STORIA
DELLA DECADENZA E ROVINA
DELL'IMPERO ROMANO
DI
EDOARDO GIBBON
TRADUZIONE DALL'INGLESE
VOLUME DECIMOTERZO
MILANO
PER NICOLÒ BETTONI
M.DCCC.XXIV
STORIA
DELLA DECADENZA E ROVINA
DELL'IMPERO ROMANO
CAPITOLO LXVII.
Scisma de' Greci e de' Latini. Regno e carattere di Amurat. Crociata di Ladislao Re d'Ungheria. Sconfitta e morte del medesimo. Giovanni Uniade. Scanderbeg. Costantino Paleologo, ultimo Imperatore di Costantinopoli.
Un Greco eloquente, padre delle scuole dell'Italia, ha paragonate fra loro e celebrate le città di Roma e di Costantinopoli[1]. Il sentimento che Manuele Crisogoras provò alla vista dell'antica Capitale del Mondo, sede de' suoi antenati, superò tutte le idee che egli avea potuto da prima formarsene; nè biasimò d'indi in poi l'antico sofista che esclamava essere Roma un soggiorno non fatto per gli uomini, ma per gli Dei. Questi Dei e quegli uomini erano spariti da lungo tempo; ma un entusiasmo eccitato da nobili ricordanze trovava nella maestà delle rovine di Roma l'immagine della sua antica prosperità. I monumenti de' Consoli e de' Cesari, de' Martiri e degli Appostoli, eccitavano per ogni lato la curiosità del filosofo e del cristiano. Manuele confessò, che l'armi e la religione di Roma erano state predestinate a regnar sempre nell'Universo; ma questa venerazione che gl'inspiravano le auguste bellezze della madre patria, nol fecero dimentico della più leggiadra fra le sue figlie, della Metropoli nel cui seno era nato. Mosso da fervor patrio e da sentimento di verità il celebre Bizantino, esalta con uno stile condegno i vantaggi naturali ed eterni di Costantinopoli, magnificando poi ancora i men saldi monumenti della potenza e dell'arti che l'aveano abbellita. Ma in questa seconda parte, osserva modestamente che la perfezione della copia ridonda a maggior gloria dell'originale, e che è un contento ai genitori il vedersi rinnovellati e perfin superati dai proprj figli. «Costantinopoli, dice l'Oratore, è situata sopra di una collina tra l'Europa e l'Asia, tra l'Arcipelago e il Mar Nero. Essa congiunge, a comune vantaggio delle nazioni, due mari e due continenti, tenendo a suo grado aperte, o chiuse le porte del commercio del Mondo. Il porto di essa, cinto da ogni banda dal continente e dal mare, è il più vasto e sicuro fra tutti i porti dell'Universo. Le porte e le mura di Costantinopoli possono essere paragonate a quelle di Babilonia. Alte, numerose e saldissime ne sono le torri; il secondo muro, o l'esterna fortificazione, basterebbe alla difesa e alla maestà di una Capitale men rilevante, e potendosi introdurre nelle sue fosse una grossa e rapida corrente, è lecito chiamarla un'isola artificiale, atta ad essere alternativamente circondata siccome Atene[2] dalla terra e dalle acque». Vengono citate due cagioni che naturalmente, e con efficacia, dovettero contribuire a far perfetto il disegno della nuova Roma. Il Principe che ne fu il fondatore, come quegli che comandava alle più illustri nazioni del Mondo, fece servire con vantaggio alla esecuzione de' suoi divisamenti le scienze e le arti della Grecia, e la potenza di Roma. Nella maggior parte dell'altre città, la grandezza loro fu proporzionata ai tempi e agli avvenimenti, onde in mezzo ai pregi delle medesime, scorgesi una mescolanza di disordine e di deformità; gli abitanti, affezionati al paese ove nacquero, nè vorrebbero abbandonarlo, nè possono correggere i vizj del secolo o del clima, nè gli errori de' loro antenati. Ma il disegno di Costantinopoli e la sua esecuzione furono l'opera libera di una sola mente, e a questo primitivo modello apportarono perfezione lo zelo obbediente de' sudditi e il fervore de' successori di Costantino. A questa grande fabbrica somministrarono i marmi le isole addiacenti che ne erano provvedutissime; gli altri materiali vennero trasportati dal fondo dell'Europa e dell'Asia; la costruzione de' pubblici e de' privati edifizj, de' palagi, delle chiese, degli acquedotti, delle cisterne, de' portici, delle colonne, de' bagni, e degli ippodromi, corrispose nelle dimensioni alla grandezza della Capitale dell'Oriente. Il superfluo delle ricchezze della città si sparse lungo le rive dell'Europa e dell'Asia; onde i dintorni di Bisanzo fino all'Eussino, all'Ellesponto e al gran Muraglione somigliano ad un popolato sobborgo, o ad una serie continuata di giardini. In questa seducente pittura, il descrittore confonde con oratoria destrezza il passato e il presente, i giorni della prosperità e quelli dello scadimento; ma la verità sfuggendogli, quasi a sua non saputa, dal labbro, sospirando confessa che la sua misera patria non è più altro se non se l'ombra o il sepolcro della superba Bisanzo. Le antiche opere di scoltura erano state sformate del cieco zelo de' Cristiani, o dalla violenza de' Barbari. I più belli edifizj demoliti; arsi i preziosi marmi di Paro o della Numidia per farne calce, o convertiti in trivialissimi usi. Un nudo piedistallo indicava il luogo ove sorsero le statue più rinomate: nè poteano in gran parte giudicarsi le dimensioni delle colonne che dai rimasugli di qualche infranto capitello. Dispersi vedeansi sul suolo i frantumi delle tombe degl'Imperatori; e i turbini e i tremuoti avevano aiutato il tempo in queste opere di distruzione; intanto che una volgar tradizione ornavano i vôti intervalli di monumenti favolosi d'oro o d'argento. Però Manuele eccettua da queste meraviglie, che non aveano esistenza se non se nella memoria degli uomini, o forse anche non l'ebbero che nella loro immaginazione, il pilastro di porfido, le colonne e il colosso di Giustiniano[3], la chiesa e soprattutto la cupola di S. Sofia, con cui termina convenevolmente il suo quadro, «poichè, non possono, dic'egli esserne in assai degno modo descritte le bellezze, ned è lecito nomar altri monumenti dopo avere favellato di questa». Egli però dimentica di notare che, nel secolo precedente, i fondamenti del colosso e della chiesa erano stati sostenuti e riparati per le solerti cure di Andronico il Vecchio. Trent'anni dopo che questo Imperatore si era creduto affortificare il Tempio di S. Sofia con due nuovi puntelli o piramidi, crollò d'improvviso l'emisfero orientale della cupola; le immagini, gli altari e il Santuario rimasero sepolti sotto le rovine; ma in breve questo guasto fu riparato, perchè i cittadini di tutte le classi lavorarono con perseveranza a far disparire i rottami, e i meschini avanzi delle loro ricchezze e della loro industria andarono impiegati a rifabbricare il più magnifico e venerabile Tempio dell'Oriente[4].
A. D. 1440-1448
Minacciati d'una prossima distruzione la città e l'impero di Costantinopoli, fondavano un'ultima speranza sull'unione della madre e della figlia, sulla tenerezza materna di Roma, e sulla obbedienza filiale di Costantinopoli. Nel Concilio di Firenze, i Greci e i Latini si erano abbracciati, avevano sottoscritto; avevano promesso; ma perfide e vane essendo queste dimostrazioni di amicizia[5], tutto l'edifizio dell'unione sfornito di fondamento disparve come un sogno[6]. L'Imperatore e i suoi prelati partirono sulle galee di Venezia; ma nelle fermate che fecero ai lidi della Morea, alle isole di Corfù o di Lesbo, udirono alte querele sull'unione pretesa, che dovea servire soltanto, diceasi, di nuovo strumento alla tirannide. Sbarcati sulla riva di Bisanzo, li salutarono, o a meglio dire li soprappresero le doglianze generali di una popolazione malcontenta e ferita nel più vivo de' suoi sentimenti, nello zelo religioso. Dopo i due anni che l'assenza della Corte era durata, il fanatismo fermentò nell'anarchia di una Capitale priva di Capi civili ed ecclesiastici; i turbolenti frati, che governavano la coscienza delle femmine e de' devoti, predicavano ai lor discepoli l'odio contro ai Latini, come sentimento primario della natura e della religione. Innanzi di partire per l'Italia, l'Imperatore avea fatto sperare ai suoi sudditi un pronto e possente soccorso; mentre il Clero, altero della sua purità ortodossa, o della sua scienza, riprometteasi, e aveva assicurata al proprio gregge una facile vittoria sui ciechi pastori dell'Occidente. Allorchè si trovarono delusi in questa doppia speranza, i Greci si abbandonarono alla indegnazione; i Prelati, che avevano sottoscritto, sentirono ridestarsi i rimorsi della loro coscienza: il momento del disinganno era venuto; e maggior soggetto aveano di paventare gli effetti del pubblico sdegno, che di sperare la protezione del Papa, o dell'Imperatore. Lungi dal profferire un accento di scusa sulla condotta che tennero, confessarono umilmente la loro debolezza e il lor pentimento, implorando la misericordia di Dio e de' lor compatriotti. A quelli che in tuono di rimprovero lor domandavano qual fosse la conclusione, quali i vantaggi riportati dal Concilio d'Italia, rispondeano con lagrime e con sospiri, «noi abbiam composta una nuova Fede, abbiamo barattata la pietà nell'empietà, abbiurato l'immacolato sagrifizio, siam divenuti azzimiti». Chiamavansi azzimiti coloro che si comunicavano con pane azzimo, o senza lievito, e qui potrei essere costretto a ritrattare, o a schiarir meglio l'elogio che alla rinascente filosofia di quei tempi testè tributai. «Oimè! continuavano essi, ne ha vinti la miseria: ne hanno sedotti la frode, i timori e le speranze di una vita transitoria. Noi meritiamo ne venga troncata la mano che ha suggellato il nostro delitto, ne venga strappata la bocca che ha recitato il simbolo de' Latini». La sincerità del qual pentimento convalidarono prestandosi con maggiore zelo alle più minute cerimonie e al sostegno dei dogmi più incomprensibili. Segregatisi dalla comunione degli altri, non parlavano nemmeno coll'Imperatore, il contegno del quale fu alquanto più decente e ragionevole. Dopo la morte del Patriarca Giuseppe, gli Arcivescovi di Eraclea e di Trebisonda ebbero il coraggio di ricusare la sede rimasta vacante, intanto che il Cardinal Bessarione preferiva l'asilo utile e agiato offertogli dal Vaticano. L'Imperatore ed il Clero elessero, che altra scelta ad essi non rimanea, Metrofane di Cizico; ma quando veniva consagrato in S. Sofia, rimase vuota la chiesa. I vessilliferi della Croce abbandonarono il servigio dell'altare, e la contagione essendosi comunicata dalla città ai villaggi, Metrofane usò invano le folgori della Chiesa contro un popolo di scismatici. Gli sguardi dei Greci si volsero a Marco d'Efeso, difensore del suo paese, e riguardato come santo confessore, i cui patimenti vennero ricompensati con tributo d'applausi e di ammirazione. Ma il suo esempio e i suoi scritti propagarono la fiamma della religiosa discordia, benchè egli soggiacesse ben presto al peso degli anni e delle infermità; perchè l'evangelio di Marco non era un evangelio di tolleranza; onde fino all'estremo anelito chiese non si ammettessero ai suoi funerali i partigiani di Roma che dispensò dal pregare per l'anima sua.
Lo scisma non si ristette fra gli angusti limiti del greco Impero; tranquilli sotto il governo dei Mammalucchi, i Patriarchi di Alessandria, di Antiochia e di Gerusalemme adunarono un numeroso Sinodo, ove negarono la legittimità de' loro rappresentanti a Ferrara e a Firenze, condannando il Sinodo e il Concilio de' Latini, e minacciando l'Imperatore di Costantinopoli delle censure della Chiesa d'Oriente. Tra i settarj della comunione greca, i Russi erano i più potenti, i più ignoranti e superstiziosi: il loro primate, Cardinale Isidoro, corse rapidamente da Firenze a Mosca[7] per ridurre sotto l'autorità del Pontefice questa independente nazione: ma i Vescovi russi aveano attinta la loro dottrina fra le celle del monte Atos, e il Sovrano, non men dei sudditi, seguiva le opinioni teologiche del proprio Clero. Il titolo, il fasto, e la croce latina del Legato, amico di quegli uomini empj, così li chiamavano i Russi, che si radeano la barba e celebravano il divin sagrifizio colle mani coperte dai guanti, e le dita cariche di anelli, divennero altrettanti soggetti di scandalo a quella nazione. Condannato Isidoro da un Sinodo, e rinchiuso in un Monastero, non si sottrasse che con grande stento al furore d'un popolo feroce e fanatico[8]. I Russi inoltre negarono il passo ai Missionarj di Roma che voleano trasferirsi a convertire i Pagani al di là del Tanai[9], fondando il loro rifiuto sulla massima che il delitto d'idolatria è men condannevole di quel dello scisma. L'avversione che i Boemi mostrarono al Papa, rendè meritevoli di scusa i loro errori appo il Clero greco che mandò con una deputazione a chiedere in Lega questi sanguinarj entusiasti[10]. Intanto che Eugenio giubilava della conversione de' Greci, divenuti ortodossi, i partigiani di lui nella Grecia, vedeansi confinati entro le mura, o piuttosto nella reggia di Costantinopoli. Lo zelo di Paleologo eccitato dall'interesse, fu ben tosto raffreddato dalla resistenza, e temè cimentare la propria Corona e la vita, se avesse violentata la coscienza di una nazione, cui non sarebbero mancati soccorritori stranieri e domestici per sostenerla in una santa ribellione. Il Principe Demetrio, fratello dell'Imperatore, il quale soggiornando in Italia, avea serbato un silenzio che era conforme alla prudenza, e che pubblico favore gli conciliò, minacciava d'impugnar l'armi in difesa della religione; intanto l'apparente buon accordo de' Greci e dei Latini cagionava gravi timori al Sultano de' Turchi.
A. D. 1421-1451
«Il Sultano Murad, o Amurat, visse quarantanove anni e ne regnò trenta, sei mesi e otto giorni; Principe coraggioso e giusto, fornito di grande animo, paziente nelle fatiche, istrutto, clemente, caritatevole e pio: amava e incoraggiava gli uomini studiosi e tutto quanto eravi di eccellente nelle scienze e nell'arti. Buon Imperatore e gran Generale, niun altro riportò vittorie tante e sì luminose. La sola Belgrado resistè a' suoi assalti. Sotto il regno del medesimo il soldato fu sempre vittorioso, il cittadino, ricco e tranquillo. Allorchè avea sottomesso un paese, era prima cura di questo principe il fabbricare moschee, ricetti per le carovane, collegi, ospitali. Dava ogn'anno mille piastre d'oro ai figli del Profeta; ne inviava duemilacinquecento alle persone pie della Mecca, di Medina e di Gerusalemme»[11]. Questo ritratto è tolto da uno storico dell'Impero ottomano. Ma non avvi crudele tiranno che non abbia ottenuti encomj da un popolo schiavo e superstizioso, e le virtù d'un sultano non sono spesse volte che i vizi più utili ad esso o più aggradevoli ai suoi sudditi. Una nazione che non abbia mai conosciuto i vantaggi, eguali per tutti, delle leggi e della libertà[12], può lasciarsi sopraffare dalle arti del potere arbitrario. La crudeltà del despota assume indole di giustizia agli occhi dello schiavo che chiama liberalità la profusione, fregia del nome di fermezza la pertinacia. Sotto il regno di colui che non ammette scuse, comunque le più ragionevoli, vi sono pochi atti di sommessione impossibili, e là dove non è sempre in sicuro l'innocenza, dee necessariamente tremare anche il colpevole. Continue guerre mantennero la tranquillità de' popoli e la disciplina de' soldati. La guerra era il mestier dei giannizzeri, fra quali coloro che ne superavano i pericoli, aveano ricca parte alla preda e applaudivano alla generosa ambizion del Sovrano. La legge di Maometto raccomandava al Musulmani di adoperarsi alla propagazione della fede. Tutti gl'Infedeli erano nemici de' Turchi e del loro Profeta; la scimitarra era l'unico strumento di conversione di cui facessero uso i Maomettani. Ciò nullameno la condotta di Amurat, giusto e moderato lo palesò; per tale lo ravvisarono gli stessi Cristiani, che attribuirono la prosperità del suo Regno e la tranquilla sua morte ad un guiderdone largito dal Cielo agli straordinarj meriti di questo Sovrano. Nel vigor degli anni e della militare possanza, poche guerre intimò senza esservi costretto; la sommessione de' vinti facilmente lo disarmava; sacra ed inviolabile erane la parola nell'osservare i Trattati[13]. Gli Ungaresi quasi sempre furono gli aggressori. La ribellione di Scanderbeg l'irritò. Il perfido Caramano vinto due volte, due volte ottenne da Amurat il perdono. Tebe sorpresa dal despota, giustificò l'invasione della Morea: il pronipote di Baiazetto avrebbe potuto facilmente ritorre Tessalonica ai Veneziani che sì di recente l'aveano acquistata. Dopo il primo assedio di Costantinopoli, la lontananza, le sventure di Paleologo, le ingiurie che da lui sofferse Amurat, mai non indussero questo Sultano ad affrettare gli estremi momenti del greco Impero.
A. D. 1443
Ma il tratto più luminoso dell'indole e della vita di Amurat, fu quello senza dubbio di rinunziare il trono due volte. Se i motivi che il mossero non fossero stati inviliti da una mescolanza di superstizione, non potremmo ricusare encomj ad un Monarca filosofo[14] che, nell'età di quarant'anni, seppe discernere il nulla delle umane grandezze. Dopo avere rimesso lo scettro fra le mani del figlio, alle deliziose stanze di Magnesia si ritirò, ma cercando ivi la compagnia de' Santi e degli Eremiti[15]. Non prima del quarto secolo dell'Egira, la religione di Maometto si era lasciata corrompere ammettendo istituzioni monastiche alla sua indole tanto opposte. Ma durante le Crociate, l'esempio de' Monaci cristiani, greci ed anche latini, moltiplicò i varj Ordini di Dervis[16]. Il padrone delle nazioni si assoggettò a digiunare, ad orare, o a girar continuamente in tondo con altri fanatici che confondeano il capogiro colla luce del divino spirito[17]. Ma l'invasione degli Ungaresi il tolse ben tosto da questo entusiastico sonno, e il figlio di lui prevenne il voto del popolo volgendosi nell'istante del pericolo al padre. Sotto la condotta dell'antico Generale, i giannizzeri furono vincitori; ma reduce dal campo di battaglia di Warna, ripetè le sue preci, i suoi digiuni, i suoi giri in tondo coi compagni del suo ritiro a Magnesia: pietose occupazioni da cui lo trassero una seconda volta i pericoli dello Stato. L'esercito vittorioso disdegnò l'inesperienza del figlio; Andrinopoli fu abbandonata al saccheggio e alla strage; la sommossa de' giannizzeri indusse il Divano a sollecitare la presenza di Amurat per impedire l'assoluta ribellione di questa guardia; riconobbero essi la voce del lor padrone, tremarono ed obbedirono; e il Sultano videsi a proprio malgrado costretto a soffrire il suo luminoso servaggio, da cui in capo a quattro anni l'Angelo della morte lo liberò. L'età o le malattie, il capriccio o la sventura, hanno spesse volte costretti molti Principi a scender dal trono, ed hanno avuto tempo per pentirsi di questa irrevocabile risoluzione. Ma il solo Amurat, libero di scegliere, e dopo avere sperimentati e l'Impero e la solitudine, diede per una seconda volta alla vita privata la preferenza.
Dopo la partenza dei Greci, Eugenio non avea dimenticati i loro temporali interessi; e questa tenera sollecitudine del Pontefice a favore dell'Impero di Bisanzo era animata dalla paura di vedere i Turchi avvicinarsi alle coste d'Italia, e forse ben presto invaderle. Ma lo spirito che avea prodotte le prime Crociate, essendo svanito, i Franchi mostrarono una indifferenza così poco ragionevole, come il tumultuoso loro entusiasmo lo fu. Nell'undecimo secolo, un frate fanatico avea saputo spingere tutta l'Europa contro dell'Asia per liberare il Santo Sepolcro; nel decimoquinto i più possenti motivi di politica e di religione non bastarono ad unire i Latini per la comune difesa della Cristianità. Certamente l'Alemagna potea dirsi un ricettacolo non mai vôto di armi e di soldati[18]; ma per mettere in moto questo corpo composto di parti eterogenee, e languenti, vi sarebbe voluto l'impulso di una mano ferma e vigorosa, ben diversa da quella del debole Federico III, che non godea d'alcuna prevalenza come Sovrano, nè d'alcuna considerazione alla persona di lui tributata. Una lunga serie di combattimenti avea stremate le forze della Francia e dell'Inghilterra senza por termine alle loro nimistà[19]. Ma il Duca di Borgogna, Principe vano e fastoso, si fece, immune da spese e pericoli, un merito della opportuna pietà de' suoi sudditi, che sopra una ben guernita flotta veleggiarono dalle coste della Fiandra a quelle dell'Ellesponto. Le Repubbliche di Genova e di Venezia, per situazione di lido, meno estranee al teatro della guerra, unirono sotto lo stendardo di S. Pietro le loro armate. I Regni della Polonia e della Ungheria, che coprivano, per così esprimermi, le barriere interne della Chiesa latina, avevano il maggior interesse ad impedire i progressi dei Turchi. Essendo l'armi il retaggio dei Sarmati e degli Sciti, parea che queste nazioni sarebbero state le più atte a sostenere simile guerra, se volto avessero contra il comune nemico le militari forze che nelle loro discordie civili si distruggevano. Ma un medesimo spirito le rendeva incapaci d'accordo e di obbedienza; troppo povero il paese, troppo debole il Monarca per armare un esercito regolare, le bande di cavalleria ungarese e polacca difettavano d'armi e di que' sentimenti che in alcune occasioni prestavano una forza invincibile alla francese cavalleria. Pur da questa banda i disegni d'Eugenio e l'eloquenza del suo Legato, il Cardinale Giuliano, trovarono appoggio in un accordo di favorevoli circostanze[20]; l'unione di due corone sul capo di Ladislao[21], giovane, ambizioso e guerriero; e il valor d'un eroe Giovanni Uniade, il cui nome, già famoso fra i Cristiani, era formidabile ai Turchi. Ivi largheggiò il Legato d'un tesoro inesausto d'indulgenze e di perdoni; laonde molta mano di guerrieri alemanni e francesi essendosi arrolati sotto la sacra bandiera, nuovi confederati dell'Europa e dell'Asia rendettero, o fecero parere alquanto più formidabile la Crociata. Un fuggiasco despota della Servia esagerò le strettezze e il guerriero ardore de' Cristiani che abitavano l'opposta riva del Danubio; «questi avevano, al dir di lui, risoluto di difendere la propria religione e la propria libertà. L'Imperatore greco[22] con un coraggio ignoto ai suoi maggiori, assumendosi di custodire il Bosforo, promettea uscire di Costantinopoli a capo delle sue truppe e mercenarie e native. Intanto il Sultano di Caramania[23] mandava avviso della ritirata di Amurat che affari più incalzanti chiamavano nella Natolia; e se le flotte occidentali avessero potuto nel tempo medesimo occupare lo stretto dell'Ellesponto, la Monarchia ottomana sarebbesi veduta inevitabilmente smembrata e distrutta. Il Cielo e la terra dovevano senza dubbio arridere ad un'impresa che avea per iscopo la distruzione de' miscredenti»; nè il Cardinal Legato si stette dal divulgare in termini prudentemente equivoci la voce di un soccorso invisibile del figliuol di Dio e della sua Santa Madre.
La guerra santa essendo già il grido unanime delle Diete di Polonia e d'Ungheria, Ladislao, dopo avere varcato il Danubio, condusse l'esercito de' suoi sudditi e confederati fino a Sofia capitale de' Bulgari; nella quale spedizione riportarono due segnalate vittorie che vennero giustamente attribuite al valore e alla condotta di Uniade. Nel primo fatto d'armi, questi comandava un antiguardo di diecimila uomini, coi quali il campo turco sorprese; nel secondo, a malgrado del doppio svantaggio e di terreno, e di numero, sconfisse e fe' prigioniero il più famoso fra i Generali ottomani. La vicinanza del verno e gli ostacoli naturali e artificiali opposti dal monte Emo, fermarono questo Eroe, che sei giorni di cammino avrebbero potuto condurre dalle falde delle montagne alle nemiche torri di Andrinopoli, ovvero alla capitale amica del greco Impero. Si ritirò in buon ordine; e l'ingresso del suo esercito entro le mura di Buda presentò ad un tempo l'aspetto di un trionfo militare e di una procession religiosa, nella quale il Re accompagnato da' suoi guerrieri seguiva a piedi una doppia schiera di Ecclesiastici. Ivi librati in giusta lance i meriti e i riguardi che alle due nazioni belligeranti eran dovuti, l'umiltà cristiana temperò l'orgoglio della conquista. Tredici Pascià, nove stendardi, e quattromila prigionieri attestavano incontrastabilmente la vittoria degli Ungaresi, e i Crociati, nella cui parola tutti credeano, niuno essendovi presente per contraddirla, moltiplicarono senza scrupolo le miriadi di Ottomani lasciati morti sul campo della battaglia[24]. La più indubitata prova dei buoni successi de' Cristiani si stette nelle vantaggiose conseguenze di questa campale stagione; perchè giunse a Buda una deputazione del Divano incaricata di sollecitare la pace, di riscattare i prigionieri e di fare sgomberare la Servia e l'Ungheria. Mercè un tale Trattato conchiuso nella Dieta di Seghedino, il Re, il Despota, e Uniade, ottennero tutti i vantaggi pubblici e particolari cui poteano ragionevolmente aspettarsi. Una tregua di dieci anni fu pattuita; sull'Evangelio i discepoli di Gesù Cristo, sul Corano i seguaci di Maometto giurarono, invocando e gli uni e gli altri il nome di Dio[25], come proteggitore della verità e punitore dello spergiuro. Avendo gli Ambasciatori turchi posto che nella solennità del giuramento da darsi si sostituisse all'Evangelio l'Eucaristia[26], cioè la presenza reale del Dio de' Cattolici, i Cristiani nol vollero per non profanare i lor santi misteri. Una coscienza superstiziosa si crede meno legata dal giuramento in sè stesso che dalle forme esterne e visibili usate a fine di convalidarla[27].
A. D. 1444
Durante questa negoziazione, il Cardinale che la disapprovava ed era troppo debole per opporsi egli solo alla volontà del popolo e del Monarca, si stette in un cupo silenzio; ma sciolta non era per anche la Dieta, allorchè un messo gli portò avviso, che il Caramano era entrato nella Natolia; invasa dall'Imperator greco la Tracia; l'Ellesponto occupato dalle flotte di Venezia, di Genova e di Borgogna; i confederati consapevoli della vittoria di Ladislao, ignari del negoziato, impazienti di unire il proprio all'esercito degli Ungaresi. «In questo modo adunque (sclamò il Cardinale, inorgoglito dalle felici novelle),[28] deluderete le loro speranze e lascierete andar la fortuna? ad essi, al vostro Dio, e ai Cristiani vostri fratelli obbligaste la vostra fede; questo primo obbligo annulla un giuramento imprudente e sacrilego che avete fatto ai nemici di Gesù Cristo, del quale il Papa in questo Mondo è Vicario. Voi non potevate legittimamente nè promettere, nè operare senza la sanzione del Pontefice. In nome di lui santifico le vostre armi e vi sciolgo dall'essere spergiuri. Seguitemi per tanto nel cammino della gloria e della salute; e se vi rimane ancor qualche scrupolo, rovesciatene sopra di me la colpa e il gastigo». L'incostanza, indivisibile mai sempre dalle popolari assemblee, e il sacro carattere del Legato avendo rinvigoriti questi funesti argomenti, fu risoluta la guerra in quel luogo medesimo ove dianzi era stata giurata la pace; e quasi adempiessero il Trattato, i Cristiani assalirono i Turchi, che poterono allora con più giustificato motivo chiamarli infedeli. Le massime di quella età palliarono lo spergiuro di Ladislao, del quale avrebbero fatta in allora compiuta scusa il buon esito e la liberazione della Chiesa latina; ma quel Trattato medesimo che dovea legare la sua coscienza, lo aveva diminuito di forze. I volontari alemanni e francesi, appena udito promulgare la pace, si erano ritirati con indignazione. I Polacchi erano stanchi di continuare in una spedizione sì lontana dai loro paesi, e malcontenti fors'anche di obbedire a Capi stranieri; onde i Palatini si affrettarono a valersi della permissione avuta per tornare nelle proprie province o castella. I dispareri s'introdussero fra gli stessi Ungaresi, ned è inverisimile che una parte di questi fosse da lodevoli scrupoli trattenuta; in somma gli avanzi di Crociata che alla seconda spedizione si accinsero, si riducevano all'insufficiente numero di ventimila uomini. Un Capo de' Valacchi che raggiunse co' suoi vassalli l'esercito reale, non mancò d'avvertire, che da altrettanto numero d'uomini si facea accompagnare il Sultano sol per andare alla caccia; e presentando Ladislao di due corridori straordinariamente veloci, additò qual esito augurasse di tale impresa; nondimeno questo despota di Servia, dopo avere ricuperato il regno e riavuti i suoi figli, fu sedotto dalla promessa di nuovi possedimenti. L'inesperienza di Ladislao, l'entusiasmo del Legato e persino la persecuzione del valoroso Uniade, persuasero facilmente all'esercito che tutti gli ostacoli doveano cedere alla possanza invincibile della Croce e della spada. Attraversato il Danubio, si trovarono fra due strade diverse che poteano parimente condurli a Costantinopoli e all'Ellesponto. L'una retta, ma ardua e scoscesa, e per mezzo alle gole del monte Emo; l'altra più tortuosa, ma altrettanto più sicura che conducea per mezzo a pianure, e lungo le coste del Mar Nero, e tenendo la quale le truppe aveano sempre difeso il fianco, giusta il costume degli Sciti, dalle mobili trincee de' lor carriaggi. Questa via di fatto giudiziosamente preferirono. L'esercito cattolico passò per mezzo dell'Ungheria ardendo e saccheggiando senza misericordia le chiese e i villaggi de' Cristiani del paese; indi mise ultimo campo a Varna, paese situato in riva al mare, e il nome del quale è divenuto celebre per la sconfitta e la morte di Ladislao[29].
A. D. 1444
Erano su questo campo funesto i Cristiani allorchè invece di trovare la flotta che secondar dovea le loro fazioni, seppero che Amurat, abbandonata la sua solitudine di Magnesia, veniva con tutte le forze dell'Asia a sostenere le proprie conquiste in Europa. Alcuni Storici pretendono che l'Imperator greco intimorito o sedotto gli avesse dato libero il passo del Bosforo; e l'Ammiraglio genovese, cattolico e nipote del Papa, non è riuscito a scolparsi dell'accusa di aver consegnata, vinto dai doni, la guardia dell'Ellesponto. Da Andrinopoli il Sultano, forzando il cammino, si trasse fino a veggente dei Cristiani con un esercito di sessantamila uomini; talchè quando Uniade e il Legato ebbero scorto da vicino l'ordine e il numero dei turchi combattenti, questi guerrieri dianzi sì fervidi, proposero una ritirata che in quel momento non si potea più eseguire. Il solo Re si mostrò risoluto alla vittoria o alla morte. Generosa deliberazione che per poco dal trionfo non fu coronata. I due Monarchi combatteano nel centro, l'uno a fronte dell'altro, e i Beglerbegs, o Generali della Natolia e della Romania, comandavano la diritta e la sinistra rimpetto alle soldatesche d'Uniade e del despota. Dopo il primo impeto, le ali dell'esercito turco furono rotte, vantaggio che, in disastro si convertì; perchè nel loro ardor d'inseguire, i vincitori avendo oltrepassato l'esercito de' nemici, privarono i lor compagni di un necessario soccorso. Nel primo istante che Amurat vide i suoi squadroni prender la fuga, disperò della fortuna sua e dell'Impero; e stava per seguirla, quando un giannizzero veterano lo fermò per la briglia del suo cavallo; il Sultano ebbe la generosità di perdonare e anzi concedere un premio al soldato che, accortosi del terror del Monarca, ardì impedirgli la fuga. I Turchi portavano esposto a capo dell'esercito il Trattato di pace, monumento della cristiana perfidia, e aggiugnesi che il Sultano volgendo i suoi sguardi al Cielo implorasse la protezione del Dio di verità, chiedendo inoltre al Profeta Gesù Cristo che vendicasse questo empio scherno del suo nome e della sua religione[30]. Con un corpo inferiore di numero e a malgrado del disordine delle sue file, Ladislao si lanciò coraggioso sugl'inimici, addentrandosi fino in mezzo alla falange quasi impenetrabile dei giannizzeri. Allora Amurat, avendo ferito d'un dardo, se prestiamo fede agli Annali ottomani, il cavallo del Re d'Ungheria[31], Ladislao cadde sotto le lancie dell'infanteria, e un soldato turco con forte voce esclamò: «Ungaresi, ecco la testa del vostro Re» e la morte di Ladislao divenne il segnale della sconfitta de' Cristiani; e tardo fu il soccorso di Uniade, che, tornando addietro dopo avere inseguito imprudentemente il nemico, deplorò il suo errore e la pubblica calamità; vani ne riuscirono gli sforzi per ritirare il corpo del Re, calpestato dai vincitori e dai vinti che insieme si confondevano, onde le ultime prove del coraggio e della abilità di Uniade si adoperarono a salvare gli avanzi della sua cavalleria valacca. La fatal giornata di Warna costò la vita a diecimila Cristiani, e ad un numero molto maggiore di Turchi, ma che, atteso il loro numero, sì grande non compariva. Cionnullameno il Sultano filosofo non ebbe vergogna di confessare che una seconda vittoria simile a quella avrebbe avuta per conseguenza la distruzione del vincitore. Fece innalzare una colonna sul luogo ove Ladislao cadde morto; ma la modesta iscrizione scolpita su quel monumento celebrava il valore e deplorava la sventura del giovane Re, senza far cenno della sconsigliatezza con cui se la procacciò[32].
Non so risolvermi ad abbandonare il campo di Warna senza offrire ai leggitori un saggio del carattere e della Storia de' due primarj personaggi di questa impresa, Giovanni Uniade, e il Cardinale Giuliano. Giuliano Cesarini[33], uscito di nobile famiglia romana, avea fatti i suoi principali studj sull'erudizion de' Greci e de' Latini, e possedè tal pieghevolezza d'ingegno, per cui comparve splendidamente nelle scuole, alla Corte, e ne' campi. Vestita appena la porpora romana, ebbe l'incarico di trasferirsi in Alemagna, per chiedere all'Impero un soccorso d'armi contra i ribelli e gli eretici della Boemia. La persecuzione è indegna d'un Cristiano; la professione dell'armi non si addice ad un Sacerdote; ma le costumanze de' tempi scusavano la prima, e Giuliano nobilitò l'altra colla intrepidezza che mostrò rimanendo solo ed impavido in mezzo alla vergognosa sconfitta degli Alemanni. Come Legato del Pontefice aperse il Concilio di Basilea, ma Presidente di questa adunanza, si diè ben tosto a divedere campione zelantissimo dell'ecclesiastica libertà, e sostenne sette anni, con zelo ed intelligenza, l'opposizione mossa alle pretensioni pontificie. Autore de' più vigorosi espedienti che vennero presi contro l'autorità è la persona d'Eugenio, cedè indi ad alcuni motivi segreti d'interesse e di coscienza, per cui abbandonò all'impensata la fazion popolare. Ritiratosi da Basilea a Ferrara, intervenne nelle discussioni che agitarono i Greci e i Latini, ed entrambe le nazioni furono costrette ad ammirare la saggezza de' suoi argomenti e la profondità della sua teologica erudizione[34]. Vedemmo nell'ambasciata d'Ungheria quai fossero i funesti effetti degli eloquenti sofismi di questo Prelato; ma ne cadde ancor prima vittima, morto nella sconfitta di Warna, mentre accoppiava gli uffizj del Sacerdozio a quei della guerra. Le circostanze della sua morte vengono narrate in varie guise; ma l'opinion generale è che l'oro di cui andava carico, oltre al ritardarne la fuga, seducesse la barbara rapacità di alcuni fuggitivi Cristiani.
Da oscura origine, o almeno dubbiosa, Uniade si era innalzato per merito al comando degli eserciti dell'Ungheria. Valacco erane il padre, greca la madre; ed è possibile che la sua stirpe, ignota, derivasse dagli Imperatori di Costantinopoli. Le pretensioni de' Valacchi e il soprannome di Corvino, venutogli dal luogo ove nacque, potrebbero anche somministrare pretesti per attribuirgli qualche consanguinità co' patrizj dell'antica Roma[35]. Giovane ei fece le guerre d'Italia, e fu tra i dodici Cavalieri che tenne cattivi il Vescovo di Zagrado. Sotto nome di Cavalier Bianco[36], si acquistò splendida rinomanza, aumentatisi inoltre, il suo patrimonio per nobili e ricche nozze contratte, e la sua gloria per avere difese le frontiere dell'Ungheria, e riportate in un medesimo anno tre vittorie sugli Ottomani. Solo in virtù del credito di cui Uniade godeva, Ladislao di Polonia ottenne l'ungarese Corona; servigio importante di cui gli divennero ricompenso il titolo e l'ufizio di Vevoda della Transilvania. Due lauri alla sua corona militare aggiunse la prima Crociata di Giuliano, e, in mezzo ai comuni disastri, essendosi dimenticato il fatale errore ch'ei commise a Warna, fu nominato Generale e Governatore della Ungheria, durante l'assenza e la minorità di Ladislao III, Re titolare di questo Stato. Ne' primi momenti il timore impose silenzio all'invidia; indi un regno di dodici anni provò che ai meriti del guerriero univa quelli ancor del politico. Cionnullameno, esaminando più d'appresso le imprese sue militari, non ci dimostrano queste in Uniade un Generale che espertissimo potesse dirsi. Il Cavalier Bianco mostrò nell'armi più valor di braccio che di mente, e combattè qual Capo di una banda di Barbari indisciplinati, che assalgono senza timore, nè poi si vergognano di fuggire. La vita militare di Uniade offre una romanzesca vicenda di vittorie e disastri. I Turchi che del nome di lui si valeano per far paura agl'indocili fanciulli, lo chiamavano corrottamente jancus laïn, o il maladetto; odio che dava a divedere quanto lo apprezzassero. Non riuscì mai loro di penetrare nel Regno finchè Uniade lo difese; e allorquando speravano vedere inevitabilmente perduti e lui e la sua patria, Uniade apparve formidabile più di prima. Anzichè limitarsi ad una guerra di difesa, quattro anni dopo la rotta di Warna, ei si spinse una seconda volta nel cuore della Bulgaria, resistendo fino al terzo giorno agli sforzi d'un esercito ottomano quadruplo di quello che egli comandava. Abbandonato da' suoi, questo Eroe fuggiva solo per mezzo ai boschi della Valachia, allorquando il fermarono due masnadieri. Ma intantochè coloro si disputavano una catena d'oro che gli pendeva dal collo, ei riprese la spada uccidendo un d'essi, fugando l'altro. Dopo avere esposta a nuovi cimenti la vita e la libertà, riconfortò finalmente colla sua presenza un popolo afflitto. Belgrado difesa contra tutte le forze ottomane comandate da Maometto II (A. D. 1456), fu l'ultima impresa e la più gloriosa della sua vita. Durò quaranta giorni quell'assedio, e i Turchi erano pervenuti fino alla città, quando Uniade li costrinse a ritirarsi, onde le nazioni giubilanti confusero i nomi di Uniade e di Belgrado, intitolandoli i baloardi della Cristianità[37]. Ma questa famosa liberazione venne seguìta circa un mese dopo, dalla morte di quello che la operò; e può riguardarsi come luminosissimo epitafio di Uniade il rincrescimento espresso dal Sultano Maometto, perchè questa morte gli togliea la speranza di vendicarsi del solo nemico che lo avea vinto. Appena rimase vacante il trono dell'Ungheria, grato quel popolo alla memoria del suo benefattore, coronò il figlio di lui, Mattia Corvino, in età allora di diciotto anni. Ebbe questi un lungo e prospero regno, ed aspirò alla gloria di Santo e di conquistatore; ma il merito che più certa gloria gli partorì si fu l'incoraggiamento dato alle scienze, onde la stessa fama di Uniade ha dovuto il suo più grande splendore all'eloquenza degli Oratori e degli Storici latini, che il figlio di lui chiamò dall'Italia[38].
A. D. 1404-1413
Nel catalogo degli Eroi sogliono d'ordinario vedersi uniti i nomi di Giovanni Uniade e di Scanderbeg[39]; e veramente sono meritevoli della contemporanea nostra attenzione, per avere entrambi date tai brighe all'Impero ottomano, che può dirsi essere stata differita per essi la rovina del greco Impero. Giovanni Castriotto, padre di Scanderbeg, Sovrano ereditario[40] di una piccola Signoria dell'Epiro, o della Albania, posta fra le montagne e il mare Adriatico, vedendosi troppo debole per resistere al poter del Sultano, comperò la pace col sottomettersi alla sgradevole condizione di tributario. Diede per ostaggi, o mallevadori, i suoi quattro figli, che vennero circoncisi, educati nell'Islamismo, nella politica e nelle discipline de' Turchi[41]. I tre figli maggiori rimasti confusi tra la folla degli schiavi, perirono, dicesi, di veleno; ma la Storia non somministra prove che ci mettano in istato di ricusare, o ammettere una siffatta imputazione; sembra per altro improbabile per chi faccia attenzione alle cure e alle sollecitudini colle quali venne allevato Giorgio Castriotto, il quartogenito dei giovani Principi albanesi, che diede a divedere fin dalla più verde età il vigore e l'intrepido animo di un soldato. Tre vittorie successive da lui riportate sopra un Tartaro e due Persiani che aveano sfidati i guerrieri della Corte ottomana, gli meritarono il favore di Amurat, e il nome turco di Scanderbeg, Iskender Beg, ossia Alessandro Signore, attesta ad un tempo la gloria e la servitù del giovine Castriotto. Benchè il Principato del padre suo venisse ridotto in turca provincia, gli furono conceduti in ricompensa il titolo e il grado di Sangiacco, il comando di cinquemila uomini a cavallo, e tale condizione che prometteagli le prime Dignità dello Impero. Militò con onore nelle guerre dell'Europa e dell'Asia; nè possiamo starci dal sorridere sullo artifizio, o la credulità dello Storico, che pretende avere Scanderbeg, in tutti gli scontri, risparmiati i Cristiani, scagliandosi poi a guisa di folgore sopra tutti que' nemici che professavano la religione maomettana. — La gloria di Uniade è scevra di taccia; combattè questi per la sua patria e per la sua religione; e gli stessi nemici, che dovettero lodare i meriti del valoroso Ungarese, non risparmiarono al rivale di Uniade gli epiteti ignominiosi di traditore e di apostata. Agli occhi de' Cristiani la ribellione di Scanderbeg trova scusa ne' torti che il padre di lui aveva ricevuti, nella morte, sospetta, de' tre fratelli, nella schiavitù della patria e persino nell'invilimento cui si volea farlo soggiacere. Questi ammirano lo zelo generoso, benchè venuto tardi, con cui Scanderbeg difese la Fede e la independenza de' suoi antenati; ma, dall'età di nove anni, questo guerriero professava la dottrina del Corano, nè conoscea l'Evangelio. L'autorità e la consuetudine decidono della religion di un soldato, e ci sarebbe assai difficile lo spiegare come una nuove luce sopravvenisse a rischiararlo in età di quarant'anni[42]. Men sospetti d'interesse, o di vendetta, ci parrebbero i motivi che guidarono l'Albanese, se avesse infrante le catene nei primi istanti che ne sentì il peso; ma una sì lunga dimenticanza de' suoi diritti, gli avea non v'ha dubbio scemati; ed ogni anno di sommessione e di ricevuti premj, afforzava i mutui vincoli che univano insieme il Sultano ed il suddito. Se Scanderbeg, convertito alla Fede cristiana, meditava da lungo tempo il disegno di ribellarsi contra il proprio benefattore, qual'anima timorata potrà lodare una vile dissimulazione di cui si valeva per meglio tradire le promesse, che erano altrettanti spergiuri, e strumenti operosi alla rovina temporale e spirituale di tante migliaia d'uomini cui si protestava fratello? Scuseremo noi la corrispondenza segreta che, comandando l'antiguardo ottomano, egli mantenea con Uniade? O l'avere abbandonati gli stendardi, e tolta per tradimento la vittoria di mano al suo protettore? In mezzo alla confusione prodotta da una sconfitta, Scanderbeg seguì cogli occhi il Reis Effendi, o Segretario principale, e raggiuntolo, gli presentò un pugnale al petto costringendolo a scrivergli un firmano o chirografo di Governatore dell'Albania; indi temendo nocevole ai suoi disegni una troppo pronta scoperta, fece trucidare con tutto il seguito l'innocente complice del suo inganno. Traendosi dietro alcuni venturieri istrutti di questo disegno, si trasportò in fretta e col favore delle tenebre dal campo della battaglia ai suoi paterni dirupi. Alla vista del Firmano, Croia gli aperse le porte; e appena si vide padrone della Fortezza, svestì la maschera della dissimulazione, e abbiurata pubblicamente la Fede al Profeta e l'obbedienza al Sultano de' Turchi, si chiarì vendicatore della propria famiglia e del proprio paese. I nomi di religione e di libertà suscitarono una generale sommossa; la guerriera stirpe degli Albanesi giurò unanimemente di vivere e di morire col suo principe ereditario, nè alle guernigioni ottomane rimase altra scelta che del battesimo o del martirio. Convocatisi gli Stati dell'Epiro, Scanderbeg fu eletto condottiero della guerra contro i Turchi, obbligandosi tutti i confederati a somministrare il loro contingente in combattenti e soldati. Queste contribuzioni, le entrate de' suoi dominj, e le ricche saline di Selina, procurarono a Scanderbeg un'annuale rendita di dugentomila ducati[43], che egli, non distraendone alcuna parte ne' bisogni di lusso, per intero impiegò al pubblico servigio. Affabile ne' modi, nella disciplina severo, bandì dal suo campo tutti i vizj che avrebbero ammollito il coraggio de' suoi, e col dar esempio di pazienza, mantenne la sua autorità. Da esso condotti gli Albanesi, si credettero invincibili, e tali ai nemici sembrarono. Tratti dallo splendor di sua fama, i più prodi venturieri francesi e alemanni corsero sotto le sue bandiere, e vi furono ben accolti. Le sue truppe ordinarie sommavano ad ottomila uomini a cavallo e a settemila fanti: piccoli i cavalli, solerti i guerrieri; fu abilissimo nel calcolare i rischi e i vantaggi che le sue montagne offerivano; accese torcie additavano i siti pericolosi; tutta la nazione veniva distribuita ne' posti inaccessibili. Con queste impari forze, Scanderbeg resistè per ventitre anni a tutta la possanza dell'Impero ottomano, e due conquistatori, Amurat II, e il figlio di Amurat, più grandi del padre, trovarono sempre mala fortuna contro un ribelle che perseguivano con simulato disprezzo e con astio implacabile. Amurat, entrato nell'Albania a capo di sessantamila uomini a cavallo e di quarantamila giannizzeri, potè, non v'ha dubbio, devastar le campagne, occupare le città aperte, trasformare le chiese in moschee, circoncidere i giovanetti cristiani, immolare i prigionieri inviolabilmente fermi nella loro religione; ma le sue conquiste si limitarono alla piccola Fortezza di Seftigrado, il cui presidio dopo avere durato costantemente contro tutti gli assalti, fu vinto da un grossolano artificio e dagli scrupoli della superstizione[44]. Ma dopo avere perduta molta gente dinanzi Croia, Fortezza e residenza de' Castriotti, fu costretto a levarne vergognosamente l'assedio, e difendersi sempre, e nell'andata e nella tornata, contro un nemico quasi invincibile che incessantemente lo tribolava[45]. Vuolsi che il cordoglio sofferto pel cattivo esito di una tale spedizione contribuisse ad accorciare i giorni del Sultano[46]. In mezzo alla gloria delle sue conquiste, nemmeno Maometto II potè trarsi questa spina dal seno, ridotto a permettere ai suoi Luogotenenti di negoziare una tregua; sotto i quali aspetti il Principe d'Albania merita di essere riguardato come un abile e zelante difensore della libertà della sua patria. L'entusiasmo della religione e della cavalleria hanno collocato il nome di Scanderbeg fra quelli di Alessandro e di Pirro, i quali certamente non vergognerebbero di un concittadino sì intrepido; ma la debolezza del suo potere, e la picciolezza dei suoi Stati, lo mettono ad una distanza ben segnalata dagli Eroi che trionfarono dell'Oriente e delle legioni romane. Appartiene ad una sana critica il librare su giuste lanci il racconto luminoso delle imprese di Scanderbeg, dei Pascià e degli eserciti vinti, dei tremila Turchi che di propria mano immolò. Nell'oscura solitudine dell'Epiro e contro un ignorante nemico, i biografi di Scanderbeg poterono permettere alla loro parzialità tutte quelle agevolezze che agli scrittori de' Romanzi sogliono essere concedute. Ma la Storia d'Italia gettò sulle loro finzioni il lume della verità. Che anzi ne insegnano eglino stessi a diffidare della sincerità delle loro relazioni, col racconto favoloso delle imprese di Scanderbeg, allor che questi passando il mare Adriatico a capo di ottocento uomini andò in soccorso del Re di Napoli[47]. Avrebbero potuto confessare senza offuscar per questo la gloria del loro Eroe, che fu finalmente costretto di cedere alla Potenza ottomana. Ridotto a stremo, chiese un asilo al Pontefice Pio V, e convien dire che tutte le speranze gli fossero mancate, perchè morì fuggitivo a Lissa, isola spettante alla Repubblica veneta[48]. Ne violarono indi il sepolcro i Turchi, impadronitisi di questo paese, ma la pratica superstiziosa de' giannizzeri che portavano le ossa di Scanderbeg incastrate, a guisa di reliquia, ne' lor braccialetti, era una tacita confessione del rispetto in cui tenevano il suo valore; anche la rovina dell'Albania che seguì immediatamente dopo la morte di Scanderbeg, è per esso un monumento di gloria: ma, se avesse giudiziosamente bilanciate le conseguenze della sommessione e della resistenza, un più generoso amante della sua patria rinunziava forse ad una lotta ineguale, il cui successo dalla vita e dalla morte di un uomo sol dependea. Probabilmente lo confortò la speranza, ragionevole benchè illusoria, che il Pontefice, il Re di Napoli e la Repubblica di Venezia si unirebbero in difesa di un popolo libero e cattolico, vero guardiano delle coste del mare Adriatico e dell'angusto intervallo che disgiunge dalla Italia la Grecia. Il figlio di Scanderbeg, ancora fanciullo, fu salvato dal disastro che il minacciava: i Castriotti[49] ottennero un Ducato nel Regno di Napoli, e il loro sangue si è trasfuso fino ai dì nostri nelle più ragguardevoli famiglie di questo Reame. Una colonia di fuggitivi albanesi ottenne possedimenti nella Calabria, ove conservano tuttavia la lingua e i costumi de' lor maggiori[50].
A. D. 1448-1453
Dopo avere trascorsa tanta parte dell'intervallo frapposto allo scadimento e alla caduta dell'Impero Romano, eccomi finalmente al Regno dell'ultimo di questi Imperatori di Costantinopoli che il nome e la maestà de' Cesari sì debolmente sostennero. Dopo la morte di Giovanni Paleologo, che sopravvisse circa quattro anni alla Crociata dell'Ungheria[51], la famiglia Imperiale, si trovò, per la morte di Andronico e la professione monastica di Isidoro, ridotta ai tre figli dell'Imperator Manuele, Costantino, Demetrio, e Tommaso. Il primo e l'ultimo di questi viveano in fondo della Morea, ma Demetrio padrone degli Stati di Selimbria, venuto era ne' sobborghi a capo di una fazione. Le sciagure della patria non aveano raffreddati gli ambiziosi disegni di cotest'uomo, che già avea turbata la pace dell'Impero cospirando coi Turchi e cogli Scismatici. Straordinaria e perfino sospetta fu la sollecitudine da lui posta nel dar tumulo all'Imperatore defunto; e a giustificare le sue pretensioni al trono, Demetrio si valse di un debole e vieto sofisma, adducendo che egli era il primogenito dei figli nati nella porpora, e in tempo che il padre regnava. Ma l'Imperatrice madre, il Senato e i soldati, il Clero e il popolo, chiarendosi unanimi pel successore legittimo, anche il Despota Tommaso, che casualmente, e ignaro della morte del padre, era tornato a Costantinopoli, sostenne con fervore i diritti del fratello suo Costantino. Venne immantinente spedito, quale Ambasciadore ad Andrinopoli, lo Storico Franza, che Amurat ricevè con onore, rimandandolo poscia carico di donativi; ma, in mezzo alla benevolente condiscendenza del Sovrano turco, trapelavano le sue pretensioni a riguardare il Greco, siccome vassallo, indizio della prossima caduta dell'Impero di Oriente. Coronato a Sparta da due illustri Deputati del Regno, Costantino partì in primavera dalla Morea, evitando lo scontro di una squadra turca; e giunto a Costantinopoli fra le acclamazioni de' sudditi, celebrò il suo avvenimento al trono con feste e con liberalità che impoverirono l'erario, o piuttosto condussero ad estremo termine la miseria dello Stato. Ceduto immantinente ai suoi fratelli il possedimento della Morea, i due Principi Demetrio e Tommaso si riconciliarono alla presenza della loro madre, con giuramenti ed amplessi, pegni mal fermi della fragile loro amicizia. L'Imperatore pensò indi a scegliersi una moglie, che gli venne additata nella figlia del veneto Doge; ma i Nobili di Bisanzo ponendo in campo la distanza che v'era fra un Monarca ereditario ed un Magistrato elettivo, lo indussero ad un rifiuto, di cui in appresso, ne' momenti più angustiosi di Costantinopoli non si dimenticò il Capo di una tanto poderosa Repubblica. Costantino stette perplesso fra le famiglie reali di Georgia e di Trebisonda. Le relazioni dell'ambasceria di Franza, o ne riguardino i pubblici ufizj, o la vita privata, ci dipingono gli ultimi momenti del greco Impero[52].
A. D. 1450-1452
Franza, Protovestiario, o gran Ciamberlano, partì da Costantinopoli munito dell'autorità Imperiale, e sfoggiando con tal pompa che a renderla luminosa furono adoperati gli ultimi avanzi delle ricchezze del Regno. Il suo numeroso corteggio era composto di Nobili, di guardie, di frati e di medici, cui venne aggiunta una brigata di musicanti; ambasceria dispendiosa che durò oltre a due anni. Al suo arrivo nella Georgia, o Iberia, gli abitanti delle città e de' villaggi si affoltarono attorno a questi stranieri, ed eran sì semplici che provavano grande diletto in udendo armoniosi suoni senza sapere da che derivassero. In mezzo a quella folla trovavasi un vecchio più che centenario, stato lungo tempo prigioniero de' Barbari[53], e che allettava i suoi uditori raccontando le maraviglie dell'India[54], dal qual paese per un mare incognito era tornato nel Portogallo[55]. Da questa ospite contrada, Franza continuò il suo viaggio fino a Trebisonda, ove dal Principe di quell'Impero intese la morte di Amurat recentemente seguìta. Anzichè allegrarsene, questo esperto politico fu preso da giusta tema che un Principe, giovane ed ambizioso, non rispetterebbe a lungo il sistema saggio e pacifico del padre suo. Dopo la morte del Sultano, Maria, vedova del medesimo[56], cristiana e figlia del despota della Servia, era stata onorevolmente ricondotta alla sua famiglia. Mosso dalla rinomanza della beltà e de' pregi di questa Principessa, l'Ambasciatore la riguardò come la più degna su di cui la scelta dell'Imperatore potesse cadere; al qual proposito, lo stesso Franza racconta e combatte tutte le obbiezioni che su di tal parentado insorgeano. «La maestà della porpora, egli dice, basta per nobilitare un disuguale connubio, l'ostacolo della parentela può togliersi mercè la dispensa della Chiesa e il pagamento di alcune elemosine; la specie di macchia contratta dalla Principessa maritandosi con un Turco, è tal circostanza, alla quale si è data sempre passata». Aggiunge Franza, che benchè l'avvenente Maria toccasse da vicino i cinquant'anni, potea nondimeno sperar tuttavia di dare un erede all'Impero. Costantino ben accolse questo consiglio, che il suo Ambasciatore gli fe' pervenire valendosi della prima nave che partiva da Trebisonda; ma le fazioni della Corte si opposero a tal maritaggio, che per altra parte la Sultana rendè impossibile, consacrando piamente il resto de' suoi giorni alla professione monastica. Ridotto alla prima alternativa, Franza preferì la Principessa di Georgia, il cui padre abbagliato da un parentado sì luminoso, non solamente non pose, giusta l'uso di sua nazione un prezzo alla figlia, ma di più la dotò di cinquantaseimila ducati e di cinquemila di assegnamento annuale[57]. Assicurò inoltre l'Ambasciatore che le sollecitudini di lui non anderebbero prive di guiderdone, e poichè Franza avea una figlia e un figlio che era stato adottato al fonte battesimale dall'Imperatore, il Georgiano promisegli che della figlia sarebbesi preso pensiero la futura Imperatrice di Costantinopoli. Tornato in patria il messaggero, Costantino confermò il Trattato imprimendo di sua mano tre croci rosse sopra la bolla d'oro che lo guarentiva, e assicurando l'inviato del Principe di Georgia che, all'incominciare di primavera, le sue galee avrebbero salpato da Costantinopoli ai lidi georgiani, per condurgli da quelli la sposa. Conchiusa questa bisogna, l'Imperatore chiamò in disparte il fedele Franza, e usando seco lui i modi non della contegnosa benevolenza, ma di un amico sollecito di versare nel seno d'un altro amico, che dopo lunga lontananza rivede, i segreti affanni del proprio cuore, lo abbracciò, favellandogli in cotal guisa: «Dopo che ho perduti mia madre e Cantacuzeno, i quali soli mi consigliavano senza interesse o fini di passioni individuali[58], mi vedo attorniato d'uomini ai quali non posso concedere nè amicizia, nè confidenza, nè stima. Voi conoscete Luca Notaras, il grand'Ammiraglio; idolatra ostinato delle proprie idee, millanta per ogni dove ch'ei regola a piacer suo i miei pensieri e le mie azioni. Il rimanente de' cortigiani è guidato da spirito di parte, o da mire di personale vantaggio: sarò io dunque costretto, sopra cose di politica, o di nozze a non consultare che frati? Avrò d'uopo ancora per lungo tempo del vostro zelo e della vostra solerzia. In primavera, andrete a trovare uno de' miei fratelli per indurlo a sollecitare in persona i soccorsi delle Potenze dell'Occidente. Dalla Morea vi trasferirete a Cipro per eseguire una commissione segreta, e di lì nella Georgia, d'onde mi condurrete la sposa». — «I vostri comandi, o Sire, rispose Franza, non ammettono repliche; ma degnatevi pensare, gravemente sorridendo soggiunse, che se mi allontano sì spesso dalla mia famiglia, potrebbe venire a mia moglie la tentazione di cercarsi un altro marito, ovvero di farsi monaca». Dopo essersi alquanto scherzato su questi timori, l'Imperatore, assumendo un tuono più serio, assicurò il suo favorito, che lo allontanava per l'ultima volta, e che serbava al figlio di esso la mano della erede di un ricco ed illustre patrimonio, e allo stesso Franza il rilevante ufizio di Gran Logoteta, ossia di primario Ministro di Stato. Le nozze del figlio di Franza furono tosto concluse, ma quanto alla carica di Logoteta se l'era arrogata il Grande Ammiraglio, benchè questi due impieghi fossero incompatibili nel medesimo tempo. Fu d'uopo di una negoziazione, che durò qualche tempo, per ottenere, mediante un compenso, il consentimento di Notaras; e nondimeno la nomina di Franza non ebbe una assoluta pubblicità; tanto paventava l'Imperatore di inimicarsi questo audace e poderoso favorito. Fattisi durante il verno gli apparecchi dell'ambasceria, Franza deliberò di cogliere una tale opportunità per allontanare il proprio figlio, e collocarlo, ove meno imminenti pareano i pericoli, vale a dire nella Morea, presso i congiunti di sua madre. Questi erano i pubblici e privati divisamenti, che scompigliati ben tosto dalla guerra co' Turchi, sotto le rovine del greco Impero andaron sepolti.
