RICORDI D'INFANZIA E DI SCUOLA
Edmondo De AMICIS
RICORDI
d'INFANZIA
e di SCUOLA
SEGUÌTI DA
BAMBOLE E MARIONETTE — GENTE MINIMA
PICCOLI STUDENTI — ADOLESCENTI
DUE DI SPADE E DUE DI CUORI
MILANO
FRATELLI TREVES, EDITORI
1913
—
Quattordicesimo migliaio.
Proprietà letteraria ed artistica.
I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l'Olanda.
Tip. Fratelli Treves.
Al dottore ANGELO BOCCA
Sindaco di Cuneo
CARO AMICO DEI MIEI PRIMI ANNI
INSEPARABILE NELL'ANIMO MIO
DALLA MEMORIA DELLA CITTÀ ILLUSTRE E BELLA
A CUI MI LEGA AMORE E REVERENZA
DI FIGLIO.
RICORDI D'INFANZIA E DI SCUOLA.
I primi anni.
La traccia più remota ch'io trovi in me della mia coscienza è quella d'un giorno che stavo giocando sopra un mucchio di sabbia con un mio fratellino, maggiore di me di due anni, il quale morì quand'io n'avevo quattro, non lasciandomi neppure una vaga reminiscenza del suo viso. In che maniera mi sia rimasta l'immagine di lui in quel punto, e non l'ombra d'un ricordo di quanto avvenne in casa mia alla sua morte, che avrebbe dovuto lasciarmi un'impressione profonda, è uno di quei tanti misteri della memoria, che tenta invano il nostro pensiero. E non è meno misteriosa per me la certezza assoluta che ebbi sempre, che quella larva con cui giocavo quel giorno era mio fratello, quantunque non abbia nessuna ragione d'esserne certo. A me pare che la mia esistenza sia incominciata in quel momento. Ma dopo di questo ricomincian le tenebre, e non ritrovo più il lume d'una ricordanza che molto tempo di poi: quello d'avere una volta, scendendo la scala di casa, contato i miei anni, che eran cinque, sulla punta delle dita, e d'aver pensato che mi sarei potuto chiamar grande quando per contar la mia età mi fossi dovuto servire anche dell'altra mano. D'allora in poi gli avvenimenti di cui mi rammento, benchè separati ancora da molti spazi oscuri, come i fuochi notturni dei pastori sui monti, sono chiari nella mia memoria come quelli dei periodi più recenti della mia vita.
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Mio padre, genovese, era banchiere regio dei sali e tabacchi in una piccola città del Piemonte, che è per il sito e per i dintorni una delle più belle d'Italia: posta sull'ultimo lembo d'un altipiano, che si protende a punta e sovrasta al confluente d'un fiume e d'un torrente, i quali la cingono come d'un abbraccio; e di là dalle rive si stende, ascendendo ad anfiteatro, una campagna floridissima, tutta macchie e vigneti, coronata dalle Alpi imminenti. Tutti i ricordi dell'infanzia mi si disegnano alla mente sul verde vivo di quella campagna, sull'azzurro chiaro di quelle acque, sulla neve luminosa di quelle alte montagne. Abitavamo in una casa spaziosa, che guardava da una parte sul fiume, e aveva a terreno l'ufficio e i magazzini, e davanti un giardino, un orto, due grandi pergolati, e un vasto cortile; il quale si riempiva due volte la settimana dei carri dei rivenditori, discesi a far le provviste fin dai villaggi più lontani del circondario; e quei giorni era un moto, un traffico, un rumorìo di mercato, nel quale io mi tuffavo con gran piacere, correndo qua e là fra le bestie e la gente e su per i sacchi e le casse, curioso e eccitato, e un poco anche inorgoglito dal pensiero che tutto quell'affaccendamento mettesse capo a mio padre, che mi pareva un personaggio più potente d'un ministro. Ma le impressioni più belle e più forti di quei primi anni furono quelle che ebbi dalla natura: tanto belle che, ripensando a quel tempo, mi pare che non ci siano più stati al mondo splendori di sole così sfolgoranti, lumi di luna così limpidi, primavere così fresche e così odorose; tanto forti che anche ora il piacere che mi dànno l'aurora, il tramonto, la pioggia, la neve, l'odor della terra e il profumo delle rose e delle viole, deriva in gran parte dal ricordo delle sensazioni che tutte quelle cose mi destavano allora. Per il luogo e per le circostanze in cui trascorsi la mia infanzia, non avrei potuto esser più fortunato. Mi è sempre stato un conforto dolcissimo il pensiero d'esser cresciuto in cospetto di quella vasta bellezza alpina, in quella casa grande e sonora, inondata di luce e scossa dai venti, tra il verde di quel giardino che mi pareva immenso, in mezzo a quel trambusto di arrivi e di partenze, di lavoro e di grida, che metteva in moto ogni momento la mia immaginazione e le mie gambe, e mi faceva vivere una vita intensa e varia, tra cittadina e campestre, un po' da figliuol di signore e un po' da ragazzo d'officina, libera e vigorosa come l'aria purissima che respiravo.
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Un ricordo vivo di quegli anni, che mi fa ancora sorridere, è la condizione singolare in cui mi trovavo davanti a mia madre e a mio padre in riguardo del linguaggio. Portato via, che non avevo ancor due anni, da Oneglia, dov'ero nato e cominciavo a balbettare il genovese, e trapiantato in una città dove si parlava un dialetto diversissimo, avevo scordato quello affatto, e imparato questo dalle persone di servizio e dai miei nuovi concittadini coetanei avanti che i miei parenti ci si cominciassero a raccapezzare; perchè ai bambini il linguaggio che intendono dai compagni di gioco e dagli inferiori ossequiosi si attacca più prontamente di quello che sentono in casa. Ne seguì che per un bel pezzo mia madre ed io ci capimmo poco o punto; ed eran scene comiche, che facevan ridere tutti i presenti, quando essa mi dava una lavatina di testa in genovese ed io mi giustificavo e protestavo in piemontese, e la disputa andava per le lunghe, essendo grammatica tedesca per ciascuna parte le argomentazioni dell'altra; tanto che molte volte, per finirla, bisognava chiamare per interprete uno dei miei fratelli. E così a tavola due volte il giorno, essendo io il solo che parlasse il nuovo dialetto e non capisse l'altro, feci per molto tempo la figura d'un forestiero intruso, d'un trovatello raccolto nella città nuova, impacciato a chieder molte cose e costretto spesso al silenzio, come quei viaggiatori che si trovano solitari a una tavola rotonda d'albergo in mezzo a commensali di un'altra nazione. Non fu che anni dopo che cominciai a parlare in casa il mio dialetto d'origine, che ora posseggo quanto l'altro; ma la pianta aveva già preso il colore del concio piemontese, e però son sempre rimasto il più piemontese della famiglia; benchè, passata la prima gioventù, mi sia nato e andato crescendo sempre con gli anni, per la virtù crescente delle memorie familiari, un affetto dolce e profondo per la mia regione nativa.
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Fra le memorie della mia infanzia tiene un posto di principessa, accanto a mia madre regina, una vecchia serva, uno dei cuori più buoni e più dolci ch'io abbia conosciuto al mondo; della quale ho davanti agli occhi, lucidissimo, il piccolo viso sorridente, vero specchio dell'anima, e sento ancora la voce amorosa e tremola, di cui si diceva in casa che pareva la voce d'un'anima del purgatorio. Si chiamava Maddalena. Era come una seconda madre per me: nascondeva le mie piccole malefatte, si rallegrava come una bambina d'ogni mia gioia, s'affannava d'ogni mia sbucciatura come d'una grande disgrazia, e mi dava dei santi consigli dalla mattina alla sera; ed io le volevo bene come un figliuolo, le stavo appiccicato alle sottane ore intere, a farmi raccontar cento volte le stesse storielle, che mi parevan portenti di fantasia, e volevo addormentarmi tutte le sere al suono del suo canto lamentevole, che somigliava alle nenie degli Arabi. Posso dire che le ho serbato gratitudine per tutta la vita, e giurare che, se c'è un mondo di là, dove dobbiamo rivedere le persone care, sarà lei una delle prime che cercherò nello sciame bianco, e di quelle a cui volerò incontro con un remeggio d'ali più vigoroso. Strani giochi della memoria! Perchè essa mi condusse una sera con altri ragazzi a fare i rotoloni giù per una china, verso il fiume, dov'erano moltissime lucciole, la sua immagine mi si presenta quasi sempre coronata di lucciole, come la Madonna di stelle; e perchè fu lei che m'insegnò a intrecciar coroncine coi fiori rossi e azzurri che fanno tra il grano, oggi ancora mi balena davanti il suo viso ogni volta che vedo accoppiati, o in natura o in pittura, quei due colori. E m'è rimasta impressa così addentro nel cuore quella buona donna, che anche al presente, quando sogno qualche mio grande dolore, vedo qualche volta lei, con la rocca infilata nella cintura del grembiale, che mi guarda con viso ansioso, come faceva nel rialzarmi da una caduta, e sento la sua voce dolce che mi dice parole confuse di compassione e di conforto. Ah! se la rivedessi viva, quando mi risveglio da quei sogni, come darei ancora il capo bianco alle sue braccia, con che dolcezza piangerei ancora sulle ginocchia della mia vecchia Maddalena!
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Non per altro che per ignoranza, con l'intento di ricrearmi, fu lei che fece di me per un certo tempo una delle vittime più compassionevoli, che siano state mai, del terrore dei fantasmi; e questo con un solo racconto, che essa disse sbadatamente, filando — me ne ricordo bene — e dando ogni tanto un'occhiata alla pentola, dove bolliva la minestra per la cena. Era la storia della Morte, che, beffata da un ragazzo, gli annunzia che verrà a pigliarlo nel letto la notte; e il ragazzo, la notte, sente prima il passo di lei per la strada, poi all'uscio della camera, poi dentro; e infine la Morte se lo porta via. Questa storia mi diede una vera malattia di paura. D'immaginazione viva com'ero, io sentivo veramente, da letto, il passo della Morte, e rabbrividivo, sudavo freddo, tremavo da battere i denti; saltai più d'una volta giù dal letto e corsi nella camera di mia madre, gridando aiuto. E da quello mi nacquero cento altri terrori. Per molti giorni mi atterrì la solitudine anche di giorno; tremai alla vista improvvisa d'un lenzuolo steso, che mi pareva il mantello dello spettro; ebbi paura d'un vecchio allampanato, che da una finestra d'un ospizio di cronici, che prospettava la mia casa, mi guardava lungamente, quando giocavo nel cortile; e credo che mi sarei ammalato davvero, se non fossi stato di fibra molto robusta. È ancora così forte in me il ricordo di quei tormenti che quando in una casa o in un giardino pubblico vedo una governante nell'atto di raccontare una favola a dei bambini, provo un senso d'inquietudine, e son tentato d'avvicinarmele, per assicurarmi che non racconti loro nulla di terribile, e per pregarla di smettere, quando ciò fosse. Povera Maddalena! Essa rimase più spaventata di me degli effetti della sua imprudenza, e fece punto fermo coi suoi racconti, inesorabilmente; ciò che le alleggerì di molto le fatiche del servizio, perchè la mia curiosità insaziabile metteva alla tortura il suo povero cervello, che non era quello del Dumas padre, sebbene io le concedessi un uso larghissimo della ripetizione. — Mai più! mai più! — rispondeva alle mie preghiere. — Che nostro Signore mi perdoni, povera testa voida che sono stata!
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I miei primi compagni furono i figliuoli d'uno dei nostri facchini, il quale abitava in una casetta accanto al portone del cortile, e faceva anche da portinaio. Erano una tribù di ciabattoni, che facevano scala, come le canne degli organi, da un anno ai dodici, e ogni anno ne saltava fuori dalla casetta uno nuovo. Per me, figliuolo del padrone, avevano un certo ossequio di servitorelli, e mi ricordo che inclinavo ad abusarne. Ma su questo punto mio padre e mia madre erano severi, non me ne lasciavano passar una, ed è una delle cose di cui son loro più grato. Non si lasciavano sfuggire un'occasione di rintuzzare in me l'orgoglio signorile, d'inculcarmi il sentimento dell'uguaglianza e il rispetto della povertà. In ogni litigio che nascesse fra me e i piccoli mangiatori di polenta, se io non avevo proprio della ragione da buttar via, mi davano torto. E quando commettevo qualche grossa prepotenza, mia madre aveva un modo particolare di farmi ravvedere e chieder scusa: coglieva quel momento per fare alla famiglia uno dei regali soliti di biancheria o d'abiti smessi, che per quella povera gente era tanta manna, e voleva che portassi io stesso la roba, non accompagnato. Con la soddisfazione del compiere l'atto benefico m'entrava nel cuore il pentimento del sopruso, e con questo la vergogna; la quale alle volte mi teneva un pezzo titubante e mi faceva fare molti zig zag nel cortile, prima di presentarmi; e provavo poi un grande piacere quando, nel porger l'involto alla mamma, vedevo il piccolo offeso sorridermi, facendo capolino di dietro all'uscio, dove s'era rimpiattato al mio apparire. Il mio prediletto era Franceschino, un trippettino biondo, d'un par d'anni più di me, gran cacciatore di lumache al cospetto di Dio; che n'avrebbe scovate fin nelle crepe dei muri, e le faceva arrostire a modo suo, per semplice formalità, con un fiammifero. Un giorno, nel cortile, fui colpito nella fronte da un sasso ch'egli aveva lanciato in aria alla cieca: m'uscì il sangue, strillai, accorse mia madre, e un momento dopo la portinaia, che s'avventò sul ragazzo come una furia per pestargli le ossa. Questi, scappando in giro come una rondine, atterrito, passò accanto a noi, mia madre l'arrestò, e mentre m'aspettavo che facesse lei le mie vendette, gli mise le mani sul capo e se lo strinse al petto, per difenderlo, dicendo alla donna: — Non l'ha fatto apposta, non lo picchi, è perdonato. — Quell'atto mi cacciò dall'animo come per incanto ogni risentimento, e quasi non sentii più il dolore. Questo si chiama educare.
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Fra le mie memorie di quel tempo v'è un angelo dipinto a fresco sulla vôlta d'una cappella del duomo, dove andavo la domenica a sentir la messa con la famiglia: un'alta figura alata, ravvolta in un camicione bianco, di viso soavissimo, che pareva mi guardasse coi suoi grandi occhi azzurri. Fu quella figura che mi destò il primo sentimento religioso, facendomi pensare quanto fosse dolce il vivere dopo la morte in mezzo a migliaia di creature così belle, buone e bianche, seduto sopra le nuvole, dentro una gran luce rosata, in un'aria odorosa d'incenso, al suono dell'organo. Ricordo che pensavo a quell'angiolo ogni sera, mentre dicevo il Paternoster e l'Avemaria, prima di andare a letto, e che davo con l'immaginazione la sua forma all'angelo custode che credetti fermamente, per un pezzo, mi venisse accanto dalla mattina alla sera, invisibile. Tanto ci credevo che sovente, nei miei giochi, m'interrompevo, per domandarmi dov'egli stesse in quel momento, se davanti a me o alle spalle o dai lati, se vicinissimo o un po' discosto, se con l'ali aperte o ripiegate, e anche mi guardavo attorno, qualche volta, con la vaga idea, se non di veder lui in persona, almeno qualche indizio della sua presenza, alcun che di bianco, una forma vaporosa, un bagliore fuggente. Avevo la fede, se così può chiamarsi quello che allora sentivo; ma non rammento d'aver mai avuto paura dell'inferno, al quale quasi neppur pensavo, come a una cosa che non riguardasse i ragazzi. La religione era per me come la visione confusa d'una grande bellezza e un sentimento indeterminato di tenerezza e di bontà per tutti e per tutto, fin per i più piccoli insetti, che nei giorni di zelo più vivo badavo a scansare coi piedi. Dal che seguì che quando ebbi in chiesa le prime lezioni di catechismo dal parroco, che non ci metteva nè miele nè fiori, mi parve che m'avessero mutata la materia, e, senza rendermene chiara ragione, rimasi male, come uno che, aprendo un libro con l'idea di leggere un poema, si ritrovi sotto gli occhi un trattato scolastico. M'urtò in special modo, senza però turbarmi, quel nodoso dito sacerdotale sempre eretto e agitato in atto di minacciare le pene eterne. Quando facevo a mia madre qualche domanda relativa alla religione, non la interrogavo mai che sul paradiso, che era per me l'oggetto d'una curiosità vivissima, e intorno al quale pensavo che i grandi avessero delle cognizioni molto più precise che i bambini. E quando udivo dire d'una persona morta: — È andata in paradiso, — credevo che si dicesse per aver visto veramente qualche cosa di quella persona, come un'ombra o una fiamma, volare in alto e perdersi nell'azzurro. Quel pensiero del paradiso fu così forte allora nella mia mente, che mi attrassero poi sempre, anche nell'età matura, e mi dilettarono vivamente l'immaginazione tutte quelle scene di teatro, anche rappresentate alla peggio, nelle quali per uno squarcio delle nuvole, a traverso a un velo bianco trasparente, si vedono in un fondo luminoso delle vaghe figure celesti, sedute in vari ordini di seggi, come nell'ultima visione di Dante. Anche a vedere il paradiso in una baracca di burattini ci ho altrettanto piacere che il più piccolo degli spettatori.
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L'angelo custode non mi guardò dal crup, al quale scampai per miracolo, dopo che il medico m'aveva dato per perso. Non ho memoria alcuna dei patimenti provati, che furono atroci, come seppi poi da mia madre, poichè, già soffocato a mezzo, durai per ore a rantolare e ad annaspar con le mani, come un naufrago, rimovendo da me chiunque mi s'accostasse, come se mi rubassero l'aria, e supplicando coi cenni che si spalancasse la finestra. Ricordo soltanto che stavo spesso con l'orecchio teso per sentire se cantasse il corvo di fuori, perchè m'aveva detto Franceschino che il giorno prima della morte di mio fratello s'era sentito cantare un corvo sul tetto della casa. Ricordo d'aver visto per un momento ritta accanto al mio letto la forma nera del parroco. E un'altra cosa m'è rimasta in mente, che ancora mi fa fremere. Uscendo una mattina il medico dalla mia camera, mio padre e mia madre l'accompagnarono nella stanza accanto; donde mi venne all'orecchio un suono di voci sommesse, e poi un'esclamazione terribile di mio padre: — Anche questo! —; terribile al mio cuore in appresso, quando seppi che significava: — Anche questo figliuolo mi è tolto, — poichè il medico gli aveva levata in quel punto ogni speranza; ma non già allora, perchè non compresi. E così non compresi perchè mio padre, poco dopo, si sedesse a un piccolo tavolino accosto al letto, e menasse la matita sopra un foglio di carta, guardandomi spesso attentamente. Mi fu detto poi che, compiendo uno sforzo eroico, egli m'aveva fatto il ritratto a matita, per avere almeno quella memoria del mio viso, non ci essendo ancora in città, a quel tempo, nessun fotografo. Povero padre mio! Conservo ancora quel ritratto che mi fu lasciato da mia madre, e mi prende una pietà infinita, quando lo guardo, a pensare con quale strazio nell'animo furono fatti da lui tutti quei tratti minutissimi, che paiono l'opera d'un artista tranquillo, e specialmente quell'arruffio di riccioli bruni, sui quali egli era già preparato a darmi l'ultimo bacio. La crisi che mi salvò, la gioia dei miei parenti, la convalescenza, tutto è svanito dalla mia mente. Non mi rammento che la prima volta che fui riportato nel giardino, con un cuffietto in capo e un fazzoletto al collo, accompagnato a festa da tutti i miei, seguiti dalla povera Maddalena che piangeva dalla consolazione; rammento che era una mattina di primavera, e che provai un piacere delizioso, come se m'apparisse per la prima volta ogni cosa, al riveder la luce del sole, gli alberi fioriti, e il gatto, che si arrestò a guardarmi, stupito.
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Fra quella e la prima impressione della scuola ne ricordo un'altra, che ebbi dalla prima cognizione d'un grande dolore umano, e che vorrei poter cancellare dalla mia memoria, in cui è incisa come una ferita nella carne. C'era accanto alla nostra casa l'ospedale militare, e davanti a questo una casetta, dove abitava l'amministratore, tenente di fanteria, con sua moglie: una coppia simpatica alla città intera, che parevano fratello e sorella, e che io vedevo spesso dalla finestra passare sul viale dei bastioni, con due bambini bellissimi, fra i quattro e i sei anni, che tutti ammiravano. Una mattina, tornando con Maddalena da una passeggiata, vedemmo molta gente che s'affollava davanti all'ospedale, trattenuta a stento dai bersaglieri di guardia, tutti col viso alzato verso le finestre della piccola casa, dalle quali, tra varie voci concitate e confuse, usciva un singhiozzo di donna violento, strozzato, disperato, più somigliante all'urlo che al pianto, e che a molti della folla strappava le lacrime. Maddalena interrogò qualcuno. La risposta gelò il sangue a me pure, benchè bambino. Era accaduto questo: che il farmacista dell'ospedale, dovendo mandare della santonina per i due bimbi malati, aveva mandato invece della stricnina, e le due povere creature, prese le polveri a un tempo, erano morte quasi nello stesso punto fra le braccia del padre e della madre. La buona Maddalena si cacciò le mani nei capelli e si diede a esclamare senza fine, piangendo dirotto: — Ah povera gente! Ah povera gente! Ah povera gente! — Poi, quando fummo sull'uscio di casa, che era l'ora di desinare, mi raccomandò in fretta di non dir nulla alla mamma, chè se no, avrebbe digiunato. Ma appena entrata, al veder mia madre seduta, che piangeva, con la fronte nelle mani, comprendendo che già sapeva, proruppe in un'esclamazione d'angoscia quasi collerica, che mi scosse il cuore, benchè io non capissi ancora che era un'eco del grido eterno dell'umanità flagellata: — Signore Iddio misericordioso, come possono accadere di queste cose!
La prima scuola.
Prima dei sei anni fui mandato a imparar l'alfabeto da un maestro che teneva scuola in un ospizio di ragazzi poveri, nella quale erano ammessi a pago anche alunni esterni di famiglie agiate. V'andai volentieri; m'hanno sempre attratto fortemente tutte le cose nuove: se la natura m'avesse dato la virtù del persistere pari all'ardore dell'incominciare, sarei forse diventato un pezzo grosso. Il maestro era un uomo sui cinquanta, zoppo, senza barba, imparruccato, una figura di vecchio barbiere; ma di umor vivace, tanto che covava in quel tempo l'idea d'un matrimonio, che compì poi, con una ragazza ventenne; la quale era cagione di certe sue giornate radiose, in cui stava ritto sulla gamba sana con una certa grazia di cicogna, come in atto di farsi beffa dell'altra. Non aveva cultura; ma mente aperta e lucida, sapeva insegnare, che è una virtù assai rara fra gl'insegnanti, e render la scuola piacevole. Per insegnar la nomenclatura aveva fatto egli stesso un gran numero di cartelloni, nei quali erano disegnati e dipinti con colori chiassosi, e con cert'arte ingenua, e precisa, efficacissima sui ragazzi, campi e piazze, interni di case e d'officine, con scene relative a tutti i mestieri, animate da molte figure d'uomini e d'animali; e quei cartelloni, che mi parvero capolavori, e che ricordo con una chiarezza maravigliosa, mi fecero un'impressione così viva e piacevole, che in tutta la vita non ebbi mai più dalla pittura (Raffaello, perdonami) un diletto più delizioso.
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Nella scuola, lunga e nuda come un camerone di caserma, v'erano due file di rozzi tavoloni congiunti: una fila per gli alunni esterni, l'altra per quelli dell'ospizio, i quali eran tutti vestiti di panno grigio. La distinzione non era soltanto nel posto e nel vestire; ma anche nel trattamento che usava il maestro, il quale faceva ancora una seconda distinzione fra gli esterni di famiglia cospicua e quelli della piccola borghesia. Egli aveva la voce dolce per i signori, agrodolce per i borghesucci, agra per i poveri: questi castigava a ceffoni, scrollava gli altri per le braccia, non toccava i primi. Io appartenevo all'ordine degli scrollati. C'era tra i primi (come lo rivedo!) il figliuolo d'un banchiere, guardato con rispetto profondo da tutti; intorno al quale correva la leggenda favolosa che giocasse alla guerra in casa sua, facendo delle fortezze con gli scudi, e rappresentando assediati e assedianti con lire d'argento, fra cui gli ufficiali eran marenghi e i generali doppie di Genova, e i proiettili fiammiferi accesi, dei più fini. C'era il figliuolo d'una bella signora, che compariva alla scuola a quando a quando, vestita con gran lusso; sulla quale i ragazzi più grandi dell'ospizio facevano a bassa voce dei commenti, ch'io non capii che anni dopo, quando seppi che essa non era in regola con lo stato civile; il che mi spiegò pure perchè quel povero ragazzo piangesse qualche volta di certi scherzi, di cui mi pareva allora che avrebbe dovuto ridere. C'era anche il figliuolo d'un giudice di tribunale, che ci minacciava spesso di farci agguantare dai carabinieri, e mi ricordo d'un fatterello che lo riguarda: che un giorno, avendolo ingiurato un ragazzo dell'ospizio, il maestro, infuriato, afferrò il colpevole per un orecchio, e scotendogli il capo violentemente, gli urlò sul viso: — Ma non sai, ma non sai, di-sgra-zia-to, che quello è il figliuolo d'un giudice? — Che cose! Che tempi! Il vecchietto zoppo, adesso, farebbe ancora la tirata d'orecchi, forse anche più forte; ma non direbbe più la frase.
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Non ricordo in quanto tempo io abbia imparato a leggere. Credo non meno presto di quello che si faccia ora dopo cinquant'anni di progressi didattici. Ma ho ben presente alla memoria che una mattina di domenica, in casa, avendomi un mio fratello messo sotto gli occhi un libro di lettura per vedere a che punto fossi, rimase maravigliato che io leggessi già quasi corrente, e ne diede la notizia a mio padre e a mia madre, i quali se ne rallegrarono come di cosa inaspettata. Mi rallegrai anch'io di quel riconoscimento ufficiale della mia uscita dalla classe illetterata; ma per una mia ragione particolare, da cui mi derivò un disinganno spiacevole. Io m'ero immaginato che bastasse saper leggere le parole per divertirsi alla lettura di qualunque libro, come vedevo che facevano i grandi. Con questa illusione, quel giorno medesimo, tirai giù un volume a caso dalla libreria di mio padre, e mi misi a leggere. Era il libro Della tirannide di Vittorio Alfieri. Lessi una mezza pagina, la rilessi, e restai lì stupito e scontento: non ci capivo un'acca, come se fosse stato ebraico. E non me ne potevo capacitare. — O come va questo? — mi domandai. — È scritto in italiano, so leggere, e non intendo nulla! — Pensai d'esser cascato sopra un libro difficile: ne presi un altro. Era il Primato del Gioberti. Rifeci la prova. Peggio che peggio. Cominciai a capire allora che mi rimaneva molt'altra strada da fare prima di entrar nel regno della letteratura, e, scoraggiato, lasciai i libri e corsi a giocare, non confessando ad alcuno la mia delusione, di cui sentivo vagamente il ridicolo. Ma pochi giorni dopo ebbi un conforto. Il facchino portinaio, salito in casa per pigliare un mobile, vedendo un libro sopra un tavolino, ne compitò il titolo, a voce alta, per farmi sentire che sapeva leggere; ma lesse: — Opere schelte. — Io lo corressi, si persuase, e mi ringraziò. Fu per me una viva soddisfazione d'amor proprio che mi fece rialzare la fronte e ritornare fiducioso agli “studi„.
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Furono interrotti i miei studi da un grande viaggio, del quale serbo il ricordo come d'un sogno stupendo: un viaggio che feci con mia madre a Valenza, dove una sorella m'aveva innalzato alla dignità prematura di zio: una visione confusa di paesi ignoti, inquadrati in finestrini di vagoni e di diligenze; nella quale sono grandi lacune nere di spazio e di tempo, che mi paiono corrispondere a lunghi sopori misteriosi; e fra l'una e l'altra, in una luce vivissima, particolari di nessun conto, come un gatto visto sopra un tetto o un cencio rosso appeso a una finestra, e dei via vai d'ombre umane senza viso, e suoni vaghi di campane sconosciute, il cui ricordo mi ridesta il sentimento provato allora, d'una lontananza immensa della mia casa e della mia scuola. Uno dei ricordi più netti è la curiosità ardente con cui mi guardai attorno quando scesi alla stazione d'Alessandria, con l'idea di vedere all'orizzonte una specie di gran muraglia della China, un ammasso enorme e intricato di bastioni e di torri merlate, che si disegnassero nel cielo come una cresta alpina, mostrando le bocche di mille cannoni e le baionette di un esercito di sentinelle. Credo che la mia passione di girare il mondo sia nata dalle commozioni straordinarie che ebbi in quel viaggio; durante il quale mi rammento che mia madre doveva frenare di continuo le mie impazienze, ritenermi per un braccio quando mi lanciavo allo sportello, e farmi cenno di parlare più basso quando esprimevo i miei sentimenti con esclamazioni a voce alta, che facevano ridere tutti i viaggiatori. E non solo per il diletto che provai ho sempre creduto che i denari meglio impiegati dai parenti per l'educazione dei fanciulli siano quelli spesi a farli viaggiare; ma anche, e più, perchè ricordo bene (e me l'affermarono i miei) che quel breve viaggio fece fare quasi un salto alla mia intelligenza; tanto che, tornato a scuola, feci più profitto in un mese che non ne avessi fatto prima in parecchi. E così sempre, in appresso, risentii dopo ogni viaggio un rinvigorimento di tutte le facoltà dello spirito, mi ritrovai in uno stato di coscienza intellettuale somigliante a quello che ci è frequente nell'adolescenza, quando, voltandoci indietro a considerare ciò che eravamo poco tempo avanti, ne sentiamo quasi pietà, come dello stato d'un essere inferiore, che ci sia rimasto di sotto, a una grande distanza.
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Il giorno che tornai a scuola mi lasciò nell'animo un ricordo incancellabile. Prima che entrasse il maestro, i ragazzi dell'ospizio mi diedero la notizia che era morto il giorno avanti un loro e mio condiscepolo, del quale ricordo il nome: Giacinto, e mi domandarono se lo volevo vedere. Risposi di sì, spensieratamente, e condotto da uno di essi, m'andai a affacciare all'uscio d'una cameretta a terreno, dov'era disteso in letto il cadavere, col capo scoperto. Quel viso immobile e bianco, con gli occhi vitrei spalancati in un'espressione di stupore sovrumano, mi fece un senso così profondo di terrore e di ribrezzo, che per quanto durò la scuola non intesi nulla, e arrivato a casa, mandai giù a stento due bocconi per non farmi scorgere, e non dissi una parola; assorto sempre nell'immagine di quel viso, che mi stava davanti, solenne, misterioso, terribile, come il viso d'uno spettro che sorgesse da terra dovunque io volgessi lo sguardo. Non sfuggì il mio stato d'animo agli occhi di mia madre, che m'interrogò, e mi indusse, insistendo, a dirle il vero. Mi fece rimprovero della curiosità che m'aveva spinto a vedere; ma subito sviò da questo il discorso, impietosendosi per quel povero ragazzo morto in un ospizio di poveri, senza padre nè madre, che forse non aveva mai conosciuti, senz'alcuna assistenza amorosa, non pianto da alcuno, e che sarebbe stato sepolto senza un fiore sul feretro, e non ricordato da anima viva. Quelle parole mi destarono in cuore un senso di compassione e di tenerezza, che non ne scacciò al tutto, ma vi scemò assai, e quasi coperse d'un velo il terrore, volgendo a un altro corso i miei pensieri; a traverso ai quali quel viso bianco mi apparve sotto un nuovo aspetto, più doloroso che spaurevole, come ingentilito dall'aureola ideale della sventura. Ma per tutto quel giorno scansai sempre di trovarmi solo dove si fosse, e la sera volli che mia madre mi stesse al capezzale fin che fossi addormentato, a ripetermi le parole d'amore e di pietà, che velavano di bianco ai miei occhi il fantasma della morte.
