RICORDI DEL 1870-71

DI

EDMONDO DE AMICIS.

Sesta edizione.

Volume unico.

FIRENZE,
G. BARBÈRA, EDITORE.

1882.


Quest’opera è stata depositata al Ministero d’Agricoltura, Industria e Commercio per godere i diritti accordati dalla legge sulla proprietà letteraria.

G. Barbèra.

2 gennaio 1872.


INDICE.

[Ai Giovani italiani] Pag. V
[Un addio a Firenze] 1
[Una distribuzione di premi] 13
[La battaglia di Solferino e San Martino] 25
[L’inaugurazione degli Ossari di San Martino e Solferino] 59
[Alla Francia] 72
[Ricordi di Roma. — L’entrata dell’esercito in Roma] 96
[La cupola di San Pietro] 109
[Preti e frati] 116
[Le terme di Caracalla] 124
[Un’adunanza popolare nel Colosseo] 130
[Dell’istruzione delle donne. Aneddoto] 140
[Il capitano Ugo Foscolo] 150
[Ai coscritti] 160
[L’adolescenza] 181
[Un esempio] 184
[L’inaugurazione della galleria delle Alpi. Lettere] 196
[Certe lettere] 206
[Il circolo filologico di Torino. Lettera] 216
[Le “immagini bianche.”] 226

AI GIOVANI ITALIANI.

Quando mi venne proposto di raccogliere in un volume i seguenti scritti, esitai, parendomi che i soggetti fossero troppo disparati, e che il libro sarebbe riuscito una miscellanea. Ma cedetti poi al cortese desiderio dell’Editore, considerando che questi medesimi scritti hanno veramente qualcosa di comune tra loro; si riferiscono, cioè, per la maggior parte, ad avvenimenti seguiti in Italia negli ultimi due anni: — dall’inaugurazione degli Ossari di San Martino e Solferino, all’apertura della Galleria delle Alpi, dall’entrata del nostro esercito in Roma, al trasferimento della sede del Governo; — avvenimenti de’ quali può riescir gradito ed utile, specialmente ai giovani, conoscere quei particolari che ce ne ravvicinano l’immagine e ce ne ravvivano il sentimento; e che sogliono nondimeno andar perduti, perchè la storia non li può raccogliere, e la stampa periodica non li può serbare. Io pensai che questo libro potesse far l’ufficio d’ un testimonio oculare di quei fatti, a cui si domandasse: — Che cos’hai veduto? che cos’hai sentito? che cos’hai pensato? —

Agli scritti risguardanti quegli avvenimenti, n’aggiunsi altri, i quali, senza alterare l’indole del libro, mi pare che gli accrescano varietà ed efficacia; scritti a cui diedero occasione fatti occorsi a me, o uditi narrare in questi due anni; di modo che tutto ciò che è contenuto nel libro, — dove se ne tolga la Battaglia di Solferino e San Martino, posta quasi come necessaria premessa alla descrizione della festa degli Ossari, — tutto è stato veramente pensato, sentito o veduto nel tratto di tempo accennato dal titolo. Trattandosi di fatti recentissimi, non ho creduto di dover disporre gli scritti per ordine cronologico, e mi attenni invece a quello che mi parve più atto ad agevolarne la lettura.

È un libro in cui si parla di patria, di guerra, di studi, e se ne parla con ardore e fede giovanile; però lo dedico ai giovani, colla speranza che lo leggeranno non senza giovamento; in varia forma, esso non dice al lettore che una cosa: — Ama il tuo paese e lavora.


RICORDI DEL 1870 E 1871.


UN ADDIO A FIRENZE.

[Firenze, 27 giugno 1871.]

La ragazza. Io non t’avevo cercato, e tu sei entrato in casa mia con un piglio da padrone, trovando a ridire sopra ogni cosa e affettando dispregio per tutto quello che ho di più caro. Pedante uggioso, che non sei altro! Nella tua città non c’è un quadro e una statua fatta dai tuoi; le case son tutte d’un colore; tu poi, parlando, non pronunzi una lettera doppia a pagartela uno scudo; e credi d’aver fatto tutto tu a questo mondo! E dici che io sono indietro d’un secolo! Sei un tanghero.

Il ragazzo. E tu una fiaccona vanagloriosa, che ti gonfi dei meriti dei tuoi vecchi. Nella tua città non c’è modo di mangiare due uova assodate a dovere (storico), non c’è marciapiedi, non c’è il negozio Perotti e Nigra; tu poi, parlando, ti mangi i c, e dici straporto invece di trasporto; e vanti le aure miti del tuo paese, mentre ci tira un vento che sbatte la gente ne’ muri.

Ragazza. Io son bella e colta.

Ragazzo. Io son forte e onesto.

Ragazza. Nientemeno!

Ragazzo. Sicuro!

Popolo. Si acciuffano, separateli, si possono far del male; badate che la morde nel collo.

Un tale (dopo averli separati). Niente paura, sono due impostori bricconi. Non l’ha mica morsa, l’ha baciata. (Risa generali.)

(Da una commedia recente, intitolata: Doveva finir così.)

Un Piemontese che deve andare a Roma tra poco, sentì il bisogno, qualche giorno fa, di mandar un saluto alla città di Firenze, e pensò di mandarglielo dalla cima della collina di Fiesole.

Una di queste sere, poco prima del tramonto, prese la via di porta a Pinti, solo soletto, come un pellegrino, e tirò innanzi a capo basso, almanaccando. La strada era deserta. Egli, che vi era passato molte volte nei giorni di festa, quando vanno e vengono tante famigliuole di operai, e brigatelle di giovani, e coppie d’innamorati, e villeggianti, e carrozze, quella sera, non vedendo anima viva, si sentiva prender dalla malinconia. Andava su a passo lento, si fermava dinanzi ai cancelli chiusi delle ville, dinanzi alle chiesuole, ai tabernacoli, ai muri scarabocchiati col carbone; girava tratto tratto uno sguardo sulla campagna dai punti più alti; per tutto era quiete e silenzio. Incontrò qualche povero, inciampò in una vecchia addormentata sullo scalino di una porta, arrivò a San Domenico, e su, per la strada più corta.

Per tutta la salita non si voltò mai a guardar Firenze. Non voleva sciuparsi l’effetto del colpo d’occhio più bello da godersi lassù, dinanzi al convento. — Poichè è l’ultima volta che la vedo, — pensava, — la voglio veder bene, tutt’a un tratto, come al cader di un velo. E faceva tra sè quei ragionamenti fanciulleschi che si fanno in tali occasioni, quasi per darsi un’illusione di sorpresa: Cosa si vede di lassù? Che città c’è nel piano? Dove sono? Dove vado?

Arrivato in cima, accanto al muricciolo, prese fiato, e poi si voltò tutto a un tratto verso Firenze.

Lo spettacolo quel giorno era più stupendo che mai. Il cielo lucido e quieto di una pace allegra; una striscia di nuvole color d’arancio all’orizzonte; il resto puro; le cime delle colline lontane pareva che fendessero l’azzurro; una freschezza primaverile spirava nell’aria. Sotto, tutto quel saliscendi di poggi e di vallette, simile a un solo immenso prato depresso qua e là, lievemente, come dal premere d’una mano carezzevole, mossa da una fantasia capricciosa; tutto un verde leggiero, variato sui punti eminenti dal verde cupo dei cipressi, disposti a file e a corone; interrotto da prati fioriti; listato di strade, di viali, di sentieri bianchi, che s’incrociano, si inerpicano sulle cime, precipitano dal lato opposto, e spariscono e riappariscono in distanza; casette, gruppi di case, ville su tutti i rialzi, nette, spiccate, che par che i colli le buttino innanzi per porgerle; oltre la città un vastissimo piano, coperto d’una nebbia leggiera, traverso alla quale biancheggiano le case lontane, come vele sul mare; e su tutta questa sterminata corona di colli, di villaggi, di ville, di giardini, ogni cosa che par che guardi a Firenze, e voglia scendere e precipitarle nel seno; l’ossatura d’una città immensa che non si può traveder compiuta senza un senso di spavento; uno spettacolo pieno di bellezza che fa pensare, e di maestà che sorride.

— Mah! — esclamò il giovane con un sospiro, sedendosi sul muricciuolo colle spalle volte a Firenze, per raccoglier meglio i suoi pensieri; è pure una dura legge che, quando s’abbandona una città, oltre al dispiacere di separarsi dagli amici e di rompere molte abitudini che erano diventate care, uno si debba accorgere che vi sono ancora da sciogliere altri legami; dei legami che lo tengono attaccato ai muri delle case, ai piedestalli delle statue e agli alberi dei viali.... Cinque anni! Mi par d’essere arrivato a Firenze ieri. Era una brutta giornata, nevicava, non c’era anima viva per le strade. Mi parve una città malinconica. Uscito appena dalla stazione, infilai via dei Panzani; diedi un’occhiata, passando, a via Tornabuoni: con quelle case di colore scuro mi fece l’effetto d’una strada tetra; andai oltre, vidi il Duomo, mi affacciai a via dei Servi: mi parve un corridoio di convento; tirai innanzi fino a via San Sebastiano: peggio. Mi sentivo soffocare in quelle stradette, mi pareva che vi mancasse l’aria e la luce; m’uggivano tutte quelle casuccie, addossate le une all’altre, strette come persone che si pigino, con quelle porticine che paion buche; una casa alta come una torre, una bassa come una capanna, una grossa, una mingherlina, una avanti, una indietro, tutte di sghimbescio, come buttate là a caso..... Piovve per molti giorni. Io stavo in via Pietra Piana, verso la porta, e passavo dell’ore alla finestra, guardando nella strada, solo e pensieroso. Ad ogni sbatter di porta, la casa tremava tutta come se volesse cadere. — Ci restassi sotto! — dicevo — tanto ho da crepare di malinconia....

Poi venne il bel tempo, e col bel tempo l’umore allegro.

Passarono tre o quattro mesi.

Un bel giorno osservai che per andare da casa all’ufficio ero passato ogni mattina per la stessa via; mi meravigliai di non aver pensato a prenderne un’altra, me ne domandai la ragione. — Forse, dissi tra me, è l’effetto di quella tal casa che vedo di scorcio sulla cantonata, appena son fuori della porta. Sarà fors’anco la chiesa che c’è di rimpetto. O son le finestre del palazzo accanto a casa mia, che guardo sempre. O i bassorilievi del palazzo più piccolo ch’è vicino alla chiesa. O sono tutte queste cose insieme. — Poi, fermandomi in mezzo a una piazza, mi venne fatto di domandarmi che cosa fosse che mi tratteneva, in quel certo punto e in quel certo modo, coll’aria e col sentimento di chi sta in casa sua; perchè mi pigliasse la voglia di appoggiare le spalle al muro e di finire il mio sigaro in pace; come non mi potessi trattenere dal chiamar gli amici che passavano, e attaccar discorso, e far crocchio, e sciupare in chiacchiere una mezz’ora. Cercai di spiegare a me stesso il perchè avessi contratto l’abitudine di rallentare il passo a quella tal svoltata, di guardare intorno su quel tal crocicchio, di andar oltre col viso in aria.....

Una mattina mi accorsi con sorpresa di avere nel capo, distinte una ad una, le immagini d’una cinquantina di case di strade diverse, delle quali avrei saputo dire, senza rischio di sbagliare, il colore della facciata, la forma delle finestre, il disegno degli ornati. Guardai meglio quelle case, ripassandoci davanti; e più le guardavo, più mi pareva che avessero tutte un’aria propria, che so io? un significato, un qualcosa che mi faceva pensare. L’una sentivo che l’avrei scelta di preferenza per invitarvi degli amici a cena, e menarvi una vita allegra: mi pareva che sorridesse. In un’altra ci sarei stato più volentieri a studiare, solo, raccolto, con una gran biblioteca: aveva un aspetto grave. In una terza pensavo che non ci si potesse vivere che facendo all’amore: tanto aveva le forme snelle e la tinta gentile. Gli architetti di quelle case bisognava che fossero giovani simpatici; dovevano aver voluto dir tutti qualche cosa con quei disegni; s’erano fatti tutti capire. Man mano che passavo per quelle vie, mi si affollavano alla memoria versi, scene di romanzo, episodi storici, ariette d’opera. E alzando gli occhi ai palazzi, alle torri, ai campanili, agli archi grandiosi, mi cominciava a parere strano che, in luogo d’ispirare quell’ammirazione subitanea e profonda, mista quasi ad un senso di terrore, che sogliono ispirare i monumenti giganteschi, costringessero invece, quando si voleva esprimere con parole l’effetto delle loro bellezze, a servirsi degli aggettivi stessi che s’usano per designare un bel fanciullo, un bel fiore, un bel ninnolo, come: — Gentile, carino. Guardando quelle torri, quei palazzi, sorprendevo spesso in me medesimo uno stranissimo desiderio, come di fare scorrere la mano su quei contorni, di palpare quei rilievi; e con questo desiderio, una specie di sollecitudine gelosa per quelle moli enormi di pietra, come se temessi che la menoma forza le potesse offendere e sciupare; e con questa sollecitudine, un bisogno vivo e continuo di correrle e di ricorrerle con quello sguardo d’amante che avvolge, e striscia, e lambe, e si stanca sulle forme care.

— Ma queste linee si muovono, — esclamavo tra me — v’è qualche cosa che si stacca e va su; c’è della vita in quelle forme! — Cominciai a capire certi amori ardenti per le glorie artistiche del proprio paese, e mi compiacqui nel sorprendere sul viso degli stranieri, che si fermavano sulla piazza, la prima espressione della meraviglia e del diletto. Presi l’uso di passare e di fermarmi tutti i giorni, a quell’ora, in quei luoghi. Mi accorsi che ogni giorno quella contemplazione di pochi istanti mi metteva in un corso d’idee alte e belle; sentii poi che la facoltà di quella maniera di diletto si rafforzava e s’estendeva ad altre forme dell’arte; che quel gusto del semplice e del grande s’insinuava anche un po’ nel sentimento e nel giudizio mio riguardo a cose che coll’arte non avevan che vedere, a fatti, a persone, a costumi; mi parve d’essere riuscito, per effetto di quel culto gentile, a domare certi moti impetuosi e quasi selvaggi dell’animo mio, a dare alla mia indole un che di più liscio e di più morbido, a migliorarmi in qualche cosa. Per questo presi ad amare quelle linee, quelle forme, quei colori; e non mi pareva più pazzo il Pieruccio dell’Assedio di Firenze che, povero e abbandonato, trova ancora un palpito di gioia segreta, sollevando gli occhi pieni di lacrime ai monumenti della sua cara città natale....

Questo seguì a me ed a molti. Ma per chi sia venuto qui nel fiore della giovinezza, con quell’irresistibile bisogno di aprire il proprio cuore e di gridare: — Guardate! — che ci assale appunto negli anni in cui si comincia a esser uomini e si è tuttavia un po’ fanciulli; — per chi sia venuto qui coll’intima coscienza di esser atto a qualcosa, senza saper che, nè come, nè quando; con un presentimento confuso, con un desiderio inquieto, con quella forza dentro che s’agita, e tenta e non rinviene l’uscita; per chi, essendo venuto qui in quello stato, abbia sentito, al lume di questo cielo e all’ombra di questi monumenti, squarciarsi come un velo che gli avvolgeva l’ingegno, tutte le facoltà ravvivarsi con impeto e ordinarsi con armonia, e dal tumulto, prima infecondo, della mente e del cuore, prorompere per la prima volta, rozzi, ma ardenti e liberi, gli affetti, i pensieri, le immagini; — per chi sopratutto abbia raccolto qui, con lungo amore, le forme e le parole in cui potesse significare ed espandere l’animo suo, affratellandosi col popolo per sorprendergliele sulle labbra, ricominciando qui, per così dire, un’altra infanzia, rinnuovando quasi la sua natura, aspirando continuamente, avidamente, quest’aura vergine della vita italiana, per farsene sangue, e informarsene il cuore e il cervello, superbo oggi d’esservi riuscito, disperato domani di non riuscirvi, ma sempre risoluto, ostinato e appassionato; per costui non ci sarà nè parola nè omaggio che basti a significare l’affetto e la gratitudine che deve sentire per Firenze, sua ispiratrice e maestra.