CAPITOLO LXVIII.
Regno e carattere di Maometto II. Assedio e conquista definitiva di Costantinopoli fatta dai Turchi. Morte di Costantino Paleologo. Servitù de' Greci. Distruzione dell'Impero romano nell'Oriente. Atterrimento dell'Europa. Conquiste di Maometto II, sua morte.
L'assedio di Costantinopoli fatto dai Turchi, eccita primieramente i nostri sguardi e la nostra curiosità sul personaggio e sul carattere del possente distruttore di questo Impero[59]. Maometto II era figlio di Amurat II; la madre di lui, insignita de' titoli di Cristiana e di Principessa, trovossi verisimilmente confusa tra la folla delle tante concubine che venivano d'ogni paese a popolare lo harem del Sultano. Educato da prima nelle massime e ne' sentimenti d'un devoto seguace dell'Islamismo, finchè in lui durò questo fervore, non v'era volta in cui avesse toccate donne infedeli, che non si tergesse indi le mani e il volto colle abluzioni prescritte dalla legge. Ma sembra che, cogli anni e colla consuetudine di regnare, si ammollisse in lui la severità di così stretta osservanza; e l'animo ambizioso di questo principe, disdegnando riconoscere alcuna potestà maggior della sua, vuolsi che, in alcuni momenti di libertà, qualificasse senza riguardi il Profeta della Mecca coi predicati d'impostore e di masnadiero. Ma, agli occhi del pubblico, sempre mostratosi rispettoso alla dottrina e ai precetti del Corano[60], i suoi privati trascorsi non giunsero mai a saputa del popolo; però a tal proposito, non conviene prestar cieca fede alla credulità degli stranieri e de' settarj, ognor proclivi a pensare che uno spirito, recalcitrante alla verità, opponga poi all'errore e alle cose assurde un disprezzo ancor più invincibile. Addottrinato da abilissimi maestri, fece rapidi progressi nel corso degli studj che nel tempo della sua educazione gli vennero prescritti; assicurasi che egli parlasse o intendesse cinque lingue[61], l'araba, la persiana, la caldea o l'ebraica, la latina e la greca. Potea contribuire al suo diletto la persiana, alla sua edificazione l'araba; le quali due lingue d'ordinario tutti i giovani dell'Oriente imparavano. Attese le corrispondenze che trovavansi fra i Greci ed i Turchi, era naturale in lui il desiderio di conoscere la lingua d'una nazione ch'ei divisava di soggiogare: e doveva parimente essergli piacevole d'intendere gli encomj in versi, o in prosa latina[62], che all'orecchio gli pervenivano[63]; ma non intendiamo di qual giovamento potesse divenirgli, o qual merito raccomandasse alla sua politica il rozzo dialetto de' suoi schiavi ebrei. Famigliari erano ad esso la storia e la geografia, e ardea di nobile emulazione in leggendo le vite degli Eroi dell'Oriente e forse di quelli dell'Occidente[64]. I suoi studj di astrologia, poteano essere scusati dalle assurde massime di quel secolo, oltrechè questo studio, vano in sè stesso, suppone in chi lo professa alcuni principj di matematica; le generose sollecitazioni fatte ai pittori dell'Italia, perchè venissero a stare presso di lui, e le ricompense delle quali ai medesimi largheggiò, il palesarono acceso di un gusto profano per le belle arti[65]. Ma la religione e le lettere non pervennero a domare il suo carattere selvaggio ed impaziente di freno. Nè rammenterò già a questo proposito, perchè pochissima fede le presto io medesimo, la storia de' quattordici paggi fatti sventrare dinanzi a sè, per conoscere qual d'essi avesse mangiato un popone, nè l'altra leggenda della bella schiava da lui medesimo decollata per dare a divedere ai suoi giannizzeri che le donne non avrebbero mai soggiogato il loro padrone. Il silenzio degli Annali turchi che accusano di ubbriachezza soli tre Principi della dinastia ottomana[66], attesta la sobrietà di Maometto II; ma sono fuori di dubbio i suoi furori e l'inflessibilità delle sue passioni. Sembra dimostrato ad evidenza che, e nel campo, e nella reggia, lievissimi motivi lo indussero a versar torrenti di sangue, e che le sue inclinazioni, contrarie alla natura, arrecarono spessi oltraggi ai più nobili fra i suoi giovani prigionieri. Durante la guerra d'Albania, egli meditò le lezioni del padre, e ne superò di buon'ora la gloria, onde all'invincibile scimitarra di questo Sultano viene attribuita la conquista di due Imperi, di dodici Reami, e di dugento città, calcolo però falso e dalla sola adulazione instituito. Egli aveva indubitatamente tutte le prerogative di un soldato, e quelle fors'anche di un Generale: la presa di Costantinopoli suggellò la sua fama; ma ponendo in confronto le imprese, i soccorsi per eseguirle, e gli ostacoli, lo stesso Maometto II avrebbe dovuto rifiutar, vergognandone, l'adulazione di chi lo mettea al pari di Alessandro e di Timur. Le forze da lui guidate furono sempre superiori di numero a quelle dell'inimico, e nondimeno, le sue conquiste non si estesero al di là dell'Eufrate e del mare Adriatico, e nondimeno, ne interruppero il corso e Uniade, e Scanderbeg, e il Re di Persia, e i Cavalieri di Rodi.
A. D. 1451-1481
Sotto il regno di Amurat, Maometto gustò due volte i diletti del trono e due volte ne scese: la sua giovine età non gli permettea d'opporsi al ritorno del padre; ma non la perdonò più mai ai Visiri che questo salutare espediente aveano consigliato. Dopo avere sposata la figlia di un Emir turcomanno, e assistito alle feste che durarono due mesi, partì con sua moglie da Andrinopoli per Magnesia, ov'era la residenza del suo governo. In meno di sei settimane, lo richiamò un messaggio del Divano che annunziavagli la morte del padre, e la propensione che mostravano i giannizzeri a ribellarsi. Ma la rapidità del suo arrivo, e il vigore che ei dimostrò, li ricondussero tosto all'ubbidienza: attraversò l'Ellesponto con una scelta guardia, e alla distanza di un miglio da Andrinopoli, gli furono incontro, per prosternarsi ai suoi piedi, i Visiri e gli Emiri, gl'Imani e i Cadì, i soldati ed il popolo, che gioia e tenerezza ostentavano. Egli avea allora ventun anni, e allontanò ogni motivo di sedizione colla morte, indispensabile a' suoi fini, de' fratelli tuttavia fanciulli[67]. Vennero a congratularsi con esso, e a sollecitarne l'amicizia, gli Ambasciatori delle Potenze d'Asia e d'Europa, coi quali favellò in termini che additavano moderazione e pace. Ridestò fiducia nell'animo del greco Imperatore con solenne giuramento e lusinghevoli assicurazioni che andavano unite alla ratifica del Trattato stipulatosi dal padre suo coll'Impero; finalmente assegnò un ricco dominio, in riva allo Strimone, al pagamento annuale de' trecentomila aspri dovuti alla Corte di Bisanzo, che, per secondare le istanze del Sultano, custodiva un Principe della Casa ottomana. Ma i suoi confinanti dovettero palpitare in veggendo la severa austerità di questo giovane Monarca nel riformare il fasto della Casa imperiale. Le somme di danaro che da Amurat venivano consagrate al lusso, egli adoperò ai fini della sua ambizione. Licenziò, incorporandone una parte nel suo esercito, un reggimento di settemila falconieri; nella state di quel primo anno del suo regno, trascorse a capo delle sue soldatesche le province dell'Asia; e dopo avere umiliato l'orgoglio de' Caramani, ne accettò la sommessione, affinchè non gli dessero impaccio ad eseguire imprese di maggior conseguenza[68].
A. D. 1451
I Casisti musulmani, e soprattutto turchi, avean deciso non potere i Fedeli tenersi obbligati da una promessa contraria agl'interessi e ai doveri di lor religione, ed essere in facoltà del Sultano l'annullare i Trattati fatti da lui e da' suoi predecessori; privilegio immorale, che la giustizia e la magnanimità di Amurat avea disdegnato. Ma l'ambizione persuase al figlio di Amurat, il più orgoglioso di tutti gli uomini, la bassezza di discendere agli artifizj della dissimulazione e della perfidia. Colla pace sul labbro e colla guerra nel cuore, ei non pensava che ad impadronirsi di Costantinopoli, e a rompere co' Greci; i Greci stessi gliene somministrarono imprudentemente il pretesto[69]. I greci Ambasciatori, ai quali dovea parer ventura l'essere dimenticati, seguirono al campo il Principe turco per chiedergli il pagamento, anzi l'aumento della somma di danaro annuale ch'egli sborsava all'Impero di Bisanzo. Importunarono parimente con tale inchiesta il Divano; laonde il Visir, amico de' Cristiani in segreto, lor fece conoscere i sentimenti de' suoi colleghi e di Maometto. «Insensati e miserabili Romani, dicea Calil; noi conosciamo i vostri disegni, e voi non sapete il pericolo in cui vi state! Lo scrupoloso Amurat più non vive, e la sua Corona è passata sul capo di un giovane vincitore che alcuna legge non frena, che alcun ostacolo non può arrestare. Se vi scampate da lui, ringraziatene la divina bontà che differisce tuttavia il gastigo de' vostri peccati. Perchè volerci provocare in modo indiretto, e con vane minacce? Mettete in libertà il fuggitivo Orcano. Coronatelo Sultano della Romania. Chiamate gli Ungaresi dall'altra riva del Danubio, armate contro di noi le nazioni dell'Occidente, e siate sicuri esser questo il vero modo di fabbricarvi ed affrettarvi la vostra rovina». Ma se queste tremende parole del Visir spaventarono gli Ambasciatori, altrettanto li rincorarono l'umana accoglienza e gli affettuosi detti del Principe ottomano. Maometto promise loro che appena fosse di ritorno ad Andrinopoli, ascolterebbe le querele de' Greci, e si prenderebbe pensiero de' loro veri interessi. Poi, toccata appena l'altra riva dell'Ellesponto, abolì per prima cosa il pagamento annuale che solea farsi ai Greci, ordinando si scacciassero dalle rive dello Strimone tutti i loro impiegati. Date così a divedere le sue ostili intenzioni, non tardò un secondo decreto che minacciava assedio a Costantinopoli, e in tal qual modo incominciava a metterlo ad effetto. L'avolo di Maometto II avea sulla costa asiatica edificata una Fortezza che dominava il passaggio angusto del Bosforo. Ora il nipote risolvè di innalzarne una più formidabile di rincontro a questa sulla costa europea; laonde mille muratori ricevettero in primavera il comando di trovarsi in un paese detto Azomaton, situato ad una distanza circa di cinque miglia dalla Capitale dell'Impero greco[70]. L'eloquenza è l'espediente dei deboli; ma l'eloquenza dei deboli rare volte persuade, e gli Ambasciatori di Costantino adoperarono invano quest'arme per distorre Maometto dagli ideati divisamenti; ebbero bel rimostrare che l'avolo del Sultano, per fabbricare solamente una Fortezza nel proprio territorio, ne avea chiesta permissione all'Imperatore Manuele, nè trattavasi allora di una duplice fortificazione che rendesse i Turchi padroni dello Stretto, siccome questa, il cui fine non poteva essere se non se di rompere la lega fra le due nazioni, d'impedire il commercio de' Latini sul mar Nero, e fors'anche di affamare Costantinopoli. «Io non intraprendo nulla contro la vostra città, rispondea lo scaltrito Sultano, ma pensate che le sue mura sono il limite del vostro Impero. Vi siete forse dimenticati le strettezze in cui si trovò mio padre, quando vi collegaste cogli Ungaresi, quando questi invadeano dalla banda di terra il nostro territorio, e quando aprivate alle galee francesi l'ingresso dell'Ellesponto? Amurat dovette guadagnarsi colla forza il passaggio del Bosforo, e lo effettuò, perchè il poter vostro non corrispondeva alla vostra mala volontà. Mi ricordo che io, allora fanciullo, stavami ad Andrinopoli; quella volta i Musulmani tremarono, e i Gaburi[71] ci derisero per qualche tempo sulla nostra disgrazia. Ma quando mio padre riportò quella vittoria ne' campi di Warna, fece voto, sappiatelo, d'innalzare, per assicurarsi meglio, una Fortezza sulla riva occidentale; ed io devo mantenere i voti di mio padre: avete voi forse il diritto o la forza per impedirmi di far quel che voglio sul mio territorio? Perchè questo spazio di terra è mio, i possedimenti de' Turchi, in Asia, arrivano fino alle sponde del Bosforo; e quanto all'Europa i Romani l'hanno abbandonata. Tornate a casa vostra, e dite al vostro Re; che l'Ottomano presente è molto diverso dai suoi predecessori; che le sue risoluzioni oltrepassano tutto quanto quelli desiderarono; che egli fa più di quanto essi poteano risolvere. Partite, non vi verrà fatto alcun male; ma farò scorticar vivo il primo di voi che tornasse da me con un siffatto messaggio». Dopo una simile intimazione, Costantino, per valore e per grado il primo di tutti i Greci[72], avea risoluto di prender l'armi, e impedire che i Turchi si avvicinassero maggiormente, e sulla riva europea del Bosforo si stanziassero. Ma il rattennero i consigli de' suoi Ministri dell'Ordine civile ed ecclesiastico, che gli fecero abbracciare un men nobile e in uno men prudente sistema. Questi lo indussero ad opporre nuova pazienza a nuovi oltraggi, a lasciare agli Ottomani il biasimo di farsi i primi aggressori, ad affidare nella fortuna e nel tempo, così la loro difesa, come la distruzione di una Fortezza, che Maometto, i Consiglieri diceano, non potea conservar lungo tempo in vicinanza ad una vasta e popolosa Capitale. Tra le speranze de' creduli e i timori de' saggi, il verno trascorse, differendosi sempre di prendere provvedimenti che avrebbero dovuto stare a cuore di ciascun cittadino, nè lasciare a verun d'essi un istante sol di riposo. I Greci si accecarono sul pericolo che li minacciava, sintanto che il giungere di primavera e l'avvicinare di Maometto, li facesse certi della loro inevitabil rovina.
A. D. 1452
Rare volte vengono disobbediti gli ordini di un padrone che mai non perdona. Ai 26 di marzo, la pianura di Azomaton si vide coperta di uno sciame d'indefessi turchi operai, ai quali, e per terra e per mare, e dall'Europa e dall'Asia, venivano portati i materiali di cui abbisognavano[73]. Nella Catafrigia si preparava la calce; dalle foreste di Eraclea e di Nicomedia erano tratte le legna; gli scavi della Natolia somministravan le pietre. Ognuno dei mille muratori, aiutato da due manovali, aveva l'obbligo giornaliero di due cubiti di fabbrica. Datasi forma triangolare alla Fortezza[74], ciascun angolo di essa venne fiancheggiato da una grossa torre, la prima delle quali stava sul pendio della collina; le due altre occupavano le coste del mare. La grossezza delle mura era di ventidue piedi, di trenta il diametro delle torri; un saldo spianato di piombo formava il coperchio dell'edifizio. Maometto in persona sollecitava e con instancabile ardore regolava il lavoro; ciascuno dei tre Visiri volle per sè l'onore di avere terminata una delle tre torri; lo zelo de' Cadì con quello dei giannizzeri gareggiava; non v'era servigio, comunque triviale, che non venisse nobilitato dall'idea di servir Dio e il Sultano, e la solerzia della moltitudine animavano gli sguardi di un despota, il cui sorriso diveniva pronostico di felicità, un'occhiata severa, di morte. Atterrito l'Imperator greco in veggendo procedere un'opera ch'egli non era più in tempo di arrestare, cercò ma indarno, di ammollire con modi carezzevoli, e con donativi, l'animo d'un inesorabile nemico, che anzi desiderava e fomentava tutte le occasioni di venire ad aperta guerra; occasioni che non poteano più tardare ad offrirsi. Osservando alcuni Cristiani che gli avidi e sacrileghi Musulmani adoperavano, e certamente senza scrupolo, i frantumi di sontuose chiese poste in rovina, e perfino le colonne di marmo consagrate all'Arcangelo S. Michele, col volersi opporre, ricevettero la palma del martirio dalle mani stesse dei distruttori. Costantino avea chiesta una guardia turca che proteggesse i campi e i ricolti de' sudditi greci; e veramente Maometto questa guardia gli concedè, ma comandandole per prima cosa di lasciar pascolare liberamente i muli e i cavalli del campo, e di proteggere i Turchi contro i nativi, ogni qualvolta i secondi si avvisassero di assalire i primi. Accadde una notte che gli uomini del seguito d'un Capo ottomano aveano mandati i lor cavalli in mezzo a un campo di biade mature. Irritati i Greci dal danno, e più dall'insulto, vennero cogli Ottomani ad una rissa, in cui perirono parecchi individui dell'una e dell'altra nazione. Fu fatto su di ciò ricorso a Maometto, che n'ebbe massima gioia, cogliendo questa opportunità per inviar truppe che sterminassero gli abitanti di quel villaggio. I colpevoli, se tali poteano dirsi, s'erano dati alla fuga; ma quaranta agricoltori che, affidati alla propria innocenza, attendevano tranquillamente alla mietitura, caddero vittima delle scimitarre ottomane. Fino a quel momento, Costantinopoli ricevea fra le sue mura que' Turchi che per motivo di commercio, o di curiosità vi si traevano; ma a questo annunzio che accrebbe a dismisura il terrore, il Sovrano ordinò se ne chiudesser le porte; pure sempre lusingato dalla speranza di pace, mise liberi, il terzo giorno, i Turchi che vi si trovavan racchiusi[75], inviando a Maometto un ultimo messaggio, da cui traspirava la ferma rassegnazione di un cristiano e di un guerriero. «Poichè nè i giuramenti, nè i Trattati, nè la stessa sommessione possono assicurare la pace, egli scriveva al Sultano, prosegui gli atti della tua sacrilega nimistà. Solo in Dio è posta la mia speranza. Se gli piace di ammollire il tuo cuore, un sì felice cambiamento mi arrecherà gioia; se egli vuole che Costantinopoli sia tua, mi sottometterò senza lagnarmene ai suoi santi voleri. Ma fin che il Giudice de' Principi della Terra non avrà pronunziato fra noi, io devo vivere e morire difendendo il mio popolo». Maometto diè tal risposta che lo mostrava risoluto inesorabilmente alla guerra. Compiuto essendo e munito a dovere il novello Forte, vi pose un vigilante Agà, e quattrocento giannizzeri incaricati di sottoporre a tributo tutte le navi che, senza distinzion di paese, si trovassero a gittata delle nuove batterie; indi ritornò ad Andrinopoli. Una nave veneziana che ricusava obbedire ai nuovi dominatori del Bosforo, con un solo sparo di cannone fu mandata a fondo. Il capitano e trenta marinai si salvarono nel palischermo; ma condotti indi alla Porta carichi di catene, il loro condottiero venne impalato, eglino decollati: lo storico Duca narra di avere veduti a Demotica i loro corpi esposti alle belve[76]. L'assedio di Costantinopoli venne differito alla successiva primavera; intanto un esercito ottomano marciò nella Morea per dar faccende ai fratelli di Costantino. In questi calamitosi giorni (A. D. 1453), uno de' Principi Paleologhi, il despota Tommaso, ebbe la sorte, o il disastro di vedersi nascere un figlio. «Ultimo erede, dice l'afflitto Franza, dell'ultima scintilla dell'Impero romano[77]».
I Greci ed i Turchi trascorsero il verno nella inquietudine e nell'ansietà; agitati i primi dal timore, fatti impazienti i secondi dalla speranza; e gli uni intesi agli apparecchi di difesa, gli altri a quelli d'assalto; ma più fortemente erano compresi da questi sentimenti, che per diverso motivo agitavano gli animi de' due popoli, i loro Imperatori, l'uno che temea di perder tutto, l'altro che ad acquistar tutto agognava; sentimenti che rendea più vivi in Maometto l'ardore della giovinezza e la violenza della sua indole. Intanto che impiegava l'ore di passatempo ad Andrinopoli[78] nel fabbricare il palagio Gehan Numa (la lanterna del Mondo), edifizio che ad altezza prodigiosa venne innalzato, i suoi pensieri non si dipartivano dal divisamento di conquistare la città de' Cesari. Alzatosi verso l'ora della seconda veglia della notte, mandò pel primo Visir; il messaggio e l'ora, l'indole del principe e i rimbrotti di una non innocente coscienza spaventavano non poco Calil-Baza, il quale, stato confidente di Amurat, fu anche tra coloro che consigliarono di richiamarlo al trono. Vero è che Maometto, all'atto di cingere la Corona, lo avea confermato nella carica di Visir colmandolo di apparenti favori; ma il vecchio Ministro non ignorava di camminare sopra un diaccio fragile e sdruccioloso, che potea rompersegli sotto i piedi, e in un abisso precipitarlo. L'affezione, forse innocente, dimostrata da questo Visir ai Cristiani gli avea, sotto il Regno trascorso, acquistato l'odievole nome di Gabur Ortascì, o di fratel balio degl'Infedeli[79]. Dominato dall'avarizia, mantenea col nemico una venale corrispondenza che fu scoperta e punita dopo la guerra. Nella notte in cui ricevè l'ordine di trasferirsi presso il Sultano, abbracciò la moglie e i figli, paventando di non più rivederli; indi riempiuto di piastre d'oro un calice, corse al palagio, ove prostratosi dinanzi a Maometto, gli offerse, giusta l'uso orientale, quell'oro, come lieve tributo e pegno di sommessione e di gratitudine[80]. «Non voglio, il Sultano gli disse, riprendermi quello che ti ho donato, ma piuttosto accumulare sul tuo capo nuove beneficenze. Però adesso pretendo da te un dono, che mi sarà più utile e che vale ben più del tuo oro; ti chiedo Costantinopoli». Riavutosi dalla sorpresa il Visir, gli rispose: «quel medesimo Dio che ti ha conceduto sì gran parte dell'Impero romano non te ne ricuserà la Capitale, e i pochi dominj che le vanno or congiunti. La Providenza dell'Altissimo e il tuo potere me ne assicurano; i tuoi fedeli schiavi ed io sagrificheremo i nostri giorni e i nostri averi per eseguire la tua volontà.» «Lala[81] (vale a dire mio precettore,) disse il Sultano, vedi tu quest'origliere? questa notte nelle mie agitazioni non ho fatto che mandarlo da una banda e dall'altra. Temi l'oro e l'argento dei Romani; del rimanente, noi vagliamo più di loro alla guerra, e, col soccorso di Dio e del Profeta, non tarderemo ad impadronirci di Costantinopoli.» Per indagar l'animo de' suoi soldati, ei trascorrea sovente le strade solo e travestito, nè era cosa priva di rischio l'aver riconosciuto il Sultano, quando agli occhi del volgo volea nascondersi. Molte ore d'ozio impiegava a delineare la pianta di Costantinopoli, a disputare co' suoi generali ed ingegneri sui luoghi ove conveniva innalzare le batterie, d'onde fosse meglio incominciare l'assalto, o dar fuoco alle mine, o applicare le scale. Durante il giorno, si provavano le fazioni e gli stratagemmi che il Sultano avea ideati la notte.
Nell'esaminare gli strumenti di distruzione, portava sollecita attenzione alla terribile scoperta fatta recentemente dai Latini, onde l'artiglieria di Maometto superò quella dell'altre nazioni d'allora. Un fonditor di cannoni, danese o ungarese, che trovava appena il suo vitto al servizio de' Greci, passò a quello de' Turchi, e largamente nel compensò il Sultano, rimasto contento fin dalla prima risposta che cotest'uomo erasi affrettato di dare ad una sua interrogazione. «Posso io avere un cannone fornito della forza di mandare una palla o un sasso che basti a rovesciare le mura di Costantinopoli?» — «Mi è nota, rispose il fonditore, la fortezza di queste mura, ma quand'anche fossero più salde di quelle di Babilonia, potrei metter contr'esse una macchina di tanto forte gittata che le buttasse a terra; sta poi a vedere, se i vostri ingegneri saprebbero appuntare e collocar questa macchina». Immediatamente, dopo una tale risposta, Maometto fece mettere una fonderia ad Andrinopoli; e provvedutosi quanto metallo a ciò abbisognava, in capo a tre mesi, il fonditore, che nomavasi Urbano, ebbe terminato un cannone di bronzo di una smisurata, e quasi incredibile grandezza. Il calibro era, dicesi, di dodici palmi, e lanciava una palla di pietra che oltre a sei quintali pesava[82]. Fu scelto dinanzi al nuovo palagio un vano di spianato per provare la nuova macchina; e affine di prevenire le infauste conseguenze del terrore che il primo sparo della medesima avrebbe incusso, venne avvertito il pubblico, un giorno prima di mettere il cannone in atto. Lo scoppio fu udito a una distanza di cento stadj all'intorno. Per trasportare questa macchina struggitrice, vennero congiunti insieme trenta carri, a tirare i quali sessanta buoi furono adoperati; dugento uomini stavano ad entrambi i lati, per mantenere in equilibrio e sostenere questa enorme massa, sempre in procinto di rotolarsi, or da una banda, or dall'altra; dugento cinquanta marraiuoli marciavano innanzi per agevolarle il passaggio e riparare le strade ed i ponti; onde fu d'uopo di due mesi circa di lavoro per far fare cencinquanta miglia alla macchina. Un arguto Filosofo[83] deride a tal proposito la greca credulità, giustamente osservando che non giova mai il fidarsi troppo alle esagerazioni de' vinti. Giusta il calcolo istituito dal medesimo, sol per lanciare con effetto alla distanza che fu presa una palla di due quintali, abbisognerebbe un quintale e mezzo di polvere; la qual massa non potendo in un tratto accendersi tutta, la palla uscirebbe, prima che il quindicesimo della polvere avesse preso fuoco, e sarebbe animata quindi da un minimo impulso. Ignorante, come confesso di esserlo in quest'arte struggitrice, aggiugnerò soltanto che la scienza dell'artigliere, di tanto migliorata ai dì nostri, preferisce il numero alla grossezza de' pezzi, la vivacità del fuoco allo strepito, o anche all'effetto di un solo scoppio. Nondimeno non ardisco rifiutare una testimonianza positiva ed unanime de' contemporanei, nè dee parere inverisimile che i primi fonditori, condotti, ne' loro sforzi, più dall'ambizione che dal sapere, tentassero ancora cose oltre al possibile. Però un cannone turco, più grande ancora, nelle dimensioni, del cannone di Maometto, custodisce tuttavia l'ingresso de' Dardanelli, e benchè ne sia incomodo l'uso, una recente prova ha dimostrato esserne tutt'altro che da disprezzarsi gli effetti. Tre quintali di polvere lanciarono lontano seicento tese un sasso pesante undici quintali; questo andò in tre pezzi, che attraversarono il canale lasciando il mare coperto di spuma, e percossero l'opposta collina, e con forza ne vennero rimbalzati[84].
A. D. 1453
Intanto che Maometto minacciava la Capitale dell'Oriente, l'Imperatore greco implorava con ferventi preci i soccorsi della terra e del Cielo; ma le potenze invisibili erano sorde alle sue supplicazioni, e la Cristianità vedea con indifferenza la caduta di Costantinopoli che non avea omai altra speranza di soccorso, fuorchè nella gelosia politica del Sultano d'Egitto. Fra gli Stati che avrebbero potuto soccorrere Costantinopoli, quali erano troppo deboli, quali troppo lontani; alcuni riguardavano immaginario il pericolo, altri inevitabile. I Principi dell'Occidente badavano soltanto alle interminabili querele che li disunivano; il Papa non sapea perdonare ai Greci la loro ostinazione, o doppiezza; ed anzi Nicolò V in vece di adoperare la sua mediazione perchè le armi e le ricchezze dell'Italia li favorissero, predisse la prossima lor distruzione; onde pel suo onore desiderava quasi l'adempimento di tal profezia.
Parve che provasse un istante di compassione allor che li vide al grado ultimo del disastro; ma questa compassione venne troppo tardi, e gli sforzi che produsse, mancando d'energia come di successo, Costantinopoli era già in mano de' Turchi, prima che le squadre di Genova e di Venezia uscissero dei loro porti per andarne in soccorso[85]; gli altri Principi, e persin quelli della Morea e delle isole della Grecia, si mantennero in una fredda neutralità: la colonia genovese dimorante a Galata negoziò a parte col Sultano, il quale non le tolse la lusinga che la sua clemenza le avrebbe permesso di sopravvivere alla rovina dell'Impero. Una gran parte di plebei, ed alcuni nobili abbandonarono da vili il loro paese, quando imminente era il pericolo; l'avarizia fece che i ricchi negassero all'Imperatore, e conservassero pei Turchi quelle ricchezze con cui poteano stipendiarsi più eserciti di mercenarj[86]. In tale stato d'invilimento e derelizione, Costantino si preparò nullameno a sostenere lo scontro col suo formidabil nemico, e per vero, il coraggio del Principe greco pareggiava i pericoli che gli sovrastavano; ma troppo minori erano le sue forze della lotta da sostenersi. Fin dai primi giorni di primavera, l'antiguardo turco, impadronitosi de' borghi e de' villaggi fino alle porte di Costantinopoli, concedea protezione e vita a quelli che si sommettevano; ma sterminava col ferro e col fuoco qualunque paese tentasse resistere. Mesembria, Acheloo e Bizon, città che sul mar Nero rimanevano ai Greci, si arrendettero alla prima intimazione. Unicamente Selimbria meritò l'onore di un assedio, o di un blocco, perchè i prodi suoi abitanti, intanto che erano stretti dal lato di terra, si posero in mare, corsero a devastar la costa di Cizico, e di ritorno, vendettero in mezzo alla pubblica piazza i prigionieri che in questa correria avevano fatti. Ma il silenzio, la sommessione furono generali all'arrivo di Maometto che pose il suo campo cinque miglia distante dalla Capitale del greco Impero, ed avanzatosi indi col suo esercito schierato in battaglia, collocò dinanzi alla Porta di S. Romano il proprio stendardo, dando incominciamento al memorabile assedio di Costantinopoli.
Le milizie europee ed asiatiche di Maometto teneano tutto lo spazio di destra e sinistra dalla Propontide al porto. I giannizzeri occupavano il fronte rimpetto alle tende di Maometto; una profonda fossa copriva le linee ottomane, e un corpo di Turchi a parte circondava il sobborgo di Galata, tenendosi in guardia contro la mal certa fede dei Genovesi. Filelfo, che, trent'anni prima dell'assedio dimorava in Grecia, fondandosi sopra dati accuratamente raccolti, assicura che le forze de' Turchi, tutte comprendendole senza eccezione, non poteano oltrepassare i sessantamila uomini di cavalleria e i ventimila di fanteria, rampognando alle nazioni cristiane la pusillanimità di essersi così docilmente sottomesse ad un pugno di Barbari. E per vero dire, se non si calcolassero che i Capiculi[87], soldati della Porta che andavano di conserva col Principe e dal suo erario venivano stipendiati, il loro numero doveva starsi all'incirca col calcolo di Filelfo; ma è da osservarsi che i Pascià mantenevano, o reclutavano una milizia provinciale a parte ne' proprj governi; che eranvi molti paesi soggetti ad una contribuzione militare; che per ultimo l'esca del bottino attraeva una grande moltitudine di volontarj sotto lo stendardo di Maometto; e lo squillo della sacra tromba, dovette condurvi uno sciame di fanatici affamati ed intrepidi, che, se altro non fosse, accrebbero lo spavento dei Greci e ne rintuzzarono al primo assalto le spade. Duca, Calcocondila, e Leonardo da Chio, fanno ascendere a trecento o quattrocentomila uomini l'esercito del Sultano; ma Franza, trovatosi in maggior vicinanza del campo, e meglio quindi in istato d'instituire le sue osservazioni, non contò più di dugencinquantottomila uomini, calcolo ragionevole che non oltrepassa nè i fatti che si sanno, nè i limiti della probabilità[88]. Men formidabile era la forza marinaresca degli assedianti; perchè comunque trecentoventi legni si stessero nell'acque della Propontide, solamente diciotto di questi meritavano di essere nominati navi da guerra, non consistendo quasi tutto il rimanente, se non se in piccioli navigli da trasporto, che versavano nel campo ottomano e uomini, e munizioni, e vettovaglie; e Costantinopoli, in questo suo stato di massima debolezza, contenea tuttavia più di centomila abitanti, che però tra i prigionieri, non fra i combattenti, fecero numero; operaj la maggior parte, preti, donne e uomini sforniti di quel coraggio, che talvolta per la comune salvezza le medesime donne hanno saputo mostrare. Comprendo, e sarei quasi proclive a scusare la renitenza di que' sudditi, che per obbedire alle voglie di un tiranno si vedono costretti a portar le armi in lontane contrade; ma colui che non ardisce cimentare la propria vita per difendere i propri averi ed i figli, ha perduta fra gli uomini i sentimenti più operosi e caratteristici dell'umana natura. Giusta un ordine dell'Imperatore, i suoi ufiziali si trasportarono in ciascun rione per prendere un registro di que' cittadini, non esclusi i frati, che fossero abili e pronti ad armarsi in difesa del loro paese; catalogo che fu rimesso a Franza[89] il quale, preso da dolore e confusione ad un tempo, portò l'annunzio al Sovrano, che tutto il numero dei difensori della nazione si riduceva a quattromila novecentosettanta Romani; infausta verità che Costantino e il suo fedele Ministro procurarono di tenere celata, intanto che venne tratto dall'arsenale un corrispondente numero di scudi, di balestre e di archibusi. Si aggiugnea il sussidio di duemila stranieri, comandati da Giovanni Giustiniani, Nobile genovese, al quale, oltre all'essere stata pagata anticipatamente e con generosità la sua soldatesca, venne promessa l'Isola di Lesbo in premio del suo valore e de' suoi buoni successi. Venne indi tirata dinanzi all'ingresso del Porto una grossa catena, cui difendevano alcune navi da guerra e mercantili, così greche come italiane, e furono trattenute pel servigio pubblico tutte le navi della Cristianità che, a mano a mano, giugneano dal mar Nero e dall'Isola di Candia. Dopo tutti questi provvedimenti, una Capitale di tredici, o forse sedici miglia di circonferenza, non poteva opporre a tutte le forze dell'Impero ottomano che una guarnigione di sette, o ottomila soldati. Stavano aperte agli assedianti l'Asia e l'Europa, mentre le forze e i viveri de' Greci scemavano ogni giorno senza che di fuori potessero sperare verun soccorso.
A. D. 1452
I primi Romani avrebbero impugnate l'armi, deliberati di vincere o di morire. I primi Cristiani si sarebbero abbracciati fra loro, aspettando con rassegnazione e carità la corona del martirio; ma i Greci di Costantinopoli, comunque non sentissero fervore che per gli affari di religione, non ne traevano altro frutto, che di reciproche nimistà e discordie. L'Imperatore Giovanni Paleologo avea, prima di morire, abbandonato il divisamento che tant'ira destò nei suoi sudditi, il divisamento di unir le due Chiese; il fratello di lui Costantino lo ripigliò quando, le angustie in cui trovavasi, gl'imposero come una necessità di ricorrere ad un'ultima prova di dissimulazione e di adulazione[90]. Inviò ambasciatori a Roma coll'incarico di chiedere temporali soccorsi ed assicurare il Santo Padre che i Greci al suo spirituale dominio si sommetteano. Questi scusavano ad un tempo il lor Sovrano, se avea da prima trascurato un tale dovere, a motivo dei tristi casi dello Stato che aveano assorte tutte le sollecitudini del Principe, in sostanza bramosissimo di vedere un Legato pontifizio nella sua Capitale. Benchè il Vaticano sapesse per prova quanto vi fosse poco da fidarsi nelle parole dei Greci, non potea con decenza mostrarsi sordo a tali voci di pentimento; ma più presto un Legato che un esercito gli concedè; laonde sei mesi prima della presa di Costantinopoli il Cardinale Isidoro nativo di Russia, vi comparve, qual nunzio del Pontefice, seguìto da un corteggio di preti e di soldati. L'Imperatore lo accolse qual padre ed amico; ne ascoltò rispettosamente i sermoni così in pubblico come in privato, e sottoscrisse l'atto di unione, nella stessa guisa che venne accettato nel Concilio di Firenze, al qual esempio si conformarono i più docili fra i sacerdoti e laici della Chiesa greca. Nel giorno 12 dicembre, i Greci si unirono alla celebrazione del divin sagrifizio e della preghiera, nel tempio di S. Sofia, ove fu fatta commemorazione solenne de' due Pontefici, vale a dire di Nicolò V, Vicario di Gesù Cristo, e del Patriarca Gregorio, che un popolo ribelle aveva esiliato.
Ma le vesti e la lingua del Prete latino ufiziante furono argomento di scandalo ai Greci, inorriditi in veggendolo consagrar pane senza lievito, e versar acqua fredda nel calice eucaristico. Uno Storico greco confessa arrossendo che nessuno de' suoi concittadini, compresovi lo stesso Imperatore, si prestò di buona fede a tale riconciliazione[91][92]. A discolparli dalla taccia di una sommessione così inconsiderata e plenaria, dicevano essersi riservati il diritto di rivederne l'atto in appresso; ma la migliore e più trista scusa ad un tempo che avessero, stava nel confessarsi spergiuri. Oppressi dai rimproveri di quei lor fratelli che non avevano tradita la propria coscienza, rispondeano lor sotto voce: «armatevi di rassegnazione anche per poco, aspettate di veder libera la città dall'immenso drago che spalanca la bocca per divorarci; ne saprete dire in allora se siam riconciliati davvero cogli azzimiti». Ma la pazienza non è la prerogativa caratteristica dello zelo religioso, nè cortigianesca disinvoltura è bastante a frenar la violenza del popolare entusiasmo. Persone d'ogni classe e d'entrambi i sessi si trasportarono in folla dalla chiesa di S. Sofia alla celletta del frate Gennadio[93], affine di consultare nel gran frangente questo religioso che reputavasi l'oracolo della Chiesa. Ma il santo personaggio non si mostrò: assorto, a quanto parea, nelle sue profonde meditazioni, o nelle sue estasi mistiche, lasciò solamente esposta in fronte alla sua porta una tavoletta, ove le turbe lessero le seguenti parole: «Sciagurati Romani! perchè abbandonaste voi la strada della verità? Perchè invece di mettere la vostra fiducia in Dio, negli Italiani l'avete posta? Col perdere la vostra fede, perderete anche la vostra città. Signore, abbi compassione di me. Io protesto al cospetto tuo che sono innocente di questo delitto. Sciagurati Romani, pensate bene, trattenetevi e pentitevi! nell'atto stesso che abbiurerete la religione dei padri vostri; nell'atto stesso che vi collegherete coll'empietà, cadrete schiavi sotto uno straniero servaggio». Udito questo avviso di Gennadio, le vergini spose di Dio, pure come gli Angeli, e superbe come i demonj[94], sorsero contra l'atto di unione, e maledirono qualunque lega coi partigiani presenti e futuri della Chiesa latina; le imitò, le approvò la maggior parte del Clero e del popolo. Uscendo del monasterio di Gennadio, i devoti Greci si sparsero per la taverna bevendo alla confusione degli schiavi del Papa, votando tazze ad onore della immagine della Santissima Vergine, e supplicandola a difendere questa città da Maometto, come altre volte l'avea protetta contro l'armi di Cosroe e contro il Cagano. Così inebbriati dal fanatismo e dai fumi del vino, esclamarono sconsigliatamente: «Che abbiam noi bisogno di soccorso e di unione? che abbiam noi bisogno dei Latini? vada lungi da noi il culto degli azzimiti». Frenesia epidemica che tenne in trambusto la popolazione per tutto il verno antecedente alla vittoria de' Turchi; la Quaresima e la prossimità delle feste, anzichè ispirare sentimenti di pace e di carità, non fece che rincalzare l'ostinazione e la prevalenza del fanatismo. I confessori che spiavano e atterrivano le coscienze, prescrivevano penitenze rigorosissime a chiunque avesse ricevuta la comunione dalle mani d'un prete accusato di consenso, o formalmente, o tacitamente, prestato alla Lega. La Messa celebrata da un tal sacerdote, contaminava, secondo costoro, quegli stessi che le aveano assistito; se preti, perdeano la virtù del carattere sacerdotale, e nemmen nel pericolo di morte istantanea, era permesso invocare il soccorso delle loro preghiere e delle loro assoluzioni. Appena celebratosi dai Latini il servigio divino nella chiesa di S. Sofia, fu riguardata come polluta, e il Clero e il popolo ne rifuggirono come da una sinagoga, o da un tempio di Pagani; onde questa venerabile Basilica, che, fumante non ha guari d'incensi, e splendente per immensa moltitudine di fiaccole, avea sì spesso risonato di preci e di rendimenti di grazie, rimase fra lo squallore di un assoluto e tetro silenzio. Più inviperito odio portavasi ai Latini che agli stessi Eretici ed Infedeli; talchè il primo Ministro dell'Impero, il Gran Duca, si spiegò apertamente che avrebbe preferita la necessità di vedere a Costantinopoli il turbante di Maometto all'odievol presenza della tiara del Papa o di un cappello di Cardinale[95]. Tal sentimento cotanto indegno di un cristiano e di un amico della sua patria, era divenuto a tutti i Greci comune, e tornò ad essi fatale. Costantino si trovò privo dell'affetto e del soccorso de' proprj sudditi, la viltà naturale de' quali prendea un religioso pretesto dal dovere di rassegnarsi ai decreti della Providenza, o dalla chimerica speranza di una liberazione miracolosa[96].
Due lati del triangolo in cui stassi Costantinopoli, vale a dire quelli che si estendono lungo il mare, erano inaccessibili ai nemici; la Propontide da una banda formava una difesa naturale, il porto ne formava un'artificiale dall'altra. Un doppio muro, e una fossa che avea cento piedi di profondità, copriva la base del triangolo situata fra le due rive dalla banda di terra; alle quali fortificazioni il Franza che le avea vedute, attribuiva una estensione di sei miglia[97]; quivi fu il principale assalto degli Ottomani. Costantino dopo avere ripartite le fazioni e il comando de' posti più pericolosi, si accinse a difendere l'esterno muro. Ne' primi giorni d'assedio, i soldati scesero nella fossa d'onde fecero una sortita in piena campagna, ma non tardarono ad avvedersi che, avuta proporzione del numero de' combattenti d'entrambi i campi, era più funesta ai Greci la perdita d'un Cristiano, che al nemico quella di venti Turchi; laonde dopo queste prime prove di coraggio, si limitarono prudentemente a lanciare armi di gittata dall'alto de' baloardi, prudenza che in tale istante non potea essere accusata, come viltà, comunque la popolazione greca fosse in generale pusillanime e vile; l'ultimo de' Costantini si meritò il nome di Eroe; la sua nobile truppa di volontarj parea infiammata dello spirito de' primi Romani, e gli ausiliarj stranieri sosteneano l'onore della cavalleria d'Occidente. In mezzo al fumo, fra lo strepito e il fuoco de' loro archibusi e de' loro cannoni, percoteano incessantemente con grandini di dardi il nemico. Tutte le bocche delle greche spingarde mandavano cadauna nello stesso tempo sui Turchi cinque e persin dieci palle di piombo della grossezza d'una noce; e giusta la spessezza delle file, o la forza della polvere, ciascun colpo potea trapassare l'armadura e il corpo di molti guerrieri; ma i Turchi bentosto, riparando la loro via con trincee, o tenendosi dietro alle rovine, si avvicinarono maggiormente. Ogni dì più periti nella scienza militare divenivano i Cristiani, ma i lor magazzini da polvere, mal provveduti sin da principio, non doveano tardare a votarsi. La loro artiglieria scarsa e di picciol calibro, non potea produrre grandi effetti, e se aveano ancora alcuni pezzi più rilevanti non si avventuravano a collocarli sopra vecchie muraglie, che l'impeto dello scoppio avrebbe crollate e rinversate[98]. Oltrechè, il micidiale segreto essendo già noto parimente agli Ottomani, questi lo adoperavano con tutta l'efficacia che possono infondere negl'ingegni di offesa il fanatismo, le ricchezze, il dispotismo. Ragionammo dianzi del gran cannone di Maometto, arme rilevante e segnalata nella Storia dell'epoca ora descritta; enorme bocca da fuoco che fiancheggiavano altre due quasi della stessa grandezza[99]. Dopo che i Turchi ebbero appuntato una lunga serie di cannoni contro le mura, quattordici batterie fulminarono nel tempo stesso i luoghi meno fortificati; ma nel descrivere una di tali batterie, gli Autori si valgono d'espressioni sì equivoche, che non intendiamo bene, se essa contenesse centotrenta pezzi di cannone, o centotrenta palle. Del rimanente, a malgrado del potere e della solerzia di Maometto, scorgesi l'infanzia dell'arte in quel tempo. Sotto un padrone che calcolava i minuti secondi, il gran cannone non potea trarre che sette volte al giorno[100]. Il metallo riscaldato scoppiò, sicchè molti cannonieri rimasero morti, e fu ammirata l'abilità di un fonditore che immaginò, per andar contro ad una nuova disgrazia, di versare, dopo ciascuno scoppio, una certa quantità d'olio entro i cannoni.
Le prime palle dei Musulmani lanciate a caso, aveano fatto più strepito che rovina. Mercè soltanto i suggerimenti di un ingegnere cristiano, i Turchi appresero a percotere direttamente i due lati opposti degli angoli salienti d'un baloardo. Per quanto poco destri fossero questi artiglieri, la moltiplicità de' colpi supplì alla poca abilità di addirizzarli, onde gli Ottomani, pervenuti finalmente sino all'orlo della fossa, si accinsero a colmare questa enormissima apertura a fine di procurarsi per traverso alla medesima una strada all'assalto[101]. Vi gettarono entro e massi e fascinate e tronchi d'alberi, e tal fu l'impeto di quei lavoratori, che i primi trovatisi in riva alla fossa, o i più deboli, vi caddero dentro e vi trovarono sepoltura. Intantochè gli assedianti davano indefessa opera a tale lavoro, la sola speranza di salute per gli assediati stavasi nel cercare di renderli inutili, a lunghi e micidiali scontri esponendosi, e distruggendo la notte tutta l'opera che i soldati di Maometto aveano fatta nella giornata. Ricorreva all'arte delle mine il Sultano; ma oltre alla difficoltà di valersene in un terreno, che era compatta rupe, gli opponeano altrettante contromine i cristiani ingegneri; perchè niuno aveva a que' giorni pensato a colmar di polve quelle vie sotterranee, e a produr così quegli scoppj che fanno saltare in aria le torri e le intere città[102]. Una circostanza che contraddistinse dagli altri assedj quello di Costantinopoli, si fu l'uso promiscuo dell'artiglieria antica e moderna. Fra mezzo ai metalli ignivomi vedeansi macchine opportune a lanciar sassi e dardi; uno stesso muro soffriva l'urto delle palle e dell'ariete ad un tempo; nè la scoperta della polvere avea fatto dimenticare l'uso del fuoco greco. Rotandosi su i suoi cilindri, avanzava un'immensa torre di legno, mobile arsenale di munizioni da guerra, coperto d'un triplice cuoio. I guerrieri che vi stavano chiusi entro, poteano senza pericolo, per le feritoie della medesima, trarre sugli assediati; la parte anteriore di essa avea tre porte, che davano abilità di sortire e di ritirarsi ai soldati. Una scala interna li conduceva al pianerottolo superiore di essa torre, d'onde poteano col ministerio di carrucole, sollevare una scala che, attaccandosi coll'estremità al baluardo nemico, diveniva un ponte per gli assedianti. Coll'unione di tutti questi diversi modi d'assalto, alcuni de' quali tanto più funesti si fecero ai Greci, perchè non ne aveano veruna cognizione, giunsero finalmente i Turchi a rinversare la torre di S. Romano; però vennero ancora respinti dopo un ostinato combattimento, che la notte interruppe e che divisavano rincominciare all'alba del nuovo giorno con più vigore, e maggiore fiducia di buon successo. Nè questi momenti conceduti alla speranza e al riposo vennero trascurati dalla solerzia dell'Imperatore greco e del genovese Giustiniani, che rimasti tutta la notte su i baloardi, affrettarono tutti que' provvedimenti da cui poteva ancora dipendere il destino della Chiesa e di Costantinopoli. Laonde all'apparire dell'aurora novella, l'impaziente Maometto vide, con istupore ed eguale afflizione, incenerita la sua torre di legno, tornata nel primo stato la fossa, restaurata la torre di S. Romano. Deplorando il mal esito de' concetti disegni, esclamò dimentico della riverenza che al proprio culto dovea: «Trentasettemila Profeti non bastavano a farmi credere, che gl'Infedeli in sì breve tempo avessero eseguito sì immenso lavoro».
La generosità de' Principi cristiani fu languida e tardi arrivò; ma fin dal momento in cui Costantino previde l'assedio della sua Capitale, intavolò negoziati nelle isole dell'Arcipelago, nella Morea e nella Sicilia per ottenerne i soccorsi più indispensabili. Cinque grandi vascelli mercantili[103], armati da guerra avrebbero già salpato da Chio nel primo giorno di aprile, se non li avesse trattenuti un ostinato vento di tramontana[104]. Un di questi portava bandiera imperiale; gli altri quattro, appartenenti ai Genovesi, andavano carichi di frumento e d'orzo, d'olio e di vegetabili, e soprattutto di soldati e marinai pel servigio della Capitale. Finalmente dopo un penoso indugio, spiegaron le vele col favore di un leggier vento australe, che fattosi più gagliardo nel secondo giorno, li portò ben tosto all'Ellesponto e alla Propontide; ma circondata per terra e per mare trovavasi la Capitale del greco Impero; e la squadra turca, situata all'ingresso del Bosforo, terminava a guisa di mezza luna alle due estreme rive per chiudere il passaggio a questi ardimentosi ausiliari, o per lo meno a fin di respingerli. Qualunque leggitore abbia presente alla memoria il quadro geografico di Costantinopoli, comprenderà e ammirerà la magnificenza di un tale spettacolo. I cinque vascelli cristiani procedeano innanzi, in mezzo a giulive acclamazioni, e forzando il ministerio delle vele e de' remi contro una squadra nemica di trecento navigli; i baloardi, il campo, le coste dell'Europa e dell'Asia, vedeansi coperte di spettatori impazienti con inquietudine dell'effetto che questo rilevante soccorso avrebbe prodotto; effetto che a prima vista non avrebbe dovuto sembrare dubbioso. La superiorità de' Turchi era tanta, che si togliea da ogni proporzione col numero de' Cristiani; e certamente, giusta un calcolo ordinario, la moltitudine e il valore de' combattenti gli avrebbe assicurati della vittoria. Cionnullameno l'imperfezione della loro marineria mostrava come questa fosse stata creata d'improvviso dalla volontà del Sovrano, e non nata gradatamente dall'ingegno inventivo della nazione; e giunti anche all'apice della grandezza, i Turchi confessavano che, se Dio avea conceduto ad essi l'Impero della terra, quello del mare rimanea agli Infedeli[105]; modesta confessione, la cui verità è stata confermata da una sequela dì sconfitte e da un rapido scadimento. Tranne diciotto galee bastantemente forti, il rimanente della squadra era composta di battelli aperti, rozzamente costrutti, mal governati, troppo caricati di combattenti, e sprovveduti di cannone; e poichè il coraggio ne deriva in gran parte dalla conoscenza delle nostre proprie forze, non è maraviglia se i più valorosi giannizzeri tremarono in veggendosi sopra un elemento nuovo per essi. Dalla parte in vece de' Cristiani, veniano governati da piloti abilissimi cinque grandi vascelli pieni di veterani dell'Italia e della Grecia, avvezzi da lungo tempo ai disagi e ai pericoli della navigazione. Intanto che davano opera a calare a fondo, o ad infrangere i deboli legni che impacciavano ad essi il cammino, le loro macchine d'artiglieria spazzavano il mare e versavano fuoco greco su quelle barche ottomane che osavano avvicinarsi per tentar l'arrembaggio; chè i venti e i flutti si chiariscono mai sempre pe' navigatori più abili. I Genovesi salvarono il vascello imperiale contro cui, nella mischia, più numerosa oste infieriva; e gravissima fu la perdita de' Turchi, respinti in due assalti, un più lontano, l'altro ov'erano petto a petto coi Cristiani. Maometto standosi a cavallo in su la piaggia, incoraggiava i Musulmani colla sua voce, con promesse di ricompensa, col timore che egli inspirava, più poderoso sovr'essi che lo stesso timore de' nemici. Il fervore del suo animo, i moti del suo corpo[106] sembravano imitare le azioni de' combattenti, e quasi foss'egli il padrone della natura, da niuna tema frenato, facea impotenti sforzi per ispinger nel mare il proprio cavallo. La violenza dei suoi rimproveri, i clamori del campo indussero la squadra turca ad un terzo assalto che fu più funesto ancor de' due primi; al qual proposito citerò, senza poterle prestar molta fede, la testimonianza di Franza, il quale afferma che i Turchi a loro confessione medesima perdettero nella strage di questa giornata più di dodicimila uomini. In somma fuggirono disordinatamente verso le coste dell'Europa e dell'Asia, intanto che la squadra de' Cristiani, in trionfo e immune da danni, procedea lungo il Bosforo, pervenuta a lanciar l'áncora con sicurezza dalla banda interna della catena del porto. Nell'ebbrezza di questa vittoria, sosteneano i Cristiani che il loro braccio era valevole ad annichilare tutto l'esercito dei Turchi. Intanto Balta Ogli, l'ammiraglio, ossia il Capitano-Pascià, ferito in un occhio, traeva da questa circostanza un sollievo coll'accagionarla della perdita della battaglia. Era costui un rinnegato della famiglia de' Principi di Bulgaria, stimabile per meriti militari, se un'abbominevole avarizia non gli avesse contaminati; e, sia d'un solo, o popolare il dispotismo, sotto il governo del medesimo, la disgrazia si ha per prova di delitto. Il grado e i servigi di questo guerriero apparvero nulli a fronte dello scontento di Maometto; onde dopo essere stato alla presenza del Sultano steso per terra da quattro schiavi, ricevè cento battiture applicategli con un bastone d'oro[107]. Essendone indi stata decretata la morte, il vecchio Generale ammirò la clemenza del Sovrano che si contentò di torgli le sue sostanze e mandarlo in esilio. Il soccorso navale che qui abbiamo descritto, ridestò la speranza ne' Greci e divenne una rampogna all'indifferenza dimostrata dalle nazioni occidentali collegate col greco Impero; massimamente in considerando che milioni di Crociati erano venuti in altri tempi a cercare una inevitabil morte ne' deserti della Natolia e fra le rupi della Palestina; e che qui non era sì grave il pericolo, attesa la situazione di Costantinopoli, munitissima per natura contra i nemici, e ai confederati accessibile. Non facea d'uopo d'un troppo rilevante armamento delle Potenze marittime per salvare gli avanzi del nome Romano e mantenere una Fortezza cristiana nel centro del turco Impero. Cionnullostante i tentativi fatti per liberare Costantinopoli si limitarono alla spedizione di questi cinque vascelli; le nazioni lontane non mostrarono cruciarsi nè poco nè assai de' progressi de' Turchi, e l'Ambasciatore ungarese, stavasi in mezzo al campo turco, per dissipare i timori e regolare le fazioni del Sultano[108].
Era cosa difficile pe' Greci l'indovinare i segreti del Divano; cionnullameno i loro autori sono persuasi che una resistenza così ostinata e maravigliosa avesse stancata la perseveranza di Maometto. Vuolsi ch'ei meditasse una ritirata, e che ben presto avrebbe levato l'assedio, se l'ambizione e la gelosia del secondo Visir non avesse prevalso ai perfidi suggerimenti di Calil-Pascià che si mantenea sempre in segreta corrispondenza colla Corte di Bisanzo. Vedea il Sultano l'impossibilità d'impadronirsi della Capitale, a meno di poterla assalire per mare nel tempo stesso che le sue truppe la batterebbero dalla banda di terra; ma come superare il passaggio del porto? La grossa catena che lo chiudea era difesa da otto grandi navigli, da venti più piccioli e da un ragguardevole numero di galee e di battelli; i Turchi, lungi dal vedersi in istato di forzare questo propugnacolo, doveano temere una sortita del navilio greco e una seconda battaglia in aperto mare. In mezzo a tali perplessità, il genio di Maometto concepì e pose ad effetto un disegno di maraviglioso ardimento; quello di far trasportare per terra i suoi legni più leggieri e le sue munizioni dalla riva del Bosforo a quella che guardava la parte più interna del porto, distanza di circa dieci miglia sopra terreno disuguale e coperto di macchie; e poichè era d'uopo radere in passando il sobborgo di Galata, il buon successo dell'impresa, o la morte di tutti i soldati in essa adoperati dependeano dalla colonia dei Genovesi; ma questi avidi mercatanti aspirando al favore di essere soggiogati per gli ultimi, il Sultano fu tranquillo per questa parte, e fece poi che la moltitudine degli operaj supplisse alle scarse cognizioni dei suoi meccanici. Spianata la strada, venne coperta di larghi e saldissimi tavolati, che, a renderli più scorrevoli, venivano unti con grasso di pecora e di bue. Poi per ordine del Sultano, vennero, col ministero di leve e carrucole, tratte fuor dello stretto, portate sopra cilindri e spinte su questi tavolati, ottanta galee o brigantini da cinquanta e da trenta remi, divenuti oziosi come le vele; due piloti stavano al governale e alla prora di ciascun navilio, e i canti e le acclamazioni delle ciurme allietavano questo rilevante lavoro. In una sola notte la flotta de' Turchi s'inerpicò alla collina, attraversò la pianura, venne lanciata nel porto, in un sito ove non trovavasi bastante acqua pe' navigli greci che erano più pesanti. Il terrore che tale impresa portò nell'animo degli assediati e la fiducia che per essa crebbe ne' Turchi, ne fece esagerare il reale vantaggio; questo fatto notorio e indubitabile ebbe a spettatrici entrambe le nazioni, onde gli Storici dell'una e dell'altra l'hanno raccontato[109]. Gli Antichi hanno più di una volta fatto uso di un simile stratagemma[110]. Le galee ottomane, mi giova ripeterlo, non erano che grossi battelli. Se raffrontiamo la grandezza de' navigli e la distanza, gli ostacoli e gl'ingegni adoperati per superarli, sono forse state eseguite ai dì nostri[111] imprese non meno maravigliose[112]. Appena Maometto ebbe navi e truppe nella parte superiore del porto, con botti unite da travi e anelli di ferro e coperte da un saldo tavolato, costrusse, ove l'acqua era più angusta, un ponte, o piuttosto un molo largo cinquanta, e lungo cento cubiti. Posto sopra questa galleggiante batteria uno de' maggiori cannoni, le ottanta galee, le truppe e le scale, si avvicinavano a quel sito d'onde i guerrieri latini altra volta aveano presa la città d'assalto. Viene rimproverato ai Cristiani di non avere distrutti questi lavori prima che fossero terminati; ma un fuoco più rilevante rendeva inutili le loro batterie; non quindi è che non tentassero una notte di ardere le galee e il ponte del Sultano; la sola vigilanza di Maometto impedì ad essi di avvicinarsi; onde que' primi legni de' Greci che troppo innoltrati si erano, vennero presi o calati a fondo; e quaranta giovani guerrieri, i più valorosi dell'Italia e della Grecia, furono inumanamente trucidati per ordine di Maometto. L'Imperatore di Bisanzo per parte sua fe' piantare sui baloardi le teste di dugentosessanta prigionieri musulmani, giusta ma crudel rappresaglia che non mitigava l'affanno delle strettezze in cui si trovava. Dopo un assedio di quaranta giorni, nulla potea più differire la caduta di Costantinopoli; poco numerosa di per sè stessa la guarnigione, ridotta era affatto per quel duplice assalto; il cannone degli Ottomani avea distrutte per ogni banda quelle fortificazioni che resistettero per dieci secoli ad ogni impeto di nemici; già più d'una breccia era aperta, e vicino alla porta di S. Romano, quattro torri erano state atterrate dall'artiglieria dei Turchi. Per dar lo stipendio alle truppe, deboli e in procinto di ribellare, Costantino si vide costretto a spogliare i tempj, promettendo di restituire il quadruplo di quanto da essi togliea; azione che ebbesi per sacrilega, e somministrò nuovi soggetti di scontento ai nemici dell'unione delle due Chiese. A tanti mali univasi lo spirito di discordia che vie più indeboliva le forze de' Cristiani; gli ausiliari genovesi e veneziani disputavano scambievolmente per la lor preminenza, e Giustiniani e il Gran Duca, l'ambizione de' quali non aveva estinto il comune pericolo, si mandavano a vicenda le rampogne di perfidi, o di codardi.
