NOTE DEL TRASCRITTORE:

—Corretti gli ovvii errori di stampa e punteggiatura.

—Le note a piè di pagina, che nell’opera originale erano raccolte alla fine di ogni capitolo (lezione) sono state trasferite dal Trascrittore all fine del libro.

—Sono presenti in questa opera una quantità di dizioni multiple, in specie per le traslitterazioni dall’Ebraico; considerata anche la singolarità dell’ortografia utilizzata dall’Autore e nell’impossibilità di stabilire univocamente la corretta dizione, tali forme multiple sono state conservate.

—Gli accenti, l’ortografia e la sintassi utilizzate dall’Autore sono alquanto ricercate e rispondenti alla forma erudita della lingua italiana in uso all’epoca della stesura dell’opera. Tale forma prevede anche una variabilità nelle forme che sono state in massima parte conservate laddove non siano state considerate palesi errori tipografici.

—L’indice non è presente nell’opera originale; ne è stato prodotto ed aggiunto uno a cura del Trascrittore.

—L’immagine di copertina è stata prodotta dal Trascrittore usando l’immagine del frontespizio dell’opera originale. L’immagine è posta in pubblico dominio.



Proprietà letteraria.

STORIA
DEGLI ESSENI

LEZIONI

DI

ELIA BENAMOZEGH


RABBINO-PREDICATORE
E PROFESSORE DI TEOLOGIA NEL COLLEGIO RABBINICO DI LIVORNO.

FIRENZE.
FELICE LE MONNIER.


1865.


Tipografia dei Successori Le Monnier.

PREFAZIONE.

Le Lezioni che ora si pubblicano, risalgono all’epoca per me tuttavia di dolce rimembranza, in cui mi era dato esporre alcune parti della Storia della Teologia ebraica ad una eletta schiera di giovani livornesi, i quali, con perseveranza non comune in questa nostra città dedita ai traffici, seguirono le mie conferenze per circa tre anni.

Queste cose stimava opportuno premettere, a spiegare la forma non troppo consueta di questa Storia, ed a giustificarla eziandio. Perciocchè non mancherà taluno, e forse non senza fondamento, il quale osservi che più acconcia sarebbe stata la forma semplicemente espositiva. Ma oltrechè per satisfare a questo bisogno sariami stato d’uopo rifare quasi interamente il mio lavoro, parevami ancora che ciò non sariasi potuto operare senza compromettere in qualche modo le sue sorti. Chè il subietto presente sia per sè grave, e forse arido per i lettori comuni, non vi ha, credo, chi nieghi. L’erudizione storica, e teologica in ispecie, è cibo di pochi; e per farlo accetto ai più, sarà forse senza niuna utilità uno stile men disadorno, più drammatico e vivace quale s’addice a Lezioni? I fatti e le idee che altronde riescirebbero ai schifiltosi indigesti, non divengono pascolo più gradito, ove ai condimenti si mescano della imaginazione e del sentimento? Non solo, e il dico a costo di parer puerile, gli Esseni studiando con amore e con fede, perciocchè in essi intravvedeva i predecessori della buona nostra Teologia, io sentiva nella nobile indagine impegnate la Ragione e la Critica, ma la imaginazione altresì e il sentimento, e spontanea dal labbro sgorgavami la parola viva e affettuosa. Mai parvemi così vera ed acconcia la sentenza platonica, non essere il bello che lo splendore e la veste del vero.

A che però, diranno altri, venir fuori con questi vecchiumi? Appena trovano venia presso i comuni lettori le politiche o letterarie lucubrazioni:—qual sorte mai dovrà toccare agli opliti della scienza, alle scritture gravemente armate, alle dotte e severe indagini della Storia e della Teologia?—La Dio mercè però, questo linguaggio diventa di giorno in giorno più raro. A dispetto di chi vorrebbe confinare la mente umana nello studio e nell’amore delle quisquiglie letterarie e degli arcadici vezzi, come i tiranni invitano il popolo a seppellire le più generose potenze nelle tazze soporifere di Bacco, di Momo e di Venere, l’uomo anela a cose più alte. Gli argomenti che, or si può dire pochi lustri, erano il patrimonio di pochi, diventano ogni giorno più, quasi comune proprietà. Le menti s’iniziano alle più alte e scabrose indagini. Libri che altra fiata sariano giaciuti in eterno polverosi negli scaffali delle Biblioteche, girano adesso per le mani di tutti: avidamente si leggono, in ogni lingua si traducono: ed ove per mole e scienza soverchie disdicano ai comuni intelletti, epitomi se ne fanno e compendi. La scienza si fa piccina per trasfondere la vita nel popolo, come Elia si contrae sul corpo morto del figlio della vedova, a comunicargli la vita.

La storia presente non solo prende a considerare serio argomento, ma è parte nobilissima e tema di gran momento nella questione religiosa che ora preoccupa e divide gli animi nel mondo intero. La Storia degli Esseni è fonte ricchissima di documenti atti a spiegare l’origine del Cristianesimo; e qualunque concetto di questo si formi, niuno vi ha che si attenti di negare per la Storia di questa religione, la importanza dello studio dello essenico Istituto. Perciò tu vedi tutti i libri che prendono a trattare di quelle origini, assegnare posto segnalatissimo all’esame dell’Essenato. Parevami dunque non fare, anche per questo verso, inutile opera, mandando fuori questi miei pensieri intorno una Scuola tanto studiata e tanto degna di studio; e sopratutto non venire meno alle leggi di opportunità. Un altro resultato, o ch’io m’inganno, mi sarà lecito sperare da questo mio lavoro.—Nelle ebraiche scritture da me finora pubblicate, vuoi in forma polemica come le repliche contro l’antico Leone da Modena e l’illustre amico professor Luzzatto, vuoi nelle mie Note al Pentateuco, vuoi infine nel mio Essai sur l’origine des Dogmes et de la Morale du Christianisme premiato dall’Alliance israélite di Parigi, pienamente soscrissi e, quanto seppi e potei, crebbi forza alla sentenza intorno a cui convengono non che gli scrittori ortodossi, ma i critici eziandio più indipendenti, come Munk, Frank e Jost ed altri moltissimi, che, cioè la Teosofia cabbalistica, che coltivò il nostro gran Pico Mirandolano, ebbe per antichi rappresentanti gli Esseni e lo Essenato. Questa Storia è destinata a porgere nuovo tributo a questo gran vero, mercè un perpetuo confronto che si va facendo fra le une e gli altri.

E non meno parevami adempiere all’officio di buon italiano. Che se ogni individuo ed ogni ceto debbono contribuire, per ciò che lor spetta, a maggiore onoranza e gloria della Patria comune, perchè questo dovere non incomberà egualmente agli Israeliti e alla scienza israelitica? L’Italia ha il diritto di avere una Scienza ebraica filologica, storica, teologica, erudita, quale da gran tempo posseggono altre Nazioni sorelle; e in special modo la Germania. Ma a chi spetta principalmente arricchire di questa gemma la sua corona, se non agli Israeliti per cui l’Italia tanto fece e fa tuttavia? E chi tra gli Israeliti più debitore di questo giusto tributo se non il Rabbinato? Il quale in tanto lume di pubblicità, in tanto nobile pugnare di dottrine e sistemi, in tanto strenuo combattere a trionfo del vero, deve a sè, all’Italia, al mondo, alle sorti avvenire del genere umano, di alzare la voce a proclamazione e difesa del suo Credo.

Nell’adempire però, nei limiti delle mie scarse forze, a questo dovere, un pericolo sopratutto mi toccava cansare, quello cioè di venir meno al rispetto delle altrui opinioni e di religioni dalla mia diverse. L’ho io sempre felicemente evitato? Certo che costante mio intendimento fu di fuggirlo, e certo del pari che per le continue e delicate occasioni che ad ogni tratto mi si paravano dinanzi, ardua impresa era il superarlo continuamente. Se mai talvolta la parola o il pensiero suonano, più che non s’addice, liberi e severi, spero non mi si vorrà apporre a colpa quando si rifletta che tra la tolleranza fraterna da una parte, e la libertà dello speculare e la veridica parola dall’altra, angusto e difficile è il calle, e rado è che tu non pieghi talvolta o a un linguaggio alquanto severo, o a qualche dissimulazione del vero. Fra i due mali, qual’è il lettore illuminato che non preferisca il primo? La vera reciproca tolleranza è quella che sa amare e stimare gli altri, pur serbando intatto il culto delle proprie dottrine. Anzi, vero amor fraterno non si dà quando alto non proclamisi ciò che vero si crede. Il primo diritto dei nostri simili, è quello di udire da noi la verità.

Dopo le cose esposte, non mi rimane che a dire intorno i motivi di questa pubblicazione. Non è sete di onoranza, che scarsa mi riprometto, sì pel picciol merito dell’opera, come pel poco conto in cui questi studii si tengono generalmente; non è amor di guadagno, che non si trova per queste vie; non è vanità letteraria, che più agevolmente e più sicuramente si può satisfare con più amene produzioni; non è nemmeno quello che tanti autori protestano, la pressa dei loro amici che non gli dan tregua se non ne veggono le opere su per le stampe. È lo stesso motivo che m’indusse a sobbarcarmi spontaneo al ministero religioso, che mi fe’ e fa lavorare intorno a subbietti difficili, ingrati, spinosi; senza altro rimerito che il buon testimonio della coscienza: l’amore del sapere e della verità.

Livorno, Maggio 1865.

Elia Benamozegh.


INDICE

Pag.
Prefazione [iv]
Lezione Prima [1]
Lezione Seconda [10]
Lezione Terza [19]
Lezione Quarta [34]
Lezione Quinta [45]
Lezione Sesta [66]
Lezione Settima [75]
Lezione Ottava [101]
Lezione Nona [119]
Lezione Decima [137]
Lezione Decimaprima [152]
Lezione Decimaseconda [185]
Lezione Decimaterza [203]
Lezione Decimaquarta [236]
Lezione Decimaquinta [247]
Lezione Decimasesta [261]
Lezione Decimasettima [271]
Lezione Decimottava [284]
Lezione Decimanona [292]
Lezione Ventesima [300]
Lezione Ventesimaprima [311]
Lezione Ventesimaseconda [323]
Lezione Ventesimaterza [335]
Lezione Ventesimaquarta [346]
Lezione Ventesimaquinta [357]
Lezione Ventesimasesta [368]
Lezione Ventesimasettima [378]
Lezione Ventesimottava [388]
Lezione Ventesimanona [399]
Lezione Trentesima [409]
Lezione Trentesimaprima [419]
Lezione Trentesimaseconda [430]
Lezione Trentesimaterza [437]
Lezione Trentesimaquarta [446]
Lezione Trentresimaquinta [457]
Lezione Trentesimasesta [468]
Lezione Trentesimasettima [478]
Lezione Trentesimottava [483]
Lezione Trentesimanona [495]
Lezione Quarantesima [502]
Lezione Quarantesimaprima [512]

LEZIONE PRIMA.

Io debbo, diletti giovani, nell’esordire, revocare alla vostra mente quei giorni al mio cuore carissimi, in cui per la prima volta erami conceduto, la parola mia indirizzarvi. Voi il rammentate. Non appena i primi passi muovevamo pel lungo e difficil sentiero, che il bisogno faceasi sentire imperiosissimo, di una logica e razionale divisione del nostro assunto. Simile alle colonne miliarie, che all’animoso viandante additano il cammino percorso, e nuova lena gl’infondono e nuova speme; noi pure, o signori, il cammino nostro in tre grandi stadj, in tre grandi epoche, in tre grandi divisioni partimmo.

Nulla per ora delle ultime due calendoci, diremo solo della prima epoca, del suo principio, del suo termine.

Quale era, o signori, la prima epoca della storia della ebraica teologia?—Era quella che dalla Mosaica rivelazione partendo, si stende per tutto quello immenso intervallo, che da quel fatto memorando trascorre, sino alla cessazione della nostra vita politica, sino, che dico, o signori? sino al suggello dei Profeti e delle tradizioni, sino alla compilazione del Talmud. In questa epoca, o signori, noi risalimmo sin dove alcuna traccia per noi si scorgesse di movimento religioso, di dogmatica vicissitudine; sin dove un sistema ci apparisse che un compiuto avesse e particolare sembiante, di Dottrina e di pratica. In quei remotissimi tempi, una setta ci fermava, ed era quella dei Samaritani.

Noi togliemmo ad esame tutto ciò che ad essa appartiene, e comecchè parecchie cose fossero da noi e per brevità, e per incompleta notizia pretermesse, non è sì, o signori, che una cognizione voi non ne abbiate acquisita generale e sommaria. Mestieri è ora muovere il piede in cerca di nuovi liti e nuove genti, mestieri è, discendendo per la serie dei secoli, quella setta, quella scuola tôrre a subbietto di studio che prima si presenti, dopo i discorsi Samaritani. Voi ricordate, o signori, di questa setta il nascimento. Ella sortì i natali in quella epoca al popol nostro esiziale, quando la sua nazionalità venne per la prima volta vulnerata, quando la via si apriva dell’esilio, quando le dieci tribù schiudevano quel cammino di dolori e di spine, che le rimanenti due tribù non avriano tardato a calcare.

Le ricerche nostre, o signori, debbono dunque oggimai da quell’epoca in poi esercitarsi. Dobbiamo i tempi a quelli posteriori interrogare, e le voci studiosamente raccogliere che ci porge la istoria. Quali furono le vicende della ebraica religione nei secoli a quello successivi? La risposta, o signori, troppo più tarderà ad udirsi, che alla vostra impazienza non si convenga. Invano il chiederete all’esistenza incerta e languente del primo tempio; invano alla cattività babilonese, invano ai primi periodi del tempio secondo. Egli è, o signori, nei tempi di mezzo della nuova Restaurazione, egli è durante le lotte fraterne degli Asmonei, che la nuova scuola, la nuova setta apparisce con Giuseppe, sul teatro della istoria. Egli è allora soltanto che la presenza ci è dato costatare d’una forma nuova in seno alla ebraica religione.

Non vorrei però, o signori, che le parole mie fossero da taluno fraintese. Quando io parlo di questo protratto silenzio, quando noto una sì grande lacuna nella storia religiosa del popol nostro, quando dico che solo collo storico Giuseppe la esistenza ci si appalesa di nuova scuola; dire non intendo, o signori, che per tutto questo lungo intervallo, le sètte da Giuseppe rammentate esistito non abbiano; che quella specialmente che offrirà tra non molto al mio dire subbietto, non spinga alte e profonde le sue radici in una ben altrimenti remota antichità; che più vetusta esistenza non conti di quella che la istorica menzione parrebbe assegnarle. No, o signori, questo nè dico io nè penso. Che anzi le successive nostre conferenze vi chiariranno abbastanza, come, a senso mio, certe scuole, certi istituti a cui i documenti non porgono che una età posteriore, spingano oltre le loro barbe negli strati, per così dire, più profondi del suolo ebraico; che altro la cronologia dei documenti, altro quella sia veramente della storica esistenza; che, benchè per nomi, per forme, per sembianze diversi, i moderni agli antichi istituti si riappicchino mercè l’unico genio, l’unica mente e, come oggi si dice, l’unico spirito. Ma questo, o signori, sarà piuttosto corollario ultimo e postulato supremo dei nostri studj, anzichè premessa da noi gratuitamente anteposta al nostro discorso; sarà frutto anzichè radice; sarà comignolo anzichè base e fondamento al nostro edifizio. Per ora, o signori, l’ordine delle nostre trattazioni sarà quello ch’emerge dall’esame eziandio più superficiale dei monumenti esistenti, sarà quello che scaturisce dall’ordine, dalla successiva menzione delle sètte. Per ora, o signori, quella stimeremo più antica che anzi le altre figura nelle istorie dei tempi. Per ora quel nascimento soltanto le supporremo che la età ci concede, della istorica menzione. Criterio falso, arbitrario, siccome vedete, e che tanto vale a parer mio quanto il fissare che uom volesse d’un’individuo i natali in quell’ora, in quella epoca, che le forze sue attuava sul teatro del mondo.—Ma noi, o signori, mentre ogni altro sussidio ci vien meno, di questa data ci staremo contenti. Quale è la setta che, nell’ordine di storica menzione, dopo quella immediatamente figura che non ha guari insieme studiammo? Per ritrovarla, mestieri è non solo valicare, siccome dissi, molti secoli e regni, ed imperi diversi vederci prima scomparire dinanzi; ma penetrare eziandio è mestieri nella santa città di Solima, e penetrarvi come vi dissi mentre la guerra è bandita tra i due contendenti e rivali Asmonei. Che spettacolo, o signori, non ci offre allora la santa città! Direste una grande, una immensa officina in cui le arti tutte si adopran solerti di guerra e di pace. Vedreste le divisioni politiche armare l’animo, il braccio dei cittadini. Vedreste il fratello contro il fratello, e talvolta, oh sciagura! il fratello ligio a strana signoria, contro il fratello della patria libertà difensore. Vedreste alle politiche, le religiose dissenzioni innestarsi, e quelle a dismisura esacerbare; per quella legge che fa più vive ed accanite le lotte di religione, quanto più il subbietto intimamente ci appartiene, e nulla più intimo di ciò che ha seggio nel più segreto dell’animo; d’onde, o signori, la ferocia unica anzichè rara delle guerre di religione. Vedreste tutte le forze morali, religiose, intellettive, nazionali, civili, del popol nostro in uno stato di aperta tenzone, di febbrile e prodigiosa esaltazione. Vedreste un disordine, un antagonismo, un’anarchia; vedreste un caos da cui il Fiat divino dovrà forse a suo tempo suscitare un nuovo mondo, e tutti gli elementi più generosi fervere in uno stato di soluzione, nell’aspettativa di quel disegno, di quella forma, che tutte dovrà forse comporle e armonizzare in bell’ordine.—In mezzo, o signori, a Gerusalemme in travaglio, in mezzo al romore delle armi, al disputar dei Dottori, al piatire dei rivali, al ruggito delle fazioni, inoltratevi, se vi dà l’animo, per le vie mal sicure di Gerusalemme, impegnatevi per le sue vie, e se il pugnale non paventate dei sicarj,[1] i più cospicui luoghi visitate della città e dei suburbj. Qui è la setta dei Sadducei, e queste le sue aule. Nuovi giardini d’Epicuro, primi furono tra noi a preludere a coloro che l’anima col corpo morta fanno.—Non son questi che noi cerchiamo. Ecco, o signori, i centri, le accademie ove rivive la sementa santa, del Farisato, eccone le porte, ecco a traverso le grate le immagini austere, le fronti sublimi dei Dottori e dei Scribi.—Inchiniamo e passiamo.

Ma ecco, o signori, nella parte più queta, nella regione più silente della città rumorosa, pacifico presentarsi e maestoso abituro. Qui un alternarsi di silenzio e di canto. Qui l’ordine, qui la regola, qui la misura presiedere ad ogni atto, e tutta la interna e la esterior vita informare. Qui le tempeste muggono alle porte incatenate; qui si frangono impossenti i marosi delle civili discordie; qui l’animo si leva a quelle alture in cui le nubi, come accade sulla cima dei monti, ti si addensano ai piedi anzichè sulla testa, e quasi partecipe della gloria di Dio, l’uomo assunto a tanta altitudine cavalca le nubi e calpesta le folgori. Qui si maturano i grandi pensieri, qui si elaborano le grandi dottrine, che esciranno salve ed illese dal gran naufragio.—Che casa è questa, o signori, che gente è cotesta che l’abita? È cielo questo, è questa anticipazione di Paradiso? Sono angioli cotesti, sono mortali?—.... Sono gli Esseni.—Esseni! nome nuovo, inaudito forse per alcuni di voi.—Nome che l’Ebreo non dovrebbe mai obbliare, come a delitto imputeriasi al Greco Platone disconoscere e l’Accademia; come all’Italo, Pitagora e gli Stoici; come ad ogni popolo la più grande gloria, e il prisco vanto intellettuale de’ suoi proavi.

Gli Esseni!—Venerando nome per tutti quelli appo i quali sono in onore Sapere e Virtù. Nome carissimo per noi figli, per noi eredi di loro fama. Nome, lasciatemi aggiungere, nome santo per chi in essi vede, come io già veggo, come voi spero tra non poco vedrete, negli antichi, nei venerandi Esseni il fiore, il Patriziato, il Grado supremo nella Gerarchia Farisaica;—Il Farisato rivolto alla speculazione del sommo vero e alla pratica del sommo bene; la falange, come la Macedone, degli Immortali[2] che tra le fila si reclutava della comune farisaica milizia.—Io so, o miei giovani, che sì dicendo, io proclamo cosa che il mondo non era usato sin qui ad udire; so che, come ogni idea nuova, avrà pregiudizj, errori e rispettabili convinzioni da combattere. Io so, o signori, che grave debito io mi assumo di somministrare a questa mia teoria, carte e diplomi in regola per viaggiare pacificamente per il mondo. Per ora mi contento di un salvo condotto. La identità dell’Essenato col Farisato negli ultimi e supremi suoi stadj, sarà, spero, frutto di una continua dimostrazione nel corso di questa istoria; anzi, la storia stessa ne sarà la più concludente dimostrazione. Epperò, appunto, egli è questo tema siffatto, a cui troppo disconviene tempo e spazio ristretto. Il suo tempo, è tutto quello che noi spenderemo intorno gli Esseni. Il suo spazio, tanto si allargherà, quanto lungi andranno di questa storia i confini.—Per ora, il nostro passo dee procedere regolato e metodico. Noi abbiamo pronunziato un nome bello, un nome onorando, e, se mel permettete, dirò ancora onorante. Ma che vuol dire questo bel nome? Che significa la gran parola di Esseni?—Il suo significato logico, dottrinale, storico, provvidenziale, non ha che una sola possibile definizione.—La storia stessa della bella scuola, così da or innanzi la chiameremo. Il significato però che adesso cerchiamo è quello più ristretto del vocabolo stesso; il significato gramaticale, filologico della parola, il valore suo puramente etimologico. Questa è la definizione che noi andiamo cercando. Ma questa, qualunque essa sia, non è tale che non debba necessariamente colla prima connettersi; che anzi, l’armonia tra le due definizioni, è tale criterio, che la verità dee porre in sodo dei nostri resultamenti. Noi cerchiamo la definizione del vocabolo, ma questa, per essere vera, dee armonizzare colla definizione della setta, che è l’istoria. Una definizione gramaticale che non fosse la natia espressione, e quasi lo invoglio naturale della definizione logica, un nome che non esprimesse lo Essere, sarebbe improprio, sarebbe supposto, sarebbe falso.—Il nome è il Corpo, l’esteriorità dell’Idea, come il Corpo è l’esteriorità dello Spirito.—Ecco il criterio che noi dobbiamo a guida proporci nelle ricerche che saremo per fare sul nome di Esseni, nella cerna che fare dovremo degli infiniti supposti, delle origini multiformi a quel nome assegnate.

Egli è perciò, o signori, che prima meta ci proporremo nelle nostre ricerche il nome di Esseni. Stabilita di questo nome la definizione, discorreremo delle origini dell’Essenato; cercheremo di stabilire una data almeno approssimativa del suo nascimento, di additare le fasi più cospicue della sua esistenza, di seguirne le vestigia più o meno sensibili pel corso dei secoli. Determinata degli Esseni la origine e la Istoria, parleremo delle loro istituzioni e di tutto quello che queste concerne, delle leggi loro costitutive, della loro organizzazione, del loro genio, delle lor costumanze, insomma, o signori, della loro vita sociale.—Dopo la vita sociale, altra vita non meno della prima preziosa, sarà subbietto delle indagini nostre; voglio dire, o signori, la loro vita intellettuale; le loro credenze, i loro dogmi, i loro principj. Qui è, o signori, ove meno pienamente potremo appagare la nostra sete di cognizioni; qui è ove una grande lacuna romperà in gran parte il filo coerente della nostra esposizione; qui è dove chiaro apparirà negli effetti quel sistema prediletto agli Esseni di sottrarre agli sguardi curiosi parte almeno delle dottrine più riservate. Qui è ove noi, giunti alla soglia del tempio, dovremo se non indietreggiare sconfortati, certo non più che pochi e timorosi passi avanzare nel recinto del Santo, e solo, a così dire, di sbieco gettare di tratto in tratto qualche sguardo furtivo per entro alla cortina, che la piena ed intera fruizione ci contende degli inviolati misteri. Esaurito, o signori, il Dogma, narrata quanto meglio si può la vita intellettuale degli Esseni, quella prenderemo a descrivere che pratica o, come dire vogliate, rituale si appella, ove i riti, la forma del loro culto, il numero, l’indole delle loro osservanze tutte, l’esercizio pratico delle loro credenze, tutti in bell’ordine ci si offriranno dinanzi schierati. Noi avremo allora tutta intera ricostituita la personalità degli Esseni.—Esistenza, Pensiero, Azione, tre sommi indivisibili elementi di ogni Ente morale, che nella Origine, nel Dogma e nel Culto, ogni volta si convertono che di Setta o religioso Sodalizio è discorso.

Per ora, o signori, del nome degli Esseni.—Una falange di dotti si contenderà la gloria di averne l’appellazione decifrata. Voi ascoltateli con quella riverenza che si deve all’ingegno, e col rispetto che esigono le loro fatiche spese a restaurare una gloria che a voi, giovani israeliti, più che ad ogni altro appartiene. A noi, il falso dal vero discernere, a noi raccorre gli elementi del vero disseminati talvolta per entro i falsi sistemi; a noi il rintracciare in tanta distanza, in tanto pugnare di ostili pareri, il primitivo e genuino senso del vocabolo Esseni.—E dove a noi il cielo arrida propizio, potrò dir di me stesso, come per Laura il Petrarca:

Forse avverrà che il bel nome gentile
Consacrerò con questa stanca penna.

LEZIONE SECONDA.

Vi promisi, o signori, che subbietto della presente conferenza saria stato la origine, il significato di questo nome di Esseni, di quel nome col quale venne la scuola presente invariabilmente contraddistinta. Aggiunsi, o signori, che molte sono, che sono discordi le congetture che di questo nome furono in tutti i tempi proposte. Io vengo ad adempire la mia promessa, vengo a schierarvi in bell’ordine innanzi le moltissime congetture che nella presente disquisizione il primato contendonsi.—Uomini celebri ci hanno trasmesso delle loro meditazioni il portato; nomi cari e venerati alla scienza non esitarono disputare lungamente intorno l’origine di questo vocabolo. Saremo noi rispetto ad essi più avari di attenzione, di quello ch’essi il furono verso di noi di lucubrazioni e di veglie? Io dico, o signori, per voi che nol saremo.—Levino, dunque, la voce e ci dicano dei loro studi il portato. Ci dica per primo il Salmasio in qual guisa egli giunse a credere il nome di Esseni da quello derivato di una città e regione che questo nome portava di Essa. Ci dica poi il Basnage su qual fondamento egli la opinione del Salmasio negava, affermando a dirittura, nulla traccia averci l’antica geografia tramandato della esistenza della supposta regione. Ci dica, infine, la buona critica tra il Salmasio che afferma e il Basnage che dinega, chi meglio al vero si sia apposto. Cel dica, o signori, la Rabbinica Enciclopedia, e in particolare il Talmud. Cel dica, in secondo luogo, il deposto degli antichi geografi e l’autorità dei viaggiatori. Cel dica e la paziente disamina dei Filologi, e la scienza talmudica (e nello invitarvi a bere con me a questo fonte, nel potere ad autorità invocare il libro che tanti e tanti ebbero ed hanno in dispetto, difendere io non mi so da un innocente sentimento di orgoglio, che il rigoroso ascetismo del Passavanti non temeva qualificare di santa superbia): cel dica il Talmud in quei tanti e concludentissimi passi da me con grande studio raccolti, ove, ad onta dell’asserzione del Basnage, la esistenza di una regione così chiamata vien posta in splendidissima luce. Cel dica il trattato di Sanhedrin, ove di due Dottori si narra che, a determinare le Neomenie e le feste, convenivano insieme a moltissimi altri, in una spezie di concilio che una città vedeva allor celebrare, la quale il nome reca veramente di עסיא Asia: cel dica ivi stesso, ove di un altro Dottore si narra R. Meir, il quale in altra congiuntura si recava nella stessa אסיא Asia all’effetto medesimo. Cel dica nel trattato di Mesiha, ove invitando un Dottore alla fuga, onde all’obbligo sottrarsi di ministrare a certi offici edilizj, Tuo padre, così gli dicono, rifugiossi in Asia, e tu cerca riparo in Laodicea. Che più, o signori? Cel dicano quei passi ove, volendo far comprendere ai contemporanei a quali popoli, a quali terre corrispondono i popoli, le terre nel Genesi rammemorati, ci offre il più curioso ed interessante spettacolo dei primi degli iniziali conati che la scienza etnografica andava facendo per organo dei Dottori, e nuovo lustro e nuovi raggi aggiunge se è possibile alla loro corona. Il Talmud babilonico—il gerosolimitano, il Comento perpetuo che si chiama Medrasce, opera pur essa Palestinese, la Parafrasi di Gerusalemme, tutti, o signori, i primi albori ci offrono della Etnografia nascente, cresciuta, come sapete, ai nostri tempi gigante; e tutti della presenza attestano della contesa עסיא Asia. L’attesta il Babilonico in Batra, laddove ingegnandosi tradurre con nomi nuovi l’antico Cheni, Chenizi, Cadmoni, da Dio ad Abramo promessi nella sua discendenza, ci offre nel secondo di questi nomi il desiderato Asia. L’attesta il Talmud di Gerosolima, laddove a Cheni sostituisce Asia,—a Chenizi Apamea,—e Damasco al Cadmoni. L’attesta il Medras alla sezione 44, ove si riproducono i nomi stessi se non l’ordine istesso del Gerosolimitano. L’attesta infine il Parafrasta di Gerusalemme, ove il nome istesso ci porge di Asia, in ciò solo però dagli altri discorde, che lo equivalente egli ne fa dello antico Aschenaz. Innanzi, o signori, a questo bello e generoso adoprarsi dei Dottori a far convergere al luminoso centro delle Scritture tutti i rai dello scibile, due pensieri l’animo mio tutto intero si assorbivano. Io dissi da principio: È egli possibile, dopo tanti e solenni esempj, più a lungo il divorzio protrarre tra la scienza e la fede; e protrarlo (lo che è a dismisura più enorme) sull’autorità fondandosi e sull’esempio degli stessi dottori? Ripiegando poi l’animo mio verso il subbietto in discorso, io dissi a me stesso: Volle il Salmasio il nome Esseni da quello di Essa originare.—Lo negò il Basnage, e solo il Talmud parve al primo dei due consentire. Dovrà ella la questione rimanere in pendente? Dovremo noi la sola autorità del Talmud opporre al Basnage, a costo di udirci intimare solenne declinatoria? Immaginate voi, o miei giovani, l’ansia che assalisce il viatore quando, dopo mille disinganni, qualche caro pronostico gli ripromette la terra vicina? Or bene, tale io mi feci nella ricerca di una rovina, di una memoria, anzi di un vocabolo solo. Questo nome, o signori, finalmente spuntò. Non solo Tolomeo asserisce essere stato il nome di Asia particolarissimo alla Frigia, ma l’autorità eziandio mi soccorse ben tosto di nomi, di autorità ben altrimenti sonori, che non è in oggi l’esautorato Tolomeo. Egli fu il celebre orientalista Klaproth, che mi mise il primo sulla buona via. Egli, nella Cronaca caucasiana da esso pubblicata, mostra lo stabilimento in quelle regioni sino da epoche remotissime di un popolo detto Osi, o meglio Asi, come piuttosto crede il suddetto Klaproth. Non basta. Il Dubois era più esplicito; egli, nel suo Voyage autour du Caucase, questo formalmente ci fa sapere, cioè che il nome di Asia ha esistito in epoca remotissima, qual denominazione locale particolarissima della parte settentrionale della catena caucasiana.[3] Perchè tanto studio a rivendicare la esistenza di tale sconosciuta regione? Forse, o signori, perchè io soscriva interamente alla origine dal Salmasio immaginata? Il processo del mio dire vi mostrerà che così non è veramente. E perchè? Perchè niuno, che io mi sappia, antico, originario legame il nascimento della Setta congiunge colle province dell’Asia minore. Ora, o signori, chi non lo sa? egli è proprio delle sètte quel nome assumere che più aperto n’esprima il genio, e il principio nativo, in quella guisa istessa che ognuno di noi quel nome porta con sè chè recò in sul nascere. E tanto esser dee avvenuto per quel degli Esseni. E poi, o signori, quante altre e potentissime ragioni non avversano la ipotesi del Salmasio! L’avversa il costume che ebbero, sto per dire generale, tutte quante le Sette, di tôrre a preferenza quel nome o che il fondatore ricordasse, o che più alla mente pingesse l’indole, il carattere, il genio ideale, anzichè il luogo, la patria, il paese ove prima ebbe i natali. Così voi dite, o signori, Platonismo, Epicureismo tra i pagani, e voi leggete tra le cristiane eresie i nomi di Ario e Nestorio, le dottrine del Triteismo e del Monoteismo, e tra le filosofiche scuole voi usate rammemorare l’Idealismo, il Sensualismo, il Panteismo.[4] L’avversano, o signori, tutte quelle buone e salde ragioni che ci consigliano, come in seguito vedrete, a preferire diversa sentenza; e finalmente, l’avversa la più seria, la meno oppugnabile difficoltà che si potria contro un sistema suscitare. E sapete qual’è?—La prova del contrario. Invero, che dicono, le più antiche memorie della setta? Ove per la prima volta lo storico con gli Esseni s’imbatte, ove li trova, ove ne nota la prima presenza, i primi atti, la prima dimora? Altro che Frigia o Bitinia o altra qualsivoglia gentilesca contrada! E’ sarebbe come chi cercasse fuor di Roma il Campidoglio, l’Acropoli fuori di Atene, e il cuore umano fuori del centro vivificatore ove ha stanza ed imperio. La patria naturale, dirò anzi, necessaria dell’Essenato, è Palestina; e Palestina registra veramente la istoria qual primo teatro della loro storica apparizione. A Palestina aderirono costantemente gli Esseni, in quella guisa istessa che la più nobile parte di noi al frale aderisce per conservarlo in vita sin dove il militar le fu prescritto. Egli n’era l’anima, il genio personificato, condensato, ristretto; quindi tanto più espressivo: genio nazionale e religioso, ma religioso e ieratico sovra tutto, per i tempi volgenti a politico sfacelo, e pel predominio da lungo tempo avverantesi negli ordini ebraici dello spirito sulla materia, del generale sul particolare, dell’eterno sul temporaneo, del Cielo sopra la terra. Egli è quindi nel giro della patria Palestinese che l’origine e il significato dobbiamo cercare del nome di Esseni.

Ma per entro agli stessi confini di Terra santa, non è così unanime il sentire, che tutti in una origine si quietino gli indagatori delle Esseniche antichità, nei confini di Palestina. Tra le quali, una mi piace per questa sera considerare, che non piccola fama nè piccolo stuolo di seguaci si trasse dietro nel consorzio degli eruditi. Chi il merito vanti del primato non so, ma egli è un fatto però che non pochi furono di coloro a cui tra gli Esseni e i Baitusei, altra religiosa setta di Palestina, parve vedere una perfetta identità. L’udì forse per la prima volta l’Italia, e dalla bocca l’udì di un Ebreo, di un Rabbino, di un Italiano. Egli era il nostro concittadino Azaria De Rossi, o, com’egli si diceva ebraicamente, Min aadomim, che nel secolo decimosesto seppe coltivare con tal successo la storia e l’erudizione Greca e Romana, che la fama ne corse e dura tuttavia onorata nel mondo erudito. Or bene, o signori, Azaria De Rossi fu quello che propose la identificazione perfetta dei Baitusei del Talmud coll’istituto degli Esseni. Non basta; egli ne vide il nome nel nome dei Baitusei. Questo nome di Baitusei, si scrive in ebraico Baitusim, o Betusim, secondo altra lezione. Or bene, l’occasione era troppo bella per un ingegnoso etimologista, e il De Rossi non era uomo da lasciarla fuggire. Egli scrisse in due parti il vocabolo Baitusim; divise Bet da Usim. Di Bet egli fece Casa, Istituto, Sodalizio, Società; di Usim fece il nome proprio, l’appellativo istesso di Esseni. Ecco che cosa fece il De Rossi, schiudendo in questa via la strada a quelli che in processo di tempo la percorsero intiera. Vi entrò per primo il Fuller, che alla sentenza soscrisse del nostro Rabbino. Vi entrò quasi ai nostri tempi il Gfroëre, dotto tedesco, nella celebrata sua istoria, Critica del cristianesimo primitivo, a pagine 347; e tanto reputò la congettura avverata, che precipuo argomento ne trasse a provare tra le due sètte perfetta, intera omogeneità di carattere. Convien dire però, o signori, che tale non sembrasse a parecchi altri, nè di minore rilievo, che delle origini Esseniche presero a trattare. Io non dirò di altri che il precessero; ma se ultimo fu, certo non meno formale si pronunziò contro l’asserta origine Baitusea, l’illustre Franck, che onora in Parigi il nome e la dottrina Israelitica. Egli, il Franck, nella terza parte dell’opera sua la Kabbale, ou Philosophie religieuse des Hébreux, formalmente la respinge. Io credo che in questa, come in altre cose moltissime, abbia colto nel segno.—No, o signori, fintanto che luce non sarà tenebre, nè il giorno in notte converso, Baitusei ed Esseni non saranno giammai una cosa sola, un istituto, un sodalizio. Riflettete all’opinione costante universa prevalente negli antichi e nei moderni tempi della esistenza di un individuo, di un eresiarca famoso per nome Baitos, fondatore o vogliam dire caposetta della fazione Baitusea;[5] esistenza, o signori, che, come vedete, la possibilità perfino ci toglie di scindere, di notomizzare l’indiviso e personale distintivo dell’eresiarca Baitos.[6] Riflettete, infine, che i Baitusei non sono tali sconosciuti e incompresi settarj, che sia lecito alla ventura fantasticare sul conto loro; che note non ci sieno le lor dottrine, note le divergenze dal centro ortodosso, noti i caratteri, note le costitutive e naturali fattezze,[7] e troppo ristretto quindi e troppo angusto il vallo riservato ad arbitrarii connubii.

LEZIONE TERZA.

Vi dissi, o signori, come il Fuller aveva dapprincipio sottoscritto alla opinione del nostro De Rossi, e come esso prestò omaggio alla etimologia Baitusea. Ma che? ben presto s’avvide su quanto fragile fondamento posasse la preaccennata opinione. Narrò ai dotti impazienti come il vocabolo Esseni significasse uomini ritirati, ascosi, e poco mancò non dicesse solitarj e romiti. Non è difficile ch’egli dedotto avesse il nome Esseni dal vocabolo Asam, che in ebraico significa ripostiglio; o, meglio, che dalla radice ne ripetesse l’origine, che l’idea esprime veramente di tesaurizzare e nascondere, siccome Isaia (XXIII) aveva detto, di questo vocabolo giovandosi, lo ieazer veló iehasen. La nuova etimologia del Fuller riunisce ella, o signori, tutte le desiderate condizioni di credibilità? Rispond’ella a tutte le esigenze grammaticali, critiche, storiche e dottrinali? Quanto alla prima, io vo’ dire alla convenienza grammaticale, sarebbe ingiustizia il dirne male. Ben altre etimologie, e ben altrimenti arbitrarie, furono propalate qual prezioso e pellegrino trovato. Ma potranno dirsi egualmente contenti la critica, la istoria, e il genio e l’indole generale delle sètte? La critica potria invero, ponendoci un poco di buona volontà, chiamarsi contenta; potrebbe ricordarsi la critica come i Talmudisti dicessero appellativo glorioso quello di hobesé bet amedras, che suona gli studiosi reclusi; come uno tra essi celebratissimo recasse il nome di Hanen il recluso, Hanen anehba; come di parecchi si narri nel Talmud di Gerusalemme, avere eglino menato della vita gran parte, nel fondo di una grotta, tamir bimhartà: e infine potrebbe con cert’aria di trionfo notarsi come i diletti di Dio, i suoi servi, i suoi fedeli, siano detti a dirittura nei Salmi, i reclusi di Dio, i nascosi di Dio. (Salmo 83.)

Ma che per ciò, o signori? Io ripeterò ciò che parmi aver detto altre volte. Questi curiosi ravvicinamenti, questi tratti di luce, queste inaspettate e brillanti conferme, possono, in progresso di tempo, avere sovrapposto sul fondo primitivo un nuovo senso che nè al vocabolo ripugnava nè al costume degli Esseni. Ma può esserne stato, o signori, cotesta la naturale e propria e primitiva intelligenza? Io non lo credo; e per addurre due potentissime ragioni, ella è, in primo luogo, la considerazione per me capitale che gli Esseni così facendo, dissentito avrebbero dall’andazzo comune di ogni setta, la quale quel nome a preferenza si appone che il genio intimo e la natura sua propria e il carattere prominente stia a significare, anzichè un uso o una qualunque consuetudine, per quanto grande e peculiare si voglia imaginare. Ella è, in secondo luogo, la formale e contradittoria deposizione della istoria, la quale, siccome a suo tempo vedremo, non solo della vita reclusa, del genio cenobitico non fa costume proprio inseparabile dagli Esseni, ma gli Esseni stessi ci addita talvolta negli affari e nelle transazioni mischiati della umana società, e bella e grande parte sostenere sì nelle politiche, come nelle religiose faccende.—Il fatto, o signori, la reclusione, la vita cenobitica, cade qual integral requisito dell’Essenato; e con esso cade la etimologia del Fuller sur esso fondata. Altra ne escogitò lo Scaligero, e fu quella di Santi. Che ciò significhi il nome di Esseni, non oserei sostenere, comecchè io vada persuasissimo che tra i nomi che recarono gli Esseni, fu quello di Santi; come, da un lato, ne fanno fede le numerose menzioni che sotto questo nome appunto ne fa il Talmud, segnatamente là ove si parla della Santa Società, Keilla caddiscia di biruslem; e come, dall’altro, non meno concludenti ne soccorrano all’uopo i tanti passi degli Evangeli, in cui i primitivi cristiani, usciti senza meno dagli essenici chiostri, s’intitolano Santi; e Santi è tra i nomi che gli storici attestano avere i cristiani nei primi tempi recato, molto prima che cristiani si dicessero in Antiochia.

Strana cosa avvenne poi ad un antico padre della Chiesa cristiana, a S. Epifanio. Non è già che la cognizione della vera e sana etimologia gli facesse difetto, che anzi egli la conoscea benissimo, egli la propose, la insegnò; ma non quotando nel possedimento del vero, cercò il nuovo ed incappò nell’errore. Stava a cuore ad Epifanio, siccome stette di poi ad altri moltissimi della sua religione, di noverare il nobilissimo Istituto tra quelli che la chiesa generò nei primi secoli; di cristianizzare, per così dire, lo Essenato, di svellere la gloriosissima pianta dal Monte Sion per innestarlo al tronco cosmopolita del cristianesimo, e questa cara e bella gemma strappare alla corona di Giuda. Però non rifinirono antichi e nuovi dottori cristiani di cercare alle loro pretensioni argomento; cercarlo nei fatti, cercarlo nelle dottrine, e di queste vedremo; cercarlo poi nell’etimologia, e di questa adesso vediamo. Il primo a dar il segno della propaganda retrospettiva, fu, come dissi, Epifanio. Egli nel nome Esseni trovò Iesse genitore di Davide; anzi, in grazia di esso, il nome di Esseni in quello mutò più alle sue viste affaciente di Iesseni. Gli parve poco. Gli parvero troppo remoti, troppo indiretti i rapporti coll’oggetto che preso si aveva di mira. Egli osò; e di un balzo superò ogni distanza, e di un balzo strinse, confuse, identificò l’Essenato o il Cristianesimo; e quello, come questo, derivò dal nome di Gesù, e gli Esseni disse da Gesù appellati, siccome quelli che alle dottrine sue preso avevano ad ubbidire. Dante, o miei giovani, disse in alcun luogo della Commedia, negarsi talvolta dagli uomini ossequio a quel ver che ha faccia di menzogna; nè la mente errò, così dicendo, del divino Poeta. Dante, avria potuto dire con egual verità, che spesso quest’ossequio si concede, si prostituisce a quella menzogna che ha faccia di verità. Ma quella di sant’Epifanio ha ella almeno, o signori, di verità la sembianza? Io dico che ella reca distinto il suggello dell’errore, dell’arbitrario. Chi mi sa dire, invero, quale delle due sue interpretazioni riesca più a udir tollerabile? È ella forse la prima, è ella quella che da Iesse padre di Davide l’appellazione ripete degli Esseni? Ma qual rapporto, di grazia, fra l’antico Betlemmita, e il grande e il dotto istituto degli Esseni? È ella la seconda che da Gesù, il nome conia di Esseno, di Essenato? Ma vuol dunque egli, sant’Epifanio, la baia dei fatti nostri? Che un padre della chiesa, che un Epifanio non voglia soscrivere alla sentenza di parecchi tra i moderni che Gesù vogliono anzi educato, ispirato nella società degli Esseni, questo di leggieri si comprende; ma quello che non si comprende, questo si è, o signori, cioè come ignorasse Epifanio, che mentre gli Esseni mangiavano, bevevano e panni vestivano, il modello d’onde tolsero, al dire di lui, a foggiare il nome loro, il preteso denominatore della setta, giaceva tuttavia latente in grembo al futuro; ch’è quanto dire che Gesù Cristo non esisteva: e non occorre aggiungere che, salvo quei rarissimi casi in cui tutto collima ad attestare la verità di un supposto, non è concesso a chicchessia, fosse pure un santo, detrarre o aggiungere una jota, siccome egli fa, veramente nel nome che si vuol decifrare. Or, chi ha egli abilitato Epifanio a cangiare il nome di Esseni in quel di Iesseni? Ecco, o signori, le cause, le gravissime cause che ci interdicono lo assentire alle arbitrarie interpretazioni di Epifanio.

Vi fu, o signori, chi accettando la lezione di questo Padre, e chiamando lo antico sodalizio Iesseni piuttosto che Esseni, una interpretazione v’innesta che ha, se non altro, l’apparenza di plausibile. Volle il Nilo che Esseni si dicessero nel significato di Dotti e di Savi. D’onde una siffatta etimologia? Egli vide la Sapienza denominata nelle sacre scritture col nome implicito di Ies; dico, o signori, implicito, perchè la forma e lo involucro esteriore suona piuttosto Tuscia, comunque universa predomini la opinione, inchiudervisi qual radice il vocabolo significantissimo di Ies. Che vuol dire Ies, o signori?—Ies è il vocabolo che esprime l’Idea più astratta, l’Idea, sto per dire, più ideale—l’Idea massima—l’Essere—l’Essere metafisico, incondizionato, indeterminato, e come direbbe il Rosmini, l’Ente Possibile.—Ma Ies esprime eziandio, voi già l’udiste, l’Idea di Scienza, di Dottrina, di Pensiero per eccellenza; attalchè, per una ammirabile e notevolissima sinonimia, acchiude nel proprio senso il duplice significato di Essere e di Pensiero. Voi non potreste misurare la immensa importanza di questo bellissimo trovato filologico senza molte indispensabili precognizioni filosofiche; che dico? senza alle più alte cime poggiare della odierna filosofia Alemanna, senz’almeno toccare del rinnovatore delle filosofiche discipline, di Cartesio, che poneva a base del suo sistema il famoso Cogito, ergo sum: Penso, dunque esisto;—senza risalire almeno a Platone che, nel decimo delle leggi, domandava che cosa è l’Essere Primo? e rispondeva l’Essere Primo, è l’Idea—è il Pensiero;—senza accennare almeno ai Dottori, i quali videro nel Ies promesso ai giusti in Paradiso, leanhil oabai ies, l’Essere Perfetto e il Perfetto Pensiero, cioè la Visione.[8]

È egli questo lavoro, o signori, che intraprendere si possa e compire tra due parentesi? Il vostro buon senso ha già risposto per me. Io voglio soltanto che impariate da questo esempio, quale sterminata latitudine abbracciano le lettere ebraiche; come in fondo ad un oscuro vocabolo ti si apra non di rado agli sguardi atterriti tale profondo e smisurato abisso, da darti, al solo vederlo, il capo-giro; come gli spregiatori di queste frasche pretese, sieno tanto savi quanto il villano che d’uno sguardo non degna la minutissima polve stellare che si chiama Nebulosa, alcune poche palate anteponendole invece del suo caro concime. Fatto è, o signori, che Ies adombra l’Idea di una scienza sublime, di una scienza nella sua perfezione immanente; e chi solo ne dubitasse potria vedere i più rigidi ed esclusivi gramatici, il Kimhi tra gli altri, nei suoi Radicali.

Si apponeva egli, o signori, il nostro Erudito nel derivare da questo vocabolo, l’origine di quel di Esseni? Senza dubbio, che qualche giusta e calzante analogia milita in favor suo. Il favorisce, o signori, l’Ebraico Jesciscim, al plurale Vecchi, o come altrimenti si voglia, Anziani, nei quali, dicono i Proverbi, posta ha seggio la Sapienza: bisciscim hohma. Il favorisce lo esempio dei Pitagorici, coi quali non pochi nè lievi riscontri ci offrirà il nostro Essenato, che il nome i primi coniarono ed assunsero eglino stessi per tempissimo, di filosofi, ossia cultori ed amanti della sapienza: e quando ogni altra analogia venisse meno, quella sorgerebbe viva e parlante di tutto il Dottorato Ebraico, che la caratteristica distinse mai sempre di Hahamim, savi. Dirò anzi di più, che per questa come per alcuna fra le altre etimologie da noi rigettate, noi rechiamo sentenza che i nomi che vi si volle trovare, se non esprimono il senso di Esseni, pure tornano in acconcio al grande Istituto, e per, alcuni almeno, probabilmente il contraddistinsero. Di questo novero è il nome di Savi, di Dotti; diciamolo a dirittura, di Gnostici. Noi che crediamo gli Esseni antenati dei Cabbalisti, la cui scienza essi chiamarono Gnosi o Scienza per eccellenza, come chiamarono la propria e il Cristianesimo e le prime Eresie; noi che ricordiamo nel Talmud cento parlantissimi casi in cui il nome di hohma o Gnosi è usato manifestamente nel senso di Dottrina Acroamatica, non potremmo negare la convenienza di questo nome all’istituto degli Esseni. Ma è egli questo che il nome loro significa? Chi non lo vede? Ies, Iascisc, Tuscià, nel senso pure più favorevole alla imaginata derivazione, sono vocaboli che appartengono principalmente al linguaggio sublime, allo stile, per così dire, nobile, poetico, aulico, aristocratico della Scrittura. È ella questa la officina ove i nomi si coniano per l’ordinario, che scuole e sètte contraddistinguono? La Storia vi risponde al contrario. Parole vive, parole usate, correnti sulle labbra del popolo; parole pregne di senso, multiformi, multilatere e in sommo grado comprensive; ecco, o signori, il materiale donde si foggiano i nomi, le qualificazioni delle sètte. E tale non è la proposta derivazione.—Ella è troppa dotta, troppo classica, troppo studiata, per esser vera. È anche, dirò di più, troppo biblica, troppo scritturale, per tornare in acconcio nella epoca Rabbinica per eccellenza, nella quale sotto questo nome ti apparisce a prima volta lo Essenato;—per consuonare con quella lingua dai Dottori parlata, che se non è il dialetto Ebraico-rabbinico dei tempi posteriori, è certo immensamente distante dal biblico purismo; con quella lingua insomma che mirabilmente tramezza

Fra lo stil de’ moderni e ’l sermon prisco.

Ancora, o signori, ulteriore esame ci attende, e noi abbiamo finito.

Egli è un curiosissimo passo che la mia stella propizia mi parava dinanzi nel volgere e rivolgere a questo uopo le carte; un passo, io dico, sugli Esseni rilevantissimo, nella più dotta descrizione che della Grecia vetusta ci abbia tramandata l’antichità, in un autore greco egli stesso, in Pausania. Egli, nella descrizione dell’Arcadia, discorrendo del celebre Tempio di Diana Imnia nella regione degli Orcomeni, alcune cose va esponendo di cui disconoscere non si potrebbe la importanza. Narra Pausania, come stabilito fosse dalla legge che la sacerdotessa e il sacerdote, non solo circa il commercio carnale, ma in tutte le altre cose ancora dovessero serbare la castità per tutto il tempo di vita loro; che nè il bagnarsi, nè vivere secondo gli altri, nè entrare nemmeno nella casa di un privato fosse loro consentito. Giunto a questo punto, Pausania esce fuori con queste parole che io vi raccomando, che riproduco testualmente, ed alle quali vi prego attendere tutti in orecchi.—Io so, dice Pausania, che queste cose (ch’è quanto dire il celibato, la solitudine e la vita in tutto singolare di sopra rammentate) osservano presso gli Efesi, per un anno non per tutta la vita coloro i quali sono Estiatori di Diana Efesina, e che dai cittadini, Esseni, sono chiamati Tanto è. Pausania ha pronunziata la gran parola! La parola di Esseni! e l’ha profferita a proposito non già di Solima e delle sue sètte, ma di Efeso, ma del culto di Diana, ma del prisco Politeismo.

Ove siam noi, o signori, e che cosa significa questo stranissimo incontro? Siamo in Efeso? Siamo in Palestina? È Diana che qui si adora, è l’Eterno che qui si cole? Sono Ebrei cotesti, sono Pagani? Voi siete già, o miei giovani, non è egli vero, alquanto sorpresi. Or bene, permettete che vi dica che tutto non avete udito. Avete udito, è vero, i sacerdoti di Diana Efesina qualificati Esseni; intenderete adesso, cosa più strana, intenderete un Dio, un Dio del Paganesimo, il più grande degli Dei dell’Olimpo, l’Ottimo, il massimo Giove, Esseno egli stesso esser chiamato. Chi gli diede questo nome inatteso? Chi operò questo strano connubio? Egli è il poeta Callimaco, a cui gli antichi e i moderni tempi concessero fama di dottissimo nelle greche antichità. Egli è Callimaco che così si esprime nell’Inno a Giove che reca il suo nome. Callimaco, che insieme a Pausania ci attesta la presenza in seno al paganesimo di un istituto, dirò di più, di uno stato di straordinaria perfezione che dai popoli, dai poeti, Esseni ed Essenato eran chiamati. Che vuol dir ciò, o signori, e quale è dello Essenismo la chiave? La chiave, o signori, è pronta. L’Edipo si è trovato. Egli è lo Scoliaste, ch’è quanto dire l’autore delle Scolie o commenti alle Poesie di Callimaco. Egli lesse come noi il Giove Esseno di Callimaco; ad esso, come a noi, sembrava strano, incompreso l’epiteto; ma egli meglio di noi nelle greche lettere erudito, potè coglier più davvicino nel segno.—Narra lo Scoliaste, come il vocabolo Esseno—notate, o signori, singolarità,—fosse vocabolo vecchio, usitato in Efeso; e di che lingua credereste? Forse della lingua greca? della lingua popolare? Signori no, dice lo Scoliaste, della lingua Religiosa. E che significa in questa lingua, di grazia, il nome Esseno?—Significa, ripiglia il nostro chiosatore, significa Re delle Api, e in questo senso fu conosciuto, fu usato nei prischi tempi. Però non guari andava, continua lo Scoliaste, che il senso assunse di Re, di Monarca in generale, e Monarchi e Re furon detti Esseni. Ma una nuova trasformazione il vocabolo Esseni attendeva, e non è la meno importante. Venne tempo in cui per dir Re, Sacerdote, Principe dei sacrifizj, Preside nei sacri agapi o nei religiosi conviti, Esseno generalmente solea dirsi. Esseno, quando l’officio si voleva indicare che in Atene eserceva il Re Arconte; Esseno, quando quello che in Roma sosteneva il Rex Sacrificulus.

Questi sono i fatti, o signori, e dei fatti interprete fedelissimo finora mi sono reso. Èmmi dato perciò muovere un passo più oltre? potrò io scoprire quali relazioni possono avere stabilito questa comunanza di nome, e in parte questa comunanza d’idee, tra l’Essenato Palestinese e il sacerdozio dell’Asia Minore? Io confesso che non mi sento da tanto, nè tanto mi consentono le notizie di cui io dispongo, nè le forze nè il tempo nè la già stancata pazienza vostra. Il fatto, o signori, è grande e vistoso, e tale da provocare gli ingegni più felici, e da meritare le indagini più accurate. Noi lo lasceremo per altra volta intentato: forse non ci sarà disdetto rivolgerci sopra altra fiata la mente. Per ora mi basta chiamare la vostra attenzione sopra questi tre punti, secondo me, capitali. Il primo riguarda il luogo. Quale è il luogo ove udiste risuonare il nome di Esseni? È, voi lo sapete, l’Asia Minore; quell’Asia, cioè, ove vedemmo sin dalla prima lezione sorgere una città per nome Asia, da cui fu creduto per alcuni derivato il nome di Esseni; ove traevano, come avete veduto, i più eletti campioni del nostro Dottorato a celebrarvi la fissazione e la proclamazione delle feste, e la intercalazione del nuovo mese. Questo è, o signori, il primo punto. L’altro fatto di non minore rilievo, è il vocabolo ebraico Hassen, il quale non solo, come l’Efesiano Esseno, suona in genere forte, illustre, magnifico; non solo è posto al fianco di Nezer, Corona, e vi officia qual sinonimo, secondo il genio del parallelismo ebraico, chi lo leolam hasen veim nezér ec. ec.; ma, ciò che pone il colmo alla nostra ammirazione, è il vedere nei salmi Dio, Dio nostro, il Dio vero chiamato Dio Hassin, in quella guisa che facendosi organo del pensiero ieratico dei sacerdoti di Diana, chiamava Callimaco il greco Giove, Giove Esseno; parola non greca, non popolare, ma vocabolo vecchio, ma vocabolo della lingua religiosa, siccome udiste dalla bocca di Callimaco stesso.[9] E questo è il secondo punto. Venga il terzo adesso, e chiuda di queste riflessioni la serie.