Quando, a tarda notte, nel silenzio della sua cameretta, dopo un lungo lavoro condotto con furia febbrile egli sentiva il bisogno di smorzare il fuoco che gli ardeva le fibre, Firenze gli diceva: — Vieni! — e gli offriva la splendida pace delle sue notti serene, l’Arno colorato di fuoco e il bel colle di San Miniato illuminato dalla luna; e in quello spettacolo gentile e solenne, l’anima sua si quetava. E quando, dopo aver lungamente faticato e sudato invano per dar forma e vita a un concetto riposto o a un’immagine bella che gli appariva in barlume alla mente, egli buttava la penna sconfortato e si slanciava fuori di casa, Firenze, offrendogli allo sguardo i miracoli dell’arte affollati nella sua piazza famosa, gli diceva: — Ecco la bellezza! — ed egli in quella bellezza confortava e appagava l’animo, pensando ch’ella era italiana, e il suo orgoglio umiliato d’artista moriva senza dolore nell’orgoglio legittimo e santo di cittadino. E quando egli in certi momenti di sfiducia desolata e di abbattimento mortale piangeva la sua provata impotenza e le sue speranze deluse, Firenze gli diceva: — Migliaia di giovani, e quanto migliori di te! io vidi, fra le mie mura, lasciar cadere la mano disperata sopra un foglio bagnato di lagrime o sopra un marmo spezzato; dolori che straziano il cuore, e gettano anzi tempo nella tomba, io conobbi e nascosi; ed erano anime grandi. E tu, miserabile, che pretendi, e chi accusi? — E allora egli si ravvedeva e taceva, e da quella confusione salutare traeva nuova forza e nuovo coraggio per combattere, perseverare e soffrire.

A questo punto, preso da un’ispirazione diversa, il nostro amico si voltò improvvisamente alla campagna ed esclamò in atto drammatico, non senza un leggiero accento di tristezza: — Addio, dunque, bel colle di Settignano! addio Pratolino! addio Sesto! addio vallette verdi, chiesuole solitarie e casuccie quete, che ci avete fatto dire tante volte: — Beata la pace! — Stanchi d’una baldoria carnevalesca, annoiati degli altri e di noi, tristi, umiliati, noi ci siamo levati molte volte innanzi l’alba, e slanciati con desiderio smanioso alla campagna, come l’assetato alla fonte; e correndo di colle in colle, di valle in valle, e bevendo a lunghi sorsi deliziosi l’aura pregna di vita, abbiamo sentito sparire tristezze e rimorsi, e rinascere, coll’appetito vigoroso e la gaiezza campagnuola, la forza e l’ardor del lavoro! Addio contadini cortesi, vecchierelle allegre e ragazzotte col damo negli occhi, che sedeste tante volte a tavola con noi, come vecchi amici; buona gente cordiale, che spalancavate gli occhi meravigliati, vedendoci cavar di tasca il portafoglio per notare le ingenue grazie del vostro celeste linguaggio; e addio voi pure bambinelli scalzi, di cui ci chinavamo a raccogliere le parole come le note d’un canto sommesso, addio a tutti! Nessuno di noi vi ricorderà senza rimpiangervi! Dalle sponde del Tevere, rivolando col pensiero alle sponde del Po, ci soffermeremo sempre in riva all’Arno, per mandarvi un saluto, sempre!....

Qui l’amico si fermò, si turbò, e stette qualche minuto immobile, col capo basso, occupato da un pensiero tristo. Poi alzò la fronte corrugando le ciglia, coll’aspetto di chi afferra il filo di una reminiscenza lontana, e riprese a bassa voce:

— ... Piazza Castello pareva un mare di teste; c’era mezzo il popolo di Torino. Migliaia di voci cantavano l’inno di Goffredo Mameli. L’entusiasmo toccava il furore. Centomila visi erano rivolti alle finestre dove stavano i deputati della Toscana. La gente gridava loro cose, là sotto, che faceano venir freddo; tendeva le braccia come s’essi avessero a gettarsi giù, e li volesse prendere. Si voleva vederli, e vederli ancora, e poi tornare a vederli. — Fuori! — si gridava con accento di preghiera; — vada qualcuno a pregare che si mostrino ancora una volta! Pregateli che ci parlino! Li vogliamo conoscer bene! — I loro nomi correvano di bocca in bocca; alcuni erano di famiglie antiche ed illustri, imparati già nelle storie, o intesi nelle scuole, nomi solenni, che si pronunziavano con riverenza; altri non saputi mai, ma pur cari per quel suono, per quell’impronta paesana, che li faceva riconoscere alla prima. Si cercavano nella folla i pochi Toscani ch’eran venuti coi deputati, si correva intorno a loro con una curiosità infantile, si voleva sentire il loro accento decantato, si ripetevano le loro parole, si scambiavano i lei e i chiel con una dimestichezza che pareva antica.

Il nome di Fiorenssa, come si diceva, questo nome al quale il popolo, benchè l’avesse sì poco famigliare, era pure sempre usato ad unire l’immagine di qualcosa di gentile e di augusto, si ripeteva allora con amore; Firenze, già creduta tanto lontana, pareva che si fosse avvicinata ad un tratto, che fosse lì, ai confini, colle sue belle cupole e le sue belle torri; Dante! Michelangiolo! Machiavelli! e gli altri grandi nomi rivenivano alla mente e sulle labbra, anche dei popolani, con un senso nuovo, quasi come nomi di gente viva, di cui que’ deputati ci avessero portato un saluto o un ricordo. Firenze! Si travedevano colla mente, a questo nome, delle legioni di scultori, di pittori e d’architetti, che ci gridavano: — Viva! — da lontano, agitando scalpelli, tavolozze e corone. Oh come si conoscevano tutti senz’averli mai veduti! E come si sentiva la solennità di quell’istante, la fusione di quei due popoli e di quelle due storie! Era il Piemonte, il vecchio soldato, abbronzato dal sole e coperto di cicatrici, che deponeva un bacio sulla fronte bianca e splendida della madre delle arti; della quale dieci anni prima, a Curtatone, aveva potuto stringere appena, e di sfuggita, la mano insanguinata. Erano due grida sublimi, uno partito da Santa Croce e l’altro da Superga, che si mescevano in un solo: — Ecco il giorno! Oh non c’erano freddezze allora! non ci erano rancori!

— Freddezze? — riprese di lì a poco, quasi meravigliato d’essersi lasciato sfuggire quella parola; — rancori? Ma che! — continuò scrollando il capo e sorridendo, — ma chi lo crede? chi ne parla più? chi se ne ricorda ancora? Le famiglie piemontesi, forse, che si vedono, per le case e per le vie, mostrarsi le une alle altre i loro bimbi di cinque anni, che parlano il più puro e argentino toscano che si sia inteso mai, ridendone come d’una cara sorpresa e parlandone con una compiacenza non scevra d’alterezza? O le loro donne di servizio che quando c’è confusione in mercato dicono che «non ci si raccapezzano?» O i rivenditori di giornali della stessa provincia, che rifanno il verso ai nuovi venuti, perchè non gridano ancora coll’accento paesano? Sogni! interrogateli. — «Signore! — vi risponderanno: ella ritorna molto addietro; qui son nati i nostri figliuoli e i nostri fratelli più piccoli; in questa lingua e in questo accento ci chiamarono la prima volta e ci dissero le prime parole; qui ci abbiamo amici, fidanzati, parenti; in Santa Croce c’è il nostro Alfieri; che domande la ci fa? Questa è Italia, signore! La città dove siam nati ci è sacra; ma anche Firenze è cara, e l’amiamo.»

Questo diranno; e vi soggiungeranno anco molti, che non partono col cuore lieto, che prevedono dei giorni e dell’ore in cui si ricorderanno di Firenze con una tenerezza piena di malinconia e di desiderio; perchè qui si son stretti dei cuori, molti, e con nodi tenaci, come segue sovente fra chi s’è tenuto il broncio un bel pezzo. Rancori? non è vero, è una calunnia per tutti: per chi parte e per chi resta; lo so di certo, io, lo vedo ogni giorno, lo sento ogni momento. Come? chi è che brontola laggiù? chi è che alza le spalle? avanti, se c’è ancora qualcuno da questa parte o dall’altra; spingiamoli in mezzo, a vedere se osano dirselo in viso; e che le donne e i ragazzi, che amano, perdonano e dimenticano, li costringano a levar le mani di tasca, e a tenderle di qua e di là, e gridino: — Stringete! — Animo, giù il cappello, ancora una volta, davanti a Santa Croce; un ultimo sguardo alla cupola, e un saluto intorno alle colline, e addio, e via, col cuore riconoscente e sereno. Per Dio! chi ha ancora un po’ d’amaro nell’anima, non è un galantuomo....

Ed ora do il mio ultimo saluto a Firenze anch’io.

Così dicendo, s’alzò, si voltò verso la città, e mise una voce di sorpresa. S’era fatto buio senza ch’egli se ne accorgesse, e tutta la valle era popolata di lumi. Provò quell’impressione stessa che si prova talvolta, girando per la campagna di notte, quando si guarda giù, senza pensarci, dall’orlo d’un’altura, e si vede la china, di cima in fondo, sorvolata da una moltitudine immensa di lucciole, che la fan parere tutta accesa. Così tutti quei lumi, a socchiudere appena gli occhi, si confondevano in un solo strato luminoso, che rendeva l’immagine d’un gran lago di fuoco. Dalle lunghissime file dei fanali della cinta, simili a ghirlande tese intorno alla città, altre file di lumi si stendevano dentro e fuori, diritte, curve, incrociate; altre interrotte qua e là, altre continue come un raggio di luce, altre nascoste quasi affatto dagli alberi, dietro a cui si vedeva uno splendore diffuso, come d’incendio; altre vicine, che parevano a pochi passi; altre lontane, visibili appena, or sì or no; e nel piano e sui colli, per tutto fiammelle, e gruppi di punti luminosi, e tremoli bagliori; un bellissimo cielo stellato, pareva, riflesso da una vasta acqua cheta.

— Ah! — esclamò il nostro amico dopo qualche istante di mutua contemplazione agitando una mano verso Firenze; — ....seduttrice!

Poi mise un sospiro e mormorò:

— Addio, Firenze!

E scese ch’era buio fitto.

UNA DISTRIBUZIONE DI PREMI.

[Firenze, 15 giugno 1871.]

La mattina del 15 giugno 1871, nel chiostro grande di Santa Maria Novella, si fece la distribuzione solenne dei premi agli alunni delle scuole comunali.

Al vedere le carrozze e le persone che si affollavano nella piazza e in via della Scala verso le undici, nessuno, non sapendolo, avrebbe immaginato che un sì grande e frettoloso concorso fosse attirato da uno spettacolo, del quale erano attori principali dei fanciulli.

Ma vi sono molte cose da fanciulli che fanno palpitare il cuore degli uomini. E bastava il primo sguardo gettato intorno, entrando nel cortile del chiostro, per capire che la distribuzione dei premi sarebbe stata una di codeste cose.

Il cortile, vasto quant’una piazza, cinto intorno intorno di portici, dominato da un’ampia loggia da un lato, coperto tutto da una gran tenda, pareva insieme una sala e un giardino. Gli archi de’ portici, le colonne, le finestre erano fregiate di tende, di bandiere, di corone, di fronde d’alloro, di mazzi di fiori. Nel mezzo dell’un dei lati più brevi sorgeva un padiglione circondato di piante; a destra i banchi degli alunni da premiarsi; a sinistra i posti dei parenti loro; più giù, verso il mezzo del cortile, due palchi; l’uno per la banda musicale, l’altro per le sonatrici d’arpa destinate ad accompagnare il canto delle bambine; il restante spazio, coperto di lunghe panche, poste in modo che tutti rimanessero volti verso il padiglione dove il sindaco doveva chiamare gli alunni e dare i premi. Trenta antenne tenevan su la gran tenda che copriva il cortile, e dalla tenda e dalle antenne spenzolavano stendardi, orifiamme e ghirlande. Ogni cosa disposta e accomodata con una grazia semplice, propria dello spettacolo e degli attori; colori vivi e fragranze, piacere dei bambini; un luogo allegro e gentile.

Già prima d’entrare, s’ebbe uno spettacolo che predispose l’animo a quello più grandioso che si doveva veder poi. In via della Scala e per la strada che gira attorno alla stazione della strada ferrata, chi si fosse affacciato ai cancelli dei vari giardini attigui al chiostro, avrebbe visto qua e là, all’ombra degli alberi, folti e compatti, drappelli di bambine e di bambini immobili e silenziosi come battaglioni serrati in atto di aspettare il combattimento. Alle dieci e mezzo cominciarono a disporsi in due file, e a muovere dalle varie parti verso il cortile. Tutto era stato concertato a dovere, tutto riuscì appuntino.

Il bello fu vederli entrare. Dalle tre o quattro porte per cui comparvero, pareva come si fossero rotte le dighe di un torrente. Cominciarono a sfilare e non finivano più. Scuole elementari, scuole tecniche, licei, ginnasii, istituti privati; dopo due lunghe file di giovanetti impetuosi, spuntavano e venivano oltre adagio adagio, tenendosi per mano, e guardando attorno con certi visetti meravigliati, e mandando fuori un lungo oh, centinaia di creaturine che pareva stentassero a reggersi in piedi, e che bisognava tener pel braccio nell’atto che scendevano lo scalino del portico. Dopo questi, altri più grandi; dopo i grandi, le ragazze; dopo le ragazze, di nuovo quei cosini piccini, e via così. Poveri e signori, giacchettine eleganti e panni rappezzati, stivaletti lucidi e scarpuccie di vitello si succedevano, si accalcavano; qualche volta si trovavano ristrette in così piccolo spazio tutte codeste varietà, che con un abbraccio si sarebbe levato su un fascio di figli di marchesi, di bottegai e di braccianti, intrecciati come una manata di ciliegie. Ma in tutti, anche nei più poveri, appariva la traccia della mano materna; panni spelati dalla spazzola, nodi di cravattine fatti con garbo, capelli irsuti domati da un pettine pertinace.

Alle undici si cominciò ad abbracciare collo sguardo l’assieme dello spettacolo.

Era un colpo d’occhio incantevole. In mezzo tutti i ragazzi, — migliaia, — stretti, pigiati che pareva si toccassero colle teste, una gran folla di color oscuro. E tutt’intorno una corona sterminata di bimbe, vestite di chiaro, così che appariva netto il distacco fra loro e i fanciulli, fino ai punti più lontani, come fra un giro di pensieri e un giro di rose in un mazzo. Si vedevano, da un lato all’altro del cortile, in fondo in fondo, tutti quei vestitini bianchi, azzurri, gialli, rossi, e su quella striscia variopinta, un gran sventolío di nastri, di veli, di ventagli, un gran movimento di manine e di braccini, luccichío di vezzi, e tremolío di capigliature ricciute: pareva una siepe tutta fiorita quando il vento la scote. Il profumo sparso nell’aria pareva che venisse da loro, non dai fiori. E ci volle un pezzo prima che fossero tutte al posto. Fu un lungo tramestío, un saltellare di panca in panca, un va e vieni di maestre, un rimproverare a bassa voce, un obbedire ridendo e nascondendosi il viso. E intorno al palco della musica un grande affaccendarsi per disporre le cantatrici, un chiamare e uno spingere di qua e di là. — Qua i contralti! — Avanti i contralti! — Di qua i soprani! — Di là gli a solo! — E tutte rispondere e farsi strada a fatica, ansanti, coi visi accesi, cinguettando come uno stormo di uccelli. Quanta vita e quanta gioia!

Non parlo del pubblico; nel cortile, sotto il portico, sulla loggia, per tutto c’era gente. Sotto il padiglione un gruppo di personaggi illustri, che nessuno, davanti a quello stupendo spettacolo di bambini, aveva tempo di guardare. I premiandi, seduti a sinistra del padiglione, si conoscevano dal viso; dal viso pure i parenti, ch’erano dal lato opposto. E fra gli uni e gli altri era un cercarsi cogli occhi, un accennarsi, un sorridere, e ad ogni ordine od atto del sindaco, o di chi altri, che annunziasse l’avvicinarsi dell’ora fissata, uno scambio più vivo di sguardi, come per farsi coraggio a vicenda, e dirsi l’un l’altro: — Ci siamo! — Beati istanti, davvero; e commovente la vista di quei parenti, gente d’ogni ceto, ricchi e poveri, affratellati in un sentimento di letizia comune.

Uno scoppio fragoroso d’applausi annunziò che la funzione stava per cominciare: erano migliaia di bambini che salutavano il sindaco, mentre passava a veder se ogni cosa era in pronto.

La banda della guardia nazionale suonò una sinfonia.

Finita la sinfonia, tutti tacquero, e il sindaco Peruzzi, salito sul palco del padiglione, pronunciò ad alta voce il seguente

DISCORSO.

«Nel contemplare, o signori, lo spettacolo di questo vasto recinto, ove attorno a migliaia di giovanetti stanno migliaia di cittadini, niuno vi ha che non senta come sia veramente popolare questa festa dell’adolescenza e della fanciullezza. Nè ciò farà meraviglia a chi voglia considerare come in tutti i tempi sieno state popolari le feste meglio rispondenti ai bisogni, agli affetti, ai desiderii dei popoli. I popoli, pei quali era condizione di esistenza vincere gli altri in forza ed in destrezza, traevano affollati e festanti ad incoronare i vincitori nelle lotte e nei giuochi dell’ippodromo e del circo.