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Stetti quasi due anni a quella scuola, che non mi riuscì punto faticosa, grazie al buon senso del maestro, e anche all'uso didattico di quel tempo, nel quale si misurava forse meglio d'adesso la capacità cerebrale dei fanciulli. E fu sul finire del second'anno che incominciai a leggere qualche libro, e a comprendere. La prima commozione profonda che ebbi dalla lettura me la diede un capitolo del Giannetto dov'è raccontata una scappata di casa del piccolo protagonista, il quale, dopo varie corse e avventure, ritrovandosi solo in campagna al calar della notte, preso dalla paura e dal pentimento, mentre sta per darsi alla disperazione, è ritrovato e ricondotto fra i suoi. Tremai e piansi a quella lettura, mi ricordo, e, chiuso il libro, m'andai a avviticchiare al collo di mia madre, giurando in cuor mio che mai, mai al mondo mi sarei arrischiato a una così tremenda avventura. Ma che è mai l'animo dei ragazzi, che può ricevere l'una sull'altra, egualmente profonde, due impressioni di natura opposta, e che potenza maravigliosa ha sulla fantasia fanciullesca ogni finzione! La mia seconda lettura fu la Vita d'un bandito: un vecchio libro ch'io scovai per caso nei fondi della biblioteca di casa, e che poi andò perduto; con mio grande rammarico, poichè ebbi più tardi cento volte il desiderio di rileggerlo, appunto per la forte scossa che n'avevo avuto da bambino. Non ricordo di qual paese nè di che tempo fosse quel soggetto da galera che correva i monti e le foreste rubando e accoppando, e uscendo sempre vittorioso, con stratagemmi sbalorditoi, dalle sue lotte temerarie con “l'arma benemerita.„ Ricordo solo che mi appassionai per lui come per un eroe, che la sua vita errante e tempestosa mi parve così bella e desiderabile da farmi vagheggiare in segreto il disegno di darmi alla macchia non appena l'età me lo consentisse, e che m'infervorai a tal punto in questo sogno che già dalle finestre di casa mia cercavo con lo sguardo per la campagna quale via avrei preso per la fuga, e su quale delle alture lontane avrei fatto il mio primo bivacco brigantesco, e forse affrontato per la prima volta la forza pubblica. Ah, come sarebbe rimasto male, se m'avesse potuto veder nell'animo, il povero autore del Giannetto!
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Ma proprio nel più caldo dei miei entusiasmi criminali mi seguì un'avventura che mi fece rinunziare di punto in bianco alla nobile carriera che vagheggiavo. Avevamo in casa un vecchio gatto rosso, al quale volevo un gran bene, e che soleva dormire ogni sera sulle mie ginocchia. Mi prese un giorno il ghiribizzo di condurlo a spasso come un cagnolino, e gli legai al collo una corda, con un nodo largo e fermo, che non gli desse noia, e non si potesse stringere. Ma, fatto appena il nodo, egli mi scappò, e non mi riuscì di raggiungerlo; nè lo rividi più per quel giorno. La mattina dopo, giocando nel giardino, lo vidi per di dietro fra i rami d'un albero, come appostato, nell'atto d'avventarsi sopra un uccello. Lo chiamai: non si mosse. Mi feci sotto l'albero, per guardarlo nel muso. Rabbrividii. Era morto. Impigliandosi fra i rami, la corda gli s'era avvolta e serrata intorno al collo come un serpente, e l'aveva soffocato. Pien di spavento e di dolore, corsi a confessare il mio delitto a mia madre, piangendo e supplicandola di non dir nulla a mio padre, al quale il gatto era carissimo. Mia madre mi perdonò e promise il silenzio, il gatto fu sepolto di nascosto, nessuno tradì il segreto. Ma fu un momento terribile quando mio padre, a tavola, uscì a dire tutt'a un tratto: — O dov'è andato il gatto rosso, che non si vede più? — Non debbono esser sonate più terribili al primo fratricida le parole divine: — Caino, che cos'hai fatto di tuo fratello? — Mi sentii la coscienza d'un assassino. Non potei reggere allo sguardo di mio padre, che pareva mi leggesse nel cuore. Finsi di sentirmi poco bene per scappar da tavola, e m'andai a chiudere nella mia camera, dove mi buttai sul letto, col cuore oppresso dalla paura e dal rimorso. C'era sul tavolino da notte la Vita d'un bandito. Al veder quel libro mi balenò un pensiero salutare; il dubbio di aver mai l'animo così forte da potermi dare con fortuna alla poetica professione che avevo scelta. Meditai alquanto su quel problema. E venni a questa conclusione: — No. Tu che sei ridotto in questo stato per la morte d'un gatto, che pure non morì di tua mano, no, tu non avrai mai l'animo di ammazzare dei carabinieri. — Il pensiero era espresso in parole più riguardose per il mio amor proprio; ma, insomma, era quello. E rinunziai da quel momento alla vita del brigante, e ridivenni Giannetto.
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Fu una sera di quell'anno stesso che il mio buon padre, sempre inconsapevole della corda, mi condusse la prima volta al teatro, dove una povera compagnia drammatica rappresentava il Tartufo del Molière. Prevengo la disapprovazione degli scrupolosi: la commedia non appannò nemmeno la mia purità infantile, perchè non ne capii il bellissimo nulla. Una sola frase richiamò la mia attenzione. Quando Tartufo, torcendo il collo e giungendo le mani, disse alla signora: — Voi avete certe armi! — tutto il teatro diede in una risata, della quale non compresi il perchè, non vedendo indosso all'attrice nè pugnali nè pistole. E domandai a mio padre: — Quali sono queste armi? — Egli sorrise, passandosi una mano sui baffi, e dopo una breve esitazione rispose: — Per armi, in questo caso, s'intende la bellezza, la grazia.... i modi gentili.... — Ne capii poco più di prima. Ma per me furono uno spettacolo incantevole la sala, il triplice ordine dei palchi, il lampadario, i lumi della ribalta, e soprattutto il telone dipinto, che rappresentava una rivolta di popolo contro un feudatario del medioevo: la commedia non mi parve che un accessorio di quelle maraviglie. E all'uscita feci rider mio padre esclamando con entusiasmo: — Ah, quanto mi son divertito! — Buon padre mio! Anche privando sè di molte cose, egli ci procurava ogni specie di divertimenti, e quando mia madre gli faceva qualche osservazione sulla spesa, le soleva rispondere: — Eh, poveri figliuoli; abbelliamo loro la vita quanto ci è possibile; chi sa mai quale sarà il loro avvenire? Avranno almeno un caro ricordo dei loro primi anni.
Ma per tutto quell'anno ogni piacere che dovetti a mio padre mi fu sempre turbato dall'immagine di quel povero gatto, il quale mi aveva distolto, morendo, dalla via della violenza e del sangue.
Qui, quae, quod.
Non avevo ancora otto anni quando fui messo al latino, nelle scuole pubbliche, in Prima Grammatica, come si chiamava allora il primo corso di Ginnasio. Troppo presto. Vengano a discorrere con me i padri che hanno la smania di far correre le scuole ai figliuoli come si corre il palio, come se la loro buona riuscita nel mondo non dipendesse da una infinità di casi intimi ed esteriori, tutti imprevedibili; appetto ai quali il dubbio vantaggio di finire i primi studi un anno o due avanti gli altri non conta il minimo che. Questa smania non aveva già mio padre, che volle far soltanto un esperimento; ma l'esperimento, benchè non subito, fallì; e non senza mio danno, perchè quel “troppo presto„ mi fece un martirio inutile di quei tre primi anni di latinità, che pure erano allora meno difficili d'adesso.
Mi fece l'effetto d'una caserma, quando c'entrai la prima volta, quella grande scuola affollata di ragazzi, molti dei quali avevano tre o quattro anni più di me, e mi parevano uomini, e mi destò un senso di reverenza paurosa quella cattedra enorme, della forma d'un pulpito, che torreggiava sopra i banchi come un castello feudale sopra le casipole d'un villaggio. Il professore, un uomo sulla quarantina, di viso aristocratico e grave, sempre insaccato in una gran palandrana oscura, che pareva un prete spretato, ci faceva dire le preghiere in coro al principio e alla fine d'ogni lezione, e benchè vigesse da sei anni lo Statuto, fra una declinazione e l'altra, picchiava spesso e sodo; ma egli pure, come il mio primo maestro, più volentieri sui panni rozzi che sui panni fini. Salvo questa parzialità delle mani, era un buon diavolo, e insegnava con buon metodo; ma non era in suo potere di far digerire il latino a uno stomaco di sette anni e mezzo. Di tutto quell'anno m'è rimasta una memoria confusa di fatiche ingrate, di sogni affannosi e di pianti. Il solo ricordo lieto è quello del giorno onomastico del professore, che si soleva festeggiare allora, in tutte le scuole inferiori, con un regalo collettivo, per il quale la scolaresca si dava moto quindici giorni avanti. Il regalo fu fatto quell'anno in un modo comicissimo, che mette conto d'accennare, per dare un'idea degli usi scolareschi del tempo. Si mise trenta soldi ciascuno, e si comprò un pan di Spagna, non so quante bottiglie di vin di Barolo, e un gran mazzo di fiori. Nell'ultima adunanza che si tenne per la strada, il collettore generale, figliuolo d'un oste, ci annunziò che avanzavano della somma otto soldi. Che cosa farne? I pareri furon diversi, si discusse: fu infine accolta a unanimità l'idea luminosa d'un piccolo droghiere, sempre carico di pensi, il quale, rammentandosi che il professore aveva da quindici giorni la tosse, propose di coronare il regalo con otto soldi di gomma arabica. E come fu portata la roba! Coram populo, di pieno giorno, come il Santo Sacramento, da tutta la compagnia: il pan di Spagna, scoperto, alla testa, portato dal più alto della classe; poi uno col mazzo, tenuto su come un flabello papale; poi altri otto o dieci, ciascuno con una bottiglia in mano; infine, il latore della gomma, e dietro di lui una processione rumorosa, che percorse le vie principali, in mezzo alla gente che si soffermava a guardare e diceva a voce alta: — Sono gli scolari di Prima Grammatica che portano la festa al professore tal dei tali. — Un ludibrio! Ora si fanno le cose con più discrezione, individualmente, e da certuni soltanto, e dai padri invece che dai figliuoli, e invece di gomma arabica si dà dell'unto nazionale. Ma il meglio l'ho ancor da dire: la scena della presentazione fu assai più amena. Era presente la signora. Tutto era già stato offerto, il professore aveva già fatto il suo discorsetto, esortandoci a dimostrargli il nostro amore con lo studio invece che col vin di Barolo, e stavamo per andarcene, quando il “gommifero„ che s'era dimenticato di fare il suo presente, si fece innanzi, e porgendo il pacco come avrebbe porto le chiavi d'una città, disse solennemente: — Signor professore, c'è ancora questo! — e poichè quegli non capiva, soggiunse con tutta serietà: — Per la sua tosse, signor professore! — Giornata felice! Dopo la quale ricordo che per alcuni giorni suonò più mite il latino e fu sospesa la distribuzione delle pacche. Ma ci vuol altro che pan di Spagna. La settimana dopo il qui quae quod riprese tutta l'asprezza dell'antico impero, ricominciarono a grandinare i pensi e le briscole, e anche il piccolo droghiere dovette riconoscere che non serve la gomma arabica a mutar l'andamento delle cose umane.
I bersaglieri.
Dalla grammatica latina mi distrasse violentemente una passione, che ebbe un effetto notevole nella mia vita, poichè si effuse quattordici anni dopo in un libro, il quale fu la prima mossa del viaggio che finisce forse con queste pagine: la passione per i soldati. O a dir meglio: per i bersaglieri, che erano il solo presidio della città; chè se ci fosse stata invece fanteria di linea, son certo che quella passione sarebbe stata assai men forte, avendo principalmente giovato a farla nascere, insieme con lo spirito guerresco del tempo e con la mia natura disposta all'affetto, la bellezza della divisa, la sveltezza degli esercizi e la prestanza personale dei “figliuoli di Alessandro La Marmora„. Fu una passione quale credo non sia stata mai più ardente in alcun ragazzo di quegli anni, neanche in quelli che erano per indole assai più fortemente inclinati di me alla vita militare: una vera frenesia, che non valsero a frenare nè esortazioni, nè rimproveri, nè danni. In tutti i giorni di vacanza, e anche negli altri, avanti e dopo le lezioni, io scappavo di casa a tutte le ore per correr dietro ai pennacchi in piazza d'armi, al bersaglio, alla ginnastica, e fin nelle marcie in campagna, allontanandomi di parecchie miglia, anche sotto la pioggia, dalla città, dove ritornavo in uno stato da impietosire i sassi. Quando sentivo suonare quelle maledette trombe sotto casa mia, non c'era più forza che mi tenesse; mi sarei calato con una fune dalle finestre, se m'avessero chiuso la porta; e tiravo via come mi trovavo, lasciando lì merenda e latino, senza cappello e senza cravatta, qualche volta in maniche di camicia, come un ladruncolo inseguito. Imparai presto a quel modo, e perfettamente, il maneggio teorico delle armi, i segnali delle trombe, l'orario, tutti i particolari della vita di quartiere, e conobbi la maggior parte dei sergenti e dei caporali della guarnigione, molti dei quali mi conoscevano e mi salutavano, chiamandomi per nome, come un cagnolino familiare. E non ero un semplice dilettante, che si contentasse di guardare: negli intervalli di riposo, in piazza d'armi e al tiro a segno, mi ficcavo tra i crocchi per sentire i discorsi e rendere dei piccoli servizi: andavo ad attinger acqua nelle gamelle o a comprar per l'uno o per l'altro un soldo d'uva o di castagne, porgevo i cappelli e gli zaini e aiutavo a spolverar le mantelline, e m'era un gran compenso il permesso che mi davano di lisciar con le mani i pennacchi o di piantar le carabine in terra per lo sperone che avevano allora infisso nel calcio. Ripensando a quel tempo, non ho che a chiuder gli occhi e a raccogliermi, e sento veramente, come se lo aspirassi, l'odor di cuoio dei centurini e delle uose, e quello delle cartucce rotte e del fumo delle schioppettate, e fino i vapori caldi della zuppa che venivano su dalle cucine della caserma. A vedermi vestito com'ero spesso, tutto impolverato e col capo nudo, molti bersaglieri mi pigliavano per un cialtroncello scappato dall'officina o dalla bottega, e quando dicevo chi era mio padre, ridevano della celia, dicendosi fra loro che per la mia età avevo già una bella disinvoltura a piantar carote. Ma io ero tanto infatuato dell'“arma„ che non m'avevo per male neppur delle beffe; e poi dalla più parte, dai soldati in special modo, non avevo che dimostrazioni di simpatia, che m'intenerivano. Di quanti ricordo ancora il viso, la voce, le diverse pronuncie dialettali, e gl'intercalari del discorso, e persino l'andatura! E ricordo pure che in quelle mie corse al suon delle trombe e davanti allo spettacolo degli esercizi di battaglione la mia immaginazione era in continuo lavorio febbrile, tutto visioni di accampamenti e di battaglie e d'avventure guerresche d'ogni specie, nelle quali mettevo in azione, sempre vincitori ed eroici, i miei soldati prediletti. Fu così viva quella passione che oggi ancora la campagna circostante alla città e le rive dei due corsi d'acqua che la fiancheggiano e tutte le strade che vi fanno capo mi si presentano sempre alla mente picchiettate di nero dalle divise e d'argento dalle baionette dei bersaglieri.
Anche una gran parte degli ufficiali conoscevo di viso e di nome, e ho ancora presente l'immagine giovanile di molti di essi, allora subalterni, che raggiunsero poi i più alti gradi, o morirono in Crimea, a San Martino, a Custoza, o combattendo contro i briganti. Ricordo un grande aiutante maggiore, dal viso fiero, che io guardavo sempre con timida curiosità, perchè si diceva che mettesse i ferri a sua moglie, per punizione, ed era vero; il famoso tenente negro, Amatore; il figliuolo di Sebastiano Tecchio, allora sottotenente, ancora imberbe, che pareva un ragazzo, e faceva girar molte teste infiorate; il tenente Franchini che, quando fu maggiore, nel 1861, arrestò e fece fucilare il famigerato Borjes; il capitano Pallavicini, quello che poi, colonnello, arrestò Garibaldi a Aspromonte, e che io vidi una mattina, andando a scuola, mentre lo portavano in carrozza, gravemente ferito al ventre in un duello, all'ospedale militare; dove riseppi dai soldati il giorno dopo che, nell'atto che gli cucivano la ferita, aveva detto sorridendo: — Oh diavolo! Non avrei mai pensato di dover vedere il colore delle mie budella! —; e molti altri. Ma fino a questi personaggi non s'alzarono le mie relazioni, nè sognavo neppure tanto onore; poichè un ufficiale dei bersaglieri mi pareva un nume. Il mio affetto era tutto per la bassa forza, come allora si diceva, ed era così pieno di poesia e di rispetto, e così ingenuo, che quando i giorni di festa, passando davanti a certi vicoli, in cui non entravano le donne oneste, vedevo qualcuno dei miei amici piumati in cattiva compagnia, ne provavo un senso penoso, un misto d'accoramento e di vergogna, che mi lasciava poi per un pezzo scontento, come per la perdita d'una cara illusione.
Il caporale Martinotti.
Fra le molte simpatie trovai un'amicizia, che è rimasta uno dei più cari ricordi della mia fanciullezza. Era un caporale trombettiere, nativo di Mortara, se non sbaglio; un giovanotto di statura media, robusto e svelto, un vero tipo di bersagliere, di viso fermo e serio; ma pieno di bontà, e di modi semplici e amabili; che si chiamava Martinotti. Prese simpatia per me a forza di vedermi galoppare, con la lingua fuori, davanti alla sua tromba. Stringemmo relazione in piazza d'armi. Poi cominciammo a passeggiare insieme nelle ore ch'egli era libero, intorno a casa mia. Egli mi trattava come un uomo; il che m'inorgogliva, e rincalzava il mio affetto di gratitudine. Mi parlava della sua famiglia, del servizio e dei superiori, mi raccontava la cronaca del quartiere, con molti particolari e con grande gravità, e io lo stavo a sentire con un raccoglimento di divoto. In casa non discorrevo più che del caporale Martinotti, che i miei fratelli chiamavano “il generale„ per canzonarmi. Egli voleva che gli dessi del tu; ma non ebbi mai tanto ardimento. Farmi veder per la strada accanto a lui era un trionfo per me, e quando mi conduceva al caffè a bere la gazosa, andavo in gloria: non mi sarei insuperbito di più se mi ci avesse condotto il conte di Cavour. Mi chiamava col nome di battesimo, ma scorciato, perchè gli pareva, così com'è, troppo lungo, e di pronuncia difficile: mi diceva Mondo o Mondino. Un giorno mi regalò un paio dei suoi galloni smessi, di lana gialla: io li portai a casa come un tesoro, me li cucii da me alle maniche della giacchetta, e con quei galloni feci per molto tempo i miei lavori di latino, che era un latino da caporale, veramente. Arrivò a tal punto la mia adorazione per lui che imitavo la sua andatura e la sua pronuncia, e fischiavo dalla mattina alla sera le “marcie„ ch'egli faceva suonare più spesso ai suoi trombettieri. Non ricordo bene quanti mesi sia durata quella felicità. So che mi pareva che non avesse mai da finire, come se il Martinotti dovesse invecchiar caporale in quella città, per gl'interessi del mio cuore. Finì invece bruscamente.
Una sera, sull'imbrunire, all'ora della ritirata, incontrandomi sui bastioni, egli mi disse:
— Sai, Mondino, parto domani sera col battaglione. — E come io non capivo, soggiunse: — Vado in Crimea.
Da un pezzo sentivo parlare della guerra di Crimea; ma, non so come, non m'era mai passato per la mente che ci potesse andare anche lui. Non mi riuscì di pronunciar parola. Egli sorrise della mia commozione, guardandomi in aria compassionevole. E credette di consolarmi dicendomi: — Spero bene di scampare ai Russi. Non ci vorranno mica ammazzar tutti. E se scampo, è facile che ritorni qui. Su, Mondino, coraggio. Ci rivedremo.
Non potei trattener le lacrime. Egli mi guardò un poco, serio serio, e poi scappò di corsa, come se l'avesse chiamato all'improvviso la voce d'un superiore. Io tornai a casa col cuore stretto, e appena entrato, diedi a mia madre la gran notizia, rotta a mezzo da un singhiozzo: — Il caporale Martinotti.... va alla guerra!
— Povero giovane! — esclamò essa, e soggiunse subito, per confortarmi, che avrei fatto bene a andarlo a salutare alla stazione.
La sera del giorno dopo corsi alla stazione: non c'era nessuno. Il battaglione era partito la mattina.
E io rimasi là un pezzo a guardar con gli occhi pieni di lacrime le rotaie luccicanti sulle quali era fuggito il mio amico, inseguendolo con la fantasia fino al paese lontanissimo, pieno di terrori e di mistero, donde pensavo che non sarebbe tornato mai più.
La guerra di Crimea e i miei amici poveri.
La guerra di Crimea è il primo avvenimento pubblico di cui trovi qualche traccia nella mia memoria; ma son tracce così rare e sparse, che ne stupisco, considerando che avevo già allora quasi nove anni, e che le grandi cose delle quali sentivo parlare ogni giorno avrebbero dovuto lasciarmi impressioni assai più fitte e più vive. Di tutto quello che precedette la spedizione non ricordo altro che una frase: — Stiamo a vedere come si dispone l'Austria — detta in casa mia, a mio padre, dal direttore delle Poste, che rivedo seduto, com'era in quel punto, in un angolo della sala da desinare, con una gamba sull'altra, e un braccio ciondoloni dietro la spalliera della seggiola. Della partenza delle truppe, dopo quella del battaglione del caporale, non rammento che un episodio, che si riduce nell'immagine d'una giovine contadina; la quale, dall'alto dei bastioni, singhiozzando, col busto spinto innanzi e con le braccia tese in uno slancio disperato di dolore, gridava gli ultimi: — Ciao! Ciao! — al treno fuggente sul ponte lontano, dove si vedevano ancora ondeggiare fuor dei vagoni i pennacchi dei bersaglieri. Poi ricordo mia madre che, con la Gazzetta del Popolo fra le mani, interrompe a mezzo, soffocata dalla commozione, la lettura della descrizione dell'incendio del Croesus, salpato pochi dì avanti da Genova coi nostri soldati. Di tutto il tempo che durò la guerra non ho più altro nella memoria che una nebbia, in mezzo alla quale vedo una dozzina di ragazzi scamiciati, raggruppati in fondo al mio cortile, che cantano in coro una canzone guerresca: vedo la bocca squarciata e torta di uno di essi, che si chiamava Clemente, e che pronunciava Crinea in vece di Crimea, e ho ancora in mente una strofetta di quella canzone, da cui si può argomentare che non ci fosse allora in una parte del popolino un'idea molto chiara delle nostre alleanze, poichè diceva:
La caserma degl'Inglesi
È situata in mezzo al mar,
Napoleone coi suoi cannoni
La faranno sprofondar.
Ciò che ricordo bene è che pensavo spesso al mio caporale lontano, e che dopo la sua partenza cessai di bazzicare coi pochi bersaglieri rimasti, come se egli avesse portato via con sè tutta la poesia del suo Corpo e tutti gli entusiasmi del mio cuore.
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Vivissimi mi son rimasti i ricordi dei miei compagni di gioco di quel tempo, fra i quali ritorno spesso e mi trattengo lungamente col pensiero, poichè trovo in loro il primo perchè di molte idee, tendenze e simpatie, che ho conservate per tutta la vita. Essendo sempre aperto il grande cortile della casa, era il luogo di convegno e il campo di gioco di tutta la ragazzaglia del vicinato; onde mi trovai mescolato fin da bambino con ragazzi d'ogni condizione, la più parte figliuoli d'operai e di rivenduglioli; alcuni dei quali poverissimi, che perdevano i panni a brandelli e andavano scalzi sei mesi dell'anno. Con questi ebbi per anni una famigliarità fraterna, cementata da scappate comuni in campagna, da scambi di busse e di regali, da rotture e rimpaciamenti, e da migliaia di partite di palla e di pila e croce e di piccole monellerie d'ogni colore. Potrà osservare qualcuno che mi si lasciava troppa libertà, che quella compagnia non mi poteva riuscir che perniciosa. Ebbene, io son grato invece a mio padre e a mia madre d'avermi lasciato così la briglia sul collo, d'aver permesso che mi tuffassi così liberamente in quello stracciume (dal quale, del resto, date le condizioni della casa, non avrebbero potuto separarmi che segregandomi), poichè ho capito allora della vita e dell'animo della gente povera tante cose, che non capirà mai chi non è stato da ragazzo in mezzo a coetanei di quella classe sociale, chi non ha osservato in germe, per così dire, il popolo minuto, da cui ci separano più tardi troppi preconcetti e troppe diffidenze reciproche; perchè fu quella promiscuità coi piccoli scamiciati che mi fece nascere per la poveraglia una simpatia affettuosa e pietosa, la quale mi ricondusse poi sempre in mezzo agli umili, con sentimento d'amico, negli anni posteriori; poichè furono quelle amicizie che non lasciarono crescere nel mio cuore certe vanità e superbiole di “giovin signore„ le quali, svolgendosi col tempo, chiudono in molti le porte dell'animo a certi sentimenti d'umanità e di giustizia, che picchiano per entrare, troppo tardi. E quanto all'infezione morale, come dicono ora gli educatori, l'idea mi fa sorridere, veramente; poichè ho a questo riguardo dei ricordi molto chiari: ricordo che fra i ragazzi del mio ceto, che conoscevo alle scuole, e i brindelloni che m'avrebbero dovuto infettare nel cortile, non c'era alcuna differenza nè in materia di cognizioni, nè in materia di linguaggio, nè in altro che si riferisse a cose proibite; che, anzi, se una differenza c'era, stava in questo: che i ben vestiti, ai quali l'agiatezza dava maggior libertà di spirito, e il buon nutrimento più vivacità d'immaginazione, lavoravano con questa intorno agli argomenti interdetti assai più continuamente e più volentieri che i poveri, distratti molto spesso dall'appetito insaziato, dalle fatiche, dai litigi domestici, e dalle busse paterne, materne e fraterne.
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Poveri ragazzi! Non ho più saputo nulla d'alcun di loro dopo che lasciai la città; ma essi vivono, parlano ancora nella mia memoria, dopo più di quarant'anni, come se li avessi lasciati ieri: vedo ancora, oltre che i visi, i vestiti di tutti, con quelle toppe e quegli sbrani, i rammendi delle camicie rozze, gli scarponi girati loro dai fratelli, e le capigliature inesplorate dal pettine, e le crepature dei geloni alle mani, e quasi sento ancora l'odore che portava ciascuno con sè del mestiere di suo padre. Ho conosciuto poi nella vita centinaia di uomini d'altre classi sociali, che corrispondevano mirabilmente nell'indole ai tipi diversi ch'eran tra di essi; posso dire anzi d'aver incontrato ben poche persone così originali di carattere, che non mi paresse d'averle già conosciute in embrione in qualcuno di quei piccoli “mal nutriti„; poichè noi possiamo cambiare quanto vogliamo e il tenor di vita e il cerchio degli amici e dei conoscenti, ma ci ritroviamo sempre presso a poco in mezzo alla stessa compagnia drammatica, con quei certi personaggi e maschere inevitabili, che la natura ripete senza fine. Ricordo Tonino, figliuolo d'un carrettiere, che portava due cerchietti d'ottone agli orecchi, uno spirito satirico, che metteva tutti in canzonella, ma di cuor buono e d'un buon senso precoce, e dotato di molte piccole abilità meccaniche, che invidiavo e ammiravo; col quale m'era un piacere indicibile, un vero tripudio, nei giorni di pioggia, il far cuocere le castagne in un pentolino di terracotta, sotto una tettoia in fondo al giardino; dove fantasticavo d'esser stato colto dal temporale in un bosco, e d'essermi rifugiato in un antro, senza saper quando mai avrei potuto tornare a casa. Ricordo Nuccio, un viso d'arabo, figliuolo d'un pescatore, invitto giocatore a castellina, che non lasciava una noce in tasca a nessuno, una lingua d'inferno, con cui nessuno la poteva nella lotta delle ingiurie, e che insolentiva qualche volta a pagamento: capace di durarla una mezza giornata per quattro fichi secchi; Tommasino, figliuolo del pollivendolo, un pallidino con un fil di voce, di animo mite, che piangeva per nulla, e che tutti si divertivano a tormentare; Giacometto, figliuolo della lattaia, piccolo e tarchiato, buon diavolaccio, e un po' melenso, ma che quando lo mettevano a un puntaccio dava in vere furie di torello, che facevano scappare tutti quanti. E il povero Andrea, che fine avrà fatta? Un disgraziato trovatello, fasservizi d'un panattiere, che tutti picchiavano nella panatteria, così per spasso; un vero sacco da botte, e pure fresco sempre e pien d'allegria, come se i manrovesci e le pedate gli facessero l'effetto di docce igieniche: insuperabile a far saltare i soldi con la trottola e a saltare sui muriccioli a piedi giunti. E dove sarà il frate, figliuolo del cenciaio, a cui s'era dato quel soprannome perchè da bambino, per un voto fatto, era andato un pezzo vestito da fraticello; quel piccolo frate che aveva un così bel testone di filosofo piantato per traverso sopra due spalle gibbose, e che ci portava nel cortile tutti i pettegolezzi del vicinato, il più astuto e più ciarliero della compagnia, e tanto buffo da farci scoppiar dal ridere al solo suo apparire? E Gigetto, il ciabattino, gran rapinatore di nidi d'uccelli, il mio Sancio Pancia, che m'accompagnava in tutte le corse avventurose per la campagna, e che era regolarmente scapaccionato da sua madre ad ogni ritorno, perchè ritornava sempre mostrando una natica per un grande squarcio dei calzoni? E il piccolo Savoiardo, quel bel ragazzo biondo, sempre serio, orfano d'un oste, che i ragazzi più grandi tormentavano con certe allusioni misteriose a una sua sorella, sulle quali poi io meditavo lungamente.... Mi ricordo sempre d'una volta che essa venne a cercarlo nel cortile, tutta ben vestita, coi capelli corti e ricciuti, e una cintura di cuoio alla vita: mi ricordo che mandava un odore acuto d'essenza di violetta, e che per molto tempo dopo rividi sempre con l'immaginazione quei riccioli ogni volta che sentii quell'odore.
Ma il personaggio che m'è rimasto più impresso è un ragazzo sotto i dieci, che si chiamava Clemente, quello della Crinea, figliuolo d'un'erbivendola, un tipo di monello compiuto, nel quale era il germe del delinquente. È il ricordo di costui che, prima ch'io leggessi alcun libro di Cesare Lombroso, mi persuase che ci sono dei delinquenti di nascita. Era un piccolo Don Chisciotte del delitto. Il suo ideale supremo era di diventare un farabutto famoso, e si gloriava d'esser già tale, con una impudenza da pestargli la faccia. Portava sempre in tasca un coltelluccio spuntato, per impaurirci, minacciando ogni momento di servirsene. Menava vanto d'esser tenuto d'occhio dalla polizia, di non aver paura dei carabinieri, di essere anzi già sfuggito più d'una volta dalle loro mani, e diceva che per arrestar lui due non bastavano. A sentirlo, andava in giro tutta la notte, e ogni notte compiva qualche prodezza, alla quale faceva dei vaghi accenni, strizzando un occhio e appuntandosi con due dita uno dei baffi che non aveva. Ebbe un giorno la faccia tosta di condurmi in un vicolo e di indicarmi sul ciottolato certe macchie che egli diceva di sangue, sparso là da un uomo, da un prepotente, al quale egli aveva data una lezione; e un'altra volta, accennandomi la porta d'una stanza a terreno dell'ospedale civico, dove si esponevano i cadaveri degli assassinati, mi mormorò all'orecchio: — Sai? Ce n'ho già mandati un bel numero lì dentro! — Io sospettavo la smargiassata; ma che qualche cosa di vero ci fosse non dubitavo. E avevo di lui un gran terrore, che cercavo di nascondere, e me lo propiziavo regalandogli quasi ogni giorno le frutta di cui mi privavo a tavola, e anche roba che non mi spettava. Per questo egli s'atteggiava a mio protettore, e per buscar dell'altro mi dava a bere che avevo dei nemici, delle canaglie che mi volevan fare la pelle, e si vantava ogni tanto d'aver sventato una loro trama, d'averli sorpresi e cacciati in fuga col suo coltello, mentre s'aggiravano in atto sinistro intorno a casa mia. E io facevo nuovi vuoti nella dispensa domestica per ricompensare i suoi finti servigi di brigante amico.
