SPAGNA
DI
EDMONDO DE AMICIS.
Seconda edizione.
FIRENZE,
G. BARBÈRA, EDITORE.
—
1873.
Quest'opera della quale ho acquistato la proprietà, è stata depositata al Ministero d'Agricoltura e Commercio per godere i diritti accordati dalla legge sulla proprietà letteraria.
INDICE.
| I. | Barcellona | [Pag. 1] |
| II. | Saragozza | [32] |
| III. | Burgos | [72] |
| IV. | Valladolid | [103] |
| V. | Madrid | [122] |
| VI. | Aranjuez | [250] |
| VII. | Toledo | [256] |
| VIII. | Cordova | [288] |
| IX. | Siviglia | [325] |
| X. | Cadice | [370] |
| XI. | Malaga | [386] |
| XII. | Granata | [394] |
| XIII. | Valenza | [469] |
SPAGNA.
I.
BARCELLONA.
Era una mattina piovosa di febbraio, e mancava un'ora al levar del sole. Mia madre m'accompagnò fin sul pianerottolo, ripetendomi in fretta tutti i consigli che mi soleva dare da un mese; poi mi gettò le braccia al collo, diede in uno scoppio di pianto, e disparve. Io rimasi un momento là col cuore stretto, guardando la porta quasi sul punto di gridare:—Apri! Non parto più! Resto con te!—poi mi cacciai giù per le scale, come un ladro inseguito. Quando fui nella strada, mi parve che tra me e casa mia si fossero già stese le onde del mare, e alzate le cime dei Pirenei; ma benchè da tanto tempo aspettassi quel giorno con impazienza febbrile, non ero punto allegro. Incontrai alla svoltata d'una strada un medico mio amico che andava all'ospedale, e ch'io non aveva visto da più d'un mese; mi domandò: “Dove vai?”—“In Spagna,” risposi. Non mi voleva credere, tanto il mio viso accigliato e melanconico era lontano dall'annunziare un viaggio di piacere. Per tutta la strada, da Torino a Genova, non pensai che a mia madre, alla mia camera che restava vuota, alla mia piccola biblioteca, alle care abitudini della mia vita casalinga, alle quali davo un addio per molti mesi. Ma giunto a Genova, la vista del mare, i giardini dell'Acquasola e la compagnia di Anton Giulio Barrili, mi restituirono la serenità e l'allegrezza. Ricordo che mentre stavo per scender nella barca che mi doveva condurre al bastimento, mi fu data una lettera da un fattorino d'albergo, nella quale non erano che queste parole: «Tristi notizie di Spagna. La condizione d'un italiano a Madrid, in tempi di lotta contro il Re, sarebbe pericolosa. Persisti a partire? Pensaci.» Saltai nella barca, e via. Poco prima che il bastimento partisse, vennero due uffiziali a dirmi addio: mi par ancora di vederli ritti in mezzo alla barca, quando il bastimento cominciava a muoversi.
“Portami una spada di Toledo!” gridavano.
“Portami una bottiglia di Xères!”
“Portami una chitarra! Un cappello andaluso! Un pugnale!”
Di lì a poco non vidi più che i loro fazzoletti bianchi, e udii il loro ultimo grido; tentai di rispondere, ma la voce mi restò strozzata a mezza gola; mi misi a ridere, e mi passai una mano sugli occhi. Poco dopo mi rintanai nel mio bugigattolo, e addormentatomi d'un sonno delizioso, sognai i consigli di mia madre, il portamonete, la Francia, le Andaluse. All'alba saltai su, e salii subito a poppa: eravamo a poca distanza dalla costa, era già costa francese, il primo lembo di terra straniera, ch'io vedeva: curiosa! non potevo saziarmi di guardare, e mille vaghi pensieri mi giravano per la testa, e dicevo: è la Francia? ma davvero? Son proprio io che son qui? Mi venivan dei dubbi sulla mia identità. A mezzogiorno si cominciò a vedere Marsiglia. La prima vista d'una gran città di mare dà come una sorta di stordimento, che uccide il piacere della meraviglia. Vedo, come a traverso d'una nebbia, un'immensa foresta di navi, un barcaiuolo che mi porge la mano parlandomi non so che gergaccio incomprensibile, una guardia doganale che mi fa pagare, non so in virtù di che legge, deux sous pour les Prussiens; poi una oscura camera d'albergo; poi strade lunghissime, piazze sconfinate, un viavai di gente e di carrozze, drappelli di zuavi, divise militari sconosciute, migliaia di lumi, migliaia di voci, e infine una stanchezza e una malinconia profonda, che finisce in un sogno penoso. L'indomani mattina all'alba ero in un carrozzone della strada ferrata che va da Marsiglia a Perpignano, in mezzo a una diecina d'ufficiali degli zuavi, arrivati il giorno innanzi dall'Affrica, chi colle gruccie, chi col bastone, chi con un braccio al collo; ma allegri e chiassoni come scolaretti. Il viaggio era lungo: bisognava pur cercar di discorrere; però, con tutto quello che avevo inteso dire della bile che hanno i Francesi con noi, non m'arrischiavo ad aprir bocca. Baie! Mi diresse la parola un di loro, si appiccò discorso: “Italiano?”—“Sì” fu una festa; tutti, tranne uno, aveano combattuto in Italia; uno era stato ferito a Magenta; cominciarono a raccontar aneddoti di Genova, di Torino, di Milano, a domandarmi mille cose, a descrivermi la vita che menavano in Affrica. Uno tirò in ballo il Papa. “Ahi!” dissi tra me. Che! Era più buzzurro di me: diceva che dovevamo trancher le nœud de la question, e andar fino in fondo senza darci pensiero dei rurali. Intanto, via via che ci avvicinavamo ai Pirenei, mi divertivo ad osservare il progressivo alterarsi della pronunzia nei viaggiatori che salivano nel carrozzone, a vedere come la lingua francese moriva, per così dire, nella lingua spagnuola, a sentire come la Spagna ci veniva incontro; fin che giunto a Perpignano, e cacciatomi in una diligenza, udii i primi: Buenos dias e Buen viaje, schietti e sonori, che mi fecero un piacere infinito. A Perpignano però non si parla spagnuolo, ma un dialettaccio misto di francese, di marsigliese e di catalano, che strazia le orecchie. La diligenza mi sbarcò a un albergo in mezzo a un visibilio di ufficiali, di signore, d'inglesi e di bauli; un cameriere mi fece seder per forza dinanzi a una tavola apparecchiata; mangiai, mi strozzarono, mi cacciarono in un'altra diligenza, e via.
Ahimè! Io avevo vagheggiato per tanto tempo la traversata dei Pirenei, e mi toccò farla di notte; prima che arrivassimo alle falde dei primi monti, era già buio pesto. Per lunghe e lunghe ore, tra il sonno e la veglia, non vidi altro che un po' di strada rischiarata dalle lanterne della diligenza, qualche nero profilo di montagna, qualche rupe sporgente che quasi si poteva toccare stendendo la mano fuor del finestrino; e non udivo che lo scalpitìo cadenzato dei cavalli, e il fischio d'un maledettissimo vento che non cessò un momento di soffiare. Avevo accanto un Americano degli Stati Uniti, giovane, il più matto originale del mondo, che dormì non so quante ore colla testa appoggiata sulla mia spalla, e tratto tratto si svegliava per esclamare con voce lamentevole—Ah quelle nuit! Quelle horrible nuit!—senza accorgersi punto che colla sua testa dava a me ben altra ragione di fare lo stesso lamento. Alla prima stazione, scendemmo tutti e due, ed entrammo in una piccola osteria a bere un bicchierino di liquore. Mi domandò se io viaggiavo per affari di commercio. “No, signore,” risposi, “viaggio per divertimento. E lei, se è lecito?”—“Io,” disse egli con molta gravità, “viaggio per amore.”—“Per amore?”—“Per amore!” e mi raccontò, non richiesto, una lunga storia d'una passione amorosa osteggiata, d'un matrimonio fallito, di rapimenti, di duelli, di non so che altro; per venire a concludere che viaggiava per distrarsi, e dimenticare la persona amata. E cercava in fatti di distrarsi quanto poteva, perchè in tutte le osterie in cui entrammo da quella prima fino a Gerona, non fece che stuzzicare le serve, sempre con molta gravità, convien dirlo, ma anche con un'audacia che il desiderio di distrazione non bastava a giustificare.
Alle tre dopo mezzanotte arrivammo alla frontiera.—Estamos en España!—gridò una voce; la diligenza si fermò; l'inglese ed io balzammo di nuovo in terra, e c'infilammo con molta curiosità in una piccola osteria, per vedere i primi figli della Spagna fra le pareti di casa loro. Trovammo una mezza serqua di doganieri, l'oste, la moglie e i figliuoli, seduti intorno a un braciere; ci rivolsero subito la parola; io feci molte domande, e mi risposero in un modo brioso ed ingenuo, che non credevo di trovar nei Catalani, dipinti nei dizionarii geografici come gente dura e di poche parole. Domandammo che ci fosse da mangiare: ci portarono il famoso chorizo spagnuolo, una specie di salcicciotto arcipieno di pepe, che brucia le viscere; una bottiglia di vino dolce, un po' di pan duro. “Ebbene, che fa il vostro re?” domandai a un doganiere, dopo ch'ebbi sputati i primi bocconi. Quegli a cui avevo rivolto la parola parve un po' imbarazzato, mi guardò, guardò gli altri, e poi mi diede questa curiosissima risposta: “Està reinando” (sta regnando). Tutti si misero a ridere, e mentre io preparavo una domanda un po' più stringente, mi sentii mormorar all'orecchio: “Es un republicano.” Mi voltai, e vidi l'oste che guardava in su. Ho capito, risposi, e cambiai discorso. Rimontando poi nella diligenza, il mio compagno ed io ridemmo molto dell'avvertimento dell'oste, tutti e due meravigliati che da una persona di quella classe le opinioni politiche dei doganieri fossero prese tanto sul serio; ma nelle osterie dove scendemmo in seguito, udimmo ben altro. In tutte si trovò un oste, o un avventore che leggeva un giornale, e intorno un crocchio di paesani che ascoltavano. Tratto tratto la lettura era interrotta e accendevasi qualche discussione politica che io non capivo, poichè parlavan catalano; ma della quale riuscivo però ad afferrare il concetto dominante, aiutandomi col giornale che avevo sentito leggere. Ebbene, debbo proprio dire che in tutti quei crocchi alitava un'auretta repubblicana che avrebbe increspato la pelle al più intrepido amedeista. Uno fra gli altri, un omone dal cipiglio fiero e dalla voce profonda, dopo aver parlato un pezzo in mezzo a una corona di muti ascoltatori, si voltò verso di me, che dalla inesatta pronunzia castigliana aveva preso per francese, e mi disse con molta solennità: “Le dirò una cosa, caballero!”—“Quale?”—“Le digo” mi rispose, “que España es mas desgraciada que Francia;” e detto questo si mise a passeggiar per la stanza col capo basso e le braccia incrociate nel petto. Intesi altri parlare confusamente di Cortes, di ministri, di ambizioni, di tradimenti e d'altre cose terribili. Una sola persona, una ragazza d'una trattoria di Figueras, saputo che ero italiano, mi disse sorridendo: “Ahora tenemos un rey italiano.” E dopo poco, andandosene, soggiunse con graziosa semplicità: “A mi me gusta.”
Arrivammo, ch'era ancor notte, a Girona, dove re Amedeo, accolto, a quanto si dice, festosamente, pose una lapide nella casa abitata dal generale Alvarez durante il celebre assedio del 1809; attraversammo la città che ci parve immensa, pieni di sonno com'eravamo, e impazienti di buttarci a dormire in un carrozzone della strada ferrata; giungemmo finalmente alla stazione, e allo spuntar dell'alba partimmo per Barcellona.
Dormire! Era la prima volta ch'io vedeva levarsi il Sole sulla Spagna: come potevo dormire? Mi affacciai a un finestrino, e non ritirai più la testa fino a Barcellona. Ah! nessun diletto può star a fronte di quello che si prova entrando in un paese sconosciuto, coll'immaginazione preparata a veder cose nuove e mirabili, con mille ricordi di fantastiche letture nel capo, senza pensieri, senza cure! Inoltrarsi in quel paese, spaziar collo sguardo, avidamente, da ogni parte, in cerca di qualche cosa che vi faccia capire, quando non lo sapeste, che ci siete; riconoscerlo, a poco a poco, qui in un vestito d'un contadino, là in una pianta, più oltre in una casa; vedere, via via che si va innanzi, spesseggiare quei segni, quei colori, quelle forme, e paragonare ogni cosa coll'immagine che ce n'eravamo formata prima; trovare un pascolo alla curiosità in tutto ciò che ci cade sott'occhio, o ci giunge all'orecchio: nei visi della gente, nei gesti, negli accenti, nei discorsi; gettare un oh! di stupore a ogni passo; sentire che la nostra mente si dilata e si rischiara; desiderar insieme di arrivare presto e di non arrivar mai, affannarsi per veder tutto, domandar mille cose ai vicini, far lo schizzo d'un villaggio e abbozzare un gruppo di villani; dire dieci volte all'ora: “Ci sono!” e pensare che racconterete un giorno ogni cosa; è davvero il più vivo e il più vario dei diletti umani. L'Americano russava.
La parte della Catalogna che si percorre da Girona a Barcellona, è varia, fertile e mirabilmente coltivata. È una successione di piccole valli, cinte da colline di graziosa forma, con boschi foltissimi, torrenti, gole, castelli antichi; e per tutto una vegetazione fitta e robusta, e un verde vivissimo, che rammenta il severo aspetto delle vallate delle Alpi. Il paesaggio è abbellito dal pittoresco vestito dei contadini, che risponde in modo mirabile alla fierezza del carattere catalano. I primi ch'io vidi, eran vestiti da capo a piedi di velluto nero, portavano intorno al collo una specie di scialle a righe bianche e rosse, sulla testa una berrettina alla zuava, rossissima, cadente sulla spalla; alcuni, un par di ghette di pelle affibbiate fino al ginocchio; altri un par di scarpe di tela, fatte a pantofola, colla suola di corda, aperte sul dinanzi, e legate intorno al piede con nastri neri incrociati; un vestire, in somma, svelto ed elegante, e nello stesso tempo severo. Non faceva gran freddo; ma eran tutti imbacuccati ne' loro scialli, in modo che mostravano soltanto la punta del naso, e la punta del cigarrito; e parean signori che uscissero dal teatro. Non solo per lo scialle; ma pel come lo portano, cascante da un lato, aggiustato in modo da parer messo a casaccio, ma con quelle pieghe e con quegli svolazzi che gli dian garbo di mantellina e maestà di manto. A tutte le stazioni della strada ferrata ce n'eran parecchi, ognuno con uno scialle di diverso colore, non pochi vestiti di panni fini e freschi, quasi tutti pulitissimi, e atteggiati con una certa dignità, che davan risalto al loro costume pittoresco. Pochi visi bruni; i più tendenti al bianco; gli occhi neri e vivaci, ma senza il fuoco e la mobilità degli sguardi andalusi.
Via via che si va oltre, spesseggiano i villaggi, le case, i ponti, gli acquedotti, tutte le cose che annunziano la vicinanza d'una popolosa e ricca città commerciale. Granollers, Sant'Andrea di Palomar, Clot, son circondati di opifici, di ville, di orti, di giardini; per tutte le strade si vedon lunghe file di carri, frotte di contadini, armenti; le stazioni della strada ferrata sono ingombre di gente; chi non lo sapesse, crederebbe d'attraversare una provincia d'Inghilterra, piuttosto che una provincia di Spagna. Oltrepassata la stazione di Clot, che è l'ultima prima d'arrivare a Barcellona, si vedono da ogni parte vasti edifizi di mattoni, lunghi muri di cinta, mucchi di materiali da costruzione, torri fumanti, officine, operai; e si sente, o par di sentire un rumor sordo, diffuso, crescente, che è come il respiro affannoso della gran città che si agita e lavora. In fine, s'abbraccia con un colpo d'occhio Barcellona intera, il porto, il mare, una corona di colli, e ogni cosa si mostra e sparisce in un punto, e voi rimanete sotto la tettoia della stazione col sangue sossopra e la testa confusa.
Una diligenza grande quanto un carrozzone della strada ferrata mi trasportò all'albergo più vicino, nel quale, appena entrato, sentii parlare italiano. Confesso che ne provai un piacere, come se mi fossi trovato a una sterminata lontananza dall'Italia, e dopo un anno di viaggio. Ma fu un piacere che durò poco. Un cameriere, quello stesso che avevo sentito parlare, mi accompagnò su in una camera, e poichè s'era accorto dal mio sorriso che dovevo essere suo compaesano, mi domandò con bel garbo:
“Finisce di arrivare?”
“Finisce di arrivare?” domandai alla mia volta stralunando gli occhi.
Occorre notare che in spagnuolo il modo acabar (finire) di fare una cosa, corrisponde al modo francese venir de la faire. Su quel subito non capii che cosa volesse dire.
“Sì,” rispose il cameriere, “domando se il cavaliere discende ora medesimo dal cammino di ferro?”
“Ora medesimo! cammino di ferro! ma che razza d'italiano parli, amico mio?”
Rimase un po' sconcertato. Seppi poi che a Barcellona v'è un gran numero di camerieri d'albergo, di fattorini da caffè, di cuochi, di servitori d'ogni genere, piemontesi, la maggior parte della provincia di Novara, che andarono in Spagna da ragazzi, e che parlano codesto gergo orribile, misto di francese, d'italiano, di castigliano, di catalano, di piemontese, non con gli Spagnuoli, s'intende, perchè lo spagnuolo lo hanno imparato tutti; ma coi viaggiatori italiani, così, per vezzo, per far vedere che non hanno dimenticato la lingua patria. Per questo sentii poi dire da molti catalani: “Eh! tra la vostra lingua e la nostra c'è poca differenza!” Sfido io! Potrebbero anzi dire quello che mi disse con un tuono di benevola alterezza un corista castigliano, a bordo del bastimento che mi portava cinque mesi dopo a Marsiglia:—La lingua italiana è il più bello dei dialetti che si sian formati dalla nostra.—
Appena ebbi fatto sparire le traccie che l'horrible nuit della traversata dei Pirenei mi aveva lasciato addosso, mi slanciai fuor dell'albergo, e mi misi a batter le strade. Barcellona è, all'aspetto, la città meno spagnuola della Spagna. Grandi edifizi, dei quali pochissimi antichi, lunghe strade, piazze regolari, botteghe, teatri, caffè ampi e splendidi, e un andirivieni continuo di gente, di carrozze, di carri, dalla riva del mare al centro della città, e di qui ai quartieri estremi, come a Genova, a Napoli, a Marsiglia. Una larghissima e diritta strada, detta la Rambla, ombreggiata da due file d'alberi, attraversa quasi per mezzo la città, dal porto in su; uno spazioso passeggio, fiancheggiato di case nuove, si stende lungo la riva del mare, sur un alto argine murato a modo di terrazza, contro il quale si vanno a rompere le onde; un vastissimo borgo, quasi una città nuova, si stende al settentrione, e da ogni parte nuove case rompon la cinta antica, si spandono pei campi, alle falde delle colline, si allungano in file sterminate fino ai villaggi vicini; è su tutti i colli circostanti sorgono ville, e palazzine, e opifici, che si disputano il terreno, si pigiano, fan capolino l'uno dietro l'altro, e formano intorno alla città una grandiosa corona. In ogni parte si fabbrica, si trasforma, si rinnova; il popolo lavora e prospera, Barcellona fiorisce.
Eran gli ultimi giorni di carnevale. Le strade eran corse da lunghe processioni di giganti, di diavoli, di principi, di mori, di guerrieri, e da uno stormo di certi figuri, che avevo la disgrazia d'incontrar da per tutto, vestiti di giallo, con una lunga canna in mano, in cima alla quale era legata una borsa che andavan cacciando sotto il naso di tutti, nelle botteghe, nelle finestre, fino ai terrazzini del primo piano delle case, domandando un'elemosina, non so in nome di chi, ma destinata probabilmente a pigliar qualche classica sbornia nell'ultima notte di carnevale. La cosa più curiosa ch'io vidi è la mascherata dei bambini. Si usa vestire i bambini al di sotto degli ott'anni, quali da uomini, alla moda francese, in completo assetto da ballo, con guanti bianchi, gran baffi e gran zazzera; quali da Grandi di Spagna, coperti di nastri e di ciondoli; quali da contadini catalani con la berrettina e la manta. Le bimbe, da dame di Corte, da amazzoni, da poetesse con la lira e la corona d'alloro; e gli uni e le altre, poi, col costume delle varie provincie dello Stato, chi da giardiniere di Valenza, chi da gitana andalusa, chi da montanaro basco, i più bizzarri e pittoreschi vestiti che si possano immaginare; e i parenti li conducon per mano alla passeggiata, ed è come una gara di buon gusto, di fantasia e di lusso, alla quale il popolo prende parte con molto diletto.
Mentre cercavo la via per andare alla cattedrale, incontrai un drappello di soldati spagnuoli. Mi fermai a guardarli, raffrontandoli colla pittura che ne fa il Baretti, quando racconta che lo assalirono nell'albergo, e uno gli prese l'insalata nel piatto, e un altro gli strappò di bocca la coscia di pollo. Bisogna dire che d'allora in poi sono molto cangiati. A prima vista, si piglierebbero per soldati francesi, chè hanno anch'essi i calzoni rossi e un cappotto bigio che scende fino al ginocchio. La sola differenza notevole è nella copertura del capo. Gli Spagnuoli portano un berretto d'una foggia particolare, schiacciato sul di dietro, incurvato sul dinanzi, munito d'una visiera che si ripiega sulla fronte, di panno bigio, duro, leggero e grazioso alla vista, e chiamato col nome dell'inventore, Ros de Olano, generale e poeta, che lo modellò sul suo berretto da caccia. La maggior parte dei soldati ch'io vidi, tutti di fanteria, eran giovani, bassetti di statura, bruni, svelti, puliti, come si suole immaginare che siano i soldati d'un esercito che ebbe altre volte le fanterie più leggere e più vigorose d'Europa. Oggi ancora i fantaccini spagnuoli hanno fama di instancabili camminatori e di corridori lestissimi; sono sobrii, fieri, e pieni d'un orgoglio nazionale del quale è difficile formarsi un'adeguata idea senz'averli conosciuti da vicino. Gli ufficiali portano una tunica nera e corta, come quella degli ufficiali italiani; che sogliono, fuor di servizio, tenere aperta, mostrando un panciotto abbottonato fino al collo. Nelle ore di libertà, non cingon la spada; nelle marcie, così come i soldati, portano un par di ghette di panno nero, che giungon fin quasi al ginocchio. Un reggimento di fanteria, in completo assetto di guerra, presenta un aspetto ad un tempo grazioso e guerresco.
La cattedrale di Barcellona, di stile gotico, sormontata di torri ardite, è degna di stare accanto alle più belle di Spagna. L'interno è formato da tre vaste navate, divise da due ordini di altissimi pilastri di forma snella e gentile; il Coro, posto nel mezzo della chiesa, è ornato d'una profusione di bassirilievi, di filigrane, di figurine; sotto il Santuario s'apre una cappella sotterranea, sempre illuminata, in mezzo alla quale è la tomba di sant'Eulalia, che si vede a traverso di alcune piccole finestre, aperte intorno al Santuario. La tradizione narra che gli uccisori della santa, ch'era bellissima, prima di darle la morte, vollero vedere il suo corpo nudo; ma mentre stavan per toglierle l'ultimo velo, una fitta nebbia l'avvolse e la nascose a ogni sguardo. Il suo corpo è sempre intatto e fresco come quando era viva, e non v'è occhio umano che ne possa regger la vista; onde un vescovo incauto, che sulla fine del secolo passato, volle scoperchiare la tomba, e scoprire la salma sacra, nell'atto che vi fisse lo sguardo, acciecò. In una piccola cappella a destra dell'altar maggiore, rischiarata da molte fiammelle, si vede un Cristo in croce, di legno colorito, un po' piegato sur un fianco; si narra che quel Cristo fosse sur una nave spagnuola alla battaglia di Lepanto, e che si sia contorto così per scansare una palla da cannone che vedeva venir dritta al suo cuore. Alla vôlta della stessa cappella è sospesa una piccola galea, con tutti i suoi remi, costrutta ad imitazione di quella su cui Don Giovanni d'Austria combattè contro i Turchi. Sotto gli organi, di fattura gotica, coperti di gran tappeti pitturati, pende una enorme testa di Saraceno, colla bocca spalancata, dalla quale, in altri tempi, piovevan confetti ai bambini. Nelle altre cappelle vi è qualche bella tomba di marmo, e qualche pregevole dipinto del Villadomat, pittore barcellonese, del XVII secolo. La chiesa è oscura e misteriosa. Le sorge accanto un claustro, sorretto da grandiosi pilastri formati di sottili colonne, e sormontati da capitelli sopraccarichi di statuette che rappresentano fatti dei due Testamenti. Nel claustro, nella chiesa, nella piazzetta che le si stende dinanzi, nelle stradicciuole che le girano intorno, spira come un'aura di pace melanconica, che nello stesso punto alletta e rattrista, come il giardino di un Camposanto. Un gruppo di orrende vecchie barbute custodisce la porta.
Dentro la città, dopo visto la Cattedrale, non restano a vedere altri grandi monumenti. Nella piazza della Costituzione, son due palazzi chiamati Casa de la Deputacion e casa Concistorial, il primo del decimosesto secolo, l'altro del decimoquarto, i quali conservano ancora qualche parte degna di nota; l'uno la porta, l'altro il cortile; dall'uno dei lati della Casa de la Deputacion una ricca facciata gotica della cappella di San Giorgio. V'è un palazzo dell'Inquisizione, con un angusto cortile, e finestrine dalle grosse inferriate, e porticine segrete; ma è quasi interamente rifatto sull'antico. Rimangono alcune enormi colonne romane, nella strada del Paradiso, perdute in mezzo a case moderne, circondate di scale tortuose e di oscure stanzuccie. Non c'è altra cosa che richiami l'attenzione d'un artista. In compenso, fontane con colonne rostrali, piramidi, statue; viali fiancheggiati di ville, di giardini, di caffè, d'alberghi; un circo di tori capace di diecimila spettatori; un borgo che si stende su un braccio di terra che chiude il porto, costrutto colla simmetria d'una scacchiera, e popolato da diecimila marinai; molte biblioteche, un museo d'istoria naturale ricchissimo, e un archivio che è uno dei più vasti empori di documenti storici dal secolo IX ai tempi nostri, cioè dai primi Conti di Catalogna alla guerra d'indipendenza.
Fuor della città, una delle cose più notevoli è il Cimitero, a una mezz'ora di carrozza dalle porte, in mezzo a una vasta pianura. Visto di fuori, dalla parte dell'entrata, pare un giardino; e fa sollecitare il passo con un sentimento di curiosità quasi allegra. Oltrepassata appena la soglia, si è dinanzi a uno spettacolo nuovo, indescrivibile, affatto diverso da quello a cui si era preparati. Si è in mezzo a una città silenziosa, attraversata da lunghe strade deserte, fiancheggiate da muri di uguale altezza, diritte, chiuse in fondo da altri muri. Si va oltre, si arriva a un crocicchio, e di là si vedono altre strade, altri muri in fondo, altri crocicchi lontani. Par di essere a Pompei. I morti son messi dentro ai muri, per lungo, e disposti in varii ordini, come i libri nelle biblioteche. A ogni cassa, corrisponde sul muro una specie di nicchietta, nella quale è scritto il nome del sepolto; dove non c'è sepolto alcuno, la nicchia porta scritta la parola: Propriedad, che vuol dire che il posto è stato comprato. La maggior parte delle nicchie sono chiuse da un vetro, altre da inferriate, altre da una rete sottilissima di fil di ferro, e contengono una varietà grande di oggetti postivi dalle famiglie in omaggio dei morti: come ritratti in fotografia, altarini, quadri, ricami, fiori finti, e sovente anco ninnoli che loro furono cari in vita, nastri, monili di donne, giocattoli di ragazzi, libri, spille, quadretti; mille cose che rammentan la casa e la famiglia, e indicano la professione di coloro cui appartenevano; e non si possono guardare senza tenerezza. Di tratto in tratto si vede una di codeste nicchie sfondate, e dentro buio: segno che ci si ha da mettere una cassa nella giornata. La famiglia del morto deve pagare un tanto all'anno per quello spazio: quando cessa di pagare, la cassa vien tolta di là e portata nella fossa comune del camposanto dei poveri a cui si giunge per una di quelle strade. Mentre ero là, fu fatta una sepoltura: vidi in lontananza mettere la scala, e sollevar su la cassa, e tirai via. Una notte un pazzo si cacciò in uno di quei fori vuoti: passò un guardiano del cimitero con una lanterna, il pazzo mandò un grido per fargli paura, e il pover'omo cadde a terra come fulminato, e fece una malattia mortale. In una nicchia vidi una bella treccia di capelli biondi, che erano appartenuti a una ragazza di quindici anni, morta annegata, e c'era cucita una cartolina con su scritto:—Querida!—(Cara!)—A ogni passo, si vede qualcosa che colpisce la mente ed il cuore: tutti quegli oggetti fanno l'effetto d'un mormorìo confuso di voci di madri, di spose, di bambini, di vecchi, che dicano sommessamente a chi passa:—Son io! Guarda!—Ad ogni crocicchio sorgono statue, tempietti, obelischi, con iscrizioni in onore dei cittadini di Barcellona che fecero opere di carità durante l'infierire della febbre gialla nel 1821 e nel 1870.
Questa parte del Cimitero, fabbricata, se così può dirsi, a città, appartiene alla classe media della popolazione; e confina con due vasti recinti, uno destinato ai poveri, nudo, piantato di grandi croci nere; l'altro destinato ai ricchi, più vasto anche del primo, coltivato a giardino, circondato di cappelle, vario, ricco, stupendo. In mezzo a una foresta di salici e di cipressi, s'innalzano da ogni parte colonne, cippi, tombe enormi, cappelle marmoree sopraccariche di sculture, sormontate da ardite figure d'arcangelo che levan le braccia al cielo; piramidi, gruppi di statue, monumenti vasti come case che sovrastano agli alberi più alti; e fra monumento e monumento, cespugli, cancellate, aiuole fiorite; e nell'entrata, tra questo e l'altro campo santo, una stupenda chiesuola di marmo, cinta di colonne, mezzo nascosta dagli alberi, che prepara nobilmente l'animo al magnifico spettacolo del di dentro. All'uscire da questo giardino, si riattraversano le strade deserte della necropoli, che paiono anche più silenziose e più triste che al primo entrare. Varcata la soglia, si risaluta con piacere le case variopinte dei sobborghi di Barcellona sparse per la campagna, come avantiguardie messe là ad annunziare che la popolosa città si dilata e si avanza.
Dal Camposanto al caffè, è un bel salto; ma viaggiando se ne fanno anche di più lunghi. I caffè di Barcellona, come quasi tutti i caffè della Spagna, sono un solo vastissimo salone ornato di grandi specchi, con tanti tavolini quanti ce ne posson capire; dei quali è raro che rimanga libero un solo, neanco per una mezz'ora, in tutta la giornata. La sera son tutti pieni, affollati, da dover molte volte aspettare un bel pezzo per avere un posticino accanto alla porta; intorno a ogni tavolino, v'è un crocchio di cinque o sei caballeros, colla capa sulle spalle (un mantello di panno oscuro, munito d'un'ampia pellegrina, che si porta in vece del nostro pastrano); e in ogni crocchio si giuoca al domino. È il giuoco più in voga presso gli Spagnuoli. Nei caffè, dall'imbrunire sino a mezzanotte, si sente un rumore fitto, continuo, assordante, come il rumor della grandine, di migliaia di tessere volte e rivolte da centinaia di mani, che quasi bisogna alzare la voce per farsi sentire da chi vi è accanto. La bevanda più usuale è il cioccolatte, squisitissimo in Spagna, portato per lo più in piccole chicchere, denso come conserva di ginepro e caldo da scorticare la gola. Una di queste tazzine, con una goccia di latte, e una pasta particolare, che si chiama bollo (boglio), morbidissima, è una colezione da Lucullo. Fra un bollo e l'altro, feci i miei studii sul carattere catalano, discorrendo con tutti i Don Fulanos (nome sacramentato in Ispagna come il Tizio fra noi) che ebbero la bontà di non pigliarmi per una spia mandata da Madrid a fiutar l'aria della Catalogna.
Gli animi, in quei giorni, erano molto eccitati dalla politica. A me occorse parecchie volte, parlando innocentissimamente d'un giornale, d'un personaggio, d'un fatto qualsiasi col caballero che m'accompagnava, o nel caffè, o in una bottega, o al teatro; mi occorse, dico, di sentirmi toccare la punta del piede e mormorare nell'orecchio:—Badi, questo signore alla sua destra è un Carlista.—Zitto, quello lì è un repubblicano.—Quell'altro là è un sagastino.—Questo accanto è un radicale.—Quello laggiù è un cimbrio.—Tutti parlavano di politica. Trovai un carlista arrabbiato in un barbiere, il quale, accortosi dalla mia pronunzia ch'ero un conciudadano del Rey, tentò, così alla larga, di tirarmi nel discorso. Io non dissi parola, perchè mi stava radendo, e un risentimento del mio orgoglio nazionale ferito avrebbe potuto far correre il primo sangue della guerra civile; ma il barbiere insistè, e non sapendo per qual altra via venire all'argomento, uscì a dire con accento gentile: “Sabe Usted, caballero, si hubiera la guerra entre Italia y España, España no tuviera miedo (non avrebbe paura).”—“Ne sono persuasissimo,” risposi, badando al rasoio. Poi mi assicurò che la Francia avrebbe dichiarato la guerra all'Italia non appena avesse pagato la Germania; no hay escapatoria. Non risposi. Allora egli stette un po' sopra pensiero, e poi disse maliziosamente: “Cosas grandes van à acontecer (accadere) dentro de poco!” Piacque però ai Barcellonesi che il Re si fosse presentato a loro in atto confidente e tranquillo, e la gente del popolo ricorda la sua entrata in città con ammirazione. Trovai simpatia per il Re anche in alcuni che mormoravano a denti stretti:—no es español,—o come mi domandò un tale: “Pare a lei che starebbe bene a Roma o a Parigi un rey castellano?”—domanda a cui si risponde:—“No entiendo de politica,”—ed è discorso finito.
Ma i veramente implacabili sono i Carlisti. Dicon della nostra rivoluzione roba da cani in buonissima fede, essendo la maggior parte convinti, che il vero re d'Italia sia il Papa, che l'Italia lo voglia, e che abbia chinato il capo sotto la spada di Vittorio Emanuele, perchè non c'era modo di far altrimenti; ma che aspetti l'occasione propizia per liberarsene, come ha fatto dei Borboni e degli altri. E può giovare a provarlo il seguente aneddoto che io riferisco, come l'ho sentito narrare, senza neanco un'ombra d'intenzione di ferire la persona che n'è attore principale. Una volta un giovane italiano, che io conosco intimamente, fu presentato a una delle più ragguardevoli signore della città, e ricevuto con una squisita cortesia. Erano presenti alla conversazione parecchi italiani. La signora parlò con molta simpatia dell'Italia, ringraziò il giovane dell'entusiasmo che mostrava d'avere per la Spagna, mantenne, in una parola, una viva e gioviale conversazione coll'ospite riconoscente per quasi tutta la serata. A un tratto gli domandò: “E tornando in Italia, in che città s'andrà a stabilire?”
“A Roma,” rispose il giovane.
“Per difendere il Papa?” domandò la signora con la più schietta franchezza.
Il giovane la guardò, e rispose sorridendo ingenuamente: “No, davvero.”
Quel no scatenò una tempesta. La signora scordò che il giovane era italiano, e suo ospite, e proruppe in una tale sfuriata d'invettive contro il Re Vittorio, il governo piemontese, l'Italia, risalendo dall'entrata dell'esercito in Roma fino alla guerra delle Marche e dell'Umbria, che il mal capitato straniero diventò bianco come un cencio di bucato. Ma fatto forza a sè stesso, non rispose parola, e lasciò agli altri italiani, ch'erano amici di vecchia data, la cura di sostener l'onore del loro paese. La discussione durò un pezzo, e fu accanita; la signora s'accorse poi d'essersi lasciata andare tropp'oltre, e fece capire che n'era dolente; ma una cosa apparve chiarissima dalle sue parole, ed è ch'ella era convinta, e con lei chi sa quante! che l'unificazione d'Italia si fosse fatta contro la volontà del popolo italiano, dal Piemonte, dal Re, per avidità di dominio, per odio alla religione ec.
Il basso popolo, però, repubblicaneggia, e come ha la reputazione di essere più pronto ai fatti di quello che non sia largo a parole, è temuto. Quando in Spagna si vuol sparger la voce d'una prossima rivoluzione, si comincia sempre dal dire che scoppierà a Barcellona, o che sta per scoppiarvi, o che v'è scoppiata.
I catalani non vogliono esser messi a mazzo cogli Spagnuoli delle altre provincie; siamo Spagnuoli, dicono, ma, intendiamoci, di Catalogna; gente, vale a dire, che lavora e che pensa, e all'orecchio della quale è più gradito il rumore degl'ingegni meccanici che il suono delle chitarre. Noi non invidiamo all'Andalusia la fama romanzesca, le lodi dei poeti, e le illustrazioni dei pittori; noi ci contentiamo di essere il popolo più serio e più operoso della Spagna. Parlano in fatti dei loro fratelli del mezzogiorno, come i piemontesi parlavano una volta, ora meno, dei napoletani e dei toscani: «sì, hanno ingegno, immaginazione, parlan bene, divertono; ma noi abbiamo per contrapposto maggior vigore di volontà, maggiore attitudine agli studi scientifici, maggior istruzione popolare.... e poi.... il carattere....» Intesi un catalano, un uomo chiaro per ingegno e dottrina, lamentare che la guerra d'indipendenza avesse troppo affratellato le diverse provincie di Spagna, ond'era seguìto che i catalani contraessero una parte dei difetti dei meridionali, senza che questi acquistassero nessuna delle buone qualità dei catalani. Siamo diventati, diceva, mas ligeros de casco, più leggeri di testa, e non se ne sapeva dar pace. Un bottegaio al quale domandai che pensasse del carattere dei castigliani, mi rispose bruscamente che, a suo avviso, sarebbe una gran fortuna per la Catalogna, che non ci fosse strada ferrata tra Barcellona e Madrid, perchè il commercio con quella gente corrompe il carattere e i costumi del popolo catalano. Quando parlano d'un deputato parolaio, dicono:—Eh! già... è un andaluso.—Poi mettono in ridicolo il loro linguaggio poetico, la pronunzia sdolcinata, la gaiezza infantile, la vanità, l'effeminatezza. Quelli, per contro, parlano dei catalani come una signorina capricciosa, letterata e pittrice, parlerebbe d'una di quelle ragazze massaie, che leggono di preferenza la Cuciniera genovese che i romanzi di George Sand. Son gente dura, dicono, tutta d'un pezzo, che non ha il capo ad altro che all'aritmetica e alla meccanica; barbari, che farebbero d'una statua del Montanes un frantoio e d'una tela del Murillo un incerato; veri Beoti della Spagna, insopportabili con quel loro gergaccio, con quella musoneria, con quella gravità di pedanti.
La Catalogna, infatti, è forse la provincia di Spagna, che conta meno nella storia delle belle arti. Il solo poeta, non grande, ma celebre, che sia nato in Barcellona, è Giovanni Boscan, che fiorì sul principio del secolo decimosesto, e introdusse pel primo nella letteratura spagnuola il verso endecasillabo, la canzone, il sonetto, e tutte le forme della poesia lirica italiana di cui era ammiratore appassionato. Da che dipende una grande trasformazione, come fu questa, di tutta la letteratura d'un popolo! Dall'esser andato a stare il Boscan a Granata, quando v'era la Corte di Carlo V, e aver conosciuto là un ambasciatore della repubblica di Venezia, Andrea Navagero, che sapeva a memoria i versi del Petrarca, e glieli recitava, e gli diceva:—Mi pare che potreste scriver così anche voialtri; provate!—Il Boscan provò; tutti i letterati di Spagna gli gridaron la croce addosso. E che il verso italiano non sonava, e che la poesia di Petrarca era una sdolcinatura da femminette, e che la Spagna non aveva bisogno di strascicar l'estro sulla falsariga di nessuno. Ma il Boscan tenne duro: Garcilaso della Vega, il valoroso cavaliere, amico suo, che ricevette poi il glorioso titolo di Malherbe della Spagna, lo seguì; il drappello dei riformatori s'ingrossò a poco a poco, divenne esercito, vinse e dominò l'intera letteratura. Il vero consumatore della riforma fu il Garcilaso; ma il Boscan ebbe il merito della prima idea, onde a Barcellona l'onore d'aver dato alla Spagna chi fece mutar il viso alla sua letteratura.
