STORIA
DELLA DECADENZA E ROVINA
DELL'IMPERO ROMANO

DI

EDOARDO GIBBON

TRADUZIONE DALL'INGLESE


VOLUME SESTO


MILANO
PER NICOLÒ BETTONI
M.DCCC.XXI


[INDICE]


STORIA
DELLA DECADENZA E ROVINA
DELL'IMPERO ROMANO


CAPITOLO XXIX.

Ultima divisione dell'Impero Romano tra i figli di Teodosio. Regno d'Arcadio, e d'Onorio. Amministrazione di Ruffino e di Stilicone. Ribellione e disfatta di Gildone in Affrica.

A. 395

Con Teodosio spirò il genio di Roma, poichè fu esso l'ultimo dei successori d'Augusto e di Costantino, che conducesse in campo gli eserciti e vedesse la sua autorità riconosciuta per tutta l'estensione dell'Impero. La memoria però delle sue virtù continuò tuttavia a difendere la debole ed inesperta età dei suoi figli. Dopo la morte del padre, Arcadio ed Onorio furono per unanime consenso del Mondo salutati come Imperatori legittimi dell'Oriente e dell'Occidente; fu ardentemente preso il giuramento di fedeltà da ogni ordine dello Stato, dai Senati dell'antica e della nuova Roma, dal Clero, dai Magistrati, da' Soldati e dal Popolo. Arcadio, che in quel tempo aveva l'età di circa diciotto anni, era nato in Ispagna nell'umile abitazione di una privata famiglia. Ma ricevè un'educazione principesca nel Palazzo di Costantinopoli; e passò l'ignobil sua vita in quella pacifica e splendida sede della real dignità, dalla quale pareva che regnasse sulle Province della Tracia, dell'Asia Minore, della Siria e dell'Egitto, dal Basso Danubio sino ai confini della Persia e dell'Etiopia. Onorio, fratello minore di lui, assunse, all'età d'undici anni, solo di nome il governo dell'Italia, dell'Affrica, della Gallia, della Spagna e della Britannia; e le truppe, che guardavano le frontiere del suo regno, s'opponevano ai Caledonj da una parte, ed ai Mori dall'altra. La grande e marzial Prefettura dell'Illirico restò divisa fra' due Principi: la difesa ed il possesso delle Province del Norico, della Pannonia e della Dalmazia sempre appartennero all'Impero Occidentale; ma le due vaste Diocesi della Dacia e della Macedonia, che Graziano aveva affidate al valor di Teodosio, furono per sempre unite all'Impero d'Oriente. I loro confini in Europa non eran molto diversi da quelli che ora separano i Germani dai Turchi, ed in quest'ultima e permanente divisione del Romano Impero furono ben bilanciati e compensati i rispettivi vantaggi del territorio, delle ricchezze, della popolazione e della forza militare. Parve che Io scettro ereditario dei figli di Teodosio fosse un dono della natura, e del padre loro; i Generali ed i Ministri erano assuefatti ad adorar la maestà dei reali fanciulli; e l'esercito ed il popolo non erano avvertiti dei loro diritti e del lor potere dal pericoloso esempio di una recente elezione. La scoperta, che appoco appoco si fece della debolezza d'Arcadio o d'Onorio, e le replicate calamità del lor Regno non furon bastanti a cancellare le profonde ed antiche impressioni della fedeltà. I sudditi Romani, che sempre venerarono le persone, o piuttosto i nomi dei loro Principi, riguardarono con uguale abborrimento i ribelli, che si opposero all'autorità del Trono, ed i ministri che ne abusarono.

A. 386-395

Teodosio aveva oscurato la gloria del suo Regno coll'elevazion di Ruffino, odioso favorito, che in un secolo di civile e religiosa fazione ha meritato da tutte le parti l'imputazione d'ogni delitto. Il forte impulso dell'ambizione e dell'avarizia[1] aveva tratto Ruffino ad abbandonare il suo paese natìo, oscuro angolo della Gallia[2], per avanzare la sua fortuna nella Capital dell'Oriente: il talento di un'ardita e facile elocuzione[3] l'abilitò a riuscire nella lucrosa profession della legge; ed il buon successo, ch'egli ebbe in tal professione, lo fece regolarmente passare agl'impieghi più onorevoli ed importanti dello Stato. Fu egli a grado a grado innalzato fino al posto di Maestro degli Uffizi. Nell'esercizio delle sue varie funzioni, tanto essenzialmente connesse con tutto il sistema del governo civile, acquistò la confidenza di un Monarca, che presto conobbe la sua diligenza e capacità negli affari, e che rimase lungo tempo nell'ignoranza dell'orgoglio, della malizia e dell'avidità, a cui esso era disposto. Si nascondevano questi vizi sotto la maschera di una grandissima dissimulazione[4]; le passioni di lui non servivano che a quelle del suo Signore: pure nell'orrida strage di Tessalonica il crudel Ruffino infiammò il furore, senz'imitare il pentimento di Teodosio. Il Ministro, che rimirava con altiera indifferenza il resto dell'uman genere, non perdonò mai neppure l'apparenza di un'ingiuria; ed i suoi personali nemici avevan perduto secondo lui il merito di tutti i servigi pubblici. Promoto, Generale dell'infanteria, avea salvato l'Impero dall'invasione degli Ostrogoti; ma di mal animo soffriva la superiorità di un rivale, di cui sprezzava la professione e il carattere; e l'impaziente soldato in mezzo ad una pubblica assemblea fu provocato a punir con un colpo l'indecente orgoglio del favorito. Si rappresentò all'Imperatore quest'atto di violenza come un insulto, che alla sua dignità toccava di castigare. Si seppe la disgrazia e l'esilio di Promoto per mezzo di un ordine perentorio di portarsi senza dilazione ad un quartier militare sulle rive del Danubio; e la morte di quel Generale (quantunque restasse ucciso in una scaramuccia coi Barbari) fu imputata alle perfide arti di Ruffino[5]. Il sacrifizio di un Eroe soddisfece la sua vendetta; gli onori del Consolato elevaron la sua vanità; ma la sua potenza era sempre imperfetta e precaria; finattantochè gli importanti posti di Prefetto dell'Oriente e di Prefetto di Costantinopoli furon occupati da Taziano[6] a da Procolo suo figlio; l'autorità unita dei quali bilanciò per qualche tempo l'ambizione e il favore del Maestro degli Uffizi. I due Prefetti furono accusati di rapina e di corruzione nell'amministrazione della giustizia e delle finanze. L'Imperatore costituì una speciale deputazione per fare il processo di quest'illustri delinquenti; furono eletti vari giudici ad aver parte nel delitto e nel rimorso dell'ingiustizia, ma il diritto di pronunziar la sentenza fu riservato al solo Presidente, e questi fu Ruffino medesimo. Il padre, spogliato della Prefettura dell'Oriente, fu cacciato in una prigione; ma il figlio, sapendo che pochi sono i ministri che si possano trovare innocenti, allorchè un nemico è loro giudice, era segretamente fuggito; e Ruffino avrebbe dovuto contentarsi della vittima meno colpevole, se il dispotismo non si fosse piegato ad usare il più basso e vile artifizio. Il processo fu fatto con tale apparenza d'equità e di moderazione, che lusingò Taziano della speranza di un favorevole evento; la sua fiducia s'accrebbe per le solenni assicurazioni ed i perfidi giuramenti del Presidente, che ardì mescolarvi il sacro nome di Teodosio medesimo, e l'infelice padre s'indusse finalmente a richiamare con una privata lettera il fuggitivo Procolo. Questi fu immediatamente arrestato, sottoposto all'esame, condannato e decapitato in uno dei sobborghi di Costantinopoli con una precipitazione che sconcertò la clemenza dell'Imperatore. Senza rispettar le disgrazie di un Senator Consolare, i crudeli giudici di Taziano lo costrinsero a rimirare l'esecuzione del suo figlio: era già stata posta al collo di lui stesso la corda fatale: ma nel momento, in cui aspettava, e forse desiderava il sollievo di una pronta morte, gli fu permesso di passare il misero avanzo di sua vecchiezza nella povertà e nell'esilio[7]. La pena dei due Prefetti si poteva per avventura scusare con le parti riprensibili di lor condotta; poteva palliarsi l'inimicizia di Ruffino con la gelosa ed insociabil natura dell'ambizione. Ma egli si lasciò trasportare da uno spirito di vendetta ugualmente contrario alla prudenza, che alla giustizia, quando tolse al natìo loro paese di Licia il grado di provincia Romana; notò un innocente popolo di una marca d'ignominia; e dichiarò che i concittadini di Taziano e di Procolo dovessero per sempre restare incapaci di godere alcun impiego d'onore o vantaggio sotto il governo Imperiale[8]. I più rei fatti però non impedivano al nuovo Prefetto dell'Oriente (poichè Ruffino immediatamente successe agli onori vacanti del suo avversario) di eseguire quei religiosi doveri, che in quel tempo si risguardavano come più essenziali per la salute. Aveva fabbricato nel sobborgo di Calcedonia, chiamato la Quercia, una magnifica villa, alla quale aveva devotamente aggiunto una splendida Chiesa consacrata agli Apostoli S. Pietro e S. Paolo, e continuamente santificata dalle preghiere e dalla penitenza di una regolare società di Monaci. Si convocò un numeroso e quasi general concilio dei Vescovi dell'Impero Orientale per celebrare nel medesimo tempo la dedicazion della Chiesa ed il Battesimo del Fondatore. Si fece questa doppia ceremonia con pompa straordinaria; e quando Ruffino fu purgato nel sacro fonte da tutte le colpe, che aveva fin allora commesse, un venerabil eremita dell'Egitto imprudentemente si presentò per mallevadore di un altiero ed ambizioso politico[9].

A. 395

Il carattere di Teodosio obbligò il suo Ministro all'ipocrisia, che mascherò, ed alle volte impedì l'abuso del potere; e Ruffino temeva di sturbare l'indolente sonnolenza di un Principe tuttavia capace di far uso dell'abilità e della virtù, che innalzato l'avevano al trono[10]. Ma l'assenza, e poco dopo, la morte dell'Imperatore confermò l'assoluta autorità di Ruffino sulla persona e gli stati d'Arcadio, giovane debole, che l'orgoglioso Prefetto considerava come suo pupillo, piuttosto che suo Sovrano. Non curando la pubblica fama, soddisfaceva egli le proprie passioni senza rimorso e senza resistenza; ed il maligno e rapace suo spirito rigettava qualunque passione che avesse potuto contribuire alla propria gloria, o alla pubblica felicità. L'avarizia di lui,[11] che sembra esser prevalsa nella corrotta sua mente sopra ogni altro sentimento, tirò a sè la ricchezza dell'Oriente per mezzo dei varj artifizj di una particolar e general estorsione, come di tasse oppressive, di scandalose corruzioni, di smoderate pene pecuniarie, d'ingiuste confiscazioni, di testamenti forzati o fittizi, coi quali il Tiranno spogliava i figli degli stranieri o dei suoi nemici della lor legittima eredità; e per mezzo della pubblica vendita della giustizia e del favore; infame traffico ch'ei stabilì nel palazzo di Costantinopoli. L'ambizioso candidato a spese della miglior parte del suo patrimonio ardentemente sollecitava gli onori ed i vantaggi di qualche provinciale governo; s'abbandonavano al più liberal compratore le vite ed i beni dell'infelice popolo; e la pubblica scontentezza alle volte veniva quietata dal sacrificio d'un delinquente non popolare, di cui la pena era sol vantaggiosa al Prefetto dell'Oriente, complice e giudice di esso ad un tempo. Se l'avarizia non fosse la più cieca fra le umane passioni, i motivi di Ruffino potrebbero eccitar la nostra curiosità; e saremmo tentati a cercare per qual fine violasse ogni principio d'umanità e di giustizia onde accumular quegl'immensi tesori, che egli non poteva spendere senza follia, nè possedere senza pericolo. Forse vanamente s'immaginava d'affaticarsi per l'utilità d'una sua figlia unica, alla quale aveva intenzione di dare in isposo il suo real pupillo, e l'augusto grado d'Imperatrice dell'Oriente. S'ingannò forse coll'opinione, che l'avarizia fosse l'istrumento della sua ambizione. Aspirava egli a stabilire la sua fortuna sopra una base indipendente e sicura, che non fosse più sottoposta al capriccio del giovane Imperatore; pure trascurò di conciliarsi la benevolenza de' soldati e del popolo mediante una generosa distribuzione di quelle ricchezze, che aveva acquistate con tanta fatica e con tante colpe. L'estrema parsimonia di Ruffino non gli lasciò che il rimprovero e l'invidia d'una male acquistata dovizia; i suoi domestici lo servivano senz'affezione; e l'odio universale dell'uman genere non era frenato che dall'influenza d'un timore servile. Il destino di Luciano mostrò all'Oriente, che il Prefetto, l'industria del quale era molto diminuita nella spedizione degli ordinari negozj, era instancabile ed attivo nel procurar la vendetta. Luciano, figlio del Prefetto Florenzio, oppressor della Gallia e nemico di Giuliano, aveva impiegato una parte considerabile del suo patrimonio, frutto della rapina e della corruzione, a comprar l'amicizia di Ruffino e l'alto uffizio di Conte dell'Oriente. Ma il nuovo Magistrato imprudentemente abbandonò le massime della Corte e di quel tempo, disonorò il suo benefattore col contrasto d'una virtuosa e moderata amministrazione, e pretese di ricusar di fare un atto d'ingiustizia, che avrebbe potuto tendere al vantaggio dello zio dell'Imperatore. Arcadio facilmente fu persuaso a punire il supposto insulto; ed il Prefetto dell'Oriente risolvè di eseguire in persona la crudel vendetta, che meditava contro quell'ingrato ministro del suo potere. Fece con gran fretta il viaggio di sette o ottocento miglia da Costantinopoli ad Antiochia, entrò in tempo di notte nella capital della Siria, e sparse una costernazione universale nel popolo, che non sapeva il disegno di lui, ma ne conosceva l'indole. Il Conte delle quindici Province dell'Oriente fu tratto, come il più vil malfattore, avanti all'arbitrario tribunal di Ruffino. Non ostante la più chiara evidenza della sua integrità, che non fu alterata neppur dalla voce d'un accusatore, Luciano fu condannato, quasi senza processo, a soffrire una crudele ed ignominiosa pena. I Ministri del tiranno, per ordine ed in presenza di esso, lo batteron sul collo con strisce di cuoio armate di piombo; e quando per la violenza del tormento incominciava a mancare, fu chiuso in una lettiga, ed allontanato per nascondere le sue agonie di morte agli occhi della sdegnata città. Appena ebbe Ruffino eseguito quest'atto inumano, che era l'unico oggetto della sua spedizione, tornò fra le segrete e profonde maledizioni d'un tremante popolo da Antiochia a Costantinopoli; e fu accelerata la sua diligenza dalla speranza di celebrar senza dilazione le nozze della sua figlia coll'Imperator dell'Oriente[12].

Ma Ruffino sperimentò ben presto, che un prudente Ministro dovrebbe assicurarsi costantemente del reale suo schiavo per mezzo della forte, quantunque invisibile, catena dell'abitudine; e che il merito, e molto più facilmente il favore dell'assente si cancella in breve tempo dalla mente d'un capriccioso e debol Sovrano. Mentre il Prefetto soddisfaceva in Antiochia la sua vendetta, una segreta cospirazione degli eunuchi favoriti, diretta da Eutropio gran Ciamberlano, rovinava i fondamenti del suo potere nel palazzo di Costantinopoli. Scuoprirono essi, che Arcadio non era inclinato ad amare la figlia di Ruffino, che senza suo consenso gli si era destinata per moglie, e pensarono di sostituire in luogo di lei la bella Eudossia, figlia di Bautone[13], Generale de' Franchi al servizio di Roma, la quale, dopo la morte del padre, era stata educata nella famiglia de' figli di Promoto. Il giovane Imperatore, di cui si era diligentemente guardata la castità dalla pia cura d'Arsenio suo tutore[14], prestò ardentemente orecchio alle artificiose e lusinghiere descrizioni delle grazie d'Eudossia; ne vide con impaziente ardore il ritratto; e conobbe la necessità di nascondere i suoi amorosi disegni ad un Ministro, che era sì altamente interessato ad opporsi all'esecuzione della sua felicità. Poco dopo il ritorno di Ruffino, fu annunciata la prossima cerimonia delle nozze reali al popolo di Costantinopoli che preparavasi a celebrare con false e finte acclamazioni la fortuna della figlia di esso. Uscì dalle porte del palazzo nella matrimonial pompa uno splendido corteggio di eunuchi e di uffiziali, che portavano alto il diadema, le vesti, ed i preziosi ornamenti della futura Imperatrice. Passò la solenne processione per le contrade della città, che erano adornate di ghirlande, e piene di spettatori; ma quando giunse alla casa dei figli di Promoto, il principal eunuco v'entrò rispettosamente, vestì la bella Eudossia degli abiti Imperiali, e la condusse in trionfo al palazzo e al letto d'Arcadio[15]. La segretezza e la felicità, con cui era stata condotta questa cospirazione contro Ruffino, impresse un indelebile nota di ridicolo sopra il carattere d'un ministro, che s'era lasciato ingannare in un posto, in cui le arti dell'inganno e della dissimulazione formano il merito più segnalato. Ei risguardò, con isdegno e con timore, la vittoria d'un ambizioso Eunuco, il quale s'era segretamente conciliato il favore del suo Sovrano; e la disgrazia della propria figlia, l'interesse della quale era inseparabilmente connesso col proprio, ferì la tenerezza o almeno la vanità di Ruffino. Nel momento, in cui si lusingava di divenire il padre d'una serie di Re, una fanciulla straniera, che era stata educata in casa degl'implacabili suoi nemici, fu introdotta nel talamo Imperiale; ed Eudossia dimostrò ben tosto una superiorità di senso e di spirito, che accrebbe l'ascendente, cui la sua bellezza dovè acquistare sull'animo d'un appassionato e giovane marito. L'Imperatore in breve fu indotto ad odiare, a temere, e a distruggere il potente suddito, che aveva ingiuriato; e la coscienza del delitto privò Ruffino d'ogni speranza di salute o di conforto nel ritiro d'una vita privata. Ma egli aveva sempre in mano mezzi più efficaci di difendere la propria dignità, e forse d'opprimere i suoi nemici. Il Prefetto esercitava tuttora un'autorità senza contrasto sul governo civile e militare dell'Oriente; ed impiegar potea i suoi tesori (se si fosse potuto risolvere a farne uso) a procacciar gl'istrumenti più propri per eseguire i più neri disegni, che l'orgoglio, l'ambizione e la vendetta suggerir potessero a un disperato Ministro. Sembra, che il carattere di Ruffino giustifichi le accuse, ch'ei cospirasse contro la persona del suo Sovrano per occupare il trono vacante, e che avesse invitato secretamente gli Unni ed i Goti ad invadere la Province dell'Impero, e ad accrescere la pubblica confusione. L'astuto Prefetto, che consumato avea la sua vita negl'intrighi del Palazzo, con armi uguali affrontò le artificiose misure dell'Eunuco Eutropio; ma fu sorpreso il timido spirito di Ruffino dall'ostile approssimazione d'un rivale più formidabile, del grande Stilicone, generale o piuttosto padrone dell'Impero dell'Occidente[16].

A. 385-408

Il celeste dono goduto da Achille, e da Alessandro invidiato, d'un poeta degno di celebrare le azioni degli Eroi, si ebbe da Stilicone in un grado molto maggiore di quello, che si sarebbe potuto aspettare dallo stato decadente del genio e dell'arte. La musa di Claudiano[17], consacrata al suo servizio, era sempre pronta a notare gli avversari di lui, Ruffino o Eutropio, d'eterna infamia, od a rappresentar con i colori più splendidi le vittorie e le virtù d'un potente benefattore. Nelle ricerche intorno ad un periodo di tempo sufficientemente sfornito di autentici materiali, noi non possiamo a meno di non illustrare gli annali di Onorio con le invettive o co' panegirici d'uno scrittore contemporaneo; ma siccome par che Claudiano siasi servito del più ampio privilegio di poeta e di cortigiano, bisognerà usar della critica per convenire il linguaggio della finzione o dell'esagerazione nella verità e semplicità d'un'istorica prosa. Il silenzio di esso intorno alla famiglia di Stilicone può ammettersi come una prova, che il suo Signore non era capace, nè bramoso di vantare una lunga serie d'illustri antenati; e la passeggiera menzione, che fa di suo padre, uffiziale di cavalleria barbara al servizio di Valente, sembra sostener l'asserzione, che quel Generale, il quale per tanto tempo comandò gli eserciti di Roma, era disceso dalla selvaggia e perfida stirpe de' Vandali[18]. Se Stilicone non avesse goduto gli esterni vantaggi della forza e della statura, il più adulante poeta non si sarebbe arrischiato d'asserire alla presenza di tante migliaia di spettatori, ch'ei sorpassava la misura de' Semidei dell'Antichità, e che dovunque andava con maestosi passi per le strade della Capitale, l'attonita moltitudine faceva luogo allo straniero, che in una condizione privata spiegava la reverenda maestà d'un Eroe. Fin dalla prima sua gioventù si diede alla professione delle armi; la sua prudenza e valore si fece tosto distinguere in campo; i cavalieri e gli arcieri orientali ne ammirarono la superiore destrezza; ed in ogni promozione, che si fece di lui ai gradi militari, sempre il pubblico giudizio prevenne ed approvò la scelta del Sovrano. Fu nominato da Teodosio per andare a ratificare un solenne trattato col Monarca della Persia; sostenne in quella importante ambasceria la dignità del nome Romano; e dopo il suo ritorno a Costantinopoli, fu premiato il suo merito, mediante un'intima ed onorevole parentela con la famiglia Imperiale. Teodosio, per un pio motivo d'affezione fraterna, s'era mosso ad adottare la figlia d'Onorio, fratello suo; la bellezza ed i pregi di Serena[19] eran generalmente ammirati dalla Corte ossequiosa; e Stilicone ottenne la preferenza sopra una folla di rivali, che ambiziosamente si disputavano la mano della Principessa, ed il favore del padre adottivo della medesima[20].La sicurezza, che il marito di Serena sarebbe fedele al Trono, al quale avea avuto l'onore d'avvicinarsi, impegnò l'Imperatore ad accrescere i beni, e ad impiegare l'abilità del sagace ed intrepido Stilicone. Ei s'avanzò pei successivi gradi di Maestro di cavalleria e di Conte de' domestici, fino al supremo posto di Generale di tutta la cavalleria ed infanteria del Romano, o almeno dell'Occidentale Impero[21]; ed i suoi nemici medesimi confessavano, che egli sempre sdegnò di accordare all'oro i premj dovuti al merito, o di defraudare i soldati della paga e delle gratificazioni, che meritavano o esigevano dalla liberalità dello Stato[22]. Il valore e la condotta, che in seguito ei dimostrò nella difesa dell'Italia contro le armi d'Alarico e di Radagasio, posson giustificare la fama delle sue prime azioni, ed in un secolo, in cui si faceva meno attenzione alle leggi d'onore o d'orgoglio, i Generali Romani potevano far cedere la preeminenza del grado all'ascendente d'un genio superiore[23]. Compianse e vendicò l'uccisione di Promoto, suo rivale ed amico; ed il macello di molte migliaia di fuggitivi Bastarni vien rappresentato dal poeta come un sanguinoso sacrifizio, che il Romano Achille offerì all'ombra d'un altro Patroclo. Le virtù e le vittorie di Stilicone meritarono l'odio di Ruffino: ed avrebber potuto aver effetto gli artifizi della calunnia, se la tenera e vigilante Serena non avesse protetto il marito contro i domestici suoi nemici, mentr'egli vinceva nel campo i nemici dell'Impero[24]. Teodosio continuò a soffrire un indegno ministro, alla diligenza del quale commise il governo del palazzo e dell'Oriente; ma, quando marciò contro il tiranno Eugenio, associò il fedele suo generale alle fatiche ed alle glorie della guerra civile; e negli ultimi momenti della sua vita il moribondo Monarca raccomandò a Stilicone la cura de' suoi figli e della Repubblica[25]. L'ambizione e l'abilità di Stilicone non erano inferiori a tale importante fiducia: ed egli pretese la tutela dei due Imperj, durante la minorità d'Arcadio e d'Onorio[26]. Il primo passo della sua amministrazione o piuttosto del suo regno dimostrò alle nazioni l'attività ed il vigore d'uno spirito degno di comandare. Passò le alpi nel colmo dell'inverno; scese lungo il corso del Reno, dalla fortezza di Basilea fino alle paludi di Batavia; osservò lo stato delle guarnigioni; represse le imprese de' Germani; e, dopo avere stabilito lungo le coste una ferma ed onorevol pace, tornò con incredibil prestezza al Palazzo di Milano[27]. La persona e la Corte d'Onorio eran sottoposte al Generale dell'Occidente; e le armate e le Province d'Europa obbedivano senza esitare ad una regolare autorità, che s'esercitava in nome del giovane loro Sovrano. Non restavano che due rivali a disputare i diritti, ed a provocar la vendetta di Stilicone. Dentro i confini dell'Affrica Gildone il Mauritano manteneva un'altiera e pericolosa indipendenza; ed il Ministro di Costantinopoli sosteneva l'uguale suo regno sull'Imperatore e l'Impero dell'Oriente.

A. 395

L'imparzialità, che Stilicone affettava, come comune tutore de' reali fratelli, lo mosse a regolare l'ugual divisione delle armi, delle gioie e della magnifica guardaroba e suppellettile del defunto Imperatore[28]. Ma l'oggetto più importante dell'eredità consisteva nelle numerose legioni, coorti e squadroni di Romani e di Barbari, che l'evento della guerra civile avea riuniti sotto lo stendardo di Teodosio. Le diverse truppe dell'Europa e dell'Asia, irritate fra loro da recenti animosità, eran tenute in timore dall'autorità d'un solo uomo; e la rigorosa disciplina di Stilicone difese le terre del cittadino dalla rapina del licenzioso soldato[29]. Ansioso però ed impaziente di sollevar l'Italia dalla presenza di questo formidabil esercito, che poteva solo esser utile alle frontiere dell'Imperio, diede orecchio alla giusta richiesta, del Ministro d'Arcadio; dichiarò la sua intenzione di ricondurre in persona le truppe Orientali; e si servì destramente del rumore d'un tumulto Gotico per coprire i suoi privati disegni d'ambizione e di vendetta[30]. L'anima rea di Ruffino si pose in agitazione all'avvicinarsi d'un guerriero e d'un rivale, di cui meritava l'inimicizia; vide con gran terrore lo stretto spazio di vita e di grandezza che gli restava; ed interpose l'autorità dell'Imperatore Arcadio, come l'ultima speranza di salute. Stilicone, il quale pare che dirigesse la sua marcia lungo la costa marittima dell'Adriatico, non era molto distante dalla città di Tessalonica, quando ricevè un ordine perentorio, che richiamava le truppe dell'Oriente, e dichiarava che un ulteriore avvicinamento di lui si sarebbe risguardato dalla Corte di Bisanzio come un atto di ostilità. La pronta ed inaspettata ubbidienza del Generale dell'Occidente convinse il volgo della sua fedeltà e moderazione, e siccome s'era già conciliato l'affetto delle truppe Orientali, raccomandò al loro zelo l'esecuzione del suo sanguinoso disegno, che eseguir si poteva nella sua assenza forse con minor pericolo e rimprovero. Stilicone lasciò il comando della milizia d'Oriente a Gaina, Goto, sulla fede del quale stabilmente si riposava, con la sicurezza almeno, che l'audace Barbaro non avrebbe mai deviato dal suo scopo per alcuna considerazione di timore o di rimorso. I soldati furono facilmente indotti a punire il nemico di Stilicone e di Roma; e tal era l'odio generale, che Ruffino erasi eccitato contro, che fedelmente si conservò il segreto fatale, comunicato a migliaia di persone nella lunga marcia che si fece da Tessalonica fino alle porte di Costantinopoli. Tosto che risoluta fu la sua morte, si condiscese a lusingarne l'orgoglio. L'ambizioso Prefetto s'indusse a credere, che que' potenti ausiliarj avrebber potuto tentarsi a porgli il diadema sul capo; ed i tesori, ch'egli distribuì con lenta e ripugnante mano, s'accettarono dall'irata moltitudine come un insulto piuttosto che come un dono. Le truppe si fermarono alla distanza d'un miglio dalla Capitale nel campo di Marte, avanti al palazzo dell'Ebdomone; e l'Imperatore, insieme col suo Ministro, secondo l'antico uso, avanzaronsi a salutar rispettosamente la forza, che sostenevano il trono. Mentre Ruffino passava lungo le file, e con affettata cortesia mascherava la sua innata alterigia, le ali appoco appoco girarono da destra a sinistra, ed inchiusero la condannata lor vittima dentro il cerchio delle loro armi. Prima che potesse riflettere al pericolo della sua situazione, Gaina diede il segnale di morte; un ardito soldato, avanzandosi, immerse la spada nel seno del reo Prefetto, e Ruffino cadde, gemè, e spirò ai piedi dell'atterrito Imperatore. Se le agonie d'un momento espiar potessero i delitti di tutta la vita, o se gli oltraggi fatti ad un insensibil cadavere potessero esitar oggetto di compassione, potrebbe forse la nostra umanità esser commossa dalle orride circostanze, che accompagnarono l'uccision di Ruffino. Il lacero corpo di lui fu abbandonato al brutal furore della plebaglia d'ambedue i sessi, che corse in folla da ogni quartiere della città ad incrudelir sugli avanzi del superbo ministro, al sopracciglio del quale tanto poco tempo avanti avevan tremato. Gli fu tagliata la mano destra e portata in giro per le strade di Costantinopoli ad estorcere con crudel beffa delle contribuzioni per l'avaro tiranno, il capo del quale s'espose pubblicamente, innalzato sulla punta d'una lunga lancia[31]. Secondo le selvagge massime delle Repubbliche Greche, l'innocente famiglia di lui avrebbe dovuto partecipare della pena de' suoi delitti. La moglie e la figlia di Ruffino dovettero la loro salvezza all'influenza della religione. Il suo santuario le protesse dalla rabbiosa frenesia del popolo; e fu permesso loro di passare il resto della vita in esercizj di Cristiana devozione in un ritiro di Gerusalemme[32].

A. 396

Il servil Poeta di Stilicone applaudisce con feroce giubilo a questo orrido fatto, che sebbene fosse giusto in se stesso, violò per altro qualunque legge di natura e di società, profanò la maestà del Principe, e rinnovò i pericolosi esempj della militare licenza. La contemplazione dell'ordine e dell'armonia universale aveva convinto Claudiano dell'esistenza di Dio; ma pareva, che la prospera impunità del vizio contraddicesse a' suoi morali attributi, ed il fato di Ruffino fu l'unico evento, che dissipar potesse i religiosi dubbj del Poeta[33]. Tal atto potea vendicar l'onore della Providenza, ma non contribuì molto alla felicità del popolo. In meno di tre mesi fu questo informato delle massime del nuovo governo per mezzo d'un singolare editto, che stabiliva il diritto esclusivo del fisco sulle spoglie di Ruffino, ed imponeva sotto gravi pene silenzio a' presuntuosi reclami de' sudditi dell'Impero Orientale, che erano stati lesi dalla rapace sua tirannia[34]. Neppure Stilicone potè ritrarre dalla morte del suo rivale quel frutto, che s'ero proposto; e quantunque soddisfacesse la propria vendetta, ne rimase però sconcertata l'ambizione. La debolezza d'Arcadio avea bisogno d'un padrone sotto il nome di favorito; ma esso preferì le arti ossequiose dell'Eunuco Eutropio, che aveva acquistato la domestica sua confidenza; e l'Imperatore mirava con terrore ed avversione il forte genio d'uno straniero soldato. Finattantochè divise furono dalla gelosia del potere, la spada di Gaina e le grazie d'Eudossia sostennero il favore del Gran Ciambellano del palazzo: il perfido Goto, che fu fatto Generale dell'Oriente, senza scrupolo tradì l'interesse del suo benefattore, e le medesime truppe, che sì recentemente avevano ucciso il nemico di Stilicone, furono impegnato a sostenere contro di esso l'indipendenza del trono di Costantinopoli. I favoriti d'Arcadio fomentarono una segreta ed irreconciliabile guerra contro un formidabil eroe, che aspirava a governare e a difendere i due imperj di Roma, e i due figli di Teodosio. Essi continuamente si sforzavano, per mezzo di oscure e perfide macchinazioni, di privarlo della stima del Principe, del rispetto del popolo e dell'amicizia de' Barbari. Si tesero più volte insidie alla vita di Stilicone per mezzo del ferro di mercenari assassini, e si ottenne dal Senato di Costantinopoli un decreto, che lo dichiarava nemico della Repubblica, e confiscava le vaste possessioni, che aveva nelle Province Orientali. In un tempo, in cui l'unica speranza di differir la rovina del nome Romano dipendeva dalla stabil unione e dal reciproco aiuto di tutte le nazioni, alle quali appoco appoco era stato quel nome comunicato, i sudditi d'Arcadio e d'Onorio venivano indotti dai rispettivi loro Signori a risguardarsi l'un l'altro con occhio di stranieri, ed ancor di nemici, a rallegrarsi delle lor vicendevoli calamità, e ad abbracciare come fedeli alleati i Barbari, ch'eccitavano ad invadere gli stati dei lor nazionali[35]. I nativi dell'Italia affettavano di sprezzare i servili ed effemminati Greci di Bizanzio, che pretendevano d'imitar l'abito, e d'usurpare la dignità di Senatori Romani[36]; ed i Greci non avevano ancora deposto i sentimenti di odio e di disprezzo, che i culti loro maggiori avevano sì lungamente nudrito pei rozzi abitatori dell'Occidente. La distinzione di due governi, che ben tosto produsse quella di due nazioni, giustificherà il mio disegno di sospender la serie dell'istoria Bizantina per proseguire senz'interrompimento il disgraziato, ma memorabile regno d'Onorio.

A. 386-398

Il prudente Stilicone, invece di persistere a forzare le inclinazioni di un Principe e di un popolo, che rigettavano il suo governo, saviamente abbandonò Arcadio agl'indegni suoi favoriti; e la ripugnanza, che egli ebbe ad involgere in una guerra civile i due Imperj, fece conoscere la moderazione di un ministro, che avea tante volte segnalato il suo spirito e saper militare. Ma se Stilicone avesse più lungamente sofferto la ribellione dell'Affrica, avrebbe tradito la sicurezza della Capitale, ed abbandonato la maestà dell'Imperatore dell'Occidente alla capricciosa insolenza di un Mauritano ribelle. Gildone[37], fratello del tiranno Firmo, avea conservato ed ottenuto in premio dell'apparente sua fedeltà l'immenso patrimonio, ch'era stato confiscato per causa di tradimento; un lungo e meritevol servizio negli eserciti Romani l'aveva inalzato alla dignità di Conte militare; la ristretta politica della Corte di Teodosio aveva adottato il dannoso espediente di sostenere un governo legittimo mediante l'interesse di una potente famiglia; ed il fratello di Firmo fu investito del comando dell'Affrica. La sua ambizione tosto usurpò l'amministrazion della giustizia e delle finanze, senza renderne conto ad alcuno e senza contrasto; e conservò per dodici anni il possesso di un ufizio, da cui era impossibile rimuoverlo senza il rischio di una guerra civile. In quei dodici anni gemerono le province Affricane sotto il dominio di un tiranno, che pareva unisse l'insensibil natura di uno straniero ai parziali risentimenti di una domestica fazione. Spesso trascuranvansi le formalità legali coll'uso del veleno, e se i tremanti convitati alla tavola di Gildone ardivano d'esprimere i loro timori, ad altro non serviva l'insolente sospetto, che ad eccitare il suo furore, ed altamente chiamava i ministri di morte. Gildone alternativamente soddisfaceva le passioni dell'avarizia e della lascivia[38]; e se i suoi giorni eran terribili pei ricchi, le sue notti non erano meno spaventose pei mariti e pei genitori. Si prostituivano le più belle lor mogli e figliole agli abbracciamenti del tiranno; e quindi venivano abbandonate ad una feroce truppa di barbari ed assassini, neri o mulatti, nativi del deserto, che Gildone risguardava come i soli custodi del suo trono. Nella guerra civile fra Teodosio ed Eugenio, il Conte, o piuttosto il Sovrano dell'Affrica, osservò una superba e sospetta neutralità; ricusò d'aiutare alcuna delle parti con truppe o con navi, aspettò la dichiarazione della fortuna, e riservò pel vincitore le vane proteste del suo omaggio. Tali proteste non sarebbero servite a soddisfare il padrone del Mondo Romano, ma la morte di Teodosio, e la debolezza e discordia de' suoi figli confermarono la potenza del Mauritano, il quale, in prova di sua moderazione, si contentò d'astenersi dall'uso del diadema, e di somministrare a Roma il consueto tributo o piuttosto sussidio di grano. In ogni division dell'Impero le cinque Province dell'Affrica erano sempre state assegnate all'Occidente; e Gildone avea consentito di governare quell'esteso paese in nome d'Onorio, ma la cognizione, che aveva del carattere e de' disegni di Stilicone, presto l'impegnarono a prestare omaggio ad un più distante e più debole Sovrano. I ministri d'Arcadio abbracciaron la causa di un perfido ribelle; e la seducente speranza d'aggiungere all'Impero Orientale le copiose città dell'Affrica, li tentò ad arrogarsi un diritto, che non eran capaci di sostenere nè colla ragione, nè colle armi[39].

A. 397

Dopo che Stilicone ebbe data una ferma e decisiva risposta alle pretensioni della Corte Bizantina, solennemente accusò il tiranno dell'Affrica avanti a quel tribunale, che aveva una volta giudicato i Re e le nazioni della terra; e dopo un lungo intervallo si ravvisò l'immagine della Repubblica sotto il regno d'Onorio. L'Imperatore trasmise al Senato Romano un esatto ed ampio ragguaglio delle querele dei provinciali, e dei delitti di Gildone; e si richiese a' membri di quella venerabile assemblea che pronunziassero la condanna del ribelle. L'unanime lor sentimento lo dichiarò nemico della Repubblica; ed il decreto del Senato aggiunse una sacra e legittima sanzione alle armi Romane[40]. Un popolo che sempre si rammentava, che i suoi antenati erano stati padroni del Mondo, avrebbe con segreto orgoglio applaudito alla rappresentazione dell'antica libertà, se non fosse stato da gran tempo assuefatto a preferire la stabile sicurezza del pane alle immaginarie visioni di libertà e di grandezza. La sussistenza di Roma dipendeva dalle raccolte dell'Affrica; ed era evidente, che una dichiarazione di guerra sarebbe stata il segnale della carestia. Il Prefetto Simmaco, il quale presedeva alle deliberazioni del Senato, avvertì il ministro del suo giusto timore, che appena il vendicativo Moro avesse proibito l'esportazione del grano, si sarebbe minacciata la tranquillità, e forse la salute della Capitale dall'affamato furore di una turbolenta moltitudine[41]. La prudenza di Stilicone immaginò ed eseguì senza dilazione il più efficace disegno per sostenere il popolo Romano. Una grande ed opportuna copia di grano, raccolta nelle interne province della Gallia, si fece calare pel rapido corso del Rodano, e per mezzo di una facil navigazione fu trasportata dal Rodano al Tevere. In tutto il tempo della guerra Affricana, i granai di Roma furon continuamente pieni, la sua dignità restò libera da un'umiliante dipendenza; e gli animi d'un immenso popolo erano quieti pel tranquillo aspetto della pace e dell'abbondanza[42].

A. 398

La causa di Roma e la condotta della guerra dell'Affrica furono affidate da Stilicone ad un Generale attivo e bramoso di vendicare le private sue ingiurie sul capo del tiranno. Lo spirito di discordia, che prevalse nella casa di Nabal, avea eccitato una mortal contesa fra' due suoi figli Gildone e Mascezel[43]. L'usurpatore insidiava con implacabile rabbia la vita del suo minor fratello, di cui temeva l'abilità ed il coraggio; e Mascezel, oppresso dalla superior forza, si riparò alla Corte di Milano, dove tosto ricevè la crudel notizia, che due suoi innocenti e miseri figli erano stati trucidati dall'inumano loro zio. L'afflizione del padre non fu sospesa, che dalla brama della vendetta. Il vigilante Stilicone già preparavasi a raccogliere le forze militari e marittime dell'Impero Occidentale; ed avea risoluto, qualora il tiranno facesse un'eguale e dubbiosa guerra, di marciare contro di esso in persona; ma siccome l'Italia esigeva la sua presenza, e poteva esser pericoloso l'indebolir la difesa della frontiera, giudicò miglior consiglio, che Mascezel s'assumesse questa difficile impresa alla testa di uno scelto corpo di veterani Galli, che avevan ultimamente servito sotto le bandiere d'Eugenio. Tali truppe, che furono esortate a convincere il Mondo, ch'esse potevano rovesciare ugualmente, che difendere il trono di un usurpatore, eran composte delle legioni Gioviane, Augustane ed Erculee; degli Ausiliarj Nerviani, dei soldati, che nei loro stendardi portavano il simbolo di un Leone, e delle truppe, che si distinguevano coi ben augurati nomi di Fortunata e d'Invincibile. Pure tal era la tenuità dei loro battaglioni, o la difficoltà di reclutare, che questi sette corpi[44] di alta reputazione e dignità nella milizia Romana, non montavano a più di cinquemila uomini effettivi[45]. La flotta delle galere e delle barche da trasporto fece vela in una tempestosa stagione dal porto di Pisa in Toscana, e diresse il suo corso alla piccola isola di Capraia, che avea preso il nome dalle capre salvatiche, che in origine l'abitavano, e delle quali occupavasi allora il posto da nuova colonia di strana e selvaggia apparenza. «Tutta l'isola (dice un ingegnoso viaggiator di quei tempi) è piena o piuttosto contaminata da uomini, che fuggon la luce. Si danno il nome di Monaci o di solitarj, perchè vogliono viver soli senz'alcun testimone delle loro azioni. Temono i doni della fortuna pel timore di perderli; e per paura d'esser miserabili, abbracciano una vita di volontaria miseria. Quanto è assurda la loro scelta, quanto cieco il loro intelletto a temere i mali senza esser capaci di godere i beni dell'umana condizione! O questa malinconica frenesia è l'effetto di una malattia, oppure la coscienza della reità spinge questi infelici ad esercitare contro i propri lor corpi i tormenti, che si danno agli schiavi fuggitivi per mezzo della giustizia[46]». Tal era il disprezzo di un Magistrato profano pei Monaci della Capraja, che si venerarono dal pietoso Mascezel come gli eletti servi di Dio[47]. Alcuni di loro s'indussero per le sue preghiere ad imbarcarsi sopra la flotta; ed è stato osservato in onore del Generale Romano, che impiegava i giorni e le notti in preghiere, in digiuni, e nell'occuparsi a cantare i Salmi. Il devoto condottiere, che con tale rinforzo pareva che confidasse della vittoria, evitò gli scogli pericolosi della Corsica, costeggiò lungo la parte Orientale della Sardegna, e difese le sue navi dalla violenza del vento meridionale, gettando le ancore nel sicuro o capace porto di Cagliari alla distanza di quaranta miglia da' lidi dell'Affrica[48].

A. 398

Gildone s'era preparato a far fronte all'invasione con tutte le forze dell'Affrica. Con la liberalità dei doni e delle promesse procurò d'assicurarsi la dubbiosa fedeltà de' soldati Romani, mentre attirava alle sue bandiere le remote tribù della Getulia e dell'Etiopia. Mise in ordine un'armata di sessantamila uomini, ed altamente vantavasi con quella temeraria presunzione, che suol precorrere la disgrazia, che la sua numerosa cavalleria calpestato avrebbe le truppe di Mascezel, ed involto in un nuvolo di ardente sabbia i nativi delle fredde regioni della Gallia e della Germania[49]. Ma il Mauritano, che comandava le legioni d'Onorio, era troppo bene informato delle maniere de' suoi nazionali per concepire alcun serio timore di un disordinato e nudo esercito di Barbari, il braccio sinistro dei quali invece di scudo non era difeso che da un mantello; che, appena scagliato aveano con la destra il lor giavelotto, restavano totalmente disarmati; ed i cui cavalli non erano mai stati ammaestrati a soffrir l'impaccio della briglia, o ad obbedirne la guida. Egli fermò il suo campo di cinquemila veterani in faccia ad un superiore nemico, e dopo la dilazione di tre giorni diede il segno di una generale battaglia[50]. Avanzandosi Mascezel sulla fronte con belle offerte di perdono e di pace, incontrò uno dei primi che portava lo stendardo Affricano, e ricusando questo di cedere, gli tagliò il braccio con la sua spada. Cadde a quel colpo insieme col braccio l'insegna; e subito fu replicato da tutte le bandiere della fila quel supposto atto di sommissione. A questo segno le disaffezionate coorti proclamarono il nome del legittimo loro Sovrano; i Barbari, sorpresi per la diserzione dei Romani loro alleati, si dispersero, secondo il loro costume, in una tumultuaria fuga; e Mascezel ottenne l'onore di una facile e quasi non sanguinosa vittoria[51]. Il tiranno dal campo di battaglia fuggì al lido del mare; e si gettò in un piccol vascello con la speranza di giugner sicuro a qualche amico porto dell'Impero Orientale; ma l'ostinazione del vento lo rispinse nel porto di Trabaca[52], che aveva riconosciuto insieme col resto della provincia il dominio d'Onorio, e l'autorità del suo vicario. Gli abitanti, in prova del pentimento e della fedeltà loro, arrestarono la persona di Gildone, e lo posero in carcere; ma la propria disperazione lo liberò dall'intollerabil tormento di soffrir la presenza di un ingiuriato e vittorioso fratello[53]. Si portarono al piè dell'Imperatore i prigionieri e le spoglie dell'Affrica: ma Stilicone, la moderazione del quale appariva sempre più cospicua e più sincera in mezzo della prosperità, tuttavia affettò di osservar le leggi della Repubblica: e deferì al Senato ed al Popolo Romano il giudizio de' più illustri delinquenti[54]. Fu pubblico e solenne il loro processo; ma i Giudici nell'esercizio di quell'antiquata e precaria giurisdizione, erano impazienti di punire i Magistrati Affricani, che avevano intercettato la sussistenza del Popolo Romano. Quella ricca e colpevol Provincia fu oppressa dai ministri Imperiali, che avevano un interesse visibile a moltiplicare il numero dei complici di Gildone; e quantunque sembri, che un editto d'Onorio freni la maliziosa industria degli accusatori, un altro editto, alla distanza di dieci anni, continua e rinnova la processura di que' danni, che furon fatti nel tempo della general ribellione[55]. Gli aderenti del tiranno, che scamparono dal primo impeto dei soldati e dei giudici, poteron trarre qualche consolazione dal tragico fine del fratello di lui, che non potè mai ottenere il perdono per gli straordinari servigi, che avea prestati. Dopo d'aver terminato un'importante guerra nello spazio di un solo inverno, Mascezel fu ricevuto alla Corte di Milano con grande applauso, con affettata gratitudine e con segreta gelosia[56], e si è risguardata la sua morte, che forse fu l'effetto del caso, come un delitto di Stilicone. Nell'atto di passare un ponte, il Principe Mauritano, ch'era in compagnia del Generale dell'Occidente, fu ad un tratto gettato dal suo cavallo nel fiume; restò impedita l'officiosa premura dei famigliari da un crudele e perfido sorriso, che videro in volto a Stilicone; e mentr'essi differivano il necessario soccorso, l'infelice Mascezel rimase annegato[57].

A. 398

La gioja del trionfo Affricano felicemente s'unì colle nozze dell'Imperatore Onorio e della sua cugina Maria, figlia di Stilicone: e quest'uguale ed onorevole parentela parve che investisse il potente ministro dell'autorità di padre sopra il sommesso pupillo di lui. Non tacque in giorno sì propizio la musa di Claudiano[58]: cantò in vari e vivaci metri la felicità della coppia reale e la gloria dell'Eroe, che confermava la lor unione, e sosteneva il lor trono. Il genio poetico salvò dall'obblivione le antiche favole della Grecia, che avevan quasi finito d'esser l'oggetto di una fede religiosa. La pittura del bosco di Cipro, sede dell'armonia e dell'amore, il trionfante progresso di Venere sopra i nativi suoi mari, e la dolce influenza, che sparse la presenza di lei nel palazzo di Milano, esprimono ad ogni età i naturali sentimenti del cuore nel giusto e piacevol linguaggio di un'allegorica finzione. Ma l'amorosa impazienza, che Claudiano attribuisce al giovine Principe[59], dovè eccitare il riso della Corte; e la sua bella sposa (se pur meritava la lode della beltà) non avea molto da temere o da sperare dalle passioni del suo amante. Onorio non avea che l'età di quattordici anni; Serena, madre della sposa, differì per arte, o per mezzo di persuasioni la consumazione delle nozze Reali. Maria morì vergine dopo essere stata moglie dieci anni; e fu assicurata la castità dell'Imperatore dalla freddezza, o forse anche dalla debolezza della sua costituzione[60]. I suoi sudditi, che attentamente studiavano il carattere del giovane loro Sovrano, conobbero, che Onorio era senza passioni, e conseguentemente senza talenti; e che la debole e languida di lui natura era ugualmente incapace di adempire i doveri del suo grado che di godere i piaceri dell'età sua. Nella prima sua gioventù fece qualche profitto nell'esercizio di cavalcare e di tirar l'arco: ma presto abbandonò quelle faticose operazioni, ed il divertimento di nutrir uccelli divenne la seria e quotidiana cura del Monarca dell'Occidente[61], il quale rimise le redini dell'Imperio nella ferma ed abile mano di Stilicone di lui tutore. L'esperienza dell'istoria, potrà confermare il sospetto, che un Principe, nato nella porpora, ebbe un'educazione peggiore dell'infimo dei suoi sudditi; e che l'ambizioso ministro lo lasciò arrivare all'età virile senza procurar d'eccitarne il coraggio, o d'illuminarne l'intelletto[62]. I predecessori d'Onorio eran soliti d'animare col loro esempio, o almeno con la presenza il valore delle legioni; e le date delle lor leggi attestano la perpetua attività dei loro movimenti per le Province del Mondo Romano. Ma il figlio di Teodosio passò il sonno della sua vita, come uno schiavo nel suo palazzo, come uno straniero nel suo paese, e come un paziente e quasi indifferente spettatore della rovina dell'Impero Occidentale, che fu più volte attaccato, e finalmente distrutto dalle armi dei Barbari. Nell'istoria, piena di eventi, di un regno di vent'otto anni, rare volte sarà necessario di rammentare il nome dell'Imperatore Onorio.

CAPITOLO XXX.

Ribellione dei Goti. Saccheggian la Grecia. Due grandi invasioni nell'Italia, fatte da Alarico e da Radagaiso. Sono essi rispinti da Stilicone. I Germani invadon la Gallia. Usurpazione di Costantino in Occidente. Disgrazia e morte di Stilicone.

A. 395

Se i sudditi di Roma avesser potuto ignorare le obbligazioni, che dovevano al Gran Teodosio, si sarebber tosto convinti della penosa difficoltà, con cui lo spirito e l'abilità del loro defonto Imperatore avea sostenuto il fragile e cadente edifizio della Repubblica. Esso morì nel mese di Gennaio; e prima che finisse l'inverno dell'istesso anno, la nazione de' Goti avea preso le armi[63]. I Barbari ausiliarj alzarono l'indipendente loro stendardo; ed arditamente dichiararono le ostili intenzioni, che avevan lungo tempo nutrite nelle feroci lor menti. I lor nazionali, che per le condizioni dell'ultimo trattato erano stati condannati ad una vita di tranquillità e di fatica, abbandonarono al primo suono di tromba le loro possessioni, e con ardore ripresero le armi, che avevan contro voglia posate. Si rovesciarono gli ostacoli del Danubio; uscirono dalle lor foreste i selvaggi guerrieri della Scizia; e lo straordinario rigor dell'inverno somministrò al poeta l'osservazione, che «traevano i gravi lor carri sul largo e gelato dosso dello sdegnante fiume[64].» Gl'infelici abitanti delle Province meridionali del Danubio si sottomisero alle calamità, che nel corso di vent'anni eran divenute quasi famigliari alla loro immaginazione, e le varie truppe di Barbari, che si gloriavan del nome Gotico, confusamente si sparsero da' selvosi lidi della Dalmazia fino alle mura di Costantinopoli[65]. L'interrompimento o almeno la diminuzione del sussidio che i Goti aveano ricevuto dalla prudente liberalità di Teodosio, fu lo specioso pretesto della lor ribellione; s'accrebbe l'affronto pel disprezzo che dimostrarono verso gl'imbelli figliuoli di Teodosio; e ne fu infiammato lo sdegno dalla debolezza o perfidia del ministro d'Arcadio. Le frequenti visite, che Ruffino faceva al campo dei Barbari, dei quali affettava d'imitar le armi e le vesti, si riguardavano come una prova bastante della rea corrispondenza di lui; ed il pubblico nemico, per un motivo di gratitudine o di politica, nella generale devastazione avea cura di risparmiare i beni privati dell'odioso Prefetto. I goti, invece d'esser mossi dalle cieche e capricciose passioni dei lor Capitani, erano allora diretti dall'audace ed artificioso genio d'Alarico. Questo famoso condottiero discendeva dalla nobile stirpe dei Balti[66], che non cedeva, che alla sola famiglia reale degli Amali. Ei chiese il comando delle armi Romane; e la Corte Imperiale lo provocò a dimostrar la follia del rifiuto, e l'importanza di perderlo. Per quante speranze potesse avere della conquista di Costantinopoli, il giudizioso Generale tosto abbandonò una non eseguibile impresa. L'Imperator Arcadio, in mezzo ad una Corte divisa in vari partiti e ad un popolo malcontento, fu atterrito dall'aspetto delle armi Gotiche, ma alla mancanza d'abilità e di valore supplì la forza della città; e le fortificazioni, sì di terra che di mare, poteron sicuramente disfidare gl'impotenti e fortuiti dardi dei Barbari. Alarico sdegnò di più trattenersi negli abbattuti e rovinati paesi della Tracia e della Dacia, e risolvè di cercare un'abbondante messe di fama e di ricchezze in una provincia, che fin allora scampato aveva i disastri della guerra[67].

A. 396

Il carattere degli Uffiziali civili e militari, che Ruffino avea posti al governo della Grecia confermò il pubblico sospetto, ch'egli avesse aperto per tradimento l'antica sede della libertà e del sapere al Gotico invasore. Il Proconsole Antioco era l'indegno figlio di un rispettabile padre; e Geronzio, che comandava le truppe della provincia, era meglio idoneo ad eseguire gli opprimenti ordini di un tiranno, che a difendere con abilità e coraggio un paese, con la maggior diligenza fortificato dalla mano della natura. Alarico avea traversato senza resistenza le pianure della Macedonia e della Tessaglia fino a piè del monte Oeta, aspra e selvosa catena di colli quasi impenetrabile alla sua cavalleria. Questi estendevansi da Levante a Ponente fino al lido del mare; e lasciavan di mezzo fra il precipizio ed il golfo Maleo uno spazio di trecento piedi, che in alcuni luoghi era ristretto ad una strada capace d'ammettere un solo carro per volta[68]. In quell'angusto passo delle Termopile, dove Leonida ed i trecento Spartani avevan gloriosamente sacrificato le loro vite, i Goti potevano essere arrestati o distrutti da un abile Generale, e forse la vista di quel sacro luogo avrebbe potuto accendere alcune scintille di militare ardore nei petti de' Greci degenerati. Le truppe ch'erano state poste alla difesa dello stretto passo delle Termopile, si ritirarono, secondo gli ordini, senza neppure tentar d'impedire il rapido e sicuro passaggio d'Alarico[69]; e le fertili campagne della Focide e della Beozia furono immediatamente coperte da un diluvio di Barbari, che uccidevano i maschi in età di portar le armi, e rapivan le belle femmine con le spoglie ed i bestiami degl'incendiati villaggi. I viaggiatori, che passarono per la Grecia molti anni dopo, facilmente ravvisavano le profonde e sanguinose tracce della marcia dei Goti; e Tebe fu meno debitrice della propria conservazione alla forza delle sue sette porte, che all'ardente fretta d'Alarico, che s'avanzò ad occupare la città d'Atene e l'importante porto del Pireo. L'istessa impazienza lo spinse a toglier la dilazione ed il pericolo di un assedio coll'offerta di una capitolazione, ed appena gli Ateniesi udiron la voce dell'araldo Goto, che facilmente s'indussero a dare la maggior parte delle loro ricchezze per riscatto della città di Minerva, e de' suoi abitanti. Si ratificò il trattato con solenni giuramenti, ed osservossi con reciproca fedeltà. II Principe Goto, con un piccolo e scelto seguito, fu ammesso dentro le mura; egli fece uso del bagno, accettò uno splendido banchetto preparatogli dal magistrato ed affettò di mostrare, che non gli erano ignoti i costumi delle civili nazioni[70]. Ma tutto il territorio dell'Attica, dal promontorio di Sunio fino alla città di Megara, fu rovinato dalla funesta di lui presenza; e se possiamo servirci del paragone di un Filosofo contemporaneo, Atene medesima rassomigliava alla sanguinosa e vota pelle di una vittima uccisa. La distanza fra Megara e Corinto non poteva eccedere molto lo spazio di trenta miglia; ma la mala via, nome esprimente che tuttavia essa porta fra i Greci, era o potea rendersi inservibile per lo marcia di un nemico. I folti ed oscuri boschi del monte Citero cuoprivano l'interno del paese; gli scogli Scironj s'avvicinavano alla superficie dell'acqua, e stavan pendenti sopra il tortuoso e stretto sentiero, che durava più di sei miglia lungo il lido del mare[71]. Il passo di quelle rupi, tanto famoso in ogni secolo, si terminava dall'istmo di Corinto; ed un piccolo corpo di fermi ed intrepidi soldati avrebbe potuto felicemente difendere un temporaneo trinceramento di cinque o sei miglia dal mare Jonio all'Egeo. La fiducia, che avevano le città del Peloponneso nella naturale loro difesa, le aveva indotte a trascurare le antiche lor mura; e l'avarizia dei Romani Governatori aveva esaurito e tradito l'infelice provincia[72]. Corinto, Argo e Sparta cederono senza resistenza alle armi dei Goti; ed i più fortunati degli abitanti si liberarono con la morte dal vedere la schiavitù delle proprie famiglie, e l'incendio delle loro città[73]. I vasi e le statue furon distribuite fra' Barbari con più riguardo al valore della materia, che all'eleganza dell'opera; le schiave furon sottoposte alle leggi della guerra; il godimento della beltà fu il premio del valore, ed i Greci non avevan ragion di dolersi di un abuso, che veniva giustificato dall'esempio dei tempi eroici[74]. I discendenti di quel popolo straordinario, che aveva risguardato il valore e la disciplina come le mura di Sparta, non si rammentavano più della generosa risposta, che diedero i loro antichi ad un invasore più formidabile d'Alarico. «Se tu sei un Dio, non farai danno a quelli che non ti hanno mai offeso, se sei un uomo, avanzati pure..., e troverai degli uomini uguali a te stesso[75]». Il condottiero de' Goti proseguì la vittoriosa sua marcia dalle Termopile a Sparta senza incontrare alcun antagonista mortale; ma uno degli avvocati dello spirante Paganesimo ha confidentemente asserito, che le mura d'Atene eran guardate dalla Dea Minerva col formidabile suo Egide, e dall'irata immagine d'Achille[76]: e che il conquistatore fu sconcertato dalla presenza delle ostili Divinità della Grecia. In un secolo di miracoli non sarebbe forse giusto il disputare all'istorico Zosimo il diritto al benefizio comune; pure non può dissimularsi, che la mente d'Alarico era mal preparata a ricevere, o dormendo o vegliando, le impressioni della Greca superstizione. I canti d'Omero e la fama d'Achille non eran probabilmente mai giunti all'orecchio dell'ignorante Barbaro; e la fede Cristiana, ch'egli aveva devotamente abbracciato, l'ammaestrò a disprezzare le immaginarie Divinità di Roma e d'Atene. L'invasione dei Goti, in cambio di vendicare l'onore del Paganesimo, contribuì, almeno accidentalmente, ad estirparne gli ultimi avanzi; ed i misteri di Cerere, ch'eran durati ottocent'anni, non sopravvissero alla distruzione d'Eleusi, ed alle calamità della Grecia[77].

A. 397

L'ultima speranza di un popolo, che non potea più contare nè sulle armi, nè sugli Dei, nè sul Sovrano del proprio paese, era collocata nel potente aiuto del Generale d'Occidente; e Stilicone, a cui non era stato permesso di rispingere gl'invasori della Grecia, s'avanzò a castigarli[78]. Fu allestita una numerosa flotta nei porti d'Italia; e le truppe, dopo una breve e prospera navigazione, sul mar Jonio, vennero sbarcate felicemente sull'Istmo, vicino alla rovina di Corinto. Il montano e selvoso paese d'Arcadia, favolosa residenza di Pane e delle Driadi, divenne la scena di una lunga e dubbiosa battaglia fra due Generali, non indegni l'uno dell'altro. Finalmente prevalse l'abilità e la perseveranza del Romano; ed i Goti, dopo una considerabile perdita per causa del disagio e della diserzione, appoco appoco si ritirarono all'alta montagna di Foloe, vicino alla sorgente del Peneo, sulle frontiere d'Elide, sacra provincia, che prima era stata esente dalle calamità della guerra[79]. Fu immediatamente assediato il campo dei Barbari: si voltarono in altra parte le acque del fiume[80]; e mentre soggiacevano essi alle intollerabili angustie della sete e della fame, si formò una forte linea di circonvallazione per impedirne la fuga. Dopo tali cautele Stilicone, troppo fidandosi della vittoria, si ritirò a godere del suo trionfo nei giuochi scenici, e nelle lubriche danze dei Greci; i suoi soldati, abbandonando gli stendardi, si sparsero pel paese dei loro alleati, ch'essi spogliarono di tutto quello, che s'era potuto salvare dalle mani rapaci dell'inimico. Sembra che Alarico prendesse il favorevol momento per eseguire una di quelle ardite imprese, nelle quali spicca l'abilità d'un Generale con maggior lustro, che nel tumulto di una giornata di battaglia. Per liberarsi dalla prigione del Peloponeso, dovè sforzare i trinceramenti che circondavano il proprio campo; fare una difficile e pericolosa marcia di trenta miglia fino al golfo di Corinto, e trasportare le sue truppe, gli schiavi e le spoglie sopra un braccio di mare, che nel più angusto intervallo fra Rio e l'opposto lido, e largo almeno mezzo miglio[81]. Le operazioni d'Alarico dovettero essere segrete, prudenti e rapide, poichè il Generale Romano restò confuso, quando seppe che i Goti, i quali avevan deluso i suoi sforzi, erano in possesso dell'importante provincia dell'Epiro. Quest'infelice dilazione concesse ad Alarico tempo abbastanza per concludere il trattato, che segretamente maneggiava co' Ministri di Costantinopoli. Il timor d'una guerra civile obbligò Stilicone a ritirarsi, al superbo comando de' suoi rivali, dagli stati d'Arcadio, ed ei rispettò nel nemico di Roma l'onorevol carattere d'alleato e di servo dell'Imperatore Orientale.