Costui, nondimeno, non aveva ancor sulla coscienza nulla di grave; non era ancora che uno spaccone della mariuoleria. Ce n'era un altro che aveva già incominciato la carriera. Non veniva che di rado nel cortile, perchè abitava lontano; di chi fosse figliuolo non sapevo; forse di nessuno. Era sempre in giro; passava più notti al lume della luna che sotto i travicelli, se pure aveva un tetto. Era un ladruncolo di mestiere, specialista delle frutta. Passando accanto a un banco di fruttaiuolo, di pieno giorno, in presenza di chi si fosse, agguantava una pesca o un grappolo d'uva, e spulezzava con una tal velocità che non c'erano gambe che lo potessero raggiungere: era un ladro alato. Aveva una faccia trista. E come l'avrebbe potuta aver buona, povero ragazzo, cresciuto come una fiera in un bosco? Ma io non potevo allora sentirne la pietà che ne sento adesso. Temevo assai più lui di quell'altro, e per questo l'accoglievo con particolar cortesia quando onorava i miei poderi d'una sua visita. Un giorno, dopo avermi guadagnato un soldo al gioco delle bocce (lo lasciavo sempre guadagnare), egli infilò la strada per andarsene, ed io stavo osservandolo dalla soglia del portone. Passò in quel punto davanti a me un brigadiere della polizia, — un perticone alto due metri, con una durlindana che non finiva più; — il quale, vedendo il ragazzo alle spalle a un tiro di pistola, esclamò: — Ah! Ce l'ho finalmente! — e slanciatosi di corsa in punta di piedi, a passi corti e rapidissimi, lo raggiunse e lo ghermì per un braccio. Quegli si mise a urlare come un disperato, chiedendo pietà e misericordia; ma il brigadiere tenne duro, e lo tirò via. Io rimasi agghiacciato dalla paura, con la coscienza d'un complice, a cui dovesse toccare la stessa sorte fra poco; e rientrato in casa pallido e tremante, stetti rintanato tutto il giorno, spiando tratto tratto dalla finestra, col tremacuore di veder comparire da un momento all'altro il brigadiere lungo, in aria di dire: — All'altro, adesso! — Non vidi più quel ragazzo dopo quel giorno.
Fuori di questo e dell'accoltellatore putativo, tutti gli altri erano in fondo buoni figliuoli, incapaci d'una birbonata vera, alcuni affezionatissimi e già utili alle loro famiglie; e mi volevan tutti bene, nonostante i battibecchi frequenti, perchè, non tanto per proposito quanto per affetto, io non facevo sentir loro in alcun modo la mia superiorità di condizione. Il che non toglieva che facessi qualche volta il prepotente, per impulso d'istinto; ma ricordo che quando mi dicevano (e lo dicevano sempre in quei casi) ch'io facevo così perchè ero un signore, queste parole mi ferivano al cuore, e ne rimanevo umiliato e confuso, e m'affrettavo a farmi perdonare con ogni specie di cortesie, e anche d'adulazioni.
Sul campo dell'onore.
La mia passione per i soldati trovò un grande sfogo in questa banda di mocciosi, coi quali potevo fare il generale. Li armavo di randelli, li ammaestravo agli esercizi, e li conducevo fuori a far delle marcie militari con trombette di latta e con bandiere di carta, discorrendo sempre con loro d'un nemico immaginario, col quale un giorno o l'altro ci saremmo dovuti misurare, e contro il quale essi s'andavano accendendo di giorno in giorno di generosa ira guerriera: tanto è facile montar la testa alle moltitudini coi fantasmi dell'onore e della gloria, anche contro un nemico che non esiste. E veramente io vivevo nell'aspettazione continua di qualche grande prova, senza saper da che parte nè come se ne potesse presentar l'occasione. L'occasione si presentò. V'era in un altro quartiere della città un altro piccolo Bonaparte, che fu poi mio compagno nella Scuola di Modena ed è ora colonnello dei bersaglieri, il quale addestrava pure un piccolo esercito contro un nemico creato dalla sua fantasia. Apprender l'esistenza l'un dell'altro, ed esser nemici, e considerar necessario il cozzo delle due schiere, fu una cosa sola. S'era bene italiani da una parte e dall'altra, e cittadini della stessa città, e in un tempo in cui la patria comune era impegnata in una guerra contro la Russia; ma si apparteneva a due parrocchie diverse, e questo bastava ad aprire un abisso fra di noi. Noi dicevamo con disprezzo: — Quelli di Sant'Ambrogio —;questi dicevano con disdegno: — Quelli di Santa Maria —; come accade fra gli uomini, tale e quale, e anche fra i popoli, presso a poco. Si procedette con tutte le regole della diplomazia. Ci fu una formale dichiarazione di guerra portata per iscritto da due commissari in ciabatte. I due eserciti, composti d'una ventina di cazzabubboli, partirono una mattina, a un'ora convenuta, dai loro accampamenti, movendo l'un verso l'altro per vie designate. Io m'ero messo a tracolla una sciarpa azzurra rigata di bianco, avanzo d'una vecchia tenda di finestra, e brandivo una daga di legno, fasciata di carta d'argento, che m'aveva fatta un mio fratello: mi credevo formidabile. Ma quando vidi apparire in fondo alla strada, alla testa dei suoi, il generale nemico, riconobbi con umiliazione ch'egli era assai più fieramente armato di me, poichè aveva in capo un vero e proprio cappello di bersagliere, con tanto di sottogola, un vero zaino sulle spalle, e un simulacro di carabina fra le mani. A un segnale dato da un dei miei con un imbuto, le due osti si corsero incontro. Non saprei ridire l'andamento della battaglia, che dev'esser stata, come le battaglie antiche, una serie di conflitti disgiunti, i quali non avrebbero data ad alcuna parte la vittoria, se questa non fosse stata decisa dal duello dei capitani. Il mio avversario era ardito; ma fu vittima d'una illusione: scambiò con una lama vera il mio brando di legno inargentato, mi credette risoluto al sangue, die' indietro ai primi colpi, mi voltò lo zaino e riprese a gambe la via della sua parrocchia. Ma era una fuga da Orazio davanti ai Curiazi. Io gli detti dietro; corremmo un pezzo in mezzo alla gente che s'arrestava a guardarci, in atto di dire: — Santi scapaccioni! — A un certo punto, il generale fuggente, visto in terra un mattone, lo raccolse con una mossa fulminea, e mi fece fronte: io torsi il busto per scansare il proiettile, e me lo presi in un fianco. Vidi le due Orse! Accecato dall'ira, mi lanciai avanti; il generale Ambrosiano, più lesto di me, sparì come un razzo. Insomma, il vero “battuto„ ero io, e come! Ma con la scomparsa del fromboliere, il suo esercito s'era dileguato; eravamo rimasti noi padroni del terreno, noi i vincitori. Tornai a casa piegato in due; a ogni mossa, ricacciavo dentro un gemito; dissi a mia madre che era un colpo d'aria. Ma la galloria, ma il vampo che menammo di quel trionfo ipotetico fu una cosa da non immaginare. Per tutto quel giorno, e per qualche giorno appresso, non parlammo d'altro; tutti raccontavano episodi, tutti avevano fatto prodezze da Orlando; tale e quale come i “reduci„ ai banchetti. E m'era già cessato da un pezzo il dolore al fianco, ch'io lo simulavo ancora, camminando inflesso come un arco, per far durare la gloria della ferita. Quante volte, molti anni dopo, alla Scuola militare, il mio buon amico ed io ricordammo quella famosa giornata, e la nostra “singolar tenzone!„ E chi sa che il bravo colonnello non se ne ricordi ancora qualche volta, quando lavorano i muratori nella sua caserma, e gli cade lo sguardo sopra un mucchio di mattoni!
Primi palpiti....
Trovo a questo punto il ricordo di quel primo sentimento confuso e soavissimo, che si può chiamare il crepuscolo dell'amore, e che la parola non può render che malamente, come il pennello il primo barlume dell'alba. Una sera, tornando da una passeggiata col portinaio, ci fermammo in una piazzetta dove dava spettacolo una famiglia di poveri saltimbanchi, e danzava in quel punto sopra una corda, con le sottanine corte e il bilanciere in mano, una ragazzina della mia età, di forme graziose e di viso dolce e triste, accompagnata da un organetto che suonava un'aria lamentevole. Le batteva in viso la luce d'un lampione; vidi che aveva gli occhi pieni di lacrime: era forse stata battuta, o era digiuna o malata, e la facevano ballare per forza. Non so ben dire, ma ricordo bene quello che provai: un sentimento nuovo per me, una simpatia viva, dolcissima, piena di tenerezza e di pietà, diversa affatto da quanto avessi mai sentito fino allora in presenza dell'altro sesso; una commozione gentile e grave ad un tempo, della quale sentivo non so quale alterezza, e che mi lasciò pensieroso per tutta la sera, come d'un mistero, e compreso di quella malinconia che ci viene dalla solitudine della campagna all'ora del tramonto; ma non turbato neppure dall'ombra d'un pensiero sensuale, benchè fra i compagni di scuola e di gioco mi fosse già passata per gli orecchi molta parte dello scibile; anzi rifuggente con ribrezzo da ogni immagine impura che mi balenasse appena alla mente. Ciò che prova per me che non è quella peste incurabile che si crede la cognizione precoce (d'altra parte inevitabile, che che si faccia) di certe cose, poichè l'amore è più forte di lei, e quando si leva spazza via dall'anima, come un colpo di vento, ogni pensiero immondo. Disparve presto quella immagine; ma non rimase più vuoto il posto che ella aveva occupato: nel quale sottentrarono via via le piccole signorine più belle e più note della città, che usavano ballar tra di loro ogni domenica in una piazzetta del passeggio pubblico, mentre suonava la banda municipale; e tutti quegli amori furon della natura del primo, affettuosi e puri, tutti del cuore e della fantasia, accompagnati da ambizioni vaghe di gloria, da immaginazioni poetiche di nozze premature, di fughe avventurose, d'incontri romanzeschi in foreste e in deserti, di colloqui appassionati e sommessi nel silenzio delle notti stellate. Che sciocco errore è di far colpa ai ragazzi, come d'un delitto, o di deriderli di quei primi moti della passione, che sono invece la sola forza intima che possa preservarli dalla corruzione! Io ricordo che tutte quelle ragazzine m'apparivano come ravvolte in una infinità di veli, di cui il mio pensiero non raggiungeva mai l'ultimo; che le tenevo come creature sovrumane, le quali non avessero di fanciullesco che l'aspetto, così che restavo stupito, quasi deluso, quando nel passare accanto a loro, mentre discorrevano con le governanti o coi fratelli piccoli, le udivo dire qualche sciocchezza, come ne dicevano tutti i ragazzi della mia età. E avrei sentito una vergogna mortale se esse avessero potuto udire certi discorsi che facevamo fra di noi, e ogni allusione volgare che si fosse fatta a quella che per il momento stava sull'altare, m'avrebbe offeso nell'anima. Ma da quei discorsi, per quanto stava in me, esse rimanevano sempre fuori, come esseri inaccessibili alle volgarità di questa terra. Le nostre immaginazioni e i nostri discorsi licenziosi avevan per oggetto persone d'altra età e d'altra condizione, nelle quali non si guardava nè a bellezza nè a bruttezza, e neppur ci aveva che vedere la simpatia; e anche correva un lungo tratto tra l'audacia impudente delle parole e la vera capacità morale di peccare. Benchè il mio sentimento religioso fosse molto vago, e andasse soggetto a molte intermittenze, quello di cui si parlava così allegramente m'appariva pur sempre un peccato enorme, di conseguenze grandi e terribili nell'altra vita ed in questa; la prima delle quali pensavo che fosse un'immediata e profonda trasformazione morale, un'entrata violenta e pericolosa di tutto l'essere nella virilità, lo scoprimento istantaneo di molti misteri solenni della vita, una sazietà improvvisa di tutti i giochi e di tutti i piaceri della fanciullezza, e la morte d'ogni amore allo studio. Tanto è vero che, essendosi vantato con me quel tal Clemente, d'aver conosciuto l'albero del bene e del male, e avendomi raccontato che la sera della sua prima colpa era stato accompagnato fino a casa da una voce cupa e continua che veniva di sottoterra, io la bevetti come me la diede, e ne serbai per molto tempo un senso segreto di terrore.
Il ritorno dei bersaglieri dalla Crimea.
Ero passato intanto al secondo anno di Grammatica; del quale non conservo altro ricordo netto che quello d'uno sproposito enorme ch'io feci in una traduzione dal latino a un esame mensile, il più sformato farfallone, il più buffo e scandaloso quiproquo che sia mai stato preso, credo, nelle scuole d'Italia, da che vi s'insegna la lingua di Cicerone, e che rimase meritamente celebre tra la scolaresca per tutta la durata del corso. Era.... Ma no, non lo dico, perchè non sarebbe creduto, perchè si penserebbe certamente ch'io l'avessi inventato per rallegrar la materia e per vantarmi d'aver superato in qualche cosa i confini dell'immaginazione umana: la memoria d'una tale scelleratezza deve scender con me nel sepolcro. Fuor della scuola, il mio ricordo più vivo di quell'anno fu il ritorno dei bersaglieri dalla Crimea. Già, quand'era venuta la notizia del primo sbarco delle truppe a Genova, avevo pensato subito al mio caporale Martinotti. Era egli scampato alle battaglie e al colera, o era una delle tante vittime che aveva lasciato il nostro piccolo esercito sulla via dolorosa dal porto di Balaclava alle trincee di Sebastopoli? E se era vivo, sarebbe ritornato nella piccola città dove l'avevo conosciuto? Il giorno che si sparse la voce: — Arrivano due battaglioni domattina — fui fuor di me dal piacere e dall'impazienza. Ma mia madre, prudente, credette di dovermi preparare a una delusione. — Bada — mi disse — ne son morti tanti! E poi, chi ti dice che non sia rimasto a Genova, o che non debba rimanere a Torino? — Quest'avvertimento mi rese pensieroso. Mi svegliai non di meno la mattina dopo con l'allegra certezza di rivederlo. Accorse ad aspettare i soldati una gran folla, per modo che dovetti restare assai lontano dalla stazione, sul margine d'un largo viale che saliva dalla strada ferrata ai bastioni; ma lì, a forza di gomiti, conquistai un posto fra i primi spettatori.
Che cavallone mi fece il sangue quando sentii i primi squilli di tromba, e vidi schierarsi in colonna giù sul piazzale i primi plotoni! Ma che soldati eran quelli? Non riconoscevo più i miei bersaglieri. Eran tutti neri come beduini, vestiti di lunghi cappotti grigi, con certe miserie di pennacchi scemi e stinti, cascanti come cenci dai cappelli logori: più fieri all'aspetto, senza dubbio, più belli cento volte di com'eran partiti; ma mi parevan soldati d'un esercito straniero, che dovessero parlare un'altra lingua, e di cui nessuno m'avesse più a riconoscere. La colonna si mosse, fra gli applausi della moltitudine. La precedeva un grosso stuolo di trombettieri, che mi dovevano passare proprio sui piedi. Ci doveva essere tra quelli il mio caporale; a ogni passo che facevano avanti, mi batteva il cuore più forte. Ah! eccolo, ecco Martinotti.... Ahimè, fu l'illusione d'un momento. Il caporale era un altro. Martinotti non c'era. I trombettieri passarono. Rimasi col cuore oppresso. Guardai tutti i gallonati della colonna: non lo vidi. Ah! è morto — pensai — il mio buon caporale è morto! O è forse rimasto a Torino o a Genova, come mi disse mia madre, e non lo rivedrò mai più, come se fosse morto. — Non restava più da passare che una compagnia, e io stavo osservando un vecchio capitano che aveva una grande cicatrice a una guancia, quando udii a due passi da me una voce allegra: — O Mondino! — Mi voltai, come a una scossa elettrica: era lui! lui, coi galloni di sergente, in serrafile, col cappotto grigio e tre penne sul cappello, col viso abbronzato, dimagrito, un po' invecchiato, mi parve, ma diritto e svelto come avanti la guerra, lui che mi salutava con la mano nera e con quel buon sorriso d'una volta, che non avevo mai dimenticato. Gli risposi con un: — Ah! — che fu come uno squillo di trombetta, e per poco non mi cacciai tra le file ad abbracciarlo. — Come sei cresciuto! — mi gridò, e non ebbe tempo di dir altro; gli ultimi due plotoni passarono fra gli applausi e gli evviva, e io fui travolto dalla folla che irruppe dietro alla colonna per accompagnarla al quartiere. Lo rividi il giorno dopo, con che festa si può pensare, e la nostra amicizia si riannodò più salda di prima. Ma, cosa strana, non ricordo assolutamente nulla delle molte cose della guerra ch'egli mi deve aver raccontate quel giorno e i seguenti, nè m'è rimasto in mente alcun particolare delle nostre relazioni dopo il suo ritorno. La sola cosa che ricordo, dopo quell'avvenimento, è un gran banchetto che fu dato a tutti i soldati nella piazza d'armi, dove eran disposte a raggiera molte lunghissime tavole, sotto un vasto padiglione imbandierato. Ma anche di questo non conservo che un'immagine confusa, come d'uno spettacolo visto di sfuggita, e a traverso un velo di vapori.
Il furore della pittura.
La guerra d'Oriente ebbe una conseguenza triste in casa mia, poichè, indirettamente, fu la causa che mi s'attaccasse la passione d'imbrattar carta coi colori; la quale diventò e fu per un certo tempo un vero furore di maniaco. Non mi pare inutile di farne un cenno poiché si tratta d'una piccola malattia per cui passano quasi tutti i ragazzi. Me l'attaccò un grande quadro, non ancor finito, rappresentante la battaglia della Cernaia, che mio padre mi condusse a vedere nello studio d'un bravo pittore lombardo (il Borgocarati, un eroe delle Cinque giornate) che era stabilito da anni nella nostra città. Fra gli altri particolari, mi colpì così vivamente lo sfolgorìo purpureo d'uno squadrone di cavalleria inglese galoppante sul davanti della tela, che non gridai: — Son pittore anch'io! — come quel tale artista famoso, ma sentii il fremito delle facoltà occulte che esprimeva quel grido. Era questa un'illusione che covavo fin dai sei anni, per aver fatto uno scarabocchio di battaglia, il quale era parso una maraviglia al mio buon padre, che l'aveva messo in un quadro, come una manifestazione non dubbia di genio. Ah, gli occhi dell'amor paterno! Faceva tanto più onore al suo cuor di padre quell'errore perchè, senza aver fatto studi regolari, egli era intendentissimo d'arte, e disegnava, miniava e modellava con gusto squisito. Vadano pur cauti i padri amorosi a profetar Raffaelli in casa propria, chè non avranno mai cautela soverchia. In realtà, avevo un sentimento vivissimo dei colori, che mi davano piaceri acuti, somiglianti a quelli che dà la musica, tanto da tenermi in contemplazione per delle mezz'ore davanti a una stoffa, a un'aiuola, a una nuvola, fantasticando come davanti a un quadro che rappresentasse una scena umana. Ma era un sentimento che non si doveva estrinsecare per mezzo dei pennelli. Avvenne a me quello che avviene a molti nati alla pittura, i quali cominciano invece col menar la penna: sbagli di porta, che fa chi ha furia d'entrar nell'arte. Ma questo dubbio non poteva neppur lampeggiare alla mia mente. Sciupai dozzine di scatole di colori a tingere risme di carta, tentando tutti i generi, dal paesaggio da confettiera al quadro storico da cartellon dei burattini, ma più che altro la pittura militare; alla quale mi incitava, senza volerlo, mio padre, col parlar sovente di Orazio Vernet, di cui era caldo ammiratore. Non si son combattute tante battaglie nel secolo sopra la faccia della terra quante io ne scombiccherai in sei mesi col mio granatino della malora. Ne buttavo giù fin quattro in un giorno. Era un vera fabbrica di carnificine dipinte. Non si possono immaginare gli orrori che ho messi in acquarello. E siccome regalavo i miei lavori, come Massimo d'Azeglio, a tutti i miei amici e conoscenti, venne un tempo in cui ne fu invasa la città, e se ne vedevano appiccicati ai muri per la strada, nelle botteghe del vicinato, e perfino agli usci delle stalle. Il caso aggravante era che avevo la faccia di firmarli, perchè non mi potessero rubare la gloria degli artisti senza coscienza. Quante volte il mio povero padre, vedendoli, deve aver detto tra sè: — Ah! di quanto mal fu matre quella benedetta inquadratura! — Perchè l'opera si moltiplicava senza migliorarsi; il decimillesimo soldato uscito dal mio pennello non aveva men diritto d'esser “riformato„ dai medici che il primo; non figliavo che mostricini tutti improntati dello stesso conio di famiglia; tutti quanti i battaglioni, tutti gli squadroni, che lanciavo all'assalto sulla carta di protocollo, gridavano in coro contro il piccolo assassino dell'arte. E intesi quel grido, finalmente, e mi sdiedi a poco a poco dalla strage. Ma non son mica malcontento, ripensandoci, d'esser passato per quel periodo di criminalità pittorica, poichè fu forse quella sfuriata, dalla quale uscii sazio e deluso, che mi distolse dal mettermi più tardi ad altre prove inutili, fu quella rosolìa artistica, patita nella fanciullezza, che mi salvò da qualche altro malanno nell'adolescenza, il quale avrebbe potuto avere effetti più gravi che lo sciupio dei colori e l'imbratto delle mura cittadine.
Il regno del terrore.
Entrai nella Terza Grammatica, sotto un professore terribile, che mi rese quell'anno memorando. Era un uomo tarchiato, con una gran faccia sbarbata e pallida da Padre Inquisitore, nella quale luccicavano due occhi chiari e freddi, che parevano due pallottole di cristallo. Non picchiava; ma era peggio che se picchiasse, perchè si serviva del latino come d'una frusta metallica, con cui ci faceva frullare come i mezzani di Malebolge sotto le scuriade dei diavoli. Ci caricava di lavoro, ci oberava di pensi, non ci lasciava girar gli occhi, nè allungar le gambe, faceva somigliar la scuola a una funzione funebre. Aveva il furore dei quaderni di bella copia: ne dovevamo tener dodici: per le frasi italiane e per le latine, per le regole delle due grammatiche, per le sentenze morali, per le similitudini, per la mitologia, e via discorrendo: una vera amministrazione letteraria, che non ci dava respiro. Non montava mai in collera, era pacatamente spietato. E il linguaggio feroce che usava così a sangue freddo! A ogni errore di grammatica: — Ah, vile malfattore — Ma lei disonora la sua famiglia — Lei tradisce la patria — Lei andrà a finire in galera — Questo è uno sproposito ignominioso — Questa è una sintassi da farla cacciare in prigione.... — Dopo due mesi di questo regime eravamo tutti ridotti un branco di schiavi tremanti. C'eran dei veri martiri del nuovo metodo, imbecilliti dai verbi difettivi, che impallidivano al suono del comando: — Mi coniughi — e non dormivano più dallo spavento delle dieci lezioni quotidiane che dovevamo mandare a memoria. Oh quel gran crocifisso appeso al muro, sopra la cattedra, come simboleggiava lo stato di tutti! Quell'Ezzelino della Grammatica s'ammalò una volta nel cuor dell'inverno: tirammo tutti un respiro di mantice; ma un respiro solo, perchè egli ci spirava terrore anche da letto. Venne a sostituirlo un suo collega, professore in aspettativa, che comparve il primo giorno in divisa di guardia nazionale, e appoggiò il fucile alla parete, accanto alla cattedra. Credendolo della stoffa dell'altro, di cui era amico intimo, pensammo che fosse venuto armato per far fuoco sugli sgrammaticanti. Era invece un buon diavolo, che ci restituì alla vita umana. Ma quel paradiso non durò che otto giorni; dopo i quali il tiranno ritornò, più truce di prima, e noi ricurvammo la fronte, con raddoppiato terrore, sotto il giogo nefando.
Tre personaggi straordinari di quella mandra atterrita mi sono ancora stampati nella memoria. Uno era un certo Gatti, il solo che non temesse Ezzelino, e che noi ammiravamo per questo come un'anima eroica, che rappresentava in faccia alla tirannia il nostro spirito secreto di ribellione. Egli faceva audacemente le nostre vendette, non con risposte o atti insolenti, ma con l'ostentazione costante d'un freddo disprezzo, con una pertinacia invitta nella volontà di non studiare; e non c'era rimprovero nè minaccia che gli facesse mutare aspetto nè piegar sua costa. Egli affrontava i fulmini fissando negli occhi al professore uno sguardo da Capaneo, che ci faceva fremere d'entusiasmo. Il professore castigava i rei facendoli stare in ginocchio sull'impiantito accanto alla cattedra, e quel “magnanimo„ stava inginocchiato per mattinate intere, col busto eretto e con la fronte alta, in un atteggiamento superbo di angelo ribelle alla Grammatica, nel quale grandeggiava ai nostri occhi come una statua di Michelangelo. Il tiranno si rodeva; ma egli non chiedeva mai grazia. Credo che alla scuola egli abbia passato più tempo in ginocchio che seduto, e che, se è tuttora in vita, debba avere ancora i calli alle giunture, come quei maomettani fanatici che hanno fatto il viaggio alla Mecca carponi. O anima altera e disdegnosa! Dovunque tu sia, possa raggiungerti questo tardo saluto d'ammirazione dell'antico compagno di schiavitù e d'inginocchiatura.
L'altro era il più attempato della classe, un ragazzotto robusto, di viso precocemente grave, poco familiare coi compagni: venuto da Saluzzo, mi pare, e tenuto a dozzina da una zia di manica larga, che gli allentava la briglia e non gli contava gli spiccioli. Lo guardavamo tutti con certa ammirazione perchè si diceva che abusasse virilmente della sua libertà; ci appariva quasi circonfuso d'una gloria satanica, come un eroe del Byron, e poichè, diffidando di noi, non accennava che velatamente, e di rado, alle sue scappate, noi davamo alle sue poche parole oscure cento interpretazioni fantastiche, assai più ardite e profonde del suo pensiero. Risento ancora la commozione della scena solenne che seguì una mattina, quando il professore, informato non so da chi delle sue sregolatezze, lo chiamò in presenza della scolaresca davanti alla cattedra, e con viso e voce d'un presidente di Tribunale statario, gli disse: — Nefande cose ho saputo sul conto suo, signor.... tal dei tali!
E dopo una pausa funerea: — Ella va attorno di notte!
E dopo un'altra pausa più lunga: — Ella bazzica con la feccia del consorzio civile!
E dopo un silenzio lunghissimo, con voce soffocata: — Ella beve!
E finalmente, con un colpo di cannone: — Sciagurato!
Corse un brivido per tutti i banchi; pareva che nessuno respirasse; durò per un minuto un silenzio di morte. Fu una scena tragica, veramente. Il piccolo accusato, immobile e muto, ci apparve come l'immagine incarnata di tutte le corruttele e di tutti i delitti della decadenza di Roma.
Non saprei ridire il discorso che sfoderò poi il professore: ricordo solo che c'entrarono la giustizia divina e la umana, e l'infamia eterna, e l'ergastolo, e altre dolcezze consimili, messe fuori con voce cavernosa e roteando gli occhi in modo da dar la terzana, e che, finita la lezione, non per ribrezzo di lui, ma per terrore del tiranno, sfuggimmo tutti lo sventurato peccatore come un maledetto da Dio.
Il terzo era un tipo amenissimo, mingherlino, con un viso di vecchio notaio, figliuolo d'una bustaia vedova: uno sgobbone indefesso, che aveva grandi pretensioni di latinista, e faceva i componimenti a musaico, a furia di frasi raccattate qua e là con una pazienza di santo, e messe insieme con gli artifici più grossolani, congiunte proprio con la forza, a marcio dispetto della logica e del senso comune, che per lui non contavan nulla, purchè la lingua e lo stile, come egli diceva, fossero “oro di coppella„. Me lo vedo ancora davanti, un giorno che leggeva al professore uno dei suoi periodi intricatissimi, al quale diceva d'aver lavorato tutta la notte.
Il professore gli disse: — Ma io non capisco.
— Lo credo bene — rispose — qui ci son delle frasi peregrine.
— Ma che frasi sono, che io non le intendo?
— Ma è tutto, tutto un tessuto di frasi. Io ho condensato. Si sa. Capire alla prima è impossibile!
E il tira tira durò un pezzo, fin che egli si rimise a sedere scoraggiato, facendo un atto del capo come per dire: — È tempo perso: il vero latino non è più inteso.
Dei fatti miei rammento una composizione italiana a tema libero, che fu il primo mio parto letterario, di cui serbi memoria. Descrissi Una lotta fra il leone e la tigre: argomento in armonia con la mia natura, si capisce. Ricordo che incominciava con la frase: Sul rosseggiar del cielo, ed era tutto uno stridío di parole terribili, scelte tra le più ricche di erre e di esse, una musica infernale di ruggiti e di rantoli, una lacerazione furiosa di carni e di regole di sintassi, che finiva in un lago di sangue. Mi aspettavo un trionfo, quando fui chiamato a leggere: fu un fiasco enorme; fu l'unica volta, credo, che risero insieme il professore e la scolaresca, e forse l'ombra invisibile del Padre Corticelli, che era il nostro grammatico ufficiale. E questo fiasco, che m'avvilì allora profondamente, è adesso per me un caro ricordo, poichè fu l'avvenimento che fruttò ai miei compagni di servaggio e di terrore il solo quarto d'ora d'ilarità collettiva ch'essi abbiano avuto in quella scuola dolorosa.
Dolorosa per me in ispecial modo perchè non ero ancora in età da poter reggere a quelle fatiche, e tra per lo strapazzo intellettuale e per l'affanno continuo, che qualche volta mi faceva sobbalzare la notte e farneticare come un allucinato, la mia salute se ne risentiva. Appena se n'accorsero mio padre e mia madre, decisero d'accordo di levarmi dalla scuola e di non rimandarmici per quell'anno, perchè mi rifacessi l'animo e le forze. Prima che finisse l'inverno mi fu fatta la grazia e uscii dai lavori forzati.
Il maestro prete.
Perchè non frollassi nell'ozio, mi fecero far ripetizione di latino da un prete, un'ora il giorno, a casa sua, dov'egli stava con sua madre e una zia; le quali m'aprivano l'uscio pian piano, e scomparivano senza dir nulla, come due larve. Era un bel pretino biondo, fresco come una rosa, con due occhi azzurri vivissimi; i quali potevano far presagire agli accorti che presto o tardi egli avrebbe gettato il collare sur un fico; come lo gettò infatti pochi anni dopo per mettersi al collo una collana vivente. Ma, ahimè! il giovine maestro non aveva più voglia d'insegnarmi il latino di quello che n'avessi io d'impararlo. Il ricordo di quell'esperienza m'ha fatto poi avversario risoluto dell'insegnamento a quattr'occhi (fuor che nel caso che insegnante e alunno siano due miracoli di buon volere), poichè quasi sempre manca all'uno e all'altro ogni stimolo; quando nella scuola collettiva, invece, lasciando anche da parte l'emulazione, s'avvivano e s'acuiscono le facoltà intellettuali del ragazzo come quelle dell'uomo in teatro, per effetto della comunione che si stabilisce fra le menti, le quali quasi operano insieme, illuminandosi a vicenda. Sotto il tiranno Ezzelino ero ammazzato dalla fatica; col prete morivo dall'uggia. Per un po' di giorni simulammo tutti e due: egli lo zelo, io l'attenzione. Poscia più che il dover potè la noia. Era un ipnotizzamento reciproco. Ci guardavamo alle volte l'un l'altro con due grand'occhi fissi, che a poco a poco s'ammammolavano, come gli occhi di chi cade in deliquio; poi aprivamo la bocca insieme e ci tiravamo in faccia uno sbadiglio sgangherato, enorme, interminabile, in cui pareva che esalassimo fino agli ultimi cuius tutto il latino che avevamo in corpo.... e non c'era molto di più nel suo che nel mio.
Ma un giorno egli fece un'uscita che mise come un soffio di vita fra di noi, e infuse in me una passione nuova, la quale lasciò una traccia profonda nella mia memoria. Era allora attivissima l'opera ecclesiastica per il riscatto dell'infanzia chinese abbandonata. Ex abrupto, il giovine prete mi ragguagliò della cosa: poi mi domandò se avrei accettato l'ufficio di raccoglier fra i ragazzi di mia conoscenza sottoscrizioni di dodici soldi l'anno, allo scopo di salvar dalla morte e dalla perdizione migliaia di poveri bambini del Celeste Impero, ch'eran buttati via come cenci o venduti come bestie; e aggiunse ch'io avrei assunto il titolo, ambito da molti, di collettore, che tutti i collettori sarebbero stati presentati al vescovo, e che quattro di essi, due ragazzi e due ragazze, scelti fra i più avvenenti, avrebbero avuto l'onore di far la questua in una funzione solenne che si doveva celebrare in una chiesa della parrocchia; per la quale egli aveva composto i versi e la musica d'un inno, da cantarsi dalle voci migliori, fra cui poteva esser la mia. Fu come avvicinare una fiammella ad un razzo. L'idea del salvamento dei bambini, l'ambizione dell'ufficio, la patente d'avvenenza e l'immagine del vescovo m'accesero improvvisamente d'uno zelo, non dirò santo, perchè era misto di troppi sentimenti profani, ma benefico per me, perchè mi risvegliò l'animo e la mente, che s'erano addormentati nel latino. E a proposito, non sarebbe una buona cosa quella di dare all'educazione intellettuale, troppo astratta, della fanciullezza, il rincalzo di qualche azione di utilità pubblica, che, avendo uno scopo diretto ed effetti sensibili, stimolerebbe altre facoltà ed altri affetti, e insegnerebbe con la dottrina la vita? Non mi pare un'idea da buttar via. Ma tiriamo innanzi.