Durante l'assedio, si parlò per più riprese di pace e di capitolazione, e molti messi erano stati spediti dal campo alla città e dalla città al campo[113]. Le sventure aveano siffattamente scoraggiato l'Imperator greco, che ad ogni condizione sarebbesi sottomesso, purchè la sua religione e il suo diadema fossero stati in salvo. Maometto per parte sua desiderava di risparmiare il sangue de' proprj soldati e più ancora di assicurarsi le ricchezze di Costantinopoli; e con queste brame conciliava i doveri di buon Musulmano offrendo ai gaburi le alternative di farsi circoncidere, o di pagare un tributo, o di rassegnarsi alla morte. Con una somma annuale di centomila ducati sarebbe stata soddisfatta la cupidigia del Sultano, ma non l'ambizione, che al possedimento della Capitale dell'Oriente aspirava. Di fatto propose a Costantino un equivalente di questa città, e la tolleranza ai Greci, o se meglio il bramassero, la facoltà di ritirarsi con sicurezza; ma dopo un'infruttuosa negoziazione, protestò che avrebbe trovato un trono, o una tomba sotto le mura di Bisanzo. Per sentimento d'onore e per tema del biasimo universale, rifuggendo Paleologo persino dall'idea di consegnare agli Ottomani la Capital dell'Impero, risolvette di cimentare gli estremi disastri della guerra. Molti giorni vennero impiegati dal Sultano negli apparecchi dell'assalto, sol differito ancora per la fiducia che egli aveva nell'astrologia, scienza sua prediletta; onde lasciò respirare i Greci sino al dì ventinove maggio, annunziato dagli astri come giorno fausto e predestinato alla presa di Costantinopoli. La sera del ventisette, dopo aver dati gli ultimi ordini, spedì i comandanti de' corpi e gli araldi per tutto il campo, a divulgare i motivi della perigliosa impresa e ad eccitare i soldati ad adempiere con valore i proprj doveri. Il timore è una delle più forti molle morali sotto i governi dispotici; le minacce di Maometto espresse nello stile degli Orientali, annunziavano che se anche i fuggiaschi e i disertori avessero l'ali[114], non fuggirebbero alla giustizia inesorabile del Sultano. La maggior parte de' giannizzeri e de' Pascià perteneano per nascita a famiglie cristiane: ma successive adozioni perpetuavano la gloria del nome turco, e a malgrado del cambiamento degl'individui, l'imitazione e la disciplina mantengono lo spirito di una legione, di un reggimento o di un'oda. Prima di portarsi alla pia impresa, i Musulmani vennero esortati a purificare il loro spirito colla preghiera, il corpo con sette abluzioni, e ad astenersi da ogni nudrimento fino alla sera della domane. Uno stuolo di dervis trascorreva le tende per inspirare ai soldati la brama del martirio, e per assicurarli di futura perpetua giovinezza da trascorrersi in riva ai fiumi, e per mezzo ai giardini del paradiso, in braccio alle belle huris dagli occhi neri. Cionnullameno, Maometto calcolava anche più sull'effetto delle ricompense temporali e visibili. Venne promesso di raddoppiare gli stipendj in premio della vittoria. «La città e gli edifizj mi appartengono, dicea Maometto; ma lascio a voi i prigionieri e il bottino, l'oro e la bellezza; siate ricchi e felici. Le province del mio Impero son numerose; l'intrepido soldato che salirà il primo le mura di Costantinopoli, otterrà in guiderdone la più bella e la più ricca di queste da governare; la mia gratitudine accumulerà sovr'esso onori e fortune, oltre quanto uom sappia immaginare». Allettamenti sì variati e poderosi infiammarono gli animi de' soldati, che disprezzando la morte, e impazienti della battaglia, fecero risonare il campo dell'acclamazione maomettana. «Dio è Dio, non v'è che un Dio, e Maometto è l'Appostolo di Dio[115]», e da Galata fino alle Sette Torri, la terra e il mare vennero rischiarati dai fuochi che gli assedianti avevano accesi durante la notte.
Ben diverso era lo stato cui ridotti si vedeano i Cristiani che con impotenti grida deploravano i lor peccati, o il gastigo, del quale erano minacciati. Fu esposta in una processione solenne la celeste immagine della Vergine; ma la Vergine non ascoltò le loro preghiere; accusavano l'ostinazione dell'Imperatore che non avea voluto cedere la piazza, quand'era tuttavia in tempo di farlo, e anticipavano gli orrori della sorte che gli aspettava, sospirando la pace e la sicurezza di cui si lusingavano godere sotto il servaggio de' Turchi. I più nobili fra i Greci e i più prodi confederati vennero nella sera dei ventotto di maggio chiamati al palagio, perchè si preparassero a sostener con coraggio l'imminente assalto generale de' Turchi. L'ultimo discorso che ad essi fece Paleologo potè dirsi l'Orazione funebre dell'Impero romano[116]. Promise, supplicò, fece inutili sforzi per riaccendere ne' cuori altrui quelle speranze che già nel suo erano spente; niuna prospettiva ei poteva offrire che di tristezza e di lutto non fosse; tanto più che il Vangelo e la Chiesa cristiana non hanno promessa alcuna sensibile ricompensa agli Eroi che cadono in servendo la loro patria. Pure l'esempio del Principe e la noia di starsi rinchiusi in una città assediata, aveano armati del coraggio della disperazione questi guerrieri. Lo storico Franza che assistè a questa lugubre assemblea, con istile patetico la dipinge. Versarono lagrime, si abbracciarono; dimenticando le lor ricchezze e le loro famiglie, alla morte si consagrarono. Trasferitosi al suo posto ciascun de' Capi, trascorse la notte col far vigile sentinella sui baloardi. L'Imperatore, seguìto da alcuni fedeli compagni, entrò nella Chiesa di S. Sofia che stava per divenire tra poco una moschea. Piansero, orarono a piè degli Altari e ricevettero la comunione. Dopo aver riposato pochi momenti nel palagio che risonava di lamentazioni e di grida, chiese perdono a tutti coloro ch'ei potesse avere offeso[117], e montò indi a cavallo per visitare i posti e scoprire le fazioni del nemico. La caduta dell'ultimo de' Costantini è più gloriosa della lunga prosperità de' Cesari di Bisanzo.
Un assalto può talvolta sortir buon successo in mezzo alle tenebre; però la sapienza militare e le nozioni astrologiche del Sultano lo indussero ad aspettare il mattino di questo memorabile ventinove maggio 1453 dell'Era Cristiana. Un solo istante di quella notte non fu perduto per Maometto; le truppe, coi cannoni e colle fascine, si erano avanzate fin sull'orlo della fossa che in molti luoghi offeriva un sentiero spianato alla breccia; le ottanta galee quasi toccavano colle prore e colle scale da scalata i muri del porto men atti ad essere difesi. Il Sultano ordinò, sotto pena di morte il silenzio; ma le leggi fisiche del moto e del suono non obbediscono alla disciplina e al timore. Ben potea ciascun individuo soffocar la voce e misurare i passi, ma le pedate e il lavoro di un esercito producevano necessariamente confusi suoni che ferirono gli orecchi delle sentinelle della torre. Al sorgere dell'aurora, i Turchi incominciarono l'assalto per mare e per terra, senza avere sparato, giusta l'uso, il cannone del mattino; la loro linea d'assalto fitta e continua è stata paragonata ad una lunga corda torta o intrecciata[118]. Le prime file vedeansi composte della ciurma di quell'esercito, di un branco di volontarj che si batteano senz'ordine nè disciplina, di vecchi o di fanciulli, di contadini e di vagabondi, e finalmente di tutti coloro che aveano raggiunto l'esercito colla cieca speranza del bottino e del martirio. Un impulso generale avendoli spinti a' piedi della muraglia, i più arditi a salire sul baloardo vennero precipitati entro la fossa, e tanta era di costoro la calca che ogni dardo, ogni palla de' Cristiani ne atterrava qualcuno. Ma non andò guari che una sì penosa difesa stremò le forze e le munizioni degli assediati: i cadaveri di Ottomani che già empievano la fossa, divennero un ponte ai lor colleghi, e la morte delle prime turbe mandate al macello fu più utile al trionfo del Sultano che nol fosse mai stata la loro vita. I soldati della Natolia e della Romania condotti dai loro Pascià e Sangiacchi, fecero impeto gli uni dopo gli altri: si combatteva da due ore con vario ed incerto successo, ed i Greci aveano tuttavia qualche vantaggio, e ne guadagnavano ancora; ma uditasi la voce del greco Imperatore che eccitava i suoi soldati a compiere con un ultimo sforzo la liberazione del loro paese, si fecero innanzi i vigorosi ed invincibili giannizzeri che non avevano ancor combattuto. Stava spettatore e giudice del lor coraggio il Sultano a cavallo, con in mano una clava; e circondato da diecimila uomini della sua truppa domestica, da lui serbata ai momenti i più decisivi, colla voce e coll'occhio regolava e spingeva quelle onde di combattenti. Dietro questa terribile linea vedeasi una numerosa truppa di giustizieri, i quali, secondo l'uopo, stimolavano, rattenevano, punivano i soldati, che avevano il pericolo in prospetto, l'infamia e una inevitabil morte alle spalle, sol che avessero pensato alla fuga. La musica guerresca de' tamburi, delle trombe e de' timballi, soffocava le grida dello spavento e del dolore; e l'esperienza ha provato che l'effetto meccanico de' suoni rendendo più vivace la circolazione del sangue e i moti degli spiriti animali, produce sulla macchina umana una impressione superiore nell'efficacia all'eloquenza della ragione e dell'onore. L'artiglieria delle linee assalitrici, dalle galee del ponte, fulminava i Greci per ogni parte; e campo e città e assedianti e assediati vedeansi involti in mezzo a un nugolo di fumo che potea solamente essere dissipato o dalla liberazione, o dalla distruzione compiuta dell'Impero romano. Le singolari tenzoni degli Eroi della Favola e della Storia feriscono la nostra immaginazione e ne allettano; le dotte fazioni militari possono giovare a schiarire la mente e a migliorare un'arte necessaria, benchè perniciosa al genere umano; ma nella pittura di un assalto generale tutto è sangue, confusione ed orrore; laonde io disgiunto, per tre secoli e per l'intervallo di un migliaio di miglia, da una scena che andò priva di spettatori e di cui gli stessi attori non poteano formarsi un'idea esatta o compiuta, non mi accignerò a disegnarla.
Se Costantinopoli non fece più lunga resistenza, vuole accagionarsene la palla, o il dardo che, per traverso alla sua manopola, trafisse la mano del Giustiniani, il quale, alla vista del proprio sangue, e tormentato dall'estremo dolore che la ferita gli producea, sentì mancare il proprio coraggio. Era il Giustiniani, e col braccio, e col consiglio, il più fermo baloardo di Costantinopoli; allorchè abbandonava il suo posto per andare in traccia di un chirurgo, l'instancabile Imperatore che di questa ritirata si accorse, il fermò: «la ferita, esclamava Paleologo, è lieve, il pericolo imminente, necessaria la vostra presenza; per quale strada contate voi ritirarvi?» — «Per quella strada che Dio ha aperta ai Turchi» il tremebondo Genovese rispose, e sì dicendo, attraversò rapidamente una breccia del muro interno; col quale atto di viltà sfregiò una vita che era stata luminosa fra l'armi. Sopravvissuto pochi giorni al suo disonore, gli ultimi istanti del vivere ch'ei trascorse a Galata, o nell'isola di Chio, furono avvelenati dai rimproveri della sua coscienza e da quelli del pubblico[119]. La maggior parte degli ausiliari avendo seguìto l'esempio del Genovese, allentò la difesa nel momento medesimo che più invigoriva l'assalto. Il numero degli Ottomani era cinquanta volte maggiore, forse centuplo di quel de' Cristiani. Le doppie mura della Capitale continuamente spezzate per ogni banda, e senza posa, dall'artiglieria, un mucchio sol di rovine offerivano. Era inevitabile che, in una circonferenza di molte miglia, non si trovassero alcuni luoghi o più accessibili, o men custoditi, e se d'uno solo di questi punti s'impadronivano gli assedianti, diveniva quello il momento estremo della Capitale. Ora il giannizzero Hassan, cui statura e forze gigantesche la natura avea compartite, meritò il primo la ricompensa che avea promessa il Sultano. Tenendo con una mano la scimitarra, e coll'altra lo scudo, scalò il muro esterno; emuli del suo valore, il seguirono trenta altri giannizzeri, diciotto de' quali perirono sotto il ferro dell'inimico; giunto Hassan alla sommità, ove con dodici de' suoi compagni si difendea, venne precipitato nella fossa; fu veduto rialzarsi sulle ginocchia, e nuovamente una grandine di dardi e di pietre lo rinversò. Nondimeno, ei fece il più col mostrare che quella sommità di baloardo poteva raggiungersi. Ben tosto uno sciame di Turchi coprì le mura e le torri, e i Greci, perduto anche il vantaggio del terreno, si trovarono oppressi dall'immenso numero de' Musulmani che da un istante all'altro crescea. In mezzo alla calca, continuò lungo tempo a vedersi l'Imperatore greco[120] che gli ufizj di generale e di soldato compiea; ma finalmente disparve. I Nobili che combatteano al suo fianco sostennero sino all'ultimo respiro gli onorevoli nomi di Paleologo e di Cantacuzeno. Gli si udirono pronunciare queste dolenti parole: «Nè vi sarà alcun fra i Cristiani che voglia per pietà tagliarmi la testa?»[121] perchè la sua ultima angoscia veniagli dal timore di cader vivo fra le mani degl'Infedeli[122]. Risoluto di morire, aveva avuta la previdenza di spogliare la porpora: in mezzo alla mischia, cadde finalmente sotto i colpi d'ignota mano e rimase, sotto un mucchio di morti, sepolto. Da quell'istante, nessuno pensò oltre a resistere e la sconfitta fu generale; datisi a fuggire i Greci dalla banda della città, e angusto essendo alla moltitudine de' fuggiaschi il passaggio della porta di S. Romano, molti in questa trista gara perirono soffocati e schiacciati. I Turchi vincitori si fecero ad inseguirli precipitosamente per le brecce del muro interno, e intanto che avanzavano per le strade si unì ad essi il corpo che avea forzata la porta del Fenar dalla banda del porto[123]. Nel primo ardore d'inseguire i Cristiani, circa duemila di questi vennero passati a filo di spada; ma ben tosto l'avarizia vinse la crudeltà, e i vincitori confessarono che la strage sarebbe anche stata minore, se la prodezza di Costantino e de' suoi scelti soldati non gli avesse tratti in paura di trovare un'eguale resistenza in tutti i rioni della Capitale. Così, dopo un assedio di cinquantatre giorni, cadde finalmente sotto l'armi di Maometto II questa Costantinopoli, che avea disfidate le forze di Cosroe, del Cagano e de' Califfi. I Latini non ne aveano abbattuto che l'Impero, ma i Musulmani ne abbattettero la religione[124].
Presto si diffonde la notizia delle sventure; ma sì estesa è Costantinopoli che i più lontani rioni rimasero ancora per alcuni momenti nella felice ignoranza del loro infausto destino[125]. Ma in mezzo alla generale costernazione, fra le mortali angosce che ciascuno provava per sè o per la patria, fra il tumulto e lo strepito dell'assalto, certamente in quella fatal notte, il sonno avrà potuto dimorar poco fra gli abitanti di Costantinopoli, e duro fatica a credere che molte donne greche sieno state destate da profondo e tranquillo riposo per l'improvviso arrivo de' giannizzeri. Appena la pubblica sciagura fu certa, abbandonati vennero in un istante le case e i conventi; i tremebondi abitanti si ammucchiavano per le strade, a guisa di branchi d'impauriti animali, come se dall'unione di lor debolezza avesse potuto scaturire la forza, o sperando fors'anche ciascuno di trovarsi, in mezzo a tanta calca, meglio nascosto e sicuro. Da tutte le bande venivano a rifuggirsi nella chiesa di S. Sofia, onde in men d'un'ora, e padri, e mariti, e mogli, e fanciulli, e preti, e monache, e frati, empievano il Santuario, il coro, la nave, le logge superiori e inferiori del tempio; ne sbarrarono le porte, cercando un asilo in quel luogo sacro che, il dì innanzi ancora, credeano profanato perchè vi aveano celebrato il divin sagrifizio i Latini. La fidanza di questi infelici fondavasi sulla predizione di un fanatico, o di un impostore[126], il quale aveva annunziato che i Turchi prenderebbero bensì Costantinopoli e inseguirebbero i Greci fino alla colonna di Costantino sulla piazza rimpetto a S. Sofia; ma esser quello il termine delle calamità di Bisanzo; che un Angelo allora scenderebbe, con una spada in mano dal cielo, e consegnando questa spada e l'Impero ad un poverello seduto ai piedi della colonna, gli direbbe: «Prendi questa spada e vendica il popolo del Signore»; che all'udir tali accenti i Turchi si darebbero a fuga, e che i Romani vincitori scaccierebbero indi il nemico dall'Occidente e da tutta la Natolia sino ai confini della Persia. A tal proposito, Duca, con egual verità ed amarezza, rimprovera ai Greci la loro ostinazione e le loro discordie; «quand'anche, egli esclama, fosse comparso l'Angelo e vi avesse promesso di sterminare i vostri nemici a patto che sottoscriveste l'unione delle due Chiese, credo che in questo fatale momento avreste rifiutata una tal via di salute, ovvero per ottenerla, ingannato il vostro Dio[127].
Mentre i Greci aspettavano quest'Angelo che mai non veniva, i Turchi a colpi di azza atterravano le porte di S. Sofia; e poichè non trovarono resistenza, non vi fu spargimento di sangue, nè ad altro pensarono che a scegliere e custodire i loro prigionieri. La giovinezza, l'avvenenza e l'apparenza della ricchezza guidavano la scelta, e l'anteriorità della presa; la forza personale e l'autorità de' colpi sul diritto di proprietà decidevano. Non era trascorsa un'ora, che i prigionieri maschi si trovavano avvinti con funi, le donne coi loro veli e colle loro cinture: i Senatori vedeansi accoppiati ai loro schiavi, i Prelati ai sagrestani, abbietti giovinastri a nobili vergini, sin allora nascoste alle luce del giorno e fino agli sguardi dei più prossimi loro parenti; cattività che confuse i gradi sociali, e infranse i vincoli della natura; nè i gemiti de' padri, nè le lagrime delle madri, nè le lamentazioni de' fanciulli valsero a movere gl'inflessibili soldati di Maometto. Le più acute grida venivano mandate dalle monache che vedendosi strappate agli Altari, col seno scoperto e colle chiome scarmigliate, stendeano al Cielo le braccia, e dobbiamo credere che poche di esse potessero preferire le grate del Serraglio a quelle del monastero. Già le strade erano piene di questi sciagurati prigionieri, quasi animali domestici, aspramente in lunghe file condotti. Il vincitore frettoloso di cercar nuove prede facea correre, a furia di minacce e di colpi, queste vittime tremebonde. Nello stesso tempo le medesime scene di rapina si replicavano in tutte le chiese, in tutti i conventi, in tutti i palagi, in tutte le abitazioni della Capitale; nè vi furono santità, o solitudine di luogo, che le persone, o la proprietà de' Greci facessero salve. Più di sessantamila di questi infelici, trascinati, o su navigli, o nel campo, vennero cambiati, o venduti giusta il capriccio, o l'interesse de' lor padroni, e dispersi per le varie province dell'Impero ottomano. Giova qui il far conoscere le avventure di alcuni più spettabili di tali prigionieri. Lo Storico Franza, primo Ciamberlano e Segretario dell'Imperatore, cadde, non meno della sua famiglia, in potere dei Turchi. Ricuperata la libertà, dopo quattro mesi di schiavitù, osò nel successivo anno trasferirsi ad Andrinopoli, ove gli riuscì riscattare la moglie che apparteneva al Mir-Basi, o mastro della cavalleria; ma erano stati riservati ad uso di Maometto i suoi due figli, allora nel fiore dell'età e della bellezza; la figlia morì nel Serraglio, forse vergine tuttavia; il figlio in età di quindici anni, preferendo la morte all'infamia, spirò sotto il pugnale del Sultano, che contra il pudore del giovinetto attentò[128]. Sarebbesi forse Maometto immaginato di espiare un atto sì atroce colla letteraria generosità dimostrata nel far libera una matrona greca e due figlie della medesima, in grazia di un'Ode latina di Filelfo che nella nobile famiglia di questa matrona aveva condotto la moglie[129]? Molto avrebbe rilevato all'orgoglio, o alla crudeltà di Maometto, il poter aver tra le mani il Legato di Roma. Ma il Cardinale Isidoro pervenne a fuggire da Galata sotto l'abito d'un uom del volgo[130]; perchè le navi italiane padroneggiavano sempre la catena e l'ingresso del porto esterno. Dopo essersi segnalati per valore que' condottieri, finchè durato era l'assedio, profittarono, per salvarsi, dell'istante in cui il saccheggio della città dava divagamento alle ciurme de' Turchi. Sull'atto di salpare, videro coperta di supplichevoli turbe la spiaggia, ma caricarsi non poteano del trasporto di tanti infelici; i Veneziani e i Genovesi tracelsero i loro compatriotti; e gli abitanti di Galata, senza fidarsi alle promesse che avea fatte ai medesimi Maometto, abbandonarono le proprie case portando seco quanto aveano di più prezioso.
Nel dipingere il saccheggio delle grandi città, lo Storico si vede condannato agli uniformi racconti di infortunj, sempre i medesimi; perchè le stesse passioni producono gli stessi effetti, e quando queste non hanno più freno, oh come poco l'uom, venuto a civiltà, differisce dall'uomo selvaggio! In mezzo alle esclamazioni vaghe della pietà religiosa e dell'odio, non troviamo che vengano accusati i Turchi di avere versato, pel solo piacer di versarlo, il sangue dei Cristiani: ma, giusta le loro massime, che furono pur quelle degli Antichi, la vita de' vinti spettava ai vincitori, che, in ricompensa delle fatiche sostenute, poteano trar profitto dai servigi, dal prezzo di vendita, o dal riscatto de' lor prigionieri d'entrambi i sessi[131]. Il Sultano avea concedute ai suoi soldati tutte le ricchezze di Costantinopoli; e un'ora di saccheggio arricchisce più che il lavoro di molti anni; ma non essendo stato distribuito in una maniera regolare il bottino, non ne furono fatte le parti dal merito, onde i servi del campo che non aveano affrontati i rischi e le fatiche della battaglia, le ricompense del valore si appropiarono. Nè dilettevole, nè istruttivo riescirebbe il racconto di tante depredazioni, che vennero valutate quattro milioni di ducati, ultimo avanzo della ricchezza del greco Impero[132]. Una picciola parte di tale somma apparteneva ai Veneziani, ai Genovesi, ai Fiorentini e ai mercatanti di Ancona, i quali stranieri aumentavano con un continuo e rapido giro le loro sostanze; ma i Greci consumavano i proprj averi nel vano lusso d'abiti e di palagi, o li sotterravano convertiti in verghe e vecchia moneta, per timore che il fisco non li domandasse per la difesa della patria. Le più gravi querele vennero eccitate dalla profanazione e dallo spoglio delle chiese e de' monasteri. Il tempio di S. Sofia, il Paradiso Terrestre, il secondo Firmamento, il veicolo de' Cherubini, il Trono della gloria di Dio[133], fu spogliato delle offerte che per un volger di secoli vi avea portata la divozion de' Cristiani: l'oro e l'argento, le perle e le gemme, i vasi e i fregi che vi si contenevano, vennero indegnamente adoperati ad uso degli uomini. Poichè i Musulmani ebbero spogliate le sante immagini di tutto ciò che ai profani sguardi potevano offerir di prezioso, la tela o il legno de' quadri o delle statue vennero lacerati, infranti, abbruciati, calpestati, o adoperati in vili ministerj nelle stalle e nelle cucine. Ma quando i Latini s'impadronirono di Costantinopoli, si erano fatti leciti i sacrilegj medesimi; onde uno zelante Musulmano potea usare, a quanto era per lui monumento d'idolatria, quel trattamento che dai colpevoli Cattolici[134] aveano sofferto Gesù Cristo, la Vergine e i Santi. Un filosofo, in vece di far eco ai pubblici clamori, potrà osservare che declinando a quei giorni le arti, il lavoro non avea forse maggior prezzo del suo soggetto, e che la soperchieria de' preti, e la credulità del popolo, non quindi si stettero dal riaprire altre fonti di miracoli e di visioni; e più gravemente si dorrà della perdita delle biblioteche di Bisanzo che in mezzo al generale soqquadro vennero distrutte, o disperse. Dicesi che, in tale occasione, ventimila manoscritti andassero smarriti[135], che con un ducato se ne compravano dieci volumi, e che questo prezzo, troppo rilevante forse per un intero scaffale di libri teologici, era il medesimo per le Opere compiute di Aristotile e di Omero, cioè delle più nobili produzioni della scienza e della letteratura degli antichi Greci. Abbiamo però un conforto in pensando che una parte inestimabile delle nostre ricchezze classiche era già stata posta in sicuro nell'Italia, e che alcuni artefici di una città dell'Alemagna aveano fatto tale scoperta, per cui le opere dell'ingegno non temono più le ingiurie del tempo, o della mano dei Barbari.
Il disordine e il saccheggio incominciati a Costantinopoli fin dalla prima ora[136] di questa memorabile giornata del ventinove maggio, si prolungarono sino all'ottava ora, in cui Maometto arrivò trionfante per la porta di S. Romano, accompagnato dai suoi Visiri, dai suoi pascià e dalle sue guardie; ciascun de' quali, dice uno Storico bisantino, fornito della forza di Ercole e dell'agilità di Apollo, equivaleva a dieci uomini ordinarj in un dì di battaglia. Il vincitore[137] si mostrò sorpreso da maraviglia all'aspetto magnifico e peregrino a' suoi sguardi di quelle cupole, di que' palagi di uno stile così diverso da quello dell'architettura orientale. Giunto all'Ippodromo, o Atmeidan, ne ferì gli sguardi la colonna de' Tre Serpenti, e per dar prova di forza atterrò colla sua azza da guerra la mascella inferiore di uno di cotesti mostri[138], che i Turchi credeano essere gl'idoli o i talismani della città. Sceso da cavallo dinanzi alla porta maggiore di S. Sofia, entrò nel tempio, monumento della sua gloria, che egli si mostrò tanto geloso di conservare, che, accortosi d'uno zelante musulmano inteso a rompere il pavimento di marmo, con un colpo di sciabola lo avvertì avere bensì conceduti ai suoi soldati il bottino e i prigionieri, ma riservati al Sovrano i pubblici e privati edifizj. La Metropoli della Chiesa d'Oriente venne tosto per ordine del Sultano convertita in Moschea. Già i ricchi oggetti di cristiano culto che erasi potuto traslocare, non vi si trovavano più; vennero rinversate le croci, lavate, purificate e spogliate d'ogni ornamento le muraglie coperte di mosaici e di pitture a fresco. In quel giorno, o nel successivo venerdì, il muezin, ossia pubblico banditore, dalla sommità della più alta torre, gridò l'ezan, ossia pubblico invito a nome di Dio e del Profeta; l'Imano predicò, e Maometto II fece la namaz di preghiere e rendimenti di grazie su quell'Altar maggiore, ove poco prima erano stati celebrati al cospetto dell'ultimo de' Cesari i misterj de' Cristiani[139]. Uscendo del tempio di S. Sofia si condusse al palagio augusto, ove cento successori di Costantino aveano avuto soggiorno, ma deserto, e in poche ore spogliato di tutta la pompa imperiale; alla qual vista non potè starsi il vincitore dal meditare sulle vicissitudini dell'umana grandezza e dal ripetere gli eleganti versi d'un Poeta persiano.
«Nelle sale dei regi ordisce intanto
«Sue tele il ragno immondo, e dalle vette
«Superbe d'Erasciab, infausto canto,
«Sbattendo le negr'ali, il corvo mette[140].
Non quindi pienamente soddisfatto, pareagli imperfetta la sua vittoria, se non sapea che fosse divenuto di Costantino, se fuggitivo, se prigioniero, o se perito nella battaglia. Due giannizzeri chiesero l'onore e il prezzo di questa morte, e venne riconosciuto sotto un mucchio di cadaveri per le aquile d'oro ricamate sui suoi calzari; nè tardarono i Greci a ravvisare piangendo il capo del loro Sovrano. Maometto, dopo aver fatto esporre ai pubblici sguardi questo sanguinoso trofeo[141], concedè al suo rivale gli onori della sepoltura. Morto l'Imperatore, Luca Notaras, Gran Duca e primo Ministro dell'Impero[142], veniva dopo, come il più rilevante fra i prigionieri. Condotto a piè del trono co' suoi tesori, «e perchè, gli disse sdegnato il Sultano, non hai tu adoperati questi tesori in difesa del tuo Principe e della tua patria?» — «Essi ti appartenevano, rispose lo schiavo, Dio te gli aveva serbati». — «Se dunque mi erano serbati, replicò il despota, perchè hai avuta l'audacia di tenerli sì lungo tempo, e perchè ti sei fatta lecita una resistenza infruttuosa e funesta?». Il Gran Duca si scolpò allegando l'ostinazione degli ausiliari e alcuni incoraggiamanti segreti venutigli dal Visir; partì finalmente da questo pericoloso abboccamento con promessa fattagli di perdono e di vita. Trasportatosi indi Maometto a visitare la moglie di Notaras, principessa avanzata in età e oppressa da malattia e da cordogli, adoperò per consolarla le più tenere espressioni d'umanità e di figliale rispetto. Si mostrò del pari clemente co' primarj ufiziali dello Stato, di molti pagando egli stesso il riscatto, e chiarendosi per alcuni giorni l'amico e il padre de' vinti; ma cambiò ben presto la scena, e pochi giorni prima che egli partisse, l'Ippodromo fu macchiato del sangue de' più nobili prigionieri. I Cristiani parlano con raccapriccio della perfida crudeltà del vincitore; ne' loro racconti abbelliscono di tutti i colori d'un eroico martirio l'esecuzione del Gran Duca e de' suoi due figli, attribuendola al generoso rifiuto del padre che non volle consegnarli a saziare le turpi brame di Maometto. Ma uno Storico greco si è lasciato per inavvertenza sfuggire alcune parole di cospirazioni, di divisamenti di restaurare l'Impero di Bisanzo, di soccorsi che si aspettavano dall'Italia; trame di tal natura possono essere gloriose, ma il ribelle, abbastanza ardito per avventurarle, non ha diritto di lagnarsi se le sconta poi colla propria vita; nè merita biasimo un vincitore, se strugge nemici ne' quali non gli è più permesso il fidarsi. Il Sultano tornò nel giorno 18 giugno ad Andrinopoli, e sorrise sulle abbiette e ingannevoli congratulazioni inviategli dai Principi cristiani, che il presagio della prossima loro caduta vedeano in quella dell'Impero dell'Oriente.
Costantinopoli era rimasta vôta e desolata, priva di Sovrano e di popolo; ma niuno potea toglierle quell'ammirabile vantaggio di sito che la indicherà in tutti i tempi, siccome la Metropoli di un grande Impero, onde il Genio del luogo trionferà mai sempre delle vicissitudini delle età e della fortuna. Bursa e Andrinopoli, altra volta Capitali dell'Impero ottomano, non furono più che due città di provincia, poichè Maometto II pose la residenza propria e dei suoi successori sull'alto colle che a tal uopo Costantino avea scelto[143]. Ebbe l'antiveggenza di distruggere le fortificazioni di Galata, ove i Latini avrebbero potuto trovare un rifugio; ma non fu tardo nel far riparare i danni prodotti dall'artiglieria dei Turchi sulla Capitale; onde prima del mese di agosto, apparecchiata videsi immensa copia di calce a fine di ristorarne le mura, e il suolo, e gli edifizj pubblici e privati, sacri e profani, che tutti appartenevano al vincitore. Assegnò al suo Serraglio, o palagio uno spazio di otto stadj al vertice del triangolo; e quivi è che in seno della mollezza il Gran Signore (pomposo nome immaginato dagl'Italiani) regna in apparenza sull'Europa e sull'Asia, mentre nè la persona di lui, nè le rive del Bosforo sono in sicuro dagl'insulti di una squadra nemica. Concedè una ragguardevole rendita alla Cattedrale di S. Sofia, omai divenuta moschea, che guernita per ordine del Sultano di torricelle (minaretti), venne circondata di boschi e fontane, utili ad un tempo alle abluzioni dei Musulmani, e a procurar loro gradevoli rezzi. Un modello eguale fu preso per la costruzione dei giami, o moschee regie, la prima delle quali lo stesso Maometto edificò sulle rovine del tempio de' SS. Appostoli, e delle tombe de' greci Imperatori. Nel terzo giorno dopo la conquista, una invasione rivelò il sepolcro di Abu-Ayub, o Giob, stato ucciso durante il primo assedio che sotto le mura di Costantinopoli posero gli Arabi, e riverito qual martire; sulla cui tomba i nuovi Sultani cinsero d'allora in poi la spada imperiale[144]. Da questo punto Costantinopoli non appartiene più alle indagini dello Storico del romano Impero, nè quindi starommi a descrivere gli edifizj civili e religiosi che i Turchi profanarono, od innalzarono. Non tardò a tornare la popolazione, nè terminava il settembre, quando cinquecento famiglie si erano conformate al comando del Principe, che prescriveva loro, sotto pena di morte, di venire ad occupare le abitazioni della Capitale. Benchè il trono di Maometto fosse abbastanza difeso dai numerosi e fedeli suoi sudditi, con antiveggente politica egli aspirava a riunire il rimanente de' Greci, i quali accorsero in folla, quando si videro certi per le loro vite, per la lor libertà e per la professione del loro culto. L'elezione e la investitura del Patriarca venne eseguita cogli stessi cerimoniali che prima alla Corte di Bisanzo serbavansi. Laonde i Greci videro, con una soddisfazione non disgiunta da ribrezzo, il Sultano in mezzo a tutti gli apparati del regio fasto, consegnare nelle mani di Gennadio il Pastorale, simbolo del ministero ecclesiastico, che da questo Prelato si riassumeva, condurlo alla porta del Serraglio, presentarlo di un cavallo riccamente bardamentato, ordinare ai suoi Visiri e Pascià che il guidassero al palagio ai Patriarchi assegnato[145]. Scompartite fra entrambi i culti le chiese di Costantinopoli, vennero riconosciuti i limiti delle due religioni, e per sessant'anni, i Greci[146] godettero di queste distribuzioni regolate dalla giustizia, e de' vantaggi e de' privilegi della Chiesa greca, sintantochè, dopo questo volger di tempo, li violò Selim, nipote di Maometto. I difensori del Cristianesimo eccitati dai Ministri del Divano, solleciti d'ingannare il fanatismo di Selim, osarono sostenere che il parteggiamento ordinato da Maometto era un atto di giustizia, non di generosità; un Trattato, non un concedimento; e che se una metà di Costantinopoli fu presa di assalto, l'altra metà avea soltanto ceduto in virtù di una capitolazione; essere per vero dire caduta preda delle fiamme la patente che questi patti autenticava, ma supplire a tale perdita la testimonianza di tre vecchi giannizzeri, testimonianza comprata, che nondimeno sull'animo di Cantemiro ha maggior peso delle affermazioni positive ed unanimi degli autori contemporanei[147].
Abbandono all'armi turche i resti della Monarchia de' Greci nell'Europa e nell'Asia; ma scrivendo una Storia del decadimento dell'Impero romano in Oriente, devo accompagnare fino all'estinzione loro le due ultime dinastie[148] che regnarono a Costantinopoli. Demetrio e Tommaso Paleologo[149], fratelli di Costantino e despoti della Morea, rimasero soprappresi da estrema desolazione in udendo la morte dell'Imperatore e la rovina della monarchia. Privi di speranza di poterla difendere, si prepararono, non men de' Nobili che della lor sorte partecipavano, a cercare l'Italia, ove credeano che l'ottomano fulmine non li potrebbe percotere. Ma le prime loro inquietudini dissipò Maometto, che contentandosi di un tributo di dodicimila ducati, e inteso a devastare il Continente, e le isole che a mano a mano invadea, concedè ai popoli della Morea un respiro di sette anni; sette anni però che furono un periodo di cordogli, discordie e calamità. Trecento arcieri italiani più non bastavano a difendere l'Essamilione, quel baloardo dell'Istmo, sì di frequente rialzato e atterrato. I Turchi, impadronitisi delle porte di Corinto, tornarono da questa correria fatta nell'estiva stagione, con molto bottino e molta mano di prigionieri; della qual cosa querelandosi i Greci, vennero ascoltati con indifferenza e disprezzo. Gli Albanesi, tribù di pastori dediti al ladroneccio, portarono devastazione e morte per la penisola. Ridotti Demetrio e Tommaso ad implorare il fatale ed umiliante soccorso di un vicino Pascià, questi dopo avere soffocata la ribellione, prescrisse ai due Principi la regola di lor condotta. Ma nè i vincoli del sangue, nè i giuramenti rinovati a piè degli Altari, e all'atto della Comunione, nè la forza anche più imperiosa della necessità, valsero a calmare, o sospendere le domestiche loro querele. Ciascun d'essi mise a ferro e fiamme il territorio dell'altro, disperdendo in sì snaturata lotta le elemosine e i soccorsi venuti ad essi dall'Occidente, e adoperando il proprio potere unicamente ad atti barbari ed arbitrarj. Mosso dall'astio e dalle strettezze in cui si trovava, il più debole di essi ricorse al comune loro padrone; e quando fu maturo l'istante del buon successo e della vendetta, Maometto, chiaritosi l'amico di Demetrio, entrò con forze formidabili nella Morea. Poi occupata Sparta ( A. D. 1460), così disse al proprio confederato: «Voi siete troppo debole per tenere in freno una provincia sì turbolenta. Riceverò nel mio letto la figlia vostra, e voi passerete il tempo che vi rimane da vivere nella tranquillità, e in mezzo agli onori». Demetrio sospirò, ma obbedì. Consegnate le Fortezze e la figlia, seguì ad Andrinopoli il suo genero e Sovrano, dal quale ottenne pel mantenimento proprio e della sua Casa una città della Tracia e le addiacenti isole d'Imbros, Lenno e Samotracia. Ivi il raggiunse nel successivo anno un suo compagno d'infortunio, Davide, ultimo Principe della stirpe de' Comneni, il quale, fin d'allora che i Latini presero Costantinopoli, avea fondata sulla costa del mar Nero una nuova dominazione[150]. Maometto che continuava le sue conquiste nella Natolia, assediò con una squadra e un esercito la Capitale di Davide, che osava intitolarsi Imperatore di Trebisonda[151]. Ogni negoziazione si ridusse ad una interrogazione unica e perentoria: «Volete voi, gli chiese il Sultano, rassegnando il Regno, conservare le vostre ricchezze e la vita? o vi piace piuttosto perdere Regno, ricchezze e vita?» Il debole Comneno atterrito da tale inchiesta, imitò l'esempio di un suo vicino musulmano, il Principe di Sinope[152], che dopo una intimazione di tale natura, avea ceduto una città fortificata, quattrocento cannoni, e dieci, o dodicimila soldati. Gli articoli della capitolazione di Trebisonda (A. D. 1451) essendo stati adempiuti con tutta esattezza, Davide e la famiglia di esso vennero condotti in un castello della Romania. Ma poco dopo, essendo stato per lievi indizj preso in sospetto di mantenere una corrispondenza col Re di Persia, il vincitore immolò il Principe di Trebisonda e la famiglia del medesimo ai timori concetti, o alla propria cupidigia. Nè andò guari che il titolo di suocero del Sultano non fu all'infelice Demetrio una salvaguardia per sottrarsi alla confiscazione e all'esilio, perchè la sua abbietta sommessione, più che la pietà, il disprezzo di Maometto eccitò. I Greci del suo seguito vennero mandati a Costantinopoli, e a lui venne fatto un assegnamento annuale di cinquantamila aspri; sintantochè finalmente l'abito monastico e la morte, che in età grandemente avanzata il raggiunse, lo sciogliessero dalla podestà di un padrone terreno. Non sarebbe una quistione tanto facile da risolversi se la servitù incontrata da Demetrio sia stata più umiliante dell'esilio cui si condannò il fratello di esso, Tommaso[153]. Appena caduta in potere de' Turchi la Morea, si riparò questi a Corfù; indi in Italia con altri compagni, spogliati di tutto al pari di lui. Il suo nome, la fama delle sofferte sciagure, e la testa dell'Appostolo S. Andrea che si portò seco, gli ottennero ospitalità alla Corte del Vaticano, e un assegnamento annuale di seimila ducati, fattogli dal Papa e dai Cardinali, assegnamento che gli giovò a prolungare il corso di una miserabile vita. Andrea e Manuele, figli di Tommaso, vennero educati in Italia; il primogenito, sprezzato dai nemici, gravoso agli amici, s'invilì colla propria condotta e col matrimonio che contrasse. Non gli rimanendo più che il suo titolo di erede dell'Impero di Costantinopoli, lo vendè successivamente ai Re di Francia e d'Aragona[154]. Carlo VIII, ne' giorni della sua passeggera prosperità, aspirando ad unire l'Impero d'Oriente al Regno di Napoli, in mezzo ad una pubblica festa s'intitolò Augusto, e vestì la porpora de' Cesari; pel qual fatto i Greci allegraronsi, e paventarono gli Ottomani, credendo ad ogni istante veder giungere cavalieri francesi alle loro rive[155]. Manuele Paleologo, secondogenito di Tommaso, bramò rivedere la patria; e il ritorno di lui potendo sotto certi aspetti far piacere alla Porta, sotto nessuno intimorirla, trovò, per la grazia del Sultano, asilo e ospitalità in Costantinopoli; e quando morì, le esequie del medesimo vennero onorate da numeroso corteggio di Greci e di Musulmani. Avvi animali di sì generosa indole, che ricusano propagare la loro razza in istato di schiavitù. Ad una specie men nobile potrebbero a buon diritto dirsi appartenenti gli ultimi Principi della schiatta greca imperiale. Manuele accettò dalla generosità del Gran Signore due belle mogli, lasciando dopo di sè un figlio confuso fra la turba degli schiavi turchi, de' quali adottò l'abito e la religione.
A. D. 1455
Divenuti i Turchi padroni di Costantinopoli, fu sentita ed esagerata in Europa l'importanza di una tal perdita; e la caduta dell'Impero d'Oriente portò una macchia al Pontificato di Nicolò V, governo sott'altri aspetti, tranquillo e felice. Il dolore, o lo spavento che i Latini provarono, ridestò o ridestar parve l'entusiasmo delle Crociate. In una delle più rimote contrade dell'Occidente, nella città di Lilla fiamminga, Filippo, Duca di Borgogna, adunò i primarj suoi Nobili, presentandoli di una festa il cui pomposo apparecchio fu regolato in modo che facesse grande impressione negli animi e ne' sensi degli spettatori[156]. In mezzo ad un convito, comparve un Saracino, di statura gigantesca, conducendo un simulacro di elefante che sosteneva un Castello; usciva fuori del Castello una Matrona vestita a gramaglia che figurava la Religione. Deplorava questa le proprie sventure, accusando l'indolenza de' suoi campioni. Intanto avanzavasi il primo araldo dell'Ordine del Toson d'Oro, tenendo sul pugno un fagiano vivo, che offerse al Duca, giusta i riti della Cavalleria. Per corrispondere a questa bizzarra intimazione, Filippo, Principe in cui vecchia età e saggezza si univano, obbligò sè medesimo e tutte le proprie forze all'uopo di una guerra santa, da imprendersi contro i Turchi. I Baroni e Cavalieri convenuti a quest'Assemblea ne imitaron l'esempio, chiamando in testimonio del loro giuramento Dio, la Madonna, le Dame, e il fagiano, aggiugnendo voti particolari, non meno stravaganti del tenor generale di quel giuramento. Ma l'adempimento di tutte sì fatte obbligazioni dependendo da alcuni avvenimenti non anco avverati, ed estranei alla meditata impresa, il Duca di Borgogna, che visse altri dodici anni, potè, fino agli estremi della sua vita, mostrarsi persuaso, ed esserlo forse, di dover partire da un giorno all'altro. Se d'un eguale entusiasmo tutti gli animi fossero stati accesi in Europa, se l'unione de' Cristiani avesse pareggiato il loro valore, se da tutte le Potenze della Cristianità, dalla Svezia[157] venendo a Napoli, si fosse somministrato in giusta proporzione il contingente, spettante a ciascuna, di cavalleria, di fanteria e di sussidi, avvi motivo per credere, che gli Europei avrebbero riconquistata Costantinopoli e rispinti i Turchi oltre l'Ellesponto e l'Eufrate. Ma il Segretario dell'Imperatore, che scrivea tutti i dispacci, e che assistette ad ognuna delle Assemblee, Enea Silvio[158], uom preclaro per intendimento in politica e per li pregi del dire, ne dimostra, fondandosi su tutto ciò che avea veduto egli stesso, quanto lo stato della Cristianità in quei tempi, e la generale disposizione degli spiriti contrastassero coll'esecuzione di simile impresa. «La Cristianità, così si esprime, è un corpo privo di capo, una repubblica che non ha nè magistrati, nè leggi. Il Papa e l'Imperatore rifulgono di quella luce che deriva dalle eminenti dignità; son fantasmi che abbarbagliano la vista; ma, incapaci di comandare, non trovano chi voglia ad essi obbedire. Ogni paese è governato da un Sovrano particolare; ciascun Sovrano da parziali interessi. Qual'eloquenza potrebbe pervenire a radunare sotto uno stendardo medesimo un sì grande numero di Potenze, discordi fra loro per propria natura, nemiche le une delle altre? Quand'anche si giungesse a raccogliere le loro truppe, chi avvi che ardisse assumerne il comando? Qual ordine potrebbe instituirsi in questo esercito? qual disciplina militare prescrivere? Chi s'incaricherebbe di nudrire una moltitudine d'uomini tanto immensa? chi d'intenderne gl'idiomi, o di conciliarne le consuetudini incompatibili fra di loro? Qual uomo riuscirebbe a mettere insieme in pace gl'Inglesi e i Francesi, Genova e l'Aragona, gli Alemanni e i popoli dell'Ungheria e della Boemia? Se imprendiamo una tal guerra con poco numero di soldati, saremo oppressi dagl'Infedeli; se con grosso esercito, il saremo dal proprio nostro peso, dal disordinamento de' nostri». Cionnullameno, questo Enea Silvio fu quel medesimo, che, divenuto Papa, col nome di Pio II, trascorse il rimanente de' proprj giorni negoziando per una guerra da moversi ai Turchi. Questi parimente nel Concilio di Mantova destò alcune scintille di un entusiasmo, o vero fosse, o simulato; ma giunto ad Ancona per imbarcarsi egli stesso in compagnia delle truppe, le promesse de' Crociati andarono a terminare in iscuse; il giorno della partenza, che prima era stato dato con asseveranza, venne protratto ad un'epoca indefinita. L'esercito pontifizio si trovò composto soltanto di alcuni pellegrini alemanni, che lo stesso Papa fu costretto a rimandare, contentandoli con indulgenze e limosine. I successori di Pio II, e gli altri Principi dell'Italia, poco curanti dell'avvenire, dominati dal momento, non pensarono ciascuno che ad ingrandirsi dilatando i proprj confini: la distanza, o la prossimità degli oggetti era per essi la norma di giudicarne l'importanza, e la grandezza apparente era pure agli occhi loro la reale. Se avessero avuto più vaste e nobili mire, pel loro interesse medesimo, sarebbersi risoluti a sostenere una guerra marittima difensiva contro il comune nemico, e, col soccorso di Scanderbeg e dei suoi prodi Albanesi, avrebbero evitata l'invasione del Regno di Napoli. L'assedio di Otranto, presa indi e smantellata dai Turchi, sparse una generale costernazione; e già il Pontefice Sisto accigneasi a fuggire di là dall'Alpi, quando il nembo fu dissipato dall'avvenimento che pose fine alle imprese e alla vita di Maometto II (A. D. 1481), pervenuto all'età di cinquant'un anni[159]. Nell'ambizioso animo suo questo conquistatore agognava alla conquista dell'Italia, ove possedea già una città fortificata ed un vasto porto, e certamente, se viveva ancora, giusta ogni apparenza, avrebbe soggiogata, come la nuova, l'antica Roma[160].
CAPITOLO LXIX.
Stato di Roma dopo il secolo dodicesimo. Dominazione temporale de' Papi. Sedizioni nelle città di Roma. Eresia politica di Arnaldo da Brescia. Restaurazione della Repubblica. Senatori. Orgoglio de' Romani. Loro guerre. Vengono privati della elezione e della presidenza de' Papi, che si ritirano ad Avignone. Giubbileo. Nobili famiglie di Roma. Querele fra i Colonna e gli Orsini.
A. D. 1100-1500
Nel corso de' primi secoli del decadimento e del crollo dell'Impero romano, tenemmo immobilmente fissi gli sguardi sulla città sovrana che avea dato leggi alla più bella parte del Globo. Noi ne contempliamo i destini, prima con ammirazione, indi con sentimento di pietà, sempre con sollecitudine; e allorchè l'animo nostro si allontana dalla Capitale per esaminare le province, le riguardiamo sempre siccome rami, che successivamente si sono staccati dal corpo dell'Impero. La fondazione di una nuova Roma sulle rive del Bosforo, ne ha costretti a seguire i successori di Costantino, e trasportata la curiosità nostra nelle più rimote contrade dell'Europa e dell'Asia, per colà scoprire le cagioni e gli autori del lungo indebolimento della Monarchia di Bisanzo. Le conquiste di Giustiniano ne richiamarono in riva al Tevere per contemplar quivi la liberazione dell'antica Metropoli; ma fu tale liberazione, che ne cambiò soltanto, o ne aggravò forse la schiavitù. Roma avea già perduti i suoi trofei, le sue divinità e i suoi Cesari, nè la tirannide de' Greci fu meno umiliante, o oppressiva della dominazione dei Goti. Nell'ottavo secolo dell'Era cristiana, una disputa religiosa intorno al culto delle Immagini, eccitò i Romani a ricuperare la perduta independenza. Il loro Vescovo divenne[161] il padre temporale e spirituale di un popolo libero, e l'Impero d'Occidente, risorto per le geste di Carlomagno, abbellì collo splendor del suo nome la singolare costituzione della moderna Alemagna. Il nome di Roma si concilia mai sempre da noi un rispetto, che non sapremmo volergli negare. Questo clima, del quale non esamino or l'influenza, non era più il medesimo[162]; la purezza del sangue romano, passato per mille estranei canali, erasi contaminata; ma le venerabili rovine del Campidoglio, la rimembranza delle sue antiche grandezze, ridestarono una scintilla del carattere della nazione. Le tenebre del Medio Evo offrono alcune scene degne della nostra contemplazione, nè mi credo lecito il conchiudere quest'Opera senza volgere uno sguardo allo stato e alle vicende politiche della Città di Roma, che si sommise all'autorità temporale dei Papi ver l'epoca in cui i Turchi divennero padroni di Costantinopoli.
A. D. 800-1100
Nel principio del dodicesimo secolo[163], epoca della prima Crociata, i Latini rispettavano Roma, siccome la Metropoli del Mondo, siccome il trono del Papa e dell'Imperatore, i quali dalla Città Eterna conseguivano i titoli, gli omaggi di cui godevano, e il diritto, o l'uso del temporale loro dominio. Dopo avere per sì lungo tempo interrotta la Storia di questa Metropoli, non sarà inutile il ripetere in questo luogo, come una Dieta nazionale scegliesse al di là del Reno i successori di Carlomagno e degli Ottoni; e come questi Principi si contentassero del modesto titolo di Re d'Alemagna e d'Italia, sintantochè avessero varcato l'Alpi e l'Appennino per venire sulle rive del Tevere in traccia della Corona imperiale[164]. Giunti ad una certa distanza dalla città, riceveano gli omaggi del Clero e del popolo che correano ad essi incontro con Croci e rami d'olivo; le immagini de' lupi, de' lioni, dei draghi e dell'aquile, tutti questi terribili emblemi che sventolar vedeansi sulle bandiere, ricordavano le legioni e le Coorti che in altri tempi aveano combattuto per la Repubblica. L'Imperatore giurava tre volte di mantenere la libertà di Roma; la prima volta al ponte Milvio, un'altra alla porta della città, e finalmente sulla gradinata del Vaticano; indi le largizioni d'uso imitavano debolmente la magnificenza de' primi Cesari. Dal successore di S. Pietro, e nel tempio di questo Appostolo, l'Imperatore veniva coronato; i sacri cantici si confondevano colle voci del popolo, il cui consenso manifestavasi con queste acclamazioni: «Vittoria e lunga vita al Papa nostro Sovrano! Vittoria e lunga vita all'Imperatore nostro Sovrano! Vittoria e lunga vita ai soldati romani e teutonici[165]!» I nomi di Cesare e d'Augusto, le leggi di Costantino e di Giustiniano, l'esempio di Carlomagno e d'Ottone, confermavano la suprema dominazione degl'Imperatori; veniano scolpiti i loro titoli e le loro immagini sulle monete del Papa[166], e per autenticare la loro giurisdizione, metteano nelle mani del Prefetto della città la spada della giustizia; ma intanto il nome, le lingue e i costumi di un barbaro padrone ridestavano tutti i pregiudizj de' Romani. I Cesari della Sassonia e della Franconia non erano che i Capi di una feudale aristocrazia, nè poteano adoperare quella disciplina civile e militare che sola assicura l'obbedienza di un popolo lontano, impaziente del giogo della servitù, benchè forse incapace della libertà. Una sola volta in sua vita, ciascun Imperatore attraversava le Alpi conducendo seco un esercito di suoi vassalli alemanni. Ho descritto il tranquillo cerimoniale del suo ingresso e della sua incoronazione; ma erane assai di frequente turbato l'ordine dai clamori e dalla sedizione de' Romani, che si opponevano al proprio Sovrano come ad uno straniero che venisse ad invadere il lor territorio; sempre improvvisa, e spesso con vergogna per essi, accadeva la loro partenza. Se lungo era in appresso il lor regno, altrettanto durava la lor lontananza, e in questo mezzo, i Romani insultavano il potere imperiale e dimenticavano il nome degli Imperatori. I progressi dell'independenza nell'Alemagna e nell'Italia minarono le basi di questa sovranità, e il trionfo de' Papi fu la liberazione di Roma. L'Imperatore avea regnato per diritto di conquista; l'autorità del Papa fondavasi su l'opinione e la consuetudine, base meno imponente, ma salda di più. Il Pontefice, col liberare il proprio paese dalla prevalenza di un Principe straniero, si rendè più accetto al suo gregge, di cui veramente tornò a divenire il Pastore. La scelta del Vicario di Gesù Cristo, non dependendo più dalla nomina venale, o arbitraria di una Corte alemanna, veniva questi liberamente eletto dal Collegio de' Cardinali, la maggior parte originarj o abitanti di Roma. Gli applausi de' Magistrati e del popolo ne confermavano la nomina; onde per ultimo, potea dirsi derivata dal suffragio de' Romani questa Potenza ecclesiastica, alla quale nella Svezia e nella Brettagna obbedivasi. Que' medesimi suffragi che davano alla Capitale un Pontefice, la provvedevano di un Sovrano ad un tempo. Credeasi generalmente che Costantino avesse conceduto ai Pontefici il dominio temporale di Roma; talchè i giuspubblicisti più coraggiosi, i più audaci scettici, si limitavano a contrastare all'Imperatore il diritto di fare una tal donazione e la validità della medesima. L'opinione dell'autenticità, o della verità del fatto, avea poste profonde radici negli spiriti e per l'ignoranza, e per la tradizione di quattro secoli; e l'origine della favola si perdea all'aspetto di fatti che erano reali e durevoli. Il nome di Dominus, o di Signore, vedeasi scolpito sulla moneta del Vescovo; il diritto di lui veniva riconosciuto con pubbliche acclamazioni e giuramenti di fedeltà; il Vescovo di Roma, per consenso anche, o volontario, o forzato, degl'Imperatori alemanni, avea lungo tempo usata una giurisdizione suprema, o subordinata sulla città, o sul Patrimonio di S. Pietro. Oltrechè, il regno de' Papi, gradevole alle pregiudicate opinioni de' Romani, non era incompatibile colle loro libertà; e più sensate indagini avrebbero scoperta una sorgente anche più nobile del potere dei Papi, la gratitudine di una nazione che questi avevano tolta all'eresia e alla tirannide de' greci Imperatori. Non è difficile a comprendersi come, in un secolo di superstizione, la potenza regia e l'autorità sacerdotale dovessero l'una all'altra prestarsi forza, e come le chiavi del Paradiso fossero pel Vescovo di Roma il mallevadore più sicuro dell'obbedienza ch'egli volea ottener sulla Terra. I vizj personali[167] dell'uomo poteano, egli è vero, indebolire il carattere sacro del Vicario di Gesù Cristo; ma gli scandali del decimo secolo furono cancellati dalle virtù austere, e più pericolose, di Gregorio VII e de' suoi successori; onde nelle lotte di ambizione[168], che pei diritti della Chiesa sostennero, le sconfitte e i buoni successi li crebbero del pari nella venerazione del popolo. Vittime della persecuzione, furono veduti alcune volte errare nello squallore e nell'esilio; l'appostolico zelo, con cui si offerivano al martirio, non poteva a meno di commovere e conciliare ad essi gli animi di tutti i Cattolici. Tali altre volte, tonando dall'alto del Vaticano, creavano, giudicavano, rimovevano i Re della Terra; e il più orgoglioso fra i Romani non potea vergognare di sottomettersi ad un Sacerdote che vedea innanzi a sè i successori di Carlomagno, inchinati a baciargli il piede, o gloriosi di tenergli la staffa[169]. Anche un temporale interesse, consigliava alla città di Roma di difendere i Papi, e di assicurar loro tranquillo e onorato soggiorno nel proprio seno, poichè dalla sola presenza dei Papi, questo popolo, pigro quanto vanaglorioso, traeva in gran parte il vitto e le sue tante ricchezze. Gli è vero che la rendita stabile dei Pontefici erasi alquanto scemata, dacchè alcune mani sacrileghe aveano usurpato nell'Italia e nelle province un grande numero di dominj dell'antico Patrimonio di S. Pietro; perdita che non poteano compensare i vasti concedimenti di Pipino e de' suoi discendenti, più spesso reclamati che posseduti dal Vescovo di Roma; Ma una folla perpetua e ognor crescente di pellegrini e supplicanti nudriva il Vaticano e il Campidoglio; aumentatasi d'assai l'estensione della Cristianità, il Papa e i Cardinali non aveano posa pei tanti affari che lor derivavano dalle cause da giudicarsi, così ecclesiastiche come civili. In virtù di una nuova giurisprudenza[170], eransi introdotti nella Chiesa latina il diritto e l'uso delle appellazioni[171]; venivano sollecitati or con consigli, or con intimazioni i Vescovi e gli Abati del Settentrione e dell'Occidente a trasferirsi a Roma, per chieder grazie o portar querele, per accusare i loro nemici o per giustificarsi al Santuario de' Santi Appostoli. Citavasi un fatto che vuol essere riguardato siccome una specie di prodigio; vale a dire che due cavalli, spettanti all'Arcivescovo di Magonza e all'Arcivescovo di Colonia, rivalicarono l'Alpi, carichi tuttavia d'oro e d'argento[172]: nondimeno non tardò molto a vedersi come il buon successo de' pellegrini e de' clienti, meno alla giustizia della causa che al valor dell'offerta[173] fosse raccomandato. Cotesti stranieri faceano ostentato sfoggio di pietà e di ricchezze, e le loro spese, o sacre, o profane, per mille canali volgevansi all'utile de' Romani.
