LA VITA MILITARE.

Proprietà degli Editori.


LA
VITA MILITARE


BOZZETTI
DI
EDMONDO DE AMICIS
UFFIZIALE DELL'ESERCITO.

FIRENZE.
SUCCESSORI LE MONNIER.


1869


INDICE DEL VOLUME.

Una marcia d'estate Pag. [1]
L'ordinanza [9]
L'ufficiale di picchetto [20]
L'ospitalità [29]
Una sassata [47]
La madre [61]
Il figlio del reggimento [79]
Il coscritto [137]
Una marcia notturna [154]
Un mazzolino di fiori [165]
Carmela [174]
Quel giorno [215]
La sentinella [228]
Il campo [239]
Il mutilato [258]
L'esercito italiano durante il colèra del 1867 [283]
Una medaglia [349]
Partenza e ritorno. Ricordi del 1866 [367]
Una morte sul campo [422]
Il più bel giorno della vita [443]

A MIA MADRE
TERESA—BUSSETI—DE AMICIS
DEDICO QUESTO LIBRO
DOLENTE DI NON POTER LEGARE IL SUO CARO NOME
A UN'OPERA GENTILE COME IL SUO CUORE
ELETTA COME LE SUE VIRTÙ
SANTA COME LA SUA VITA.


Tempo fa, parlando d'uno di questi bozzetti, due lettori molto facili a commoversi hanno significato, senza volerlo, il doppio scopo che mi sono proposto nello scrivere l'intero libro.

Un popolano disse:—«Finito di leggere, avrei stretto la mano al primo soldato in cui mi fossi imbattuto per via.»

Un soldato disse:—«È un racconto che consola e mette un po' di buona volontà.»

Che si voglia bene al soldato, e ch'egli faccia il soldato con cuore: se io riuscissi a ottenere questi due effetti in qualcuno dei miei lettori, stimerei largamente compensate le mie fatiche, e sarebbe pago il mio desiderio più vivo e più caro.


UNA MARCIA D'ESTATE.


Era una bella giornata d'agosto; non una nuvola, non un soffio di vento; l'aria immobile e infocata. La strada per cui il reggimento camminava era larga diritta e lunga che non se ne vedeva la fine, e coperta d'una polvere finissima che si sollevava a nuvoli, penetrando negli occhi, nella bocca, sotto i panni, e imbiancando barbe e capelli. A destra e a sinistra della strada non un albero, non un cespuglio, non un palmo d'ombra, non una goccia d'acqua. La campagna era secca, nuda, deserta; nelle poche case sparse qua e là, un silenzio, una quiete, che parevano disabitate. Non si poteva fermar lo sguardo sulla via, nè sui muri, nè sui campi, tanto vi batteva il sole. Si camminava a capo basso e a occhi socchiusi. Insomma, una bellissima giornata d'agosto, una pessima giornata di marcia.

Il reggimento camminava da poco più di un'ora. Malgrado quella polvere e quel caldo soffocante, i soldati erano ancora vispi ed allegri come al momento ch'eran partiti. Due file camminavano a destra e due a sinistra della strada, e dall'una all'altra parte era un continuo scoccare e incrociarsi e ricambiarsi di motti, di frizzi e di mille voci lepide e strane; e di tratto in tratto una gran risata e un batter clamoroso di mani, a cui seguiva sempre un:—Al posto, via, in ordine!—che ristabiliva momentaneamente il silenzio e la quiete. A tre, a quattro, a cinque voci assieme, si sentiva cantare qua l'allegro stornello toscano, là la patetica romanza meridionale, più oltre la canzone guerriera delle Alpi; ed altri smettere, ed altri cominciare, e mille accenti e dialetti svariati succedersi e mescolarsi. La marcia procedeva in tutto e per tutto a norma del regolamento; le file serrate, il passo franco, gli ufficiali al posto; tutto in ordine, tutto appuntino. Benone! E si andava, e si andava.................

Ma—oh vedete là il second'uomo della prima fila, che comincia a perder la distanza! Adesso l'aggiusto io. Oh là! Volete serrare sì o no?...—Ha serrato.

Altri dieci o dodici passi.—Un altro.—E dàgli! Volete marciare al posto, sì o no?—Oh vedete come va quella coda! Corpo di.... Animo, serriamo, laggiù; passo di corsa.—Una rapida corsa, un gran battere di borraccie sui fianchi, un rumoroso ballar di cartucce nelle giberne, una confusione, un polverio che tutto investe, che tutto copre.... La coda ha serrato.—Bisogna sfiatarsi, non c'è che dire; ci vorrebbero dei polmoni di ferro. Gli è un gran brutto marciare quest'oggi.... Un sole che brucia il cervello.... una polvere che leva il respiro.... e questa strada che non finisce mai... e questo cheppì.... Ci fosse un albero almeno! un palmo d'ombra, un po' d'acqua! Ma niente.... È un deserto questo.—

I canti che si udivano dianzi son già calati di una nota; il dialogo è un po' meno vivo; le file un po' meno serrate. Il comandante del primo pelottone è già alla testa della seconda squadra; il comandante del secondo è alla coda della terza. Si vede che il reggimento è in marcia da tre ore.

La via diritta è finita; comincia a serpeggiare. L'occhio non può precorrere il cammino e confortarsi sui tetti di qualche lontano villaggio, sul campanile di una chiesuola, su qualcosa che dia indizio di abitazione e prometta una fermata, un po' di riposo, un po' di respiro.... un momento di vita. Dio mio, che strada! Non si vede cento passi innanzi. Coraggio, via; ancora cinque minuti, e saremo alla voltata. Chi sa che, svoltando, non ci apparisca, lontano lontano, un paesello o un folto d'alberi, dove ci facciano fermare! La speranza rinvigorisce le forze; si studia il passo; siamo alla voltata; si corre per mettersi presto sulla nuova direzione, si allunga il collo, si spinge innanzi avidamente lo sguardo.... Case? Alberi? Villaggi? Fermate? Niente! Strada, strada, e sempre strada. Oh disperazione! I menti ripiombano sui petti, gli occhi ricadono a terra, le schiene si ricurvano sotto gli zaini; le file, dalla momentanea pressa ristrette, si riaprono; la coda segna il passo; il comandante del primo pelottone è già alla testa del secondo, il comandante del secondo è già alla testa della compagnia che vien dietro; il capitano.... dove sarà il capitano?

I canti che si udivano due ore fa son già calati di due note. Si canta perchè s'è cominciato a cantare; forse non si ricomincerebbe più. Il dialogo è stentato; gli scherzi non hanno più sale. Ah! si vede che il reggimento è in marcia da quattro ore.

E si va, e si va, e si va. I volti arsi dal sole, grondanti sudore, neri, contratti, trasfigurati; il respiro affannoso; le labbra pendenti; la lingua grossa; le mani gonfie, pesanti; le piante indolenzite; in tutta la persona una cascaggine, un abbandono; gli zaini vengon giù sulle reni, le giberne sulle natiche, i cappotti su per la schiena raggrinzati e fradici; le cravatte sciolte; i cheppì spinti all'indietro fin sulla nuca o colla tesa calata sul naso. Gli occhi, offesi dalla luce soverchia, o si figgono immobili sull'orma del compagno che precede, o errano qua e là avidamente in cerca di un rigagnolo, di una fonte, di.... di un pantano, anco; purchè si potesse mitigare questo foco infernale che ci brucia le viscere.... Oh la sete! E qui s'affacciano alla mente alterata immagini varie e confuse di caffè altra volta (quando si era felici!) frequentati; si vedon là gli avventori sorbire lentamente dei grandi bicchieri di birra spumante, gelata; si vedono delle fonti d'acqua viva sgorgare, spumeggiando, da una roccia; se ne sente il mormorio, se ne vede lo splendore cristallino serpeggiare e perdersi fra l'erbe.... Oh poterlo raggiungere!—Arrivato alla tappa, beverò tanto da morire! Volerò subito al caffè, vuoterò una bottiglia di un fiato, due, e se non basta, tre....

E si va, e si va. I canti sono cessati; il dialogo morto. Uno scherzo forzato scocca qualche volta dalle labbra dei più vigorosi; indarno; è accolto con glaciale silenzio. Si marcia taciti taciti. Molti che erano alla testa, ora, zoppicando, si trovano alla coda. I più forti che erano alla coda, eccoli, senza che se ne avvedano, alla testa. Le compagnie si confondono—Al posto! per Dio! al posto! Gli è il modo di marciare codesto?...—Non dan retta; è lo stesso che predicare ai muri.—Ohe là! voi! perchè vi fermate? Avanti, animo, su.—Tenente, non mi fido.—Niente, niente; levatevi; avanti.... Inutile; egli già dorme.—Serrate, voi altri, laggiù. Animo. Oramai non c'è che poco.

—Oh sì, c'è poco!—Dicono sempre così.—Intanto non si fa mai alto.—E il brodo di questa mattina era acqua.—E il prestito non l'hanno ancora dato.—E con questo sole, ci potevano far partire un po' prima.—E alto intanto non si fa mai,—e il brodo....-e il prestito....

Largo! largo!—Che c'è? Chi viene?... Un precipitoso scalpitìo di cavali, un denso nuvolo di polvere.... è passato. Era un ufficiale di stato maggiore.

Già, eccoli lì quelli che ci fanno correre.—Gli è comodo, da cavallo, gridare avanti a quelli che vanno a piedi!—Se avesse lui lo zaino.... Ohe, tu, di'! alza quei piedi; non ce n'è abbastanza della polvere, non è vero?—

Molti si arrestano. Molti, accorciando il passo, lasciano passare innanzi la propria compagnia per fermarsi non visti. La voce dei superiori suona stizzosa, non più autorevole. Gli ordini sono radi radi.—Il comandante del primo pelottone.... Dov'è il comandante del primo pelottone?—Ah, si vede che il reggimento è in marcia da cinque ore!

O ch'è questo? S'udì uno squillo di tromba. Un oh! prolungato gli fece eco dall'uno all'altro capo della colonna. Tutti si arrestano, e qui comincia una confusione, un parapiglia, un rovesciarsi di zaini, un cader di fucili, un rotolar di cheppì giù pei fossi della via, un correre a destra e a sinistra.... In due minuti il reggimento è sparito. Dentro i fossi, di qua e di là della strada, un serra serra, un gridìo, un disputarsi a spintoni e a colpi di gomito un palmo d'ombra, un palmo d'erba. Pei campi un va e vieni di assetati in traccia d'acqua, che si cercano, si scontrano e si arrestano, come una processione di formiche su per la scorza d'un albero; un chiedere da bere con voce lamentevole, un negare di voci stizzite, o un concedere a stento, uno strapparsi dalle mani i gamellini con rabbia gelosa.... A poco a poco il tumulto scema, il movimento diminuisce, la quiete ritorna; tutti, o bene o male, giacciono a terra, tutti riposano, tutti chiudono gli occhi.... Ancora un minuto e tutto il reggimento dormirà.

—Largo! largo, ragazzi! Un po' di passo. Di', tu, bada che ti passerà addosso la ruota. E tu leva quello zaino di mezzo alla strada.... Un po' di passo, via. Fatemi largo.—Oh eccolo l'apportatore della vita, ecco l'amico dei galantuomini, ecco la provvidenza! Il vivandiere!—I dormenti si scuotono, stirano le braccia, si fregano gli occhi, puntano i gomiti in terra; su, su, su, eccoli in piedi; corrono e fanno ressa intorno al carro, e vi si rimescolano e vi si addossano come i cavalloni del mare attorno alla nave nel forte della tempesta. Al disopra di tutta quella calca un tender di mani, un agitar di braccia, un porgere e un ricevere quattrini, un lamentarsi cruccioso di esser là da un'ora e di non aver ancora avuto niente, un insistere ora minaccioso ora supplichevole.... Il pover uomo è ansante, suda, sbuffa, domanda un po' di largo, un po' di fiato....

Un altro squillo di tromba; è l'attenti. Un lungo mormorio di sorpresa e di malcontento gli fa eco.—Non c'è tempo di mandar giù un boccone.—Era meglio non fermarsi, allora.—Ci vogliono ammazzare.—Sicuro.—La folla si disperde lentamente; i giacenti si levano faticosamente a sedere; parte si drizzano in piedi lemme lemme; parte stan lì a godere l'ultimo minuto, l'ultimo istante; a poco a poco tutti son saliti dai fossi sulla via, gli zaini sono sulle spalle, gli ordini son ricomposti.—Un altro suono; la prima compagnia si muove.... la seconda, la terza.... tutto il reggimento è in moto.—Al posto, eh! Non ripetiamo la babilonia di prima.

Per una mezz'ora le cose vanno un po' meno peggio che per l'addietro; comunque le membra si risentano dolorosamente del breve riposo, e non tutti abbiano sazia la sete.—Ma guardate come marcia quella coda! Ma volete serrare una volta?—Per una mezz'ora, come si diceva, le cose vanno un po' men peggio di prima; le file si sono serrate, chi stava addietro ha raggiunto la sua compagnia, gli ufficiali sono tornati al posto....—Ma questo sole brucia il cervello! Questo è un caldo d'Africa! È impossibile resistere!.... I piedi non han più forza di sollevarsi da terra, strisciano; le braccia cadono spenzoloni, il cinturino scivola giù dai fianchi, le cinghie dello zaino segano le spalle, il cappotto opprime lo stomaco.... E non si arriva mai! E dove ci vogliono condurre?