Il sentimento religioso, che non s'era spento in me, ma era solo stato compresso, come ogni altro affetto, dall'incubo scolastico, mi si ridestò in quel periodo di riavvicinamento alla chiesa; ricominciai a dire le preghiere la sera e la mattina, andai alla benedizione, ripresi amore alle cerimonie del culto, mi venne il desiderio d'imparar a servir la messa, e per questo mi diedi a frequentare una chiesa vicina a casa mia, dove strinsi amicizia con altri piccoli topi di sacrestia, e entrai in grazia di qualche vecchio prete, che mi regalava delle immagini. Ogni volta che mi raccolgo nei ricordi di quei giorni, vedo arder ceri e scintillar pianete, sento le note dell'organo, mi par di respirare nell'aria un odor d'incenso, e risento, se così può dirsi, il sapore d'un certo stato di coscienza, non più esperimentato di poi, una dolcezza quieta del cuore e quasi una chiarezza dell'animo, che svaniscono se v'insisto troppo col pensiero, come quei motivi di musica che ci suonano alla mente, ma che ci sfuggono se vogliamo tradurli in note vocali. Vagheggiai in quei giorni l'idea di farmi prete.
Ma, Dio mio, sorse ben presto una nube di peccato in quella serenità serafica. Il pretino dagli occhi azzurri radunò un giorno in casa sua tutti i collettori e le collettrici, una ventina all'incirca, me compreso, per insegnarci l'inno da cantare in chiesa; il quale ricordo che incominciava col verso: — Là nella Cina inospite. — Le collettrici eran quasi tutte signorine della mia età, alcune bellissime. La loro presenza mi produsse un vivo eccitamento. Quando mi ci trovai in mezzo non pensai più nè alla China, nè al vescovo, nè alla chiesa; non ebbi più anima e senso che per loro. C'era nella stanza del latino un pianoforte, sul quale un ragazzetto di quindici anni, figliuolo d'un organista, provava la musica dell'inno, fra l'ammirazione di tutti. Fui morso da una maledetta gelosia, a cagione delle ammiratrici. A un certo punto, non potendomi più contenere, pregai il suonatore, con poca buona grazia, di lasciar suonare me pure. Parrà incredibile una tale ignoranza a quell'età; ma è un fatto ch'io credevo ancora che per suonare il pianoforte bastasse sapere il motivo che si voleva suonare, e picchiar le mani sulla tastiera, così a dettatura d'orecchio, come si fischia un'aria. Con questa sciocca idea insistetti tanto che il ragazzo, credendo ch'io sapessi di musica, mi cedette il posto per un momento. Immaginate quale fu alla prova il mio stupore e la mia vergogna. Una vergogna tale che, anche ora, dopo quel po' di primavere che son passate, quando mi ricordo tutt'a un tratto di quella bella figura, perchè non me ne torni a gola tutta l'amarezza, bisogna ch'io mi ragioni, e faccia onta a me stesso del mio orgoglio, ancora palpitante quando dovrebbe esser morto e sotterrato.
Ma non fu quella la peggior figura ch'io feci in quel periodo ecclesiastico della mia fanciullezza, e ricordo anche la peggiore per il gusto di schiaffeggiare quello che mi resta di vanagloria. Venne il giorno della funzione solenne. La chiesa era piena come un ovo. Ai due collettori e alle due collettrici, che dovevano andare attorno con una borsina elegante a raccogliere le offerte, era stato assegnato un banco vicino all'altare. Modestia a parte, erano due bei ragazzi e due belle ragazzine. Di una di queste non mi ricordo punto: l'altra fu poi moglie d'un Direttore della Banca Nazionale, e il mio collega diventò un avvocato celebre. Eravamo vestiti come principini, impomatati e inguantati: quattro splendori. Ci erano state indicate prima le file dei banchi dove doveva passare ciascuno. Durante la funzione io commisi il peccato di pensar troppo intensamente alla mia vicina, la futura banchiera, che era vestita d'un abito bianco, del quale sentiva la carezza il mio abito nero. Il cenno del prete che ci disse: — Vadano — mi sopraccolse in quel pensiero. Preso così all'improvviso a una così gran distanza dall'idea del mio ufficio, mi confusi, e, oltrepassato appena il primo banco, dove tutti, mi diedero un soldo, sbagliai, e invece di proseguire come dovevo, mi cacciai fra gli altri banchi, davanti ai quali era già passata una delle ragazze, e dove non ebbi più il becco d'un quattrino. Quella sequela inaspettata di rifiuti, che mi parve effetto d'antipatia personale, mi fece perder la bussola; non vidi più nulla; non compresi i cenni con cui si cercava di rimettermi sulla buona via; andai errando di banco in banco, alla cieca, impacciato e goffo, con una faccia di ebete, che invece di stimolar la carità provocava l'allegria, e dopo un pellegrinaggio interminabile, che fu una tortura mortale, ritornai al banco dei collettori, convertito per me in banco della berlina, con sette soldi nella borsa. Ahi, dura terra! Che cosa sono le impressioni di quell'età! Sta per morire il secolo che era allora a mezza strada, e ancora non posso sentir pronunciare la parola collettore, senza che una voce sarcastica mi mormori all'orecchio: — Sette soldi, signor collettore! Sette soldi, e che figurona!
Ma in quegli anni ci rialziamo facilmente anche dalle più grandi cadute. L'umiliazione patita in chiesa non tolse che fosse un giorno di festa per me quello in cui il nostro prete mi condusse con tutto il drappello dei colleghi e delle colleghe a far visita al vescovo. Questi era un vecchio tutto bianco, già curvo, di viso grave e dolce. C'eran con lui vari preti, fra cui riconobbi il Padre quaresimalista, che predicava allora nel duomo; un bell'uomo bruno, coi capelli lunghi e gli occhiali d'oro, dall'aria d'uno scienziato; la cui presenza impreveduta mi turbò, perchè una domenica, facendo dal pulpito un'invettiva terribile contro certi peccatori, con voce tonante e gesto minaccioso, egli aveva per caso fissato sopra di me, che stavo davanti al pulpito, uno sguardo scintillante, che m'aveva messo i brividi. Il vescovo domandò a ciascuno di noi come ci chiamassimo. Quando fu la mia volta, il predicatore disse non so che scherzo sulla latinità del mio nome, con accento e sorriso benevolo, e quello scherzo, che mi fece l'effetto di un'assoluzione, mi dissipò dall'animo ogni terrore. Delle parole del vescovo non ricordo che un complimento che rivolse al mio prete, sorridendo: — Lei è la colonna dell'istituzione, — e ricordo la gioia che sfolgorò sul viso del lodato, pari a quella che davano ai granatieri della Guardia gli encomî di Napoleone. Eh, povera colonna, che doveva piegar tra poco come un giunco sotto una manina scomunicata! E che singolari fissazioni ha la fantasia! Fin dalla prima volta che ho letto i Promessi Sposi ho sempre dato al cardinal Federico il viso di quel vecchio vescovo, che, se fossi disegnatore, potrei riprodurre fedelmente, mettendo al suo punto preciso il piccolo neo che aveva accanto alla bocca; per cagion del quale mi fecero arrabbiare i miei fratelli, che dicevan per celia che era finto.
In che maniera tutto quel mio fervore religioso si sia andato spegnendo, non saprei dire. C'è a questo punto nella mia memoria, come in altri punti, uno squarcio. Pare che quel piccolo mondo ecclesiastico sia sparito dalla mia vita come una meteora. Mi ricordo peraltro che il mio ufficio di collettore si veniva facendo di mese in mese più duro, poichè era sempre più difficile strappare ai sottoscrittori poveri il soldo promesso; e che un giorno tornai a casa quasi piangente perchè la pollivendola, dandomi il soldo di mal garbo, dopo aver frugato in tasca mezz'ora, mi domandò con un'occhiata severa: — Ma.... questi soldi vanno poi tutti per davvero dove dovrebbero andare? — Rinunciai all'ufficio quel giorno.
Proprio, non fui più fortunato io con la China di quello che doveva essere quarant'anni dopo il Governo del mio paese.
Davanti al tribunale.
Al riaprirsi delle scuole municipali, in autunno, dovetti riprendere la Terza Grammatica, sotto il tiranno; ma, riprendendola con un anno di più, e dopo molti mesi di riposo, mi riuscì assai meno oppressiva dell'anno avanti. M'ispirava sempre un gran terrore Ezzelino, ciò non ostante. E a questo, sventuratamente, io offersi una memoranda occasione d'esser terribile.
L'occasione fu, non dico il mio primo amore, ma il mio primo amoreggiamento, poichè non credo che si possa amare a undici anni. Uno dei miei nuovi condiscepoli, e stretto amico, che ora è un alto impiegato delle Poste, s'innamorò a modo suo, che poi fu il mio, d'una signorina della sua età, figliuola d'un avvocato, la quale andava e tornava ogni giorno da non so che scuola privata con una sua piccola amica, figliuola d'un notaro, passando per le strade che pigliavamo noi per tornare a casa. Io m'innamorai dell'amica. Il doppio incendio nacque dall'uniformità dei due orari scolastici. Andavamo tutti i giorni ad aspettar la coppia gentile a una cantonata, all'uscir dalla scuola: ardimentosi come due don Giovanni prima di vederle, intimiditi a un tratto quando apparivano in fondo alla strada, tremanti come due cani immollati quand'erano a due passi. E tutta la foga della nostra passione non andava più in là di qualche esclamazione petrarchesca che spiccicavamo a stento dalle labbra, arrossendo fino alle orecchie, quando esse ci passavano davanti col capo e cogli occhi chini, sorridenti al ciottolato. Dopo di che ce la davamo a gambe tutti e due, l'uno incalzato dal terrore del bastone avvocatesco, l'altro dalla paura dello stivale notarile, per commentar poi insieme l'avvenimento con chiacchiere interminabili, come una prodezza di cavalieri antichi.
Questo giochetto innocente durò un paio di mesi, senza variazioni notevoli, e senza tristi conseguenze.
Una mattina, a scuola, mentre un nostro compagno traduceva a voce alta un distico delle Georgiche, entrò il bidello con una lettera per il professore. Questi l'aperse, la lesse in silenzio, aggrottando le sopracciglia, e poi diede un lungo sguardo a me e un altro al mio amico, che sedeva in un banco del lato opposto. Quei due sguardi furono per noi come due lampi rivelatori della verità tremenda. Ci guardammo: l'uno lesse in viso all'altro il proprio pensiero: ci sentimmo perduti. Vedo ancora la faccia pallida e spaventata del mio complice, che doveva essere il riflesso della mia.
Il professore non interruppe la lezione; ma fu più feroce che se ci avesse fulminati subito in presenza di tutta la scolaresca. Essendosi accorto che avevamo capito, ci tormentò spietatamente per un'ora con ogni specie d'allusioni avvelenate, tirate fuori a forza dalla poesia virgiliana; l'ultima delle quali: — Ci son altri che amano! — a proposito della frase: — Le viti amano il sole —, smozzicata fra i denti e accompagnata da due sguardi fulminei, fu così manifesta, che molti compagni si voltarono a guardarci, raddoppiando in quel modo il nostro terrore.
Venne finalmente il momento fatale. — Il tale e il tale si fermino — disse il professore, quando entrò il bidello a dare il finis.
Sgombrata la scuola, ci avvicinammo alla cattedra col passo di due condannati alla corda.
Il professore ci lesse la lettera adagio adagio, piantandoci ogni parola nel cuore. Non era firmata. Era una denuncia anonima dei nostri amori; la quale conteneva una calunnia, perchè parlava di “regali fatti e ricevuti„, quando noi potevamo giurare sulla nostra borsa disabitata che il nostro amore non ci costava un soldo, e terminava esortando il professore a intimarci di smetterla se non volevamo “pagare amaramente il fio„ della nostra audacia.
Pensammo subito che l'avesse scritta uno dei due padri; il che non era verosimile per la ragione che v'erano accusate le ragazze d'averci fatto dei regali. Solo molto tempo dopo sospettammo d'un alunno di filosofia, nostro amico e canzonatore abituale. Ma la cosa rimase sempre un mistero.
Il fatto è che quella minaccia oscura: “pagare amaramente il fio,„ che lasciava spaziare l'immaginazione fra una pedata e un colpo di pistola, ci fece allibire.
Ma fu ben più tragica l'ammonizione del tiranno. Se avessimo rapite e portate in Svizzera quelle due signorine innocenti, non ci avrebbe potuto dire di peggio. Ci trattò come due marci libertini, spavento delle famiglie e disonore della città; ci parlò di tribunali; ci parlò pure, com'era suo solito, della giustizia eterna, citando il Canto quinto dell'Inferno, con la bufera che mena nella sua rapina i peccator carnali; ce ne disse tante, insomma, e con un tal cipiglio e un tale accento, che finimmo con scoppiare in pianto tutti e due; anche il mio amico, che si vantava d'essere un uomo forte, e aveva per intercalare, mi ricordo, due versi di Dante pigiati in uno:
Sta come torre e lascia dir le genti.
Così morì ammazzato il nostro amore. Ma non con la correzione dei peccatori, appunto perchè Ezzelino, secondo l'uso suo e di molti altri, ci volle fare un delitto d'una fanciullaggine in cui non era nulla d'ignobile. S'egli ci avesse dato anche una brava polpetta, ma contentandosi di dimostrarci la grave sconvenienza d'andar a posteggiare ai canti due ragazzine oneste e sole, come due birichine vagabonde, noi ci saremmo certamente persuasi e pentiti. Trattati invece in quella maniera, passata che fu la prima paura, ci invanimmo quasi d'aver avuto la temerità di calpestare a quel modo tutte le leggi umane e divine, e poi, quando ad animo quieto valutammo giusto il piccolo fallo e la riprensione enorme, questa ci parve una buffonata, e il riprensore un inetto e uno sciocco.
Non di meno, da quel giorno in poi, pigliammo un'altra strada per tornare a casa, e per consolarci dell'amore andato a picco, ci demmo con furore alla palla di gomma elastica.
Sulla mala via.
Fu in quel giro di tempo che, stando una sera nel giardino, ebbi un quarto d'ora terribile, del quale ho risentito gli effetti funesti per tutta la vita. Quasi all'improvviso mi girarono attorno gli alberi e i muri, la terra mi vacillò sotto i piedi, mi si velarono gli occhi, mi si oscurò la mente, e preso da un senso di stanchezza infinita, non potendo più reggermi ritto, mi distesi per terra ed aspettai la morte. Poi, rialzatomi con un grande sforzo, barcollando come un ferito, mi trascinai a casa, dove mi buttai sul letto e confessai la verità a mia madre; che, spaventata, mi spruzzò d'acqua la fronte e mi fece fiutare dell'aceto, esclamando: — Ah, benedetto ragazzo! Anche tu! E così presto!... Ah, non ci ricadere mai più, per l'amor del cielo!
E io ci ricaddi, pur troppo.
Ah, se quel giorno, nel punto che mi mettevo alla prima prova, avessi potuto prevedere a quale ignobile schiavitù essa m'avrebbe condotto, a che padrone tirannico, brutale e stupido dato in potere per sempre; se avessi potuto prevedere di quale enorme disperdimento di forze del corpo e dell'intelletto, di quanti turbamenti maligni della salute, di quante ore di stanchezza inquieta e triste e notti d'insonnia tormentosa o agitate da sogni spaurevoli mi sarebbe stato cagione l'abito malaugurato che stavo per contrarre; se avessi preveduto ch'io sarei stato un giorno certissimo, come ora sono, che infinite ineguaglianze e fiacchezze del mio stile di scrittore, e radure e garbugli del tessuto sottile delle idee, e mancanze improvvise dell'acume critico e della flessibilità del pensiero e della facoltà d'abbracciar con la mente vasti spazi, non sarebbero state che un effetto di quell'abito; se avessi previsto nell'avvenire quante volte avrei fuggito villanamente delle compagnie gentili o rinunziato a spettacoli d'arte desiderati e a trattenimenti intellettuali fecondi, non per altro che per soddisfare il bisogno volgare che stavo per imporre irrimediabilmente alla mia gola e al mio cervello, condannandomi per tutta la vita a respirare un'aria impura e a legger libri e a vestir panni e a mandar pel mondo dei fogli impregnati dell'odore del mio vizio; se avessi potuto antivedere, infine, quante dure lotte, dalla giovinezza fino all'età matura, avrei dovuto sostenere per liberarmi da quel vizio, destinate a finir tutte quante, dopo giorni e mesi di sforzi penosi, con una vile dedizione al nemico, non lasciandomi altro conforto che quello di veder immuni dalla mia tabe i miei figliuoli, e amareggiato anche quello dal rimorso d'ammorbar loro la casa e dalla vergogna di stampar sulle loro guance dei baci attossicati; ah, se avessi presagito allora tutto questo, con che ribrezzo avrei buttato via quello sciagurato mozzicone di sigaro che stavo per cacciarmi fra i denti, e che, dopo quarant'anni, mi brucia ancora la bocca e la coscienza!
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Ma già anche prima del sigaro io ero da un po' di tempo sur un brutto sdrucciolo. Proprio, venivo pigliando la piega del cattivo soggetto. Che era stato? Cattivi germi, assorbiti qua e là, ammucchiandosi a poco a poco e andando in fermento, cominciavano a dar fuori; di quei germi che son come nell'aria e che tutti i ragazzi assorbiscono, salvo che sien tenuti sott'olio come le sardelle. Scatti di ribellione, bugiarderia, secchezza d'animo, volgarità di linguaggio, predilezione pei compagni sbarazzini, e propositi, più che altro, di bricconate; ma anche qualche piccola bricconata che, sebbene commessa in casa, avrebbe meritato qualche settimana di carcere correzionale, furono le prime manifestazioni del serpentello maligno che m'era entrato in corpo. Fors'anche perchè quell'anno era stato per me un anno di cresciuta straordinaria, quasi maravigliosa, prevaleva alla virtù dello spirito l'animalità imbaldanzita. Ma il male non era veramente profondo, poichè, anche nei giorni peggiori, sebbene rispondessi duro e arrogante anche a mia madre, pure i suoi rimproveri m'entravano sempre nel cuore; e più che i rimproveri suoi mi turbava il contegno di mio padre, che s'era mutato con me: il suo aspetto severo e freddo, il proposito manifesto ch'egli metteva in atto di non rivolgermi la parola e di non incontrare il mio sguardo mi facevano soffrire così nel vivo, che mangiavo in furia molte volte e scappavo da tavola il più presto possibile, col cuore serrato. Non ebbi nessun castigo, e credo che sia stato meglio. Credo che tutti i ragazzi passino per crisi somiglianti, le quali son per l'animo ciò che la tosse asinina e i bachi per il corpo, e che i parenti non se ne debbano spaventare, nè ricorrere ai grandi mezzi di correzione, lasciando invece che il male, fatto il suo sfogo, se ne vada da sè; che è ciò che segue sempre, quando la natura del figliuolo non è trista affatto; nel qual caso valgon poco o punto i castighi. Quello che mantenne vivo e cocente in me per tutta la vita il rimorso d'aver amareggiato mio padre e mia madre in quel periodo fu appunto il fatto di non esser stato punito da loro come meritavo. A poco a poco lo stato violento di coscienza in cui vivevo mi divenne insopportabile. Ero già preparato a un pieno ravvedimento: non occorreva più che una spinta, e il caso me la diede. Mia madre fu presa una notte da un grave malore, si mandò per il medico, la casa fu sottosopra; io la intesi gridare dalla mia camera con accento di dolore disperato: — Ah mio Dio, morire! Lasciare quel figliuolo ancora così ragazzo! — Quel grido mi snodò il cuore, scoppiai in pianto, m'inginocchiai sul letto, ridissi la preghiera che non dicevo più da un pezzo, supplicando Iddio che non mi togliesse la mamma, — e quando essa fu fuor di pericolo, io era uscito di malattia.
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Erano incominciate le vacanze. Mi invase allora, come accade prima o poi a ogni ragazzo, il furore delle letture romanzesche; se pure si può chiamar “leggere„ il divorar l'un sull'altro decine di romanzi, dalla mattina alla sera, senz'un'ora di respiro, fino ad averne la mente e la vista offuscate, fino a passar più giorni di fila, come a me accadeva, senza veder nè le Alpi nè il cielo, sempre coi pugni sul libro, col mento sui pugni e con gli occhi sul foglio. Cascai prima sui romanzi del Dumas padre, e il primo di questi fu il Conte di Montecristo, che rimase sempre il mio preferito, non solo perchè mi parve e mi pare ancora il più maraviglioso per la favola e il più attraente per l'arte del racconto, ma anche per il fatto che mia madre mi aveva dato pensatamente il nome di battesimo del protagonista, per aver letto con molto piacere quel romanzo mentre stava aspettando ch'io venissi al mondo. Seguirono a quello non so quanti altri, che poi mi si confusero tutti nella mente in un solo romanzo enorme di migliaia di personaggi e di avventure d'ogni tempo e d'ogni paese. Ma questa furia s'arrestò ad un tratto, fortunatamente, per effetto della lettura d'un libro, che doveva aver poi un influsso straordinario sul mio pensiero e sul mio cuore, per tutta la vita. Non avevo letto sino allora dei Promessi Sposi che poche pagine sparse per le Antologie scolastiche. Non ricordo che alcun professore delle prime scuole ce ne consigliasse con insistenza la lettura. Misi un giorno la mano sul romanzo, un'edizione di Vincenzo Batelli di Firenze, del 1827, in tre volumi, che conservo ancora. Incominciai a leggere. L'effetto fu maraviglioso. Mi sentii come preso da mille uncini e da mille lacci sottilissimi, che mi avvolsero e mi strinsero, penetrandomi fin nel più profondo dell'anima. Fu un diletto continuo e vivissimo, non interrotto punto, nè quasi scemato dalle digressioni storiche e dalle descrizioni minute che soglion seccare i ragazzi, rotto spesso da commozioni violente, che mi strappavano il pianto, accompagnato dal principio alla fine da un consenso pieno e dolcissimo di tutti i sentimenti e di tutti i pensieri. Non distinguevo l'un dall'altro, mi ricordo bene, ma sentivo confusi tutti insieme gli effetti di quell'arte profonda e semplice, dell'armonia delle facoltà, della misura sapiente, della logica finissima, della trasparenza cristallina dello stile, di quella musica grave e delicata, e quasi segreta, che par che venga più dal pensiero che dalla parola, e suoni nell'anima senza che l'orecchio la senta. Non poteva essere compiuta la mia ammirazione; ma la simpatia fu tale da non poter più crescere. Presentii fin dalla prima lettura che avrei riletto quel libro mille volte, anche da uomo. Una quantità d'immagini, di sentenze e di frasi mi s'impressero subito e per sempre nella memoria. Mi rimase nell'animo una serenità, una pace, quasi una compostezza, che m'era prima sconosciuta; quasi un'armonia sommessa, alla quale s'intonò per un pezzo la voce di tutto il mio essere. Mi parve che entrasse nella mia vita un amico, un maestro aspettato da lungo tempo, e il cuore mi diceva che non ne sarebbe uscito mai più. Posso dire che la lettura di quel libro segnò per me il passaggio dalla fanciullezza all'adolescenza.
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Riandando col pensiero quei primi anni, sono sempre ricondotto, per ciò che riguarda l'educazione dei figliuoli, alle stesse conclusioni; non nuove per certo, ma, a mio avviso, non mai abbastanza stampate. Son persuaso che c'è meno pericolo a lasciare ai ragazzi una certa libertà, ed anche una libertà larga, che a tenerli a catena, perchè riconobbi che gl'incatenati, che son come anime compresse, non solo non riescon migliori, ma peggiori dei liberi, non foss'altro per l'arte più fine della simulazione, che suole poi essere cagione ai parenti di grandi disinganni. Son persuaso che è fatica perduta affatto quella gran cura che metton molti a mantenerli nell'ignoranza di certe cose, delle quali essi acquistano in ogni modo, per mille vie impossibili a precludersi, la cognizione precoce; e che, ciò essendo, è perniciosissimo e stupido il tenere in presenza loro certi discorsi, come quasi tutti fanno, con parole coperte, nella fiducia che essi non li intendano, poichè o li intendono, o capiscono se non altro che i loro parenti tengono dei discorsi che non dovrebbero, ma da cui non sanno astenersi, perchè ci trovan piacere; onde questi scadono nella loro stima, facendo per giunta davanti a loro una figura ridicola. Son persuaso che non ci sia nulla di più dannoso all'intelligenza e alla fibra dei ragazzi che il costringerli, per mandarli avanti presto, a studi prematuri, perchè, se anche ci reggono da principio, scontano immancabilmente lo sforzo più tardi, uscendone con le facoltà fiaccate e spuntate, compresi d'una sorda avversione per la scuola, e non più sospinti dal bisogno di leggere e di studiare da sè, per curiosità e per diletto. Son persuaso che lo spettacolo più nocivo all'educazione loro, il più funesto per il loro cuore e il loro carattere sia quello della discordia, degli urti anche più leggieri tra padre e madre, nei quali si sbriciola l'autorità di tutti e due, ledendo nel ragazzo il concetto della santità della famiglia, e lasciandogli dei ricordi incancellabili che gli offuscano più tardi nel cuore le loro immagini, e vi diventan radici inestirpabili di scetticismo. Son persuaso che è sacrosanta verità la sentenza del Capponi, che le cose udite, non le insegnate, formano l'animo dei fanciulli, ossia tutto ciò che di buono e di gentile essi intendono, che è detto in presenza loro spontaneamente, senza pensare a loro, per impulso d'istinto e di coscienza; e che perciò ammonimenti, consigli, prediche, e anche castighi, tutto è fiato e rigore sprecato se essi non vedono che nei loro parenti corrispondano perfettamente ai precetti il carattere, la vita, lo spirito dei discorsi impremeditati e abituali. Ho visto mia madre intesa tutta e sempre alle cure della famiglia, scevra d'ogni vanità femminile, aborrente dai pettegolezzi, impietosita d'ogni sventura altrui, caritatevole ai poveri, facile al perdono con tutti; ho visto mio padre lavorar dalla mattina alla sera con uno zelo d'impiegato esemplare, occuparsi in tutti i ritagli di tempo dei suoi figliuoli, e studiare, quanto gli era concesso, tutta la vita per coltivare il proprio spirito; ho intuito sin da bambino che mia madre era una donna buona e onesta e che mio padre era un uomo retto e generoso: questi sono stati gl'insegnamenti più efficaci ch'io abbia avuto da loro. Fu l'esempio che mi diedero che mi ritenne sulla buona via ogni volta che fui sul punto d'uscirne; fu il ricordo delle loro opere che mi fece sempre ripentire e ravvedere d'ogni atto insensato e ignobile. Tutto il resto, nel campo dell'educazione, è vuota ciancia e vessazione inutile. Non serve fingere coi figliuoli, e far due parti, l'una per loro e l'altra secondo il comodo proprio; è anzi meno peggio il lasciarsi vedere come si è, coi nostri difetti e con le nostre debolezze; chè, se non altro, così mostrandoci, siamo stimati sinceri. V'è un modo solo di educare: vivere degnamente. Ma è difficile, si capisce.
In Umanità.
Mi parve di aver fatto un gran salto in su nella gerarchia scolastica quando invece di alunno di Grammatica potei dire: — Sono alunno d'Umanità, — benchè non capissi punto in quale significato fosse usata quella parola; anzi appunto perchè non lo capivo: cosa frequente anche fra i grandi.
Era entrata quell'anno nelle scuole un'infornata di nuovi professori, la più parte giovani e bravi; tre dei quali nella mia classe, che corrispondeva alla quarta del Ginnasio attuale. Il solo professore di lettere italiane e latine non era nè giovane nè bravo, sebbene non mancasse nè di coltura nè di buon volere; era uno di quei molti insegnanti a cui manca l'arte specialissima dell'insegnamento, rara a trovarsi perfetta, anche fra gli uomini di gran levatura, come le voci di tenore; tanto ch'io dubito che Dante sarebbe stato un buon professore di Liceo. A quello poi non mancava soltanto l'ispirazione, ma addirittura il calorico animale; una tinca fredda, l'avrebbero chiamato in Toscana. Per questo rispetto era un vero originale, e perciò ne faccio lo schizzo. Egli insegnava letteratura come avrebbe insegnato computisteria; nessuna quistione d'arte o di storia letteraria, nessuna bellezza poetica lo faceva mai uscire neppure un momento dalla sua quiete beata, nè alterava la grave monotonia della sua voce che rassomigliava al rumore d'una macchina da cucire, nè la placidità immobile del suo buon faccione di padre guardiano. E in questa maniera otteneva effetti maravigliosi. Pareva che con la sua voce si espandesse nella scuola un'esalazione continua di cloroformio, che assopiva gli spiriti più vivaci, domava a poco a poco i temperamenti più irrequieti e otteneva una disciplina di convento. In anni posteriori conobbi parecchi altri insegnanti della stessa natura; ma nessuno dotato d'una tal potenza addormentatrice. Era contento di noi, diceva che eravamo una scolaresca tranquilla. E sfido: egli ci recideva ogni forza di ribellione come per virtù di magia. Ma lascio immaginare che buon pro facessero la letteratura italiana e la latina servite in una tal salsa di papavero.
C'era per altro chi ci svegliava. Era il professore d'aritmetica, un omino tutto nervi, con una bella testa riccioluta, elegantissimo, pieno d'ingegno e d'argento vivo; il quale si fece poi un nome nelle matematiche. Questi insegnava mirabilmente; ma era impaziente come un poledro stallino e rabbioso come un gallo andaluso. Inclinato per la sua natura violenta a picchiare, ma rattenuto dalla prudenza, ed anche dalla buona educazione, aveva trovato, per sfogarsi, qualche cosa di mezzo tra la percossa, che era proibita, e gli epiteti forti, che non gli bastavano: il pizzicotto; ma non quello semplice, che sarebbe stato una bazza: una specie di pizzicotto rotatorio. Quando lo scolaro chiamato alla lavagna non capiva le sue spiegazioni, egli s'alzava, gli afferrava il braccio sotto alla spalla con l'indice e il pollice, e stringeva e torceva fin che quegli capisse. In quell'esercizio, ch'egli faceva certo da parecchi anni, le sue dita avevano acquistato una forza di tanaglie. Era un'idea sua che la matematica si dovesse inoculare in quella maniera, come il vaccino. Dopo due mesi di scuola eravamo quasi tutti segnati, tanto che ai primi calori, quando ci andavamo a bagnare nel torrente, i suoi alunni si riconoscevano fra quelli delle altre classi, alla bollatura, come i giumenti delle mandre argentine, e si poteva anche distinguere fra di essi, alla maggiore o minore estensione e intensità di colore dei lividi, il diverso grado di disposizione che avevan per la scienza. E ciò non ostante, gli volevan tutti bene perchè del suo insegnamento tutti s'avvantaggiavano. Egli ci faceva veder le stelle, ma anche capir l'aritmetica, ed era anche giusto, perchè pizzicottava signori e poveri diavoli con egual vigoria. Per nulla al mondo l'avremmo voluto cambiare con un professore di mano più dolce, ma di metodo didattico meno efficace; tanto è grata la gioventù scolastica a chi le agevola lo studio, anche martirizzandole le carni.
Un altro professore valentissimo, anzi perfetto, era quello di storia; il quale provava mirabilmente col fatto come il miglior mezzo di tener la disciplina sia la fermezza del carattere e la dignità delle maniere. Egli aveva tutti i giorni lo stesso viso e lo stesso umore, come un uomo in cui non potesse alcuna passione; non pizzicava, non gridava, quasi non rimproverava neppure: e non di meno, credo che se ci avesse fatto lezione il re d'Italia in persona non avrebbe ottenuto maggior silenzio e maggior rispetto. Entrato lui nella scuola, non rifiatava più nessuno; un suo sguardo severo bastava a rimettere a dovere i più audaci; non lo udimmo dire in tutto l'anno una parola più forte dell'altre. E le sue lezioni eran piacevoli, benchè leggermente colorite di rettorica e fatte con intonazione un po' predicatoria. A renderlo autorevole e simpatico giovava molto anche il suo aspetto, poichè era il più prestante professore della famiglia, un giovane bellissimo, di statura alta e di portamento maestoso, vestito sempre con grande eleganza, e privilegiato d'una capigliatura e d'una barba d'un biondo d'oro, che eran l'ammirazione di tutto il bel sesso e l'invidia di tutta la gioventù brillante della città; e non lasciava trasparire per questo il menomo segno di compiacenza vanitosa o d'orgoglio, chè anzi, s'egli aveva un difetto, era quello di non rallegrar mai la scuola con un sorriso, e di dire anche gli scherzi, rarissimi, e sempre relativi alla sua storia, con una gravità di magistrato. Lo temevamo ed eravamo tutti pieni d'entusiasmo per lui, tanto che una sua parola di lode, un semplice bene o anche solo un cenno approvativo del capo davano pure ai più apatici una soddisfazione grandissima. Mi ricordo che fui veramente afflitto e morso dalla vergogna una volta ch'egli rispose a mio padre, che gli chiedeva informazioni: — Potrebbe fare; ma, Dio buono, è tanto distratto! — e che da quel giorno stetti in iscuola come una statua.