A. 398

Un Greco filosofo[82], che vide Costantinopoli poco dopo la morte di Teodosio, pubblicò le sue libere opinioni intorno a' doveri de' Re ed allo stato della Romana Repubblica. Sinesio osserva e deplora il fatale abuso, che l'imprudente bontà dell'ultimo Imperatore aveva introdotto nella disciplina militare. I cittadini, ed i sudditi avevan comprato un'esenzione dall'indispensabil dovere di difendere il loro paese, che veniva difeso dalle armi de' Barbari mercenari. Permettevasi a' fuggitivi della Scizia di avvilire le illustri dignità dell'Impero; la feroce lor gioventù, che sdegnava il salutare freno delle leggi, era più ansiosa d'acquistar le ricchezze, che d'imitar le arti d'un popolo, oggetto per essi d'odio e di disprezzo; e la potenza de' Goti era come il sasso di Tantalo, sempre sospeso sulla sicurezza e la pace dello Stato sacrificato. Le misure, che Sinesio raccomanda di prendere, sono i dettami d'un generoso ed ardito patriota. Egli esorta l'Imperatore a ravvivare il coraggio de' propri sudditi coll'esempio d'una virile virtù; a bandire il lusso dalla Corte e dal campo; a sostituire, in luogo de' Barbari mercenari, un esercito d'uomini interessati alla difesa delle lor leggi e sostanze: a costringere, in tal momento di pubblico pericolo, gli artefici ad uscire dalle botteghe, ed i filosofi dalle scuole; a svegliar l'indolente cittadino dal suo sonno di piacere, e ad armare, per protegger l'agricoltura, le mani de' laboriosi coltivatori. Alla testa di tali truppe, che avrebbero meritato il nome e dimostrato lo spirito di Romani, anima il figlio di Teodosio ad affrontare una stirpe di Barbari che erano privi d'ogni real coraggio, ed a non posar le armi, finattantochè non li avesse scacciati nella solitudine della Scizia, o li avesse ridotti a quello stato di servitù ignominiosa, che i Lacedemoni anticamente imposero agli Eloti lor prigionieri[83]. La Corte d'Arcadio approvò lo zelo, applaudì all'eloquenza, e trascurò il consiglio di Sinesio. Forse il filosofo, che parlò all'Imperator dell'Oriente con quel linguaggio della ragione e della virtù, che avrebbe usato con un Re di Sparta, non avea pensato a formare un sistema praticabile, coerente all'indole ed alle circostanze d'un secolo degenerato. Forse l'orgoglio de' Ministri, gli affari de' quali erano rade volte interrotti dalla riflessione, potè rigettare come inopportuna e visionaria ogni proposizione, che sopravanzava la misura della capacità loro, e deviava dalle formalità e dagli usi del loro uffizio. Mentre l'orazione di Sinesio, e la caduta de' Barbari, formavano gli argomenti delle comuni conversazioni, si pubblicò un editto a Costantinopoli, che dichiarava la promozione d'Alarico al posto di Generale dell'Illirico d'Oriente. I Provinciali, e gli Alleati Romani, che avevano rispettato la fede de' trattati, a ragione sdegnaronsi, che fosse così liberalmente premiata la rovina della Grecia e dell'Epiro. Fu ricevuto il Gotico conquistatore come un legittimo Magistrato in quelle città, che aveva sì recentemente assediate. Sottoposti furono alla sua autorità i padri, de' quali aveva trucidato i figliuoli, ed i mariti, le mogli de' quali aveva violate: ed il successo della sua rivolta incoraggì l'ambizione d'ogni capitano di mercenari stranieri. L'uso, che fece Alarico del suo nuovo comando, distingue il fermo e giudizioso carattere della sua politica. Egli diede ordine a' quattro magazzini, ed alle manifatture di armi difensive ed offensive, ch'erano a Margo, a Raziaria, a Naisso, ed a Tessalonica, di provvedere le sue truppe d'una straordinaria quantità di scudi, di elmi, di spade e di lance; i miseri Provinciali costretti furono a fabbricar gl'istrumenti della propria lor distruzione, ed i Barbari si tolsero l'unico difetto, che aveva alle volte sconcertato gli sforzi del loro coraggio[84]. La nascita d'Alarico, la gloria delle sue passate azioni, e la speranza de' suoi futuri disegni appoco appoco riunì sotto il vittorioso stendardo di lui il corpo della nazione, e d'unanime consenso de' Capitani Barbari, il Generale dell'Illirico fu elevato, secondo l'antico costume, sopra uno scudo, e proclamato solennemente Re de' Visigoti[85]. Armato di questo doppio potere, e situato ne' confini de' due Imperi, alternativamente vendeva le ingannevoli sue promesse alle Corti d'Arcadio e d'Onorio[86]; finattantochè dichiarò ed eseguì la sua risoluzione d'invadere i dominj dell'Occidente. Erano già esauste le Province dell'Europa, che appartenevano all'Imperatore Orientale; quelle dell'Asia erano inaccessibili; e la forza di Costantinopoli avea resistito al suo attacco. Fu dunque tentato dalla fama, dalla bellezza, e dalla dovizia dell'Italia, ch'egli aveva già visitato due volte; e segretamente aspirò a piantare la bandiera Gotica sulle mura di Roma, e ad arricchire il suo esercito con le accumulate spoglie di trecento trionfi[87].

A. 400-403

La scarsità de' fatti[88], e l'incertezza delle date[89] s'oppongono al nostro disegno di descriver le circostanze della prima invasione d'Italia fatta dalle armi d'Alarico. Sembra, che la sua marcia, incominciata fosse da Tessalonica per il guerriero e nemico paese della Pannonia sino al piè delle Alpi Giulie, e che il suo passaggio per que' monti, ch'erano fortemente guardati da truppe e da fortificazioni; l'assedio di Aquileia, e la conquista delle Province dell'Istria e della Venezia, occupasse un tempo considerabile. A meno che le sue operazioni non fossero estremamente caute e lente, la lunghezza dello spazio suggerirebbe un probabil sospetto, che il Goto Re si ritirasse verso le rive del Danubio, e rinforzasse la sua armata con freschi sciami di Barbari, prima di tentar nuovamente di penetrare nel cuor dell'Italia. Poichè i pubblici ed interessanti avvenimenti sfuggono la diligenza dell'istorico, ei può divertirsi nel contemplare per un momento l'influenza delle armi d'Alarico ne' casi di due oscuri individui, cioè d'un Prete d'Aquileia, e d'un agricoltor di Verona. Il dotto Ruffino, che dai suoi nemici era stato citato a comparire avanti ad un Sinodo Romano[90], preferì saviamente i pericoli di un'assediata città; ed i Barbari, che furiosamente scuotevano le mura d'Aquileia, poteron salvarlo dalla crudel sentenza d'un altro eretico, che all'istanza dei medesimi Vescovi fu severamente battuto e condannato ad un esilio perpetuo in un'isola deserta[91]. Un vecchio[92], che aveva passato la semplice ed innocente sua vita nelle vicinanze di Verona, niente aveva che fare con le querele nè de' Re, nè de' Vescovi; i piaceri, i desiderj, le cognizioni di esso erano limitate dentro il piccolo cerchio del paterno suo campo; un bastone sosteneva i cadenti suoi passi su quel medesimo suolo, dove s'era trastullato nella puerizia. Pure anche quest'umile e rustica felicità (che Claudiano descrive con tanta verità e sentimento) fu esposta anch'essa all'indistinto furor della guerra. I suoi alberi, i vecchi alberi ad esso contemporanei[93] avevano ad ardere nell'incendio di tutto il paese; un distaccamento di Cavalleria Gotica dovea rovinare la sua capanna e famiglia: e la forza d'Alarico dovea distrugger quella felicità, ch'ei non era capace nè di gustare, nè di concedere. «La fama (dice il Poeta) battendo con terrore le sue ali, proclamò la marcia dell'esercito barbaro, ed empì di costernazione l'Italia»; crebbero i timori d'ogni individuo in proporzione delle proprie sostanze, ed i più timidi, che avevano già imbarcato i loro più valutabili effetti, meditavano di fuggire nell'isola di Sicilia, o alle coste dell'Affrica. L'angustia pubblica veniva aggravata dai timori e da' rimproveri della superstizione[94]. Ogni momento produceva qualche orrida novella di strani e portentosi accidenti. I Pagani deploravano la non curanza degli augurj, e l'interrompimento de' sacrifizj; ma i Cristiani traevan sempre qualche conforto dalla potente intercessione dei Santi, e dei Martiri[95].

L'Imperatore Onorio si distinse dai suoi sudditi per la superiorità del timore, ugualmente che per quella del grado. L'orgoglio ed il lusso, nel quale era stato educato, non gli avevan lasciato neppur sospettare, che sulla terra esistesse alcuna potenza tanto presuntuosa da turbare il riposo del successore d'Augusto. Gli artifizi dell'adulazione occultarono l'imminente pericolo, finattantochè Alarico avvicinossi al palazzo di Milano. Ma quando il suon di guerra ebbe svegliato il giovane Imperatore, invece di correre alle armi col coraggio, o anche colla temerità propria dell'età sua, diede ardentemente orecchio a que' timidi consiglieri, che proposero di trasferire la sacra persona di lui, ed i suoi fedeli Ministri a qualche sicuro e lontano quartiere nelle Province della Gallia. Il solo Stilicone[96] ebbe il coraggio, e l'autorità di resistere a questo disonorevole passo, che avrebbe abbandonato a' Barbari Roma e l'Italia; ma siccome le truppe Palatine ultimamente s'erano distaccate verso la frontiera della Rezia, ed il compenso delle nuove leve era lento e precario, il Generale d'Occidente potè solo promettere, che, se la Corte di Milano avesse mantenuto il suo posto nell'assenza di lui, egli sarebbe in breve tornato con un esercito capace di far fronte al re Goto. Senza perdere un momento di tempo (giacchè ogni momento era di tanta importanza per la salute pubblica), Stilicone s'imbarcò in fretta sul lago Lario, salì sopra montagne di ghiaccio e di neve nel rigore d'un inverno Alpino, ed immediatamente frenò coll'inaspettata sua presenza il nemico, che aveva turbato la tranquillità della Rezia[97]. I Barbari, probabilmente qualche tribù di Alemanni, rispettarono la fermezza d'un Capitano, che assumeva sempre il tuono del comando; e la scelta, ch'ei si degnò di fare di un ristretto numero della più valorosa lor gioventù, si risguardò come un segno della stima e del favore di esso. Le coorti, restate libere dal nemico vicino, con diligenza tornarono allo stendardo Imperiale, e Stilicone mandò i suoi ordini alle più lontane truppe dell'Occidente d'avanzare con rapide marce alla difesa d'Onorio e dell'Italia. Si abbandonarono le fortezze del Reno, e la salute della Gallia non era difesa, che dalla fede de' Germani, e dall'antico terrore del nome Romano. Fu chiamata frettolosamente[98] anche la legione, che era posta alla guardia della muraglia Britannica contro i Caledonj, ed un numeroso corpo di cavalleria degli Alani fu indotto ad arruolarsi al servizio dell'Imperatore, che ansiosamente aspettava il ritorno del suo Generale. Si resero celebri la prudenza ed il vigore di Stilicone in tal congiuntura, che nel tempo stesso mostrò la debolezza del cadente Impero. Le legioni di Roma, che da gran tempo languivano, decadendo a grado a grado la disciplina e il coraggio, furono esterminate dalle guerre Gotiche e civili; e fu impossibile, senza esaurire ed espor le Province, adunare un esercito in difesa dell'Italia.

Quando parve, che Stilicone abbandonasse il suo Sovrano nello indifeso palazzo di Milano, aveva probabilmente calcolato il termine della sua assenza, la distanza del nemico, e gli ostacoli, che potean ritardarne la marcia. Contò principalmente su' fiumi d'Italia, come l'Adige, il Mincio, l'Oglio, e l'Adda, che nell'inverno o nella primavera, al cader delle piogge o allo struggersi delle nevi, comunemente si gonfiano in larghi ed impetuosi torrenti[99]. Ma accadde, che la stagione fu notabilmente secca; ed i Goti poterono senza impedimento veruno attraversare i larghi e pietrosi letti, il centro de' quali era debolmente segnato dal corso d'una piccola dose d'acqua. Il ponte ed il passaggio dell'Adda furono assicurati da un forte distaccamento dell'armata Gotica; e quando Alarico si avvicinò alle mura o piuttosto a' sobborghi di Milano, godè la superba soddisfazione di veder fuggire avanti di sè l'Imperator dei Romani. Onorio, accompagnato da un piccol treno di Ministri e di Eunuchi, precipitosamente si ritirò verso le Alpi col disegno di assicurare la sua persona nella città d'Arles, che spesso era stata la residenza reale de' suoi Predecessori. Aveva egli[100] appena passato il Po, che fu sopraggiunto dalla velocità della cavalleria Gotica[101]; onde l'urgente pericolo lo costrinse a cercare un temporaneo rifugio nella fortezza di Asti, città della Liguria o del Piemonte, situata sulle rive del Tanaro[102]. Il Re dei Goti subito formò ed instancabilmente strinse l'assedio di un'oscura piazza, che conteneva una preda sì ricca, e sembrava incapace di lungamente resistere; nè l'ardita dichiarazione, che in appresso potè fare l'Imperatore, che il suo petto non era mai stato suscettibile di timore, ebbe probabilmente gran credito neppure nella sua propria Corte[103]. Nell'ultima e quasi disperata estremità, dopo che i Barbari aveano già proposta un'indegna capitolazione, l'Imperial prigioniero ad un tratto fu liberato per la fama, per l'avvicinamento, e finalmente per la presenza dell'Eroe, che aveva sì lungamente aspettato. Stilicone, alla testa d'una scelta ed intrepida vanguardia, passò a nuoto l'Adda per guadagnare il tempo che avrebbe dovuto perdere nell'attacco del ponte; il passaggio del Po fu un'impresa di molto minore rischio e difficoltà; e la felice azione, con cui si fece strada pel campo Gotico alle mura di Asti, ravvivò le speranze, e vendicò l'onore di Roma. Il Barbaro, invece di cogliere il frutto di sua vittoria, fu appoco appoco investito per ogni parte dalle truppe dell'Occidente, che l'una dopo l'altra venivano da tutti i passi delle Alpi; i suoi quartieri furono ristretti; ne furono intercettati i convogli; e la vigilanza de' Romani preparavasi a formare una catena di fortificazioni, e ad assediare le linee degli assedianti. Adunossi un consiglio militare dei chiomati Capitani della nazione Gotica; di quei vecchi guerrieri, che avevano i corpi coperti di pelli, ed i fieri aspetti dei quali eran segnati d'onorevoli ferite. Essi ponderaron la gloria di persistere nell'impresa, confrontata col vantaggio d'assicurar la loro preda, ed approvarono il prudente partito d'un'opportuna ritirata. In quest'importante dibattimento, Alarico dimostrò il coraggio d'un conquistatore di Roma; e dopo d'aver rammentato ai suoi nazionali le illustri azioni già fatte, ed i loro disegni, concluse il suo animoso discorso con la solenne e positiva protesta, ch'egli avea risoluto di trovare in Italia un regno o un sepolcro[104].

A. 403

La sconnessa disciplina de' Barbari gli esponeva sempre al pericolo d'una sorpresa; ma invece di scegliere le ore dissolute di libertinaggio e d'intemperanza, Stilicone risolvè di attaccare i Cristiani Goti mentre erano devotamente occupati nel celebrar la festa di Pasqua[105]. L'esecuzione dello stratagemma, o come fu chiamato dal Clero, del sacrilegio, fu affidata a Saul, Barbaro e Pagano, che però avea militato con distinta reputazione fra' veterani Generali di Teodosio. Il campo de' Goti, che Alarico avea piantato vicino a Pollenzia[106], fu posto in confusione dal subitaneo ed improvviso attacco della cavalleria Imperiale; ma in pochi momenti l'indomito genio del lor condottiero diede loro un ordine ed un campo di battaglia; ed appena si riebbero dalla sorpresa, la pia fiducia, che il Dio de' Cristiani avrebbe sostenuto la loro causa, battaglia, che fu lungamente sostenuta con ugual coraggio e buon successo, il Capo degli Alani, che in una piccola e selvaggia figura nascondeva un'anima generosa, provò la sospetta sua fedeltà collo zelo, con cui pugnò, e cadde in servigio della Repubblica; e si è conservata imperfettamente la fama di questo valoroso Barbaro nei versi di Claudiano, mentre il Poeta, che ne celebrò il raro valore, ha tralasciato di rammentarne il nome. Alla sua morte successe la fuga e la confusione degli squadroni, che comandava; e la disfatta d'un'ala della cavalleria avrebbe potuto decidere della vittoria in favor d'Alarico, se Stilicone subito non avesse condotto in campo la Romana e Barbara infanteria. La perizia del Generale, e la bravura dei soldati sormontò ogni ostacolo. Nella sera di quella sanguinosa giornata, i Goti si ritirarono dal campo di battaglia, le trincere del loro accampamento furono forzate, e la scena di rapina e di strage in qualche modo espiò le calamità, ch'essi aveano portato a' sudditi dell'Impero[107]. Le splendide spoglie d'Argo e di Corinto arricchirono i veterani dell'Occidente; la moglie d'Alarico, la quale aveva impazientemente richiesta la promessa delle gioie Romane e delle schiave Patrizie[108], fatta prigioniera, fu ridotta ad implorare la compassione dell'insultante nemico; e più migliaia di schiavi, liberati dalle catene de' Goti, sparsero per le Province dell'Italia le lodi dell'eroico loro liberatore. Il trionfo di Stilicone[109] fu paragonato dal Poeta, e forse dal Pubblico, a quello di Mario, che nell'istessa parte d'Italia aveva attaccato e distrutto un altro esercito di Barbari Settentrionali. Le grandi ossa, ed i vuoti elmi de' Cimbri e de' Goti potrebbero facilmente confondersi dalle successive generazioni; e la posterità potrebbe innalzare un trofeo comune alla memoria de' due più illustri Generali, che abbiano vinto sul medesimo memorabile suolo i due più formidabili nemici di Roma[110].

L'eloquenza di Claudiano[111] ha celebrato con prodigo applauso la vittoria di Pollenzia, una delle più gloriose giornata della vita del suo Signore; ma la ripugnante e parziale sua musa concede anche una più genuina lode al carattere del Re Goto. Il suo nome in vero è infamato dai vergognosi epiteti di pirata e di ladro, a' quali i conquistatori d'ogni secolo hanno sì giusto diritto: ma il Poeta di Stilicone è costretto a confessare, che Alarico godeva quell'invincibile qualità d'animo, che rende superiore ad ogni disgrazia, e trae dall'avversità sempre nuovi mezzi di risorgere. Dopo la total disfatta della sua infanteria, egli fuggì o piuttosto ritirossi dal campo di battaglia con la maggior parte della cavalleria salva ed intatta. Senza perdere un momento a compiangere l'irreparabil perdita di tanti suoi bravi compagni, lasciò che il vittorioso nemico stringesse in catene le schiave immagini d'un Re Goto[112]; ed arditamente risolvè d'aprirsi i mal guardati passi dell'Apennino, di sparger la desolazione sul fertile suolo della Toscana, o di vincere o di morire avanti le porte di Roma. Fu salvata la Capitale dall'attiva ed instancabile diligenza di Stilicone; ma egli rispettò la disperazione del nemico; ed invece di commettere il destino della Repubblica all'evento d'un'altra battaglia, propose di comprare l'assenza de' Barbari. Lo spirito d'Alarico avrebbe rigettato tali termini d'accordo, quali erano la permissione di ritirarsi e l'offerta d'una pensione, con disprezzo e con isdegno; ma esso esercitava solo un'autorità limitata o precaria sopra indipendenti Capitani, che l'avevano innalzato per servizio loro al di sopra de' suoi uguali; questi eran sempre meno disposti a seguitare un Generale infelice, e molti di loro eran tentati di provvedere al proprio interesse, mediante una privata negoziazione col ministro d'Onorio. Il Re si sottomise alla voce del suo popolo, ratificò il trattato coll'Impero Occidentale, e ripassò il Po con gli avanzi del florido esercito, che aveva condotto in Italia. Una considerabil parte dello forze Romane continuò tuttavia ad osservare i suoi movimenti; e Stilicone, che aveva una segreta corrispondenza con alcuni Capitani Barbari, fu puntualmente informato de' disegni, che si facevano nel campo, e nel consiglio d'Alarico. Il Re de' Goti, ambizioso di segnalare la sua ritirata con qualche splendido fatto, avea risoluto di occupare l'importante città di Verona, che domina il passo delle Alpi Rezie; e dirigendo la sua marcia pei territorj di quelle tribù Germaniche, l'alleanza delle quali avrebbe restaurato l'esausta sua forza, invadere dalla parte del Reno inaspettatamente le ricche Province della Gallia. Ignorando il tradimento, che avea già manifestato la sua ardita e giudiziosa intrapresa, s'avanzò verso i paesi delle montagne, ch'erano già stati occupati dallo truppe Imperiali, dove si trovò esposto ad un generale attacco nella fronte, ne' lati, e nella retroguardia. In questa sanguinosa azione, che seguì ad una piccola distanza dalle mura di Verona, la perdita de' Goti non fu meno grave di quella che avevan sofferto nella disfatta di Pollenzia; ed il loro valoroso Re, che scampò per la velocità del suo cavallo, avrebbe dovuto restare ucciso, o prigioniero, se la precipitosa temerità degli Alani non avesse sconcertato i disegni del Generale Romano. Alarico assicurò i residui del suo esercito sopra le vicine rupi; e si preparò con indomita fermezza a sostenere un assedio contro il numero superiore del nemico che l'investì da ogni lato. Ma non poteva egli opporsi al distruttivo progresso della fame e del disagio; nè gli era possibile di frenare la continua diserzione de' capricciosi ed impazienti suoi Barbari. In questa estremità trovò ancora nuovi ripieghi nel proprio coraggio, o nella moderazione del suo nemico; e risguardossi la ritirata del Re Goto come la liberazione dell'Italia[113]. Nonostante il Popolo ed anche il Clero, incapace di formare alcun ragionevol giudizio degli affari di pace e di guerra, pretese d'attaccar la politica di Stilicone, il quale tante volte circondò, e tante volte lasciò scappare l'implacabil nemico della Repubblica. Il primo momento della pubblica salvezza è consacrato alla gratitudine ed alla gioia; ma il secondo s'occupa diligentemente nell'invidia e nella calunnia[114].

A. 404

I cittadini di Roma erano stati sorpresi dall'avvicinarsi d'Alarico; e la diligenza, con cui procurarono di risarcire le mura della Capitale, dimostrò i loro timori, e la decadenza dell'Impero. Dopo la ritirata dei Barbari, Onorio s'indusse ad accettare il rispettoso invito del Senato ed a celebrare nell'Imperial città l'epoca felice della vittoria Gotica, e del sesto suo consolato[115]. I sobborghi e le strade, dal ponte Milvio al Colle Palatino, eran piene del Popolo Romano, che nello spazio d'un secolo era stato solo tre volte onorato dalla presenza de' suoi Sovrani. Tenendo fissi gli occhi sul carro, dove Stilicone meritamente sedeva accanto al suo Reale pupillo, applaudivano essi alla pompa d'un trionfo, che non era macchiato, come quello di Costantino e di Teodosio, dal sangue civile. Passò la processione sotto un arco sublime, ch'era stato innalzato a quest'effetto: ma in meno di sette anni i Gotici conquistatori di Roma poteron leggere (se pure n'eran capaci) la superba inscrizione di quel monumento, che attestava la disfatta e distruzione totale della loro nazione[116]. L'Imperatore dimorò più mesi nella Capitale, ed ogni parte del suo contegno dimostrava la premura, che aveva di conciliarsi l'affezione del Clero; del Senato, e del Popolo di Roma. Il Clero fu edificato dalle frequenti visite, e dai generosi doni che fece alle Reliquie degli Apostoli. Il Senato che nella trionfal processione era stato liberato dalla umiliante ceremonia di precedere a piedi il carro Imperiale, fu trattato con quella decente riverenza, che Stilicone affettò sempre per quell'Assemblea. Il popolo fu più volte soddisfatto dall'attenzione e dalla cortesia d'Onorio ne' pubblici giuochi, che in quell'occasione si celebrarono con una magnificenza non indegna dello spettatore. Appena fu terminato il numero destinato delle corse de' cavalli, ad un tratto cangiossi la decorazione del Circo; la caccia delle fiere somministrò un vario e splendido divertimento; ed alla caccia successe una danza militare, che nella vivace descrizione di Claudiano somiglia la rappresentazione d'un moderno torneo.

In questi giuochi d'Onorio, i crudeli combattimenti de' Gladiatori[117] macchiarono per l'ultima volta l'anfiteatro di Roma. Il primo Imperatore Cristiano può attribuirsi l'onore del primo editto, che condannò l'arte ed il piacere di spargere il sangue umano[118]; ma questa benefica legge non espresse che i desiderj del Principe, senza riformare un abuso inveterato che degradava un popolo culto sotto la condizione di selvaggi Cannibali. Ogni anno si trucidavano varie centinaia, e forse più migliaia di vittime nelle grandi città dell'Impero; ed il mese di Decembre, più specialmente consacrato ai combattimenti dei gladiatori, esibiva sempre agli occhi del Popolo Romano un grato spettacolo di sangue e di crudeltà. In mezzo all'universal gioia della vittoria di Pollenzia, un Poeta Cristiano esortò l'Imperatore ad estirpare con la sua autorità l'orribil costume, che sì lungamente avea resistito alla voce dell'umanità e della religione[119]. Le patetiche rappresentanze di Prudenzio furon meno efficaci del generoso ardire di Telemaco, monaco Asiatico, la morte del quale fu più vantaggiosa al genere umano, che la sua vita[120]. I Romani si adontarono in vedere interrotti i loro piaceri; e il coraggioso monaco, il quale era disceso nell'arena per separare i gladiatori, restò oppresso da un nuvol di sassi. Ma tosto calmossi la frenesia popolare; fu rispettata la memoria di Telemaco, che avea meritato gli onori del martirio; e si sottomisero senza remore alle leggi d'Onorio, che per sempre abolirono gli umani sacrifizj dell'anfiteatro. I cittadini, ch'erano attaccati a' costumi dei loro Maggiori, potevano forse insinuare, che si mantenevan gli ultimi avanzi d'uno spirito marziale in quella scuola di fortezza, la quale assuefaceva i Romani alla vista del sangue, ed al disprezzo della morte: vano e crudel pregiudizio, sì nobilmente smentito dal valore dell'antica Grecia e della moderna Europa[121].

A. 494

Il recente pericolo, a cui s'era esposta la persona dell'Imperatore nell'indifeso palazzo di Milano, lo mosse a cercar un rifugio in qualche inaccessibil fortezza d'Italia, dove potesse restar sicuro, quando l'aperta campagna fosse coperta da un diluvio di Barbari. Sulla costa dell'Adriatico, circa dieci o dodici miglia lontano dalla più meridionale delle sette bocche del Po, i Tessali avevan fondato l'antica colonia di Ravenna[122], ch'essi poi abbandonarono a' nativi dell'Umbria. Augusto, che avea notato l'opportunità del luogo preparò alla distanza di tre miglia dall'antica Città, un Porto capace di ricevere dugento cinquanta navi da guerra. Tale stabilimento navale che conteneva gli arsenali, i magazzini, e le baracche delle Truppe insieme con le case degli artefici, trasse l'origine ed il nome dalla permanente dimora della flotta Romana: lo spazio intermedio fu tosto ripieno di fabbriche e di abitanti; ed i tre popolati ed estesi quartieri di Ravenna a grado a grado contribuirono a formare una delle più importanti città dell'Italia. Il principal canale d'Augusto conduceva una copiosa quantità di acque del Po per mezzo della città all'entratura del porto; le medesime acque s'introducevano in profonde fosse, che circondavano le mura; si distribuivano per mille canali minori in ogni parte della città, ch'essi dividevano in una quantità di piccole isole; se ne manteneva la comunicazione solo coll'uso dei battelli e de' ponti; e le case di Ravenna, la figura delle quali può paragonarsi a quelle di Venezia, erano alzate su fondamenti di pali di legno. La campagna addiacente, alla distanza di molte miglia, era una profonda ed impenetrabil palude; e l'artificiale sentiero, che univa Ravenna col Continente, potea facilmente guardarsi o distruggersi all'avvicinarsi d'un'armata nemica. Quelle paludi però erano sparse di vigne; e quantunque il terreno fosse esausto da quattro o cinque raccolte, la città godeva una più abbondante copia di vino, che d'acqua fresca[123]. L'aria, invece d'essere infettata dalle malsane, e quasi pestilenziali esalazioni de' bassi e pantanosi terreni, era distinta, come i contorni d'Alessandria, per la straordinaria sua purità e salubrità; e s'attribuiva questo singolar vantaggio a' flutti regolari dell'Adriatico, che purgavano i canali, impedivano l'insalubre stagnamento delle acque ed ogni giorno portavano nel centro di Ravenna i vascelli della vicina campagna. Il mare, appoco appoco ritirandosi, ha lasciato la moderna città alla distanza di quattro miglia dall'Adriatico; e fino dal quinto e sesto secolo dell'Era Cristiana, il porto d'Augusto fu convertito in amene piantazioni, ed un solitario bosco di pini cuoprì quel suolo, dove una volta la flotta Romana stava sulle ancore[124]. Anche tale alterazione contribuì ad accrescere la natural fortezza del luogo; e la bassezza delle acque faceva un sufficiente riparo contro le grosse navi dell'inimico. Questa situazion vantaggiosa fu inoltre fortificata dal travaglio e dall'arte; e l'Imperatore dell'Occidente, nel ventesimo anno dell'età sua, ansioso soltanto della propria personal sicurezza, ritirossi nel perpetuo confino delle mura e delle paludi di Ravenna. Fu imitato l'esempio d'Onorio da' Re Goti, suoi deboli successori, e di poi dagli Esarchi, i quali occuparono il trono ed il palazzo degl'Imperatori; e fino alla metà dell'ottavo secolo Ravenna fu risguardata come la sede del Governo e la Capitale dell'Italia[125].

A. 400

I timori d'Onorio non erano senza fondamento, nè le sue precauzioni furono senz'effetto. Nel tempo che l'Italia si rallegrava per la sua liberazione dai Goti, eccitossi una furiosa tempesta fra le nazioni della Germania, che cederono all'irresistibile impulso, che sembra essere stato a grado a grado comunicato loro dall'estremità orientale del continente dell'Asia. Gli Annali Chinesi, nella maniera che si sono interpretati dalla dotta industria del presente secolo, possono utilmente applicarsi a scuoprir le segrete e remote cause della caduta dell'Imperio Romano. Quell'esteso tratto di paese, che è al settentrione della gran muraglia, dopo la fuga degli Unni fu occupato da' vittoriosi Sienpi, che alle volte si divisero in tribù indipendenti, ed alle volte si trovaron riuniti sotto un supremo Capo, finattantochè in ultimo, dandosi il nome di Topa o di Signori della Terra, acquistarono una maggiore stabilità, ed un potere più formidabile. In breve obbligarono essi le pastorali nazioni del deserto orientale a conoscere la superiorità delle loro armi; invasero la China in un tempo di debolezza e d'interna discordia; e questi fortunati Tartari, adottando le leggi ed i costumi del popolo vinto, fondarono un'Imperial Dinastia, che regnò quasi cento sessant'anni sulle province Settentrionali della Monarchia. Qualche generazione prima che salissero sul trono della China, uno dei Principi Topa aveva arrolato nella sua cavalleria uno schiavo, chiamato Moko, celebre pel suo valore; ma che fu indotto dal timore del gastigo o disertare, ed a vagare pel deserto alla testa di cento seguaci. Questa mano di ladri e di banditi divenne poi un campo, una tribù, un numeroso popolo distinto col nome di Geougen; ed i posteri di Moko lo schiavo, ereditarj lor Capitani, presero posto fra i Monarchi della Scizia. Toulun, che fu il più grande fra i discendenti di esso, esercitò la sua gioventù in quelle avversità che sono la scuola degli Eroi. Combattè valorosamente con la fortuna, ruppe l'imperioso giogo del Topa, e divenne il legislatore della sua nazione, ed il conquistatore della Tartaria. Distribuì le sue truppe in corpi regolari di cento e di mille uomini; i codardi erano lapidati; si proponevano gli onori più splendidi come premj del valore, e Toulun, abbastanza instrutto per non curare il saper della China, non adottò che quelle arti e quegl'instituti, che favorivano lo spirito militare del suo Governo. Piantava nella state le sue tende sulle fertili rive del Selinga, trasportandole nell'inverno ad una latitudine più meridionale. S'estendevano le sue conquiste dalla Corea fino al di là del fiume Irtish. Vinse nella regione al norte del mar Caspio la nazione degli Unni; ed il nuovo titolo di Kan o Cagan, indicò la fama ed il potere che trasse da questa memorabil vittoria[126].

A. 405

Resta interrotta o piuttosto celata la catena degli avvenimenti, quando si passa dal Volga alla Vistola per l'oscuro spazio, che separa gli estremi confini della geografia Chinese e Romana. Pure l'indole de' Barbari e l'esperienza delle posteriori emigrazioni abbastanza dimostrano, che gli Unni, i quali erano oppressi dalle armi dei Geougensi, dovetter sottrarsi ben presto dalla presenza d'un insultante vincitore. I paesi verso il Ponto Eussino erano già occupati dalle tribù loro congiunte, e la precipitosa loro fuga, che tosto si convertì in un audace assalto, doveva più naturalmente dirigersi verso le ricche ed uguali pianure, per le quali la Vistola piacevolmente scorre verso il mar Baltico. Dovè il Settentrione di nuovo esser commosso ed agitato dall'invasione degli Unni; e le nazioni, che fuggivan da loro, doveron posarsi con grave peso sui confini della Germania[127]. Gli abitanti di quelle regioni, che gli antichi hanno assegnato agli Svevi, a' Vandali, ed ai Borgognoni, poteron prendere la risoluzione d'abbandonare a' fuggitivi della Sarmazia le loro foreste e lagune, o almeno di scaricare la superflua loro popolazione nelle Province del Romano Impero[128]. Circa quattr'anni dopo che il vittorioso Toulun aveva preso il titolo di Kan dei Geougensi, un altro Barbaro, cioè il superbo Rodogasto, o Radagaiso[129] marciò dall'estremità settentrionali della Germania quasi fino alle mura di Roma, lasciò gli avanzi del suo esercito a terminare la distruzione dell'Occidente. I Vandali, gli Svevi ed i Borgognoni formavano il corpo di questa formidabile armata; ma gli Alani, che avevan trovato un cortese accoglimento nelle nuove loro abitazioni, aggiunsero un'attiva cavalleria alla grave infanteria dei Germani; e gli avventurieri Gotici corser con tanto ardore alle bandiere di Radagaiso, che alcuni storici lo hanno chiamato Re de' Goti. Facevan pompa nella vanguardia dodicimila guerrieri, distinti dal volgo per la nobile nascita o per le valorose lor geste[130]; e tutta la moltitudine, che non era minore di dugentomila combattenti, aggiuntevi lo donne, i fanciulli, e gli schiavi, poteva montare sino al numero di quattrocentomila persone. Venne questa terribile emigrazione dalla medesima costa del Baltico, dalla quale uscirono le migliaia di Cimbri e di Teutoni ad assaltar Roma e l'Italia nel vigor della Repubblica. Dopo la partenza di quei Barbari, il nativo loro paese, in cui si vedevano i vestigi di lor grandezza, come grosse mura, e moli gigantesche[131], fu per qualche secolo ridotto ad una vasta ed arida solitudine, finattantochè non fu rinnovata la specie umana dalla forza della generazione, e non fu ripieno quel vôto dal concorso di nuovi abitanti. Anche le nazioni, che presentemente usurpano un'estension di terreno, che non son capaci di coltivare, sarebber tosto soccorse dall'industriosa povertà dei loro vicini, se il governo dell'Europa non proteggesse i diritti, del dominio e della proprietà.

A. 406

Era in quel tempo tanto precaria ed imperfetta la corrispondenza delle nazioni fra loro, che potevano ignorarsi nella Corte di Ravenna le rivoluzioni del Norte, finattantochè l'oscura nube, che si era ammassata lungo la costa del Baltico, scoppiò in fulmine sulle rive dell'alto Danubio. L'Imperator dell'Occidente si contentava d'essere occasione e spettator della guerra[132], se pure i suoi ministri arrischiavansi di disturbarne i piaceri con le nuove dell'imminente pericolo. Affidavasi la salute di Roma a' consigli ed alla spada di Stilicone; ma tanto era debole ed esausto lo staio dell'Impero, che era impossibile di risarcire le fortificazioni del Danubio, o d'impedire con un vigoroso sforzo l'invasione de' Germani[133]. Le speranze del vigilante Ministro d'Onorio si limitavano alla difesa dell'Italia. Egli abbandonò un'altra volta le Province; richiamò le truppe; fece nuove leve, che furono rigorosamente cercate, e con pusillanimità deluse; impiegò i più efficaci mezzi per ritenere o allettare i disertori; ed offerì la libertà ed il donativo di due monete d'oro a tutti gli schiavi, che si fossero arrolati alla milizia[134]. Con questi sforzi a gran fatica raccolse dai sudditi d'un grand'Impero un esercito di trenta o quarantamila uomini, che al tempo di Scipione o di Camillo si sarebbe ad un tratto formata dai cittadini liberi del territorio di Roma[135]. Le trenta legioni di Stilicone furono rinforzate da un grosso corpo di Barbari ausiliari; i fedeli Alani erano personalmente attaccati al suo servigio; e le truppe degli Unni e de' Goti, che marciavano sotto le bandiere dei nativi lor principi Uldino e Saro, venivano animate dall'interesse e dall'ira ad opporsi all'ambizione di Radagaiso. Il Re dei confederati Germani senza resistenza passò le Alpi, il Po e l'Apennino, lasciando da una parte l'inaccessibil palazzo d'Onorio, sepolto con sicurezza fra' pantani di Ravenna, e dall'altra il campo di Stilicone, che avea stabilito il suo principal quartiere a Ticino o a Pavia; ma che sembra scansasse una decisiva battaglia, finattantochè non avesse adunato le distanti sue forze. Molte città dell'Italia furon saccheggiate o distrutte, e l'assedio di Firenze fatto da Radagaiso[136] è uno dei più antichi avvenimenti nell'istoria di quella celebre Repubblica, la fermezza della quale frenò e sospese l'imperito furore de' Barbari. Tremò il Senato ed il Popolo all'avvicinarsi che fecero alla distanza di cento cinquanta miglia da Roma; ed ansiosamente paragonarono essi il pericolo che avevan passato, co' nuovi rischi a' quali trovavansi esposti. Alarico era Cristiano e soldato; condottiere d'un esercito disciplinato; esso intendeva le leggi della guerra, rispettava la santità dei trattati, ed avea conversato famigliarmente coi sudditi dell'Impero nei medesimi campi e nelle Chiese medesime. Il selvaggio Radagaiso non conosceva i costumi, la religione, e neppure il linguaggio delle nazioni civilizzate del Mezzodì. Accrescevasi la fierezza della sua natura da una crudele superstizione, e generalmente credevasi, che si fosse obbligato con un solenne voto a ridur la città in un mucchio di sassi e di cenere, ed a sacrificare i Romani Senatori più illustri sugli altari di quegli Dei, che si placavano per mezzo del sangue umano. Il pubblico pericolo, che avrebbe dovuto riconciliare tutte le domestiche animosità, scuoprì l'incurabil pazzia d'una religiosa fazione. Gli oppressi adoratori di Mercurio e di Giove nell'implacabil nemico di Roma rispettavano il carattere di devoto Pagano: altamente dichiaravano, che più temevano i sacrifizi che le armi di Radagaiso: e segretamente godevano della calamità della patria, le quali condannavano la fede de' Cristiani loro avversari[137].

A. 406

Firenze fu ridotta all'ultima estremità, ed il coraggio dei cittadini, che già mancava, non fu sostenuto che dall'autorità di S. Ambrogio, che in sogno aveva avuto la promessa della pronta liberazion loro[138]. Ad un tratto essi videro dalle mura le bandiere di Stilicone, che s'avanzava con le unite sue forze in sollievo della fedele città, e che tosto destinò quel fatal luogo per sepoltura del Barbaro esercito. Possono conciliarsi le apparenti contraddizioni di quegli scrittori, che riferiscono in diverse maniere la disfatta di Radagaiso, senza far molta violenza alle rispettive loro testimonianze. Orosio ed Agostino, ch'erano intimamente connessi per amicizia e per religione, attribuiscono questa miracolosa vittoria piuttosto alla Providenza divina, che al valor umano[139]. Essi rigorosamente escludono qualunque idea di eventualità, o anche di spargimento di sangue, e positivamente affermano, che i Romani, il campo de' quali era un teatro d'abbondanza e d'oziosità, godevano delle angustie de' Barbari, che lentamente spiravano sulla scoscesa e nuda cima de' colli di Fiesole, che s'innalzano sopra la città di Firenze. Si può con tacito disprezzo riguardare la stravagante loro asserzione, che neppure un soldato dell'esercito Cristiano restasse ucciso o ferito; ma il resto della narrazione d'Agostino e d'Orosio è coerente allo stato della guerra ed al carattere di Stilicone. Sapendo, ch'ei comandava l'ultimo esercito della Repubblica, la sua prudenza non gli permetteva d'esporlo in campo aperto all'ostinata furia dei Germani. Il metodo di circondare il nemico con forti linee di circonvallazione, che per due volte aveva impiegato contro il Re Goto, fu replicato più estesamente in quest'occasione, e con più notabile effetto. Gli esempi di Cesare dovevano esser famigliari anche a' più ignoranti guerrieri di Roma; e le fortificazioni di Dirrachio, che riunivano insieme ventiquattro castelli per mezzo d'un perpetuo fosso e riparo di quindici miglia, davano il modello d'un trinceramento, che potea circondare ed affamar l'esercito più numeroso di Barbari[140]. Le truppe Romane avevano degenerato meno dall'industria che dal valore dei loro antichi; e se l'opera servile e laboriosa offendeva l'orgoglio de' soldati, la Toscana potea supplir più migliaia di contadini, che avranno lavorato, quantunque non avrebbero forse combattuto per la salute della patria. La moltitudine dei cavalli e degli uomini[141], chiusi prigionieri, fu appoco appoco distrutta più dalla fame che dalla spada; ma nel progresso d'un'operazione così estesa i Romani furono esposti ai frequenti attacchi d'un impaziente nemico. La disperazione degli affamati Barbari gli faceva precipitare contro le fortificazioni di Stilicone; il Generale potè qualche volta condiscendere all'ardore dei suoi bravi ausiliari, che ardentemente lo stimolavano ad assaltare il campo de' Germani; e questi varj accidenti probabilmente produssero gli aspri e sanguinosi conflitti, che adornano la narrazione di Zosimo, e le croniche di Prospero e di Marcellino[142]. Era stato introdotto nelle mura di Firenze un opportuno soccorso di uomini e di provvisioni; e l'affamato esercito di Radagaiso a vicenda restò assediato. L'orgoglioso Monarca di tante guerriere nazioni, dopo la perdita dei suoi più bravi soldati, fu ridotto a confidare o nell'osservanza d'una capitolazione o nella clemenza di Stilicone[143]. Ma la morte del prigioniero reale, che fu ignominiosamente decapitato, disonorò il trionfo di Roma e del Cristianesimo; ed il breve indugio della sua esecuzione fu sufficiente a macchiare il vincitore della colpa d'una fredda e deliberata crudeltà[144]. Gli affamati Germani, che scamparono dal furore degli ausiliari, si venderono come schiavi al vil prezzo d'una moneta d'oro per ciascheduno: ma la differenza del cibo e del clima tolse di mezzo una gran parte di quegli infelici stranieri: e fu osservato, che gl'inumani compratori, invece di cogliere il frutto della loro fatica, furono in breve obbligati a provvedere alla spesa della lor sepoltura. Stilicone informò l'Imperatore ed il Senato del suo buon successo, e meritò per la seconda volta il glorioso titolo di liberator dell'Italia[145].

A. 406

La fama della vittoria, e specialmente del miracolo ha favorito una vana persuasione, che tutta l'armata, o piuttosto la nazione dei Germani, che emigrò dai lidi del Baltico, fosse miserabilmente perita sotto le mura di Firenze. Tale in vero fu il destino di Radagaiso medesimo, dei suoi bravi e fedeli compagni, e di più d'un terzo della varia moltitudine di Svevi e di Vandali, di Alani e di Borgognoni, che rimasero attaccati allo stendardo del lor Generale[146]. Può eccitare la nostra sorpresa l'unione di tale armata; ma ovvie sono e ben forti le cause di separazione, come l'orgoglio della nascita, l'insolenza del valore, la gelosia del comando, l'intolleranza della subordinazione, e l'ostinato contrasto di opinioni, d'interessi, e di passioni fra tanti Re e guerrieri, che non sapevan cedere, nè obbedire. Dopo la disfatta di Radagaiso, due parti dell'esercito Germano, che doveva eccedere il numero di centomila uomini, restarono sempre in armi fra l'Apennino e le Alpi, o fra le Alpi e il Danubio. È incerto, se tentassero di vendicar la morte del lor Capitano; ma l'irregolare lor furia fu presto divertita dalla prudenza e fermezza di Stilicone, che s'oppose alla loro marcia, e facilitonne la ritirata; egli risguardò la salvezza di Roma e dell'Italia, come il grand'oggetto della sua cura; e sacrificò con troppa indifferenza la ricchezza e la tranquillità delle distanti Province[147]. I Barbari ebbero cognizione, da alcuni disertori della Pannonia, del paese e delle strade, e l'invasione della Gallia, che Alarico avea disegnata, fu eseguita dagli avanzi del grand'esercito di Radagaiso[148].

Se però si erano aspettati di trarre qualche soccorso dallo tribù della Germania, che abitavano le rive del Reno, le loro speranze rimasero deluse. Gli Alemanni mantennero uno stato d'inattiva neutralità; ed i Franchi distinsero lo zelo ed il coraggio loro in difesa dell'Imperio. Nel rapido progresso fatto da Stilicone lungo il Reno, che fu il primo atto dell'amministrazione di lui, s'era particolarmente applicato ad assicurarsi l'alleanza dei bellicosi Franchi, e ad allontanare i nemici implacabili della pace e della Repubblica. Marcomiro, uno dei loro Re, fu pubblicamente convinto avanti al Tribunale del Magistrato Romano d'aver violato la fede de' trattati. Ei fu condannato ad un mite, ma lontano esilio nella Provincia di Toscana; e tal degradazione della dignità reale fu sì lungi dall'eccitare lo sdegno dei suoi sudditi, che punirono con la morte il turbolento Sunno, il quale tentò di vendicare il proprio fratello; e conservarono una rispettosa fedeltà verso quei Principi, che stabiliti furono sul trono per la scelta di Stilicone[149]. Quando l'emigrazione Settentrionale ebbe rotto i confini della Gallia e della Germania, i Franchi valorosamente si opposero alla sola forza dei Vandali, che non curando le lezioni dell'avversità, avevano di nuovo separato le loro truppe dallo stendardo de' Barbari loro alleati. Pagarono questi la pena della loro temerità, e restaron morti sul campo di battaglia ventimila Vandali, col loro Re Godigisclo. Sarebbesi esterminato tutto quel popolo, se avanzandosi in loro aiuto gli squadroni degli Alani, non avessero calpestato l'infanteria de' Franchi, che dopo un'onorevole resistenza furon costretti ad abbandonare quel disuguale combattimento. I vittoriosi confederati proseguirono la lor marcia, e l'ultimo giorno dell'anno, in una stagione in cui le acque del Reno erano probabilmente agghiacciate, entrarono senza contrasto nelle non difese Province della Gallia. Questo memorabil passaggio degli Svevi, dei Vandali, degli Alani e dei Borgognoni, che poi non si ritirarono mai più, si può risguardare come la causa della caduta del Romano Impero ne' paesi di là dalle Alpi, e da quel momento fatale si gettarono a terra i ripari, che avevano sì lungamente separato fra loro le selvagge e le civili nazioni della terra[150].

A. 407

Mentre assicurata era la pace della Germania dall'attaccamento dei Franchi e dalla neutralità degli Alemanni, i sudditi di Roma, ignorando le imminenti loro calamità, godevan lo stato di prosperità e di quiete, che rare volte felicitato aveva le frontiere della Gallia. Ai loro greggi ed armenti era permesso di pascere nelle pasture dei Barbari; i loro cacciatori penetravan senza timore o pericolo nei più cupi nascondigli della selva Ercinia[151]; le rive del Reno eran coronate, come quelle del Tevere, di eleganti case e di possessioni ben coltivate; e se un poeta navigava pel fiume, potea dubitare da qual parte fosse il territorio Romano[152]. Fu ad un tratto cangiata questa scena di pace e d'abbondanza in un deserto; ed il solo aspetto delle fumanti rovine potea distinguere la solitudine della natura dalla desolazione dell'uomo. La florida città di Magonza fu sorpresa e distrutta; e molte migliaia di Cristiani crudelmente furono trucidati nella sessa Chiesa. Worms perì dopo un lungo ed ostinato assedio; Strasburgo, Spira, Reims, Tournay, Arras, ed Amiens provarono la crudele oppressione del giogo Germanico; e le fiamme consumatrici della guerra si sparsero dalle rive del Reno sulla maggior parte delle diciassette Province della Gallia. Restò quell'esteso e ricco paese fino all'Oceano, alle Alpi, ed ai Pirenei abbandonato ai Barbari, che in una promiscua folla cacciavano avanti di loro il Vescovo, il Senatore e la Vergine, carichi delle spoglie delle proprie case ed altari[153]. Gli Ecclesiastici, ai quali noi siam debitori di questa sconnessa descrizione delle pubbliche calamità, presero quindi occasione d'esortare i Cristiani a pentirsi delle colpe, che avevano irritata la divina giustizia; ed a rinunziare ai beni transitorj del misero ed ingannevole Mondo. Ma siccome la controversia Pelagiana[154], che tenta di scandagliare l'abisso della Grazia e della Predestinazione, divenne tosto la seria occupazione del clero Latino, la Providenza, che aveva stabilito, o preveduto, o permesso tal serie di mali naturali e morali, fu temerariamente pesata nell'imperfetta e fallace bilancia della ragione. Arrogantemente si confrontarono i delitti e le disgrazie dell'angustiato popolo con quelle dei loro maggiori; e fu attaccata la divina giustizia, che non esimeva dalla comun distruzione la parte debole, innocente e puerile della specie umana. Questi oziosi disputanti non riflettevano alle invariabili leggi della natura, che hanno congiunto la pace coll'innocenza, l'abbondanza coll'industria, e la salvezza col valore. La timida ed interessata politica della Corte di Ravenna potè richiamar le legioni Palestine per la difesa dell'Italia; gli avanzi delle truppe di guarnigione restatevi potevano essere insufficienti all'ardua impresa; ed i Barbari ausiliari poteron preferire la sfrenata licenza della preda al vantaggio di un moderato e regolare stipendio. Ma le Province della Gallia eran piene di una copiosa stirpe di forti e robusti giovani, che in difesa delle case, delle famiglie e degli altari loro, se avessero avuto coraggio di morire, avrebbero meritato di vincere. La cognizione del nativo loro paese gli avrebbe resi capaci di opporre continui ed insuperabili ostacoli al progresso d'un invasore; e l'insufficienza dei Barbari nelle armi, ugualmente che nella disciplina, toglieva l'unico pretesto, che scusa la sommissione d'un popolato paese all'inferior numero d'un esercito veterano. Allorchè la Francia fu invasa da Carlo V, ei dimandò ad un prigioniero quante giornate poteva esser distante Parigi dalla frontiera; forse dodici, ma saranno giornate di battaglia[155]: tale fu la vigorosa risposta, che colpì l'arroganza di quell'ambizioso Principe. I sudditi di Onorio e di Francesco I, erano animati da uno spirito assai differente; ed in meno di due anni le sparse truppe dei selvaggi del Baltico, il numero de' quali (se fossero stati ben numerati) sarebbe parso dispregevole; s'avanzarono senza neppure un combattimento fino a piè dei monti Pirenei.

A. 407

Nella prima parte del regno d'Onorio, la vigilanza di Stilicone aveva con buon successo difesa la remota Isola della Britannia da' suoi continui nemici dell'Oceano, delle montagne, e della costa d'Irlanda[156]. Ma quegl'inquieti Barbari non poteron trascurare la bella opportunità della guerra Gotica, in cui le mura ed i quartieri della Provincia restaron privi di truppe Romane. Se permettevasi ad alcuno de' Legionari di tornare dalla spedizion d'Italia, il fedele ragguaglio, che davano della Corte e del carattere d'Onorio, doveva tendere a sciogliere i vincoli d'alleanza, e ad esacerbare l'indole sediziosa dell'armata Britannica. Fu ravvivato lo spirito di ribellione, che aveva una volta turbato il secolo di Gallieno, dalla capricciosa violenza de' soldati; e gl'infelici, e forse ambiziosi candidati, che erano gli oggetti della loro scelta, furono gl'istrumenti, ed alla fine le vittime della loro passione[157]. Marco fu il primo, che essi collocarono sul trono come legittimo Imperatore della Britannia e dell'Occidente. Violarono con la precipitosa uccisione di Marco il giuramento di fedeltà, a cui s'erano da loro stessi obbligati; e col disapprovare i costumi di lui, può sembrare che ponessero un onorevol epitaffio sulla sua tomba. Graziano fu il secondo, ch'essi adornarono del diadema e della porpora; ed al termine di quattro mesi Graziano ebbe il medesimo fato, che il suo predecessore. La memoria del gran Costantino, che le legioni Britanniche avevan dato alla Chiesa ed all'Impero, somministrò un singolar motivo alla terza loro elezione. Fra le file dei soldati ne scuoprirono uno, che aveva il nome di Costantino; e l'impetuosa lor leggierezza l'aveva già collocato sul trono, prima d'accorgersi dell'incapacità di esso a sostenere il peso di nome così glorioso[158]. Pure la autorità di Costantino fu meno precaria, ed il suo governo più fortunato, che i regni transitorj di Marco e di Graziano. Il pericolo di lasciare inattive le sue truppe in quei campi, che per due volte erano stati contaminati dalla sedizione e dal sangue, lo indusse a tentare la conquista delle Province occidentali. Ei prese terra a Bologna con una piccola armata; e dopo d'essersi riposato alcuni giorni, intimò alle città della Gallia, che avevano evitato il giogo de' Barbari, di riconoscere il legittimo loro Sovrano. Ubbidirono esse alle intimazioni senza ripugnanza. La trascuraggine della Corte di Ravenna assoluto aveva un popolo abbandonato dal dovere di fedeltà; le attuali angustie lo mossero ad accettare qualunque circostanza di cangiamento senza timore, e forse con qualche speranza; e potea lusingarsi, che le truppe, l'autorità ed anche il nome d'un Imperatore Romano, che piantasse la sua residenza nella Gallia, avrebbe difeso quell'infelice regione dal furore dei Barbari. I primi successi di Costantino contro i corpi divisi dei Germani furono amplificati dalla voce dell'adulazione, quasi splendide e decisive vittorie, che la riunione ed insolenza del nemico ben presto ridusse al giusto loro valore. Le negoziazioni, che ei fece, ottennero una breve e precaria tregua; e se alcune tribù de' Barbari furono impegnate dalla liberalità dei suoi doni e delle promesse ad intraprender la difesa del Reno, tali dispendiosi ed incerti trattati, invece di ristabilire il primiero vigore della frontiera Gallica, non servirono che a svergognare la maestà del Principe, ed a esaurire quel che era avanzato dei tesori della Repubblica. Insuperbito ciò nonostante di quest'immaginario trionfo, il vano liberatore della Gallia s'avanzò nelle Province del Mezzodì ad incontrare un più pressante e personale pericolo. Fu dato ordine a Saro il Goto di portare la testa del ribelle a' piedi dell'Imperatore Onorio, ed indegnamente si consumaron le forze della Britannia e dell'Italia in questa contesa domestica. Dopo d'aver perduto i due più bravi suoi Generali, Giustiniano e Navigaste, il primo dei quali fu ucciso in battaglia, e l'altro in un pacifico congresso a tradimento, Costantino si fortificò dentro le mura di Vienna. La piazza fu attaccata senza effetto per sette giorni; e l'esercito Imperiale, in una precipitosa ritirata, soffrì l'ignominia di comprarsi un passaggio sicuro dagli stranieri e banditi delle alpi[159]. Quelle montagne allora separavan gli Stati dei due rivali Monarchi; e le fortificazioni della doppia frontiera erano guardate dalle truppe dell'Impero, le armi delle quali si sarebbero più vantaggiosamente impiegate in difendere i confini Romani contro i Barbari della Germania e della Scizia.

A. 408

Dal lato de' Pirenei poteva giustificarsi l'ambizione di Costantino dalla prossimità del pericolo; ma si stabilì tosto il suo trono mediante la conquista, o piuttosto la sommissione della Spagna, che cedè all'influenza d'una regolare ed abitual subordinazione, e ricevè le leggi ed i Magistrati della Prefettura Gallica. L'unica opposizione, che si fece all'autorità di Costantino, provenne non tanto dalle forze del governo o dallo spirito del popolo, quanto dallo zelo ed interesse privato della famiglia di Teodosio. Quattro fratelli[160] avevano ottenuto dal favore del defunto Imperatore, loro parente, un onorevole grado e vaste possessioni nella lor patria; ed i grati giovani risolverono di rischiare tali vantaggi in servizio del figlio di esso. Dopo un infelice sforzo per difendere il terreno alla testa delle truppe che erano di guarnigione nella Lusitania, si riunirono nello lor terre, dove levarono ed armarono a proprie spese un corpo considerabile di schiavi e di dipendenti, ed arditamente marciarono ad occupare i luoghi forti de' monti Pirenei. Questa domestica sollevazione agitò, e rendè perplesso il Sovrano della Gallia e della Britannia, e fu costretto a negoziare con alcune truppe di Barbari ausiliari pel servizio della guerra Ispanica. Essi eran distinti col titolo di Onoriani[161]: nome, che avrebbe dovuto rammentar loro la fedeltà al legittimo Principe; e se voglia candidamente accordarsi, che sopra gli Scoti influisse qualche parziale affezione per un Sovrano Britannico, i Mori ed i Marcomanni furono solo tentati dalla prodiga profusione dell'usurpatore, che distribuiva fra' Barbari i militari ed anche i civili onori della Spagna. Le nove bande degli Onoriani, che facilmente si possono ravvisare nello stabilimento dell'Impero Occidentale, non potevano eccedere il numero di cinquemila uomini: pure questa piccola forza fu sufficiente a terminare una guerra, che avea minacciato il potere e la salvezza di Costantino. La rustica armata della famiglia di Teodosio fu circondata e distrutta ne' Pirenei; due dei fratelli ebbero la buona fortuna di fuggire per mare in Italia o in Oriente; gli altri due, dopo qualche intervallo di sospensione, furono decapitati in Arles; e se Onorio potè rimanersi insensibile alla calamità pubblica, egli dovè forse commuoversi alle personali disgrazie de' suoi generosi congiunti. Tali erano le deboli armi, che decidevano del possesso delle Province Occidentali d'Europa, dalla muraglia d'Antonino fino alle colonne d'Ercole. Si sono certamente diminuiti gli avvenimenti di pace e di guerra dall'angusta ed imperfetta vista degl'Istorici di quei tempi, ch'erano ugualmente ignoranti delle cause e degli effetti delle più importanti rivoluzioni. Ma la total decadenza della forza nazionale aveva annientato anche l'ultima ragione d'un Governo dispotico; ed il prodotto dell'esauste Province non potea più servire a comprare il militar servizio d'un popolo malcontento e pusillanime.

A. 404-408

Il poeta, l'adulazione del quale attribuì all'Aquila Romana le vittorie di Pollenzia e di Verona, incalza la precipitosa ritirata d'Alarico, dai confini dell'Italia, con un'orrida serie d'immaginari spettri, quali potevano volare intorno ad un'armata di Barbari, quasi esterminata dalla guerra, dalla carestie dal disagio[162]. Nel corso di questa infelice spedizione dovè invero il Re dei Goti soffrire una perdita considerabile; e le indebolite sue forze richiedevano un intervallo di riposo per reclutare i soldati, e per ravviarne il coraggio. L'avversità esercitato aveva ed esteso il genio d'Alarico; e la fama del suo valore invitava allo stendardo Gotico i più valorosi guerrieri Barbari, che dal Ponto Eussino fino al Reno eran mossi dal desiderio della rapina e della conquista. Egli avea meritato la stima, e tosto accettò l'amicizia di Stilicone medesimo. Rinunziando al servizio dell'Imperatore Orientale, Alarico conchiuse con la Corte di Ravenna un trattato di pace e d'alleanza, in forza del quale fu dichiarato Generale degli eserciti Romani per la Prefettura dell'Illirico, come si pretendeva, secondo i veri ed antichi limiti, dal Ministro d'Onorio[163]. L'esecuzione dell'ambizioso disegno, che era stato stipulato o compreso negli articoli del trattato, par che restasse sospesa dalla formidabile irruzione di Radagaiso; e la neutralità del Re Goto può forse paragonarsi all'indifferenza di Cesare, che nella cospirazione di Catilina ricusò d'assistere, o di opporsi al nemico della Repubblica. Dopo la disfatta dei Vandali, Stilicone riassunse le sue pretensioni sulle province Orientali; creò de' Magistrati civili per l'amministrazione della giustizia e delle finanze; e dichiarò l'impazienza che avea di condurre alle porte di Costantinopoli gli uniti eserciti de' Romani e de' Goti. La prudenza però di Stilicone, l'avversione d'esso alla guerra civile, e la perfetta cognizione, che aveva della debolezza dello Stato, possono confermare il sospetto, che lo scopo della sua politica fosse più la pace interna, che la conquista di fuori, e che la principale sua cura fosse quella d'impiegar le forze d'Alarico in distanza dall'Italia. Questo disegnò non potè lungamente sfuggire la penetrazione del Gotico Re, il quale continuò a tenere una dubbiosa e forse perfida corrispondenza con le Corti rivali fra loro, prolungò, a guisa di mal pagato mercenario, le sue languide operazioni nella Tessaglia e nell'Epiro, e ben presto tornò a domandare lo stravagante premio de suoi inefficaci servigj. Dal suo campo vicino ad Emona[164], su' confini dell'Italia, trasmise all'Imperatore dell'Occidente una lunga serie di promesse, di spese, e di domande; richiese l'immediata soddisfazione di esse, e chiaramente intimò le conseguenze d'un rifiuto. Se nondimeno la sua condotta era ostile, decente e rispettoso n'era il linguaggio. Si professava umilmente amico di Stilicone, e soldato d'Onorio; offeriva la sua persona e le sue truppe per marciar senza indugio contro l'usurpator della Gallia; e chiedeva, come una permanente dimora per la nazione Gotica, il possesso di qualche vacante Provincia dell'Impero occidentale.

A. 408

I politici e segreti trattati di due Ministri, che procuravano d'ingannarsi l'un l'altro, e d'imporre al Mondo, avrebbero per sempre dovuto restar nascosti nell'impenetrabile oscurità del gabinetto, se i dibattimenti d'una popolare assemblea non avesser gettato qualche raggio di luce sulla corrispondenza d'Alarico e di Stilicone. La necessità di trovar qualche artificial sostegno ad un governo, che per un principio non già di moderazione ma di debolezza erasi ridotto a trattare coi propri sudditi, aveva insensibilmente fatto risorgere l'autorità del Senato Romano; ed il Ministro d'Onorio consultava rispettosamente il consiglio legislativo della Repubblica. Stilicone adunò il Senato nel palazzo dei Cesari; rappresentò in una studiata orazione lo stato attuale degli affari; propose le domande del Re Goto, e sottopose alla loro considerazione la scelta della pace o della guerra. I Senatori, come se ad un tratto si fossero svegliati da un sonno di quattrocent'anni, parvero in quest'importante occasione inspirati più dal coraggio, che dalla saviezza dei loro predecessori. Altamente dichiararono in regolari discorsi, o in tumultuarie acclamazioni, ch'era indegno della Maestà di Roma il comprare una precaria e disonorevole tregua da un Re Barbaro, e che, a giudizio d'un magnanimo popolo, sempre il rischio della rovina era preferibile alla certezza del disonore. Il Ministro, le pacifiche intenzioni del quale non erano secondate che dalle voci di pochi servili e venali seguaci, tentò di mitigare il general fermento per mezzo d'un'apologia della sua condotta, ed anche delle richieste del Principe Gotico. «Il pagamento d'un sussidio (tale fu il linguaggio di Stilicone) che aveva eccitato lo sdegno dei Romani, non doversi risguardare nell'odioso aspetto o d'un tributo, o d'una taglia, che venga estorta dalle minacce d'un Barbaro nemico. Avere Alarico fedelmente sostenuto le giuste pretensioni della Repubblica sopra le Province, che s'erano usurpate dai Greci di Costantinopoli; egli modestamente chiedere la bella convenuta ricompensa de' suoi servigj; e se avea desistito dal proseguire l'impresa, ritirandosi, aveva obbedito alle perentorie, quantunque private, lettere dell'Imperatore medesimo. Questi ordini contraddittorj (non voleva egli dissimulare gli errori della sua propria famiglia) s'erano procurati dall'intercession di Serena. La tenera pietà di sua moglie troppo era stata profondamente commossa dalla discordia dei fratelli reali, figli dell'adottivo padre di lei; ed i sentimenti della natura troppo facilmente avevan prevalso ai forti dettami del pubblico bene». Queste speciose ragioni, che debolmente mascheravano gli oscuri intrighi del palazzo di Ravenna, furono sostenute dall'autorità di Stilicone, ed ottennero, dopo un forte contrasto, la ripugnante approvazione del Senato. Si acchetò il tumulto della libertà e del valore, e fu accordata, sotto nome di sussidio, la somma di quattrocento libbre d'oro per assicurar la pace dell'Italia, e conciliar l'amicizia del Re dei Goti. Lampadio solo, uno dei più illustri membri di quell'assemblea, continuò a persistere nel suo sentimento; esclamò ad alta voce: «questo non è un trattato di pace, ma di servitù[165]» ed evitò il pericolo d'un'opposizione sì audace con ritirarsi immediatamente nell'asilo d'una Chiesa Cristiana.