—Una fontana! una fontana!—Un grido di gioia risponde all'avviso. Gli ordini si rompono, tutti accorrono; a cinque, a sei, a dieci si cacciano a corpo morto sull'acqua: urti, spintoni, litigi, grida, percosse.—Al posto, al posto, per Dio!—tuona un ufficiale sdegnato. La turba si rompe e si sperde in tutte le direzioni; molti, lo stomaco gravato dall'acqua, tentano invano di raggiungere il proprio posto; altri vi giungono dopo una corsa affannosa e sono costretti a fermarsi poco dopo; altri restano là ancora per un sorso, per una goccia, un minuto, un momento!... Le forze mancano, i vacui si allargano, i fossi si popolano di estenuati; tutto vacilla, tutto cade.... All'improvviso, allo svoltare della via, si vede un campanile, un villaggio.—È la tappa! È la tappa!—Il grido si propaga in un istante dalla testa alla coda; l'effetto è mirabile; le forze si rinfrancano, le file si serrano, le compagnie si riformano, gli sbandati accorrono; tutto è mutato. Echeggia la musica; siamo al villaggio; si entra. Le soglie delle officine, le imboccature delle vie, le finestre, i balconi, si riempiono di curiosi; qua e là ai davanzali si affacciano dei visini atteggiati a pietosa curiosità.—Poveretti! come saranno stanchi!—Oh, gli effetti di quegli occhi! Chi andava curvo si addirizza con grande sforzo per l'ultima volta; chi zoppicava piglia un'andatura più risoluta; chi stava per cadere, stremato di forze, si fa animo e tira innanzi....—Olà, voi, dove andate?—Un sorso d'acqua, tenente.—Niente, niente! al posto!—Oh, i crudeli!—si mormora all'intorno dalle mamme compassionevoli;—come li trattano, poveri ragazzi! Neppure un sorso d'acqua!—

Il reggimento è passato, ha posate le armi, ha spiegato le tende.... Oh che campo animato ed allegro! E le fatiche e gli stenti della marcia non si ricordano più?

Ah!.... nemmen per sogno.


L'ORDINANZA.


Erano quattro anni che vivevano assieme; nè mai un solo momento l'un d'essi avea dimenticato di essere l'uffiziale, l'altro di essere il soldato. L'uno soldatescamente austero, l'altro soldatescamente sommesso. E si amavano; ma di quell'affetto duro, ruvido, muto, che non fa pompa di sè, che non si palesa, che cela un trasporto di tenerezza sotto un atto sgarbato; eloquente quando tace, inetto e barocco quando parla; nemico delle blandizie e accostumato, quando lo assale il bisogno di piangere, a stringer le labbra e a ribeversi le lagrime per non parer fiacco e sdolcinato. Correva fra loro un linguaggio costantemente laconico, rapido, rotto; si capivano a monosillabi, a occhiate, a gesti: interprete comune l'orologio, che regolava tutto, anco i passi e le parole, colla più stretta disciplina.—Tenente, comanda altro?—Nulla.—Posso andare?—Va.—Era la formola quotidiana di comiato; mai una parola di più. E così erano passati i giorni, i mesi, gli anni—quattro anni—in quartiere, in casa, in campo, in marcia, in guerra, ed era a poco a poco cresciuto nel cuor di entrambi un affetto profondo, severo, e quasi sconosciuto a sè stesso. V'era in quella inalterabile taciturnità, in quel parlar soldatesco, in quel ricambiarsi fuggitivo di sguardi che volean dire, l'uno—fa questo,—e l'altro—ho capito; v'era dico, per chi avesse conosciuta la natura di entrambi, tanta cortesia, tanta amorevolezza, tanto cuore, che al confronto la più espansiva corrispondenza di tenerezze ne avrebbe scapitato.

Si erano trovati a fianco sul campo in momenti solenni, a poche centinaia di passi dai cannoni nemici, e, ad ogni sibilar di granata, l'uno avea girato rapidamente gli occhi in cerca dell'altro, e, trovatolo, avea messo un sospiro, pensando:—Anche questa è passata.—Aveano vegliato assieme agli avamposti più di una notte gelida e piovosa, coi piedi nel pantano e il vento sulla faccia; e il mattino, al giunger del battaglione di muta, s'erano scambiati un sorriso, come per dirsi a vicenda:—Ora si ritorna al campo; rallegrati; potrai riposare.—Molte volte, durante una lunga marcia d'estate, s'erano tutti e due ad un tempo voltati in dietro a riguardare le pietre miliari sulla proda della via, e molte volte, ne avean contate meglio di quaranta, scambiandosi, quand'eran giunti all'ultime, uno sguardo di conforto e di compiacenza che volea dire:—Ancora due,—ancora una,—ci siamo.—Più di una sera, nei campi, quando si prepara l'animo alle fucilate che ci verranno a svegliare la notte, dopo che l'un d'essi si era adagiato sotto la tenda e l'altro gli aveva disteso ed accomodato addosso il pastrano per difenderlo dalle brezze notturne,—buona notte, signor tenente,—aveva detto il soldato allontanandosi, e al tenente era parso che quella voce avesse lievemente tremato e l'ultima parola non fosse uscita intera, e con pari accento gli aveva rimandato il saluto. Qualche altra volta, mentre l'uno porgeva all'altro una lettera e questi stendeva avidamente la mano per prenderla, era passato sui due volti un leggerissimo sorriso.—È una lettera di casa; ne riconobbi i caratteri; è tua madre—l'uno avea voluto dire;—grazie, l'altro aveva voluto rispondere, tu mi hai anticipato la gioia.—

Dopo tutto ciò ritornavano entrambi ai soliti modi taciturni e severi. Nè mai una volta il fiero soldato, o presentandosi al suo uffiziale, o pigliandone comiato, dimenticava di fissargli gli occhi in faccia, alzando la testa, portando energicamente la mano al cheppì, ritto, immobile e fiero. Partendo, il suo fronte indietro era sempre fatto a norma del regolamento.

Vivevano assieme da soli quattro anni; ma il soldato, che aveva cominciato a far l'ordinanza dopo il primo anno di servizio, stava per compiere la sua ferma.

Un giorno giunse al comandante del corpo l'ordine di congedar la sua classe.

Quel giorno, fra l'uffiziale e il soldato passarono poche parole più del consueto; ma i due cuori si favellarono lungamente.—Comanda altro?—Nulla.... È giunto l'ordine di congedare la tua classe; fra dieci giorni tu partirai.

Seguì un breve silenzio senza che i loro occhi s'incontrassero....—Posso andare?—Va pure.—Questa volta si era aggiunto un pure, ed era già un gran passo sulla via delle tenerezze.

Si strinse il cuore ad entrambi; non però ad entrambi ugualmente. L'uno perdeva un amico, anzi, più che un amico, un fratello, che l'amava d'un affetto reverente, religioso. L'altro perdeva del pari un amico, un fratello; ma quegli restava, questi tornava a casa. E ciò gli era un grande sollievo. Tornare a casa! Dopo tanti anni, dopo tanti pericoli, dopo aver tante volte la sera, nel campo, quando squillano le lunghe e melanconiche note del silenzio, e sotto le tende muoiono i lumicini, e in tutta quella mobile città di tela, poc'anzi così animata ed allegra, si sparge una quiete profonda; dopo aver tante volte, in quei momenti di scorata malinconia, chinato la testa fra le mani pensando alla madre e domandandosi:—Che farà in questo momento quella povera donna?—tornare a casa! Dopo aver tante volte, sul far della notte, al bivacco, udito qua e là fra i crocchi dei compaesani suonare i noti ritornelli campestri, quei che si cantavano un giorno laggiù, a casa, in estate, quando si vegliava sull'aia e vi batteva quel bellissimo lume di luna, e, fra le tante voci degli amici e dei congiunti, se ne sentiva una distinta, chiara, argentina, tremola, che sapeva così bene le vie del cuore; dopo aver tante volte benedetto quei canti come un saluto di nostra madre lontana.... tornare! Tornare inaspettato! Rivedere quella campagna, quei casali; riconoscere da lontano quel tetto, studiare il passo, giungere trafelati su quella cara aiuola, vedersi comparir dinanzi la sorellina fatta adulta, il fratello più piccolo ormai adolescente, alle loro grida sopraggiungere tutti gli altri, lanciarsi in mezzo a loro, poi svincolarsi da tutti, correre in casa, chiamare la vecchia madre, vedersela venire incontro colle braccia aperte e gli occhi pieni di lagrime, gettarsele al collo e sentirsi stretto da quelle care braccia e provar tutte le più sante estasi umane, le son cose che, anche a pensarle soltanto, addolciscono qualunque amarezza, sanano qualunque ferita.

Pur non di meno a quel buon giovanotto passava l'anima il pensiero di aversi a separare dal suo uffiziale. E poi un soldato di cuore non si spoglia mai del ruvido cappotto che gli ha servito per tanti anni da coperta e da guanciale, e su cui egli ha fatto tanto lavoro di spazzola, d'ago e di sapone, senza sentirsi dentro un certo struggimento, una certa tenerezza dispettosa ed inquieta, come al separarsi da un amico che ce ne ha fatta qualcuna delle grosse e con cui si vorrebbe tener il broncio, ma che in fondo si è sempre stimato ed amato. Quelle tasche di dietro, dove in prigione si nascondeva la pipa all'apparire dell'uffiziale di picchetto, di tanto in tanto, per isbaglio, e fin che non se ne sia affatto smessa l'abitudine, si cercheranno ancora colle mani.... Che stizza non trovarle più!

Il buon uffiziale s'era fatto pensieroso, e non aveva più aggiunto una parola alle formole consuete. E così il suo soldato. Ma i loro sguardi s'incontravano più frequenti e più lunghi, e pareva che si dicessero:—Tu soffri, lo so.—Il soldato faceva le sue cose più adagio per trattenersi più a lungo in casa e compensarsi, in quegli ultimi giorni, della separazione imminente. Dapprima procedeva con una certa lentezza; poi con lentezza apertamente studiata; da ultimo faceva le viste di levar via la polvere dai tavolini e dalle sedie; ma il più delle volte, assorto nel suo triste pensiero, agitava ciecamente la pezzuola senza nulla toccare. Intanto l'uffiziale ritto ed immobile colle braccia incrociate davanti allo specchio, che rifletteva l'immagine del suo soldato, ne seguiva attentamente i passi, gli atti, i moti del viso, e ne scansava gli sguardi alzando prontamente la faccia e gli occhi al soffitto in aria distratta.—Tenente, posso andare?—Va pure.—E il soldato se ne andava. Non aveva ancora sceso due scalini che dentro la stanza suonava un frettoloso:—vieni qua—ed egli tornava.—Comanda altro?—Niente. Voleva dirti.... niente, niente; lo farai domani; va pure.—E forse l'aveva richiamato per vederlo, e, vedutolo un'altra volta partire, continuava a tener per qualche tempo gli occhi fissi al limitare della porta da cui era uscito.