Proprio l'opposto di lui era una povera anima di professor di francese, un'effigie di fattor di campagna cinquantenne, tarchiato e sanguigno, che non riusciva a farci chetare un minuto, e che noi tormentavamo barbaramente, andando alle volte otto o dieci intorno al suo tavolino, con la grammatica in mano, col pretesto scellerato di chiedergli spiegazioni, che chiedevamo apposta tutti insieme ad alta voce. Quando capiva il gioco, perdeva i lumi, scattava in piedi, e si metteva a sprangar calci da tutte le parti e a inseguir l'uno dopo l'altro per darci il resto, saltando in giro per la scuola come un mulo infuriato, fin che andava a ricader sulla sua seggiola sfinito e convulso, trattandoci di vigliacchi e di banditi. Povero professore! E portava per nostra meritata disgrazia degli scarponi di montanaro, che ci sollevavano da terra come palle di gomma, lasciandoci le traccie dell'inchiodatura nei dintorni dell'osso sacro. Ma non ci faceva entrare il francese da nessuna parte. Colpa meno sua che della consuetudine stupida, non ancora smessa affatto, di non dare nelle scuole la grande importanza dovuta allo studio di quella lingua necessaria a tutti; la quale moltissimi debbono studiare in furia più tardi sotto la stretta del bisogno, imparandola male per sempre, e dopo aver fatto una lunga serie di figure ridicole.
Tenorino fallito.
Dallo studio mi distrasse disgraziatamente in quell'inverno l'illusione risuscitata d'avere una bella voce di tenore, in grazia della quale avrei dovuto fra due anni lasciar la filosofia per darmi alla musica; e l'idea del cambiamento non mi atterriva. È quello l'episodio della mia adolescenza che, a ricordarlo ora, mi fa ridere più saporitamente d'ogni altro alle mie proprie spalle. Illusione “risuscitata„ ho detto, perchè l'avevo avuta già tempo prima, essendomi inteso dire fin da piccino che avevo una bella voce, in special modo da mia madre, che spesso mi faceva cantare; ma non m'ero mai curato gran fatto di quel supposto dono della natura. Mi nacque la passione del canto e la speranza di poter far fortuna con l'ugola soltanto in quell'inverno, nel quale mio padre mi condusse varie volte a sentir l'opera in musica; e fu una frenesia vera, come quella dei soldati e della pittura, e che durò dei mesi. Solfeggiavo per tutta la giornata, in casa e per la strada, e per le scale della scuola, e perfino nel teatro, mentre cantavano i miei maestri, e in tutti i luoghi e i momenti in cui potessi non essere udito cantavo con quanta voce avevo in canna, come se mi fossero già pagate le note un marengo l'una. Una vocina passabile l'avevo; ma una miseria, e mancavo d'orecchio: stonavo come un ubbriaco. E capivo bene che, così come era, la mia voce non meritava nemmeno di esser coltivata per spasso, nè per metallo, nè per estensione. Ma con la maravigliosa facoltà che ebbi sempre d'ingannar me stesso mi persuadevo che da una settimana all'altra, per effetto di cause diverse, la voce mi sarebbe venuta come la volevo. Dicevo: — Mi verrà quando smetterò di fumare; — poi: — quando non berrò più che acqua; — poi: — quando non mangerò più dolci, che son quelli che mi rovinano, non altro, — e quantunque dopo ciascuna prova seguitassi a strillare come un uccello spennato vivo, pure persistevo a sperare, accagionando il difetto ora a un raffreddore, ora a una infiammazione di gola, ora all'aver troppo forzato il soffietto. E questa passione tirava con sè un corteo di altre piccole ridicolaggini. Non solo facevo dei gargarismi dalla mattina alla sera, ma imitavo il passo e il gesto dei cantanti; non solo imparavo a memoria, ma mi copiavo in bella calligrafia i libretti d'opera; e non cantavo soltanto in città, ma per sfogare più sfrenatamente le mie forze vocali facevo apposta delle corse in campagna, dove abbaiavo agli alberi per dei quarti d'ora, e mettevo in fuga uccelli da tutte le parti. Ma, ahi! (l'interiezione è imitativa) non ci guadagnavano nulla nè la trachea, nè l'orecchio; mi s'andava anzi sciupando sempre peggio quel filo di voce, che non era al tutto sgradevole prima ch'io fissassi il chiodo di fare il tenore. Infine, mi sentii tanto trattare dai miei compagni di chiavistello arrugginito e di galletto strozzato, e vidi anche nella mia famiglia dei così manifesti segni di sazietà di quel diluvio di stecche false di cui empivo la casa, che mi persuasi di dover rinunziare alla “carriera lirica„ e smontai l'organetto. Ma se perdetti ogni illusione riguardo alla voce, mi rimase sempre un gusto così vivo, anzi una passione così calda per il canto, che anche ora una nota dolce e potente mi fa impallidire dalla commozione, e una voce bella udita di sera per la strada mi fa pedinare il cantante anche per un miglio, ed è quello il dono di natura che, dopo il dono dell'ingegno, invidio di più a chi lo possiede, e ritengo il canto uno dei mezzi più efficaci di educazione dell'animo, e l'ho per uno dei più dolci conforti della vita.
Il Cinquantanove.
Cessato il furore tenorile, ebbi un'altra e ben più potente distrazione dagli studi; la quale, per fortuna dell'Italia, durò assai più lungo tempo dell'altra. Il colpo più funesto al latino lo diede in quell'anno scolastico Vittorio Emanuele, e per l'appunto il primo di gennaio, col discorso memorabile del “grido di dolore„. Entrò da quel giorno nella scolaresca uno spirito di divagazione patriottica, che non riuscirono a frenare neppure i professori più autorevoli; chè anzi lo sovreccitarono spesso, anche facendo scuola, con allusioni agli avvenimenti, e con digressioni politiche, che scappavan loro di bocca come il vino spumante dalla bottiglia. Era come diffuso per l'aria un odor di polvere; il suono delle trombe dei bersaglieri, che passavano vicino al Ginnasio, ci faceva balenar gli occhi e fiorir sotto la penna agitata le sgrammaticature; anche i vecchi professori più sconquassati prendevan nell'andatura qualche cosa di belligero, e noi non ridevamo più per la strada nemmeno delle guardie nazionali panciute, che facevano tre passi sur un mattone. Crebbe ancora il fermento sulla fine di febbraio, quando nella nostra piccola città, fatta sede del maggior deposito dei Cacciatori delle Alpi, cominciarono ad arrivare a frotte i giovani emigrati, la più parte lombardi e veneti, di ogni condizione sociale; i quali portarono come un'onda di sangue ardente nella vita cittadina, e diedero quasi un nuovo aspetto alle strade, ai caffè, a tutti i luoghi di ritrovo pubblico, dove a ogni passo s'incontrava un viso sconosciuto e s'incrociava lo sguardo con due occhi scintillanti d'alterezza e di speranza. Molti di quei visi, parecchi dei quali erano predestinati all'onore del marmo e del bronzo, mi sono rimasti scolpiti nella memoria come visi d'amici intimi. C'erano fra quel migliaio e più di nuovi venuti dei campioni della guerra del '48 e della difesa di Roma; c'erano dei futuri pittori celebri, come l'Induno, il Pagliano, il De Albertis; c'erano il Cairoli e il Bertani, e il De Cristoforis, del quale dovevo legger poi con entusiasmo, alla scuola di Modena, il Trattato della guerra. Ma non ricordo d'aver inteso allora i loro nomi, che erano ancora fiori di gloria in boccio. Il solo nome che correva sulla bocca di tutti era quello del Cosenz, comandante, che rammento d'aver visto più volte in Piazza d'Armi, quando i volontari non vestivano ancora l'uniforme, comandare gli esercizi col tubino e col soprabito nero, come un capo di barricate: una figura svelta e dritta come uno stocco, con un viso grave di filosofo, che molti per le vie salutavano rispettosamente, ricordando le sue prodezze eroiche di Venezia. E anche rammento, quando scomparve sotto il cappotto bigio ogni apparente differenza di condizione sociale fra gli emigrati, lo strano effetto che faceva nel popolino il sentir dire dell'uno e dell'altro di quei soldati semplici: — Questo è un avvocato. — Quello è un medico. — Quello là è un professore. — Quello lì è un signorone. — Ciò che valeva più d'ogni discorso o articolo di giornale a dare alla gente incolta un'idea della grandezza degli avvenimenti che si preparavano, e faceva rivolgere dalle signorine a quei rozzi cappotti certi sguardi di curiosità romantica, dei quali prima d'allora non avevano onorato mai la “bassa forza„. Beati giorni, che risplendono come zaffiri nella corona delle nostre più care memorie.
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L'agitazione della scolaresca giunse al colmo nel marzo, quando, richiamati alle armi i contingenti, si videro arrivare i bersaglieri delle classi congedate, uomini fatti, anneriti dal sole dei campi, con le tuniche logore, coi cappelli spelati, con le scarpe contadinesche, molti con le medaglie di Crimea dai nastri sbiaditi: d'aspetto così grave la più parte, che parevano i padri dei soldati in servizio, di cui venivano a ingrossare le file. E qui mi ricordo d'un fatto, che mi fece un gran senso, e che prova come neanche in Piemonte, e neppure per le guerre più popolari, ci sia mai stato un grande ardore guerresco nei vecchi soldati che erano strappati ai figliuoli e ai loro campi e mandati a farsi ammazzare; quantunque poi, per sentimento del dovere, si portassero così bravamente che l'entusiasmo non avrebbe potuto fare di più. Era una sera di domenica. Un gran numero di quei richiamati, ancora senz'armi, passeggiavano a coppie e a drappelli per la strada principale, affollata di gente. A un certo puto vidi sventolare una bandiera, aprirsi la folla e venire avanti un folto stuolo di cittadini, ordinati in quattro file, che cantavano l'inno del Mameli; tutti signori in cilindro e in pastrano, fra i quali riconobbi con piacere alcuni dei professori del Ginnasio: quello di matematica il primo. Mentre mi passavano davanti, da un gruppo di vecchi bersaglieri che mi stava accanto uscì qualche apostrofe a voce alta, in tuono di sarcasmo: — Già, è comodo di cantare! — Loro cantano e noi andiamo a dare la pelle. — Vengano con noi a battersi invece di far del baccano. — Il drappello s'arrestò, disordinandosi; i dimostranti risposero; s'attaccarono vari battibecchi vivaci. Alcuni dei signori, risentiti, rinfacciavano ai soldati di mancar d'amor di patria; altri, più pacati, cercavano di rabbonirli, persuadendoli che non tutti avevano il dovere, che non a tutti era possibile d'andare alla guerra, e qualcuno diceva loro che s'era battuto anche lui nel '48 e nel '49. Ma i soldati parevano poco persuasi, rispondevano brontolando e alzando le spalle. Ciò che mi fece più maraviglia in quel contrasto doloroso fu la bella disinvoltura con cui alcuni dimostranti brizzolati e panciuti assicuravano, picchiandosi la mano sul petto, che sarebbero andati alla guerra essi pure, mentre si capiva dai loro faccioni pacifici che non si sognavano neppure una mattata compagna. E ripetevano con calore: — Ci rivedremo al campo! Ci rivedremo al campo! — Vedo ancora gli sguardi di diffidenza coi quali i soldati misuravano le loro rotondità, come se domandassero a sè stessi in quale campo avrebbero mai potuto rivederli, non stimando che fossero pance da arrolarsi nei bersaglieri. Il litigio durò finchè si avvicinarono due tenenti, alla vista dei quali i bersaglieri si sbandarono. Povera gente, chi sa che alcuni di loro non siano caduti i primi sotto le palle austriache all'assalto di San Martino! Quella scena mi lasciò addolorato e turbato da molti pensieri confusi; da questo fra gli altri: che, perchè una guerra fosse veramente nazionale, si dovrebbe andare a battere molta gente la quale rimane a casa, e che, in ogni modo, sarebbe delicatezza e prudenza che quelli che rimangono non cantassero troppo forte passando davanti a quelli che partono.
*
Un altro mio ricordo vivissimo è quello della venuta di Garibaldi; ma mescolato d'un forte amaro. Venne un giorno d'aprile a passare in rivista i Cacciatori delle Alpi; ma quasi di nascosto, avendo pregato prima che non si annunciasse la sua venuta, e non si trattenne tra noi che poche ore. Da noi scolari non si seppe ch'era in città che quando aveva già fatto la rivista e smesso la divisa di generale. Ero con un compagno sur un viale della Piazza d'Armi quando alcuni ragazzi, accennando una carrozza che passava di corsa, si misero a strillare: — Garibaldi! Garibaldi! — e noi dietro a tutte gambe.
.... Come s'andava un lo poi rede'.
Si fece non so quanta strada battendoci le mele coi tacchi, finchè ci mancarono le forze e cascammo sulla proda d'un fosso, anelando, come due levrieri sfiancati. Quando ripigliammo la corsa, il Generale era già all'albergo a desinare, e il desinare chiamava a casa anche noi: egli partì la sera stessa. Ci pigliammo un'arrabbiatura da morderci i gomiti. Il giorno dopo ripassammo per tutte le strade dov'egli era passato, come per fiutare le sue tracce. Ci fu detto che era andato a visitare una rivenditrice di commestibili, soprannominata la Pasqualina, che aveva bottega sotto i portici; un pezzo di donna tarchiata e fiera, che tutta la città conosceva e rispettava perchè uno dei suoi figliuoli, Paolo Ramorino, era stato commilitone e amico di Garibaldi in America, ed era morto eroicamente alla difesa di Roma, combattendo al fianco di Luciano Manara. Arrivammo subito dalla Pasqualina, e la trovammo là davanti alla bottega, attorniata da molti curiosi, ai quali accennava un sacco di riso sul quale s'era seduto Garibaldi il giorno avanti, discorrendo con lei. Ah, fortunata Pasqualina! Come ci parve bella e gloriosa! Stemmo là un pezzo a contemplar lei e il suo sacco, e poichè avevo qualche soldo in tasca, mi balenò l'idea di comprare un etto di quel riso memorando, che aveva avuto l'onore di far da cuscino all'Eroe di Sant'Antonio. Ma il mio compagno, che conosceva l'umore della brava donna, me ne distolse, osservando che ella avrebbe potuto pigliare la cosa come una canzonatura e risponderci con una ceffata, che non sarebbe stata di natura femminile. E così, miseramente, terminò la nostra spedizione; la quale fu anche più sventurata ch'io non potessi allora pensare, perchè non mi si doveva offrir modo mai più d'appagare il mio ardente desiderio. Parrà incredibile, ma è così: per una serie di accidenti e di contrattempi maledetti, qualche volta per il ritardo d'un minuto, qualche altra volta per un impedimento materiale futilissimo, quella sfortuna si ripetè dieci volte nella mia vita. Ho un rimpianto nel cuore e lo confesso con un sentimento di vergogna, come una colpa: non vidi mai Garibaldi!
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Mi stupisce come non mi sia rimasto alcun ricordo della forte impressione che mi fecero certamente le descrizioni dell'arrivo dei Francesi a Torino e le prime notizie delle battaglie di Montebello, di Palestro, di San Martino. Su questi ricordi, che debbo aver serbati vivi per un pezzo, s'è distesa, non so quando nè come, una nuvola fitta, che non m'è riuscito mai di diradare. Mi rammento solo del primo annunzio della vittoria di Magenta, che mi fu dato da mio padre, su per la scala, con una esclamazione enfatica, tendendo un braccio in alto, e sclamando: — Siamo a Milano! — Ma non c'è da meravigliarsi, chi ci rifletta, di queste eclissi di certi grandi avvenimenti nella nostra memoria, perchè è una illusione quella per cui pensiamo che noi risentissimo allora al loro annuncio, noi, come tutta l'altra gente, una commozione infinitamente maggiore di quella che ci desta il loro ricordo, e che dovessimo quasi non viver d'altro, in quel periodo di tempo, che di quelle commozioni. Come, guardando una fuga di colonne da un capo della via, non vediamo gl'intervalli che separano quelle lontane, che ci appaiono congiunte, così non vediamo più fra quegli avvenimenti passati i larghi spazi di tempo, durante i quali eravamo tutti assorti, come nei tempi ordinari, nelle nostre faccende e nei nostri piaceri, che avevano pur sempre in noi il sopravvento sui nostri pensieri e affetti di cittadini; e neppure consideriamo, d'altra parte, che la lunga aspettazione e la frequenza stessa di quei grandi fatti ci avevano come stancata la facoltà sensitiva, e reso l'animo in certo grado indifferente anche alle cose più straordinarie.
Ciò che non ho dimenticato è lo spettacolo dei frequenti Te Deum che si cantavano nel Duomo, e a cui intervenivano con grande solennità e in abito di gala tutte le autorità civili e militari; fra le quali spiccava la bella testa bruna del nuovo provveditore degli studi, venuto quell'anno, Domenico Carbone, che è rimasto una delle memorie più luminose e più care della mia adolescenza. Quanto bene, anche fuor dell'insegnamento diretto, può fare a una scolaresca un uomo d'intelligenza eletta e di alto carattere! La venuta di quel provveditore, coronato della doppia gloria di poeta e di combattente volontario del 1848, e preceduto dalla fama d'uomo integro e buono, ancor giovane, bello della persona, amorevole e severo ad un tempo, e pieno di nobiltà nelle parole e negli atti, aveva portato come un'onda d'aria pura e vivida in tutte le scuole. In ogni scuola dov'egli entrasse e discorresse, lasciava un ardore di buona volontà e di nobile ambizione, e quasi un profumo di gentilezza, che penetrava in fondo agli animi. Egli fece dei miracoli: convertì dei discoli che nessuno aveva mai domati, svegliò delle volontà che parevano addormentate per sempre. Tutti i poveri angariati, che sono in ogni scolaresca, tutte le vittime derise della prepotenza dei compagni e dall'antipatia dei maestri, anche prima d'aver esperimentato la sua bontà, si sentivano protetti dalla sola sua presenza, e prevenivano, pronunciando solo il suo nome, molte ingiustizie e molte bricconate. Tutti lo amavano e lo riverivano. Ci affollavamo sui pianerottoli per vederlo passare; per la strada, facevamo apposta delle corse e dei giri per passargli davanti e salutarlo; e quando nel Duomo, ai Te Deum, egli compariva primo nel banco dei professori e girava sugli scolari accalcati quei due grandi occhi austeri e leali, con quel buon sorriso che diceva: — Ecco i miei figliuoli — gli rispondeva il nostro cuore con un fremito di simpatia e d'alterezza. Se si potessero fabbricare degli uomini simili invece di rimpastar programmi e regolamenti!
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Racconto un fatterello che lo riguarda, non tanto per far onore a lui, quanto per far ridere a mie spese; chè ci provo piacere ormai, come i flagellanti d'un tempo a farsi frizzare la pelle.
Avevamo da anni un viceprovveditore prete, caldo più di morbin che di ardor cattolico, che portava la tonaca come una camicia di forza: non punto cattivo in fondo, ma assai piccoso, e invasato dalla smania di fare il terribile; ciò che otteneva più che altro con certe minaccie piene di mistero e con certe stralunature d'occhi da Luigi undecimo da arena. Contro costui aveva scritto una poesia satirica, che girava per le scuole, un alunno di filosofia, che io bazzicavo, essendo in relazione d'amicizia le nostre famiglie. Smanioso di legger la satira, il reverendo pensò di strapparla a me spaventandomi, e, mandatomi a chiamare in provveditoria, a un'ora che non c'era nessuno, m'ingiunse con parole solenni di portargli il corpo del reato, pena la bocciatura agli esami finali, prefiggendomi per giunta il giorno e l'ora della consegna, nell'ufficio stesso. Uscii dal colloquio con la tremarella in corpo, egualmente sgomentato dalla minaccia della vendetta e dall'idea dell'azione ignobile che mi sentivo inclinato a commettere, e passai la giornata intera in uno stato d'incertezza angosciosa. Ma il giorno dopo mi lampeggiò l'idea salvatrice: — Domenico Carbone! — Ero ben certo che egli avrebbe disapprovato l'atto del prete e non condannato la mia disobbedienza; nè avevo bisogno di far grave la cosa, ricorrendo a lui formalmente. Sapendo che all'ora fissata per la risposta egli era sempre in ufficio, col mio babau e col segretario, pensai che se avessi esposto il mio rifiuto con qualche frase oratoria, a voce scolpita, in modo da farmi sentire da lui e da costringerlo a domandare di che si trattasse, io sarei stato salvo e l'amico nelle peste. Eureka! In verità, per un ragazzo di tredici anni, non c'era male. E non solo mi sentii salvo da quel momento, ma, confondendo le carte nella mia coscienza, come fanno spesso gli uomini in tali casi, mi parve d'essere un'anima spartana, e preparai nella mente una risposta eroica, un “pistolotto„ da primo attore, che mettesse in luce gloriosa la nobiltà del mio carattere.
All'ora fissata entrai nell'ufficio, pestando i tacchi, come per far suonare gli sproni. Erano seduti a un grande tavolo, da una parte il Carbone e il segretario, che discorrevano fra di loro, dalla parte opposta lo spaventaragazzi, che in quel momento mi fece pietà. Questi mi fece cenno che m'avvicinassi, e mi domandò sotto voce “se avevo portato„.
M'impostai bene, e alzando la cresta e adocchiando dalla parte del provveditore, risposi con voce grossa: — Non ho portato; ho pensato che avrei commesso un'azione....
— Basta, basta — disse il prete, accennandomi con la mano che tacessi.
E io, alzando ancora la voce: — Ho pensato che avrei commesso un'azione.... un'azione....
— Ma basta, le ripeto; non occorre altro....
Ma io avevo l'abbrivo, e poichè il provveditore s'era voltato, volevo fare il colpo a ogni costo. E rincalzai: — Avrei commesso un'azione indegna.... tradito un amico....
— Ma vada, le dico! — mi gridò il prete stizzito e rosso in viso. — Poichè le ho detto che non occorre altro, vada una buona volta....
Allora me n'andai, ma lentamente, e a passi maestosi, come dev'essere uscito Pier Capponi dalla presenza di Carlo ottavo, voltandomi ancora di sull'uscio a guardare il vinto, che mi lanciò un'occhiata da darmi il fuoco.
Non seppi poi mai se il provveditore avesse chiesto e avuto spiegazione della cosa; ma non c'è dubbio che l'altro aveva capito la mia politica. Il fatto è che non ebbi più molestie per quella faccenda, e che agli esami, benchè a scappellotto, come al solito, fui promosso. Ed ecco come fra tante altre buone azioni l'autore del Re Tentenna, senza saperlo, fece anche quella di non lasciarmi commettere una birbonata.
*
Cavalier che hai bianca fede
Come bianca è la tua croce,
Tu d'eroi gagliardo erede,
Tu all'oppresso amica voce,
Tu sgomento all'oppressor....
Ricordo questi versi d'una bella poesia a Vittorio Emanuele che pubblicò il Carbone in quell'anno, e che tutti gli scolari impararono a memoria. La guerra aveva dato la stura, anche in quella piccola città subalpina, a un torrente di lirica patriottica. Professori, impiegati della prefettura, avvocati, ufficiali dei bersaglieri, tutti sfornavano rime guerresche. Non si raccoglievano venti cittadini intorno a un risotto alla milanese senza che qualcuno trombettasse una filastrocca di strofe, che poi andavano attorno manoscritte o stampate, a rinfiammar in molti l'odio contro l'Austria, in alcuni l'odio contro le Muse. Ma, dopo il Carbone, uno solo di quel vespaio di poeti m'è rimasto nella memoria. Lasciate che io ve lo presenti, ve ne prego, perchè il ricordo di lui, che è un conforto della mia vita, potrà mettere qualche dolcezza anche nella vostra. Era il professore di filosofia, uno dei più ameni originali che abbiano mai rallegrato le scuole del Regno, un cinquantenne zazzeruto, con mezzo il capo sempre insaccato in una tubaccia rugosa, che gli pareva inchiodata sul cranio, e vestito tutto l'anno d'un certo biracchio nero che gli dava alle ginocchia e mostrava l'ordito; un uomo che sarebbe divenuto famoso nella città non per altro che per un suo gesto abituale comicissimo, che era di ripiegare un braccio in alto col pugno chiuso, e di battersi dei gran colpi sul gomito con l'altra mano, come.... se volesse sculacciare la propria immagine; un curioso professore e educatore, il quale, sul serio, domandava ai suoi alunni più sodi dei pareri amichevoli intorno al modo di regolarsi con una vedova ch'egli corteggiava, e che non sapeva decidersi a sposare, perchè aveva un orario di pasti che non s'accordava col suo; il più clamoroso dei filosofi, come lo chiamavano i suoi colleghi, perchè urlava la filosofia con una tal potenza di polmoni da coprir la voce di tutti i professori delle classi vicine. Ma non son nulla tutte queste stranezze appetto all'originalità inimmaginabile dei suoi versi, che tutti i suoi scolari recitavano, facendoci delle risate da slogarsi le mascelle. Che peccato non averne più copia! Ma non li ho tutti dimenticati, grazie al cielo. Ricordo una strofa d'un inno al generale Petitti, che diceva:
Natura ti diè nome
Petitti, ma sei grande
E il nome tuo si spande
Per l'aula elettoral;
due versi in lode a Garibaldi:
Tua venuta a queste sponde
Bianca in pietra fia segnata;
e pochi versi d'un'altra poesia in onore della città di Bene, la quale si distende, a quanto egli diceva, sopra sette colli; ciò che dava al poeta il pretesto di farle quest'ardito complimento: che Roma era stata eletta in luogo di lei capitale d'Italia per un equivoco. Era vaticinato, diceva.
Che d'Italia fia regina
Tal cittade, che sia posta
Sopra sei e una collina,
E Cavour la credè Roma,
Ignorando i sette in Bene
Colli aprichi, e la gran soma
Di virtù che ascose tiene.
Sulla qual modestia della città insisteva con quest'amore di strofa:
Bene fa, e n'ha più merito
Perchè tien nascosto il bene;
Chi rimira il suo preterito
Forse ciò a capir non viene....
Come potesse insegnar la filosofia un professore che trattava la poesia in questa maniera, benchè non siano sorelle gemelle, non si capisce; eppure dicevano che non c'era gran male. Misteri della mente umana. Povero poeta dei sette colli in Bene! Ebbi l'ultime notizie di lui molti anni fa, a Torino, dove mi dissero che, avendo ricorso per non so che affare a certi falsi spiritisti birboni, costoro, per spillargli dei quattrini, lo avevan fatto bastonare dallo spirito che aveva evocato, e non già con un bastone spirituale, ma con un vero e nodoso ramo di frassino, che l'aveva messo a letto per una settimana.
Petitti guai della filosofia.
Attore drammatico.
La poesia patriottica aveva invaso quell'anno anche il teatro, dove, succeduta all'opera la commedia, non passava quasi settimana che non fosse declamata dal primo attore qualche lirica d'argomento nazionale, accolta sempre con applausi frenetici. E così m'entrò anche l'assillo della declamazione. Avevo creduto d'esser nato pittore, e poi tenore; credetti pure per un pezzo d'esser destinato alla carriera drammatica. Ero in questa illusione più scusabile perchè, se non avevo voce per cantare, per declamare n'avevo fin troppa, e non ne facevo risparmio. Fu anche questo un furore da far desiderare che fossi nato afono. Sceglievo i passi delle tragedie in cui occorresse un maggiore sforzo di mantice, e di preferenza quelli in cui il personaggio delira, come il soliloquio di Saul e quello di Aristodemo nell'ultim'atto, per poter tonare più forte. La mia specialità, come ora si dice, era il delirio dei re. Si sottintende che ero un cane. Ci accozzammo parecchi compagni, tutti malati della stessa febbre, e ululammo insieme tutto l'autunno, ora in casa dell'uno ora dell'altro, e spesso anche nel ghiareto del torrente e del fiume, dove le pietre, per nostra fortuna, non si potevano muovere. Ma il nostro teatro preferito, poichè ci potevamo sbraitare senz'essere uditi, era veramente degno dell'arte nostra: era una stalla in fondo al cortile di casa mia, dove i tabaccai dei villaggi riparavano durante il giorno i muli e i cavalli. Disgraziato Alfieri! E infelice Berchet! Poichè s'espettorava pure molta lirica. Ma proprio sul serio io mi credevo chiamato a una grande carriera tragica. E mi frullavano sotto i capelli le idee più temerarie: di dare un saggio di declamazione nel Teatro Civico, di smetter gli studi e di entrare in una compagnia drammatica, di formare io stesso una compagnia unisessuale coi miei quattro sbraitoni e di trovar dei “capitalisti„ per fabbricare un teatro apposito. E sarebbe stato strano che fra tante idee matte non mi fosse saltata anche quella di scrivere un dramma. L'idea mi saltò. Non ricordo bene quale soggetto avessi escogitato: ricordo soltanto che era un dramma cruento, e che la parte del protagonista l'avrei dovuta far io: condizione sine qua non, da imporsi al capocomico che avesse avuto l'onore di metterlo in scena. Caso senza esempio, credo, nella storia degli autori drammatici: anche prima di mettermi a scrivere il dramma io feci il cartellone — un annunzio in caratteri cubitali sopra un lenzuolo di carta — per avere un'idea dell'effetto che avrebbe fatto alle cantonate, e m'esercitai a emettere certe grida di disperazione e di terrore, che non sapevo ancor bene a che proposito, ma dovevan sonare assolutamente in certe scene, e (voglio esser sincero fino in fondo) feci molte prove del passo con cui mi sarei presentato alla ribalta e dell'atteggiamento modesto e dignitoso ad un tempo, col quale avrei ringraziato il pubblico strepitante dall'entusiasmo. Tutto era pronto, in fine: non restava che un accessorio: quello di scrivere il dramma. Dio m'assistè: non ne scrissi che la prima scena. Ma non cadde l'illusione dell'attore con la lena del drammaturgo: il mio vaneggiamento e il mio abbaio drammatico continuarono fino all'apertura del nuovo anno scolastico. I primi freddi e i primi pensi, non so come, mi levarono dal capo per sempre il ruzzo della recitazione, e salvarono così Ernesto Rossi e Tommaso Salvini da una vecchiaia avvilita.
Nuove amicizie e nuove grullerie.
Entrando nella classe di rettorica ebbi la prima mattina una sorpresa gradita. Nel far la chiamata degli alunni il professore lesse un nome che ci fece voltar tutti con viva curiosità verso il chiamato: — Angelo Brofferio. — Gli domandò il professore se fosse figliuolo del Brofferio deputato: rispose di sì. Fummo tutti colpiti dalla grande rassomiglianza che egli aveva col padre, che noi conoscevamo, più che dalle fotografie, dalle caricature frequentissime del Fischietto e del Pasquino: di profilo era tale e quale. Aveva una testa molto grossa, che pareva anche più grossa in confronto del corpo piccolino; un viso lungo, di lineamenti e d'espressione virili, rocchio bruno, la bocca arguta, un sorriso benevolmente canzonatorio. Egli si mostrò fin dai primi giorni d'ingegno aperto e pronto, e parlatore facile, con alcun che d'avvocatesco nell'intonazione e nel gesto, affabilissimo coi compagni, non punto orgoglioso della fama del padre, che era allora popolarissimo, in specie per le canzoni piemontesi; molte delle quali, cantate per i caffè e per le strade, noi sapevamo tutti a memoria. Finito quel corso, andò a compiere gli studi altrove, e io non n'ebbi più notizia che dopo circa trent'anni, quando, professore di filosofia a Milano, se non erro, egli pubblicò un libro dotto e brillante sullo Spiritismo, che fece molto rumore. Ricordo che, bravo in letteratura, egli aveva pure un'attitudine particolare alle matematiche. E m'illusi d'avercela anch'io in quell'anno, che era l'anno dell'algebra. Avendo avuto mio padre la buona idea di mandarmi durante le vacanze a prender lezioni d'algebra da un geometra suo conoscente, io ero entrato nel corso già infarinato della materia; in grazia di che avevo nei primi mesi riportato qualche successo onorevole alla prova della lavagna, salvandomi dai pizzicotti professorali. Questo era bastato a farmi credere che mi fosse dato fuori a un tratto il bernoccolo della matematica, e lo credetti tanto che ebbi l'audacia di fondare un periodico bisettimanale (di tiratura modesta, poichè n'usciva un numero solo, manoscritto), nel quale rifacevo le lezioni ad uso dei pizzicottati. Ma quest'illusione durò anche meno dell'altre perchè, non avendo studiato nelle vacanze che fino all'estrazione delle radici cubiche, quando si arrivò a questo punto del programma mi ritrovai da capo al livello degli altri.... e i pizzicotti ricominciarono. Ricominciando i pizzicotti, cessò il giornale. Ma non importa: consiglierò sempre ai padri di far preparare nell'estate i ragazzi agli studi più difficili del nuovo anno scolastico, perchè anche la più leggiera preparazione riesce loro di giovamento grandissimo, preservandoli dal danno grave di rimanere addietro al primo intoppo.