»Oggi invece che i popoli tanto più valgono quanto più sanno, oggi che le sorti della patria sono affidate ad istituzioni feconde soltanto se adoperate con saggezza e virtù, oggi che per provvedere alle necessità dell’avvenire è mestieri svolgere con intelligente operosità gli elementi di ricchezza del paese, oggi le nostre speranze stanno tutte nella generazione che si avanza incalzante sui nostri passi, perlochè universale è il desiderio, universale il proposito che essa sia apparecchiata a fecondare i germi sparsi arditamente da pochi della impreparata generazione cui noi apparteniamo.

»Per questo sono qui convenuti magistrati e cittadini a dimostrare agli insegnanti in qual pregio si abbiano le benefiche loro fatiche, ai discepoli quanto sia rispetto ad essi la pubblica aspettazione; per questo non lamentano i contribuenti le maggiori spese del Comune per migliorare le scuole ed accrescerle; per questo mai ci fa difetto l’aiuto largo, volenteroso, efficace di signore e di cittadini, sia per vigilar le scuole, sia per presiedere agli esami ed ai concorsi, sia per istudiar provvedimenti e riforme; per questo cresce rapidamente il numero degli alunni, i quali nelle scuole elementari sono in quest’anno 2212 più che nel precedente; nè bastano le scuole ad accogliere quanti vorrebbero esservi ammessi, sebbene alle 138 classi che si avevano nello scorso anno ne sieno state aggiunte 25, e da 180 sia salito a 211 il numero degli insegnanti. E se malgrado il numero maggiore degli scolari è minore in quest’anno il numero dei premi, non ne traggano argomento di sconforto nè i maestri nè i discepoli; serva anzi ad essi d’incitamento questo che è segno ed effetto della importanza sempre maggiore attribuita al buono e rigido governo della pubblica istruzione.

»Nell’ordinamento della quale molto ancora rimane da riformare e da fare per isfuggire il pericolo di ricoprir talvolta sol con orpello la nudità dell’ignoranza, e perchè in un col numero degli scolari cresca quello degli studiosi intenti ad arricchire di sana coltura la mente ed il cuore, a temperare fortemente il carattere, ad acquistare la consuetudine dello studio e del lavoro.

»Nel dare oggi questi premi fatti più pregievoli dalla severa parsimonia adoperata nel conferirli, io m’indirizzo con pari effusione a tutti voi, o egregi e benemeriti insegnanti, o cari giovanetti: agli insegnanti con sentiti ringraziamenti, ai premiati perchè non si lascino addormentare dalla lode, agli altri perchè non sieno vinti dallo scoramento e dall’invidia; perchè incitamento alla virtù e allo studio sia a tutti il premio, agli uni per la soddisfazione di averlo conseguito, agli altri per il dolore di non averlo, per la brama di meritarlo nell’avvenire.

»Le sorti avventurose della nostra patria condurranno parecchi di voi nell’alma città cui Firenze fu in ogni tempo figliuola amorosa e devota; e nel darvi con dolore un amorevole addio, mi è di conforto sperare che innanzi alla maestosa grandezza dei monumenti dei nostri maggiori, accesi viepiù d’amore alla patria, alla virtù, alla scienza, andrete progredendo negli studi in queste scuole iniziati, e serberete della città, dei maestri, dei condiscepoli quella ricordanza affettuosa e perenne, della quale per loro io vi prometto cordiale il ricambio.

»E voi che qui rimanete abbiate ben in mente che mai ebbe Firenze maggior bisogno di cittadini savi ed operosi: contemplate l’antica e la nuova grandezza di questa città, che per farsi degna di ospitare l’Italia ed il suo Re, ruppe arditamente le sue mura, si distese fuori della vecchia cerchia di Arnolfo, provvide a necessità morali e materiali lungamente insoddisfatte, ed insieme alla reputazione ed al benessere dei suoi cittadini ne crebbe grandemente i doveri. Questi doveri voi li adempirete fin d’ora, o giovanetti, se vi saprete render capaci di accrescer più tardi, colla virtù e col lavoro della mente e delle braccia, le fonti della privata e della pubblica prosperità.»


Terminato il discorso, che fu accolto con vivi applausi, furon distribuiti i premi agli alunni dell’istituto Ximeniano, del liceo dell’istituto fiorentino, dei ginnasi e delle scuole tecniche. Gli alunni furon chiamati uno per uno al cospetto del sindaco, che porgeva loro la medaglia, accompagnandola con qualche parola di lode. Venivano innanzi con passi tremanti, alcuni col volto un po’ pallido, altri suffusi di rossore, ma tutti cogli occhi scintillanti e colle labbra convulse; si capiva che quei cuori dovevano fare un gran battere, che avevano bisogno di trovarsi soli, con pochi, a casa, e là sciogliere il freno alla gioia soffocata. Quanti sudori, quanti piccoli sacrifizi di sollazzi fanciulleschi, quante veglie faticose ritornavano alla mente loro in quel punto, e come care a ricordarsi, e con che profonda esultanza benedette! Su certi visi splendeva l’orgoglio della vittoria; sotto certe sopracciglia aggrottate, lampeggiavano degli occhi superbi: — erano figure nobili e belle.

Dopo questa prima distribuzione di premi, dovevano cantare le alunne.

Si fece un silenzio generale.

Le voci furono sulle prime sommesse ed incerte; ci si sentiva la trepidazione; ma a poco a poco si spiegarono in un alto canto sonoro, tremolo, derivato dall’anima. Pareva una preghiera alla quale lassù non si dovesse poter resistere, qualunque cosa chiedesse. In quei versi era invocata l’Italia; veniva naturale il desiderio di sorprendere sulle labbra di quelle bambine questo nome, di cogliere, mentre lo proferivano, l’espressione del loro viso e il lume dei loro occhi. Sarà stata illusione, si sarà preso per cosa reale un desiderio nostro vivissimo.... ma ci pareva di veder balenare un pensiero sulle fronti bianche di quelle future madri di operai, di soldati, di pensatori, d’artisti. O certo è almeno che quel nome, pronunziato da loro, ci suonava più caro all’orecchio; da quelle bocche innocenti pareva che uscisse purificato e benedetto, pareva che proferendolo, facessero del bene all’Italia; veniva fatto di gridare: — Ditelo ancora.

Dopo il canto, furono distribuiti i premi agli alunni delle scuole serali e alle alunne delle scuole delle adulte.

Qui venne la volta del canto dei fanciulli.

Si fece un silenzio improvviso; pareva d’essere in teatro, in uno istante di raccoglimento profondo.

Si sentì la musica.

Tutt’a un tratto, mille voci assieme echeggiarono nel vasto recinto. Era un inno all’Italia, allo studio, alla virtù; una musica semplice e ispirata. Un coro d’artisti non avrebbe toccato il cuore più addentro. Non si può dire quello ch’era di gentile, di fresco, di vivo la piena delle voci sprigionate con rozzo e virgineo vigore da quei petti infantili. Cresceva man mano l’accordo e la forza del canto, cresceva l’ardore dei fanciulli, eccitati dall’eco della propria voce; pareva infine che ciascuno ci mettesse qualcosa di suo, che sfogasse un affetto proprio, che volesse dire non so che ai suoi compagni o alla gente; si sentivano mille suoni in quel canto; pareva a istanti una preghiera, un canto patrio, un inno di guerra, era fiero e soave ad un tempo; e poi tutti quei visi rivolti al cielo, tutti quegli occhi radianti, quei mille petti che parevano animati da un soffio solo..... commoveva. Che lunghe e pazienti cure di maestri erano a un punto significate e ricompensate in quel canto! Eppure pareva tanto spontaneo! Tutti questi sensi e pensieri si confondevano nell’anima degli spettatori in un palpito d’ammirazione affettuosa.

Si distribuirono poi i premi agli alunni delle scuole elementari maschili, e allora vennero innanzi i bambini, e fu la scena più commovente e più bella. — Ma come! — si diceva all’apparire dei più piccoli; — quella creatura lì ha ottenuto il premio? Ma se pare che incominci ora a camminare! Ora gli danno il diploma; sarà buona a tenerlo in mano? Badate che non caschi, povero angelo.

A questo seguì la Preghiera del Mosè, cantata dalle ragazze e dai ragazzi insieme, con un accordo e uno slancio mirabile. Subito dopo, la distribuzione dei premi alle alunne delle scuole elementari femminili, e da ultimo la musica.

Così ebbe fine lo spettacolo.

Cominciando dal sindaco fino all’ultimo maestro delle scuole elementari, ci sarebbe, in diverso grado, da lodar tutti, anche i ragazzi che hanno legato i mazzi di fiori, e le donne del popolo che hanno pettinato i bimbi, poichè tutti hanno giovato, per la parte loro, alla splendida e solenne riuscita della funzione; altri lo farà; io ho già detto anche troppo, e non aggiungerò che poche parole.

Codesto spettacolo insegna ed ispira. Dinanzi ad esso, ciascuno di quei mille figliuoli d’operai ha potuto dire a sè medesimo: — Sì, — io piccino, io povero, io che campo di pan nero e vo vestito di cenci, io sconosciuto al mondo, e oggetto di compassione per i pochi che mi conoscono, io se voglio, se studio, se fatico, posso costringere un giorno diecimila persone, tutta questa gente, il fiore dei cittadini della mia città, a star zitti, come fanno adesso, per sentire il mio nome, a sporgere il capo per vedermi, a mormorare: — Eccolo là; — a dire ai loro fanciulli vestiti di velluto: — Fate come lui. — Posso far andare in quel banco mio padre e mia madre, a guardarmi, quando il sindaco mi chiama, e io vado innanzi solo, e tutti fissano gli occhi in loro, e vorrebbero provare la loro contentezza e gl’invidiano, anche i signori. Posso anche farli piangere di consolazione, qui, in presenza di tutti, mentre suona la musica e la gente batte le mani. Posso farlo, se voglio. E lo voglio fare. Lo fecero, il tale e il tale che sono poveri come me, e non hanno più testa di me. Son capace a star levato la notte, io. Non ho lume? Ma io mi farò dare i mozziconi di candela dal vicino. Non ho posto in casa? Ma io studierò magari sul pianerottolo. Mi verrà sonno? E io mi griderò da me stesso: — Su!

Chi sa, al suono di quella banda e di quegli applausi, in quei cervellini esaltati, che germi di nobili ambizioni si svolgono, quanti bei propositi di sacrifizio e di lavoro si formano, quali speranze, quali visioni lontane di gloria e di felicità balenano! Forse anche quello spettacolo è cagione ed alimento di dolori segreti. Molti fanciulli avranno faticato e sperato, e furono delusi; la medaglia fregiò il petto d’un altro; essi lo vedono là, fra gli altri, orgoglioso e felice; forse, tornati a casa, si lasceranno vincere dallo sconforto, si gitteranno nelle braccia dei genitori, si metteranno a piangere. Non importa, sono dolori salutari e fecondi. Molti anni dopo, quando saranno uomini, travagliati da triste passioni, afflitti da molti disinganni, forse nel momento in cui l’amor del lavoro, il senso del bene, il proposito antico d’una vita tranquilla ed onesta, ogni cosa sarà sul punto di staccarglisi dall’anima e andar perduto per sempre, forse in quel momento sarà per loro un richiamo amoroso e potente, il ricordarsi d’aver pianto calde lagrime per una medaglia di scuola. È un insegnamento, questo spettacolo, è una ispirazione pei fanciulli, pei parenti, per tutti.

Infelice colui che, nell’udir quei canti, non s’è sentito qualcosa nell’anima aprirsi e dilatarsi oltre il giro dei pensieri e dei sentimenti consueti, come un largo spazio sereno che rompa all’improvviso un cielo velato; colui che in quel coro di voci non credette di risentire in confuso il suono d’una voce severa che gli diceva un giorno: — Studia! — E un’altra più sommessa e affettuosa, quasi eco della prima, che soggiungeva: — Sii buono; — colui che non ha sentito in quelle voci quasi un’ammonizione, un consiglio, un eccitamento al lavoro; colui che non ha sentito il desiderio di procurarsi, lavorando, almeno un istante della gioia ineffabile che splendeva negli occhi di que’ premiati; colui che non ha fermato il proposito di procurare ai suoi parenti, vecchi e lontani, un raggio della consolazione altiera e serena che brillava sul volto di quelli che aveva dinanzi; colui che non s’è rammaricato di non avergliela data, quella consolazione, quando era fanciullo, di non aver mai pensato a dargliela, di aver forse deriso chi vegliava e sudava a quello scopo; colui che non sentendosi mosso con un misto di smania fanciullesca e di risoluzione virile, a ricominciare, a riparare, a riguadagnare il tempo perduto, non ha provato un sentimento di gratitudine per cotesti bambini, i quali, senza saperlo, ci rimproverano e ci insegnano tante cose; colui infine, che disperando di poter risuscitare le loro speranze e riaccendersi del loro ardore, non li ha almeno amati e invidiati.

Ma il pensiero non s’arresta a quella folla di bambini che abbiamo visti ed intesi; la fantasia si spinge molto al di là del recinto ove furono raccolti; intravede molte migliaia di teste bionde, altre moltitudini, compatte, l’une dietro le altre, man mano più confuse, fino a perdersi lontano in un diffuso color d’oro e di rosa; ed anco da quell’ultime lontananze ci giungono all’orecchio musiche e canti. È tutta la generazione italiana che sorge, che si affaccia alla vita salutando la patria con un grande inno al lavoro. Essa porta con sè una età migliore; noi non la vedremo; che monta? Benedette queste legioni di bambini che ce la promettono, che ce l’annunziano, che ci avvertono che il tempo è rapido e che siamo incalzati sul cammino della vita, che ci ammoniscono affinchè ci affrettiamo a pagare a Dio, all’umanità e alla patria il nostro debito di lavoro e di buone opere.

Benedetto questo grandioso concerto di voci infantili; è il grido che infiamma noi, — fiacchi soldati, — alla battaglia; ne abbiamo bisogno; esso ci fa sollecitare il passo e levare la fronte al cielo.

LA BATTAGLIA DI SOLFERINO E SAN MARTINO[1]

«Per l’Italia si pugna; vincete!
Il suo fato sui brandi vi sta.»

A. Manzoni.

V’era da una parte un possente esercito, famoso per guerre lunghe e ostinate, per tenace saldezza di disciplina, per gagliarda virtù di soldati; percosso già quattro volte dall’avversa fortuna, ma pieno ancora di quella orgogliosa baldanza che viene da una consuetudine antica di prepotenza e d’impero; inanimito dalla presenza d’un giovine monarca, fierissimamente risoluto a una riscossa solenne; espertissimo dei luoghi, in luoghi formidabili posto, appoggiato ad altri più formidabili.

Dall’altra parte, l’esercito che porta scritto sulle bandiere: Marengo, Austerlitz, Jena, Friedland; l’esercito dalle memorie meravigliose; i vecchi reggimenti esercitati sulle sabbie africane, ardenti ancora del trionfo di Magenta, belli, impetuosi, audaci, superbi. E accanto a loro un piccolo esercito, condotto da un Re valoroso ed amato, bollente dell’ira accumulata da dieci anni, da dieci anni preparato, con cura infaticabile e geloso affetto, a quel giorno. E dietro a questi due eserciti l’eco ancor viva dell’immenso grido di libertà mandato al cielo da Milano redenta, e fresco il profumo dei suoi fiori, e calde le sue lacrime di gratitudine. E dinanzi, al di là dei nemici, al di là dei baluardi, al di là ancora delle terre, lontana, solitaria, circonfusa di mistero gentile e melanconico, un’altra città grande e sventurata, bella d’una bellezza famigliare all’anima, fin dai primi anni, nelle fantasie dei poeti e dei pittori, sognata da fanciulli, sospirata da giovanetti, amata poi col palpito più delicato e soave dell’amor di patria, e compianta sempre con un sentimento singolare di pietà, come di sorella offesa: Venezia!


Quel vasto tratto di terreno ch’è chiuso tra il Po, il Chiese, il lago di Garda e il Mincio, sembra formato dalla natura a difendere il passo di questo fiume contro un esercito che venga d’occidente. Una rete intricata e fitta di alture ne abbraccia tutta la parte di settentrione, una vasta e nuda pianura tutta la parte di mezzodì. Passando di là un esercito assalitore va a dar di capo in siti fortissimi, di espugnazione presso che disperata; passando di qui, va a riuscire dinanzi alle paludi del basso Mincio e alla fortezza di Mantova. La rete delle alture è tutta compresa in un grande quadrilatero, largo otto e lungo dodici miglia, che tocca cogli angoli Peschiera, Volta Mantovana, Castiglione, Lonato, ed è corso per mezzo da un fiumicello, il Redone, che nasce fra colline del lato occidentale e va a gettarsi nel Mincio. La prima catena delle alture costeggia, da Lonato a Peschiera, il lago di Garda; le altre si stendono quasi parallele alla prima, mano a mano più alte e più ripide, fino all’ultima, che scende in linea retta da Lonato a Castiglione, e piega poi ad un tratto verso Volta Mantovana. I due punti culminanti di questa catena, ch’è la più elevata e la più scoscesa, sono, verso settentrione, Solferino; verso mezzogiorno, Cavriana; tra l’uno e l’altro, simile a cortina di due enormi bastioni, San Cassiano. Qui è tutto un nodo di colli aspri e difficili, gli uni sorgenti sugli altri, stretti, addentellati, dirupati qua e là, sparsi di case e di torri, ad assalirsi malagevolissimi, formidabili alla difesa. Arduo su tutti, il colle di Solferino, sormontato dalla torre famosa, la Spia d’Italia; fiancheggiato da due colli minori, rotti del pari e scoscesi, l’uno nominato dai cipressi che ne copron la vetta, l’altro dalla chiesa, a cui sta presso il cimitero del villaggio; il villaggio è a mezzogiorno-levante del colle cui dà il nome.