Venne finalmente il giorno della partenza. L'ufficiale stava seduto in casa, al tavolino, dirimpetto alla porta socchiusa. Di lì a mezz'ora il suo soldato doveva venire a pigliare comiato da lui, e partire. Egli fumava soffiando in alto i nuvoli del fumo, e ne seguiva sbadatamente coll'occhio il viaggio lento e vorticoso fin che si dileguavano nell'aria. Il fumo che gli passava sugli occhi glieli facea lagrimare, ed egli a quando a quando se li asciugava col rovescio della mano, pur maravigliandosi che le lacrime venissero giù così grosse da parer ch'ei piangesse. Ne attribuiva tutta la causa al fumo, voleva illudersi sulla sua commozione, dissimularla a sè stesso, attribuire al sigaro ciò che spettava al cuore. E pensava:—....Già, c'era da aspettarselo. Dunque, a che serve pigliarsela a cuore? Non lo sapeva io, quando l'ho preso con me, che non l'avrei tenuto eternamente? Non lo sapeva che la ferma è di cinque anni? E che quest'uomo ha una casa, un campo, una famiglia, dove è nato, dove è cresciuto, da cui è partito con dolore e a cui ritornerà con gioia? Pretenderei che continuasse a fare il soldato per la mia bella faccia? Sarei un egoista.... Anzi lo sono. Qual vincolo di gratitudine lo lega a me? Che cosa gli ho fatto io? Che cosa mi deve costui?... Oh molto, davvero. Non gli ho mai fatto che delle sgarbatezze, io. Gli sto sempre lì davanti con questo maladetto muso da padre inquisitore.... Gli è il mio temperamento, già; che ci posso fare? È inutile, io non le so trovare le parole per dir certe cose. E poi.... non si debbono dire. Ma.... almeno fargli una faccia un po' umana!... Adesso se ne va. Ritorna a casa a lavorare nei suoi campi, a ripigliar la vita di prima; a poco a poco perderà tutte le abitudini militari, dimenticherà tutto.... e il suo reggimento, e i suoi compagni, e il suo uffiziale. Non importa; purchè viva contento. Ma io potrò forse dimenticar lui? Quanto tempo dovrà passare prima ch'io mi sia assuefatto ad una faccia nuova; prima che la mattina, svegliandomi, non mi abbia più a parere di vedermelo davanti tutto intento a sbrigar le sue faccende là in un canto della stanza, cheto cheto, quasi senza muoversi, quasi senza alitare, per non destarmi prima del tempo? Quante volte, appena desto, non lo chiamerò per nome? Tanti anni di compagnia, di attaccamento devoto, di servizio affettuoso, e poi.... vederselo andar via così.... da un giorno all'altro.... Mah! è il nostro mestiere, non c'è che dire. Bisogna rassegnarsi.... Che buon ragazzo! Che cuore! Se talora, marciando, oppresso dalla fatica, riarso dal sole, affogato dal polverone, io mi soffermava un istante e volgeva gli occhi attorno come per cercare un po' d'acqua, subito mi appariva dinanzi una borraccia e mi suonava al fianco una voce:—Tenente, vuol bere?—Era lui. Era uscito di nascosto dalle file, era corso a pigliare dell'acqua.... lontano forse, chi sa dove; era, in un batter d'occhio, tornato, ansante, grondante di sudore, spossato, ed era venuto dietro a me ed avea aspettato che io mostrassi desiderio di bere. Se talora, in campo, io pigliava sonno all'ombra d'un albero, e il sole a poco a poco mi veniva a batter sul viso, una mano sollecita mi rizzava al fianco una frasca, o tendeva una tenda, o poneva l'un sull'altro tre o quattro zaini, o allargava sopra un fascio d'armi un cappotto, e il sole non mi dava più noia. Di chi era quella mano? Sua era, sempre sua. Appena giunti alla tappa dopo sei, sette, otto ore di cammino, appena spiegate le tende, egli spariva; ed io a cercarlo, a chiamarlo ad alta voce pel campo, a stizzirmi: e dov'è, e chi sa dove siasi rintanato, e vedete un po' che testa, e se questo gli è il modo di fare, e appena verrà lo concerò io pel dì delle feste; e avanti di questo passo. Di lì a un minuto lo vedeva giungere di lontano curvo curvo sotto un gran carico di paglia, a passi ineguali, a sbalzelloni, urlando a destra e a sinistra con chi gliene voleva portar via una manata, inciampando nelle cordicelle delle tende, valicando siepi e fossi, calpestando gli zaini e le camicie tese al sole, inciampando negli addormentati, e tirandosi addosso una tempesta di bestemmie e d'imprecazioni. Mi giungeva accanto, gettava la paglia in terra, metteva fuori un gran sospirone, si asciugava la fronte e:—Signor tenente,—mi diceva tutto peritoso—mi sono fatto aspettare, non è vero? Che vuole, ho dovuto andare così lontano!—Distendeva la paglia sull'erba per tutta la lunghezza d'una persona, ne ammontava una parte, vi poneva sotto il suo zaino a mo' di guanciale, e poi volgendosi verso di me:—Tenente, va bene così?—Buon ragazzo, io pensava, ho avuto torto a stizzirmi con te;—va, gli diceva poi, va a riposare chè n'avrai bisogno.—Ma va bene così? egli insisteva; se no ne vado a pigliar dell'altra.—Sì, sì, va bene; va a riposarti, va; non perder più tempo.—Se talora, in marcia, di notte, io mi sentiva pigliar dal sonno e camminava, come suol farsi, vacillando e serpeggiando da un lato all'altro della via e mi avvicinava di troppo alla proda di un fosso, una mano leggiera si posava sul mio braccio e mi spingeva lentamente verso il mezzo della strada, mentre una voce sommessa e premurosa mi mormorava:—Badi, signor tenente, c'è il fosso.—E sempre lui!... Ma che cosa ho fatto io a quest'uomo perch'e' mi debba circondar di cure e di tenerezze come una madre? Che cos'ho, che cosa sono io perch'ei m'abbia ad amare con tanta virtù, con tanta religione? Che merito ho io verso costui, che non vive che per me, e che per me, ne son certo, darebbe la vita? Per qual ragione, in qual maniera questo povero giovane dai lineamenti rozzi, dalle mani incallite sulla vanga, dalle membra indurite nei disagi e nelle fatiche, senza coltura, senza educazione, nato e cresciuto in un romito abituro di campagna, ignaro d'ogni uso di vita cittadina, s'è fatto peritoso e gentile come una fanciulla, e trattiene il respiro per non destarmi dal sonno, e mi sfiora i panni colla mano per rimuovermi da un fosso, e mi porge una lettera tenendola colla punta delle dita quasi temesse di profanarla, e si sente felice d'un mio sorriso benevolo, d'una mia parola garbata, d'un mio cenno, d'un mio sguardo che voglia dire: Va bene?... Com'è questo? Ah! bisogna pur dire che il cuore umano impari sotto questi panni dei palpiti nuovi e sconosciuti a chi non è soldato o non fu. La gente non suppone in noi altri affetti fuori di quelli che ci tempestano nell'anima nei giorni di guerra; in verità che la gente ci conosce ben poco; essa non sa che a fare il soldato il cuore non solo non invecchia mai, ma ringiovanisce e si riapre alle tenerezze più soavi della prima età, e in quelle vive e si esalta, assai più che nelle procellose e tremende gioie della guerra.... Oh! chi non è soldato non comprenderà mai che cosa sia l'affetto che mi lega a questo giovane! È impossibile. Bisogna aver passato molte notti al bivacco, aver fatto molte marcie nel mese di luglio, essere stato molte volte d'avamposto sotto una pioggia dirotta, aver patito la fame e la sete tanto da svenirsi, e aver avuto sempre al fianco un amico che vi ha steso addosso il suo cappotto per ripararvi dal freddo, che vi ha asciugato i panni, che vi ha porto un sorso d'acqua, che vi ha offerto un tozzo di pane, privando sè di quel che porgeva a voi. Servitore! domestico! E v'è chi lo chiama così! Oh (esclamava facendo un atto come di sdegno e di ribrezzo) è una bestemmia! Sì...., perchè quando quest'uomo mi si affaccia là sulla soglia, e mi saluta, e mi fissa in volto quel suo sguardo pieno di sommessione timida e amorosa, sento che tanto è rispettoso il cenno che gli faccio io perchè abbassi la mano quanto è rispettoso l'atto che egli fa per alzarla.... E quest'uomo mi abbandona,—mi lascia solo,—parte,—non tornerà più! Ma no! no! io lo andrò a trovare, io! Lo andrò a cercare quando sarà in congedo; il nome del suo paesello lo so, domanderò quello della sua parrocchia, quello del suo poderetto, correrò là, lo sorprenderò a lavorare nei campi, lo chiamerò per nome.—Non riconosci più il tuo uffiziale?—Chi vedo! Tenente! Lei qui! egli mi dirà tutto commosso. Sì, sì! avevo bisogno di vederti! Vieni qua, mio caro soldato, abbracciami.—

In questo punto sentì su per le scale un passo leggero, lento ed ineguale, come di chi salga titubando e cerchi di indugiare la salita. Tende l'orecchio senza volger la testa; il passo si avvicina; si sente una stretta al cuore; si volge, eccolo,—è desso,—è il soldato.

Aveva la faccia turbata e gli occhi rossi; salutò, fece un passo innanzi e stette guardando il suo uffiziale. Questi tenea la testa rivolta dalla parte opposta.

—Signor tenente, io parto.

—A rivederci—gli rispose questi stringendo le labbra ad ogni parola e continuando a guardar altrove.—A rivederci.... Fa buon viaggio.... torna a casa.... lavora.... continua a vivere da buon figliuolo.... come hai vissuto finora e.... a rivederci.

—Signor tenente!—sclamò il soldato con voce tremante e facendo un passo verso di lui.

—Va, va, che non ti passi l'ora; va; è già tardi; sbrigati; presto.

E gli porse la mano; il soldato gliela strinse fortemente.

—Fa buon viaggio.... e ricordati di me, sai? Ricordati qualche volta del tuo uffiziale.

Il buon giovanotto voleva rispondere, tentò di mandar fuori una parola e mandò un gemito; serrò un'altra volta quella mano, si volse, guardò la porta, guardò di nuovo l'uffiziale che continuava a tener la testa vôlta dall'altra parte, fece un altro passo innanzi....—Ah! signor tenente!—esclamò singhiozzando, e fuggì.

L'altro, rimasto solo, si guardò attorno, stette un po' di tempo coll'occhio immobile sul limitare della porta, poi appuntellò i gomiti sul tavolino, appoggiò la testa sulle mani, due grosse lacrime gli si formarono nel cavo degli occhi, vi luccicarono dentro un istante e gli scesero giù per le gote rapidamente come se temessero d'essere vedute. Egli si passò la mano sugli occhi, guardò il sigaro, era spento; ah! questa volta erano lacrime davvero; abbandonò la testa sull'un dei gomiti, e le lasciò scorrere tutte, chè ne aveva proprio bisogno.


L'UFFICIALE DI PICCHETTO.


Dopo aver fatto battere i colpi del silenzio, l'ufficiale di picchetto diede un'occhiata in giro al cortile del quartiere, non c'era più nessuno; s'affacciò alle scale che mettono ai cameroni, nessuno; alzò gli occhi ai terrazzini, nessuno; uno sguardo al portone, chiuso; una sbirciata nel corpo di guardia, c'erano tutti; i lumi sui pianerottoli e nei corridoi c'erano, le sentinelle c'erano, i piantoni c'erano; tutto era in ordine, tutto era quieto, il reggimento dormiva. Che restava da fare all'ufficiale di picchetto? Niente, dormire. E così pensò di fare. Volse ancora una volta gli occhi intorno, di sopra, di sotto; si avvicinò alla porta della cantina, la tentò colla mano, era chiusa; tese l'orecchio, nessun rumore.—Ora me ne posso andare a dormire,—disse fra sè, e si mosse verso la sua camera. Mormorò prima qualche paroletta nell'orecchio al sergente di guardia:—Siamo intesi, eh?—e avutone in risposta un rispettoso:—Non dubiti!—accompagnato da un posar della mano sul petto in atto di coscienziosa promessa, entrò, chiuse, si levò berretto, sciabola, sciarpa, si accostò al letto, accomodò la rimboccatura delle lenzuola, portò la destra al primo bottone della tunica.... Ma—e la ronda?—pensò facendo un lieve cenno col capo come se movesse la domanda ad un altro; e, preso il lume in atto dispettoso, si andò a piantare diritto come un palo dinanzi alla tabella dell'orario, affissa ad una delle pareti sotto il ritratto del Re. Puntò l'indice in fondo al foglio e cominciò a farlo serpeggiare sotto le righe leggendo rapidamente e masticando le parole in suono inarticolato e stizzoso, finchè si fermò ad un tratto e pronunciò con voce distinta: Ronda nell'interno delle camerate, alle undici.—Ih!—soggiunse tosto ritornando verso il letto e battendo con forza il candeliere sopra il tavolino, n'ero ben certo io!—e stava lì dritto, immobile, cogli occhi fissi sul guanciale, e le mani in atto di sbottonare la tunica.

Ronda! Ronda!—prese a dir poi, facendo lentamente uscir dall'occhiello bottone per bottone;—dopo essere stati in piedi tutto il giorno, dopo aver corso di qua e di là e di su e di giù senza un minuto di requie, ed essersi sfiatati a gridare dalla mattina alla sera, viene finalmente l'ora di posar le ossa in un po' di letto e godere un momento di pace; ma nossignori, c'è la ronda! la ronda alle undici. Voi dovete pigliare in mano la vostra brava lanterna e da capo a girare, a frugare, a strillare, e perchè tutti siano a letto, e perchè la cantina sia chiusa, e perchè non aprano il portone, e perchè nessuno se la batta dalle finestre, e dàgli e dàgli, che la durerà fin che la può durare. Finalmente....

Intanto aveva gettata la tunica sopra una seggiola accanto al letto.

—Finalmente sono di carne anch'io come tutti gli altri, e la pelle pel servizio non ce la voglio lasciare; oh no di sicuro. Già a questo modo non si va più avanti; è impossibile. Senza burle, non c'è nemmeno tempo per mangiare, non c'è; e la tabella è lì che lo può dire. Niente di più facile...

E i calzoni erano andati a far compagnia alla tunica.

—Niente di più facile che metter fuori un orario, seduti a tavolino, con un buon pranzo in corpo e un sigaro da sette in bocca; niente di più facile. Il guaio è per i poveri diavoli che ci hanno da stare, all'orario. Gli è sempre in basso che si sgobba. Che un povero uffiziale di picchetto non abbia tempo a fare un po' di chilo, o che importa a certi signori? Sgobbi, sgobbi; e se sgarra, dentro. In fin dei conti....