Ma, ahimè! anche dallo studio dell'algebra troppe cose mi dovevano distrarre quell'anno. Fatto già quasi un giovanotto, e tale parendo per la statura, che era d'un uomo, io andavo allargando di giorno in giorno il cerchio delle mie amicizie, e le nuove erano assai più pericolose delle altre, perchè eran fuori del giro della scuola. Le prime di queste, e le più care, furon le amicizie militari. C'erano allora fra i bersaglieri volontari, e anche fra quelli di leva, molti giovani di famiglia signorile: studenti smessi, laureati, artisti drammatici, pittori, tutti più o meno intinti di letteratura, e tutti caldi d'un entusiasmo patriottico, che dava un'impronta di nobiltà d'animo anche ai caratteri più leggieri. Stretta relazione con uno di essi, venivan gli altri come le ciliege. Con questi conobbi la prima volta il piacere e l'alterezza dell'amicizia virile. Nascondevo con loro i miei tredici anni; mi davo l'aria d'uno studente già esperto del mondo; ero tutto contento di farmi vedere alla passeggiata in loro compagnia, appoggiando il braccio sopra un braccio gallonato, con la tesa del cappello accarezzata dagli svolazzi d'un grande pennacchio, e mi pareva di fare una prodezza di brillante scapigliato trattenendomi mezz'ora con essi davanti a un caffè, all'uscita del teatro, come se tutti i passanti avessero dovuto dire: — Chi sa mai dove passerà la notte quel collorotto? — Di una di quelle sere mi ricordo in particolar modo perchè fui presentato da un sergente a un bel giovanotto, alto e elegante, impiegato al Commissariato militare; il quale si chiamava Ugo Iginio Tarchetti. Era il futuro autore dei Drammi della vita militare e di Tosca, il poeta forte e triste, che doveva morir nel fior dell'età, appena baciato dalla gloria. Chi m'avrebbe predetto allora ch'io avrei scritto dieci anni dopo un libro di spirito affatto opposto al suo, che saremmo stati citati mille volte come due antagonisti, e che, dopo averlo tenuto in conto d'un nemico mentr'era vivo, io l'avrei amato, morto, come un fratello!
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Entrai allora in quel breve periodo il quale corrisponde negli adolescenti a quello in cui le ragazze cominciano a stringersi il busto e a mettersi dei fiori nei capelli: il periodo in cui diventa il mobile più importante della casa lo specchio. Per quanto sia in vena di confessioni non oso di dire fino a quale altezza di grulleria io sia salito in quella fase di luna, quanto tempo ci mettessi a farmi il nodo della cravatta, quante volte tornassi indietro a raggiustarmi il cappello davanti alla specchiera prima d'uscire di casa, e quale sciupio abbia fatto delle pomate e delle acque d'odore delle mie sorelle, e quali torture abbia sofferto nella prigione di san Crispino per fare il piedino aristocratico. Molti padri e madri, quando i loro figliuoli piglian quella passione, credono di guarirli mettendoli in ridicolo e trattandoli dalla mattina alla sera d'imbecilli. È una sciocchezza, che i miei non commisero, comprendendo che era una malattia dell'età, come uno sfogo cutaneo: finsero invece di non badarvi, non scambiandosi che qualche sorriso discreto quando io chiedevo una cravatta nuova o un paio di scarpe di marocchino; sorriso che non mi sfuggiva. E li lodo ora di quella indulgenza, che non fu l'ultima delle cause per cui la malattia non fu lunga, perchè, umiliandomi, l'avrebbero inasprita. Certo, tutta quella ripicchiatura di paino e quei bagni quotidiani d'acqua di Colonia non miravano a guadagnarmi le grazie dei miei amici bersaglieri. Fu quello il secondo periodo degli innamoramenti platonici, spinti fino alle passeggiate sotto le finestre e alle “pedinature„ furtive e alla contemplazione estatica dei palchetti del teatro: amori repentini, languidi e mutevoli, anzi procedenti non di rado a coppie, e anche a triadi, facilissimi alle più insensate illusioni, pasciuti per settimane d'uno sguardo incontrato a caso o d'un sorriso forse più di canzonatura che di simpatia, e atteggiati di mestizie soavissime o di tetre tristezze, imparate nei libri. Ah, che bell'attore! Mi è uno spasso il ricordare le mie avventure d'immaginazione di quell'anno di bollori. Ebbi più amori io che don Juan Tenorio e Luis Mendía messi insieme. Il mio cuore ospitò più bellezze che il serraglio imperiale del Bosforo. E i miei sospiri amorosi si levavano a tutte le altezze: una settimana era la figliuola del prefetto, un'altra la moglie del professore; succedeva alla prima attrice la prima ballerina, all'istitutrice d'una casa nobile la vedova d'un colonnello. E con le adorazioni del passeggio e del teatro andavano di passo le adorazioni di casa. Quando veniva una bella signora a far visita a mia madre, non scappavo più in cortile, come per il passato, per sfuggire alla noia dei discorsi soliti: stavo lì ribadito sur una seggiola ad ascoltare il chiaccherìo della visitatrice con gli occhi come due lampioni, e con una immobilità di magnetizzato, di cui non sfuggiva il senso alle più accorte; le quali scansavano il mio sguardo indiscreto con un sorriso a fior di labbra, e, stringendomi la mano all'atto di andarsene, mi dicevano con una rapida occhiata indulgente: — Ho capito, piccolo impertinente; faresti meglio a studiare il latino. — Proprio, avevo un debole per le donne maritate, e più per quelle che portavano indosso una parte maggiore dello stipendio del marito. È incredibile il numero di mariti rispettabili che ho oltraggiati nel mio cuore. Se tutti i miei amori di fantasia avessero avuto effetto, e mi fossi dovuto battere, avrei avuto un duello ogni settimana, e a andar bene bene, mi sarei ridotto un crivello ambulante avanti d'aver finito il ginnasio. E non nel cuore, ma nel cervello, erano così vivi, benchè rapidissimi, questi amori, che n'avevo spesso la coscienza turbata, come di colpe vere; arrossivo fino ai capelli incontrando per la via certe coppie coniugali; mi pareva alle volte d'essere veramente un dissoluto senza freno nè legge, insidiatore di talami e scandalo della gente onesta, di reputazione perduta, e ne sentivo non di meno una vanagloria segreta, come se soltanto con una coscienza così fatta uno si potesse vantare d'esser uomo.
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L'uomo, peraltro, non era ancora che un lungo bambino, il quale seguitava a baloccarsi per ore intere con tutti i giocattoli che gli eran rimasti dell'età infantile, coi fantocci, con le trottole, con le palline di vetro e perfino con le oche di carta. Per darmi questi spassi mi nascondevo, e quando mi coglieva sul fatto qualcuno della famiglia, riponevo ogni cosa in furia, vergognandomi, e fingendo d'aver tirato fuori quelle carabattole per curiosità di filosofo, amante di meditare sul proprio passato. Ma non mi vergogno ora che conosco il mondo e la vita, di dire che quell'amore dei trastulli fanciulleschi mi rinacque a quando a quando fin quasi ai trent'anni, che, già reo di parecchi libri, mi divertivo per delle mezz'ore a far saltare sul tavolino di quei ranocchi di legno, che hanno sotto il filo attorto e la bacchettina cerata, e che pure adesso, qualche volta, passando davanti a una bottega di giocattoli, sento delle tentazioni straordinarie. E perchè me ne dovrei vergognare? Gli uomini non sono che ragazzi invecchiati, che nascondono la loro fanciullaggine sotto un'apparenza di gravità, e che ogni qualvolta possono, di nascosto, ci si abbandonano con un piacere infinito. E in fondo, poi, il fantasticare, come tutti sogliono, delle cose strane e impossibili, ma ardentemente desiderate, non è che un baloccarsi con idee ed immagini; e lo scrittore di libri che tra un periodo e l'altro scarabocchia dei pupazzetti o fa delle greche sui margini, si balocca come un ragazzo; e si balocca il ministro di Stato che nei momenti d'ozio piega e ripiega in dieci forme un giornale o suona il tamburo sul banco col tagliacarte, come faceva il conte Cavour, durante i discorsi dei deputati seccatori. Io credo che a chiudere in una stanza nuda l'uomo più serio del mondo con una scatola di soldatini di piombo, viene il momento che li tira fuori, e li schiera, e li fa armeggiare come un bambino di sei anni. Quella passione persistente dei trastulli infantili giovò a divagarmi alquanto dagli amori, e fu per me un calmante salutare. Ah, se una di quelle molte signore a cui facevo gli occhi di triglia al teatro, pigliando delle impostature da trovatore, m'avesse visto far correre sul tavolino per tutta una mattinata delle file di noci, sulle quali avevo appiccicati dei pezzetti di carta dorata, per rappresentare gli stati maggiori degli eserciti combattenti in Lombardia, che bella risata argentina m'avrebbe data in faccia, e che bel colpo d'ombrellino, forse m'avrebbe assestato sulla nuca! Ma si guardino le mamme dal ridere e dal far vergogna ai figliuoli grandi quando li vedono occupati in trastulli che credono indegni della loro età, e indizio di poco cervello; chè quello è anzi segno d'una semplicità d'animo, d'una vivacità d'immaginazione, d'una facoltà di dar corpo a dei cari fantasmi e di vivere col pensiero in un mondo foggiato da loro, che saranno anche negli anni più tardi un grande conforto, un rifugio dello spirito oppresso dalle realtà dolorose, e quasi una fiammella inestinguibile di gioventù; la quale gioverà molto a tener vive in essi tutte quelle altre passioni e illusioni, senza di cui la vita non sarebbe per il più degli uomini che un desiderio continuo della morte.
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Ma in quell'anno scolastico dovevo avere una distrazione dagli studi ben più potente che non fossero gli amici bersaglieri e gli amori sospirosi. Come nel 1859 aveva dato un colpo mortale al latino Vittorio Emanuele, così fu Garibaldi nel 1860 il peggior nemico del greco; poichè in quell'anno appunto fu istituito nel Ginnasio lo studio del greco, riconosciuto di necessità urgente per affrettare la liberazione d'Italia. La partenza dei Mille da Quarto fu come un segnale convenuto fra Garibaldi e la scolaresca perchè smettessimo d'affaticarci troppo il cervello sui libri di testo. Partivano per la Sicilia, a frotte, giovani d'ogni condizione, e fin dei mostriciattoli, che erano lo zimbello pubblico: fra i quali ricordo un piccolo sarto gobbo, con le gambe arcate come due fette di popone, che fu salutato alla partenza da una tempesta di risa e d'applausi. Con la guerra del 1860 mi s'accese nella testa una nuova girandola: quella della politica. Ero stretto allora d'amicizia fraterna con due compagni di scuola, tutti e due di principî rivoluzionari: l'uno perchè figliuolo d'un mazziniano, l'altro perchè ribelle per istinto a ogni autorità, cominciando da Senofonte e venendo fino agli ultimi classici. Io ero figliuolo d'un monarchico, e non rivoluzionario per natura; ma tale m'aveva fatto a poco a poco la lettura quotidiana del Diritto, a cui mio padre s'era abbonato per simpatia letteraria. Tutti e tre, fanatici di Garibaldi, concertammo una fuga clandestina per “accorrere in suo aiuto„; la quale non ci riuscì, come raccontai altrove; e quel tentativo fallito esasperò la nostra passione patriottica. Diventammo nemici implacabili del conte di Cavour, che intralciava l'impresa di Garibaldi con “le arti subdole di una politica pusilla„: la frase ci piaceva immensamente. La cessione di Nizza e di Savoia alla Francia ci mise su tutte le furie. In tutte le nostre conversazioni facevamo dell'“infausto„ ministro uno strazio miserando. Leggevamo i suoi discorsi nei giornali con un sorriso di sarcasmo feroce. E conciammo secondo i suoi meriti anche Napoleone il piccolo, che conoscevamo a fondo, grazie al libro di Vittor Hugo. Attaccavamo intorno all'uno e all'altro delle discussioni furiose coi nostri compagni “moderati„ i quali ci accusavano di “metter dei bastoni fra le ruote alla politica del Governo„. — Sì, — rispondevamo in coro tutti e tre, — noi combatteremo il governo con tutte le nostre forze; non gli daremo tregua mai; noi non vogliamo la politica dell'asservimento allo straniero; chi non è con noi, è contro l'Italia. — Quando poi andò a armeggiare in Sicilia il La Farina, uscimmo addirittura dalla grazia di Dio: pigliammo la cosa come una sfida gettataci in faccia dal venditore di Nizza e Savoia, e parlammo di fondare un giornale per “demolirlo„. Ricordo che mi facevano fremere i giudizi che davan di Garibaldi certi vecchi impiegati, cavuriani marci, che frequentavano casa mia: uno fra gli altri, un ispettore di non so che cosa, un gigante canuto, con due grandi solini a vela, il quale parlava con una lentezza insopportabile, come se ad ogni parola che gli usciva dalla bocca gli scappasse uno scudo dalla borsa. Quando lo sentivo parlare di Garibaldi come d'un guastamestieri della politica di Torino, d'un perturbatore importuno del mondo, fortunato per disgrazia nostra, con quella solita chiusa sinistra, che faceva scrollar le spalle a mio padre: — Ci darà del filo da torcere, vedrete, vedrete! — io gli saettavo delle guardatacce da passarlo da parte a parte. Ah, come ho odiato quei due solini! E quella febbre garibaldina durò allo stato acuto fin al ritorno di Garibaldi a Caprera. Come siano andati gli studi negli ultimi mesi di quell'anno scolastico si può immaginare: come gli affari del re di Napoli, presso a poco. Ma per essere promossi, in quegli anni beati, credo che sarebbe bastato il gridare: “-Viva l'Italia!„ e fui promosso io pure. Pochi giorno dopo l'esame, passando per un vicolo vicino a casa mia, vidi molte donne affollate intorno a una merciaia, che stava seduta sullo sporto della sua botteguccia, coi gomiti sulle ginocchia e il capo fra le mani, piangendo dirottamente. Domandai perchè. Mi rispose una donna: — Gli hanno ammazzato il figliuolo a Milass. — Il mio primo senso fu di pietà, e il secondo (m'è grato ricordarlo) di vergogna. Sentii dentro una voce che mi disse: — Quello ha combattuto ed è morto, e tu da tre mesi in qua non hai fatto che sbraitare, buffone! — E da quel giorno feci un po' meno lo smargiasso contro il conte di Cavour.
Professori di liceo.
Per passare dalla Rettorica al Liceo, che fu istituito quell'anno in luogo dei due corsi di filosofia, dovemmo fare un esame di greco in iscritto, il quale si ridusse alla declinazione di qualche sostantivo; ma parve che scrivessimo un greco, dirò così, garibaldino, poichè fummo quasi tutti rimandati; e fu la nostra salvezza l'essere in tanti, avendo deciso il Ministero, perchè il Liceo non restasse vuoto, d'insaccarvici tutti a ogni modo.
E qui sulla soglia liceale mi trovo davanti un esemplare così mirabile d'una razza particolare di professori di lettere che fu assai numerosa in quel periodo rivoluzionario, e non s'è punto perduta dopo l'unificazione della patria, un tipo così perfetto e così ameno di mangiapaga a tradimento e di spandichiacchiere scansafatiche, che non posso resistere alla tentazione di farne la fotografia. Era venuto nella nostra città, non so di dove, quell'anno stesso, con una gran pancia e una gran sicumera, accompagnate da una grandissima voglia di non far nulla. Era professore di letteratura italiana. Ma di questa non discorreva che per incidente. Parlava quasi sempre dell'Italia e dei fatti propri. A parlare di sè gli dava pretesto qualunque argomento. Partiva da un verso di Dante o da una sentenza del Machiavelli, e passo passo, legando un'idea all'altra, per salvare le apparenze, con ogni specie d'artifici birboni, veniva a dire il prezzo che aveva pagato i suoi stivali o a farci osservare la bellezza della propria mano; poichè, fra le altre fisime, aveva quella di credersi uno dei più begli uomini d'Italia, e si vantava di rassomigliare a Gustavo Modena. Quanto alla politica, per entrar nell'argomento non pigliava vie traverse: entrava addirittura nella scuola col Diritto spiegato fra le mani, e ci leggeva i rendiconti dei discorsi dei deputati; dichiarando peraltro che non ce li leggeva per il contenuto, che non aveva che far con la scuola, ma per la forma, per farci notare le frasi più efficaci e più eleganti; il che non gl'impediva poi di batter la campagna, tra l'una e l'altra frase, dicendo corna del Ministero, che gli aveva fatto un monte di torti, e del Municipio, che lasciava in cattivo stato i locali scolastici. Quando non parlava di sè e della patria, ci leggeva svogliatamente qualche cosa d'un suo sunto manoscritto della storia letteraria, nel quale affermava d'avere stretto tacitescamente “il molto in poco„ e aveva stretto tanto, infatti, che più d'un secolo v'era ridotto in quattro o cinque paginette: una vera quintessenza di rose; ed era comodissimo, perchè su quella traccia s'andava di carriera: si sarebbe corsa la storia universale in un trimestre. Tutto il suo lavoro era condensato a quel modo. Dopo averci annunciato per dei mesi che avrebbe fatto “una campagna giornalistica„ contro il Municipio, per costringerlo a trasferire il Liceo in un'altra sede, egli pubblicò nella gazzetta della città dieci povere righe non firmate; per le quali poi gridò tutto l'anno: — Ho scritto, ho combattuto, ho tempestato sui giornali.... — E il curioso era ch'egli si credeva sul serio un lavoratore infaticabile: con una voce che veniva proprio dal fondo della coscienza, e picchiando i pugni sul tavolo, ci gridava ogni momento che eravamo dei mostri d'ingratitudine a battere così la fiaccona con un professore che dava all'insegnamento tutta l'anima sua, che “sudava,„ che “vegliava,„ che “s'accorciava la vita„ per noi. Del rimanente, era d'indole gioviale, parlava quasi sempre di cose allegre, soventissimo di musica, perchè da giovane aveva suonato il violino, e del Barbiere di Siviglia in particolar modo, del quale era matto ammiratore; tanto che ogni volta che trovava in un testo italiano la parola “barba„ tirava in ballo quell'opera, raccontando invariabilmente le peripezie della prima rappresentazione di Roma; donde prendeva le mosse per ricorrere tutta la vita del Rossini, ch'era il suo dio. Di qualunque cosa parlasse, poi, o di sè, o di politica, o di musica, o di letteratura, i suoi discorsi finivano tutti a un modo come i salmi: in una querimonia amara per la miseria dello stipendio. — Siamo pagati come dei portinai! — urlava. — È un obbrobrio per uno Stato civile.... Ma non importa.... Noi facciamo egualmente il nostro dovere... — E rientrava nel dovere in questa forma, per esempio: — Io vi dicevo, dunque, che la serenata del conte d'Almaviva fu composta dal tenore Garcia. Ebbene....
Un rimorso.
Bravo era il professore di matematica, una figura rotonda di buon fratoccio; il quale, peraltro, avrebbe potuto con qualche piccolo intermezzo renderci assai più piacevole il suo insegnamento, poichè si diceva che avesse una bellissima voce di tenore, e che cantasse con garbo; eccellente il professore di lettere latine, un coso risecchito, ma pien di vita, che parlava con una correttezza e con una precisione, da parer che recitasse a memoria delle lezioni scritte con cura diligentissima; e migliore di tutti il professore di filosofia. Il cantore del generale Petitti aveva portato la sua lira a Torino: il nuovo venuto era l'opposto di quello, un uomo grave e compassato, d'ingegno acuto e di parola scolpita e lucida, che faceva il miracolo di renderci facile la scienza più contraria alla natura umana, e in specie alla natura giovanile: la logica. Il professore di storia lo rammento per infliggermi pubblicamente un castigo. Era un giovine mingherlino, di viso fine e pallido, un professore improvvisato, credo, come eran molti in quegli anni, il quale studiava forse giorno per giorno la storia che c'insegnava, e aveva la parola fioca e restia, e una timidità fanciullesca, che gli raddoppiava la fatica; ma faceva ogni suo sforzo per far bene, era buono, ci trattava come compagni, e avrebbe certo insegnato molto meglio se lo avessimo incoraggiato dimostrandogli rispetto e simpatia. Noi invece ci facevamo beffe di lui e gli rendevamo la scuola una berlina e un supplizio con ogni specie di scherzi villani e d'insolenze vigliacche. E io fui uno dei più vigliacchi. Il perchè non me lo so spiegare nemmen ora; non comprendo come potessi esser malvagio con lui, e sentire ad un tempo un grande affetto, una reverenza proprio filiale, che m'è un conforto il ricordare, oltre che per altri, per il preside del liceo: un degno prete, veramente, di ottimo cuore e d'educazione squisita; ma che con noi non aveva punto che fare, e a me non aveva dato nessun segno particolare di benevolenza; ciò che prova che animo affatto cattivo non avevo. Ma c'è in ogni animo, come in ogni casa, il canto della spazzatura. Bisogna dire che avessi dentro una certa dose di malvagità che voleva a ogni costo il suo sfogo, e io la sfogavo bassamente contro un giovane mite e debole, che sapevo incapace di farmela ringozzare. Ma posso ben dire d'averla scontata, perchè tra le molte nequizie giovanili, di cui mi rimorde la coscienza, la condotta ch'io tenni con quel buon professore è una di quelle che mi fecero soffrire di più. Riveggo ogni tanto l'espressione di stupore e di rammarico che gli passò sul viso una volta che gli feci in piena scuola un atto irriverente, per il quale non mi disse neppure una parola di rimprovero, e al sorger di quell'immagine sento sempre uno strizzone al cuore e un moto d'indignazione contro me medesimo: oggi ancora, dopo tanto tempo, e benchè dal modo come mi salutò l'ultima volta ch'io lo vidi abbia compreso che m'aveva perdonato. Egli fu trasferito in un'altra città l'anno dopo, e non seppi più nulla di lui. Spero che sia ancora in vita. Se per caso egli leggerà questa pagina, sappia che l'ho scritta con gli occhi inumiditi, e che nei quarant'anni che son trascorsi, da quello in cui l'ebbi maestro, non l'ho dimenticato mai, e gli ho voluto sempre bene.
I liceisti.
La scolaresca di quel primo corso liceale, molto numerosa, era composta in gran parte di alunni venuti di fuori; alcuni dei quali pezzi di giovanotti che avrebbero potuto portar sulle spalle i professori. Molti erano convittori d'un Collegio Civico, separato dal Liceo, che venivano a scuola con un berretto militare, e portavano i giorni di festa una divisa somigliante a quella dei bersaglieri. Mi ricordo che i più tenacemente studiosi eran quelli di famiglia meno agiata, figliuoli di piccoli bottegai e di piccoli proprietari rurali, che facevano duri sacrifici per avviarli alle professioni liberali; il che prova che anche nel campo scolastico, come nel campo sociale, ha più ardore e più lena chi combatte per salire che chi lotta soltanto per non discendere.
Fu quella la classe in cui contrassi le prime amicizie durevoli, furon quelli gli amici che rividi sempre con maggior piacere per tutta la vita, poichè in quell'anno soltanto cominciarono a stringermi ai miei condiscepoli dei legami intellettuali. Per tutto un inverno ebbi vicino un futuro Conservatore delle ipoteche, un generale avvenire, un vescovo in erba e un rettore predestinato di quello stesso collegio, del quale era collegiale: altrettanto, buono allora coi compagni ed esemplare nell'osservanza della disciplina, quanto poi fu amorevole coi suoi sottoposti e saggio nell'esercizio dell'autorità. Il generale avvenire sedeva proprio nel mio banco, alla mia sinistra. Era uno dei più quieti e dei più amabili della classe, un giovinotto robusto, coi capelli neri arricciolati, con gli occhi bruni e dolci, sfavillanti di vita, con due guancie piene e floride che, quando rideva, formavano due fossettine rotonde, che davano al suo viso un'espressione di bontà infantile. Sento ancora nella mente, come se mi suonasse all'orecchio, il metallo della sua voce, che pareva quella d'un uomo raffreddato, e rivedo le sue grosse labbra vermiglie, un po' sporgenti come quelle dei mulatti, delle quali osservavo tutti i moti quando, ritto in piedi, recitava la lezione al professore, ed io gli facevo da suggeritore, com'egli faceva a me, quando ero io sotto i ferri. Accadeva spesso fra gli altri di bisticciarsi per un disparere letterario o per un libro buttato sotto il banco, e di barattarsi qualche parola acre; ma non seguiva mai con lui, tanto era d'indole mite e arrendevole, e giocondo d'umore, e affabile di maniere. Era alunno del convitto, e lo vedo ancora col suo cappello da bersagliere messo un po' di traverso, con un pennacchio azzurro e rosso, che gli ricascava sulla spalla già virile. Quante risate abbiamo fatte insieme, nascondendoci dietro i compagni del banco davanti, quando il professore di lettere italiane attaccava il ritornello solito del Barbiere e dello stipendio; di quelle risate deliziose, che hanno il gusto del frutto proibito, e di cui si perde la facoltà quando non si ha più in faccia qualcuno che ci possa gridare: — La smetta —! Mi rammento che un giorno il professore di lettere fece recitare a lui la poesia del Guidi, Alla Fortuna, della quale non ho più in mente che un verso:
Affrica trassi sul Tarpeo cattiva.
In quella parola “Affrica„ era segnato il destino del mio buon compagno, che si chiamava Giuseppe Arimondi.
Il bimbo del Consigliere.
Fu in quell'anno stesso che conobbi un altro, allora ancor bambino, predestinato alla fama in tutt'altro campo.
I prefetti regi, e con loro i consiglieri di prefettura, erano in quel periodo mutati spessissimo. Nei pochi anni che trascorsero dalla guerra di Crimea alla liberazione di Napoli ne passarono in quella piccola città non so quanti, che ho dimenticati, tranne il Bellati, governatore, il quale aveva fama di letterato per una bella traduzione del poema del Milton, e un Consigliere lombardo, il cui nome, che allora sapevo senza dubbio, m'uscì poi dalla mente, e non lo riseppi che dopo lunghissimo tempo. La consiglieressa — una giovane signora d'aspetto buono e di modi schietti e gentili — veniva qualche volta a casa nostra a render visita a mia madre, conducendo sempre con sè un figliuoletto di tre o quattr'anni, del quale mi son rimasti impressi nella memoria gli occhietti vivaci e la forma singolare del viso, dal mento fuggente a curva di mela, e, anche più del viso, una miniatura di cappotto color nocciola, che gli stava dipinto, e gli dava l'aria d'un ometto. È probabile ch'io abbia giocato più d'una volta con lui, con la condiscendenza d'un fratello maggiore, per liberarlo dalla noia che son sempre per i ragazzi le visite. Ma non rammento altro che la sua personcina e le feste che gli soleva fare mia madre, complimentandolo per quel cappottino prematuro di zerbinotto, che non dimenticò mai più neppur essa. Chi m'avesse profetato che cosa dovea diventare quel bambino, e quale influsso esercitar con la sua penna sul mio pensiero, e che ansie dolorose farmi provare per lui in un momento terribile della sua vita, gli avrei dato del matto da catena. E fu così. Quel figliuoletto d'un consigliere di prefettura, che poi fu prefetto, divenuto trent'anni dopo un pubblicista originale e potente, d'una arte dialettica maravigliosa, d'uno stile tutto punte e incavi, dal quale sprizzano le idee fitte e lucide come baleni da un'armatura a scaglie d'acciaio, ed escon mille suoni acuti e minacciosi come da un fascio di spade agitate, mi doveva prima e più d'ogni altro accendere e persuadere dell'Idea, alla quale egli dedicò tutto il suo ingegno e tutta la sua vita, e che lo condusse ammanettato davanti a un tribunale di guerra, e dal tribunale all'ergastolo, condannato a dodici anni di reclusione per un delitto politico, a cui ripugnavano con egual forza la sua ragione e la sua natura. Ma soltanto assai tempo dopo ch'io conoscevo l'uomo, seppi che erano una sola persona il direttore della Critica sociale e quel bambino; non lo seppi che il giorno in cui mia madre mi domandò: — Ma questo Turati che hanno condannato è forse figliuolo del Consigliere che abbiamo conosciuto nel 61? — Oh come sentii più forte l'affetto d'amico e di compagno di fede che mi stringeva a lui, quando si legarono nella mia mente quel cappottino color nocciola e la casacca grigia del galeotto!
La resa di Gaeta.
La resa di Gaeta, avvenuta nel febbraio di quell'anno, ridestò i nostri bollori patriottici, dati giù da qualche tempo, senza però farci andare di miglior voglia agli esercizi militari, che erano stati istituiti di fresco per tutte le scolaresche del Regno: esercizi che noi ci ostinavamo a non prender sul serio, benchè studiassimo logica e ci dichiarassimo pronti a combattere per la patria; come se per ammazzare gli Austriaci non fosse necessario prima di tutto di saper caricare il fucile. Ebbi la notizia del grande fatto in un modo e in un momento comico, di cui si rise nella scuola per un pezzo. C'era un professore d'istituto privato, noto a tutti, un vecchio gamberone che pareva un palo del telegrafo, codino fino al punto da lamentare la caduta dei Borboni; ma generalmente ben visto dalla gioventù delle scuole, perchè usava accompagnarsi per la strada con qualunque ragazzo o giovine, che avesse aspetto di scolaro, e di chiacchierare con lui in tono familiare, raccontandogli aneddoti morali e dandogli consigli filosofici. Eravamo quattro o cinque liceisti con lui davanti a un caffè, un dopo pranzo, e si discorreva di Gaeta, di cui durava l'assedio da tre mesi. — Gaeta — ci diceva egli con un sorriso compassionevole — non cadrà. Gaeta non fu mai presa, dovete sapere. Ricorriamo la storia, signorini miei. Noi vediamo che ci si ruppero le corna i Barbari, che l'assalirono invano i Longobardi e i Saraceni. Poi se ne impossessarono i Francesi e gli Spagnuoli, ma non con la forza delle armi. Vi resistette per sei mesi, sul principio del secolo, il principe Hesse-Philippsthal contro tutto l'esercito del Massena. E ci vogliono altri denti che quelli del generale Cialdini per romper quell'osso. Per anni l'aspetterete, figliuoli cari; son io che ve lo dico: per anni! — Proprio in quel punto passò di corsa un giovane impiegato della prefettura, che ci gridò senza arrestarsi, col viso radiante: — Gaeta è presa! — Ci voltammo tutti verso il professore, mettendo fuori in coro un ah! di trionfo, per godere della sua confusione. Egli fu maraviglioso. Non mutò viso, non scosse neanche un muscolo, come se non avesse inteso nulla. Cavò di tasca il suo pezzolone turchino intabaccato, si soffiò il naso adagio adagio, guardò in giro per aria come per vedere che tempo facesse, poi disse con la bonarietà solita: — A rivederci, ragazzi, — e voltataci la schiena, se n'andò via tranquillamente, con una mano nell'altra sulle reni. Doveva esser quello il suo modo di “far fronte„ agli avvenimenti avversi. Noi rimanemmo mal soddisfatti, si capisce. Ma fummo compensati la sera al teatro, dove si rappresentava la Gemma di Vergy, con illuminazione “a giorno„ per festeggiare la vittoria. Nel primo atto il tenore negro fece al pubblico una lieta sorpresa. Al momento di cantar l'a solo
Mi toglieste al sole ardente,
Ai deserti, alle foreste,
si slanciò alla ribalta con l'impeto d'un levriere sguinzagliato, e invece di dire i versi del libretto, cantò una strofa d'occasione, composta da lui, che m'è rimasta in mente tutta intera, e che voglio regalare alla storia della lirica italiana:
Là sui merli di Gaeta
Splende l'italo vessillo,
Delle trombe il fiero squillo
Chiama Italia a libertà;
Sulla rupe del Tarpeo
Sorge unanime una voce:
Vien Vittorio, vien veloce,
E l'Italia è fatta già!
Scoppiò un uragano d'applausi, dovette cantar la strofa tre volte; fini alla terza con una stecca; ma fu attribuita alla commozione, e coronò il suo trionfo. Felici giorni, anche per i tenori.
Un pericolo e un lutto.
