva essa pure, subito dopo, per pigliare un'altra linea convergente allo stesso punto; per il che accadeva qualche volta che in capo alle due corse, alla barriera di Nizza o di Casale, moglie e marito si ritrovavano di fronte, lei contenta d'averlo riconosciuto sincero, lui arrabbiato d'esser stato seguito; e ne seguìva una scena. — La linea dove avvengono più incontri d'amanti — disse poi —, è quella da piazza Castello alla barriera di Nizza. — Gli domandai perchè. — Non lo so — rispose —, ma è quella. Ne riparleremo. — E mentre stava per scendere, si rattenne per dirmi: — Guardi là, intanto, un quadretto curioso per lei.

Era un quadretto amenissimo, infatti; una famiglia numerosa, raggruppata da un lato del viale, due vecchietti, tre ragazze e due bimbi, che accennavano al cocchiere di fermare agitando tutti insieme nella nebbia una canna, quattro ombrelli e non so quanti fazzoletti, con le braccia in alto, con un movimento regolare e continuo, come un gruppo di naufraghi sopra uno scoglio, che chiedessero soccorso a un bastimento.

— Frequenti la linea della barriera di Nizza — mi ripetè il pittore discendendo; — ci troverà molti documenti.

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Dovetti appunto in quei giorni frequentar quella linea per andar a visitare un vecchio amico malato, che stava sul corso Galileo. E fu un piacere nuovo per me, in quelle mattinate grigie d'inverno, correndo quella lunghissima via diritta, a cui la grande stazione affumicata della ferrovia, i camini delle officine, il via vai fitto dei carri e la folla e la nebbia danno l'aspetto d'una via di Parigi o di Londra, osservare nella rapida corsa come la città via via dirada, rappicinisce e si acqueta fino alla barriera di Nizza, dove par che nelle cose e negli uomini incominci la pace della campagna. In pochi giorni conobbi la linea. Andando verso le dieci vedevo venir giù la vivandiera, il carrozzone consolatore che porta in piazza Emanuele Filiberto la colazione dei fattorini e dei cocchieri, il carico dei canestri sospirati, gli uni per gli scapoli, dati dalla Cucina economica della Società Torinese, gli altri portati alla Società o rimessi man mano al conducente lungo la via e raccomandati come bambini dalle mogli e dalle figliuole, appostate ogni giorno a quell'ora in quei dati punti, come per un convegno amoroso. Ritornando verso mezzogiorno incontravo il tranvai della “corsa degli impiegati„, quello che, partendo da piazza Castello alle undici e mezzo, raccoglie lungo il tragitto tutti i travet che vanno a desinare a casa in borgo San Salvario, sbadigliando a bocca squarciata, con la faccia lunga dalla fame e gli occhi rotanti dall'impazienza. Ritornando invece a notte fatta, trovavo nel carrozzone illuminato delle famigliole borghesi che andavano al teatro, eccitate dall'avvenimento insolito come se venissero a Torino da un'altra città, strette in conversazioni scolarescamente vivaci, come brigate giovanili partenti per un viaggio notturno d'avventure. E tra una corsa e l'altra, osservando i cavalli mentre aspettavo la partenza alla barriera, cominciai a prender simpatia per quelle povere bestie, venute la più parte dall'Ungheria, comprate alle fiere di Lunigo, di Novara e di Padova, alcune ancora belle e vigorose, altre con le gambe davanti già piegate e sformate dagli strapazzi, distinte con ogni specie di strani nomi, trovati dalla fantasia degl'impiegati intinti di lettere, — Sparta, Ovo, Falò, Rabagas, Romanziere, Ministro, Bibi, Colonnello, Episodio, Camelia, Passerotto, Senato, — destinate a passare un giorno dai tranvai alle cittadine, alle carrette, alle macine, ai carri mortuari, ai carrozzoni dei saltimbanchi, per dare poi all'uomo anche la carne e la pelle e le ossa, dopo aver faticato dieci anni al suo servizio e lasciato la vita sotto la sua frusta....

*

Fin dal primo giorno conobbi su quella linea un cocchiere tipico; e do a questa parola il suo vero significato, perchè era un di quelli che in ogni famiglia d'impiegati o d'operai par che condensino in sè tutti i malumori, tutte le stizze, tutti gli spiriti ribelli della famiglia. Era un traccagnotto col capo nelle spalle, con un viso color di terra cotta, che pareva enfiato, con gli ocelli di bragia, la barba di setole, una voce di tuono. Gli muggiva in corpo una tempesta perpetua. Eruttava “accidenti„ smozzicati, di continuo, contro le biciclette che passavano, contro i monelli che spaventavano le bestie, contro i carrettieri che gl'ingombravan la via, contro chi saliva e chi scendeva, contro i cavalli, la frusta, il campanello, il colore del tempo. E quando non sacrava a voce, sacrava con tutti i moti della persona, col modo di frustare, di tirar le redini, di girar la testa e lo sguardo, di stringere il freno e di pestare i piedi; e quando non se la pigliava apertamente con nulla o con nessuno, faceva dei soliloqui stizzosi inintelligibili guardando in alto, come se dei nemici visibili a lui solo lo provocassero, danzandogli davanti per aria, o si sfogava soffiando nel suo fischietto, cacciando dei fischi prolungati, rabbiosi, senza necessità, come se fischiasse la creazione. Da piazza Castello alla barriera non lo vidi un momento rabbonito; pareva che portasse dentro l'ira d'un popolo; non potevo capire come non schiattasse. Pensai che, se aveva moglie, la povera donna doveva aver il paradiso assicurato. Intesi che lo chiamavan Tempesta, e il soprannome gli tornava a pennello. Dei passeggieri se ne lagnavano, brontolando; ma a me fece compassione, perchè un povero diavolo che passava la giornata a quel modo si condannava da sè al più miserando dei supplizi che gli potesse augurare la più vendicativa delle sue vittime; e mi pareva anche da compatirsi perchè per ogni Tempesta cocchiere c'era bene una decina di Tempesta passeggieri, che mettevan la pazienza dei suoi colleghi alla stessa prova a cui egli metteva la nostra.

*

Apparteneva alla famiglia dei Tempesta il grosso signore coi baffi tinti e la caramella all'occhio, che la mattina dopo fece cenno di fermare all'angolo di piazza Carignano e di via Amedeo. Fece cenno in modo che il cocchiere, un perticone dal naso a becco, credè che lo facesse al tranvai di Vanchiglia sopraggiungente, e datagli un'occhiata, tirò via. Quegli si mise a correre accanto al carrozzone, col viso acceso, agitando la canna e gridando ira di Dio, e quando fu sulla piattaforma, ansante, investi il cocchiere. — Che maniere son queste? T'avevo fatto segno dì fermare; non ti faceva comodo, è vero? Queste sono facezie da birichin! — Il cocchiere, risentito, si difese; ne nacque un battibecco; venne innanzi il fattorino, un giovane biondo, dall'aria per bene, che ebbe il torto di pigliar le parti del compagno. L'altro imbestialì, gridò che sarebbe ricorso alla direzione.

— Quando avrà tolto una giornata di pane alla mia famiglia, — rispose il cocchiere, — non avrà ragione per questo. Intanto, non mi deve trattare col tu.

Il signore tinto lo guardò con stupore; parve più punto da quella osservazione che dall'altre parole. — Conosco la regola, — disse bruscamente — si dà del lei al controllore, del voi al fattorino e del tu al cocchiere.

— È una regola rispose l'altro — che riguarda il personale, noi fra di noi, non i passeggieri.

— È quello che saprò dalla direzione, — ribattè il signore, tirando fuori un taccuino per segnarvi il numero del carrozzone.

— Faccia pure.

— Non ho bisogno del suo permesso.

Il fattorino s'interpose da capo con buone parole, e quegli, borbottando, s'acquetò; ma rimase ritto sulla piattaforma nell'atteggiamento d'un nume corrucciato. Dove m'era già apparso quel viso? Non mi ricordavo; ma avevo visto certo molte persone che avevan con quella un'aria di parentela, ne avevo visto in ogni paese, in mille occasioni, leticare con camerieri d'albergo, con giovani di caffè, con commessi di negozio, con fiaccherai e con facchini, anche più vecchi di trent'anni di loro, dando del tu a tutti, con lo stesso piglio di quello, e mostrando con tutti quasi un risentimento d'istinto. Era uno di quei tanti per cui la società pare che si divida in bianchi e in negri, e che non capiscono come in questi ci possa essere qualche cosa di somigliante all'amor proprio; che, trattando coi negri, giudicano naturale e logico di adoperare il Galateo dei bianchi rovesciato; che non adoperano più il bastone, come i loro padri antichi, soltanto per paura dei pugni, ma, per forza d'atavismo, lo alzano ancora qualche volta, e più sovente ne parlano; e che con queste tendenze accordano per lo più le loro idee politiche, abbracciando tutti coloro che parlano di libertà, d'eguaglianza, di diritti degli umili con una sola e vasta designazione: — I baloss. — I mascalzoni.

L'uomo tinto discese sdegnosamente sul corso Vittorio Emanuele; il fattorino biondo lo seguitò un tratto con gli occhi, e poi mise un soffio.

— Cattiva pratica, eh? — gli domandò un passeggiere.

Quegli scrollò il capo. Lo conosceva da anni. Era una calamità di quella linea: vi faceva due corse il giorno; non passava settimana che non l'attaccasse con qualcuno. Una volta aveva fatto una scena perchè il fattorino, prima di dargli il resto, aveva esaminato il suo biglietto da una lira con diffidenza. Era ricorso un'altra volta alla direzione perchè a un suo rimprovero il cocchiere aveva risposto con un sorriso sarcastico. Un altro giorno aveva minacciato di ricorrere perchè lo stracciare gli scontrini, in segno di controllo, sulla faccia dei passeggieri, invece di bucarli con le tanagliette come fanno sulle strade ferrate, era una mancanza di rispetto. E “ricorreva„ infatti. Alla direzione ci dovevano aver già un mucchio di lettere sue. Tutto il “personale„ della Società lo conosceva. Lo chiamavano tintura Migone per via dei baffi. Quando saliva lui sul tranvai, si mettevan tutti sulle difese, preparati a un assalto. Poi soggiunse: — E se fosse il solo!

— Ce n'è dunque molti di quella semenza? — domandò il passeggiere di prima.

Il fattorino lo guardò e diede una forte soffiata nel corno, che fu insieme una risposta a lui e un segnale al tranvai del Valentino, che sopraggiungeva. Poi commentò la suonata. Di prepotenti come quello, pochi; ma di rompiscatole infaticabili, di stuzzichini, di brontoloni meticolosi e noiosi che attaccavano ogni momento una bega, o per gli scontrini troppo piccoli e di carta troppo sottile, o per i vetri che lasciavan passar l'aria, o per le tende delle “giardiniere„ troppo corte, o per il puzzo che mettevan nel carrozzone i cocchieri sedendovi dentro durante le fermate, o per il tavolato fradicio, o per le panche incomode, o per i battenti duri, ce n'era un reggimento. — Bisogna proprio dire — esclamò — che c'è della gran gente che non ha nulla da fare! Ah, non è la vita del Michelaccio la nostra... — Poi, accennando davanti a sè, disse con accento di rassegnazione filosofica: — Però, quando si vedon questi....

Guardai dove accennava e vidi venirci incontro un carrozzone pieno stipato, tutto di giovani. Quelli sulla piattaforma davanti stavan rivolti verso i cavalli, diritti, immobili, impettiti, col mento alzato, in atteggiamenti di statue: eran tutti imberbi e pallidi, con qualcosa di comune nell'espressione del viso, non so che di chiuso e di triste, come se avessero tutti un solo pensiero, come una squadra di condannati. Il carrozzone correva. Vidi dentro di sfuggita due schiere d'altri visi immobili, eretti, con quella medesima espressione indefinibile, quasi di raccoglimento severo, come se tutti fossero assorti nell'audizione d'una musica grave che venisse dall'alto e ciascuno di essi si credesse solo ad udirla. Anche la piattaforma di dietro era affollata di quelle statue viventi, dal viso scialbo e senza sorriso, rigide e mute, e v'eran tra quelli dei ragazzi che avevan la stessa espressione degli adulti, come se appartenessero a una razza non dotata che di una gioventù fisiologica, nella quale la vita dello spirito fosse già una vecchiaia pensierosa. Passarono così rapidamente che non ebbi il tempo di riconoscerli, e mi diede un brivido la voce del fattorino, che disse: — Sono i ciechi dell'Istituto di via Nizza; prendono sempre un carrozzone per loro soli, a prezzo ridotto.

*

Non vidi nessuna di quelle scene amorose che m'aveva preannunziato il giovine pittore: non era buona luna; ma mi toccò su quella linea, proprio l'ultimo giorno, una delle “migliori„ corse possibili; poichè (lo debbono aver tutti osservato) si danno sui tranvai le corse buone, in cui non s'hanno che incontri e impressioni gradevoli, e le cattive, che sono una sequela di piccoli dispiaceri. La buona ventura mi cominciò sulla linea del Martinetto, andando a piazza Castello per pigliarvi il tranvai della barriera. Era il tocco e mezzo, una giornata splendida. Trovai sulla piattaforma Carlin, il fattorino africanista, felice della partenza del colonnello Pittaluga per Assab, donde si diceva che sarebbe entrato nell'Harrar con un corpo di spedizione. Il suo piano di prender gli abissini fra due fuochi stava per attuarsi; egli ne discorreva con una guardia municipale. — Son suonati! — esclamava — son suonati! Cani di negri! Non uno, non uno n'ha da ritornare al suo canile! — Pareva che avesse suggerito lui l'operazione al ministro della guerra: raggiava vittoria dagli occhi. Ma riconobbi che la sua curiosità non si pasceva soltanto, nei giornali, di politica guerresca, poichè, poco dopo, gl'intesi domandar spiegazioni a un passeggiere intorno a quel “professore dell'Austria„ dotato, come dicevano, di due occhi diabolici, che vedevano dentro alle scatole chiuse. Capii dalla risposta che intendeva parlare dei raggi Röntgen e m'accorsi che la spiegazione gli confondeva, invece di chiarirgli le idee: cosa frequentissima, fra dotti e ignoranti, anche in politica. Che un uomo avesse una vista così forte da vedere a traverso il legno, per quanto fosse strano, lo poteva comprendere; ma la spiegazione dei raggi elettrici fece nella sua mente un buio fitto. Rimase un po' sopra pensiero; poi ritornò alla guerra d'Africa, nella quale, almeno, vedeva chiaro.

C'era sulla piattaforma posteriore il cavaliere Bicchierino, che non aveva trovato dentro il suo posto solito, e nell'interno, in fondo, la ragazza di borgo San Donato, poveretta, con una pezzuola verde sopra un occhio. All'angolo di via Siccardi, come sempre, salì il giovane, il suo supposto fidanzato, che la salutò col solito sorriso malinconico, e le sedette di fronte. Il cavaliere, ritto in faccia a me, leggeva la Gazzetta del Popolo: aveva certo la consuetudine di leggerla ogni giorno anche a quell'ora, forse per riparare alle dimenticanze della lettura mattutina, o, più probabilmente, la leggeva mezza la mattina e mezza fra il tocco e le due. Incontrando per un momento il suo sguardo capii che non m'aveva perdonato il mio giudizio offensivo per la via Garibaldi. L'aria era limpidissima: per le imboccature delle venticinque vie laterali il sole metteva altrettanti torrenti luminosi nell'ombra severa della via lunghissima, e da una parte le grandi Alpi bianche e azzurre, dall'altra la facciata classica del Palazzo Madama, con tutte le vetrate fiammeggianti, formavano uno dei prospetti più ammirabili che la natura e l'arte, fronteggiandosi, possan fare ai due capi d'una via cittadina. Essendo salito a un certo punto il primo segretario del Municipio, che è poeta e artista, gli dissi: — Guardi, che bellezza è via Garibaldi! Non par di essere nello stesso tempo a Parigi, a Napoli e ai piedi delle Alpi? — A quelle parole il cavaliere alzò il capo dalla Gazzetta, diede un'occhiata alla strada e alle Alpi, e poi una a me, rapidissima, e dignitosamente benigna, che significava quasi il perdono. Sia ringraziato il cielo, pensai; eccomi aperta la via alla conquista del suo cuore. — La corsa principiava bene.

All'angolo di via Botero un'apparizione straordinaria riscosse tutti i passeggieri. Salì e sedette dentro una coppia matrimoniale: inglesi, parevano; sposi, senza dubbio; ricchi, si vedeva; due dei più belli e poderosi esemplari della razza anglo-sassone ch'io avessi veduti mai, un atleta e un'amazzone, tutt'e due coi capelli d'oro, gli occhi di zaffiro e le guance di rosa, due splendori di gioventù, di forza, d'amore e di fortuna, di quelle creature che la natura sembra aver fatte l'una per l'altra, per mostrare quantunque ella può, e che lasciano per tutto dove passano un fremito d'ammirazione e d'invidia. Tutti gli occhi si fissarono su di loro; perfino Carlin uscì in un'esclamazione ammirativa: — Che bella pariglia! — Ah, quei due poveri fidanzati malaticci di San Donato, con quei panni logorati dalla spazzola, come parevano più poveri e più meschini vicino a quei due grandi e splendidi fiori britannici! N'ebbi un senso di pietà vivo, quasi doloroso, come a veder le vittime d'un atto d'ingiustizia crudele. La ragazza, in special modo, mi colpì. Guardava la signora, che le sedeva accanto e la sorpassava di tutto il capo, voltando il viso in pieno, per vederla con quell'occhio solo che aveva scoperto; la guardava come una creatura tanto al di sopra di lei che non la potesse neanche invidiare, e quel suo occhio dilatato e fisso esprimeva un'ammirazione così ingenua, una simpatia così buona e insieme una così dolce e umile rassegnazione all'inferiorità propria, che in quel momento era bellissimo, bello come una di quelle sante parole che in certe grandi prove della vita ci rivelano a un tratto, in un'anima, un tesoro infinito di bontà e di gentilezza. Osservai tutti i suoi movimenti. Dopo un poco essa fissò lo sguardo, con la stessa espressione benevola, ma meno viva, sul signore, e poi cercò quello del suo amico, e si guardarono tutti e due per qualche momento, e parve che si dicessero: — Come sono belli, come sono fortunati, non è vero? Ma, vedendoli, io mi stringo ancora più fortemente a te, perchè penso ch'essi hanno tanti altri beni ed io ho te soltanto, e che siamo fatti l'uno per l'altro noi due pure. — Quando essa s'alzò per discendere in piazza Castello, ed egli le tese la mano, il suo viso si colorì d'un leggiero rossore; forse perchè pensava che i presenti facessero in quel punto un confronto fra di loro e quegli altri due; e il suo rossore ebbe un riflesso leggerissimo sul viso di lui. Pudore della bruttezza e della povertà, più bello, più rispettabile di quello dell'innocenza.

Nella piazza, fra la gente che aspettava la partenza del tranvai della barriera, mi diede nell'occhio un ometto sbarbato di mezza età, con un viso e un vestito di commediante povero, il quale stava osservando con viva attenzione, e con gli occhi sorridenti, i due cavalli attaccati. Li osservai io pure. Si accarezzavano come due fratelli amorosi: l'uno faceva scorrere il muso sulla criniera dell'altro, ravvicinavan le teste toccandosi con le tempie, si strofinavano, si mettevano a vicenda la bocca accosto all'orecchio, socchiudendo gli occhi, come se si parlassero, come se si confortassero l'un l'altro della dura vita presente con la predizione dei lunghi sonni che avrebbero dormiti nei loro ultimi anni davanti alle porte dei teatri e delle stazioni, sotto la guardia dei fiaccherai sonnolenti. A un tratto l'ometto sbarbato mi rivolse la parola, come a un conoscente, con una vocina d'uccello: — Come si vogliono bene, eh? Effendi e Calice; quattro e cinque anni; sono ancora ragazzi; ma male appaiati: l'uno forte, l'altro debole: non fanno mica un buon servizio insieme. — Un “tranvaiofilo!„ Non m'occorse altro per riconoscerlo. Soggiunse subito dopo: — Gran bella linea questa! — Era un amatore della Società torinese. Riprese infatti il discorso sulla piattaforma, quando si partì, dicendomi i profitti quotidiani e straordinari della linea di Nizza “la regina delle linee„ con quell'accento di compiacenza e d'alterezza con cui sogliono molti poveri diavoli numerare e magnificare le ricchezze dei milionari celebri e farsi quasi suonar nella mente i loro sacchetti, come se dessero in quel modo a sè stessi l'illusione momentanea e il godimento del possesso.