Il terzo è quell’accordo mirabile di cui misurare non potete sin d’ora la estensione, ma che vedrete tra non molto evidente tra parecchi dei costumi agli Esseni di Efeso da Pausania assegnati, e quelli di cui la Storia favella degli Esseni Palestinesi. Il Celibato—La Solitudine, e sopratutto l’officio, il genio religioso che rappresentano, sono altrettanti legami che l’una all’altra stringono le due lontane e sconosciute istituzioni. Quale è la conseguenza che da tali fatti scaturisce spontanea? Io dissi come troppo soffriamo inopia di ulteriori notizie per decidere autorevolmente delle origini recondite, per assegnare di queste curiose coincidenze la prima cagione. Noi da questa doverosa riserva non ci partiremo. Hanno sempre, hanno tutti a questo proposito seguita una sì facil a un tempo e sì difficil virtù? Mi duole dirvi che non fu sempre seguita. Sedotti da queste parventi e preziose analogie, si attentarono alcuni autori a sentenziare a dirittura la medesimezza, che dico, o signori? la filiazione e derivazione immediata della società degli Esseni palestinesi dalla corporazione sacerdotale degli Esseni di Efeso; e ciò che vi parrà senza dubbio enorme, non temettero di asserire l’origine e il carattere intimamente pagani del grande, del bello istituto degli Esseni. Siamo noi condannati a sottoscrivere ciecamente ai costoro novellamenti? Siamo noi così al verde di prove, di argomenti, che dobbiamo accettare l’origine pagana che agli Esseni si vuole assegnare? Fortunatamente, nol siamo; e che nol siamo veramente, non è da ora che il potete vedere; non è da ora che noi dobbiamo affrontare la grande questione della origine. Se ne ho fatto menzione da ora, sapete, o signori, perchè? Perchè questa strana, questa folle pretensione, non d’altro prendeva, a così dire, le mosse, che dal fatto di una concordanza etimologica, da una pretesa identità di vocabolo. Vedete che cosa vuol dire una falsa etimologia. Eccone, gli effetti. E quali effetti! La più grande mentita alla istoria; la più solenne contradizione ai principii più ricevuti; la più grande eresia storica che sia mai uscita da labbro mortale. Aveva io ragione di crollare, anzi tutto coll’etimologia, le basi degli avversi sistemi? Aveva io ragione di attaccarmi corpo a corpo alle parole, e bandire, per così dire, una guerra gramaticale? Guerra che ha forse avuto presso di voi l’aria di puerile, di sofistica, di pedantesca; ma che pure è suggerita imperiosamente dall’assunto, e che noi con queste parole abbiam condotto a buon fine.

Prima però di chiudere questa discussione sul valore del nome Esseni, non possiamo tacere di un dotto Israelita vivente, distinto non meno per l’insigne officio che egli onora, che per la scienza e l’erudizione sua vastissima. Egli è questo l’illustre signor S. J. Rapoport, Rabbino maggiore di Praga. Egli, nel suo gran Lessico Rabbinico, Ereh Millim, e di cui solo una brevissima parte mandò già alla luce, tocca del significato del nome Esseni ove ragiona del vocabolo Iso, che s’incontra di frequente nel Talmud; ch’egli fa derivare dal greco ισος Amico, Confidente, e da cui, egli dice, si trae a buon diritto uno dei due soli significati plausibili del nome dell’antica società degli Esseni.[10] Egli ci promette di meglio svolgere il suo concetto al vocabolo Haber. A noi torna sommamente gradevole il poter annoverare il dottissimo uomo tra quei che vorrebbero vedere nei Haberim del Talmud gli Esseni medesimi, siccome pare volere accennare l’illustre israelita, e se male non ci apponiamo, egli è questo un nuovo omaggio a quella identità essenico-farisaica che sarà obbietto di perpetua dimostrazione nel presente lavoro. Quanto al nome di Iso, amico, confidente, d’onde il nome di Esseni sarebbe derivato, non parmi trovato così felice come pare al dotto autore. Scarsa e dubbiosa consonanza col nome di Esseni o Essei concordemente usato dagli antichi; improbabilità che per designare un particolare sodalizio, quel termine si sia adottato che vale a significarne ognuno qualsiasi; le allusioni che sotto il nome di Assé o Asia vedremo fare dal Talmud alla società degli Esseni, locchè prova come nella mente dei contemporanei meglio da Asia medico, che da qualunque altro il nome suo derivasse; sono queste, o signori, considerazioni, e tutte gravissime, se non erro, che ci tolgono di potere sottoscrivere alla sentenza del signor Rapoport. Non pertanto, ella è quella che noi abbracceremmo volentieri, se altra non fosse che meglio ci paresse riunire le condizioni della verosimiglianza, e s’ella non è la vera, ella è certo la migliore di quante abbiamo udito sino qui profferire.

Che ci resta ora, o miei giovani? Saziare gli occhi nel dolce aspetto di verità. Trovare, additarvi che cosa intesero gli Esseni dandosi questo bel nome che la virtù e la sapienza loro han renduto immortale.

LEZIONE QUARTA.

Io vengo, o signori, a mantenere la mia promessa. Il nome di Esseni deporrà questa sera ogni velo che ne contende la vista, e tutto ci apparirà quale prima immaginaronlo gli antichissimi Esseni. Che cosa significa questo nome? Esseni (diciamolo una volta, ed all’asserzione seguano immediatamente le prove) Esseni fu detto da Assia, o Asse, che nella lingua Aramea, nella lingua talmudica, nella lingua da Babilonia a Gerusalemme importata e quivi a favella promossa pressochè generale, significava Medico, Risanatore, o come dire vogliamo in greco idioma, Terapeuta. Voi fate, o miei giovani, le meraviglie ed avete ragione. Io non mi sono ancora abbastanza spiegato per avere il diritto d’essere a prima fronte creduto da voi; la mia ipotesi non ha fatto ancora le sue prove, non vi ha presentato i suoi certificati in buona regola per concederle incontrastato della mente vostra l’accesso. Il vostro pensiero europeo, occidentale, positivo, analitico, non può farsi issofatto un’idea degli arditi, dei bruschi passaggi, delle repentine conversioni dal senso proprio a quello improprio di una parola; e tanto meno potrebbe al primo sguardo afferrare tutta la serie infinita di applicazioni, di accessorj, di ramificazioni, in cui l’Idea madre si traduce di mano in mano; in cui, quasi in un ampio ed opaco mantello, si va sempre più nascondendo all’occhio dei riguardanti. Leviamo un lembo di questo velo,—mostriamo un raggio di quell’evidenza di cui brilla, a senso mio, la presente interpretazione. Io dissi esser ella eminentemente consentanea alle idee, alle forme dei sommi, antichi predicatori dell’Ebraismo. Ma che cosa è l’Ebraismo? L’Ebraismo non solo è una Religione, non solo una Civiltà, non solamente una politica, una legislazione, una letteratura; ma, tollerate che io lo dica, ed ho prove nelle mani, è anche una Terapeutica, un’arte, una scienza salutare. Lo è dei corpi,—lo è degli spiriti. Lo è dei corpi in doppio modo, in doppio senso, per doppio scopo. Pel primo, ella non fa che antivenire coi suoi celesti preservativi i mali onde i popoli vanno afflitti; ella promette per bocca di quanto ha di più adorabile, che tutte le piaghe, le infermità dell’Egitto sarebbero senza possa sopra i suoi fidi seguaci; che Dio, ne sarebbe il grande archiatro, il gran medico, il gran Terapeuta.[11] Ella annunzia, qual conseguenza del culto di Dio, il pane e l’acqua salutiferi, la remozione d’ogni malore, non orbamento, non sterilità, e sopratutto una vita longeva; ella, infine, tutto il suo culto adombra sotto una frase che l’idea ci offre viva, spiccata, di una salutar disciplina; anzi, che significa a dirittura Terapeutica nel nome, o signori, di Terafim, la quale comecchè rivolta fosse ad uso idolatrico, pure in principio alla fede vera appartenne, e il magistero degli oracoli divini e tutto l’insieme del culto valse a designare;—in quella guisa che Kesem, e forse per avventura anche Nahas, prima di essere espressioni colpevoli e termini idolatrici, furono vocaboli innocentissimi di religione;—in quella guisa che l’idolatria stessa non è che abuso e adulterazione ed apoteosi parziale di un principe ortodosso. Ella annunzia per bocca di Salomone, che le sue dottrine, il suo culto, sarebbero il palladio della salute corporea, e l’antidoto più efficace contro di ogni maniera infermità,[12] ed in questo senso, o signori, ella è interna, occulta, indiretta operatrice di sanità. Chi volesse di questo pronunziato sindacare il valore, chi volesse, al lume eziandio naturale, indagare di questi influssi le cause, troverebbe occasione di belle e amabili speculazioni. Montesquieu, e prima e dopo di esso moltissimi come lui, comecchè non così di reciso, videro nel clima, e poi nelle Istituzioni, la causa delle grandi e delle infinite varietà etnografiche fra popolo e popolo. Curiosissimo, poi, sarebbe studiare delle varie Religioni gli svariatissimi influssi sul corpo dell’uomo, e quella predicare sovrana tutrice dell’umano benessere, che più al segno si avvicina. Dico cotesto per persuadervi come le vantate pretensioni che udiste poc’anzi, non siano aerei edifizi che non poggino sovra basi reali e ferme.

Certo, o signori, questa Igiene per così dire trascendentale, estolle il capo sino al più sublime dei cieli, e certe segrete armonie suppone tra il corpo e lo spirito, le quali la scienza non sospetta nemmeno: ma se il capo si erge al cielo, i piedi posano in terra; se i suoi principj sono sovraumani e sovrasensibili, i suoi effetti, le sue leggi di second’ordine, il suo teatro, la sua applicazione sono sensibili, sono palpabili, nè la scienza li revoca in dubbio. Ma qui non si ferma il carattere per così dire terapico di nostra fede. Ella non è soltanto come vedeste un’Igiene, non solamente contra i morbi assicura e guarentisce, ma i morbi combatte sopravvenuti, ma la salute restituisce perduta, ma ella è una vera e propria Terapeutica che lo scopo suo prosegue con due ordini di mezzi.—Sono i primi mezzi naturali, scoperti, naturali medicamenti che il genio enciclopedico universale delle antiche Religioni restrinse ed accolse in grembo ai tempj, fece banditori primi i Sacerdoti, ed a cui il carattere sacro appose, al primo apparire, di religioso e divino trovato. Sono i secondi quei mezzi cui l’arte umana verrebbe meno; sono quella dittatura instantanea che l’uomo ispirato assume, Dio consenziente, sopra il Creato; sono la taumaturgia propriamente detta; sono le guarigioni prodigiose del Vecchio Testamento; è Elìa, è Eliseo nell’atto di riaccendere la fiaccola che è per spegnersi nel povero infante. Chi furono, di questa doppia Terapìa, umana e divina, gli organi, i professori? Furono i Sacerdoti ed i Profeti.—I Sacerdoti, che più dimessamente procedono, e l’arte principalmente considerano e praticano dal lato umano; i Profeti a cui spetta per eccellenza la medicina straordinaria taumaturgica, che, nuovi Prometei, rapiscono di tratto in tratto il foco celeste per riallumare la lampada della vita. Vedete però, o miei giovani! sacerdozio e profetismo conscj ambedue delle prerogative, non vogliono rivali, non tollerano che altri l’impero divida che esercitan sui corpi. Non fu accademia così ostile alla importazione di nuove teorie, alla consecrazione di nuovi farmachi, che più nol fossero Sacerdoti e Profeti contro la medicina non officiale, non sacra, non religiosa. I Re d’Israele sono presi a biasimare perchè, piuttosto che consultare il Signore, gissero a interrogare la scienza spuria dei medicastri (Croniche II, Cap. XVI, 12), e, se crediamo ai nostri dottori, Ezechia Re santo avrebbe soppresso un intero trattato di Medicina che sotto il gran nome si ammantava di Re Salomone; ed allo stesso Ezechia affetto di scabbia, non sdegna il grande Isaia di prescrivere egli stesso quell’impiastro di fichi che ridonargli doveva la sanità. Ma Profeti e Sacerdoti cessarono.—Cessò forse la Medicina religiosa, nel doppio suo genio naturale e divino? si estinse forse con essi, o trasmigrava nei successori dei Profeti, dei Sacerdoti? Così è, ai Profeti, al sacerdozio tenne dietro il Dottorato, e il Dottorato raccolse di ambedue il retaggio nella doppia Medicina naturale e miracolosa che insegnava ed esercitava congiuntamente. Naturale nelle infinite vestigia che di essa reca il Talmud, e tutta l’enciclopedia rabbinica dei primi secoli; arte se volete meglio che scienza, cieco empirismo anzi che principj e metodiche deduzioni, ma pure, o signori, tutti di medicina gli officj e tutte le parti; prodigiosa però in quelle guarigioni portentose taumaturgiche che sono, a così dire, uno strascico dell’Èra profetica, e che l’impero rivelano non del tutto dismesso dell’uomo perfetto sovra le forze create, che la Genesi augurava sin da principio (Genesi I, 28).[13] Ora, questa duplice Terapia, quest’uso simultaneo di mezzi così dispari, di semplici e di scongiuri, di virtù naturali e di angeliche potestà, questa terrena e celeste farmacopea, ella è, sappiatelo a dirittura, ella è il più vistoso, il più manifesto distintivo della scuola che togliemmo a studiare. Non è da ora, o miei giovani, che a noi è dato il vederlo; ma verrà tempo, e non è lontano, in cui queste cose ci saranno manifeste. Vedrete gli Esseni a questa duplice Terapia dar opera solerte; li vedrete studiar sulla natura, sulle virtù dei semplici e sulla composizione dei farmachi; li vedrete studiosi sui libri della recondita Medicina dagli avi loro trasmessa; li vedrete in una parola Esseni in tutta la forza della parola, che è quanto dire Medici—Medici, risanatori per eccellenza.

Questo è il primo senso in cui si dissero gli Esseni medicatori e Terapeuti. Ma non vi fu un altro, che il primo immensamente sopravanza in altezza, in nobiltà? Sì, vi fu; e tanto il primo trascende per ogni verso, quanto l’animo il corpo trascende, quanto la sanità, la purità e la interna armonia dello spirito, quelle vincono di gran lunga che il frale riguardano. Gli Esseni non furono soltanto i Medici del corpo, ma Medici si dissero pure dell’animo umano. Era egli cotesto nuovo officio, nuovo vocabolo nella lingua religiosa dell’Ebraismo? Dite piuttosto che era antichissimo; che la Bibbia rigurgita di simili esempi; che lo spirito non meno che il corpo fu sempre dall’Ebraismo considerato siccome un ente che a tutte le vicissitudini soggiace, buone e triste, della vita; che ha la sua salute, le sue infermità, le sue crisi, le sue cadute, le sue ristorazioni, e quindi una vera e propria scienza mediatrice. Ma dite piuttosto che univoci attestano di queste idee predominanti i Profeti; che lo attesta Davide quando chiedendo la remissione delle colpe, e la rigenerazione dell’animo suo, chiede farmaco e guarigione, Guarisci l’anima mia, chè a te peccai;[14] che il Perdono è da Isaia dichiarato qual suprema sanatoria;[15] che lo stesso Isaia parlando nel nome di Dio, ci presenta il peccatore amnistiato qual malato medicato e guarito[16], che lo attesta, infine, Geremia e quasi al sommo reca la forza dell’argomento, quando il Profeta istruttore chiama col nome istesso di Rofé, Medico; e farmaco dice per avventura e teriaca preziosa la dottrina di lui.[17] Sono elleno men di questi frequenti, meno di queste eloquenti le prove che dai Rabbini si traggono? Hanno eglino con manco predilezione usate in questo senso traslato, in questo senso metaforico l’idea, il vocabolo di Medicina e i suoi derivati? Sarebbe ignorare assolutamente dei Dottori la fraseologia, il disconoscere di questa Idea, di questi traslati, gli esempj parlanti. Volete sapere che cosa sono le religiose dottrine per i nostri Rabbini? Sono potentissimi cardiaci pei cuori infermi; sono collirj pegli occhi oftalmici, e antidoto, in breve, efficacissimo contro ogni malore. Ho io bisogno di avvertirvi che così magnificando delle religiose dottrine i privilegi a tutt’altro intendevano che ad una vera e propria virtù curativa? Voi già comprendete, o signori, a che cosa si allude. Si allude sotto il corpo allo spirito, si mira a traverso le infermità corporali, a quelle infermità che affliggono la parte migliore di noi medesimi: all’occhio della mente ottenebrato, al cuore fatto recesso d’ogni vizio. Che più, o signori? Se un dottore trova agli ignoranti della legge difesa nel dì della Resurrezione, egli chiama questo trovato Medicina, e trovai per loro guarigione nella legge:—se il pregio si vuol accennare trascendente di uno studio disinteressato, Farmaco si dice cotesto di vita Eterna, Sam haim; come tossico mortale si dice il suo contrario, ch’è quanto dire ministero religioso sostenuto per argento, Sam ammavet. Che volete di più? Non solo è il linguaggio tal quale ve lo descrivo, non solo idee siffatte di Terapia ricorrono ad ogni tratto, e più che non dissi ne riboccano gli antichi rabbinici monumenti; ma ciò che infinitamente si lascia dietro ogni prova, ciò che è lo specchio vivo e parlante dell’Essenato salutare e medicativo, è l’attitudine esteriore—sono le forme curiosissime, sono gli atteggiamenti espressivi, parabolici, figurativi, che prendeva talvolta il dottorato insegnante. Avete udito d’Isaia che seminudo percorre le vie di Gerusalemme, ed in sè raffigura gli Ebrei da esso vaticinati, che fuggono dalla spada babilonese? Avete mai letto di Ezechiele che, in realtà o in visione, si giace or da un fianco or da un altro, e i cibi ingolla che l’umor satirico divertirono per lungo tempo del filosofo di Ferney? Or bene—non dissimili da queste immagini parlanti ci offre talvolta il dottorato mimiche rappresentazioni, e la medicina n’è il subbietto. Vedete questo rivendugliolo che, andando attorno per i villaggi che coronano Sippori, non rifinisce di gridare a squarciagola e quasi con piglio ciarlatenesco—chi vuol della vita lo elisire, venga e compri? Man bae lemizban sam haim. Chi è costui e quale è il mirabilissimo specifico che proferisce? È un farmacista, dice semplicemente il Medrasce, e nulla dell’esser suo aggiunge di più. Ma il farmaco che cosa è? Il farmaco ve lo darei in mille a indovinare. Pure se punto vi cale saperlo, salite qui.—Il pseudo farmacista è già nelle stanze entrato di un dottore il quale affacciatosi al noto grido, gli fece cenno dalla finestra, salisse pur su, che un confratello avria trovato con cui alternare i saluti e le soavi parole. Che cos’è, o gentil farmacista il Farmaco che tu ci vendi? Alla quale domanda ratto trasse fuora un salterio che sottopose agli occhi del dottore, dove questi detti si leggono significanti—chi è l’uomo che ami la vita, che giorni chiegga per esser felice? La lingua sua guardi dal male, le labbra dalla menzogna, ec. (Vaicra Rabba, sez. XVI.) Ecco il farmaco vantato. E pure, qual vero e proprio farmaco lo bandiva per terra e castello. E pure, a quel grido gran calca fattaglisi intorno di incettatori, la innocente frode per avventura disvelava, e testo prendeva di là ed occasione a moralizzare le turbe, in quella guisa che il fondatore del Cristianesimo ci dipingono gli Evangeli andando attorno per le campagne e le moltitudini accorrenti concionando di tratto in tratto dalla sommità di un poggio.[18] Vi pare che sia abbastanza decisivo cotesto esempio? E pure una circostanza vi manca sapere, ed è la più concludente. E quale è, o signori? É il nome vero, il vero ufficio e il vero carattere dello pseudo farmacista. Già voi sospettate che qualche cosa di più nobile sotto i panni si asconda del cerretano: già i fatti presenti parlano troppo in favor mio; ma la provvidenza ci serbava ancor più.—Per una di quelle singolari coincidenze che nei libri rabbinici si dànno in mille volte, ciò che implicito rimase nel Medrasce, trovammo esplicito nel Talmud; ciò che col nome fittizio, supposto, quivi si designa di Rohel, col vero e genuino nome si accenna nel Talmud. In una parola, nel fatto stesso, ma più brevemente dal Talmud raccontato, il Rohel non è più Rohel, il cerretano non è più cerretano, ma è un vero e proprio dottore, un vero e proprio Fariseo, nomato Alessandro.

Aveva io ragione quando diceva, il concetto che suggerì l’appellazione di Esseni, profonde, vaste gettare le radici nei Profeti e nei Rabbini, nella Bibbia e nella tradizione? Io credo, e non è troppo presumere, che queste prove da sè basterebbero. E pure non sono le sole; vi sono analogie, vi sono concetti, vi sono appellazioni non dissimili nell’istesso paganesimo. Che dire della Biblioteca Egiziana? Domandatene ad Orapollo e poi a Bossuet, che la narrazione ne riferiva. Essi attestano concordi, come le Biblioteche si chiamassero in Egitto con nome che in quella lingua suonava medicina dell’anima. Domandatene Diodoro Siciliano. Egli parlando del sepolcro di Osimandia, vi dirà che tra gli appartamenti di quel palazzo era una sacra Biblioteca alla quale queste parole soprastavano incise: Medicina dell’anima. E per ultimo, le buone ragioni si guadagnarono i buoni autori;—la buona causa trovò buoni avvocati che la difendessero. S. Epifanio, che conobbe il vero, e amore del nuovo trasse fuori del cammin dritto; il sig. Munk, che nella Palestina alla interpretazione nostra fa ossequio; il Salvador, che esplicitamente vi assente nella grandiosa sua opera J. C. et sa doctrine, ed altri molti che sarebbe lungo annoverare; tutti intesero egualmente nel vocabolo di Esseni quel concetto di sublime, di superlativa Terapeutica, che noi v’intendemmo; tutti vi prestarono ferma e ragionevol credenza: a guisa del ver primo che l’uom crede. Ella è, infine, una deposizione il cui valore non sarebbe possibile dissimularsi. Non è da ora che non possiamo insistere sulla identità originaria degli Esseni coi Cabalisti. Sull’autorità di scrittori gravissimi, ci permettiamo aggiungere quanto verrà più a lungo trattato nel corso di questa istoria, ponendone i titoli in una luce che non si potrebbe più sfolgorante. Intanto non è fra gli ultimi indizii che a questa identità ci conducono, il fatto per più d’un verso eloquentissimo, che nel Zoar il nome di Assia vien conferito a un dottore Cabbalista; e ciò che è più, nel senso che qui si accenna, di medico spirituale, di Risanatore delle anime. E tanto si legge in quell’opera a proposito di R. Samlai (Zohar, vol. III, 75, 2.)

LEZIONE QUINTA.

L’origine degli Esseni doveva essere, voi lo sapete, subbietto delle nostre ricerche, quando il nome fosse stato da noi rintracciato che il nostro istituto contraddistinse. Questo nome, o Signori, la derivazione di questo nome fu da noi recata a quella evidenza che si poteva maggiore. Qual’è ora il compito nostro? Io già vel diceva. Ella è la origine, la origine storica dell’Essenato, l’epoca della sua formazione, le cause che precedettero al suo nascimento, il luogo d’onde prima trasse i natali. Era la prima disquisizione, più ch’altro, gramaticale. È la presente, ricerca storica, e ricerca gravissima.

Noi abbiamo di fronte, non amici da abbracciare, ma nemici da combattere. Noi avremo il paradosso, il pregiudizio, la mala fede da superare, pria di poter penetrare nei vestiboli di verità. Quali sono questi pregiudizj? Eglino sono così svariati di forme, come sono eguali in bruttura. Egli è, in primo luogo, il pregiudizio Pagano; che è quanto dire l’origine pagana gratificata allo istituto più ebraico che abbia mai esistito. Chi lo avrebbe pensato? Chi avrebbe detto che di origine pagana dovesse supporsi lo Essenato? E pure nulla di più vero, di più dimostrato. Egli è il Buhl, il celebre storico della Filosofia, che ne fa fede. Grazie al cielo, non è il Buhl che noi dobbiamo combattere. Non è egli l’autore di paradosso siffatto; ma egli lo ha registrato, gli ha dato luogo nella sua istoria; e se la memoria non erra, non l’ha, come pure avrebbe dovuto, sotto il peso schiacciato della sua autorità. Quale è la causa di tale aberrazione? Su quai fondamenti, su quai pretesti riposa la pagana derivazione? Io credo che non sia difficile indovinarlo. Voi vedrete quando del culto ragioneremo, e delle adorazioni degli Esseni, come fuggito non abbiano costoro ai morsi della più svergognata calunnia. Voi li vedrete, sopra basi inconsistenti accusati, processati e per peccato condannati d’Idolatria; li vedrete posti al bando del Giudaismo, e le note contender loro e le prerogative di Monoteisti e di Ebrei. Li vedrete, in una parola, accusati di prestare idolatrico omaggio al Sole nascente. Noi vedremo allora di che sappia l’accusa inconsiderata; noi rivendicheremo la bontà, la purità della loro credenza. Ma che cosa si esigeva di più per porre gli intemerati Esseni in mala voce, per additarli al mondo quali idolatri, e la fama accreditare tra i contemporanei, tra i posteri, di una origine viziosa, di una origine pagana? Voi vedete le basi vacillanti dell’accusa. Avrò io mestieri di spendere parole soverchie a giustificarli? Dovrò io ricordare le atroci calunnie onde furon bersaglio le israelitiche credenze, siccome allora vi accennai, che del culto Samaritano tenevamo parola? Dovrò dirvi dell’adorazione del firmamento che non pochi tra i Poeti Latini favoleggiarono dei nostri proavi; del teschio che, al dire di essi, nel recesso si adorava del Tempio di Dio, del famoso Asino che il gran Tacito non dubitava di erigere a sommo obbietto del nostro culto?

Or, che miracolo se gli Esseni pur essi del grande onore parteciparono di subire le accuse pagane, e se nell’accusa furono involti pur essi del popolo nostro, essi che del popol nostro la più eletta parte formavano e la più santa?

Ma un altro, credo, e non lieve pretesto, potè l’adito schiudere alla imputazione mostruosa; voglio dire, o miei giovani, di un passo di Flavio concernente gli Esseni, che tratto a peggior sentenza ch’egli non dice, commentato dall’ignoranza e dalla malizia, potè per un istante autorizzare la insensata imputazione. E quale è il passo di Flavio? Egli è quello ove, parlando della essenica scuola, e precisamente nel lib. XII delle Antichità, quella definisce come una setta di Giudei Pitagorici. Il nome di Pitagorici non fu invano pronunziato. Egli avrà sedotte le menti superficiali, egli avrà fatto vedere ciò che Giuseppe non vi ha posto giammai, ch’è quanto dire l’origine pagana. E pure, quant’era facile comprendere Giuseppe senza costituirlo reo di tanta enormità! Che voleva dire Giuseppe? Egli voleva far comprendere ai suoi lettori, ch’è quanto dire al mondo pagano, ai Romani, ai Greci, a tutti quelli che degli Ebrei nulla sapevano che non fosse dalla passione travisato, che cosa fosse quel bellissimo istituto di cui egli, il grande istorico, si professava il ferventissimo ammiratore. Egli lo dice un Istituto Pitagorico foggiato all’ebraica. Egli lo dice un Pitagorismo israelitico, un Pitagorismo ortodosso, siccome Filone fu detto Platone filonizzante, siccome Porfirio chiamò lo stesso Platone un Moisè atticizzante.

Aveva egli ragione così giudicandolo, è ella esatta la sentenza di Flavio? Noi in seguito lo vedremo. Ma quanto non dobbiamo noi l’ignoranza ammirare, ammirare la mala fede di chi le parole di Giuseppe innocentissime torse a così rea sentenza?

Noi non saremo i detrattori degli Esseni. Non saremo nemmeno i loro adulatori. Non diremo neppure come da taluno fu detto, che Pitagora essendosi recato, come ognun sa, in Oriente, colà cogli Esseni s’incontrasse, che ne adottasse i principj, che l’Italico sodalizio erigesse poi sul modello di quel di Solima. Questo fu detto, e caldamente propugnato dai Frati Carmelitani, i quali vedendo nell’Essenato l’origine del loro ordine, vollero fare altresì di Pitagora un copista dei loro supposti antenati, e Carmelitano pur esso coi tria vota substantialia: obbedienza, povertà e castità.[19] Novelle son queste da muovere a riso, nè più seria meritano veramente nè più lunga disamina.

Potremo dire lo stesso di altra origine che l’ingegno moderno pegli Esseni fantasticava? Io credo che più profonda cotesta si esiga e più protratta disquisizione. Il nome, il tempo, la fama dell’autore vogliono che noi alcune parole ci spendiamo d’intorno. Qual’è il nome? Il nome non potrebbe essere nè più famoso nè più interessante, e (aggiungo volentieri) nè più specchiato nè più caro al popol nostro. Egli è il Salvador, che primo tra gli Israeliti francesi dei tempi nostri, salì sulla breccia, e tutto il fuoco sostenne il primo delle falangi avversarie. Il tempo fu quello dei grandi religiosi dibattimenti della Francia moderna. L’opera è quella che più fama destò di sè in Europa, e soprattutto in Allemagna, ove precorse, ove augurò la terribilissima scrittura dello Strauss.

Or bene, nella Vita di Gesù e la sua Dottrina, il nostro Salvador dal proprio têma? condotto, scende a parlar degli Esseni. Egli chiede a sè stesso degli Esseni l’origine; e qual ne segue risposta? Certo non tale quale per noi si vorrebbe. Egli chiede del tempo, ed il tempo egli lo vede, durante la invasione Siriaca, quando i successori di Alessandro osteggiarono aspramente il popolo nostro, e sotto Antioco in ispecie. «Son origine la plus probable, dice il Salvador, remonte à l’époque de l’invasion des Syriens.» Quali le cause che allora lo istituto creavano? Non sono cause propriamente, dice il Salvador, ma piuttosto fortuito concorso di circostanze. «È una turba, sono sue parole, è una turba di famiglie che rovinate dalla guerra, desolate dalla continua violazione dei luoghi sacri, e degli atti alla credenza loro oltraggiosi, ai quali venivano costretti; vanno in cerca di un asilo nelle regioni alpestri della Giudea.» Quale è l’origine del loro culto? Eccolo qual ei ce lo narra. «È l’impossibilità di compiere in quelle solitudini, riti e sacrifizj, o, come dire si voglia, il culto esterno, ella è cosifatta impossibilità che l’animo rivolse ad un’altra specie di culto, ad un culto più interno, alla continua elevazione dello spirito, mercè la pratica della giustizia e gli offici di carità.»—D’onde poi, secondo il Salvador, quella singolare comunanza di beni, che fu peculiare distintivo dell’Essenato? Quali le cause che la produssero? Furono, ad udirlo, «l’incertezza della vita, minacciata mai sempre dalla spada nemica, fu la necessità di provvedere di sostentare tanti vecchi, tante donne, tanti fanciulli.»—Ecco le cause, conclude trionfalmente il Salvador, che ispirarono loro la comunanza dei beni, che la stabilirono allora e poi in seno agli Esseni, e ch’egli dice nel suo idioma «ne tarda pas à devenir une règle principale de leur institut.»—Noi abbiamo parlato del Salvador, come d’uomo si conviene della sua tempra, del suo ingegno. Noi gli abbiamo tributato elogi non ipocriti, non servili e non avari. Ma noi abbiamo perciò stesso la libertà pienamente acquistata di sindacare la bontà, la ragionevolezza delle sue dottrine. Mi duole il dirlo, il Salvador ha soggiaciuto al genio predominante del suo paese, del suo tempo, e più assai al genio dei suoi vicini Tedeschi. Egli sente, come essi, alto profondo orrore di tutto quello che per poco trascende le età più moderne della istoria; egli è uno di quelli che i tempi, gli uomini, gli istituti più antichi modernizzarono; egli è uno dei grandi atleti che stringendo a così dire tra poderose ritorte le statue, i monumenti, che sorsero all’aurora dei secoli, si sforzano e sudano e si affaticano a tirarli a tempi a noi più vicini; egli è uno di quelli che fanno vedovi i primi secoli dei fatti più illustri, degli uomini più venerandi; che fanno, nell’ordine della cronologia, ciò che le moderne nazioni civili fanno in ordine allo spazio, togliendo obelischi, sfingi, sarcofagi e d’ogni maniera anticaglie, a quei paesi ove l’arte li generava, e decoro illustre ne fanno di musei, di biblioteche, di capitali. Egli è di quelli che fanno il vuoto nelle origini, e gli uomini e i fatti condensano, accalcano in angustissimo spazio di tempo, con quanta sapienza e ragione, non so.

Fuori dei tempi antichi, ogni romanzo è buono a costoro. Anzi, la storia sol perchè è antica, è romanzo, e il romanzo solo perchè è moderno, è la istoria.—Io ho detto romanzo, e lo mantengo. La teoria del Salvador, con sua buona pace, non è che romanzo. E se vi aggrada come me osservarlo, vedetelo immantinente. Io potrei appuntare per primo il Salvador, non di plagio, chè la di lui probità letteraria me lo contende, ma di aver disdetto, voglio credere involontariamente, l’onor del trovato a chi si appartiene. Potrebbe dire una critica meticulosa, che male non avrebbe fatto il Salvador a narrarci chi fu il primo a porre innanzi la ipotesi menzionata; a dirci, che fu il Drusio colui che primo gliene offriva l’idea; che fu esso che andando in cerca, siccome noi dell’origine degli Esseni, insegnava come questa si dovesse riporre ai tempi d’Ircano Asmoneo, quando la parte perseguitata si ricovrò nei deserti, e colà di buon’ora s’assuefece ad un tenore di vita durissimo, nel quale dipoi perseverò volentieri. Il sistema del Drusio non è quello, ben io m’avveggo, del nostro Salvador, il quale differisce siccome udite in ordine al tempo, e risale ad un’epoca non di poco anteriore a quella dal Drusio seguita. Ma finalmente, che cosa non hanno di comune i due sistemi, ove si eccettui la differenza notata? Io ardisco dire che hanno tutto in comune, e che bene avrebbe fatto il Salvador a dividere con chi di ragione la responsabilità del sistema. Egli però nol fece, nè io insisterò di soverchio. È egli almeno probabile, è egli almeno accettabile il sistema dal Salvador propugnato? Io gli chieggo del culto essenico la origine, ed egli l’impossibilità mi addita dei sacrifizj e del culto esteriore; al quale ei dice, un culto più elevato si sostituì in ispirito e verità.—Di buona fede è egli questo raziocinare per filo e per segno? Che cosa suppone il ragionamento Salvadoriano? Suppone, se io non erro, che nè sacrifizj nè culto esteriore appo gli Esseni esistesse. Che se così non fosse, che cosa suonerebbe questa sognata sostituzione? Io dico dunque che lo suppone.—Ma che dice la Istoria, alla quale ogni reverenza si dee ed ogni ossequio? Conferma ella la ipotesi del Salvador, ed una setta negli Esseni ci raffigura quale egli ce la dipinge, destituita di culto esteriore e di sacrifizio? Nulla affatto. La storia parla alto, parla solenne contro la teoria irriflessiva del Salvador, ed un amore ed uno studio ci offre presso gli Esseni del culto esterno, da disgradarne ogni più raffinata e squisita pietà. Ma che volete? Il Salvador pecca per troppa bontà. Egli ama gli Esseni, egli li stima, nè confine egli pone alle lodi che al bello Istituto profonde nel suo libro: epperò gli dà troppo del suo, epperò di quelle vesti li abbiglia che più talentano al suo genio filosofico, al suo gusto, al suo favorito sistema. Epperò li va profumando con quegli unguenti razionalistici che ponno farli accogliere, festeggiare nei dotti consessi. Rimane però a sapersi se del presente generoso gli Esseni si chiameranno contenti.—Io proseguo e chieggo al Salvador: d’onde, secondo voi, la comunità degli averi? Che cosa risponde il Salvador?—Dalla incertezza della vita, dalla necessità di provvedere a tanti vecchi, a tante donne, a tanti fanciulli.—Eppure il mondo non l’aveva finora capita così. Si credeva finora che nulla vi fosse di più egoista della necessità, nè di più avaro della miseria. Si credeva finora che l’abnegazione, la generosità, e soprattutto il rinunciamento assoluto di ogni bene, non albergassero precisamente colà, ove la fame manda i suoi orribili latrati, e dove la prepotente mano del bisogno, stringe i cuori ad ogni senso di pietà, e non occorre dire d’abnegazione. Benedetti razionalisti! Quanti miracoli non sanno fare! Eglino ti cavano un effetto dal suo opposto con quella disinvoltura con cui Mosè trasse dalla rupe le acque. Ma eglino, i razionalisti, ci hanno insegnato a dubitar dei miracoli, e questo basti perchè i loro miracoli eziandio da noi si rifiutino.

Ma su.—Io voglio menar buone al Salvador tutte le anzidette repugnanze. Voglio dire che il culto esterno tra gli Esseni non vi fosse, e che dalla brutta fame sia uscito fuora il più sublime prodigio di carità. Ma il nodo gordiano non è qui. Sapete invece dov’è? È nel passaggio da questo stato temporario, provvisorio, forzato, ad uno stato durevole, ad uno stato definitivo, ad uno stato volontario. Mi spiegherò ancor più. Bisogna che ci dica il Salvador in qual guisa, per quale sconosciuta ragione, una condizione così miserevole, così eccezionale, così a malincuore subìta dai poveri emigrati, si tramutò, ad un colpo di magica verga, in un’associazione regolare, stabile, religiosa, dotta e venerabile, come fu quella che veggiam negli Esseni. Se questo il Salvador non ci narra, se egli non ci svela il transito miracoloso, sapete che cosa io crederò? Io crederò che non appena rimossi gli ostacoli, non appena gli impedimenti sgombrati, non appena restituita la pace e la libertà, non appena le vie si dischiusero del ritorno ai poveri fuoriusciti, che ognuno riedendo pacificamente a casa sua, avrà ripreso il godimento degli antichi diritti; e l’esercizio delle prische faccende. Ecco che cosa credo, ecco quello che suggerisce il più comunale buon senso. Per trasformare un’orda di fuorusciti in un istituto ammirando quale fu l’Essenato, ci vuol altro che parole! Ci vuol ragioni! E che cosa ci dà in compenso il Salvador? In qual guisa si districa egli dagli intricatissimi lacci?—Ecco, come: Quello stato, egli dice, era provvisorio, era precario, ve lo confesso. Udite pellegrinità di trovato. Ma, egli aggiunge in sua favella: «Mais ne tarda pas a devenir une des règles principales de leur institut.» Volete più? Se più esigete, sareste davvero indiscreti. Quel ne tarda pas, ch’è l’anima del concetto, è fatto proprio per contentare anco gli ingegni più schizzinosi. Egli è proprio un miracolo; ma un miracolo di coreografia, non dialettico procedimento. Questo si chiama in Parigi glisser sur les questions. Ma io dico piuttosto, che fa scivolare, che fa sdrucciolare gli inesperti, e che il minor pericolo che può incoglierci, sia quello di nulla imparare.

Noi abbiamo, se ben mi appongo, abbastanza crollato il sistema del Salvador. Or bene, lo credereste? Egli è ancor più fragile di quel che credete, e quando pure potesse avere le superiori sembianze del colosso di Nabucco, certo che i piedi, che le basi di creta non mancheriano. Tali le prove, tali i fatti sono che vi addurrò, che il sistema del Salvador riporrete certo tra gli onorati defunti. Non lo credete?—Ebbene, o miei giovani, togliete in mano il libro del Salvador, e la citazione osservate alla quale tutto egli affida il peso del suo sistema, e ditemi che ve ne pare. Non dovrebbe essere, non è egli vero, una colonna, una piramide, un atlante? Oibò, è canna, e fragil canna. Qual’è la citazione del Salvador? Egli è un passo del libro dei Maccabei, ove si narrano i primi effetti della irruzione Siriaca in Palestina. Come suona quel passo? Dice per l’appunto così: «E si ridussero gli sbandati Israeliti ad abitar nelle caverne ed in ogni luogo ove potessero un asilo trovare...... Allora parecchi tra quelli che cercavano giustizia, trassero al deserto onde abitarvi.»—Qui finisce la citazione Salvadoriana, che dal 1º e dal 2º Capitolo fu tratta del primo libro dei Maccabei. Ma noi non sbaglieremo dicendo che il Salvador così facendo, si affidò più a quanto di proprio avrebbe supplito il lettore, a quanto avrebbe la immaginazione suggerito in compimento, che a quanto sta veramente registrato nei Maccabei. Diffatti, a questo punto arrivati della istoria, allo spettacolo di tanta gente che fermano stanza nel deserto, dopo le parole in ispecie del Salvador, che cosa vi suggerisce la fantasia? La fantasia s’impadronisce di questo dato, di questa emigrazione dalla storia narrata, e vestendola secondo il suo stile di colori fittizj, ed allargandola ed ampliandola, e preoccupando il campo dell’avvenire, e parlando ove la storia si tace, già dimostra in questo pugno di fuorusciti il germe della grande istituzione; già ve li addita stanziati definitivamente in quelle solitudini; già li stringe in religiosa consorteria; già dal semplice soggiorno alla convivenza trapassa, quindi dalla convivenza alla scelta di una vita comune, da questa all’organamento sociale, al culto, alle dottrine; e così di grado in grado salendo, ed elemento ad elemento soprapponendo, fa sorgere quasi per incanto il grande, il bello istituto degli Esseni. Io non so se mi vorreste più generoso; ma io tutto ammetterei, quanto può di fantastico offrirci, di gratuito, questa ipotesi, quando almeno la base istorica, quell’esilissimo storico addentellato, che pur or ricordammo, rimanesse saldo, inconcusso, rimanesse in piedi. Che sarebbe però, dilettissimi, se pur esso svanisse; che sarebbe se il gigantesco edifizio tutto vedessimo sull’arena fondato; che sarebbe se tutte le nostre immaginarie scoperte andassero miseramente in frantumi, come le fantastiche supputazioni di colui che sopra pochi miseri vetrami la fortuna sua fondava?—Certo che bene avremmo di maraviglia argomento, come un ingegno svegliato, probo, erudito come il Salvador, si lasciasse tanto aggirare dall’orror dall’antico, tanto dagli spiriti razionalistici, sino a disconoscere la inanità del sistema proposto. Quale è di questo sistema la base; quel quid senza di che sarebbe a zero ridotto; quel polline, quell’embrione d’onde si vuol tutto l’Essenato prodotto? Egli è senza meno, e voi lo sapete, quel nucleo d’Israeliti i quali dalla Macedone spada incalzati si ridussero raminghi per lo deserto. Or bene. Mi spiace per voi, mi spiace per il Salvador, mi spiace per quei poveri Israeliti. Il preteso embrione non giunge alla prima fase di gestazione. Il polline muore sullo stelo per effetto di una brinata. Senza figura, quel pugno d’Israeliti su cui si fondava così alto e immenso edifizio, non scorsero pochi giorni che raggiunti, circuiti, assaliti, ed infine distrutti dai Macedoni persecutori, spariscono miseramente dalla superficie della terra. Dove son iti i germi dell’Essenato, dove sono i primi rudimenti, dove i portentosi sviluppi? Se ne desiate novelle, chiedete piuttosto ai generali Siriaci, che vi mostreranno in risposta la spada tinta di sangue. Chiedetene, se ne volete più mite responso, alla storia stessa dei Maccabei, allo stesso 2º Capitolo citato dal Salvador, ai versi stessi che quasi immediatamente conseguitano a quelli dal Salvador indicati; e queste parole vi leggerete, che pur esser dovrebbero suggel ch’ogni uomo sganni:

«Coloro dunque (cioè i soldati Siriaci) gli assalirono con battaglia in giorno di sabato, sì che morirono, essi e le loro mogli, e i lor figliuoli e i lor bestiami, fino a mille anime umane.»

Avete inteso?—Non uno rimase vivo; non uno da cui potesse sorger per miracolo l’Istituto degli Esseni; non uno di coloro che furono, secondo il Salvador, semenzajo del grande Istituto. L’esito, la catastrofe sarebbe veramente comica, sarebbe ridicola, se tetra e lagrimevole troppo non fosse.

Giunti a questo punto, in presenza a questa terribile e sanguinosa confutazione, che cosa più dovremo aggiungere? Certo che noi potremmo dire al Salvador, che pria della origine supposta, pria che di questa emigrazione si narri nel libro dei Maccabei, già di una valorosissima consorteria ivi stesso è menzione, che si noma dei Hassidim, e che tutti i segni reca manifestissimi dell’Essenato, onde cerchiamo l’origine. Ma innanzi alle ricordate deposizioni dell’istoria, ogni argomento vien meno. Egli è per questo che noi abbiamo il fine raggiunto della nostra via? Debbo dirvi che no. L’argomento che ci siamo proposti vuole che ancora altre origini consideriamo, altre opinioni. Non è invano che si prende grave argomento a trattare. Dirò a voi come Dante ai suoi lettori:

Conviene ancor seder un poco a mensa,
Perocchè il cibo rigido ch’ho preso,
Richiede ancora ajuto a sua dispensa.

LEZIONE SESTA.

Qual’è l’origine, la origine storica degli Esseni? Ecco l’oggetto delle nostre passate, delle nostre presenti ricerche. Noi movevamo, nella lezione passata, in traccia di questa origine; noi vedevamo il Salvador riporla nella invasione dei Siriaci, nelle emigrazioni specialmente che questa invasione cagionava tra gli Ebrei di Palestina. Noi domandavamo a noi stessi quanto si apponesse il Salvador così sentenziando, e la risposta fu tale, se ben ricordo, che male potrebbe il sistema del Salvador riaversi.—Mestieri è oggi proseguire nel divisato cammino; mestieri è pure, quelle qualunque opinioni che a spiegare l’origine degli Esseni furon proposte, chiamare egualmente a sindacato. Qual’è il sistema che noi dobbiamo oggi esaminare? Egli è un sistema che se l’ingegno, la fama, il sapere, fossero sempre infallibile criterio di verità, solo vero e legittimo sistema dovrebbe cotesto da ora bandirsi. Noi abbiamo dinanzi uomini cari a noi e onorandi per la fede comune, per servigj segnalatissimi ai buoni studj prestati; abbiamo tra i nostri l’illustre autore della Kabbale, il Frank; l’autore chiarissimo della Palestina, il Munk; e infine abbiamo tale che torreggia gigante fra tutti quanti gli si appropinquino, abbiamo un uomo che vale per mille, un uomo, (tollerate la riabilitazione di una frase) un uomo che si chiama Legione, abbiamo Vincenzo Gioberti.

Il Munk, il Frank, il Gioberti, ecco i grandi, i terribili avversarj che dobbiamo questa sera combattere. E che cosa, di grazia, dicono i tre chiarissimi uomini dalla origine degli Esseni? Tutti egualmente in una sentenza convengono, tutti in una origine consentono l’origine Greca, l’origine Alessandrina, l’origine Egiziana. Che cosa s’intende dire per questa origine da me con triplice nome designata? S’intende dire che gli Esseni o, per dir meglio, l’Essenato, ch’è quanto dire l’Istituzione, le Dottrine, il Genio degli Esseni, siano tutti provenuti da quella filosofia, da quella scuola, che parte greca, parte orientale, avea posto da lungo tempo suo seggio nella Metropoli dell’Egitto, nella erede di Atene, in Alessandria. Ecco che cosa vuol dire origine Alessandrina. E dove professano i tre insigni uomini rammemorati la opinione ch’io dico? La professa il Munk nella bell’opera che sulla Palestina dettava (a p. 519), laddove, dopo aver con succinte indicazioni degli Esseni trattato, conclude dicendo, molto andare la loro Istituzione debitrice agli istituti; alle scuole dei filosofi egiziani. Lo confermava poi in una nota alla pagina istessa ove a buon diritto redarguendo la teoria del Frank, ci dipinge gli Esseni quasi mediatori e sensali tra le dottrine in Egitto imperanti, e la ebraica ortodossia di Palestina. Noi avremo in avvenire occasione di noverare il Munk tra i più valenti propugnatori di non poche capitalissime verità riguardanti gli Esseni. Noi avremo luogo di tributargli largo, sincerissimo ossequio per essere stato animoso banditore di tre principj che crediamo nella Storia degli Esseni rilevantissimi, per aver apertamente insegnata la filiazione e quasi la identità degli Esseni col Farisato, per aver sanzionata l’antichità, la contemporaneità della teologia Cabbalistica, e sopratutto per avere tra questa teologia e la scuola degli Esseni dimostrate quelle intime, profondissime attinenze che sono, secondo me, uno dei pregj più esimj della scrittura del Munk. L’occhio della mente sua, sempre veggente,[20] travide queste attinenze, le notò, le insegnò; e i germi da esso deposti nella opera sua, debbono quando che sia larga messe fruttare di preziosissime conclusioni. Noi non saremo tra gli ultimi a secondarne il dettato, a riconoscerlo, a salutarlo qual possente alleato. Per ora, come dicemmo, nella questione presente della origine, èmmi forza trattarlo quale avversario. Io dissi che non è il solo, ma poderosi atleti accompagnarlo. Uno di essi è il Frank. E dove soscrisse il Frank alla origine in discorso? Nell’opera già ricordata della Kabbale. Egli, nella terza parte del suo libro, in quella cioè da esso alla comparazione dedicata tra la dottrina dei Cabbalisti ed i sistemi affini contemporanei, sembra inchinare assolutamente alla origine Alessandrina. Parlando degli Esseni e dei Terapeuti, egli dice apertissimo: l’une et l’autre (che è quanto dire Esseni e Terapeuti) l’une et l’autre étaient nées en Egypte. L’una e l’altra, sortito avere i natali in Egitto. Io vi dico forse cosa che vi stupirà. Voi udite quanto esplicito si pronunzj il Frank in favore della tesi avversaria, quanto deliberato consenta all’origine Egiziana. Eppure (stranissima anomalia!) egli sarà il Frank istesso, egli sarà lo stesso libro della Kabbale, e la stessa parte sarà del suo libro, e senza forse la pagine istessa, che i più forti, i più saldi argomenti ci forniranno ad infermare, a distruggere la teoria prediletta, la origine fantasticata. Io credo che gli argomenti perchè tratti dall’avversario nulla scapiteranno, se non invece immensamente più ratti e più infallibili ci meneranno allo scopo. Ma chi è il terzo, che sovra gli altri come aquila vola? Io dissi che è V. Gioberti.—E dove toccava il Gioberti della istituzione degli Esseni? Egli ne parlò nella Filosofia della Rivelazione; in una di quelle opere che la morte non concessegli di pubblicare, e che i postumi anatemi non valsero che a render più cara, più ricercata. In quest’opera della Filosofia della Rivelazione (a p. 181 dell’opera stessa), laddove prende colla sua usata grandiosità a trattare della pretesa missione unificatrice del Cristianesimo, e quindi (quali rappresentanze di due opposte idee) della presenza in Palestina della dualità Ebraica e Gentilesca, che dovevasi pel futuro Cristianesimo unificarsi, così il grande intelletto si esprimeva: «Presso i Giudei a’ tempi di G. C. vi eran due scuole. L’Alessandrina, filosofica, acroamatica, sottile; la Palestina, tradizionale, positiva. La prima esprimeva il genio Indopelasgico e Greco; l’altra, il genio Semitico.»

Voi l’udite, Gioberti sta risolutamente per la origine Alessandrina; imperocchè di null’altro egli può aver inteso colla sua scuola acroamatica e sottile, rappresentante il genio Greco o Indopelasgico, tranne della scuola della Consorteria degli Esseni.

Noi avremo, dunque, a lottare non solo coi due preclari scrittori il Frank ed il Munk, ma ancora contro la mente più vigorosa che generato abbia l’Italia moderna. Fortunatamente però non è così. Noi possiamo a buon diritto declinare Gioberti quale avversario, noi possiamo rimuoverlo rispettosamente dallo steccato, noi possiamo risparmiarci il pericolo, e non è lieve, di tenzonare con atleta siffatto. E perchè? Per una ragione semplicemente, e che voi di leggieri comprenderete. Perchè Gioberti non è responsabile della verità dell’asserto; perchè egli, a guisa di tutti quelli che versando sopra una particolar disciplina, si giovano delle ricerche e dei trovati altrui, qualora di altre discipline si tratti, tolse agli uomini, agli scrittori speciali; tolse, per esempio, al Munk, tolse al Frank; come ad altri di simil fatta tolse per avventura il supposto sul quale la teorica sua fondava della unificazione Cristiana; ch’è quanto dire, toglieva da essi la origine Greca Alessandrina dell’Essenato, senza porsi per questo mallevadore della verità del supposto, come fatto non si sarebbe mallevadore se tolto avesse, verbigrazia, al Champollion la notizia dei Monumenti Egiziani, o dai Fisici imparato avesse cosa che fosse dipoi chiarita fisicamente inesatta. Sapete sopra chi gravita intera la responsabilità dell’asserto? Sovra coloro che tolsero a subbietto delle loro ricerche, disquisizione siffatta; sovra di quelli che ne trattarono exprofesso. Sopra gli scrittori Israeliti in ispecie, siccome quelli che più eruditi si suppongono nelle proprie antichità; ed ai quali più facilmente che ad altri si presta credenza, i quali dovrebbero, se non isbaglio, penetrarsi più che non fanno di questa verità; cioè, che gli occhi, che le menti dei dotti sono più che ad altri, ad essi rivolti, siccome ad organi ed interpreti fedelissimi e naturali di tutto lo scibile israelitico, e che grave però loro incombe il dovere di procedere circospetti non poco nelle loro sentenze. Non sono eglino i rappresentanti legittimi, e quasi non dissi gli oratori d’Israele nel consesso dei dotti? Tali almeno sono dall’universale estimati.—Che cosa dicono il Frank ed il Munk? Dicono che il nostro Essenato deve all’Egitto, alle idee dell’Egitto, il suo nascimento. Porganci dunque le fedi di nascita, che le vediamo; porganci, cioè, quelle prove che a così credere li inducevano, e se ne vegga il valore.

E prima, difendere non mi so da un pensiero che vulnera, a parer mio nella parte più sensibile la opinione in discorso. E qual’è? È il superfluo, è il vano, è l’inutile di tale opinione. Voglio dire che questa ipotesi che combattiamo, ove pure si prescinda dal suo intrinseco valore, manca senza meno del primo e indispensabile requisito di ogni asserto, la sua necessità. È egli necessario per ispiegare l’origine degli Esseni, fare siccome fanno costoro un’escursione in Egitto? Fermamente io credo che non lo è.—E chi è quello che me lo insegna?—Strana cosa, ma pure verissima. È il signor Frank istesso, è quello istesso volume ov’egli di volo depose la sua professione di fede riguardo agli Esseni. Ed in qual guisa ce lo insegna il signor Frank? Disputando intorno all’antichità delle dottrine, della scuola dei Cabbalisti. Egli fu quello, e già ve lo dissi, che più risoluto tra i moderni scese nello steccato a propugnarne l’antichità. Egli non si diè posa fintantochè non rimise l’antichità della scienza in quella evidenza intuitiva che era stata pria delle moderne discettazioni. Ciò fece il signor Frank, e saviamente faceva, a parer mio. Perchè non fu conseguente? Perchè avendo in casa più che non era mestieri a rendersi conto della derivazione degli Esseni, andò attorno a cercarne la culla sulle rive del Nilo? Perchè non quetare nella origine propria e casalinga, quando tutti gli elementi ei ne chiudeva in pugno coll’antichità cabbalistica? Perchè torcere gli occhi da quelle strette attinenze alle quali ossequiava sinceramente la buona fede del Munk, nè il signor Frank istesso osava negare? Ecco la prima lagnanza che contro l’origine Alessandrina mi è dato rivolgere. Si comprende in una parola, in una frase; cioè, non è necessaria.

Non basta questo. Un argomento vi ha che, a senso del signor Frank, dimostra l’autonomia delle dottrine cabbaliste, cioè la loro origine indigena, nazionale, Palestinese; e questo argomento è la lingua.

