LA BUFERA


EDOARDO CALANDRA

LA BUFERA

1899
ROUX FRASSATI e Cº Editori
TORINO.


PROPRIETÀ LETTERARIA

(2048)


ALLA MEMORIA DI MIO PADRE


I.

Quando nel gran mondo torinese di cento anni fa, si veniva per caso a discorrere del castello e del parco di Racconigi, accadeva spesso di sentir soggiungere:

— Anche i Claris hanno una bella campagna da quelle parti.

Però il marchese Enrico Costa de Beauregard, che nel 1796 scriveva: — Raconis est un des plus beaux lieux du monde — non avrebbe potuto in buona coscienza dir altrettanto di Robelletta. Rari amici e conoscenti si recavano a visitare la contessa al tempo della villeggiatura; e la villa di casa Claris, meglio che a questi pochi, doveva forse la sua fama ai molti che non vi erano mai stati.

Tenendosi in Polonghera, sulla fine del secolo XVII, la grossa gabella del sale proveniente da Nizza, mentre se ne mandava una grossa parte a Torino sui barconi del Po, con l’altra si provvedeva, per mezzo di carri, Murello, Racconigi, Cavallerleone ed altri comuni vicini. La strada per cui passavano questi carri è detta anche oggidì strada del sale.

In un punto di questa sboccava un viale largo e diritto, che metteva, tra due sfilate d’olmi, a un cancellone di ferro, ritto fra pilastri guarniti di brutte arpie di pietra molto mal scolpite. Quello era l’ingresso di Robelletta. Il fabbricato poi si divideva in due parti: una signorile e l’altra rustica. La parte signorile, di due piani, oltre il terreno, aveva una facciata schietta e severa, senz’altri ornamenti che un terrazzino con graziosa ringhiera di ferro battuto, ed una gran meridiana scrostata e scolorita. Cigolavano alte sul tetto due ventaruole, tutte rugginose, con l’iscrizione C. d. R. 1777. Nella parte rustica, assai più bassa e più lunga, erano le stanze dei contadini, la stalla, i magazzini, il fienile. Una grossa muraglia, con un portone quasi sempre chiuso, separava il cortile dall’aia, i signori dai servi.

Dietro la casa era il giardino, che sebbene vago e assai grande, non aveva che far con un parco.

Tutti gli anni, quando la stagione si faceva propizia, il conte Annibale avvertiva la contessa Polissena che, a dì tanti del mese corrente, si sarebbe recato alla Florita: palazzina con vigna situata alla sinistra della strada di Moncalieri, non lontano da Cavoretto, in luogo appartato ed ameno.

La contessa distribuiva tosto gli ordini, e si disponeva a partire per Robelletta.

Il cavaliere Telemaco Mazel della Comba, informato di quanto avevano stabilito i due coniugi, deliberava subito di fare una visita ad un certo suo castellotto, posto tra Cavallerleone e Cavallermaggiore, e veniva ad offrire la sua compagnia alla dama, della quale era da anni sviscerato ammiratore ed amico.

La partenza e l’arrivo seguivano nel giorno prefisso, sempre nello stesso modo e colle stesse formalità.

Una bella mattina, a Robelletta, si vedevano giungere i barocci dei bagagli; più tardi, verso mezzogiorno, un gran veicolo pieno di servitù; infine nel pomeriggio, preceduta dal cavaliere Mazel, che si compiaceva di far da battistrada, la carrozza ampia e comoda dell’illustrissima signora contessa.

Il cavaliere, entrato in cortile, metteva piede a terra e, all’arrivo del legno, con un garbo tutto suo, offriva la destra alla nobil signora. Questa scendeva e volgendosi subito a sinistra, rispondeva con un cenno grazioso ai saluti ed alle riverenze dei contadini maschi e femmine affollati al portone. Sbucavano dietro di lei pianamente, don Nicolao Bonhomine, il prete di casa, e la signorina Teresa Virando, damigella di compagnia, rinfichisecchita dagli anni e dall’uniformità del servizio.

Intanto Mazel, baciata la bianca mano ingemmata che aveva tenuto fra le sue, dava un passo indietro e piegato il capo e la persona, mostrava poi, rialzandosi, un volto composto a certa commozione, qual di chi lascia, Dio sa per che tempo! una persona sommamente diletta. Inforcata quindi la sella, si allontanava curvo, dinoccolato, seguito dal fido cameriere Chambery, pur esso a cavallo.

L’assenza del buon gentiluomo non durava mai più di ventiquattro ore; il giorno dopo, sul far della sera, egli era di nuovo a Robelletta; occupava un elegante appartamentino al secondo piano, e non si moveva più che per riaccompagnare a Torino la signora del suo cuore.

Ma nel maggio del 1797 egli non ricevette l’annunzio della partenza con la consueta soddisfazione: il tempo non era fermo; le strade non erano sicure; poi lo seccava aver per compagno nel viaggio, e probabilmente anche nel soggiorno, Massimo Claris, giovane e bollente ufficiale, al quale il conte Claris padre, per certe sue ragioni e previa licenza dei superiori, credeva opportuno di far mutar aria. Il contino non gli rendeva l’ossequio ch’egli sentiva di meritare; la sua presenza, senza che sapesse spiegarsi il perchè, gli era sempre riuscita noiosa durante il quotidiano adempimento dei suoi doveri di perfetto servente. E poi insomma il cavaliere andava in sulla persona che pareva una maestà a mirarlo, ma sentiva di non esser più giovane e cominciava a non veder più di buon occhio tutti quelli che lo erano ancora.

Il tragitto da Robelletta al castello avito sembrò a Mazel più lungo e sopratutto più uggioso d’ogni altra volta. Sulla pianura si stendevano nuvoli bassi e densi, i quali comprimevano l’aria e la rendevano immota ed affannosa. L’aspetto della campagna, inondata dalle pioggie eccessive ed invasa dai bruchi, faceva presagire una nuova carestia, forse più aspra di quella del 95.

Alla vecchia stamberga lo aspettava un mare di noie e di guai. Il custode non avendo ricevuto l’annunzio del suo arrivo, non aveva nè ammannita la cena, nè data aria alle stanze: Mazel dovette contentarsi d’una frittatina di due uova e d’un po’ di formaggio, e dormire in una camera parata di un damasco stupendo, ma dove il tanfo di muffa e di racchiuso levava il respiro. La mattina seguente si destò un po’ rasserenato, ma si rannuvolò tosto vedendo che un fulmine aveva diroccata la metà del torrione, e che a voler tener su le mura, sgretolate dagli anni e dalle intemperie, erano necessarie pronte, importanti e costose riparazioni.

Anche nel podere annesso il disordine ed il trasandamento erano grandi; gli fu impossibile dar le sue istruzioni e sbrigarsi di tante faccende in un giorno, gliene abbisognarono tre. Si rimise in cammino nel pomeriggio del quarto, ma colto per istrada da due gagliarde scosse d’acqua che lo obbligarono a cercar rifugio prima sotto il portico d’una cappelletta, poi in un tugurio isolato, non potè essere a Robelletta che molto tardi, quando la contessa s’era già ritirata.

La disdetta raddoppiò in lui la bramosia di rivederla, cosicchè si alzò di buon’ora, come non s’era più alzato da anni, forse forse dalla mattina del suo famoso duello col vassallo di Pantaneto; uscì di camera profumato, incipriato, rinfronzolito, e discese adagio adagio le scale, perchè si sentiva le ossa gravi e fiaccate dallo strapazzo di quei fastidiosissimi giorni.

Un servitore finiva appunto di dar ordine alle stanze terrene: — Cospetto! era proprio presto! — Si fece alla soglia per considerare il tempo: — Finalmente, lodato Dio! il cielo era tutto sereno. — Si voltò, e, quando meno se lo aspettava si trovò fronte a fronte con Massimo.

— Oh! — esclamò questo — già alzato?

— Già — rispose Mazel — e tu dove vai?