Ragioni tanto possenti doveano mantenere il popolo di Roma in una volontaria e pia sommessione verso il suo Padre temporale e spirituale. Ma l'opera del pregiudizio o dell'interesse è di frequente sconcertata dai moti indomabili delle passioni. Il Selvaggio che taglia l'albero per coglierne il frutto[174], l'Arabo che spoglia le carovane de' commercianti, sono animati dallo stesso impulso di una natura ancor rozza, che pensa al presente, non curandosi dell'avvenire, e sagrifica a momentanei diletti il lungo e tranquillo possedimento di più rilevanti vantaggi. In questa guisa, gli sconsigliati Romani profanarono la vigna di S. Pietro, rubarono le offerte de' Fedeli, offesero i pellegrini, senza calcolare il numero e il valore dei pellegrinaggi che il lor ladroneccio sacrilego interrompea. Anche l'influsso della superstizione è precario e variabile, e spesso l'avarizia, o l'orgoglio degli altri, diedero allo schiavo quella libertà che la sua soggiogata ragione non gli potea procurare. Gli oracoli de' preti[175] possono impadronirsi con forza della mente di un Barbaro; ma niuna mente, men di quella di un Barbaro, è proclive a preferire l'immaginazione ai sensi, a sagrificare i desiderj e gl'interessi di questo Mondo ad un motivo lontano, o ad un oggetto invisibile: nel vigore dell'età e della salute, i costumi di un tal uomo fanno continua lotta alla sua fede, lotta durevole sintanto, che la vecchiezza, le infermità, o gli infortunj destino nel suo cuore le paure, e lo spingano a soddisfare il duplice obbligo che la pietà e i rimorsi gl'impongono. Ho già altrove osservato, come l'indifferenza de' moderni tempi sulle cose religiose, sia oltre misura favorevole alla pace e alla sicurezza del Clero. Sotto il regno della superstizione, esso dovea sperar molto dall'ignoranza, ma temere anche molto dalla violenza degli uomini; il continuo aumento delle ricchezze de' sacerdoti avrebbe fatti questi i soli proprietarj di tutti i beni dell'Universo; ma che? questi beni, di cui largheggiava ad essi un padre pentito, venivano lor tolti da un figlio avaro; or si adoravano gli Ecclesiastici, or si commetteano attentati contro le loro vite; e gli stessi individui collocavano sull'Altare, o calpestavano il medesimo Idolo. Nel sistema feudale dell'Europa, le distinzioni e la misura de' poteri, sull'armi soltanto erano fondate; e nel tumulto che queste eccitavano, di rado la tranquilla voce della legge e della ragione ascoltavasi. Recalcitranti al giogo i Romani, insultavano la debolezza del loro Vescovo[176], che per effetto di ricevuta educazione e del suo carattere non potea convenevolmente, o con felice successo, valersi del diritto della spada. I motivi avutisi nell'eleggerlo, e le debolezze della sua vita erano l'argomento de' compagnevoli loro colloquj, e la prossimità del Pontefice diminuiva in essi quel rispetto che il nome e i decreti di lui negli animi di un barbaro Mondo imprimevano; osservazione che non isfuggì all'acume del nostro filosofo Istorico. «Intanto che il nome e l'autorità della Corte di Roma comprendean di terrore le più rimote contrade europee, immerse in una profonda ignoranza, e ignare affatto della condotta e del carattere del sommo Pontefice, questi era tenuto in sì poco rispetto dagl'Italiani, che i più inveterati nemici del medesimo assediavano le porte di Roma, ne sindacavano il governo entro la città; ed è accaduto che alcuni Ambasciatori, venuti dai confini d'Europa per testificare in Vaticano l'umile, o piuttosto abbietta, sommessione del maggior Monarca del suo secolo, durassero molta fatica prima di pervenire al trono appostolico, e poter prostrarsi ai piedi del Santo Padre[177].»
A. D. 1086-1305
Ne' primi tempi la ricchezza de' Papi eccitò invidia; la loro podestà trovò opposizioni, le lor persone si trovarono esposte a violenze. Ma la lunga guerra tra la Corona e la Tiara aumentò il numero e infiammò le passioni de' loro nemici. I Romani, sudditi e nemici ad un tempo del Vescovo e dell'Imperatore, non poterono mai parteggiare di buona fede, e con perseveranza, per gli odj mortali, che con tanto danno dell'Italia disgiunsero i Guelfi ed i Ghibellini; ma cercati da entrambe le fazioni, e sotto gli stendardi d'entrambe, spiegarono a vicenda sulle proprie bandiere l'Aquila alemanna, e le Chiavi del Principe degli Appostoli. Gregorio VII, che può essere o onorato, o detestato siccome il fondatore delle sovranità de' Pontefici, scacciato da Roma, morì in esilio a Salerno. Trentasei successori di questo Papa[178] sostennero fino al momento della loro ritirata in Avignone, una lotta disuguale contro i Romani: dimenticossi più d'una volta il rispetto dovuto ai loro anni e alla loro dignità; onde le Chiese, in mezzo alle religiose solennità, vidersi di frequente imbrattate da sedizioni e da stragi[179]. Il racconto di questi disordini sconnessi fra loro, privi di scopo, e sol suggeriti da una capricciosa brutalità, riuscirebbe noioso e sgradevole; quindi mi limiterò unicamente a narrare alcuni avvenimenti del dodicesimo secolo, atti a dipingere in quale stato allor si trovassero i Pontefici e Roma. Tra il 1099, e il 1118, mentre Pasquale II, nel giovedì della Settimana Santa, ufiziava, fu interrotto dalle grida della moltitudine che chiedea con imperioso tuono la conferma di un Magistrato da essa protetto. Il silenzio del Pontefice accrebbe il furore della ciurmaglia; e avendo egli ricusato di frammettersi negli affari della Terra, intantochè l'animo suo stava inteso a quelli del Cielo, gli fu annunziato con minacce e giuramenti ch'egli era per essere il promotore e lo spettatore della pubblica rovina. Poi nel giorno di Pasqua, trasferendosi egli col suo Clero, processionalmente e a piedi scalzi, alle Tombe de' Martiri, per due volte, una sul ponte S. Angelo, l'altra dinanzi al Campidoglio, venne assalito da un nembo di frecce e di sassi. Intanto si spianavano le case de' suoi partigiani; ond'ebbe a grande ventura il salvar la vita dopo avere corsi gravi pericoli. Levò indi un esercito nel Patrimonio di S. Pietro, e terminò i suoi giorni fra le acerbità di una guerra civile, e gemendo su que' disastri de' quali era stato egli stesso l'autore, o la vittima. Più scandalose ancora, sotto aspetti e religiosi, e civili, furono le scene che nel 1119 seguirono l'elezione di Gelasio II, successore di Pasquale II. Cencio Frangipani[180], possente e fazioso Barone, entrato in Conclave, furiosamente, e brandendo l'armi, spogliò, percosse, calpestò i Cardinali, e senza rispetto nè compassione al Vicario di Gesù Cristo, afferrò per la gola Gelasio, trascinandolo pe' capelli, non gli risparmiando percosse, ferendolo cogli speroni, e conducendolo in tal guisa fino alla propria abitazione, ove lo caricò di catene. Ma una sommossa del popolo liberò il Pontefice; e le famiglie rivali del Frangipani essendosi opposte ai costui furori, Cencio si vide costretto a chiedere perdono, benchè gl'increscesse meno della sua colpevole impresa che di non averla potuta condurre a termine. Pochi giorni dopo, il Pontefice assalito di bel nuovo a piè degli Altari, prese il tempo in cui i suoi nemici e i suoi partigiani si guerreggiavano a morte, per fuggirsene, vestito ancora degli abiti pontificali. I compagni di questa disastrosa fuga che eccitò tanta pietà negli animi delle matrone romane, vennero o dispersi, o balzati d'arcione, onde il Papa fu trovato solo, e mezzo morto di paura e di stento, ne' campi posti dietro alla chiesa di S. Pietro. Dopo avere, giusta il linguaggio della Scrittura, scossa la polve delle sue scarpe, l'Appostolo si allontanò da quelle mura, fra cui veniva insultata la sua dignità, la sua vita non era in sicuro; e confessando, senza volerlo, essere meglio assai l'obbedire ad un solo Imperatore che soggiacere a tanti padroni, fe' manifesta la vanità di questa possanza cotanto cercata dall'ambizione sacerdotale[181]. Basterebbero, non v'ha dubbio, cotesti esempj; ma non saprei starmi dal narrare le sventure che accaddero tra il 1144 e 1145 a Lucio II, e tra il 1181 e 1185, a Lucio III. Il primo di questi Pontefici, correndo in arnese guerresco all'assalto del Campidoglio, fu percosso in una tempia da un sasso, della qual ferita, pochi giorni dopo, spirò. Il secondo vide la sconfitta de' suoi partigiani coperti di ferite. Molti sacerdoti del suo corteggio essendo caduti prigionieri in una sommossa, i crudeli Romani cavarono a questi gli occhi, risparmiando un tal barbaro trattamento ad un solo, affinchè potesse farsi guida degli altri; poi fregiati, per derisione, di mitra, e costretti a cavalcare altrettanti giumenti colle facce volte alle code degli animali, dovettero giurare di mostrarsi in questo aggiustamento a capo del Clero, onde gli altri prendessero esempio da loro. La speranza, o il timore, la stanchezza, o il rimorso, le propensioni temporanee del volgo, ed altre eventuali circostanze produssero talvolta intervalli di pace e di sommessione: in questi, il Pontefice veniva fra giulive acclamazioni ricondotto nel palagio di Laterano, o nel Vaticano, d'onde le minacce e le violenze l'aveano discacciato. Ma profonda essendo la radice del male, questo continuamente covava; onde tali intervalli di calma erano preceduti e seguìti da sì fiere tempeste, che per poco la nave di S. Pietro non affondò. Roma offeriva continuamente lo spettacolo della guerra e della discordia: le diverse fazioni e famiglie non aveano miglior briga di fortificare e assediare chiese e palagi. Dopo aver data la pace all'Europa, Calisto II, che tenne la Cattedra pontificale fra il 1119 e il 1124, ebbe solo bastante possanza e fermezza per proibire ai particolari l'uso dell'armi nella Metropoli. Le sommosse di Roma eccitarono una generale indignazione presso i popoli che rispettavano il trono appostolico; e S. Bernardo, in una lettera ad Eugenio III suo discepolo, adopera tutta la vivacità del suo spirito e zelo, a delineare una pittura de' vizj di questa popolazione ribelle[182]: «Chi non conosce dice il Monaco di Chiaravalle, la vanità e l'arroganza de' Romani, popolo allevato nella sedizione, nazion crudele, intrattabile, che disdegna obbedire ogni qualvolta non sia tanto debole da non potere usar resistenza? Allorchè i Romani promettono di servire, aspirano a regnare; mentre vi giurano fedeltà, indagano l'istante opportuno per ribellarsi; se non sono ammessi ne' vostri consigli, se trovano chiuse le vostre porte, sfogano con violenti clamori il loro scontento. Abili a fare il male, non hanno mai imparata l'arte di fare il bene: odiosi al Cielo e alla Terra, empj verso le Divinità, dediti alla sedizione, gelosi de' loro vicini, crudeli verso gli estranei, nessuno amano, nessuno gli ama. Intantochè cercano d'inspirar timore, vivono eglino stessi in angosce continue ed obbrobriose; nè vogliono sottomettersi, nè sanno governarsi da sè medesimi; sleali verso i superiori; insopportabili agli eguali; ingrati a chi li benefica; imprudenti e se chiedono, e se ricusano; magnifici nel promettere, meschinissimi nell'adempire; per dir tutto, l'adulazione, la calunnia, la perfidia e la tradigione sono per lo più i soli accorgimenti della loro politica». Certamente questo lurido ritratto non fu colorato dal pennello della carità cristiana[183]; ma comunque bizzarro e tristo possa apparire, non è men vero che presenta la viva immagine de' Romani del secolo dodicesimo[184].
A. D. 1140
Gli Ebrei non aveano voluto riconoscere Gesù Cristo, allorchè apparve ai loro sguardi col carattere d'un uom del volgo; e parimente i Romani poteano non ravvisare nel Papa il Vicario di Cristo allorchè si mostrò loro avvolto in porpora e con orgoglio confacevole al Sovrano dell'Universo. La fermentazione degli animi, prodotta dalle Crociate, avea fatto risorgere nell'Occidente alcune scintille di curiosità e di ragione. La Setta de' Paoliziani, diffusasi da prima nella Bulgaria, venne a stanziarsi nell'Italia e nella Francia; mescolatesi colla semplicità del Vangelo le visioni de' Gnostici, i nemici del Clero posero in accordo le lor passioni e la loro coscienza, la divozione e l'amore della libertà[185]. Nel 1140, Arnaldo da Brescia[186], uomo non mai sollevatosi dagli ultimi gradi della Chiesa, e che vestendo l'abito di monaco, ravvisava in esso la divisa della povertà anzichè quella dell'obbedienza, primo diede fiato alla tromba della libertà romana. I suoi nemici che più d'una volta ridotti a mal partito dall'ingegno e dall'eloquenza di un tal uomo, non gli poteano contrastar questi pregi, confessavano a proprio malgrado la purezza speciosa della sua morale, onde gli errori di Arnaldo, andando uniti ad utili ed importanti verità, faceano impressione nel pubblico. Negli studj suoi teologici era stato discepolo del famoso e misero Abelardo[187], parimente caduto in sospetto di eresia; ma l'amante di Eloisa possedendo un'indole mansueta e pieghevole, coll'umiltà del pentimento i suoi giudici ecclesiastici disarmò. È cosa verisimile che Arnaldo abbia attinte alla scuola del suo maestro alcune definizioni metafisiche intorno la Trinità, contrarie alle massime de' suoi tempi: vennero vagamente censurate le idee da esso manifestate circa al Battesimo e all'Eucaristia; ma ad una eresia politica dovette la sua fama e tutte le sventure alle quali soggiacque. Osò rammentare quel detto con cui Gesù Cristo divulgava non appartenere a questo Mondo il suo regno, deducendone intrepidamente che gli onori e i possedimenti temporali erano il legittimo appannaggio de' laici; che gli Abati, i Vescovi e lo stesso Pontefice doveano rinunziare ai proprj dominj, o alla salute dell'anima; che, non parlandosi più di rendite di fondi, o capitoli per essi, le decime e le offerte volontarie de' Fedeli doveano bastar loro, e che queste ancora non erano già per metterli in istato di appagare le passioni del lusso e l'avarizia, ma per soccorrerli a condurre quella sobria vita che è anche addicevole a chi si dedica a spirituali fatiche. Un tal predicatore venne per qualche tempo colmato di patriottici onori, e colle sue pericolose dottrine diede ben presto eccitamento ai mali umori della città di Brescia giunta a ribellarsi contro al suo Vescovo. Ma il furor popolare è men durevole dell'odio sacerdotale; nè appena Innocenzo II[188] nel Concilio generale di Laterano ebbe condannata l'eresia di Arnaldo, il pregiudizio e la paura spinsero parimente le Magistrature di Brescia ad eseguire il decreto della Chiesa. Non potendo più trovare asilo in Italia, il discepolo di Abelardo attraversò l'Alpi, e videsi ben accolto in Zurigo, oggidì Capitale del principale fra i Cantoni della Svizzera, e che era stata, prima, un presidio de' Romani[189], indi villa reale, e casa di educazione per le figlie de' Nobili, ma divenuta a poco a poco una libera e fiorente città, ove i Commissarj dell'Imperatore giudicavano talvolta le appellazioni de' Milanesi[190]. Precursore di Zuinglio in un secolo men maturo alla riforma che quello di Zuinglio non l'era, fu nondimeno accolto con applausi da questo popolo valoroso ed ingenuo, il quale mantenne per lungo tempo nelle proprie opinioni il colorito che da Arnaldo avean ricevuto; il Vescovo di Costanza ed anche il Legato del Pontefice, sedotti o dal merito, o dalle sagaci arti di Arnaldo, giunsero a dimenticare a favor d'esso gli interessi del loro padrone e del proprio Ordine. Ma le violente esortazioni di S. Bernardo[191] avendo finalmente eccitato lo zelo di questi due Ecclesiastici, il nemico della Chiesa non trovò più partigiani, e ridotto a disperato partito, corse a Roma, ove a veggente del successor di S. Pietro innalzò lo stendardo della ribellione.
A. D. 1144-1154
Cionnullameno l'intrepidezza di Arnaldo non andava disgiunta da prudenza, perchè si vedea protetto, ed anche chiamato. Tonò eloquentemente dai Sette Colli per la causa della libertà, e mescolando nei suoi discorsi i passi di Tito Livio e di S. Paolo, le ragioni del Vangelo e l'entusiasmo della libertà che gli autori classici inspirano, diè a divedere ai Romani, quanto e per la lor sofferenza, e pe' vizj del Clero, avessero tralignato dai primi tempi della Chiesa e della Città. Li trasse colle sue esortazioni nel consiglio di ricuperare i loro diritti inalienabili d'uomini e di cristiani, a restaurare le leggi e i Magistrati della Repubblica, e a rispettar sì il nome d'Imperatore, ma a ridurre ad un tempo il loro Pastore a contentarsi del governo spirituale della sua greggia[192]. Pure nè manco questo Governo spirituale potè sottrarsi alle censure del Riformatore che insegnò al Clero inferiore, come dovesse resistere ai Cardinali, che aveano usurpata un'autorità dispotica su i ventotto rioni, ossia ventotto parrocchie di Roma[193]; il quale travolgimento di cose non potè farsi senza violenza e saccheggio, senza che si spargesse gran sangue, e atterrate venissero molte case. La fazione vittoriosa arricchì delle spoglie del Clero e dei Nobili della parte contraria. Arnaldo da Brescia ebbe tempo per godere, o deplorare gli effetti della sua impresa, perchè il regno di lui durò fra il 1144 e il 1154, nel quale intervallo di dieci anni, due Pontefici, Innocenzo II e Anastasio IV, or tremavano nel Vaticano, or vagavano esuli per le città de' dintorni. Un Pontefice più intrepido e più felice, salì finalmente il trono di S. Pietro, e in questi Adriano IV[194], il solo Inglese che abbia portata la tiara, e che da starsi nel monastero di S. Albano, per solo merito s'innalzò dallo stato di frate, e quasi di mendicante, alla cattedra pontificale. Egli diede idea di sè stesso fin dal momento del primo insulto fatto alla sua dignità: essendo stato ucciso, o ferito lungo la strada un Cardinale, lanciò anatema contro il popolo romano: da Natale a Pasqua la città fu priva de' conforti del culto religioso. I Romani che aveano disprezzato il loro Principe temporale, si sottomisero con dolore e spavento alle censure del loro Padre spirituale, espiando le commesse colpe col pentimento, e meritandosi l'assoluzione col bando del sedizioso predicatore. Non quindi soddisfatta la vendetta di Adriano, la imminente coronazione di Federico Barbarossa divenne funesta al riformatore che aveva offesi, benchè in una proporzione diversa, i Capi della Chiesa e quei dello Stato. In un parlamento che il Papa ebbe coll'Imperatore a Viterbo, gli dipinse i sediziosi furori, gl'insulti, e i timori ai quali la persona del Pontefice e il Clero trovavansi di continuo cimentati, e i funesti effetti dell'eresia di Arnaldo intesa a rovesciare ogni principio di subordinazione civile ed ecclesiastica. Federico si lasciò persuadere da queste ragioni, o sedurre fors'anche dalla brama di cingere l'imperiale corona. Ne' calcoli dell'ambizione, essendo affari di ben poca importanza l'innocenza, o la vita di un individuo, immolarono ad una riconciliazione momentanea il comune loro nemico. Arnaldo, dopo la sua ritirata da Roma, vivea sotto la protezione de' Visconti della Campania; l'Imperatore si valse della sua potestà per impadronirsene; il Prefetto della città ne pronunziò la sentenza; il martire della libertà (nell'anno 1155) fu arso vivo innanzi agli occhi d'un popolo indifferente ed ingrato; le ceneri di Arnaldo vennero gettate nel Tevere per timore che le reliquie di lui non divenissero un soggetto di venerazione agli Eretici[195]. Il Clero trionfò: la Setta dell'eresiarca fu dispersa non meno delle sue ceneri; ma la memoria di esso vivea ancora nello spirito de' Romani. Probabilmente alla scuola d'Arnaldo aveano attinto un nuovo articolo di fede, vale a dire che la Metropoli della Chiesa cattolica non è soggetta alle pene delle scomuniche e dell'interdetto. I Papi poteano rispondere che la giurisdizione suprema da essi adoperata sopra i Re e le nazioni, più particolarmente ancora comprendevano la città e la diocesi del Principe degli Appostoli. Ma chi gli ascoltava? Lo stesso principio che attenuava la forza delle folgori del Vaticano dovea temperarne l'abuso.
A. D. 1144
L'amore della libertà ha fatto credere che fin dal decimo secolo, e nelle prime lotte che ebbero cogli Ottoni, il Senato e il popolo romano restaurassero la repubblica; che tutti gli anni venissero scelti due Consoli fra i Nobili; che una Magistratura composta di dieci o dodici plebei facesse rivivere il nome e gli uffizj de' tribuni del popolo[196]; ma questo vistoso edifizio al lume della critica si dilegua. In mezzo alle tenebre del medio evo, scorgiamo, è vero, alcuna volta i titoli di Senatore, di Console, o di figlio di Console[197]; ma tali titoli venivano conceduti dagl'Imperatori, avvero i possenti cittadini se li davano da sè medesimi come distintivi del loro grado, della lor dignità[198] e fors'anche delle pretensioni che avevano di derivare da un'origine più pura e patrizia; ma non erano queste che apparenze prive di realtà e di conseguenza, fatte per additare un uomo, e non già un Ordine nel governo[199]. Solamente nel 1144, gli atti della Città incominciarono a contrassegnare le loro date dal risorgimento del Senato, come da un'epoca gloriosa pel popolo romano. L'ambizione di alcuni individui, e l'entusiasmo del popolo diedero affrettatamente forma ad una nuova costituzione; ma nel secolo dodicesimo, non eravi in Roma un antiquario, o un legislatore che fosse in istato di conoscere, e molto meno di ricondurre l'armonia e le proporzioni dell'antico modello. L'assemblea generale di un popolo libero e armato non può spiegarsi che con tumultuose e minaccevoli grida. Egli era ben difficile, che una cieca moltitudine, ignara delle forme e de' vantaggi di un governo ben combinato, adottasse la division regolare di trentacinque tribù, l'equilibrio delle centurie calcolate colle sostanze dei cittadini, le discussioni fra gli oratori degli opposti partiti, il lento metodo de' suffragi, messi ad alta voce, o per via di scrutinio. Arnaldo avea proposto il rinnovellamento dell'Ordine equestre; ma qual poteva essere il motivo, e quale la norma di una simile distinzione?[200] Come assoggettare a calcolo, colla povertà di que' tempi, la quantità necessaria di censo per appartenere alla classe de' Cavalieri? Non si abbisognava più degli uffizj civili, de' giudici e degli appaltatori del fisco; i feudi militari e lo spirito di cavalleria teneano vece più nobilmente del dover primitivo degl'individui dell'Ordine equestre, vale a dire del servigio che, in tempo di guerra, dovean questi prestare a cavallo. La giurisprudenza della repubblica era divenuta inutile, nè vi avea chi la conoscesse. Le nazioni e le famiglie italiane che obbedivano alle leggi della città di Roma, e alle leggi de' Barbari, aveano, senza accorgersene, formato un indigesto codice, ove una debole tradizione e imperfetti fragmenti conservavano la ricordanza delle Pandette di Giustiniano. I Romani avrebbero senza dubbio fatti risorgere colla loro libertà i titoli e gli uffizj de' Consoli, se non avessero fastidito un titolo, di cui tanto prodigalizzarono le città italiane, che finalmente divenne il solo distintivo per indicare gli agenti di commercio ne' paesi stranieri. Quanto ai diritti de' tribuni, il cui nome, formidabile un giorno, bastava ad arrestare i pubblici consigli, questi suppongono, o debbono produrre una democrazia autenticata dalle leggi. Le antiche famiglie patrizie erano suddite dello Stato; i Baroni moderni, i tiranni, i nemici della pace e della tranquillità pubblica, che insultavano il Vicario di Gesù Cristo, non avrebbero rispettato per lungo tempo il carattere d'un magistrato plebeo privo d'armi[201].
Ne fa or di mestieri osservare quegli avvenimenti che nel decorso del secolo dodicesimo, nuova Era per Roma ed epoca di una nuova esistenza, annunziarono o confermarono l'independenza di questa Capitale. 1. Il monte Capitolino, uno de' Sette Colli di Roma[202], è lungo circa quattrocento verghe, largo dugento. Una salita di cento passi conduce alla sommità della rocca Tarpea; salita che era assai più ardua, prima che le rovine degli edifizj ne avessero addolcito il pendio e colmati i precipizj. Fin dai primi secoli, il Campidoglio servì ad uso di tempio durante la pace, di Fortezza nelle stagioni di guerra; i Romani vi sostennero un assedio contro i Galli divenuti padroni della città; ne' tempi delle guerre civili tra Vitellio e Vespasiano[203], questo Santuario dell'Impero fu preso e dato alle fiamme. All'epoca istorica cui son pervenuto, i tempj di Giove e delle Divinità che gli facean corteggio, aveano dato luogo a monasterj e ad edifizj d'altra natura; distrutti intanto, o danneggiati dal tempo vedeansi il grosso muro e i lunghi portici che si scorgevano un giorno sul pendio della collina. Il primo uso che fecero i Romani di lor libertà, fu di fortificare nuovamente il Campidoglio al quale non per questo restituirono l'antica bellezza. Ivi posero la loro armeria, ivi teneano i consigli; e senza dubbio non potevano ascenderlo senza che i cuori i più freddi s'infiammassero alla rimembranza dei loro antenati. 2. I primi Cesari avevano il diritto privilegiato di far battere le monete d'oro e d'argento; cedettero al Senato quello di fabbricar monete di bronzo e di ottone[204], più vasto campo offerto agli emblemi e alle leggende di cui largheggiava l'adulazione, onde i Principi poterono dispensarsi dalla cura di celebrare eglino stessi le proprie virtù. Mostratisi meno ambiziosi dell'adulazione del Senato i successori di Diocleziano, i loro uffiziali ripresero a Roma e nelle province la soprantendenza di tutte le monete, prerogativa ereditata dai Goti che regnarono in Italia, non meno che dalle dinastie greche, francesi, alemanne. Il Senato di Roma ricuperò, nel secolo dodicesimo, questo diritto onorevole e lucroso di battere moneta, diritto che da otto secoli aveva perduto, e al quale sembrava che i Papi avessero rinunziato fin d'allora che Pasquale II portò oltre l'Alpi la sua residenza. Trovansi ne' gabinetti degli Antiquarj alcune di queste medaglie del dodicesimo, o del tredicesimo secolo, battute dalla Repubblica romana, fra le quali una in oro, sopra una faccia della quale è scolpito Gesù Cristo che tiene nella mano sinistra un libro con questa iscrizione: VOTO DEL SENATO E DEL POPOLO ROMANO, ROMA CAPITALE DEL MONDO; sta sulla parte opposta S. Pietro rimettendo la bandiera ad un Senatore in toga che gli è prostrato dinanzi, ed ha vicino a sè uno scudo ove sono scolpiti i nomi del Senatore e le armi di sua famiglia[205]. 3. Col declinare del poter dell'Impero, divenendo minori gli attributi del Prefetto della città, questi era finalmente disceso al grado di un uffiziale municipale: nondimeno rimaneva inappellabilmente in sua mano la giurisdizione civile e criminale; ricevea dai successori di Ottone una spada nuda in che consistevano la forma dell'Investitura a quella carica e l'emblema degli uffizj che le andavan congiunti[206]. Tal dignità non concedevasi che alle nobili famiglie di Roma: il Papa confermava l'elezione del popolo; ma i tre giuramenti, ai quali il nuovo Magistrato obbligavasi, gl'imponevano doveri contraddittorj, che forse lo avranno più d'una volta posto nell'imbarazzo[207]. I Romani divenuti independenti, fecero di meno di questo servo, il quale per così dire non apparteneva loro che per una terza parte, mettendo in vece di lui un patrizio; ma un sì fatto titolo, che Carlomagno non aveva sdegnato, era troppo grande per un cittadino, o per un suddito, onde, cessato il primo fervore della sommossa, acconsentirono senza fatica che fosse nuovamente nominato un Prefetto. Circa un mezzo secolo dopo, Innocenzo III, il più ambizioso, o certamente il più felice de' Pontefici, liberò i Romani e sè stesso da ogni avanzo di sommessione ad un Principe straniero, concedendo al Prefetto l'Investitura, mediante una bandiera e non più una spada, e chiarendolo assoluto da ogni specie di giuramento, o servigio verso gl'Imperatori alemanni[208]. Il governo civile di Roma venne affidato ad un ecclesiastico, o cardinale, o posto sulla strada di divenirlo; ma limitata oltremodo erane la giurisdizione, e nei tempi della libertà di Roma sol dal Senato e dal popolo ricevea le facoltà congiunte colla sua carica. 4. Dopo il risorgimento del Senato[209], i Padri Coscritti, se mi è lecito valermi di un tale vocabolo, vennero insigniti de' poteri legislativo ed esecutivo; ma la lor vista non estendeasi oltre all'orizzonte che li comprendea, e questo orizzonte era per lo più intorbidato dai tumulti e dalle violenze. Allorchè l'Assemblea era compiuta, la componeano in tutto cinquantasei Senatori[210], i primarj de' quali distingueansi col nome di Consiglieri; li nominava il popolo, forse ogn'anno; ma ciascun cittadino non dava il proprio voto che per la scelta degli elettori, de' quali ve ne avea dieci per ciascun rione, o parrocchia; la qual forma presentava ancora la base più salda di una libera costituzione. I Papi che, in questa civile burrasca, trovarono più espediente tenersi al porto per non naufragare, confermarono con un Trattato l'instituzione e i privilegi del Senato; aspettando dal tempo, dalla pace e dall'influsso della religione l'istante di riacquistare il perduto potere. I Romani, mossi talvolta da riguardi di pubblico, o privato interesse, faceano qualche sagrifizio momentaneo delle loro pretensioni, ed era allora che rinovavano il giuramento di fedeltà al successore di S. Pietro e a Costantino, Capo legittimo della Chiesa e della Repubblica[211].
In una città priva di leggi, mancando di unione e vigore i consigli pubblici, dovettero ben tosto i Romani ricorrere ad una forma di amministrazione più semplice e vigorosa. Un solo Magistrato, o due al più, vennero insigniti di tutta l'autorità del Senato, e non rimanendo eglino in carica che sei mesi, o un anno, la breve durata del loro governo contrabbilanciava l'estensione de' loro uffizj; pure i Senatori di Roma profittavano di questi istanti di regno per soddisfare la loro avarizia ed ambizione; per interessi di famiglia, o di parte, prevaricavano nelle loro sentenze; e non gastigando che i proprj nemici, sol fra i partigiani trovarono sommessione. Cotesta anarchia, non più temperata dalle pastorali cure del Vescovo, fece accorti i Romani della loro incapacità a governarsi da sè medesimi, onde cercarono di fuori que' vantaggi che dai proprj concittadini sperare omai non potevano. Nel medesimo tempo, gli stessi motivi indussero la maggior parte delle italiane Repubbliche ad adottare un provvedimento, che comunque possa apparire stravagante, pure era, il più confacevole allo Stato cui si vedeano ridotte[212]; e fu quello di scegliere in una città estranea, purchè fosse confederata, un Magistrato imparziale, di famiglia nobile e d'illibato carattere, guerriero ad un tempo e uomo di Stato, e che unisse a proprio favore i suffragi della fama e della sua patria. Ad un tale uomo delegavano per un determinato intervallo, così in tempo di pace come in tempo di guerra, il Governo. Il Trattato fra il Governatore e la Repubblica che lo chiamava nel proprio seno, veniva corroborato da giuramenti e sottoscrizioni, e in esso regolavansi colla più scrupolosa esattezza i doveri scambievoli de' contraenti, e la durata del potere, e l'ammontare dello stipendio da corrispondersi al Magistrato straniero. Giuravano i cittadini di obbedirgli, come a legittimo loro superiore, egli, di unire all'imparzialità di uno straniero quello zelo che avrebbe potuto pretendersi da un uomo nato in quella patria medesima. Chiamavasi Podestà[213]; e sceglieva egli stesso quattro, o sei Cavalieri o Giureconsulti che lo soccorressero nella guerra e nell'amministrazione della giustizia; il mantenimento della sua casa, ornata siccome convenivasi alla dignità, era a sue spese; non si permetteva nè alla moglie, nè ai figli, nè ai fratelli di lui, de' quali temeasi la prevalenza, d'accompagnarlo. Finchè durava nella Magistratura, non potea comprar poderi, o contrar leghe nel paese governato, nè tampoco accettare inviti in casa di un cittadino. Non sarebbe tornato in patria con onore, se prima non avesse data soddisfazione sulle doglianze che fossero potute sorgere sull'amministrazione da lui sostenuta.
A. D. 1252-1258
In questa guisa tra il 1252, e il 1258, i Romani chiamarono da Bologna italiana il Senatore Brancaleone[214], il cui nome e i pregi ha salvati dall'obblio uno Storico dell'Inghilterra. Sollecito della propria fama, e ben istrutto delle difficoltà che a sì grande carica andavano unite, questo Bolognese ricusò da prima l'onorevole incarico che offerto venivagli; ma arrendutosi finalmente, la durata del suo governo venne determinata a tre anni, nel quale intervallo di tempo, gli statuti della città rimasero sospesi. I colpevoli e i malvagi lo accusavano di crudeltà, il Clero lo sospettò di parzialità; ma gli amici della pace e del buon ordine, ritornati, per opera di questo Magistrato, nel possedimento di tali beni, ne encomiarono la fermezza e la rettitudine. Niun reo fu abbastanza potente per affrontarne la giustizia, o seppe tenersi assai occulto per isfuggirne gli effetti. Morirono per sentenza del medesimo sopra un patibolo due Nobili della famiglia Annibaldi; ad un cenno di Brancaleone, sordo a parziali riguardi, vennero atterrate in Roma e nelle campagne all'intorno cenquaranta torri, asili di masnadieri. Non distinguendo il Papa da un semplice Vescovo, lo costrinse a starsene nella sua diocesi: i nemici di Roma temettero e sperimentarono quanto valessero l'armi di questo Capo. Ma i Romani indegni della felicità che per esso avevano conseguita, pagarono d'ingratitudine i servigi del loro benefattore: eccitati dai ladroni pubblici d'ogni genere, de' quali erasi acquistato l'odio col proteggere la cosa pubblica, lo rimossero dalla carica confinandolo in un carcere, e se ne risparmiarono la vita, fu perchè Bologna avea, per la sicurezza di questa vita, ricevuti mallevadori. Brancaleone, prima di abbandonare la patria, era stato abbastanza antiveggente per pretendere che fossero mandati in ostaggio a Bologna trenta individui delle prime famiglie romane. Seppesi appena il pericolo in cui trovavasi a Roma il Podestà, la moglie di esso richiese che si facesse più severa guardia agli ostaggi; e Bologna, fedele all'onore, le censure pontifizie affrontò; la qual generosa resistenza lasciò il tempo ai Romani di paragonare col passato il presente; e Brancaleone, tratto finalmente dal carcere, venne ricondotto fra le acclamazioni del popolo al Campidoglio. Continuò indi a governare con fermezza e buon successo; talchè quando la morte del medesimo impose silenzio all'invidia, la testa dell'uom preclaro, racchiusa entro prezioso vaso, venne posta ad onore in cima ad una grande colonna di marmo[215].
A. D. 1263-1278
Essendosi ben presto veduto che la ragione e la virtù non avevano bastante forza, i Romani, in vece di assoggettarsi con volontaria obbedienza ad un semplice cittadino, scelsero a Senatore un Principe, che già munito di potere independente, si trovasse in istato di difenderli contra i nemici esterni e contra sè stessi. I lor suffragi si unirono a favore di Carlo d'Angiò (A. D. 1263-1278), Principe il più ambizioso e guerriero del proprio secolo, il quale accettò nel medesimo tempo e il Regno di Napoli offertogli dal Papa, e l'uffizio di Senatore che il popolo romano gli concedeva[216]. Avviandosi egli alla conquista del nuovo Regno, passò per Roma ove ricevette il giuramento di fedeltà dai cittadini; alloggiò nel palagio di Laterano, ed ebbe, durante questo soggiorno, una massima cura di non lasciar conoscere, benchè fortemente espressa in tutti i tratti della vita di questo Sovrano, la sua indole dispotica. Nondimeno egli sperimentò l'incostanza del popolo, che accolse di poi con eguali acclamazioni l'emulo del Principe d'Angiò, il misero Corradino, e i Papi videro con torvo occhio nel principe francese un sì possente rivale della loro supremazia sul Campidoglio. Benchè l'autorità di Senatore gli fosse stata conferita a vita, venne ordinato in appresso che dovrebbe rinovarsene l'Investitura ogni terz'anno; talchè l'inimicizia di Nicolò III potè finalmente costringere il Re di Sicilia a rassegnare il governo di Roma. Questo imperioso Pontefice, mediante una Bolla divenuta indi legge perpetua, pose in campo l'autenticità e la validità della donazione di Costantino, non meno essenziale alla pace di Roma che all'independenza della Chiesa; decretò che il Senatore verrebbe eletto ciascun anno, promulgando incapaci di assumere tale incarico gl'Imperatori, i Re, i Principi, e tutti i personaggi di grado troppo eminente ed illustre[217]. Ma Martino IV, che, nel 1281, sollecitava umilmente i suffragi del popolo per essere eletto Senatore, ritrattò le esclusioni pronunziate dalla Bolla di Nicolò III; onde, a veggente del popolo, e in virtù della popolare autorità, due elettori conferirono, non già al Pontefice, ma al nobile e fedele Martino, la dignità di Senatore e l'amministrazione suprema della Repubblica, vita durante dello stesso Pontefice[218], con diritto di adempirne gli uffizj, o da sè medesimo, se così gli parea, o per via di delegati. Cinquant'anni dopo all'incirca, venne conceduto lo stesso titolo all'Imperatore Lodovico di Baviera, grande conferma per la libertà di Roma, riconosciuta in tal guisa da due Sovrani, che accettarono un uffizio municipale nell'amministrazione della propria loro Metropoli.
A. D. 1144
Allorquando Arnaldo da Brescia avea sollevati gli spiriti contro la Chiesa, i Romani cercarono destramente di cattivarsi, ne' primi istanti della sommossa, la buona grazia dell'Imperatore, e di far valere i proprj meriti e il servigio che venivan prestando alla causa di Cesare. Le dicerie tenute dai loro Ambasciatori a Corrado III e a Federico I, offrono una mescolanza di adulazione e d'orgoglio, di ricordanze venute loro per tradizione e d'ignoranza in cui sulla propria Storia giacevansi[219]. Nell'arringa fatta al primo di questi due Principi (A. D. 1144), dopo alcuni cenni di lagnanza sul silenzio da lui serbato, e sulla poca premura che sembrava ei dimostrasse alla sorte di Roma, lo esortarono a valicar l'Alpi e a venire a ricevere dalle loro mani la Corona imperiale. «Noi supplichiamo la Maestà Vostra, gli dicevano, a non disdegnare la sommessione de' suoi figli e vassalli, e a non ascoltare le accuse de' comuni nostri avversarj che dipingono il Senato siccome il nemico del trono di Vostra Maestà, seminando germi di discordia per raccogliere frutta di distruzione. Sire, il Papa e il Siciliano hanno stretta un'empia lega tra loro; vogliono opporsi alla nostra libertà, e alla vostra coronazione. Il nostro zelo e il nostro coraggio, ne sieno grazie all'Altissimo, hanno respinto finora il lor tentativo. Noi abbiamo prese d'assalto le case e le Fortezze delle famiglie potenti, e soprattutto de' Frangipani, che a questi nostri nemici son dediti. Abbiamo soldati in alcune di queste rocche, altre ne abbiamo spianate. Il Ponte Milvio, che essi aveano rotto, e per opera nostra restaurato e munito, vi offre un varco; il vostro esercito può senza tema di essere molestato, dalla parte di Castel Sant-Angelo, introdursi nella città. In tutto quanto operammo fin qui, e in tutto quanto siamo per operare, non avemmo altro scopo fuor della vostra gloria e del servigio vostro, non dubitando noi che fra poco verrete voi stesso a ricuperare i diritti usurpati dal Clero, a far risorgere l'imperiale Dignità, a superare in rinomanza e splendore tutti i vostri predecessori. Possiate voi fermare la vostra residenza in Roma, nella Capitale del Mondo, dar leggi all'Italia e al Regno teutonico, e imitare Costantino e Giustiniano[220], che mercè il vigore del Senato e del popolo, ottennero lo scettro del Mondo[221]!». Ma queste prospettive luminose e fallaci non sedussero gran fatto Corrado, i cui sguardi a Terra Santa volgevansi, e che poi, reduce dalla Palestina, morì fra poco, e Roma nol vide.
A. D. 1155
Federico, nipote e successore di Corrado (A. D. 1155), apprezzò molto di più l'imperiale Corona, e più assolutamente di tutti i suoi predecessori governò il Regno d'Italia. Circondato da' suoi Principi secolari ed ecclesiastici, diede, nel suo campo di Sutri, udienza agli Ambasciatori di Roma che questo ardito e pomposo discorso gli addrizzarono. «Porgete orecchio alla Regina delle città; venite con intenzioni pacifiche ed amichevoli entro il recinto di Roma; essa ha infranto il giogo del Clero, ed è impaziente di coronare il suo legittimo Imperatore. Possano sotto il vostro felice influsso ritornare gli antichi tempi! Sostenete i diritti della Città Eterna, e fate che pieghi sotto il dominio della medesima l'insolenza degli altri popoli. Non evvi certamente ignoto che, ne' primi secoli, la saggezza del Senato, il valore e la disciplina dell'Ordine equestre, estesero le armi di Roma, vincitrici nell'Oriente e nell'Occidente, al di là dell'Alpi e sulle isole dell'Oceano. I nostri peccati aveano fatto, che, in tempo della lontananza de' nostri Principi, cadesse in dimenticanza il Senato, quella tanto nobile istituzione; onde collo scemare dalla nostra saggezza, la nostra forza scemò. Abbiamo restaurato il Senato e l'Ordine equestre; l'uno consagrerà i suoi consigli, l'altro le sue armi alla vostra persona e al servigio dell'Impero. Non udite voi il linguaggio della città di Roma? Essa vi dice: Voi eravate il mio ospite, vi ho fatto mio cittadino[222]. Eravate straniero di là dall'Alpi, vi ho scelto per mio Sovrano; mi son data a voi; ho posto nelle vostre mani quanto mi apparteneva. Il primo, il più sacro de' vostri doveri, è giurare, sottoscrivere che verserete il vostro sangue per la Repubblica, che manterrete la pace e la giustizia nel seno di essa, che osserverete le leggi della città e le patenti de' vostri predecessori, e che, per dare un compenso ai fedeli vostri Senatori, dai quali verrete acclamato in Campidoglio, sborserete cinquemila libbre d'argento. Finalmente, col nome di Augusto, assumetene anche il carattere». La fastosa eloquenza degli Ambasciatori non s'era ancora sfogata abbastanza, ma Federico impazientitosi della costoro vanità, non li lasciò continuare, e prese con essi il linguaggio d'un monarca e d'un conquistatore. «Il valore di fatto e la saggezza de' primi Romani, così gl'interruppe, furono celebri; ma non trovo la stessa saggezza in questa vostra diceria, e vorrei che nelle vostre azioni si ravvisasse il coraggio di quegli Antichi. Non meno di tutte l'altre cose del Mondo, Roma ha sofferte le vicissitudini del tempo e della fortuna. Le più nobili vostre famiglie sonosi trapiantate nella città regia edificata da Costantino, ed è lungo tempo che i Greci e i Franchi hanno stremato quanto rimanea delle vostre forze e della vostra libertà. Volete voi rivedere l'antica gloria di Roma, la saggezza del Senato e il coraggio de' Cavalieri, la disciplina del campo e il valore delle legioni? troverete tutto ciò nella Repubblica di Alemagna. L'Impero non si partì ignudo e spogliato da Roma. Anche i suoi ornamenti e le sue virtù valicarono l'Alpi, per rifuggirsi presso un popolo che ne è più degno[223]; saranno adoperati a difendervi; ma ne sia prezzo la vostra sommessione. Voi dite che i miei antecessori, od io, fummo chiamati dai Romani. È impropria una tale espressione; non ci hanno chiamati, implorarono la nostra venuta. Carlomagno e Ottone, le cui ceneri riposano su questo suolo, liberarono Roma dai tiranni stranieri e domestici che l'opprimevano, e il lor dominio fu il guiderdone d'avervi liberati. I vostri maggiori vissero, morirono sotto questo dominio. Siete miei, e vi chiedo a titolo di eredità, di cosa che mi appartiene. Chi oserà sottrarvi dalle mie mani? Le braccia de' Franchi e dei Germani son forse indebolite per vecchiezza?[224] Son io vinto? son prigioniero? Non mi vedo fors'io circondato dagli stendardi di un esercito potente e invincibile? Voi imponete condizioni al vostro padrone! voi pretendete giuramenti! se giuste le condizioni, i giuramenti sono superflui; se ingiuste, divengono un delitto. Potete forse dubitare di mia giustizia? Questa si diffonde sopra l'ultimo de' miei sudditi. Dopo avere restituito all'Impero romano il Regno di Danimarca, non saprò io difendere il Campidoglio? Voi prescrivete la misura e l'uso delle mie liberalità! Le spargo, è vero, con profusione; ma sono sempre volontarie. Tutto io concederò al merito rassegnato, tutto ricuserò alla importunità[225]». Non poterono sostenere, nè l'Imperatore queste alte pretensioni di dominio, nè il Senato, le sue pretensioni di libertà. Federico, unitosi al Papa, e divenuto sospetto ai Romani, continuò il suo cammino alla volta del Vaticano; una sortita che i cittadini fecero dal Campidoglio turbò la coronazione; si sparse molto sangue; ma il numero e il valore degli Alemanni trionfarono; pure, ad onta di questa vittoria, Federico non si credette sicuro sotto le mura di una città, della quale s'intitolava Sovrano. Dodici anni dopo, volendo collocare un Antipapa sul trono di S. Pietro, assediò Roma, e dodici galee pisane entrarono nel Tevere; ma artifiziose negoziazioni, e un morbo epidemico che pose gli assedianti a tristo partito, salvarono il Senato ed il popolo, e d'indi in poi, nè Federico, nè i successori di lui, rinovarono sì fatta impresa. I Papi, le Crociate e l'independenza della Lombardia e dell'Alemagna, diedero ad essi cure bastanti. Cercarono anzi in lega i Romani, e fu allora che Federico II presentò il Campidoglio del grande stendardo, detto il Carroccio di Milano[226]. Estinta la Casa di Svevia, gl'Imperatori alemanni vennero confinati di là dall'Alpi, e le loro ultime coronazioni davano a divedere quanto i Cesari Teutonici fossero deboli e rifiniti[227].
Sotto il regno di Adriano, allorchè l'Impero estendeasi dal monte Atlante alle Grampiane colline, uno Storico dotato di grande immaginazione così presentava ai Romani il quadro delle prime loro guerre[228]. «Sora ed Algido, (chi 'l crederebbe?) furono oggetto di terrore; Satrico e Comicolo valsero per due province. Ci vergogniamo di aver combattuto con i Veruli, e coi Bovilli, e sì ne menammo trionfo. Tivoli, ora sobborgo, e Preneste divenuta al presente estiva delizia, si attaccavano offrendosi prima voti al Campidoglio. Tanto riputavasi Fiesole in quel tempo quanto Carra adesso; il bosco Aricino quanto la selva Ercinia; Fregella quanto Gesoriaco; il Tevere quanto l'Eufrate; ed, oh gran, vergogna! l'espugnazione di Coriolo riputata fu di gloria cotanta, che Caio Marcio Coriolano ne assunse il nome, come se debellata si fosse Numanzia, o l'Affrica tutta». Questa antitesi fra il passato e il presente seducea l'orgoglio de' contemporanei di Floro; qual sarebbe stata la loro umiliazione, se avesse potuto ad essi presentare l'immagine dell'avvenire, o vaticinare che dopo dieci secoli, Roma, spogliata d'impero, rinchiusa negli antichi suoi limiti, rincomincerebbe le medesime ostilità su quegli stessi territorj che ne abbellivano le ville e i giardini. Il paese che fiancheggia le due rive del Tevere veniva continuamente preteso siccome Patrimonio di S. Pietro, e posseduto sotto un simile titolo; ma i Baroni allora non conoscevano nè padroni, nè leggi, e le città troppo fedelmente imitavano le sommosse, e le discordie della Metropoli. I Romani de' secoli dodicesimo e tredicesimo si adoperarono senza posa a sottomettere, o distruggere i vassalli ribelli della Chiesa e del Senato; e se alcuna volta il Pontefice moderò le interessate loro mire e la violenza della loro ambizione, sovente ancora gl'incoraggiò col soccorso delle spirituali sue armi. Le picciole loro guerre furono quelle de' primi Consoli, e de' primi Dittatori che venivano tolti all'aratro. Assembratisi in armi alle falde del Campidoglio, uscivano dalla città, saccheggiavano, o ardevano i ricolti de' vicini, faceano tumultuose scaramucce; indi, dopo una spedizione di quindici, o venti giorni, fra le loro mura tornavano. Lunghi e mal condotti erano gli assedj; i vincitori si abbandonavano alle ignobili passioni della gelosia e della vendetta, ed anzichè rendersi più forti coll'amicarsi il nemico vinto, e profittare del suo valore, non pensavano che ad annientarlo. I prigionieri supplicavano per ottenere perdono in camicia e avvinti il collo da una fune; il vincitore intanto atterrava i baloardi e perfino le case delle soggiogate città rivali, e ne sperdea gli abitanti nei villaggi posti all'intorno. Per tal modo, e per un effetto di queste feroci ostilità, vennero successivamente distrutte le città di Porto, di Ostia, di Albano, di Tuscolo, di Preneste e di Tibure[229], o Tivoli, residenze de' Cardinali Vescovi. Porto e Ostia, le due chiavi del Tevere, non si rialzarono più mai[230]; le rive paludose e mal sane di questo fiume son coperte da torme di bufoli; esso è perduto pel commercio e per la navigazione. Le colline che offrivano refrigeranti ricetti contro l'arsura degli ultimi giorni della state, ripresero colla pace la primitiva vaghezza: sorta è Frascati in vicinanza alle rovine di Tuscolo: Tibure, o Tivoli, ha riacquistato il grado di picciola città[231]; e i borghi meno estesi di Albano e di Palestrina dalle ville de' Cardinali e dei Principi romani ricevono abbellimento. La struggitrice ambizione dei Romani fu spesse volte contenuta e repressa dalle città vicine e dai confederati di queste. Nel primo assedio di Tivoli, vennero scacciati dal loro campo; e nell'instituir paragone fra le due epoche di Roma che ora consideriamo, possono venire a raffronto le battaglie di Tuscolo[232] e di Viterbo[233], accadute l'una nel 1167, l'altra nel 1234, e le memorabili giornate del Trasimeno e di Canne. Nella prima di queste picciole guerre, trentamila Romani furono sconfitti da mille uomini di cavalleria alemanna che Federico Barbarossa avea inviati in soccorso di Tuscolo, e stando ai calcoli i più autentici e i più moderati, tremila furono i morti, duemila i prigionieri. Sessant'anni dopo, i Romani marciarono contro Viterbo, città dello Stato ecclesiastico, trovandosi in quella spedizione tutto il nerbo di Roma; e per effetto di una singolar lega, l'Aquila de' Cesari videsi sventolare congiunta alle Chiavi di S. Pietro sugli stendardi d'entrambi gli eserciti; e gli ausiliari del Papa erano comandati da un Conte di Tolosa e da un Vescovo di Winchester. Obbrobriosa fu la sconfitta de' Romani, che perdettero moltissimi di loro gente; se però è vero che il Prelato inglese abbia fatto sommare il numero de' combattenti a centomila, e a trentamila quello de' morti, la sola vanità di pellegrino gli poteva avere suggerita una simile esagerazione. Quand'anche rifabbricando il Campidoglio, fosse stato possibile il far risorgere la politica del Senato e la disciplina delle legioni, tanto era divisa l'Italia, che sarebbe stata lieve impresa il conquistarla per la seconda volta. Ma, ove parlisi di merito militare, i Romani d'allora non valeano più delle repubbliche circonvicine, alle quali erano poi inferiori nell'arti. L'ardor guerriero dei medesimi per breve tempo durava; e se talvolta secondavano qualche impeto di disordinato entusiasmo, ben presto ricadeano nel letargo, divenuto connaturale alla nazione, e trascurate le istituzioni militari, ricorreano per la loro difesa all'umiliante e pericoloso soccorso de' mercenarj stranieri.
L'ambizione è un loglio che cresce di buon'ora e rapidamente nella vigna del Signore[234]; sotto i primi Principi cristiani, la cattedra di S. Pietro veniva disputata dalla venalità e dalla violenza che vanno unite ad una elezione popolare. Il sangue contaminava i Santuarj di Roma, e dal dodicesimo al tredicesimo secolo venne da frequenti scismi turbata la Chiesa. Fintantochè il Magistrato civile pronunziò inappellabilmente su queste dissensioni, il disordine fu passeggiero e locale; fossero giudici del merito il favore, o l'equità, l'emulo escluso non potea impedire, o tardare il trionfo del suo rivale. Ma poichè gl'Imperatori ebbero perdute le antiche loro prerogative, poichè ebbe preso fondamento la massima che il Vicario di Gesù Cristo non può essere chiamato in giudizio da alcun Tribunale della terra, a ciascuna vacanza della Santa Sede, la Cristianità correa rischio di vedersi dilacerata dallo scisma e dalla guerra. Le pretensioni de' Cardinali e del Clero inferiore, de' Nobili e del popolo, vaghe erano e soggette a litigi; la libertà delle elezioni spariva per le sommosse di una città che non conoscea più superiori. Morendo un Pontefice, le due fazioni procedeano, in separate chiese, ad una doppia elezione. Il numero e il peso de' suffragi, l'epoca della cerimonia, il merito de' candidati erano altrettanti argomenti di rissa; i membri più rispettabili del Clero si guerreggiavan fra loro; e i Principi stranieri adoravano la Potenza spirituale senza poter distinguere la divinità vera dall'idolo[235]. Sovente gli stessi Imperatori prestarono occasione agli scismi col volere opporre un Pontefice nemico ad un Pontefice dedicato ai loro interessi. Ciascuno de' competitori sofferiva gli oltraggi de' satelliti del suo rivale, che non erano arrestati da alcuno scrupolo di coscienza nell'inferirli, e si vedea ridotto a comperarsi partigiani coll'appagare l'avarizia degli uni, l'ambizione degli altri. Alessandro III finalmente, nell'anno 1179, instituì un ordine di successione tranquillo e durevole[236], abolendo le elezioni tumultuose del Clero e del popolo, e attribuendo al solo Collegio dei Cardinali il diritto di scegliere il Papa[237]; e il non partecipare di questo privilegio pose ad uno stesso livello i Vescovi, i Sacerdoti ed i Diaconi. Il Clero parrocchiale di Roma ottenne il primo grado nella gerarchia; gli Ecclesiastici de' quali era composto, venivano presi indistintamente da tutte le nazioni della Cristianità; nè i possedimenti de' più ricchi Benefizj e de' Vescovadi più ragguardevoli erano incompatibili col titolo che questi Ecclesiastici ottenevano in Roma, nè cogli uffizj che quivi adempievano. I Senatori della Chiesa cattolica, i Coadiutori e i Legati del sovrano Pontefice, insigniti allora della porpora, simbolo della regia podestà, o del martirio, si pretendevano eguali ai Re; nè, fino ai giorni di Leone X, avendo ecceduto di numero i venti, o i venticinque, questa scarsezza rialzava sempre più la lor dignità. Per questo saggio provvedimento, dissipati gli scandali e le incertezze, rimase sì compiutamente troncata la radice dello scisma, che in un intervallo di sei secoli venne solo una volta il caso di duplice elezione. Accadde però che ad ogni elezione abbisognando due terzi de' suffragi, l'interesse e le passioni de' Cardinali spesse volte la differissero; intervallo di regno independente per essi che lasciava troppo a lungo la Cristianità priva di Capo. Di fatto correano tre anni di sede vacante, allorchè i suffragi si unirono a favore di Gregorio X, il quale volle togliere un sì fatto abuso per l'avvenire (A. D. 1274)[238] pubblicando una Bolla, che dopo avere sofferte varie obbiezioni, venne per ultimo nel Codice delle leggi canoniche registrata. Per essa si concedono nove giorni da impiegarsi nelle esequie del Pontefice defunto, e per dar tempo ai Cardinali assenti di convenire in Roma; nel decimo giorno, a tenore della ridetta Bolla, vengono confinati, con un servente per cadauno, entro una stanza comune, o conclave, non tramezzata da muri, o da tappezzerie, e munita di una sola finestrella, onde introdurre per essa le cose di cui i porporati prigionieri possano abbisognare; tutte le porte dell'edifizio dedicato al conclave vengono chiuse e affidate alla guardia de' Magistrati civili, affinchè non vi sia comunicazione di sorte alcuna fra l'interno e l'esterno; se l'elezione non è accaduta in termine di tre giorni, i Cardinali non possono più sperare pel lor nudrimento che una pietanza la mattina, ed un'altra la sera, e dopo altri dieci giorni trascorsi vengono messi a pane ed acqua, e picciola dose di vino: finchè dura la sede vacante, i Cardinali non possono por mano nelle rendite della Chiesa, nè frammettersi in affari di amministrazione, eccetto in alcuni casi di necessità, che sono rarissimi; ogni sorte di convenzioni e promesse è formalmente nulla fra gli elettori, l'illibatezza de' quali debb'essere guarentita da giuramenti, e sostenuta dalle preci de' Fedeli. Sono state in appresso arrecate diverse modificazioni sopra alcuni articoli il cui rigore appariva inutile quanto molesto; ma il precetto della clausura è rimasto nella sua integrità; onde il motivo della salute e il desiderio di riacquistare la libertà sono un grande impulso ai Cardinali per affrettare un tale momento. L'introduzione però dello scrutinio ha posto sopra le sorde pratiche de' Cardinali[239] uno specioso velo di riguardi di amore del prossimo e di urbanità[240]. In tal modo i Romani vennero privati della facoltà di eleggersi il loro Principe e Vescovo; ma in mezzo alla effervescenza della libertà che credeansi avere riconquistata, non si accorsero di perdere il più essenziale dei privilegi; privilegio che Lodovico di Baviera (A. D. 1328) seguendo le tracce di Ottone il Grande, volle ai medesimi restituire. Dopo alcune negoziazioni coi Magistrati, assembrò i Romani[241] dinanzi alla Chiesa di S. Pietro; nel qual luogo, rimosso dal soglio Giovanni XXII, Papa di Avignone, la scelta del successore di questo Pontefice venne ratificata dal consenso e dall'approvazione del popolo. Con una nuova legge liberamente adottata, fu statuito che il Vescovo di Roma non dimorerebbe mai fuori della città più di tre mesi l'anno, nè se ne allontanerebbe per un intervallo maggiore di due giornate di cammino; passati i quali termini, nè arrendendosi dopo una terza intimazione, sarebbe, come farebbesi con qualsivoglia altro impiegato pubblico, scacciato dalla sua residenza, e spogliato della sua carica[242]. Ma Lodovico non avea posto mente alla propria debolezza e alle opinioni pregiudicate de' tempi ne' quali vivea; fuor del ricinto del campo imperiale, il fantasma di Pontefice da lui fatto non potè ottenere veruna specie di considerazione: i Romani ebbero a vile la propria loro creatura; l'Antipapa implorò il perdono del suo Sovrano legittimo[243]; e questo assalto tentato fuor di tempo contro il privilegiato diritto de' Cardinali, a farlo più fermo giovò.
