STORIA
DELLA DECADENZA E ROVINA
DELL'IMPERO ROMANO

DI

EDOARDO GIBBON

TRADUZIONE DALL'INGLESE


VOLUME TERZO


MILANO
PER NICOLÒ BETTONI
M.DCCC.XX


[INDICE]


STORIA
DELLA DECADENZA E ROVINA
DELL'IMPERO ROMANO


CAPITOLO XVI.

Condotta del Governo romano verso i Cristiani, dal Regno di Nerone fino a quello di Costantino.

Se prendiamo a considerar seriamente la purità della Religione Cristiana, la santità de' suoi morali precetti, e l'innocente non meno che austera vita della maggior parte di quelli, che ne' primi tempi abbracciarono la fede dell'Evangelio, saremo naturalmente indotti a supporre, che anche dal Mondo infedele risguardata si fosse con la dovuta riverenza una dottrina così benefica; che le persone sapienti e culte, quantunque deridendo i miracoli, stimato avessero le virtù della nuova setta, e che i Magistrati avesser protetto, invece di perseguitare, un ordine di uomini, che prestava la più sommessa obbedienza alle leggi, sebbene sfuggisse le attive cure della guerra e del governo. Dall'altra parte se noi riflettiamo che la tolleranza del Politeismo era universale ed invariabilmente sostenuta dalla fede del Popolo, dall'incredulità de' filosofi, e dalla politica del Senato e degl'Imperatori di Roma, non sappiam vedere qual nuova colpa i Cristiani avesser commesso, e da che mai fosse stata provocata ed inasprita la blanda indifferenza dell'Antichità, e quali nuovi motivi potessero indurre i Principi Romani, che lasciavan sussistere in pace sotto il lor moderato dominio mille diverse forme di religioni senza prendervi alcun interesse, a punir severamente una parte de' loro sudditi, che si erano scelta una singolare, ma innocente maniera di fede e di culto.

Sembra che la religiosa politica degli antichi prendesse un più rigido ed intollerante carattere per opporsi al progresso del Cristianesimo. Circa ottant'anni dopo la morte di Cristo, soggiacquero all'estremo supplizio gl'innocenti seguaci di lui per sentenza di un Proconsole dell'indole più amabile e filosofica, e secondo le leggi di un Imperatore, riguardevole per la saviezza e giustizia del suo generale governo. Le apologie, che più volte indirizzate furono ai successori di Traiano, son piene de' più patetici lamenti, perchè fra tutti i sudditi del Romano Impero fossero esclusi dal partecipare i vantaggi di quel fausto governo i soli Cristiani, che obbedivano ai dettami della coscienza, e ne imploravan la libertà. Sono stati diligentemente raccolti i supplizi di alcuni pochi martiri eminenti; e da quel tempo, in cui s'ottenne il supremo potere dal Cristianesimo, i Direttori della Chiesa non hanno impiegata minor cura nel discuoprire la crudeltà, che nell'imitar la condotta de' Pagani loro avversari. Lo scopo del presente capitolo è di separare (s'è possibile) i pochi autentici ed interessanti fatti da una indigesta massa di finzioni e di errori, e di riferire in un modo ragionevole e chiaro le cagioni, l'estensione, la durata e le più importanti circostante delle persecuzioni, alle quali esposti furono i primi Cristiani.

I seguaci di una Religione perseguitata, oppressi dal timore, animati dal risentimento, e riscaldati forse dall'entusiasmo, rade volte si trovano in uno stato di mente, proprio ad investigar con tranquillità o a stimar con candore i motivi de' lor nemici, che spesso sfuggono anche all'imparziale ed acuta vista di quelli, che trovansi ad una sicura distanza dal fuoco della persecuzione. Alla condotta degl'Imperatori verso i primitivi Cristiani attribuita si è una ragione, la quale può sembrare molto speciosa e probabile, perchè si deduce appunto dal genio ben noto del Politeismo. È stato già osservato, che la religiosa concordia del mondo era principalmente sostenuta dall'assenso e dalla riverenza, che le nazioni dell'Antichità ciecamente professavano per le rispettive lor tradizioni e ceremonie. Si poteva dunque aspettare, che le medesime fossero per unirsi con isdegno contro una setta od un popolo, che si separasse dalla comunione dell'uman genere, e pretendesse di posseder esclusivamente la cognizione di Dio, sdegnando come empia ed idolatrica qualunque altra forma di culto, eccettuata la propria. Si mantenevano i diritti della tolleranza mediante una condiscendenza reciproca: giustamente dunque ne furono spogliati quelli, che ricusavano di pagare il consueto tributo. Siccome questo si ricusò inflessibilmente dai soli Giudei, l'esame del trattamento, che loro fecero i Magistrati Romani, servirà a spiegare fino a qual segno siano queste speculazioni giustificate da' fatti, e ci condurrà a scoprire le vere cagioni della persecuzione del Cristianesimo.

Senza ripeter quello ch'è stato già detto della riverenza che avevano i Principi e i Governatori Romani pel Tempio di Gerusalemme, osserveremo solamente che tutte le circostanze che accompagnarono e seguirono la distruzione del Tempio e della città, potevano inasprir gli animi de' conquistatori, ed autorizzare la persecuzion religiosa co' più speciosi argomenti di giustizia politica e di pubblica sicurezza. Dal regno di Nerone fino a quello di Antonino Pio, dimostrarono i Giudei tal fiera intolleranza del dominio di Roma, che più volte proruppero in sollevazioni ed in stragi le più furiose. L'umanità si scuote al racconto delle orribili crudeltà, che commisero nelle città dell'Egitto, di Cipro e di Cirene, dove abitavano, fingendo una proditoria amicizia co' Nazionali, che non avevano sospetto alcuno verso di loro[1]: e siam quasi tentati ad applaudire la rigida rappresaglia, che dalle armi delle Legioni si usò contro un genere di fanatici, la barbara e credula superstizione de' quali pareva, che li rendesse implacabili nemici non solo del governo Romano, ma anche dell'uman genere[2]. L'entusiasmo degli Ebrei sostenevasi dall'opinione, ch'essi non potevan legittimamente pagar tributi ad un Sovrano idolatra, e dalla seducente promessa tratta dai loro antichi oracoli, che in breve sarebbe nato un Messia conquistatore, destinato a rompere le loro catene, e a trasferire ai favoriti del Cielo l'impero della Terra. Il celebre Barcocheba, coll'annunziarsi che fece come loro, da lungo tempo aspettato, liberatore, e col convocar tutti i discendenti di Abramo per sostener la speranza d'Israele, raccolse un formidabile esercito, con cui resistè per due anni al potere dell'Imperatore Adriano[3].

Ad onta di queste ripetute provocazioni, finì l'ira de' Principi Romani con la vittoria; nè continuarono le loro apprensioni oltre il tempo del pericolo e della guerra. Mediante la general tolleranza del Politeismo e la mansueta indole di Antonino Pio, a' Giudei restituiti furono gli antichi lor privilegi, ed ottennero essi un'altra volta la facoltà di circoncidere i loro figli con la moderata limitazione, che non dovesser mai dare ad alcun proselito straniero quel contrassegno distintivo della stirpe Giudaica[4]. Quantunque i numerosi avanzi di quel popolo restassero sempre esclusi da' recinti di Gerusalemme, pure fu loro permesso di formare e di mantenere considerabili stabilimenti tanto nell'Italia che nelle Province, di acquistar la cittadinanza di Roma, di godere degli onori municipali, e di ottenere nel tempo stesso un'esenzione da' gravi e dispendiosi uffizi della società. La moderazione o il disprezzo de' Romani legalmente autorizzò la forma del governo ecclesiastico, instituito dalla vinta setta. Il Patriarca, che avea fissato la sua residenza in Tiberiade, ebbe la facoltà di eleggere i propri subalterni ministri ed apostoli, di esercitare una domestica giurisdizione, e di ricevere da' suoi dispersi fratelli una contribuzione annuale[5]. Nelle principali città dell'Impero frequentemente si edificarono nuove sinagoghe, e nella più solenne e pubblica forma si celebravano i sabbati, le feste e i digiuni, comandati o dalla legge Mosaica o dalle tradizioni Rabbiniche[6]. Questo gentil trattamento appoco appoco addolcì la feroce indole de' Giudei. Scossi dal loro sogno di profezia e di conquista, incominciarono a diportarsi da sudditi pacifici e industriosi. L'odio irreconciliabile, che avevano contro il genere umano, in luogo di prorompere in atti di violenza e di sangue, si dissipò in soddisfazioni meno pericolose. Prendevano essi tutte le occasioni per soverchiar gl'Idolatri nel commercio, e pronunziavano segrete ed ambigue imprecazioni contro il superbo regno di Edom[7].

Mentre i Giudei, che rigettavano con abborrimento i Numi adorati dal lor Sovrano e da' loro consudditi, godevano ciò non ostante con libertà l'esercizio della loro insocievole religione, vi doveva esser qualche altro motivo ch'esponeva i discepoli di Cristo a quella severità, da cui ritrovavasi esente la discendenza di Abramo. La differenza fra loro è semplice e naturale, ma secondo i sentimenti dell'antichità era della massima importanza. Gli Ebrei formavano una nazione, i Cristiani una setta; e se ogni società era naturalmente portata a rispettar le sacre istituzioni de' propri vicini, le premeva altresì di perseverare in quelle de' suoi maggiori. La voce degli oracoli, i precetti de' filosofi e l'autorità delle leggi davan concordemente vigore a questa nazionale obbligazione. Per l'altera pretensione, che avevano i Giudei di una santità superiore agli altri, provocar potevano i Politeisti a risguardarli come una razza di uomini odiosa ed impura. Sdegnando il commercio con le altre nazioni, potevan meritare il loro disprezzo. Le leggi di Mosè potevano esser per la massima parte frivole o assurde: non di meno essendo queste per più secoli state ricevute da una numerosa società, i lor seguaci venivan giustificati dall'esempio dell'uman genere; ed universalmente si conveniva, che essi avevan diritto di praticare ciò che sarebbe in loro stato un delitto di trascurare. Ma questo principio, che proteggeva la sinagoga Giudaica, non dava sicurezza o favore alcuno alla primitiva Chiesa. I Cristiani abbracciando la fede dell'Evangelio, supponevansi rei di una non naturale ed imperdonabile colpa. Scioglievano essi i sacri vincoli dell'usanza e dell'educazione; violavano le religiose instituzioni del lor paese, e presuntuosamente disprezzavano ciò che i padri loro creduto avevano come vero, o rispettato come sacro. Nè tal apostasia (se ci è permesso di usare questa espressione) era di una specie parziale o locale, poichè il devoto disertore, che si ritirava da' tempj dell'Egitto o della Siria, avrebbe ugualmente sdegnato di cercare un asilo in quelli di Atene o di Cartagine. Ogni Cristiano con disprezzo rigettava le superstizioni della sua famiglia, della sua città e della sua provincia. Tutto il corpo de' Cristiani di comune accordo ricusava di aver alcun commercio con gli Dei di Roma, dell'Impero e dell'uman genere. Invano l'oppresso credente reclamava i diritti non alienabili della coscienza e del giudizio privato. Quantunque la sua situazione potesse risvegliar la pietà, i suoi argomenti non potevano mai convincere l'intelletto nè della filosofica nè della credula parte del Mondo Pagano. Argomento era di stupore per essi che uno dovesse avere scrupolo di adattarsi alla maniera di culto già stabilita, non meno che sarebbe stato se uno concepito avesse subitaneo abborrimento ai costumi, al modo di vestire, od al linguaggio del proprio paese[8].

Alla sorpresa de' Pagani successe ben presto lo sdegno; e gli uomini più pii furono esposti all'ingiusta, ma pericolosa imputazione d'empietà. La malizia ed il pregiudizio si univano a rappresentare i Cristiani come una società di atei, che avendo audacissimamente attaccato le religiose costituzioni dell'Impero, meritato avevano i più severi castighi de' magistrati civili. Nella confessione, che facevano di loro fede, gloriavansi di essersi liberati da qualunque sorta di superstizione ricevuta in qualsivoglia parte del globo dal vario genio del Politeismo; non era però ugualmente chiaro qual divinità, o quale specie di culto sostituito avessero agli Dei ed a' tempj dell'antichità. La pura e sublime idea, ch'essi avevano dell'Ente supremo, sfuggiva dal grossolano concepimento del volgo Pagano, che non sapeva immaginare un Dio spirituale e solitario, il quale non si rappresentava sotto alcuna figura corporea o segno visibile, nè si adorava con la solita pompa di libazioni e di feste, di altari e di sacrifizi[9]. I Sapienti della Grecia e di Roma, che innalzato avevano le loro menti alla contemplazione dell'esistenza e degli attributi della prima Causa, per ragione o per vanità eran portati a riservare a se stessi o a' loro scelti discepoli il privilegio di questa filosofica devozione[10]. Essi erano ben lontani dall'ammettere i pregiudizi dell'uman genere, come il contrassegno della verità, ma gli consideravano come provenienti dall'original disposizione della natura umana: e supponevano che qualunque popolar forma di fede e di culto, in cui si fosse preteso di non far uso dell'aiuto de' sensi, a misura che allontanata si fosse dalla superstizione, sarebbesi trovata incapace di raffrenare i voli della fantasia, o le visioni del fanatismo. Il non curante sguardo, che gli uomini d'ingegno e di dottrina condiscendevano a gettare sopra la Rivelazione Cristiana, serviva solo a confermare la loro precipitata opinione, ed a persuaderli, che il principio dell'unità di Dio, che avrebbero potuto rispettare, veniva sfigurato dallo stravagante entusiasmo, ed annichilito dalle vane speculazioni de' nuovi settari. L'autore di un celebre dialogo, ch'è stato attribuito a Luciano, mentre affetta di trattare il misterioso soggetto della Trinità in uno stile ridicoloso e disprezzante, mostra di non conoscere la debolezza dell'umana ragione e l'imperscrutabile natura delle perfezioni Divine[11].

Poteva sembrar meno sorprendente, che il fondatore del Cristianesimo fosse rispettato da' suoi Discepoli non solamente come un sapiente ed un profeta, ma che fosse anche adorato come una divinità. I Politeisti eran disposti ad ammettere ogni articolo di fede, che paresse aver qualche rassomiglianza, per quanto distante ed imperfetta si fosse, colla mitologia popolare; e le leggende di Bacco, d'Ercole, o di Esculapio preparato avevano in qualche modo la loro immaginazione all'apparire del Figlio di Dio sotto una forma umana[12]. Ma stupivano, che i Cristiani abbandonassero i tempj di quegli antichi Eroi, che nell'infanzia del mondo avevano inventato le arti, instituite le leggi, e domati i tiranni, o i mostri che infestavano la terra, a fine di scegliere per oggetto esclusivo del religioso lor culto un oscuro maestro, che di fresco, ed appresso un popolo barbaro era stato sacrificato o alla malizia de' propri suoi nazionali, o alla gelosia del governo Romano. Il volgo Pagano, riservando la sua gratitudine solo per i benefizi temporali, rigettava l'inestimabile dono della vita e della immortalità, che all'uman genere si offeriva da Gesù Nazareno. La sua mansueta costanza in mezzo a crudeli e volontari tormenti, la sua general benevolenza, e la sublime semplicità delle sue azioni e del suo carattere non eran sufficienti, a giudizio di quegli uomini carnali, a compensar la mancanza di fama, di dominio e di fortuna; e mentre ricusavano di ammettere lo stupendo trionfo di lui sopra le potestà delle tenebre e della morte, malamente rappresentavano o insultavan la nascita equivoca, la vita vagabonda, e l'ignominiosa morte del divino Autore del Cristianesimo[13].

La reità personale, in cui ogni Cristiano era incorso nel preferire in tal modo il suo privato sentimento alla religion nazionale, veniva molto aggravata dal numero, e dall'unione de' colpevoli. Egli è ben noto, ed è già stato osservato, che la Romana politica riguardava con la massima gelosia e diffidenza qualunque associazione fra' propri sudditi, e che davansi con mano assai parca i privilegi de' corpi privati, sebbene instituiti per i più innocenti e benefici soggetti[14]. Le religiose assemblee dei Cristiani, che si eran separati dal culto pubblico, apparivano di una specie molto meno innocente: erano esse illegittime nel lor principio, e nelle lor conseguenze potean divenire pericolose; nè gl'Imperatori credevano di violar le leggi della giustizia, quando per la pace della società proibivano quelle segrete, ed alle volte notturne adunanze[15]. La pia disubbidienza de' Cristiani fece comparire la lor condotta, o forse i loro disegni in un aspetto molto più serio e colpevole: ed i Principi Romani, che avrebbero per avventura sofferto di lasciarsi piegare da una pronta sommissione, stimando interessato il lor onore nell'esecuzione de' lor comandi, qualche volta intrapresero, per mezzo di rigorosi gastighi, di domar questo spirito indipendente, che audacemente riconosceva un'autorità superiore a quella del Magistrato. Sembrava, che l'estensione e la durata di questa spirituale cospirazione la rendesse ogni giorno più meritevole del loro castigo. Abbiamo già veduto, che l'attivo e fortunato zelo de' Cristiani gli aveva insensibilmente diffusi per ogni Provincia, e quasi per ogni città dell'Impero. Pareva, che i nuovi convertiti rinunziassero alla propria famiglia e al proprio paese, e che si collegassero mediante un indissolubil nodo d'unione con una particolar società, che per ogni dove assumeva un carattere diverso dal resto del genere umano. Il tristo ed austero aspetto, che avevano, l'abborrimento per gli affari e piaceri comuni della vita, e le lor frequenti predizioni d'imminenti calamità[16] inspiravano a' Pagani l'apprensione di qualche pericolo, che provenir potesse dalla nuova setta, ch'era tanto più sospetta quanto era più oscura. «Qualunque esser possa (dice Plinio) il principio della loro condotta, pare, che l'inflessibile ostinazione loro sia meritevole di gastigo[17]

Le cautele, con le quali i Discepoli di Cristo celebravano gli uffizi della religione, furono a principio dettate dal timore e dalla necessità, ma in appresso si continuarono per elezione. Con imitare la tremenda secretezza, che usavasi ne' misteri Eleusini, si eran lusingati i Cristiani, che rendute avrebbero più rispettabili agli occhi del Mondo Pagano le sacre loro instituzioni[18]. Ma l'evento, come spesso accade nelle operazioni della sottile politica, deluse le loro brame ed aspettazioni. Si concluse, ch'essi nascondevano solamente ciò, che avrebbero avuto rossore di manifestare. La loro mal accorta prudenza diede un'occasione alla malizia d'inventare, ed alla sospettosa credulità di prestar fede alle orribili favole, le quali rappresentavano i Cristiani come i più malvagi degli uomini, che praticavano nelle oscure lor conventicole ogni sorta d'abbominazione, cui potesse inventare una fantasia depravata, ed imploravano il favore dell'incognito loro Dio mediante il sacrifizio di ogni morale virtù. Vi erano molti che pretendevano di confessare o di riferire le ceremonie di tale abborrita società. Asserivasi che «veniva presentato al coltello del proselito, come un mistico simbolo per iniziarlo, un bambino nato di fresco, tutto coperto di farina, e che egli senza saperlo con vari colpi segretamente feriva a morte l'innocente vittima del proprio errore: che appena era seguita la crudel funzione, i settarj ne bevevano il sangue, avidamente ne squarciavan le membra ancor palpitanti, e s'impegnavano, per esser fra loro tutti complici del delitto, ad un eterno silenzio. Con uguale confidenza affermavasi, che a questo crudel sacrificio succedeva un ben degno convito, in cui l'intemperanza serviva a provocar le brutali passioni, finchè, nel momento assegnato, i lumi ad un tratto venivano estinti, bandito il pudore, e la natura dimenticata; e come il caso portava, l'oscurità della notte si contaminava dall'incestuoso commercio dei fratelli colle sorelle e delle madri coi figliuoli[19]

Ma era sufficiente la lettura delle antiche apologie per rimuover dalla mente di un ingenuo avversario qualunque più leggiero sospetto. I Cristiani coll'intrepida sicurezza dell'innocenza, dal romor popolare si appellano all'equità de' Magistrati; convengono che se alcuna prova si può addur de' delitti, che la calunnia loro ha imputati, son degni del più severo gastigo. Affrontano la pena, e disfidan le prove. Nel tempo stesso dimostrano con ugual verità e naturalezza, che l'accusa manca di probabilità non meno che di prova, domandano essi, come alcuno può credere seriamente che i puri e santi precetti dell'Evangelo, i quali tanto spesso restringono l'uso de' piaceri più leciti, dovessero inculcar la pratica de' misfatti più abbominevoli; che una numerosa società si potesse risolvere a disonorarsi agli occhi de' suoi propri membri; e che un gran numero di persone di ogni sesso, di ogni età, d'ogni carattere, insensibile al timor della morte o dell'infamia, consentir dovesse a violar que' principj, che la natura e l'educazione avevan profondissimamente impressi ne' loro animi[20]? Sembrerebbe, che niente potesse indebolir la forza, o distruggere l'effetto di una così efficace giustificazione, se non fosse stata l'indiscreta condotta degli stessi Apologisti, che tradiron la causa comune della religione per soddisfare il devoto lor odio contro i nemici domestici della Chiesa. Ora si andò lentamente insinuando, ed or si asserì arditamente, che que' sanguinosi sacrifizj medesimi e quelle incestuose solennità, che sì falsamente imputavansi agli ortodossi credenti, erano realmente celebrate da' Marcioniti, da' Carpocraziani, e da varie altre Sette di Gnostici, che sebbene deviassero ne' sentieri dell'eresia, pure sentivano sempre la forza della natura umana, e si regolavan sempre secondo i precetti del Cristianesimo[21]. Simili accuse ritorcevansi contro la Chiesa dagli Scismatici, che abbandonato avevano la comunione della medesima[22], e confessavasi da ogni parte, che appresso molti di quelli che si attribuivano il nome di Cristiani, prevaleva la più scandalosa licenza di costumi. Un Magistrato Pagano, che non aveva nè tempo nè capacità per discernere la linea quasi impercettibile, che distingue la fede ortodossa dall'eretica pravità, poteva facilmente supporre, che l'animosità, che regnava fra loro, avesse tolta ad essi di bocca la confessione de' lor comuni delitti. Fu fortuna pel riposo, o almeno per la riputazione de' primi Cristiani, che i Magistrati alle volte procedessero con maggior freddezza, e moderazione di quella che per ordinario accompagna lo zelo religioso, e ch'essi riferissero, come resultato imparziale delle lor giudiciali ricerche, che i settarj, i quali abbandonato avevano il culto dominante, sembravan sinceri nelle lor professioni, ed irreprensibili ne' lor costumi, per quanto potessero incorrere la censura delle Leggi[23], attesa l'assurda ed eccessiva loro superstizione.

L'istoria, che intraprende a rammentare i fatti de' passati secoli per istruzione de' futuri, male meriterebbe tal onorevole uffizio, qualora condiscendesse a difender la causa de' tiranni, o a giustificar le massime della persecuzione. Bisogna però confessare, che la condotta degl'Imperatori, che parvero i meno favorevoli alla primitiva Chiesa, non è in verun modo tanto colpevole, quanto quella di alcuni moderni Sovrani, che hanno impiegato le armi della violenza e del terrore contro le religiose opinioni di una parte de' loro sudditi. Dalle lor riflessioni, o anche da' propri lor sentimenti poteva un Carlo V. o un Luigi XIV. aver acquistato una giusta cognizione de' diritti della coscienza, dell'obbligatione della fede, e dell'innocenza dell'errore. Ma per li Principi ed i Magistrati dell'antica Roma erano affatto ignoti que' principj, che inspiravano ed autorizzavano l'inflessibile ostinazione de' Cristiani nella causa della verità, nè potevano da se stessi scuoprire ne' loro petti alcun motivo, che gli avesse indotti a ricusare una legittima, e quasi natural sommissione alle sacre instituzioni della patria loro. La medesima ragione, che contribuisce ad alleggerire la reità delle lor persecuzioni, doveva tendere a diminuirne il rigore. Siccome operava sopra di essi non già il furioso zelo de' devoti, ma la moderata politica de' legislatori, spesse volte doveva il disprezzo far rallentare, e la compassione far sospendere l'esecuzione di quelle leggi, ch'esse avevan fatte contro gli umili ed oscuri seguaci di Cristo. Dalla general considerazione del lor carattere e de' motivi che avevano, possiam naturalmente concludere: I. che passò un tempo considerabile avanti ch'essi riguardassero i nuovi settari come un oggetto, che meritasse l'attenzion del Governo; II. che nell'esame di ognuno de' loro sudditi, che fosse accusato di un delitto sì singolare, procedevano con cautela e ripugnanza; III. ch'essi erano moderati nell'uso delle pene; e IV. che l'afflitta Chiesa godè molti intervalli di pace e di tranquillità. Nonostante la trascurata indifferenza, che han dimostrato i più abbondanti, ed i più minuti fra' Gentili scrittori per gli affari de' Cristiani[24], possiam tuttavia confermare ciascheduna di queste probabili supposizioni con la testimonianza di autentici fatti.

I. Fu per saggia disposizione della Providenza gettato un misterioso velo sopra l'infanzia della Chiesa, il quale, finattanto che non fu maturata la fede Cristiana, e moltiplicato il numero de' credenti, servì a proteggerli non solo dalla malizia, ma anche dalla cognizione del Mondo Pagano. L'abolizione lenta e per gradi delle ceremonie Mosaiche diede una sicura ed innocente coperta a' più antichi proseliti dell'Evangelio. Essendo la maggior parte di loro della stirpe d'Abramo, si distinguevano perciò col segno particolare della circoncisione, facevano le lor offerte nel tempio di Gerusalemme, finchè questo non fu totalmente distrutto, ed ammettevano la legge ed i profeti, come genuina inspirazione di Dio. I Gentili convertiti, che per una spirituale adozione erano stati associati alla speranza d'Israele, venivano in simil guisa confusi sotto l'abito e l'apparenza di Giudei[25]; e siccome i Politeisti facevano meno attenzione agli articoli di fede, che al culto esterno, la nuova setta, che nascondea con gran cura, o leggermente annunziava la sua futura grandezza ed ambizione, era lasciata rifuggire sotto la general tolleranza concessa nel Romano Impero ad un antico e celebre Popolo. Non passò forse gran tempo che i Giudei medesimi, animati dallo zelo più fiero e dalla più gelosa fede, si accorsero della separazione, che appoco appoco fecero i lor Nazareni fratelli dalla dottrina della Sinagoga, e volentieri avrebber voluto estinguere quella pericolosa eresia col sangue di quelli che vi aderivano. Ma i decreti del Cielo avevano già disarmato la lor malizia; e quantunque potessero qualche volta usare lo sfrenato privilegio della sedizione, essi da lungo tempo più non godevano l'amministrazione della giustizia criminale; nè riusciva loro facilmente d'inspirare nel tranquillo petto d'un Magistrato Romano il rancore del proprio loro zelo e pregiudizio. I Governatori delle Province si mostravano pronti ad ascoltare qualunque accusa, che risguardar potesse la pubblica sicurezza; ma tosto che venivano informati, ch'era questione non già di fatti, ma di parole, e che si disputava soltanto dell'interpretazione delle leggi, e profezie Giudaiche, stimavano indegno della maestà Romana il discuter seriamente le oscure differenze, che potevan nascere fra gente barbara e superstiziosa. L'innocenza de' primi Cristiani era protetta dall'ignoranza e dal disprezzo; e spesso trovava nel tribunale di un Magistrato Pagano il rifugio più sicuro contro il furor della Sinagoga[26]. Se noi fossimo in vero disposti ad ammetter le tradizioni di una troppo credula antichità, riferir potremmo i lontani pellegrinaggi, le imprese maravigliose, e le diverse morti de' dodici Apostoli; ma una più esatta ricerca ci porterà a dubitare, se fu permesso ad alcuna di quelle persone, che avevan veduto i miracoli di Cristo, di contestare col proprio sangue oltre i confini della Palestina la verità della loro testimonianza[27]. Atteso l'ordinario periodo della vita umana, può molto naturalmente presumersi che la maggior parte di essi fossero morti, avanti che il rancor degli Ebrei scoppiasse in quella furiosa guerra, la quale non finì che con la rovina di Gerusalemme. Per un lungo tratto di tempo, che passò dalla morte di Cristo fino a quella memorabile ribellione, non possiamo ravvisare alcun vestigio d'intolleranza Romana, eccettuata la subitanea, passeggiera, ma crudele persecuzione, che fu mossa da Nerone contro i Cristiani della Capitale, trentacinque anni dopo il primo, e solo due anni avanti il secondo, di que' grandi eventi. Il carattere dell'Istorico filosofo, al quale principalmente dobbiamo la cognizione di questo singolar fatto, sarebbe per se solo bastante ad impegnar la nostra più attenta considerazione.

Nel decimo anno del Regno di Nerone la Capitale dell'Impero fu afflitta da un fuoco, che infierì oltre la memoria o l'esempio de' secoli precedenti[28]. Restarono involti in una comune distruzione i monumenti dell'arte Greca e del Romano valore, i trofei delle guerre Punica e Gallica, i tempj più santi, ed i palazzi più splendidi. De' quattordici rioni, o quartieri, ne' quali era divisa Roma, quattro solamente rimasero interi, tre furono livellati al suolo, e gli altri sette, che sperimentato avevano il furor delle fiamme, presentavano un tristo prospetto di desolazione e rovina. Pare che la vigilanza del Governo non trascurasse alcuna precauzione, che alleggerir potesse il sentimento di sì terribile calamità. Furono aperti alla sconsolata moltitudine i giardini Imperiali, si costruirono per loro comodo temporanei edifizj, e venne distribuita un'abbondante copia di grano e di provvisioni ad un prezzo assai moderato[29]. Sembra che la più generosa politica dettasse gli editti, che regolarono la disposizione delle strade, e la costruzione delle case private, e come suole per ordinario accadere in un tempo di prosperità, l'incendio di Roma produsse nel corso di pochi anni una città novella, più regolare e più vaga dell'antica. Ma tutta la prudenza ed umanità di Nerone furono insufficienti a liberarlo dal sospetto del popolo. Qualunque delitto imputar potevasi all'assassino della propria moglie e della madre, nè poteva un Principe, che prostituiva la sua persona e dignità sul teatro, esser creduto incapace della più stravagante follia. La voce della fama accusava l'Imperatore come un incendiario della sua Capitale, e siccome le più incredibili narrazioni sono le più confacenti al genio di un popolo infuriato, così raccontavasi gravemente, e senz'alcun dubbio credevasi, che Nerone, godendo all'aspetto della calamità di cui era stato cagione, si dilettasse in cantare sulla sua lira la distruzione dell'antica Troia[30]. Per allontanare un sospetto, che il potere del dispotismo non era capace di sopprimere, l'Imperatore pensò di sostituire in suo luogo alcuni finti rei. «Con questo scopo (continua Tacito) sottopose a più atroci tormenti quegli uomini, che sotto la volgar denominazione di Cristiani erano già notati con la meritata infamia. Essi prendevano il nome e l'origine da Cristo, che nel regno di Tiberio avea sofferto la morte per sentenza del Procuratore Ponzio Pilato[31]. Questa empia superstizione fu per un tempo repressa; ma ella si sparse di nuovo, e non solamente si diffuse per la Giudea, prima sede di questa malvagia setta, ma fu introdotta anche in Roma, comune asilo, che riceve e protegge tutto ciò ch'è impuro ed atroce. Le confessioni di quelli, che furon presi, scuoprirono una gran moltitudine di complici, e furono tutti convinti, non tanto del delitto di aver posto fuoco alla città, quanto dell'odio, che portavano al genere umano[32]. Morivano fra tormenti, e questi erano amareggiati dall'insulto e dalla derisione. Alcuni di essi furono inchiodati sopra croci, altri cuciti dentro pelli di bestie feroci, ed esposti alla rabbia de' cani, altri, coperti di materie combustibili, servivano come di torce per illuminare l'oscurità della notte. Furon destinati i giardini di Nerone pel tristo spettacolo che venne accompagnato da una corsa di cavalli, ed onorato dalla presenza dell'Imperatore, che si mescolava col volgo, in abito ed in attitudine di cocchiere. La colpa de' Cristiani meritava in vero il più esemplare gastigo, ma il pubblico abborrimento si cangiò in compassione, supponendosi che quelle infelici vittime venisser sacrificate non tanto al rigore della giustizia, quanto alla credulità di un geloso tiranno[33].» Quelli che con occhio curioso rimirano le rivoluzioni dell'uman genere, posson osservare, che i giardini ed il circo di Nerone nel Vaticano, che macchiati furon dal sangue de' primi Cristiani, si son resi più famosi pel trionfo e per l'abuso della religione perseguitata. Nel medesimo luogo[34] si è, dopo, eretto un tempio, che di gran lunga sorpassa le antiche glorie del Campidoglio, da' Pontefici Cristiani, i quali traendo il loro diritto di universal dominio da un umile pescatore di Galilea, sono succeduti al trono de' Cesari, han date leggi ai Barbari conquistatori di Roma, ed hanno estesa la spirituale loro giurisdizione dalle coste del Baltico fino a' lidi del mar Pacifico.