Nei pochi giorni che rimasi a Barcellona, solevo passar la sera con alcuni giovani catalani, passeggiando sulla riva del mare, al lume della luna, fino a notte avanzata. Sapevan tutti un po' d'italiano, ed erano amantissimi della nostra poesia; così che per ore e per ore non si faceva che declamar versi, essi dello Zorilla, dell'Espronceda, del Lopez de Vega, io del Foscolo, del Berchet, del Manzoni; intercalati, con una sorta di gara, a chi ne diceva di più belli. È un sentimento nuovo quello che si prova dicendo versi dei nostri poeti in un paese straniero. Quando vedevo i miei amici spagnuoli tutti intenti al racconto della battaglia di Maclodio, a poco a poco scotersi, infiammarsi e poi afferrarmi pel braccio ed esclamare con un accento castigliano che mi rendeva più care le loro parole:—Bello! sublime!;—mi sentivo rimescolare il sangue, tremavo; se fosse stato giorno, credo che m'avrebbero visto diventar bianco come la carta. Mi recitarono dei versi in lingua catalana. E dico lingua, perchè ha una storia e una letteratura propria e non fu relegata allo stato di dialetto che dal predominio politico assunto dalla Castiglia che impose l'idioma suo come idioma generale dello Stato. E benchè sia una lingua aspra, tutta parole tronche, ingrata, sulle prime, a chi abbia nulla nulla l'orecchio delicato, ha nondimeno dei pregi notevolissimi, dei quali i poeti popolari si valsero con ammirabile maestria, prestandosi essa particolarmente all'armonia imitativa. Una poesia, che mi recitarono, di cui le prime strofe imitano il rumore cadenzato d'un treno di strada ferrata, mi strappò un grido di meraviglia. Ma senza spiegazioni, anche per chi conosca la lingua spagnuola, il Catalano non è intelligibile. Parlan presto, coi denti stretti, senza aiutar la voce col gesto, così ch'è difficile cogliere il senso d'un periodo anche semplicissimo, ed è un gran chè se s'intende qualche parola di volo. Anche la gente del popolo, però, parla, quando occorre, il castigliano, stentatamente e senza grazia; ma sempre assai meglio che non si parli l'italiano dal basso popolo delle Provincie settentrionali d'Italia. Neanco le persone colte, in Catalogna, parlano perfettamente la lingua nazionale; il castigliano riconosce il catalano alla prima, oltre che alla pronunzia, alla voce, e sopratutto alla illegittima frase scarsa. Per questo uno straniero che vada in Spagna coll'illusione di saper parlare la lingua con garbo, può, fin che sta in Catalogna, serbar la sua illusione; ma quando penetri nelle Castiglie, e senta per la prima volta quello scoppiettío di frizzi, quella profusione di proverbi, di modi, d'idiotismi arguti ed efficacissimi, che lo fan rimanere a bocca aperta, come l'Alfieri dinanzi a Monna Vocaboliera quando gli discorreva di calzette, addio illusioni!
L'ultima sera andai al Teatro del Liceo, che ha fama di essere uno dei più belli d'Europa, e forse il più vasto. Era pieno zeppo di gente dalla platea alla piccionaia, che non ci sarebbe più capito un centinaio di persone. Dal palco in cui ero io, si vedevan le signore della parte opposta piccine come bimbe; e a socchiuder gli occhi, non apparivan più che tante strisce bianche, una ad ogni ordine di palchi, tremolanti e luccicanti come immense ghirlande di camelie imperlate di rugiada e agitate dal zeffiro. I palchi, vastissimi, sono divisi da un assito che s'abbassa dal muro verso il parapetto, lasciando scoperto tutto il busto delle persone sedute sulle prime seggiole; in modo che, all'occhio, il teatro par fatto tutto a gallerie, e n'acquista un'aria di leggerezza che fa un bellissimo vedere. Tutto sporge, tutto è scoperto, la luce batte in ogni parte, ogni spettatore vede tutti gli spettatori, le corsie son spaziose, si va, si viene, si gira a tutt'agio da ogni lato, si può contemplare ogni signora da mille punti, passare dalle gallerie ai palchi, dai palchi alle gallerie, passeggiare, far crocchio, bighellonare tutta la sera di qua e di là, senza urtar nel gomito anima viva. Le altre parti dell'edifizio sono proporzionate alla principale: corridoi, scale, pianerottoli, vestiboli da gran palazzo. Vi son sale da ballo ampie e splendide, nelle quali si potrebbe piantare un altro teatro. Eppure, anche qui dove i buoni Barcellonesi non dovrebbero pensare ad altro che a ricrearsi dalle fatiche della giornata nella contemplazione delle loro belle e superbe donne, anche qui i buoni Barcellonesi comprano, vendono, giocano, trafficano, come anime dannate. Nei corridoi è un andirivieni continuo di agenti di banca, di commessi d'uffizio, di portatori di dispacci, e un continuo vocìo da mercato. Barbari! Quanti bei visi, quanti begli occhi, quante stupende capigliature brune in quella folla di signore! Anticamente i giovani Catalani innamorati, per cattivarsi il cuore delle loro belle, si inscrivevano nelle confraternite dei flagellanti, e andavano sotto le loro finestre con una sferza metallica a farsi spicciare il sangue dalle carni, e le belle gl'incoraggiavano, accennando: “Batti, batti ancora, così, ora t'amo e son tua!” Quante volte avrei esclamato quella sera: “Signori, per carità, datemi una sferza metallica!”
L'indomani mattina, prima del levar del sole, partii per Saragozza, e dico il vero, non senza un sentimento quasi di tristezza di lasciar Barcellona, benchè ci fossi stato sì pochi giorni. Questa città, benchè sia tutt'altro che la flor de las bellas ciudades del mundo, come la chiamò il Cervantes, questa città trafficante e magazziniera, disdegnata dai poeti e dai pittori, mi piacque e il suo popolo affaccendato m'ispirò rispetto. E poi è sempre tristo il partire da una città, comunque straniera, colla certezza di non averla a rivedere mai più! Gli è come dare un addio per sempre a un compagno di viaggio col quale abbiate passato lietamente ventiquattr'ore: non è un amico, e vi par d'amarlo come un amico, e ve ne ricorderete forse per tutta la vita, con un sentimento di desiderio più vivo che per molti di coloro a cui date il nome d'amici. Voltandomi a guardare ancora una volta la città dal finestrino del carrozzone del treno, mi vennero sulle labbra le parole di don Alvaro Tarfe nel Don Chisciotte:—Adios, Barcelona, archivo de la cortesia, albergue de los extrangeros, patria de los valientes, adios!—E soggiunsi mestamente:—Ecco lacerata la prima pagina dal roseo libro del viaggio! Così tutto passa... Ancora un'altra città, poi un'altra, poi un'altra... e poi... tornerò, e il viaggio sarà stato come un sogno, e mi parrà di non essermi neanco mosso da casa... e poi?... un altro viaggio... e di nuovo città, e di nuovo addii melanconici, e di nuovo un ricordo vago come d'un sogno... e poi? Guai se in viaggio vi lasciate cogliere da questi pensieri! Guardate il cielo e la campagna, e recitate dei versi, e fumate.
Adios Barcelona, archivo de la cortesia!
II.
SARAGOZZA.
A poche miglia da Barcellona, si cominciano a vedere le rocce dentellate del famoso Montserrat, uno strano monte che, a prima vista, fa balenare il sospetto d'un'illusione ottica, tanto è difficile a credere che la natura possa aver avuto un sì stravagante capriccio. Immaginate una serie di sottili triangoli che si toccano, come quei che fanno i bambini per rappresentare una catena di montagne; o una corona a becchetti distesa pel lungo come la lama d'una sega; o tanti pani di zucchero disposti in fila, e avrete un'idea della forma che presenta da lontano il Montserrat. È un insieme di coni immensi che s'alzano I' uno accanto all'altro, e l'un sull'altro, o meglio un solo gran monte formato di cento monti, spaccato di su in giù fin quasi al terzo della sua altezza, in modo che presenta due grandi cime, intorno alle quali si aggruppano le minori; nelle parti alte, arido e inaccessibile; nelle basse, popolato di pini, di quercie, di corbezzoli, di ginepri; rotto qua e là da grotte smisurate e da spaventevoli burroni, e sparso di romitaggi biancheggianti sulle bricche aeree e nelle gole profonde. Nella spaccatura del monte, fra le due cime principali, sorge l'antico convento dei Benedettini, dove Ignazio di Lojola meditò nella sua giovinezza. Cinquantamila tra pellegrini e curiosi si recano anno per anno a visitare il convento e le grotte, e il giorno otto di settembre, vi si celebra una festa a cui concorre una moltitudine innumerevole di gente da ogni parte della Catalogna.
Poco prima di arrivare alla stazione dove si scende per salire al monte, irruppe nel mio carrozzone una frotta di ragazzi, accompagnati da un prete, alunni d'un collegio di non so che villaggio, che andavano a fare una scampagnata al convento del Montserrat. Eran tutti catalani, bei visetti bianchi e rosei, con grandi occhi. Ognuno aveva un canestrino con dentro pane e frutta; qualcuno un album, altri un canocchiale: parlavano e ridevano tutti insieme, e si avvoltolavano sulle panche, e facevano un casa del diavolo infinito. Per quanto tenessi l'orecchio teso, e mi stillassi il cervello, non riuscii a capire una parola del maledetto linguaggio che cinguettavano. Intavolai conversazione col prete. “Mire Usted” mi disse dopo le prime parole, accennandomi uno dei ragazzi; “aquel niño sabe de memoria toda la Poética de Oracio;.... quell'altro là risolve dei problemi d'aritmetica da far stordire; questo qui è nato per la filosofia;” e via via, mi segnalò le doti di ciascuno. A un tratto s'interruppe, e gridò: “Beretina!” Tutti i ragazzi cavaron di tasca la berrettina rossa catalana e gettando alte grida d'allegrezza, se la misero in testa, chi tutta indietro che gli cascava sulla nuca, chi tutta avanti, che gli copriva la punta del naso; e il prete a far degli atti di disapprovazione; e allora quei che l'avevan sulla nuca a tirarsela sul naso, e quei che l'avevan sul naso a tirarsela sulla nuca; e lì risa, esclamazioni, e battìo di mani. Mi avvicinai a uno dei più monelli, e così per celia, certo che sarebbe stato come dire ai muri, gli domandai in italiano: “È la prima volta che vai a fare una passeggiata al Montserrat?” Il ragazzo stette un po' pensando, e poi rispose adagio adagio: “Ci so-no già sta-to altre volte.”—“Ah! caro bimbo!” gli gridai con una contentezza difficile a immaginarsi; “e dove hai imparato l'italiano?” Qui il prete prese la parola per dirmi che il padre di quel ragazzo aveva vissuto parecchi anni a Napoles. Mentre io mi volto verso il mio piccolo catalano per attaccar discorso, un maledettissimo fischio, e poi un maledettissimo grido di:—Olesa,—che è il villaggio dal quale si va al monte, mi taglia la parola in bocca. Il prete mi saluta, i ragazzi si precipitano fuori, il treno riparte. Io misi la testa fuor del finestrino per salutare il mio piccolo amico: “Buona passeggiata!” gli gridai, e lui spiccicando le sillabe: “A-di-o!” Qualcuno ride a sentir rammentare queste bazzecole: eppure sono i più vivi piaceri che si provin nei viaggi!
Le città e i villaggi che si vedono nell'attraversar la Catalogna alla vólta dell'Aragona, son quasi tutti popolati e floridi, e circondati di case industriali, di opifici, di edifizi in costruzione, onde in ogni parte si vedono sorgere di là dagli alberi dense colonne di fumo, e ad ogni stazione è un via vai di contadini e di negozianti. La campagna è una successione alternata di colte pianure, di amene colline, di vallette pittoresche, coperte di boschi e dominate da vecchi castelli, fino al villaggio di Cervera. Qui si cominciano a vedere ampie distese di terreno arido, con poche case sparpagliate, che annunziano la vicinanza dell'Aragona. Ma poi, all'improvviso, si entra in una ridente vallata, coperta d'oliveti, di vigneti, di gelsi, di alberi fruttiferi, sparsa di villaggi e di ville; si vedon da un lato le alte cime dei Pirenei, dall'altro le montagne aragonesi; Lerida, la gloriosa città dai dieci assedii, schierata lungo la sponda della Segra, sul pendio d'una bella collina; e tutt'intorno una pompa di vegetazione, una varietà di prospetti, un colpo d'occhio stupendo. È l'ultima veduta della campagna catalana; dopo pochi minuti s'entra in Aragona.
Aragona! Quante vaghe istorie di guerre, di banditi, di regine, di poeti, d'eroi, d'amori famosi ridesta nella memoria questo sonoro nome! E qual profondo senso di simpatia e di rispetto! La vecchia, nobile ed altera Aragona, sulla cui fronte brilla il più splendido raggio della gloria di Spagna! Sul suo stemma secolare sta scritto a caratteri di sangue:—Libertà e valore.—Quando il mondo si curvava sotto il giogo della tirannide, il popolo aragonese diceva ai suoi re per bocca del suo Gran Giustiziere:—Noi che siamo quanto voi, e più possenti di voi, vi abbiamo eletto nostro signore e re, col patto che conserviate i nostri diritti e la nostra libertà; e se no, no.—E i suoi re s'inginocchiavano dinanzi alla maestà del Magistrato del popolo, e prestavan giuramento sulla formola sacra. In mezzo alla barbarie del Medio Evo, la fiera gente aragonese non conosceva la tortura, il giudizio segreto era bandito dai suoi codici, tutte le sue istituzioni proteggevano la libertà del cittadino, e la legge aveva impero assoluto. Discesero, mal paghi alla ristretta patria delle montagne, da Sobrarbe a Huesca, da Huesca a Saragozza, ed entrarono vincitori nel Mediterraneo. Congiunti alla forte Catalogna, redensero dall'araba signoria le Baleari e Valenza; combatterono a Muret per il diritto oltraggiato e la coscienza violata; domarono gli avventurieri della casa d'Angiò, spodestandoli delle terre italiane; ruppero le catene del porto di Marsiglia, che pendono ancora dalle pareti dei loro tempi; signoreggiarono il mare dal golfo di Taranto alle foci del Guadalaviar, colle navi di Ruggero di Lauria; soggiogarono il Bosforo, colle navi di Ruggero di Flor; da Rosas a Catania corsero il Mediterraneo sulle ali della vittoria; e come se fosse angusto l'Occidente alla loro grandezza, andarono ad incidere sulla cima dell'Olimpo, sulle pietre del Pireo, sui monti superbi che son quasi le porte dell'Asia, il nome immortale della patria.
Questi pensieri,—benchè non proprio colle stesse parole, perchè non avevo sotto gli occhi un certo libricciuolo di Emilio Castelar,—io volgeva in mente entrando in Aragona. E per prima cosa mi si offerse agli occhi, sulla riva della Cinca, il piccolo villaggio di Monzon, noto per famose assemblee delle Cortes, e per alternati assalti e difese di Spagnuoli e Francesi: sorte che fu comune, durante la guerra d'indipendenza, a quasi tutti i villaggi di quelle provincie. Monzon è prostrato ai piedi d'un formidabile monte, sul quale s'innalza un castello nero, sinistro, enorme, quale avrebbe potuto immaginarlo il più fosco dei feudatarii per condannare a una vita di terrore il più odiato dei villaggi. La stessa Guida si arresta davanti a codesto mostruoso edifizio, e prorompe in un'esclamazione di timida meraviglia. Non v'è, io credo, in tutta la Spagna, un altro villaggio, un altro monte, un altro castello, che rappresentino meglio la paurosa sommessione d'un popolo oppresso, e la minaccia perpetua d'un signore feroce. Un gigante che prema il ginocchio sul petto d'un fanciullo steso a terra, è una meschina similitudine per dare un'immagine della cosa; e tale fu l'impressione che mi fece, che, pur non sapendo tenere in mano la matita, m'ingegnai di abbozzare alla meglio il paesaggio, perchè non mi uscisse dalla memoria; e mentre scarabocchiavo, mi venne fatto il primo verso d'una ballata lugubre.
Dopo Monzon, la campagna aragonese non è che vaste pianure, chiuse in lontananza da lunghe catene di colline rossastre, con pochi miseri villaggi, e qualche colle solitario su cui nereggiano le rovine d'un castello antico. L'Aragona, già sì fiorente sotto i suoi Re, è ora una delle provincie più povere della Spagna. Solamente sulla sponda dell'Ebro, e lungo il canale famoso che si stende da Tudela, per diciotto leghe, fin presso Saragozza, e serve insieme all'irrigazione dei campi e al trasporto delle derrate, ha un po' di vita il commercio; nelle altre parti langue, od è morto. Le stazioni della strada ferrata sono deserte: quando il treno si ferma, non si sente altra voce che quella di qualche vecchio trovatore, che strimpella la chitarra, canterellando una canzone monotona, che si riode poi in tutte le altre stazioni, e in seguito nelle città aragonesi, variate le parole, eternamente uguale il motivo. Non essendoci che vedere fuori del finestrino, mi rivolsi ai compagni di viaggio.
Il carrozzone era pieno di gente; e siccome i carrozzoni di seconda classe, in Spagna, non hanno scompartimenti, eravamo quaranta fra viaggiatori e viaggiatrici, visibili tutti uno all'altro: preti, monache, ragazzi, serve, e altri personaggi che potevano essere negozianti, o impiegati, o agenti segreti di Don Carlos. I preti fumavano, come è uso in Ispagna, il loro cigarrito, offerendo amabilmente ai vicini la scatola da tabacco e le cartoline; altri mangiavano a due palmenti, facendosi passare l'uno all'altro una specie di vescica che, compressa con ambe le mani, mandava uno schizzo di vino; altri leggevano il giornale corrugando tratto tratto le sopracciglia in atto di profonda meditazione. Uno spagnuolo, quand'è in compagnia, non si mette in bocca uno spicchio d'arancio, o una fetta di formaggio, o un boccone di pane, se prima non ha pregato tutti di mangiare con lui; e per questo io mi vidi passar sotto il naso frutta, e pani, e sardelle, e bicchieri di vino, e che so io, accompagnato ogni cosa da un gentile: “Gusta Usted comer[1] conmigo?” al quale risposi: “Gracias,” a contracorpo (è la parola che ci va) perchè avevo una fame da conte Ugolino. Davanti a me, proprio co' piedi contro i miei, c'era una monaca, giovane, a giudicarne dal mento, ch'era quel po' di viso che appariva sotto il velo, e da una mano che lasciava come abbandonata sur un ginocchio. Io le tenni gli occhi addosso per più d'un'ora, sperando che alzasse il viso; ma rimase immobile come una statua. Eppure dal suo atteggiamento era facile accorgersi che faceva uno sforzo per resistere alla naturalissima curiosità di guardarsi intorno; e per questo appunto mi destò un sentimento d'ammirazione.—Che costanza!—pensavo,—che vigore di volontà! che forza di sacrifizio, anche nelle più piccole cose! che nobile disprezzo delle vanità umane!—Stando in questi pensieri, chinai gli occhi sulla sua mano,—era una bianca e piccola mano—e mi parve di vederla muovere; guardo meglio, e vedo che si allunga adagio adagio fuor della manica, e allarga le dita, e si appoggia sul ginocchio un po' avanti, così, in modo da spenzolare, e si rigira un po' da un lato, e si raccoglie e si ridistende... Dei del cielo! Altro che disprezzo delle vanità umane! Era impossibile ingannarsi: tutto quel lavorìo era fatto per mettere in mostra la manina! E non alzò una volta la testa in tutto il tempo che rimase là, e non lasciò vedere il viso neanco quando scese! Oh imperscrutabile profondità dell'anima femminile!
Era scritto che in quel viaggio non dovessi incontrar altri amici che i preti. Un vecchio sacerdote, di aspetto benevolo, mi diresse la parola, e cominciammo una conversazione che durò fin quasi a Saragozza. Da principio, quando gli dissi ch'ero italiano, stette un po' sospeso, pensando forse ch'io potevo esser uno di quelli che avean scassinato le serrature del Quirinale; ma avendogli detto che non m'occupavo di politica, si rasserenò, e parlò con piena fiducia. Si cascò nella letteratura; io gli dissi tutta la Pentecoste del Manzoni, che lo fece andare in visibilio; egli a me una poesia del celebre Luis de Leon, poeta sacro del secolo decimosesto; e diventammo amici. Quando giungemmo a Zoera, penultima stazione per arrivare a Saragozza, s'alzò, mi salutò, e posto il piede sul montatoio, si voltò improvvisamente e mi susurrò nell'orecchio: “Cuidado (prudenza) con las mujeres, que tienen muy malas consecuencias en España.” Poi scese e si fermò per veder partire il treno, e alzando una mano in atto di paterna ammonizione, disse ancora una volta: “Cuidado!”
Arrivai a Saragozza a notte avanzata, e scendendo, mi colpì subito l'orecchio la cadenza particolare colla quale parlavano i vetturini, i facchini e i ragazzi, che si disputavano la mia valigia. In Aragona si può dir che si parla il castigliano, anche dal popolo minuto, benchè con qualche storpiatura e qualche barbarismo; ma allo spagnuolo delle Castiglie basta una mezza parola per riconoscere l'aragonese; e non c'è castigliano infatti, che non sappia imitare quell'accento, e non lo metta, all'occasione, in ridicolo, per quello che ha di rozzo e di monotono, presso a poco come si fa in Toscana della parlata di Lucca.
Entrai nella città con un certo sentimento di trepida riverenza; la terribile fama di Saragozza me ne imponeva; quasi mi mordeva la coscienza di averne tante volte profanato il nome nella scuola di Rettorica, quando lo gettavo in volto, come un guanto di sfida, ai tiranni; le strade eran buie; non vedevo che il nero contorno dei tetti e dei campanili sul cielo stellato; non sentivo che il rumore delle diligenze degli alberghi che si allontanavano. A certe svoltate, mi pareva di veder luccicare alle finestre canne di fucile e pugnali, e di udir grida lontane di feriti. Avrei dato non so quanto perchè spuntasse il giorno, per cavarmi la vivissima curiosità che mi stimolava, di visitar ad una ad una quelle strade, quelle piazze, quelle case famose per lotte disperate e uccisioni orrende, ritratte da tanti pittori, cantate da tanti poeti, e sognate da me tante volte prima di partire d'Italia, ripetendomi con gioia:—Le vedrai!—Giunsi finalmente al mio albergo, guardai fisso il cameriere che mi condusse alla camera, sorridendogli amorevolmente come per dire:—Non sono un invasore, risparmiami!—e data un'occhiata a un gran ritratto di Don Amedeo appeso alla parete del corridoio, in un canto, a particolare conforto dei viaggiatori italiani, andai a letto, chè cascavo di sonno come uno qualunque dei miei lettori.
Allo spuntar del giorno mi precipitai fuori dell'albergo. Non c'era ancor nè botteghe, nè porte, nè finestre aperte; ma non appena misi il piede nella strada, mi scappò un mezzo grido di stupore. Passava una brigatella di uomini così stranamente vestiti, che io credetti a prima vista che fossero mascherati; e poi pensai: no, son comparse di teatro; e poi ancora: no, neppure, sono matti. Figuratevi: per cappello, un fazzoletto rosso annodato intorno al capo, a modo di cércine, dal quale uscivano sopra e sotto i capelli arruffati; una coperta di lana a striscie bianche e azzurre, indossata a guisa di mantello, ampia, cadente fin quasi a terra, come una toga romana; una larga fascia azzurra intorno alla vita; un paio di calzoncini corti, di velluto nero, stretti intorno al ginocchio; le calze bianche; una specie di sandali a nastri neri incrociati sul dosso del piede; e in questa artistica varietà di vestimento, l'impronta evidente della miseria; e con quest'evidenza di miseria, un non so che di teatrale, di altero, di maestoso nel portamento e nei gesti, un'aria da Grandi di Spagna decaduti, che mette in dubbio, al vederli, se s'abbia da ridere o da compiangere, da metter la mano alla borsa per fare un'elemosina o da levarsi il cappello in segno di riverenza. E non son altro che contadini dei dintorni di Saragozza. Ma quella che ho accennato non è che una delle mille varietà della stessa foggia di vestire. Andando oltre, ad ogni passo ne incontrai una nuova: vi sono i vestiti all'antica, i vestiti alla moderna, gli eleganti, i semplici, i festivi, i severi, ognuno con ciarpe, fazzoletti, calze, cravatte, panciotti di colori diversi; le donne colla crinolina, e le sottane corte, che lascian vedere un po' di gamba, e i fianchi spropositatamente rialzati; i ragazzi anch'essi col loro manto a striscie e la loro pezzuola intorno al capo, e i loro atteggiamenti drammatici, come gli uomini. La prima piazza sulla quale riuscii era piena di questa gente, divisa in gruppi, chi seduto sugli scalini delle porte, chi appoggiato agli angoli delle case, qualcuno sonando la chitarra, altri cantando; molti in giro a chieder l'elemosina, coi panni rappezzati e laceri, ma pur colla testa alta e l'occhio fiero; parevan gente usciti allora allora da un veglione, dove avessero rappresentato tutti insieme una tribù selvaggia di qualche ignoto paese. A poco a poco si apersero le botteghe e le case, e il popolo saragozzano si sparse per le strade. I cittadini, nel vestire, non han nulla di diverso da noi; ma sì qualcosa di particolare nei volti; alla serietà degli abitanti della Catalogna, uniscono l'aria sveglia degli abitanti delle Castiglie, avvivata ancora da un'espressione di fierezza tutta propria del sangue aragonese.
Le strade di Saragozza hanno un aspetto severo, quasi tristo, com'io me lo immaginava prima di vederle. Fuori del Coso, che è una larga strada che attraversa una buona parte della città descrivendo una grande curva semicircolare,—il Coso anticamente famoso per le corse, le giostre e i tornei che vi si celebravano nelle pubbliche feste,—fuori di questa bella ed allegra strada, e d'alcune poche recentemente rifatte, che paion strade di città francese, le altre son strette, tortuose, fiancheggiate da case alte, di color cupo, di scarse finestre, somiglianti a vecchie fortezze. Son strade che hanno una impronta, un carattere, o come altri dice, una fisonomia loro propria, che vista una volta, non si dimentica più; per tutta la nostra vita, quando si sentirà nominar Saragozza, si vedranno quelle mura, quelle porte, quelle finestre, come se si avessero dinanzi. Io vedo in questo punto la piazza della Torre nuova, e potrei disegnar casa per casa, e colorirle tutte, ciascuna col suo colore; e mi par di respirare quell'aria, tanto son vive le immagini; e ripeto quello che dissi allora:—Questa piazza è tremenda.—Perchè? non lo so; sarà stata un'illusione mia; segue delle città come dei volti, che ciascuno ci legge a modo suo; le strade e le piazze di Saragozza mi fecero codesto senso; ad ogni svoltata, dicevo:—Questo luogo par fatto per combattervi;—e guardavo intorno, come se ci mancasse qualcosa: una barricata, le feritoie, i cannoni. Riprovavo tutta la profonda commozione che m'avevan data i racconti dell'orribile assedio, e vedevo proprio la Saragozza del 1809, e correvo di strada in strada con una curiosità crescente, come per trovare le traccie di quella lotta titanica che ha atterrito il mondo. Qui, pensavo, accennando a me stesso la via, dev'esser passata la divisione Grandjean, di là sboccò forse la divisione Musnier, di costì si sarà lanciata al combattimento la divisione Morlot; avanti, fino alla cantonata: mi pare che qui sia seguito l'assalto dei volteggiatori della Vistola; ancora un giro: qui fecero impeto i volteggiatori polacchi; laggiù furon trucidati trecento spagnuoli; in questo punto scoppiò la gran mina che fece saltar in aria una compagnia del reggimento di Valenza; in quell'angolo morì il generale Lacoste colpito da una palla nella fronte. Ecco le strade famose di Santa Engracia, di Santa Monica, di Sant'Agostino, per le quali i Francesi s'avanzarono verso il Coso, di casa in casa, a furia di mine e di contrammine, tra i rottami dei muri enormi e le travi fumanti, sotto una tempesta di palle, di mitraglia e di sassi; ecco i trivii, le piazzuole, gli angiporti oscuri, dove si combatterono le orrende battaglie corpo a corpo, a colpi di baionetta, a pugnalate, a falciate, a morsi; le case asserragliate, difese stanza per stanza, tra le fiamme e il rovinío; le anguste scale che corsero sangue, i tristi cortili che echeggiarono di grida di dolore e di disperazione, che furon coperti di cadaveri sfracellati, che videro tutti gli orrori della peste, della fame, della morte!
Di strada in strada riuscii davanti alla chiesa di Nuestra Señora del Pilar, la terribile Madonna, alla quale veniva a chieder protezione e coraggio la squallida folla dei soldati, dei cittadini, delle donne, prima d'andar a morire sulle breccie. Il popolo di Saragozza ha conservato per essa il fanatismo antico, e la venera con sentimento particolare di amoroso terrore, vivo anche nell'animo della gente alla quale è straniero ogni altro sentimento religioso. Però da quando entrate nella piazza, e alzate gli occhi verso la chiesa, fin al momento che, andando via, vi voltate a guardarla per l'ultima volta, badate a non sorridere, o a fare per distrazione un atto qualunque che possa parere irriverente; chè c'è chi vi vede, e vi tien d'occhio, e all'occorrenza vi segue. E se in voi è morta la fede, preparate l'animo, prima di varcare la soglia sacra, a un confuso risvegliarsi dei terrori infantili, chè poche chiese al mondo hanno come questa la virtù di risvegliarli nei cuori più gelidi e più forti.
La prima pietra di Nostra Donna del Pilar, fu posta nel 1686 in un luogo dove sorgeva una cappella innalzata da san Giacomo per deporvi l'immagine miracolosa della Vergine che vi è tuttora. È un immenso edifizio di base rettangolare, sormontato da undici cupole, coperte di tegole variopinte, che gli danno una graziosa aria moresca; le mura disadorne e di color cupo. Entrate: è una vasta chiesa, oscura, nuda, fredda, divisa in tre navate, circondata di cappelle modeste. Lo sguardo corre subito al santuario che sorge nel mezzo: là è la statua della Vergine. È come un tempio nel tempio, che potrebbe star solo in mezzo alla piazza, se si abbattesse l'edifizio che lo circonda. Una corona di belle colonne di marmo, disposte ad elissi, sorreggono una cupola riccamente scolpita, aperta nella parte superiore, e ornata intorno all'apertura di ardite figure d'angeli e di santi. Nel mezzo è l'altar maggiore; a destra l'immagine di san Giacomo; a sinistra, in fondo, sotto un baldacchino d'argento che spicca sur un'ampia tenda di velluto tempestato di stelle, in mezzo al luccichío di migliaia di voti, al chiarore d'innumerevoli lampade, la statua famosa della Vergine, postavi or sono diciannove secoli da san Giacomo, scolpita in legno, annerita dal tempo, tutta coperta, tranne il capo suo e quello del bambino, da una splendida dalmatica; e sul dinanzi, tra le colonne, intorno al santuario, e lontano, in fondo alle navate della chiesa, in tutti i punti di dove lo sguardo può giungere all'immagine venerata, fedeli inginocchiati, prostrati, col capo quasi a terra, colle mani in croce: donne del popolo, operai, signore, soldati, fanciulli; e dalle varie porte della chiesa un continuo venir di gente a passi lenti, in punta di piedi, con gravi aspetti; e in quel profondo silenzio non un mormorío, non un fruscío, non un respiro; la vita di quella folla pare sospesa; par che s'attenda da tutti un'apparizione divina, una voce misteriosa, una qualche rivelazione tremenda da quell'arcano Santuario; e anche chi non crede e non prega, è forzato a fissare lo sguardo dove si fissan tutti gli sguardi, e il corso dei suoi pensieri s'arresta in una specie d'inquieta aspettazione. Oh suonasse pur quella voce! io pensavo; seguisse pure l'apparizione; e fosse anche una parola o una vista che mi facesse incanutire dallo spavento e gettare un urlo non udito mai sulla terra; purchè mi liberasse per sempre da questo orribile dubbio che mi rode il cervello e mi contrista la vita!
Tentai d'entrar nel Santuario, non ci riuscii; avrei dovuto passare sulle spalle d'un centinaio di fedeli, qualcuno dei quali cominciava già a guardarmi in cagnesco perchè andavo attorno con un quaderno e una matita fra le mani. Cercai di scendere nella critta sotterranea ove son le tombe degli arcivescovi e l'urna che racchiude il cuore del secondo don Giovanni d'Austria, figlio naturale di Filippo IV; non mi fu concesso. Domandai di vedere le vestimenta, gli ori, le gemme, che profusero ai piedi della Vergine i grandi, i principi, i monarchi d'ogni età e d'ogni paese; mi fu risposto che non era l'ora opportuna, e neanco mostrando una luccicante peceta potei corrompere l'onesto sacrestano. Ma non rifiutò di darmi alcune notizie intorno al culto della Vergine quando gli dissi, per entrargli in grazia, ch'ero nato a Roma, nel Borgo Pio, e che dal terrazzino di casa mia si vedevan le finestre dell'appartamento del Papa.
“È un fatto,” mi disse, “quasi miracoloso, e che non si crederebbe, se non fosse attestato dalla tradizione, che dal tempo antichissimo quando fu posta sul piedistallo la statua della Vergine, fino al giorno in cui viviamo, tranne la notte che la chiesa è chiusa, il santuario non rimase vuoto un momento, un momento solo, in tutto il rigore della parola. Nuestra Señora del Pilar non è mai stata sola. Nel piedistallo della statua, a furia di baci, s'è fatto un incavo nel quale può entrar la mia testa. Neanco gli Arabi non ebbero il coraggio di proibire il culto di Nuestra Señora: la cappella di San Giacomo fu sempre rispettata. È caduto molte volte il fulmine nella chiesa, accanto al santuario, e anche dentro, in mezzo alla gente affollata: ebbene, neghino le anime dannate la protezione della Madonna: non è mai sta-to col-pi-to nes-su-no! E le bombe dei Francesi? Ne hanno ben bruciati e rovinati degli edifizi; ma a cadere sulla chiesa di Nuestra Señora gli era come se cadessero sulle rocce della Serra Morena. E ai Francesi che fecero man bassa in ogni parte, gli è bastato il fegato di toccare i tesori di Nuestra Señora? Un solo generale si permise di prendere un gingillo per fare un regalo a sua moglie, offerendo in compenso alla Vergine un ricco donativo; ma sa che cosa gli è seguito? Alla prima battaglia una palla di cannone gli portò via una gamba. Non c'è barba di generale o di re che ne abbia mai imposto a Nuestra Señora. E poi è scritto lassù che questa chiesa durerà fino alla fine del mondo....” E tirò innanzi su questo tenore, fin che un prete da un angolo buio della sagrestia gli fece un cenno misterioso, e allora mi salutò e disparve.
All'uscir dalla chiesa, colla mente tutta occupata dall'immagine del solenne santuario, incontrai una lunga fila di carri carnevaleschi, preceduti da una banda musicale, accompagnati dalla folla e seguìti da un gran numero di carrozze, che andavano verso il Coso. Non ricordo d'aver mai visto testoni di cartapesta più grotteschi, più buffi, più spropositati di quelli che portavan quelle maschere; così che solo com'ero, e punto inchinevole all'allegrezza, non potei trattenermi dal ridere, come alla chiusa d'un sonetto del Fucini. Il popolo però era serio e silenzioso, e le maschere piene di gravità; si sarebbe detto che negli uni e negli altri era più forte il malinconico presentimento della quaresima che il giubilo fugace del carnevale. Vidi qualche bel visetto alle finestre; ma nessun tipo ancora di quella bellezza propriamente detta spagnuola, dalla tez oscurecida e da los negros ojos de fuego, che il Martinez della Rosa, esule a Londra, rammentava con sì caldi sospiri in mezzo a las bellezas del Norte. Passai tra due carrozze, fendetti la calca, tirandomi dietro qualche sacrato che notai subito sul mio quaderno; e traversate alla lesta due o tre stradicciuole, riuscii sulla piazza di San Salvador, davanti alla cattedrale che le dà il nome, chiamata anche la Seo, più ricca e più splendida di Nostra Donna del Pilar.
La facciata greco-romana, benchè di maestose proporzioni, e la torre alta e leggera, non preparano allo spettacolo grandioso del di dentro. Entrai, e mi trovai immerso nelle tenebre; per un istante, i confini dell'edifizio mi restaron celati; non vidi altro che qualche sprazzo di pallida luce, rotto qua e là dalle colonne e dagli archi. Poi, a poco a poco, distinsi cinque navate, divise da quattro ordini di bei pilastri gotici, i muri lontani, e la lunga serie delle cappelle laterali, e rimasi attonito. Era la prima cattedrale che corrispondeva all'immagine ch'io m'ero formato delle cattedrali spagnuole, varie, pompose, straricche. La cappella maggiore, sormontata da una vasta cupola gotica in forma di tiara, racchiude in sè sola le ricchezze d'una gran chiesa; l'altar maggior è d'alabastro, coperto di rosoni, di volute, di rabeschi; la volta ornata di statue; a destra e a sinistra, tombe ed urne di principi: in un angolo la scranna sulla quale siedevano i Re d'Aragona per ricevere la consacrazione. Il coro, che sorge in mezzo alla navata principale, è un monte di tesori. La sua cinta esteriore, nella quale sono aperte alcune piccole cappelle, presenta una incredibile varietà di statuette, di colonnine, di bassorilievi, di fregi, di pietre, da dover star là una giornata per poter dire d'aver visto qualcosa. I pilastri delle due ultime navate, e gli archi che s'incurvano sulle cappelle, sono sopraccarichi, dalla base alla volta, di statue,—alcune enormi che par reggan sulle spalle l'edifizio,—di emblemi, di sculture e d'ornamenti d'ogni forma e d'ogni grandezza. Nelle cappelle una profusione di statue, di ricchi altari, di tombe regie, di busti, di quadri, che immersi come sono in una mezza oscurità, non offrono allo sguardo che una confusione di colori, di luccichii, di forme vaghe, tra le quali l'occhio si perde, e l'immaginazione si stanca. Dopo molto correre di qua e di là, col quaderno aperto e la matita in mano, notando e disegnando, mi s'ingarbugliò la testa, stracciai i fogli rabescati, promisi a me stesso che non avrei scritto nulla di nulla, uscii dalla chiesa, e mi rimisi a girar per la città, senza veder altro, per lo spazio d'una mezz'ora, che lunghe navate oscure, e statue biancheggianti in fondo a cappelle misteriose.
V'hanno dei momenti in cui il viaggiatore più gaio e più appassionato, girando per le strade d'una città sconosciuta, viene assalito improvvisamente da un così profondo senso di noia che se potesse, per virtù d'una parola, rivolare a casa tra i suoi, colla rapidità d'un genio delle Mille e una notte, proferirebbe quella parola con uno slancio di allegrezza. Fui colto da un cotal senso nel punto che infilavo non so che stradicciuola lontana dal centro della città; e n'ebbi quasi spavento. Richiamai in fretta alla mente le immagini di Madrid, di Siviglia, di Granata, per scuotermi, per riaccendermi la curiosità, il desiderio: quelle immagini mi parvero pallide e senza vita. Mi riportai col pensiero a casa, ai giorni prima della partenza, quando avevo la febbre, e non vedevo l'ora di spiccare il volo: e quel pensiero non fece che accrescermi la tristezza. L'idea di aver a vedere ancora tante città nuove, di aver da passar tante notti negli alberghi, di avermi a trovare per tanto tempo in mezzo a gente straniera, mi scoraggiò; mi domandai come mi fossi potuto risolvere a partire; mi parve d'essermi tutt'a un tratto allontanato sterminatamente dal mio paese, d'esser in mezzo a un deserto, solo, dimenticato da tutti, mi guardai intorno, la strada era solitaria, mi prese freddo al cuore, mi vennero quasi le lacrime agli occhi:—Io non posso star qui!—dissi tra me.—Io muoio di malinconia! Voglio tornare in Italia io!—Non avevo finito di dir queste parole che poco mancò non dessi in una risata da matto; in un momento ogni cosa riprese vita e splendore ai miei occhi; pensai alle Castiglie e all'Andalusia con una sorta di gioia frenetica, e scrollando il capo in atto di pietà per quel passeggero sconforto, accesi un sigaro, e tirai via più allegro di prima.
Era il penultimo giorno di carnevale; per le strade principali, verso sera, si vedeva un via vai di maschere, di carrozze, di brigatelle di giovani, di grosse famiglie con bambini, bambinaie, e ragazze da marito, a due a due; ma nessun strepito rincrescevole, nè squarciati canti di ubbriachi, nè serra serra importuni. Di tratto in tratto, si sentiva qualche leggero colpo di gomito, ma leggero assai, da parer il cenno d'un amico che volesse dire:—Son qui,—piuttosto che l'urto d'uno sbadato; e col colpo di gomito, certi suoni di voci tanto più soavi delle grida che gettavano le saragozzane antiche dalle finestre delle case crollanti, e tanto più ardenti dell'olio bollente che versavano sugli invasori! Oh non erano più quei tempi dei quali mi parlò pochi giorni sono, a Torino, un vecchio prete saragozzano, assicurandomi di non aver ricevuto, in sette anni la confessione d'un peccato mortale!
