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EMILIO DE MARCHI
COL FUOCO NON SI SCHERZA
ROMANZO CON PREFAZIONE DI GAETANO NEGRI
MILANO CARLO ALIPRANDI—EDITORE VIA DURINI, 34
PROPRIETÀ LETTERARIA
Le copie non firmate s'intendono contraffatte.
Milano 1901—Stabilimento Tipografico G. Mauri e C., Via Unione, 20.
È una voce d'oltretomba che ci parla dalle pagine di questo romanzo, è la voce di Emilio De Marchi, il gentile poeta, il geniale ed arguto scrittore, ahi troppo presto rapito agli amici, agli ammiratori, al Paese di cui era ornamento ed onore.
La fama non ha sempre una misura perfettamente giusta nella distribuzione de' suoi favori. Non sempre i più meritevoli sono i suoi prediletti, e i suoi errori, ai tempi nostri, son forse più frequenti e più gravi che nel passato. Per essere uditi in mezzo al frastuono da cui è assordato il mondo moderno, bisogna farsi annunciare da squilli di tromba ed aver un accompagnamento di cori. Chi parla solitario deve rassegnarsi talvolta a lasciare che la sua voce sia soffocata dall'onda tumultuosa dei suoni che le si innalzano intorno. Emilio De Marchi, artista nel senso più genuino e più dignitoso della parola, ch'altro non amava se non l'arte e la verità, non apparteneva a nessuna consorteria letteraria; egli faceva parte per sè stesso, non andava in cerca dell'applauso e del successo, rifuggiva da ogni artifizio da cui potesse venire al suo nome un bagliore fallace. Da qui la conseguenza che Emilio De Marchi non ebbe in vita il posto che gli spettava nella gerarchia degli scrittori italiani nell'ultima parte del secolo decimonono, mentre gli stranieri lo accoglievano con una larghezza di spontanea ammirazione che era il più chiaro indizio del suo grande valore.
Emilio De Marchi, in arte, era un verista, ciò che rettamente inteso vuol dire un manzoniano. Egli fu dei pochissimi fra i discendenti del grande lombardo a comprendere come non fosse un seguire il maestro l'abbandonarsi ad una morbosa mollezza di sentimenti e di stile, ma lo fosse bensì lo scrutare il vero ne' suoi più riposti avvolgimenti, per riprodurlo con un intento altamente morale. Per questo, egli è stato, insieme, un poeta ed un moralista.
Il tratto saliente dell'ingegno del nostro artista era appunto la scrupolosa fedeltà al vero, fedeltà nella rappresentazione dei personaggi e in quella dell'ambiente in cui li collocava, Nella creazione dei tipi umani il De Marchi si_ rivelava un pensatore dall'anima vibrante a tutti i problemi detta vita moderna, un psicologo che sapeva scrutare le passioni che tempestano nel cuore dell'uomo in tutte le fasi del loro svolgimento. Tuttavia, per quanto mirabili le analisi ch'egli eseguiva col suo scalpello provato e sicuro, per quanto efficaci e parlanti le figure a cui egli dava il soffio della vita, altri potrà, per questo rispetto, averlo eguagliato, e forse superato. Ma nella pittura dell'ambiente il De Marchi era propriamente un Maestro. La sua arte finissima e discreta ci fa rivivere nel mondo ch'egli descrive con un'esattezza di riproduzione veramente singolare. Il Demetrio Pianelli, _che rimarrà del resto, per gli altri suoi pregi, come uno dei migliori romanci contemporanei, è, veduto da questo aspetto, un capolavoro. Il mondo milanese, la sua vita, le sue abitudini, il suo linguaggio, l'aria, quasi direi, che vi si respira, tutto vi è riprodotto con un'acutezza d'impressione che rivela l'intensità dell'osservazione. E vi si unisce quell'arte squisita, che sa dare, nella pittura, il tocco risolutivo dell'effetto, conservando la chiarezza del disegno e la semplicità dell'insieme.