A. 408

Ma il regno di Stilicone andava a finire, ed il superbo Ministro potè ravvisare i segni della sua imminente disgrazia. S'era fatto applauso al generoso ardir di Lampadio; ed il Senato, che aveva con tanta pazienza tollerato una lunga servitù, rigettò sdegnosamente l'offerta d'un'odiosa ed immaginaria libertà. Le truppe, che sempre assumevano il nome e le prerogative di legioni Romane, erano inasprite dal parziale affetto di Stilicone pei Barbari; ed il popolo imputava alla cattiva politica del Ministro le pubbliche disgrazie, che erano la natural conseguenza della propria degenerazione. Pure Stilicone avrebbe potuto continuare a sprezzare i clamori del popolo, ed ancor dei soldati, se avesse potuto mantenere il proprio dominio sulla debole mente del suo pupillo. Ma il rispettoso attaccamento d'Onorio si convertì in timore, in sospetto ed in odio. L'artificioso Olimpio[166], che nascondeva i suoi vizi sotto la maschera di Cristiana pietà, segretamente avea rovesciato il benefattori, pel favore del quale era stato promosso agli onorevoli ufizi del Palazzo Imperiale. Olimpio manifestò al credulo Imperatore, il quale era giunto al ventesimo quinto anno della sua età, che egli non aveva peso o autorità veruna nel proprio governo; ed artificiosamente commosse il timido ed indolente suo naturale mediante una viva pittura dei disegni di Stilicone, che già meditava la morte del proprio Sovrano, coll'ambiziosa speranza di porre il diadema sul capo d'Eucherio suo figlio. L'Imperatore fu instigato dal nuovo favorito ad assumere il tuono d'un'indipendente dignità, ed il ministro restò sorpreso in vedere, che nella Corte e nel Consiglio si formavano segrete risoluzioni, contrarie al suo interesse od alle sue mire. Invece di risedere nel palazzo di Roma, Onorio dichiarò che era sua volontà di tornare alla sicura fortezza di Ravenna. Alla prima notizia, che ebbe della morte d'Arcadio suo fratello, si preparò a visitare Costantinopoli, ed a regolare, coll'autorità di tutore, le Province del fanciullo Teodosio[167]. La rappresentanza della difficoltà e della spesa d'una spedizione sì distante, frenò quello strano e subito impeto di attiva diligenza; ma il pericoloso progetto di far vedere l'Imperatore al campo di Pavia, ch'era composto di truppe Romane, nemiche di Stilicone, e de' suoi Barbari ausiliari, rimase fisso ed inalterabile. Il Ministro fu stimolato dal consiglio del suo confidente Giustiniano, Avvocato Romano di vivo e penetrante ingegno, ad opporsi ad un viaggio così dannoso alla sua riputazione e salvezza. I vigorosi, ma inefficaci, suoi sforzi confermarono il trionfo di Olimpio; ed il prudente Legale si sottrasse all'imminente rovina del suo Signore.

A. 408

Nel passare che fece l'Imperator da Bologna, fu suscitato e quietato un ammutinamento delle guardie per la segreta politica di Stilicone, il quale dichiarò le istruzioni che aveva, di decimare i colpevoli, ed attribuì alla propria intercessione il merito del perdono. Dopo questo tumulto, Onorio abbracciò per l'ultima volta il Ministro, ch'ei risguardava allora come un tiranno, e proseguì il suo viaggio verso il campo di Pavia, dove fu ricevuto con le fedeli acclamazioni delle truppe, che v'erano adunate pel servizio della guerra Gallica. La mattina del quarto giorno ei recitò, come era istruito, un'orazion militare alla presenza dei soldati, i quali dalle caritatevoli visite e dagli artificiosi discorsi d'Olimpio erano stati disposti ad eseguire una sanguinosa e nera cospirazione. Al primo segnale, che fu dato, trucidarono gli amici di Stilicone, che erano gli Ufficiali più illustri dell'Impero, vale a dire i due Prefetti Pretoriani della Gallia e dell'Italia, i due Generali della Cavalleria e dell'Infanteria, il Maestro degli Uffizi, il Questore, il Tesoriere, ed il Conte dei domestici. Molti altri furono uccisi; si saccheggiaron più case; la furiosa sedizione continuò fino alla sera, ed il tremante Imperatore, che fu veduto per le strade di Pavia senza le sue vesti e senza il diadema, cedè alle persuasioni del favorito, condannò la memoria degli uccisi, e solennemente approvò l'innocenza e la fedeltà dei loro assassini. La notizia del macello di Pavia empì l'animo di Stilicone di giusti e tetri timori; ed immediatamente convocò nel campo di Bologna un'assemblea dei confederati condottieri, ch'erano attaccati al suo servizio, e che si sarebber trovati involti nella rovina di lui. L'impetuosa voce dell'adunanza richiese altamente le armi e la vendetta; domandò di marciare senza differire un momento sotto le bandiere d'un Eroe, che tante volte gli aveva condotti alla vittoria; di sorprendere, opprimere, ed estirpare il perfido Olimpio, ed i suoi degenerati Romani; e forse di porre il diadema sul capo dell'ingiuriato lor Generale. Invece di eseguire una risoluzione, che avrebbe potuto giustificarsi dal buon successo, Stilicone restò dubbioso, finattantochè fu irreparabilmente perduto. Tuttavia ignorava il destino dell'Imperatore; diffidava della lealtà del proprio partito; e vedeva con orrore le fatali conseguenze, che provenivano dall'armare una folla di licenziosi Barbari contro i soldati ed il popolo dell'Italia. I confederati, impazienti del suo timido e dubbioso indugio, precipitosamente si ritiraron con timore e con isdegno. Sull'ora di mezza notte, Saro, guerriero Gotico, rinomato fra i Barbari stessi per la sua forza e valore, ad un tratto invase il campo del suo Benefattore, saccheggiò il bagaglio, tagliò a pezzi i fedeli Unni, che guardavan la sua persona, e penetrò fino alla tenda, in cui il Ministro pensoso e senza dormire meditava sul pericolo della sua situazione. Stilicone con difficoltà si sottrasse alla spada dei Goti; o dopo aver dato un ultimo e generoso avviso alle città d'Italia di chiudere ai Barbari le loro porte, la sua fiducia o disperazione l'indusse a gettarsi dentro a Ravenna, ch'era già pienamente in potere de' suoi nemici. Olimpio, che aveva assunto il dominio d'Onorio, fu prontamente informato, che il suo rivale erasi rifuggito come supplichevole all'altare della Chiesa Cristiana. La bassa e crudele indole dell'ipocrita era incapace di pietà o di rimorso; ma piamente affettò d'eludere, piuttosto che di violare il privilegio del Santuario. Allo spuntar del giorno comparve il Conte Eracliano con una truppa di soldati alle porte della Chiesa di Ravenna. Il Vescovo si contentò d'un solenne giuramento, che l'Imperial messo tendeva solo ad assicurarsi dalla persona di Stilicone: ma appena lo sfortunato Ministro fu indotto ad uscire dal sacro limitare, ch'ei produsse l'ordine dell'immediata esecuzione di lui. Stilicone soffrì con tranquilla rassegnazione gli ingiuriosi nomi di traditore e di parricida; represse l'inopportuno zelo dei suoi seguaci, ch'eran pronti a tentarne un'inutile liberazione, e con una fermezza, non indegna dell'ultimo Generale Romano, piegò il collo alla spada d'Eracliano[168].

La turba servile del Palazzo, che aveva per tanto tempo adorato la fortuna di Stilicone, affettò d'insultare la sua caduta; e studiosamente negavasi, come punivasi con rigore, la più distante relazione col Generale dell'Occidente, che sì recentemente era servita di titolo per le ricchezze e per gli onori. La sua famiglia, congiunta per mezzo d'una triplice parentela con quella di Teodosio, invidiava la condizione dell'infimo contadino. Il suo figlio Eucherio fu sorpreso, mentre fuggiva; ed alla morte di quell'innocente giovane successe il divorzio di Termanzia, che aveva occupato il luogo della sorella Maria, e che era restata vergine, com'essa, nel letto Imperiale[169]. Gli amici di Stilicone, ch'erano scampati dalla strage di Pavia, furono perseguitati dall'implacabil odio d'Olimpio; e s'esercitò la crudeltà più squisita per estorcer la confessione d'una perfida e sacrilega congiura. Essi morirono nel silenzio: la fermezza loro giustificò la scelta[170], e forse assolvè l'innocenza del loro protettore; e la dispotica forza, che potè togliergli la vita senza processo, ed infamar senza prove la sua memoria, non ha giurisdizione veruna sull'imparziale suffragio della posterità[171]. I servigi di Stilicone son grandi e manifesti; i suoi delitti, siccome sono vagamente esposti nel linguaggio dell'adulazione e dell'odio, sono oscuri almeno ed improbabili. Circa quattro mesi dopo la sua morte fu pubblicato un editto in nome d'Onorio per ristabilire la libera comunicazione dei due Imperj, ch'era stata sì lungamente interrotta dal pubblico nemico[172]. Il Ministro, la fama e fortuna del quale dipendeva dalla prosperità dello Stato, fu accusato di dare l'Italia ai Barbari, ch'egli aveva più volte vinto a Pollenzia, a Verona, ed avanti le mura di Firenze. Il suo preteso disegno, di porre la corona sul capo al figlio Eucherio, non poteva condursi a fine senza preparativi e senza complici; e l'ambizioso padre non avrebbe sicuramente lasciato il futuro Imperatore fino al ventesimo anno della sua età nell'umile posto di Tribuno dei Notari. Anche la religione di Stilicone fu attaccata dalla malizia del suo rivale. Devotamente si celebrò l'opportuna e quasi miracolosa liberazione dall'applauso del Clero, il quale sosteneva, che la restaurazione degl'Idoli e la persecuzione della Chiesa sarebbe stato il primo passo del Regno d'Eucherio. Il figlio di di Stilicone però ora stato educato nel seno del Cristianesimo, che suo padre avea costantemente professato, e sostenuto con zelo[173]. Serena aveva tolto il suo magnifico monile dalla statua di Vesta[174]; ed i Pagani esecravano la memoria del sacrilego Ministro, per ordine del quale i libri Sibillini, ch'erano gli oracoli di Roma, erano stati dati alle fiamme[175]. L'orgoglio e la potenza di Stilicone formarono il suo vero delitto. Una virtuosa ripugnanza a spargerà il sangue de' suoi concittadini sembra che contribuisse al successo dell'indegno rivale di lui; e forma l'ultima umiliazione del carattere d'Onorio il non avere la posterità neppure condisceso ad attribuire ad esso una vile ingratitudine verso il tutore della sua gioventù ed il sostegno del proprio Impero.

Nella serie dei dipendenti, la ricchezza e dignità dei quali s'attirò il riguardo dei contemporanei, vien eccitata la nostra curiosità dal celebre nome del poeta Claudiano, che godeva il favore di Stilicone e che restò oppresso nella rovina del suo Signore. I titolari ufizi di Tribuno e di Notaro fissavano il suo grado nella Corte Imperiale; ei dovè alla potente intercession di Serena il suo matrimonio con una ricca erede della Provincia dell'Affrica[176]; e la statua del poeta, eretta nel Foro di Traiano, fu un monumento del gusto e della liberalità del Senato Romano[177]. Dopo che le lodi di Stilicone divennero offensive e colpevoli, Claudiano fu esposto all'inimicizia di un potente ed implacabile Cortigiano, ch'egli avea provocato coll'insolenza dell'ingegno. Aveva esso paragonato in un vivace epigramma gli opposti caratteri dei due Prefetti del Pretorio d'Italia; ed aveva posto a contrasto l'innocente riposo di un Filosofo, che alle volte impiegava le ore degli affari nel sonno, e forse nello studio, coll'interessata diligenza d'un rapace Ministro, instancabile nella ricerca d'un ingiusto e sacrilego guadagno. «Quanto felice, esclama Claudiano, quanto felice avrebbe potuto essere il popolo d'Italia se Mallio avesse potuto sempre vigilare, ed Adriano sempre dormire»[178]! Il riposo di Mallio non fu sturbato da quest'amichevole e gentile ammonizione; ma la crudel vigilanza d'Adriano attendeva l'occasione della vendetta, e facilmente ottenne dai nemici di Stilicone il tenue sacrifizio d'un colpevol poeta. Egli però si nascose nel tumulto della rivoluzione; e consultando i dettami più della prudenza che dell'onore, indirizzò in forma di lettera una supplichevole ed umile ritrattazione all'offeso Prefetto. Deplora in flebile tuono la fatale indiscretezza, alla quale trasportato l'avea la passione e la follìa; propone al suo avversario l'imitazione degli esempi generosi di clemenza degli Dei, degli Eroi, e dei Leoni, ed esprime la sua speranza, che la magnanimità d'Adriano non calpesterà un miserabil e dispregevol nemico, già umiliato dalla disgrazia e dalla povertà, e profondamente colpito dall'esilio, dai tormenti, e dalla morte dei suoi amici più cari[179]. Qualunque fossero il successo della sua preghiera, e gli accidenti della futura sua vita, nel corso di pochi anni restarono ugualmente sepolti il ministro ed il poeta: ma il nome d'Adriano è quasi caduto nell'obblivione; laddove Claudiano si legge con piacere, dovunque si è ritenuta o acquistata la cognizione della lingua Latina. Se noi vogliamo giustamente bilanciare i meriti e i difetti di esso, dovrem confessare che Claudiano nè soddisfa nè impone silenzio alla nostra ragione. Non potrebbe facilmente prodursi un passo di lui, che meriti l'epiteto di sublime o di patetico; nè scegliersi un verso che tocchi il cuore, o estenda l'immaginazione: invano si cercherebbero ne' poemi di Claudiano la felice invenzione e l'artificial condotta di una favola che interessi, o la giusta e vivace pittura dei caratteri e delle situazioni della vita reale. Secondo le occasioni, faceva in servigio del suo Protettore dei panegirici e delle invettive: e il disegno di tali schiave composizioni favoriva la sua inclinazione in eccedere i limiti del vero e della natura. Queste imperfezioni però sono in qualche modo compensate dalle poetiche qualità di Claudiano. Egli era dotato del raro e prezioso talento d'elevare i più mediocri, d'adornare i più sterili, e di variare i più uniformi argomenti: il suo colorito, specialmente nella poesia che descrive, è splendido e molle; e rare volte manca di far pompa, ed anche abuso de' vantaggi d'un coltivato intelletto, d'una copiosa fantasia, d'una facile ed alle volte vigorosa espressione, e d'una sempre fluida ed armoniosa versificazione. A queste lodi, indipendenti da ogni circostanza di tempo o di luogo, si deve aggiungere il merito particolare, che trasse Claudiano dalla sfavorevole condizione della sua nascita. Nella decadenza delle arti e dell'Impero, un Egiziano[180], ch'era stato educato da un Greco, assunse in età matura l'uso famigliare, ed ottenne l'assoluto possesso della lingua Latina[181]; si innalzò al di sopra de' suoi deboli contemporanei; e dopo uno spazio di trecent'anni prese posto fra' poeti dell'antica Roma[182].

CAPITOLO XXXI.

Alarico invade l'Italia. Costumi del Senato e del Popolo Romano. Roma è assediata tre volte, e finalmente saccheggiata dai Goti. Morte d'Alarico. I Goti si ritirano dall'Italia. Caduta di Costantino. La Gallia e la Spagna son occupate da Barbari. Indipendenza della Gran Brettagna.

A. 408

L'insufficienza d'un debole e disastrato governo può spesse volte aver l'apparenza, e produrre gli effetti d'una perfida corrispondenza col pubblico nemico. Se Alarico medesimo fosse stato ammesso nel Consiglio li Ravenna; egli avrebbe probabilmente proposto quello stesse misure, che furono effettivamente prese da Ministri d'Onorio[183]. Il Re de' Goti avrebbe forse con qualche ripugnanza cospirato alla distruzione di quel formidabil nemico, dalle armi del quale tanto in Italia che in Grecia per ben due volte era stato vinto. L'attivo ed interessato lor odio produsse con molta fatica la disgrazia e la rovina del grande Stilicone. Il valore di Saro, la sua fama nelle armi, e la personale o ereditaria influenza, che aveva sui Barbari confederati, l'avrebbero potuto far rispettare agli amici della Patria, che disprezzavano o detestavan gl'indegni caratteri di Turpilione, di Varone e di Vigilanzio. Ma per le premurose istanze de' nuovi favoriti, questi Generali, che s'erano dimostrati indegni del nome di soldati[184], furon promossi al comando della cavalleria, dell'infanteria e delle truppe domestiche. Il Principe Goto avrebbe sottoscritto con piacere l'editto, che il fanatismo d'Olimpio dettò al devoto e semplice Imperatore. Onorio escluse da ogni ufizio nello Stato chiunque fosse contrario alla Chiesa Cattolica, ostinatamente rigettò il servizio di tutti quelli, ch'erano di religione diversa dalla sua; ed inconsideratamente licenziò molti de' più bravi ed abili suoi Ufiziali, che erano aderenti al Culto Pagano, o seguivano le opinioni dell'Arrianesimo[185]. Alarico avrebbe approvato, e forse anche suggerito passi così vantaggiosi al nemico; ma si potrebbe dubitare se il Barbaro avesse promosso il proprio interesse a spese dell'inumana ed assurda crudeltà, che si commise con la direzione, o almeno coll'assenso de' Ministri Imperiali. Gli ausiliari esteri, ch'erano attaccati alla persona di Stilicone, si dolevano della sua morte; ma il desiderio della vendetta era in essi frenato da un natural timore per la salute delle mogli e de' figli loro, che ritenevansi come ostaggi nelle città forti dell'Italia, dov'essi avevano parimente depositato i loro più preziosi effetti. Nella medesima ora, e come per mezzo d'un segnale comune, le città dell'Italia furon macchiate dalle stesse orride scene di universale strage e saccheggio, che produsse la distruzione delle famiglie insieme e de' beni de' Barbari. Esacerbati questi da tal ingiuria, che avrebbe potuto scuotere i più torpidi e servili spiriti, gettaron un'occhiata di sdegno e di speranza verso il campo d'Alarico, e concordemente giurarono di perseguitare con giusta ed implacabile guerra quella perfida nazione, che aveva sì vilmente violato le leggi dell'ospitalità. Per l'imprudente condotta de' Ministri d'Onorio la Repubblica perdè l'assistenza, e meritò l'inimicizia di trentamila de' suoi più bravi soldati; ed il peso di tal formidabile armata, che sola avrebbe potuto determinar l'evento della guerra, passò dalla bilancia de' Romani in quella de' Goti.

A. 408

Nelle arti della negoziazione ugualmente che in quello della guerra il Re Goto godeva un superiore ascendente sopra un nemico, le apparenti variazioni del quale nascevano dalla total mancanza di consiglio e di mire. Alarico, dal suo campo ne' confini dell'Italia, attentamente osservava le rivoluzioni del Palazzo, spiava il progresso della fazione e della malcontentezza, mascherava l'ostile aspetto d'un Barbaro invasore, e prendeva la più popolare apparenza d'un amico ed alleato del grande Stilicone, alle virtù del quale, quando non erano più per lui formidabili, poteva dare un giusto tributo di sincera lode e rammarico. Il pressante invito de' malcontenti, che sollecitavano il Re de' Goti ad invader l'Italia, acquistò maggior forza da un vivo sentimento delle personali sue ingiurie; ed aveva la speciosa occasion di dolersi, che i Ministri Imperiali sempre differivano ed eludevano il pagamento delle quattromila libbre d'oro, che dal Senato Romano gli erano state accordate o in premio de' suoi servigi, o per acquietarne il furore. La sua decente fermezza era sostenuta da un'artificiosa moderazione, che contribuì al buon successo dei suoi disegni. Ei richiedeva una giusta e ragionevol soddisfazione; ma dava le più forti sicurezze, che appena l'avesse ottenuta, si sarebbe subito ritirato. Ricusò di prestar fede a' Romani, se non gli si mandavano per ostaggi al campo Ezio e Giasone, figli di due grandi Ufiziali dello Stato; ma offrì di dare in cambio di essi molti de' più nobili giovani della nazione Gotica. I Ministri di Ravenna risguardarono la modestia d'Alarico come una sicura prova di debolezza e di timore. Sdegnarono d'entrare in trattato, non meno che d'adunare un esercito; e con una temeraria fiducia, che procedeva solo dall'ignoranza, in cui erano dell'estremo pericolo, irreparabilmente perderono i decisivi momenti sì della pace che della guerra. Mentre aspettavano con caparbio silenzio, che i Barbari lasciassero i confini dell'Italia, Alarico passò con ardita e rapida marcia le Alpi ed il Po; precipitosamente saccheggiò le città d'Aquileia, d'Altino, di Concordia e di Cremona, che cederono alle sue armi; accrebbe le proprie forze coll'aumento di trentamila ausiliari; e senza incontrare in campo un solo nemico, s'avanzò fino all'orlo della palude, che difendeva l'inaccessibile residenza dell'Imperatore Occidentale. Invece di tentare senza speranza l'assedio di Ravenna, il prudente Capitano de' Goti passò a Rimini, estese le sue devastazioni lungo le coste marittime dell'Adriatico, e disegnò la conquista dell'antica padrona del Mondo. Un eremita Italiano, di cui gli stessi Barbari veneravan la santità e lo zelo, si fece incontro al vittorioso Monarca, ed arditamente annunziò lo sdegno del Cielo contro gli oppressori della terra; ma il Santo medesimo restò confuso dalla solenne asserzione d'Alarico, ch'ei sentiva un segreto e soprannaturale impulso, che lo dirigeva, anzi lo costringeva a marciare verso le porte di Roma. Egli sentiva che il proprio genio o la sua fortuna lo rendevano atto alle imprese più ardue; e l'entusiasmo, che comunicò a' Goti appoco appoco fece svanire la popolare e quasi superstiziosa reverenza delle nazioni per la maestà del nome Romano. Le sue truppe, animate dalla speranza della preda, seguirono il corso della via Flaminia, occuparono i passi non guardati dell'Appennino[186], discesero nelle ricche pianure dell'Umbria; e mentre stavano accampati sulle rive del Clitunno, potevano a capriccio scannare e divorare i bianchissimi tori, che per tanto tempo s'erano riserbati pei trionfi di Roma[187]. Una difficile situazione ed un'opportuna tempesta di lampi e tuoni preservò la piccola città di Narni; ma il Re de' Goti, non curando le ignobili prede, sempre più avanzavasi con indomito vigore; e dopo esser passato pei superbi archi, adornati con le spoglie delle vittorie contro i Barbari, piantò il suo campo sotto le mura di Roma[188].

Pel corso di seicento diciannove anni la seda dell'Impero non era mai stata contaminata dalla presenza d'uno straniero nemico. L'infelice spedizione d'Annibale[189] non servì che a spiegare il carattere del Senato e del Popolo; d'un Senato cioè piuttosto abbassato che nobilitato dalla comparazione di un'assemblea di Regi, e d'un Popolo, a cui l'ambasciator di Pirro attribuì le inesauste riproduzioni dell'Idra[190]. Ciascun Senatore, al tempo della guerra Punica, aveva occupato il suo posto nella milizia, o in grado di superiore o di subalterno; ed il decreto, che dava per un tempo il comando a tutti quelli, ch'erano stati Consoli, Censori, o Dittatori, procurava alla Repubblica l'immediata assistenza di molti prodi e sperimentati Generali. Al principio della guerra il Popolo Romano conteneva dugento cinquantamila cittadini atti a portare le armi[191]. Cinquantamila eran già morti in difesa della Patria, e le ventitre legioni, ch'erano impiegate ne' diversi campi dell'Italia, della Grecia, della Sardegna, della Sicilia e della Spagna, esigevano circa centomila uomini. Ma ne restava sempre un ugual numero in Roma e nel territorio addiacente, ch'erano animati dall'istesso intrepido coraggio; ed ogni Cittadino era tratto fin dalla più fresca sua gioventù alla disciplina, ed agli esercizi militari. Annibale restò sorpreso dalla costanza del Senato, che senza levar l'assedio di Capua, o richiamar le truppe disperse, aspettava la sua venuta. Ei s'accampò sulle rive dell'Anio alla distanza di tre miglia dalla città; e fu tosto informato, che il terreno, su cui aveva piantato la sua tenda, fu venduto per competente prezzo al pubblico incanto, e per Una strada opposta fu mandato un corpo di truppe a rinforzar le legioni della Spagna[192]. Condusse i suoi Affricani alle porte di Roma, dove trovo tre eserciti in ordine di battaglia preparati a riceverlo; ma Annibale temè l'evento d'una guerra, da cui non poteva sperare d'uscire, se non aveva prima distrutto fino all'ultimo de' suoi nemici; e la pronta sua ritirata dimostrò l'invincibil coraggio, de' Romani.

Una continua successione di Senatori fin dal tempo della guerra Punica avea conservato il nome e l'immagine della Repubblica; e i degenerati sudditi d'Onorio ambiziosamente vantavano l'origine dagli Eroi, che avevan rispinto le armi d'Annibale, e soggiogato le nazioni della terra. I temporali onori, creditati e sprezzati dalla devota Paola[193], sono accuratamente enumerati da Girolamo, guida della coscienza, ed isterico della vita di essa. La genealogia di Rogato suo padre, che rimontava fino ad Agamennone, parrebbe che indicasse un'origine Greca; ma Blesilla sua madre numerava nella lista de' propri antenati gli Scipioni, Emilio Paolo, ed i Gracchi; e Tossozio marito di Paola traeva la reale sua stirpe da Enea, padre della famiglia Giulia. Con queste alte pretensioni soddisfacevasi la vanità del ricco, che bramava d'esser nobile. Incoraggiati dall'applauso de lor parassiti, facilmente imponevano alla credulità del volgo, ed erano in qualche modo sostenuti dall'uso di adottare il nome dei loro patroni, ch'era stato sempre in vigore fra i liberti, ed i clienti delle famiglie illustri. La maggior parte però di quelle famiglie, attaccate da tante cause d'esterna forza, o d'interna decadenza, restarono appoco appoco estinte; e sarebbe stato più ragionevole il cercare una successiva discendenza di venti generazioni fra le montagne delle Alpi o nella pacifica solitudine della Puglia, che nel teatro di Roma, sede della fortuna, del pericolo, e di perpetue rivoluzioni. In ogni regno particolare, e da ogni provincia dell'Imperio innalzandosi ad eminenti gradi una folla d'arditi avventurieri per mezzo de' talenti o de' vizi loro, usurpavano lo ricchezze, gli onori, ed i palazzi di Roma, ed opprimevano o proteggevano i poveri ed umili avanzi delle famiglie Consolari, che ignoravano forse la gloria de' loro maggiori[194].

Al tempo di Girolamo e di Claudiano i Senatori concordemente cedevano la preeminenza alla famiglia Anicia; ed una breve occhiata all'istoria di questa servirà per valutare il lustro e l'antichità delle famiglie nobili, che si contentavano solo del secondo pasto[195]. Nei primi cinque secoli di Roma fu ignoto il nome degli Anicj: sembra ch'essi traesser l'origine da Preneste, e l'ambizione di que' nuovi cittadini restò per lungo tempo soddisfatta con gli onori plebei di Tribuni del popolo[196]. Cento sessant'anni avanti l'Era Cristiana, la famiglia fu nobilitata dal Pretore Anicio, che terminò gloriosamente la guerra Illirica, soggiogando la nazione, e facendone schiavo il Re[197]. Dopo il trionfo di quel Generale, tre Consolati, in tempi distanti fra loro, indicano la successione del nome Anicio[198]. Dal regno di Diocleziano fino alla total estinzione dell'Impero occidentale godè questo nome di tale splendore, che non fu ecclissato nella pubblica stima neppure dalla Maestà della porpora Imperiale[199]. I diversi rami, a' quali fu comunicato, riunirono per mezzo di matrimoni o di eredità le ricchezze ed i titoli delle famiglie Annia, Petronia, ed Olibria: ed in ogni generazione si moltiplicava il numero de' Consolati per un ereditario diritto[200]. La famiglia Anicia era celebre per la fede e per le ricchezze: fu la prima del Senato Romano, che abbracciasse il Cristianesimo: ed è probabile, che Anicio Giuliano il quale poi fu Console e Prefetto di Roma, purgasse il suo attaccamento al partito di Massenzio con la prontezza, con cui accettò la religione di Costantino[201]. S'accrebbe l'ampio lor patrimonio dall'industria di Probo, Capo della famiglia Anicia, che divise con Graziano gli onori del Consolato, ed esercitò quattro volte il sublime ufizio di Prefetto del Pretorio[202]. Le immense sue possessioni erano sparse per tutto quanto il Mondo Romano; e quantunque il Pubblico potesse aver per sospetti, o disapprovare i mezzi, co' quali s'erano acquistate, pure la generosità e magnificenza di quel fortunato politico meritò la gratitudine de' suoi clienti e l'ammirazione degli stranieri[203]. Fu tanto grande il rispetto, che avevasi alla sua memoria, che i due figli di Probo, nella più fresca lor giovinezza, ed a richiesta del Senato, furono uniti insieme nella dignità Consolare; distinzione memorabile e senza esempio negli annali di Roma[204].

I marmi del palazzo Anicio eran passati in proverbio per esprimere l'opulenza e lo splendore[205]: i nobili però ed i Senatori di Roma con la dovuta gradazione aspiravano ad imitar quell'illustre Famiglia. L'esatta descrizione della città, che fu fatta al tempo di Teodosio, enumera mille settecento ottanta case di ricchi ed onorevoli cittadini[206]. Molte di queste splendide abitazioni potrebbero quasi scusare l'esagerazion del Poeta, che Roma conteneva una moltitudine di palazzi, e che ogni palazzo equivaleva ad una città mentre nel suo recinto includeva tutto ciò, che poteva servire o al comodo o al lusso, cioè piazze, ippodromi, templi, fontane, bagni, portici, boschetti ombrosi, ed artificiali uccelliere[207]. L'istorico Olimpiodoro, che descrive lo stato di Roma, quando fu assediata da' Goti[208], continua ad osservare, che vari de' più ricchi Senatori da' loro fondi ricavavano un'annua entrata di quattromila libbre d'oro, che fanno sopra cento sessantamila sterline, senza computare le provvisioni fisse di grano e di vino, le quali, se si fosser vendute, sarebbero importate un terzo di quella somma. In paragone di tale smoderata ricchezza, un'ordinaria entrata di mille o mille cinquecento libbre d'oro si sarebbe risguardata appena come adeguata alla dignità del grado Senatorio, che richiedeva molte spese di pubblica ostentazione. Si rammentano al tempo d'Onorio più esempi di nobili vani e popolari, che celebrarono l'anno della lor Pretura con una festa, che durò sette giorni, e che, costò più di centomila lire sterline[209]. I beni de' Senatori Romani, che tanto eccedevano la proporzione delle moderne ricchezze, non si ristringevano dentro i confini dell'Italia. Le loro possessioni estendevansi molto al di là del mare Jonio e dell'Egeo fino alle più distanti Province: la città di Nicopoli, fondata da Augusto come un eterno monumento della vittoria d'Azio, era la proprietà della devota Paola[210], e Seneca osserva, che i fiumi, che avevano già diviso nazioni fra loro nemiche, scorrevano allora dentro le terre di cittadini privati[211]. Le tenute de' Romani, secondo la natura e le circostanze di esse, o venivano coltivate da' loro schiavi, o si davano per una certa convenuta somma annua a qualche industrioso affittuale. Gli Scrittori economici antichi raccomandano caldamente il primo metodo, qualora possa praticarsi comodamente; ma se per la sua distanza o grandezza il luogo non fosse sotto la vista immediata del padrone, preferiscono l'attiva cura d'un vecchio ereditario fittaiuolo, attaccato a quel fondo ed interessato nel prodotto di esso, alla mercenaria amministrazione d'un negligente e forse infedele fattore[212].

I nobili opulenti d'una immensa capitale, che non erano mai eccitati dal desiderio della gloria militare, e rade volte impegnati nelle occupazioni del governo civile, naturalmente consumavano il loro tempo negli affari e ne' divertimenti della vita privata. A Roma era sempre stato tenuto a vile il commercio; ma i Senatori fino da' primi tempi della Repubblica accrebbero il loro patrimonio, e moltiplicarono i loro clienti con la pratica lucrosa dell'usura; e le antiquate leggi venivan deluse o violate per la reciproca inclinazione ed interesse di ambe le parti[213]. Doveva sempre trovarsi in Roma una considerabile quantità di ricchezza, o in moneta corrente dell'Impero, o in oro ed argento lavorato; ed al tempo di Plinio v'erano molte tavole, che contenevano più argento di quello che Scipione trasportò dalla vinta Cartagine[214]. La maggior parte de' nobili, che scialacquavano i propri beni in un prodigo lusso, si trovavano poveri in mezzo alla ricchezza, ed oziosi in un perpetuo giro di dissipazione. Venivano continuamente soddisfatti i lor desiderj dal lavoro di migliaia di mani, dalla numerosa serie de' loro domestici schiavi, su' quali agiva il timor del castigo, e dalle varie specie di artefici e di mercanti, che con maggior forza eran mossi dalla speranza del guadagno. Gli antichi erano privi di molti comodi della vita, che si sono inventati, o accresciuti dal progresso dell'industria; e la copia del vetro e de' panni lini ha sparso più comodi reali fra le nazioni moderne d'Europa di quel che i Senatori di Roma potessero trarre da tutte le più raffinate maniere d'un sensuale e splendido lusso[215]. La magnificenza ed i costumi di essi hanno somministrato materia di minute laboriose ricerche; ma siccome queste mi farebbero troppo deviare dal disegno dell'opera presente, io produrrò un autentico stato di Roma, e de' suoi abitanti, che può applicarsi più specialmente al tempo dell'invasione de' Goti. Ammiano Marcellino, che prudentemente scelse la Capitale dell'Impero come la residenza più adattata per un Istorico de' suoi tempi, ha unito con la narrazione de' pubblici eventi una viva pittura delle scene, alle quali trovossi presente. Il giudizioso lettore non approverà sempre l'asprezza della censura, la scelta delle circostanze, o la maniera dell'espressioni: egli scuoprirà forse i segreti pregiudizi e le personali passioni, che inasprivano il carattere d'Ammiano; ma sicuramente potrà osservare con filosofica curiosità l'interessante ed originale pittura de' costumi di Roma[216].

«La grandezza di Roma (così dice l'Istorico) si fondò sulla rara e quasi incredibile unione della virtù e della fortuna. Il lungo tratto della sua infanzia s'impiegò in un laborioso contrasto con le tribù d'Italia, vicine e nemiche della nascente città. Nella forza e nell'ardore della sua gioventù sostenne le tempeste della guerra, portò le sue armi vittoriose oltre i mari ed i monti, e riportò a casa trionfali allori da ogni parte del globo. Finalmente avanzandosi verso la vecchiezza, ed alle volte vincendo col solo terrore del suo nome, cercò i vantaggi della quiete e della tranquillità. Quella venerabil città, che aveva posto il piede sul collo alle più fiere Nazioni, e stabilito un sistema di leggi, perpetue custodi della giustizia e della libertà, si contentò, come una saggia e doviziosa madre, di affidare a' Cesari, favoriti suoi figli, la cura di governare l'ampio suo patrimonio[217]. Successe ai tumulti della Repubblica una sicura e profonda pace, simile a quella che si era goduta sotto il regno di Numa; e frattanto Roma era sempre adorata come regina della terra, e le sottoposte nazioni tuttavia rispettavano il nome del Popolo e la maestà del Senato. Ma questo nativo splendore (prosegue Ammiano) viene oscurato e macchiato dalla condotta di alcuni nobili, che dimenticatisi della lor dignità e di quella del loro paese, s'attribuiscono un'illimitata licenza di follìa e di vizi. Contendono fra loro intorno all'inutile vanità de' titoli e de' cognomi; e curiosamente scelgono o inventano i più alti e sonori nomi di Reburro o Fabunio, di Pagonio o Tarrasio[218], che possono imprimere negli orecchi del volgo maraviglia e rispetto. Per una vana ambizione di perpetuare la loro memoria, affettano di moltiplicare le proprie immagini in statue di bronzo e di marmo; nè son contenti, se quelle statue non son coperte di foglie d'oro; onorevole distinzione, concessa per la prima volta al Console Acilio dopo che ebbe soggiogato colle sue armi e co' suoi consigli la potenza del Re Antioco. L'ostentazione di mostrare e forse di magnificare la lista delle rendite de' fondi, che posseggono in tutte le Province, dall'Oriente all'Occidente, provoca a giusto sdegno chiunque riflette, che gl'invincibili e poveri lor antenati non si distinguevano dagl'infimi soldati per la dilicatezza del cibo, nè per lo splendore degli abiti. Ma i Nobili moderni misurano il grado e l'importanza loro dalla maestà de' lor cocchi[219], e dalla pesante magnificenza del loro abbigliamento. Le lunghe lor vesti di seta o di porpora ondeggiano al vento; ed a misura che per arte o per caso vengono agitate, scuoprono le ricche toniche di sotto, ricamate con figure di varj animali[220]. Accompagnati da un seguito di cinquanta servi, e guastando i pavimenti delle strade, si muovono per le medesime con tanta impetuosa fretta, come se corresser la posta; e l'esempio de' Senatori viene arditamente imitato dalle matrone e dalle dame, i carri coperti delle quali vanno continuamente girando gl'immensi spazi della città e de' sobborghi. Dovunque tali persone di gran qualità si compiacciono di visitare i pubblici bagni, all'entrar che vi fanno, prendono un tuono d'alto ed insolente comando, ed appropriano al privato lor uso que' comodi, ch'erano destinati pel Popolo Romano. Se in questi luoghi di comune e generale concorso incontrano qualche infame ministro de' lor piaceri, esprimono la loro affezione con un tenero abbraccio, nel tempo che superbamente scansano i saluti de' loro concittadini, a' quali non si permette d'aspirare all'onore di baciar loro le mani o i ginocchi. Tosto che si son soddisfatti dell'uso del bagno, riprendono i loro anelli e le altre insegne della lor dignità: scelgono dalla privata lor guardaroba composta di finissima biancheria, che potrebbe servire per una dozzina di persone, quella che più s'adatta alla lor fantasia, e mantengono fino alla lor partenza l'istesso altiero portamento, che potrebbe appena essere scusabile nel gran Marcello dopo la conquista di Siracusa. Alle volte in vero questi Eroi si accingono ad imprese più ardue; visitano i loro beni d'Italia, e si procurano per mezzo di mani servili i divertimenti della caccia[221]. Se qualche volta, specialmente nella state, hanno il coraggio di navigare nelle dipinte lor barche dal lago Lucrino[222] all'eleganti lor ville sulle coste marittime di Pozzuolo e di Gaeta[223], paragonano le loro spedizioni alle marce di Cesare e d'Alessandro. Se però ardisse una mosca di posarsi su' loro dorati ombrelli di seta, se un raggio di sole penetrasse per qualche non osservato impercettibile spiraglio, deplorano gl'intollerabili loro travagli, e si dolgono con affettate espressioni di non esser nati nelle terre de' Cimmerj[224], regioni di eterne tenebre. In questi viaggi, che si fanno nelle proprie terre[225], tutto il corpo della famiglia marcia insieme col padrone. In quella guisa che dalla perizia dei capitani militari si dispongono la cavalleria e l'infanteria, le truppe di grave e di leggiera armatura, la vanguardia e la retroguardia; così gli uffiziali domestici, che portano in mano una verga in segno d'autorità, distribuiscono e mettono in ordine il numeroso seguito di schiavi e di famigliari. Il bagaglio e la guardaroba sono alla fronte, e dopo segue immediatamente una moltitudine di cuochi e di ministri inferiori, impiegati nel servizio della cucina e della tavola. Il corpo di mezzo è composto d'una promiscua folla di schiavi accresciuta dall'accidental concorso di oziosi o dipendenti plebei. Si chiude la marcia dalla truppa favorita di eunuchi, distribuiti per ordine di anzianità. Il numero e la deformità loro eccitano l'orrore e lo sdegno degli spettatori, che son mossi ad esecrar la memoria di Semiramide per l'arte crudele da essa inventata di eludere i disegni della natura, e di soffocar nella stessa loro sorgente le speranze delle future generazioni. Nell'esercizio della domestica giurisdizione i nobili di Roma esprimono una squisita sensibilità per qualunque personale ingiuria, ed una disprezzante indifferenza pel resto della specie umana. Se quando chiedono dell'acqua calda, uno schiavo sia lento ad ubbidire, egli viene immediatamente gastigato con trecento colpi di verghe: se però il medesimo schiavo commetterà un omicidio volontario, il padrone osserverà dolcemente ch'esso è un indegno; ma che se un'altra volta commette il delitto, non eviterà la pena. Anticamente l'ospitalità era la virtù de' Romani; ed ogni straniero, che potesse allegare in suo favore il merito o la disgrazia, veniva sollevato o premiato dalla lor generosità. Presentemente, se un forestiero, anche di grado non dispregevole, viene introdotto avanti ad uno di que' ricchi ed altieri Senatori, esso è accolto in vero alla prima udienza con sì forti proteste e ricerche sì premurose, che si ritira incantato dall'affabilità dell'illustre suo amico, e pieno di dispiacere di aver tanto tempo differito il suo viaggio a Roma, nativa sede della civiltà non meno che dell'Impero. Sicuro d'un favorevole ricevimento ripete la sua visita il giorno seguente, e resta mortificato dal vedere, che si è già dimenticata la persona, il nome e la patria di esso. Se ha il coraggio di perseverare, viene appoco appoco ammesso nel numero de' dipendenti, ed ottiene la permissione di fare l'assidua ed infruttuosa sua corte ad un superbo Patrono, incapace di gratitudine o d'amicizia, che appena si degna d'osservare, quando è presente, quando parte, o quando torna. Ogni volta che un ricco prepara un solenne e popolare trattenimento[226], ogni volta che celebrano con prodigo e pernicioso lusso i privati loro banchetti, la scelta de' commensali forma il soggetto d'una seria deliberazione. Di rado son preferiti i moderati, i sobrj, e i dotti; ed i nomenclatori, che comunemente son mossi da motivi d'interesse, hanno l'accortezza d'inserir nella lista degl'inviti gli oscuri nomi delle più indegne persone del Mondo. Ma i frequenti e famigliari compagni de' Grandi sono que' parassiti, che praticano la più utile di tutte le arti, cioè quella dell'adulazione; che altamente applaudiscono ad ogni parola e ad ogni azione dell'immortal lor Patrono; che ammirano con trasporto le colonne di marmo ed i pavimenti di vari colori; e che eccedentemente lodano la pompa e l'eleganza, ch'egli si è assuefatto a risguardare come una parte del personale suo merito. Alle mense Romane gli uccelli, i ghiri[227], o i pesci, che sembrano d'una straordinaria grossezza, si osservano con una curiosa attenzione: v'è sempre un par di bilance per determinarne il peso reale; e mentre i più ragionevoli commensali son disgustati da una vana e tediosa ripetizione, si chiamano i notari per far fede con autentico atto della verità di tal maraviglioso successo. Un altro metodo d'introdursi nelle case e nelle conversazioni de' Grandi proviene dalla professione di giocare, o come si dice più pulitamente, di divertirsi. I socj sono uniti fra loro con uno stretto e indissolubil legame d'amicizia o piuttosto di cospirazione; una gran perizia nell'arte Tesseraria (che può risguardarsi come una specie di tavola reale[228]) è una strada sicura per giungere alla ricchezza ed alla riputazione. Un maestro di quella sublime scienza, che in una cena o assemblea sia posto al di sotto d'un Magistrato, dimostra nel portamento la maraviglia e lo sdegno, che si potrebbe supporre aver sentito Catone, allorchè gli fu negata la Pretura da' voti d'un capriccioso Popolo. L'acquisto delle cognizioni, rare volte, muove la curiosità de' nobili, che abborriscono la fatica, e sdegnano i vantaggi dello studio; ed i soli libri che leggono, sono le satire di Giovenale, e le verbose e favolose storie di Mario Massimo[229]. Le librerie, che hanno ereditato dai loro padri, sono rimosse, come orridi sepolcri, dalla luce del giorno[230]. Ma si costruiscono per loro uso dispendiosi strumenti da teatro, flauti, enormi Lire, ed organi idraulici; e l'armonia della musica, sì vocale che istrumentale, continuamente si sente ripetere nei palazzi di Roma. In questi al senso si antepone il suono, e la cura del corpo a quella dell'animo. Si accorda come una massima salutare, che il barlume ed un frivolo sospetto di una malattia contagiosa è sufficiente a scusare dalla visita dei più intimi amici; ed anche ai servi, che si mandano a ricercarne per decenza le nuove, non si permette che tornino a casa, se prima non abbian sopportata la ceremonia d'un'abluzione. Pure tale scrupolosa ed effeminata delicatezza cedè qualche volta alla più imperiosa passione dell'avarizia. L'aspetto del guadagno spingerà un ricco e gottoso Senatore fino a Spoleto; qualunque sentimento d'arroganza e di dignità è vinto dalla speranza d'una eredità o anche d'un legato; ed un opulento cittadino senza figli è il più polente dei Romani. Si sa perfettamente l'arte di ottenere una favorevol disposizione testamentaria; ed alle volte di accelerare il momento della sua esecuzione, ed è accaduto, che nella medesima casa, quantunque in diversi appartamenti, il marito e la moglie, col lodevol disegno di prevenirsi l'un l'altro, hanno richiesto i rispettivi loro notari per dichiarare nel tempo stesso le mutue loro ma contradditorie intenzioni. Le angustie che seguono e puniscono le stravaganze del lusso, riducono spesso i Grandi ad usare i più umilianti espedienti. Quando desiderano di ottenere un imprestito, impiegano il basso e supplichevole stile dello schiavo nella commedia; ma quando è richiesto loro il pagamento, prendono la maestosa e tragica declamazione dei nipoti d'Ercole. Se di nuovo è domandato loro il danaro, facilmente trovano qualche fido calunniatore, abile a sostenere un'accusa di veleno o di magia contro l'insolente creditore, il quale è raro che sia liberato dalla carcere, se non abbia prima sottoscritto una ricevuta di tutto il debito. Questi vizi, che macchiano il moral carattere de' Romani, son congiunti ad una puerile superstizione, che disonora il loro intelletto. Prestano orecchio con fiducia alle predizioni degli aruspici, che pretendono di leggere nelle viscere delle vittime i segni della futura grandezza e prosperità; e vi son molti, che non ardiscono di bagnarsi, di desinare o di comparire in pubblico, finattantochè non hanno diligentemente consultato, secondo le regole dell'astrologia, la situazione di Mercurio o l'aspetto della Luna[231]. Ed è ben singolare, che spesse volte si scuopre tal vana credulità in quegli stessi profani Scettici, che empiamente dubitano, o negano l'esistenza d'un Potere Celeste».

Nelle città popolate, che sono la sede del commercio e delle manifatture, gli abitanti di mezza condizione, che traggono la lor sussistenza dalla destrezza o dal lavoro delle proprie mani, formano per ordinario la più feconda, la più utile, ed in questo senso la più rispettabile parte della società. Ma i plebei di Roma, che sdegnavano tali sedentarie e servili arti, si eran trovati oppressi fino dai più antichi tempi dal peso del debito e dell'usura, e l'agricoltore, nel tempo del suo servizio militare, era costretto ad abbandonar la cultura delle sue terre[232]. I terreni dell'Italia che a principio erano stati divisi fra le famiglie di liberi ed indigenti proprietari, appoco appoco furono comprati o usurpati dall'avarizia dei nobili, e nel secolo, che precedè la rovina della Repubblica, fu calcolato, che solo duemila cittadini possedevano qualche fondo indipendente[233]. Pure finattantochè il popolo dava co' suoi voti gli onori dello Stato, il comando delle legioni, e l'amministrazione di ricche Province, l'orgogliosa soddisfazione che ne risentiva, sollevava in qualche modo i travagli della povertà; ed i bisogni dei plebei venivano diminuiti opportunamente dall'ambiziosa liberalità dei candidati, che aspiravano ad assicurarsi una venale pluralità di voti nelle trentacinque Tribù; o nelle cento novanta tre centurie di Roma. Ma quando i prodighi plebei ebbero imprudentemente alienato non solamente l'uso, ma anche la proprietà del potere, si ridussero nel regno dei Cesari ad una vile e miserabil plebaglia, che in poche generazioni avrebbe dovuto del tutto estinguersi, se non si fosse continuamente sostenuta dalla manumissione degli schiavi e dal ribocco degli stranieri. Fino dai tempi d'Adriano, giustamente dolevansi gl'ingenui nativi, che la capitale aveva tirato a sè i vizi dell'Universo, ed i costumi delle nazioni fra lor più contrarie. L'intemperanza dei Galli, l'astuzia e la leggerezza dei Greci, la selvaggia ostinazione degli Egizj e degli Ebrei, il servile carattere degli Asiatici, e la dissoluta ed effeminata prostituzione dei Sirj, s'erano mescolate nella varia moltitudine di uomini, che, sotto la superba e falsa denominazione di Romani, ardivano di sprezzare i loro compagni di sudditanza, e fino i loro Sovrani, che abitavano fuori del recinto dell'eterna città[234].

Ciò non ostante si pronunziava sempre con rispetto il nome di quella città; eran tollerati senza castigo i frequenti e capricciosi tumulti dei suoi abitatori; ed i successori di Costantino, invece di togliere affatto gli ultimi residui della democrazia colla forza della milizia, preferirono la dolce politica d'Augusto, e procurarono di sollevare la povertà e divertir la pigrizia d'un innumerabile popolo[235]. I. Per comodo degli oziosi plebei le mensuali distribuzioni di grano si convertirono in una giornaliera porzione di pane; furono fatti e mantenuti a spese pubbliche molti forni, ed all'ora stabilita ogni cittadino, che aveva il suo contrassegno, saliva per quella scala che era stata determinata pel suo particolar quartiere o divisione, e riceveva o in dono o ad un bassissimo prezzo una quantità di pane del peso di tre libbre per uso della sua famiglia. II. Le foreste della Lucania, le cui ghiande ingrassavano grossi armenti di porci selvaggi[236], somministravano, come una specie di tributo, un'abbondante quantità di cibo sano e a buon mercato. Per cinque mesi dell'anno distribuivasi ai cittadini più poveri una regolar quantità di lardo; e l'annuo consumo della Capitale, in un tempo in cui era molto decaduta dall'antico suo lustro, fu determinato in un editto di Valentiniano III a tre milioni seicento ventottomila libbre[237]. III. Secondo i costumi degli antichi era indispensabile l'uso dell'olio, pei lumi ugualmente che pei bagni, e l'annua tassa, imposta sull'Affrica pel bisogno di Roma, ascendeva al peso di tre milioni di libbre, vale a dire alla misura forse di trecentomila galloni inglesi. IV. L'ansietà ch'ebbe Augusto di provveder la Metropoli di una sufficiente abbondanza di grano, non si estese al di là di questo necessario articolo dell'umana sussistenza; e quando il clamor popolare accusava il caro prezzo e la scarsezza del vino, il grave riformatore promulgò un editto, in cui rammentava ai suoi sudditi, che nessuno aveva ragione di dolersi della sete, mentre gli acquedotti d'Agrippa avevano introdotto nella città tante copiose fonti di acqua pura e salubre[238]. Si rilassò appoco appoco questa rigida sobrietà; e quantunque non sembri, che si eseguisse in tutta la sua estensione il generoso disegno di Aureliano[239], si concedeva l'uso del vino a condizioni assai facili e liberali. Era affidata l'amministrazione delle cantine pubbliche ad un onorevole Magistrato, ed una parte considerabile della vendemmia della Campania riserbavasi pei felici abitanti di Roma.

Gli stupendi acquedotti sì giustamente celebrati dalle lodi di Augusto medesimo, riempivano le terme o i bagni, che s'erano edificati in ogni parte della città con Imperiale magnificenza. I bagni d'Antonino Caracalla, ch'erano aperti in certe ore determinate per uso comune dei Senatori e del Popolo, contenevano più dei mille seicento sedili di marmo, e più di tremila se ne contavano in quelli di Diocleziano[240]. Le mura dei superbi quartieri eran coperte di curiosi Mosaici, che imitavano l'arte del pennello nell'eleganza del disegno, e nella varietà dei colori. Il granito Egiziano era graziosamente incrostato col prezioso marmo verde di Numidia; una perpetua corrente d'acqua calda versavasi per tante larghe bocche di massiccio lucido argento in gran vasche; e l'infimo dei Romani poteva con una piccola moneta di rame comprarsi il continuo spettacolo d'una scena di pompa e di lusso, che avrebbe potuto eccitar l'invidia dei Monarchi dell'Asia[241]. Da queste splendide fabbriche usciva uno sciame di sordidi e stracciati plebei senza scarpe e senza mantello, che andavano tutto il giorno vagando per le strade o nel foro a udir nuove, o a far dispute; e che dissipavano in stravaganti giuochi la miserabile sussistenza delle mogli e dei figli; e consumavano le ore della notte in oscure taverne e ridotti, intesi a soddisfare una grossolana e volgare sensualità[242].

Ma il più vivo e splendido divertimento dell'oziosa moltitudine dipendeva dalla frequente rappresentazione dei pubblici giuochi e spettacoli. La pietà dei Principi Cristiani aveva soppresso i crudeli combattimenti dei gladiatori; ma il Popolo Romano risguardava tuttavia il circo come la propria casa, il suo tempio, e la sede della Repubblica. L'impaziente moltitudine correva allo spuntar del giorno a prendersi il posto, e v'eran molti, che passavano senza dormire ansiosamente la notte ne' vicini portici. Dalla mattina alla sera, senza curare il sole o la pioggia, gli spettatori, che alle volte ascendevano al numero di quattrocentomila, stavano in seria attenzione con gli occhi fissi nei cavalli e nei cocchieri, e con gli animi agitati dalla speranza o dal timore pel successo di quei colori che favorivano; e pareva che la felicità di Roma dipendesse dall'evento d'una corsa[243]. L'istesso smoderato ardore eccitava le loro grida ed i loro applausi ogni volta che si dava la caccia delle fiere, o alcuna delle varie specie di teatrali rappresentanze. Queste nelle Capitali moderne possono meritare d'essere considerate come una pura ed elegante scuola di gusto, e forse di virtù. Ma la musa tragica e comica de' Romani, che non ad altro comunemente aspirava che ad imitare il genio Attico[244], dopo la caduta della Repubblica erasi rimasta quasi sempre in silenzio[245]; ed erasene indegnamente occupato il posto dalla licenziosa farsa, dalla musica effeminata da splendide buffonerie. I pantomimi[246], che si mantennero in riputazione dal tempo d'Augusto fino al sesto secolo, rappresentavano senza l'uso delle parole le varie favole degli Dei e degli Eroi dell'antichità e la perfezione della loro arte, che alle volte disarmava la gravità del Filosofo, eccitava sempre l'applauso e la maraviglia del popolo. I vasti e magnifici teatri di Roma erano riempiti da tremila ballerine, e da altrettanti musici co' direttori dei rispettivi cori. Era tanto grande il favor popolare che essi godevano, che in un tempo di carestia, quando tutti i forestieri erano stati banditi dalla città, il merito di contribuire ai pubblici piaceri gli esentò da una legge, che fu rigorosamente eseguita contro i professori dell'arti liberali[247].

Si dice, che la folle curiosità d'Elagabalo tentò di scuoprire dalla quantità delle tele di ragno il numero degli abitanti di Roma. Non sarebbe stato indegno dell'attenzione dei più savi Principi un metodo più ragionevole di venirne in chiaro, che avrebbe facilmente potuto sciogliere una questione tanto importante per il governo Romano, e sì interessante pei successivi secoli. Si registravano regolarmente le nascite e le morti dei cittadini; e se qualche antico scrittore si fosse preso la cura di conservarcene l'annual somma, o il numero comune, potremmo adesso far qualche probabile calcolo, che distruggerebbe forse le stravaganti asserzioni dei critici, e confermerebbe le modeste e verisimili congetture dei filosofi[248]. Le più diligenti ricerche ci hanno procurato soltanto le seguenti circostanze, che per quanto leggiere ed imperfette siano, possono in qualche modo servire ad illustrar la questione della popolazione dell'antica Roma. I. Allorchè la capital dell'Impero fu assediata dai Goti, il circondario delle mura fu esattamente misurato dal matematico Ammonio, che lo trovò di miglia ventuno[249]. Ci dobbium rammentare, che la forma della città era quasi d'un cerchio, figura geometrica, la quale si sa che contiene il maggiore spazio dentro qualunque data circonferenza. II. L'architetto Vitruvio, che fiorì nel secolo d'Augusto, e la testimonianza del quale in quest'occasione merita speciale autorità e peso, osserva che le innumerabili abitazioni del Popolo Romano si sarebbero estese molto al di là degli angusti limiti della città; e che la mancanza di terreno, che era probabilmente ristretto per ogni parte dai giardini e dalle ville, suggerì la comune, sebben inconveniente pratica di alzar le case ad una considerabile altezza[250]. Ma la sublimità di queste fabbriche, le quali spesso erano fatte in fretta e con materiali insufficienti, era causa di frequente e fatale disgrazie, e fu più volte ordinato da Augusto, come pure da Nerone, che l'altezza degli edifizi privati dentro le mura di Roma non eccedesse la misura di settanta piedi sopra terra[251]. III. Giovenale[252] sembra che per propria esperienza deplori le angustie dei cittadini più poveri, a' quali dà il salutare avviso di abbandonare senza dilazione il fumo di Roma; mentre potevano procurarsi nelle piccole città d'Italia una buona e comoda abitazione per il medesimo prezzo, che annualmente pagavano per un oscuro e miserabile alloggio. Era dunque la pigione delle case eccessivamente cara: i ricchi acquistavano ad enorme prezzo il terreno, ch'essi occupavano con palazzi e giardini, ma il grosso del popolo Romano trovavasi affollato in piccolo spazio; e i differenti piani e quartieri della medesima casa eran divisi, come anche adesso si costuma in Parigi, ed in altre città, fra più famiglie di plebei. IV. È fissato esattamente il numero totale delle case de' quattordici rioni di Roma nella descrizione della città composta al tempo di Teodosio, ed ascendono a quarantottomila trecento ottanta due[253]. Le due specie di abitazioni Domus e Insula, nelle quali sono esso divise, comprendono tutte le abitazioni della capitale di qualunque grado e condizione, dal palazzo di marmo degli Anicj, contenente un numeroso treno di liberti e di schiavi, fino alle alte e ristrette case a pigione, dove il poeta Codro e la sua moglie non potevan tenere che una miserabil soffitta immediatamente sotto i tegoli. Se si voglia usare l'istesso metodo, che in simili circostanze fu adoprato a Parigi[254], e si assegnino indistintamente circa venticinque persone per casa di qualunque grado, potremo giustamente considerar gli abitanti di Roma in numero di un milione e dugentomila: numero che non può reputarsi eccessivo per la Capitale di un grande Impero, quantunque superi la popolazione delle più vaste città moderne d'Europa[255].

A. 408

Tale era lo stato di Roma sotto il regno d'Onorio, allorchè l'esercito Gotico formò l'assedio o piuttosto il blocco della città[256]. Mediante una giudiziosa distribuzione delle numerose sue truppe, che impazientemente aspettavano il momento dell'assalto, Alarico circondò le mura, dominando le dodici porte principali, tolse ogni comunicazione coll'addiacente paese, e vigilantemente guardò la navigazione del Tevere, da cui traevano i Romani il più sicuro ed abbondante soccorso di provvisioni. I primi sentimenti dei Nobili e del Popolo furono quelli di sorpresa e di sdegno, che un vile Barbaro ardisse d'insultare la Capitale del Mondo; ma la loro arroganza fu presto umiliata dalla disgrazia; ed esercitaron vilmente contro un'innocente indifesa vittima la loro debole rabbia, invece di dirigerla contro l'armato nemico. Nella persona di Serena i Romani avrebbero forse potuto rispettare la nipote di Teodosio, la zia, ed anzi la madre adottiva del regnante Imperatore; ma essi abborrivano la vedova di Stilicone, ed ascoltarono con credula passione le dicerie della calunnia, che l'accusò di tenere una segreta e rea corrispondenza coll'invasor Goto. Mosso o trasportato dalla medesima popolar frenesia, anche il Senato, senza ricercare alcuna prova del suo delitto, pronunziò contro di essa la sentenza di morte. Serena fu ignominiosamente strangolata; e l'infatuata moltitudine restò sorpresa in vedere, che quel crudele atto d'ingiustizia non produsse tosto la ritirata dei Barbari, e la liberazione della città. L'infelice Roma soffrì appoco appoco i travagli della carestia; e finalmente le orride calamità della fame. La quotidiana distribuzione di tre libbre di pane fu ridotta alla metà, ad un terzo, a niente; ed il prezzo del grano di continuo cresceva con una stravagante e rapida proporzione. I cittadini più poveri, che non potevan comprare le cose necessarie per la vita, sollecitavano con le preghiere la carità de' più ricchi: e per qualche tempo fu sollevata la pubblica miseria dall'umanità di Leta, vedova dell'Imperator Graziano, che aveva fissato la sua residenza in Roma, ed impiegava in soccorso dei bisognosi la regia entrata, che annualmente riceveva dai grati successori del suo marito[257]. Ma questi privati o temporanei donativi non erano sufficienti a saziare la fame d'un numeroso popolo; ed in progresso la penuria invase anche i palazzi di marmo dei senatori medesimi. Le persone di ambedue i sessi, che erano state allevate nell'abbondanza degli agi e del lusso, conobbero quanto poco basti per supplire alle domande della natura; e prodigalizzavano i loro inutili tesori d'oro e d'argento per ottenere quella vile e scarsa provvisione, che precedentemente avrebbero rigettata con isdegno. Avidamente si divoravano e si disputavano fieramente per la violenza della fame i cibi più ripugnanti all'immaginazione ed al senso, e gli alimenti più malsani e perniciosi all'umana costituzione. Vi fu qualche oscuro sospetto, che alcuni miserabili disperati si cibassero dei corpi de' loro simili, che avevano segretamente uccisi, e fino le madri (tale fu l'orrido contrasto dei due più potenti istinti, dalla natura inspirati nel cuore umano) fino le stesse madri fu detto, che gustassero la carne degli scannati lor figli[258]. Più migliaia di abitanti di Roma spirarono nelle lor case e nelle strade per mancanza di cibo; e siccome i pubblici sepolcri fuori della città erano in poter del nemico, il fetore che usciva da tanti putridi ed insepolti cadaveri, infettò l'aria; e le miserie della fame seguite furono ed aggravate dal contagio d'un morbo pestilenziale. Le promesse d'un pronto ed efficace soccorso, che venivano replicate dalla Corte di Ravenna, sostennero per qualche tempo il debole coraggio de' Romani, ma finalmente la disperazione d'ogni aiuto umano li tentò ad accettar l'offerta d'una soprannaturale liberazione. Pompeiano, Prefetto di Roma, era stato persuaso dall'arte o dal fanatismo di alcuni divinatori Toscani, che per la misteriosa forza d'incanti e sacrifici potevano trarre i lampi dalle nuvole, e diriger que' celesti fuochi contro il campo dei Barbari[259]. Fu comunicato l'importante segreto ad Innocenzo Vescovo di Roma, ed il Successore di S. Pietro è accusato, forse senza fondamento, di avere preferito la salute della Repubblica alla rigida severità del Culto Cristiano. Ma quando agitossi tal questione in Senato, quando vi fu proposta come essenziale la condizione, che quei sacrifici dovevan farsi nel Campidoglio coll'autorità ed in presenza de' Magistrati, la maggior parte di quella rispettabile assemblea, temendo l'ira o Divina o Imperiale, ricusò di aver parte ad un atto, che sembrava quasi equivalere alla pubblica restaurazione del Paganesimo[260].