— Fin lì sulla strada. Un momento fa, stando alla finestra, ho visto passare una veste chiara, una veste color di rosa... A quest’ora, capisce, e da queste parti, val ben la pena di vedere chi è?

— Qualche contadina vestita da festa...

— Che contadina! Una signora, son certo che è una signora. Vado e torno.

— Sì; e ricordati che è domenica... Sventato!

Il giovane non rispose, non l’udì forse nemmeno; era già in cortile. Il cavaliere attraversò la stanza d’ingresso, entrò nel salotto buono, e si adagiò sopra una poltrona.

Auf! quel Massimo, quanti dispiaceri non aveva già dato ai suoi genitori, e, per rimbalzo, anche al più intrinseco fra gli amici di casa. Prima avevano avuto a dolersi di lui perchè si accostava troppo al fare di certi scioperati che si gloriano d’essere audaci con le donne, intemperanti negli svaghi e nelle spese, presuntuosi, arroganti, malcreati, quasi che il grado di tenente o di capitano fosse un privilegio per insolentire con tutti e per tutto. Poi...

Qui il cavaliere sentì che esagerava; Massimo non era nè presuntuoso, nè arrogante; era una testa calda che operava sempre senza giudizio. La sua esaltazione di mente lo aveva tratto a sbagliar nel passato e poteva imbarcarlo in brutte faccende per l’avvenire.

Nel ’92, l’abbandono della Savoia e di Nizza al primo rompersi della guerra, senza un serio tentativo di difesa, aveva sollevato il malcontento di tutti. Il Re, colpiti più o meno severamente quelli che dovevano rispondere a lui delle proprie azioni, aveva creduto opportuno, per riguardi di disciplina, di punire, col privarli del grado, due giovani ufficiali, i quali avevano osato biasimare apertamente i loro capi: Borgarelli d’Isone e Massimo Claris. Tutti e due avevano poi fatta la seconda campagna come semplici soldati volontari, portandosi in modo da riaver subito quanto avevano perduto e meritare un avanzamento per giunta. Ma in casa Claris la memoria del castigo durava più viva che quella del compenso. Il conte Annibale, uomo d’inflessibile severità di principii, dava a divedere molto spesso che non aveva ancor compiutamente perdonato a suo figlio. La contessa viveva inquieta, temendo sempre qualche nuovo errore; tanto più che Massimo non mostrava affatto di volersi ravvedere; anzi veniva manifestando idee sempre più eteroclite e sempre meno pacate.

— Già — conchiuse tra sè il cavaliere, seccato da cotesti ricordi — questo benedetto ragazzo sarà sempre il nostro tormento. — Così pensando si alzò e girellò per le sale cercando come passare la noia. Sfogliò il Palmaverde e il Calendario per la Real Corte; tolse una statuina da un tavolincino, ov’era in pericolo, e la portò sul caminetto; odorò voluttuosamente, chiudendo gli occhi, un mazzolino al fresco in un bel vaso di Vinovo; e nell’atto, senza che egli sapesse il perchè, gli si ripresentò alla mente l’immagine di Massimo col suo leggiero soprabito color tanè chiaro, la sottoveste bianca, i calzoni di pelle e gli stivali con la rivolta, che tornavano così bene alla gamba ed al piede.

— Peccato — diss’egli tra sè — che sia un animale sì fatto, perchè poi è un bel giovane, e veste benissimo.

E qui, come per fare un confronto, andò a porsi davanti a una magnifica spera alla rococò, che posava inclinata sur una nobile console messa a oro. La pausa fu lunga e meditata. Mazel vi si mirava dalla testa ai ginocchi, poi indietreggiando compiva l’esame: il ventre cominciava a pronunciarsi un po’ troppo, ma c’era di che confortarsi considerando le gambe; quelle si potevano dir veramente tornite, sì che le calze finissime non vi facevano una grinza.

— Hum! — mormorò egli, tra’ denti — gambe di questa forma, nel secolo venturo, non se ne vedranno forse più.

Alla fin de’ conti egli non aveva che cinquantasei anni; poteva togliersene cinque grazie alla freschezza delle gote, alla bianchezza dei denti, e sopra tutto a certe sapienti manipolazioni del suo cameriere... Però Chambery non era più quello d’una volta; le sue mani non erano più ferme, e nel ravviargli i capelli, nello stringere col compasso le ciocche, spesso tirava troppo più l’una che l’altra, un affare serio...

— Niente — disse Massimo, affacciandosi all’uscio — sono andato fin presso alla cascina del Colombetto senza trovar anima viva. Eppure, creda, che non ho sognato: ho visto realmente una signora accompagnata da un signore, e parevano giovani tutti e due. Bisogna dire che abbiano svoltato. Però non saprei dove...

— Dimmi un po’ — interruppe Mazel — quel cameriere che avevi ultimamente... Frontino, mi pare?

— Fiordelis.

— Bene: sai che sia già collocato?

— Non saprei proprio.

— Perchè, se fosse ancor libero, forse mi deciderei a mandare a spasso Chambery, che oramai è vecchio... Pettina bene quel giovinotto.

— Benissimo, ma è una canaglia.

— Non importa, purchè faccia il servizio. Dove vai?

— A dar un’occhiata in scuderia.

— Bada che a momenti si suonerà per la messa; non allontanarti, eh!

Rimasto di nuovo solo, il cavaliere guardò l’orologio. Cospetto! era impossibile che l’amabil contessa non fosse desta ed alzata. Non scendeva perchè forse ignorava tuttora il suo ritorno. Allora escogitò un modo delicato e sottile di avvertirla della sua presenza e manifestarle nel tempo stesso la smania ch’egli aveva di rivederla. Sedette al cembalo, crollò le mani per liberarle dai pizzi, poi, accompagnandosi, cantò modulatamente un motivino patetico, che egli giudicava dovesse suscitare, nel cuore di colei che lo udiva, un subisso d’affetti.

Com’ebbe finito andò per vedere se mai don Bonhomine fosse già nella cappella, il cui uscio privato si apriva di fianco alla scala. Ed ecco che subitamente un fruscio di serica veste gli fece balzare il cuore dalla gioia. La sua signora, la sua regina, scendeva appoggiata al braccio della secca compagna: scendeva con la testa alta, leggermente inclinata a diritta sur un collo vezzoso e sottile, come quello di Maria Antonietta. Anche negli occhi, nel naso, nella bocca ella ricordava alcun poco l’altera figlia di Maria Teresa. Aveva poi la dignità e la venustà del portamento propria alle dame dell’antico regime.

Mazel, immobile, l’ammirava a tutto potere; un lieve sorriso, ch’ella gli schiuse guardandolo, lo scosse; salì ad incontrarla e presale la mano, vi accostò una, due, tre volte le labbra, accompagnando l’atto con un gemito sordo, che esprimeva bramosia, tenerezza, riconoscenza, beatitudine. La condusse quindi, senza lasciar le sue dita, alla sala da pranzo, ove sedettero di fronte. La damigella di compagnia posò sulla tavola un libro e un ventaglio e si ritirò. Intanto, da un altr’uscio, entrò un domestico con tutto il servito da cioccolata.

La contessa ricusò con un atto quasi impercettibile; ma il cavaliere, presa la chicchera, intinse nella calda bevanda spumante una fettina di pan francese, e la recò, immollata a puntino, alle labbra. Dopo di che credette opportuno di avvertire l’astensione della dama.

— Oh! — fec’egli — e perchè?

— Perchè non ho appetito.

— Cioè non volete avere appetito.

Ella contrasse le ciglia e non disse altro. Il cavaliere sentì che il suo pensiero era altrove e le esaminò il viso: era pallida; e il pallido candor della pelle pareva lievemente annebbiato di livido al di sotto degli occhi.

— Ohimè — disse fra sè, contristato: — è dunque vero? La cara metà di me stesso un giorno più dell’altro si fa mesta ed accasciata!