La catena delle alture che si stende dietro a codesta, ch’è l’estrema, corre lungo la sponda destra del Redone, da ponente a levante; svolta, a poca distanza da Solferino (e qui s’innalza il colle di Madonna della Scoperta), a settentrione-levante verso Pozzolengo, e forma così, per chi assalga le alture dal piano, un secondo baluardo interno, che ha i suoi due punti più forti a Pozzolengo e a Madonna della Scoperta. Questi due punti formano con Solferino e Cavriana un quadrilatero fortissimo, a cui fanno capo tutte le strade che conducono al Mincio, tranne quella che costeggia il lago di Garda da Lonato a Peschiera, e l’altra che attraversa il piano alla volta di Mantova.

Le alture, da Pozzolengo, proseguono fino a San Martino. L’altopiano che prende questo nome da una chiesa che v’è su, sorge a sinistra della strada Lugana, la quale va da Pozzolengo fino alla riva del lago, vicino a Rivoltella, e a mezzogiorno della strada ferrata che corre da Lonato a Peschiera. Le pendici dell’altopiano, a settentrione e a ponente, sono ripide, scabre, sinuose, sparse di case che ne rendono facile e terribile la difesa, situate, come sono, a guisa di ridotti, che si guardano e si proteggono. Il sito è formidabile tra la casa Colombara, a dritta della strada Lugana, e la casa Corbù di sotto, a sinistra; più formidabile tra la chiesa di San Martino, il punto chiamato il Roccolo, e la casa Contracania, che sono come tre bastioni, congiunti da ripide balze, protetti da folti cipressi.

La pianura è attraversata dalla grande strada di Brescia che varca il Chiese a Montechiari, tocca Castiglione, passa davanti a Medole, da cui la pianura prendo il nome, e procede per Guidizzolo fino a Goito.

Tale il campo di battaglia.


Gli Austriaci, divisi in due eserciti, il Iº composto del 3º, 9º e 11º corpo, comandato dal Wimpffen, il IIº composto del 1º, 5º, 7º e 8º corpo, comandato dallo Schlick, si stendono in linea di battaglia per Pozzolengo, Solferino e Guidizzolo.

Il IIº esercito, steso sulla destra, ha l’8º corpo, comandato dal Benedek, a Pozzolengo; il 5º, comandato dallo Stadion, a Solferino; il 1º, comandato dal Clam-Gallas, in seconda linea, a San Cassiano e a Cavriana; il 7º, comandato dallo Zobel, dietro al 1º.

Il Iº esercito, steso sulla sinistra, ha il 3º corpo, comandato dallo Schwarzenberg; e il 9º, comandato dallo Schaffgotsche, intorno a Guidizzolo; e l’11º, comandato dal De Veigl, in seconda linea, a Cerlungo e a Castel Grimaldo.

Il quartiere generale dell’imperatore Francesco Giuseppe è a Cavriana.

Gli alleati si distendono in linea di battaglia per Lonato, Castiglione e Carpenedolo.

L’esercito francese, steso alla destra, ha il 3º corpo d’esercito, comandato dal Canrobert, a Mezzane; il 4º, comandato dal Niel, a Carpenedolo; il 2º, comandato dal Mac-Mahon, a Castiglione; il 1º, comandato dal Baraguay-d’Hilliers, a Esenta; il corpo della guardia imperiale a Montechiari.

L’esercito italiano, posto all’estrema sinistra, ha la 1ª divisione, comandata dal Durando, e la 2ª, comandata dal Fanti, sulle alture di Lonato; la 3ª, comandata dal Mollard, a Desenzano e Rivoltella; la 5ª, comandata dal Cucchiari, al di là di Lonato.

Il quartiere generale dell’imperatore Napoleone è a Montechiari.

Di qui cento ventiquattro mila fanti, undici mila cavalli e cinquecento venti cannoni; di là seicento ottant’otto cannoni, cento quarantasei mila fanti, e ventimila cavalli.[2]

Gli Austriaci, che ripassarono il Mincio la sera del ventitre, hanno designato di lasciare il ventiquattro la linea di Pozzolengo, Solferino e Guidizzolo, per andare a occupare la linea di Lonato, Castiglione e Carpenedolo.

Gli alleati hanno designato di lasciare nello stesso giorno la linea di Carpenedolo, Castiglione e Lonato, per andar a occupare quella di Guidizzolo, Solferino e Pozzolengo.

I due eserciti s’incontreranno.

Ma l’esercito austriaco deve partire alle nove; gli alleati alle due; il vantaggio dell’iniziamento della battaglia è per loro.

Napoleone ha già dato gli ordini pel movimento.

L’esercito italiano si recherà a Pozzolengo, verso la catena interna delle alture.

L’esercito francese verso la catena esterna e sul piano; il Baraguay-d’Hilliers a Solferino, il Mac-Mahon a Cavriana, il Niel e il Canrobert per Medole, a Guidizzolo.

Il quartiere generale dell’Imperatore e la guardia imperiale si trasferiranno a Castiglione.


Son vicine le tre. Gli eserciti alleati sono in movimento da un estremo all’altro della linea. Il cielo è bello d’un azzurro diafano e netto, che si sfuma all’orizzonte in una tinta rosata e vaporosa. Un alto silenzio regna ancora in tutto il vasto teatro della battaglia.

Si senton le prime fucilate.

Il 2º corpo, che move verso Cavriana, ha incontrato gli Austriaci presso Casa Morino, a cinque chilometri da Castiglione; i bersaglieri dell’avanguardia hanno cominciato il fuoco.

Il 4º corpo francese, che move verso Medole, ha incontrato i primi drappelli della cavalleria austriaca. Gli squadroni dell’avanguardia francese li hanno assaliti e ricacciati nel villaggio. Il villaggio è difeso dalla fanteria e dall’artiglieria; il Niel ordina alla divisione Luzy d’impadronirsene; la divisione Luzy si ordina in colonne d’assalto e s’avanza.

Il 1º corpo, che move verso Solferino, ha incontrato anch’esso il nemico. Il Baraguay-d’Hilliers ha ordinato alla divisione Ladmirault di assalirlo nella Valle Padercini. La divisione Forey lo ha già cacciato da Monterosso e dal villaggio Fontane.

Il 3º corpo, partito da Mezzane, ha varcato il Chiese e s’avanza verso Medole per la via di Acquafredda e di Castel Goffredo.

Le due divisioni di cavalleria comandate dal Partouneaux e dal Desvaux s’avanzano lentamente, per la vecchia strada di Mantova, tra il 4º corpo e il 2º, alla volta di Guidizzolo.

La terza divisione del 1º corpo, comandata dal Bazaine, si mette in marcia sulle tracce della prima.


Le fucilate risuonano fitte dalla parte dell’esercito italiano.

La divisione Durando ha mandato verso Pozzolengo una colonna esploratrice, composta di tre battaglioni bersaglieri, un battaglione granatieri, una sezione d’artiglieria e uno squadrone di cavalleggieri d’Alessandria. La colonna, penetrata nella valle dei Quadri, ha scoperto gli Austriaci sull’altura di Madonna della Scoperta, e ha incominciato il fuoco.

Un’altra colonna esploratrice della divisione Cucchiari, composta dell’8º bersaglieri, di un battaglione dell’11º fanteria, di uno squadrone di cavalleggieri di Saluzzo e di due cannoni, condotta dal luogotenente colonnello Cadorna, s’avanza per la strada ferrata, volta a destra per la strada Lugana e procede verso Pozzolengo.

La divisione Mollard, che esplora il terreno fra la strada ferrata e il lago di Garda, ha mandato innanzi quattro colonne esploratrici, due della brigata Pinerolo, due della brigata Cuneo. La prima di esse, accompagnata dal generale Mollard, segue il luogotenente colonnello Cadorna sino al punto dove la strada Lugana taglia la strada ferrata, e di là s’avanza verso Pozzolengo per Corbù di sotto.

Tutte queste colonne vanno successivamente a dare negli avamposti nemici che si stendono da Pozzolengo a Madonna della Scoperta.


I due eserciti austriaci si dispongono rapidamente alla difesa.


Son vicine le sette. L’avanguardia del maresciallo Canrobert arriva in vista di Castel Goffredo, cinto di vecchie mura, tenuto dalla cavalleria austriaca. Il generale Renault lo assale con tre colonne: l’una a sinistra, l’altra di fronte, la terza per la via di Mantova. In pochi minuti la porta è rovesciata a colpi di scure, il villaggio invaso, il nemico fugato. Tuona il cannone a sinistra: è la divisione Luzy che assalta Medole. Il Canrobert ordina alla divisione Renault di accorrere subito a quella volta; egli stesso sollecita la marcia di tutto il corpo d’armata.

Due colonne della divisione Luzy, protette dalle artiglierie, prendon Medole ai lati; il Luzy stesso, dato il segnale dell’assalto a tutta la linea, investe il villaggio di fronte. Gli Austriaci resistono sulle prime; incalzati dalle baionette, piegano; Medole è preso, con due cannoni e mille prigionieri.

Il 9º corpo austriaco si dispone a difesa intorno a Guidizzolo, occupa Rebecco e Casanova. Il grosso del corpo s’avanza per impedire il piano di Medole al generale Niel.

In questo mezzo il maresciallo Mac-Mahon, dalla sommità del Monte Medolano vede poderose colonne austriache scendere nella pianura, e le alture tra Cavriana e Solferino incoronarsi di cannoni e di baionette; sente il cannone di Baraguay-d’Hilliers; comprende ch’egli si trova a pericoloso cimento di fronte a tante forze; lo vorrebbe soccorrere, non può: si scosterebbe troppo dal 4º corpo, e il nemico potrebbe cacciarsi in mezzo: spiega una divisione in ordine di battaglia, manda a dir al Niel che intende avvicinarsi al 1º corpo, egli si avanzi a sinistra e chiuda l’intervallo. Risponde il Niel non potere, bisognargli prender Medole prima, intender di piegare a sinistra poi, quando avrà la destra coperta dal Canrobert, il Mac-Mahon potrà allora aiutare il 1º corpo; pel momento no. Intanto, nel piano, fra il 2º ed il 4º corpo, s’avanza una lunga colonna irta di lance e luccicante di sciabole; usseri, lancieri, cacciatori d’Africa, otto reggimenti di cavalleria, le due divisioni Partouneaux e Desvaux, che vengono ad occupare la linea di battaglia tra il Niel e il Mac-Mahon.

Il generale Forey ha ributtato gli Austriaci da Grole su monte Fenile. Da monte Fenile si abbracciano collo sguardo tutte le alture del campo di battaglia: bisogna impadronirsene. Gli Austriaci, numerosi e saldi, stanno alla difesa. Tutto l’84º reggimento, col colonnello alla testa, li assale. — Viva l’Imperatore! — Il Forey è già sulla sommità di monte Fenile. Il Ladmirault libera la sua strada di alcuni piccoli corpi staccati, il Bazaine s’avanza per la via di Fontane e di Grole.


Le colonne esploratrici dell’esercito italiano sono alle mani col nemico a Pozzolengo e a Madonna della Scoperta. L’avanguardia della divisione Durando, respinta di fronte da Madonna della Scoperta, minacciata di fianco da una forte colonna, si ritira verso Fenile Vecchio, sul grosso del Corpo. Il generale Durando, misurato le forze degli Austriaci dall’alto del monte Tiracollo, manda a ordinare alla brigata Savoia che accorra immediatamente a Venzago.

Il luogotenente colonnello Cadorna, comandante la colonna esploratrice della 5ª divisione, arriva a San Martino senza incontrare il nemico; va oltre, supera l’altipiano: nessuno. Piglia per Pozzolengo, s’avvicina alla casa Ponticello, alto: i bersaglieri hanno scoperto le prime sentinelle austriache. Subito: un battaglione a sinistra, l’artiglieria sulla strada, la cavalleria in mezzo: fuoco! Gli Austriaci danno indietro. Rinforzati poco dopo, ritornano. Il Cadorna chiede soccorso alla 1ª colonna esploratrice della 3ª divisione, accompagnata dal generale Mollard, ferma a San Martino. Accorrono due compagnie di bersaglieri a sostenere il suo fianco sinistro minacciato. Non bastano: l’Austriaco ingrossa e procede. Il Cadorna si ritira. Il Mollard s’avanza con tutte le sue forze. Il Cucchiari, avvertito in tempo dal Cadorna, viene avanti anch’egli sollecitamente. Il nemico è già alla Contracania.

La divisione Fanti attende l’ordine d’avanzarsi in vicinanza di San Paolo di Lonato.


Il sole splende in tutta la maestà dei suoi raggi. Il movimento della battaglia si propaga con rapidità maravigliosa. Dall’una parte e dall’altra lunghissime colonne, seguíte da colonne più lontane, s’avanzano; si allargano, come fiumi straripanti, nei piani; si serrano, come folte macchie, sui colli; serpeggiano di catena in catena. Selve di baionette scintillano qua e là tra gli alberi e le mèssi, e balenano grandi lampi improvvisi, seguíti da uno scoppio fragoroso, o lunghe e interrotte striscie di fuoco accompagnate da uno strepito precipitoso di colpi. Splendide e serrate schiere di cavalieri corrono di trotto sonante le strade. Agili batterie si slanciano su per le chine, si schierano, fulminano, e le vette dei monti scompaiono nei nuvoli bianchi, e tremano di rimbombi sonori le valli. E pei monti e per le valli si comincia a sparger sangue e a morire.


Sono le otto. Il corpo del maresciallo Niel procede verso Guidizzolo, inseguendo gli Austriaci. Una brigata della divisione Luzy arriva a Rebecco. Rebecco è difeso da quattro reggimenti del 9º corpo. Luzy lo assale. Qui comincia un’asprissima lotta; le artiglierie traggono dai due lati furiosamente; le case sono prese, perdute e riassalite con pertinacia accanita e fiera uccisione. Ma l’Austriaco, più forte, sta saldo; il Luzy chiede soccorso: sopraggiunge a passo concitato il 63º reggimento della divisione Vinoy; si ritorna all’assalto; la brigata Benedek, che occupava Rebecco, è cacciata. Ma un’altra sottentra, e il combattimento si riaccende più vivo. Intanto la divisione Vinoy sbocca nel piano di Medole e gli Austriaci si avanzano con poderose forze d’artiglieria per contrastarle la strada. Il Vinoy spiega rapidamente le sue batterie per battere le nemiche, e s’attacca un combattimento vivissimo. Altri cannoni vengono in aiuto del Vinoy dalla riserva del 4º corpo, e fulminano dall’ala sinistra. Un secondo rinforzo d’artiglieria sopraggiunge ed entra in linea. L’artiglieria nemica cede, gli Austriaci si ripiegano su Casanova, il Vinoy gl’incalza. Arriva il generale De Failly colla 3ª divisione del 4º corpo, e si spinge nell’intervallo fra il Vinoy e il Luzy. Gli assalti si rinnovano con più impetuoso furore.

Son le nove e mezzo. Il maresciallo Canrobert è arrivato a Medole. L’Imperatore gli fa annunziare che un corpo di 20,000 uomini è uscito da Mantova; si guardi sulla sua destra, e sostenga ad un tempo la destra del 4º corpo. Il Canrobert manda immediatamente una brigata della divisione Renault sulla via di Ceresa, e provvede alla sua sicurezza dalla parte di Mantova.

Intanto, tra il 2º e il 4º corpo, le batterie delle divisioni Partouneaux e Desvaux hanno cominciato a molestare gli Austriaci. Uno squadrone del 5º usseri e uno del 3º cacciatori d’Africa hanno assalito e disperso parecchi drappelli di cavalleria e di fanteria nemica, prendendo molti prigionieri. A misura che la sinistra del corpo del Niel acquista terreno, le due divisioni di cavalleria s’avanzano.