La lingua, egli dice, di quella dottrina, è l’ebraica, e l’ebraica aramea, ch’è quanto dire, la lingua allora usitata in Palestina. Qual’era, per contro, la lingua dei filosofi Alessandrini? Era il greco idioma, il greco esclusivamente. Non è questa, dice il Frank, prova dell’autonomia Cabbalistica? Io non voglio discutere l’argomento del signor Frank, ma lo prendo per quel che vale, e così argomento. O la lingua prova, o nulla dice. Se prova, perchè non vale egualmente rispetto agli Esseni, dei quali non si è mai detto nè si poteva dir veramente che altra lingua usassero in Palestina, che non fosse l’ebraica, o quella qualunque allor usitata?—O non prova; ed allora, perchè concedergli di prova le sembianze e gli effetti?—Pare impossibile! Vi sono nel libro prelodato del signor Frank, nella scrittura della Kabbale, e in quella parte istessa, e quasi a contatto della malaugurata origine Alessandrina, tali inattese, tali decisive confessioni, e tale offrono manifesta repugnanza colla origine istessa, che davvero non si comprende come uno scrittore illustre, qual’è il filosofo francese, non l’abbia avvertita.

Vedete, in fatti, il signor Frank precludersi colle sue mani la via a spiegare non solo, ma nemmeno a comprendere la sognata origine Alessandrina. Vedete egli stesso elevare una barriera materiale, insormontabile, che il passaggio persino contende, onde prendere nello Egitto lo Essenato. Vedete egli stesso porci le armi alla mano, con queste parole: «Dallo istante (egli dice, e traduco a verbo), dall’istante in cui la scuola Neoplatonica prese a fiorire nella nuova capitale dell’Egitto, sino alla metà del secolo IV dell’E. V.; epoca nella quale la Giudea vide morire le sue ultime scuole, i suoi ultimi Patriarchi, le ultime faville della sua vita intellettuale e religiosa; quali rapporti troviamo tra i due paesi, tra le due civilizzazioni da essi paesi rappresentate? Ove, durante questo tratto di tempo, la filosofia pagana fosse penetrata nella Terra Santa, e’ bisognerebbe naturalmente supporre la intromissione degli Ebrei di Alessandria. Ma gli Ebrei di Alessandria sì scarsi rapporti aveano coi loro fratelli di Palestina, che assolutamente ignoravano le istituzioni Rabbiniche, le quali tra gli ultimi occuparono luogo così cospicuo, e che trovavansi già radicate tra essi oltre due secoli innanzi l’E. V.»—E quali prove reca in mezzo il sig. Frank ad avvalorare l’asserto?

Prove reca, bisogna pur dire, che desiderar non potrebbonsi più luminose. Egli reca la intera Enciclopedia ebraica alessandrina, ove assoluta campeggia la ignoranza delle cose e degli uomini Palestinesi. Reca, tra gli apocrifi, il libro della Sapienza, di origine, di autore Alessandrino. Reca l’ultimo libro dei Maccabei, foggiato come pare indubitato sulle rive del Nilo, ed il silenzio ci addita e la ignoranza assoluta di tutto quello che Palestina riguarda. Ignoranza dei più grandi uomini, che alta e sonora levarono fama di sè; ignoranza di Simone il Giusto, dei più celebri tra i Tannaiti; delle grandi scuole di Hillel e Sciammai; e sovra tutto, ei dice, ignoranza di costumi, d’idee, di tradizioni. Ma il Frank non è uomo da darci dimostrazioni incompiute. Egli prova, e si può dire con egual nerbo, con egual verità, la ignoranza reciproca nella quale gli Ebrei di Palestina vivevano di tuttociò che in Egitto avveniva, di tuttociò che concerneva i loro fratelli di Alessandria. Lo prova la oscura, l’alterata cognizione che i dottori possedevano della traduzione dei Settanta; lo prova il silenzio strano, incomprensibile, nella Misnà e nel Talmud dei nomi più insigni, delle grandi, delle somme illustrazioni israelitiche dell’Egitto; silenzio di Filone, silenzio di Aristobulo, e silenzio infine di tutte le opere anzidette, concette e partorite all’ombra delle scuole Egiziane. Lo credereste? Egli è in mezzo a quest’osanna perpetuo, alla impossibile comunicazione tra Palestina ed Egitto, egli è in mezzo a questo concorso imponente, maestoso di prove, contro l’origine Alessandrina, egli è qui, qui per l’appunto che l’origine Alessandrina degli Esseni si pone dal signor Frank siccome quel vero, che mestieri non ha di esser provato.

Voi lo udiste; voi vedeste con quanta urgenza di prove l’illustre autore innalzi tra Palestina ed Egitto tale una muraglia, rispetto alla quale, quella famosissima della Cina ti pare un trastullo. Che credereste ora che faccia il sig. Frank? Egli crede citare la massima delle prove, e cade invece, se così è lecito pensare di un tant’uomo, nel massimo degli equivoci. Egli cita in prova della non avvenuta comunicazione tra Palestina ed Egitto, il silenzio dei Rabbini intorno gli Esseni, intorno i Terapeuti. Perchè, egli chiede, perchè questo silenzio? Perchè gli Esseni, ei dice, origine avevano egiziana, e nulla che fosse egiziano dai Rabbini si conosceva.—Sogniamo o siamo desti?—È egli il sig. Frank che tale profferiva sentenza? E pure, dovuto avrebbe ad una piccola circostanza avvertire, che tutta avrebbe mandata a soqquadro la sua argomentazione; ch’è quanto dire, avria dovuto avvertire, che se la ragione può valere pei Terapeuti dimoranti in Egitto, non lo può in nessun modo pegli Esseni in Palestina stanziati; pegli Esseni che viveano tra le stesse mura e sotto gli occhi stessi dei dottori, i quali se non ne fecer menzione, a tutt’altra cagione bisogna imputarlo, che non a quella della pretesa origine egiziana. La quale origine egiziana tuttochè fosse vera addimostrata, nulla avrebbe impedito che dai dottori gli Esseni si conoscessero, e di essi a dilungo favellassero, siccome quelli che comune con essi avevano e patria e soggiorno e convivenza. Che se non lo fecero, non ci dite, di grazia, perchè traevano dall’Egitto la origine; chè così dicendo, offendete, non ch’altro, il più comunale buon senso.—Ma che dico il buon senso? Dovrei dire la vostra istessa teoria, il vostro sistema istesso d’isolamento, di separazione dell’Egitto. E come no? Voi dite gli Esseni Egiziani. E bene sta. Ma dove abitavano cotesti Esseni? Abitavano pure in Palestina; dunque di Egitto trasmigrati si erano in Palestina, o almeno le idee loro dall’Egitto passate erano in Palestina, perchè uomini od idee, nel caso nostro, è tutt’uno. Ma se passarono, se dall’Egitto trasferironsi in Palestina: che segno è? È segno che questi rapporti da voi negati, esistevano veramente. È segno che le dottrine cabbalistiche possono avere quelle stesse vie percorso, che lo Essenato percorse. È segno che tutto l’apparecchio dialettico da voi posto a sostegno della autonomia, della originalità cabbalistica, ruina ad un tratto. È segno che coteste due cose da voi sostenute, non possono insieme capire. È segno che bisogna scegliere, che bisogna ottare.—Volete gli Esseni derivati d’Egitto? Ed allora non negate tralle due regioni i rapporti. O meglio vi talenta ricusare tra Palestina ed Egitto ogni legame, ed allora rinunziate alla origine alessandrina dello Essenato. Volere e l’uno e l’altro, è al di sopra di ogni creata possanza: stare, per così dire, sulle due sponde a cavallo, è opera più che umana; conciossiachè del solo colosso di Rodi, si narri poggiare ad un tempo i suoi piedi sulle due opposte rive. Ma il colosso di Rodi è favola meglio che storia. E bene, o miei giovani, se ne accorse quel perspicace intelletto del Munk, il quale nella sua Palestina (a p. 519) tali parole dettava sul conto del Frank, le quali comecchè di gentilezza condite, non lasciano per questo di contenere l’avvertenza che noi al signor Frank dirigiamo. «Sembra, dice, in verità avere il signor Frank indebitamente negletto l’officio che gli Esseni ponno aver sostenuto, quali mediatori e sensali, tra l’Egitto e Palestina.»

Questa si chiama conseguenza, e noi volentieri la ossequiamo, quale diretta e legittima illazione del principio da ambidue consentito, cioè della origine alessandrina dell’Essenato. Noi possiamo però separarci dalla costoro sentenza, senza per questo incorrere nella taccia di contraddizione. Noi neghiamo col signor Frank la comunicazione tra Palestina ed Egitto; ma neghiamo altresì ciò ch’egli non fa veramente, cioè la origine alessandrina dello Essenico istituto.[21]

Io vi dissi che gli argomenti dal signor Frank invocati a sostegno della autonomia cabbalistica, militavano con non minor urgenza in favore dell’autonomia degli Esseni. Giudicatene voi stessi.—Ignoravano, egli dice, i dottori di Palestina, i loro confratelli di Egitto. In qual guisa le scuole pagane avriano conosciuto? Non è egli, io aggiungo, cotesto validissimo argomento in favor eziandio della originalità degli Esseni? Ma più. La lingua greca, dice il signor Frank, era in onore: sì, ma appo gli Israeliti di Palestina non era però familiare. Vedete, egli aggiunge, vedete Flavio che pure nella scienza pagana ci sembra tra i coetanei il più erudito. E pure, chi il crederebbe? è Flavio stesso che ne depone, è la sua confessione, sono le sue parole: Mestieri egli ebbe di chi nella greca favella lo erudisse, quando prese a dettare le sue istorie.—Mestieri ebbe di porsi al fianco tale, che nella lingua dei Greci quelle nozioni possedesse, di cui egli era digiuno. Mestieri fu che le istorie sue al costui sindacato sottoponesse.—Non basta. Flavio non recita sol di sè stesso la confessione, ma la ignoranza egli autentica altresì di tutti i suoi contemporanei, i quali al dire di lui poco in generale delle lingue curandosi, poco eziandio coltivavano lo idioma dei Greci; e se l’idioma, dice il Frank, era così trascurato, come potevano meglio conoscere le dottrine in esso idioma vergate? Bene, a parer mio, argomenta il signor Frank, e non meno bene noi stessi argomentiamo.

Io torno e domando. Avvi nulla in questo raziocinio che a capello non si acconci alla istituzione degli Esseni? Avvi nulla che più manifesto resulti della loro autonomia?—Ma più oltre spinge il signor Frank la intrapresa argomentazione, e più oltre con esso noi pure procederemo. Che cosa dice il signor Frank? Poniamo, egli dice, che la lingua si conoscesse. Poniamo che queste materiali difficoltà che noi vedemmo frapporsi alla comunicazione dei due paesi, non esistessero; mettiamo anzi, che liberamente le idee alessandrine in Palestina circolassero, e quelle di Palestina nello Egitto avessero accesso. Sarebbe per questo più probabile l’adozione delle dottrine dei Greci tra gli Ebrei, tra i dottori di Palestina? Lo nega il signor Frank per ciò che le dottrine cabbalistiche concerne, ed ha ragione. Chiama il Frank a rassegna, e concludenti ed infiniti sorgono alla sua voce, fatti, assiomi, decreti, anatemi, che tutti attestano concordi l’errore, la repugnanza in cui si avevano tra i dottori antichissimi le dottrine dei Greci. Egli chiarisce assurda, impossibile la pretesa consecrazione di teorie forestiere; egli restituisce alla teologia cabbalistica i suoi titoli, la sua ingenuità, la sua cittadinanza.

Io credo che niente più grecizzante sia il nostro Essenato, il quale, come vi accennai sino dall’esordire, tra le più distinte file si reclutava del nostro dottorato; che n’era, a così dire, il substratum, la quintessenza, il patriziato, e quindi doveva tutte parteciparne le viste, tutte le repugnanze. Finalmente, vi ha un argomento al quale come ad ultima ratio ricorre il signor Frank; nè male veramente si appone, sendo questo, e per esso e per noi, decisivo. Egli è l’argomento cronologico. Prova il Frank che R. Iohanan Ben Zaccai, grande Patriarca della misteriosa Mercabà, molto tempo innanzi fioriva che una scuola si schiudesse in Alessandria, che un solo filosofo vi facesse udire delle sue dottrine la voce. E non solo R. Iohanan Ben Zaccai, ma un dottore ad esso posteriore, R. Gamliel, quella scuola alessandrina precedette di tempo, conciossiachè da lunga pezza egli fosse già morto quando i primi albori spuntavano di filosofia nella città di Alessandria. Or bene (cosa meravigliosa e pur vera!), non si avvide il signor Frank, che questa stessa cronologica repugnanza si oppone a dirittura a qualunque preteso rapporto tra l’Essenato e gli Alessandrini; che questa anteriorità ch’egli a buon diritto conferisce ai dottori sulle scuole di Alessandria, di gran lunga maggiore, vantano meritamente gli Esseni, siccome quelli che, a confessione del medesimo signor Frank, erano, come attesta Giuseppe, generalmente conosciuti non solo ai tempi superiormente indicati di R. Gamliel e di R. Iohanan, ma in tempi assai più per antichità ragguardevoli, ch’è quanto dire ai tempi di Gionata Maccabeo, quando 150 anni dovevano ancora passare pria che di Cristiani si parlasse, pria che le scuole alessandrine risuonassero di quelle dottrine, che si vogliono generatori, balj del grande Essenato. E questo è argomento che davvero vi sembrerà categorico. Nè ciò basta.

Quando più saremo innoltrati nelle presenti esposizioni, molte cose vedremo che a confermare varranno la impossibile derivazione straniera del grande istituto degli Esseni. Vedremo la loro forte e rigida organizzazione, i gelosi insegnamenti, le lunghe prove, le incomunicabili dottrine, la perpetuità, la immutabilità dei dettati e tutto; insomma, vedremo quello che costituisce una forte, un’autonoma personalità, ove il genio spicca della originalità anzichè della imitazione, del profondo e concentrato sentire anzichè della espansione, della interiorità anzichè della esteriorità. In una parola, noi vedremo come non solo tutti gli argomenti dal signor Frank accampati, ma ben altri ancora rendano sommamente improbabile quella greca paternità, che pel Munk, pel Frank e per V. Gioberti si volle agli Esseni assegnare. Adesso venga pure avanti nella prossima conferenza l’origine cristiana, che non la temiamo. Faccia pure l’estremo di sua possa, chè rimarrà ancor essa sconfitta. Tutti i campioni che ella potrà mettere in campo, non salverannola dall’ultimo eccidio. Dirò come David nell’atto di affrontare Golia: «Ed io pure il Leone, ed io l’Orso percossi a morte.»—Quando si è avuto l’onore di convincere d’inesattezza gli autori questa sera rammemorati, si può a buon diritto sperare di venire a capo di altri eziandio. E sin da ora ai difensori della origine Cristiana potrò dire con Dante:

Ch’a più alto lion trassi lo vello.

LEZIONE SETTIMA

Movendo in cerca della origine storica, della derivazione degli Esseni, due furono finora i sistemi che abbiamo discusso. Quali questi sistemi si fossero, voi certo lo ricordate. Fu quello in primo del Salvador, che questa origine pone durante la invasione dei Siriaci sul suolo Ebraico. Fu quello in ultimo che sotto gli auspizj ci si offriva del Frank e del Munk, i quali la origine veggono entrambi dell’Essenico istituto nelle scuole, nelle idee, che la greca civiltà trapiantato si ebbe sulla terra di Egitto. Qual fu il giudizio che emerse dal duplice esame? Io non so se sbaglio, ma parmi avere abbastanza dimostrata la improbabilità di ambedue i sistemi.—Avvi ancora un terzo da esaminare; e quello si è che agli Esseni, all’Essenato un’origine attribuisce, un carattere assolutamente cristiano. Potremmo noi senza citarlo in giudizio procedere risolutamente alla dimostrazione di quella origine che crediamo più vera? Io credo che nol possiamo. Nol possiamo, perchè troppo si disdice ad accorto strategico, lasciarsi fiero e numeroso nemico dopo le spalle. Nol possiamo, per le smodate pretensioni che accampa, per la fama, per l’autorità dei suoi campioni; ed infine, permettete che io aggiunga, per il legittimo e dolce desio di un trionfo. Io ricordo però come il Profeta ammoniva, non prima doversi celebrare vittoria, che l’arma non si discinga debellatrice. Mestieri è dunque combattere, e combattere virilmente. Il campo conoscete, conoscete del litigio la causa; solo vi manca di conoscere gli avversarj, e dopo gli avversarj, le armi, gli argomenti proposti, e infine i poderosi argomenti della difesa.—Quali sono gli avversarj? Si può dire arditamente che nè maggiori potrebbero essere nè più cospicui. Qui è per primo Eusebio, il quale nel secondo libro delle Istorie Ecclesiastiche non dubita di affermare, non altro aver voluto Filone ritrarre, laddove degli Esseni prese a discorrere, che la Chiesa Cristiana allora nascente. Eusebio che aggiunge (e di che sappia l’asserzione vedremo fra poco) che il nome di Terapeuta vale a dire il nome in Egitto equivalente a quel di Esseni, anzi la greca traduzione del vocabolo Esseni, fosse comune appellativo dei primi Cristiani, anzi che questo nome di Cristiani assumessero.—Qui Epifanio che dice risolutamente, aver Filone nei Terapeuti dipinto il modello e i prischi tentativi del monacato cristiano; qui S. Girolamo che, per andare per le corte, converte di motuproprio al Cristianesimo il nostro Filone, che storico degli Esseni, Egiziani ed Essena egli stesso, fu quello le cui memorie togliamo anch’oggi qual guida, almeno principalmente nella cognizione dell’antico Essenato; qui il pseudo Dionigi Areopagita, che seguendo ciecamente l’andazzo dei suoi, giunge sino a chiamare un monaco a cui scrive, col bel nome di Terapeuta; qui Sozomeno, storico dei primi secoli dell’E. V., che alla sentenza medesima aderisce, solo per correttivo aggiungendo aver forse gli Esseni qualche vestigio conservato di riti giudaici; qui un cardinale, il Baronio, che a dimostrare la verità dell’antico Cristianesimo dei Terapeuti, così argomenta. Egli avverte il silenzio che degli Esseni si conserva assoluto per tutto il corso degli Evangelj, ed a questo silenzio non trova il Baronio che altre cause si possa assegnare, tranne coteste due. È la prima, dice il Baronio, la identità degli Esseni colla chiesa Cristiana. È la seconda la posteriore loro apparizione alla predicazione evangelica. Ma la seconda, aggiunge il Baronio, si oppone alla storia, che la esistenza degli Esseni ricorda sin da’ tempi anteriori: dunque, sola è vera la prima, solo il Cristianesimo degli Esseni basta a spiegare il silenzio evangelico. Voi udiste l’argomentare del Baronio; udrete tra poco, come dice l’Alighieri, l’argomentar che gli farò avverso. Per ora seguitiamo la nostra rassegna. Io debbo un solo ancora ricordarvi degli avversarj, e questi è il P. Montfaucon. Chi era il Montfaucon? Egli appartenne al dottissimo ordine fratesco, alla regola di quel grande che fondò Cassino, e fu Benedetto. Il Benedettino Montfaucon, che visse nel secolo erudito del 700, lasciossi così appieno infatuare dal preteso Cristianesimo dei Terapeuti, che a provarne ad esuberanza la verità, si accinse, siccome credo per primo, alla traduzione di quelle opere di Filone ove dei pretesi Cristiani, dei Terapeuti, è parola.

Ecco gli avversarj. Quali sono i loro argomenti? Parte ve ne dissi, e questi più particolarmente appartengono agli autori rammemorati. Parte adesso ne udirete, e sono quelli che più di frequente si veggono dagli avversarj imbranditi.—Quali sono questi argomenti? Sono tutti, si può dire, fondati sopra qualche supposta analogia fra i costumi, le leggi, la società, il genio dei primi Cristiani, e quelle dipinture che degli Esseni ci lasciava Filone. Ella è ora la gerarchia che s’invoca dei Terapeuti, ove tutti i diversi ordini sembra a costoro vedervi della Chiesa nascente; ora le guarigioni dagli uni e dagli altri miracolosamente operate, i beni ai poveri distribuiti, l’erario e gli averi comuni, l’amore delle chiose, dei commenti allegorici, il predominio del senso mistico sul letterale; eglino sono i digiuni, le macerazioni; ed infine, egli è il celibato. Ecco gli argomenti nemici; ed ecco i nostri. Egli è, in primo luogo, la contraddizione in cui cadde Eusebio, quegli stesso che primo vedemmo accreditare tra i Cristiani la voce del Cristianesimo Terapeutico. Or bene, tanto fu possente la verità, che lo stesso Eusebio non potè in qualche luogo dell’opera sua contrastargli l’ossequio. Voleva Eusebio provare come tra gli stessi Ebrei, nella stessa chiesa primitiva, allignasse lo spirito, la tendenza al ritiro, alla vita solitaria, alla contemplazione. Or che credete che faccia Eusebio? Egli cita gli Esseni; gli Esseni che, a senso suo, attestano l’antichità del genio cenobitico in Israel; gli Esseni che, per provare l’assunto, devonsi supporre Israeliti eglino stessi; gli Esseni, infine, che lo stesso Eusebio dovrà tra non molto dichiarare Cristiani. Si può dare contraddizione maggiore di questa? Eusebio però non si contenta di asserire, egli pretende inoltre provarne il Cristianesimo. Quali sono le prove? I Cristiani, egli dice, ebber nome Terapeuti, anzichè quello assumessero definitivo di Cristiani. È egli vero, costante, il fatto da Eusebio allegato? Parecchi antichi ne mostrarono la falsità. Lo mostrò, tra gli altri, il Basnage provando sino all’evidenza, come il nome Cristiani venisse dalla Chiesa adottato anzichè il menomo sentore avessero i nuovi credenti della esistenza nemmeno del nome Terapeuti; ch’è quanto dire che i cristiani tal nome ricevessero nella città di Antiochia, prima che altrove fosse predicato il Vangelo, pria che Marco Apostolo fondasse la Chiesa Egiziana, della quale si volle trovare i primi elementi nella scuola, nell’istituto dei Terapeuti. Che se il nome di Terapeuta lo vediamo tra i Cristiani usitato, siccome veramente il vedemmo, a denotarsi scambievolmente, che prova ciò? Prova soltanto che la parentela, che la consanguineità Terapeutica fu antico vanto, vanto preteso della Chiesa Cristiana; prova soltanto che imbevuti siccome erano della origine Terapeutica, si gratificavano scambievolmente di sì bel nome per una illusione che io chiamerei volentieri illusione retrospettiva; prova soltanto che il credersi dai Terapeuti originato, era un onore che avidamente si agognava. E poi, chi meglio di voi conosce il senso lato, vasto, capacissimo del nome Terapeuta, del nome di Essena? Voi sapete che cosa significa; significa Medico, Risanatore, e Risanatore dell’anima, delle passioni; ch’è quanto dire un concetto vi presenta che ogni religione, ogni setta, ogni scuola, per poco che abbia amore di sè, per poco che alto voglia infondere in altri il senso della sua eccellenza, si approprierà volentieri, siccome quello che meglio adempie all’officio nobilissimo per quel vocabolo additato. Che maraviglia, dunque, che il Cristianesimo se l’appropriasse e che il togliesse, senza per questo accennare precisamente ad una origine, ad una filiazione qualunque? Vi ha ora l’argomento del Baronio, che dobbiamo giudicare con processo sommario. Che cosa diceva il gran cardinale? Egli argomentava il Cristianesimo degli Esseni dal silenzio degli Evangelj. Diceva il Baronio: due sono le sole cause plausibili di questo silenzio: o gli Esseni sono Cristiani, o ai tempi evangelici non esistevano.—Ma l’ultimo dei supposti è falso, perchè gli Esseni esistevano veramente, dunque è dimostrato che gli Esseni sono Cristiani.—Dante, quando nell’VIII canto del Paradiso volle parlare di Sigieri, che insegnato aveva logica in Parigi, disse di lui che nel vico degli Strami

Sillogizzò invidïosi veri.

Io non so in qual vico abbia sillogizzato il Baronio. Certo che i suoi non sono invidiosi veri; piuttosto invidiosi falsi. Io potrei, a combattere il Baronio, valermi degli argomenti del Basnage; ma non me ne valgo per la ragione semplicissima, che credo un solo il vero, il massimo degli argomenti, e questo non lessi scritto in alcun luogo. Non dirò con Basnage al Baronio: badate che la rete del vostro dilemma, non abbia in alcun punto a smagliarsi; badate che la setta degli Esseni non era numerosa, e quindi può essere passata inavvertita; che il ritiro in cui vivevano li sottraeva al rumore, alla pubblicità, e quindi agli affari ed alla conversazione degli uomini. Ciò non dirò perchè credo questi argomenti insussistenti; perchè credo che le sètte, le scuole, non si contino ma si pesino, che non valgano per quantità ma per qualità; perchè credo che il ritiro negli Esseni non fosse così assoluto quanto si vuol far credere; perchè credo che il ritiro, la solitudine, serva talvolta a farti più rimarcare, e come oggi si dice, a farti brillare per la tua assenza; e perchè, finalmente, il non imbarazzarsi nelle faccende altrui, non è sempre infallibile preservativo onde tu non sia molestato, accadendo infinite volte che per quanto tu ami cansare piati o litigj, pure tanto frastuono e baccano ti fanno d’intorno, che sei costretto finalmente a metter fuor dell’uscio la testa per chiedere di grazia che cosa si voglia del fatto tuo. E per questo non vo’ che il Baronio abbia facil vittoria dei miei obbietti. Piuttosto vorrei sapere in qual guisa non siasi degnato nemmeno considerare una terza alternativa, la quale rispettando la storia e spiegando il silenzio degli Evangelj, non costringa per questo a cristianizzare il grande istituto. E qual è l’alternativa in discorso? È la possibile, la pensabile identità dell’istituto Essenico con uno di quelli che il Vangelo rammenta, e che vissero cogli Esseni ad un tempo, coi Sadducei, cogli Scribi, cogli Erodiani, coi Farisei, con una insomma di quelle sètte di cui è menzione negli Evangelj. Io credo, e voi già da un pezzo il presentite, come il più bello e più grande resultato delle nostre conferenze, la dimostrazione perpetua di queste mie lezioni, sarà il ritorno dell’Essenato in grembo a quella scuola più vasta che ha nome dai Farisei; e questa identità, la ragione, la storia, l’eloquenza dei fatti ci faranno debito di consentire. Ma se per noi è dovere di ammetterla, pel Baronio era dovere il discuterla. Perchè non la discusse? Perchè propose dilemma che non è dilemma? È inutile il cercarlo. Il perchè voi già lo sapete, perchè voi già ripeteste con me le parole di Dante.—Il Baronio, come Sigieri, ma in senso molto diverso Sillogizzò invidiosi veri.[22]

E non solo il Baronio, ma moltissimi altri vedeste sotto quel vessillo raunati. Quali sono le loro prove? Io ve l’esposi di già ad una ad una, e ad una ad una verranno qui invocate in giudizio. Si parlò di gerarchia, si vide tra quella dei Terapeuti e quella dei Cristiani analogia di nomi, di officj, di organismo. Che vuol dire ciò? Vuol dire, dicono gli avversarj, che i Terapeuti sono Cristiani: vuol dire, aggiungo io, che questi tolsero a imitare i Terapeuti, in quella guisa che tutte le idee e istituzioni, e il sacerdozio e i riti e tutto, tolsero ad imitare dell’Ebraismo; vuol dire almeno che Terapeuti e Cristiani, sendo da un corpo solo concetti e partoriti, offrono tra loro quelle affinità di sembianze che sono proprie dei fratelli, dei consanguinei. Ma non è sola la gerarchia: si citano le guarigioni miracolose, si dice che proprie furono dell’una setta e dell’altra, dei Cristiani e dei Terapeuti; e da questa comunanza la identità si conclude dell’uno e dell’altro. Parvi che rettamente concludasi? Io credo fermamente che a questa stregua, che a questa misura, poco meno di mezzo mondo diverrebbe Cristiano; che il diverrebbero i Dottori, i Farisei grandi taumaturgi, come ognuno conosce; che il diverrebbero i sacerdoti pagani, che di simili guarigioni andavan superbi; che lo diverrebbe Vespasiano, di cui si narra la portentosa restituzione della vista ad un cieco mercè la saliva; che il diverrebbe Apollonio Tianeo, che circa quel torno empieva il mondo dei suoi miracoli. Ma più ci dicono: vi è di più; vi è la repartizione dei proprj beni ai poverelli, vi è l’erario comune o, in termini moderni, il comunismo, quale si praticava dalla Chiesa Cristiana. Ci chieggono; vi par cotesto argomento che basti? Sì, io rispondo, se la povertà volontaria fosse nata col Cristianesimo, e pria e fuori di esso non se ne vedessero gli esempj. Sì, se il monacato Buddistico, se i Bonzi, se i Fachiri non lo praticassero in Oriente. Sì, se tutto lo stato ebraico non fosse stato una spezie di pacifico comunismo, il cui alto proprietario o signore supremo era Dio. Sì, se i dottori non ce ne offrissero l’esempio proprio siccome quello che nei Cristiani si ammira; e se, finalmente, il Cristianesimo non potesse aver tolto anche quest’idea in prestanza all’antico Essenato. Che diremo poi dell’amore, delle allegorie, della esegesi mistica che si cita per quarto? Sarà egli più stringente argomento dei suoi confratelli? L’esegesi mistica! Ma l’esegesi mistica era il vezzo, era l’andazzo, era il gusto comune dei tempi d’allora. Lo era presso i pagani, quando si accostavano a spiegare i capolavori dei loro poeti; lo era presso i dottori, e le traccie ne durano immense, ne durano sensibilissime nei grandi monumenti che ci trasmisero, dove ad ogni piè sospinto ti si accalcano in folla le allegorie, le parabole, i miti, le tropologie, infine tutto quello che la veste esteriore costituisce delle dottrine riservate, e come dice Gioberti, della scienza acroamatica dell’Ebraismo. Dovremo noi soffermarci ai digiuni, alle macerazioni, che si dicono comuni? Noi questo solo diremo, che se digiuni e macerazioni dovessero essere assunti a criterio d’identità, l’origine degli Esseni non dovrebbe a lungo cercarsi, perchè bella e pronta noi l’avremmo tra i dottori trovata, ove in un ramo soltanto, notate bene, in un ramo soltanto della loro scuola, tali si vedono prodigiosi e prodigati digiuni, da disgradarne le più raffinate macerazioni della Tebaide. Sarà egli più felice argomento il celibato, che qual distintivo comune a provarne s’invoca l’identità? Il celibato, per ciò che riguarda gli Esseni, non può essere inteso assolutamente ma parzialissimamente; quindi non prova. Quanto ai Terapeuti, che sono gli Esseni Egiziani, il fatto corre alquanto diverso; epperò il raziocinio offre alquanto più del verosimile. Ma quanto a veder bene non è fallace! Non tanto perchè i Terapeuti non praticassero il celibato, chè veramente il praticavano, ma sopratutto (curiosissimo a dirsi!) perchè i Cristiani allora nol praticavano, perchè tempi eran quelli ancor distanti dal fervor religioso che spinse gli uomini nei chiostri, nei cenobj, nei romitaggi; perchè Paolo allora bandiva, dovere il vescovo vivere senza colpa colla donna sua; insomma, perchè il celibato cristiano non era ancor nato.

Gli argomenti a favore sono caduti: adesso cominciano gli argomenti contrarj: la guerra difensiva è terminata, adesso si vuol prendere energicamente la offensiva. Quali sono di oppugnazione le armi? Sono parecchi pensieri, e tutti serj, e tutti stringenti. Ella è, in primo luogo, le tendenza di ogni parte, di ogni setta osteggiante ad appropriarsi quanto vi ha di bello e di buono nella setta, nella parte rivale. Dante è guelfo per i guelfi; è ghibellino pei ghibellini. Maimonide è cabbalista pei cabbalisti, è antimistico pei loro nemici. Aristotile, Platone ed altri ancora, se fossero stati conosciuti, sarebbero stati dai nostri dabben proavi, giudaizzati e colle debite forme circoncisi. Seneca fu battezzato da S. Paolo, o da chi per esso, e tanto eco ebbe di sua conversione la fama, che la tesi fu trattata di recentissimo innanzi l’illustre Accademia Parigina in un libro che vide poi per le stampe la luce; nè di questo dirò più sillaba, avendone io a dilungo parlato, in una lettera che or sono alcuni anni, pubblicava l’Educatore. Nè agli Esseni incolse dissimile ventura. Parevano così santi, così dotti, così esemplari, che non si potè più a lungo tollerare il loro Ebraismo. E così un bel giorno furono presi e fatti Cristiani; come Cristiano fu fatto Giuseppe, come Cristiano fu fatto Filone, e come Gamliel e come Akiba furono debitamente cristianizzati e in terra santa seppelliti nella chiesa di S. Francesco di Pisa.

Ma di queste fole più non si parli. Diciamo piuttosto di argomenti più serj. E serissimo, a parer mio, è quello che si trae da Giuseppe e Filone[23] Io già ve lo dissi, Giuseppe e Filone furono i due scrittori che tolsero con qualche diffusione a narrare della scuola, delle dottrine degli Esseni; e l’ultimo in spezial modo, che due interi libri dettava a descriverne lo istituto, oltre quelle diffuse nozioni che qua e colà sparse si trovano per avventura nelle opere rimanenti. Or bene, Giuseppe e Filone non sono soltanto gli storici, gli espositori, i descrittori del grande istituto, ma ne sono eziandio, e in grado eminente, i panegiristi, gli encomiatori, i lodatori. Non cessano e Giuseppe e Filone di laudarne la virtù, di celebrarne le dottrine, di encomiarne il costume; e tanto profuse e tanto magnifiche riescono di costoro le lodi, che grave ingenerarono sospetto nell’animo ai posteri, non forse più che verità consentisse, di gioconde e gaie tinte spargessero il quadro ad attirare la stima, l’ammirazione, l’ossequio del mondo gentile. Dite di grazia. Potevano e Giuseppe e Filone con tanta pompa favellare di un istituto Cristiano, d’un Istituto che cattedre ed altari elevasse contro la pristina fede; il potevano essi che nacquero e vissero e morirono nella più pura ortodossia?[24] Il poteva Giuseppe, che non rifinisce di laudare la scuola farisaica, ch’è quanto dire la scuola che più apertamente si osteggiava dal Cristianesimo; il poteva Filone, che la vita consacrò e gli studj e le fatiche alla esaltazione del nome, della fede ebraica, e che la età senile non trattenne dalla famosa ambasceria a Cajo Caligola, dove alta e solenne levò la voce in difesa dei patrj riti e della patria salute? Che se Filone e Giuseppe, Ebrei pronunciati, non potevano tante lodi prodigare se non ad Ebrei; se gli Esseni, ebrei essendo, non lasciavano di possedere parecchie doti, qualità, costumi, istituzioni che il Cristianesimo si appropriò, come desumere da queste simiglianze la identità? Come non avriano potuto essi che queste cose possedevano di proprio in antico, come non avriano potuto continuare a ritenerle senza farsi Cristiani? Certo che il potevano e certo ancora che i generosi encomj dei due grandi Israeliti fanno fede pienissima contro ogni supposta apostasìa. Però Filone di lodarli non si contenta. Due libri ei scrisse, come vi ho detto, di cui il primo consacrò agli Esseni, l’altro dedicò ai Terapeuti. Il primo suona: Ogni onest’uomo è libero, il secondo si chiama, De vita contemplativa. Or bene, il prima è prova come a senso di Filone, Ebrei fossero gli Esseni, poichè di costoro favellando, il nome apertamente e la qualificazione gli assegna di Ebrei. Si può dire altrettanto dei Terapeuti che prese a têma della seconda opera sua? Certo che sarebbe meno esplicita la deposizione Filoniana, se non sapessimo che la vita contemplativa forma come una parte seconda del primo libro rammentato; più, se nel passare dagli Esseni ai Terapeuti, se nel prendere di quest’ultimi a favellare, una frase ei non usasse ove i legami, la parentela delle due sètte apparisce manifestissima; se, infine, concorde non sorgesse oggimai una voce ad ammettere tra Terapeuti ed Esseni, non solo alcun tratto di somiglianza, ma salvo qualche varietà d’indirizzo, una sostanziale e perfetta identità; se di questo universale ossequio facendosi interprete, non ci ammonisse il Jules Simon, nella Istoria della scuola di Alessandria, così dicendo: Il est plus que vraisemblable que les Thérapeutes sont des Esséniens voués à la contemplation; e ciò che più monta, se queste parole precedute non fossero da un coscienzioso esame sul preteso cristianesimo dei Terapeuti. Che se Ebrei sono gli Esseni a confessione di Filone, se i Terapeuti altro non sono che Esseni contemplativi, chi non vede come le insegne di Ebrei più ai Terapeuti non disconvengano, che non agli Esseni?

È egli Filone il solo a proclamare degli Esseni lo ebraismo? Per ventura, non è il solo. Una voce vi ha, s’è possibile, più autorevole, che l’attesta. E qual è? La voce della cronologia. Attendete, e con qualche diligenza mi seguite, chè si tratta di cifre. Quando nacque Filone? Nacque, e ne abbiamo certezza, l’anno 724 dalla fondazione di Roma. Quando scrisse le opere in discorso, quando parlò, quando l’elogio compose dei Terapeuti? Egli dice che era, allor giovanissimo. Giovanissimo, accennerebbe ai 20 a 30, ma pure diamogli, se così volete, anni 40, i quali addizionali ai 723 dalla fondazione di Roma, costituirebbero la somma di 763. In che anno della romana fondazione nacque Gesù? Nacque il 753, ch’è quanto dire non più di anni dieci pria che Filone a scriver si accingesse le opere sue; non più che dieci anni prima del grande e sublime ritratto che ci porge Filone dell’Essenato Egiziano, coi suoi romitorj, colle sue leggi, colle sue tradizioni, col suo culto purissimo, e, ciò che più urge al fatto nostro, colle sue istorie, coi suoi libri antichi, colla venerata memoria dei suoi predecessori.

È egli possibile, dopo prove siffatte, parlare di Terapeuti Cristiani? Però vedete astuzia! Noi citammo Filone e i suoi encomj; encomj incomprensibili in bocca ad un Ebreo, ove i Terapeuti supporre si vogliano cristianeggianti. Or bene, che credereste che facciano gli avversarj! Con un colpo di mano ci rapiscon Filone. Audacia direte enorme, se altra fu mai. Ma pure la è così. Se Filone credeste finora Ebreo, disingannatevi. Egli è Cristiano, e davvero Cristiano, testimone S. Pietro che in Roma vedutolo, lo convertì. Ma la buona gente non guarda tanto per la sottile, nè spinge più che tanto le sue indagini. Non cerca, per esempio, se il preteso Cristiano ci abbia di cristianesimo alcuna traccia tramandato nelle opere sue; che strana cosa ed incredibile veramente sarebbe questa, se tutto lo zelo ed il fervor del neofita una sola parola posta non gli avessero in bocca, non dico di elogio, di venerazione, di fede, ma nemmeno di semplice ricordanza, di semplice citazione. Non veggon cotestoro che invano tutto questo si chiederebbe alle opere Filoniane, che per quanto si stendono, non menzione vi ha di G. C., non di Pietro il conversare preteso, non dei Vangeli, non dei dogmi cristiani; ove dogma cristiano non vogliam dire la teoria del Verbo, comune non solo alle religioni orientali, ma propria altresì di Platone suo donno e maestro; non infine di quel dogma menzione, sul quale tutto s’appunta l’edificio cristiano, voglio dire l’Incarnazione o, come Gioberti il chiama, il dogma teandrico. Che se occhi non han costoro per vedere, non hanno nemmeno orecchi per udire; per udire, per esempio, Giuseppe quando, sopravvissuto a Filone, di Filone parla con la riverenza ch’ei sentiva per un tant’uomo; quando lo dice insigne nella sua nazione, quando leva a cielo l’attaccamento di Filone alla fede, alla patria, a tutto Israele. Avria così di Filone favellato Giuseppe, se Filone conchiuso avesse la vita nella apostasia, nella fede cristiana? Certo che non avrebbe; e certo egualmente che le lodi di Filone sul labbro a Giuseppe, come quelle degli Esseni in bocca a Filone, come tutti gli altri accennati argomenti, sono una catena ben connessa, ben stretta, ben coerente, che c’interdicono, degli Esseni parlando, i limiti varcare e i confini dell’Ebraismo. Io potrei valermi del dritto di rappresaglia; potrei sotto ai vessilli riparare del Salvador e sancire quella derivazione che egli propone delle idee cristiane dall’Essenato; potrei dire con esso: son organisation et ses mœurs occupent un rang très élevé parmi les causes qui pendant la jeunesse de Jésus imprimèrent la première impulsion à sa pensée; potrei far eco ad Adolfo Esquirol, il quale non dubitò sentenziare: «Les Evangélistes se rattachent par leur Maître à la secte des Esséniens[25] Potrei tutte queste cose togliere a dimostrare; e comecchè tornerebbe agevole con corredo non esiguo di prove sussidiarle, ciononostante mi rimarrò, che dette influenze esteriormente esercitate dall’Essenato, qui non è luogo a trattare. Ci basti che inviolati ne sieno i sacri recinti, ci basti che pura ed intemerata e legittima ne sia la origine, ci basti che del più puro sangue sia egli concetto del corpo ebraico.

LEZIONE OTTAVA.

Grande ricerca, o signori, imprendevamo, ed è questa la origine degli Esseni. Noi esautorammo le false, le spurie derivazioni che pregiudizi multiformi ci volevano imporre, noi respingemmo là dove il sole tace di verità l’origine pagana, e dopo questa l’origine alessandrina, e per ultimo vedemmo di che sapesse la cristiana paternità. Mestieri è ora rivolgere a migliore indirizzo le nostre forze, mestieri è pure ch’a correr miglior acque alzi le vele omai la navicella del mio ingegno. Però se il còmpito nostro riesce tuttavia grave e scabroso, quanto però non ci si presenta e più piana e più secura la via! Noi conosciamo gli scogli e li eviteremo; noi sappiamo come circoscritta, e per ciò stesso più sicura sia al presente l’opera nostra, noi sappiamo come esclusi, eliminati per sempre il Paganesimo, la filosofia, e il cristianesimo quai padri presunti del grande Essenato, non ci resti che una fede a cui chiederlo, un popolo ove cercarlo, una filosofia a cui riferirlo, e questa è la filosofia, la fede, il popolo Ebraico. Ma se sappiamo che il campo ove nacque fu l’Ebraismo, ci resta a conoscere il dove, il quando, il come e quel germe particolare e quel particolare terreno conoscere ove il gloriosissimo albero allignava; ch’è quanto dire la origine propria, la origine propriamente detta del grande istituto degli Esseni. Però due cose si distinguono in ogni corporazione, in ogni istituto, e quindi duplice è il modo con cui considerare se ne può la origine. Dissi due cose, e ve lo provo. È la prima la parte per così dire ideale, rudimentale, gli elementi che costituiscono ogni corpo sociale, le pietre a così dire distaccate del grande edifizio, le molecole primitive di cui è composto, i materiali di cui fu fatta la fabbrica.—L’altro aspetto, è la fabbrica in sè stessa, e il tempo, la data, l’origine, della sua esistenza complessiva indivisa, definitiva; l’origine, starei per dire, della combinazione dei diversi elementi costitutivi in un tutto ordinato, organico, positivo, esteriore. Quindi due origini quando degli Esseni si parla: origine degli elementi delle parti loro costitutive, e questa è l’origine prima:—Origine poi della personificazione della incarnazione di questi elementi in un ente sociale, e questa è l’origine seconda. Io chiamerò la prima origine dell’Essenismo o Essenato in quanto accenna ai caratteri ed alla genealogia storica dei principj; io chiamerò la seconda origine degli Esseni in quanto meglio allude agli uomini in cui l’Essenato divenne persona, e alla genealogia storica dei suoi professori. Facciamoci dalla prima di queste origini, dall’origine dell’Essenato ossia dei caratteri, delle idee, del genio delle istituzioni degli Esseni. Io credo che voi non disconoscerete la importanza di questa ricerca. Quando pure avverso fato ci contendesse il rintracciare la seconda di queste origini, cioè l’incominciamento storico, individuo, complessivo della setta, ei sarebbe acquisizione preziosissima la storia, la origine degli elementi di cui si compose. Ma il fato ci arriderà benigno meglio che non estimate; e lo studio che siamo per fare al presente, verrà compito, integrato da quello che faremo di poi; e l’origine delle idee vedrà immediatamente seguirsi l’origine della loro personificazione in un sodalizio. Io chiedo adunque all’Ebraica antichità gli elementi dell’Essenato, e che cosa mi risponde l’Ebraica antichità? Ella mi risponde, offrendomi una istituzione in cui, siaci lecito il dirlo, gran parte si dipinge dei caratteri e dell’Essenato, ed ove tranne l’associazione, l’organizzazione sociale, e tranne il celibato, la fisonomia splendidamente rifulge di precursori, di preparatori del grande Istituto. Qual’è questa istituzione? Ella è l’istituzione del Nazirato. Non so se voi quanto sia mestieri conosciate che cosa è Nazirato: fatto è che nè conosciuto nè apprezzato egli è a parer mio quanto pure si dovrebbe. Nazirato era quello stato di religiosa separazione in cui volontariamente si poneva ognuno che più particolarmente si volesse a Dio dedicato. Si dedicava, o miei giovani, al Signore con tre specie di voti che i precipui obblighi costituivano dei Nazirei. S’interdiceva in primo luogo non solo il vino ma l’aceto, ma l’uva istessa, e stando alla parola Scehar ogni bevanda eziandio inebriante. S’interdiceva in secondo di rader un sol capello della chioma, la quale doveva al termine del suo voto recidersi tutta ed al fuoco bruciarla del sacrifizio che il Nazireo offeriva; s’interdiceva per ultimo di venir menomamente a contatto con un cadavere, nè qualunque altro genere contrarre di impurità che da quel derivasse. Di questi tre voti, di questi tre obblighi, due vediamo comuni agli Esseni; comune cioè la interdizione del vino, siccome a suo luogo vedremo, comecchè da talun contestata; comune l’orrore da ogni corporea impurità, come più estesamente sarà da noi dimostrato; e se comune non vediamo egualmente la intangibilità della chioma, egli è perchè la perpetua consacrazione, il vincolo non temporaneo degli Esseni la rendeva impossibile, e soprattutto perchè la legge dei Nazirei formalmente ne assolveva coloro che la intera vita sacravano, siccome meglio dalle cose sarà chiarito, che in appresso diremo. Voi comprendete già come questi strettissimi obblighi, uno stato costituissero pegli Esseni di particolare santità; ma quanto più questi voti non acquisteranno valore se li vedrete dovunque applicati ove una maggiore si esiga o più esquisita perfezione religiosa! Se li vedeste per esempio iterati e tra i doveri annoverati dei sacerdoti; se esplicita invocassi l’inibizione che ai sacerdoti interdice l’uso degli inebrianti ogni qual volta l’alterno servigio li chiamava attorno il santuario: se vi mostrassi Nadab e Abiù, i due infelici figliuoli di Aaron, divorati da un fuoco miracoloso solo per aver, secondo la tradizione, libato del vino al loro ingresso nel tempio; se vi citassi infine la legge che vuole i giudici pro tribunali, sedenti sobri per tutto quel giorno di liquore ebriante; se vi dicessi con Ezechiele che i sacerdoti non debbano radersi assolutamente la testa, ma sì tanto della chioma rispettare che bella mostra faccian di sè nel pubblico servigio; se tale vi citassi una frase in Geremia ove la capigliatura, la lunga chioma è detta serto, è detta corona; se passando poi al tema delle impurità, vi mostrassi i Nazirei equiparati nelle rigide osservanze non solo al volgo dei sacerdoti, ma al grande, al sommo pontefice egli stesso il quale solo esso in questo ai Nazirei somigliante, doveva non solo da ogni impurità tenersi lontano, ma nemmeno gli estremi offici rendere ai prossimi parenti, al padre, alla madre, al fratello, alla sorella, pei quali invece al sacerdote volgare era conceduto immondarsi.[26] Che più? Se vi mostrassi a certi effetti, in certi casi e secondo certe opinioni, il Nazireo allo stesso pontefice sommo in santità sovrastare, quando cioè pontefice e Nazireo imbattutisi per caso in cadavere derelitto era imposto al sommo pontefice rispettare la santità del Nazareo e la propria dignità obliare per rendere gli ultimi doveri a quel corpo infelice. Certo, che dopo avere tutte le anzidette cose udito a ricordare, certo esclamerete che ben grande doveva essere nella mente del divino leggidatore, del Nazireo il concetto. Che sarà poi se i termini intenderete con cui sul conto suo si esprime? E quai termini! La corona di Dio è sul capo suo, vi dice aperto il sacro testo.[27] Non basta: Per quanto dura il suo Nazirato sacro è desso al Signore. Termini che nè diversi, nè più pomposi suonano pel sacerdozio, termini chè chiaramente la parentela, l’affinità ti rivelano, che volle Iddio stabilita tra il Nazirato e il sacerdozio, tra il Nazirato sacerdozio incoato, virtuale, temporario, e il sacerdozio Nazirato attuale e perpetuo. Voi udiste parlare di corona sacra a proposito del Nazareo, e di sacra corona intenderete parlare a proposito del sommo pontefice. Voi udiste il Nazareno qualificato sacro al signore, e sacro al signore recava in lettere d’oro sul frontale inciso il sommo pontefice. I sacerdoti sono ministri dei sacrifizi, e ministri esclusivi, chi non lo sa? Ma pure se vi fu uomo che tutte le ordinarie regole conculcando dei sacrifizii, si sia eretto a pubblico, a solenne immolatore, e se eretto si sia comecchè nè sacerdote nè in luogo celebrante al culto di Dio dedicato; se uomo cotale vi fu, ei fu un Samuele, ei fu un semplice levita, ei fu un Nazareno; e se in progresso di tempo, e se dei redivivi Nazareni, e se infine degli Esseni fu detto siccome da Giuseppe apparisce, che fuori del tempio sacrificavano, chi sa che lo esempio di Samuele ad accreditare non sia valso una opinione siffatta! Fatto è che il carattere sacro, religioso e quasi ieratico non fu mai ai Nazarei disdetto: non lo fu nemmeno ai tempi malaugurati della invasione siriaca. Quando, secondo un preziosissimo testo dei Maccabei, nel primo di questi libri al capitolo 3º, ritiratisi gli Ebrei fuori di Solima seco recano dalla santa città a Maspa, ove s’adunano e si accampano, tutto chè di più sacro e prezioso avessero nel tempio di Dio; quando siccome si esprime il testo istesso dei Maccabei, bandito un generale digiuno e postisi dei sacchi attorno e della cenere in sul capo, spiegano i libri della legge, arrecano le vesti sacerdotali, le primizie e le decurie e fanno venire innanzi i Nazirei, quando non sapendo in qual luogo più sicuro riparare tanto tesoro, esclamano, dice il testo, con gran voce dicendo: Che faremo a costoro e dove li meneremo? Conciossiachè il tuo santuario sia calpestato e profanato, e i tuoi sacerdoti sieno in cordoglio e in afflizione.

Io credo che non pochi insegnamenti abbiamo fin qui acquistato; abbiamo veduto tra gli antichi Nazirei e gli Esseni parecchi correre luminosissime attinenze, e tra ambedue altresì, e il sacerdozio costituito in Israele; abbiamo in tanta antichità rinvenuti parecchi degli elementi onde si formò di poi il nostro Essenato. Ma qui non finisce la vena feconda del Nazirato vetusto, qui non hanno fine i mirabili riscontri tra esso e’ moderni Nazirei che si chiamano Esseni. Solo che meglio vi piaccia la natura indagarne, solo che le frasi dei nostri Profeti, laddove dei Nazirei tolgono a ragionare, non vadano, come avviene, perdute nel torrente di una irreflessa e precipitosa lettura. Un passo principalmente vi ha di cui non si potrebbe ragionevolmente inforsare la importanza. Egli è il Profeta Amos quando rinfaccia ai coetanei suoi la ingratitudine onde ripagavano le insigni beneficenze di Dio, quando ricorda loro il portentoso riscatto, le spirituali divise con cui rivestilli, quando in ispecie ricorda i doni profetici, le fatidiche ispirazioni; quando esclama in nome d’Iddio, E pure io fui quello che i figli vostri costituiva profeti e i giovani vostri costitutiva Nazareni. Non è forse così, o Popolo d’Israel, dice il Signore? Ma voi che faceste? Voi propinaste ai Nazareni il vino conteso, ed ai profeti intimaste dicendo: Non profetate. O io m’inganno, o nuova sembianza è cotesta che assumono i Nazareni. Non solo gente sacra e quasi sacerdotale, siccome vedemmo, ma gente, si può dire arditamente altresì, gente profetica. Chi conosce il genio della lingua Ebraica, la replicazione del concetto, nelle due metà del versetto, le predilette sinonimie, il parallelismo frequentissimo, non porrà menomamente in dubbio che nella mente di Amos, Profeti e Nazireni, il vino dai Nazareni libato, e la esautorazione del Profetismo non si unificassero a dirittura in un solo concetto. Per chi è autonomo nei giudizi questo è d’avanzo. Per chi ama invece poggiare sulle autorità ne avremmo a citare di soverchio. Potremmo dire del Parafrasta Caldeo che con significantissima sostituzione pone invece della parola Nazireni il vocabolo Arameo Malfin che suona insegnatori; potremmo invocare il venerabile Rasci che tale ci offre definizione di cotesti del profeta, che più acconcia, più precisa, più completa non si potrebbe dare degli Esseni medesimi; quando dice cioè ch’erano i Nazirei separati dalle comuni costumanze, e tutti dediti alla legge di Dio. Potremmo dal labro pendere di Abenesra ove col consueto laconismo, ma altamente espressivo pel caso nostro, Nazirei dice che consacrai a riprendervi, a santificarvi. Potrei chiamare a testimonio l’Abrabanel che dice il Nazireato esser preparazione allo spirito santo, che aggiunge essergli stato il vino propinato onde lo spirito divino non scendesse sopra di essi, nè quindi potessero vaticinare.[28] Or che cosa sarà s’io vi dicessi che gli Esseni andavano celebri per i loro vaticini e che non poche delle loro predizioni ci sono da Giuseppe riferite, siccome a suo luogo vedremo? Certo che vedreste allora nell’antico Nazirato, nelle doti profetiche di cui va insignito un elemento nuovo dell’Essenato moderno, una pietra nuova del grande edifizio, un preludio alle Esseniche predizioni: e che sarà poi se vi farò toccare con mano nuovi riscontri nelle circostanze più particolari della vita, nell’abito per esempio, nel regime tra l’Essenato e i Nazirei; il sacerdozio antico e il Profetismo? Certo non negherete che sarà un passo di più verso la mèta a cui aneliamo, il ritrovamento delle parti integrali, degli elementi del grande Istituto. Or bene, volete sapere degli Esseni l’abbigliamento? Mirate ai Profeti ed ai Nazirei; due luoghi vi sono aurei tutti e due, luminosi tutti e due per chi ha gli occhi per vedere, dove il costume esteriore ci vien dipinto, ma di volo con un sol tratto, di Profeti e di Nazirei. Costume uniforme dei Profeti, colà abbiamo, laddove predicando Amos il discredito in cui saria caduta l’ispirazione, tanto vil cosa aggiunge sarà reputata, che niuno vorrà simulare nemmeno il portamento esteriore di un Profeta, che niuno più addosserà un mantello peloso.—Chi ha orecchi ascolti: un mantello peloso, ecco dei Profeti la divisa, il destintivo. Che se non contenti di aver trovato, se così è lecito dire, dei Profeti il figurino, ne voleste uno proprio di carne e sangue in cotal foggia vestito, potrei io esitare un istante, potrei io non vedere sorgere immantinente ai miei sguardi il severo, l’ispido Elia, l’uomo come il descrive il sacro storico, l’uomo peloso, l’uomo dalla cintura pelosa, Elia il Jesbita; Elia il solo superstite tra i Profeti di Dio, Elia che al sol vederlo in questo arnese caratteristico esclamano tutti? Elia attisbi u?[29] Ebbene mirate nell’autobiografia di Flavio Giuseppe ciò che del costume va esprimendo dei più rigidi tra gli Esseni, e mi saprete dire se troppo disforme da quello procedesse tra i profeti usitato. Ma i men rigidi, i più urbani tra gli Esseni come vestivano essi? Ah! egli è qui ove ritornano in campo non solo i sacerdoti come gli Esseni bianco vestiti, ma ciò ch’è più, ritornano in campo gli stessi Nazirei e un nuovo e parlante rapporto ci offrono colla società degli Esseni. È tal cosa la Scrittura, o miei giovani, che se uomo non tende l’orecchio del continuo a spiarne non ch’altro le più fuggevoli espressioni, gran parte sperpera, miseramente perduta, delle sue ricchezze. È un mondo che si rivela per cenni ed enigmi, è la figlia del Re, secondo la magnifica parabola Zoaristica, che solo rivela la faccia sua bellissima, dopo avere con ripetuti cenni ed ammicchi l’attenzione e l’ansia provocate del suo amadore.[30] Testimone l’esempio che abbiam tralle mani. Chi avrebbe detto che la Bibbia contenesse perfino l’antico costume dei Nazirei? Eppure nulla di più esatto, la Bibbia lo contiene, in una locuzione, in una idea incidentale, ma pure lo contiene. Povero Geremia! Ei lamenta perdute tante cose e carissime! Ma non dimentica, credete per questo, cose di men rilievo, per esempio i bellissimi Nazireni e le loro vesti. Dove n’andaste, sclama nel dolor suo, Dove, o Nazareni dalle candidissime stole più della neve bianche, bianche meglio del latte? (Treni cap. IV, v. 7.) Perocchè glossa il venerando Rasci i Nazirei e i Farisei (notate questo contatto e ponetelo in serbo per altro tempo) i Nazirei e i Farisei mostravansi al di fuori tersi e puri colle bianchissime loro vesti, alla neve somiglianti, siccome alla neve si assimigliano le vesti dell’antico dei giorni, e siccome infine è costume dei Ilasidini; ed anche quest’ultima frase ponete in serbo, giovani miei. Ed ecco il costume degli Esseni, il costume dei più miti tra essi somministratoci dall’antico Nazirato, dal Nazirato consenziente anco in questo col sacerdozio ministrante nel tempio di Dio.[31] Ma io dissi che negli antichi profeti un vestigio ritrovato avremmo della tavola degli Esseni, del regime degli Esseni. Dissi ben poco; doveva dire e la dietetica e la dimora e la scelta del luogo. Vi è un passo nel secondo dei Re ove la scuola dei profeti, i figli dei profeti come allor si dicevano, banchettando a cielo aperto ci permettono di osservare di che cosa si formassero le consuete imbandigioni. Io veggo primi rammentati i legumi; e legumi pure erano il cibo favorito nell’essenico refettorio, veggo radiche ed erbe qua e colà dai Profeti stessi raccolte su per i campi; ed erbe e radiche alternavansi talvolta negli essenici prandi. Che più? La scuola profetica abita non solo sotto il medesimo tetto, tralle stesse pareti, ma soggiorna eziandio lungi dall’abitato presso le rive del Giordano; e non sarebbe temerità s’io dicessi che non del tutto andò errato Gerolamo quando nelle frasi del testo intravide eziandio la costruzione di separate cellette.

