LOTTE CIVILI.


EDMONDO DE AMICIS

LOTTE CIVILI

MILANO
FRATELLI TREVES, EDITORI
1910


PROPRIETÀ LETTERARIA.

I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l’Olanda.

Milano. — Tip. Treves.



[INDICE]


PREFAZIONE.

Il figlio Ugo e l’editore Emilio Treves non vogliono che alla serie delle opere di Edmondo De Amicis manchi il libro che rappresenta l’azione da lui esercitata nella vita politica italiana con gli scritti d’argomento sociale, sparsi finora in giornali e in opuscoli di partito o raccolti alla rinfusa in edizioni di propaganda; pensando che essi pure hanno un singolare valore letterario e meritano di appartenere al retaggio universalmente noto dello scrittore.

Si sa che il De Amicis, la cui anima affettuosa era sempre stata riboccante di simpatia per gli umili e di pietà per i sofferenti, si volse risolutamente al socialismo nel 1890, quando aveva quarantaquattro anni.[1] Disse egli medesimo che il suo caloroso aderire alle nuove dottrine era stato da prima l’espressione dei sentimenti di carità e di giustizia, a cui tutta la sua persona morale era preparata, anzi nata; ma poi era anche divenuto l’effetto di un esame ragionato della questione sociale, quanto gli era stato possibile di farlo, mettendosi coscienziosamente, sebben tardi, agli studî necessarî a quell’esame. Persuasosi che “la sola idealità dei tempi nuovi, la sola che abbia ancora virtù di muovere le masse e che meriti nuovi sacrifizî di energie generose, è la redenzione delle plebi„, sentì di non poter più avere pace nè dignità di coscienza se non nel porre l’opera sua di scrittore in servigio di quella idealità, immolando qualunque suo personale interesse al compimento di tale dovere.

Nato di sentimento, maturato nella riflessione e nello studio, nudrito di amplissime letture, il socialismo del De Amicis doveva avere pronta e piena manifestazione in un romanzo, Primo maggio, ch’egli compose fra il 1890 e il 1893, e di cui si conserva il testo manoscritto. Ma quel libro, ideato nel fervido “entusiasmo apostolico dei primi giorni„, atteso con appassionata curiosità in Italia e fuori, allorchè fu compiuto non piacque più, come opera di pensiero e di arte, al suo autore; il quale, con mirabile esempio di probità letteraria, non volle dare alle stampe ciò che, prima dei lettori, la sua coscienza non poteva sicuramente approvare; non volle tentare la pubblicazione come un gioco di fortuna; e condannò il romanzo, famoso prima che noto, a rimanere inedito. Solo ne aveva messo fuori il primo capitolo, nella Nuova Antologia del 1.º maggio 1892; altri brani e frammenti ne diede liberalmente qua e là, a giornali socialisti che sollecitavano la sua collaborazione; e sarà facile al lettore riconoscerli, anche come confessioni palesemente personali, fra i racconti e dialoghi compresi in questo volume.

In quegli stessi giornali, principalmente nell’Avanti! di Roma e nel Grido del Popolo di Torino, allora e negli anni seguenti, mentre proseguiva la sua azione militante nel partito, che fra asprissime battaglie andava allora organizzandosi per la conquista dei pubblici poteri, il De Amicis pubblicò un gran numero di articoli d’occasione e scritterelli di propaganda, che ora non sarebbe possibile nè conveniente raccogliere tutti quanti. E così si dica delle molte sue pagine sparse contro il militarismo e per la pace fra i popoli.

Egli era stato soldato valoroso, ufficiale devoto alla patria e alla bandiera. Ma per la guerra aveva sempre avuto anzi orrore che amore; e, terminate le sante guerre dell’indipendenza nazionale, aveva deposto la spada, rinunziando alla carriera delle armi, per la quale non era fatto. E naturalmente, con quel medesimo spirito con cui aveva cercato nell’esercito e nella vita militare gli elementi dell’umana fraternità e l’ideale di una civiltà superiore, franca dalla violenza e dal sangue, seguitò, confortato dalla nuova fede politica, e senza però mai vituperare le istituzioni che aveva onoratamente servito, a combattere contro la guerra, a vagheggiare la società dei popoli pacificata dal progresso morale e dalla necessità stessa della comune esistenza economica.

Col titolo di Lotte civili, già consacrato nell’uso dalle varie stampe del Nerbini di Firenze (toltine i due discorsi Per il 1.º maggio e Per la questione sociale, che già si leggono, integri e corretti, nel libro delle Speranze e glorie, e il capitolo La canaglia, che appartiene al libro di Capo d’anno, pagine parlate), sono ordinati nel presente volume i più notevoli scritti minori del De Amicis per il socialismo e per la pace; nè soltanto quelli che altri prima raccolse, ma parecchi di più, tratti da giornali e da opuscoli dispersi, come Una tempesta in famiglia, Un borghese originale, Un episodio della battaglia di Custoza: cose particolarmente interessanti, alle quali la destinazione politica ha fatto torto, lasciandole ignorare agli infiniti lettori che, fuor della politica, ammirano l’arte e l’animo dello scrittore.

È giusto, è doveroso far sì che tutti possano leggere e serbare accanto agli altri libri del De Amicis anche questo, non messo insieme da lui, ma pieno del suo ingegno generoso, il quale vi appare incitato a insoliti ardimenti, a nuove prove di pensiero e di stile, dal proposito di guadagnare il consenso altrui alla sua concezione della giustizia e dell’armonia sociale. Ottenga o no tale consenso, il De Amicis è pur sempre quel maestro di rettitudine e di bontà che tutti possono amare, qualunque siano le loro opinioni; è lo scrittore profondamente sincero, a cui tutti debbono reverenza; ed è in ogni caso tale autore, che niuna parte del suo lavoro ha da rimanere abbandonata.

Torino, ottobre 1910.

Dino Mantovani.

PARTE PRIMA. RACCONTI E DIALOGHI.

Il primo passo. (FRAMMENTO DI UN ROMANZO INEDITO.)

Alberto Bianchini aveva scelto la carriera dell’insegnamento letterario, non solo per la tendenza naturale del proprio ingegno, ma anche per un sentimento capriccioso di vanità mondana: perchè gli pareva che in lui, giovane agiato, elegante, addestrato a tutti gli esercizi cavallereschi, e destinato a brillare nella società signorile, avrebbe acquistato una grazia insolita, sarebbe parso una qualità singolare ed amabile quel titolo di professore di lettere, che suol dare l’immagine d’uno studioso un po’ pedante e un po’ sciatto, rifuggente dal bel mondo per necessità o per natura. Ma questa vanità egli aveva perduta in parte nel corso dei suoi forti studi universitari, e non gliene restava più traccia quando, terminati gli studi, entrava a un tempo stesso nell’insegnamento e nell’arte.

Nell’arte era entrato di sbalzo con un’opera d’immaginazione e d’analisi: le confessioni d’un uomo che, rifatto fisicamente fanciullo, ricomincia la vita scolastica, e giudica dai banchi della scuola, con l’intelligenza e l’esperienza dell’età virile, gli studi, i compagni, gl’insegnanti, i piccoli avvenimenti d’ogni giorno; lavoro, per le sue forze, prematuro, e in molti punti manchevole; ma vivo e ardito, lampeggiante d’idee originali, e condotto, da un capo all’altro, a ondate d’eloquenza colorita e sonora, che avevano avuto una fortuna. Ma dopo questo, cui eran seguiti altri libri, il suo ingegno s’era urtato a un intoppo misterioso e insuperabile. Aveva ottenuto ancora qualche favore la «Storia d’una casa di montagna», nuova nel concetto, ma errata nel disegno, nella quale eran descritti e narrati, giorno per giorno, il lavoro di costruzione, le fatiche, le dispute, gli amori, le piccole vicende degli operai e delle operaie, dalla scavazione per le fondamenta fino alla festa tradizionale per il compimento del tetto, con una sovrabbondanza pesante di particolari tecnici, fornitigli dal muratore Peroni, abitante nella casa: poi egli non aveva fatto più altro che ricercar sè stesso senza ritrovarsi. E uscito deluso anche dalla prova degli studi d’erudizione e di critica, a cui si ribellava la sua indole impaziente e la sua calda fantasia, era vissuto lungo tempo in uno stato doloroso d’impotenza artistica, durante il quale aveva assistito alla morte lenta della sua prima gloria, cercando invano una grande idea onde far scaturire una grande passione, sentendo spegnersi, l’un dopo l’altro, tutti i suoi entusiasmi, e le sue migliori facoltà arrugginirsi nell’inerzia, e intristire nell’ombra anche la bontà del suo cuore. A ventitre anni era quasi celebre, a trentacinque era come morto.

Un piccolo avvenimento fortuito lo mise quasi a un tratto in un nuovo corso di idee. Era entrato quell’anno, a lezioni incominciate, nel primo corso del liceo Brofferio, dov’egli insegnava lettere italiane, un giovanetto di sedici anni, pallido, serio, che il Preside gli aveva annunziato un giorno avanti con cert’aria d’inquietudine, dicendogli che era fratello di un avvocato Rateri, non conosciuto da tutti e due che di nome, direttore d’un giornale socialista, la «Questione sociale», fondato di fresco. Non essendosi occupato mai di tale argomento, che gli appariva come un problema di meccanica celeste, egli non aveva mai letto il giornale, che a Torino leggevano pochissimi, e che gli altri giornali cittadini non rammentavano mai. La presenza di quel giovinetto nella scuola gli destò una vaga curiosità, che lo indusse a cercare il foglio, con la certezza di non trovarvi che dei saggi, non nuovi, di quella vacua rettorica rivoluzionaria, di cui finanche l’eco lontana l’aveva sempre seccato. Ma, leggendone un primo numero, e altri dopo, stupì.

Il giornale era scritto quasi per intero dal direttore, che si celava sotto vari pseudonimi. Il supposto rétore arruffapopoli era una mente ordinata e ragionatrice, dotata d’una forza d’argomentazione mirabile, che allacciava e serrava il lettore per modo, da dargli quasi un senso d’oppressione doloroso all’orgoglio, e aveva una potenza d’espressione tutta propria, attinta, in parte, a forti studi letterari, la quale s’aiutava in mille forme ardite e felici col latino, col francese, col tedesco, col vernacoli, e col linguaggio di tutte le scienze, condensando le idee, con uno sforzo quasi violento in uno stile pieno di asprezze e di scosse subitanee, e come rumoreggiante giù nel profondo, dove pareva di sentir martellare delle incudini, soffiare dei mantici, fremere delle folle.

Egli che ignorava ancora l’arte facile con la quale si fa il vuoto e il silenzio intorno ai propagatori delle idee odiate, si maravigliò che un pensatore e uno scrittore di quella fibra non avesse più autorità e più rinomanza. Digiuno affatto com’era delle dottrine che quegli propugnava con tanto vigore, non poteva seguitare il filo scientifico dei suoi ragionamenti, che richiedevano nel lettore studi e consuetudini intellettuali molto diverse dalle sue; onde si arrestava ad ogni tratto nella lettura come chi ha smarrito la strada in un paese straniero; ma la gagliardia delle critiche, simile a percosse di fruste metalliche, con cui flagellava i vizi e le idee della sua classe; la profonda limpidità dello sguardo col quale, attraversando i tempi, vedeva gli indizi, gli aspetti, le vicende della grande quistione a tutti gli orizzonti della storia; la fede irremovibile nella propria ragione; la superba certezza della vittoria futura, che appariva in ogni suo scritto, piantata sopra un fondamento saldissimo di meditazioni continue e pacate, gli scossero l’animo, gli suscitarono un vivo desiderio di avvicinarsi, studiando la questione, a quel singolarissimo ingegno. Un giorno quegli venne alla scuola a domandare informazioni del fratello e scambiò qualche parola con lui. Il suo aspetto gli rese anche più vivo quel desiderio. Era un uomo sui trentotto anni, alto e diritto, con un viso lungo e regolarissimo, d’una bianchezza e d’una fermezza marmorea, al quale i capelli irti e corti e la barba piena facevano una cornice nera, quasi funerea, e aveva due occhi azzurri velati, che parevan sempre fissi sopra un orizzonte lontano: una testa d’ostinato, una fronte d’uomo imperturbabile, un abito da prete spretato, una cortesia fredda, una voce aspra, e nessun gesto, come se avesse le braccia d’un morto.

Di qui ebbe l’impulso primo che lo volse agli studi sociali....

*

Un caso lo spinse innanzi prima del tempo. Desideroso di conoscere le prime manifestazioni dell’ingegno del Rateri, e un poco anche di vedere in che specie di fucina egli martellava la sua strana prosa di battaglia, andò un giorno a cercar la raccolta del primo semestre all’ufficio del giornale, che era in una strada fuor di mano di Borgo San Secondo, in due stanze a terreno, in fondo a un cortile silenzioso. Visto l’uscio aperto, entrò senza picchiare, credendo di trovar nella prima stanza un segretario o commesso che ricevesse i visitatori; e invece si trovò subito nell’ufficio di redazione, in uno stanzone lungo e nudo come un parlatorio di convento, dove, a capo d’una grande tavola senza tappeto, coperta di giornali, stava seduto il direttore, e ritto accanto a lui una signora e un operaio, che spiccavano sul vano luminoso d’un finestrone. N’ebbe un senso di rispetto, come se il desiderio della raccolta, che l’aveva condotto là, potesse parere al Rateri un pretesto puerile per fargli indovinare l’animo proprio, e quasi per offrirsi alla Causa.

Vedendolo entrare, il Rateri pronunziò il suo nome in accento interrogativo, senza poter reprimere un piccolo moto di stupore, e gli altri due lo guardarono con una curiosità evidente di saper con che scopo fosse venuto. Gli passò sul viso un leggerissimo rossore, che quelli notarono, e, rapidamente, guardando un busto di Carlo Marx che era nel mezzo d’una parete, cercò un altro pretesto alla visita. Ma non ce n’era altri che non dovesse parere anche più finto di quello.

Espresse il suo desiderio.