A. 409

L'ultima speranza de' Romani dipendeva dalla clemenza o almeno dalla moderazione del Re dei Goti. Il Senato, che in quest'occasione assunse la suprema potestà del governo, mandò due ambasciatori per trattar col nemico. Quest'importante incombenza fu data a Basilio, Senatore Spagnuolo d'origine, e già celebre nel governo delle Province, ed a Giovanni, primo Tribuno dei Notari, che era specialmente atto per la sua destrezza negli affari, non meno che per l'antica sua intrinsichezza col Principe Goto. Introdotti che furono alla presenza di esso, dichiararono con un linguaggio forse più alto di quello che conveniva alla umile lor condizione, che i Romani erano risoluti di mantenere la lor dignità in pace ed in guerra: e che se Alarico negava loro una discreta ed onorevol capitolazione, poteva suonare le sue trombe, e prepararsi a dar battaglia ad un immenso popolo esercitato nelle armi ed animato dalla disperazione. «Più folto che è il fieno, più facilmente si sega»: tale fu la concisa risposta del Barbaro; e questa rozza metafora fu accompagnata da un alto insultante riso, ch'esprimeva il suo disprezzo per le minacce d'un imbelle popolo, snervato dal lusso prima di esser emaciato dalla fame. Quindi condiscese a determinare la contribuzione, che avrebbe ricevuta per prezzo della sua ritirata dalle mura di Roma: cioè tutto l'oro e l'argento che si trovava nella città, o appartenesse allo Stato, o ai particolari; tutti i mobili ricchi e preziosi; e tutti gli schiavi, che avesser potuto provare d'aver diritto al nome di Barbari. I ministri del Senato ardirono di domandare in un tuono modesto e supplichevole: «Se tali, o Re, sono le vostre domande, che cosa volete lasciare a noi?» «Le vostre vite» replicò il superbo conquistatore: tremarono essi, e si ritirarono. Pure avanti che tornassero indietro fu accordata una breve sospensione di armi, che dava qualche tempo per una più temperata negoziazione. Il duro sembiante d'Alarico appoco appoco ammollissi; egli diminuì molto il rigor dei suoi termini, ed alla fine acconsentì di toglier l'assedio mediante il pagamento fatto subito di cinquemila libbre d'oro, di trentamila libbre d'argento, di quattromila vesti di seta, di tremila pezze di panno scarlatto fine, e di tremila libbre di pepe[261]. Ma era esausto il pubblico tesoro: le annue rendite dei gran fondi, tanto in Italia, quanto nello Province, erano sospese dalle calamità della guerra; l'oro e le gemme nel tempo della penuria si erano cambiate coi cibi più vili; le private ricchezze erano tuttavia tenute nascoste dall'ostinazione degli avari; ed alcuni residui di sacre spoglie furono l'unico spediente che potè liberar la città dall'imminente rovina. Tosto che i Romani ebbero soddisfatto le rapaci domande d'Alarico, ricuperarono in qualche modo il godimento della pace e dell'abbondanza. Si aprirono con cautela alcune porte della città; non era più impedita dai Goti l'introduzione della roba dal fiume e dalla vicina campagna; i cittadini correvano in folla al libero mercato, che per tre giorni fu tenuto nei sobborghi; e mentre i mercanti, che intrapresero questo lucroso commercio, facevano un considerabil guadagno, fu assicurata in futuro la sussistenza della città per mezzo di ampie provvisioni, che si depositarono dentro ai pubblici e privati granai. Nel campo di Alarico si mantenne una disciplina più regolare di quella che si sarebbe potuta aspettare; ed il savio Barbaro giustificò il riguardo che aveva per la fede dei trattati, mediante la giusta severità con cui gastigò una truppa di licenziosi Goti, che avevano insultato alcuni cittadini Romani sulla via, che conduceva ad Ostia. Il suo esercito, arricchito dalle contribuzioni della capitale, avanzavasi lentamente verso la bella e fertil Provincia della Toscana, dove disegnava di porre il suo quartiere d'inverno; e la bandiera Gotica divenne il rifugio di quarantamila schiavi Barbari, che rotte le loro catene aspiravano, sotto il comando del grande loro liberatore, a vendicare le ingiurie e la disgrazia della loro crudel servitù. Verso il medesimo tempo ricevè un più onorevol rinforzo di Goti e di Unni, che Adolfo[262], fratello della sua moglie, aveva condotto, a' pressanti suoi inviti, dalle rive del Danubio a quelle del Tevere; e che si erano aperta la strada con qualche difficoltà e perdita fra mezzo ad un superior numero di truppe Imperiali. Un vittorioso Capitano, che univa l'audace spirito di un Barbaro con l'arte e la disciplina di un Generale Romano, trovavasi alla testa di centomila combattenti; e l'Italia pronunziava con terrore e rispetto il nome formidabile d'Alarico[263].

A. 409

Alla distanza di quattordici secoli, noi possiamo esser contenti di riferire le imprese militari dei Conquistatori di Roma senza presumere d'investigare i motivi della politica loro condotta. Alarico, in mezzo alla sua apparente prosperità, conosceva forse qualche segreta debolezza, qualche interno difetto; o forse la moderazione, che dimostrava, tendeva solo a deludere e disarmare la facile credulità dei ministri d'Onorio. Il Re dei Goti dichiarò più volte, che egli desiderava d'esser considerato come l'amico della pace e de' Romani. Alle sue più premurose istanze furono mandati tre Senatori alla Corte di Ravenna per sollecitare il cambiamento degli ostaggi e la conclusione del trattato; e le proposizioni, che egli più chiaramente espresse nel corso della negoziazione, possono soltanto inspirare dubbio sulla sua sincerità, come quelle che male sembrano accordarsi collo sembrare incoerenti allo stato della sua fortuna. Il Barbaro aspirava sempre al posto di Generale degli eserciti dell'Occidente; stipulò un annuo sussidio di danaro e di grano; e scelse le Province della Dalmazia, del Norico, e di Venezia per sede del suo nuovo regno, che avrebbe dominato l'importante comunicazione fra l'Italia e il Danubio. Se poi non si fossero accettate queste moderate proposizioni, Alarico si dimostrava disposto a recedere dalle sue domande di danaro, ed anche a contentarsi del possesso del Norico, esausto e povero paese, perpetuamente esposto alle scorrerie dei Barbari della Germania[264]. Ma le speranze della pace andarono a male per la debole ostinazione, o per le interessate mire del Ministro Olimpio. Senz'ascoltare le salutevoli rappresentanze del Senato, ne rimandò gli ambasciatori con una scorta militare, troppo numerosa per un seguito d'onore, troppo debole per un'armata di difesa. Fu ordinato a seimila Dalmati, che erano il fiore delle Legioni Imperiali, che marciassero da Ravenna a Roma per mezzo ad un'aperta campagna, che era occupata dalle formidabili forze dei Barbari. Questi bravi legionarj, circondati e traditi, sacrificati furono alla follìa ministeriale. Valente, lor Generale, con cento soldati fuggì dal campo di battaglia; ed uno degli Ambasciatori, che non poteva più invocare la protezione del diritto delle genti, fu costretto a comprar la sua libertà col riscatto di trentamila monete d'oro. Ciò non ostante Alarico, invece d'adirarsi per tal atto d'impotente ostilità, immediatamente rinnovò le sue proposizioni di pace, e la seconda ambasceria del Senato Romano, a cui dava peso e dignità la presenza d'Innocenzo, Vescovo di Roma, fu guardata da' pericoli del viaggio con un distaccamento di soldati Goti[265].

Olimpio[266] avrebbe potuto continuare ad insultare il giusto sdegno del popolo, che altamente accusavalo come autore della pubblica calamità; ma il suo potere fu appoco appoco distrutto dagli intrighi segreti del palazzo. Gli Eunuchi favoriti trasferirono il governo d'Onorio e dell'Imperio in Giovio, Prefetto del Pretorio, indegno servo, che non purgò neppure col merito d'un personale affetto gli errori e le sciagure della sua amministrazione. L'esilio o la fuga del colpevole Olimpio lo riservò ad altre vicende della fortuna: ei provò lo avventure di una vita oscura e vagabonda; s'innalzò di nuovo alla potenza, cadde per la seconda volta nella disgrazia; gli furon tagliati gli orecchi; e spirò sotto le verghe, somministrando l'ignominiosa sua morte un grato spettacolo agli amici di Stilicone. Dopo la remozione d'Olimpio il cui carattere era profondamente viziato dal fanatismo religioso, i Pagani e gli Eretici restaron liberi da quella politica proscrizione, che gli escludeva dalle dignità dello Stato. Il valoroso Gennerido[267], soldato d'origine barbara, che sempre aderiva al culto dei suoi maggiori, era stato costretto a spogliarsi del cingolo militare: e quantunque fosse più volte assicurato dall'Imperatore medesimo, che le leggi non eran fatte per le persone del grado o merito suo, egli ricusò d'accettare qualunque particolar dispensa, e persistè in un'onorevol disgrazia, finattantochè non ebbe ottenuto, un atto generale di giustizia dall'angustia in cui si trovava il Governo Romano. La condotta di Gennerido nell'importante posto, a cui fu promosso o restituito, di Generale della Dalmazia, della Pannonia, del Norico e della Rezia, parve, che ravvivasse la disciplina e lo spirito della Repubblica. Le sue truppe, da una vita d'oziosità e di miseria, tosto s'abituarono al disciplinato esercizio, e ad un'abbondante sussistenza; e la privata sua generosità spesse volte suppliva alle ricompense, che erano negate dall'avarizia o dalla povertà della Corte di Ravenna. Il valore di Gennerido, formidabile ai vicini Barbari, fu il più forte baloardo della frontiera Illirica; e la vigilante sua diligenza procurò all'Impero un rinforzo di diecimila Unni, che giunsero ai confini dell'Italia accompagnati da tal convoglio di provvisioni, e da un seguito così numeroso di bovi e di pecore, che avrebber potuto servire non solo alla marcia d'un esercito, ma anche allo stabilimento di una colonia. Ma la Corte ed i consigli d'Onorio tuttavia presentavano una scena di debolezza e di distrazione, di corruzione e d'anarchia. Le guardie, instigate dal Prefetto Giovio, furiosamente si ammutinarono e domandarono le teste di due Generali, e dei due principali Eunuchi. I Generali, sotto una perfida promessa di sicurezza, furono mandati sopra una nave e privatamente decapitati; laddove il favor degli Eunuchi procurò loro un dolce e sicuro esilio a Milano ed a Costantinopoli. L'Eunuco Eusebio ed il barbaro Allobie successero nel comando della camera e delle guardie; e la gelosia, che avevan fra loro questi subordinati ministri, fu la causa della reciproca lor distruzione. Per un insolente ordine del Conte dei Domestici, il gran Ciamberlano fu vergognosamente battuto a morte a colpi di bastone sotto gli occhi dell'attonito Imperatore, ed il susseguente assassinamento d'Allobie in mezzo ad una pubblica processione è l'unica circostanza della vita d'Onorio, in cui dimostrasse il più debole sintomo di risentimento e di coraggio. Avanti la lor caduta però Eusebio ed Allobie avevan contribuito per la lor parte alla rovina dell'Impero opponendosi alla conclusion d'un trattato, in cui Giovio, per un interessato e forse colpevol motivo, era entrato con Alarico in un personale congresso, che ebbero sotto le mura di Rimini. Nell'assenza di Giovio, l'Imperatore fu indotto ad assumere un superbo stile d'inflessibile dignità, che nè la situazione nè il carattere di lui potean sostenere; e fu immediatamente spedita al Prefetto del Pretorio una lettera segnata col nome d'Onorio, che gli dava libera permissione di disporre della moneta pubblica, ma severamente proibivagli di prostituir gli onori militari di Roma alle orgogliose domande di un Barbaro. Questa lettera fu imprudentemente comunicata ad Alarico medesimo, ed il Goto, che in tutta la negoziazione s'era portato con moderazione e decenza, espresse con le più oltraggiose parole il vivo suo sentimento dell'insulto così sfacciatamente fatto alla propria persona e nazione. S'interruppe ad un tratto la conferenza di Rimini, ed il Prefetto Giovio, tornato a Ravenna, fu costretto ad abbracciare, ed anche ad incoraggiare le opinioni, che dominavano in Corte. Per suo consiglio e dietro al suo esempio, i principali Ufiziali dello Stato e dell'armata furono obbligati a giurare, che senza prestare orecchio in alcuna circostanza ad alcuna condizione di pace, avrebbero sempre perseverato in una perpetua ed implacabile guerra contro il nemico della Repubblica. Questo temerario impegno pose un insuperabile ostacolo ad ogni futuro trattato. I ministri d'Onorio si udirono dichiarare, che se avessero solo invocato il nome della Divinità, provvederebbero alla pubblica salute, ed abbandonerebbero le anime loro alla mercè del Cielo: ma essi avevan giurato per la sacra testa dell'Imperatore medesimo, avevan toccato con solenne ceremonia quell'augusta sede di maestà e di sapienza; e la violazione del loro giuramento gli avrebbe esposti alle pene temporali del sacrilegio e della ribellione[268].

A. 409

Mentre l'Imperatore e la sua Corte godevano, con ostinato orgoglio, la sicurezza delle paludi e delle fortificazioni di Ravenna, essi abbandonarono Roma, quasi senza difesa, allo sdegno d'Alarico. Pure tanta fu la moderazione, che ei tuttavia conservava o affettava di conservare, che quando si mosse col suo esercito per la via Flaminia, spedì uno dopo l'altro i Vescovi delle città d'Italia a rinnovare le sue proposizioni di pace, ed a scongiurare l'Imperatore di voler salvare la città ed i suoi abitanti dall'ostil fuoco e dal ferro dei Barbari[269]. Furono però allontanate queste imminenti calamità, non già per la saviezza d'Onorio, ma per l'umanità o la prudenza del Re Goto, che usò un più dolce quantunque non meno efficace metodo di conquista. Invece di assalire la Capitale, diresse con felice successo le sue operazioni contro il porto d'Ostia, una delle più ardite e stupende opere della magnificenza Romana[270]. Gli accidenti, a' quali era continuamente esposta la precaria sussistenza della città in un'invernale navigazione, ed in una strada aperta, ne avean suggerito al genio del primo Cesare l'util disegno, che fu poi eseguito sotto l'Impero di Claudio. Le moli artificiali, che ne formavano lo stretto ingresso, s'avanzavano molto nel mare, e fortemente rispingevano il furore dei flutti, mentre i più grossi vascelli sicuramente stavano all'ancora in tre profondi e vasti recinti, che ricevevano il ramo settentrionale del Tevere in distanza di circa due miglia dall'antica colonia d'Ostia[271]. Il Porto Romano appoco appoco divenne una città Episcopale[272], dove si depositava il frumento dell'Affrica in spaziosi granai per l'uso della Capitale. Tosto che Alarico si trovò in possesso di quell'importante luogo, intimò alla città di arrendersi a discrezione; e la sua domanda fu aggravata dalla positiva dichiarazione, che il ricusare, o anche il differire di farlo avrebbe subito prodotto la distruzione dei magazzini, dai quali dipendeva la vita del Popolo Romano. I clamori di quel popolo ed il terrore della fame umiliaron l'orgoglio del Senato; il quale accordò senza ripugnanza la proposizion di collocare un nuovo Imperatore sul trono dell'indegno Onorio; ed il voto del Gotico conquistatore diede la porpora ad Attalo, Prefetto della città. Il grato Monarca riconobbe subito il suo protettore per Generale delle armate dell'Occidente. Adolfo, col titolo di Conte dei Domestici, ebbe la custodia della persona d'Attalo; e parve, che le due ostili nazioni s'unissero nei più stretti vincoli d'amicizia e d'alleanza[273].

Si apriron le porte della città, ed il nuovo Imperator dei Romani, circondato da ogni parte dalle armi Gotiche, fu condotto in tumultuaria processione al palazzo d'Augusto e di Traiano. Dopo aver distribuito le dignità civili e militari fra i suoi favoriti e seguaci, Attalo convocò l'assemblea del Senato, avanti al quale in un florido e formale discorso espose la sua determinazione di restaurare la maestà della Repubblica, e di riunire all'Impero le Province dell'Egitto e dell'Oriente, che avevano una volta riconosciuto la sovranità di Roma. Tali stravaganti promesse eccitarono in ogni ragionevol cittadino un giusto disprezzo pel carattere d'un imbelle usurpatore, l'elevazione del quale era la più profonda ed ignominiosa ferita, che alla Repubblica fosse mai stata fatta dall'insolenza de' Barbari. Ma la plebaglia, con la solita sua leggierezza, faceva plauso alla mutazion de' padroni. Il pubblico disgusto era favorevole al rivale d'Onorio, ed i Settarj, oppressi da' suoi editti di persecuzione, s'aspettavano qualche sorta di favore, o almeno di tolleranza da un Principe, che nel suo nativo paese di Jonia era stato educato nella superstizione Pagana, ed aveva in seguito ricevuto il Sacramento del Battesimo dalle mani di un Vescovo Arriano[274]. I primi giorni del regno d'Attalo furono prosperi e belli. Fu mandato un Ufiziale di confidenza con un piccol corpo di truppe ad assicurarsi dell'ubbidienza dell'Affrica: la maggior parte dell'Italia si sottomise al terrore delle armi Gotiche; e quantunque la città di Bologna facesse una vigorosa ed efficace resistenza, il popolo di Milano, disgustato forse per l'assenza d'Onorio, accettò con alte acclamazioni la scelta del Senato Romano. Alarico, alla testa d'un formidabile esercito;, condusse il reale suo schiavo quasi alle porte di Ravenna; e con marzial pompa fu introdotta nel campo Gotico una solenne ambasceria dei principali ministri, cioè di Giovio Prefetto del Pretorio, di Valente comandante della cavalleria e dell'infanteria, del Questore Potamio, e di Giuliano Capo dei Notari. Acconsentirono questi in nome del lor Sovrano a riconoscere per legittima l'elezione del suo competitore, ed a dividere fra' due Imperatori le Province dell'Occidente. Le proposizioni loro furono rigettate sdegnosamente; e fu aggravato il rifiuto dall'insultante clemenza d'Attalo, il quale condiscese a promettere, che se Onorio avesse immediatamente dimesso la porpora, gli avrebbe permesso di passare il resto della sua vita nel pacifico esilio di qualche Isola remota[275]. La situazione in vero del figlio di Teodosio pareva così disperata a quelli, che erano i meglio informati delle sue forze e speranze, che Giovio e Valente, l'uno ministro e l'altro Generale di esso, gli mancaron di fede, vergognosamente abbandonarono la causa cadente del loro benefattore, ed impegnarono la perfida opera loro al servizio del suo più fortunato rivale. Onorio, sorpreso da tali esempi di domestico tradimento, tremava all'avvicinarsi d'ogni servo ed all'arrivo d'ogni corriere. Temeva egli i nemici segreti, che potevano esser nascosti nella sua capitale, nel suo palazzo, nella sua medesima camera; ed eran pronte alcune navi nel porto di Ravenna per trasportare l'abbandonato Monarca negli stati dell'Infante suo nipote, l'Imperator dell'Oriente.

A. 410

Ma v'è una Previdenza, come scriveva l'istorico Procopio[276], che invigila sopra l'innocenza e la follia, e non si possono ragionevolmente porre in dubbio le pretensioni d'Onorio intorno alla particolar cura di essa. Nell'istante, in cui la sua disperazione, incapace d'alcun saggio o virile consiglio, meditava una vergognosa fuga, sbarcò inaspettatamente nel porto di Ravenna un opportuno rinforzo di quattromila veterani. A questi valorosi stranieri, la fedeltà de' quali non era stata corrotta dalle fazioni della Corte, egli affidò le mura e le porte della città, ed i sonni dell'Imperatore non furon più disturbati dal timore d'imminenti ed interni pericoli. La favorevole notizia, che s'ebbe dall'Affrica, mutò ad un tratto le opinioni degli uomini, e lo stato dei pubblici affari. Gli ufiziali e le truppe, che Attalo aveva mandato in quella Provincia, furon disfatte ed uccise; e l'attivo zelo d'Eracliano mantenne fedele sè ed il suo popolo. Il fido Conte dell'Affrica mandò una grossa somma di danaro, che assodò la fedeltà delle guardie Imperiali; e la sua vigilanza nell'impedir l'estrazione del grano e dell'olio, introdusse la carestia, il tumulto, e lo scontento nelle mura di Roma. L'infelice spedizione Affricana fu la sorgente di mutue doglianze ed accuse nel partito d'Attalo; e la mente del suo protettore appoco appoco alienossi dall'interesse d'un Principe, che non aveva spirito per comandare, nè docilità per ubbidire. Si presero le più imprudenti determinazioni senza saputa, o contro il parer d'Alarico; e l'ostinazione del Senato a non permettere, nell'imbarco, neppure la mescolanza di cinquecento Goti, dimostrò un'indole sospettosa e diffidente, che nella situazione, in cui si trovava, non era nè prudente nè generosa. Lo sdegno del Re Goto fu esacerbato dai maliziosi artifizj di Giovio, che era stato innalzato al grado di Patrizio, e che dopo scusò il doppio suo tradimento con dichiarare senza rossore, che egli aveva soltanto finto d'abbandonare il servizio d'Onorio per rovinare più efficacemente la causa dell'usurpatore. In una vasta pianura vicino a Rimini, ed alla presenza d'una innumerabile moltitudine di Romani e di Barbari, il misero Attalo fu pubblicamente spogliato del diadema e della porpora, ed Alarico mandò queste insegne della dignità reale come pegno di pace e di amicizia al figlio di Teodosio[277]. Furono restituiti ai loro impieghi gli ufiziali, che tornarono al loro dovere, e fu graziosamente accordato anche il merito di un tardo pentimento: ma il deposto Imperator de' Romani, desideroso della vita ed insensibile all'ignominia, implorò la permissione di seguitare il Campo Gotico nel corteggio d'un superbo e capriccioso Barbaro[278].

La deposizione d'Attalo tolse di mezzo l'unico reale ostacolo alla conclusion della pace; ed Alarico avanzassi fino alla distanza di tre miglia da Ravenna per sollecitar l'irresolutezza degl'Imperiali Ministri, che col ritorno della fortuna eran tornati alla loro insolenza. Egli si accese di sdegno, quando seppe che un Capitano suo rivale, che Saro, personal nemico d'Adolfo e nemico ereditario della casa di Balti, era stato ricevuto nel Palazzo. Alla testa di trecento seguaci quel coraggioso Barbaro fece subitamente una sortita dalle porte di Ravenna; sorprese e tagliò a pezzi un considerabile corpo di Goti; rientrò in trionfo nella città, e gli fu permesso d'insultar l'avversario con la voce d'un araldo, il quale dichiarò pubblicamente, che la colpa d'Alarico l'aveva escluso per sempre dall'amicizia e dalla corrispondenza coll'Imperatore[279]. Il delitto e la follìa della Corte di Ravenna s'espiò per la terza volta dalle calamità di Roma. Il Re dei Goti, che non dissimulava più il desiderio di preda e di vendetta, comparve armato sotto le mura della Capitale; ed il tremante Senato, senz'alcuna speranza di soccorso, si preparò a differire con una disperata resistenza la rovina della patria. Ma i Romani non furon capaci di guardarsi dalla segreta cospirazione dei loro schiavi e famigli, che per interesse o per nascita erano attaccati alla causa del nemico. Alla mezza notte fu tacitamente aperta la porta Salaria, ed i cittadini furono svegliati dal terribil suono della Gotica tromba. Mille centosettanta tre anni dopo la fondazione di Roma, la città Imperiale, che avea soggiogato ed incivilito una parte sì considerabile del genere umano, fu abbandonata al licenzioso furore delle tribù della Germania e della Scizia[280].

Il manifesto però d'Alarico, quando entrò a forza nell'abbattuta città, mostrò qualche riguardo alle leggi dell'umanità e della religione. Incoraggiò le sue truppe a prendersi arditamente i premj del valore, e ad arricchirsi colle spoglie d'un popolo dovizioso ed effeminato, ma gli esortò nel tempo stesso a risparmiar la vita dei cittadini, che cedevano, ed a rispettare le Chiese degli Apostoli S. Pietro e S. Paolo, come sacri ed inviolabili santuarj. Fra gli orrori d'un notturno tumulto, molti Goti Cristiani dimostrarono il fervore d'una recente conversione, e son riferiti e adornati dallo zelo degli scrittori Ecclesiastici[281] alcuni esempi della lor singolare moderazione e pietà. Mentre i Barbari scorrevano per la città in cerca di preda, fu aperta a forza da uno dei potenti Goti l'umile abitazione d'una provetta vergine, che avea consacrato la sua vita al servizio dell'altare. Egli subito chiese, quantunque in civil modo, tutto l'oro e l'argento che essa possedeva, e restò sorpreso alla prontezza, con cui la medesima lo condusse ad uno splendido ammasso di grossi vasi, formati delle ricche materie e del più fino lavoro. Il Barbaro mirava con maraviglia e diletto quel prezioso cumulo di roba, quando fu interrotto da una seria ammonizione, fattagli con le seguenti parole: «Questi, diss'ella, sono i vasi sacri appartenenti a S. Pietro; se voi ardite di toccarli, tal sacrilego fatto resterà sulla vostra coscienza. Quanto a me, io non ardisco di ritenere quel che non son capace di difendere». Il Capitano Goto, colpito da riverenzial timore, mandò ad informare il Re del tesoro che avea scoperto, e ricevè da Alarico un ordine perentorio, che tutti gli ornamenti ed i vasi sacri fossero trasportati senza danno o dilazione alcuna alla Chiesa dell'Apostolo. Dall'estremità probabilmente del colle Quirinale, fino al distante quartiere del Vaticano, un numeroso distaccamento di Goti, marciando in ordine di battaglia per le strade principali, difese con lucenti armi la lunga schiera dei loro devoti compagni, che portavano altamente sul capo i sacri vasi d'oro e d'argento; ed i marziali clamori dei Barbari si mescolavano col suono d'una salmodia religiosa. Da tutte le circonvicine cose una folla di Cristiani affrettossi ad unirsi a quest'edificante processione; ed una moltitudine di fuggitivi senza distinzione d'età, di grado, o anche di setta ebbe la buona fortuna di rifuggirsi al sicuro ed ospital santuario del Vaticano. L'erudita opera intorno alla Città di Dio fu composta espressamente da S. Agostino per giustificare i disegni della Previdenza nella distruzione della grandezza Romana. Ei celebra con particolare soddisfazione questo memorabil trionfo di Cristo, ed insulta i suoi avversari con provocarli a produrre qualche simile esempio d'una città presa per assalto, in cui gli Dei favolosi dell'antichità fossero stati capaci a difendere o se stessi, o i delusi loro devoti[282].

Nel sacco di Roma si sono meritamente applauditi alcuni rari e straordinari esempj di barbara virtù. Ma i sacri recinti del Vaticano e delle Chiese Apostoliche potevan contenere una ben piccola porzione del Popolo Romano: più migliaia di guerrieri, specialmente gli Unni, che militavano sotto lo stendardo d'Alarico, non conoscevano il nome o almeno la fede di Cristo; e possiam sospettare, senz'alcun pregiudizio della carità o del candore, che nel tempo della sfrenata licenza, quando era accesa ogni passione, e tolto qualunque freno, i precetti dell'Evangelio di rado influissero nella condotta dei Goti Cristiani. Gli scrittori, più disposti ad esagerare la lor clemenza, liberamente han confessato, che fu fatta una crudele strage dei Romani[283], e che le contrade della città eran piene di cadaveri, che restarono senza sepolture, finchè durò la generale costernazione. La disperazione dei cittadini si convertì qualche volta in furore; e quando i Barbari eran provocati dall'opposizione, essi estendevano promiscuamente il macello a' deboli, agli innocenti ed ai miserabili. Fu esercitata senza pietà o rimorso la privata vendetta di quarantamila schiavi; e le ignominiose battiture, che avevano antecedentemente ricevuto, furon lavate nel sangue delle colpevoli e delle innocenti famiglie. Le matrone e le vergini Romane furono esposte ad ingiurie più terribili, rispetto alla castità, che la morte medesima: e l'Istorico Ecclesiastico ha scelto un esempio di virtù femminile per servire d'ammirazione a' futuri secoli[284]. Una dama Romana, di singolar bellezza e di fede ortodossa, aveva eccitato gl'impazienti desiderj di un giovane Goto, che, secondo l'osservazione di Sozomeno, era attaccato all'eresia Arriana. Inasprito dall'ostinata resistenza, egli trasse la spada, e coll'ira d'un amante leggermente la ferì nel collo. L'insanguinata Eroina continuò tuttavia ad affrontarne lo sdegno ed a rigettarne l'amore, finattantochè il rapitore desistè dagl'inefficaci suoi sforzi, la condusse rispettosamente al Santuario del Vaticano, e diede sei monete d'oro alle guardie della Chiesa, a condizione che la restituissero intatta nelle braccia del suo marito. Tali esempi di generosità e di coraggio non furono molto comuni. I brutali soldati soddisfacevano i lor sensuali appetiti, senza consultare o l'inclinazione o i doveri delle lor prigioniere, ed i casuisti agitarono seriamente una dilicata questione. Si trattava di decidere se quelle tenere vittime che aveano inflessibilmente ricusato il loro consenso allo stupro cui soggiacquero, avessero perduto, per tale sventura, la corona della verginità[285]. Vi furono veramente altre perdite di più sostanzial natura e di più generale interesse. Non può per altro presumersi che tutti i Barbari fossero in ogni tempo capaci di fare tali oltraggi amorosi; e la mancanza di gioventù, di bellezza, o di castità, difese la maggior parte delle donne Romane dal pericolo d'esser violate. Ma l'avarizia è una passione insaziabile ed universale; perchè il godimento di quasi tutti gli oggetti, che possono dar piacere ai diversi gusti e temperamenti degli uomini, si può procurare col possesso delle ricchezze. Nel sacco di Roma fu data una giusta preferenza all'oro ed alle gioie, che nel volume e peso minore contengono il maggior valore; ma dopo che i depredatori più diligenti ebber portato via queste mobili ricchezze, i Palazzi di Roma furono barbaramente spogliati dei sontuosi e splendidi loro addobbi. Le tavole di argento massiccio e le vaghe guardarobe di seta e di porpora erano ammassate in confuso sui carri, che sempre seguivan la marcia di una Gotica armata. Furono rozzamente trattate le opere più squisite dell'arte, o capricciosamente distrutte; più di una statua si fece fondere per causa della materia preziosa, di cui era formata, e più d'un vaso nella division delle spoglie fu rotto in pezzi dai colpi d'un'ascia militare. L'acquisto delle ricchezze non servì che a stimolare l'avarizia dei rapaci Barbari, che procederono per mezzo di minacce, di verghe, e di tormenti a forzare i lor prigionieri a scuoprire i tesori nascosti[286]. L'apparente splendore e magnificenza si riguardava come la prova d'una doviziosa fortuna; l'apparenza di povertà imputavasi ad una disposizione alla parsimonia, e l'ostinazione di alcuni miserabili, che soffrirono i più crudeli tormenti, prima di scuoprire i segreti oggetti della loro affezione, riuscì fatale a molti poveri meschini, che spirarono sotto i colpi delle verghe per non potere scuoprire gl'immaginari loro tesori. Gli edifizi di Roma, quantunque molto ne sia stato esagerato il danno, patirono qualche offesa dalla violenza dei Goti. All'entrar che fecero nella porta Salaria, incendiarono le case vicine per servir di guida al loro corso, e per distrarre l'attenzione de' cittadini: le fiamme, che nel disordine della notte non incontrarono ostacolo alcuno, consumarono molte fabbriche pubbliche e private; ed al tempo di Giustiniano tuttavia sussistevano le rovine del palazzo di Sallustio[287], come un magnifico monumento dell'Incendio Gotico[288]. Pure un Istorico contemporaneo ha osservato, che il fuoco difficilmente potea consumare l'enormi travi di bronzo massiccio, e che la forza umana non era sufficiente a distruggere i fondamenti delle antiche fabbriche. Può forse contenersi qualche verità nella sua devota asserzione, che l'ira del Cielo supplì all'imperfezione del furore ostile; e che il superbo Foro di Roma, decorato dalle statue di tanti Numi ed Eroi, fu da un colpo di fulmine ridotto al suolo[289].

Per quanto fosse grande il numero di quelli dell'ordine Equestre e Plebeo, che perirono nel saccheggio di Roma, francamente si assicura che un solo Senatore perdè la vita pel ferro nemico[290]. Ma non era facile numerare la moltitudine di quelli, che da un onorevole stato e da una prospera fortuna furono in un tratto ridotti alla misera condizione di schiavi e di esuli. Siccome ai Barbari tornava più comodo il danaro che gli schiavi, essi fissarono ad un prezzo moderato il riscatto dei bisognosi lor prigionieri, che fu agevolmente pagato dalla benevolenza dei loro amici, o dalla carità degli stranieri[291]. Gli schiavi, che regolarmente furon venduti o in aperto mercato, o per privato contratto, avrebbero legittimamente ricuperato la nativa lor libertà, che era impossibile per un cittadino di perdere o d'alienare[292]. Ma siccome si venne tosto in cognizione, che la pretensione della libertà posto avrebbe in pericolo le loro vite; e che i Goti, qualora non fossero stati tentati a vendere gl'inutili lor prigionieri, si sarebbero mossi ad ucciderli, così la civile Giurisprudenza era già stata moderata da un savio regolamento, che essi fossero obbligati a servire pel discreto termine di cinque anni, finattantochè avessero col proprio lavoro pagato il prezzo della lor redenzione[293]. Le nazioni, che invasero l'Impero Romano, avevan cacciato avanti di loro in Italia delle intiere truppe di Provinciali famelici e spaventati, che meno apprendevano la schiavitù che la fame. Le calamità dell'Italia e di Roma ne dispersero gli abitanti ne' più solitari, sicuri, e distanti luoghi di rifugio. Mentre la cavalleria Gotica spargeva il terrore e la desolazione lungo le coste marittime della Campania e della Toscana, la piccola isola del Giglio (Igilium) divisa per mezzo d'uno stretto canale dal promontorio Argentario, rispinse o deluse gli ostili lor tentativi, e ad una sì piccola distanza da Roma un gran numero di cittadini trovò un sicuro ricovero nei folti boschi di quella separata regione[294]. I vasti patrimoni, che molte famiglie Senatorie possedevano in Affrica, le invitavano, se avevan tempo e prudenza, a scampare dalla rovina della patria, e ad abbracciare il rifugio di quell'ospitale Provincia. La più illustre fra tali fuggitivi fu la pia e nobile Proba[295] vedova del Prefetto Petronio. Dopo la morte del suo marito, che era il più potente suddito di Roma, essa era restata alla testa della famiglia Anicia, e successivamente supplì colle sue private sostanze alla spesa dei consolati di tre suoi figli. Quando la città fu assediata e presa dai Goti, Proba sostenne con cristiana rassegnazione la perdita d'immense ricchezze; s'imbarcò in un piccol vascello, da cui vide in mare le fiamme del suo incendiato Palazzo, e fuggì con Leta sua figlia, e con la celebre vergine Demetriade, sua nipote, alle coste dell'Affrica. La benefica profusione, con cui la matrona distribuì le rendite o il prezzo dei suoi fondi, contribuì a sollevar le disgrazie della schiavitù e dell'esilio. Ma neppure la famiglia di Proba medesima fu esente dalla rapace oppressione del Conte Eracliano, che vilmente vendè in matrimoniale prostituzione le più nobili fanciulle di Roma al piacere o all'avarizia dei mercanti di Siria. I fuggitivi Italiani furon dispersi per le Province, lungo le coste dell'Egitto e dell'Asia, fino a Costantinopoli ed a Gerusalemme; ed il villaggio di Betlemme, solitaria abitazione di S. Girolamo e delle sue Convertite, fu ripieno d'illustri mendici d'ambidue i sessi e d'ogni età, che eccitavano la pubblica compassione per la rimembranza della passata loro fortuna[296]. Sì terribil catastrofe di Roma riempì l'attonito Impero di terrore e di amarezza. Un contrasto sì interessante di grandezza e di rovina dispose la facile credulità del Popolo a deplorare, ed anche ad esagerar le miserie della Regina delle città. Alcuni del Clero, che applicavano le sublimi metafore della Profezia Orientale ai fatti recenti, furono qualche volta tentati a confondere la distruzione della Capitale con la dissoluzione del Globo.

La natura umana ha una forte propensione a deprimere i vantaggi, e ad amplificare i mali dei tempi presenti. Pure, allorchè si furon quietati i primi moti, e si fece un giusto computo del danno reale, i più illuminati e giudiziosi contemporanei furon costretti a confessare, che Roma, ancora infante, aveva ricevuto anticamente dai Galli un pregiudizio in sostanza maggiore di quello, che avea sofferto dai Goti nella decadente sua età[297]. L'esperienza di undici secoli ha somministrato alla posterità un paralello molto più singolare, autorizzandola a sostener con franchezza, che le devastazioni dei Barbari, che Alarico avea condotti dalle rive del Danubio, furono men distruttive delle ostilità usate dalle truppe di Carlo Quinto, Principe Cattolico, il quale si chiamava Imperator dei Romani[298]. I Goti lasciaron libera la città nel termine di sei giorni; ma Roma restò più di nove mesi in mano degl'Imperiali, ed ogni ora fu macchiata da qualche atroce atto di crudeltà, di libidine o di rapina. L'autorità d'Alarico mantenne qualche ordine e moderazione fra la feroce moltitudine, che lo riconosceva per Capo e per Re: ma il Contestabile di Borbone era gloriosamente caduto nell'attacco delle mura; e la morte del Generale tolse ogni freno di disciplina ad un esercito composto di tre indipendenti nazioni, cioè d'Italiani, di Spagnuoli o di Tedeschi. Al principio del secolo XVI, i costumi dell'Italia presentano un'osservabile scena della depravazione dell'uman genere. Univano essi i sanguinari delitti, che hanno luogo in un imperfetto stato di società, con i vizi civili, che nascono dall'abuso delle arti e del lusso; ed i licenziosi avventurieri, che avevan soppresso qualunque idea di patriottismo e di riverenza fino ad assalire il palazzo del Romano Pontefice, meritano di esser riguardati come i più malvagi degli Italiani. Gli Spagnuoli, nel medesimo tempo, erano il terrore sì del Vecchio che del Nuovo Mondo. Ma l'altiero loro valore veniva disonorato da un profondo orgoglio, da una rapace avarizia, e da una insaziabile crudeltà. Instancabili nella ricerca della fama e delle ricchezze, avevano essi per mezzo d'una lunga pratica perfezionato i metodi più squisiti ed efficaci di torturare i lor prigionieri: molti Castigliani, che saccheggiarono Roma, erano famigliari della Inquisizione, ed alcuni volontari eran probabilmente tornati di fresco dalla conquista del Messico. I Tedeschi eran meno corrotti degl'Italiani, e meno crudeli degli Spagnuoli; ed il rozzo o anche selvaggio aspetto di quei Settentrionali guerrieri spesse volte cuopriva una semplice e compassionevol disposizione. Ma questi si erano imbevuti, nel primo fervore della Riforma, dello spirito non meno che dei principj di Lutero. Il divertimento lor favorito era quello d'insultare o di distruggere i sacri oggetti della cattolica superstizione: secondavano essi, senza rimorso o pietà, un odio devoto contro il clero di qualsivoglia specie o grado, che forma una sì considerabile parte degli abitanti di Roma moderna; ed il fanatico loro zelo potè forse aspirare a rovesciare il trono del creduto Anticristo, ed a purificare col sangue e col fuoco le abbominazioni della spiritual Babilonia[299].

A. 410

La ritirata dei vittoriosi Goti, che nel sesto giorno[300] partiron da Roma, potè ben essere il resultato della prudenza: ma non fu sicuramente l'effetto del timore[301]. Alla testa d'un'armata carica di ricche e pesanti spoglie, l'intrepido Capitano avanzossi lungo la via Appia verso le Province meridionali d'Italia, distruggendo tutto ciò che ardiva opporsi al suo passaggio, e contentandosi di predare il paese, dove non si facea resistenza. Il destino di Capua, superba e lussuriosa Metropoli della Campania, e che anche nella sua decadenza era rispettata come l'ottava città dell'Impero[302], è sepolto nell'obblivione; mentre la vicina città di Nola[303] fu illustrata in quest'occasione dalla santità di Paolino[304], che fu successivamente Console, Monaco, e Vescovo. All'età di quarant'anni ei rinunziò ai diletti delle ricchezze, degli onori, e della società, ed alla letteratura per abbracciare una vita di solitudine e di penitenza; e l'alto applauso del Clero lo inanimò a disprezzare i rimproveri dei mondani suoi amici, che attribuivano tal violento atto a qualche disordine della mente o del corpo[305]. Un antico ed appassionato attaccamento lo determinò a porre l'umile sua abitazione in uno dei sobborghi di Nola, vicino al sepolcro miracoloso di S. Felice, che la pubblica devozione aveva già circondato di cinque grandi e frequentate Chiese. Gli avanzi del suo patrimonio e del suo ingegno furono consacrati al servizio del glorioso Martire, di cui Paolino giammai non mancò di celebrar le lodi con un Inno solenne, il giorno della sua festa, ed in nome del quale eresse una sesta Chiesa di maggior eleganza e bellezza, che fu decorata con molte curiose pitture, tratte dall'istoria del vecchio e del nuovo Testamento. Uno zelo sì assiduo gli cattivò il favore del Santo[306], e dopo quindici anni di ritiro, il Console Romano fu costretto ad accettare il Vescovato di Nola, pochi mesi avanti che la città fosse investita dai Goti. Durante l'assedio, alcuni devoti si persuasero di aver veduto, o in sogno o in visione, la divina forma del tutelare lor Santo; tuttavia l'evento ben presto fe' manifesto che Felice mancava di potere o di buon volere per salvare il gregge di cui era stato pastore. Non evitò la generale devastazione[307]; ma il Vescovo, fatto schiavo, restò difeso della comune opinione della sua innocenza e della sua povertà. Passarono più di quattro anni dalla prospera invasione fatta dell'Italia dalle armi d'Alarico, fino alla volontaria ritirata de' Goti sotto la condotta d'Adolfo suo successore; ed in tutto quel tempo essi regnarono senza contrasto in un paese che, secondo l'opinion degli antichi, aveva unito in sè tutte le varie prerogative della natura e dell'arte. La felicità, in vero, a cui era giunta l'Italia nel fortunato secolo degli Antonini, era a grado a grado scemata col declinar dell'Impero. Ma i frutti di una lunga pace perirono nelle rozze mani dei Barbari; ed i medesimi non furon capaci di gustare le più eleganti finezze del lusso, che erano state preparate per uso dei molli ed ingentiliti Italiani. Ogni soldato però esigeva una buona porzione di sostanziali dovizie, di grano e di bestiame, d'olio e di vino, che giornalmente si raccoglieva e si consumava nel campo Gotico: ed i principali Uffiziali insultavano i giardini e le ville, abitate una volta da Lucullo e da Cicerone, lungo le deliziose coste della Campania. I tremanti loro schiavi, i figli e le figlie dei Senatori Romani, presentavano, in coppe d'oro e di gemme, abbondanti dosi di vino Falerno ai superbi vincitori, che stendevano le rozze lor membra all'ombra dei platani[308], artifiziosamente disposti in maniera da impedire i cocenti raggi del sole, ed ammetterne il piacevol calore. Tali diletti erano accresciuti dalla memoria dei passati travagli; ed il confronto del nativo loro paese, dei freddi e nudi colli della Scizia, delle gelate rive dell'Elba e del Danubio, aggiungevano nuovi incanti alla felicità del clima italiano[309].

A. 410

O fosse la fama, o la conquista, o la ricchezza l'oggetto di Alarico, ei lo cercò con instancabile ardore, che non potè esser frenato dall'avversità, nè saziato dal felice successo. Appena fu giunto all'estremità dell'Italia, fu attratto dal vicino prospetto d'una fertile e pacifica Isola. Risguardava però anche il possesso della Sicilia come un passo per fare l'importante spedizione che già meditava contro il continente dell'Affrica. Lo stretto di Reggio e di Messina[310] è lungo dodici miglia, è largo, nel luogo più angusto, circa un miglio e mezzo; ed i favolosi mostri della voragine, le rupi di Scilla, ed il vortice di Cariddi non potevano spaventare che i più timidi ed inabili marinari. Pure tosto che fu imbarcata la prima divisione dei Goti, sorse un'improvvisa tempesta, che disperse, e fece naufragare molti legni; fu vinto il loro coraggio dal terrore d'un nuovo elemento; e svanì tutto il disegno per l'immatura morte d'Alarico, la quale, dopo una breve malattia, pose il termine fatale alle sue conquiste. Si spiegò il feroce carattere dei Barbari nei funerali d'un Eroe, di cui celebrarono con lugubre applauso la fortuna ed il valore. Coll'opera d'una moltitudine di schiavi, fecero a forza voltare il corso del Busentino, piccolo fiume, che bagna le mura di Cosenza. Nel letto voto di esso fu costruito il sepolcro reale, adornato con le splendide spoglie e trofei di Roma; quindi si fecero tornare le acque nel nativo loro canale; e restò per sempre celato il segreto posto, in cui fu depositato il cadavere d'Alarico, per l'inumana strage degli schiavi, che si erano impiegati nell'eseguire quell'opera[311].

A. 412

Si sospesero le personali animosità, e gli odj ereditarj dei Barbari per la dura necessità dei loro affari, ed il valoroso Adolfo, cognato del defunto Monarca, fu concordemente eletto per successore al suo trono. Si potrà meglio rilevare il carattere ed il sistema politico del nuovo Re de' Goti dal discorso, che egli stesso ebbe con un illustre cittadino di Narbona, il quale dopo, in un pellegrinaggio, che fece alla Terra Santa, lo raccontò a S. Girolamo in presenza dell'Istorico Orosio: «Nella piena fiducia del coraggio e della vittoria, io (disse Adolfo) aspirai una volta a mutar la faccia dell'Universo, a cancellare il nome di Roma, ad innalzar sulle rovine di essa il dominio de' Goti, e ad acquistar, come Angusto, l'immortal fama di fondatore d'un nuovo Impero. Ma dalla replicata esperienza appoco appoco restai persuaso, che sono essenzialmente necessario le leggi per mantenere e regolare uno Stato ben costituito; e che la fiera intrattabile indole dei Goti era incapace di portare il salutar giogo delle leggi e del governo civile. Da quel momento dunque io mi proposi un oggetto diverso d'ambizione e di gloria; e presentemente quel, che io sinceramente desidero, è che la gratitudine dei secoli futuri possa riconoscere il merito d'uno straniero, che impiegò il ferro dei Goti non già per distruggere, ma per restaurare e conservare la prosperità dell'Imperio Romano[312]». Con queste pacifiche mire il successor d'Alarico sospese le operazioni della guerra; e seriamente intraprese un trattato d'amicizia e d'alleanza con la Corte Imperiale. Era interesse dei Ministri d'Onorio, ch'erano allora sciolti dall'obbligazione dello stravagante lor giuramento, di liberare l'Italia dall'intollerabile peso delle truppe dei Goti; e questi volentieri accettarono di militare contro i tiranni ed i Barbari, che infestavano le Province oltre le alpi[313]. Adolfo, assumendo il carattere di Generale Romano, diresse la sua marcia dall'estremità della Campania verso le Province meridionali della Gallia. Le sue truppe, o per forza o per convenzione, immediatamente occuparono le città di Narbona, di Tolosa, e di Bordò; e quantunque il Conte Bonifazio le rispingesse dalle mura di Marsiglia, tosto estesero i loro quartieri dal Mediterraneo all'Oceano. Potevano gli oppressi Provinciali esclamare, che i miserabili avanzi, cui il nemico aveva risparmiati, venivano crudelmente rapiti da' pretesi loro alleati; ma non mancavano mai gli speciosi pretesti per palliare o giustificar la violenza dei Goti. Le città della Gallia, che essi attaccavano, potevano per avventura considerarsi come in uno stato di ribellione contro il governo d'Onorio: potevano talvolta essere addotti, in favore delle apparenti usurpazioni d'Adolfo, gli articoli del trattato o le segrete istruzioni della Corte; e poteva sempre imputarsi la colpa di qualunque irregolare infelice atto d'ostilità, con qualche apparenza di vero, all'indomito spirito d'un esercito barbaro, impaziente di pace o di disciplina. Il lusso d'Italia era stato meno efficace ad addolcire l'indole dei Goti, che a rilassarne il coraggio, ed essi avevano bevuto i vizi senza imitare le instituzioni e le arti della società civile[314].

A. 414

Le proteste d'Adolfo eran probabilmente sincere, ed il suo attacco alla causa della Repubblica fu assicurato dall'ascendente, che avea preso una Principessa Romana sul cuore e lo spirito del barbaro Re. Placidia[315], figlia del gran Teodosio e di Galla sua seconda moglie, avea ricevuto un'educazione reale nel palazzo di Costantinopoli: ma la storia della sua vita, piena di avventure, è connessa con le rivoluzioni, che agitaron l'Impero occidentale sotto il regno d'Onorio, fratello di lei. Quando Roma fu investita la prima volta dalle armi d'Alarico, Placidia, che aveva allora l'età di circa venti anni, si trovava nella città; ed il pronto consenso, ch'essa prestò alla morte della cugina Serena, ha un'apparenza crudele ed ingrata, che secondo le circostanze dell'azione può aggravarsi o scusarsi dalla considerazione della sua tenera età[316]. I vittoriosi Barbari ritennero, o come in ostaggio o come prigioniera[317], la sorella d'Onorio; ma nel mentre ch'ella era esposta all'obbrobrio di seguitar per l'Italia i movimenti d'un campo Gotico, fu però sempre trattata con decenza e rispetto. L'autorità di Giornandes, che loda la beltà di Placidia, può esser forse contrabbilanciata dall'espressivo silenzio de' suoi adulatori: pure lo splendore della sua nascita, la freschezza della gioventù, l'eleganza delle maniere, e la destra insinuazione, di cui ella prese a far uso, fecero nella mente d'Adolfo una profonda impressione; ed il Re Goto aspirò ad avere il nome di cognato dell'Imperatore. I Ministri d'Onorio sdegnosamente rigettarono la proposizione d'una parentela tanto ingiuriosa ad ogni sentimento d'orgoglio Romano; e più volte insisterono sopra la restituzione di Placidia, come una indispensabile condizione del trattato di pace. Ma la figlia di Teodosio condiscese senza ripugnanza ai desiderj del conquistatore, Principe giovane e valoroso, che cedeva in vero ad Alarico nell'altezza della statura, ma che lo superava nelle più attraenti qualità della grazia e della bellezza. Fu consumato il matrimonio d'Adolfo e di Placidia[318], prima che i Goti si ritirassero dall'Italia: e fu di poi celebrato il giorno solenne, forse l'anniversario, delle lor nozze nella casa d'Ingenuo, uno dei più illustri cittadini di Narbona nella Gallia. La sposa, rivestita ed ornata come un'Imperatrice Romana, fu collocata in un magnifico trono, ed il Re dei Goti, che prese in questa occasione l'abito Romano, si contentò d'una sede meno onorevole a lato di casa. Il dono nuziale, che secondo l'uso della nazione di Adolfo[319] fu presentato a Placidia, consistè in rare e splendide spoglie della patria di lei. Cinquanta bei giovani, vestiti di seta, portavano ciascheduno due bacini, uno de' quali era pieno di monete d'oro, e l'altro di pietre preziose d'inestimabil valore. Attalo, che fu per tanto tempo il giuoco della fortuna e dei Goti, fu destinato a dirigere il coro degl'Inni nuziali, ed il deposto Imperatore aspirò forse alla lode di abile musico. I Barbari godevano insolentemente del loro trionfo; ed i Provinciali furono contenti di tal congiunzione, che moderava, mediante la dolce influenza della ragione e dell'amore, il feroce spirito del Gotico loro Signore[320].

I cento bacini d'oro e di gemme, presentati a Placidia nella solennità delle sue nozze, non erano che una tenue porzione de' tesori Gotici, qualche straordinario saggio dei quali può rilevarsi dall'istoria dei successori d'Adolfo. Si trovarono molti sontuosi e fini ornamenti d'oro puro, arricchiti di gioie nel loro palazzo di Narbona, quando nel sesto secolo, fu saccheggiato dai Franchi; sessanta coppe o calici, quindici patene o piatti per uso della comunione, venti cassette o custodie pei libri degli Evangeli: tutte queste sacre spoglie[321] si distribuirono dal figlio di Clodoveo fra le Chiese de' suoi Stati, e sembra, che la pietosa generosità di lui rimproveri un antecedente sacrilegio de' Goti. Possedevano essi, con maggior sicurezza di coscienza, il famoso Missorium o gran piatto per uso della tavola, d'oro massiccio del peso di cinquecento libbre, e di molto maggior valore per le pietre preziose, per lo squisito lavoro, e per la tradizione, che era stato presentato dal Patrizio Ezio a Torrismondo Re dei Goti. Uno dei successori di Torrismondo comprò l'aiuto del Re Franco con la promessa di questo magnifico dono. Quando poi fu collocato sul trono di Spagna, lo diede con ripugnanza agli Ambasciatori di Dagoberto; gli spogliò per viaggio, e dopo una lunga negoziazione stipulò di liberarsi da tal promessa mediante l'inadequata somma di dugentomila monete d'oro, e conservò il Missorium, come la più gloriosa parte del Tesoro Gotico[322]. Allorchè dopo la conquista della Spagna, quel Tesoro fu saccheggiato dagli Arabi, essi ammirarono ed hanno celebrato un altro oggetto viepiù notabile, cioè una Tavola di considerabil grandezza, d'un sol pezzo di solido smeraldo[323], circondata da tre giri di fine perle, sostenuta da trecentosessanta cinque piedi di gemme e d'oro massiccio, e stimata cinquecentomila monete d'oro[324]. Qualche parte delle ricchezze Gotiche potè esser dono d'amicizia, o tributo di vassallaggio; ma la massima parte di esse eran frutto della guerra e della rapina, spoglie dell'Impero e probabilmente di Roma.

A. 410-417

Dopo che l'Italia fu liberata dall'oppressione dei Goti, fu permesso a qualche segreto consigliere, fra le fazioni del palazzo, di medicar le ferite di questo afflitto paese[325]. Mediante un saggio ed umano regolamento, le otto Province, che erano state le più maltrattate, cioè la Campania, la Toscana, il Piceno, il Sannio, la Puglia, la Calabria, l'Abruzzo e la Lucania, ottennero una remissione di cinque anni; l'ordinario tributo fu ridotto ad un quinto, ed anche questo fu destinato a restaurare e sostenere l'utile instituzione delle pubbliche poste. Con un'altra legge, le terre che erano state lasciate senza abitanti o coltivatori, furon concesse con qualche diminuzione di tasse ai vicini, che le volessero occupare, o agli stranieri, che le richiedessero; ed i nuovi possessori venivano assicurati contro le future pretensioni dei fuggitivi proprietari. Verso il medesimo tempo, fu pubblicata in nome d'Onorio, una generale amnistia (o perdono) per abolire la colpa e la memoria di qualunque involontaria mancanza, che si fosse commessa dagl'infelici suoi sudditi nel tempo del disordine e della pubblica calamità. Si ebbe una rispettosa e decente attenzione alla restaurazione della Capitale; furono animati i cittadini a rifabbricar gli edifizi, che erano stati distrutti o danneggiati dal fuoco nemico; e dalle coste dell'Affrica si fecero trasportare degli straordinari sussidi di grano. La moltitudine, che poco prima fuggiva innanzi la spada dei Barbari, fu tosto richiamata dalla speranza dell'abbondanza e del piacere; ed Albino, Prefetto di Roma, informò con qualche sorpresa e perplessità la Corte, che in un sol giorno aveva notato l'arrivo di quattordicimila forestieri[326]. In meno di sette anni furono quasi cancellati i vestigi dell'invasione Gotica; e parve, che la città riprendesse lo splendore e la tranquillità sua antica. Questa venerabile matrona si pose di nuovo sul capo la corona d'alloro, che le turbolenze della guerra le avevan guastato; e nell'ultimo momento del suo declino tuttavia lusingavasi con le predizioni di vendetta, di vittoria e d'eterno dominio[327].

A. 415

Fu presto disturbata quest'apparente tranquillità dall'avvicinarsi d'un ostile armamento da quella regione, che somministrava la quotidiana sussistenza del Popolo Romano. Eracliano, Conte dell'Affrica, che nelle più difficili ed angustiose circostanze avea sostenuto con attiva fedeltà la causa d'Onorio, fu tentato, nell'anno del suo Consolato, a prendere il carattere di ribelle, ed il titolo d'Imperatore. I porti dell'Affrica furono immediatamente ripieni di forze navali, alla testa delle quali egli si preparò ad invader l'Italia: e quando la sua flotta gettò l'ancora alla bocca del Tevere, sorpassava in vero la flotta di Serse e d'Alessandro, se tutti i vascelli che circondavano la galera reale, e le barche più piccole realmente ascendevano al numero, per altro incredibile, di tremila dugento[328]. Con tale armata però, che avrebbe potuto rovesciare o rimettere in piedi i più grand'Imperj della terra, l'usurpatore Affricano fece una ben tenue e debole impressione sulle Province del suo rivale. Nel tempo che marciava dal porto, per la strada che conduce alle porte di Roma, fu incontrato, messo in spavento, e rotto da un Capitano Imperiale; e colui che possedeva un sì potente esercito, abbandonando la fortuna e gli amici, ignominiosamente fuggì con una sola nave[329]. Quando Eracliano prese terra nel porto di Cartagine, trovò che tutta la Provincia, sdegnando tale indegno regolatore, era tornata al suo dovere. Il ribelle fu decapitato nell'antico tempio della Memoria; fu abolito il suo Consolato[330], e gli avanzi del privato suo patrimonio, che non eccedevano la moderata somma di quattromila libbre d'oro, furono concessi al valoroso Costanzo, che aveva già difeso quel trono, di cui poi ebbe parte insieme col debole suo Sovrano. Onorio mirò con supina indifferenza la calamità di Roma e dell'Italia[331]; i ribelli attentati di Attalo e d'Eracliano contro la sua personale salvezza svegliarono per un momento il trepido istinto della sua natura. Egli probabilmente ignorava le cause e gli eventi, che lo preservarono da questi imminenti pericoli; e siccome l'Italia non era più invasa da veruno esterno o interno nemico, ei pacificamente se ne stava nel palazzo di Ravenna, mentre i Tiranni di là dalle alpi venivano replicatamente vinti dai luogotenenti, ed in nome del figlio di Teodosio[332]. Nel corso d'una interessante e feconda narrazione potrei forse dimenticarmi di notar la morte di un tal Principe; onde prenderò la precauzione d'osservare in questo luogo, che ei sopravvisse circa tredici anni all'ultimo assedio di Roma.

A. 409-413

L'usurpazione di Costantino, che ricevè la porpora dalle legioni della Britannia, era stata fortunata e pareva sicura. Si riconosceva la sua autorità dalla muraglia d'Antonino fino alle colonne d'Ercole, ed in mezzo al pubblico disordine, si divise il dominio e le spoglie della Gallia e della Spagna con le tribù dei Barbari, il distruttivo progresso dei quali non era più ritenuto dal Reno o dai Pirenei. Macchiato del sangue dei congiunti d'Onorio, estorse dalla Corte di Ravenna, con cui aveva secrete corrispondenze, la ratifica dei suoi ribelli diritti. Costantino impegnossi, con solenne promessa, di liberar l'Italia da' Goti; s'avanzò fino alle rive del Po, e dopo d'avere posto in arme anzi che assistito il pusillanime suo alleato, precipitosamente se ne tornò al palazzo d'Arles per celebrare con moderato lusso il suo vano ed apparente trionfo. Ma questa passaggiera prosperità fu presto interrotta e distrutta dalla rivolta del Conte Geronzio, il più prode fra i suoi Generali, che nell'assenza di Costante suo figlio, Principe già investito della porpora Imperiale, era stato lasciato al comando delle Province di Spagna. Per qualche ragione, che non sappiamo, Geronzio, invece di prendere esso il diadema, lo pose sul capo di Massimo suo amico, che fissò la sua residenza in Tarragona, mentre l'attivo Conte s'inoltrò avanti pei Pirenei ad oggetto di sorprendere i due Imperatori Costantino e Costante, prima che si potessero preparare alla difesa. Il figlio fu fatto prigioniero a Vienna, e subito posto a morte, e quell'infelice giovane appena ebbe tempo di deplorare l'innalzamento della sua famiglia, che l'aveva tentato o costretto a sacrilegamente abbandonare la pacifica oscurità della vita monastica. Il padre sosteneva un assedio dentro le mura d'Arles, ma esse avrebbero dovuto cedere agli assedianti, se la città non fosse stata inaspettatamente soccorsa dall'arrivo d'un'armata Italiana. Il nome d'Onorio, la proclamazione d'un legittimo Imperatore, sorprese i due contendenti partiti dei ribelli. Geronzio, abbandonato dalle proprie sue truppe, fuggì a' confini della Spagna, e liberò il suo nome dall'obblivione, mediante il coraggio Romano, che sembrò che animasse gli ultimi momenti della sua vita. In tempo di notte, un gran corpo di perfidi suoi soldati circondò ed attaccò la casa di lui, che esso avea ben fortificata. La moglie, un valoroso amico, Alano di nazione, ed alcuni fedeli schiavi restarono sempre aderenti alla sua persona; ed ei fece uso con tanta fermezza ed abilità d'un gran magazzino di dardi e di frecce, che più di trecento assalitori perderono la vita nell'assalto. Gli schiavi, allorchè furon consumate tutte le armi da scagliare, allo spuntar del giorno fuggirono; e Geronzio, se non fosse stato ritenuto dall'amor coniugale, avrebbe potuto imitarli; ma finalmente i soldati, irritati da sì ostinata resistenza, posero il fuoco da tutte le parti alla casa. In questa fatal estremità condiscese alla richiesta del suo Barbaro amico, tagliando ad esso la testa. La moglie di Geronzio, che lo scongiurò a non lasciarla in una vita di miseria e di vergogna, presentò volentieri il collo alla sua spada; e si terminò la tragica scena con la morte del Conte medesimo, che dopo tre colpi senz'effetto, trasse un corto pugnale, e se l'immerse nel cuore[333]. L'abbandonato Massimo, ch'egli aveva rivestito della porpora, fu debitore della sua vita al disprezzo, che avevasi della sua forza ed abilità. Il capriccio dei Barbari, che devastavano la Spagna, collocò un'altra volta quest'Imperiale fantasma sul trono, ma poco dopo lo rilasciarono alla giustizia d'Onorio; ed il tiranno Massimo, dopo essere stato mostrato al Popolo di Ravenna e di Roma, fu pubblicamente decapitato.

Il Generale chiamato Costanzo, che fece levare, col suo arrivo, l'assedio d'Arles, e dissipò le truppe di Geronzio, era nato Romano; e questa notevole distinzione è molto atta ad esprimere la decadenza dello spirito militare fra i sudditi dell'Impero. La forza e la maestà, che apparivano nella persona di quel Generale[334], lo facevano risguardare nell'opinione del Popolo come un candidato degno del Trono, al quale di poi salì. Nella conversazione della vita privata, le maniere di esso eran piacevoli ed attraenti; nè alle volte avrebbe sdegnato, nella licenza della tavola, di sfidare i pantomimi stessi nell'esercizio delle ridicole lor professioni. Ma quando la tromba invitavalo alla armi; quando montava a cavallo, e piegandosi quasi sul collo di esso (giacchè tale era il singolare costume di lui) fieramente girava i grandi e vivaci suoi occhi attorno al campo, allora Costanzo incuteva terrore ai nemici, ed inspirava la sicurezza della vittoria ne' suoi soldati. Egli avea ricevuto dalla Corte di Ravenna l'importante commissione d'estirpare i ribelli nelle province dell'Occidente; ed il preteso Imperator Costantino dopo un breve ed inquieto respiro, fu di nuovo assediato nella sua Capitale dalle armi d'un più formidabile nemico. Pure tale intervallo gli diede tempo per concludere un trattato coi Franchi e gli Alemanni ed Edobic suo ambasciatore in breve tornò alla testa d'un esercito a disturbare le operazioni dell'assedio d'Arles. Il Generale Romano, invece d'aspettare l'attacco nelle sue trincere, arditamente e forse con prudenza risolvè di passare il Rodano, e di andare incontro ai Barbari. Furono prese le opportune misure con tale abilità e segretezza, che mentre attaccarono essi alla fronte l'infanteria di Costanzo, furono ad un tratto assaltati, circondati e distrutti dalla cavalleria di Ulfila suo luogotenente, che tacitamente aveva occupato un posto vantaggioso dietro di essi. Gli avanzi dell'esercito d'Edobic si salvarono per mezzo della fuga o della resa; ed il loro Capitano si riparò dal campo di battaglia nella casa d'un infedele amico, il quale troppo chiaramente comprese, che il capo dell'infelice suo ospite sarebbe stato un gradito e lucroso dono pel Generale Imperiale. Costanzo in quest'occasione si portò con la magnanimità d'un vero Romano. Vincendo o sopprimendo qualunque sentimento di gelosia, pubblicamente riconobbe il merito ed i servigi d'Ulfila; ma rigettò con orrore l'assassino d'Edobic; e rigorosamente diede ordine, che il campo non fosse macchiato dalla presenza d'un ingrato ribaldo, che aveva violate le leggi dell'amicizia e dell'ospitalità. L'usurpatore, che dalle mura d'Arles vide la rovina delle ultime sue speranze, fu tentato ad aver qualche fiducia in un sì generoso conquistatore. Ei chiese una solenne promessa per la propria sicurezza e dopo aver ricevuto, mediante l'imposizione delle mani, il sacro carattere di Prete Cristiano, si avventurò ad aprir le porte della città. Ma tosto provò, che i principj d'onore e d'integrità, che potevan regolare l'ordinaria condotta di Costanzo, furono superati dalle libere dottrine della morale politica. Il Generale Romano ricusò, invero, di contaminare i propri allori col sangue di Costantino, ma il deposto Imperatore e Giuliano suo figlio furon mandati sotto forte guardia in Italia, ed avanti che arrivassero al palazzo di Ravenna incontrarono i ministri di morte.