Un anno prima, già angustiata da un cominciamento di pinguedine, la contessa Polissena s’era fisso in capo che ottimo partito fosse lo scemarsi il cibo, ch’ella usava pur già assai frugale; poi, sembrandole che questo non bastasse e volendo anche dar al suo vivere una regola più confacente all’età in cui entrava, si era rivolta ai medici. Il suo caso era stato lungamente e minutamente discusso, imperocchè bisognava stabilir nettamente, prima di tutto, se si trattasse d’una vera e propria malattia; poi, quando la cosa risultasse provata, se il male fosse di quelli che van combattuti fortificando il corpo, o distrutti debilitandolo.

Mentre i luminari della scienza consultavano senza nulla concludere, il buon cicisbeo non lasciava senza conforto il suo idolo. Egli si mostrava d’una galanteria senza pari, si stemperava in dichiarazioni ed in complimenti, coglieva tutte le occasioni per affermar gagliardamente che non l’aveva mai vista sì formosa, sì elegante, sì seducente.

— È inutile — diceva egli — una donna non può dirsi veramente bella se le manca l’espressione, e questa non si acquista che con la maturità; che è poi l’età perfetta dell’uomo e della donna.

Quanto alla delicata, scabrosa questione del magro e del grasso, chi la pensa in un modo e chi in un altro.

Mazel, benchè cavaliere cristiano, trattandosi di cosa affatto profana, non si adontava d’andar d’accordo coi turchi; i quali, essendo quei gran conoscitori che ognun sa, le donne improsciuttite e mummificate non le voglion neanche vedere.

Sapeva questo, perchè glie l’aveva detto un medico che era stato in Barberia a esercitar nei serragli; e aggiungeva una quantità di osservazioni scientifiche di nuovo conio, che destavano l’ilarità degli amici e talora avevano anche la virtù di rasserenar per un momento la stessa signora.

Ma quella mattina, lì da solo a sola, non sapeva più cosa dire; mandava giù pianamente una fetta dopo l’altra, pensando al modo di rompere un silenzio che incominciava a pesargli.

Alla fine, una voce sommessa chiese licenza d’entrare; e, ad una breve parola affermativa, Gringia, il maestro di casa, si presentò sulla soglia profondamente inclinato.

La contessa e il cavaliere si alzarono.

Nel cortile, riuniti davanti alla porta della cappella, i contadini e le contadine aspettavano per entrare che i padroni fossero a posto. Indossavano tutti i loro migliori vestiti. Gli uomini tenevano in testa cappelli a cencio o a tre punte, di sotto ai quali usciva il codino, attorcigliato in più modi. In quasi tutti si scorgeva lo studio d’aver negli abiti qualche cosa del militare; e ciò non per ostentazione o per moda, ma per impulso di persuasione, per spirito naturalmente marziale. Erano giubbe d’un taglio che davano aspetto di milite a chi le portava; casacche cenerine adorne di galloni, o addirittura vecchie uniformi riconoscibili al colore, ai bottoni, alle rivolte. Fra le donne, alcune avevan le treccie chiuse in una cuffia più o meno ricca di gale e di trine; altre la testa e le spalle coperte da un velo.

In un subito si levò un breve mormorìo, seguìto tosto da silenzio profondo. I signori entravano nella cappella dall’uscio laterale. Si vide Mazel porgere alla contessa due gocce d’acqua benedetta sull’estremità delle dita, segnarsi devotamente con lei, secondar con un inchino la riverenza ch’ella fece all’altare, e porgerle, accompagnandola al banco, il libro e il ventaglio.

Entrarono le persone di servizio; entrarono i contadini; e, alla fine, nel momento in cui il prete compariva all’altare, entrò anche Massimo, che andò a inginocchiarsi accanto a sua madre.

Il cavaliere gli lanciò un’occhiata severa, poi si trasse davanti una sedia e cercò subito di concentrar la mente in un pensiero di devozione sincera. Ma lo sguardo, fisso da prima sull’altare, salì pian piano, senza ch’egli se ne accorgesse, al gran vecchione bianco e barbuto dipinto sulla volta, ridiscese tosto sulla pianeta rabescata di don Bonhomine, si posò sul panno d’arazzo che pendeva davanti all’uscio, risalì fino alla finestra... e la trovò chiusa.

Così dunque l’aria pura e vitale non poteva venire ai suoi magnanimi polmoni che dalla porta che gli stava alle spalle, e l’intervallo era pieno di servitorame d’ambo i sessi e di villani d’ogni età.

— Boh, che tanfo malefico!

Ficcò il pollice e l’indice nel taschino della sottoveste, frugò, trasse un gingillo d’oro che, appena schiuso, gli creò intorno una squisita atmosfera olezzante. Osservando la donna amata, gli parve che anch’essa respirasse a fatica: aveva le labbra semi-aperte e lavorava assai di ventaglio.

— Ehee! — pensò egli — lo so bene che si soffoca. Ma perchè stringersi anche nel busto a quel modo?... Per me forse? Poverina!

Poteva sì o no proporle d’uscire un pochino? — No: ella avrebbe sopportato qualunque disagio prima che mancare a un dovere verso Dio; e poi appunto in quel momento la vide curvarsi sul banco e coprirsi il viso con le mani, come per raccogliersi in più intima e fervorosa orazione.

— E come prega! — seguitava tra sè il cavaliere. — Uhm! non sarà per Annibale certo: hanno stanze, villeggiatura, tavola, servitori, carrozza, tutto a parte... Pregherà per suo figlio... o per sè stessa... Poverina, poverina!

Sì sì, doveva esser così: la contessa implorava dall’Eterno Dispensatore d’ogni grazia una dilazione, una sosta nell’inesorabile fuga del tempo. Ella soffriva di sentirsi invecchiare, temendo forse di veder intiepidire quell’adorazione che le era sì accetta, sì preziosa, indispensabile, forse!

Mazel provò un senso di commiserazione profonda. Il caro nodo durava oramai da molti anni. Egli era il cavaliere servente legittimo, accettato e stipulato per contratto matrimoniale; il marito l’aveva sempre trattato con molto riguardo; gli amici e gli affini, con gran deferenza; nel bel mondo era stato proposto molte volte come esempio. Infatti, cospetto! egli poteva vantarsi d’aver osservato scrupolosamente tutti i patti, d’aver atteso sempre con ogni sollecitudine al suo ufficio. Si sentiva senza paura, senza macchia, disposto a perseverare. Oh Dio, sì, dispostissimo!

E affissandosi nella sua dolcissima fiamma, rinnovò solennemente il suo giuramento di fedeltà.

S’udì il campanello dell’elevazione. La contessa non si mosse.

Mazel si stupì. Un momento dopo la vide che si abbandonava tutta, languidamente a sinistra. Si rimescolò, si slanciò: fu appena in tempo a sorreggerla.

Corse subitamente per la piccola cappella un fremito di esclamazioni soffocate, uno scricchiolare di banchi e di seggiole, uno stropiccìo sgominato di piedi. Don Bonhomine si voltò e rimase là, sbalordito, con le braccia alzate. La damigella, la cameriera, il maestro di casa si accostarono premurosi; gli altri servitori si fecero strada fra il contadiname a furia di gomitate per uscir subito e trovarsi fuori, pronti a ogni ordine.

La gentildonna, levata di peso dall’amico e dal figlio, fu trasportata nelle sue stanze. Seguì uno sbatter d’usci; passi rapidi suonarono sul pianerottolo; una voce concitata gridò confusamente alcuni ordini. I servitori attruppati col naso in aria a piè della scala, si precipitarono tutti insieme in cortile, come ne fosse toccato per l’appunto uno a ciascuno.

— Un medico! Un medico! Un medico!

— Su, ragazzi! — diceva il maestro di casa: — uno a Polonghera, subito; o a Murello; o a Racconigi. Animo, a te, Tracco!

— Io? Ma non son niente pratico, io.

— Allora avanti: Biglia, Merlo, Pomero, a voialtri, presto!

— Ma cosa! — protestava Merlo — qui si tratta di correre, ohe: bisogna mandare gente giovane.