Il tragitto da piazza Castello in là fu amenissimo. Vicino alla piazzetta Lagrange, mentre il tranvai correva, una giovane signorina, graziosamente vestita, che stava aspettando sul marciapiede, prese la corsa, spiccò un salto, e piantato un piede sul montatoio, senz'afferrarsi alla colonnina, restò un momento ritta in quell'atto, come un acrobata che aspetti l'applauso: poi aperse l'uscio ed entrò in mezzo all'ammirazione generale. Il mio vicino soltanto non mostrò alcuna maraviglia. — È una maestra di ciclismo per le signore, — disse, o meglio, gorgheggiò; — vinse anche un premio alle corse, due anni fa. — E inteso ch'era la prima volta ch'io vedevo una signora salir sul tranvai a quel modo: — Lo credo, — rispose, — è ben raro; a Torino non ce n'è che quattro.

La sicurezza con cui fece quell'affermazione, come avrebbe detto: — Non c'è che quattro monumenti equestri, — mi stupì. Egli specificò, contando sulla punta delle dita. — C'è questa, dunque; ce n'è una sulla linea della Crocetta, un'ex cavallerizza del Circo Amato, che prese marito; c'è una serva sulla linea del Valentino, mi pare.... ma quella è una mezza matta; e una fioraia, che sta dalle parti di Porta Palazzo.

Lo guardai con ammirazione: era un uomo prezioso per me. E continuò, dicendo che la più straordinaria era la fioraia, perchè, sebbene ancor giovane, era un pezzo da ottanta, un centinaio di chilogrammi a far poco. Saliva tutti i giorni alla stess'ora, sul tranvai di Ponte Isabella, a una cantonata di via Milano. Parecchi andavano là apposta per vedere il salto, e quando sul carrozzone c'erano dei giovani allegri, gridavano tutti insieme: Hop! Hop! nell'atto che essa pigliava la rincorsa, e poi: — Là! Brava! Bene! — applaudendo, e lei, ch'era una burlona, ringraziava prima di sedersi, col gesto d'una ballerina alla ribalta. — Ah sui tranvai, — concluse, — per chi non ha occupazioni.... è uno spasso.

Mentre egli parlava s'eran seduti dentro, nel mezzo, l'uno di faccia all'altro, un vecchio frate cappuccino, piccolo e secco come una mummia, e un sottotenente degli alpini giovanissimo, che si guardavano a vicenda con molta attenzione, come due esseri strani l'uno per l'altro, che avessero per la prima volta l'occasione di esaminarsi dappresso; e questi e una bella baliona di Viù, che era seduta in fondo, con la sua grande cuffia bianca e il grembiale rosso, imperlata come una madonna, facevano tra l'altra gente uno spicco così vivo e fra di loro un contrasto così forte d'aspetto e di natura, che gli occhi di tutti i passeggeri correvano vivacemente, sorridendo, dall'uno all'altro, come su tre personaggi di commedia che rappresentassero una “situazione„ straordinaria.

Stavo osservando il quadretto, quando il tranvai s'arrestò, l'ometto sbarbato discese, e salì e sedette dentro, con un ragazzino sulle ginocchia, una donna del popolo, dalle forme robuste e dal viso ardito.

Il fattorino le andò a porgere due biglietti. Essa porse due soldi soli. — Deve pagare anche il bimbo, — disse quello, con uno spiccato accento modenese.

— Un bimbo di questa età? — domandò bruscamente la donna.

— Appunto perchè è di quell'età, — rispose il fattorino. — Il regolamento non esclude che i lattanti. Il suo è lattante?

— Cosa vuol dire?

— Se prende il latte.

— Sicuro che lo prende, tutte le mattine appena levato.

— Non mi pigli in giro: voglio dire se prende il latte della mamma, — e accennando col dito alle fonti: — il suo.

— Oh, dico, — rispose la donna risentita, — porti rispetto! — Tutti diedero in una risata; essa girò sui passeggieri un occhio minaccioso.... e poi rise anch'essa, confessando così schiettamente, in quel modo, d'aver finto di offendersi per imbrogliar la questione, che risero tutti un'altra volta.

La compagnia era di buon umore. All'angolo di via Baretti, salì una grossa signora sui cinquanta, rotonda e fresca come un cavolfiore, e tutt'ansimante, con un cappellino che pareva un cespuglio e un vaso di fiori stretto al seno. Entrando, mentre i cavalli ripigliavan la corsa, per andarsi a sedere al posto rimasto vuoto nel mezzo, si voltò troppo presto, perdette l'equilibrio e cadde seduta sopra un ginocchio dell'ufficiale, gettando uno strillo. Fu un momento solo; ma lo spettacolo di quel donnone sfereggiante e ansante, con quel faccione rosso, con quel cespuglio in capo e quel vaso al seno, seduta come una bimba sulle ginocchia di quell'ufficialetto sgomentato, era così stranamente comico che ne schiattò dal ridere la compagnia, e poi l'ufficiale, e finì con ridere essa pure, benchè tutta confusa, mettendosi a sedere sulla panca, con una mano sul viso.

Ma non era finita. Arrivati in piazza San Salvario, fa cenno di fermare una piccola signora bionda, che tiene due bimbi per mano. Il cocchiere ferma. Quella s'avvicina alla piattaforma anteriore e porge uno dei bimbi al fattorino che lo tira su e lo fa entrare: un bel bimbo biondo d'un paio d'anni, sorridente, che è accolto con carezze. Subito dopo entra il secondo, somigliantissimo al primo, vestito tal quale, sorridente anche lui, e ricevuto a festa come l'altro. Pareva che fosse finito; ma non s'eran visti quelli che la signora aveva dietro di sè. Il fattorino ne tira su e ne mette dentro un terzo, una copia un po' ingrandita dei due primi. Allora la compagnia cominciò a esilararsi, a scherzare: — E tre! — È un collegio. — Staremo qui un'ora. — Ne comparve un quarto: fu un coro d'esclamazioni. Comparve ancora una ragazzina sugli otto anni: fu uno scoppio d'allegria. Salì finalmente la signora, il ritratto miniato di tutti e cinque, rosea e serena come loro, e al suo apparire tutti tacquero; ma al vedere che n'aveva in corso di stampa un sesto, tutti si rallegrarono da capo, con un sorriso di simpatia ammirativa e un mormorio rispettoso di congratulazioni; e la gaiezza di tutta quella gente che carezzava i bimbi, e quei cinque visetti biondi che sorridevano tutti insieme, senza saper perchè, eccitati dal sorriso degli altri, e la giocondità amorevole di quella mammina snella e fresca come una ragazza, felice della sua fecondità trionfante, furono per alcuni momenti uno spettacolo delizioso.

L'ultima la godetti io solo. V'erano sulla piattaforma due uomini sulla quarantina, che discorrevano a voce bassa, l'uno in piemontese, l'altro in lombardo. Questo non faceva che esclamare di tratto in tratto: — Ah che loder! Ah che baloss! —; l'altro raccontava in tuono di lagnanza una lunga storia d'un tale, che, essendo suo socio in un affare, aveva prima tentato di soppiantarlo, poi s'era valso del suo nome per riscotere dei crediti comuni, e, rotta l'associazione, oltre al negare con una faccia di bronzo le sur birbonate, aveva ancora preteso da lui dei risarcimenti, minacciandolo d'una lite. E concluse: — Questo ebbe la faccia di farmi, capisci: come si chiamano queste azioni? — A questa domanda, il lombardo si levò la pipa di bocca, e con l'accento più naturale del mondo, senza la minima pretensione apparente di dire un'arguzia, come chi si serve d'un motto già entrato nel patrimonio della lingua comune, rispose pacatamente, dando a me un'occhiata distratta: — Hin azion de comendator.

A un cento passi dalla barriera, mentre i cavalli galoppavano, la maestrina di ciclismo uscì sulla piattaforma, si mise ritta sul montatoio, col viso alto e il velo al vento, e dondolato un poco il piede nel vuoto, discese senza una scossa, come se l'avessero posata in terra due braccia invisibili. Fra i passeggieri che si affacciarono ai finestrini per vederla scendere, vidi il viso del vecchio frate, stupito, che pareva dire: — Ma che razza di donne si fanno adesso!

E così terminò la corsa fortunata, una di quelle rare corse a traverso al mondo, nelle quali i nostri simili non ci si presentano che in aspetti graziosi e lepidi, dandoci quasi una passeggiera illusione che la vita non sia che una commedia piacevole, di cui non si diverta che chi non l'intende o chi è

.... malventuroso, e di piaceri

o incapace o inesperto.

*

Ma, ahimè, che bruschi voltafaccia ci fa la fortuna anche sui tranvai! Trovo fra le note segnato il 9, domenica, come una giornata nefasta. Era un tempo freddo, piovigginoso, grigio, come se piovesse cenere. Il dopo pranzo, appena salito sul tranvai del Corso Vinzaglio, accanto al buon Giors, che la pioggia pareva mettesse di buon umore, mi seguì un piccolo accidente di malaugurio, che dovrebbe servir di ammaestramento ai fumatori spensierati. Addentai il regalo che m'aveva fatto un giornalista spagnuolo passando per Torino, uno di quei principeschi sigari di Cuba, foggiati a punta, che a noialtri poveri italiani fanno l'effetto che fa il pan bianco a chi vive di pan di segala. Alla prima boccata di fumo Giors si voltò, e mise un'esclamazione: — Ah che bel bonbon!... E che buon puzzo! — e cominciò a aspirare i nuvoli, mettendovi il viso dentro, e inarcando la schiena e ridendo dal gusto, come se succhiasse egli pure. Ma non tenendo il sigaro con la mano, per non parer mal pratico della roba fine, a un traballar che fece il tranvai nello svoltare in Via Cernaia, il bonbon mi sguizzò di bocca come una freccia e andò a cader capofitto nella mota. — Ah, malheur! — gridò Giors, con un accento di sincero rammarico, come se fosse saltato via dalle sue labbra; ma, guardatomi in faccia, vedendo che avevo l'aria del corvo della favola a cui casca dal becco il formaggio, diede in una risata di ragazzo. Si ravvide subito, però, osservando il mio riso forzato, e disse in tono grave di compatimento: — Già.... per fumare quei sigari lì.... è meglio prender la “cittadina„. — Ma fu egli stesso così colpito dall'arguzia della sua sentenza che diede in un nuovo scoppio di risa.

— Comincia male, — pensai; — su questa linea m'ha da capitare qualche disgrazia.

E non tardò. Salì all'angolo del Corso Vittorio un ex professore di ginnasio, mio antico conoscente, tutto zazzera e barba, un po' strambo, una di quelle facce rettoriche di vecchi letterati, che par che sian nati con gli occhiali; e mi si piantò davanti sulla piattaforma. Io mi vidi perduto. Era un recitatore spietato dei propri versi, che ammazzava gli amici a colpi di cetra. Questa razza crudele è particolarmente terribile sui tranvai, dove non potete sfuggire al supplizio e siete costretti a ricevere i colpi a bruciapelo, in piena faccia, col naso del carnefice a contatto col vostro. Per mia disgrazia appunto, essendo la piattaforma affollata, m'era impossibile movermi, ero in sua balìa con le braccia e con le gambe legate. Fatta una prefazione brevissima al suo ultimo “parto„, egli m'appuntò contro il petto un indice lungo e nodoso, e incominciò a dire i versi, prima a voce bassa, poi, infervorandosi, forte: — All'uomo! — Non era che un sonetto; ma steso tutto quanto in una forma interrogativa, che pareva stata scelta apposta per metter l'uditore alla berlina. Cominciava: Uom, chi sei tu? e a ogni coppia di versi ritornava questa domanda, alla quale il poeta, pessimista nerissimo, dava una serie di risposte vigorose, l'una più offensiva dell'altra per il re del creato — Uom, chi sei tu? — I passeggieri discosti, che non potevano capire ch'egli mi recitava una poesia, vedendo l'atto e non afferrando che qualche parola, credettero che m'apostrofasse insolentemente, e si voltarono tutti a guardare. E quegli da capo, appuntandomi il dito contro il mento: — Chi sei tu? Con te stesso empio e mendace. — L'attenzione dei passeggieri si fece più viva. — Chi sei tu? — I più vicini sorridevano; ma gli altri sporgevano il viso stupito e inquieto, aspettandosi ch'io alzassi le mani. — Chi sei tu? — E tirò via a darmi dell'insetto, della vana bolla, della larvata iena, un sacco d'ingiurie sanguinose, senza che il rossore che mi saliva alle guance e le smorfie di tormentato ch'io gli facevo sul viso gli destassero il più leggiero sospetto del mio stato d'animo. Il primo verso dell'ultima terzina terminando in stile, presentii con un fremito la botta finale, una patente di viltà solennissima; e tentai di pararla coprendo la sua voce con un colpo di tosse; ma l'aguzzino ripetè il verso. Eravamo in quel punto davanti alla stazione; io avrei dovuto proseguire; ma, vergognandomi di restar là dopo essermi asciugati in silenzio tanti improperi, e anche per disingannar la gente mostrando che s'era buoni amici, discesi con lui nella piazza, dove mi presi nel fianco destro un altro sonetto....

Mezz'ora dopo ritornai dov'ero sceso per prender la linea dei Viali, salii sulla piattaforma d'un carrozzone pien di gente, e mi trovai davanti.... Maledetta giornata! Ecco un altro caso fastidiosissimo, non possibile che sui tranvai: trovarsi faccia a faccia, a contatto, costretti a guardarsi e quasi a confonder gli aliti, con un antico amico, col quale s'è rotta l'amicizia da quindici anni, e che da quindici anni non v'ha più guardato in viso. Se è un nemico che v'odia e che odiate, se n'esce subito: gli voltate bruscamente le spalle, o ve le volta lui. Ma se la rottura non avvenne che per una discussione giovanile stonata, nella quale aveste tutt'e due una parte di torto, e di cui vi pentiste, e supponete ch'egli si sia pentito, se non solo siete certi che l'orgoglio soltanto lo trattenne per tanto tempo dal ritornare a voi, ma sentite che è il sentimento stesso che impedì a voi pure di fare quel passo, quanto è penoso allora l'incontro! Per fortuna, due passeggieri discesero dopo un momento, ed essendosi fatto un po' di spazio, quegli potè adagio adagio, scostandosi un poco, voltarsi dalla parte opposta, senz'aver l'aria di farmi uno sgarbo. Ma fu quasi peggio perchè, non avendo più il suo viso davanti, ebbi libero il pensiero, che prese la via dei ricordi. Egli era là, con la nuca a un palmo dal mio mento; da una contrazione appena visibile della sua guancia capii che doveva essere un po' commosso; gli vedevo per la prima volta molti capelli grigi; mi ricordai delle allegre serate che avevamo passate insieme, dei discorsi pieni di confidenze reciproche, delle lunghe passeggiate fuor di porta che avevo fatto con lui; mi ricordai del riso di buon figliuolo con cui accettava il soprannome di Siapure, che gli avevamo posto, perchè nelle discussioni diceva sia pure a ogni tratto, come un intercalare; mi ricordai che in fondo era un caro amico, un po' troppo pronto, un poco affettato, ma d'indole affettuosa, incapace d'un'azione ignobile; mi rivenne anche in mente che, sette o otto anni addietro, aveva perduto sua madre, morta miseramente, d'una caduta di carrozza, e che per vari mesi dopo l'avevo visto pallido e accasciato; pensai che sarebbe spettato a me di coglier quell'occasione, di toccargli la spalla con la punta delle dita, chiamandolo per nome, e di fargli, al suo voltarsi, un sorriso che fosse un invito, una preghiera.... E mi mancò il coraggio di farlo. E allora, vilmente, riandai col pensiero quella tal discussione, rimasticai le sue parole offensive, attenuai cavillando le mie, m'irrigidii nell'orgoglio, e stetti così, duro e muto, finchè egli discese senza guardarmi, e infilò via San Massimo, sotto alla pioggia. Ma allora rimasi male, pentito, con la coscienza d'essermi portato da anima piccola, e d'aver meritato la chiusa dell'Uom, chi sei tu. — Ah povero mondo! — pensai — Me ne riserba altre, quest'oggi, la carrozza di tutti?

Me ne riserbava ancor una, di fatti, e proprio sulla stessa linea, che presi in Corso San Maurizio per tornare a casa, dopo aver visitato gli apparecchi del carnevale in piazza Vittorio Emanuele. E anche questo fu un caso d'appiccicamento forzato; ma d'indole comica: uno di quei mezzi briachi espansivi che vi s'attaccano come mignatte. Era un operaio sui cinquanta, bassotto, col cappello arrovesciato indietro e un ciuffo di capelli grigi sulla fronte; che pareva si fosse preso tutta la pioggia della giornata, tant'era fradicio da capo a piedi. Stava solo sulla piattaforma, masticando un mozzicone di Virginia, con una faccia che mostrava un gran prurito di chiacchierare. — Appena salii, mi guardò fisso con due occhi lustri, e si rivelò meneghino alle prime sillabe: — Pisson d'on temp! — Con questo fiore di lingua attaccò la conversazione. Aveva fatto una passeggiata fuor di porta (si vedeva) cont on amis, nel quale s'era imbattuto la notte, a la vœuna e mezza, dopo tanti anni che non si vedevano, un compagno d'armi del 1866, che s'era trovato con lui a Rocca d'Anfo, sotto Garibaldi. — Hoo minga bevu tropp — disse, — .... duu gott.... — Era un po' allegro, ne conveniva; ma questo non gli avrebbe impedito d'andar la mattina dopo al lavoro: era lavorante in ferro. Poi disse ex abrupto: Vedaremm, vedaremm, queste prossime elezioni. Cossa el ne pensa lu? — Ma, senz'aspettar la risposta, mi guardò in viso, col capo un po' inclinato da una parte, sorridendo maliziosamente, e, appuntandomi l'indice al petto: — Lu el dev vess de l'oposizion!

Parendomi pericoloso il fargli delle confessioni politiche, mi contentai di sorridere. Egli picchiò il pugno nella mano in atto di trionfo e gridò: — Ah! el disevi mi! Mi conossi la gent da la fisonomia. — Egli aveva dato il suo voto allo Zavattari. — Cossa ne pensa lu del noster Zavattari?

La mia risposta lo soddisfece.

El credi mi! — esclamò. — E del noster Cavallotti, sentimm on poo...? E del noster Imbriani?

Ma le mie risposte, troppo laconiche, non finivano di contentarlo. Me ne fece dell'altre, a cui non risposi più che con cenni del capo. Allora scrollò una spalla, dicendo: — Hoo capii: el vœur minga desbottonass. — E sorrise in atto di compatimento. Poi, tutt'a un tratto, come se gli fosse venuta su un'ondata di vino, mi fissò negli occhi uno sguardo torvo, e voltandosi verso di me con un movimento brusco che gli fece fare un traballone: — Ovèi, disi.... el me credariss forsi on confident de questura?

Caspita! Bisognava rispondere. — Che cosa le passa per la testa? — dissi con gravità. — So bene che uno che s'è battuto con Garibaldi non può far di questi mestieri.

— Ah! — esclamò rasserenandosi. — Ecco una parola giusta! — E provò a ripetersi la mia risposta per gustarla meglio. — Ben ditt!... Ah lu l'è fin! Lu el m'ha daa una risposta che ghe fa onor! — E poi da capo: — Ch'el me disa donca — domandò con un sorriso sarcastico —, cossa el ne pensa lu de Francesco Crispi?

Ma non aspettò la risposta: si voltò verso la strada e, tirando un moccolo, mostrò il pugno all'orizzonte, come se il fantasma del suo nemico sorgesse dietro la collina di Superga. E poi un'altra volta, con un'ostinazione mulesca: — Ma ch'el me disa propri quel ch'el pensa del noster Zavattari?