Ma non sarebbe a proposito di lasciar questo racconto della persecuzion di Nerone, senza fare alcune riflessioni, che possono servire a rimuovere le difficoltà, onde si rende dubbiosa la susseguente storia della Chiesa, ed a rischiararla di qualche lume.

I. Non può la critica più scettica non rispettar la verità di tal fatto straordinario, e la genuina tempera di questo celebre passo di Tacito. La prima vien confermata dall'esatto e diligente Svetonio, che rammenta il gastigo da Nerone dato a' Cristiani: setta di uomini che abbracciato avevano una nuova e colpevol superstizione[35]. L'altra si può provare col consenso de' più antichi manoscritti; coll'inimitabil carattere dello stile di Tacito, con la sua riputazione, che ne ha reso immune il testo dalle interpolazioni della pia frode, e col tenore della sua narrazione, che accusa i Cristiani de' più atroci delitti, senza insinuare, ch'essi godessero alcun miracoloso o magico potere sopra il resto del genere umano[36]. II. Quantunque sia probabile, che Tacito nascesse qualche anno avanti l'incendio di Roma[37], potè ciò nonostante rilevare dalla lettura e dalla conversazione la notizia di un fatto, che seguì nel tempo della sua infanzia. Avanti di esporsi al Pubblico, tranquillamente egli aspettò, che il proprio ingegno fosse giunto alla sua piena maturità, ed aveva più di quarant'anni, allorchè un grato riguardo alla memoria del virtuoso Agricola trasse da lui la prima di quelle istoriche composizioni, che diletteranno ed istruiranno la più remota posterità. Dopo di aver fatto una prova della propria forza nella vita d'Agricola, e nella descrizione della Germania, concepì, e finalmente pose in esecuzione un'opera più difficile, vale a dire l'istoria di Roma in trenta libri, dalla caduta di Nerone sino all'avvenimento al trono di Nerva. L'amministrazione di quest'ultimo introdusse un tempo di prosperità e di giustizia, che Tacito avea destinato per occupazione della sua vecchiezza[38]; ma quando più da vicino esaminò quel soggetto, stimando per avventura, che fosse un uffizio più onorevole, o meno invidioso quello di rammentare i vizi de' passati tiranni, che di celebrar le virtù di un Sovrano regnante, si determinò piuttosto a narrare in forma d'annali le azioni de' quattro immediati successori di Augusto. L'impresa di raccogliere, disporre, e adornare una serie di ottant'anni in un'opera immortale, di cui ogni sentenza contiene le più profonde osservazioni, e le immagini più vive, fu bastante ad esercitare il genio di Tacito stesso per la maggior parte della sua vita. Negli ultimi anni del Regno di Traiano, mentre il vittorioso Monarca estendeva la potenza di Roma oltre gli antichi di lei confini, l'Istorico nel secondo e nel quarto libro de' suoi annali descriveva la tirannia di Tiberio[39], e dovè succedere al trono l'Imperatore Adriano avanti che Tacito, nel regolar proseguimento della sua opera, potesse riferir l'incendio della Capitale e la crudeltà di Nerone verso gl'infelici Cristiani. Alla distanza di sessant'anni era dovere dell'Annalista d'adottare le narrazioni de' contemporanei, ma era naturale pel Filosofo di spaziare nella descrizione dell'origine, del progresso e carattere della nuova setta non tanto secondo le cognizioni, o i pregiudizi dell'età di Nerone, quanto secondo quelli del tempo di Adriano. III. Tacito assai frequentemente confida, che la curiosità o la riflessione de' suoi lettori sia per supplire a quelle intermedie circostanze ed idee, che nell'estrema sua precisione ha creduto proprio di sopprimere. Noi possiamo dunque avventurarci ad immaginare qualche probabil motivo, che diriger potesse la crudeltà di Nerone contro i Cristiani di Roma, de' quali non meno l'oscurità che l'innocenza avrebbe dovuto porli al coperto dallo sdegno ed anche dalla cognizione di esso. Gli Ebrei, che si trovavano in gran numero nella Capitale, ed eran oppressi nel proprio paese, formavano un oggetto molto più confacente a' sospetti dell'Imperatore, e del Popolo; nè potea parere improbabile, che una vinta nazione, la quale già manifestava il proprio abborrimento pel giogo Romano, potesse ricorrere a' mezzi più atroci, per soddisfare il suo implacabile desiderio di vendicarsi. Ma gli Ebrei avevano molto potenti avvocati nel Palazzo, ed anche nel cuor del Tiranno, cioè la bella Poppea, di lui moglie e signora, ed un favorito commediante della razza d'Abramo, che avevano già impiegate le loro intercessioni a favore del colpevole Popolo[40]. Bisognava in loro vece offerire qualche altra vittima, e si potè suggerir facilmente, che sebbene i veri seguaci di Mosè fossero innocenti dell'incendio di Roma, fra loro era insorta una nuova perniciosa setta di Galilei, ch'era capace de' misfatti i più orribili. Sotto il nome di Galilei si confondevano due distinte specie di uomini le più opposte fra loro ne' costumi e ne' principj, vale a dire i Discepoli, che avevano abbracciata la fede di Gesù di Nazaret[41], e gli Zeloti, che aveano seguito la bandiera di Giuda Gaulonita[42]. I primi erano amici, i secondi nemici del genere umano; e l'unica somiglianza, che fosse tra loro, consisteva nell'istessa inflessibil costanza, che per difesa della lor causa li rendeva insensibili a' tormenti ed alla morte. I seguaci di Giuda, che inducevano i lor nazionali alla ribellione, restaron presto sepolti sotto le rovine di Gerusalemme; laddove quelli di Gesù, conosciuti sotto il più celebre nome di Cristiani, si diffusero per tutto l'Impero Romano. Quanto egli era naturale per Tacito, nel tempo d'Adriano, l'attribuire a' Cristiani la colpa ed i tormenti, che poteva con molto maggior verità e giustizia imputare ad una setta, della quale quasi era estinta l'odiosa memoria! IV. Qualunque sia l'opinione, che vogliamo avere di tal congettura (giacchè non è questa più che una congettura) egli è chiaro, che gli effetti non meno che la causa della persecuzione di Nerone furono ristretti alle mura di Roma[43]; che le religiose opinioni de' Galilei, o de' Cristiani, non furono mai un oggetto di pena, o anche di pura inquisizione; e che siccome l'idea de' lor patimenti fu per lungo tempo connessa con quella della crudeltà ed ingiustizia, così la moderazione de' seguenti Principi li dispose a risparmiare una setta oppressa da un Tiranno, il furore del quale ordinariamente s'era diretto contro la virtù e l'innocenza.

Egli è in qualche modo da notarsi, che le fiamme della guerra consumaron quasi nel medesimo istante il tempio di Gerusalemme ed il Campidoglio di Roma[44]; nè sembra meno singolare, che il tributo della devozione, destinato pel primo, convenir si dovesse dalla forza di un vincitore insultante in restaurare ed ornar lo splendore dell'altro[45]. L'Imperatore impose una tassa generale per via di capitazione sul popolo Ebreo, e quantunque la somma, che toccò a ciascheduno individuo, non fosse considerabile, pure l'uso pel quale era destinata, e la severità, con cui si esigeva, la facevano riguardare come un intollerabile peso[46]. Poichè i ministri di tal esazione estendevano le loro ingiuste ricerche a molti, che niente avevan che fare col sangue, o con la religion degli Ebrei, era impossibile che i Cristiani, i quali sì spesso eransi coperti sotto l'ombra della Sinagoga, evitassero allora quella rapace persecuzione. Ansiosi com'erano di sfuggire la più leggiera infezione d'idolatria, la lor coscienza vietava ad essi di contribuire all'onore di quel demonio, che aveva preso il carattere di Giove Capitolino. Siccome un assai numeroso benchè decadente partito fra' Cristiani, aderiva sempre alla legge di Mosè, gli sforzi, che facevano per nasconder la loro origine Giudaica, venivano scoperti dalla decisiva testimonianza della circoncisione[47], nè i Magistrati Romani avean comodo d'investigare la differenza de' religiosi sentimenti. Fra' Cristiani presenti al Tribunale dell'Imperatore, o come par più probabile, avanti a quello del Procurator della Giudea, si dice che ve ne comparissero due distinti per la loro estrazione, ch'era veramente più nobile di quella de' più gran Monarchi. Questi erano i nipoti di S. Giuda Apostolo, fratello di Gesù Cristo[48]. Le lor naturali pretensioni al trono di David potevan forse attirar loro il rispetto del Popolo, ed eccitar la gelosia del Governatore; ma la bassezza del loro vestire e la semplicità delle lor risposte lo convinsero ben presto, ch'essi non erano desiderosi, nè capaci di turbar la pace del Romano Impero. Essi confessarono francamente la propria stirpe reale e la stretta parentela che avevano col Messia, ma rinunziarono ad ogni temporale oggetto, e si protestarono, che il regno, da essi devotamente aspettato, era puramente di una specie spirituale ed angelica. Quando esaminati furono intorno a' loro beni ed impieghi, mostrarono le loro mani indurite dalla giornaliera fatica, e dichiararono, che traevan tutto il loro mantenimento dalla coltivazione di un fondo vicino al villaggio di Cocaba dell'estensione di circa 24 acri Inglesi[49] e del valore di 9000 dramme, o sia di trecento lire sterline. I nipoti di S. Giuda furon licenziati con compassione e disprezzo[50].

Ma quantunque l'oscurità della casa di David la potesse far sicura da' sospetti di un tiranno, tuttavia la presente grandezza della propria famiglia pose in agitazione la pusillanime indole di Domiziano, il quale non poteva quietarsi, se non se col sangue di que' Romani, che egli temeva, o detestava, o stimava. De' due figli di Flavio Sabino[51] suo zio, il maggiore fu tosto convinto di meditare tradimenti, ed il minore, che aveva il nome di Flavio Clemente, dovè la propria salvezza alla mancanza di coraggio e di abilità[52]. L'Imperatore distinse per lungo tempo un sì innocente congiunto col suo favore e con la sua protezione, gli diede in isposa la sua nipote Domitilla, adottò i figli di quel matrimonio, dando loro la speranza della successione, ed investinne il padre degli onori del Consolato. Appena però ebbe finita l'annuale sua magistratura, che per un leggiero pretesto fu condannato e posto a morte; Domitilla fu bandita in un'Isola abbandonata sulle coste della Campania[53]; e furon pronunziate sentenze di morte, o di confiscazioni contro un gran numero di persone, che si trovarono involte nell'accusa medesima. Il delitto imputato loro fu quello di Ateismo, e di costumi Giudaici[54]; singolare associazione d'idee, la quale non può con alcuna verosimiglianza applicarsi, che a' Cristiani presi in quell'aspetto, nel quale venivano oscuramente ed imperfettamente risguardati da' Magistrati e dagli scrittori di quella età. Sulla forza di una interpretazione così probabile, che ammette con troppa violenza i sospetti di un tiranno, come una prova del lor onorevol delitto, la Chiesa ha posto Clemente e Domitilla fra' suoi primi martiri, ed ha infamati gli atti di Domiziano chiamandoli seconda persecuzione. Ma questa (se pur merita questo nome) non fu di lunga durata. Pochi mesi dopo la morte di Clemente e l'esilio di Domitilla, Stefano, liberto del primo, che aveva goduto il favore, ma sicuramente non aveva abbracciata la fede della sua Padrona, assassinò l'Imperatore nel proprio di lui palazzo[55]. La memoria di Domiziano fu condannata dal Senato; furono annullati i suoi atti; gli esiliati da lui, richiamati; e sotto il dolce governo di Nerva, mentre si restituirono gl'innocenti ai gradi ed alle sostanze loro e fortune, anche i più colpevoli ottennero il perdono, o evitarono la punizione[56].

II. Circa dieci anni dopo, sotto il regno di Traiano, fu affidato a Plinio il Giovane dal suo amico e signore il governo della Bitinia e del Ponto. Egli si trovò tosto perplesso nel determinare a qual regola di giustizia o di legge dovesse appigliarsi nell'esecuzione di un uffizio il più ripugnante alla sua umanità. Plinio non si era mai trovato presente ad alcun processo giudiciale contro i Cristiani, de' quali sembra che non conoscesse che il nome, e gli era del tutto ignota la natura del lor delitto, il metodo di convincerli, e la misura delle pene, che si dovevano ad essi applicare. In questa dubbiezza ricorse, com'era solito, allo spediente di esporre alla saviezza di Traiano un imparziale, ed in alcuni capi favorevol ragguaglio della nuova superstizione, supplicando l'Imperatore a degnarsi di sciogliere i suoi dubbi, e d'illuminare la sua ignoranza[57]. Plinio avea impiegato la sua vita nell'acquisto della scienza e negli affari del mondo. Fin dall'età di diciannove anni avea perorato con distinzione ne' tribunali di Roma[58], occupato un posto nel Senato, goduto gli onori del Consolato, ed acquistate moltissime relazioni con ogni ceto di uomini così nell'Italia come nelle Province. Dalla perplessità di lui possiam quindi trarre qualche utile indizio; possiamo assicurarci, che quando egli prese il governo della Bitinia, non erano in vigore leggi universali, o decreti del Senato contro i Cristiani: che nè Traiano, nè alcuno de' suoi virtuosi predecessori, de' quali erano in uso gli editti nella giurisprudenza civile e criminale, avevan dichiarato pubblicamente le loro intenzioni rispetto alla nuova setta, e che per quante processure si fosser fatte contro i Cristiani, non ve n'era alcuna di peso ed autorità sufficiente per determinar la condotta di un Magistrato Romano.

La risposta di Traiano, alla quale hanno frequentemente appellato i Cristiani de' posteriori tempi, dimostra tanto riguardo per la giustizia e l'umanità, quanto si potea conciliare con le false idee della religiosa politica[59]. Invece di far vedere l'implacabile zelo d'un inquisitore, ansioso di scoprire le più minute particolarità dell'eresia, ed esultante nel numero delle sue vittime, l'Imperatore manifesta molto maggior premura per proteggere la sicurezza dell'innocente, che per impedire lo scampo del colpevole. Riconosce la difficoltà di stabilire alcun sistema generale; ma pone due regole salutari, che spesso diedero sollievo ed aiuto agli angustiati Cristiani. Quantunque ordini a' Magistrati di punir quelle persone che son legalmente convinte, proibisce però loro con una incoerenza molto umana di far veruna ricerca intorno a' supposti rei. Nè si permette al Magistrato di procedere in qualunque specie d'accusa. Rigetta l'Imperatore le accuse anonime come troppo ripugnanti all'equità del suo governo; ed affinchè si abbiano per convinti coloro, a' quali viene imputato il delitto di professare il Cristianesimo, rigorosamente richiede la positiva testimonianza di un onesto ed aperto accusatore. Egli è probabile ancora, che quelli che assumevano un uffizio sì odioso, fossero obbligati a dichiarare i fondamenti de' loro sospetti, a individuare, tanto rispetto al tempo quanto al luogo, le segrete assemblee, che avevan frequentato i Cristiani loro avversari, ed a scuoprire un gran numero di circostanze, che si nascondevano con la gelosia più vigilante agli occhi profani. Se riuscivano in tal impresa, si esponevano allo sdegno di un attivo e considerabil partito, alla censura della porzione più culta dell'uman genere, ed all'ignominia, che in ogni tempo e paese ha sempre accompagnato il carattere di un accusatore. Se mancavano per l'opposto nelle lor prove, incorrevano la severa, e forse capital pena, che secondo una legge dell'Imperatore Adriano, infliggevasi a quelli, che falsamente attribuivano a' loro concittadini il delitto di Cristianesimo. Potea qualche volta la violenza di una superstiziosa o personale animosità prevalere alle più naturali apprensioni della disgrazia e del pericolo; ma non si può senza dubbio supporre, che accuse di un'apparenza così infelice fossero leggermente o con frequenza intraprese da' sudditi pagani del Romano Impero[60].

Dall'espediente, che si usava per eludere la prudenza delle leggi, rilevasi una sufficiente prova di quanto efficacemente sconcertarono esse i malvagi disegni della privata malizia, o dello zelo superstizioso. In una grande e tumultuosa assemblea i freni del timore e della vergogna, così potenti nelle menti degl'individui, perdono la massima parte della loro influenza. Il devoto Cristiano, a misura che desiderava d'ottenere o d'evitar la gloria del martirio, aspettava, o con impazienza o con terrore, le occasioni de giuochi pubblici e delle solennità. In queste gli abitanti delle grandi città dell'Impero adunavansi nel Circo o nel Teatro, dove ogni circostanza, del luogo non meno che della ceremonia, contribuiva ad accenderne la devozione, e ad estinguerne l'umanità. Mentre i numerosi spettatori, coronati di ghirlande, profumati d'incenso, purificati col sangue delle vittime, e circondati d'altari e di statue delle lor tutelari Divinità, si davano al godimento de' piaceri, che risguardavan come un'essenzial parte del culto lor religioso; vedevano che i soli Cristiani abborrivano gli Dei delle Genti, e con l'assenza e tristezza loro in tali solenni feste pareva che insultassero, o deplorassero la pubblica felicità. Se l'Impero era afflitto da qualche nuova disgrazia, da peste, da fame, o dal cattivo esito di una guerra; se aveva il Tevere dato fuori o il Nilo non era uscito dalle sue sponde; se la terra s'era scossa, o se interrotto s'era il solito corso delle stagioni, i superstiziosi Pagani non dubitavano, che i delitti e l'empietà de' Cristiani, che risparmiavansi dall'eccessiva lenità del Governo, finalmente avessero provocato lo sdegno della divina giustizia. Non era da sperare, che in mezzo ad una licenziosa ed inasprita plebaglia si osservasse la forma di procedere legalmente; nè l'anfiteatro, asperso del sangue delle bestie feroci e de' gladiatori, era il luogo dove potesse farsi udire la voce della compassione. Le grida impazienti della moltitudine denunziavano i Cristiani come i nemici degli uomini e degli Dei, li condannavano a' più atroci tormenti, ed avanzandosi a nominare alcuni dei più ragguardevoli fra nuovi settari, con irresistibil veemenza chiedevano, che nell'istante medesimo fossero presi ed esposti a' leoni[61]. I Governatori delle Province, ed i Magistrati, che presedevano a' pubblici spettacoli, eran per ordinario disposti a soddisfare le inclinazioni, ed a quietare la rabbia del popolo col sacrifizio di poche vittime, soggette all'odio di esso. Ma la saviezza degl'Imperatori proteggeva la Chiesa dal pericolo di simili tumultuarj clamori ed illegittime accuse, ch'essi a ragione disapprovavano come ripugnanti sì alla fermezza che all'equità della loro amministrazione. Gli editti di Adriano e di Antonino Pio dichiararono espressamente, che la voce del popolo non dovesse mai risguardarsi come una prova legale per convincere, o per punire que' disgraziati, che abbracciato avevano l'entusiasmo del Cristianesimo[62].

III. Non era la pena una conseguenza inevitabile dell'essere alcuno stato convinto; e que' Cristiani dei quali si era con la maggior chiarezza provato il delitto, mediante il deposto di testimoni, o anche per la volontaria lor confessione, ritenevano sempre in lor mano la facoltà di scegliere o la vita o la morte. Non tanto la trasgressione passata, quanto la resistenza presente eccitava lo sdegno del Magistrato. Concedevasi un facil perdono al pentimento, e se acconsentivano di gettar pochi grani d'incenso sopra l'altare, venivan licenziati dal Tribunale salvi e con applauso. Un Giudice umano stimava suo dovere di procurare il ravvedimento piuttosto che la pena di que' delusi entusiasti. Prendendo diverso stile secondo l'età, il sesso, o la situazione de' prigionieri, spesso adattavasi a mettere loro davanti agli occhi ogni circostanza, che potesse rendere o più piacevol la vita, o più terribil la morte, ed a sollecitarli, anzi a pregarli a voler mostrare qualche compassione verso se stessi, le lor famiglie ed i loro amici[63]. Se le minacce e le persuasive non avevano effetto, si ricorreva spesse volte alla forza; supplivano i flagelli e le torture alla mancanza degli argomenti, e impiegavasi ogni sorta di crudeltà per domare quell'inflessibile, e come, sembrava a' Pagani, colpevole ostinazione. Gli antichi Apologisti hanno censurato con ugual verità che rigore l'irregolar condotta de' lor persecutori, i quali, contro qualunque principio di giudicial processura, servivansi de' tormenti per ottenere non già la confessione, ma la negazione del delitto, che formava l'oggetto di lor ricerche[64]. I Monaci de' secoli posteriori, che nelle tranquille lor solitudini si occuparono a variare le morti ed i patimenti de' primi Martiri, hanno spesso inventato tormenti di una specie molto più raffinata ed ingegnosa. È piaciuto lor di supporre in particolare, che lo zelo de' Magistrati Romani, sdegnando di avere qualunque riguardo per la virtù morale, o per la pubblica decenza, procurasse di sedurre quelli, che non eran capaci di vincere, e che per lor ordine si esercitasse la più brutale violenza contro coloro, de' quali trovavano impossibile la seduzione. Si racconta, che talvolta alcune pie donne le quali erano preparate a disprezzar la morte, furono condannate a sostenere un esperimento più duro, e forzate a deliberare, se dovessero valutar più la religione che la lor castità. I giovani, a' lascivi abbracciamenti de' quali venivano abbandonate, erano solennemente esortati dal Giudice a fare i loro più vigorosi sforzi per sostener l'onore di Venere contro quell'empie vergini, che ricusavano di bruciar l'incenso sopra i suoi altari. La lor violenza però comunemente restava delusa, e l'opportuna interposizione di qualche miracolo preservava le caste spose di Cristo anche dal disonore di una involontaria caduta. Non si dovrebbe in vero tralasciar di osservare, che le più antiche ed autentiche memorie della Chiesa sono rade volte macchiate con queste indecenti e stravaganti finzioni[65].

La totale non curanza della probabilità e del vero nella rappresentazione di questi primitivi martirj fu cagionata da un inganno molto naturale. Gli scrittori Ecclesiastici del quarto e del quinto secolo attribuirono a' Magistrati di Roma l'istessa dose d'implacabile inflessibilissimo zelo, che riempiva i loro petti contro gli Eretici e gl'Idolatri de' loro tempi. Non è improbabile che alcune di quelle persone, ch'erano elevate alle dignità dell'Impero, potessero essersi imbevute dei pregiudizi della plebe, e che la disposizione, che altre avevano alla crudeltà, potesse venire accidentalmente stimolata da motivi di avarizia, o di sdegno personale[66]. Ma egli è certo, e possiamo appellarcene alle confessioni di riconoscenza de' primi Cristiani, che que' Magistrati, i quali esercitavano l'autorità dell'Imperatore o del Senato nelle Province, ed alle cui mani era unicamente affidata la potestà della vita e della morte, per lo più erano uomini culti e d'ingenua educazione, che rispettavano le regole della giustizia, ed avevan famigliari i precetti della Filosofia. Spesso evitavano l'odioso uffizio di persecutori, trascuravano le accuse con disprezzo, e suggerivano agli accusati Cristiani qualche legal sotterfugio, per mezzo di cui potessero eludere la severità delle leggi[67]. Ogni volta ch'erano investiti di un potere non limitato[68], se ne servivano molto meno per l'oppressione, che pel sollievo e pel favore dell'afflitta Chiesa. Essi erano ben lontani dal condannar tutti i Cristiani, che venivano accusati a' lor tribunali, e dal punir colla morte tutti coloro, ch'eran convinti di un ostinato attaccamento alla nuova superstizione. Contendandosi per ordinario delle pene più miti della carcere, dell'esilio, della condanna a' lavori delle miniere[69], lasciavano alle infelici vittime di lor giustizia qualche ragione di sperare, che un prospero evento, l'avvenimento al trono, il matrimonio, o il trionfo d'un Imperatore, potesse in breve, mediante un generai perdono, restituirli al primiero lor grado. Sembra, che i Martiri, condannati all'immediata esecuzione da' Magistrati Romani, fossero scelti dagli estremi più opposti fra loro. Essi erano o Vescovi o Preti, vale a dire le persone più distinte fra' Cristiani per causa del lor grado e dell'influenza che avevano sopra degli altri, onde il loro esempio potesse incuter terrore in tutta la setta[70]; oppure gl'infimi e più abietti fra loro, particolarmente quelli di servil condizione, le vite de' quali stimavansi di piccol valore, ed i lor patimenti si risguardavano dagli antichi con troppa indifferenza e disprezzo[71]. Il dotto Origene, che per la sua esperienza ed erudizione era benissimo informato dell'istoria de' Cristiani, dichiara ne' più espressi termini, che il numero de' Martiri non era molto considerabile[72]. La sola testimonianza di lui dovrebbe servire ad annientare quel formidabile esercito di Martiri, le reliquie de' quali, tratte per la maggior parte dalle catacombe di Roma, hanno riempiuto tante Chiese[73], e che mediante le loro maravigliose azioni sono stati il soggetto di tanti volumi di Sacri romanzi[74]. Ma può spiegarsi e confermarsi l'asserzione generale d'Origene con le particolari testimonianze del suo amico Dionisio, il quale nell'immensa Città d'Alessandria, ed al tempo della rigorosa persecuzione di Decio non conta che dieci uomini e sette donne, che soffrirono per la professione del nome Cristiano[75].

Nel corso della medesima persecuzione governava la Chiesa non sol di Cartagine, ma eziandio dell'Affrica lo zelante, l'eloquente, ed ambizioso Cipriano. Aveva esso tutte le qualità, che impegnar potevano la riverenza del Fedele, o provocare i sospetti, e l'ira de' magistrati Pagani. Pareva, che il carattere parimente e la situazione di lui additassero quel santo Prelato come il più distinto oggetto del pericolo e dell'invidia[76]. L'esperienza però della vita di Cipriano è sufficiente a provare, che la nostra immaginazione ha esagerato le pericolose circostanze di un Vescovo Cristiano; e che i rischi, a' quali andava esposto, erano meno imminenti di quelli, che la temporale ambizione è sempre disposta a incontrare nella carriera degli onori. Furono uccisi quattro Imperatori Romani con le loro famiglie, i favoriti, gli aderenti nello spazio di dieci anni; durante il qual tempo guidò il Vescovo di Cartagine con la sua autorità ed eloquenza le deliberazioni della Chiesa Affricana. Solo nel terz'anno del suo Governo ebb'egli motivo per pochi mesi di temere i rigorosi editti di Decio, la vigilanza de' Magistrati ed i clamori del Popolo, che ad alta voce dimandava, che Cipriano, condottier de' Cristiani, fosse gettato a' leoni. La prudenza suggerì come necessaria per un tempo la ritirata, ed egli obbedì alla voce della prudenza. Si ritirò in un'oscura solitudine, dalla quale potè mantenere una costante corrispondenza col Clero e col Popolo di Cartagine; e nascondendosi finchè la tempesta fosse passata, si conservò in vita, senza interrompere la sua potenza o la sua riputazione. L'estrema di lui cautela però non isfuggì la censura de' più rigidi fra' Cristiani, che si lagnavano, nè i rimproveri de' suoi personali nemici, che insultavano una condotta, da essi risguardata come un pusillanime e colpevole abbandono del più sacro dovere[77]. La convenienza di riservarsi per li futuri bisogni della Chiesa, l'esempio di molti santi Vescovi[78] e le divine ammonizioni, ch'egli stesso dichiarava di ricever frequentemente nelle visioni e nell'estasi, erano le ragioni, ch'esso adduceva per giustificarsi[79]. Ma si vede la sua migliore apologia nella volontaria fermezza, con cui, circa otto anni dopo, soffrì la morte per causa della religione. È stata fatta l'istoria autentica del suo martirio con insolito candore ed imparzialità; onde un breve ragguaglio delle circostanze più importanti, che l'accompagnarono, ci darà la più chiara idea dello spirito e delle formalità delle persecuzioni Romane[80].

Nel tempo che Valeriano era Console per la terza volta, e Gallieno per la quarta, Paterno, Proconsole d'Affrica, citò Cipriano a comparire avanti al suo Consiglio privato. Ivi l'informò dell'ordine Imperiale che allora avea ricevuto[81], affinchè quelli, che avevano abbandonato la religione Romana, dovessero immediatamente tornare a praticar le ceremonie de' loro antenati. Cipriano replicò senza esitare, ch'egli era un Cristiano ed un Vescovo consacrato al culto dell'unico e vero Dio, al quale offeriva ogni giorno le proprie suppliche per la salvezza e prosperità de' due Imperatori, suoi legittimi Sovrani. Con modesta fiducia invocò il privilegio di cittadino, ricusando di dare alcuna risposta a varie odiose ed, a vero dire, illegali questioni, che il Proconsole avea proposte. Fu pronunziata una sentenza d'esilio per pena della disubbidienza di Cipriano, e fu esso condotto senza dilazione a Curabi, città libera e marittima, di Zeugitania, in una piacevol situazione, in un fertile territorio, ed alla distanza di circa quaranta miglia da Cartagine[82]. L'esule Vescovo godeva de' comodi della vita e della coscienza della propria virtù. Era sparsa la sua riputazione per l'Affrica e per l'Italia; fu pubblicato, per edificazione del mondo Cristiano, un racconto della sua condotta[83]; e la solitudine del medesimo era frequentemente interrotta dalle lettere, dalle visite, e dalle congratulazioni de' Fedeli. All'arrivo di un nuovo Proconsole nella Provincia, parve che la fortuna di Cipriano prendesse per qualche tempo un aspetto più favorevole. Fu esso richiamato dal bando, e quantunque non gli fosse per anche permesso di ritornare in Cartagine, gli furono assegnati per luogo di sua dimora i propri di lui giardini, situati ne' contorni della capitale[84].

Finalmente, appunto un anno dopo che Cipriano fu chiamato per la prima volta in giudizio, Galerio Massimo, Proconsole d'Affrica, ricevè l'imperial dispaccio pur l'esecuzione de' Dottori Cristiani[85]. Al Vescovo di Cartagine parve grave di esser egli destinato per una delle prime vittime, e la fragilità della natura lo tentò a sottrarsi per mezzo di una segreta fuga al pericolo ed all'orror del martirio; ma presto ricuperando quella fortezza ch'esigeva il proprio carattere, tornò a' suoi giardini, ed aspettò pazientemente i ministri della morte. Due uffiziali di qualità, a' quali affidata venne tal commissione, posero Cipriano in un cocchio fra loro, e poichè il Proconsole allora non era in comodo, lo condussero non già in una carcere, ma in una casa privata in Cartagine, appartenente ad uno di essi. Fu apparecchiata un'elegante cena pel Vescovo, e fu permesso a' suoi amici Cristiani di godere per l'ultima volta la sua compagnia, mentr'eran piene le contrade di una moltitudine di Fedeli, ansiosi ed agitati per l'imminente morte del loro padre spirituale[86]. Nella mattina comparve avanti il tribunal del Proconsole, il quale dopo essersi informato del nome e della situazione di Cipriano, gli comandò di sacrificare agli Dei, e lo eccitò a riflettere alle conseguenze della sua disubbidienza. Il rifiuto di Cipriano fu stabile e decisivo; ed il Magistrato, dopo ch'ebbe udita l'opinione del suo consiglio, con qualche ripugnanza pronunziò la sentenza di morte. Questa fu conceputa ne' termini seguenti. «Che immediatamente sia decapitato Tascio Cipriano, come nemico degli Dei di Roma, come capo e condottiero di una rea società, la quale da esso è stata sedotta ad empiamente resistere alle leggi de' santissimi Imperatori Valeriano e Gallieno[87].» La forma della sua esecuzione fu la più mite e la meno penosa, che dar si potesse ad una persona convinta di un delitto capitale; nè fu adoperato l'uso della tortura, per ottenere dal Vescovo di Cartagine o l'abbiurazione delle sue massime, o la scoperta de' complici.