— Diavolo! — esclamava Pomero — gente svelta.

— Gente in gamba! — aggiungeva Biglia.

Gringia agguantò un contadinotto e lo buttò con uno spintone nel viale.

— A Polonghera, tu, alò! Via di galoppo. Un altro a Racconigi, adesso; e un altro a Murello. Scarpe in mano e ali ai piedi. Fzzzt! Volate!

II.

La giornata si era fatta bellissima; spirava vento, un vento mite, a grandi folate blande; e l’erba, i fiori, le fronde si movevano, godevano, brillavano nel sole che andava acquistando possanza.

Anche nel piccolo bosco di Riochiaretto i pioppi e gli ontani stormivano festosamente; ma nella cavità ove nasce il ruscello che dà il nome al luogo, la superficie dell’acqua non faceva una crespa. La vita era tutta nel fondo renoso; là, fra parecchie polle men ricche, una ve n’era abbondante e di gran forza, che sollevando di continuo la rena, formava una specie di nebbietta lucida, secondo che le sfaccettature dei corpuscoli minerali agitati riflettevano i raggi luminosi.

Luigi Ughes, addossato a un tronco, contemplava sua moglie; la quale, seduta sul margine del pelaghetto, non si saziava di mirare il minuto turbinìo.

— Liana — diss’egli dopo un poco — non ti par tempo d’andare?

La giovane signora crollò dolcemente il capo, senza alzarlo.

— No? — riprese Ughes, sorridendo. — A me piace quello che piace a te; restiamo pure qui fino a domani.

— Non senti come si sta bene? — mormorò Liana. — Che quiete!... Vengo, sai, ma mi devi promettere di ricondurmi qui molto presto.

— Possiamo ritornar oggi, dopo desinare.

— No, prima desidero di vedere gli altri luoghi che mi hai decantato. Però prevedo che questa sarà la mia passeggiata prediletta. Non so perchè, ma sento che sarà così... Sono anche sicura che non dimenticherò mai questa mattinata.

— Perchè?

E Ughes, staccatosi dall’albero, si accostò, e prese ad accarezzarle leggermente i bei capelli giovanili pendenti in rosso, un bel rosso bruno, lumeggiato d’oro.

— Pensa — seguitava ella intanto: — fra un anno, fra qualche mese, noi avremo già scordato tante cose. Non rammenteremo che le circostanze importanti di questi primi giorni che siamo insieme. Poi, con l’andare del tempo, chi sa...

— Oh! — fece suo marito, con accento di rimprovero, lasciandosi andar sull’erba vicino a lei. — Via, non guardar più nell’acqua, è di lì che ti vengono le idee nere. Non guardar più.

In quel momento arrivò fino a loro il suono d’una campanella lontana. Liana alzò un poco la testa, stette in ascolto.

— Dev’essere la campana di Robelletta — disse Ughes. — Oggi è domenica... — Pensò un poco, poi soggiunse animandosi: — Liana, questo è il quinto giorno che siamo a Murello; cinque giorni di felicità piena ed intera! Però, viva Dio! non è troppo a confronto di quello che abbiamo patito. Guarda, in certi momenti, quando non ti vedo, quando non ti sento, dubito ancora; non so se sia proprio vero che noi siamo uniti!

Le cinse la vita con un braccio. Ella vi si appoggiò, vi si abbandonò con passione; diceva soavemente:

— Sì, sì, siamo uniti... Eccomi, sono qui, sono la tua Liana, tua, tua, tutta tua. Non ci lascieremo più. Voglio consolarti di quanto hai sofferto; voglio cancellare tutte le memorie dolorose, cacciarle via tutte, per sempre. Adesso non pensar più, te ne prego, lo voglio.

Ughes taceva, figgendo anche lui gli occhi nella scaturigine fonda. Stettero così a lungo, come affascinati. Un gelo, uno sgomento strano, penetrava a poco a poco, sottilmente, nell’animo loro. Perchè, potendo volgere con fiducia, con gaudio la mente al futuro, si sentivano trascinati a riandar sempre, con pertinace angoscia, i casi della loro vita passata? Perchè?


Luigi Ughes, nato a Torino e rimasto orfano in tenera età, era stato raccolto da uno zio, Gioanni Battista Vietti, medico a Murello. Il buon vecchio, educato e istruito il nipote secondo i suoi mezzi, l’aveva poi rimandato in città perchè si applicasse allo studio della medicina: — Il miglior modo — diceva — di farsi un personale e procurarsi un pane onorato.

Ughes si era dato tutto allo studio, riuscendo prima a distinguersi tra i compagni per capacità, per raro profitto, per egregia condotta; poi a conseguire con molta lode la laurea.

Dopo, la sua vita, ch’era stata tutta di quiete e abbastanza felice nel tranquillo e inalterabile suo corso, mutava aspetto. Egli aveva sempre sentito una certa inclinazione per la lingua italiana; potendo ora disporre un po’ più liberamente del suo tempo, prese a frequentare la casa dell’avvocato Gaetano Oliveri, ove settimanalmente si adunavano amici e cultori delle belle lettere e dei buoni studi per leggere prose o poesie di loro invenzione.

Giuliana Oliveri — Liana, come la chiamava suo padre — era allora una cara giovinetta, piena di grazie naturali e d’una dolce ingenuità. Fin dal primo vederla, Ughes provò un’ammirazione schietta e rispettosa, una grande bramosia di trovarsi spesso con lei; ben presto si sentì irresistibilmente portato ad amarla. Scrivendo allo zio, manifestava alla lontana il suo desiderio di accasarsi, appena avesse finito le pratiche nell’Ospedale Maggiore di San Giovanni. E lo zio, rispondendo, parlava di tutt’altro; però chiudeva invariabilmente tutte le sue lettere con queste parole: — Studia e lavora, lavora e studia, che un giorno o l’altro, più presto di quel che credi, io ti cederò il mio posto.

Ora avvenne che una sera, trovandosi testa a testa con l’avvocato, Ughes non si potè più contenere, e gli aperse con poche parole, ma per benino, l’animo suo. Oliveri lo ascoltò sino in fondo, non nascose che gli sembrava troppo giovane, ma aggiunse che ci avrebbe pensato.

Invece di pensarci, interrogò subito sua figlia; e siccome ella si mostrò modestamente lieta, i due giovani furono considerati promessi.

Intanto in Francia era scoppiata la rivoluzione. Essa si presentava agli spiriti generosi ed ardenti come l’avveramento di antiche e solenni profezie, il trionfo della giustizia e della libertà, un immenso, maraviglioso, irrefrenabile moto dell’umanità verso una nuova èra di civiltà e di gloria.

Anche in Piemonte, anche in Torino spirava un’aria che non pareva più quella di prima. Idee ed opinioni nascoste ed accumulate da secoli, nessuno avrebbe saputo dir dove, lampeggiavano or qui ed or là, precedendo il tuono dei fatti.

Il popolo acquistava a poco a poco, confusamente, la coscienza della propria dignità, della propria indipendenza, dei propri diritti, delle proprie forze. Molti fra i borghesi si riunivano, cercavano, per dir così, di orientarsi; attendevano febbrilmente a procacciarsi i fogli, le lettere, le gazzette, gli opuscoli che venivano clandestinamente di Francia, per leggerli in segreto, commentarli e discuterli.

Fin le adunanze letterarie di casa Oliveri presero bel bello una tinta politica; ma Ughes, benchè assiduo frequentatore di quelle, non si tenne dal prender parte ad altre riunioni meno temperate e serene; cosicchè sul finire del 1793 si trovò impegnato in una conventicola composta d’uomini risoluti a far novità.

Forse alla trama, perchè molto vasta, mancava la saldezza, forse un avvenimento fortuito e inopinato spezzò qualche filo; fatto sta che nel maggio del ’94, ad un tratto, il Governo cominciò a inquisire.

Fu una lugubre sequenza di perquisizioni, di arresti, di delazioni, di processi, di condanne. Ughes, avvertito misteriosamente del pericolo che lo minacciava, riuscì, come parecchi altri congiurati, a lasciar subito Torino.