Aveva io ragione di sperare larga suppellettile di elementi, di preludi, di presentimenti Essenici nella storia dei Nazireni, in quella del sacerdozio, in quella dei profeti che tanta parte offron pur essi della fisonomia dei Nazireni? Ma vi ha un’obbiezione che voi potreste fare e ch’io perciò appunto amo di prevenire. Potreste dire: il Nazirato era voto e vincolo; ma voto e vincolo a tempo, ch’è quanto dire era assai diverso dall’Essenato che una consacrazione importava la quale continuar doveva quanto la vita lontana. E benissimo vi apporreste se tra Nazirato ed Essenato non corresse a senso mio divario alcuno; se io dicessi le stesse forme, le stesse leggi essersi per tanto corso di secoli dall’uno all’altro tramandate senza alterazione alcuna. Ma ciò nè dissi nè poteva io dire in verità. Sebbene che dico? È egli poi vero che il voto dei Nazireni fosse sempre temporaneo come voi dite? Certo che così pensò e scrisse un uomo dottissimo il Munk nella Palestina. Ma con sua buona pace sia detto: il Munk s’ingannò a partito. Non solo la tradizione attesta il contrario, non solo esempi vi sono luminosissimi di Nazirato perpetuo, e basti citare i nomi famosi di Sansone, di Samuele, e nei tempi Rabbinici di Elena la pia Regina degli Adiabeni;[32] ma sopratutto il testo stesso su cui pare il Munk affidarsi, se non dice aperto di un Nazirato a vita, non parla nemmeno di tempo, non prescrive termine, nè limitazione prefigge. Si dirà ancora che non vi fu Nazerato perpetuo? Io credo che la sua esistenza non possa revocarsi in dubbio, e quindi un nuovo elemento, un nuovo apparecchio emmi lecito intravedervi della grande e dotta congregazione degli Esseni.

Io non lascerò, o miei giovani, l’argomento dei Nazireni, anzi che non vi abbia fatto toccar con mano come oltre le regole, le leggi, le istituzioni, il nome stesso di Nazireno sinonimizzi mirabilmente con tutti quelli che in ogni tempo recarono gli Esseni, con tutta la ricca suppellettile di nomi con cui a senso mio furono contradistinti. Primo tra questi, e già in parte ve lo accennai altra volta, si è quello di Fariseo; nome che nella sua vastissima comprensione anco l’Istituto abbracciava degli Esseni siccome quello che dei Farisei era culmine ed apogeo. Or che vuol dire Fariseo? Vuol dire separato. E come direste separato nella lingua biblica, nella lingua della scrittura? Direste precisamente Nazir; col qual nome avrebbe qualificato Mosè i Farisei se al tempo suo fossero esistiti, in quella guisa che Farisei avrebbero potuto qualificare i dottori i Nazireni?[33] Vi pare assai? Udite ancora. Io vi dissi altra volta e ve lo proverò in seguito, come speciale designazione degli Esseni fosse ai tempi Rabbinici il nome di Hasidim. Volete ora vedere i Hasidim trasformarsi in Nazireni? Certo che la metamorfosi vi parrà avventata. Pure nulla di più preciso se aprite il Talmud al primo di Nedarim. Dove leggerete questa confessione preziosissima; che i primitivi Hasidim solevano di frequente votarsi a Dio in Nazireni.[34] Volete più? Certo che voi discretissimi non esigereste di più: ma pure proviamoci: proviamoci a recare il sinonimo di Nazir con Essena a quella evidenza che si può desiderare maggiore. Voi vedrete tra non molto come il Talmud, come i monumenti Rabbinici più antichi tracciano, siccome fu creduto finora sul conto degli Esseni, come questo silenzio formasse sempre argomento di legittima sorpresa per chiunque si facesse ad osservarlo, e come questo preteso silenzio, fosse creduto, fosse ammesso non solo dai dotti, dagli eruditi di ogni maniera, ma eziandio dai succedituri Rabbini, dai dottori che sursero e scrissero dopo il Talmud i quali quando ebbero contezza, strano a dirsi! per mezzo dei moderni scrittori della esistenza di un antica setta fra loro per nome Esseni, quando di essa ebbero come di peregrina e inaudita scuola a favellare, che nome credereste che gli apponessero? il nome di Nazireni! Tanto pareva loro confacersi agli Esseni l’antico nome di Nazireo, tanto al genio rispondere il genio, la vita, le leggi alle leggi e alla vita.

Un grande insegnamento emerge, se io non sbaglio, dalle cose dette sin quì, ed è questo: che senza ammettere una generazione diretta od omogenea, grande però, massima parte di tutti gli elementi che la vita composero e la esistenza dell’Essenato si trovano contenuti e come in germe rinchiusi in seno al Nazirato ed al Profetismo. Purità, sobrietà, dottrina, ispirazione, vita solitaria e cenobitica, costume, dietetica e persino il nome loro caratteristico. Si può dire per questo che tutte abbiamo le parti costitutive dell’Essenato? Io non oso dir tanto: vi ha un elemento nella organizzazione degli Esseni di cui traccia non solo nei Nazireni non si discopre, ma che pure ardua, se non impossibile impresa, sembra trovarne vestigia nella ebraica antichità; che dico? Che pare a dirittura contraddire alle leggi, ai costumi, allo spirito generale dell’Ebraismo. E questo è il Celibato. Il celibato fu egli dagli Esseni praticato? Ove sia stato praticato, ha egli radici, ha egli origine nel genio, nella storia, nel passato dell’Ebraismo? Io mi affretto a dirvi per ciò che concerne la prima dimanda, come il celibato fosse istituzione sì degli Esseni; non tale però che da tutti fosse egualmente praticata. Quando delle leggi loro favelleremo e del loro Istituto, vedremo come gravi restrizioni debbano accompagnare la divulgata sentenza che a tutti gli Esseni indistintamente attribuisce il celibato. Pure si praticò; e se non tutti come il più perfetto consideravanlo degli stati, certo che appo taluni era in grande onore. D’onde quest’onore? D’onde questa dissonanza dalla voce dei secoli che proclamava invece tra gl’Israeliti maledetto, infame il celibato? Ardisco dire che l’ebraica antichità non è sorda assolutamente al nostro dimando. Io vi so dire che certi fatti vi sono e certe frasi i quali attestano manifestissimo che se pel comune degli uomini, per le condizioni più comuni della vita sociale, lo stato coniugale è lo stato più onesto, più meritorio, più religioso, pure si dànno certi stati così sublimi, certi uomini così trascendenti, certi momenti così augusti, in cui la virtù della continenza, temporaria e passeggiera talvolta, si stende però altre fiate ad un epoca così vasta, e talvolta abbraccia così una vita intera, che male il nome si potrà contrastargli ed il carattere di Celibato. Quali sono questi fatti e questi precetti? Un occhio penetrante li scuopre a prima giunta nel gran campo delle scritture; una mente alquanto erudita li ritrova nel grande emporio delle Tradizioni. Ecco i Dottori cui amore stringe della vita speculativa, della vita ipermistica dispensati formalmente dal matrimonio: ma di questo non dirò di vantaggio, perciocchè non appartiene a rigore all’epoca delle origini. Ecco un colloquio interessantissimo tra il sacerdote di Nobbe e David che chiede cibo per sè e pei suoi. Ecco il sacerdote obbiettare come i sacri pani non potessersi offerire a coloro che da contatto donnesco non si fossero astenuti. Ecco David replicare essersi tutti da tre giorni serbati continentissimi. Ecco Giobbe che pria di bandire i Riti e il sacrifizio domestico, impone ai figli, apparecchiarvisi con rigorosa castità. Che più? Ecco il gran fatto, il fatto più culminante nella storia dell’Ebraismo, ecco la promulgazione della legge ed ecco ciò che impone Moisè? Egli comanda si separi ognuno dalla donna sua e tre giorni di severissima continenza li predispongano al condegno accoglimento della parola di Dio. Volete più? Vi ha una tradizione preziosissima certo non coniata in grazia dell’Essenato, ma che pure torna mirabilmente in acconcio pel caso nostro, e la tradizione riguarda Moisè. Si volle, si disse, che da quel punto in cui Dio fece suonare quelle parole sacramentali «Ed ora qui rimanti con me;» il gran profeta avesse letto nel volere divino l’obbligo di sequestrarsi da ogni carnalità e di vivere oggimai la vita dei Celesti, e le sole voluttà omai pregustare che il novello stato gli offriva nel consorzio di Dio.[35] Che volete? Fosse consiglio della solitudine, fosse desio di scuotere a dirittura ogni polve terrena, fosse vaghezza di una perfezione superlativa, fosse persuasione di esquisita misticità, gli Esseni nostri, allo stato aspirarono eccezionale dei grandi uomini e dei grandi momenti nella vita dell’Ebraismo; aspirarono a fare una regola, una legge dell’anormale e dell’eccezione, agognarono ad ottenere del continuo quella istantanea elevazione in cui si tennero i santi antichissimi in breve ora del viver loro; e invece di libare un sorso della vita beata, vollero votare interamente la tazza. L’erezione dello stato eccezionale in regola inflessibile, del transitorio nell’immanente costituì tra gli Esseni il Celibato.[36] Questi sono i germi, questa l’origine che ci offre la Bibbia. Quando parleremo della istituzione in se stessa, avremo un altro termine fecondissimo di raffronto, i Dottori e le Tradizioni; e il Celibato diverrà allora se occorre anco più comprensibile. Per ora noi abbiamo fornita parte non indifferente di nostra via, abbiamo notati, registrati nell’antichità Ebraica gli elementi dell’Essenato. Abbiamo descritta la embriogenia del grande Istituto. Otto giorni ancora e gli elementi disgregati, inorganici, impersonali diverranno un ente vivo, storico, parlante, organico, personale; in cui tutti o quasi tutti s’incarneranno i discorsi elementi. Noi possiamo dire oggi: questi sono gli elementi dell’Essenato. Noi potremo dire allora: questi sono degli Esseni i progenitori, gli antenati. Noi diciamo oggi, ecco le pietre, ecco i materiali: noi diremo allora, ecco la fabbrica, ecco il palagio, o almeno: ecco le fondamenta.

LEZIONE NONA.

Se prepotente io non sentissi il bisogno di giungere più ratto che ci è dato a la mèta prefissa, la tela che noi andremo questa sera svolgendo troppo maggiore argomento ci offrirebbe che quello di una sola conferenza. Le cose che ho a dirvi sono molte, sono gravi, sono di grande momento, sono la ricostruzione storica dell’Essenato per tutti i tempi favolosi, incerti, storici della sua esistenza, sono la storia della sua incarnazione durante i lunghi secoli che precederono l’Essenato propriamente detto, egli è infine l’albero genealogico del grande istituto. Io stringerò il molto in brevissimi termini, io vincerò il desiderio che pur provo vivissimo di farvi assaporare di ogni parte il valore di farvi misurare sol collo sguardo gli amplissimi orizzonti che ad ogni tratto ci si schiuderanno dinanzi, nè a questo bisogno meglio che desiderio, verrei men di certo se io non contassi sulla vostra penetrazione, sul vostro acume. Supplite voi al manco del mio dire; intendete meglio che io non possa spiegami. Fecondate colla mente ingegnosa i dati che vi vado porgendo, indovinate quello che per brevità io taccio, andate più lungi colla mente di quel che a me sia conceduto lo andare colle parole; e sopratutto stringete tutte in un fascio le cose che sono per dirvi: sia la vostra mente un filo, anzi sia poderosissima catena che tutte unifichi le cose che sono per dire; alla seconda vi ricordate la prima, alla terza prima e seconda; nè giunga del mio dire la conclusione, senza che le precedenti cose vi stiano tutte dinanzi all’occhio della mente schierate, così io sarò breve senza pericolo, e voi istruiti sarete senza disagio.

Voi lo ricordate. Abbiamo trovato nelle passate conferenze gli elementi dell’Essenato, adesso ci è d’uopo trovare l’Essenato medesimo. Abbiamo veduto i suoi principii, adesso ci è mestieri vedere i suoi antenati; veduto abbiamo la storia delle sue idee, ci conviene adesso la storia studiare dei suoi precursori. Dove cercarla? Non vi dirò le laboriose investigazioni che emmi costata la costatazione di questa origine, la sua ordinazione, la sua confermazione. Voi stasera, o miei giovani, coglietene il frutto, ed il saperlo sarà il mio premio. Dove cercarla? Cercarla io dico colà ove l’origine si cerca di quanto vi ha di più nobile e venerando in Israele, dove si cerca l’origine della Reale Dinastia Davidica cioè nell’innesto di un ramo pagano sul ceppo ebraico,[37] nella Moabita Rut che fu madre del Regno siccome leggiadramente chiamaronla i Dottori; dove si cerca l’origine di alcuno tra i Profeti stessi, siccome Obadia che di pagano che era si fece ebreo secondo i Dottori, dove si cerca l’origine dei più illustri tra i Dottori i quali pressochè tutti sortirono a confessione di loro stessi i natali da progenitori pagani: tra i quali si potrebbe citare per tutti il gran Proselita Onchelos, il più popolare tra tutti i Dottori. Cercarla infine tra i Pagani al Giudaismo conversi, cercarla nella nobil famiglia dei Proseliti. Perchè così abbia disposto il Signore, perchè non sia gentil pianta nell’ebraico giardino che un ramo non rechi innestato dell’agreste e selvatico Gentilesimo; troppo vorrebbesi lunga e protratta disamina perchè ci sia qui lecito il tentarla. Io domando solamente se l’Essenato deve al Proselitismo la sua origine, se in questo solo senso avvera l’opinione di coloro che gli Esseni dichiararon Pagani. Quale è tra i Proseliti che ricorda la Storia, il santo seme, onde poi allignò il rigogliosissimo albero? Io non so se ben m’apponga, ma io credo che il nome non vi riesca ignoto. Avete mai, o miei giovani, udito parlare di Jetro, di Jetrò il sacerdote di Madiani, il suocero di Mosè, il suo consigliere, lo approvato dal Signore, il primogenito tra i conversi, e secondo un antico Rabbino spagnuolo David di Leon, l’iniziatore di Mosè alla vita religiosa, alla propedeutica religiosa; tanto che se Mosè dir si può il padre di nostra fede, Jetrò se ne può dire l’avo? Io dissi primogenito tra i conversi e n’ho ben d’onde. Ho per me la tradizione che lo attesta, ho per me la formula quasi della sua abjura laddove all’udire il portentoso egresso di Egitto esclama ammirato: Ora sì riconosco che grande è l’Eterno al di sopra degli altri Dei. Ho per me l’atto istesso con cui al culto s’inizia nuovamente abbracciato, quando a Dio appropinqua olocausti ed ostie pacifiche, quando alla sacra mensa banchettan festanti assieme al Neofita, Mosè, Aronne e gli anziani tutti d’Israele; ho per me l’onore unico da nessun altro partecipato, tranne Jetro, di essere istitutore della Ebraica Magistratura, Dio consenziente non solo, ma encomiante; ho per me le parole mirabilissime di Mosè ove si confessa, quasi non dissi al grande suocero inferiore, quando cioè istantemente lo supplica di procedere seco lui per lo deserto, quando Jetro rifiuta dicendo: No, che solo al paese mio tornerommi e alla mia patria; quando senza lasciarsi ributtare al primo rifiuto torna Mosè e prega e scongiura, quando il titolo onorandissimo prodigagli il gran Profeta di suo duce, di suo conduttore e, secondo la forza dell’ebraico vocabolo, di occhio suo. Ho per me i dottori quando dicono che ridottosi al suo paese non quietò il gran Proselita sino a tanto che non ebbe il culto degli idoli estirpato dalla sua famiglia; e questo è Jetro, e questa è la sua conversione. Ma della sua famiglia altresì io parlai e della di lei conversione. Dove ne sono le prove? Parlai dei dottori e delle lor tradizioni, ma io doveva dire la scrittura, la Bibbia in quei fatti momentosissimi ove si fa parola della discendenza del gran Proselita, ove ti apparisce la sua figliolanza costituita veramente in società distinta, sì, ma pure dimorante in seno agli Ebrei, ove per gran fortuna possiamo passo a passo seguire le vicissitudini tutte dei Jetroiti, ove al tempo istesso che vi leggiamo la loro storia, una esatta dipintura ci si porge altresì della successiva, della lenta formazione di un dotto di un Religioso Istituto in quella famiglia. Io oso dire che non è senza una particolare provvidenza che la Bibbia ci ha serbato memoria di questo fatto, che di tratto in tratto ha deviato dal suo prescritto cammino per toccare delle fasi in vari tempi percorse dai discendenti di Jetro. Quali sono queste fasi? In qual guisa vi si può come in ispecchio mirare la secolare concezione dell’Essenico Istituto? Ecco il come ed ecco i fatti.

Ecco il libro dei Giudici che non appena pochi passi ha mutati nella sua narrazione, non appena alle conquiste ha esordito dopo Giosuè operate, esce fuora con queste parole: Ora i figli di Cheni suocero di Mosè trassero dalla città dei Palmizi coi figli di Giuda al deserto di Giuda che è posto a mezzodì di Arad, e andò e pose stanza appresso al popolo.—Che parole son queste e che significano? Se io non erro, non troppo vi saranno riuscite per ora accessibili. Però tranquillizzatevi; questa difficoltà non è in voi, è piuttosto nel testo istesso, è la mancanza di antecedenti che spianino la via alla sua intelligenza, è l’isolamento in cui il verso stesso si trova in seno al contesto, è quel piombare che ti fa subitaneo in sulla testa senza troppo sapere d’onde provenga, è quell’apparire istantaneo a guisa di lampo che pare scaturir di seno alle tenebre, per ricadere nelle tenebre, è quell’oscurità innanzi a cui resta perplesso, esitabondo ognuno comecchè erudito proceda nel sacro Idioma; nè se dovessi tutte le cause narrare di questa oscurità non saprei veramente venirne a capo. Però l’oscurità sentiamo, e la sentiamo gravissima; proviamo a diradarla. Si parla qui dei Cheniti, dei figli di Cheni. Chi sono i Cheniti? Sono certo Cheniti quei popoli di cui Dio accenna ad Abramo nella solenne promessa. Ma Cheniti sono, si chiamano pure i discendenti di Jetro, vuoi che Jetro appartenesse all’antico popolo dei Cheniti, siccome vuole il Munck, vuoi come meglio a parer mio opinarono il Gesenius, il Bohlen, il Tahu, come ad essi la tradizione consente, che Cheniti si dicessero da Jetro, appellato esso pure Cheni, vuoi finalmente che Cheni si dicessero da Chen nido, pel nido che facevano per campi e per selve siccome comprese il Zoar. Fatto è che i discendenti di Jetro si dicono Cheniti e che sotto il nome stesso ci si riveleranno in appresso i loro successori. Ma che cosa è la Città dei Palmizi? Città dei Palmizi è Gerico; Gerico chiamata negli ultimi versi del Pentateuco col nome istesso usato dai Giudici; Gerico situata poco lungi dalle sponde del lago Asfaltide. Ma in qual guisa li Jetroiti veggiamo stanziati in Gerico? Come dalla città lontanissima di Madian loro patria nell’Arabia Petrea, le orme seguirono di Israel sino nel cuore di Terra Santa? Nessuno lo spiega, e nessuno il narra, tranne la Tradizione. Ma quanto bene la Tradizione! Per la tradizione Jetro dopo i primi rifiuti, cesse finalmente alle istanze del divino Mosè. Jetro, i suoi figli, la sua famiglia ricovrarono all’ombra del popolo Ebreo, battagliarono nelle sue battaglie, trionfarono nei suoi trionfi e le piagge dilette vider pur essi della Cananea conquistata. Ma quale gli attendeva laggiù guiderdone? In qual guisa si sdebitarono gl’Israeliti della promessa Mosaica che Jetro voleva a compartecipe dei beni, delle terre acquisite? Coi suburbi, colle campagne di Gerico, dice la Tradizione; le quali terre dovuto avrebbero li Jetroiti serbare in custodia sino a tanto che fosse il Tempio edificato, e la metropoli destinata, la quale, proprietà nazionale dovendo essere meglio che tribunizia, mestieri pure era porgere alla Tribù spodestata una adeguata indennità, e questa doveva essere il territorio di Gerico, la stanza antica dei Jetroiti. Ma questi, voi lo vedeste, partiti da Gerico traggono altrove. Dove vanno? Vanno, dice il testo, nei deserti di Giuda che sono a mezzodì di Arad, e in mezzo al popolo fermano stanza. Che luoghi sono cotesti? Voi vedeste poc’anzi come Gerico fosse posta sulle rive o a quel presso, del lago Asfaltide. Or bene; il deserto di Giuda, Arad istesso, la nuova dimora dei Jetroiti, non piega sulla carta dalla linea contrassegnata, e l’epoca stessa gloriosissima di Debora troveralli abitare sui luoghi medesimi. Che monta ciò, potreste dire? Nol direste però se tutto aveste già ascoltato; nol direste se io vi mostrassi come gli Esseni di cui adesso cerchiamo l’origine, quegli stessi luoghi abitassero in tempi tanto più posteriori, che gli antichi Jetroiti occuparono in tempi così antichi; nol direste se vi ripetessi le parole di Plinio nel Cap. 17 del libro 5, laddove degli Esseni parlando, li qualifica Gens socia Palmarum, gente dei Dattolari amica, nè più celebre di Gerico e della riva del Giordano s’ebbe giammai in fatto a Palmizi; nol direste se vi mostrassi in Plinio stesso al luogo istesso, come la città ove ai suoi tempi abitavano gli Esseni fosse Engaddi, Engaddi posta essa pure sull’Asfaltide sulla linea stessa di Gerico e Arad, come vi mostra la carta, Engaddi famosa pur essa pei suoi Palmizj d’onde il nome derivolle più antico di Kazazon Tamar; nol direste finalmente se udiste Plinio istesso additarvi qual residenza altresì degli Esseni moderni Masada, città anch’essa meridionale di Palestina, anch’essa posta in riva all’Asfaltide, come di leggeri potete osservare nella Geografia del Dufour. Attalchè Gerico, Masada, Engaddi, Arad formano sulla carta una linea continuata che rasenta il Mar Morto, muove dall’ovest in direzione del Sud, e dove negli antichi e moderni tempi ebbero stanza gli Esseni ed i loro proavi Jetroiti. Ed a che fare traggono i Cheniti ad Arad? Ad abitare, dice il Testo, in mezzo agli Ebrei, a convertirsi, dice il Gersonide, definitivamente all’Ebraismo. E presso chi particolarmente riparano gli emigrati? presso Jahbez, dice la Tradizione, presso Jahbez, conferma la Bibbia nel 1º delle Cronache, come fra poco vedrete. Chi era Jahbez? Era Dottore, era Scriba, era Profeta, chè tutti e tre i caratteri solevano a quei tempi andare congiunti,[38] ed alla Tribù dotta, massima, reina, apparteneva di Giuda; in cui doveva secondo l’antica benedizione perpetuarsi lo scettro, e l’oracolo promulgarsi della legge di Dio, a cui il titolo di maestra leggidatrice si concedeva nel libro dei Salmi; Jehuda mehokeki in cui rifulse mai sempre il primato sulle sorelle Tribù. Che se tale era pure l’origine, qual’è il Ritratto che di lui medesimo ci fa la Scrittura? Io oso dire che il libro delle cronache tali usa gravi, significantissime espressioni sul conto suo, che in tutto il corso dell’opera stessa, non se ne veggono per alcuno altro le simiglianti. E bene le avvertirono i nostri Dottori i quali osservarono e giustamente; come da Adamo da cui esordiscono le cronache sino a Jahbez, niuno si trovi che abbia fatto così nobilmente favellare di sè. E come favellano intorno a Jahbez i libri summentovati? Essi dicono E fu Jahbez sopra i suoi fratelli onorandissimo. Non basta. Il testo biblico reca manifeste le tracce di un gran voto da Jahbez pronunziato, voto che rimane per sventura incompreso poichè la promessa fatta al Signore restò implicita, restò sottintesa, ma che tutti i caratteri porge, come diceva, visibilissimi di un gran voto. Jahbez, dice il Testo, invocò il Dio d’Israel e così disse: Se tu mi benedirai, o Signore, se amplierai i miei confini, se la mano tua sarà in mio aiuto, se mi camperai dal male, onde non abbia a dolorare..... Ebbene che cosa aggiunge, che cosa promette Jahbez ove Dio lo ascolti? Vano il cercarlo! Il Testo lo tace, gli Interpreti non sanno dirci se non che voto vi fu, ma rimane ignorato; e lo stesso Rasci non seppe dettare che le frasi seguenti ed egli votò quel che votò, ch’è quanto dire come più non c’è dato sapere. Sebbene questo sappiamo; che Dio ne adempì pienamente le voglie, e quindi se voto vi fu, siccome par dimostrato, se la preghiera fu accetta, il voto fu anch’esso adempiuto. Ma perchè traggono i Cheniti a fianco a Jahbez? I Giudici tacciono; ma la tradizione e le cronache lo dicono esplicito. Che dice la Tradizione? A imparare la legge, a fondare una scuola. Che aggiungono le cronache? Parole aggiungono che tutto il valore hanno di una grande conferma, di una grande rivelazione; un tratto di luce, vivo, acceso, che balena e sparisce; una stella che brilla un istante e quindi la ricuopre la nube, un suono che rompe per un istante la monotonia di un canto uniforme, parole ed idee che non siamo usati incontrare in mezzo le viete ed aride genealogie delle cronache e che rivelano la presenza dell’elemento scientifico intellettuale teologico, nell’epoche più remote della nostra esistenza. E quali parole poi perciò che riguarda i Cheneti e la origine degli Esseni!

Prende il Cronista a narrare le genealogie di Giuda, a ricostituire il passato d’ogni famiglia, a riconnetterla cogli antichi anelli di cui si parla nel Pentateuco. A un certo punto della genealogia ascendente, esce fuora con queste parole: Ora famiglie di Scribi di Dottori abitavano presso Jahbez le quali dicevansi, le quali sono i Cheniti che discendono dal fondatore dei Recabiti. Gran parole, o signori, e quante cose non s’imparano dalle parole citate! Vedete le famiglie di Scribi Solferim da Sefer libro in quella guisa che Letterato si disse un tempo ognuno che legger sapesse; Soferim che i Lessici interpretano coloro che espongono e spiegan la legge, qui lege describenda et esplicanda vacat, Soferim che lo stesso Kimhi al luogo istesso delle cronache non può a meno di comentare che scribi erano e Dottori della legge. Vedete i nomi stessi delle famiglie discorse, tutti significanti e parlanti secondo il valore che traggono dal sacro idioma. Vedete Tirhatim da tarha porta sinonimo in Ebraico, siccome è noto, di Aula, di Corte, di Magistrato e che noi Europei usiamo ancora quando diciamo la Porta Ottomanna, e quindi vedrete nei Soferim la gente Aulica, magistrale e Patrizia. Vedete la Mehiltà di Rabbi Ismael libro più antico del Talmud e forse più venerando, ove della parola tirhatim come delle altre che seguono tali si offrono graziosissime etimologie che più in acconcio non potrebbero tornare ai predecessori degli Esseni; anzi che dico? che a niun altro possono attagliarsi se non a costoro. Tirhatim dice la Mehiltà da tarha porta, conciossiachè abitassero alle porte di Gerusalemme. Meraviglioso a dirsi! Sappiamo da Giuseppe che una porta eravi ai tempi suoi in Gerusalemme che si chiamava la porta degli Esseni. Che più? Tirhatim dice la Mehiltà da strepito, suono, preghiera, perchè le preghiere loro eran accette. Giuseppe vi citerò e Filone dai quali sappiamo come in altissimo pregio fossero tenute le costoro intercessioni. Volete piuttosto, continua la Mehiltà, che significhi i Chiomati non Rasi ed allora vi ricorderò ciò che, non è molto, io vi diceva intorno al costume dei Nazareni Jesco più antico, e dei Cheniti ed un tempo e degli Esseni medesimi. Ma ecco gli altri nomi, ed ecco non meno belle ed appropriate derivazioni secondo la Mehilta: ecco Scimhatim da Sciamah ascoltare, ubbidire, e quindi gli ubbidienti, i sommessi, come a dilungo discorrono gli storici intorno agli Esseni, reverenti sovra ogni altro, all’autorità dei maggiori e dei capi, siccome a suo luogo vedremo. Ecco Suhatim e con bello e significante corteo di preziosi sensi che a nessun altro, ardisco dire, possono tornare confacenti se non agli Esseni. Suhatim che deriva, dice la Mehilta, da Saha conciossiachè da ogni unzione si astenessero; e mirabile veramente! la storia tutta attesta concorde essere stato l’orror degli unguenti costume peculiarissimo del nostro Istituto, come anche questo a suo luogo vedremo. Ecco lo stesso Suhatim derivare da Capanna Succa perchè vita menavano, dice la Mehilta, solitaria e romita; ed a chi meglio potria l’indicazione tornare a capello se non agli Esseni?

Questi sono i nomi delle famiglie. Voi li udiste: Tirhatim, Simhatim, Succatim. Ma quale n’è il nome di stirpe, il nome generico? Il testo lo dice, nè tollera dubbiezza: sono essi i Cheniti, i Cheniti che, come veduto abbiamo nel libro dei Giudici, sono i discendenti di Jetro, e più specialmente, aggiunge il testo, sono tutte da quel derivati che la grande famiglia fondò dei Recabiti, Abbahim me-hamà abi bet rehab. Quando più oltre avrem proceduto, vedremo chi sono i Recabiti; li vedremo famosi solitari ai tempi di Geremia, li vedremo in una società costituiti che tutte reca in rudimento le future sembianze della società degli Esseni, in quella guisa che nel fanciullo stanno ascose in potenza le fattezze, le membra dell’uomo adulto. Per ora le cose dette ci bastino; e più oltre proseguiamo nel corso dei secoli a trovarne i vestigi. Li vedemmo ai tempi dei primi Giudici. Ma Giudici a Giudici si succedono; ed una donna, donna di genio, una donna profeta sorge in Israel. Voi la nomaste, ella è Devora. Dove sono li Jetroiti? La storia ne parla, e ad una nuova emigrazione accenna, operata dal centro della Palestina meridionale alle regioni del Nord. Voi conoscete la storia di Devora, i suoi giudizi, le sue battaglie, i suoi trionfi. Ma non so se ricordate egualmente Jaele, Jaele l’ucciditrice di Sisara, Jaele che volle essere infame per tradita ospitalità, pure di salvare la patria diletta, Jaele che fu benedetta in quel canto famoso ch’irruppe dal petto della gran donna vittoriosa Taelmoghe, come udiste di Heber il Chenita che insieme ai fratelli viveva allora in Israel. E dove sono i fratelli, la famiglia, la società? in questo verso sono che la narrazione precede delle battaglie di Devora, dei suoi trionfi. Come suona il verso? Ora Eber il Chenita separato si era dai Cheniti fratelli, dai figli di Obab suocero di Mosè e tese aveva le sue tende nella pianura di Sananim ch’è presso Chedese, ch’è quanto dire all’estremità boreale di Palestina, nel Territorio di Zebulun e di Neftali e presso quel Chedes istesso che fu patria al capitano Barac. Voi l’udiste, i tempi dai primi Giudici trascorsi non estinsero la nobilissima stirpe. Vivono i Cheniti, vivono in Israel, nella loro fede, nella loro alleanza, in loro ausilio; e vivono, ciò ch’è degno di nota, sotto le tende e vivono nelle campagne.[39] Vedremo più tardi i loro ultimi successori ai tempi di Geremia viversene pur essi per valli e per monti, e nella quiete riparare pur essi di pacifiche tende.

Ma il gran fiume della Istoria Giudaica ripiglia il suo corso, e noi pure con esso. Dopo Devora e Giudici, e guerre, e pace, e servitù, e riscatti, si succedono incessanti. Ecco Elì, ecco Samuele, ecco l’antica ebraica repubblica in monarchia trasformata, ed ecco Saul il monarca novello, ed ecco infine la guerra di Amalek. Tempi ed eventi sono trascorsi in gran numero. Sarebbe mai per avventura de’ Jetroiti smarrita la traccia? Tranquillatevi, essi vivono, e vivono quali i loro antichi predecessori vedeste poc’anzi. Dove sono? Sono qui, sono nel centro tuttavia da’ proavi abitato, sono a mezzogiorno di Palestina, a mezzogiorno di quell’istesso Arad di cui fu menzione nel libro dei Giudici, sono come allora sulle rive del mar Morto, e come allora precisamente sono anche adesso limitrofi, finitimi a Amalek. Ma la guerra santa contro Amalek è bandita; al nuovo re n’è commessa l’impresa: ed egli già scende a fare strenua prova di sè contro ai nemici di Dio. Che farà Saul? Rivolgerà egli contro i Cheniti le armi? Forzerà il passaggio? La quiete dei loro abituri conturberà col romore di guerra? No! pieno di rispetto pei figli di Jetro non forza il passaggio che sarìa? violenza; non lo chiede nemmeno poichè di guerra non vuole offrirgli nemmeno l’aspetto, la mostra; non li invoca in suo aiuto, non li spinge alle armi conciossiachè egli sappia troppo alieno officio essere a quei solitari i ludi di Marte: ma che fa Saul? Fa ciò che qualunque capitano avria fatto con religiosi, con sacerdoti, con solitari. L’invita a sgombrare. E disse Saul ai Cheniti: su via partitevi da Amalek onde con esso non siate involti, conciossiachè tu abbia usato carità con tutti i figli di Israele, quando trassero fuori della terra d’Egitto: e si partirono i Cheniti d’infra Amalek.

Ma che? E Saul e Cheniti e Amalek rapiti sulle ali del tempo, più non si lascian vedere ai nostri sguardi: quella generazione è passata, e tempi sorgon ed uomini e fatti nuovissimi. Ecco David, ecco Salomone, ecco il reame d’Israel scisso in due parti, ecco i re di Giuda e i re d’Israello. Ecco Elia profeta, ecco Acabbo, ecco Jehu, che dal profeta Eliseo riceve missione cruenta, missione di lavare nel sangue l’onta della famiglia di Acabbo. Ecco Jehu accingersi all’opera di sangue, ecco il trono di Ahab rovesciato e Jezabele che dall’alto di un balcone Salve! dice, o Jehu! Omicida del suo Signore; ecco Jehu che dopo avere il trono purificato si prepara a purificare gli altari, che verso Samaria s’incammina per farvi la immane ecatombe dei 400 falsi profeti trucidati nel tempio, nella festa di Baal. Gran cose, gran fatti, grandi vicende, ma dove sono li Jetroiti? Eccoli nel personaggio più cospicuo dei suoi tempi, in quello che farà mutare sembiante a tutti i Cheniti, che li stringerà finalmente in un sodalizio, che sarà, se non il Fondatore, il Restauratore di quell’Istituto, che lor darà leggi, e regole, e divieti che saranno di poi rigorosamente osservati. Chi è costui? Egli è Jonadab figlio di Rehab che in un memorabile incontro strinse amicizia e patto fraterno col rammentato Jehu. Muoveva questi a Samaria, e nella mente volgeva, come vi dissi, terribili progetti contro i profeti di Baal. Muoveva superbo dei riportati trionfi, della dinastia rovesciata, del regno conquiso. Chi è questo che gli si fa incontro? Egli è Jonadab Ben Rehab, Jonadab a cui Jehu siccome a maggiore fa riverenza il primo, da cui chiede l’amicizia, la stima, l’ausilio, da cui riceve lieta testimonianza d’affetto e con cui infine trattolo in sul carro si avvia insieme alla capitale del regno.

Quante cose da osservarsi! Il primo salutare di Jehu che non isdegna, comunque altero per i recenti successi, inchinare l’umil privato Jonadab ben Rehab; protestargli devozione ed affetto, ed affetto eguale da Jonadab supplicare; la risposta amorosa sì, ma laconica dignitosa oltremodo di Jonadab ben Rehab; il volerlo al fianco suo compagno, auspice dell’opera che imprende; ed infine una forse meno interessante analogia, ma pur curiosissima tra il fatto presente e quello tanto più antico di Melchisedech ed Abramo, Jehu è l’Abramo moderno come Jonadab vi rappresenta Melchisedech: Abramo e Jehu riedono trionfanti, e Jonadab e Melchisedech, gli uomini di Dio, i devoti all’Altissimo, ne ricevono gli ossequi; e Jonadab infine e Melchisedech, per completare il raffronto, sono ambedue di sangue, di origine pagana.

Ma che più tardiamo? Il tempo volge di nuovo le sue ruote veloci. Qual mutamento! Quanto vuoto, quanta emigrazione, quante rovine! Il regno d’Israele è caduto, le dieci tribù vanno schiave in esilio e solo come capanna in vigna, come giaciglio in campo di cocomeri[40] resta ultimo baluardo di libertà la figliuola di Sionne. Dove sono li Jetroiti? Il nome qui, confessiamo il vero, non si trova; ma si trova qualcosa più, si trova il ritratto, si trovano i caratteri. Chi n’è il pittore, chi li descrive? Maestro e sommo pittore delle memorie antiche e dei fatti avvenire, il profeta Isaia. Egli è un passo dell’ultima parte del suo libro di cui non seppi giammai rendermi conto abbastanza, e che solo principiai a comprendere quando il pensiero rivolsi a’ Jetroiti, ai Recabiti che tra poco ci descrive Geremia, in una parola, agli antenati dei nostri Esseni. Si apre il capitolo 55 con una profezia consolante pei profughi di Babilonia. Osservate giustizia, grida Isaia, operate equità; conciossiachè è prossima la mia salute e la giustizia mia a comparire. Beato l’uomo che farà questo, che a quel che dico si atterrà, che si guarderà da profanare i sabati, che la mano sua tratterrà dal fare ogni male. Ecco però il punto oscuro, anzi a parer mio il centro luminosissimo. Continua Isaia: Non dica il figlio dello straniero che al signore si è unito: separato mi ha il Signore dal popolo suo; non dica l’Eunuco: ecco io sono albero che non fa frutto: perciocchè così dice il Signore agli Eunuchi che osserveranno i miei sabati, che ameranno ciò che io amo, che si atterranno al mio patto; io darò loro nella casa mia e tralle mie mura seggio e fama migliore di figli e di figlie; fama eterna darò loro, che non avrà fine.

Ecco il testo d’Isaia ed eccone il senso. Per chi parla il Profeta? A chi allude? Chi è lo straniero unitosi al Signore che rassicura? Che sono questi eunuchi sconosciuti, inauditi in tutta la Bibbia? Che cosa sono questi sabati, in cui particolarmente si ripone degli eunuchi la speme? Qual’è la casa, quali le mura di Dio ove agli stessi eunuchi seggio si ripromette e fama imperitura? E che cosa è la fama istessa e le generose promesse, e la perpetua durazione della gloria del nome di questi eunuchi? Io chiesi tutto questo agli interpreti, ai glossatori antichi e moderni, e che cosa risposermi glossatori ed interpreti? Nulla che non sia comune, vago, generalissimo; nulla che solva condegnamente e pienamente i gravissimi problemi accennati; nulla che dia moto, vita e senso alle parole del gran profeta, nulla che non riveli in tutti un grande imbarazzo. Niuno pensò ai Cheniti, niuno pensò ai Recabiti che Geremia ci ritrarrà, da lungo tempo stretti organizzati in società; niuno s’avvide che qui il profeta evidentemente favella di proseliti ab antico vissuti in Israel, di proseliti tratti seco loro in esilio, involti nella stessa sventura, ed a cui il bisogno si sente di far suonare alta e solenne la parola della speranza; niuno disse: Ma gli eunuchi sono gente ignota in Israel: non di essi menzione in tutti i libri ispirati: non possibile nemmeno la loro esistenza in Israel, di fronte al solenne inviolabile disposto della legge di Dio, che interdice assolutamente ogni evirazione; niuno concluse: Mestieri è dunque intendere di un Eunucato volontario di un voto di continenza; niun ricordò come il nome di eunuco usasse una religione insigne a denotare il celibato dei sacerdoti, niuno avvertì come Policrate vescovo di Efeso nella sua Epistola a papa Vittore, il chiamasse recisamente eunuco e uomo pieno di Spirito Santo; e per ultima negligenza niun pose mente al titolo che volontari assumevansi i Farisei di eunuchi comecchè nè evirati fossero nè il celibato guardassero così rigorosamente siccome gli Esseni,[41] ma solo per il costume come dissi continentissimo; niuno attentamente badò all’espressioni del profeta, ove eunuco e proselita sono posti non solo a contatto ma considerati i medesimi nei timori, nelle promesse, nelle speranze; e tranne i predecessori degli Esseni, io non so veramente dove eunucato e proselitismo siansi insieme trovati; non videro come qui si vuol dire che il rimanersi senza prole non minacci la loro esistenza, conciossiachè questa si fondasse non già sulla procreazione materiale ma sulla perpetua aggregazione di nuovi fratelli, dei discepoli, dei seguaci, dei figli nello spirito e nella fede; non notarono poi come il vaticinio sia mirabilissimamente commentato dalla storia, e Isaia giustificato da Plinio. Da Plinio che in quel famoso passo del 5º libro, dove, come udiste, degli Esseni discorre, queste parole lasciò scritte memorandissime. Essi, dice Plinio, (gli Esseni) non vengon mai manco, perchè tutto giorno si riducono a viver presso di loro quelli che tirati sono ai loro costumi; e così (gran parole!), e così per migliaia di anni (che diranno Munk, il Franck, il Salvador che li fan giovanissimi?), e così per migliaia d’anni, cosa incredibile a dirsi (è Plinio che si stupisce), questa nazione è eterna dove non nasce persona.[42] Isaia Profeta! sono profezie le tue o sono storie? E tu Plinio, è la storia che tu ci narri o il vaticinio che ripeti del grande Isaia? Tanto, e Profezia e Storia, e Plinio ed Isaia, procedono mirabilmente concordi.

Io vorrei stasera spingere più oltre le nostre ricerche, e il preziosissimo frammento studiare con voi di Geremia profeta. Egli è un gran cap. il cap. 35 di Geremia per la quistione che ci preoccupa! ed agio vuole e sviluppo maggiore meglio che ora nol consentan le forze. Io farò punto: ma prima di accommiatarvi, un’altra volta ancora vo’ ripetervi le parole di Plinio. Ricordatevi, o miei giovani, dell’aureo detto. E così per migliaia di anni, cosa incredibile a dirsi! questa nazione è eterna dove non nasce persona.

LEZIONE DECIMA.

Muovendo dai tempi più antichi della Istoria del popolo nostro, noi chiedemmo ad ogni secolo, ad ogni grande epoca, degli Esseni contezza. La storia ebraica, la scrittura, i profeti, ci risposero in guisa che non avremmo forse sperato in quistione che le vicende proprie nazionali degli avi nostri non toglie di mira. L’ultimo ad erudirci nell’ultima nostra conferenza, l’ultimo a mostrarci degli Esseni o meglio dei loro precursori il passaggio, si fu Isaia. Isaia vide più regi succedersi sul trono di Giuda, e l’ultimo che la voce udì del sommo ispirato, anzi, che ne riportò, come non è molto vi accennai, guarigione completa, si fu Ezechia. Ma come tetri e procellosi procedono i tempi dopo Ezechia! Dopo di esso Manasse, dopo di Manasse Amon e dopo Amon un re pio, un re che le tradizioni riprese del suo bisavo, il re Iosciau, Iosciau è sul trono, e alla restaurazione si adopra, si affatica del culto di Dio. Ma chi regna nella pubblica piazza, chi conciona le moltitudini, chi fulmina i vizi e la idolatria imperante, chi fa suonare alta, paurosa minaccia di guerra, chi predice servitù e quindi riscatto; in una parola, chi profetizza? Il profeta è Geremia e i suoi discorsi, i suoi scongiuri, i suoi anatemi, i suoi vaticini sono in quel libro raccolti che s’intitola da Geremia. Ma un capitolo in questo libro vi ha che dissi altamente interessare la origine degli Esseni, e questo è il capitolo 35. Là, gli antenati degli Esseni ti appariscono davvero costituiti regolarmente in società, con una regola particolare di vita, con memorie, con tradizioni, e quel che più monta, con voti, voti solenni, inviolabili, imprescendibili che egualmente avvincono ogni suo membro. Là tu vedi i Cheniti sinora da noi contemplati, meglio come nomade e separata tribù che qual religiosa società, tutte di società e religione assumere qualità e sembianze. E chi lo dice? Lo dice Geremia; anzi egli è Dio stesso che quasi in mostra offre i gran Recabiti ai contemporanei ed ai posteri. Va’, dice il Signore a Geremia, (udite che tutto in nostra favella trasferisco il capitolo rammentato perchè tutto da capo a fondo rigurgita di preziose indicazioni): Va’ alla casa dei Recabiti e parla ad essi, e menali alla casa del Signore in una delle stanze laterali, e porgi loro a bere del vino. E presi Jazania figlio di Geremia figlio di Abazinia e i suoi fratelli e tutti i suoi figli, e tutta la famiglia dei Recabiti e menali alla casa del Signore; nella stanza del figlio di Amon figlio di Igdeliau, l’uomo di Dio, ch’è presso le aule dei principi, ch’è sopra alla stanza di Maseiau, figlio di Sciallum il tesoriere. E posi innanzi ai figli della casa dei Recabiti ampolle piene di vino e tazze; e dissi loro: bevete del vino. E’ risposero: non beremo del vino, perciocchè Ionadab figlio di Rehab il padre nostro c’impose dicendo: non bevete vino voi ed i vostri figli in eterno. E case non fabbricate, nè grani seminate, nè vigne piantate, nè possedete alcun che, ma in tende abiterete tutti i vostri giorni affinchè viviate molti dì sulla faccia della terra ove siete pellegrini. Ed ascoltammo la voce di Ionadab figlio di Rehab padre nostro, in tutto quello che ci comandò, di non bere vino tutti i nostri giorni, noi, le nostre donne, i nostri figli e le nostre figlie; e di non fabbricare case, per abitarvi nè vigna, nè campo, nè sementa alcuna possedere. Voi udiste parlar di donne e di figlie, voi udiste ancora nelle passate lezioni di donne Nazaree. Troppo, direte pertanto, siam lungi dal celibato degli Esseni. Eppure le donne non furono al tutto escluse dal nostro istituto. Nol furono nello stato di matrimonio per moltissimi degli Esseni siccome ne ammonisce Giuseppe, i quali il matrimonio anzi praticavano e pregiavano assaissimo. Nol furono poi per gli stessi celibi contemplativi; i quali schiudevano di frequente le porte loro alle donne affiliate che chiamavano, come dice Filone, col nome di Terapeutidi (Pridaux 5. 92.) Ed abitammo, continuano i Recabiti, entro alle tende, ed ascoltammo e facemmo quello che comandò Ionadab nostro padre. E fu quando salì Nebuhadrezar re di Babel contro la terra, e dicemmo: andiamo, entriamo in Gerosolima per causa dell’esercito dei Casdei, e dell’esercito di Aram; ed abitammo in Gerusalemme. E questa risposta per l’appunto voleva il profeta. Egli si volge allora al popolo che udito aveva sino all’ultimo i Recabiti, e dall’esempio loro trae argomento ad acerbe rampogne. Vedessero, ei dice, i fedelissimi uomini come i comandamenti serbati avessero di un mortale, di Ionadab Ben Rehab; vergognassersi di avere eglino le volontà di Dio derelitte, le parole del padre immortale tenute a vile, ed altre simili querele che si omettono per brevità. Solo vi piaccia udire la conclusione; quando cioè Geremia, finito che ha di favellare al popolo, si rivolge di nuovo ai Recabiti e così dice: Ed alla casa dei Recabiti, disse Geremia, così parlò il Signore degli eserciti Dio d’Israele. Poichè ascoltato avete il comando di Ionadab vostro padre ed osservaste i suoi precetti, ecco così dice il Signore degli eserciti Dio d’Israele: non mancherà uomo a Ionadab Ben Rehab che ministri innanzi a me per tutti i tempi. Qui termina il capitolo 35 e qui finisce ancora tutto quello che intorno ai Recabiti ci offre il libro di Geremia. Io volli testualmente riprodurre l’intero capitolo, sì perchè pare a me nella nostra indagine rilevantissimo; sì perchè possiate adesso con più vantaggio seguirmi mentre andrò a parte a parte sponendovene i singolari documenti, e le preziose notizie sprigionando che in seno racchiude. E quante e di qual peso notizie! Lo è persino il nome che recano, il nome di Recabiti il quale attesta, se non m’inganno, come la loro esistenza sociale rimonti ad epoca ben più antica di Ionadab che fu sol discendente di quel Recab da cui s’intitolarono i Recabiti, che diede probabilmente una forma che molto si avvicinava a quella che assunser di poi, e che finalmente, siccome chiaro apparisce dal 1º delle Cronache, visse in epoca che non ardisco determinare, ma che pure di molto precesse e Ionadab e i Recabiti di Geremia. Voi l’udiste: per comandamento di Dio alle loro stanze questo si conduce, e intimato loro la commissione che ricevuto aveva, tutti dal primo all’ultimo li conduce a offrire di sè grandioso spettacolo negli atrii di Dio. Che bel momento fu questo! che scena! che solennità imponente! in cui fu visto il tenero, il patetico Geremia, messosi alla testa della nobilissima schiera, apporre come a dire il divino suggello alla loro istituzione; ed essi offerire a modello di fedeltà, di obbedienza, di costanza al popolo riunito: costanza vera, perpetuazione quasi incredibile in mezzo ad una società più vasta qual era l’Ebraica, che da ogni parte li circondava. Poichè, sappiatelo una volta, i Recabiti di Geremia sono i discendenti di quei Cheniti che vedeste ai tempi di Devora, i pronipoti di quei medesimi che ai tempi dei primi giudici lasciarono i palmizi di Gerico; e per dir tutto in una parola, sono la vera e legittima figliolanza di Jetro, il grande, il vetusto proselita. Ma quanto diversi però dai loro proavi! e quanto più ai figli loro, agli Esseni, somiglianti che non ai padri! Qui vedete l’astinenza dal vino che data da Jonadab; il quale secondo la legge del Nazirato che vi feci conoscere, ne trasmise, come pare, di mano in mano gli obblighi nella sua discendenza; siccome dato era veramente a ogni padre di così praticare; siccome fece Anna per lo infante Samuele; siccome i genitori, auspice l’angiolo, fecer pel famoso Sansone; e siccome infine, ne convengono autori gravissimi, tra gli altri il Pastoret il quale a dirittura asseriva: i Nazirei senza dubbio diedero l’idea dei Recabiti. Ma qui oltre al Nazirato altre cose vedete e di non manco rilievo. Qui la vita solitaria e campestre che menavano costantemente i Recabiti, anzichè le cause da loro stessi accennate, le invasioni nemiche non fossero venute a strapparli alla loro solitudine per riparare ai tempi di Geremia entro le mura di Gerusalemme; qui il voto di povertà, o per dir meglio il voto di nulla possedere in proprio, ma tutto avere in comune fra loro, che chiaro in quella frase breve ma esplicita, velò hiè lahem ti apparisce; qui l’impronta di virtù, di santità, che loro appone il profeta per bocca di Dio, e la sanzione che loro reca in premio dal Cielo, del loro istituto, di loro vita, tali frasi usando sul conto loro che altro senso tollerar non potrebbero, siccome avvertiva il De Jurieu, se non quello di apertissima commendazione; qui un carattere che fu particolare agli Esseni e per cui furono ad una voce celebrati da Giuseppe, da Filone e da quanti degli Esseni presero a trattare, io vo’ dire la riverenza ai maggiori, il culto che professavano verso i loro antenati, del quale veggiamo il primo esempio e forse il primo tipo in quella venerazione onde son laudati, per Ionadab, figlio di Rehab, pei suoi dettati, per le sue leggi; e quando partitamente discorreremo delle qualità delle virtù degli Esseni noi vedremo Giuseppe e Filone tenere un linguaggio che per poco differisce da quello di Geremia, l’uno e l’altro levando a cielo, come diceva, il loro rispetto ai maggiori: e qui infine la promessa di Dio. E qual promessa! La quale sarebbe andata fallita, se poco stante dai tempi in discorso quella società allora così illustre non avesse di sè lasciato vestigio alcuno, se riprodotta non si fosse sotto il nome di Hasidim, se quindi l’altro non avesse assunto di Esseni e Terapeuti, e se infine la scuola, la società degli Esseni non si fosse perpetuata in tutti i secoli, e se al presente non durasse tuttavia, se la esistenza augurata da Geremia non si verificasse sempre, dopo mille trasformazioni nella esistenza dei Farisei. Io dissi esistenza, ma questa è la parte men grande del vaticinio, doveva dire anco il modo, anco lo stato che Geremia gli promette. Qual’è il modo, qual’è lo stato? Voi l’udiste. Che parole! che officio, che grandezza! Io ardisco dire che se l’idioma ebraico non lascia di essere ebraico, se un concorso innumerevole imponente di esempi non dice il falso, se le analogie più parlanti non c’inducono in errore, se v’è criterio in una lingua per discernere acconciamente il preciso significato di una frase, io oso dire che male non mi apposi nel traslatarlo quando parlai di offici, di ministerio, di sacerdozio, giacchè tutte queste tre cose, ma queste tre cose soltanto, accenna la locuzione in discorso. E se vaghezza vi prendesse di fare con me escursione pei campi della scrittura, oh quanti non avreste a raccorne luminosissimi esempi! Volete sacerdozio? E qui avete per la tribù di Levi, pel suo officio sacro sacerdotale la frase stessa, le stesse parole, siccome pei Recabiti leggete: Laamod lifnè adonai lesciaredò ec. O meglio vi talenta l’idea di intercessori? Ed allora ve l’offrirà Ezechiele quando dice: se pure Mosé e Samuele intercedessero appo me non più accetterei questo popolo, come appunto pei Recabiti leggete: im iaamod Moscè usmuel lefanai; ec.; o vi piace meglio un’altra volta udire del sacerdozio? E ve l’offriranno i Giudici quando parlando del pontefice, di Pinehas: E Pinehas, dicono, figlio di Elazar omed baiamim aem come per l’appunto dei Recabiti si legge omed lefanai. Volete profezia, volete udire come qualifica la scrittura l’officio del profeta? ve lo dirà Elia nel celebre suo giuro quando esce fuora inaspettato dicendo: Viva il Signore innanzi a cui ministrai; non vi sarà per questi anni nè rugiada nè pioggia che io nol voglia; in quella guisa che udiste per Recabiti.[43] E la profezia si è adempiuta alla lettera. Sacerdozio, profetismo, tutto fu riposto, fu concentrato nei successori e poi nei continuatori dei Recabiti, prima nei Hasidim, primo nome che assunsero dopo quello di Recabiti, quindi negli Esseni, parte eletta, parte dotta e santa e ieratica del Farisato, quindi negli eredi degli Esseni, nei professori delle loro dottrine, nella scuola speculativa ascetica superlativa dei Farisei, nei Ben Iohai, nel Rabbeno Aj Gaon, nel Nacmanide, nel Cordovero, nel Loria ed in quanti altri le orme calcarono di quei Santi, di quei Dottori.