Tosto che fu pubblicata la sentenza, «Noi moriremo con lui» gridò generalmente tutta insieme la moltitudine dei Cristiani, che stava ad ascoltare avanti le porte del Palazzo. Le generose loro dimostrazioni di zelo e di affetto non furono nè vantaggiose a Cipriano, nè per loro stessi pericolose. Fu egli condotto sotto la guardia de' Tribuni e de' Centurioni, senza resistenza, e senza insulto, al luogo dell'esecuzione, ch'era una spaziosa pianura vicina alla città, ed era già piena di un gran numero di spettatori. A' fedeli di lui Diaconi e Preti fu concesso di accompagnare il Santo lor Vescovo. Essi l'aiutarono a togliersi le vesti di sopra, stesero sul terreno de' panni per raccoglier le preziose reliquie del suo sangue, e da esso riceveron l'ordine di dare venticinque monete d'oro all'esecutore. Dopo di che il Martire si cuoprì con le proprie mani la faccia, e ad un solo colpo fu reciso il suo capo dal busto. Rimase per alcune ore il cadavere esposto alla curiosità de' Gentili; ma nella notte fu tolto di là, e con trionfal processione allo splendore di molti lumi fu trasportato al cimitero dei Cristiani. Furon celebrate pubblicamente a Cipriano l'esequie senza il minimo impedimento per parte dei Magistrati Romani; e que' Fedeli, che prestaron gli ultimi uffizj alla persona e memoria di lui, furono sicuri da ogni pericolo d'inquisizione o di pena. Egli è da osservarsi, che in una moltitudine sì grande di Vescovi, che si trovavano nella Provincia dell'Affrica, Cipriano fu il primo, che fosse reputato degno di ottener la corona del martirio[88].

Era veramente in poter di Cipriano o di morir martire, o di vivere apostata: ma dipendeva da questa scelta l'alternativa dell'onore, o dell'infamia. Se potesse anche supporsi che il Vescovo di Cartagine si fosse servito della professione della fede Cristiana solo come d'istrumento della propria ambizione o avarizia, doveva egli sempre sostenere il carattere che aveva assunto[89]; e se in lui era la minima dose di viril fortezza, doveva esporsi piuttosto a' più crudeli tormenti, che per un solo atto cambiare la riputazione di tutta la vita nell'abborrimento de' suoi Cristiani fratelli e nel disprezzo del mondo Gentile. Ma se lo zelo di Cipriano veniva sostenuto da una sincera persuasione della verità di quelle dottrine ch'egli predicava, la corona del martirio dovea sembrargli piuttosto un oggetto di desiderio che di terrore. Dalle vaghe, sebben eloquenti declamazioni de' Padri non è così facile di concepire un'idea distinta, o di determinare il grado di quell'immortal gloria e felicità, ch'essi con fiducia promettevano a quelli ch'erano sì fortunati da spargere il proprio sangue in difesa della religione[90]. Con la diligenza che si conveniva, essi inculcavano, che il fuoco del martirio suppliva ogni difetto, ed espiava ogni colpa; che mentre le anime degli altri Cristiani eran obbligate a passare per una lenta e penosa purificazione, i Martiri entravano trionfanti al godimento immediato dell'eterna felicità, dove in compagnia de' Patriarchi, degli Apostoli e de' Profeti regnavan con Cristo, ed erano come assessori di esso nell'universal giudizio dell'uman genere. La sicurezza di una durevole riputazione sopra la terra, motivo sì confacente alla vanità della natura umana, serviva spesse volte ad animare il coraggio de' Martiri. Gli onori, che Roma od Atene largivano a' que' cittadini, ch'erano morti per difesa della lor patria, non erano che fredde e deboli dimostrazioni di rispetto, ove si confrontino coll'ardente gratitudine e devozione, ch'esprimeva la primitiva Chiesa verso i vittoriosi campioni della fede. S'incominciò a celebrare come una ceremonia sacra l'annual commemorazione delle virtù e dei tormenti loro, e andò a terminar finalmente in un culto religioso. Fra' Cristiani poi, che avevan pubblicamente confessato i principj di lor religione, quelli che si liberavano (come spesso accadeva) dal tribunale o dalle carceri de' Magistrati Pagani, godevano quegli onori ch'erano giustamente dovuti all'imperfetto martirio, ed alla generosa fermezza che avevano dimostrato. Le più devote donne ambivano che fosse loro permesso d'imprimer baci su' ferri ch'essi avevan portato, e sulle ferite che avevano ricevuto. Le lor persone si stimavano sante; se ne ricevevan con rispetto le decisioni; ed essi troppo spesso abusavano, col loro spirituale orgoglio e colle licenziose maniere, della preminenza, che lo zelo e l'intrepidezza avevano loro acquistato[91]. Distinzioni di questa sorta, nel tempo che rappresentano la grand'esaltazione del merito, mostrano il picciol numero di quelli che soffrirono patimenti, o la morte per la professione del Cristianesimo.

La sobria discrezione de' nostri tempi sarebbe più portata a censurar che ad ammirare, e potrebbe anche più facilmente ammirar che imitare il favore de' primi Cristiani, i quali, secondo la viva espressione di Sulpicio Severo, desideravano il martirio con maggiore ansietà di quel che i suoi contemporanei sollecitassero un Vescovato[92]. L'epistole scritte da Ignazio, quando egli era condotto in catene per le città dell'Asia, spirano i sentimenti più ripugnanti alla comune inclinazione della natura dell'uomo. Vivamente egli prega i Romani, che quando sarà esposto nell'Anfiteatro, non vogliano con le lor tenere ma inopportune intercessioni privarlo della corona della gloria, e si dichiara risoluto di voler provocare ed irritar le bestie feroci, che verrebbero impiegate come istrumenti della sua morte[93]. Si raccontano alcune storie del coraggio di Martiri, che effettivamente fecero quel che Ignazio s'era proposto: che inasprirono il furor de' Leoni, sollecitaron l'esecutore ad affrettare il suo uffizio, allegramente saltaron nel fuoco preparato per consumarli, e dimostrarono un senso di gioia e di piacere nel mezzo de' più squisiti tormenti. Si son conservati molti esempi di uno zelo, che non poteva soffrire que' freni che gl'Imperatori avean posti per sicurezza della Chiesa. Supplivano alle volte i Cristiani medesimi con la propria volontaria dichiarazione alla mancanza di un accusatore, precipitosamente sturbavano le pubbliche funzioni del Paganesimo[94], e correndo in folla a' tribunali de' Magistrati, chiedevano loro che pronunziassero ed eseguissero la sentenza stabilita dalla legge. La condotta de' Cristiani era in vero troppo notabile per isfuggire alla vista degli antichi Filosofi; ma sembra che fosse per loro un oggetto molto meno d'ammirazione che di stupore. Incapaci d'immaginare i motivi, che alle volte trasportavano la fortezza de' credenti oltre i confini della prudenza o della ragione, trattavano tale ansietà di morire come uno stravagante risultato di ostinata disperazione, di stupida insensibilità, o di superstiziosa frenesia[95]. «Infelici! (esclamò il Proconsole Antonino, parlando a' Cristiani dell'Asia) infelici! se voi siete sì stanchi di vivere, vi sembra egli tanto difficil cosa il trovar delle funi e de' precipizj?[96].» Egli andò sommamente guardingo (come osserva un erudito e devoto Istorico) nel punire persone che non avevan trovati altri accusatori che se medesimi, non essendosi dalle leggi Imperiali fatto provvedimento veruno per un caso così inaspettato; laonde avendone condannati alcuni pochi per servir d'esempio a' loro fratelli, scacciò la moltitudine con indignazione e disprezzo[97]. Nonostante però questo reale o affettato sdegno, l'intrepida costanza de' Fedeli produceva gli effetti più salutari su quegli spiriti, che dalla natura e dalla grazia eran disposti a ricever facilmente le verità religiose. In tali funeste occasioni, fra' Gentili v'erano molti, che avevano compassione, che ammiravano, e che si convertivano. Da quelli che pativano, si comunicava il generoso entusiasmo agli spettatori, ed il sangue de' Martiri, secondo una ben nota osservazione, divenne il seme della Chiesa.

Ma sebbene la devozione sublimato avesse, e l'eloquenza continuasse ad infiammar questo ardor della mente, pure esso diede insensibilmente luogo alle speranze e ai timori più naturali del cuore umano, all'amor della vita, all'apprension della pena, ed all'orrore del proprio discioglimento. I più prudenti regolatori della Chiesa trovaronsi costretti a raffrenar l'indiscreto fervore de' lor seguaci, e a diffidare di una costanza, che troppo spesso gli abbandonava nell'ora dell'esperimento[98]. A misura che divenne meno mortificata ed austera la vita de' Fedeli, essi furono di giorno in giorno meno ambiziosi degli onori del martirio; ed i soldati di Cristo, in vece di distinguersi con volontarie azioni d'eroismo, disertavan frequentemente dal loro posto, e fuggivano in confusione l'aspetto di quel nemico, al quale erano in dover di resistere. Vi erano però tre maniere di evitare le fiamme della persecuzione, che non portavan seco il grado medesimo di reato: la prima in vero si risguardava generalmente come innocente; la seconda era di una specie dubbiosa, o almeno di una veniale mancanza; ma la terza induceva una diretta e colpevole apostasia dalla fede Cristiana.

I. Un moderno Inquisitore udirebbe veramente con sorpresa, che allorchè avanti ad un Magistrato Romano accusavasi alcuno sottoposto alla sua giurisdizione, per aver abbracciato la setta del Cristianesimo, fosse comunicata l'accusa alla parte accusata, e le fosse accordato un conveniente spazio di tempo per porre in ordine i propri affari domestici, e per preparare una difesa al delitto che le veniva imputato[99]. Se l'accusato avea qualche dubbio intorno alla propria costanza, tal dilazione gli somministrava l'opportunità di conservar la sua vita ed il suo onore mediante la fuga, di ritirarsi in qualche oscura solitudine, o in qualche distante Provincia per ivi aspettare pazientemente il ritorno della sicurezza e della pace. Un contegno sì conforme alla ragione veniva spesso autorizzato dall'avviso e dall'esempio de' più santi Prelati, e sembra, che fosse censurato da pochi, se si eccettuino i Montanisti, che dal loro stretto ed ostinato attaccamento pel rigore dell'antica disciplina furon condotti all'eresia[100]. II. I Governatori delle Province, ne' quali non prevaleva lo zelo all'avarizia, avevano introdotto il costume di vendere degli attestati (o come si dicevan libelli) ne' quali facevan fede, che le persone ivi menzionate avean soddisfatto alle leggi, e sacrificato alle Romane divinità. Producendo queste false dichiarazioni, potevano gli opulenti e timorosi Cristiani ridurre al silenzio la malignità di un accusatore, e in qualche modo conciliare la religione con la loro salvezza. Una tenue penitenza poi serviva a purgare questa profana dissimulazione[101]. III. In ogni persecuzione si trovava un gran numero d'indegni Cristiani, che pubblicamente negavano, o rinunciavano la fede che professavano; e che confermavan la sincerità di loro abbiura con gli atti legali di ardere incenso, o di offerire sacrifizii. Alcuni di questi apostati cedevano alla prima esortazione o minaccia del Magistrato, mentre la pazienza d'altri era vinta dalla lunghezza e reiterazion de' tormenti. I volti spaventati di alcuni tradivano i loro interni contrasti, mentre altri s'avanzavano con fiducia ed ilarità verso gli altari degli Dei[102]. Ma la finzione, indotta dal timore, non durava più lungamente del presente pericolo. Appena diminuiva il rigore della persecuzione, le porte della Chiesa erano assediate dalla moltitudine de' penitenti, che detestavano la loro idolatrica sommissione, e che supplicavano con uguale ardore, ma con vario successo, di esser nuovamente ricevuti nella società de' Cristiani[103].

IV. Quantunque fossero stabilite varie regole generali per convincere e per punire i Cristiani, pure in un esteso ed arbitrario governo il destino di que' settarj doveva sempre in gran parte dipendere dal lor portamento, dalle circostanze de' tempi e dall'indole tanto del supremo, che de' subalterni lor Giudici. Alle volte lo zelo potea provocare, e la prudenza mitigare o rimuovere il superstizioso furor de' Pagani. Diversi motivi potevan disporre i Governatori delle Province a mantenere in vigore, o a rilassar l'esecuzione delle leggi, ed il più forte fra questi era il riguardo che avevano non solo pei pubblici editti, ma ancora per le segrete intenzioni dell'Imperatore, del quale uno sguardo era sufficiente ad accendere, o ad estinguere la persecuzione. Ogni volta che si esercitava qualche accidentale severità nelle diverse parti dell'Impero, i primitivi Cristiani si dolevano de' lor patimenti, e forse gli ampliavano; ma il celebre numero di dieci persecuzioni fu determinato dagli scrittori Ecclesiastici del quinto secolo, che avevano una cognizione più distinta de' casi prosperi ed avversi della Chiesa, dal tempo di Nerone fino a quello di Domiziano. Gl'ingegnosi paralelli delle dieci piaghe d'Egitto e delle dieci corna dell'Apocalisse furono i primi a suggerir questo numero alle lor menti, e nell'applicazione, che facevano della fede profetica alla verità istorica, ebber la cura di sceglier que' regni che furon veramente i più contrari alla causa de' Cristiani[104]. Ma queste passeggiere persecuzioni non servivano, che a ravvivare lo zelo, ed a restaurar la disciplina de' Fedeli, ed i momenti di un rigore straordinario venivan compensati da intervalli molto più lunghi di sicurezza e di pace. L'indifferenza di alcuni Principi, e l'indulgenza di altri fecer godere a' Cristiani una pubblica e di fatto, quantunque per avventura non giuridica, tolleranza di lor religione.

L'Apologia di Tertulliano contiene due molto antichi, molto singolari, e nel tempo stesso molto sospetti esempi d'Imperiale clemenza, cioè gli editti pubblicati sotto Tiberio e Marco Antonino, e diretti non solo a protegger l'innocenza de' Cristiani, ma anche a promulgare quegli stupendi miracoli che avevan contestato la verità di lor dottrina. Il primo di essi è accompagnato da alcune difficoltà, che potrebbero far dubitare uno spirito scettico[105]. Ci si vorrebbe far credere, che Ponzio Pilato informasse l'Imperatore dell'ingiusta sentenza di morte, ch'esso aveva pronunziata contro una persona innocente, e per quanto pareva, divina, e che, senza acquistarne il merito, si esponesse al pericolo del martirio; che Tiberio il quale non occultava il suo disprezzo per ogni religione, immediatamente concepisse il disegno di porre il Messia Giudeo fra' Numi Romani; che il servile Senato si avventurasse a disubbidire a' comandi del suo Signore; che Tiberio, invece di risentirsi di tal rifiuto, si contentasse di proteggere i Cristiani dalla severità delle leggi, molti anni prima che queste fossero fatte, o avanti che la Chiesa prendesse un nome, o avesse un'esistenza particolare; e finalmente che si conservasse la memoria di questo fatto straordinario ne' registri più pubblici ed autentici, i quali non vennero a notizia degl'Istorici Greci e Romani, e furon soltanto visibili agli occhi di un Cristiano d'Affrica, il quale compose la sua apologia cento sessant'anni dopo la morte di Tiberio. Si suppone, che l'Editto di Marco Antonino fosse l'effetto della sua devozione e gratitudine per essere stato miracolosamente liberato nella guerra contro i Marcomanni. L'angustia delle Legioni, l'opportuna tempesta di pioggia e di grandine, di tuoni e di fulmini, ed il terrore e la disfatta de' Barbari, si celebrarono dall'eloquenza di più scrittori Pagani. Se in quell'esercito si fosse trovato alcun Cristiano, egli era naturale ch'essi dovessero attribuir qualche merito alle fervide preci, che nel momento del pericolo avean fatte per la propria, e per la pubblica sicurezza. Ma tuttavia siamo assicurati da monumenti di marmo e di rame, dalle medaglie Imperiali e dalla colonna Antonina, che nè il Principe, nè il Popolo dimostrò alcun sentimento di questo segnalato favore, giacchè attribuirono di comune accordo la loro liberazione alla providenza di Giove ed all'interposizion di Mercurio. In tutto il corso del suo Regno, Marco disprezzò i Cristiani come filosofo, e li punì come Sovrano[106].

Per una fatalità singolare, i travagli che avevano sofferto i Cristiani sotto il governo di un Principe virtuoso, immediatamente cessarono al comparir di un Tiranno, e siccome nessuno, fuori di loro, aveva sperimentato l'ingiustizia di Marco, così furono essi soli protetti dalla piacevolezza di Commodo. La celebre Marcia, che fu la prima favorita fra le sue concubine, e che finalmente tramò l'uccisione dell'Imperiale suo amante, aveva un singolare affetto per l'oppressa Chiesa; e benchè fosse impossibile, ch'ella conciliar potesse la pratica del vizio co' precetti dell'Evangelio, pure poteva sperar di purgare le fragilità del suo sesso e della sua professione, dichiarandosi protettrice de' Cristiani[107]. Sotto la graziosa protezione di Marcia essi passarono in sicurezza i tredici anni di quella crudel tirannia, e quando si stabilì l'Impero nella casa di Severo, acquistarono una famigliare, ma più onorevole connessione con la nuova Corte. L'Imperatore era persuaso, che in una pericolosa malattia gli fosse stato di qualche vantaggio o spirituale o fisico l'olio santo, col quale un suo schiavo l'aveva unto. Ei trattò sempre con particolar distinzione molti di ambedue i sessi, che avevano abbracciato la nuova religione. La nutrice non meno che il precettore di Caracalla furono Cristiani; e se mai quel Principe mostrò un sentimento d'umanità, ne fu cagione un accidente, che sebbene di piccol peso, ha qualche relazione alla causa del Cristianesimo[108]. Nel regno di Severo fu tenuta in freno la furia del popolo; per qualche tempo sospeso il rigore delle antiche leggi; ed i Governatori delle Province restavano soddisfatti con ricevere un dono annuale dalle Chiese poste dentro i limiti di loro giurisdizione, come prezzo o guiderdone della loro moderatezza[109]. La controversia intorno al preciso tempo di celebrar la Pasqua armò i Vescovi dell'Asia e dell'Italia gli uni contro gli altri, e fu questo risguardato come l'affare più importante di quel tempo di pace e di tranquillità[110]. Nè fu interrotta la quiete della Chiesa, finchè sempre crescendo il numero de' proseliti, sembra che finalmente richiamasse l'attenzione, o alienasse l'animo di Severo. Col fine d'impedire il progresso del Cristianesimo, pubblicò un editto, che sebbene fosse diretto soltanto contro quelli che si convertivan di nuovo, pure non si potè rigorosamente mettere in esecuzione senza esporre al pericolo ed alla pena i più zelanti tra' loro Dottori e Missionari. In questa mite persecuzione possiam ravvisar sempre lo spirito indulgente di Roma e del Politeismo, che sì facilmente ammetteva ogni cosa in favore di quelli, che praticavano le religiose cerimonie de' loro Padri[111].

Ma presto spirarono, insieme con l'autorità di Severo, le leggi ch'egli avea fatte; ed i Cristiani, dopo questa accidentale tempesta, goderono una calma di trentotto anni[112]. Fino a quest'epoca essi avevano per ordinario tenuto le loro assemblee in case private ed in luoghi remoti. Fu loro permesso in questo tempo di erigere e di consacrare edifizi atti all'esercizio del culto religioso[113], di comprar terre anche nell'istessa Roma per uso della comunità; e di far l'elezioni de' lor ministri Ecclesiastici in una forma così pubblica, e nel tempo stesso così esemplare da meritar la rispettosa attenzione dei Gentili[114]. Questo lungo riposo della Chiesa fu congiunto con la dignità. I regni di que' Principi, che traevan l'origine dalle Province dell'Asia, furono i più favorevoli per li Cristiani: le persone eminenti di questa setta, invece d'essere ridotte ad implorare la protezione di uno schiavo, o d'una concubina, erano ammesse nel Palazzo coll'onorevol carattere di sacerdoti e di filosofi; e le lor misteriose dottrine, ch'erano già sparse fra il popolo, insensibilmente attirarono la curiosità del Sovrano. Quando l'Imperatrice Mammea passò da Antiochia, dimostrò desiderio di trattar col celebre Origene, che avea diffuso la fama della sua pietà e dottrina per l'Oriente. Obbedì Origene ad un invito così lusinghiero, e quantunque non potesse sperar di succedere nella conversione di una donna artificiosa ed ambiziosa, essa udì con piacere le eloquenti di lui esortazioni, ed onorevolmente lo rimandò al suo ritiro di Palestina[115]. Furono adottati i sentimenti di Mammea dal suo figliuolo Alessandro, e fu indicata la filosofica devozione di quell'Imperatore da un singolare ma indiscreto riguardo per la religione Cristiana. Collocò egli nella sua Cappella domestica le statue d'Abramo, di Orfeo, d'Apollonio e di Cristo, quasi volendo fare un onore giustamente dovuto a que' rispettabili savj, che in vari modi avevano instruito il genere umano a porger omaggio alla suprema ed universale divinità[116]. Fra' suoi domestici, si professava e si esercitava apertamente una fede ed un culto più puro. Furono forse per la prima volta veduti a Corte de' Vescovi, ed allorchè, dopo la morte di Alessandro, il crudel Massimino scaricò il suo furore sopra i favoriti ed i servi dell'infelice di lui benefattore, molti Cristiani di ogni grado e di ambedue i sessi furono involti nel promiscuo macello, che ha, per tal motivo, impropriamente ricevuto il nome di Persecuzione[117].

Nonostante la crudel disposizione di Massimino, gli effetti del suo sdegno contro i Cristiani furon limitati solo a certi luoghi e tempi, ed il pio Origene, ch'era stato proscritto come una sacra vittima, fu tuttavia riservato a portare la verità del Vangelo alle orecchie de' Monarchi[118]. Egli mandò varie lettere edificanti all'Imperator Filippo, alla sua moglie ed alla madre; ed appena quel Principe, ch'era nato nelle vicinanze della Palestina, ebbe usurpato lo scettro Imperiale, i Cristiani acquistarono un amico ed un protettore. Il pubblico ed anche parzial favore di Filippo verso i seguaci della nuova religione, ed il costante di lui rispetto per li Ministri della Chiesa diedero qualche colore al sospetto, che prevalse in que' tempi, che l'Imperatore medesimo si fosse convertito alla fede[119], e somministrò qualche fondamento ad una favola, che in seguito fu inventata, vale a dire ch'egli s'era purgato, mediante la confessione e la penitenza, dalla colpa contratta per l'uccisione del suo innocente predecessore[120]. La caduta di Filippo introdusse con la mutazione dei Principi un nuovo sistema di governo, così oppressivo per li Cristiani, che l'antecedente lor condizione fino dal tempo di Domiziano, si rappresentava come uno stato di perfetta libertà e sicurezza, paragonandolo col rigoroso trattamento, ch'essi soffrirono sotto il breve regno di Decio[121]. Le virtù di questo Principe difficilmente ci permetteranno di sospettare che un vile odio contro i favoriti del suo predecessore influisse sopra di lui, ed è più ragionevole di credere, che nell'esecuzione del suo disegno generale di restaurar la purità de' costumi Romani, desiderasse di liberar l'Impero da quella ch'esso condannava come una rea e nuova superstizione. I Vescovi delle città più considerabili furono condannati all'esilio o alla morte; la vigilanza de' Magistrati impedì per sedici mesi al Clero di Roma di procedere ad una nuova elezione; ed era opinion de' Cristiani, che l'Imperatore avrebbe sofferto con maggior pazienza un competitore alla porpora che un Vescovo nella Capitale[122]. Se fosse possibile di supporre, che la penetrazione di Decio scoperto avesse l'orgoglio sotto il manto dell'umiltà, o che avesse potuto prevedere, che dalle pretensioni di autorità spirituale sarebbe insensibilmente nato il dominio temporale, ci cagionerebbe minor sorpresa, ch'egli risguardasse i successori di S. Pietro come i rivali più formidabili di quelli d'Augusto.

Il Governo di Valeriano si distinse per una leggerezza ed incostanza, che mal conveniva alla gravità di un Censore di Roma. Nel principio del suo regno, egli sorpassò in clemenza que' Principi de' quali si era sospettato che avessero abbracciata la fede Cristiana. Negli ultimi tre anni e mezzo, prestando orecchio alle insinuazioni di un ministro addetto alle superstizioni dell'Egitto, adottò le massime, ed imitò la severità del suo predecessore Decio[123]. L'esaltamento di Gallieno, che accrebbe le calamità dell'Impero, restituì la pace alla Chiesa, ed i Cristiani ottennero il libero esercizio della loro religione, mercè di un editto diretto ai Vescovi, e concepito in tali termini, che sembrava riconoscere in essi un uffizio e carattere pubblico[124]. Si tollerava che le antiche leggi, senza venir formalmente rivocate, cadessero nell'obblivione; ed eccettuate alcune ostili intenzioni attribuite all'Imperatore Aureliano[125], i Discepoli di Cristo passarono più di quarant'anni in uno stato di prosperità molto più pericoloso per la loro virtù, che i più aspri patimenti della persecuzione.

L'istoria di Paolo Samosateno, che occupò la Sede Metropolitana d'Antiochia, allorchè l'Oriente trovavasi nelle mani di Odenato e di Zenobia, può servire ad illustrare la condizione ed il carattere di que' tempi. La ricchezza di quel Prelato era una prova sufficiente di sua reità, mentre non aveva avuto origine nè dall'eredità de' suoi padri, nè dalle arti di un'onesta industria. Ma Paolo risguardava il servigio della Chiesa come una professione molto lucrosa[126]. La sua Giurisdizione ecclesiastica era venale e rapace, estorceva frequenti contribuzioni da' più facoltosi Fedeli, e convertiva in uso proprio gran parte dell'entrata comune. La religione Cristiana, per causa dell'orgoglio e lusso del medesimo, si rendè odiosa agli occhi de' Gentili. Il luogo, dove teneva consiglio, ed il suo trono, lo splendore col quale compariva in pubblico, la folla de' supplicanti che implorava la sua attenzione, la quantità di lettere e di suppliche, alle quali dettava le sue risposte, e la perpetua confusione di affari, ne' quali era involto, erano circostanze molto più convenienti allo stato di un Magistrato civile[127], che all'umiltà di un Vescovo antico. Ogni volta ch'egli parlava dal pulpito al popolo, affettava lo stil figurato ed i gesti teatrali di un sofista Asiatico, mentre la Cattedrale risuonava delle più alte e stravaganti acclamazioni in lode della sua divina eloquenza. Contro coloro, che resistevano al suo potere o ricusavano di adular la sua vanità, il Prelato d'Antiochia era arrogante, rigido ed inesorabile, ma rilassava la disciplina, e distribuiva con prodiga mano i tesori della Chiesa ai Cherici da lui dipendenti, a' quali era permesso d'imitare il lor capo nella soddisfazione di ogni sensuale appetito; giacchè Paolo si deliziava molto liberamente ne' piaceri della tavola, ed avea ricevuto nel Palazzo Episcopale due giovani e belle donne, come compagne costanti de' suoi momenti di quiete[128].

Nonostanti questi scandalosi vizi, se Paolo di Samosata conservato avesse la purità della fede ortodossa, il suo regno sopra la capital della Siria non sarebbe terminato che con la sua vita: e se fosse nata un'opportuna persecuzione, uno sforzo di coraggio avrebbe forse potuto collocarlo nello schiera de' Santi e de' Martiri. Alcuni delicati e sottili errori, ch'egli adottò imprudentemente, ed ostinatamente sostenne intorno alla dottrina della Trinità, eccitarono lo zelo e lo sdegno delle Chiese orientali[129]. I Vescovi, dall'Egitto fino al Ponto Eusino, si posero in armi ed in movimento. Furon tenuti vari Concili, pubblicate confutazioni, pronunziate scomuniche, accettate e ricusate a vicenda dichiarazioni ambigue, conclusi e violati trattati, e finalmente Paolo di Samosata fu spogliato del suo carattere Episcopale per sentenza di settanta o ottanta Vescovi, che a tal fine si adunarono in Antiochia, e che, senza consultare i diritti del Clero e del Popolo, gli elessero di loro autorità un successore. La manifesta irregolarità di questo procedere accrebbe il numero de' malcontenti faziosi; e siccome Paolo, che non era nuovo negli artifizi delle Corti, s'era insinuato nel favor di Zenobia, per più di quattr'anni si mantenne in possesso della casa e dell'uffizio Episcopale. La vittoria d'Aureliano cangiò l'aspetto delle cose in Oriente, ed i due discordi partiti che attribuivansi l'un l'altro gli epiteti di scisma e d'eresia, ebbero l'ordine, o la permissione di agitar la causa avanti al tribunale del conquistatore. Questo pubblico e molto singolar giudizio serve a dare una convincente prova, che si riconosceva l'esistenza, la proprietà, i privilegi e l'intrinseco governo de' Cristiani, se non dalle leggi, almeno da' Magistrati dell'Impero. Poteva difficilmente aspettarsi, che Aureliano, come Gentile e soldato, entrasse a discutere, se le opinioni di Paolo o quelle de' suoi avversari fossero le più conformi alla verità della fede ortodossa. La sua determinazione però si fondò su' principj generali di equità e di ragione. Risguardò esso i Vescovi dell'Italia come i Giudici più imparziali e rispettabili fra' Cristiani, ed appena fu informato ch'essi avevano concordemente approvata la sentenza del Concilio, si acquietò alla lor decisione, ed immediatamente diede ordine, che Paolo fosse costretto ad abbandonare le possessioni temporali che appartenevano ad un uffizio, di cui, secondo il giudizio de' propri fratelli, egli era stato regolarmente privato. Ma nel tempo che si applaudisce alla giustizia di Aureliano, non si dovrebbe perder di vista la sua politica; imperocchè procurava egli di restituire e di collegare la dipendenza delle Province dalla capitale per qualunque mezzo che potesse vincolar l'interesse, o i pregiudizi di ogni parte de' propri sudditi[130].

In mezzo alle frequenti rivoluzioni dell'Impero i Cristiani sempre fiorivano in pace e prosperità; e quantunque la famosa Era de' Martiri siasi principiata dall'avvenimento al Trono di Diocleziano[131], tuttavia il nuovo sistema di politica, introdotto e mantenuto dalla saviezza di quel Principe, continuò per più di diciott'anni ad inspirare il più dolce e libero spirito di tolleranza intorno alla religione. La mente, in vero, di Diocleziano medesimo era meno idonea alle ricerche speculative che alle attive fatiche della guerra e del governo. La sua prudenza lo rendè alieno da ogni grande innovazione, e quantunque il suo temperamento non fosse suscettibile di zelo o di entusiasmo, egli conservò sempre un abituale riguardo per le antiche Divinità dell'Impero. Ma l'ozio delle due Imperatrici, Prisca di lui moglie e Valeria sua figlia, permise loro di ascoltare con maggiore attenzione e rispetto le verità del Cristianesimo, che in ogni tempo ha professato le sue più speciali obbligazioni alla devozion delle donne[132]. I principali Eunuchi Luciano[133] e Domoteo, Gorgonio ed Andrea, che trattavano la persona, godevano il favore, e governavano la casa di Diocleziano, proteggevano con la potente loro efficacia la fede, che avevano abbracciata. Fu imitato il loro esempio da molti de' più considerabili uffiziali del Palazzo, che ne' rispettivi lor posti avean la cura degli ornamenti Imperiali, delle vesti, delle masserizie, delle gioie, ed anche del tesoro privato; e sebbene alle volte potevano esser obbligati d'accompagnar l'Imperatore, quando andava al tempio per sacrificare[134], pure godevano, insieme con le loro mogli, i loro figli ed i loro schiavi, dell'esercizio libero della religione Cristiana. Diocleziano ed i suoi Colleghi frequentemente conferivano gli uffizi più importanti a quelle persone, che non celavano il loro abborrimento pel culto de' Numi, ma che avevan mostrato capacità pel buon servizio dello Stato. I Vescovi, nelle rispettive loro Province, tenevano un grado onorevole, ed eran trattati con distinzione e rispetto, non solamente dal Popolo, ma anche da' Magistrati medesimi. Quasi in ogni città si trovarono insufficienti le antiche Chiese per contenere la moltitudine, che sempre cresceva, de' proseliti; ed in luogo di quelle furono eretti pel culto de' Fedeli più stabili e capaci edifizj. La corruzione de' costumi e de' principj di religione, della quale con tanta forza lamentasi Eusebio[135], si può riguardare non solo come una conseguenza, ma come una prova della libertà, di cui godevano ed abusavano i Cristiani sotto il regno di Diocleziano. La prosperità rilassato aveva i nervi della disciplina; prevalevano in ogni Congregazione la frode, l'invidia, e la malizia; i Preti aspiravano all'uffizio Episcopale, che di giorno in giorno diveniva un oggetto più degno della loro ambizione; i Vescovi, che contendevan fra loro per l'Ecclesiastiche preeminenze, pareva che con la lor condotta si attribuissero un secolare e tirannico poter nella Chiesa; e la viva fede, che distingueva sempre i Cristiani da' Gentili, molto meno si manifestava nella lor vita che ne' loro scritti di controversia.