L’Austriaco ingrossa minacciosamente dinanzi al 2º corpo. Il maresciallo Mac-Mahon lascia la strada di Mantova, va a porsi davanti a casa Marino, e di là ordina a battaglia le divisioni La Motterouge e Decaen. Le colonne austriache, seguite da una divisione di cavalleria, scendono e si schierano nel piano di fronte a lui, spingendo innanzi un grosso numero di pezzi d’artiglieria. Il Mac-Mahon, dal canto suo, spiega in un batter d’occhio quattro batterie, e il fuoco prorompe d’ambe le parti furioso. Ma per poco: due cassoni degli Austriaci saltano in aria; la loro artiglieria, sopraffatta e malconcia, retrocede; un reggimento usseri, che tenta tre volte di girare attorno all’ala sinistra francese, viene tre volte vigorosamente respinto dalle scariche della brigata Gaudin de Villaine, e rigettato sui quadrati austriaci con molto disordine e perdita grande d’uomini e di cavalli. Una palla di cannone ha portato via un braccio al generale Auger.

La guardia imperiale muove a gran passi verso Castiglione.

Napoleone, partito da Montechiari, giunge a Castiglione, sale sul castello e osserva il campo di battaglia.

— Non crediamo ancora che gli Austriaci abbiano osato di ripassare il Mincio, — dicono gli ufficiali generali che gli stanno intorno.

— L’hanno passato, è una battaglia generale, — risponde Napoleone. Scende, monta a cavallo, vola dal Mac-Mahon, gli dà gli ordini, e volge a sinistra di galoppo verso il Baraguay-d’Hilliers.

Alla destra del 1º corpo, la brigata Dieu, protetta dalle artiglierie di Monte Fenile, s’è spinta di cresta in cresta fino a Solferino; gli Austriaci si fanno di momento in momento più fitti e più accaniti; la brigata Dieu, miseramente diradando, continua ad andar oltre; il Dieu cade mortalmente ferito.

Alla sinistra, il Ladmirault ha posto in batteria quattro cannoni che fanno terribile strazio delle schiere nemiche. Le brigate F. Douay e Négrier si lanciano assieme all’assalto. Gli Austriaci danno di volta; ma, dividendosi, scoprono nuovi battaglioni, terribilmente compatti, che rovesciano sugli assalitori una tempesta di palle. Il Ladmirault, ferito alla spalla, fasciato in furia, si svincola da’ suoi aiutanti di campo che lo vogliono rattenere, e ritorna a comandare la divisione, a piedi, appoggiandosi al cavallo. Il combattimento ingrossa e inasprisce. Gli Austriaci conoscono quel terreno a palmo a palmo, e a palmo a palmo lo contendono. Il momento è gravissimo. Il Ladmirault ordina che si slancino all’assalto le ultime riserve della divisione; in quel punto un’altra palla gli passa la coscia. — Non è nulla, — egli grida agli ufficiali che gli accorrono intorno, e con supremo sforzo continua a reggersi in piedi, col braccio stretto al collo del cavallo, pallido e sanguinoso. A un tratto vacilla, è sorretto; fa chiamare il generale Négrier, gli affida la divisione; lo trasportano fuori del campo; egli si volge a guardare ancora una volta i suoi bravi soldati che combattono e muoiono per la libertà d’Italia e per l’onore della Francia.

— Avanti il 1º reggimento zuavi! — è l’ordine che manda il Baraguay-d’Hilliers alla divisione Bazaine che s’avanza in quel punto da Grole. L’ordine è eseguito: eccoli! Era un pezzo che fremevano costoro che vanno alla morte come a un convito! Il reggimento s’avanza a passo concitato, rumoreggiando sordamente come piena impetuosa che travaglia le dighe; su quei volti balena la vittoria; in quei larghi petti di ferro si prepara il grido annunziatore di morte; i fucili, agitati dalle mani convulse, si urtano e le baionette risuonano con orrendo fragore. — All’assalto! — La piena sprigionata prorompe, un grido selvaggio si leva e si prolunga come ripercosso dall’eco su per l’erta contesa, l’erta si copre di cadaveri, gli zuavi son sulle alture. L’artiglieria, in quel frattempo, trattasi a gran pena sui punti eminenti, versa una grandine di ferro sui battaglioni austriaci e sfracella le case della gola di Solferino. Una brigata del 5º corpo, decimata, si ritira dal campo. Due altre brigate del corpo stesso si ritraggono sulle alture circostanti al villaggio, e occupano fortemente la torre, il cimitero e il Monte dei Cipressi, rinvigorite d’un poderoso soccorso di genti fresche. Codesti siti sono formidabili, le salite son rotte e scoscese, su tutti i punti battono le artiglierie, i difensori traggono di dietro ai muri con un furore d’inferno.... — Si rovescino quei muri a colpi di cannone! — grida il Baraguay-d’Hilliers. Una batteria s’arrampica sur un’altura a trecento passi dal cimitero e lo bersaglia rabbiosamente con fittissimi colpi; le mura, squarciate, rovinano come per crollo di terremoto. In quel mentre le artiglierie del Forey, sostenute da due batterie della riserva, soffocano la voce dei cannoni austriaci sull’altura dei Cipressi.

Sulla sinistra le sorti non inclinano a favore d’Italia. Il generale Durando, giunto a Venzago, riceve l’ordine dall’Imperatore di congiungersi al 1º corpo. Egli manda subito un soccorso al 1º reggimento granatieri e al 3º battaglione bersaglieri che combattono a Madonna della Scoperta. Le truppe, rafforzate, vanno all’assalto; la 10ª batteria le sostiene, i cavalleggieri d’Alessandria caricano; gli Austriaci piegano. Piegano, ma rincalzano, come sempre, più vigorosi. Due battaglioni del 1º granatieri mandati verso la casa Piopa a cercare un punto dove assalire il nemico, sono assaliti e respinti. Gli Austriaci si avanzano sino a Casa Soieta; lì appostano una batteria e tempestano il 2º granatieri, che s’avanza direttamente contro Madonna della Scoperta.

Sull’estrema sinistra, poi che furon respinte sino alla strada ferrata le colonne esploratrici della 3ª e della 5ª divisione, il generale Mollard si risolve ad attaccare il Benedek col grosso delle sue forze. Arriva per la strada ferrata il generale Arnaldi colla brigata Cuneo e mezza la 6ª batteria; raggiunge la Casanova, volge a destra, attraversa i campi, s’arresta, si dispone: il 7º a destra, in prima linea, col colonnello Berretta; l’8º a sinistra, in seconda, col colonnello Gibbone; quello per la Colombara e la Contracania, questo per il Roccolo e la chiesa di San Martino. S’avanza un drappello di cavalleggieri di Monferrato, un altro di cavalleggieri di Saluzzo, un terzo, un quarto. Squilla il segnale dell’assalto; i reggimenti, saldi e impetuosi, muovono; la cavalleria si slancia di carriera; il nemico tentenna, gli assalitori incalzano rapidissimi, sorprendono tre cannoni, son signori delle alture. — Ci siamo! — grida con trasporto di gioia il generale Arnaldi, e cade. Il generale Mollard, trepidando, accorre: — Che hai? Sei ferito? — Arnaldi, gravemente colpito al ginocchio, fa uno sforzo per levarsi, non gli riesce, e due lacrime gli scendono giù per le gote. — Coraggio! — gli dice con pietà affettuosa l’amico. — Non piango per me, egli risponde; per te piango, chè non ti potrò venir compagno nei pericoli, e una tremenda giornata si prepara: non vedi? — E accenna dalla parte di Pozzolengo, e Mollard guarda, e vede sterminate schiere di nemici ondeggiare e luccicare confusamente sulle alture lontane. — Addio, Arnaldi! — e l’Arnaldi è portato via, e il colonnello Berretta assume il comando della Brigata Cuneo. Gli Austriaci intanto, respinti non rotti, si ristringono, risalgono, riprendono con impeto audace le alture. I battaglioni italiani ritornano all’assalto, l’uno dopo l’altro, infuriando; due volte, seminata di cadaveri la china, guadagnano l’alto piano; due volte ne son risospinti. Di più irato coraggio infiammati, fanno impeto ancora, e prevalgono al fine, e cacciano il nemico dall’alto, e l’inseguono.

Ma per poco. Di là dove il bravo Arnaldi accennava, l’Austriaco, grosso e risoluto, s’avanza, allargandosi, e minaccia sui due lati: a sinistra, l’artiglieria; a destra, la via ferrata. Gl’Italiani gagliardissimamente resistono: il 3º battaglione del 7º di linea e un battaglione bersaglieri della 5ª divisione, difendono, con molto sangue, i cannoni; il maggior Solaro, colpito dei primi, muore; cade ferito il maggior Borda, cade il maggior Longoni, cadono a dieci a dieci i soldati; ma invano. Il nemico, troppo più forte, procede; gl’Italiani indietreggiano lentamente, disputando il sito passo a passo, tenaci; il colonnello Berretta, con tranquillo consiglio, governa la ritirata, conforta la resistenza, frena la foga ardimentosa dell’assalitore, anima, riordina, ripara; a un tratto precipita di sella; lo guardano, ha una palla nel cuore. Resistere più oltre sarebbe spreco di sangue. Il Mollard ordina la ritirata su tutta la linea; gl’Italiani cedono il campo, protetti da due batterie d’artiglieria mandate innanzi dal generale Cucchiari, che le segue colla sua divisione. Soverchiati, non sciolti, nè scemi d’animo; laceri e sanguinosi, ma coi sembianti tuttavia splendidi d’ira e di valore, i soldati del Mollard passano al di là della strada ferrata a riprendere lena. Coraggio! Il nemico non rimarrà lungo tempo su quelle alture. Ecco: giunge la brigata Casale, giunge la brigata Aqui, giungono il 5º e l’8º battaglione bersaglieri, la 5ª divisione, il generale Cucchiari.

La divisione Fanti è sempre a San Paolo di Lonato.


Sono le dieci e mezzo. Napoleone, di sull’alture occupate dal 1º corpo, medita il campo di battaglia, e risolve. La vittoria è al centro, bisogna sfondare il centro per far piegare le ali, bisogna cacciar gli Austriaci dal colle di Solferino. La brigata Alton, non ancora provata, all’assalto.

La brigata Alton, ordinata in colonne d’assalto, s’avanza; quattro pezzi d’artiglieria l’accompagnano; il generale Forey la conduce. Si va ad assalire la torre, si va a morire; ma su quella vetta sta la vittoria: l’Imperatore è là, e vede, e con lui la Francia e il mondo.

La brigata Alton si slancia sulla destra della torre, risoluta e serrata; gli ufficiali si volgono ai soldati: — Coraggio! — I soldati si cacciano sotto a capo basso, salgono, sono già su un buon tratto, ordinati ancora, e salgono.... All’improvviso una tempesta orribile di mitraglia, di palle da cannone e di fucilate, da sinistra, da destra, di fronte, si rovescia sugli assalitori, squarcia le prime file delle colonne, sparge la salita di morti, di membra lacerate e di sangue. Tutta la brigata, alla vista di quell’eccidio miserabile, si rimescola e vacilla, e leva al cielo uno spaventevole grido.

— Avanti la guardia imperiale!

La guardia imperiale s’avanza; era là presso; già aveva ricevuto l’ordine di venire in aiuto del corpo del Baraguay-d’Hilliers. Napoleone manda ora a dire al maresciallo Saint-Jean-d’Angély che spinga innanzi la divisione Camou. La voce si sparge pel campo: la guardia imperiale s’avanza; il fiore del sangue francese; l’ultima schiera, che viene a vincere o a morire; la schiera sacra dei momenti supremi, incoronata degli allori di cento battaglie, circonfusa di maestà e di terrore, splendida dell’ultimo raggio del sole di Waterloo, formidabile, venerata, solenne; la guardia imperiale s’avanza.

La divisione Camou si divide: la brigata Picard verso le alture di sinistra; la brigata Maneque, in aiuto del Forey, contro gli Austriaci che scendono da Casa del Monte. Il Maneque ha diviso le sue forze in quattro colonne di battaglione. Orsù! Le brigate Hoditz e Reznitchek aspettano; zaini a terra, baionette in canna, e avanti. Fanteria e artiglieria austriaca infuriano dall’alto; i quattro battaglioni della guardia, lasciandosi dietro quattro larghe strisce di caduti, salgono, saldi e chiusi, e quanto più fulminati, più fieri. Eccoli al punto, giù le baionette, all’assalto: — Viva l’Imperatore! Viva la Francia! — Gli Austriaci piegano; sulle alture di Forco e di Pellegrino sfolgorano le baionette della brigata Maneque.

In quel punto il battaglione cacciatori della guardia gira attorno al villaggio di Solferino, lo assale, vi penetra, e caccia il nemico pigliandogli una bandiera, otto cannoni e cento prigionieri.

Intanto il generale Forey, soccorso da due battaglioni di volteggiatori della guardia, mandati dal generale Maneque, ritorna vigorosamente all’offesa. Accortosi che il nemico perde terreno, manda la 1ª brigata ad assalire l’altura dei Cipressi. Arriva di galoppo il generale Le Bœuf con due batterie d’artiglieria della guardia, copre d’un nembo di palle il villaggio, e sostiene gli assalti delle due brigate Forey. La prima conquista allora il monte dei Cipressi, la seconda il colle della torre, e finalmente, aprendosi una strada di sangue, la torre.

Il generale Bazaine, rovinati i muri del cimitero, ha lanciato all’assalto tutta la divisione, cacciato il nemico e strappato la bandiera al reggimento principe Wasa.

Quattordici cannoni e millecinquecento prigionieri son caduti in potere del 1º corpo e della guardia imperiale. Su tutte le alture di Solferino sventola la bandiera della Francia.


Mentre tutto ciò accade al centro, il maresciallo Mac-Mahon, rassicurato dalla parte del 4º corpo, piega verso Solferino e si congiunge alla guardia imperiale. In quella una splendida e formidabile colonna di cavalleria s’avanza rapidamente nel piano alla destra del 2º corpo: sono i ventiquattro squadroni della guardia, condotti dal generale Morris, che vengono a chiudere l’intervallo tra il 2º corpo e la divisione Desvaux.


Sull’estrema destra, nuove forze austriache si succedono senza posa di fronte al generale Niel. Cacciata una brigata, un’altra è là pronta, e sottentra. Dopo il 3º e il 9º corpo spuntano le colonne dell’11º. Il generale Vinoy, spazzato dinanzi il terreno a furia di mitraglia, attaccò Casanova, la prese, la fortificò, ne fece un punto d’appoggio validissimo alla sua linea di battaglia. Sulla destra del 4º corpo, il generale Luzy, sostenuto dalle due brigate della divisione Renault mandate dal Canrobert, dopo molti incontri durissimi, ora prevalendo, ora soggiacendo, riuscì a mantenersi fermo a Rebecco. Tra il Luzy e il Vinoy, la brigata O’ Farrel della divisione Failly s’è insignorita della casa Baita, e la difende contro gl’impetuosi ritorni degli Austriaci. Il generale Niel, rimasto senza riserva, chiede al maresciallo Canrobert che mandi a sostenere il suo centro, vigorosamente e ostinatamente assalito. Il maresciallo Canrobert, stimando che bastino poche forze a proteggerlo dalla parte di Mantova, ordina al generale Trochu di condurre la sua 1ª brigata sul campo di battaglia agli ordini del generale Niel. Il Trochu si mette immediatamente alla testa della brigata Bataille, fa deporre gli zaini, attraversa Medole, già popolato di feriti e di carri, e piglia di corsa la strada di Guidizzolo.


Intanto, sulla sinistra della linea, non prevale ancora la fortuna d’Italia. L’artiglieria austriaca, da casa Soieta, travaglia la 1ª divisione. Invano il generale Durando mette innanzi nuovi cannoni, invano spinge all’assalto, un dopo l’altro, i quattro battaglioni del 2º granatieri; le colonne nemiche s’avanzano. A mezzogiorno, il generale Durando, ridotto in pericolosissima condizione, tenta ancora di arrestare il nemico con un assalto del 4º battaglione bersaglieri e un battaglione del 2º fanteria. I due battaglioni, assalendo arditissimi, lo arrestano in fatti di fronte; ma una lunga colonna si avanza in quel mentre, con rapido giro, sulla destra, e minacciandoli di fianco li costringe a ritirarsi. Allora il generale Forgeot, comandante l’artiglieria del 1º corpo francese, volta rapidamente contro gli Austriaci un forte numero di cannoni, e li ricaccia indietro, con un fuoco violento, sconvolti.