Ma noi siam lungi ancora da questi modernissimi tempi; ed a quelli convienci restituire che a Geremia seguitarono. Geremia visse non poco dopo la distruzione del primo Tempio; però la riedificazione del Tempio non vide. Da Geremia alla prima apparizione degli Esseni sotto tal nome, poniamo che ci corra un dugent’anni, quali sono gli anelli che questi due estremi congiungono della catena? Quali gl’intermedi che possan dare alla storia che costruimmo, quella continuità che, diciamo il vero, non le mancò sino all’istante presente? Egli è doloroso ma pur necessario il confessarlo: è questa l’epoca che più povera resulta di documenti per la storia degli Esseni: è quasi una lacuna nel loro passato, tanto più deplorabile quanto i cenni che immediatamente avrebbero preceduto la loro apparizione nell’Essenato, avrieno mirabilmente giovato a cogliere il punto di passaggio dall’antica alla forma novella; e porto avrebbero ultima e solenne conferma a tutte le cose precedentemente discorse. Però è necessario fare tre specie di avvertenze che immensamente diminuiranno la vostra sorpresa; e se non colmeranno interamente il vuoto, almeno lo spiegheranno e tutto ciò gli torranno che può avere di ostile, di negativo alla tesi da noi sostenuta, alla genealogia degli Esseni. La prima è che mentre sino ad ora avevamo documenti contemporanei, adesso mancano assolutamente, nè la Bibbia nè la Tradizione contengono alcun volume che a quell’epoca appartenga, attalchè non so vedere veramente in qual guisa degli Esseni o dei loro predecessori si poteva fare menzione. Nulla dunque di più naturale, di più necessario della mancanza di questa menzione. La seconda avvertenza si è, che per quanto io abbia detto assolutamente che di questi tempi non esiste memoria, pure non si vuol intendere la mia sentenza in guisa che qualche lembo non si sollevi, che un barlume non ti apparisca dell’Essenato nell’epoca in discorso. Io chiamo un barlume il fatto di Daniel che per 23 lunghissimi anni stando a Rasci, di pane eletto non si ciba, non mangia carne, non beve vino, nè usa nessun unguento dal quale rifuggivano, come udiste, gli Esseni. E questo faceva Daniele per carità della patria infelice, e per chiedere fine alle sue desolazioni, in guisa che in questo senso soltanto può essere vera l’ipotesi del Salvador che le patrie desolazioni abbiano dato l’origine all’Essenato. Un barlume poi io credo che abbiamo nei Paralipomeni. I Paralipomeni sono opera di Esra posteriore a Daniele, ed è probabile sentenza quella in cui oggi conviensi, e di cui è qualche cenno nel Talmud, che dopo Esra i più antichi della magna congregazione recato abbiano a compimento il libro delle cronache. Or bene, in guisa si esprimono le cronache intorno ai Recabiti, che pare veramente come a quei tempi tuttavia sussistessero. Vuol far capir l’autore quali fossero le tre famiglie Tirhatim, Simahtim, Succatim che presero stanza presso Iahbez, e lo vuol far capire con allusione più moderna. Che dice per questo? Dice che sono identici ai Chinnim: ma i Chenim stessi possono essere ignorati, quindi necessità di riferirli a nome anche più moderno, a nome contemporaneo. E qual è questo nome? È quello di Recabiti. Abbaim mehamat abi bet Rehab.

Però queste cose andavamo tra noi meditando pria che ci si partisse dinanzi nell’atto stesso di dettare la presente lezione, una breve ma significante indicazione rabbinica, poi un frammento preziosissimo di un autore il cui nome non suonerà io spero sconosciuto ai vostri orecchi. Qual’è in primo luogo l’indicazione? Ella è quella contenuta nella sezione 98 del Berescit Rabba, opera anteriore al Talmud, e dove chiaro apparisce che tra i primi Tanaiti eranvi alcuni che, come si credeva generalmente, discendevano da Jonadab Ben Rehab.—Dunque io dico: i Recabiti non cessarono di esistere anco in tempi posteriori agli Esseni, e nulla pertanto si oppone che questi da quelli sieno derivati. Ma v’è di più: voi ricordate come io avessi luogo parlandovi dei Samaritani di rammentarvi Beniamino di Tudela, i suoi viaggi, il gran conto che si fa generalmente dai dotti delle sue relazioni. Or bene, egli è un passo nel Pellegrinaggi di Beniamino dove prende a narrare di ciò che vide, di ciò che osservò nel Iemen, nell’Arabia Felice. Lo credereste? Egli parla dei Recabiti, egli li vide, egli ne osservò, ed egli ne narra altresì i costumi. Le sue parole sono troppo preziose perchè io non ve le citi. Di là movemmo ei dice verso la Terra del Iemen a settentrione, e dopo un viaggio di 21 giorno pei deserti, pervenuto essendo in quella regione, vi trovai i Giudei che si chiamano Recabiti e in Ieman hanno imperio. Aron il Nasi vi risiede ed è grande città. Narra poi Beniamino i loro commerci, le loro scorrerie, e quindi aggiunge: E danno poi la decima di tutto quanto posseggono ai Dottori della legge che stanno del continuo nei pubblici studi, ai poveri d’Israele ed ai loro Farisei che fanno lutto per Sionne e Gerusalemme, che non mangiano carne, non beono vino, e vestono logori abiti; ed abitano in spelonche, e tutti i giorni digiunano, tranne i Sabati e le Feste. Ecco le parole e l’attestato di Beniamino. Quando viveva il famoso spagnuolo? Certo nel mille o a quel torno; che è quanto dire in tempi infinitamente posteriori a Geremia ed alla società degli Esseni; in tempi che provano come lungi dall’essersi precedentemente estinta la famiglia e l’istituto dei Recabiti, perdurasse invece non solo dopo il profeta che li descrisse, non solo in epoca immediatamente anteriore e contemporanea ai nostri Esseni, ma per secoli eziandio parecchi dopo di essi; cioè prova in una parola come la filiazione da noi voluta degli Esseni dai Recabiti riceva quella conferma che noi credevamo invano desiderare, ma che pure la Provvidenza ci porse, quando meno l’attendevamo.[44]

La terza ed ultima avvertenza è quest’una. È lo stato in cui lasciammo i Recabiti ai tempi di Geremia, stato se altri fu mai rigoglioso, florido, vivacissimo; stato che a tutt’altro accenna che a deperimento e rovina; stato che ove pure ad una declinazione accennasse, questa declinazione si sarebbe naturalmente protratta tant’oltre da ricongiungere l’estinguentesi Recabismo col nuovo, col nascente Essenato. E queste sono le tre avvertenze che vi promisi.

Giunto a questo punto, e quasi meco stesso meravigliato del gran compito che ho fornito, che altro mi resta a fare per condurre a fine l’impresa? Null’altro a parer mio che citar le autorità che militano a favor mio, che per diretto o per indiretto fanno risalire l’Essenato agli antichi Cheniti, ai discendenti di Jetro. Primo tra le autorità io annovera Plinio; Plinio nella Storia Naturale in quelle parole ove agli Esseni attribuisce un’esistenza di secoli, Plinio che in tal guisa alla origine apre le porte da me sostenuta sinora. Io pongo poi per secondo il Serrario il quale, è giusto il convenirne, diede il primo il segno di questo sistema e forse con buoni argomenti il convalidava comecchè condannato io fossi a rifare il lavoro, non potendo dell’opere sue giovarmi, che non posseggo. Io pongo infine per ultimo un inatteso alleato, la Mehilta. Voi udiste finora da me, voi avrete certo udito da ognuno e gli autori tutti vi avrebbero a gara ripetuto, come i libri Rabbinici tacciano assolutamente dell’Essenato, e grave problema riuscisse a risolvere ognora, questo silenzio. Or bene voi potete dire adesso ad ognuno che vi dimandasse, che questa menzione esiste veramente, che gli Esseni non sono ignorati dai nostri Dottori; non basta; potete dire che il cielo ci riserbava due scoperte ad un tempo, che gli Esseni presso i nostri Dottori non solo eran conosciuti; ma, lo che più monta pel fatto nostro, erano come legittimi e diretti successori considerati degli antichi Recabiti. Potete dire che queste cose si trovano certo per vie non troppo comuni e battute, ma non per questo men belle e men importanti; potete dire che se ai grandi intelletti è dato scoprire nei cieli immensi un astro novello, al mio umilissimo quest’onore solo fu conceduto di scuoprire nel cielo Ebraico la società degli Esseni. Io dissi la Mehilta. Ma che cosa è la Mehilta? È un opera più antica del Talmud, opera di un Tanna antichissimo, di R. Ismael, opera di cui solo una parte è giunta sino a noi sul libro dell’Esodo. Aprite la Mehilta alla sezione di Jetro e vi troverete, come dice Vico, un luogo d’oro che suona così. Avvenne una volta che uno di coloro che beono acqua avendo fatto nel tempio un sacrifizio si udì una voce dal santissimo che diceva così, colui che accettò i loro sacrifizi nel deserto accetterà anche questo in quest’ora.

E notatelo bene, giovani miei, queste parole non sono isolate; il passo che avete udito non è senza precedenti e conseguenti. Lo precedono immediatamente tutte le indicazioni da voi udite sui Cheniti che abitavano pei deserti, che tolsero poi a dimorare presso Iahbez nel deserto di Giuda, e lo seguono immediatamente le parole di Geremia sui Recabiti, sul loro avvenire. Il fatto che udiste narrato è un fatto ai Dottori contemporaneo, è una allusione agli Esseni allora esistenti, è una identificazione di questi Esseni coi Cheniti, coi Recabiti; è insomma tutto quello di che noi bisogniamo. Questo breve frammento è un prezioso e grande trovato; ma non è il solo. Quando meglio ci addentreremo nella società degli Esseni, uno o due altri ne rinverremo ove non più colla perifrasi testè udita i bevitori di acqua si additano gli Esseni, ma colla vera e propria loro denominazione. Questi pochi e sparsi frammenti sono il più bel gioiello delle nostre conferenze; e se io ne ho potuto adornare le mie lezioni, a voi si deve in gran parte che a queste indagini rivolgeste l’animo mio; e sopratutto a quel padre dei lumi senza di cui niuna cosa che valga si può fare in niuna disciplina, e molto meno nel culto delle lettere sacre, ove prima condizione è il culto e la stima del suo grandissimo obbietto, e nelle quali meglio che in niuna altra cosa si può dire con Petrarca:

Non si fa ben per uom quel che il ciel nega.

LEZIONE DECIMAPRIMA.

Io vengo a proseguire l’opera incominciata. Noi abbiamo degli Esseni studiato già e il nome e quello che più c’interessava, l’origine loro. Noi abbiamo, a parer mio, trovato in mezzo a tante etimologie la vera etimologia, e tralle tante congetturate origini la vera origine. Per svolgere ordinatamente il nostro assunto conviene che io vi riduca a memoria il piano, l’ordine, la seguenza che imponemmo al nostro dire. Io vi promisi sin dalla prima lezione che dopo il nome, dopo l’origine degli Esseni noi avremmo preso ad esame la loro costituzione, le loro leggi, le lor sociali discipline; e le loro costituzioni, leggi e discipline formeranno oggi il soggetto che io prenderò a trattare. Egli è naturale che dopo avere conosciuta per nome la cosa che vogliamo studiare, se ne cerchino le leggi costitutive, le leggi che presiedono, che regolano la sua esistenza. L’Essenato è persona, persona sociale, collettiva, morale, certamente, ma pur persona. Noi sappiamo come si chiama, sappiamo d’onde tratto si abbia il nascimento; che ci resta ora a sapere? Le leggi della sua esistenza, i principii regolatori della sua associazione. Però, vi ha uno studio che deve per sua natura andare innanzi alle cose accennate, ed è lo studio, ed è l’esame del teatro in cui sorse, in cui ebbe stanza il grande Essenato, in cui scelse, in cui fermò la sua residenza. In questa guisa, procedendo noi dalle cose, dalle circostanze più generali a quelle più proprie, più intime, più speciali al grande istituto; andremo sempre più intorno ad esso stringendo il cerchio delle indagini nostre: in questa guisa potremo dire che nulla di quello ci può sfuggire che può per diretto o indiretto riguardare l’Essenica associazione.

Qual è dunque il teatro in cui nacque, in cui crebbe, in cui ebbe vita il grande Istituto? Notate, o miei giovani, che io non chiedo la loro patria. La loro patria è conosciuta, e questa è la Palestina. Chiedo la loro residenza, il loro soggiorno che dal concetto di patria molto come sapete è diverso. Lo chieggo in primo luogo a Filone siccome quello che tanto studio pose nella storia dei suoi cari, dei suoi ammirati Esseni. E che cosa mi risponde Filone? Mi risponde con un passo dell’opera sua, che se non coglie precisamente nel segno, pure non lascia di avere il suo valore e grande valore nella presente quistione. Egli addita gli Esseni ai suoi lettori Pagani, e se riscontrare, ei dice, volete la fedeltà della mia dipintura, mirateli ovunque sono diffusi pel grande, per l’immenso vostro impero; mirateli tra i Greci e tra i barbari, ove vivono dispersi. E così dicendo Filone, voi di leggeri comprenderete come venga a stabilire senza meno la loro universale diffusione non solo nell’Impero Romano ma eziandio al di là dei suoi confini, fra quei popoli che i Romani seguendo l’esempio dei Greci qualificavan col nome di Barbari: (cioè secondo la genuina sua significazione forestieri forse da vocabolo Arameo, siccome io da molti anni congetturai che suona uomo di fuori, gente straniera.) Gran parole son coteste di Filone e che compiono il concetto vero, storico degli Esseni qual ce lo aveva Plinio accennato nella sua storia. Plinio e Filone sono i due Restitutori del vero carattere della società degli Esseni. Plinio dove pone in sodo la loro antichità, dove, come udiste altra volta, gli assegna un’antichità di secoli e secoli, Filone in questo luogo dove sancisce, autentica la loro universalità, Plinio restaura l’Essenato nel tempo gli rende la sua antichità, Filone lo restaura nello spazio, cioè gli rende la sua universalità. Ma in qual guisa cotesta universalità, cotesta diffusione si acconcia al nostro Istituto? come a quelle idee che pure da parecchi storici si avvalora d’isolamento, di concentrazione, di particolarismo? Come a quel concetto sinora predominante che volle gli Esseni limitati, circoscritti ai confini Palestinesi? Come? intendendo pegli Esseni ciò che noi intendiamo, ciò che essi son veramente, ciò che sarà continuamente dimostrato dal corso di questi studi. Intendendo cioè per Esseni la parte più alta, più nobile, più dotta, più spirituale del Farisato pel quale veramente e pel quale soltanto è vera alla lettera la sentenza Filoniana; pei quali, e pei quali soltanto, si poteva dire che sparsi, che diffusi, vivevano tra Barbari e Greci. Il poteva Filone se gli Esseni fossero diversa scuola, diverso Istituto da quel Farisaico? Poteva dire per essi che eran diffusi tra Barbari e Greci; poteva dirlo di fronte al silenzio generale, al silenzio specialmente di Plinio, e di fronte infine all’esempio degli altri settari i quali, vuoi pel numero scarso, vuoi per poca virtù espansiva, se ne vissero sempre ristretti, rannicchiati tra i patrii confini? Ma quanto bene poteva dirlo se gli Esseni non sono altro che il più bel fiore che il patriziato dei Farisei! Quanto appropriate per essi le parole tra i Barbari e Greci! Essi col grand’Illel in Babilonia anzichè in Palestina non emigrasse, e essi in Damasco con Rabbi Iose il Damasceno; essi in Egitto con Filone stesso, coi Terapeuti e coi Dottori Egiziani che figurano nella Misna come Anael l’Egiziano, e con quelli che ivi stesso si narrano pellegrinanti in Egitto; essi in Nisibi in Persia con R. Ieuda ben Betera che è il discendente di quegli Eroici Betera che allo straniero Illel cessero la posseduta dignità di Nasi, solo perchè più d’essi erasi mostrato nelle patrie leggi erudito; essi in Media con Nahum il Medo; essi in Arabia, in Grecia e in Italia con Ribbi Akibà che queste regioni visitò e che lascio ricordate; ed essi nell’Asia minore in Laodicea, in Antiochia, in Assia dove traevano, come altra volta vi dissi, a sedere in concilio, e dove morì il grande Rabbi Meir, come più tardi vedremo; essi nelle Gallie non solo col rammentato Rabbi Akibà che ne ricorda i paesi, i costumi, la lingua, ma anche con Dottori, dalle Gallie denominati demin gallià; ed essi infine in Roma. In Roma non solo colla sinagoga già lungo tempo stabilitavi, non solo coi più celebri nostri Dottori che la visitarono e preziosissime indicazioni ne lasciarono scritte, ma principalmente per due tra essi, per due grandi Farisei che da Roma s’intitolarono e in Roma ebbero stanza durevole e cattedra e maestrato. L’uno è Todos o Teodozio che il Talmud chiama Todos Is Romi, Teodozio il Romano, quel desso di cui si narra nel Talmud di Pesahim, come a ricordare forse il sacrifizio pasquale, istituito avesse tra i fratelli di Roma l’uso di cibarsi d’agnello arrostito nei vespri di Pasqua; quel desso a cui s’intimava, pena la scomunica, di cessare da quell’uso; quel desso che per animare i Fedeli al martirio soleva citar loro l’esempio dei Zefardehim Rane o Coccodrilli, che al cenno di Dio, comecchè irragionevoli fossero, si gettano nei forni ardenti del popolo Egiziano. L’altro poi è Rabbi Mattia ben Haras ch’ebbe seggio e cattedra in Roma e fu per lunghi anni Pastore e Dottore di quella chiesa con tanta celebrità, che quando volle il Talmud offrire l’idea di una cattedra e di un pastore modelli disse fra gli altri: Zedek Zedek tirdof; ahar R. Mattià ben haras leromì.

Se qui, o miei giovani, fosse il luogo, vorrei mostrarvi come il soggiorno di Roma, il suo consorzio, la sua civiltà inspirassero talvolta il linguaggio di R. Mattia, siccome il registra il Talmud; vi mostrerei le nozioni mediche che vi raccolse e che bellamente applicava all’osservanza dei riti, lo specifico contro la idrofobia che egli addita nel fegato del cane idrofobo, la gravità somma ch’ei concedeva alle infiammazioni della trachea onde voleva il sabato per quelle impunemente violato, la indicazione del salasso nelle tracheiti istantanee da eseguirsi anche di sabato; e sopratutto mostrarvi come cogliesse nell’esperienza degli uomini e delle cose romane, nelle repentine cadute e nelle repentine elevazioni dei Cesari, quella sentenza che voi recitate al tornare di ogni primavera e che suona; fatti coda ai leoni e non capo alle volpi; e come infine dallo stesso soggiorno di Roma gli fosse quel detto suggerito troppo necessario a praticarsi nella città delle continue rivoluzioni: Sii il primo a salutare ogni uomo. E dove non recarono le loro idee, la loro presenza i Dottori antichissimi? Persino qui nella nostra Toscana, e come a me fu dato, ch’io mi sappia il primo, notare in Pitiliano quando muovendo inverso Roma ne traversavano le vie d’onde, dice il Medrase, udendo il frastuono, il trambusto lontano della città lasciva, sclamarono: se questa è la grandezza, o Dio! dei riprovati, qual è quella che tu tieni in serbo pei tuoi eletti?[45]

Che se gli Esseni erano universalmente diffusi, se questa diffusione ad altri non può convenire che ai più illustri membri del Farisato, se la identità ne rimane perciò stesso sempre più confermata, vogliam dire per questo che un centro non vi fosse dal quale raggiassero per ogni dove i grandi lumi dell’Essenato, e dove vivessero secondo le norme del loro Istituto? Ciò non si vuol dire, che anzi la storia attesta il contrario, attesta cioè come vedemmo, che patria del nobile sodalizio fosse la patria Palestinese; non basta: attesta ancora che dell’istessa Palestina una parte sola fosse quella ove la società a preferenza abitava, e dove le sue scuole e dove fossero tutti i suoi centri, i suoi romitaggi. E qual’è questa parte? È la parte meridionale, è tutto quel tratto di paese che lasciando al nord Gerusalemme, è circoscritto a levante dal Lago Asfaltide, in ripa al quale, o poco stante, si ergeva anticamente Gerico la città dei palmizi dove abbiamo veduto abitare i Cheniti e dove infine più al sud è notata sulla carta Arad dove prese succesivamente ad abitare la discendenza di Jetro. Colà, dice Plinio nel quarto libro, si vedevano gli Essenici abituri. Non basta: egli accenna per nome alcune città ove a preferenza avevano stanza Masada p. e. Engaddi l’antica, detta pur essa così pei palmizi che vi abbondavano; d’onde poi quella celebre frase con cui Plinio caratterizza gli Esseni, gente dicendoli delle Palme amica. Gens socia Palmarum. Io dissi che in quei dintorni preso avevano eziandio antichissimamente ad abitare i progenitori degli Esseni, i vetusti Cheniti. Doveva dire di più; doveva dire che su quelle rive vissero, fiorirono le più distinte scuole dei profeti, siccome abbiamo dai Re, che su quelle piagge sorgeva prima della conquista di Giosuè, una città che il nome reca caratteristico di Kiriat Sefer la città dei libri, il quale poi in quello fu tramutato di Debir non meno del primo significante, perciocchè suona il seggio della parola, dell’oracolo; siccome egualmente appellavasi il Santo dei santi il seggio dell’oracol di Dio, l’oracolario, appunto perchè di là emanavano i venerati responsi. Gioberti lo notava scrivendo: Fra le città cananee vinte da Giosuè vi è Chiriat Sefer detta poscia Debir; questo nome può farci subodorare un antica cultura. Forse era l’Archivio dello Stato (Protologia 371).[46] Doveva dire che tutta quella regione andò celebre per l’ingegno, pel sapere dei suoi abitanti; che là sorgeva Patria di quella donna che i profeti dicono savia, forse una Terapeutide, la quale col dolce parlare placò il paterno risentimento di Davide, quella stessa città di Tekoa che per l’olio che produce squisito fu creduta perciò stesso dai Dottori educare la più colta e svegliata popolazione. E qual meraviglia se nello stato medesimo una regione si distingueva per ingegno ferace, se Cicerone diceva l’aria di Atene sottile e quindi più degli altri popoli greci gli Ateniesi vivaci e briosi, se diceva l’aria di Tebe pesante, quindi ottusi e rozzi i Tebani? Se Platone ogni giorno ringraziava gli dei per averlo fatto Ateniese e non Tebano, comecchè Tebe ed Atene città fossero, come sapete, ambedue di una stessa provincia?

Che se il mezzogiorno di Palestina fu soggiorno gradito, ordinario della società degli Esseni, del dottissimo Istituto, che l’antica fama d’ingegno accrebbe a quelle regioni, ci sarà egli dato rintracciare come nella Bibbia le antiche, così nei Dottori le moderne vestigia del loro passaggio? Io ardisco dire che lo potremo. Voi udiste come per noi fu altra volta falso addimostrato il parere di coloro che dicono tacersi affatto i Rabbini della società degli Esseni. Voi udirete in avvenire citazioni, se è possibile, anco più concludenti. Quelle però che adesso vi espongo ne sono un preludio, un apparecchio di cui non potreste disconoscere la gravità. Vuoi tu veramente far acquisto di scienza? dice il Talmud: volgiti a mezzogiorno. Che vuol dire volgiti a mezzogiorno? Vuol dire forse tenere la persona nell’orare rivolta da quella parte? Così certo la intesero alcuni, ignari come io credo, del vero senso. Ma quanto meglio i più antichi! Quanto meglio, p. e., l’autore del Aruch Rabbi Natan figlio di Iehiel tesoriere di papa Bonifazio! Quanto meglio, dico, R. Natan non coglieva nel segno quando diceva interpretando il passo Talmudico: Vuoi tu fare di sapere tesoro? Va’ presso i Dottori che hanno stanza a mezzogiorno di Palestina e impara da essi la scienza. Udite ora Simeone il Giusto, Simone che per tanti anni gloriosamente ministrò nel sommo pontificato. Giammai, egli diceva, io volli le labbra accostare al sacrifizio dei Nazirei, tranne una volta quando vidi al tempio presentarsi un Nazireno dal mezzogiorno (e voi sapete quali rapporti stringano, secondo me, gli Esseni al Nazirato) il quale, continua Simone narrando per filo e per segno tutto lo accaduto, mi disse come simile a Narciso, specchiatosi un giorno in una fonte s’innamorasse del suo bel volto; come indi vergognandosi del vano sentire, facesse voto di Nazirato, e come infine venisse adesso a bruciare l’antico oggetto del suo orgoglio, la bellissima chioma, nelle braci ardenti del sacrifizio. Ma poco è questo. Voi udiste poc’anzi l’autore del Lessico Aruh parlare dei Dottori più insigni che vivevano nel Darom, a mezzogiorno di Palestina. Or bene uditene adesso menzione dalle labbra istesse dei Talmudisti; e dove, o miei giovani? Nell’ultimo capitolo di Tamid. Là si narra di un famoso abboccamento intravvenuto tra Alessandro il Macedone e alcuni tra i più illustri dottori in Israel: e come si chiamano questi Dottori? Si chiamano i savi del mezzogiorno. E su che cosa si aggira il loro favellare? Sopra parecchi e gravi argomenti in cui Alessandro la celebrata sapienza loro pone al cimento, e che troppo attestano l’indole, il genio speciale dei gravi studi dell’Essenato. Chiede Alessandro le relative distanze dal Sole alla Terra; chiede quale creato prima, se il Cielo o la Terra; chiede quale dei due abbia preceduto, la luce o le tenebre; e se a tutte le precedenti inchieste ottenne risposta, a quest’ultima però si udì intonare un modestissimo Nescio. Perchè non risposero gli Esseni mentre il testo mosaico sì chiaro favella? E qui permettete una piccola digressione che pure ha la sua importanza. Perchè io ridomando non risposero al testo conforme? Il Talmud tanto posteriore all’avvenimento, ne chiede, ne indaga il perchè, ma mestieri è pur confessarlo, troppo mostra nella risposta l’incertezza, l’imbarazzo nelle idee, troppo nella risposta si scorge la distanza dei luoghi e dei tempi.[47] Perchè veramente non risposero? Il perchè ce lo dirà Aristotile, il maestro di Alessandro, l’interrogante. Ci dirà Aristotile, per parlare col linguaggio del Ritter, que les anciens Théologiens étaient en général persuadés que le meilleur sort du pire, l’ordre du désordre, puisqu’ils faisaient naitre toute chose de la nuit et du chaos. Avete inteso? Dalla notte e dal caos, ch’è quanto dire ch’erigendo in persone reali questi Enti fantastici, ne crearono altrettanti primi principii, altrettante Divinità cosmogoniche, e Notte e Caos adorarono quai numi. Poteva darsi silenzio più opportuno? Potevano essi i Dottori del mezzogiorno, che sono a parer mio gli Esseni, risolvere secondo Mosè la quistione, concedere cioè alle Tenebre il primato di creazione senza concedere perciò stesso il principio d’onde la Teogonia greca prendeva le mosse, senza pericolo, senza conferma d’Idolatria?[48]

Io vorrei, o miei giovani, più a dilungo soffermarmi a studiare con voi altre cose e bellissime che contiene il precitato frammento del Talmud.[49] Mel contende il bisogno di procedere ordinato e spedito alla mèta proposta, mel contendono gli altri non meno gravi, i parlanti attestati che degli Esseni del Sud ci porge il Talmud. E dove? È il primo a pagina 70 di Pesahim, dove si narra di un Ieuda ben Dostai che, sendo venuto a contesa intorno alla convenienza del sacrifizio in giorno di sabato, si separò, dice il Talmud, dal centro Gerosolimitano, ritirossi egli e il figlio suo nella Palestina Meridionale dove assieme ai Farisei ivi stanziati, notate la frase, protestò contro la decisione dei Colleghi e più assai contro Semaja e Abtalion due antichissimi Dottori anteriori di assai all’E. V.; lo che prova quanto antico fosse Ieuda ben Dostai e quanto la raccontata sua separazione. È il secondo a pag. 23 di Zebahim dove e’ s’introducono ad esprimere una opinione circa la materia delle impurità di cui sapete omai i nostri Esseni tanto gelosi.[50] E infine è il terzo se non erro nel Rabba, e non temo di aggiungere il più interessante, il più prezioso di tutti. Io vorrei, o miei Giovani, che sapeste che vuol dire Aggadà, vorrei potervi esporre a parte a parte tutti i dati che mi hanno da lungo tempo persuaso non altro essere in bocca ai Dottori che la veste, la forma popolare, esoterica, parabolica, dirò anche iperbolica delle dottrine loro più riservate, la Mitologia nel cui seno vive rinchiusa la Teologia,[51] vorrei sapeste da ora, come gli Esseni, e specialmente quelli tra essi che si dicevan contemplativi, andassero sopra ogni altro famosi per lo studio, per la cultura, di una gelosa e segreta Teologia come più tardi intenderete. Or bene! Che cosa dice il Medras? Dice non solo come disse il Talmud che al mezzogiorno di Palestina una scuola intera vivesse di Dottori illustri; ma dice di più, dice cioè che loro speciale, loro precipua occupazione era la coltura dell’Agadà, e dice infine che i più eruditi Rabbini non isdegnavano ad essi ricorrere per la interpretazione dei Testi; e in queste parole lo narra: Disse Rabbi Ieosciuah ben Levi: di questo verso richiesi tutti i maestri dell’Agadà che vivono in mezzogiorno, e niuno me ne porse risposta adeguata. Che più? Non è persino il Zoar istesso, che altra non cen fornisca e solenne conferma, il Zoar l’Emporio delle idee Cabbalistiche, il Repositorio delle più recondite tradizioni, il Zoar che in più luoghi appella ad una scuola di Teologi Mistici che abitavano il Sud e che chiama apertamente, i compagni nostri, i soci nostri, che abitano il mezzogiorno. Compagni, soci! Che gran parola! Non vi dice punto alla mente la bella frase? Non vi accenna ad una consorteria, ad un corpo, ad una società, a cui tutti appartenevano egualmente? di cui tutti si dicevano indistintamente i compagni, i soci, i fratelli? Io avrò luogo più tardi di ritornare su questa frase preziosa, e la Misna e il Talmud e il Zoar ne proveranno ad esuberanza, se già non l’hanno provato, il significato che per noi gli è concesso, e che suona sì favorevole come vedete alla identità Essenico-Cabbalistica da noi propugnata.

Noi dicevamo in principio di volerci occupare del luogo, del teatro ove ebbe stanza principale la società degli Esseni. Noi sappiamo già qualche cosa della loro dimora; sappiamo da Filone che per quanto un centro di convergenza avessero, pure i loro raggi si estendevano, voi lo udiste, tra Barbari e Greci; sappiamo da Giuseppe che questo centro era in Palestina e nella parte meridionale di Palestina; sappiamo in ultimo che queste due indicazioni, ve l’ho provato, si attagliano a meraviglia ai Farisei, alla parte speculativa filosofica mistica dei Farisei.[52] Ma se la parte abitavano gli Esseni di mezzogiorno, quale presero ad abitare a preferenza, le città o i campi? qual vita menarono a preferenza, solitaria od urbana? cittadinesca o anacoretica? Solitaria, vi risponde Giuseppe nel secondo delle Guerre Giudaiche, ove dice amare costoro a preferenza la solitudine, i campi ove avevano eziandio domicilio; solitaria, vi risponde Filone (De vita contemplativa) quando dice dei Terapeuti che per la massima parte vivevano fuori di Alessandria presso ad un lago; solitaria, vi dice Plinio quando li pone ad abitare poco lungi dal lago Asfaltide; e solitari pure ragion vuole che fossero i grandi contemplativi; che non a caso scelsero gli Esseni per loro stanza la quiete, la pace, il silenzio dei campi. È là, è nella solitudine, è nel libero e forte ripiegamento dell’animo sovra sè stesso, è nella concentrazione di tutte le nostre morali facoltà, tanto lungi dallo sperperamento cotidiano della vita cittadinesca, è là che l’anima si tempra a forte, a maschio sentire, che lo spirito si eleva nei grandi pensieri, che l’immaginazione spicca libero e naturale il suo volo, ed è là che si educavano, che si dovettero educare gli Esseni contemplativi. Credete che siano ubbie coteste mie, che faccia a guisa dei poeti il panegirico della solitudine, e come i poeti, ponga i piedi sul vano, sull’aereo, sull’imaginario? Io ne voglio a giudice, a testimone l’uomo più competente, la scienza più positiva e per ciò stesso più decisiva; voglio che lo udiate per me da un medico, e da un medico filosofo, e chi è questo? È il Descuret in quell’aureo trattatello della Medicina delle passioni. Sentite come si esprime il Descuret. Lo scrittore, ei dice, può acquistare in società facilità e stile brillante, eleganza e gentilezza di frasi, ma giustezza di vedute, profondità e concatenazione di pensieri, fuoco e vita nel discorso, trovano origine per consueto nel ritiro, nella meditazione. I più grandi scrittori hanno creati i loro immortali capolavori nella pace della solitudine, tanto atta ai concepimenti del genio. Che cosa si contiene in questo squarcio, che io non abbia detto, e che cosa che a capello non si acconci al nostro Istituto? Il quale non solo nel preferire e rive e campi, obbediva al proprio genio, ma sì ancora si conformava fedelmente al genio ebraico, alle tradizioni ebraiche, ed agli esempi ebraici. Io dico cosa che forse parravvi strana, e appunto per questo non la direi, se non avessi argomenti di avanzo, e se tanti non ne avessi da dovere perciò stesso affrettare anco più il mio passo. Dissi il genio ebraico, la fede ebraica, amare i campi; e come no? Abramo prega e sacrifica all’aria aperta sopra un monte; nel silenzio, nella solitudine pianta boschetti, e là sacrifica e là adora il Signore, nel che è imitato di poi dal suo figlio Isacco: Isacco per pregare lascia l’abitato e trae su per i campi orando dice il Testo, orando conferma la tradizione e orando, conferman pure essi i Samaritani per quanto non ligi al certo alle nostre tradizioni. Giacobbe ha visioni, prega, fa voti in una solitudine nelle vicinanze di Luz o Bet El. Agar ha visioni promesse e prodigii nel deserto di Beer Scebah; Mosè pascola, medita per quarant’anni, e poi ha visioni, rivelazioni portentose nelle solitudini dell’Oreb; se Mosè vuol orare al Signore, egli trae fuori dall’abitato e colà alza all’eterno le palme; se ha in Egitto rivelazioni, le ha nei campi lungi dalla città. La legge, la legge di Dio non è data nè in Egitto nè in Palestina, ma nel deserto, per accennare, dicono i Dottori, alla copia che gratuitamente fa di sè ad ognuno; per non far nascere, dicono altri, tralle tribù gelosia, rivalità. Eliseo fonda la sua scuola profetica nelle prossimità del Giordano, e quivi vedeste in altra lezione adunarsi la bella scuola di quel Signore dell’altissimo canto, i Recabiti di Geremia, progenitori a senso nostro degli Esseni, Ezechiele, che fuori di Terra Santa patisce difficoltà a profetare, trae fuori pei campi e profetizza. Che diremo poi se dai Bibblici trascorreremo agli uomini e ai tempi rabbinici? Qui gli esempi si accumulano, si affollano e in guisa tale che appena è tempo di accennarli; qui nel Ieruscialmi (Scebihit 6.) parecchi esempi come di Ieuda Js Cozi, che si ritira in una spelonca e dice addio al mondo per viversene a Dio soltanto;—qui nel 2º di Sciabbat il fatto più cospicuo, il fatto modello, il tipo degli anacoreti, il grande Essena Rabbi Simone ben Iohai che per tredici anni vive solitario in una grotta, ove si fa così perfetto nella legge di Dio, che al rivedere il suocero dopo tanti anni, tutto che estenuato si fosse nella persona, non potè a meno di esclamare: Beato me che malconcio mi rivedi, poichè ricco cotanto esco dal mio romitorio; ed ove infine secondo i Cabbalisti meditò gran parte delle cose contenute nel Zoar. Qui il Zoar istesso, e questo è grave assai, poichè attesta sempre più quella conformità di genio che è base all’identità da me sostenuta, qui il Zoar, ove si può dire senza tema di errore, non è colloquio, non è incontro, non è polemica, non esposizione che non avvenga o all’ombra di un palmizio, o presso i recessi di una spelonca, o in un campo seduti, o sul ciglio di un fiume, o in una rustica abitazione. Non basta; qui il Zoar che non solo vi dice essere tutte queste cose avvenute laddove avvennero, ma che il fatto vi offre altresì preziosissimo di stanza, di soggiorno, di domicilio che in quelle solitudini avevano i soci, i fratelli come tra essi si chiamavano, della società cabbalistica. Egli è questo un fatto, un gran fatto a cui non si potrebbe prestare abbastanza attenzione, nè io dubito che un dotto di buona fede non ne trarrebbe argomento a gravissime reflessioni. Aprite il Zoar, apritelo nel vol. 2º a pagina 13, dove non solo vedrete come i Cabbalisti dimorassero nella pace dei campi, ma le vestigia vi troverete eziandio luminosissime di ben altre sorprendenti analogie che vorrei tutte analizzare, ma che per ora non mi è dato. Troverete consorteria, organizzazione sociale, e sopratutto vi troverete libri acroamatici ove i misteri si contenevano della Religione; i quali libri non si mostravano che di volo e ai meglio provati, appunto come accadeva in seno al nostro Essenato;—apritelo nello stesso volume 2º, a pag. 183. Che cosa vi vedrete? Vedrete Rabbi Simone, Rabbi Eleazar suo figlio, Rabbi Abba, Rabbi Iose che procedono per via. Chi è questo che gli si fa incontro? È un vecchio ed ha per mano un fanciullo: al solo vederlo dice Rabbi Simon a Rabbi Abba: Cose nuove apprenderemo da questo vecchio. Chi sei tu, gli chiede quando è vicino, e d’onde sei? Ebreo io sono, risponde l’altro, e la mia dimora è tra i farisei del deserto ove do opera allo studio della legge. Gioì Rabbi Simone e disse: Sediamo; conciossia che Dio a noi t’abbia inviato, deh! non ti spiaccia farci udire delle parole nuove, ma antiche (Che bell’antitesi novità e antichità ad un tempo!) che piantaste laggiù nel deserto intorno a questo settimo mese. Allora sorge il vecchio e colle parole esordisce di Mosè ove agli Israeliti ricorda l’assistenza divina per lo deserto, e in mezzo alla sua sposizione esce fuori con questa aperta allusione ai suoi, alla setta di cui era parte: E noi egualmente ci separammo dall’abitato per vivere nei deserti onde meditarvi la legge, conciossiachè non si comprendano davvero le parole di dio se non nel deserto; quindi riprende il santo vecchio il divisato argomento, e tante e sì belle cose va dimostrando sui giorni e sui riti pasquali che l’anima elevano ed il pensiero al solo fraintenderle; tanto vanno improntati di una sublime e trascendentale metafisica. Che sarà poi quando udirete il termine con cui il Zoar conchiude la narrazione? Intanto, dice il Zoar, piangeva Rabbi Simone; ed era pianto di gioia: levarono tutti gli occhi e videro cinque di quei Farisei che dietro al vecchio procedevano per raggiungerlo; alzaronsi tutti. Disse Rabbi Simon: Dinne il nome tuo—Rispose lo straniero: Neorai il vecchio, conciossiachè altro più giovane Neorai sia fra noi.—Disse Rabbi Simone ai nuovi venuti: Qual’è il vostro cammino?—Noi seguiamo, risposero, il santo veglio le cui acque noi beviamo del continuo per lo deserto. Allora gli si appressò Rabbi Simone e baciollo,[53] e disse: Luce tu ti appelli, e luce è con te: nè guari andò che accommiatitosi da quei solitari ripresero i tre Dottori il loro cammino. Questi sono i due fatti che volli citarvi appunto perchè sendo registrati nel libro più illustre dei Teosofi nostri o cabbalisti, tolgono sempre più a confermare quella identità che fu ed è mio officio il dimostrarvi fra l’antica scuola dei nostri Teologi e l’Istituto degli Esseni.

Egli è forse per questo che gli altri rabbinici monumenti ci porgano meno significanti gli esempi di questa predilezione dell’amore del ritiro, della quiete dei campi e del sommo suo confacimento agli studi ed agli atti di Religione? Tutt’altro. Vi dissi, non è molto, come esempi non pochi vi fossero d’insigni Dottori in ambedue i Talmud che chiesero al silenzio, al ritiro, l’acquisizione dei misteri e delle religiose dottrine,[54] e solo perchè meglio gli individui riguardavano le istituzioni, gli usi e i generali costumi, ne feci separata e preventiva menzione. Ma quanto più non tornan all’uopo efficaci gli esempi generali, gli usi, le istituzioni, le leggi stesse da questo spirito informate! Le leggi, quando sentenziano che ove tra i coniugi sorgessero contestazioni sulla scelta del domicilio, a quella parte si debbe piuttosto attendere che preferisce alla città i villaggi, conciossiachè, dice il Talmud, il soggiorno delle grandi città torni non poco alla morale periglioso, pei costumi pel solito più molli e più rilassati. Le idee più intime dei nostri Dottori quando ponendo in bocca alla Chiesa Israelitica quelle parole di Salomone: Deh, gli fan dire (Talmud Tract Irrubin) al Signore; deh non giudicarmi come gli abitanti delle grandi città, tra i quali è violenza, lussuria e maldicenza; ma usciamo ai campi, (notate queste parole) ove ti mostrerò i cultori della tua legge che meditano del continuo e tra angustie la tua parola, mattiniamo alle vigne, cioè (continua il Talmud) ai tempj ed agli studi dove vedremo la vite fiorire, cioè la Bibbia coltivarsi: e così via discorrendo. Ma quali parole quelle che attribuisce alle città i vizi discorsi! E quanto bene consuonano con quel che dice Filone a proposito del ritiro e delle solitudini dei Terapeuti; maravigliosa consonanza in verità! Primieramente, dice Filone, abitano in campagna e schivano le città grandi, a cagione del mal costume che in esse regna per ordinario, persuasi che siccome si contrae una malattia col respirare un aria infetta, così i mali esempj degli abitanti fanno impressione indelebile sull’animo nostro. Ma io dissi anche gli usi generalissimi, anche istituzioni permanenti. Potrò io dimostrarlo? Sarei io in grado di provarvi che tanto spinsero oltre l’amore pei campi, da farne il prediletto, il durevole, il venerato soggiorno? Facilmente, solo che io vi rammenti la benedizione di Meen Scebach. Che cosa è questa? Voi lo sapete, perciocchè l’udite la vigilia di ogni sabato. È quella benedizione che dopo la preghiera sommessa pronunzia il Ministro e che non è, a veder bene, che un compendio o sommario della istessa Amida. Che cosa è questa benedizione e perchè istituita? Chiedetene al Talmud, ai Ritualisti, chiedetene ad ognuno, ed ognuno vi dirà quello che andiamo cercando; cioè vi dirà che ai tempi misnici, ai tempi talmudici gli oratorii, gli studi sorgevano tutti in mezzo ai campi, lontano dall’abitato, nella solitudine e nel silenzio; vi diranno che all’orazione vespertina convenivano da ogni parte i fedeli, che parte solerti giungevano a tempo e la preghiera cominciavano e finivano col popolo tutto, parte trattenuti dai negozi o dal cammino protraevano le loro orazioni alquanto più tardi. Perchè non rimanessero soli costoro fuori dell’abitato, che cosa fecero? Istituirono il Meen Scebah che mandando un poco più alla lunga la orazione offriva agio ai ritardanti di terminare prima che il popolo si partisse. Un gran fatto emerge da tutto questo; ed è la presenza delle antiche sinagoghe e dei pubblici studi nella solitudine; ch’è quanto dire un nuovo riscontro col costume presso che generale degli Esseni, dei Terapeuti.

Io non vi dirò adesso ciò che scrisse Beniamino di Tudela nelle sue peregrinazioni. Ebbi luogo di ricordarvelo quando voleva provare la provenienza Recabitica del nostro Istituto, e spero che non l’avrete obliato. Narra Beniamino di aver veduto nel Iemen tra le numerose popolazioni israelitiche di quella regione, uomini, Dottori, Asceti che perseveravano nell’antico costume degli Esseni, nella solitudine e nel ritiro. Non vi dirò nemmeno come i nostri meno antichi moralisti, p. e., il Hobod Allebabod, che fu non ha guari trasferito in italiano, il Rescit hohma di un Cabbalista discepolo del Rabbi Isaac Loria, facciano tutti e due menzione di una scuola di religiosi che predilegeva l’isolamento e la vita anacoretica, l’ultimo in ispecie che fa menzione siccome tale di un Rabbi Abraham apparus che vita menava non disforme da quella più sopra descritta. Queste cose pretermetterò volentieri poichè ho fretta di giungere all’ultima quistione; non ultima però al certo per lo interesse che desta, ed è quest’una. Rimane egli tra noi tuttavia traccia veruna di questi antichissimi costumi e degli Esseni e di una frazione dei Dottori? cioè, v’è nulla che tragga l’Israelita dal romore delle città per levare la sua mente colla vista della natura, col silenzio, colla maestà del creato, a pensieri più celestiali? Io ardisco dire che vi è, vi è almeno nei libri, conciossiachè e belle e nobili istituzioni sien cadute fra noi in disuso, ed un gran brivido mi mettesse un giorno per l’ossa il Lamennais, quando lessi nel suo Romanzo les Amshaspandas et les Darvands quella frase terribile les Hébreux ont perdu le sens de leurs institutions. Dopo avere tante cose perduto, perdere ancora il senso delle proprie istituzioni pareami troppo orribile cosa in verità; e vedendo tanti e tanti inconsci assolutamente di aver perduto il senso delle nostre istituzioni, pensai non forse avvenisse nella perdita del senso morale, come avviene nei sensi del corpo che non sappiamo d’averla perduta. Fatto è che la memoria, che la reliquia esiste; ed esiste in un uso a noi incognito, ma che pure praticato fu dai Talmudisti, e che solo fu in progresso ed è forse in qualche parte ancor praticato dalla scuola Cabbalistica, io vo dire il Ricevimento del sabato. Che cosa è ora? Egli è ora pei più un canto incompreso, egli è per pochissimi lo stare per qualche istante ritto colla persona, l’inclinare un poco a destra, un poco a sinistra, un leggiero dimenare di capo; e tutto è detto. Che cosa era e che cosa dovria essere? Era purificarsi anzi tratto il corpo, era vestirsi di candidissimi pannilini, (vi ricordi il bianco uniforme dei Nazarei, le stole dei sacerdoti, le candide vesti degli Esseni, e tra poco, vedrete anco le bianche insegne degli Esseni moderni, dei Cabbalisti,) e sopratutto egli era uscire all’aperto, rinfrancare lo spirito coi vastissimi orizzonti, colle aure purissime, colla maestà del tramonto, rannodare le antichissime tradizioni patriarcali, salutare il sabato imminente, la sposa mistica che s’avvicina. Così fecero i Talmudisti quando dicevano l’uno all’altro esciamo ad incontrare la sposa. Così il verace continuatore delle loro tradizioni l’Aari, quando per attestato dei suoi discepoli (conciossiachè egli o poco o nulla abbia scritto), vestito di quattro abiti bianchi a guisa dei sacerdoti, traeva fuori per le campagne di Safet, città boreale di Palestina, e alternando i salmi di David e il mistico poetare, riceveva il sabato. Così a tempi più tardi i Dottori di Sionne perseverando nell’uso antico cercavano pei campi la mistica sposa. L’autore del Hemdat iamim, Cabbalista se altri fu mai, gran scrittore, gran moralista, dolorando come divelto dalla cara Sionne non potesse dar opera, come l’usato, all’amabile rito, così si esprime in suon di lamento: e nei giorni del mio esilio quando la sorte mi divelse dalla Eredità del Signore, nei luoghi ove ramingai pellegrino, non fummi per molte cause conceduto di proseguire nell’antico costume; sibbene questo io faceva: traeva fuori al vestibolo della sinagoga ove vasto e libero ti si schiude l’orizzonte, ed atto all’accoglienza della sposa, e colà io leggeva il Ricevimento del sabato. Avete inteso? È l’aria aperta, è il libero orizzonte, è la vista del creato che sta a cuore al pio Dottore; egli a questo spediente si appiglia non potendo far meglio: ma ciò ch’ei fare vorrebbe, ei lo ha detto, ei lo dirà anche meglio nelle parole che seguono: Ed ove ti sia conceduto, ascendi sulla cima di alta montagna, provvedi che il luogo sia puro, e colà recita il Ricevimento del sabato. Quanto diversi i tempi presenti! Le persecuzioni, le reclusioni, le tirannie fecero certo gran male e più male alle anime che ai corpi, perciocchè se la Religione si conservava nei Ghetti, a caro prezzo si conservava; a prezzo di divenire rachitica, atrofica, impotente, ingenerosa, a prezzo di perdere quel fare nobile, grandioso, poetico, sentimentale che le è proprio. I Ghetti caddero, è pur vero; e gli uomini ne uscirono frettolosi, ma vi dimenticarono preziosissima gemma, la Religione. La Religione è sempre in Ghetto; e sempre tra le angustie, tra le tenebre, tra la melma di quei schifosi meati. Meno infelici i soggetti dello Islamismo! i quali le pratiche religiose spiegano impunemente alla luce del sole; i quali possono mostrare davvero che sia, che possa la fede ebraica. Il Fariseo Cabbalista che ascende la montagna per salutare il giorno santo, è cosa grandiosa per chi la intende, per chi non ha perduto il senso delle nostre istituzioni; è più grande di Byron che si affida su barca leggera al mar tempestoso per essere spettatore e forse vittima della natura infuriata, che vuol assaggiare la morte tanto per poterla descrivere; è più grande di Iacopo, la creatura del Foscolo, che cerca per balzi e dirupi emozioni fortissime. E perchè dico più grande? Perchè i poeti cercan nella natura, nelle sue grandi scene, le sorgenti del Bello, mentre i poeti teologi dell’Ebraismo ve lo recano, ve lo diffondono: conciossiachè vi rechino, non vi cerchino le grandi idee ed i grandi effetti; conciossiachè viva nel loro petto Dio creatore della natura, fonte suprema del bello e del sublime; conciossiachè abbiano in petto il tipo increato del Bello al cui raffronto sorgono giudici meglio che spettatori del Bello creato. In una parola, i poeti ricevono il raggio di Dio riflesso dalla natura, i poeti teologi dell’Ebraismo diffondono sulla natura il divin raggio riflesso dall’anima loro.—La natura divinizza i poeti—non è così? ma i poeti teologi dell’Ebraismo divinizzano la natura.

LEZIONE DECIMASECONDA.

Parecchie cose furonvi conte finora intorno agli Esseni. Oltre il nome, l’origine, di cui a dilungo parlammo, sappiamo dove abitavano—il mezzogiorno di Palestina—sappiamo ancora, lo abbiam veduto nell’ultima lezione, come abitavano, ch’è quanto dire solitari nella quiete dei campi. Se queste cose come le avvenire, maggior tempo richiesero a trattarsi che per avventura non sembra dicevole, lieve è lo scuoprirne la causa. Ella è quel duplice e complessivo lavoro che noi imprendemmo, e quel volere ad ogni passo, ad ogni nuovo elemento della loro esistenza, trovare nuova conferma a quel postulato supremo che vi enunciai dapprincipio, la restituzione dell’Essenato a quella scuola più vasta che s’intitola dai Farisei; e più specialmente a quella frazione che dagli altri si distingueva e per l’austerità della vita e per la sublimità degli studj. Rinunciare a questo scopo nobilissimo sarebbe certo ridurre a più angusti termini il nostro lavoro, ma sarebbe altresì rinunciare a quel benchè modesto resultato che ci è concesso sperare dalle nostre fatiche, a quell’unico titolo che possono queste lezioni vantare alla estimazione dei dotti. Ella è dunque stasera una nuova circostanza di lor vita esteriore che noi dobbiamo apprezzare. È quella predilezione e quell’amore che gli Esseni ebber mai sempre per le piagge, per le rive dei fiumi. Se meno gravi, se meno concordi fossero gli attestati degli antichi autori, io dubiterei non forse il caso meglio che la elezione avesseli per ordinario fatto stanziare sulla ripa dei fiumi. Ma il potremmo pensare, dopo che Plinio e Filone abbiamo ascoltato? Che dice Plinio? Plinio parla specialmente degli Esseni di Palestina, e quanto ei dice al capitolo 5 del libro XVII solo ad essi dobbiam riferire. Ora, se non m’inganno, io ebbi luogo di accennarvi in altra lezione, quanto Plinio ci narri in proposito. Egli asserisce come gli Esseni vivessero tutti quanti in riva al Lago Asfaltide ossia Mar Morto, e solo egli aggiunge tanto se ne discostavano quanto tornava indispensabile a cansare le mefitiche esalazioni di quel lago insalubre. Or che sarà se intenderete Filone lo storico dei Terapeuti dirci altrettanto dei suoi solitari? Certo direte che non è senza grave cagione che così accadeva. Or bene; aprite Filone nella Vita contemplativa, e poichè vi avrà dette come taluni di quei religiosi dimorassero qualche volta nelle città, queste parole nonostante ne intenderete apertissime. Ma i principali, dice Filone, si ritirano quasi tutti in un luogo che hanno fuori di Alessandria vicino al Lago Mereotide sopra un’eminenza, che fa il luogo securo e dove l’aria è salubre. E qui i Terapeuti non potrebbero mostrarsi più che non si mostrino conformi ai loro fratelli palestinesi. Com’essi parte vivono in società e parte in ritiro, com’essi amano le campagne, i luoghi salubri, sopratutto com’essi ancora prediligono le rive. Havvi a quest’uso un perchè? Erano eglino gli Esseni, i Terapeuti nella scelta di questi luoghi guidati da un principio, da una tradizione, da un esempio che glieli additasse? La storia, il culto, la religione, la letteratura ebraica ci rispondono propizi. Non dirò come le acque fossero sempre simbolo, immagine venerandissima in bocca ai profeti, simbolo d’Ispirazione quando alludono alla futura effusione dello spirito, simbolo di Beatitudine quando Dio è presentato qual sorgente perenne di acque vive, simbolo di Dottrina quando spargansi, dice Salomone, le tue acque per ogni dove, intendendo della propagazione dei buoni studi. Non dirò nemmeno come non solo atto si stimano a lavare di ogni corporea impurità, d’onde le infinite e multiformi abluzioni di ogni maniera immondizia, ma bensì la virtù lor si conceda altresì di santificare e predisporre ai più nobili offici di religione, siccome vediamo aperto nelle ripetute abluzioni del sommo Pontefice nel giorno di Espiazione. Non dirò come la vista del mare, la navigazione si dican capaci di preparare gli animi all’acquisizione del (Hassidut), e già sappiamo gli Esseni dirsi Hasidim d’onde l’adagio i marinari per la massima parte essere Hasidim. Non dirò infine come le rive fossero dai Dottori desiderate dopo la Terra Santa, siccome il più puro ricetto a ospitarne le ossa, siccome vediamo in Ribbi Meir, il quale per attestato del Talmud di Gerusalemme essendosi addormentato (bella metafora[55] per dir trapassato!) in Assia, luogo come altra volta intendesse dell’Asia minore, lasciò detto ai Discepoli Deh! vogliate seppellirmi in riva al mare. Che se questo brevemente trapasso per non tediare, come potrei tacere di cose che tanto a questo sovrastano per gravità? Come tacere che per dottrina tradizionale, per esempi grandi cospicui della Bibbia, il solo luogo atto dopo la terra santa alla fruizione di profezia, sono i lidi del mare o le rive dei fiumi? Come non dire che se Ezechiele profetò, tutto che fosse oltra i confini di Palestina, ei fu solo perchè, dice la tradizione, acconciamente vi si dispose stando in luogo purissimo cioè sulla riva del fiume Chebar? Come non dire che se Daniel ebbe visione, e non in Palestina, ei fu, dice egli stesso al cap. VIII, sul fiume Ulai? Come tacere del capitolo X dove, se ci si narra l’ultima sua visione, ella è pure in riva ad un fiume, il fiume Tigri? Come tacere che se festa vi era in cui si stimava potere l’ispirazione conseguire, quella si era in cui le libazioni di acqua si praticavano;[56] non troppo dissimile da quanto i Pagani favoleggiarono intorno la profetica virtù dell’onda Castalia, dell’Ippocrene, dell’Aganippe e del Lebitrio? Come non ricordare ciò che dice Massimo Tirio parlando dell’oracolo Jonico. Lo Ipopteta, ei dice, della Jonia dopo avere attinto e bevuto l’acqua del sacro fonte predice lo avvenire? E come infine tacere dell’atto più importante della monarchia israelitica della unzione del nuovo Re? La qual cerimonia, è la Bibbia che lo attesta, si faceva e doveva sempre farsi, aggiunge il Talmud (in Oraiot), sulla riva di un fiume, in quella guisa appunto che vediamo nei Re praticato, in Salomone, il quale per ordine di Davide condotto presso a Ghihon, piccola riviera che scorreva vicino a Solima, vi fu solennemente sacrato e proclamato monarca? Ma quanto non riescono al confronto insignificanti cotesti esempi ove ad un fatto grande significantissimo si riferiscano, di cui la Tradizione ci ha serbato memoria! Perocchè tra i Pagani, nei tempj loro più venerandi, negli oracoli più famosi, non altrove, sorgesse l’altare, non altrove si locasse la Pila, a inspirarsi del Nume che colà abitava se non sull’orifizio di un pozzo, questo sapevamo e per storici antichi e per moderni: sapevamlo sopratutto dal Clavier (Les oracles des anciens) di cui non ha guari scorsi le pagine, ove in una dotta Memoria presentata all’Accademia sugli Oracoli degli antichi tolse a dimostrare con squisita erudizione, il fatto da me accennato nei due più famigerati tempj ed oracoli di Grecia antica, in quello cioè antichissimo di Dodona e in quello di Delfo. Il sapevamo da Origene il quale dice la Pitia essere posta sull’orifizio della fonte Castalia; da Euripide nella Ifigenia in Tauride, dove facendo Apollo parlare, sì gli fa dire: Il mio Santuario divino sulla corrente Castalia.—Da Temistio che scrive: Gli Anfizioni furono i primi fondatori di Delfo, un pastore del Parnaso sendosi trovato invaso dallo spirito profetico del fonte Castalio; da Nonnio nei suoi Dionisiaci, che disse: L’acqua divina della previdente Castalia era in ebullizione; da Ovidio che all’antro della Pitia dà il nome di antro Castalio; e infine da Pausania che così si esprime nella descrizione di Delfo: Volgendo a sinistra all’uscire dal tempio di Delfo voi trovate la tomba di Neottolemo; un poco più in alto si vede una pietra che non è grandissima. È unta con olio; ogni giorno ed i giorni di festa è coperta di lana grassa. Questa pietra è, dicesi, quella che fu fatta inghiottire a Saturno invece del figlio e che poi in questo luogo rejesse. Ritornando di là verso il tempio, tu osservi la fontana Cassoti (altro nome della sorgente Castalia) essa è circondata di un muro poco alto, in cui è praticata una porta per cui si crede che quest’acqua si conduce per vie sotterranee nel santuario del Dio e ch’è dessa che ispira le donne che vaticinano lo avvenire. Così tutti gli scrittori summentovati dell’oracolo Delfico. Possiamo dire altrettanto di quel di Dodona? Sì, se portiam fede a Servio nel commento a Virgilio, il quale al libro terzo dell’Eneide sopra il v. 406 così si esprime: Questo paese di Dodona è sui confini della Etolia. Gli antichi vi consacrarono un tempio a Giove ed a Venere. Presso al tempio, immane quercia sorgeva, a quanto sen dice, dalle cui radici una fonte scaturiva, il cui mormorio per divina ispirazione una vecchia donna per nome Pelia interpretava. Ex cuius radicibus fons manabat qui suo murmure instinctu deorum diversis oracula reddebat. E questi furono i due più celebri oracoli della greca antichità, e questo il modo dei loro responsi; nè da questi differirono altri infiniti, comunque meno famosi; non quello dei Branchidi nell’Asia minore di cui così favella Jamblico nel libro sui Misteri: Una donna appo i Branchidi predice lo avvenire, vuoi tenendo la verghetta in origine donata da qualche Iddio, vuoi assisa sopra il tripode, forse ancora i suoi piedi o il lembo del suo vestito stanno immersi nell’acqua, e infine il Dio a lei si comunica col vapore di quest’acqua. Nè quello differiva dei Colofoni, al dire di Jamblico, che ne discorre in questa guisa: Quanto all’oracolo dei Colofoni, ognuno conviene che egli è per mezzo dell’acqua che ci si annunzia lo avvenire. Una fonte vi ha in un edifizio sotterraneo. In certa notte dopo parecchie cerimonie e sacrifizj, il Profeta bee l’acqua del fonte, e non veduto da quelli che vennero a consultarlo predice lo avvenire.