E continuò così, implacabile, per tutto il tragitto. Salirono altri; speravo che s'attaccasse ad altri. Ma no, egli rimase incollato a me, seguitando a tempestarmi di domande, ora stizzendosi del mio laconismo, ora approvando calorosamente le mie mezze risposte, ora interrogando e rispondendo in vece mia, e lodandomi della risposta che s'era fatta egli stesso. Ma alla fine si dichiarò malcontento. — L'è inutil.... l'è inutil — concluse scrollando il capo, con un sogghigno amaro: — El se vœur propri minga desbottonà.... — E voltatosi ancora una volta a guardarmi prima di discendere, diede in una gran risata, e esclamò: — Ah! che politicon!... Ah che maggia!

Discese, respirai. Ma fatti appena quattro passi, mentre era ancora fermo il tranvai, si voltò indietro: tremai che risalisse; non risalì. Mi ripetè soltanto con un sorriso furbesco, tendendo la mano e tentennando sulle gambe: — E pur.... lu el dev vess de l'oposizion! — Detto questo, se n'andò. Ero libero; ma il divertimento era durato per la bellezza di duemila e quattrocento metri. E così si chiuse per me la nefasta giornata del 9, della quale, rientrato in casa, presi nota con dispetto, maledicendo alla poesia tranviaria, alle amicizie rotte e alla politica brilla, quasi infastidito del mio soggetto....

*

Mi rinfrescarono l'ispirazione tutt'a un tratto le “giardiniere„ che fecero la solita apparizione transitoria negli ultimi giorni di carnevale. Quelle grandi carrozze leggiere e aperte da ogni lato, in cui i passeggieri siedono gli uni dietro gli altri, tutti rivolti da una parte, in modo che, stando ritti sul davanti, un po' di sbieco, s'abbracciano con lo sguardo ventotto visi disposti in sette file, come nella platea d'un teatro minuscolo, presentano un molto più largo e più vario campo all'osservatore che i carrozzoni chiusi. Vi potei far subito delle osservazioni nuove sulla famiglia amenissima degli erotici, che, non potendo più giovarsi della confusione e del serra serra, vi si mostrano più scopertamente. I più arditi, i giovani per lo più, s'appoggiano con impostature eleganti al parapetto anteriore, voltando le spalle ai cavalli, e passano in rassegna il bel sesso della piccola platea volante, come usano di fare, tra un atto e l'altro, dalle sedie chiuse. I più timidi, che sono anche gli osservatori più profondi e i goditori più raffinati, stanno ritti in fondo, di dove non vedono i visi, ma godono di molti altri aspetti della forma femminile, che pare li compensino largamente di quella privazione. Di là, in fatti, possono accarezzare con lo sguardo i colli bianchi, i ciuffetti di capelli agitati dall'aria sulle nuche, i piccoli recessi candidi e rosati intorno alle orecchie, i saldi nodi delle capigliature morbide sporgenti sotto ai cappellini e le lunghe trecce cadenti sulle schiene giovinette; e possono anche osservare a bell'agio i diversi atti graziosi, risoluti o languidi, artificiosi o semplici, con cui le belle persone siedono e si assettano, e misurare con gli occhi le vite snelle e le braccia rotonde, e spingersi pure, senza farsi scorgere, ad osservazioni più delicate sulle passeggiere dell'ultima panca, chinando lo sguardo quasi a piombo sulle linee moventi che s'inarcano dai colli alle cinture e sulle curve ferme che scendono dalle cinture ai ginocchi. Si sale di rado in una giardiniera, in cui non si possa osservare qualcuno di questi osservatori cogitabondi, che col luccichìo delle pupille dicono chiaramente con che cosa si stia trastullando il loro pensiero.

Un bell'originale di questa famiglia conobbi sulla linea dei Viali il dopopranzo della domenica grassa. Stava ritto accanto a me, in fondo alla giardiniera. Era un signore attempatotto, rotondo e roseo, senza un pelo di barba, con una bella capigliatura grigia ondulata che gli scappava di sotto a un piccolo cappello a tuba: tutto vestito di nero e impiccato in un alto solino bianchissimo. L'avrei preso per un pastore evangelico se non avesse mandato intorno un profumo acuto d'essenza di rose. La giardiniera era piena di signore e di signorine. I suoi occhi celesti e vivi scorrevano senza posa su quella folla di cappellini che offriva l'aspetto d'un'aiuola fiorita, accompagnavano per un tratto ogni signora che scendeva, squadravano, avvolgevano, scrutavano ogni signora che saliva, non perdevano uno solo dei movimenti che faceva ciascuna per alzarsi, per voltarsi indietro, per aggiustarsi le vesti, per far posto ad un'altra: pareva che egli pigliasse degli appunti mentali. Ma non v'era ombra di sensualità nel suo sguardo: v'era un'espressione come di compiacenza artistica, un continuo leggerissimo sorriso di godimento puro e tranquillo dell'immaginazione. A un dato momento vidi i suoi occhi dilatarsi fissandosi sulla spalliera mobile dell'ultima panca, alla mia sinistra; guardai: egli aveva colto sul fatto una crestaina, salita poco prima con un giovanotto, la quale, tenendo le braccia ripiegate indietro sopra la cintura, e facendo l'indiana, agitava le dita fra le mani dell'amico, ritto dietro di lei, indianeggiante egli pure; e mi parve che quella scoperta lo rallegrasse, gli destasse un senso di gioia benevola, come quella d'un padre che vede scherzar la figliuola col fidanzato. Un tal colore, se altro non era, egli dava abilmente al suo sentimento. Lo giudicai uno di quei vecchi fortunati, sani di temperamento e di spirito, che dal bel sesso sono ancora attratti, ma non turbati, che ammirano una bella donna come una bella aurora, che davanti allo spettacolo della bellezza e della grazia femminile e degli amori e delle ebbrezze della gioventù, dignitosamente rassegnati alla parte di spettatori, non provano che un senso di dilettazione serena, scevra d'ogni invidia e d'ogni rimpianto. Seguitai un'altra volta il suo sguardo, che si fissò, con un'espressione di maraviglia, all'estremità d'una delle panche del mezzo.... e riconobbi là il profilo purissimo della “vergine morta„; la quale subito, nella mia fantasia, si distese sopra un panno nero, in mezzo a quattro ceri, con gli occhi chiusi e lo braccia in croce, ravvolta in un velo bianco e coronata di fiori.

Era anche questa volta sola, vestita con la semplicità di tutti i giorni, con una rosa bianca sul cappellino; bianca come il suo viso immutabilmente sereno di creatura sovrumana, che non potesse nè arrossire, nè ridere, nè piangere, intangibile ad ogni passione terrena. Il chiodo della curiosità mi si ficcò anche più addentro che la prima volta. Chi poteva essere? Qualcuna delle signore vicine, di tratto in tratto, si voltava a guardarla: pareva che non se n'avvedesse. Ma della sua impassibilità maravigliosa diede una prova anche maggiore. In un momento che s'era fermi, passò lentamente in bicicletta, venendo in direzione opposta alla nostra, dal lato dov'ella sedeva, un bel tenente dei bersaglieri, il quale la fissò, e tirò via. Ma appena si ripartì, quegli tornò indietro e prese ad accompagnare il tranvai, come un aiutante di campo una carrozza reale, col viso rivolto verso la ragazza. Molti s'accorsero della manovra e si misero a guardarli tutti e due. L'ufficiale sorrise, un po' confuso, ma non si scostò; essa non diede il minimo segno nè di compiacenza, nè di suggezione, nè di dispetto, come se sulla bicicletta ci fosse stato un bambino di sei anni: osservava le ruote e il movimento alternato dei pedali col suo sguardo tranquillo e limpido, come se studiasse il meccanismo. Quegli ci fiancheggiò ancora per un po', continuando a guardarla; poi fece forza, passò avanti e disparve; e lei girò sui passeggieri che la guardavano i suoi grandi occhi d'angelo senza sesso, nei quali non era indizio d'alcun pensiero, come se nulla avesse visto e nessuno l'avesse guardata. Ma era veramente un miracolo d'innocenza o d'austerità d'animo, oppure un prodigio di simulazione? Questo sospetto mi fece riflettere. E doveva aver fatto in tutti un'impressione assai viva poichè, quando discese all'angolo di via Gioberti, tutte le teste dei passeggieri, come se un colpo di vento le voltasse, si girarono a guardarla, e vidi che la sua smilza figura di bambina cresciuta in furia, la modestia monacale del suo vestire e la sua andatura stranamente fanciullesca accrebbero in tutti lo stupore, come in me la curiosità. Ma chi poteva mai essere? E avrei fatto la sciocchezza di scendere e d'andare a chiederne informazioni al portinaio della casa dov'entrava, se la mia curiosità non fosse stata attratta in quel punto dal viso d'un bimbo, che stava ritto sopra una delle prime panche, in mezzo a una signora e a una governante, e che mi pareva d'aver visto altre volte.

Mi pareva quello a cui sua madre aveva fatto abbracciare la bambina bionda, sul carrozzone di Giors, l'ultimo giorno di gennaio. Riconobbi infatti la madre ai capelli un po' scomposti e al profilo ardito, mentre si voltava a sinistra, a parlare con una persona che non vedevo. Essendoci un posto vuoto sulla panca dietro la sua, mi ci andai a sedere alla prima fermata, curioso di veder da vicino quella signora originale, a cui avevo ripensato molte volte, ricordando le vampate rosse che le salivano al viso quando s'accalorava e l'aria di suora di carità intrepida che spirava dai suoi grossi occhi neri. Parlava con una ragazzina povera di tredici o quattordici anni, col capo nudo, magrissima, che pareva convalescente, e tossiva. Mi stupì la sua voce robusta, calda, un po' velata, come di chi ha molto gridato; ma assai di più il modo com'essa parlava a quella poverina, alla quale rivolgeva delle domande e pareva facesse delle raccomandazioni, che il rumore del carrozzone non mi lasciava intendere. Era un'espressione del viso, un atteggiamento, un accento di sollecitudine e di cortesia, che rispondevano mirabilmente a un'idea ch'io avevo in capo della maniera da usarsi dai signori coi poveri; nella quale la benevolenza non abbia ombra di curiosità nè di sforzo, e sia delicatamente rattenuta la manifestazione della pietà, e questa non apparisca punto di natura diversa da quella che noi sentiamo per i dolori dei nostri eguali, e la familiarità non si mostri concessa per proposito, ma data per moto spontaneo dell'animo, senza coscienza di darla.

Eravamo a metà del corso Cairoli quando un pezzo d'uomo barbuto, una figura di fattor di campagna arricchito, che dava le spalle alla signora, non mostrando di sè altri connotati che due enormi orecchie vermiglie, accese un sigaro Cavour e si mise a far fumo come un camino.

L'aria mossa portò i nuvoli in viso alla ragazzina, che prese a tossir forte, torcendo il capo e schermendosi con le mani.

La signora stette un po' incerta; poi sporse il capo avanti e, con buon garbo, pregò il fumatore di smettere, accennandogli la ragazza che tossiva.

Quegli voltò il suo faccione rosso, sgraditamente sorpreso, diede un'occhiata alla signora e alla sua protetta, e continuò a fumare.

Alla signora venne su una delle vampate solite e si gonfiò il collo come a una cantante che prepara una nota poderosa. — Signore, — ripetè, meno cortesemente di prima —, abbia la bontà di smettere.... per umanità, non per cortesia.

L'uomo scrollò una spalla e cacciò fuori un altro nuvolo.

— Mettiti al mio posto —, disse allora risolutamente la signora alla ragazza, scattando in piedi, e soggiunse forte: — Che screanzato!

Quegli si voltò in tronco, con gli occhi larghi, dicendo con violenza: — Guardi come parla!

— Parlo come debbo!

L'uomo s'alzò.

— Oh s'alzi pure; sono una donna; ma non ho paura! — E ritta in faccia all'omaccione, mentre il fattorino ed altri s'interponevano, col viso eretto e acceso e l'occhio imperterrito, stringendo a sè con una mano il bimbo piangente e tenendo l'altra sulla spalla della ragazzina impaurita, la piccola e brava signora era bella da baciarla in fronte.

Sopraffatto da un coro di voci ostili, l'uomo si rimise a sedere, bofonchiando, senza levarsi il sigaro di bocca, ma non fumando più; e pochi minuti appresso, arrivando il tranvai allo sbocco di via Bonafous, la signora discese col bimbo e con la governante, dopo aver salutato la sua protetta, e si perdette in mezzo alla folla immensa accalcata intorno ai baracconi e alle giostre di piazza Vittorio Emanuele, donde s'alzava un frastuono infernale di grida e di musiche discordanti.

*

Per tre giorni le giardiniere furono infestate da un esercito di pierrots e di bébés, vestiti a centinaia d'un solo colore, come se li avesse arruolati e mascherati la Prefettura, e ripetenti tutti, dalla mattina alla sera, lo stesso eterno ciao e ti conosco, col medesimo grido in falsetto, acuto e molesto come i loro fiati vinosi e le esalazioni della loro biancheria sospetta e della loro pelle in sudore. Nel piccolo teatro del tranvai, con mio rammarico, si sostituiva alla commedia piacevole di tutti i giorni il veglione chiassoso, dove non potevo più osservare che la caricatura buffonesca della vita. Di mala voglia, il dopo pranzo del martedì grasso, feci una corsa da piazza Statuto alla Gran Madre di Dio. Erano giunte dall'Africa le brutte notizie dei combattimenti di Seeta e di Alequà coi ribelli. Intorno a me, fra i passeggieri, si commentavano i fatti, e alle parole tristi che si scambiavano intorno alla strage, alle sevizie usate ai feriti, alla morte dei tenenti Negretti e Caputo e dell'ufficiale arso vivo, e ai pronostici che si facevano di altri casi più funesti, si mescolavano le note festose delle trombette e dei corni, gli strilli e i canti delle maschere che passavano e i lazzi e le risa di quelle del tranvai; e in mezzo a quella baldoria mi parevano più miserande e più terribili le immagini di quelle povere vittime lontane della guerra maledetta. Ah, che cosa sono i lutti nazionali quando cadono nei giorni destinati dal Calendario alla gozzoviglia e al baccano!

Per un tratto di strada mi stette seduto accanto un uomo maturo, il quale non aveva altra maschera che un gran naso orizzontale, e con quel becco di cicogna sul viso, come se lo portasse per obbligo, leggeva con gran serietà la Gazzetta del Popolo; poi un operaio alticcio e mezzo assonnito, che, dimenticando d'essersi annerita la faccia con sughero bruciato per divertir sè ed il pubblico, discorreva con accento lamentevole di certi suoi dispiaceri di famiglia a un amico addormentato. A metà di via Po, una graziosa mascherina verde, scendendo dal carrozzone mi diede un lattone sul cappello e mi disse nell'orecchio: — Abbasso il socialismo! —; ma non me n'offesi perchè, agli occhi e ai modi, non mi parve, per quanto riguardava la sua persona, una troppo fiera nemica della proprietà collettiva. Al posto di lei salì poco dopo una vecchia signora, di capelli bianchissimi, d'aspetto dignitoso e buono, che serbava ancora i segni d'una bellezza gentile, e sulla panca davanti un giovanotto in maschera di pulcinella, con gli occhi accesi dalle libazioni, che stringeva un sacchetto di confetti con due mani rudi d'operaio. Ed ebbi allora un esempio di quanto valga la gentilezza più dello sdegno a imporre rispetto anche a un animo volgare. Colpito da quella bella canizie signorile, il giovane s'appoggiò alla spalliera della panca, proprio in faccia alla signora, sorridendole con familiarità impertinente, con l'intenzione manifesta di dirle qualche facezia grossolana. Cominciò con la formola solita: — Ah, ti conosco.... t'ho conosciuta quand'eri giovane.... cerca un po' di ricordarti.... — Una risposta secca avrebbe provocato un'insolenza. La signora rispose invece dolcemente, scrollando il capo: — Tu sbagli, povero figliuolo; quand'io ero giovane tu non eri ancora nato....

La pacatezza, la grazia sorridente, velata d'una certa mestizia, e l'accento di benevolenza quasi materna con cui ella disse queste parole, tanto diverse da quelle ch'egli s'aspettava, fecero rimanere il giovane come interdetto. Sorrise, scotendo il capo; volle ribattere, ma non osò, e per uscirne tuffò la mano nel sacchetto e porse alla signora due caramelle, che essa accettò; poi si mise a sedere, e non disse più nulla.

Il tranvai, come un barcone scendente da un fiume in un lago, entrò dentro alla folla enorme di piazza Vittorio Emanuele; e in mezzo a quella moltitudine bamboleggiante attorno alle grandi giostre scintillanti d'oro e di specchi, ai baracconi imbandierati, ai pagliacci urlanti, ai fantocci mostruosi, dinanzi allo spettacolo di tutta quella gente d'ogni condizione e d'ogni età che girava sui cavalli di legno, sulle barche, sui velocipedi, sulle altalene e accorreva agli squilli di tromba dei ciarlatani chiamanti a raccolta l'imbecillaggine umana, la persona più seria, l'unico che paresse un uomo, che mostrasse d'aver ancora un cervello nel cranio era il povero cocchiere, un gobbetto di pelo rosso, che, rattenendo i cavalli, s'affannava a fischiare, a gridare: — Attenti! — a rimovere dalle rotaie i rimbambiti, molti dei quali gli rivolgevano delle ingiurie, offesi dalla superiorità di giudizio ch'ei mostrava d'aver sopra di loro. Che respiro tirò il pover'uomo quando si trovò all'aperto sul ponte di Po, fuor del pericolo di storpiar senza colpa il suo prossimo e della necessità d'aver cervello per mille! Tirò fuori il fazzoletto turchino e s'asciugò la fronte grondante di sudore, e quando si arrivò in faccia alla Gran Madre di Dio, staccati appena e riattaccati i cavalli, afferrò il suo canestro, sedette sul predellino, e si mise a ingozzare in furia una povera minestra fredda di riso e fagioli. Io stetti osservandolo, aspettando che il tranvai ripartisse. Poteva aver trentacinque anni; doveva esser un contadino, perchè portava due cerchietti dorati alle orecchie, e all'udire il suo accento vercellese, pensai che fosse uno di quei lavoratori delle risaie, che i loro colleghi del tranvai chiamano burlescamente mangiarane, dicendo che la vita dura del cocchiere è una delizia per essi, appetto a quella d'inferno che menavano prima. Vedendo che l'osservavo, mi raccontò a parole rotte, masticando, la storia della sua colazione; la quale era in ritardo di quattr'ore, poichè quella mattina, essendo egli stato mandato all'improvviso dalla linea dei Viali a quella del Martinetto a supplire un assente, il canestro, che gli aveva portato sua moglie, s'era sviato. e passando di tranvai in tranvai, aveva girato per le linee dalle dieci alle due, prima di raggiungerlo. E il povero gobbetto, digiuno dall'alba, mentre mangiava a precipizio, si voltava a ogni boccone a guardar se l'altro tranvai arrivasse, già affannato dal pensiero della folla che avrebbe dovuto riattraversare, spolmonandosi a fischiare e a urlare, in piazza Vittorio Emanuele, in via Po, in via Garibaldi, fino al capo opposto di Torino.... — Ah il carnevale — esclamò — per noi altri!... Se conoscessi chi l'ha inventato! — E fece l'atto di scaraventare il canestro in faccia a qualcuno.

Ripartii con lui; si ruppe un'altra volta l'onda umana della gran piazza, in mezzo a un frastuono diabolico, e anche prima d'arrivare in via Po, il tranvai era stracarico. V'era una mescolanza di cappellini fioriti, di chepì, di tube, di capigliature arruffate, di berrettine rosse e di cappelli a pan di zucchero e di cappucci di maschere, un pigia pigia di gente con l'argento vivo addosso, che lanciavano risa e grida, come scoppi di razzi e di petardi, agli alti tranvai che passavano; dai quali rispondevano altre bocche spalancate e braccia fendenti l'aria, come da tanti gabbioni di matti. A ogni tratto la giardiniera si fermava, e molti scendevano, molti salivano, disputandosi il posto, cadendo seduti e rialzandosi, strofinandosi a vicenda per tutti i versi e scambiandosi urtoni, complimenti e pizzicotti, con un cicaleccio e un vocìo che assordava. In piazza Castello mi si venne a piantar davanti, sulla piattaforma posteriore, un mascherone colossale, insaccato in un dominaccio nero che gli dava l'aspetto d'un fratello della Misericordia, e costui e altri due mascherotti vinolenti, quando furono in via Garibaldi, cominciarono a tormentare una donna, che le loro schiene mi nascondevano, tempestandola di domande buffe, e chiamandola mare e nona, per canzonatura.