Se l'elezione de' Pontefici fosse tutte le volte seguita nel Vaticano, non sarebbero stati impunemente violati i diritti del Senato e del popolo; ma i Romani lasciarono cadere in dimenticanza cotali diritti durante l'allontanamento de' successori di Gregorio VII, che non si credettero obbligati a riguardare siccome precetto divino la residenza nella propria città, o diocesi. Men solleciti della cura particolare di questa diocesi, che del Governo universale della Chiesa, non poteano i Papi trovar dilettevole il soggiorno in una città, ove presentavansi continui impacci al loro potere, ove le loro persone a frequenti rischi vedeansi commesse. Laonde, fuggendo le persecuzioni degl'Imperatori e le guerre d'Italia, si rifuggirono, al di là dell'Alpi, nelle ospitali terre della Francia; altre volte per mettersi in sicuro contro le sedizioni di Roma, vissero e morirono in Anagni, in Perugia, in Viterbo, e nelle città circonvicine, ove trascorreano i giorni con maggiore tranquillità. Quando il gregge trovavasi offeso, o impoverito per la lontananza del Pastore, manifestava a questo in tuono imperioso, che S. Pietro avea collocata la propria Cattedra, non in un oscuro villaggio, ma nella Capitale del Mondo; lo minacciavano d'impugnar l'armi per correre a distruggere la città e gli abitanti così arditi per offerirgli ricetto. Allora i Papi obbedivan tremando; e appena giunti in Roma si chiedeva ad essi compenso pei danni derivati dalla lor diserzione; veniva ai medesimi rassegnata la lista delle case rimaste disaffittate, delle derrate che non ebbero spaccio, delle spese dei servi e degli stranieri stipendiati dalla Corte, che non erano tornate a profitto di Roma[244]. Poi dopo che avevano goduto alcuni intervalli di pace, e fors'anche di autorità, venivano da rinascenti sedizioni scacciati, e chiamati di bel nuovo or da imperiose intimazioni, or da rispettose sollecitazioni del Senato. In tali momenti, gli esuli e i fuggitivi, che seguivano la ritirata del Papa, poco scostavansi dalla Metropoli, ove non tardavano a ritornare; ma nel principio del secolo decimoquarto, il trono appostolico fu trasferito, a quanto sembrava per sempre, dalle rive del Tevere a quelle del Rodano, trasmigrazione che potè dirsi un effetto della violenta disputa accaduta fra Bonifazio VIII e il re di Francia[245]. Alle armi spirituali del Papa, la scomunica e l'interdetto (A. D. 1294-1308), vennero contrapposte l'unione de' tre Ordini del Regno e le prerogative della Chiesa gallicana; ma il Papa non potè sottrarsi ad altre armi più reali che Filippo il Bello ebbe il coraggio di adoperare. Standosi Bonifazio in Agnani, senza prevedere il pericolo che lo minacciava, il palagio e la persona di lui vennero assaliti da trecento uomini a cavallo, che Guglielmo di Nogaret, Ministro di Francia, e lo Sciarra-Colonna, Nobile romano, nemici del Papa, avevano posti in campo. Datisi i Cardinali alla fuga, gli abitanti di Agnani dimenticarono la fedeltà e la gratitudine che dovevano al loro Sovrano. Solo ed inerme, l'intrepido Bonifazio, si assise sulla sua scranna, aspettando, ad esempio degli antichi Senatori, il ferro de' Galli. Il Nogaret, estranio al nemico cui mosse guerra, si limitava ad eseguire gli ordini ricevuti dal proprio padrone; e il Colonna soddisfaceva il suo odio personale, opprimendo con ingiurie, e persino con percosse, il Pontefice; in sostanza i duri trattamenti e dell'uno e dell'altro che durarono tutti tre i giorni della cattività di Bonifazio, ne aveano irritata l'ostinazione al punto di mettere la vita di lui in pericolo. Pure questo indugio di cui non saprebbe spiegarsi bene il motivo, ridestando il valore de' partigiani della Chiesa, diede loro il tempo di moversi; talchè il Pontefice potè campare dalle sacrileghe mani che lo teneano in catene. Ma dopo la mortale ferita che il carattere imperioso di cotest'uomo aveva sofferto, non potè più riaversi, e morì a Roma, preso da un impeto di risentimento e di rabbia. Due notabilissimi vizj, l'avarizia e l'orgoglio, disonorarono la memoria di questo Papa; laonde il suo medesimo coraggio, che nella causa della Chiesa fu quello d'un martire, non valse a meritargli l'onore della canonizzazione. «Fu un magnanimo pescatore, dicono le Cronache di quella età, che con accorgimento di volpe s'impadronì del trono appostolico, vi si mantenne con coraggio di lione, vi morì di rabbia a guisa di cane». Gli succedè Benedetto XI, il più mansueto degli uomini, che però, ad onta della sua mansuetudine, scomunicò gli empj emissarj di Filippo il Bello, e mandò sulla città e sulla popolazione d'Agnani spaventevoli maledizioni, delle quali gli spiriti superstiziosi credono scorgere ancora gli effetti[246][247].
A. D. 1140
Morto Benedetto XI, l'accorgimento della fazione francese trionfò della lunga perplessità del Conclave col porre un partito, che la parte contraria indicasse tre Cardinali, fra i quali la prima sarebbe stata obbligata a sceglierne uno nel termine di quaranta giorni; speciosa offesa che venne accettata. L'Arcivescovo di Bordò nemico acerrimo del suo Re e della sua patria, fu primo ad essere posto in lista. Ma conosciuta era l'ambizione di questo porporato; un pronto messaggio avendo fatto inteso il Re che la scelta del Papa stava nelle sue mani, l'Arcivescovo seppe conciliare le voci della sua coscienza colle seduzioni del donativo che venivagli offerto. Le condizioni furono regolate in un parlamento privato; e seguì il tutto con tanta segretezza e celerità, che il Conclave applaudì unanimemente alla elezione dell'Arcivescovo di Bordò, che prese il nome di Clemente V[248]. Ma i Cardinali di entrambe le fazioni ricevettero ben tosto con comune maraviglia il comando di seguire il Pontefice al di là dell'Alpi, e s'accorsero che non doveano più far conto di tornare a Roma. Ne' patti segreti testè menzionati, Clemente V aveva promesso di trasferire la residenza pontificia in Francia, al qual soggiorno per proprio genio propendea. Dopo avere condotta attorno la sua Corte pel Poitou e per la Guascogna, dopo aver rovinate le città ove dimorava, e i conventi che trovava lungo il cammino, pose finalmente il suo domicilio in Avignone[249], rimasta per oltre a settantasette anni[250] la fiorente residenza del Pontefice di Roma e la Metropoli della Cristianità. Da tutte le bande, e per terra, e per mare, e lungo il Rodano, Avignone offre un facile accesso; le province meridionali della Francia non la cedono in bellezza a quelle dell'Italia; il Papa e i Cardinali vi fabbricarono palagi; i tesori della Chiesa condussero ivi ben tosto l'arti del lusso. Già i Vescovi di Roma possedeano la Contea del Venesino,[251] paese popolato e fertile, contiguo ad Avignone. Approfittandosi indi della gioventù e delle angustie in cui trovavasi Giovanna I, Regina di Napoli e Contessa di Provenza, comperarono da essa la Sovranità d'Avignone, che non pagarono più di ottantamila fiorini[252]. All'ombra della francese Monarchia, e in mezzo ad un popolo obbediente, i Papi rinvennero quella esistenza tranquilla e onorevole cui da tanto tempo erano peregrini. Pur l'Italia deplorava la loro lontananza; e Roma, solitaria e povera, dovette chiamarsi pentita di quell'indomabile spirito di libertà, che avea scacciati i successori di S. Pietro dal Vaticano; ma tardo ed inutile diveniva un tal pentimento. Col morire de' vecchi individui del Sacro Collegio, si andava questo a mano a mano empiendo di Cardinali francesi[253], che odiando e tenendo a vile Roma e l'Italia, perpetuarono una sequela di Pontefici tolti in seno di lor nazione, ed anche nella provincia ove risedeano, e affezionati con vincoli indissolubili alla lor patria.
A. D. 1300
I progressi dell'industria aveano formate e arricchite le Repubbliche dell'Italia; il tempo della loro libertà è l'epoca più fiorente per esse della popolazione e dell'agricoltura, delle manifatture e del commercio, e i loro lavori, da prima meccanici, condussero a poco a poco le arti dell'ingegno e del lusso. Ma la situazione di Roma era men favorevole, il suolo men fertile; i suoi abitanti inviliti dall'amore dell'ozio, inebbriati dall'orgoglio, s'immaginavano stoltamente che i tributi de' sudditi dovessero nudrir sempre la Metropoli della Chiesa e dell'Impero. La moltitudine de' pellegrini che visitavano le tombe degli Appostoli seguiva in tal qual modo a mantenere i Romani in simile abbaglio; l'ultimo Legato de' Papi, l'instituzione dell'Anno Santo[254], non fu men utile al popolo che al Clero. Dopo la perdita della Palestina, la beneficenza delle indulgenze plenarie assegnata alle Crociate, divenia priva di scopo, e rimase pel corso di otto anni stagnante il più prezioso tesoro della Chiesa. Bonifazio VIII, ambizioso in uno ed avaro[255], gli aperse un nuovo canale. Egli era istrutto quanto bastava per aver cognizione dei Giuochi Secolari, che sul finire di ciascun secolo si celebravano a Roma. Per esplorare senza pericolo la credulità popolare, venne composta una predica su questo argomento. Dopo sorde vociferazioni ad arte sparse, e dopo aver condotte opportunamente in campo le testimonianze di alcuni vecchi, nel giorno I gennaio del 1300, la chiesa di S. Pietro ringorgò di Fedeli, che gridavano ad alta voce per implorare le indulgenze dell'Anno Santo come era consueta cosa il concederle. Il Pontefice che spiava ed eccitava ad un tempo la devota loro impazienza, si lasciò facilmente persuadere, udite le testimonianze de' vecchi, della giustizia di questa domanda, e pubblicò un'assoluzione plenaria, a favore di tutti i Cattolici, che nel corso di quell'anno, e alla fine di ciascun secolo, visiterebbero umilmente le chiese de' Santi Pietro e Paolo; felice novella che si divulgò ben presto per tutta la Cristianità. Dalle province più vicine dell'Italia sulle prime, indi dalle più rimote contrade, quali erano l'Ungheria e la Brettagna, vidersi sciami di pellegrini che coprivano le strade, sospirosi di ottenere il perdono de' loro peccati, mercè un viaggio, aspro e dispendioso per vero dire, ma che almeno i rischi del servigio militare non offeriva. In mezzo a questo generale entusiasmo, vennero dimenticati tutti i riguardi che il grado o il sesso, la vecchiezza o le infermità potevano meritare, e tal fu la sollecitudine della divozione, che molti individui perirono calpestati per le strade e per le chiese in mezzo alla folla. Non è sì facile calcolare con esattezza il numero de' pellegrini, probabilmente esagerato dal Clero, abile nel diffondere la contagion dell'esempio. Ma uno Storico giudizioso che risedeva a Roma in que' giorni, assicura che durante il giubbileo non si trovarono mai meno di dugentomila stranieri nella città; e un altro testimonio afferma che in tutto l'anno vi concorsero più di due milioni di pellegrini. La più lieve offerta per parte di ciascun individuo avrebbe bastato a somministrare un immenso tesoro: ma due preti, muniti di rastri, non avevano notte e giorno altra faccenda che di raccogliere, senza contarli, i mucchi d'oro e d'argento tributati all'altar di S. Paolo[256]. Fortunatamente era un anno di pace e d'abbondanza, e benchè fossero care le biade ed enormi i prezzi delle osterie e degli alloggiamenti, l'accorto Bonifazio e gli avidi Romani aveano avuta l'antiveggenza di apparecchiare inesausti magazzini di pane e di vino, di carne e di pesce. In una città sfornita di commercio e d'industria, spariscono presto le ricchezze meramente accidentali. La cupidigia e la gelosia della successiva generazione la mossero a chiedere a Clemente VI[257] un secondo Anno Santo senza aspettar la fine del secolo. Il Papa ebbe la pieghevolezza di acconsentire, anche per concedere a Roma un tenue compenso di quanto essa aveva perduto per la traslocazione della Santa Sede; e a fine di non venire accusato di mancare alle leggi de' suoi predecessori, fondò la nuova assoluzione plenaria del 1350 sulla legge mosaica, dalla quale prese il nome di Giubbileo[258]. Si obbedì alla voce del Santo Padre, nè i pellegrini cedettero in numero, zelo e liberalità a quelli del primo Giubbileo. Ma soggiacquero al triplice flagello della guerra, della pestilenza e della fame; ne' castelli dell'Italia non venne rispettato il pudore delle vergini e delle matrone, e i feroci Romani, non più rattenuti dalla presenza del loro Vescovo, spogliarono ed assassinarono un grande numero di stranieri[259]. Vuole, non v'ha dubbio, attribuirsi all'avidità de' Papi l'accorciato intervallo de' Giubbilei, prima di cinquant'anni, poi di trentatre, finalmente di venticinque. La durata però del secondo di questi intervalli aveva avuto per suo ragguaglio il numero degli anni della vita di Gesù Cristo. La profusione delle Indulgenze, il numero dei Fedeli portato via dal Protestantismo, l'indebolimento della superstizione, diminuirono la rendita de' Giubbilei; ciò nondimeno l'ultimo che si è celebrato (il decimonono) fu un anno di gioia e di profitto per li Romani; nè, in ordine a ciò, il sorriso del filosofo turberà il trionfo del Clero e la prosperità di una popolazione[260].
Nell'incominciamento dell'undicesimo secolo, l'Italia vedeasi in preda alla feudale tirannide, gravosa del pari al Sovrano ed al popolo. Le numerose italiane repubbliche, dilatando ben tosto la loro libertà e dominazione nelle campagne circonvicine, vendicarono i diritti della natura umana. Rotta la spada de' Nobili, fatti liberi i loro servi, spianatene le Castella, questi ritornarono in seno alla società, e ripigliate le consuetudini dell'obbedienza, l'ambizione loro agli onori municipali si limitò; nelle orgogliose aristocrazie di Venezia e di Genova ciascun patrizio si mostrò sottomesso alle leggi[261]. Solo il debole e irregolare Governo di Roma non potè domare i suoi figli ribelli, che nella città, e fuor delle mura, disprezzavano l'autorità del Magistrato. Non era più una lotta civile fra i Nobili e i plebei che il Governo dello Stato si contendessero; i Baroni, mantenendo coll'armi la loro independenza, fortificavano i lor palagi e castelli in guisa che potessero reggere ad un assedio; e nelle domestiche loro querele metteano in campo numerose bande di vassalli e di servi. Non li rannodava al loro paese o l'origine, o alcun sentimento di affetto[262]; onde un vero Romano avrebbe respinti lungi da sè questi superbi stranieri che, disdegnando il nome di cittadini, assumeano orgogliosamente il titolo di Principi romani[263]. Per una sequela di oscure rivoluzioni, le famiglie aveano perduti i loro archivj; aboliti erano i soprannomi; il sangue di diverse nazioni mescolato erasi per mille canali all'antico; e i Goti, e i Lombardi, e i Greci, e i Franchi, e i Germani, e i Normanni avevano dal favor del Sovrano ottenuti i più bei possedimenti, siccome un tributo meritato dal valore. È cosa facile da immaginarsi che non altrimenti accader doveano le cose; ma l'innalzamento di una famiglia di Ebrei al grado di Senatori e di Consoli è il solo avvenimento di sì fatto genere, che troviamo in mezzo alla lunga cattività di questi sciagurati proscritti[264]. Sotto il Regno di Leone IX, un ebreo ricco e fornito d'ingegno, abbracciò il Cristianesimo, e ottenne al Sacro Fonte l'onore di cambiare l'antico nome in quello del regnante Pontefice, suo patrino. Pietro figlio del medesimo, avendo mostrato zelo e coraggio nella causa di Gregorio VII, questo Papa gli concedè il governo del Molo d'Adriano, detto indi la Torre di Crescenzio, oggi giorno Castel S. Angelo. Numerosa prole ebbero il padre ed il figlio: le lor ricchezze radunate dall'usura passarono nelle più antiche tra le famiglie romane; e tanto crebbero i parentadi, e il loro influsso, che un nipote del convertito giunse ad assidersi sulla Cattedra di S. Pietro. Sostenuto dalla maggiorità del Clero e del popolo, regnò molti anni sul Vaticano col nome di Anacleto, e l'invilimento del titolo di Antipapa gli derivò soltanto dall'eloquenza di S. Bernardo e dal trionfo d'Innocenzo III. Dopo la caduta e la morte di Anacleto la famiglia di lui non comparisce più nella Storia, nè avvi fra i Nobili moderni chi volesse da ebraica prosapia discendere. Non è mio disegno il dar qui a conoscere le famiglie romane che si estinsero a diverse epoche, o quelle che fino ai nostri giorni sonosi mantenute[265]. La famiglia de' Frangipani, contò Consoli nel risorgimento della Repubblica, e trae il proprio nome dalla generosità ch'essa ebbe di frangere, dividere il suo pane col popolo in tempo di carestia, ricordanza ben più gloriosa che non è quella di avere, siccome i Corsi e i loro aderenti, racchiuso un grosso quarto della città entro il recinto delle proprie fortificazioni. I Savelli, di derivazione, a quanto sembra, sabina hanno mantenuto il lustro dell'antica loro dignità. Trovasi sulle monete de' primi Senatori l'antico soprannome di Capizucchi; i Conti hanno conservati gli onori, non già i dominj de' Conti di Signia; e gli Annibaldi[266] debbono essere stati ben ignoranti, o modesti, se non hanno vantata dagli Eroi di Cartagine la lor discendenza.
Ma nel novero, e forse al di sopra dei Pari e Principi di Roma, fa di mestieri distinguere le famiglie rivali de' Colonna e degli Orsini, la cui Storia particolare forma una parte essenziale degli Annali di Roma moderna.
1. Il nome e le armi de' Colonna[267] hanno dato luogo a molte assai incerte etimologie. In queste ricerche gli Antiquarj e gli Oratori non hanno dimenticate nè la Colonna di Traiano, nè le Colonne d'Ercole, nè quella alla quale Gesù Cristo fu flagellato, nè l'altra luminosa che guidò nel deserto gl'Israeliti. Nel 1104, la Storia incomincia a parlarne la prima volta, e la spiegazione ch'essa offre sul loro nome, ne attesta fin d'allora la potenza e l'antichità. I Colonna aveano provocate le armi di Pasquale coll'impadronirsi di Cavae; possedeano per altro legittimamente i feudi di Zagarola e di Colonna nella Campagna di Roma; ed è probabile che quest'ultima città andasse ornata di qualche alta colonna, avanzo di una casa antica di campagna, o di un tempio[268]. Possedevano ancora una metà della città di Tuscolo, situata in quelle vicinanze, d'onde presumesi la loro discendenza dai Conti di Tuscolo che nel secolo decimo oppressero i Papi. Giusta l'opinione degli stessi Colonna e del Pubblico, traggono essi la propria origine dalle rive del Reno[269]; nè i Sovrani dell'Alemagna sonosi creduti inviliti per un'affinità reale, o favolosa con una Casa, che nelle vicissitudini di sette secoli, ha più volte ottenute le illustrazioni del merito, sempre quelle della fortuna[270]. Verso la fine del secolo decimoterzo, il più possente ramo della medesima era composto d'uno zio e di sei fratelli, tutti chiari nell'armi, o ad ecclesiastiche dignità sollevati. Pietro, l'un d'essi, scelto Senatore di Roma, fu portato sopra carro trionfale al Campidoglio, e da alcune voci salutato col titolo vano di Cesare. Giovanni e Stefano vennero creati Marchesi d'Ancona, e Conti della Romagna da Nicolò IV, tanto propenso alla loro famiglia, che ne trasse origine il ritratto satirico in cui si vede il Pontefice imprigionato entro una Colonna incavata[271]. Dopo la morte di questo Pontefice, s'inimicarono per l'alterigia del lor contegno Bonifazio VIII, il più vendicativo degli uomini. Due Cardinali della ridetta famiglia, l'uno zio dell'altro, essendosi chiariti contrarj all'elezione di Bonifazio, questi perseguì la lor gente coll'armi spirituali e temporali della Santa Sede[272]. Gridò una Crociata contro i suoi personali nemici; i beni dei Colonna vennero confiscati; le truppe di S. Pietro, e quelle delle famiglie nobili, rivali dei Colonna, assediarono le Fortezze che questi tenevano sulle due rive del Tevere; e rovinata Palestrina, o Preneste, primaria loro residenza, passò l'aratro sul terreno, ove fu questa città; il che era emblema di una eterna desolazione. I sei fratelli, spogliati d'onori, banditi, proscritti e ridotti a mentir panni, errarono per l'Europa, esposti ad infiniti pericoli, e sol confortati dalla speranza del ritorno e della vendetta; duplice speranza che dalla Francia fu secondata. Divisarono essi, e condussero a termine la spedizione di Filippo il Bello, e loderei la loro magnanimità, se avessero rispettato il coraggio e l'infortunio del tiranno prigioniero. Annullati gli atti civili di Bonifazio VIII, il popolo romano restituì ai Colonna gli antichi possedimenti e le dignità che aveano perdute. Potrà giudicarsi quanto ricchi eglino fossero dal calcolo delle loro perdite, e queste dedursi dai centomila fiorini d'oro, che vennero ad essi, su i beni de' complici e degli eredi dell'ultimo Papa, conceduti in compenso. I successori di Bonifazio VIII ebbero la prudenza di abolire tutte le censure, e tutti i decreti d'incapacità civile pronunziati contro una Casa, i cui destini vennero fatti più saldi e luminosi da questo stesso passeggiero disastro[273]. Lo Sciarra Colonna diede luminosa prova del suo ardimento nel far prigioniero il Papa ad Agnani; e lungo tempo dopo, quando Lodovico di Baviera venne coronato Imperatore, questo Sovrano, per attestare ai Colonna la sua gratitudine, permise ai medesimi di fregiare d'una Corona reale le armi lor gentilizie. Ma tutti gli altri Colonna superò in merito e rinomanza Stefano, primo di cotal nome, amato e stimato dal Petrarca, siccome eroe superiore al suo secolo, e degno di vivere agli antichi tempi di Roma. La persecuzione e l'esilio ne invigorirono l'ingegno nell'arti della pace e della guerra: vittima della sventura, fu scopo alla pietà, ma in uno al rispetto; la presenza del pericolo era per esso un eccitamento di più a palesare il suo nome che veniva perseguitato, e un dì essendogli chiesto: «Ov'è ora la vostra fortezza?» — «Qui» rispose, portandosi la mano al cuore. Con virtù, eguale sostenne il ritorno della prosperità, e fino all'ultimo de' suoi giorni, per riguardo e ai suoi maggiori e a sè stesso e a i suoi figli, Stefano Colonna fu uno de' personaggi più illustri della Repubblica Romana, o della Corte di Avignone.
2. Gli Orsini vennero da Spoleto[274] nel secolo dodicesimo, chiamati da prima i figli d'Orso, nome di qualche personaggio innalzato a grande dignità, del quale però non sappiamo altra cosa se non che fu il ceppo della famiglia Orsini. Si segnalarono bentosto fra i Nobili di Roma e pel numero e valore de' lor partigiani, e per le munitissime torri che li difendevano, e per le dignità senatorie e cardinalizie di cui molti di essi andarono insigniti, e per due Papi di lor famiglia, Celestino V e Nicolò III[275]. Le ricchezze degli Orsini provano quanto antico sia l'abuso del nepotismo. Celestino vendè, per arricchire i suoi nipoti, il dominio di S. Pietro[276], e Nicolò, che sollecitò per essi regj parentadi, volea fondare a favor loro nuovi Regni nella Lombardia e nella Toscana, e farli a perpetuità padroni della carica di Senatori di Roma. Quanto abbiam detto sulla grandezza dei Colonna porta splendore sopra gli Orsini, stati mai sempre antagonisti dei Colonna, ed eguali in forze, durante la lunga querela che per due secoli e mezzo turbò la Chiesa; querela di cui fu vera cagione la gelosia della preminenza e del potere; ma per procacciare alle loro liti uno specioso pretesto, i Colonna presero il nome di Ghibellini e le parti dell'Impero, gli Orsini quello di Guelfi, e parteggiarono per la Chiesa. L'Aquila e le Chiavi sventolarono su le loro bandiere, e queste due fazioni che si scompartivano fra loro l'Italia, non si diedero mai a più violenti furori, come allor quando era stata da lungo tempo dimenticata l'origine e la natura della loro disputa[277]. Dopo la ritirata de' Papi ad Avignone, si contrastarono, armata mano, il governo della Repubblica; convennero finalmente che in ciascun anno verrebbero eletti due Senatori rivali, perpetuando in tal guisa i mali della discordia. Le particolari nimistà di queste due Case disastrarono le città e le campagne, e la sorte si avvicendò continuamente nel favorire l'armi or di questa, or di quella. Ma niuno era morto sotto il ferro dell'altro fra gl'individui delle due famiglie, allorchè Stefano Colonna il Giovane sorprese e trucidò il più rinomato fra gli Orsini[278]. Non dovè Stefano il suo trionfo che alla violazione di una tregua; ma fu oltre ogni dire vile la vendetta degli Orsini che assassinarono dinanzi alla porta di una chiesa un fanciullo di Casa Colonna e due servi che lo seguivano. Il medesimo Stefano Colonna fu nominato Senatore di Roma per cinque anni, datogli un collega, che non dovea rimanere in carica più di un anno. La Musa del Petrarca abbandonandosi ai voti, o alle speranze del poeta, predisse che il figlio del suo rispettabile Eroe restituirebbe l'antica gloria a Roma e all'Italia; che la giustizia di esso sperderebbe i lupi, i leoni, i serpenti e gli orsi, tutte belve congiurate a rovesciare l'immobile e salda marmorea COLONNA[279].
CAPITOLO LXX.
Carattere del Petrarca e sua coronazione. Libertà e antico governo di Roma risorto per opera del tribuno Rienzi. Virtù e vizj, espulsione e morte di questo tribuno. Partenza dei Papi d'Avignone e loro ritorno a Roma. Grande scisma d'Occidente. Riunione della Chiesa latina. Ultimi sforzi della libertà romana. Statuti di Roma. Istituzione definitiva dello Stato ecclesiastico.
A. D. 1374
I moderni non vedono nel Petrarca[280] che il Cantore italiano di Laura e dell'amore. In questo armonioso Poeta l'Italia ammira, o piuttosto adora, il padre della sua lirica poesia, e l'entusiasmo o l'ostentazione del sentimento ne ripetono i canti o per lo meno il nome. Qualunque essere possa l'opinione di uno straniero, non avendo egli che una nozione superficiale della lingua italiana, dee starsi in ordine a ciò al giudizio di una nazione ragguardevole pe' suoi lumi. Nondimeno oso sperare, o presumo, che gli Italiani non mettano a confronto una serie di Sonetti e di Elegie d'un andamento sempre uniforme e noioso, co' sublimi componimenti dei loro epici Poeti, colla originalità selvaggia del Dante, colle regolari bellezze del Tasso, coll'inesausta varietà dell'inimitabile Ariosto. Mi vedo anche men atto a giudicare sul merito dell'amante, ed eccita in me poco interesse una passione metafisica concetta per una donna tanto vicina al chimerico, che si è dubitato se vi sia stata[281]; sì feconda[282] che mise al Mondo undici figli legittimi,[283] mentre il suo spasimato cantava e disacerbava i suoi amorosi affanni presso alla fontana di Valchiusa[284]. Secondo l'opinione del Petrarca e quella de' più gravi suoi contemporanei, questo amore era un peccato, e i versi che lo celebravano un futile passatempo. Egli dovette ai suoi versi latini e ad alcuni tratti di filosofia e di eloquenza, scritti nel medesimo idioma, la sua fama, di cui non tardarono a risonare la Francia e l'Italia: i suoi amici e discepoli si moltiplicarono in ciascuna città; e comunque il grosso volume delle sue Opere[285] or dorma in pace, dobbiamo nondimeno encomj e gratitudine all'uomo che coll'esempio e coi precetti fece rivivere il gusto e lo studio degli autori del Secolo d'oro. Il Petrarca aspirò dai suoi primi anni alla corona poetica; e dopo avere ottenuti nelle tre facoltà gli onori accademici, ei ricevè anche il grado supremo di maestro, o dottore in poesia[286]. Il titolo di Poeta laureato mantenutosi costantemente, piuttosto per consuetudine che per effetto di vanità alla Corte d'Inghilterra[287] venne inventato dai Cesari della Germania. Nelle provoche di musica dell'Antichità[288], il vincitore otteneva un premio; credeasi che Virgilio e Orazio fossero stati coronati nel Campidoglio; idea che accese la fantasia del Petrarca; fattosi sospiroso di ottenere gli onori medesimi[289], oltrechè il lauro[290] avea per lui un nuovo vezzo venutogli della somiglianza col nome di Laura. Il lauro, e Laura, fattisi scopo degli ardenti suoi voti, crebbero di pregio ai suoi occhi per la difficoltà di ottenerli; ma se la virtù, o la prudenza di Laura rendettero questa inesorabile[291], il Petrarca vinse almeno la ninfa della poesia, e potè vantarsi del primo trionfo. La vanità di questo Poeta non fu per vero delicatissima, poichè ad assicurarsi meglio l'adempimento delle sue brame, celebrò da sè medesimo le proprie fatiche e il buon esito delle medesime; popolare era divenuto il suo nome, i suoi amici s'adoperavano fervorosamente per lui, onde superò finalmente, colla destrezza dell'uom di merito che sa ostentare rassegnazione, le opposizioni pubbliche, o segrete della gelosia, o del pregiudizio. Aveva trentasei anni, quando fu sollecitato di accettare ciò che egli ardentemente agognava; e trovavasi nella sua solitudine di Valchiusa nel giorno in cui ricevette questo solenne invito per parte del Senato di Roma; ed altro simile ne ricevè dall'Università di Parigi. Certamente non era attributo nè della dottrina di una scuola di teologia, nè della ignoranza di una città abbandonata al disordine, il concedere questa Corona immortale, benchè ideale soltanto, che decretano al genio gli omaggi del pubblico e della posterità; ma tal molesta considerazione il Petrarca dal suo animo allontanò. Dopo alcuni momenti d'incertezza e di gioia si risolvè per gli onori che la Metropoli del Mondo offerivagli.
A. D. 1341
La cerimonia della coronazione[292] fu celebrata in Campidoglio sotto gli auspizj di quel supremo Magistrato della Repubblica che del Petrarca era ad un tempo il protettore e l'amico. Vi comparvero dodici giovani patrizj in abito di colore scarlatto, e sei rappresentanti delle primarie famiglie vestiti di verde, che portavano ghirlande di fiori. Appena il Senatore, Conte di Anguillara, collegato coi Colonna, si fu collocato sul trono, facendogli corteggio molti Principi e Nobili, il Petrarca venne chiamato da un araldo, e surse in piede. Dopo avere recitato un discorso sopra un testo di Virgilio e messi voti triplicatamente per la prosperità di Roma, s'inginocchiò innanzi al trono, d'onde il Senatore, ponendogli la Corona sul capo, pronunciò questi pochi detti ben più preziosi di essa: «Tale è la ricompensa del merito». Il popolo esclamò: «Lunga vita al Campidoglio e al Poeta!» Il Petrarca recitando un sonetto a gloria di Roma, fece sfarzo del suo ingegno poetico e d'un animo che sentiva la gratitudine. Trasferitosi il corteggio al Vaticano, Petrarca prostrandosi al Reliquiario di S. Pietro, si tolse dal capo la profana corona poc'anzi ottenuta. Il diploma[293] che venne porto al Petrarca, gli concedea il titolo e i privilegi di Poeta laureato dismessi d'uso da tredici secoli, conferendogli facoltà di portare a suo grado una corona d'alloro, o d'edera, o di mirto, di vestire l'abito di poeta, d'insegnare, disputare, interpretare, comporre in qualunque luogo, e sopra qualunque argomento di letteratura. Tal grazia gli ratificarono il Senato ed il popolo, insignendolo in oltre del carattere di cittadino di Roma, siccome premio allo zelo che per la gloria di cotesta città avea dimostrato; onore d'alto riguardo e da esso ben meritato. Avendo egli attinte negli scritti di Cicerone e di Tito Livio le idee di quegli egregi cittadini vissuti ne' bei tempi della Repubblica, coll'opera di sua ardente immaginazione, arricchivale del calore del sentimento, e ogni sentimento si trasformava in passione. La vista de' Sette Colli e delle maestose loro rovine invigorì queste vivaci impressioni. Prese ad amar sempre più una nazione che dopo averlo coronato, per proprio figlio adottavalo; gratissimo figlio che si mosse a pietà e ad indignazione all'aspetto della povertà e dell'invilimento di Roma; dissimulando i falli de' suoi novelli concittadini, applaudiva con entusiasmo agli ultimi eroi e alle ultime matrone della Repubblica; e trasportato dalle ricordanze del passato, e acceso di speranze sull'avvenire, cercava di velar fino a sè stesso l'obbrobrio de' tempi nei quali vivea. Roma agli occhi suoi era sempre la padrona legittima dell'Universo; il Papa e l'Imperatore, l'uno il Vescovo, l'altro il Generale di Roma, aveano abbandonato il loro posto facendosi lecita una ignominiosa ritirata sulle rive del Rodano e del Danubio; ma la Repubblica, rivestendo le antiche virtù, potea ricuperare l'antica libertà e l'antico dominio. Intantochè, giuoco dell'entusiasmo e della propria eloquenza[294], si abbandonava coll'animo alle luminose chimere che n'erano figlie, una vicissitudine politica, che parve pronta ad avverarsi, venne a rendere attoniti il Petrarca, l'Italia e l'Europa. Imprendo ora a ragionare dell'innalzamento e della caduta del tribuno Rienzi[295]. L'argomento è importante; i materiali in gran numero, e le contemplazioni animate di un bardo, fatto fervoroso del patriottismo[296], ravviveranno il racconto, copioso di circostanze, ma semplice, del Fiorentino[297] e soprattutto del Romano[298] che questa parte di Storia hanno trattata.
In un rione della città abitato solamente da artigiani e da ebrei, il maritaggio di un ostiere con una lavandaia diede vita al liberatore di Roma[299]. Nicola Rienzi Gabrini non potea ricevere da tali genitori nè dignità, nè ricchezze; ma eglino s'imposero sagrifizj per procurargli una liberale educazione, da cui riconobbe e la sua gloria e l'immatura sua morte. Questo giovane plebeo che studiò la storia e l'eloquenza negli scritti di Cicerone, di Seneca, di Tito Livio, di Cesare e di Valerio Massimo, sollevossi per ingegno al di sopra degli eguali e dei contemporanei. Con ardore instancabile interpretava i manoscritti, e le iscrizioni degli antichi marmi, e dilettandosi di traslatarli nella lingua volgare del suo paese, spesse volte si lasciava trasportar sì che esclamava: «Ove sono oggidì que' Romani, ove le loro virtù, la loro giustizia e possanza? Perchè non nacqui io in tempi più felici?[300]». Dovendo la Repubblica inviare alla Corte di Avignone un'ambasceria composta di tre Ordini dello Stato, Rienzi per suo ingegno ed eloquenza fu nominato fra i tredici Deputati de' Comuni. Colà ebbe l'onore di arringare Papa Clemente VI, e il diletto di conversare col Petrarca, ingegno che a quel di Cola si confaceva; ma la povertà e l'umiliazione impacciavano le sue mire ambiziose, onde il patriotta romano vedeasi costretto a vestire un sol abito e a vivere delle elemosine dello spedale. Fosse per giustizia che si volle rendere al merito del medesimo, o aura temporanea di fortuna, si tolse finalmente da quello stato di abbiezione, ottenendo l'impiego di notaio appostolico, d'onde gli derivarono e uno stipendio giornaliero di cinque fiorini d'oro, e più estese ed onorevoli corrispondenze, e la facilità di esporre a pubblico confronto l'illibatezza delle sue parole e delle sue azioni, co' vizj che allor dominavano nello Stato. La sua eloquenza rapida e persuasiva facea grande impressione sulla moltitudine, ognor propensa all'invidia e alla censura. Mortogli un fratello per mano d'assassini, l'impunità di costoro l'infiammò di nuovo ardore, in un tempo in cui era impossibile scusare, o esagerare i disordini pubblici. Sbandite vedeansi dall'interno di Roma l'integrità e la giustizia, che pur d'ogni civile società sono lo scopo. Molti cittadini[301], i quali si sarebbero forse rassegnati agli aggravj che li ferivano soltanto nelle persone, o negli averi, mossi dalla gelosia, ingenita soprattutto ne' Romani, sentivano più d'ogni ingiuria il disdoro bene spesso arrecato al pudore delle lor donne; erano oppressi parimente dall'arroganza dei superbi Nobili e dalla prevaricazione de' Magistrati corrotti; e, giusta gli emblemi allegorici, per più riprese, e in diverse fogge comparsi sopra certe pitture che il Rienzi esponeva a pubblica vista nelle strade e nelle chiese, la sola differenza tra i cani e i serpenti consisteva in ciò che i primi abusavano dell'armi, delle leggi, i secondi. Intanto che la folla attratta dalla curiosità di questi quadri, stavasi contemplandoli, l'oratore pien d'ardimento, e sempre apparecchiato, ne svolgeva il senso, ne applicava la satira, accendea le passioni degli spettatori, e lasciava tralucere una lontana speranza di conforto e di liberazione. I privilegi di Roma, la sovranità di essa, eterna su i proprj Principi e le proprie province, erano, in pubblico e in privato, l'argomento de' suoi discorsi. Un monumento di servitù divenne fra le sue mani un titolo di libertà, uno sprone a ricuperarla; intendo il decreto col quale il Senato concedea amplissime prerogative all'Imperator Vespasiano, inciso sopra una tavola di bronzo, che vedeasi tuttavia nel coro della chiesa di S. Giovanni di Laterano[302]. Il Rienzi convocò, per udire la lettura di un tale decreto, molto numero di plebei e di Nobili, ad accogliere i quali avea fatto preparare un chiuso recinto. Egli vi comparve vestito d'un abito in cui scorgeasi la magnificenza e ad un tempo non so che di mistero; dopo letta e tradotta in volgar lingua questa iscrizione[303], ne fece il comento diffondendosi con fervida eloquenza sull'antica gloria del Senato e del popolo, dai quali ogni specie di poter legittimo derivava. L'indolente ignoranza de' Nobili non permettea loro d'accorgersi ove andassero a ferire queste singolari rimostranze; alcune volte per vero dire, maltrattarono con parole, e sin con percosse, il plebeo che voleva assumere le parti di riformatore; ma spesse volte ancora gli lasciarono la libertà d'intertenere colle sue minacce e predizioni i cittadini che attorno al palazzo Colonna assembravansi; e il moderno Bruto[304] sotto la maschera di pazzo buffone si nascondea. Mentre così comportava di essere scopo alle lor decisioni, la restaurazione del Buono Stato, sua espressione prediletta, compariva a mano a mano al popolo un avvenimento desiderabile, poi possibile, e per ultimo imminente: così preparati gli animi de' plebei ad applaudire al liberatore che veniva loro promesso, vi fu tra essi chi ebbe il coraggio di secondarlo.
A. D. 1374
Una profezia, o piuttosto una intimazione affissa alla porta del tempio di S. Giorgio, fu la prima spiegazione pubblica de' suoi disegni; un'assemblea di cento cittadini, convenuti di notte tempo sul monte Aventino, fu il primo passo verso l'esecuzione di questi disegni. Dopo avere preteso dai cospiratori un giuramento di mantenere il segreto e di aiutarlo, mostrò loro l'importanza dell'impresa e la facilità di condurla a termine: discordi fra loro i Nobili, privi di soccorsi, forti soltanto pel timore che l'immaginaria loro possanza inspirava; congiunti nel popolo il diritto e il potere; bastanti le rendite della Camera Appostolica ad alleggerire la miseria pubblica; l'utile che lo stesso Pontefice avrebbe trovato nel vederli trionfare de' nemici del governo e della libertà. Dopo avere assicurato alla manifestazione delle sue intenzioni l'appoggio di una banda di fedeli partigiani, ordinò loro, a suon di tromba, di essere, senz'armi, nella notte della domane, innanzi alla chiesa di S. Angelo per provvedere alla restaurazione del Buono Stato; fu questa notte impiegata nel far celebrare trenta Messe ad onore dello Spirito Santo. Allo schiarire del giorno uscì della chiesa col capo scoperto, armato di tutto punto, e fiancheggiato da cento cospiratori. Il Vicario del Pontefice, semplice Vescovo di Orvieto, indotto a sostenere una parte in questa singolare cerimonia, camminava alla destra del Rienzi, dinanzi al quale venivano portati tre stendardi, emblemi dei disegni de' congiurati. L'un d'essi stendardi, detto la bandiera della Libertà, rappresentava Roma, che, seduta sopra due lioni, tenea in una mano una palma, nell'altra un globo; sul secondo stendardo, bandiera della Giustizia, vedeasi S. Paolo colla spada sguainata; sul terzo, S. Pietro colle chiavi della Concordia e della Pace. Incoraggiavano il Rienzi gli applausi d'una innumerabile folla che intendea poco il significato di tutto questo apparecchio, ma datasi cionnullameno a grandi speranze: la processione si condusse lentamente dal Castel Sant'Angelo al Campidoglio. Nondimeno alcuni interni moti che il Rienzi si sforzava nascondere, non permetteano all'animo suo di darsi con piena tranquillità al sentimento del suo trionfo. Asceso, senza incontrare ostacoli e con apparente fiducia, sulla rocca della Repubblica, dall'alto del balcone arringò il popolo, che ne confermò gli atti e le leggi nel modo per lui il più lusinghiero. I Nobili, come se stati fossero sforniti di armi, e inabili a prendere verun partito, rimasero spettatori costernati e silenziosi di questa stravagante sommossa, per la quale era stato ad arte scelto il momento, in cui Stefano Colonna, il più formidabile di tutti i Nobili, dimorava fuori di Roma. Al primo sentore delle accadute cose, vi ritornò, e standosi nel suo palagio, ostentò di sprezzare questo movimento popolare, facendo noto al Deputato del Rienzi, che a proprio bell'agio avrebbe fatto gettar giù dalle finestre del Campidoglio il pazzo, dal quale quell'ambasceria gli veniva. Immantinente sonò a stormo la grande campana; e fu tanto rapida la sollevazione, e tanto incalzante il pericolo, che Stefano Colonna raggiunse a precipizio il sobborgo S. Lorenzo, d'onde, dopo avere preso fiato un istante, si allontanò, sempre colla medesima sollecitudine, fintantochè si vedesse in sicuro nel suo Castello di Palestrina, ove in appresso rampognò sè medesimo di poca antiveggenza, per non avere spenta la prima scintilla di un sì formidabile incendio. Dal Campidoglio emanò una intimazione generale e perentoria a tutti i Nobili, perchè si ritirassero tranquillamente ne' loro dominj; questi obbedirono, e la loro partenza assicurò la tranquillità di Roma, che sol cittadini liberi, ed obbedienti al nuovo ordine di cose, omai racchiudea.
Ma una sommessione volontaria coi primi trasporti dell'entusiasmo dileguasi, onde il Rienzi conobbe quanto gli rilevasse giustificare la sua usurpazione col darle forme regolari, e mediante un titolo legale sancirla. Dipendea dalla sua volontà che il popolo grato, ed ebbro del riacquistato uso del potere, accumulasse sopra di lui i titoli di Senatore e di Console, d'Imperatore e di Re; ma preferì l'antico e modesto nome di tribuno; sacro titolo del quale la protezione delle Comuni formava l'essenza: quell'ignorante plebe poi non sapea che il tribunato non avea mai conferito il diritto di partecipare al potere legislativo, o esecutivo della Repubblica. Col nome pertanto di tribuno, il Rienzi, acconsentendo i Romani, pubblicò salutarissimi regolamenti per la restaurazione e il mantenimento del Buono Stato. Conforme ai voti della onestà e della inesperienza, fu promulgata una legge per terminare entro quindici giorni tutte le cause civili. La frequenza in que' giorni degli spergiuri, e i gravi danni che ne derivavano, giustificano forse un'altra legge che puniva il calunniatore, o il testimonio falso, colla medesima pena cui sarebbe soggiaciuto, se colpevole, l'accusato. Il legislatore può vedersi costretto dai disordinamenti politici del tempo a percotere con pena capitale tutti gli omicidj, a prescrivere il taglione per qualsisia ingiuria. Non essendovi da sperare una buona amministrazione della giustizia che dopo avere abolita la tirannide de' Nobili, fu stabilito, che niuno, eccetto il supremo Magistrato, non avrebbe il possesso, o il comando delle porte, de' ponti, o delle torri dello Stato; che niun presidio particolare verrebbe introdotto nelle città o castella del territorio romano; che niun privato avrebbe il dritto di portar armi, o di fortificar la sua casa, nè in città, nè in campagna; che i Baroni sarebbero eglino stessi mallevadori della sicurezza delle pubbliche strade, e dello spaccio libero delle derrate; che ogni protezione conceduta ai malfattori ed ai ladri verrebbe punita con una menda di mille marchi d'argento. Inutili però e ridicoli sarebbero stati questi regolamenti, se non gli avesse sostenuti una forza capace di tenere a freno la licenza de' Nobili. Al primo momento di sospetto, la campana del Campidoglio potea mettere in armi più di ventimila volontarj; ma il tribuno e le leggi abbisognavano d'una forza più regolare e più stabile. In ciascun porto della costa, venne collocato un naviglio incaricato di proteggere il commercio. I tredici rioni della città somministrarono, vestirono, e pagarono a proprie spese una milizia permanente di trecensessanta uomini a cavallo, e di mille trecento fantaccini; e già si ravvisa lo spirito delle repubbliche nel donativo di cento fiorini, assegnato con decreto, come testimonianza dì pubblica gratitudine agli eredi de' militari che pel servigio dello Stato avessero perduta la vita. Senza timore di comparire sacrilego, il Rienzi adoperò le rendite della Camera Appostolica alla pubblica difesa, alla istituzione di pubblici granai, al sollievo delle vedove, degli orfani, e de' conventi poveri. L'imposta sui fuochi, l'altra sul sale, e l'altra sulle dogane, produceano ciascuna centomila fiorini annuali[305]; gli è forza credere che gli abusi fossero giunti al massimo eccesso, se, come vien detto, la giudiziosa assegnatezza del tribuno triplicò, in quattro, o cinque mesi, la rendita della tassa sul sale. Dopo avere così riordinate le forze e le rendite della Repubblica, il Rienzi intimò ai Nobili, che ne' solitarj loro castelli continuavano tuttavia a godere independenza, di trasferirsi al Campidoglio, per prestare ivi giuramento di fedeltà al nuovo Governo, e di sommessione alle leggi del Buono Stato. Temettero questi per la loro sicurezza, ma ben sentendo che un rifiuto sarebbe stato anche più pericoloso dell'obbedienza, i Principi, e i Baroni ritornarono a Roma, e come semplici e pacifici cittadini rientrarono nelle proprie case. I Colonna, gli Orsini, i Savelli, e i Frangipani si videro confusi dinanzi al tribunal d'un plebeo, di quel vil buffone che aveano sì spesse volte deriso, alla quale umiliazione aggiugneasi la rabbia di dover celare, senza averne la forza, l'interno dispetto. Egual giuramento fu pronunziato a mano a mano dalle diverse classi della società, dal Clero e dagli agiati cittadini, dai giudici e dai notai, dai mercanti e dagli artigiani. L'ardore e la sincerità delle giurate cose, vie più manifestavasi a proporzione dell'avvicinarsi alle ultimi classi. Tutti giurarono di vivere e di morire in seno della Repubblica e della Chiesa, l'interesse della quale il Tribuno ebbe l'arte di collegare al proprio, chiamando per formalità suo collega nella carica il Vescovo d'Orvieto, Vicario del Papa. Gloriavasi il Rienzi di avere liberati il trono e il Patrimonio di S. Pietro da un'aristocrazia di ribelli, e Clemente VI, rallegrandosi per allora di vedere depressi i Nobili, mostrava di credere alle manifestazioni d'affetto che gli venivano per parte del Riformatore, di averne per accetti i servigi e di confermare la podestà che il popolo gli avea conferita. Un intensissimo zelo per la purezza della Fede animava le parole, e forse il cuore del Rienzi; lasciò credere accortamente che lo Spirito Santo lo avesse incaricato di una missione soprannaturale, condannò a gravi multe pecuniarie coloro che non adempirebbero il dovere annuale della Confessione e della Comunione, si diede con opera indefessa e vigorosa a mantenere la felicità spirituale e temporale del fedele suo popolo[306].
Non si è forse mostrata giammai con tanto vigore la forza del carattere di un sol uomo, come nel subitaneo cambiamento politico, benchè passeggiero, che il tribuno Rienzi operò. Egli sottomise un covazzo di banditti alla disciplina d'un esercito, o d'un convento; paziente nell'ascoltare, pronto nel render giustizia, inesorabile nelle punizioni. Facilmente poteano avvicinarsi a lui il povero e lo straniero. Nè la nascita, nè le dignità, nè le immunità della Chiesa valevano a salvare un reo, o i complici del reo. Aboliti in Roma gli edifizj privilegiati, e tutti quegli asili che impacciavano ne' loro atti gli ufiziali della giustizia, adoperò il ferro e il legno de' distrutti cancelli alle fortificazioni del Campidoglio. Il vecchio padre dei Colonna, che avea nel proprio palagio dato asilo a un colpevole, soggiacque al duplice obbrobrio di averlo voluto salvare e di fare scorgere la sua impotenza. In vicinanza di Capranica erano stati rubati un mulo e un vaso d'olio. Il Signor del Cantone, che apparteneva alla famiglia Orsini, fu condannato a pagare il valore del mulo e dell'olio, ed inoltre un'ammenda di cinquecento fiorini, per non avere mantenuta ben difesa la strada; nè la persona de' Baroni, meglio delle lor case o terre, sottraevasi al rigor delle leggi. O fosse caso, o il facesse ad arte, Rienzi usava eguale severità ai Capi delle opposte fazioni. Pietro Agapito Colonna, stato Senatore di Roma, fu arrestato in mezzo alla strada per un'ingiustizia commessa, o per debiti; e Martino degli Orsini che ad altri atti di violenza e rapina aggiunse quello di predare un naviglio naufragato alla foce del Tevere, dovette riparare colla sua morte l'oltraggio fatto alla pubblica giustizia[307]. Nè il nome di lui, nè la porpora di due zii Cardinali, nè un maritaggio di recente contratto, nè lo stato di convalescenza, in cui trovavasi dopo una mortale infermità, furono circostanze atte a smovere l'inflessibile Tribuno, che volendo dare un esempio, avea scelta già la sua vittima. I pubblici ufiziali strapparono dal suo palagio e dal suo letto nuziale Martino; breve ne fu il processo, e fuor d'ogni dubbio apparve l'evidenza dei commessi delitti; la squilla del Campidoglio adunò il popolo; il reo, spogliato del suo manto, ginocchione, e colle mani legate dietro la schiena, ascoltò la sua sentenza di morte; poscia, concedutigli brevi momenti per confessarsi, venne condotto al patibolo. D'indi in poi, qualunque reo, perdendo ogni speranza di evitare il castigo, quanti eranvi scellerati, partigiani del disordine e oziosi, purificarono colla loro fuga i recinti e il territorio di Roma. «Allora, dice il Fortifiocca, le foreste si allegrarono per non essere più dai masnadieri infestate; i buoi ripigliarono i lavori dell'agricoltura; i pellegrini tornarono a visitare le chiese; le strade maestre e i pubblici alberghi si empierono di viaggiatori; il commercio, l'abbondanza, la buona fede ricomparvero ne' mercati, talchè una borsa piena di oro poteasi lasciar con sicurezza in mezzo ad una strada la più frequentata». Quando i sudditi non hanno motivo di temere per le proprie vite e sostanze l'industria e le ricchezze che la compensano, risorgono ben tosto di per sè stesse. Roma si manteneva sempre le Metropoli del Mondo cristiano, e gli stranieri che dalla felice amministrazione del Tribuno erano stati protetti, ne magnificavano per ogni dove la fortuna e la gloria.
Incoraggiato dal buon successo de' primi divisamenti, il Rienzi concepì un'idea anche più vasta, ma forse chimerica di per sè stessa; quella di unire i diversi Stati dell'Italia, fossero principati, o città libere, in una Repubblica federale, in cui Roma tenesse, come altre volte, e giustamente, il primo grado. Non meno eloquente negli scritti che ne' discorsi, incaricò di numerose sue lettere diversi messaggieri fedeli e solleciti, che portando in mano un bianco bastone, attraversavano i boschi e le montagne, e venivano, anche presso i paesi nemici, riguardati com'uomini insigniti del sacro carattere di ambasciatori. Fosse adulazione, o verità, raccontarono, tornando dal loro viaggio, di aver trovati gli orli delle strade piene di prostrate turbe, che imploravano al loro cammino un buon successo dal Cielo. Se le passioni fossero state capaci di ascoltar la ragione, se l'interesse pubblico avesse potuto trionfare del privato, certamente l'Italia confederata e retta da un Tribunale supremo, si sarebbe riavuta dai mali che le sue discordie intestine le aveano apportati, e avrebbe chiuse le Alpi ai Barbari del Settentrione. Ma l'epoca favorevole ad una tale unione era trascorsa; e se Venezia, Firenze, Siena, Perugia, e alcune città di minor ordine offersero al Buono Stato la vita e le sostanze de' lor cittadini, i tiranni della Lombardia e della Toscana non poteano che disprezzare, o abborrire il plebeo che era pervenuto a fondare una libera costituzione. Però le risposte che vennero e dalle une e dalle altri parti d'Italia, abbondavano di manifestazioni di amicizia e di riguardo al Tribuno. Nè andò guari che il Rienzi ricevè gli ambasciatori dei Principi e delle Repubbliche, e in mezzo a tanto concorso di stranieri, e con tutti quelli coi quali o per affari, o per piacere conversò il notaio plebeo, seppe mantenere il contegno or maestoso, or nobilmente affabile che ad un Sovrano si addice[308]. L'istante più glorioso del suo regno si fu allor quando Luigi, Re d'Ungheria, invocò la giustizia del Tribuno contro la cognata, Giovanna, Regina di Napoli, accusata di aver commesso al capestro il marito[309]. Il processo di questa Sovrana venne solennemente a Roma agitato; ma dopo avere uditi gli avvocati d'ambe le parti[310], il Rienzi ebbe il senno di differire ad altro tempo la decisione di un sì alto affare, che la spada dell'Ungarese non tardò poi a conchiudere. Oltre le Alpi, e soprattutto ad Avignone, questo grande cambiamento di cose eccitò curiosità, sorpresa ed applausi. Rammentando che il Petrarca era vissuto in intrinsechezza col Rienzi, e lo avea fors'anche confortato co' suoi consigli, non troveremo cosa maravigliosa, se gli scritti pubblicati dal Poeta in que' giorni spirano per ogni dove ardore di patriottismo e di gioia; il rispetto ch'egli professava al Pontefice, la gratitudine che doveva ai Colonna, sparvero a fronte de' più sacri obblighi di cittadino. Il Poeta laureato del Campidoglio approva la sommossa, ne applaudisce l'Eroe, e in mezzo ad alcuni suggerimenti, e ad alcune paure che trapelano nella sua Epistola hortatoria, annunzia alla Repubblica belle speranze di una grandezza eterna, e sempre più luminosa[311].
Intantochè il Petrarca alle sue visioni profetiche si abbandonava, rapidamente declinavano la fama e il poter del suo Eroe. Il popolo che avea contemplata ammirando l'ascensione della meteora, incominciava ad accorgersi delle irregolarità che essa dava a diveder nel cammino, e delle ombre che spesse volte ne oscuravano lo splendore. Più eloquente che giudizioso, più intraprendente che risoluto, il Rienzi non assoggettava, quanto avrebbe dovuto, le facoltà della sua mente all'impero della ragione, ed esagerava sempre in proporzione decupla a sè medesimo e gli argomenti della speranza e que' del timore; onde la prudenza che non avrebbe di per sè sola bastato ad innalzarlo a sì alto grado, non si prese cura di mantenervelo. Giunto all'apice della grandezza, le sue buone qualità presero insensibilmente l'indole di que' vizj che confinano con ciascuna virtù.