E le mutande erano andate a riposar coi calzoni.

—In fin dei conti poi, chi ha da capitare qui a quest'ora, alle dieci? Chi si piglierà la scesa di testa di venire a vedere se io faccio o non faccio la ronda? Fuori, un freddo da cani, un vento che fa gelar la faccia; una strada poi, che c'è da rompersi il collo ad ogni passo. Il colonnello sta dall'altra parte della città, e poi non è solito a far delle sorprese. Il maggior di servizio.... oh quello lì è ammogliato e non c'è pericolo che si risolva a venire. Il capitano d'ispezione a quest'ora è là che fa la sua partita a tarocchi e non gli salta certo il ghiribizzo di trascinarsi fin qua. E poi, e quand'anco venisse? Convien pure....

Intanto s'era ficcato nel letto, tutto tremante di freddo, e rannicchiandosi e rivoltandosi mollemente sotto le coltri moveva le labbra ad un risolino di voluttuosa poltroneria.

—Convien pure che picchi per farsi aprire. E prima che il caporale di guardia l'abbia sentito, e si sia mosso, ed abbia trovato il buco della serratura, ed abbia aperto, son cinque minuti che corrono ed io ho tempo di vestirmi o bene o male, volare alla porta, aprirla, afferrar la lanterna nel corpo di guardia e via nei cameroni a recitare la mia parte....

E qui die' un gran soffio nel lume, si tirò le coperte sul capo, si voltò sopra un fianco, cercò una comoda positura e chiuse gli occhi, pensando:—e via nei cameroni a recitar la mia parte. Oh gli è pure un gran gusto il cacciarsi in un letto dopo aver faticato tutto il giorno! Che mestiere! E dire che con tutto il mio buon volere non ne indovino mai una, con quel barbone di capitano. La carne è cruda? Di chi è la colpa? Mia. Le scale son sudice? Chi ne ha il torto? Io, diavolo. I cameroni sono in disordine? Chi se la piglia la parrucca? Io, io, sempre io, non altri che io.—Oh che buon letto.—E a sentir certuni noi siam gente che non ha altro da fare che empir di fumo i caffè e dar dietro alle ragazze. Venite a provare, venite, ora che tutto il mondo è in aspettativa.... e con quel fior di stipendio.... e le imposte....

A mano a mano, divagando in questa difesa di sè stesso, i pensieri e le immagini gli si intorbidarono; il capitano, il maggiore, la moglie, le aspettative, le imposte si confusero in una mescolanza bizzarra che si dileguò a poco a poco, a poco a poco.... Sonno profondo.

Ma non s'era addormentato senza un po' di inquietudine, senza un po' di rimorso. Ogni volta che gli veniva in capo l'idea della ronda ei si sentiva dentro un po' di stringimento. Lo stesso accade al discoletto che mancò alla scuola per andar coi compagni a far alle palle di neve: l'immagine del maestro e della mamma lo assale a quando a quando e l'inquieta, e più ei la scaccia da sè, più quella ritorna importuna e piccosa come una mosca.

Sognò. Cominciarono a passargli per la mente l'un dopo l'altro, que' dieci o dodici soldatacci indisciplinati che in tutti i reggimenti salgono in fama per iscappate notturne e baraonde di bettola e furfantesche imprese condotte a termine fortunatamente; altri celebri per farla franca; altri famosi invece per consegne e per prigioni e per lunghe appendici al numero diciotto; e gli pareva che ciascun d'essi, passando, gli bisbigliasse a fior di labbra:—Dormi, dormi, chè te la faccio.—E si dileguava. E gli passavano dinanzi, col sigaretto in bocca e un mazzettino di fiori in mano, tutti i più eleganti e più azzimati sott'uffiziali del reggimento, quelli che portano la divisa sulla nuca e le scarpettine col tacco fatto a punta, ed hanno l'amorosa in città, e quando se la possono svignare un momento al chiaro di luna non ne aspettano l'ispirazione due volte. E gli pareva che ciascun d'essi, passando, mormorasse sommessamente:—Dormi, dormi, chè te la faccio.—Lo stesso sergente di guardia che poc'anzi gli aveva risposto quel rispettoso:—Non dubiti,—e gli aveva fatto quel gesto così rassicurante, ora, ricordandolo bene, parevagli di aver notato che gli occhi gli scintillassero di malizia e sotto i baffi avesse atteggiato le labbra ad una smorfia sospetta, come per dire:—Va pure a dormire, chè te la faccio.

E d'una in altra cosa, gli pareva di trovarsi in mezzo alla via, dietro la caserma, e guardava intorno attentamente se le sentinelle vegliassero e stessero al posto. C'erano tutte. Anzi ne scorse una che non gli era sconosciuta; un soldato della sua compagnia, il più coscritto, il più tondo, e il più poltrone; per giunta di vista corta e un po' duro d'orecchio.—Ma vedete, egli pensava, se non pare che me l'abbian messo lì per dispetto un citrullo di quella sorte, che non è buono a niente!—E lo spiava. La sentinella allungò il collo fuori del suo casotto, guardò a destra e a sinistra se nessuno venisse, appoggiò il fucile in un canto, si ravviluppò nel mantello, sedette, chinò la testa sulle ginocchia e s'addormentò. Il povero sognatore si avventò stizzito contro quel briccone, lo ghermì per una spalla, lo scrollò, aperse la bocca ad un'imprecazione....

In quel punto gli parve di sentire un lieve rumore sopra il suo capo; levò gli occhi in su alle finestre. Dall'un de' davanzali spunta e si muove incertamente una cosa nera, si allunga, discende lenta lenta, arriva a terra; è una corda. Dopo averla accompagnata cogli occhi fino a terra, li rialza alla finestra; vede sporgere una testa, due spalle, tutta una persona, girare guardinga sopra sè stessa, afferrare la fune, discendere, sparire. Dietro subito, di corsa. Già gli è vicino, già lo raggiunge, già stende le mani a ghermirlo pei panni....

In quel punto gli si para davanti una porta; la porta della cantina. La tenta leggermente colla mano; essa cede. Uh! che baccano! Un acciottolio di piatti, un tintinnio di bicchieri, un urlìo di voci rauche e dissonanti, un sonar confuso di bestemmie e di canti e un puzzo di fumo di pipa che lo respinge indietro. Si fermò un istante; spinse un'altra volta la porta, e si spalancò. Quale spettacolo! La stanza piena zeppa di soldati; chi vestito, chi in farsetto, chi col cappotto sulle spalle a mo' di mantellina spagnola e il berretto indietro alla bravaccia; chi seduto sulle tavole, chi a cavalcioni, chi lungo disteso sulle panche, chi sdraiato sconciamente sul pavimento; gli occhi lustri, vitrei, istupiditi; le faccie accese; altri brillo, altri briaco affatto; altri sonnacchioso, altri dormente sonno profondo; qualcuno tentava di rizzarsi in piedi e ricadeva pesantemente sopra la panca; qualche altro, riuscito a levarsi su, barcollava per la stanza urtando e facendo tentennare le tavole e tremar sonoramente i bicchieri e le bottiglie; in ogni parte un gran moto di carte e di quattrini, e un trinciar l'aria colle mani a modo di scongiuri cabalistici, e grida e risate, e tutto avvolto in un denso nuvolo di fumo da restarne soffocati in dieci minuti.—Fuori! fuori!—pareva di gridare al povero sognatore;—sergente! sergente! mi noti il nome di tutti, tutti dentro, tutti ai ferri, tutti....

In questo punto gli parve di sentirsi dietro un cigolìo come di grossa porta che si muova lentamente sui cardini; si volse, guardò attorno, e si accorse che era nel corridoio d'entrata, vicino alla porta del quartiere. Un'ombra nera si avanzava sospettosa rasente il muro, come una figura di bassorilievo ambulante; moveva due passi, si fermava, si guardava attorno, ricominciava ad andare, si fermava un'altra volta, come avesse paura; giunse alla porta, tossì, strisciò i piedi, ed ecco sul limitare della porta del corpo di guardia un'altra figura, come la prima, circospetta e guardinga. Si scambiarono poche parole sommessamente; la porta s'aperse adagio adagio, uno di que' due spari.—Ah! lo riconobbi,—pensò il sognatore, il sergente dell'ottava.—E si volse e ne vide un altro. Dietro a questo un terzo. E poi un quarto. Il sergente della quinta. Il furiere della sesta. Il furiere della terza.—Ah! traditori!—sognò di gridare—alla sala tutti! tutti alla sala! sergente di guardia! sergente....

In questo momento gli parve di dar della mano contro qualche cosa di cedevole e di lanoso. Si volge; è un letto. Dietro a questo un altro, e poi un altro, e un altro ancora, una lunga fila di letti. Guarda intorno e s'accorge d'essere in un dormentorio; un lumicino in fondo al camerone rischiarava velatamente gli oggetti; tutto taceva; si sarebbe sentito volare una mosca. All'improvviso uno dei dormenti comincia a russare, dapprima leggermente, poi più forte, poi in un modo da farsi sentir nella strada. Qualcuno si sveglia. Un vicino tende le braccia, sbadiglia, si frega gli occhi e scappa fuori a dire:—Ohè! non potresti dormire un po' più da cristiano?—Niente, non se ne dà per inteso.—Hai capito di dormire un po' più da cristiano?—gli urla più forte il vicino. Niente; gli è come parlare al muro.—Corpo di una bomba!—esclama questi saltando giù dal letto, ora t'aggiusto io.—Se gli avvicina, lo afferra per ambe le braccia e gli dà una scossa così gagliarda che ne trema il suo letto e quello dei vicini. Il russatore si scuote, si desta, intravvede, comprende, un calcio alle coperte, un grido, un salto, è in piedi col guanciale nelle mani, e giù sulla nuca all'importuno una botta da orbo. Questi gli rende la pariglia; il primo incalza; un terzo accorre in sostegno del più debole; un quarto vola in difesa del primo; s'impegna la zuffa; tutti balzan dal letto; cresce il baccano; il lume si spegne; le schiere si confondono; un vetro è andato in pezzi; un altro; gli zaini vengon giù dalle assicelle, le lenzuola giù dai letti, i fucili giù dalle rastrelliere.... Il povero sognatore stordito, convulso, cieco d'ira, sta per mandar fuori un grido poderoso che copra quel frastuono d'inferno e inarca la persona per slanciarsi in mezzo alla mischia....

In quel punto sentì bussare gagliardamente alla porta, e gli parve che una voce lo chiamasse per nome. Palpitante, esterrefatto, tutto grondante di sudore, si levò faticosamente a sedere, tese l'orecchio, trattenne il respiro.—Tenente! tenente! il capitano d'ispezione,—disse un'altra volta quella voce.

—Dio mio! presto, le calze, le calze; dove sono le calze? No, non importa; i calzoni.... dove sono? Ah! eccoli.... presto. Le scarpe, ih! non possono entrare; su, su, su, ci sono. La tunica; un braccio, un altro.... la tunica c'è. La sciabola.... Ma dov'è in nome di Dio questa sciabola? La sciarpa, adesso, la sciarpa, va a trovare la sciarpa.... Eccola qui; ah! finalmente....

E così vestito alla carlona, colla tunica sbottonata, senza calze, senza cravatta, senza mutande, s'avventò trafelando alla porta, l'aperse, guardò intorno e lo vide.... Vide il capitano d'ispezione, dritto, immobile, rigido, colle braccia incrociate sul petto e la tesa del berretto calata sugli occhi e gli occhi scintillanti sotto le sopracciglia aggrottate come due carboni roventi.

—Ha fatto la ronda?

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Ora io domando: è peggio fare un sogno di questa sorte, o buscarsi una scalmana facendo la ronda, od anco dare una stincata in qualche letto allo scuro? Io sono per la stincata e per l'infreddatura. E credo che la più parte dei lettori siano con me.


L'OSPITALITÀ.


Una sera, sul cadere di ottobre del mille ottocento sessantasei, un reggimento di fanteria venne colto a mezza marcia fra San Donnino e Piacenza da un così furioso acquazzone, che in pochi minuti i soldati furon fradici fino all'ossa, e la via diventò tutta un pantano. Potevano essere le nove della sera. I soldati, ravvolti il capo e le spalle nelle coperte da campo e nelle tele da tenda, tiravano innanzi lentamente e stentatamente, e nessuno parlava. Dopo un breve tratto di via il reggimento si fermò; la maggior parte dei soldati si coricarono per le prode dei fossi e presero sonno; gli altri si ripararono sotto gli alberi che fiancheggiavano la strada.

Tonava e lampeggiava maledettamente. Cessata la prima furia del temporale, s'era levato un vento a folate che spingeva di traverso una pioggia minuta e fredda da cui non v'era modo di schermirsi la faccia per quanto la s'imbacuccasse colla coperta da campo e col bavero del cappotto. A poca distanza dalla strada appariva tratto tratto, rischiarata dai lampi, una bella e signorile villetta, e fra questa e la via un piccolo giardino a scompartimenti e ad aiuole, sparso di mortelle e di vasi di fiori. Fra lampo e lampo, si vedeva muovere l'ombra di due persone sulle tendine di una finestra illuminata.