Ma quello che colmare vi dovrà di stupore, quello che io temo forte vi sarà riuscito sinora ignoto, siccome quello che poco eziandio è divulgato tra i cultori delle lettere sacre, egli è questo fatto curiosissimo, il fatto cioè che non altrove era situato il grande altare dei sacrifizj nel tempio di Dio, tranne sulla bocca di un pozzo, pozzo, dice Rascì nel Talmud (14º di Succa), che riceveva tutte le libazioni che si versavano sull’altare; pozzo che si chiama Scitin nel Talmud e che si proclama antico quanto il mondo, Scitin nibrau miscescet ieme berescit, d’onde il curioso anagramma berescit bera-scit; pozzo, secondo i dottori accennato da Isaia, ove paragonando Israele ad una vigna dice: e vi fabbricò il suo padrone una torre, e questo è l’altare; un pozzo vi scavò, e questo è la cavità sottostante; pozzo, interpreta il Moarscià, ch’era come la scaturigine di tutte le acque mondiali, ristretta, contenuta ai piedi dell’altare, sì perchè (stupendo pensiero) imponendovisi sopra quasi suggello l’altare di Dio, rispettin le acque i naturali confini, nè più irrompino a inondare la terra; sì perchè vengano benedette le acque dalla sorgente di ogni benedizione, e le libazioni scorrano all’oceano quasi sangue novello perpetuamente infuso nelle arterie del Globo. E questa è parlantissima analogia oltre le altre già menzionate, oltre altri fatti in gran numero che ometto per brevità col costume che vediamo prevalso tra gli Esseni di ogni colore di abitare le rive. Ma quanto non amerei che più a lungo mi fosse dato d’insistere sull’ultimo e supremo fatto da me accennato di sopra—il pozzo sacro su cui poggiava l’altare! Non solo i tempj e gli oracoli greci potrei chiamare, come dissi, a rassegna, ma molte altre idee con questa principalissima concomitanti potrei accordare, vedreste le idee dei Pagani su quel pozzo, su quelle acque poco procedere dissimili da quelle da Moarscià enunciate, comecchè il solo genio delle dottrine talmudiche gliele abbia ispirate; potrei mostrarvi come ogni qual volta si dava ai Pagani un pozzo profetico, non mancava un idea, una tradizione che lo accompagnasse, voglio dire la credenza comune in Grecia, comune in Fenicia che da quell’orifizio, da quel condotto, fossero tutte scolate e tutte inghiottite le acque del Diluvio quando si ritirarono; e che il tempio e l’altare e l’oracolo quivi eretto, fosse un perpetuo religioso scongiuro contro le onde frementi; vorrei dirvi come quell’intimo comunicare dello altare di Dio colla profondità della terra, quel veicolo che univa l’ara alle viscere più segrete del Globo, riceva lume e tolga senso principalmente dalle dottrine dei Pitagorici. I quali non solo chiamavano il fuoco centrale torre di fortezza (Pyrgos) come i dottori appunto, cosa sorprendente! chiamarono il centro della terra il sito dell’altare col nome Migdal, torre di fortezza, ma ciò che più monta chiamavano i Pitagorici quel centro stesso altare dell’universo come appunto nel centro della terra secondo i Dottori, sorgeva l’altare e il fuoco perpetuo quasi vampa projetta e quasi prolungamento del fuoco centrale di cui favellano i Pitagorici. Ma di questo basti per ora; basti lo avere provato come nemmeno in questa circostanza, in questo costume, nell’amor delle rive si dipartissero gli Esseni dal comune pensare e dalle idee predominanti tra i Farisei.[57]

Rimettiamoci dunque in cammino e procediamo spediti. Che cosa abbiam fatto sinora? si può dire senza errore che poco più abbiam fatto fuorchè aggirarci intorno agli Esseni senza mai investirli. Nome, Origine, Patria, Regione, Solitudine, Sito particolare, tutte cose senza meno opportune, ma che non sono ancora gli Esseni. Tempo è che gli Esseni stessi consideriamo più davvicino. Ma anche adesso conviene procedere ordinatamente e a grado, conviene sapere se sono tutti omogenei o in qualche parte diversi fra sè; in altri termini conviene sapere se classi vi erano, e quali, e quante nel grande Istituto. E qui non potrei senza colpa dissimularvi che le notizie che intorno al subbietto ci son pervenute, procedono a senso mio così confuse e talvolta eziandio così contraddittorie, che dura cosa è mettere ordine e luce in tanta repugnanza di idee.

Voi non volete certo sobbarcarvi a una sottile disamina, nè io lo esigo. Vi risparmierò dunque il Processo, vi risparmierò altresì i considerandi della mia sentenza; questo solo vi dirò, che a quanto ho potuto capire dal confronto dei Testi, due classificazioni debbono ammettersi nel nostro Istituto. Notate che dico due classificazioni e non due classi, dico due ordini di classi, due gradazioni, due gerarchie. La prima riguarda la maggior o minor purità a cui s’obbligavano nel contatto delle cose esteriori, e si deve intendere in quel senso tutto ritualistico e positivo a cui accennano i Trattati sulla materia. E in quest’ordine d’idee, in questa gerarchia quattro gradi o classi rammenta la storia in seno agli Esseni. E principalmente ne favella Giuseppe nel libro secondo delle Guerre Giudaiche, dove così si esprime: «V’ha d’essi secondo il tempo della loro professione quattro differenti classi; e i più giovani sono talmente inferiori agli anziani, che se accade che uno di classe più alta ne tocchi uno della più bassa, convien che si lavi come se avesse toccato un incirconciso.» Resta ora a parlar della seconda classificazione della seconda gerarchia. Ma prima di procedere più oltre, e seguendo il nostro stile, domandiamo a noi stessi: se egli è vero che gli Esseni non altro sono che una frazione, la più sublime frazione dei Farisei, siccome per me si estima; mestieri è pure che di questa quadruplice divisione non solo appo i Farisei resti serbata memoria, ma che i Farisei stessi a dirittura se l’approprino, voglio dire che di se stessi narrino i Farisei ciò che degli Esseni i loro storici ci raccontano. Dov’è questa menzione, e in qual guisa se la appropriano i Farisei? Voi comprendete che ove la divisione esista realmente, laddove poi ai Farisei istessi sia applicata, fatto non indifferente sia cotesto in verità, per la identità da noi propugnata tra Essenato e Farisaismo. Ora dov’è la quadruplice divisione? Voi la troverete a capello nel 2º capitolo di Haghiga dove leggerete le seguenti espressioni: bigde am aarez, medras lapparuschem, bigde paruscum medras leohele maaser scheni, bigde ooele maaser sceni medras leohele teruma, bigde ohele teruma, medras lacodes, bigdes codes medras lehattat.

Dove più cose sono da osservarsi; prima la quadruplice gradazione di purità rispondente ai quattro gradi di purità nella società degli Esseni, per ciò che riguarda il reciproco contatto; e dico quattro nel testo Misnico; giacchè ognuno comprende come coloro che sono al di fuori del farisato, cioè bigde amaarez, non possano ammettersi in conto. Il fatto poi dalla Misna rivelatoci come vi fossero uomini tra i Farisei che senza appartenere al ceto sacerdotale, come Iohanan Ben Gudgheda ivi stesso rammemorato, od anche al ceto sacerdotale appartenendo come Iose ben Ioezer che vien chiamato col nome significantissimo di Hasid, come dico, tali vi fossero che in tutti i loro rapporti quella rigida osservanza serbassero di purità, ora qual si conviene al sacro cibo di Teruma come Iose il Hasid, ora qual si addice anzi alle offerte stesse approssimate agli altari, come l’altro, Iohanan Ben Gualgheda. E questa è la prima classificazione e la memoria ed il segno che di essa è rimasto nei libri rabbinici. Ma io dissi, se ben vi ricorda, come duplice classificazione distinguesse gli Esseni. Qual’è la seconda classificazione? Ella è quella che riguarda, non già come la prima il diverso grado di purità, ma ciò che più monta, il genio riguarda e l’officio diverso delle classi che la società componevano. E quante erano queste classi? Eran due. Si dicevano i primi Esseni pratici, si dicevano i secondi Esseni contemplativi. Che cosa erano gli Esseni pratici? Eran coloro che senza troppo gittarsi nel turbine delle faccende mondane non lasciavano però di conversare familiarmente cogli uomini in società; che non solo praticavano il matrimonio, ma lo predicavano eziandio santo e legittimo, e conforme sopratutto alle mire provvidenziali per la conservazione della specie umana; erano coloro di cui così favellava Giuseppe nel 2º delle Guerre: «V’è ancora un altro ordine di Esseni che ha l’istesso metodo di vita, i medesimi costumi e le medesime regole, toltone l’articolo delle nozze, questi dicono che sia tôrre alla vita umana una delle sue parti più considerabili, lo impedirne la successione col non ammogliarsi, e che se tutto il mondo fosse di questo parere il genere umano presto correrebbe al suo fine. Ma spendono tra anni ad esplorare gli animi delle lor spose; e quando sono state tre volte in questo tempo purgate conchiudono che sono atte ad aver figliuoli, e le sposano.» Queste sono le parole di Giuseppe intorno agli Esseni che si dicono pratici. Se fossero a voi famigliari i libri e le sentenze dei nostri Dottori, trovereste siccome io trovo, una mirabile uniformità di linguaggio tra gli Esseni, secondo Giuseppe e i Dottori più celebrati, intorno la necessità, il dovere del matrimonio; tantochè se non mancano esempj, come altra volta vi dissi, di celibato volontario ascetico in seno ai Dottori, non si può negare che il comun genio e le prevalenti dottrine non consentano piuttosto col genio, colle dottrine di quella parte di Esseni che si nomano pratici. Ma una seconda divisione nell’Essenato vi additava, ed è quella degli Esseni contemplativi. Che cosa sono gli Esseni contemplativi? Sono quelli che ponevano ogni amore nello studio e nella vita contemplativa, quelli che passavano i loro giorni, dice Filone, a meditare i libri sacri e la filosofia dai maggiori imparata; che continuamente rinchiusi nelle loro cellette, nè uscivano, nè parlavano con chicchessia, e che di fronte alle speculazioni e allo studio, continua Filone, ogni altro religioso dovere tenevano a vile. Queste sono le due classi, e questo il ritratto che ce ne offre principalmente Giuseppe. Filone istesso non lascia di autorizzare la esistenza di questa duplice classe. Filone, come altra volta vi dissi, scritto aveva due libri l’uno «ogni uomo onesto è libero» e parlava degli Esseni l’altro, de vita contemplativa e vi trattava dei Terapeuti; ma ciò che grandemente interessa la questione presente, si è il modo, si è la frase con cui Filone trapassa dal 1º libro al 2º da quello cioè che concerne gli Esseni a quello che riguarda i Terapeuti. Egli usa parole che non solo confermano la esistenza della duplice classe da noi accennata, ma ci additano altresì la speciale composizione dello Essenato Palestinese ed Egizio e quale e nell’uno e nell’altro predominasse degli accennati elementi, Pratico o Contemplativo. Avendo già, così dice Filone all’esordire del 2º libro, avendo già fatto parola degli Esseni (e già aveva detto precedentemente come cotesti la Palestina avessero a patria), i quali menano una vita pratica e attiva, conviene al presente ch’io tratti di quelli che si danno alla Contemplazione. Che cosa vedete in queste parole? Non solo vedrete la identità generica, la suprema medesimezza degli Esseni e dei Terapeuti che taluno volle revocare in dubbio; non solo vi vedrete la distinzione delle due classi, ma ciò che al tempo stesso non vi potrà non apparire manifesto si è, come benissimo avvertiva l’illustre sig. Munk, il prevalere del pratico elemento tra gli Esseni di Palestina come la preponderanza che aveva la parte contemplativa tra i Terapeuti, ch’è quanto dire tra gli Esseni di Alessandria. Nè altrimenti poteva procedere la bisogna. L’Egitto, e specialmente l’Egitto siccome fatto lo avevano la greca filosofia e le religioni orientali, era la patria naturale, propria di ogni ascetismo comecchè trasmodante. Il celibato, la solitudine, il disprezzo del mondo, il divorzio di ogni civile consorzio, erano piante che in niun altro terreno meglio avriano potuto attecchire che nel terreno egiziano. Non così per Palestina, dove se la vita contemplativa non cessava di essere in onore grandissimo, non era di quella tempra viziosa, esclusiva che colpisce di paralisi ogni più attuosa facultà, e le più prestanti e rigogliose aspirazioni consuma in un misticismo vaporoso. La vita contemplativa dei Dottori non procedeva per lo più scompagnata dall’esercizio della umana attività, dalla santificazione del corpo, mercè il culto esteriore, dalla santificazione del mondo e dei piaceri e delle occupazioni del mondo, mercè il suggello e quasi non dissi il crisma che gl’imponeva la fede. Misticismo, vi era chi lo nega? Ma era quello di buona lega, quello che non scinde, non smembra, non mutila l’uomo a favore delle facoltà sue superlative, ma che tutto l’uomo, i pensieri come le opere, gli studj come la pratica, il corpo come lo spirito, prende a santificare, e tutto, anche le opre più vili, gli fa praticare in ispirito e verità; era quel misticismo sincero, di cui nobilissimamente discorreva Vincenzo Gioberti presso a cui s’impara più d’Ebraismo che non per avventura presso a tanti sedicenti israeliti scrittori, quando nella Filosofia della Rivelazione dettava queste parole, a cui ogni buon Israelita potrebbe soscrivere «La vera vita contemplativa implica l’attiva, o esterna e sensata. L’attiva perchè la somma anzi l’unica attività, è quella del pensiero. L’esterna perchè questa è necessaria a svolgere l’intelligente e a passare allo stato di mentalità pura; gli orientali e gli ascetici che rigettano la vita esterna e collocano la vita contemplativa nella mera passività, non s’intendono di vera contemplazione.» E Gioberti ha ragione per l’oriente eterodosso. L’oriente ortodosso però, i Profeti e Dottori, comecchè recassero la vita contemplativa sino alle sue ultime conseguenze, non la fuorviarono mai dalla via che conduce al perfezionamento dell’uomo intero, e Paradiso e Civiltà se non eran per essi due termini sinonimi, certo eran strettamente correlativi. Moralmente parlando l’Ebraismo aveva collocato da lungo tempo la terra in cielo, pria che nascesse Copernico. E questo era il misticismo palestinese, e questo principalmente il suo Essenato, in cui la parte maggiore si componeva, voi la udiste, di quei Dottori, di quei fratelli, che tutto che vivessero e conversassero tra gli uomini in società, e nozze contraessero, e gioje e dolori e vicende coi fratelli tutti dividessero, ciononostante tale inflessibile regola presiedeva ad ogni loro atto, tali i vincoli che li univano comecchè disgregati talvolta, tale l’unità di vita e di mire a tutti comune, che per essi non sarebbe profanazione ripetere ciò che fu detto per quel Dio che sì nobilmente adoravano: che la sua circonferenza non è in nessun luogo e che il suo centro è da per tutto. Non si vuol dire con ciò che contemplativi veri, proprj, esclusivi, non esistessero in Palestina, e se io lo dicessi, non solo Giuseppe, ma i Dottori stessi, ma il Talmud, ma il Zoar sorgerebbero a smentirmi. Ciò che dico questo si è, ch’eran pochi, non solo, ma che anche nel concetto universale era quello uno stato di sovrumana perfezione, a cui non avrebbero potuto senza periglio aspirare che pochissimi, a cui natura avesse conceduto la forza di vivere sulla terra la vita dei Celestiali. Ma pure esistevano, e se esistevano, mestieri è per essi come pei Pratici, rinnovare quella inchiesta che non cessammo di ripetere ad ogni nuovo elemento che ci si porse dinanzi della Essenica esistenza. Havvi di questa distinzione memoria tra i nostri Dottori, consuona questa duplice divisione di Pratici, di Contemplativi, con quel che di sè narrano i Dottori delle proprie divisioni? Abbiamo insomma, anche da questo verso, ragione di credere alla identità da noi propugnata delle due scuole di Esseni e di Farisei? La prossima conferenza ce ne darà adeguata risposta.

LEZIONE DECIMATERZA.

Di due sorta classificazioni studiammo nella società degli Esseni nella conferenza passata: abbiamo veduto in che cosa consistesse la prima, e come getti le sue radici in una identica distinzione che la Misna ci additava in seno al Farisato. Abbiamo veduto in che cosa consistesse e su che principalmente si fondasse la seconda distinzione; distinzione di officio, di genio, di peculiare indirizzo, per cui in due principalissime categorie si dividevano tutti gli Esseni, in Pratici, in Contemplativi. Erano i pratici coloro che del tutto non si separavano dal mondo. Eran i contemplativi coloro che all’amor dello studio, al ritiro, alla contemplazione sacrificavano ogni altro culto, ogni affetto, ogni ambizione: di queste due classi noi abbiamo costatato, quanto era mestieri, l’indole, il carattere particolare; abbiamo veduto come più si affacesse ai primi la patria Palestinese, e come piuttosto si acconciasse ai secondi il soggiorno di Egitto. Se questa fosse semplice e nuda esposizione della Essenica organizzazione, se non ci fossimo sin da principio proposti di restituire il nostro Essenato al più vasto seno, alla più vasta scuola dei Farisei, se non dovessimo porre questa identità al raffronto di ogni fatto che si presenta, e da quello nuovo argomento derivare in favor nostro; se questa restituzione non fosse di sommo, di capitale interesse nella storia religiosa del popolo nostro, forse noi, postergato questa sera l’argomento presente, procederemmo difilati più oltre. Però grave debito c’incombe e lo adempiremo. Noi dobbiamo sperimentare quanto e come regga al confronto dei fatti il nostro supposto, dobbiamo vedere se la distinzione di cui si favella nella società degli Esseni, risponde ad altrettale distinzione in seno al Farisato; in una parola, dobbiamo anco una fiata vedere se la propugnata identità non è una favola. Io chieggo dunque: conobbe egli il Farisato distinzione siffatta? Havvi tra esso una scuola, un sistema che sia e che si appelli contemplativo? Havvi al tempo istesso un altro che le dottrine professi e il titolo rechi di Pratici? Io oso dire che la distinzione esiste, e tale esiste che meglio non potrebbe allo scopo conferire. Esiste in tutta la estensione della Enciclopedia Rabbinica dei primi secoli, esiste nei fatti, negli uomini, nelle dottrine e infine sotto due principalissime forme due modi di storica rimembranza. Prima forma io chiamo quei casi innumerevoli in cui l’una o l’altra scuola, i Pratici o i Contemplativi s’introducono ad agire, a parlare isolatamente, separatamente dalla scuola e dal sistema contrario, così che noi esamineremo successivamente, passando prima in rassegna tutto ciò che nella Rabbinica Enciclopedia allude agli uomini, ai fatti, alle dottrine dei Pratici, e poi ai fatti e agli uomini che si dicono Contemplativi. Ma quanto più vivo interesse, quanto più efficacia nella forma seconda! In questa Pratici e Contemplativi, sistema e sistema, dottrina e dottrina più non ti appariscono lontani e disgiunti; ma con bella e parlante antitesi interloquiscono ambedue ad un tempo; e fede fanno ad un tempo della loro esistenza, e la distinzione pongono più chiaramente in rilievo in virtù del contrasto. E prima, che nome recano negli scritti Rabbinici le due scuole? Che nome pei primi i Pratici?—Ora il nome di Iere het, che temono il peccato, ora quello più espressivo di anse maase, gli uomini della pratica, i Pratici, come udirete dagli esempj. Che nome recano i Contemplativi?—Il nome principalmente di Hasidim. Noi dell’uno e dello altro conosciamo i nomi; dove ora le dottrine, dove i fatti e dove gli uomini? Dove in primo luogo i Pratici?—Eccoli quando predicano l’insufficienza della sola speculazione; quando vogliono lo studio delle cose divine congiunto alla pratica dei doveri sociali iafe talmud tora im dereherez, im en dereherez en tora; quando dicono l’uomo non doversi dalla società sequestrare leolam tee datho sceladam meurebat im abiriot; quando insegnano nessuna virtù tornar gradita comecchè trascendente; quando dal centro vivificatore si sequestri, dalla religiosa comunanza, dalla chiesa di Dio; quando levano a cielo la necessità del lavoro ghedola melaha scemehabbedet bealea; ghedolim baale umaniot l’amore dell’industria, la fatica del corpo e i benefici influssi di una vita laboriosa ed attiva alla salute dell’anima. Dove sono i Contemplativi? Vedeteli nel Talmud in Sotà ove coi più celebri Dottori si lamentan perdute altresì le più rare virtù, e dove specialmente con Iose ben Catnuta si dice oscurato il lustro dei Hasidim; vedeteli nel Talmud Gerosolimitano, ove di un’opera e di un titolo si accenna, che non so come si potrebbe desiderare più appropriato pel caso nostro; è la menzione di un’opera che il titolo reca di Misnat hasidim, ed in cui tutto ed al sommo c’interessa, persino una curiosa variante. Interessa una citazione che ivi stesso è riprodotta dell’opera in questione, e dove in brevi ma espressivi tratti ti si dipingon le fattezze dei Contemplativi; ove si legge, p.e.: se tu per un solo giorno mi abbandoni, io ti abbandonerò per due, volendo dire come l’assiduità e la perseveranza sia precipua somma condizione nei sacri studj; e noi sappiamo qual ritratto ci abbia Filone lasciato della applicazione istancabile dei Terapeuti ai cari studj. Dissi persino una variante, e ve lo provo. Io lessi Misna hasidim Lettura o tradizione dei Hasidim per che così recano parecchi autorevolissimi testi, per che così par confermato da altri passi talmudici, come tra poco intenderete, e perchè finalmente, quando pure si meni buona la diversa lezione, pure il senso rimarrebbe a parer mio invariato. Ma qual è la seconda lezione? Leggono invero alcuni testi Meghillat Setarim invece di Misnat hasidim. Ma che vuol dire Meghillat Setarim? Vuol dire il volume dei Misteri. Io non so s’è dato afferrare da ora l’attinenza che corre strettissima fra le due lezioni. Bisognerebbe che precorso aveste in parte il mio dire. Bisognerebbe che voi sapeste come i libri degli Esseni fossero tenuti in gelosissima custodia, nè ad altri ne fosse comunicata contezza, tranne ai più fidi, ai meglio provati. Comprendereste allora l’origine di questa variante; vedreste siccome io veggo come naturalmente siensi presentate ambedue le lezioni, e vedreste ancora come se la vera e originale lezione non è al certo che una, pure non può essere senza grave cagione ammessa, introdotta la seconda lezione, e questa cagione e questa origine e la somma convenienza di libri, di opere esotteriche quando si parla di Esseni; siccome quelli che la storia accenna veramente possessori e custodi di libri siffatti.[58]

Ma in altre parti ancora della Rabbinica Enciclopedia lasciarono di sè vestigia i hasidim. Lasciaronle nel Talmud Babilonico ove a chiunque, ed eziandio a quei Dottori che alle più rigide regole non soggiacquero del Hasidut, e solo allo strettissimo Jure mostrino di attenersi, si suole maravigliando interrogare, ella è forse cotesta la Misna dei hasidim? Quasi dicessero, egli è questo il fare severo, irreprensibile dei hasidim?—Lasciaronla nel trattato Berahot, dove degli antichissimi hasidim si narra il lungo orare, e le protratte preparazioni, e la giornata quasi interamente sacrata agli uffici di devozione quando si dice: Gli antichi hasidim un’ora spendevano in preludio a preghiera, un’ora nell’orare, un’altra pria di congedarsi da Dio e così facevano tre volte al giorno. Ove dunque gli studi e dove l’industria per vivere?—Si ripiglia lo stesso Talmud: sendo costoro hasidim, il poco studio fruttava assai e lo scarso industriarsi sopperiva al bisogno. O io sbaglio, o questo passo del Talmud è un bizarro accozzamento di antiche tradizioni e di più moderne spiegazioni. Mestieri è che sappiate che cosa sia il Talmud Babilonico; come fuori fosse compilato di terra santa, come gli autori che dierongli la forma sua definitiva, nè la Palestina per avventura vedessero mai, nè i partiti, nè le vicende più importanti gli fossero conte di Palestina; quindi i non rari anacronismi nella storia palestinese, i fatti storici a quella relativi narrati in confuso, e quindi infine il sentenziare presente. Per tradizione conoscevano per avventura gli antichissimi Hasidim e li ricordano, udito avevano la vita a perfezione religiosa atteggiata, e così la dipingono; le orazioni lunghissime, la giornata spesa in devozioni e tale la narrano in verità, obbliarono però o non udirono come la speciale loro organizzazione, la comunanza dei beni, il lavoro in comune, questo tenore di vita straordinario gli consentissero, cioè le lunghissime ore trascorse in offici pietosi, quindi le più tarde e forzate spiegazioni, il ricorrere al prodigio, l’attribuire ad una grazia ognor rinnovata ciò ch’era effetto della loro istituzione, e quindi il bizzarro accozzamento di un fatto vero e di una ragione arbitraria, di una tradizione verace e di una interpretazione gratuita.[59] E lasciarono di sè manifeste vestigia in Hasidim, in quella eccezione singolare per cui un ceto intero dei cultori della legge viene formalmente dispensato da ogni pratica religiosa, siccome apertamente dispensa il Talmud da ogni religioso dovere coloro che fanno unica somma loro occupazione la meditazione della legge, o come dice il Talmud, che altra professione non eserce tranne lo studio; e quando infine per colmo di maraviglia volendo citare il Talmud un uomo, una scuola che alle condizioni tutte abbia adempito necessarie a questa dispensa, il gran nome cita e la gran scuola ad esempio.[60] R. Simon ben Johai e i suoi compagni, insegnandoci al tempo stesso nella citazione preziosissima e il carattere ascetico, speculativo, studioso, eccezionale di quella famiglia e la preziosa indicazione della esistenza istessa di una scuola da quel gran nome capitanata, e infine la bellissima coincidenza delle due dispense, quella che il Farisato consentiva al Ben Johai ed alla scuola sua da ogni pratica osservanza, e quella che gli Esseni rispettavano nel più perfetto del loro Istituto da ogni pratica esteriore;[61] e quindi nuova e preziosissima conferma e della identità generale della Farisaica colla Essenica scuola, e tra i medesimi Farisei una più speciale affinità colla scuola mistico-teologica, dei cabbalisti di cui fu principe e restauratore Simon Ben Johai. Ma io vi dissi che non solo disgiuntamente lasciarono di sè vestigio nei Rabbinici monumenti ed Esseni pratici ed Esseni contemplativi; dissi ancora, e vado a provarlo, che la coesistenza in seno al Dottorato di questa duplice ramificazione, resulta anco più spiccata, anco più manifesta in tutti quei luoghi, e sono molti e sono parlanti, nei quali gli uni figurano a costa degli altri, in cui Pratici e Contemplativi si fanno lume, si spiegano, si suppongono scambievolmente, ora Dottrina contrapponendo a Dottrina, ed ora professori a professori. E dove fan questo? Dove in primo luogo l’antitesi delle dottrine? Antitesi, io dico, chiarissima nel Talmud Berahot, dove Pratici e Contemplativi scendono a disputare.—E qual’è del disputare l’obbietto? Niente meno che la quistione grandissima che tra essi verteva, voglio dire la eccellenza maggiore di ambo le vite, della vita pratica e della vita contemplativa. Voi comprendete il gran momento di questo trovato. Ma che sarà poi se il nome intenderete dei disputanti, se vi dico, per esempio, che l’avvocato della vita pratica, della vita socievole è Ribbi Ismaele, e se aggiungessi di più che l’apologista della vita contemplativa è R. Simon Ben Iohai? Certo che in questa disputa, in questi nomi vedreste l’impronta del vero.—Certo direste, ma non invano, il Ben Iohai è sempre nelle pagine del Talmud l’infallibile rappresentante della vita, delle dottrine, della società degli Asceti. Certo, direte, che i vincoli che le sua alla scuola stringevan degli Esseni, vincoli dovevano essere forti, numerosi, strettissimi. Ma che? La verità si fa strada da sè, e non fa d’uopo che lasciarla parlare per rimanere convinto. Udiste poc’anzi un cabbalista, un Fariseo, R. Simon Ben Johai, attribuirsi, patrocinare il sistema, la vita, le idee degli Asceti. Udite ora un altro Fariseo, un altro Cabbalista gli stessi principii propugnare e le stesse dottrine: e chi è cotesto? Egli è Ribbi Akiba, il cui nome nei fasti cabbalistici suona non meno celebre del suo celebratissimo discepolo Ribbi Simon Ben Johai. Ma quanto del disputare il campo non si estende! Quanto più ampliata la discussione! Quanto più il tema elevato! Non si tratta già di sapere soltanto se la vita pratica, la pratica sociale debba entrare qual elemento, qual ausiliare alla vita dell’anima; ma si tratta sapere se la pratica in generale, la sociale come la religiosa, la civile come la spirituale, se sottostia, se sovrasti alla vita speculativa, studiosa, contemplativa. Era pur grande consesso cotesto ove siedevano i più illustri tra i Tanaiti, tra le mura di Lydda in Palestina dove il gran tema fu proposto—Qual sia delle due più eccellente, la vita pratica o la vita contemplativa.

Chi sostenne la prima, chi difese la pratica? R. Tryphon. Chi antepose la contemplativa? Voi l’udiste. Egli è R. Akiba, il visitatore del mistico Pardes,[62] il maestro di Ben Iohai, il corifeo del Misticismo. Or che sarà se vedremo la caratteristica del Hasidut apposta a R. Akiba in tre luoghi del Talmud, vale a dire il distintivo e l’appellazione essenica come noi presumiamo? Nel primo (Berahot 27), secondo la lezione di R. Nissim nell’Ammafteah (25. 2), in cui si dice che chiunque vede R. Akiba in sogno aspiri al hasidut. Nel secondo (Sanedrin XI), ove il verso dei salmi: radunatemi i miei pii (hasidai) s’interpreta per R. Akiba e suoi compagni. Il terzo infine ove per significare, come quel Dottore si dilunghi talvolta dalle abituali sue dottrine, si dice: Abbandonò R. Akiba il suo hasidut.

E non sono persino le più minute circostanze che non abbiano in questo racconto il lor valore. Per esempio quel Mesubbin, quello stare a mensa seduti, quello alternare il pane del corpo col pan dello spirito, quel discutere a mensa, quanto non vi riescirebbe prezioso se potessi dir tutto! Se vi dicessi che questo era il costume proprio, proprissimo della società degli Esseni, a quanto ne attestan Filone e Giuseppe; che dico? se vi narrassi come non dissimile procedesse il costume dei Zoaristi i quali per lo più, mentre a mensa sedevano, un testo togliean a interpretare della legge, e il sobrio pane mescevan col più soave dei condimenti, la scienza.[63] Ma di questo più diffusamente a suo luogo. Dovrò io citare dopo questi luminosissimi, esempi per avventura di men rilievo? Dovrò dire di due altri campioni che la pratica o la contemplativa vita tolgono a propugnare nel 4º di Kidusin? Difende la prima R. Meir quando l’obbligo inculca ai genitori d’insegnare al figliuolo un mestiere: propugna l’altra ivi stesso Ribbi Neorai quando dice: Ogni arte rigetto, ogni mestiere, e solo il figlio mio inizierò allo studio. E chi è Ribbi Neorai? singolare a dirsi. Vedeste R. Akiba, vedeste Ben Iohai, ambo Farisei non solo, ambo cabbalisti, farsi organi, farsi rappresentanti delle idee degli Esseni. Vedetene ora un terzo! Poche, forse non altre volte è di questo Dottore menzione tra i Rabbini, tranne questa ed altra fiata nella Misna di Abot. Ma quanto però e come significativamente nelle pagine del Zoar! Ove R. Neorai è uno dei più famosi anacoreti, anzi è quegli stesso che voi, non è molto, udiste rammemorare tra coloro che il Zoar ci narra abitare la solitudine, e solo nelle feste solenni alla città convenire. E quella fiata istessa che n’è parola in Abot, quanto non ha ella la fisonomia e il linguaggio di un Essena! Curioso a dirsi! Niuno, che io mi sappia, lo notò; eppure notabilissime suonano le sue parole. Chiede R. Neorai che muovasi esule lontano per istudiare la legge, e oh meraviglia! nel Zoar è egli stesso Ribbi Neorai che la gran sentenza profferiva che con questa torna a capello, cioè non altrove potersi con frutto meditare la legge se non nell’esilio, se non nella solitudine. È la menzogna, è il caso che ha create siffatte armonie? No, è la verità che solleva un lembo del suo velo, è l’armonia che, tolto l’ostacolo, prorompe sonora fra la Misna e il Zoar, fra tutte e due poi è la società degli Esseni in quella guisa che due stromenti accordati all’unisono, mandano l’un l’altro amica risposta.[64]

Dissi nella passata lezione come non solo le dottrine degli Esseni, ma gli uomini eziandio sono posti nel Talmud talvolta in contrasto; non solo la Pratica e la Contemplazione figurano una a fianco dell’altra, ma i Pratici eziandio, ma i Contemplativi vengono ad un tempo designati, e in bella e parlante antitesi presentatici quasi due ordini diversissimi. E dove? Tempo è che il veggiamo, che il veggiamo in Abot, ove il Bur è detto non potere essere Jèré het (che teme il peccato), nè l’ignorante poter farsi (Hasid). Ma che cosa è Bur? Chiedetelo a tutti gli interpreti, e tutti vi risponderanno concordi, vi diranno che Bur è colui non solo che di ogni scienza procede destituito, ma le attitudini e qualità eziandio non ha dell’uomo civile.—E che cosa si dice del Bur?—Che non sarà Ièré het, che è quanto dire che non sarà non solo negli studi felice, ma nemmeno uomo civile, uomo pratico, uomo socievole. Che cos’è il Am Aarez? Voi l’udiste, egli è l’idiota, egli è l’ignorante. E che cosa non sarà il Am Aarez? Non sarà, dice il Misnico testo, hasid, ch’è quanto dire non sarà uomo studioso, dotto, contemplativo, e ciò che più fa bella l’evidenza di questa chiosa, si è il nome hasid, nome che voi da lungo tempo udiste qual sinonimo di Essena, nome che quello precesse eziandio di Esseni, siccome gravi autori, e tra altri Scaligero, ce lo attestano, e nome infine che quale specialissima designazione di una setta viene ricordato nei Maccabei.[65] Vi par egli che io proceda nel ragionare stringato? Vi par piuttosto che troppo generosa conceda significazione all’appellativo di Ièré het. Vi par egli che non sia ancora troppo la sinonimia dimostrata, colla parte pratica del nostro Istituto? Or bene udite ancora, e continuate poi se vi dà l’animo, a dubitare. Udite pria in Sotà dove tra i mali che la Era, che la venuta precederanno del re Messia, due ceti, due ceti religiosi si ricordano che dal loro antico lustro miseramente decaderanno. E come si chiamano i due ceti? Si chiamano i primi Soferim, e ad essi si attribuisce la scienza che allora sarà invilita vehohmat soferim tisrah. Si chiamano i secondi Ièré het e si dice che allora saranno in obbrobrio. Non vi dice nulla questo nome di Soferim? Eppure i Soferim di Jah bez, i Nazirei chiamati dal Targum Soferim, il vederli procedere qui di conserva coi Ièré het, dovrebbero a creder mio farvi pensare. Ma voi chiedete più, e la verità non dice mai, basta. Havvi nella Misnà (per altri è Barraità) un frammento antico, preziosissimo che sotto il nome corre di R. Pinehas Ben Iair e che si chiama Barraita di R. Pinehas Ben Iair. Si può chiamare in verità la Scala dei santi. È una descrizione dei gradi per cui dalle più infime virtù si può raggiungere le più eccelse, le più trascendenti senza interruzione, senza salto, ma per una transizione naturale, facile, necessaria. Di tutti i gradi di santità ivi notati, che sono assai, due osserviamone tra i più cospicui, i quali sono il Hasidut e l’Irat het, la pietà eroica e il timore del peccato. Qual posto occupano nella scala dei santi, e quale l’una rispetto all’altra? Il loro posto è il massimo, e dopo il culmine della scala che è lo Spirito Santo, io trovo come gradi sottostanti, più alto il Hasidut, la pietà eroica, quindi più basso lo Irat het, il timor del peccato. Ma non solo massimi ambedue, ma ciò che troppo più monta pel caso nostro, sono contigui, l’Irat het timor del peccato precede, il Hasidut vi conduce, vi predispone. Hasidut n’è lo stadio successivo, la fase ultima, conducente, educante al Ruah acodesc, spirito santo. Che cosa si volle dunque per Irat het? Non certo quel timor del peccato, come ognuno intende, ch’è virtù di nome e di fatto puramente negativa, che consiste meglio nello scansare il male, che nello esercitare il bene. E perchè dico questo nostro Irat het virtù non volgare? Per molte ragioni che me lo persuadono. Me lo persuade in primo la sua contiguità al Hasidut, grado se altro fu mai eccellentissimo e che, come udiste, mena direttamente allo spirito santo, Ruah Acodesc. Me lo persuade poi eziandio non solo le virtù che conseguitano, ma le virtù ancora che lo precedono, ma i gradi eziandio inferiori, i quali tutti, troppo, come vedrete, sovrastano al volgare timore, perchè possano di quello meritamente considerarsi preparazione. Precede non solo il Farisato, lo stato dei Farisei, le virtù farisaiche, lo che già accenna, come intendete, a una parentela strettissima tra ambidue; ma il precede anche la anava, come udiste, l’umiltà, sublime se altra fu mai nella gerarchia teologica delle virtù e appo a cui il timor di Dio è chiamato altrove dai Dottori suo vile calzare, achob lesandelà; e il precede insieme anche la santità, siccome del timore del peccato essa pure avviamento e prodromo. Che cosa dunque vuol dir ciò? Vuol dire, se io non erro, che colle parole che teme il peccato intesero i Dottori uno stato morale che generato è pure dal Farisato, e che di gran lunga eccede tutte le virtù sottostanti, la purità, la umiltà, ed anche la santità, e che è affine, e ch’è contiguo, e ch’è conducente al Hasidut cioè a quello stato, a quel grado onde ebbe nome la società degli Esseni Contemplativi negli antichissimi tempi. O io erro, o fatti sono cotesti che altamente depongono in favor mio. Che sarà poi se il nome intenderete dell’autore della Barraità in discorso? Voi vedeste e vedrete costantemente i Dottori più insigni della scuola cabbalistica farsi nelle pagine del Talmud gli oratori, gli avvocati delle idee, delle massime dell’Essenato, vedeste Rabbi Simon Ben Iohai, contro a R. Ismael, Rabbi Akiba contro Ribbi Tryphon, Rabbi Neorai contro R. Meir, e Ben Iohai e Ribbi Akiba e R. Neorai al tempo stesso cabbalisti e rappresentanti e organi dei principi dell’Essenato. Vedetene adesso un altro nell’autor della Barraità. E chi è l’autore della Barraità? Voi l’udiste: è Rabbi Pinehas Ben Iair, non solo il suocero di R. Simon Ben Iohai, non solo veneratissimo nel Talmud, ma quel che più monta, celebratissimo nel Zoar, le cui parole, le cui dottrine sono ivi con venerazione registrate, e le parole e le dottrine sono esse pure della scuola teologico-mistica dei Cabbalisti. E tutto questo a caso? È a caso che di tratto in tratto sorgono nel Talmud due idee parallele, concomitanti, talvolta opposte, antitetiche, ed alle idee corrispondono dei pratici, dei contemplativi? È a caso che gli avvocati della contemplazione nel Talmud sono sempre quegli stessi che più vanno rinomati pel loro ascetismo? È a caso che tutti i loro nomi primeggian nel libro del Zoar? È a caso che niuno al contrario vi figuri dei loro avversari, non Ismael, non Tryphon, non Meir? Io credo che non è caso. Quel che non è certo a caso son le parole che seguono: e chi ne è l’autore? È lo stesso Pinehas Ben Iair. Dal giorno ei dice, che fu il tempio distrutto furono confusi i soci, i fratelli e i liberi e cuoprironsi il capo e decaddero I pratici. Chi sono i soci, i liberi, e chi sono i pratici? Io lo chiesi agli antichi interpreti e quale n’ebbi risposta? Per pratici l’idea vaga generalissima di religiosi; pei soci o pei liberi sensi che, o nulla significano, o se qualcosa significano, giovano non poco al mio assunto. Ma quanto bene nel nostro sistema! Soci (Haberim), sono i Soci i fratelli della società e della Essenica Frateria; i Pratici, sono i Pratici la frazione più urbana, più cittadinesca dell’Essenato. Ma chi sono i liberi. Benè-horin? Ah chi sono i liberi? Ve lo dica per me un’aurea indicazione da Filone serbataci; quando parlando della costituzione degli Esseni narra di quelli che di fresco introdotti nella società, consumavano il noviziato nel servire, nel ministrare ai provetti, ai maggiori.[66] E come dice Filone che si chiamavano dagli Esseni, cotesti? Si chiamavano Liberi, sì, si chiamavano Liberi volendo, siccome ei dice, con un nome contraddistinguerli, che ogni carattere servile escludesse dalla loro persona al quale non poco avrìa indotto a credere i riguardanti, l’officio veramente servile in cui ministravano. Ma liberi essi erano, Benè-horin, e dicevansi liberi comecchè umilmente ministrassero a mensa ai veri soci, ai veri fratelli.[67]

Voi vedeste già molte volte ed ora stesso aperta vi fu mostrata la esistenza di Pratici, di Contemplativi in seno ai Dottori. Non mi resta che chiamare la vostra attenzione sopra un altro fatto soltanto, ma cospicuo, ma rilevantissimo fatto; ove non solo questa duplice ramificazione riprodurrassi e più distinta e spiccata; non solo vedremo Esseni Pratici ed Esseni Contemplativi; ma ciò che a dismisura più monta, li vedremo parlare, agire e certi atti caratteristici eseguire che Filone ci narra, propri, particolari agli Esseni. Dissi un fatto perchè invero ambi s’identificano, si confondono, si unificano in un solo fatto, ma per ora sono due, l’uno fornitoci dagli Esseni è narrato da Filone, l’altro fornito dal Farisato è raccontato dalla Misnà. Qual’è il fatto da Filone narrato? È una festa ed una festa da ballo, ma di quelle ch’è capace di dare un Istituto religioso, un sodalizio quale era l’Essenico. Narrarvi per filo e per segno tutte le circostanze di questa festa da Filone descritta, troppo più a lungo ci menerebbe che nol consentan l’ora e le forze. Pure mestieri è che le cose più rilevanti vi sien conte. Festa era questa che celebravano i Terapeuti, in una delle solennità religiose che resta difficile determinare, ma che ogni analogia ci persuaderebbe essere i Tabernacoli. E dove si celebrava cotesta festa? Si celebrava, dice Filone, nell’aula del chiostro che lor serviva di Tempio. Colà si riuniva la numerosa famiglia dei Terapeuti, e indossata ognuno la bianchissima stola, sedeva ad una mensa, donne ed uomini separatamente da ambo i lati, dove tutti prendevano cibi parchissimi, d’onde carne e vino erano assolutamente banditi, ove ministravano quei Liberi di cui vi discorsi, ed ove i sacri ragionamenti allietavano ed istruivano i commensali. Soddisfatto il bisogno del corpo, ognuno levavasi. Il Presidente intonava un Inno alla gloria di Dio composto da esso o da qualcuno dei predecessori, e tutta la compagnia lo cantava con lui, quindi i giovani recavano in mezzo una tavola, per memoria di quella ch’era in Gerosolima nel vestibolo del Tempio; quindi i balli, e al ballo uniti e suoni e canti; e ballo e canto protraevasi insino a giorno. All’alba, tutti come un sol uomo volgevansi al sole nascente, e supplicato da Dio il buon giorno e la luce della verità, ognuno si ritirava nella sua cella ove riprendeva le usate occupazioni. Questa è la festa che narra Filone, e questo è il fatto che vuole essere adesso paragonato alla storia che di una gran festa ci han trasmesso i Rabbini. Qual’è questa festa? Ella è quella che si celebrava, dice la Misnà, (in Succà) nei vespri del primo giorno dei Tabernacoli, e che fama altissima lasciò di sè in tutta la Rabbinica Enciclopedia sotto il nome di Simhat bet Ascioaba e di cui il nostro Simhat Attora non è che pallida copia e debile reminiscenza. Dove si celebrava il Simhat bet Ascioaba? Si celebrava in quella parte del Tempio che si chiamava l’Atrio delle donne perchè alle donne era quello il limite assegnato, che non poteano valicare. In quell’atrio, dice la Misnà, stabilivasi grandissimo ordine, Ticun gadol. Che vuol dire quest’ordine, dice il Talmud? Vuol dire, risponde, che l’atrio stesso in due parti era diviso ove uomini e donne potuto avrebbero assistere alla festa separatamente. Ma quanto splendido non c’è descritto l’apparecchio! specialmente perciò che riguarda i candelabri, i doppieri, i lampadari infiniti che gettavano per ogni parte del Tempio, degli atrî e di tutta la montagna d’intorno, torrenti di luce. Vi basti dire, dice la Misnà, che non v’era casa, non cortile, comecchè distante dal Tempio in Gerosolima, che un raggio non ricevesse della sacra montagna che tutta pareva divampare in un mare di fuoco. Piacerebbevi egli, o miei giovani, che ove conceduto ne fosse l’accesso, quelle aule visitassimo e quegli atrî santissimi? Orsù, entriamo ed osserviamo. Che spettacolo è questo! Non solo la vastissima sala splende per miriadi di luci, non solo un dolce suono mandano i Leviti, oggi in gran completo dalla loro numerosa e svariatissima orchestra, non solo il caro idioma dei sacri libri risuona in bocca agli astanti nelle lodi, negli inni che celebrano all’Altissimo; ma che cos’è quest’agitazione che veggo: sogno io o son desto? È pure un ballo! Un ballo nella casa del Signore! Un ballo che al canto si marita, si marita al suono istesso dei sacri strumenti, dei sacri cantici, e che pare ad un culto rivolto, ad un oggetto pur esso santissimo! Tersicore negli atrî del severo Dio di Solima non avrei pensato io giammai. Eppure è così. E chi sono i danzanti? giovani forse? adolescenti? pensate! Altro che giovani! Ravvisateli bene, sono venerabili aspetti, sono canuti, sono Dottori, sono le stelle più fulgide del Farisato, ogni altro eccettuato, dice Maimonide, sono essi soltanto, essi soli; sono, diciamolo una volta colle parole testuali della Misnà, sono due ordini di Dottori, i Hasidim e i Pratici, sono essi i quali, in uno slancio di gioja celeste, in un’estasi di mistico amore, intrecciano dotte e mistiche danze, raffigurando nelle armoniche cadenze quello che gli antichi tutti vollero raffigurato nelle danze religiose, vuoi l’armonie delle sfere, vuoi l’armonia più segreta dell’animo umano e delle sue facoltà, vuoi insomma qualche altro consimile intendimento, che lungo sarebbe voler constatare. Sì, sono essi, sono i Hasidim, i Contemplativi e gli Anscè Maasè, alla lettera i Pratici, i quali santificavano, riabilitavano nel culto del vero Dio le danze che narrava il Paganesimo dei Dattili, dei Telchini, dei Coribanti, delle Baccanti. Non sappiamo noi da Luciano egual costume appresso ai Greci? Non è il più bel premio di una mente culta e religiosa quello di potere riposare in una uniformità ammirabile tra il mondo Ebraico e il fiore del Paganesimo? Non abbiamo bisogno in mezzo a tante discrepanze, a tanti antagonismi, un po’ di armonia, un po’ di pace tra Ebraismo e Paganesimo che valgano a costatare che ogni filo non era spezzato tra l’uno e l’altro? Oh! come è bello, per tanto, udire Luciano a descriverci le paganiche danze! «La danza di Bacco (ei dice) specialmente nella Jonia e nel Ponto è esercitatissima; e vi ballano persone nobilissime e i principali della città, che lungi d’averne punto rossore, si compiacciono meglio di questo esercizio, che della nobiltà degli uffici e della dignità dei maggiori.» (ed. Capol., vol 3, 206) Non par egli udire l’apologia di David che danza innanzi l’arca, e i Dottori che lo imitano nella festa della Scioaba?[68] Sublime invero, santo Coribante R. Simon Ben Gambliel, il quale, dice il Talmud, quando tripudiava nel tripudio della Scioaba, otto faci teneva in mano e l’una e l’altra successivamente scagliava in aria e tutte in cadenza regolarmente riafferrava, senza che niuno dei moti complicatissimi fallisse il segno. Ma non solo io li veggo con ordinate movenze menare un ballo, ma parole io odo e canti dal labbro loro sgorgare. Che parole son coteste? Porgete l’orecchio e l’eco lontano ne addurrà la Misnà—Dicono i Contemplativi, dicono i Pratici che incanutiti eran nella fede, nello studio—o felice gioventù, che la vecchiezza nostra non fai arrossire! Ma altri pure altra lode proferiscono, e lode diversa—Che lode è questa? Felice vecchiezza, che il fallo emendasti di gioventù.

È questa la festa, e questo il ballo, e queste sono le parole della Scioabà. Qui separate le donne,—qui il tempio convertito in sala da ballo,—qui musica, qui canto, qui ballo e qui infine cantanti e danzanti; chi? I Hasidim e Anscè Maasè, cioè quei due ordini che abbiamo superiormente veduto per altri fatti moltissimi corrispondere al doppio essenico ordine di Pratici e Contemplativi, che da Filone nella succitata descrizione della festa ci vengono nella stessa attitudine raffigurati, nello stesso luogo, allo stesso oggetto, nell’atto istesso di cantare e ballare. Ma quando avviene questa festa? Avviene di notte, avviene durante una festa religiosa, e di notte e durante una festa religiosa quella avveniva da Filone descritta. E quanto dura la festa? Tutta la notte, dice Filone, sino all’alba spuntata; e tutta la notte risponde per la sua, la Misnà; e ne fa fede—non vaga lontana tradizione, ma uno degli assistenti, uno dei santi danzatori, quell’eccellentissimo Dottore che i colleghi soprannominavano grecamente lo Scolastico scolastica deoraità: io vo dire R. Ieosciua Ben Hanania il quale nel Talmud si esprime così: Dice Ribbi Ieosciuah Ben Hanania quando gioivamo nella festa della Scioaba (che sublime mestizia in queste parole. Il tempio non era più!) non vedevamo (traduco a verbo), non vedevamo sonno cogli occhi nostri: e come? La prima ora del giorno pel sacrifizio cotidiano, di là all’orazione mattutina, di là al sacrifizio addizionale, di là all’orazione dei Musafim, di là alle accademie, di là alla mensa festiva, di là ai vespri, di là al sacrifizio vespertino, e di là sino al mattino seguente nei tripudi della Scioabà. Ed anche in questo, voi lo vedete, la festa di Alessandria e quella di Solima procedean conformi. Che facean poi al mattino? Per quei di Alessandria così dice Filone: All’alba tutti volgonsi verso il sole nascente, e pregano Dio che conceda loro una buona giornata e la luce della sua verità. Così gli Alessandrini. Che cosa facean in Solima? La Misnà ce ne ha serbata fedelissima memoria. Al canto del gallo, ella dice, il corno mandava un triplice suono,[69] e così suonando e strepitando, procedeva la comitiva muovendo verso la porta che guarda ad Oriente. Giunti che erano alla porta che guarda ad Oriente, volgeansi tutti da Oriente a Occidente; e così diceano: I padri nostri che vissero in questo luogo volgeano, come dice Ezechiele, il tergo alla casa del Signore e la faccia loro indirizzavano ad Oriente, all’astro del giorno: ma Noi a Jah sono rivolti i nostri occhi; e ripetevan dicendo: Noi a Jah, ed a Jah i nostri occhi.

Che cosa vedete qui? Tutto procedere appunto come tra i Terapeuti procedeva; tranne una cosa, la parte a cui si volgeano. Gli Ebrei, i Dottori, gli Esseni di Palestina, memori della profanazione che i loro proavi fatto avevan del tempio del Signore, l’idolatrico culto introducendovi delle stelle del cielo, memori dell’attitudine che prendevano nell’adorazione del maggiore astro, che Ezechiele descrive e rinfaccia; giunti ch’erano al punto in cui dovevan pregare, prendevano la contraria positura e il tergo volgeano al sole nascente e gli occhi miravano e la persona al Santo dei Santi che la parte più occidentale occupava del santuario. Pegli Ebrei invece, pei Terapeuti Alessandrini avveniva il contrario. Fosse che a guisa di tutti quelli che vivono fuori di Terra Santa, a guisa nostra anch’oggi, si volgessero nel pregare ad Oriente, fosse che inesatta giungesse loro contezza del modo di pregare della Metropoli, fosse eziandio che il lungo soggiorno dello Egitto, la lunga conversazione cogli infedeli, la diuturna separazione dal cuor della fede, facesse prendere al loro culto una tinta d’Idolatria, siccome l’eco ne perdurava e perdura in scrittori gravissimi che l’adorazione del Sole gli attribuiscono; fatto è, che in questo sol punto tra il culto Essenico di Palestina e quello dei Terapeuti d’Egitto tu ravvisi un’antitesi. Del resto, la somiglianza non potrebbe più esser perfetta, e sopratutto non potrebbe più che in questa festa spiccare il doppio ordine di Pratici e Contemplativi che fu mio officio sinora mostrarvi nella storia, nella discussione, negli atti, nel culto, com’ora vedeste degli antichi Dottori.—E quindi sempre più splendida sorgerà quella conclusione che viene dimostrata perpetuamente dalla nostra esposizione; la identità dell’Istituto degli Esseni colla parte più dotta e più santa del Farisato.