Lo zio Vietti potè leggere, con indicibile sbigottimento, in casa del sindaco Domenico Godano, la circolare del conte Delfino di Trivero, governatore della città e provincia di Saluzzo, nella quale si ordinava alla comunità d’invigilare di buon concerto coi rispvi sigri Giusdti p. l’arresto di certo Luigi Ughes Torinese come sospetto di miscredenza, e di Giacobinismo nel caso venga a capitare nei rispettivi loro luoghi, e territori facendolo successive tradurre con sufficiente scorta in questa città, ecc. ecc.

Poco dopo, cioè il 7 agosto, per sentenza dell’Eccma Delegazione, Ughes, riconosciuto complice di una cospirazione contro il Regio Stato, fu condannato alla confisca dei beni e nella vita; giustiziato in effigie ai confini del Piemonte, a Borgo San Dalmazzo, e posto fra i ribelli e banditi di primo catalogo.

Il buon vecchio zio cominciò a dimagrare; batteva spesso la febbre; e ad ogni colpo picchiato all’uscio di casa, s’immaginava fossero i birri o i soldati venuti per catturarlo invece di suo nipote.

Passarono alcuni mesi prima che Ughes potesse dar notizia di sè.

Liana viveva in grandissima inquietudine, stava di continuo ansiosamente in sull’aspetto, ma era in quell’età in cui non si dubita mai, nè si dispera; e quando Oliveri s’ingegnava con quelle ragioni e quelle carezze che sa trovare un padre amoroso, di farle entrare certi suoi consigli che egli stimava fossero per il suo meglio, ella crollava il capo, corrugava le ciglia, dichiarava di sentirsi sicura che Luigi sarebbe tornato e di non voler in niun modo rimuoversi da ciò che aveva fermo nel cuore.

Finalmente si seppe in confuso che il giovane medico si trovava al servizio di Francia; quindi, in modo preciso, che egli era stato dagli ufficiali di sanità dell’esercito delle Alpi impiegato provvisoriamente nelle ambulanze.

Era un primo raggio! Poi le nuvole trascorsero di nuovo dinanzi alla faccia del sole, alternando per lunghi giorni la luce della speranza e il buio dell’incertezza.

Nel ’96 il cielo tornò tutto sereno. Con l’articolo 8º del trattato di pace concluso a Parigi il 15 maggio, il Re di Sardegna si obbligò ad accordare amnistia piena ed intera ai sudditi condannati per opinioni politiche; ad annullare processi e sentenze; a restituire i beni mobili ed immobili, o a rimborsare il prezzo, ove fossero stati venduti.

L’indulto generale fu pubblicato il 5 luglio; Ughes lasciò tosto l’ospedale militare di Gap, ove era stato nominato medico ordinario, e volò a Torino. Trovò Liana che ringraziava Dio d’averla creata; l’avvocato felicissimo di rivederlo; gli amici tutti concordi nel fargli affettuose dimostrazioni di amorevolezza.

Diede poi tosto una scappata a Murello per rivedere lo zio. Questo era di molto malandato e stentava a reggersi in piedi. La gioia di riabbracciare il nipote operò un miglioramento, pronto sì ma effimero, nella sua salute; dopo qualche tempo dovette allettarsi, e tanto si aggravò che Ughes, il quale già l’aveva lasciato, tornò subito per assisterlo.

L’infermo, benchè agli ultimi, era in pieno sentimento. Non gli si vedeva più in viso quel non so che di torbido, di affannoso che vi avevano impresso le vicende passate; era diventato placido, sereno, quasi sorridente.

— Me ne vado — diss’egli. — Luigi, domani a quest’ora sarai in lutto... Abbi pazienza, ti tocca sospendere ancora le nozze... È una seccatura che durerà poco. In compenso ti lascio il mio posto e quel poco che ho al mondo. Il poderetto rende assai bene. Troverai anche una piccola somma in contanti messa da parte e serbata per i casi imprevisti... Ti raccomando Menica e Gabriel; li conosci, neh? Non metterti più contro quelli che hanno i fucili e i cannoni. Lascia stare Voltaire e Rousseau e compagnia brusca; leggi le cose del signor abate Metastasio, che non c’è niente di più bello al mondo. Vivi allegro e quieto, e parla qualche volta di me con tua moglie...


— Liana — disse Ughes, dopo il lungo silenzio grave, — si fa proprio tardi, sai.

Si alzò, prese ambe le mani di lei e l’aiutò ad alzarsi. Uscirono dal boschetto nei campi, avviandosi per il viottolino che mette capo alla strada del sale. Al di là di questa, a mano sinistra, si scorgevano le nobili ventaruole di Robelletta; le chiome dei più alti alberi del giardino.

A un certo punto, Liana si soffermò, schermì con la destra gli occhi dal sole e domandò a suo marito il nome della casa.

— Me l’hai detto dianzi, ma non lo rammento più.

— Robelletta — rispose Ughes.

— E appartiene?

— Alla contessa Claris.

— Or mi ricordo, l’altra sera il parroco ce ne annunziò l’arrivo. E come ne parlava! Non la finiva più: una dama adorna di tutte quelle doti, che possono meritare i giusti elogi dei saggi: pietà, religione, affabilità, tratto cortese, perspicacità d’ingegno, facilità di espressione; istrutta profondamente nella storia sacra e profana, nella geografia, nell’astronomia, nelle belle arti... E dopo di lui cominciò il notaio, che enumerò le parentele, le aderenze, le amicizie. Quindi il tuo amico Bechio...

— Bechio non è mio amico.

— È un patriotta come te.

— Può darsi, ma non è mio amico.

Liana, che precedeva, si voltò, guardò suo marito.

— Cos’hai? — diss’ella, timida e seria.

— Niente — rispose Ughes, abbassando gli occhi.

— Non capisci che parlo in celia?

— Sì, sì. Va avanti: cosa diceva Bechio?

— È inutile... E poi c’eri anche tu...

— Non ci ho badato. Di’ su tutto, ti prego.

— Diceva che un giorno o l’altro bisognerà pure illuminare Robelletta, come i repubblicani di Francia hanno illuminato i castelli e le ville dei feudatari...

— Basta, immagino il resto.

Voltarono nella strada; Ughes offerse il braccio a sua moglie.

— Senti — diss’ella — se ti è antipatico, perchè lo ricevi? Scusa, parlo ancora di Bechio.

— Oh Dio!... Non saprei. Egli veniva già in casa di mio zio, con don Prato, con Arignani, col chirurgo. Lo zio non lo vedeva di buon occhio neanche lui, ma era medico e Bechio essendo speziale, capirai che... Insomma non parliamone più, vuoi?

Giunsero in silenzio allo sbocco del viale: non ci si vedeva anima vivente. Liana si fermò, trattenne il marito.

— Ma guarda — mormorò sottovoce, — tutto tace; non pare una casa disabitata?

Non aveva finito di dire, che il cortile si empì come per incanto, tumultuariamente, di uomini, di donne, di ragazzi.

— Cos’è stato? — esclamò Liana, scotendosi.

— Nulla — rispose Ughes — escono da messa; ci deve essere una cappella privata...

— Ma no, ma no: io dico che succede qualche cosa di serio. Guarda come son tutti in faccende, scalmanati! Non ti pare che...

Ughes la chetò con un cenno; stava in orecchi per afferrare una parola chiara, significativa, fra ’l ronzìo confuso. Ma in quella il cancello fu aperto con impeto: un contadino, poi un altro, poi un altro ancora, saltarono nel viale, venner giù di galoppo.

— Cosa c’è? — gridò il giovane. — Dove andate?

Il primo si arrestò, gli altri tirarono via volando.

— La contessa! la contessa! C’è venuto un accidente alla contessa! Andiamo pel medico tutti...

— Vengo io! — esclamò Ughes. — Torna indietro a dir che vengo. Presto! — Indicò a Liana una delle panchine che fiancheggiavano l’ingresso e soggiunse: — Abbi pazienza, aspettami qui...