— O mare, come ve lo siete goduto il martedì grasso?

— Guarda che po' di sacco di confetti che ha vuotato!

— O una giratina sulla giostra a barche l'avete data?

— L'ho trovata io in un Gabinetto riservato agli adulti!

— L'ho vista in maglia nel Padiglione orientale!

Non udii alcuna risposta. Un minuto dopo, i tre buffoni saltarono giù, e io riconobbi all'estremità dell'ultima panca la vecchietta di Pozzo di Strada, che doveva esser salita, come sempre, all'angolo dì via XX Settembre. Aveva il fazzoletto in capo, il suo sacco vuoto sulle ginocchia, il suo solito atteggiamento umile e raccolto. Non mostrava alcun risentimento delle beffe, come se non le avesse neppure intese: guardava con lo sguardo attonito d'un bimbo le ragazze mascherate che passavano in bicicletta, i drappelli di maschere che sfilavano accanto al tranvai pestando i tacchi e ripetendo tutte in coro lo stesso grido come branchi di capre, la doppia processione nera che andava e veniva sui marciapiedi; ma pareva che non vedesse nulla. Vide però la chiesa dei Santi Martiri, quando vi si passò davanti, e si fece il segno della croce. Quel pensiero fisso, che già le avevo visto nel viso, pareva che si fosse fatto più profondo e più inquieto; più sovente essa socchiudeva gli occhi e chinava il mento sul petto e poi si riscoteva come da un breve sogno angoscioso, e m'appariva più piccola, più risecchita, più meschina, come se dall'ultima volta che l'avevo veduta non avesse più dormito e fosse diventata più povera. Che cos'aveva? Non immaginavo alcuna causa determinata del suo dolore; ma sentivo così in confuso che la cognizione di quella causa era celata in qualche parte della mia mente, e che quando l'avessi saputa mi sarei maravigliato di non averla scoperta io medesimo. Si segnò di nuovo quando passammo davanti alla chiesa di San Dalmazzo, chiuse gli occhi ancora una volta quando si sboccò in piazza Statuto, e più su, vicino al monumento del Fréjus, quando io discesi a destra per andare a casa, essa discese a sinistra verso lo stradone di Rivoli. La vidi allontanarsi col suo sacco vuoto sotto il braccio, a passi lenti e uguali, curva sotto il suo dolore misterioso, come sotto un giogo invisibile, solitaria in mezzo alla vasta piazza già oscura, piccola, compassionevole come una formica smarrita. E con quel povero punto nero che si perdette nell'orrizzonte silenzioso della campagna svanirono per me tutti gli splendori e tutti gli strepiti del carnevale.

*

La ritrovai pochi giorni dopo sulla stessa linea, alla prima corsa della mattina, e cercai subito un modo d'interrogarla, per scoprire il suo segreto; ma mi distrasse da lei un nuovo spettacolo, un corso d'osservazioni nuove sul singolare aspetto in cui si presenta all'occhio del passeggiere dei tranvai la battaglia elettorale. Ferveva già l'agitazione per quelle tanto aspettate elezioni amministrative, che dovevan decidere finalmente della prevalenza del partito cattolico o del partito liberale. I muri erano tappezzati di manifesti d'ogni forma e colore che s'alzavano superbamente fino ai terrazzini e scendevano umilmente fin sui marciapiedi, come per attaccarsi alle gambe dei signori e per leccare le scarpe ai poveri. Su tutte le linee si correva per lunghi tratti in mezzo a un coro visibile di esortazioni, di promesse, di accuse, di preghiere, di minacce, fra cui sonavano più alto, come note acute, centinaia di nomi noti ed ignoti, aristocratici, borghesi, plebei, quasi gridati dai muri, come da una folla, con mille diverse intonazioni allegre e solenni, imperiose e supplichevoli; alle quali pareva che il carrozzone sfuggisse, fischiando e scampanellando per dir di no, che non ci credeva, e che aveva altre cure per la testa. A ogni fermata, tutte quelle voci si facevan sentire più forti e più chiare, e poi si confondevano da capo in un mormorìo sordo e lontano, in cui non si raccapezzava più nè programmi nè nomi. Dentro al tranvai, peraltro, sorgevano dispute concitate, delle quali non m'arrivava all'orecchio che qualche parola, come baloss, ciarlatan, è tempo di finirla, la vedremo, e cose simili; e c'eran dei signori che, senza disputare, aprivano l'uno in faccia all'altro, in atto ostile, l'Italia reale e la Gazzetta del Popolo, altri che facevan pacatamente discussioni tutte aritmetiche, in cui ritornavano a ogni tratto i cinque mila, i sette mila, i dieci mila, come nei discorsi di guerra, e altri parecchi che, tendendo un orecchio a quei discorsi, guardavan la fuga dei manifesti sui muri con un sorriso canzonatorio continuo, come gente che si spassasse a un modo dei neri, dei rossi e dei tricolori. Sugli altri tranvai che passavano, intanto, vedevo dei giovani di mia conoscenza, che tenevan sotto il braccio dei pacchi di stampati, con l'aria di gente affaccendata, che corresse fin dalla prima mattina e dovesse correre fino alla sera, stimolata a un tempo da un obbligo e da una passione: servitori volontari e conscienti d'un'idea. E fu appunto uno di questi fattorini apostolici che mi fece fare la prima scoperta riguardo a uno dei miei compagni misteriosi di viaggio.

Ero sul tranvai del Martinetto, una mattina di nebbia, accanto al cavaliere Bicchierino, che leggeva la sua solita Gazzetta, in piedi. Salì sulla piattaforma un falegname mio conoscente, con un gran cappello alla calabrese e una giacchetta spelata di velluto color cacao, che gli vedevo addosso da cinque o sei anni, e un grosso pacco di stampe sotto il braccio. Era un originale curiosissimo d'indole come d'aspetto, che, a vederlo serio, con quel barbone rossastro e ispido, con quelle folte sopracciglia irsute e quel collo taurino, pareva un uomo terribile, e quando rideva, il più gran bonaccione di questo mondo, benchè avesse una voce di cannone Krupp. Era un filosofo, il quale esprimeva tutti i suoi pensieri in forma di sentenza, e ne notava una gran parte in un taccuino, che portava sempre con sè, spaziando di preferenza nel campo della morale, dei costumi, della rigenerazione della donna e dell'educazione dei fanciulli. Non un pensatore astratto, peraltro; ma “un propagandista individuale„ appassionato, un ragionatore infaticabile, capace di “lavorare„ un amico renitente per un anno di seguito, tutti i giorni, con la tenacia d'un missionario; e buon lavoratore con questo, sobrio per istinto e per proposito, tanto da privarsi del vino e del tabacco per dare il suo obolo alla causa e per comperare opuscoli, giornali e anche ritratti e calendari socialisti, di cui tappezzava le pareti della sua camera. Buono e semplice, in fondo, e arguto: canzonatore benevolo della borghesia; rallegrato da una sua idea fissa, che era di turbare i sonni al Prefetto, di esser vigilato continuamente dalle Autorità, delle quali soleva parlare con un tono comicissimo di compatimento, come se ogni giorno sventasse qualche loro trama e facesse loro qualche bel tiro; e prendeva in fatti per ogni suo atto più innocente ogni specie di precauzioni sopraffini e superflue, sorridendo maliziosamente nella sua grossa barba.

Appena salito, prese a discorrere con me, a bassa voce, ma con viva soddisfazione, del movimento elettorale, che s'avviava bene. Gli scappò una sola frase a voce alta: — Torino si scuote. — Il cavaliere Bicchierino la sentì, e, alzati gli occhi dalla Gazzetta, lo guardò un momento con un'espressione di grande stupore. Egli continuò a discorrere; altri salirono. A un certo punto, guardandomi intorno, vidi dall'altro lato della piattaforma gli occhiali e il pizzo grigio di quel tal mio nemico misterioso, che quando mi vedeva da una parte del tranvai saliva dall'altra. Egli guardava me e il mio conlocutore con due occhi così dilatati e sporgenti, tirando rapidamente fra l'uno e l'altro dei tratti di congiunzione così vigorosi, e con un'espressione di sdegno così viva, che la verità mi si scoperse come al chiarore d'un lampo. Era il socialista ch'egli odiava! E mi balenò nello stesso punto un vago sospetto che fosse lui l'autore d'una lettera anonima che avevo ricevuto il giorno dopo dell'assassinio del povero Carnot, intestata col vocativo: — degno amico di Caserio....

Ed io che avevo fatto il disegno di conquistarlo! Indovinata la causa dell'orrore che gli destavo, non c'era proprio da far altro che un atto di mesta rassegnazione. Ma, insomma, il mistero era svelato; avevo fatto nel mio piccolo mondo del tranvai la prima scoperta importante; e poi.... chi sa mai! Intanto gli affibbiai nelle mie note il nome di Guyot, il mangia-socialisti francese, per mio comodo.

CAPITOLO TERZO.

Marzo.

Per molta gente, che esce poco di casa e che per pigrizia o per età o per incomodi non si serve più delle gambe, il tranvai è diventato il solo mezzo di comunicazione col mondo, l'ultimo ponte mobile che li unisce ancora alla città in cui vivono solitari. Costoro fanno sul tranvai le loro passeggiate igieniche di “andata e ritorno„ o “il giro di circonvallazione„ come lo chiamano, per pigliare una boccata d'aria; sul tranvai cercano i piaceri della conversazione, fanno nuove conoscenze, raccolgono notizie, rivedono qualche volta gli amici, e quando rincasano, non parlano che della gente e dei piccoli casi veduti nelle loro corse, come se per essi non ci fosse più altra società fuori di quella che corre dalle sette e mezzo della mattina alle dieci della sera sulla gran rete di ferro della Società belga e della Società torinese. Posso dire d'aver fatto parte di questa famiglia per tutto il tempo che impiegai a mettere insieme il mio libro. Anche stando in casa, cercavo il più sovente col pensiero le persone che solevo trovare sui tranvai, a ogni passaggio di carrozzone sotto le mie finestre mi balzavano davanti le loro immagini, e ogni mia curiosità, quand'uscivo, si volgeva a chi avrei incontrato, a che sarebbe accaduto, a che avrei scoperto quel giorno nelle mie scarrozzate. Il tranvai era diventato per me quello che è per certi vecchi pensionati il caffè, dov'essi vanno a interrogare l'opinione pubblica intorno agli avvenimenti del giorno. E la mattina del due di marzo, riavutomi appena dallo sgomento delle prime notizie d'Abba Garima, corsi al mio caffè ambulante per osservarvi gli effetti dell'avvenimento terribile.

Capitai nel carrozzone di Carlin, sulla linea del Martinetto. C'eran seduti dentro sei o sette signori accigliati, tutti col giornale in mano, che non si guardavano, come se ciascuno avesse temuto di legger sul viso degli altri qualche notizia peggiore di quelle che aveva lette stampate; e mostravan tutti, oltre al dolore, un'amarezza sdegnosa, un'irritazione sorda, che mi pareva il rimorso e la vergogna della credulità stupida, degli entusiasmi bamboleschi con cui s'erano prestati per tanto tempo all'enorme inganno sanguinoso, dal quale uscivan bruscamente quella mattina, come da un sogno di briachi. Tutti tacevano: il carrozzone pareva un gabinetto di lettura d'ipocondriaci. Il solo Carlin era agitato. Quando venne da me sulla piattaforma, con la sua faccia zanardelliana più secca del solito, strappò lo scontrino dal libretto con un gesto nervoso, dicendo: — Inzipiensa! Inzipiensa! —; una parola imparata dai giornali, senza dubbio. — Cosa s'ha da dire d'un assortimento compagno? — Finalmente appariva chiara, pur troppo, la bestialità commessa, di non aver preso il nemico tra due fuochi, quando s'era ancora in tempo! Ma cercava di consolarsi, affermando (di scienza propria, poichè notizie al proposito non n'erano ancora arrivate) che le nostre artiglierie avevano fatto una strage inaudita; e poi aveva gran fiducia nel maggior Prestinari, e aspettava miracoli dal Baldissera, che avrebbe “spazzato tutto„. Invitto Carlin! Tutta la sua lunga persona spolpata fremeva guerra e vendetta. Egli voleva mandar laggiù cento mila uomini, duecento mila, quattrocento mila, e fino all'ultimo cannone dei nostri arsenali, pur di aver con quella canaglia di negri l'ultima parola. E dicendo questo continuava a staccar gli scontrini vigorosamente, come se ad ogni strappo avesse portato via un brandello della pelle del Negus.

Per alcuni giorni non ebbi altro oggetto d'osservazione che lui. Scopersi che non era soltanto un africanista ardente e un curioso della scienza; ma un osservatore dei suoi simili. Essendo in servizio da molti anni, conosceva su tutte le linee un gran numero di persone, di cui sapeva a che ora e dove salivano e a che punto scendevano, e sulla condizione e sugli affari loro, ignorando chi fossero, almanaccava con la fantasia, osservandoli con occhio scrutatore. E si capiva che quel continuo salire e scendere di gente conosciuta e sconosciuta e quei mille frammenti di discorsi che raccattava lungo il giorno lo divertivano. Un giorno me lo disse: — Se si guadagnasse un po' di più e si faticasse un po' meno, questa professione sarebbe di mio gusto. — Era uno di quegli uomini d'immaginazione viva e curiosa, pei quali lo spettacolo del mondo è un godimento. A ogni discorso che sentisse, su qualunque argomento, di persone che gli paressero colte, tendeva l'orecchio e l'arco dell'intelligenza; raccoglieva frasi, bocconi di notizie e mezze idee; le rimasticava in silenzio, e poi le smaltiva storpiate, impasticciate, trasformate nei modi più strani ai colleghi e ai passeggieri di condizione umile, mostrando di sapere assai più di quanto diceva, come un uomo che vivesse in una sfera intellettuale superiore al proprio stato. Sempre serio, con la fronte corrugata; soltanto quando entrava nel carrozzone qualche donna equivoca vistosamente elegante, socchiudeva un occhio e sporgeva le labbra in modo lepidissimo, dandosi l'aria d'un conoscitor fine e profondo del genere. Per attaccar discorso buttava là una parola, come un amo nell'acqua, non rivolgendosi direttamente ad alcuno, e se un passeggiere mordeva, egli scioglieva la lingua, se no, non aggiungeva altro, aspettando miglior occasione; oppure cercava un'entratura nominando a bassa voce le persone che salivano. — Quello lì è il segretario capo del municipio, quello che fa tutto: gran testa. — Quella è la signora Valdata, la prima donna del teatro piemontese, che sale ogni domenica a quest'ora, per andare al Rossini, alla recita diurna. — Questo è il cavalier Benotti, veterano del quarantotto, che va al caffè Londra.... col cane.

Era questi uno dei frequentatori della linea; l'avevo visto salir molte volte al numero 43 dì via Garibaldi; portava sempre all'occhiello il nastrino della medaglia commemorativa. Aveva settant'otto anni, e coglieva tutte le occasioni per far sapere la sua età, di cui era altero. Quando saliva, si scusava della lentezza, dicendo: — A settantott'anni non si può esser lesti.... — Quando i vicini sorridevano dell'atto con cui afferrava a due mani la colonnina a un sobbalzo del carrozzone, sorrideva egli pure e diceva: — Eh, non si scherza mica; son settantotto suonati.... — Era un vecchietto pulito e cortese, al quale un principio di rimbambimento dava un aspetto di grande bontà; sorridente a tutti, in specie ai bambini, a cui carezzava la guancia con la punta d'un dito, quando si trovavano col viso davanti al suo, stando in braccio alla mamma; espansivo, bisognoso tanto di discorrere, che qualche volta parlava da sè, scotendo il capo in atto d'approvazione continua. Era curvo; ma si drizzava di tratto in tratto, come se gli scattasse dentro una molla, alzando la fronte e guardando fieramente davanti a sè, riscosso forse all'improvviso da qualche ricordo delle antiche battaglie; per pochi momenti, però; poi ricascava nell'atteggiamento solito, come se la molla si spezzasse, e rifaceva il viso ilare e ossequioso. Aveva un piccolo cane che chiamava Ciuchetto, un volpino giallognolo con la coda arricciata, il quale accompagnava continuamente il tranvai, trottando accanto alla piattaforma e alzando ogni momento il muso a guardarlo; ed egli guardava lui, per lunghi tratti, sorridendogli amorevolmente, e lo cercava con occhio inquieto, voltandosi a destra e a sinistra, ogni volta che il passaggio d'una carrozza o d'un carro glielo nascondeva. E si capiva che quel cane era per lui un amico, una consolazione della vita, la sola compagnia ch'egli avesse durante le lunghe giornate in cui il cattivo tempo o gl'incomodi dell'età lo tenevano rinchiuso in casa. Era anche un po' sordo il vecchietto; ma tanto più cortese per questo, che acconsentiva spesso col capo, sorridendo, a persone che non parlavano con lui, e prolungava l'atto approvatorio anche quando non parlavano più, con un'aria d'attenzione profonda. E fu appunto uno di questi casi, di cui altri risero, che mi fece scrivere il suo nome, per impulso di simpatia, nell'elenco dei miei personaggi....

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Il marzo, peraltro, non s'annunziava bene; pareva che il disastro d'Abba Garima avesse disperso tutti i miei conoscenti; passavano i giorni, e su nessuna delle tre linee ch'ero solito di percorrere, anche percorrendole in ore insolite, non m'imbattevo più in alcuno di loro, nè mi si offrivano altre persone o casi che mettesse conto di registrare. Ahimè, mancava la materia! E mi prese un dubbio triste: d'aver fondato il mio edifizio sopra un'illusione; che la realtà non bastasse a sorreggerlo; che senza lavorar di mio, ossia, senza fabbricarlo diversamente affatto da come l'avevo immaginato, non lo avrei potuto compiere; e di giorno in giorno volgendosi il dubbio in certezza, stavo per rinunciare un'altra volta, tristemente scoraggiato, al mio proposito....

Furono quei due benedetti amanti di borgo San Donato che mi fecero riprendere la penna. Li trovai una mattina alla prima corsa sul tranvai del Martinetto, salendo in piazza Statuto. Era la prima volta che vedevo la ragazza venir dal sobborgo con lui, solito di salire all'angolo di via Siccardi. Stavan seduti l'uno accanto all'altro, vicino all'uscio anteriore. Al primo sguardo vidi un mutamento in tutti e due; in lei più notevole. Aveva un cappellino nuovo, un vestito che non le avevo mai visto, e non so che di più sereno nel viso, di più dolce negli occhi, un atteggiamento come di dignità nuova, un'espressione vaga quasi di appagamento della coscienza. Tutt'e due parlavan più liberamente, si sorridevano più spesso, con un'aria di sicurezza, che per l'addietro non mostravano. Avrei dovuto capir subito; ma non capii che dopo qualche minuto d'osservazione. S'erano sposati. Non c'era dubbio. Guardai la mano destra di lei: ci vidi l'anello. Ebbene.... n'ebbi un vivo piacere. Poveri ragazzi! Eran dunque contenti. Chi sa con quante privazioni avevano raccolto a soldo a soldo quel po' di fondo per metter su il loro quartierino in via San Donato! Poichè era certo che stavano lì e che dovevano avere una sola camera, con una nicchia di cucina, se pur non serviva di cucina il caminetto. Guardandoli, vedevo quella camera al terzo piano, mobiliata appena dello stretto necessario, con un vaso di fiori alla finestra, con un piccolo lume a petrolio sopra un piccolo tavolo, dove essa cuciva la sera, e lui, forse, faceva qualche lavoro straordinario di copiatura, dopo aver cenato con un po' d'insalata; e immaginavo la loro vita, nella quale eran contati i minuti e i centesimi, dette ogni giorno, in quei dati momenti, quelle medesime parole, letto per dei mesi uno stesso libro, una pagina per volta, vagheggiata per due settimane una serata in seconda galleria al teatro Alfieri; e in quella vita povera e oscura indovinavo un pensiero comune, l'aspettazione d'un essere desiderato, allietata dalla speranza d'una grazia della natura, d'un essere diverso da loro, florido e bello, che avrebbe portato fra quelle quattro povere pareti luce, allegrezza, alterezza, coraggio. Sì, certo, quel tenue chiarore che traspariva dal viso di quella donnina di nulla, consapevole della propria bruttezza e rassegnata al posto umilissimo che le aveva dato il destino nel mondo, era quella speranza, l'intimo albore della maternità, già biancheggiante nell'anima, prima che l'astro esistesse; il piccolo essere, forse non ancora concepito che nel pensiero, era già amato e accarezzato; essa vedeva già la forma indefinita, qualche cosa di bianco e di roseo, movere per la piccola camera, agitarsi accanto a lei nel tranvai, drizzarsi sulle ginocchia del giovane che le sedeva di fronte. Come al solito, essa s'alzò per discendere in piazza Castello: continuava dunque a andare al lavoro. Povera donnina! Nell'alzarsi fece un atto insolitamente vivace, e quanta grazia si poteva mostrare in quel piccolo corpo così poco femmineo vi si mostrò in quell'atto, che era tutto per il suo sposo, si capiva. Quando fu a terra, aspettando che il tranvai passasse, gli fece un saluto con la mano, sorridendo. Era la prima volta che faceva così: un saluto di moglie a marito. Fu per me come un annunzio indiretto di matrimonio.