LEZIONE DECIMAQUARTA.

Noi dobbiamo oggi proseguire nello studio delle esseniche istituzioni per passare quindi alle dottrine e quindi al culto. Si parli dunque delle Istituzioni, e per procedere con quell’ordine che più io stimo acconcio, cominceremo da onde appunto cominciava l’Essena nell’atto di votarsi alla società, ch’è quanto dire cominceremo dal Noviziato. Ebbero eglino, gli Esseni, un noviziato? Imposero eglino ai nuovi venuti, un tirocinio speciale, una propedeutica religiosa prima di largir loro il nome e le prerogative di socio e fratello? Ebbero eglino un noviziato a guisa di pressochè tutti i religiosi istituti antichi e moderni, a guisa segnatamente del Pitagorico istituto, col quale tanto amava di raffrontarli il nostro Giuseppe? Sì, rispondono le più autorevoli testimonianze, le quali non solo di questo noviziato attestano la esistenza, ma la durata ancora ne ricordano, la divisione, le prove a cui sopponevansi, lo scopo a cui si mirava. Il noviziato durava tre anni, ma questo periodo di anni tre si distingueva in due parti, o per dir meglio abbracciava due gradi che successivamente percorreva lo iniziato. Durava il primo un anno intero, e in quell’anno le virtù che più si volevano splendidamente provate, erano continenza e temperanza, nè per luminosa che ne emergesse la prova, poteva dirsi ancora assolutamente qualificato fratello. La più intima comunanza che conoscessero gli Esseni, la tavola comune, il refettorio, non si asseguiva che dopo altri due anni dl tirocinio più severo. Pria di sedere al fianco a’ fratelli nei sacri agapi intorno al desco venerato, due altri anni dovevano ancora trascorrere dove, come pare probabile, nulla di sè lasciar doveva desiderare il nuovo fratello. A capo di due anni diveniva Essena compito. Noi abbiamo di sopra toccato del noviziato religioso nelle antiche consorterie, noi abbiamo detto come da quelli non differisse il nostro Istituto. Che dico? Noi potevamo farvi toccare con mano non solo i rapporti che da questo lato lo avvicinano ai Pitagorici, ma ad altri infiniti istituti accennare, antichi e moderni. Potevamo dire della iniziazione sacerdotale dello Egitto, del Noviziato tuttavia superstite nel sacerdozio Braminico, ove una rigida preparazione si esige da coloro tra i Brami, che all’amministrazione voglion dedicarsi del sacro culto, e sopratutto avrei potuto additarvi nelle società religiose derivate dal Cristianesimo una immagine fedelissima di quello che tanto tempo innanzi praticavano i nostri Esseni. Ma questi riscontri, comecchè non destituiti di alta e feconda significanza forse più chè non credesi, debbono ad altri cedere il campo che di gran lunga sovrastano e che compiono quanto abbiamo a dire intorno l’essenico noviziato. Io spero che non l’avrete dimenticato. Fu e sarà nostro officio, ad ogni passo che muoviamo nella esposizione della scuola, trarre dalle viscere del subbietto, sempre nuove, sempre maggiori conferme, a quel fatto rilevantissimo che resulta a parer mio dalla più scrupolosa disamina dello Essenato, la identità dell’Essenato medesimo colla parte più dotta e più squisita dei Farisei. Voi lo ricordate; il metodo da noi prescelto a provare siffatta identità fu, se non isbaglio, il più rigoroso. Chiedere al Farisato tutto che di proprio, di organico si trova nell’Essenato, e ove nulla si trovi nel secondo che il primo non contenga, chiarire vera e fondata la propugnata identità. Il noviziato sarà egli occasione di conferma o di dubbio? si trova egli tra i Farisei come la storia ce lo addita in seno agli Esseni? Se non il chiedessimo che alla Bibbia, la Bibbia ce ne offrirebbe un esempio, un tipo parlante nel sacerdozio. Il sacerdozio aveva un noviziato, e se questo noviziato anzichè tre durava invece cinque anni, non cessava per questo di essere vero e proprio noviziato. E d’onde questo noviziato resulta nei libri sacri? Implicitamente dal testo; esplicitamente poi dalla tradizione. Ella è nel testo una di quelle contradizioni che non tollerano conciliazione se non mercè il dettato della tradizione. Sono due testi che sembrano escludersi a vicenda. Per l’uno il sacerdote ministra nei sacri offici all’età di venticinque anni, per l’altro solo ai trenta adempie agli offici del sacerdozio. Che cosa sono questi cinque anni di differenza? Sono, dice la tradizione, il periodo di noviziato. Ma noi dobbiamo chiederlo altresì ai dottori, dobbiamo cogliere nei loro usi, nei loro dettati l’essenico noviziato almeno in germe. Saremo noi tanto felici di rinvenirlo? Io spero che voi non esigerete una perfetta e circostanziata identità. Comprenderete benissimo come una frase, un cenno sia d’immenso rilievo quando si tratta, come in questo caso, di due scuole che non fu mai usato di confrontare, di cui niuno sospettò o almeno asserì non solo la identità ma nemmeno la somiglianza. Ora, io oso dire che questo cenno esiste, ed esiste nel Talmud di Hollin, ove togliendo a ragionare del tempo in cui il discente può veder dei suoi studj profitto alcuno, altri fondandosi sul noviziato sacerdotale, questo tempo pongono dopo anni cinque; altri in più brevi termini restringendolo lo limitano a soli tre; e tre erano, come udiste, gli anni di noviziato prescritti al nuovo Essena.

Ma questi anni vedeste in due periodi partirsi; ed il secondo che dicemmo più lungo, nuova prova e solenne preparazione al cibo comune, al refettorio. Che cosa significa questa speciale importanza alla tavola conceduta? Solo allora la comprenderete quando lo spirito della antichità e lo spirito dei rabbini vi sarà familiare; quando li udirete proclamare la tavola, imagine, ricordo, rappresentanza dello altare di Dio; quando la mensa santificata dalla legge divina li udirete parificare alla mensa dello Eterno, e i commensali qualificare commensali di Dio; quando vedrete queste idee a maggior altezza poggiare per opera e nel sistema dei cabbalisti successori legittimi, a parer mio, dell’antico Essenato. I quali parecchi usi e procedimenti ebbero a mensa che poi vedremo radicarsi negli antichissimi istituti dell’Essenato, e più solenne appalesare fra essi quella identità che è perpetuo subbietto del nostro argomentare. Intenderete allora come supremo onore e grado supremo d’iniziazione fosse tra essi la commensazione in comune, e come niuna prova per essi si trascurasse onde riconoscere se degno fosse l’ospite nuovo di questo onore. Il volevano sapere perchè delle idee partecipavano gli Esseni e dei costumi dei Farisei; perchè i talmudisti, i farisei primo studio ponevano, quando trattavasi di banchettare, nel sapere chi avrebbe a fianco loro seduto a mensa, perchè questa indagine solevano fare immancabile coloro che i talmud designano col nome di Nekiè adaat sce-biruscialaim gli animi delicati di Gerusalemme; perchè i farisei avarissimi erano della loro persona, quando si trattava di porsi a tavola con chi castigatissimi non avesse i costumi e l’animo culto; perchè carattere precipuo si predica nel fariseo, il non prodigarsi in conviti plebei; perchè il farisato irrideva con appellazioni derisorie a quei degeneri dottori che ponevano cattedra nei Prandj e aringo prediletto agognavano le laute imbandigioni perchè li chiama in suon di scherno scaldaforni e leccapignatte.[70]

Nè questi titoli avriano certo convenuto agli austeri membri dell’Essenato. Ma provatane, come dissi, la continenza, trovato degno di sedere alla mensa fraterna, nel novero senza più era introdotto dei fratelli e dei socj. Allora un bel nome lo attendeva ed oh quanto da quelli testè citato diverso! Lo attendeva il nome, il titolo di libero; e perchè? Perchè libero solo allora estimavasi l’uomo che i vincoli più forti avea se non rotti, allentati, che alla terra lo avvincevano; perchè libero si diceva, come disse Platone, eziandio quello soltanto che alla legge subordinava il volere; e forse come altra volta accennai, libero altresì si diceva perchè gli uffici umilissimi in cui i giovani ministravano un carattere a torto lor non annettessero di mercenari o di schiavi. Ma quanto non consuonano coteste idee colle idee dei farisei! La libertà vera riposta nell’affrancamento dello spirito da ogni maniera mondanità, è teoria se altra fu mai farisaica per eccellenza; liberi Benè korim udiste chiamati dai Dottori nel Talmud (Sotà) coloro che a fianco essendo posti dei Kaberim, a ragione, come dissi altra volta, ci rappresentano i giovani Esseni, i neofiti della setta, coloro che Filone espressamente insegna liberi dagli Esseni appellarsi, liberi di quella libertà che i dottori dissero discesa, scolpita sulle tavole della legge; duplice libertà per cui l’uomo e lo spirito si affranca dal giogo di morte, ed il corpo si sottrae alla signoria dei Potenti del Mondo harut mimmalach amavet umiscibud malkijot. Libertà che gli Esseni conseguivano e colla perfezione dello spirito e colla fuga e coll’abbandono del mondo, libertà di cui i dottori favellarono quando dissero che chiunque si toglie il giogo della legge di Dio si affranca al tempo stesso di ogni giogo terreno, delle terrene dominazioni che nulla ponno oggimai su quello che nulla più chiede alla terra, e tra gli uomini vive come se non vivesse; giogo sociale che dissero hol derek erez, in cui i bisogni e la servitù si compendia, che la società impone ai membri suoi e dai quali l’Essena solo poteva dirsi affrancato, e quindi dello Essena soltanto deggiono aver inteso i dottori quando quello dissero andare immune da ogni peso, da ogni legame sociale, ol dereh erez, il quale sobbarcato si sia al giogo della legge di Dio, ch’è quanto dire, siccome io intendo, che abbia, siccome l’Essena faceva, tutto l’esser suo consacrato ad una vita di ritiro, d’abnegazione, di abbandono. Che il sottrarsi ad ogni giogo sociale a niun altro può si bene attagliarsi come all’Essena che fugge il mondo nel silenzio e nella pace del sacro chiostro. Oh quanto bene ancora non si addice al carattere alla storia dell’Essenato quella virile indipendenza da ogni umana podestà, ol malhut! Oh! quanto acconcie non soccorrono all’uopo le parole di Giuseppe lo storico, quando degli Esseni favellando, non rifinisce di esaltare la fortezza dell’animo, la imperturbabile resistenza che seppero ognor contrapporre alle sevizie, alle persecuzioni, ai martirj di Roma imperante! E queste stesse laudazioni di Giuseppe non sono elleno la miglior conferma di quella identità d’Esseni e Farisei ch’è perpetua dimostrazione di queste conferenze? E chi altro se non i Farisei saranno questi audaci sfidatori della romana tirannia? Chi se non quelli che gli annali empierono del giudaismo della eroica loro resistenza, delle lotte incessanti, dei trionfi, dei supplizi più ammirandi delle stesse vittorie, delle morti cento volte più invidiabili della vita più prosperosa? Chi se non i Farisei, chi se non gli stoici di Palestina con cui ama tanto di compararli Giuseppe lo storico, e con cui tanti e sì profondi ci offrono punti di attinenza non meno di questo rilevantissimi, voglio dire il durare impavidi di fronte al fantasma terribile, implacabile, della romana tirannide? E chi tra i Farisei medesimi meglio in sè riproduce la bellissima caratteristica; chi più altiero levossi sulla mala signoria; chi profferiva più terribile sentenza sui vizi del governo imperiale; chi meglio resisteva al prestigio, al bagliore di quella ipocrita civiltà, se non quella parte di Farisei con cui, a parer mio, più specialmente, più intimamente s’identifica il nostro Essenato, ch’è quanto dire la parte teologica, mistica, ascetica del dottorato ebraico? Singolare a dirsi! Il Talmud ci ha conservato un frammento prezioso in cui il carattere e le opinioni politiche si dipingono di tre tra i più grandi dottori in Israele; in cui tu puoi vedere di ognuno il vario sentenziare su quell’impero, che teneva allora il mondo sotto i suoi piedi; in cui ognuno rivela le proprie impressioni tali quali internamente esperimentavali a quello spettacolo di grandezza, di forza, di ricchezza, di lusso, di sapere governativo, di polizia cittadinesca! E chi sono i grandi interlocutori? Sono Rabbi Jeudà soprannominato lo eloquente o meglio il primo tra i parlatori, Ros amedabberim; è l’altro Rabbi Iosè; ed il terzo è R. Simon Ben Iokai. Favellavano essi dell’impero romano, delle sue leggi, dei suoi usi, della sua civiltà. Sorge R. Jeudà ed esclama: Oh quanto sono belle le opere di questo popolo! Quanto senno nel governare i sudditi! Quanta cura del loro ben essere! Qui aprono strade che la città in se stessa e le città le une alle altre e tutto l’impero congiungano fra le sue parti; qui a valicare fiumi erigono ponti; qui di ogni maniera comodità arricchiscono il paese, e bagni e teatri e passeggi aprendo a ristoro, a vaghezza, a diporto degli abitanti. Il cuore di R. Jeudà era ebreo; chi ne dubita? Ma la mente sua non poteva non ossequiare quel prodigio di arte, di grandezza che l’impero ostentava agli occhi dei popoli vinti. Alla generosa apologia tace R. Iosè, ma Simone favella, anzi Simone rugge, Simone tuona e come terribilmente! Sì; elevano costoro ponti ma per preporvi commissari all’esazione dei pedaggi! Sì; aprirono strade, ma per gettarsi come torrenti sul mondo intiero. Sì; schiusero vie, ma per alloggiarvi i loro agenti, i loro proconsoli, le loro meretrici. Sì; aprirono bagni, teatri, passeggi, ma per snervarvi i popoli colle blandizie, e per conchiudere colle parole del testo, tutto che fecero, a pro di sè operarono. Ma Roma era tutta in orecchi, e in ogni angolo, in ogni città, in ogni ritrovo protendeva la rete del suo spionaggio.—Insieme ai tre dottori eravi un quarto, e questo quarto era Ebreo, e questo quarto era il delatore di Roma. Roma seppe poco stante ogni cosa, seppe la lode, il silenzio, la invettiva, e Roma di li a breve sentenziò: Giuda che esaltò sia esaltato, Jeudá sceillá itallé; Iosè che tacque, tragga in esilio, ighlé lezzipori; Simone che sparlò, perda la vita. Narrarvi le cose che seguirono, la fuga di Simone, la caverna, gli studi e probabilmente la coordinazione delle sue dottrine; non è di questa conferenza l’officio. Ma che animo, che mente, che cuore, che indipendenza di spirito! E che riscontro mirabilissimo colla nota caratteristica che Giuseppe attribuisce agli Esseni! L’indipendenza di Simone lo condusse se non al supplizio estremo, a vita peggiore che morte per tutt’altri che lui; ma qual conforto! Nella sua solitudine ei poteva dire a sè stesso: quando i secoli avranno delle cose presenti abolita ogni traccia, Roma non sarà più; ed uno dei miei più tardi discepoli narrerà ai fratelli ammirati le mie prove, i miei dolori, il mio coraggio, la mia gloria. Questo discepolo non oso dire chi sia, ma questi fratelli siamo noi, siete voi stessi.[71]

LEZIONE DECIMAQUINTA.

Noi abbiam detto nella passata lezione, come il noviziato degli Esseni constasse di due parti o periodi che dir vogliamo, e come secondo fosse quello che preceder soleva l’ammissione al refettorio. Noi abbiamo così conosciuto la durata, la gradazione del noviziato; ne abbiamo, a così dire, veduta sinora la parte esteriore. Mestieri è che meglio in esso ci addentriamo a scuoprirne la verace natura; mestieri che il valore, la guarentigia morale ne sindachiamo; mestieri che al fatto più cospicuo assistiamo che la intima essenza costituiva del noviziato. Qual’è questo fatto, qual’è l’atto più solenne a cui il nuovo Essena era chiamato a adempiere? Egli era in una parola, un giuramento. Non so se io vada errato, ma il giuramento per se stesso, la sua formula avventurosamente conservataci per intero, le parti tutte di cui è composto, la precisa e minuta descrizione di tutti gli obblighi che il Neofita si assume, la viva dipintura che vi si asconde della vita e del genio dell’Essenato, il suo carattere insomma, di sommario, di catechismo, di compendio di tutte le esseniche istituzioni ne fanno, se io non erro, un documento unico nel suo genere e di una tale significanza che vano sarebbe il disconoscere. Potremo noi a tanto trovato rimanerci indifferenti? Potremo non istudiarne a parte a parte gli articoli di cui è composto? Potremo noi non rimirare quasi in vivo speglio la società degli Esseni nell’atto più espressivo e più compendioso della vita sociale, e come a dire nel suo credo, nel suo atto di fede, nel suo programma? Ecco perchè ho meco stesso deliberato, a costo ancora di mandare più che non volessi per le lunghe il nostro corso, esaminare partitamente il giuramento in discorso; ecco perchè senza por tempo in mezzo mi accingo a dirittura al lavoro. Ma prima siamo con noi medesimi conseguenti. Noi vogliamo, non è egli vero, gli Esseni per nulla diversi, anzi identici assolutamente a quel farisato in cui si contengono come parte nel tutto? Ora se questa identità non è menzognera, non solo i Farisei avranno pure essi un noviziato, e ciò vi fu (cred’io) abbastanza dimostrato, ma avranno ancora, lo che più monta, l’equivalente della essenica iniziazione; avranno un atto per cui noverati venivano nel bel numero, per cui al patto sociale, ai suoi doveri, ai suoi dettati promettevano leale osservanza. Eravi nulla di questo in seno al farisato? Se vi era! Basta gettare ancorchè superficiale uno sguardo sulle pagine talmudiche per convincersene immantinente. Basta aver udito a parlare dei Dibrè habrut, e della iniziazione a questa consorteria chiamata cabalat dibrè habrut, l’assunzione, l’accettazione dei doveri sociali. È vero che la memoria che ne serbò il Talmud va quasi sempre improntata di quel carattere pratico, esecutivo, rituale, ch’è genio specifico di quasi tutto il Talmud; è vero che non conosciamo siffatta consorteria che dal lato suo positivo cerimoniale; è vero che la parte organica, ideale, dottrinale di questo habrut, è rimasta nel Talmud ricoperta da densissimo velo; ma quante d’altra parte non ci offre col nostro Essenato parlantissime analogie! Basti accennarvene le più cospicue, intorno alle quali mi abbisognerebbe dettare un trattato per esaurir tutta quanta la vastissima materia. Vi basti in primo luogo che le più ovvie resultanze delle memorie talmudiche altamente ci attestano come nel mentre che cotesti haberim o soci si radicavano profondamente in seno ai Farisei, e da essi, vita, dottrine, soci, indirizzo e tutto accogliessero onninamente, cionnonostante del farisato medesimo formassero quasi elettissima schiera, ed a certi doveri e pratiche gissero sottoposti a cui sottoposti non erano il comune dei Farisei. Testimone quel rilevantissimo passo della Misnà ove a chiare note si distingue il semplice Fariseo, il semplice Talmid haham, da quello che ivi stesso si noma Haber; e le norme ivi stesso si dettano e le regole che dovranno all’ammissione presiedere dello stesso Talmid haham, prova se altra fu mai irrecusabile, a parer mio, come a senso della Misnà Talmid-Haham e Haber non sono sinonimi; ma il primo di semplice Fariseo alla più elevata condizione può trapassare di Haber, e come io intendo di Essena di Terapeuta. Curiosissima indagine sarebbe, tutte le parti della rabbinica enciclopedia perscrutare ove dei Haberim è menzione, ove questa società innominata, indeterminata, ha lasciato di sè traccie sensibili. Vedreste in primo affaticarsi i tardi comentatori come il Maimonide a giustificare l’appellazione di Haber ai Farisei conceduta, e ragioni così esigue, sì aeree allegare che dopo il pasto hai più fame che pria. Siccome quella V. G. che il Maimodine proponeva non per altro, dicendo, chiamarsi i dottori Haberim o soci se non per che fida e durevol società è la loro, quasichè non resultasse da tutto il Talmud lo speciale e superlativo indirizzo dei Haberim; e quasi infine generale denominazione fosse cotesta dei Farisei, e non piuttosto ad una parte di essi peculiarissima, siccome ho abbastanza, se non erro, provato. Vedreste poi la memoria dei Haberim tornar frequente e rinomata nelle pagine del Talmud, li vedreste nel trattato Niddà, comechè fosse da lungo tempo il sacrifizio abolito, nelle antiche lustrali aspersioni perseverare colle ceneri della vacca rossa. I Haberim, dice il Talmud, tuttora aspergono di acque lustrali in Galilea. Vedreste dottori contraddistinguersi con questi nomi e intitolarsi come dai Haberim Zeirà demin Habrajà. Vedreste in altri luoghi i dottori dirsi in generale Haberim, non perchè tutti lo fossero attualmente, ma perchè tutti erano capaci di divenirlo. «Haberim Machscibim elu Talmidim scemachscibim zè lazè baalakà» Vedresti nel trattato Sciabuot, cap. 4, i dottori l’un l’altro scrivendosi, col noto nome appellarsi di Haber e con quello diverso sì, ma equivalente, di Amit. Vedreste due fatti che più davvicino ci accostano alla consorteria degli Esseni: in primo luogo nel Talmud quelle larve, quei fantasmi che in sembianza umana era dato di suscitare apertamente dirsi fattura dei Haberim, lo che a dirittura ne mena il pensiero al carattere ascetico taumaturgico del nostro istituto. Vedreste poi non più nel Talmud, ma lo che è più, lo che è tutto nella nostra disquisizione, vedreste nel Zoar, che è quanto dire nell’Emporio del cabbalismo, un fatto semplicissimo ma d’una immensa rilevanza a parer mio, ed è questo: che la sola, la comune, la indistinta denominazione che tutti recano i dottori cabbalisti, quella e non altra si è di Haberim, o come in dialetto arameo ivi costantemente si legge, Habrajà.

Io non so se mi faccio illusione, ma più che non fôra mestieri parmi aver argomenti accumulato a provare l’esistenza di un legame, di un vincolo sociale in seno al farisato. Lo prova il carattere e il nome tanto significantemente ripetuto di Haber, lo prova di più l’atto di ammissione di iniziazione, che i libri rabbinici chiamano, come vi dissi, cabbalat dibrè Habrut e di cui le norme, le forme tutte sono prescritte nella Misnà e nel Talmud.

Abbiamo perciò esaurito quanto di più concludente ci offrono gli antichi rabbinici monumenti? Oso dire che rispetto alle cose che intenderete, poco parrarvi l’udito sin ora. Io vi dissi, e non è molto, che sino quasi ai nostri tempi non si credeva in generale che le opere rabbiniche dei primi secoli dell’Era volgare niuna traccia contenessero di Esseni e di Essenato. Oggi però si comincia a sospettare il contrario e non poco studio si rivolge a quante vestigia per avventura ne conservano i libri talmudici. Io credo aver posto la mano su tale memoria che mentre attesta come vedrete la identità degli Esseni e dei Haberim, ci fa udire forse per la prima volta sul labbro ai dottori vivo e parlante il nome di Essena, ed in circostanze e ad uno intendimento siffatto che il valore ne accrescono a mille doppi. Giudicatene voi stessi. Narra il Talmud gerosolimitano come un Assià (alla lettera medico o terapeuta) chiedesse ad un dottore la comunicazione del nome di Dio, come questi lo interrogasse se mai avvenuto gli fosse di profittare degli averi altrui, come a ciò replicasse l’Asseo dicendo essere uso cibarsi della decima che si prelevava sulle derrate, e come infine concludesse il dottore dicendo: non potersi comunicare il santo nome di Dio a chi riceva d’altri qualsiasi cosa in dono. Quanti dubbi, quante domande non provoca il frammento citato! Chi è questo medico o Terapeuta così voglioso di conoscere addentro i nomi di Dio quasi fossero aforismi ipocratici? Che è questo inaudito cibarsi della decima in chi non appartiene alla tribù di Levi? Che cosa significa questa condizione posta alla desiderata comunicazione—il nulla ricevere in dono? Ma quanto bene, se si accettano le nostre premesse! Avremmo allora nell’Assià del Talmud il vero e proprio nome dei nostri Esseni; nella sua domanda, una domanda che nulla più confacente ad uomini che studiavano le arcane cose contenute nella legge di Dio, e sopratutto i nomi divini, i nomi degli angioli che apertamente impromettono di gelosamente custodire nel loro giuramento d’amissione, e tanto più a costoro conveniente s’egli è vero ciò che noi reputiamo verissimo, che non altro fossero gli Esseni che gli antenati dei cabbalisti ai quali mirabilmente si acconciano siffatte speculazioni. Ma che cosa, direte, è la decima di cui si cibano? Ovvio lo intenderla purchè vi piaccia con me convenire che non altro sono gli Esseni, non altro quindi il nostro Assè o Assià del Talmud, che i Haberim o soci talmudici, gli uomini delle raffinate purità. Perciocchè di questi si legge nello stesso Talmud di Gerosolima (Sota cap. 9) che della decima si cibavano al pari dei poveri e dei leviti.

Non solo: ma il nome di Haberim soci è dato dallo stesso Talmud (Nedarim VI) a quei Harasc e Masgher (alla lettera falegnami e fabbriferrai) che si narra nei Re essere stati trasferiti in numero di mille per ordine del vincitore da Gerusalemme a Babilonia. E finalmente un visitatore d’infermi, anzi un loro assistente, era detto nel Medrasc (Berescit Rabbà sez. XIII) appartenente al ceto dei Haberim; senza dire di altri luoghi moltissimi in cui tal nome ritorna; segnatamente nel Talmud già citato (Ghittim Iº) ove i Haberim o soci si fanno interpreti delle dottrine di R. Jeosciuah Ben Levi, uno dei dottori i più manifestamente cabbalisti di tutto il Talmud.

Io dissi non ha guari come il carattere di questa iniziazione talmudica partecipi in grado eminente del carattere generale del Talmud, che mira unicamente ad un complesso di osservanze più minute, più rigorose, alla costituzione di una frateria vivente con regole più severe di purità religiosa; dissi in fine che la iniziazione onde è discorso non si mostra nei libri talmudici, che dal lato suo rituale e positivo, per la semplicissima ragione che il lato rituale e positivo è quello che universalmente primeggia nelle pagine talmudiche. Quindi è, che solo brevi fugacissimi lampi ci è dato vedere per entro al Talmud della interiorità, del midollo del lato ideale dottrinale dogmatico, dell’istituto medesimo e sotto l’opaco velo talvolta adombrato dell’essoterismo dei riti. Egli è per questo che dovremo credere null’altro esser i Haberim del Talmud che uomini più gelosi degli altri del governo del corpo, dei reciproci contatti, del lecito e dell’illecito? Io credo che la conclusione sarebbe assurda in principio ed assurda in fatto, e come oggi si dice a priori ed a posteriori. Perchè dico assurda in principio? Perchè egli è contro ogni sana induzione il supporre un’organizzazione, vuoi sociale, vuoi religiosa, un complesso di pratiche, una regola di azioni senza alcuni grandi principî che siano di quell’organismo la vita, l’anima, il pensiero, il genio supremo; perchè non appena mi vien fatto di udire il verbo dell’uomo, di assistere all’esercizio ragionevole dei membri suoi, di udirlo parlare, muoversi, agire, io sono senz’altro e per questo solo criterio fondatissimamente autorizzato a supporre in lui comechè invisibile, un principio ragionevole che le azioni ne governi, un complesso di idee di pensieri che sieno come le molle dell’azione che mi si spiega dinnanzi, in una parola l’anima di quel corpo. Ho detto che sarebbe anche un errore di fatto. Perchè s’egli è vero, come ho già detto, che l’elemento dottrinale del talmudico Haberut sia in gran parte invisibile, non è sì che altri monumenti, altri attestati, altre sorgenti non soccorrano all’uopo; non suppliscano a quanto ha di manchevole la storia talmudica del haberut; non completino di esso la verace fisonomia e quella non restituiscangli che nei libri talmudici fu unicamente abbozzata. E dove si trova questo? Lo si trova ove deve naturalmente, ove non potrebbe a meno di trovarsi: nel libro del Zoar: che è quanto dire in quel libro che adempie verso le dottrine, il dogma, la teologia, l’acroamatismo, quell’ufficio medesimo che il Talmud verso la pratica, il rito, l’essoterismo.[72] Per modo che il Zoar e il Talmud ci forniscono per parte loro una metà per ognuno della fisonomia del Haberut, e quella appunto che alla indole speciale si attiene di ognuno: le quali parti poi insieme combinate non solo bellamente si connettono, si completano, si integrano, prova se altra fu mai della loro intima originaria unità, ma ci danno ancora il vero e fedele ritratto che andiamo cercando. Che voglio dire pertanto? Voglio dire che il Zoar ci offre la iniziazione al Habrut da quel lato che manca precisamente nel talmud dal lato dogmatico, voglio dire che il Zoar contiene per gran ventura pochi, ma preziosissimi fatti, in cui la iniziazione di cui si parla assume il colore proprio al genio dell’opera; e più palesi ne rivela le armonie coll’istituto che studiamo colla società degli Esseni.[73] Io lo credo fermamente. Percorrendo con occhio diligente le pagine del Zoar, parecchie altre non meno gravi dimostrazioni, non meno appropriati esempj si potrebbe scuoprire. Ma chi potrebbe a tanta opra non venir meno? Io non pretendo aver ogni ricerca esaurita; e pure due grandi esempi mi fu dato trovare, due grandi scene di cabbalistica iniziazione, due ritratti parlanti dello Epopsi essenico-cabbalistico, l’ultimo specialmente che per la maestà e stupenda semplicità vince ogni credere. E il primo al vol. 2º p. decimoquarta, ove tu vedi il maggiore dei Hyà, Rabbi Hyà Rabbà, tutte subir le prove, le esitanze, le trepidazioni; e infine il premio dei nuovi iniziati; ove lo vedi soffermarsi alla porta del capo-scuola e per parlare il linguaggio dei misteri, del Jerofante; qui naturalmente non altri che R. Simhon ben Johai ove una cortina il divide dal seggio e dalla scuola venerata, ove ode la voce delle sacre dottrine e vaghezza il prende di penetrare, ove l’esitazione s’impadronisce dello stesso ben Iohai non sapendo se degno sia il nuovo venuto di partecipare ai santi misteri, ove tu vedi il figlio suo R. Eleazar profferirsi di fare da Epopta, da introduttore al dotto straniero, dovesse ancora, siccome testualmente si legge, restarne incenerito; ove una voce si dice allora essersi udita la quale con parole che tuttavia riescon dure ad intendersi, sembra volere il soverchio zelo affrenare del giovane dottore; ove lo straniero rinnuova il pianto e le suppliche; ove aperta infine la cortina, si rimane nonostante lo straniero esitabondo non osando penetrare; ove infine levatosi R. Simone, egli stesso introducelo, e vedendo il nuovo iniziato gli occhi tenere sommessi e il capo chino per timidezza soverchia, ordina al figlio suo, udite singolarità! di fare a R. Hyà quell’atto così celebre, così comune a tutte le società che vivono di segreto, voglio dire, la chiusura e l’aperizione della bocca.

Ma quanto il secondo sovrasta d’incomparabile maestà! Egli appartiene a uno di quei due antichissimi frammenti la cui autenticità l’ossequio ebbe eziandio di coloro che più dubitosi procedevano intorno all’opera in generale; e che sotto il nome sono conosciuti di due Iddarot.[74] È in quella che il titolo riceve di maggiore, che il venerato maestro R. Simone intendendo i più sublimi misteri ai discepoli rivelare, è sovrappreso dapprincipio da cruda perplessità; non sa se parlare o tacersi; chiede una parola che a dire lo conforti; e questa parola si fa finalmente sentire. Egli è R. Abbà il futuro scriba e compilatore del Zoar[75] che supplicante gli dice: Deh! o maestro, ti piaccia liberamente favellare perciocchè si trova scritto: «I misteri del Signore sono per coloro che lo temono» e cotesti fratelli tutti timorosi sono di Dio; e in altri augusti consessi sedettero e felicemente ne uscirono. Sedette R. Simone e pianse. Quindi sclamò: Guai se svelo e guai se mi taccio! I soci che si trovavano là si tacquero. Ma sorse R. Abbà e disse: «Piaccia a te, o maestro, di svelarci i misteri, perciocchè dice la scrittura: il mistero di Dio è per chi lo teme. Ora questi nostri compagni tutti temono Iddio e già furono introdotti nella camera del tabernacolo.» Allora dopo avere tutti gli assistenti passati in rassegna, tutti in circolo si posero intorno al maestro. Le mani loro ei raccolse e fra le sue le strinse, e poi quasi in atto di giuramento tutti levaronle al cielo, il cielo chiamando a testimone della sete che tutti consumava per la parola di Dio. Quindi, dice il Zoar, trassero ai campi la prediletta dimora, e là, dice il testo, all’ombra degli alberi sedettero tutti; e il venerato maestro dopo avere in piedi orato, sedette pur esso. Ma egli è qui dove si vede quel riscontro che io dapprincipio avvertiva tra il giuro degli Esseni e il sacramento dei cabbalisti. Perciocchè, dice il Zoar, non appena seduti impose loro il maestro che le mani di nuovo ognuno fra le sue ponesse,[76] sul suo petto come legge un testo, sul proprio cuore dei giuranti come legge un altro; e dopo aver tutte in un fascio strette le mani ai discepoli, terribilmente prorompe con quella spaventosa imprecazione con cui i leviti sulla montagna di Ebal dovevano la vendetta di Dio invocare sul capo degli Idolatri, e maledetto con essi ci grida colui che immagine o scultura facesse opera di arte e tenesse celata; volendo con questo premunire i discepoli contro ogni arbitraria e personale intrusione di umani opinamenti, di umane innovazioni nel giro del misterioso insegnamento: prova tra mille come da ogni straniera importazione profondamente abborrissero i Patriarchi del cabbalismo, e come stranamente vadano errati coloro che la origine del cabbalismo ripongono nelle anteriori e contemporanee scuole di filosofia orientale.

Ma la fedeltà non è unico dovere che il maestro imponga ai discepoli: egli ricorda loro immantinente come la riserva, il segreto comandato dalla legge nelle cose del mondo, nelle cordiali espansioni dell’amico che il cuore ci apre; a mille doppi allora più doveroso che Dio stesso ci apre, a così dire, la mente sua sacrosanta, ci inizia ai suoi misteri, ci fa copia dei suoi segreti, i quali voglionsi con quella gelosia custodire che basti agli sguardi sottrarli dei curiosi, degli indegni e dei profani. Quante cose egualmente preziose contenute in questo mirabile esordio! Quale inesausta miniera di peregrine indicazioni! Oltre la maestà del quadro, e a tutto dire il pregio estetico di questo prologo sublime, innanzi a cui impallidiscono le più vivide gemme della classica antichità; quanti bellissimi documenti per noi per la società degli Esseni, per la identità da noi propugnata! Prima di tutto il giuramento; tema della presente lezione, il giuramento che chiaro spicca e luminoso dal fondo del quadro. E poi quante conferme, quanta maniera di prove, quante nuove e minute attenenze! Il grado più eccelso della iniziazione cabbalistica, il nome di soci, di fratelli così parlante, così chiaramente alludente ad una consorteria, ad un legame sociale. L’amore dei campi e degli alberi ombrosi, il mistero comandato, l’orrore delle innovazioni così proprio, come vedremo, agli Esseni medesimi; e finalmente quella attitudine con cui si dipingono colla mano sul petto. Verrà tempo, quando parleremo del culto e delle pratiche degli Esseni, che la storia antica, ignara assolutamente del Zoar e delle sue dipinture, ci parlerà di una attitudine curiosa inesplicata che soleano prender gli Esseni, una mano lasciando andare sul fianco, l’altra al cuore premendo, allora il ravvicinamento fra il Zoar e la vita degli Esseni si farà spontaneamente, naturalmente nell’animo vostro; si farà senza neppure che a così fare siate guidati per mano, ed allora crederete anche voi alla identità delle due scuole.

«A guisa del ver primo che l’uom crede»

LEZIONE DECIMASESTA.

Noi abbiamo nelle passate conferenze accennato all’Essenico giuramento. Dobbiamo adesso questo giuramento osservare più da vicino; dobbiamo brano a brano sottoporlo a disamina; dobbiamo al tempo stesso a quell’ufficio comparativo adempire che imprendemmo a principio, rilevarne cioè le idee, gli obblighi in seno al Farisato nei suoi volumi, nei suoi dottori, onde quella identità emerga sempre più luminosa che fu nobilissimo compito di queste lezioni.

Principalmente dicono le istorie: giurava il nuovo Essena Adorare e onorare Iddio, e giustizia e carità serbare alle sue creature.

Parvi egli sterile insegnamento cotesto?

Parvi egli che queste idee a prima vista sì ovvie, sì comunali, così oggi universalmente consentite—non offrano per nulla argomento alla critica ed alla istoria? Così veramente sarebbe se le glorie nostre, le nostre dottrine fossero state sempre nostre credute, se niuno avesse preteso redare l’unico retaggio glorioso che i padri nostri ci trasmisero, il maestrato di Religione; se il primato niuno ci avesse conteso nella proclamazione delle più sacrosante verità religiose e morali; se quando lo Evangelo insegnava Ama Dio sopra ogni cosa e il prossimo tuo come te stesso, ognuno applaudendo alla santità della massima, all’eco fedele della ebraica morale, non si fosse l’ebraismo fraudato della legittima priorità che gli spetta; se si fosse ognuno di Mosè ricordato quando l’amore prescrive di Dio al disopra di ogni cosa terrena più degli averi, più degli affetti, più della anima nostra; quando imprecando alle vendette private prescrive l’amore del prossimo come se stesso, fosse pur egli nemico nostro, siccome manifesto appare dal contesto; se rammentato avesse Illel, lo stipite glorioso del Dottorato palestinese; quando al gentile che anelava alla cognizione della legge—Ama, gli rispondeva, il prossimo tuo come te stesso. Ecco tutta la legge. Il resto n’è la chiosa; di Rabbi Hachibà quando insegnava: Ama il prossimo tuo come te stesso; ecco della legge l’assioma supremo «Ze Kelal Gadol battorà» di Ben Azzai quando riponeva cotesto assioma nel dettato mosaico: Ama il Signore Iddio tuo come tutto il tuo cuore, l’altro elemento in tal guisa fornendo della morale evangelica. Se infine, per tornare agli Esseni, obliato non si fosse il giuramento che tra essi il novizio prestava ove la morale evangelica costituisce il prodromo, la base dell’Etica degli Esseni.—Proseguiamo l’esame intrapreso. Essi giuravano dopo le cose anzidette di non nuocere a chicchessia, sia per propria volontà, sia per dovere di ubbidienza, e noi vedremo in seguito, quanto fedelmente osservassero gli Esseni gli obblighi assunti, vedremo quant’oltre spingessero l’orrore del nuocere altrui sino al punto d’interdirsi il maneggio e la fabbricazione delle armi da guerra; sino al punto di non offrire ad altri ne manco indirettamente i mezzi di distruzione; e nuova e inaspettata armonia allora sorger vedremo tra Esseni e Farisei. Per ora una idea, una parola sorge degnissima di nota nel paragrafo ricordato. Voi l’udiste, il dovere dell’ubbidienza. Come intendevano gli Esseni il dovere dell’ubbidienza? In quella guisa appunto che i Farisei. L’obbedienza non cieca, non gesuitica, non assoluta, non la teoria assurda, immorale, che annulla l’arbitrio, la libertà, la responsabilità umana sotto il giogo macchinale inintelligente di una autorità collettiva. L’obbedienza sino all’ara, sino al dovere, sino al santuario della coscienza e come dicevano gli antichi Usque ad aram. Obbedienza ove cose non s’impongano contro la voce di Dio e della coscienza En scialiah lidbar aberà. Obbedienza che al suddito, alla creatura non conceda quel primato che si deve al Creatore Dibré arab vedibré attalmid, dibré mi sciomein? Obbedienza che ha un limite insuperabile nella nozione chiara del dovere che favella alla coscienza; tanto, che ove il sommo magistrato della nazione imponga l’esecuzione di cosa che osti direttamente ai principj ricevuti, la rivolta, la disubbidienza, non solo è chiarita giusta e legittima, ma pur anche doverosa, Bet din scesciaghegù veorù laakor guf migufé torà veasa akaal al piem, bet din peturem, vehol ehad veehad haiabim. Obbedienza che non solo la conformità per tal guisa ci manifesta tra Farisei ed Esseni, ma quella non meno tra ambedue e i Pitagorici; dei quali dopo aver alquanto discorso l’illustre Gioberti nella Protologìa, così seguitava dicendo:—Ciò basta a mostrare, che intento del pitagorismo non era di spegnere e snervare il genio individuale nazionale e le virtù native dei soci, ma di avvalorarle, che l’individuo non ci era soggetto a una obbedienza cieca, nè immolato a una falsa unità innaturale, e che insomma la compagnia di Pitagora non era come quella di Gesù. Obbedienza infine che svela quanto erroneamente si vada del continuo identificando spirito farisaico e spirito gesuitico, quasi due aspetti di un sol tutto, mentre nulla havvi, a mirar bene, di più ostile, di più repugnante.

Giuravano poi di serbar la fede ai magistrati, ai rettori dello Stato, conciossiachè senza la volontà di Dio stimavano non fosse stabilita la loro potestà. Che cosa s’intende per Maggiori, per Magistrati e per Rettori? S’intenderà forse pegli Esseni, i principi e dominatori stranieri che Dio prepose al governo di Palestina; dei principi tra cui gli Ebrei emigrarono dopo la distruzione del Tempio? Io non saprei categoricamente rispondere: ma se pure così s’intendeva, ella non è la prescrizione degli Esseni senza precedenti, senza esempj grandi autorevoli nella ebraica antichità. Non lo è nei profeti, dove Geremia il popol suo premunisce contro la disperazione, la irritazione e le tentazioni vane perigliose dello esilio, siccome quello che voluto e preordinato era da Dio pietosissimo alle mire ultime e adorabili della sua provvidenza, dove li esorta di cercare nella salute del popolo, tra cui emigrarono, la propria salute, nel suo bene il proprio bene, e una seconda patria riconoscere ovunque li balestrasse fortuna, preludendo con questo consiglio a quel genio cosmopolitico che i padri nostri spiegarono nella loro dispersione; genio e fattezze assumendo secondo lo speciale asilo in cui ripararono senza pregiudicare però all’intima propria speciale caratteristica di ebreo; e con maraviglioso magistero in uno accoppiando e il cosmopolitismo più generale e il più stretto e rigido particolarismo di nazione e di fede. Non lo è in secondo luogo nei dottori fedeli in tutto e continuatori legittimi dei profeti loro predecessorj, quando sotto il flagello eziandio della spietata dominazione romana ammonivano i fratelli a pregarne da Dio la salute, la conservazione per quella ragione grande, filosofica, umanitaria, che sotto alla più orribile tirannide vede sempre la fautrice dell’umano e civile consorzio, l’ultimo vincolo della società perigliante, e che ogni più barbaro reggimento preferisce alla sociale dissoluzione e alla vita ferina e eslege delle genti selvagge.—Raro esempio di meravigliosa abnegazione e di stupenda imparzialità di giudizio che fa tacere i più legittimi nazionali risentimenti di fronte all’ultimo e supremo bene della società in pericolo, quando nel Medrasc Coelet in nome di Dio scongiuravano i fratelli a tollerare pazientemente i decreti, fossero pure dei più acerbi che loro imponessero i nuovi padroni, che non ne scuotessero insofferenti il giogo comunque durissimo.—Che se poi per l’autorità a cui giuravasi dagli Esseni obbedienza, vorremo piuttosto intendere l’autorità religiosa, i maggiori, gli anziani, i principi della Scuola, e’ non sarà senza grave autorità fra gli antichi che a così intendere ci ammonisce. Io vo’ dire di Filone; il quale parlando del giuramento essenico, lo spiega appunto in quel senso che non ha guari udiste, che è quanto dire degli anziani, dei dottori, dei sacerdoti, ed al voto dei più tra i soci, tra i riuniti fratelli. In questo senso sarà egli mestieri cercarne esempj precedenti, similitudini nelle dottrine, nei fatti della storia dell’Ebraismo? Io oso dire che nulla havvi di più naturale, di più proprio, di più speciale nell’Ebraismo, non solo dell’ossequio, della riverenza dovuta ai grandi, ai dotti, ai magistrati della nazione; ma quello che più amo farvi notare perchè men conosciuto, si è l’ossequio, si è la deferenza all’opinione comechè dalle proprie, dalle comuni differenti. Testimone R. Josè che, interrogato come avesse da Dio meritato di vivere così longevo, rispose tra le altre cose di non aver mai preso a vile i dettami dei suoi colleghi comunque dal parer suo differissero; che così oltre ei spingeva l’ossequio, al parere altrui, che non ostante destituito ei fosse di carattere sacerdotale, esercitato nonostante ne avrebbe i pubblici offici, quando così fosse piaciuto ai colleghi. Testimone R. Achibà, quando sostenuto da lungo tempo in prigione, e vedendosi venire allo stremo quel poco d’acqua che giornalmente gli si forniva, preferì piuttosto impiegarla all’abluzione delle mani come volevano i colleghi, che valersene ad estinguer la sete che il divorava, come aveva egli stesso altra volta opinato. Testimone il discepolo suo, R. Simone, quando uscito dopo 13 anni di reclusione da una oscura caverna, sgridò colui che in onta all’opinione dei suoi colleghi andava mietendo alcune spiche cresciute nell’anno sabbatico, nonostante che si giovasse, come ei si scusava, dell’autorità dello stesso Simone. Testimone Accabià figlio di Maalalel, che dopo avere in onta ai colleghi costantemente sostenuto alcuni principj, sendo vicino a morire chiamò il figlio suo, e l’abbandono gli impose delle tesi proposte.

Ma gli Esseni non si contentavano di praticare il rispetto ai maggiori, alle autorità vuoi politiche o religiose; essi ne davano la teoria. Ei dicevano, e voi l’udiste, che l’autorità era essenzialmente d’istituzione divina, e come quella che era da Dio preposta al governo degli uomini tributavangli reverenza. Il credereste! Erano i Farisei non solo nella pratica agli Esseni conformi, ma lo erano eziandio in teoria. Ei credevano niuno poter venire assunto al reggimento degli uomini, se a questo officio non fosse stato anzi tratto destinato dal cielo; ei credevano che non solo a questa prerogativa partecipassero i principi e rettori delle nazioni, ma qualunque altra benchè subordinata autorità, e come essi testualmente si esprimono, eziandio gli esattori di balzelli, e come allor si diceva, i Pubblicani.—

Noi abbiamo veduto quali principj professassero gli Esseni sulle autorità costituite: vediamo adesso come ne intendessero e praticassero l’esercizio. Giurava l’Essena nella sua ammissione, che ove egli dovesse un giorno comandare ad altrui, si guarderebbe dall’imperare con fasto, con alterigia. Come intendevano i Farisei l’esercizio dell’autorità? Ei volevano nel soprastante scopo nobile e puro, e tutto rivolto a gloria e a servigio di Dio, vehol aosechim ghim azibur ijù osechim immaeim lescem sciamaim. Essi esigevano una pazienza, una longanimità nei Rettori del popolo a tutta prova; di subire dei soggetti i capricci, le rivolte, gli scherni e l’odio ancora; e per tutto in breve compendiare, di sostenere imperterrito quel fantasma che spaventa i falsi amici del popolo, e che è sfidato e vinto dai suoi amici veraci, la impopolarità «Al menat sceischehlù ethem; al menat sceibzù ethem,» essi imprecavano a quei maestrati, a quei superiori che spargono di sè terrore e spavento in cuore ai soggetti, veassotem resciaim ascer natenú hittitam beerez haim; zè parnas amattil emà al azibur. Essi benedicevano invece alla memoria di quelli che il gregge di Dio pascolavano con verga di mansuetudine e di clemenza, col parnas scemanhig et azibur benahat, zohè umanigam leolam abbà. Essi proclamavano, or sono 30 secoli, quando la forza reggeva a sua posta i popoli soggetti, quando l’unico diritto degl’imperanti era il diritto del più forte, quando si credeva generalmente il popolo esser fatto pei principi anzichè i principi pei popoli; essi quella teoria politica proclamavano onde si onora il secolo nostro, che è base dei governi più civili, e che nel principe considera unicamente il più eccelso ministro, il più eminente servitore dello Stato, della nazione, vehi serarà ani noten lahem? Scihbud ani noten lahem.

Giuravano poi d’amare sempre la verità, e di svelare i mentitori.—La verità! Niuna cosa più amarono nè più riverirono in atti e in parole i Farisei.—La verità impone Mosè proseguire in ogni cosa «Midebar scecher tirhak.» La veracità posero per condizione i dottori onde conseguire la visione di Dio, da cui dissero separati in eterno i mentitori. Verità praticarono, e verità rigidissima, nelle civili transazioni; testimone quel Rab Safraà che avendo in cuore aderito ad un prezzo propostogli, ricusò quell’aumento che immediatamente profersegli il compratore standosi contento di quello che aveva per lo innanzi in cuor suo accettato. Testimone quell’altro, che essendo uscito a diporto fuori della città, ed essendosi con altro dottore a caso imbattuto che tolse a ringraziarlo per essergli, siccome credeva, uscito ad incontrare, ingenuamente confessò non aver egli avuto siffatto intendimento. Testimone quell’orrore in cui ebbero ogni ipocrisia e simulazione alla quale sotto il nome imprecarono di «Goneb dahat Abiriot.» Sino al punto d’interdire ogni apparenza che un simulacro offrisse di Pietà o Religione non sentite; che dico? che ponesse in luce o divulgasse pratiche eziandio realmente osservate; testimone tra gli altri lo esempio di quel dottore non troppo dai nostri tempi remoto, che trovandosi in amica brigata un certo giorno che trascorreva in digiuno, ed essendosi ad ognuno presentata ospitale bevanda, amò meglio troncare, che palesare la particolare sua devozione ai circostanti. Tanto è vero che a niuno meno che ai nostri antichi dottori si potrebbero quelle accuse attagliare che una Religione rivale non cessò di scagliare in capo ai Farisei. E quanto non riesce la loro veracità più ammirabile al confronto! Al confronto dico di un popolo allora esistente che lo stringeva da ogni parte colle sue leggi, colle sue istituzioni, coi costumi; che aveva dato al mondo la sua letteratura, la sua scienza, la sua lingua, e che maestro sedeva allora di civiltà alle genti. Voi l’avete nomato: ella è la Grecia, la Grecia il cui carattere del mendacio, dice uno scrittore inglese, passò perfino in proverbio, che Luciano e Giovenale rimeritarono colla ironia e col vilipendio; e che in niun luogo così manifestamente si appalesa come in un passo di Plutarco, ove togliendo a dimostrare la opportunità di vincolarsi talvolta con certi voti agli Dei, egli novera tra i voti, possibile tra i laudabili, quello di astenersi per un anno dal vino e dalla lussuria, e quello infine di interdirsi per un certo tempo ogni menzogna: prova a parer mio manifesta come l’eloquio dei Greci ordinario, abituale, non solamente tollerasse, ma quasi non dissi esigesse, l’ingrediente indispensabile della bugia. Ecco quale era l’ambiente morale in cui vivevano i Farisei, ecco l’esempio che porgeva la pagana civiltà, ed ecco quali seppero in mezzo a sì grand’infezione conservarsi; puri, veridici, odiatori del falso e del simulato, della maschera d’ogni maniera. Ed ecco nobilissimo pregio ove, a differenza dei popoli dominanti, convengono insieme Esseni e Farisei.

Ma gli Esseni non solo vogliono che si ami, che si pratichi veracità; esigono ancora, e voi l’udiste, che si svelino i mentitori. E i mentitori svelati vogliono essi pure i Farisei quando insegnano mizvà lefarsem et ahanefim, quando dicono cioè dovere ognuno strappare la maschera di faccia agli ipocriti, doverne mostrare i vizi e l’abiezione denudata, dovere trarre d’inganno coloro che presi sono dal fàscino dal bagliore di una falsa virtù.

Giuravano gli Esseni di serbare le mani incontaminate da ogni illecito lucro, che è quanto dire da quei raggiri, da quelle trappole che pur sono tollerate in società, e che non sono giudicabili che dal fòro interiore. Il nostro Farisato non ha bisogno di chiarirsi innocente di siffatte bassezze: quindi in fatto di lealtà non può subire comparazione: egli aspira al primato. È egli per ciò che questo brano dell’essenico giuramento nulla dice, nulla ammaestra, nulla insegna? E pure preziosissimo documento vi è racchiuso, nè a voi perspicaci sarà difficile lo scuoprirlo. Vedrete in quello la prova come quella Comunanza di beni, onde andarono così famosi gli Esseni, non fosse così universalmente dagli Esseni praticata, che una parte almeno di essi non si permettessero di possedere; vedrete in esso le traccie sensibili di una privata proprietà a cui si giurava inviolabilità e rispetto.—Vedrete infine quella istituzione attenuata che può a prima giunta parervi ostacolo alla perfetta e intera identificazione tra Farisei ed Esseni, la Comunanza di beni.

Noi siamo giunti quasi alla fine dell’essenico giuramento. Se le cose che intorno ad esso mancano a dirsi fossero di più lieve momento che non lo sono, noi avremmo quest’oggi al tutto esaurito l’esame proposto.—Ma le ultime formule del giuramento dell’iniziato accennano a fatti, a costumi imponentissimi. L’arcano delle dottrine.—Il silenzio e il segreto ai profani.—L’insegnamento agli iniziati.—I libri.—I nomi degli angioli.—Cose tutte il cui nome soltanto accenna la importanza. Egli è per questo che ad altra volta ne serbo la trattazione, e che intorno a queste mestieri è, come Dante diceva, un’altra volta ancora «sedere a mensa

LEZIONE DECIMASETTIMA.

Il giuramento degli Esseni fu da noi nelle precedenti lezioni sottoposto ad esame, e trovato in ogni sua parte conforme alle idee, alle pratiche di que’ Farisei dai quali crediamo avere gli Esseni tratta l’origine. Pure una parte tuttavia restava a vedersi dell’essenico giuramento, che è quella per cui l’istituto Essenico sino adesso veduto quale sociale sodalizio si palesa dal suo lato scientifico religioso dottrinale; in cui l’insegnamento, il mistero era carattere precipuo solenne peculiarissimo; per cui spiegasi più luminosa quell’attenenza da noi certamente propugnata fra la scuola farisaica e la società degli Esseni. Giuravano gli Esseni di nulla nascondere ai fratelli dei misteri della setta, di nulla agli altri rivelare ove n’andasse eziandio della vita, e nei casi di legittimo insegnamento di non comunicare le dottrine sociali se non nella guisa in cui fur ricevute, e finalmente di conservare studiosamente i libri della setta e i nomi degli angioli. Gran parole son queste, vuoi per la intrinseca loro significazione, vuoi per i preziosissimi ravvicinamenti che ci offrono col sistema dei Farisei. Permettete che noi riandiamo gli articoli a parte a parte.

In primo luogo, l’obbligo di insegnamento di comunicazione ai fratelli delle dottrine sociali. Avvi nulla che meglio consuoni colle teorie dei Farisei? Io oso dire che non si potrebbe dare analogia più manifesta. Per essi il maestro, il dottore, chi avaro procede degli ammaestramenti ai discepoli, triste messi raccoglierà di maledizioni dalle labbra dei pargoli, e da quelli eziandio che stanno ascosi nell’alvo materno. «Col ammoneagh alakà, mippi talmid, affilù obarim» ecc. ecc. ei frauda lo innocente del retaggio dei padri suoi, della legge, patrimonio comune di tutto Israel. Per essi quella solamente si chiama Legge di Grazia (torat hesed) che ama diffondersi, che si spande, che si comunica, (Torà al menat lelamed zò torà scel hesed) titolo che a sè unicamente arrogava una religione che da noi trasse l’origine.[77]

Per essi colui all’opposto che si fa de’ figli altrui istruttore meriterà di sedere nel consesso e delle speculazioni fruire dei celesti: «col ammelamed et ben haberò torà zoké veiosceb biscibà scel maghta» i egli potrà ogni più duro decreto squarciare col merito suo, «affilù gozer ghezerà mebattelà.» Per essi il vanto maggiore onde possa andare glorioso un Dottore, quello si è di aver molto insegnato, testimone il maggiore Eliezer, che prossimo a morire levò al cospetto dei discepoli radunati le due braccia in suono mestamente esclamando: O braccia mie che quasi due aste del santo volume, poichè la lettura si è consumata, siete prossime a ripiegarsi![78] Molto a svolgere vi stancaste i sacri libri per imparare, molto più vi affaticaste nello insegnare. Deh sia la pace nel mio riposo!