Quest'arte si ritrova in tutti i romanzi del De Marchi; la si ritrova in_ Giacomo l'idealista dove vela ed abbella una concezione di carattere che è forse la più profonda e la più geniale di quante siano uscite dalla mente pensosa del nostro romanziere, la si ritrova nell'ultimo suo lavoro in _cui una storia triste si svolge in mezzo a tanto sorriso di natura, a tanta trasparenza d'aria, a tanta pace e tanto azzurro di lago e di cielo.
Lo stile del De Marchi, è limpido come l'acqua zampillante da fonte montana e rispecchia mirabilmente lo spirito dello scrittore. L'imagine precisa e vivace, la frase spirante un'emozione profondamente sentita, il concetto espresso con facile eleganza, mai nessun eccesso di parola, nessuno sfoggio di inutile virtuosità, quasi un pudico aborrimento d'ogni lezioso artifizio, tutto ciò infonde nelle pagine del De Marchi quel fascino che ha la bellezza quando ci si affaccia nella sua semplice e genuina realtà.
Emilio De Marchi, mi piace ripeterlo perchè è il più grande fra i titoli d'onore del nostro poeta, ha sempre accompagnato all'arte l'ispirazione morale e fu guidato, in tutte le sue opere, da un concetto educativo. Egli sentiva altamente la missione dello scrittore, e voleva che da ogni suo libro venisse un insegnamento che, purificando, ravvivasse i cuori. Quando egli parlava ai giovani, la sua parola aveva un accento paternamente affettuoso. Il maestro diventava un amico che aveva il segreto di toccar le corde più intime del cuore. Ma l'idea morale regge ed anima non solo i suoi libri educativi, bensì tutta l'opera sua.
Non si chiude nessun suo romanzo senza sentirsi migliori, perchè più inclinati all'indulgenza, alla pietà_ _per le umane debolezze, più sensibili alla simpatia per la sventura, più aperti all'influenza d'ogni grande e generoso ideale.—
Il fare un libro è meno che niente
Se il libro fatto non rifà la gente
diceva il Giusti. A questa convinzione del poeta toscano, che era anche la sua, Emilio De Marchi è rimasto fedele in tutte le manifestazioni del suo ingegno. Artista squisito, scrittore altamente civile e morale egli lascia una traccia duratura. Il suo spirito rimane nelle figure viventi di cui ha popolato il mondo della fantasia e del romanzo, rimane nei preziosi insegnamenti da lui sparsi a piene mani lungo il cammino, ahi troppo presto troncato, della sua laboriosa esistenza.
GAETANO NEGRI.
PARTE PRIMA.
I.
Due vecchi amici.
Cinque minuti prima dell'arrivo del battello, Beniamino Cresti era già col suo inseparabile ombrello chiuso, che gli serviva di bastone, allo sbarco di Tremezzo in attesa di Massimo Bagliani. Per la circostanza il solitario misantropo del Pioppino aveva indossato un vestito d'un grigio chiaro tutto eguale, che insieme al cappello chiaro di paglia faceva comparire ancor più scura la carnagione del volto e delle mani d'un color nero di terra lavorata.