La sera, all'albergo, trovai un capomatto di francese che credo non abbia mai avuto l'uguale sotto la cappa del cielo. Era un uomo sulla quarantina, con uno di quei visi di pasticciano che dicono:—Son qui, gabbatemi;—negoziante, da quanto mi parve, agiato, il quale era giunto poco innanzi da Barcellona, e doveva ripartire il giorno dopo per San Sebastiano. Lo trovai nella sala da pranzo, che raccontava i fatti suoi a un crocchio di viaggiatori, i quali scoppiavano dalle risa. Mi cacciai nel crocchio, e sentii la storia anch'io. Costui era nativo di Bordeaux, e viveva da quattro anni a Barcellona. Aveva abbandonato la Francia, perchè gli era fuggita la moglie, insalutato ospite, avec le plus vilain homme de la ville, lasciandogli sulle braccia quattro ragazzi. Dal giorno della fuga non ne aveva più avuto notizia; chi gli aveva detto che era andata in America, chi in Asia, chi in Affrica; ma erano state tutte congetture senza fondamento; da quattro anni egli la considerava come morta. Un bel giorno, a Barcellona, trovandosi a desinare con un suo amico marsigliese, questi gli disse (ma bisognava vedere con che comica dignità esponeva la cosa) gli disse: “Amico, uno di questi giorni voglio andare a San Sebastiano.”—“A che fare?”—“A spassarmela.”—“Amorucci, eh?”—“Sì,... cioè... dirò: un amore propriamente non è, perchè a me, in amore, non mi piace far coda: è un capriccietto. Bella donnina, però! To', non più tardi d'ier l'altro ho ricevuto una lettera; non avevo voglia d'andare; ma c'è tanti vieni, e t'aspetto, e amico mio, e amico caro, che mi son lasciato tentare.” Così dicendo, gli porse la lettera facendo una smorfia di vanagloria dongiovannesca. Il negoziante la prende, l'apre, la scorre: “Nom de Dieu! Ma femme!” e senza dir altro pianta l'amico, corre a casa a pigliar la valigia, e via alla stazione. Quando entrai nella sala, aveva già mostrato la lettera a tutti i presenti, e steso sulla tavola, perchè ognuno li potesse vedere, la sua fede di battesimo, l'atto matrimoniale, ed altre carte che aveva portate con sè per il caso che sua moglie non lo volesse riconoscere. “Che cosa le volete fare?” gli domandarono tutti ad una voce. “Je ne lui ferai pas de mal; j'ai déjà pris mon parti; il n'y aura pas de sang; mais ce sera un châtiment plus terrible encore.”—“Ma che cosa adunque?” domandarono gli uditori. “J'ai déjà pris mon parti,” ripetè il francese colla più grande serietà, e tirato fuori dalla tasca un paio di forbici enormi, soggiunse solennemente: “Je vais lui couper les cheveux et les sourcils!” Tutti diedero in uno scoppio di risa. “Messieurs!” gridò l'offeso marito; “je le dis et je tiendrai ma parole; si j'ai le bonheur de vous retrouver ici, je me ferai un devoir de vous présenter sa perruque.” Qui seguì un diavolío di risa, di voci, d'applausi, senza che il Francese spianasse neanco un momento il suo tragico cipiglio. “Ma se le trovaste uno Spagnuolo in casa?” gli domandò uno. “Je le ferais sauter par la fenêtre!” rispose. “Ma se fossero molti?”—“Tout le monde par la fenêtre!”—“Ma farete uno scandalo, accorreranno i vicini, i carabinieri, il popolo!”—“Et moi....” gridò il terribile uomo, battendosi una mano nel petto, “je ferai sauter par la fenêtre les voisins, les gendarmes, le peuple, et la ville entière, s'il le faut.” E tirò via a sbravazzare su questo tono, gesticolando con la lettera da una mano, e le forbici dall'altra, in mezzo alle risa sgangherate dei viaggiatori. Vivir para ver, vivere per vedere, dice il proverbio spagnuolo; e dovrebbe dir meglio viajar, viaggiare, chè certi originali par che s'incontrino solamente negli alberghi e sulle strade ferrate. Chi sa come sarà andata a finire!
Entrando nella mia camera, domandai al cameriere chi fossero due cosi che avevo osservato fin dalla sera prima, appesi alla parete, che mostravano d'aver non so qual pretensione di passare per due ritratti. “Caramba!” mi rispose “nada menos que los hermanos Argensola,” aragonesi, nativi di Barbastro, “dos de los mas afamados poetas de España!” (Afamados per chi non lo sappia non vuol dire famelici, ma famosi.) E furono tali davvero i due fratelli Argensola, due veri gemelli letterarii, che ebbero la stessa indole, studiarono le stesse cose, scrissero nel medesimo stile, puro, sobrio, forbito, facendo argine con tutte le loro forze al torrente del cattivo gusto che cominciava ad invadere, ai loro tempi, sulla fine del secolo decimosesto, la letteratura spagnuola. L'uno morì a Napoli, segretario di Stato del Vicerè, l'altro a Tarragona, prete; e lasciarono tutti e due una fama onorata e cara, alla quale il Cervantes e il Lopez de Vega apposero lo splendido suggello della loro lode. I sonetti degli Argensola sono annoverati tra i più belli della letteratura spagnuola, per argutezza di pensiero e nobiltà di forma; e poichè ve n'è uno, di Lupercio Leonardo, che si sa a memoria da tutti e del quale i ministri citano spesso la chiusa per rispondere alle magniloquenti filippiche degli oratori della sinistra; lo metto qui colla speranza che potrà servire a qualcuno dei lettori per rimbeccare gli amici quando gli facessero rimprovero d'essersi innamorato, come il poeta, d'una donna che si dà il belletto.
«Yo os quiero confesar, don Juan, primero
Que aquel blanco y carmin de doña Elvira
No tiene de ella mas, si bien se mira,
Que el haberle costado su dinero:
Pero tambien que me confieses quiero
Que es tanta la beldad de su mentira,
Que en vano à competir con ella aspira
Belleza igual de rostro verdadero.
Mas que mucho que yo perdido ande
Por un engaño tal, pues que sabemos
Que nos engaña asi naturaleza?
Porque ese cielo azul que todos vemos
No es cielo, ni es azul: ¡làstima grande
Que no sea verdad tanta belleza!»
(Prima di tutto vi voglio confessare, o signor Giovanni, che quel bianco e carminio di donna Elvira non ha di suo che il denaro che le è costato; ma voglio che voi mi confessiate alla vostra volta esser siffatta la bellezza della sua finzione, che nessuna bellezza simile di volto vero potrebbe competere con essa. Ma che vale ch'io mi dia pensiero di tale inganno, se si sa che nello stesso modo c'inganna la natura? E infatti, quel cielo azzurro che tutti vediamo, non è nè cielo nè azzurro.... Peccato che non sia verità tanta bellezza!)
La mattina dopo mi volli procurare un piacere somigliante a quello che provava il Rousseau tenendo dietro al volo delle mosche; il piacere di errare per la città, alla ventura, fermandomi a guardare le cose più insignificanti, come si fa per la strada di casa nostra, quando si aspetta un amico. Visitati alcuni edifizi pubblici, tra i quali il palazzo della Borsa, che ha una stupenda sala formata da ventiquattro colonne, ornata ciascuna di quattro scudi coll'arma di Saragozza, sovrapposti alle quattro faccie del capitello; visitata l'antica chiesa di Santiago e il bel palazzo dell'Arcivescovado, m'andai a piantare in mezzo alla vasta ed allegra piazza della Costitucion, che divide in due il Coso, e riceve altre due delle principali strade della città; e di là presi le mosse, e bighellonai fino a mezzogiorno con un gusto infinito. Ora sostavo a guardare un ragazzo che giocava a nocíno, ora davo una capatina da curioso in un piccolo caffè da scolari, ora rallentavo il passo per sentire le ciancie di due serve a una cantonata, ora andavo a mettere il naso contro le vetrine d'un libraio, ora entravo a far ammattire una tabaccaia chiedendo dei sigari in tedesco, ora mi fermavo a intavolar conversazione con un rivenditore di fiammiferi, qui compravo un giornaletto, lì chiedevo del fuoco a un soldato, là domandavo la strada a una ragazza, e intanto ruminavo versi dell'Argensola, cominciavo sonetti faceti, canterellavo l'inno di Riego, pensavo a Firenze, al vin di Malaga, agli avvertimenti di mia madre, al Re Amedeo, alla mia borsa, a mille cose, a nessuna; e non avrei cangiato la mia sorte con quella d'un grande di Spagna.
Verso sera andai a vedere la Torre nuova, che è uno dei più curiosi monumenti di Spagna. È alta ottantaquattro metri,—quattro più della torre di Giotto,—e inchinata di quasi due metri e mezzo, tutta intera, come la torre di Pisa. Fu innalzata nel 1304; chi afferma che fu fatta così, chi crede che siasi inchinata poi; le opinioni sono diverse. È di forma ottagonale, e tutta costrutta di mattoni; ma presenta una varietà mirabile di disegno e d'ornamenti, un aspetto diverso a ogni piano, un misto grazioso di gotico e di moresco. Per entrare, dovetti andar a domandare il permesso a non so quale impiegato del Municipio, che abita là vicino; il quale, dopo aver guardato attentamente la punta dei miei stivali e il ciuffo dei miei capelli, diede le chiavi al custode, e mi disse: “Puede Usted ir.” Il custode era un vecchietto vigoroso che salì le interminabili scale con assai maggior speditezza di me. “Verá Usted,” mi diceva: “Verá Usted que magnífico golpe de vista!”—Io gli dissi che anche noi Italiani avevamo una torre inclinata, come quella di Saragozza; egli si voltò a guardarmi e rispose secco: “La nuestra es unica en el mundo.”—“Oh cospetto! Vi dico che n'abbiamo una anche noi, e che l'ho vista coi miei occhi, a Pisa, e poi, se non volete credere, leggete qui, lo dice anche la Guida.”—Diede un'occhiata e brontolò: “Puede ser.”—Può essere!—Vecchio cocciuto! Gli avrei dato il libro sul capo. Finalmente arrivammo sulla cima. È uno stupendo spettacolo. Saragozza si abbraccia tutta con uno sguardo: la grande strada del Coso, il passeggio di Santa Engracia, i sobborghi; e lì sotto, che par di poterle toccare, le cupole colorite di Nostra Donna del Pilar; un po' più in là l'ardita torre della Seo; più oltre l'Ebro famoso, che gira attorno alla città con una curva maestosa, e l'ampia valle, innamorata, come dice il Cervantes, della chiarezza delle sue acque e della gravità del suo corso; e la Huerba, e i ponti, e i poggi, che ricordano tanti scontri sanguinosi e disperati assalti!
Il custode mi lesse sul volto i pensieri che mi attraversavan la mente, e come proseguendo un discorso da me incominciato, prese ad accennarmi i punti per dove erano entrati i Francesi, e dove i cittadini avevano opposto le più gagliarde resistenze. “Non furono le bombe dei Francesi,” mi disse, “che ci fecero arrendere; noi stessi bruciavamo le case, e le facevamo saltare in aria colle mine; fu l'epidemia. Negli ultimi giorni più di quindicimila uomini dei quarantamila che difendevan la città eran negli ospedali; non si aveva più tempo per raccogliere i feriti e per sotterrare i morti; le rovine delle case erano coperte di cadaveri putrefatti che ammorbavano l'aria; un terzo degli edifizi della città eran distrutti; eppure nessuno parlava d'arrendersi; e chi ne avesse parlato, era stato innalzato apposta un patibolo in tutte le piazze, sarebbe stato ucciso; volevamo morire sulle barricate, nel fuoco, sotto i rottami delle nostre mura, piuttosto che piegare la testa. Ma quando il Palafox si trovò in punto di morte, quando si seppe che i Francesi avevano vinto in altre parti, e che non c'era più alcuna speranza, bisognò porre giù le armi. Ma i difensori di Saragozza si arresero cogli onori della guerra, e quando quella folla di soldati, di contadini, di monaci, di ragazzi, scarni, cenciosi, coperti di ferite, macchiati di sangue, sfilarono davanti all'esercito francese, i vincitori tremarono di riverenza e non ebbero cuore di rallegrarsi della vittoria! L'ultimo dei nostri contadini poteva portar la fronte più alta che il primo dei loro marescialli:—Zaragoza, e dicendo queste parole era splendido, ha escupido en la cara a Napoleon!—(Saragozza ha sputato in viso a Napoleone!)”
Io pensai, in quel momento, alla storia del Thiers, e il ricordo della narrazione ch'egli fa della presa di Saragozza mi destò un sentimento di sdegno. Non una parola generosa per la sublime ecatombe di quel povero popolo! Il loro valore, per lui, non è che fanatismo feroce, o vana manìa guerresca di contadini stanchi della vita uggiosa dei campi, e di monaci ristucchi della solitudine della cella; la loro eroica ostinazione è testardaggine; il loro amor di patria, orgoglio stolto. Essi non morivano pour cet idéal de grandeur che animava il coraggio dei soldati imperiali! Come se la libertà, la giustizia, l'onore d'un popolo, non fossero qualcosa di più grande che l'ambizione d'un Imperatore, che lo fa assalire a tradimento e lo vuol governare colla violenza!... Tramontava il sole, le torri e i campanili di Saragozza erano illuminati dagli ultimi raggi, il cielo era limpidissimo; volsi ancora uno sguardo intorno per imprimermi bene nella memoria l'aspetto della città e della campagna, e prima di voltarmi per scendere, dissi al custode che mi guardava con un'aria di benevola curiosità: “Racconti agli stranieri che verranno a visitare d'ora in avanti la torre, che un giorno, un giovane italiano, poche ore prima di partire per la Castiglia, salutando per l'ultima volta, da questo balcone, la capitale dell'Aragona, s'è scoperto il capo col sentimento del più profondo rispetto, così,—e che non potendo baciare sulla fronte, ad uno ad uno, tutti i discendenti degli eroi del 1809, ha dato un bacio al custode,”—E glielo diedi, e me lo rese, e me n'andai contento, ed egli pure, e rida chi vuole.
Con questo mi parve di poter dire che avevo visto Saragozza, e tornai all'albergo ricapitolando le mie impressioni. Mi restava però una gran voglia di fare un po' di conversazione con qualche buon saragozzano, e dopo desinare andai al caffè, dove trovai subito un capomaestro e un bottegaio, che tra un sorso e l'altro di cioccolatte, mi esposero lo stato politico della Spagna e i mezzi più efficaci
«Di portar la baracca a salvamento.»
La pensavano molto diversamente. L'uno, il bottegaio, ch'era un ometto col naso rincagnato e un grosso bernoccolo tra occhio e occhio, voleva la repubblica federale, senza transazioni, quella sera stessa, prima d'andare a letto; e metteva come condizione sine qua non per la prosperità del nuovo governo, che si fucilasse il Serrano, il Sagasta e lo Zorilla, per convincerli una volta per sempre que no se chanzea con el pueblo español, che non si scherza col popolo spagnuolo. “Y su rey de Ustedes,” concludeva volgendosi verso di me, “al re che ci han mandato loro,—mi perdoni, caro il mio Italiano, la franchezza con cui le parlo,—al loro re un biglietto di prima classe per tornarsene á la hermosa Italia, ove c'è miglior aria per i Re. Somos españoles”—perdoni, caro il mio Italiano e mi metteva una mano sul ginocchio—“somos españoles, e non vogliamo stranieri, nè cotti, nè crudi!”
“Mi pare d'aver capito il suo concetto; e lei,” domandai al capomaestro, “come crede lei che si potrebbe salvar la Spagna?”
“No hay mas que un medio!” rispose con accento solenne; “non v'è che un mezzo! Repubblica federale,—in questo sono d'accordo col mio amico,—ma con Don Amedeo presidente!”—(L'amico scrollò le spalle) “Ripeto: con Don Amedeo presidente! È il sol uomo che possa tener ritta la repubblica; non è soltanto un'opinione mia; è l'opinione di molta gente. Don Amedeo faccia intendere a suo padre che qui colla monarchia non si compiccia nulla; chiami al governo il Castelar, il Figueras, il Pi y Margal; proclami la repubblica, si faccia elegger presidente, e gridi alla Spagna:—Signori, ora comando io, e chi alza le corna, legnate! E allora avremo la vera libertà.”
Il bottegaio, il quale non credeva che la vera libertà consistesse nel pigliarsi delle legnate sulle corna, protestò; l'altro ribattè; il battibecco durò un pezzo. Si venne poi a parlare della Regina; e il capomaestro dichiarò che, sebbene fosse repubblicano, aveva per Donna Vittoria un profondo rispetto e una calda ammirazione. “Tiene mucho (molto) de aquí” disse toccandosi la fronte col dito.—“Es verdad que sabe el griego?”—(È vero che sa il greco?)
“E come!” risposi.
“Hai inteso, eh?” domandò l'altro.
“Sì,” rispose il bottegaio brontolando; “pero no se govierna à España con el griego.”
Concedeva però anche lui che, regina per regina, era a desiderarsi d'averne una dotta e savia, digna de sentarse en el trono de Isabel la Catòlica, la quale, come tutti sanno, conosceva il latino quanto un professore consumato; piuttosto che una di queste regine cervelline che non hanno il capo ad altro che alle feste ed ai favoriti. In una parola, non voleva vedere in Ispagna la casa di Savoia; ma se qualche cosa poteva piegarlo un po' in di lei favore, era il greco della Regina. Che galante repubblicano!
V'è però in codesta gente una generosità di cuore, e un vigore di animo che giustifica la loro onorevole fama. L'aragonese, in Spagna, è rispettato. Il popolo di Madrid che trincia i panni addosso agli Spagnuoli di tutte le provincie, che dà al catalano di rozzo, all'andaluso di vano, al valenziano di feroce, al galiziano di miserabile, al basco d'ignorante, tratta con un po' più di riserbo gli alteri figli d'Aragona, i quali nel secolo decimonono scrissero col proprio sangue la più gloriosa pagina della storia di Spagna. Il nome di Saragozza suona nel popolo come un grido di libertà, e nell'esercito come un grido di guerra. Ma poichè non v'è rosa senza spine, questa nobile provincia è anche un semenzaio di demagoghi inquieti, di capi di guerrillas, di tribuni, di gente di testa calda e di mano ardita, che danno un gran da fare a tutti i Governi. Il Governo deve accarezzar l'Aragona come un figliuolo ombroso e focoso, che se niente niente si picca, è muso da mandare in aria la casa.
L'entrata di re Amedeo in Saragozza, e la breve dimora che vi fece nel 1871, diedero occasione a parecchi fatti, che meritano d'essere raccontati; non solo perchè si riferiscono al Principe, ma perchè sono una eloquente manifestazione del carattere del popolo. E prima d'ogni altra cosa il discorso del Sindaco, del quale s'è fatto tanto scalpore, in Spagna e fuori, e che resterà forse fra le tradizioni di Saragozza come un esempio classico di audacia repubblicana. Il Re arrivò verso sera alla stazione della strada ferrata, dove eran venuti ad aspettarlo, accompagnati da un'immensa folla, i rappresentanti di molti Municipii, e associazioni e corpi militari e civili di varie città d'Aragona. Dopo le solite grida e i soliti applausi, si fece silenzio, e l'alcade di Saragozza, presentatosi al Re, lesse con enfatica voce il seguente discorso:
«Signore! Non è la modesta personalità mia, non è l'uomo di convinzioni profondamente repubblicane; ma bensì l'alcade di Saragozza, investito del sacro suffragio universale, colui che, per un dovere imprescindibile, si presenta a voi, e si mette agli ordini vostri. Voi state per entrare nel recinto d'una città la quale, sazia ormai di gloria, porta il titolo di sempre eroica; una città che quando corse pericolo l'integrità nazionale, fu una nuova Numanzia, una città che umiliò gli eserciti napoleonici nei loro stessi trionfi ec. Saragozza fu la più avanzata sentinella della libertà; nessun governo le parve mai abbastanza liberale ec. Nel petto di nessuno dei figli suoi albergò mai il tradimento ec. Entrate, dunque, nel recinto di Saragozza. Se non aveste coraggio, non ne avreste neanco bisogno, perchè i figli della sempre eroica madre son valorosi a viso aperto, e incapaci di tradire. Non v'è scudo, nè esercito più poderoso per difendere, in questi momenti, la vostra persona, che la lealtà dei discendenti del Palafox, poichè anche i loro nemici trovano un sacro asilo sotto i tetti saragozzani. Pensate e meditate che se seguirete costantemente la via della giustizia, se farete da tutti osservare le leggi della più stretta moralità, se proteggerete il produttore che finora tanto dà, e sì poco riceve, se sosterrete la verità del suffragio, se Saragozza e la Spagna vi dovranno un giorno il compimento delle sacre aspirazioni della maggioranza di questo gran popolo che venite a conoscere, allora, forse, vi adornerà un più splendido titolo, che quello di Re. Potete essere il primo cittadino della nazione, e il più amato in Saragozza, e la repubblica spagnuola vi dovrà la sua completa felicità.»
A questo discorso che veniva a significare in conclusione:—Non vi riconosciamo come Re, ma entrate pure fra noi, che non v'ammazzeremo, perchè gli eroi non ammazzano a tradimento; e se sarete bravo, e ci servirete a dovere, consentiremo, forse, a sopportarvi come presidente della Repubblica;—il Re rispose con un sorriso agro-dolce, che voleva dire:—Troppa degnazione!—e strinse la mano all'Alcade, con grande meraviglia di tutti i presenti. Poi montò a cavallo, ed entrò in Saragozza. Il popolo, a quel che si dice, lo ricevette con festa, e molte signore gli lanciarono dalle finestre poesie, corone di fiori e colombe. In varii punti, il generale Cordova, e il general Rosell, che lo accompagnavano, dovettero sgombrargli la strada coi proprii cavalli. Mentre entrava nel Coso, una donna del popolo si slanciò innanzi per dargli un memoriale; il Re, ch'era già passato oltre, se n'accorse, tornò indietro, e lo prese. Poco dopo, gli si presentò un carbonaio, e gli porse la sua nera mano: il Re gliela strinse. Nella piazza di Santa Engracia, fu ricevuto da una sfarzosa mascherata di nani e di giganti, che lo salutarono con certe danze tradizionali, fra le grida assordanti della moltitudine. Così attraversò tutta la città. Il giorno dopo visitò la chiesa della Madonna di Pilar, gli ospedali, le carceri, il circo dei Tori, e in ogni parte fu festeggiato con quasi monarchico entusiasmo, non senza segreta bizza dell'Alcade che l'accompagnava, il quale avrebbe voluto che il popolo saragozzano si ristringesse all'osservanza del quinto comandamento:—Non ammazzare,—senza andare più in là delle sue modeste promesse. Liete accoglienze ebbe pure il Re sulla via da Saragozza a Logroño. A Logroño, in mezzo a una folla innumerevole di contadini, di guardie nazionali, di donne, di ragazzi, vide per la prima volta il venerando generale Espartero. Appena si videro, si corsero incontro; il generale cercò la mano del Re, il Re gli aperse le braccia; la folla gettò un grido di gioia: “Maestà,” disse l'illustre soldato con voce commossa, “i popoli vi accolgono con patriottico entusiasmo, perchè vedono nel loro giovane Monarca il più fermo sostegno della libertà e della indipendenza della patria, e son sicuri che se i nemici della nostra ventura tentassero di turbarla, Vostra Maestà, alla testa dell'esercito e della milizia cittadina, saprebbe confonderli e sgominarli. La mia affranta salute non mi permise d'andare a Madrid per felicitare Vostra Maestà e la sua Augusta Sposa per il loro avvenimento al trono di San Ferdinando. Oggi lo faccio, e ripeto anche una volta che servirò fedelmente la persona di Vostra Maestà come re di Spagna, eletto dalla volontà nazionale. Maestà, in questa città ho una modesta casa, e ve la offro, e vi prego d'onorarla della vostra presenza.”—Con queste semplici parole era salutato il nuovo Re dal più vecchio e più amato e più glorioso dei suoi sudditi. Felice auspicio, a cui mal risposer gli eventi!
Verso mezzanotte andai a un veglione, in un teatro di mezzana grandezza, sul Coso, a poca distanza dalla piazza della Costituzione. Le maschere eran poche e meschinuccie; ma v'era per compenso una folla fittissima, della quale un buon terzo ballavano furiosamente. Fuor che dalla lingua, non mi sarei accorto di assistere ad un veglione d'un teatro di Spagna, piuttosto che a un veglione d'un teatro d'Italia; mi pareva di veder persino le stesse faccie. Poi il solito tramenío, la solita licenza di parole e di mosse, il solito degenerare dal ballo in una ridda clamorosa e sfrenata. Delle cento coppie di ballerini che mi passarono dinanzi, una sola mi rimase impressa nella memoria: un giovanotto d'una ventina d'anni, alto, snello, bianco, con due grand'occhi neri; e una ragazza della stessa età, bruna come un'andalusa; tutti e due belli e alteri, vestiti dell'antico costume aragonese, abbracciati stretti, viso contro viso, come se l'uno volesse respirare l'alito dell'altro, rossi come due viole e sfolgoranti di gioia. Passavano in mezzo alla folla, gettando intorno uno sguardo sdegnoso, e mille occhi li accompagnavano, e li seguiva un mormorio sordo di ammirazione e d'invidia. Uscendo dal teatro, mi fermai un momento sulla porta per rivederli passare, e poi me ne tornai all'albergo solo e malinconico. L'indomani mattina, prima dell'alba, partii per la Vecchia Castiglia.
NOTE:
[1] Le piace mangiar con me?
III.
BURGOS.
Per andare da Saragozza a Burgos, città capitale della Vecchia Castiglia, si risale tutta la gran valle dell'Ebro, attraversando una parte dell'Aragona, e una parte della Navarra, fino alla città di Miranda, posta sulla strada di Francia che passa per San Sebastiano e Baiona. Il paese è pieno di ricordi storici, di rovine, di monumenti, di nomi famosi: ogni villaggio rammenta una battaglia, ogni provincia una guerra. A Tudela, i Francesi sconfissero il generale Castaños; a Calahorra, Sertorio resistette a Pompeo; a Navarrete, Enrico di Transtamare fu vinto da Pietro il Crudele; si vedono i vestigi della città di Egon ad Agoncillo, le rovine d'un acquedotto romano ad Alcanadre, i resti d'un ponte arabo a Logroño; la mente dura fatica ad abbracciare le memorie di tanti secoli e di tanti popoli, e l'occhio si stanca colla mente. L'aspetto della campagna varia ad ogni momento. Vicino a Saragozza son campi verdi sparsi di case e di viottole serpeggianti, per le quali si vede qualche gruppo di contadini, avvolti nei loro scialli variopinti, qualche somarello, qualche carro. Più oltre non sono che vaste pianure ondulate, nude, aride, senza un albero, senza una casa, senza un sentiero; ove non si vede che di miglio in miglio un armento, un pastore, una capanna; e qualche piccolo villaggio, composto di casuccie color terraceo, basse, che quasi si confondono col suolo; piuttosto gruppi di capanne, che villaggi, vere immagini di miseria e di squallore. L'Ebro serpeggia a grandi curve lungo la strada, ora vicino, che par che il treno ci si vada a tuffare, ora lontano, come una striscia d'argento, che appare e dispare fra le gobbe del terreno e i cespugli delle sponde. Lontano si vede una catena di monti azzurri, e al di là le cime bianche dei Pirenei. Presso Tudela si scopre il canale; dopo Custejon la campagna verdeggia; e via via, le pianure aride si alternano cogli oliveti, e qualche striscia di verde vivo rompe qua e là il giallognolo secco dei campi abbandonati. Sulle cime dei colli lontani si vedon rovine di castelli enormi, sormontate da torri tronche, spaccate, corrose, simili a grandi moncherini di giganti prostrati che minaccino ancora.
A ogni stazione della strada ferrata comprai un giornale; prima d'arrivare a metà viaggio n'avevo un monte: giornali di Madrid e d'Aragona, grandi e piccini, neri e rossi; nessuno, sfortunatamente, amico di Don Amedeo. E dico sfortunatamente, perchè, a legger quei giornali, c'era da cadere in tentazione di voltar le spalle a Madrid e tornarsene a casa. Dalla prima all'ultima colonna, eran tutt'una sfuriata d'ingiurie, d'imprecazioni e di minaccie contro l'Italia: corna del nostro Re, roba da chiodi dei nostri ministri, ira di Dio del nostro esercito; tutto fondato sulla voce, che allora correva, d'una prossima guerra, nella quale l'Italia e la Germania alleate si sarebbero gettate sulla Francia e sulla Spagna, per distruggervi il Cattolicismo, nemico eterno di tutt'e due, e mettere sul trono di San Luigi il Duca di Genova, e assicurare il trono di Filippo II al Duca d'Aosta. Erano minaccie nell'articolo di fondo, minaccie nell'appendice, minaccie nelle notizie, in prosa, in versi, con figurine, con lettere cubitali, con lunghe righe di puntini; dialoghi tra il padre e il figlio, l'uno da Roma, e l'altro da Madrid, questi che domandava: “Che cosa ho da fare?” quello che rispondeva: “Fucila!” di tratto in tratto un: “Vengano! siamo pronti! siamo sempre la Spagna del 1808; i vincitori degli eserciti napoleonici non hanno paura nè del muso degli Ulani di re Guglielmo, nè del gridío dei Bersaglieri di Vittorio Emanuele.”—E poi Don Amedeo designato coll'appellativo di pobre bambino, l'esercito italiano chiamato un esercito di ballerini e di cantanti, gl'Italiani di Spagna invitati a sfrattare col poco gentile avvertimento di:—Italianos al tren!—(Italiani al treno); in somma, chiedete e domandate, ce n'era una per sorte. Vi confesso che, su quel subito, rimasi un po' turbato; m'immaginai che a Madrid gl'Italiani fossero poco meno che segnati a dito per le vie; mi ricordai della lettera ricevuta a Genova; ripetevo tra me e me quell'Italianos al tren, come un consiglio che meritasse una seria meditazione; guardavo con sospetto i viaggiatori che entravano nel carrozzone, e gl'impiegati della strada ferrata, e mi pareva che, al primo vedermi, tutti dovessero dire:—Ecco là un emissario italiano; mandiamolo a tener compagnia al general Prim.—
Avvicinandosi a Miranda, la strada s'inoltra in una contrada montagnosa, varia, pittoresca; dove da qualunque parte si volga lo sguardo, non si vedon che roccie grigiastre, a perdita d'occhio, che rendon l'immagine d'un mare petrificato nell'atto della tempesta. È un paese pieno di bellezza selvaggia, solitario come un deserto, silenzioso come un ghiacciaio, che rappresenta alla fantasia come una visione di pianeta disabitato, e desta un senso misto di tristezza e di paura. Il treno passa fra due pareti di roccie puntagute, incavate, crestate, faccettate in tutti i sensi e in tutte le forme, che par che intorno a ciascuna abbian lavorato tutta la vita una folla di scalpellini furiosi, facendo alla cieca a chi ci lasciasse le traccie più capricciose. La strada riesce poi in una vasta pianura piantata di pioppi, nella quale sorge Miranda.
La stazione è lontanissima dalla città; dovetti aspettare nel caffè, fino a notte, il treno di Madrid. Per tre ore non ebbi altra compagnia che quella di due guardie doganali chiamate in Spagna carabineros, vestite d'una divisa severa, con daga, pistole e carabina ad armacollo. A ogni stazione ce ne son due: le prime volte, vedendo apparire davanti al finestrino del carrozzone le canne delle loro carabine, credetti che fosser là per chiappare qualcuno, e fors'anche.... e misi, senz'accorgermene, la mano sul passaporto. Son bei giovanotti, arditi e cortesi, coi quali il viaggiatore che aspetta può intrattenersi piacevolmente a discorrer di Carlisti e di contrabbando, come io feci, con grande vantaggio del mio frasario spagnuolo. Verso sera capitò un mirandese, un uomo sulla cinquantina, impiegato, allegro, chiaccherone, ed io lasciai i carabineros per attaccarmi a lui. Fu il primo Spagnuolo che mi parlò profondamente di politica. Lo pregai di dipanarmi un po' codesta benedetta matassa dei partiti, di cui non ero ancor riuscito a trovare il bandolo; ed egli ne fu contentissimo, e mi servì per filo e per segno. “È detto in due parole,” cominciò: “ecco come stanno le cose. Ci son cinque partiti principali: l'assolutista, il moderato, il conservatore, il radicale, il repubblicano. L'assolutista si divide in due: carlisti puri, carlisti dissidenti. Il partito moderato in due: l'uno vuole Isabella seconda, l'altro vuole Don Alfonso. Il partito conservatore in quattro: tenga bene a mente: i Canovisti, capitanati da Canovas del Castillo; gli ex-montpensieristi, capitanati dal Rios Rosas; i fronterizos, capitanati dal generale Serrano; i progressisti storici, capitanati dal Sagasta. Il partito radicale in quattro: i progressisti democratici, capo lo Zorilla; i Cimbrios, capo il Martos; i democratici, capo il Ribero; gli economisti, capo il Rodriguez. Il partito repubblicano in tre: gli unitarii, capo Garcia Ruiz; i federali, capo il Figueras; i socialisti, capo il Garrido. I socialisti si dividono ancora in due; socialisti coll'Internazionale, socialisti senza l'Internazionale. In tutto sedici partiti. Questi sedici partiti si suddividono ancora. Il Martos tende a costituire un partito suo; il Candau un altro partito; il Moret un terzo partito; il Rios Rosas, il Pi y Margall, il Castelar, vanno pure preparando ciascuno un partito proprio. Son dunque ventidue partiti, parte fatti parte da farsi: aggiunga i partigiani della repubblica con Don Amedeo presidente, i partigiani della Regina che vorrebbero dare il gambetto a Don Amedeo, i partigiani della monarchia dell'Espartero, i partigiani della monarchia del Montpensier; i repubblicani a patto che non si lasci Cuba; i repubblicani a patto che Cuba si lasci; coloro che non hanno ancora rinunziato al principe di Hohenzollern, coloro che vagheggiano l'unione col Portogallo; sarebbero trenta partiti. Volendo andar pel sottile, si potrebbe suddividere ancora; ma val meglio farsi un'idea chiara di come stanno le cose. Il Sagasta si appoggia agli unionisti, lo Zorilla si appoggia sui repubblicani, il Serrano sarebbe disposto ad appoggiarsi sui moderati; i moderati, all'occasione, farebbero lega cogli assolutisti, i quali, intanto, danno la mano ai repubblicani, che si uniscono con una parte dei radicali, per mandare in aria il ministero Sagasta, troppo conservatore per i progressisti democratici, troppo liberale per gli unionisti, che hanno paura dei federali; mentre i federali non ripongono alla loro volta una gran fiducia nei radicali, sempre tentennanti fra i democratici e i sagastini. S'è fatto un'idea chiara?”
“Chiara come l'ambra!” risposi raccapricciando.
Del viaggio da Miranda a Burgos mi ricordo come d'una pagina d'un libro leggiucchiata a letto, quando gli occhi cominciano a chiudersi e la fiammella della candela a languire: cascavo di sonno. Un vicino mi scoteva di tratto in tratto perchè guardassi fuori: era una notte serena, splendeva un bellissimo lume di luna; ogni volta che m'affacciai al finestrino, vidi dalle due parti della strada roccie enormi, di fantastiche forme, vicine tanto che pareva dovessero precipitare sul treno, bianche come marmo, e così ben rischiarate, che se ne sarebbero potute contare tutte le punte, tutti gl'incavi, tutte le gobbe, come alla luce del sole. “Siamo a Pancorbo,” mi diceva il vicino, “guardi su quell'altura: là era un terribile castello che i Francesi distrussero nel 1813. Siamo a Briviesca: guardi; qui Giovanni I di Castiglia radunò gli Stati generali, che accordarono il titolo di principe delle Asturie all'erede della Corona. Guardi il monte della Brujola che tocca le stelle!”—Era uno di quegli infaticabili ciceroni che parlerebbero anche agli ombrelli; e sempre, dicendo: guardi, mi toccava in un fianco, dalla parte della tasca. Finalmente arrivammo a Burgos; il vicino disparve senza salutarmi, io mi feci condurre a un albergo, e sul punto di pagare il vetturino, m'accorsi che non avevo più un piccolo portamonete da spiccioli che solevo tenere in una tasca del pastrano. Pensai agli Stati generali di Briviesca, e suggellai la cosa con un filosofico:—Mi sta bene!—invece di gridare come fan molti in simili occasioni:—ma per Dio! ma dove siamo! ma che paese è questo!—come se nel loro paese non ci fosse della gente destra che porta via la borsa senza neanco usar la cortesia di darvi una notizia storica o una indicazione di geografia.
L'albergo in cui scesi, come quasi tutti gli alberghi delle Castiglie, era servito da ragazze. Eran sette o otto bambolone paffute e muscolose che andavano e venivano con grandi bracciate di materassi e di biancheria, curvate indietro in atteggiamenti atletici, rosse, sbuffanti, sghignazzanti, che mettevano allegrezza a vederle. Un albergo servito da donne è tutt'altra cosa che i soliti alberghi: il viaggiatore ci si pare meno straniero, e ci riposa col cuore più queto; le donne gli danno una cert'aria di casa, che fa quasi dimenticare la solitudine in cui ci si trova. Son più premurose degli uomini; sanno che il viaggiatore inclina alla malinconia, e par che ne lo vogliano stornare; sorridono e parlano con un piglio confidente, come per far capire che s'è in famiglia, in mani sicure; hanno un non so che di massaie, che servono meno per mestiere che pel gusto di rendersi utili; vi attaccano i bottoni con un'aria di protezione; vi levan la spazzola di mano, con un atto scherzoso, come per dire: “A me, buono a nulla!” vi levano i peli dal vestito quando uscite, vi dicono: “O pobrecito!” quando tornate infangati, vi raccomandano di non dormire col capo basso quando vi danno la buona notte, vi porgono il caffè a letto dicendovi benevolmente: “Stia queto, via, non sta bene!” Una si chiamava Beatriz, un'altra Carmelita, un'altra Amparo (Protezione); belle tutte e tre di quella poderosa bellezza montanina, che fa esclamar con un vocione di basso:—Che-bel-pez-zo-da-ses-san-ta!—Quando correvano pei corridoi, tutta la casa tremava.
L'indomani mattina al levar del sole, Amparo mi gridò nell'orecchio:—Caballero!—Un quarto d'ora dopo ero già nella strada. Burgos, posta alle falde d'una montagna, sulla riva destra dell'Arlanzon, è una città irregolare, di strade tortuose e strette, con pochi edifizi notevoli, e la maggior parte delle case non più antiche del secolo decimosettimo. Ma ha una qualità particolare che la rende curiosa e geniale: è variopinta come uno di quei scenari da teatro di marionette, coi quali i pittori si sono proposti di strappare un grido di stupore alle serve della platea. Pare una città stata colorita apposta per una festa carnovalesca, col proposito di rimbiancarla poi. Le case son rosse, gialle, azzurre, cinerine, ranciate, con ornamenti e contorni di altri mille colori; e tutto vi è dipinto: battenti di porte, ringhiere di terrazzini, inferriate, cornicioni, mensole, bozze, sporti, davanzali. Tutte le strade sembrano parate a festa; a ogni svoltata è un colpo d'occhio diverso; in ogni parte è come una gara di colori, che fanno a quale tira più gli sguardi; vien quasi da ridere; vi son colori che non si son mai visti sui muri; verde, incarnato, porporino; colori di fiori strani, di salse, di dolci, di stoffe da veste da ballo; se ci fosse a Burgos un manicomio di pittori si direbbe che la città fu colorita un giorno che scapparono i pazzi. A render più grazioso l'aspetto delle case, moltissime finestre hanno dinanzi una specie di terrazzino coperto, chiuso davanti da un'ampia vetrata, come una scansía da museo; uno a ogni piano, per lo più, e quel di sopra appoggiato su quel di sotto, e il più basso sulle vetrine d'una bottega, in modo che dal suolo al tetto paion tutti insieme una vetrina sola d'una bottega smisurata; e dietro ai vetri d'ogni piano si vedono, come messi in mostra, visini di ragazze e di fanciulli, fiori, paesaggi e figurine di carta di Francia, tende ricamate, trine, rabeschi. S'io non l'avessi saputo, non mi sarebbe mai caduto in mente che una città siffatta potesse essere la Capitale della Vecchia Castiglia, il cui popolo ha fama di grave e di austero; l'avrei creduta una delle città andaluse dove la gente è più allegra; m'ero figurato di vedere una matrona meditabonda, e avevo trovato una mascherina ghiribizzosa.
Fatti due o tre giri, riuscii in una vasta piazza, chiamata Piazza Maggiore, o Piazza della Costituzione, tutta cinta di case color di melagrano, con portici, e nel mezzo, una statua di bronzo, rappresentante Carlo III. Non avevo ancora dato un'occhiata all'intorno, che un ragazzo avviluppato in una lunga cappa sbrandellata, strascicando due grandi ciabatte, e agitando in aria un giornale, mi corse incontro.
“Vuole l'Imparcial, caballero?”
“No.”
“Vuole una cartella della lotteria di Madrid?”
“Nemmeno.”
“Vuole dei sigari di contrabbando?”
“Neppure.”
“Vuole...?”
“Eh!”
L'amico si grattò il mento.
“Vuol vedere i resti del Cid?”
Vivaddio, che salto! non importa: andiamo a vedere i resti del Cid.