— Va, va! — interruppe sua moglie, — per amor di Dio, va subito!

Il ragazzotto tornava indietro, vociando:

— L’ho già qui, il medico, l’ho già qui! È quel di Murello.

Ughes lo seguì rapidamente. Appena di là dal cancello, si trovò attorniato dai servitori, che con voce sommessa ed in aria compunta, volevano ad ogni costo ragguagliarlo di tutto. Ma un giovane, alto di persona e di signoril presenza, balzò fuori, gli afferrò un braccio, lo trasse in casa, poi su per una scala fino a un gabinetto buio, dove intravvide una forma femminile distesa sur un canapè, e alcune altre persone che si davan gran moto all’intorno.

Il medico spalancò la finestra, pregò si lasciasse aperto anche l’uscio per stabilire subito una corrente d’aria pura; poi si appressò all’ammalata.

La contessa Polissena era smorta smorta, aveva le palpebre abbassate sulle pupille immote, madide le tempie. Ughes le spruzzò un po’ d’acqua in viso, le accostò alle nari una boccettina che aveva con sè; e, dopo un poco, vide che riapriva gli occhi e cercava di raccogliere gli spiriti smarriti. Come poi gli parve tempo, ordinò alle donne di trasportarla pianamente e senza scosse nel suo letto, e uscì sul pianerottolo, seguìto immediatamente dal contino e dal cavaliere Mazel. Tutti e due gli stavano alle costole susurrando:

— Ebbene? Ebbene? Ebbene?

— Niente di grave — rispose Ughes; — uno svenimento, una cosa passeggiera.

— Eh? — fece il cavaliere, volgendosi a Massimo — l’ho detto subito che si trattava d’uno svenimento. Però, non capisco: conosco la contessa da anni e questa è la prima volta che le succede un simil caso. Cospetto! ci ha fatto impaurir tutti. Ci dev’essere un influsso: nemmeno io non mi sento proprio bene. Ogni tanto ho certi sfinimenti che appena mi reggo ritto. In questo momento, per esempio, ho una languidezza di stomaco della quale è difficile farsi un’idea.

— Qualche volta basta l’appetito — disse Ughes, blandamente.

— Crede? Meno male. Tornando alla contessa, adesso bisognerebbe scongiurare il pericolo d’un nuovo mancamento delle forze vitali con una buona cacciata di sangue. Questo almeno è il mio parere. Che ne dice?

Il medico non fiatò.

Un momento dopo madamigella Virando venne a dire che la signora contessa desiderava di parlare col dottore.

Rientrarono tutti nel gabinetto e di là passarono nella camera attigua, dove, in un gran letto a padiglione di stoffa cremisi damascata, Ughes rivide la dama. Fatto un inchino, si approssimò e le chiese il permesso di sentire il polso. Ripetè poi pacatamente quel che aveva già detto ai due uomini:

— Niente, ma proprio niente di grave.

La semplicità garbata dell’atto, la sincerità del tono rassicurarono la gentildonna più e meglio d’un lungo ragionamento.

— S’accomodi, la prego — diss’ella con voce languida, ma piena d’affabilità.

Era aliena, l’altera donna, sia per indole che per costume, dal dimostrare facilmente e volgarmente ciò che sentiva; ma questa era un’ora scura per lei, un’ora di smarrimento e di confusione; ella aveva sete di benevolenza, di conforto, di aiuto.

Considerò un momento la fisonomia seria e piacente del giovane che le stava davanti, poi prese a parlare abbandonatamente, come se già avesse piena fiducia nei consigli di lui, come se sperasse più in lui, pur ignorando perfino il suo nome, che in tutti i barbassori ch’ella aveva fin qui consultati. Oltre alla gravezza di testa che la tormentava assai spesso, si sentiva immalinconire ogni dì più. Le pareva che l’abbattimento del corpo fosse effetto dell’abbattimento dell’anima. Cercava il modo di riposarla, quest’anima stanca, e non lo trovava, non lo trovava. Non sapeva ella stessa che si facesse. Soffriva come non aveva sofferto mai. Non ne poteva più...

Il medico ascoltava attentissimo, comprendendo dal tono accorato, da certe frequenti pause espressive, che gli bisognava sottintendere moltissime cose. Per la contessa Polissena la primavera fiorita era già lontana; l’estate pur anche si andava dileguando, e con essa la luce e il calore. Poteva l’autunno rischiarare ancora la sua vita con fuggevoli riflessi, allietarla con qualche soffio soave... ma l’autunno precedeva l’inverno! Nulla nel complesso della bella persona dava indizio di decadenza o di sfacelo; ma ad ogni parte era necessario il sostegno o l’appoggio di un’altra. Nel cuor della donna vibrava ancora l’eco delle gioconde canzoni d’un tempo, ma doveva disporsi a sentirlo affievolirsi via via, e tacere ben presto per sempre. Era questo, era il pensiero della dissoluzione inevitabile che la opprimeva di giorno, la soffocava di notte, non le dava più un’ora di pace.

Ughes, seduto accanto al letto, aveva appoggiato il gomito sinistro sul ginocchio, chinata la fronte nella palma, e rifletteva. S’udiva nel silenzio profondo il passo di Massimo, che, ancor commosso e sottosopra, andava su e giù per la stanza.

— Fermo, Massimo! — mormorò Mazel, mollemente sdraiato sur una poltrona. — Cospetto, faresti girare la testa a un reggimento!

Il contino lo guardò di traverso, poi si addossò alla parete e incrociò le braccia sul petto.

— Mah! — sospirò il cavaliere, alzandosi adagino e movendosi verso il letto in punta di piedi. — Bisognerebbe poter indurre questa adorabile dama a non pigliar per complimenti le verità sacrosante che dicono e ripetono gli amici. Risponda a me, signor dottore: le pare che con quegli occhi, con quelle due superbe luci, si possa esser malati sul serio?

— Lei deve farsi coraggio, signora madre — disse Massimo, — cercar di distrarre la mente dalle noie, dai fastidi; fare il possibile per non star sola.

— Se non lo è mai! — brontolò Mazel. — Se non lo è mai!

Intanto Ughes aveva rivolto sottovoce qualche domanda alla contessa; udito a qual cura dietetica si fosse assoggettata, non disapprovò, ma consigliò alcune modificazioni, facendole intendere delicatamente che miravano in modo più innocuo al medesimo scopo.

— Questo — diss’egli, alzandosi — e un po’ d’esercizio tutti i giorni, e l’aria balsamica della campagna, devono bastare a favorire l’azione intrinseca e riparatrice della natura, che si rimetterà da sè nel primitivo equilibrio.

Prese congedo ed uscì. Il cavaliere, occupato in quel momento a dar garbo alla gala che gli si increspava allo sparato, accennò appena del capo.

Massimo invece discese col medico, lo accompagnò fino al cancello e stava per lasciarlo, quando, data per caso un’occhiata nel viale, vide Liana.

Ella passeggiava lentamente; la veste color di rosa pallida or si smorzava nell’ombra dorata degli olmi, or si avvivava nel sole. Il contino tirò avanti, seguitando a parlare di sua madre.

— Veramente mi ero accorto anch’io che dava un po’ giù; ma attribuivo questo alla stagione, all’angustia di vedere come si mettono male le cose del nostro sciagurato paese. Ha un animo tanto sensibile, se sapesse!... Ma insomma, poichè lei mi assicura che non sarà nulla...

— Ne sono intimamente persuaso — disse Ughes, affrettando il passo e sorridendo a sua moglie.

Ella aveva esitato un momento scorgendo il contino; ora veniva premurosamente ad incontrarli.

Massimo s’inchinò; Liana rispose, poi si volse verso suo marito.

— Buone nuove — disse Ughes — la signora contessa si è già riavuta. È stato un malessere di nessuna importanza.

— Fortuna che lei è venuto a tempo — osservò Massimo.