In quella stanza, stava raccolta in quell'ora la famiglia d'un ricco possidente piacentino, il quale soleva ogni anno protrarre la villeggiatura fino alla fine d'ottobre, in compagnia dei suoi figli e di una sua sorella vedova, attempata, bizzarra, e con certi fumi di boria patrizia pel capo; ma, in fondo, di buona indole e di buon cuore. Il salotto era mobiliato riccamente e illuminato da un'elegante lampadario appeso alla vôlta. Due bei bimbi si baloccavano attorno alla tavola da pranzo; un giovanetto leggeva un giornale in un canto; dall'altro lato due ragazze di diciotto in vent'anni sedevano davanti a un tavolino da lavoro discorrendo col fratello maggiore; il babbo e la sorella in piedi accanto alla finestra erano assorti in una conversazione animata.

—Con vostra buona pace—brontolava la sorella—io non partecipo nè punto nè poco ai vostri sacri entusiasmi.

—Tanto peggio per voi; avrete molte consolazioni di meno.

—Belle consolazioni! Guardate la vostra campagna in che stato vi si è ridotta con questo continuo passar di soldati. Ci siete stato nelle vigne?

—Ci son stato; e per questo? Potevano fare assai peggio. Già, più d'un grappolo per uno credo che non n'avranno preso, perchè da una mano debbon tenere il fucile, e nello zaino l'uva non ce la possono mettere senza sciuparla.

—Allora tanto valeva invitarli a rubare.

—A servirsi, volete dire; era inutile.

—Sarebbe stato più generoso.

—....È vero, e mi pento di non averlo fatto.

—Mi fate dispetto.—

Il fratello si mise a ridere.

—Sicuro che mi fate dispetto, perchè, scusatemi, avete una filosofia senza sugo. Bene, sì, ammetto, sono soldati, difensori della patria, martiri, eroi, tutto quel che vi piace, tutto quel che volete; amiamoli, incensiamoli, idolatriamoli, passi anche questo; ma da lontano, Dio mio! da lontano e in complesso. Tutto l'esercito insieme lo rispetto anche io; ma i soldati uno per uno, poi.... In fin dei conti non son altro che contadini vestiti tutti d'un colore. O che c'è bisogno di andar loro incontro per la campagna, come fate voi, per ringraziarli d'avervi rubato, e condurveli in casa a bere, e trattarli a pasticcini, e accompagnarli al cancello come se fossero principi?

Il fratello continuava a ridere.

—Ridete, ridete. E ogni volta che passa un reggimento continuate a scender giù voi e tutta la vostra famiglia a vederlo passare, e a star là sulla porta con due ragazze di quell'età, e ne sentirete delle belle da quei vostri guerrieri assuefatti a bazzicar le bettole, a ubriacarsi di acquavite e a masticar tabacco. L'altro giorno intanto....

—Avete fatto un gran che d'un nonnulla. Se quella parola l'avesse detta chiunque altro, che non fosse un soldato, non l'avreste nemmeno avvertita. Bisogna condonar qualcosa alla gioventù. E poi son guerrieri in fin dei conti, e non frati.

—Sì, sì, continuate pure a idolatrare il cappotto bigio, e un giorno o l'altro vi toccherà qualche lezione.

—L'aspetto. Ma non volete capirla che non è il cappotto bigio che io idolatro; ma proprio quei contadinacci che lo vestono, rozzi, come dite voi, e beoni e scostumati, e quelle loro manaccie incallite, e quelle loro faccie ossute e arse dal sole, e quelle loro fronti che per tanti anni stettero curvate sui solchi ed ora....

—Ed ora mi fate più dispetto di prima.—

In quel punto s'udì picchiare alla porta di casa.—Dopo un minuto, un servitore venne a dire che un soldato il quale avea smarrita la via cercava ricovero.

—Stiamo a vedere che lo fate salir qui a ricevere i vostri complimenti,—disse la sorella.

—Fatelo salir subito,—disse risolutamente il padrone.

—Oh!

—Subito; qui, in questa stanza.—

Il servitore scomparve.

Si sente un passo lento e strascicato venir su per le scale. Poi un colpo come di corpo pesante lasciato cader sul pavimento;... ha lasciato cader lo zaino. Poi il suono del fucile appoggiato alla parete. Subito dopo la porta del salotto s'apre; eccolo sul limitare. Pallido, cascante, grondante d'acqua, sordido di fango il viso e le mani, e il capo inclinato languidamente sulla spalla, gira l'occhio intorno peritoso e meravigliato.

Primo il padrone, e tutti gli altri dopo lui, gli si fanno intorno sollecitamente.

—Avanti, avanti, giovinotto; avanti liberamente.—

Egli fa un passo innanzi, abbassa gli occhi, vede il tappeto e si ritrae mormorando:

—Scusino.... io non avevo veduto.

—Ma che!—sclama il padrone, e lo piglia pel braccio e lo fa venire avanti e lo costringe a sedere accanto al cammino. Egli si fa bianco bianco nel viso, abbandona il capo all'indietro e lascia cadere le braccia penzoloni.—Oh Dio mio!—gridano tutti insieme spaventati; il padrone gli sorregge il capo, uno dei figliuoli gli asciuga la fronte, l'altro gli sbottona il cappotto e gli fa odorare una boccetta di aceto; le ragazze e le donne di servizio corrono di qua e di là, confuse, affannate, senza saper che si fare. Finalmente ei rinvenne e la sua prima parola fu un grazie detto con una voce trepida e fioca che veniva schietta schietta dal cuore. In quel momento, facendogli un po' di violenza, gli tolsero il cappotto e la cravatta, gli fecero indossare una giacchetta, e gli avvolsero attorno al collo un fazzoletto.—Grazie!—ripeteva il soldato opponendo una timida resistenza;—grazie!—

—Oh che scena!—diceva intanto tra sè la sorella del padrone; ma non diceva per l'appunto quel che sentiva. E mostrava alla figlia maggiore le orme di fango rimaste sul tappeto; ma nell'atto stesso che le mostrava sentiva quasi dispetto di non provare dispetto.

—O che v'è accaduto, buon giovane, che v'è accaduto?—dimandava con viva sollecitudine il padrone di casa.—Siete malato? Siete caduto? Eravate solo? D'onde venite?—

A voce bassa e lenta, e interrompendosi tratto tratto come se gli venisse meno il respiro, il povero soldato raccontò tutto quel che gli era seguìto. Era partito da San Donnino che già si trovava male in arnese; lungo la via aveva molto sofferto di stomaco e di testa, e ad ogni breve sosta che s'era fatta aveva temuto di non potersi più rialzare. S'era però rialzato e avea tirato innanzi con grande sforzo fino all'ultima fermata, in prossimità di quella casa. Quivi s'era gettato in un fosso, s'era lasciato cogliere dal sonno, un torpore profondo gli aveva invaso tutte le membra, non avea inteso lo squillo delle trombe che davano il cenno dell'avanti, non aveva visto partire il reggimento, s'era svegliato mezz'ora dopo, s'era trovato solo, avea tentato di rimettersi in cammino ed era ricaduto per terra.... Che fare? dove andare? Vista là presso una casa, s'era diretto, barcollando, alla porta, e avea picchiato, e avea pregato che lo ricoverassero per un quarto d'ora nella stalla, o nel fienile, o dove si fosse.

Questo racconto durò un buon quarto d'ora. Frattanto egli ritornò in sè interamente e riprese una parte delle forze smarrite. Ma a misura che la sua mente si rischiarava ed egli acquistava conoscenza viva e distinta del luogo dov'era e delle persone che lo circondavano, vieppiù s'accresceva il suo imbarazzo, la sua timidità e la sua confusione, e rispondeva alle domande balbettando e arrossendo come un bambino.

Essendo ora di cena, la donna di casa, in quel frattempo, aveva apparecchiato, senza che il povero ospite, confuso e sbalordito come era, se ne fosse avveduto. Ad un tratto, il padrone fe' un cenno e tutti s'alzarono e si accostarono alla tavola. Il soldato si alzò anch'esso, diede una rapida occhiata alla mensa e alle persone, e si rimise subito a sedere abbassando gli occhi e vergognandosi d'aver guardato.

—Ci abbiamo a mettere a tavola?—gli disse amabilmente il padrone, facendoglisi accanto.

—Ah! è vero!—pensò il soldato, e si rizzò in piedi di scatto, e mormorando qualche parola di scusa si mosse per uscir dal salotto.

—Dove andate?—domandò vivamente il padrone. Tutti gli altri si guardarono in atto di sorpresa: il soldato si fermò e si volse indietro.

—Dove andate?—ripetè il padrone.

—Mi hanno detto che si mettono a tavola....—quegli rispose timidamente.

—Sì; ebbene, sedete a tavola con noi.—

La sorella del padrone allungò il labbro di sotto; il soldato rimase a bocca aperta.

—Sicuro, a tavola. Sedete qui, se non vi spiace.—E con una mano scostò una seggiola dalla tavola e coll'altra gli fece cenno che sedesse.

—Ma.... domandò il soldato ripiegando ambe le mani coll'indice teso contro il proprio petto,—a tavola, io?—E sorrise.

—Ma sicuro.

—....Con loro?

—Con noi, con noi.—

Il povero giovane non poteva credere a quel che sentiva. Tutti gli altri lo guardavano con un'aria di curiosità e di compassione affettuosa; anche la sorella del padron di casa.

—No.... senta, signore, (proruppe il soldato con voce dolce e tremante e facendosi serio serio) io non merito.... io non son degno di stare.... son tutto così (e si guardò i panni).... e poi io non saprei stare come si deve, perchè.... Quindi risolutamente:—Mi faccia questo piacere, mio buon signore; mi lasci andare di là, nella stanza vicina alla porta; io sto più volentieri di là; aspetterò che loro abbiano finito; non importa nemmeno che accendano il lume; aspetterò al buio, per me è lo stesso....

—Ma no, ma no,—esclamarono ad una voce il padre e i figliuoli, dopo averlo ascoltato con un'attenzione mista di sorpresa e di tenerezza;—non permetteremo mai questo, non....

—Sì, sì, mi lascino andare, mi lascino andare; io non voglio incomodarli....—e si mosse un'altra volta per andarsene.

—Ma sentite.... ripresero gli altri trattenendolo;—voi avrete bisogno di mangiar qualcosa, è impossibile di no; restate, fateci questo piacere....

—No, grazie, grazie; io non ho bisogno di nulla, io ho ancora tutto il mio pane nello zaino, e mi basta....

—Ma sentite....

—Ma guardino.—

Volò di là, prese il pane, e tornò mostrandolo in atto di compiacenza:—Vedono?—

Tutti tacquero e si guardarono l'un l'altro in viso.

—Qua!—gridò improvvisamente il padrone colla voce commossa, strappando di mano al soldato il suo pane e battendolo forte sulla tavola;—lo mangeremo assieme; sedete.—

Quell'atto, quella voce, quel volto erano improntati di un affetto e d'un'emozione così viva e così risoluta, che al soldato non parve più possibile di ricusare, e sedette.

Non sapeva dove metter le mani, non s'attentava a levar gli occhi in volto a nessuno, non ardiva nemmeno di guardare sulla tavola; guardava fisso il piatto che gli stava davanti, teneva le ginocchia strette e i piedi indietro indietro sotto la seggiola, e gingillava colle dita intorno ai bottoni del cappotto. Comunque ei nol guardasse, pure tutto quel cristallame svariato e luccicante lo abbarbagliava; quel bel tovagliolo fine, bianco, che odorava ancora di bucato, non aveva il coraggio di toccarlo, con quelle sue mani ruvide e nere. E gli si cominciarono a svegliare nella mente certi ricordi vaghi e confusi e da lungo tempo sopiti, di certi modi, di certe consuetudini, di certe norme di buona creanza e di cortesia, di cui molti anni addietro, quand'egli era ancora ragazzo, sua sorella maggiore, che avea soggiornato un pezzo in città, gli soleva fare in fretta un po' di scuola su per le scale della casa del fattore, quei giorni di festa solenne ch'essi erano invitati a desinare da lui. E cercava di richiamarsele a memoria quelle norme, quelle consuetudini, e si sforzava di metterle in pratica con quel miglior garbo che per lui si potesse, e guardava tratto tratto colla coda dell'occhio il padrone di casa che gli era seduto accanto per regolarsi da lui sul modo di tenere il tovagliolo, e di spezzare il pane, e di maneggiare il coltello, e via via. A ogni piatto che gli s'offerisse ei si credeva in dovere di dire di no, e diceva no due o tre volte, e faceva atto di respingerlo colla mano e torceva il capo dall'altra parte, finchè accettava a stento, mormorando:—Grazie!—e facendo un certo viso compunto che voleva dire:—È troppo. È troppo!—E tagliava certi bocconcini così minuti che gli andavan giù senza farsi sentire; e ad ogni centellino d'acqua o di vino che bevesse si forbiva due o tre volte la bocca tenendo il tovagliolo, con tutt'e due le mani, e con gran sollecitudine porgeva alla donna di servizio i piatti ch'essa andava intorno a raccogliere, e si guardava bene dal gettar pure un'occhiata alle pietanze recate in tavola prima che gli fosser messe dinanzi; e quando il padrone gli offriva del vino egli non si contentava di dir di no, ma turava il bicchiere colla palma di una mano, spingendo in là la boccia coll'altra. Del pepe, del sale, dell'oliera, di tutto rendeva grazie particolari, come se l'offrirgli ciascuna di quelle cose fosse una particolare degnazione, un favore affatto distinto dagli altri.