Andammo al palazzo municipale. Una vecchia portinaia ci fece attraversare tre o quattro piccole sale fin che s'arrivò a una stanza dove tutti e tre ci fermammo. “Ecco los restos,” disse la donna accennando una specie di cofano posto sur un piedistallo in mezzo alla stanza. Mi avvicinai, essa alzò il coperchio, io guardai dentro. Vi eran due scompartimenti, in fondo ai quali si vedevan alcune ossa ammonticchiate, che parevan frantumi di mobili vecchi. “Queste,” disse la portinaia “sono le ossa del Cid, e quest'altre le ossa di Ximene, sua moglie.”—Presi in mano uno stinco dell'uno e una costola dell'altra, li guardai, li palpai, li rigirai; ma non riuscendo a raccappezzare la fisonomia nè del marito nè della moglie, li rimisi. Allora la donna mi accennò una scranna di legno mezzo disfatta appoggiata alla parete, e un'iscrizione che diceva essere quella la scranna sulla quale sedettero i primi giudici di Castiglia Nunius Rasura, Calvoque Lainus, trisavoli del Cid; il che vuol dire che quel prezioso mobile sta ritto in quel medesimo posto dalla bellezza di novecent'anni. L'ho in questo momento dinanzi agli occhi, disegnato nel mio quaderno, a linee serpeggianti; e mi pare ancora di sentire la buona donna che mi domanda: “Es Usted pintor?” e mi mette il mento sulla matita per ammirare il mio capolavoro. Nella stanza accanto mi mostrò un braciere della stessa anzianità della scranna, e due ritratti, l'uno del Cid e l'altro di Ferdinando Gonzales, primo conte di Castiglia, tutti e due così confusi e slavati, da non porger l'immagine delle persone, meglio che gli stinchi e le costole dei due illustri consorti.
Dal palazzo municipale fui condotto sulla riva dell'Arlanzon, in una spaziosa piazza con giardino, fontane e statue, circondata da graziosi edifizii nuovi. Di là dal fiume è il borgo Bega, più oltre le aride colline che dominano la città, ad un'estremità della piazza la porta monumentale di Santa Maria, che fu innalzata in onore di Carlo V, ornata delle statue del Cid, di Fernando Gonzales, dell'Imperatore. Al di là della porta appaiono le guglie maestose della Cattedrale. Pioveva, ero solo in mezzo alla piazza, e senza ombrello; alzai gli occhi a una finestra, e vidi una donna che mi parve una criada, che mi guardava e rideva, come per dire:—Chi è quel matto?—Colto così all'improvviso, rimasi un po' sconcertato, e fatta meglio un po' di faccia indifferente, me n'andai per la via più corta verso la Cattedrale.
La Cattedrale di Burgos è uno dei più vasti, più belli e più ricchi monumenti della Cristianità. Dieci volte scrissi in capo alla pagina queste parole, e dieci volte mi mancò il coraggio di proseguire, tanto mi sento inetto e meschino, paragonando le forze della mia mente alle difficoltà della descrizione.
La facciata è sur una piccola piazza, dalla quale si può abbracciare collo sguardo una parte dell'immenso edificio; dagli altri lati, ricorrono strade tortuose e strette, che impediscono la vista. Da tutti i punti del tetto smisurato s'alzano guglie snelle e graziose, sopraccariche di ornamenti di color calcareo fosco, sporgenti oltre i più alti edifizi della città. Sul dinanzi, a destra e a sinistra della facciata, sorgono due campanili acuti, coperti di sculture dalla base alla cima, traforati, cesellati, ricamati, con una delicatezza e una grazia che innamora. Più in là, verso il punto di mezzo della chiesa, sorge una torre straricca, essa pure, di bassorilievi e di fregi. E sulla facciata, sugli spigoli dei campanili, a tutti i piani, sotto tutti gli archi, da tutti i lati, una moltitudine innumerevole di statue d'angeli, di martiri, di guerrieri, di principi, così fitte, così varie d'atteggiamenti, e poste in così netto rilievo dalle forme leggiere dell'edifizio, da presentar quasi allo sguardo un'apparenza di vita, come d'una legione celeste posta a guardia del monumento. A risalir cogli occhi su per la facciata, fino al vertice delle guglie esterne, abbracciando a poco a poco tutta quell'armoniosa leggiadria di linee e di colori, si prova un senso dolcissimo come a sentire una musica che si elevi gradatamente da un'espressione di raccolta preghiera fino all'estasi d'un'ispirazione sublime. Prima ch'entriate nella chiesa, la vostra immaginazione spazia già fuori della terra.
Entrate... Il primo moto che si desta in voi è un improvviso ringagliardimento di fede, se l'avete; è uno slancio dell'anima verso la fede, s'ella vi manca. Non vi pare possibile che quella smisurata mole di pietra sia un'opera vana della superstizione degli uomini; vi pare che affermi, che provi, che comandi qualcosa; vi fa l'effetto come d'una voce sovrumana che gridasse alla terra:—Sono!—vi solleva e vi schiaccia ad un tempo, come una promessa e una minaccia, come un bagliore di sole e uno scoppio di tuono. Prima di cominciare a guardare, provate il bisogno di ravvivar nel cuor vostro le scintille moribonde dell'amore divino; il sentirvi straniero dinanzi a quel miracolo di ardimento, di genio e di lavoro, vi umilia; il timido no che vi suona in fondo all'anima, muore come un gemito sotto il sì formidabile che vi rimbomba sul capo. Prima girate gli occhi intorno vagamente, cercando i confini dell'edifizio, che il coro e i pilastri enormi vi nascondono; poi il vostro sguardo si slancia su per le colonne e gli archi altissimi, e riscende risale e ricorre rapidissimamente le infinite linee che s'inseguono, s'incrociano, si rispondono, si perdono, come razzi incrociantisi nello spazio, su per le vôlte grandiose; e il cuore vi gode in quell'affannosa ammirazione, come se tutte quelle linee uscissero dalla vostra mente ispirata nell'atto stesso che le percorrete cogli occhi; e poi vi assale ad un tratto come uno sgomento, una tristezza che il tempo non vi basti a considerare, l'ingegno a comprendere, la memoria a ritenere le innumerevoli maraviglie che da ogni parte travedete, affollate, ammontate, abbarbaglianti, che piuttosto che dalla mano degli uomini, si direbbero uscite, come una seconda creazione, dalla mano di Dio.
La chiesa appartiene all'ordine chiamato gotico, dell'epoca del Rinascimento; è divisa in tre lunghissime navate, attraversate per mezzo da una quarta, la quale separa il coro dall'altar maggiore. Sopra lo spazio compreso tra l'altare e il coro, s'innalza una cupola, formata dalla torre che si vede di sulla piazza. Voi volgete gli occhi in su, e restate un quarto d'ora a bocca aperta: è un visibilio di bassorilievi, di statue, di colonnine, di finestrelle, d'arabeschi, d'archi sospesi, di sculture aeree, armonizzate in un disegno grandioso e gentile, la cui prima vista mette un tremito e fa sorridere, come l'improvviso accendersi, scoppiettare e risplendere d'un immenso foco artificiale. Mille vaghe immagini di paradiso che rallegrarono i nostri, sogni infantili si spiccano tutte insieme dalla mente estatica, e volteggiando su su come uno stuolo di farfalle si vanno a posare sui mille rilievi dell'altissima vôlta, e girano, e si confondono, e il vostro sguardo le segue come se le vedesse davvero, e il cuore vi batte, e vi fugge dal petto un sospiro.
Se dalla cupola volgete lo sguardo intorno, vi si offre uno spettacolo anche più stupendo. Le cappelle son altrettante chiese per vastità, per varietà, per ricchezza. In ognuna è seppellito un principe, o un vescovo, o un grande; la tomba è nel mezzo, e v'è stesa su la statua rappresentante il sepolto, col capo appoggiato sur un origliere e le mani giunte sul petto; i sacerdoti vestiti dei loro abiti più pomposi, i principi delle loro armature, le donne delle loro vesti di gala. Tutte coteste tombe son ricoperte di un ampio panno che ricasca dai lati e che assecondando i rilievi angolosi delle statue, fa parer che ci siano sotto davvero le membra irrigidite d'un corpo umano. Da qualunque parte uno si volga, vede lontano, fra gli smisurati pilastri, dietro i ricchi cancelli, all'incerto chiarore che scende dalle altissime finestre, quei mausolei, quei drappi funebri, quei rigidi profili di cadaveri. Avvicinandosi alle cappelle, si resta sbalorditi dalla profusione delle sculture, dei marmi, degli ori che ne adornano le pareti, le vôlte, gli altari: ogni cappella racchiude un esercito d'angeli e di santi scolpiti nel marmo, nel legno, dipinti, dorati, vestiti; in qualunque punto del pavimento il vostro sguardo si fermi, è spinto su di bassorilievo in bassorilievo, di nicchia in nicchia, di rabesco in rabesco, di dipinto in dipinto, fino alla vôlta, e dalla vôlta, per un'altra catena di sculture e di pitture, ricondotto al pavimento. Da qualunque lato volgiate il viso, incontrate occhi che vi guardano, mani che vi accennano, teste di cherubini che fan capolino, svolazzetti che par che s'agitino, nuvole che par che salgano, soli di cristallo che par che tremolino; una varietà infinita di forme, di colori, di riflessi, che v'abbagliano gli occhi e vi confondon la testa.
Non basterebbe un volume a descrivere tutti i capolavori di scultura e di pittura che son sparsi in questa immensa cattedrale. Nella sagrestia della cappella del Conestabile di Castiglia è una bellissima Maddalena attribuita a Leonardo da Vinci; nella cappella della Presentazione una Vergine attribuita a Michelangelo, in un'altra una Santa Famiglia attribuita ad Andrea del Sarto. Di nessuno dei tre quadri si conosce sicuramente l'autore; ma quando vidi tirar la cortina che li copriva, e udii proferire con voce riverente quei nomi, mi corse un brivido dalla testa ai piedi. Provai per la prima volta in tutta la sua forza quel sentimento di gratitudine che dobbiamo ai grandi artisti, che resero il nome d'Italia riverito e caro nel mondo; compresi per la prima volta ch'essi non sono solamente illustratori, ma benefattori della loro patria; e non solo di chi ha intelletto per comprenderli ed ammirarli, ma anche di chi sia cieco alle opere loro, anche di chi non li curi, o gl'ignori. Perchè a chi manca il sentimento del bello, non manca l'orgoglio nazionale, e chi non sente neppur questo, sente almeno l'orgoglio suo, e gode nel profondo dell'anima quando non foss'altri che un sagrestano, all'udirgli dire: nacqui in Italia... gli sorride e si rallegra; e di quel sorriso e del suo godimento ei va debitore ai grandi nomi che non gli toccavan l'anima prima di uscir dai confini del suo paese. Quei grandi nomi l'accompagnano e lo proteggono, dovunque ei vada, come indivisibili amici; lo fan parere meno straniero fra gli stranieri; gli spargono intorno al viso un riflesso luminoso della loro gloria. Quanti sorrisi, quante strette di mano, quante parole cortesi di gente ignota dobbiamo a Raffaello, a Michelangiolo, all'Ariosto, al Rossini!
Chi vuol vedere cotesta Cattedrale in un giorno bisogna che passi dinanzi ai capolavori correndo. La porta scolpita che dà nel chiostro ha fama di essere, dopo le porte del Battistero di Firenze, la più bella del mondo; dietro l'altar maggiore è uno stupendo bassorilievo di Filippo di Borgogna, rappresentante la Passione di Cristo, una composizione immensa, a cui si direbbe non possa esser bastata la vita d'un uomo; il coro è un vero museo di scultura d'una ricchezza prodigiosa; il claustro è pieno di tombe con su statue distese, e intorno una profusione di bassorilievi; nelle cappelle, intorno al coro, nelle sale della sagrestia, per tutto quadri dei più grandi artisti spagnuoli, statuette, colonne, ornamenti; l'altar maggiore, gli organi, le porte, le scale, le inferriate, ogni cosa è grande e magnifico, e desta e schiaccia nello stesso punto l'ammirazione. Ma a che pro aumentar parole su parole? La più minuta descrizione potrebbe dare un'immagine viva della cosa? E quando avessi scritto una pagina per ogni quadro, per ogni statua, per ogni bassorilievo, sarei riuscito forse a destare nell'animo altrui, solo per un istante, la commozione che io provai?
Un sagrestano mi si avvicinò, e mi mormorò nell'orecchio, come se mi rivelasse un segreto:
“Vuol vedere il Cristo?”
“Qual Cristo?”
“Eh!” rispose “si sa, quel famoso!”
Il famoso Cristo della cattedrale di Burgos, che sanguina tutti i venerdì, merita un cenno particolare. Il sagrestano vi fa entrare in una cappella misteriosa, chiude le imposte delle finestre, accende due candele sull'altare, tira un cordoncino, una tenda corre, e il Cristo è là. Se al primo vederlo non pigliate la fuga, siete anime forti: un cadavere vero piantato sulla croce non vi metterebbe più orrore. Non è una statua, come le altre, di legno dipinto; è di pelle, si dice che è una pelle umana, imbottita; ha dei veri capelli e sopracciglia e ciglia e barba di pelo; i capelli intrisi di sangue, rigato di sangue il petto, le gambe, le mani; le piaghe che paion vere piaghe, il color della pelle, la contrazione del viso, l'atteggiamento, lo sguardo, ogni cosa terribilmente vera; direste che a toccarlo si deve sentire il tremito delle membra e il calor del sangue; vi par che le sue labbra si muovano, e stia per uscirne un lamento; non potete reggere lungo tempo a quella vista; vostro malgrado, torcete il viso, e dite al sagrestano:—Ho veduto!—
Dopo il Cristo, bisogna vedere il celebre cofano del Cid. È un cofano sdrucito e tarlato, appeso ad una parete in una sala della sagrestia. La tradizione narra che il Cid portava seco questo cofano nelle sue guerre contro i Mori, e che i sacerdoti se ne servivano come d'altarino per celebrare la messa. Un giorno, trovandosi colle tasche vuote, il formidabile guerriero riempì il cofano di sassi e di ferramenti, lo fece portar da un ebreo usuraio, e gli disse:—Il Cid ha bisogno di denaro; potrebbe vendere i suoi tesori, non vuole; dategli il danaro che gli occorre, egli ve lo renderà fra breve cogl'interessi del novantanove per cento, e lascia intanto come pegno nelle vostre mani questo cofano prezioso che racchiude la sua fortuna. Ma ad un patto: che voi gli giuriate che non l'aprirete prima ch'ei v'abbia restituito l'aver vostro: v'è un segreto che non può esser noto ad altri che a Dio e a me: decidete.—O sia che gli usurai d'allora riponessero maggior fiducia negli ufficiali dell'esercito, o avessero un'oncia di più di minchioneria che quelli d'adesso, il fatto è che l'usuraio del Cid accettò la proposta, prestò il giuramento e diede il denaro. Se il Cid si sia più fatto vivo, non so; e neanche se l'ebreo abbia dato querela; il fatto è che il cofano c'è ancora, e che il sagrestano vi racconta celiando la cosa, senza sospettare neanco per ombra che sia una gherminella da briccone bollato, piuttosto che una burletta ingegnosa da galantuomo faceto.
Prima di uscir dalla Cattedrale bisogna farsi raccontare da un sagrestano la famosa leggenda di Papa-moscas. Papa-moscas è un fantoccio di grandezza naturale, posto nella cassa d'un orologio, al di sopra della porta, nell'interno della chiesa. Una volta, come i celebri fantocci dell'orologio di Venezia, al primo tocco delle ore, usciva fuori del suo nascondiglio, e ad ogni tocco gettava un grido e faceva un gesto stravagante, del che i fedeli pigliavano un grandissimo diletto, i ragazzi ridevano, le funzioni religiose erano turbate. Un vescovo severo, per metter fine allo scandalo, fece recider non so che nervi a Papa-moscas, e d'allora in poi egli rimase immobile e muto. Ma non per questo si cessò di parlar dei fatti suoi e a Burgos, e in tutta la Spagna, ed anche fuori di Spagna. Papa-moscas era una creatura di Enrico III; e di qui vien la sua grande importanza. La storia è assai curiosa. Enrico III, il re dalle avventure cavalleresche, che vendette un giorno il suo mantello per comprarsi da mangiare, soleva andar ogni giorno, incognito, a pregare nella Cattedrale. Una mattina i suoi occhi incontraron quelli d'una giovine donna che pregava dinanzi al sepolcro di Fernando Gonzales; gli sguardi, come direbbe Teofilo Gauthier, si annodarono; la giovine arrossì, il Re le tenne dietro quando uscì dalla chiesa, e l'accompagnò fino a casa. Per molti giorni, nello stesso luogo e all'ora medesima, si rividero, si guardarono, si manifestarono cogli sguardi e coi sorrisi la simpatia e l'amore; e sempre il Re seguitò fino a casa la donna, senza dirle una parola, e senza ch'ella mostrasse di desiderare che gliela dicesse. Una mattina, uscendo di chiesa, la bella sconosciuta lasciò cadere il fazzoletto; il Re lo raccolse, lo nascose in petto e le porse il suo. La donna, suffusa di rossore, lo prese, e asciugandosi le lagrime, disparve. Da quel giorno Don Enrico non la vide più. Un anno dopo, essendosi il Re smarrito in un bosco, fu assalito da sei lupi affamati; dopo una lunga lotta ne uccise tre colla spada, ma già gli mancavan le forze, e stava per esser divorato dagli altri. In quel punto udì un colpo di fucile e uno strano grido, che volse in fuga i tre lupi; si voltò, e vide una donna misteriosa che lo guardava cogli occhi fissi senza poter profferire parola; i muscoli del suo viso erano orribilmente contratti, e tratto tratto un acuto lamento prorompeva dal suo seno. Riavutosi dal primo stupore, il Re riconobbe in quella donna la giovane amata della Cattedrale. Gettò un grido di gioia e si slanciò per abbracciarla; ma la giovane l'arrestò, esclamando con un sorriso divino: “Amai la memoria del Cid e di Ferdinando Gonzales, perchè il mio cuore ama tutto quello che è nobile e generoso; per questo amai te pure; ma il mio dovere mi impediva di consacrarti questo amore che sarebbe stato la felicità della mia vita. Accetta il sacrificio....” Ciò dicendo cadde a terra e spirò senza finire la frase, premendosi sul cuore il fazzoletto del Re. Un anno dopo il Papa-moscas si affacciava per la prima volta alla cassetta dell'orologio ad annunziare le ore; il re Enrico lo aveva fatto fare per onorare la memoria della donna che aveva amata; il grido di Papa-moscas rammentava al Re il grido che la sua salvatrice aveva lanciato nella foresta per spaventare i tre lupi. La storia narra che Don Enrico avrebbe voluto udire ripetere da Papa-moscas anche le parole d'amore della donna; ma che l'artista moro che costrusse l'automa, dopo molti sforzi vani, si dichiarò incapace di soddisfare il desiderio del pietoso monarca.
Udita la storia, feci ancora un giro per la Cattedrale, pensando con tristezza che non l'avrei riveduta mai più, che di lì a poco tante meravigliose opere d'arte non sarebbero più state per me che un ricordo, e che questo ricordo un giorno si sarebbe turbato, o confuso con altri, o perduto. Un prete predicava sul pulpito davanti all'altar maggiore: la sua voce si sentiva appena; una folla di donne inginocchiate sul lastrico, col capo basso e le mani giunte, stavano ascoltando; il predicatore era un vecchio di aspetto venerabile, parlava della morte, della vita eterna, degli angeli, con un accento soave, e facendo ad ogni frase un atto della mano, come se volesse porgerla a una persona caduta, e dicesse:—Sorgi.—Io gli avrei porto la mia, gridandogli:—Sollevami.—La cattedrale di Burgos non è trista come quasi tutte le altre di Spagna; m'aveva rasserenato l'animo, e disposto quietamente ai pensieri religiosi. Uscii ripetendo a fior di labbra, quasi senza accorgermene:—Sollevami;—mi voltai a guardar ancora una volta le ardite guglie e gli svelti campanili, e fantasticando mi diressi verso il centro della città.
Svoltando a una cantonata, mi trovai dinanzi a una bottega, che mi fece rabbrividire. Ce n'è di uguali a Barcellona e a Saragozza, e in tutte le altre città della Spagna; ma non so come, non ne avevo mai viste. Era una bottega ampia, pulita, con due stupende vetrine a destra e sinistra della porta; sulla soglia, una donnina sorridente, che faceva la calza, e un ragazzo, in fondo, che giocava. Eppure, guardando quella bottega, l'uomo più freddo avrebbe sentito una stretta al cuore, l'uomo più allegro si sarebbe turbato. Ve la do in mille a indovinare. Nelle vetrine, dietro i battenti della porta, lungo le pareti, e su, fin quasi al soffitto, l'una sull'altra, in bell'ordine, come ceste di frutta, quali coperte di un bel velo ricamato, quali infiorate, dorate, scolpite, dipinte, v'eran tante casse da morto. Dentro, le casse per gli uomini; fuori, quelle pei bambini. Una delle vetrine combaciava dalla parte esterna con la vetrina d'una bottega da salumaio, in modo che le casse toccavan quasi le uova e i formaggi; e si poteva dare benissimo che un cittadino frettoloso, credendo d'andarsi a comperar la colezione, sbagliasse la porta, e andasse a inciampar nelle bare: scambio poco atto a stuzzicar l'appetito.
E poichè sono a parlar di botteghe, entriamo in una bottega da tabaccaio, a vedere che c'è di diverso dalle nostre. In Spagna, all'infuori dei cigarritos e degli Avana, che si vendono in botteghe a parte, non si fumano altri sigari che i così detti di tres cuartos (un po' meno di tre soldi), della forma dei nostri sigari romani, un po' più grossi, squisitissimi o cattivissimi, secondo la fattura, che è un po' trasandata. Gli avventori abituali, che in spagnuolo si chiamano col curiosissimo nome di parroquianos, pagando qualcosa di più si fan dare i sigari escogidos (scelti); i buongustai raffinati, aggiungendo ancora il contentino alla giunta, ottengono los escogidos de los escogidos, i scelti dei scelti. Sul banco v'è un piattino con una spugnetta intrisa nell'acqua per inumidire i francobolli, senza quella seccatura di star lì a leccare; e in un canto una cassetta per le lettere e per le stampe. La prima volta che s'entra in una di queste botteghe, specie quando c'è molta gente, vien da ridere a veder quei tre o quattro che vendono, sbatter le monete sul banco in maniera da farsele saltare fin sopra la testa, e coglierle in aria, con un gesto da giocatori di bussolotti; e fan così da per tutto per accertarsi col suono che le monete sian buone, poichè ne corron moltissime false. La moneta più usuale è il real, che vale poco più di cinque soldi nostri; quattro reales fanno una peceta, cinque pecetas un duro, che equivale al nostro scudo di buona memoria, aggiuntovi ventisei centesimi; cinque scudi fanno un doblon de Isabel, d'oro. Il popolo fa i suoi conti a reales. Il reale si divide in otto cuartos, o diciassette ochavos, o trentaquattro maravedis; monete dei mori, che han perduta quasi la forma primitiva, e rassomigliano a bottoni schiacciati piuttosto che a monete. Il Portogallo pure ha una unità monetaria più piccola della nostra: il reis, che vale presso a poco la metà d'un centesimo; e tutto si conta a reis. Figuriamoci un povero viaggiatore, che arrivi là senza saperne nulla, e che fatto un buon pranzetto e domandato il conto, si senta dire a muso duro, invece di quattro lire:—Ottocento reis!—Gli si rizzano i capelli.
Prima di sera andai a vedere il luogo dove nacque il Cid; se non ci avessi pensato io stesso, me lo avrebbero rammentato i ciceroni, chè per tutto dove passavo mi mormoravano all'orecchio:—Resti del Cid; casa del Cid; monumento del Cid.—Un vecchietto maestosamente avvolto nella sua cappa, mi disse con aria di protezione: “Venga Usted conmigo,” e mi fece salire su per una collina posta a cavaliere della città, sulla cima della quale si vedono tuttora i resti d'un enorme castello, antica dimora dei Re di Castiglia. Prima di giungere al monumento del Cid, s'incontra un arco di trionfo, di stile dorico, semplice e grazioso, fatto innalzare da Filippo II, in onore di Fernan Gonzales, nel luogo stesso, si dice, ove sorgeva la casa in cui nacque il famoso capitano. Un po' più oltre si trova il monumento del Cid, eretto nel 1784. È un pilastro di pietra, poggiato sur un piedistallo in muratura, e sormontato da uno scudo araldico, con questa iscrizione: «In questo luogo sorgeva la casa, nella quale nacque l'anno 1026 Rodrigo Diaz di Vivar, chiamato il Cid campeador. Morì in Valenza il 1099, e il suo corpo fu trasportato nel monastero di San Pietro di Cardena presso questa città.» Mentre leggevo queste parole, il cicerone mi espose una leggenda popolare sulla morte dell'Eroe: “Quando il Cid morì,” mi disse con molta gravità, “nessuno rimase a custodire il suo cadavere. Un ebreo entrò nella chiesa, si avvicinò alla bara e disse:—Ecco il grande Cid al quale nessuno, fin che visse, ebbe il coraggio di toccare la barba; io gliela tocco, e voglio vedere che mi può fare.—Così dicendo allungò la mano; ma nello stesso punto il cadavere afferrò l'elsa della spada e ne trasse un palmo fuori della guaina. L'ebreo gettò un grido e cadde a terra tramortito; i preti accorsero, l'ebreo fu sollevato, tornò in sè e raccontò il miracolo; allora tutti si volsero verso il Cid, e videro che teneva ancora la mano sull'elsa in atteggiamento minaccioso. Dio non aveva voluto che la salma del grande guerriero fosse contaminata dalla mano d'un miscredente.” Dicendo questo, mi guardò, e visto che non facevo il menomo segno d'incredulità, mi condusse sotto un arco di pietra, che doveva essere d'un'antica porta di Burgos, pochi passi lontano dal monumento, e indicandomi una scanalatura orizzontale che si vedeva nel muro a poco più d'un metro da terra, mi disse: “Questa è la misura delle braccia del Cid, quand'era giovanetto, e veniva qui a giuocare coi suoi compagni.” E tese le braccia lungo la scanalatura per farmi vedere quanto ce n'avanzava; poi volle che mi misurassi anch'io, ed ero anch'io più corto; allora mi diede uno sguardo di trionfo e si mosse per ritornare in città. Giunto in una strada solitaria, davanti alla porta d'una chiesa, si fermò, e mi disse: “Questa è la chiesa di Santa Agneda, dove il Cid fece giurare al re Don Alfonso VI di non aver avuto parte nell'uccisione di suo fratello Don Sancho.” Lo pregai di dirmi tutta la storia: “Eran presenti” continuò “i prelati, i cavalieri, gli alti personaggi dello Stato. Il Cid mise il Vangelo sull'altare, il Re vi stese su la mano, e il Cid disse:—Re Don Alfonso, voi mi dovete giurare che non vi siete macchiato nel sangue del re Don Sancho, mio signore; e se giurate il falso prego Iddio che vi faccia perire per la mano d'un vassallo traditore.—E il Re disse:—Amen;—ma cangiò di colore. E il Cid ripetè:—Re Don Alfonso, voi dovete giurare che non avete nè ordinata, nè consigliata la morte del re Don Sancho mio signore; e se giurate il falso, possiate morire per la mano d'un vassallo traditore!—E il re disse:—Amen;—ma cangiò una seconda volta di colore. Dodici vassalli confermarono il giuramento del Re; il Cid gli volle baciare la mano; il Re non glielo permise, e l'odiò da quel momento per tutta la vita.”—Soggiunse poi che un'altra tradizione narrava non avere il re Don Alfonso giurato sul Vangelo, ma sul chiavistello della porta della chiesa; che per molto tempo i viaggiatori di tutti i paesi del mondo eran venuti ad ammirare quel chiavistello, che il popolo gli attribuiva non so quali virtù soprannaturali, e che se ne faceva tanto parlare in ogni parte, e gli si appioppavano tante e sì strampalate favole, che il vescovo Don Fray Pascual fu costretto a farlo togliere, come quello che creava una pericolosa rivalità di potere tra la porta e l'altar maggiore.—Il cicerone non disse altro; ma ci sarebbe da metter assieme dei bei volumi se si volessero raccogliere tutte le tradizioni del Cid che corrono in Spagna. Nessun guerriero leggendario fu mai più caro al suo popolo che questo terribile Rodrigo Diaz de Vivar: la poesia ne ha fatto poco meno d'un dio; la sua gloria vive nel sentimento nazionale degli Spagnuoli, come se fossero trascorsi, non otto secoli, ma otto lustri dal tempo in che visse; il poema eroico che da lui s'intitola, e che è il primo monumento della poesia della Spagna, è ancora l'opera più possentemente nazionale della sua letteratura.
Sull'imbrunire me n'andai a passeggiare sotto i portici della piazza maggiore, colla speranza di vedere un po' di gente; ma pioveva a rovescio e tirava un vento maledetto, così che non ci trovai che qualche gruppo di ragazzi, di operai e di soldati; e me ne tornai difilato all'albergo. V'era arrivato la mattina stessa l'Imperatore del Brasile, e doveva ripartire la notte per Madrid. Nella sala dove io desinai, insieme ad alcuni spagnuoli, ai quali feci conversazione fino all'ora della partenza, desinavano tutti i maggiordomi, cameriere, servitori, staffieri e che so io, di sua maestà imperiale, seduti intorno ad una gran tavola, che occupavano tutta. In vita mia non ho visto un più strano gruppo di creature umane. C'eran dei visi bianchi, dei visi neri, dei visi gialli, dei visi color di rame, con certi occhi e nasi e bocche, da non trovarne gli uguali in tutta la raccolta del Pasquino del Teja. E ognuno parlava una lingua diversa imbastardita: chi l'inglese, chi il portoghese, chi il francese, chi lo spagnuolo; qualcuno una mescolanza non mai più udita di tutte e quattro, aggiuntovi parole, suoni e cadenze di non so che dialetti; e si capivano, e discorrevano tutti insieme con confusione tale da far credere che parlassero una sola arcana orrenda lingua di qualche terra selvaggia ignorata dal mondo.
Prima di lasciare la Vecchia Castiglia, la culla della monarchia spagnuola, avrei voluto veder Soria, fabbricata sulle rovine dell'antica Numancia; Segovia, dall'immenso acquedotto romano; Sant'Idelfonso, il delizioso giardino di Filippo V; Avila, la città natale di Santa Teresa; ma fatte in fretta e in furia, prima di prendere il biglietto per Valladolid, le quattro prime operazioni dell'aritmetica, dissi a me stesso che in quelle quattro città non ci potevano essere grandi cose da vedere, che le Guide esagerano, che la fama fa le frangie, che val meglio veder poco che molto, pur che quel poco si veda bene, e si ritenga; ed altre profonde ragioni che rispondevano rigorosamente ai dati dei miei calcoli e alle mire della mia ipocrisia.
Così partii da Burgos senz'aver visto proprio altro che monumenti, ciceroni e soldati, poichè le castigliane, impaurite dalla pioggia, non avevano osato avventurare i loro piedini nella strada; e mi rimase perciò un ricordo quasi tristo di quella città, nonostante la pompa dei suoi colori e la magnificenza della sua Cattedrale.
Da Burgos a Valladolid, la campagna è poco diversa che da Saragozza a Miranda; sono ancora quelle pianure vaste e spopolate, cinte di colline rossastre, dalle forme recise e dalle creste nude; quelle lande solitarie, mute, inondate d'una luce ardente, che volgon la fantasia ai deserti dell'Affrica, alla vita romita, al cielo, all'infinito, destando nel cuore un sentimento inesprimibile di stanchezza e di malinconia. In mezzo a quelle pianure, in quella solitudine, in quel silenzio, si comprende la mistica natura del popolo delle Castiglie, la fede ardente dei suoi re, le sacre ispirazioni dei suoi poeti, le estasi divine dei suoi santi, le sue grandi chiese, i suoi grandi chiostri, e la sua grande istoria.
IV.
VALLADOLID.
Valladolid la rica, come la dice il Quevedo, famosa dispensatrice di raffreddori, era fra le città situate al nord del Tago, quella che più vivamente io desiderava di vedere, benchè sapessi che non ci sono grandi monumenti artistici, nè alcuna cosa moderna notevole. Avevo una particolar simpatia pel suo nome, per la sua storia, e per il carattere, che m'ero immaginato a mio modo, dei suoi abitanti; mi pareva che dovess'essere una città signorile, allegra e studiosa; e non potevo raffigurarmi le sue strade, che non vedessi passar di qui il Gongora, di là il Cervantes, da un'altra parte Leonardo d'Argensola, e tutti gli altri poeti e storici e dotti, che vivevan là quando c'era la splendida Corte della monarchia. E pensando alla Corte, vedevo un confuso avvicendarsi nelle vaste piazze della mia città simpatica, di processioni sacre, di corse di tori, di pompe militari, di mascherate, di balli, tutto il diavolío delle feste per la nascita di Filippo IV, dall'arrivo dell'Ammiraglio inglese col corteo dei seicento cavalieri fino all'ultimo banchetto dai famosi mille e duecento piatti di carne, senza contare i non serviti, per dirla colla tradizion popolare. Arrivai di notte, scesi al primo albergo e m'addormentai col pensiero delizioso che mi sarei svegliato in una città sconosciuta.
E lo svegliarsi in una città sconosciuta, quando ci si è andati per elezione, è infatti un piacere vivissimo. Quel pensare che dal momento che uscirete di casa fino a quando ci tornerete la notte, non farete che passare di curiosità in curiosità, e di soddisfazione in soddisfazione; che tutto quello che vedrete vi riuscirà nuovo, e che ad ogni passo imparerete qualcosa, e che ogni cosa vi s'imprimerà nella memoria per tutta la vita; che sarete tutta la giornata libero come l'aria e allegro come un uccello, senza un pensiero al mondo, fuor di quello di divertirvi; che divertendovi, gioverete nello stesso punto alla salute del corpo, dell'animo e dell'intelletto; che il termine, finalmente, di tutti questi piaceri, invece di avere per voi qualcosa di malinconico come la sera dei dì di festa, non sarà che il principio d'un'altra serie di diletti, che vi accompagnerà da quella città ad un'altra, da questa a una terza, e via via, per uno spazio di tempo al quale la vostra fantasia si compiace di non assegnare confini; tutti questi pensieri, dico, che vi si affacciano alla mente in folla, nel punto che aprite gli occhi, vi danno una cosiffatta scossa di gioia, che prima di avvedervene, vi trovate ritto in mezzo alla stanza, col cappello in testa e la Guida tra le mani.
Andiamo dunque a godere Valladolid.
Ahimè! quanto mutata dai bei tempi di Filippo III! La popolazione, che fu già di centomil'anime, è ora ridotta a poco più di ventimila; nelle strade principali fanno un po' di comparita gli studenti dell'Università e i viaggiatori che passano per andare a Madrid; le altre strade sono morte. È una città che fa l'effetto d'un gran palazzo abbandonato, nel quale si vedono ancora qua e là traccie di bassorilievi, di dorature e di mosaici, e nelle sale di mezzo alcune famiglie di povera gente, a cui la solitaria vastità dell'edifizio ispira malinconia. Molte piazze spaziose, qualche antico palazzo, case in rovina, conventi vuoti, lunghe strade erbose e deserte; tutti gli aspetti, insomma, d'una gran città decaduta. Il più bel punto è la piazza Maggiore, vasta, cinta tutt'intorno da un porticato sostenuto da grandi colonne di granito azzurrognolo, sulle quali s'alzan le case, tutte di tre piani, munite di tre ordini di terrazzini lunghissimi, dove si dice che starebbero comodamente sedute ventiquattro mila persone. Il porticato si stende ancora ai due lati d'una larga strada che sbocca nella piazza, e qui e in altre due o tre strade vicine è la maggiore frequenza della gente. Era giorno di mercato; sotto i portici e sulla piazza formicolava una folla di contadini, di erbivendole, di merciai; e poichè a Valladolid si parla il castigliano con proprietà mirabile di forma e di pronunzia, io mi misi a bighellonare fra le ceste d'insalata e i mucchi degli aranci, per cogliere a volo i motti e i suoni della bellissima lingua. Mi ricordo, tra gli altri, d'un curioso proverbio detto da una donna stizzita a un giovinastro che facea lo smargiasso: “Sabe Usted,” gli disse piantandosegli davanti, “lo que es que destruye al hombre?” Mi fermai e tesi l'orecchio: “Tres muchos y tres pocos: Mucho hablar y poco saber, Mucho gastar y poco tener, Mucho presumir y nada valer.”[2]
E mi parve di sentire una gran differenza tra le voci di quella gente e le voci dei Catalani: qui più limpide e più argentine, ed anco il gestire più gaio, e l'espressione dei volti più vivace; benchè nulla ancora di particolare nelle fisonomie e nei colori; e il vestire punto differente da quello delle nostre plebi del nord. E appunto nella piazza di Valladolid m'accorsi per la prima volta che dacchè ero entrato in Spagna non avevo ancora visto una pipa! Gli operai, i contadini, i poveri, tutti fumano il cigarrito; e c'è da ridere a veder certi omoni tarchiati e baffuti andar attorno con quel cosino microscopico in bocca, mezzo nascosto dai peli; e fumarlo diligentissimamente fino all'ultimo filo di tabacco, fino a non aver più che una scintilla moribonda sul labbro di sotto; e questa ancora tenerla lì, come una goccia di liquore, fin che ne sputan la cenere, coll'aria di chi fa un sacrifizio. E d'un'altra cosa m'accorsi, che osservai pure in seguito, per tutto il tempo che rimasi in Ispagna: non ho mai sentito fischiare.
Dalla piazza Maggiore mi recai alla piazza di San Paolo, vasta ed allegra piazza, nella quale è l'antico palazzo reale. La facciata non è notevole, nè per grandiosità, nè per bellezza: mi affacciai alla porta, e prima di provare un senso d'ammirazione per la maestà del luogo, ne provai uno di tristezza per il silenzio sepolcrale che vi regnava. Non v'è cosa che produca una impressione più vicina a quella d'un camposanto, che la vista d'una reggia abbandonata, appunto perchè ivi è forte e vivo, più che in ogni altro luogo, il contrasto tra i ricordi che desta e lo stato in cui si trova. O superbi cortei di cavalieri piumati, o splendidi conviti, o godimenti febbrili d'una prosperità che pareva eterna! Dinanzi a questi vuoti sepolcri, è un piacere nuovo quello di tossire un po', come qualche volta fanno i malati per prova, e sentir ripetere dall'eco la vostra voce robusta, che v'assicura che siete giovani e sani. Nell'interno del palazzo è un ampio cortile, circondato di busti a mezzo rilievo che rappresentano gl'imperatori romani; una bella scala, e spaziose gallerie al piano superiore. Tossii, e l'eco mi rispose:—Che salute!—ed uscii confortato. Un portinaio sonnecchiante mi accennò sulla medesima piazza un altro palazzo, al quale non avevo badato, e mi disse che in quello era nato el gran rey Felipe segundo, dal quale Valladolid ricevette il titolo di città; “Usted sabe, Felipe segundo, hijo de Carlo quinto, padre de...”—“Lo sé, lo sé;” m'affrettai a rispondere per salvare il realito, e dato un sinistro sguardo al sinistro palazzo, m'allontanai.
Di fronte al palazzo reale è il Convento dei Domenicani di San Paolo, con una facciata di stile gotico, così ricca, stracarica di statuette, di bassorilievi, d'ornamenti d'ogni maniera, che basterebbe la metà ad abbellire un vasto palazzo. In quel punto vi batteva su il sole, e l'effetto era stupendo. Mentre io stavo contemplando a mio bell'agio quel labirinto di scultura, dal quale lo sguardo, una volta cadutovi, par che non possa più uscire; un accattoncino di sette o ott'anni ch'era seduto in un angolo lontano della piazza, si spicca dal suo posto come da corda cocca, e si slancia verso di me, gridando con voce tenera e affannosa: «Señorito! Señorito! que le quiero á Usted mucho!» (ch'io le voglio molto bene). Questa è nuova, pensai, che i poveri facciano delle dichiarazioni d'amore. Mi si venne a piantare dinanzi, e io gli domandai:
“Porqué me quieres?”
“Porque” mi rispose con franchezza “Usted me da una limosnita.”
“E perchè ti debbo dare una limosnita?”
“Porque....” rispose esitando; poi risoluto, col tuono di chi ha trovato una buona ragione: “Porque usted tiene el libro.”
La guida che avevo sotto il braccio! Ma vedete se bisogna proprio viaggiare per sentirne delle nuove! Io avevo la guida, la guida l'hanno i forestieri, i forestieri fanno la limosina, dunque io dovevo far la limosina a lui; tutto questo ragionamento sottinteso invece di dire:—Ho fame.—Mi piacque la speciosità del trovato, e misi nella mano del profondo ragazzo i pochi cuartos che mi trovai nelle tasche.