Nonostante quest'apparente sicurezza, potrebbe un attento osservatore discernere alcuni sintomi, che minacciavan la Chiesa d'una persecuzione più violenta di tutte quelle, che aveva fino allora sofferte. Lo zelo ed il rapido progresso de' Cristiani svegliò i Politeisti dalla supina loro indifferenza nella causa di quelle Divinità, che il costume e l'educazione avevano appreso loro a rispettare. Le vicendevoli provocazioni di una guerra religiosa, che aveva continuato più di dugent'anni, esacerbò l'animosità delle parti, che combattevano. I Pagani s'irritavano per l'ardire di una oscura e nuova setta, che pretendeva di accusare di errore i propri compatriotti, e di condannare i loro padri all'eterna miseria. L'abitudine di giustificare la mitologia popolare contro le invettive di un implacabil nemico, produceva ne' loro spiriti qualche sentimento di fede e di riverenza per un sistema, ch'essi erano assuefatti a risguardare con la leggerezza più trascurata. Le facoltà soprannaturali, che assumeva la Chiesa, inspiravan terrore nel tempo stesso ed emulazione. I seguaci della vecchia religione si trinceravano con simili fortificazioni di prodigi, inventavan nuove maniere di sacrificare, d'iniziare[136] o di espiare i delitti; procuravano di restituire il credito a' loro spiranti oracoli[137], e con ansiosa credulità porgevan orecchio a qualunque impostore, che lusingasse i lor pregiudizi con maravigliosi racconti[138]. Pare che ambe le parti accordassero la verità di que' miracoli, che si attribuivano gli avversari; e mentre si contentavan di ascriverli ad arte magica o al poter de' Demonj, concorrevano reciprocamente a restaurare e stabilire il regno della superstizione[139]. La filosofia, ch'è il più pericoloso nemico di questa, erasi allora mutata nel suo più vantaggioso alleato. I boschetti dell'Accademia, i giardini d'Epicuro, ed anche il Portico degli Stoici erano quasi abbandonati, come tante diverse scuole di scetticismo e di empietà[140], e molti fra' Romani bramavano, che fosser condannati e soppressi per autorità del Senato gli scritti di Cicerone[141]. La setta de' nuovi Platonici, che prevalse, credè prudente partito quello di unirsi co' Sacerdoti, che forse disprezzava, contro i Cristiani, che aveva ragione di temere. Questi filosofi alla moda sostennero il disegno di trarre un'allegorica sapienza dalle finzioni de' Greci poeti, instituirono riti misteriosi di divozione per uso de' lor discepoli eletti, raccomandarono il culto degli Dei antichi, considerati come gli emblemi, o i ministri della suprema Divinità, e composero molti elaborati trattati contro la fede dell'Evangelio[142], che dopo dalla prudenza degli Imperatori ortodossi furono dati alle fiamme[143].

Quantunque la politica di Diocleziano e l'umanità di Costanzo li disponessero a mantenere inviolate le massime di tolleranza, si venne ben presto in chiaro, che i due loro colleghi, Massimiano e Galerio, nudrivano il più implacabile odio pel nome e per la religione de' Cristiani. Le scienze non avevano mai illuminato le menti di que' Principi, nè l'educazione aveva addolcito il loro temperamento. Dovevano essi alle proprie spade la loro grandezza, e nella più sublime fortuna ritennero sempre i superstiziosi pregiudizi de' soldati e delle inculte persone. Nell'amministrazion generale delle Province obbedivano alle leggi stabilite dal lor benefattore; ma ne' loro campi e palazzi trovavano spesse occasioni di esercitare una persecuzione segreta[144], alla quale porgeva l'imprudente zelo de' Cristiani qualche volta i più speciosi pretesti. Fu eseguita una sentenza di morte contro Massimiliano, giovane d'Affrica, ch'era stato dal proprio padre condotto avanti del Magistrato, come capace d'esser legittimamente reclutato, ma che ostinatamente sosteneva, che la propria coscienza non gli avrebbe mai permesso di abbracciare la professione della milizia[145]. Difficilmente potrebbe sperarsi che alcun governo soffrisse, che l'atto del Centurione Marcello restasse impunito. Quest'uffiziale, in un giorno di pubblica solennità, gettò via la cintura, le armi e le insegne del proprio impiego, ed esclamò ad alta voce, ch'esso non voleva obbedire ad altri che all'eterno Re Gesù Cristo, e che rinunziava per sempre l'uso delle armi carnali ed il servizio di un Sovrano idolatra. I soldati, rimasti attoniti, appena ripreser l'uso de' propri sensi, che arrestaron Marcello. Fu egli esaminato nella città di Tingi dal Presidente di quella parte della Mauritania, e siccome era convinto dalla sua propria confessione, fu condannato, e decapitato come disertore[146]. Esempi di tal natura molto meno appartengono alla persecuzion religiosa, che alla disciplina militare o anche civile; ma servirono ad alienar la mente degl'Imperatori, a giustificar la severità di Galerio, che dimise un gran numero di uffiziali Cristiani da' loro impieghi, e ad autorizzar l'opinione, che una setta di entusiasti, che sostenevano principj sì ripugnanti alla pubblica sicurezza, o dovea rimanere inutile, o presto divenir pericolosa all'Impero.

Dopo che il buon successo della guerra Persiana ebbe innalzate le speranze, e la riputazione di Galerio, passò questi un inverno con Diocleziano nel palazzo di Nicomedia; ed il destino del Cristianesimo fu l'oggetto delle segrete loro deliberazioni[147]. L'esperto Imperatore era sempre inclinato a prender miti determinazioni; e sebbene facilmente consentisse, che i Cristiani fossero esclusi da tutti gl'impieghi del palazzo e dell'esercito, ne' termini più forti esprimeva il pericolo non meno che la crudeltà di spargere il sangue di que' delusi fanatici. Galerio finalmente ottenne da lui la permissione di adunare un consiglio, composto di poche persone le più distinte ne' dipartimenti sì civili che militari dello Stato. Fu in lor presenza discussa tal importante questione, e quegli ambiziosi Cortigiani facilmente conobbero, che a loro incumbeva di secondar con l'eloquenza l'importuna violenza di Cesare. Si può supporre che insistessero sopra ogni punto, che interessar potesse l'orgoglio, la pietà o i timori del lor Sovrano nella distruzione del Cristianesimo. Gli rappresentarono forse, che restava imperfetta l'opera gloriosa di render libero l'Impero, finchè permettevasi, che sussistesse e moltiplicasse un popolo indipendente nel cuore delle Province. I Cristiani (potevasi così colorire il discorso) abbandonando gli Dei e gl'istituti di Roma, stabilito avevano una Repubblica a parte, che avrebbe potuto in vero sopprimersi avanti che acquistato avesse alcuna forza militare: ma ch'era già governata dalle sue proprie leggi e magistrali, che possedeva un pubblico tesoro, che era intimamente connessa in tutte le sue parti, medianti le frequenti adunanze de' Vescovi, a decreti de' quali accordavasi una cieca obbedienza dalle numerose loro ed opulente congregazioni. Pare che argomenti di questa sorta potessero determinar lo spirito ripugnante di Diocleziano ad abbracciar un nuovo sistema di persecuzione; ma quantunque noi possiam sospettare, non è però in nostro potere di riferire i segreti maneggi della Corte, gli oggetti e gli odj privati, la gelosia delle donne e degli eunuchi, e tutte quelle piccole sì ma decisive cagioni, che tanto spesso influiscono sul fato degli Imperi e ne' consigli de' più saggi Monarchi[148].

Finalmente fu indicata la volontà degl'Imperatori a' Cristiani, che nel corso di quel tristo inverno avevano con ansietà aspettato l'esito di tante secrete consultazioni. Fu destinato il dì 23 di Febbraio che (o fosse per accidente, e con premeditazione) coincideva con la festa Romana de' Terminali[149], per porre un termine al progresso del Cristianesimo. Allo spuntar del giorno il Prefetto[150] del Pretorio, accompagnato da' vari Generali, Tribuni ed Uffiziali del Fisco, si portò alla Chiesa principale di Nicomedia, ch'era situata sopra un'eminenza nella più popolata e bella parte della città. Furono immediatamente spezzate le porte; entrarono essi nel Santuario; e siccome in vano cercarono qualche visibile oggetto di culto, furon costretti a contentarsi di dare alle fiamme i libri della Sacra Scrittura. I Ministri di Diocleziano eran seguiti da un numeroso corpo di guardie e di guastatori, che marciavano in ordino di battaglia, provvisti di tutti gl'istrumenti soliti ad usarsi nella distruzione delle fortificate città. Mediante l'assidua loro fatica fu in poche ore gettato a terra quel sacro Edifizio, che torreggiava sopra il Palazzo Imperiale, ed aveva per lungo tempo eccitato l'invidia e l'indignazione de' Gentili[151].

Il giorno seguente fu pubblicato un editto generale di persecuzione[152], e quantunque Diocleziano, sempre alieno dall'effusione del sangue, avesse moderato il furor di Galerio, che proponeva di fare immediatamente arder vivo chiunque ricusasse di offerir sacrifizi, le pene stabilite contro l'ostinazione de' Cristiani si possono giudicar sufficientemente rigorose ed efficaci. Fu comandato, che in tutte le Province dell'Impero le loro Chiese fossero demolite da' fondamenti; e fu denunziata la pena di morte contro tutti quelli che presumessero di tenere alcuna segreta assemblea per motivo di culto religioso. I filosofi, che in quel tempo assunsero l'indegno uffizio di dirigere il cieco zelo della persecuzione, avevano diligentemente studiato la natura ed il genio della religion Cristiana; e siccome sapevano che si supponeva che le dottrine speculative della Fede contenute fossero negli scritti de' Profeti, degli Evangelisti e degli Apostoli, essi probabilissimamente suggeriron l'ordine, che i Vescovi ed i Preti consegnar dovessero tutti i loro libri sacri nelle mani de' Magistrati, a' quali era stato ingiunto sotto le pene più rigorose di bruciarli in una forma pubblica e solenne. Per il medesimo editto furon tutti in una volta confiscati i beni della Chiesa; e distribuiti in varie parti, o furon venduti al migliore offerente, o uniti all'erario Imperiale, e donati alle città e collegi, o concessi alle sollecitazioni de' rapaci cortigiani. Dopo di aver preso tali efficaci misure per abolire il culto, e per isciogliere il governo de' Cristiani, fu creduto necessario di sottoporre a' travagli più intollerabili la condizione di que' perversi individui, che tuttavia rigettassero la religione della natura, di Roma, e de' loro antichi. Le persone ingenue furon dichiarate incapaci di tutti gli onori ed impieghi; gli schiavi, privati per sempre della speranza di libertà; e tutto il corpo del popolo spogliato della protezion delle leggi. I Giudici furono autorizzati ad udire e a determinare ogni azione intentata contro un Cristiano, ma non era permesso a' Cristiani di querelarsi per qualunque ingiuria, che avesser sofferto; e così quegl'infelici settarj furon esposti alla severità della pubblica giustizia, nel tempo ch'erano esclusi dal benefizio della medesima. Questa nuova specie di martirio sì lento e penoso, tanto ignominioso ed oscuro, fu, per avventura, più atta ad istancar la costanza de' Fedeli: nè si può dubitare, che le passioni e l'interesse dell'uman genere non fossero in quest'occasione disposti a secondare i disegni dell'Imperatore. Ma la politica di un ben regolato Governo dovè qualche volta interporsi in sollievo degli oppressi Cristiani: nè era possibile, che i Principi Romani togliessero affatto il timore delle pene, o secondassero qualunque atto di violenza e di frode, senz'esporre la propria loro autorità, ed il resto de' loro sudditi a' più forti pericoli[153].

Appena fu quest'editto esposto alla pubblica vista nel lungo più frequentato di Nicomedia, che fu lacerato dalle mani di un Cristiano, il quale nell'istesso tempo espresse le più amare invettive il suo disprezzo ed abborrimento per tali empi e tirannici Governatori. Il suo delitto, secondo le più miti leggi, riducevasi a ribellione, e meritava la morte; e se fosse vero ch'egli era una persona di grado e d'educazione, quello circostanze non potevan servire che ad aggravar la sua colpa. Fu egli bruciato, o piuttosto arrostito a fuoco lento, e gli esecutori, bramosi di vendicare l'insulto fatto personalmente agl'Imperatori, esaurivano ogni finezza di crudeltà senza esser capaci di vincer la sua pazienza, o di alterar quel continuo ed insultante sorriso, ch'egli conservò sempre nelle ultime sue agonie. I Cristiani, quantunque confessassero che tal condotta rigorosamente non era stata conforme alle leggi della prudenza, pure ammiravano il divino fervor del suo zelo; l'eccessive lodi, che prodigalmente diedero alla memoria del loro Martire ed Eroe, contribuirono a figgere nella mente di Diocleziano una profonda impressione di terrore e di odio[154].

Ben presto si misero in moto i suoi timori alla vista di un pericolo, al quale appena egli potè sottrarsi. Nello spazio di quindici giorni, il Palazzo di Nicomedia, ed eziandio la camera in cui dormiva Diocleziano, si trovarono due volte in mezzo alle fiamme; e sebbene ambedue le volte queste fossero estinte senz'alcun danno considerabile, pure la singolar reiterazione del fuoco fu non senza ragion risguardata come un'evidente prova, che quello non era stato l'effetto della negligenza o del caso. Il sospetto cadde naturalmente sopra i Cristiani, e fu suggerito, con qualche specie di probabilità, che que' disperati fanatici, provocati dagli attuali lor patimenti, e temendo le calamità che lor sovrastavano, aveano formato una cospirazione cogli eunuchi del palazzo, fedeli loro fratelli, contro le vite degl'Imperatori, ch'essi detestavano come irreconciliabili nemici della Chiesa di Dio. La gelosia e lo sdegno prevalse in ogni petto, ma specialmente in quello di Diocleziano. Furon poste in carcere molte persone distinte, o per gl'impieghi da lor sostenuti, o pel favore di cui erano state onorate. Si mise in opera ogni sorta di torture, e la Corte ugualmente che la città restò macchiata da molte sanguinose esecuzioni[155]. Ma siccome non si potè scuoprire alcuna prova di questo misterioso fatto, sembra che autorizzati siamo o a presumere l'innocenza, o ad ammirar la fermezza di quei che soffrirono. Pochi giorni dopo, Galerio si ritirò in fretta da Nicomedia, dichiarando che se differiva la sua partenza da quel condannato palazzo, egli sarebbe caduto vittima della rabbia de' Cristiani. Gli Storici Ecclesiastici, da' quali soltanto possiam trarre una imperfetta o parzial notizia di questa persecuzione, non sanno come render ragione de' timori e del pericolo degl'Imperatori. Due di questi scrittori, uno Principe ed uno Retore, furon testimoni di veduta dell'incendio di Nicomedia. L'uno l'attribuisce al fulmine ed all'ira divina; l'altro asserisce, che fu cagionato dalla malizia di Galerio medesimo[156].

Poichè l'editto contro i Cristiani destinavasi a formare una legge universale di tutto l'Impero, e poichè Diocleziano e Galerio, quantunque non aspettassero il consenso de' Principi occidentali, eran sicuri però che ancor essi vi avrebber concorso, parrebbe più conforme alle idee che abbiamo di politica, che i Governatori di tutte le Province avesser ricevuto istruzioni segrete per pubblicar nel medesimo giorno questa dichiarazione di guerra ne' rispettivi loro dipartimenti. Almeno era da aspettarsi che la facilità dello pubbliche strade e delle poste, già stabilite, avesse posto in grado gl'Imperatori di trasmettere con la massima celerità i loro ordini dal palazzo di Nicomedia all'estremità del Mondo Romano; e ch'essi non avrebber sofferto, che passassero cinquanta giorni avanti che fosse pubblicato l'editto nella Siria, e quasi quattro mesi prima che fosse notificato alle città dell'Affrica[157]. Questa dilazione deve attribuirsi per avventura alla cauta indole di Diocleziano, che aveva contro voglia dato l'assenso alla persecuzione, e che desiderava di vederne una prova sotto i propri occhi, avanti di dar luogo a' disordini ed al disgusto, che inevitabilmente dovea cagionare nelle distanti Province. A principio, in vero, fu proibito a' Magistrati lo spargimento del sangue; ma fu permesso, ed anche raccomandato allo zelo di essi l'uso di ogni altra sorta di severità; nè i Cristiani, quantunque di buona voglia cedessero gli ornamenti delle lor Chiese, potevano indursi ad interrompere le religiose loro adunanze o a dare i loro libri sacri alle fiamme. Pare che la devota ostinazione di Felice, Vescovo Affricano, imbarazzasse i Ministri subalterni del Governo. Il Curatore della sua città lo mandò in catene al Proconsole; questi lo trasmise al Prefetto del Pretorio d'Italia; e Felice, che sdegnò fino di dare una colorita risposta, finalmente fu decapitato a Venosa nella Lucania, luogo celebre pel nascimento d'Orazio[158]. Parve che quest'esempio, e forse qualche rescritto Imperiale fatto in conseguenza di esso, autorizzasse i Governatori delle Province a punir colla morte i Cristiani, che ricusavano di consegnare i lor libri sacri. Vi furono senza dubbio molte persone che presero quest'opportunità d'ottener la corona del martirio; ma ve ne furono anche troppo altre, che si comprarono una via ignominiosa, scuoprendo e dando nelle mani degl'Infedeli le Sacre Scritture. Un gran numero eziandio di Vescovi e di Preti per questa rea condiscendenza ebbero il nome di traditori; e il loro delitto fu causa di un grande scandalo presente, e di gran discordia in futuro nella Chiesa Affricana[159].

Tanto s'eran già moltiplicate nell'Impero le copie o le traduzioni della Scrittura, che la più rigorosa inquisizione non potè cagionare alcuna fatal conseguenza, ed anche pel sacrifizio di que' volumi, che in ogni congregazione eran destinati all'uso pubblico, si richiese il consenso di alcuni traditori ed indegni Cristiani. Ma l'autorità del Governo e l'impegno de' Pagani poterono facilmente eseguire la distruzione delle Chiese. In alcune Province però i Magistrati si contentarono di far chiudere i luoghi del culto religioso; in altre più alla lettera eseguirono i termini dell'editto, e dopo aver tirato fuori le porte, i banchi, ed il pulpito, che fecero bruciare come un rogo funereo, totalmente demolirono il resto degli edifizi[160]. Forse a quella trista occasione si deve applicare un'istoria molto considerabile che si racconta con tanto varie ed improbabili circostanze, che serve ad eccitare piuttosto che a soddisfar la nostra curiosità. Pare che in una piccola città della Frigia, di cui non ci è rimasto nè il nome nè la situazione, tanto i Magistrati quanto il corpo del popolo avessero abbracciato la fede Cristiana; e siccome poteva temersi qualche resistenza all'effettuazion dell'editto, così il Governatore della Provincia ebbe il rinforzo di un numeroso distaccamento di legionari. All'avvicinarsi di questi, i Cittadini si ritirarono dentro la Chiesa, risoluti o di difender con le armi il sacro edifizio o di perire sotto le sue rovine. Rigettarono con isdegno la notizia e la permissione data loro di ritirarsi, a segno che irritati i soldati dalla lor ostinazione posero fuoco da tutte le parti alla fabbrica, e con questa specie straordinaria di martirio consumarono un gran numero di Frigj con le lor mogli e figliuoli[161].

Alcune leggiere turbolenze insorte nella Siria e sulle frontiere dell'Armenia, quantunque soppresse quasi nel tempo medesimo in cui furono suscitate, diedero a' nemici della Chiesa un'occasione molto plausibile d'insinuare, che s'erano quelle segretamente fomentate dagl'intrighi de' Vescovi, i quali avevano già dimenticato le fastose lor professioni di passiva ed illimitata obbedienza[162]. L'ira o i timori di Diocleziano finalmente lo trasportarono oltre i limiti della moderazione, che fino allora avea conservato; ed in una serie di crudeli editti dichiarò l'intenzione che aveva di abolire il nome Cristiano. Col primo di questi editti s'ordinò a' Governatori delle Province di catturar tutti quelli del ceto Ecclesiastico, e le carceri, destinate pei delinquenti più vili, furon tosto piene di una moltitudine di Vescovi, di Preti, di Diaconi, di Lettori e di Esorcisti. Con un secondo editto, fu comandato a' Magistrati d'impiegar ogni sorta di severità, che potesse richiamarli dall'odiosa loro superstizione, ed obbligarli a tornare al Culto già stabilito degli Dei. Quest'ordine rigoroso fu esteso da un altro editto a tutto il corpo de' Cristiani, che furono esposti ad una violenta e generale persecuzione[163]. In vece di que' freni salutari, ch'esigevano la diretta e solenne testimonianza di un accusatore, il dovere non meno che l'interesse degli uffiziali Imperiali divenne quello di scuoprire, di perseguitare, e di tormentare i più distinti Fedeli. Furono stabilite gravi pene contro tutti coloro, che avesser preteso di salvare un proscritto settario dal giusto sdegno degli Dei e degl'Imperatori. Nonostante però la severità di tal legge, il virtuoso coraggio, ch'ebbero molti Pagani di celare i loro amici o congiunti, somministra una prova onorevole che il furore della superstizione non aveva estinto ne' loro animi i sentimenti della natura e della compassione[164].

Appena Diocleziano ebbe pubblicato i suoi editti contro i Cristiani, che desiderando egli di commettere ad altre mani l'opera della persecuzione, si spogliò della porpora Imperiale. Il carattere e la situazione de' suoi colleghi e successori li mossero talvolta a mantenere in vigore, e talvolta a sospendere l'esecuzione di queste rigorose leggi, nè acquistar possiamo una giusta e distinta idea di quest'importante periodo d'istoria Ecclesiastica, se non consideriamo separatamente lo stato del Cristianesimo nelle diverse parti dell'Impero per lo spazio di dieci anni, che passarono fra' primi editti di Diocleziano, e la pace finale della Chiesa.

La dolce ed umana indole di Costanzo era avversa all'oppressione di qualunque parte de' propri sudditi. Gli uffizi principali del suo palazzo si esercitavano dai Cristiani, egli amava le loro persone, stimava la lor fedeltà, e non gli dispiacevano punto i principj della lor religione. Ma finchè Costanzo restò nel grado subordinato di Cesare, non fu in sua facoltà di apertamente rigettar gli editti di Diocleziano, o di non obbedire a' comandi di Massimiano. Ciò nonostante la sua autorità contribuì ad alleggerir que' tormenti, ch'egli compassionava e abborriva. Acconsentì con ripugnanza alla distruzione delle Chiese, ma volle proteggere le persone de' Cristiani dalla furia del popolo e dal rigore delle leggi. Le Province della Gallia (sotto il qual nome possiamo probabilmente comprendere anche quelle della Britannia) dovettero la singolar tranquillità, che goderono, alla gentile interposizione del lor Sovrano[165]. Ma Daziano, Presidente o Governatore della Spagna, mosso o da zelo o da politica, volle piuttosto eseguire i pubblici editti degl'Imperatori, che intendere le segrete intenzioni di Costanzo; e difficilmente può dubitarsi, che la sua provinciale amministrazione non fosse macchiata dal sangue di alcuni pochi Martiri[166]. L'elevazione di Costanzo alla suprema indipendente dignità di Augusto aprì un libero corso all'esercizio delle sue virtù, e la brevità del suo regno non gl'impedì di fondare un sistema di tolleranza, di cui lasciò l'esempio e i precetti a Costantino suo figlio. Questo suo fortunato figlio, dal primo istante del suo innalzamento essendosi dichiarato protettore della Chiesa, finalmente meritò il nome di primo Imperatore, che professasse pubblicamente, e stabilisse la Religione Cristiana. I motivi della sua conversione, per quanto possan variamente dedursi dalla benevolenza, dalla politica, dalla convinzione o dal rimorso, ed il progresso di quella rivoluzione, che per la potente influenza di lui e de' suoi figli fece divenire il Cristianesimo la religion dominante del Romano Impero, formeranno un capitolo molto interessante nel terzo volume di quest'Istoria. Per ora servirà osservare, che ogni vittoria di Costantino produsse qualche sollievo o benefizio alla Chiesa.

Le Province d'Italia e d'Affrica sperimentarono una breve ma violenta persecuzione. I rigorosi editti di Diocleziano furono severamente e di buona voglia eseguiti dal suo collega Massimiano, che da gran tempo odiava i Cristiani, e si dilettava negli atti sanguinari e di violenza. Nell'autunno del primo anno della persecuzione i due Imperatori s'incontrarono a Roma per celebrare il loro trionfo; sembra che dalle segrete loro deliberazioni provenissero varie leggi oppressive, e la diligenza de' Magistrati fu animata dalla presenza de' loro Sovrani. Dopo che Diocleziano si fu dimesso dalla porpora, furono amministrate l'Italia e l'Affrica sotto nome di Severo, e restarono esposte senza difesa all'implacabile odio di Galerio, da cui egli dipendeva. Fra' Martiri di Roma, Adautto merita di esser fatto noto alla posterità. Egli era di una famiglia nobile dell'Italia, e per i gradi successivi della Corte si era innalzato fino all'importante uffizio di tesoriere del privato erario del Principe. Adautto è anche più osservabile per essere stata l'unica persona elevata in grado e cospicua, che sembri aver sofferto la morte in tutto il corso di questa generale persecuzione[167].

La ribellione di Massenzio immediatamente restituì la pace alle Chiese dell'Italia e dell'Affrica, e quell'istesso tiranno, che oppresse ogni altro ceto de' suoi soggetti, si dimostrò giusto, umano ed anche parziale verso gli afflitti Cristiani. Egli contava sulla lor gratitudine ed affezione, e supponeva molto naturalmente, che le ingiurie, ch'essi avevan sofferto, ed i pericoli, a' quali sempre temevano di essere esposti per parte del suo più inveterato nemico, gli assicurerebbero la fedeltà di un partito, già considerabile pel numero e per l'opulenza[168]. Anche la condotta di Massenzio verso i Vescovi di Roma e di Cartagine può risguardarsi come una prova della sua tolleranza, mentre i più ortodossi Principi terrebbero probabilmente lo stesso contegno, rispetto al già stabilito lor clero. Marcello, ch'era il primo di que' Prelati, aveva eccitato la confusione nella Capitale per causa della severa penitenza, che imponeva ad un gran numero di Cristiani, i quali nel corso dell'ultima persecuzione avevano rinunziato, o finto di rinunziare alla lor religione. Il furore di parte proruppe in frequenti e violente sedizioni; il sangue de' Fedeli spargevasi per mezzo delle proprie lor mani; e si vedeva che l'esilio di Marcello, in cui sembrava meno risplendere la prudenza che lo zelo, era l'unico mezzo capace di restituir la quiete all'angustiata Chiesa di Roma[169]. Pare che la condotta di Mensurio, Vescovo di Cartagine, fosse anche più riprensibile. Un Diacono di quella città aveva pubblicato un libello contro l'Imperatore. Il delinquente si rifuggì nel palazzo Episcopale, e quantunque fosse un poco troppo presto per far valere alcun diritto di Ecclesiastica immunità, pure il Vescovo ricusò di rilasciarlo a' Ministri della giustizia. Per questa sediziosa resistenza Mensurio fu chiamato alla Corte, ed in luogo di ricevere una giusta sentenza di morte o d'esilio, dopo un brev'esame gli fu permesso di tornare alla propria Diocesi[170]. La felice condizione de' Cristiani sottoposti a Massenzio era tale, che quando bramavan di avere per lor proprio uso qualche corpo di Martire, dovevan procacciarselo dalle più distanti Province d'Oriente. Raccontasi a questo proposito un'istoria d'Aglae, Dama Romana, discesa da una famiglia Consolare, che godeva un patrimonio sì vasto, ch'esigeva l'opera di settantatre amministratori. Bonifazio era fra questi il favorito della patrona, e siccome Aglae univa l'amore con la divozione, si dice ch'egli fosse ammesso a partecipar del suo letto. L'opulenza di cui ella godeva, la pose in istato di soddisfare il pio desiderio di acquistare qualche sacra reliquia d'Oriente. Consegnò dunque a Bonifazio una considerabile somma d'oro, ed una gran quantità d'aromati; ed il suo amante, accompagnato da dodici cavalli e da tre carri coperti, intraprese un lungo pellegrinaggio fino a Tarso nella Cilicia[171].

Il genio sanguinario di Galerio, primo e principale autore della persecuzione, riuscì formidabile per quei Cristiani, che per loro disgrazia trovaronsi dentro i limiti de' suoi Stati, e può ragionevolmente supporsi che molti di mediocre fortuna, i quali non erano impediti dalle catene o della ricchezza o della povertà, frequentemente abbandonassero il lor natio paese, e si cercassero un rifugio nel più dolce clima d'Occidente. Fintanto ch'esso comandò le sole armate e Province dell'Illirico, difficilmente potè trovare, o fare un numero considerabil di Martiri in un paese guerriero, che avea ricevuto i Missionari dell'Evangelio con maggior freddezza e ripugnanza, che qualunque altra parte dell'Impero[172]. Ma quando Galerio ebbe ottenuto il supremo potere e governo d'Oriente, egli appagò nella massima estensione il suo zelo e la sua crudeltà non solo nelle Province della Tracia e dell'Asia, che riconoscevano la immediata giurisdizione di lui; ma in quelle ancora della Siria, della Palestina, e dell'Egitto, dove Massimino soddisfaceva la propria inclinazione col prestare una rigorosa obbedienza a' fieri comandi del suo benefattore[173]. I frequenti inciampi nelle sue ambiziose mire, l'esperienza di sei anni di persecuzione, e le riflessioni salutari, che una lenta e penosa malattia suggerì alla mente di Galerio, finalmente lo persuasero, che i più violenti sforzi del dispotismo sono insufficienti ad estirpare un intero popolo, o a vincere i pregiudizi di religione. Bramoso di rimediare al male che avea cagionato, pubblicò in nome proprio e nel nome di Licinio e di Costantino un editto generale, che dopo una fastosa esposizione de' titoli Imperiali, proseguiva nella seguente maniera:

«Fra le importanti cure, che hanno occupato la nostra mente per l'utilità e conservazion dell'Impero, egli fu nostra intenzione di correggere, e ristabilir ogni cosa secondo le antiche leggi, e la pubblica disciplina dei Romani. Il nostro desiderio si rivolse particolarmente a richiamar nella via della ragione e della natura i delusi Cristiani, che avevan rinunziato la religione e le ceremonie instituite da' loro padri, e presontuosamente disprezzando la pratica dell'Antichità, avevano inventato stravaganti leggi ed opinioni secondo i dettami del lor capriccio, e nelle diverse Province del nostro Impero raccolti s'erano in moltiplice società. Gli editti, che abbiamo pubblicato per mantenere in vigore il culto degli Dei, avendo esposto molti Cristiani al pericolo ed alla miseria, molti avendo sofferto la morte, e moltissimi altri, che tuttora persistono nell'empia loro follia, essendo restati privi di ogni pubblico esercizio di religione, siamo disposti ad estendere a quegl'infelici gli effetti della solita nostra clemenza. Permettiamo dunque ad essi di professar liberamente le lor private opinioni, e di potersi unire nelle lor conventicole senza timore o molestia, purchè però sempre conservino il dovuto rispetto alle leggi ed al governo già stabilito. Per mezzo di un altro rescritto indicheremo le nostre intenzioni a' Giudici e Magistrati; e speriamo che la nostra indulgenza impegnerà i Cristiani ad offerire le lor preghiere alla Divinità, ch'essi adorano, per la salvezza e prosperità nostra, per la loro, e per quella della Repubblica[174].» Regolarmente non si dee cercar nello stile degli editti o de' manifesti il vero carattere o i secreti motivi de' Principi; ma siccome queste son parole di un Imperatore spirante, la sua situazione può forse risguardarsi come una prova della sua sincerità.