Se egli avesse guardato qualche volta i suoi commensali, questi si sarebbero astenuti dal guardar lui, per non metterlo in più suggezione, per lasciarlo mangiare in pace, per non farlo penare. Ma come ei non guardava nessuno, così tutti guardavano lui; ne notavano tutti i moti, tutti gli atti; gli leggevano sulla fronte ciò che gli passava nell'anima, e di quella sua rozzezza ingenua e peritosa, di quel suo stupore, di quel suo sbalordimento, di quella tenera e reverente gratitudine che tratto tratto gli lampeggiava in un lieve sorriso o in uno sguardo fuggevole, provavan tutti un senso come di pietà e di compiacimento soave. Il padrone di tempo in tempo l'interrogava delle vicende della guerra, delle marcie, dei campi, del reggimento, ed egli rispondeva con dei sì, con dei no, con dei sorrisi, con qualche gesto cominciato e non saputo finire, e tra una domanda e l'altra, quando supponeva che tutti gli occhi fossero volti sopra di lui, pigliava in mano e fingeva di osservare attentamente il coltello o la forchetta. In fin di tavola, sorbendo il caffè, ne lasciò cadere una goccia sulla tovaglia.—Oh! Dio!—sclamò tutto turbato—scusi, sa: non l'ho fatto apposta.—E volgendosi al padrone si mise una mano sul petto. Povero giovane! disse tra sè la sorella; e portò il bicchiere alla bocca per nascondere quel po' d'alterazione che quel senso fugace di pietà avrebbe potuto produrre sull'altera gravità del suo volto.

S'alzarono da tavola.

—Adesso.... disse il soldato, e restò in asso.

—Adesso?... domandarono gli altri e stettero in atto di aspettare ch'ei finisse.

—Mi rincresce....

—Che cosa?—interrogò amorevolmente il padrone.

—Mi rincresce; bisogna ch'io me ne vada.

—Oh!

—Per forza.

—Come! Come! E perchè? proruppero vivamente il padrone e i figliuoli:—bisogna che restiate qui con noi questa notte; non siete ancora in grado di rimettervi in strada; avete bisogno di dormire; e poi con questo tempo è impossibile....

—Ma scusino....

—Ma con questo tempo è impossibile che voi vi rimettiate in cammino. Sentite.—

E tutti tacquero. La pioggia veniva giù a catinelle; la si sentiva batter forte contro i vetri delle finestre e tirava un vento d'inferno.

—Avete sentito? Come volete partire con cotesto diluvio? E con cotesto buio che non ci si vede un palmo più in là del naso?...

—Ma sentano; io sono stato anche troppo qui con loro; sa il cielo se non ci rimarrei ancora volentieri.... magari per sempre (e sorrise); ma se domattina di buon'ora io non mi trovo a Piacenza, mi metteranno in prigione.... e adesso, camminando di buon passo, sarei ancora in tempo a raggiungere il reggimento...; se tardo anche un poco....

—Ma voi non vi sentite bene; vi si vede in viso....

—Sì che mi sento bene; davvero; mi sento proprio bene adesso; mi lasci andare....

—Ma no, ma no; io farei molto male a lasciarvi andare, ve lo dico schiettamente; e se smarriste la via? E se vi mancassero le forze a mezza strada? E se vi venisse male? Restate; seguite il mio consiglio; ve lo do pel vostro bene; se credessi che voi poteste partire senza pericolo, sarei io il primo a consigliarvi di partire; ma stanco e malato come siete, con questo tempo, a quest'ora, credetemelo, non vi conviene d'uscire. Restate qui con noi, via; fateci questo piacere; ve ne preghiamo pel vostro bene.—

Il soldato stette un momento sopra pensiero.

—No, no,—proruppe poi tutto ad un tratto;—non posso, mio buon signore; domattina per tempo bisogna ch'io sia col mio reggimento; lo posso ancora raggiungere; mi scusi, non posso, bisogna ch'io vada.—

E corse nella stanza d'ingresso; dietro a lui la famiglia co' lumi. S'infilò il cappotto, si mise il cheppì, si allacciò il cinturino, si gettò in spalla lo zaino...; ma all'improvviso le ginocchia gli si piegarono sotto, lasciò cader lo zaino in terra e s'appoggiò alla parete.

—Vedete? vedete?—s'affrettarono a dire tutti gli altri; vedete che non vi sentite bene? che non siete ancora in grado di camminare? che avete bisogno di dormire?—

Egli tacque.

—Restate, restate; riprese il padron di casa pigliandolo per un braccio; dormite in casa nostra; domattina vi desteremo per tempo; vi faremo noi una lettera pel colonnello per giustificare il vostro ritardo....

Il soldato sorrise.

—Restate; ve ne preghiamo per la vostra salute; è necessario che restiate. Non è vero che restate?—

Il soldato stette un po' di tempo sopra pensiero e poi, levandosi il cheppì e il cinturino, mise un sospiro e disse:—Resterò!—

—Sia lodato il cielo!—esclamò il padrone; e gli strinse la mano. Povero giovane! pensò la sorella, e, prevedendo uno sguardo del fratello, volse il capo verso la finestra come per sentire se pioveva ancora.

Pochi minuti dopo, il padrone di casa, precedendo il soldato con un lume in mano, lo condusse alla porta d'un'elegante cameretta, l'aperse e gli disse:—Entrate.—

Il soldato entrò e, girato attentamente lo sguardo intorno, si volse al suo ospite e gli fissò gli occhi negli occhi in aria d'interrogarlo.

—Dormirete qui,—gli disse con un sorriso il buon vecchio.

—Qui?

—Già.—

Il soldato fece un atto di sorpresa e quasi di rincrescimento.—Qui non è luogo per me, signor padrone; mi faccia dormire in un'altra camera; qui, vede, io non potrei nemmeno prender sonno, me lo creda; io sono assuefatto a dormir sulla terra; io le insudicerei tutto, qui.... Mi lasci dormire in un altro luogo.—

E queste preghiere erano profferite con un accento così umile e soave, che toccavano il cuore. Il padrone lo guardò un momento e poi, dissimulando la commozione, gli rispose che non c'era altra stanza disponibile, che bisognava ch'egli dormisse in quella.

—Mi metta a dormire in cucina.

—Ma vi pare! mettervi a dormire in cucina io che vi cederei il mio letto se non n'avessi un altro da darvi, e che per voi dormirei anche giù per le scale? E poi in cucina dorme la donna di servizio.

—Allora.... allora mi metta a dormir lì fuori.

—Dove lì fuori?

—Sul pianerottolo.

—Oh!

—Ci starei bene, sa? Prima di tutto mi troverei al coperto, e poi ho la mia coperta da campo, e lo zaino per appoggiarvi la testa; e poi, già, io ci sono assuefatto a dormire al fresco e.... e poi domattina farei più presto a scendere giù; sì, sì, mi lasci dormire sul pianerottolo, signor padrone; mi ci lasci dormire.—

E stette aspettando la risposta in un certo atteggiamento di timidità e d'ansietà puerile, e con un sorriso pieno d'una così viva ed ingenua espressione di preghiera, che il padrone ne fu tocco nel più vivo dell'anima; lo guardò, s'intese battere il cuore forte forte, si sentì un impulso come d'una mano gagliarda che lo spingesse verso il suo ospite, allargò le braccia, le ritrasse, e, stringendo rapidamente la mano al soldato.—Buona notte!—gridò con voce soffocata, e scomparve.

—Buona notte!—ripetè il soldato, e rimase attonito in mezzo alla stanza coll'occhio fisso alla porta. Lo riscosse un lieve rumore alle spalle; si volse, era un bell'orologio a pendolo accosto alla parete. Lo guardò per un pezzo e poi rivolse gli occhi al letto; un bellissimo letto con parato di percalle e coperta a fiorami e piumino. Guardò il tavolino: c'era su un bel lume da notte che spandendo intorno sulle pareti e sui mobili una languida luce, ne abbelliva d'un cotal velo di mistero la splendidezza. Egli guardava or l'una or l'altra cosa colla bocca aperta e le braccia penzoloni; gli pareva di sognare.

Tornato interamente in sè, riavutosi da quello stupore e da quella confusione che gli avean pieno sino allora il cuore e la testa, ripensò pacatamente ai suoi ospiti, si risovvenne distintamente di tutte le garbatezze che gli avevano fatte, gli parve di udirsi risonar di nuovo all'orecchio tutte le affettuose parole che gli avevano dette, si ricordò del reggimento, della marcia, della pioggia, del suo svenimento; si guardò un'altra volta intorno, giunse le mani con impeto, mandò fuori una voce convulsa come tra il gemito e il riso.... Il suo cuore era già colmo di tenerezza; per farlo traboccare non ci voleva più che un'idea; l'idea venne; pensò a un'altra casa, alla sua, e il confronto gli suscitò nel cuore una così profonda e strana emozione ch'egli si abbandonò sulla sponda del letto colla faccia nelle mani.

Poco dopo era coricato e dormiva. Quel volto rozzo e abbronzato, e così com'era rischiarato da quel fioco lume, faceva un singolare contrasto colla bianchezza purissima dei lini su cui riposava; e quel cappottone infangato e quegli altri poveri cenci spiccavano stranamente su quella seggiola dorata e accanto a quel parato ampio e signorile. Egli dormiva d'un sonno queto e pieno. Avea la fronte leggermente corrugata; forse sognava il cipiglio irato con che il suo capitano l'avrebbe accolto il domani; ma sulle labbra gli errava un lieve sorriso, e forse, intorno al capitano, gli pareva di vedere i suoi ospiti in atto di chieder grazia per lui.

Dormi in pace, povero soldato; non ti saran messi i ferri domani, no; non fu tua colpa se mancasti,.... è stata una disgrazia; sì povero soldato; sì, dormi in pace.

—Ebbene, che ve ne pare?—domandò il padrone di casa alla sorella dopo averle fatta una descrizione enfatica della scena accaduta poc'anzi. Essa si sforzò di sorridere e rispose:—Non c'è male.—Solamente?—Solamente. Che cosa volete ch'io vi dica di più?—

Il padrone s'avviò alla sua camera da letto scrollando la testa in segno di compatimento. Essa restò un po' pensierosa e poi scrollò la testa anch'essa mormorando:—povero giovane!—E andò a dormire.

L'indomani mattina, mentre il grand'orologio del salotto da pranzo scoccava le sette, il nostro soldato, vestito e armato di tutto punto, pigliava comiato da' suoi ospiti che gli stavan tutti attorno nella stanza d'ingresso.

—Dunque....

—Dunque, buon viaggio!—dissero ad una voce il padre e i figliuoli.

—Buon viaggio! ripetè macchinalmente il soldato, sospirando.

—E state sano; abbiate cura della vostra salute; e se ripasserete un giorno per di qua, veniteci a fare una visita, chè per noi sarà sempre un piacere. E se non ci ripasserete più.... allora, ricordatevi qualche volta di noi.

—Se mi ricorderò!... Sempre mi ricorderò di loro!... Sempre....

—E se per caso aveste bisogno di qualcosa, se noi potessimo riuscirvi utili in nulla, fate conto di noi come se fossimo la vostra famiglia, in qualunque caso e per qualunque motivo, senza riguardi, senza complimenti.—

Il soldato stava a sentire colla faccia attonita e convulsa.

—Avete inteso? Scrivete, quando vi occorra, o fateci scrivere un rigo....

—Io un poco so scrivere—disse tutto contento il soldato.

—Benissimo; mi fa piacere; c'intenderemo più facilmente. Anzi.... vedete che smemorato! Io mi dimenticava di domandarvi il nome.—E trasse di tasca un portafoglio.

—Lo scrivo io! Lo scrivo io!—proruppe il soldato, lieto e orgoglioso di far vedere che sapeva scrivere. Posò il fucile in un canto, si frugò in tasca, ne trasse un piccolo portafoglio unto e sdrucito, e un pezzettino di lapis che appena si potea tenere fra le dita, appoggiò i gomiti sull'angolo d'un tavolino e si mise a scrivere in grossi caratteri il suo nome. Finito, staccò il foglio, e datogli un ultimo sguardo allungando il braccio, lo porse al padrone.

—Benissimo, grazie,—questi rispose, e scrisse il nome suo e lo diede al soldato. Egli si ripose il biglietto in tasca coll'atto e il volto d'un divoto a cui si porga una reliquia di santo. E poi balbettò:

—Adesso....