Allora quei tre lo fissarono con uno sguardo anche più intenso, col quale egli incrociò il suo, curiosamente, indovinando il pensiero di tutti e tre. Uno sguardo gli bastò per capire chi fossero l’uomo e la donna che vedeva per la prima volta. La donna era certo quella Maria Zara, della quale si parlava da un anno a Torino, dilaniandola, a causa della propaganda che faceva tra le operaie, per raccoglierle in associazioni, con articoli e conferenze, che si mettevano in ridicolo: una specie di Luisa Michel, come la definivano. Il suo aspetto non corrispondeva punto all’immagine che il Bianchini se n’era fatta, udendone dire gli orrori che ne dicevano. Dimostrava un trentasei o trentasett’anni: era alta di statura e pallida, e aveva gli occhi scuri e profondi, con due grandi sopracciglia nere, da cui le risaliva fino a mezza fronte una ruga sottile e diretta, che le dava un’aria di energia virile, e sviava l’attenzione della grazia originale, benchè un po’ appassita e quasi stanca, del suo viso pensieroso. Era vestita di nero, col collo nudo, semplice, e pettinata semplicemente: pareva una monaca che avesse buttato il velo, e il contrasto del suo viso spirituale e triste con le belle forme del suo corpo robusto e fermo nell’atteggiamento risoluto d’una donna abituata a parlare in pubblico, aveva non so che di strano e seducente, da cui il Bianchini fu scosso. L’operaio, meno alto di lei, un tipo di giovane russo, di viso fino ed aperto, contornato d’una barba rossiccia, e vestito di panni logori, ma pulitissimi, che lo guardava con gli occhi socchiusi d’un miope, gli parve che dovess’essere — e non s’ingannava — un tal Mario Barra, del quale la «Questione sociale» pubblicava certi articoli intorno all’«organizzazione della classe operaia», veri torrenti di parole e di pensieri monchi e disordinati, in cui si sentiva il balbettìo impaziente d’una intelligenza affollata d’idee, che per la difficoltà d’uscire s’ingorgavano come il liquido nel collo troppo stretto d’una bottiglia capovolta.

Il Bianchini notò una diversa espressione nei tre sguardi che lo fissarono: in quello del Rateri una fredda curiosità, come davanti al semplice enunciato d’un problema aritmetico; in quello dell’operaio una idea di simpatia, che s’avvicinava al sorriso; in quello della donna il senso d’una interrogazione severa e quasi diffidente, ma in cui gli parve pure di scorgere qualche cos’altro, come l’ombra d’una rimembranza. E capì che tutti e tre gli avevano letto nell’anima.

Il direttore gli rispose lentamente, come distratto, che non essendo pronta una raccolta intera, avrebbe cercato di farla mettere insieme, e che, se anche fossero mancati dei numeri, siccome era stabilito che i mancanti si ristampassero, egli sarebbe stato soddisfatto presto o tardi: frattanto, gli avrebbe mandato a casa i fogli che c’erano.

Parlando, s’era alzato egli pure, e stava in mezzo agli altri due, immobile, formando con essi come un gruppo statuario in fondo alla stanza nuda; davanti al quale il Bianchini ebbe un pensiero che gli scosse l’animo, e gli rimase impresso dentro indelebilmente insieme con l’immagine di quelle tre persone raggruppate. Erano le tre grandi forze del socialismo: un borghese; una donna, la grande ausiliatrice invocata ed attesa, senza la quale nulla si sarebbe compiuto, quella che doveva infonder la costanza ai valorosi, e suscitare gli inerti, e svergognare i codardi, e sollevare, soffiando nell’oceano umano, l’onda che avrebbe sepolto il vecchio mondo. Erano il simbolo vivente della rivoluzione futura. E con questo pensiero gli s’affacciò alla mente, quasi visibile come una realtà, l’abusata immagine dell’«alba d’un’età nuova» e gli parve un momento che quelle tre figure immobili e ardite si disegnassero sulla bianchezza di quell’orizzonte ideale.

Fu tentato di dire una parola; ma lo trattenne un senso di dignità, di cui avrebbe saputo dar piena ragione. Si ristrinse a ringraziare, ed uscì, facendo un saluto senza sorriso, a cui non risposero che i due uomini, con un cenno del capo. Uscì socialista....

Come si diventa socialisti.

........ Spronato da quel desiderio, egli si gettò alle nuove letture con la curiosità vivace di un viaggiatore che si affaccia a una terra sconosciuta, sorvolando a tutto il socialismo sentimentale e filosofico del primo periodo, per afferrarsi ai fondatori scientifici della dottrina. Era, per sua natura, singolarmente preparato a ricevere da quelle prime letture una impressione straordinaria, poichè il più vivo e il più profondo dei suoi sentimenti era quello che chiamò «fondamento d’ogni moralità» lo Scopenhauer: la pietà; raffinato in lui da una calda immaginazione. In ogni periodo della sua vita, anche quando egli aveva l’animo più offuscato dall’orgoglio, dalla sensualità, dai rancori, quel sentimento aveva trovato aperta sempre e subito la via del cuore, dal quale scacciava sull’atto, per più o meno tempo, tutti gli altri. Egli non poteva veder soffrire senza soffrire egli stesso con intensità quasi uguale a quella di chi l’impietosiva. La vista di un vecchio povero, d’un fanciullo consumato dagli stenti, d’una donna lacera e piangente, gli dava all’anima una stretta violenta, una angoscia, un impulso di pietà appassionata, che gli faceva vuotar la borsa, che gli avrebbe fatto dare anche i panni che portava addosso, se non gli fosse rimasto altro da dare.

Anche la sola idea astratta d’una creatura umana, che, in mezzo a una grande città, con o senza sua colpa, non ha un tozzo o un pugno del più vile alimento da cacciarsi in corpo per non morire, che manca di quello che non manca al cane, alla belva, all’insetto più schifoso e malefico, gli era insopportabile come un dolore fisico acuto; e per poter vivere e lavorare doveva cacciar di continuo dalla mente, con uno sforzo faticoso, il pensiero che siffatte miserie esistevano intorno a lui, che gli passavano accanto non viste per la via, che si nascondevan forse nella sua medesima casa, sopra il suo capo. Fino allora, per altro, egli non aveva sentito che la pietà della indulgenza e dei dolori individuali. Ma quando, nelle nuove letture, vide per la prima volta la miseria delle classi inferiori, studiata in tutti i paesi, esposta in tutti i suoi svariatissimi aspetti, esaminata in tutte le sue conseguenze funeste, provata con cifre spaventevoli: quando conobbe tutte insieme le forme più miserande e inumane della fatica, gli orrori delle cave, delle risaie, degli opifici avvelenati, delle terre miasmatiche, le moltitudini condannate all’ozio e alla fame, le generazioni infantili falciate dalla morte, che sta in agguato dietro al lavoro, i milioni di tane immonde dove milioni di uomini si ammontano, si ammorbano e s’imbestiano, e ritto davanti a sè, come una montagna di sozzure, il cumulo immenso di alimenti ripugnanti e mortiferi di cui si pasce quotidianamente una moltitudine innumerevole di gente che lavora per un consorzio civile da cui par segregata e reietta; allora tutta l’anima sua ne fu sconvolta, come dalla rivelazione d’un nuovo mondo. Per la prima volta egli vide scorrere davanti a sè l’enorme fiume nero della miseria, e onde di sangue, di sudore e di pianto, ciascuna delle quali travolge una vittima e manda una maledizione e un singhiozzo, e come il «Faust» del Goethe sentì tutte le angoscie dell’umanità pesare sulla sua fronte e schiacciare il suo cuore.

E nel tempo stesso egli udiva dire per la prima volta che questi mali non erano effetto di una legge misteriosa di natura, ma avevano le loro cause nelle istituzioni umane, e queste cause vedeva per la prima volta esposte e dimostrate. E si diede a studiarle avidamente. Era la parte critica della dottrina, la più forte e la più persuasiva, quella in cui regnava un quasi compiuto accordo fra le scuole più discordi, e alla quale erano opposte meno valide ragioni dagli avversari. Qui, nondimeno, errò per qualche tempo in una nebbia d’idee, cercando di afferrarne una, che gl’illuminasse tutte le altre. E ne afferrò una, che era già nella sua mente da un pezzo, ma confusa e fuggevole: cagione prima d’ogni male, il possedimento concesso a un piccolo numero d’uomini di quello che è l’origine di tutti i prodotti e di tutte le ricchezze, e il grande serbatoio di quanto è necessario alla vita comune: la proprietà privata della terra, su cui tutti nascono e muoiono, e l’uso della quale è supremo interesse di tutti; la proprietà che toglie all’uomo il diritto di partecipare al dominio della natura, e fa che milioni d’uomini, trovando già tutto posseduto al loro apparire nel mondo, nascono servi e mendichi. L’ingiustizia e il danno di una tal legge apparvero con la stessa evidenza luminosa che avrebbe avuto per lui l’assurdità di un monopolio dell’aria che respiriamo. E per lo squarcio fatto da questa nella cerchia delle sue vecchie idee, un’altra gli entrò nella mente subito dopo, legata stretta alla prima: la lucida comprensione d’un’altra causa di mali infiniti: il disordine immenso nella produzione di tutto ciò che alla società è necessario, l’anarchia della industria ridotta un giuoco d’azzardo, di cui scontano le perdite le moltitudini che non hanno parte dei profitti, una libera concorrenza che mette in perpetuo contrasto l’interesse personale con l’interesse collettivo, che fa della vita civile una guerra combattuta con le armi dell’astuzia e della frode, che mette il lavoro, funzione sociale senza protezione e senza diritti, in balìa della cupidigia e dell’egoismo, che sperpera un tesoro enorme di tempo, di forze e di ricchezza, trascurando ogni cosa utile ad altri che non frutti a chi la produce, arricchendo gli uni colle spoglie degli altri, mantenendo la società in uno stato perpetuo di affanno e di violenza, in cui si logorano le più nobili facoltà e si scatenano le più tristi passioni umane.

E infine egli comprese, per la prima volta, nelle sue origini e nei suoi effetti, il grande fatto, che non aveva mai meditato della ricchezza: intuì l’ingiustizia che presiede alla sua formazione nell’apparente, non reale libertà di contratto tra chi compra il lavoro e chi lo vende, la figliazione mostruosa del denaro che mantiene delle dinastie di parassiti, vittoriosi fin dalla nascita nella lotta per l’esistenza e conquistatori senza lotta fino alla morte; l’esenzione iniqua della ricchezza individuale dal debito che ella avrebbe verso la società per la grande parte in cui questa concorre a produrla; e riconobbe nei suoi istituti e nell’opera sua la grande feudalità finanziaria, che non contenuta da alcun freno nè di legge nè di morale, posta quasi al disopra del diritto e dello Stato, fornita di tutti i privilegi delle antiche classi spodestate, allaccia nella sua rete il commercio, l’industria, l’agricoltura, incetta e gioca le ricchezze nazionali, accaparra a suo profitto tutte le invenzioni a tutti i progressi, impone ad ogni cosa un balzello enorme che fa duplicare a tutti il lavoro, perturba coi suoi monopoli giganteschi le condizioni dell’esistenza dei popoli, e raccogliendo a poco a poco nelle proprie mani tutti i mezzi di produzione, con cui costringe una sempre maggior moltitudine d’uomini a chiederle pane e a subire le sue leggi, tende a dividere la società in una piccola schiera di dominatori che avranno tutto e in una folla immensa che non avrà nulla, separate l’una dall’altra da una disuguaglianza più odiosa, da un’avversione più feroce, da una contrarietà d’interessi più inconciliabile e più funesta di quella che separava la servitù e la signoria dell’età media.

Quetato il primo tumulto di queste idee, che lo misero in uno stato di rivolta segreta contro la società, si presentò a lui pure quell’eterna domanda: — che fare? — e allora prese ad esame i grandi rimedi, la trasformazione fondamentale di ogni ordinamento, che il socialismo proponeva. Era la parte più debole della dottrina, quella in cui è a tutti più arduo e più lungo acquistare una salda persuasione favorevole.

Egli fu lietamente meravigliato, sulle prime, trovando la teoria della ricostruzione condotta già molto più innanzi di quello che si fosse vagamente immaginato, una enorme quantità di materiali del nuovo edifizio già lavorati e quasi ordinati dal pensiero scientifico di mille intelletti poderosi e pazienti, la nuova vita sociale descritta e dimostrata possibile e quasi perfetta fin nelle sue minime funzioni e in ogni più difficile prova. Poi, voltandosi ad ascoltare le ragioni degli avversari, s’arrestò, sgomentato. Al primo urto della loro critica che affermava assurda la nuova teoria del valore, soffocata dal collettivismo la libertà individuale, distrutto dall’abolizione della proprietà privata lo stimolo al lavoro, impossibile proporzionare legalmente il compenso alla varia natura dell’opera, inconcepibile l’azione d’uno Stato proprietario d’ogni cosa e incaricato di tutte le direzioni e di tutte le iniziative, gli parve che l’edificio crollasse, ed egli indietreggiò, soverchiato per un istante dall’amarezza d’una gran delusione. Ma se non riusciva a persuadersi della possibilità dei rimedi, a che giovava l’indignazione contro le ingiustizie, a che la pietà delle miserie e dei dolori? E questi sentimenti erano già in lui così forti, che non poteva più rassegnarsi a crederli vani.