A. 411-416

In un tempo in cui generalmente si confessava, che quasi qualunque uomo nell'Impero superava in merito perdonale i Principi, che l'accidente della nascita avea posto sul trono, una rapida successione di usurpatori continuò tuttavia a sorgere, senza considerare il destino di quelli che gli aveano preceduti. Questo disastro si fece specialmente sentire nelle province della Spagna e della Gallia, dove la guerra e la ribellione aveano estinto i principj dell'ordine e dell'ubbidienza. Prima che Costantino deponesse la porpora, e nel quarto mese dell'assedio d'Arles, s'ebbe notizia nel Campo Imperiale, che Giovino aveva preso il diadema a Metz nella Germania superiore, ad istigazione di Goar Re degli Alani, e di Gunziario Re de' Burgundi: e che il candidato, a cui aveano affidato l'Impero, s'avanzava con un formidabile esercito di Barbari, dalle rive del Reno a quelle del Rodano. Nella breve istoria del regno di Giovino, tutte le circostanze son oscure e straordinarie. Era naturale il supporre, che un animoso ed abile Generale, alla testa d'una vittoriosa armata, avrebbe sostenuto in un campo di battaglia la giustizia della causa di Onorio. La precipitosa ritirata di Costanzo avrebbe potuto giustificarsi con forti ragioni; ma egli abbandonò senza contrasto il possesso della Gallia, e Dardano, Prefetto del Pretorio, si rammenta come l'unico Magistrato, che ricusasse di prestar ubbidienza all'usurpatore[335]. Quando i Goti, due anni dopo l'assedio di Roma, si stabilirono nella Gallia, era naturale il supporre, che le loro inclinazioni si dovessero solamente dividere fra l'Imperatore Onorio, col quale di fresco avevan fatto alleanza, ed il deposto Attalo, che essi riservavano nel loro campo ad oggetto di fare nelle occasioni la parte di musico o di Monarca. Pure in un momento di disgusto (di cui non è facile assegnare il tempo o la causa) Adolfo si collegò coll'usurpatore della Gallia, ed impose ad Attalo l'ignominiosa incumbenza di negoziare il trattato che ratificò il proprio suo disonore. Siamo di nuovo sorpresi nel leggere, che Giovino, invece di risguardare l'alleanza dei Goti come il più stabil sostegno del suo trono, insultò con oscuro ed ambiguo linguaggio l'officiosa importunità d'Attalo; che disprezzando il consiglio del suo grande alleato, rivestì della porpora Sebastiano suo fratello; e che con la massima imprudenza accettò il servizio di Saro, allorchè questo bravo capitano e soldato d'Onorio fu provocato ad abbandonar la Corte d'un Principe, che non sapeva come premiare e come punire. Adolfo, educato in mezzo ad una stirpe di guerrieri, che stimavano il dovere della vendetta, come la parte più preziosa e più sacra della loro eredità, s'avanzò con un corpo di diecimila Goti ad incontrar l'ereditario nemico della casa di Balti. Attaccò Saro in un momento di negligenza, quando era accompagnato solo da diciotto o venti dei suoi valenti seguaci. Questa banda di Eroi, uniti dall'amicizia, animati dalla disperazione, ma finalmente oppressi dalla moltitudine, meritò la stima, senza eccitare la compassione dei loro nemici, ed appena il leone fu preso ne' lacci[336], fu immediatamente fatto morire. La morte di Saro sciolse la debole alleanza, che Adolfo tuttavia manteneva con gli usurpatori della Gallia. Ei prestò nuovamente orecchio ai dettami dell'amore e della prudenza, e presto assicurò il fratello di Placidia, che avrebbe subito mandato al palazzo di Ravenna le teste dei Tiranni, Giovino e Sebastiano. Il Re dei Goti eseguì la sua promessa senza difficoltà o dilazione. Gl'infelici fratelli non sostenuti da alcun merito personale, furon abbandonati dai Barbari loro ausiliari; e la breve opposizione, che fece Valenza, fu espiata dalla rovina d'una delle più nobili città della Gallia. L'Imperatore, eletto dal Senato Romano, che era stato promosso, deposto, insultato, restituito, di nuovo deposto, e di nuovo insultato fu alla fine abbandonato al suo destino; ma nell'atto di privarlo della sua protezione il Re Goto fu ritenuto o per pietà o per disprezzo dal fare alcuna violenza alla persona di Attalo. Il misero Attalo, rimasto senza sudditi e senz'alleati, s'imbarcò in un porto di Spagna per cercare qualche sicuro e remoto ritiro: ma fu sorpreso per mare, condotto alla presenza d'Onorio, fatto passare in trionfo per le strade di Roma o di Ravenna, ed esposto pubblicamente agli occhi della moltitudine sul secondo scalino del trono dell'invincibile suo vincitore. Attalo si trovò sottoposto alla medesima pena, di cui nel tempo della sua prosperità fu accusato d'aver minacciato il suo rivale. Fu esso condannato, dopo l'amputazione di due dita, ad un perpetuo esilio nell'isola di Lipari, dove gli fu somministrato un decente sostentamento per vivere. Il resto del regno d'Onorio non fu disturbato da ribellioni; e si può osservare che nello spazio di cinque anni sette usurpatori avean ceduto alla fortuna di un Principe, che era per se stesso incapace di consiglio e d'azione.

A. 409

La situazione della Spagna, separata per ogni parte dai nemici di Roma per mezzo del mare, dei monti, e delle intermedie province, aveva assicurato la tranquillità di quel remoto e diviso paese, e possiamo risguardare come un sicuro sintomo di pace domestica l'avere pel corso di quattrocento anni la Spagna somministrato ben pochi materiali all'istoria del Romano Impero. I vestigi dei Barbari, che nel regno di Gallieno erano penetrati al di là dei Pirenei, furono tosto cancellati dal ritorno della pace; e nel quarto secolo dell'Era Cristiana le città d'Emerita o Merida, di Cordova, di Siviglia, di Bracara, di Tarragona si contavano fra le più illustri del Mondo Romano. Le varie produzioni del regno animale, vegetabile e minerale, migliorate e lavorate dall'arte d'un industrioso popolo, ed i particolari vantaggi delle provvisioni navali contribuivano a sostenere un esteso e profittevol commercio[337]. Vi fiorivan le arti o le scienze sotto la protezione degl'Imperatori, e se il carattere degli Spagnuoli s'era indebolito per causa della pace e della servitù, l'ostile avvicinamento dei Germani, che avevano sparto il terrore e la desolazione dal Reno fino ai Pirenei, parve che riaccendesse in loro qualche scintilla dell'ardor militare. Finattantochè la difesa delle montagna fu affidata alla robusta e fedel milizia del paese, questa rispinse con buon successo i frequenti attacchi dei Barbari. Ma tosto che le truppe nazionali dovettero cedere il posto ai soldati Onoriani, al servizio di Costantino, le porte della Spagna furono perfidamente aperte al pubblico nemico, circa dieci mesi prima del sacco di Roma fatto da' Goti[338]. La coscienza della propria colpa e la sete della rapina indusse le guardie mercenarie dei Pirenei ad abbandonare il loro posto, ad invitare le armi degli Svevi, dei Vandali, e degli Alani, ed a far più gonfiare il torrente, che con irresistibil violenza delle frontiere della Gallia scorse fino al mare dell'Affrica. Si posson descrivere le disgrazie della Spagna con le frasi del più eloquente suo storico, il quale in breve ha espresso le patetiche e forse esagerate declamazioni degli scrittori contemporanei[339]. «L'irruzione di tali popoli fu accompagnata dalle più terribili calamità; mentre i Barbari esercitarono indistintamente la lor crudeltà sulle sostanze dei Romani e degli Spagnuoli, e saccheggiarono con ugual furore le città e l'aperta campagna. Il progresso della fame ridusse i miserabili abitanti a cibarsi della carne dei loro simili; ed anche le bestie selvagge, che si moltiplicarono senza opposizione nelle boscaglie, furono irritate dalla sete del sangue e dall'impazienza della fame ad arditamente attaccare e divorare l'umana lor preda. Tosto comparve la pestilenza, inseparabile compagna della fame; una gran quantità di Popolo fu distrutta; ed i lamenti di quei che morivano, non facevano che eccitar l'invidia degli amici, che loro sopravvivevano. Finalmente i Barbari, sazi della strage e della rapina, ed afflitti dal mal contagioso, che essi stessi vi aveano introdotto, stabilirono la permanente loro dimora nello spopolato paese. L'antica Galizia, i limiti della quale contenevano il regno della vecchia Castiglia, fu divisa fra gli Svevi ed i Vandali: gli Alani si sparsero nelle Province di Cartagena, e di Lusitania, dal mare Mediterraneo all'Atlantico; ed il fertile territorio della Betica toccò in sorte a' Silingi, altro ramo della nazione Vandalica. Dopo aver regolato tal divisione, i conquistatori ed i nuovi lor sudditi contrassero certi reciproci vincoli di protezione e d'ubbidienza fra loro: si coltivaron di nuovo le terre, e furon di nuovo abitate le città ed i villaggi da un Popolo schiavo. La massima parte degli Spagnuoli si trovò anche disposta a preferire questa nuova condizione di povertà e di barbarie alle severe oppressioni del Governo Romano: ve ne furono però molti, che sempre sostennero la nativa lor libertà; e che ricusarono, specialmente nelle montagne della Galizia, di sottomettersi al giogo dei Barbari[340]».

A. 414-415

L'importante dono delle teste di Giovino e di Sebastiano aveva confermato l'amicizia d'Adolfo, e restituita la Gallia all'ubbidienza d'Onorio, cognato di lui. La pace però era incompatibile con la situazione e coll'indole del Re dei Goti. Volentieri dunque accettò la proposizione di rivolgere le vittoriose sue armi contro i Barbari della Spagna: le truppe di Costanzo impedirono che avesse comunicazione coi porti della Gallia, e dolcemente gli fecero dirigere la marcia verso i Pirenei[341]. Passò questi monti, ed in nome dell'Imperatore sorprese la città di Barcellona. La tenerezza d'Adolfo per la Romana sua sposa non fu diminuita dal tempo, nè dal possesso, e la nascita d'un figlio, chiamato col nome dell'illustre suo avo Teodosio, parve, che lo fissasse per sempre negl'interessi della Repubblica. La morte di questo fanciullo, il corpo del quale posto in una cassa d'argento fu depositato in una Chiesa vicino a Barcellona, afflisse i suoi genitori; ma il dispiacere del Re Goto fu sospeso dalle fatiche del campo, ed il corso delle sue vittorie fu presto interrotto da un domestico tradimento. Egli aveva imprudentemente preso al suo servizio uno dei seguaci di Saro, Barbaro d'animo ardito, sebbene piccolo di statura, in cui la segreta brama di vendicare la morte del suo amato Signore veniva continuamente irritata dai sarcasmi dell'insolente suo Principe. Fu Adolfo assassinato nel palazzo di Barcellona: una tumultuosa fazione fu causa, che si violassero le leggi della successione[342], e Singerico, fratello dell'istesso Saro, non attenente alla stirpe reale, fu posto sul trono dei Goti. Il primo atto del suo regno fu l'inumana uccisione de' sei figli di Adolfo, nati da un anterior matrimonio, ch'ei senza pietà strappò dalle deboli braccia d'un venerabile Vescovo[343]. La sfortunata Placidia, invece della rispettosa compassione che avrebbe dovuto eccitare nei petti più selvaggi, fu trattata con crudele e vergognoso insulto. La figlia dell'Imperator Teodosio, confusa in una folla di volgari schiave, fu costretta a camminare a piedi più di dodici miglia innanzi al cavallo d'un Barbaro, assassino d'un marito, che Placidia amava e piangeva[344].

A. 415-418

Ma Placidia ebbe presto il piacere della vendetta; e la vista degl'ignominiosi travagli di lei potè muovere uno sdegnato Popolo contro il Tiranno, che fu assassinato il settimo giorno della sua usurpazione. Dopo la morte di Singerico, la libera scelta della nazione diede lo scettro Gotico a Vallia, l'indole guerriera ed ambiziosa del quale parve nel principio del suo regno estremamente contraria alla Repubblica. Ei marciò in armi da Barcellona fino a' lidi del mar Atlantico, che gli Antichi veneravano e temevano come il confine del Mondo. Ma quando giunse al promontorio meridionale della Spagna[345], e dallo scoglio, dove ora è la fortezza di Gibilterra, osservò la vicina e fertile costa dell'Affrica, Vallia riprese i disegni di conquista, che la morte d'Alarico aveva interrotti. I venti ed i flutti sconcertaron di nuovo l'impresa dei Goti; e le menti di un superstizioso Popolo furono altamente commosse dai replicati disastri delle tempeste e dei naufragi. In tali circostanze il successore d'Adolfo non ricusò più di dare orecchio ad un ambasciatore Romano, le proposizioni del quale venivano invigorite dal vero o supposto avvicinamento d'un numeroso esercito sotto la condotta del valoroso Costanzo. Si stipulò, e si mantenne un solenne trattato: Placidia fu restituita onorevolmente al fratello; furono date agli affamati Goti seicentomila misure di grano[346]; e Vallia s'impegnò a combattere in servizio dell'Impero. S'eccitò immediatamente una sanguinosa guerra fra' Barbari della Spagna; e si dice, che i Principi contendenti fra loro mandassero lettere, ambasciadori, ed ostaggi al trono dell'Imperatore occidentale, esortandolo a rimanere spettatore tranquillo della lor pugna, il cui evento doveva esser favorevole pei Romani, attesa la vicendevole strage de' comuni loro nemici[347]. La guerra di Spagna fu ostinatamente sostenuta per tre campagne con disperato valore, e con vario successo; e le marziali operazioni di Vallia sparsero per l'Impero la superior fama dell'eroe Gotico. Egli esterminò i Silingi, che avevano irreparabilmente rovinato l'elegante abbondanza della Provincia della Betica. Uccise in battaglia il Re degli Alani; e gli avanzi di que' vagabondi Sciti, che scamparono dalla battaglia, invece d'eleggersi un nuovo condottiero, si cercarono umilmente un asilo sotto lo stendardo de' Vandali, coi quali essi poi furono sempre confusi. I Vandali stessi e gli Svevi cederono agli sforzi degl'invincibili Goti. Una promiscua moltitudine di Barbari, a' quali era stata impedita la ritirata, andò a rifuggirsi nelle montagne della Galizia, dove sempre continuarono in un angusto luogo e sopra uno sterile terreno ad esercitare le domestiche loro ed implacabili ostilità. Nell'orgoglio della vittoria, Vallia osservò fedelmente le sue promesse, rimise le sue conquiste di Spagna sotto l'ubbidienza d'Onorio; e la tirannia degl'Imperiali Ministri ben tosto ridusse l'oppresso popolo a sospirare il tempo della sua Barbarica servitù. Mentre l'evento della guerra era sempre dubbioso, i primi vantaggi delle armi di Vallia avevano incoraggiato la Corte di Ravenna a decretare gli onori del trionfo al debole suo Sovrano. Questi entrò in Roma come gli antichi conquistatori delle nazioni; e se i monumenti di servil corruzione non avessero da gran tempo avuto il destino che meritavano, probabilmente si vedrebbe che una folla di poeti e di oratori, di Magistrati e di Vescovi applaudirono alla fortuna, alla saviezza, ed all'invincibil coraggio dell'Imperatore Onorio[348].

A. 419

Tal trionfo si sarebbe potuto giustamente pretendere dall'alleato di Roma, se Vallia, prima di ripassare i Pirenei, avesse estirpato i semi della guerra di Spagna. I suoi vittoriosi Goti, quarantatre anni dopo aver passato il Danubio, si posero, secondo la fede de' trattati, in possesso della seconda Aquitania, Provincia marittima fra la Garonna e la Loira, sotto la civile ed Ecclesiastica giurisdizion di Bordò. Questa Metropoli, situata vantaggiosamente per il commercio dell'Oceano, era fabbricata in una forma regolare ed elegante; ed i molti suoi abitatori eran distinti fra' Galli per la ricchezza, per la cultura, e per la gentilezza delle loro maniere. L'addiacente Provincia, che si è graziosamente paragonata al giardino d'Eden, gode un terreno fruttifero ed un clima temperato; l'aspetto della campagna dimostrava le arti ed i premj dell'industria: ed i Goti, dopo i loro marziali travagli, lussuriosamente esaurivano le ricche vigne dell'Aquitania[349]. I confini Gotici s'estesero per l'aggiunta di alcune vicine diocesi date loro; ed i successori d'Alarico piantarono la lor residenza Reale in Tolosa, che conteneva cinque popolati quartieri o città dentro lo spazioso recinto delle sue mura. Verso il medesimo tempo, negli ultimi anni del regno d'Onorio, i Goti, i Borgognoni, ed i Franchi ottennero stabil sede, e permanente dominio nelle Province della Gallia. La liberal concessione, fatta dall'usurpatore Giovino a' Borgognoni suoi alleati, fu confermata dall'Imperadore legittimo; si cederono a que' formidabili Barbari le terre della Germania prima o superiore, ed essi appoco appoco, o per via di conquista, o di trattato, occuparono le due Province, che tuttavia ritengono, co' titoli di Ducato e di Contea, il nome nazionale di Borgogna[350]. I Franchi, valorosi e fedeli alleati della Repubblica Romana, furono presto tentati ad imitar gl'invasori, a' quali avevano sì valorosamente resistito. Le libere loro truppe saccheggiarono Treveri, capitale della Gallia; e la piccola colonia, che sì lungamente si conservò nel ristretto di Toxandria nel Brabante, insensibilmente si dilatò lungo le rive della Mosa e della Schelda, finattantochè l'indipendente loro potenza riempì tutta l'estensione della seconda o bassa Germania. Si possono sufficientemente giustificar questi fatti con prove istoriche: ma la fondazione della Monarchia Francese per opera di Faramondo, le conquiste, le leggi, ed anche l'esistenza di quell'Eroe, si sono giustamente attaccate dall'imparziale severità della moderna critica[351].

A. 420

La rovina delle opulenti Province della Gallia può prender l'epoca dallo stabilimento di questi Barbari, l'alleanza de' quali era pericolosa ed oppressiva, mentre venivano capricciosamente spinti dall'interesse o dalla passione a violare la pubblica pace. Fu imposto un grave e parzial tributo a' Provinciali, sopravvissuti alle calamità della guerra; le più belle e fertili terre furono assegnate ai rapaci stranieri per uso delle loro famiglie, de' loro schiavi e del loro bestiame; ed i nativi tremanti abbandonarono sospirando l'eredità dei loro maggiori. Tali domestiche disgrazie però, che rare volte affliggono un Popolo soggiogato, si erano provate ed inflitte da' Romani medesimi non solo nell'insolenza delle straniere conquiste, ma anche nel furore delle discordie civili. I Triumviri proscrissero diciotto delle più floride colonie d'Italia, e distribuirono le loro terre e case a' veterani, che vendicarono la morte di Cesare, ed oppressero la libertà della patria. Due Poeti di non ugual fama in simili circostanze hanno deplorato la perdita del loro patrimonio: ma sembra, che i legionari d'Augusto sorpassassero in violenza ed ingiustizia i Barbari, che invasero la Gallia sotto il regno d'Onorio. Non fu senza la massima difficoltà, che Virgilio evitò la spada del Centurione, che aveva usurpato le sue possessioni nelle vicinanze di Mantova[352], ma Paolino di Bordò ricevè una somma di danaro dal Gotico suo conquistatore, che fu da lui accettata con piacere e sorpresa; e quantunque essa fosse molto inferiore alla real valuta del suo patrimonio, quest'atto di rapina fu coperto di qualche colore di moderazione e d'equità[353]. Si mitigò l'odioso nome di conquistatori con la dolce ed amichevole denominazione di ospiti de' Romani; ed i Barbari della Gallia, specialmente i Goti, dichiararono più volte, ch'essi erano uniti al popolo co' vincoli dell'ospitalità, ed all'Imperatore mediante il dovere della fedeltà, e del servizio militare. Il titolo d'Onorio, e de' suoi successori, lo loro leggi, ed i civili lor Magistrati si rispettarono sempre nelle Province della Gallia, delle quali avevan ceduto il possesso a' Barbari alleati; ed i Re, ch'esercitavano una suprema e indipendente autorità su' nativi lor sudditi, erano ambiziosi del più onorevole posto di generali degli eserciti Imperiali[354]. Tanta era l'involontaria venerazione, che tuttavia il nome Romano imprimeva nelle menti di que' guerrieri, che avevan portato in trionfo le spoglie del Campidoglio.

A. 419

Mentre l'Italia era devastata da' Goti ed una serie di deboli tiranni opprimeva la Province di là dalle Alpi, l'Isola Britannica si separò dal corpo del Romano Impero[355]. Si erano appoco appoco ritirate le truppe regolari, che guardavano quella remota Provincia; e la Britannia restò abbandonata senza difesa a' pirati Sassoni, ed a' Selvaggi dell'Irlanda e della Caledonia. I Britanni, ridotti a tal estremità, non s'affidarono più al dubbioso e tardo soccorso d'una Monarchia decadente. S'armarono da loro stessi, rispinsero gl'invasori, e fecero con piacere l'importante scoperta della propria lor forza. Le Province Armoriche (nome che comprendeva i paesi marittimi della Gallia fra la Senna e la Loira)[356] afflitte da simili calamità, ed eccitate dal medesimo spirito, risolvettero d'imitar l'esempio della vicina Isola. Scacciarono esse i Magistrati Romani, che obbedivano all'autorità dell'usurpator Costantino; e fu stabilito un governo libero sopra un Popolo, ch'era sì lungamente stato soggetto all'arbitraria volontà d'un Signore. L'indipendenza della Britannia e dell'Armorica fu tosto confermata da Onorio medesimo, legittimo Imperatore dell'Occidente, e le lettere, con le quali commise ai nuovi Stati la cura della propria loro salvezza, possono interpretarsi come un'assoluta e perpetua rinunzia dell'esercizio e dei diritti della Sovranità. Quest'interpretazione fu in qualche modo giustificata dall'evento. Dopo che gli usurpatori della Gallia, l'uno dopo l'altro, furon caduti, le Province marittime vennero restituite all'Impero. La lor obbedienza però fu imperfetta e precaria: la vana, incostante e tumultuosa disposizione del Popolo non s'accordava nè con la libertà, nè con la servitù[357]; e l'Armorica, sebbene non potesse lungamente conservare la forma di Repubblica[358], fu agitata da frequenti e rovinose sommosse. La Britannia non fu mai ricuperata[359]. Ma siccome gl'Imperatori saviamente accordarono l'indipendenza di quella remota Provincia, tal separazione non fu amareggiata colla taccia di tirannia o di ribellione; ed ai diritti di fedeltà e di protezione successero i vicendevoli o volontari ufizi di nazionale amicizia[360].

A. 409-449

Questa rivoluzione disciolse l'artificiosa fabbrica del governo civile e militare; e per il corso di quarant'anni, fino alla discesa de' Sassoni, l'indipendente paese fu governato dall'autorità del Clero, de' Nobili, e delle città Municipali[361]. I. Zosimo, che solo ci ha conservato la memoria di questo singolar avvenimento, con grande accuratezza osserva, che le lettere d'Onorio furono indiritte alle città della Britannia[362]. Sotto la protezione de' Romani si erano edificate in varie parti di quella gran Provincia novantadue considerabili città; e fra queste trentatre si distinguevano sopra le altre per l'importanza ed i maggiori privilegi che avevano[363]. Ciascheduna di queste città, come in tutte le altre Province dell'Impero, formava un corpo legale, ad oggetto di regolare la domestica lor polizia; e la podestà del governo municipale si distribuiva fra' Magistrati annuali, uno scelto Senato, e l'assemblea del Popolo, secondo l'original modello della costituzione Romana[364]. Queste piccole Repubbliche avevano il maneggio d'una pubblica entrata, l'esercizio della civile o criminale giurisdizione, e l'abitudine del consiglio e del comando pubblico, e quando si trovarono indipendenti, la gioventù della città e de' contorni di essa doveva porsi naturalmente sotto lo stendardo del magistrato. Ma il desiderio di godere i vantaggi, e di evitare i pesi della società politica, è una perpetua ed inesausta sorgente di discordia; nè si può ragionevolmente presumere, che la restaurazione della Britannica libertà fosse esente dal tumulto e dalla fazione. Gli audaci e popolari cittadini avranno frequentemente violato la superiorità della nascita e della fortuna; e gli orgogliosi Nobili, che si lagnavano di esser divenuti soggetti a' loro propri servi[365], avranno talvolta desiderato il regno d'un arbitrario Monarca.

II. La giurisdizione d'ogni città sull'addiacente campagna veniva sostenuta dall'influenza, che i principali Senatori vi esercitavano con le lor possessioni; e le città più piccole, i villaggi, ed i proprietari di terre provvedevano alla propria lor sicurezza con ricorrere alla protezione di queste nascenti Repubbliche. La sfera della loro attrazione era proporzionata a' lor respettivi gradi di popolazione e di ricchezza; ma i Signori ereditari di ampie tenute, che non eran oppressi dalla vicinanza d'alcuna potente città, aspiravano al grado di Principi indipendenti, ed esercitavano arditamente i diritti della guerra e della pace. I giardini e le ville, che dimostravano qualche debole imitazione dell'eleganza italiana, si dovettero presto mutare in forti castelli per servir di rifugio in occasione di pericolo agli abitatori della vicina campagna[366]; il prodotto della terra fu impiegato in comprare armi e cavalli, ed in mantenere una milizia di schiavi, di contadini, e di licenziosi satelliti; ed il Capitano dovette assumere, dentro il suo dominio, l'ufizio di civil magistrato. Alcuni di questi Capitani Britanni erano forse i veri discendenti degli antichi Re; e molti di più saranno stati tentati ad adottare quell'onorevole genealogia, ed a rivendicare gli ereditari loro diritti, sospesi dall'usurpazione de' Cesari[367]. La situazione e le speranze loro dovetter disporli ad affettare l'abito, il linguaggio, ed i costumi de' loro antichi. Se i Principi della Britannia ricaddero nella barbarie, mentre le città procuravano di mantener le leggi ed i costumi di Roma, tutta l'isola dovè appoco appoco dividersi per la distinzione di due nazionali partiti, ancor essi dispersi in mille suddivisioni di fazioni e di guerre, prodotte dalle varie cause d'interesse e di sdegno. La pubblica forza, in vece d'essere unita contro i nemici di fuori, si consumava in oscure ed interne contese; ed il merito personale, che avrebbe potuto porre un buon Capitano alla testa de' suoi uguali, lo rendeva capace di soggiogare la libertà di qualche città vicina, e di pretendere un posto fra' tiranni[368], che infestarono la Britannia dopo lo scioglimento del Governo Romano. III. La Chiesa Britannica poteva esser composta di trenta o quaranta Vescovi[369] con un'adequata proporzione del Clero inferiore; e la mancanza di ricchezze (giacchè sembra che fossero poveri[370]) gli doveva costringere a meritar la pubblica stima con una decente ed esemplare condotta. L'interesse ugualmente che l'indole del Clero favoriva la pace e l'unione della divisa lor patria: ne' lor popolari discorsi potevan frequentemente inculcare salutari lezioni; ed i sinodi Episcopali erano i soli concilj, che potevano assumere l'autorità ed il peso d'un'assemblea nazionale. In questi concilj, dove i Principi ed i Magistrati sedevano mescolati co' Vescovi, potevan esser liberamente dibattuti gl'importanti affari dello Stato e della Chiesa, composte le differenze, formate nuove alleanze, imposti i tributi, spesso concertate, e talvolta eseguite molte savie risoluzioni; e v'è motivo di credere che in occasione d'estremo pericolo, s'eleggesse col generale assenso de' Brettoni un Pendragon, o Dittatore. Queste cure pastorali, così degne del carattere episcopale furono però interrotte dalla superstizione, e dallo zelo; ed il Clero Britannico di continuo s'affaticava a sradicare l'eresia Pelagiana, che esso abborriva come uno special disonore del proprio nativo paese[371].

A. 418

Egli è alquanto notabile, o piuttosto assai naturale, che la rivolta della Britannia e dell'Armorica dovesse introdurre un'apparenza di libertà nelle obbedienti Province della Gallia. In un Editto solenne[372] ripieno delle più forti proteste di quel paterno affetto, che i Principi esprimon sì spesso, e sentono sì di rado, l'Imperatore Onorio promulgò la sua intenzione di convocare un'assemblea delle sette Province: nome particolarmente attribuito all'Aquitania ed all'antica Narbonese, che avevano da gran tempo cangiato la celtica rozzezza loro colle utili ed eleganti arti dell'Italia[373]. Arles, che era la sede del governo e del commercio, fu destinata per luogo dell'assemblea, la quale ogni anno regolarmente durava ventotto giorni, dal quindici d'Agosto fino al tredici di Settembre. Era composta dal Prefetto del Pretorio delle Gallie, dai sette Governatori Provinciali, uno consolare, e sei Presidenti; dai Magistrati, e forse dai Vescovi di circa sessanta città; e da un competente, quantunque indeterminato numero dei più onorevoli ed opulenti possessori di terre, che potessero giustamente considerarsi come i rappresentanti del loro paese. Avevano essi la facoltà d'interpretare e di comunicar le leggi del loro Sovrano; di esporre gli aggravj e i desiderj dei loro costituenti; di moderare l'eccessivo o disugual peso delle tasse; e di deliberare sopra ogni materia d'importanza locale o nazionale, che potesse tendere a restituir la pace e la prosperità delle sette Province. Se tale instituto, che faceva prendere al Popolo un interesse nel proprio loro governo, si fosse universalmente stabilito da Traiano o dagli Antonini, si sarebbero potuti apprezzare e propagare nell'Impero di Roma i semi della virtù e della saviezza pubblica; i privilegi del suddito avrebbero assicurato il trono del Monarca; si sarebbero potuti in qualche modo impedire o corregger gli abusi d'un'amministrazione arbitraria, mediante l'interposizione di quei corpi rappresentativi; ed il paese sarebbe stato difeso contro i nemici stranieri, dalle armi dei liberi nazionali. Sotto il dolce e generoso influsso della libertà, il Romano Imperio avrebbe potuto durare invincibile ed immortale; o se l'eccessiva sua grandezza, e le vicende delle cose umane si fossero opposte a tal perpetua continuazione, i vitali membri, che lo formavano, avrebber potuto separatamente conservare la loro indipendenza e il vigore. Ma nella decadenza dell'Impero, allorchè s'era già esausto ogni principio di salute o di vita, la tarda applicazione di questo parzial rimedio non era capace di produrre alcuno importante o salutevol effetto. L'Imperatore Onorio esprime la sua sorpresa nell'aver dovuto costringere le ripugnanti Province ad accettare un privilegio, che esse avrebber dovuto ardentemente richiedere. Fu imposta una pena di tre, od anche di cinque libbre di oro a' rappresentanti assenti, i quali sembra che evitassero questo immaginario dono di costituzione libera, come l'ultimo ed il più crudele insulto dei loro oppressori.

RIFLESSIONI
D'IGNOTO AUTORE
SOPRA I CAPITOLI
XXIX, XXX E XXXI

DELLA STORIA DELLA DECADENZA
E ROVINA DELL'IMPERO ROMANO

DI

EDOARDO GIBBON

DIVISE IN TRE LETTERE
DIRETTE
AI SIGG. FOOTHEAD E KIRK
INGLESI CATTOLICI

LETTERA

Se io fossi libero nei miei giudizj, quanto lo è il Sig. Gibbon, non temerei di affermare, che egli bramasse tuttora di veder fumare l'are del Campidoglio: tante sono, e sì acerbe le sue querele contro gl'Imperadori ed i Vescovi, e quanti altri ebber parte dell'adempimento del vaticinio[374] della distruzione del Paganesimo. Ma, per non dipartirmi dall'argomento proposto nell'altra mia lettera, io dirò solo, che egli a norma dei saggi Canoni di Plutarco[375] sostien piuttosto il carattere di Sofista, che quello di Storico, e ad onta delle sue belle proteste partecipa non solo alla sorpresa, ma eziandio alla malizia di Libanio, e di Eunapio.

Ed infatti affermando il Sig. Gibbon, che in quasi tutte le Province del Mondo Romano un esercito di fanatici SENZA AUTORITA' invase i pacifici abitatori: che un piccol numero di tempj degl'idoli rimase difeso dalla distruttiva rabbia del fanatismo, e della rapina, diretta, o piuttosto mossa dai Regolatori spirituali della Chiesa; chi, non riconoscendo lo stile del pagano Sofista Libanio[376], asterrebbesi dal giudicare, che i Vescovi e i Monaci capricciosamente, e con animo di ribelli recassero per tutto l'Impero stragi e ruine? L'asserir che talora il disfacimento dei templi si eseguì pel soverchio zelo dei Monaci, e degli Ecclesiastici[377] senza l'autorità, od il comando dei Principi, sarebbe stata proposizione da Storico; ma il rendere odiosi tanti venerabili Vescovi ed illustri Solitarj con una induzion generale fondata sopra di pochi fatti particolari, è conforme soltanto alla Dialettica dei Sofisti[378].

Io leggo pertanto, che non si diè mano alla demolizione dei templi di Gaza[379] senza l'assenso di Arcadio, ottenuto da S. Porfirio, Vescovo di quella città: e leggo altresì, che se S. Giovanni il Grisostomo credè bene di commettere ai Monaci la distruzione dei tempj per la Fenicia, non trascelse quei pochi, i quali si abbandonavano alla intemperanza[380]; ma bensì alcuni tra quei moltissimi, che ardevan di zelo pel Culto divino ασκμτας ζμλω θειω πυροπολουμενους συνεξε, e ve gli diresse muniti degli Editti Cesarei νομοισ δ’αυτους οπλισας βασιλικοις[381]. Bramereste voi di sapere quali fossero i termini di quell'Editto? Combinandosene la pubblicazione in Damasco Metropoli della Fenicia con l'epoca dell'an. 399 corrispondente ai principj del Vescovado di S. Giovanni il Grisostomo, possiamo persuadersi che sieno i seguenti = Si qua in agris templa sunt, sine turba ac tumultu diruantur: his enim dejectis atque sublatis omnis superstitionis materia consumetur[382] =. Alla qual legge il Ch. Gotofredo ci avverte, che due anni prima per una Costituzione del medesimo Arcadio fu ordinato a quel Prefetto di restaurare con i lor materiali le strade, i ponti, gli aquidotti, e le mura[383].

Che se dall'Oriente, secondo la moderna Geografia, passiamo nell'Affrica, il Sig. Gibbon istesso non niega, che il Serapeo, (rappresentatosi da tutti gli Storici, e da Ruffino medesimo che può meritare la fede di testimone originale come l'infame asilo d'ogni empietà, sul qual fatto ei non pertanto poche pagine dopo sparge un orribile scetticismo, onde Plutarco direbbe[384], «Perplexa, nilque sani, Ambages omnia») non niega io diceva, che fosse abbattuto per uno rescritto speciale di Teodosio, e soggiunge, che la sentenza di distruzione comprese non solo Serapide, ma gl'Idoli di Alessandria. Siccome però tante costituzioni Imperiali distinguono gl'Idoli, l'are, e gli ornati superstiziosi dai Templi[385]; così non la facendo da destro e malizioso Sofista, doveva scrivere schiettamente, che la sentenza fu pronunziata contro gli stessi Templi[386].

Che anzi l'Imperatore non esitò di risguardar come martiri coloro, i quali nella distruzione del Serapeo rimasero uccisi, accordando ad un tempo stesso agli uccisori Pagani un generoso perdono[387]; giudizio, che in certo modo ha canonizzato la Chiesa[388]. Se tali cose fossero state omesse da un altro Scrittore, potrebbe forse esser degno di scusa. Ma chi si ferma ad investigar se Serapide fosse uno dei mostri di Egitto: chi censura come strana l'opinione dei Padri sostenuta, dal Vossio, che sotto la forma d'Api e Serapide si adorasse il Patriarca Giuseppe[389]: chi, per istruire il lettore delle cagioni della rovina del più grande Impero del Mondo, descrive minutamente il sito, la figura e la magnificenza di un tempio, la forma di un Idolo, il corbello, le tre code, i tre capi del mostro, che esso avea nella destra, e lo strazio che ne fu fatto, impiegandovi nove pagine: chi finalmente inserisce nel testo con i colori più tetri le cattive qualità di Teofilo, allora Vescovo di Alessandria, traendole da Tillemont, e nelle note tra le molte lodi di esso accennate da quel fedele Scrittore, rammenta insultando la sola amicizia, che Teofilo avea per Girolamo, chiaramente dimostra, che l'odio e l'ingiustizia gli aguzzan lo stile[390].

Quanto poi fosse ben radicato negli animi dei Regolatori spirituali della Chiesa Affricana il rispetto per l'autorità del Sovrano in tale affare, non si può meglio comprendere, che dagli atti del V. Concilio Cartaginese, in cui così decretarono[391]: = Instant etiam aliae necessitates a religiosis Imperatoribus postulandae, ut reliquias idolorum per omnem Affricam jubeant penitus amputari... et templa eorum, quae in agris, vel in locis abditis constituta NULLO ORNAMENTO sunt, jubeantur omnino destrui =. L'idolatria a dispetto di tante leggi si manteneva ostinata nelle campagne dell'Affrica, si trattava di tempj di nessun ornamento, i Cristiani si traevano a forza da quei Gentili ai loro infami spettacoli, ed ai conviti, nei quali si abbruciavano incensi, e si cantavan degl'inni ad onore dei falsi numi; e tutto ciò non ostante quei Padri non operaron a capriccio, come forse avevano operato i Conti Giovio e Gaudenzio nel cuor di Cartagine poco prima, i quali non erano certamente nè Monaci, nè Vescovi[392]; ma consultarono riverentemente l'oracolo dei Cesari non solo per i tempj di nessun pregio, ma per gl'idoli stessi. E posto ciò, come è mai verisimile, che osassero quei Vescovi di aver per costume di attaccare i più bei monumenti d'Architettura nelle più illustri Città, e sotto gli occhi dei Magistrati, quando erano già chiusi all'Idolatria[393] da Graziano, Valentiniano, e Teodosio; e ciò senza autorità, anzi contro l'espresso divieto[394] di quegl'Imperatori medesimi, che consultavano? Che se ciò si pretende tuttavolta non solo verisimile, ma di fatti avvenuto; altro ci vuole che le Libaniane invettive del Sig. Gibbon a dimostrarlo.

Ma i più malmenati, pur mio avviso, da questo Storico sono i due Santi Marcello Apamiense, e Martino di Tours, sopra i quali vanno principalmente a cadere i titoli di Entusiasti, e di motori della rapina. Marciava, egli dice del primo, una copiosa truppa di soldati e di gladiatori sotto l'Episcopale stendardo alla distruzione dei magnifici tempj della diocesi di Apamea, e dovunque temevasi qualche pericolo, il campion della fede, che per essere storpiato non poteva fuggir, nè combattere, si poneva ad una conveniente distanza oltre la portata dei dardi. Qui non si parla, come vedete, di permissione ottenuta da Cesare, e non si accenna altro mezzo usato dal S. Vescovo, nella distruzione di tanti tempj magnifici se non se quello dei soldati e dei gladiatori. Teodoreto però[395] fa espressa testimonianza della prima, dicendo, che egli era οπλω του νομου χρησαμενος Legis praesidio munitus: e smentisce in secondo luogo l'esagerata impostura del Critico[396] soggiungendo, che quel grand'uomo = fana destruxit fiducia magis in Deum, quam hominum opera ad eam reni usus: e dopo aver raccontato in qual modo si demolisse il tempio di Giove, conchiude = Reliqua quoque delubra eodem modo destruxit divinus ille Antistes, che è quanto dire coll'orazione, e non senza una singolare assistenza del Cielo[397]. Nella distruzione del tempio, che era in Aulone, Marcello si prevalse, egli è vero, del mezzo accennato dal Sig. Gibbon, conforme al racconto di Sozomeno[398]; ma questo caso è unico e singolare, e l'asserzione di Gibbon è generale; ed inoltre Sozomeno, che ivi scrive da Storico, e non da Sofista, c'istruisce dell'ostinazione, e delle violenze degli Apamiesi, e della proibizione fatta dal Sinodo di vendicare una morte, per cui dovevansi render grazie all'Altissimo.

Nè da quella descritta da Teodoreto mi sembra molto diversa la condotta di Martino di Tours, sebbene il Sig. Gibbon voglia che si decida dal prudente Lettore se ei fosse sostenuto dal soccorso di miracolosa potenza, o dall'armi corporali; ed in tal guisa ambigendo efficit, ut suspiciones altius insideant[399]. Non dubita però di affermare con Clerc, che il Santo prese una volta un innocente funerale per una processione idolatrica, e fece imprudentemente un miracolo. Ora, su quali fondamenti, io dimando, si dovrà stabilire questo giudizio? Sull'autorità certamente di Sulpizio, a cui ci indirizza il Sig. Gibbon. O Sulpizio adunque è privo di senso, come egli accenna, ed in tal caso ei poteva risparmiarsi il suo dubbio, e non obbligare con tanta inciviltà un prudente lettore a consultare una leggenda di niuna fede, non disputandosi qui di eleganza di stile: o Sulpizio è uno Scrittore corretto ed originale, siccome avverte, e lo prova con i più forti argomenti, dopo Tillemont[400], l'erudito Editore Veronese[401] contro il Clerc; ed essendo così, mi si permetterà di asserir con Sulpizio da me consultato con qualche sorta di diligenza, che il S. Vescovo Turonese ricevette e grazie, ed onori grandissimi, e senza numero da Valentiniano I, non men che da Massimo, e dalla Imperatrice moglie di esso[402], tanto era applaudita la sua condotta: che l'armi sue consuete erano le più fervorose orazioni[403]: che ora imperante Domino, ora divino nutu, ora virtute divina superò la resistenza dei Pagani nell'atterrare od incendiare i lor tempj[404]; e che = plerumque contradicentibus sibi rusticis, ne fana eorum destrueret, ita praedicatione sancta Gentilium animos mitigabat, ut luce eis veritatis ostensa IPSI sua templa subverterent[405]. Giudichi pure adesso il prudente Lettore, se Martino semper paupertatis suae custos[406] fosse direttore e motor di rapine, e se ei fosse sostenuto dal soccorso di miracolosa potenza, o dall'armi corporali. E dov'è poi l'imprudente miracolo di quell'Apostolo delle Gallie? Quelle contrade eran piene di adoratori degl'Idoli[407]: era lontano Martino non meno di cinquecento passi da una turba di uomini rusticani, che portavano il cadavere di un Gentile al sepolcro: scorgeva intanto dei lini agitati dal vento, e gli era nota d'altronde la lor costumanza di recar follemente in giro con bianchi veli le false loro divinità[408]. Eravi adunque tutto il motivo di sospettare, che quel funerale superstizioso[409] fosse una processione idolatrica. Come adunque tacciar d'imprudente un Vescovo destinato a schiantare l'errore ed il vizio, se fatto il segno di Croce comanda ad una turba sospetta di arrestare il cammino per sincerarsi di ciò che ella faccia, e sinceratosi, le permette di proseguirlo? Che se piacque all'Altissimo, rendendo immobili quei Pagani, di glorificare il suo nome e il suo Servo con uno di quei prodigi, che la sua provvidenza destinò specialmente alla conversione degl'infedeli[410], chi è il Sig. Gibbon, che voglia farla da economo all'Onnipotente medesimo!

Resta ora a vedersi se veramente un piccol numero di tempj rimase protetto dalla distruttiva rabbia del fanatismo. Certo è che se rimasero in piedi per tutto l'Impero Romano i due soli accennati dal Sig. Gibbon, cioè il tempio della Venere Celeste a Cartagine, ed il Panteon a Roma, il numero per esser plurale, non può idearsi più piccolo. Io però non so di leggieri persuadermi, che fosser sì pochi, quand'Onorio ordinò[411] = Aedes inclitis rebus vacuas... ne quis conetur evertere; decernimus enim, ut aedificiorum quidem sit integer status: nè che fosse insolentemente trasgredita una legge fatta in ispecial modo per l'Affrica, ove quanto fosser fanatici i Vescovi, lo avete veduto di sopra. Altrimenti dovettero rendersi ben ridicoli i due Imperatori fratelli Arcadio ed Onorio stesso, quando nove anni dopo con altra legge (e questa universale) ordinarono,[412] che i tempj pubblici in civitatibus, vel oppidis, vel extra oppida si riducessero ad uso pubblico; che gli esistenti nelle possessioni Imperiali si trasferissero in utili usi, e si demolissero i soli privati: ed assai più ridicolo dovette mostrarsi Teodosio II, comandando colla sua legge dell'anno 426, che i tempj di ogni maniera, i quali tuttora contro le anzidette sanzioni rimanevano intatti[413], si spogliassero di qualsivoglia superstizione, e col venerabil segno della S. nostra Religione si espiassero. Il Commentario del Gotofredo oh quanto può consolare il Sig. Gibbon, mostrandogli eseguito esattamente dai Cesari quel progetto, che viene a farci tredici buoni secoli dopo! «Certe, son le parole di quel Chiariss. Giureconsulto, hoc aevo ipso jam Paganorum templa QUAMPLURIMA in Ecclesias Christianorum conversa liquet. Sic Theodosius M. templum Heliopolitanum, quod Balanii dicebatur ingens et celeberrimum, in Christianorum Ecclesiam convertit εποιηοεα υτο εκκλησιαν χιρσιαυων parique modo et templum Damasci teste vel Auctore Chronici Alexandrini. Sic et Theodoretus serm. de Martyr. 8. in f. sub. Theodosio Juniore tempio, idolorum vel diruta, vel ea ipsa, eorumque materias in Ecclesias mutata testatur». Di un tempio della Fortuna mutato in una Chiesa Cristiana parla pure Niceforo[414]: e di quello di Bacco nella città di Alessandria cambiato in un'altra[415] prima della distruzione del Serapeo fa espressa menzione Sozomeno. Ne brama forse di più questo Critico incontentabile? Ammiri adunque per colmo di sua consolazione dai Papi medesimi rispettati i tempj, e specialmente i più belli della sua stessa nazione: scrivendo dopo un maturo esame Gregorio M. per regola dell'Apostolo dell'Inghilterra Agostino in tal guisa. «Fana idolorum destrui in eadem gente minime debent... si fana eorum bene constructa sunt necesse est, ut a cultu daemonum in obsequium veri Dei debeant commutari».[416] Io però lo dovea dire per colmo di sua confusione. Imperocchè, per quel che riguarda i magnifici templi di codesta, una volta Regina del Mondo, ove or dimorate, bastava solo per vergognarsi della sua ingiustissima iperbole, che egli si rammentasse della piacevole Lettera del Sig. Middleton[417], ove fa menzione delle Chiese di Roma, che anticamente furono tempj d'Idoli: e Voi per confonderlo non dovete far altro, in ciò imitando Diogene nella confutazione di Diodoro Crono, che una semplice passeggiata pel Foro boario, e nei contorni della vostra vigna del Circo[418]. Qualora poi si volesse, che tali proposizioni non fossero figlie della malignità, farà di mestiero almeno il supporre, che la Memoria del S. Gibbon abbia sofferto la disgrazia medesima, a cui soggiacque in Cartagine il tempio di quella Dea, smantellato dai Vandali per testimonianza di Vittore Vitense[419] dopo l'epoca fissata dal nostro Critico alle devastazioni dei barbari Monaci, ed Ecclesiastici: come tant'altri dovettero essere nei saccheggi ed incendj dei veri Barbari Unni, Goti ed Alani, la rapina de' quali non era nè diretta nè mossa dai Regolatori spirituali della Chiesa[420].

Ma come attribuire del pari a labil memoria l'ingiurioso confronto, che fu il Sig. Gibbon degl'Imperadori Cristiani co' Diocleziani, e co' Decj, scusando la crudeltà di questi per i motivi d'ignoranza, e timore, ed accusando quelli come violatori dei precetti dell'umanità, e del Vangelo poichè proibirono l'Idolatria col rigor delle pene? Fu forse il trionfo della Chiesa macchiato di sangue, che, voglia o no col suo Dodwell il Sig. Gibbon[421], scorse a ruscelli nelle tante persecuzioni dei primi tre secoli? Il sarebbe stato, ei risponde, se i Gentili avessero avuto pei loro numi quello zelo sì indomito ed ostinato, (sono elleno queste lodi, od ingiurie?) che occupava lo spirito dei primi credenti. Ma intanto nol fu: e se non lo fu, sarà falso, che rigorosamente si eseguisser le leggi Imperiali, che proibivano i sacrifizj, e le cerimonie del Paganesimo. «Tanto tumultu, ac dissensione malignitas ejus plena est, in narrationes quacumque passim se insinuans occasione!»[422]. Fecero forse quei Cesari, più crudeli dei Diocleziani e dei Decj, qualche violenza per obbligare direttamente i lor sudditi ad onorar Gesù Cristo, come facevasi ai nostri Martiri[423] per offerir degl'incensi alle statue di Giove, e di Apollo? Volgete, e rivolgete quanto vi aggrada le leggi del Codice Teodosiano de sacrificiis, Paganis, et Templis, e vi sfido a trovarne una sola, la quale non prenda di mira azioni superstiziose e sacrileghe tutte esteriori, e tendenti alla depravazion del costume, siccome fatte in ossequio di certe divinità, delle quali si veneravano gli adulterj, gli stupri, e le frodi[424]. Potete però risparmiarvi una tal diligenza, giacchè lo stesso Libanio ha lodato la moderazione di un Principe (e questi è Teodosio) che non obbligò mai con legge positiva tutti i suoi sudditi ad immediatamente abbracciare e praticar In Religione del proprio Sovrano. Ma qui Libanio è considerato dal Sig. Gibbon come uno schiavo sempre pronto ad applaudire alla clemenza del suo Signore, che nell'abuso del potere assoluto non diviene all'ultima estremità dell'ingiustizia e della oppressione. Oh quanto è diverso (perdonatemi se vel rammento) da un suo nazionale Filosofo del passato secolo[425] il sig. Gibbon! Quegli accordò stranamente ai Sovrani un illuminato potere anche nelle materie di Religione; questi trascorrendo all'estremo opposto teme di pensare da schiavo, se non ispoglia i Monarchi di uno degli essenziali diritti[426] inerenti al sacro loro carattere, e non condanna come violatori delle naturali leggi, e dei precetti vangelici gl'Imperadori, i quali crederono spediente di esercitarlo, rammentando ai lor sudditi quella spada, che i Principi non cingono invano, nel vietar che facevano atti puramente esteriori di un culto condannato dalla natural ragione medesima, fautore della corruttela e del vizio[427], e, che che dicasi il Sig. Gibbon, mal confacente, in ispecial modo nel regno di alcuni, alla pubblica tranquillità, era sì strettamente connessa l'arte vanissima sì, ma funesta della divinazione co' riti del Paganesimo, che la stessa vita dei Principi, non che dei privati, finchè sussistevano, era sovente esposta a pericolo. Ed in fatti il celebre Gotofredo[428] giustificando per questo capo la severità di Costanzo nel proibire i sacrifizj, soggiunge = Quod et Theodosio M. evertit, antequam sacrificio penitus prohiberentur. Una conferma di ciò la troviamo nella legge duodecima del Codice Teodosiano, in cui si duole il nostro Critico, che fossero inclusi nella condanna (udite linguaggio!) gl'innocenti diritti del Genio domestico, e dei Penati; perciocchè in essa il Legislatore così ragiona intorno alle vittime vietate con più rigore: «Sufficit enim ad criminis molem naturae ipsius leges velle rescindere, inlicita perscrutari, occulta recludere, interdicta temprare; finem quaerere salutis alienae, spem alienis INTERITUS polliceri». Ne debbo omettere la memorabil combriccola narrata da Zosimo, ed Ammiano Marcellino[429] non men che dai nostri[430]; in cui i Gentili, annojatisi degl'Imperadori Cristiani, sebbene fosse loro accordata in quel tempo una pienissima libertà religiosa[431], ansiosi tuttavolta di aver un Principe del lor partito, tentarono, come si esprime Sozomeno, ogni maniera dell'arte divinatoria per risapere il successor di Valente[432]. I Pagani, son riflessioni del Sig. Gibbon, nutrivano sempre una forte speranza che una felice rivoluzione, un secondo Giuliano potesse di nuovo ristabilire gli altari degli Dei[433]. Libanio alle suppliche in favore dei tempj accoppiò un'insolente minaccia[434]; in Oriente, con uno spirito ben diverso da quello, che animava i mansueti Cristiani nel furore delle più crude persecuzioni, non si erano risparmiate le armi[435]: si spargevano pubblicamente dei vaticinj, che il Paganesimo doveva risorgere trionfante[436]: si ripeteva l'antica querela, che le calamità dell'Impero fossero un castigo dei numi irritati pel nuovo culto[437]: e l'esperienza mostrava, che la moderazione del Principe[438] rendeva più audaci quei creduli sudditi, che ammettevano le favole di Ovidio, e rigettavano ostinati i miracoli del Vangelo. E si negherà tuttavolta agl'Imperadori Cristiani la scusa di sospetto e di timore, che tanto liberalmente si concede ai Tiranni?

Io mi do a credere, che il Sig. Gibbon esigesse, che i Cesari, prima di promulgare veruna legge penale contro i riti del Paganesimo, lasciassero decretar dal Senato qual culto dovesse formare la Religion dei Romani. Or bene, Teodosio appunto ch'ei tenta di rendere odioso sopra di ogni altro, come se ancora il governo di Roma fosse stato sul piede, su cui era allor quando fu solennemente prescritta la licenza dei Baccanali[439], rilasciò al Senato una tal decisione; e quel rispettabile ceto decise, che si formasse dal culto di GESU' CRISTO. Un'azione sì bella e sì nobile, e tanto più gloriosa per Teodosio, quanto men necessaria, doveva riscuoter gli applausi di uno Storico vero; ma la malignità per esser coerente a se stessa dee sempre annettere facto pulcherrimo atque justissimo imposturae calumniam[440]. Quindi è che dal Sig. Gibbon pretendesi la libertà di quei voti conceduta da Teodosio per affettazione, anzi tolta dalle speranze, e dai timori inspirati dalla presenza di lui. Che le grandi speranze fossero un forte allettativo ad operare io lo sapeva già da fanciullo[441]; ma che giungano a togliere la libertà non l'ho per anco imparato. Neppur so comprendere qual timor tanto grave da togliere la libertà[442] potesse ispirar la presenza di un Principe che perdonava ai carnefici di coloro, i quali non dubitava di venerar come martiri[443]; Principe di un carattere sì virtuoso da potersi quasi scusare la supposizione dell'Oratore Pacato, che se al vecchio Bruto fosse stato permesso di ritornar sulla terra, avrebbe quel rigido Repubblicano deposto a' piè di Teodosio l'odio che aveva pe' Re (così il Sig. Gibbon) = Ita enim accusas (direbbe Plutarco) mox patrocinaris calumniasque de viris illustribus perscribis, quas rursum dilluas[444]. «La professione del Cristianesimo, aggiunge l'autore, non divenne essenziale per godere i diritti civili, non s'impose alcun peso ai Pagani; il palazzo, le scuole, l'esercito n'eran pieni. Simmaco fu innalzato alla dignità consolare. Libanio era distinto per l'amicizia del suo Sovrano, gli apologisti più eloquenti del Paganesimo non furono mai sollecitati o a mutare o a dissimulare le religiose loro opinioni». Da tali fatti considerati come tante premesse, la mia Dialettica, vel confesso, non si sente inclinata a dedurre, che fosse affettata la libertà dei voti concessa al al Senato Romano da Teodosio il Grande, e molto meno che fosse tolta dalle speranze, e dai timori inspirati dalla presenza di lui. Giudicate poi Voi, se il sig. Gibbon sia punto partecipe della malizia dei Sofisti Pagani Libanio, ed Eunapio.

Del primo ho già detto abbastanza. Declamava il secondo furiosamente[445] contro il nuovo culto dei martiri, dolendosi, che i templi si fosser cambiati in sepolcri coll'introdurvi le loro reliquie, e rinfacciando ai Cristiani, che venerassero quei malfattori, come altrettante Divinità. Guardimi il Cielo dall'opinare, che il Sig. Gibbon consideri come giustamente condannati alla morte i Campioni della fede di Gesù Cristo; egli è però manifesto che il culto dei Santi e delle Reliquie è considerato da lui come una innovazione adottata e favorita ne' tempi di Costantino, innovazione perniciosa, la qual corruppe la pura e perfetta semplicità del Cristiano Sistema: pratica superstiziosa che fece introdurre nel Mondo Cristiano le cerimonie pagane, che Tertulliano, e Lattanzio avrebbono riguardata con tanto sdegno, che diè luogo al risorgimento del Politeismo ed estinse appoco appoco il lume della Storia, e della ragione: onde venne a verificarsi la profezia di Eunapio[446], il quale predisse la rovina del Paganesimo in quelle parole και τι μυθωδες, και αειδεξ σκοτος τηραννησει τα απι γης καλλιςα. Dopo ciò crederassi in diritto qualunque Cattolico[447], di conchiudere, che se in Eunapio vi era malizia, il Sig. Gibbon n'è partecipe in buona dose: anzi temo, che alcuno nol creda più malizioso dello stesso Eunapio, a cui, siccome ad uomo pagano, dee molto valere la scusa di una cognizione imperfetta dei nostri dommi e della nostra disciplina[448]; scusa la quale non vorrassi ammettere sì di leggieri nel Sig. Gibbon. Se egli si fosse limitato a rilevare gli abusi, che in tutti i secoli, ma specialmente in quelli di universale barbarie, si sono introdotti nella Chiesa rispetto al culto dei Santi, e delle loro Reliquie, sarebbe stato partecipe di quella lode[449], che hanno meritato i Pastori, e i fedeli zelanti della purità del Sistema Cristiano, alzando contro di essi la voce in ogni età: ma il riprovare come nuova, superstiziosa, nocevole ed idolatrica in se medesima una dottrina, ed una pratica buona ed utile[450] sol perchè alcuni semplici, e troppo fervorosi divoti l'hanno talora sfigurata e corrotta, e forse anche ai dì nostri la sfigurano e la corrompono contro lo spirito di quel corpo, di cui son membra[451], oltre ad essere una manifesta ingiustizia, egli è altresì un incorrere nella censura fatta dal nostro Plutarco a Licurgo Driantide, il quale volle recise le viti per impedir l'ubbriachezza[452]. Gli atti pubblici, come i Concilj, e le Professioni di fede, gli scritti dei Santi Padri e Pastori depositarj legittimi della credenza, questi sono i fonti, dai quali si debbe attingere il domma e la disciplina del Cristianesimo[453].

Ecco pertanto ciò che insegna precisamente un Concilio, da noi riputato ecumenico, su questi punti. I Santi che regnano con Gesù Cristo offeriscono a Dio le loro preghiere a favore degli uomini, e per conseguenza ella è una pratica buona e vantaggiosa l'invocarli, perchè c'impetrino da Dio i benefizj per mezzo di Gesù Cristo, unico nostro Redentore e Salvatore[454]. Non si credono adunque i Santi gli arbitri delle nostre suppliche, e molto meno altrettante Divinità. Per esser superstiziosi e idolatri bisognerebbe togliere a Dio alcuna delle perfezioni della sua essenza infinita, od attribuirne alcuna alle sue creature propria unicamente di Lui[455]. «Ma la nostra Chiesa non permette di riconoscere nei più gran Santi alcun grado di eccellenza che non venga da Dio, nè alcun pregio avanti agli occhi di Lui, che per le virtù loro, nè alcuna virtù che non sia un DONO della SUA GRAZIA[456], nè alcuna conoscenza delle cose umane che quella, che egli loro comunica[457], nè alcun potere di assisterci, che per le loro preghiere.»

Se l'invocazione dei Santi considerata in questo aspetto diminuisse la confidenza in Dio o fosse ingiuriosa alla mediazione di Gesù Cristo, sarebbe da condannarsi egualmente il costume di ricorrere alle preghiere dai nostri fratelli ancor viatori[458]. Che se un tal costume è inculcato come utilissimo dalle Sante Scritture[459]; perchè saremo noi idolatri, se ci rivolgiamo ai medesimi nostri fratelli già liberati dai legami del corpo, o regnanti con Cristo (non essendo il Dio di Abramo, di Giacobbe, e d'Isacco il Dio dei morti, ma bensì dei viventi non sonnecchiosi ed inerti[460]); affinchè ci rendan propizio pe' meriti del Redentore[461] il nostro Padre comune con le loro preghiere, le quali debbono essere più potenti assai delle nostre, perchè fatte da servi a Lui costantemente fedeli, che hanno compita la virtuosa loro carriera, e combattuto con gloria[462]?

Essendo pertanto i nostri sentimenti intorno alle anime dei Beati sì scevri da ogni ombra di Politeismo, o di superstizione; ed essendo uno dei motivi del culto esteriore quello di render pubblica testimonianza dei sentimenti interni dell'animo; è egli impossibile, che noi veneriamo le Reliquie per qualche Divinità che si creda ad esse inerente, o che ad esse noi dirigiamo le nostre suppliche[463], o che in esse riponghiamo la nostra fiducia. La Chiesa nell'intimarci una tale venerazione, c'insegna ancora[464], che ella si debbe ai corpi dei Santi, perchè già furono membra vive di Cristo, e templi del S. Spirito, perchè Dio stesso non isdegnerà di coronarli colla gloria celeste dopo l'universale resurrezione, o perchè il medesimo Dio per mezzo delle Reliquie[465] si è compiaciuto talora di di spargere su l'uman genere le sue sovrane beneficenze: ed è suo intendimento esponendole con qualche pompa alla pubblica venerazione di risvegliar nei suoi figli un amore sincero per le virtuose azioni dei Santi, e renderli in cotal guisa adoratori veraci del nostro eterno Padre e Signore: che è l'altro motivo giustissimo, per cui si è stabilita una forma di culto esterno[466].

Nulla vi ha dunque in un tal culto dei Santi, e delle Reliquie, che possa accusarsi di Gentilesimo, o di Superstizione, nulla che a Dio non si riferisca, unico fonte di ogni santità, e d'ogni bene. Testimone ne sia oltre il Grozio allegato di sopra, il Ministro Sig. Noguier, il quale dopo aver letto l'Esposizione etc., di M. Bossuet ripeteva sovente, che quel Prelato aveva cambiato partito. Il fatto però si è che egli si era limitato ad esporre la pura dottrina del Tridentino, e che quella immortale Operetta fu applaudita dai Ricci, dai Bona, dai Lauria, da tutti i dotti del secolo, e dal Pontefice stesso Innocenzo XI[467].