Dopo la caduta di Gaeta, gli avvenimenti che più ci commossero furono la lettera famosa che scrisse il generale Cialdini a Garibaldi dopo la gran burrasca parlamentare dell'aprile, e la morte del conte di Cavour. Benchè anche la parte rivoluzionaria della scolaresca avesse in grazia il vincitore di Castelfidardo non meno per la prosa poetica dei suoi proclami che per le sue vittorie, pure quella lettera male ispirata, la quale svelava un sentimento acre di gelosia e sonava più che ammonimento d'avversario provocazione di nemico, ci mise il sangue in rimescolo. Credemmo tutti che ne seguisse un duello. Ricordo le dispute tempestose che avemmo nella scuola coi compagni devoti al Governo, e al caffè con gli amici bersaglieri, le botte e le risposte clamorose: — È una infamia. — È una lezione meritata. — Raccoglieremo il guanto! — Vi piglieremo a fucilate! — e le altre minaccie, gravide di guerra civile, che ci lanciammo in faccia per tutta una serata, picchiando i pugni sui tavolini, su cui ballavano i gelati e le chicchere; e ricordo pure il senso di viva soddisfazione che produsse in tutti la risposta pacata e nobile di Garibaldi, la quale troncò la lite e dissipò ogni pericolo. Quanto alla morte del conte di Cavour, son lieto di poter dire che anche la triade garibaldina, che aveva combattuto con tanto furore la sua politica, ne fu addolorata sinceramente. Già fin dal marzo ci eravamo alquanto riconciliati con lui per effetto dei discorsi stupendi ch'egli aveva pronunciati intorno alla questione di Roma: avevamo riconosciuto onestamente che non gli si poteva negare l'ingegno, e che forse, a modo suo, amava anche lui il suo paese. Non s'andava d'accordo; ma, da leali avversari, si ammetteva che avesse reso all'Italia dei servizi non dispregevoli, e che non c'era per il momento un altro uomo di pari levatura che gli potesse succedere: la passione di partito, dicevamo, non ci impedisce d'esser giusti. Ed era di questa opinione anche il professore d'italiano, quantunque per la sua rassomiglianza con Gustavo Modena egli si credesse in dovere di professare le idee della Sinistra estrema; ammirò egli pure — in morte — il gran ministro, e fu felice di provarcelo leggendoci in scuola, invece di far lezione, le più eloquenti necrologie che si pubblicarono in quei giorni dolorosi; non solo per rendere l'onore dovuto al grande morto — diceva — ma per farci imparar lo stile degli elogi funebri, che erano un genere a parte, come chi dicesse la musica sacra rispetto alla musica drammatica; al qual proposito citò lo Stabat Mater del Rossini, che lo condusse a discorrere del Barbiere di Siviglia....
Primi studi di lingua.
In quello stesso mese di giugno seguì nella mia vita di studente un piccolo avvenimento, che ebbe per me una importanza straordinaria, e che noto soltanto per i miei lettori di quindici anni; per i quali appunto mi par necessaria una breve prefazione.
Nelle scuole classiche, allora come ora, non s'insegnava, nel senso proprio della parola, la lingua italiana, come se per il solo fatto d'esser nati in Italia tutti i ragazzi dovessero naturalmente saperla, o come se bastassero a farla imparare quelle poche letture di scrittori italiani, disordinate, frammentarie e superficiali, che si facevano a scuola e in casa; delle quali, come d'ogni semplice lettura, resta tanto meno di lingua nella memoria quanto più è assorbita l'attenzione dal contenuto. I professori ci correggevano nei componimenti gli errori grossi, suggerendoci la frase e la parola da sostituire al modo errato, e consigliandoci ogni tanto di leggere i buoni autori: e questo era quanto facevano per insegnarci quella lingua, che da nessun'altra bocca fuorchè dalla loro noi potevamo imparare. E neppure dalla loro bocca non potevamo imparare gran cosa, perchè, essendo tutti piemontesi (e sarebbe stato lo stesso se fossero stati di qualunque altra regione, fuorchè toscani), essi non possedevano un vocabolario molto più ricco che non fosse il nostro; parlavano corretto e non altro. Che un ragazzo non nato in Toscana, e più se nato ai piedi delle Alpi, non potesse imparare in altro modo la lingua italiana, non parlata da alcuno intorno a lui, che studiandola come avrebbe fatto d'una lingua straniera, ossia formandosi a poco a poco, per via di ricerche e d'appunti, un corredo di vocaboli, di frasi e di costrutti, da imprimersi nella memoria a uno a uno, a modo di date e di sentenze, non passava per il capo a nessuno. Procedendo dunque di classe in classe, noi imparavamo a scansar gli spropositi; ma quanto a ricchezza di lingua non si faceva quasi nessun acquisto, e si continuava a rimpastare nel liceo, presso a poco, lo stesso materiale linguistico che s'era usato nelle prime scuole, a scrivere, cioè, un italiano misero, scolorito, rachitico, senza forza e senza finezza, e senz'alcun sentore di distinzione fra il linguaggio accademico e il familiare, come lo scriverebbe un francese o uno spagnuolo che avesse studiato la nostra lingua sui libri, quel tanto che è necessario per capire e farsi capire senza far ridere.
Mi trovavo a questi termini quando mio fratello maggiore mi mise sotto gli occhi le Poesie del Giusti — un'edizione di Capolago, che aveva in capo una prefazione del Correnti e in coda un dizionarietto di modi toscani — e mi disse: — Leggi questo, se vuoi imparare la lingua. — Del Giusti non avevo ancora letto che due o tre poesie, sparse per le Crestomazie scolastiche. Le lessi per la prima volta dalla prima all'ultima. Fu come una festa. Non saprei paragonare il piacere che n'ebbi se non a quello che si prova da fanciulli quando ci è messa in mano la prima scatola di colori o il primo strumento di musica; un piacere puramente artistico, e questo quasi tutto filologico, nel quale non entrava che in minima parte il pensiero satirico e politico del poeta, che in molti punti mi riusciva oscuro. Quella grande ricchezza di modi nuovi per me, familiari ed efficacissimi, quella varietà di scorci e di rilievi di lingua, di costrutti arditi e di legature eleganti e flessibili fra idea e idea, quella profusione di gemme e di perle fini, infilate l'una sull'altra, incastonate nel verso con quel garbo, fatte come saltar nelle mani con quella lestezza e con quella grazia; che esprimevano mirabilmente mille cose ch'io non avrei saputo neppure adombrare con la parola, e ch'erano come risposte inaspettate a mille domande curiose accumulate da un pezzo nella mia mente, mi misero il cervello in ebollizione. Quelle parole, quelle frasi mi risplendevano agli occhi come fuochi di mille colori, mi suonavano all'orecchio come le note d'un coro di voci argentine, mi si imprimevano nella memoria, e quasi nell'animo, come sguardi e lineamenti di creature umane; me le volgevo e rivolgevo nel pensiero a una a una, come per cercarne la virtù segreta; godevo a staccarle dalla strofa e ad assaporarle pure, come a spiccare dei fiori da una pianta e a odorarli l'un dopo l'altro a occhi chiusi. Il mio amore per la lingua nacque da quella lettura. E fu un amore non punto eccitato dalla coscienza d'aver delle facoltà di scrittore o dalla speranza d'acquistarle, chè a questo allora non pensavo punto: fu come la passione di chi raccoglie monete preziose o conchiglie rare per il solo piacere di osservarle e di palparle, senza neppur pensare di mostrarle agli amici. Mi comprai un grosso quaderno legato, e vi cominciai a far delle note; feci lo spoglio di tutte le poesie, trascrissi quasi tutto il dizionario; in pochi giorni il quaderno fu pieno. Mi passavano le ore come minuti in quel lavoro piacevolissimo, come a studiare una lingua nuova e maravigliosa, di cui non avessi avuto fino allora che una nozione confusa. Mi pareva d'imparare ad un tempo lingua, musica, e pittura, e di diventare da un giorno all'altro, per effetto di quello studio, più intimamente, più patriotticamente italiano. E tanta parte aveva in quella passione questo sentimento, benchè non ne avessi allora una ben chiara coscienza, che sentii la prima volta in quei giorni il bisogno di correggere la mia pronunzia, giovandomi della conversazione d'un bersagliere, nativo di Siena, poeta improvvisatore e caporale: altra piccola miseria, questa della pronunzia italiana, di cui non si davano alcun pensiero gl'insegnanti di lettere; ai quali si poteva leggere un verso del Petrarca nel seguente modo, per citare un esempio:
Giuvine dona soto un frasco louro,
senza che se ne dessero per intesi. E naturalmente, poichè la passione della lingua era mossa, il mio lavoro non s'arrestò all'ultima poesia del Giusti. Cercai altre miniere, e m'abbattei per mia ventura sul Guerrazzi, del quale avevo già letto bensì vari libri, ma soltanto con l'occhio del patriotta, non inteso ad altro che a pescarvi delle invettive contro i tiranni da innestare nei componimenti d'effetto. Ma dal Guerrazzi, preso all'amo del suo stile immaginoso e forte, non mi bastò più levar le parole e le frasi; tirando forte, portavo via il pezzo, e oltre al trascrivere, mandavo a memoria pagine intere, che recitavo poi a un mio compagno di scuola, allora guerrazziano nell'anima, ora sindaco della città da ventitrè anni; il quale in quell'esercizio gareggiava con me, e mi vinceva, perchè sapeva a menadito tutti i più bei passi dell'Assedio di Firenze, e li diceva con un garbo squisito. Poi feci nella passione della lingua delle volate come quelle che facevo nell'amore. Passai dal Guerrazzi al Guadagnoli....
Furori ginnastici.
Ma che mosca senza capo è mai un uomo di quindici anni. Figurarsi che quella gran passione filologica fu troncata di colpo, a metà delle vacanze, dall'apparizione dei fratelli Guillaume. Non era mai venuta nella città una grande Compagnia equestre: tutto quell'apparato spettacoloso di cavalli, di attrezzi, di maglie e di vestiti variopinti m'infiammò d'entusiasmo per l'acrobatica, e mi fece ricadere in piena fanciullezza. Il mio buon padre, che mi contentava in ogni cosa, mi fece fare un trampolino, e mi comperò corde, anelli, trapezi e cerchi, come s'io avessi dovuto rizzar baracca di saltimbanco. E questo feci, a un di presso. Chiamai a raccolta tutti i miei compagni che avevano tendenze d'acrobati, e mi diedi con loro allo sport circense con una passione sfrenata. Furono esercizi e camiciate da pazzi, con conseguenti capitomboli, ammaccature, torsioni e rotture di testa e scalmane da cavalli. Ma era anche quello “furor di gloria,„ poichè, facendo le mie prodezze, m'immaginavo sempre di “agire„ davanti a una moltitudine spettatrice, che io vedevo e di cui sentivo gli applausi, come un allucinato. Sul serio, covai per qualche tempo l'ambizione di diventare un direttore di circo equestre. Mio padre mi rimproverava d'andare all'eccesso. Io gli rispondevo: — Mens sana in corpore sano; — al che egli ribatteva argutamente che, intanto, era un principio bell'e buono d'insania di mente il rompersi la testa per sanificare il resto del corpo. E il corpo, infatti, salvo le enfiagioni e le sbucciature, era sano: crescevo come un girasole, ero un lupo a tavola, un ghiro a letto, e gareggiavo coi facchini del Banco, per bravata, a portar dei sacchi di sale di dieci miriagrammi, che avrebbero stroncato il mio professore di filosofia. Ma quanto a nutrir la mente sana di studi, era un altro discorso: non mi ricordo d'aver mai avuto in tanta avversione la carta stampata quanto in quel periodo: ero sulla via di diventare un fortissimo e agilissimo cretino. Ma è proprio vero che le malattie della vanità guariscono da sè stesse: poichè non era altro, per tre quarti, quella mia smania di ballar per aria. Ed ecco come guarii, con molta soddisfazione di mia madre, che stava sempre col batticuore di vedermi portare in casa a quattro braccia. Il mio esercizio prediletto era quello del salto col trampolino; la mia ambizione suprema, quella di riuscire a saltare una diligenza, come avevo visto fare a un pagliaccio del circolo Guillaume (un semidio). Ma per arrivare a tanto bisognava imparare a far il salto mortale, come il semidio lo faceva, ed io smaniavo di farlo: smaniavo, ma non mi ci provavo, perchè non c'era da scherzare: era troppo facile di rompersi il nodo del collo. Un giorno, nella compagnia solita dei miei fratelli d'arte, fra i quali m'arrogavo il primato, che m'era concesso, come a proprietario degli attrezzi, s'imbrancò un mio condiscepolo, assai più svelto e più ardito di me, che si provò a fare quel salto. Ci riuscì alla prima, fra l'ammirazione di tutti; io fui ricacciato fra gli artisti di second'ordine, e n'ebbi una gelosia mortale. Cento volte, da me solo, mi decisi a tentare la prova, e stetti ritto per dei quarti d'ora sull'alto del trampolino, coi pugni chiusi e con gli occhi fissi sulla sabbia sottostante, nell'atteggiamento d'una Saffo in calzoni sul punto di fare il gran tonfo, aspettando l'impulso del coraggio, e dandomi delle spronate vocali: — Andiamo! — Animo! — Su! — Ma l'impulso non venne mai. Tutto ben considerato, avevo una sola spina dorsale, e non conveniva arrischiarne l'integrità. E allora mi persi d'animo, e smisi. Smisi le gare con gli amici e le ambizioni di gloria ginnica; ma non perdetti l'amore degli esercizi fisici; i quali accompagnai sempre, non di meno, con l'immagine del circo e della folla plaudente, composta specialmente di signore e di signorine. E quell'amore mi durò per tutta la prima giovinezza, pigliando molte forme diverse, fra le quali quella del gioco del pallone, della palla e delle boccie; del che fui così soddisfatto da benedire anche quelle prime pazzie, perchè son fermamente persuaso di dover in gran parte alla ginnastica la salute vigorosa che ebbi fino all'età matura, e quindi la rara serenità di spirito, la maravigliosa facilità di godere d'ogni più piccola cosa e di pigliare la vita lietamente, e d'esser contento di vivere in qualunque stato: serenità che non mi lasciò mai, se non a rarissimi e brevissimi intervalli, finchè non fui colpito da quelle grandi sventure che sconvolgono anche i temperamenti più sani, come gli uragani atterrano anche gli alberi più forti.
Fisica e storia.
C'è quasi sempre nella nostra giovinezza un anno straordinario, che, quando ripensiamo a quel tempo nell'età matura, ci si presenta alla mente come all'occhio dell'oratore pubblico uno di quei volti singolari, i quali attirano la sua attenzione fra gli altri mille dell'uditorio e lo costringono a riguardarli cento volte, come se s'innalzassero al di sopra di tutti e fossero rischiarati d'una luce più viva. Tale è per me il secondo anno di liceo, che incominciò nel novembre del 1861.
Principiò bene in grazia di due nuovi professori, che m'è sempre grato ricordare, e che nomino per sentimento di gratitudine e per dovere di cittadino, perchè nel campo ristretto del loro ufficio fecero tanto bene a tanta gioventù da meritare che chiunque possa, anche dopo mezzo secolo, li onori pubblicamente. Erano molto giovani tutti e due; l'uno professore di fisica, l'altro di storia.
Il primo, Giovanni Cossavella, un bel biondo sanguigno, forte e sano come una pianta di montagna, d'un viso aperto e simpatico, che diceva a primo aspetto l'animo e l'ingegno, era un insegnante impareggiabile, nato fatto, come direbbe Tito Livio Cianchettini, per travasare idee dalla propria “nell'altrui recipiente testa.„ Il far lezione era per lui un vero godimento dell'intelletto e dell'animo, che gli faceva scintillar gli occhi, vibrar la voce e scattare il gesto come a un oratore di tribuna. Aveva nell'esposizione un ordine matematico e una chiarezza cristallina, sentiva la poesia della sua scienza e ne trasfondeva il sentimento nella scolaresca, ci rendeva amena la fisica, quanto la letteratura, con un'eloquenza viva, colorita, ondulata, direi, per esprimere la varietà piacevole delle sue intonazioni; eloquenza, per altro, che anche quando scoppiettava in motti arguti, non usciva mai un momento dal suo soggetto. Ed era modesto senz'affettazione, indulgente senza debolezza, familiare con noi, senza incoraggiarci alla licenza, buono e fermo, sempre sereno ad un modo, tutti i giorni dell'anno, come se, salendo sulla cattedra, gli fuggisse dalla mente ogni pensiero e dall'animo ogni sentimento che non fosse quello della sua scienza e del suo dovere.
L'altro, una figura smilza e pallida di abatino patrizio, era meno vivace nell'insegnamento; ma anch'egli, in forma diversa, efficacissimo. Faceva lezione come avrebbe celebrato la messa, con una dignità sacerdotale che c'imponeva rispetto e c'ingrandiva mirabilmente il concetto dell'importanza della storia. Quando ci esponeva le condizioni d'un grande trattato di pace o d'alleanza, lo faceva con una tale gravità di viso e d'accento, che stavamo tutti ad ascoltarlo raccolti e silenziosi, come compresi della solennità del momento storico, come se avessimo visto in mezzo alla scuola i principi e gli ambasciatori dei vari Stati, seduti intorno al tappeto verde, a discutere le sorti dell'Europa. Annunziava le dichiarazioni di guerra in maniera che ci faceva battere il cuore come alla lettura della scena dell'Adelchi, dove il messo di re Carlo lancia il guanto a Desiderio, e quasi esclamare in cuor nostro: — Che necessità tremenda! Quanto sangue umano si sta per versare! — In fine, trasportava così bene la nostra immaginazione nei luoghi e nei tempi remoti, che, dopo la scuola, discutevamo sui grandi avvenimenti di dieci secoli fa come su fatti di storia contemporanea, accalorandoci per Federico Barbarossa e per Giovanni delle Bande Nere come per Napoleone III e per Garibaldi. Non scherzava mai; teneva lo sguardo raccolto come un prete all'altare, parlava sotto voce come se ci confidasse dei gelosissimi segreti politici, e non lodava mai chi sapeva, restringendosi a fare col capo un atto lento d'approvazione, come per dire: — Non spetta a me di lodarla; ella ha aggiustato gli affari d'Europa; i popoli gliene saranno riconoscenti. — E non c'è da riderne, perchè era un'arte che ci teneva attenti e ci faceva studiare. Si chiamava Bartolomeo Fontana. Non ne ho più saputo nulla dopo quell'anno; ma non ho mai aperto un libro di storia senza che mi sorgesse davanti l'immagine di lui, col viso grave e con gli occhi bassi, nell'atto di “celebrar„ la lezione. Posso dire in tutta coscienza che se non son diventato uno storico illustre la colpa è d'un altro; non sua.
Avvocato!
A quel professore di storia debbo le mie prime soddisfazioni di vendiparole. Egli ci aveva esortati a far di quando in quando dei “lavori di diligenza„ che dovevano essere sunti narrativi di un periodo storico, chiusi da qualche considerazione generale. L'ambizione d'entrargli in grazia era così viva in tutti che i “lavori di diligenza„ piovevano ogni settimana a dozzine sul suo tavolino, e gareggiando fra di noi a chi scrivesse più roba, c'era chi gli rovesciava addosso delle mezze risme di carta, ch'egli mandava a prendere dal bidello; il quale usciva qualche volta carico come un somaro. L'aria del tempo voleva che ogni scritto scolaresco terminasse con una sonata patriottica. Io feci al primo di quei lavori una chiusa di questo genere, che ebbe qualche fortuna. Ciò bastò perchè vari compagni ricorressero a me abitualmente per farsi fare la tirata finale del loro “sunto„. Le richieste mi titillarono l'amor proprio, divenni un fabbricante di chiuse: chiuse rimbombanti d'amor di patria, tirate con le mani e coi piedi, code di frasoni cucite ai lavori non con filo bianco, ma con spago da imballatura, veri petardi di rettorica, furfanterie letterarie da non averne un'idea. Con l'esercizio continuo acquistai in questo mestiere indegno una destrezza spaventevole: avrei potuto aprir bottega e guadagnarmi il pane. Ne insuperbii. Ma è strano che da questo buon successo non nacquero punto in me la speranza e il proposito di diventare uno scrittore; ma sorse invece l'idea d'aver la vocazione dell'avvocatura.
Infatti, lo stile di quella prosaccia era più da improvvisatore che da letterato, apparteneva esclusivamente al genere oratorio, e al più basso. L'idea, a poco a poco, mise radici, e vegetò rigogliosa. Sì, ero nato per tuonare alla sbarra, per grandeggiare nel foro; nessun dubbio oramai; mi maravigliavo d'aver sentito così tardi la voce della natura. Era quella, dunque, la mia nona incarnazione: prima bandito, poi soldato, pittore, prete, tenore, matematico, commediante, direttore di circo equestre.... avvocato! E abbracciai la nuova illusione con lo stesso ardore con cui avevo abbracciato le altre otto. Ricordandomi il gran colpo che m'aveva fatto il discorso in difesa del generale Ramorino dell'avvocato Brofferio, mi diedi a leggere i Miei tempi (che si pubblicavano allora a fascicoli), il cui stile oratorio mi pareva giustamente il meglio atto a formar l'eloquenza d'un aspirante alla toga, e studiai a memoria tutti i frammenti di discorsi parlamentari che l'autore riferisce in quell'opera, e li andai recitando nel giardino e nel cortile, con una gran mimica curialesca, fingendo che fossero arringhe in difesa di accusati, e vedendo, dico vedendo proprio la gabbia, i giudici, l'uditorio, i carabinieri, tutti rintontiti dalla mia parola. Mi diedi a frequentare la Corte d'Assise, e marinai una volta la scuola per andar a sentire il vecchio avvocato Sineo, venuto da Torino, che mi avvampò d'entusiasmo. Poi presi a fare delle arringhe per conto mio, in difesa di mascalzoni immaginari e di Ramorini ideali. M'infervorai a tal segno, in fine, che un giorno dichiarai il mio pensiero a mio padre: avevo scelto la mia carriera, non avevo più bisogno che del suo consenso. Egli sorrise, e dopo esser stato un po' sopra pensiero, acconsentì, dicendomi che agli studi universitari, in ogni modo, io ero destinato, che potevo studiar leggi, se tale era mio desiderio. — Va bene — concluse — sarai avvocato. — Mi parve di esser laureato in quel punto, e che dovesse cominciare il giorno dopo ad affluir la clientela. Diedi l'annunzio ai miei compagni, come d'una cosa fatta, e cominciai, nel discuter con loro, a fare i gesti avvocateschi di sciogliere il braccio dalla toga e di aggiustarmi sul petto le facciuole, e in casa, nei momenti d'ozio, a palpare con amorevole familiarità i codici di mio fratello. Oh, finalmente, avevo trovato la mia strada! E intanto, per esercitarmi sempre più all'improvvisazione, giù “chiuse„ a rifascio.
I profughi Polacchi.
“Chiudevo„ qualche volta con un'invocazione all'Europa in pro della Polonia, dov'era scoppiata nel gennaio quella disperata insurrezione, che si protrasse fino all'inverno del 1864, e fu poi soffocata, come le tre precedenti, in un mare di sangue eroico. Eccitava la mia eloquenza la vista quotidiana di molti giovani polacchi, allievi d'una Scuola militare di Varsavia, i quali, dopo una rivolta, s'eran rifugiati in Italia e venuti a stabilire nella nostra città, per aspettarvi l'occasione e il modo di ritornare a combattere per il loro popolo. Eran tutti di famiglia signorile, bei biondi robusti, di viso ardito e grave, su cui si leggeva il pensiero assiduo della patria lontana e della morte prossima: pochi mesi dopo, infatti, caddero la più parte sotto il piombo russo, in un combattimento memorabile. La cittadinanza, a cui ciascuno di essi richiamava al pensiero i molti Polacchi morti generosamente per l'Italia, e che sapeva come quasi tutti avessero nella loro famiglia o fra i loro amici una vittima di quella caccia feroce data ai colpiti dalla nuova leva, onde l'insurrezione era stata provocata, li circondava di rispetto e li colmava di cortesie. E alle cortesie essi rispondevano con viva gratitudine; della quale diedero una prova gentile, in occasione della morte del sindaco, portando con le proprie braccia il feretro al camposanto. Di molti di quei giovani votati alla morte ho ancora nella mente l'immagine, che mi si presenta sempre accompagnata dal suono armonioso della loro lingua, di cui raccoglievo curiosamente qualche parola passando accanto ai loro crocchi, mentre commentavano le notizie giornaliere della guerra santa che li aspettava. Di uno in special modo mi ricordo, che nessuna mia concittadina di quel tempo può aver dimenticato: la figura più bella e più poetica che abbia mai sognato una fanciulla amorosa: un viso che pareva uscito da un quadro di frate Angelico, coronato d'una maravigliosa capigliatura bionda, d'un'espressione triste e dolcissima, non mai rischiarata da un sorriso; al quale corrispondeva la grazia del corpo alto e snello, un po' curvo, come per effetto d'una cresciuta troppo rapida: perchè aveva appena diciassett'anni, dicevano: un fiore di bellezza e d'eleganza femminea, austero non di meno, che pareva anche più delicato appetto alle altre forti piante della Vistola, in mezzo alle quali finiva allora di crescere in terra d'esiglio. Lo vidi una sera al teatro, in sedia chiusa, solo, tutto intento alla commedia, di cui forse non capiva una parola: alcune giovani signore, che gli stavan sedute intorno, facevan di tutto per attirar la sua attenzione, e altre lo guardavano col cannocchiale dai palchi: egli non diede segno d'avvedersene, nè durante la recita, nè fra un atto e l'altro; stette sempre seduto con gli occhi fissi sugli attori o sul telone, come assorto in un pensiero doloroso. Qualche cosa di tragico, certo, doveva esser seguito nella sua famiglia lontana. Egli pensava forse a suo padre che si trascinava in catene per le vie della Siberia, o a un fratello, soldato forzato, che si struggeva dall'ira tra le rupi del Caucaso, o a sua madre impazzita dal dolore in quella notte tremenda, in cui le soldatesche del governatore Wielopolski, sguinzagliate come branchi di briganti, avevano strappato alla Polonia il fiore dei suoi figli. E forse egli vedeva nell'oscurità delle selve, che la guerra insanguinava, il suo bel corpo giovanile disteso immobile sull'erba, lacerato dalla mitraglia dell'Imperatore.
Giorni d'ebbrezza.
Ma e “chiuse„ e toga e Polonia, tutto andò per aria ad un tratto, e la fisica e la storia con loro. Furono giorni affannosi e beati, in cui il sole sfolgorava come se si fosse avvicinato alla terra, e la luna mi guardava e mi parlava, e le Alpi eran così bianche e la campagna così verde come non erano state mai nè mai più saranno; giorni in cui i fiori del mio giardino, mandandomi un'ondata di profumo, mi dicevano; — A te, bel ragazzo! — e ogni musica che suonava nell'aria pareva che suonasse in onor mio, per accompagnare il canto di trionfo del mio cuore; giorni in cui la gente affollata al passeggio, che io fendevo guizzando come un pesce nell'onda e cercando intorno con gli occhi, mi pareva una moltitudine d'infelici che non avessero ragione d'esistere, e tutte le cure della vita e gli aspetti umani e le cose vicine e lontane m'apparivano come a traverso i vapori rossi d'un incendio che avvampasse l'universo. E v'era nella città una povera strada dove tutte le case mi parevano templi e palazzi d'un'architettura di sogno, e in quella strada una casa, che aveva per me la vita e l'espressione d'un enorme viso umano, il quale mi faceva arrossire e impallidire fissandomi con l'occhio d'una finestra che mi pareva accesa, e in quella casa una scala dove vedevo oscurarsi l'aria e danzare i muri e sentivo tremare le pietre sotto i miei piedi come per una scossa di terremoto. E v'era un'immagine che m'accompagnava da per tutto, e mi pareva a un tempo gentile come un fiore e immensa come un mondo, dolce insieme e terribile, familiare all'occhio e al pensiero, e pure ravvolta d'un mistero enorme e impenetrabile, in cui si smarriva la fantasia, come lo sguardo in un abisso di tenebre. E in quei giorni sdegnavo ogni volgarità, rifuggivo dai giuochi fanciulleschi, cercavo le braccia di mia madre; mi risaliva la preghiera dal cuore alle labbra, mossa dal sentimento che non altro che un Dio infinitamente buono potesse aver fatto il cuore umano capace della dolcezza infinita che m'inebbriava; e mentre adoravo la vita, vedevo bella anche l'immagine della morte, perchè mi pareva che neppur essa avrebbe potuto spegnere la fiamma onnipotente che m'ardeva, e che la vita futura non potesse esser altro che l'appagamento assoluto e il trionfo immortale della passione che mi sollevava da terra. E questo basta, perchè, fra molte altre cose, non ho mai capito come un uomo possa raccontare al pubblico il suo primo amore.
Un grande dolore.
Mi svegliò da quel sogno un colpo di fulmine.
Una sera, mio padre, sedutosi appena a tavola con noi, si lasciò cascar dalle mani la forchetta; si sforzò due volte di riprenderla, non potè; disse: — Non mi sento bene, — e alzatosi a fatica, si mise a sedere sul sofà, dove rimase qualche tempo immobile, con gli occhi fissi, senza parlare. Poi volle andare a letto, e v'andò a stento, trascinandosi, sorretto da mia madre e da uno dei miei fratelli. Si mandò a chiamare il medico, che accorse subito.
Dalla camera vicina intesi la sentenza terribile.
Era perduto.
Un colpo d'apoplessia gli aveva preso tutta la parte destra del corpo, e offeso il cervello.
Così si spegneva a un tratto, come una fiamma soffocata, quella mente acuta e lucida, dotata d'una ragione potente e di squisite facoltà artistiche, aperta a ogni idea bella e atta a ogni maniera di studio e di disciplina; così finivano cinquant'anni di lavoro utile, di vita onesta e feconda, di cure e di sacrifici affettuosi e continui perla famiglia, prima ch'egli potesse avere alcuna ricompensa dalla buona riuscita dei suoi figliuoli; finivano con lo sgomento e con l'angoscia di lasciarci quando avevamo ancor bisogno di lui, e di rigettarci, lasciandoci, da una condizione agiata nelle angustie e nell'incertezza dell'avvenire, come se egli non avesse faticato, lottato per tanto tempo che per renderci più funesta la sua fine!
Da quel giorno la nostra casa non fu più che una tomba, nella quale, ancor vivo, egli era già come sepolto, già separato da noi più terribilmente che dalla morte, poichè non avevamo più padre, e ci rimaneva ancora davanti, come l'immagine stessa della nostra sventura, la sua larva dolorosa. Parlava ancora, ma con parole sconnesse e insensate, che ci laceravano il cuore più che il silenzio della morte; ricordava ancora i nostri nomi, ma dava all'uno quello dell'altro, come se non vedesse più in noi che delle ombre, e ci ascoltava con lo sguardo fisso e con la fronte corrugata, facendo uno sforzo intenso e lungo per raccogliere e riconnettere i congegni spezzati dell'intelligenza; ma non ci comprendeva più, come se gli avessimo parlato una lingua sconosciuta o dimenticata, la quale non gli toccasse più altro che l'udito. E se qualche volta, per pochi momenti, gli ritornava un barlume d'intelligenza, eran quelli i momenti di maggiore angoscia per noi, poichè, avendo come a lampi coscienza della sua sventura, si batteva la mano sulla fronte in atto disperato, ed esprimeva il desiderio di morire, il rammarico di esser ridotto per noi un “fastidio„ e un “ingombro„, il tormento che lo straziava di non poter più parlarci ed intenderci; e questo esprimeva con esclamazioni rotte e violente e con scoppi di pianto sconsolato, che ci facevano fuggir singhiozzando.