All’estrema sinistra, il generale Cucchiari, arrivato là dove la strada Lugana taglia la strada ferrata, subito dopo la ritirata del Mollard, dispone senza indugio all’assalto la brigata Casale: l’11º, condotto dal colonnello Leotardi, in prima linea per il Roccolo e San Martino; il 12º dietro. La brigata si muove; ma il nemico, che occupò le case Armia, Selvetta e Monata, la previene, minacciandola sulla destra. Il generale Mollard, di là dove si trova, vede il pericolo, e manda a ordinare al comandante il 2º battaglione del 12º che pieghi subito a destra e respinga il nemico dai nuovi siti donde minaccia. Il comandante del battaglione, che ebbe un ordine diverso dal proprio generale, esita ad obbedire e prosegue. Il Mollard, sdegnato, lo raggiunge di carriera, e gli rinnova il comando con quel suo piglio terribile. Allora il maggiore obbedisce, e volge il suo battaglione a destra; il 3º e il 4º lo seguono; il 1º rimane a sinistra dell’11º reggimento. Il colonnello Leotardi dà il grido dell’assalto: l’11º si slancia sul Roccolo e sulla chiesa di San Martino; i tre battaglioni del 12º, insieme al 10º battaglione bersaglieri, si gettano sulle case dell’estrema destra. Gli Austriaci ricevono gli uni e gli altri con iscariche replicate di moschetteria e di mitraglia che aprono larghi e mortali vuoti nelle colonne d’assalto: il maggior Poma è ucciso; il colonnello Avenati, il maggior Manca, il maggior Zinco feriti; ma le file si stringono, il sangue degli ufficiali infiamma di più irata audacia i soldati, e la brigata Casale, vinta la pertinace difesa, guadagna le alture, invade le case di destra, penetra nella Contracania e conquista tre pezzi d’artiglieria.

Mentre codesto assalto si compie e il nemico subitamente rincalza, la brigata Aqui che vien dietro col 1º battaglione bersaglieri, si dispone anch’essa all’assalto. I due battaglioni di destra del 17º reggimento, ordinati a sinistra della strada Lugana sotto il comando del colonnello Ferrero, si slanciano, con due compagnie del 5º bersaglieri, contro la chiesa di San Martino e la Contracania, ricadute entrambe in poter del nemico. Gli altri due battaglioni del 17º, coi rimanenti bersaglieri del 5º, si gettano a sinistra fino alla casa Corbù di Sotto. Tra una e l’altra di queste due colonne prosegue a combattere vigoroso l’11º reggimento. Il primo battaglione del 12º combatte arditamente all’estrema sinistra, presso le case Ceresa e Vestone, isolato. Tutti codesti assalti soverchiano il nemico, San Martino ed il Roccolo per la quinta volta son presi, gli assalitori s’avanzano sull’altopiano, la vittoria sorride alle armi di Italia.

Al tocco, la brigata Pinerolo della 3ª divisione, chiamata in aiuto dal generale Cucchiari, s’avanza contro la Contracania in ordine d’assalto; il 13º a destra, il 14º a sinistra. Già l’artiglieria dal centro ha preso a battere il nemico, già le prime colonne si sono impadronite di varie case, quando sull’altura della Contracania si vede il fuoco della 5ª divisione rallentare, retrocedere, sparire. L’Austriaco, veduto la debolezza della sinistra italiana, aveva condotto in quel punto il nerbo delle sue artiglierie, e fulminato di mitraglia, alla distanza di duecento passi, il 1º battaglione del 12º e l’ala sinistra del 17º, tra Corbù di Sotto e Vestone. Quel 1º battaglione avea resistito, poi piegato, poi resistito ancora, e da ultimo ceduto il terreno, trascinando nella sua ritirata i due ultimi battaglioni del 17º, bersagliati a sinistra e di fronte; il movimento in addietro s’era propagato di corpo in corpo, dalla sinistra alla destra; il generale Cucchiari, slanciandosi qua e là di carriera, aveva tentato invano di arrestarlo; invano aveva spinto innanzi la 9ª batteria: gli Austriaci avean radunati sulle alture trenta cannoni e impedivano ogni efficace ritorno all’offesa. Impotente, solo, a ritentare l’assalto, il 18º reggimento si restringe a proteggere la ritirata. Il Cucchiari tenta di arrestare i soldati alla strada ferrata: non riesce; tenta di arrestarli a mezza strada per Rivoltella, e non gli vien fatto neppure: li arresta e li riordina finalmente presso quella città.

A quello spettacolo, il generale Mollard, stordito, angosciato, fremente, non sa che risolvere. Attaccherà il nemico? La brigata Cuneo è decimata, spossata, rifinita dalla sete e dal digiuno; e la brigata Pinerolo, scarsa di fronte alle forze poderose degli Austriaci, verserebbe invano il suo sangue. Si ritirerà anch’egli? Il nemico si rovescierà allora sulla sinistra francese. Il Mollard ha deciso: rimarrà fermo ai piedi delle alture, in aspetto minaccioso; terrà in rispetto il nemico, pésto ancora e sanguinoso delle zuffe ostinate della mattina; aspetterà colle armi in pugno il momento propizio a ritentar la fortuna.

La divisione Fanti, rimasta fino alle 11 a San Paolo di Lonato, s’è mossa alla volta di Solferino, per ordine di Napoleone, a fine d’appoggiare l’assalto del 1º corpo.


È un’ora e mezzo. Napoleone ordina che si prosegua a dar dentro nel mezzo della fronte nemica. La brigata Maneque della guardia ributta gli Austriaci dalle alture della Casa del Monte. La divisione Bazaine, riordinata in furia, si getta alle spalle del 5º corpo, che si ritira verso Pozzolengo. La divisione Forey va oltre, in forma di sostegno, dietro la guardia imperiale. La divisione Ladmirault, decimata e sfinita, si riposa nel villaggio di Solferino.

In questo mezzo il maresciallo Mac-Mahon, congiunto alla guardia, si volge contro San Cassiano. Due batterie della guardia preparano l’assalto cannoneggiando con fierissima foga il villaggio. Il Mac-Mahon dà il segnale: una colonna di bersaglieri algerini si getta impetuosamente sulla sinistra, il 15º fanteria sulla destra, segue una zuffa breve, ma fiera, e San Cassiano viene in poter dei Francesi. Al di là di San Cassiano s’innalza il monte Fontana, erto e difficile, fatto a modo d’una scalinata d’alture, e tenuto da quattro reggimenti austriaci, preparati a forte difesa. Sul primo rialzo del monte sorge una specie di ridotto, da cui vien giù una pioggia di palle. Il Mac-Mahon comanda l’assalto: è cosa di pochi istanti: l’eco del grido — Viva l’Imperatore! — non è spento ancora, e già sul ridotto, coronato dall’artiglieria della guardia, sventola il vessillo degli Algerini.

Il Mac-Mahon s’arresta per dar tempo alla guardia imperiale di giungere sulla sua linea.

All’improvviso, gli Austriaci, come incitati da sovrumana forza alle spalle, levando altissime grida, si precipitano con irresistibile impeto sui bersaglieri algerini, e li cacciano indietro. Gli Algerini, rafforzati da due battaglioni di fanteria, assaltano alla lor volta gli Austriaci; ma incontrato un gagliardo rincalzo, son costretti per la seconda volta a piegare. Che è questo?

Gli Austriaci combattevano sotto gli occhi del loro giovane imperatore.

Allora il Mac-Mahon prepara all’assalto tutto il corpo d’esercito. Il momento è decisivo: gli Austriaci fanno l’ultimo sforzo sul centro, ed è sforzo disperato; i due Imperatori, presenti e vicini, si sentono senza vedersi, nel raddoppiato furore delle parti; là sta per sonare la sentenza della grande giornata. Il segnale è dato, i Francesi si scagliano su pel monte; feroce l’assalto, feroce la resistenza; le artiglierie infuriano con orribile fracasso; il sangue corre; muore il colonnello Douay, muore il colonnello Laure, cadono l’un sull’altro i soldati; ma omai volgerà alla fine questo orrendo macello: gli Austriaci, incalzati dalla furia delle baionette, dilaniati dalle batterie della guardia, indietreggiano: la fortuna di Francia prevale.

In quel mentre l’11º reggimento degli usseri austriaci, respinto da uno squadrone di cacciatori della guardia, bersagliato dall’11º battaglione cacciatori, fulminato di fianco da due batterie, si riduce, miserando avanzo, tra i suoi.

Gli Austriaci si ritirano nel villaggio di Cavriana, ridotto dall’artiglieria francese in un mucchio di rovine.


Tutto ciò accadendo al centro, un sì spaventoso fragore rimbomba alla destra del 4º corpo, che pare ne tremi il cielo e la terra. Sono quarantadue cannoni francesi diretti dal generale Soleille, che traggono di concerto sul 3º e sul 9º corpo nemico, alternativamente ributtati e rincalzanti. Arde la battaglia, con mutabile risultamento intorno a Casanova e Rebecco. Una brigata di cavalleria della divisione Partouneaux vola in soccorso del generale Vinoy. Arriva da Medole il generale Trochu colla brigata Bataille, la dispone in colonna d’assalto, investe e ricaccia gli Austriaci fino alle prime case di Guidizzolo. Ricevuto là dalle scariche improvvise di schiere profonde e compatte, si ripiega su Baita. Giunge in quel punto col nerbo del 3º corpo il maresciallo Canrobert, fatto sicuro, per l’ora tarda, d’ogni sorpresa da Mantova. A quest’annuncio il generale Niel tenta un ultimo colpo: lancia le truppe della divisione Trochu fra Casanova e la Baita, con una batteria d’artiglieria.

In quel tempo, l’imperatore Francesco Giuseppe, visto squarciata nel centro la sua linea di battaglia, per frenare il corso alla fortuna che precipita, tenta un estremo sforzo a sinistra, contro i corpi del Niel e del Canrobert, mandando tutto intero il suo Iº esercito all’assalto. Le riserve del 3º, del 9º e dell’11º s’avanzano per sostenere le loro malconce divisioni. Un sanguinosissimo combattimento comincia. Il principe Windisch-Graetz si lancia avanti tra i primi, alla testa d’un reggimento della brigata Greschke; si getta con impeto verso Casanova, respinge i bersaglieri francesi che ne contrastano le vicinanze; le colonne lo seguono mirabilmente ardite e ordinate; ma ecco, una palla gli colpisce il cavallo, due altre feriscono lui e lo rovesciano di sella, le file si disordinano, il 1º reggimento dei lancieri francesi, condotto dal generale Labareyre, si avventa alla carica, e sgombra il terreno intorno a Casanova; le fanterie ripigliano animo e si caccian sotto; gli Austriaci voltan le spalle, e la bandiera del loro 35º reggimento cade nelle mani del 76º francese. È questo uno dei più duri incontri della giornata, e a più largo prezzo di sangue pagati: quattro colonnelli, il Lacroix, il Capin, il Maleville, il Jourjon son rimasti cadaveri sul campo.

Mentre qui ferveva più viva la battaglia, tre grandiose cariche di cavalleria si succedevano sulla sinistra del 4º corpo. Il generale Desvaux, viste da lontano alcune colonne austriache dirette verso Guidizzolo, lanciava prima ad assalirle tutto il 5º reggimento usseri e il 1º cacciatori di Africa della brigata Planhol, poi due volte il 3º cacciatori d’Africa della brigata Forton. Il terreno folto d’alberi e intersecato da fossi, avendo ritardata la prima carica, le colonne austriache avevano avuto tempo per formare i quadrati; onde ai reggimenti successivamente sopraggiunti non era riuscito di scompigliarle. Ma avevano loro impedito di andare a ingrossare l’assalto di Casanova, e agevolato così la vittoria del 4º corpo francese.


Sono le quattro. La battaglia, sull’ala destra francese, volge al suo fine.

Il generale Trochu, colla brigata Bataille, mandato dal generale Niel verso Guidizzolo subito dopo l’arrivo sul campo del maresciallo Canrobert, incontra gli Austriaci sulle tre strade che sboccano dal villaggio; li assalta alla baionetta, li ricaccia di fronte fino a un miglio dalle prime case, li respinge dalla parte di Baita, s’impossessa di due cannoni, e prende un grosso numero di prigionieri. Il colonnello Broutta è mortalmente ferito di mitraglia.

Così termina la battaglia sull’ala destra.

Al centro, l’Austriaco è stato cacciato dalla guardia imperiale, d’altura in altura, fino a Cavriana, e nel villaggio stesso di Cavriana, dov’è il quartiere generale dell’Imperatore nemico, penetrarono i volteggiatori della guardia e i bersaglieri algerini. Il Decaen e il La Motterouge hanno respinto gli Austriaci da tutte le case della pianura.

L’imperatore Francesco Giuseppe dà l’ordine della ritirata a tutta la linea.

In quel tempo dalla parte di Madonna della Scoperta il 2º reggimento granatieri, sopraffatto dalle crescenti forze degli Austriaci, s’era ridotto disordinatamente fuori di tiro, per riannodarsi e ritornare sul campo. Tutta la brigata Savoia era entrata in linea e si manteneva salda sui siti occupati, respingendo aspramente gli assalti dei nemici.


Alle due, nel campo dell’estrema sinistra, dura ancora l’incertezza di prima. La 3ª divisione è come abbandonata in una solitudine trista. I soldati, stracchi e muti, interrogano coll’occhio ansioso gli ufficiali, cupi anch’essi, che si sentono ancora sonar nel cuore gli ultimi lamenti dei compagni caduti. Il generale Mollard, torbido e accorato, erra pel campo, alla ventura, chiuso nei suoi pensieri. Che sarà seguìto? Che fa la 5ª divisione? E le altre? E i Francesi? Vincono? Perdono? Nessun aiuto, nessun ordine, nessun avviso; la battaglia tace; dall’una e dall’altra parte si posa sulle armi; e un vasto campo di cadaveri si stende frammezzo, tristamente deserto, e tacito d’un silenzio terribile, che par che attenda e invochi e accusi il sangue profuso invano, e le vite spente senza gloria. Guai se in quella dolorosa aspettazione, dinanzi a quel funesto spettacolo, nell’animo dei soldati sottentra al furore l’orrore, lo sgomento della rotta al desiderio impaziente della riscossa, e intiepidito l’ardore delle vene, la stremezza dei corpi prevale! Ogni momento è un pericolo. — Ritirarsi? — si domanda Mollard; qualcuno glielo consiglia. — Oh no! Mai! — Il suo sangue di soldato si rimescola. — Dopo tre vittorie francesi, e forse mentre si calcan sul capo gli allori della quarta! Dopo il trionfo di Milano, che non è ancora stato legittimato da un trionfo sul campo! Dopo aver perduto su quei colli il fiore dei nostri vecchi reggimenti! Dopo che fu sparso il sangue di Arnaldi e spezzato il cuore di Berretta! E Goito, dunque? E Pastrengo? E Santa Lucia? E Novara? Son nomi morti codesti, o non son altro che nomi? Ritirarsi, no! Gli Italiani per provare il loro diritto di vivere hanno da mostrare al mondo che sanno morire. — Sarebbe la prima volta, esclama il Mollard con quel suo accento vibrato che ogni parola sembra un colpo di spada, la prima volta che mi dovrei ritirare! Questo mi fa andare in bestia! — E scopertosi il capo, stropiccia il berretto colle mani convulse.

All’improvviso, da una parte del campo si sente una voce concitata: — Il generale Mollard! — È un uffiziale d’ordinanza del Re, arrivato di grande carriera, con una notizia sul volto. Il Mollard accorre. — Generale! — quegli esclama; — Sua Maestà le fa sapere che i Francesi vincono a Solferino, e ch’egli vuole che i suoi soldati vincano qui. La 5ª divisione è richiamata al campo. La brigata Aosta, un battaglione di bersaglieri e una batteria d’artiglieria hanno ricevuto l’ordine di venirsi a porre ai suoi comandi.

Un lampo di gioia passò sul volto di Mollard.

— Signori! — egli esclama volgendosi verso gli ufficiali del suo seguito con piglio risoluto; — il Re vuole che si conquistino le alture, e si conquisteranno.

E poi all’ufficiale d’ordinanza: — Vada a dire al Re che i suoi ordini saranno eseguiti.

L’uffiziale parte di carriera.

La notizia si è propagata pel campo colla rapidità del pensiero, e il campo ha mutato aspetto: gli ufficiali si cercano, si abbracciano e si salutano da lungi; i soldati rialzano il guardo radiante alle bandiere; in ogni parte è un sonar di fiere parole, un agitarsi impaziente, un dare e un ricevere frettoloso di comandi, un partire e un accorrere precipitoso di cavalieri, un rimescolìo, un ribollimento; fame, sete, arsura, stanchezza, tutto è svanito; i soldati si risentono freschi e gagliardi, come la mattina, all’uscir dei campi; un’altra aurora, più splendida, sorge; tutti gli sguardi si volgono alle alture; il nemico è grosso, le artiglierie fitte, i siti fortissimi; ma bisogna prenderli, e si prenderanno, è ordine del Re.

Sono le quattro. Un’altra lieta voce corre pel campo. Arriva il generale Cerale colla brigata Aosta, la brava brigata di Goito e di Santa Lucia, il 1º battaglione bersaglieri, la 15ª batteria. Vengono, come a una festa, baldanzosi e ridenti. — Viva la brigata Aosta! — si grida nel campo. I reggimenti sfilano, ufficiali e soldati si salutano, le due illustri bandiere, lacere e superbe, passano sventolando in mezzo alle schiere riverenti.