Svoltando in una strada accanto, vidi la facciata del Collegio domenicano di San Gregorio, pure gotica, e più grandiosa e più ricca di quella di San Paolo. Poi, di strada in strada, giunsi fino alla piazza della Cattedrale. Nel punto che sbocco nella piazza, incontro una spagnolina graziosissima, alla quale si sarebbero potuti applicare quei due versi dell'Espronceda:
«Y que yo la he de querer
Por su paso de andadura.»
o il nostro «non era l'andar suo cosa mortale» che è la grazia suprema delle donne spagnuole. Aveva nell'andatura quei mille sfuggevoli guizzi e mollissimi ondeggiamenti, che l'occhio non iscorge a uno a uno, nè la memoria ritiene, nè la parola esprime; ma che formano tutti insieme quello che ha di più seducentemente femminino la donna. Qui mi trovai in un imbarazzo; vedevo in fondo alla piazza la gran mole della Cattedrale, e la curiosità mi stimolava a guardare la mole; vedevo, pochi passi davanti a me, quella personcina, e una curiosità non meno viva mi costringeva a guardare la personcina; e non volendo perdere nè il primo colpo d'occhio della Chiesa, nè la fugace vista della donna, correvo cogli occhi dal visino alla cupola e dalla cupola al visino, con sì affannosa avidità, che la bella sconosciuta dovette credere certamente ch'io avessi scoperto una qualche corrispondenza di linee, o qualche legame misterioso di simpatia fra lei e l'edifizio; perchè si volse a guardar la chiesa essa pure, e passandomi accanto sorrise.
La Cattedrale di Valladolid, benchè non finita, è una delle più vaste cattedrali della Spagna: è una imponente massa di granito, che produce nell'animo d'un incredulo un effetto simile a quello della chiesa del Pilar di Saragozza. Al primo entrare, si vola col pensiero alla Basilica di San Pietro: è un'architettura grandiosa e semplice, che riceve dal color fosco della pietra come un riflesso di mestizia; le pareti son nude, le cappelle buie, gli archi, i pilastri, le porte, ogni cosa gigantesco e severo; è una di quelle cattedrali che fan balbettar la preghiera con un senso di terrore segreto; non avevo ancora visto l'Escurial, ma ci pensai; è opera, in fatti, dello stesso architetto; la chiesa fu lasciata incompiuta per dar opera alla costruzione del convento; e visitando il convento si ricorda la chiesa. A destra dell'altar maggiore, in una piccola cappella, sorge la tomba di Pietro Ansurez, signore e benefattore di Valladolid, e al di sopra del monumento è deposta la sua spada. Ero solo nella chiesa, e sentivo echeggiare il mio passo; mi prese tutt'a un tratto un senso di freddo acuto e non so che fanciullesco timore; volsi le spalle alla tomba ed uscii.
Uscendo, incontrai un prete e gli domandai dov'era la casa che aveva abitato il Cervantes. Mi rispose ch'era nella strada Cervantes e m'indicò da qual parte dovevo passare; lo ringraziai, mi domandò s'ero straniero, risposi di sì; “de Italia?”—“de Italia.” Mi diede un'occhiata da capo a piedi, si levò il cappello e tirò via per la sua strada. Mi mossi anch'io, in senso opposto, e mi venne un'idea:—Scommetto che s'è fermato per vedere com'è fatto un carceriere del Papa;—mi voltai, ed egli era proprio là immobile in mezzo alla piazza, che mi guardava con tanto d'occhi. Non potei trattenermi dal ridere e scusai il riso con un saluto: “Beso a usted la mano!” ed egli a me: “Buenos dias!” e tirò via; ma deve aver soggiunto, non senza meraviglia, che, per essere un Italiano, non avevo poi tanto la faccia di farabutto. Attraversai due o tre strade strette e silenziose, e riuscii nella strada Cervantes, lunga, diritta, fangosa, fiancheggiata da case meschine. Andai per un pezzo non incontrando che qualche soldato, qualche criada, e qualche mulo, e guardando qua e là pei muri in cerca dell'iscrizione:—A qui vivió Cervantes ec.;—ma non trovai nulla. Giunto in fondo, mi trovai nell'aperta campagna; non c'era anima viva; stetti un po' là a guardare intorno, poi tornai. M'imbattei in un mulattiere, e gli domandai: “Donde está la casa que vivió Cervantes?” Per tutta risposta diede una sfruconata al mulo, e tirò innanzi. Interrogai un soldato: mi mandò in una bottega. Nella bottega interrogai una vecchia: non mi capì, credette ch'io volessi comprare il Don Chisciotte, mi mandò da un libraio. Il libraio, che volea fare il saputello, e non sapeva risolversi a dirmi che della casa del Cervantes non aveva notizia, mi si mise a batter la campagna, parlando della vita e delle opere del milagroso escritor; così che in somma delle somme me ne dovetti andare pei fatti miei senza aver visto nulla. Eppure si dev'esser serbata memoria di quella casa (e certo, se l'avessi meglio cercata, l'avrei rinvenuta), non solo perchè il Cervantes l'abitò, ma perchè seguì là un fatto, del quale tutti i suoi biografi fanno menzione. Poco tempo dopo la nascita di Filippo IV, essendosi incontrati, una notte, un cavaliere della Corte e uno sconosciuto, vennero, non si sa perchè, a parole, misero tutti e due mano alle spade, si batterono, e il cavaliere fu ferito mortalmente. Il feritore se la svignò; il ferito, tutto intriso di sangue, corse a chieder soccorso ad una casa vicina. Abitavano in quella casa il Cervantes colla sua famiglia, e la vedova d'un rinomato scrittor di cronache, con due figliuoli. Uno di questi accorse, alzò da terra il ferito, e chiamò il Cervantes, ch'era già a letto. Il Cervantes scese, e aiutò l'amico a portare il cavaliere in casa della vedova. Due giorni dopo morì. Se ne mischiò la giustizia, si cercò di scoprir la cagione del duello, si credette che i due campioni facessero la corte tutti e due alla figlia o alla nipote del Cervantes: tutta la famiglia fu messa in gattabuia. Dopo non molto tempo vennero lasciati in libertà, e non si seppe più altro. Ma anche questa doveva capitare al povero autore del Don Chisciotte, perchè potesse proprio dire d'averne avuta una per sorte!
In quella stessa strada Cervantes, mi son goduto una scenetta che mi compensò a mille doppi di non aver trovato la casa. Passando davanti a una porta, sorpresi al piè d'una scala una castiglianina, di dodici o tredici anni, bella come un angioletto, la quale teneva fra le braccia un bambino. Non trovo parole abbastanza delicate e gentili per descrivere l'atto ch'ella faceva! Una infantile curiosità delle dolcezze dell'amor materno l'aveva soavemente tentata; i bottoni del suo camiciotto erano usciti pian piano dagli occhielli, l'un dopo l'altro, sotto la pressione d'un ditino tremante; era sola, non sentiva rumor nella strada, aveva nascosto la mano nel seno; allora, forse, era rimasta un momento perplessa; ma data un'occhiata al bambino, e sentito rinascere il coraggio, aveva fatto un leggero sforzo colla mano nascosta, e aveva messo fuori quello che poteva; e tenendo schiusi i labbruzzi al bambino coll'indice e col medio, gli diceva con tenerezza: “Héla aqui” (eccola qui), e aveva il volto color di foco, e un sorriso dolcissimo negli occhi. Sentito il mio passo, gettò un grido, e scomparve.
Invece della casa del Cervantes, trovai, di lì a poco, quella dove nacque don José Zorilla, uno dei più valenti poeti spagnuoli di questi tempi, vivo tuttora, da non confondersi, come fanno molti in Italia, collo Zorilla capo del partito radicale; benchè della poesia in testa ce n'abbia anche questi, e la sparga a larga mano ne' discorsi politici, con rinforzo di alte grida e di gesti furiosi. Don José Zorilla è nella letteratura spagnuola, a parer mio, un po' più di quello che nell'italiana è il Prati, col quale ha molti tratti di somiglianza: il sentimento religioso, la passione, la fecondità, la spontaneità, e un non so che di vago e di ardito, che scalda le fantasie giovanili; e un modo di leggere, a quello che si dice, risonante e solenne, benchè leggermente monotono, del quale molti spagnuoli vanno matti. La forma, direi che l'ha più corretta il poeta spagnuolo; prolissi un po' l'uno e l'altro; in tutti e due un barlume di grande poeta. Ammirabili, sovra ogni altra opera dello Zorilla, I cantos del Trovador, racconti e leggende, pieni di versi d'amore dolcissimi e di descrizioni d'un'evidenza impareggiabile. Scrisse anco pel teatro: e il suo Don Juan Tenorio, dramma fantastico, in versi ottonari a rime, è una delle più popolari opere drammatiche della Spagna. Si rappresenta ogni anno il giorno dei morti, con grande apparato, e vi accorre il popolo come a una festa. Alcuni tratti di lirica sparsi nel dramma, corrono per le bocche di tutti; e in special modo la dichiarazione d'amore di Don Giovanni all'amante rapita, che è quanto di più soave, di più tenero, di più ardente possa uscire dalle labbra d'un giovane innamorato nel più impetuoso prorompere della passione. Sfido il più freddo degli uomini a legger quei versi senza tremare! Ed è forse anche più potente la risposta, della donna:—Don Giovanni! Don Giovanni! Lo imploro dalla tua nobile compassione: o strappami il cuore o amami, perchè t'adoro!—Fateveli dire, quei versi, da un'Andalusa, e ve n'accorgerete; o se non potete far questo, vedete di leggere almeno la ballata col titolo La Pasionaria, lunghetta, ma piena d'un affetto e d'una malinconia che innamora. Io non posso ricordarmene senza che mi si riempian gli occhi di lagrime; vedo sempre quei due amanti, Aurora e Felice, giovanetti, in una campagna deserta, al cadere del sole, che s'allontanano per opposte vie, voltandosi ad ogni tratto, e salutandosi, e non saziandosi mai di guardarsi. Son versi, come li chiaman gli Spagnuoli, asonantes, senza rima, ma composti e ordinati così che la penultima sillaba d'ogni verso dispari o pari, sulla quale cade l'accento, abbia sempre la stessa vocale; che è la maniera di verso più popolare in Spagna, il verso del Romancero, nel quale moltissimi improvvisano con meravigliosa facilità; nè può uno straniero sentirne tutta l'armonia se non ci abbia fatto l'orecchio.
“Si può vedere il Museo di Pittura?”—“Porqué no, caballerito?” La portinaia mi schiuse le porte del Collegio maggiore di Santa Croce, e mi accompagnò nell'interno. I quadri son molti, ma fuor di qualcuno del Rubens, del Mascagni, del Cardenas, di Vincenzo Carducci, gli altri son quadri di pochissimo pregio, razzolati qua e là pei conventi, e sparsi a casaccio nelle stanze, nei corridoi, nelle scale, nelle gallerie. Ciò non di meno, gli è un Museo che lascia nell'animo una impressione profonda, non molto dissimile da quella che produce la prima volta lo spettacolo del combattimento dei tori; e infatti sono trascorsi più di sei mesi da quel giorno, ed io la risento ancora come se l'avessi ricevuta poche ore fa. Quanto di più tristo, di più sanguinario, di più orrendo è uscito dal pennello dei più feroci pittori spagnuoli, si trova raccolto là. Immaginate pur delle piaghe, delle membra mutilate, delle teste spiccate dal busto, dei corpi estenuati, flagellati, tanagliati, arsi, straziati con quanti tormenti abbiate mai trovati descritti nei romanzi del Guerrazzi o nelle Storie dell'Inquisizione, non giungerete a formarvi un'adeguata idea del Museo di Valladolid. Passate di sala in sala, e non vedete che visi stravolti di morti, di moribondi, d'indemoniati, di carnefici, e in ogni parte sangue, e sangue, e sangue, che vi pare di vederlo spicciar fuori dei muri e di sguazzarci dentro come la Babette del Padre Bresciani nelle prigioni di Napoli. È un cumulo di dolori e d'orrori da riempirne gli spedali d'uno Stato. Sulle prime si prova un senso di tristezza, poi di ribrezzo, in fine, più che di ribrezzo, di sdegno contro gli artisti macellai che prostituirono l'arte di Raffaello e di Murillo in così sconcia maniera. Il quadro più guardabile ch'io vidi, fra i moltissimi cattivi, benchè anch'esso d'un realismo spietatamente spagnuolo, rappresentava la Circoncisione di Gesù, con tutti i particolari più minuti delle cose taglienti e delle cose tagliate, e una corona di spettatori chinati ed immobili, come studenti di clinica chirurgica intorno al maestro operatore: “Vámonos, vámonos” dissi alla cortese portinaia, “se sto qui un'altra mezz'ora, n'esco bruciato, o scorticato o squartato; non ha da farmi veder nulla di più allegro?” Mi condusse a veder l'Ascensione del Rubens, gran quadro di grande effetto, che starebbe bene sur un altar maggiore: una Vergine maestosa e sfolgorante che sale al cielo, e ai lati, e sopra, e sotto, un visibilio di volti d'angelo, di corone di fiori, di chiome d'oro, d'ali bianche, di svolazzetti, di raggi; e tutto tremola, fende l'aere e va su, come uno stormo di passere, onde pare che da un momento all'altro debba sollevarsi e sparire.
Ma era fissato ch'io non dovessi uscire dal Museo con una gradevole immagine davanti agli occhi. La portinaia aperse una porta e mi disse ridendo:—Entri.—Entrai e detti indietro intimorito: mi parve d'esser capitato in un manicomio di giganti. La vasta sala era piena di colossali statue di legno colorito, rappresentanti tutti gli attori e tutte le comparse del gran dramma della Passione, soldati, aguzzini, spettatori, ciascuno nell'atteggiamento richiesto dal suo ufficio, chi in atto di flagellare, chi di legare, chi di ferire, chi di schernire,—orrendi volti orrendamente contratti;—poi le donne inginocchiate, Gesù confitto sopra una croce enorme, i ladroni, la scala, gli strumenti del supplizio: tutte le cose occorrenti, in somma, per rappresentare la Passione, come si faceva una volta, sulle piazze, con un gruppo di quei colossi, che dovevano occupare lo spazio d'una casa. E anche qui piaghe, chiome inzuppate di sangue, lacerazioni da far raccapriccire. “Vede quel Giudeo là?” mi disse la donna accennandomi una delle statue, una faccia patibolare che sogno ancora adesso di tratto in tratto. “Quello là, quando si facevano i gruppi fuori, si fu costretti a levarlo, tanto è brutto e tristo; il popolo l'odiava a morte e lo voleva mettere in pezzi, e siccome gli era sempre un gran da fare per le guardie a impedire che dalle minaccie non si passasse ai fatti, fu deciso di fare il gruppo senza di lui.” Bellissima mi parve una madonna, non so se del Berrugnete, di Iuan di Iuni, o dell'Hernandez, chè c'è statue di tutti e tre; inginocchiata, colle mani giunte e gli occhi volti al cielo, con una espressione di così disperato dolore, che muove la pietà come una persona viva, e pare infatti, a pochi passi, viva; così che, vedendola tutt'a un tratto, non si può trattenere un'esclamazione di stupore “Los ingleses” mi disse la portinaia (poichè i ciceroni si servono dei giudizi degli inglesi come di suggello ai proprii, e qualche volta appioppan loro le più scipite stravaganze) “los ingleses dicen que no le falta mas que el habla” (che non le manca che la parola). Mi accomodai lietissimamente al parere degli Inglesi, diedi alla portinaia i soliti reales, ed uscendo colla testa piena d'immagini sanguinose, salutai il cielo allegro con un sentimento insolito di piacere, come uno studente novizio all'uscire dalla sala anatomica, dove abbia assistito alla prima autopsia.
Visitai il bel palazzo dell'Università, la plaza Campo grande, dove la Santa Inquisizione accendeva i suoi roghi, ampia, allegra, cinta di quindici conventi; qualche chiesa adorna di pitture di grido; e quando cominciai ad accorgermi che le immagini delle cose vedute mi si confondevano nella testa, misi in tasca la Guida, e m'incamminai verso la piazza maggiore. Il medesimo feci in tutte le altre città: quando la mente è stanca, il volerla forzare ancora all'attenzione, per quella pedanteria di non mancare di riguardo alla Guida, sarà una bella prova di costanza; ma nuoce a chi viaggia collo scopo di narrar poi le impressioni delle cose viste. Poichè tutto non si può ritenere, val meglio non confondere la memoria viva delle cose principali, con una folla di ricordi vaghi delle cose di minor conto. Oltrechè non si serba mai grata ricordanza d'una città nella quale ci si è fatto il capo come un cestone.
Per cogliere l'aspetto vespertino della città, andai a passeggiare sotto i portici, dove s'incominciavano ad illuminare le botteghe; e v'era un viavai di soldati, di studenti, di ragazze, che sparivan nelle porticine, volteggiavano intorno alle colonne, guizzavano di qua e di là, sfuggendo alle mani impronte degl'insecutori avvolti nelle ampie cappe; e frotte di ragazzi scorazzavano per la piazza empiendo l'aria di grida sonore; e per tutto eran capannelli di caballeros, dai quali si udivano tratto tratto i nomi del Serrano, del Sagasta e di Amedeo, alternati colle parole justicia, libertad, traicion, honra de España, e simili. Entrai in un ampissimo caffè pieno zeppo di studenti, e là saziai, come direbbe uno scrittore scelto, il natural talento di cibo e di bevanda. Ma poichè avevo un gran bisogno di discorrere, adocchiai due studenti che sorbivano il caffè e latte al tavolino accanto, e senza far tanti preamboli, diressi la parola ad uno: cosa naturalissima in Spagna, dove si è sicuri di aver sempre una risposta cortese. I due studenti s'avvicinarono, e lì i soliti discorsi che ognuno s'immagina: Italia, Amedeo, università, Cervantes, andaluse, tori, Dante, viaggi; una scorsa, insomma, alla carta geografica, alla storia letteraria e ai costumi dei due paesi; poi un bicchier di vino di Malaga, e una stretta di mano da amici.
O caballeros di buona memoria, avventori di tutti i caffè, commensali di tutte le tavole rotonde, vicini di scranna in tutti i teatri, compagni di viaggio in tutte le strade ferrate della Spagna; voi che tante volte, mossi da gentile pietà per uno straniero sconosciuto, che scorreva con occhio malinconico l'Indicatore delle Ferrovie o la Correspondencia española, pensando alla famiglia, agli amici, alla patria lontana, gli avete offerto, con amabile spontaneità, il cigarrito, e dato appiglio a una conversazione, che gli ruppe il corso dei mesti pensieri e lo lasciò rasserenato ed allegro; io vi ringrazio, o caballeros di buona memoria; chiunque foste, o carlisti, o alfonsisti, o amedeisti, o liberali, vi ringrazio dal più profondo dell'anima, in nome di tutti gl'Italiani che viaggiarono e di tutti quelli che viaggeranno nel vostro caro paese; e giuro sull'eterno volume di Michele Cervantes, che ogni qualvolta vi sentirò accusare di animo feroce e di selvaggi costumi dai vostri civilissimi fratelli europei, sorgerò a difendervi coll'impeto d'un andaluso e colla tenacia d'un catalano, sin che mi resti tanta voce da gridare: Viva l'ospitalità!
Poche ore dopo mi trovavo in un carrozzone del treno che andava a Madrid, e non era anche finito il fischio della partenza, che io mi diedi un gran colpo della mano sulla fronte. Ahimè! era tardi; a Valladolid avevo dimenticato di visitare la stanza dove morì Cristoforo Colombo!
NOTE:
[2] Tre molto e tre poco distruggon l'uomo: molto parlare e poco sapere, molto spendere e poco avere, molto presumere e nulla valere.
V.
MADRID.
Era giorno, quando uno dei miei vicini mi gridò nell'orecchio: “Caballero!”—“Siamo a Madrid?” domandai svegliandomi. “Non ancora” mi rispose “ma guardi!” Mi voltai verso la campagna e vidi lontano un mezzo miglio, alle falde d'un alto monte, il convento dell'Escuriale, illuminato dai primi raggi del sole. Le plus grand tas de granit qui existe sur la terre, come lo chiamò un viaggiatore illustre, non mi parve, a primo aspetto, quell'immenso edifizio che il popolo spagnuolo considera come l'ottava meraviglia della terra. Nondimeno misi fuori il mio:—Oh!—come altri viaggiatori che lo vedevano per la prima volta, riserbando tutta la mia ammirazione al giorno che l'avrei visto da vicino. Dall'Escurial a Madrid la strada ferrata attraversa una pianura arida, che rammenta quella di Roma. “Non ha mai veduto Madrid, lei?” mi domandò il vicino.—Risposi che no.—“Parece imposible!” esclamò il buon Spagnuolo, e mi guardò in aria di curiosità, quasi dicendo fra sè:—Oh vediamo un po' com'è fatto un uomo che non ha mai visto Madrid!—Poi prese a enumerarmi le grandi cose che avrei veduto: che passeggi! che caffè! che teatri! che donne! Per chi abbia un trecento mila lire da spendere, non c'è di meglio di Madrid: è un gran mostro che vive di patrimonii; se fossi in lei vorrei prendermi il gusto di cacciargli in gola anche il mio.—Io premetti colla mano il mio floscio portamonete, e mormorai:—Povero mostro!—“Ci siamo!” gridò lo spagnuolo “guardi fuori!” Misi la testa fuor del finestrino. “Quello là è il palazzo reale!” Vidi sopra un'altura una mole immensa; ma chiusi gli occhi subito, perchè mi batteva il sole sul viso. Tutti s'alzarono, e cominciò quel solito tramenío
«Di pastrani, di scialli e d'altri cenci,»
che impedisce quasi sempre la prima vista delle città. Il treno si ferma; scendo, e mi trovo in una piazza piena di carrozze, in mezzo a una folla rumorosa; cento mani si stendono sulla mia valigia, cento bocche mi urlan nell'orecchio; è un casa del diavolo di facchini, di carrozzai, di ciceroni, di fattorini di casas de huespedes, di guardie, di ragazzi. M'apro il passo a colpi di gomito, mi caccio in un omnibus pieno di gente, e via. Si va su per uno stradone, si attraversa una gran piazza, si infila una strada larga e diritta, si arriva alla Puerta del Sol. È un colpo d'occhio stupendo! È una vastissima piazza semicircolare, circondata di alti edifizi, nella quale sboccano, come dieci torrenti, dieci grandi strade; e da ogni strada una continua onda rumorosa di popolo e di carrozze; e tutto quello che vi si vede è proporzionato alla vastità del luogo; i marciapiedi larghi come vie, i caffè ampi come piazze, una vasca di fontana grande come un lago; e in ogni parte una folla fitta e mobilissima, un gridío assordante, un non so che di allegro e di festivo nei volti, nei gesti, nei colori, che fa sì che non vi paia straniera nè la gente, nè la città, e vi mette addosso una smania di mescervi in quello strepito, di salutar tutti, di correr qua e là, piuttosto per riconoscere cose e persone, che per vederle la prima volta. Scendo a un albergo, n'esco subito, mi metto a girare per la città, alla ventura. Non grandi palazzi, non antichi monumenti d'arte; ma strade spaziose, pulite, gaie, fiancheggiate da case dipinte a vivi colori, interrotte da piazze di mille forme diverse, quasi tracciate a caso, e in ogni piazza un giardino, una fontana, una statuetta. Alcune strade in leggiera salita, di modo che, entrandovi, si vede in fondo il cielo, e par che sbocchino nell'aperta campagna; ma giunti sul punto più alto, un'altra lunga strada si stende allo sguardo. Ad ogni poco, crocicchi di cinque, sei, fino a otto vie, e qui un incrociarsi continuo di carrozze e di gente; i muri coperti, per lunghi tratti, di cartelloni di spettacoli; nelle botteghe, un va e vieni incessante; i caffè, stipati; in ogni parte il brulichío d'una grande città. La strada d'Alcalà, larghissima, da parer quasi una piazza rettangolare, divide Madrid per mezzo, dalla Puerta del Sol verso oriente, e sbocca in una vasta pianura, che si stende lungo tutto un lato della città, e contiene giardini, passeggi, piazze, teatri, circo di tori, archi trionfali, musei, palazzine, fontane. Salgo in una carrozza, e dico al vetturino:—Vuela!—Passo accanto alla statua del Murillo, risalgo per la strada Alcalà, infilo la strada del Turco, dove fu assassinato il generale Prim; attraverso la piazza delle Cortes, dove sorge la statua di Michele Cervantes; sbocco nella piazza Maggiore, dove accendeva i suoi roghi l'Inquisizione; torno addietro, e passo dinanzi alla casa di Lopez de Vega; riesco nella vasta piazza d'Oriente in faccia al palazzo reale, dove si innalza la statua equestre di Filippo IV in mezzo a un giardino circondato di quaranta statue colossali; rimonto verso il centro, attraversando altre larghe strade, e piazze allegre, e crocicchi pieni di gente; e ritorno finalmente all'albergo dicendo che Madrid è grande, gaia, ricca, popolosa e simpatica, e che la vorrò veder tutta, e starci un pezzo, e godermela fin che lo consentano i registri di cassa e la mitezza della stagione.
In capo a pochi giorni, un buon amico mi trovò una Casa de huespedes, e mi ci andai a installare. Queste case di ospiti non son altro che famiglie che dan da mangiare e da dormire a studenti, artisti, forestieri, a prezzi differenti, si capisce, secondo come ci si dorme e come si mangia; ma sempre a miglior prezzo che gli alberghi, coll'inestimabile vantaggio che ci si respira un'aria di casa, ci si stringono amicizie, e vi si è trattati piuttosto come gente della famiglia che come dozzinanti. La padrona di casa era una buona signora sulla cinquantina, vedova d'un pittore che aveva studiato a Roma, a Firenze e a Napoli, ed aveva serbato per tutta la vita una ricordanza grata e affettuosa d'Italia. Anch'essa, naturalmente, nutriva per il nostro paese una vivissima simpatia, e me lo dimostrò coll'assistere ogni giorno al mio desinare, raccontandomi vita, morte e miracoli di tutti i suoi parenti e di tutti i suoi amici, come se fossi stato il solo confidente ch'ella avesse in Madrid. Pochi spagnuoli intesi parlare così spedito, così franco, e con tanta abbondanza di frasi, di motti, di paragoni, di proverbi, di parole. Sui primi giorni ne fui sconcertato; capivo poco; dovevo pregarla ogni momento di ripetere; non riuscivo a farmi intendere sempre; m'accorsi in una parola, che studiando la lingua sui libri, avevo sciupato di molto tempo a inzepparmi la testa di frasi e di vocaboli che non occorrono quasi mai nella conversazione ordinaria; mentre ne avevo lasciati da parte altri moltissimi, che sono indispensabili. Dovetti dunque ricominciare a raccogliere, a notare, e sopratutto a star sempre coll'orecchio teso per tirar profitto, quanto potevo, dai discorsi della gente. E mi persuasi di questa verità: che si può stare dieci anni, trenta, quaranta in una città straniera; ma che se non si fa uno sforzo da principio, se per molto tempo non si continua a studiare, se non si sta sempre, come diceva il Giusti, «con tanto d'occhi aperti,» o non s'imparerà mai a parlare la lingua, o si parlerà sempre male. Conobbi a Madrid degl'Italiani vecchi che stavano in Spagna dalla loro prima giovinezza, e che parlavano lo spagnuolo da cani. Già, non è punto, neanco per noi Italiani, una lingua facile, o per dir meglio, presenta la grande difficoltà delle lingue facili: che non è lecito parlarle meschinamente, perchè non è indispensabile parlarle per farsi intendere. L'Italiano che vuol parlare spagnuolo in una conversazione di gente colta, dove tutti lo capirebbero se parlasse francese, bisogna che giustifichi il suo ardimento parlando con scioltezza e con garbo. Ora la lingua spagnuola, appunto perchè molto più affine alla nostra che la francese, è assai più difficile a parlarsi presto, e per così dire, ad orecchio, senza dir degli spropositi; poichè si dice, ad esempio, assai più facilmente propre, mortuaire, délice, senza pericolo che ci scappi detto proprio, mortuario, delizia, di quello che non si dica propio, mortuorio, delicia. Si casca nell'italiano senza accorgersene, si inverte la sintassi ad ogni istante, si ha sempre la propria lingua nell'orecchio e sulle labbra, che ci inciampa, ci confonde, ci tradisce. Nè la pronunzia spagnuola ci è men dura della francese; la jota araba, facile a pronunciarsi quand'è sola, è difficilissima quando ne cascan due in una parola, o parecchie in una proposizione; la zeta che si pronuncia come pronunziano i blesi la esse, non si acquista che dopo un esercizio lungo, ed anco paziente, perchè è un suono che sulle prime ci riesce sgradevolissimo, e molti, anche sapendo, non lo voglion far sentire. Ma se c'è una città in Europa dove si possa imparar bene la lingua del paese, quella città è Madrid, e si può dir lo stesso di Toledo, di Valladolid, di Burgos. Il popolo parla come i letterati scrivono; le differenze di pronunzia fra la gente colta e la plebe dei sobborghi sono leggerissime; e lasciando anche da parte quelle quattro città, la lingua spagnuola è incomparabilmente più parlata, più comune, e perciò più determinata, e per conseguenza più efficace nei giornali, sul teatro e nella letteratura popolare, che la lingua italiana. V'è in Spagna il dialetto valenziano, il catalano, il galliziano, il murciano, e l'antichissima lingua delle provincie basche; ma si parla spagnuolo nelle due Castiglie, nell'Aragona, nell'Estremadura, nell'Andalusia, cioè in cinque grandi provincie. Il frizzo gustato a Saragozza è gustato anche a Siviglia; la frase popolesca che colpisce la platea in un teatro di Salamanca, ottiene lo stesso effetto in un teatro di Granata. Dicono che la lingua spagnuola d'oggigiorno non è più quella del Cervantes, del Quevedo, del Lopez de Vega; che la lingua francese l'ha imbastardita; che Carlo V, se rivivesse, non direbbe più che è la lingua da parlarsi con Dio; e che Sancho Panza non sarebbe più nè capito nè gustato. Ah! chi per poco abbia bazzicato nelle gargotte e nei teatrucci dei sobborghi, si accomoda a malincuore a quella sentenza!
Passando dalla lingua al palato, mi ci volle un po' di buona volontà per abituarmi a certe salse e intingoli e basoffie della cucina spagnuola; ma mi ci abituai. I Francesi, che in punto mangiare sono schizzinosi come ragazzi mal avvezzi, ne gridano ira d'Iddio; il Dumas dice che in Spagna ha patito la fame; in un libro sulla Spagna che ho sott'occhio, è scritto che gli Spagnuoli non vivono che di miele, di funghi, d'uova e di lumache. Son tutte corbellerie. Essi possono dire altrettanto della cucina nostra: ho conosciuti molti spagnuoli ai quali il veder mangiare maccheroni al sugo moveva lo stomaco. Impasticciano un po', abusano un po' del grasso, condiscono un po' troppo forte; ma via, tanto da cavar l'appetito al Dumas, compicciano. Son maestri, fra le altre cose, di piatti dolci. Il loro puchero poi, il piatto nazionale, mangiato tutti i giorni, da tutti, in tutto il paese, dico la verità, lo divoravo con una golosità rossiniana. Il puchero è, rispetto all'arte culinaria, quello che è rispetto alla letteratura un'antologia: c'è un po' di tutto, e del meglio. Una buona fetta di lesso di vacca forma come il nucleo del piatto; intorno, un'ala di pollo, un pezzo di chorizo, lardo, erbaggi, prosciutto; sotto, sopra e in tutti gl'interstizi, garbanzos. I buon gustai pronunziano con reverenza il nome di garbanzos. Sono una specie di ceci, ma più grossi, più teneri, più saporiti; ceci, direbbe uno stravagante, caduti quaggiù da qualche mondo dove una vegetazione eguale alla nostra è fecondata da un sole più potente. Codesto è il puchero usuale; ma ogni famiglia lo modifica secondo la borsa; il povero si contenta della carne e dei garbanzos; il signore ci aggiunge cento bocconcini squisiti. In fondo, è piuttosto un desinare che un piatto; e però moltissimi non mangiano altro; un buon puchero e una bottiglia di Val de peñas posson bastare a chicchessia. Non parlo degli aranci, dell'uva di Malaga, degli asparagi, dei carciofi e d'ogni sorta di legumi e di frutti, che tutti sanno essere in Spagna bellissimi e buonissimi. Cionondimeno, gli Spagnuoli mangian poco; e benchè nella loro cucina predomini il pepe, la salsa forte, la carne salata; benchè mangino dei chorizos, che, come dicon essi, levantan las piedras, ossia bruciano gl'intestini; bevono pochissimo vino. Dopo la frutta, invece di star lì a centellinare una buona bottiglia, pigliano per lo più una tazza di caffè e latte, e raramente bevon vino la mattina. Alle tavole rotonde degli alberghi non ho mai veduto uno spagnuolo vuotar la bottiglia; ed io che la vuotavo, ero guardato con aria di stupore, come un beone scandaloso. È raro, nelle città di Spagna, anco nei giorni di festa, incontrare un ubriaco; e per questo appunto, avuto riguardo al sangue focoso e al liberissimo commercio che vi si fa dei coltelli e dei pugnali, seguon assai meno risse con ferimenti e uccisioni, di quello che fuor di Spagna non si creda.
Trovata la casa e la cucina, non mi restò più altro pensiero che quello di zonzare per la città, colla Guida in tasca e il sigaro di tres cuartos in bocca,
«...... mestier facile e piano.»
I primi giorni non potevo allontanarmi dalla piazza della Puerta del Sol; ci stavo ore ed ore, e mi ci divertivo tanto, che avrei voluto passarci la giornata. È una piazza degna della sua fama; non tanto per la sua vastità e la sua bellezza, quanto per la gente, per la vita, per la varietà dello spettacolo che presenta a tutte le ore del giorno. Non è una piazza come le altre: è insieme un salone, un passeggio, un teatro, un'accademia, un giardino, una piazza d'armi, un mercato. Dallo spuntar del giorno fino a un'ora dopo mezzanotte, v'è una folla immobile, e una folla che va e viene per le dieci grandi strade che vi metton capo, e un inseguirsi, e un incrociarsi di carrozze che dà il capo giro. Là convengono i negozianti, là i demagoghi disoccupati, là gl'impiegati smessi, i vecchi pensionati, i giovani eleganti; là si traffica, si discorre di politica, si fa all'amore, si passeggia, si leggono i giornali, si dà la caccia ai debitori, si cercan gli amici, si preparano le dimostrazioni contro il Ministero, si coniano le false notizie che fanno il giro della Spagna, si tesse la cronaca scandalosa della città. Sui marciapiedi, che son larghi da poterci far passare quattro carrozze di fronte, bisogna aprirsi il passo a forza: nello spazio d'una lastra di pietra vedete una guardia civile, un venditor di fiammiferi, un sensale, un povero, un soldato, tutti in un mazzo. Passano frotte di scolari, serve, generali, ministri, contadini, toreros, signore; vagabondi spiantati che vi domandan l'elemosina nell'orecchio per non farsi scorgere, mezzani che vi guardano con occhio interrogativo, donne leggere che vi urtano al gomito; da tutte le parti cappelli in aria, sorrisi, strette di mano, saluti allegri, grida di:—Largo,—di facchini carichi e di merciaiuoli col botteghino al collo; urli di venditori di giornali, strilli di acquaiuoli, squilli di corno delle diligenze, chiocchi di frusta, rumor di sciabole, tintinnío di chitarre, canti di ciechi. Poi passano i reggimenti colle bande musicali, passa il Re, s'innaffia la piazza con immensi getti d'acqua che s'incrociano nell'aria, vengono i portatori d'avvisi ad annunciar gli spettacoli, irrompono sciami di monelli con bracciate di supplementi, esce un esercito d'impiegati dai Ministeri, ripassan le bande musicali, le botteghe s'illuminano, la folla si fa più fitta, i colpi di gomito spesseggiano, cresce il vocío, lo strepito, il moto. E non è moto di popolo affaccendato; è vivacità di gente allegra, è gaiezza carnevalesca, ozio inquieto, ribollimento, febbriciattola di piacere, che vi si attacca e vi tien lì o vi spinge in giro come un arcolaio senza lasciarvi uscir dalla piazza; una curiosità che non si stanca mai, una beata voglia di spassarsela, di non pensare a nulla, d'ascoltar chiacchiere, di bighellonare, di ridere. Tale è la famosa piazza di Puerta del Sol.
Un'ora passata là basta per far conoscer di vista, nei suoi varii aspetti, il popolo di Madrid. Il basso popolo veste come nelle nostre grandi città; i signori, se si toglie la cappa che portan l'inverno, si attengono al figurino di Parigi; e son tutti, dal duca allo scrivano, dallo sbarbatello al vecchio tentenna, lindi, azzimati, impomatati, inguantati, come uscissero allora allora dal gabinetto di toeletta. Somigliano da questo lato ai napoletani: belle capigliature nere, barbe coltissime, mani e piedi di donna. Raro il vedere un cappello basso: tutti cappelli a staio; e poi mazze, catene, ciondoli, spille, e nastri all'occhiello a migliaia. Le signore, fuor che in certi giorni di festa, vestono anch'esse alla francese; le donne del medio ceto portano ancora la mantiglia; gli antichi stivaletti di raso, la peineta, i colori vivi, il costume nazionale, in una parola, è sparito. Son però sempre quelle donnine tanto decantate per i loro grandi occhi, per le loro mani di bimbe, per i loro piedini; di capelli nerissimi, ma di pelle meglio bianca che bruna, bene appettate, diritte, svelte, vivaci.
Per passare in rassegna il bel sesso di Madrid, bisogna andare alla passeggiata del Prado, che è per Madrid quello che son per Firenze le Cascine. Il Prado propriamente detto, è un larghissimo viale, non molto lungo, fiancheggiato da viali minori, che si stende ad oriente della città, accanto al famoso giardino del Buen retiro, ed è chiuso alle due estremità da due enormi vasche di pietra, l'una sormontata da una Cibele colossale, assisa sul cocchio, tratto dai cavalli marini; l'altra da un Nettuno di eguale grandezza; tutti e due incoronati di copiosi zampilli che s'incrociano e ricascano graziosamente con allegro mormorìo. Questo grande viale, assiepato lungo i lati da migliaia di seggiole, e da centinaia di banchi d'acquaioli e di aranciai, è la parte più frequentata del Prado, e si chiama il Salon del Prado. Ma il passeggio prosegue oltre la fontana di Nettuno; vi sono altri viali, altre fontane, altre statue; si va in mezzo agli alberi e ai zampilli fino alla chiesa di Nostra Signora di Atocha, la famosa chiesa colmata di doni da Isabella II dopo l'attentato del 2 febbraio del 1852, nella quale il re Amedeo andò a visitare il cadavere del generale Prim. Di là si abbraccia collo sguardo un vasto tratto della deserta campagna di Madrid e le montagne nevose del Guadarrama. Ma il Prado è il passeggio più famoso, non il più bello nè il più vasto della città. Sul prolungamento del Salone, al di là della fontana di Cibele, si stende per quasi due miglia il passeggio di Recoletos, fiancheggiato a destra dal vasto e ridente borgo di Salamanca, il borgo dei ricchi, dei deputati e dei poeti; a sinistra da una lunghissima catena di palazzine, di villette, di teatri, di edifizi nuovi coloriti di vivi colori. Non è un passeggio solo, son dieci, l'uno accanto all'altro, e l'un più bello dell'altro; strade per le carrozze, strade pei cavalli, viali per la gente che cerca la folla, viali pei solitarii, divisi da sterminate siepi di mortella, fiancheggiati, interrotti da giardini e da boschetti, nei quali sorgon statue e fontane, e s'intersecano sentierini misteriosi. I giorni di festa vi si gode uno spettacolo incantevole: da un capo all'altro dei viali, son due processioni opposte di gente, di carrozze, di cavalli; nel Prado si può appena camminare; i giardini sono affollati di migliaia di ragazzi; suonan le musiche dei teatri diurni; in ogni parte si sente un mormorío di fontane, un fruscío di vesti, un gridío di bambini, uno scalpitío di cavalli; non v'è solo il movimento, e la gaiezza d'una passeggiata; v'è il lusso, lo strepito, il turbinío, l'allegrezza febbrile d'una festa. La città, in quell'ore, è deserta. Sull'imbrunire, tutta quell'immensa folla si riversa nella gran strada Alcalà, e allora dalla fontana di Cibele fino alla Puerta del Sol non si vede che un mare di teste, solcate da una fila di carrozze a perdita d'occhio.