Aveva qualcosa da dire; ma non se ne sentiva il coraggio.

—Dite, dite; dite pure liberamente.

—Io—sentano—loro che son tanto buoni mi scuseranno.... capisco anch'io che sono uno sfacciato a domandare.... dopo tutto quello che m'han fatto.... ma.... mi par quasi d'averne bisogno, che so io?... perchè....—E sorrideva e abbassava la testa e si stropicciava le dita e apriva la bocca per parlare e tosto la richiudeva, non soddisfatto della espressione che ne sarebbe uscita, e ne cercava un'altra, e non la trovava....

—Non vi pigliate suggezione di noi, caro amico; non v'ho detto che ci dovete riguardare come vostra famiglia?

—Ecco.... io vorrei domandarle un piacere (e guardò il padrone....) se me lo potesse fare.... un piacere che.... lei si metterà a ridere, e a ragione; ma pure, che cosa vuole?... non posso fare a meno di domandarglielo. Io non lo guasterei mica, sa! Lo metterei nello zaino in mezzo alla biancheria, lo terrei con tutte le cure, non lo mostrerei a nessuno, mi contenterei di guardarlo da me....

—Ma che cosa?—

Il soldato stese la mano verso il padrone, e ritraendola tosto dietro la schiena e abbassando la faccia come fanno i bambini quando domandano qualche balocco prezioso colla certezza che si dirà loro di no, mormorò rapidamente:

—Il suo ritratto.

—Oh subito! subito!—esclamò il padrone; volò di là; tornò col ritratto, e glie lo porse. Il povero soldato pareva fuor di sè; tutti gli altri lo guardavano inteneriti.

S'accomiatò esclamando qualche parola rotta e senza senso, scese velocemente le scale, traversò il giardino, giunse al cancello, si fermò, si volse per dare un ultimo sguardo a quella casa benedetta, e vide.... Tutti i suoi ospiti affacciati alle finestre e appoggiati alla ringhiera del terrazzino lo guardavano e lo salutavano colla mano gridando:—Buon viaggio! A rivederci presto! Addio! Addio!—

Egli restò un istante immobile, come stordito e sopraffatto dalla tenerezza; poi si riscosse, cercò un modo di rispondere a quell'ultimo e inatteso saluto, pensò, pensò....

—Ah!—gridò poi con un trasporto di gioia; cacciò le mani in tasca, ne trasse il ritratto, lo mostrò, stendendo il braccio, al padrone, lo baciò tre volte e disparve.

—Ebbene, sorella?—dimandò il padrone col sorriso sulle labbra, ma colla voce mal ferma.

La sorella trasse di tasca il fazzoletto.

—L'avrei giurato!—esclamò il vecchio percuotendosi col pugno la palma della mano.


UNA SASSATA


Cominciava a farsi buio. Le vie della città formicolavano di gente. Quelle botteghe che di sera sogliono restar aperte erano in gran parte già chiuse, e l'altre si andavano a mano a mano chiudendo. Qua e là, sui crocicchi, nelle piazze, davanti ai caffè, sulle gradinate delle chiese, v'eran molti capannelli d'uomini e di ragazzi che parlavano fra loro a voce bassa e concitata, volgendosi di tratto in tratto a guardare intorno se nessuna faccia sospetta li stesse ad ascoltare. Era un continuo scendere di gente dalle case nella strada; sostavano un momento sulla soglia, guardavano a destra e a sinistra come incerti del dove dirigersi, e poi s'internavano nella folla. Era un insolito moto, un insolito brulichìo; ma pure nel bisbiglio della moltitudine, comunque più continuo e più forte del consueto, si sentiva un non so che di sommesso e quasi di peritoso. Di quando in quando, una frotta di persone attraversava la via a passo frettoloso, e dietro a loro un lungo codazzo di monelli che si facevano strada fra le gambe della gente a pugni e a spallate, mettendo gridi e sibili acuti. Ad ogni voce che s'udisse un po' distintamente tra il bisbiglio generale, molte persone si soffermavano e si voltavano indietro domandando che fosse. Era uno che avea detto una parola un po' più forte dell'altre, ecco tutto; dopo che la gente lo aveva un po' guardato ed egli aveva un po' guardato la gente, ognuno ripigliava la sua strada. Di lì a un momento s'udiva un gran colpo da una parte della via: tutti si voltavano da quella parte:—Chi è? cosa c'è? cos'è stato?—Era un bottegaio che aveva chiuso e sprangato la porta della bottega. Le carrozze procedevano lente lente, e i cocchieri pregavano che si facesse largo con un sorriso insolitamente gentile e un cenno della frusta insolitamente garbato. Sugli angoli delle vie, al chiarore dei lampioni, si vedevano que' poveri rivenditori di giornali assaliti ad un tempo da cinque, sette, dieci persone, che porgendo il soldo con una mano strappavan coll'altra il foglio sgualcito, e si ritraevan poi in disparte, lo spiegavano in fretta, e cercavan qua e là coll'avido sguardo se vi fosse la notizia di qualche gran cosa. Qualche passante si fermava e faceva crocchio intorno al possessore del giornale; questi leggeva a bassa voce, gli altri ascoltavano attenti.

All'improvviso, si vede correre tutta la gente verso l'imboccatura d'una strada; vi si fa subito un gran serra serra, un gran gridìo, un gran rimescolamento; al di sopra delle teste si vedono quattro o cinque canne di fucile sbattute di qua e di là, s'ode uno scoppio di battimani, la folla ondeggia, dà indietro, si apre da una parte; n'escono a passi concitati quattro o cinque figuri sinistri con un fucile fra le mani, danno un'occhiata intorno in aria di trionfo, imboccano la prima viuzza e via di corsa. Uno sciame di ragazzi, urlando e fischiando, li segue—Che fu? Che è accaduto?—Niente, niente; è stata disarmata una pattuglia di guardia nazionale. Di lì a un momento, la folla si apre da un'altra parte, e n'escono quattro o cinque disgraziati, col volto pallido, col capo scoperto, coi capelli rabbuffati, colla cravatta e coi panni laceri e scomposti; intorno intorno si leva un mormorio di compassione; qualche pietoso se li piglia a braccetto, li conduce fuori della calca, e gli accompagna a casa esortandoli con atti e con parole a farsi coraggio.

Intanto fra la moltitudine s'è destato un vivo fermento, un'agitazione convulsa, uno strepito assordante.—Largo! Largo!—si grida improvvisamente da una parte della via. Tutti si voltano da quella parte:—Chi è? Che c'è? Chi viene?—Largo! Largo!—La folla si divide, indietreggia rapidamente, fa siepe ai lati della strada, e una compagnia di bersaglieri l'attraversa a passo di corsa. Una ragazzaglia cenciosa e schiamazzante le tien dietro. La folla si richiude.

Di repente, si leva in un altro punto un rumore confuso di molte voci sdegnate e minacciose; la gente accorre e si accalca in quel punto; al di sopra delle teste si vedono due o tre volte apparire e sparire due cappelli da carabiniere, poi scoppia una salva d'applausi, la folla si divide, n'esce correndo un uomo tutto lacero, pallido, ansante, la gente gli fa largo, è sparito.—E' volevano mettergli le manette—si mormora da qualcuno in accento di viva soddisfazione—ma non ci son mica riusciti, veh! E' c'eran dei musi duri che si son messi frammezzo. Oh le vorremo veder belle! Glieli leveremo via noi i ghiribizzi dal capo!—

La folla procede lentamente tutta in una direzione; ancora pochi passi e la via svolta: ad un tratto, la gente che è innanzi si ferma, la gente che le vien dietro le si serra addosso, quella retrocede di alcuni passi, questa è respinta addietro violentemente; poi ritorna a spingere innanzi e poi daccapo retrocede, e ne nasce un parapiglia infinito.—Che c'è? Chi impedisce d'andare avanti? Avanti, avanti—Oh sì, avanti! C'è nientemeno che una compagnia di soldati colla baionetta in canna che sbarra il passaggio.—Urli, fischi, bestemmie, imprecazioni;—abbasso i prepotenti—non vogliamo prepotenze—giù quei fucili—libero il passo—via di lì.—Ad un tratto la folla volge le spalle a' soldati, si dà a una fuga precipitosa lasciando il suolo ingombro di caduti, e invade in men d'un istante le vie laterali, i caffè, i vestiboli e i cortili delle case vicine. I soldati banno abbassato le baionette.

—Largo! Largo!—si urla da un'altra parte. Da una delle viuzze laterali s'ode uno scalpitare di cavalli e un suonar di sciabole rumoroso; è uno squadrone di cavalleria che s'avanza; ecco, si veggono luccicare i primi elmi; ecco i primi cavalli; tutto lo squadrone è nella strada; la folla si getta a destra e a sinistra contro i muri delle case; lo squadrone passa, silenzio generale; è già quasi passato, qua e là si leva qualche fischio e qualche voce; è passato, urli, sibili, improperi, e una pioggia di torsi di cavolo e di buccie di limone sopra gli ultimi cavalli. Lo squadrone si ferma, gli ultimi cavalli indietreggiano di pochi passi, la folla volge le spalle e sgombra per un cento passi di strada.

Dal crocicchio più vicino si sente tutto ad un tratto uno scoppio rabbioso di bestemmie, un picchiare di bastoni, un grido acuto, un lamento fioco, e poi un lungo bisbiglio, e poi un pauroso silenzio.—Che è stato? che fu?—Niente, niente; non si tratta che di quattro dita di lama cacciate nella schiena a una guardia di pubblica sicurezza.—La folla si ritira a destra e a sinistra, e un carabiniere col capo scoperto e con ambe le mani nei capelli attraversa la via tentennando e barcollando a mo' d'un ubriaco.—Che cos'ha? Che gli hanno fatto?—Niente, niente, non gli han dato che una bastonata sul capo.—In piazza! In piazza!—grida all'improvviso una voce poderosa.—In piazza!—si risponde concordemente da tutte le parti. E la moltitudine irrompe tumultuando nella via più vicina, e si dirige alla piazza.

Tutto questo accadeva non sono molti anni in una delle principali città d'Italia, mentre in una strada vicina al centro del tumulto passava un drappello di otto soldati, un caporale e un sergente di fanteria di linea, per recarsi a dare il cambio a un altro drappello, che stava alla guardia di un edifizio pubblico in una piazzetta vicina. Il drappello andava innanzi a passo lento, e i soldati guardavano curiosamente di qua e di là. Appunto in quella strada appariva più viva che altrove l'effervescenza degli animi e più risoluto e più fiero il contegno della gente.

La pattuglia passò vicino ad un folto crocchio di que' tali figuri che vengono a galla solamente in codeste sere, i quali colle faccie torve ed accese discorrevano molto clamorosamente in mezzo a un circolo di monellacci adulti, intorno a cui s'era affollata una quantità d'altri monelli piccini. Uno del crocchio vede la pattuglia, si volta, e appuntando il dito verso i soldati esclama a mezza voce:—Guardateli là.—Tutto il crocchio si volta da quella parte, e l'un dopo l'altro alzando gradatamente la voce cominciano a dire:—Già; eccoli là quei che non mancan mai di venir fuori quando il popolo vuol far valere le sue ragioni.—Loro? Se la fanno col calcio del fucile la ragione.—Le baionette son fatte per forar la pancia a quelli che hanno fame.—A loro la pagnotta non manca, capite; crepino di fame gli altri; che importa a loro? E per chi grida ci son delle buone cartucce nella giberna.—

I soldati si allontanavano senza voltarsi indietro. Il gruppo si mosse e, preceduto da un'avanguardia di monelli, li seguì. In un momento li raggiunse, e tenne loro dietro a qualche passo di distanza. I soldati continuavano a camminare senza volger la testa. Uno del gruppo comincia a tossire; un altro starnuta; un terzo tosse più forte; un quarto tira su dai precordi un gran sputo e, volgendosi verso il drappello, lo butta fuori con un gridaccio rantoloso che termina in uno scoppio di risa sguaiate; tutti gli altri battono le mani. I ragazzi fischiano, strillano, e, istigati e sospinti dagli adulti, si vanno adagio adagio avvicinando ai soldati. Questi continuano a camminare senza dar segno d'avvedersi di nulla. Quelli si avvicinano ancora e camminano accanto a' soldati guardandoli in faccia con un muso di me-ne-rido. Uno di loro comincia ad imitare grottescamente il passo di scuola gridando con voce nasale:—Uno, due! Uno, due!—Un altro prende a contraffare la stanca andatura dei soldati curvi e zoppicanti sotto il peso dello zaino. Un terzo, messo su da uno di quegli sciagurati di dietro, afferra la falda del cappotto del caporale, dà una tirata e via. Il caporale si volta ed alza una mano in atto di dargli un ceffone.

—Eh! Eh!—si grida tosto intorno.—Stiamo un po' a vedere, adesso.—A un ragazzo! vergogna!—È passato il tempo dei croati.—Si vogliono usare altri modi, adesso!—A un ragazzo! Si provi un'altra volta.—

Uno di que' soldati, a sentir quelle parole, si morse un dito, vi confisse i denti profondamente, e mise un gemito di rabbia e di dolore. In quel punto, si sentì percuotere il gamellino da un pugno impetuoso, il sangue gli salì violentemente alla testa, si voltò, allungò il braccio e die' una manata nella spalla al monello che l'aveva percosso, cacciandolo indietro di alcuni passi.