La giustizia di lui tralignò in crudeltà, la liberalità in profusione, il desiderio di fama in ostentazione e vanità puerile. Egli avrebbe dovuto non ignorare che i primi Tribuni, tanto forti e sacri nella pubblica opinione, non diversi nel tuono, nelle vesti, nel contegno da un qualunque altro plebeo, da questo si distinguevano solo allora, che adempiendo gli atti del proprio ufizio, trascorreano la città a piedi, accompagnati da un solo viator, o sergente[312]. Si sarebbero sdegnati i Gracchi, o forse non avrebbero frenate le risa in veggendo il lor successore attribuirsi i predicati di SEVERO E MISERICORDIOSO, LIBERATORE DI ROMA, DIFENSORE DELL'ITALIA[313], AMICO DEL GENERE UMANO, DELLA LIBERTÀ', DELLA PACE E DELLA GIUSTIZIA; TRIBUNO AUGUSTO. Con un apparecchio teatrale il Rienzi avea preparato il cambiamento politico della sua patria; ma di poi, abbandonatosi al lusso e all'orgoglio, abusò della politica massima che consiglia di parlare ad un tempo agli occhi e all'animo della moltitudine. Avea ricevuti tutti i doni esterni dalla natura[314]; ma l'intemperanza col farlo divenire troppo pingue, lo sformò; sol con una gravità e severità ostentate correggea in pubblico la sua propensione al riso smodato. Vestiva, almeno ne' giorni di gala, un abito di velluto, o di raso di varj colori, foderato di pelliccia e ricamato d'oro: il bastone della sua magistratura che tenea in mano, era uno scettro d'acciaio tratto ad estrema pulitura, sormontato da un globo e da una Croce d'oro, che racchiudeva un pezzetto della vera Croce. Allorchè trascorrea la città, od assisteva ad una processione, cavalcava un bianco palafreno, simbolo del Governo regio; gli sventolava sopra la testa il grande stendardo della Repubblica, su di cui erano dipinti il Sole in mezzo ad un campo di stelle, una colomba e un ramo d'olivo; gettava alla plebe piastre d'oro e d'argento; cinquanta guardie armate di labarde lo circondavano; lo precedea uno squadrone di cavalleria fornito di timballi e di trombe d'argento massiccio.
A. D. 1347
Il desiderio che manifestò di ottenere il grado di Cavaliere[315] diede solennità all'abbiezione de' suoi natali, e invilì la dignità del suo ufizio; oltrechè, col farsi armar cavaliere, divenne ad un tempo odioso ai Nobili, fra i quali prendeva sede, e ai plebei che da lui si vedevano abbandonati. Per una tal cerimonia, che dissipò le somme che rimaneano nell'erario, fu posto in opera tutto quanto il lusso e le arti di quella età potevano somministrare. Partitosi dal Campidoglio il corteggio, si trasferì al palagio di Laterano, trovando per tutto il cammino e decorazioni, e giuochi che ne festeggiavano il passaggio; l'Ordine civile e il militare marciavano, ciascuno, sotto le proprie bandiere; le matrone romane accompagnavano la moglie del Tribuno, e gli Ambasciatori de' diversi Stati dell'Italia, presenti alla cerimonia, dovettero certamente applaudire in pubblico, e deridere in loro cuore, una pompa tanto nuova e bizzarra. Giunto la sera alla Chiesa e al palagio di Costantino, congedò, ringraziandola la numerosa sua comitiva, e la invitò per la festa della domane. Ricevette l'Ordine dello Spirito Santo da un vecchio Cavaliere dopo la purificazione nel bagno. Nel compiere questa cerimonia, più che con ogn'altro suo atto, il Tribuno disgustò e venne in ira ai Romani per essersi valso dal vaso di porfido, d'onde, giusta una ridicola tradizione, Costantino avea per opera del Pontefice Silvestro ricevuto il risanamento dalla lebbra che lo affliggea[316]. Osò indi vegliare, o piuttosto dormire, nel recinto sacro del battistero; ed un caso fortuito avendo fatto cadere il suo letto solenne, venne tratto da ciò il presagio della sua vicina caduta. Nel seguente giorno, allorchè i Fedeli si adunavano per le cerimonie del culto, si mostrò alla folla in maestoso atteggiamento, vestito di porpora, colla spada e cogli speroni d'oro. Giuntane ad estremo grado la stoltezza e l'audacia, interruppe i Santi Misteri, alzandosi dal trono, e fatti alcuni passi verso l'Assemblea, ad alta voce gridò. «Noi intimiamo al Pontefice Clemente di comparire al nostro Tribunale; gli comandiamo di risedere nella sua diocesi di Roma; la stessa intimazione di presentarsi dinanzi a noi volgiamo al Collegio de' Cardinali[317], e ai due pretendenti Carlo e Lodovico di Baviera, che si arrogano i titoli d'Imperatori; ordiniamo parimente a tutti gli Elettori dell'Alemagna che c'instruiscano con qual pretesto hanno usurpato il diritto inalienabile del popolo romano, solo, antico e legittimo Sovrano dell'Impero[318]». Sguainò indi la sua spada, vergine ancora, l'agitò per tre riprese verso le tre parti del Mondo, e nel delirio che lo avea preso, per tre volte esclamò: «E ciò ancor mi appartiene». Il Vescovo di Orvieto, Vicario del Papa, voleva adoperarsi ad arrestare il corso di tutte queste pazzie; ma una musica guerresca soffocava le sue deboli proteste; nè osò autenticarle col togliersi dall'Assemblea; ma anzi terminata la cerimonia, pranzò col suo collega Rienzi ad una tavola, fino a quel dì riservata pel solo Pontefice. Fu apparecchiato un banchetto sullo stile delle mense di cui un giorno i Cesari soleano presentare i Romani. Gli appartamenti, i portici, i cortili del palagio di Laterano vedeansi tutti ingombrati da tavole per gli uomini e per le donne di ogni grado: un torrente di vino sgorgava dalle narici del cavallo di bronzo che portava la statua del fondatore di Costantinopoli, e se d'alcuna cosa difettava quel convito, difettava sol d'acqua: le cure presesi per il buon ordine e la paura tennero in freno la popolare licenza. Venne indi assegnato il giorno per l'incoronazione di Rienzi[319]. I più ragguardevoli personaggi del Clero romano gli posero, l'un dopo l'altro, sul capo sette corone di differenti metalli, che rappresentavano i Sette Doni dello Spirito Santo: in tal guisa s'avvisava il Rienzi di seguir l'esempio degli antichi tribuni! Spettacoli così straordinarj ingannavano, o lusingavano il popolo, che nella soddisfatta vanità del suo Capo credea soddisfatta la propria. Ma poichè anche nella vita privata, si stolse dalle leggi della frugalità e dell'astinenza, i plebei che sopportato aveano con pazienza il fasto de' Nobili, quello del loro eguale mal tollerarono. La moglie, il figlio, lo zio del Rienzi, barbiere di professione, serbando nondimeno ignobili modi, aveano aperte case da Principi.
Così un semplice cittadino descrive in tuono compassionevole, e forse con qualche compiacenza, l'umiliazione dei Baroni di Roma: «Comparivano innanzi al Tribuno col capo scoperto, e colle braccia incrocicchiate sul petto, e cogli occhi bassi; e oh come tremavano![320]». Fintantochè il Rienzi contenne unicamente col freno della giustizia la popolazione, fintantochè le sue leggi parvero essere quelle del popolo romano, la coscienza costringeva i Nobili ad apprezzare quell'uomo, che detestavano per orgoglio e per interesse; ma quando le stranezze del Tribuno fecero sì ch'essi aggiugnessero all'odio il disprezzo, concepirono la speranza di abbattere un potere, che non era più con egual vigore dalla confidenza pubblica sostenuto. La comune sventura ridusse per qualche tempo al silenzio la nimistà dei Colonna e degli Orsini, che si unirono co' loro voti contra il Rienzi, e forse combinarono insieme i divisamenti per perderlo. Venne in questo mezzo arrestato un masnadiere che aveva attentato contro la vita del Tribuno; e, posto alla tortura, accusò i Nobili, come suoi instigatori. Dacchè il Rienzi incominciò a meritarsi il destino de' tiranni, ne prese parimente le massime e le paure. Nello stesso giorno per tanto chiamò, sotto diversi pretesti al Campidoglio, i suoi principali nemici, tra i quali si noveravano cinque individui della famiglia Orsini, e tre della Colonna; ma in vece di trovarsi invitati ad un consiglio, o ad una festa, si videro tenuti prigionieri sotto la spada del dispotismo, o della giustizia; onde, o innocenti, o colpevoli, il timore per loro dovette essere eguale. Lo squillo della maggiore campana avendo adunato il popolo, vennero accusati di una cospirazione contro la vita del Tribuno; e benchè vi fosse fra i Romani chi deplorava la sciagura dei prigionieri, un solo non ardì di sollevare una mano, nemmeno una voce, per sottrarre al pericolo che le minacciava le teste dei primi Nobili di Roma. La disperazione sosteneva in essi l'apparenza del coraggio; eglino trascorsero fra le angosce in separate stanze la notte, e il venerabile Eroe dei Colonna, Stefano, picchiando alla porta del suo carcere, supplicò per più riprese le sentinelle perchè con una sollecita morte da sì indegna schiavitù il liberassero. L'arrivo di un confessore e il tintinnìo di una campana finalmente fecero ad essi manifesto il loro destino. Il salone del Campidoglio, preparato all'uopo del sanguinoso spettacolo, vedeasi tappezzato a rosso e a bianco. Cupa e severa mostravasi la fisonomia del Tribuno; stavano apparecchiati colle scuri in mano i carnefici; lo strepito delle trombe soffocava gli accenti che i Baroni condannati avrebbero voluto volgere ai circostanti; ma in un momento sì decisivo, lo stesso Rienzi non era men perplesso ed inquieto de' suoi prigionieri: temea lo splendore dei loro nomi, il risentimento delle famiglie, l'incostanza del popolo, i rimproveri dell'Universo; laonde, dopo avere arrecato ad essi mortale oltraggio, potè entrare in lui la speranza chimerica, che, perdonando, avrebbe ottenuto a sua volta perdono; e pronunziò un'elaborata diceria assumendo il tuono di cristiano e di supplichevole; chiamando sè umile ministro dei Corpi comunali, si fece ad intercedere da questi suoi padroni la grazia de' Nobili rei, offerendo la propria fede ed autorità, quali mallevadori della buona condotta che tenuta avrebbero per l'avvenire. «Se la clemenza de' Romani vi fa grazia, così volse ad essi il discorso, non è egli vero che promettete di consagrare la vostra vita e le vostre sostanze alla difesa del Buono Stato?». Soprappresi i Baroni da questa inesplicabil clemenza, risposero con una inchinazione di capo, e intantochè rinovavano il giuramento di fedeltà, giusta ogni credere, formavano voti sincerissimi di vendetta[321]. Un sacerdote promulgò a nome del popolo l'assoluzione loro; poi ricevettero il Pane Eucaristico in compagnia del Tribuno; indi, dopo avere assistito ad un banchetto, seguirono la processione; e per tal modo essendo stati adoperati senza risparmio tutti i contrassegni spirituali e temporali di riconciliazione, tornarono alle case loro insigniti de' nuovi titoli di Generali, consoli e patrizj.
La ricordanza del pericolo corso, più che la gratitudine per la loro liberazione, tennero per alcune settimane cheti gli Orsini e i Colonna; ma finalmente i più poderosi di entrambe le famiglie, usciti di Roma, innalzarono a Marino lo stendardo della sommossa. Riparate affrettatamente le mura di questo castello, i vassalli si trasferirono presso i loro Signori; chiunque, condannato in contumacia, non potea sperare la protezion delle leggi, si armò contro il Magistrato; per tutta la strada che conduce da Marino a Roma, venivano rubate le mandrie, devastati i vigneti e i campi di biada; e il popolo accusava Rienzi di quelle calamità che il governo di Rienzi gli avea fatto dimenticare. Cotest'uomo, il quale faceva assai miglior comparsa dalla tribuna che sul campo di battaglia, andò lento nelle provvisioni per arrestare i ribelli, e quando cominciò a decretarne, questi aveano già raccolti molti soldati e rendute inespugnabili le loro Fortezze. La lettura di Tito Livio non avea conferito a Rienzi nè il sapere, nè il valore di un Generale: ventimila Romani si videro costretti a tornar addietro, privi di buon successo e di gloria, dall'assalto del castel di Marino; il Tribuno intanto teneva a bada la sua vendetta or con pitture che mostravano i nemici col capo volto, ora annegando allegoricamente due cani; fossero almeno stati due orsi, giacchè egli intendeva di alludere agli Orsini. Con ciò convincendo sempre più della sua incapacità i ribelli, questi mandarono avanti con maggior vigore le loro fazioni. Sostenuti in segreto da un grosso numero di cittadini, si accinsero all'opera d'introdursi, fosse a viva forza, o per sorpresa, entro Roma, conducendo seco quattromila fantaccini, e mille seicento uomini a cavallo. Custodita accuratamente era la città; la campana a stormo sonò tutta la notte. Le porte furono a vicenda guardate con grande sollecitudine, ed aperte con incredibile audacia. Pur, dopo qualche titubazione, gli armati esterni credettero opportuna cosa il ritirarsi; e già le due prime divisioni di questo esercito si allontanavano, allor che i Nobili del retroguardo, vedendo libero l'ingresso di Roma, da un imprudente valore si lasciarono trasportare. Felici nel successo di una prima scaramuccia, furono indi oppressi dal numero de' Romani e senza remissione trucidati. Quivi perì Stefano Colonna il Giovane, dal quale il Petrarca aspettava la restaurazione dell'Italia. Prima di Stefano erano già caduti sotto il ferro nemico e Giovanni, giovanetto che porgea grandi speranze, e Pietro, che dovette augurarsi la tranquillità e gli onori della Chiesa, l'un figlio, l'altro fratello, e un nipote di Stefano, e due bastardi della famiglia Colonna; e il numero di sette, le sette corone dello Spirito Santo, chiamavale Rienzi, fu compiuto dalle mortali angosce di un inconsolabil padre, del vecchio Capo della Casa Colonna, che sopravvisse alla speranza e alle sciagure della sua gente. Il Tribuno, per animare vie più le sue truppe, immaginò un'apparizione e una profezia di S. Martino e di Bonifazio VIII[323]. Nell'inseguire almeno i nimici, Rienzi dimostrò un coraggio da eroe, dimenticando peraltro la massima degli antichi Romani che abborrivano i trionfi nelle civili guerre ottenuti. Asceso il Campidoglio, depose sull'altare la corona e lo scettro, millantando, nè privo affatto di fondamento era un tal vanto, di aver troncata un'orecchia, che troncar non poterono nè il Papa, nè l'Imperatore[324]. Ricusando, per sentimenti di bassa e implacabil vendetta, ai morti gli onori della sepoltura, i corpi dei Colonna, ch'ei minacciava esporre alla pubblica vista in un con quelli de' malfattori più abbietti, vennero nascostamente sotterrati dalle religiose di lor famiglia[325]. Il popolo entrando a parte del cordoglio di queste pie vergini, e pentitosi del proprio furore, detestò l'indecente gioia di Rienzi che andò a visitare il luogo ove quelle illustri vittime avean ricevuta la morte. Su quel terreno medesimo concedè al proprio figlio gli onori della cavalleria: ciascun de' Cavalieri della sua guardia percosse con lieve colpo il giovane neofito, e qui si stette tutta la cerimonia; l'abluzione del novizzo, ridicola quanto inumana, fu fatta entro uno stagno ancor tinto del sangue dei Nobili di Roma[326].
A. D. 1437
Un lieve indugio avrebbe salvati i Colonna; un mese dopo il suo trionfo, il Rienzi venne scacciato da Roma. Imbriacato dalle sue vittorie, perdè quelle poche virtù civili che gli rimanevano ancora, e le perdè senza essersi acquistata la fama di un abile guerriero. Sorse contro di lui una fazione ardita e vigorosa entro il recinto stesso di Roma, e quando, in pubblica assemblea[327], pose i partiti per creare una nuova imposta e per dar norme al governo di Perugia, trentanove Membri l'opinione di lui combattettero. Si volle accusarli di perfidia e di corruzione, ma respingendo questi l'accusa, e obbligando ad operare la forza per iscacciarli di lì, gli dimostrarono che se la ciurmaglia lo sosteneva ancora sul trono, disertato aveano dalla sua causa i più rispettabili cittadini di Roma. Il Papa e i Cardinali, non mai lasciatisi abbagliare dalle vane proteste del Rienzi, erano giustamente offesi dalla sua insolente condotta; onde la Corte d'Avignone mandò in Italia un Cardinale Legato, il quale, dopo una inutile negoziazione e due parlamenti col Rienzi, lanciò una Bolla di scomunica che spogliava il Tribuno del suo ufizio, qualificandolo co' nomi di ribelle, di sacrilego e di eretico[328]. I pochi Baroni che allor rimanevano si trovavano ridotti alla necessità di obbedire; l'interesse e la vendetta in quel momento li legarono al servigio della Chiesa; ma rammentando la morte tragica del Colonna, abbandonarono ad un uom di ventura il rischio e la gloria del cambiamento che si tentava. Giovanni Pepino, Conte di Minorbino nel Regno di Napoli[329], o per veri delitti, o per le sue ricchezze era stato condannato ad un perpetuo carcere; e il Petrarca che aveva sollecitato per la liberazione del prigioniero, contribuì indirettamente, e senza volerlo, alla perdita dell'amico. Con cencinquanta soldati introdottosi destramente in Roma il Minorbino, si trincerò entro il rione dei Colonna, e pervenne senza fatica a termine di una impresa che era stata giudicata impossibile. Dal primo istante di pubblico sospetto, la campana del Campidoglio non interruppe il suo tintinnìo; ma in vece di accorrere a questo così noto segnale, il popolo si tenne silenzioso e tranquillo, onde il pusillanime Tribuno, versando lagrime all'aspetto della pubblica ingratitudine, rassegnò il Governo e abbandonò il palagio di Stato.
A. D. 1347-1354
Il Conte Pepino senza l'uopo di sguainare la spada, restaurò la Chiesa e l'aristocrazia; si nominarono tre Senatori, primo de' quali fu il Legato, gli altri vennero scelti nelle famiglie rivali dei Colonna e degli Orsini. Abolite tutte le instituzioni del Tribuno, ne fu proscritta la testa. Nondimeno il nome di lui pareva tuttavia sì formidabile, che i Baroni stettero perplessi tre giorni prima di farsi coraggio ad entrare in città. Il Rienzi si trattenne più d'un mese nel Castel S. Angelo, d'onde tranquillamente si ritirò dopo essersi adoperato indarno a ridestare il coraggio e l'antica affezione de' Romani. Dileguatasi la lor chimera d'impero e di libertà, mostraronsi tanto inviliti, che sarebbero stati pronti ad abbandonarsi di proprio grado alla servitù, purchè tranquilla e ben regolata. Appena accorgendosi che l'autorità de' nuovi Senatori derivava ad essi dalla Santa Sede, non vedeano, che per riformare la Repubblica, quattro Cardinali avevano ricevuta una podestà da dittatori. Roma fu una seconda volta agitata per le sanguinose querele de' Baroni, che si abborrivano l'un l'altro, e disprezzavano le Comuni. Le lor Fortezze e nelle città e nelle campagne vennero rialzate, e di nuovo ancor demolite: e i tranquilli cittadini somigliavano, dice lo Storico fiorentino, ad un gregge di pecore, che i rapaci lupi divoransi. Ma quando finalmente l'orgoglio e l'avarizia de' Nobili ebbero stancata la pazienza de' Romani, una Confraternita della Beata Vergine protesse, e vendicò la Repubblica. Sonò a stormo la campana del Campidoglio; i Nobili armati tremarono innanzi ad una moltitudine d'inermi cittadini; il Colonna, uno di que' Senatori, ebbe a ventura di salvarsi, scalando una finestra del palagio; il suo collega Orsini morì lapidato a pie dell'Altare. Due plebei, Cerroni e Baroncelli, tennero successivamente il pericoloso ufizio di Tribuni. La mansuetudine del Cerroni rendendolo poco atto a sostenere un sì grave peso, dopo alcuni deboli sforzi si ritirò con una fama incontaminata, e con un onesto patrimonio, a godere pel rimanente della sua vita le delizie de' campi. Il Baroncelli, privo di eloquenza e di sublimità d'ingegno, per fermezza d'animo si segnalò. Tenendo però discorsi patriottici, correa sulle tracce dei tiranni; ogni sospetto che costui concepiva fruttava morte a chi ne era lo scopo, e a lui parimente fruttarono morte le sue crudeltà. In mezzo a tanti pubblici disastri, i falli del Rienzi vennero dimenticati, e i Romani si augurarono la pace e la prosperità del Buono Stato[330].
Dopo un esilio di sette anni, il primo liberatore di Roma venne alla sua patria restituito. Salvatosi dal Castel Sant'Angelo, sotto panni di frate, o di pellegrino, corse ad implorare l'amicizia del Re d'Ungheria che in Napoli allora regnava; nè avea intanto mancato di eccitare l'ambizione di tutti i venturieri coraggiosi, ne' quali a mano a mano scontrossi; era anche tornato a Roma, confuso tra la folla de' pellegrini del Giubbileo; indi nascostosi fra gli eremiti dell'Appennino, avea poscia errato per le città dell'Italia, dell'Alemagna e della Boemia. Niun lo vedea, ma il suo nome inspirava ancora terrore; e le angosce in cui stavasi la Corte di Avignone, provano il merito personale di cotest'uomo, o giovano fors'anche a supporlo maggiore che nol fosse di fatto. Uno straniero che aveva ottenuta udienza da Carlo IV, ebbe il coraggio di manifestarsi per il Tribuno della romana Repubblica, e fece attonita un'Assemblea di Ambasciatori e di Principi coll'eloquenza di un patriotta, colle narrate visioni profetiche, coll'annunzio della prossima caduta dei tiranni e del Regno dello Spirito Santo[331]; ma di qualunque genere si fossero le speranze che confortarono il Rienzi a manifestarsi, certamente altro non si guadagnò che di essere custodito qual prigioniero; nondimeno sostenne il suo carattere d'independenza e di dignità, mostrando di secondare, come per propria scelta, l'ordine espresso del Pontefice che ad Avignone il volea. Se la mala condotta tenuta da esso nel tribunato aveva allontanato da lui l'animo del Petrarca, la sventura dell'amico presente riaccese la fervida sollecitudine del Poeta, che si dolse acerbamente, perchè il liberatore di Roma venisse in tal modo dall'Imperatore di Roma consegnato al Vescovo di Roma. Il Rienzi fu condotto lentamente, ma con sicura scorta, da Praga ad Avignone, ove fece il suo ingresso a guisa di un malfattore; condotto in carcere, vi fu incatenato per una gamba; e quattro Cardinali ricevettero l'ordine di esaminarlo su i delitti di eresia e di ribellione, de' quali veniva accusato. Ma il processo e la condanna del Rienzi avrebbero chiamata l'attenzione pubblica sopra tali argomenti, che prudente cosa era di lasciare sotto il vel del mistero; la supremazia temporale de' Papi, il dovere della residenza in Roma, i privilegi civili ed ecclesiastici del Clero e del popolo romano. Il Pontefice regnante in allora, ben meritevole del nome suo di Clemente, sentì compassione per le sventure, stima per la grandezza d'animo del prigioniero; e crede inoltre il Petrarca ch'ei rispettasse in quest'uomo straordinario il nome e il sacro carattere di Poeta[332]. Divenuta più mite la prigionia del Rienzi, gli vennero conceduti libri; sicchè in Tito Livio e nella Bibbia che studiò assiduamente cercò la cagione e il conforto nelle proprie sventure.
A. D. 1354
Solamente sotto il Pontificato d'Innocenzo VI, il Rienzi potè sperare libertà e risorgimento, essendo la Corte di Avignone venuta in sentenza, che codest'uomo, altra volta sì fortunato nel ribellare, fosse quanto vi volea in quel momento per acchetare e tor di mezzo l'anarchia della Metropoli. Dopo avere la ridetta Corte obbligato il Rienzi a prometterle fedeltà, lo spedì in Italia col titolo di Senatore; ma la morte del Baroncelli in quel punto sopravvenuta, rendè per poco inutile la missione; che anzi il Legato, Cardinale Albornoz[333], uom versatissimo nella politica, gli permise a contraggenio e senza somministrargli soccorsi, di continuare in tale impresa piena di rischio. Ciò nondimeno il Rienzi fu accolto sulle prime con quanto favore uom poteva augurarsi; si ebbe per una pubblica festa il dì del suo ingresso; nè tardò colla facondia del dire e colla prevalenza che tuttavia possedea a far risorgere le leggi del Buono Stato; ma i vizj, così di lui come del popolo, ben presto coprirono di nubi un'aurora sì bella. Oh quante volte in Campidoglio ha dovuto augurarsi la prigionia di Avignone! Dopo un'amministrazione di quattro mesi, morì trucidato in una sommossa, che i Baroni romani avevano suscitata. Nel conversare, dicesi cogli Alemanni e co' Boemi, ne abbracciò i costumi d'intemperanza e di crudeltà; le sciagure ne aveano snervato l'entusiasmo senza invigorirne la virtù, o la ragione; a quelle vivaci speranze della verde età, stategli un dì presagio e certezza di buon successo, era in lui succeduta la fredda inerzia della diffidenza e della disperazione. Tribuno, avea regnato con un potere assoluto, ma sancito dalla scelta e dall'amor dei Romani. Senatore, i cittadini non vedeano in esso che il servile strumento di una Corte straniera, e intantochè a questi si rendeva sospetto, il Principe lo abbandonò. L'Albornoz, in cui parea sola intenzione di perderlo, si mantenne inflessibile nel negargli qualunque soccorso d'uomini, o di danari. Rienzi, suddito, non osava più metter mano nelle rendite della Camera Appostolica; e il primo sentor che diede di mettere imposte, fu segnale di clamori e di sedizione. Nemmeno nell'adempire gli atti della giustizia, evitò i rimproveri, per lo meno, d'uom crudele, e spinto da personali considerazioni; sagrificò alla propria diffidenza uno fra i più virtuosi cittadini di Roma; e allorquando fece eseguire la sentenza di morte pronunziata contro un assassino da strada, che in altri tempi gli avea somministrati danari, parve che il Magistrato o troppo si dimenticasse, o troppo si ricordasse delle obbligazioni del debitore[334]. Una guerra civile che ridusse a stremo il suo erario, stancò finalmente la pazienza de' cittadini; mentre i Colonna, rinchiusi nel lor Castello di Palestrina, non si stavano dal commettere ostilità, i mercenarj del Rienzi incominciarono ad avere a vile un Capo che mostravasi geloso fin d'ogni merito secondario. Quest'uomo offerse, durante l'intera sua vita, un miscuglio bizzarro di eroismo e di viltà. Nell'atto che una furiosa moltitudine assaliva il Campidoglio, e gli ufiziali civili, e militari del Rienzi lo abbandonavano, in quel momento il Senatore, intrepido, ebbe il coraggio di afferrare la bandiera della libertà, e di mostrarsi al verone, d'onde pronunziò eloquentissima aringa, a fine di commovere gli animi dei Romani, e farli convinti che alla propria caduta quella si unirebbe della Repubblica. Ma le imprecazioni e una grandine di sassi interruppe il suo dire; un dardo gli trapassò una mano, dal quale istante si diede in preda ad abbiettissima disperazione; e immerso nel pianto, fuggendo nel più occulto angolo del suo palagio, nè ivi ancora credendosi sicuro, si calò, col ministero d'un lenzuolo, in un cortile ove guardavano le finestre del suo ultimo asilo, divenutogli carcere. Abbandonato da qualsivoglia speranza, rimase ivi assediato fino alla sera, e sintantochè le porte del Campidoglio fossero state distrutte dal fuoco, e atterrate a colpi di azza. Il Senatore tentò fuggire sotto panni di plebeo, ma ben presto riconosciuto, venne tratto sul gran terrazzo del palagio, teatro fatale delle sue sentenze e delle loro esecuzioni. Privo di voce e di moto, ignudo per metà, e quasi morto, rimase così un'ora in mezzo alla moltitudine, di cui però erasi calmata la rabbia, fecendo luogo alla curiosità e alla maraviglia; un estremo sentimento di rispetto e di compassione parlava ancora negli animi a favore del misero, e forse avrebbe vinto sull'odio, se un assassino più risoluto degli altri non s'affrettava a piantargli un pugnale nel cuore. Il Rienzi spirò in quel medesimo istante; il corpo di lui trapassato da mille colpi (ultimo sfogo della rabbia dei suoi nemici) venne abbandonato pastura ai cani, e gli avanzi ne furono abbruciati. I posteri porranno in bilancia, le virtù e i vizj di quest'uomo straordinario; ma in un lungo periodo di anarchia e di servitù, spesse volte il Rienzi è stato celebrato coi nomi di liberatore della sua patria e d'ultimo cittadino romano[335].
A. D. 1355
Il primo e il più ardente fra i desiderj del Petrarca sarebbe stato la restaurazione di una libera Repubblica; ma dopo l'esilio e la morte del suo eroe plebeo, tornò a volger lo sguardo al Re dei Romani. Il Campidoglio fumava ancora del sangue di Rienzi, allorchè Carlo IV, scendea l'Alpi per farsi coronare Imperatore e Re d'Italia. Ricevè a Milano la visita del Poeta, del quale contraccambiò con illusioni l'adulazione; e accettò da esso una medaglia d'Augusto, promettendogli, senza sorridere, che avrebbe imitato il fondatore della Monarchia romana. Le speranze del Petrarca sempre deluse derivavano da una falsa applicazione dei nomi e delle massime dell'Antichità. Pure avrebbe dovuto accorgersi come i caratteri e i tempi non fossero ancora i medesimi, e quanto incommensurabile differenza disgiungesse il primo de' Cesari da un Principe boemo innalzato dal favore del Clero al grado di Capo titolare della germanica aristocrazia. Lungi ch'ei pensasse a restituire a Roma l'antica gloria e le antiche province, Carlo avea, mercè d'una segreta negoziazione, promesso al Papa di uscir di Roma il dì medesimo che verrebbe coronato; onde nella sua non gloriosa ritratta lo accompagnarono le rampogne del patriotta Poeta[336].
Il Petrarca che avea perduta ogni speranza del risorgimento della libertà e dell'Impero, a meno sublimi voti si limitò, accingendosi a riconciliare il Pastore col gregge, e a ricondurre nella sua antica e vera diocesi il Vescovo di Roma. Nè il suo zelo in ordine a ciò fu mai veduto affievolirsi; e nel fervore della gioventù, e quando ebbe acquistata la prevalenza degli anni, non si stette dal volgere successivamente a cinque Pontefici le sue esortazioni, e l'eloquenza del medesimo era dal sentimento, e dalla franchezza di una nobile libertà, sempre animata[337]: figlio di un cittadino di Firenze, preferì in ogni istante il paese che gli avea data la vita a quello cui la propria educazione dovea; l'Italia agli occhi del Petrarca fu mai sempre la regina delle nazioni e il giardino del Mondo. Certamente, ad onta delle sue fazioni domestiche, essa avea progredito nell'arti e nelle scienze, nella ricchezza e nella civiltà più della Francia; ma non fu poi tale fra lo stato delle due nazioni la differenza, che ne venisse un diritto al Petrarca di qualificare, siccome barbare, tutte le genti poste di là dall'Alpi. Intanto che facea segno all'odio suo ed ai disprezzi Avignone, la mistica Babilonia, ricettacolo secondo lui di tutti i vizj e d'ogni genere di corruttela, dimenticava, che questi scandalosi vizj non erano produzione indigena del suolo di Francia, ma venuti in compagnia del potere e del lusso della Corte dei Papi. Egli confessa per vero che il successore di S. Pietro è il Vescovo della Chiesa universale; ma soggiunge che l'Appostolo, non sulle rive del Rodano, ma su quelle del Tevere avea posta la sua residenza, nè può comportare, che mentre tutte le città del Mondo cristiano s'allegravano della presenza del loro Vescovo, la sola Metropoli rimanesse solitaria e deserta. Dopo la traslocazione della Santa Sede, i sacri edifizj di Laterano, del Vaticano, i loro altari, i lor Santi languivano inviliti ed ignudi; e come se l'offrire il ritratto d'una moglie vecchia, piangente e oppressa dalle infermità e dalla vecchiezza, agli occhi di un volubil marito fosse modo opportuno a ricondurglielo fra le braccia, il Petrarca solea dipingere Roma sotto la figura di una desolata matrona[338]; ma la presenza del Sovrano legittimo dovea dissipare le nubi che coprivano i Sette Colli; un'eterna gloria, la prosperità di Roma, la pace dell'Italia sarebbero state la ricompensa di quel Pontefice che avesse osato formare questa generosa risoluzione. Di cinque Papi, ai quali osò volgere tali conforti il Petrarca, i tre primi, Giovanni XXII, Benedetto XII e Clemente VI, o se ne presero spasso, o fors'anche se ne annoiarono; ma finalmente Urbano V tentò un sì memorabile cambiamento, che da Gregorio XI fu messo a termine. Questi due Pontefici incontrarono ostacoli pressochè insuperabili all'adempimento di un simil disegno. Un Re di Francia, che meritò il soprannome di Saggio, non volea sciogliere i Papi dalla soggezione in cui teneali l'obbligo di soggiornare nel centro del territorio francese; nativi di questa contrada erano la maggior parte de' Cardinali, affezionati alla lingua, ai costumi e al clima d'Avignone, ai magnifici loro palagi e soprattutto al vin di Borgogna. Riguardavano l'Italia, come un paese straniero e nemico; onde quando s'imbarcarono a Marsiglia, il fecero con tal ripugnanza, come se fossero stati banditi, o venduti in Terra infedele. Urbano V visse per tre anni in sicurezza e in modo onorevole nei Vaticano; vide protetta la propria dignità da una guardia di duemila uomini a cavallo, e ricevette quivi le congratulazioni del Re di Cipro, della Regina di Napoli, e degl'Imperatori d'Oriente e d'Occidente; ma ben tosto la gioia del Petrarca e degl'Italiani fece luogo al dolore e allo sdegno. Mosso da motivi di pubblica o di privata utilità, dai desiderj o proprj, o dei Cardinali, Urbano tornò in Francia, e la vicinissima elezione del suo successore vedeasi sciolta dalla tirannide patriottica de' Romani. Però le Potenze celestiali in soccorso di questi si adoperarono; una santa pellegrina, Brigida di Svezia, che disapprovava la partenza di Urbano, gli predisse la morte. Santa Catterina da Siena, la sposa di Gesù Cristo e la messaggera de' Fiorentini, eccitò Gregorio XI a ritornare a Roma; e parve che gli stessi Pontefici, questi grandi fautori dell'umana credulità[339], fossero persuasi delle visioni di una tal donna[340]. Non è però da tacersi che particolari ragioni autenticavano sì fatti avvisi del Cielo. Una banda di scorridori nemici entrati in Avignone aveano arrecato oltraggio alla Santa Sede; l'intrepido Capo che la conducea, pretese dal Vicario di Gesù Cristo e dal Sacro Collegio il pagamento di un riscatto, ed assoluzione ad un tempo; la qual massima de' guerrieri francesi che risparmiavano il popolo e spogliavano le chiese, era una nuova eresia pericolosissima per le sue conseguenze[341]. Intantochè questi motivi consigliavano il Pontefice ad abbandonare Avignone, Roma ne sollecitava ardentemente il ritorno. Il Senato ed il popolo lo riconosceano qual legittimo loro Sovrano, gli offerivano le chiavi delle porte, de' ponti e delle Fortezze, almeno in quanto spetta al rione transteverino[342]; ma protestavano in uno di non poter più sopportare lo scandalo della sua lontananza e i disastri che ne derivavano, nè nascondeano che, quando egli si fosse ostinato a rimanere sulle sponde del Rodano, si sarebbero veduti alla necessità di richiamare in vigore e sostenere l'antico loro diritto di elezione. Già era stato chiesto all'Abate di Monte Cassino che godea tanta rinomanza e presso il popolo e presso il Clero, se avrebbe accettata la tiara[343]; e il venerabile Ecclesiastico[344], aveva risposto: «Son cittadino di Roma, e il mio primo dovere è quello di obbedire alla voce del mio paese»[345].
A. D. 1378
Se la superstizione fosse competente ad indagare le cagioni delle morti immature[346], se gli eventi dessero norma a giudicare il merito delle azioni, dovrebbe credersi che l'espediente preso dalla Corte Pontificia, tanto ragionevole e provvido di per sè stesso, fosse stato una disobbedienza ai voleri del Cielo. Gregorio XI morì quattordici mesi dopo il suo ritorno al Vaticano, e venne dietro a tal morte il grande scisma che per oltre a quarant'anni tenne divisa la Chiesa. Composto in quel tempo di ventidue Cardinali il Sacro Collegio, sei di questi erano rimasti ad Avignone; undici Francesi, uno Spagnuolo, e quattro Italiani, entrarono, seguendo le ordinarie forme, in Conclave, ed essendovi ancora la legge che prescrive di scegliere il Papa fra i Cardinali, venne, con unanimità di voti, acclamato Sommo Pontefice l'Arcivescovo di Bari, suddito del Regno di Napoli, e uomo ragguardevole per zelo e sapere, che assunse il nome di Urbano VI. La lettera del Sacro Collegio ne attesta libera e regolare l'elezione, ed inspirato, come d'ordinario, dallo Spirito Santo il Corpo degli Elettori. Effettuatasi nel consueto modo la cerimonia dell'adorazione, dell'investitura e della coronazione, Roma e Avignone obbedirono alla potestà temporale di Urbano VI, alla supremazia ecclesiastica del medesimo, il Mondo latino. Per più settimane continuarono i Cardinali ad assembrarsi intorno di lui, largheggiandogli delle più vive proteste di affezione e di fedeltà. Ma non appena i calori della state diedero a questi un pretesto convenevole per partirsi da Roma, ad Anagni e a Fondi si congregarono; ove con sicurezza, e gettata la maschera, rendettero solenne la lor doppiezza ed ipocrisia. Scomunicato l'Anticristo di Roma, così allora chiamarono Urbano, procedettero ad una nuova scelta, il cui favore cadde sopra Roberto da Ginevra, che prese il nome di Clemente VII, e venne annunziato dal Sacro Concistoro alle genti, come il Vicario legittimo di Gesù Cristo. Chiarirono forzata, illegale, nulla di diritto, e dettata dalle minacce de' Romani e dal timor della morte la prima elezione; querela però che da alcune circostanze verisimili sembra giustificata. I dodici Cardinali francesi, unendo in sè oltre a due terzi de' suffragi ed essendo quindi padroni della elezione, non par presumibile, qualunque fosse la natura delle intestine loro dissensioni, che avessero liberamente sagrificati i proprj interessi e diritti a favore di uno straniero, la cui nomina dovea rendere certo e perpetuo l'allontanamento loro dalla patria. I racconti diversi, ed anche contraddittorj de' contemporanei[347], quali più, quali meno, confermano il sospetto di una popolare violenza. Proclivi per natura alla licenza e alla sedizione i Romani, a queste aggiugneano allora uno stimolo la coscienza de' loro diritti, e la paura di un'altra migrazione. Trentamila ribelli, dicesi, che assediavano il Conclave, colle loro minacce lo intimorirono; le campane di S. Pietro e del Campidoglio sonarono a stormo. «La morte, o un Papa italiano» era il grido universale. I dodici vessilliferi, o Capi de' rioni, in modo di caritatevole avviso, lo ripetevano; si fecero alcuni apparecchi per arder vivi i Cardinali refrattarj, e vedeasi grande probabilità, che se la tiara fosse stata conferita ad un Francese, niun di questi uscisse vivo dal Vaticano. Nè fu men forzata, continua a dirsi, la loro dissimulazione durante alcune settimane che trascorsero dopo il Conclave. Ma l'orgoglio e la crudeltà di Urbano li minacciava di pericoli anche maggiori, nè tardarono a conoscere quanto pesasse questo tiranno, sì freddamente atroce che diportavasi pel suo giardino recitando il Breviario in mezzo ai gemiti di sei Cardinali assoggettati, per suo ordine, alla tortura in una stanza vicina. Certamente con quel suo inesorabile zelo gli avrebbe costretti ad adempiere i loro doveri nelle parrocchie di Roma; e se, per sua mala ventura, non tardava la promozione di nuovi Cardinali che avea meditata, i Cardinali francesi in breve sarebbero stati in minor numero nel Sacro Collegio, e d'ogni appoggio sforniti. Tali motivi e la speranza di rivalicare le Alpi, li spinsero a turbare sconsigliatamente la pace e l'unità della Chiesa; e le Scuole cattoliche continuano a disputare sulla validità della prima, o della seconda elezione[348]. Vanità nazionale, anzichè sentimento del proprio interesse, regolò, in questa bisogna, le deliberazioni della Corte e del Clero di Francia[349]. Trascinate dall'esempio di questa nazione la Savoia, la Sicilia, l'Isola di Cipro, l'Aragona, la Castiglia, la Navarra e la Scozia, si posero dalla parte di Clemente VIII, e morto esso, da quella di Benedetto XIII. Roma e i principali Stati dell'Italia, l'Alemagna, il Portogallo, l'Inghilterra[350], i Paesi Bassi e i Regni del Nort conobbero valida l'elezione di Urbano VI, che ebbe Bonifazio IX, Innocenzo, e Gregorio XII per successori.
A. D. 1378-1418
Dalle rive del Tevere e da quelle del Rodano guerreggiandosi con penna e spada i due Papi, l'ordine civile ed ecclesiastico della società fu turbato, e gran parte di questi mali, che da essi principalmente divennero, percosse i Romani[351]. Invano aveano sperato, restituendo alla Capitale la Monarchia della Chiesa, di sottrarsi allo stato d'inopia ove giacevano, mediante i tributi e le offerte delle nazioni. La Francia e la Spagna sviarono il corso di queste ricchezze, nè due Giubbilei, celebrati nel solo volgere di dieci anni, valsero a compensarli di questa calamità. Le brighe prodotte dallo scisma, le armi straniere, le popolari sommosse costrinsero più d'una volta Urbano VI e i tre successori del medesimo ad abbandonare il Vaticano. La funesta nimistà degli Orsini e de' Colonna durava ancora; i vessilliferi di Roma s'impadronirono e abusarono de' privilegi della Repubblica; i Vicarj di Gesù Cristo assoldarono mercenarj e punirono colla spada, col pugnale, co' patiboli i ribellanti; undici deputati del popolo, chiamati a parlamento amichevole, furono uccisi a tradimento, e i lor cadaveri gettati in mezzo alla strada. Dopo l'invasione di Roberto il Normanno, i Romani aveano, fra le intestine loro discordie, evitato il pericoloso intervento degli stranieri. Ma in mezzo ai disordinamenti dello scisma, un ambizioso vicino, Ladislao, Re di Napoli, difese, e tradì a vicenda il Pontefice e il popolo; talchè il primo lo acclamava Gonfaloniere, o General della Chiesa, mentre i cittadini si rimettevano in lui per la scelta de' loro Magistrati. Tenendo questi assediata Roma per terra e per mare, vi entrò per tre riprese a guisa di barbaro conquistatore; profanò gli altari, stuprò le vergini, spogliò i mercatanti, fece le sue divozioni nella chiesa di S. Pietro, e lasciò nel Castel Sant'Angelo una guernigione de' suoi. Non però le costui armi furono sempre felici; e gli accadde di dovere unicamente all'indugio di tre giorni la conservazione della Corona e della vita; nondimeno trionfò, e soltanto la sua morte immatura liberò la Metropoli e lo Stato ecclesiastico dagli attentati di un vincitore ambizioso che avea preso il titolo, o certamente usurpata la potestà di Re dell'Italia[352].
A. D. 1394-1407
Non è già mia intenzione l'imprendere la Storia ecclesiastica dello scisma d'Occidente; ma mi è impossibile il non fermarmi alcun poco sovr'esso per la vivissima parte che Roma, argomento degli ultimi capitoli della mia Opera, ha avuta ne' contrasti insorti al proposito della successione de' suoi Sovrani. I primi consigli alla pace e alla riconciliazione de' Cristiani vennero dall'Università di Parigi e dalla Facoltà della Sorbona, i cui Dottori, almeno nella Chiesa gallicana, erano riguardati, siccome i maestri i più autorevoli di quanti per sapere teologico il fossero[353]. La suddetta Facoltà pertanto, poste saggiamente da banda tutte le indagini sulla origine dei diritti e sulle ragioni di una parte e dell'altra, propose come rimedio a tanti inconvenienti, che entrambi i Pontefici rassegnassero ad un tempo la tiara, dopo avere ciascun d'essi conferita ai suoi Cardinali la facoltà di congregarsi per una elezione legittima; propose parimente che le nazioni ricusassero obbedienza[354] a quello fra i due competitori, il quale al pubblico l'interesse di sè medesimo preferisse. Durante la proposta e l'accettazione della proposta, accadde il caso di sede vacante, e que' medici della Chiesa insistettero fervorosamente affinchè si prevenissero le funeste conseguenze di una scelta troppo affrettata. Ma la politica del Conclave e l'ambizione dei Cardinali, nè preghiere, nè ragioni ascoltavano; e per quante promesse venissero fatte dal nuovo eletto, costui, assunta la tiara, non si credea legato dai giuramenti che pronunziati avea Cardinale. L'artifizio de' Pontefici rivali, gli scrupoli, o le passioni dei loro partigiani, e le vicissitudini delle fazioni che governarono in Francia l'insensato Carlo VI, delusero per quindici anni i disegni pacifici della Università di Parigi. Una vigorosa risoluzione venne finalmente abbracciata; e una solenne ambascieria, composta del Patriarca titolare di Alessandria, di due Arcivescovi, di cinque Vescovi, di cinque Abati, di tre Cavalieri e di venti Dottori, si trasferì alle due Corti di Avignone e di Roma, chiedendo, a nome della Chiesa e del Re la rinunzia di entrambi i Papi, Pietro da Luna, detto Bonifazio XIII, l'un d'essi, Angelo Corrario, detto Gregorio XII, l'altro. Così per l'onore di Roma, come pel miglior successo della loro negoziazione, cotesti ambasciatori domandarono ai Magistrati della città un parlamento; nel quale, in modo asseverante fecero manifesto, come fosse mente del Re Cristianissimo di non togliere la Santa Sede al Vaticano, che era agli occhi del Monarca francese la residenza più di tutte addicevole al successor di S. Pietro. Da un eloquente Oratore, che aringò a nome del Senato e del popolo, venne risposto esprimendo il desiderio vivissimo de' Romani di contribuire alla riunion della Chiesa; furono compianti i danni temporali e spirituali che procedeano da sì lungo scisma, e implorata la protezione della Francia contro l'armi del Re di Napoli. Edificanti e capziose ad un tempo furono le risposte di Benedetto e di Gregorio, ambiziosi rivali, che, nella massima di non rinunziare la tiara, si mostrarono animati da un medesimo spirito. Convennero sì sulla necessità di far procedere un mutuo abboccamento fra loro, ma non mai si accordarono intorno al tempo, al luogo, alla forma di esso. «Se uno move un passo innanzi, dicea un impiegato di Gregorio, l'altro dà addietro; l'un di loro par di quegli animali che paventa la terra, l'altro una creatura che non può vivere in acqua. E di tal maniera, questi due vecchi preti, per pochi istanti di vita che lor possono ancor rimanere, la pace e la salute del Cristiano Mondo avventurano[355]».
A. D. 1404
Finalmente l'ostinazione e gli artifizj de' due Pontefici stancarono la pazienza del Mondo Cristiano; sicchè per ultimo ognun d'essi videsi abbandonato dai proprj Cardinali, che a quelli della contraria fazione, come ad amici loro e colleghi, si unirono; diffalta da una banda e dall'altra, che una numerosa assemblea di Prelati e di Ambasciatori sostenne. Il Concilio di Pisa, giusto egualmente verso entrambe le parti, rimosse dal soglio e il Pontefice di Roma e quel d'Avignone. Ma il nuovo Pontefice eletto ad unanimità dal Conclave, Alessandro V, morì poco tempo dopo, ed essendogli stato immediatamente, e colle stesse forme, dato per successore Giovanni XXIII, il più dissoluto di tutti gli uomini, questa troppa fretta de' Francesi e degli Italiani, anzichè spegnere lo scisma, fece sì che i pretendenti al Trono di S. Pietro, in vece di due, fossero tre. Impugnati furono i nuovi diritti che il Concilio di Pisa, e il Conclave che venne dopo di esso, si erano attribuiti. I Re di Alemagna, di Ungheria e di Napoli parteggiarono per Gregorio XII, la divozione e l'amor patriottico rendè favorevoli gli Spagnuoli a Benedetto XIII, loro concittadino (Pietro De Luna). Gl'inconsiderati decreti del Concilio di Pisa soggiacquero a riforma per la convocazione del Concilio di Costanza; Concilio, ove l'Imperator Sigismondo sostenne rilevantissima parte, come avvocato o protettore della cattolica Chiesa; Concilio che pel numero e la dignità degl'individui d'Ordine civile ed ecclesiastico, dai quali venne composto, sembrò piuttosto l'adunata degli Stati generali d'Europa. Fra i tre competitori, la prima vittima fu Giovanni XXIII, che imputato di gravi colpe, tentò una fuga, ma venne ricondotto prigioniero; si cercarono palliamenti alle più scandalose di tali accuse, perchè questa volta il Vicario di Gesù Cristo non veniva incolpato di minori indegnità che di pirateria, assassinj, stupri, incesto e sodomia; poi dopo avere egli stesso riconosciuta giusta la sua condanna, espiò in un carcere l'imprudenza d'essersi creduto sicuro in una città libera di là dall'Alpi. Gregorio XII, la cui giurisdizione al ricinto di Rimini si era ristretta, scese con più onore dal trono; perchè l'Assemblea, in mezzo a cui rassegnò il titolo e l'autorità di legittimo Papa, era stata dal suo Ambasciatore medesimo convocata. Quanto a Benedetto XIII, per vincere la pertinacia di lui e de' suoi partigiani, dovette l'Imperatore imprendere un viaggio da Costanza a Perpignano. Finalmente i Re di Castiglia, di Aragona, di Navarra e di Scozia avendo ottenuto un onorevol Trattato, Benedetto fu, col consenso degli Spagnuoli, rimosso dal Trono; a questo vecchio però che non facea più timore a nessuno, fu lasciato il conforto di scomunicare, da starsene nel suo solitario Castello, due volte al giorno i reami ribelli, fattisi disertori della sua causa. — Dopo avere estirpati i resti dello scisma, il Concilio di Costanza procedè lentamente e ponderatamente all'elezione del futuro Capo della Chiesa e Sovrano di Roma. In una bisogna sì rilevante, furono aggiunti ai ventitre Cardinali, de' quali formavasi il Sacro Collegio, trenta deputati, tolti in egual numero dalle cinque grandi nazioni della Cristianità, l'italiana, l'alemanna, la francese, la spagnuola e l'inglese[356]. Il disgusto che naturalmente provar doveano i Romani per l'intervento di tanti stranieri, fu raddolcito dalla generosità di questi nel far cadere la nomina del Papa sopra un Italiano e Romano. Ottone Colonna, chiaro pel nome di sua famiglia e per meriti proprj, i voti del Conclave in sè radunò. Roma ravvisò con giubilo e sommessione il suo Sovrano nel più nobile de' suoi figli. Lo Stato ecclesiastico trovò nella possente famiglia del Pontefice la sua difesa, e dal Regno dei Colonna incomincia l'epoca della dimora stabile posta dai Papi sul Vaticano[357].
A.D. 1417
Martino V (Ottone Colonna) revocò a sè il diritto di batter moneta, diritto goduto per tre secoli dal Senato[358]; e dalle monete coniate col nome e coll'immagine del ridetto Pontefice, incomincia la serie delle medaglie dei Papi. Eugenio IV, successore di Martino, è il solo, d'indi in poi, fra i Pontefici che una ribellione abbia scacciato da Roma[359]; Nicolò V, successore di Eugenio, è l'ultimo che fosse importunato dalla presenza di un Imperatore romano[360]. — 1. Il contrasto ch'Eugenio ebbe coi Padri del Concilio di Basilea, e la molestia o il timore di una nuova tassa, incoraggiarono ed eccitarono i Romani ad impadronirsi nuovamente del governo temporale della città. Corsi alle armi, elessero sette Governatori della Repubblica, e un Contestabile del Campidoglio; indi tratto in carcere il nipote del Papa, assediarono nel suo palagio lo stesso Pontefice, costretto a fuggire sotto panni di frate, e grandinato da molti dardi de' sudditi, che il riconobbero, allorchè la barca ove appiattossi, scendeva il Tevere. Ma gli rimaneva ancora nel Castel Sant'Angelo un presidio fedele, e buona artiglieria; laonde le batterie pontifizie fulminavano senza posa la città, e una palla che giunta a segno, rovinò la batteria del ponte, disperse in un sol colpo questi Eroi novelli della Repubblica. Una ribellione di cinque mesi avea già stancata la loro costanza, oltrechè la tirannide de' Ghibellini avendo indotti i più saggi fra questi repubblicani ad augurarsi ancora il dominio del Papa, un pentimento unanime da una intera sommessione fu immediatamente seguìto. Le truppe di S. Pietro occuparono nuovamente il Campidoglio; tutti i Magistrati tornarono alle loro case; i più rei vennero puniti coll'esiglio, o colla morte; il Legato, appena giunse, a Capo di duemila fantaccini e di quattromila uomini a cavallo, fu salutato siccome padre della città. I Concilj di Ferrara e di Firenze, il timore, o il risentimento rendettero più lunga la lontananza di Eugenio da Roma. Al suo ritorno trovò sì un popolo sommesso, ma le stesse acclamazioni con cui entrando fu accolto, gli dimostrarono come per mantenersi fedeli i Romani, e per assicurare a sè medesimo tranquillità, gli facesse mestieri abolire quell'imposta che era stata una fra le cagioni della sommossa. — 2. Sotto il pacifico Regno di Nicolò V, Roma risorse e divenne più bella; si rischiararono le menti de' cittadini. Ma intantochè il Pontefice pensava agli ornamenti di Roma e alla felicità del suo popolo, fu preso da spavento per l'avvicinarsi di Federico III, che, nè per suo carattere, nè per possanza, le angosce del Pontefice giustificava. Nicolò V, dopo avere raccolte le sue forze militari entro le mura della Metropoli, e provveduto, quanto meglio il si poteva, con giuramenti e Trattati, alla propria sicurezza[361], ricevè con aria di soddisfazione il fedele avvocato e vassallo della Chiesa romana. Sì ben disposti alla sommessione erano gli animi, tanta la debolezza di Federico III, che niuna cosa turbò la pompa di quella coronazione; ma una tal vana cerimonia riusciva troppo umiliante ad una independente nazione; onde i successori di Federico III si sono dispensati da questo incomodo viaggio, e hanno creduto abbastanza autenticato il lor titolo dal suffragio degli alemanni Elettori.
Un cittadino romano osservò con compiacenza ed orgoglio, che il Re de' Romani, dopo avere salutati leggermente i Cardinali e i Prelati andatigli incontro, distinse in particolar modo il Senatore di Roma, e il suo abito di cerimonia, e che nel separarsi, il fantasma dell'Impero e il fantasma della Repubblica amichevolmente abbracciaronsi[362]. Giusta le leggi di Roma[363], questo primo Magistrato doveva essere dottore in legge, forestiere, e nato almeno ad una distanza di quaranta miglia dalla città, nè congiunto in parentado spirituale, o temporale, al terzo grado canonico, cogli abitanti di essa. Veniva nominato di nuovo a ciaschedun' anno; e uscendo di magistratura, ne soggiaceva a severo sindacato la sua amministrazione, nè era atto a rientrare in questa carica se non trascorreano prima due anni. Gli si pagavano tremila fiorini per le sue spese, e a titolo di stipendio. Mostravasi con una pompa degna della maestà della Repubblica, vestito d'un abito di broccato di oro, o di velluto cremisino, e nella state, di un drappo più leggiero di seta; tenea in mano uno scettro d'avorio; lo precedeano almeno quattro littori che portavano bacchette rosse avvolte in banderuole color d'oro, che era il colore della Città. Il giuramento, che giunto al Campidoglio egli prestava, indicavane gli ufizj e la podestà; era questo il giuramento di mantenere le leggi, di reprimere il superbo e proteggere il popolo, di amministrare atti di giustizia e di misericordia in tutto il territorio, ove la sua giurisdizione estendeasi. Avea per coadiutori tre forestieri istrutti, i due collaterali, e il giudice d'appello nelle cause criminali. Quelle leggi danno a divedere quanta bisogna doveano a questo somministrare i processi per delitti di furto, di ratto e di omicidio; e sì deboli erano coteste leggi, che sembra lasciassero campo alle querele private e alle unioni di cittadini armati che per comune difesa si collegassero. Il Senatore non aveva altro incarico fuor quello dell'amministrazione della giustizia. Il Campidoglio, l'erario, il governo della città e del territorio stavano nelle mani di tre Conservatori che si cambiavano quattro volte l'anno. La milizia de' tredici rioni adunavasi sotto gli stendardi de' Caporioni particolari, Capi di ciascun rione; e il primo di questi Capi veniva distinto col grado e titolo di Priore. Il potere legislativo del popolo risedeva nel Consiglio segreto e nelle Assemblee generali, composto il primo dei Magistrati e degl'immediati loro predecessori, di alcuni ufiziali del fisco e de' tribunali, e di tre classi di consiglieri che erano, tredici in una, ventisei nell'altra, quaranta nella terza, in tutto centoventi persone. Ogni cittadino maschio avea voto nell'Assemblea generale, privilegio fatto più ragguardevole dalla cura con cui veniva impedito che gli stranieri usurpassero il titolo di cittadini romani. Sagge e severe cautele prevenivano le turbolenze della democrazia. Ne' soli Magistrati era il diritto di proporre l'argomento della discussione, nè permetteasi ad alcuno il parlare, se non se salito sopra una cattedra, o una tribuna; le acclamazioni tumultuose venivano represse; si raccoglievano per via di scrutinio i suffragi; e i decreti, nell'essere pubblicati, portavano in fronte i rispettabili nomi del Senato e del popolo. Sarebbe difficile indicare in qual tempo la pratica sia stata perfettamente d'accordo collo Statuto; perchè i progressi dell'ordine si sono veduti a mano a mano collegati colla diminuzione della libertà; ma, nell'anno 1580, sotto il Pontificato di Gregorio XIII, e col consenso di questo Sovrano[364], fu formata una raccolta degli antichi Statuti, divisa in tre libri, e questi vennero accomodati ai tempi ne' quali vivevasi. I Romani seguono tuttavia questo codice di leggi civili e criminali, e comunque le popolari assemblee non si adunino più, dura l'usanza di un Senatore forestiere e di tre Conservatori che risedono in Campidoglio[365]. I Pontefici vollero alla politica de' Cesari uniformarsi; e il Vescovo di Roma, governando coll'assoluto potere di un Monarca spirituale e temporale, ostentò mai sempre di conservare le forme della Repubblica.