Quindi è che sebbene alcuni riti del Gentilesimo di lor natura indifferentissimi, come l'uso dei fiori, dell'incenso, dei lumi, ed il bacio, con ragione si riputassero abbominevoli, perchè destinati all'onore di numi bugiardi: non son però riprensibili in verun conto attesa la rettitudine dei sentimenti, e per la mutazion dell'oggetto, mentre si praticano in onore dei Santi. L'accusa dunque di Fausto, Vertitis idola in martyres... quos votis similibus colitis ripetuta dal Sig. Gibbon è inconcludente, l'erudizione di Beausobre, e di Middleton[468] inopportuna, e la risposta di S. Girolamo è senza replica. Quia quondam colebamus Idola, nunc Deum colere non debemus, ne simili eum videamur cum idolis honore venerare? Illud fiebat idolis, et idcirco detestandum est: hoc fit (Deo, ejusque) martyribus, et ideo recipiendum est[469]. Egli è pure un progetto del Sig. Gibbon, che si sarebbe forse potuto concedere ai vittoriosi Cristiani, che sufficientemente purificate le mura dei tempj coi sacri riti, il culto del vero Dio espiasse l'antico delitto dell'Idolatria. E ciò avvenne appunto rispetto a non pochi di quelli edifizj, come vedemmo, e ciò altresì in multis Gentilium superstitionibus contigit, ut earum usus sacris ritibus expiatos, et sacrosanctus redditus in Dei Ecclesiam laudabiliter introductus sit[470]; lo che si conferma colla riflessione del Grisostomo. Deus ob deceptorum salutem se coli passus est, per ea, per quae daemones illi ante coluerant, aliquanto in melius inflectens, ut eos paulatim a consuetudine reduceret, et ad altiorem Philosophiam perduceret[471]. Per accusar questa pratica senza ingiustizia era necessario, che quei Sofisti ignoranti, o quegli Eretici maliziosi già nemici di Santa Chiesa per altri titoli mostrassero, che i sentimenti della maggior parte almen dei Cattolici del loro secolo erano superstiziosi ed erronici. Ma come farlo, se la dottrina del Tridentino esposta di sopra è presa quasi letteralmente da S. Agostino? Voi già vel sapete; ma siccome non tutti quelli, a cui verrà fatto di leggere questa lettera il fanno, lo proverò brevemente. Quaecumque adhibentur religiosorum obsequia in Martyrium locis, ornamenta sunt Memoriarum, non sacra vel sacrificia mortuorum, tamquam Deorum. Così il S. Padre[472]. Il Sig. Beausobre citando un tal passo a suo modo[473] soggiunge «ces mots ornamenta memoriarum sont bien ambigus. Je ne saurois les définir». Questa definizione per altro sarebbe stata ben facile a chi avesse letto di sopra, che gli atti di ossequio resi dai Fedeli alle Memorie, o tombe dei Martiri recavano ad esse senza dubbio un certo lustro, e splendore; ma non consistevano già in sacrifizj, nè si partivano dalla opinione, che i martiri fossero genus quoddam inferiorum deorum, dicendo Agostino, non ipsi, sed Deus eorum nobis est Deus: e quegli onori medesimi eran diretti alla gloria di Dio, ed alla santificazione del popolo. Honoramus Memorias eorum tamquam Sanctorum hominum; ut ea celebritate et DEO VERO de illorum victoriis gratias agamus, et nos ad IMITATIONEM talium coronarum adhortemur. In fatti qual Sacerdote, qual Vescovo, scriveva Agostino medesimo[474], ha mai offerto ad un Martire, benchè celebrasse sulla sua tomba, il sacrifizio che è l'atto del culto esteriore consacrato per universale consentimento alla sola Divinità? «Quis enim antistitum in locis sanctorum corporum assistens, altari aliquando dixit: offerimus tibi Petre, aut Paule, aut Cypriane? Sed quod offertur, offertur DEO, qui Martyres coronavit; ut ex ipsorum locorum admonitione major effectus exurgat AD ACUENDAM CHARITATEM, et in illos, quos imitari possumus, et in ILLUM, quo adjuvante possumus. Colimus ergo Martyres eo cultu dilectionis, et societatis, quo et in hac vita coluntur S. homines Dei.... sed illos tanto devotius, quanto securius post superata certamina ec.». Una ragion sì trionfante, e per sè sola bastevole a rintuzzar le calunnie di Fausto, ha imbarazzato talmente Beausobre, che precipitando di abisso in abisso è costretto a negare, secondo i principj della sua setta, che ai tempi di S. Agostino[475] il Pane, ed il Vino Eucaristico si credessero un vero e real Sacrifizio; non si avvisando quel Candido, e dotto Storico della Cristiana idolatria nel quarto e nel quinto secolo[476], che se non vi fosse stato allora un rito Ecclesiastico (od a ragione, od a torto, che or ciò non monta) creduto un vero sacrificio comunemente, Agostino Dottore di sublimissimo ingegno, per difender la Chiesa dalla taccia più nera, che si possa ideare, avrebbe dato una risposta del tutto priva del senso comune[477]. Eppure lo credereste? a giudizio di Beausobre les idées de S. Augustin sur le culte des Martyres... sont asses pures[478]. Sia lode all'eterna Verità: ed il Sig. Gibbon ammiratore di lui confessi altrettanto. «Mais nous nous tromperions infiniment, (soggiunge lo Storico del Manicheismo) si nous jugions par là des idées, et de la pratique des Peuples. Il en étoit du Christianisme de S. Augustin, comparé a celui des peuples, comme du Paganisme des Philosophes comparé de méme à celui des peuples». Distinguo: c'inganneremmo credendo o che tutti i Cristiani del 4, e del 5 secolo fossero altrettanti Agostini in Teologia[479], o che non vi fossero nel Mondo Cristiano tra tante Sette di Eretici, ed ancor tra i Cattolici molti sepulcrorum adoratores, molti qui luxuriosissime super mortuos biberent[480], lo concedo; tanto più che agli occhi dei Santi, a' quali per lo zelo che hanno di veder tutti come sono eglino stessi, secondo l'espression dell'Apostolo, i cattivi non sembran mai pochi; c'inganneremmo credendo, che il complesso dei Pastori, e dei popoli componenti la Chiesa Cattolica non avesse idee bastevolmente pure sul culto dei Martiri, e delle Reliquie da distinguersi di lunga mano dal volgo pagano relativamente ai suoi falsi Numi, lo nego costantemente, e i Sigg. Beausobre, e Gibbon infinitamente s'ingannano pensando altrimenti. E che hanno che fare pochi oziosi Filosofi rammentati dal primo, senza autorità, senza missione, senza popoli subordinati, e per patria, e per età tra lor rimotissimi con un numero prodigioso di Dottori, e di Vescovi[481] quasi tutti contemporanei, inteso unicamente ad istruire i lor popoli, obbligali sovente[482] a render conto della loro dottrina, e condotta al Sinodo della Provincia, ed uniti col mondo tutto per mezzo delle lettere di Comunione[483]. Come non veder che Agostino non parla di se medesimo, ma del corpo intero dei sacri Pastori, venendo alle strette coll'avversario, ed interrogandolo quis enim Antistitum aliquando dixit, offerimus tibi, Petre? e che egli nei sermoni pubblici informava bene il suo gregge della sana dottrina[484], dicendo; quando autem audisti dici apud memoriam.... offero tibi, Petre? etc. Nunquam audistis, non fit, non licet. Non della sua unicamente, ma della fede comune tra i Cattolici rendeva testimonianza Girolamo, quando scriveva: quis aliquando martyres adoravit? Honoramus autem reliquias martyrum, ut eum, cujus sunt martyres, adoremus: honoramus servos etc. ut honor servorum redundet ad Dominum[485]. L'impegno dei Santi Agostino e Girolamo era di giustificar la dottrina, e la pratica della Chiesa, non già la propria. Era dunque necessario, che la morale totalità dei Fedeli avesse idee pure sul culto de' Martiri, e delle Reliquie quanto le avevano nella sostanza eglino stessi. In fatti, soggiungeva Agostino, se taluno cade giammai nell'errore di tributare alla creatura, fosse anche l'anima la più santa, od un angiolo, il culto dovuto a Dio solo, costui per sanam doctrinam corripitur, sive ut condamnetur, sive ut caveatur, e così cessi di appartenere alla Chiesa[486]. In caso diverso domanderemo a questi sagacissimi Critici come potesse avvenire, che il susurro della profana ragione di Fausto, e Vigilanzio fosse sì debole, e inefficace, e gli onori dei santi, e dei martiri quantunque superstiziosi, ed infetti d'Idolatria generalmente si stabilissero. Se io non ravvisassi in questo fenomeno il carattere della novità nella dottrina di Fausto e di Vigilanzio[487] crederei d'esser mandato in Antioira, secondo l'antico proverbio; ed intanto i Sigg. Gibbon, Beausobre, Daillé ec. vogliono ravvisare questo stesso carattere nella dottrina e nella pratica della Chiesa. Vediamo adunque per chi si dee preparare l'imbarco. Si conviene, che nei primi secoli, si avesse un rispetto grandissimo per i martiri ancor viventi. Oltre le indulgenze accordate dai Vescovi alle loro preghiere, baciavansi con riverenza all'entrar nelle carceri le lor catene[488]. Se il bacio, senza riguardo allo spirito di chi lo dà, ed all'oggetto di sua natura «étoit le plus haut degré de l'adoration, et la plus profonde humiliation, où une creation raisonnable pût descendre[489]», ecco l'idolatria delle stesse catene de' martiri portata all'eccesso senza rimprovero, ed antichissima. Si conviene altresì, che gli Smirnesi, nel 2. secolo, nel protestar di adorare il solo Gesù Cristo, soggiunsero martyres vero tamquam discipulos et imitatores Domini merita amore prosequimur: si conviene altresì che eglino altamente si dolessero perchè il demonio invidioso gli avesse tolto il cadavere di S. Policarpo[490]: che l'ossa avanzate alle fiamme fosser da essi stimate gemmis pretiosissimis cariora, e collocate dov'esigea la decenza: e duopo è convenire, che già celebravasi il giorno natalizio, o sia del martirio dei Santi cum hilaritate, et gaudio[491] per due motivi, cioè tum in MEMORIAM eorum qui glorioso certamine perfuncti (erant), tum ad posteros hujusmodi Exemplo crudiendos et confirmandos[492]».

La premura, e potrebbe quasi dirsi la smania[493], per le Reliquie è qui manifesta, ed una festiva ed onorevole commemorazione dei Martiri nelle sacre funzioni è chiarissima. Resta soltanto il dubbio, se quella commemorazione fosse congiunta con qualche specie d'invocazione dei Martiri stessi. Beausobre asserisce che no, fondandosi su quelle parole di S. Agostino[494] suo loco et ordine nominantur, non tamen a Sacerdote, qui sacrificati, invocantur; anzi pretende, che anticamente si pregasse pei Martiri, facendo gran conto di una Liturgia ben antica attribuita a S. Giacomo, ma d'altra mano[495], sfacciatamente falsificata da S. Cirillo, seppure le Catechesi sono un parto genuino di esso. In mal punto è citato S. Agostino. Non s'invocavano i Martiri certamente, come abbiam detto, e come ripete quel S. Padre in quel luogo stesso (troncato da Beausobre, perchè intiero lo incomodava) per offerir loro il S. Sacrifizio[496]; ma però s'invocavano per ottenere la loro intercessione, ed il lor patrocinio, come tuttora si pratica nella Chiesa. «Unde magni....? Unde quod norunt fideles, distincti a defunctis loco suo Martires recitantur, nec pro eis oratur, sed eorum orationibus Ecclesia commendatur»? Così Agostino[497]. «Ecclesiastica disciplina, quod fideles noverunt, cum Martyres recitantur ad altare Dei, ubi nos pro ipsis oretur, pro ceteris vero commemoratis defunctis oratur. Injuria est enim pro Martyre orare, cujus nos debebamus orationibus commendari.» Così l'istesso Agostino[498], il quale ripete altrove: «Ideo ad ipsam mensam non sic eos commemoramus quemadmodum alios, sed magis ut orent ipsi pro nobis[499].» E qual frenesia non sarebbe l'immaginarsi, che volesser pregare per S. Policarpo quegli Smirnesi persuasissimi, che egli, e per l'illibatezza della sua vita, e pel suo Martirio, avesse riportato βραβειον αναντιρρητον senza il minimo dubbio il premio del suo glorioso combattimento? O per S. Pietro, e S. Paolo i Fedeli che avevano eretti alla loro memoria quei monumenti, o trofei, che si mostravano a dito agli Eretici per confonderli fino dai tempi del Pontefice Zefirino[500]!

On touche difficilement aux Liturgies, riflette al passo di S. Agostino da esso citato male a proposito il S. Beausobre[501]. La riflessione è giustissima; ma eccole intanto, se crediamo a lui stesso, alterate a Gerusalemme da S. Cirillo[502], e ciò sotto gli occhi di chi sa quanti battezzati, istruiti, e ordinati dai Padri del terzo secolo[503] illibatissimo: eccole interpolate, come dovrebbe dedursi da ciò che ho mostrato, nell'Affrica, ed ivi con approvazione ed applauso di quell'Agostino, che aveva idées assez pures sul culto dei Martiri, e delle Reliquie: eccole guaste a Costantinopoli, e senza che alcuno Storico contemporaneo rampogni o rammenti la mano sacrilega che lo tentò[504]; e quel che è più difficile a concepirsi tante alterazioni eseguironsi nel periodo di non molt'anni, ed in quella venerabile età, in cui a tutti gli assistenti, agli uffizj divini era famigliarissimo il sacro linguaggio. E come mai è potuto avvenire, che i Fedeli del quarto secolo leggendo le Sante Scritture, più avidamente di quel che si leggano ai dì nostri i Romanzi, non si accorgessero, o non curassero di una innovazione contraria (per quanto pretendesi) al primo, ed al massimo tra i precetti, ed alla Dottrina, e alla pratica dei Padri del secondo, e del terzo secolo viventi almeno nelle opere loro cotanto ammirate, e nella memoria di tanti, i quali potevano aver conversato con essi? Si spieghi almeno come potesse mai l'illusione portarsi tant'oltre, che fosse universalmente creduta antica[505] una massima ed una disciplina nascente, e Fausto e Vigilanzio essere abbominati quai novatori[506].

Ma sia pure avvenuta nel quarto secolo sul culto de' Martiri delle Reliquie una innovazione superstiziosa, nocevole, ed infetta di Paganesimo. Dunque S. Gregorio il Grande, ed il S. Arcivescovo di Cantorbery Agostino non introdussero nel vostro Regno, la pura e perfetta semplicità del Cristiano sistema, ma la superstizione e l'Idolatria; ed altrettanti superstiziosi e Idolatri dovettero essere i vostri Maggiori quasi fino al principio del secolo decimosettimo[507]. Siccome poi quello, che io dico della Chiesa Anglicana, in adempimento della pretesa profezia di Eunapio si debbe estendere a tutto il Mondo Cristiano[508] da Costantino fino a Lutero, così debbe ancora conchiudersi, che le solenni promesse di Gesù Cristo di esser co' suoi discepoli fino alla consumazione dei secoli, e di non permettere, che le porte infernali giammai prevalessero contro la Chiesa, furono di una molto breve durata, ed andarono in fumo ben presto. Lo che sarebbe una bestemmia esecranda.

Felici Voi, se ritornando alla Patria, come ben tosto avverrà, essendo uno oramai Sacerdote, e l'altro Suddiacono, poteste indurre i Protestanti vostri fratelli ad avere un miglior concetto della colonna, e della saldissima base del vero in materia di Religione. Mostrate ad essi con S. Ireneo[509], che pur dovrebbono rispettare, come coloro, qui relinquunt praeconium Ecclesiae, imperitiam sanctorum Presbyterorum arguunt, non contemplantes quanto pluris sit idiota religiosus a blasphemo, et IMPUDENTE SOPHISTA.

Che se mai ritrovaste chi più volentieri ascoltasse un Poeta[510], che un Santo Padre, ripetetegli col mio Dante a Voi famigliare.

«Avete il vecchio, e nuovo Testamento,

E 'l Pastor della CHIESA, che vi guida:

Questo vi basti a vostro salvamento.

Se mala cupidigia altro vi grida,

Uomini siate, e non pecore matte;

Sì che il Giudeo tra voi di voi non rida:

Non fate come agnel, che lascia il latte

Della sua madre semplice, e lascivo

Seco medesmo a suo piacer combatte.»

CAPITOLO XXXII.

Arcadio Imperatore dell'Oriente. Amministrazione e disgrazia d'Eutropio. Rivolta di Gaina. Persecuzione di S. Gio. Grisostomo. Teodosio II. Imperatore dell'Oriente. Sua sorella Pulcheria. Eudossia sua moglie. Guerra Persiana e division dell'Armenia.

A. 395-1453

La divisione del Mondo Romano tra i figli di Teodosio contrassegna il finale stabilimento dell'Impero orientale, che dal regno d'Arcadio fino alla presa di Costantinopoli, fatta dai Turchi, durò mille e cinquantotto anni in uno stato di prematura e perpetua decadenza. Il Sovrano di quell'Impero assunse ed ostinatamente ritenne il vano, e di poi fittizio titolo d'Imperator dei Romani; e l'ereditarie denominazioni di Cesare e d'Augusto continuarono a dichiarare, che egli era il legittimo successore del primo degli uomini, che avesse regnato sulla prima delle nazioni. Il Palazzo di Costantinopoli gareggiava, e forse oltrepassava la magnificenza della Persia; e gli eloquenti discorsi di S. Gio. Grisostomo[511] celebrano il pomposo lusso del regno d'Arcadio nell'atto di condannarlo. «L'Imperatore (dic'egli) porta sul capo o un diadema o una corona d'oro adornata di pietre preziose, d'inestimabil valore. Questi ornamenti e le vesti di porpora son riserbate per la sola sua sacra persona; ed i suoi abiti di seta son ricamati con figure di dragoni d'oro. Il suo trono è d'oro massiccio. Ogni volta che comparisce in pubblico, egli è attorniato dai cortigiani, dalle guardie e dai Ministri. Le lance, gli scudi, le corazze, le briglie, ed i finimenti dei loro cavalli sono o in sostanza o in apparenza d'oro, e l'ampio splendido rilievo, che è nel mezzo del loro scudo, è circondato da piccole borchie, le quali hanno la figura dell'occhio umano. Le due mule, che tirano il cocchio del Monarca, sono perfettamente bianche, e da ogni parte risplendono d'oro. Il cocchio medesimo, di purissimo oro sodo, attrae l'ammirazione degli spettatori, che osservano le portiere di porpora, il candido tappeto, la grossezza delle pietre preziose, e le rilucenti lastre d'oro, che brillano, quando sono agitate dal moto del cocchio. Le pitture Imperiali son bianche sopra un fondo turchino: l'Imperatore comparisce assiso sul trono, con le armi, i cavalli e le guardie intorno ad esso, ed i suoi soggiogati nemici, in catena, a' suoi piedi». I successori di Costantino stabilirono la perpetua lor residenza nella città reale, che egli aveva eretta sul confine dell'Europa e dell'Asia. Inaccessibili alle minacce dei loro nemici, e forse alle querele dei loro Popoli, ricevevano, qualunque vento spirasse, le tributarie produzioni d'ogni clima, e l'inespugnabil forza della lor Capitale continuò per più secoli a sfidare gli ostili sforzi dei Barbari. I loro Stati avevano per confini l'Adriatico, e il Tigri, e l'intiero spazio di venticinque giorni di navigazione, che separava la fredda estremità della Scizia dalla Zona torrida dell'Etiopia[512], era compreso nei limiti dell'Impero orientale. Le popolose regioni di quell'Impero erano la sede delle arti e delle scienze, del lusso e della ricchezza, e gli abitanti di esse, che avevan preso il linguaggio ed i costumi dei Greci, si nominavano con qualche apparenza di verità la parte più colta e gentile della specie umana. La forma del Governo era una pura e semplice monarchia. Il nome di Repubblica Romana, che per tanto tempo conservò una debole tradizione di libertà, ristringevasi alle province Latine; ed i Principi di Costantinopoli misuravano la lor grandezza dalla servile obbedienza del loro Popolo. Essi non sapevano quanto una tal passiva disposizione snerva e degrada ogni facoltà della mente. I sudditi, che avevano abbandonato la lor volontà ai comandi assoluti d'un padrone, erano ugualmente incapaci e di difender le vite ed i beni loro dagli assalti dei Barbari, e di guardar la propria ragione dai terrori della superstizione.

A. 365-399

Sono tanto fra loro connessi i primi avvenimenti del regno d'Arcadio e d'Onorio, che la ribellione dei Goti e la caduta di Buffino hanno già avuto luogo nell'Istoria dell'Occidente. Si è già osservato, che Eutropio[513], uno dei principali Eunuchi del palazzo di Costantinopoli, successe a quel superbo Ministro, di cui aveva ultimato la rovina, e tosto imitato i vizi. Ogni Ordine dello Stato inchinavasi al nuovo favorito, e la vile ed ossequiosa lor sommissione l'incoraggiò ad insultar le leggi, e quel che è viepiù difficile o pericoloso, i costumi del paese. Sotto i più deboli fra i Predecessori d'Arcadio, il regno degli Eunuchi era stato segreto e quasi invisibile. S'erano insinuati nella confidenza del Principe; ma le ostensibili loro funzioni erano ristrette al domestico servizio della guardaroba e della camera Imperiale. Potevano essi dirigere sotto voce i pubblici consigli, e distruggere con le maliziose lor suggestioni la fama e le sostanze dei cittadini più illustri, ma non avevan mai ardito di porsi apertamente alla testa dell'Impero[514], o di profanare i pubblici onori dello Stato. Eutropio fu il primo dell'artificiale suo sesso, che osò d'assumere il carattere di Magistrato Romano e di Generale[515]. Talvolta in presenza del vergognante Senato, saliva sul Tribunale per giudicare o per recitare un elaborato discorso, ed alle volte compariva a cavallo con gli abiti e l'armatura d'un eroe alla testa delle sue truppe. Il disprezzo del costume e della decenza scuopre sempre una mente debole e mal regolata, nè sembra che Eutropio compensasse la follìa del suo disegno con alcuna superiorità di merito o di destrezza nell'esecuzione. Il precedente suo genere di vita non l'aveva fatto iniziare allo studio delle leggi, o agli esercizi del campo; i temerari ed infelici suoi tentativi provocarono il segreto disprezzo degli spettatori; i Goti espressero il lor desiderio, che un tal Generale potesse comandar sempre gli eserciti di Roma, ed il nome del Ministro era infamato col ridicolo, più dannoso forse che l'odio per un carattere pubblico. I sudditi d'Arcadio erano esacerbati dalla memoria, che questo deforme e decrepito Eunuco[516], che sì sgraziatamente imitava le azioni d'un uomo, era nato nella più vil condizione di schiavo; che avanti d'entrare nel palazzo Imperiale, era stato più volte venduto o comprato da cento padroni, i quali avevano esaurito la giovanile sua forza in ogni abbietto ed infame ufizio, e finalmente nella sua vecchiezza l'avevano abbandonato alla libertà ed alla miseria[517]. Mentre queste vergognose istorie giravano e si esageravano forse nelle private conversazioni, era lusingata la vanità del favorito con gli onori più straordinari. Si eressero ad Eutropio nel Senato, nella Capitale, e nelle Province statue di bronzo o di marmo decorate coi simboli delle sue civili e militari virtù, e scritto vi fu sopra con pompa il titolo di terzo fondatore di Costantinopoli. Fu promosso al grado di Patrizio, che incominciava a significare in un senso popolare ed anche legale Padre dell'Imperatore, e l'ultimo anno del quarto secolo fu macchiato dal Consolato d'un Eunuco, e d'uno schiavo. Tale strano però ed inespiabil prodigio[518] risvegliò i pregiudizi dei Romani. L'Occidente rigettò l'effemminato Console, come un'indelebile macchia per gli annali della Repubblica; e senza invocar le ombre di Bruto o di Camillo, il Collega d'Eutropio, colto e rispettabile Magistrato[519], sufficientemente dimostrò le diverse massime delle due amministrazioni.

Sembra, che sull'audace e vigorosa mente di Ruffino agisse uno spirito più sanguinario e vendicativo; ma l'avarizia dall'Eunuco non era meno insaziabile di quella del Prefetto[520]. Finattantochè spogliò gli oppressori, i quali si erano arricchiti coi beni del Popolo, Eutropio potè soddisfare l'avida sua disposizione senza molta invidia o ingiustizia ma in progresso la sua rapacità presto invase le sostanze, che si erano acquistate per mezzo di legittima eredità o di lodevole industria. Si praticarono e si accrebbero i soliti metodi di estorsione, e Claudiano ha fatto una viva ed originale pittura della pubblica vendita dello Stato. «L'impotenza dell'Eunuco (dice il piacevol satirico) non è servita che a stimolare la sua avarizia: la stessa mano, che nel tempo della sua servitù s'esercitava in piccoli furti, ed in aprire gli scrigni del suo padrone, adesso rapisce le ricchezze del Mondo: e questo infame rivenditor dell'Impero vende e divide le Province Romane, dal monte Emo fino al Tigri. Uno, spogliandosi della sua villa, è fatto Proconsole dell'Asia, un altro compra la Siria con le gioie della sua moglie, ed un terzo si duole d'aver dato il suo patrimonio pel Governo della Bitinia. Nell'anticamera d'Eutropio si trova esposta alla pubblica vista una gran tabella, che dimostra i prezzi rispettivi delle Province. V'è accuratamente distinto il diverso valore del Ponto, della Galazia e della Lidia. Può aversi la Licia per tante migliaia di monete d'oro; ma l'opulenza della Frigia esigerà una somma più considerabile. L'Eunuco brama di cancellare la sua personale ignominia con una generale vergogna, e siccome è stato venduto egli, così desidera di vendere il resto del genere umano. Nell'ardente contesa, la bilancia che contiene il destino e le sostanze della Provincia, spesso trema sul pernio; e finattantochè uno dei bracci viene inclinato pel maggior peso, la mente dell'imparzial giudice resta in un'ansiosa sospensione[521]. Questi (continuava lo sdegnato Poeta) sono i frutti del Romano valore, della disfatta d'Antioco, e del trionfo di Pompeo». Questa venale prostituzione dei pubblici onori assicurava l'impunità dei futuri delitti; ma le ricchezze, che Eutropio traeva dalla confiscazione, erano già contaminate dall'ingiustizia, mentre era permesso accusare e condannare i proprietari dei beni, che egli era impaziente di confiscare. Fu sparso del sangue nobile per mano dell'esecutore; ed eran piene le più inospite estremità dell'Impero di esuli innocenti ed illustri. Fra i Generali e Consoli dell'Oriente, Abbondanzio[522] avea ragion di temere i primi effetti dello sdegno d'Eutropio. Egli era reo dell'imperdonabil delitto d'aver introdotto quel vile schiavo nel palazzo di Costantinopoli: e bisogna concedere qualche sorta di lode ad un potente ed ingrato favorito, che si contenta della disgrazia del suo benefattore. Abbondanzio, per mezzo d'un rescritto Imperiale, fu spogliato de' molti suoi beni, e bandito a Pitio sull'Eussino, ultima frontiera del Mondo Romano, dove sussistè per la precaria pietà dei Barbari, finattantochè non potè ottenere, dopo la caduta d'Eutropio, un esilio più dolce a Sidone nella Fenicia. La distruzione di Timasio[523] richiedeva un metodo di attacco più serio e più regolare. Questo grande ufiziale, Generale degli eserciti di Teodosio, avea segnalato il suo valore con una decisiva vittoria, che ottenne contro i Goti della Tessaglia; ma egli era troppo inclinato, ad esempio del suo Sovrano, a godere del lusso nella pace, e ad abbandonarsi confidentemente a malvagi e intraprendenti adulatori. Timasio avea disprezzato la pubblica voce, promuovendo Bargo, infame suo dipendente, al comando d'una coorte; e meritò di provarne l'ingratitudine, essendo Bargo stato segretamente instigato dal favorito ad accusare il suo padrone d'una perfida cospirazione. Il Generale fu tratto avanti al Tribunale d'Arcadio medesimo; ed il principal Eunuco stava da un lato del trono, a suggerir le questioni e le risposte al suo Sovrano. Ma siccome questa forma di processo avrebbe potuto credersi parziale ed arbitraria, fu delegata l'ulteriore investigazione sul delitto di Timasio a Saturnino e a Procopio, il primo di grado consolare, e l'altro tuttavia rispettato come suocero dell'Imperator Valente. La brusca onestà di Procopio fece mantener l'apparenza d'una giusta e legal processura, ed egli cedè con ripugnanza all'ossequiosa destrezza del suo collega, che pronunciò una sentenza di condanna contro l'infelice Timasio: se ne confiscaron le immense ricchezze in nome dell'Imperatore ed a vantaggio del favorito, ed esso fu mandato in esilio perpetuo ad Oasi, luogo solitario nel mezzo degli arenosi deserti della Libia[524]. Separato da ogni umano consorzio, il Generale degli eserciti Romani fu perduto per sempre al Mondo; ma le circonstanze del suo destino si son raccontate in diverse e contradditorie maniere. Sì vuol far credere, che Eutropio mandasse un ordine privato per la segreta esecuzione di lui[525]. Fu detto che tentando di fuggire da Oasi, perì nel deserto di sete o di fame, e che fu trovato il suo cadavere fra le sabbie della Libia[526]. E stato asserito con più sicurezza che Siagrio suo figlio, dopo aver fortunatamente evitato le ricerche degli agenti ed emissari della Corte, raccolse una truppa di ladri Affricani, con cui trasse Timasio dal luogo del suo esilio; e che non si seppe più altro nè del padre nè del figlio[527]. Ma l'ingrato Bargo invece di poter godere il premio del suo delitto, fu subito dopo ingannato a distrutto dalla più potente malvagità del Ministro medesimo, che aveva senso e spirito a sufficienza per abborrir l'istrumento de' propri misfatti.

A. 397

L'odio pubblico, e la disperazione de' particolari continuamente minacciavano o pareva che minacciassero la personal salvezza d'Eutropio, non meno che dei numerosi aderenti, ch'erano attaccati alla sua fortuna e promossi dal venal suo favore. Immaginò dunque per la comune loro difesa la salvaguardia d'una legge, che violò qualunque principio d'umanità e di giustizia[528]. I. Fu ordinato in nome, e coll'autorità d'Arcadio, che tutti coloro che avessero cospirato coi sudditi o con gli stranieri contro la vita di alcuna di quelle persone, che l'Imperatore considerava come membra del suo proprio corpo, sarebbero puniti con la morte e con la confiscazione. Questa specie di fittizia e metaforica lesa Maestà si estese a proteggere non solo gl'illustri ufiziali dello Stato e dell'esercito, che erano ammessi nel sacro Concistoro, ma anche i principali domestici del Palazzo, i Senatori di Costantinopoli, i Comandanti militari, ed i Magistrati civili delle Province: indefinita ed incerta lista, che sotto i successori di Costantino includeva un'oscura e numerosa serie di subordinati ministri. II. Questo estremo rigore avrebbe forse potuto giustificarsi, se fosse stato solo diretto ad assicurare i rappresentanti del Sovrano da ogni effettiva violenza nell'esecuzione del loro ufizio. Ma tutto il corpo dei dipendenti Imperiali s'arrogò un privilegio o piuttosto un'impunità, che li mise al coperto, in ogni momento della lor vita, dal subitaneo, o forse giustificabile risentimento dei loro concittadini; e mediante una strana perversione di leggi applicossi ad una privata contesa il medesimo grado di colpa e di pena, che ad una deliberata cospirazione contro l'Imperatore e l'Impero. L'editto d'Arcadio con la massima precisione ed assurdità dichiara, che in tali casi di lesa Maestà si punirebbero con ugual severità i pensieri e le azioni; che la notizia d'una malvagia intenzione, qualora non fosse subito manifestata, diveniva ugualmente colpevole che l'intenzione medesima[529], e che quei temerari, che avessero ardito di sollecitare il perdono dei traditori, sarebbero notati essi medesimi di pubblica e perpetua infamia. III. «Relativamente ai figli dei traditori (prosegue l'Imperatore) quantunque dovrebbero essi partecipare la pena dei loro genitori, giacchè probabilmente ne imiteranno la colpa, ciò non ostante, per uno speciale effetto della nostra Imperial clemenza, noi accordiamo loro la vita. Ma nel tempo stesso gli dichiariamo incapaci di esser eredi, tanto dal lato del padre che della madre, o di ricever alcun dono o legato dal testamento sì dei congiunti che degli estranei. Segnati con ereditaria infamia, esclusi dalla speranza di onori o di fortuna, si lascino in abbandono alle angustie della povertà e del disprezzo, in maniera che risguardin la vita come una calamità, e la morte come un conforto o sollievo». Con tali parole, sì bene adattate ad insultare i sentimenti del genere umano, l'Imperatore, o piuttosto il suo favorito Eunuco applaudiva la moderazione d'una legge, che estendeva le medesime inumane ed ingiuste pene ai figli di tutti quelli, che avevano secondato, o che non avevano scoperto quelle fittizie cospirazioni. Si è tollerato che vadano in dimenticanza varie delle più nobili regole della Giurisprudenza Romana; ma questo editto, utile e potente macchina della ministerial tirannia, fu premurosamente inserito nei codici Teodosiano e Giustiniano, e nei tempi moderni si son risuscitate le stesse massime a proteggere gli Elettori della Germania, ed i Cardinali della Chiesa di Roma[530].

A. 399

Ma queste sanguinarie leggi, che sparsero il terrore in un disarmato e scoraggito Popolo, erano di troppo debole tessitura per frenare l'audace impresa di Tribigildo Ostrogoto[531]. La colonia di quella guerriera nazione, che era stata posta da Teodosio in uno dei più fertili distretti della Frigia[532], paragonava con impazienza i lenti prodotti della laboriosa agricoltura con la fortunata rapacità, ed i larghi premj d'Alarico; ed il loro Capo risentì, come un personale affronto, la mala accoglienza che ricevè nel palazzo di Costantinopoli. Una molle e ricca Provincia nel cuor dell'Impero restò sorpresa dal suon della guerra; ed il fedele vassallo, che era stato disprezzato ed oppresso, fu nuovamente rispettato, quando riprese l'ostil carattere di Barbaro. Le vigne ed i fertili campi, fra il rapido Mursia ed il tortuoso Meandro[533], furono consumati dal fuoco; le cadenti mura delle città rovinarono al primo attacco nemico; i tremanti abitatori fuggirono da un sanguinoso macello alle rive dell'Ellesponto; ed una considerabil parte dell'Asia Minore fu desolata dalla ribellione di Tribigildo. Il rapido suo progresso fu impedito dalla resistenza de' contadini di Panfilia; e gli Ostrogoti, attaccati in un angusto passo fra la città di Selge[534], un profondo pantano, e le scoscese alture del monte Tauro, furon disfatti con la perdita delle loro truppe più prodi. Ma lo spirito del loro Capo non fu domato dalla disgrazia, ed il suo esercito veniva continuamente accresciuto da sciami di Barbari, e di banditi, che desideravano esercitare la professione della ruberia sotto i più onorevoli nomi di guerra e di conquista. I romori del buon successo di Tribigildo poterono per qualche tempo sopprimersi dal timore, o mascherarsi dall'adulazione; ma appoco appoco posero in agitazione la Corte e la Capitale. Ogni disgrazia veniva esagerata con oscuri e dubbiosi cenni, ed i futuri disegni de' ribelli divennero il soggetto di ansiose congetture. Ogni volta che Tribigildo avanzavasi verso l'interno del paese, i Romani erano inclinati a supporre, ch'ei meditasse di passare il monte Tauro, e d'invader la Siria. Se discendeva verso il mare, attribuivano, e forse anche suggerivano al Capitano Gotico il più pericoloso progetto d'armare una flotta ne' porti della Jonia e di estendere le sue devastazioni lungo le coste marittime, dalla bocca del Nilo fino al porto di Costantinopoli. L'avvicinamento del pericolo, e l'ostinazione di Tribigildo, che ricusava ogni termine di accomodamento, costrinsero Eutropio a convocare un consiglio di guerra[535]. Dopo d'aver attribuito a se stesso il privilegio di veterano soldato, l'Eunuco affidò la difesa della Tracia e dell'Ellesponto al Goto Gaina, ed il comando dell'esercito Asiatico a Leone suo favorito: due Generali, che per diverse strade promossero efficacemente la causa dei ribelli. Leone[536] che per la grandezza del corpo e la grossezza dello spirito era soprannominato l'Aiace dell'Oriente, aveva lasciato la primitiva sua professione di cardator di lana, per esercitare con molto minore abilità e successo la milizia; e le incerte sue operazioni erano capricciosamente immaginate ed eseguite, ignorando egli le vere difficoltà, e timidamente tralasciando di profittare di qualunque favorevole occasione. La temerità degli Ostrogoti gli avea tratti in un posto svantaggioso tra' fiumi Mela ed Eurimedonte, dov'essi erano quasi assediati dai contadini della Panfilia: ma l'arrivo d'un esercito Imperiale, invece di ultimarne la distruzione, somministrò loro i mezzi di salvarsi e di vincere. Tribigildo sorprese il campo non guardato dei Romani nell'oscurità della notte; sedusse la fede della maggior parte degli ausiliari Barbari e dissipò senza grande sforzo le truppe, che si eran corrotte pel rilassamento della disciplina, ed il lusso della Capitale. Il mal talento di Gaina, che aveva sì arditamente architettata ed eseguita la morte di Ruffino, era esacerbato dalla fortuna dell'indegno successore di lui; egli accusava la propria disonorevol pazienza sotto il servil dominio d'un Eunuco; e l'ambizioso Goto era convinto, almeno nella pubblica opinione, di fomentare in segreto la rivoluzione di Tribigildo, col quale era congiunto mediante un vincolo domestico non meno che nazionale[537]. Quando Gaina passò l'Ellesponto per unire sotto le sue bandiere il restante delle truppe Asiatiche, adattò con arte i suoi movimenti alle brame degli Ostrogoti, abbandonando con la sua ritirata il paese, che essi desideravan d'invadere, o facilitando, coll'avvicinarsi, la diserzione dei Barbari ausiliari. Alla Corte Imperiale magnificò più volte il valore, il genio, e gli inesauribili mezzi di Tribigildo, confessò la propria incapacità di proseguire la guerra; ed estorse la permissione d'entrare in trattato coll'invincibile suo avversario. Le condizioni della pace furon dettate dall'orgoglioso ribelle; e la perentoria domanda della testa d'Eutropio manifestò l'autore, ed il disegno di questa ostile cospirazione.

A. 399

L'audace Satirico, che ha contentato il suo malo umore con la parziale ed appassionata censura degli Imperatori Cristiani, offende la dignità piuttosto che la verità dell'Istoria con paragonare il figlio di Teodosio ad uno di quei semplici ed innocenti animali, che appena sentono che sono in proprietà del loro pastore. Due passioni però, vale a dire il timore e l'amor coniugale, svegliarono il languido spirito d'Arcadio; ei fu spaventato dalle minacce del vittorioso Barbaro, e cedè alla tenera eloquenza d'Eudossia sua moglie, che con un diluvio di artificiose lacrime, presentando al padre i suoi piccoli figli, ne implorò la giustizia per un vero o immaginario insulto, che essa imputò all'ardito Eunuco[538]. Fu diretta la mano dell'Imperatore a segnare la condanna d'Eutropio; ad un tratto si sciolse il magico incanto, che per quattro anni aveva affascinato il Principe ed il Popolo; e le acclamazioni, che sì poco avanti avevano applaudito il merito e la fortuna del favorito, si convertirono ne' clamori dei soldati e del Popolo, che gli rimproveravano i suoi delitti, e ne sollecitavano l'immediata esecuzione. In quell'ora d'angustia e di disperazione, l'unico suo rifugio fu il santuario della Chiesa, i privilegi della quale egli aveva saggiamente o profanamente procurato di limitare; ed il più eloquente de' Santi, Giovanni Grisostomo, godè il trionfo di proteggere un prostrato Ministro, la scelta del quale avealo innalzato alla sede Ecclesiastica di Costantinopoli. Salito l'Arcivescovo sul pulpito della Cattedrale per esser distintamente veduto ed udito da un'innumerabile folla di ambidue i sessi, e d'ogni età, pronunciò un patetico ed opportuno discorso sopra il perdono delle ingiurie e l'instabilità dell'umana grandezza. Le agonie di quel pallido e spaurito meschino, che stava incurvato sotto la mensa dell'altare, presentavano un solenne ed istruttivo spettacolo; e l'oratore, che di poi fu accusato d'insultare alle disgrazie d'Eutropio, cercava d'eccitare il disprezzo per poter ammollire il furore del Popolo[539]. Prevalse la forza dell'umanità, e dell'eloquenza. L'Imperatrice Eudossia si astenne o per i propri principj o per quei dei suoi sudditi dal violare il santuario della Chiesa; ed Eutropio fu tentato a capitolare dalle arti più dolci della persuasione e da un giuramento, che gli si sarebbe risparmiata la vita[540]. I nuovi Ministri dei palazzo, non curando la dignità del loro Sovrano, pubblicarono immediatamente un editto per dichiarare, che il passato suo favorito avea disonorato i nomi di Console e di Patrizio, per abolir le sue statue, confiscare le sue ricchezze, e condannarlo ad un perpetuo esilio nell'isola di Cipro[541]. Un disprezzabil e decrepito Eunuco non poteva più eccitare i timori dei suoi nemici; nè era esso capace di goder quel che tuttavia gli restava, il conforto cioè della pace, della solitudine e d'un buon clima. Ma la loro implacabil vendetta gl'invidiò fino gli ultimi momenti d'una miserabile vita; ed Eutropio non ebbe appena toccato i lidi di Cipro, che fu precipitosamente richiamato. La vana speranza d'eludere, mediante la mutazione del luogo, l'obbligo del giuramento impegnò l'Imperatrice a trasferire la scena del suo processo e supplizio da Costantinopoli al vicino sobborgo di Calcedonia. Il Console Aureliano pronunziò la sentenza; ed i motivi di essa dimostrano la giurisprudenza d'un Governo dispotico. I delitti che Eutropio avea commesso contro il Popolo, avrebber potuto giustificar la sua morte; ma egli fu dichiarato reo d'aver posto al suo cocchio i sacri animali, che per la lor razza o colore erano riserbati all'uso del solo Imperatore[542].

A. 460

Mentre si eseguiva questa domestica rivoluzione, Gaina[543] si ribellò apertamente, congiunse le sue forze, a Tiatira nella Lidia, con quelle di Tribigildo, e sempre mantenne il suo superiore ascendente sopra il Capo ribelle degli Ostrogoti. Le armate riunite s'avanzarono senza resistenza fino allo stretto dell'Ellesponto e del Bosforo; ed Arcadio fu costretto ad impedire la perdita dei suoi Stati dell'Asia con rimettere la propria persona ed autorità alla fede dei Barbari. Fu scelta la Chiesa della Santa Martire Eufemia, situata sopra un'alta eminenza vicino a Calcedonia[544], per luogo del congresso. Gaina piegossi riverentemente ai piedi dell'Imperatore, nel tempo che esigeva il sacrifizio d'Aureliano e di Saturnino, due Ministri di grado consolare; ed i nudi lor colli furono esposti dal superbo ribelle al filo della spada: ma poi condiscese ad accordar loro una precaria e disonorevole grazia. I Goti, secondo i termini dell'accordo, furono trasportati subito dall'Asia in Europa; ed il vittorioso lor Capo, che accettò il titolo di Generale degli eserciti Romani, riempì tosto Costantinopoli delle sue truppe, e distribuì trai suoi dipendenti gli onori ed i premj dell'Impero. Gaina nella sua prima gioventù avea passato il Danubio, come supplichevole e fuggitivo: il suo innalzamento era stato opera del valore e della fortuna; e l'indiscreta o perfida sua condotta fu la causa della sua pronta caduta. Nonostante la vigorosa opposizione dell'Arcivescovo egli importunamente chiese pe' suoi Arriani settari il possesso d'una Chiesa particolare; e l'orgoglio de' Cattolici fu offeso dalla pubblica tolleranza dell'eresia[545]. Ogni quartiere di Costantinopoli era pieno di tumulto, e di disordine; ed i Barbari guardavano con tale ardore le ricche botteghe de' gioiellieri, e le tavole dei banchieri, le quali eran coperte d'oro o d'argento, che fu stimata cosa prudente il rimuovere dalla vista loro quelle pericolose tentazioni. Si accorsero essi di tale ingiuriosa cautela, ed in tempo di notte fecero de' rumorosi tentativi per attaccare e distrugger col fuoco il palazzo Imperiale[546]. In tale stato di vicendevole e sospettosa ostilità, le guardie ed il Popolo di Costantinopoli chiuser le porte, e presero le armi per impedire o per punir la cospirazione dei Goti. Nell'assenza di Guina, le sue truppe furon sorprese ed oppresse; e settemila Barbari perirono in quel sanguinoso macello. Nel furor della mischia i Cattolici scoprirono il tetto, e continuarono a gettar giù dei legni infuocati, finattantochè non ebbero distrutti i loro avversari, che si erano ritirati alla Chiesa, o conventicola degli Arriani. Gaina o non era consapevole di tal disegno, o troppo confidava nella sua fortuna: egli restò sorpreso alla notizia, che il fiore del suo esercito era stato senza gloria distrutto; che egli stesso era dichiarato nemico pubblico; e che Fravitta, suo nazionale, bravo e fedele confederato, avea preso il maneggio della guerra per terra e per mare. Le imprese del ribelle contro le città della Tracia, incontrarono una costante e ben ordinata difesa: i soldati di lui furon tosto ridotti a cibarsi dell'erba che nasceva sul margine delle fortificazioni; e Gaina, che vanamente sospirava la ricchezza ed il lusso dell'Asia, prese la disperata risoluzione di forzare il passaggio dell'Ellesponto. Era privo di vascelli; ma gli alberi del Chersoneso somministrarono i materiali per far delle zattere, e gl'intrepidi suoi Barbari non ricusarono di affidarsi a' flutti del mare. Fravitta però attentamente osservava il progresso della loro impresa. Appena erano essi giunti alla metà del corso, che le galere Romane[547], spinte dalla piena forza dei remi, della corrente, e di un vento favorevole, uscirono fuori strette in buon ordine e con irresistibil vigore; e l'Ellesponto restò coperto dai frammenti del Gotico naufragio. Dopo la distruzione delle sue speranze, e la perdita di molte migliaia dei suoi più bravi soldati, Gaina, che non poteva più aspirare a governare e a soggiogare i Romani, si determinò a riassumer l'indipendenza d'una vita selvaggia. Un leggiero ed attivo corpo di cavalleria Barbara, senza il peso dell'infanteria e del bagaglio, potea fare in otto o in dicci giorni una marcia di trecento miglia dall'Ellesponto al Danubio[548]; le guarnigioni di quell'importante frontiera appoco appoco erano state ridotte a niente, il fiume nel mese di Decembre doveva esser fortemente gelato; ed aprivasi all'ambizion di Gaina l'illimitato prospetto della Scizia. Fu segretamente comunicato questo disegno alle truppe nazionali, che abbracciarono la fortuna del lor Capitano; ed avanti che si desse il segno della partenza fu perfidamente ucciso un gran numero di ausiliari provinciali, di cui sospettava l'affetto al nativo loro paese. I Goti si avanzarono con rapide marce per le pianure della Tracia; e presto si trovaron liberi dal timore d'esser inseguiti per la vanità di Fravitta, che invece di finir la guerra, s'affrettò a godere l'applauso del Popolo, ed a ricevere i pacifici onori del Consolato. Ma comparve in armi un formidabile alleato a vendicar la maestà dell'Impero, ed a guardare la pace e la libertà della Scizia[549]. Le superiori forze d'Uldino Re degli Unni s'opposero al progresso di Gaina; un nemico e rovinato paese impedì la sua ritirata; egli sdegnò di capitolare; e dopo d'aver più volte tentato di farsi strada per le file dei nemici, restò ucciso, co' suoi disperati seguaci, nel campo di battaglia. Undici giorni dopo la vittoria navale dell'Ellesponto, fu ricevuta a Costantinopoli con le più liberali espressioni di gratitudine la testa di Gaina, inestimabile dono del vincitore; e la liberazione pubblica si celebrò con illuminazioni e con feste. I trionfi di Arcadio divennero il soggetto di poemi epici[550]; ed il Monarca, non essendo più oppresso da ostili terrori, si abbandonò al dolce ed assoluto dominio della sua moglie, la bella ed artificiosa Eudossia, che ha macchiato la sua fama con la persecuzione di S. Gio. Grisostomo.

A. 397

Dopo la morte dell'indolente Nettario, successore di Gregorio Nazianzeno, la Chiesa di Costantinopoli era divisa dall'ambizione di più rivali candidati, che non si vergognavano di sollecitare coll'adulazione e coll'oro il suffragio del Popolo o del favorito. In quest'occasione sembra, che Eutropio deviasse dalle ordinarie sue massime, e l'incorrotto giudizio di lui si determinò solo dal preminente merito d'uno straniero. In un viaggio, che di fresco avea fatto in Oriente, esso aveva ammirato i discorsi di Giovanni, nativo e Prete d'Antiochia, il nome del quale si è distinto coll'epiteto di Grisostomo o Bocca d'oro[551]. Fu spedito un ordine segreto al Governator della Siria; e poichè il Popolo non avrebbe voluto lasciar partire il suo favorito Predicatore, fu trasportato velocemente e con segretezza in un cocchio di posta da Antiochia a Costantinopoli. L'unanime non sollecitato consenso della Corte, del Clero e del Popolo confermò la scelta del Ministro; e sì come Santo che come oratore il nuovo Arcivescovo sorpassò l'ardente aspettazione del pubblico. Il Grisostomo, nato da una nobile ed opulenta famiglia nella Capitale della Siria, era stato educato per la cura d'una tenera madre sotto la direzione dei più abili maestri. Ei studiò l'arte della rettorica nella scuola di Libanio; e quel celebre Sofista, che presto scoprì i talenti del suo discepolo, confessò ingenuamente, che Giovanni avrebbe meritato di succedergli, se non fosse stato portato via dai Cristiani. La sua pietà lo dispose ben tosto a ricevere il sacramento del Battesimo; a rinunziare alla lucrosa ed onorevole profession della legge; ed a sepellirsi nel vicino deserto, dove depresse le cupidità della carne per mezzo d'un'austera penitenza di sei anni. Le sue infermità lo costrinsero a tornare al consorzio degli uomini; e l'autorità di Melezio fece consacrare i suoi talenti al servizio della Chiesa; ma in mezzo alla sua famiglia, e di poi sulla sede Archiepiscopale, Grisostomo perseverò sempre nella pratica delle virtù monastiche. Applicò diligentemente a stabilire ospedali quelle ampie rendite, che i suoi predecessori avean consumato in pompa ed in lusso; e la moltitudine, che era sostenuta dalla sua carità, preferiva gli eloquenti ed edificanti discorsi del proprio Arcivescovo ai divertimenti del Teatro o del Circo. Si sono premurosamente conservati i monumenti di quella eloquenza, che quasi per venti anni fu ammirata in Antiochia e in Costantinopoli; ed il possesso di quasi mille sermoni o omilie ha autorizzato i critici[552] de' posteriori tempi ad apprezzare il genuino merto del Grisostomo. Essi concordemente attribuiscono all'oratore Cristiano il libero possesso d'una lingua elegante e copiosa; il giudizio di celare i vantaggi, che traeava dalla cognizione della Rettorica e della Filosofia; un fondo inesausto di metafore e similitudini, d'immagini e d'idee per variare ed illustrare i topici più famigliari; la felice arte di impegnar le passioni in servizio della virtù, e d'esporre la follia non meno che la bruttezza del vizio quasi con la verità e lo spirito d'una drammatica rappresentazione.

Le pastorali fatiche dell'Arcivescovo di Costantinopoli provocarono, ed appoco appoco riunirono contro di esso due sorte di nemici: vale a dire il Clero ambizioso, che ne invidiava il frutto, e gli ostinati peccatori, che eran offesi da suoi rimproveri. Quando il Grisostomo, dal pulpito di S. Sofia, fulminava contro la degenerazione dei Cristiani, i suoi dardi cadevano sulla moltitudine senza ferire e neppur notare il carattere d'alcuno individuo. Quando ei declamava contro i vizi particolari del ricco, la povertà potea trarre una passeggiera consolazione dalle sue invettive: ma il colpevole sempre si nascondeva nel numero dei compagni; ed il rimprovero stesso era innalzato da certe idee di superiorità e di godimento. Ma a misura che la piramide progrediva verso la sommità, insensibilmente diminuiva, accostandosi a un punto, ed i Magistrati, i Ministri, gli Eunuchi favoriti, le dame della Corte[553], l'istessa Imperatrice Eudosia avevano da dividere una molto maggior parte di colpa fra un minor numero di rei. Le personali applicazioni della udienza venivano anticipate o confermate dalla testimonianza della lor propria coscienza; e l'intrepido predicatore assumeva il pericoloso diritto d'esporre tanto la colpa quanto chi la commetteva, alla pubblica esecrazione. Il segreto risentimento della Corte incoraggiò il malcontento del Clero e dei Monaci di Costantinopoli, che si crederono con troppa fretta riformati dal fervente zelo del loro Arcivescovo. Aveva egli condannato dal pulpito le donne domestiche del Clero di Costantinopoli, che sotto il nome di serve o di sorelle davano una perpetua occasione di peccato o di scandalo. I taciti e solitari Ascetici, che si eran separati dal Mondo, avevan diritto alla più forte approvazion del Grisostomo; ma esso disprezzava e notava come un disonore della santa lor professione quella folla di traviati Monaci, che per qualche indegno motivo di piacere o di lucro sì spesso infestavan le strade della Capitale. Alla voce della persuasione, l'Arcivescovo fu costretto ad aggiungere i terrori dell'autorità, ed il suo ardore nell'esercizio dell'Ecclesiastica giurisdizione non andò sempre esente da passione, nè fu guidato dalla prudenza ogni volta. Il Grisostomo era naturalmente d'un temperamento collerico[554]. Quantunque si studiasse, a norma dei precetti Evangelici, d'amare i suoi privati nemici, egli si estendeva nel privilegio d'odiare i nemici di Dio, e della Chiesa; ed i suoi sentimenti venivano talvolta esposti con troppa energia di espressioni e di portamento. Egli mantenne sempre, per qualche considerazione di salute o d'astinenza, l'antico suo costume di prender cibo da solo; e tale inospita consuetudine[555], che i suoi nemici attribuivano ad orgoglio, almeno contribuiva a nutrire la malattia d'un moroso ed insociabile umore. Separato da quel famigliar commercio, che facilita la cognizione e la spedizione degli affari, si riposava con intiera fiducia nel suo diacono Serapione, e rare volte applicava la speculativa sua cognizione della natura umana a' particolari caratteri o dei suoi dipendenti o de' suoi eguali. Conoscendo la purità delle proprie intenzioni, e forse la superiorità del suo genio, l'Arcivescovo di Costantinopoli estese la giurisdizione della città Imperiale, per poter ampliare la sfera delle pastorali sue cure, e la condotta, che il profano attribuiva ad un ambizioso motivo, comparve allo stesso Grisostomo nell'aspetto d'un sacro ed indispensabil dovere. Nella visita, che fece per le province Asiatiche, depose tredici Vescovi della Lidia e della Frigia; e dichiarò indiscretamente che tutto l'ordine Episcopale era infettato da una profonda corruzione di simonia e di licenziosità[556]. Se que' Vescovi erano innocenti, tal temeraria ed ingiusta condanna doveva eccitare un ben fondato disgusto. Se poi erano rei, i numerosi compagni del lor delitto dovevan tosto conoscere, che la propria loro salvezza dipendeva dalla rovina dell'Arcivescovo, che procurarono di rappresentare come il tiranno delle Chiese orientali.

Questa ecclesiastica cospirazione fu maneggiata da Teofilo[557] Arcivescovo d'Alessandria, attivo ed ambizioso Prelato, che impiegava i frutti della rapina in monumenti d'ostentazione. Il nazional suo contraggenio verso la nascente grandezza d'una città, che lo faceva retrocedere dal secondo al terzo grado nel Mondo Cristiano, era inasprito da qualche disputa personale col Grisostomo stesso[558]. Per un segreto invito dell'Imperatrice, Teofilo sbarcò a Costantinopoli con un forte corpo di marinari Egiziani, per far fronte alla plebaglia; e con un seguito di Vescovi, suoi dipendenti, per assicurarsi coi loro voti il maggior partito di un Sinodo. Questo[559] fu convocato nel sobborgo di Calcedonia chiamato la Quercia, dove Ruffino aveva eretto una splendida chiesa e un monastero, e gli atti del medesimo Sinodo si continuarono per quattordici giorni o sessioni. Un Vescovo ed un Diacono accusarono l'Arcivescovo di Costantinopoli; ma la frivola o improbabil natura dei quarantasette articoli, che presentaron contro di lui, si può giustamente considerare come un bel panegirico, superiore ad ogni eccezione. Quattro successive citazioni furono intimate al Grisostomo; ma egli sempre ricusò d'affidare la propria persona o riputazione alle mani degl'implacabili suoi nemici, che prudentemente evitando l'esame di ogni particolare accusa, condannarono la sua contumace disubbidienza, e precipitosamente pronunziarono una sentenza di deposizione contro di lui. Il Concilio della Quercia immediatamente s'indirizzò all'Imperatore, perchè ne ratificasse ed eseguisse il giudizio, ed insinuò caritatevolmente, che poteva sottoporsi alla pena di lesa Maestà l'audace predicatore, che aveva ingiuriato, sotto il nome di Gezabella, l'Imperatrice Eudossia medesima. L'Arcivescovo fu duramente arrestato, e condotto per la città da uno degl'Imperiali messaggi, che dopo una breve navigazione lo fece sbarcare vicino all'ingresso dell'Eussino; di dove, prima che spirasser due giorni, gloriosamente fu richiamato.

Il primo stupore del fedele suo Popolo l'avea reso muto e passivo; ad un tratto però sollevossi con unanime ed irresistibil furore. Teofilo potè fuggire; ma la promiscua folla di monaci e di marinari Egiziani fu senza pietà trucidata nelle strade di Costantinopoli[560]. Un opportuno terremoto giustificò l'interposizione del Cielo; il torrente della sedizione correva verso le porte del palazzo; e l'Imperatrice, agitata dal timore o dal rimorso, gettossi ai piedi d'Arcadio, e confessò, che la pubblica salvezza dipendeva dal richiamo del Grisostomo. Il Bosforo era coperto d'innumerabili barche, le rive dell'Europa e dell'Asia erano illuminate con profusione, e le acclamazioni di un vittorioso popolo accompagnarono, dal porto alla Cattedrale, il trionfo dell'Arcivescovo, che troppo facilmente acconsenti a riprender l'esercizio delle sue funzioni, prima che la sentenza pronunziala contro di lui, legittimamente si revocasse dall'autorità d'un Ecclesiastico Sinodo. Il Grisostomo, non sapendo o non curando l'imminente pericolo, secondò il suo zelo, e forse il suo risentimento, declamò con particolare asprezza contro i vizi delle donne, e condannò i profani onori, che si rendevano, quasi nel recinto di S. Sofia, alla statua dell'Imperadrice. Tal imprudenza tentò i suoi nemici ad infiammare l'altiero spirito di Eudossia con riferire, o forse inventare questo famoso esordio d'un discorso: «Erodiade è di nuovo furiosa. Erodiade nuovamente balla., essa un'altra volta richiede il capo di Giovanni»: insolente allusione che era impossibile che essa e come Donna e come Sovrana mai perdonasse[561]. Fu impiegato il breve intervallo d'una perfida tregua a concertare più efficaci misure per la disgrazia e la rovina dell'Arcivescovo. Un numeroso Concilio di Prelati orientali, che eran guidati in distanza dal parer di Teofilo, confermò la validità senza esaminar la giustizia della prima sentenza, e fu introdotto nella città un distaccamento di truppe Barbare per sopprimere le commozioni del Popolo. Nella vigilia di Pasqua fu tumultuosamente interrotta la solenne amministrazion del Battesimo da' soldati, che sbigottirono la modestia dei nudi catecumeni, e violarono con la loro presenza i tremendi misteri del Culto Cristiano. Arsacio occupò la Chiesa di S. Sofia, e la sede Archiepiscopale. I Cattolici si ritirarono a' Bagni di Costantino, e di poi alla campagna; dove furono sempre inseguiti ed insultati dalle guardie, dai Vescovi, e dai Magistrati. Il fatal giorno del secondo ed ultimo esilio del Grisostomo fu contrassegnato dall'incendio della Cattedrale, del Senato, e delle vicine fabbriche; e tal calamità fu attribuita senza prove, ma non senza probabilità, alla disperazione d'un perseguitato partito[562].

A. 404

Cicerone potè pretendere qualche merito, se il volontario suo esilio conservò la pace della Repubblica[563]; ma la sommission del Grisostomo, era l'indispensabil dovere di un Cristiano e di un suddito. Invece d'esaudire l'umile sua preghiera di poter restare a Cizico o a Nicomedia, l'inflessibile Imperatrice gli assegnò la remota e desolata città di Cucuso, fra le cime del Monte Tauro, nell'Armenia minore. Si aveva una segreta speranza, che l'Arcivescovo potesse perire in una difficile e pericolosa marcia di settanta giorni nel caldo della state per le Province dell'Asia minore, dov'era continuamente minacciato dagli ostili attacchi degl'Isauri, e dal più implacabil furore dei Monaci. Pure il Grisostomo arrivò salvo al luogo del suo confino, ed i tre anni, che visse a Cucuso e nella vicina città d'Arabisso, furono gli ultimi ed i più gloriosi della sua vita. Il suo carattere fu consacrato dall'assenza e dalla persecuzione, non si rammentarono più i difetti della sua amministrazione, ma ogni lingua ripeteva le lodi della virtù e dell'ingegno di esso: e la rispettosa attenzione del Mondo Cristiano era diretta verso un luogo deserto fra le montagne del Tauro. Da quella solitudine, l'Arcivescovo, il cui attivo spirito era invigorito dalle disgrazie, manteneva una stretta e frequente corrispondenza[564] con le più distanti Province, esortava la separata congregazione dei suoi fedeli aderenti a perseverare nella loro fedeltà: sollecitava la distruzione de' Tempj nella Fenicia e l'estirpazione dell'eresia nell'Isola di Cipro; estendeva la pastorale sua cura alle missioni della Persia e della Scizia; negoziava, per mezzo de' suoi Ambasciatori, col Pontefice Romano e coll'Imperatore Onorio; ed arditamente appellava da un Sinodo parziale al supremo tribunale d'un libero e generale Concilio. Era sempre indipendente lo spirito dell'illustre esule: ma il suo corpo in ischiavitù era esposto alla vendetta degli oppressori, che continuavano ad abusare del nome e dell'autorità d'Arcadio[565]. Fu spedito un ordine per l'immediata remozione del Grisostomo da quel luogo all'estremo deserto di Pitio; e le sue guardie sì fedelmente obbedirono alle lor crudeli istruzioni, che prima ch'ei giugnesse alle coste dell'Eussino, spirò a Comana nel Ponto, nel sessantesimo anno della sua età. La seguente generazione riconobbe la sua innocenza e il suo merito. Gli Arcivescovi Orientali, che dovevano arrossire, che i loro predecessori fossero stati nemici del Grisostomo, furono appoco appoco disposti dalla fermezza del Pontefice Romano a restituire gli onori a quel venerabil nome[566]. Le sue reliquie per le pie istanze del Clero e del Popolo di Costantinopoli, trent'anni dopo la sua morte, furono trasportate dall'oscuro loro sepolcro alla Città Reale[567]. L'Imperator Teodosio andò loro incontro fino a Calcedonia; e gettatosi prostrato sopra la cassa, implorò dall'ingiuriato Santo in nome de' colpevoli suoi genitori, Arcadio ed Eudossia, il perdono[568].

A. 408

Si potrebbe però aver qualche ragionevole dubbio, se alcuna macchia di colpa ereditaria fosse passata da Arcadio nel suo successore. Eudossia era una donna giovane e bella, che secondava le sue passioni, e disprezzava il marito. Il Conte Giovanni godeva, almeno, la famigliar confidenza dell'Imperatrice, ed il pubblico lo risguardava come il vero padre di Teodosio il Giovane[569]. Ciò non ostante, la nascita d'un figlio fu accettata dal pio marito, come un successo il più fortunato ed onorevole per se stesso, per la sua famiglia, e pel Mondo Orientale; ed il Reale Infante, con una distinzione senza precedent'esempio, fu investito dei titoli di Cesare e d'Augusto. In meno di quattro anni dopo, Eudossia, nel fiore della gioventù, perì per le conseguenze d'una cattiva condotta; e questa intempestiva morte sconcertò la profezia di un Santo Vescovo, il quale in mezzo all'universal gioia, s'era avventurato a predire ch'ell'avrebbe veduto il lungo e favorito regno del glorioso suo figlio[570].

I Cattolici applaudirono la giustizia del cielo, che vendicò la persecuzione del Santo Grisostomo; e forse l'Imperatore fu il solo che sinceramente pianse la perdita dell'orgogliosa e rapace Eudossia. Tal domestica disgrazia l'afflisse più profondamente, che le pubbliche calamità dell'Oriente[571]; che le licenziose scorrerie de' predatori Isauri dal Ponto alla Palestina, l'impunità de' quali dimostrava la debolezza del Governo; e che i terremoti, gl'incendi, la carestia e gli sciami di locuste,[572] cui la popolare malcontentezza era ugualmente disposta ad attribuire all'incapacità del Monarca. Finalmente nel trentesimo primo anno della sua età, dopo un regno (se ci è permesso d'abusar di tal nome) di tredici anni, tre mesi, e quindici giorni, Arcadio spirò nel palazzo di Costantinopoli. Egli è impossibile descrivere il suo carattere; mentre in un tempo molto abbondante d'Istorici materiali non è stato possibile di notare un'azione, che propriamente appartenga al figlio del Gran Teodosio.

L'istorico Procopio[573] in vero ha illuminato la mente dello spirante Imperatore con un raggio d'umana prudenza, o di saviezza celeste. Arcadio riflettè con sollecita previdenza all'infelice stato del suo figlio Teodosio, che non aveva più di sette anni; alle pericolose fazioni d'una minorità; allo spirito intraprendente di Jesdegerde Re della Persia. Invece di tentare la fedeltà d'un ambizioso suddito con la partecipazione del supremo potere, arditamente affidossi alla magnanimità d'un Re; e pose, per mezzo d'un solenne testamento, lo scettro dell'Oriente nelle mani di Jesdegerde medesimo. Il real Tutore accettò e corrispose a tal onorevole fiducia con una fedeltà senza esempio; e l'infanzia di Teodosio fu protetta dalle armi e dai consigli della Persia. Questo è il singolar racconto di Procopio; ed Agatia[574] non pone in dubbio la sua veracità; mentre osa dissentire dal suo giudizio, ed accusar la saviezza d'un Imperatore cristiano, che sì temerariamente, quantunque con tal fortuna, affidò il proprio figlio ed i suoi Stati alla non conosciuta fede d'uno straniero, d'un rivale e d'un pagano. Alla distanza di cento cinquant'anni potè agitarsi questa politica questione nella Corte di Giustiniano; ma un prudente Istorico ricuserà d'esaminare la convenienza del Testamento d'Arcadio, finattantochè non ne sia assicurata la verità. Siccome questo è senza esempio nell'istoria del Mondo, possiamo giustamente esigere, che sia provato con la positiva e concorde testimonianza de' contemporanei. La stravagante novità del fatto, ch'eccita la nostra diffidenza, avrebbe dovuto invitarli a farne menzione; e l'universale silenzio loro distrugge la vana tradizione de' secoli seguenti.