Come per le passeggiate, così in fatto di teatri e di spettacoli, Madrid è, senza dubbio, una delle prime città del mondo. Oltre il gran teatro dell'Opera, che è vastissimo e ricchissimo; oltre il teatro della Commedia, il teatro della Zarzuela, il Circo di Madrid, che son tutti teatri di prim'ordine, per ampiezza, eleganza, e concorso di gente; v'è una corona di teatri minori per le compagnie drammatiche, per le compagnie equestri, per le accademie musicali, per i vaudevilles, teatri a sala, a palchi, a gallerie, grandi e piccini, signorili e plebei, per tutte le borse, per tutti i gusti e per tutte le ore della notte; e non ce n'è uno fra tanti che non sia ogni sera affollato. Poi v'è il Circo dei Galli, il Circo dei Tori, i balli popolari, i giochi; qualche giorno vi sono fino a venti spettacoli diversi, a cominciar da mezzodì fino a poco prima dell'alba. Lo spettacolo dell'Opera, per il quale il popolo spagnuolo è appassionato, è sempre splendido, non solamente nella stagione del carnevale, ma in tutte le stagioni: nel tempo ch'io fui a Madrid, cantava la Fricci al teatro della Zarzuela e lo Stagno al Circo, l'una e l'altro, circondati di valentissimi artisti, con orchestre eccellenti e grandiose apparature. I più celebri cantanti del mondo fanno a gara per andar a cantare nella Capitale della Spagna; gli artisti vi sono ricercati, festeggiati; la passione della musica è la sola che può stare in bilancia colla passione dei tori. Anche il teatro della Commedia ha gran voga. L'Hatzembuch, il Breton de los Herreros, il Tamayo, il Ventura, il D'Ayala, il Guttierrez, ed altri moltissimi scrittori drammatici, quali morti, quali viventi, noti anche fuori di Spagna, hanno arricchito il teatro moderno d'un gran numero di commedie, che pur non avendo quel profondo stampo nazionale che rese immortali le opere drammatiche del gran secolo della letteratura spagnuola, son piene di calore, di sale, di sapore di lingua, e senza confronto più sanamente educative delle commedie francesi. E si rappresentan le commedie moderne, ma non si dimenticano le antiche: negli anniversarii del Lopez de Vega, del Calderon, del Moreto, del Tirso de Molina, dell'Alarcon, di Francesco de Rojas, e degli altri grandi luminari del teatro spagnuolo, si rappresentano con pompa solenne i loro capolavori. Gli attori però non finiscono di soddisfare gli autori; partecipano dei difetti dei nostri: moto, grido, singhiozzo soverchio; e molti preferiscono ancora i nostri, perchè ci trovan più varietà di cadenze e di accenti. Oltre la tragedia e la commedia, si rappresenta poi un componimento drammatico affatto spagnuolo, lo zainete, nel quale fu maestro un Ramon de la Cruz, una specie di farsa, che è per lo più una rappresentazione di costumi andalusi, con personaggi della campagna e del volgo, ed attori che imitano il vestire, l'accento, i modi di quella gente con una maestria ammirabile. Le commedie vengon tutte stampate, e son lette avidamente, anche dal popolo minuto; i nomi degli scrittori sono popolarissimi; la letteratura drammatica, in una parola, è oggi ancora, come altre volte, la più diffusa e la più ricca.
V'è pure molta passione per la Zarzuela, che si rappresenta usualmente nel teatro a cui dà il nome, e ch'è una composizione di mezzo tra la commedia e il melodramma, tra l'opera in musica e il vaudeville, con una gradevole alternativa di prosa e di verso, di recitazione e di canto, di serio e di buffo, composizione esclusivamente spagnuola, e dilettevolissima. In altri teatri si rappresentano commedie politiche, miste di canto e di prosa del genere delle riviste dello Scalvini, farse satiriche di argomenti del giorno, una specie di autos sacramentales, con scene della passione di Gesù Cristo, nella Settimana Santa; e balli e ballonzoli e pantomime d'ogni natura. Nei teatri piccoli si danno tre o quattro rappresentazioni per sera, d'un'ora l'una, e gli spettatori si rinnovano ad ogni rappresentazione. Nel teatro Capellanes, famigerato, si balla tutte le sere dell'anno un kan-kan scandaloso oltre ogni oscena immaginazione, e là accorrono i giovinastri, le donne ardite, i vecchi libertini dal naso aggrinzato, armati di lenti, di occhiali, di cannocchiali, e di quanti istrumenti ottici valgano ad avvicinare le forme, come dice l'Aleardi, pubblicate dal palco.
Dopo il teatro, si trovan tutti i caffè pieni di gente, la città illuminata, le strade corse da innumerevoli carrozze, come sul far della sera. Uscendo dal teatro, in un paese straniero, si è un po' tristi: si son viste tante belle creature, e nessuna ci degnò d'uno sguardo! Ma un italiano, a Madrid, trova un conforto. Si cantan quasi sempre opere italiane, e si cantano in italiano; così che tornando a casa sentite canterellare colle parole della vostra lingua le ariette che vi son famigliari fin dall'infanzia; sentite un palpito di qui, un fiero genitor di là, un tremenda vendetta più oltre; e quelle parole vi fan l'effetto di saluti di gente amica. Ma per arrivar a casa, che fitta siepe di gonnelle dovete scavalcare! Si dà la palma a Parigi, e non dubito che la meriti; ma neanco Madrid non canzona; e che ardimento, e che parole di fuoco, e che provocazioni imperiose! Finalmente arrivate davanti a casa vostra; ma non avete la chiave della porta. “Non si confonda,” vi dice il primo cittadino che incontrate, “vede là in fondo alla strada quella lanterna? L'uomo che la porta è un sereno, e i serenos hanno le chiavi di tutte le case;” Allora voi gridate ad alta voce:—Sereno!—e la lanterna si avvicina, e un uomo con un enorme mazzo di chiavi tra le mani, datavi un'occhiata scrutatrice, v'apre la porta, vi fa lume fino al primo piano e vi augura la buona notte. Così tutte le sere: con una lira al mese voi siete libero dalla briga di portar in tasca le chiavi di casa. Il sereno è un impiegato del Municipio, ve n'è uno per ogni strada, ed ognuno ha un fischietto; se vi piglia foco in casa o i ladri vi fan saltare la serratura, voi non avete che a buttarvi alla finestra e gridare:—Sereno! Aiuto!—Il sereno che è nella strada fischia, i sereni delle strade vicine fischiano, in pochi minuti tutti i sereni del quartiere accorrono in vostro soccorso. A qualunque ora della notte voi vi svegliate, sentite la voce del sereno che ve l'annunzia, soggiungendo che fa bel tempo, o che piove, o che sta per piovere. Quante cose sa e quante ne tace questa notturna sentinella! Quanti sommessi addii amorosi non sente! Quante letterine non vede cader dalle finestre, e chiavette saltellare sul lastrico, e mani trinciar l'aria in atto misterioso, e amanti imbacuccati infilar le porticine, e finestrelle illuminate oscurarsi ad un tratto, e neri fantasmi dileguare, al primo chiarir dell'alba, lungo i muri!...
Non dissi che dei teatri: a Madrid v'è un concerto musicale, si può dire, ogni giorno; concerti nei teatri, concerti nelle sale accademiche, concerti nelle strade, e poi una folla di suonatori ambulanti che vi assordano a tutte le ore del giorno. Dopo tutto questo viene fatto di dimandare come mai un popolo tanto infatuato della musica, da averne bisogno, sto per dire, come dell'aria che respira, non abbia dato all'arte alcun grande maestro. Gli Spagnuoli non se ne sanno dar pace!
Ci sarebbe da imbrattar molta carta, a voler descrivere di Madrid i grandi sobborghi, le porte, i passeggi fuor della città, le piazze, le strade storiche; e cui piacesse non ommetter nulla, gli splendidi caffè: l'Imperial nella piazza della Puerta del Sol, il Fornos nella strada Alcalà, due vastissime sale, nelle quali, tolti i tavolini, potrebbe far gli esercizi uno squadrone di cavalleria; e gli altri innumerevoli che si trovano a ogni passo, in cui danzerebbero comodamente cento coppie di ballerini; le botteghe sfarzose che occupan tutto il pian terreno di vasti edifizi, tra le quali i grandi negozi di tabacchi di Avana, luogo di ritrovo dei signoroni, pieni di tanti sigari piccolissimi, grossi, enormi, tondi, piatti, puntati, fatti a serpe, ad arco, a uncino, d'ogni forma, d'ogni gusto e d'ogni prezzo, da contentare la più matta fantasia di fumatore, e ubbriacare tutta la popolazione d'una città; gli spaziosi mercati, le caserme da corpo d'esercito, il gran palazzo reale, in cui il Quirinale ed il Pitti si potrebbero nascondere senza timore di farsi scorgere; la gran strada di Atocha che attraversa la città, l'immenso giardino del Buen retiro, col suo gran lago, coi suoi poggi incoronati di chioschi, coi suoi mille uccelli pellegrini.... Ma più d'ogni altra cosa meritano attenzione i Musei d'armi, di pittura, di marina, a ciascuno dei quali sarebbe poco dedicare un volume.
L'armeria di Madrid è una delle più belle del mondo. Al primo entrare nella vastissima sala, il cuore vi dà un balzo e il sangue un tuffo, e voi restate immobile sulla soglia come uno smemorato. Un intero esercito di cavalieri coperti di ferro, colle spade nel pugno, colle lancie in resta, sfolgoranti, formidabili, si slanciano contro di voi, come una legione di spettri. È un esercito d'imperatori, di re, di duchi, chiusi nelle più splendide armature che siano mai uscite dalla mano dell'uomo, sulle quali da diciotto smisurate finestre si versa un torrente di luce, che ne cava un barbaglio di lampi, di scintille, di colori, da dar le traveggole. Le pareti sono coperte di corazze, d'elmi, d'archi, di fucili, di spade, di alabarde, di lancie da torneo, di moschettoni enormi, di lancioni giganteschi che s'alzan dal pavimento alla volta; dalla volta pendon bandiere di tutti gli eserciti del mondo, trofei di Lepanto, di San Quintino, della guerra d'indipendenza, delle guerre d'Affrica, di Cuba, del Messico; in ogni parte è una profusione di insegne gloriose, di armi illustri, di meravigliosi lavori d'arte, di effigie, di emblemi, di nomi immortali. Non si sa di dove cominciare ad ammirare; si corre, sulle prime, di qua e di là, guardando tutto e non vedendo nulla, e si è stanchi prima di aver cominciato. Nel mezzo della sala sono le armature equestri; cavalli e cavalieri disposti in fila, a tre a tre, a due a due, tutti rivolti nello stesso senso, come uno squadrone in colonna; e vi si distinguono a primo aspetto, fra le altre, le armature di Filippo II, di Carlo V, di Emanuele Filiberto, di Cristoforo Colombo. Qua e là, sopra piedestalli, si vedono elmi, cassidi, morioni, golette, rotelle, appartenenti a' re d'Aragona, di Castiglia, di Navarra, lavorate a rilievi finissimi d'argento che rappresentan battaglie, scene mitologiche, figure simboliche, trofei, grotteschi, ghirlande; alcuni d'inestimabile valore, opera dei più insigni artisti d'Europa; altri di forme strane, sopraccarichi di ornamenti, con creste, visiere e cimieri colossali; poi elmetti e corazzine di principini; spade e scudi donate da papi e da monarchi. In mezzo alle armature equestri, si vedono statue vestite di fantastiche assise di Americani, di Affricani, di Chinesi, ornate di penne e di sonagli, con archi e turcassi; spaventose maschere guerresche; abiti di mandarini intessuti d'oro e di seta. Lungo le pareti altre armature; quella del marchese di Pescara, quella del poeta Garcilaso della Vega, quella del marchese di Santa Cruz, quella gigantesca di Giovan Federico il Magnanimo, duca di Sassonia; e fra l'una e l'altra bandiere arabe, persiane, moresche, cadenti a brani. Nelle vetrine una serie di spade che a sentirvi dire il nome di coloro che le portarono, vi si rimescola il sangue: la spada del principe di Condé, la spada d'Isabella la Cattolica, la spada di Filippo II, la spada di Ferdinando Cortes, la spada del Conte duca di Olivares, la spada di Giovanni d'Austria, la spada di Conzalvo di Cordova, la spada del Pizzarro, la spada del Cid, e un po' più in là, la celata di re Boabdil di Granata, la targa di Francesco I, la seggiola da campo di Carlo V. In un canto della sala sono schierati i trofei degli eserciti ottomani, elmetti tempestati di gemme, sproni, staffe dorate, collari di schiavi, pugnali, scimitarre dal fodero di velluto, cerchiati d'oro, ricamati, imperlati; le spoglie di Alì Bascià, ucciso sulla nave capitana alla battaglia di Lepanto; il suo caffettano di broccato d'oro e d'argento, la cintura, i bozzacchini, lo scudo; le spoglie dei suoi figli; le bandiere strappate dalle galee. Da un altro lato, corone votive, croci e monili di principi goti. In un altro scompartimento, gli oggetti tolti agli Indiani di Mariveles, ai Mori di Cagayan e del Mindanao, ai selvaggi delle più remote isole dell'Oceania: collane di guscio di lumaca, pipe di lattone, idoli di legno, flauti di canna, ornamenti fatti di zampe d'insetti, schiavine di foglie di palma, foglie scritturate che servivan di salvacondotto, freccie avvelenate, scuri da carnefici. E poi da qualunque parte uno si volga, selle di re, cotte d'arme, colubrine, tamburi storici, ciarpe, iscrizioni, memorie ed immagini di tutti i tempi e di tutti i paesi, dalla calata dei Goti alla battaglia di Tetuan, dal Messico alla China; un emporio di tesori e di capolavori da cui uno si allontana, commosso, stordito e sfinito, per ritornar poi a sè come da un sogno, colla memoria stracca e confusa.
Se un giorno un grande poeta italiano vorrà cantare la scoperta del nuovo mondo, in nessun luogo potrà attingere più possenti ispirazioni che nel Museo navale di Madrid, perchè in nessun luogo si sente più profondamente l'aura vergine dell'America selvaggia, e la presenza arcana di Colombo. V'è una sala chiamata Gabinetto degli Scopritori: il poeta, entrandovi, se ha davvero anima di poeta, si scoprirà il capo con venerazione. In qualunque punto della sala cada lo sguardo, si vede un'immagine che fa battere il cuore: non si è più in Europa, nè in questo secolo; si è nell'America del secolo decimoquinto, si respira quell'aria, si vedon quei luoghi, si sente quella vita. Nel mezzo è un alto trofeo d'armi tolte agl'indigeni delle terre scoperte: scudi rivestiti di pelli di fiere, giavellotti di canna colle cocche pennute, sciabole di legno entro guaine di vimini, coll'else ornate di crini e di capelli cascanti in lunghe ciocche; mazze, aste, clave enormi; grandi spade dentellate a modo di sega, scettri informi, turcassi da giganti, vestimenti di pelo di scimmia, daghe di re e di carnefici, armi dei selvaggi di Cuba, del Messico, della nuova Caledonia, delle Caroline, delle isole più remote del Pacifico, nere, strane, orrende, che destan nella fantasia visioni confuse di lotte terribili, nell'oscurità misteriosa delle foreste vergini, entro sterminati laberinti d'alberi ignoti. E intorno a queste spoglie d'un mondo selvaggio, le immagini e le memorie dei vincitori: qui il ritratto di Colombo, là il ritratto del Pizzarro, più in là il ritratto di Ferdinando Cortes; in una parete, la carta d'America che tracciò Giovanni de la Cosa, nel secondo viaggio del Genovese, sur un'ampia tela sparsa di figure, di colori, di segni, che dovevan servire a diriger le spedizioni nell'interno delle terre; vicino alla tela, un pezzo dell'albero sotto il quale riposò il conquistatore del Messico nella famosa notte triste, dopo che s'era aperto il passo attraverso l'immenso esercito che lo aspettava nella valle d'Otumba; un vaso cavato dal tronco dell'albero presso il quale morì il celebre capitano Cook; imitazioni di barche, di barconi, di zattere usate dai selvaggi; una corona di ritratti di navigatori illustri; e nella parte di mezzo un gran quadro che rappresenta le tre navi di Cristoforo Colombo, la Nina, la Pinta e la Santa Maria, nel momento in cui scopron la terra Americana, e tutti i marinai, ritti sulle poppe, agitando le braccia e gettando alte grida, salutano il nuovo mondo e ringraziano Iddio. Non v'è parola che esprima l'emozione che si prova alla vista di quello spettacolo, nè lagrima che valga quella che vi tremola negli occhi in quel punto, nè anima umana che in quel momento non si senta più grande!
Le altre sale, che son dieci, sono anch'esse piene di oggetti preziosi. Nella sala accanto al Gabinetto degli Scopritori son raccolte le memorie della battaglia di Trafalgar: il quadro della Santissima Trinità, ch'era nello stanzino di poppa della nave Real Trinidad, e che fu tolto dagl'Inglesi pochi minuti prima che la nave andasse a fondo; il cappello e la spada di Federico Gravina, capitano generale della flotta spagnuola, morto in quella giornata; un grande modello compiuto della nave Sant'Anna, una delle poche che usciron salve dalla battaglia; bandiere, ritratti d'ammiragli, quadri rappresentanti episodi di quella lotta tremenda. E accanto alle memorie di Trafalgar, altre molte che non parlano meno efficacemente all'anima, come un calice fatto col legno dell'albero detto Ceiba, all'ombra del quale fu celebrata la prima messa nell'Avana il 19 marzo del 1519; il bastone del capitano Cook; idoli di selvaggi, scalpelli di pietra coi quali gl'Indiani di Porto-ricco foggiavano gl'idoli prima dello scoprimento dell'isola. E dopo questa, un altra gran sala, entrando nella quale uno si trova in mezzo a una flotta di galee, di caravelle, di feluche, di brigantini, di corvette, di fregate, di navi di tutti i mari e di tutti i secoli, armate, imbandierate, approvvigionate, che par non aspettino altro che il vento per prendere il mare e sparpagliarsi pel mondo. Nelle altre sale, un visibilio di macchine, di ordigni, d'armi navali; di quadri rappresentanti tutte le imprese marittime del popolo spagnuolo; di ritratti d'ammiragli, di navigatori, di marinai; di trofei d'Asia, d'America, d'Affrica, d'Oceania, fitti, ammontati, da doverci passar dinanzi correndo per far in tempo a veder ogni cosa prima che ci colga la notte. Uscendo dal Museo Navale, par di tornare da un viaggio intorno al globo: quanto si è vissuto in quelle poche ore!
V'è ancora a Madrid un grande Museo d'Artiglieria, un immenso Museo del Genio, un bel Museo Archeologico, un ragguardevole Museo di storia naturale; vi sono altre mille cose degne di veduta; delle quali bisogna nulla meno sacrificar la descrizione al meraviglioso Museo di pittura.
Il giorno in cui s'entra per la prima volta in un Museo come quello di Madrid costituisce una data storica nella vita d'un uomo; è un avvenimento importante come il matrimonio, la nascita d'un bambino, la presa d'un'eredità; se ne sentono gli effetti fino alla morte. E ciò perchè un Museo come quello di Madrid, come quello di Firenze, come quello di Roma, è un mondo; una giornata passata fra quelle pareti è un anno di vita; un anno di vita agitata da tutte le passioni che ci possono agitare nella vita reale: l'amore, la religione, il furor di patria, l'ardor della gloria; un anno di vita per quello che ci si gode, per quello che ci s'impara, per quello che ci si pensa, per i conforti che ci si raccolgono per l'avvenire; un anno di vita in cui si sian letti mille volumi, esperimentati mille affetti, corse mille avventure. Questi pensieri volgevo in mente dirigendomi a rapidi passi verso il palazzo del Museo di pittura, posto a sinistra del Prado, per chi venga dalla strada d'Alcalà; ed era tanta la gioia che mi agitava, che giunto dinanzi alla porta, mi fermai, e dissi a me stesso:—Vediamo!... Che cosa hai tu fatto nella vita per meritare d'entrar lì dentro? Nulla! Ebbene, il giorno che ti colpisca una disgrazia, china la testa, e tien per saldata la partita.—
Entrai e mi levai il cappello senza accorgermene: il cuore mi batteva forte e mi correva un leggiero tremito da capo a piedi. Nella prima sala non sono che alcuni grandi quadri di Luca Giordano: passai oltre. Nella seconda cominciai a non esser più io, e in luogo di mettermi a guardar quadro per quadro, rimisi l'esame a poi, e feci il giro del Museo quasi correndo. Nella seconda sala sono i quadri del Goya, l'ultimo grande pittore spagnuolo; nella terza, vasta quant'una piazza, sono i capolavori dei primi maestri. Entrando, vi trovate da un lato le Vergini del Murillo, dall'altro i Santi del Ribera, un po' più oltre i ritratti del Velasquez; in mezzo alla sala, i quadri di Raffaello, di Michelangelo, d'Andrea del Sarto; in fondo il Tiziano, il Tintoretto, Paolo Veronese, il Correggio, il Domenichino, Guido Reni. Tornate indietro, entrate in una gran sala a destra: vedete in fondo altri quadri di Raffaello, a destra e a sinistra il Velasquez, il Tiziano e il Ribera; accanto alla porta il Rubens, Van Dyck, frate Angelico, il Murillo. In un'altra sala la scuola francese: Poussin, Duguet, Lorrain; in due altre vastissime, le pareti coperte di quadri del Breughel, del Téniers, del Jordaens, del Rubens, del Dürer, del Schoen, del Mengs, del Rembrandt, del Bosch; in tre altre non meno vaste, quadri alla rinfusa di Joanes, del Carbajal, dell'Herrera, di Luca Giordano, del Carducci, del Salvator Rosa, del Menendez, del Cano, del Ribera. Girate per un'ora, e non avete visto nulla; per la prim'ora è una battaglia: i capolavori lottano per disputarsi la vostra anima; la Concezione del Murillo copre d'un torrente di luce il Martirio di San Bartolomeo del Ribera; il San Giacomo di Ribera schiaccia il Santo Stefano di Joanes; il Carlo V del Tiziano fulmina il Conte duca Olivares del Velasquez; lo Spasimo di Sicilia di Raffaello ottenebra tutti i quadri che gli fanno corona; gli Ubriaconi del Velasquez sconcertano con un riflesso di gioia baccanalesca i visi dei santi e dei principi vicini; il Rubens atterra il Van Dyck, Paolo Veronese sopraffà il Tiepolo, il Goya ammazza il Madrazo; i vinti si rifanno su altri minori, altrove si sovrappongono alla loro volta ai vincitori; è una gara di miracoli d'arte, in mezzo a cui la vostra anima inquieta tremula come una fiamma agitata da mille soffi, e il vostro cuore si espande in un sentimento d'orgoglio per la potenza del genio umano.
Sbollito il primo entusiasmo, si comincia ad ammirare. In mezzo a un esercito di tali artisti, dei quali ciascuno richiederebbe un libro a sè, mi attengo agli Spagnuoli, e tra questi, ai quattro che mi destarono un'ammirazione più profonda, e delle cui tele serbo una memoria più distinta.
Il più recente è il Goya, nato verso la metà del secolo scorso. È il pittore più spagnuolo della Spagna, il pittore dei toreros, dei popolani, dei contrabbandieri, delle streghe, dei ladri, della guerra d'indipendenza, di quell'antica società spagnuola che si dissolvette sotto i suoi occhi; un fiero aragonese, d'una tempra di ferro, appassionato per i combattimenti dei tori, tanto che negli ultimi anni della sua vita, soggiornando a Bordeaux, correva una volta la settimana a Madrid non per altro che per vedere quello spettacolo, e se ne tornava come una freccia senza neanco salutare gli amici; un ingegno robusto, mordace, imperioso, fulmineo, che nel calore delle sue violente ispirazioni copriva in pochi istanti di figure una parete o una tela, e dava i tocchi d'effetto con quanto gli cadeva in mano, spugne, scope, bastoni; che tracciando il viso d'un personaggio odiato, l'insultava; che dipingeva un quadro come avrebbe combattuto una lotta; disegnatore arditissimo, colorista originale e possente, creatore d'una pittura inimitabile, di ombre paurose, di luci arcane, di sembianze stravolte, e pur vere; grande maestro nell'espressione di tutti gli affetti terribili, dell'ira, dell'odio, della disperazione, della rabbia sanguinaria; pittore atletico, battagliero, instancabile; naturalista come il Velasquez, fantastico come l'Hogart, energico come il Rembrandt, ultimo lampo color di sangue del genio spagnuolo. Son parecchi quadri suoi nel Museo di Madrid, tra i quali uno amplissimo rappresentante tutta la famiglia di Carlo IV; ma i due nei quali versò tutta l'anima sua, sono: i soldati francesi che fucilano gli Spagnuoli il 2 di maggio, e una lotta di popolani di Madrid coi mammalucchi di Napoleone I, a figure di grandezza naturale. Son due quadri che fanno inorridire. Non si può immaginar nulla di più tremendo, non si può dare alla prepotenza una forma più esecrabile, alla disperazione un aspetto più spaventoso, al furore della mischia un'espressione più feroce. Nel primo, un cielo oscuro, il lume d'una lanterna, un lago di sangue, un mucchio di cadaveri, una folla di condannati a morte, una fila di soldati francesi nell'atto di sparare; nell'altro, cavalli svenati, cavalieri tirati giù di sella, pugnalati, pestati, lacerati; che visi! che atteggiamenti! par di sentire le grida e di veder correre il sangue; la scena vera non potrebbe destar più orrore; il Goya deve aver dipinto quei quadri cogli occhi stravolti, colla schiuma alla bocca, colla furia d'un ossesso; è l'ultimo segno a cui può arrivar la pittura prima di tradursi in azione; varcato quel segno, si butta il pennello e si afferra un pugnale; per far qualcosa di più terribile di quei quadri, bisogna uccidere; dopo quei colori, c'è il sangue.
Del Ribera, che noi conosciamo sotto il nome di Spagnoletto, v'è tanti quadri da formarne un Museo; la maggior parte figure di santi, di grandezza naturale; un Martirio di San Bartolommeo di più figure, e un Prometeo colossale incatenato a uno scoglio. Altri quadri di lui si trovano in altri Musei, all'Escurial, nelle chiese, chè fu artista fecondissimo e operosissimo, come quasi tutti gli artisti spagnuoli. Veduto un quadro suo, si riconoscono, al primo colpo d'occhio, tutti gli altri; e non è mestieri di aver un occhio esperto. Son vecchi santi estenuati, con teste calve, nude, sulle quali si contan le vene; occhi pesti, guancie scarne, fronti raggrinzite, petti infossati che lascian vedere le costole; braccia, mani che non hanno che pelle ed ossa; corpi rifiniti, disfatti, vestiti di cenci, gialli del giallo smorto de' cadaveri, piagati sconciamente, sconciamente sanguinosi; son carcasse che paion tratte allora dalla bara, portanti nel viso l'impronta di tutti gli spasimi delle malattie, della tortura, della fame, dell'insonnia; figure di tavole anatomiche sulle quali potete studiare tutti i segreti dell'organismo umano. Ammirabili, sì, per ardimento di disegno, per vigore di colorito e per gli altri mille pregi che procacciarono al Ribera la fama di potentissimo pittore; ma l'arte vera e grande ah! non è quella. In quei visi non è quel lume celeste, quell'immortal raggio dell'alma che rivela col sublime dolore le speranze sublimi, gl'intimi lampi e i desiderii immensi; quel lume che distrae l'occhio dalla piaga, e leva il pensiero al cielo; non v'è che il dolor crudo che mette ribrezzo e terrore; non v'è che la stanchezza della vita e il presentimento della morte; non v'è che la vita umana che fugge, senza il riflesso di quella immortale che giunge. Non v'è uno di quei Santi di cui si ricordi l'immagine con amore; si guardano, e si sente freddo al cuore, ma il cuore non batte; il Ribera non amava. Eppure nel percorrere le sale del Museo, per quanto fosse vivo il sentimento quasi di ripugnanza che molti di quei quadri m'ispiravano, bisognava che li guardassi, e non ne potevo staccar gli occhi, tanta è la forza attrattiva del vero, anche spiacente; e tanto son veri i quadri del Ribera! Quei visi li riconoscevo, li avevo visti negli ospedali, nelle stanze mortuarie, dietro le porte delle chiese; son visi di accattoni, di moribondi, di condannati a morte, che mi si parano dinanzi di notte, oggi ancora, percorrendo una strada deserta, passando accanto a un cimitero, salendo su per una scala ignota. Ve n'è alcuni che non si posson guardare; un eremita, nudo, steso in terra, che pare uno scheletro colla pelle; un vecchio santo, al quale la pelle consunta dà l'apparenza d'un corpo scorticato; il Prometeo colle viscere fuor del petto. Al Ribera piaceva il sangue, le membra lacerate, lo strazio; doveva godere a rappresentar dolori; doveva credere in un inferno più orrendo di quel di Dante, e in un Dio più terribile di quel di Filippo II. Nel Museo di Madrid egli rappresenta il terrore religioso, la vecchiezza, i patimenti, la morte.
Più gaio, più vario, più splendido il grande Velasquez. Quasi tutti i suoi capolavori son là. Sono un mondo; v'è ritratto tutto: la guerra, la corte, il trivio, la taverna, il paradiso; è una galleria di nani, d'imbecilli, di pezzenti, di buffoni, d'ubriachi, di commedianti, di re, di guerrieri, di martiri, di numi; tutti vivi, parlanti, in atteggiamenti nuovi, arditi, colla fronte serena, col sorriso sulle labbra, pieni di freschezza e di vigore; il grande ritratto del conte duca d'Olivarez a cavallo, il quadro celebre de las Meninas, quello delle Filatrici, quello dei Bevitori, quello della Fucina di Vulcano, quello della Resa di Breda; ampie tele piene di figure che par che escano dal quadro, delle quali, viste una volta, si ricorda distintamente ogni più sfuggevole tratto o moto od ombra del viso, come di persone vive, incontrate pur ora; gente con cui pare d'aver parlato, e a cui si pensa, molto tempo dopo, come a conoscenti di non si sa quando; gente che spira allegrezza e desta coll'ammirazione il sorriso, e fa sentire quasi un rincrescimento di non poterla gustare che cogli occhi, di non potersi mescolare con loro, e attingere un po' della loro rigogliosa vita. Non è effetto della prevenzione favorevole che dà il nome del grande artista, non c'è bisogno di essere intendente d'arte; la donnicciuola, il ragazzo si arrestano dinanzi a quei quadri, batton le mani e ridono; è la natura ritratta con una fedeltà superiore ad ogni immaginazione; si scorda il pittore, non si pensa all'arte, non si scopre l'intento: si dice:—È vero! È così! È l'immagine che avevo in mente!—Si direbbe che il Velasquez non ci ha messo nulla di suo, che ha lasciato fare la mano, e che la mano non fece che fissare le linee e i colori sulla tela d'una camera ottica che riproduceva i personaggi veri ch'egli ritrasse. Più di sessanta quadri suoi son nel Museo di Madrid, e non si vedessero che una sola volta, e di volo, non se ne scorderebbe uno. È dei quadri del Velasquez come del romanzo di Alessandro Manzoni, che dopo letto una diecina di volte, s'intreccia e si confonde siffattamente coi nostri particolari ricordi, che ci par d'averlo vissuto. Così i personaggi dei quadri del Velasquez si mescolano nella folla dei nostri amici e conoscenti, vicini e lontani, di tutta la vita, e ci si presentano alla mente e s'intrattengon con noi, senza che noi ci ricordiamo neppure di averli visti dipinti.
Ed ora parliamo del Murillo col tuono di voce più soave che possa uscire dalla nostra bocca. Il Velasquez, nell'arte, è un'aquila; il Murillo è un angelo; il Velasquez s'ammira, il Murillo s'adora. Le sue tele lo fanno conoscere, come se gli si fosse vissuti assieme. Era bello, era buono, era pio: l'invidia non sapeva dove morderlo, intorno alla corona della gloria egli portava un'aureola d'amore. Era nato per dipingere il cielo. Aveva sortito un genio pacato e sereno, che si levava a Dio sulle ali d'una placida ispirazione; e però i suoi quadri più ammirabili spirano un'aura di modesta dolcezza, che desta la simpatia e l'affetto prima ancora che la meraviglia. Una semplice e nobile eleganza di contorni, un'espressione piena di vivezza e di grazia, un'armonia ineffabile di colori, sono ciò che colpisce a primo aspetto; ma più si guarda, più si scopre, e la meraviglia si trasforma a poco a poco in un sentimento dolcissimo di letizia. I suoi santi hanno un aspetto benigno, che rallegra e consola; i suoi angeli, ch'egli aggruppava con una maestria meravigliosa, fanno fremer le labbra dal desiderio dei baci; le sue Vergini, vestite di bianco e avvolte in un gran manto azzurro, con grandi occhi neri, colle mani giunte, sottili, flessibili, aeree, fanno tremare il cuore di dolcezza e gonfiar gli occhi di lagrime. Egli congiunge la verità del Velasquez, agli effetti vigorosi del Ribera, all'armoniosa trasparenza del Tiziano, alla brillante vivezza del Rubens. La Spagna gli diede il nome di Pittore delle Concezioni, poichè fu insuperabile nell'arte di rappresentare questa divina idea. Vi son quattro grandi Concezioni nel Museo di Madrid. Io passai dinanzi a quei quattro quadri, delle mezze giornate, immobile, quasi estatico. Mi rapiva sopra tutte quella non intera, colle braccia incrociate sul petto, e la mezza luna traverso alla vita; molti la pospongono alle altre; io fremevo al sentirlo dire; ero preso d'una passione inesprimibile per quel viso. Più d'una volta, guardandola, mi sentii scorrer le lagrime giù per le guancie. Dinanzi a quel quadro, il mio cuore s'ingentiliva, il mio intelletto si sollevava ad un'altezza di pensieri cui non era mai arrivato. Non era l'entusiasmo della fede; era un desiderio, un'aspirazione immensa alla fede, una speranza che mi faceva intravvedere una vita più nobile, più feconda, più bella di quella che avevo condotto fino allora; un sentimento nuovo della preghiera, un bisogno d'amare, di far del bene, di soffrire per gli altri, di espiare, di nobilitar la mia mente e il mio cuore. Non son mai stato tanto vicino alla fede come in quei momenti; non son mai stato così buono e così affettuoso; e credo che sul mio volto non abbia mai brillato più splendidamente la mia anima. La Vergine dei dolori, Sant'Anna che insegna a leggere alla Vergine, Cristo crocifisso, l'Annunziazione, l'Adorazione dei pastori, la Sacra famiglia, la Vergine del Rosario, Il bambino Gesù son tutti quadri mirabili e belli d'una luce queta e soave, che va all'anima. Bisogna vedere la domenica i fanciulli, le ragazze, le donne del popolo dinanzi a quelle immagini; vedere come i loro volti s'illuminano, e sentire che dolci parole escon dalle loro labbra. Il Murillo, per loro, è un santo; ne pronunziano il nome con un sorriso, come per dire:—È nostro!—e pronunziandolo, vi guardano come per imporvi un atto di reverenza. Gli artisti non ne portan tutti lo stesso giudizio; ma l'amano anche essi sopra ogni altro, e non riescono a sceverare l'ammirazione dall'amore. Il Murillo non è soltanto un grande pittore, è una grand'anima; è più che una gloria, è un affetto della Spagna; è più che un maestro sovrano del bello, è un benefattore, un ispiratore di buone azioni, una immagine cara che, afferrata una volta nelle sue tele, si porta nel cuore tutta la vita, con un sentimento di gratitudine e di devozione religiosa. È uno di quegli uomini, dei quali un non so qual sentimento secreto ci dice che li dovremo rivedere, che il rivederli ci è dovuto come un premio, che non possono essere spariti per sempre, che in qualche luogo sono ancora, che la loro vita non è stata che un lampo d'una luce inestinguibile, che dovrà apparire un giorno in tutto il suo splendore agli occhi dei mortali. Si dirà: errori della fantasia! Ah, cari errori!
Dopo le opere di questi quattro grandi maestri, vi son da ammirare i quadri di Joanes, artista intimamente italiano, a cui il disegno corretto e la nobiltà dei caratteri valsero il titolo, benchè profferito sotto voce, di Raffaello spagnuolo; non nell'arte, ma nella vita simile a frate Angelico, poichè il suo studio era un oratorio, dove si digiunava e facea penitenza, ed egli pure, prima di mettersi all'opera, andava a pigliar la comunione. Poi i quadri di Alonso Cano; i quadri del Pacheco, maestro del Murillo; del Pareja, schiavo del Velasquez; del Navarrate il Muto; del Menendez, gran pittore di fiori; dell'Herrera, del Coello, del Carbajal, del Collantes, del Rizi. Del Zurbaran, uno dei più grandi pittori spagnuoli, degno di star accanto ai tre primi, v'è poco. Di quadri d'altri artisti, minori di quegli accennati, ma pure per meriti diversi ammirabili, son pieni i corridoi, le anticamere, le sale di passaggio. Ma non è questo il solo Museo di pittura di Madrid: vi sono centinaia di quadri nell'Accademia di San Fernando, nel ministero del Fomento, e in altre Gallerie private. Ci vorrebbero mesi e mesi a veder bene ogni cosa; che non ci vorrebbe a descrivere, anche a chi avesse ingegno da tanto? Uno dei più potenti scrittori di Francia, amantissimo della pittura e gran maestro di descrizioni, messo al punto, si spaventò, e non seppe far di meglio che cavarsi d'impiccio dicendo che ci sarebbe troppo da dire; e s'egli stimò bene di tacere, a me deve sembrare d'aver già detto anche troppo. È una delle più dolorose conseguenze d'un bel viaggio questa di trovarsi ad avere nella mente una folla di belle immagini e nel cuore un tumulto di grandi affetti, e non potere, non sapere esprimerne che una sì piccola parte! Con che profondo sdegno lacererei queste pagine quando penso a quei quadri! O Murillo, o Velasquez, o povera penna mia!
Pochi giorni dopo ch'ero arrivato a Madrid, vidi per la prima volta, sboccando dalla strada d'Alcalà nella piazza della Porta del Sole, il re Amedeo. Provai un piacere vivissimo, come se avessi riveduto il più intimo dei miei amici. È curiosa quella di trovarsi in un paese dove l'unica persona che si conosca è il Re! Verrebbe voglia di corrergli dietro gridando:—Maestà! son io, sono arrivato.—
Don Amedeo seguiva a Madrid le abitudini paterne. Si levava all'alba e andava a fare una passeggiata nei giardini del Moro che si stendono tra il Palazzo reale e il Manzanare; o si recava a visitare i Musei, attraversando la città a piedi, con un solo aiutante di campo. Las criadas, tornando a casa trafelate colla cesta ripiena, raccontavano alle padrone sonnecchianti che l'avevano incontrato, che gli eran passate accanto, quasi da toccarlo; e le padrone repubblicane dicevano:—Asì debe hacer,—e le carliste storcevan la bocca mormorando:—Que clase de rey!—(che razza di re), o come intesi dire una volta:—Quiere á toda costa que le peguen un tiro.—(Vuole a tutti i costi che gli tirino una fucilata.) Rientrato in Palazzo, riceveva il Capitano generale e il Governatore di Madrid, i quali, giusta una consuetudine antica, dovevan presentarsi ogni giorno al Re per domandargli se avesse nulla da ordinare all'esercito e alla polizia. Venivan dopo i ministri. Oltre a vederli tutti insieme in Consiglio una volta la settimana, Amedeo ne riceveva uno ogni giorno. Partito il ministro, cominciava l'udienza: Don Amedeo dava udienza ogni giorno per un'ora almeno, molte volte per due. Le domande erano innumerevoli, e gli oggetti delle domande facili a indovinarsi: sussidi, pensioni, impieghi, privilegi, croci; il Re riceveva tutti. La Regina pure riceveva; benchè non ogni giorno, a cagione del suo mutevole stato di salute. A lei spettavano tutte le opere di beneficenza. Essa riceveva in presenza d'un maggiordomo e d'una dama d'onore, alla stess'ora che il Re, ogni sorta di gente: signore, operai, donne del popolo, ascoltando pietosamente lunghi racconti di miserie e di dolori. Oltre a cento mila lire al mese ella distribuiva in opere di carità, senza contare le largizioni straordinarie agli ospizi, agli ospedali, agli altri istituti di beneficenza. Alcuni di questi fondò ella stessa. Sulla riva del Manzanare, in vista del palazzo reale, in un luogo aperto e ridente, si vede una casetta dipinta a vivi colori, con un giardinetto all'intorno, di dove, passando, si senton risa, grida e vagiti di bimbi. La Regina fece costruire quella casa per raccogliervi i figliuoli piccini delle lavandaie, i quali, mentre le madri lavoravano, solevan rimaner per le strade esposti a mille pericoli. Là son maestre, balie, donne di servizio, che provvedono a tutti i bisogni dei bimbi: è insieme un ospizio e una scuola. Le spese per la fabbricazione della casa e per il suo mantenimento furon fatte colle venticinque mila lire mensili che lo Stato aveva assegnate al Duca di Puglia. La Regina istituì pure un Ospizio pei trovatelli; una casa, o specie di collegio, pei figliuoli delle operaie da tabacco; una distribuzione di minestra, carne e pane per tutti i poveri della città. Ella stessa si recò più volte ad assistere alla distribuzione, improvvisamente, per accertarsi che non vi si facessero abusi, e avendone scoperti, provvide perchè non s'avessero a rinnovare. Oltre a ciò, le monache di carità ricevevano da lei ogni mese trentamila lire per soccorrere quelle famiglie che per la loro condizione sociale non potevano concorrere alla distribuzione della minestra. Degli atti privati di beneficenza che faceva la Regina era difficile aver notizia perchè soleva farli senza parlarne ad alcuno. Poco si sapeva pure delle sue abitudini, perchè faceva ogni cosa senza pompa, e con un riserbo che sarebbe parso quasi eccessivo anche in una signora privata. Nemmeno le dame di corte sapevano ch'ella andava a sentir la predica a San Luigi dei Francesi: una signora la vide per la prima volta, per caso, in mezzo alle sue vicine. Nel suo vestire non aveva alcun distintivo di Regina, neanco i giorni di pranzo a Corte. La regina Isabella portava un gran manto rosso colle armi di Castiglia, diadema, ornamenti ed insegne: Donna Vittoria nulla. Si vestiva per lo più coi colori della bandiera spagnuola, e con una semplicità che annunziava la corona assai più che lo splendore e lo sfarzo. Nè l'oro spagnuolo ci aveva che vedere neanco con quella semplicità, tutte le spese ch'ella faceva per sè, pei suoi bambini, per le sue cameriere, le faceva col danaro suo.