Quando Galerio sottoscrisse quest'editto di tolleranza, egli era ben sicuro, che Licinio avrebbe facilmente secondato le inclinazioni del proprio benefattore ed amico, e che tutte le determinazioni, prese in favor dei Cristiani, avrebbero ottenuto l'approvazione di Costantino. Ma l'Imperatore non volle arrischiarsi ad inserirvi nel preambolo il nome di Massimino, il consenso del quale era della massima importanza, e che pochi giorni dopo successe alle Province dell'Asia. Ne' primi sei mesi però del suo nuovo regno, Massimino affettò di adottare i prudenti consigli del suo predecessore; e quantunque non condiscendesse giammai ad assicurar la tranquillità della Chiesa con un pubblico editto, Sabino, suo Prefetto del Pretorio, mandò una circolare a tutti i Governatori e Magistrati delle Province, nella quale spaziava sopra la clemenza Imperiale, riconosceva l'invincibile ostinazion de' Cristiani, ed ordinava a' ministri di giustizia di tralasciare le loro inefficaci ricerche, e di chiuder gli occhi alle segrete assemblee di quegli entusiasti. In conseguenza di questi ordini, molti Cristiani rilasciati furono dalle prigioni, o liberati dalle miniere. I Confessori, cantando inni di trionfo, tornavano a' lor paesi, e quelli, che avevan ceduto alla violenza della tempesta, chiedevano con lacrime di pentimento di esser riammessi nel seno della Chiesa[175].

Ma questa finta calma fu di breve durata, nè poterono i Cristiani d'Oriente fondare alcuna speranza nel carattere del lor Sovrano. La crudeltà e la superstizione erano le passioni dominanti l'animo di Massimino: la prima gli suggeriva i mezzi, la seconda gli additava gli oggetti della persecuzione. L'Imperatore era tutto portato al culto degli Dei, allo studio della magia, ed a prestar fede agli oracoli. I Profeti o i Filosofi, ch'egli rispettava come favoriti del Cielo, venivano spesso innalzati al governo delle Province, ed ammessi a' suoi più segreti consigli. Questi facilmente lo persuasero, che i Cristiani andavano debitori delle loro vittorie alla regolar disciplina con cui vivevano, e che la debolezza del Politeismo era nata principalmente dalla mancanza d'unione e di obbedienza fra' Ministri della religione. Fu dunque instituito un sistema di governo, che era evidentemente copiato da quello della Chiesa. In tutte le maggiori città dell'Impero vennero i tempj risarciti ed adornati per ordine di Massimino, ed i Sacerdoti destinati al culto delle varie Divinità furono sottoposti all'autorità di un Pontefice superiore, che si volle opporre al Vescovo, affinchè promuovesse la causa del Paganesimo. Questi Pontefici poi riconoscevano ancor essi la suprema giurisdizione de' Metropolitani, o sommi Sacerdoti delle Province, che agivano come immediati Vicarj dell'Imperatore medesimo. Una veste bianca era l'insegna della lor dignità, e questi nuovi Prelati furono diligentemente presi dalle più nobili ed opulente famiglie. Per le insinuazioni de' Magistrati e dell'Ordine sacerdotale si fece un gran numero di ossequiose rappresentanze, particolarmente dalle città di Nicomedia, di Antiochia e di Tiro, che artificiosamente esponevano le ben note intenzioni della Corte, come i sentimenti generali del popolo; eccitavano l'Imperatore a consultar le leggi della giustizia piuttosto che i dettami della sua clemenza; esprimevano l'abborrimento che avevano a' Cristiani, ed umilmente supplicavano, che quegli empi settarj fossero finalmente esclusi da' limiti de' lor territorj. Sussiste ancora la risposta di Massimino alla rappresentanza, ch'ei ricevè da' cittadini di Tiro. Loda esso lo zelo e la devozion loro in termini della più alta soddisfazione; si diffonde sull'ostinata empietà de' Cristiani; e mostra, mediante la facilità con cui consente alla lor espulsione, ch'egli credeva di ricevere piuttosto che di conferire una grazia. A' Sacerdoti non meno che a' Magistrati fu data l'autorità di procurare l'esecuzione de' suoi editti, i quali sopra tavole di rame vennero incisi, e quantunque fosse ad essi raccomandato ch'evitassero di spargere il sangue, si fecero tuttavia soffrire ai non ubbidienti Cristiani i più crudeli ed ignominiosi gastighi[176].

I Cristiani Asiatici tutto aveano a temere dalla severità di un superstizioso Monarca, il quale prendeva le sue misure di violenza con sì deliberata politica. Ma appena erano scorsi pochi mesi, che gli editti pubblicati, da' due Imperatori d'Occidente obbligarono Massimino a sospendere il proseguimento de' suoi disegni: la guerra civile, ch'egli sì temerariamente intraprese contro Licinio, occupò tutta la sua attenzione; e la disfatta e la morte di Massimino presto liberaron la Chiesa dall'ultimo e dal più implacabile de' suoi nemici[177].

In questo general prospetto della persecuzione, che fu autorizzata per la prima volta dagli editti di Diocleziano, io mi sono a bella posta astenuto dal descrivere i tormenti e le morti particolari dei Martiri. Sarebbe stato assai facile di raccogliere dall'istoria di Eusebio, dalle declamazioni di Lattanzio e dagli atti più antichi una lunga serie di orride e disgustose pitture, e di riempiere molte pagine di flagelli e di verghe, di uncini di ferro e di letti infuocati, e di ogni genere di torture, che il fuoco ed il ferro, le bestie feroci ed i più barbari esecutori potessero infliggere al corpo umano. Ravvivar si potrebbero queste scene funeste con una folla di visioni e di miracoli, destinati o a differire la morte, o a celebrare il trionfo, o a scuoprir le reliquie di que' Santi canonizzati, che soffriron pel nome di Cristo. Ma io non posso determinar ciò che debbo scrivere, finchè non mi trovo soddisfatto intorno alla misura di quello che debbo credere. I più gravi Istorici Ecclesiastici, ed Eusebio stesso, molto francamente confessano, di aver riferito tutto ciò che potea ridondare in gloria, e di aver soppresso tutto quel che poteva tendere al disonore della religione[178]. Tal protesta dovrà eccitare naturalmente il sospetto, che uno scrittore, il quale ha sì apertamente violato una delle leggi fondamentali dell'Istoria, non abbia avuto molto riguardo all'osservanza delle altre; ed il sospetto prenderà sempre maggior vigore dal carattere d'Eusebio, che era meno portato alla credulità, e più esercitato negli artifizi delle Corti, che quasi tutti gli altri di lui contemporanei. In alcune occasioni particolari, quando i Magistrati erano inaspriti da qualche personal motivo d'interesse o di sdegno, quando lo zelo de' Martiri li muoveva a dimenticar le regole della prudenza, e forse anche della decenza, a rovesciare gli altari, a scagliare imprecazioni contro gl'Imperatori, ad offendere il Giudice sedente nel suo Tribunale, allora si può supporre, che qualunque genere di tormenti, cui la crudeltà potesse inventare o la costanza soffrire, esaurito venisse su quelle vittime, destinate al supplizio[179]. Si è fatta però costante menzione di due circostanze, le quali fan credere che il trattamento generale de' Cristiani, presi da' ministri di giustizia, fosse meno intollerabile di quel che ordinariamente suppongasi. I. A' Confessori, condannati ai lavori delle miniere, permettevasi dall'equità o dalla negligenza de' lor custodi di fabbricare cappelle, e di liberamente professare la lor religione in mezzo a quelle orribili abitazioni[180]; II. I Vescovi eran costretti a raffrenare ed a censurare il precipitato zelo de' Cristiani, che volontariamente si davano nelle mani de' Magistrati. Alcuni di questi erano persone oppresse dalla povertà e da' debiti, che ciecamente cercarono di terminare una miserabile vita per mezzo d'una gloriosa morte; altri erano allettati dalla speranza, che una breve sofferenza purgato avrebbe le colpe di tutta la vita; ed altri finalmente venivan mossi dal motivo meno onorevole di rilevare abbondanti alimenti, e forse un considerabil guadagno dall'elemosine, che la carità de' Fedeli donava a' carcerati[181]. Dopo che la Chiesa ebbe trionfato sopra tutti i suoi nemici, l'interesse non meno che la vanità de' prigionieri li dispose ad ampliare il merito de' respettivi lor patimenti. Una giusta distanza di tempo o di luogo diede campo al progresso della finzione, ed i frequenti esempi, che si allegavano, di santi Martiri, de' quali si erano instantaneamente risanate le piaghe, rinnovata la forza, e miracolosamente restituite le membra perdute, erano sommamente adatti allo scopo di rimuovere ogni difficoltà, e di rispondere a qualunque obbiezione. Siccome le più stravaganti leggende contribuivano all'onor della Chiesa, venivano esse applaudite dalla credula moltitudine, sostenute dal potere del Clero, e confermate dalla sospetta testimonianza dell'Istoria Ecclesiastica.

Le descrizioni degli esilj, delle carcerazioni, delle pene e de' tormenti son così facilmente esagerate o abbellite dal pennello di un artificioso Oratore, che siamo naturalmente indotti ad investigare un fatto di una più distinta ed incredibil natura, vale a dire il numero delle persone, che soffriron la morte in conseguenza degli editti pubblicati da Diocleziano e da' suoi colleghi e successori. I leggendari moderni fanno menzione di armate e di città intere, che furono ad un tratto disperse dalla cieca rabbia della persecuzione. I più antichi scrittori si contentano di spargere una quantità di libere e tragiche invettive, senza discendere a determinare il numero preciso di quelli, a' quali fu concesso di sigillare col loro sangue la fede dell'evangelio. Dall'istoria d'Eusebio però possiam ricavare, che nove soli Vescovi furon puniti con la pena di morte; e dalla particolar enumerazione, ch'ei fa, de' Martiri della Palestina, siamo assicurati che non più di novanta due Cristiani ebber diritto a quell'onorevol titolo[182]. Siccome non sappiamo fino a qual segno ascendesse in quel tempo lo zelo ed il coraggio Episcopale, dal primo di questi fatti non possiamo tirare alcuna utile conseguenza: ma il secondo può servire a giustificare una importantissima ed assai probabile conclusione. Secondo la distribuzione delle Province Romane, la Palestina può valutarsi la decimasesta parte dell'Impero Orientale[183]; e poichè vi furono alcuni governatori, che per una reale o affettata clemenza avean conservato le loro mani pure dal sangue de' Fedeli[184], egli è ragionevol di credere, che il paese, dov'era nato il Cristianesimo, producesse almeno la decimasesta parte de' Martiri, che soffriron la morte negli stati di Galerio e di Massimino; per conseguenza tutti insieme potrebbero ascendere a circa mille cinquecento; numero, che se dividasi ugualmente ne' dieci anni della persecuzione, darà un annual resultato di centocinquanta Martiri. Usando la medesima proporzione rispetto alle Province dell'Italia, dell'Affrica, e forse della Spagna dove al termine di poco più di tre anni fu sospeso o abolito il rigore delle leggi penali, si ridurrà la quantità de' Cristiani, che soffrirono per giudicial sentenza la pena capitale in tutto l'Impero a meno di duemila persone. E poichè non può dubitarsi, che i Cristiani eran più numerosi, ed i lor nemici più esacerbati nel tempo di Diocleziano, di quel che fossero stati mai in alcuna precedente persecuzione, questo probabile e moderato calcolo può darci regola per valutare il numero de' Santi e de' Martiri primitivi, che sacrificaron la vita per l'importante fine d'introdurre nel mondo la religione Cristiana.

Noi finiremo questo capitolo con una trista verità, che contro voglia s'insinua nella mente; cioè che ammettendo, anche senz'esitazione o esame veruno, tutto quel che ha narrato l'istoria, o finto la devozione intorno a' martirj, bisogna sempre confessare, che i Cristiani hanno usato, nel corso delle intestine lor dissensioni, gli uni contro degli altri severità molto maggiori di quelle, ch'essi abbiano giammai provate dallo zelo degl'Infedeli. Ne' secoli d'ignoranza, che vennero dopo la sovversione dell'Impero d'Occidente, i Vescovi della città Imperiale estesero il loro dominio sopra i Laici ugualmente che sopra i Cherici della Chiesa Latina. La fabbrica della superstizione da essi eretta, che potè per lungo tempo affrontare i deboli sforzi della religione, fu assaltata finalmente da una folla di arditi fanatici, che dal secolo duodecimo fino al decimosesto assunsero il popolar carattere di Riformatori. La Chiesa Romana difese con la violenza il dominio, che acquistato avea con la frode: ed un sistema di benevolenza e di pace fu ben presto disonorato con le proscrizioni, con le guerre, con le stragi e coll'instituzione del Sant'Uffizio. E siccome i Riformatori erano animati dall'amore della libertà civile non meno che religiosa, i Principi Cattolici unirono il loro interesse con quello del Clero, e sostennero con la spada e col fuoco i terrori delle spirituali censure. Si dice, che ne' soli Paesi Bassi soffrissero per mano del carnefice più di centomila sudditi di Carlo V. e questo numero straordinario viene attestato da Grozio,[185] uomo d'ingegno e di dottrina, che mantenne la sua moderazione in mezzo al furor delle Sette che contendevano, e compose gli annali del secolo e del paese, in cui visse, in un tempo nel quale la invenzione della stampa avea facilitato i mezzi di sapere i fatti, ed accresciuto il pericolo di scuoprire la falsità. Se dobbiamo prestar fede all'autorità di Grozio, bisogna confessare, che il numero de' Protestanti posti a morte in una sola Provincia, e durante il corso di un solo regno, sorpassò di gran lunga quello degli antichi Martiri nello spazio di tre secoli, ed in tutto il Romano Impero. Ma se l'improbabilità del fatto medesimo dee prevalere al peso della testimonianza, se dee credersi, che Grozio abbia esagerato il merito ed i patimenti de' Riformatori[186], saremo naturalmente portati a richiedere, qual fiducia dunque aver possiamo ne' dubbiosi ed imperfetti monumenti dell'antica credulità; o qual credito si voglia accordare ad un Vescovo cortigiano o ad un appassionato declamatore, che sotto la protezione di Costantino godeva il privilegio esclusivo di rappresentare le persecuzioni mosse contro i Cristiani da' vinti rivali, o da' negletti predecessori del grazioso loro Sovrano.

SAGGIO
DI
CONFUTAZIONE

DE' DUE CAPI XV. E XVI.

DELL'ISTORIA DI

EDOARDO GIBBON

SPETTANTI ALL'ESAME DEL CRISTIANESIMO

COMPENDIO DI UN'OPERA DI NICOLA SPEDALIERI.

Mala et impia consuetudo est contra Deos disputare,

sive animo id fiat, sive simulate.

Cic. de Nat. Deor. lib. II.

SAGGIO DI CONFUTAZIONE DEL CAP. XV.

Si protesta a bel principio il Sig. Gibbon di voler fare una ricerca intorno al progresso e stabilimento del Cristianesimo, guidato unicamente dal candore e dalla ragione, e lo fa con un'arte e con una prevenzione, che comincia dalle prime mosse a svelarsi. Egli si lagna essere i monumenti de' primi tempi della Chiesa sospetti ed imperfetti; e li rende tali la mala fede, colla quale egli, dove li tronca, dove gli altera, dove vi aggiunge capricciosi comenti per far nascere le difficoltà, dalle quali si finge imbarazzato. Incontra un'altra gran difficoltà, ch'egli ascrive alla legge dell'Imparzialità, ed è quella di calunniare i Cristiani, anche dove la critica più severa li terrebbe al coperto della maldicenza. Sarà nostro dovere di andarne di mano in mano somministrando le prove, per quanto ci sarà permesso dagli angusti limiti, che ci siamo prefissi.

Nel proporre l'argomento del capo, ad onta della ambiguità, colla quale si spiega per parer Cristiano, e delle proteste che fa di rispettare la cagione primaria de' rapidi progressi della Chiesa Cristiana, determina abbastanza il lettore ad accorgersi, ch'egli intende provare, nulla in tale avvenimento osservarsi di sovrannaturale, ma esser tutto a naturali cagioni dovuto. Se ciò fosse vero, la Religione verrebbe a spogliarsi della luminosissima prova, che in favore della sua divina origine si raccoglie dal modo col quale si stabilì, e dalla rapidità con cui si propagò. Egli muove ogni pietra per far crollare questa prova; ma noi per sostenerla dureremo assai lieve fatica.

Il nostro esame però non è importante solamente per questo. La nausea del sovrannaturale ha trasportato ancora l'Autore a negare i miracoli de' primi secoli, quelli degli Apostoli, quelli di Gesù Cristo, ogni miracolo in generale; e ad esercitar pure la sua mordacità contro i misteri o contro la morale della Religion Rivelata: onde disputando con lui, si disputa con un Incredulo, che si sforza di comparire Cristiano. In vero questo ritratto non è luminoso: ma gli argomenti, che ne recheremo, convinceranno chiunque, che nell'esporre i suoi sentimenti noi certamente non ci siamo specchiati sull'esempio di lui.

Le cagioni naturali, ch'egli ha felicemente rinvenute, sono: 1. Lo zelo inflessibile e intollerante de' Cristiani: 2. La dottrina di una vita futura accompagnata da ciò che poteva aggiungerle peso: 3. Il dono de' miracoli attribuito alla Chiesa primitiva: 4. La morale pura, ed austera degli antichi Fedeli: 5. L'unione e la disciplina della Cristiana Repubblica: 6. La debolezza del Politeismo: 7. Lo Scetticismo del Mondo Pagano: 8. La pace e l'unione del Romano Impero.

Prima Conclusione che dee provare l'Autore. Lo zelo e inflessibile e intollerante de' Cristiani fu una delle cagioni naturali dello stabilimento e de' progressi del Cristianesimo.

Ristretto. Il popolo Ebreo, che giacque gran tempo nella condizione de' più vili schiavi, si distinse coll'insociabilità de' costumi, coll'odio che professava del genere umano, e colla ostinazione invincibile, colla quale ricusò sempre di accoppiare l'elegante mitologia dei Greci alle istituzioni Mosaiche. I primi Giudei non credettero i miracoli operati da Dio alla lor presenza: quelli però del secondo tempo prestarono cieca fede alla tradizione de' loro maggiori. La legge Mosaica sembra essere stata istituita per un paese particolare e per una sola nazione. Il Cristianesimo prescrisse uno zelo egualmente esclusivo per la verità della Religione, ed ammise l'autorità di Mosè e de' Profeti, da' quali però il Messia era stato promesso come Re e Conquistatore, non come Martire e Figliuolo di Dio. La Chiesa dimorò gran tempo confusa fra le Sette della Sinagoga, ed i Giudei convertiti univano all'Evangelio il culto Mosaico. I loro argomenti sembrano plausibili; ma la sagacità degl'interpreti ha rimossa ogni difficoltà. La Chiesa di Gerusalemme, che osservava i riti Mosaici, tornò da Pella nella nuova città di Adriano, avendovi prima rinunciato; e quelli, che rimasero costanti, furon trattati da Eretici. Circa questa controversia S. Giustino Martire spiegò a Trifone il suo sentimento con gran diffidenza, e confessò ch'era contrario a quello della Chiesa, che finalmente trionfò sul più mite. Se gli Ebioniti pretendevano non doversi abolire l'antico Testamento per la sua perfezione, gli Gnostici al contrario vi trovavano tanti difetti, che ricusarono di crederlo dettato da Dio. Sino ad Adriano la Chiesa tollerò ogni setta; in progresso l'escluse tutte. Persuasi i primi Cristiani, essere i demonj gli autori, i patrocinatori e gli oggetti dell'Idolatria, riguardavano con orrore ogni piccolo segno di culto nazionale: il loro più essenziale e più penoso dovere era di conservarsi puri nella corruzione dell'Idolatria, che infettava tutte le azioni pubbliche e private, prendendo sempre l'apparenza del piacere, e spesso quella della virtù. I Cristiani pretendevano da ciò l'opportunità di dichiarare e di confermare la zelante loro opposizione. Per mezzo di tali proteste di continuo si fortificava il loro attacco alla fede, ed a misura che cresceva lo zelo, essi combattevano con più ardore e con più felice successo nella santa guerra intrapresa contro l'impero de' demonj.

Risposta. Tutti gli oggetti, che si presentano uniti in questo quadro, sono estranei all'argomento prefisso per titolo: della promessa conclusione in nessuna parte si parla, fuorchè nelle ultime righe, che noi abbiamo giudicato importante di trascrivere interamente, affinchè il lettore gli domandi ragione, come ha impiegate tante carte e tante citazioni di Autori in materie che non influiscono per modo alcuno nella conclusione, che avea tolta a stabilire, ed a questa non consacri se non gli ultimi quattro o cinque versi.

Ma formano essi poi una prova? Vediamolo. Conclusione. Una delle cagioni naturali dello stabilimento e de' progressi del Cristianesimo fu lo zelo degli stessi Cristiani. Supposta prova. I Cristiani si opponevano con forza alle pratiche dell'Idolatria, e dichiaravano con zelo i loro sentimenti. Per mezzo di tali proteste di continuo si fortificava il loro attacco alla fede; ed a misura che cresceva lo zelo, essi combattevano con più ardore e con più felice successo nella santa guerra intrapresa contro l'impero dei demonj. Qui, se noi non siamo ciechi, non iscorgiamo, se non la descrizione del fatto, di cui dovevasi render ragione. Lo zelo de' Cristiani combatteva con felici successi contro i demonj; cioè stabiliva e dilatava la fede dell'Evangelio tra le genti, che servivano al demonio. Come esso produceva quest'effetto? Da quali principj ripeteva la sua forza? Da questa spiegazione dipenderebbe il decidere, se in esso dobbiamo riconoscere una cagione del tutto naturale. Ma l'Autore di tutto ha parlato fuorchè di questo; e quindi ognuno comincerà a scuoprire, quanto ci vaglia nell'arte di ragionare, e quanta pena dia agli Apologisti del Cristianesimo per difenderlo da' colpi di lui.

Lo zelo de' Cristiani ridusse rapidamente alla fede molte nazioni del mondo. Questo è il fatto, di che dobbiamo rintracciar la cagione, e per condurci da filosofi, uopo è considerare le persone dal Cristiano zelo investite, quelle che ne seguiron l'impulso, e l'oggetto, intorno al quale si aggirava lo zelo. Nè dobbiamo permettere all'Autore, che dopo di averci fatta visitare la Palestina per informarci degli affari Giudaici senza vedervi nascere il Cristianesimo, ci trasporti di salto in mezzo agl'Idolatri, e ci additi i Campioni dell'Evangelio già cresciuti e formati in atto di guerreggiare contro l'impero del demonio. Ragion vuole, che se ne osservi il primo cominciamento, ed insieme i primi progressi.

I fondatori della Religion Cristiana furono Gesù Nazareno, ch'era tenuto per figliuolo di un falegname, e dodici pescatori, che abbandonate le reti, si diedero a seguirlo. La loro apparenza non poteva risvegliare, se non il più alto disprezzo. Poveri, rozzi, ignoranti, odiati dalla loro nazione, impresero a riformare il Mondo, ed il loro zelo fu coronato dai più felici successi.

I primi, ai quali eglino si rivolgessero, furono i Giudei, a cui erano pienamente noti. I Giudei si distinguevano all'ostinazione invincibile di non voler accoppiare altra istituzione a quelle di Mosè; ed alle istituzioni Mosaiche era congiunta la fortuna dello Stato. Questi i primi piegarono la fronte alla croce. Indi si aggregarono all'ovile di Cristo gl'Idolatri sudditi dell'Impero Romano, i quali da una parte guardavano con dispregio e con orrore i Giudei, e dall'altra erano tenacemente attaccati alla Religione della patria e per l'antichità ch'ella vantava, e per la gloria, alla quale aveva fatto salire l'Impero, e soprattutto perchè l'idolatria sotto l'apparenza del piacere e della virtù si presentava con sì seducenti maniere, che pe' Cristiani medesimi era un dovere penoso il resistervi.

In quel tempo i progressi, che i Romani avevano fatto nelle scienze, erano pervenuti al colmo della perfezione. Allora fu che pubblicossi il sistema Cristiano; sistema che co' suoi misteri pareva che distruggesse le più semplici e le più chiare idee della ragione, e che chiamando gli uomini colle massime morali ad una meta troppo alta riguardo alla sfera, dentro la quale si erano confinati i Gentili, sgomentava la natura ed irritava le passioni.

Questa dottrina e questa morale sostenuta dall'ardore di persone in apparenza cotanto deboli, in brevissimo tempo si stabilì, e fu avidamente abbracciata dagl'inflessibili Giudei e da' voluttuosi Gentili. Ora bisogna provare, che una sì stupenda rivoluzione accadde secondo il corso ordinario dell'umana natura, o confessare che i felici successi, che incontrò lo zelo de' Missionari Evangelici, si debbono ascrivere a cagione sovrannaturale. Quando l'Autore vorrà trattar l'argomento, che ha lasciato intatto, saprà a qual partito appigliarsi.

Presentiamogli frattanto un'altra considerazione. Non solamente ci fa stupire la conversione del Mondo operata con istrumenti tanto in apparenza deboli, ma inoltre non sappiamo comprendere, come ed i predicatori ed i convertiti avessero potuto star saldi fra tanti pericoli. I Cristiani, esclama l'Autore, si opponevano con forza agli errori, dichiaravano i loro sentimenti, e tali proteste gli attaccavano vie più alla fede. Anche qui veggiamo il nudo fatto, al quale bisogna aggiungere tutte le circostanze per darne idea adeguata.

Le tentazioni della Idolatria sono minutamente descritte dalla stessa penna dell'Autore, il quale ha ben riflettuto, che tutte le azioni, sì pubbliche che private vi facevano allusione, e ch'era un dovere penoso quello di resistere alle dolci attrattive del piacere, ch'ella menava in trionfo. A terminare il quadro noi aggiungeremo, che la professione Cristiana era universalmente tacciata con nota d'infamia; che le leggi l'avevano proscritta; che chi l'abbracciava, perdeva i suoi beni, e stava di continuo esposto al pericolo dell'esilio, dei tormenti, della morte. Avviene naturalmente, che tante e tali difficoltà inspirino maggior coraggio a combattere? L'Autore lo ha istoricamente supposto: aspettiamo ora, che lo provi filosoficamente; e diamo intanto una rapida scorsa agli oggetti estranei, co' quali egli ha dissipata la sua e la nostra attenzione.

Comincia dal rappresentare come una gioconda armonia di scambievole tolleranza il profondo letargo, nel quale giacevano immerse tutte le nazioni Idolatre circa il più grande, anzi l'unico affare, che abbia l'uomo in questa vita mortale; e procura di mettere in odio l'intolleranza de' Giudei, per ferir di riverbero il Cristianesimo, che prescrisse lo stesso zelo esclusivo. L'intolleranza religiosa non è altro che una incompatibilità di dottrina che nasce dalla natura, anzichè dall'arbitrio degli uomini. Siccome non può stare, che il triangolo abbia e non abbia tre lati, così non può conciliarsi, che sia stata rivelata da Dio una dottrina ed un'altra ad essa contraria: e s'egli ha annessa la salvazione a quella, non può essere, che si salvi chi a questa si attiene.

È ben altro l'insociabilità de' costumi, l'inumanità, la crudeltà, onde negli ultimi tempi furono rimproverati i Giudei per una depravazione personale contraria alle leggi di Mosè, il quale se vietò loro di trattare cogli Idolatri per non contaminarsi coll'esecrande lordure, che vengono rammemorate ne' libri sacri, ordinò loro nel medesimo tempo, che rendessero a' forestieri tutti gli uffizi della carità; e di trattarli come se stessi, a motivo che anch'eglino erano stati forestieri nella terra di Egitto.

La legge Mosaica fu istituita per un paese particolare e per una sola nazione quanto alla parte cerimoniale ed all'amministrazione politica, ma quanto ai precetti del Decalogo, che appartengono alla natura e cui Iddio si degnò di confermare colla rivelazione, obbliga tutti gli uomini.

Che i primi Giudei testimonj de' miracoli, co' quali Iddio gli scortava, non li credessero, e che vi prestassero cieca credenza i posteri per semplice tradizione, l'Autore lo raccoglie da quel passo: usquequo detrahet mihi populus iste? Usquequo non credent mihi in signis, quae feci coram eis? Gli dobbiamo rimproverare l'ignoranza del Latino, o la mala fede? Per non esserci permesso nè l'uno nè l'altro, farebbe d'uopo, che nel testo si leggesse usquequo non credant signa quae feci coram eis. Ma l'espressione usquequo detrahent mihi: usquequo non credent mihi in signis suona in volgare: Fino a quando mormoreranno della mia condotta? Fino a quando non presteranno fede alle mie minacce ed alle mie promesse, giacchè ho fatti innanzi a loro tanti miracoli? Questo è il vero rimprovero fatto a' primi Giudei, e che si vede non meno frequentemente ripetuto a' Giudei del secondo tempio. Per la qual cosa nulla da questo luogo può riferirsi contro la certezza degli enunciati miracoli.

I Profeti riunirono nel Messia co' caratteri di Re, e di Conquistatore quelli di Martire e di Figliuolo di Dio, e questi si trovano raccolti in ogni libro di Teologia. Ma ripiglia Orobio: Gesù non essendo stato Re e Conquistatore temporale, perchè i suoi seguaci ricorrono al senso spirituale? Perchè risponde il Limborchio, tal è l'interpretazione datane dagli Scrittori del nuovo Testamento, inspirati da quel Dio che dettò l'antico: e le prove dell'inspirazione di quelli è tale, che i Giudei non possono contrastarle senza ferire ancor questo.

La Chiesa non restò pure un momento confusa colla Sinagoga, nè quanto alla dottrina, nè quanto alla comunione. Gli Ebrei insegnavano, che la salute dipendeva unicamente dalla legge Mosaica; che Gesù era stato un impostore, e che la sua dottrina doveva passare per un'empia e detestabile profanazione. Secondo i Cristiani, Gesù era figliuolo di Dio, da cui solo sperar si doveva la vita eterna, e le cerimonie Mosaiche erano divenute per lo meno inutili. Circa la comunione, i Cristiani si congregavano in case private, e la Sinagoga lungi dal tollerarli li perseguitò fieramente e dentro e fuori della Palestina.

Lo sbaglio dell'Autore sarà per avventura derivato dal vedere, che nel primo secolo alcuni de' Giudei convertiti univano amendue i culti. Nel qual punto di storia sembra, che le sue idee fossero molto superficiali e confuse.

Tre classi di Giudei sostenevano l'osservanza dei riti Mosaici: alcuni li congiungevano all'Evangelio, ma senza crederli necessari alla salute; e questi erano riconosciuti per Ortodossi; altri ne insegnavano la necessità, e furono rigettati come Eretici sin dalla nascita della Chiesa, allor quando gli Apostoli nel Concilio di Gerusalemme dichiararono, che non erano più necessari. Nella terza classe mettiamo i Giudei non convertiti, i quali esaltavano tanto le istituzioni Mosaiche, che condannavano assolutamente la legge ed il culto di Cristo.

Ora scrive l'Autore, che gli argomenti impiegati da' Giudei convertiti a provare, che le ceremonie Mosaiche non potevano abrogarsi, e che tutti i Proseliti li dovevano riconoscere come indispensabili, non plausibili: gli espone in compendio, e cita la conferenza d'Orobio con Limborchio, dove si trovano estesamente spiegati (p. 103). Chi non dirà ad un tal parlare, che Orobio difenda la causa de' Cristiani giudaizzanti? Frattanto questa è una metamorfosi operata dall'immaginazione dell'Autore, che lo ha convertito tanti anni dopo che è morto; impresa, che non potè riuscire al Limborchio, col quale il Giudeo Orobio disputò per ben tre volte contro il Cristianesimo, e rimase Giudeo. Sì fatti errori, commessi per troppo abbondare in erudizione, ci vagliano di ammaestramento; quando ci rammentiamo della sicurezza, colla quale egli dichiarò nella piccola prefazione di aver letti tutti gli originali, coi quali aveva illustrate la sue ricerche.

Ma quali sono gli argomenti, a cui egli dà tanto peso? Iddio è immutabile. Che ne segue? Si muta egli forse per aver limitata l'esistenza dell'uomo? No. Perchè adunque non ha potuto ab eterno volere, che la legge Mosaica durasse sino a certo tempo, e poi desse luogo a quella, che ne' suoi immutabili decreti doveva seguire? Gesù Cristo e gli Apostoli osservarono le ceremonie di Mosè: perchè, dice S. Paolo, non era stato ancora squarciato l'antico chirografo; dappoichè Gesù ebbe consumate sulla croce tutte le profezie, cominciò un nuovo ordine di cose, e gli Apostoli coll'intervento del divino Spirito dichiararono, che il peso de' riti Mosaici non era più necessario.

Vi vuol dunque una gran dose di stupidezza o di malignità a dire, che la sagacità de' santi Interpreti qui ha dato di piglio all'allegoria, ovvero ai sofismi, come se in una cosa tanto facile e piana sorgessero difficoltà da non potersi altrimenti superare.