Da qualche tempo i pochi amici canzonatori notavano che il solitario ortolano del Pioppino faceva degli sforzi straordinari per essere bello ed elegante. Ezio Bagliani, che tra i burloni era forse il più feroce, voleva vedere in certe scarpe alla polacca che il Cresti portava con ostentazione, una specie di dichiarazione per la bella sua cuginetta che abitava al Castelletto. Altri nelle doppie suole e nei talloni alti di quelle scarpe volevan vedere lo sforzo d'un uomo corto di gambe per sollevarsi di qualche centimetro sul livello normale del lago. Cresti lasciava dire e si limitava a sogghignare di quel sorriso muto, che gli irritava le mandibole sporgenti senza arrivare a muoverle: o digrignava i denti o si lasciava trascinare a pungere il suo tormentatore col puntale dell'ombrello eternamente chiuso. In fondo sentiva che tutti gli volevan bene e che in un momento grave sapevan far conto dell'ortolano del Pioppino. Ezio Bagliani, per esempio, il più dissipato di tutti, aveva più d'una volta ricorso all'aiuto segreto di Beniamino Cresti, quando nelle sue strettezze di studente, non osava affrontare la faccia dura di papà: e non sempre, pare, aveva restituito con precisione. Maggiore di lui una buona dozzina d'anni, il Cresti si permetteva di considerare l'allegro giovinotto quasi come un suo nipote, gli dava spesso consigli brevi, espliciti, opportuni, che non andavano sempre perduti, specialmente quando il giovane si gloriava della sua compagnia del caffè Storchi e del Ravellino. La vita dissipata di Ezio, i suoi rapporti costosi con la famosa Liana non erano un mistero per Beniamino Cresti, che deplorava spesso sinceramente che un giovine di così bell'ingegno, ricco, simpaticissimo, perdesse il suo tempo coi Lulù e coi decadenti del Circolo dell'Asse di cuore, una combriccola di eleganti malviventi.
A Massimo Bagliani, zio di Ezio, oltre a un lontano rapporto di parentela lo legava un'antica amicizia fatta a Torino, quando l'uno studiava all'Accademia militare e lui attendeva agli studi di legge. Per quanto lontani d'indole e di studi, o forse appunto per questo, la loro buona amicizia era andata crescendo col tempo e colla distanza, che è, come vuole il proverbio, il vento che fa crescere la fiamma. Le peripezie amorose di Massimo Bagliani l'avevano commosso: l'ingiustizia di cui era stato vittima aveva trovato nella naturale misantropia dell'amico Cresti un terreno preparato apposta per germogliare.
Già poco inclinato a credere nella bontà degli uomini (e cogli uomini, come quel predicatore, intendeva anche le donne), il caso di Massimo ribadì nel cuore di Beniamino che un uomo è lupo all'altro e che non si è mai tanto sicuri come quando si è soli. Per questo si era confinato in quel suo Pioppino, lassù, a coltivare cavoli e rose. Finiti gli studi legali avrebbe ben potuto percorrere una buona carriera negli uffici erariali, perché non mancava di una certa disposizione agli studi economici, specialmente nella statistica; ma il nostro Cresti non potè mai conciliare l'ingegno col temperamento. Mentre l'uno avrebbe voluto andar diritto allo scopo come una palla da bigliardo sotto i colpi di un buon giocatore, l'altro, l'animale restío e instabile, s'impuntava per ogni ombra, per ogni frasca. Sdegnando di essere un mediocre, sdegnando le arti di riuscire, sdegnando gl'inchini, sentendosi troppo migliore di cento altri, che fanno fortuna, per rassegnarsi a far come loro, il misantropo del Pioppino si era ridotto a vivere della sua rendita e a rinchiudersi nel guscio come una lumaca. Suo padre, morendo, gli aveva lasciato tanto da vivere bene, col reddito d'un grosso fondo sul lodigiano, una casa a Como, e un pezzo di montagna sul lago, dove si ritirò in seguito al suo primo disinganno d'amore, e donde non si moveva quasi mai, tranne le poche volte che scendeva a dare un'occhiata alle sue risaie di S. Angelo, o a vedere un carnevale a Milano. Ma un cavolo e una rosa del Pioppino valevano per Cresti tutti i migliori prodotti della civiltà. Nella rozza compagnia di due zitelle, dette da cinquant'anni le ragazze, che erano cresciute e invecchiate con lui, amando in lui la tradizione di una grossa famiglia ridotta a quest'ultimo filo, si trovò sui trentasette anni, cioè quasi vecchio, senza avere provato il piacere di esser giovane. Oltre alla poca amministrazione della roba sua, non rifiutava qualche servizietto al Comune e qualche consiglio gratuito ai vicini possidenti, che amano litigare; ma faceva presto capire che preferiva d'esser lasciato in pace. L'unica sua visita quasi giornaliera era per le signore del Castelletto, dove restava anche volentieri a giocare agli scacchi con Flora, colla Flora dai capelli rossi, che l'irritava continuamente con mosse contrarie ad ogni regola di giuoco. La signorina leggeva bene l'inglese e Cresti, che non conosceva l'inglese, le regalava regolarmente tutti i romanzi dell'eterna collezione Tauchnitz, i più bei Christmass illustrati che uscissero a Londra: e così tra una partita e l'altra, passava mediocremente l'inverno. Coll'aprirsi della bella stagione rifioriva coll'orto anche l'ortolano. Intorno alla casa del Pioppino c'era coll'orto anche una vigna e tra l'orto e la vigna correvano spalliere delle più belle pere, filari delle più belle rose, due specialità in cui il signor Cresti era ritenuto insuperabile: tra le pere un esemplare superbo di Martino Secco, buono d'inverno, era rinomato su tutto il lago; e tra le rose famosa era una varietà di borracine, ora così trascurate, e pur così belle nella loro gonnella verdicina e molle e nei colori teneri di carnagione umana.