Quando regnavano i Borboni tutto il palazzo reale era occupato: il Re abitava la parte sinistra, verso la piazza d'Oriente; Isabella, la parte che guarda da un lato sulla piazza d'Oriente, e dall'altro sulla piazza dell'Armeria; il Montpensier, la parte opposta a quella della regina; i principi avevano ciascuno un appartamento verso il Giardino del Moro. Nel tempo che vi soggiornò il re Amedeo, una gran parte dell'immenso edifizio rimase vuota. Egli non aveva che tre piccole stanze: un salottino da studio, una camera da letto, e il tocador (stanzino da toeletta). La camera da letto dava in un lungo corridoio che conduceva alle due stanzine dei principi, accanto alle quali era l'appartamento della Regina, che non voleva scostarsi mai dai suoi figliuoli. V'era poi un salone pei ricevimenti. Tutta questa parte del palazzo che serviva per l'intera famiglia reale, era occupata prima dalla sola regina Isabella. Quando ella seppe che Don Amedeo e donna Vittoria s'eran contentati di così piccolo spazio, si dice che abbia esclamato con meraviglia:—Poveri giovani, non vi si potranno muovere!—
Il Re e la Regina solevan pranzare con un maggiordomo e una dama di Corte. Dopo il pranzo, il Re fumava un sigaro di Virginia (se lo sappiano i detrattori di questo principe dei sigari), e andava nel suo gabinetto ad occuparsi delle cose di Stato. Soleva pigliar molti appunti e consigliarsi spesso colla Regina, specie quando si trattava di metter l'accordo tra i Ministri, o comporre gli animi divisi dei capi di parte. Leggeva un gran numero di gazzette d'ogni colore, le lettere cieche che lo minacciavan di morte, quelle che gli davan dei consigli, le poesie satiriche, i progetti di rinnovamento sociale, tutto quello che gli mandavano. Verso le tre esciva dal Palazzo a cavallo, le trombe della Guardia squillavano, un servitore vestito di rosso lo seguiva alla distanza di cinquanta passi. A vederlo, si sarebbe detto ch'egli non sapeva d'essere il Re: guardava i bambini che passavano, le insegne delle botteghe, i soldati, le diligenze, le fontane, con un'espressione di curiosità quasi infantile. Percorreva tutta la strada Alcalà, lentamente, come un cittadino sconosciuto che pensasse ai fatti suoi, e se ne andava al Prado a godere la sua parte d'aria e di sole. I Ministri strillavano; i borbonici, assuefatti all'imponente corteo d'Isabella, dicevano ch'egli strascinava per le strade la maestà del trono di San Ferdinando; persino il servitore che lo seguiva, guardava intorno con un'aria crucciata, come per dire:—Vedete un po' che pazzie!—ma checchè si dicesse, il Re non poteva pigliar l'abitudine di aver paura. E gli Spagnuoli, convien dirlo, gli rendevan giustizia, e qual si fosse il giudizio che portassero della sua mente, della sua condotta e del suo governo, non mancavan mai di soggiungere:—In quanto a coraggio poi, non c'è nulla da dire.
Ogni domenica v'era pranzo a Corte. Erano invitati generali, deputati, professori, accademici, uomini chiari nelle lettere e nelle scienze: la Regina parlava con tutti e di tutto, con una sicurezza e una grazia, che per quanto si sapesse prima del suo ingegno e della sua coltura, superava sempre l'aspettativa. Il popolo, naturalmente, parlando di quello ch'ella sa, faceva le frangie: diceva del greco, dell'arabo, del sanscrito, dell'astronomia, della matematica. Ma è vero che discorreva argutamente di cose lontanissime da ogni consuetudine di studi femminili, e non con quel parlar vago e spicciativo che è proprio di chi non sa altro che titoli e nomi. Aveva studiato profondamente la lingua spagnuola, e la parlava oramai come la propria; la storia, la letteratura, i costumi della sua nuova patria, le eran famigliari; non le mancava per essere spagnuola davvero, che il desiderio di rimanere in Ispagna. I liberali brontolavano, i borbonici dicevano:—Non è la nostra regina;—ma tutti nutrivan per lei un profondo rispetto. I giornali più arrabbiati dicevan tutt'al più la esposa de Don Amedeo, invece di dire La reina. Il più violento dei deputati repubblicani, facendo allusione a lei in un suo discorso alle Cortes, non potè a meno di proclamarla—illustre e virtuosa.—Era la sola persona della Casa sulla quale nessuno si permettesse mai uno scherzo nè di lingua nè di penna: era come una figura lasciata in bianco in mezzo a un quadro di caricature maligne.
Quanto al Re, par che la stampa spagnuola godesse d'una libertà sconfinata. Sotto la salvaguardia dell'appellativo di Savoiardo, di straniero, di giovane della Corte, i giornali avversi alla dinastia dicevano, in sostanza, quello che volevano, e ne dicevan delle amene. Questo se la pigliava a cuore perchè il Re era feo de cara y de perfil, (brutto di viso e di profilo); quello si rodeva perchè camminava troppo stecchito; un terzo trovava a ridire sulla sua maniera di rendere il saluto; e altre piccinerìe da non credersi. Ciò non ostante il popolo di Madrid aveva per lui, se non l'entusiasmo dell'Agenzia Stefani, almeno una simpatia molto viva. La semplicità dei suoi costumi e la bontà del suo cuore eran proverbiali anche fra i fanciulli. Si sapeva ch'egli non serbava rancore con nessuno, neanco con quelli che si eran condotti poco degnamente con lui; che non aveva mai fatto un atto dispettoso a nessuno; che non s'era mai lasciato sfuggire di bocca una parola amara contro i suoi nemici. A chi parlasse di pericoli personali ch'egli potesse correre, ogni buon popolano rispondeva sdegnosamente che il popolo spagnuolo rispetta chi ha fede in lui; i suoi nemici più acerrimi, ne parlavano con ira, ma non con odio; coloro stessi che non si levavano il cappello incontrandolo per via, si sentivano stringere il cuore vedendo che altri non se lo levava, e non potevano nascondere un sentimento di tristezza. Vi sono immagini di Re caduti sulle quali si stende un drappo nero, altre che si ricoprono d'un velo bianco che le fa intravvedere più belle e più venerabili; su codesta, la Spagna ha steso un velo bianco. E chi sa se un giorno la vista di codesta immagine non strapperà dal petto d'ogni onesto spagnuolo un sospiro segreto, come il ricordo d'una cara persona offesa, o come una voce pacata e benigna che dica in suono di mesto rimprovero:—Eppure.... tu hai fatto male!
Una domenica il Re passò in rassegna i voluntarios de la libertad, che sono una specie di guardie nazionali italiane, colla differenza che quelli prestano un buon servizio spontaneamente, e queste non lo prestan neppur cattivo per forza. I voluntarios dovevano schierarsi lungo i viali del Prado; una folla immensa li aspettava. Quando io arrivai v'eran già tre o quattro battaglioni. Il primo era il battaglione dei veterani, tutti uomini sulla cinquantina, non pochi vecchissimi, vestiti di nero, col cappelletto alla Ros, con galloni sopra galloni, e croci sopra croci, lindi e luccicanti come allievi di Accademia, e nel mover degli occhi alteri e tardi, da confondere i granatieri della Vecchia guardia. C'era dopo un altro battaglione con un'altra uniforme: calzoni bigi, tunica aperta e rivoltata sul petto con larghe mostre di panno rossissimo; non più Ros, cheppì con pennacchio azzurro, e baionetta innastata sul fucile. Altro battaglione, altra uniforme; non più cheppì, di nuovo Ros; non più mostre di panno rosso, ma di panno verde; calzoni d'altro colore; non baionette, ma daghe. Un quarto battaglione, un quarto uniforme: pennacchi, colori, armi, tutto diverso. Giungono altri battaglioni, altre foggie. Alcuni hanno l'elmo prussiano, altri l'elmo senza punta; chi ha le baionette, chi le daghe diritte, chi le daghe ricurve, chi le daghe serpeggianti; qui soldati coi cordoni, là senza cordoni, più in là cordoni di nuovo; centurini, spalline, cravatte, penne, ogni cosa cangia ad ogni tratto. E son tutte divise sfoggiate e pompose con cento colori e cento gingilli che pendono, luccicano e svolazzano. Ogni battaglione ha una bandiera di forma diversa, coperta di ricami, di nastri, di frangie; fra gli altri si vedon dei militi vestiti da paesani, con una banda qualunque cucita a lunghi punti sovra un par di calzoni rappezzati; alcuni senza cravatta, altri con cravatta nera, panciotto aperto e camicia ricamata; ragazzi di quindici, di dodici anni, armati di tutto punto, in mezzo alle file; vivandierine con sottane corte e calzoni rossi, e canestri pieni di sigari e d'aranci. Davanti ai battaglioni, è un continuo correre di ufficiali a cavallo. Ogni maggiore porta sul capo, o sul petto o sulla sella qualche ornamento di sua invenzione; ad ogni tratto passa una staffetta che non si sa a che diavol di Corpo appartenga; si vedon galloni sulle braccia, sulle spalle, intorno al collo, d'argento, d'oro, di lana; medaglie e croci fitte tanto da nascondere mezzo il petto, messe l'una su l'altra, e sopra e sotto la cintura; guanti di tutti i colori dell'iride; sciabole, spade, spadine, spadoni, pistole, rivoltelle; un miscuglio, insomma, di tutte le divise e di tutte le armi di tutti gli eserciti, una varietà da stancare dieci commissioni ministeriali per la modificazione del vestiario, una confusione da perderci il capo. Non ricordo se fossero dodici o quattordici battaglioni; ciascuno dei quali scegliendo la propria divisa, s'era sforzato di riuscire quanto più era possibile diverso da tutti gli altri. Erano comandati dal Sindaco, che aveva anch'egli un'uniforme fantastica. Potevano essere un ottomila uomini. All'ora fissata, un improvviso scorrazzare di ufficiali di stato maggiore e un sonar clamoroso di trombe annunziò l'arrivo del Re. Arrivò in fatti dalla strada d'Alcalà Don Amedeo, a cavallo, vestito da capitan generale, con stivaloni, calzoni bianchi e divisa a coda di rondine; e dietro a lui un folto stuolo di generali, d'aiutanti di campo, di servitori rosso-vestiti, di lancieri, di corazzieri, di guardie. Dopo che ebbe percorsa tutta la fronte dell'esercito, dal Prado fino alla chiesa di Atocha, in mezzo a una folla fitta e silenziosa, ritornò verso la strada Alcalà. Qui era una moltitudine immensa che ondeggiava e rumoreggiava come un mare. Il Re e il suo stato maggiore s'andarono a fermare davanti alla chiesa di San José colle spalle volte alla facciata, e la cavalleria fece sgombrare, a gran fatica, un piccolo spazio per dove potessero sfilare i battaglioni.
Sfilarono per plotoni. Via via che passavano, a un cenno del comandante gridavano:—Viva el Rey! Viva Don Amadeo primero!
Il primo ufficiale che lanciò il grido ebbe una idea infelice. L'evviva gridato spontaneamente dai primi diventò come un dovere per tutti gli altri; e fu cagione che il pubblico pigliasse la maggior o minor forza ed armonia delle voci come segno di dimostrazione politica. Alcuni plotoni gridavano un evviva così fioco e corto, che pareva la voce d'un gruppo di malati che chiedessero aiuto: allora la folla prorompeva in risa. Altri plotoni gridavano a squarciagola, ed anco il loro grido era interpretato come una dimostrazione di ostilità alla dinastia. Varie voci correvano fra la gente serrata intorno a me. Uno diceva:—Ora viene il tal battaglione, è un battaglione di repubblicani, vedrete che non grida.—Il battaglione non gridava: gli spettatori tossivano. Un altro diceva:—È una vergogna, una mancanza d'educazione; a mi tampoco me gusta Don Amadeo, pero callo (taccio) y respeto.—Vi fu qualche litigio. Un giovinastro gridò viva con voce in falsetto, un caballero gli diede dell'impertinente, quegli si risentì, alzarono tutti e due le mani, un terzo li divise. Tra battaglione e battaglione passavano cittadini a cavallo; alcuni non si levavano il cappello, e fissavano nondimeno il Re; e allora si sentivan nella folla voci diverse come muy bien e mal criado. Altri che avrebbero voluto salutare, non salutavano per paura; e passavano col capo basso e il viso rosso. Altri invece, stomacati da quello spettacolo, facevano alla barba di tutti una coraggiosa dimostrazione di amedeismo, passando col cappello in mano, e guardando ora rispettosamente il Re, ora fieramente la folla, pel tratto di una decina di passi. Il Re restò immobile fino alla fine dello sfilamento con una espressione inalterata di serena alterezza. Così ebbe fine la rassegna.
Questa milizia nazionale, benchè meno disfatta e sfinita della nostra, non è più tuttavia che una larva; il ridicolo ne ha corroso le radici; ma come divertimento nei giorni di festa, benchè il numero dei volontarii sia molto scemato (ascendevano una volta a trentamila), è sempre uno spettacolo che rivende tutte le antenne e tutti i cenci rossi del signor Ottino.
LE CORSE DEI TORI.
Il trentun di marzo s'inaugurò lo spettacolo delle corse dei Tori. Discorriamone a nostro bell'agio, perchè l'argomento n'è degno. Chi ha letto la descrizione del Baretti, faccia conto di non aver letto nulla. Il Baretti non vide che le corse dei tori di Lisbona, che appetto a quelle di Madrid son giuochi da ragazzi; la sede dell'arte è Madrid; qui i grandi artisti, qui gli spettacoli sfarzosi, qui gli spettatori esperti, qui i giudici che sanciscono la gloria. Il Circo di Madrid è il Teatro della Scala dell'arte toresca.
L'inaugurazione delle Corse dei Tori a Madrid è assai più importante d'un cangiamento di Ministero; un mese prima n'è sparso l'annunzio in tutta la Spagna; da Cadice a Barcellona, da Bilbao ad Almeria, nei palazzi dei Grandi e nei tugurii dei poveri, si parla degli artisti e delle razze dei tori; si istituiscono corse di piacere fra le provincie e la Capitale; chi è corto a quattrini, fa dei risparmi per potersi procurare un bel posto nel Circo il giorno solenne; i padri e le madri promettono ai figliuoli studiosi che ce li condurranno; gli amanti lo promettono alle belle; i giornali assicurano che si avrà una buona stagione; i toreros scritturati, che si vedon già per Madrid, son segnati a dito; corre voce che i tori sono già arrivati, c'è chi li ha visti, si briga per andarli a vedere; son tori dei pascoli del duca di Veragua, del marchese de la Merced, dell'eccellentissima signora vedova di Villaseca, stupendi, formidabili; s'apre l'ufficio per gli abbonamenti, accorrono in folla i dilettanti, i servitori delle famiglie nobili, i sensali, gli amici incaricati dagli assenti; il primo giorno l'Impresario ha incassato cinquantamila lire, il secondo, trenta, in una settimana cento mila; Frascuelo, il famoso matador, è arrivato; è arrivato il Cuco, è arrivato il Calderon; ci son tutti; ancora tre giorni! migliaia di persone non parlan d'altro, vi son signore che sognano il Circo, ministri che non han più il capo agli affari, vecchi dilettanti che non stan più nella pelle; operai, poveri che non fumano più il cigarrito per aver quei pochi soldi il giorno dello spettacolo. Finalmente s'arriva alla vigilia: il sabato mattina, prima dell'alba, in una stanza a terreno della strada d'Alcalà, si cominciano a vendere i biglietti; v'è già una folla di gente prima che s'apra la porta; urlano, si pigiano, si picchiano; venti guardie civili colla rivoltella alla cintura duran fatica a ottener un po' di quiete; fino a notte è un via vai incessante. Spunta il giorno sospirato: lo spettacolo comincia alle tre; a mezzodì muove gente da tutte le parti verso il Circo; il Circo è all'estremità del borgo di Salamanca, al di là del Prado, fuori di porta Alcalà; tutte le strade che vi conducono, sono corse da una processione di popolo; nei dintorni dell'edifizio è un formicolaio; arrivano drappelli di soldati e di volontarii della libertà, preceduti dalle bande musicali; una turba d'acquaioli e d'aranciai empiono il cielo di grida; i rivenditori di biglietti corrono qua e là chiamati da cento voci; disgraziato chi non ha ancora il suo biglietto! pagherà il doppio, il triplo, il quadruplo! ma che importa? si pagò un biglietto anche cinquanta, anche ottanta lire! Si aspetta il Re, si dice che verrà pure la Regina; cominciano ad arrivare le carrozze dei pezzi grossi; il duca Fernan Nunez, il duca di Abrantes, il marchese de la Vega de Armijo, una folla di grandi di Spagna, le deesse dell'aristocrazia; i ministri, i generali, gli ambasciatori, tuttociò che v'è di bello, di splendido e di potente nella grande città. S'entra nel Circo per molte porte; prima d'entrare s'è già assordati.
Entrai: il Circo è immenso. Visto di fuori non presenta nulla di notevole, è un edifizio rotondo, basso, senza finestre, intonacato di giallo; ma all'entrare, si prova un senso vivissimo di meraviglia. È un Circo per un popolo, ci stanno diecimila spettatori, ci potrebbe armeggiare un reggimento di cavalleria. L'arena è circolare, vastissima, da contener dieci dei nostri circhi equestri, cinta da una barriera di legno, alta fin quasi al collo d'un uomo, munita dalla parte interna d'un piccolo rilievo, a pochi palmi da terra, sul quale mettono il piede i toreros per saltar al di là, quando il toro gl'insegue. Dopo questa barriera, ve n'è un'altra più alta, perchè il toro salta sovente al di là della prima; fra questa e quella corre tutt'intorno all'arena una corsía, larga un po' più d'un metro, nella quale vanno e vengono i toreros prima del combattimento, e stanno durante il combattimento i servitori del Circo, i falegnami pronti a riparare ai guasti che può fare il toro, le guardie, i venditori d'aranci, i dilettanti che godono dell'amicizia dell'Impresario, i pezzi grossi ai quali è concesso di fare un buco nel regolamento. Al di là della seconda barriera, s'alza una gradinata di pietra; al di là della gradinata i palchi; sotto i palchi corre una galleria occupata da tre giri di sedili. I palchi son grandi da capire ciascuno due o tre famiglie; il palco del Re è una gran sala; accanto al palco del Re, v'è quello del Municipio, dal quale il Sindaco, o qualcuno per lui, presiede allo spettacolo. V'è il palco dei Ministri, del Governatore, degli Ambasciatori; ogni famiglia nobile n'ha uno; i giovanotti bontonisti, come direbbe il Giusti, n'hanno uno in molti; ci son poi i palchi d'affitto, che costano un subisso. Tutti i posti delle gradinate son numerati; ciascuno ha il suo biglietto; l'entrata si fa senza il menomo disordine. Il Circo è diviso in due: la parte dove batte il sole, la parte all'ombra; in questa si paga di più; nell'altra va il basso popolo. L'arena ha quattro porte a intervalli quasi uguali fra loro: la porta per la quale entrano i toreros, quella per i tori, quella pei cavalli, quella per gli annunziatori dello spettacolo, sotto il palco del Re. Al di sopra della porta per la quale entrano i tori, s'alza una specie di terrazza, che si chiama il toril: fortunato chi ci può trovar posto! Su questa terrazza, sur un palchetto, stanno coloro che, a un cenno che si fa dal palco del Municipio, suonan la tromba e il tamburo per annunziare l'uscita del toro. In faccia al Toril, dalla parte opposta dell'Arena, sulla gradinata, c'è la banda musicale. Tutta la gradinata è divisa in scompartimenti, ognuno dei quali ha la sua porta d'entrata. Prima che cominci lo spettacolo, il popolo può entrar nell'Arena, e girare per tutti i recessi dell'edifizio; si va a vedere i cavalli, chiusi in un cortile, destinati la maggior parte, ahimè! a morire; si va a vedere i chiusi oscuri entro cui son serrati i tori, che si fan poi passare dall'uno all'altro, fino a un corridoio, dal quale si slancian nell'arena; si va a vedere l'Infermeria dove son trasportati i toreros feriti; una volta c'era da veder pure una Cappella, nella quale celebravasi la messa durante il combattimento, e i toreros andavano a pregare prima d'affrontare la belva; si va presso la porta principale d'entrata, dove sono esposte le banderillas che saranno confitte nel collo ai tori, e dove si vede una folla di toreros vecchi, quale storpio, quale senza un braccio, quale colle stampelle, e di toreros giovani, che non sono ancora ammessi agli onori del Circo di Madrid; si compra un numero del giornale il Buletin de los Toros che promette meraviglie per la funcion del giorno; ci si fa dare dai custodi il programma dello spettacolo, e un fogliolino stampato, diviso in colonne, per notarvi i colpi di picca, le stoccate, le cadute, le ferite; si gira per gl'interminabili corridoi e le interminabili scale in mezzo a una folla che va e viene, sale e scende gridando e strepitando, da far tremar l'edifizio; e finalmente si ritorna al proprio posto.
Il Circo è pieno zeppo ed offre uno spettacolo del quale è impossibile, a chi non l'abbia visto, di formarsi un'immagine; è un mare di teste, di cappelli, di ventagli, di mani che s'agitano in aria; dalla parte dell'ombra, dove sono i signori, tutto nero; dalla parte del sole, dov'è il basso popolo, mille colori vivissimi di vestiti, di ombrellini, di ventagli di carta, un'immensa mascherata; non c'è più posto per un bambino; la folla è compatta come una falange, nessuno può uscire, si stenta a muovere le braccia. E non è un brulichío, uno strepito come negli altri teatri; è diverso; è un'agitazione, una vita affatto propria del Circo; tutti gridano, si chiamano, si salutano, con un'allegrezza frenetica; i bambini e le donne strillano, gli uomini più gravi folleggiano come giovinetti; i giovani, a gruppi di venti, di trenta insieme, vociando in cadenza, e battendo le canne sulle gradinate, annunziano al rappresentante del Municipio che è l'ora; nei palchi è un ribollimento da piccionaja di teatro diurno; al gridío assordante della folla si mescono gli urli d'un centinaio di rivenditori che gettano aranci da tutte le parti; suona la banda, i tori muggiscono, rumoreggia la folla accalcata di fuori; è uno spettacolo che dà le vertigini; prima che la lotta cominci, si è già stanchi, ebbri, smemorati.
All'improvviso s'alza un grido:—El Rey!—Il Re è arrivato; è arrivato in una carrozza tirata da quattro cavalli bianchi, montati da servitori vestiti del pittoresco costume andaluso; le vetriere che chiudono il palco reale s'aprono; il Re entra con un folto corteo di ministri, di generali, di maggiordomi. La Regina non c'è; si prevedeva: si sa che ha orrore di codesto spettacolo; oh! ma il Re non ci poteva mancare, c'è sempre venuto; si dice che ne va matto. È l'ora, si comincia. Mi ricorderò per tutta la vita del freddo che sentii nelle vene in quel punto.
Squilla la tromba: quattro guardie del Circo, a cavallo, con cappello e pennacchio alla Enrico IV, mantellina nera, giustacore, stivaloni, spada, entrano dalla porta che è sotto il palco del Re, e fanno a lento passo il giro dell'Arena; la gente sgombra, ognuno va al suo posto, l'Arena riman vuota. I quattro cavalieri si vanno a mettere a due a due dinanzi alla porta, ancora chiusa, che fa fronte al palco reale. I diecimila spettatori hanno l'occhio là, si fa un silenzio generale; di là deve uscir la cuadrilla, tutti i toreros, in gran gala, che vengono a presentarsi al Re e al popolo. La banda suona, la porta s'apre, s'ode uno scoppio immenso d'applausi, i toreros si avanzano. Vengon primi i tre espadas, Frascuelo, Lagartijo, Cayetano, i tre famosi, vestiti del costume di Figaro nel Barbiere di Siviglia, di raso, di seta, di velluto ranciato, incarnato, azzurro, coperti di ricami, di frangie, di galloni, di filigrane, di lustrini, di ciondolini d'oro e d'argento, che nascondon quasi tutto il vestito; avvolti in ampie cappe gialle e rosse; con calze bianche, cintura di seta, un gruppo di treccie sulla nuca, un berretto di pelo. Vengon dopo i banderilleros e i capeadores, uno stuolo, anch'essi coperti d'oro e d'argento; poi i picadores a cavallo, a due a due, con una gran lancia nel pugno, un cappello grigio, basso, di grandissima tesa, una giacchettina ricamata, un paio di calzoni di pelle di bufalo gialla, imbottiti e guarniti al di dentro di lamine di ferro; poi i chulos, o servitori, vestiti dei loro panni di gala; e tutti insieme attraversano maestosamente l'Arena, dirigendosi verso il palco del Re. Nulla si può immaginare di più pittoresco di quello spettacolo: vi son tutti i colori d'un giardino, tutti gli splendori d'un corteo reale, tutta la gaiezza d'una frotta di maschere, tutta l'imponenza d'una schiera di guerrieri; a chiuder gli occhi, non si vede che un barbaglio d'oro e d'argento. E son uomini bellissimi, i picadores alti e tarchiati come atleti; gli altri sottili, svelti, di forme scultorie, visi bruni, occhi grandi e fieri; figure di gladiatori antichi, vestite con uno sfarzo da principi asiatici.
Tutta la cuadrilla si arresta dinanzi al palco del Re e saluta; l'Alcade fa cenno che si può cominciare; cade dal palco nell'Arena la chiave del toril dove son chiusi i tori; una guardia del Circo la raccoglie e la rimette al custode che si va a piantare accanto alla porta, pronto ad aprire. Lo stuolo dei toreros si scioglie, gli espadas saltano al di là della barriera, i capeadores si sparpagliano per l'Arena agitando le loro capas rosse e gialle, dei picadores alcuni si ritirano ad aspettare il loro turno, gli altri spronano il cavallo e vanno ad appostarsi a sinistra del toril, alla distanza di una ventina di passi l'un dall'altro, colle spalle volte alla barriera, e la lancia in resta. È un momento d'agitazione, d'ansietà inesprimibile; tutti gli sguardi son fissi alla porta dalla quale uscirà il toro; tutti i cuori battono; un silenzio profondo regna in tutto il Circo; non si sente che il muggito del toro che s'avanza di chiuso in chiuso, nell'oscurità della sua vasta prigione, quasi gridando:—Sangue! Sangue!—I cavalli tremano, i picadores impallidiscono;—ancora un istante;—squilla la tromba, la porta si spalanca, un toro enorme si slancia nell'Arena; un grido formidabile, scoppiato a un punto da dieci mila petti, lo saluta. La strage comincia.
Ah! si ha un bell'avere la fibra forte: in quel momento si diventa bianchi come cadaveri!
Io non ricordo che in confuso ciò che seguì nei primi istanti; non so dove avessi la testa. Il toro si slanciò contro il primo picador, poi retrocedette, riprese la corsa, e si slanciò contro il secondo; seguì una lotta, non ricordo; di lì a un minuto il toro si slanciò contro il terzo; poi corse in mezzo all'Arena, si fermò e guardò. Guardai io pure e mi copersi il viso colle mani. Tutta la parte dell'Arena che il toro aveva percorso era rigata di sangue; il primo cavallo giaceva in terra, col ventre squarciato, colle viscere sparse; il secondo, col petto aperto da una larga ferita da cui sgorgava il sangue a fiotti, andava qua e là barcollando; il terzo, ch'era stato buttato a terra, si sforzava di rialzarsi; i chulos, accorsi in fretta, sollevavano da terra i picadores, toglievan la sella e le briglie al cavallo morto, cercavan di mettere in piedi il ferito; un urlìo d'inferno risuonava da tutte le parti del Circo. Così comincia per lo più lo spettacolo. I primi a ricever l'urto del toro sono i picadores; l'aspettano di piè fermo, e gli piantano la lancia tra capo e collo nell'atto ch'ei s'abbassa per dar la cornata al cavallo. La lancia, si noti, non ha che una piccola punta, che non può aprire una ferita profonda, e i picadores debbono, facendo forza col braccio, tener il toro lontano, e salvare la cavalcatura. Ci vuol un colpo d'occhio sicuro, un braccio di bronzo e un cuore intrepido; non sempre ci riescono; anzi non ci riescono il più delle volte, e il toro pianta le corna nella pancia del cavallo, e il picador cade a terra. Allora i capeadores accorrono, e mentre il toro sbarazza le corna dalle viscere della sua vittima, gli agitano le capas sugli occhi, lo distraggono, si fanno inseguire, e lasciano in salvo il cavaliere caduto, che i chulos vanno a soccorrere, per rimetterlo in sella se il cavallo regge ancora, o portarlo all'infermeria, se si è sfracellata la testa.
Il toro, fermo in mezzo all'Arena, colle corna insanguinate, anelante, guardava intorno come per dire:—Ne avete assai?—Uno stuolo di capeadores gli corse incontro, l'attorniò, e cominciarono a provocarlo, a aizzarlo, a farlo correre di qua e di là, scotendogli le cappe sugli occhi, facendogliele passare sulla testa, attirandolo e sfuggendolo con rapidissime giravolte, per tornare a provocarlo e a sfuggirlo daccapo; e il toro a dar dietro or all'uno ora all'altro, a inseguirli fino alla barriera, e là a picchiar cornate contro gli assiti, a scalpitare, a far capriole, a muggire, a riconfiggere le corna, passando, nel ventre dei cavalli morti, a far degli sforzi per saltare nella corsia, a correr l'Arena da tutte le parti. Intanto erano entrati altri picadores per sostituire i due ai quali era stato ucciso il cavallo, e s'eran posti, lontani l'un dall'altro, dalla banda del toril, colla lancia in resta, aspettando che il toro assalisse. I capeadores lo tirarono destramente da quel lato: il toro, visto il primo cavallo, gli si slanciò contro a capo basso. Ma questa volta il suo assalto andò fallito; la lancia del picador gli si confisse nella spalla, e resistette; il toro s'ostinò, ponzò, fece impeto con tutta la sua mole; ma invano; il picador tenne duro, il toro dette indietro, il cavallo fu salvo, e uno scoppio fragoroso d'applausi salutò il salvatore. L'altro picador fu meno fortunato: il toro lo assalì, egli non riuscì a piantar la lancia, il corno formidabile penetrò nel ventre del cavallo colla rapidità d'una spada, si dibattè nella ferita, si ritrasse: gli intestini del povero animale caddero e rimasero sospesi dondolando come un sacco quasi fino a terra; il picador rimase in sella. Qui si vide un'orrenda cosa. Invece di scendere, il picador, visto che la ferita non era mortale, diè una spronata e s'andò ad appostare da un'altra parte per aspettare un secondo assalto: il cavallo attraversò l'Arena con le viscere fuor, del corpo, che gli battevan nelle gambe e gl'intralciavano il passo; il toro l'inseguì per qualche momento, e si fermò. In quel punto s'udì uno squillo di tromba: era il segnale che i picadores dovevano ritirarsi, s'aperse una porta, se n'andarono l'un dopo l'altro al galoppo; rimasero due cavalli morti, e qua e là guazzi e righe di sangue, che due chulos copriron di terra.
Dopo i picadores vengono i banderilleros. Pei profani è la parte dello spettacolo, perchè meno cruenta, più dilettevole. Le banderillas sono frecciuole lunghe un due palmi, ornate di carta colorata, munite d'una punta metallica formata in modo che, una volta confitta nelle carni, non se ne può più staccare, e il toro agitandosi e scuotendola non fa che configgerla più addentro. Il banderillero prende due di queste freccie, una per mano, e si va a piantar ritto una quindicina di passi davanti al toro, e alzando le braccia e gridando, lo provoca ad assalirlo. Il toro gli si slancia contro; il banderillero, alla sua volta, corre verso il toro; questi abbassa la testa per dargli le corna nel ventre, quegli gli pianta le banderillas nel collo, una di qua e una di là, e con una rapidissima giravolta si salva. Se si china, se gli fallisce un piede, se esita un secondo, è infilato come un ranocchio. Il toro mugge, sbuffa, salta e si mette a inseguire i capeadores con uno spaventoso furore; in un minuto tutti son saltati nella corsia, l'arena è sgombra, la belva col muso schiumante, cogli occhi sanguigni, col collo rigato di sangue, pesta la terra, si dibatte, percuote la barriera, domanda vendetta, vuol uccidere, ha bisogno di strage, nessuno s'attenta ad affrontarla, gli spettatori empiono l'aria di grida:—Avanti! coraggio! L'altro banderillero!—l'altro banderillero si fa innanzi e pianta le sue freccie, poi un terzo, poi di nuovo il primo. Quel giorno gliene piantaron otto; la povera bestia, quando si sentì configger le ultime due, mandò un muggito lungo, straziante, orrendo, e slanciatosi dietro ad uno dei suoi nemici, lo inseguì sino alla barriera, spiccò un salto, e cascò con lui nella corsia; i dieci mila spettatori si levarono in piedi tutti in un punto, gridando:—Lo ha ucciso!—Ma il banderillero s'era scansato. Il toro corse e ricorse avanti e indietro fra le due barriere, sotto una pioggia di bastonate e di pugni, sin che s'abbattè in una porta aperta, rientrò nell'arena, e la porta si richiuse. Allora tutti i banderilleros e tutti i capeadores gli si slanciarono di nuovo intorno; uno passandogli dietro, gli diè uno strappo alla coda, e disparve come un fulmine; un altro, trapassando rapidissimamente, gli avvolse la capa intorno alle corna; un terzo spinse l'audacia sino ad andargli a togliere con una mano un piccolo nastro di seta che aveva attaccato sulla groppa; un quarto, più temerario di tutti, puntò un'asta in terra, mentre il toro correva, e spiccato un salto, gli passò al di sopra e andò a cascare dall'altra parte, buttando l'asta tra le gambe dell'animale stupefatto. E tutto questo facevano con una rapidità da prestigiatori e una grazia da ballerini, come se avessero scherzato con una pecora! E intanto la folla immensa faceva rimbombare il circo di risa, di applausi, di grida di gioia, di meraviglia, di terrore.
Squilla un'altra volta la tromba; i banderilleros han finito; ora tocca all'espada; è il momento solenne, è la crisi del dramma; la folla si queta, le signore si sporgon fuori dei palchi, il Re si alza in piedi. Il celebre Frascuelo, tenendo in una mano la spada e la muleta, che è un pezzo di stoffa rossa attaccata a un bastoncino, entra nell'arena, si presenta dinanzi al palco reale, si leva il berretto, e consacra al Re, pronunciando una poetica frase, il toro che va ad uccidere; poi getta il berretto in aria, come per dire:—Vincerò o morirò!—e seguìto dallo splendido corteo dei capeadores, si muove con passo risoluto verso il toro. Qui segue una vera lotta corpo a corpo, degna d'un canto d'Omero. Da un lato la belva colle sue corna terribili, colla sua forza enorme, colla sua sete di sangue, inasprita dal dolore, acciecata dall'ira, torva, insanguinata, spaventosa; dall'altra un giovane di vent'anni, vestito come un ballerino, a piedi, solo, senza difesa con una leggera spadina tra le mani. Ma egli ha diecimila sguardi addosso! Il Re gli prepara un dono! La sua amante è lassù, in un palco, cogli occhi fissi su di lui! Mille signore tremano per la sua vita! Il toro si ferma, lo guarda; egli guarda il toro, e gli agita dinanzi il panno rosso; il toro si caccia sotto, l'espada si scansa, il corno formidabile gli rasenta il fianco, urta il panno rosso e colpisce nel vuoto. Un tuono d'applausi scoppia su tutte le gradinate, in tutti i palchi, in tutte le gallerie. Le signore guardano col canocchiale e gridano:—Non ha impallidito!—Si fa silenzio daccapo, non si sente una voce, non un bisbiglio. L'audace torero fa volteggiare a più riprese la muleta sugli occhi dell'animale inferocito, gliela passa sulla testa, tra le corna, intorno al collo, lo fa retrocedere, avanzare, girare, saltare; si fa assalire dieci volte, e dieci volte, con un leggerissimo movimento, scansa la morte; lascia cader la muleta, la raccoglie sotto gli occhi del toro, gli ride sul muso, lo provoca, l'insulta, se ne trastulla; tutt'a un tratto si ferma, si mette in guardia, alza la spada, piglia la mira; il toro lo guarda; ancora un istante, e si slancieranno addosso, l'un all'altro, nello stesso punto; uno dei due deve morire; diecimila sguardi corrono con una rapidità fulminea dalla punta della spada alla punta delle corna, dieci mila cuori battono di ansietà e di terrore, tutti i visi sono immobili, non si sente un respiro, l'immensa folla par pietrificata,—ancora un istante,—ecco il punto! Il toro si slancia, l'uomo vibra la spada; un solo altissimo grido, seguito da uno scoppio tempestoso di applausi, prorompe da ogni parte; la spada penetrò fino all'elsa nel collo del toro, il toro barcolla, e gettando dalla bocca un fiotto di sangue, cade come colpito da un fulmine. L'uomo ha vinto! Allora segue un tumulto indescrivibile; la moltitudine sembra forsennata; tutti si levano in piedi, scotendo le braccia, gettando alte grida; le signore sventolano i fazzoletti, batton le mani, agitano i ventagli; la banda suona; l'espada vincitore s'avvicina alla barriera e fa il giro dell'arena; via via che passa, dalle gallerie, dai palchi, dalle gradinate, gli spettatori rapiti d'entusiasmo gli gettano addosso manate di sigari, portafogli, bastoni, cappelli, tutto quello che cade loro sotto le mani; in pochi momenti il fortunato torero ha le braccia ingombre di roba, chiama in soccorso i capeadores, rigetta i cappelli agli ammiratori, ringrazia, risponde come può ai saluti, alle lodi, ai titoli gloriosi che gli si gridan da mille parti, e giunge finalmente sotto il palco del Re. Allora tutti gli occhi si rivolgono sul Re. Il Re mette una mano in tasca, tira fuori un portasigari pieno di biglietti di banca e lo butta giù; il torero lo coglie in aria, la moltitudine prorompe in applausi. Intanto la banda suona l'aria funebre al toro; s'apre una porta, entrano di galoppo quattro stupende mule ornate di pennacchi, di fiocchi e di nastri gialli e rossi, condotte da uno stuolo di chulos che gridano e fan chioccare le fruste; trascinano via un dopo l'altro, i cavalli morti, e poi il toro, che vien subito portato in una piazzetta vicino al circo dove l'aspetta una turba di monelli, per intingere il dito nel suo sangue, dopo di che vien scorticato, tagliato e venduto. Rimasta libera l'arena, squilla la tromba, suona il tamburo: un altro toro si precipita fuori della gabbia, assalta i picadores, squarcia il ventre ai cavalli, offre il collo alle banderillas, è ucciso da un'espada; e così si presentano nell'arena, l'un dopo l'altro, senza alcuna interruzione, sei tori.
Quante scosse, quanti brividi, quanti accessi di freddo al cuore e di sangue al capo, vi pigliano durante quello spettacolo! Quanti pallori improvvisi! Ma voi, straniero, voi solo impallidite: il ragazzo che avete accanto ride, la fanciulla che vi siede dinanzi è pazza dalla gioia, la signora che vedete nel palco vicino, dice che non s'è mai divertita tanto! Che gridìo! Che esclamazioni! Là per imparare la lingua! Comparisce il toro, è giudicato da mille voci:—Che bella testa!—Che occhi! Quello farà sangue!—Anda que vales un tesoro!—Gli gridano delle frasi d'amore. Ha ucciso un cavallo:—Bueno!—Guarda quanta roba gli ha cavato dal ventre!—Un picador fallisce il colpo, e ferisce malamente il toro, o si perita ad affrontarlo: allora è un diluvio d'ingiurie atroci;—Poltrone! Impostore! Assassino! Vatti a nascondere! Fatti ammazzare!—Tutti s'alzano, lo segnano a dito, gli mostrano i pugni, gli tiran sul viso le scorze d'arancio e i mozziconi dei sigari, lo minacciano col bastone. Quando l'espada fredda il toro alla prima, allora sono parole da innamorati in delirio, gesti da pazzi:—Vieni qui, angelo!—Dio ti benedica, Frascuelo!—Gli mandan dei baci, lo chiamano, tendon le mani come per abbracciarlo. Che profusione di epiteti, di frizzi, di proverbi! Quanto fuoco! Quanta vita!