Povero padre mio! Allora soltanto, nelle mie lunghe ore pensierose, riandando il passato, io compresi tutta la sua bontà, tutte le sue virtù d'uomo e di padre. Il suo amore per noi avea qualche cosa d'austero: egli ci amava, ma non ci adorava, e in questo pure era saggio, e per questo la sua carezza, benchè frequente, ci faceva l'effetto benefico d'una ricompensa ambita. Egli era stato per tutti noi il primo maestro. Quand'eravamo ancora bambini, ci conduceva a far delle lunghe passeggiate in campagna, che per noi erano una festa, e, strada facendo, ci diceva sempre in forma dilettevole qualche cosa di utile, accennandoci le bellezze del paesaggio, insegnandoci i nomi delle piante, stimolando e appagando in mille modi arguti la nostra curiosità infantile. Egli ci tracciava delle tavole sinottiche per facilitarci lo studio del latino, c'insegnava il francese, che sapeva benissimo, e la calligrafia, in cui era maestro, ci faceva dei quadretti coloriti per farci imparare la nomenclatura italiana degli oggetti domestici, e ci disegnava delle carte geografiche con un metodo suo proprio, che gli costavano settimane di fatica. Dotato di molte e finissime abilità meccaniche, le esercitava continuamente a nostro vantaggio: ci legava i libri, ci faceva dei giocattoli, ci fabbricava dei piccoli mobili, ci scolpiva le teste delle marionette, ci dipingeva gli scenari per il teatrino. E pure essendo padre così operoso e pieno di pensieri estranei al suo ufficio, era un impiegato, più che diligente, ardente di zelo; tanto da mandare ogni anno al Ministero dei grandi progetti di riforme computistiche, intorno a cui lavorava per mesi e mesi. E non restringeva la sua vita intellettuale nel cerchio dell'ufficio e della casa: leggeva libri nuovi d'ogni genere, sapeva a memoria un gran numero di poesie, che recitava mirabilmente, aveva un'ammirazione appassionata per i grandi scienziati e i grandi artisti, visitava studi di pittori e stabilimenti industriali, andava a cercare ogni uomo illustre per qualsiasi merito, il quale passasse per la nostra città, presentandoglisi senz'altro titolo che quello d'ammiratore, come un giovinetto entusiastico. Non ho di lui altra immagine che quella d'un uomo bianco di capelli e di barba; così mi sembra d'averlo sempre veduto; eppure non mi pareva vecchio, e non mi passava mai per la mente ch'egli potesse morire prima ch'io fossi un uomo fatto, tanto era sano, vigoroso, vivace, anche nei suoi discorsi in famiglia, pieni di ricordi e di idee, di citazioni e d'arguzie. E mi ricordo che provavo un gran piacere, come a un segno ch'egli mi desse di dover vivere lungamente, quando, mettendo io nella sua larga mano tutt'e due le mie, egli, per scherzo, me le serrava come in una morsa, fino a farmi cacciare uno strillo, che esageravo, per dargli un'idea più grande della sua forza. Visse lungamente, sì, ma morì troppo presto per noi, e per il premio a cui gli dava diritto la sua nobilissima vita. Povero padre mio, mio maestro e mio amico, che m'hai dato l'esempio di tutte le virtù e colmato di tutti i benefizi, e ch'io non ho potuto ripagare con una sola prova di riconoscenza pubblica, io che, certamente, essendo l'ultimo dei tuoi figliuoli, fui il più doloroso, il più disperato dei tuoi ultimi pensieri!
E mentre dicevo tra me queste cose, di notte, sentivo nella camera accanto il suo vaneggiamento compassionevole, delle esclamazioni affannose e senza senso, che m'entravan nel cuore come colpi di pugnale, e le parole dolci e tristi di mia madre che lo vegliava; le quali mi facevano soffrire anche più delle sue. Che terribili notti, e che terribili giorni!
Cambiamento di rotta.
Ma tanta è la forza della vita a quindici anni che l'animo non rimane prostrato a lungo neppur dai più grandi dolori; dai quali si divincola, per rialzarsi impetuosamente, come il getto d'acqua vigoroso che respinge la mano da cui è compresso. Così avvenne a me dopo pochi giorni. Della condizione mutata della famiglia, in ciò che riguardava i mezzi economici, non ebbi alcun dolore, anzi non mi diedi nemmeno pensiero: eppure era mutata per modo ch'io non avrei più potuto far gli studi universitari senza sacrifizi gravi di mia madre e dei miei fratelli. Erano disposti a farli, e li avrebbero fatti lietamente; lo compresi, e me lo dissero; ma compresi pure che era mio dovere di prendere spontaneamente una deliberazione che li liberasse da quell'obbligo; di scegliere, cioè, una carriera che mi mettesse in grado al più presto di guadagnarmi la vita. Addio, dunque, sognati trionfi del foro! Ma rinunziai al foro senz'alcun rammarico, come avevo rinunziato al palcoscenico e al circo equestre. Gli entusiasmi patriottici erano ancora caldi, il periodo delle guerre nazionali ancora aperto, la mia passione per l'esercito non del tutto spenta: scelsi la carriera militare. Fu deciso senz'altro che avrei finito ancora il secondo corso del Liceo, e che ai primi dell'anno prossimo sarei entrato in un collegio a Torino, per prepararmi agli esami d'ammissione alla scuola di Modena. E il buon volere, anzi l'allegrezza con cui presi quella decisione non fu punto turbata dal fatto, che acquistassi proprio in quei giorni, lucida e ferma, destinata a non più cadere, la coscienza di poter riuscire, comunque fosse, uno scrittore.
Fu per un caso, come quasi sempre avviene, che mi s'accese quella nuova girandola, a fuoco perpetuo.
Una mattina il professore di lettere italiane ci fece fare in scuola un componimento sul tema: I Promessi Sposi. Due giorni dopo, avendo letto tutti i lavori, ebbe la bontà di sentenziare che il meno peggio era il mio; ma con una frase assai più cortese di questa, seguita da vari commenti, che terminavano con una falsa profezia. E fu proprio quella falsa profezia che decise del mio destino. Avrei forse presa, più tardi, la medesima strada, anche se non mi ci avesse spinto allora quel piccolo avvenimento; ma è un fatto che soltanto dopo quel giorno cominciai a studiare e a scrivere col proposito determinato e con la speranza viva di riuscire a qualche cosa con la penna, e che da quel momento in poi la mia passione per la letteratura non ebbe più intermittenze. Le prime cose che scrissi furono dissertazioni in forma di lettere, dirette ora all'uno ora all'altro dei miei amici; ma lettere che mi sarebbero costate un occhio se le avessi mandate per la posta, e che nessuno avrebbe lette fino a metà, se avessi avuto il coraggio di regalarle a chi mi era servito di bersaglio per scriverle. Eran quaderni, e trattavano di tutto, senza dir propriamente nulla, girigogoli di frasi, fughe interminabili di parole, cascate fluviali di periodi, non altro che esercizi d'immaginazione e di stile, nei quali cacciavo a forza tutte le mie reminiscenze di letture, e facevo dei larghi giri di falco per venire a una data immagine o a una data locuzione, quasi sempre non mia, che mi pareva un fiore o una perla, e anche votavo addirittura delle sacca di roba altrui, tinta soltanto dei colori della mia tintoria, e sparpagliata con cert'arte perchè si confondesse meglio con la merce dei miei magazzini. Ma c'era pure in quella prosa di cicalone e di ladro qualche cosa di personale, ed era la musica, che s'è mutata poco d'allora in poi. Con quegli esercizi mi sfranchivo la mano a scrivere, imparavo a tradurre in parole il sentimento quale mi spirava nell'animo, a esprimere in modi diversi il mio pensiero, a snodare e a annodar fra loro i periodi, a maneggiare con destrezza il materiale di lingua che avevo già accumulato nella memoria. E di pari passo con la prosa sfrenavo i versi, perchè credevo fermamente d'avere tutti i bernoccoli letterari. Avevo letto la prima volta nella primavera di quell'anno le liriche e le ballate del Prati, e quell'onda sonora di rime, quel barbaglio di lampi e di colori m'aveva prodotto l'effetto, che suol fare in un giovane la prima vista d'una grande sala da ballo sfarzosa, in cui turbini una folla di belle signore infiorate e gemmate. E le mie poesie erano tutte un'imitazione quasi plagiaria del “superbo signore dei colori e dei suoni„ tirate via con una facilità di versaiolo estemporaneo, sonore come concerti di campane e luminose come fuochi di Bengala; inni e ballate d'un Prati rimbambito. Ma non posso dire il piacere che godevo in quelle lunghe ore di scribacchiamento diurno e notturno, in cui mi giungeva importuna l'ora del desinare e della cena, e mi coglieva come improvvisa la sera, e non avevo più quasi alcun senso della vita esteriore. E fu una provvidenza per me quella specie di febbrone letterario perchè, tenendomi così assorto continuamente, mi faceva vivere fuori della grande tristezza che pesava sulla mia famiglia, e quasi dimenticar la sventura. Solo di quando in quando mi s'alzava davanti tutt'a un tratto l'immagine del povero vecchio che giaceva immobile in un letto all'estremità opposta della casa, e il pensiero ch'egli non sapeva nulla di quella mia nuova felicità, che non avrebbe mai letto nulla nè di quello che scrivevo allora, nè di quanto avrei scritto nell'avvenire, mi faceva posare la penna e restare un pezzo meditabondo, con gli occhi pieni di lacrime. Ah, come avrei voluto ch'egli venisse ancora, come faceva nel passato, a portarmi a copiare qualche tavola dei suoi progetti di riforma amministrativa, e come mi pentivo amaramente di non avergli qualche volta nascosta la mala voglia con cui interrompevo le mie letture per obbedirlo, come mi pareva odiosa in quei momenti la mia ingratitudine, e con che parole dolorose e supplichevoli ne domandavo perdono alla sua memoria!
Aspromonte.
Da quella furia di scribacchino mi fece uscire per qualche giorno, nel mese d'agosto, Garibaldi. Il grido di Roma o Morte ridestò improvvisamente la fiamma delle mie passioni politiche e mi ricacciò in mezzo ai miei compagni rivoluzionari a fremere e a vociare contro “l'uomo di Novara„ e “la sfinge di Parigi„. Noi volevamo, si sottintende, andare a Roma a qua-lun-que co-sto, e non dubitavamo neppur per sogno che Garibaldi, il quale moveva allora verso Catania coi suoi volontari, ci sarebbe arrivato, a dispetto di tutti i diavoli e di tutti i santi. E non volevamo intender ragioni. A chi ci diceva: — E se ci assale la Francia? — rispondevamo: — E noi faremo la guerra alla Francia. — E se ci salta addosso l'Austria? — E ne daremo anche all'Austria. — Pilade, Oreste, Elettra, a morte tutti. Il giorno che venne la notizia d'Aspromonte, ci accozzammo una quindicina in una trattoria, presieduti da un reduce garibaldino del sessanta, uno sbarbatello indemoniato, che per l'occasione s'era messo in capo il suo vecchio berretto rosso sdruscito, e, scovata in casa dell'oste una bandiera stinta e sbrindellata, che non aveva mai visto che il fuoco della marmitta e pareva un avanzo di venti battaglie, percorremmo la città cantando l'inno del Mercantini e urlando Roma o Morte, fra lo stupore, i sorrisi e gli sguardi di riprovazione dei cittadini pacifici, a cui facevamo l'effetto d'un branco di evasi dal manicomio. Eravamo sopra tutto furibondi contro il colonnello Pallavicini, che era partito pochi giorni avanti dalla nostra città per andare ad assumere il comando dei bersaglieri, condotti poi da lui stesso all'assalto d'Aspromonte; di quei suoi bersaglieri dai quali era partita la palla fatale che aveva spezzato il piede a Garibaldi; sì, l'avevamo a morte con quel colonnello Pallavicini, che ci eravamo “scaldato in seno„ per tanti anni, e che ci aveva ripagato della nostra “ospitalità cittadina„ a quel modo, mordendo a sangue il nostro dio. Qualcuno parlò di fargli la festa, se avesse avuto la fronte di ritornar fra noi. La sua promozione a generale inasprì anche di più le nostre ire, come una provocazione aggiunta all'offese. Si ventilò l'idea di comprare una sua grande fotografia, che era esposta nella vetrina d'un libraio, per farne un auto da fè davanti alla Prefettura; ma ne volevano cinque lire, e preferimmo di spenderle in birra. Salì poi al colmo la nostra indignazione (e, fuor di scherzo, fu una grande tristezza) quando vedemmo passare per le vie della città una colonna di garibaldini prigionieri, che eran condotti a un forte delle Alpi. Come m'è rimasto impresso quello spettacolo! Saranno stati un centinaio, fiancheggiati da due file di bersaglieri: i primi in camicia rossa, uomini maturi la più parte, alcuni coi capelli grigi, e col petto scintillante di medaglie, figure belle e superbe che camminavano a fronte alta e a passo risoluto; gli ultimi una frotta di poveri ragazzi laceri, semiscalzi, dall'aspetto stanco e triste, che diceva una storia miseranda di digiuni e di stenti; figure di mendicanti, più che di soldati, che alle nostre grida di: “Viva Garibaldi!„ si voltavano a guardarci con aria attonita, girando gli occhi intorno come se cercassero del pane. Ah, che furiose discussioni quella sera, al caffè, coi nostri amici bersaglieri, che ci chiamavano i Romaomorti e si burlavano dei liberatori di Roma senza scarpe e inneggiavano al “vincitore di Aspromonte!„ S'affollò gente nella sala, accorse il padrone, s'andò a un pelo dal fare a pugni. E il nostro nemico, il vincitore, ritornò finalmente. Lo incontrai una sera a buio, sotto i portici, vestito da borghese, che andava a passo spedito, guardando verso la strada, come per raggiungere qualcuno. Gli cedetti il passo, fremendo, e gli lanciai un'occhiata omicida. Non se ne accorse: aveva ben altro per il capo. Voltandomi indietro, lo vidi poco dopo uscir di sotto le arcate e salire in una carrozza patrizia, dove lo aspettava una bella signora. Le due teste si avvicinarono, la carrozza partì, io rimasi come un grullo, e Aspromonte restò invendicato.
Un fiume d'inchiostro.
Rientrai allora nella mia fucina letteraria e non ne uscii più per il rimanente di quell'anno. Ebbi solo qualche giorno di malinconia, all'aprirsi dell'anno scolastico, pensando ai miei antichi compagni che entravano nel terzo corso del Liceo, al quale io avevo rinunciato: un sentimento come di nostalgia della scuola, ch'io lasciavo prima d'aver compiuti gli studi, e più che altro di rimpianto degli studi classici abbandonati, come d'uno scadimento della mia dignità intellettuale. Ma fu una malinconia presto soverchiata dall'ardor del lavoro, se può darsi questo nome a quella mia eruzione di parole, che riprese dopo i giorni d'Aspromonte più copiosa e più violenta che mai. Rimasi veramente stupefatto quando, molti anni dopo, ritrovai in fondo a un cassone i miei manoscritti di quel tempo, d'aver potuto rovesciar sulla carta in pochi mesi un tal diluvio d'inchiostro: racconti, dialoghi, satire, paralleli di scrittori, pappolate filosofiche: una specie di Decamerone, fra le altre cose, che Dio e il Boccaccio me lo perdonino. La mia passione prese davvero in quell'ultimo periodo il carattere d'una malattia mentale, degenerando di letteraria in libraria, in un bisogno pedantesco e puerile di vedere i miei parti in forma di volumi stampati e legati, con gran lusso calligrafico d'intestazioni, di indici e di fregi, e ciò che è più strano, immuni di correzioni quanto più fosse possibile; tanto che ci lasciavo spesso intatti dei grossi spropositi per non deturpare la pagina con un frego. E come non mi spiego da che mi nascesse quella fisima, poichè non davo a leggere le mie “opere„ neppure agli amici più stretti, non capisco neppure il perchè di quella smodata produzione, non pensando io neppur per ombra a dare alle stampe quelle bracciate di prosa. Avevo bisogno di scrivere, credo, come avevo avuto l'anno avanti il bisogno di saltare e di arrampicare; erano umori del cervello che dovevan dar fuori; bisognava che m'affaticassi le facoltà eccitate per castigarle e renderle atte più tardi a un lavoro pensato e tranquillo. Nondimeno, mi vergogno ancora un poco, quando ci ripenso, di quella lunga orgia di letteratura, la quale mi dimostra quanto stessi ancora male a buon senso in quell'anno, quantunque mi cominciassero a spuntare i baffi. Mi conforta solo il ricordare che non mi facevo grandi illusioni intorno al valore intrinseco dei miei finti libri; dei quali, per mia fortuna, ero io l'unico lettore. Il che non toglieva, peraltro, che io avessi la certezza, ma proprio la certezza assoluta di riuscire un giorno a qualche cosa, la previsione netta e sicura che la carriera militare non sarebbe stata che un episodio della mia vita, che la mia vera ed unica vocazione fosse quella di metter del nero sul bianco a beneficio del genere umano. Non era una certezza fondata sui saggi che davo di me a me medesimo in quel periodo di esercitazione letteraria meccanica; ma sul presentimento di facoltà che sarebbero poi sorte nella mia mente, su promesse confuse della coscienza, su non so quale armonia che mi suonava dentro, non ancor formulata in idee, vaga, profonda, dolce, continua, su non so che cosa che mi sentivo correre per le vene e per le fibre e brillare sotto la fronte e nel cuore, e ch'io pensavo sarebbe sgorgato fuori come uno zampillo di fuoco per effetto d'un avvenimento inaspettato, dello spettacolo d'una città nuova, della compagnia di nuovi amici, della vita libera, dal dischiudersi delle porte dorate della gioventù, di cui stavo per varcare la soglia.
La partenza.
Venne finalmente il giorno della partenza per Torino. Parrebbe ch'io avessi dovuto lasciar con dolore quella casa dov'ero entrato bambino e donde partivo giovinetto, e quella piccola città, che era per me come la città nativa, dov'ero vissuto quattordici anni, dov'ero cresciuto così sano e forte e lasciavo tante memorie. Eppure questo non fu. La prima età ha di questi momenti di duro egoismo, in cui la furia d'uscir del guscio, l'ebbrezza di mutare orizzonti e di slanciarsi nella vita preme con tanta forza su tutti gli altri affetti, da cacciarli quasi dal cuore. Quella città, che doveva diventarmi poi così cara, mi si era fatta in ultimo intollerabile. Vi conoscevo tutti i visi, avevo impresse nella mente le facciate di tutte le case, potevo rammentare per ordine tutte le botteghe di tutte le strade, e questa conoscenza di tutto mi dava un senso di sazietà d'ogni cosa: perfino dall'aspetto dei dintorni bellissimi, che m'erano stampati nel cervello sentiero per sentiero e albero per albero, mi veniva un tedio infinito: mi dibattevo fra quelle mura come un falchetto in una stia da uccellino; sentivo una tale smania d'andarmene che il solo odore del fumo della strada ferrata, alle volte, mi faceva fremere come fa l'amante al profumo d'un fiore regalatogli dalla sua bella. E ciò non ostante non m'è rimasta nella memoria alcuna traccia dei particolari della partenza: non mi ricordo neppure degli addii dati in casa, nè di chi m'abbia accompagnato alla stazione, nè dello stato d'animo, triste o lieto, in cui mi ritrovavo all'ultimo momento. Mi ricordo soltanto che il giorno prima della partenza chiamai a raccolta nel cortile quelli che rimanevano dei miei antichi compagni scamiciati di gioco e di milizia, e che distribuii fra tutti, perchè ne facessero un regalo ai loro fratelli piccoli, quanto mi era restato in casa dei miei trastulli della fanciullezza: stampe colorite, che rappresentavano soldati francesi e italiani, casette e figurine di presepio, e trombe e daghe di legno dei miei tempi bellicosi. Solo allora, quando vidi portar via quella roba che m'era stata un tempo così preziosa, provai un senso di tenerezza e di mestizia, come se in quel punto si fosse spezzato il legame che teneva ancora unito in me il giovinetto al fanciullo, e quei giocattoli fossero stati una parte viva di me, che morisse in quel punto, e la portassero a seppellire. V'è da quel momento un buio nella mia memoria fino a quello in cui mi trovai solo in un vagone, sul treno che andava a Torino, con una grande sacca coricata sul sedile, dentro la quale c'era tutta la compagnia dei grossi burattini dalle teste di legno, scolpite dal mio buon padre, che avevan deliziato non solo la mia, ma anche la fanciullezza dei miei fratelli, e che mia madre m'aveva affidati con molte raccomandazioni perchè li portassi a un mio nipotino di Torino. Vedo ancora quella vecchia sacca da viaggio ricamata a colori vistosi, e quasi risento sotto le mani le teste dure di quegli antichi amici, che facevan gobba da tutte le parti. E a questo ricordo mi vien sulle labbra un sorriso d'ironia malinconica. Sì, proprio, in quella sacca era chiusa l'immagine del mio avvenire. Ahimè! Che cosa ho fatto altro nella vita che far ballare dei burattini? E non ho nemmeno la coscienza d'essere stato un grande burattinaio. Eccomi qui, coi capelli bianchi, già preparato a un'altra partenza, e mi pare d'aver di nuovo accanto quella sacca. Allora c'era chiuso il mio avvenire, ora c'è chiuso il mio passato. Vanitas vanitatum: ecco il fondo delle cose, e la conclusione di tutto. Quando queste parole, che sogliono rattristar l'animo e offender l'orgoglio dell'uomo, gli son diventate un conforto, vuol dire che il suo cammino è finito.
Un mistero.
Quella città, non più riveduta che due volte in trentaquattro anni, e non ricordata che raramente, e di sfuggita, e senz'affetto, nel tempo della gioventù, ha preso poi nel mio spirito, nell'età matura, una vita intensa e quasi risplendente, mi è diventata oggetto fino a questi giorni di sempre più frequenti e più vive riflessioni. E in questo non è nulla di singolare, perchè, meditando l'uomo sul mistero di sè medesimo, via via che invecchia, sempre più assiduamente, è naturale che risalga sempre più spesso col pensiero ai propri principi, e quindi ai luoghi dove passò l'infanzia. Ma singolare è che a quella città io ritorni sempre più sovente nei sogni, e strano, inesplicabile per me che questi sogni siano tutti lo svolgimento d'uno stesso fatto doloroso, e impossibile ad un tempo. Mi ritrovo nella strada maestra, fiancheggiata da un capo all'altro da un doppio ordine di portici bassi, in un'ora che non è nè di giorno nè di notte, poichè i portici è la strada sono qui oscuri, là rischiarati da una luce di crepuscolo, altrove come ingombri d'una nebbia fitta, che ora si squarcia, ora si riaddensa; ma è l'ora della passeggiata domenicale, poichè va e viene gente da tutte le parti, e le botteghe son chiuse. In ogni sogno sono arrivato allora allora, con un vivo desiderio di ritrovare gli antichi amici molti dei quali vivono ancora; mi caccio tra la folla, e vo innanzi cercandoli con lo sguardo, curioso e impaziente. Ma cammino e cammino, e non ne incontro nessuno, e non rivedo neppure, fra tutta quella gente, uno solo dei tanti visi noti, che mi si presenterebbero nella realtà, e che dovrei incontrare per questo anche in sogno. Invano ricorro da un capo all'altro i portici di destra e di sinistra, osservando i crocchi davanti ai caffè, le brigate che passano e i gruppi che stan fermi alle cantonate, dove sempre ne vedevo qualcuno, quando vi passavo da ragazzo: non riconosco anima viva. È tutta una popolazione sconosciuta, come mi sarebbe quella d'una città dove non fossi mai stato. Vedo spesso venir verso di me, in quella luce incerta di foresta, una persona che mi par di quelle ch'io cerco, e dico tra me, rallegrandomi: — È il tal dei tali! — ma, andandogli incontro, m'accorgo d'aver sbagliato: è un altro, un ignoto. A poco a poco la folla si dirada, percorro lunghi tratti deserti, fiancheggiati da edifizi non mai veduti, da alti muri di fortezza o di carcere, da case e da muri di cinta in rovina; mi trovo in mezzo alla campagna, solo; rientro un'altra volta sotto i portici, dove non suona più il passo che di pochi solitari: corro dietro all'uno, corro incontro all'altro: nessun amico, nessun conoscente; nessuno mi riconosce, nessuno mi guarda; chi svolta a destra, chi svolta a sinistra, tutti scompaiono. Corro a casa degli amici più stretti, agli uffici dove sono impiegati, a quella tal farmacia, in quel dato caffè che so che frequentano: non c'è nessuno, non c'è che sconosciuti; suono, picchio, chiamo, domando ad alta voce: — Il tale? Il tal altro? — Nessuno sa nulla. Affannato, addolorato, mi rimetto a correre per la via maestra, infilo i vicoli laterali, giro e rigiro in mezzo a case che riconosco, non so come, benchè non sian più quelle d'una volta, per crocicchi e per piazzette che si allargano e si restringono come se gli edifizi dintorno danzassero, per vicoli che s'allungano e si perdon nelle tenebre, intorno a vecchie chiese che si trasformano al mio avvicinarsi in cattedrali enormi, e da per tutto incontro, fiancheggio, raggiungo delle ombre umane; ma da nessuna parte rivedo un amico, un conoscente, un viso del passato. E questa corsa angosciosa dura fin che mi risveglio, col cuore pieno di tristezza. Da anni e anni faccio sempre, con poche variazioni, questo medesimo sogno. È impossibile che non ci sia una ragione. L'ho cercata molte volte, meditando a lungo; ho anche letto dei libri di onirologia scientifica, con la speranza di cavarne qualche lume a scoprire il mistero: non ci ho trovato nulla che mi giovasse. Eppure, dico, una ragione ci ha da essere, nella mia vita, nella mia coscienza, che so io? una ragione che dispero di ritrovare, ma che son persuaso non possa essere che triste, e legata strettamente con altri misteri dell'anima, tristi del pari, che non mi saranno svelati mai. Per questo non la cerco più da qualche tempo. Ora se una voce soprannaturale mi dicesse: — La so, — e mi domandasse: — La vuoi sapere? — risponderei: — Voglio ignorarla. — Sarà una superstizione indegna d'un uomo; ma è così. Ho paura non so di che, come l'Osvaldo dell'Ibsen. E non di meno desidero sempre di rifare quel sogno, tanto è cara al mio cuore, tanto mi par bella anche non popolata che di spettri, tanto mi attira e mi affascina quella piccola città alpina, dove l'età più felice della mia vita si chiuse con la morte del più saggio e dolce amico ch'io abbia avuto sopra la terra. Cuneo è la città, e pronuncio con sentimento di riverenza e di gratitudine questo nome, il quale mi desta la visione d'una città immensamente lontana, posta quasi ai confini del mondo, che si disegna in contorni azzurri sulla bianchezza d'un'alba luminosa.
BAMBOLE E MARIONETTE
IL “RE DELLE BAMBOLE„.
Così lo chiamano molte delle sue piccole clienti, ed è Gerardo Bonini, inventore, fabbricante e negoziante di bambine inanimate, che ha la bottega in via Roma. Non è difficile trovarla perchè vi si vede davanti a tutte le ore del giorno una schiera di ragazzine del popolo che, ammirando le vetrine, si scordano dell'involto, del cavolo o delle pagnotte che debbono portare a casa, per abbandonarsi a un'orgia di desideri. E tutte le signorine piccole che passan di là, condotte per mano dalla mamma o dalla governante, per una ventina di passi tirano l'accompagnatrice, sporgendo il viso innanzi, e per un'altra ventina di passi si fanno tirare, torcendo il capo indietro.
Passando di là una mattina, mi ricordai d'un giorno che, avendo detto in casa mia, in presenza della figlioletta d'una nostra vicina: — A momenti verrà il Bonini (un mio amico ufficiale), — quella, illusa dall'omonimia, diede uno scatto sulla seggiola, come se avessi detto: — A momenti verrà l'Imperatore di tutte le Russie; — e quel ricordo mi destò curiosità di conoscer l'uomo e le sue opere.
Pensai di presentarmi senz'altro. — Ho lavorato anch'io per i bambini, — dissi tra me; — non sdegnerà di ricevermi come un collega. — Ed entrai in quella bottega stretta, lunghissima, male rischiarata; ma che alla fantasia di bambine innumerevoli appare più vasta e più sfolgorante del palazzo imperiale degl'Incas.
Il Bonini stava in fondo alla sua reggia piena di tesori visibili e invisibili, leggendo la Gazzetta del popolo, come uno oscuro cittadino qualsiasi. È un ometto sui cinquanta, di viso intelligente e benevolo, dotato di quella dolcezza particolare di modi che è propria di tutti coloro che hanno una clientela fanciullesca signorile, siano essi bottegai, sarti, medici o ripetitori. Temetti non di meno, per un momento, che il suo aspetto mi avesse ingannato perchè, appena inteso lo scopo della mia visita, afferrò per i piedi una delle sue bambole, e a modo dell'Eviradnus di Victor Hugo col cadavere del piccolo Ladislao, si mise a picchiar botte da orbo sul banco, come se fosse irritato dalla mia presenza. Mi ricredetti subito, peraltro. Era quella una delle sue bambole infrangibili, benedette dai padri di famiglia, ed egli ne faceva quel mal governo per provarmi l'invulnerabilità delle sue creature.
Poi, alzando le sottanine alla bambola, mi fece osservare come fossero ben riprodotte le forme anche delle gambe; ciò che una volta non si faceva. Erano due belle gambe, infatti, ma di donna, non di bimba; anzi così bene imitate che l'atto del Bonini sarebbe potuto parer disonesto.
E prese a discorrere familiarmente. Riconobbi subito l'artista al modo con cui mi raccontò, colorandosi in viso, come egli e sua moglie avessero fatto un viaggio a Parigi per visitare i grandi magazzini di bambole, e rubare — è la sua espressione — con gli occhi. Scopersi poi sotto l'artista il filosofo quando, dicendomi che le mamme preferiscono le bambole “vestite da bimba„ a quelle “vestite da signora„ perchè queste “svegliano nelle ragazze delle idee ambiziose„ fece un fine sorriso, che voleva dire evidentemente: — Ha capito? Lei credeva forse che fosse il lusso delle mamme quello che sveglia l'ambizione nelle figliuole.... Si disinganni; è il lusso delle bambole. —
Conosciuto l'uomo, decisi di fare un interrogatorio minuto, tanto più che, piovendo, non si era disturbati dagli avventori. La grande affluenza, del resto, è dopo mezzogiorno, e sopra tutto in dicembre, sotto Natale. Allora la bottega è affollata dalla mattina alla sera, il numero raddoppiato dei commessi basta appena al servizio, son tutti costretti qualche giorno a far di meno della colazione, e dopo chiusa la bottega, il lavoro dura ancora nel laboratorio, dove molte ragazze passano le notti intere ad allestir corredi straordinari; e si succedono così le giornate fra un tal rimescolìo e una tal confusione di bambole e di bimbe, di vocine naturali e di vocine meccaniche, di braccini di carne e di braccini di legno, gesticolanti ad un tempo, e d'occhietti viventi e d'occhietti di vetro luccicanti da tutte le parti, che in qualche momento, dice il Bonini, stanco di corpo e di mente e come preso da un'allucinazione, egli è sul punto di confondere la merce con la clientela, di rivolger la parola a una puppattola e di dar la corda a una signorina.
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— In tanti anni — gli dissi — avrà potuto fare sulla sua clientela molte osservazioni preziose.
Sì, ne fece molte e curiose. La prima è che, rispetto alle bambole, le clienti si possono dividere in tre famiglie: quelle che le desiderano e le amano moderatamente, le appassionate ardenti, e quelle indifferenti o quasi, o per precocità d'altri gusti o per apatìa di natura. Quest'ultime, però, sono assai rare.
E corrugando le ciglia, dopo un breve silenzio, come per interporre uno spazio, che impedisse il sospetto d'un accordo interessato tra il fabbricante e il filosofo, soggiunse: — Difficilmente queste riescono buone madri.
— Anch'io lo credo, — risposi, e stavo per citare sbadatamente il proverbio “chi non ama le bestie non ama i cristiani„, ma tacqui perchè mi parve un'offesa all'arte.
— Lei dovrebbe vedere, — rispose il Bonini, — è un divertimento. — E parlò delle “appassionate„. Ce n'è di quelle che entrano nella bottega con la febbre, che prorompono in grida di ammirazione, in esclamazioni di gioia, in risa, in trilli di piacere, da parer che ammattiscano. Alcune, non di meno, si mostran poi ragionevoli, si contentano o, meglio, si rassegnano a quella che conviene alla borsa del padre o della madre. Ma altre no, e fanno scene di tragedia, singhiozzando e pestando i piedi, fino a buttarsi sul pavimento e a rivoltolarvisi, menando in aria le piote, come frenetiche. — Ma anche quelle che si rassegnano, se vedesse che sguardi lanciano alle bambole a cui debbono rinunziare; sguardi d'amore, sospiri, se sentisse, addii, col capo rivolto indietro, con certe espressioni di tenerezza e di struggimento, che nessuna attrice drammatica sarebbe capace di rifarle. Mi fa pena a vederle, qualche volta, glie l'assicuro.
Fra le “appassionate„ poi, v'è una “categoria„ particolare, interessantissima. Son le dignitose che entrano col manifesto proposito di dissimulare la propria passione. E a parole si mostran tranquille, non spiccicando che monosillabi, non esprimendo con la voce nè curiosità nè meraviglia: a chi non le osservi bene posson parere quasi indifferenti. Ma tremano e fremono, si fanno pallide e rosse, schizzano scintille dagli occhi, e al momento di metter la mano sulla bambola desiderata e ottenuta, ma non sperata, quasi tutte si tradiscono. Bisogna veder le mosse, lo slancio con cui alcune se ne impossessano e se le serrano al petto: tigrette affamate che abbrancano la preda. — E non vogliono a nessun patto che io mandi loro la bambola a casa: se la vogliono portare da sè, anche se è pesante, a braccia incrociate, viso contro viso, girando gli occhi diffidenti, scansando ogni bimba che incontrano per la strada, “per paura di un colpo di mano„.