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E subito, il giorno dopo, come se con quei due mi si fosse aperto un buon periodo, scopersi un'altra coppia, della quale era destinato che mi dovessi occupare curiosamente per tutto il corso dell'anno. Erano le quattro dopo mezzogiorno, quando salì sul tranvai della linea Vinzaglio, in via Garibaldi, una signora sui trent'anni, bruna e bellina, vestita con garbo, un po' timida, con due occhi chiarissimi e un bocchino di bimba; la quale, appena seduta dentro, in un angolo, girò sui presenti uno sguardo rapido, con una leggera espressione d'inquietudine, che immediatamente disparve. Era una di quelle figure di cui si suol dire al primo vederle: — Ecco una donna onesta. — Aveva un cappellino nero guernito di mazzetti di viole, che tornavano mirabilmente al suo visetto bianco e modesto di fanciulla. Dopo quella prima occhiata non guardò più nessuno, e parve che si raccogliesse nell'osservazione delle scarpette d'un bambino che teneva sulle ginocchia una donna seduta dall'altra parte. Quando il tranvai arrivò allo sbocco di via Roma in piazza Castello, dove s'aggruppano i giovani eleganti per veder sfilare le passeggiatrici dei portici, salì senza far fermare un bel capitano di fanteria, alto e snello, con un berretto nuovo fiammante e i guanti bianchi freschissimi, entrò e sedette dì fronte a lei. Si guardarono di sfuggita, e poi voltarono tutt'e due il capo dalle parti opposte, l'uno verso il marciapiede di destra, l'altra verso quello di sinistra. Che imprudenza! Se si fossero salutati e messi a discorrere, non avrebbero forse destato alcun sospetto. Ma quello scambio d'occhiate indifferenti e quello sguardo rivolto intorno da tutti e due insieme come per assicurarsi che nessuno avesse notato il loro incontro, li tradirono. E li tradì anche più un rossore leggerissimo che salì alle guance di lei, nonostante lo sforzo ch'ella fece per rattenerlo, accusato dal movimento del suo petto. Il rossore svanì in un attimo; ma rimase visibile il suo turbamento, un non saper che fare dei propri occhi, la coscienza d'essere osservata dai passeggeri, e come un sospetto pauroso della strada, alla quale lanciava ogni tanto, con simulata distrazione, degli sguardi furtivi, che percorrevano un tratto dei marciapiedi. Quel convegno sul tranvai doveva essere il primo, una concessione di compenso fatta da lei dopo aver rifiutato un convegno altrove. Fra quattro pareti, doveva aver detto, ma di legno e di cristallo, per ora. E chi sa per quante altre coppie il tranvai è un'anticamera! E chi sa perchè mi si piantò nel capo l'idea che quella signora fosse la moglie d'un impiegato delle Poste! Forse per una vaga rassomiglianza di visi, o per qualche ricordo nascosto nella mia mente. Il fatto è che il viso di suo marito mi si presentò inquadrato in uno sportello delle lettere raccomandate, e mi restò davanti in quella cornice così fermo e netto, come se ce l'avessi veduto davvero. E n'ebbi pietà al pensare che in quel momento, forse, a poca distanza di là, egli stava tastando con le dita una lettera, per assicurarsi che fossero saldi i suggelli. Ah, non c'è nulla di saldo a questo mondo, povero travet: tutto è fragile come la ceralacca e passeggiero come una lettera. Ma pensai a un punto che non sarebbe trascorso lungo tempo prima che la traditrice dello sportello fosse punita, perchè gli occhi scintillanti del capitano, mobilissimi e sorridenti come quelli d'un fanciullo, che si chinavano ogni momento sui galloni della manica o si fissavano sul vetro del finestrino in cui brillava il riflesso argenteo del berretto nuovo, non davano indizio d'una grande profondità di passione. E già incominciavano per lei i piccoli affanni dell'amor criminale. A ogni persona che saliva sulla piattaforma, il suo sguardo correva a cercar chi fosse; ad ogni passeggiere che entrava, il suo viso si rimbruniva, scemando in lei la speranza di rimaner sola un minuto con lui; e ogni volta che uno sguardo scrutatore la fissava, i suoi occhi eran costretti a rifugiarsi tra le scarpette del bimbo che le sedeva di faccia. Ah, signora: la camera di legno e di cristallo preserva la virtù dalla gran caduta, è vero; ma è pure una gran camera di tortura. Intanto, i loro sguardi s'incontravano di tratto in tratto, e dalla fiamma morente sotto le palpebre di lei, che si abbassavano subito, si capiva che il destino dell'uomo dello sportello era deciso. Ahimè, sì, la Società Belga avrebbe guadagnato ancora qualche soldo da tutti e due, e poi i suoi carrozzoni sarebbero riusciti insufficienti: si sa, per dieci centesimi non si può dar tutto. Quando discesi in piazza Carlo Felice non rimanevano più sul tranvai che cinque o sei persone. Mi parve che il capitano dicesse tra sè: — Un importuno di meno, — ed io gli risposi in cuor mio: — Due personaggi di più.

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A questo punto, poco mancò ch'io non mettessi da parte tutti i miei personaggi per dar corpo a una nuova idea che mi venne percorrendo per la prima volta tutta la linea da piazza Emanuele Filiberto al corso del Valentino: la descrizione di tante corse a traverso a Torino quante sono le linee di tranvai che l'abbracciano; una Guida, sì, una modestissima Guida, ma scritta con amor di figliuolo e di poeta, nella quale si succedessero di volo i quartieri, i monumenti, le memorie, le colline, le montagne, nella luce e nei colori diversi di ogni ora e di ogni stagione, come si succedono, fuggendo, allo sguardo di chi sta sul tranvai, portato via dai cavalli a trotto rapidissimo. Cedo l'idea a chi la vuole. Sarebbe stata la prima la linea del Valentino, la più serpeggiante e la più varia di tutte, che par stata tracciata, con diversità ed armonia d'intenti ad un tempo, da uno storico e da un artista. Si parte di mezzo ai banchi e alle baracche pittoresche del mercato di Porta Palazzo, e dopo un breve corso per quel grande viale Margherita, che dalla riva del Po par che giunga ai piedi delle Alpi, s'entra nella quiete ombrosa della via della Consolata, dove si succedono a breve distanza gli avanzi infossati delle mura romane, la statua aerea consacrata dal Consiglio civico del 1835 alla Vergine scongiuratrice del coléra, e l'obelisco mortuario del Foro ecclesiastico, sorgente in mezzo a quella malinconica piazza Savoia, che par che lo guardi in aria di pentimento e di rimprovero. Rotta l'onda rumorosa di via Garibaldi, si fiancheggia il vasto giardino della Cittadella, vedendo da lontano Angelo Brofferio che arringa le balie e i bambini ruzzanti in mezzo agli alberi e intorno alla fontana, si passa fra la statua del buon ministro Cassinis e la testa solitaria del giornalista Borella, ed ecco la bella via Cernaia, dove squillarono le trombe dei primi francesi nel '59 e la grande caserma merlata del Lamarmora, e il vecchio mastio coronato di guardiole, e il Micca di bronzo che brandisce la miccia, e di qua e di là portici e giardini e fughe d'ippocastani e colori ridenti di città giovanile. Svolta il carrozzone nell'ariosa e romita piazza Venezia, riesce per via Alfieri dietro al gran cavallo morente del duca di Genova in mezzo ai palazzi multicolori di piazza Solferino, passa accanto al Lafarina pensieroso, corre lungo l'Arsenale fumante e sonoro, e aperta la folla chiassosa delle scolaresche di via Oporto, e salutato in piazza San Quintino il vecchio Paleocapa sonnecchiante sulla sua poltrona di marmo, sbocca nell'allegra ampiezza di corso Vittorio Emanuele. Un po' più oltre, a sinistra, Massimo d'Azeglio disegna il suo bel capo d'artista sul gran pennacchio bianco della fontana, dietro al quale nereggia in lontananza il piccolo pennacchio nero di Emanuele Filiberto, e davanti, in fondo al corso, lontanissimo, biancheggia confusamente il monumento dei morti in Crimea sul fondo scuro delle colline di Val Salice. Si svolta ancora in via Nizza fra il moto affrettato di gente e di carri che rumoreggia intorno alla stazione di Porta Nuova, si svolta da capo nella piazza dove fu giurata nel '21 la libertà d'Italia, e per il largo viale che va diritto al fiume si arriva finalmente dinanzi al superbo castello di Maria Cristina, donde gli occhi e lo spirito affaticati dalla visione di tante cose e dal passaggio di tante memorie, si riposano nella solitudine silenziosa del parco del Valentino e sulla grande linea dei colli ondeggiante dalla cima della Maddalena alla vetta di Superga con una grazia lenta e leggera che par che sorrida.

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Se per tornare a casa di là non avessi preso a caso la linea di Borgo Nuovo, forse oggi ancora non saprei nulla d'uno dei personaggi più originali e più simpatici della mia compagnia. Fu una buona ispirazione che mi fece salire sul tranvai che parte dall'Orto botanico. Ed è quella pure, sotto l'aspetto storico, una delle linee più belle. Usciti dal grande viale del parco e percorso un tratto del corso Cairoli fino a pochi passi dalla statua di Garibaldi, che, ritto sullo scoglio, par che fissi lo sguardo sulla fiumana delle sue camicie rosse irrompente verso di lui per la via dei Mille, si svolta in via Giuseppe Mazzini. Quante memorie, non istoriche, mi s'affollano alla mente passando davanti agli sbocchi di quelle vie laterali per cui si vedevano un giorno i famosi giardini dei ripari, dove tanti amori sospirarono e si preparò il fallimento di tanti esami! Certo, ingombravano bruttamente la città quegli alti terrapieni a zig zag che tagliavano le vie come bastioni di fortezza; ma avevo vent'anni. Ah! fortuna che il tranvai va di volo! Ecco la porta della tomba del caffè Perla, dove, giovinetto, andavo a sorbir timidamente un moka apocrifo per contemplare di sott'occhio gli emigrati illustri e i giornalisti celebri della capitale. Ecco laggiù in fondo il conte Cavour, ritto in mezzo a piazza Carlina come un lungo fantasma bianco che si levi al cielo da un catafalco. Ecco qua il Lamarmora a cavallo che minaccia con la sciabola in pugno i socialisti accorrenti per piazza Bodoni al Comizio del vicino teatro Nazionale, convertito da palestra delle Muse in tempio malfamato dell'utopia vermiglia. Si svolta di corsa in via Lagrange, si passa dinanzi alle case dove il Gioberti mise il primo vagito e il conte Cavour l'ultimo sospiro, si sbocca in piazza Carignano dove tremano ancora nell'aria, fra il palazzo del parlamento e il teatro, le grida amorose di Adelaide Ristori e le apostrofi tonanti d'Angelo Brofferio, e poco più in là si vede riflesso il tranvai nelle vetrate del vecchio Cambio, la trattoria elegante dei ministri e dei deputati della Mecca antica. Ah, come sono antico io pure! E per liberarmi da questo pensiero mi volto a destra; ma torno a voltarmi subito dalla parte di prima per non vedere la libreria dell'editore di Pietro Cossa, di quel benedetto Casanova eternamente biondo, che può esser là dietro ai vetri a mettermi invidia e dispetto con la sua gioventù invulnerabile....

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Fu, come dissi, una buona ispirazione la mia di pigliar quella linea perchè arrivai in tempo per l'appunto a salire in piazza Castello sul tranvai del Martinetto, nel quale, stando sulla piattaforma di dietro, vidi seduta in mezzo ad altre signore la mia brava incognita dai capelli arruffati, la sfidatrice del fumatore, col suo inseparabile bambino sulle ginocchia; e mi riuscì poco dopo, per caso, di sapere chi fosse. Mentre, come al solito, lavoravo d'immaginazione sull'essere suo, vidi alla cantonata di via XX Settembre, dopo più d'un mese che non lo vedevo, quel simpaticone di pittore, che stava osservando gli stivaletti d'una signora che passava; lo chiamai e gli feci un cenno premuroso perchè salisse. Conosceva mezza Torino, mi poteva forse levar la curiosità. Salì d'un salto. Gli accennai la signora.

— Come? — mi domandò. — Lei non conosce donna Chisciotta della Mancia?

Accortasi che parlavamo di lei, la signora ci fissò in faccia un momento i suoi grandi occhi oscuri e sporgenti; ma con espressione di assoluta indifferenza; si capiva che era abituata a “veder„ parlare di sè.

Tutta Torino la conosce, — riprese il giovane. E la nominò. Donna Chisciotta o Chisciottina era un soprannome. Suo marito era un ingegnere putativo, ricco proprietario di case, e lei era la sua disperazione. — Una mezza matta — disse — cioè.... un'esaltata, diremo. Non l'intese nominare quattro anni fa quando ci fu il processo dei due bottegai di Borgo Nuovo, marito e moglie, che fecero morire il loro bambino? È lei quella signora che un giorno l'andò a strappare dalle loro mani, graffiando gli occhi a tutti e due, come una tigre, e buscandosi un pugno che la mise a letto. Durante il dibattimento, se si ricorda, non si parlò che di lei e della sua “deposizione„ di fuoco. — E seguitò. Era un'anima vulcanica, una specie di Santa Francesca d'Assisi, che si sarebbe ridotta sulla paglia a furia di beneficenza, e perciò in lite perpetua con suo marito, che, a darle retta, avrebbe finito con ridurre in ospizi pubblici tutte le sue case. Era conosciuta da tutta la poveraglia di Torino, ficcata in tutti i Comitati di soccorso, protettrice di tutti i ragazzi tormentati, di tutti i cavalli frustati, di tutti i gatti malmenati; sempre in giro per le soffitte dove si lasciava ingannare anche dalle più sfrontate simulazioni di malattia e di miseria; capace, in un accesso di mattana, di levarsi il mantello di dosso in mezzo alla strada per gettarlo sulle spalle d'una vecchia cerinaia intirizzita o di portare in braccio a casa sua un ragazzetto smarrito, raccattato sul marciapiede. Dopo che aveva avuto quel maschietto s'era quetata un po'; ma era raro il giorno che non ne facesse una delle sue. Il primo dell'anno egli l'aveva vista in un carrozzone levar di mano al suo figliuolo una bellissima “pecorella„ per darla a un ragazzetto povero che ci lasciava gli occhi addosso, e discendere subito, col bambino strillante in braccio, per andarne a comprare un'altra. Suo marito tremava ogni volta che la vedeva uscir di casa; ma n'era innamorato perso. — Chisciottina la chiamano. E non sarebbe mica brutta se non avesse sempre quel viso di spiritata, e si pettinasse meglio. Un bel tipetto, non è vero, per lei che scrive sui tranvai? Mezza socialista e mezza santa; una socialistoide, come ora dicono. Se fosse mia moglie, le farei fare le docce.

Mentre io guardavo donna Chisciotta egli saltò a parlare della signora delle coincidenze che aveva vista tre giorni prima, all'angolo di corso Oporto, saltar giù dal tranvai del Valentino facendo cenno di fermare al tranvai del Foro Boario. Ma di lei non gli era ancor riuscito di saper nulla, e d'altra parte non s'occupava più gran che di quelle cose. — Ora — disse — viaggio sui tranvai con un altro scopo.

Gli domandai quale. — Cerco moglie — rispose.

Credetti che celiasse; ma diceva sul serio. E continuò, in fatti, con la più grande serietà: — Mio padre vuole ch'io prenda moglie. Son tre mesi che due volte al giorno, a tavola, non fa che batter quel chiodo. Si capisce: è solo, son figliuol unico.... Del resto, c'inclino anch'io. Sono stufo di far questa vita imbecille.

Restava però a sapere perchè cercasse moglie nei carrozzoni della Belga e della Torinese. Glie lo domandai. — È una mia idea — rispose seriamente. — C'è stato un esempio in famiglia. — E mi raccontò che trent'anni avanti un suo zio, un po' stravagante, ma buon diavolo, e pien di quattrini, tormentato continuamente da sua madre perchè pigliasse moglie, un giorno, perduta la pazienza, le aveva risposto: — Ebbene, sì; ma io non son uomo da cercare; esco di casa e sposo la prima ragazza che trovo. — E detto fatto: aveva preso il cappello, era sceso in istrada e aveva seguitato la prima ragazza in cui s'era imbattuto. Era una maestrina d'asilo infantile, senza un soldo. L'aveva sposata ed era stato fortunatissimo: aveva trovato una moglie, una madre esemplare, che l'aveva fatto felice. — E poi — soggiunse — come fanno gli altri? Girano per i salotti, cercano nelle famiglie. Ebbene, e i tranvai sono salotti che corrono, e ci si trovano delle famiglie. Oh, son ben risoluto. Non so su che linea la troverò, se in un carrozzone chiuso o in una giardiniera.... ma questo non importa. Sono certo di trovarla sulla rete. Il mio destino dipenderà da uno scontrino di dieci centesimi, come da un biglietto di lotteria. Crede lei che sarò io il primo? Chi sa quanti matrimoni si son già decisi sul tranvai! — Qui troncò il discorso per dire: — Guardi quello là.... Quello è uno dei suoi erotici.

Era un bellimbusto già brizzolato e risecchito, un mezz'uomo tutto bazza, con due baffetti a punta di spilla e un fiore all'occhiello, che sedeva fra due giovani signore, quasi affogato in mezzo alle loro maniche enormi come fra due piumini da letto, e si raggomitolava per affogarvisi meglio, mostrando negli occhi socchiusi una dolce beatitudine. — Alle volte, sa, — continuò il pittore, osservandolo — quei sornioni lì, giocando con le mani, sotto la protezione dei grandi mantelli delle signore, fingono di sbagliar di ginocchio. Trovan qualche volta delle signore timide che, per non fare una scena, mostrano di non accorgersene; altre volte incappano male e ci fanno una figuraccia. È un gioco d'azzardo. — E soggiunse che, anni addietro, per un certo tempo, s'era diffuso questo bel vezzo, come una specie di prurigine epidemica; della quale avevano arrestato il corso parecchi ceffoni memorabili, femminili e maschili, con successivo intervento di guardie civiche.

Mentre mi diceva questo, all'entrar del tranvai in piazza Statuto, una signorina, salita poc'anzi e rimasta in piedi, s'era appoggiata con una spalla allo spigolo dell'uscio davanti, col viso rivolto verso l'interno, dove noi c'eravamo seduti. Era vestita di nero, con due grandi penne nere di struzzo sul cappellino, e la sua persona elegante si disegnava per metà sulle rocce del monumento del Fréjus e la sua testa impennacchiata spiccava fortemente sulla bianchezza delle Alpi che chiudevano il vano superiore dell'uscio. Quella figura nera e snella incorniciata a quel modo e campeggiante in quel fondo luminoso era bellissima. — Oh che bel quadro! — esclamò il giovane, rapito.

— Badi, — gli dissi, accennandogli lo scontrino che teneva in mano; — potrebbe essere lo scontrino decisivo.