Una forza prepotente lo cacciava innanzi. Egli aveva bisogno di una fede, oramai, e la voleva ad ogni costo. E allora si mise a cercarla con la passione che vuol trovare quello che cerca e abbatte tutti gli ostacoli sulla sua via. Si lanciò a capo basso contro alla critica nemica del suo sogno, raccolse nuove ragioni contro i suoi argomenti, si dissimulò fra questi i più forti, ingrandendo nella propria immaginazione l’importanza di quelli che riusciva ad abbattere, si afferrò all’idea che la trasformazione si sarebbe compiuta per effetto di eventi imprevedibili e di forze non ancor conosciute, che i vizi dell’ordinamento proposto sarebbero stati corretti con le modificazioni suggerite ed imposte dall’esperienza, che la società nuova avrebbe creato essa medesima, come la natura negli organismi animali, gli organi necessari alle sue nuove funzioni, che dalla concordia dei milioni d’oppressi già vicini alla mèta sarebbe derivato nella società un tal mutamento morale da rendere agevole quasi miracolosamente l’attuazione d’ogni più vasta ed ardita idea; che in fine, quello che innanzi a ogni cosa premeva e s’aveva a fare era di consacrarsi alla santa causa, di proclamare e diffondere il sentimento di giustizia e della intollerabilità dello stato sociale presente, di ordinare per ora le moltitudini intorno a questa sola bandiera, poichè esse non si raccolgono che sotto alla bandiera della negazione, e di suscitare nella gioventù colta e generosa, con l’esempio e con la parola, la fiamma della fede che compie i prodigi e solleva il mondo. Così un po’ per virtù d’entusiasmo, un poco per effetto di persuasione, egli s’era formato una illusione di certezza, che la gioia d’aver dato alla sua vita un nuovo ideale gli fece creder così piena e ferma ed illuminata, da non aver più bisogno di porla alla prova ritornando a pesar le ragioni dei negatori. Datosi alla nuova idea con l’impeto della sua natura, non comunicando più che con le menti che gliela avevano infusa, trovava ogni giorno una nuova ragione in suo sostegno, esultava della sua rapida diffusione, che su di lui aveva forza di argomento, e l’accarezzava in segreto come un tesoro e n’era altero come di una conquista aspettando d’essere abbastanza forte di meditazione di studi per poter professarla arditamente e difenderla da valoroso.

Tutti i suoi ideali passati, intanto, tutte le sue ambizioni di insegnante e d’artista impallidivano davanti a quella nuova ospite dell’anima sua, come al sorgere dell’alba la fiammella del lume con cui aveva vegliato a meditarla....

Fra padre e figlio. (FRAMMENTO.)

La mattina alle dieci, quando fu tornato dalla passeggiata solita, mentre sua moglie e la ragazza erano a messa, gli capitarono in casa Alberto e la nuora.

Egli si slanciò incontro al figliuolo come se non l’avesse visto da un mese. Entrarono tutti e due nella stanza di studio, inondata di luce, tutti e due così freschi, belli, vestiti bene, splendidi di gioventù e di allegrezza, che il Bianchini non potè trattenere un’esclamazione di piacere e rimase un momento immobile ad ammirarli. Ah! quell’Alberto, quel caro figliuolo! Ogni volta che lo vedeva era tentato di cacciargli le mani in quei folti capelli biondi arricciolati, come gliele metteva quand’ora bambino, che ci si perdevano come dentro un mucchio di matassine di seta. Non era molto alto della persona, ma di membra ben proporzionate e solide, e aveva il viso di suo padre, ma raffinato di forme e nobilitato dalla luce dell’ingegno, e quella medesima aria di bontà, ma ingentilita e mista a una franca espressione d’alterezza virile. Egli risentiva sempre davanti al figliuolo la gioia d’un artista mediocre che ha imbroccato per caso un capolavoro. E godeva a metter giù davanti a lui ogni apparenza d’autorità paterna, e a dimostrargli che sentiva la sua superiorità, per fargli meglio comprendere il proprio affetto e la propria gratitudine.

Sedettero un momento tutti e tre intorno a un tavolino rotondo, di contro la finestra, donde entrava un raggio di sole, che dorava il capo del giovane, e metteva in vista la freschezza bianchissima di sua moglie, e il Bianchini parlò subito degli avvenimenti del 1.º maggio, scherzando, preparato a una scrollata di spalle del figliuolo, che viveva tutto nei suoi studi letterari, incurante d’ogni altra cosa.

— Hai visto — gli disse — hai sentito, ieri sera, quei mascalzoni?...

Il figliuolo rispose con indifferenza. Sì, aveva visto. Era rimasto un’ora sotto i portici della piazza, in fondo, davanti al caffè Rossi. E s’arrestò a quelle parole, come se gli rincrescesse di soggiungere quello che aveva in mente. Ma, domandandogli suo padre che cosa ne pensasse, espresse il pensiero.

— Che cosa vuoi — disse. — Per me.... mi fa pena vedere una società che, quando la gente che la fa vivere domanda un po’ più di benessere e un po’ meno di lavoro, per tutta risposta le mostra le baionette.

Il padre lo guardò con due grandi occhi.

— Capisco — rispose poi — ma lo domandino in un altro modo.

— È un pezzo che lo domandano in un altro modo — osservò il figliuolo sorridendo. — Che cosa hanno ottenuto finora?

Il padre tornò a guardarlo stupito.

— Ma, — disse dopo — bisogna vedere se le loro domande sono ragionevoli. Infine.... la condizione degli operai è migliorata molto, da una volta.

— È un’asserzione discutibile — rispose il giovane. — È migliorata per alcuni, è peggiorata per altri, è diventata più precaria per tutti. Ma, ammesso pure che stessero peggio una volta.... ti parrebbe giusto negare un diritto ad un negro affrancato, per la ragione che suo padre schiavo, non ne aveva nessuno?

Il Bianchini non afferrò l’argomento.

— Sta bene — obbiettò — ma.... lasciamo andare; il migliorare la propria condizione dipende anche in gran parte da loro; se facessero un po’ più d’economia, se non avessero dei vizi, se s’istruissero....

— Ma, caro papà — gli rispose con sorriso amorevole il figliuolo — quando i salari bastano appena alla vita, come vuoi che bastino a far delle economie? I vizi! Dio mio, noi lo sappiamo bene che grandi vizi si possono avere senza danaro. E che tempo è lasciato loro per istruirsi?

— Che tempo è lasciato loro per istruirsi! — ripetè il Bianchini un po’ imbarazzato. — Dunque, tu sei per le otto ore di lavoro?

— Certo.

— E credi che le otterranno?

— No.

— Vedi dunque che lo stato attuale delle cose è inevitabile.

— No, padre mio. Tu vuoi dire che lo stato attuale delle cose era inevitabile che si producesse, come fase d’ogni svolgimento di fatti; e questa è la verità. Ma è un’altra cosa. Come lo stato attuale è derivato da un altro, così un altro col tempo succederà a questo, necessariamente, per forze indipendenti dalla volontà dei privati e dei governi.

Il padre lo guardò un’altra volta con stupore; poi crollò il capo, non persuaso. E domandò recisamente:

— In che maniera?

— Ah! in quanto a questo — rispose il giovane sorridendo.... — io non posso saperlo. Si può prevedere a che arriverà la società: ma non seguire la via o le vie per cui passerà per arrivarvi.

— Vorresti dire una rivoluzione? — domandò il padre fissandolo.

— Può anche darsi. O se non una rivoluzione, una serie di scosse violente, di convulsioni sociali, che a poco a poco muteranno radicalmente lo stato attuale.

— E credi che comincerà presto questa serie di.... rivoluzioni? — domandò il Bianchini col sorriso di chi dubita se il discorso sia serio o faceto.

— Credo che sia già cominciata — rispose il figliuolo.

A queste parole il Bianchini e la signora s’alzarono tutti e due insieme ridendo, come per fargli capire che non dubitavano più d’uno scherzo.

— E da quando in qua hai queste idee? — gli domandò la moglie celiando.

E il padre ripetè la domanda, mettendogli scherzosamente una mano sulla spalla: — Giusto; da quando in qua hai queste idee?

Alberto s’alzò piccato e rispose: — Ho parlato sul serio. Come potete supporre che io scherzi sopra un argomento di questo genere?

Il padre cessò di ridere. — Perchè allora non ci hai mai espresso le tue idee?

— Perchè prevedevo che non ci saremmo intesi. Vedete bene che avevo ragione.

— Ma insomma — disse il Bianchini battendosi sulla fronte le dita riunite della mano destra — dimmi proprio chiaro e preciso quello che pensi.

Il giovane rispose con dolce pacatezza: — Ecco quello che penso. Penso che la parte che è data ai lavoratori nel prodotto generale della ricchezza non è proporzionata alla parte che essi rappresentano nell’opera generale della produzione. Penso che non è giusto che quella parte della società che fa il lavoro più necessario e più faticoso per nutrirla, vestirla e ricoverarla e dare all’altra parte il tempo e i mezzi d’istruirsi, non guadagni abbastanza da nutrirsi, vestirsi e ricoverarsi umanamente, e sia esclusa dalla possibilità di istruirsi. Penso insomma, che il lavoro non raccoglie tutti i benefizi, a cui avrebbe diritto, del progresso della civiltà, perchè questi benefizi gli sono intercettati da un difettoso e ingiusto ordinamento sociale. Ecco il mio pensiero.

La signora, con la voce placida, si intromise nella discussione. — Ma, Alberto, come vuoi che tutti si possan trovare nelle stesse condizioni di fortuna?

Il Bianchini approvò con un cenno del capo.

— Non dico questo — rispose Alberto. — Ma perchè si debbono trovare, regolarmente, nelle condizioni peggiori quelli che faticano di più e che sono più necessari? Perchè ci deve essere tanta gente che lavora troppo e non mangia abbastanza, tanta altra gente che lavorando pochissimo, vive nell’agiatezza, e tant’altra che non lavorando punto, nuota nell’abbondanza?

— Ma perchè il mondo è fatto così, figliuol mio! — esclamò il padre, allargando le braccia, maravigliato dall’ingenuità del figliuolo. — Perchè così è sempre stato e sarà sempre!

— No, papà. Così come ora non è sempre stato. C’erano la schiavitù e il servaggio, e non ci son più; c’era il feudalismo, c’era il dispotismo, e sono scomparsi; c’era l’ineguaglianza civile e politica delle classi, ed è stata, almeno legalmente, soppressa. Vedi che il mondo si è mutato; e se può mutarsi non è ragionevole il dire: — è fatto così — per provare che non c’è rimedio alle sue ingiustizie e ai suoi mali.

Il padre esitò un momento.

— Ma come dovrebbe ancora mutare — domandò poi — se dici tu stesso che abbiamo la libertà e l’eguaglianza, che è quanto dire che tutte le strade sono aperte a tutti per migliorare la propria sorte?

Il figliuolo fece un leggiero atto d’impazienza. Poco tollerante della contraddizione per vivacità di natura, lo impazientiva anche di più la contraddizione di suo padre che pure amava tanto, appunto perchè in tutte le altre questioni egli l’aveva sempre trovato cedevole, persuaso o no, alle sue idee. Gli salì alle guancie un leggiero rossore.

— Ecco l’errore — esclamò. — La libertà e l’eguaglianza furono una conquista di fatto per una parte della società; ma rimasero due parole vuote per l’altra. L’eguaglianza vera non può sussistere fin che l’esistenza del maggior numero dipende dalla volontà o dalla fortuna di pochissimi. La libertà non è che per chi ha mezzi e coltura. Chi non ha nè gli uni nè l’altra è schiavo della miseria, della sua ignoranza e del caso. La via a migliorar la propria sorte non è aperta a tutti, perchè tutti quelli che nascono in condizioni privilegiate di fortuna, si trovano già a mezza strada e l’ingombrano, e non c’è uno su mille degli altri che possa raggiungerli e aprirsi il passo fra loro. Pensaci un poco, papà. È una ingiustizia che rivolta. Se non ce ne accorgiamo è perchè i nostri interessi ci hanno fasciata la coscienza.

Il padre lo guardò un’altra volta, più profondamente stupito di prima. Poi si ribellò, ripetendo una frase udita. — Oh, infine — disse con energia insolita — il mondo è di quelli che se lo presero, che sono stati i più forti.

— Saranno stati i più forti una volta — rispose Alberto. — Ora non sono altro, in massima parte, che i più fortunati e i più furbi. — Ma ammettiamo i più forti. Vuol dire che quando, mettendosi d’accordo, saranno i più forti i lavoratori, avranno ragione di cacciarci il tallone sul collo, come noi facciamo adesso con loro.

Il Bianchini ebbe una scossa.

— Ma, Alberto! — esclamò la moglie scandalizzata, guardandolo in faccia, come se gli vedesse una faccia nuova

— Ma, figliuol mio! — disse il padre con un accento di severità triste che non aveva mai usato con lui — chi t’ha ispirato queste idee.... così poco degne di te?

Un’ondata di sangue salì al viso di Alberto

— Poco degne di me?... — rispose, frenando la voce. — Ma scusami, a me pare che fossero indegne di me quelle che avevo prima. E non ho detto la metà di quello che penso. Penso che, così com’è ora, la società è tutta ordinata e diretta a benefizio d’una piccola minoranza, la quale sfrutta tutte le forze dei lavoratori sotto la protezione delle leggi, leggi che ha fatto essa sola e per sè sola; che tutto l’edifizio sociale si regge sull’ignoranza e sull’abbrutimento delle moltitudini; che è la sola violenza che lo tiene insieme, e che questo stato di cose ci corrompe tutti, che è come un’infezione nell’atmosfera morale, la causa prima di tutte le più tristi passioni e delle azioni più nefande e della menzogna d’ogni nostra istituzione e d’ogni nostra parola; e che questo stato di cose non può durare e non durerà e che è sacro dovere di tutti il far tutto il possibile perchè non duri, se anche si dovesse sconvolgere il mondo....

La signora, turbata, con un rapido moto della mano gli chiuse le labbra. Il padre lo fissò lungamente con gli occhi spalancati, e poi, prendendogli le due mani e mettendosele sul petto, gli disse a voce bassa, con accento di affetto profondo e di sincero dolore: — Alberto, figlio mio, sei proprio tu che dici queste cose?

— Son io senza dubbio — rispose il giovane con un sorriso contratto, sciogliendo lentamente le mani. — Mi rincresce di spiacerti. Ma con chi dovrei esser sincero, se non con mio padre? Io vedo ora il mondo sotto altro aspetto che per il passato, ed è il suo aspetto vero. Credevo che il mondo fosse la scienza, l’arte, la politica e tutta la gente fortunata che si occupa di queste cose; e non vedevo altro. Ora vedo che il mondo è la moltitudine, quasi relegata fuor del progresso, che alla società dà tutto e non ne riceve presso che nulla, che suda sopra e dentro la terra e si consuma nelle officine e copre delle sue ossa i campi di battaglia senza cavarne altro frutto che di non morir di fame; che dalla miseria è costretta a vendere la carne, l’anima e l’onestà della donna e il sangue dell’infanzia, e per miseria minaccia, ruba, ammazza, si dispera, impazzisce, s’uccide, fa del mondo un inferno....