A. 408-415

Se le regole della Giurisprudenza Romana si potessero propriamente dal patrimonio privato trasferire al dominio pubblico, esse avrebbero attribuito all'Imperatore Onorio la tutela del suo nipote, finattantochè almeno esso non fosse giunto all'età di quattordici anni. Ma la debolezza d'Onorio, e le calamità del suo Regno lo rendevano incapace di sostenere questo suo natural diritto; ed era tale l'assoluta separazione delle due monarchie, tanto nell'interesse quanto nell'affetto, che Costantinopoli avrebbe con minor ripugnanza obbedito agli ordini della Corte Persiana, che a quelli della Corte d'Italia. Sotto un principe, la debolezza del quale è coperta dagli esterni segni di virilità e di discrezione, i più indegni favoriti possono segretamente contendersi l'impero del palazzo, e dettare alle sottomesse Province gli ordini d'un padrone, ch'essi dirigono e disprezzano. Ma i Ministri d'un fanciullo, ch'è incapace d'armarli con la forza del nome reale, debbono acquistare ed esercitare un'autorità indipendente. Gli Ufficiali maggiori dello Stato e della milizia, ch'erano stati eletti avanti la morte d'Arcadio, formavano un'aristocrazia, che avrebbe potuto inspirar loro l'idea d'una libera repubblica; ed il governo dell'Impero Orientale fu per fortuna preso dal Prefetto Antemio[575], che ottenne per la grande sua abilità un durevole ascendente sugli animi de' suoi uguali. La salute del giovane Imperatore dimostrò il merito e l'integrità d'Antemio; e la sua prudente fermezza sostenne la forza e la riputazione d'un regno infantile. Uldino, con un formidabil esercito di Barbari, trovavasi accampato nel cuor della Tracia: rigettava orgogliosamente ogni termine d'accomodamento; ed accennando il sole nascente, dichiarò a' Romani ambasciatori che il corso di quello poteva sol terminare le conquiste degli Unni. Ma la diserzione de' suoi alleati, che furon segretamente convinti della giustizia e liberalità de' Ministri Imperiali, obbligò Uldino a ripassare il Danubio: la tribù degli Scirri, che componeva la sua retroguardia, fu quasi distrutta, e più migliaia di schiavi furon dispersi a coltivare con servil fatica i campi dell'Asia[576]. In mezzo al pubblico trionfo, Costantinopoli fu difesa da un forte recinto di nuove e più estese mura; la stessa vigilante cura si pose a restaurar le fortificazioni delle città Illiriche, e fu giudiziosamente immaginato un disegno, che nello spazio di sette anni avrebbe assicurato il comando del Danubio, con istabilire su quel fiume una perpetua flotta di dugento cinquanta vascelli armati[577].

A. 414-453

Ma i Romani erano da tanto tempo assuefatti all'autorità d'un Monarca, che la prima persona, anche fra le femmine della famiglia Imperiale, la qual dimostrò qualche coraggio o capacità, potè salire sul trono vacante di Teodosio. Pulcheria[578] sua sorella, che aveva solo due anni più di lui, ricevè all'età di sedici anni il titolo d'Augusta; e benchè il suo favore fosse alle volte annuvolato dal capriccio o dal raggiro, continuò a governar l'Impero Orientale quasi quarant'anni, in tutta la lunga minorità del suo fratello, e, dopo la morte di questo, in suo proprio nome ed in quello di Marciano, suo nominale marito. Per un motivo o di prudenza o di religione abbracciò una vita celibe; e ad onta di alcuni dubbi sulla castità di Pulcheria[579], questa risoluzione, ch'essa comunicò alle sue sorelle Arcadia e Marina, fu celebrata dal Mondo cristiano come il sublime sforzo d'un'eroica pietà. In presenza del Clero e del Popolo, le tre figlie d'Arcadio[580] consacrarono a Dio la loro virginità; e l'obbligazione del solenne lor voto fu scritta sopra una tavoletta d'oro e di gemme, che esse pubblicamente offerirono nella maggior chiesa di Costantinopoli. Convertirono in un monastero il loro palazzo; ed eccettuati i direttori delle loro coscienze, Santi che avevano dimenticate la distinzione de' sessi, tutti gli uomini furono scrupolosamente esclusi dalla sacra soglia. Pulcheria, le due sue sorelle, ed uno scelto numero di damigelle lor favorite formavano una religiosa comunità: esse rinunziarono alla vanità delle vesti; interrompevano con frequenti digiuni il semplice e frugale lor vitto; assegnavano una parte del tempo alle opere di ricamo; e consacravan più ore del giorno e della notte agli esercizi delle preghiere e della salmodia. La pietà d'una vergine cristiana era adornata dallo zelo e dalla liberalità d'una Imperatrice. La storia Ecclesiastica descrive le splendide chiese, che si edificarono a spese di Pulcheria in tutte le Province dell'Oriente; i suoi caritatevoli stabilimenti a benefizio de' pellegrini e de' poveri; le ampie donazioni, che assegnò pel perpetuo mantenimento di monastiche società: e l'attivo rigore, con cui procurò di sopprimere l'eresie fra loro contrarie di Nestorio e d'Eutiche. Tante virtù pareano meritare il particolar favore della Divinità, e la Santa Imperatrice ebbe visioni e rivelazioni che gli scoprirono occulte reliquie di martiri, e la ragguagliarono di eventi futuri[581]. Pure la devozion di Pulcheria non distrasse mai l'instancabile sua attenzione dagli affari dell'Impero; e sembra ch'ella sola, fra tutti i discendenti del Gran Teodosio, ereditasse una parte del virile suo spirito e della sua capacità. L'uso elegante o famigliare, che aveva acquistato sì della lingua Greca che della Latina, era felicemente applicato da essa alle varie occasioni di parlare o di scrivere intorno a' pubblici affari; le sue deliberazioni erano maturamente ponderate; le sue azioni pronte e decisive; e mentre muoveva senza strepito ed ostentazione la ruota del governo, attribuiva discretamente al genio dell'Imperatore la lunga tranquillità del suo regno. L'Europa, in vero, fu afflitta negli ultimi anni della pacifica sua vita dalle armi d'Attila; ma le più estese Province dell'Asia continuarono sempre a godere una costante e profonda quiete. Teodosio il Giovane non fu mai ridotto alla disgraziata necessità d'aver contro, o di punire un suddito ribelle; e poichè non possiamo applaudire il vigore dell'amministrazion di Pulcheria, dobbiamo dar qualche lode alla dolcezza e prosperità di essa.

Il Mondo Romano aveva grandissimo interesse nell'educazione del suo Signore. Fu giudiziosamente instituito un regolar corso di studi, e di esercizi, vale a dire de' militari esercizi di cavalcare, e di tirare coll'arco, e degli studi liberali della grammatica, della rettorica e della filosofia. I più abili maestri dell'Oriente ambiziosamente sollecitavano l'attenzione del loro allievo Reale; e furono introdotti nel palazzo molti nobili giovani per animarne la diligenza coll'emulazione dell'amicizia. La sola Pulcheria eseguì l'importante incombenza d'istruire il fratello nell'arte del governo; ma i suoi precetti posson far nascere qualche sospetto intorno all'estensione della sua capacità, ed alla purità delle sue intenzioni. Essa gl'insegnò a conservare un grave e maestoso portamento; a camminare, a tener la veste, a porsi a sedere sul trono in una maniera degna d'un gran Principe; ad astenersi dal riso; ad ascoltare con piacevolezza; a rispondere a proposito, a prendere, secondo le occasioni, un contegno placido o serio; in una parola, a rappresentare con dignità e con grazia l'esterna figura d'un Romano Imperatore. Ma Teodosio[582] non fu mai eccitato a sostenere il peso e la gloria d'un illustre nome; ed invece d'aspirare ad imitare i suoi antenati, degenerò (se è permesso di misurare i gradi dell'incapacità) anche al di sotto della debolezza del padre, e dello zio. Arcadio ed Onorio erano stati assistiti dalla vigilante cura d'un padre, le lezioni del quale prendevan vigore dall'autorità e dall'esempio. Ma l'infelice Principe, che nasce nella porpora, dee rimanere straniero alla voce della verità; ed il figlio d'Arcadio fu condannato a passare la sua perpetua infanzia, circondato solo da una servil truppa di donne, e di eunuchi. Il grand'ozio, che aveva, perchè trascurava gli essenziali doveri dell'alto suo grado, era occupato in vani divertimenti ed inutili studj. La caccia era l'unica occupazione attiva, che lo tentasse ad uscire da' confini del suo palazzo; ma con più grande assiduità esercitavasi talvolta al lume d'una notturna lampada, ne' meccanici lavori di dipingere e d'incidere; e l'eleganza, con cui trascriveva i sacri libri, fece acquistare al Romano Imperatore il singolar epiteto di Calligraphos, o di bello scrittore. Teodosio, separato dal Mondo mediante un impenetrabile velo, affidavasi alle persone che amava; amava quelli ch'erano assuefatti a divertire e lusingare la sua indolenza; e siccome non leggeva mai i fogli, che gli erano presentati per la reale sottoscrizione, frequentemente si facevano in nome di esso gli atti d'ingiustizia più ripugnanti al suo carattere. L'Imperatore, quanto a sè, era casto, temperante, liberale e compassionevole: ma queste qualità, che possono meritar solo il nome di virtù, quando vengono sostenute dal coraggio, e regolate dalla discrezione, rare volte furono di vantaggio, e qualche volta divenner dannose al genere umano. Il suo spirito, snervato da una educazione regale, era oppresso e abbattuto da una vile superstizione: ei digiunava, cantava i salmi, e ciecamente ammetteva i miracoli e le dottrine, colle quali era continuamente nutrita la sua fede. Teodosio devotamente adorava i Santi, vivi e morti, della Chiesa cattolica, ed una volta ricusò di mangiare, finattantochè un insolente Monaco, che aveva scomunicalo il suo Sovrano, non ebbe condisceso a medicare la spiritual ferita, che gli aveva fatto[583].

A. 421-460

L'istoria d'una bella e virtuosa ragazza, esaltata da una privata condizione al trono Imperiale, potrebbe stimarsi un incredibil romanzo, se non si fosse verificata nel matrimonio di Teodosio. La celebre Atenaide[584] fu educata da Leonzio suo padre nella religione e nelle scienze de' Greci; e sì vantaggiosa era l'opinione, che l'Ateniese Filosofo aveva de' suoi contemporanei, che divise il suo patrimonio fra i due suoi figli, facendo alla figlia un piccol legato di cento monete d'oro, nella viva fiducia, che la sua beltà ed il suo merito le sarebbero stati di sufficiente dote. La gelosia e l'avarizia de' fratelli tosto costrinsero Atenaide a cercare un rifugio a Costantinopoli; e con qualche speranza, o di giustizia o di favore, a gettarsi a' piedi di Pulcheria. Questa sagace Principessa porse orecchio all'eloquenti di lei querele; e segretamente destinò la figlia del Filosofo Leonzio per futura moglie dell'Imperator dell'Oriente, ch'era giunto allora al ventesimo anno della sua età. Eccitò essa facilmente la curiosità del fratello per mezzo d'un'interessante pittura delle grazie d'Atenaide; aveva essa gli occhi grandi, un naso ben proporzionato, una bella carnagione, aurei capelli, un'agile persona, un portamento grazioso, una mente coltivata dallo studio, ed una virtù provata dalla disgrazia. Teodosio, nascosto dietro ad una cortina nell'appartamento della sorella, potè vedere la vergine Ateniese: il modesto giovane subito dichiarò il puro ed onorevol suo amore; e si celebraron le nozze reali in mezzo alle acclamazioni della Capitale e delle Province. Atenaide, che facilmente fu persuasa a rinunziare agli errori del paganesimo, ricevè nel battesimo il nome cristiano d'Eudossia; ma l'accorta Pulcheria ritenne il titolo d'Augusta, finattantochè la moglie di Teodosio non ebbe dimostrato la sua fecondità col partorire una figlia, che quindici anni dopo sposò l'Imperatore dell'Occidente. I fratelli d'Eudossia obbedirono, con qualche perplessità, alle sue Imperiali chiamate; ma siccome poteva essa volentieri scordarsi della fortunata loro asprezza, soddisfece la tenerezza, o forse anche la vanità d'una sorella con promuoverli al grado di Consoli o di Prefetti. Nel lusso del palazzo essa coltivò sempre quelle arti liberali, che avevan contribuito alla sua grandezza; e saviamente consacrò i suoi talenti all'onore della religione e del marito. Eudossia compose una parafrasi poetica de' primi otto libri del Vecchio Testamento, e delle Profezie di Daniele e di Zaccaria; un centone de' versi d'Omero applicati alla vita ed ai miracoli di Cristo; la leggenda di S. Cipriano; ed un panegirico sulle vittorie Persiane di Teodosio: ed i suoi scritti, che furono applauditi da un secolo servile e superstizioso, non si sono sdegnati dal candore d'una critica imparziale[585]. La tenerezza dell'Imperatore non fu diminuita dal tempo, nè dal possesso; e fu permesso ad Eudossia, dopo il matrimonio della sua figlia, di adempire i grati suoi voti con un solenne pellegrinaggio a Gerusalemme. Il suo viaggio per l'Oriente, pieno d'ostentazione, può sembrare incoerente allo spirito di cristiana umiltà: essa pronunziò, da un trono d'oro e di gemme, un'eloquente orazione al Senato d'Antiochia, dichiarò la sua reale intenzione di allargare le mura della città, fece un donativo di dugento libbre d'oro per risarcire i pubblici bagni, ed accettò le statue, che le furono decretate dalla gratitudine degli Antiocheni. Nella Terra Santa, le sue elemosine e pie fondazioni eccederono la munificenza della grande Elena; e quantunque fosse impoverito il pubblico tesoro da tal eccessiva liberalità, essa godè l'interna soddisfazione di tornare a Costantinopoli con le catene di S. Pietro, col braccio destro di S. Stefano, e con una indubitata immagine della Vergine dipinta da S. Luca[586]. Ma questo pellegrinaggio fu il termine fatale delle glorie d'Eudossia. Sazia d'una vana pompa, e dimenticatasi forse delle sue obbligazioni verso Pulcheria, ambiziosamente aspirò al governo dell'Impero Orientale; il palazzo fu diviso dalla femminile discordia; ma la vittoria finalmente fu decisa dal superiore ascendente della sorella di Teodosio. L'esecuzione di Paolino, Maestro degli Ufizi, e la disgrazia di Ciro, Prefetto del Pretorio d'Oriente, convinsero il Pubblico, che il favore d'Eudossia non era sufficiente a proteggere i suoi più fedeli amici[587]. Appena l'Imperatrice s'accorse, che l'affezione di Teodosio era per essa irreparabilmente perduta, chiese la permissione di ritirarsi alla remota solitudine di Gerusalemme. Ottenne quello che domandava; ma la gelosia di Teodosio, o il vendicativo animo di Pulcheria, la perseguitò in quel suo estremo ritiro, e fu ordinato a Saturnino, Conte de' Domestici, di punir con la morte due Ecclesiastici, suoi servi più favoriti. Eudossia immediatamente li vendicò, facendo assassinare il Conte: parve, che le furiose passioni, alle quali si lasciò trasportare in questa sospettosa occasione, giustificassero la severità di Teodosio; e l'Imperatrice, ignominiosamente spogliata degli onori del suo grado[588], fu svergognata, forse ingiustamente, agli occhi del Mondo. I sedici anni in circa di vita, che restarono ad Eudossia, si consumarono da lei nell'esilio e nella devozione; e l'avvicinamento della vecchiezza, la morte di Teodosio, le disgrazie dell'unica sua figlia, che fu condotta schiava da Roma a Cartagine, e la conversazione dei santi Monaci della Palestina insensibilmente confermarono la religiosa indole della sua mente. Dopo una piena esperienza delle vicende dell'umana vita, la figlia del Filosofo Leonzio spirò in Gerusalemme nell'anno 67 della sua età, protestando, nell'atto di morire, che non aveva mai oltrepassato i confini dell'innocenza e dell'amicizia[589].

A. 422

Lo spirito mite di Teodosio non fu mai acceso dall'ambizione di conquiste, o di gloria militare; ed il leggier rumore d'una guerra Persiana appena interruppe la tranquillità dell'Oriente. I motivi di questa guerra eran giusti ed onorevoli. Nell'ultimo anno del regno di Jesdegerde, supposto tutore di Teodosio, un Vescovo, che aspirava alla corona del martirio, distrusse uno de' tempj del Fuoco a Susa[590]. Fu vendicato lo zelo e l'ostinazione di lui sopra i suoi confratelli: i Magi eccitarono una crudel persecuzione; e l'intollerante zelo di Jesdegerde s'imitò dal suo figlio Vararane, o Baram, che poco dopo salì sul trono. Furono rigorosamente richiesti alcuni Cristiani fuggitivi, che si ritirarono alle frontiere Romane, e generosamente ricusati; e tal negativa, aggravata dalle dispute di commercio, tosto accese una guerra fra le rivali due Monarchie. I monti dell'Armenia e le pianure della Mesopotamia erano piene di armate nemiche; ma le operazioni di due successive campagne non produssero alcun decisivo o memorabil evento. S'ingaggiarono varj azzuffamenti, ed alcune città furono assediate con vario e dubbioso successo; e se a' Romani riuscì vano il tentativo di ricuperare il possesso da gran tempo perduto di Nisibi, i Persiani furon rispinti dalle mura d'una città della Mesopotamia, pel valore d'un Vescovo marziale, che adoprava le sue macchine da guerra in nome di S. Tommaso Apostolo. Pure si celebrarono con panegirici e feste le splendide vittorie, che l'incredibile celerità del messaggiero Palladio più volte annunziò al palazzo di Costantinopoli. Da questi panegirici[591] gli Storici di quel tempo possono aver prese le loro straordinarie e forse favolose novelle, della superba disfida d'un eroe Persiano, che fu imbarazzato da' lacci, ed ucciso dalla spada del Goto Arcobindo; de' diecimila Immortali, che perirono nell'attacco del campo Romano; e de' centomila Arabi o Saraceni, che furono spinti da un panico terrore a gettarsi capovolti dentro l'Eufrate. Tali avvenimenti si possono trascurare, o non credere, ma non si può lasciare in oblivione la carità d'un Vescovo, Acacio d'Amida, il nome del quale avrebbe potuto fare onore al calendario de' Santi. Arditamente dichiarando, che i vasi d'oro e d'argento sono inutili ad un Dio, che non mangia nè beve, il generoso Prelato vendè l'argenteria della Chiesa d'Amida; ne impiegò il prezzo nella redenzione di settemila schiavi Persiani; provvide con amorosa liberalità ai loro bisogni; e li rimandò alla patria ad informare il loro Sovrano del vero spirito della religione ch'ei perseguitava. La pratica della beneficenza in mezzo alla guerra deve sempre contribuire a placar l'animosità delle combattenti nazioni; ed io son portato a persuadermi, che Acacio contribuisse alla restaurazion della pace. Nella conferenza, che fu tenuta su' confini de' due Imperi, i Romani ambasciatori avvilirono il personal carattere del loro Sovrano per un vano sforzo di magnificare l'estensione del suo potere; allorchè seriamente avvisarono i Persiani ad impedire, per mezzo d'un opportuno accomodamento, lo sdegno d'un Monarca, che non era per anche informato di quella distante guerra. Fu solennemente ratificata una tregua di cento anni; e quantunque le rivoluzioni dell'Armenia potessero minacciar la pubblica tranquillità, l'essenziali condizioni di questo trattato si rispettarono quasi per ottant'anni da' successori di Costantino e d'Artaserse.

A. 431-440

Da che s'incontrarono la prima volta le bandiere Romane e Partiche sulle rive dell'Eufrate, il Regno d'Armenia[592] fu alternativamente oppresso da' suoi formidabili protettori; e nel corso di quest'istoria si son già riferiti più avvenimenti, che fecero piegar la bilancia della pace e della guerra. Un vergognoso trattato avea ceduto l'Armenia all'ambizione di Sapore; e parve che la bilancia dalla parte della Persia preponderasse. Ma la reale stirpe degli Arsaci mal volentieri si sottomise alla casa di Sassan; i turbolenti Nobili sostennero, o tradirono l'ereditaria loro indipendenza; e la nazione era sempre attaccata a' Principi Cristiani di Costantinopoli. Nel principio del quinto secolo l'Armenia fu divisa pel progresso della guerra e delle fazioni[593]; e tale non natural divisione precipitò la caduta di quell'antica Monarchia. Cosroe, vassallo Persiano, regnò sull'orientale e più estesa parte del paese; mentre la Provincia occidentale riconobbe la giurisdizione d'Arsace e la supremazia dell'Imperatore Arcadio. Dopo la morte d'Arsace i Romani soppressero il governo reale, ed imposero a' loro alleati la condizione di sudditi. Fu delegato il comando militare al Conte della frontiera Armena, si fabbricò e fortificò in una vantaggiosa situazione sopra un alto e fertile suolo la città di Teodosiopoli[594] vicino alla sorgente dell'Eufrate; ed i territori dipendenti erano governati da cinque Satrapi, la dignità de' quali era distinta da un abito particolare di porpora e d'oro. I Nobili meno fortunati, che si dolevano della perdita del loro Re, ed invidiavano gli onori de' loro uguali, furono eccitati a trattare di pace e di perdono alla Corte Persiana; e tornando co' loro seguaci al palazzo d'Artaxata, riconobbero Cosroe per legittimo loro Sovrano. Circa trent'anni dopo, Artasire, nipote e successore di Cosroe, cadde in disgrazia degli altieri e capricciosi Nobili dell'Armenia, i quali concordemente richiesero un Governatore Persiano in luogo d'un indegno Re. La risposta dell'Arcivescovo Isacco, di cui premurosamente ricercaron l'autorità, esprime il carattere d'un Popolo superstizioso. Ei deplorò i manifesti ed inescusabili vizi d'Artasire; e dichiarò, che non avrebbe dubitato d'accusarlo al tribunale d'un Imperatore cristiano, che avrebbe punito il peccatore senza distruggerlo. «Il nostro Re (continuò Isacco) è troppo addetto a' piaceri licenziosi, ma egli è stato purificato nelle sante acque del Battesimo. Egli ama le donne, ma non adora il fuoco o gli elementi. Può meritare la taccia di libidinoso, ma è un indubitato cattolico, ed è pura la sua fede, quantunque ne sian dissoluti i costumi. Io non acconsentirò mai ad abbandonar le mie pecore alla rabbia de' lupi divoratori; e voi presto vi pentirete del temerario cambio, che fate, fra le infermità d'un credente, e le speciose virtù d'un pagano»[595]. Inaspriti dalla fermezza d'Isacco i faziosi Nobili accusarono sì il Re che l'Arcivescovo, come segreti aderenti dell'Imperatore; ed assurdamente fecero festa della condanna che, dopo una parzial processura, fu solennemente pronunziata da Baram istesso. I discendenti d'Arsace furono spogliati della dignità reale[596], che avevan goduta più di cinquecento sessant'anni[597]; e gli Stati dell'infelice Artasire, sotto il nuovo e significante nome di Persarmenia, furon ridotti a Provincia. Questa usurpazione risvegliò la gelosia del governo Romano; ma tosto si terminarono le nascenti dispute mediante una amichevole, sebben disugual, divisione dell'antico regno d'Armenia; ed il territoriale acquisto, che Augusto avrebbe disprezzato, apportò qualche lustro al decadente Impero di Teodosio il Giovane.

CAPITOLO XXXIII.

Morte d'Onorio. Valentiniano III Imperatore dell'Occidente. Amministrazione di Placidia, sua madre. Ezio, e Bonifazio. Conquista dell'Affrica fatta da' Vandali.

Durante un lungo e disonorevole regno di ventotto anni, Onorio, Imperatore dell'Occidente, fu separato dall'amicizia del suo fratello, e di poi del nipote, che regnarono nell'Oriente; e Costantinopoli rimirò con apparente indifferenza e segreta gioia le calamità di Roma. Le strane avventure di Placidia appoco appoco rinnovarono, e fomentarono l'unione de' due Imperi. La figlia del Gran Teodosio era stata prigioniera e Regina de' Goti: essa perdè un affezionato marito; fu tratta in catene dall'insultante di lui assassino; gustò il piacere della vendetta; e fu cambiata nel trattato di pace per seicentomila misure di grano. Dopo il suo ritorno dalla Spagna in Italia, Placidia provò una nuova persecuzione in seno alla sua famiglia. Essa era contraria ad un matrimonio, ch'era stato stipulato senza il suo consenso; ed il prode Costanzo ricevè come un nobile premio delle vittorie, che avea riportate contro i tiranni, dalla mano d'Onorio medesimo, la ripugnante destra della vedova d'Adolfo. Ma terminò lo sua resistenza con la ceremonia delle nozze, nè Placidia ricusò di divenir madre d'Onoria e di Valentiniano III, e d'assumere ed esercitare un assoluto dominio sull'animo del grato di lei marito. Questo generoso soldato, che aveva fin allora diviso il suo tempo fra' piaceri sociali, ed il militar servizio, apprese nuove lezioni d'ambizione e d'avarizia: egli estorse il titolo d'Augusto; ed il servo d'Onorio fu associato all'Impero dell'Occidente. La morte di Costanzo, nel settimo mese del suo regno, invece di diminuire parve che accrescesse il poter di Placidia; e l'indecente famigliarità[598] del fratello, che non era forse che un effetto di puerile affezione, universalmente attribuivasi ad un amore incestuoso. Ad un tratto, per causa d'alcuni bassi intrighi d'un maestro di casa e d'una nutrice, quest'eccessiva tenerezza si convertì in una irreconciliabil contesa: i contrasti dell'Imperatore e della sorella non restarono lungamente nascosti dentro le mura del Palazzo; e siccome i soldati Gotici erano aderenti alla loro Regina, la città di Ravenna fu agitata da sanguinosi e pericolosi tumulti, che non poterono acquietarsi, che mediante il volontario o forzato ritiro di Placidia e de' suoi figli. I reali esuli sbarcarono a Costantinopoli, poco dopo il matrimonio di Teodosio, e nel tempo delle feste per le vittorie Persiane. Furono essi trattati con affetto e magnificenza; ma siccome si erano rigettate dalla Corte Orientale le statue dell'Imperator Costanzo, non poteva decentemente accordarsi alla vedova di esso il titolo d'Augusta. Pochi mesi dopo l'arrivo di Placidia, un celere messaggio annunziò la morte d'Onorio, in conseguenza d'un'idropisia; ma non ne fu divulgato l'importante segreto, finattantochè non furono dati gli ordini necessari per la marcia d'un grosso corpo di truppe verso le coste marittime della Dalmazia. Le botteghe e le porte di Costantinopoli restarono chiuse per sette giorni: e la morte d'un Principe straniero, che non poteva essere nè stimato nè desiderato, si celebrò con alte ed affettate dimostrazioni di pubblico lutto.

A. 423-425

Mentre i Ministri di Costantinopoli deliberavano, il trono vacante d'Onorio fu usurpato dall'ambizione di uno straniero. Giovanni era il nome del ribelle; occupava esso il confidenziale ufizio di Primicerio, o sia di principal Segretario; e l'Istoria ha attribuito al suo carattere più virtù di quelle, che si possano facilmente conciliare con la violazione del dovere più sacro. Incoraggiato Giovanni dalla sommission dell'Italia, e dalla speranza d'una confederazione con gli Unni, osò d'insultare con un'ambasceria la maestà dell'Imperatore Orientale; ma quando seppe, che i suoi agenti erano stati banditi, carcerati, e finalmente cacciati via con la dovuta ignominia, si preparò a sostenere con le armi l'ingiustizia delle sue pretensioni. In tale occasione il nipote del Gran Teodosio avrebbe dovuto marciare in persona; ma i medici facilmente dissuasero il giovane Imperatore da un sì temerario e pericoloso disegno; e la condotta della spedizione d'Italia fu prudentemente affidata ad Ardaburio ed al suo figlio Aspar, che avevano già segnalato il loro valore contro i Persiani. Fu risoluto, che Ardaburio s'imbarcasse coll'infanteria, mentre Aspar, alla testa della cavalleria, conduceva Placidia e Valentiniano suo figlio, lungo le coste dell'Adriatico. La marcia della cavalleria fu eseguita con tale attiva diligenza, che sorprese, senza resistenza, l'importante città d'Aquileia, quando le speranze d'Aspar rimasero inaspettatamente confuse dalla notizia, che una tempesta avea disperso la flotta Imperiale, e che suo padre con due sole galere, era stato preso e condotto schiavo nel porto di Ravenna. Questo accidente, d'altronde, per quanto potesse parer disgraziato, facilitò la conquista dell'Italia. Ardaburio si servì, o piuttosto abusò della cortese libertà, che gli era permesso di godere, per ravvivare fra le truppe un sentimento di fedeltà e di gratitudine; ed appena la cospirazione fu giunta alla sua maturità, invitò, per mezzo di segreti avvisi, e sollecitò l'avvicinamento d'Aspar. Un pastore, che la popolare credulità trasformò in un angelo, guidò la cavalleria orientale per mezzo d'un segreto, e per quanto si credeva, impraticabil sentiero attraverso i pantani del Po: le porte di Ravenna, dopo una breve resistenza, s'aprirono; ed il tiranno senza difesa fu abbandonato alla mercè, o piuttosto alla crudeltà dei conquistatori. Gli fu prima tagliata la mano destra; e dopo essere stato esposto sopra un asino alla pubblica derisione, Giovanni fu decapitato nel Circo d'Aquileia. L'Imperatore Teodosio, quando ricevè le nuove della vittoria, interruppe le corse de' cavalli; e cantando, nel tempo che camminava per le strade, un opportuno salmo, condusse il suo Popolo dall'Ippodromo alla Chiesa, dove consumò il resto del giorno in grata devozione[599].

A. 425-435

In una Monarchia, che secondo i varj esempi, avuti precedentemente, potea risguardarsi com'elettiva, o come ereditaria, o come patrimoniale, era impossibile che fossero chiaramente definiti gl'intricati diritti di femminile e collateral successione[600]; e Teodosio, per gius di consanguineità o di conquista, poteva regnar solo come legittimo Imperator de Romani. Forse per un momento restarono abbagliati i suoi occhi dal prospetto d'un illimitato dominio: ma l'indolente sua natura appoco appoco acquietossi a' dettami della sana politica. Si contentò di possedere l'Oriente, e saviamente abbandonò la faticosa impresa di fare una distante e dubbiosa guerra contro i Barbari di là dalle alpi; o d'assicurarsi dell'ubbidienza degl'Italiani e degl'Affricani, gli animi de' quali erano alienati dall'irreconciliabile differenza d'interesse e di linguaggio. Teodosio invece d'ascoltar la voce dell'ambizione, risolvè d'imitare la moderazione dell'avo, e di collocare Valentiniano suo cugino sul trono dell'Occidente. Il real fanciullo fu distinto a Costantinopoli col titolo di Nobilissimo: avanti la sua partenza da Tessalonica fu promosso al grado ed alla dignità di Cesare; e dopo la conquista dell'Italia, il patrizio Elione coll'autorità di Teodosio ed in presenza del Senato, salutò Valentiniano III col nome d'Augusto, e solennemente l'adornò del diadema e della porpora Imperiale[601]. Col consenso delle tre donne, che governavano il Mondo Romano, il figlio di Placidia contrasse gli sponsali con Eudossia, figlia di Teodosio e d'Atenaide, e tostochè furono essi giunti alla pubertà, quest'onorevol legame ebbe il pieno suo effetto. Nel tempo stesso fu distaccato l'Illirico occidentale dagli Stati d'Italia, e ceduto al trono di Costantinopoli[602], forse come una compensazione delle spese della guerra. L'Imperatore dell'Oriente acquistò l'utile dominio della ricca e marittima provincia della Dalmazia, e la pericolosa sovranità della Pannonia e del Norico, ch'era stata più di venti anni ripiena e devastata da una promiscua folla di Unni, di Ostrogoti, di Vandali e di Bavari. Teodosio e Valentiniano continuarono a rispettare le obbligazioni della pubblica e domestica loro alleanza; ma l'unità del Governo Romano definitivamente fu sciolta. Con una positiva dichiarazione, la validità di tutte le leggi fu limitata in futuro agli Stati di quello, che particolarmente le avesse fatte; qualora non credesse proprio di comunicarla sottoscritte di sua mano per essere approvate dal suo indipendente collega[603].

A. 428-450

Quando Valentiniano ricevè il titolo d'Augusto, non avea più di sei anni: e la sua lunga minorità fa affidata alla tutelar cura d'una madre, che avrebbe potuto avere un femminile diritto alla successione dell'Impero Occidentale. Placidia invidiò, ma non potè uguagliare la riputazione e le virtù della moglie e della sorella di Teodosio, l'elegante genio d'Eudossia, la savia e felice politica di Pulcheria. La madre di Valentiniano era gelosa del potere, ch'essa era incapace di esercitare[604]: regnò venticinque anni in nome del figlio; ed il carattere di quell'indegno Imperatore appoco appoco diede valore al sospetto, che Placidia avesse snervato la sua gioventù per mezzo d'una dissoluta educazione, ed a bello studio divertito la sua attenzione da ogni virile ed onorevole impresa. Nella decadenza dello spirito militare, furono comandati gli eserciti da due Generali, Ezio[605] e Bonifazio[606], che possono meritamente chiamarsi gli ultimi de' Romani. L'unione loro avrebbe potuto sostenere un cadente Impero; la loro discordia fu l'immediata e fatal causa della perdita dell'Affrica. L'invasione e la sconfitta d'Attila hanno fatta immortale la fama d'Ezio; e quantunque il tempo abbia tirato un velo sopra le imprese del suo rivale, la difesa di Marsiglia, e la liberazione dell'Affrica attestano i militari talenti del Conte Bonifazio. Nel campo di battaglia, ne' particolari incontri, ne' combattimenti a corpo a corpo, egli era sempre il terrore de' Barbari. Il Clero, ed in ispecie Agostino suo amico, erano edificati dalla cristiana pietà, che una volta l'avea tentato a ritirarsi dal Mondo; il Popolo applaudiva la sua irreprensibile integrità; l'esercito ne temeva l'uguale ed inesorabil giustizia, che può dimostrarsi in un esempio assai singolare. Ad un uomo di campagna, che si era doluto della colpevole famigliarità fra la propria moglie ed un soldato Goto, fu ordinato di portarsi al suo tribunale il giorno seguente: la sera il Conte, che s'era diligentemente informato del tempo e del luogo del congresso, montò a cavallo, fece dieci miglia di cammino, sorprese la colpevole coppia, punì coll'immediata morte il soldato, e quietò i lamenti del marito con presentargli, la mattina dopo, la testa dell'adultero. L'abilità d'Ezio e di Bonifazio avrebbe potuto essere utilmente impiegata contro i pubblici nemici in separati ed importanti comandi; ma l'esperienza della passata loro condotta avrebbe dovuto decidere il real favore e la fiducia dell'Imperatrice Placidia. Nell'infelice occasione dell'esilio e dell'angustie di essa, il solo Bonifazio avea sostenuto la sua causa con intrepida fedeltà; e le truppe ed i tesori dell'Affrica essenzialmente avevan contribuito ad estinguere la ribellione. L'istessa ribellione, al contrario, s'era sostenuta dallo zelo e dall'attività d'Ezio, che condusse un'armata di sessantamila Unni dal Danubio a' confini dell'Italia, in servizio dell'Usurpatore. L'inopportuna morte di Giovanni lo costrinse ad accettare un vantaggioso trattato; ma sempre continuò, quantunque suddito e soldato di Valentiniano, a tenere una segreta e forse perfida corrispondenza co' Barbari suoi alleati, la ritirata de' quali erasi comprata con liberali doni, e con più liberali promesse. Ma Ezio aveva un vantaggio di singolare importanza nel regno d'una donna: egli era presente: assediava con artificiosa ed assidua adulazione il palazzo di Ravenna; cuopriva gli oscuri suoi disegni con la maschera della lealtà e dell'amicizia; e finalmente ingannò la sua Signora, quanto l'assente di lui rivale con una sottile cospirazione, che ad una debole donna, e ad un bravo soldato non poteva facilmente cadere in pensiero. Segretamente persuase Placidia[607] di richiamar Bonifazio dal governo dell'Affrica; e segretamente avvisò Bonifazio di disubbidire all'Imperiale chiamata: all'uno rappresentò quell'ordine come una sentenza di morte; all'altra espose il rifiuto come un segno di ribellione; e quando il credulo e non sospettoso Conte ebbe armato la Provincia in sua difesa, Ezio applaudì la sua sagacità nell'aver preveduta la rivolta, che aveva eccitato la propria perfidia. Un moderato esame de' veri motivi di Bonifazio avrebbe restituito un servo fedele al suo dovere ed alla Repubblica; ma le arti d'Ezio continuavano sempre a tradire, ed a fomentare l'incendio, ed il Conte fu costretto dalla persecuzione ad abbracciare i più disperati consigli. Il buon successo, con cui evitò o rispinse i primi attacchi, non poteva inspirargli una vana speranza di potere, alla testa di alcuni sparsi e disordinati Affricani, opporsi alle forze regolate dell'Occidente, comandate da un rivale, di cui egli non poteva disprezzare il militare carattere. Dopo qualche dubbiezza, che fu l'ultimo contrasto della prudenza e della fedeltà, Bonifazio spedì un fedele amico alla Corte o piuttosto al campo di Gonderico Re de' Vandali, con la proposizione d'una stretta alleanza, e coll'offerta d'un vantaggioso e perpetuo stabilimento.

A. 428

Dopo la ritirata de' Goti, l'autorità d'Onorio si era precariamente ristabilita nella Spagna; eccettuata solamente la Provincia della Galizia dove gli Svevi ed i Vandali avevan fortificato i lor campi in mutua discordia, ed in ostile indipendenza. I Vandali prevalsero; ed i loro nemici erano assediati ne' colli Nervasi fra Leone ed Oviedo; allorchè l'approssimarsi del Conte Asterio costrinse, o piuttosto provocò i vittoriosi Barbari a trasferir la scena della guerra nella pianura della Betica. Il rapido progresso de' Vandali tosto richiese una più efficace opposizione; ed il Generale Cestino marciò contro di loro con un numeroso esercito di Romani e di Goti. Vinto Castino in battaglia da un nemico inferiore di forze, fuggì vergognosamente a Tarragona; e questa memorabil disfatta, ch'è stata rappresentata come la pena della temeraria sua presunzione[608], ne fu poi probabilmente l'effetto. Siviglia e Cartagena divennero il premio, o piuttosto la preda de' feroci conquistatori; ed i vascelli, ch'essi trovarono nel porto di Cartagena, facilmente li poterono trasportare alle isole di Maiorca, e di Minorca, dove i fuggitivi Spagnuoli avevano inutilmente nascosto, come in un sicuro asilo, le loro famiglie e sostanze. L'esperienza della navigazione, e forse il prospetto dell'Affrica incoraggiò i Vandali ad accettare l'invito, che riceverono dal Conte Bonifazio; e la morte di Gonderico non servì che a fomentare e ad animare l'audace impresa. In luogo d'un Principe, che non fu insigne per alcuna superiore abilità nè di spirito nè di corpo, acquistarono il terribile Genserico[609], suo fratello bastardo; nome, che nella distruzione del Romano Impero ha meritato un posto uguale a quelli di Attila e d'Alarico. Il Re de' Vandali vien descritto di statura mediocre, e zoppo di un piede per causa d'un accidental caduta, ch'ei fece da cavallo. Il tardo e cauto suo discorso rare volte dichiarava i profondi disegni dell'animo suo: ei sdegnava d'imitare il lusso del vinto; ma secondava le più forti passioni dell'ira, e della vendetta. L'ambizione di Genserico era senza limiti e senza scrupoli; ed il guerriero sapeva destramente impiegare le segrete macchine della politica per trarre a sè quegli alleati, che potevano favorire i suoi successi, o spargere fra' suoi nemici i semi dell'odio e della contesa. Quasi nel momento della sua partenza fu informato, che Ermanrico, Re degli Svevi, aveva osato di saccheggiare il territorio della Spagna, che egli aveva risoluto d'abbandonare. Non soffrendo l'insulto, Genserico perseguitò la precipitosa ritirata degli Svevi fino a Merida; gettò il Re e la sua armata nel fiume Anas, e tranquillamente tornò al lido del mare ad imbarcar le vittoriose sue truppe. I vascelli, che trasportarono i Vandali sul moderno stretto di Gibilterra, canale di sole dodici miglia di larghezza, furon somministrati dagli Spagnuoli, che ansiosamente bramavano la loro partenza, e dal Generale Affricano, che aveva implorato il formidabile loro aiuto[610].

A. 429

La nostra fantasia, da tanto tempo assuefatta ad esagerare ed a moltiplicare i marziali sciami de' Barbari, che parevano scaturire dal Settentrione, sarà probabilmente sorpresa dal numero de' soldati, che Genserico passò la rivista sulle coste della Mauritania. I Vandali, che in venti anni avean penetrato dall'Elba al monte Atlante, erano uniti sotto il comando del guerriero lor Re; ed ei regnava con uguale autorità sopra gli Alani, che nel termine della vita umana eran passati dal freddo della Scizia all'eccessivo caldo del clima Affricano. Le speranze dell'ardita impresa avevano eccitato molti bravi avventurieri della nazione Gotica, e più Provinciali furon tentati dalla disperazione a riacquistare le sostanze loro con quegli stessi mezzi, che avevan cagionato la loro rovina. Pure questa varia moltitudine non ascendeva che a cinquantamila uomini effettivi; e quantunque Genserico artificiosamente magnificasse l'apparente sua forza con eleggere ottanta Chiliarchi, o Comandanti di mille soldati, il fallace aumento de' vecchi, de' fanciulli, e degli schiavi avrebbe appena fatto crescere la sua armata fino al numero d'ottantamila persone[611]. Ma la sua destrezza, ed i malcontenti dell'Affrica tosto aumentarono le forze de' Vandali, mediante l'aggiunta di numerosi ed attivi alleati. Le parti della Mauritania, che confinano col gran deserto e col mare Atlantico, erano piene d'una feroce ed intrattabile razza di uomini, l'indole selvaggia de' quali s'era inasprita piuttosto, che mitigata dal timore che aveano delle armi Romane. I vagabondi Mori[612] a misura che appoco appoco ardivano d'accostarsi al lido del mare ed al campo de' Vandali, dovettero risguardar con terrore e sorpresa l'abito, l'armatura, il marziale orgoglio e la disciplina degli incogniti stranieri, ch'erano sbarcati sulla lor costa; e le belle carnagioni degli occhi-azzurri guerrieri della Germania facevano un contrasto ben singolare col bruno o olivastro colore, che nasce dalla vicinanza della Zona torrida. Poscia che furono in qualche modo superate le prime difficoltà, che nascevano dalla vicendevole ignoranza de' respettivi loro linguaggi, i Mori, senza riguardo ad alcuna futura conseguenza, fecero alleanza co' nemici di Roma; ed uscì da' boschi, e dalle valli del Monte Atlante una folla di nudi selvaggi per saziare la loro vendetta contro i civilizzati tiranni, che gli avevano ingiustamente scacciati dalla nativa sovranità del paese.

La persecuzione de' Donatisti[613] fu un caso non meno favorevole a' disegni di Genserico. Diciassette anni prima ch'egli sbarcasse nell'Affrica fu tenuta per ordine de' Magistrati una pubblica conferenza a Cartagine. I Cattolici tenevano per fermo, che dopo le invincibili ragioni, ch'essi avevano addotte, dovesse l'ostinazione degli Scismatici essere inescusabile e volontaria; e l'Imperatore Onorio fu persuaso ad infliggere le più rigorose pene ad una fazione, che aveva tanto tempo abusato della sua pazienza e clemenza. Trecento Vescovi[614] con molte migliaia d'inferiori cherici furono strappati dalle lor chiese, spogliati delle ecclesiastiche possessioni, rilegati nelle isole, e proscritti dalle leggi, se ardivano di star nascosti nelle Province dell'Affrica. Le numerose loro congregazioni, sì nelle città che in campagna, furon private de' diritti di cittadinanza, e dell'esercizio del Culto religioso. Fu curiosamente determinata una scala regolare di pene, da dieci fino a dugento libbre d'argento, secondo le distinzioni del grado e delle facoltà, per punire il delitto di chi assisteva ad una conventicola scismatica; e se la pena era stata pagata cinque volte, senza vincer l'ostinazione del trasgressore, il suo futuro gastigo si rimetteva alla discrezione della Corte Imperiale[615]. Per mezzo di questi rigori, che ottennero la più calda approvazione di S. Agostino[616], un gran numero di Donatisti si riconciliò con la Chiesa Cattolica; ma i fanatici, che tuttavia perseverarono nella lor opposizione, furono spinti alla pazzia ed alla disperazione; la divisa campagna era piena di tumulti e di stragi; le truppe armate de' Circoncellioni dirigevano il loro furore a vicenda o contro se stessi o contro i loro nemici; ed il calendario de' martiri ebbe da ambe le parti un considerabile aumento[617]. In queste circostanze Genserico, Cristiano, ma nemico della comunione ortodossa, comparve a' Donatisti come un potente liberatore, dal quale potevano essi ragionevolmente aspettare la revocazione degli odiosi ed oppressivi editti degl'Imperatori Romani[618]. Si facilitò la conquista dell'Affrica dall'attivo zelo e dal segreto favore d'una domestica fazione; i capricciosi oltraggi contro le chiese ed il clero, de' quali sono accusati i Vandali, possono con ragione imputarsi al fanatismo dei loro alleati; e forse lo spirito d'intolleranza che disonorò il trionfo del Cristianesimo, contribuì alla perdita della più importante Provincia dell'Occidente[619].

A. 430

La Corte ed il Popolo rimasero sorpresi alla strana notizia che un virtuoso Eroe, dopo tanti favori e tanti servigi, avea rinunziato alla sua fedeltà, ed invitato i Barbari a distruggere la Provincia confidata al suo governo. Gli amici di Bonifazio, che sempre credevano si potesse scusare la sua colpevol condotta con qualche onorevol motivo, sollecitarono, nell'assenza di Ezio, una libera conferenza col Conte dell'Affrica; e Dario, ufiziale di gran distinzione, fu eletto per quell'importante ambasceria[620]. Nel primo loro congresso a Cartagine furono vicendevolmente spiegate le immaginarie provocazioni; si produssero e si paragonaron fra loro le opposte lettere d'Ezio; e facilmente restò scoperta la frode. Placidia e Bonifazio si dolsero del loro fatal errore; ed il Conte ebbe sufficiente magnanimità da confidare nel perdono della sua Sovrana, od esporre la sua testa al futuro sdegno di lei. Il suo pentimento fu fervente e sincero; ma tosto conobbe che non era più in suo potere di restaurar l'edifizio, che egli aveva scosso da' fondamenti. Cartagine e le guarnigioni Romane tornarono, insieme col lor Generale, all'ubbidienza di Valentiniano; ma il resto dell'Affrica restò tuttavia diviso dalla guerra e dalla fazione; e l'inesorabil Re de' Vandali, sdegnando qualunque termine d'accomodamento, fieramente ricusò di lasciare il possesso della sua preda. Il corpo de' Veterani, che marciarono sotto gli ordini di Bonifazio, e le leve di truppe Provinciali fatte precipitosamente, furono rotte con notabile perdita: il vittorioso Barbaro insultava l'aperta campagna; e Cartagine, Cirta, ed Ippona Regia furono le sole città che parvero restare a galla nella generale inondazione.

Il lungo ed angusto tratto della costa dell'Affrica era pieno di frequenti monumenti dell'arte e magnificenza Romana; e potrebbero esattamente misurarsi i respettivi gradi di perfezione, computando la distanza da Cartagine e dal Mediterraneo. Una semplice riflessione imprimerà in chiunque rifletta la più chiara idea della fertilità e della coltivazione: la campagna era estremamente popolata: gli abitanti si riservavano pel proprio uso tanto da poter comodamente sussistere; e l'annua esportazione, specialmente di grano, era sì regolare ed abbondante, che l'Affrica meritò il nome di comune granaio di Roma e del genere umano. Ad un tratto, le sette fertili Province, da Tangeri a Tripoli, furon messe sossopra dall'invasione de' Vandali, il rovinoso furore de' quali è stato forse esagerato dalla popolare animosità, dal religioso zelo, e dalla stravagante declamazione. La guerra, nella sua forma più dolce, porta seco la perpetua violazione dell'umanità e della giustizia; e le ostilità de' Barbari sono infiammate da uno spirito senza legge e feroce, che continuamente disturba la pacifica e domestica società. I Vandali rare volte davan quartiere, dove trovavano resistenza; ed espiavan la morte de' valorosi lor nazionali con la rovina delle città, sotto le mura delle quali essi eran caduti. Non curando alcuna distinzione d'età, di sesso, o di grado impiegavano qualunque specie d'indegnità e di tortura per forzare i prigionieri a scuoprire i nascosti loro tesori. La severa politica di Genserico giustificò i suoi frequenti esempi d'esecuzione militare: ei non era sempre padrone delle sue passioni, o di quelle de' suoi seguaci; e le calamità della guerra furono aggravate dalla licenza dei Mori, e dal fanatismo de' Donatisti. Pure io non mi persuaderò facilmente, che i Vandali avessero comunemente in uso di sradicare gli ulivi, e gli altri alberi fruttiferi d'un paese, dov'essi avevano intenzione di stabilirsi; e sembra incredibile che fosse un ordinario loro stratagemma d'uccidere un gran numero di prigionieri avanti le mura d'un'assediata città, col solo fine d'infettar l'aria, e di produrre una pestilenza, di cui essi medesimi sarebbero stati le prime vittime[621].

A. 430

Lo spirito generoso del Conte Bonifazio era tormentato dall'estremo rammarico di veder la rovina, ch'esso avea cagionato, e di cui non era capace di raffrenare il rapido progresso. Dopo la perdita d'una battaglia, si ritirò ad Ippona Regia, dove fu immediatamente assediato da un nemico, che la risguardava come il vero baloardo dell'Affrica. La colonia marittima d'Ippona[622] circa dugento miglia all'occidente di Cartagine, aveva anticamente acquistato il distinto epiteto di regia dalla residenza de' Re Numidi; e son tuttavia restati nella moderna città, che è conosciuta in Europa col nome corrotto di Bona, alcuni avanzi di popolazione e di commercio. Le militari fatiche, e le ansiose riflessioni del Conte Bonifazio venivano alleggerite e temperate dall'edificante conversazione di S. Agostino[623], suo amico; finattantochè quel Vescovo, lume e colonna della Chiesa Cattolica, non fu dolcemente liberato, nel terzo mese dell'assedio e nel settantesimo sesto anno della sua età, dalle presenti ed imminenti calamità della patria. La gioventù d'Agostino fu macchiata di vizi e di errori, ch'egli confessa con tanta ingenuità; ma dal momento della sua conversione a quello della sua morte, i costumi del Vescovo d'Ippona furono puri ed austeri: e la più cospicua delle sue virtù era un ardente zelo contro gli eretici d'ogni denominazione; ed in modo speciale contro i Manichei, i Donatisti, ed i Pelagiani, contro de' quali agitò una controversia perpetua. Allorchè la città, pochi mesi dopo la sua morte, fu bruciata dai Vandali, fortunatamente si salvò la libreria, che conteneva i voluminosi suoi scritti; cioè dugento trenta due libri o trattati diversi sopra materie teologiche, oltre una compita esposizione del Salterio e dell'Evangelio, ed un copioso magazzino di lettere e di omilie[624]. Secondo il giudizio de' più imparziali critici, la superficial erudizione d'Agostino fu ristretta alla lingua Latina[625]; ed il suo stile, quantunque alle volte animato dall'eloquenza della passione, è quasi sempre adombrato da una falsa ed allettata rettorica. Ma egli aveva uno spirito forte, vasto, ed acuto e arditamente scandagliò l'oscuro abisso della grazia, della predestinazione, della libertà, e del peccato originale[626]; ed il rigido sistema del Cristianesimo, ch'egli formò, o ristaurò, si è ritenuto con pubblicò applauso e con segreta ripugnanza dalla Chiesa Latina[627].

A. 431

Per l'abilità di Bonifazio, e forse per l'ignoranza de' Vandali, fu prolungato l'assedio d'Ippona più di quattordici mesi: era il mare continuamente aperto; e quando restò esausta l'adiacente campagna da un'irregolare rapina, gli assedianti medesimi furon costretti dalla fame ad abbandonare la loro impresa. L'Amministratrice dell'Occidente sentì bene l'importanza e il pericolo dell'Affrica. Placidia implorò l'assistenza dell'Orientale suo alleato, e la flotta ed armata Italiana ebbero un rinforzo da Aspar, che partì da Costantinopoli con un potente armamento. Appena furon riunite le forze de' due Imperi sotto il comando di Bonifazio, egli arditamente marciò contro i Vandali; e la perdita d'una seconda battaglia irreparabilmente decise il destino dell'Affrica. Ei s'imbarcò con una precipitazione da disperato; e fu concesso al Popolo di Ippona d'occupare con le proprie famiglie e facoltà il posto vacante de' soldati, la maggior parte de' quali erano stati uccisi, o fatti prigionieri da' Vandali. Il Conte, di cui la fatale credulità aveva offeso le parti vitali della Repubblica, entrò nel palazzo di Ravenna col cuore perplesso; ma tosto liberato fu dal timore per la cortese accoglienza che Placidia gli fece. Bonifazio accettò con riconoscenza il grado di Patrizio, e la dignità di Generale degli eserciti Romani; ma egli dovè senza dubbio arrossire alla vista di quelle medaglie, nelle quali esso veniva rappresentato col nome e cogli attributi della vittoria[628]. L'orgoglioso e perfido animo d'Ezio fu esacerbato dalla scoperta della sua frode, dallo sdegno dell'Imperatrice, e dal distinto favore del suo rivale. Tornò in fretta dalla Gallia in Italia, con un seguito o piuttosto con un esercito di Barbari suoi seguaci; e tal era la debolezza del governo, che i due Generali decisero la privata loro contesa in una sanguinosa battaglia. Bonifazio ebbe il vantaggio; ma nella pugna ricevè dalla lancia del suo nemico una mortal ferita, della quale dentro pochi giorni morì, con tali cristiani e caritatevoli sentimenti, ch'egli esortò la sua moglie, ricca erede Spagnuola, a prender Ezio per suo secondo marito. Ma questi non potè ritrarre alcun immediato vantaggio dalla generosità del suo spirante nemico; ei fu dalla giustizia di Placidia dichiarato ribelle, e quantunque tentasse di difendere alcune fortezze erette ne' suoi fondi patrimoniali, la forza Imperiale tosto lo costrinse a ritirarsi nella Pannonia alle tende de' fedeli suoi Unni. La repubblica restò priva de' suoi due più illustri campioni[629] a causa della mutua loro discordia.

A. 431-439

Dopo la ritirata di Bonifazio potrebbe naturalmente aspettarsi che i Vandali terminassero senza resistenza o dilazione la conquista dell'Affrica. Eppure passarono otto anni dall'abbandonamento d'Ippona alla prosa di Cartagine. In questo spazio di tempo l'ambizioso Genserico, in tutto il colmo d'un'apparente prosperità, concluse un trattato di pace, in cui diede per ostaggio Unnerico suo figlio; ed acconsentì a lasciare l'Imperatore occidentale nel pacifico possesso delle tre Mauritanie[630]. Tal moderazione, che non può imputarsi alla giustizia del conquistatore, si deve attribuire alla sua politica. Era circondato il suo trono da nemici domestici, che accusavano la bassezza della sua nascita, o sostenevano i legittimi diritti de' figli di Gonderico, suoi nipoti. In fatti ei li sacrificò alla propria salvezza; e la vedova del defunto Re, loro madre, fu di suo ordine precipitata nel fiume Ampsaga. Ma si palesò la pubblica malcontentezza in pericolose e frequenti cospirazioni; e si suppone, che il guerriero tiranno spargesse più sangue Vandalo per mano del carnefice, che nel campo di battaglia[631]. Le convulsioni dell'Affrica, che avevano favorito il suo attacco, si opposero al pieno stabilimento del suo potere; e le varie sedizioni de' Mori o de' Germani, de' Donatisti e de' Cattolici continuamente turbavano o minacciavano l'incerto regno del conquistatore. A misura che s'avanzò verso Cartagine, fu costretto a ritirar le sue truppe dalle Province Occidentali; la costa marittima fu esposta alle imprese navali de' Romani di Spagna e d'Italia; e nel cuore della Numidia la forte mediterranea città di Cirta continuò sempre in un'ostinata indipendenza[632]. Queste difficoltà furono ad una ad una superate dal coraggio, dalla perseveranza e dalla crudeltà di Genserico, il quale usava a vicenda le arti della pace e della guerra per istabilire il suo regno Affricano. Ei sottoscrisse un solenne trattato con la speranza di trarre qualche vantaggio dal termine della continuazione di esso, e dal momento della rottura. Si diminuì la vigilanza de' suoi nemici dalle proteste d'amicizia, che coprivano l'ostile suo avvicinamento; e Cartagine alla fine fu sorpresa da' Vandali, cinquecento ottantacinque anni dopo la distruzione, che fece della città e della Repubblica Scipione il Giovane[633].

A. 439

Dalle sue rovine s'era innalzata una nuova città col titolo di colonia; e quantunque Cartagine cedesse alle reali prerogative di Costantinopoli, e forse al commercio d'Alessandria, o allo splendor d'Antiochia, essa teneva sempre il secondo posto nell'Occidente, come la Roma (se ci è permesso d'usar la frase dei contemporanei) nel Mondo Affricano. Quella ricca ed opulenta Metropoli[634] spiegava, in uno stato di dipendenza, l'immagine d'una florida Repubblica. Cartagine conteneva le manifatture, le armi, e le ricchezze di sei Province. Una regolare gradazione di onori civili ascendeva dai Procuratori delle strade e de' quartieri della città fino al tribunale del sommo Magistrato, che rappresentava, col titolo di Proconsole, lo stato e la dignità d'un Console dell'antica Roma. V'erano instituite scuole e Ginnasi per educazione della gioventù Affricana; e pubblicamente s'insegnavano le arti liberali, i costumi, la grammatica, la rettorica, e la filosofia nelle lingue Greca e Latina. Le fabbriche di Cartagine erano uniformi e magnifiche; nel mezzo della Capitale sorgeva un ombroso bosco; il nuovo porto serviva di sicuro e capace ricetto per la commerciante industria de' cittadini e degli stranieri; e si rappresentavano gli splendidi giuochi del Circo e del Teatro quasi in presenza de' Barbari. La riputazione de' Cartaginesi non corrispondeva a quella del loro paese; e tuttavia si attribuiva al loro sottile ed infedele carattere[635] la taccia della fede Punica. L'abitudine del commercio, e l'abuso del lusso avevan corrotto i loro costumi; ma l'empio loro disprezzo de' Monaci e l'uso sfacciato di non naturali piaceri sono le due abbominazioni, ch'eccitano la pia veemenza di Salviano predicatore di quel tempo[636]. Il Re de' Vandali riformò severamente i vizi d'un Popolo voluttuoso, e l'antica, nobile, ingenua libertà di Cartagine (tali espressioni di Vittore non mancano d'energia) fu ridotta da Genserico ad uno stato d'ignominiosa servitù. Dopo d'aver permesso alle licenziose sue truppe di saziare il furore e l'avarizia loro, introdusse un più regolar sistema di rapina e d'oppressione. Fu promulgato un editto, che ordinava a tutti di consegnare senza frode o dilazione l'oro, l'argento, le gioie, ed ogni arnese o adornamento di valore, che avevano, a' Ministri Regi, ed il tentativo di nascondere qualche parte del lor patrimonio era inesorabilmente punito con la morte e co' tormenti, come un atto di perfidia contro lo Stato. Furono esattamente misurate e divise fra' Barbari le addiacenti parti della Numidia e della Getulia[637].

Egli era ben naturale, che Genserico odiasse quelli che aveva ingiuriato: la nobiltà ed i Senatori di Cartagine furon esposti alla gelosia e allo sdegno di esse; e tutti quelli, che ricusavano le vergognose proposizioni, che l'onore e la religione impediva loro d'accettare, venivan costretti dall'Arriano Tiranno a prendere il partito d'un perpetuo esilio. Roma, l'Italia e le Province dell'Oriente si empirono d'una folla di esuli, di fuggitivi, e d'illustri schiavi, ch'esigevano la pubblica compassione: e le umane lettere di Teodoreto ci hanno conservato i nomi e le sventure di Celestiano, e di Maria[638]. Il Vescovo Siro deplora le disgrazie di Celestiano, che dallo stato di nobile ed opulento Senator di Cartagine s'era ridotto con la propria moglie, la famiglia ed i servi a mendicare il pane in un paese straniero: ma egli fa plauso alla rassegnazione dell'esule cristiano, ed alla sua filosofica indole, che nelle angustie di tali calamità potea godere una felicità reale, maggiore di quella, che ordinariamente producano la prosperità e la ricchezza. La storia di Maria, figlia del magnifico Eudemone, è singolare ed interessante. Nel sacco di Cartagine i Vandali la venderono a certi mercanti di Siria, i quali di poi la rivenderono, come una schiava, tornati al loro paese. Una sua domestica trasportata nella medesima nave, e venduta nell'istessa famiglia, continuò sempre a rispettare una padrona, che la fortuna aveva ridotto al medesimo livello di schiavitù; e la figlia d'Eudemone dal grato suo affetto riceveva i medesimi servigi, che soleva già esigere dalla sua ubbidienza. Questo notabil contegno divulgò la real condizione di Maria; che nell'assenza del Vescovo di Cirro fu redenta dalla generosità di alcuni soldati della guarnigione. La liberalità di Teodoreto provvide al suo decente mantenimento; ed essa passò dieci mesi fra le Diaconesse della Chiesa, finattantochè fu inaspettatamente informata, che suo padre, il quale era scampato dalla rovina di Cartagine, si trovava in un onorevol ufizio in una delle Province Occidentali. La sua filiale impazienza fu secondata dal pietoso Vescovo; Teodoreto in una lettera, che tuttavia sussiste, raccomanda Maria al Vescovo d'Ege, città marittima della Cilicia, in cui nell'annua fiera capitavano molti vascelli dell'Occidente, pregando con la maggior caldezza il suo collega a trattar la fanciulla con quell'accoglienza, che conveniva alla sua nascita, e ad affidarla alla custodia di tali fedeli mercanti, che avessero stimato sufficiente guadagno, se avessero riportato nelle braccia dell'afflitto padre una figlia fuor d'ogni umana speranza già perduta.