Che se santo è l’obbligo d’insegnare a chi indegno non sia, se dal lato positivo tanta veggiamo conformità col giuramento e colla pratica degli Esseni, sarìa egli lo stesso in ciò che il giuramento contiene di negativo, nel divieto cioè di comunicare le dottrine religiose agli indegni, agli stranieri. E questo pure a veder bene è comune ai Dottori; comune quando pronunciavano il divieto di comunicare la legge, le sue dottrine, i suoi misteri agli idolatri, non già perchè avari procedessero dei veri posseduti, ma per la ragione semplicissima che i Gentili volevano e credevano salvi senza le speciali conoscenze dell’ebraiche dottrine, le quali l’officio e il carattere sostenevano verso i Gentili di dottrine jeratiche sacerdotali, e di inviolabile acroamatismo, a cui accostarsi solo era lecito per le vie gelose e riservate di una regolare iniziazione; comune quando ci narrano di un discepolo cacciato per indiscreta propagazione di cose udite già erano vent’anni, come dei Pitagorici si narra che parecchi soci ebbero espulsi per indiscreta divulgazione dei loro misteri. (Ritter, I, 300) Comune quando la legge comunicata allo indegno, alla pietra parificavano, che gli adoratori di Mercurio o del Siro Meeracles deponevano sui mucchi a loro onore innalzati nei capi strada. E quando più specialmente togliendo di mira quelli che espressamente si dicono Sitrè Torà, Misteri della Legge, e che sono appunto a parer mio le dottrine di cui eran pubblici depositari e cultori gli Esseni, precise e severe regole imponevano alla loro trasmissione, virtù, qualità richiedendo particolarissime nello iniziato, come a dilungo può dimostrarsi in Haghigà, e di cui non è qui luogo a discorrere. Che sarà poi se gli specialissimi libri rammenteremo e le regole dei cabalisti? Certo che l’analogia sarà più parlante, se vera è quella identità che non ho cessato di propugnare fra le due sette; certo che troveremo allora nel Zoar frasi siccome quelle che nel terzo volume si leggono della grand’opera ove il verso dei Proverbi chebod eloim aster dabar «si onora Iddio serbandone i santi misteri» ai misteri si applica ed all’insegnamento dei cabalisti, nè troppo saprei dire veramente a chi altro si potrà meglio riferire che agli arcani di religione, alle norme eziandio attenendosi della Esegesi più imparziale. Troveremo nell’istesso volume un verso solo che sembra suonare contradditorio, autorizzando e vietando al tempo stesso la propagazione dei misteri d’Iddio, seco stesso pacificato, distinguendo gl’iniziati, i soci kabrajà, gli entrati ed esciti a salvamento, come si esprime il Zoar per l’ordinario, dagli indegni, dai profani, dagli inesperti, leekol lesobà velimhassè attik. Troveremo a coloro imprecato che trasmettono (per tradurre testualmente) i misteri delle leggi, i misteri della tradizione della Genesi, e della ortografia dei misteri di Dio ad uomini indegni; troveremo infine l’essenico divieto ripetuto ad ogni tratto e qual tutela e palladio raccomandato per la conservazione delle riposte dottrine.

Ma il giuramento degli Esseni un’altra clausola conteneva che noi dobbiamo esaminare. Non solo volevano generosa trasmissione agli iniziati, non solo volevano ogni cognizione interdetta a chi nol fosse; ma volevano fedele eziandio ed inalterato lo insegnamento; ma giuravano eziandio di comunicare le dottrine religiose nella guisa stessa che erangli state insegnate. Potrebbe darsi riscontro più evidente coi costumi, colle regole, colla pratica dei Farisei? Havvi nulla di più provato, di più costante della fedeltà, quasi non dissi servile, che ponevano i Farisei nella trasmissione delle ricevute dottrine? Eppure non si comprese come cotesta bellissima sia e perentoria dimostrazione della veracità della tradizione; e pure gli uomini che si facevano scrupolo di ripetere perfino gl’idiotismi dei loro maggiori, si accusarono di inventori e falsari; eppure non si vide infine quanto Esseni e Farisei procedano per questo verso eziandio per conformità ammirabili; eppure le infinite prove che ne somministrano i Farisei furono travolte in oblio; si obbliarono quelle formule che tornano ad ogni passo nel Talmud; che sono il preludio obbligato di ogni recitata tradizione; che di maestro in maestro, di trasmissore in trasmissore risalendo, ascendono sin dove le superstiti memorie lo permettono; si obliarono quei dottori che per niuna cosa andarono tra i posteri così famosi come per essersi ogni opinione interdetta che dal proprio maestro non avessero ricevuta come si narra in Succà, se non erro, per Eliezer il maggiore: sciellò amar dabar sciellò sciamagh mippi rabbò micòdem. Si obliò come tra i peccati che causa sono della cessata insidienza di Dio in Israel quello si annoveri, la propagazione di dottrine non ricevute; e nulla, a mirar bene, di più ragionevole; conciossiachè la tutela e la possessione del vero eterno siano il segno della presenza di Dio infra gli umani; si obliò lo scongiuro che il restauratore della Teologia, Ben Johai, il Socrate del cabbalismo, dirigeva ai discepoli, ai suoi Kabrajà, instantemente esortandoli non volessero lasciarsi di bocca uscire una parola di religione, che saputa ed udita non avessero da uomo autorevole, o come dice il Zoar, da Albero magno. Bemattutà minaiku de la tafcum mipummaihu milà deoraità dilà scemahtun meillanà rabrebà; e quel titolo obbrobrioso si obliò che ai propagatori di novità imponevano i dottori, adoratori chiamandoli di Simulacri veri e propri, e di quel comando violatori che è secondo nel Decalogo, dove la fattura s’interdice di imagini e sculture; dehol man demappich beoraità ma delà jadagh vela chibbel merabbò alé chetib lo taasé lekà pessel, la taghbed lak oraità ahrà delà jadagh velà amar lah rabbah.[79]

Ma gli Esseni, voi lo udiste, volevano esatta e fedele la trasmissione delle loro dottrine, e quindi a questo fine preordinarono il giuramento. Perciò imposero la fedeltà della orale trasmissione come abbiamo veduto, e perciò stesso introdussero quell’altro inciso che di conservare imponeva, di custodire con cura, con fedeltà i libri e scritture dell’Essenato. Che vi par egli che abbia pensato e praticato a tal proposito la scuola dei Farisei; che idea vi formate della loro fedeltà bibliografica? Ah! che se io volessi trattare dell’argomento in tutta la sua ampiezza bene più oltre ne spingeremmo i confini che l’ora ed il tema non lo consentano. Ricorderemmo il deposto biblico, il suggello di autenticità che reca manifesto, ed a cui piacquersi di porgere ossequio i dottori eziandio della Chiesa cristiana, ed una schiera infinita di critici di ogni stirpe e religione; i lavori prodigiosi colossali dei Massoreti che resero ogni alterazione impossibile col tessere l’elenco minuto circostanziato delle frasi, delle parole, delle lettere di tutta la Bibbia, e queste ed altre infinite cose riandando, potremmo offrire della farisaica fedeltà luminosa testimonianza. Ma noi ci contenteremo di scendere da tanta altezza, e le più antiche e gravi prove trasandando ci acqueteremo nelle più modeste. Ricorderemo il divieto soltanto di conservare eziandio un libro che non fosse corretto, e quindi l’obbligo della rettificazione, e della soppressione. Assur leasciot sefer sceeno mugghè miscium al taschen beaoleha avlá, e soprattutto ricorderemo un passo del Talmud di Gerosolima nel trattato di Chetubot, che mentre conferisce da un lato a sempre maggiore dimostrazione dello scrupolo e delle esattezze bibliografiche dei Farisei, ci offre da un altro lato tutto il carattere ed il valore di una vera Rivelazione. Io non oserei questo vocabolo adoperare se non avessi sempre letto in autori gravissimi, qual fatto costante dimostrato, il silenzio dei Dottori intorno gli Esseni; se le ricerche eziandio più moderne non si fossero arrestate innanzi questo fatto strano incomprensibile, se infine il luogo da me citato del Jeruscialmi a quei pochi ma rari e preziosi luoghi non appartenesse, che nella rabbinica enciclopedia alludono, a parer mio, manifestamente alla società degli Esseni. Giudicatene voi stessi. Vuole il Talmud accennare quei libri, quegli esemplari da cui si può impunemente togliere criterio per la trascrizione dei libri sacri, accennarli insomma quai libri modelli. Rab Kannà amar lemedin misefer mugghé. E quali sono, credereste, quei libri modelli? Sono quelli, aggiunge il Talmud, quei libri che libri s’intitolano da un Esseno o Esseo come più precisamente legge il Talmud. «Chegon illen deamrin sifroi de Assè.» Strano a dirsi! Quando i chiosatori tolsero a darci di questa frase l’intelligenza, che cos’avvenne? Essi ignoravano o in quel punto obliarono che nei secoli misnici, talmudici, eravi una scuola famosissima che si diceva degli Esseni, che come gli stessi farisei avevano libri; che come essi scrupolosamente ne praticavan la custodia, che la gelosa conservazione eragli imposta per giuramento e tutte queste cose obliando, girono in cerca di meschine, di assurde interpetrazioni. Si disse: eravi allora celebratissimo scriba che il nome portava di assè, i cui libri si prendevano per modello delle copie trascritte, e di quest’uomo intese favellare il Talmud quando disse Sifroi de Assè. Ma dov’è questo Assè nella storia? Dove sono i luoghi in cui di esso si ragioni nel Talmud? Come il singolare parlante nome reca egli appunto di Assè, e come infine il solito inseparabile aggiuntivo non si legge di Maestro o di Rab? Ma quanto meglio nel nostro sistema! quanto più naturale, storica, espressiva, piena di vita e di verità la frase talmudica ove degli Esseni s’intenda, ove si ammetta niun più acconcio esempio aver potuto citare il Talmud di esattezza e religione bibliografica, che lo esempio pubblico famosissimo della bibliografia degli Esseni! Il qual esempio vediamo citato in verità nella frase summenzionata, che mentre conferma la fama di periti e probi bibliografi che vantavano gli Esseni, e che è l’oggetto specifico di questa lezione, ci offre al tempo stesso uno dei più pellegrini luoghi che la storia degli Esseni vanti nelle pagine Rabbiniche, siccome quella che prova contro l’opinione generalmente accettata, la cognizione degli Esseni presso i Dottori.

Ma gli Esseni promettevano nel loro giuramento altra cosa non meno preziosa conservare, e voi lo udiste, il nome degli angioli. Chi è che questo giuramento ci ha trasmesso e quindi anco la frase presente? Egli è Giuseppe Flavio che grecamente dettava le opere sue, e grecamente in pari modo narrava dell’essenico giuramento. Come suona nell’originale la frase di Flavio? Suona ella così chiara, così formale che nè incertezza nè contradizioni abbia tra gli interpreti ingenerato? Io vel debbo confessare. Le parole di Giuseppe furono diversamente comprese dai suoi traduttori. Ove Basnage, ove Munk, ove altri moltissimi leggono, come udiste, il nome degli angioli, l’antico traduttore francese Arnauld d’Andilly, e forse altri che io non conosco, intesero e tradussero, il nome di coloro dai quali furono i libri ricevuti, che è quanto dire il nome dei loro antichi autori. A quale delle due diverse lezioni dobbiamo attenerci? Io non vi obbligherò a sì lungo e duro processo; piuttosto più breve e spedito cammino preferiremo, e prendendo in esame or l’una or l’altra lezione, dimostreremo come qualunque versione ci piaccia anteporre, sempre naturale e luminosa sorgerà tra gli Esseni e i Farisei nuova e concludentissima attinenza. Piacevi la versione d’Arnauld d’Andilly? Volete che si tratti degli scrittori, degli autori antichissimi della scuola il cui nome si volle scrupolosamente conservato? Ed allora potrei io tacere quei luoghi autorevolissimi, ove di questa regola e costume si costituisce obbligo, dovere impreteribile? Non sono i Dottori che insegnarono che chi degli antichi autori i nomi ricorderà, è fattore di Redenzione? Non sono essi che ammaestrarono desiare ardentissimamente le anime dei trapassati udirsi ricordate in quanto insegnarono in questo mondo? Non imposero essi ad ognuno immaginare presente nell’atto d’insegnare l’autore dell’antico dettato. Leolam jekaven adam baal scemuà lefanav. Non posero eglino stessi il precetto in pratica risalendo per lo usato nella recitata tradizione, di autore in autore, tutti per nome distinguendo sin dove la superstite memoria lo permetteva? Io vorrei potere farvi qui apprezzare il doppio oggetto che, sì facendo, si proponevano i Farisei; l’ossequio che in tal modo amavano prestare agli antichi maestri, lo spediente che per tal guisa usavano efficacissimo a serbare inalterate le religiose tradizioni perpetuando le vetuste trasmissioni, e quasi i titoli e diplomi di legittimità invariabilmente accompagnando alle loro dottrine. Ma questo troppo più oltre ci menerebbe che il tempo ed il tema non lo consentano.

Voi lo udiste; udiste come non sia la sola versione che si ammise in Flavio. Si volle e per moltissimi e forse pei più autorevoli, che la frase di Flavio suoni diversamente cioè nome degli angioli. Io vorrei che poteste quanto è d’uopo misurare tutta la importanza di questa frase, che ricordaste come la esistenza, nei tempi di cui parliamo, di una scuola che professasse il culto di una recondita teologia, fu subbietto ed è tuttavia di lunghe, ostinate e dottissime controversie, e come in ultimo questa frase gettata nella bilancia non può non farla, a creder mio, inclinare dalla parte del vero, del diritto. Ma queste preziosissime circostanze basti lo avervi accennato. Noi dobbiamo solo domandare: Saremo noi così felici nel rinvenire di questo giuramento il riscontro nei Farisei, come non infelici fummo, se io non erro, nelle cose discorse? Troveremo noi l’obbligo tra i Farisei di conservare dottrine arcane e certi nomi di Dio venerati? Io non rifinerei giammai se qui dovessi tutto quello esporvi che ci porge di analogia il Talmud; e benchè di significato fecondissimo e di momento stragrande meglio che altri non crede, nonostante non riguardando da presso l’argomento presente, e potendo con un singolo esempio tutto ad un tempo provare, ogni altra talmudica citazione preteriremo.[80] E qual è questo esempio di cui favello? Egli è tratto da quel libro che nell’officio comparativo che abbiamo intrapreso non potremmo desiderarsi più concludente. Egli è il Zoar al volume 3º sul fine, ove oltre moltissime attinenze che è facile notare colla società degli Esseni, oltre il narrarvi di un libro di un Asseo per nome Cattinà, oltre il citarne le parole che a guisa di commento pare avesse dettato sull’ultimo canto di Moisè, oltre il riferirvi tutto quanto in quell’opera si prescriveva sui doveri del medico, oltre il rivendicarvi la legittimità dell’arte salutare contro i sofismi che in nome di una religione fatalistica ne proscriveva l’esercizio, oltre lo accoppiarvi nella stessa persona, mirabile a dirsi! la cura del corpo e la cura dell’anima, carattere precipuo distintivo della società degli Esseni, oltre il parlarvi di un medico o Assià celebratissimo che più si diceva operare guarigioni colla preghiera che non colle arti sue, qualità se altra fu mai convenientissima agli Esseni, oltre a tutto questo, ed è già molto e rilevante, si aggiunge: quel libro esser stato veduto, esaminato prima da un Nomade, da un Solitario. Tajaha il quale redatolo dall’avo suo, dice tutte le dottrine mediche contenute fondarsi sui misteri della legge, prescriversi certi mezzi curativi che non sono precisamente nè umani nè scientifici; e poi lo stesso libro veduto, esaminato per ben dodici mesi da uno dei più celebri dottori Zoaristici, da R. Eleazar, che da quella lettura riportò, siccome egli narra, un senso di venerazione e terrore. Ma ciò che più davvicino riguarda l’argomento presente, la gelosa conservazione dei nomi degli angioli è il fatto, di cui depone il Zoar istesso.—Il contenervisi in quel libro registrato il nome degli angioli, l’aggiungersi da R. Eleazar, vero e scrupoloso Essena, che quei nomi non parevangli esattamente ordinati, cose tutte che rispondono pienamente a quello che vedemmo praticato presso gli Esseni.

Noi abbiamo esaurito il tema del Giuramento, abbiamo parte per parte esaminato questa specie di programma che ogni Essena dovea soscrivere e giurare al suo nascere all’Essenato, e lo esame intrapreso tornò, come dovea, a sempre maggior conferma di quella identità tra il Farisato Cabbalistico e gli Esseni, che fu costante argomento delle nostre dimostrazioni. Adesso un nuovo lavoro ci chiama, un nuovo esame; l’esame delle istituzioni organiche, fondamento del nostro istituto. La comunicazione dei beni, il celibato, gli usi e la vita pratica del chiostro. Ecco gli argomenti che ci occuperanno nelle successive lezioni.—Prove maggiori ci attendono, a me di studio, di indagini serie, a voi di cortesia sempre crescente. A chi valica un mar tempestoso nulla più vale a ispirargli coraggio che una voce amica, che un volto, un’espressione che gli auguri dalla riva propizie le aure.

LEZIONE DECIMOTTAVA.

Il sistema che abbiamo seguito nella esposizione della storia degli Esseni ha almeno il pregio, se io non erro, di essere naturale. Noi abbiamo quell’ordine esterno seguito che l’Essena seguiva nel passaggio che dalla vita faceva del mondo alla vita ascetica e contemplativa del chiostro. Passava dal mondo all’Essenato con un tirocinio di tre anni, e questo tirocinio studiato abbiamo sotto il nome di noviziato. Varcato così le soglie dell’istituto, un atto secondo e più intimo celebrava soscrivendo agli obblighi che lo attendevano nella vita claustrale, e questi obblighi e questo impegno abbiamo considerato sotto il nome di giuramento. Entrato così nel novero dei soci e tutti i doveri adempiendo, e che cosa dovrà formarne delle nostre ricerche subbietto? Certo, i doveri appunto che adempiva, le istituzioni a cui s’uniformava, le leggi che ne regolavano la vita. Ma in questa stessa disquisizione un qualch’ordine dobbiamo pure serbare. Dobbiamo da quelle istituzioni esordire, che prendevano lo iniziato al suo entrare; dobbiamo poi a quelle volgere la mente che lo iniziato accompagnavano, e che gli atti tutti informavano della sua vita sociale.

Una istituzione, singolare istituzione, attendeva lo Essena alla porta. Al suo giungere non solo i vizj, non solo l’errore doveva deporre, ma una mano invisibile lo spogliava di tutti i beni eziandio, e questi ora alla comunità appartenevano, all’erario sociale, ora in favore ai congiunti quasi per morte si rinunciavano: così Giuseppe nelle Guerre giudaiche. Ma lo Essena se di ogni presidio terreno si spogliava, ci trovava nella società una madre la quale per mezzo di socj a questi uffici preposti, e che la storia rammenta sotto il nome di Economi, provvedeva incessante agli abiti, al vitto, ai bisogni dei figli. E questa istituzione si dice Comunanza di beni. Furono in questo senza predecessori gli Esseni? Non ebbero modelli, esemplari tra il fiore dei Pagani, nelle patrie ricordanze e nei Dottori contemporanei? Vediamo gli uni e gli altri. I Pagani! Chi potrebbe dimenticarlo?—Chi potrebbe porre in oblio a questo proposito i Pitagorici? I quali oltre le altre moltissime analogie, in parte vedute e che in parte vedremo ancora colla società degli Esseni, questo pure parlantissimo riscontro porgevano col nostro istituto nella Comunanza di beni. Il Ritter, I, 299, crede che la comunità dei beni sia piuttosto dei moderni Pitagorici che degli antichi; ad ogni modo non nega l’istituzione. Ed ai Pitagorici somigliavagli pure il nostro grande correligionario Flavio Giuseppe quando ai suoi lettori pagani voleva porgere un termine di comparazione coi suoi cari solitarj.—Che Flavio Giuseppe non a torto, così sentenziando, si apponesse, abbiamo veduto altre volte e vediamo oggi non meno; ma forse altro meno atteso resultamento racchiudesi nel citato ravvicinamento, se gli Esseni sono ragionevolmente posti a fianco dei Pitagorici, se il carattere e le istituzioni hanno comuni indivisi. Se i Pitagorici, a confessione di valentissimi autori, hanno comuni le fattezze coi cabbalisti, chi non vede per nuova via accostarsi, abbracciarsi, confondersi in uno Cabbalisti ed Esseni? Se è vero in matematica che due quantità uguali a una terza sono uguali fra loro, chi non vede la verità di questo altro ragionamento? Esseni e Cabbalisti sono eguali a Pitagorici—dunque Esseni e Cabbalisti sono eguali fra loro—sono sopra un tipo stesso, un’idea sola improntati?

Il Paganesimo, noi lo abbiamo veduto, ci ha dato i Pitagorici quale ordine, quale istituzione affine alla società degli Esseni. Che cosa ci darà l’Ebraismo, la storia dell’Ebraismo? Voi lo sapete; parliamo qui di una linea sola della fisonomia degli Esseni, della comunanza dei beni, del voto di povertà. E dove meglio potrìa questa istituzione ravvisarsi che trai Leviti ed i Sacerdoti? Sacerdoti e Leviti secondo le leggi mosaiche nulla possedevano.—Sola fra tutte, la tribù di Levi fu di ogni retaggio in terra santa destituita, sola fra tutte vivea del Tempio e dei proventi del Tempio, sola fra tutte avea per ogni avere sortito l’Eterno, la sua Dottrina, il suo Culto. E questa è visibilissima attinenza tra Esseni e Leviti. Ma non è sola, voi lo ricordate. Quando parlavamo dell’astinenza dal vino, quando degli abiti, dei candidi pannilini, quando degli studj e della vita contemplativa, ei furono sempre i Leviti che tutti questi caratteri ci offrirono comuni agli Esseni. A questi caratteri un nuovo dobbiamo aggiungere, e questo è il voto di povertà, la comunanza dei beni. I Leviti appartengono alla biblica antichità e quindi recano i caratteri ed il genio essenico nelle epoche più vetuste di nostra esistenza. Sono soli i Leviti in quel periodo di nostra storia a offrire cogli Esseni questa nuova similitudine? Sarebbe errore il crederlo, riflettendo ai Recabiti dei quali parecchie cose udiste per lo passato. Certo spero non avrete dimenticato come nelle espressioni di Geremia io vi facessi osservare una frase la quale altro senso non può avere che il voto di povertà, che la comunanza di beni. Così prima Leviti e Sacerdoti e poi i Recabiti di Geremia preludono, come in altri infiniti anco in questo carattere, alla società degli Esseni.

Ma l’Ebraismo, voi lo sapete, ha due ère, due grandi, e come oggi si dice, organici periodi; Bibbia e Talmud, Profeti e Dottori, ispirazione e scienza, parola scritta e parola parlata. Abbiamo veduto della comunanza di beni gli avvisi nell’epoca prima; vediamone adesso i segni, il passaggio nella seconda. Questi segni e queste vestigia di due constano principalissimi ordini: idee e fatti, teorie ed esempj, principj e pratica applicazione. Si trova la povertà insegnata in principio, si trova poi in fatto applicata, esercitata. La povertà proclamata in principio, e questo è già molto; ma assai più sarà, se non sbaglio, quando vedremo a chi riferita, quando vedremo qual portano nome i suoi professori. Io ebbi parecchie volte occasione di ripeterlo, l’ho secondo me innalzato al grado di fatto presso che dimostrato. Il nome con cui pei rabbini si distingue l’Essena è quello di Kassid, e riandando tutte le prove da me in mezzo recate, troppo più oltre la bisogna procederebbe che non fa di mestieri. Questo per certo riteniamo, come l’abbiamo ad esuberanza provato, che il nome Hasid è sinonimo in bocca dei Dottori a quello che Giuseppe Flavio ci trasmise di Essena e Terapeuta.

Or che sarà se oltre i contrassegni infallibili onde questi nomi per noi si confusero, s’identificarono, questo pur esso si aggiungesse della comunanza dei beni? che sarà se oltre le condizioni tutte che abbiamo veduto comporre la personalità del Hasid, quello pur esso udissimo annoverarsi della povertà volontaria? E pure oso dirlo, nulla di più ovvio, dirò anche, di più ripetuto. E la parte più popolare del testo Misnico, e il trattato più accessibile, più conosciuto, più recitato di tutta la vasta raccolta, è quello che ricorre eziandio sulle labbra dei parvoli, che prezioso ne acchiude e perentorio insegnamento. E pure non si comprese; e pure tanto può di luce ed evidenza diffondere uno storico ravvicinamento. E pure era tanto facile comprenderlo quando si fosse agli Esseni pensato, quando si lesse nel Testo: Colui che dice il mio è tuo, il tuo è tuo, egli è Hasid; vi fu nessuno che dubitasse che sì dicendo si alludesse ad alcun che di storico, di reale, di organico istituto? Quando si lesse ivi stesso per contrapposto: Colui che dice il mio è tuo e il tuo è mio; vi fu nessuno che pensasse a quei famosi progetti che dopo Platone e Licurgo correvano per il mondo di repubbliche, di città socialistiche; chi esaminasse se in questa frase approvato o riprovato fosse il sistema dai nostri dottori? Certo ch’io mi sappia, nessuno: e se qui il luogo fosse di trattarne per disteso, quanto non riescirebbe interessante l’ultimo di tai raffronti eziandio? Platone, Licurgo, Fourier, Saint-Simon, Blanqui, Owen, giudicati dai dotti Ebrei non sarebbe tema di piccol momento senza dubbio. Ma di questo si taccia per lo migliore. Solo ci piace insistere sulla prima parte del testo Misnico, su quel rinunciamento a cui s’allude dei proprj beni in favore dei poveri. Strana, insulsa, parassita allusione ove un fatto non vi fosse stato contemporaneo a cui si riferisse, quando si fosse di una virtù favellato che nessuno praticava, quando si fosse voluto soltanto un ideale tratteggiare a cui niuno si fosse accostato, quando a fianco delle altre tre classi reali, esistenti, positive, si fosse una quarta accompagnata che condannata fosse stata a rimanere esclusivamente teorica.

Ma noi dobbiamo mostrarla questa virtù in azione, dobbiamo passare nel dominio dei fatti, dobbiamo toccare degli uomini, degli atti, delle circostanze che di questa essenica istituzione ci offrono in numero infinito ad esempio i dottori, e così avremo le due grandi parti della storia ebraica poste a contributo. E prima un tratto caratteristico che si legge in Cammâ. Si narra d’un uomo, che le pietre che la casa ingombravangli, andava rotolando sulla pubblica via. Chi passa, direste, in quel mentre? Passa, dice il Talmud, un Hasid, ch’è quanto dire tale che il titolo stesso recava che noi abbiamo altravolta ad esuberanza provato, proprio propriissimo degli Esseni, e con mal piglio apostrofandolo si narra che così gli dicesse, o Raca, o Sciocco! per che le pietre sgombri dal dominio nostro per gettarle nel tuo verace dominio? Voi lo udiste. Egli il hasid chiama suo dominio il dominio comune, la via pubblica, la proprietà comunale; egli chiama invece dominio non suo la casa, la propria dimora, la privata proprietà, in quella guisa a un dipresso che quel poderoso intelletto di Proudhon difiniva un furto la proprietà. La propriété c’est le vol, e spiegava il Lo tignob del Dicalogo come se dicesse piuttosto non possedere. Chi avrebbe pari linguaggio tenuto se non un Essena, ch’è quanto dire appunto un Hasid, uno di quei cotali che sotto questo medesimo nome di Hasid ci palesarono in mille incentivi la società degli Esseni? Ma gli esempj non scarseggiano, che anzi ve ne sono di avanzo. Fra gli antichi un Monobaze principe degli Adiabeni, che si dice avere i suoi averi ai poveri distribuito, e Monobaze era, curiosissimo a dirsi! figlio di quella Elena regina degli Adiabeni che noi, favellando altra volta del Nazirato, trovammo affiliata all’ordine dei Nazirei,[81] che è quanto dire, quell’ordine che tante e sì parlanti analogie vedemmo offrire colla società degli Esseni; alla quale il figlio suo Menobaze avrebbe in quella guisa aderito che i principi e monarchi aderiscono alle più illustri consorterie del loro Stato. E qui pure un Ribbi Isbab di cui si dice essersi di ogni avere spogliato in favore dei poveri; qui Ribbi Iohanan che traendo da Tiberiade alla vicina Zippori e giunto presso un campo, voltosi al suo compagno di viaggio, questo, disse, era mio e lo sarebbe tuttora se non avessi ad esso preferita la vita studiosa, contemplativa. E qui un fatto, un gran fatto che solo dalla storia dell’Essenato, delle sue istituzioni, del suo voto di povertà, può ricevere lume adeguato, ed aspetto di verosimile, voglio dire la manìa che invase, l’andazzo, il trasporto generale ai primi albori del cristianesimo, di togliersi indosso il grave giogo di povertà, ed eleggersi volontaria indigenza; che dico? il genio stesso, le parole formali dell’autore del nuovo culto quando diceva: più agevole il passare di un elefante per la cruna d’un ago che un ricco varcare le soglie del cielo. Quando alle turbe di seguirlo desiose, imponeva dicendo: Dividete tutto il vostro ai poverelli e seguitatemi; quando gli ultimi diceva dovere essere i primi nel regno dei Cieli; ed altre infinite somiglianti sentenze che tutte, consuonano coi principj dello Essenato allora in fiore.

Potremo dubitarne? Potremo dire che il Cristianesimo, che il suo autore non abbia volgarizzato le teorie ed i precetti del grande istituto? Potremo appuntare coloro di errore che colsero tanti strettissimi legami fra le due sette? Potremo dire che non bene si apponesse un poeta francese, non ha guari tolto alla patria, quando il fondatore del Cristianesimo chiamava recisamente un philosophe Essénien? Certo che non potremo, se punto ci cale della verità; ma tutti intenti nello spettacolo di sì gran filiazione, diremo ai grandi fondatori del nuovo culto, ai figli un poco degeneri degli Esseni, ai nipoti un poco ingrati dei Farisei, ciò che Dante disse dei grandi ingegni, che vostra arte a Dio quasi è nepote.

LEZIONE DECIMANONA.

Se la comunanza dei beni fu propria istituzione della società degli Esseni, come veduto abbiamo nella passata lezione, non meno tralle altre distinta procedeva, per un altro suo particolare istituto, il celibato. Il celibato fu ed è tuttavia fama avere appartenuto, come ad altri, così a quello antichissimo istituto eziandio, e gli appartenne in verità, purchè si voglia in questa sentenza procedere colle debite distinzioni. Che il celibato praticassero una parte, la più ascetica delli Esseni, nessuno negò, anzi formalmente asserironlo tutti quelli che degli Esseni presero a trattare da Giuseppe sino ai nostri giorni. Ma quanto a partito s’ingannerebbe chi volesse a questa regola astretti tutti quanti gli Esseni! Vi confesso il vero, giovani miei, quando le prime, le più superficiali nozioni acquistando del grande istituto, mi venne fatto di leggere questa regola severissima; quando pensai tutti dover gli Esseni rigorosamente conformarvisi; un dubbio mi assalì, e dissi fra me: che sarà del mio elaborato sistema, dei raffronti perpetui dei Farisei, della strettissima parentela, anzi della perfetta identità tra i due Sodalizj, se il celibato fu invero proprio costitutivo elemento di quello istituto? In qual guisa gli Esseni identificare con quei Dottori, che levavano al cielo il matrimonio, che il gridavano mezzo, condizione di spirituale eccellenza? Ed allora un certo scoramento mi prese, e dubitai un istante della bontà del sistema. Ma quanto ingiustamente! La contradizione che si parava gigante a traversarmi la via, veduta più davvicino, meglio studiata, meglio analizzata, simile ai giganti che vide l’Eroe della Mancia, si convertiva in mulini. E per due ragioni e per due diversi lati deponeva lo scoramento, e quello immenso intervallo che pareva il celibato frapporre tra le due sette sorelle, era in parte da ognuna di esse superato e ricolmo. Farisei ed Esseni che il celibato faceva così discrepanti si porgevano da lungi una mano fraterna, e muovendo ognuno verso dell’altro fornivano una parte di quella distanza che dividevali. Si accostavano gli Esseni ai Farisei togliendo al celibato quel carattere organico, fondamentale che parevagli attribuito, nè i Farisei meno davvicino agli Esseni si appressavano, parecchi e grandi e autorevoli esempj porgendosi non solo di celibato fortuito, involontario, ma di celibato studiatamente voluto, e amato e osservato; e qual grado eminentissimo reputato di spirituale perfezione. Ma parlino i fatti più di me eloquenti. Parli Giuseppe che la preziosa distinzione stabilisce tra Esseni ed Esseni, tra quelli che al celibato si attenevano, e quelli che, comunque veracissimi Esseni, non pertanto non solo il celibato non professarono, ma il matrimonio ad esso preponevano per molti rispetti. Havvi, dice Giuseppe, altra specie di Esseni che convengono coi primi, nell’uso degli stessi cibi, negli stessi costumi e nelle stesse leggi, e in nulla ne differivano, notate preziosissime parole, tranne perciò che riguarda il matrimonio, a cui il rinunciare stimano quanto estinguere dalla faccia del mondo la specie umana. E questo è il punto in cui Esseni al centro farisaico convengono. Ma Esseni, voi direte, vi furono nonostante i quali il celibato praticarono ed a regola parziale sì, ma pure venerata eressero del loro istituto. Nè io lo nego, nè il potrei. Lo attesta Giuseppe, come vi dissi; lo attesta Filone pei suoi Terapeuti, e lo attestano infine i due pagani Plinio e Solino. Ma quanto lo stesso attestato di questi due ultimi, che pure sembra osteggiarne, non reca un’aspettata conferma al nostro sistema! Quale è questo sistema? Voi lo sapete; l’identità suprema tra Esseni e Farisei. Ma chi erano i Farisei e qual concetto di sè porgevano al mondo pagano? Certo di quelli che la immensa maggioranza rappresentavano della nazione, il fondo a così dire della Ebraica società, il popolo vero, il popolo Ebreo. Udite ora le parole di Plinio. Egli non rifinisce dallo stupirsi, egli celebra quale inaudita meraviglia che una nazione per secoli e secoli si perpetui, nella quale, per dirla colle sue parole stesse, non nasce nessuno. Che cosa vi dicono queste parole di Plinio? Certo che un attestato vi porgono rilevantissimo, come altra volta vi feci osservare, della rispettabile antichità dello Essenico istituto, e come stranamente siano andati errati coloro che circa a quel torno gli assegnarono il nascimento, mentre Plinio favella di secoli e secoli. Ma non vi pare che le parole citate confermino la propugnata identità? Vi par egli che Plinio avrebbe così favellato, che avrebbe ad una setta, e scarsissima di numero, il pomposo nome assegnato di popolo e nazione; vi par egli che del suo perpetuarsi avrebbe fatto le meraviglie, se gli Esseni come i Sadducei fossero uno scisma, un membro putrido e divelto, anzichè il fiore e la eletta della nazione? se nel concetto di Plinio e Solino, Essenato ed Ebraismo farisaico non fosse tutt’uno? Vi par egli che luogo vi fosse a gridare mirabilia pel durare, comunque lunghissimo, di uno Istituto ove, s’egli è vero che niuno nasceva corporalmente, pure moltissimi erano i nascenti per le vie di affiliazione e di noviziato? Se d’altra parte Essenato ed Ebraismo non fossero stati nel concetto di Plinio una sola cosa, e se il suo errore da questo appunto provenuto non fosse, dalla naturale identità tra gli Esseni, espressione più alta dell’Ebraismo Farisaico, e lo istesso Farisaico Ebraismo?

Ma nè queste nè altre simili inattese conferme da un obbligo ci dispensano imperiosissimo; dallo spiegare in qual modo il celibato, almeno parziale, si concilia colla identità dei due Istituti. E qui mestieri è di buon grado il concediate. Se ci volessimo di una semplice analogia accontentare, egli è gran tempo che sarìa stata da noi indicata; se ci bastasse il dimostrare che i Farisei se non ebbero il celibato, n’ebbero almanco lo spirito, n’ebbero almeno le lunghissime astinenze, n’ebbero almeno l’applicazione temporanea ai grandi stati, ai grandi momenti della vita religiosa; gli esempj altra volta da noi ricordati sorgerebbero all’uopo opportuni, ed il Farisato di nuovo ricondurrebbero tra le braccia dell’Essenato; sorgerebbero gl’Israeliti separati da lunga mano dalle loro donne nell’aspettazione di Dio rivelato; sorgerebbe Mosè sacratosi secondo i dottori a perpetuo celibato perchè la voce udì che gl’intimava Rimanti con me, e di cui bello indizio comecchè indiretto ci fornirà il gran fatto, che dopo i due figli avuti pria della sua vocazione, niuna altra prole di lui rammemorino le istorie. Sorgerebbe David, il quale al sacerdote di Nob ripugnante di ammetterlo alla mensa d’Iddio protesta esso ed i suoi da parecchi giorni da ogni venere astinenti. Sorgerebbe, lo che è più, una schiera di Dottori Talmudici dei quali si narrano le lunghe separazioni dalle donne loro, sino ai dodici, sino ai venti e più anni, per vivere della vita studiosa appo qualche famoso dottore lontano; nè tra questi sarìa da pretermettere Rabbi Achibà che un carattere particolare ci offre notabilissimo nello appartenere a quei quattro privilegiati che si dicono ammessi al Pardès; ch’è quanto dire iniziati alle più alte speculazioni di una recondita Teologia. E questo, ne converrete, sarìa già molto, e molto del còmpito nostro noi avremmo fornito. Ma se il sistema nostro è vero, se resiste a tutte le prove, dobbiamo volere di più: dobbiamo chieder una precisa e formale dispensa dal matrimonio, dobbiamo chiedere una precisa e formale sanzione del celibato: Non basta; dobbiamo chiedere, perchè sia congenere e quindi identificabile perfettamente coll’Essenico celibato, dobbiamo chiederla quale virtù ascetica, trascendentale, qual mezzo di superlativa perfezione religiosa, quale sacrifizio di ogni affetto carnale ad un affetto morale sopramondano. Parvi egli che io proceda meco stesso più che non s’addica indulgente? Parvi egli che più potrebbe esigere il più severo Aristarco? Parvi egli che se questo trovato avremo, avremo tutto trovato? Ebbene, noi lo abbiamo trovato; abbiamo il Talmud, e dopo di esso un lungo ordine di Trattatisti, i quali tutti, dopo avere tra i precetti di Dio annoverato il matrimonio, pure stabiliscono una eccezione, e questa eccezione è pegli Asceti, è pegli uomini che pongono ogni loro amore nella Contemplazione, per quelli, dice il Talmud, che lo esempio vogliono seguire di Ben Azai. Che nome è questo, e qual nuovo raggio di luce diffonde sull’argomento? Chi era Ben Azai? Il credereste! Era anch’esso uno dei quattro che sopra gli altari si dicono nel Talmud ausati a’ più eccelsi voli della speculazione teologica; era pur esso uno dei quattro che entrarono nel Pardès, ed esso, oh meraviglia! è Ben Azai, è il modello del celibato in bocca ai Dottori, ed egli stesso fu celibe, come celibe o quasi celibe fu Rabbi Achibà, come celibe fu Ben Zomà, se non erro, tutti componenti il gran consesso del Pardès. È egli a caso cotesto? È a caso che non solamente si trova il celibato autorizzato praticato nel Talmud, ma lo che è di gran lunga più importante, si trova appunto, si trova esclusivo in quel consesso, in quei Dottori che se antenati ebbero i Cabbalisti negli antichi tempi, sono dessi di certo? È egli a caso che lo stesso argomento che prova la presenza del celibato trai Farisei, prova egualmente la particolare affinità degli Esseni con quella parte di Farisei che furono precursori, progenitori della grande scuola di Cabbalisti, tanto che si può dire che lo argomento che a noi saria bastato, sorge di nuova luce rivestito che ne prova la verità e meglio e più urgentemente conclude di quello che chiedevamo? Io credo che uno dei migliori criterj di verità, per giudicare di un sistema sia appunto cotesto, quando cioè affaticandoti a solvere una repugnanza apparente, non solo il filo trovi che ti trae d’impaccio, ma quasi per mano ti riconduce a rivedere, a riconoscere, a ricostatare tutte le altre parti del visitato edifizio provando al tempo istesso il tutto colla parte e la parte col tutto, e intimamente armonizzando non solo colla idea in controversia, ma con tutti gli altri caratteri del tuo sistema.

Abbiamo veduto lo stato economico degli Esseni, la comunanza di beni, il loro stato, in parte coniugale in parte celibatario. Adesso dobbiamo più davvicino osservare la vita privata, le costumanze, le abitudini. E prima di ciò che riguarda il loro esteriore, la loro persona. Quali erano i loro abiti? Noi abbiamo di questo argomento toccato laddove della origine discorrevamo del nostro Istituto. Voi lo ricordate. Questi abiti non erano per tutti uniformi, e forse cercando di questa diversità la origine, la troverete per avventura in quel doppio ordine di Esseni che abbiamo veduto comporre il grande istituto Pratici e Contemplativi. Vestivano altri di ruvide pelli, secondo ne ammonisce Giuseppe nell’Autobiografia, altri poi procedevano ammantati di bianchissimi lini. Noi chiedevamo, voi lo rammentate, all’antichità ebraica, alla storia, al culto ebraico di questo duplice costume i precedenti. Vedevamo l’origine del primo nell’uso generalmente adottato dai profeti, e che n’era siccome pare il principal distintivo. Vedevamo l’origine, il modello dei candidi lini, in parecchi e venerande istituzioni in Israel; il vedevamo tra i sacerdoti che di bianco lino vestivano nell’interno del Tempio; il vedevamo tra i Leviti, tra i Nazirei, presso i quali un verso preziosissimo delle Lamentazioni ci attestava egual costumanza; il vedevamo nelle rappresentazioni degli esseri angelici quando i profeti ce li dipingono biancovestiti, quando in Daniel l’antico dei giorni ci è presentato cuoperto di veste bianca qual neve; il vedevamo tra i Dottori, specialmente in uno tra essi celebratissimo R. Iehudà Bar Ilhai, del quale si narra che approssimandosi il sabbato indossava candida veste onde non dissimile, dice il Talmud, appariva dagli Angeli. Che sarà pure se lo epiteto intenderete, col quale questo santo Dottore vien designato? Certo non negherete che niuno più parlante modello da paragonarsi agli Esseni. L’epiteto di cui si parla egli è quello col quale, a senso nostro, si designava dai Dottori lo Istituto degli Esseni, l’epiteto di Hassid. E Hassid è detto nel Talmud questo stesso Ribbi Ieudà Ben Ilaì di cui vediamo la singolare conformità esteriore col costume degli Esseni. Fatto di gran rilievo ove specialmente si consideri che a detta del Talmud, ogni qual volta il nome, l’epiteto ricorre presso gli antichi, di Hasid, egli è di questo stesso Dottore di cui si è voluto parlare. Ma non è egli il solo di cui si narri il bianco vestire. I Dottori di Babilonia si distinguevano pei candidi manti; onde erano detti, perciò appunto Malahè asciaret, secondo avverte il Talmud in Chiduscim ed in Nedarim. Ed oh quanto non torna all’uopo nostro significante la voce Hassid! Voi lo vedeste le mille volte come l’uso storico speciale che di questo vocabolo fecero gli antichi consuoni sempre coll’istituto degli Esseni, tanto che, ciò che i Dottori dissero, narrarono dei Hassidim, è vero alla lettera, dei grandi solitari. Ma non è perfino il nome stesso di Hassid che non acchiuda in seno una squisita convenienza coll’uso, col costume in discorso. Il senso suo cotanto vago, cotanto generale, pure talvolta si determina, si fissa, si circoscrive e l’idea ci offre bene chiara, bene specchiata di candore e bianchezza. Ce l’offre quando è adoperato in senso di onta siccome quella che in ebraico si dipinge col pallore e la bianchezza del volto; Malbin. Ce l’offre poi nel nome Hassidà che il traduttore Arameo traslata a dirittura la bianca; Havarità per il bianco colore delle sue penne.

Sono queste alcune linee di quel grande sistema d’identità che abbiamo cercato di dimostrare del continuo in queste Lezioni; ma la precipua sua forza sta nell’insieme, nell’armonia delle sue parti; in quel vicendevole connettersi, spiegarsi, completarsi, che fanno tutti i suoi elementi, ed in cui l’animo non può fare a meno di ammirare o uno strano capriccio del caso, o un titolo ed un carattere innegabile di evidenza.

LEZIONE VENTESIMA.

Dopo avere nella passata lezione descritto l’esteriore costume degli Esseni, le loro vesti ora candide quai sacerdoti, ora aspre e pelose quai solitari e profeti, diremo adesso degli usi loro, della pratica della vita privata. Grande era il conto che gli Esseni facevano della mensa comune, delle comuni imbandigioni. E nel farlo fedeli erano alle patrie idee, alle patrie tradizioni, e fedeli eziandio a’ più cospicui, a’ più religiosi istituti della pagana antichità. Delle prime faccia fede la Bibbia che ove avvenga chi di solenne banchetto faccia menzione, sempre un gran nome, un nome santo, gli conferisce, quello di sacrifizio,[82] faccian fede i dottori che a dirittura asseriscono, la mensa ove presiede la fede tenere degnamente le veci dello altare di Dio, e le imbandigioni il luogo tenere di sacrifizio espiatorio. Le quali idee comecchè leggansi nelle più autorevoli opere de’ prischi dottori, pure e forse per ciò stesso, consuonano a maraviglia colle teorie cabbalistiche; prova ad un tempo che tralle prime e le seconde anzichè divario, come altri presume, grandi invece ci corrono e sensibili affinità, e che gli Esseni anche per questo verso esprimono con mirabile fedeltà il genio non solo della scuola de’ Farisei, ma più specialmente di quelli che la età moderna distinse sotto il nome di Cabbalisti.

Dissi però di costumi, eziandio, di idee pagane da queste non dissimili de’ nostri Esseni. E qui potrei, le greche e le barbariche istorie invocando, far mostra di facile erudizione. Potrei citare e Persia e Atene e Sparta e le Repubbliche pressochè tutte di Grecia antica, ove i pranzi comuni, ora al grado si elevarono di pubblica, di sociale istituzione, ora, lo che è più, di religioso cerimoniale. Ma su queste e altre simili ricordanze trapasseremo per brevità. Solo dirò con Plutarco che la mensa dice rappresentazione e figura della Terra; l’una e l’altra di forma sferica concepite. Ma Plutarco dice di più: egli aggiunge che perciò stesso, Vesta da taluno si appellava la mensa, e Vesta era simbolo di fuoco centrale, dell’altare, della torre di fortezza, come altra volta vedemmo appellato esso fuoco centrale; e quindi al nome mirabilmente corrispondente di Mizbeak che reca ne’ nostri libri la mensa, ed ambedue e mensa ed altare come tra i pagani così tra noi indicanti un unico principio. Tra i primi Vesta, il fuoco centrale, la vita del mondo, e tra noi l’Ente Metafisico che i Dottori chiamano Malhut, e che tutti i caratteri offre appunto or ora discorsi. Sono questi arbitrari accozzamenti o armonie spontaneamente prorompenti dal cuor del subbietto? Per ora ci basti il fatto enunciato, il concetto uniforme che della tavola formaronsi, e la Bibbia e i migliori tra i pagani, e gli Esseni, e i più eruditi scrittori del paganesimo quale Plutarco. Nè Plutarco è il solo. Cicerone prende a posta sua la parola, ed arguto quale egli esser suole in fatto di etimologia, accenna la superiorità del latino che convivio chiama il banchetto quasi vivere insieme, sul greco che lo qualifica simposio quasi bevere insieme. Ma che avrebbe Cicerone pensato se del nome ebraico avesse avuto contezza? Egli avrebbe certo trovato lo equivalente di simposio nell’ebraico nome di mistè, e quindi inferiore anch’esso al convivio latino. Ma quanto più splendida qualificazione avrebbe egli ravvisato nel nobilissimo Zebach? Che se il primo ogni volgare accenna ed anche licenzioso banchetto, il secondo ai grandi, a’ solenni allude e religiosi convivj.

Nè quelli degli Esseni avrebbero questo nome demeritato. Non lo avrebbero pel silenzio profondo che durante il pranzo regnava d’intorno, e di cui celebre esempio ci offrono pur essi i Farisei, quando esigono in principio non doversi per ragione di igiene conversare mangiando; del qual divieto solo allora comprenderemo lo spirito che a memoria ci ridurremo l’attitudine che prendevano a quei tempi sui letti loro i commensali. Non lo avrebbe poi, aggiunge Filone, pei dottrinali trattenimenti che, conchiuso il pranzo, si intavolavano tra i commensali. Ma quanto non suonano preziose le frasi Filoniane, specialmente ove si badi alle circostanze a cui si accenna. Non solo ei dice che si proponeva a mensa una questione tratta da’ libri sacri; ma egli ne addita l’indole peculiare, ei dice quei discorsi composti di allegorie sulle sacre scritture. Nè di questo si accontenta Filone: ma trapassando al criterio generalissimo con cui dagli Esseni si procedeva nella interpretazione delle scritture, la legge dice considerano pur essi qual’Ente animato i cui precetti sono il corpo; e spirito e mente, le allegorie. Abbiamo ben udito? Sono elleno coteste le espressioni testualissime di Filone? È egli questo il concetto che della scrittura formavansi Terapeuti ed Esseni? Che se così è, che cosa resta per identificarli a’ Teologi del Farisato, ai Cabbalisti? Non sono essi che lo esempio ci offrono continuo luminoso di dotti ragionamenti a tavola intrapresi? Non ne riboccano ad ogni pagina e Talmud e Medrascim ed il Zoar sopratutto? Che dico? Non sono eglino soli, soli i Cabbalisti gli autori, e propugnatori del gran principio esegetico dagli Esseni bandito, la duplice natura della legge di Dio spirituale e corporea? Non sono eglino appunto che all’animale somigliandola (nel 3º Volume del Zoar) i precetti dicono appunto come gli Esseni dicevano, il corpo della legge, e le allegorie, non meno com’essi ancora ne dicono, lo spirito?

Ma se la teoria degli uni a quella degli altri perfettamente risponde, ciò che aggiunge Filone, non pare, se ben si mira, di manco rilievo, e forse meglio che le grandi affinità varrà a stabilire tra i due istituti la medesimezza, siccome quello che poggia non già sopra certe somiglianze che possono essere effetti di cause congeneri, ma sopra alcune circostanze singole arbitrarie che rivelano una medesima provenienza. Egli è Filone che parla, Filone che dice come, conchiusa la sposizione allegorica quando trovata sia laudabile, ognuno applaude. E questa circostanza ove la troveremo? Nel Zoar se la cercherete, ove vedrete non una nè dieci, ma cento e mille volte seduti i dottori Cabbalisti al desco comune, lunghi e dotti tessere ragionamenti, i quali conchiusi, sono ora i baci fraterni che fanno fede del cuore appagato, ora certe frasi che tornano immancabilmente dopo ogni festeggiato discorso, e che suonano, a mo’ d’esempio: Se la vita ci fosse stata solo, per questo udire, largita, già ne sarìa di avanzo. «Illù la atena leàlmà ella lemiscmagh dà, dai

Nè i dotti ragionamenti nè gli applausi erano la sola parte che negli Essenici banchetti si dava alle lettere, si dava allo spirito. Eranvi altresì i canti, vi erano gli inni. I quali, dice Filone, coronavano gli Essenici Agapi colle lodi di Dio, e colla memoria de’ suoi benefici. Questo inno era tal fiata opera personale del Patriarca, del Presidente; tal’altra era dettato di qualche antico poeta, perocchè i poeti, dice Filone, hannoci lasciato de’ versi metrici spondei esametri ed inni che accompagnano le sacre danze. Dove sono gli inni a mensa cantati nell’antico Farisato? Il Talmud non li disconosce in verità, per quanto per la indole dell’opera stessa non troppo, se non isbaglio, ne son numerosi gli esempi.[83] Pure già ne è dato l’uso travederne sino da remotissimi tempi: che dico? sino da’ tempi profetici, sino nella Bibbia. La quale volendo dire come nell’ultimo nazionale esizio cessato sarebbe ogni tripudio, annunzia come non più a suon di canto, sarìa il vino ne’ conviti libato: d’onde traevano i dottori argomenti a interdirne l’uso dopo l’esilio. Pure la interdizione non è tale che l’uso non ti apparisca di quando in quando nell’istesso Talmud: testimone quel banchetto ove invitato Rab Hasdà a sciogliere giojoso un canto trista invece intonava e lugubre elegia. Ma questi, per quanto non ispregevoli esempj, poco sono, se gli Esseni sono non solo Farisei ma Farisei cabbalisti, se la identità di cui abbiamo finora discorso non è una favola.

Ebbene il Cabbalismo, i suoi usi, i suoi personaggi ne danno la più parlante, la più espressiva imagine della Essenica costumanza. Io non so se sbaglio, ma se il Talmud, se tutta la biblioteca rabbinica de’ primi secoli fa per avventura menzione di un poeta rabbino, di un poeta fariseo, questi è un solo, chiaro, celebre se volete, ma pure un solo. E questo unico poeta chi è egli? Egli è uno de’ più eminenti della teologia cabbalistica, egli è il cervello, la mente della scuola, come Ribbi Abbà ne fu lo scriba, ne fu lo scrittore; egli è in una parola il figlio stesso del grande maestro, egli è Ribbi Eleazar figlio di Simone che fu, dice il Medrasc, Carobì vetanoi upoeti. E ciò che più monta, egli è che di questo officio, di questo carattere di poeta non fa fede il Zoar, parte interessata nella questione e monumento esautorato dagli anticabbalisti, ma fanno fede libri a niuno sospetti, di indubitata autenticità, di imparzialità manifesta. I quali lo dicono fregiato delle triplici doti, come vedemmo, di Poeta, Oratore e Rapsoda tradizionale e il vogliono ancora perito cantore e identico a Ribbi Elleazar Hisinà per non parlare della tanta controvertita identità col poeta nostro, conosciuto più tardi sotto il nome di Callir o di Calliri, intorno al quale tanto dottamente s’affaticarono i nostri moderni eruditi. E questo è senza meno antichissimo e per ciò stesso concludentissimo esempio di analogia, Esseno-Farisaica ed Esseno-Cabbalistica. Ma quanto più prossimi e più comuni gli esempi se per poco scendiamo in ordine di tempo! Quanto illustre ce n’offrirebbe l’esempio dico di magnifiche poesie, parte più specialmente consacrate alla mensa, parte alla preghiera, alla liturgia, e tutte stupendamente improntate di una siffatta elevazione che rende a mille doppi mirabile il poetico magistero. Fra i primi non si potrebbe non menzionare il Loria principe de’ moderni Cabbalisti, prodigio di speculativa fecondità, comecchè nulla abbia scritto ma tutto lo insegnamento suo abbia trasmesso oralmente. Che dico nulla scritto? Egli scrisse pure qualche cosa, e queste sono brevi e mistiche poesie dettate in linguaggio Arameo e destinate alla mensa sabbatica. Gli altri poi sono egualmente Cabbalisti ma scrittori esimj nella purissima favella della scrittura. Possiamo dire che se a ragione vi ha chi possa dire di aver generato la mistica poesia ebraica, la più bella che io conosca, ella è senza meno la Italia nostra. La quale se non avesse in questo genere dato la vita che a Moise Zaccut di Venezia, avrebbe già un titolo glorioso alla riconoscenza de’ cultori della santa lingua. Bisogna leggere le poesie del Zaccut e persuadersene. Bisogna avere qualche sentore delle Dottrine cabbalistiche, bisogna avere anche il gusto dell’ebraica poesia, per ammirare il magistero stupendo, con cui concetti sublimissimi sono vestiti di forma non meno sublime, ed in cui non sai veramente discernere se più l’idea conferisce alla venustà della forma, o la squisita magnificenza di questa alla grandezza e nobiltà del concetto. A me poi la lettura di quelle poesie cabbalistiche dettate nel più puro idioma della scrittura produce un effetto singolarissimo. Mi pare che un grande abisso sia ricolmo, mi pare un grande intervallo superato, mi pare in un istante la distanza soppressa, che i Profeti divide da’ Dottori, da’ Dottori cabbalisti. E quando vedo quanto la forma profetica scritturale si attagli al concetto cabbalistico, quando vedo e l’uno e l’altro immensamente più belli, più grandi farsi al contatto, e quasi la parola biblica incarnarsi, immedesimarsi col concetto cabbalistico, allora la unità primitiva e della parola e dell’idea rivelata, la sintesi che ha preceduto l’analisi, la separazione sofistica, mi si rivela in una luce, in una evidenza intuitiva che non si potria la maggiore.