Nel raccontar le vicende della Chiesa di Gerusalemme l'Autore confonde i Nazarei Eretici co' primi Cristiani, ch'ebbero per qualche tempo la denominazione medesima: tolto il quale equivoco, si scorgerà chiaramente nella Storia che la Chiesa Gerosolimitana fu sempre ortodossa, e quando andò, e quando ritornò da Pella; mentre se professava coll'Evangelio i riti Mosaici, non ne insegnava la necessità; sebbene per essere que' Fedeli ammessi nella nuova città edificata da Adriano sul monte Sion avessero dovuto rinunziare ad ogni costume Giudaico. I Nazarei Eretici, che ne difendevano la necessità, e nutrivano altri errori capitali contro la fede, cacciati da Gerusalemme non ebbero più permesso di farvi ritorno per la loro ostinazione, e rimasero separati dalla comunicazione dei Fedeli nella stessa guisa di prima. Secondo alcuni eglino stessi sono gli Ebioniti; ma secondo altri l'una setta è diversa dall'altra.

San Giustino Martire fu d'avviso, che non fosse peccaminosa l'osservanza de' riti Mosaici, purchè non si credesse necessaria. Ma invece di spiegarsi colla più riservata diffidenza, nel passo si legge ripetuto tre volte salvatum talem iri aio. Nella traduzione dell'Autore Trifone l'interroga del sentimento della Chiesa; e nel testo si dice; an sunt, qui dicant, hujusmodi salvatum non iri? Sunt, ego respondi. Non esprime quanti erano, molto meno che fosse opinione di tutta la Chiesa. Cum talibus, prosegue il Santo, neque consuetudinis, neque hospitii communionem habere audent; parole compendiate così dal Mosemio: minus clementer decernunt. L'Autore prese da questo la citazione, e vi fece un ampio comento: asserendo che quando Giustino fu pressato a dichiarar il sentimento della Chiesa, confessò che vi erano molti fra gli Ortodossi Cristiani, che non solo escludevano i loro giudaizzanti fratelli dalla speranza di salvazione, ma che evitavano ancora ogni commercio con loro ne' comuni offizj di amicizia, d'ospitalità e di vita sociale. In un quadro d'intolleranza si doveva por mano a tinte assai forti.

Gli Gnostici non rigettarono l'antico Testamento per averlo trovato pieno di difetti, ma perchè fu inspirato dal Creatore, che nel loro sistema de' due principj era l'Autore del male. Per lo stesso sistema neppur poterono accomodarsi agli Evangeli, ne' quali s'insegna, avere il Verbo assunta umana carne, la quale era per loro opera del Creatore.

Le difficoltà, ch'egli cita contro l'antico Testamento, abusando del nome degli Gnostici, sono state ripetute sino alla nausea dai predecessori del Signor Gibbon, e gli Apologisti vi hanno tanta luce arrecata, che non possono più rimettersi in campo senza stancare la pazienza del Pubblico. Simili dettagli al nostro istituto non si convengono.

Dite voi, che sino ad Adriano la Chiesa tollerò tutte le Sette? Gesù Cristo aveva ordinato: si ecclesiam non audiverit, sit tibi, tanquam ethnicus et pubblicanus; e l'Apostolo aveva detto haereticum hominem devita. Nell'epistole di S. Paolo, di S. Giovanni e di S. Ignazio, discepolo degli Apostoli, ad ogni passo s'incontrano vive esortazioni a fuggire gli Eretici.

Passando da Gerusalemme a Roma, l'Autore si maraviglia, come i Cristiani avessero in tanto orrore ogni segno di culto nazionale. Ma o Iddio non esige un culto neppur naturale; o un culto contrario all'unità della sua natura ed alla perfezione de' suoi attributi dee veramente inspirare l'orrore, col quale i Cristiani guardavano l'universale depravazione delle leggi di natura, consecrata agli Dei nel culto idolatrico. L'Autore motteggia sul demonio, come se senza l'intervento di lui l'idolatria non fosse il più enorme di tutti i peccati. I demonj erano autori, patrocinatori ed oggetti dell'Idolatria, in quanto tentavano gli uomini contro il precetto di onorare Dio, come giornalmente li tentano intorno agli altri doveri.

Nella storia delle stravaganze dello spirito umano mancava chi facesse il panegirico dell'Idolatria. L'Autore ha occupato il posto voto: ma il suo elogio non può piacere se non a coloro, le cui idee e le cui brame terminano ne' sensi. La superstizione compariva sempre sotto l'apparenza del piacere e spesso della virtù, e sappiamo qual piacere ella menasse in trionfo. Virtù e voluttà formano un'idea complessa di nuova invenzione.

Era un dovere penoso pei Cristiani il conservarsi puri in mezzo a tanta corruzione. Come stettero saldi? E come fecero uscire i Gentili dal lezzo, in cui si giacevano? Secondo il corso della natura i Gentili dovevano sovvertire i Cristiani, anzichè i Cristiani convertire i Gentili. Ma noi siamo tornati insensibilmente al titolo dell'Articolo, e l'Autore non vuole che se ne parli.

Seconda Conclusione che dee provare l'Autore. La dottrina d'una vita futura, accompagnata dall'opinione dell'imminente fine del mondo, e del beato regno de' mille anni fu una delle cagioni naturali dello stabilimento o de' progressi del Cristianesimo.

Ristretto. Gli antichi filosofi inculcavano questa semplice verità, che nulla attender si dee dopo la morte: ma pochi saggi della Grecia e di Roma seguendo la guida dell'immaginazione e della vanità insegnavano essere l'anima immortale. Una dottrina tanto superiore ai sensi, se occupava piacevolmente l'ozio de' solitari, perdeva ogni efficacia nel commercio e nei negozi della vita civile; giacchè la filosofia non potè co' più alti sforzi che indicar debolmente il desiderio, la speranza, o al più la probabilità d'una vita futura, il darne la certezza apparteneva alla Rivelazione. La mitologia Pagana non poteva giovare, perchè già se n'era cominciato a scuotere il giogo. Questa dottrina dell'immortalità però si stabilì più prosperamente nell'Indie, nella Siria, nell'Egitto, nella Gallia per l'ambizione de' Sacerdoti. Nella legge Mosaica, dove si dovrebbe trovare, non se ne fa menzione: i Giudei fino ad Esdra si limitarono al presente. Indi a non molto i Sadducei la rigettarono attaccati al senso letterale della Scrittura, e l'ammisero i Farisei con altri dommi tratti dalla filosofia Orientale, il cui partito finalmente prevalse. Ma non divenendo essa per ciò più probabile, era necessario che ricevesse da Gesù Cristo la sanzione di verità divina. Allorchè fu offerta agli uomini la promessa d'una felicità eterna, non è maraviglia che venisse accettata da gran numero di persone d'ogni religione, d'ogni condizione, d'ogni Provincia.

L'opinione della prossima fine del mondo, fondata sulle parole di Gesù Cristo e degli Apostoli, che dopo il corso di 17 secoli non si è avverata, produceva i più salutari effetti sopra i Cristiani, e contro gl'Increduli si annunciavano le più orribili calamità.

Si credeva inoltre, che Gesù Cristo avrebbe regnato in terra mille anni innanzi la risurrezione generale. Questo sistema adattato ai desiderj ed alle apprensioni degli uomini dovè molto contribuire a' progressi del Cristianesimo. Quando poi non se n'ebbe più bisogno, fu condannato come invenzione dell'eresia.

La condanna de' più saggi e de' più virtuosi Pagani offende l'umanità e la ragione del presente secolo: ma nella primitiva Chiesa si condannava al supplicio eterno la massima parte della specie umana. Sentimenti così rigidi sparsero di amarezza un sistema di amore: i Fedeli insultavano i Politeisti, e questi subitamente atterriti senza poter essere sovvenuti da' Sacerdoti o da' Filosofi loro, restavano soggiogati; e se una volta inducevansi a sospettare, che potesse la religion Cristiana esser vera, diveniva facile il convincerli, che il partito più prudente era quello di abbracciarla (p. 139).

Risposta. Prosegue l'Autore colla stessa copia d'idee estranee, e colla stessa scarsezza di ragionamenti adattati al bisogno. Noi dobbiamo investigare, come naturalmente giovasse all'avanzamento della Religione la dottrina dell'immortalità, l'aspettazione dell'imminente fine del mondo, l'opinione del beato regno di mille anni.

Circa la prima parte egli dopo di averci esposti i sentimenti delle antiche nazioni e gli sforzi della filosofia, termina con queste parole. Allorchè fu offerta agli uomini la promessa d'una felicità eterna, non è maraviglia che venisse accettata da un gran numero di persone d'ogni religione ec. Eccoci adunque nello stesso caso di prima: questo è un replicare con giro diverso di termini, che la dottrina dell'immortalità fu una delle cagioni naturali dello stabilimento e de' progressi del Cristianesimo; che era quello che si dovea provare.

Non è maraviglia, che venisse accettata da gran numero di persone. Cesserà la maraviglia o pel vantaggio derivante dalla stessa dottrina, o per la qualità di coloro, che predicarono, o per la disposizione, nella quale trovavansi quelli a cui fu predicata.

Non può l'Autore attenersi alla prima parte, avendo supposto, che la dottrina dell'immortalità, se allettava l'ozio dei solitari, perdeva ogni efficacia nel commercio e ne' negozj della vita civile. Ma ponendo da parte i pensamenti di lui, la incoerenza de' quali non reca alcun giovamento alla causa della verità, la dottrina della vita avvenire, quale si stabilisce nel Cristianesimo, ha un aspetto seducente ed un altro ributtante. Non possono non allettare gl'ineffabili beni di una beata eternità promessi a chi soffre coraggiosamente i travagli d'una brevissima vita. Ma non possono non ributtare gl'inesplicabili tormenti aggravati dall'immenso peso dell'eternità sopra un miserabile, che abbia avuta la disgrazia di atterrare il cumulo di tutti i suoi meriti con un solo peccato di desiderio. Ed il dogma della Predestinazione, che si riferisce a questo gran termine, eccita, più che speranza, terrore ed abbattimento di spirito. Se non che questo stesso terrore, questo abbattimento di spirito può servir di motivo a seriamente pensare ad un negozio di tanta importanza. Ma egli è indubitato, che una dottrina, sia per l'amor proprio interessante quanto si voglia, non acquisterà mai alcun grado di efficacia, se non quando si presenterà alla mente dotata della necessaria certezza. Le promesse e le minacce senza prova son nulla.

I Predicatori Evangelici, attesi i loro caratteri esterni, non avevano l'autorità de' filosofi. Oltre ciò i nostri non prendevano a convincere con ragioni filosofiche. Eglino proponevano l'immortalità come un articolo che si doveva credere, non come il prodotto d'una dimostrazione. Su qual fondamento potevasi prestar fede alle loro dichiarazioni? O dovevano essere dispregiati, o gli animi dovevano restar penetrati dall'evidenza delle prove generali della Rivelazione. Ma in tal guisa la verità del Cristianesimo, già riconosciuta, faceva ricevere unitamente agli altri dommi quello dell'immortalità, quando ci doveva provare, che la dottrina dell'immortalità era la cagione, che faceva abbracciare il Cristianesimo.

Qual era la disposizione degli Ebrei? A tempo di Gesù Cristo la dottrina della vita avvenire costituiva un articolo essenziale della loro credenza; onde il Cristianesimo non offeriva loro alcun nuovo vantaggio, e ritrovava un ostacolo naturalmente impossibile a superarsi. Nel Cristianesimo la vita eterna era promessa soltanto a chi credeva in Gesù Nazareno; nel Giudaismo a chi osservava senza mescolanza di altri culti le istituzioni Mosaiche.

Circa la credenza de' Pagani l'Autore non sa determinarsi; nè noi ci gioveremo della sua perplessità. O essi profetavano questa dottrina, o non la professavano. Nella prima supposizione non vi è ragione sufficiente, per cui il Pagano dovesse abbandonare la Religione della patria, che insegnava lo stesso sistema. Nella seconda bisogna rinunciare al senso comune per non vedere, che una novità di tal natura, in luogo di agevolare le conversioni, ne accresceva la difficoltà. Voi Cristiani, doveva dire il Politeista, mi promettete un paradiso, se io abbraccierò l'Evangelio; e mi minacciate un inferno, so resterò nella Religione, nella quale son nato. I grand'uomini della Grecia e di Roma hanno altamente derisa questa dottrina; lo stesso popolo di presente la considera come una chimera; nel Senato e nei Teatri di Roma si annuncia pubblicamente e senza velo, che tutto finisce colla morte: sopra quali prove voi vi fondate? Non è questa la disposizione naturale, in cui le istanze de' Cristiani metter dovevano i Gentili?

Lo opinioni del prossimo fine del mondo e del terreno regno di Cristo sono soggette alle stesse difficoltà. Esse non potevano prendere neppure aspetto di probabilità, se prima gl'Infedeli non rimanevano convinti dalle verità della Rivelazione Cristiana. E la prima era inoltre in se tant'odiosa, tanto sensibilmente feriva la sensibilità de' Romani per la gloria e per la perpetuità dell'Impero, che fu una delle cagioni che nel fuoco delle persecuzioni gli stimolava ad incrudelire contro persone, le quali lor pareva, che bramassero l'estinzione di tutto il genero umano. Ma è tempo di passare alle digressioni.

Chiunque abbia una leggiera tintura della storia della filosofia, sa che tra' Greci l'immortalità dell'anima dal solo Epicuro fu rigettata.

I Romani sino a Catone universalmente la credettero. Dappoichè penetrò in Roma la filosofia di Epicuro, lo spirito di Scetticismo infettò alcuni di que' letterati; ma il popolo rimase costante nell'antica credenza, ch'era conforme a quella degl'Indiani, degli Assirj, degli Egizj, de' Galli, i Sacerdoti de' quali non avevano alcuna preeminenza sopra quelli de' Romani. Anzi allora fu, che all'Epicureismo sottentrò il nuovo Platonismo confederato colla filosofia Orientale, quando il Cristianesimo cominciava a predicare la vita avvenire; allora i filosofi, alzarono altare contro altare; e tutto fu inutile.

Se l'Autore ha lette le dimostrazioni addotte da' moderni filosofi in favore dell'immortalità, doveva accennare i difetti per convincersi, che la filosofia co' più alti suoi sforzi non può indicarne se non che debolmente il desiderio e la speranza o al più la probabilità. Vero è che queste dimostrazioni, che non si assomigliano punto alle sue, non possono solleticare il suo gusto.

Ne' libri di Mosè si fa molte volte non oscura menzione di questa dottrina: confessiamo però, ch'ella non è contenuta nell'economia dell'antica legge, ristretta dentro la sfera del temporale, sicchè se non vi si trova, non vi si dee trovare. L'Autore Inglese della divina legislazione di Mosè, che il Sig. Gibbon poteva consultare, parla molto acconciamente di questo argomento.

I Sadducei la negarono, perchè quantunque ella si trovi ne' libri di Mosè, e più chiaramente ne' seguenti Scrittori, quelli si compiacquero di profanar la Scrittura colla Filosofia di Epicuro. Per la stessa ragione l'ammisero i Farisei, non per l'autorità della filosofia Orientale; se l'Autore non voglia distruggere quanto ha sostenuto sull'inflessibile ostinazione de' Giudei nel ricusar di unire alcuna istituzione con quelle di Mosè.

Del resto egli riconosce questo dogma dettato dalla natura, benchè prima l'avesse creduto inspirato a pochi filosofi dalla vanità: lo confessa approvato dalla ragione a dispetto della filosofia, che co' più alti suoi sforzi non potè dimostrarlo: gli piace, che l'avesse adottato la superstizione, dopo d'aver dichiarato la Mitologia insufficiente a farlo ricevere; che i più savj Politeisti ne avevano scossa l'autorità; e che i voti del popolo Pagano diretti a Giove e ad Apollo risguardavano il solo presente. Finalmente gli Ebrei lo credevano come rivelato; ma perchè ciò nulla vi aggiungeva di probabilità, fu necessario, che lo rivelasse Gesù Cristo. Il Sig. Gibbon ha bisogno della sagacità d'un interprete più che santo.

La distruzione prossima del mondo, la comparsa dell'Anticristo, e la venuta di Cristo giudice è una predizione contenuta formalmente nell'Evangelio e nell'Epistole di S. Paolo, di S. Pietro, di S. Giovanni: ella pel corso di 17 secoli non si è avverata: dunque questi libri non furono divinamente inspirati. Ecco l'obbiezione, ed ecco la risposta, che si raccoglie dalla bell'Opera del Sig. Hammond Scrittore Inglese più antico del nostro. Convien distinguere due venute di Gesù Cristo, l'una a punire i Giudei, e l'altra a giudicare tutto il genere umano. Quella nella Scrittura si predice imminente, ma questa si dà per incerta. Applicate i passi in quistione alla comparsa dei primi Eresiarchi denominati Anticristi da S. Giovanni, ed alla distruzione di Gerusalemme sotto Vespasiano, e troverete adempita la predizione nel tempo da' sacri Autori designato.

Se il Sig. Gibbon avesse rammentato, che Origene fiorì molto prima di Lattanzio, ed ebbe gran numero di seguaci, non avrebbe detto, che da S. Giustino Martire fino a Lattanzio tutti i Padri riguardavano la dottrina del Millennio come una verità creduta da tutta la Chiesa. Origene sostenuto dal maggior numero distrusse sì fattamente l'errore, che avendo il Vescovo Nipote (molto prima di Lattanzio) tentato di ristabilirlo, non trovò, dice il Mosemio, se non pochi fanatici nelle campagne e ne' borghi dell'Egitto, che gli prestassero orecchio. Per altro diversamente ideavano questo regno i pochi Ortodossi, che avevano adottata tale chimera, e diversamente gli Eretici: finchè scopertasi l'origine nelle favole Giudaiche ed in Corinto, la Chiesa giustamente lo proscrisse. E siccome abbiamo dimostrato, che la riferita opinione nulla per se poteva influire ne' progressi del Cristianesimo, riesce insipido il sentirci dire, che quando l'edifizio della Chiesa fu quasi al termine, si tolse di mezzo il sostegno, che aveva servito un tempo per comodo della fabbrica.

La riprovazione de' pretesi saggi e virtuosi Pagani ben intesa non offende nè l'umanità, nè la ragione del nostro secolo, ma come si debba intendere secondo la fede cattolica, nè noi possiamo brevemente spiegarlo, nè ai semplici nuoce il non saperlo. Giova l'udire, che questi sentimenti spargevano di amarezza un sistema d'amore; poichè tanto più ci maravigliamo, come l'Autore abbia riposta in questa dottrina la sua seconda cagion de' progressi del Cristianesimo, quanto più candidamente egli ne accenna gli effetti contrari.

Terza Conclusione che dee provare l'Autore. Il dono de' miracoli falsamente attribuito alla Chiesa primitiva fu una delle cagioni naturali dello stabilimento e dei progressi del Cristianesimo.

Ristretto. I doni soprannaturali, che dicesi avere ricevuti i primi Cristiani, dovevano contribuire a convincere gl'Infedeli. Oltre i prodigi accidentali, la Chiesa si è arrogata sin dagli Apostoli una successione non interrotta di facoltà miracolose, come il dono delle lingue, le visioni e le profezie, il potere di scacciare i demonj, di sanar gli ammalati e di resuscitare i morti. Ireneo, che attribuisce il dono delle lingue ai suoi contemporanei, dice di se stesso, che predicando l'Evangelio nelle Gallie, doveva contrastare colle difficoltà di un dialetto barbaro. E se i Cristiani d'allora richiamavano a vita gli estinti, come ne fa testimonianza Ireneo, lo Scetticismo di que' tempi non si potrebbe spiegare. Teofilo ricusò di dar questa prova ad un Pagano che si sarebbe convertito. Del resto in ogni secolo si osserva una succession di miracoli; e verremmo a contraddirci, se negassimo nell'ottavo e nel decimo secolo al venerabile Beda e a S. Bernardo quella fede, che abbiamo con tanta generosità accordata nel secondo a Giustino e ad Ireneo. L'utilità poi de' miracoli è sempre la stessa: ogni secolo ha avuto degl'increduli da combattere, degli Eretici da convincere, degl'Infedeli da convertire. Frattanto confessando ogni uomo ragionevole esser già tal potere cassato, dovè togliersi alla Chiesa in un'epoca che noi non sappiamo terminare. Di presente regna un segreto Scetticismo: assuefatti da gran tempo ad osservare ed a rispettare l'ordine invariabile della natura, non siamo sufficientemente preparati a sostenere l'azione visibile della Divinità. Diversa era la situazion degli uomini al nascere del Cristianesimo. I più curiosi ed i più creduli fra' Pagani s'inducevano spesse volte ad entrare in una società, che si attribuiva un attual diritto alla potestà di far miracoli. I primitivi Cristiani battevan continuamente una strada mistica: i prodigi, ch'eglino si figuravano di operare, li disponevano a ricevere colla stessa facilità le maraviglie dell'Evangelio ed i misteri, che per loro confessione sorpassavano le forze del loro intelletto. Quest'intimo convincimento fu celebrato sotto nome di fede, e raccomandato come il principale e forse l'unico merito del Cristiano, poichè secondo i più rigidi Dottori le virtù morali, che possono praticarsi egualmente dagl'Infedeli, son prive d'ogni valore o efficacia per operare la nostra giustificazione (p. 147).

Risposta. Che il dono de' miracoli dalla primitiva Chiesa vantato ne agevolasse naturalmente i progressi, l'Autore neppure ha tentato di provarlo: ci avverte a principio, che ciò doveva contribuire a convincere gl'Infedeli: in tutto il restante perde di vista la conclusione; e finalmente termina con asserire, che i Gentili entravano per curiosità o per credulità nella Chiesa che vantava il poter de' miracoli.

Tanta parsimonia qui non è fuor di ragione. Imperciocchè impegnatosi egli a provare, ch'erano illusioni o imposture i miracoli, che all'antica Chiesa si attribuiscono, il mettersi poscia a seriamente provare, che l'imposture e l'illusioni contribuivano a convincere gl'Infedeli, sarebbe stato lo stesso che contraddirsi.

Quindi dobbiamo prendere in ischerzo, che i Gentili rinunciassero alla propria Religione, ed entrassero nella Chiesa perseguitata dal Principe per pura curiosità. Questo sarebbe un nuovo principio morale di mutar il cuore, e dal libertinaggio farlo passare all'estremo di una vita pura ed austera.

Vi potevano entrare per credulità. In quel tempo i Romani erano troppo illuminati, e a udire l'Autore avevano già scossa l'autorità della Mitologia, che spacciava tante maraviglie. Or poi entrati per soverchia semplicità nella Chiesa, come potevano rimanervi, trovando la loro aspettazione delusa? Se miracoli non se ne operavano, i Proseliti non potevano trovarvene. Chi gl'incantava? Come concepivano un tenacissimo attaccamento a questa madre? Per quale speranza si lasciavano barbaramente tormentare e toglier la vita? Subodorata appena l'impostura o l'illusione, non dovevano abbandonare con isdegno una società infame? Non dovevano alzar la voce, ed avvertire i parenti, gli amici, i magistrati, il pubblico, che si guardassero dalle frodi Cristiane?

Sarebbe puerilità il voler più insistere sopra un assurdo così palpabile: rivolgiamoci piuttosto all'oggetto, al quale tendono veramente gli sforzi dell'avversario. Egli non vuol miracoli di veruna sorta, nè in verun tempo: egli investe quelli de' primi secoli, quelli degli Apostoli e di Gesù Cristo, ed in generale ogni evento che non sia nell'ordine della natura. Questa è la vera meta delle sue ricerche, ed a questo noi ora volgeremo le nostre difese.

Avanti però d'innoltrarsi, convien premettere due osservazioni. Ecco la prima. Non si dee contendere, se la primitiva Chiesa vantasse un potere di far miracoli permanente, e da esercitarlo a sua disposizione. Mai non si è così creduto nel Cristianesimo: mai non si è avuta l'arroganza di pretendere, che Iddio assoggettata avesse la sua onnipotenza all'arbitrio degli uomini. Quante difficoltà non farebbe nascere un tale sistema? A chi Iddio confidò questo potere? Ad ogni Fedele in particolare? O all'unione di tutti? O pure a' Vescovi presi ad uno ad uno, ovvero al Sacerdozio in corpo? E qual condotta conveniva tenere nelle occorrenti emergenze? Quelli d'una Provincia erano padroni di fare il miracolo, o dovevano implorare il consenso ed il soccorso di tutte le Chiese? Essendo somigliante disegno impossibile ad eseguirsi, si è sempre insegnato, che Iddio secondo il suo puro beneplacito accordava i doni miracolosi ad alcuni d'eminente virtù e nelle circostanze che gli rendevano necessari, nella stessa guisa, che furono conceduti a Mosè e ad altri illustri personaggi dell'antico Testamento.

La seconda riflessione riguarda l'origine istorica della presente controversia. Fu ella posta in campo dal Dottor Middleton colle stesse difficoltà critiche, che il nostro Autore ha tolte di peso da lui. La novità dell'impresa sollevò contro il Middleton tutto il Mondo Cristiano, ed i suoi Avversari lo ridussero alla disperazione di cambiar lo stato della questione, per ritirarsi con onore. Dichiarò egli di non aver tolti a combattere i miracoli passeggieri ne' primi secoli accaduti, ma solo il poter permanente, di che si credeva rivestita la Chiesa: cosa, ripiglia il Mosemio, da niuno sostenuta, e che per conseguenza non meritava la pena di confutarsi con un grosso volume. Il Sig. Gibbon cita questo grosso volume, cita l'opposizioni che incontrò, cita l'Apologia ch'egli preparò; ma non dichiara il fine ch'ebbe la disputa, e par che ignori, che la di lui piuttosto ritrattazione che apologia fu data alla luce un anno dopo la morte del medesimo.

Fu rimproverato al Middleton che le difficoltà da lui fatte contro i miracoli dei primi secoli si stendevano naturalmente a quelli degli Apostoli e di Gesù Cristo. In fatti egli oppose ai primi il Pirronismo dei letterati contemporanei, la credulità del popolo ed alcune leggerissime riflessioni di critica sopra i monumenti degli antichi Scrittori, e gli fu fatto vedere, che le stesse leggerissime riflessioni di critica possono applicarsi agli Evangeli, e che si rinviene la stessa credulità del popolo Ebreo, e lo stesso Pirronismo negli Scribi e ne' Farisei. Il Middleton, persuaso della verità de' miracoli depositati ne' libri canonici, non volendo riconoscere la fatale conseguenza de' suoi principj, amò meglio di mutar la questione. Col nostro Autore è superfluo l'affannarsi a mettergli in vista la stessa conseguenza, come quegli, che lungi dall'averla in orrore, se la fa propria, e temendo che il suo lettore non sia capace di scuoprirla da se, ve lo conduce per mano, e si leva del tutto la maschera verso il fine del capo.

Ora noi qui non prenderemo direttamente a difendere i miracoli di Gesù Cristo, giacchè egli non gli ha direttamente assaliti; faremo l'apologia de' prodigi de' primi secoli nella già divisata maniera ch'ei gli ha attaccati, e la certezza di questi terrà al coperto la certezza di quelli.

E prima di sciogliere le sue difficoltà, ci sia permesso di ragionare alquanto sul fatto e diciamo, che se i Gentili venivano in folla alla fede, questa è una prova evidente della verità de' miracoli, che si dicevano accaduti. E vaglia il vero o bisogna supporli tutti stupidi e privi di ogni amore per la Religione della patria, o confessare, che la conversione loro era il risultato di veri miracoli. Imperciocchè i Cristiani lungi dal cercare la solitudine e le tenebre operavano in pubblico; e ciò apparisce da quella specie di disfide, che s'incontrano ad ogni passo aprendo i libri degli Scrittori dei primi secoli. Dall'altra parte i vantati prodigi erano di tal natura, che anche i più rozzi contadini potevano formarne giudizio. Il parlare diverse lingue, il liberare gli ossessi, il richiamare a vita gli estinti, ricercano recondite cognizioni di fisica o sublimi sforzi d'ingegno a deciderne? Dunque supponendo i Gentili forniti del senso comune, e freddamente interessati per la propria Religione, se nelle operazioni Cristiane non vi era un fondo di verità, se ne dovevano accorgere; onde se si convertirono contro l'interesse delle proprie passioni, il fatto stesso fa una invittissima prova in favore di essi miracoli.

Inoltre abbiamo detto, che se nella Chiesa non si facevano veri miracoli, i Proseliti, che vi erano entrati per credulità, dovevano o presto o tardi disingannarsi, ed uscirne. A che dobbiamo attribuire la loro perseveranza per fino in faccia de' tormenti e della morte? Non si trattava d'una famiglia, di una città, di una Provincia. Dovunque erano sparsi i Cristiani, vantavano le stesse maraviglie. Apostati ve n'ebbe in ogni tempo, in ogni tempo gli Eretici esclusi dal seno della Chiesa erano pronti a calunniarla; e la perpetua cura de' filosofi era di porre in discredito i seguaci dell'Evangelio. Credibile che per niuna di queste vie siasi potuta mai giuridicamente provare una frode, una collusione? Noi avremmo voluto che l'Autore, in vece di esercitarsi nella gramatica, avesse trattato da filosofo questo argomento. Ma ascoltiamo quanto gli è piaciuto di ripetere dietro la scorta di un Dottore sconfitto.

Come si può spiegare lo Scetticismo de' letterati Pagani intorno all'immortalità dell'anima ed intorno la rivelazione in generale? Si spiega ottimamente con accordarvi di buon grado, che questi guardavano gli affari Cristiani con quell'indifferenza, e con quel dispregio, con cui credete di mortificarci in tanti passi dell'Opera vostra. Persone, che non credono, perchè non si sono informate, perchè non hanno fatto esame veruno, qual peso di autorità possono avere? Oltre che è legge forse di Psicologia, che la volontà si determini invincibilmente secondo la verità che scuopre l'intendimento? Perchè peccano tanti Cristiani persuasi fermamente dell'esistenza dell'inferno? Non si debbono avere in conto alcuno i pregiudizi, la superbia, i legami civili che stringono più che ogni altro le persone di merito distinte? E di questi stessi personaggi non ne vantò in gran copia la primitiva Chiesa?

Della credulità del popolo si è abbastanza parlato per non dover qui ripetere il già detto. Restano le riflessioni critiche sopra Ireneo e sopra Teofilo.

Ireneo, dice il Middleton, attribuisce altrui il dono delle lingue, dov'egli predicando l'Evangelio nelle Gallie confessa di aver dovuto contrastare colle difficoltà d'un dialetto barbaro. Nel testo si legge, che il Santo si scusa di non iscrivere con Greca eleganza la storia dell'Eresie a motivo di questo barbaro dialetto: frattanto ci si suppone, che ciò accadesse nell'atto di predicar l'Evangelio. La parola Greca poi, alla quale si fa significare contrastare colle difficoltà di un dialetto barbaro realmente significa esercitare, usare, parlare un dialetto barbaro.

Teofilo rigettò la proposizione di rendere ad un morto la vita, per quanto bramoso fosse dalla conversion dell'amico. Il fatto è verissimo, e ne istruisce chiaramente, che gli antichi Vescovi non si avvisavano di poter fare i miracoli a lor piacimento. Ma che se ne vuole inferire? Dunque Ireneo, il quale dice, che questo prodigio non era raro a suo tempo, e ch'egli aveva conversato con persone, alle quali era stata fatta questa grazia, mentisce. Dobbiamo perdere il tempo a confutar questa maniera di argomentare? Dipendente da questo è l'altro esame che siamo ora per fare. Suppone l'Autore, che ogni uomo ragionevole confessi, non farsi più nella Chiesa veri miracoli. La sua perplessità è soltanto nel fissar l'epoca della pretesa sospensione. Fu immediatamente dopo la morte degli Apostoli? Alla conversione di Costantino? All'estinzione dell'Arriana eresia? Tacciamo che la perplessità non può aver luogo in chi ha impugnati i miracoli de' tempi d'Ireneo, e facciamo osservare, che i Cattolici esclusi dal numero degli uomini ragionevoli, perchè insegnano operarsi tuttora, benchè meno frequentemente, e doversi operare veri miracoli sino alla consumazione de' secoli nella Chiesa, lo dimostrano all'Autore co' suoi stessi principj.

Perchè ricuseremo noi la testimonianza di Beda o di Bernardo nell'ottavo o nel decimo secolo, ammettendo quella d'Ireneo nel secondo? Ecco il primo argomento.

Al presente la Chiesa ha degl'Increduli da combattere, degli Eretici da convincere, degli Infedeli da convertire, come ne' secoli andati, di sorte che l'utilità o sia la necessità de' miracoli è sempre la stessa. E questo è il secondo argomento.