Il padre fece l’atto d’interromperlo.

— .... Mentre un piccolo numero — continuò il figlio risoluto — raccolto in disparte, canta degli inni alla patria e alla civiltà e trova che è bella la vita. Ora io mi son persuaso che a tutto questo c’è rimedio, come milioni d’uomini lo sperarono per il passato, come altri milioni lo credono al presente con molto più ragione dei primi. Questa persuasione m’è entrata nell’anima come un raggio di sole. Sarà un errore; il rimedio non sarà quello che si crede e si propone, sarà un altro, saranno altri, complessi, lenti, difficili. Non importa. La prima cosa da farsi per guarire un male è quella di riconoscerlo, il primo dovere di chi vuol togliere un’ingiustizia è quello di confessarla e di proclamare il buon diritto di chi la patisce. Io non posso far altro, faccio questo; faccio eco alla voce degli oppressi e dei miserevoli; rifiuto la complicità del mio silenzio all’oppressione, e protesto. Non posso più aver pace e dignità di coscienza che nell’adempimento di questo dovere. E lo adempirò a qualunque rischio e, a qualunque costo!

Il padre diventò pallido. Egli domandò con voce alterata:

— E tu dirai queste cose a tutti?

— Le dirò, naturalmente.

— E lo scriverai? — domandò il Bianchini abbassando la voce.

— Le scriverò.

— Ma tu non sei in te, Alberto! — esclamò la moglie afferrandogli la mano.

— Scriverai quello che hai detto a me, — riprese il padre con maggior commozione — che tutto è ingiustizia, menzogna e violenza, che bisogna.... equiparar le fortune, che è necessario mutar le cose anche se si debba sconvolgere il mondo?... E pubblicherai queste idee col tuo nome.... a costo di metter la discordia in famiglia, di inimicarti tutti, di rovinar la tua carriera?

— Senza il menomo dubbio, perchè ho detto che lo credo un dovere.

Il padre stette un momento a guardarlo, con un viso che Alberto non gli aveva mai visto. Poi gridò, tremante di collera: — Ebbene, tu sei un altro da quello che credevo. Tu non hai affetto nè per tuo padre, nè per tua moglie, nè per il tuo bambino. Non hai più nè ragione nè cuore. E sei un ingrato. Non ti riconosco più per mio figlio.

E si slanciò nell’altra stanza.

La signora, sconvolta da quelle parole, gli corse dietro, chiamandolo; ma egli chiuse l’uscio con violenza.

— Alberto, — disse allora, severamente a suo marito, stentando a raccoglier la voce — io avevo diritto di conoscere prima d’ogni altro queste tue idee. Perchè non me le hai mai confidate?

Scosso profondamente da quella scena, la più grave, la sola grave che il padre gli avesse mai fatto in vita sua, il giovane si ricompose a fatica, e rispose con voce commossa, ma risoluta: — Perchè m’avresti fatto come papà; hai veduto.

— No — disse la moglie; — avrei cercato di moderarti, di farti riflettere.... T’avrei impedito di dare a tuo padre questo dolore.

— Sì — rispose il giovane, passandosi una mano sulla fronte — ho ecceduto.... Ma egli pure.

— Tu sai che t’adora — disse la signora. — Io son certa che soffre immensamente. — E soggiunse sottovoce: — vagli a chiedere perdono.

Alberto fece uno sforzo sopra di sè, poi rispose risolutamente, ma con rammarico: — Non posso.

Fra madre e figlio.

La Madre (afflitta). — Intanto tu sei socialista e non credi in Dio (toccando un piccolo crocifisso che tiene appeso al collo) e non hai più fede in questo, che baciavi da bambino.

Il Figliuolo. — Quando mai l’ho detto? No, cara mamma. Io non affermo; ma non nego. Io spero. Ecco il mio stato di coscienza, che è anche lo stato vero, credilo, della maggior parte di quelli che si dicono credenti. Se non ho la fede ferma non è già perchè io sia socialista, ma perchè sono un uomo del tempo mio. Il dubbio mi è venuto da un’educazione intellettuale che non mi fu data dai socialisti. Guardati intorno; vedi fra i nostri amici e conoscenti quante persone d’ogni età, rispettate anche da te, avversissime al socialismo le quali non hanno fede e lo dicono, o dicono di averla e vivono come se non l’avessero. Il socialismo non comanda punto di non credere: dice: — La coscienza è libera. — E non ti pare abbia ragione? Non è forse vero che soltanto in una coscienza libera può nascere la fede vera?

M. — Ebbene.... se in qualche momento tu credi in Dio, come mai non pensi, povero figliuolo, tu che vuoi mutare il mondo, che se la società è fatta come è, è perchè Dio lo consente?

F. — No, cara mamma, non lo posso pensare. Il mondo di ora è tutt’altro da quello che era secoli fa. Questo lo ammetti? Ebbene, se si è mutato è perchè Dio lo ha consentito. Se ha consentito che si mutasse per il passato, perchè non dovrebbe consentire che si muti nell’avvenire? Quale credente oserebbe di affermare che la forma attuale della società sia l’ultima ch’egli consente, quella che egli ha designato a non più mutare? Che tutti i disordini e i mali che le sono inerenti egli li voglia mantenuti per sempre? Se c’è una cosa manifesta, è che Dio ci lascia fare, perchè se ciò non fosse non avremmo la libertà; senza la quale non ci sarebbero nè meriti nè colpe. Siamo dunque liberi di fare tutto quello che ci par bene, di distruggere tutto quello che ci par male, di mutare la società nel modo che ci par meglio per essa, e potendolo fare, abbiamo, davanti a Dio, il dovere di farlo.

M. — Sarà così.... non lo nego.... Ma il vostro errore è questo, che la vostra idea, come dicon tutti, è un’utopia, fondata sopra una idea falsa della natura degli uomini....

F. — Ma allora, cara mamma, e l’idea di Cristo, che tutti gli uomini si amino come fratelli, che i ricchi diano tutto ai poveri riducendosi poveri anch’essi, che si perdonino tutte le offese, che non si curi alcun interesse della terra, non ti pare forse un’utopia, fondata sopra un concetto falso della natura degli uomini? Vedi che in mille e novecento anni non è diventata realtà; credi che lo sarà mai?

M. — Oh, la cosa è ben diversa! Tutto quello che prescrive il Vangelo, ognuno che lo voglia, lo può fare; supponi che tutti lo facciano, e il mondo sarà mutato in meglio, e sarà trasformata la società, come tu desideri. Vedi che basta la religione a far questo.

F. — No, cara mamma. Se bastasse la religione a mantenere e a mandare innanzi gli uomini sulla buona via, perchè sarebbero necessarie, anche tra i popoli più religiosi, tante leggi e tanta forza per proteggere vita e proprietà, per frenare e punire, per conservar l’ordine e la pace? Vuol dire che la religione non basta. Se non basta a mantenere quel po’ di bene che esiste, non basta a conseguire il meglio a cui aspiriamo.

M. — Io non so.... Ma tutti lo dicono; voi volete un cambiamento impossibile, una società che avete immaginata voi, che non è mai stata e non sarà mai.

F. — Ma neanche la società quale è ora non è mai stata. È quella che ora non sta, ma cammina. Vedi un po’ intorno a noi, cara mamma, quante istituzioni, leggi, idee, costumi, tendenze, di cui, quando eri giovine, non c’era indizio, o se ne parlava, se te ne ricordi, come di idee stravaganti di pochi, che non si sarebbero attuate mai. Considera un po’ tutte queste cose: organizzazioni operaie, società cooperative, leghe di resistenza, leggi protettrici del lavoro, giurì popolari, idee di solidarietà e d’eguaglianza, rivendicazioni di diritti e di riforme, lotte formidabili fra lavoratori e padroni; precorri col pensiero lo svolgimento di tutte queste cose nuove nell’avvenire, come faresti con l’occhio di tante linee convergenti, poichè tutte quelle forze tendono a un fine solo, che è uno stato migliore delle moltitudini, e interroga la tua ragione, e vedi se non ti dice che nel punto in cui s’incontreranno ci sarà il socialismo, o qualche cosa di molto simile, donde si verrà a quello naturalmente. Tu vedi che il mondo muta. Tu sei certa che fra cento anni sarà molto diverso da quello che è adesso. Ebbene, credi tu che allora sarà molto più vicino, o molto più lontano che adesso, dall’ordinamento sociale che noi invochiamo?

M. (turbata). — Di queste cose io non sono in grado di discutere, caro figliuolo.... Ma per quanto tu dica, io sento per le vostre idee una ripugnanza.... un terrore, che vuol dir qualche cosa.

F. — Ma codesta ripugnanza, codesto terrore, pensaci bene, non sono proprio le nostre idee che lo destano: te l’hanno destato le persone che le travisano e ci calunniano. Pensa che milioni di uomini, per lunghissimo tempo, hanno creduto in buona fede che i primi cristiani, che pure vivevano in mezzo a loro, fossero gente malvagia e corrotta, capace di ogni sozzura e di ogni delitto....

M. — Ah! non far di questi confronti, figliuol mio! Può darsi che il mondo s’abbia a mutare, come tu dici; ma non muterà in meglio se non sarà con Dio. Da lui solo vengono i buoni sentimenti e le buone idee. E il cuore mi dice, che voi non siete con lui. Che cosa sarà mai il progresso, la civiltà, tutto quello che tu vuoi, senza la religione?

F. — E che cos’è mai la religione senza le opere, cara mamma? Esamina un poco, uno per uno, i nostri propositi. Il socialismo vuole una società in cui non si possa arricchire sul lavoro altrui nè vivere senza lavorare, in cui chi lavora abbia diritto a vivere, in cui, lavorando tutti, il lavoro non sia per alcuno eccessivo, e quindi non abbrutisca e non torturi alcuno, e dia al lavoratore il tempo e il modo di ristorar le forze, di curar la famiglia e di coltivar lo spirito; vuole che cessi questa necessità fatale che, per alimentare la officina, strappa le madri ai figliuoli o i figliuoli alla casa e alla scuola, estenuando e corrompendo donne e fanciulli, perpetuando l’ignoranza nella moltitudine e seminando la morte fra i deboli: vuole che cessi questa concorrenza sfrenata che è causa di tante basse passioni, angoscie e rovine, questa furia d’acquistare, questo terrore di perdere, questa mischia feroce degli uomini che si disputano a morsi il palmo di terra e il boccoli di pane; vuole che cessi tutto questo per dar luogo ad una società non più divisa da orgogli e da odii di classe, non più irritata da uno spettacolo d’ineguaglianze, d’ingiustizie e di miserie immeritate, che contrista e scoraggia ogni coscienza onesta; vuole, insomma, che gli uomini si accordino e si compongano, per quanto è possibile, in una grande famiglia operosa, in cui, se non sono soppressi l’egoismo, i dolori, le ineguaglianze della natura, l’egoismo è contenuto, i dolori sono consolati, le ineguaglianze sono attenuate dall’affetto reciproco e dal sentimento dell’interesse comune e non sieno possibili la fame e la disperazione accanto all’abbondanza e alla festa. Ebbene, di tutti questi desideri e propositi, cara mamma, c’è uno solo che contrasti la religione? Uno solo che il tuo cuor buono e generoso possa rifiutare? E dimmi ancora: si può credere in Dio buono e giusto, senza credere ch’egli desideri che quell’ideale s’avveri? E si può creder questo e non sentire il dovere imperioso di lavorare con tutte le forze al conseguimento di quell’ideale? Tu dici che i buoni sentimenti vengon da Dio. E allora, madre mia, donde mi vien mai questo sentimento che provo per la moltitudine che fatica e che soffre, questa pietà che mi fa pianger l’anima, questo desiderio del bene, quest’odio del male e dell’ingiustizia che ha distrutto la pace della mia vita e che pure mi dà le più nobili gioie che si godano sulla terra?

M. (commossa). — Certo.... se ti sento parlare.... Ebbene, se sei sincero (con risoluzione improvvisa, prendendo il piccolo crocifisso che tiene al collo e sporgendolo, con un dolce sorriso verso il figliuolo) bacia un po’ questo....

F. (semplicemente). — Ha amato i poveri, ha consolato gl’infelici, ha predicata la giustizia, è morto per i suoi fratelli. Con tutta l’anima mia. (Bacia il crocifisso tre volte).

M. (con vivo slancio di commozione). — Figliuolo mio! (ma si rattiene subito, ripresa da un turbamento, e passandosi una mano sulla fronte, dice con accento di tristezza): Eppure.... non so.... non capisco....

F. (tra sè, con un sospiro). — Ecco la gran disgrazia.... Non capisco. (Poi con profonda tenerezza e con vigore): O madre mia, io non posso amarti di più; ma se invece di dubitare, di farmi dei rimproveri e di frenarmi, tu mi dicessi un giorno: — Ebbene, figliuolo, sì hai ragione, sono con te, va, combatti per il tuo santo ideale, la benedizione di tua madre ti segue.... — io cadrei in ginocchio davanti a te e alla tua croce, e sarei buono come un angelo e forte come un eroe!

M. (mettendosi il fazzoletto agli occhi). — Non dir più altro, figliuolo.... va.... lasciami pensare.

Fidanzata e fidanzato. (DA UN RACCONTO INEDITO.)