Ma io non dissi che delle vicende d'un toro; in un'intera corrida seguon mille accidenti. In quello stesso giorno un toro cacciò la testa sotto il ventre d'un cavallo, sollevò cavallo e cavaliere, e portatili un po' in trionfo a traverso l'arena, li scaraventò in terra tutti e due come un sacco di cenci. Un altro toro uccise quattro cavalli in pochi minuti; un terzo investì così malamente un picador, che questo cadde, diè del capo nella barriera e svenne, e fu portato via. Ma non per questo, nè per un ferimento grave, e neanco per la morte d'un torero s'interrompe lo spettacolo; il programma lo dice; se uno muore, ce n'è un altro pronto. Il toro non assalta sempre; ve ne son dei vigliacchi, che vanno incontro al picador, s'arrestano, e dopo un istante di esitazione, fuggono; altri, dopo il primo assalto, non assaltan più; altri, d'indole mite e benigna, non rispondon neanco alle provocazioni, si lascian venire addosso il picador, si lascian piantare la lancia nel collo, danno indietro, scrollan la testa, come per dire:—Non voglio!—, fuggono e poi si voltano, tutt'a un tratto, a guardare con aria attonita lo stuolo dei capeadores che gl'insegue come se volessero dimandare:—Che volete da me? Che v'ho fatto? Perchè mi volete uccidere?—Allora la folla prorompe in imprecazioni contro il toro vigliacco, contro l'impresario, contro i toreros; e prima qualcuno dei dilettanti del toril, poi gli spettatori della banda del sole, poi i signori della banda dell'ombra, poi le signore, poi tutti gli spettatori del circo gridano a una voce: Banderillas de fuego!—Il grido è diretto all'Alcade; le banderillas di fuoco servono a inferocire il toro; son banderillas munite d'un razzo che s'accende nell'atto stesso che la punta penetra nelle carni, e brucia la ferita cagionando un dolore atroce, e stordisce ed irrita l'animale al punto da mutarlo di vigliacco in temerario, di queto in furioso. Per metter le banderillas de fuego ci vuole il permesso dell'Alcade; se l'Alcade esita a darlo, tutti gli spettatori s'alzano in piedi; e allora è un colpo d'occhio stupendo; si vedon dieci mila fazzoletti che sventolano come le bandierine di dieci reggimenti di lancieri, e formano dai palchi all'Arena, tutt'intorno, uno strato bianco ondeggiante sotto il quale sparisce quasi la folla; e dieci mila voci gridano:—fuego! fuego! fuego!—Allora l'Alcade cede; ma se s'ostina nel suo no, i fazzoletti spariscono, s'alzano i pugni e i bastoni, prorompono le ingiurie:—No sea usted necio!—Non faccia il minchione!—Non rompa i corbelli!—Las banderillas al Alcalde!—Fuego al Alcalde!
L'agonia del toro è tremenda. Qualche volta il torero non aggiusta il colpo a dovere, e la spada penetra bensì fino all'elsa, ma fuor della via del cuore. Allora il toro si mette a correr l'arena colla spada confitta nelle carni, irrigando il terreno di sangue, mandando altissimi muggiti, divincolandosi e scontorcendosi in mille modi per liberarsi da quella tortura; e in quell'impetuosa corsa, qualche volta la spada salta via; qualche volta si configge più addentro, e gli cagiona la morte. Sovente l'espada è costretto a dargli una seconda stoccata, non di rado una terza, talora una quarta; il toro versa un torrente di sangue; tutte le capas dei capeadores ne sono intrise, n'è macchiato l'espada, n'è aspersa la barriera, per tutto cola sangue, gli spettatori indignati coprono il torero d'ingiurie. Qualche volta il toro profondamente ferito, cade a terra; ma non muore, e resta là immobile, colla testa alta, minaccioso, come per dire:—Venite, assassini, se vi basta l'animo!—Allora la lotta è finita; bisogna accorciar l'agonia; un uomo misterioso scavalca la barriera, s'avvicina a passi furtivi, si apposta dietro al toro, e colto il momento, gli vibra un colpo di pugnale nella testa, che gli penetra al cervello e lo fredda. Spesso neanche questo colpo non riesce; l'uomo misterioso deve vibrarne due, tre, persino quattro; allora l'indignazione del popolo si scatena come una tempesta, gli danno del boia, del codardo, dell'infame, gli augurano la morte, se lo avesser nelle mani, lo strozzerebbero come un cane. Altre volte il toro, ferito a morte, barcolla un pezzo prima di cadere, e barcollando s'allontana a lento passo dal luogo dove fu colpito per andar a morir in pace in un canto appartato; tutti i toreros lo seguono lentamente, come un corteggio funebre, a una certa distanza; la folla tien dietro cogli occhi a tutti i suoi movimenti, conta i suoi passi, misura il progresso dell'agonía; un silenzio profondo accompagna i suoi ultimi momenti; la sua morte ha qualcosa di maestoso e di solenne. Vi son dei tori indomabili, che non vogliono chinar la testa se non traendo l'ultimo respiro; tori che, versando ruscelli di sangue per la bocca, minacciano ancora; tori che, trafitti da dieci colpi di spada, pugnalati, dissanguati, alzano ancora il collo con un movimento superbo che fa retrocedere lo stuolo dei loro persecutori fino a metà dell'arena; tori che hanno un'agonía più spaventevole della loro prima furia, che straziano i cavalli morti, spezzano la barriera, calpestano rabbiosamente le capas sparse per l'arena, saltano nella corsia, corrono intorno colla testa alta guardando gli spettatori con un'aria di sfida, cadono, si rialzano, muoiono muggendo.
L'agonia dei cavalli, meno lunga, è più dolorosa. Ad alcuni il toro spezza una gamba, ad altri trafigge il collo da parte a parte, altri uccide, con una cornata al petto, sul colpo, senza che versin neanco una goccia di sangue; altri, presi dallo spavento, piglian la carriera, diritto davanti a sè, e vanno a urtare la testa con un tremendo colpo contro la barriera, e cadono morti; altri si dibattono lungo tempo in un lago di sangue prima di morire; altri, feriti, sanguinosi, sbudellati, storpiati, galoppano ancora con una furia disperata, vanno incontro al toro, stramazzano, si rialzano e combattono ancora, fin che son portati via, disfatti, ma vivi; e allora gli si rimetton gl'intestini al posto, gli si cucisce la pancia, e servono per un'altra volta; altri, paurosi, all'avvicinarsi della belva, tremano verga a verga, scalpitano, rinculano, nitriscono, non vogliono morire; e son quelli che destano più pietà. Qualche volta un sol toro ne uccide cinque; qualche volta, in una corrida, ne muoion venti, tutti i picadores sono intrisi di sangue, l'arena sparsa di viscere fumanti, i tori stanchi di uccidere.
I toreros, anch'essi, hanno i loro brutti momenti. I picadores, talvolta, invece di cadere sotto il cavallo, cadono tra il cavallo e il toro; allora questo si precipita su di loro per ucciderli; la folla getta un grido; ma un capeador ardito getta la capa sugli occhi alla belva, e rischiando la sua vita salva quella del compagno. Sovente, invece di slanciarsi contro la muleta, il toro accorto, si slancia contro l'espada, lo rasenta, lo investe, lo insegue, lo costringe a buttar via l'arma e a salvarsi, pallido e tremante, di là dalla barriera. Qualche volta l'urta colla testa e lo atterra; l'espada sparisce in un nuvolo di polvere, la folla grida:—È morto!—il toro passa, l'espada è salvo. Qualche volta gli arriva sotto ad un tratto, lo solleva colla testa e lo sbatte da un lato. Non di rado il toro non si lascia pigliar di mira colla spada, il matador non riesce a coglierlo di fronte, e poichè non lo può ferire, giusta gli statuti, che in quel dato punto e in quel dato modo, si stanca inutilmente per lunga pezza, e stancandosi si confonde, e corre cento volte il rischio di farsi uccidere; e intanto la folla urla, fischia, l'insulta; finchè il pover uomo, disperato, si risolve a uccidere o a morire, e vibra il colpo come vien viene; ed o gli riesce ed è levato a cielo, o gli fallisce, ed è vilipeso, schernito, tempestato di scorze d'arancio, fosse anche il più intrepido, il più valente, il più decantato torero della Spagna.
Nella folla, poi, durante lo spettacolo, seguono mille avvenimenti. Di tratto in tratto scoppia una rissa fra due spettatori. Pigiata com'è la gente, qualche bastonata tocca ai vicini; i vicini dan di mano ai bastoni e picchiano anch'essi; il circolo delle bastonate s'allarga, la rissa si estende a tutto lo scompartimento della gradinata; in pochi momenti, cappelli in aria, cravatte in brani, visi sanguinosi, grida da intronare il cielo, tutti gli spettatori in piedi, le guardie in moto, i toreros, di attori, divenuti spettatori. Altre volte è un gruppo di giovanotti burloni che si voltan tutti insieme da una parte gridando: “Eccolo là.”—“Chi?”—Nessuno; ma intanto i vicini si alzano, i lontani salgono in piedi sui sedili, le signore si sporgon fuori dei palchi; in un momento tutto il Circo è sossopra. Allora il gruppo dei giovanotti dà in una sonora risata; i vicini, per non parer minchioni, fanno eco; si ride nei palchi, si ride nelle gallerie, diecimila persone ridono. Altre volte è uno straniero, spettatore per la prima volta della corsa dei tori, che sviene; la notizia si spande in un baleno, tutti s'alzano, tutti cercano, tutti gridano, si fa un casa del diavolo che non ha nome. Altre volte è un bell'umore che saluta un suo amico posto all'estremità opposta del Circo con un portavoce che fa l'effetto d'uno scoppio di tuono. Quella grande folla è agitata in pochi istanti da mille sentimenti contrarli; passa con una vicenda incessante dal terrore all'entusiasmo, dall'entusiasmo alla pietà, dalla pietà all'ira, dall'ira all'allegrezza, alla meraviglia, alla gioia sfrenata.
L'impressione insomma che lascia nell'animo questo spettacolo è indescrivibile, è un miscuglio di sentimenti nel quale è impossibile raccapezzar nulla di schietto, non si sa che pensarne. A momenti, inorriditi, vorreste fuggire dal Circo, e giurate di non tornarci mai più; a momenti, meravigliati, rapiti, quasi ebbri, non vorreste che lo spettacolo avesse mai fine; ora vi sentite quasi pigliar male; ora anche voi, come i vostri vicini, prorompete in grida, in risa e in applausi; il sangue vi fa ribrezzo, ma il coraggio meraviglioso dell'uomo vi esalta; il pericolo vi stringe il cuore, ma la vittoria vi rallegra; a poco a poco la febbre che agita la folla s'impadronisce di voi; non riconoscete più voi stesso; siete un altro; avete anche voi degli accessi d'ira, di ferocia, d'entusiasmo; vi sentite vigoroso e audace; la lotta vi accende il sangue; il balenío della spada vi mette un fremito; e poi quelle migliaia di visi, quello strepito, quella musica, quei muggíti, quel sangue, quei silenzi profondi, quei fragori improvvisi, quella vastità, quella luce, quei colori, quel non so che di grande, di forte, di crudele, di magnifico, che v'abbarbaglia, vi stordisce e vi rimescola....
Bello è il veder uscir la gente; son dieci torrenti che sgorgano da dieci porte e allagano in pochi minuti il borgo di Salamanca, il Prado, i viali di Recoletos, la strada Alcalà; migliaia di carrozze aspettano nei dintorni del Circo; per un'ora, da qualunque parte uno si volga, non vede che un formicolaio a perdita d'occhio; e tutti tacciono; le emozioni hanno spossato tutti; non si sente che il rumore dei passi; pare che la folla voglia dileguarsi furtivamente; una specie di tristezza è sottentrata alla clamorosa allegria di poc'anzi. Io, per mio conto, la prima volta che uscii da quel Circo, avevo appena tanta forza da reggermi in piedi; la testa mi girava come un arcolaio, le orecchie mi fischiavano, per tutto vedevo corna di tori, occhi iniettati di sangue, cavalli morti, luccichío di spade. Presi la via più corta per andare a casa, e appena arrivato, mi cacciai in letto, e m'addormentai d'un sonno profondo. L'indomani mattina venne in gran fretta la padrona di casa a domandarmi: “Ebbene? che gliene parve? s'è divertito? ci tornerà? che cosa ne dice?”—“Non so” risposi “mi par d'aver sognato, gliene parlerò poi, ho bisogno di pensarci.”—Venne il sabato, la vigilia della seconda corsa dei tori. “Ci va?” mi domandò la padrona. “No...” risposi pensando ad altro. Uscii, infilai la strada d'Alcalà, mi trovai, senza accorgermene, davanti alla bottega dove si vendono i biglietti; c'era un visibilio di gente; dissi fra me:—Ci ho da andare?... Sì?... No?...—“Vuole un biglietto?” mi domandò un ragazzo: “un asiento de sombra, tendido numero seis, barrera, quince reales?” Ed io risposi: “Qua!”
Ma per comprender bene la natura di codesto spettacolo, bisogna conoscerne la storia. Quando si sia fatto per la prima volta un combattimento coi tori, non si sa in modo sicuro; la tradizione narra che fu il Cid Campeador il primo cavaliere che scese colla lancia nell'arena, e uccise da cavallo il formidabile animale. D'allora in poi i giovani nobili si dedicarono con grande ardore a questo esercizio; in tutte le feste solenni vi furon corse di tori; e solamente alla nobiltà era concesso l'onore di combattere; i re stessi scendevan nell'arena; durante tutto il medio-evo era codesto lo spettacolo favorito delle corti, e l'esercizio prediletto dei guerrieri, non solo tra gli Spagnuoli, ma anco tra gli Arabi; e gli uni e gli altri gareggiavano nell'arena toresca come sul campo di battaglia. Isabella la Cattolica volle proibire le corse dei tori, perchè, avendone vista una, le aveva fatto orrore; ma i molti e potenti partigiani dello spettacolo la distolsero dal mandare ad effetto quel disegno. Dopo Isabella, le corse presero un grande incremento. Carlo V stesso uccise di propria mano un toro nella piazza maggiore di Valladolid; Ferdinando Pizzarro, il celebre conquistatore del Perù, fu un torero valente; il re Don Sebastiano di Portogallo colse nell'arena più d'un alloro; Filippo III fece abbellire il circo di Madrid; Filippo IV vi combattè; Carlo II protesse l'arte; sotto il regno di Filippo V, si costrussero, per ordine del Governo, parecchi circhi; ma l'onore di torear apparteneva sempre esclusivamente alla nobiltà; non si toreaba che a cavallo, e con cavalli bellissimi, e però non si spargeva altro sangue che quello del toro. Solamente verso la metà del secolo scorso l'arte si estese al popolo, e sorsero i toreros propriamente detti, artisti di professione, che combattevano a piedi e a cavallo. Il famoso Francisco Romero de Ronda perfezionò il toreo a piedi, introdusse l'uso di uccidere il toro, faccia a faccia, con la spada e la muleta, e fissò le regole dell'arte. D'allora in poi lo spettacolo diventò nazionale e il popolo vi accorse con entusiasmo. Il re Carlo II lo proibì; ma la sua proibizione non fece che convertire l'entusiasmo popolare, come dice un cronista spagnuolo, in una aficion epidémica. Il re Ferdinando VII, appassionato pei tori, istituì una scuola di tauromachía a Siviglia; Isabella II fu più entusiasta di Ferdinando VII; Amedeo primero non fu da meno, a quello che si dice, di Isabella II. Ed ora il toreo fiorisce più che mai nella Spagna; più di cento sono i grandi proprietarii che allevano tori per gli spettacoli; Madrid, Siviglia, Barcellona, Cadice, Valenza, Jerez, Porto di Santa Maria hanno un circo di tori di prim'ordine; non meno di cinquanta sono i piccoli circhi capaci di tremila fino a novemila spettatori; in tutti i villaggi, dove non c'è circo, si fanno le corridas nelle piazze; a Madrid tutte le domeniche, nelle altre città ogni volta che si può, da per tutto con immenso concorso di gente dalle città vicine, dai villaggi, dalla campagna, dai monti, dalle isole, e persino di fuori Stato. Non tutti gli Spagnuoli, è vero, son matti di codesto spettacolo; molti non ci vanno mai; non pochi lo disapprovano, lo condannano, lo vorrebbero veder bandito dalla Spagna; qualche giornalista, di tanto in tanto, alza un grido di protesta; qualche deputato, l'indomani dell'uccisione d'un torero, parla di fare un'interpellanza al Governo; ma son tutti nemici timidi e fiacchi. Per contro si scrivono apologie delle corse dei tori, si fabbricano nuovi circhi, si rinnovano gli antichi, si deridono gli stranieri che gridano alla barbarie spagnuola.
E non si fan solo corridas di tori l'estate, nè lo spettacolo è sempre uguale. L'inverno, nel circo di Madrid, ogni domenica c'è rappresentazione; non sono quei tori belli e focosi dell'estate, non sono i grandi artisti che la Spagna ammira; son torelli di picciola mole e di piccolo animo, sono toreros non ancora provetti nell'arte; ma c'è spettacolo a ogni modo, e benchè non ci vada il Re, nè il fiore della cittadinanza, come alle corse d'estate, il circo è sempre pieno di gente. Si sparge poco sangue, non si uccidono che due tori, si chiude lo spettacolo con dei fuochi d'artifizio; è un divertimento, come dicono con disprezzo i torofili appassionati, da serve e da bambini. Ma v'è un episodio, negli spettacoli d'inverno, che diverte assai. Quando i toreros hanno ucciso i toros de muerte, l'arena rimane a disposizione dei dilettanti; da tutte le parti ci salta dentro gente; in un minuto v'è un centinaio di operai, di scolari, di monelli, chi con un mantello in mano, chi con uno scialle, chi con un cencio qualunque, affollati a destra e a sinistra del toril, pronti a ricevere il toro. La porta s'apre, un toro colle corna fasciate si slancia nell'arena, e lì comincia un parapiglia da non potersi descrivere; la folla lo circonda, lo insegue, lo tira di qua e di là, lo capea coi mantelli e cogli scialli, lo provoca e lo tormenta in mille maniere, finchè il povero animale non potendone più, è fatto uscir dall'arena, e un altro gli sottentra. È incredibile l'audacia con cui quei ragazzi gli si caccian sotto, lo trascinan per la coda, gli saltano addosso; incredibile l'agilità con cui ne scansano i colpi. Qualche volta il toro, voltandosi all'improvviso, ne arriva qualcuno, lo atterra, lo butta in aria, lo solleva in alto sulle corna; talora ne rovescia nella polvere con un sol colpo una mezza dozzina, e toro ed uomini spariscono in un nuvolo di polvere, e lo spettatore teme per un istante che ne sia stato ammazzato qualcuno. Nemmanco per idea! Gl'intrepidi capeadores s'alzano coll'ossa péste e col viso polveroso, scrollan le spalle, e daccapo. Ma non è neanco questo il più bell'episodio degli spettacoli d'inverno. Qualche volta invece dei toreros affrontano il toro le toreras; donne vestite da danzatrici di corda; faccie, davanti alle quali, non gli angeli, ma Lucifero:
«Farìa dell'ali agli occhi una visiera;»
le picadoras a cavallo a un asino, la espada—quella ch'io vidi era una vecchia sessantenne, chiamata la Martina, asturiana, nota in tutti i circhi di Spagna,—la espada a piedi, collo stocco e la muleta, come il più intrepido matador del sesso forte; tutta la cuadrilla accompagnata da un corteo di chulos con grandi parrucche e grandi gobbe. Per quaranta lire quelle disgraziate rischian la vita! Un toro, il giorno ch'io assistei a quello spettacolo, ruppe un braccio a una banderillera, e a un'altra lacerò le sottane per modo che la lasciò in mezzo al circo con appena tanta roba addosso da coprir quello che dev'essere assolutamente coperto.
Dopo le donne, le fiere. In vari tempi si fece combattere il toro coi leoni e colle tigri; pochi anni or sono ebbe luogo una di codeste lotte nel Circo di Madrid. È celebre quella che fece fare il conte duca di Olivares per festeggiar il giorno onomastico, se non m'inganna la memoria, di Don Baltasar Carlos d'Austria, principe delle Asturie. Il toro combattè col leone, colla tigre, col leopardo, e riuscì vincitore di tutti. Anche nel combattimento di pochi anni sono, la tigre e il leone ebbero la peggio; l'una e l'altro si slanciarono impetuosamente addosso al toro; ma prima di riuscire ad addentargli il collo, infilati dal terribile corno, caddero a terra in un lago di sangue. Il solo elefante, un elefante enorme che vive tuttora nei giardini del Buon Ritiro, riportò la vittoria: il toro lo assalì, quegli non fece che mettergli la testa sul dorso e premere, e la pressione fu così delicata che il malcauto assalitore ne fu schiacciato come una polpetta. Ma è agevole immaginare quanta destrezza, quanto coraggio, e che imperturbabile tranquillità d'animo occorra ad un uomo per affrontare con la spada un animale che uccide il leone, che assale l'elefante, e che per tutto dove tocca, squarcia, spezza, rovescia ed insanguina! E vi son degli uomini che l'affrontano tutti i giorni!
I toreros non son mica artisti, come qualcuno può supporre, da mettersi in un mazzo coi saltimbanchi, e pei quali il popolo non nutra altro sentimento che quello dell'ammirazione. Il torero è rispettato anche fuori del Circo, gode la protezione dei giovani aristocratici, va al teatro in palco, frequenta il più signorile caffè di Madrid, è salutato per la strada con profonde scappellate da persone di garbo. Gli espada illustri, come il Frascuelo, il Lagartijo, il Cayetano, guadagnano la bellezza di qualche diecina di mila lire all'anno, possedono case e ville, abitano in appartamenti sontuosi, vestono con isfarzo, profondon monti di scudi nei loro vestiti inargentati e dorati, viaggiano da principi e fumano sigari d'Avana. Il loro vestire, fuor del Circo, è curiosissimo: un cappello all'Orsini di velluto nero, una giacchettina stretta alla vita, sbottonata, che non arriva a toccare i calzoni; un panciotto aperto fino all'ombelico, che lascia vedere una camicia bianca finissima; nessuna cravatta; una fascia di seta rossa o azzurra intorno ai fianchi; un par di calzoni giusti alla gamba come calze da ballerini, un par di scarpette di pelle del Marocco ornate di ricami, un piccolo codino a treccia che scende sul dorso; e poi bottoni d'oro, catenelle, diamanti, anelli, ciondoli, tutta una bottega da orefice addosso. Molti tengon cavallo da sella, qualcuno carrozza, e quando non ammazzano, son sempre in giro al Prado, alla Puerta del Sol, nei giardini di Recoletos, colle loro spose o le loro amanti splendidamente vestite e amorosamente superbe. I loro nomi, i loro visi, le loro gesta sono assai più noti al popolo che le gesta, i visi e i nomi dei comandanti d'esercito e dei ministri di Stato. Toreros nelle commedie, toreros nelle canzoni, toreros nei quadri, toreros nelle vetrine dei venditori di stampe, statue che rappresentan toreros, ventagli coi ritratti dei toreros, fazzoletti con l'effigie dei toreros; se ne vede, se ne rivede e se ne intravvede da tutte le parti. Il mestiere del torero è il più lucroso e più onorifico mestiere a cui un coraggioso figliuolo del popolo possa aspirare. Moltissimi, di fatti, vi si dedicano. Ma pochissimi riescono eccellenti; i più rimangon mediocri capeadores, pochi arrivano ad essere banderilleros di vaglia, meno ancora picadores di grido; bravi espada, poi, non diventano che pochi prediletti dalla natura e dalla fortuna; bisogna esser venuti al mondo con quel bernoccolo; si nasce espada come si nasce poeta. Di uccisi dal toro ce n'è di rado, si contan sulle dita per un lungo giro di tempo; ma gli stroppiati, i malconci, i ridotti in stato da non poter più combattere, sono innumerevoli. Se ne vedono per le città col bastone e le stampelle, chi senza un braccio, chi senza una gamba. Il famoso Tato, che fu il primo dei toreros contemporanei, perdette una gamba; nei pochi mesi ch'io stetti in Spagna, fu mezzo ammazzato un banderillero a Siviglia, fu ferito gravemente un picador a Madrid, fu malconcio il Lagartijo, furono uccisi tre capeadores dilettanti in un villaggio. Non c'è quasi torero che non abbia sparso sangue nell'Arena.
Prima di partire da Madrid volli parlare col tanto celebrato Frascuelo, il principe degli espadas, l'idolo del popolo di Madrid, la gloria dell'arte. Un genovese, capitano di bastimento, che lo conosceva, s'incaricò di fare la presentazione; fissammo il giorno, ci trovammo nel caffè imperiale della Puerta del Sol. Mi vien da ridere quando penso all'emozione che provai vedendolo comparire da lontano e venire verso di noi. Era vestito con gran lusso, carico di ciondoli, luccicante come un generale in grande uniforme; attraversò il caffè, mille teste si voltarono, mille occhi si fissarono su di lui, su di me, sul mio compagno: io mi sentii diventar pallido. “Ecco il signor Salvador Sanchez,” disse il Capitano (Frascuelo è un soprannome). E poi, presentando me a Frascuelo: “Ecco il signor tale dei tali, suo ammiratore.” L'illustre matador s'inchinò, io feci una riverenza, sedemmo e cominciammo a discorrere. Che strano uomo! A sentirlo discorrere si sarebbe detto che non aveva cuore d'infilzare una mosca con una spilla. È un giovanotto di venticinque anni, di mezzana statura, svelto, bruno, bello, con uno sguardo fisso e un sorriso d'uomo distratto. Gli domandai mille cose intorno all'arte sua e alla sua vita; parlava a monosillabi; bisognava che gli cavassi le parole di bocca, a una a una, a furia di domandare. Ai complimenti rispondeva guardandosi la punta dei piedi con uno sguardo modesto. Gli chiesi se fosse mai stato ferito: si toccò un ginocchio, una coscia, la spalla, il petto, e disse: “Qui, e poi qui, e poi qui e poi ancora qui;” sorridendo colla semplicità d'un bambino. Mi scrisse l'indirizzo di casa sua, mi invitò ad andarlo a trovare, mi diede un sigaro, e se n'andò. Tre giorni dopo, alla corsa dei tori, ero in un posto vicino alla barriera; egli mi passò davanti per raccogliere i sigari che gli gettavano gli spettatori; gli lanciai un sigaro di Milano di quei colla paglia; lo prese, lo guardò, sorrise, e cercò chi gliel'aveva gettato; gli feci un cenno, mi vide, ed esclamò:—Ah! el italiano!—Mi pare ancora di vederlo: aveva un vestito color cenerino coperto di ricami d'oro e una mano macchiata di sangue.....
Ma, insomma, un giudizio finale sulle corse dei tori! Sono o no una cosa barbara, indegna d'un popolo civile? Sono o no uno spettacolo che guasta il cuore? Fuori una parola schietta! Una parola schietta? Io non voglio, rispondendo in un modo, tirarmi addosso un diluvio d'invettive, e rispondendo in un altro, darmi della zappa sui piedi, dacchè debbo confessare che sono andato al Circo tutte le domeniche. Ho narrato e descritto, il lettore ne sa quanto me, giudichi lui, e mi conceda di non metterci bocca.
Vidi, a Madrid, la famosa cerimonia funebre che si celebra ogni anno, il 2 di maggio, in onore degli Spagnuoli che morirono combattendo, o furon passati per l'armi dai soldati francesi, sessantacinque anni or sono, in quella tremenda giornata che empì d'orrore l'Europa e fece scoppiare la guerra d'indipendenza.
All'alba tuona il cannone, e in tutte le chiese parrocchiali di Madrid, e dinanzi a un altare eretto accanto al Monumento si comincia a celebrar messe, e si seguita fino a sera. La ceremonia consiste in una solenne processione che parte per lo più dalle vicinanze del palazzo reale, va a sentire un sermone nella chiesa di Sant'Isidoro, dove giacquero sepolte fino al 1840 le ossa del morti; e poi si reca al Monumento a sentire la messa.
In tutte le strade per le quali dovea passare la processione erano schierati i battaglioni dei volontari, i reggimenti di fanteria, gli squadroni di corazzieri, le guardie civili a piedi, le artiglierie, i cadetti; da ogni parte suonavan trombe, tamburi, bande; si vedeva da lontano, al di sopra della folla, un viavai continuo di cappelli di generali, di pennacchi d'aiutanti, di bandiere, di spade; accorrevano da tutte le strade le carrozze del Senato e delle Cortes, grandi come carri trionfali, dorate fin nelle ruote, listate di velluto e di seta, sopraccariche di frangie e di fiocchi, e tirate da superbi cavalli impennacchiati. Le finestre di tutte le case erano ornate di arazzi e di fiori; tutto il popolo di Madrid era in moto.
Vidi passare la processione per la strada d'Alcalà. Venivano innanzi i cacciatori della milizia cittadina a cavallo; poi i ragazzi di tutti i collegi, di tutti gli asili, di tutti gli ospizi di Madrid, a due a due, migliaia; poi gl'invalidi dell'esercito, quali con le stampelle, quali con la testa fasciata, alcuni sorretti dai compagni, altri decrepiti, quasi portati; soldati, generali, con antiche divise, col petto coperto di ciondoli e di nastri, e lunghe spade e cappelli piumati; poi una folla d'ufficiali di tutti i Corpi, luccicanti d'oro e d'argento, e vestiti di mille colori; poi gli alti impiegati dello Stato, i deputati provinciali, i deputati del Congresso, i Senatori; poi gli araldi del Municipio e delle Camere, con ampie toghe di velluto e le mazze d'argento; poi tutti gli impiegati municipali, tutti gli alcaldes di Madrid, vestiti di nero, colle medaglie al collo; infine il Re, vestito da generale, a piedi, accompagnato dal Sindaco, dal capitano generale della Provincia, dai generali, dai ministri, dai deputati, dagli ufficiali d'ordinanza, dagli aiutanti di campo, tutti col capo scoperto. Chiudevano la processione le cento guardie a cavallo, sfolgoreggianti come guerrieri del medio evo; le guardie reali a piedi, con gran berretto di pelo alla foggia della guardia napoleonica, tunica rossa a coda di rondine, calzoni bianchi, due larghe tracolle incrociate sul petto, ghette nere fino al ginocchio, spada, fiocchi, cordoni, fermagli, gingilli; poi ancora volontari, soldati di fanteria, artiglieri, popolo. Tutti andavano a passo lento; sonavano tutte le bande e tutte le campane; il popolo era silenzioso; e quell'insieme di bambini, di poveri, di preti, di magistrati, di veterani mutilati, di grandi di Spagna, presentava un aspetto gentile e magnifico, che ispirava ad un tempo tenerezza e riverenza.
La processione sboccò nel Prado e si diresse verso il Monumento. I viali, i campi, i giardini erano pieni di popolo. Le signore ritte nelle carrozze, sulle seggiole, sui sedili di pietra, coi bambini tra le braccia; gente sugli alberi e sui tetti; a ogni passo, bandiere, iscrizioni funebri, elenchi delle vittime del 2 di maggio, poesie appiccicate ai tronchi delle piante, giornali listati di nero, stampe rappresentanti episodi della strage, ghirlande, crocifissi, tavolini con vassoi per limosine, candele accese, ritratti, statuette, giocattoli pei ragazzi coll'immagine del Monumento; per tutto ricordi del 1808, emblemi, segni di lutto, di festa, di guerra. Gli uomini quasi tutti vestiti di nero; le donne in gran gala, con lunghi strascichi e il velo; frotte di contadini accorsi da tutti i villaggi, coi loro panni festivi; e in mezzo a tutta questa folla un gridìo assordante di acquaiuoli, di guardie, di ufficiali.
Il Monumento del 2 maggio, che sorge nel punto dove furon fucilati il maggior numero degli Spagnuoli, benchè non abbia un valore artistico pari alla fama, è,—per servirmi d'una parola da strapazzo ma significativa,—imponente. È semplice, nudo, e al parer di molti anche pesante e sgraziato; ma arresta lo sguardo e il pensiero, anche di chi non sappia che cosa sia; a prima vista, si capisce che in quel luogo dev'essere accaduto alcun che di tremendo. Sopra un rialto ottagonale di granito con quattro gradinate, s'innalza un grandioso sarcofago di forma quadrata, munito d'iscrizioni, di stemmi, e d'un bassorilievo che rappresenta i due ufficiali spagnuoli morti il 2 maggio nella difesa del Parco d'artiglieria. Sul sarcofago sorge un piedistallo d'ordine dorico, sul quale stanno quattro statuette che simboleggiano l'amor di patria, il valore, la costanza, la virtù. In mezzo alle statue s'erge un alto obelisco, con suvvi scritto a caratteri d'oro: Dos de mayo. Intorno al Monumento si stende un giardino rotondo, intersecato da otto viali che convergono al centro; ogni viale è fiancheggiato da cipressi; il giardino è cinto d'una cancellata di ferro, circuita alla sua volta da una gradinata di marmo. Quel boschetto di cipressi, quel giardino chiuso e solitario, in mezzo al passeggio più allegro di Madrid, è come una immagine della morte in mezzo alle gioie della vita; non si può passar di là senza volgergli uno sguardo; non si può guardarlo, senza pensare; di notte, quando vi batte la luna sembra un'apparizione fantastica, e spira intorno un'aura di mestizia solenne.
Arrivò il Re, fu celebrata la messa, sfilarono tutti i reggimenti, e terminò la cerimonia. Così si celebra l'anniversario del 2 di maggio dal 1814 in poi, con una dignità, con un affetto, con una venerazione, che non onora solamente il popolo spagnuolo, ma il cuore umano. È la vera festa nazionale della Spagna, è il solo giorno dell'anno in cui tacciono le ire di parte, e tutti i cuori si uniscono in un sentimento comune. Nè in questo sentimento, come si potrebbe credere, è nulla d'amaro contro la Francia. La Spagna ha rovesciato tutta la colpa della guerra, e delle stragi che ne furono cagione, sovra Napoleone e Murat; i Francesi sono amichevolmente accolti come tutti gli altri stranieri; delle infauste giornate di maggio non si parla che per rendere onore ai morti e alla patria; tutto, in questa cerimonia, è nobile e grande; dinanzi a quel sacro Monumento la Spagna non ha che parole di perdono e di pace.
Un'altra cosa da vedersi, a Madrid, sono i combattimenti dei Galli.
Lessi un giorno nella Correspondencia, il seguente avviso:—«En la funcion que se celebrarà mañana en el circo de Gallos de Recoletos, habrà, entre otras, dos peleas (combattimenti), en las que figurarán gallos de los conocidos aficionados Francisco Calderon y Don Josè Diez, por lo que se espera serà muy animada la diversion.» Lo spettacolo cominciava a mezzogiorno: ci andai. Fui colpito dalla originalità e dalla leggiadria del teatro. Sembra un chiosco da collinetta di giardino; ma è vasto tanto da contenere poco meno di un migliaio di persone. La forma è perfettamente cilindrica. Nel mezzo sorge una specie di palco circolare, alto poco più di tre palmi, coperto d'un tappeto verde, e aggirato da una ringhiera dell'altezza di quelle dei terrazzini: è il campo di battaglia dei galli. Tra ferro e ferro della ringhiera si stende una sottilissima rete di fili metallici, che preclude lo scampo ai combattenti. Intorno a questa specie di gabbia, il piano della quale è grande quanto una gran tavola da pranzo, ricorre un cerchio di poltrone, e dietro a questo, un po' più alto, un secondo; le une e le altre rivestite di panno rosso. Su parecchie delle prime è scritto a lettere di scatola:—Presidente—Secretario—ed altri titoli di personaggi che compongono il tribunale dello spettacolo. Al di là delle poltrone s'alza come una gradinata di banchi, fino alla parete, nella quale s'apre una galleria sostenuta da dieci sottili colonne. La luce viene dall'alto. Il rosso vivo delle poltrone, i fiori dipinti sui muri, le colonne, la luce, l'aria, in una parola, del teatro, ha un non so che di nuovo e di pittoresco, che piace e rallegra. A prima vista, pare che in quel luogo si debba piuttosto sentire una musica festiva e gentile che assistere ad una lotta di bestie.
Quando entrai, v'era già un centinaio di persone.—O che gente è questa?—mi domandai. E veramente il pubblico del circo dei Galli non rassomiglia a quello di nessun altro teatro; è una mescolanza sui generis che si vede soltanto a Madrid. Non c'è donne, non ragazzi, non soldati, non operai, poichè è giorno di lavoro e un'ora incomoda; e nondimeno vi si nota una maggior varietà di aspetti, di vestiti e di atteggiamenti che in qualunque altro ritrovo popolare. È tutta gente che non ha che fare lungo la giornata: commedianti coi capelli lunghi e lo staio spelato; toreros,—c'era Calderon, il famoso picador,—colla loro ciarpa rossa intorno alla vita; studenti colle traccie sul viso della notte passata al gioco; negozianti di galli, giovanotti eleganti, vecchi signori aficionados vestiti di nero, con guanti neri e cravattone. Questi intorno alla gabbia. Più in là, rari nantes, qualche inglese, qualche bighellone, di quei che si vedon per tutto, i servitori del circo, una donna di mala vita, una guardia civile. Tranne i forestieri e la guardia, gli altri,—signori, toreros, negozianti, commedianti,—si conoscon tutti, e parlan tutti tra loro, a una voce sola, della qualità dei galli annunziati dal programma dello spettacolo, delle scommesse del giorno innanzi, degli accidenti delle lotte, di zampe, di penne, di sproni, di ali, di becchi, di ferite, ostentando la ricchissima terminologia dell'arte, e citando regole, esempi, galli dei tempi andati, e lotte e vincite e perdite famose.
Lo spettacolo cominciò all'ora fissata. Si presentò un uomo in mezzo al circo con un foglio in mano e cominciò a leggere; tutti tacquero. Lesse una serie di numeri che indicavano il peso delle varie coppie di galli che dovevan combattere, poichè, coppia per coppia, non possono pesare l'un più dell'altro di là d'una misura determinata del codice gallistico. Ricominciaron le chiacchiere, poi ricessarono a un tratto. Un altr'uomo con due cassette tra le braccia venne innanzi; aperse uno sportello della ringhiera, salì sul palco, e attaccò le due cassette ai due capi d'una bilancia pendente dal soffitto. Due testimoni s'accertarono che il peso era quasi eguale dalle due parti, tutti sedettero, il presidente si mise al suo posto, il segretario gridò:—Silencio!—, il pesatore e un altro servitore presero una cassetta ciascuno, e sporgendola dai due opposti sportelli della ringhiera, l'apersero tutti e due insieme. I galli uscirono, gli sportelli si richiusero, gli spettatori serbarono per qualche momento un silenzio profondo.
Eran due galli andalusi di razza inglese per servirmi della curiosa definizione datami da uno spettatore, alti, smilzi, diritti come fusi, con un lungo collo mobilissimo, completamente spennati nelle parti posteriori, e dal petto in su; senza cresta, la testa piccina, e un par d'occhi che rivelavano l'indole battagliera. Gli spettatori li osservarono attentamente senza profferire parola. Gli aficionados, in quei pochi istanti, giudicano dai colori, dalle forme, dai movimenti dei due animali quale sarà probabilmente il vincitore; poi propongono le scommesse. È un giudizio, come ognun può comprendere, molto incerto; ma è l'incertezza che dà vita al gioco. A un tratto, il silenzio è rotto da uno scoppio di grida.
—Un duro (uno scudo) por el derecho!—Un duro por el izquierdo! (il sinistro)—Va!—Tres duros por el negro!—Quatro duros por el pardo! (il grigio)—Una onza (ottanta lire) por el chico!—Va!—Va por el negro!—Va por el pardo!—
Tutti urlano, agitano le mani, si accennano l'un l'altro col bastone, le scommesse s'incrociano in tutti i sensi; in pochi momenti v'è un migliaio di lire in gioco.
I due galli, da principio, non si guardano. Uno volto da una parte, l'altro dall'altra, cantano, allungando il collo verso gli spettatori, come se domandassero:—Che cosa volete?—A poco a poco, senza far segno di essersi visti, s'avvicinano; pare che l'uno voglia pigliar l'altro di sorpresa. All'improvviso, colla rapidità del lampo, spiccano un salto coll'ali aperte, s'urtan nell'aria, e ricadono, spandendo intorno un nuvolo di penne. Dopo il primo urto, si fermano, e si piantano l'uno dinanzi all'altro, col collo teso e i becchi che quasi si toccano, guardandosi fissi, immobili, come se volessero avvelenarsi cogli occhi. Poi di nuovo s'avventano l'un contro l'altro con una grande violenza, dopo di che gli assalti si succedono senza interruzione. Si feriscono a zampate, a spronate, a colpi di becco; si stringono coll'ali in modo che paiono un gallo solo con due teste; si caccian l'un sotto il ventre dell'altro, si sbattono contro i ferri della ringhiera, si inseguono, cadono, strisciano, svolazzano; e via via i colpi si fan più fitti, volan via le piume della testa, i colli diventan color di fuoco, e metton sangue. Poi prendono a punzecchiarsi nel capo, intorno agli occhi, negli occhi, si scarnificano colla furia di due forsennati che abbian paura d'esser divisi; par che sappiano che uno dei due deve morire; non mettono una voce, non un gemito; non si sente che lo strepito delle ali agitate, delle penne che si rompono, dei becchi che picchian nell'ossa; e non un istante di tregua; è un furore che va dritto alla morte.
Gli spettatori seguon coll'occhio intento tutte le mosse, contan le penne divelte, numerano le ferite; e il gridìo si fa sempre più concitato, e le scommesse più forti:—Cinco duros por el chico! (il piccolo)—Ocho duros por el pardo!—Veinte duros por el negro!—Va!—Va!—