A. D. 1453
È una verità, or per le mani di tutti, che i caratteri straordinarj abbisognano di occasioni favorevoli a dimostrarsi, e che il genio di Cromwell, o del Cardinale di Retz, potrebbe ai dì nostri languire nelle tenebre. Quel fanatismo di libertà che portò il Rienzi sul trono, un secolo dopo condusse al patibolo il Porcaro, avvisatosi d'imitare il Rienzi. Stefano Porcaro, nato di nobile famiglia, e di fama illibata, possedea naturale eloquenza ed ingegno coltivato dallo studio; sollevatosi al di sopra di una volgare ambizione, concepì il disegno di restituire la libertà alla sua patria e di far così il proprio nome immortale. Essendo già stata riconosciuta la fallacia della supposta donazione di Costantino, una tale scoperta allontanava tutti gli scrupoli; il Petrarca era l'Oracolo dell'Italia; e ogni volta che il Porcaro si tornava alla memoria la famosa Ode[366] con cui viene dipinto l'Eroe patriottico di Roma, le visioni del Poeta a sè medesimo appropiava. All'occasione dei funerali d'Eugenio, egli tentò un primo sperimento sulle disposizioni degli animi della moltitudine, pronunziando un'elaborata allocuzione, colla quale allettava i Romani a prender l'armi e a riconquistare la libertà; e parea che questi lo ascoltassero volentieri, allor quando un grave personaggio imprese a difendere la causa della Chiesa e dello Stato. La legge chiariva colpevole d'alto tradimento un Orator sedizioso; ciò nonostante il nuovo Pontefice, mosso da compassione e da stima verso il Porcaro, preferì le vie più miti, assumendosi l'onorevole incarico di ricondurre l'uom traviato, e farsene anzi un amico. L'inflessibile repubblicano, chiamato ad Anagni, ne ritornò con nuova gloria, ma sempre più nelle sue massime infervorato. Spiò l'occasione favorevole per mettere in opera i divisamenti concetti; nè lungo tempo dovè aspettarla. In mezzo ai giuochi della piazza Navona, alcuni fanciulli e artigiani avendo attaccato briga, egli si sforzò per tramutarla in una sollevazione generale di popolo. Sempre umano Papa Nicolò, non volle nè manco punirlo, contentandosi, per allontanarlo dalla tentazione, di confinarlo a Bologna, ove gli assegnò un onesto viatico, non imponendogli altra obbligazione, fuor quella di presentarsi ogni giorno al Governatore della città. Ma il Porcaro, imbevuto della massima dell'ultimo dei Bruti, non doversi serbare nè gratitudine, nè fede ai tiranni[367], non pensò ad altro nel suo esilio che a declamare contro la sentenza, ei diceva, arbitraria del Pontefice, e a poco a poco riuscì a formarsi partigiani e ad intavolare una congiura. Il nipote di lui, giovane intraprendente, adunò in Roma una truppa di congiurati, e quando fu il giorno prefisso, diede in propria casa una festa agli amici della Repubblica. Il Porcaro, fuggito celatamente da Bologna, comparve in mezzo ai convitati con una veste di porpora e d'oro; la voce, il contegno, i gesti annunziavano in esso un uomo consagratosi, in vita e in morte, alla causa ch'ei reputava tanto gloriosa; si diffuse, mediante acconcio discorso, su i motivi e i modi dell'impresa; fece sonare i nomi di Roma e della libertà romana; parlò della mollezza e dell'orgogliosa tirannide de' preti, del consenso formale o tacito che al nuovo tentativo tutti i cittadini prestavano; promise il soccorso di trecento soldati, e di quattrocento esuli, da lungo tempo avvezzi a sofferire e a combattere; concedè loro, per renderli più arditi a ferire, la libertà di vendicarsi su chi volevano delle particolari ingiurie sofferte; per ultimo un milione di ducati in ricompensa della vittoria. «Domani, giorno dell'Epifania, ei soggiugnea, ne sarà facile l'arrestare il Papa e i Cardinali alla porta della chiesa di S. Pietro, o a piè dell'Altare; li condurremo carichi di catene sotto le mura di Castel Sant'Angelo; ivi li costringeremo colle minacce, e all'aspetto della morte, a restituirne questa Fortezza; saliremo indi il Campidoglio, sonerà a stormo la gran campana, e in una Assemblea popolare restaureremo l'antica Repubblica». Mentre egli trionfava nella sua immaginazione, era già stato tradito. Il Senatore, a capo di una numerosa guardia, circondò la casa, ove assembrati stavano i congiurati. Ben potè il nipote di Porcaro aprirsi un varco in mezzo alla folla; ma il misero Stefano fu tolto da un armadio ove, celatosi, gemea che i nemici avessero prevenuta di tre ore l'esecuzione del suo disegno. Dopo delitti tanto manifesti e moltiplicati, il Pontefice non ascoltò più che le voci della giustizia. Il Porcaro, e nove de' suoi complici, senza aspettare che confessassero le loro colpe, vennero appiccati, fra le invettive dei partigiani della Corte pontificia, il cui terrore durava ancora; i Romani largirono compassione e quasi i proprj suffragi a questi martiri della pubblica libertà[368]. Ma muti erano i suffragi, inutile la compassione, e la loro libertà fu perduta per sempre; e se in tempo di sede vacante si è veduta talvolta sollevarsi per mancanza di pane la plebe, son tali sommosse, che se ne trovano gli esempj in mezzo a qualunque servaggio il più abbietto.
Ma l'independenza de' Nobili, fomentata dalla discordia, sopravvisse alla libertà delle Comuni che può solamente sull'unione del popolo esser fondata. I Baroni conservarono per lungo tempo il privilegio di spogliare e di opprimere i proprj concittadini; le loro case erano Fortezze, od asili, entro cui proteggeano contro le leggi una truppa feroce di banditi e di rei, che aveano dedicato al servigio de' Nobili le proprie spade e i proprj pugnali. Il particolare interesse trascinò talvolta i Pontefici e i loro nipoti in tali querele domestiche. Sotto il regno di Sisto IV, Roma fu capovolta dalle lotte di queste famiglie rivali, e dagli assedj che impresero, e sostennero le une contro le altre. Il Protonotario Colonna soggiacque alla tortura e fu decollato dopo aver veduto andare in cenere il suo palagio; l'amico di esso, Savelli, caduto in man de' nemici, trucidato, perchè non volle unir le sue alle vittoriose grida degli Orsini[369]; ma i Pontefici, sicuri da starsi in Vaticano, di essere abbastanza forti per costringere i sudditi all'obbedienza, purchè avessero la fermezza necessaria a pretenderla non si atterrivano per sì fatti disordini che ai particolari si riferivano; e gli stranieri ammiravano, in mezzo questi stessi disordini, la moderazione delle imposte, e la saggia amministrazione dello Stato ecclesiastico[370].
A. D. 1500
Le folgori spirituali[371] del Vaticano dipendono dalla forza che l'opinione alle medesime attribuisce; se questa opinione è vinta dalla ragione, o dalle passioni, lo scoppio di queste folgori svapora nell'aere; e il sacerdote, privo d'appoggio, si trova esposto alla violenza del più picciolo avversario, sia questi nobile, ovvero plebeo. Ma poichè i Papi ebbero abbandonato il soggiorno di Avignone, la spada di S. Paolo divenne la guardiana delle chiavi di S. Pietro. Roma era dominata da un'insuperabile rocca, e ben possente è il cannone contro le sedizioni del popolo. Una truppa regolare di fanteria e di cavalleria militava sotto gli stendardi del Pontefice che aveva assai ampie rendite per sostenere le spese della guerra; l'estensione intanto de' suoi dominj lo metteva in istato di opprimere una città ribellante e coll'armi de' vicini e con quelle de' fedeli suoi sudditi[372]. Dopo l'unione dei Ducati di Ferrara e d'Urbino, lo Stato ecclesiastico si prolunga dal Mediterraneo all'Adriatico, e dai confini del Regno di Napoli alle rive del Po; la maggior parte di questa estesa e fertile contrada riconoscea, nel secolo decimosesto, la sovranità legittima e temporale de' Pontefici di Roma, i primi diritti de' quali fondaronsi sulle donazioni vere, o favolose dei secoli dell'ignoranza. Non potrei raccontare quanto, a fine di consolidar questo Impero, operarono in appresso i Papi medesimi, senza innoltrarmi di soverchio nella Storia dell'Italia, ed anzi in quella di tutta l'Europa; mi farebbe mestieri a tal uopo descrivere i delitti di Alessandro VI, le spedizioni militari di Giulio II, la illuminata politica di Leone X, argomenti dilucidati dalle penne de' più nobili Storici di quella età[373]. Durante il primo periodo delle loro conquiste, e fino alla spedizione di Carlo VIII, i Papi si trovarono abili a lottare con buon successo contra i Principi e i paesi vicini, le cui forze militari erano inferiori, o tutto al più, eguali a quelle della Corte di Roma; ma poichè i Monarchi della Francia, dell'Alemagna e della Spagna, si disputarono con armi gigantesche il dominio dell'Italia, i successori di S. Pietro chiamarono l'artifizio in soccorso della lor debolezza, nascondendo entro un labirinto di guerre e di Trattati le ambiziose lor mire, e la speranza, che mai non si diparte da essi, di confinare i Barbari al di là delle Alpi. I guerrieri del Settentrione e dell'Occidente, sotto gli stendardi di Carlo V, distrussero più d'una volta l'equilibrio cui il Vaticano intendea, e Roma fu, per sette mesi, in balìa d'un esercito sfrenato, più crudele ed ingordo di quanto mai i Goti e i Vandali fossero stati[374]. Dopo una disciplina tanto severa, i Papi, restringendo fra i confini del possibile la loro ambizione, la videro pressochè soddisfatta; e riprendendo la parte di padri dell'anime de' Fedeli, più di tutte l'altre convenevole ad essi, non si avventurarono d'indi in poi a guerre offensive, fuorchè una sola volta, in quella inconsiderata querela, per cui fu veduto il Vicario di Gesù Cristo collegarsi col Sultano de' Turchi per far la guerra al Regno di Napoli[375]. I Francesi e gli Alemanni abbandonarono finalmente il campo di battaglia; gli Spagnuoli ben assicurati ne' loro possedimenti di Milano, di Napoli, della Sicilia, della Sardegna e delle coste della Toscana, trovarono di proprio vantaggio il mantenere la pace e la sommessione dell'Italia, pace e sommessione durate dalla metà del secolo decimosesto alla metà del successivo. La politica religiosa della Corte di Spagna proteggeva e dominava il Vaticano; e i pregiudizj e l'interesse del Re Cattolico lo rendeano in tutte le occasioni propenso a sostenere il Principe contro il popolo; e in vece d'incoraggiamenti, soccorsi e asilo, che fino allora gli Stati vicini aveano offerti agli amici della libertà e ai nemici delle leggi, si videro questi d'ogni parte rinchiusi tra i ceppi del dispotismo. L'educazione e la consuetudine dell'obbedienza soggiogarono, col volger degli anni, lo spirito turbolento della Nobiltà e delle comuni di Roma, i Baroni dimenticarono le guerre e le fazioni de' loro antenati, e il lusso e il Governo li dominarono compiutamente. In vece di sostenere una turba di partigiani e satelliti, impiegarono le proprie rendite a quelle spese che, moltiplicando i diletti al proprietario, ne diminuiscono la possanza[376]. I Colonna e gli Orsini non lottarono d'allora in poi che sulla decorazione de' lor palagi e delle loro cappelle; e la subitanea opulenza delle famiglie pontificie pareggiò o superò l'antico loro splendore. Non si odono più in Roma nè le voci della discordia, nè quelle della libertà; e in vece di uno spumoso torrente, essa non presenta ora che un lago uniforme e stagnante.
La dominazione temporale del Clero è sempre stato soggetto di censura a' Teologi, del pari che a' Politici, ed a' Filosofi. I primi non la credeano legittima stando alla lettera del Vangelo: agli altri non piaceva il vedere in certo modo invilita l'antica maestà della padrona del Mondo, e rimembrando i suoi Consoli, i suoi trionfi, le sue glorie, trovavano troppo dissimile, e basso un Governo sacerdotale. Pure calcolando a mente tranquilla i vantaggi e i difetti di questo, si debbe dare le debite lodi ad un'amministrazione decorosa e pacifica, non soggetta ai pericoli d'una minorità, o agl'impeti d'un giovane Principe, non rovinata dal lusso, non esposta per sè medesima ai disastri di lunghe guerre. Bensì non è dessa esente dalle vicende di successioni frequenti, e rinovate in breve periodo, di Sovrani rade volte originarj di Roma, spesso in età senile; e più spesso inesperti della politica, privi per lo più della speranza di vivere tanto da terminare opere grandi, e del conforto di avere successori che sien partecipi de' loro alti pensieri, o capaci d'emularli. Tratti sovente dalla solitudine de' chiostri, deggiono di leggieri per la ricevuta educazione, e per l'acquistata consuetudine di vita essere estranei a idee mondane, a cure d'alti affari, troppo aliene dall'austerità e dalle massime d'una religione contraria alle passioni del secolo e all'ambizione del dominio. Può per altro nelle nunziature specialmente avere attinta qualche cognizione di Mondo, ma difficilmente sapranno lo spirito e i costumi d'un Ecclesiastico trasformarsi quanto sarebbe d'uopo per uguagliare l'accortezza, ed il senno d'un Principe temporale. Non mancarono per altro, e forse non mancheranno a quando a quando gli esempj di Pontefici degni di stare al paragone coi più grandi Potentati. Il genio di Sisto V[377] si sollevò dall'oscurità di un convento di Francescani; un regno di cinque anni, distrusse la razza de' banditi e di tutti quegli uomini malvagi che avea proscritta la legge; tolse agli scellerati i luoghi di secolare franchigia ove potevano rintanarsi[378]; creò una marineria e un esercito di terra, restaurò i monumenti dell'antichità, li pareggiò nei nuovi che eresse; e dopo aver fatto nobile uso delle pubbliche rendite, e dopo averle notabilmente accresciute, lasciò ricco di cinque milioni di scudi l'erario del Castel S. Angelo. Ma la crudeltà ne contaminò la giustizia; dalle mire di conquista fu condotta la sua solerzia; ricomparvero al suo morire gli abusi; vennero disperse le ricchezze, che egli aveva adunate; aggravò i posteri di trentacinque nuove imposte e della venalità degli ufizj; e quando ebbe mandato l'ultimo anelito, un popolo ingrato, od oppresso, ne rovesciò il simulacro[379]. La selvaggia originalità di Sisto V, tiene un luogo particolare nella Storia de' Papi, nè possono giudicarsi le massime e gli effetti della temporale loro amministrazione che mediante un esame positivo e comparativo delle arti e della filosofia, dell'agricoltura e del commercio, della ricchezza, e della popolazione dello Stato ecclesiastico[380]. Quanto a me, che desidero morire in pace con tutto il Mondo, in questi ultimi momenti della mia vita non offenderò volontariamente nè il Papa, nè il Clero di Roma.
CAPITOLO LXXI.
Descrizione delle rovine di Roma nel secolo decimoquinto. Quattro cagioni di scadimento e distruzione; il Colosseo citato ad esempio. La Città nuova. Conclusione dell'Opera.
A. D. 1430
Sul finire del Regno di Eugenio IV, il dotto Poggi[381] e un suo amico, servi entrambi del Papa, ascesero la collina del Campidoglio, e riposandosi fra le rovine delle colonne e de' templi, da quell'altura contemplarono l'immenso quadro di distruzione che ai loro sguardi appariva[382]. Il luogo della scena e questo spettacolo offerivano ad essi un vasto campo di moralizzare sulle vicissitudini della fortuna, che non risparmia nè l'uomo, nè le più orgogliose fra le sue opere, e che precipita nello stesso baratro gl'Imperi e le città, laonde convennero entrambi in questa opinione, non esservi, se si avea riguardo a quel che era stata, veruna città della Terra, che, più di Roma, offerisse un aspetto deplorabile e augusto ne' suoi stessi diroccamenti. «L'immaginazione di Virgilio, dicea il Poggi all'amico, descrisse Roma nello stato suo primitivo, e tal quale poteva essere allora, che Evandro accolse il fuggitivo Troiano[383]. La Rocca Tarpea che tu vedi da quella parte non presentava che una selvaggia e solitaria siepaglia; ai dì del Poeta, la cima di essa vedeasi coronata dai portici d'un tempio, e dai lor tetti dorati. Il tempio non è più; i Barbari si sono presi l'oro che lo fregiava; la ruota della fortuna ha compiuto il suo giro, e questo sacro terreno è nuovamente bruttato dalle ginestre e dai rovi. La collina del Campidoglio, su di cui ci siamo seduti, era, già tempo, la testa dell'Impero romano, la Fortezza del Mondo, il terrore dei Re. Onorata dalle pedate di tanti trionfatori, arricchita delle spoglie e dei tributi di un tanto numero di Nazioni; spettacolo che attraeva gli sguardi dell'Universo, oh! come è caduta, com'è cambiata, come ha perduta l'antica immagine! Le vigne impacciano il cammino de' vincitori, le immondezze lordano que' luoghi ove erano collocati gli scanni dei Senatori. Volgi gli occhi al monte Palatino, e dimmi se fra quegl'immensi e uniformi rottami puoi scorgere il teatro di marmo, gli obelischi, le statue colossali, i portici del palagio di Nerone; esamina gli altri colli della città, nè troverai per ogni dove che vôti spazj frastagliati soltanto da orti e rovine. Il Foro, ove il popolo romano dettava le sue leggi e creava i suoi Magistrati, non contiene oggidì che recinti serbati alla coltivazione de' legumi, o aree erbose che i bufali e i maiali calpestano. Tanti pubblici e particolari edifizj, che per la saldezza di lor costruzione parca sfidassero tutte le età, giacciono rovesciati, spogliati, sparsi nella polvere, come le membra di un robusto gigante; e quelle fra queste opere maestose, che alle ingiurie sopravvissero del tempo e della fortuna, rendono maggiormente dolorosa l'impressione del molto più che è distrutto[384]».
Coteste ruine vengono partitamente descritte dal Poggi, uno de' primi che siasi dai monumenti della superstizione religiosa a quelli della classica sollevato[385]. 1. Fra le opere de' giorni della Repubblica si discernevano ancora un ponte, un arco, un sepolcro, la piramide di Cestio, e nella parte del Campidoglio occupata dai gabellieri, una doppia fila di portici che serbavano il nome di Catulo e la munificenza di questo Romano attestavano. 2. Il Poggi accenna undici templi, qual più, qual men conservato, partendosi dal Panteon, tutta via intero, fino ai tre archi, e alla colonna di marmo, avanzi del tempio della Pace, che Vespasiano fece innalzare dopo le guerre civili e il trionfo riportato sopra i Giudei. 3. Trascorre alquanto leggermente, contando fino a sette, le antiche terme, o bagni pubblici, tutti, egli dice, sì andati a male, che niun d'essi lascia più scorgere l'uso a cui doveva servire, nè la distribuzione diversa delle sue parti. Pure i bagni di Diocleziano e di Antonino Caracalla venivano ancora indicati co' nomi de' lor fondatori, e tuttavia empieano di maraviglia i curiosi, che contemplavano la saldezza di tali edifizj, la varietà de' marmi, la grossezza e la moltitudine delle colonne, confrontando i lavori e la spesa, che a queste fabbriche si saranno voluti, colla utilità e importanza delle medesime. Oggidì ancora rimangono alcune vestigia delle Terme di Costantino, di Alessandro, di Domiziano, ovvero di Tito. 4. Gli archi trionfali di Tito, di Severo e di Costantino si trovavano intatti, non ne avendo il tempo cancellate che le iscrizioni; il frammento di un arco trionfale diroccato, serbava il glorioso nome di Traiano; due altri ancora sulle lor basi vedeansi nella via Flaminia, consagrati alla men nobile ricordanza di Gallieno e di Faustina. 5. Dopo averne descritte le maraviglie del Colosseo, potea il Poggi passar sotto silenzio un picciolo anfiteatro di mattoni, che serviva verisimilmente alle guardie pretoriane; edifizj pubblici e particolari occupavano già il luogo ove stettero i teatri di Marcello e di Pompeo, nè altro più discerneasi fuorchè il sito e la forma del Circo agonale e del gran Circo. 6. Le colonne di Traiano e di Antonino duravano su i lor piedistalli, ma gli obelischi egiziani erano infranti, o sepolti sotterra. Già sparito quel popolo di Dei e d'Eroi, creati dagli scalpelli de' statuarj, non rimaneva che una statua equestre di bronzo, e cinque marmoree figure, delle quali le più notabili due cavalli di Fidia e di Prassitele. 7. I mausolei o sepolcri di Augusto e di Adriano non potevano essere interamente spariti; ma il primo non offeriva che un mucchio di terra; quel d'Adriano, chiamato Castel Sant'Angelo, avea preso il nome e le esterne forme di una Fortezza moderna. Se aggiungeremo alcune colonne sparse qua e là, e che più non ravvisavasi a qual uso servissero, tali erano le rovine dell'antica città, perchè le mura, lunghe dieci miglia di circonferenza, affortificate da trecento settantanove torri, e che per tredici porte si aprivano, davano a divedere gl'indizj di una più recente costruzione.
Erano trascorsi oltre a nove secoli dopo la caduta dell'Impero d'Occidente, ed anche dopo il Regno de' Goti in Italia, quando il Poggi questo doloroso quadro pingea. Durante il lungo periodo d'anarchia e di sventure, mentre coll'Impero, l'arti e le ricchezze abbandonavano le sponde del Tevere, certamente la Città non potè inorgoglirsi di nuovi abbellimenti, nè tampoco restaurare gli antichi; e poichè è legge di tutte le umane cose che retrocedano se non procedono, il progresso de' secoli accelerava la rovina dei monumenti dell'Antichità. Misurare i gradi dello scadimento, e additare a ciascuna epoca lo stato di ciascun edifizio, sarebbe lavoro inutile ed infinito; restringerommi pertanto a due osservazioni che ne gioveranno di norma ad esaminar brevemente ed in modo generale le cagioni e gli effetti dello scadimento medesimo. I. Due secoli prima della eloquente lamentazione del Poggi, un autore anonimo avea pubblicata una descrizione di Roma[386]. Forse per sua ignoranza, l'indicato scrittore ne ha additate sotto nomi bizzarri, o favolosi le stesse cose che il Poggi aveva vedute. Però questo topografo barbaro era d'occhi e d'orecchi fornito; non potea non vedere gli avanzi di antichità che rimanevano ancora, non farsi sordo alle tradizioni del popolo. Ora egli indica in apertissime note sette teatri, undici bagni, dodici archi trionfali, e diciotto palagi, molti de' quali erano spariti prima de' tempi in cui il Poggi scrivea. Sembra pertanto che molti fra i più saldi monumenti dell'antichità si conservassero per lungo tempo[387], e che i principj di distruzione abbiano operato sovr'essi con duplicato vigore ne' secoli decimoterzo e decimoquarto. 2. La medesima considerazione può venire applicata ai tre secoli successivi, e noi cercheremmo indarno il Settizonio di Severo[388], celebrato dal Petrarca e dagli Antiquarj del secolo decimosesto. Sintantochè gli edifizj di Roma furono interi, la saldezza della massa e la connession delle parti resistettero all'impeto de' primi colpi; ma incominciata la distruzione, i frammenti crollati al primo urto rovinarono affatto.
Dopo molte indagini praticate accuratamente sulla distruzione delle opere de' Romani, mi sono occorse quattro cagioni principali, l'azion delle quali si è per dieci secoli prolungata. 1. I guasti operati dal tempo e dalla natura. 2. Le devastazioni de' Barbari e de' Cristiani. 3. L'uso e l'abuso fattisi de' materiali somministrati dai monumenti dell'antichità; e per ultimo le discordie intestine degli abitanti di Roma.
I. L'uomo perviene ad innalzar monumenti ben più della sua breve vita durevoli; ma son pur questi, soggetti, siccom'egli, a perire, e nell'immensità de' secoli, la sua vita e le sue opere non hanno che un istante. Non è cosa facile cionnullameno il circoscrivere la durata di un edifizio la cui saldezza ne pareggi la semplicità. Quelle piramidi, maraviglie degli antichi tempi, eccitavano la curiosità d'uomini vissuti tanti secoli prima di noi[389]. Cento generazioni sono sparite come le foglie d'autunno[390]; pur dopo la caduta de' Faraoni e de' Tolomei, de' Cesari e de' Califfi, quelle stesse piramidi, ferme ed immobili sulle loro basi, s'ergono ancora sopra le traboccanti acque del Nilo. Un edifizio composto di diverse e dilicate parti è più soggetto a perire, e i silenziosi scavamenti del tempo vengono talvolta accelerati dai turbini e dai tremuoti, dalle innondazioni e dagl'incendj. Certamente l'atmosfera e il suolo di Roma hanno provate le proprie vicissitudini; e le alte torri di questa Metropoli sono state crollate dalle loro fondamenta; ma non appare che i Sette Colli si trovino collocati in veruna delle grandi cavità del Globo, nè la città ha sperimentati que' grandi sovvertimenti della natura che ne' climi, sotto cui sono poste Antiochia, Lima, o Lisbona, annientano in pochi istanti l'opera di molte generazioni. Il fuoco è l'agente più operoso della vita e della distruzione; la volontà, o solamente la negligenza degli uomini, può produrre e dilatare questo rapido flagello. Or vediamo tutte le epoche degli annali romani contrassegnate da calamità di tal genere. Il memorabile incendio, delitto, o sventura del Regno di Nerone, continuò, con più, o men di furore per sei, o nove giorni[391]. Le fiamme divorarono un immenso numero di edifizj accumulati in quelle strade anguste e tortuose; e quando cessarono, di quattordici rioni di Roma, sol quattro restavano intatti, tre furono compiutamente inceneriti, gli altri sette perdettero la loro forma sotto le rovine fumanti degli edifizj incendiati[392]. L'Impero trovandosi allora all'apice di sua gloria, la Metropoli uscì, bella di un novello splendore, delle sue ceneri, ma i vecchi cittadini deploravano l'irreparabile perdita de' capolavori de' Greci, de' trofei delle romane vittorie, dei monumenti dell'antichità primitiva, o favolosa. Nei tempi di squallore e di anarchia, ciascuna ferita è mortale, ciascuna perdita irremediabile, nè avvi sollecitudine di Governo, o solerzia di particolare interesse che vagliano a ristorare la devastazione. Ma due considerazioni ci portano a credere molto maggiore in una città fiorente, che in una povera, la devastazione dagl'incendj operata. 1. Le materie combustibili, i mattoni, i legnami e i metalli vi si consumano, o fondono più presto, mentre le fiamme assalgono invano ignude pareti, o grosse volte spogliate de' loro ornamenti. 2. Più spesso che altrove, nelle case de' poveri, una funesta scintilla produce gl'incendj; ma poichè il fuoco le ha consumate, i maggiori edifizj che resistettero alle fiamme, o a cui le fiamme non giunsero, rimangono soli in mezzo ad un vôto spazio, nè corrono ulteriore pericolo. — La situazione di Roma la espone in oltre ad innondazioni frequenti. Il corso de' fiumi che discendono dall'uno e dall'altro lato dell'Appennino, non eccettuandone il Tevere, è irregolare e poco lungo; basse le loro acque durante l'ardor della state, le piogge o il didiacciar delle nevi li gonfiano nella primavera, o nel verno, e in torrenti impetuosi traboccano. Giunti al mare, se il vento li rispinge, e divenuto incapace di contenerli il lor letto, rompono ed allagano senza ostacolo le pianure e le città de' dintorni. Poco dopo il trionfo che celebrò le vittorie riportate nella prima guerra punica, avendo le piogge straordinarie ingrossato il Tevere, un traboccamento più durevole e più esteso di quanti se ne erano dianzi veduti, distrusse tutte le fabbriche poste al di sopra delle colline di Roma. Diverse cagioni ricondussero gli stessi guasti, e giusta la natura della parte di suolo innondata, gli edifizj o vennero trasportati dal subitaneo impulso della corrente, o lentamente sciolti e scavati dallo stagnamento dell'acque[393]. Eguale calamità essendosi, ne' giorni d'Augusto, rinnovellata, il fiume ribelle rovesciò i palagi e i templi situati sulle sue rive[394]; nè le sollecitudini di cotesto Imperatore, a fine di mondarne e ampliarne il letto colmato dalle rovine, risparmiarono in appresso ai Cesari successori eguali fatiche e pericoli[395]. La superstizione e privati interessi si opposero per lungo tempo al disegno di aprire, scavando nuovi canali, nuovi sbocchi al Tevere, o ai fiumi che gli portano il tributo delle loro acque[396], impresa che fu eseguita di poi, ma troppo tardi, nè acconciamente, onde i vantaggi che se ne trassero non compensarono le fatiche e le spese. Il freno imposto ai fiumi è la più bella e rilevante fra quante vittorie gli uomini possano ottenere sulle ribellioni della natura[397]. Ora se il Tevere produsse simili guasti sotto un Governo vigoroso e solerte, chi poteva impedire, o chi potrebbe annoverare i disastri, che questo fiume arrecò alla città di Roma dopo la caduta dell'Impero d'Occidente? Finalmente il male condusse di per sè stesso il rimedio. Il cumulo delle rovine, e la terra staccatasi dai colli, coll'avere alzato il suolo, a quanto credesi, di quattordici o quindici piedi al di sopra dell'antico livello[398], ha fatto sì che la città paventi meno gli straripamenti delle acque[399].
II. Quegli autori d'ogni nazione che accagionano i Goti e i Cristiani dell'esterminio de' monumenti dell'antica Roma, avrebbero dovuto esaminare sino a qual punto poteano sì gli uni che gli altri essere spinti dal bisogno di distruggere, e fino a qual grado ebbero i modi e il tempo di abbandonarsi ad una tal propensione. Ho descritto molto prima il trionfo della barbarie e della religione; or mi rimane indicare con brevi cenni la correlazione o immaginaria, o reale che può concepirsi fra questo trionfo, e la rovina dell'antica Roma. Possiamo, quanto ne aggrada, comporre, o adottare, sulla migrazione de' Goti e dei Vandali, le idee romanzesche le più capaci di dilettare la nostra fantasia, supporre che uscirono della Scandinavia ardenti del desiderio di vendicare la fuga di Odino[400], d'infrangere i ceppi delle nazioni, di gastigar gli oppressori, di annichilare tutti i monumenti della letteratura classica, e di collocare la loro nazionale architettura sulle rovine degli Ordini toscano e corintio. Ma in realtà, i guerrieri del Settentrione non erano nè abbastanza selvaggi, nè abbastanza ragionatori per concepire questi divisamenti di vendetta e di distruzione. Allevati negli eserciti imperiali, i pastori della Scizia e della Germania, ne aveano adottata la disciplina; e sol perchè conosceano la debolezza cui era giunto l'Impero, ad invaderne gli Stati si accinsero. Ma coll'uso della lingua latina aveano appreso a rispettare i titoli e il nome di Roma; e benchè incapaci di aspirare a pareggiare le arti e i lavori d'un popolo tanto ad essi nella civiltà superiore, più ad ammirarli che a distruggerli si mostravan propensi. I soldati di Alarico e di Genserico, padroni per un momento di una Capitale ricca e che non opponea resistenza, si abbandonarono, è vero, a tutta l'effervescenza propria di un esercito vittorioso. Ma in mezzo ai licenziosi diletti della dissolutezza e della crudeltà, le ricchezze facili a trasportarsi furono il soggetto delle loro ricerche, nè poteano trovare motivi d'insuperbire, o di compiacersi, o di sperare vantaggio nel pensar che atterravano i monumenti de' Consoli e de' Cesari. Oltrechè, preziosi per loro eran gl'istanti. I Goti sgomberarono da Roma il sesto giorno[401], i Vandali il decimoquinto[402]; e benchè sia più facile impresa il distruggere un edifizio che l'innalzarlo, il precipitoso loro furore non sarebbe stato gran chè efficace sulle salde fabbriche dell'Antichità. Si ricorderanno i nostri leggitori, che Alarico e Genserico ostentarono rispetto verso gli edifizj di Roma; che questi edifizj vennero mantenuti nella loro integrità e bellezza sotto la prosperosa amministrazione di Teodorico[403]; e che il passeggiero sdegno di Totila[404] trovò un freno nelle stesse considerazioni di Totila, e ne' suggerimenti che i suoi amici e i suoi nemici gli diedero. Se la precitata accusa è mal applicabile ai Barbari, non può dirsi del tutto lo stesso, rispetto ai Cattolici romani. Le statue, gli altari, i templi del demonio erano cose abborrevoli agli occhi loro; e v'ha luogo a credere che, divenuti assoluti padroni della città, si adoperassero a cancellarne ogni vestigio d'idolatria de' loro maggiori. La demolizione dei templi dell'Oriente[405] lor ne offeriva un esempio, e serve in un d'appoggio a tale congettura; onde par verisimile che il merito, o il demerito di sì fatta azione dovesse in parte attribuirsi ai novelli convertiti. Nondimeno questa loro avversione si limitava ai soli monumenti della superstizione pagana, nè colpa eravi, o scandalo nel conservare gli edifizj che servivano agli affari, o ai diletti della società. Inoltre, la nuova religione pose in Roma la sua dimora, non per effetto di un popolare tumulto, ma pe' decreti degl'Imperatori e del Senato, e per le leggi di quella età. Fra tutti gl'individui, di cui la Cristiana gerarchia andava composta, i Vescovi di Roma furono comunemente i più saggi e i meno fanatici, e sarebbe certamente ingiustizia l'accusarli dell'azione meritoria di avere salvato il Pantheon[406] per impiegare al servigio della religione questo maestoso edifizio.
III. Il valore di ciascuna cosa che serve ai bisogni della specie umana è composto della sua sostanza e della sua forma, della materia e della manifattura. Il prezzo di essa dipende dal numero di quelli che la possono comperare, dalla estensione del mercato, e quindi dalla facilità maggiore o minore di trasportarla al di fuori, giusta e la natura stessa di questa merce, e la sua situazione locale, e le congiunture passeggiere di questo Mondo. I Barbari che s'impadronirono di Roma, usurparono in un istante i lavori di parecchie generazioni; ma eccetto le cose atte ad una immediata consumazione, non dovettero eccitare la lor cupidigia tutte quelle che non poteano trasportarsi o sul carriaggio de' Goti, o sul navilio de' Vandali[407]. L'oro e l'argento furono i primi soggetti della costoro avidità, perchè in ciascun paese, e sotto il minor volume possibile, procurano la più considerabile quantità delle proprietà e del lavoro degli altri. La vanità di un Capo di Barbari attribuisce forse prezzo ad un vaso, o ad una statua foggiati con questi preziosi metalli; ma la moltitudine, più grossolana, si affeziona alle sostanze, senza pensare alla forma; nè v'ha dubbio che, generalmente parlando, il metallo non sia stato fuso in verghe, o convertito in monete battute col conio dell'Impero. Agli scorridori meno operosi, o meno felici, non rimasero da portar via che il rame, il piombo, il ferro, il bronzo; i tiranni greci s'impadronirono di tutto quanto sottratto erasi ai Goti e ai Vandali, e all'Imperatore Costante che nel visitar Roma a guisa di masnadiero tolse perfino le piastre di bronzo che coprivano il Pantheon[408]. Gli edifizj di Roma poteano per vero venire considerati siccome una vasta miniera, che diversi e variati materiali somministrava; il primo lavoro, quello di scavarli dalle viscere della terra, era già fatto; inoltre, i metalli già purificati e gettati in forma; i marmi segati e ridotti a pulimento; e dopo aver soddisfatto la cupidigia degli stranieri, i resti della città, se si fosse trovato un compratore, rimanevano tuttavia buone materie di vendita. Erano stati denudati de' preziosi lor fregi i monumenti dell'Antichità, ma i Romani si mostravano propensi a demolire, eglino stessi, gli archi di trionfo e le mura, semprechè in ciò vedessero un guadagno maggiore delle spese del lavoro e del trasporto. Se Carlomagno avesse posta la residenza dell'Impero d'Occidente in Italia, lungi dal por mano agli edifizj de' Cesari, il genio di questo Monarca avrebbe fatto che aspirasse ad esserne il restauratore; ma poichè fini politici il rattennero tra le germane foreste, non potè soddisfare l'amor suo per le Arti, che dando ultima opera alla devastazione, e trasportando i marmi di Ravenna[409] e di Roma[410], nuovo ornamento al palagio che edificò in Aquisgrana. Cinque secoli dopo Carlomagno, Roberto, Re di Sicilia, il più saggio e colto Sovrano del suo secolo, si procacciò nello stesso modo, per aggiunger pregio alle proprie fabbriche, i materiali, che gli vennero facilmente condotti per la via del Tevere e del Mediterraneo, onde il Petrarca doleasi con indignazione che l'antica Capitale del Mondo terminasse da sè medesima di denudarsi per nudrire l'insolente lusso di Napoli[411]. Però i saccheggi, o le vendite de' marmi e delle colonne non furono comuni nel Medio Evo: e il popolo di Roma, superiore in ciò a qualunque altro popolo, avrebbe potuto valersi degli antichi edifizj ne' suoi bisogni pubblici o particolari; ma la situazione e la forma di questi stessi edifizj li rendea sotto molti aspetti inutili alla città e a' suoi abitanti. Ben la stessa di prima era la circonferenza delle mura; ma non il luogo della città, discesa dai Sette Colli nel campo di Marte, onde molti di que' famosi monumenti, che disfidavano le ingiurie de' secoli, trovavansi lungi dalle abitazioni, e poco meno che in un deserto. I palagi delle famiglie consolari non convenivano più ai costumi o alla condizione degli incliti lor successori; perduto erasi l'uso de' bagni e de' portici[412]; i giuochi del teatro, del circo, dell'anfiteatro disparvero dopo il sesto secolo; alcuni templi vennero adatti all'uso della religion dominante; ma generalmente veniva preferita per le chiese cristiane la forma di croce; e l'usanza, o un ragionevole calcolo, aveano determinato un particolare modello per le celle e gli edifizj de' chiostri, il cui numero si moltiplicò a dismisura sotto il reggimento ecclesiastico. La città conteneva quaranta monasteri d'uomini, venti di donne, sessanta Capitoli e collegi di canonici e di preti[413], che aumentavano, anzichè ristorarla, la spopolazione del decimo secolo. Ma se le forme dell'antica architettura vennero disdegnate da una popolazione che non sapea nè prevalersene, nè sentirne i pregi, non può dirsi così degli abbondanti materiali, che questa architettura somministrava, e che i Romani volsero a profitto de' lor bisogni o della loro superstizione; le più belle colonne d'Ordine ionico e d'Ordine corintio, i più preziosi marmi di Numidia e di Paro, vennero condannati a essere puntelli or d'un convento, or di una stalla. Le devastazioni che tuttodì non perdonano i Turchi alle città della Grecia e dell'Asia, ne porgono un esempio di quanto faceano a que' giorni i Romani. In questa progressiva distruzione de' monumenti di Roma, il solo devastatore meritevole di scusa è Sisto V, che al grandioso edifizio di S. Pietro adoperò le pietre del Settizzonio[414]. Un frammento, una rovina, comunque tronchi, comunque profanati, possono ancora destare un sentimento soave di patetica rimembranza; ma la maggior parte dei marmi (non bastò alla barbarie sformarli) vennero distrutti, ed arsi per trarne calce. Il Poggi, dopo il suo arrivo in Roma, avea veduto sparire il tempio della Concordia[415], e molti altri grandi edifizj; e un epigramma scritto a que' giorni annunzia una giusta e rispettabil paura, che continuando di quel tenore, si sarebbero alla perfine annientati tutti i sacri monumenti della veneranda Antichità[416]. I bisogni e i guasti operati dai Romani ebbero termine sol perchè la loro popolazione scemò. Il Petrarca, trasportato dalla sua immaginazione, ha potuto assegnare a Roma una maggiore quantità d'abitanti che non contenea[417], e però duro fatica a credere che anche nel secolo decimoquarto vi fossero più di trentatremila abitanti. Se da quell'epoca, venendo al Regno di Leone X, si aumentarono ad ottantacinquemila[418], non dubito che tale accrescimento non sia stato alla città antica funesto.
IV. Ho serbato a trattare per l'ultima la più possente fra le cagioni di distruzione, le guerre intestine di Roma. Sotto il dominio degl'Imperatori greci e francesi, la pace della città venne turbata da frequenti, ma passeggiere sedizioni. Sol declinando la autorità de' successori di Carlomagno, vale a dire nei primi anni del decimo secolo, trovasi la data di quelle guerre particolari, la cui licenza, violando impunemente le leggi del codice e del Vangelo, nè rispettò la maestà del Sovrano assente, nè la persona del Vicario di Gesù Cristo presente. Durante un oscuro periodo di cinque secoli, Roma fu perpetuamente dilaniata dalle sanguinose querele de' Nobili e del popolo, de' Ghibellini e de' Guelfi, degli Orsini e de' Colonna; ho descritto ne' due precedenti capitoli le cagioni e gli effetti di questi disordini pubblici, alcune particolarità de' quali sono sfuggiti alla conoscenza della Storia, altri non meritano che si porga ad essi attenzione. In questi tempi, ne' quali ogni disparere veniva risoluto colla spada, ne' quali niuno potea, per la sicurezza della sua vita, o delle sue proprietà, riposarsi sopra leggi prive di forza, i possenti cittadini si armavano or per assalire, or per respingere que' nemici che abborrivano, e di cui temevano l'odio. Eccetto Venezia, tutte le Repubbliche dell'Italia si trovavano alla medesima condizione; i Nobili si erano arrogato il diritto di fortificare le loro case, e d'innalzar salde torri[419] e valevoli a resistere contro un assalto improvviso. Le città ringorgavano di munizioni da guerra; Lucca contenea cento torri, la cui altezza aveano limitata ad ottanta piedi le leggi, e seguendo una convenevole proporzione, possono applicarsi le stesse singolarità agli Stati più ricchi e più popolosi. Allorchè il Senatore Brancaleone volle rimettere in vigore la giustizia e la pace, ebbe per prima cura, il dicemmo, di demolire cenquaranta delle torri che vedevansi in Roma, e negli ultimi giorni dell'anarchia e della discordia, sotto il regno di Martino V, uno de' tredici o quattordici rioni della città, ne contava ancora quarantaquattro. Sfortunatamente, erano, oltre ogni credere, accomodati ad uso sì pernizioso gli avanzi della Antichità; i templi e gli archi trionfali offerivano una base larga, e salda, quanto facea mestieri, a sostenere i nuovi baloardi di mattoni e di sassi; citerò ad esempio le torri che furono innalzate sugli archi di trionfo di Giulio Cesare, de' Titi e degli Antonini[420]. Vi voleano pochi cambiamenti per trasformare un teatro, un anfiteatro, o un mausoleo, in una forte ed ampia rocca. Non n'è d'uopo il ripetere che dal molo di Adriano si fece sorgere il castel Sant'Angelo[421]. Il Settizonio di Severo fu in istato di resistere all'esercito di un Sovrano[422]. Il sepolcro di Metella è sparito sotto le fortificazioni di cui venne gravato[423]; i Savelli e gli Orsini occuparono i teatri di Pompeo e di Marcello[424]; le informi Fortezze costrutte su questi edifizj, hanno a mano a mano acquistato il lustro e l'eleganza degl'italiani palagi. Le stesse chiese vennero cinte d'armi e di spalti, e le macchine da guerra collocate sul comignolo della chiesa di S. Pietro, atterrivano il Vaticano e il cristiano Mondo scandalezzavano. Ogni luogo fortificato è soggetto ad assalto, e quanto viene assalito, a distruzione. Se i Romani fossero riusciti a torre ai Pontefici il Castel Sant'Angelo, avrebbero annichilato questo monumento di servitù, come con un pubblico decreto era stata manifestata la loro deliberazione. Ciascuna piazza vedea esposti in un solo assedio al pericolo di essere atterrati tutti gli edifizj innalzati per sua difesa; chè certo in ognuna di tali occasioni non si risparmiavano a questo fine nè espedienti, nè macchine struggitrici. Dopo la morte di Nicolò IV, Roma, priva di Sovrano e di Senato, si trovò per sei mesi abbandonata al furore delle guerre civili. «Le case, dice un contemporaneo, Cardinale e poeta[425], rimasero rovinate sotto massi d'enorme grossezza, e lanciati con incredibile rapidità[426]; i colpi dell'ariete infransero le mura, le torri furono avvolte in mezzo a vortici di fuoco e di fumo, e l'avidità e il risentimento aizzavano l'ardore degli assedianti». La tirannide delle leggi compì l'opera della distruzione, e le diverse fazioni della Italia, abbandonandosi a cieche e sconsigliate vendette, spianarono a vicenda tutte le case e le castella de' loro avversarj[427]. Se pongonsi a confronto pochi giorni di straniere invasioni e secoli d'intestine guerre, non cadrà dubbio sul quanto le ultime sieno state alla città di Roma esiziali; a sostegno della quale opinione mi viene all'uopo citare il Petrarca. «Vedete, egli dice, questi avanzi che attestano l'antica grandezza di Roma! Nè il tempo, nè i Barbari superbir possono di una tanto incredibile distruzione; è forza attribuirla agli stessi cittadini di Roma, ai più illustri fra' suoi figli; e i vostri antenati (egli scrivea ad un Nobile della famiglia Annibaldi) compierono coll'ariete quel che l'Eroe Cartaginese non potè colla spada de' suoi guerrieri[428]». La preponderanza di quest'ultima cagione aumentò il danno con azione reciproca, perchè la rovina delle case e delle torri che la guerra civile atterrava, costringeva continuamente i cittadini a procacciarsi dai monumenti dell'Antichità i materiali per novelli edifizj di distruzione.
Ognuna delle precedenti osservazioni può venire applicata all'anfiteatro di Tito che ha preso il nome di Colosseo[429], sia a motivo della sua estensione, sia a motivo della statua colossale di Nerone; e che forse sarebbe durato in eterno, se non avesse avuti altri nemici fuor del tempo e della natura; gli Antiquarj che hanno calcolato il numero degli spettatori, propendono a credere che al di sopra dell'ultima gradinata di pietra vi fossero logge di legno a diversi piani, consumate per più riprese dal fuoco, e dagl'Imperatori riedificate. Quanto eravi di prezioso, di portatile, o di profano, le statue degli Dei e degli Eroi, le ricche sculture di bronzo, o coperte di foglia d'oro o d'argento, furono prima del rimanente la preda della conquista, o del fanatismo, dell'avarizia de' Barbari, o de' Cristiani. Nelle enormi pietre di cui è costrutto il Colosseo scorgonsi molti forami, intorno a' quali le due più verisimili congetture son le seguenti: 1. Che i filari superiori fossero congiunti agl'inferiori coll'opera di rampiconi di bronzo, e che, non essendo in appresso sfuggiti all'occhio della rapina, i Barbari non abbiano disdegnati anche questi men preziosi metalli[430]. 2. Essendosi per lungo tempo tenuta una fiera, o un mercato nell'arena del Colosseo, e un'antica descrizione di Roma facendo menzione di operai che nel Colosseo prendevano stanza, alcuni han preteso che gli stessi operai o scavassero, o ingrandissero que' forami per introdurvi pezzi di legno ai quali si reggessero, le loro tende o bottegugge[431]. Maestoso, ad onta della semplicità cui venne ridotto, il Colosseo, eccitò il rispetto e lo stupore de' pellegrini del Settentrione, il cui rozzo entusiasmo si manifestò con quei sublimi detti, divenuti proverbio, e nell'ottavo secolo raccolti ne' suoi scritti dal venerabile Beda: «Rimarrà Roma fintantochè il Campidoglio rimanga in piedi. Quando cadrà il Colosseo, Roma cadrà, e quando cadrà Roma, rovinerà tutto il Mondo con essa»[432]. Giusta i moderni principj dell'arte militare, il Colosseo dominato da tre colline, non sarebbe stato scelto per servir di Fortezza; ma, per la saldezza delle sue mura e delle sue volte, attissimo era a resistere alle macchine d'assedio, e capace in oltre di contenere nel suo recinto un numeroso presidio; quando una fazione occupava il Vaticano e il Campidoglio, l'altra si trinceava al palagio di Laterano e al Colosseo[433].
Facemmo altrove menzione dell'abolizione de' giuochi dell'antica Roma. Non si prendano però troppo rigorosamente alla lettera quelle parole; perchè nei secoli decimoquarto e decimoquinto, la legge[434] o la consuetudine della città regolava i giuochi che, prima della Quadragesima, si celebravano sul monte Testaceo e nel circo agonale[435]. A questi presedea in solenne abito il Senatore, che aggiudicava e distribuiva il premio, vale a dire un anello d'oro, o il pallio, come a que' giorni veniva chiamato, pezzo di drappo di lana o di seta[436]. Il danaro occorrente ogn'anno per cotesti giuochi[437] e per le corse a piedi, o sopra carri, o a cavallo veniva da una tassa posta sopra gli Ebrei; eranvi anche altri giuochi più nobili, che si stavano in una giostra, o torneo, cui convenivano settantadue giovani romani. Nell'anno 1332, l'arena del Colosseo offerse un combattimento di tori sull'esempio de' Mori e degli Spagnuoli, riferito nel giornale di un autore contemporaneo che le usanze di que' tempi descrive[438]. Restaurata quanta parte di gradinate bastava perchè vi sedessero gli spettatori, con un bando, che fu pubblicato fino a Rimini e a Ravenna, s'invitarono i Nobili perchè venissero a far prova di abilità e coraggio in quell'agone pericoloso. La festa accadde nel giorno 3 di settembre; le Matrone romane, in tre drappelli divise, occupavano tre balconi coperti di drappo scarlatto; l'avvenente Jacova di Rovere conducea le Matrone transteverine, schiatta purissima, che ne offre anche ai dì nostri i lineamenti e il carattere dell'Antichità. Gli altri due drappelli erano, giusta il solito, formati da quelle delle famiglie che alla fazione Colonna, e alla Orsini spettavano; e ciascuna di queste fazioni avea di che inorgoglire pel numero e per la bellezza delle sue donne. Lo Storico vanta la forma di Savella degli Orsini, e aggiunge come i Colonna si dolessero perchè mancava la più giovane di lor famiglia, che ne' giardini della torre di Nerone si era rotta la noce d'un piede. Uno di que' vecchi cittadini più ragguardevole trasse a sorte i combattenti, i quali, scesi nell'arena, assalirono i tori, senza il soccorso d'altre arme fuor d'una lancia, e a piede, a quanto la descrizione dà a giudicare. Continua il Monaldesco descrivendo i nomi, i colori e le imprese dì venti de' più distinti fra que' Cavalieri, e fra questi nomi se ne trovano molti delle più illustri famiglie di Roma e dello Stato ecclesiastico, i Malatesta, i da Polenta, i Della Valle, i Cafarello, i Savelli, i Capoccio, i Conti, gli Annibaldi, gli Altieri, i Corsi. Ciascun d'essi avea scelto il suo colore giusta il proprio gusto e la sua situazione; e i motti delle imprese additavano, quai melanconia, quai prodezza, quali spirito di galanteria. Son solo come il più giovane degli Orazj, era l'impresa dell'intrepido; Vivo nella desolazione, quella d'un vedovo; Ardo sotto la cenere, di un amante timido; Adoro Lavinia, o Lucrezia, parole equivoche fatte per indicare una passion più moderna. Così è pura la mia fedeltà, molti che ad una insegna bianca si accompagnavano. Annego nel sangue; avvi morte più dilettevole? Così un feroce coraggio esprimeasi. Non v'è alcuno più forte di me? alla quale impresa una pelle di lione aggiugneva significato. L'orgoglio, o la prudenza degli Orsini non permise loro di entrare in una lizza, ove tre de' loro rivali ivan pomposi di tre divise, che l'alterigia provavano dei Colonna: — Son forte a malgrado del mio dolore — La forza pareggia in me la grandezza — Se cado, voi cadrete insieme con me. Quest'ultima impresa era volta, soggiunge lo Storico contemporaneo, agli spettatori, a fine d'indicare, che mentre l'altre famiglie soggiacevano al Vaticano, i soli Colonna sostenevano il Campidoglio. I combattimenti furono pericolosi e micidiali. Ciascun de' Cavalieri assalì a sua volta un toro selvaggio, e parve che la vittoria fosse per gli animali, perchè sol nove di questi giacquero sull'arena, e vi rimasero morti diciotto Cavalieri, feriti nove. Molte nobili famiglie dovettero piangere la perdita di qualche congiunto, ma la pompa delle esequie che vennero celebrate nel tempio di S. Giovanni di Laterano, e di S. Maria Maggiore, presentò di una seconda festa la popolazione romana. Non erano certamente queste le lotte, in cui i Romani avessero dovuto mostrarsi prodighi del loro sangue; nondimeno non possiamo, anche biasimandone la follia, risparmiar qualche lode alla loro prodezza; e quei chiari Cavalieri, che si segnalarono per magnificenza e coraggio nel cimentare le proprie vite alla presenza delle loro amate, inspirano una sollecitudine d'un genere ben più nobile che non le migliaia di prigionieri e malfattori che l'antica Roma, a malgrado di essi, traeva alla macelleria dell'Anfiteatro[439].
Il Colosseo fu rare volte adoperato a tale uso, e forse alla sola festa che abbiamo ora descritta. I cittadini che ogni dì abbisognavano di materiali, correano, senza timor nè rimorso, a demolire questo nobilissimo monumento. Uno scandaloso accordo del secolo decimoquarto assicurò alle due fazioni il diritto di trar marmi dalla comune cava del Colosseo[440]; onde il Poggi deplora la perdita della maggior parte di questi marmi ridotti in calce dagl'insensati Romani[441]. Per reprimere cotale abuso, e impedire i delitti, che in questo vasto e funereo recinto poteano di notte tempo commettersi, Eugenio IV lo cinse di mura, concedendone, mediante una patente durata per lungo tempo, il terreno e l'edifizio ai monaci di un vicino convento[442]. Dopo la morte del ridetto Pontefice, essendo stato questo muro, per cagione di una sommossa, atterrato, il popolo protestò, che il Colosseo non sarebbe mai più per l'avvenire diventato particolare proprietà, protesta che avrebbe meritato encomj ai Romani, se veramente avessero rispettato questo nobile ricordo della grandezza de' loro padri. Nella metà del secolo XVI, epoca del buon gusto e della erudizione, la parte interna del Colosseo trovavasi danneggiata; ma intatta erane la circonferenza esterna, lunga mille seicentododici piedi; e vi si vedevano innalzarsi a cento otto piedi tre ordini di logge, ciascuno di ottanta archi. Vuolsi imputare ai nipoti di Paolo III lo stato rovinoso cui presentemente è ridotto il Colosseo, e tutti i viaggiatori che vanno ad esaminare il palagio Farnese non possono starsi dal maledire il sacrilegio e il lusso di cotesti uomini oscuri pervenuti al principato[443]. Vien fatto eguale rimprovero ai Barbarini, e, sotto ciascun regno successivo, il Colosseo potè aspettarsi eguali oltraggi sino al momento in cui lo pose sotto la salvaguardia della religione Benedetto XIV, il più saggio di tutti i Pontefici, il quale consacrò un luogo che la persecuzione fece campo delle corone di un numero sì sterminato di martiri[444].
Allorchè il Petrarca vide per la prima volta questi monumenti, le cui rovine son superiori a quanto di bello possa descriversi, rimase attonito sulla stupida indifferenza[445] de' Romani[446]; e s'avvide che, eccetto il Rienzi e un dei Colonna, meglio dei Nobili e dei cittadini della Metropoli, un abitante delle rive del Rodano conoscea gli avanzi di tanti capolavori; d'aver fatta la quale scoperta lungi d'essere vano, avvilito mostrossi[447]. Un'antica descrizione della città, composta ne' primi anni del secolo XIII, dà a divedere l'ignoranza e la credulità de' Romani. Senza obbligarmi ad additare gli abbagli infiniti di luogo o di nomi che si veggono sparsi in quest'Opera, mi limiterò ad un passo che basterà a far sorgere sulle labbra de' leggitori un sorriso d'indignazione e di disprezzo. «Il Capitolio[448], dice l'Autore anonimo, vien così nominato perchè è il capo del Mondo. Di lì i Consoli e i Senatori governavano altra volta la città e tutte le contrade dello Universo. Le sue mura altissime e grossissime erano coperte di cristallo e d'oro, e sormontate da un tetto lavorato a cesello, opera oltre ogni dire ricca e preziosa. Al di sotto della rocca, sorgea un palagio, d'oro nella maggior parte, ornato di pietre preziose, e che valeva da per sè solo il terzo di tutto il Mondo. Vi si vedevano collocate per ordine le statue di tutte le province, ciascuna delle quali aveva una campanella al collo; e per opera di un incantesimo[449] ogni volta che una provincia si ribellava contro Roma, la statua che la rappresentava si volgea verso il punto dell'orizzonte ov'erano accampati i ribelli, la campanella sonava, il Profeta del Capitolio annunziava il prodigio, il Senato non ignorava più il pericolo che minacciava la repubblica». Trovasi nella stessa Opera un secondo esempio d'eguale assurdità, benchè riguardi cosa meno rilevante, cioè i due cavalli di marmo che alcuni giovani trasportarono dai bagni di Costantino al monte Quirinale. L'Autore ne attribuisce il lavoro a Fidia e a Prassitele, asserzione sfornita di fondamento, che nondimeno sarebbe scusabile, se il nostro descrittore non prendesse un abbaglio di oltre quattro secoli sul tempo in cui vissero questi statuarj greci. Egli li fa vivere sotto il regno di Tiberio, ed erano, secondo lui, filosofi o maghi, che adottarono la nudità per emblema delle loro cognizioni e del loro amore del vero; svelarono all'Imperatore le sue azioni più segrete, dopo di che, avendo ricusata ogni ricompensa pecuniaria, sollecitarono l'onore di lasciare alla posterità questo monumento di sè medesimi[450]. Lo spirito de' Romani in preda alle idee di magia, perdè ogni vezzo alle bellezze dell'arti; il Poggi non trovò più a Roma che cinque statue; ed è ventura che tant'altre, sepolte o a caso, o con premeditazione sotto le rovine, solo in tempi più fortunati si siano scoperte[451]. La statua rappresentante il Nilo, che orna oggidì il Vaticano, fu scoperta da alcuni giornalieri che scavavano il terreno di un vigneto vicino al tempio o al convento della Minerva. Ma il proprietario, impazientito delle visite d'alcuni curiosi, consegnò nuovamente alle viscere della terra un tal marmo, a costui avviso, senza valore[452]. La scoperta di una statua di Pompeo, alta dieci piedi, diede origine ad una lite, perchè trovata sotto un muro che separava i fondi di due proprietarj. Che fece il giudice per dar soddisfazione ai diritti d'entrambi? sentenziò la statua ad essere spaccata per mezzo, e stava per eseguirsi il decreto, se l'intercessione d'un Cardinale e la liberalità d'un Pontefice non avessero sottratto l'Eroe di Roma alle mani de' suoi barbari concittadini[453].
A. D. 1420
Ma dissipandosi a mano a mano le nubi della barbarie, la pacifica autorità di Martino V e de' successori del medesimo si adoperò in uno a riordinare il governo dello Stato ecclesiastico, e a riparare gli ornamenti della Capitale. I progressi di questo genere che incominciarono col secolo XV, non furono l'effetto naturale della libertà e dell'industria. — Una città di ordinario venne a grandezza per l'opera e la popolazione dei territorj che le stanno all'intorno; da questi traggono i cittadini, e le vettovaglie, e le materie prime delle manifatture e del commercio; ma la maggior parte della Campagna di Roma non offre che un deserto squallido e solitario: vassalli indigenti e privi di speranza d'un maggiore compenso vi coltivano indolentemente i dominj de' Principi, e del Clero che il terreno de' primi usurparono; i miserabili ricolti di questi dominj vengono o rinchiusi, o asportati dai calcoli del monipolio. — Il soggiorno di un Monarca, le spese di una Corte dedita al lusso, i tributi delle province, contribuiscono indi, benchè per cagioni men naturali, all'accrescimento di una Capitale. I tributi e le province colla caduta dell'Impero disparvero: se il Vaticano ha saputo tirare a sè alcune particelle dell'oro del Brasile, e dell'argento del Perù, il di più che viene a Roma dalle rendite de' Cardinali, dal salario degl'impiegati, dalle contribuzioni che mette il Clero, dalle offerte de' pellegrini e de' clienti, è un'aggiunta ben debole e precaria, sufficiente nondimeno a nodrire l'ozio della Corte e della città. La popolazione di Roma, inferiore di gran lunga a quella delle grandi Capitali d'Europa, non oltrepassa le censettantamila anime[454], e nel vasto recinto delle sue mura la maggior parte de' Sette Colli non offre che rovine e vigneti. Voglionsi attribuire alla superstizione e agli abusi del governo la bellezza e lo splendore della moderna città. Ciascun Regno, quasi senza eccezione, è stato segnalato dal rapido innalzamento di una nuova famiglia, arricchita, a spese della Chiesa e dello Stato, da un Pontefice privo di figli. I palagi dei suoi fortunati nipoti offrono dispendiosissimi monumenti d'eleganza e di servitù, entro i quali l'architettura, la pittura, la scoltura, in tutta la lor perfezione, si sono prostituite ai loro padroni. Le costoro gallerie, i costoro giardini racchiudono i pezzi più preziosi dell'Antichità, che il buon gusto o la vanagloria ha raccolti. Con maggior decoro i Pontefici hanno impiegate le rendite ecclesiastiche alla pompa del culto; ma non fa d'uopo indicare tutta la serie degli altari, delle cappelle e delle chiese, da essi piamente fondate; astri inferiori offuscati dallo splendore del Vaticano, dalla cupola di S. Pietro, il più nobile edifizio che sia mai stato alla religion consagrato. La gloria di Giulio II, di Leone X, e di Sisto V vi si trova collegata co' sublimi ingegni del Bramante, del Fontana, di Raffaello e di Michelagnolo. Quella stessa munificenza che fabbricò tanti templi e palagi, non si è mostrata meno sollecita nel far risorgere e pareggiare le opere degli antichi: rialzati gli obelischi che giacevano nella polvere, vennero collocati ne' luoghi più appariscenti di Roma, restaurati tre fra gli undici acquidotti de' Consoli e de' Cesari. Condotti per una serie di portici, di costruzione nuova ed antica, fiumi artificiali che gettano in belle vasche di marmo torrenti d'acqua salutifera e refrigerante; lo spettatore impaziente di salire le gradinate di S. Pietro, trovasi arrestato in cammino all'aspetto di una colonna di granito egiziano, che sorge all'altezza di centoventi piedi, in mezzo a due maestose fontane la cui perennità è inesauribile. Gli Antiquarj e i Dotti hanno portati schiarimenti sulla topografia e i monumenti dell'antica Roma[455]; e i viaggiatori vengono in folla dalle più remote contrade del Settentrione, dianzi selvagge, per contemplarvi rispettosamente le vestigia degli Eroi e visitare gli avanzi dell'Impero del Mondo.