— No, signore; quando sono arrivato ella stava già meglio...

— Eh, capisco, ma...

— Ad ogni modo io sto a Murello. Medico Ughes, pronto ad ogni loro cenno, a qualunque ora del giorno e della notte.

— Io la ringrazio, la ringrazio quanto so e posso, anche a nome di mia madre.

Si separarono. Ughes e Liana tornarono nella strada. Massimo voltò; passando sotto le finestre della contessa, vide Mazel ritto dietro la invetriata, che lo guardava con un risetto che teneva di sogghigno. Gli fece una spallucciata e in un batter d’occhio fu su.

— L’hai riveduta, eh, la rosea veste? — disse Mazel. — Di qui non discernevo bene la faccia, ma, cospetto: un port de reine!

— Come si sente adesso, signora madre? — domandò Massimo, stizzito contro il cavaliere, senza sapere il perchè.

— Sempre meglio. Se posso avere una buona nottata, domani sarò bell’e guarita. Dunque, sentiamo: com’è questa signora?

— Com’è?! Non ho mai visto una figura più bella in mia vita.

— Poh! — fece Mazel.

— Carnagione bianca — continuò il giovane — di color vivo e gentile; una ricchezza straordinaria di capelli; dentatura che sembra un avorio, labbra porporine... Non so niente degli occhi, ma li credo neri o castagni.

— Anche il medico è simpatico — disse la contessa. — Non è vero, Mazel? — Peuh!...

— Solamente... Dì un po’, Massimo, non ti par che somigli a qualcuno?

— Non saprei proprio.

— No? Ebbene io trovo che ricorda straordinariamente quel giovinotto che tu avevi preso...

— Cospetto! — esclamò Mazel. — Fiordispino, eh? ma è vero, verissimo.

— Non tanto — disse Massimo, freddamente. — Fiordelis aveva un aspetto basso, volgare, e il dottor Ughes si direbbe nato distinto.

— Uhm! — mormorò Mazel — fino a un certo punto, solamente fino a un certo punto.

Qui il maestro di casa venne ad annunziare l’arrivo del signor Tabasso, medico di Polonghera.

— Ringraziarlo — disse il contino — compensarlo e mandarlo a farsi benedire. Chi sa che tanghero!

Ma il cavaliere dichiarò che gli pareva cosa savia ed opportuna sentir anche il suo parere.

Il dottor Tabasso approvò in massima le ordinazioni del collega; prescrisse per di più l’uso interno del vino vecchio, come specifico contro l’abbattimento, e l’applicazione d’un sacchetto pieno di zafferano sul cuore, per combattere la malinconia.

III.

Anche quella sera, come nelle antecedenti, i coniugi Ughes sedettero di fianco alla porta del loro salottino da pranzo, verso il giardino, per vedere come si compiesse il tramonto. Ma il primo, il principal atto del grandioso spettacolo era finito. Scomparso il sole, non rimaneva altro segno del suo passaggio che una tinta rosea, diffusa nello spazio sovrastante alle cime dei monti, digradata in modo da cangiarsi dolcemente in un delicatissimo colore di viola nel sommo del cielo. Vagavano lente lassù alcune nuvolette grigie, come spente da poco. Spiccavano opachi sull’ultimo barlume le vette degli alberi, i comignoli delle casette poste al di là del muretto di cinta. In un folto di nocciuoli, a sinistra, s’udiva ancora il pispigliar delle passere che s’appollaiavano; a destra, nella massa d’ombra del vecchio castello, brillava già un lume.

Dinanzi ai due sposi, muti ed immobili, passò un punto lucente, una goccia d’oro sospesa nello spazio; la seguirono cogli occhi: tutto il frutteto appariva picchiettato così, centinaia di lucciole baluginavano sull’erba, baluginavano fra i rami, agitate per modo da procurare quasi un senso di leggiera vertigine. E tutto quel che si desta con l’appressar della notte, e vola o salta, corre o striscia, animava le tenebre crescenti d’un brulichìo, d’un misterioso andirivieni invisibile. Quante voci confuse! Quanti fremiti vicini, lontani, sparsi intorno per l’immensa campagna! E l’ombra e la pace movevano l’anima tanto soavemente!

Ad un tratto si sentì uno scalpiccio e un chiasso di voci maschili dalla parte del cortile.

— I nostri assidui! — mormorò Liana.

— Sì — disse Ughes, — e stasera anticipano d’una buona mezz’ora. Se almeno se ne andassero prima!

Si alzarono e rientrarono nel salottino da una parte, mentre dall’altra comparivano il parroco don Saverio Prato, lungo, smilzo, con un volto ossuto ed abbronzato, fiancheggiato da un gran paio d’orecchie; il notaio Costanzo Arignani, piccolo, grassoccio, col viso rubicondo e il naso bernoccoluto. Sulla soglia Stefano Bechio, lo speziale, strisciava maledettamente i piedi e faceva inchini a tutto andare.

Il medico li invitò a prender posto intorno alla tavola; la serva mise nel mezzo, accanto alla lucerna, un vassoio con bottiglia e bicchieri.

— Basta, Bechio — susurrò il parroco, vedendo che colui non la finiva con le sue scempiaggini. — Da bravo, venite qui anche voi.

Lo speziale balzò fuor dell’ombra in cui era rimasto, e chiese a Ughes, con certa buffonesca ed affettata umiltà, il permesso di sedere. Andò quindi con gli occhi bassi, stropicciandosi le mani, ad accoccolarsi in un angolo.

Era di bassa statura, come il notaio, con un testone che gli traboccava dalle spalle, reso anche più voluminoso dai capelli neri, untuosi, malamente legati, a guisa di coda, con un pezzo di spago. Indossava una specie di pastrano grigio, sudicio e logoro, con un colletto di velluto ulivigno; portava calzoni vecchi e rattoppati, e calze di lana che gli sbrendolavano giù sui talloni.

— Quando poi avrete finito di fare il torototella — gli disse il notaio, — pregheremo sor Luigi di favorirci qualche particolare sul fatto di stamattina. Volete star cheto!

— Cheto com’olio.

Ughes raccontò subito, molto succintamente, la visita fatta a Robelletta.

— Capito — disse il notaio, dopo un momento di riflessione: — la signora contessa ha avuto qualche cosa meno d’un deliquio e qualche cosa più d’una mancanza.

— Vale a dire uno svenimento! — esclamò lo speziale.

— Però — osservò il parroco — guardate un po’ come si fa presto a spaventare la gente! Si parlava già d’un insulto, che so io? d’un colpo apopletico.

Bechio dette in una sghignazzata.

— Lei era in pensiero per il desinare, eh, reverendo?

— Che desinare? — domandò don Prato, rosso come un gambero. — Non capisco proprio...

— Non capisce? Figuriamoci se può aver dimenticato che tutti gli anni l’illustrissima empie una volta la pancia ai preti ed ai nobili qui del contorno!

— Ebbene sì, sicuro che mi ricordo, sicuro che ci penso; che male c’è? Quella è sempre una bella giornata. Certo non è più come una volta; non c’è più quell’allegria... il conte della Torre non viene più in campagna, il barone di San Lorenzo e il cavaliere di Robella son morti alla guerra, il signore di Bonavalle è sempre mezzo malazzato, il cappellano della Madonna se n’è andato in gennaio... Eh poveri noi!

— Dev’essere stato un affar serio, eh, sor Luigi? — disse il notaio, tornando al discorso di prima. — Con una persona di quel grado, la responsabilità del curante è ben grave. Certo l’arte medica ha tanti mezzi per aiutare la natura; ma sempre convien superare le difficoltà che presentano i diversi temperamenti. Ci sono di quelli che rinvengono subito annusando del pane appena sfornato; altri invece bisogna trovar modo di farli starnutire; per altri ancora bisogna ricorrere agli urli nelle orecchie, alla torsione delle dita, al tiramento dei capelli, all’applicazione di ventose, a frizioni, legature, suffumigi...