La successione della dottrina, de' Santi, de' Martiri e de' miracoli in ogni secolo è così seguita, che non si scorge in quale anello siasi rotta la catena. Dunque essa non si è mai rotta; poichè confrontando l'un secolo coll'altro, la differenza, se vi fosse, dovrebbe essere sensibile. Ecco il terzo argomento.

Verisimilmente l'Autore avrà avuta in mira un'altra conclusione. Ogni uomo ragionevole confessa, che attualmente non accadono veri miracoli: ma quelli degli altri secoli giungendo di mano in mano sino agli Apostoli ed a Gesù Cristo, sono muniti delle stesse prove, e sembrano ugualmente utili; dunque tutti i miracoli sono mere imposture.

Ora ecco il vantaggio che hanno i Cattolici sopra i Protestanti. I primi ammettendo i miracoli presenti difendono senza fatica quelli della primitiva Chiesa, quelli degli Apostoli, quelli di Gesù Cristo, co' quali fanno una catena. I secondi non possono negare i miracoli de' tempi moderni, senza rovesciare gli altri, co' quali sono connessi. Ed il Middleton nella prima Opera dichiarò veramente, che non si poteva contrastare all'odierna Chiesa il vanto de' miracoli, se non prendendo a distruggere quelli de' primi secoli: ma egli non si accorse, che bisognava salire agli Apostoli ed a Gesù Cristo. Noi non ci tratterremo più sopra questo argomento, avendo rispinti i tentativi del nostro Autore; aspetteremo che alcuno de' Protestanti sciolga i nodi, che fa nascere il loro sistema, giacchè i due Apologisti Inglesi non hanno soddisfatto all'aspettazione del Pubblico.

Toccando alla sfuggita i miracoli di Gesù Cristo, l'Autore pretende, che i prodigi, che figuravansi di fare i primi Cristiani, li disponevano ad ammettere colla stessa facilità le maraviglie dell'Evangelio, ch'ei chiama autentiche per nascondere in qualche maniera il veleno. Nella qual satira però non sappiamo, se la stolidezza non superi la malignità; perocchè supponendo i Cristiani illusi riguardo a se stessi, l'inganno non potea provenire se non dall'essere persuasi del divino potere di Gesù Cristo e dell'efficacia delle sue promesse, senza la qual persuasione non si sa comprendere come potevano vantarsi di far miracoli a nome di Cristo. La fede adunque de' propri miracoli si risolveva ne' miracoli di Cristo; non credevano ai miracoli di Cristo per un somigliante potere che attribuivano a se stessi.

I Cristiani confessavano e confessano sorpassare i misteri le forze del loro intelletto; e li credevano e li credono sulla forza de' miracoli, i quali provano averli Iddio rivelati. E questa è necessità di conseguenza, non facilità di credere.

Assuefatti, prosegue l'Autore, ad osservare ed a rispettare l'ordine invariabile della natura, la nostra ragione o almeno la nostra fantasia non è preparata sufficientemente a sostenere l'azione visibile della Divinità, cioè a credere, che Iddio possa o voglia mutare l'ordine naturale: e siccome in ogni tempo l'ordine della natura si è osservato invariabile, in ogni tempo, gli uomini avrebbero dovuto rigettare i miracoli. Ma si è dimostrato contro lo Spinosa non tanto da' Teologi, quanto da' filosofi di tutte le Sette, che l'ordine naturale, invariabile rispetto alle creature, è soggetto al volere del Creatore, il quale per puro suo beneplacito prescrisse alla materia piuttosto queste leggi che altre, come chiaramente si osserva da' Fisici nel moto degli astri, il quale, comunque si concepisca, in niun modo ripugna alla materia. Se Iddio poi abbia o non abbia voluto alcune volte sospendere le leggi della natura, ella è una questione di fatto, circa la quale il Signor David Hume pubblicò qualche sofisma, che non potè oscurare la luce di questa semplicissima verità, che i fatti si provano per via di testimonianze.

La fede dei Cristiani vien qui derisa come credulità: e si riflette che questo era il principale e forse l'unico merito, che si richiedeva dal Cristiano. S. Paolo al contrario diceva ai Fedeli: sia ragionevole l'ossequio della vostra fede; ed altrove s'inculca, che si provi rigorosamente lo spirito. La fede, che tanto si esaltava, era l'operazione della Grazia sull'intelletto: questa è una delle virtù teologali, e non la principale; giacchè la Scrittura dà la preminenza alla carità: major harum charitas; ed insegna, che la fede senza l'opere è morta.

solamente secondo i Dottori rigorosi, ma ancora secondo il dogma della Chiesa universale, le opere degl'Infedeli, le quali possono esser buone quanto alla pura sostanza, non conducono alla giustificazione. E quando si ponga mente, che il fine della beatitudine è sovrannaturale, si cesserà di maravigliarsi, come opere fatte colle pure forze della natura non vi abbiano rapporto.

Abbiamo fatta un'ampia e diretta apologia della verità de' miracoli, quando ci aspettavamo di sentire, come i falsi miracoli giovavano naturalmente a convertire gl'Infedeli.

Quarta Conclusione che dee provare l'Autore. Le virtù dei primi Cristiani furono una delle cagioni naturali dello stabilimento e de' progressi del Cristianesimo.

Ristretto. I primi Apologisti rappresentano co' più vivi colori la riforma de' costumi, che s'introdusse nel mondo mediante la predicazione del Vangelo. Perchè mio disegno è di notar solamente quelle cagioni umane che furono scelte per secondar l'efficacia della Rivelazione, ne esporrò due, che naturalmente rendettero la vita dei primitivi Cristiani più pura ed austera di quella de' Pagani loro contemporanei: una era il pentimento delle lor colpe passate; l'altra il desiderio di sostener la riputazione della società. Furono i Cristiani accusati di attirare al loro partito i delinquenti più scellerati, che si persuadevano di lavare nell'acque del battesimo le colpe passate, per le quali dai tempj degli Dei ricusavasi loro qualunque espiazione. Quelli, che nel mondo avevan seguitato, sebbene imperfettamente, i dettami della benevolenza e del decoro, traevano dall'opinione della propria rettitudine una sì tranquilla soddisfazione, che li rendeva molto men suscettibili di que' subiti movimenti di vergogna, di cordoglio e di terrore, che avevan fatto nascere tante maravigliose conversioni. La brama della perfezione diveniva la passion dominante di quelli a dispetto della ragione, che si contiene dentro i limiti d'una fredda mediocrità. Ogni società particolare, che si è staccata dal corpo d'una nazione, divien subito oggetto d'universale ed invidiosa attenzione, e però ogni membro si trovava impegnato ad invigilare colla maggior premura sulla propria condotta e su quella de' suoi fratelli. Comecchè per la massima parte si esercitavano in qualche negozio o professione, vi attendevano colla massima integrità e col più onesto contegno. Il disprezzo del mondo e la persecuzione gli abituavano negli esercizi di umiltà, di mansuetudine e di pazienza. I Vescovi ed i Dottori d'allora spesso prendevano nel senso il più letterale que' rigidi precetti di Cristo e degli Apostoli, che i moderni comentatori hanno spiegato con libera e figurata maniera come consigli. Una dottrina così sublime doveva rendersi venerabile al popolo: ma era mal adattata per ottener l'approvazione di que' mondani filosofi, che nella condotta di questa vita passeggiera consultano i sentimenti della natura, e l'interesse della società. I principj della natura sono l'amor del piacere e quello d'agire, che rivolti in buon uso formano la privata e la pubblica felicità. Ma i primitivi Cristiani non bramavano di rendersi o piacevoli o utili in questo mondo. Eglino credevano illecito ogni piacere, i comodi, gli ornamenti, il lusso. Credevano che se Adamo si fosse conservato innocente, avrebbe propagata la specie umana in altro modo; che il matrimonio dee riguardarsi come uno stato d'imperfezione e di perfezione il celibato. Le vergini d'Affrica però permettevano a' Preti ed a' Diaconi d'aver luogo nei loro letti, e la natura insultata vendicava i propri diritti. Non erano i Cristiani meno alieni dagli affari che dai piaceri. Non sapevano come conciliar la difesa delle proprie persone e sostanze colla dottrina dell'illimitata tolleranza: offendevansi dall'uso de' giuramenti, e credevano illecita, la guerra.

Risposta. La maggior parte del presente articolo è impiegata a combattere la morale Cristiana co' vecchi sofismi, vestiti di brillanti espressioni, e nelle due prime ricerche si cambia la questione; poichè si prendono ad indagare le cagioni umane, per cui i primi Cristiani menavano vita più pura ed austera de' Pagani loro contemporanei: onde questa è la quarta volta, che l'Autore perde di vista il tema del suo ragionare. Come la morale Cristiana potè naturalmente operare tante conversioni, dal nostro Autore mai nol sapremo.

Anzi perchè è una specie di fatalità la sua, che distrugga con una mano quello, che si sforza di edificare coll'altra, s'impegna a provare, essere la morale Cristiana contraria alla natura ed all'interesse della società. Con tale asserzione come può conciliarsi, che questa stessa morale muovesse naturalmente i Gentili ad abbracciarla?

Ella non è contraria alla natura: noi lo vedremo, ma ella è contraria alle prave inclinazioni della natura corrotta: ella esige dalle passioni una perpetua ubbidienza alla ragione: ella prescrive che tutte le azioni si riferiscano a Dio: ella reputa beati quelli che piangono, quelli che sono perseguitati, gli umili, i poveri di spirito, ella ordina non pure il perdono, ma la dilezione ancora de' nemici. Questo sistema doveva sgomentar gl'Idolatri, la morale de' quali, consecrata dalla Religione, non vietava se non i delitti, che riguardano la sicurezza del pubblico; e quanto al piacere dei sensi accordava una libertà illimitata. Come poteva in così breve spazio di tempo farsi una grande rivoluzione ne' pregiudizi della mente e della disposizione abituale della volontà? Si stenta tanto a convertire un peccatore invecchiato nel Cristianesimo stesso, dove il culto, le prediche, l'esempio altrui operano incessantemente sul cuore: e dobbiamo figurarsi tanta facilità ne' Gentili, che in premio di tal cambiamento avevano innanzi i tormenti e la morte intimata dalle leggi, che avevano proscritta questa morale? È ciò conforme all'ordine della natura? I nostri Apologisti additando con istupore le numerose conversioni operate dalla predicazione dell'Evangelio, esclamano, questo essere un effetto sensibile della Grazia divina, che sola può superare i grandi ostacoli, che nella mente e nel cuore doveva incontrare; ed il nostro Autore vuole, che crediamo sulla sua parola, che la qualità stessa di questa morale produceva naturalmente quegli effetti, che ci fanno stupire; ma noi non cangeremo sentimento, fino a quando egli non avrà messa mano alle prove.

La prima questione, ch'egli tratta, è di spiegare, perchè i Cristiani, cioè gl'Idolatri già per altre vie convertiti, menavano vita più pura ed austera di quelli che restavano nell'Idolatria? Dichiara di spiegarlo con due cagioni umane, e poi ne assegna cinque. Il pentimento de' falli passati: il desiderio di sostenere la riputazione della società: l'interesse temporale: il disprezzo del mondo: la persecuzione.

Il pentimento de' falli passati. Erano nel sistema dell'Idolatria peccati inespiabili? Per appoggiare novità così singolare l'Autore non cita monumenti. Ma supposto, che i più grandi scellerati volessero purificarsi coll'acque battesimali, potevano riconoscere una virtù in questo sacramento senza riconoscere insieme la verità del Cristianesimo? Ed in questo caso non pure i gran peccatori, ma anche coloro, che vivevano con qualche onestà, dovevano farsi un dovere d'entrar nella via della salute; poichè una rettitudine naturale non può tener tranquillo chi crede alle minacce della Rivelazione: qui non crediderit, condemnabitur.

La conversione de' maggiori scellerati, che poi divennero i Santi più grandi, certamente fa onore alla Chiesa. Ma l'Autore, che vuol tutto avvelenare, soggiunge che a questi soli, e specialmente alle femmine di malvagio costume, i Missionari Evangelici si rivolgessero. Non possiamo meglio ribattere la calunnia, che invitandolo a scorrere gli Atti degli Apostoli, dove troverà, ed in gran numero venuti alla fede, Sacerdoti, Scribi, Farisei, Capi di Sinagoga tra Giudei, e tra Gentili, ministri di Regine, Governatori di Province, Centurioni, donne nobili e persone di lettere.

Il desiderio di sostenere la riputazione della società sarebbe stato di qualche stimolo, se i Pagani non si fossero trovati universalmente prevenuti, che nella società Cristiana si commettevano i più detestabili eccessi. Chi vi si ascriveva, dovea piuttosto resistere all'infamia, di che si copriva. Solo si può concedere, che dovevano impegnarsi a distruggere tali calunnie coll'esemplarità del vivere.

L'interesse fa custodire la buona fede e l'integrità in coloro, che fanno la professione di negozianti, o esercitano qualche mestiere. Ma qui l'Autore ci dipinge i Cristiani come morti a tutti gli affari del mondo; e prima ci aveva detto, che si astenevano da' mestieri, che quasi tutti alludevano ai riti Idolatrici.

Il disprezzo del mondo segue appunto per distruggere l'interesse. Quest'era una delle virtù ch'esercitavano, non una delle cagioni, per cui esercitavano la virtù.

La persecuzione fu posta in opera dagl'Imperadori come mezzo efficace a sgomentar l'animo: come partorisse naturalmente l'effetto contrario, l'Autore doveva spiegarlo. Ma della prima questione si è detto abbastanza; passiamo alla seconda.

La morale Cristiana è tacciata come eccessiva, fanatica, contraria ai principj della natura ed all'interesse dello Stato, riprovata da' filosofi, condannata dalla ragione, che ama la fredda mediocrità. E per questo noi abbiamo soggiunto, che era fuori dell'ordine naturale, che fosse così prontamente abbracciata. Ma non si parli più di questo. Diteci, quali sono i veri principj della natura, che formano la privata e la pubblica felicità. L'amor del piacere è il primo, l'amor dell'azione il secondo. L'uno e l'altro restano per sentimento dell'Autore degradati dalla morale Evangelica. A rettamente giudicarne, convien prima sviluppar i principj, e determinarne la generalità, colla quale a lui piace sempre di parlare al lettore.

L'amor del piacere. Vi ha un piacere intellettuale, ed un altro di senso, perchè l'uomo è composto di corpo e di spirito. Questo naturalmente è più nobile di quello; e seguendo le facili tracce della ragione, l'ultimo fine, per cui fu l'uomo creato, è un bene spirituale, non corporeo. Quindi altro non essendo i precetti morali che tanti mezzi naturalmente proporzionati all'indole del fine, segue per legittima illazione, che l'amor del piacere sensibile dee stare immutabilmente subordinato all'amore del piacere intellettuale, e che prende la forma di mal morale ogni qual volta viola questa subordinazione; poichè allora non riferendosi più l'azione al suo fine, esce dall'ordine.

Ciò premesso il solo riguardo della salute e della temperanza, e non so quale depuramento d'arte nei piaceri di senso formano il ben fisico, al quale attendono pure i bruti; il bene morale risulta da' principj dell'animo, non da' vantaggi del corpo: ed appena questo linguaggio sarebbe perdonabile ad un Materialista.

Nel confrontar poi con questo principio la morale Evangelica, l'Autore vuol dare ad intendere, che tutti i detti di Gesù Cristo abbiano forza di precetto, e che l'idea de' consigli fosse impiegata tardi per dare soddisfazione alla filosofia. Quante volte è stato prodotto contro gli oppositori il passo decisivo dell'Evangelio: se vuoi salvarti, osserva i precetti: se vuoi esser perfetto, vendi quanto possiedi, e segui me.

Ha egli in seguito raccolte alcune forti espressioni de' Santi Padri, i quali secondo lo stile concionatorio dimandano il più, affine di ottenere il meno, ed ha detto con intrepidezza: ecco, o Cristiani, la vostra morale: frattanto i Cristiani non trovano il peccato nelle cose appartenenti a' comodi ed a' piaceri de' sensi; se non quando esse turbano l'esercizio delle facoltà spirituali, e distolgono l'animo dalla sua naturale tendenza all'ultimo fine.

Che Adamo avrebbe generato senza concupiscenza, se si fosse conservato innocente è opinione privata; più comunemente s'insegna, che la via della generazione sarebbe stata sempre la stessa; ma che la concupiscenza non si sarebbe mai ribellata dalla ragione.

Le parole crescite et multiplicamini, e quelle di Gesù Cristo, che alludono all'istituzione del Sacramento del matrimonio, non palesano la perplessità d'un legislatore che permette ciò che non vorrebbe. Nè noi dobbiamo inquietarci colle questioni che fanno i Casisti a questo proposito, bastando alla condotta il sapere, che il matrimonio è lecito, e che fu inoltre elevato alla dignità di Sacramento.

Non possiamo negare, che secondo la Scrittura e la Tradizione il celibato sia più perfetto del matrimonio; ed a considerarne soltanto i vantaggi esterni, avremmo pure il suffragio della filosofia. L'Autore però non può ignorare, che questo non è un precetto se non ecclesiastico, e semplicemente per coloro, che vogliono portare il giogo, e che quanto all'interesse dello Stato nel Cristianesimo si prende per regola il bisogno del Pubblico più che la perfezione de' particolari.

L'uso delle Vergini Affricane di dividere il letto coi Diaconi e co' Preti, che S. Cipriano tentò di estirpare, ripeteva l'origine dalla dottrina del matrimonio, per la cui validità s'insegnava, che bastasse la congiunzione degli animi senza il commercio de' corpi. Con il Mosemio; il quale conviene cogli antichi Storici che sottoposte le Vergini alle prove più rigorose ritrovarono intatte; sicchè non sappiamo, perchè il nostro Autore copiando l'erudizione dal Mosemio abbia aggiunto contro di lui, che la natura insultata vendicò i suoi dritti. Questo non è uno de' difetti che egli scopre con pena, costretto dalla legge dell'imparzialità. E Dio volesse, che fosse il solo! Ma facciamo parola del secondo principio della natura.

L'amor dell'azione. A parlar con rigore l'azione non si ama per se stessa, ma come mezzo che conduce ad un fine. Noi riconosciamo volentieri, che l'operare in pace per far fiorire il buon ordine, e per procurare il ben essere de' nostri simili, come anche l'operare in guerra giusta per proteggere la pace, è conforme all'intenzione del Creatore, purchè si depuri dalla corruzione, che vi sogliono spargere l'ambizione, la cupidigia e l'ira; passioni che sempre campeggiano nella Storia Greca e Romana, ed oscurano quella scarsa porzione di bene, che l'attività di quelle genti produsse. Intorno alla qual cosa non temiamo di asserire, che il Cristianesimo non solo non distrugge questo amore d'azione necessario alla sicurezza ed alla prosperità dello Stato, ma inoltre lo fortifica e lo perfeziona.

Non lo distrugge, perchè non vieta la giusta difesa di se stesso, avendone lasciato un illustre esempio S. Paolo, il quale non si fece illecito di sostener la sua causa innanzi a' legittimi tribunali, e di appellarsi in ultimo grado a quello di Cesare. Si vieta l'odio, il rancore, lo spirito della vendetta, e lo vieta ancora la legge di natura.

Non lo distrugge, perchè nella dottrina della Chiesa non si è mai reputata illecita la guerra, come evidentemente lo provano i passi verbali del nuovo Testamento raccolti a bella posta dal Grozio; e come lo conferma il fatto medesimo, che ne addita le armate Romane non mai scarse di soldati e di ufficiali Cristiani. Origene, ed alcuni altri pochi Dottori seguirono l'opinione contraria.

Non lo distrugge, perchè lo spirito del Cristianesimo non si offende dall'uso de' giuramenti, ma dal giurare per le false Divinità e per la Fortuna dell'Imperatore, ch'era una di quelle.

Non lo distrugge finalmente, perchè i Cristiani, anzichè abborrire del tutto gli affari civili, s'impegnavano con prontezza negli uffizj loro destinati dagli Imperadori; e si sa, che non pure l'esercito, ma eziandio il palazzo di Diocleziano abbondava più di ministri Cristiani che di uffiziali Gentili.

Anzi lo fortifica; primo, perchè tanto nel Principe quanto ne' sudditi ci fa rispettare l'immagine di Dio; secondo perchè all'obbligazione esterna aggiunge l'interna; e terzo perchè propone un premio ed una pena nella vita avvenire, a cui niuna cosa del tempo può paragonarsi; e sostituendo il principio purissimo della carità a quello dell'amor proprio perfeziona il sistema della natura.

Gli antichi Cristiani non andavano a conquistare, portando la strage e la desolazione nelle città e nelle campagne; non celebravano la letizia de' trionfi con trarre incatenati al cocchio Sovrani, che non avevano altro delitto, fuorchè quello di aver difesa la propria libertà; non eccitavano popolari sedizioni per mettere in ischiavitù la Repubblica. Ma i Cristiani facevano immensi viaggi, e combattevano colle tempeste del mare, coi disastri della terra, colla fame, colla sete, per far fiorire in ogni angolo della terra l'amor di Dio e del prossimo. I Cristiani si affannavano a raccoglier limosine per distribuirle a' poveri; a visitare i pupilli; a consolare le vedove; ad estirpare gli odj e l'emulazioni; a bandire gli omicidj e gli adulterj. I Cristiani finalmente davano ricovero ai servi cacciati da' proprj padroni, e liberavano da una morte penosa i bambini esposti secondo il permesso delle leggi dalla crudeltà de' genitori, e li nutrivano, e li educavano per restituirli allo Stato. No, i Cristiani in tutto ciò non bramavano di piacere al mondo; ma vi voleva tutta l'intrepidezza del nostro Autore a soggiungere, che non erano utili al mondo. Egli ha provato questa accusa, come ha dimostrato, che la morale Cristiana fu la quarta cagione naturale dello stabilimento e de' progressi del Cristianesimo.

Quinta Conclusione che dee provare l'Autore. L'unione e la disciplina della Cristiana Repubblica fu una delle cagioni dello stabilimento e de' progressi del Cristianesimo.

Ristretto. I primitivi Cristiani morti agli affari ed a' piaceri del mondo trovarono un'occupazione nel governo della Chiesa. Una società, che attaccava la religion dominante dell'Impero dovè adottare una forma di governo particolare. Gli Apostoli non ne istituirono alcuna: le prime Chiese furono libere ed indipendenti; e sino a certo tempo il governo fu in mano de Profeti; per l'abuso de' quali furono in seguito le pubbliche funzioni della religione affidate ai Vescovi ed ai Preti; nomi che nella loro origine, sembra che indicassero lo stesso ministero ed ordine di persone. Eglino a principio governarono collegialmente: poscia fu stabilito un Presidente in ogni Collegio, come Ministro di tutto il Corpo. Questi in progresso divenne superiore per usurpazione. Verso la fine del secondo secolo le Chiese della Grecia e dell'Asia introdussero i Concilj ad imitazione delle città Greche, i quali comunicandosi gli atti con una corrispondenza reciproca venne così la Chiesa Cattolica a prender la forma, e ad acquistare la forza d'una repubblica federativa. Il Clero molte volte si oppose all'usurpazioni de' Vescovi, e fu accusato di fazione e di scisma; e la causa Episcopale dovette i suoi rapidi progressi agli ambiziosi artifizi di Cipriano e di pochi altri Prelati a lui simili. Le cagioni, che distrussero l'eguaglianza de' Sacerdoti, fecero nascere tra' Vescovi una preminenza di grado, ed indi una superiorità di giurisdizione. Quest'è l'origine de' Metropolitani ed il fondamento dell'autorità de' Papi. Ogni società ha diritto di escludere dalla sua comunione quelli che la ledono: la Chiesa Cristiana esercitava questo diritto contro gli ostinati, ed ammetteva i ravveduti alla penitenza pubblica. S. Cipriano riguardava la dottrina della scomunica e della penitenza come la più essenziale parte della Religione.

Risposta. Il governo, di cui tratta l'Autore sotto il titolo di disciplina, risguarda il regolamento interno della società Cristiana; onde se ne può spiegare la conservazione, non ha veruna relazione alle conversioni de' Gentili: nè egli ha pur tentato di dargli questo aspetto; e così lasciando intatto l'argomento, per la quinta volta si perde a fare un trattato di diritto canonico.

Ma neppure spiega così la conservazione della Chiesa. Dalla forma del governo egli deduce l'unione di tutti i Fedeli, e pretende che i Concilj dessero alla Chiesa la forza di una Repubblica federativa. Ora la sua stessa esposizione contiene gli argomenti che la distruggono.

Primo, egli è di avviso, che il governo fu sempre vario, finchè si stabilì l'autorità Episcopale, e che i Concilj furono introdotti ad esempio delle città Greche, verso la fine del secondo secolo: per la qual cosa se la Chiesa acquistò la forza d'una grande Repubblica federativa per l'istituzione de' Concilj, non se ne spiega la conservazione per tutto il tempo anteriore, in cui l'incostanza del governo, che prendeva, ora una, ora un'altra forma, non poteva darne alcuna stabilita.

Secondo, nella sua supposizione cominciarono i Cherici ad usurparsi la giurisdizione del popolo, e ad opprimerne la libertà e l'indipendenza; in seguito i Vescovi sottomisero i Sacerdoti: poscia s'introdusse una subordinazione tra' Vescovi, e finalmente il Romano Pontefice tirò a se tutta l'autorità. Il popolo fu in dissensione co' Cherici, i Cherici co' Vescovi, ed i Vescovi contrastaron fra loro e col Romano Pontefice. Questa tela di governo è ordita secondo la sua fantasia, non secondo la verità della storia: le dissensioni bensì son troppo vere; anzi egli non ne ha toccata che una parte sola; ed a noi non piace di scuoprire le piaghe dell'umanità, che lascia per tutto le funeste tracce della sua debolezza. Ci basta il sin qui detto a conchiudere, che se realmente invece della decantata unione, regnò nell'ovile di Cristo la dissensione, mal se ne prende a spiegare la conservazione dalla forma di governo, che ne fornì l'occasione.

Ragioniamo adesso sul diritto Canonico che l'Autore ci propone, e riflettiamo essere suo avviso, che qualunque forma di governo, che prendesse successivamente la Chiesa, fu d'istituzione puramente umana; o d'istituzione umana ancora i Concilj e le Censure. Noi lo neghiamo e speriamo di convincerlo ad evidenza, che il governo ecclesiastico fu istituito da Gesù Cristo, come pure i Concilj ed il diritto della scomunica; e che l'istituzione divina, anzichè soffrire alcun cangiamento, si osservò e si osserva tuttora inalterabilmente la stessa.

La società Cristiana, dic'egli, nemica della religion dell'Impero, dovè pensare ad una forma di governo particolare. Che i Cristiani fossero nemici dell'Idolatria, senz'esserlo dell'Impero, a cui ciecamente sempre si sottomisero, è cosa per loro gloriosa. Ma non si tratta ora di questo; si tratta di consultare i libri autentici della vita di Gesù Cristo, per vedere se vi lasciò istituito un governo, e di mostrar così quanto deviino dalla verità le congetture del nostro Autore.

Ivi si scorge, che Gesù Cristo ai soli Apostoli diede la facoltà di legare e di sciogliere; che a loro soli assegnò dodici troni per giudicare le dodici tribù; che a loro soli confidò il diritto di pascere le sue pecorelle. Infatti ebbe egli inoltre settantadue discepoli, ai quali non conferì se non una missione a certo tempo limitata, e ben si vede che non gli fece partecipi dei privilegi compartiti agli Apostoli. E perchè alla Chiesa aveva promessa la perpetuità, nè si può concepire una società permanente senza una forma di governo, chiara cosa è, che l'autorità conferita agli Apostoli doveva secondo l'intenzione divina trasfondersi ne' successori. Ma diremo che ogni Fedele succede agli Apostoli? In tal guisa tutti sarebbero Giudici, tutti Dottori, tutti Pastori, cioè nessuno Giudice, nessuno Dottore, nessuno Pastore, essendo questi termini relativi, che portano seco l'idea d'una subordinazione. Per non attribuire a Cristo un assurdo sì strano, uopo è dire che alle facoltà degli Apostoli succedono alcuni dei Fedeli, non tutti i Fedeli: e così il più leggiero ragionamento, che si faccia sopra i passi della Scrittura, purchè non si abbia impegno di difendere il sistema del partito, atterra irreparabilmente la democrazia, e stabilisce l'aristocrazia nella forma del governo delineata dal Legislatore Divino.

Resta ad investigare, se l'aristocrazia consista nel corpo del Clero, oppure in quello de' Vescovi; ch'è lo stesso che cercare se i Vescovi sono superiori del Clero, per istituzione Divina, o semplici amministratori di un'autorità che risegga propriamente nel collegio Sacerdotale. Nella Scrittura vi ha un passo decisivo, nel quale si dice a' Vescovi, che gli ha posti sopra le Chiese lo Spirito Santo.

Qui però nasce una difficoltà dalla confusione dei nomi. Il titolo di Vescovo e di Prete si dava alla stessa persona; quello a dinotarne l'uffizio, questo a ragionare dell'anzianità. Dunque come faremo risaltare la superiorità de' Vescovi, prendendo questa denominazione nel senso comune?

Nell'Apocalisse i Capi della Chiesa vengono distinti col nome di Angeli, cioè d'inviati, e si attribuisce loro il diritto di governare con formole ch'escludono ogni altro. Nell'epistole di S. Ignazio, Discepolo degli Apostoli, nulla s'inculca più frequentemente ed ai Laici ed ai Cherici, quanto la perfetta subordinazione al proprio Vescovo. Ci è noto che i Presbiteriani rigettano l'uno e l'altro libro, per non poterli conciliare col proprio sistema: ma in questo stesso mostrano apertamente il lor torto; giacchè per sostenere un assurdo, si gettano in un assurdo più grande. A principio non vi furono che gli Apostoli ed i Preti, cioè i Vescovi: se non che crescendo di giorno in giorno le spirituali conquiste della Chiesa, furono chiamati i semplici Sacerdoti ed i Diaconi in sussidio de' Vescovi, ma come sudditi, non come eguali.

Il piano instituito da Cristo, e posto in esecuzione dagli Apostoli mai non soffrì nella sua essenza alterazione veruna. Imperciocchè i Profeti, che illustrarono la Chiesa nascente co' loro doni sovrannaturali, se venivano consultati nelle occorrenze, non esercitarono mai alcun atto di giurisdizione, come asserisce l'Autore, il quale è caduto nell'inganno degli altri, che vedendo ne' libri del nuovo Testamento qualche Profeta far le funzioni Episcopali, perchè oltre di esser Profeta era Vescovo, hanno attribuito al primo carattere ciò che non conviene se non al secondo.

Il Vescovo ed il Clero non di rado erano fra loro in contesa: ma non si dee dire perciò, che il nome di fazione e di scisma fu dato al patriottismo de' Preti ad oggetto di far prevalere la causa Episcopale. Questo giudizio dee risultare dalla natura de' fatti particolari. Se i Preti pretendevano di agguagliarsi al Vescovo e di considerarlo come un loro deputato, erano veramente Scismatici. Se il Vescovo spogliava il Clero de' suoi diritti legittimi, il torto era di lui, non de' Preti.

Molto meno l'Autore dee farsi lecito di tacciar di ambizione e di artifizio il Santo Martire Cipriano difensore de' diritti incontrastabili dell'Episcopato e della disciplina della Chiesa, per sottrarre un Prete bacchettone, ed un Diacono discolo alla condanna pronunziata da un Concilio di Preti, ed approvata dal consenso di tutti i secoli. Gli rincresce di non poter entrare nella discussione de' fatti spettanti al famoso scisma di Novato e di Novaziano, per far trionfare l'innocenza e la virtù sopra l'ostinazione di volere offuscare la gloria de' Santi più eminenti della Chiesa contro le leggi della Critica. L'avversario per altro non ha fatto che semplicemente citare.

La subordinazione de' Vescovi ai Metropolitani è di istituzione umana, ma non porta seco alcuna distinzione quanto alla sostanza della dignità, del carattere e de' diritti annessivi da Cristo. Il primato poi del Romano Pontefice si fonda chiaramente ne' testi verbali della Scrittura. Tu es Petrus, et super hanc petram aedificabo Ecclesiam meam.