Egli scrollò il bel capo erculeo, e rispose con la sua serietà ingenua di grande fanciullo: — No; ho in mente che non debba esser questa la linea.

E quando discese mi fece ancora cenno di no, con un sorriso, buttando in aria lo scontrino.

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Fu in quel torno che ebbi turbati i miei lieti studi da una contrarietà, di breve durata, ma forte. Cominciava allora e s'andava estendendo rapidamente l'uso degli annunzi esteriori sui carrozzoni. Dentro, questi n'erano già invasi da un pezzo: iscrizioni e figure dipinte sui vetri, cartellini appesi, avvisi d'ogni forma e colore appiccicati al cielo e alle pareti, che vi facevan l'effetto d'un vocìo discordante d'importuni, i quali v'affollassero di offerte e d'inviti, volendo lì per lì, a ogni costo, calzarvi e vestirvi, insaponarvi e profumarvi, farvi cambiar di casa, pigliar l'abbonamento a un giornale e intraprendere una cura idroterapica. S'aggiungevano a questi, in quei giorni, gli annunzi delle lunghe assi piantate dalle due parti del tetto, tinte di tutti i colori più chiassosi, con iscrizioni bianche e nere in caratteri cubitali, vere insegne di alberghi e di magazzini, leggibili a cento passi lontano, moleste agli occhi come grida sgangherate agli orecchi, stonanti nel colorito generale della strada come stecche acute in un coro di voci sommesse. Curioso che si fosse discusso nel Consiglio comunale se questa offesa al buon gusto si dovesse permettere nei tranvai, dopo che s'era permessa, e ben più grave e barbarica, sui teloni dei teatri! Per alcuni giorni ne fui veramente furioso. A salire in un carrozzone mi pareva d'entrare in un bazar dove dovessi contrattare anche il biglietto, e da cui non potessi uscire che con una bracciata di pacchi. O povera poesia! Ammirare il profilo poetico d'una bella signora spiccante sopra un vetro che annuncia delle pillole rilassative, veder due giovani innamorati che prendono degli atteggiamenti idillici sotto l'insegna della razzia per i topi, fantasticare sopra una signorina gentile che volge gli occhi in alto come se fissasse una larva amorosa dell'immaginazione e accorgersi che legge l'annunzio ciondolante d'un nuovo concime misto! O villano furor bottegaio che sfrutta, invade, ricopre, traveste, bolla, mercanteggia ogni cosa! Quando vedremo gli annunzi delle acque minerali e dei liquori ricostituenti sulla fronte delle statue e sui drappi delle bandiere? Ma l'uomo civile è così duttile che finisce con piegarsi a tutto. L'insolenza crescente dello sconcio, come spesso accade, attenuò il senso sgradevole prodotto dalla sua prima apparizione discreta. Prima mi ci rassegnai; poi ci divenni indifferente; poi, a poco a poco, quasi mi rallegrarono tutte quelle insegne scarlatte, gialle, celesti, volanti da ogni parte come stendardi spiegati al vento; e mi piacquero quelle pareti mobili che ricordan le camere in cui i pazzi attaccano ai muri tutto quanto di colorito e di stampato casca loro nelle mani; e quei volanti gabbioni umani che di dentro e di fuori, con parole, con colori e con disegni, vi offrono da bere, da mangiare e da leggere, vi danno dei consigli igienici e v'invitano a consulti medici gratuiti, e vi chiamano alle corse, alle regate, alle gare ciclistiche, al gioco del pallone e all'Esposizione dei quadri, mi allettarono come una viva e strana immagine dello spirito leggiero e irrequieto d'una grande città della fine del secolo, oppressa di faccende, affollata di capricci, smaniosa di strepito, affamata di piaceri, tormentata d'impazienze, portata via dalla furia di divorare il tempo e di tracannare la vita.

*

Pneumatici Dunlop originali: ecco un annunzio che non dimenticherò più. Lo vedo ancora dipinto in caratteri bianchi su fondo rosso come lo vidi, pochi giorni dopo il mio incontro col pittore, sul primo carrozzone che passò la mattina per piazza Statuto; sul quale trovai il mio buon Giors, che tentava invano la solita arietta della Carmen, allegro come un uccello. E ci trovai pure, ritta dietro di lui, col suo sacco inseparabile, la povera vecchia di Pozzo di Strada, che non avevo più vista dall'ultimo giorno di carnevale, ancora più triste, ancora più chiusa in sè che quel giorno. Salì con me sulla piattaforma anteriore un giovane biondo che attaccò subito conversazione con un altro signore attempato, commentando l'ultimo assalto dato dai dervisci al monte Mocram. Mi ricordo sempre che c'eran dentro una vecchia signora, una guardia daziaria e due contadine. Era una bella mattinata limpida e fresca. L'aria viva agitava una ciocca di capelli grigi sulla fronte china della vecchia, che, secondo l'usato, guardava i talloni del cocchiere con gli occhi socchiusi, tenendo un braccio sull'altro, stretti alla vita. Mi pareva ancora rimpicciolita dall'ultima volta, tanto da capir nella bara d'un fanciullo. Non doveva pesare molto più del suo sacco, certamente. E non dava quasi segno di vita quella mattina; respirava appena. E pensava, pensava. Ma che covava dunque dietro quella fronte dolorosa, che pareva portasse confitto nel mezzo un ferro invisibile? Qual'era mai il pensiero implacabile che teneva sempre curvato quel capo come la mano d'un aguzzino che lo premesse alla nuca?

Dall'assalto dei dervisci i due signori vennero a parlare del viaggio dei Sovrani di Germania sulle coste d'Italia, e il più attempato diceva che era “una buona cosa„ un'“attenzione„ che “rialzava il nostro prestigio„ dopo la battaglia d'Adua. L'altro prese a parlare allora della battaglia e cavò di tasca un foglio grande, che spiegò sotto gli occhi del suo vicino.

Era una fotografia colorata che rappresentava il campo di Abba-Garima: le montagne in fondo coronate di turbe abissine e di nuvoli di fumo, i cannoni fiammeggianti qua e là sulle alture minori, torrenti di armati precipitanti giù dalle rocce, e sul davanti una mischia feroce, un viluppo orribile di carri d'artiglieria, di cavalli, di feriti, di morti, di negri e d'italiani dalle facce stravolte, lottanti a corpo a corpo con le lance, le daghe e le rivoltelle, insanguinati e furiosi, io mezzo a pozze e a rigagnoli di sangue.

Sporgendo il viso verso il foglio vidi con maraviglia accanto al mio braccio il capo della vecchia che, uscendo dalla sua immobilità di statua, si faceva anch'essa innanzi per vedere. Il giovine signore, cortesemente, si scansò un poco da una parte e le mise il foglio aperto sotto gli occhi dicendole: — La battaglia d'Abba-Garima.

Essa osservò un momento con gli occhi dilatati; poi contrasse il viso in un modo strano, come se ridesse, richiudendo gli occhi e mostrando le gengive sdentate. Mentre domandavo a me stesso perchè quell'orrendo quadro la facesse ridere, essa si coperse il viso con le mani e diede in uno scoppio di pianto che mi fece fremere.

Tutti e tre ci voltammo verso di lei, uno pigliandola per un braccio, l'altro per la mano, domandandole che cos'avesse. Non potè rispondere subito. Poi disse fra due violenti singhiozzi: — Ci avevo un figliuolo.... — e appoggiato un braccio al parapetto della piattaforma, lasciò cascar sul braccio la testa, in atto disperato, singhiozzando più forte.

E fu inutile scoterla, cercar di confortarla; neppure il buon Giors riuscì con la sua mano vigorosa, sciolta dalle redini, a farle rialzare la fronte, che era come inchiodata al parapetto. I singhiozzi scotevano violentemente tutto il suo povero corpo incurvato, ed era un pianto infantile, lamentevole, che pareva non dovesse finir mai più; pareva che ella versasse tutte le lacrime rattenute da cinque mesi, che tutta la vita le dovesse fuggire dagli occhi; e ripeteva fra gemito e gemito una parola rotta, sommessa e dolce, con l'accento d'una madre che parla al bambino in culla, una parola che non comprendemmo se non dopo averla intesa molte volte: — Giacolin —; il nome del suo soldato.

Ah, povera madre! Colpiva lei pure l'accusa di viltà che qualche giornale lanciava in quei giorni contro le madri italiane!

Riuscì Giors finalmente a farle rialzare il capo e a ottener qualche risposta. Insomma, che fosse morto di certo non lo sapeva, nessuno glie l'aveva annunziato; ma il cuore le diceva che era morto, che non l'avrebbe rivisto mai più.

— Ma che cuore! — le disse Giors, commosso. — Oh benedette donne! Se non lo sapete di certo.... Sarà fra quelli che ritorneranno. Lo troverete fra i nomi stampati.

Ma no, il parroco le aveva letto il giornale, il suo nome non c'era....

— Ma che parroco! ma che giornale! Cosa volete, in quella confusione.... Chi sa quanti ne hanno scordati.... Vedrete fra qualche giorno.... Andiamo, mare, non bisogna disperarsi.... Sarà fra i prigionieri.

Ma la donna diede in un nuovo scoppio di pianto. Prigioniero per lei voleva dire affamato, torturato, sepolto vivo, peggio che morto.

O benedtie foumne! — ripetè Giors. — Aspettate un poco.... Tutti i giorni ne tornano.... tornerà anche Giacolin.... Siete tutte compagne, voi altre mare, quando vi mettete un chiodo nella testa. — Poi disse bruscamente: — Smettete di pianger così forte, giurabbaco, che mi spaventate le bestie!

Nessuno di noi osava più di parlare; il giovane aveva stracciato e buttato via il foglio; la vecchia continuava a piangere silenziosamente, col viso nelle mani; e pareva più disperato, faceva più compassione quel pianto in mezzo a quella via rumorosa, a tutta quella gente affaccendata che passava senza badarci. Alla cantonata di via Venti Settembre essa prese il sacco e discese. Giors sferzò i cavalli e tentò il motivo della Carmen; ma smise subito, e passandosi la punta del medio sull'occhio, esclamò con un sospiro: — Ah.... porca guerra!

*

Per vari giorni, in tutti i carrozzoni e su tutte le linee, io vidi l'immagine di quella povera vecchia curvata sul parapetto, col fazzoletto sciolto e i capelli grigi scomposti, scossa da capo a piedi dal singhiozzo violento della disperazione. E mi pareva più tragica l'immagine in quel gran risveglio amoroso della natura che si manifestava da ogni parte, nelle gemme degli alberi, nei bocciuoli dei fiori, nella chiarezza del cielo e negli occhi delle ragazze. Dalle piattaforme dei tranvai, andando per i sette bellissimi corsi alberati che fanno cintura al centro di Torino e per i grandi viali che corrono lungo il Po e lungo la Dora, si bevevano mille effluvi sottili, un misto di fragranze leggerissime d'erba fresca, di terra smossa, di campagna aperta, e si ricevevano nella fronte e nel collo carezze morbide dell'aria, quasi mossa da invisibili ventagli odorosi, soffi tepidi e puri, come aliti di bocche virginee, che facevan rifiorire nell'animo, per brevi momenti, speranze rosee, ricordi lieti dell'infanzia, simpatie spente, proponimenti giovanili di bontà, di lavoro, di vita avventurosa e memorie lontane di care feste campestri e di bei sogni sognati nei giorni più felici dell'età più bella. E si mostrava questo primo influsso della primavera nei cavalli più agili, nei cocchieri più allegri, nei fattorini più cortesi, nel modo di salire, di scendere e di salutar della gente più lesto e più amabile, e nella fioritura più rigogliosa e più vivace dei cappellini delle signore a cui l'aria corrente sulle giardiniere aperte agitava sul capo i nastri, gli steli e le penne, portando nel viso ai passeggieri ritti in fondo delle ondate di profumi confusi di cipria, di viole e dì giovinezza.

Avevano in quei giorni i tranvai una bellezza nuova: c'erano in quasi tutti, la mattina, delle ragazzine vestite di bianco, che occupavano in alcuni delle panche intere, spiccando fra l'altra gente come gigli e camelie nivee in mazzi di fiori e di foglie brune. Apparivano di sfuggita nelle giardiniere dei veli candidi scendenti sui vestiti e sui guanti bianchi, e a traverso i veli, sotto alle corone di rose e di margherite, occhi azzurri, bocchine purpuree, visetti d'una freschezza infantile, che facevano un contrasto graziosissimo con gli atteggiamenti raccolti e gravi delle piccole persone, ritte sul busto, con le mani intrecciate sulle ginocchia e le scarpette chiare congiunte. Da una parte all'altra delle piazze e dall'una all'altra strada si vedevano biancheggiare sui tranvai quelle farfalle gentili annunziatrici della Pasqua, e anche più della loro bianchezza risaltava l'idea, ch'esse esprimevano, dello sposalizio celeste e dello stato di grazia, in quelle carrozzate d'interessi mondani e di peccati mortali.

O carrozza di tutti, piccolo specchio del mondo, che raccogli e ravvicini gli estremi più lontani della società e della vita, qualche volta così gioconda e qualche volta così triste, dove si può veder mai, fuor che in te, quello che io vidi in quei giorni?

Due giornate di pioggia avevano fatto uscir da capo i carrozzoni chiusi; ma il cielo si rischiarava quando, verso l'undici della mattina dell'ultimo di marzo, salii sul tranvai della linea dei Viali, fermo nel corso Beccaria, sul punto di partire per Porta Palazzo. C'era seduta dentro una donna, sola, che è ancora viva adesso nella mia mente come se l'avessi avuta sempre davanti agli occhi durante un viaggio a traverso all'oceano. I suoi capelli radi, neri d'una tintura grossolana e mal diffusa, facevano parer più vecchio il viso giallo e rugoso, nel quale, sotto due archi nerissimi, dipinti da una mano frettolosa e malferma, sonnecchiavano due occhi glauchi e torbidi e rosseggiavano di belletto le guance flosce e una bocca amara e stanca, atteggiata come a un sorriso abituale, che appariva forzato, e quasi morto, come quello d'una maschera, poichè la luce dello sguardo non l'accompagnava. Se quel viso non avesse abbastanza chiaramente parlato, avrebbero tolto ogni dubbio un garofano rosso ch'essa portava nella treccia e una lunga traccia di polvere di riso che da una guancia le scendeva giù fino al collo scarnito, cinto d'un nastrino azzurro; e quel fiore appunto e quel nastro accrescevano tristezza all'espressione di vecchiaia precoce dei suoi lineamenti risentiti e come tesi da un sentimento sordo di rancore che ella covasse contro ai fantasmi a cui sorrideva per consuetudine la sua bocca cascante. Era una di quelle figure miserande in cui, caduto il velo lucente della gioventù, appare con un'evidenza spaventevole l'abbiezione della vita, e dietro alle quali la fantasia vede stanze immonde di lupanari, covi fumosi di taverne e di bische e oscurità misteriose e sinistre dove giacciono corpi di briachi e di feriti e lampeggiano coltelli e occhi feroci di belve umane.

Partito appena il tranvai, il fattorino entrò a porgerle il biglietto. Essa tirò fuori con le mani un po' tremanti una borsetta di lana verde, e ne cavò due soldi, che quegli prese, fissandola, con un barlume di sorriso.

Arrivato in fondo al corso Principe Eugenio, il tranvai si fermò, e prima s'udì un mormorio di voci argentine, poi salirono con allegra furia da una parte e dall'altra molte ragazzine vestite di bianco, accompagnate da due che parevano maestre, e sì slanciarono dentro il carrozzone, agitando i veli trasparenti e le gonnelle candide, come uno sciame di colombe con l'ali aperte. Fu come un soffio di primavera, come la luce d'un'alba improvvisa che entrò con esse fra quelle quattro pareti, e un vago odor d'incenso, di soppressatura e di capigliature fresche, che parve portato da un'ondata d'aria. Erano forse le alunne d'un piccolo collegio che avevan fatto la comunione e andavano a far colazione in campagna. Le maestre restarono sulla piattaforma; le alunne occuparono in un momento tutti i posti, cinguettando e ridendo; la donna tinta restò in mezzo a loro.

E allora segui una scena indimenticabile. L'aspetto di quella donna colpì qualcuna delle più grandicelle, che smisero di parlare e la osservarono. Il loro silenzio fece tacere le altre, che, naturalmente, si voltarono da quella parte dove le prime guardavano, e fissarono anch'esse lo sguardo su quel garofano e su quel nastro, su quella vecchiezza imbellettata e infarinata, su quella rovina d'ogni cosa, resa più orribile da una maschera grottesca di gioventù; ed esse pure fecero silenzio. Sul viso delle più piccole apparve un'espressione di stupore, in alcune uno sforzo d'attenzione scrutatrice; alle più grandi si stese sulla fronte corrugata come un'ombra di sospetto e d'inquietudine, simile a quella che ci dà la vista d'un insetto strano e sconosciuto. Guardai la donna, sola in mezzo a tutto quel candore d'anime e di vesti, e vidi sul suo viso una leggiera e istantanea contrazione dei muscoli come in una persona sorpresa in un nascondiglio. Lanciò un'occhiata rapidissima alle due maestre, a me, al fattorino; ma non guardò in faccia alle ragazze: guardò le loro mani, i libri da messa e le scarpette bianche con uno sguardo velato e fuggente; e dopo qualche momento, durando il silenzio e l'attenzione di cui si sentiva l'oggetto, piegò lentamente il capo all'indietro, appoggiò la nuca alla parete, e come presa tutt'a un tratto dal sonno chiuse gli occhi, e non gli aperse più.

Il fattorino, che la stava osservando con curiosità, comprese, e mi ammiccò sogghignando.

Ma io sentii una stretta di pietà che mi fece torcere lo sguardo da quella infelice come se l'avessi vista trapassata e confitta da un pugnale nella parete a cui s'appoggiava.

A Porta Palazzo essa si riscosse bruscamente e, senza guardar nessuno, discese; le ragazzine ricominciarono a discorrere e a ridere, e il tranvai riprese la sua corsa, allegro e sonoro come una gran gabbia d'uccelli.

CAPITOLO QUARTO.

Aprile.

Libero in questo mese da ogni altro pensiero, posso dedicar maggior tempo ai miei viaggi circolari intra muros, e scrivere distesamente, giorno per giorno, le mie osservazioni. Eccone una: il tranvai, istituzione educativa. E non è celia. Nel contatto quotidiano con gente d'ogni ceto i superbi perdono sul tranvai un po' della loro muffa; gli egoisti contenti odono discorsi di miserie e di dolori che li fanno pensare; la signora che tiene un figlioletto sano fra le braccia domanda pietosamente alla donna del popolo che cos'ha il bambino pallido che ripiega il capo sul suo petto, e la madre dura, che ha visto ammirata dai circostanti la floridezza e la grazia della sua creatura, discende col cuor raddolcito dalla carezza fatta al suo orgoglio. Ed è ancora una scuola di cortesia la carrozza di tutti poichè, a furia di veder altri cedere il posto alla donna, finisce con cederlo pure, quasi per istinto d'imitazione, il popolano che non ci aveva mai pensato; e dall'esempio dei cortesi che porgon la mano al vecchio che sale o sorreggono per il braccio la vecchia che scende sono indotti anche i villani a far l'atto stesso, e si corregge a poco a poco la volgarità degli atteggiamenti e delle mosse perfin nell'uomo più volgare sotto lo sguardo dei molti occhi in cui egli vede un'espressione di rimprovero o di disgusto, che lo ferisce nell'amor proprio. Sì, quei cento carrozzoni che girano per la città tutto l'anno sono cento piccole scuole ambulanti, dove le diverse classi sociali imparano l'una dall'altra molte cose utili; per esempio, che non c'è grande differenza fra di esse se non nella scorza; che basta a poveri e a signori l'astrarre un po' col pensiero da questa per sentirsi spinti gli uni verso gli altri dagli stessi impulsi che ravvicinano fra loro gli eguali; che molti dissensi e rancori cesserebbero fra chi è in alto e chi è in basso per il solo fatto di parlarsi e di conoscersi a vicenda; che le avversioni sociali non nascono tanto dalla disuguaglianza della fortuna quanto dal sospetto reciproco dell'odio e del disprezzo, e che la cortesia è un'alta sapienza e una grande forza benefica. Queste cose pensai stamani vedendo nel carrozzone un grosso signore e un giovane operaio chinarsi tutti e due a un tempo per raccogliere lo scontrino che una vecchia campagnuola aveva lasciato cadere sotto la panca. Vent'anni fa il secondo non si sarebbe chinato, e forse.... neppure il primo.