Si fidanzarono. E tutto andò bene fra i due cugini, stretti dal nuovo vincolo, fin che egli non le palesò la sua nuova fede. Ma dopo che le ebbe fatta una aperta confessione, accolta da lei, per dire il vero, senza meraviglia e senza rammarico, cominciò tra il giovane e la sua nuova fidanzata una lotta tranquilla, ma continua; una di quelle infinite piccole lotte famigliari di cui si compone la grande guerra delle idee fra un’età che muore e un’età che sorge; guerra nella quale il cozzo meno visibile, ma più forte e più doloroso, è quello dell’uomo audace, che corre all’avvenire, con la donna misoneica che s’avvinghia al passato. Egli avrebbe dovuto scansare quei discorsi; ma legandosi la grande questione quasi a ogni idea e a ogni fatto della vita d’ogni giorno, non gli sarebbe riuscito di scansarla se non rinunziando affatto a parlare. D’altra parte, egli sperava di conquistar l’animo di lei lentamente, senza mostrare di volerlo, insinuandole un’idea dopo l’altra, e ciascuna idea a poco a poco, per via della ragione e dell’affetto ad un tempo, e quasi rifacendo la sua educazione intellettuale e morale, come avrebbe fatto con un ragazzo.

Ma riconobbe subito una grande difficoltà: essa non ragionava. Tutte le nuove idee ch’egli esprimeva andavano a urtare contro cinque o sei idee confitte e immobili nell’animo di lei, che opponevano alle sue la resistenza molle, ma tenace, d’un’imbottitura in cui nessun argomento penetrava. Egli comprese per la prima volta che per accogliere certi sentimenti generosi non basta esser buoni e delicati d’animo, come gli pareva la sua fidanzata; ma si richiede una sensività particolare che vien soltanto da un certo ordine di cognizioni e di riflessioni, a cui raramente la donna si eleva. Non gli era possibile di farle deviare la visuale ordinaria del pensiero quanto e come occorreva perchè ella vedesse quelle anomalie sociali che a lui parevano mostruose. Anzi, quanto più queste erano grandi tanto meno essa le vedeva, e tanto più si meravigliava ch’ei le vedesse, e faceva il viso di una persona ragionevole a cui un allucinato indicasse con la voce e col gesto uno spettro.

Quando, cadendo il discorso sulle condizioni della donna, egli diceva che è ingiusto che le sian chiuse tante vie di guadagnarsi il pane, poichè milioni di donne non trovan marito e rimangono senza mezzi di sussistenza; che è immorale che esse sian poste nella necessità di dar una caccia sfrontata al marito come l’uomo dà una caccia impudente alla dote; che è iniquo che, a lavoro eguale, esse siano meno ricompensate degli uomini, perchè, se han meno bisogni, ci rimetton più di forza e di salute; che è illogico che non possan votar le leggi, di cui come figliuole, come madri, come contribuenti lavoratrici subiscon gli effetti; che non è ragionevole che sian private dei diritti civili e politici, come gli interdetti per imbecillità o per delinquenza, mentre incorrono nelle stesse pene che l’altro sesso quando falliscono, e sono sottoposte alle stesse prove intellettuali per essere ammesse agli stessi uffici: che è assurdo il parlar d’uguaglianza fra gli uomini se è esclusa da questa una metà del genere umano; a tutte queste ragioni essa ne opponeva una sola. — Ma, caro Enrico — rispondeva placidamente — la missione della donna è la famiglia!

Quando, discorrendo della educazione pubblica dei fanciulli, su cui pure non aveva ancora un’idea ferma, egli opponeva alle sue esclamazioni d’orrore che l’errore di lei e degli altri era di posare il quesito sopra la supposizione d’una famiglia ideale, e le domandava quante famiglie rimanessero, a suo giudizio, capaci di educare, se si toglievano quelle in cui i coniugi si odiano, leticano e si tradiscono a vicenda, quelle a cui il padre è tutto il giorno al lavoro, la madre in visita o in chiesa e la prole in balìa dei servitori, e quell’altre in cui i figliuoli hanno l’esempio continuo della vanità, della dissipazione e dell’ipocrisia, e le altre moltissime in cui i genitori tristi o leggieri lascian crescere i figli senza alcun freno, o li intristiscono con una durezza tirannica, o li corrompono con scandali manifesti, o li inimican fra loro con preferenze inique, o istillano in essi i propri odi, il proprio scetticismo, i propri vizi, e tutte le false idee che hanno ereditate essi stessi; a tutte queste domande essa rispondeva invariabilmente: — Ma, Enrico! Strappare i fanciulli al santuario della famiglia! Ma come lo puoi dire seriamente?

Quando, cadendo sul tappeto la questione del lusso, egli diceva che il lusso è pernicioso alla società e agli individui, perchè divora i capitali che, accumulati, produrrebbero un rialzo dei salari, perchè storna dalle industrie veramente utili un gran numero di lavoratori, perchè assoggetta il lavoro alla mutabilità continua dei suoi capricci, perchè provoca ambizioni e gare rovinose, eccita la sensualità, corrompe i gusti e le tendenze di tutti a danno della intellettualità e della cultura e trascina alla colpa chi ha mezzi modesti e irrita il sentimento della miseria in chi manca del necessario, a queste osservazioni essa mostrava grande meraviglia, e rispondeva sorridendo: — Ma, Enrico, se non ci fosse il lusso, come vivrebbe tutta la povera gente che il lusso fa lavorare? — E non lo diceva, ma lasciava capir chiaramente che, a suo giudizio, se si fossero soppressi i ricchi, il popolo sarebbe morto di fame.

Se, venendo a parlare della giustizia, egli le diceva che, nella società presente, il principio che «la legge è uguale per tutti» è un’aperta menzogna, perchè il povero non può litigare col ricco, perchè le pene pecuniarie, che schiacciano l’uno, sono derisorie per l’altro, perchè, irresistibilmente, quanti esercitano la giustizia la violentano a difesa degli interessi della propria classe o cedono al potere da cui dipendono, o alle simpatie e agli influssi del ceto sociale in cui son nati e in cui vivono; e le adduceva in prova l’abbominevole sproporzione delle pene fra il grande latrocinio finanziario e il piccolo furto volgare, le scandalose assoluzioni dei ladri e delle ladre in guanti gialli, i processi impediti, le fughe protette, le prigioni addolcite, le mille complicità e indulgenze infami con cui la classe dominante nasconde od attenua i delitti che si commettono nel suo seno, mentre è punito senza pietà persino il grido solitario ed il canto che s’innalza contro i suoi privilegi: a tutto questo rispondeva ingenuamente: — Ma, Enrico, a me par naturale che la giustizia sia più severa con la classe che commette più reati e che, essendo la più pericolosa, ha bisogno di maggior freno, per la sicurezza di tutti! È una necessità, caro Enrico!

Quando infine, negando che il socialismo voglia sradicare dal cuore dell’uomo l’amor di patria, egli le diceva che questa parola si fraintende e si abusa ipocritamente, perchè essa non ha senso alcuno se non significa amore delle creature umane, e questo amore non sente, e quindi non ama la patria, chi non soffre e non s’indigna di vederla formata da due popoli e quasi da due razze diverse, di cui l’una che lavora per essa, vive nella povertà e nell’ignoranza, amareggiata dallo spettacolo della ricchezza e dell’ingiustizia e offesa nell’animo dal disprezzo che si sente pesare sul capo; quando egli le diceva questo, e soggiungeva che come la patria stava al di sopra della famiglia, la umanità sta al di sopra della patria, e che il patriottismo chiuso e orgoglioso non è che l’egoismo larvato d’una classe, essa rispondeva, quasi scandalizzata: — Ma, Enrico! Anche la patria! Ma non è il più sacro dei nostri affetti, dopo Dio?

E se, accalorandosi un poco, egli insisteva, essa metteva fuori quel benedetto: — Non t’alterare! — che gli urtava i nervi: o faceva di peggio: gli dava, tutt’a un tratto ragione, accarezzandolo affettuosamente e sorridendo, come si fa per rabbonire un fanciullo caparbio. Ma quello che più lo feriva, quando egli esprimeva le sue idee intorno alla donna, alla famiglia o alla patria, era il sentirsi dire a bassa voce: — Bada che ci ascoltano! — come s’ei tenesse dei discorsi immorali, e il veder gli atti premurosi e i pretesti con cui essa cercava di allontanare i suoi parenti, perchè non sentissero.

Un giorno, finalmente, essa fece un’uscita che decise del loro destino. — Ma già — gli disse con un sorriso — è impossibile che tu rimanga un pezzo in queste idee.... Cambierai, ne son certa. — E se non cambiassi? — domandò il giovane mutandosi in viso. — Se non cambiassi — rispose essa con vivacità insolita — io ne sarei infelice per tutta la vita.

Egli la guardò lungamente, pensieroso, senza dir parola, e poi si asciugò con la mano una lagrima che essa non vide.

················

Tre mesi dopo, nello stesso giorno in cui Enrico, con la ferita ancora aperta nel cuore, parlava per la prima volta in un Comizio socialista, la bella cugina sposava placidamente un banchiere.

Fratello e sorella. (FRAMMENTO.)

Dopo quella sera che sua sorella gli s’era buttata al collo, durante la sua disputa col suocero, Alberto aveva notato in lei uno stato d’animo insolito, il quale ad ogni nuova discussione, cui ella fosse presente, intorno a questo argomento, si tradiva in lampi degli occhi, in rossori improvvisi, in movimenti nervosi della persona, che pareva ella si sforzasse di reprimere, quasi con un senso di vergogna; ma non ci aveva badato gran fatto, credendo quello effetto di una sensitività malata di ragazza romantica, tocca dai suoi discorsi più nella fantasia che nel cuore. S’era invece operato in lei un mutamento profondo, che non conoscendola intimamente, egli non poteva aspettare. Perchè non era e non pareva bella, essa non era mai stata amata da sua madre la quale disperava che potesse fare un bel matrimonio degno della casa, e si vergognava un poco di lei, come un artista d’un’opera d’arte mal riuscita.

Sin da bambina ella si era accorta di questa malevolenza della madre dagli sguardi scontenti, e qualche volta astiosi, con cui si vedeva spesso osservata da lei, da capo ai piedi, come una persona sconosciuta e importuna. La signora Bianchini l’aveva sempre fatta sgobbare ai lavori di casa per risparmiar fatica alle cameriere, le aveva sempre dato sulla voce in conversazione, come se non dicesse che sciocchezze o fanciullaggini, l’aveva sempre tenuta nell’ombra, quando poteva, come se, mostrandosi o parlando, avesse fatto sfigurare la famiglia. E sotto questa oppressione, ella era venuta su penosamente, diffidente e quasi vergognosa di sè, con un sentimento esagerato della sua imperfezione fisica, che la rendeva timida e impacciata, e le toglieva quasi ogni grazia. E menava una vita triste, poichè anche la consolazione di essere amata dal padre le era diminuita dai continui contrasti che, per cagion sua, nascevano tra sua madre e quel buon uomo; il quale non poteva tollerare ch’ella fosse aspreggiata ed umiliata.

Anche suo padre, d’altra parte, si mostrava più affettuoso col figliuolo e quest’aperta parzialità dei suoi parenti era stata cagione ch’ella non avesse mai amato il fratello, che assorto nei suoi studi prima, e poi felice dei suoi trionfi, gli era parso sempre un poco egoista e troppo ambizioso. Alberto, dal canto suo, invanito alquanto fin dall’infanzia, e soddisfatto dei privilegi di cui godeva nella famiglia, non solo non s’era mai curato gran fatto della sorella; ma vedendola triste e fredda con lui, e credendola per questo invidiosa, s’era fatto un falso concetto di lei, come d’un animo gretto e acrimonioso, col quale, anche negli anni della sua più affettuosa espansione non aveva mai potuto entrare in dimestichezza fraterna. Per qualche tempo, dopo terminate le scuole, essa aveva preso passione per le letture letterarie, e in ispecie per la poesia; ma non potendone ragionar mai, nè con suo fratello che le metteva soggezione, nè con suo padre che non ci aveva il capo, nè con sua madre che le tagliava in bocca quei discorsi, come un’ostentazione ambiziosa disdicevole alla sua persona, aveva rinunziato anche a questo conforto. In seguito, s’era messa in capo di studiare da maestra; ma sua madre vi s’era opposta a spada tratta, come a un proposito che offendesse il decoro del casato. Da ultimo, aveva posto affetto alla cognata e al nipote; ma non potendo star con loro che raramente, e di scappata, per il molto lavoro che le era imposto in casa da sua madre, nemmeno da quell’affetto poteva trar la consolazione che le abbisognava. E s’era tornata a chiudere nella sua malinconia solitaria, qualche volta piangente, spasso inasprita, il più del tempo rassegnata, ma con un gran vuoto nell’anima, e come oppressa dalla sua vita arida e senza scopo. Eppure v’era in lei una intelligenza aperta e viva, un cuor gentile e forte, qualche cosa di dolce e di profondo, che non si manifestava, in parte, nemmeno a lei stessa, per mancanza d’un oggetto su cui si potesse espandere. Ora, tutto questo si scosse e si rischiarò nell’anima sua al primo raggio della nuova Idea che udì annunziare dal suo fratello. V’era dunque fuori della religione e della famiglia, fuori dell’amore dell’arte, un mondo a lei sconosciuto, un grande ordine di sentimenti e di idee, al quale anch’essa poteva sollevare il suo spirito, e in cui, fra tanti altri propositi vasti e generosi, primeggiava il concetto di dare alla donna la libertà, la dignità, l’indipendenza della vita, di far sì che il suo avvenire non dipendesse più soltanto dal suo viso e dalla sua borsa! Ella che era un’oppressa della sua classe, che era umiliata e infelice, s’afferrò subito a quest’idea, sentì prontamente una simpatia profonda per la moltitudine sconosciuta degli oppressi e degli infelici, su cui non aveva mai fissato il pensiero. Prestò attenzione a ogni parola di suo fratello, entrò a poco a poco nell’animo suo, riconobbe di averlo mal giudicato: nei suoi lunghi silenzi di ragazza trascurata, prese a volgere e a rivolgere nel suo cervello tenace di piemontese le nuove idee; salì più sovente da sua cognata, per sfogliare furtivamente i nuovi libri di Alberto; se ne portò in casa parecchi, l’un dopo l’altro, e li lesse avidamente la notte. Uno di questi, un discorso appassionato e bello d’una signora socialista, diretto alle fanciulle borghesi, che dimostrava loro il bene immenso che potevan fare dedicandosi alla grande causa, e finiva con le parole: — Vieni dunque, o desiderata, nelle nostre file!... — la commosse fino al pianto. Un ribollimento nuovo di immagini, di affetti, di speranze le prese il cuore e la mente, e divenne più violento per lo sforzo ch’ella faceva di comprimerlo, per non provocare lo sdegno o il disprezzo di sua madre. Ma sentiva che a tutti avrebbe potuto celarlo fuorchè a suo fratello, che già la guardava con occhio scrutatore, in cui ella vedeva un principio di simpatia, che le faceva battere il cuore. Sennonchè in lei la timidezza antica, in lui il sospetto di ingannarsi e la dissuetudine d’ogni famigliarità cordiale con essa, li rimovevano entrambi da un’aperta spiegazione. Finalmente, questa avvenne. Salita un giorno in casa di lui, per non lasciar solo il ragazzo con le donne di servizio, essa entrò nello studio e si mise a leggere delle pagine sparse del libro del «Lavoro dei fanciulli», che trovò sul tavolino.