Il generale Mollard dispone l’ordine dell’assalto: la brigata Aosta a sinistra, la brigata Pinerolo a destra si slancieranno, convergendo, tra la Contracania e San Martino; il 7º reggimento della brigata Cuneo terrà dietro alla brigata Aosta; l’8º, fermo, guarderà il campo dal lato di Peschiera.

Il cielo, fino allora limpidissimo, si rannuvola improvvisamente.

Un battaglione del 14º, una compagnia di bersaglieri e due pezzi d’artiglieria si recheranno nascostamente a San Donnino, e al primo colpo di cannone partito dal grosso della divisione, s’avanzeranno a minacciare il nemico sulla sua sinistra. La 4ª batteria sosterrà la brigata Pinerolo sulla destra, la 5ª sulla sinistra, la 6ª alla stazione di Pozzolengo, la 15ª a destra della 6ª, i cavalleggieri di Monferrato all’estrema destra.

Le nuvole dense e nerissime coprono tutta la faccia del cielo, e il tuono rumoreggia.

Le truppe si moveranno tutte insieme, ordinate e silenziose; non un colpo di cannone, non un colpo di fucile prima che sian giunte al punto d’assalire alla baionetta. Sarà dato il segnale. Allora tutte le artiglierie, di concerto, fulmineranno, suoneranno tutte le bande, batteranno la carica tutti i tamburi, e sopra il fracasso dei tamburi, delle bande, dei cannoni, tuonerà d’ogni parte un grido formidabile: Viva il Re! e dieci mila baionette si scaglieranno sul nemico, e Dio sia coll’Italia. La 5ª divisione non può tardare a giungere; sono le cinque, tutto è disposto, giù gli zaini, e avanti.

Le colonne partono per recarsi sul luogo di dove si slancieranno all’assalto.

In quel momento il tuono scoppia con immenso fragore: un temporale spaventevole, misto di grassa grandine e di pioggia dirotta, prorompe; si leva un furiosissimo vento; fitti e vividi lampi balenano, e in pochi minuti il vasto campo di battaglia è tutto rigagnoli e fango.

Le colonne si fermano.

Appena il temporale ha rimesso un po’ della sua prima furia, ecco arrivare il generale Cucchiari, per la strada ferrata, colla brigata Casale, e il colonnello Cadorna per la strada di Desenzano, colla brigata Acqui. Tutta la 5ª divisione è sul campo. Il Mollard corre a concertarsi con Cucchiari. La 5ª divisione romperà la destra del nemico, e oltrepassandola, gli minaccerà la via di ritirata. La brigata Casale, il 18º fanteria, l’8º bersaglieri, due batterie e uno squadrone di Saluzzo anderanno all’assalto. Il 17º, il 5º bersaglieri, una batteria restano sulla strada ferrata a guardar la parte di Peschiera. Ora è tutto a segno, avanti, all’ultima prova.

Tutta la linea si muove.

La brigata Pinerolo s’avanza verso la Contracania. Il 14º è in prima linea, col colonnello Balegno alla testa; il 13º lo segue; la 4ª e la 5ª batteria lo proteggono. Tuona il primo colpo di cannone; il Balegno manda il grido dell’assalto; il reggimento gli fa eco e si slancia impetuoso, spaventevole, bello; ma, Dio! s’è slanciato troppo presto, le scariche dei battaglioni austriaci e delle artiglierie lo straziano, prima ch’ei sia arrivato lassù sarà dimezzato; il 13º, impedito dal terreno, è rimasto addietro, lo ha perduto di vista, non lo può più sostenere; il colonnello Balegno è ferito a morte, il reggimento inferocito continua a salire, gli Austriaci raddoppiano il fuoco, le file diradano miseramente, non si può più proseguire, no, non si faccia spreco di vite, indietro, valorosi! Il reggimento dà indietro, riscende ai piedi delle alture, si arresta alla casa Armia, si riordina: quanto scemato! Il Balegno muore. — «Pazienza, — egli dice — muoio, ma l’ho condotto io al fuoco il mio 14º!»

Avanti il 13º, alla riscossa. Lo comanda il bravo colonnello Caminati. — Soldati! — egli grida colla sua voce poderosa: — ricordatevi di mantenere la promessa che mi avete fatta! — Viva il Re! Viva il Re! — risponde clamorosamente il 13º, e si slancia in furia; fulminato, affretta la corsa; è alla Colombara, l’assalta, la circonda di cadaveri, guadagna il terreno a palmo a palmo a colpi di baionetta. Il Caminati cade. — Avanti, figliuoli! Difendete la bandiera! — e muore. Cresce, alla vista di quel sangue, l’animo e l’impeto dei soldati; la Colombara è presa. Ma una colonna austriaca s’avanza concitatamente sulla destra; il nemico, ingrossato, rincalza di fronte; il 13º si difende per mezz’ora, accanito; stretto da ogni parte, indietreggia, cede i siti conquistati, ridiscende fino a casa Fenile. E due reggimenti respinti, scellerata fortuna!

Le artiglierie tuonano intanto su tutta la linea. La brigata Aosta, seguita dal 7º reggimento, respinge il nemico presso casa Raimondi, e s’avanza coi bersaglieri a sinistra; il 5º reggimento lo scaccia da Casanova, da Armia, da Monata; il 6º conquista le case Chiodina di sopra e Chiodina di sotto. Ma qui comincia ad avversarci la sorte. Il 6º assalta la Contracania; gli Austriaci, forti di numero e di sito, lo ributtano e lo incalzano; tutta la brigata Aosta, involta nel movimento, ripiega fino alla Monata e alle case vicine; assalita sulla sinistra, si difende, perdendo terreno. Muore il maggiore Bosio del 6º reggimento, il general Cerale è ferito, ferito il colonnello Vialardi; ferito il colonnello Plochiù, ferito il maggiore Polastri, ferito il maggiore Botteri, e cento altri valorosi.

La 5ª divisione combatte con varia fortuna contro San Martino, e dai due lati della strada di Pozzolengo; si impadronisce delle case Chiodine e della casa Plandro; il generale Cucchiari, il generale Pettinengo, il generale Gozzani, ardenti di coraggio e d’entusiasmo, preparano i soldati ad assalir le Casette e le alture della Chiesa; ma il nemico è grosso e tenace, e l’assalto, pur troppo, qui come altrove, con molto valore e molto spargimento di sangue tentato, riuscirà vano.

E anche la colonna di diversione mandata a San Donnino è stata respinta dalle forze soverchianti della sinistra austriaca, e ha dovuto desistere dalle offese.

Dunque da ogni parte s’ha la fortuna nemica; dunque è fatale che il numero prevalga alla virtù, alla giustizia, all’amor di patria; che non si possa strappare dalla nostra bandiera il velo nero di Novara; che questo giorno solenne, da tanti anni sospirato, preparato, pregioito, invece di rifarci delle antiche sventure, ce ne aggravi sul capo una di più; che l’ira, da sì lungo tempo e così amaramente compressa in fondo al cuore, ci resti soffocata e ci consumi; che sia delusa la speranza d’Italia, la fiducia della Francia, l’aspettazione dell’Europa; che si debba arrossire in faccia a coloro che son venuti a spargere il loro sangue per noi, e mordere la polvere mentr’essi cantano vittoria?

Sono le sette.

Un’estrema prova. Un assalto generale su tutta la fronte; otto reggimenti in linea; tutta la brigata Aosta, tutta la brigata Casale, tutta la brigata Aqui, il 7º, il 14º, tre battaglioni bersaglieri, venti cannoni tra la Perentonella e la Monata, tutta l’artiglieria della 5ª divisione in batteria.

Avanti!

Oh per l’amore d’Italia, in nome della libertà e della giustizia, in nome dei nostri morti, in nome di tutto quello che s’è patito e di tutto quello che s’è amato, vincete! L’ultimo raggio del sole vi saluti vittoriosi in vetta a quei colli; non tramonti con esso la gloria della nostra bandiera; quest’è l’istante supremo: coraggio, fratelli, e voi, madri d’Italia, pregate.

Tutta la linea si muove; le artiglierie prorompono tutte assieme in una scarica formidabile che echeggia come scoppio di cento folgori fino ai confini del campo; le batterie della 5ª divisione infuriano di fronte, i venti cannoni della Monata di fianco; i tamburi battono la carica, squillano le trombe dei bersaglieri, i generali e i colonnelli agitano le sciabole alla testa delle colonne, sventolano le vecchie bandiere dei reggimenti, diecimila baionette si spianano, diecimila altissime grida s’innalzano, lo spazio interposto scompare. Il nemico si turba, indietreggia, volta le spalle, è fugato.

Un altro fragoroso grido s’innalza da tutte le alture: — Viva il Re!

Subito, colla rapidità del lampo, trenta pezzi d’artiglierie sull’altopiano a fulminare l’opposto pendìo che gli Austriaci tentano di risalire, i battaglioni si stendono e li tempestano d’un gagliardo fuoco di fila, i cavalleggieri di Monferrato li flagellano di fronte e di fianco, un ultimo fuoco di mitraglia, è finito.

Dopo quattordici ore!

La vittoria era stata agevolata dal general Fanti. La 2ª divisione, ch’era la sua, partita da San Paolo di Lonato alla volta di Solferino, aveva ricevuto l’ordine dal Re di mandare la brigata Piemonte a Madonna della Scoperta e la brigata Aosta al generale Mollard. Quando la brigata Piemonte arrivava al campo del generale Durando, gli Austriaci, per ordine dell’Imperatore, si ritiravano. Allora il Re affidava codesta brigata e la 1ª divisione al generale La Marmora, ordinandogli di correre in soccorso dell’estrema sinistra. Arrivati colà, il generale Durando colla 1ª divisione, cacciava il nemico da monte Maino; il general Fanti colla brigata Piemonte lo respingeva fino a Pozzolengo, e collocata una batteria sul monte San Giovanni tempestava di granate le spalle degli Austriaci combattenti a San Martino.

È scesa la notte; l’esercito austriaco si affolla disordinatamente sopra i ponti del Mincio, e ripassa.

L’imperatore dei Francesi pianta il suo quartiere generale a Cavriana e va a riposare nella stessa casa e nella stessa stanza dove riposava la notte innanzi l’imperatore degli Austriaci.

Il vastissimo campo di battaglia tace. I villaggi e le case risonanti poc’anzi di urli feroci e di colpi, risonano ora di voci lamentevoli e fioche, di parole di dolore, di preghiera, di conforto, di pace. Da casa Marino a Cavriana, da Medole a San Martino, cinque mila cadaveri e ventitre mila feriti sono sparsi; le colline e le valli miseramente insanguinate, i campi devastati e pesti, diroccate le case, e per tutto armi disperse, cannoni atterrati, e cavalli giacenti, e tracce funeste di desolazione e di morte.

I due eserciti riposano.

Qua e là scintillano i primi fuochi del bivacco, illuminando all’intorno generali e soldati, vinti e vincitori, stesi per terra, chi ferito e chi dormente, gli uni accanto agli altri, alla rinfusa, come eguali ed amici.

Ed erano eguali, sì, generali e soldati, nella fortissima virtù dei sacrificii, nella generosa devozione ai loro Principi e nel divino amore della patria; amici sì, vincitori e vinti, nella sublime religion del valore, d’ambo le parti, in quel giorno memorabile, splendidamente glorificata col sangue.

Sono trascorsi dieci anni, o caduti dei tre eserciti; e come quel giorno giacevano confusi i vostri cadaveri sul campo, oggi riposano le vostre ossa in una tomba comune, sulla quale sventolano le bandiere dei tre popoli a significare che siete tutti egualmente amati, venerati e pianti.

L’INAUGURAZIONE DEGLI OSSARI
di San Martino e Solferino.

[Pozzolengo, 24 giugno 1870, sera.]

Nello spazio di trenta giorni gl’Italiani hanno celebrato l’anniversario di due memorabili battaglie nazionali: — il 29 maggio, Curtatone e Montanara; — il 24 giugno, San Martino e Solferino; — e le hanno celebrate nella forma più nobile e più solenne: — onorando la memoria dei morti.

Scrivo da Pozzolengo, come scrissi da Mantova, coll’anima ancora tutta piena della religiosa maestà della cerimonia; ma quanto diversamente commosso! Alla mestizia non divisibile dal cuore in un giorno di commemorazione di morti, si univa sì, a Mantova, un sentimento di orgoglio, pensando che i vinti Italiani erano usciti da quella battaglia non meno gloriosi che gli Austriaci vincitori. Ma era pur tristo il pensare che quel valore e quel sangue non eran bastati a risparmiare all’Italia altri dieci anni di servitù, di carceri, di patiboli, di proscrizioni; che quello stesso terreno bagnato dal sangue dei nostri soldati era rimasto in poter dei nemici, senza un segno che serbasse la memoria dei caduti e ne raccomandasse il compianto; che dopo quella sventura, più d’una volta la bandiera italiana aveva ancora dovuto coprirsi d’un velo di lutto, e l’esercito seminar vanamente di cadaveri altri campi. Ma oggi il ricordo dei morti è uno con quello d’una grande vittoria; da questi colli ove scrivo, l’Italia gettò al mondo il suo grido più possente di libertà; qui ella creò una di quelle parole — San Martino, — che rimangono nel cuore dei popoli e degli eserciti, ispiratrici di coraggio ne’ pericoli e di conforto nelle sventure, fino alle generazioni più tarde; qui per la prima volta il nemico sentì veramente nella ostinazione disperata degli assalti che con quei quaranta battaglioni saliva su pei colli contesi l’Italia, e il suo Re.

E vi si aggiunge il particolare significato dato alla cerimonia dalla presenza sul campo di battaglia dei rappresentanti dei tre popoli che pochi anni sono vi hanno combattuto una delle più grosse e più sanguinose battaglie moderne. È l’unanimità delle nazioni nel culto dell’amor di patria, nella venerazione del valore e nella pietà della sventura; sono i popoli stessi che si stringono la mano sui sepolcri dei loro figli, per dirsi che la guerra non ha lasciato traccia d’odii o di rancori; che, cessata la cagione del dissidio, all’ira sottentra l’affetto e nel nemico sorge l’amico; che gli orgogli nazionali si fondono e scompaiono in un sentimento umanitario sovrano che stringe popoli, monarchi ed eserciti nell’amplesso fecondo della pace, sotto la grande bandiera della civiltà.


Questa mattina — ventiquattro giugno milleottocentosettanta — il cielo era sereno e splendido come dodici anni or sono, quando risonava delle grida dei primi assalti e del rimbombo delle prime cannonate.

Arrivarono alla stazione di Pozzolengo, verso le otto, i due treni della strada ferrata ch’eran partiti la notte da Milano e da Venezia. Scesero dal primo il principe Umberto e il principe di Carignano, dal secondo i rappresentanti della Camera e del Senato. V’era il ministro della guerra e il ministro d’agricoltura e commercio, i prefetti di Mantova, di Brescia, di Verona, di Padova di Vicenza; i sindaci di quasi tutte le città del Veneto e della Lombardia; molti generali dell’esercito e della guardia nazionale, ufficiali di tutte le armi, pubblicisti italiani e stranieri, e una folla d’altra gente, invitata alla festa dal Comitato della Società di Solferino e San Martino.

La Francia era rappresentata dal cavaliere de la Haye, luogotenente colonnello di stato maggiore dell’esercito francese, accompagnato dal visconte di Larochefoucault e dal visconte du Ponseau. L’Austria era rappresentata dal cavaliere Alessio de Pollak, luogotenente colonnello di stato maggiore dell’esercito austriaco.

Gran gente era affollata intorno alla stazione. Appena i Principi comparvero, s’udirono vivissimi applausi, con suoni di bande e colpi di cannone. Dopo i Principi, la folla cercò subito con gran desiderio i due ufficiali stranieri. L’ufficiale austriaco vestiva una divisa completamente verde, con un cappello a due punte come quello dei nostri generali, e un pennacchio come gli uffiziali dei nostri bersaglieri. È un uomo alto, sottile, di lineamenti delicati, di aspetto simpatico, di modi cortesi. L’ufficiale francese, una robusta e fiera figura di soldato. Fin dai primi momenti la gente spiegò una particolare simpatia per l’ufficiale austriaco, ed era ben naturale. Egli rappresentava l’esercito che in quella giornata era stato battuto; fra tutti i convenuti alla festa egli era il solo cui la vista di que’ luoghi, la presenza di quella gente, i discorsi, la cerimonia, ogni cosa, insomma, richiamava dei ricordi non lieti. Bisognava dunque farglieli dimenticare, questi ricordi; rendergli quella festa cara com’era a noi; destargli nel cuore un sentimento di compiacenza e di gratitudine tanto vivo, a forza di dimostrazioni di simpatia e di affetto, che ogni altra men grata commozione ne fosse sopraffatta e soffocata. Così si fece, e in ciò la gente diè prova d’una delicatezza squisita, a cui l’ufficiale, dal canto suo, corrispose nobilissimamente.