*

Una conoscenza nuova: il marchese. È un fattorino che, per rispetto al galateo, sta sulla sommità della scala, di cui Tempesta occupa l'ultimo gradino. L'ho conosciuto in questi giorni sulla linea del Valentino, andando a trovare Angelo Mosso. L'hanno soprannominato il marchese i frequentatori della linea. È una figura di tenorino: biondo, pallido, svelto, con gli occhi azzurri e una bocca d'occhiello, perpetuamente sorridente sotto due baffetti d'oro arricciati. Saluta porgendo lo scontrino, risaluta ricevendo i soldi, chiede “pardon„ nel passarvi davanti, aiuta le signore a salire e a discendere mettendo loro delicatamente la punta delle dita sotto il gomito, prende sul predellino degli atteggiamenti eleganti di cavallerizzo ritto sul cavallo, salta giù a raddrizzar l'ago alle biforcazioni e risalta su con una grazia di ballerino, e ha un suo modo particolare, amabilissimo, di mettere il resto nelle piccole mani inguantate, come si mette una chicca nella palma d'un bimbo, sorridendo col capo inclinato e fissando negli occhi della creditrice, senza varcare il segno del rispetto, uno sguardo soave, che la costringe a fare un cenno di ringraziamento. Appartiene alla famiglia degli erotici sentimentali. Pare un galante padron di casa che faccia gli onori del suo salotto a una comitiva d'invitate. Si capisce che l'aver che fare col bel sesso signorile è una dolcezza della sua vita. Un sorriso, un segno di compiacenza, uno sguardo di curiosità o di simpatia d'una signora o d'una signorina gli danno una scossa così viva, che per un momento par che gli manchi il respiro; e poi respira forte e s'arriccia i baffetti con la mano agitata, mandando baleni dagli occhi. Dev'esser stato ballerino al Teatro regio, o modello di pittore, o cameriere di fiducia di qualche vecchia nobile. Perfin nel segnare i numeri sul libretto ha un certo modo artistico di menar la matita come se schizzasse il ritratto delle sue passeggiere. Se ha un'innamorata della sua condizione, la povera ragazza dev'essere terribilmente gelosa al pensare che, mentre essa è a casa o in bottega al lavoro, lui se la scarrozza in mezzo alle gale e ai profumi del bel sesso, distribuendo scontrini e sorrisi e accogliendo ogni soldo come un fiore, e deve con l'immaginazione inquieta far sulla linea tutte le corse regolamentari, sospirando il fanale bianco dell'ultima, come un segnale di liberazione.

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Sulla stessa linea del Valentino, questa mattina, nell'atto che facevo fermare il tranvai, uscendo di casa del mio amico, rividi finalmente la “vergine morta„ che dal febbraio non avevo più ritrovata. Sedeva sull'ultima panca della giardiniera: bianca, serafica, impassibile come sempre, spiccante fra le altre signore come una madonna del Fiesolano in mezzo alle figurine d'un giornale di mode. Standole dietro ritto sulla piattaforma potei ammirare da vicino la ricchezza dei suoi finissimi capelli castagni, sotto la quale s'inchinava, come sotto un peso soverchio, il suo collo bianco e delicato; così bianco da far pensare che il bacio d'un bimbo v'avrebbe lasciato una traccia purpurea, così delicato da parer che una leggerissima stretta delle dita sarebbe bastata a soffocarvi la vita. Aveva sulle ginocchia non so che di rotondo, rinvoltato in un foglio della Stampa, e lo teneva fermo con una mano sottile e nivea come il suo collo; la quale non vi doveva pesar su più di un petalo di giglio. Il suo lungo corpo leggiero non aveva un fremito, come se per lei non fiorisse la primavera, come se la sua natura angelica fosse insensibile al mutare delle stagioni; nè le sue guance dalla linea purissima erano più colorite in quel tepore d'aprile che non fossero nelle giornate rigide dell'inverno; e non uno dei suoi capelli di seta si agitava sulle sue tempie fresche di bambina, benchè l'aria si movesse; e quieti come i suoi capelli erano senza dubbio anche i suoi pensieri. L'osservai per un pezzo, e mi riprese più acuta la curiosità di saper chi fosse, poichè non riuscivo a immaginare alcuno stato o occupazione o scopo delle sue corse che convenisse al suo aspetto tanto dissimile da ogni altra forma di fanciulla ch'io avessi veduta mai. E anche stamani cercavo con la fantasia, e tutto quanto trovavo mi pareva discordante, impossibile a conciliarsi con quel freddo candore, con quella serenità di cielo d'inverno, con quell'apparenza di ignoranza claustrale o di sovrana indifferenza pel mondo. Il mio pensiero non riposava che immaginandola come m'era apparsa la prima volta, coronata di rose e ravvolta in un velo bianco, distesa sopra un feretro, con le braccia incrociate e un sorriso sulle labbra, rivolto a un mondo sovrumano. Ebbene, mentre così l'immaginavo, in un momento che il tranvai, sboccando sul corso Vittorio Emanuele, faceva un sobbalzo, l'involto ch'essa aveva sulle ginocchia si schiuse, e la corrispondenza strana, quasi miracolosa di quello ch'io vidi con quello che immaginavo, mi diede un brivido di terrore.

Era un teschio.

Il mistero era svelato; ebbi come una visione istantanea di lei in mezzo agli orrori d'una sala anatomica, e rimasi come trasognato; la verità era l'ultima cosa a cui avessi mai potuto pensare. Studentessa di medicina!

*

È scritto: non riuscirò mai, mai a conquistare il cuore del cavalier “Bicchierino„. Quest'oggi gli sono caduto in disgrazia da capo. L'avevo accanto sul tranvai, in via Garibaldi, alla solita ora della mattina. Anche sulla giardiniera, come nel carrozzone chiuso, se non trova libero il posto a sinistra della panca in fondo, piuttosto di sedersi da un'altra parte, egli rimane in piedi sulla piattaforma. Avevamo in mano tutti e due la Gazzetta del Popolo. Io ritardai la lettura per ammirare la pacatezza e la precisione meccanica con la quale, dopo letto la prima pagina, per legger l'altra senza tagliare, egli ripiegò il foglio di mezzo e fece scorrer le dita sulla piegatura, e poi piegò un'altra volta il foglio intero, e corresse anche la seconda piegatura con la mano aperta e lenta, premendosi il giornale sul petto come una cosa sacra. E mentre faceva quel lavoro, lo vedevo nel suo ufficio fare ogni mattina quegli stessi passi contati, riporre sempre la penna allo stesso posto, appuntare il lapis ogni tanti giorni a quell'ora, uscire ogni giorno a quel dato minuto preciso, e pensavo che i suoi pensieri si succedevano e si riproducevano certamente con lo stesso ordine e la stessa lentezza, e che doveva essere un'immagine della sua mente la sua casa assestata e lucida di buon travet torinese, celibe e tranquillo. Celibe senza dubbio, perchè era impossibile che un uomo simile si fosse messo in casa il disordine vivente d'una moglie. E come mai, pensando a tutto questo, io potei commettere sotto i suoi occhi l'imprudenza imperdonabile che commisi? Per cercare una notizia nella seconda pagina della Gazzetta, vi cacciai dentro la mano e lacerai il foglio con le dita tese. Egli si voltò, come se un istinto l'avesse avvertito dell'atto vandalico, osservò con gli occhi allargati la dentellatura orribile che aveva fatto la mia mano nei margini, e poi, alzato lo sguardo al disopra degli occhiali, mi fissò per qualche momento con un'espressione indescrivibile di stupore e di riprovazione. Compresi allora l'enormità del mio sproposito, e dissi in cuor mio: — Son perduto; mai più, mai più mi potrò rialzare nella sua stima. — E infatti, nella cura ostentata con cui ripiegò il giornale prima di scendere vidi chiaramente l'intento di farmi comprendere che nessuna relazione amichevole sarebbe mai stata possibile fra di noi due. Ebbene, sì, egli ha ragione: ci dev'essere una differenza enorme di temperamento, di vita e di opinioni tra chi straccia il giornale come faccio io e chi lo ripiega come fa lui. Dimmi come tratti la Gazzetta del Popolo e ti dirò chi sei.

*

Ho girato tutta la sera della domenica per godermi lo spettacolo curiosissimo degl'incontri delle giardiniere affollate. Strana è quella visione fuggitiva di trenta facce, che paiono d'uno sciame umano volante: facce curiose, facce esilarate, facce impassibili, facce istupidite dalla digestione difficile d'una mangiataccia domenicale, o brillanti d'una sbornietta discreta, o sorridenti della dolcezza d'un riposo onesto; begli occhioni neri o celesti che vi gittano un raggio di fuga, coppie d'amanti che conversano, vecchi coniugi che sonnecchiano, teste bionde di bimbi, che agitano le braccia in segno di festa verso di voi. È un momento; ma se sul tranvai che passa c'è una signora bella o un vestito elegante o un cappellino bizzarro, non sfugge all'occhio d'alcuna donna che stia sul vostro, e tutte le teste femminili si voltano; e in quei rapidi incontri persone si riconoscono di qua e di là, e si scambiano scappellate a scatto, apostrofi tronche e saluti della mano, che ripetono a distanza, come da poppa e da prua di due vaporini. Vedete prima trenta visi in pieno, poi trenta teste di profilo, poi trenta nuche e trenta dorsi: la comitiva vi si presenta sotto ogni aspetto come un gruppo statuario sopra il trespolo girante. Incontrate delle giardiniere allegre e chiassose in cui predomina la giovinezza e paion tutti compagni di festa; altre che par che portino un carico di musoneria, tutte facce gravi o insonnite; qualcuna con una guardia civica davanti e due carabinieri in fondo e qualche soldato dai lati, che pare una carrozzata di condannati tradotti alle carceri. E più curioso è lo spettacolo a notte fatta, quando passano di volo, illuminati dai raggi bianchi della luce elettrica o dai raggi gialli del gas, e variamente colorati dai lanternini dei carrozzoni, gli uni vermigli, altri verdi, altri mezzo accesi e mezzo oscuri, visi intontiti di briachi, visi languidi d'amanti, bambini addormentati, teste di donnine appoggiate sulla spalla del marito, braccia maritali strette intorno alla vita della moglie, e mani amorose intrecciate, e bocche e orecchie che si toccano, e musi lunghi di solitari, oppressi da una giornata di noia. Oh quante noie e delusioni, e rammarichi del denaro sciupato, e impazienze febbrili d'innamorati, e speranze e sogni d'amori nascenti, e presentimenti tristi d'amari diverbi coniugali portano a casa la sera tutti quei carrozzoni! E qualche cosa d'amaro ho portato a casa io pure. In una giardiniera che passava ho riconosciuto il mio buon nemico Siapure. Era ritto anche lui sulla piattaforma di dietro, e aveva accanto una ragazzina di otto o dieci anni, il suo ritratto, somigliantissimo; una figliuola di cui ignoravo l'esistenza, graziosa, con due grandi occhi neri e buoni, già un po' velati dal sonno. Ci passammo accanto alla distanza di due passi sotto la luce d'una lampada elettrica; i nostri sguardi s'incontrarono; avremmo avuto tempo di stringerci la mano.... e voltammo il viso tutt'e due dalla parte opposta. Ah vecchi bambini vergognosi!

*

Il tranvai, ottimo osservatorio per studiare la tirchieria. Ecco un signore obeso che scomoda dieci persone e si fa venir le budella in bocca per cercare un soldo caduto; ecco un facsimile di senatore, con tanto di pelliccia in dosso, che fa una scenata perchè il fattorino gli ha dato col resto un soldo greco; ecco un grasso provinciale che non vuol pagare un soldo di più per l'ultima corsa perchè il suo magnifico orologio d'oro non segna ancora le dieci precise. Era una famiglia agiata, si vedeva, quella che è salita questa sera sul tranvai della barriera di Casale, in piazza Solferino: marito e moglie, tre ragazze e un bimbo sui tre anni, che teneva in mano un cannocchiale da teatro; e il marito, che mi dava le spalle, aveva certo nei capelli tinti, divisi a filo sulla nuca, tanto di cosmetico quanto valeva il biglietto che s'è rifiutato di pagare per il posto del suo bimbo, disputando col fattorino dall'imboccatura di via Santa Teresa fino a piazza San Carlo.

— Il bimbo ha l'età....

— Ma su questa stessa linea, ieri l'altro, non ha pagato.

— Non c'ero io.

— Non sono obbligato a ricordarmene.

— Basta ch'io glie lo dica. Non debbo mancare al regolamento perchè ci ha mancato un altro.

— Eh, il regolamento ve lo fate ciascuno a modo vostro.

— Io non me lo faccio a modo mio: osservo quello della Società.

— La Società prescrive anche di rispondere in un altro tuono.

— Io rispondo nel tuono in cui mi parlano.

— Siamo educati!

— Ma tutti e due.

Apriti cielo! Mi sarò ingannato, perchè non l'ho potuto vedere in viso; ma dalla punta dei baffi e dall'accento con cui disse: — Ricorrerò alla direzione — m'è parso quello stesso personaggio, soprannominato Tintura Migone, che aveva fatto una scena simile sulla linea della barriera di Nizza. Discese, voltandomi le spalle, all'angolo di via Plana, e lo vidi andar con la famiglia al Teatro Gerbino a spendere sessanta volte la moneta per cui aveva alzato tanta polvere. O miseranda pitoccheria signorile, che per vanità o per piacere butta via lo scudo da una parte e letica il soldo dall'altra con una tenacia rabbiosa che fa avvampar dalla vergogna chi veste gli stessi panni! O razza spregevole d'esosi, che con infinite piccole taccagnerie spandete intorno a voi tanti semi d'ira e d'avversione, veri eccitatori dell'odio fra le classi sociali, quando finirete di disonorarvi dieci volte al giorno per cinque centesimi?

*

Mi è caro il tranvai anche perchè mi dà modo di studiare i bambini, che per la strada mi sfuggono. Lì posso averli sotto gli occhi per un po' di tempo e ammirarli a mio comodo, in specie sulle giardiniere, grazie al vezzo che hanno tutti d'inginocchiarsi sulle panche, dando le spalle ai cavalli, e di appoggiarsi alla spalliera come a una balaustrata di terrazzino, col viso rivolto verso i passeggieri. Faccio ogni giorno qualche conoscenza. Già due volte, tornando a casa dal Giuoco del pallone, ho potuto ammirare così una bambina di due anni, che padre e madre portano ogni sera verso le sei a fare il giro dei Viali. M'è simpatica questa buona coppia, un Taddeo e una Veneranda sulla quarantina, tutti e due piccoli, rotondi e floridi come i famosi amanti del Giusti, con l'aria di gente contenta dei propri affari. E scommetterei che quella bambina è il frutto unico e tardivo dei loro placidi amori, venuto quando più non lo speravano dopo averlo desiderato per molti anni, tante son le cure e le carezze di cui l'affollano, divorandola con gli occhi, tanta è la compiacenza con cui si sorridono a vicenda a ogni suo gesto e a ogni sua parola e ringraziano con lo sguardo chi la guarda e le sorride. Questa sera stava inginocchiata sulla panca in fondo e guardava me, ritto in faccia a lei, col visetto volto in su, come avrebbe guardato la Mole Antonelliana: un visetto rotondo di madonnina, illuminato da due begli occhi azzurri e incorniciato in una finissima capigliatura castagna, tagliata alla scozzese sulla fronte e ricadente sul vestitino color di rosa. E sorrideva vagamente, guardandomi, come se si ricordasse d'avermi già visto un'altra volta, con quella strana espressione tra di benevolenza, di curiosità e di canzonatura, tutta propria dei bimbi, che par che dicano: — Chi sei? Perchè mi guardi? Che vuoi da me? — e intanto moveva le labbra e gonfiava ora una guancia ora l'altra come se masticasse qualcosa. A un tratto si mise una mano in bocca e poi la tese aperta verso di me per mostrarmi quello che aveva sulla palma: un pezzetto di caramella; poi balbettò una parola che non capii, si rimise la caramella in bocca e riprese a sorridermi, dondolando la testina da una spalla all'altra. E io la guardavo, la guardavo, ostinato a cercare il segreto di quel fascino divino dell'infanzia, che, non parlando, ci dice mille cose dolcissime, confuse, lontane, quasi sovrumane, impossibili a tradursi in parole; della potenza di quello sguardo vago, che non penetra nell'anima nostra, ma davanti al quale si nascondono, friggono, si disperdono tutti i pensieri tristi ed impuri come un branco d'uccelli notturni al raggio dell'alba. E in cuor mio le dicevo: — Guardami, guardami ancora, fa fuggir le misere vanità, gli odî ignobili, le menzogne vili, l'egoismo, l'orgoglio; fa fuggir ogni cosa.... — Ma un cane che correva dietro al tranvai la distrasse dall'opera purificatrice, e non mi fu più possibile di ricondurre la sua attenzione da quel cane sulla mia persona, nemmeno mettendole una mano sotto il mento; benchè, per istinto amorevole, essa appoggiasse sulla mano la guancia. Quella carezza fece voltare il padre e la madre, sorridenti. Domandai loro che età avesse la bimba. Non si può dir l'accento con cui mi risposero a una voce: — Ventitrè mesi. — Non avrebbero detto con un altro accento: — Abbiamo ventitrè milioni. — Sentii che quel numero segnava per loro la data d'una seconda vita, che diceva da quanto tempo era discesa sulla loro casa la benedizione e la gloria. Com'è dolce augurare sinceramente il bene ai propri simili! Sentii una gioia vera a dir loro tra me: — Siate felici, vi sia lasciata sempre, possa non aver mai un brivido di febbre, mai un nodo di tosse, mai una notte agitata, mai il viso pallido neppur per un'ora!

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Sullo stesso tranvai, tre sere dopo, ritrovai l'operaio lombardo del desbotonass, quello che m'aveva dato del politicon perchè non m'ero voluto sbottonare sull'argomento della politica. Aveva anche questa volta festeggiato la domenica, e lo diceva il ciuffo che gli dondolava sulla fronte, e la cicca che gli spenzolava dalle labbra; ma era frenato dalla moglie, una donnina secca, più attempata di lui, seduta al suo fianco. Appena mi vide, mi piantò in faccia gli occhi lustri: tremai che mi riconoscesse e la ricominciasse con lo Zavattari; ma non mi riconobbe. Borbottò non so che della rivoluzione di Candia; voleva andare a Candia; e bruscamente, alzando la voce, mi fece la proposizione d'andar con lui. Ma lo distrasse il campanello del Viatico che passava dall'altra parte del Corso San Maurizio. E allora ebbe un litigio con la moglie. Quasi tutti, sul tranvai, si scopersero il capo; egli no. Sua moglie gli disse di scoprirei: non volle.

— Ma non rispetti nemmeno il Santissimo? — gli ripetè la donna, in dialetto piemontese, e allungò la mano per afferrargli il cappello. Egli si dibattè violentemente, dandomi delle spallate. — Dagh on taj — gridò — Corpo d'on...! Mì rispetti i idej di alter, vuj che rispetten i mè.... Mì sont per la libertaa del pensiero....

Ma la donna riuscì a scoprirlo; egli strepitò: poi, ripreso il suo cappello, per rifarsi, se la pigliò col fattorino perchè faceva fermare il tranvai per far salire la gente.

— Io faccio il mio dovere —, rispose quello; — non ha da salir chi vuole?

No, non aveva da salir chi voleva, e per questa buona ragione: — Cosa vœur dì tranvai? Tranvai el vœur dì marcià.... marcià semper, e se el se ferma tutt'i moment.... l'è minga pu on tranvai, l'è una tartaruga!

Voleva pagare anche due soldi di più, ma a condizione di andar accelerato, e ad ogni nuova persona che saliva, ribatteva il chiodo: — E on alter!... Ah sanguanon! Ma l'è ona robba de rid! — Poi, tutt'a un tratto, rivolgendosi a me col viso grave, disse in italiano: — Ed è così che si fa il servizio? — Ma, dicendo questo, mi fissò da capo, come se gli passasse per la mente un barlume di reminiscenza, e puntatomi l'indice al viso, soggiunse: — Lu.... me par de conossel.