Mentre essa, leggeva, Alberto, di ritorno dalla scuola, entrato un momento da sua madre, era attirato da lei nella quistione solita con un’asprezza e un’imperiosità di linguaggio, che per poco non gli facevan perder la testa. Per non trascendere, la lasciò bruscamente, e salito in casa con un nodo alla gola, stanco alla fine, e sconsolato della dura guerra che sosteneva solo da vari giorni, entra a rapidi passi nello studio, dove sorprese sua sorella. Questa, che stava leggendo del martirio dei ragazzi nelle zolfatare in Sicilia, una di quelle pagine potenti che escon dall’anima e vanno all’anima con un grido d’angoscia, balzò in piedi con un tremito e, voltandosi, presentò al fratello il viso pieno di lacrime, in cui splendeva la santa commozione della pietà, e a cui si aggiunse in quel punto un raggio d’ammirazione e d’amore per chi l’aveva commossa. Alberto la guardò un momento stupito, si chinò a guardare i fogli, capì, — e aperse le braccia, ed essa vi si gettò con un grido: — O fratello mio! — O mia Ernesta! — gli rispose Alberto, e con un ardore che chiedeva perdono d’averla per venti anni disconosciuta, le coperse il capo di carezze e di baci. Nel santo amore dell’umanità si sentirono fratelli per la prima volta.

Un “malfattore„.

Alberto — un ragazzo di dieci anni — giuocava nella stanza di suo padre, il quale stava leggendo la «Superstizione socialista» del Garofalo, quando la donna di servizio entrò dire: — C’è il tal dei tali: ho da farlo entrare?

— Cospetto! — esclamò il padrone, scattando in piedi. — Dopo cinque mesi di carcere! Entri sul momento.

A queste parole «cinque mesi di carcere» il ragazzo lasciò cadere il suo balocco e si ritirò in un angolo guardando all’uscio con gli occhi inquieti; perchè l’idea del carcere, naturalmente, non si poteva disgiungere in lui da quella d’un delitto.

E rimase immobile dallo stupore vedendo suo padre correre verso l’uscio e abbracciare affettuosamente il visitatore; il quale era un uomo sui trentacinque anni, di viso pallido e risoluto, vestito poveramente, ma pulito e di modi semplici e franchi.

Visitato e visitatore si fecero al vano d’una finestra e attaccarono una conversazione vivace, che era da una parte un incalzare di domande e dall’altra un succedersi di risposte, senza un momento di sosta. Quando, fra le altre cose, il ragazzo udì che l’amico di suo padre era stato condotto a traverso un villaggio, in mezzo a quattro carabinieri, con le manette ai polsi, come un famoso assassino ch’egli aveva visto uscire un giorno dalla Corte d’Assise, il suo stupore si cangiò in così aperto sgomento che il nuovo entrato, dandogli una occhiata per caso, se ne accorse. Ma prima di lui se n’era accorto suo padre.

Questi a un certo punto andò a prendere un pacco di giornali da un cassetto e, portandoli all’amico, gli disse:

— Tutto quanto le vorrei dire è stampato in questi fogli, che ho raccolti e serbati per lei. Ci dia una scorsa, vedrà che è stato sempre ricordato durante la sua assenza. Qui è espresso il sentimento mio e quello di tutti gli altri «malfattori».

Il visitatore prese i giornali, sedette con le spalle alla finestra, e cominciò a leggere. Il suo ospite lo lasciò solo e tornò dal ragazzo, aspettando una domanda che già gli leggeva negli occhi.

Il ragazzo, infatti, gli domandò a voce bassa:

— Che cos’ha fatto.... quel signore?

— Ha fatto — rispose il padre sorridendo — cinque mesi di prigione.

Il ragazzo rimase un momento perplesso. Poi domandò timidamente:

— Chi è?

— Alla buon’ora — rispose il padre, sedendo e attirando il figliuolo a sè; — a questa domanda mi è più facile rispondere. Ma temo che tu non capisca. Ascolta bene. Tu devi sapere che v’è in ogni paese una quantità di gente, fra cui molti uomini di grande scienza e di grande ingegno, e anche molti ricchi, i quali credono che a una gran parte delle infinite miserie e ingiustizie che affliggono il mondo ci sia rimedio. E pensano che il rimedio sia questo: che la società presente, in cui la vita di ciascuno è una lotta contro tutti, si trasformi in una grande associazione, nella quale tutti lavorino non più per il vantaggio e nella dipendenza e legati alla fortuna d’un piccolo numero, ma direttamente per la società che li retribuisca tutti equamente; in una grande associazione, in cui non ci sia più, come c’è ora, un gran numero d’uomini che faticano da ammazzarsi e son poveri, un altro gran numero che non trovan lavoro e sono affamati, e delle migliaia e migliaia che non lavorano e vivon nell’agiatezza. Mi hai capito? Ebbene, tutti costoro che desiderano e sperano che venga un giorno in cui tutti gli uomini lavorino concordemente per il bene proprio e per il bene comune, senza strapparsi il pane di bocca l’un l’altro, senza odiarsi e temersi a vicenda, e partecipando tutti ai benefizi della vita civile, come figliuoli di una famiglia nella quale tutti sono amati e protetti ad un modo, si chiamano socialisti. E che cosa fanno essi? Fanno questo. Si adoperano con tutte le loro forze a dimostrare agli altri che un tale stato della società è possibile, non solo, ma che si attuerà a poco a poco, necessariamente, per forza delle cose; ma che per conseguirlo più presto e senza violenze bisogna che tutti lo desiderino e lo preparino infondendo nelle moltitudini un concetto lucido di che cosa esso sia e un sentimento profondo della concordia fraterna necessaria ad attuarlo, educandole all’adempimento dei loro doveri e all’esercizio dei loro diritti, persuadendole che l’unico modo di raggiungere la mèta è che esse affidino la rappresentanza dei loro interessi e delle loro volontà ad uomini che siano interessati a raggiungerla, ossia che appartengono anch’essi alla immensa famiglia su cui pesa la povertà e l’ingiustizia. Mi sono spiegato? Ora questo signore che vedi, è un socialista. È un lavoratore che lavora per vivere, ma in tutto il tempo che gli resta libero va attorno fra la gente, e ragiona, spiega loro la cosa, cerca di trasfondere negli altri la propria fede, senza istigare all’odio contro alcuno, non solo, ma adoperandosi a spegner gli odii dove li trova, esortando i violenti a temprarsi, gli incolti a studiare, i discordi a conciliarsi, tutti i poveri e malcontenti a confidare in un avvenire migliore, a cui si verrà pacificamente e legalmente, per la sola forza della verità e della giustizia, quando la verità sarà compresa da tutti e la giustizia sarà da tutti voluta. E bada che egli non si affatica e non si affanna se non per produrre un bene, del quale egli è certo che non arriverà in tempo a godere. Egli vive come un povero perchè è povero; ma dà agli altri anche quel pochissimo che a lui par superfluo e a noi parrebbe necessario. Se fosse ricco, darebbe per la fede tutto il suo avere. Se gli chiedessero la vita, darebbe anche la vita, perchè non vive che per quell’Idea. E ha un passato senza macchia, ed è buono e semplice come un ragazzo. Puoi pensare quanti uomini ho conosciuto in vita mia; ebbene, egli è uno di quegli uomini più onesti, più disinteressati, più rispettabili che io abbia conosciuti. Io gli voglio bene e lo ammiro.

Il ragazzo rimase un po’ sopra pensiero, guardando ora suo padre, ora «il libero dal carcere». Poi domandò:

— E allora.... perchè l’hanno messo in prigione?

— Perchè pensa e dice tutto quello che t’ho detto, — rispose il padre.

— Ma dunque.... potrebbero mettere in prigione anche te, che dici le stesse cose?

— Certo.

— E perchè ci hanno messo lui soltanto?

— Perchè dice tutte quelle cose più forte e più apertamente, che è quanto dire che è più disinteressato e più sincero, che desidera più ardentemente il bene, che è più coraggioso e più generoso di me.

Il ragazzo non ribattè più parola e stette guardando con gli occhi spalancati il suo ospite, che continuava a leggere.

— Animo, — gli disse il padre all’orecchio; — quando è entrato egli s’è accorto che tu hai avuto paura di lui come di un brigante; tu gli devi una riparazione; vagli a domandare se sta bene.

Il ragazzo si mosse lentamente e s’andò a mettere fra le ginocchia del «pregiudicato» senza osar di parlare, ma come offrendo la testa bionda alle sue carezze. Quegli smise il giornale e dato uno sguardo a lui e al padre, capì e sorrise. Ma il suo saldo cuore che in mezzo alle persecuzioni e sotto l’affronto delle manette non aveva mai avuto un momento di debolezza, fu scosso dall’atto del fanciullo, il quale rappresentava ai suoi occhi una nuova generazione gettata da un impulso generoso dell’anima nella causa che gli era sacra. Lo fissò un momento con gli occhi scintillanti, poi prese con le mani quella testa bionda e vi stampò un bacio.... che gli fu reso con effusione.

Riavvicinandosi a suo padre il ragazzo gli accennò con un gesto di meraviglia, che la sua fronte era inumidita.

— Non t’asciugare, — rispose il padre — è acqua di battesimo.

Discussioni.

Trovò in casa del Cambiari una dozzina di convitati i quali avevan finito allora di sparecchiare uno dei succolenti pranzi che il padrone imbandiva ogni quindici giorni a un numero sempre incerto di amici, poichè egli faceva gli inviti e se ne scordava, e fissava spesso a parecchi delle ore diverse. Il piccolo salotto, in cui la disarmonia dei mobili e dei colori e l’arruffio delle chincaglie scheggiate e sbreccate dai ragazzi raffiguravano il tenor di vita della famiglia, era affollato. Ma ad Alberto, tutto acceso della sua idea, non spiacque quell’affollamento inaspettato che in altra occasione gli sarebbe riescito molesto. Appena entrato, però, s’accorse da più d’un viso e da un leggero mormorio che, durante il pranzo, dovevano aver parlato dei fatti suoi, e di quali fatti s’immaginava. C’eran due ingegneri, un impresario costruttore, degli impiegati in riposo, ch’egli aveva trovato là qualche volta; degli sconosciuti, quasi tutti panzuti e brizzolati, e tre giovani signore; oltre alla numerosa progenitura del padron di casa di cui spuntava un musino roseo dietro ogni spalliera di seggiolone. Vedendo a vari convitati gli occhi lustri e le guancie scarlatte che tradivano il prurito della discussione, Alberto si tenne preparato a un assalto. E questo gli fa dato quasi subito, prima in forma di scherzo, poi a poco a poco, seriamente; ma con una così manifesta ignoranza degli elementi della quistione, con un così ingenuo sfoggio dei più vieti luoghi comuni, che egli seguitò a parar le botte a colpi d’arguzia, senza perdere un momento il suo buon umore. Quando gli assalitori cominciavano ad eccitarsi, capitò la visita dei coniugi Luzzi, e, la comparsa della piccola signora sfavillante di vita, chiusa in un fresco vestito avana che dava al suo visetto bruno, segnato d’un neo, una grazia adorabile, troncò di netto la discussione.

Alberto espose allora al Cambiari, a quattr’occhi, l’idea del suo lavoro, e gli disse il suo desiderio di parlare col Baldieri. — Con l’anarchico Baldieri? — esclamò il Cambiari, dando un passo indietro; e soggiunse in tuono d’avvertimento amichevole: — Alberto, bada!... — La cosa, d’altra parte, non era così facile: il Baldieri parlava a cuor libero con lui perchè (e glielo diceva) era un borghese logico e sincero, ossia un aperto nemico; ma un borghese socialista, con un rivoluzionario tartufo, come egli li chiamava, razza anche più odiosa a lui dei reazionari arrabbiati, doveva essere un altro paio di maniche; c’era il rischio di pigliarsi un «no» tanto fatto. Nondimeno, insistendo Alberto, egli promise che gli avrebbe parlato. E gli diede qualche informazione: era un operaio colto, aveva fatto il ginnasio inferiore, pareva un ufficiale in borghese; ma, si tenesse per avvisato! Non doveva aspettarsi dei complimenti da lui. Poi gli disse piano, accennando alla compagnia: — Se la riattaccano tira in avanti a celiare, te ne prego.

La riattaccò subito, infatti, un vecchietto arcigno, invalido, decorato di non so qual ministero, di conosciuta avarizia; il quale domandò bruscamente ad Alberto, agitando una mano per aria: — Ma insomma, a quale delle scuole del socialismo appartiene lei, si può sapere?

Alberto rispose: — A che serve dire di che scuola sono a chi non ne accetta nessuna? E a che pro parlar di rimedi sociali con chi crede i mali irreparabili e nega che ci siano?

— Noi non neghiamo i mali — rispose l’altro, — ma vogliamo ripararvi con la carità.