—Ecco! Ecco!—proruppe minacciosamente la turba.—Eccoli i prepotenti!—Peggio dei croati! Peggio dei birri!—Oh n'avremo a veder delle belle!—Te la faremo pagare, sai, razza di cane!—Prepotenti! Peggio dei croati! Vergogna, percuotere un ragazzo inerme!—

E i monelli, imbaldanziti dall'ira della turba e dalla sicurezza dell'impunità, andavan proprio a cacciar la testa tra soldato e soldato, bisbigliando con voce rauca e invelenita:—Brutto soldato—Prepotente—Birro—Mangia-pane a tradimento—Aguzzino—Crepa, crepa.—

E la turba intorno:—Vergogna! Percuotere un ragazzo inerme!—

—Vigliacchi!—diceva intanto fra sè e sè il povero soldato mordendosi or l'uno or l'altro labbro in modo che il sangue ne schizzava fuori:—Vigliacchi! Un ragazzo inerme! Ma non sapete che ci son delle parole che uccidono? Birro! Croato! A me! A me! Oh!—E si addentava un'altra volta la mano scrollando la testa in atto disperato.

Dopo pochi minuti, sempre seguìto da quella gente, il drappello giungeva nella piazza ed entrava nel suo corpo di guardia: una stanzaccia bassa e squallida, illuminata debolmente da una lanterna. Fu subito mutata la sentinella alla porta del palazzo, a un venti o trenta passi dalla guardia, il drappello che v'era prima se n'andò, e i nuovi arrivati si misero ad assestare gli zaini sui tavolacci e ad appendere le sacche e le borraccie agli uncini.

Giunta a una cinquantina di passi dal corpo di guardia, la gente che tenea dietro al drappello si era fermata e di là andava provocando i soldati con atti e con parole di scherno, a cui essi facevano le viste di non badare. Vedendo che non c'era modo nè verso di suscitare uno scandalo, stavano già per allontanarsi quando uno di loro osservò che il soldato in sentinella era appunto quel tale che poco prima avea percosso il ragazzo nella spalla.

—È proprio lui?—Proprio lui.—Ma davvero?—Ma sì vi dico, è quello stesso.—Ah, razza di cane, adesso t'aggiustiamo noi pel dì delle feste. Aspetta, aspetta.—

E si mossero tutti verso la sentinella. A una trentina di passi, si fermarono, si schierarono, e la stettero guardando in cagnesco. Il soldato stava là, accanto al suo casotto immobile, rigido, colla testa alta e gli occhi fissi in quelle bieche figure che gli si erano parate dinanzi. Ad un tratto, si stacca dal gruppo un giovanastro cencioso, col cappello schiacciato sur un orecchio e un mozzicone di sigaro in bocca, si fa innanzi colle mani in tasca canterellando in aria di corbellatura, e si viene a piantare a un quindici passi di fronte alla sentinella, figgendole in faccia uno sguardo insolente, e incrociando le braccia e atteggiando tutta la persona ad una sprezzante spavalderia.

Il soldato lo guardò.

Allora quel giovanastro girò improvvisamente sui tacchi e gli voltò le spalle, dando in una gran risata di concerto cogli altri, che lo stavano a guardare istigandolo co' cenni a farsi onore e a dar qualche bella prova di sè.

Il soldato scrollò due o tre volte la testa, strinse le labbra e mandò fuori un lungo sospiro, battendo ripetutamente il piede in terra come per dire:—Ah la pazienza! la pazienza!... è una cosa dura!—

Il monello si voltò un'altra volta di fronte al soldato e, dopo un istante di esitazione, si tolse di bocca il mozzicone di sigaro e glielo gettò ai piedi, indietreggiando di otto o dieci passi per mettersi al sicuro da uno scoppio d'ira e da un assalto improvviso.

Il soldato tremò, impallidì e alzò gli occhi al cielo stringendo i pugni e arrotando i denti; gli si cominciava a offuscar la ragione.—Ma perchè mi fate così?—diceva poi dolorosamente tra sè volgendo gli occhi e sporgendo la faccia verso quella gente come se in realtà parlasse con loro;—perchè mi fate così? che cos'avete con me tutti voi altri? v'ho fatto forse qualche cosa di male? Io non vi ho fatto niente, io. Gli è perchè ho dato un pugno a un ragazzo? Ma e lui perchè mi è venuto a insultare? chi l'aveva provocato, lui? E chi vi aveva cercati tutti voi altri? Che cosa volete da me? Io non ho offeso nessuno; io non vi conosco nemmeno; io sono un povero soldato, e faccio il mio dovere, e sto qui perchè me l'han comandato. Sì sì, sbeffeggiatemi, fischiatemi, vi fate un bell'onore a trattare i vostri soldati in quel modo.... come se fossero briganti, come se....

In quel punto, un torso di cavolo lanciato con gran violenza rasente la terra, saltellando, sibilando, gli venne a cadere ai piedi.—Dio! Dio!—egli gridò disperatamente, coprendosi con una mano la faccia e chinando la fronte sull'altra che teneva appoggiata sopra la bocca del fucile.—Io perdo la testa! Io non posso più resistere! Io mi brucio il cervello!... Ma allora è inutile,—gridò poi con voce soffocata e tremante dall'ira e dal dolore—è inutile che ci facciano portare queste....—e die' una forte manata di sotto in su nelle due medaglie che portava sul petto facendole urtare fra loro e risonare;—è inutile che ci diano le medaglie perchè abbiamo fatto la guerra pel nostro paese, se poi ci gettano in faccia i mozziconi di sigaro e i torsi di cavolo! Ah voi volete farmi abbandonare il mio posto? Voi volete che io tradisca la consegna? Ci foste anche cinquanta, vedete, ci foste anche cento, non mi fareste movere di qui; mi saltaste pure addosso tutti in una volta; io mi farei sventrare come un cane; ma al primo venuto, almeno al primo, una palla nel petto e a due altri, almeno a due, la baionetta nel ventre. Venite avanti, vigliacchi. Non insultate da lontano. Sì, sì, lo capisco, è inutile che mi facciate segno, lo so bene io che avete i coltelli nelle tasche; ma non siete mica da tanto da piantarceli nello stomaco e alla luce del sole! Voi ce li volete piantare nella schiena e di notte e....

Ad un tratto ruppe in un altissimo grido, lasciò cadere il fucile, portò tutt'e due le mani alla faccia, vacillò e cadde ai piedi del casotto: aveva toccato una sassata nella fronte.

Tutti gli altri soldati accorsero; la turba si disperse e scomparve; il ferito fu trasportato nel corpo di guardia col viso e le mani e i panni sanguinosi; gli fu subito lavata la ferita, fasciata la fronte, dato da bere, e preparato un po' di letto sul tavolaccio colle coperte da campo degli altri soldati. Mentre tutti gli si fanno attorno, e l'affollano di domande e di conforti, e il sergente lo rimprovera perchè non ha chiesto soccorso al primo insolentire di quella gente, entra all'improvviso un uffiziale, e dietro a lui le prime file d'un pelottone di soldati, e nello stesso punto, cacciato innanzi da un vigoroso spintone, balza in mezzo alla stanza un uomo colla faccia livida di terrore, i capelli rovesciati sulla fronte, i vestiti e la camicia ridotti un informe stracciume. Lo avevano arrestato poc'anzi su quella stessa piazzetta i soldati del pelottone allora arrivato: egli aveva opposto una resistenza accanita.

Al primo apparire del prigioniero, il soldato ferito balzò dal tavolaccio, fe' un salto verso di lui, gli si pose dinanzi faccia contro faccia, lo fissò un momento cogli occhi stralunati ed accesi, mise un grido che gli uscì tronco e rauco fra i denti digrignati, die' un passo indietro, e appoggiandosi fieramente sopra il piede destro e levando la mano sinistra coll'indice teso sul volto a quel miserabile che lo guardava atterrito:—Ah sei tu!—urlò con una voce che gli agghiacciò il sangue;—sei tu! ti riconosco! Tu m'hai dato del birro nella via, m'hai rotto la testa con un sasso sulla piazza; birro! birro a me! a un soldato! Ah!—Gli si avventò contro, lo afferrò al collo per la giacchetta e per la camicia, lo inchiodò con una spinta alla parete, sollevò un pugno nocchiuto, convulso, gli pigliò la mira del capo coll'occhio bieco e sanguigno.... Tutto questo in un lampo; i presenti s'interposero, li divisero, due soldati afferrarono e trattennero per le braccia il ferito, un caporale sorresse quell'altro disgraziato che stava per cadere, e tutti e due stettero così qualche momento a guardarsi negli occhi ansando e sbuffando; l'uno, bianco dalla paura, le braccia penzoloni e il capo abbandonato sopra una spalla; l'altro colla faccia alta ed accesa, i pugni serrati e tutta la persona agitata da un tremito violento. Intanto una folla di curiosi s'era radunata davanti alla porta del corpo di guardia.

L'uffiziale guardava attonito gli uni e gli altri, e collo sguardo e col gesto dimandava al sergente e al caporale la cagione dell'accaduto. Il sergente, in mezzo a un silenzio generale, raccontò tutto quel che sapeva. L'uffiziale ascoltò attentamente, stette un minuto sopra pensiero, diede uno sguardo ai cittadini che s'erano avanzati fino alla soglia della stanza, come per dire:—Sentite,—e poi volgendosi al prigioniero:—Cosa faresti tu—gli domandò—a un soldato che t'avesse tirato una pietra nella testa?... Non temere; per parte nostra non ti sarà torto un capello; i soldati non si vendicano; stanne pur sicuro. Lo vedi questo qui?—E indicò il soldato ferito.—Se adesso i tuoi compagni se la pigliassero con te e ti volessero ammazzare, egli si getterebbe fra te e loro e si buscherebbe un'altra sassata per difenderti. Ma tienti bene a mente, e questo lo dico per tutti quelli che mi sentono (e accennò la porta); tenetevi bene a mente questa verità: che c'è qualcuno ancor più scellerato, più vigliacco e più spregevole dell'assassino che salta dal cespuglio sulla strada e pianta il coltello nelle reni al viandante senza sospetto e senza difesa; e questo qualcuno è colui che tira un sasso nella testa a un soldato e poi fugge a nascondersi nella folla dei curiosi e degli onesti, dove sa che la sua baionetta non può penetrare. E poi se quella baionetta lo raggiunge.... eravamo inermi! si grida, eravamo inermi! e s'incrociano le braccia sul petto e si abbassa la testa e si fa le vittime!... Eravamo inermi! È una menzogna! Voi lo sapete che vi son degl'insulti che ci straziano l'anima, che ci offuscano la ragione, e che per noi i vostri torsi di cavolo sono punte di coltello nel cuore.... Credetelo; perchè i soldati si facciano rompere coraggiosamente il petto dalle palle dei nemici bisogna che essi vadano alla guerra senza il cappotto macchiato dalle buccie di limone dei loro concittadini; il soldato assuefatto ai fischi del suo popolo non si assuefarà mai ai fischi delle palle sul campo di battaglia.... Non crediate per questo che egli serbi rancore contro di voi, e che le vostre offese possan mai fargli intiepidire nel cuore l'affetto pel suo paese. Se domani il paese lo manda alla guerra, egli ci va allegramente colle cicatrici delle vostre sassate sul viso, e in mezzo agli applausi e ai saluti dimentica i fischi del giorno innanzi, e stringe le mani che lo hanno percosso. Ma pensate però che questo soldato che pone il suo petto fra voi e i vostri nemici, che accorre al vostro capezzale nei giorni delle epidemie, che spegne gl'incendi delle vostre case, che veglia le notti alla campagna per difendere le vostre terre e le vostre famiglie dalle bande degli assassini; pensate che questo soldato non ha che un solo conforto, un solo compenso a tante fatiche, a tanti pericoli, a tanti sacrifizi, e questo compenso è la stima e l'affetto dei suoi concittadini.... Guai se glielo torrete! Le fatiche gli diventeranno insopportabili, i pericoli gli faranno paura, la virtù del sacrifizio troverà il suo cuore chiuso e ghiacciato, e allora.... allora pensate che in quest'esercito avete i vostri fratelli, i vostri amici, che domani ci sarete forse voi stessi, che un giorno ci manderete i vostri figliuoli.... Basta così; alzati, sciagurato.—

Il prigioniero era caduto ai piedi dell'uffiziale.

—Bravo! Sicuro! Giustissimo!—esclamò con voce commossa la gente che era sulla soglia, e a poco a poco entrò nella stanza.

—Alzati!—ripetè l'uffiziale. Quegli si alzò.—Scusi, signor tenente—disse uno della folla facendosi innanzi e ponendosi una mano sul petto;—quest'uomo deve domandar perdono al soldato che ha ferito.—Tutti approvarono.