I due Principi si trattennero qualche minuto sotto uno splendido padiglione vicino alla strada ferrata, poi salirono in carrozza, e seguiti dai soci, dagl’invitati, dal popolo, si avviarono verso il colle di San Martino, alla villa Tracagni, dov’era stata preparata la colazione per tutti. Quel breve tratto di strada fu un continuo spettacolo. I campi formicolavano di gente accorsa dai vicini villaggi; le ville, le chiese, le casuccie più meschine erano ornate di arazzi, di fiori, di quadri; e qua e là, sul piano e pei colli, tra ’l verde degli alberi e delle siepi, biancheggiavano tende e padiglioni: tutta la campagna era parata a festa. E ispirava sentimenti e pensieri da non potersi esprimere, quella pompa di colori allegri, quella gente gaia, quello strepito, quella musica, là dove pochi anni prima, in quello stesso giorno, era corso tanto sangue! A un tratto, a una svoltata, mi si offerse per la prima volta allo sguardo il colle di San Martino, colla sua chiesuola e coi suoi cipressi, bello e terribile, come l’avevo visto tante volte dipinto e sentito descrivere. Mi balzò il cuore. Codesti luoghi famosi par che abbiano il sentimento di quello che sono. Io guardai quel colle, come si guarda una persona, in atto riverente e affettuoso; e mille ricordi mi si affollarono, e riprovai il tremito che mi aveva preso la prima volta che l’intesi nominare, con quelle divine parole: — Hanno vinto!

I Principi e tutto il seguito entrarono nella villa Tracagni dov’era preparata la colazione. Questa villa è una delle case che furono più accanitamente disputate fra Italiani ed Austriaci nella battaglia di San Martino. Quasi rovinata allora, rifabbricata ed abbellita poi, offre oggi un aspetto gradevolissimo; ma nelle pareti delle allegre stanzine, fra le pitture e gli ornati, spunta ancora qualche palla da cannone, che ricorda il passato, e fa un eloquente contrasto con quanto v’ha intorno di grazioso e di ameno.

Finita la colazione, i Principi si mossero verso la chiesa di San Martino, per il famoso viale di cipressi, in mezzo a due ali di soldati di fanteria, di guardie nazionali e di popolo.

La chiesa di San Martino è piccola, e a vederla di fuori non si distinguerebbe dalle altre chiesuole sparse per la campagna, se non per la facciata, sulla quale si vedono tre bellissimi mosaici: uno che rappresenta la Risurrezione del Redentore, ed è quel del centro; l’altro, quello di sinistra, un angelo colla spada in mano; il terzo pure un angelo con una corona d’alloro. L’interno della chiesa ha un aspetto particolare, che colpisce: le pareti nude, l’altare semplice, e sormontato da una grande croce nera che spicca sopra un’amplissima tenda bianca. La tenda scende dalla volta al pavimento, e copre tutto il presbiterio, in modo che, entrando, non si vede nulla che tiri in special modo l’attenzione. Però quell’aspetto modesto e severo prepara l’animo a ciò che si vede poi.

Entrarono i Principi e il seguito, e s’avvicinarono silenziosamente all’altare. Anche la folla di fuori, compresa della solennità della funzione, taceva; tutti gli animi stavano in grande aspettazione.

A un tratto, la tenda bianca disparve, e si videro in fondo alla chiesa, d’un sol colpo d’occhio, due mila teschi umani ordinati in lunghissime file, l’una sovra l’altra, dal pavimento alla volta, così che il muro n’era interamente coperto; le occhiaie tutte volte verso la porta. Nello stesso tempo tuonò il cannone, e suonò la musica.

Io non credo che si dia al mondo uno spettacolo più solenne e più tremendo di questo. Io non so dire quello che si provò in quel momento: — una scossa, un senso di freddo, un tumulto istantaneo nella mente e nel cuore; orrore, meraviglia, pietà. Da ultimo una pietà affettuosa, mista a un sentimento di gratitudine e di venerazione così profondo e così forte, che metteva il bisogno di piegar le ginocchia e pregare. Tutte quelle occhiaie immobili par che ci guardino; in quei nudi teschi par che ci debba essere ancora un alito di vita; pare che qualcosa si debba muovere su quella sacra parete. Son là, Italiani e Tedeschi, confusi; forse il teschio dell’uccisore poco discosto da quello dell’ucciso, gente di paesi lontani, ignoti gli uni agli altri; e chi sa che affetti erano accumulati sovra ognuno di quei capi, e che terribili dolori è costato ognuno! Un padre, una madre, un fratello, che sappiano d’avere il figliuolo o il fratello là, che cosa debbon sentire e pensare guardando que’ teschi, senza saper qual è quello che piangono! Debbono pur fare qualche congettura! È tristo; ma ora almeno le famiglie sanno che le ossa dei loro cari non sono più disseminate per la campagna, sanno che c’è un luogo dove possono andar a pregare, e sentirsi più vicini ad essi; possono dire almeno: — Dove i nostri morti sono sepolti, andarono a inginocchiarsi tre popoli; là si pregò per essi anche da coloro che li uccisero; molte generazioni andranno a piangerli e ad onorarli insieme ai mille che morirono con loro.

Si celebrarono brevi esequie per l’anime dei morti, dopo di che il vicario di Verona venne innanzi, e dai gradini dell’altare lesse un discorso pieno di nobili sensi e di alti pensieri di religione e di patria. Parlò dopo di lui il rettore del collegio di Desenzano, interrotto tratto tratto dagli applausi degli uditori e dal fragore di ripetute scariche del battaglione di fanteria e delle guardie nazionali schierate lungo il viale dei cipressi. Lesse ultimo un discorso il ministro della guerra. Disse dei sacrifici fatti dall’Italia per redimersi dalla schiavitù e costituirsi in grande e forte Stato, del generoso aiuto della Francia, della stirpe dei nostri Re, e terminò apostrofando gli Austriaci morti in battaglia. — Nemici d’un giorno — esclamò — valorosi nemici!... Il vostro sagrificio fu glorioso per il vostro paese. Se la vittoria non potè esser vostra, la mano di odio e lo spirito dei tempi nuovi erano contro di voi; ma non rimpiangete la battaglia perduta, perchè l’odio di razze fu spento nei cuori; rallegratevi, perchè oggi i vostri compagni stringono la mano a noi, uniti tutti nella via comune della civiltà e della giustizia.

Il principe Umberto pose di sua mano accanto all’altare una delle due bandiere portate in dono dalla guardia nazionale di Milano; quindi si mosse per fare il giro del presbiterio, accompagnato da tutto il suo seguito. Allora si potè osservare i teschi da vicino. Molti sono forati dalle palle o rotti dalle scheggie della mitraglia. Sopra alcuni v’è la palla fermata con un filo di ferro nel punto dove colpì; su altri pochissimi c’è scritto il nome del morto o l’indicazione del grado. Qualche teschio è quasi completamente sfracellato. Il principe Umberto si fermò ad osservarne alcuni. Nessuno della comitiva parlava. Poi scesero tutti lentamente in un piccolo sotterraneo che s’apre sotto il presbiterio dove sono ammonticchiate le ossa degli scheletri. Compiuto questo secondo giro, i Principi uscirono dalla chiesa, e dietro a loro tutti gli altri. La folla proruppe in applausi, e il cannone riprese a tuonare.

Si risalì in carrozza e si mosse alla volta di Solferino. Si passò per la strada grande che attraversa con un lungo giro tutto il campo di battaglia, in modo che vedemmo i luoghi dove seguirono gl’incontri più sanguinosi: Pozzolengo, Madonna della Scoperta, il Cimitero. Anche lungo questa strada tutte le case erano imbandierate, e frotte di contadini e di gente venuta dai villaggi parte precedevano e parte seguivano la fila delle carrozze. A destra e a sinistra v’era una sequela sterminata di baracche, di tende, di osterie come s’usano nelle feste campestri; e per tutto gente vestita a festa, bandiere, musiche, grida.

Che stupenda campagna! che colline deliziose! Io non mi potevo saziare di guardarle. Qui — dicevamo — è passata la tale divisione, là il tal corpo d’armata, più in là il tal reggimento di cavalleria; ai piedi di quella collina morì un generale; sulla cima di quell’altra furono appostate due batterie; a ogni svoltata della strada, a ogni rialzo del terreno, ci si destava un ricordo terribile e glorioso. E sempre domandavamo a noi stessi se s’era combattuto proprio là, e quasi non l’avremmo voluto credere, tanto ci pareva strano che si fosse potuto sparger sangue e morire su quei bei campi verdi, in un luogo così allegro, in mezzo a quella serena bellezza di cielo e di terra.

S’arrivò ai piedi del colle di Solferino. Si vide la torre che s’alza sopra la vetta, e tra i merli le tre bandiere, austriaca, francese e italiana; il colle dei Cipressi, erto e scosceso, sulla destra: e pensare che vi si arrampicarono gli zuavi sotto una pioggia di palle tedesche! Ci debbono essere caduti a mucchi, poveri soldati! A sinistra il monte della Chiesa, con la cappella mortuaria sulla cima; dinanzi, sulla spianata, padiglioni, archi, antenne; e dal colle della torre al villaggio di Solferino, dal villaggio alla chiesa, dalla chiesa alla torre, un via vai di gente infinito.

Entrammo nel villaggio: pareva che ci si fosse versato tutto il popolo d’una città. È un piccolo villaggio di aspetto meschino, colle vie anguste e le case rozze e nere; eppure aveva un aspetto ridente. I muri erano coperti d’epigrafi, d’immagini, di ghirlande; e qua e là, intorno alle finestre e alle porte, si vedevano le palle da cannone, dove rade, dove fitte, e accanto un breve spazio imbiancato, con su iscrizioni e date; nei cortili, negli orti, per tutto ov’era una traccia dei guasti della battaglia, l’avevan messa in vista; e la gente interrogava e i contadini spiegavano. Da ogni parte arrivavano al villaggio carrozze, brigate di giovani e di donne, signori a cavallo, guardie nazionali, fanciulli.

Verso il tocco cominciò la cerimonia funebre nella chiesuola di Solferino.

Questa chiesa era prima del cinquantanove un oratorio dedicato a San Pietro. Mezzo rovinata dai cannoni francesi, venne poi ristaurata, e se ne fece il Grande Ossario. È poco più ampia di quella di San Martino, ma più alta, e con due cappelle laterali, che le danno un’apparenza più grandiosa. La facciata è pur coperta di mosaici; e intorno a questa chiesa, come intorno all’altre, si stanno facendo dei giardini. Sul dinanzi, la china del colle fu appianata, e un larghissimo viale scende fino al villaggio.

In mezzo a due ali di soldati e di popolo, i Principi e il seguito salirono alla chiesa ed entrarono. Celebraronsi anche lì brevi esequie pei morti francesi ed austriaci, e poi parlarono monsignor Martini, vicario capitolare di Mantova, il senatore Torelli, e il luogotenente colonnello dell’esercito francese, cavaliere De la Haye. Questi, in nome dell’imperatore Napoleone presentò al Torelli le insegne di grande ufficiale della Legion d’onore.

Il principe Umberto pose accanto all’altare la seconda bandiera della guardia nazionale di Milano, e poi si fece tutto il giro del presbiterio, che è anch’esso da cima in fondo coperto di teschi: seimila e settecento scheletri furono radunati in quell’Ossario. Nel sotterraneo v’hanno parecchie nicchie il cui sfondo è rivestito d’altri teschi, e sul dinanzi di ciascuna s’innalza una gran croce fatta di ossa di gambe e di braccia, abilissimamente disposte, e congiunte con sottilissimi fili di ferro. La croce della nicchia di mezzo è interamente composta di costole. Tutte codeste ossa sono pulite e lucide e ordinate in perfetta simmetria; e punto ribrezzo od altro senso spiacevole ne deriva a chi guarda, tanto vi è visibile e parlante l’impronta della pietà gentile che le raccolse e le compose.

Si entrò poi in una stanza dove son deposti i varii oggetti ritrovati nel disseppellire i morti: medaglioni, anelli, immagini, lettere. Fra l’altre cose v’è un orologio, che pare appartenesse a un soldato francese, e che tocco da una palla o fermato da qualche goccia di sangue, segna ancora le quattro e trentacinque minuti, l’ora dell’ultimo assalto degli Austriaci a Guidizzolo. V’è una lettera d’una madre che manda dieci lire a suo figlio, pregandolo di aver cura della salute e di non far parola di quel dono a suo padre, che non ne sa nulla e potrebbe trovarci a ridire. Un’altra lettera è d’una giovinetta che ringrazia un soldato dell’offerta ch’ei le fece della sua mano, e gli ricorda i cari giorni passati insieme prima della partenza sua per la guerra. Una terza lettera è d’un padre che esorta il figliuolo a compiere coraggiosamente il suo dovere di soldato. Quasi tutti si lesse que’ fogli, e furono i momenti di maggior commozione; non pochi piansero.

Terminata la visita dell’Ossario, si uscì, e ci si trattenne alcuni minuti sotto un ampio padiglione, dove furon lette parecchie poesie. Poi si salì sul colle di Solferino.

Arrivati sulla cima, la più parte si corse a vedere la torre e ci si salì su. Il colpo d’occhio che di là si gode è veramente degno della fama che lo dice uno dei più meravigliosi del mondo. Si vede una gran parte della pianura lombarda, il lago di Garda, le cupole di Mantova, il torrione di Cremona; e sotto, ai piedi del colle, il villaggio, il cimitero, le case sparse, tutto il campo di battaglia, palmo per palmo, come una piazza d’armi. Che cielo poi, e che aria! Da un lato della piazza vicino alla torre, sotto un ampio portico, erano preparate le mense per oltre duecento persone. Dinanzi al portico, si stendeva un grande padiglione sostenuto da antenne fasciate d’alloro e di fiori. La facciata della casa a cui il padiglione appoggiavasi, splendeva, percossa dal sole, e lampeggiava come una parete d’acciaio; cinquemila daghe e cinquemila baionette v’erano raccolte e disposte in trofei, con busti e ritratti del Re e dei Principi, e arazzi e bandiere; una profusione armonica di colori e di splendori che colpiva e rapiva.

Alle tre i Principi entrarono sotto il padiglione, la folla si accalcò intorno allo steccato, e le bande della guardia nazionale di Milano e del 12º reggimento di fanteria cominciarono a suonare alternativamente le marce più popolari dei tre eserciti. Furon poi recate a migliaia di esemplari poesie, discorsi, epigrafi, racconti di episodii della battaglia, d’autori d’ogni provincia d’Italia; i duecento convitati si divisero in molti gruppi e cominciò e si protrasse fino alle cinque una conversazione animatissima.

Però mancava qualcuno in quella bella adunanza! Molti lo pensarono e lo dissero. Chi avesse invitato a quella festa almeno un ufficiale e un soldato per ciascuno dei vecchi reggimenti che furono alla battaglia di San Martino! Chi avesse invitato dieci o venti delle tante famiglie che perdettero su quei colli qualcuno dei loro cari; famiglie di povera gente, coi ragazzi e coi vecchi, che vedessero gli onori che si rendevano ai loro morti, e parlassero al Principe, e sedessero a tavola in mezzo ai generali; quei poveri vecchi che han dato alla patria qualcosa più che il proprio sangue, le proprie creature, il sostegno e la consolazione dei loro ultimi anni! E si fosse fatto venire anche un drappello di soldati francesi, una decina, cinque, uno, uno zuavo, che avremmo fatto a strapparcelo; e soldati tedeschi, un croato, da potergli stringere fraternamente la mano e fargli capire che siamo amici, che vogliamo restar amici sempre, e quelle tante altre cose che ci sarebbero venute sulle labbra in que’ momenti; quanto sarebbe riuscita più bella, più commovente, più solenne la festa!

Poco prima di sedere a mensa, il prefetto di Mantova lesse l’atto d’inaugurazione degli Ossari, che il principe Umberto firmò e dopo lui tutti gli altri.

Alle cinque, tutti presero posto alle mense, le quali erano disposte a raggi, colla tavola dei Principi nel mezzo, in modo che nessuno volgesse loro le spalle. Dinanzi ai Principi v’era una decina di vassoi pieni di palle di cannone staccate dalla torre di Solferino, frammiste a mazzi di fiori. I Comitati s’eran seduti senz’ordine, generali, senatori, sindaci, giornalisti, come veniva veniva, onde riescì più svariata e più gaia la conversazione che s’appiccò subito, in ogni parte della sala, e continuò vivissima per tutto il tempo del desinare.

Verso la fine, corse una voce per tutta la sala: — Silenzio, silenzio, — e tutti tacquero.

Il presidente del Senato s’alzò il primo e propose un brindisi al primo soldato dell’indipendenza italiana.

Il vice-presidente della Camera bevve al principe Umberto e al principe di Carignano.

Il senatore Torelli all’imperatore dei Francesi.

Il ministro della guerra all’imperatore d’Austria.

Il principe Umberto alla gloria e alla prosperità dei tre eserciti.