Alberto si ricordò in quel punto che in una sottoscrizione pubblica dello scorso inverno, quel signore aveva mandato ad un giornale due lire per sè e cinquanta centesimi per ciascun membro della sua famiglia, tutti firmati in colonna, in modo che era riuscito a far stampare sette volte il suo nome con uno scudo: la tariffa, presso a poco, delle inserzioni. — Con la carità? — gli disse allora, — faccia...; ma non si rovini.

La stoccata era forte: le signore non poterono rattenere un sorriso; la Luzzi si coperse il viso col ventaglio.

Uno sconosciuto, balbuziente, coperse la ritirata del vecchietto ripetendo la sua domanda: — Dica dunque: è collettivista? è comunista? — È per l’uguaglianza assoluta, per un ordine sociale che metterebbe alla pari Dante Alighieri e un cretino?

— E perchè mai, — ribattè Alberto, facendo un viso ingenuo — respingerebbe «lei» un tale ordinamento?

Si udirono scricchiolare alcune seggiole; ma il colpito non sentì il colpo alla prima. Vedendo però sorridere la signora Luzzi, sospettò qualcosa e disse piccato: — Lei fa il socialista con un secondo fine.

Alberto lo guardò con stupore, e domandò sorridendo: — Per aver stipendi e decorazioni?

Quegli rimase un po’ incerto; poi rispose: — Per farsi elegger deputato!

Alberto diede in una risata. — Ma caro signore, trovi un modo più sensato di darmi dell’asino. Sarebbe come andarmi a imbarcare a Genova per arrivare più presto a Venezia.

Lo sconosciuto volle rispondere; ma il vecchio impiegato gli coprì la voce, dicendo aspramente: — Non credo che si possano professare sul serio quelle idee. Un borghese socialista non è che un negro incipriato!

— Questa immagine non è sua! — esclamò Alberto.

— Oh! Signor cavaliere, — rincalzò la Luzzi — lei, dunque, riconosce d’appartenere a una razza inferiore!

Il motto fece ridere. Alberto si voltò a guardarla, e disse: — Ah! Ecco la mia alleata!

Ma varie voci lo assalirono tutte insieme, domandandogli perchè, se era un socialista, non cominciasse a spartire l’aver suo fra chi non n’aveva.

— Oh bella, — rispose Alberto, — per due ragioni semplicissime: prima, perchè se mi conducessi povero, perderei la mia indipendenza, e dovendo chieder lavoro e danaro alla borghesia, non sarei più libero di manifestare le mie idee; e poi, perchè, com’è costituita la società, non potendo mio figlio guadagnarsi da vivere prima dei trent’anni, o morirebbe di fame, o dovrebbe lasciar gli studi e mettersi a fare un mestiere.

— Benone! — uscì a dire l’impresario, con un’aria trionfale, — ma se è socialista, perchè non mettere suo figlio a fare un mestiere?

— Perchè non ho diritto di forzare la sua volontà, di toglierlo violentemente dalla classe in cui l’ho posto; perchè se anche lo facessi col suo consenso, egli per l’effetto delle idee che oggi regnano, sarebbe disprezzato e creduto un pazzo tonto dalla classe da cui uscirebbe, quanto da quella in cui vorrebbe entrare.

— Magre ragioni! — rispose un vecchio maggiore pensionato, amico del Luzzi. — Chi è persuaso d’un’idea, deve tutto sacrificarle! Lei dovrebbe essere il primo a dar l’esempio.

A costui rispose la signora Luzzi: — Se è così, signor maggiore, lei vuole liberare Trieste dall’Austria, perchè non prende il fucile e parte per il primo per la frontiera?

Il maggiore si rivoltò, dicendo che il paragone non calzava; ma la signora Luzzi ribattè: — E poi, mi scusi, c’è contraddizione. Se un socialista è ricco, gli dite: — Dovete dar tutto agli altri. Se è povero gli dite: — Siete socialista perchè non avete nulla da perdere. Che logica è questa?

Rimasero tutti un po’ sconcertati; ma se la cavarono fingendo di prendere quell’argomento in ischerzo, e voltarono il discorso per domandare ad Alberto che idee avesse sulla proprietà, e se il socialismo volesse obbligar tutti a lavorare.

— Non si riuscirà mai a questo! — esclamò il maggiore. — La proprietà è un istinto! Persin lo scoiattolo, persino il topo campagnolo sono proprietari, perchè ammassano per l’inverno delle provvigioni sovrabbondanti, di cui resta loro una parte nella primavera. Vede dunque che perfino tra le bestie ci sono i ricchi, che hanno del superfluo perchè sono stati previdenti.

— Ma le bestie — rispose Alberto — fanno le loro provviste da sè, non le fanno fare agli altri, e non son provviste che fruttino altre provviste senza fatica come il danaro, e i topi non le lasciano ai figliuoli perchè marciscan nell’ozio.

— Queste son celie! — gli rispose uno dei due ingegneri. — Non c’è bisogno di ricorrer alle bestie. Lei che è letterato, dovrebbe sapere la definizione che ha dato dell’uomo un grande scrittore: «L’uomo è un animale proprietario». Che cosa gli avrebbe da rispondere, signor professore?

— Gli risponderei che non discuto quell’epiteto, con chi si appropria quel sostantivo.

La Luzzi rise: l’ingegnere fece una spallata. — Non sono questioni, mi scusi, da trattarsi con giuochi di spirito!

— Ma come vuol che me la cavi altrimenti, — rispose Alberto ridendo — se m’assaltano tutti insieme e non mi lascian rifiatare.

— La proprietà è frutto del lavoro!

— Non tutta, nè sempre.

— Eh, andiamo — osservò il Cambiari all’ingegnere battendogli una mano sulla spalla, — che lavoro ti sono costate le ottantamila lire che guadagnasti rivendendo il tuo terreno fabbricabile di San Salvario a dieci volte il prezzo che ti era costato?

— Sei socialista tu pure? — gli domandò l’ingegnere indispettito.

— Quando son disoccupato, — rispose il Cambiari.

— Ma quello è un caso eccezionale, — ribattè al Cambiari il maggiore. — Prendiamo il nostro impresario qui presente. Egli non lavora più con le braccia, ma è più benemerito che se lavorasse, perchè con la proprietà acquistata dà del lavoro ogni anno a duecento operai.

— Dà del lavoro! — interruppe Alberto. — Perdoni, signor maggiore: io domando se non sono duecento operai che danno il loro lavoro a lui....

— Ma come?

— Ma certo! Se il lavoro di quei duecento operai non fruttasse a lui molte migliaia di lire, lo darebbe loro?

— Ma questa è una capriola.

— Una capriola da avvocato — aggiunse l’impresario.

— Già, è l’avvocato del lavoro, adesso, il cavaliere degli sfruttati.... l’amico degli operai: il titolo d’un almanacco a dieci centesimi! È anche amico degli operai che fanno il lunedì? — domandò un signore grasso, amico del Bianchini padre, che teneva le mani incrociate sul ventre.

— E perchè no? — gli disse la signora Luzzi con un sorriso vezzoso — non è amico di lei, che «fa» tutta la settimana?

Risero tutti, anche il signore grasso. E questa volta Alberto si voltò verso la signora con un moto di viva simpatia che essa vide.

— Eh, caro signore, — riprese l’avvocato — lei fa l’avvocato dogli operai senza conoscerli; ma cambierebbe idee se ci avesse che fare. Restii al lavoro, briaconi, ignoranti e presuntuosi insieme, maldicenti, feroci dei padroni: un bravo operaio è una mosca bianca, lo creda pure....

— Io non capisco.... — rispose Alberto — ma se gli operai sono fannulloni, chi è che fa tutto l’enorme lavoro manuale di cui la società ha bisogno ogni giorno? Vanno a ubriacarsi all’osteria! Si vanno a ubriacare anche molti signori in luoghi più puliti, è vero; ma senza la scusa di aver per case delle buche, in cui ripugni di passar la sera, o col vantaggio di poter nascondere l’ubriacatura in una cittadina. Sono ignoranti! Questo è certo, e non hanno scusa: quando li vedo tornare a casa la sera, rotti da dieci ore di lavoro, io domando: O perchè non vanno al Circolo filologico? Dicono anche male dei padroni. Ma mi pare che lei, dal canto suo, non faccia di loro dei panegirici.

— Ben risposto, davvero! Ma le ripeto una cosa sola: vorrei che ci avesse da fare per una settimana e mi darebbe poi il suo bravo parere sopra le otto ore di lavoro!

— Il lavoro è un freno! — sentenziò il vecchio impiegato.

— Un freno che ammazza — rispose Alberto — non è più un freno; è un capestro.

— E lo vogliono allentar bene il capestro i profeti socialisti che profetizzano il lavoro di tre ore al giorno!

— È un assurdo — disse dolcemente uno dei signori che non aveva parlato — anche per rispetto alla religione. Il lavoro è un gastigo che Dio ha inflitto agli uomini. Non sarebbe più un gastigo se fosse ridotto a tre ore.

— Allora, — gli rispose Alberto, — lei che vive di rendita non discende da Adamo, perchè Dio non l’ha condannato al lavoro?

— Ma per me ha lavorato mio padre.

— E perchè, — domandò la signora Luzzi — Dio ha condannato suo padre e non lei?

Il signore rimase così impacciato che per salvarlo, l’ingegnere suo vicino apostrofò improvvisamente la padrona di casa:

— Ci dice lei il suo parere, signora Cambiari?

La signora voltò verso l’interrogante il suo viso ingenuo di bella paciona e rispose con amabile semplicità: — Il mio parere è quello di tutti, mi pare. Perchè si lavora? Per vivere. Dunque, quando si ha da vivere, perchè si dovrebbe lavorare?

Applaudirono tutti, ridendo, eccettuato Alberto, che cercava con gli occhi quelli della signora Luzzi, i quali sfuggivano.

Ma la discussione si ravvivò intorno al solito argomento, se gli operai avessero ragione o torto a lagnarsi, e tutti diedero addosso al Bianchini. Il maggiore disse che era il benessere che li guastava. Il signore grasso, che teneva ancora le mani sul ventre, approvò, soggiungendo che appunto per quella ragione non era neppure da desiderarsi un miglioramento notevole del loro stato. — È provato.... — disse. — È provato — ripetè, alzando la voce per coprir quella dei ragazzi che facevano passeraio in un angolo — che col diminuire del prezzo dei generi alimentari, e specialmente della carne, aumenta il numero dei delitti contro la proprietà e.... — soggiunse più basso — contro il pudore.

— Ah, se fosse vero, — rincalzò la signora Luzzi — lei che è un così fino gastronomico, sarebbe già stato arrestato.

Molti risero, altri fecero dei cenni di disapprovazione. — Ma lei ha torto — riprese la signora, senza turbarsi, — perchè è la cattiva nutrizione, che intristisce gli uomini. Sa il proverbio tedesco: «Der Mensch ist was er isst». L’uomo è ciò che egli mangia!

— Ma signor Luzzi! — esclamò il Cambiari, voltandosi verso il marito — la sua signora è socialista! È forse lei che la catechizza?

Il Luzzi, che non aveva ancora aperto bocca, crollò il capo in atto di compatimento verso sua moglie, come per dirle che era una pazza, poi espose la propria idea, mettendo nei suoi occhietti di topo un’espressione di finissima astuzia. Eran tutti malati d’immaginazione. Il socialismo era un fantasma creato dalla borghesia, la quale rassomigliava a certi malati che a furia di parlare di una malattia che non hanno, finiscono con soffrirne davvero. Egli aveva affermato il proposito di non aprir bocca in quelle controversie, perchè gli facevan compassione.

Tutti scrollarono le spalle; quel Luzzi che non aveva senso comune. Il socialismo esisteva, anche troppo; ma erano «i socialisti borghesi, borghesi dilettanti» quelli che gli fortificavano la vita. — Sono loro — disse il vecchio impiegato ad Alberto, ripetendo delle parole lette di fresco — loro che giuocano col mostro ancor piccolo, ancora innocente, con un nastro al collo come un agnello, e lo tiran su a bocconcini, senza pensare che un giorno mostrerà i denti e divorerà loro stessi e tutti quanti.

— Ma è appunto quello che io penso! — rispose Alberto.

— E anche quello che desidera?

— Io non desidero che il bene di tutti.

— A spese di alcuni, non è vero?

— Sarebbe sempre più giusto che il bene di alcuni a spese di tutti.

Tutti protestarono in coro, l’impiegato fece un atto di sdegno e la discussione stava per volger alle brutte quando il Cambiari la interruppe con uno scherzo, e la troncò poi affatto la comparsa di un cameriere con un gran vassoio pieno di bicchieri.

Allora tutti si levarono in piedi e formarono vari gruppi conversanti a voce bassa e concitata, nei quali Alberto argomentò dai gesti e dagli sguardi che gli si levava la pelle. E si accorse che le signore non gli erano meno ostili degli uomini. Già, durante la conversazione, nonostante le risatine, provocate da certe sue risposte epigrammatiche, egli aveva colto a volo da tutte, fuorchè dalla padrona di casa, delle occhiate malevoli, quasi sprezzanti. E quell’abbandono, a cui non era preparato, del sesso gentile, che l’aveva sempre accarezzato cogli occhi e con la parola, lo rattristò. Si trovava solo in un angolo: cercò con lo sguardo la signora Luzzi.

Era accanto a lui, come se avesse indovinato il suo pensiero.

Egli le disse piano, con calore: — Grazie.

E vide che i suoi occhi, belli come non gli erano mai apparsi, si velavano.

················

Amicizia nuova.

..... a quell’uscita tutti e tre protestarono, ridendo, e uno più forte degli altri, picchiando un pugno che fece sobbalzare i bicchierini del cognac, con cui stavano coronando la colazione:

— Sì, — ripetè con garbo, ma con fermezza il professore, — ve lo ripeto. E volete che ve lo dimostri che non conoscete il mondo? Siete qui un conferenziere sociologo, che insegna a rimpastare la società, e due romanzieri che scrutate dentro e fate parlare persone di tutte le classi sociali, e non c’è uno di voi che conosca un operaio.