La Storia della decadenza, e della caduta dell'Impero romano, pittura la più vasta e forse la più maestosa degli annali del Mondo, ecciterà l'attenzione di tutti coloro che videro le rovine dell'antica Roma; dee meritarsi ancora quella di ciascun leggitore. Le varie cagioni e gli effetti progressivi di questo politico cambiamento vanno collegati colla maggior parte degli avvenimenti della Storia più rilevanti: esso mette in chiaro lume la politica artifiziosa dei Cesari, che conservarono per lungo tempo il nome e il simulacro della Repubblica; gl'inconvenienti del militar dispotismo; la nascita, il progresso e le Sette del Cristianesimo; la fondazione di Costantinopoli, il parteggiamento della Monarchia; l'invasione de' Barbari della Germania e della Scizia che vi posero stanza; le istituzioni delle leggi civili; il carattere e la religione di Maometto; la sovranità temporale de' Papi; il risorgimento e la caduta dell'Impero d'Occidente; le Crociate de' Latini in Oriente; le conquiste de' Saracini e de' Turchi; la caduta dell'Impero Greco; lo stato e le sommosse di Roma nel Medio Evo. L'importanza e la varietà dell'argomento hanno potuto soddisfare lo Storico; egli ha sentite le proprie imperfezioni, ma sovente ancora ha dovuto incolpare la scarsezza de' materiali. Fra le rovine del Campidoglio, concepii il divisamento di un'Opera che ha occupati e ricreati circa vent'anni della mia vita, e che, comunque sia ancor lungi dal corrispondere pienamente ai miei desiderj, abbandono finalmente alla curiosità e all'indulgenza del Pubblico.
Losanna, 27 Giugno 1787.
(Nota alla [pagina 141]) Molti teologi sanno fare alcune distinzioni intorno al Papa: lo considerano ora come uomo, ora come dottore, ora come Vescovo, ora come primo in potestà ed in onore fra' Vescovi, cioè Papa, ora come Sovrano. Secondo queste distinzioni ne viene, che i vizj personali di alcuni Papi non appartennero, nè devonsi attribuire che all'uomo; che gli errori non devonsi attribuire che al Dottore, e non al Papa. Noi daremo due fatti storici intorno a ciò, e mostranti l'effetto delle suddette distinzioni. Liberio Papa legittimo, e poscia dichiarato Santo, fu eletto l'anno 352, tempo in cui continuava ancora fieramente, malgrado la decisione, e la relativa professione di fede, ossia Credo etc. del Concilio generale di Nicea di 318 Vescovi (Credo etc., da noi riferito distesamente nella nostra nota, pag. 89 e 90 del Tomo 12) dell'anno 325, la gran lite fra i Cristiani-cattolici, sostenitori della consustanzialità di Gesù Cristo con Iddio Padre, cioè coll'Esser Supremo, vale a dire della divinità di Gesù Cristo, ed i Cristiani-ariani (così detti dal prete Ario loro Capo) e semi-ariani, negando i primi la consustanzialità e la divinità di Gesù Cristo, ed accordando i secondi soltanto ch'egli sia simile a Iddio Padre, cioè all'Esser Supremo, ma non consustanziale allo stesso, ossia della stessa di lui sostanza, come avea deciso il Concilio di Nicea, essendo poi anche questa similitudine negata dagli Ariani. I Vescovi, il Clero, i laici Cristiani erano perciò divisi in due o tre parti: nella Chiesa dei paesi orientali, vale a dire dell'Asia Minore e Province vicine, sembra che il maggior numero fosse ariano e semi-ariano, e ne' paesi occidentali, Cattolico: il Concilio ariano di Tiro si convocò contro il Concilio di Nicea, appena terminato; ne abbiamo gli atti negli Storici ecclesiastici. Finchè visse l'Imperator Costantino, tanto famoso, i Cattolici da lui colla forza sostenuti e protetti, avevano prevaluto di molto, ma succedutogli Costanzo, suo figlio, gli ariani e semi-ariani, da lui fortemente sostenuti e protetti, ripresero nuove forze e potere nella gran lotta. Vi fu un Concilio provinciale di Cattolici in Roma a favor d'Atanasio, Vescovo d'Alessandria in Egitto, perseguitato dagli Ariani e da Costanzo, e di cui abbiamo un atto di credenza, ossia Simbolo, conforme alla decisione di Nicea. L'anno 341, presente Costanzo, si convocò in Antiochia un Concilio di 97 Vescovi, parte cattolici, e parte ariani; vi si scrissero alcune professioni di fede in cui non v'era la parola consubstantialem, determinata dal Concilio di Nicea; gli Ariani vi prevalsero di molto per l'influenza dell'Imperatore Costanzo. Vi fu poi anche un Concilio d'Ariani in Arles l'anno 353 contro i Cattolici e contro Atanasio, in cui fu deposto Paolino Vescovo di Treviri per non aver voluto sottoscrivere la condanna d'Atanasio. Per ordine di Costanzo si radunò ancora (siccome si era radunato, per comando di Costantino, il Concilio di Nicea dov'egli stette con pompa e potenza imperiale) l'anno 355 un Concilio di 300 Vescovi co' Legati di Liberio, per trattare, o terminare la grande controversia, che tutto lo Stato sconvolgeva, ed empieva di mali. Era Liberio contrario agli ariani e semi-ariani Vescovi, che in gran numero erano nel Concilio, e non voleva condannare Atanasio, ma avendo questi di molto prevaluto, fu Liberio mandato in bando in Tracia da Costanzo con Eusebio, Vescovo di Vercelli, che fu mal concio da bastonate, con Lucifero di Cagliari, con Paolino di Treviri, Vescovi pure sostenitori della consustanzialità. Vi fu un altro Concilio di Vescovi ariani in Antiochia contro Atanasio; ve ne fu un altro in Francia l'anno 356, adunato da Saturnino Arcivescovo d'Arles, già ariano, o semi-ariano, in cui fu bandito S. Ilario Vescovo cattolico di Poitiers; e così di seguito vi furono concilj contro concilj, anatemi contro anatemi. Intanto che Liberio Papa, cacciato dalla Sede di Roma, stavasi bandito in Tracia in trista situazione, si radunò un Concilio di 300 e più Vescovi tanto orientali, che occidentali in Sirmich, città della Schiavonia, l'anno 357, nel quale furono scritti e professati due atti di fede, il primo semi-ariano, e l'altro ariano. Liberio stanco della pena dell'esilio, e bramoso di ricuperare la Sede pontificia di Roma, sottoscrisse pur troppo l'atto di fede, ossia il Credo etc. semi-ariano, di quel Concilio, per unirsi a' semi-ariani, e obbedendo all'Imperatore Costanzo; ce lo conferma con dispiacere anche Severino Bini cattolico, e divoto de' Papi, e glossatore della nuova ed ampia Collezione de' Concilj di Labbe, edizion di Venezia: Post quam biennio exulasset (Liberio) ad subscribendum Sirmiensi confessioni primae, ad condemnandum innocentem Athanasium, et denique ad comunicandum cum Arianis, taedio exilii et calamitatum, denique spe recuperandae pristinae sedis, atque dignitatis inductus, infelix, infeliciter labitur, sibique vitae ac morum turpissimam maculam incurit. Labbe t. 3, p. 195, edizione di Venezia. Ma Liberio cedette all'umana debolezza, errò come dottore: fu poscia dolentissimo della sua condotta, dopo aver ricuperata la Sede de' Papi, che se non erano ancora sovrani, erano oltremodo ricchissimi. Ecco la lettera scritta da Liberio, essendo ancora in esilio, a' Vescovi ariani, o semi-ariani, pregandoli ad intercedere presso l'Imperatore la sua liberazione, ed il suo ritorno alla Sede di Roma, e colla quale dichiara di ricevere e tenere ferma la semi-ariana professione di fede del Concilio di Sirmich suddetto, dicendola vera e cattolica, cioè vera ed universale.
Pro deifico timore sancta fides vestra cognita est hominibus bonae voluntatis, sicut lex loquitur; juste judicate, filii hominum. Ego Athanasium non defendo, sed quia susceperat illum bonae memoriae Julius, decessor meus, verebar ne forte in aliquo praevaricator judicarer. At ubi cognovi, quando Deo placuit, juste vos illum condemnasse, mox consensum meum commodavi sententiis vestris: litteras super nomine ejus, idest de damnatione ipsius, per fratrem nostrum Fortunatianum dedi perferendas ad Imperatorem nostrum Constantium. Itaque, amoto Athanasio, a comunione omnium nostrum, cujus nec epistolia a me suscipienda sunt, dico me cum omnibus vobis, et cum universis episcopis orientalibus, seu per universas provincias, pacem et unanimitatem habere. Nam ut verius sciatis me veram fidem per hanc epistolam meam proloqui, dominus meus et frater comunis Demophilus, qui dignatus est pro sua benevolentia, fidem, et veram catholicam exponere, quae Sirmii a pluribus fratribus et coepiscopis nostris tractata, exposita, et suscepta est, hanc ego libenti animo suscepi, in nullo contraddixi, consensum accomodavi, hanc sequar, haec a me tenetur. Sane petendam credidi sanctitatem vestram, quia semper videtis in omnibus, me vobis consentaneum esse, dignamini, comuni consilio ac studio laborare quatenus de exilio jam dimittar, et ad sedem quae mihi credita est divinitus revertar. Epistola VII Liberii ad orientales episcopos. Bini stesso presso Labbe dice: haec est vera illa, et germana epistola Liberii, quam scripsit.
Ecco un'altra lettera di Liberio.
Epistola Liberii ad Ursacium, Valentem et Geminium (Vescovi ariani d'Occidente): eorum interventa liberari ab exilio, sediquae suae restitui cupit.
Quia scio vos filios pacis esse, diligere etiam concordiam, et unanimitatem ecclesiae catholicae idcirco non aliqua necessitate compulsus, teste Deo dico, sed pro bono pacis et concordiae, quae martyrio proponitur, his literis convenio, Vos charissimi domini mei. Cognoscat prudentia vestra. Athanasium qui Alexandrinae ecclesiae episcopus fuit, priusquam ad Comitatum Sancti Imperatoris pervenissem, secundum, literas orientalium episcoporum, ab ecclesiae romanae comunione separatum esse, sicut testis est omne praesbyterium ecclesiae romanae etc. In fatti Liberio, per l'intercessione de' Vescovi ariani presso l'Imperatore Costanzo, ritornò trionfante sulla sede romana; di che oltre tutti gli altri Storici, non che dell'eresia di Liberio, ci accerta S. Gerolamo, scrittore quasi contemporaneo: Liberius medio victus exilii in haereticam pravitatem subscribens Romam quasi victor intravit. S. Jeron. in Chron. S. Ilario Vescovo di Poitiers fermo sostenitore della consustanzialità e divinità di Gesù Cristo, deposto e bandito ora dall'Occidente, ora dall'Oriente dai Concilj ariani, così disse pure del Papa Liberio: Haec est perfidia ariana.... anathema a me tibi dictum Liberii, et sociis tuis... iterum tibi anathema, et tertio praevaricator Liberii. Lib. 6, fragm., edizione Parigi 1693.
Onorio I fu eletto Papa legittimo l'anno 625. Sorse allora questione fra' Vescovi, se Gesù Cristo, avendo due nature, divina ed umana, siccome avea dogmaticamente deciso contro i Cristiani-eutichiani, il quarto Concilio generale di Calcedonia, avesse anche due volontà, e non una sola. Questa nuova questione dogmatica doveva esser decisa da un altro Concilio generale, che fu perciò convocato molti anni dopo, e fu il sesto generale, essendo Papa Agatone, eletto l'anno 678. Questo Concilio, tenuto in Costantinopoli, decise aver Gesù Cristo due volontà, una divina, l'altra umana (vedi la nostra Nota T. 9, p. 94) contro i Vescovi, il Clero, ed i secolari Monoteliti, così detti perchè sostenevano aver Gesù Cristo una sola volontà, e furono condannati e dichiarati eretici. I principali sostenitori del monotelismo erano stati Macario Patriarca d'Antiochia, il Vescovo Teodoro Faranitano, i Patriarchi di Costantinopoli Sergio, Paolo, Pirro e Pietro, e Ciro Patriarca d'Alessandria. Il Papa Onorio, sotto il cui pontificato erasi mossa la questione, aveva scritto una lettera a Sergio, colla quale consigliava a lasciare la controversia, tanto una parte, che l'altra, dicendo doversi rifiutare ed escludere dalla professione di fede le parole nuovamente introdotte, esprimenti una o due operazioni e volontà in Gesù Cristo, perchè mettevano in campo questioni oscure ec. Ma i Monoteliti interpretarono la lettera a loro favore, posero Onorio nel loro partito, e divulgarono che Onorio pure credeva avere Gesù Cristo una sola volontà. Hist. sextae Synodi. Labbe, T. 7, p. 610.
Ecco la lettera.
Dilectissimo fratri Sergio, Honorius. Dopo alcune parole dice: Nec non et Cyro fratri nostro, Alexandrinae civitatis praesuli, quatenus novae adinventionis unius vel duarum operationum vocabulo refutato, claro Dei ecclesiarum praeconio nebulosarum concertationum caligines offundi non debeant, vel aspergi, ut profecto unius vel geminae operationis vocabulum noviter introductum ex predicatione fidei eximatur. Nam qui haec dicunt, quid aliud nisi juxta unius vel geminae naturae Christi Dei vocabulum, ita et operationem unam, vel geminam suspicantur? Saper quod clara sunt divina testimonia. Unius autem operationis vel duarum esse vel fuisse mediatorem Dei et hominum Dominum Jesum Christum sentire et promere ineptum est etc. Actio 13, Conc. VI. Labbe, sacrorum Conc. etc., edizione Veneta. T. II, p. 582. Il Concilio generale sesto suddetto, decidendo dogmaticamente contro i Monoteliti, comprese nella condanna anche Onorio, onde a questo venne macchia d'eresia in materia di dogma, dalla quale (non sembrando ciò chiaramente risultare dalle espressioni della sua lettera, mostrante piuttosto indifferenza e brama di pace) fu difeso dagli Scrittori premurosi di sostenere l'infallibilità de' Papi nelle materie dogmatiche e di religione.
Qualunque possano essere le difese d'Onorio, convien dire che le cose che stavano contro lui, sieno state tali da determinare il suddetto Concilio generale, ossia ecumenico sesto, a condannarlo cogli altri eretici Monoteliti. Ecco gli atti del Concilio:
Sancta Synodus dixit: Eos qui semel condemnabiles demonstrati sunt, et secundum sententiam nostram jamdudum ejecti de sacris diptychis, opportunum existit etiam in exclamationibus hos nominatim anathematizari. Georgius archiepiscopus hujus civitatis dixit; necessarium est nominatim memoratas personas anathematizari; et exclamaverunt universi; Multos annos Imperatoris etc. Theodoro haeretico Faranitano anathema, Sergio haeretico anathema, Cyro haeretico anathema, Honorio haeretico anathema, Pyrro haeretico anathema, Paulo haeretico anathema, Petro haeretico anathema, Macario haeretico anathema, Stefano haeretico anathema, Polychronio haeretico anathema, Aspergio Pergensi anathema, omnibus haereticis anathema, omnibus qui suffragantur haereticis anathema; augeatur fides christianorum; orthodoxo et universali Concilio multos annos. Actio 16. Sacrorum Conc. Nova etc. Labbe, T. II, p. 622.
Sanctum Concilium exclamavit (avendo già i Vescovi, ed i procuratori d'Agatone Papa, e d'altri Vescovi assenti, sottoscritti gli atti) omnes ita credimus, Sergio et Honorio anathema, Pyrro et Paulo anathema, Cyro et Petro anathema, Macario, Stefano, et Polycronio anathema: omnibus haereticis anathema, qui praedicaverunt et praedicant, et docent, et docturi sunt unam voluntatem, ut unam operationem in dispensatione Domini nostri Jesu Christi Dei nostri anathema. Actio 18. Labbe, T. II, pag. 655. Duas igitur in eo (Christo) naturales voluntates, et duas naturales operationes communiter, atque indivise procedentes praedicamus; superfluas autem vocum novitates, et harum adinventores procul ab ecclesiasticis septis abjicimus, idest Theodorum Faranitanum, Sergium et Paulum, Pyrrum simul et Petrum, qui Costantinopoleos praesulatum tenuerunt, insuper et Cyprum, qui Alexandrinorum sacerdotium gessit, et cum eis Honorium qui fuit Romae praesul, utpote qui eos in his, seculus est. Actio 18. Labbe, Tom. II, pag. 658.
Chi poi bramasse vedere la continuazione delle controversie fra Cristiani-cattolici e Cristiani-ariani e semi-ariani, ed altri, de' quali rimangono ancora alcune popolazioni in alcuni Stati sì d'Asia che d'Europa, legga i dotti Storici Tillemont, o Fleury, Moseim, o Du Pin, giacchè bisogna persuadersi che, essendo in tutti i secoli dall'epoca di Cristo, la Storia ecclesiastica più o meno intimamente legata alla civile e politica, e bene spesso qual principale agente, non si può saper bene quest'ultima, e in modo filosofico, cioè col discuoprimento delle cagioni e dei mezzi, e colla considerazione degli effetti, se non si sappia la prima. Questa verità dalla grand'Opera di Gibbon, ed anche dai nostri Commenti illustrativi, posta in luce, dovrebbe apprezzarsi da tutte le colte persone e letterate, le quali generalmente poco o nulla si curano dello studio della Storia ecclesiastica (che formò il fondamento del sapere Storico, morale e politico pei più grandi uomini dell'Era nostra) riguardandola come un soggetto da preti e da frati, o da uomini di poco conto, amanti di notizie e cognizioni poco importanti, mentre al contrario lo è da filosofi profondi, ricercatori dello stato, e delle variazioni e modificazioni della teologia, della filosofia e della morale degli uomini, nelle regioni d'Europa, ed in quelle non lontane d'Asia, cominciando dai Caldei, dagli Egizj, e da Platone fino a' nostri giorni. (Nota di N.N.)
(Nota alla [pag. 142]) Il diritto de' rei ecclesiastici, e particolarmente de' Vescovi condannati, d'appellare a' Papi, ed il potere di questi di mutare, o annullare le sentenze, date dai Concilj rispettivi, in materia di delitti, di deposizione, o di giurisdizione, non avuti ne' primi secoli del cristianesimo, e indi contrastati sempre con grande vigore, specialmente dalla Chiesa affricana (vedi i Concilj nazionali e provinciali di questa Chiesa, e le lettere da essi scritte a' Papi nel quarto e quinto secolo in Labbe, Sacrorum Conciliorum Nova et amplissima Collectio etc., edizione Venezia) furono proposti nel Concilio provinciale, o nazionale di Sardica l'anno 347, essendo presidente Osio, favoritore de' Papi, e Vescovo di Cordova, di cui abbiamo descritto la condotta ed il carattere (vedi la nostra Nota T. 12, p. 8); e cotale proposizione fu approvata da quel Concilio. Ma il diritto, ed il potere suddetti acquistarono forza maggiore e consuetudine generale nei paesi occidentali, dopo la promulgazione delle famose Lettere decretali, falsificate da Isidoro, e la loro accettazione dalla Chiesa occidentale, come vere ed autentiche, cioè nei secoli nono e decimo. Aggiungiamo qui, alle cose dette nella mostra Nota nel tomo nono pagina 307, le prove di retta critica della falsità delle suddette Lettere decretali di circa cinquanta Papi da Clemente succeduto a S. Pietro, fino a S. Silvestro, ed anche a Siricio che fu fatto Papa verso la fine del secolo quarto.
I. Perchè non sono scritte colla bella lingua latina di quei primi secoli.
II. Perchè il loro stile è lo stesso, segno che furono scritte da una stessa persona, e non da cinquanta differenti Papi, come il falsificatore ha voluto far credere.
III. Perchè in queste Lettere si citano sempre i passi della traduzione latina delle Sacre Scritture, nomata la Volgata, fatta da S. Gerolamo intorno la fine del quarto secolo, seguo che quelle lettere furono scritte dopo. S. Gerolamo morì l'anno 420.
IV. Perchè S. Gerolamo stesso, che compose un trattato delle Vite e degli Scritti degli Autori ecclesiastici che lo avevano preceduto, non fa menzione delle Lettere Decretali di que' cinquanta Papi, dateci da Isidoro, come scritte da essi.
V. Perchè non ne parlano i Papi Innocenzo I e Leone I, verso la metà del secolo quinto, e neppure gli altri Papi fino all'epoca in cui sono state promulgate, cioè verso la fine dell'ottavo secolo, o nel principio del nono.
VI. Perchè in queste Lettere si leggono le osservazioni ed i passi del Codice Teodosiano, fatto compilare da Teodosio II, che lo pubblicò l'anno 458, cioè cinquant'anni circa dopo Siricio, ultimo degli antichi Papi, a' quali quelle Lettere sono state attribuite.
VII. Perchè Dionisio detto il Picciolo, diligente collettore delle Lettere Decretali, e degli scritti de' Papi, fatti fino al suo tempo, cioè fino al principio del secolo sesto, non ebbe notizia delle Lettere Decretali, dateci da Isidoro, mentre più di tutti era in istato d'averle, se allora avessero esistito. Della sua grande diligenza egli stesso ci assicura; praeteritorum apostolicae sedis praesulum constituta qua valui cura, et diligentia collegi, ita etc. Epist. ad Julianum praesbyterum.
VIII. Perchè le loro date sono quasi tutte false. Le materie poi, contenute nelle suddette Lettere Decretali, provano pure la loro falsificazione, fatta in secoli posteriori, perchè parlano di Primati, di Patriarchi, d'Arcivescovi, e questi titoli non v'erano ne' primi secoli del cristianesimo, ne' quali l'impostore dice, che sono state scritte da' Papi. Egli dice nella sua prefazione, per darsi credito, che fu obbligato da ottanta Vescovi e da altri servi di Dio a fare la sua collezione de' canoni, che contiene le false Lettere Decretali suddette. Queste Lettere principalmente sostengono come doverose, e già consuete le appellazioni a' Papi, dalle sentenze dei Concilj, specialmente nelle cause de' Vescovi, e della loro deposizione per mancanze, errori, o delitti, dette poi da' canonisti cause maggiori; proibiscono di tener Concilj senza licenza del Papa; trattano delle accuse contro i Vescovi, e determinano molte regole per renderle assai difficili.
Isidoro falsificando le anzidette Lettere Decretali, ed attribuendole a' cinquanta Papi de' primi secoli, mirò a far credere a' suoi contemporanei dell'ottavo secolo, che le cose dette e sostenute in esse, erano già state ammesse, stabilite e poste in pratica ne' primi secoli del Cristianesimo; era questo il modo sicuro di venire a capo di conseguirle, in quel tempo di generale e profonda ignoranza; nè s'ingannò Isidoro nell'usare cotale artifizio, perchè l'effetto seguì il suo intendimento. Le false Decretali furono credute autentiche e vere per ottocento anni nella Chiesa occidentale latina, di tal modo ingannata in una cosa di fatto, cioè fin dopo il Concilio di Trento, tempo in cui, venuti i buoni studj d'istoria, d'erudizione, di critica, i Dotti, amanti del vero, ne provarono e pubblicarono la falsità, da quel tempo, da tutti gli eruditi anche cattolici riconosciuta. Credute vere ed autentiche dal Clero, e da' Principi e da' popoli le false Decretali, ne seguì, che si venne a capo, ciò che bramavasi, di conseguire le cose ch'esse sostenevano, sì perchè ammesse, stabilite e praticate ne' primi secoli del Cristianesimo, sì perchè avvalorate dall'autorità di cinquanta de' primi Papi.
L'animoso Nicolò I, già celebre, eletto Papa l'anno 859, insistè molto a costringere con minacce i Vescovi di Francia (gli altri già le avevano ammesse) a ricevere le dette Decretali d'Isidoro come canoni, sostenendone fortemente le massime: ecco una delle sue proposizioni, scritto in una sua lettera a' Vescovi di Francia: Etsi sedem apostolicam nullatenus appellasset (cioè il Vescovo reo condannato e deposto dal Concilio) contra tot tamen et tanta vos Decretalia (cioè le false d'Isidoro) efferre statuta, et episcopum, inconsultis nobis, deponere nulla modo debuistis. Epist. 42. Nic. I. Le cause de' Vescovi rei, la loro condanna e deposizione, decidevansi ne' Concilj delle rispettive province, dove la reità era stata commessa, e vi presiedeva l'Arcivescovo, ossia Metropolitano, secondo l'antico diritto canonico, stabilito dai Concilj anche generali; perciò i Vescovi di Francia generalmente non volevano ammettere le promulgate Decretali (benchè non ne ravvisassero la falsità) perchè erano contrarie a' canoni antichi, alle consuetudini ed alla autorità dei Metropolitani, data loro specialmente da' canoni del generale Concilio di Nicea. Incmaro Arcivescovo di Reims, nel nono secolo, il più erudito di queste materie che fosse in Francia in quel tempo, rimproverò fortemente Incmero Vescovo di Laon, perchè sosteneva le massime e l'autorità delle promulgate Decretali per sottrarsi dal poter del suo Metropolitano: quaerens adinventiones, ut te metropolitana subiectione posses exuere, libellum de patrum antiquorum (cioè de' Papi fino a Silvestro, o a Siricio) ante sacros Nicenae Synodi, et aliorum sanctorum canones, editis collegisti, in quibus sententias inter se dissonas, et contra evangelicam, et apostolicam et canonicam etc. Flodoardo, Hist. di Reims.
Ma avvenne che i Vescovi delle province belgiche, anche uniti in Concilj, ammisero le dette Decretali d'Isidoro, e fondarono i loro Decreti e Canoni sulle Decretali medesime, e ne trascrissero ed ammisero le sentenze ed i passi, siccome canoni: ce lo prova il dottissimo Arcivescovo di Parigi, nella metà circa del secolo decimosettimo, Pietro de Marca: Sane post tempora Riculfi sententiae aliquot selectae ex supposititiis epistolis, a gallicanis episcopis in canones suos transcriptae sunt. In Concilio Aquisgranensi, habito anno 836, quae de unctione olei infirmorum (Conc. Aquis. pag. 2, c. 8) Chrismate ab episcopis quotannis consecrando in Coena Domini, decernuntur juxta statuta Decretalium, e secunda epistola Fabiani, hausta sunt, etsi tacito Fabiani nomine. Caeterum frequentissime ab episcopis laudata fuisse verba epistolarum illarum decretalium et earum auctoritatem, probant tres ultimi Capitularium Libri, quos scriniis ecclesiae Mogunciacensis in unum corpus compegit Benedictus Levita jussu Autgari, ejus ecclesiae episcopi, eosque Lothario, Ludovico etc. De Marca Arch. Par. De Concordia Sacerdotii et Imperii, l. 3, c. 6.
Aggiuntasi poscia all'insistenza di Nicolò I, quella di Adriano II, e di Giovanni VIII, o IX, e crescendo la brama e l'interesse de' Vescovi di togliersi al rigore dei giudizj dei Concilj rispettivi col mezzo delle appellazioni a Roma, dove trovavano indulgenza, avvenne che finalmente anche i Vescovi di Francia, uniti in Concilio ammisero l'autorità delle Decretali d'Isidoro, citate e prese come canoni ne' giudizj, dati dai Concilj in materie ecclesiastiche, verso la fine del secolo decimo, e ce lo prova il prelodato Arcivescovo: Tandem eo deventom est ut tantis nominibus veterum pontificum cesserint una cum reliquis episcopis etiam gallicanae ecclesiae rectores, qui in Concilio Remensi ab Ugone et Roberto, regibus Francorum coacto anno nongentesimo nonagesimo secundo, Anaclecti, Julii, Damasi, et aliorum Pontificum epistolae expenderunt in causa Arnulphi, ac si in canonum censum receptae essent, Ibidem, l. 3, c. 7.
La nuova giurisprudenza ecclesiastica, cui allude l'Autore, ossia il nuovo diritto canonico, succeduto all'antico de' primi cinque secoli circa (raccolto nella Collezione di Dionisio il Piccolo) onde antiquo juri novum successit, ci dice dottamente anche il De Marca, formossi delle suddette Decretali d'Isidoro, inserite nella sua Collezione generale dal Monaco Graziano, intorno l'anno 1150, la quale divenne testo in tutte le scuole, seminarj, ed università; degli scritti di Gregorio VII, delle Decretali d'Alessandro III, d'Innocenzo III, d'Onorio III, di Gregorio IX, di Bonifacio VIII, delle costituzioni dette Clementine, di Clemente V etc., ed ecco formato il nuovo Corpus juris canonici.
Vi fu anche un'altra cagione che contribuì naturalmente a cominciare a stabilire le appellazioni a Roma. Siccome i Papi, come Capi in particolar modo della Chiesa occidentale, avevano corrispondenza co' Concilj (generali, inviandovi anche i loro delegati) che nel quarto e quinto secolo, e dopo adunaronsi nelle province orientali, cioè a Costantinopoli e nel Asia Minore, così ne sapevano tutte le decisioni sì dogmatiche, che disciplinari, e tutti i canoni; perciò i lontani e i rozzi vescovi occidentali domandavano consiglio ed opinione nella fine del quarto secolo, e nel quinto, e dopo a' Papi, siccome rilevasi anche da alcune lettere d'Innocenzo I, colle quali risponde alle domande. Dall'uso delle consultazioni si passò a poco a poco, durante e dopo lunghi contrasti, ad ammettere ne' Concilj nazionali, o provinciali (vedi gli atti dei Concilj della Chiesa affricana fino a' tempi di S. Agostino, e del metropolitano Aurelio) i delegati de' Papi, a conoscere e a terminare le cause. Ne venne dalle dette maggiori notizie de' Papi un concorso d'appellanti, che volevano liberarsi dalle sentenze dei Concilj provinciali, e ne ridondò a' Papi sempre maggiore autorità, e sempre nuovi favoreggiatori. Per la falsificazione, ed ammissione delle false Lettere Decretali d'Isidoro, vennero a' Cattolici da' dottori protestanti acerbe accuse di soverchia credulità, ed a' Papi fiere invettive, cosa deplorata dal cattolico P. Constant, dotto Benedettino: vedi la nostra nota al Tomo nono p. 307.
Noi nello scrivere le annotazioni ai cinque ultimi volumi della grand'Opera d'Odoardo Gibbon abbiamo principalmente mirato, sviluppando e descrivendo le cose dogmatiche, e d'istoria ecclesiastica, a rendere innocue le cose da lui dette in materia dogmatica, od in altra importante, ed a munire il lettore dai tratti concisi e forti, che potevano fargli gagliarda impressione, qualora non fosse stato istruito dei luoghi delle Scritture Sacre, e dell'Istoria ecclesiastica e civile. Del resto noi non ci siamo proposti, nè pretendiamo d'aver purgato l'Opera del Gibbon da tutto ciò che il buon credente non deve ammettere: l'imprendimento e la difficile esecuzione di una confutazione compiuta avrebbe raddoppiato quasi i volumi dell'Opera; gravissimo inconveniente. Noi abbiamo fidanza che l'opera nostra non sia per essere discara a' sapienti, e sia utile e piacevole a coloro che non lo fossero.
FINE DEL DECIMOTERZO ED ULTIMO VOLUME.
[INDICE]
DEI CAPITOLI E DELLE MATERIE
CHE SI CONTENGONO
NEL DECIMOTERZO VOLUME
| CAPITOLO LXVII. Scisma de' Greci e de' Latini. Regno e carattere di Amurat. Crociata di Ladislao Re d'Ungheria. Sconfitta e morte del medesimo. Giovanni Uniade. Scanderbeg. Costantino Paleologo, ultimo Imperatore di Costantinopoli. | ||
| A. D. | ||
|---|---|---|
| Parallelo fra Roma e Costantinopoli | [pag. 5] | |
| 1440-1448 | Scisma greco dopo il Concilio di Firenze | [10] |
| Zelo de' Russi e degli Orientali | [13] | |
| 1421-1451 | Regno e carattere di Amurat II | [15] |
| 1442-1444 | Rassegna due volte successive il trono | [17] |
| 1443 | Lega formata da Eugenio contro i Turchi | [19] |
| Ladislao Re di Polonia e d'Ungheria marcia contr'essi | [23] | |
| Pace de' Turchi | [24] | |
| 1444 | 10 novembre. Violazione del Trattato di pace | [25] |
| Giornata di Warna | [28] | |
| Morte di Ladislao | [29] | |
| Il Cardinale Giuliano | [31] | |
| Giovanni Corvino Uniade | [32] | |
| 1457 | Difesa di Belgrado e morte di Uniade | [34] |
| 1404-1413 | Nascita e educazione di Scanderbeg principe dell'Albania | [36] |
| 1443 | Tradisce il Sultano e fa guerra ai Turchi | [38] |
| Valore di Scanderbeg | [40] | |
| 1467 | Morte | [42] |
| 1448-1453 | Costantino ultimo degli Imperatori Romani o Greci | [44] |
| 1450-1452 | Ambasceria di Franza | [46] |
| Stato della Corte di Bisanzo | [49] | |
| CAPITOLO LXVIII. Regno e carattere di Maometto II. Assedio e conquista definitiva di Costantinopoli fatta dai Turchi. Morte di Costantino Paleologo. Servitù de' Greci. Distruzione dell'Impero romano nell'Oriente. Atterrimento dell'Europa. Conquiste di Maometto II; sua morte. | ||
| Carattere di Maometto II | [51] | |
| 1451-1481 | Regno | [55] |
| 1451 | Intenzioni ostili di Maometto contro i Greci | [57] |
| 1452 | Costruisce una Fortezza sul Bosforo | [62] |
| Guerra de' Turchi | [64] | |
| Apparecchi per l'assedio di Costantinopoli | [66] | |
| Gran cannone di Maometto | [68] | |
| 1453 | Costantinopoli assediata | [71] |
| Forze de' Turchi | [74] | |
| De' Greci | [75] | |
| 1452 | Fallace unione delle due Chiese | [77] |
| Ostinazione e fanatismo de' Greci | [78] | |
| 1453 | Progredisce l'assedio di Costantinopoli | [82] |
| Assalto e difesa | [85] | |
| Soccorso venuto agli assediati, e vittoria navale riportata dai Cristiani | [87] | |
| Maometto fa trasportare il suo navilio per terra | [92] | |
| Strettezze in cui trovasi la città | [96] | |
| I Turchi si preparano ad un assalto generale | [96] | |
| L'Imperator Costantino si congeda l'ultima volta dai Greci | [99] | |
| 1453 | 29 maggio. Assalto generale | [101] |
| Morte dell'Imperatore Costantino Paleologo | [106] | |
| I Greci perdono la città e l'Impero | [107] | |
| Costantinopoli saccheggiata dai Turchi | [107] | |
| Prigionia de' Greci | [110] | |
| Calcolo del bottino | [112] | |
| Maometto II trascorre la città, S. Sofia, il palagio, ec. | [116] | |
| Condotta di Maometto verso i Greci | [118] | |
| Torna a popolare e ad abbellire Costantinopoli | [119] | |
| Estinzione delle famiglie imperiali de' Comneni e de' Paleologhi | [123] | |
| 1460 | La Morea perduta pe' Turchi | [125] |
| 1461 | Anche Trebisonda | [126] |
| 1453 | Dolore e spavento in cui è immersa l'Europa | [129] |
| 1481 | Morte di Maometto II | [133] |
| CAPITOLO LXIX. Stato di Roma dopo il secolo dodicesimo. Dominazione temporale de' Papi. Sedizioni nella città di Roma. Eresia politica di Arnaldo da Brescia. Restaurazione della Repubblica. Senatori. Orgoglio de' Romani. Loro guerre. Vengono privati della elezione e della presidenza de' Papi, che si ritirano ad Avignone. Giubbileo. Nobili famiglie di Roma. Querele fra i Colonna e gli Orsini. | ||
| 1100-1500 | Stato di Roma e cambiamenti politici del medesimo | [135] |
| 800-1100 | Imperatori di Roma francesi e alemanni | [137] |
| Autorità de' Pontefici in Roma | [140] | |
| Fondata sull'affezione del popolo | [140] | |
| Sul diritto | [140] | |
| Sulle virtù degli stessi Pontefici | [141] | |
| Sulle loro ricchezze | [142] | |
| Incostanza della superstizione | [143] | |
| Sommosse di Roma contro i Papi | [145] | |
| 1086-1305 | Successori di Gregorio VII | [147] |
| 1099-1118 | Pasquale II | [148] |
| 1118-1119 | Gelasio II | [149] |
| 1144-1145 | Lucio II | [150] |
| 1181-1185 | Lucio III | [150] |
| 1119-1124 | Calisto II | [151] |
| 1130-1143 | Innocenzo II ivi | |
| Pittura che S. Bernardo fa dei Romani | [152] | |
| 1159 | Eresia politica di Arnaldo da Brescia | [153] |
| 1144-1154 | Esorta i Romani a far rinascere la repubblica | [157] |
| 1155 | Arso vivo | [159] |
| 1144 | Restaurazione del Senato | [160] |
| Campidoglio | [163] | |
| Zecca | [164] | |
| Prefetto della città | [166] | |
| Numero de' Membri del Senato, e forma della loro elezione | [167] | |
| Ufizio del Senatore | [169] | |
| 1252-1258 | Brancaleone | [171] |
| 1263-1278 | Carlo d'Angiò | [173] |
| 1281 | Papa Martino IV | [174] |
| 1328 | L'Imperatore Luigi di Baviera | [175] |
| I Romani si volgono agl'Imperatori | [175] | |
| 1144 | Corrado III | [175] |
| 1156 | Federico I | [177] |
| Guerre de' Romani contro le città confinanti | [181] | |
| 1167 | Battaglia di Tuscolo | [184] |
| 1234 | Di Viterbo | [185] |
| Elezione de' Papi | [185] | |
| 1179 | Diritto de' Cardinali fondato da Alessandro III | [187] |
| 1274 | Conclave instituito da Gregorio X | [188] |
| Lontananza de' Papi da Roma | [192] | |
| 1294-1303 | Bonifazio VIII | [193] |
| 1309 | Traslazione della Santa Sede ad Avignone | [195] |
| 1300 | Instituzione del Giubbileo e dell'Anno Santo | [198] |
| 1350 | Secondo Giubbileo | [202] |
| Nobili o Baroni di Roma | [203] | |
| Famiglia di Leone l'Ebreo | [205] | |
| I Colonna | [207] | |
| Gli Orsini | [211] | |
| Contese ereditarie di queste famiglie | [212] | |
| CAPITOLO LXX. Carattere del Petrarca e sua coronazione. Libertà e antico governo di Roma, risorto per opera del tribuno Rienzi. Virtù e vizj, espulsione e morte di questo tribuno. Partenza dei Papi d'Avignone e loro ritorno a Roma. Grande scisma d'Occidente. Riunione della Chiesa latina. Ultimi sforzi della libertà romana. Statuti di Roma. Istituzione definitiva dello Stato ecclesiastico. | ||
| 1304-1374 | Il Petrarca | [214] |
| 1341 | Coronato del lauro poetico a Roma | [219] |
| Nascita, carattere e divisamenti patriottici del Rienzi | [222] | |
| 1347 | Si arroga il governo di Roma | [227] |
| Assume il titolo e gli ufizj di tribuno | [229] | |
| Leggi del Buono Stato | [229] | |
| Libertà e prosperità della repubblica di Roma | [232] | |
| Il Tribuno rispettato in Italia | [235] | |
| Celebrato dal Petrarca | [237] | |
| Disonoratosi per vizj e follie | [238] | |
| Ricevuto cavaliere | [240] | |
| Coronato | [243] | |
| Incute spavento ai Nobili di Roma che lo detestano | [244] | |
| Questi s'armano contro il Rienzi | [247] | |
| Sconfitta e morte di un Colonna | [248] | |
| Caduta e fuga del tribuno Rienzi | [250] | |
| 1347-1354 | Varie sommosse accadute in Roma | [252] |
| Nuovi avvenimenti del Rienzi | [254] | |
| 1351 | Prigioniere ad Avignone | [255] |
| 1354 | Senatore in Roma | [256] |
| Morto nello stesso anno | [259] | |
| 1355 | Il Petrarca visita l'Imperatore Carlo IV, indi il rampogna | [259] |
| Sollecita i Papi d'Avignone a porre in Roma la loro residenza | [260] | |
| 1367-1370 | Ritorno d'Urbano V | [263] |
| 1377 | Gregorio XI rimette definitivamente la sede del Governo appostolico in Roma | [263] |
| 1378 | Morte di Gregorio XI | [266] |
| Elezione di Urbano VI | [266] | |
| Di Clemente VII | [267] | |
| Grande scisma di Occidente | [269] | |
| Sciagure di Roma | [270] | |
| 1394-1407 | Negoziazioni per la pace e la riunione de' scismatici | [271] |
| 1409 | Concilio di Pisa | [274] |
| 1414-1418 | di Costanza | [275] |
| Elezione di Martino V | [277] | |
| 1417 | Martino V | [277] |
| 1431 | Eugenio IV | [278] |
| 1447 | Nicolò V | [278] |
| 1434 | Ultima sommossa di Roma | [278] |
| 1452 | Federico III, ultimo degl'Imperatori romani coronato a Roma | [280] |
| Statuti e governo di Roma | [280] | |
| 1453 | Congiura del Porcaro | [283] |
| Ultimi disordini promossi dalla Nobiltà romana | [287] | |
| I Papi acquistano un assoluto dominio ec. | [288] | |
| Governo ecclesiastico | [293] | |
| CAPITOLO LXXI. Descrizione delle rovine di Roma nel secolo decimoquinto. Quattro cagioni di scadimento e distruzione; il Colosseo citato ad esempio. La Città nuova. Conclusione dell'Opera. | ||
| Contemplazioni e discorsi del Poggi seduto sul colle del Campidoglio | [298] | |
| Descrizione delle rovine di Roma | [300] | |
| Scadimento successivo delle opere romane | [302] | |
| Derivato da quattro cagioni | [304] | |
| I. Dai guasti operati dal tempo e dalla natura | [304] | |
| Turbini e tremuoti | [305] | |
| Incendj | [305] | |
| Innondazioni | [307] | |
| II. Dalle devastazioni di cui e i Barbari e i Cristiani si sono fatti colpevoli | [309] | |
| III. Dall'uso e dall'abuso de' materiali che i monumenti antichi somministravano | [312] | |
| IV. Dai litigi domestici degli abitanti di Roma | [319] | |
| Colosseo o anfiteatro di Tito | [324] | |
| Giuochi di Roma | [326] | |
| 1332 | Combattimento de' tori sull'arena del Colosseo | [327] |
| Guasti cui è soggiaciuto il Colosseo | [330] | |
| Consacrazione del medesimo | [332] | |
| Ignoranza e barbarie de' Romani | [332] | |
| 1420 | Restaurazioni e abbellimenti di Roma | [336] |
| Conclusione dell'Opera | [339] | |
FINE DELL'INDICE
[ INDICE GENERALE
] DELLE MATERIE
CONTENUTE NELLA STORIA DELLA DECADENZA E ROVINA
DELL'IMPERO ROMANO
DI
EDOARDO GIBBON
Introduzione alla Storia della decadenza e rovina dell'Impero romano, tom. I, pag. 1.
A
Abano, Saracino; eroismo di sua moglie a lui superstite, t. X, p. 193.
Abassidi, innalzamento di questa famiglia al rango di Califfi dei Saracini, t. X, p. 344.
Abdallah, sua prima invasione nell'Africa, t. X, p. 256. Saccheggia la fiera d'Abyla, t. X, pag. 200. Il Prefetto Gregorio e sua figlia, t. X, p. 258.
Abdalmalek, Califfo de' Saracini. Si rifiuta di corrispondere il tributo all'Imperatore di Costantinopoli, e stabilisce una moneta nazionale, t. X, p. 322.
Abdalbahman, Saracino, stabilisce il suo trono a Cordova in Ispagna, t. X, p. 350. Lusso della sua Corte, t. X, p. 355. Millanteria della sua felicità, t. X, p. 356.
Abdelaziz, Saracino; suo Trattato con Teodemiro Principe Goto di Spagna, t. X, p. 292. Sua morte, t. X, p. 296.
Abderamo. Sua spedizione e sue vittorie, t. X, p. 336. Sua morte, t. X, p. 342.
Abdol-Motaller, avolo del profeta Maometto. Sua storia, t. X, p. 44.
Abgaro. Ultimo re d'Edessa mandato prigioniero a Roma, t. I, p. 309.
Abgaro. Ricerche su l'autenticità della sua corrispondenza con Gesù Cristo, t. IX, p. 259.
Abissinia, invasa da' Portoghesi, t. IX, p. 135. Descrizione de' suoi abitanti, t. VIII, p. 75. Sua storia ecclesiastica, t. IX, p. 134.
Abissinj; loro conquiste, t. VIII, pag. 75. Loro alleanza con Giustiniano, t. VIII, p. 78.
Abissinj o Nubj; settarj, t. IX, p. 132. Loro Chiesa, t. IX, p. 134.
Abila, sua fiera, t. X, p. 200. I Saracini saccheggiano la sua fiera, t. X, p. 202.
Ablavio, Prefetto sotto Costantino il Grande, t. III, p. 358. Congiura contro questo favorito orgoglioso, t. III, p. 359. Vien messo a morte, t. III, p. 461.
Abu-Ayub. Sua storia, t. X, p. 319. Onori resi alla sua memoria dai Maomettani, t. X, p. 320.
Abubeker, Califfo. Suo regno, t. X, p. 128. Invade la Sorìa, t. X, p. 178.
Abu-Caab. Comanda i Mauri dell'Andalusia che soggiogarono l'Isola di Creta, t. X, p. 275.
Abulfeda, racconto ch'egli fa del lusso del Califfo Moctader, t. X, p. 349.
Abulfaraggio. Primate de' Giacobiti dell'Oriente, t. IX, pag. 118. Elogio della sua saggezza e della sua erudizione, t. X, p. 359.
Abbondanzio, generale d'Oriente, padrone dell'eunuco Eutropio reso da questo infelice ed esiliato, tom. VI, p. 280.
Abu-Soffian, principe della Mecca; congiura contro Maometto, t. X, p. 85. Battaglie di Beder e d'Ohud, t. X, p. 95. Assedia Medina senza successo, t. X, p. 97. Cede la Mecca a Maometto e lo riconosce come Profeta, t. X, p. 104.
Abu-Taher. Carmasio. Saccheggia la Mecca, t. X, p. 378.
Acacio, vescovo d'Amida; esempio straordinario di amore episcopale, tom. VI, p. 326.
Acaia. Sua estensione, t. I, p. 35.
Acri e tutta la Terra Santa perduta pei Latini, t. IX, p. 459.
Adautto. Il solo martire di qualche distinzione durante la persecuzione di Diocleziano, t. III, p. 98.
Adolfo, re de' Goti; conclude la pace coll'Impero e marcia nella Gallia, t. VI, pag. 192. Suo matrimonio colla principessa Placidia, t. V, p. 195. Suoi tesori, t. VI, p. 197. Marcia nella Spagna, t. VI, p. 214. Sua morte, t. VI, p. 215.
Adriano. Sua adozione all'Impero e suo carattere, t. I, p. 113.
Adriano II, restituisce le conquiste fatte da Traiano in Oriente, t. I, p. 10. Paralello di questo Imperatore ed Antonino Pio, t. I, p. 11. Suo sistema pacifico, t. I, p. 12. Sua moderazione e sua instancabile attività, t. I, pag. 11. Fu principe eccellente, soffista ridicolo e tiranno geloso della sua autorità, t. I, p. 113. Non ascolta che il suo capriccio nella scelta del suo successore, t. I, p. 114.
Adriano I, Papa. Sua alleanza con Carlomagno a danno dei Lombardi, t. IX, pag. 296. Riceve Carlomagno a Roma, t. IX, p. 302. Sostiene la falsa donazione di Costantino il Grande, tom. IX, p. 307.
Africa. Descrizione di questa parte del Mondo, t. I, p. 38. Guerra d'Africa a' tempi di Diocleziano, t. II, p. 125. Tirannia dei Romani, t. V, p. 79. Rivoluzione di Firmo, t. V, p. 81. L'Africa viene sottomessa da Teodosio, t. V, 82. Suo stato, t. V, pag. 86. Desolata dai Vandali, t. VI, p. 347. Assedio d'Ippona, t. VI, p. 349. Progresso de' Vandali in Africa, t. VI, pag. 354. Sorprendono Cartagine, t. VI, p. 356. Esuli e schiavi Africani, t. VI, p. 357. Favola de' sette dormienti, t. VI, pag. 359. Invasa da Giustiniano, t. VII, p. 319. Stato de' Vandali in questo paese, t. VII, p. 360. Contese intorno alle guerre dell'Africa, tom. VII, p. 369. Presa di Cartagine, t. VII, p. 381. Conquista dell'Africa fatta da Belisario, t. VII, pag. 389. Turbolenze dopo partito Belisario, tom. VIII, p. 81. Rivoluzione dei Mori, t. VIII, pag. 85. Prima invasione fatta da Abdallah, tom. X, p. 256. Assedio di Tripoli, t. X, pag. 259. Il Prefetto Gregorio e sua figlia; t. X, pag. 258. Vittoria degli Arabi, t. X, p. 259. Progressi de' Saracini in Africa, t. X, p. 269. Fondazione di Cairoan, tom. X., p. 268. Conquista di Cartagine, t. X, p. 269. I Musulmani compiono il conquisto dell'Africa, tom. X, p. 272. Adozione de' Mori, t. X, p. 275. Annientamento de' Magi della Persia, t. X, p. 303. Decadenza e caduta del cristianesimo in Africa, t. X, p. 308.
Aglabiti, t. X, p. 397.
Agostino (Sant'). Sua morte, t. VI, p. 350.
Agricola. Suo piano di conquistare l'Irlanda, t. I, p. 6.
Agricoltura. Sua perfezione in Occidente, t. I, p. 79. Introduzione de' fiori e delle frutta, t. I, p. 80. Coltivazione dell'ulivo, t. I, p. 81. Prati artificiali, t. I, p. ivi. Abbondanza generale, t. I, p. 82.
Ajace. Come è distinto il suo sepolcro, t. III, p. 243.
Aiznadin. Battaglia quivi seguìta, t. X, p. 188.
Alani. Invadono l'Asia e sono respinti da Tacito, t. II, p. 65. Soggiogati dagli Unni, t. V, p. 202. Loro alleanza cogli Unni e coi Goti, t. V, pag. 228. Loro discordie, t. V, p. 258.
Alarico, re de' Goti. Disfatto da Costantino, t. III, p. 353. Marcia nella Grecia, t. VI, p. 45. Egli è assaltato da Stilicone, t. VI, p. 50. Si rifugia colla sua armata nell'Epiro, t. VI, p. 187. È dichiarato generale dell'Illirico Orientale, t. VI, pag. 53. E re dei Visigoti, t. VI, p. 56. Invade l'Italia, t. VI, p. ivi. Battaglia di Pollenzia, tom. VI, p. 65. Suo ardire e ritirata, t. VI, pag. 67. Sua negoziazione con Stilicone t. VI, p. 98. Loro corrispondenza t. VI, pag. 100. Debolezza della Corte di Ravenna tom. VI, p. 114. Alarico marcia verso Roma t. VI, p. 116. Accetta un riscatto, e leva l'assedio di Roma t. VI, p. 157. Negoziazioni inutili t. VI, p. 160. Secondo assedio di Roma, t. VI, p. 166. Depone Attalo creato imperatore dai Goti e dai Romani t. VI, p. 171. Terzo assedio e saccheggio di Roma tom. VI, p. 173. Abbandona Roma e devasta l'Italia t. VI, p. 187. Sua morte t. VI, p. 191.
Alarico II, re de' Goti, combatte contro Clodoveo re dei Franchi e rimane ucciso per sua mano t. VII, p. 101.
Alberico. Sua ribellione, t. IX, p. 353.
Albigesi, loro persecuzione, t. XI, p. 38.
Albino (Clodio) governatore della Gran Brettagna si dichiara contro l'usurpatore Giuliano. Suo carattere e sue pretensioni t. I, p. 164. Artifizj e successi di Severo suo competitore; sua disfatta e morte t. I, p. 180.
Alboino, re de' Lombardi. Suo valore, amore, e vendetta t. VIII, p. 283. Intraprende la conquista dell'Italia t. VIII, p. 288. Viene ucciso da Rosmunda sua moglie t. VIII, p. 295.
Alessandro Severo. Elagabalo imperatore lo dichiara Cesare t. I, p. 221. Suo innalzamento al trono t. I, p. 222. Potere della sua madre Mammea t. I, p. 223. Saviezza e moderazione del suo governo t. I, p. 225. Sua educazione e virtuoso carattere t. I, p. 226. Giornale della sua vita ordinaria t. I, p. ivi. Felicità generale de' Romani t. I, p. 228. Alessandro ricusa il nome di Antonino t. I, p. ivi. Sedizione dei Pretoriani, e uccisione di Volpiano t. I, p. 230. Tumulti delle legioni t. I, p. 232. Fermezza dell'Imperatore t. I, p. ivi.
Alessandro Severo. Difetti del suo regno e del suo carattere t. I, p. 234. Digressione sulle finanze dell'Impero t. I, p. 235. Imposizione del tributo sopra i cittadini Romani, t. I, p. 236. Il tributo abolito t. I, p. 237. Tributi delle province t. I, p. ivi. Dell'Asia t. I, p. 238. Dell'Egitto tom. I, p. ivi. Della Gallia t. I, p. ivi. Dell'Africa t. I, p. ivi. Della Spagna t. I, p. 239. Dell'isola di Giera, t. I, p. ivi. Somma delle entrate, t. I, p. 240. Sua supposta vittoria contro Artaserse, t. I, p. 310. Dimostra del rispetto per la Religione Cristiana, t. III, p. 69. Sua morte, t. I, p. 255.
Alessandria. Descrizione di questa città, t. I, p. 417. Suoi tumulti, t. I, p. ivi. Sua distruzione, t. I, p. 418. Storia di S. Atanasio d'Alessandria, t. IV, p. 149. Del suo successore Giorgio di Cappadocia, t. IV, p. 295. Sedizione, e devastazione dei Templi, massacro di Giorgio, t. IV, p. 297. Ristabilimento di S. Atanasio, t. IV, p. 301. Distruzione del Tempio di Serapi, t. V, p. 374. Storia di S. Carillo Patriarca, t. IX, p. 28. Sua Biblioteca, t. I, p. 245.
Alessio, Imperatore, suo esercito e azioni campali, t. XI, pag. 161. Battaglia di Durazzo, t. XI, p. 168. Presa di Durazzo, t. XI, p. 168. Sua politica coi Crociati, t. XI, p. 318. Rispettato ed onorato dai Crociati, t. XI, p. 321. Buoni successi riportati nelle Crociate, t. XI, p. 381. Sue spedizioni per terra, t. XI, p. 385.
Alessio II, degradato dal rango supremo, t. IX, p. 220. Sua morte, t. IX, p. 230.
Aleppo, conquistata dagli Arabi, t. X, p. 216.
Alemagna. Indipendenza dei suoi Principi, t. IX, p. 363. Costituzione germanica, tom. IX, p. 366.
Alemanni. Loro origine, t. I, p. 384. Invadono la Gallia e l'Italia, t. I, p. 385. Sono respinti innanzi a Roma dal Senato e dal popolo, t. I, p. 385. Loro negoziazione coll'Imperatore Galliano, t. I, p. ivi. Violano il trattato di pace, t. II, pag. 23. Invadono nuovamente l'Italia, t. II, p. 26. Vinti da Aureliano, t. II, p. 24. Invadono nuovamente la Gallia, t. V, p. 56. Loro ritirata, t. V, p. 58. Odio ereditario fra loro e i Borgognoni, t. V, pag. 63. Disfatti e sottomessi da Clodoveo, t. VII, p. 81. Invadono per la terza volta l'Italia, t. VIII, pag. 128. Sono disfatti da Narsete, tom. VIII, pag. 130. Divengono vassalli e confederati de' Franchi, tom. IX, p. 335.
Alì, compagno di Maometto, t. X, p. 124. Suo carattere, t. X, p. 127. Suo regno, t. X, p. 134. Sue pretese al trono d'Arabia, t. X, p. 127. Sua ritirata, t. X, p. 130. Sua morte, t. X, p. 134. Sua posterità, t. X, p. 143.
Alp-Arslan, suo regno, t. XI, p. 229. Conquista dell'Armenia e della Georgia, t. XI, p. ivi. Sua morte, t. XI, p. 240.
Amalasunta, regina d'Italia. Suo governo, t. VII, p. 409. Suo esilio e morte, t. VII, p. 413.
Amadoniti, t. X, p. 400.
Amalfi, commercio di questa città, t. XI, p. 149.
Ambrogio (Sant') Vescovo di Milano, t. V, p. 307. Successo della sua opposizione contro l'Imperatrice Giustina, t. V, p. 309. Sua autorità e condotta, tom. V, p. 336. Impone una pubblica penitenza all'Imperatore Teodosio pel suo massacro di Tessalonica, t. V, p. 337. Resiste alle istanze ed ai prosperi successi dell'usurpatore Eugenio, t. V, p. 353. S'oppone all'erezione degli altari della Vittoria, t. V, p. 366.
Ammiano-Marcellino. Carattere ch'egli fa della nobiltà Romana, t. VI, p. 130.
Amorio. Guerra quivi seguìta tra Teofilo e Motassem, t. X, p. 384.
Amrou, suo carattere e vita, t. X, p. 230.
Amurat I, Sultano de' Turchi, t. XII, p. 328. Suo regno e sue conquiste in Europa, t. XII, p. ivi.
Amurat II, suo regno, t. XII, pag. 4000. Suo carattere, t. XIII, p. 15. Abdica due volte il trono, tom. XIII, p. 17. Sua morte, t. XIII, p. 19.