Fra le insipide leggende dell'Istoria Ecclesiastica io son tentato a distinguere la memorabil novella dei sette Dormienti[639]; l'immaginaria data de' quali corrisponde al regno di Teodosio il Giovane, e all'epoca della conquista dell'Affrica fatta da' Vandali[640]. Quando l'Imperator Decio perseguitava i Cristiani, sette nobili giovani d'Efeso si nascosero in una spaziosa caverna nel declive d'una vicina montagna, dove furono condannati a perire dal Tiranno, che diede ordine, che ne fosse fortemente chiuso l'ingresso con un cumulo di grosse pietre. Caddero essi immediatamente in un profondo sonno, che fu miracolosamente prolungato, senza offendere le facoltà della vita, pel corso di cento ottantasette anni. Al termine del qual tempo gli schiavi d'Adolfo, il quale aveva ereditato la montagna, tolsero quelle pietre onde servirsene di materiali per una fabbrica di campagna: penetrò la luce del Sole nella caverna; ed i sette Dormienti si risvegliarono. Dopo un sonno, com'essi credevano, di poche ore, si sentirono stimolati dalla fame; e risolvettero, che Jamblico, uno di loro, tornasse segretamente alla città a comprare del pane per uso de' suoi compagni. Il giovane (se ci è permesso di continuare a chiamarlo così) non sapeva più riconoscere l'aspetto una volta a lui famigliare del suo nativo paese; e se ne accrebbe la sorpresa nel vedere una gran croce trionfalmente innalzata sopra la porta principale di Efeso. Il singolare suo abito e l'antiquato linguaggio confusero il fornaio, al quale presentò un'antica medaglia di Decio, come una moneta corrente dell'Impero; e Jamblico, sul dubbio che avesse trovato un tesoro nascosto, fu condotto avanti al Giudice. Le vicendevoli loro interrogazioni produssero la maravigliosa scoperta, che erano quasi passati due secoli, da che Jamblico ed i suoi compagni si erano sottratti al furore d'un Tiranno pagano. Il Vescovo d'Efeso, il Clero, i Magistrati, il Popolo, e, per quanto si dice, l'istesso Imperator Teodosio corsero a veder la caverna de' sette Dormienti, i quali riferirono la loro Istoria, diedero ad essi la loro benedizione, e nel medesimo istante tranquillamente spirarono. Non si può attribuir l'origine di questa maravigliosa favola alla pia frode e credulità de' Greci moderni, poichè se ne può rintracciare l'autentica tradizione circa mezzo secolo in vicinanza del supposto miracolo. Jacopo di Sarug, Vescovo Siriaco, il quale era nato solo due anni dopo la morte di Teodosio il Giovane, ha consacrato una delle sue dugento trenta omilie alle lodi de' Giovani d'Efeso[641]. Avanti la fine del sesto secolo la loro leggenda fu dalla lingua Siriaca tradotta nella Latina per opera di Gregorio di Tours. Le Congregazioni Orientali, fra loro nemiche, venerano con ugual riverenza la lor memoria; e sono inseriti onorevolmente i lor nomi ne' Calendari Romano, Abissinio, e Russo[642]. Nè la lor fama si è limitata al Mondo cristiano. È stata introdotta nel Koran[643] come una rivelazione divina questa popolar novella, che Maometto probabilmente apprese, quando guidava i suoi cammelli alle fiere della Siria. È stata ammessa e adornata la storia dei sette Dormienti dalle nazioni, che professano la religion Maomettana[644] da Bengala fino all'Affrica; e si son trovati alcuni vestigi d'una simile tradizione fino nelle remote estremità della Scandinavia[645]. Questa facile ed universal credenza, che tanto esprime i sentimenti del genere umano, si può attribuire al genuino merito della favola stessa. Noi ci avanziamo senz'accorgercene dalla gioventù alla vecchiaia, senz'osservare l'insensibile ma continuo cangiamento delle cose umane; ed anche nella nostra più estesa esperienza dell'Istoria, l'immaginazione, mediante una perpetua serie di cause e di effetti, è solita d'unire insieme le più distanti rivoluzioni. Ma se ad un tratto si potesse toglier di mezzo l'intervallo fra due memorabili epoche, se fosse possibile, dopo un momentaneo sonno di dugent'anni, presentare il nuovo Mondo agli occhi d'uno spettatore, che tuttavia ritenesse una viva e fresca impressione del vecchio, la sua sorpresa, e le riflessioni somministrerebbero un piacevol soggetto ad un romanzo filosofico. Non poteva porsi la scena più vantaggiosamente, che ne' due secoli, che passarono fra' regni di Decio e di Teodosio il Giovane. In questo spazio di tempo erasi trasferita la sede del Governo da Roma in una nuova città sulle rive del Bosforo Tracio; e si era soppresso l'abuso dello spirito militare mediante un artificial sistema d'umile e cerimoniosa servitù. Il trono del persecutor Decio era occupato da una serie di Principi cristiani ed ortodossi, che avevan distrutti i favolosi Dei dell'antichità; e la pubblica devozione di quel tempo era impaziente di esaltare i Santi ed i Martiri della Chiesa Cattolica sopra gli altari di Diana e d'Ercole. S'era sciolta l'unione dell'Impero Romano; era caduto a terra il suo genio; ed eserciti d'incogniti Barbari, venendo fuori dalle gelate regioni del Norte, avevano stabilito il vittorioso lor regno sulle più belle Province dell'Europa e dell'Affrica.

CAPITOLO XXXIV.

Carattere, conquiste e Corte d'Attila Re degli Unni. Morte di Teodosio il Giovane. Innalzamento di Marciano all'Impero dell'Oriente.

A. 376-433

Il Mondo occidentale fu oppresso da' Goti e dai Vandali, che fuggivano gli Unni; ma le imprese degli Unni medesimi non corrisposero alla loro potenza e prosperità. Lo vittoriose lor Orde si erano sparse dal Volga al Danubio; ma la pubblica forza fu esausta dalla discordia degl'indipendenti lor capitani; il lor valore si consuma oziosamente in oscure e predatorie scorrerie; e spesso avvilirono la nazionale lor dignità, contentandosi per la speranza della preda d'arrolarsi sotto le bandiere de' lor fuggitivi nemici. Nel regno d'Attila[646] gli Unni divennero di nuovo il terrore del Mondo; ed io descriverò adesso il carattere e le azioni di quel formidabil Barbaro, che insultò ed invase a vicenda l'Oriente e l'Occidente, e sollecitò la rapida caduta del Romano Impero.

Nel corso dell'emigrazione, che impetuosamente si fece da' confini della China a quelli della Germania, le più potenti e popolate Tribù ordinariamente si trovarono sulle frontiere delle Province Romane. Fu per qualche tempo da ripari artificiali sostenuto il peso, che andava sempre crescendo; e la facile condiscendenza degl'Imperatori invitava, senza soddisfare, le insolenti domande de' Barbari, che avevano acquistato un ardente appetito pei comodi della vita civile. Gli Ungheri, che sono ambiziosi d'inserire il nome d'Attila fra' nativi loro Sovrani, possono asserire con verità, che le Orde sottoposte a Roas o Rugilas suo zio, avevan formato i loro accampamenti dentro i limiti della moderna Ungheria[647], in una fertil campagna, che abbondantemente suppliva a' bisogni d'una nazione di cacciatori e di pastori. In tal vantaggioso posto Rugilas, ed i suoi valorosi fratelli, de' quali continuamente cresceva il potere e la riputazione, disponevano alternativamente della guerra e della pace co' due Imperi. La sua alleanza co' Romani dell'Occidente veniva secondata dalla personale amicizia, che aveva pel Grande Ezio, ch'era sempre sicuro di trovare nel campo Barbaro un ospitale ricevimento ed un potente sostegno. Ad istanza di esso, ed in nome dell'usurpatore Giovanni, sessantamila Unni avanzaronsi verso i confini dell'Italia; la marcia e la ritirata loro fu ugualmente dispendiosa per lo Stato, e la riconoscente politica d'Ezio abbandonò il possesso della Pannonia a' suoi fedeli confederati. I Romani Orientali non erano meno timorosi delle armi di Rugilas, che ne minacciava le Province od anche la Capitale. Alcuni Storici Ecclesiastici hanno distrutto i Barbari co' fulmini e con la peste[648]; ma Teodosio fu ridotto al più umile espediente di stipulare un annuo pagamento di trecento cinquanta libbre d'oro, e di mascherare questo vergognoso tributo col titolo di Generale, che il Re degli Unni condiscese a ricevere. Era spesso interrotta la pubblica tranquillità dalla feroce impazienza de' Barbari, e da' perfidi intrighi della Corte di Bisanzio. Quattro dipendenti nazioni, fra le quali possiamo distinguere i Bavari, si sottrassero alla sovranità degli Unni; e la loro rivolta fu incoraggita e protetta da un'alleanza co' Romani; finattantochè le giuste pretensioni e la formidabil potenza di Rugilas furono con effetto esposte dalla voce di Eslao suo ambasciatore. La pace fu l'unanime desiderio del Senato: ne venne ratificato il decreto dall'Imperatore; e furono eletti due ambasciatori, cioè Plinta Generale d'origine Scita, ma di grado Consolare, ed il Questore Epigene, savio e sperimentato politico, a cui fu procurato tal ufizio dal suo ambizioso collega.

A. 443-453

La morte di Rugilas sospese il proseguimento del trattato. I due suoi nipoti, Attila e Bleda, che successero al trono dello zio, acconsentirono ad un personale abboccamento con gli ambasciatori di Costantinopoli; ma siccome orgogliosamente ricusarono essi di smontar da cavallo, il negozio fu trattato a cavallo, in una spaziosa pianura vicino alla città di Margus nella Mesia superiore. I Re degli Unni si presero i reali vantaggi non meno che i vani onori della negoziazione. Essi dettaron le condizioni della pace, ed ogni condizione fu un insulto alla Maestà dell'Impero. Oltre la libertà d'un sicuro ed abbondante mercato sulle rive del Danubio, richiesero che fosse aumentata l'annua contribuzione da trecento cinquanta fino a sette cento libbre d'oro; che si pagasse una multa o riscatto d'otto monete d'oro per ogni schiavo Romano che fosse fuggito dal Barbaro suo Signore; che l'Imperatore dovesse rinunziare a tutti i trattati ed impegni co' nemici degli Unni; e che tutti i fuggitivi, che si erano rifuggiti alla Corte o nelle Province di Teodosio, fossero consegnati alla giustizia del loro offeso Sovrano. Questa giustizia fu rigorosamente esercitata contro alcuni sfortunati giovani di stirpe reale. Furono essi per comando d'Attila crocifissi dentro il territorio dell'Impero: e tosto che il Re degli Unni ebbe impresso ne' Romani il terror del suo nome, concesse loro un breve ed arbitrario respiro, mentre soggiogava le ribelli o indipendenti nazioni della Scizia o della Germania[649].

Attila, figlio di Mundzuk, traeva la sua nobile e forse regia origine[650] dagli antichi Unni, che avevano una volta conteso co' Monarchi della China. La sua figura, secondo l'osservazione d'un Istorico Goto, portava l'impronta della nazionale sua stirpe; ed il ritratto d'Attila presenta la vera deformità d'un moderno Calmucco[651]; cioè un grosso capo, una carnagione ulivastra, piccoli occhi molto incavati, un naso schiacciato, pochi peli in luogo di barba, larghe spalle, ed un breve corpo quadrato, di nerboruta forza, quantunque di forma sproporzionata. L'altiero passo e portamento del Re degli Unni esprimeva la coscienza della sua superiorità sopra il resto dell'uman genere; ed era solito di girar fieramente gli occhi, come se avesse desiderato di godere del terrore che inspirava. Pure questo selvaggio Eroe non era inaccessibile alla pietà: i supplichevoli suoi nemici potevano confidare nella sicurezza della pace o del perdono; ed Attila fu risguardato da' suoi sudditi come un giusto ed indulgente Signore. Si dilettava della guerra; ma dopo che fu salito sul trono in un'età matura, terminò col senno più che con la mano la conquista del Settentrione; e la fama di avventuroso soldato fu vantaggiosamente cambiata in quella di prudente e felice Generale. Gli effetti del valor personale sono di così poco momento, fuorchè nella poesia o ne' romanzi, che anche fra' Barbari la vittoria dee dipendere dal grado d'abilità, con cui si combinano e si guidano le passioni della moltitudine pel servizio d'un sol uomo. I conquistatori Sciti, Attila e Gengis, superavano i rozzi lor nazionali nell'arte piuttosto che nel coraggio, e si può notare che le monarchie tanto degli Unni che de' Mogolli furono inalzate da' lor fondatori sulla base della popolare superstizione. Il miracoloso concepimento, che la credulità e la frode attribuirono alla vergine madre di Gengis, l'elevò sopra il livello della natura umana; e il nudo profeta, che in nome della Divinità l'investì dell'Impero della terra, infiammò il valore de' Mogolli con un irresistibil entusiasmo[652]. Gli artifizi religiosi d'Attila non furono meno abilmente adattati al carattere del suo secolo e del suo paese. Era ben naturale, che gli Sciti adorassero con particolar devozione il Dio della guerra; ma siccome essi erano incapaci di formare o un'idea astratta, o un'immagine corporea, veneravano la lor tutelare Divinità sotto il simbolo d'una scimitarra di ferro[653]. Uno de' pastori degli Unni vide che una vitella, che pascolava, si era ferita in un piede, e per curiosità seguitò la traccia del sangue, finattantochè fra l'erba trovò la punta d'un'antica spada, ch'ei trasse dalla terra, e la presentò ad Attila. Quel magnanimo, o piuttosto artificioso Principe accettò con pia gratitudine questo celeste favore; e come il legittimo possedere della spada di Marte sostenne il suo divino ed invincibil diritto al dominio della terra[654]. Se in questa solenne occasione si praticarono i riti della Scizia, s'alzò in una spaziosa pianura un grand'altare, o piuttosto una catasta di legna, trecento braccia lunga ed altrettanto larga; e fu collocata la spada di Marte sulla cima di questo rustico altare, ch'era ogni anno consacrato dal sangue di pecore, di cavalli e della centesima parte degli schiavi[655]. O sia che i sacrifizi umani facessero una parte del culto d'Attila, o ch'ei si rendesse propizio il Dio della guerra con le vittime, che continuamente offeriva nel campo di battaglia, il favorito di Marte acquistò ben tosto un carattere sacro, che rendè le sue conquiste più facili e più durevoli; ed i Principi Barbari confessavano, nel linguaggio della devozione o dell'adulazione, che non potevano ardire di mirare con occhio fisso la divina maestà del Re degli Unni[656]. Bleda suo fratello, che regnava sopra una parte considerabile della nazione, fu costretto a cedergli lo scettro e la vita. Pure anche quest'atto crudele fu attribuito ad un soprannaturale impulso; ed il vigore, con cui Attila maneggiava la spada di Marte, convinse il Mondo, ch'essa era stata riservata solo per l'invincibil suo braccio[657]. Ma l'estensione del suo Impero somministra l'unica prova, che ci resti, del numero e dell'importanza delle sue vittorie; ed il Monarca Scita, per quanto ignorante si fosse del valor della scienza e della filosofia, potrebbe forse dolersi che gl'imperiti suoi sudditi fossero privi dell'arte, che avrebbe potuto perpetuar la memoria delle sue imprese.

Se si fosse tirata una linea di separazione fra gli inciviliti e selvaggi climi del globo, fra gli abitanti della città, che coltivavan la terra, ed i cacciatori e pastori, che abitavano nelle tende, Attila avrebbe potuto aspirare al titolo di supremo ed unico Monarca de' Barbari[658]. Egli solo, fra' conquistatori de' tempi antichi e moderni, riunì i due vasti regni della Germania e della Scizia; e queste incerte denominazioni, applicate al suo regno, possono intendersi in un ampio senso. La Turingia, che s'estendeva oltre i presenti suoi limiti fino al Danubio, era nel numero delle sue Province; ei s'interpose, coll'autorità di potente vicino, ne' domestici affari de' Franchi; ed uno de' suoi luogotenenti gastigò, e quasi esterminò i Borgognoni del Reno. Soggiogò le isole dell'Oceano, i regni della Scandinavia, circondati e divisi dalle acque del Baltico; e gli Unni poterono trarre un tributo di pelli da quella settentrionale ragione, che il rigore del clima, ed il coraggio degli abitanti ha difeso da tutti gli altri conquistatori. Verso l'Oriente è difficile di circoscrivere il dominio d'Attila sopra i deserti Scitici; pure possiamo assicurarci, che regnò sulle rive del Volga; che il Re degli Unni era temuto non solo come un guerriero, ma come un mago[659]; che insultò e vinse il Kan dei formidabili Geugensi; e che mandò Ambasciatori per trattare un'uguale alleanza coll'Impero della China. Nella superba rivista delle nazioni, che riconobbero la sovranità d'Attila, e che nel tempo della sua vita non ebbero neppure il pensiero di ribellarsi, i Gepidi e gli Ostrogoti si distinsero pel numero, per la bravura e pel merito personale de' loro Capi. Il celebre Ardarico, Re de' Gepidi, era il fedele e sagace consigliere del Monarca, che stimava l'intrepido suo genio, mentre amava le dolci e discrete virtù del nobile Valamiro, Re degli Ostrogoti. Una folla di Re volgari, condottieri di altrettante guerriere tribù, che militavano sotto lo stendardo d'Attila, era disposta ne' gradi inferiori di guardie e domestici intorno alla persona del loro Signore. Essi attendevano i suoi cenni; tremavano al suo sguardo; ed al primo segno della sua volontà eseguivano, senza parlare o esitare, i suoi vigorosi ed assoluti comandi. In tempo di pace, i Principi dipendenti, con le nazionali lor truppe, seguivano il campo Reale in regolare ordinanza; ma quando Attila univa le militari sue forze, poteva mettere in campo un'armata di cinquecento, o secondo un altro computo, di settecentomila Barbari[660].

A. 430-440

Gli Ambasciatori degli Unni potevano risvegliar l'attenzione di Teodosio, rammentandogli, ch'essi erano suoi vicini tanto in Europa, che in Asia; poichè toccavano il Danubio da una parte, e giungevan dall'altra fino al Tanai. Al tempo d'Arcadio suo padre, una truppa di venturieri Unni avea devastato le Province dell'Oriente, dalle quali essi avevan portato via ricche spoglie ed innumerabili schiavi[661]. S'avanzarono, per un segreto sentiero, lungo i lidi del mar Caspio; traversarono le nevose montagne dell'Armenia; passarono il Tigri, l'Eufrate e l'Alis; reclutarono la stanca loro cavalleria con le generose razze de' cavalli della Cappadocia; occuparono il montuoso paese della Cilicia; e disturbarono i festosi canti e balli dei cittadini di Antiochia. L'Egitto tremò all'avvicinarsi di essi, e i monaci ed i pellegrini della Terra Santa si preparavano ad evitare il loro furore con prontamente imbarcarsi. La memoria di tale invasione era tuttavia fresca negli animi degli Orientali. I sudditi d'Attila potevano seguire con superiori forze il disegno, che questi venturieri avevano sì arditamente tentato; e presto divenne un soggetto di dubbiosa congettura, se la tempesta fosse per cadere sugli Stati Romani o della Persia. Si erano mandati alcuni grandi vassalli del Re degli Unni, ch'erano essi medesimi nel numero dei potenti Principi, a ratificare un'alleanza o società di armi coll'Imperatore, o piuttosto col Generale dell'Occidente. Nel tempo della loro residenza a Roma, essi riferirono le circostanze d'una spedizione, che avevano ultimamente fatta nell'Oriente. Dopo aver passato un deserto ed una palude, supposta dai Romani la Palude Meotide, penetrarono nelle montagne, ed arrivarono nel termine di quindici giorni di cammino a' confini della Media, dove s'avanzarono fino alle ignote città di Basic e di Cursic. Nelle pianure della Media incontrarono un'armata Persiana; e l'aria, secondo le loro espressioni, fu oscurata da un nuvolo di frecce. Ma gli Unni furon costretti a ritirarsi pel numero dei nemici. Eseguirono l'incomoda lor ritirata per una strada diversa; perdettero la maggior parte del loro bottino; e finalmente tornarono al campo Reale con qualche cognizione del paese e con una impaziente brama di vendetta. Nella libera conversazione degli Ambasciatori Imperiali, che esaminarono alla Corte d'Attila il carattere e i disegni del loro formidabil nemico, i Ministri di Costantinopoli espressero la speranza, in cui erano, che la sua forza si sarebbe impiegata e divisa in una lunga e dubbiosa contesa coi Principi della casa di Sassan. Ma gl'Italiani, più accorti, avvertirono gli Orientali loro fratelli della follia e del pericolo di tale speranza, e li convinsero, che i Medi ed i Persiani erano incapaci di resistere alle armi degli Unni, e che una facile ed importante conquista avrebbe accresciuto l'orgoglio non meno che il potere del vincitore. Attila invece di contentarsi di una moderata contribuzione e di un titolo militare, che l'uguagliava solo ai Generali di Teodosio, si sarebbe avanzato ad imporre un vergognoso ed intollerabile giogo sul collo degli abbattuti e schiavi Romani, che allora sarebbero stati circondati da ogni parte dall'Impero degli Unni[662].

A. 441

Mentre le potenze dell'Europa e dell'Asia procuravano d'allontanare l'imminente pericolo, l'alleanza d'Attila mantenne i Vandali nel possesso dell'Affrica. Erasi concertata fra le Corti di Ravenna e di Costantinopoli un'impresa per la ricuperazione di quella valutabil Provincia; ed i porti della Sicilia erano già pieni delle forze militari e navali di Teodosio. Ma il sottil Genserico, ch'estendeva le sue negoziazioni a tutto il Mondo, prevenne i loro disegni, eccitando il Re degli Unni ad invader l'Impero Orientale; ed un accidente di poco momento divenne tosto il motivo o il pretesto d'una guerra distruttiva[663]. Sotto la fede del trattato di Margo si teneva un mercato libero dalla parte settentrionale del Danubio, ch'era difeso da una fortezza Romana chiamata Costanza. Una truppa di Barbari violò la sicurezza del commercio; uccise o disperse i mercanti, che niente sospettavano di questo; e gettò a terra la fortezza. Gli Unni giustificarono quest'oltraggio come un atto di rappresaglia; dissero, che il Vescovo di Margo era entrato nel loro territorio per iscoprire e rubare un tesoro nascosto de' loro Re; e vigorosamente richiedevano il colpevol Prelato, la sacrilega preda ed i sudditi fuggitivi, che s'eran sottratti alla giustizia d'Attila. Il rifiuto della Corte di Bizanzio fu il segnal della guerra; ed i Mesj a principio applaudirono la generosa fermezza del loro Sovrano. Ma furono tosto spaventati dalla distruzione di Viminiaco e delle vicine città; ed il Popolo fu persuaso ad abbracciare l'utile massima, che può giustamente sacrificarsi un cittadino privato, per quanto sia rispettabile ed innocente, alla salvezza della patria. Il Vescovo di Margo, che non aveva lo spirito d'un martire, risolvè di prevenire i disegni, che sospettava. Egli trattò arditamente co' Principi degli Unni, si assicurò per mezzo di solenni giuramenti del perdono e del premio; pose un numeroso distaccamento di Barbari in una segreta imboscata sulle rive del Danubio; ed all'ora stabilita aprì con le proprie mani le porte della sua città Episcopale. Questo vantaggio, che s'era ottenuto per tradimento, servì come di preludio a più onorevoli e decisive vittorie. La frontiera Illirica era coperta da una catena di castelli e di fortezze; e quantunque la maggior parte di esse non fossero che semplici torri con una piccola guarnigione, ordinariamente servivano a rispingere o impedire le scorrerie d'un nemico, che non sapeva l'arte d'un assedio regolare, e non ne tollerava la lunghezza. Ma questi piccoli ostacoli furono tolti ad un tratto di mezzo dall'inondazione degli Unni[664]. Essi distrussero col ferro e col fuoco le popolate città di Sirmio e di Singiduno, di Raziaria e di Marcianopoli, di Naisso e di Sardica, dove ogni circostanza, nella disciplina del Popolo e nella costruzion delle fabbriche, era stata appoco appoco adattata al solo oggetto della difesa. Tutta la larghezza dell'Europa, che s'estende più di cinquecento miglia dall'Eussino all'Adriatico, fu nell'istesso tempo invasa, occupata e desolata da migliaia di Barbari, che Attila condusse in campo. Il pericolo però e l'angustia pubblica non poterono muover Teodosio ad interrompere i suoi divertimenti e la sua devozione, o a comparire in persona alla testa delle legioni Romane. Ma furono in fretta richiamate dalla Sicilia le truppe, ch'erano state mandate contro Genserico; furono sprovviste le guarnigioni dalla parte della Persia; e fu raccolto in Europa un esercito, formidabile per le armi ed il numero, se i Generali avessero avuto la scienza del comando, ed i soldati osservato il dovere dell'ubbidienza. Furono vinte le armate dell'Impero Orientale in tre successive battaglie; e si può descrivere il progresso di Attila osservando i campi, ne' quali fu combattuto. I due primi conflitti, sulle rive dell'Uto e sotto le mura di Marcianopoli, si fecero nell'estese pianure fra il Danubio ed il monte Emo. Essendo incalzati i Romani da un vittorioso nemico, appoco appoco ed ignorantemente si ritirarono verso il Chersoneso della Tracia; e quell'angusta penisola, ultima estremità della terra, fu segnata dalla terza loro irreparabil disfatta. Mediante la distruzione di quest'esercito, Attila acquistò l'incontrastabil possesso del campo. Dall'Ellesponto fino alle Termopile ed ai sobborghi di Costantinopoli, saccheggiò senza resistenza e senza pietà le Province della Tracia e della Macedonia. Eraclea ed Adrianopoli poterono forse evitare questa terribile invasione degli Unni; ma si usano le parole più espressive di total estirpazione e rovina per indicar le calamità, ch'essi apportarono a settanta città dell'Impero Orientale[665]. Teodosio, la sua Corte e l'imbelle Popolo, furono difesi dalle mura di Costantinopoli; ma queste mura erano state scosse di fresco da un terremoto, e la caduta di cinquant'otto torri vi aveva aperto una grande e terribile breccia. Il danno in vero fu prontamente riparato; ma l'accidente aggravavasi da un superstizioso timore, che il Cielo stesso aveva abbandonato la città Imperiale ai pastori della Scizia, che non conoscevano le leggi, il linguaggio e la religion dei Romani[666].

In tutte le invasioni, che i pastori Sciti hanno fatto ne' civili Imperi del mezzogiorno, si mostrano essi uniformemente dominati da uno spirito selvaggio e distruttivo. Le leggi di guerra, che frenano l'esercizio della rapina e della strage delle nazioni, son fondate su due principj di sostanziale interesse; cioè sulla cognizione dei vantaggi durevoli, che si possono ottenere per mezzo d'un uso moderato della conquista, e sopra un giusto timore, che la desolazione, che si cagiona al paese nemico, possa esercitarsi a vicenda sul proprio. Ma tali considerazioni di speranza e di timore sono quasi ignote nello stato delle nazioni pastorali. Gli Unni d'Attila possono senza ingiustizia paragonarsi a' Mogolli ed ai Tartari, avanti che i primitivi loro costumi fosser cangiati dalla religione e dal lusso; e la prova dell'Istoria Orientale può spargere qualche lume su' brevi ed imperfetti annali di Roma. Dopo che i Mogolli ebbero soggiogate le Province settentrionali della China, fu seriamente proposto, non già nel tempo della vittoria e della passione, ma in un tranquillo Consiglio adunato per deliberare, d'esterminar tutti gli abitanti di quella popolata regione per potere convenire il terreno vacante in pascolo pei bestiami. La fermezza d'un Mandarino Chinese[667], che insinuò alcuni principj di ragionevol politica nella mente di Gengis, lo distolse dall'esecuzione di tale orribil disegno. Ma nelle città dell'Asia, che si presero da' Mogolli, fu esercitato l'inumano abuso de' diritti della guerra con una forma regolare di disciplina, che con ugual ragione, quantunque senza uguale autorità, può attribuirsi ai vittoriosi Unni. Agli abitanti, sottoposti alla lor discrezione, ordinavano di abbandonare le loro case, e d'adunarsi in qualche pianura vicina alla città, dove facevasi una divisione dei vinti in tre parti. La prima era formata da' soldati della guarnigione e da' giovani capaci di portar le armi; e subito se ne decideva il destino: o venivano essi arrolati fra' Mogolli, o erano messi a morte sul luogo medesimo dalle truppe, che con le lancie in resta e con gli archi tesi formavano un cerchio attorno la moltitudine degli schiavi. La seconda parte, composta di giovani e belle donne, di artefici d'ogni grado e professione, e dei più ricchi ed onorevoli cittadini, dai quali poteva sperarsi un privato riscatto, era distribuita in uguali o proporzionati lotti. Ai rimanenti, la vita o la morte de' quali era ugualmente inutile pei conquistatori, si permetteva di tornare alla città, che in quel tempo era stata spogliata d'ogni cosa che avesse valore; ed imponevasi a que' miserabili abitatori una tassa per la permissione di respirare la nativa loro aria. Tal era il contegno de' Mogolli, quando non volevan usare alcun rigore straordinario[668]. Ma il più casuale eccitamento, il più tenue motivo di capriccio o di convenienza, spesso li provocava ad involgere un intero Popolo in un promiscuo macello; e fu eseguita la rovina di più floride città con tale instancabil perseveranza, che, secondo la propria loro espressioni, i cavalli potevan correre senz'arrestarsi sul suolo dove esse una volta erano state. Le tre grandi Capitali del Khorasan, Maru, Neisabur ed Herat, furon distrutte dalle armi di Gengis; e l'esatto calcolo, che fu fatto degli uccisi montò a quattro milioni trecento quarantasettemila persone[669]. Timur, o Tamerlano fu educato in un secolo meno barbaro, e nella professione della religione Maomettana: pure se Attila uguagliò le ostili devastazioni di Tamerlano[670], tanto il Tartaro, quanto l'Unno potrebbero meritare ugualmente l'epiteto di flagello di Dio[671].

Si può asserire, con maggior sicurezza, che gli Unni spopolassero le Province dell'Impero pel numero de' sudditi Romani, che condussero in ischiavitù. Nelle mani d'un savio Legislatore tale industriosa colonia avrebbe potuto contribuire a spargere pei deserti della Scizia i semi delle arti utili e di lusso; ma questi schiavi, ch'erano stati presi in guerra, furono a caso dispersi fra le orde, che dipendevano dall'Impero d'Attila. La stima del respettivo loro valore formavasi dal semplice giudizio degl'incolti e spregiudicati Barbari. Non potevano forse conoscere il merito d'un Teologo, profondamente perito nelle controversie della Trinità e dell'Incarnazione; rispettavano però i Ministri d'ogni religione, e l'attivo zelo de' Missionari Cristiani, senz'accostarsi alla persona o al palazzo del Monarca, promuoveva con buon successo la propagazione dell'Evangelio[672]. Le tribù pastorali, che non sapevano la distinzione della proprietà delle terre, dovevano trascurar l'uso ugualmente che l'abuso della civile giurisprudenza; e l'abilità d'un eloquente Giuresconsulto non poteva che eccitarne il disprezzo o l'abborrimento[673]. Il perpetuo commercio degli Unni e de' Goti aveva sparso la famigliar cognizione de' due nazionali dialetti; ed i Barbari erano ambiziosi di conversare in Latino, ch'era il militar idioma anche dell'Impero Orientale[674]. Ma sdegnavano il linguaggio e le scienze de' Greci; ed il vano sofista o il grave filosofo, che aveva goduto il lusinghiero applauso delle scuole, trovavasi mortificato in vedere, che il robusto suo servo era uno schiavo di maggior valore ed importanza di lui medesimo. Le arti meccaniche venivano incoraggite e stimate, poichè tendevano a soddisfare i bisogni degli Unni. Fu impiegato un architetto, ch'era al servizio d'Onegesio, uno dei favoriti d'Attila, a costrurre un bagno; ma tal opera fu un raro esempio di lusso privato; e le professioni di fabbro, di legnaiuolo, d'artefice d'armi erano molto più adattate a fornire ad un Popolo vagabondo gl'istrumenti utili di pace e di guerra. Ma il merito del medico si ammetteva con universal favore e rispetto; i Barbari, che disprezzavano la morte, potevan temere la malattia; ed il superbo conquistatore tremava alla presenza d'uno schiavo, al quale attribuiva forse un immaginario potere di prolungare o di mantenere la sua vita[675]. Potevano gli Unni esser provocati ad insultar la miseria de' loro schiavi, su' quali esercitavano un dispotico dominio[676]; ma i loro costumi non erano suscettibili d'un raffinato sistema d'oppressione; e gli sforzi del coraggio e della diligenza venivano spesso ricompensati col dono della libertà. All'istorico Prisco, l'ambasceria del quale è una sorgente di curiosa istruzione, avvicinossi nel campo d'Attila uno straniero, che lo salutò in lingua Greca, ma all'abito e alla figura sembrava un ricco Scita. Nell'assedio di Viminiaco esso aveva perduto, secondo il racconto fattone da lui medesimo, i suoi beni e la libertà: era divenuto schiavo d'Onegesio; ma i suoi fedeli servigi contro i Romani e gli Acatziri l'avevano a grado a grado inalzato alla condizione de' nazionali Unni, ai quali era attaccato per mezzo de' vincoli domestici di una seconda moglie e di varj figli. Le spoglie della guerra avevan restaurato ed accresciuto il privato suo patrimonio; egli era ammesso alla tavola dell'antico suo padrone: e l'apostata Greco benediceva l'ora della sua schiavitù, mentre gli aveva procurato un indipendente e felice stato, ch'ei godeva mediante l'onorevole titolo del servizio militare. Questa riflessione fece naturalmente nascere una disputa sopra i vantaggi e i difetti del governo Romano, che fu severamente attaccato dall'Apostata, e difeso da Prisco in una lunga e debole declamazione. Il liberto d'Onegesio espose con veri e vivaci colori i vizi del decadente Impero, de' quali esso era stato sì lungamente la vittima, cioè la crudele assurdità de' Principi Romani, ch'erano incapaci di difendere i loro sudditi da' pubblici nemici, e che non volevano affidar loro le armi per la propria difesa; l'intollerabile peso delle imposizioni rendute viepiù oppressive dalle intrigate o arbitrarie maniere d'esigerle; l'oscurità delle numerose leggi fra loro contraddittorie; le lunghe e dispendiose formalità dei processi giudiziali; la parziale amministrazione della giustizia; e l'universal corruzione, che accresceva la potenza del ricco, ed aggravava le disgrazie del povero. Si risvegliò finalmente nel cuore del fortunato esule un sentimento di patriotica simpatia; e compiangeva con gran copia di lagrime la colpa o la debolezza di que' Magistrati, che avevano pervertite le leggi più salutevoli e savie[677].

A. 446

La timida o interessata, politica de' Romani occidentali aveva abbandonato agli Unni l'Impero d'Oriente[678]. Alla perdita degli eserciti, ed alla mancanza di disciplina o di valore non suppliva il personal carattere del Monarca. Teodosio poteva sempre affettare lo stile non meno che il titolo d'Invincibile Augusto; ma fu ridotto ad implorar la clemenza d'Attila, che imperiosamente dettò queste umilianti e dure condizioni di pace. I. L'imperator dell'Oriente cedè per un'espressa o tacita convenzione un importante e vasto paese, che s'estendeva lungo le rive meridionali del Danubio, da Singiduno o Belgrado fino a Nove nella Diocesi della Tracia. Ne fu definita la larghezza mediante l'incerto computo di quindici giornate di cammino: ma dalla proposta d'Attila di rimuovere il luogo del mercato nazionale, tosto si vide, ch'ei comprendeva dentro i limiti de' suoi Stati la rovinata città di Naisso. II. Il Re degli Unni richiese ed ottenne, che il suo tributo o sussidio fosse aumentato da settecento libbre d'oro all'annua somma di duemila e cento, e ne stipulò l'immediato pagamento di seimila per risarcirlo delle spese, o per espiare la colpa della guerra. Potrebbe taluno immaginarsi, che tal domanda, la quale appena arrivava alla misura d'una ricchezza privata, dovesse facilmente soddisfarsi dall'opulento Impero dell'Oriente; ma la pubblica angustia somministra una osservabil prova del povero o almeno disordinato stato delle Finanze. Una gran parte delle tasse, che s'estorcevan dal Popolo, veniva ritenuta e arrestata nel passaggio, che dovea fare pei più sordidi canali al tesoro di Costantinopoli. Teodosio ed i suoi favoriti dissipavan le rendite in un dispendioso e prodigo lusso, che si copriva co' nomi d'Imperiale magnificenza o di carità cristiana. S'erano esauriti gli immediati sussidj per l'improvvisa necessità dei militari apparecchi. Una personale contribuzione, rigorosamente ma capricciosamente imposta su' membri dell'Ordine Senatorio, fu l'unico espediente, che potesse disarmare, senza perdita di tempo, l'impaziente avarizia d'Attila, e la povertà de' Grandi li costrinse a prendere lo scandaloso partito d'esporre al pubblico incanto le gioie delle loro mogli, e gli ereditari ornamenti de' loro palazzi[679]. III. Pare che il Re degli Unni avesse fissato come un principio di giurisprudenza nazionale, ch'ei non potesse mai perdere il dominio, che aveva una volta acquistato sulle persone, che si erano volontariamente o con ripugnanza sottomesse alla sua autorità. Da questo principio concludeva, e le conclusioni d'Attila erano irrevocabili leggi, che gli Unni, i quali erano stati presi in guerra, fossero rilasciati senza dilazione e senza riscatto; che ogni schiavo Romano, che avesse ardito di fuggire dovesse comprare il diritto alla sua libertà col prezzo di dodici monete d'oro; e che tutti i Barbari, disertati dal campo di Attila, fossero restituiti senza promessa o stipulazione alcuna di perdono. Nell'esecuzione di questo crudele ed ignominioso trattato, i Ministri Imperiali furon costretti ad uccidere varj fedeli e nobili disertori, che ricusarono d'andare incontro ad una certa morte; ed i Romani perderono qualunque ragionevol diritto alla, amicizia d'ogni popolo Scita, mediante questa pubblica confessione, ch'essi mancavan di fede o di potenza per difendere i supplichevoli, che s'erano rifuggiti al trono di Teodosio[680].

La fermezza d'una sola città, così oscura, che fuori di quest'occasione non è stata mai rammentata da verun istorico o geografo, fece vergogna all'Imperatore ed all'Impero. Azimo o Azimunzio, piccola città della Tracia sulle frontiere Illiriche[681], s'era distinta pel marzial coraggio della sua gioventù, l'abilità e la riputazione dei Capitani che aveva scelti, e le ardite loro imprese contro l'innumerabil esercito dei Barbari. Gli Azimuntini, invece d'aspettar quietamente che le truppe degli Unni s'avvicinassero, le attaccarono con frequenti e felici sortite, ed esse a grado a grado evitarono di accostarvisi; di più riscattarono dalle loro mani le spoglie ed i prigionieri, e reclutarono le domestiche loro forze mediante la volontaria associazione dei fuggitivi e dei disertori. Dopo la conclusion del trattato, Attila tuttavia minacciava l'Impero d'un'implacabile guerra, se gli Azimuntini non venivano persuasi o costretti ad eseguire le condizioni, che il loro Sovrano aveva accettate. I Ministri di Teodosio con Vergogna e verità confessarono, ch'essi non avevano più autorità veruna sopra una società di uomini, che sì bravamente sostenevano la loro naturale indipendenza; ed il Re degli Unni si contentò di concludere un cambio uguale co' cittadini d'Azimo. Essi domandarono la restituzione d'alcuni pastori, ch'erano stati accidentalmente sorpresi co' loro bestiami. Ne fu concessa una rigorosa quantunque inutil ricerca; ma gli Unni furono costretti a giurare, che essi non ritenevano alcun prigioniero appartenente a quella città, prima di poter ricovrare i due lor nazionali restati in vita, che gli Azimuntini si erano riservati come pegni per la salvezza dei perduti loro compagni. Attila, per la sua parte, restò soddisfatto e deluso dalla solenne loro asserzione, che il resto degli schiavi era stato messo a morte, e che avevano costantemente per costume di licenziar subito i Romani e i disertori, che avevano ottenuto la sicurezza della pubblica fede. Può condannarsi o scusarsi da' Casisti questa officiosa e prudente dissimulazione, secondo che sono inclinati alla rigida opinione di S. Agostino o al sentimento più dolce di S. Girolamo e di S. Grisostomo; ma ogni soldato ed ogni politico dee confessare, che se fosse stata incoraggita e moltiplicata la razza degli Azimuntini, i Barbari non avrebbero più calpestato la maestà dell'Impero[682].

Sarebbe stato maraviglioso, in vero, se Teodosio avesse comprato con la perdita dell'onore una sicura e solida tranquillità; o se la sua sommissione non avesse invitato a ripeter le ingiurie. La Corte di Bisanzio fu insultata da cinque o sei successive ambasciate[683] ed i Ministri d'Attila avevano tutti la commissione di sollecitare la tarda o imperfetta esecuzione dell'ultimo trattato; di produrre i nomi dei fuggitivi e dei disertori, che erano tuttavia protetti dall'Impero; e di dichiarare con apparente moderazione che qualora il loro Principe non avesse una compita ed immediata soddisfazione, sarebbe impossibile per lui, quand'anche lo volesse, di frenare lo sdegno delle sue guerriere tribù. Oltre i motivi di alterigia e d'interesse, che potevan muovere il Re degli Unni a continuare questa sorta di negoziazione, agiva sopra di esso anche l'oggetto meno onorevole d'arricchire i suoi favoriti a spese dei nemici. S'era esaurito il tesoro Imperiale a procurare i buoni ufizi degli Ambasciatori e dei principali lor famigliari, la favorevole relazione dei quali poteva influire a mantenere la pace. Il Barbarico Monarca era lusingato dalle liberali accoglienze dei suoi Ministri; computava con piacere il valore e la splendidezza dei loro doni; esigeva rigorosamente l'esecuzione d'ogni promessa, che potesse contribuire al privato loro vantaggio, e trattò come un importante affare di Stato il matrimonio di Costanzo suo Segretario[684]. Questo Gallico avventuriere ch'era stato raccomandato da Ezio al Re degli Unni, s'era impegnato a favorire i Ministri di Costantinopoli pel convenuto premio d'una ricca e nobile moglie, e fu scelta la figlia del Conte Saturnino per adempire le obbligazioni della sua patria. La ripugnanza della vittima, alcune domestiche turbolenze, e l'ingiusta confiscazione de' beni di lei raffreddaron l'ardore dell'interessato suo amante; ma egli tuttavia domandava in nome di Attila un matrimonio equivalente, e dopo molte ambigue dilazioni e scuse, la Corte Bizantina fu costretta a sacrificare a quest'insolente straniero la vedova d'Armazio, la nascita, l'opulenza e la bellezza della quale le davano uno dei più illustri posti fra le matrone Romane. Per queste importune ed oppressive ambascerie Attila pretendeva una conveniente corrispondenza: ei bilanciava con sospettoso orgoglio il carattere ed il grado degli Ambasciatori Imperiali; ma condiscese a promettere, che si sarebbe avanzato fino a Sardica per ricevere qualche Ministro che fosse stato investito della dignità Consolare. Il Consiglio di Teodosio evitò questa proposizione, rappresentando lo stato desolato e rovinoso di Sardica, ed anche s'avventurò a far intendere, che ogni Ufiziale dell'esercito o del palazzo era qualificato per trattare co' più potenti Principi della Scizia. Massimino[685], rispettabile cortigiano, che avea lungamente esercitato la sua abilità in impieghi civili e militari, accettò con ripugnanza l'incomoda e forse pericolosa commissione di riconciliare il torbido spirito del Re degli Unni. L'istorico Prisco[686] suo amico prese l'opportunità d'osservare il Barbaro Eroe nelle pacifiche e domestiche azioni della vita; ma il segreto dell'ambasceria (fatale e colpevol segreto) non fu affidato che all'interprete Vigilio. Nell'istesso tempo tornarono da Costantinopoli al campo Reale gli ultimi due Ambasciatori degli Unni, Oreste nobile suddito della Pannonia, ed Edecone valente Capitano della Tribù degli Scirri. Gli oscuri lor nomi furono in seguito illustrati dalla straordinaria fortuna e contrasto dei loro figli: i due servitori d'Attila divennero padri dell'ultimo Imperadore dell'Occidente, e del primo Re barbaro d'Italia.

A. 448

Gli Ambasciatori, che erano seguitati da un numeroso treno di uomini e di cavalli, fecero la prima loro fermata in Sardica alla distanza di trecento cinquanta miglia o di tredici giorni di cammino da Costantinopoli. Siccome i residui di Sardica erano tuttavia compresi dentro i limiti dell'Impero, toccava ai Romani ad esercitare gli ufizi dell'ospitalità. Essi provvidero coll'aiuto dei Provinciali un sufficiente numero di bovi e di pecore, ed invitarono gli Unni ad una splendida o almeno abbondante cena. Ma tosto fu disturbata l'armonia del convito dal vicendevole pregiudizio ed indiscretezza. Si sostenne ardentemente la grandezza dell'Imperatore e dell'Impero da' loro Ministri; gli Unni con ugual calore sostennero la superiorità del vittorioso loro Monarca: s'infiammò viepiù la contesa dalla temeraria ed inopportuna adulazione di Vigilio, che con veemenza rigettò il confronto d'un puro mortale col divino Teodosio; e con estrema difficoltà Massimino e Prisco poterono mutar la materia della conversazione, o addolcire gli animi sdegnati dei Barbari. Quando s'alzaron da tavola, l'Ambasciatore Imperiale presentò ad Edecone ed Oreste dei ricchi doni di vesti di seta, e di perle dell'India, che essi accettarono con rendimento di grazie. Ma Oreste non potè a meno di fare intendere, che egli non era stato sempre trattato con tal liberalità e rispetto: e l'offensiva distinzione, che si fece fra il suo civile ufizio, ed il posto ereditario del suo collega sembra, che rendesse Edecone un amico dubbioso, ed Oreste un irreconciliabil nemico. Dopo questo riposo fecero circa cento miglia da Sardica a Naisso. Quella florida città, che avea data i natali al Gran Costantino, era caduta a terra; gli abitanti di essa erano stati distrutti o dispersi; e la vista di alcuni malaticci individui, a' quali tuttavia permettevasi d'esistere fra le rovine delle Chiese, non serviva che ad accrescer l'orrore di quello spettacolo. La superficie del paese era coperta di ossa di morti; e gli Ambasciatori, che dirigevano il loro corso al Nord-ovest, furono costretti a passare i colli della moderna Servia prima di scendere nelle piane e paludose terre, che vanno a terminare al Danubio. Gli Unni eran padroni di quel gran fiume: facevan la loro navigazione in ampi canotti formati dal tronco di un solo albero incavato; i Ministri di Teodosio furono trasportati sicuri all'altra riva, ed i Barbari loro compagni subito s'affrettarono verso il campo d'Attila, che era preparato ugualmente pei divertimenti della caccia o della guerra. Appena Massimino erasi allontanato circa due miglia dal Danubio, che principiò a sperimentare la fastidiosa insolenza del vincitore. Gli fu assolutamente proibito d'alzar le sue tende in una piacevol vallata per timore che non violasse il distante rispetto dovuto all'abitazione Reale. I Ministri d'Attila insistettero perchè comunicasse loro gli affari e le istruzioni, che ei riservava per la persona del loro Sovrano. Allorchè Massimino moderatamente allegò il costume contrario delle nazioni, restò sempre più confuso nel sapere, che le risoluzioni del Sacro Consistoro, quei segreti (dice Prisco) che non dovrebbero rivelarsi neppure agli Dei, erano stati per tradimento aperti al pubblico nemico. Ricusando egli d'adattarsi a tali vergognosi termini, fu immediatamente dato ordine all'Ambasciatore Imperiale di partire; l'ordine però fu revocato; ei fu richiamato indietro; e gli Unni rinnovarono gli inutili loro sforzi per vincere la paziente fermezza di Massimino. Finalmente per intercessione di Scotta fratello di Onegesio, del quale s'era comprata l'amicizia con un liberal dono, fu ammesso alla presenza Reale; ma invece d'ottenere una decisiva risposta, fu costretto ad intraprendere un lontano viaggio verso il Settentrione, affinchè Attila potesse godere la superba soddisfazione di ricevere nel medesimo campo gli Ambasciatori dell'Impero Orientale ed Occidentale. Fu regolato il suo cammino dalle guide, che l'obbligavano a fermarsi, ad affrettar la sua marcia, o a deviare dalla strada maestra, secondo che meglio si attagliava al comodo del Re. I Romani che traversarono le pianure dell'Ungheria, crederono di passare vari fiumi navigabili o in canotti, o in battelli portatili; ma v'è motivo di sospettare, che il tortuoso corso del Teiss o del Tibisco si presentasse loro in diversi luoghi sotto vari nomi. Dai vicini villaggi ricevevano una copiosa e regolar quantità di provvisioni, cioè idromele invece di vino, miglio in luogo di pane, ed un certo liquore chiamato Camus, che secondo la descrizione di Prisco, era stillato dall'orzo[687]. Tal nutrimento pareva forse grossolano e non delicato a persone assuefatte al lusso di Costantinopoli: ma nei loro accidentali bisogni furono aiutati dalla gentilezza ed ospitalità di quegli stessi Barbari, che erano così terribili e senza pietà nella guerra. Gli Ambasciatori si erano attendati sulla riva di una gran palude. Una violenta tempesta di vento e di pioggia, di tuoni e di fulmini rovesciò le lor tende, gettò il lor bagaglio ed i loro arnesi nell'acqua, e disperse i loro famigliari, che andavano errando nell'oscurità della notte incerti della strada, in cui si trovavano, e timorosi di qualche incognito pericolo, finattantochè risvegliarono con le lor grida gli abitanti d'un vicino villaggio, che apparteneva alla vedova di Bleda. L'officiosa benevolenza di questi illuminò tosto quel luogo, ed accese in pochi momenti un opportuno fuoco di canne; furono generosamente soddisfatti i bisogni ed anche i desiderj dei Romani; e sembra, che fossero imbarazzati dalla singolar gentilezza della vedova di Bleda, che aggiunse agli altri di lei favori il dono, o almeno l'imprestito di un sufficiente numero di belle ed ossequiose donzelle. Il giorno seguente fu destinato al riposo, a raccogliere ed asciugare il bagaglio, ed a rinfrescar gli uomini ed i cavalli; ma la sera, prima di proseguire il loro viaggio gli Ambasciatori dimostrarono alla cortese Signora del villaggio la lor gratitudine mediante un dono molto gradito di coppe di argento, di lane rosse, di frutti secchi e di pepe d'India. Dopo quest'avventura tosto raggiunsero Attila, dal quale erano stati separati circa sei giorni; e lentamente s'avanzarono verso la Capitale d'un Impero che nello spazio di più migliaia di miglia non conteneva neppure una città.

Per quanto possiam rilevare dall'incerta ed oscura geografia di Prisco, pare che questa Capitale fosse collocata fra il Danubio, il Tibisco ed i Colli Carpazi nelle pianure dell'Ungheria superiore, e più probabilmente nelle vicinanze di Giasberin, d'Agria, o di Tokai[688]. Nel suo principio non poteva essere, che un campo accidentale, che mediante la lunga e frequente residenza d'Attila era divenuto appoco appoco un grosso villaggio, atto a ricevere la sua Corte, le truppe che lo seguitavano, e la varia moltitudine degli oziosi o attivi schiavi e domestici[689]. I bagni eretti da Onegesio erano il solo edifizio di pietra; se n'erano trasportati i materiali dalla Pannonia, e poichè il vicino paese era privo anche di grosso legname può supporsi, che le minori abitazioni del villaggio reale fossero formate di paglia, di terra o di grossa tela. Le case di legno dei più illustri fra gli Unni erano costrutte ed ornate con rozza magnificenza secondo il grado, le sostanze, o il gusto dei proprietarj. Sembra, che fossero disposte con qualche specie di ordine o di simetria, ed ogni luogo diveniva più onorevole a misura che più era vicino alla persona del Sovrano. Il Palazzo d'Attila, che avanzava tutte le altre case dei suoi Stati, era tutto fabbricato di legno, ed occupava un ampio spazio di terreno. L'esterno recinto chiudevasi da un'alta muraglia o palizzata di tavole piane squadrate, intersecata da alte torri fatte più per ornamento che per difesa. Questa muraglia, che pare circondasse il declive d'un colle, conteneva una gran quantità di edifizi di legno adattati all'uso della Corte. Era assegnata una casa a parte a ciascheduna delle numerose mogli d'Attila; ed invece del rigoroso ritiro imposto dalla gelosia Asiatica, esse ammettevano gentilmente gli Ambasciatori Romani alla lor presenza, alla loro tavola, ed anche alla libertà di un innocente abbracciamento. Quando Massimino presentò i suoi doni a Cerca, Regina principale, egli ammirò la singolare architettura della sua abitazione, l'altezza delle rotonde colonne, la grossezza e bellezza del legname, che era con arte lavorato o tornito o lustrato o inciso; e l'attento di lui occhio fu capace di scoprire qualche gusto negli ornamenti, o qualche regolarità nelle proporzioni. Dopo aver passato le guardie, che stavano avanti la porta, gli Ambasciatori furono introdotti nell'appartamento privato di Cerca. La Moglie d'Attila ricevè la lor visita, sedendo o piuttosto coricata sopra un morbido letto; il pavimento era coperto di un tappeto; i famigliari formavano un cerchio attorno la Regina; e le sue damigelle assise in terra s'impiegavano a lavorare i ricami di vari colori, che adornavano gli abiti dei guerrieri Barbari. Gli Unni erano ambiziosi di far pompa di quelle ricchezze, che erano il frutto e la prova delle loro vittorie; i finimenti dei loro cavalli, le loro spade e fino le scarpe loro erano guarnite d'oro e di pietre preziose, e le loro tavole erano profusamente coperte di piatti, di bicchieri e di vasi d'oro e d'argento, che eran opere di Greci artefici. Il solo Monarca aveva il sublime orgoglio di star sempre attaccato alla semplicità dei suoi maggiori Sciti[690]. Le vesti d'Attila, le sue armi ed i finimenti del suo cavallo erano semplici, senz'ornamenti e d'un solo colore. La tavola reale non ammetteva che piatti e bicchieri di legno; ei non mangiava che carne; ed il Conquistatore del Settentrione mai non gustò il lusso del pane.

Quando Attila diede udienza la prima volta ai Romani Ambasciatori sulle rive del Danubio, la sua tenda era circondata da una formidabile guardia. Il Monarca stesso era assiso sopra una sedia di legno. L'aria minacciante, gli sdegnosi gesti ed il tuono impaziente di esso rendettero attonito il costante Massimino; ma Vigilio avea più ragion di tremare, mentre chiaramente intese la minaccia, che se Attila non avesse rispettato il diritto delle genti, avrebbe fatto affiggere il bugiardo interprete ad una croce, abbandonando il suo corpo agli avoltoi. Il Barbaro condiscese a produrre un'esatta nota per dimostrare l'audace falsità di Vigilio, che aveva asserito non potersi trovare più di diciassette disertori. Ma egli arrogantemente dichiarò, che temeva solo la vergogna di combattere coi fuggitivi suoi schiavi; mentre disprezzava i loro impotenti sforzi a difendere le Province, che Teodosio aveva affidato alle loro armi: «Poichè qual fortezza (proseguì Attila) qual città in tutta l'estensione del Romano Impero può sperare d'esser sicura ed inespugnabile, se a noi piaccia di toglierla dalla terra?» Licenziò nonostante l'interprete, che tornò a Costantinopoli con la sua perentoria domanda d'una più compita restituzione e d'un'ambasceria più splendida. Appoco appoco si calmò la sua collera, ed il domestico suo contento in un matrimonio, che celebrò per istrada con la figlia d'Eslam, potè forse contribuire a mitigare la nativa fierezza del suo naturale. Si solennizzò l'ingresso di Attila nel regal villaggio con una ceremonia ben singolare. Una numerosa truppa di donne si fece incontro all'Eroe ed al Sovrano loro. Esse andavano avanti di lui disposte in lunghe regolari file: gli spazi fra queste file erano occupati da bianchi veli di lino fino che le donne tenevano da ambe le parti con le mani alte, e che formavano un baldacchino per un coro di fanciulle, che cantavano inni e canzoni in lingua Scita. La moglie d'Onegesio, suo favorito, con un seguito di donne salutò Attila alla porta della propria casa, sulla strada, che conduceva al palazzo; e gli presentò secondo l'uso del paese il suo rispettoso omaggio, invitandolo a gustare il vino ed il cibo ch'ella aveva preparato pel ricevimento di lui. Appena il Monarca ebbe accettato l'ospitale suo dono, i domestici della medesima alzarono una piccola tavola d'argento ad una conveniente altezza, stando egli sempre a cavallo; ed Attila dopo d'aver toccato colle sue labbra il bicchiere, salutò di nuovo la moglie d'Onegesio, e continuò il suo viaggio. Nel tempo della sua residenza nella Capitale dell'Impero il Re degli Unni non consumava le ore nella segreta oziosità d'un serraglio, e sapeva conservare la sublime sua dignità senza nascondersi alla pubblica vista. Frequentemente adunava il Consiglio, e dava udienza agli Ambasciatori delle nazioni: ed il suo Popolo poteva appellare al supremo Tribunale, su cui stava in certi determinati tempi, e secondo l'Oriental costume avanti la porta principale del suo palazzo di legno. I Romani sì dell'Oriente che dell'Occidente furono due volte invitati a' banchetti, nei quali Attila trattava i Principi e Nobili della Scizia. Massimino ed i suoi colleghi furono fermati sulla soglia per fare una devota libazione alla salute e prosperità del Re degli Unni; e dopo tal ceremonia vennero condotti ai rispettivi lor posti in una spaziosa sala. Nel mezzo di essa innalzavansi sopra vari gradini la tavola ed il letto reale, coperto di tappeti e di fina biancheria i od erano ammessi a parte del semplice o famigliar pranzo d'Attila un figlio, uno zio, o forse un Re favorito. Erano disposte per ordine da una parte e dall'altra due fila di piccole tavole, ciascheduna delle quali conteneva tre o quattro convitati; la destra stimavasi la più onorevole; ma i Romani confessano ingenuamente, che essi furono posti dalla sinistra; e che Beric, incognito Capitano probabilmente di stirpe Gotica, precedeva i rappresentanti di Teodosio e di Valentiniano. Il Barbaro Monarca riceveva dal suo coppiere un bicchiere pieno di vino, e cortesemente beveva alla salute del più distinto fra' convitati, che si alzava in piedi, ed esprimeva nell'istessa guisa i fedeli e rispettosi suoi voti. Questa ceremonia si faceva successivamente a tutte o almeno alle più illustri persone dell'adunanza, e vi si doveva impiegare un tempo considerabile, poichè si ripeteva tre volte ad ogni portata, che ponevasi in tavola. Restò però il vino anche dopo che erano levati i cibi; e gli Unni continuarono a soddisfare la loro intemperanza per lungo tempo dopo che i sobri e decenti Ambasciatori dei due Imperi s'erano ritirati dal notturno convito. Ma prima di ritirarsi ebbero una singolare occasione d'osservare i costumi della nazione nei suoi divertimenti conviviali. Stavano davanti al letto d'Attila due Sciti, e recitavano i versi che avevan composti per celebrare il valore e le vittorie di esso. Si fece nella sala un profondo silenzio; l'attenzione dei convitati venne richiamata dalla vocale armonia, che rammentava e perpetuava la memoria delle proprie lor geste. Dagli occhi dei guerrieri usciva un marziale ardore, che li dimostrava impazienti della battaglia; e le lagrime dei vecchi esprimevano la generosa loro disperazione di non poter più essere a parte del pericolo e della gloria del campo[691]. A questo trattenimento, che potrebbe risguardarsi come una scuola di valor militare, successe una farsa, che abbassava la dignità della natura umana. Un buffone Moro ed uno Scita eccitavano a vicenda il brio dei rozzi spettatori con la deforme loro figura, co' ridicoli abiti, coi gesti caricati, con gli assurdi discorsi e con lo strano non intelligibil mescuglio delle lingue Latina, Gotica ed Unna; e la sala risuonava di alti e licenziosi scrosci di risa. In mezzo a questo smoderato fracasso il solo Attila senza mutar positura mantenne la sua costante ed inflessibile gravità, che non lasciò mai, fuori che nell'entrare d'Irnac, che era il più piccolo dei suoi figli: abbracciò egli il fanciullo con un sorriso di tenerezza paterna, lo prese gentilmente per le gote, e dimostrò una parziale affezione, che veniva giustificata dalla sicurezza, datagli da' suoi Profeti, che Irnac sarebbe stato il futuro sostegno della famiglia e dell'Impero di esso. Due giorni dopo gli Ambasciatori ebbero un secondo invito, ed ebbero motivo di lodare la cortesia ugualmente che l'ospitalità d'Attila. Il Re degli Unni ebbe un lungo e famigliare discorso con Massimino; ma la sua civiltà fu interrotta da crude espressioni e da superbi rimproveri; e fu mosso da un motivo d'interesse a sostenere con indecente zelo le private pretensioni di Costanzo suo segretario. «L'Imperatore (disse Attila) gli ha da gran tempo promesso una ricca moglie; Costanzo non dev'esser deluso; nè un Imperator Romano dovrebbe meritare il nome di bugiardo». Il terzo giorno, gli Ambasciatori furono licenziati; fu accordata la libertà di vari schiavi, per un moderato riscatto, alle premurose loro preghiere; ed oltre i presenti reali fu loro permesso d'accettare da ciascheduno de' nobili Sciti l'onorevole ed utile dono d'un cavallo. Massimino tornò per la medesima strada a Costantinopoli; e quantunque si trovasse impegnato accidentalmente in una disputa con Beric, nuovo Ambasciatore d'Attila, si lusingava d'aver contribuito, mediante il laborioso suo viaggio, a confermar la pace e l'alleanza delle due nazioni[692].

Ma il Romano Ambasciatore non sapeva il disegno del tradimento, che si era coperto sotto la maschera della pubblica fede. La sorpresa e la gioia d'Edecone allorchè osservava lo splendor di Costantinopoli, avea incoraggito l'interpetre Vigilio a procurargli un segreto abboccamento coll'Eunuco Crisafio[693], che governava l'Imperatore e l'Impero. Dopo qualche preliminare discorso, ed un vicendevole giuramento di segretezza, l'Eunuco, che secondo i propri sentimenti o la propria esperienza non avea concepito alcuna sublime idea della virtù ministeriale, si avventurò a proporre la morte d'Attila, come un importante servigio, per cui Edecone avrebbe potuto meritare una gran parte della ricchezza e del lusso che egli ammirava. L'Ambasciatore degli Unni diede orecchio alla seducente offerta; e dichiarò con apparente zelo, che esso aveva il potere e la facilità d'eseguire la sanguinosa impresa: ne fu comunicato il disegno al Maestro degli Ufizi, e Teodosio acconsentì all'assassinamento dell'invincibile suo nemico. Ma svanì questa perfida cospirazione per la dissimulazione o pel pentimento d'Edecone, e quantunque potesse esagerare l'interna sua ripugnanza pel tradimento, ch'egli pareva approvare, destramente si procurò il merito d'una opportuna e volontaria confessione. Ora se vogliamo esaminar l'ambasceria di Massimino e la condotta d'Attila, dobbiamo applaudire a quel Barbaro, che rispettò le leggi dell'ospitalità, e generosamente trattò e lasciò libero il Ministro d'un Principe, che avea cospirato contro la sua vita. Ma comparirà sempre più straordinaria la temerità di Vigilio, che consapevole del suo delitto e pericolo, tornò al campo reale in compagnia del proprio figlio, e portando seco una pesante borsa d'oro, somministratagli dall'Eunuco favorito per soddisfare le richieste d'Edecone, e corrompere la fedeltà delle guardie. L'interprete fu subito preso, e tratto al Tribunale d'Attila, dove asserì la sua innocenza con apparente fermezza, finattantochè la minaccia d'uccidere immediatamente il suo figlio, gli trasse di bocca una sincera confessione del colpevol fatto. Sotto nome di riscatto o di confiscazione, il rapace Re degli Unni accettò dugento libbre d'oro per la vita d'un traditore, ch'egli sdegnava di punire. Diresse il suo giusto risentimento contro un oggetto più nobile. Furono immediatamente spediti a Costantinopoli Eslao ed Oreste, suoi Ambasciatori, con una perentoria istruzione, che era molto più sicuro per essi l'eseguire, che il non osservarla. Entrarono arditamente alla presenza Imperiale con la fatal borsa appesa al collo d'Oreste, il quale interrogò l'Eunuco Crisafio, che stava vicino al trono, se riconosceva la prova della sua colpa. Ma l'ufizio del rimprovero era riserbato alla superior dignità d'Eslao suo collega, che gravemente s'indirizzò all'Imperatore dell'Oriente con queste parole. «Teodosio è figlio d'un illustre e rispettabile padre: Attila parimente è disceso da una nobile stirpe, ed ha sostenuto, con le proprie azioni, la dignità che ereditò dal suo genitore Mundzuk. Ma Teodosio ha perduto i suoi paterni onori, ed acconsentendo a pagar tributo, si è abbassato alla condizion d'uno schiavo. Egli è dunque giusto, che veneri quell'uomo, che la fortuna ed il merito hanno posto sopra di lui, invece di tentare come un malvagio schiavo di cospirare furtivamente contro il suo Signore». Il figlio d'Arcadio, il quale solo era assuefatto alla voce dell'adulazione, udì con sorpresa il severo linguaggio della verità: arrossì e tremò; nè osò di negare direttamente la testa di Crisafio, che Eslao ed Oreste avevan ordine di domandare. Fu subito spedita una solenne Ambasceria, munita di pieno potere e di magnifici doni, per calmare la collera d'Attila; e fu secondato il suo orgoglio con la scelta di Nomio e d'Anatolio, due Ministri di grado Consolare o Patrizio, l'uno dei quali era gran Tesoriere e l'altro era Generale degli eserciti dell'Oriente. Egli condiscese ad incontrar questi Ambasciatori sulle rive del fiume Drence; e quantunque a principio affettasse un sostenuto e superbo contegno, l'ira di esso appoco appoco fu ammollita dalla loro eloquenza e liberalità. Si contentò di perdonare all'Imperatore, all'Eunuco ed all'interpetre; s'obbligò con giuramento ad osservare le condizioni della pace; rilasciò un gran numero di schiavi; abbandonò al loro destino i fuggitivi e i disertori; e cedè un vasto territorio al mezzodì del Danubio, che egli avea già spogliato di ricchezze e di abitatori. Ma si comprò questo trattato ad un prezzo, che avrebbe potuto sostenere una vigorosa e felice guerra; ed i sudditi di Teodosio furon costretti a redimere la vita d'un indegno favorito per mezzo di opprimenti imposizioni, che essi avrebbero più volentieri pagate per la sua morte[694].