Uno dei romanzieri fece una spallata. — Ne conosco cento — rispose. — Non è mai venuto un operaio a fare una riparazione in casa mia che io non mi sia intrattenuto con lui per un’ora.

— A interrogarli come i generali interrogano le sentinelle: di che classe? quanti mesi di servizio? avete a lagnarvi di nulla? E credi d’averne conosciuto uno solo in codesta maniera? Credi che si possa studiare un uomo delle classi inferiori, a cui non ci lega nessun vincolo, da cui ci separano cento idee false, nello stesso modo che ci facciamo un concetto d’un romanzo nuovo scartabellandolo distrattamente in un momento d’ozio?

— Andiamo, — osservò il conferenziere agli altri due — l’amico non ha torto. Quanto a operai, voi vi rigirate fra le mani il burattino della letteratura romantica di cinquant’anni addietro, un po’ ritoccato dal pennello zoliano.

— E in che maniera l’avremo da studiare? — domandò uno dei romanzieri. — Abbiamo da andare travestiti a lavorar nelle fabbriche come il pastore Goerhe, o da aprire uno spaccio di liquori in un sobborgo come Enrico Leyret.

— No, — rispose il professore, — v’è un mezzo solo.

— Quale? — domandarono tutti e tre a una voce.

— L’amicizia.

Tutti e tre risero. E uno gli disse: — Sei tu che caschi nel romanzo falso. È un’amicizia impossibile. C’è troppa differenza di cultura, di maniere e d’abitudini.

— Ecco il gran pregiudizio! Strano davvero. Ciascuno di noi ha nella propria classe qualche amico che è nei modi, nel linguaggio, in tutte le sue abitudini un ribelle brutale alle forme convenzionali della vita signorile e che, salvo un po’ di grammatica, non ha maggiore istruzione d’un operaio infarinato di qualche lettura; e questo non c’impedisce l’amicizia.

— Ammettiamo; ma intendiamoci. Quest’amico operaio l’hai veramente, o non è che un tuo ideale? Se non è che un ideale, è un discorso finito.

— È una realtà.

— E come te lo sei fatto? Sentiamo. Con che arte? Insegnaci l’arte.

— Senz’arte. Ho capito subito che v’era un sol modo di guadagnarmi la sua confidenza, senza la quale non c’era amicizia possibile: quella di provargli che la meritavo dimostrandogli immediatamente la mia: anticipazione che nessuno della nostra classe fa mai a una persona di classe inferiore. Appena capii che era un galantuomo e un buon uomo, lo trattai come un amico, senza restrizioni nè di parola nè di pensiero: gli parlai delle cose mie, gli confidai dei dispiaceri gravi che avevo in quel tempo. Ne fu meravigliato, e me ne fu grato. Se avessi incominciato con chiedergli quanto non gli avevo dato ancora, con interrogarlo, cioè, riguardo alla sua vita, alle sue opinioni e ai suoi sentimenti, come tutti fanno, mostrandomi curioso di lui come d’un animale esotico, non avrei ottenuto nulla nè subito nè poi. Con tutto questo, non riuscii così alla lesta a quello che era mio intento, ebbi ancora delle diffidenze da superare, delle ritrosie da vincere. La cosa era nuova per lui. Per un pezzo, nonostante la simpatia che gl’ispiravo, rimasi per lui un oggetto di stupore. Mi scrutava con gli occhi, s’arrestava spesso tutt’ad un tratto, parlando; gli rinasceva a quando a quando un senso di suggezione, ch’io credevo già strappato dalle radici, e vi ripeto, senza arte, quasi senza volerlo, con la famigliarità spontanea dei modi, con l’intonazione del discorso più che con le parole, piantandogli sempre in viso gli occhi aperti e sinceri, per cui mi poteva leggere in fondo all’animo senza scoprirvi nessun secondo fine, senza trovarvi altro sentimento che quello di una schietta stima e di una viva benevolenza.

— Un momento! — interruppe il conferenziere — il tuo operaio è socialista?

— Sì.

— Tu dici che non hai usato arte con lui; ma ti sei professato socialista.

— No, perchè non lo sono. E non sono neppure antisocialista. Il socialismo è un problema. Non lo so risolvere. Sto a vedere come procedano passo passo verso la soluzione, sulla gran lavagna della pratica, quelli che lo credono solubile, desidero che ci riescano, ecco tutto. Ma con l’amico non m’infinsi: sarebbe stato indegno, e anche peggio che inutile, perchè avrebbe finito con scoprire l’inganno.

— Ti ha almeno illuminato l’amico, riguardo alla soluzione?

— M’ha fornito dei dati che ignoravo.

— Riflettici la luce, dunque.

— Ne avete bisogno, infatti. Fra l’altro, ho capito per la prima volta dai suoi discorsi la vera natura e misurato tutta la forza del sentimento collettivo che anima ora la classe a cui appartiene: sentimento non prima intuito da me che in confuso: assai più profondo, più vivo, più facile a essere urtato e ferito di quanto noi tutti pensiamo. Ho capito che la natura di quel sentimento, in tutti i casi di conflitto, richiede da parte della autorità, dei padroni, della stampa, di ogni gente delle altre classi, forme di trattamento e di linguaggio, dalle quali si discostano molto ancora le forme generalmente usate; che una quantità di conflitti s’inaspriscono e si prolungano non per altro che per la trascuratezza di quelle forme, le quali non sarebbe soltanto prudenza, ma giustizia l’osservare; e che quando questo nuovo Galateo da classe a classe, che ora manca, sarà formato ed osservato, molti dissidi saranno facilmente composti, e molti, ora frequentissimi, non sorgeranno più. Io ne son persuaso come d’una verità psicologica elementare.

— Avanti, — disse uno dei commensali — a un’altra scoperta.

— Mi sono persuaso che v’è nella maggior parte, come in quell’uno, un sentimento, il quale li spinge al socialismo con altrettanta forza, se non maggiore, del desiderio e della speranza d’un miglioramento della vita materiale, ed è la coscienza ribelle, come a un’ingiustizia, allo stato d’inferiorità sociale e morale in cui li tiene l’opinione della borghesia, la coscienza del loro diritto a una maggior dignità di vita, anche fuori d’ogni considerazione di agiatezza, un’aspirazione alla coltura, all’educazione, a tutte quelle cose, la cui mancanza li separa, più che la disuguaglianza economica, dalle classi superiori. Mi sono persuaso che non deriva da pigrizia o da sollecitudine della salute il desiderio d’una riduzione della giornata di lavoro; ma da un vero imperioso bisogno di vivere un po’ di vita del pensiero, di avere il tempo di mescolarsi, se non altro come spettatori, alla vita del mondo, di rompere con qualche sosta più lunga quella fuga quotidiana, affannosa come la corsa di gente inseguita, dalla casa all’officina, dall’officina alla pentola, dalla pentola al letto, che travolge come un vento affetti e pensieri e opprime il respiro dello spirito e confonde quasi come in un sogno faticoso il sentimento dell’esistenza

— La seconda scoperta — osservò uno dei romanzieri — non val quella dell’America; ma val più della prima.

— Taci: è tutto un nuovo mondo per te, che non sei mai uscito dal vecchio continente della letteratura. Ho scoperto che noi siamo tutti in un grande errore supponendo che per effetto della distanza da cui son separate le classi, la nostra si sottragga in gran parte all’osservazione e all’indagine censoria delle classi lavoratrici; mi sono accertato, studiandone uno solo, che anche fra gli operai più incolti v’è ora l’intuizione acuta d’una quantità d’abusi dei signori, di ingiustizie e di lacune delle leggi, d’immoralità mascherate della vita politica e del commercio finanziario, delle quali li crediamo ignoranti affatto come di cose dell’alta scienza; che v’è fra di loro un gran numero di «dilettanti critici» di processi e di cronache mondane scandalose, di «specialisti» che conoscono le sorgenti impure della fortuna di molti loro concittadini, che segnano a dito i figliuoli ricchi e rispettati di padri usurai o falliti con frode, che indicano le palazzine guadagnate in un’ora con un colpo fortunato alla Borsa, che conoscono vizi ed imbrogli di faccendieri illustri e potenti, come giornalisti di professione, che portano in tasca e cavan fuori a proposito, per leggerli nei crocchi, dei giornali vecchi, nei quali sono accennati i milionari pensionati del Governo a ottomila lire l’anno e i professori d’Università che riscuotono lo stipendio di un decennio senz’aver fatto una lezione, e che citano esatte le somme enormi profuse da municipi dissestati in festeggiamenti adulatorii e le gratificazioni favolose largite da certe grandi amministrazioni ai loro pezzi grossi, mentre fanno aspettare per anni dei miseri sussidi a vedove e a orfani di lavoratori manuali che, faticando diciotto ore al giorno per sessanta lire al mese, si sono accorciata la vita a benefizio degli azionisti. Mi sono persuaso che sono tutte queste cognizioni accumulate nei cervelli, tutti questi sentimenti, ribollenti negli animi, che fanno trasmodare molte volte le moltitudini mosse da prima da un intento pacifico, e che la più parte di coloro che le condannano, accorderebbero loro molte «circostanze attenuanti» se sapessero.... quante cose esse sanno.

— Ci hai dell’altro? — domandò il conferenziere.

— E del meglio? — domandarono gli altri due.

— Dell’altro e del meglio. Ho capito quanto sia erroneo il concetto che noi ci facciamo, generalmente, del lavoro manuale, e quindi ingiusto nel più dei casi il rimprovero che si fa agli operai di non «amare il lavoro» nel senso e nel modo che noi amiamo il nostro. Ho capito quanto si debba essere indulgenti, per questo riguardo, col grandissimo numero che compiono un lavoro monotono, il quale è duro e opprimente per modo che molti l’abbandonano per darsi a fatiche anche più gravi e men retribuite, non per altro che per liberarsi dall’eterna intollerabile uniformità dei movimenti muscolari a cui li costringe l’attuale divisione del lavoro nella grande industria, e per cui, alla lunga, nasce in loro un abborrimento invincibile. Molte cose avevo lette nei libri al proposito; ma il mio amico per il primo, con certe frasi e immagini vive del suo vernacolo, molte volte ripetute, mi fece comprendere e sentire quasi come per esperienza la tortura della fatica avvelenata dalla noia, la tristezza delle lunghe giornate passate nelle officine oscure, tra il fumo e il polverio, in uno strepito assordante, l’aspettazione interminabile del suono liberatore della campanella, il continuo affannoso desiderio che spinge tutti i pensieri verso la domenica come a una terra promessa lontana, dove si potrà respirare e pensare, essere un uomo per un giorno.

Mi son quindi persuaso anche di questo: come in moltissimi non si ha che sonnolenza, atrofia morale, prodotta da estenuazione di forze e da un enorme tedio accumulato, quello che a noi pare rassegnazione ragionevole al proprio stato; mi son persuaso che quello che noi giudichiamo in molti indifferenza o avversione al socialismo che li cerca, non è altro che inettitudine o ripugnanza allo sforzo necessario per comprendere e appropriarsi le proprie idee, impotenza della mente paralizzata da un lavoro macchinale di molti anni, il quale non è più in loro, come dicono i fisiologi, di pertinenza del cervello, ma del midollo spinale, e li ha ridotti a vivere come le rane, a cui sono stati tolti i lobi cerebrali. A voi, romanzieri: ecco un argomento degno dei vostri studi più dei cuoricini delle contesse.

— Sta bene; — gli rispose uno degli apostrofati — ma.... passez au déluge.

— Eh, il diluvio verrà, se non metterete giudizio. Tutte queste cose il mio amico non me le disse come io le ho dette a voi, si sottintende; ma io le compresi dai frammenti dei suoi discorsi o glie le lessi dentro per gli spiragli che mi lasciava aperti tra parola e parola. Incoraggiato, ho continuato a scavare nell’animo suo, aprendogli sempre il mio tutto quanto, e v’ho scoperto delicatezze di affetto che non immaginavo, sentimenti e pensieri che non venivano fuori se non perchè non trovavano la via d’uscita, o ne uscivano travisati dall’espressione monca ed impropria; ho afferrato a volo idee e intuizioni nette di una mente vergine, non viziata, come la nostra, dalla consuetudine di guardar le cose a traverso le reminiscenze dei libri e di giudicarle in relazione coi giudizi altrui; ho inteso da lui giudizi sulla società e sulla vita originali e sensati, domande elementari e profonde di bambino, che mi mettevano in impiccio, e ragioni semplici e lucide, alle quali, con mio stupore, non trovavo nel mio magazzino intellettuale nessuna ragione da opporre, che non fosse un giuoco di parole. Per tutte queste cose mi son legato a lui, e ho provato nella sua compagnia come un ringiovanimento del senso dell’amicizia, certe compiacenze vive e delicate delle prime intimità fraterne dell’adolescenza, delle quali non avevo quasi più memoria. L’amicizia dura da vari anni. S’è stabilito un commercio intellettuale fra di noi. Io gl’impresto dei libri; egli, dopo lettili, mi domanda delle spiegazioni le quali non di rado non valgono i suoi commenti impreveduti, che mi fanno pensare anche quando battono in falso. Ho veduto la sua intelligenza allargarsi e rischiararsi rapidamente, come quella d’un ragazzo che, invece d’imparare, riacquistasse la memoria di cose dimenticate. E ciò non ostante, non so proprio chi di noi due abbia giovato all’altro di più. Per me egli è stato la chiave che m’aperse la porta d’un mondo ignorato. E gli sarei grato per il solo fatto di avermi indotto questa persuasione: che il miglior modo di istruire e di educare il popolo, di riuscirgli utili e di essere giusti con lui, è quello di legarglisi con dei vincoli individuali d’amicizia, e che se ogni borghese colto avesse un vero amico nelle classi operaie, il mondo procederebbe certo egualmente verso la mèta a cui la legge della vita lo sospinge, ma forse per altra via e con altro passo, con maggior vantaggio di tutti.

— Applausi dal settore di destra — disse uno dei romanzieri. — M’hai persuaso benchè tu abbia parlato come un professore. Cedimi dunque il tuo amico.