Per quanto si sforzasse, però, non riuscì a ricordarsi della conversazione del desbottonass, e volle che gli rammentassi io dove c'eravamo incontrati. Mi guardai bene dal contentarlo. E per fortuna, fu distratto un'altra volta da una signora che saliva.

E on'altra anmò! — ricominciò a esclamare. — E seguitemm inscì.... Ah questa sì che è una bella farsa! —

— Ma la finisca una volta, — gli disse il fattorino.

— Io la finisca? Ah faccia de bogher! — e, levandosi in piedi, tese il pugno verso di lui.

Ebbi una buona ispirazione: gli misi una mano sulla spalla e gli dissi all'orecchio: — Andiamo, un vecchio soldato di Garibaldi non deve far di queste scene.

Fu un effetto magico: si voltò a guardarmi, stupefatto. O come mai io potevo sapere ch'egli era stato con Garibaldi? Ma non me lo domandò. Mi guardò un pezzo, sorridendo; poi mi porse la mano e disse: — E ben.... lu el gh'ha reson.

Detto questo, scrollò il capo in atto di disapprovazione per sè stesso, e ricadde pesantemente sulla panca. E quando io discesi, non se ne accorse: dormiva.

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Sono in un periodo fortunato d'incontri e d'avventure. All'uscita dello Sferisterio, mi decisi a prendere il tranvai della linea di Vanchiglia vedendo sulla piattaforma quel porcospino di cocchiere Tempesta, che conobbi due mesi fa sulla linea di Nizza. La primavera non l'ha punto raddolcito. Salendo, gli ruppi in bocca un'invettiva feroce che faceva contro una cavalla chiamata Balia; dalla quale egli volse lo sguardo sopra di me senza mutarne l'espressione, come s'io fossi un complice della bestia. Tacque per un po', coi denti stretti; ma quando fummo in piazza Vittorio Emanuele, essendo salita una donna che depose ai suoi piedi un grosso cesto, egli cominciò contro il cesto una ruminazione sorda di sacrati, che protrasse fin che si sboccò in via Principe Amedeo; dove andò addirittura fuor dei gangheri contro una vecchietta sorda alle sue fischiate, urlandole nella schiena: O trombon! O terremot! O tamburnassa! — con quanta vociaccia aveva in canna. Poi ricominciò a grugnire vedendo di lontano la strada ingombra dalla folla, che usciva dalla rappresentazione diurna del teatro Gianduia. E forse la ragione di tutte quelle furie era nel canestrino ritto ch'era ai suoi piedi, nel quale si raffreddava il suo magro desinare, ch'egli aveva mangiato a mezzo alla barriera di Casale, e che gli premeva di finire in piazza Carlo Felice. Povero Tempesta! Si capisce come la fame, in un temperamento come il suo, dovesse fare un tristo lavoro. Fermò davanti al teatro, infatti, dando al freno una girata furibonda, come se lo volesse spezzare. E qui la sua violenta natura fu messa a una prova durissima. Doveva salire con un nuvolo dì figliuoli grandi e piccini una di quelle povere mamme piene di timori e di affanni, per le quali una salita nel tranvai è come un imbarco per l'America. Essendo sparsi qua e là i posti liberi, i figliuoli più grandi salirono da varie parti, e fu una faccenda interminabile il mettere al posto i più piccoli; e la mamma a gridare: — Dov'è Carlino? — Giulia, siediti là. — No, Augusto, in piedi non voglio. — Carlino, vieni qua che c'è posto. — Marietta, tienti bene alla colonnina —; e Tempesta, voltato indietro in atteggiamento minaccioso, fremeva come un mastino alla catena. Quando stava per sferzare i cavalli, la signora lo rattenne con un gesto perchè uno dei figliuoli s'aveva ancora da sedere. Finalmente, sbuffando come un bufalo, Tempesta ruttò l'avanti. Ma la mamma gridò: — Un momento! È proprio questo il tranvai che va a Porta Nuova? — Egli rispose un questo con sette esse, partì, e tirando giù tutti i santi, cominciò a flagellar la cavalla, che non andava a tempo e faceva delle scartate, e a soffiar nel suo strumento, fra un moccolo e l'altro, con tanta rabbia da parer che fischiasse Torino. Fischiò il monumento di Carlo Alberto, fischiò la Posta centrale, fischiò il palazzo dell'Accademia delle Scienze, e infilò via Lagrange con la furia d'un guidatore di carro falcato irrompente contro il nemico. Ma era destino che la finisse male. All'angolo di via Cavour si staccò dal gancio l'anello del bilancino, i cavalli s'impigliarono nelle tirelle, e s'arrestarono. Saltò giù Tempesta schizzando fiamme e, mentre il fattorino riattaccava, prese a martellar di pugni i poveri animali, saettando con gli occhi me e altri due che dalla piattaforma gli gridavano di smettere, e inferocendo in special modo contro la povera balia; la quale alzava ed agitava la testa, scalpitando, tutta convulsa e tremante, ma senza mandare lamento, come una povera donna che tace, per non chiamar gente, sotto la percossa del marito bestiale, di cui non comprende e perdona l'insania. Indignati, stavamo per scendere, quando accorse dalla cantonata un vecchietto in tuba, un ometto di nulla, ma ardito e risoluto come un cavaliere antiquo, e affrontò l'aguzzino, afferrandogli il braccio a due mani. Tempesta si svincolò con violenza e lo trattò di avvocato delle bestie. Cascava male. Era per l'appunto un avvocato delle bestie, membro della Società protettrice degli animali, e se ne vantò, e tirò fuori un taccuino per segnarci il numero della giardiniera, dicendo che sarebbe andato in persona alla direzione. Tempesta risalì sulla piattaforma con la faccia verde, masticando ira di Dio; ma, ripartito appena, udendo dire dietro di sè: — A l'a fait bin (Ha fatto bene) —, si voltò a guardare il temerario con due occhi di fuoco. Chi aveva parlato era un uomo sui quaranta, di viso serio a benevolo, che aveva l'aspetto d'un operaio istruito. Questi sostenne serenamente la sua guardataccia, e gli disse con pacatezza, in accento amichevole, e un po' a rilento, come chi vuol ripetere esatta una frase letta in un libro-; — Sicuramente.... le bestie sono i compagni di lavoro, non gli schiavi dell'uomo.

Tempesta non rispose.

*

Siamo in piena primavera. I tranvai dei viali corrono per lunghi tratti sotto le grandi chiome degli ippocastani, dei tigli e delle acacie, ed escono al sole e si rituffano nell'ombra, come carrozze erranti in un parco; i vetri dei finestrini e i visi dei passeggieri si velano di riflessi verdi; i predellini delle giardiniere strisciano i cespugli che fiancheggian la via, e passan d'intorno per aria note d'uccelli, farfalle bianche e profumi di rami in fiore; e il buon Giors nuota e se la gode in tutta questa freschezza, aspirando a pieni polmoni l'aria imbalsamata, che gli scava lo stomaco. Glie lo scava così addentro, dice lui, che a rigor di giustizia, quando viene la primavera, la Società gli dovrebbe dar doppia paga. Povero Giors! Questa mattina, sul corso Vinzaglio, ebbe un vero dolore. C'era un garzonetto d'osteria, ritto accanto lui, con quattro dozzine d'agnellotti crudi posati sopra un'assicella, ch'egli teneva col braccio arrotondato fuor della colonnina, per non impedirgli il maneggio del freno. A un tratto, uno scossone della giardiniera gli fece perder l'equilibrio, l'assicella piegò, e gli agnellotti si rovesciarono sulla strada. Non si può descrivere l'atto di desolazione che fece il buon Giors a quella vista: non c'è per nulla quello che fa don Baldazar-Ferravilla quando la cuoca dei suoi ospiti gli porta via di sotto il naso il piatto prediletto. E lamentò per un chilometro la “disgrazia„ scrollando il capo tristamente; e messo così in un corso di pensieri tristi, mi raccontò altre “disgrazie„ consimili di cui era stato spettatore, e non ne pareva ancora consolato. Una vecchia signora venuta dalla campagna, scendendo male dal tranvai, era caduta sul suo panierino pieno d'ova, e n'avea fatto un lago, da cui l'avevan tirata su in uno stato! e ova freschissime, che mandavano una delizia d'odore.... che peccato! Un grullo d'ortolano, un'altra volta, aveva messo sotto la panca della giardiniera, a un'estremità, un piatto di fragole ammucchiate, che a ogni sobbalzo cadevano a mezze dozzine per la strada, dove un branco di monelli, correndo e facendo un baccano indiavolato, le raccattavano, senza che lui se n'avvedesse; e quando se n'era avvisto.... certi fragoloni come palle, che profumavano il corso, una vera grazia di Dio: disgraziato! A una povera ragazzina, in fine, proprio nel momento che il tranvai si fermava in piazza Statuto, in capo alla linea, s'era rovesciata dalla piattaforma una zuppierata di minestra, ch'essa era andata a prendere all'osteria per suo padre; e gli aveva fatto tanta pena quella povera morfela, a vederla inginocchiata in terra a raccogliere singhiozzando le pastine e i piselli, che lui e il fattorino avevano fatto una sottoscrizione, essi due soli, mettendo ciascuno dieci centesimi, perchè la morfela potesse andare a ricomprar la minestra. — Ma a me — disse poi con un sorriso trionfante — queste cose non sono mai accadute, nemmeno quando ero alto un palmo; l'appetito m'ha fatto sempre stare in guardia; guardi, potrei giurare che non m'è mai cascata di mano una ciliegia! — Bravo Giors! Egli m'ha l'aria d'un uomo che non abbia mai mangiato a sua voglia in vita sua. La vista delle tavole di trattoria apparecchiate all'aria aperta, questa mattina, gli dava dei brividi di voluttà. — Ah! — esclamava, adocchiandole di passata, — con che gusto mi ci metterei a sedere! — E si capisce come il sedersi a tavola, per lui che non ci siede mai, sia un ideale epicuréo, uno scialo da milionari, il non plus ultra delle raffinatezze della vita. E confessando che sarebbe disposto a mangiare a ogni ora del giorno, ride; e dicendo che trecento volte all'anno fa i suoi pasti sulle ginocchia, ride; e raccontando che s'è levato il pane di bocca per salvar dalle busse una povera bimba, ride. Ah, quanto è buono senza saperlo, e come mi fa bene il suo riso!

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Una corsa memorabile, ma che vorrei dimenticare, sulla linea del Foro Boario. Venivo di fuor di porta. Era una mattinata incantevole. Partito appena dalla cinta, il tranvai si fermò davanti alla porta delle carceri giudiziarie, dove salirono sei giovani, accompagnati da due guardie di polizia, pallidi e malamente vestiti, ciascuno con un involto di panni sotto il braccio. Erano sei prigionieri liberati che le guardie conducevano alla questura centrale a ricevere il commiato ammonitorio dell'autorità. Ma non occorreva che me lo dicesse il fattorino; lo compresi, nell'atto che salirono, dal modo come girarono lo sguardo intorno sugli alberi fioriti, sul corso inondato di sole e sui passanti, bevendo a bocca aperta e a nari dilatate l'aria luminosa delle libertà, che accendeva delle fiamme nei loro occhi e faceva correre pei muscoli della loro faccia dei fremiti di piacere, visibilissimi nonostante lo sforzo con cui cercavano di dissimulare la rinascente ebbrezza della vita. Allo svoltar del tranvai in Corso Vinzaglio, e poi nel Corso Oporto, a quell'aprirsi da ogni parte di viali verdi, di fughe di palazzine e di portici, di vedute delle Alpi e dei colli, voltarono il capo di qua e di là, con un movimento di stupore grave, come se ad ogni svoltata crollasse un muro delle carceri da cui non era uscita ancora tutta l'anima loro, e guardavano curiosamente ogni passeggiere che saliva, come per molto tempo avevano guardato ogni visitatore sconosciuto che s'affacciasse all'uscio della loro cella. Osservavo con meraviglia che, passata la prima ebbrezza, il loro viso s'andava già oscurando quasi dell'ombra d'un disinganno, come se quell'ora tanto desiderata non mantenesse tutte le promesse che aveva fatto alla loro fantasia, e li riafferrasse da lontano la tristezza della prigione, quando, al punto di attraversare il Corso Umberto, uno spettacolo anche più strano mi distrasse da loro: una giardiniera dalla linea di San Secondo, tutta piena di monache dell'ospedale Mauriziano, un mezzo monastero in carrozza, venti figure grigie e bianche, immobili e silenziose, che passavano rapidamente sulla curva, presentandosi tutte di profilo, con la fronte bassa e le braccia incrociate, come tante statue della Meditazione, e svoltate di corsa in Via Oporto, non mostrarono più che venti veli neri enfiati dall'aria, e come fuggenti insieme a una tentazione del diavolo.

I liberati dal carcere discesero all'angolo di via Alfieri, il tranvai proseguì verso via Santa Teresa. Eravamo a pochi passi dal crocicchio quando vidi lontano in via Venti Settembre un affollamento che la ingombrava da un lato all'altro. Mi voltai per domandare al fattorino: — Che sarà? — lo vidi pallido. Egli aveva già capito. Il cocchiere frenò i cavalli, che andarono lentissimi. Raggiunta la folla, ci fermammo. Alcuni ci s'avvicinarono. Il tranvai precedente aveva schiacciato un bambino di cinque anni, un povero orfanello, che una mendicante teneva con sè e faceva accattare. Egli era sfuggito di mano alla donna per attraversare la strada nel punto che i cavalli sopraggiungevano; le ruote della giardiniera gli eran passate sul corpo; era morto nell'atto; avevan portato il cadavere sotto il portone d'una casa vicina, che la folla chiudeva. Una moltitudine di curiosi s'accalcava intorno al cocchiere che era saltato giù, lasciando le redini al fattorino, che aveva proseguito la corsa. Nel mezzo della calca, al di sopra delle teste ondeggianti, spuntavano gli elmi di due guardie civiche e il cappello d'un carabiniere, e fra questi il berretto gallonato del disgraziato cocchiere, rovesciato indietro, che lasciava vedere delle ciocche di capelli grigi. Mi apparve mi momento il suo viso, bianco e stravolto, con la bocca aperta; poi si nascose. Parlava e gestiva; ma il mormorio della folla copriva la sua voce. Vidi le sue mani agitarsi per aria. M'arrivò all'orecchio un: giuro! rauco, come il grido di un ferito. A un tratto, la folla s'aperse come in due ondate violente e il cocchiere, stretto fra le guardie, si mosse; ma, fatti tre passi, si fermò, e alzate le braccia come un prete all'altare, girando intorno gli occhi smarriti e piangenti che non vedevan più nulla, gridò con voce soffocata dai singhiozzi: — Giuro per l'anima di mio padre e di mia madre, giuro che non l'ho visto! — Poi si rimise in cammino barcollando, e la folla lo riavvolse. Il tranvai ripartì.

Ah, perchè non tenni gli occhi fissi sulla mano tremante con cui il fattorino scriveva, invece di rivolgerli a terra, sulle rotaie? Non mi sarebbe stata così orribile la vista del misero corpicino schiacciato come mi fu quella del suo povero sangue sparso fra i ciottoli; orribile come qualche cosa di lui che vivesse e soffrisse ancora e implorasse soccorso dal fondo della fossa. E dovetti scendere, preso da un ribrezzo improvviso di quel carrozzone, come d'un complice della strage, d'una macchina sinistra, nella quale, come nell'altra, stesse rimpiattata la morte, in agguato, per afferrare al varco altri bimbi. Ma non mi giovò fuggire. Per tutta la strada intesi quel grido singhiozzante: — Giuro, giuro per l'anima di mio padre e di mia madre.... — quel grido desolato, supplichevole, solenne; nel quale ne sonava un altro esilissimo, la voce del sangue sparso, che anch'esso chiedeva pietà per lui, in tuono di preghiera infantile. E per vari giorni non scrissi più, e non potei salire sopra un tranvai senza un sentimento di repulsione, come se tutti avessero le ruote insanguinate. Ahimè! È dunque vero che anche la vita civile, come la creazione, è una ruota terribile, che non si può muovere senza stritolar delle ossa e dei cuori, e che l'uomo è condannato a sparger sangue in eterno?

*

Maravigliosa leggerezza umana! Ma forse non è tanto leggerezza il parlare che si fa da tutti di cose futilissime anche fra gli avvenimenti più terribili, quanto spirito dì ribellione, bisogno di provare la libertà del proprio spirito davanti ad ogni argomento imposto di riflessione e di discorsi gravi. Avevano l'uno e l'altro il giornale in mano, questa mattina, i due signori che m'eran seduti davanti sul tranvai, e che discutevano vivacemente; avevano letto un momento innanzi la prima notizia della battaglia di Turcuf; era da supporsi che discutessero della vittoria per cui era liberata Cassala. Discutevano invece sul colore del fanalino che segna l'ultima corsa del tranvai del Martinetto.

— Le dico che è bianco, l'ho visto cento volte.

— Ma lei confonde con quello dell'ultima corsa di Vinzaglio.

Dalla voce riconobbi il mio buon “tranvaiofilo„ l'amico di Giors, benestante sferoidale e gran paladino della Società Belga. Il quale continuò: — Il fanale dell'ultima del Martinetto è rosso. Verde tutta la sera, rosso all'ultima corsa.

— Verde tutta la sera, sì, — rispose l'altro, — ma all'ultima corsa, bianco. Diamine! L'ho anche visto ieri sera.

— È impossibile.

— Oh cospetto! Mi vuol dare una smentita?

— Ma è lei che la dà a me, perdoni. Andiamo, vuol fare una scommessa? Fattorino!

Il fattorino s'avvicinò sul predellino, e intesa la domanda, rispose gravemente: — È bianco.

L'altro voleva ribattere, ma il “tranvaiofilo„ trionfante, gli tagliò la parola. — A me la vuol insegnare, che conosco tutti i colori, anche della Torinese? Bianco l'ultimo di Nizza, bianco Borgonuovo, verde San Secondo, rosso Foro Boario, bianco San Salvario, rosso Vanchiglia....

Sotto quel rovescio d'erudizione tranvaiesca l'avversario chinò il capo, e non ribatte più sillaba.

Il tranvaiofilo stette ancora un po' pensando, poi soggiunse: — E bianco l'ultimo dei viali.

Fu il colpo di grazia.

Suggellata così la sua vittoria, gittò gli occhi sul giornale che teneva aperto sulle ginocchia, e voltatosi verso di me, col viso spianato di chi passa da un discorso grave ad uno che ricrea lo spirito: — Ottocento morti! — esclamò sorridendo. — Una bazzeccola! Ora staranno quieti per un pezzo....

*

Sono scampato a un pericolo grave e mi son goduto una scena curiosa.

Appena mi riconobbe dal capo opposto della giardiniera affollata e mi vide accanto un posto vuoto, l'uomo spietato sorrise di compiacenza feroce, e sceso sul montatoio, afferrandosi alle colonnine, s'avanzò verso di me come il ragno sulla tela per afferrare la sua vittima. Io capii che era armato d'un sonetto da piantarmi nel cuore, e tremai. Ma in quel punto saltò sulla giardiniera, proprio al mio fianco, mi ufficiale dei bersaglieri, che occupò il posto a cui lo scellerato mirava; e questi dovette ritornare indietro con le sue strofe nel gozzo. Vidi che fremeva. Ma fu subito distratto egli pure da un piccolo avvenimento comico. Salì sulla piattaforma davanti un signore, il quale, lanciato uno sguardo all'ultima panca, vi riconobbe un amico, forse non più visto da mesi, e dopo averlo salutato con molta effusione, prese a discorrer a voce alta con lui, che rispose nello stesso tono, senza darsi un pensiero al mondo dei trenta passeggieri che li guardavano e li ascoltavano con grande stupore. Appartenevano tutti e due a un ordine assai numeroso di originali a cui manca affatto un sentimento che si potrebbe chiamare “il pudore sociale„ e che hanno la facoltà singolare di far arrossire gli altri per loro.

— Tu a Torino! E da quando?

— Sono arrivato questa mattina.

— E riparti?

— Questa sera. Ho l'andata e ritorno.

— Son birbonate, dovevi scrivermi. E Gabriella?