Divina parimente è l'istituzione de' Concilj, circa la quale la Scrittura non solo somministra testimonianze incontrastabili, ma anche fatti decisivi; atteso che il congresso tenuto dagli Apostoli e da' Seniori, o sia dai Vescovi in Gerusalemme sulla disputa de' riti Mosaici fu vero Concilio e modello di tutti gli altri; checchè ne dica il Mosemio coll'ingegnosa, ma insufficiente congettura dell'esempio delle città Greche appoggiata a Tertulliano. I Giudei celebravano de' Concilj; ed il Cristianesimo uscì dalla Palestina. Può però ben essere, che fosse tolto da' Greci l'uso di celebrarli due volte l'anno, nella primavera e nell'autunno.

Finalmente egli è vero, che ogni società ha diritto naturalmente di escludere dalla sua comunione chi ne viola le leggi, ma è ugualmente vero che il diritto della Chiesa è d'origine divina, contenuto in quelle parole: si Ecclesiam non audiverit, sit tibi tanquam ethnicus et publicanus, ed in quell'altre: quodcumque ligaveritis erit et ligatum in coelis.

S. Cipriano fu rigido sostenitore della disciplina; considerò la penitenza e la scomunica come i ripari esterni della Religione, non come l'essenziale della Religione. L'Autore lo calunnia, abusando delle di lui epistole, alle quali rimandiamo per brevità il nostro lettore per disingannarsi.

Sesta Conclusione che dee provare l'Autore. La debolezza del Politeismo favorì i progressi del Cristianesimo.

Ristretto. Il Politeismo non era sostenuto da' Sacerdoti, i quali avessero un particolar interesse nel culto degl'idoli, e non avevano fra loro legame alcuno di governo.

Risposta. Avendo l'Autore parlato delle cagioni contenute nel Cristianesimo, ora ne reca in mezzo altre tre consistenti nella disposizione del Gentilesimo; e qui non possiamo rimproverargli, che ponga in dimenticanza ciò che doveva provare; diremo bensì, che queste tre cagioni non hanno forza di provare, se non che il Cristianesimo in esse incontrò tre validissimi ostacoli.

I Sacerdoti dell'Autore sono quali a lui piace di fingerli: ma i Sacerdoti della storia traevano dal culto degl'idoli grandi emolumenti, grandi onori, gran potenza. Essi avevano un collegio, ch'esercitava una giudicatura. Cicerone perorò per la sua casa dinanzi ai Pontefici, e ne parla col più gran rispetto. Gli Autori, gli Aruspici intervenivano in tutti i negozi pubblici sì di pace come di guerra con autorità quasi assoluta; e riferendosi tutte le azioni private all'idolatria, i Ministri della medesima avevano un'influenza generale nelle private famiglie, tanto che gl'Imperatori non credettero di regnare, se non quando al poter del Monarca aggiunsero i diritti del Sommo Pontefice.

Come può rendersi credibile, che i Sacerdoti guardassero con indifferenza le sconfitte del Politeismo, sul quale si fondava tutta la loro fortuna, e la perdonassero a' Cristiani, i quali rendevano palesi alla plebe le loro imposture? Il fatto è, che furono eglino i principali autori della persecuzione, e ch'eglino la tennero perpetuamente accesa, anche quando i Principi si mostravano avversi allo spargimento del sangue: eglino irritavano la superstizione del popolo, eglino infiammavano l'ira de' Ministri; eglino facevano scrivere da' filosofi atrocissime satire. L'Autore che fa la storia delle persecuzioni, poteva ignorar questo fatto?

Settima Conclusione che dee provare l'Autore. Lo Scetticismo del Mondo Pagano favorì i progressi del Cristianesimo.

Ristretto. Allorchè apparve il Cristianesimo nel mondo, lo Scetticismo di Cicerone e di Luciano si era dilatato in tutti gli ordini delle persone: in tale stato il popolo era disposto a ricevere un altro sistema di mitologia più conforme al gusto del secolo; ed il Cristianesimo si mostrò ornato di tutto ciò, che poteva attrarre la curiosità, lo stupore e la riverenza del popolo.

Risposta. L'Autore fa astrazioni; e la storia ne insegna, che per tre secoli il popolo perseguitò con tanto furore i Cristiani, che li chiedeva a morte nella solennità delle feste con sediziosi clamori: ne insegna, che i Principi furono costretti a dichiarare colle leggi loro, che i clamori della plebe non sarebbero più ricevuti come prova legittima; ne insegna, che la sfrenatezza ed il gran numero degli accusatori non poterono reprimersi se non rivolgendo contro di essi le pene intimate ai Cristiani, supposto che non ne avessero provata la reità: e tutto ciò si legge nel capo seguente del sig. Gibbon.

Lo Scetticismo, che è uno sforzo di spirito ed uno stato di violenta sospensione, non prende radice nel popolo minuto, di cui la credulità è il difetto ordinario.

Del resto il nostro Autore ha dichiarato in che consiste lo Scetticismo da lui trovato nel mondo Pagano. Si parlava della vita avvenire, come una favola, e si era scosso il giogo della mitologia, che spacciava tante maraviglie. Frattanto ecco, ci si dice, una disposizion favorevole a credere ed a ricevere le maraviglie dell'Evangelio, cioè una mitologia più conforme al gusto del secolo: ecco il Cristianesimo ornato di tutto ciò che potava attrarre la curiosità, lo stupore, e la riverenza dagli Scettici.

Ottava Conclusione che dee provare l'Autore. La pace e l'unione dell'Impero Romano favorì i progressi del Cristianesimo.

Ristretto. Gli Ebrei della Palestina riceveron sì freddamente i miracoli di Cristo, che stimarono superfluo di pubblicare o almeno di conservare alcun Evangelio Ebraico. Le storie autentiche della vita di lui furono composte ad una distanza considerabile da Gerusalemme, a dopo che il numero de' Cristiani convertiti si era estremamente moltiplicato. Tradotte in Latino divennero perfettamente intelligibili a tutti i sudditi di Roma. L'essere tutte le nazioni sotto un solo Monarca, e le grandi strade costruite per le legioni aprivano ai Missionari dell'Evangelio un facile passaggio per tutto; e non incontrarono essi alcuno degli ostacoli che sogliono impedire l'introduzione di una Religione straniera in lontani paesi.

Risposta. È leggiadrissima l'immagine de' Missionari Evangelici, che marciano comodamente a bandiere spiegate ed a tamburro battente per le grandi strade costruite per le legioni Romane. Noi grossolani stupiamo su i progressi del Cristianesimo: vi ha chi c'illumina: essi sono dovuti alle grandi strade delle legioni. Ben è vero, che gli Apostoli viaggiando a due a due, e non portando seco neque sacculum, neque peram, non avevano bisogno delle grandi strade; ed è perciò che S. Paolo dipinge pateticamente i disastri ed i pericoli de' suoi viaggi. Ma che importa? Colpa loro, che non ne profittassero; le strade consolari aprivano per tutto adito facile all'Evangelio. Ci resta un sol dubbio: le leggi ed i Ministri Imperiali, che perseguitavano i Missionari Evangelici, non potevano con eguale facilità penetrar da per tutto per le grandi strade costruite per le legioni.

L'università del linguaggio, se fosse stata vera, avrebbe potuto nuocere alla dilatazione dell'Evangelio, quanto gli avrebbe potuto giovare.

Similmente l'unione delle Province sotto un solo Monarca, se da una parte contribuiva ai progressi della Religione, dall'altra rendeva più facile e spedita l'esecuzione degli ordini imperiali contro la medesima. Abbiamo tuttora presente la viva pittura fatta altrove dal pennello dell'Autore per esprimere l'orribile situazione di chi aveva incontrato la disgrazia del Principe: tutto l'Impero per quello sventurato era una carcere.

Conchiude l'Autore, che il Cristianesimo in mezzo a tanti comodi non incontrò alcuno degli ostacoli che sogliono impedire l'introduzione di una Religione straniera. Passiamo sotto silenzio i pregiudizi di ciascun popolo, la gelosia de' Sacerdoti, l'invidia de' Filosofi, la corruzione universale, e domandiamo se le leggi proibitive degl'Imperadori non formavano un ostacolo degno di considerazione.

Giacchè le digressioni ci perseguitano sino alla fine, invitiamo l'Autore ad aprire il Talmud, nel qual libro i Giudei, che si suppongono indifferenti ai luminosi prodigi di Cristo, ne depositarono la memoria in due articoli, l'uno de' quali è ben lungo. Il Talmud fu in vero composto assai tardi; ma gli Autori avrebbero prestato così gran vantaggio ai Cristiani, se avessero potuto sopprimere la tradizione della nazione?

I Giudei, che vennero alla fede, oltre l'Evangelio di S. Matteo, che tutte le ragioni provano essere stato scritto in Ebraico, ne avevano un altro intitolato secondo gli Ebrei, e che nei primi secoli della Chiesa fu avuto universalmente in venerazione.

Per quanto lontana da Gerusalemme e dal tempo di Gesù Cristo si finga la data de' quattro Evangelj, sono certe due cose: primo, che queste opere furono scritte dagli stessi testimoni de' fatti: secondo, che furono trovate conformi a quanto a viva voce avevano pubblicato gli Apostoli; poichè in caso diverso o non sarebbero state ricevute, o si sarebbe mutata la stabilita credenza: questa ragione prova, che saremmo sicuri della veracità degli Evangelj, quando pure volessimo accordare contro la certezza istorica, che furono composti in tempi assai bassi da persone, che li divolgarono per opere de' Discepoli di Cristo.

Veduta istorica de' progressi del Cristianesimo.

Essendosi immaginato l'Autore di aver provato, che il Cristianesimo fu debitore del suo stabilimento e dei suoi progressi a cagioni puramente naturali, ne fa ora un quadro, com'egli dice, istorico, ma realmente favoloso, e col disegno di confermare il suo intento. Imperciocchè falsificando la testimonianza del Grisostomo, ed abusando di un passo di Origene e d'un altro di Eusebio fa un calcolo ideale del numero dei Cristiani di un sol luogo, e poi come pur suole, ne deduce illazioni generali. Scende appresso a criticare gli antichi Scrittori sì Gentili che Cristiani, i quali con voce concorde, benchè con mira diversa, si mostrano stupiti della dilatazione dell'Evangelio; e si affanna particolarmente sopra il passo di Plinio con isforzi cotanto vani, che altro non ottiene, se non il palesare lo spirito deciso di parzialità, che pur vorrebbe celare.

A noi non è dato di trattenerci in queste minute ricerche; tanto più che la fatica sarebbe superflua; mentre basta alla causa, che si richiami l'Autore agli Atti di S. Luca, dove sono sommariamente descritte le conquiste fatte dalla Chiesa nel breve periodo della predicazione di alcuni degli Apostoli. Egli non ha favellato mai di un libro che solo contiene i monumenti autentici della fondazione e dell'infanzia della Religione. Il lettore però potrà giudicar dall'infanzia della Chiesa, quale ella dovesse essere adulta.

Impugnazione e difesa de' miracoli di Gesù Cristo.

Abbiamo avvertito, che l'Autore stendeva le sue vedute sino ai miracoli di Cristo, che formano la prova più decisiva della divinità della sua religione, perchè dotati d'una certezza agli altri superiore. Egli ce gli ha presentati sotto gli occhi, ora sotto uno, ora sotto un altro aspetto, ma sempre di volo. Or che ha disposto l'animo del lettore, si toglie la maschera, e si ferma. Ci fermeremo noi pure; ma nè da lui, nè da noi chi leggerà, dovrà aspettarsi cose nuove; poichè egli è ripetitore per elezione, e noi lo siamo per dovere.

Primo argomento. La nuova setta era quasi tutta composta di contadini ed artisti, di fanciulli e di donne, di mendichi e di schiavi, i quali sfuggendo il pericoloso incontro de' filosofi dogmatizzavano in occulto presso la moltitudine rozza ed ignorante capace sempre di essere sorpresa. A misura che l'umile fede di Cristo diffondevasi pel mondo, fu abbracciata da varie persone che meritavano qualche riguardo pei doni della natura e della fortuna, ma queste eccezioni o son troppo poche, o troppo recenti ad oggetto di togliere interamente di mezzo le imputazioni d'ignoranza e di oscurità, che si rimprovera a' primi Fedeli. Appoggiandosi i miracoli di Cristo a sì fatta testimonianza, qual fede possono meritare?

Risposta. Prima di noi si è fatto vedere co' monumenti alla mano la falsità della supposizione, i quali monumenti tolti dagli Atti degli Apostoli ne istruiscono, che le persone nobili, le persone facoltose, le persone di talento si trovano non in iscarso numero nel primo nascere della Religione, tra gli Scribi, tra' Farisei, tra' Sacerdoti contemporanei di Cristo e degli Apostoli, che si convertirono in folla: multa turba Sacerdotum.

Prima di noi si è fatto riflettere, che la certezza de' miracoli operati dal fondatore del Cristianesimo non si appoggia alla fede soltanto de' primi seguaci dell'Evangelio, ma ancora, e principalmente, alla pubblicità de' fatti, all'esame giuridico istituitone dal corpo della nazione, alla deposizione de' testimoni confermata col sacrificio volontario della vita, alla grande rivoluzione prodotta nel mondo, che non si può concepire, se non si suppongano gli accennati miracoli dotati di un'evidenza superiore a qualunque eccezione.

Argomento secondo. Gli uomini di spirito, come Seneca, i due Plinj, Tacito, Plutarco, ed altri perderono di vista, e rigettaron la perfezione del sistema Cristiano, riguardando i seguaci di esso come ostinati e perversi Entusiasti, che esigevano una tacita sommissione alle lor misteriose dottrine senza produrre un solo argomento.

Risposta. Primo, se vale la non credenza di alcune persone di spirito, dee similmente valere la credenza di alcune persone di spirito: e noi a quelli dell'Autore potremmo opporne un numero anche maggiore.

Secondo, cotesti uomini di spirito trascurarono d'informarsi delle cose de' Cristiani, e prevenuti ch'eglino fossero fanatici, non gli degnarono dei loro pensieri. Ora chi non si applica, chi non esamina, non fonda presunzione contro fatti esaminati, da chi vi prendeva interesse.

Terzo, Celso si vantò di aver letti e meditati gli Evangeli; ed in questi libri si rinvengono le circostanze de' fatti, i nomi de' testimonj, i luoghi ne' quali furono operati, le occasioni nelle quali avvennero, le persone che ne furono onorate, le critiche de' nemici, ch'è quanto a dire tutto quello che si ricerca per farne un esame sufficiente. Giacchè questi scritti erano noti ai Gentili; giacchè questi miracoli si pubblicavano a voce, e quasi sempre colle vive opposizioni de' Giudei, come si è potuto dire, che i Cristiani esigevano una tacita sommissione?

Argomento terzo. Gli Apologisti Cristiani che presero la difesa di loro medesimi, della lor religione e de' loro angustiati fratelli, quando vogliono mostrare la divina origine del Cristianesimo insistono sulle profezie atte a convincere un Giudeo, non un Gentile. Se avessero avuto buoni argomenti a far valere i miracoli di Cristo, gli avrebbero impiegati.

Risposta. Primo, gli Evangeli erano pubblici; molti de' testimonj tuttora vivevano: si sottoponevano a' giudizi legali, e sostenevano la lor confessione in mezzo ai tormenti; ed i Giudei, nel paese de' quali erano accaduti i prodigi, accrescevano ad ora ad ora il numero de' credenti. Oltre a ciò si operavano quotidianamente nuovi miracoli; e questi comprovavano quelli di Cristo. Con tante prove vive e parlanti qual bisogno vi era di Apologie?

Secondo, si possono produrre mille passi di Autori Pagani per dimostrare, che i Gentili comunemente non mettevano in dubbio i miracoli attribuiti a Cristo: ne scansavano la forza col supporre negli Eroi del Politeismo lo stesso potere. Dimandiamo di nuovo, qual bisogno vi era, che gli Apologisti prendessero a provare ciò che non si contrastava? Quando i Pagani cominciarono ad attaccarli colle loro difficoltà, cominciarono pure gli Apologisti a difenderli. Origene fu un di costoro, ma non il primo, trovandosene altri prima di lui citati dal Mosemio.

Terzo. Se non vi soddisfano gli antichi Apologisti, consultate i moderni. L'esame de' fatti è limitato, come i fatti medesimi: quanto si può dir contro, e quanto si può rispondere in favore, si trova raccolto ne' libri loro: questi stessi argomenti, che trattiamo noi, vi sono ampiamente spiegati.

Argomento quarto. Seneca e Plinio non parlano delle tenebre non naturali, in cui per tre ore fu involta la terra nella passione di Cristo.

Risposta. Tertulliano afferma, che il prodigio fu da' Gentili notato ne' pubblici registri: il suo passo è sostenuto, per tacer di tanti altri, dal famoso Huezio; nè ha fondamento alcuno la diversa lettura, che ne vorrebbe fare l'Autore. Flegonte, Scrittor Pagano, è pur vendicato dall'Huezio, il quale giustamente conchiude, che contro la positiva testimonianza di costoro niuna forza ha il silenzio degli altri.

Che Plinio avesse destinato un capitolo apposta per gli ecclissi di natura straordinaria e d'insolita durata, e che questo della passione non vi si trovi, non è cosa da far meraviglia. Al lib. II. c. 30. Hist. Nat. si leggono le seguenti parole: Fiunt prodigiosi et languiores defectus; quali occiso Cesare et Antoniano bello, totius fere anni pallore perpetuo. Ecco una proposizione generica illustrata con un esempio, invece di un capitolo fatto a bello studio per menarvi tutti gli ecclissi straordinari.

RIASSUNTO.

Qui termina il Cap. XV. del Sig. Gibbon: egli ci ha obbligati a fare un viaggio ben lungo e curto: ma la moltiplicità e la sconnessione degli oggetti che abbiamo esaminati, e molto più di quelli, che siamo stati costretti a passare sotto silenzio, costituiscono il pregio singolare di questo libro. Una mano meno imperita e più paziente gli avrebbe uniti e distribuiti con ordine: il metodo da lui tenuto non è buono che a rintuzzare il senso comune. Al che aggiungendosi la superficialità delle cognizioni, che apparisce, all'indeterminata e confusa generalità dell'idee, la perpetua mala fede, colla quale corrompe i movimenti della storia e l'avidità di malignare sopra ogni cosa, ne risulterà un doppio carattere, che non è certo quello del pensatore e quello dell'uomo onesto. Egli ha fatto il quadro istorico de' progressi del Cristianesimo; il colorito orrido, ed i contorni forzati palesano abbastanza la passione del pittore. Noi che vogliamo fare il quadro istorico della sua logica, non dobbiamo se non riunire in un sol punto di veduta, e mostrar come delineate in carta le parti principali del suo edifizio.

Prima Conclusione. Lo stabilimento ed i progressi del Cristianesimo furono effetti naturali dello zelo intollerante de' Cristiani. L'Autore di tutto ha trattato fuorchè di questo; e quanto ha detto, non vale che a stabilire la conclusione opposta.

Seconda Conclusione. Fu dovuto al domma dell'immortalità, all'opinione dell'imminente fine del mondo e del millenio. L'Autore di tutto ha trattato fuorchè di questo, e quanto ha detto, non vale che a provare il contrario.

Terza Conclusione. Fu dovuto al poter de' miracoli che i primi Cristiani falsamente si attribuirono. L'Autore non ne ha trattato, e la conclusione in se stessa è contraddittoria.

Quarta Conclusione. Fu dovuto alla morale Cristiana. L'Autore non ne ha trattato ed ha provato il contrario, provando, ch'essa compariva ai Gentili contraria alla natura ed all'interesse dello Stato.

Quinta Conclusione. Fu dovuto alla forma dal governo Ecclesiastico. L'Autore non ne ha trattato, nè apparisce quale rapporto abbia il governo interno colle conversioni degl'Infedeli.

Sesta Conclusione. Fu dovuto all'indifferenza de' Sacerdoti Pagani. La supposizione è contraddetta dalla storia.

Settima Conclusione. Fu dovuto allo Scetticismo del popolo Pagano. La supposizione è contraria al fatto, e lo Scetticismo, di che parla l'Autore, non conduce se non all'incredulità.

Ottava Conclusione. Fu dovuto alle grandi strade delle legioni, all'uniformità della lingua, ed all'unione delle Province sotto un solo Monarca; nel rimanente il Cristianesimo non incontrò alcuno degli ostacoli, che sogliono impedire l'introduzione di una Religione straniera in lontani paesi. Qui l'Autore ha superato se stesso; e noi non vogliamo togliere ad alcuno il piacere d'ammirarlo.

SAGGIO DI CONFUTAZIONE DEL CAP. XVI.

Qui l'Autore si fa a parlare delle persecuzioni sofferte dal Cristianesimo, e prende ad investigarne le cagioni, l'estensione, la durata e le più importanti circostanze, e tutti i suoi sforzi tendono a due oggetti: primo, a mostrar sempre più, che nulla avvi di maraviglioso nello stabilimento di una Religione, ch'ebbe tutto il tempo di crescere e di fortificarsi, prima che si esponesse all'impeto delle persecuzioni, che fu perseguitata lentamente, e che godè molti intervalli considerabili di pace: secondo, è suo impegno di far servire queste stesse cose a giustificare la condotta dei persecutori, e a rovesciare sopra i Cristiani l'odiosità tutta. Nel che egli è stato in parte preceduto dal Signor di Voltaire nella Storia universale, da cui egli ha cavati alcuni suoi materiali. Facciamoci pertanto a considerar le cagioni della persecuzione, che sono l'aver i Cristiani abbandonato il culto nazionale: l'essere stati accusati di ateismo: il segreto delle loro adunanze: i loro costumi calunniati.

L'abbandono del culto nazionale; primo motivo della persecuzione.

Ristretto. Si è osservata la tolleranza religiosa di tutto il genere umano: vediamo ora, come furono trattati gl'intolleranti Giudei per giudicare delle vere cagioni, per le quali fu perseguitato il Cristianesimo, che adottò la stessa intolleranza. I Giudei, dopo la distruzione di Gerusalemme, da Nerone sino ad Antonino Pio, spesso si rivoltarono contro i Romani; ma mediante la general tolleranza del politeismo e il dolce carattere dell'ultimo Imperatore si restituirono loro gli antichi privilegi. Giacchè questi, benchè rigettassero con abborrimento la Divinità de' loro Sovrani, godevano il libero esercizio della loro Religione insocievole, perchè non furono tollerati i Cristiani? La differenza è chiara: i Giudei formavano una nazione, i Cristiani una setta. Essendo stata ricevuta la legge Mosaica per molti secoli da una numerosa società, quelli che l'osservavano, si giustificavano coll'esempio del genere umano; laddove i Cristiani violavano le istituzioni religiose del proprio paese: ed i filosofi non concepivano che si dovesse esitare a conformarsi al culto stabilito, come ai costumi, all'abbigliamento ed al linguaggio della patria.

Risposta. L'Autore per voler essere singolare nelle sue idee si contraddice. Secondo la massima della tolleranza universale, tutte le Religioni dovevano rivolgersi contro la Giudea e la Cristiana, entrambe intolleranti: frattanto la prima fu tollerata, e la seconda no; e n'era la ragione, che i Giudei formavano nazione, ed i Cristiani setta. Or la Nazione Giudaica lasciava per questo di essere insocievole ed intollerante? Dunque o è falso, che l'intolleranza era il motivo della persecuzione de' Cristiani; o è falso, che i Giudei furono tollerati, perchè costituivano nazione.

Anzi la verità, che trionfa nella storia, si è, che gl'intolleranti Giudei furono perseguitati, sinchè costituirono nazione, e che allora si lasciarono in pace, e ricuperarono i lor privilegi, quando, distrutta la città e perita un'infinita quantità di abitanti, quelli che rimasero, si sciolsero, e si sparsero per le Province dell'Impero. Fecero eglino di tratto in tratto alcuni deboli sforzi per sottrarsi dal giogo de' Romani, e prendevano i più efficaci motivi di ribellarsi dalle loro opinioni religiose, come l'Autore lo avverte. Finchè i Romani li temettero, gl'infestarono col ferro e col fuoco: disarmati e sottomessi che gli ebbero, permisero ch'esercitassero pacificamente il proprio culto. Quando facevano ancor figura di Nazione, ed i Romani vollero profanare il lor tempio, perchè non valse questo stesso carattere, l'antichità della stirpe, e l'esempio di tutto il mondo?

Ma se noi discordiamo dall'Autore intorno a' Giudei, intorno ai Cristiani convenghiamo con lui. L'aver essi abbandonato il culto nazionale, ed il farlo abbandonare da altri, era la vera cagione della persecuzione. Forse i Romani erano disposti a soffrire ogni culto, purchè non ve ne fosse uno che pretendesse di escludere gli altri, e di distruggere quello dell'Impero. Il Cristianesimo voleva essere solo, riprovava com'empi tutti i culti della terra, e faceva ogni sforzo per far entrar tutto il mondo nella sua comunione; e perciò tutto il mondo si voltò contro di esso.

Come lo zelo esclusivo ed intollerante de' Cristiani, ch'era la cagione naturale della persecuzione, poteva essere cagione naturale de' loro progressi, si è nel precedente capo veduto: qui dobbiamo cercare, se questa prima cagione di persecuzione rimuova da' persecutori la taccia d'ingiustizia, come s'ingegna di fare l'Autore.

Egli mette in contrasto queste due massime: ogni uomo ha diritto di disporre della sua coscienza e del suo giudizio particolare: e non si deve esitare a conformarsi al culto nazionale, come ai costumi, agli abbigliamenti, ed alla lingua della patria. Riferisce che i Cristiani riclamavano i diritti inalienabili della coscienza; ma soggiunge, che i loro argomenti erano dispregiati da' filosofi, cui pareva un delitto enorme ed irremissibile l'abbandonare il culto della nazione.

Obblighiamolo a scegliere. S'egli riconosce per giusta la prima massima, uopo è, che si unisca con tutti i Cristiani a detestare l'ingiustizia dei loro antichi persecutori. S'egli vuol fare l'apologia di questi, bisogna che mostri con buone ragioni che sia equa la massima, che fa recitar da filosofi, come da interlocutori di scena. Non si deve esitare? Perchè? Ma ecco il carattere del Sig. Gibbon: asserisce e poi tace; giacchè non pare a noi, che una similitudine insensata possa stare invece di prova: i costumi, l'abbigliamento, la lingua sono cose indifferenti: che ogni culto religioso debba guardarsi colla stessa indifferenza, ha bisogno di prova, e prove l'Autore non ne suol dare.

L'uomo per la verità e per la salute non può essere indifferente, come circa il modo di parlare e di vestirsi: noi non crediamo, che alcun uomo ragionevole possa mettere in dubbio la verità di questa massima contraria a quella de' pretesi filosofi.

Quando uno ha scoperta la verità e la strada della salute, ha diritto di fare tutto ciò ch'è necessario a conseguirla, e di astenersi da tutto ciò che nuoce al suo fine. Questa seconda massima è dotata della stessa evidenza.

Il diritto, ch'è in uno di fare o di non fare una cosa, induce agli altri obbligazione di non molestarlo. Questo è un assioma di gius naturale.

Ora supponiamo, che il sistema vero, il sistema che unicamente conduca alla salute, sia il Cristianesimo. La contraddizione, che vi ha tra' dogmi, la morale ed il culto dell'Idolatria, e tra il culto, la morale ed i dogmi del Cristianesimo, e così sensibile, che ci dispensa dall'ulteriormente spiegarlo. In una parola, il Cristianesimo, che supponiamo vero, condanna ogni altro culto, come dannoso alla salute.

In qualunque paese uno si trovi s'egli si persuade della verità del Cristianesimo, non può guardarlo con indifferenza; chi ha diritto di fare quanto esso gli prescrive, e di astenersi da tutto ciò, ch'esso gli proibisce; e gli altri hanno l'obbligazione di non molestarlo; poichè queste tre massime hanno una necessaria connessione fra di loro.

Resta un sol punto a decidersi. A chi propriamente appartiene il giudicare della verità o della falsità di una Religione? O alla nazione o ai privati. Non alla nazione; poichè essendo il fine della società civile il ben essere temporale di quelli, che si unirono in corpo sotto una certa forma di governo, l'autorità pubblica non si stende sulle azioni interne che non hanno rapporto alla società; si stende certamente sulla professione esterna della Religione, non già per esaminare se sia vera o falsa; poichè ciò non conduce al fine della società; ma per vedere se la tale professione esterna giovi o nuoca alla sicurezza ed alla prosperità dello Stato. Il giudizio della verità o della falsità della Religione appartiene ad ogni privato; poichè ognuno in privato è interessato nel fine ch'ella propone. Ed in effetto o si consideri la Religione naturale, e Iddio parlava a ciascuno in privato, per l'organo della Religione; o si tratti della rivelata, e Iddio non la propose al Sinedrio di Gerusalemme ed al Senato di Roma, perchè essi obbligassero i sudditi a riceverla, ma la promulgò pubblicamente e promiscuamente a tutti.

Diamo pertanto il suo a ciascuno. Ogni suddito dell'Impero Romano aveva diritto di giudicare, se la rivelazione Cristiana era la vera; e quando si persuadeva di doverla abbracciare, nè alcuno in particolare, nè la nazione in corpo aveva diritto di molestarlo, unicamente per questo, di sorte che le leggi proibitive degl'Imperatori per questo riguardo erano ingiuste, contrarie manifestamente ai principj del gius naturale.

Ma apparteneva alla potestà pubblica l'esaminare, se la Religione Cristiana era utile o nociva allo Stato nella sua esterna professione. E questo esame poteva farsi a priori, come suol dirsi ed a posteriori. L'esame a posteriori sarebbe stato il più breve. È certo, che il Cristianesimo è rivelato da Dio? Dunque non può nuocere alla società civile, perchè Iddio non vuole il detrimento della società civile. L'esame a priori esigeva, che si facesse un confronto de' dogmi e della morale Cristiana co' principj, su i quali è fondato il ben pubblico. Se i Pagani lo avessero fatto, avrebbero veduto, che il Cristianesimo lungi dal distruggere i fondamenti del ben essere civile, li fortifica e li perfeziona, come noi lo abbiamo brevemente accennato nel capo precedente; e così invece di perseguitarlo dovevano fare sul principio quello che fece Costantino dopo l'esperienza di tre secoli.

Ma quello, che rende più detestabile la loro condotta, si è che non esaminarono, ma sparsero il sangue di tanti sudditi innocenti per puri sospetti, per semplice gelosia di Stato, per l'orribile costume che ha il dispotismo d'incrudelire senza poter neppure rendere ragione a se stesso, perchè incrudelisca.

La falsa accusa di ateismo; secondo motivo della persecuzione.

Ristretto. I Cristiani erano rappresentati come una società di Atei; nè si vedeva, quale Divinità, e quale specie di culto avessero sostituito agli Dei ed ai tempj dell'antichità. I Filosofi, che ammettevano l'unità di Dio, erano persuasi, che i pregiudizi popolari dipendono dall'originale disposizione della natura umana, e che un culto fatto pel popolo, se crede di non aver bisogno de' sensi, dà nel fanatismo. Si avvisavano che i Cristiani degradassero l'unità di Dio colle loro chimeriche speculazioni. Sarebbe sembrato meno sorprendente, che avessero rispettato G. C. come un sapiente, come un savio, che adoratolo come un Dio. I Politeisti erano disposti dalle leggende di Bacco, d'Ercole e di Esculapio a veder comparire il Figliuolo di Dio sotto forma umana; ma si maravigliavano, che i Cristiani abbandonati gl'inventori delle arti e delle leggi e i domatori de' mostri e de' tiranni, scegliessero per oggetto esclusivo del loro culto un oscuro maestro che di fresco, e presso un popolo barbaro era stato vittima della malizia o della gelosia; rigettavano l'immortalità offerta da Cristo e la sua risurrezione, e desideravano la sua nascita equivoca, la sua vita e la sua morte ignominiosa.

Risposta. L'accusa, che nel titolo si annuncia d'ateismo, realmente era di fanatismo, di superstizione. I Gentili rimproverati da' Cristiani di adorare Dei di pietra e di legno, invece di rivolgersi al Creatore dell'universo, come potevano attaccarli di ateismo? Sapevano bene, che agli Dei della favolosa antichità avevano sostituito G. C. Figliuolo di Dio; e che al culto di Roma avevano surrogato un altro culto secretamente celebrato: sicchè realmente gli accusavano di superstizione, non d'ateismo.

L'una e l'altro possono avere riguardo al ben essere dello Stato; e vi ha chi ha trattato problematicamente, se nuoca più alla società la superstizione, che l'ateismo.

Secondo i principj poc'anzi stabiliti, i Romani per non incorrere la taccia d'ingiusti, dovevano, sprezzando le voci ed i numeri volgari, far un serio esame della dottrina Cristiana, per decidere se intesa nel suo giusto senso, si opponesse o no al bene dello Stato.