— Meglio pigliare un randello e accopparli addirittura — interruppe Bechio; e avvicinata la sedia alla tavola, riempì un bicchiere e lo tracannò in un fiato.

— Basta — soggiunse Arignani, — sor Luigi, lei ha potuto veder da vicino una gran bella dama.

— Bontà passa beltà — sentenziò Bechio.

— Bene; allora dirò una bella e buonissima dama.

— Ottima — corresse don Prato, — ottima; in tutto e per tutto degna, degnissima consorte del signor conte Annibale.

— Sarà per questo — esclamò lo speziale — che vivono separati!

— Due, tre mesi al più — disse aspramente il notaio. — A Torino stanno nello stesso palazzo.

— Già, ma in campagna...

— In campagna no, perchè Robelletta è in pianura, e al signor conte piace di più la collina.

— Hm! Hm!

— Cosa volete sapere voi?

— Io ho le mie opinioni.

— Le vostre opinioni? Le conosciamo le vostre opinioni. Se le rane avessero i denti...

— Eh, un giorno o l’altro mostreremo anche quelli.

— Bechio, Bechio, Bechio! Ringraziate che nessuno vuol farvi del male, perchè stareste fresco. Credete a me, non fate troppo il galletto; vi vedo e non vi vedo, caro voi; una bella sera capitano qui i gastigamatti, vi legano come un salame e vi portano in gattabuia.

— O in galera — mormorò don Prato, — a bastonare i pesci.

Continuarono a bere, a disputare, a bisticciarsi per un’altra buona ora, come fossero all’osteria od al piccolo caffè del paese, senza por mente all’inopportunità del discorso, senza notare che Ughes e Liana, noiati e distratti, non aprivan mai bocca. Alla fine Bechio si rizzò, andò a raccattare il suo cappellaccio bisunto, lo gettò e lo ghermì in aria, e inchiodatoselo in capo con una manata, disse al medico:

— Stamattina mi hanno portato una vipera. Venga a vederla, le taglieremo la testa e continuerà a guardarci, a far la cattiva, a cercare di mordere. Conduca anche madama, le darò un bicchierino di una certa anisetta, che... ohè!

E fatta una giravolta con quelle sue scarpaccie rotte e scalcagnate, se ne andò zufolando, senza aspettare gli altri, che vuotavano ancora i bicchieri.


Nel pomeriggio del giorno appresso, mentre Ughes e Liana stavano per andare un poco a diporto, capitò inaspettato il contino. Era venuto un passo dopo l’altro fino a Murello, pensando che il medico non sarebbe stato malcontento di sapere che non s’era sbagliato nelle sue previsioni, poichè la contessa si poteva dire veramente rimessa. Voleva anche pregarlo di dare, così di tempo in tempo, una capata a Robelletta, per ripetere le sue prescrizioni ed i suoi consigli.

Mostrando poi d’accorgersi che stavano per muoversi, non volle sedere, non volle accettar nulla, e uscì con loro.

Vedendoli prendere la stradicciuola, che, traversando il giardino, passando accanto al castello e dietro la parrocchia, raggiunge fuor del villaggio la strada di Racconigi, si dichiarò felicissimo di poter godere, almeno per un piccolo tratto, la loro compagnia. — Dunque essi andavano a spasso così tutti i giorni? — Sì, tutti i giorni, or nella mattinata, or nel dopo pranzo, or per l’una, or per l’altra via; talvolta si spingevano anche assai lontano, per visitare qualche villaggio, qualche borgata, qualche santuario.

Massimo sospirò; amava molto quei dintorni anche lui, ma non aveva mai potuto girarli a piacimento. Ora che sarebbe stato in facoltà di farlo, non trovava più la volontà. Se il cavaliere Mazel si fosse indotto ad accompagnarlo, chi sa... Ma, santo Dio, colui aveva in orrore il sole, l’aria, la terra, ogni cosa!

— Senta — disse Ughes, blandamente — conosco assai bene le strade, le scorciatoie, i sentieri; quando lei vorrà giovarsi della mia esperienza, non avrà che da dirlo.

Il contino significò il suo gradimento con un sorriso ed atto cortese del capo; poi, essendo ormai giunti al trivio della Crocetta, si congedò.

La Madonna degli Orti è un piccolo santuario, una graziosa cappella ad un quarto di miglio da Murello, col quale comunica per una strada diritta ed ombrosa, che è la passeggiata del paese. In quella strada — allora assai stretta e tortuosa — pochi giorni dopo, Ughes e Liana rividero Massimo. Era a cavallo e veniva verso l’abitato, mentre essi se ne allontanavano. Salutò, fermò il baio, diede buone notizie di sua madre, e passando presto d’una cosa in un’altra, disse che un’ora prima s’era sentito grandemente tentato d’approfittare dell’offerta che gli aveva fatto il dottore, ma aveva rinunziato temendo di disturbare.

— Ebbene — disse Ughes — domani faccio conto di condur mia moglie a veder la Varaita. Ci metteremo in cammino verso le quattro... L’avverto, per il caso in cui lei si trovasse ancora disposta a fare del moto.

Il contino fu puntuale; alle tre e tre quarti egli era in casa Ughes e trovava i coniugi pronti per uscire.

— Traverseremo il paese — disse il medico, — andremo diritti diritti alla Folia, ne seguiremo il corso fin dove sbocca nella Varaita, e torneremo a casa per qualche altra via.

Quel giorno era un caldo leggermente afoso, e si stava assai meglio all’ombra che al sole. E l’ombra non mancava sulle rive della Folia: dopo un querceto, una fila di salci, poi una piantata di pioppi, poi una macchia d’ontani; talvolta il terreno si avvallava, il piccolo torrente cristallino e veloce scorreva in un fondo fresco ed erboso, celandosi di tratto in tratto sotto la robusta e folta vegetazione. Ughes andava innanzi, un po’ pensoso e raccolto in sè stesso, come al solito. Liana si mostrava francamente lieta; provava una di quelle effusioni di letizia e di benessere proprie alle persone giovani e sane, quando libere, nell’aria libera, possono esercitare il corpo e contentare la mente. Ella non faceva altro che coglier fiori ed erbe odorose, come fossero nati a bella posta per lei; e Massimo ora la seguiva da vicino, ora le stava accanto. Aveva voluto da prima contribuire all’accrescimento del mazzo ch’ella veniva componendo, poi s’era accorto che il chinarsi, il far da sè, aumentava in lei la vivacità del diletto.

Perciò le indicava semplicemente quanto di vago riusciva a scoprire, lasciandole la facoltà di prendere o di lasciare. Liana gli dava intanto, inconsapevolmente, grande agio a riguardarla, a vagheggiarla.

Ell’era tanto elegante nella sua veste chiara, semplicissima, che, cinta sotto il seno d’un largo nastro verdazzurro, rivelava intera la leggiadria delle forme, la sveltezza e il vigor delle membra, quella giusta e gentile pienezza che fa bello il corpo!

— Siamo al bosco — disse ad un tratto Ughes, fermandosi.

— E la Varaita? — domandò Liana.

Il medico stese il braccio, indicò il torrente che tremolava laggiù fra tronco e tronco.

Entrarono nella grande ombra verde, più qua e più là penetrata dai raggi, impregnata d’esalazioni vegetali, lievemente odoranti; il sentiero, appena segnato fra l’erba alta e le felci, correva serpeggiando alla riva, la seguiva per un tratto, se ne staccava bruscamente e scompariva nel folto. Affrettando il passo, furono in pochi minuti alla foce, e quivi sostarono.

La Varaita scendeva di contro, da un gomito vicino, in un ampio letto di pura rena e di ghiaia; accoglieva placidamente in sè la Folia, e girava lenta ed in tonfano; ripigliava poi tosto il suo corso, qua increspata e tutta d’argento, là dorata perchè baciata dal sole, poi lumeggiata di larghi riflessi celesti, poi verde o bruna per l’ombra battente dagli alberi; e correva a perdersi all’orizzonte, nei vapori azzurrini d’altre curve lontane.