Un suono di cornetta avvertì il Cresti che il battello era in vista alla punta del Barbianello. Massimo Bagliani, rassicurato che la sua presenza in Tremezzina non sarebbe stata cagione di conflitti diplomatici, aveva scritto segretamente a Cresti che sarebbe venuto il giorno tale, l'ora tale, ma non dicesse nulla per il momento a Villa Serena, al Castelletto e in altri luoghi, volendo prima abituarsi alla respirazione della nuova aria e rientrare a poco a poco nelle antiche impressioni con quella prudenza con cui si entra in un'acqua un po' troppo fredda.
Se il Cresti apparteneva alla schiera di coloro che diffidano degli uomini, questo signor Massimo, che stava per arrivare, apparteneva a quella non meno numerosa di coloro che diffidano di sè stessi, cioè ai malati di troppa riflessione.
L'uno era uno scontroso, l'altro un timido, colla differenza che c'è fra una capra ostinata capace di cozzare, anche coi corni rotti, contro un pilastro, e un coniglio a cui lo scatto d'una trappola fa battere il cuore fino alla soffocazione. Il Cresti, rimasto sempre solo, s'era rinforzato nella sua selvatichezza, che è come le squamme per gli animali deboli. Massimo, in frequenti contatti cogli uomini e colle cose, dopo aver viaggiato le quattro vie del mondo e preso parte ai delicati intrighi della diplomazia, tornava a casa dopo dodici anni d'assenza, un po' meglio dotato di quella esperienza che insegna a compatire negli altri anche sè stesso.
Quando un nuovo suono di cornetta avvisò che il battello stava per approdare, il cuore del Cresti si mosse sotto l'impulso di un soave sentimento, che gli fece correre la saliva per la bocca. In questi lunghi dodici anni, per quanto divisi dagli oceani, i due vecchi amici non avevan mai cessato di scriversi, ed eran state lettere lunghe, espansive, come sogliono essere quelle delle persone che parlan poco. S'eran lasciati giovani, nel fiore della vita, e stavano per rivedersi, non vecchi, ma al volgere di quella seconda età, che può dirsi il settembre della vita. Le foglie non cadono ancora, ma è bene che non piova troppo sopra le piante. Il tempo che abbrunisce le muraglie e dà la patina al bronzo, non passa inutilmente sulla facciata e sull'interno d'un uomo. Alcune idee e molte parole ch'eran già fresche in giovinezza hanno ora un aspetto secco, altre prima così care e preziose diventarono trite e frivole; la voce ha un tono più basso e l'illusione che prima volava in un cielo spazioso, se non è morta, vive malinconicamente in una gabbia.
Quando il battelliere sonò la campana e gridò la stazione di Tremezzo, un signore vestito d'un perfetto costume di viaggio, con una borsetta di cuoio a tracolla, girò il canocchiale che aveva agli occhi e cercò di scoprire nella folla che si addensava all'imbarcadero una figura d'uomo che gli ricordasse il vecchio amico; e quando il battello cominciò a rallentare, provò ad agitare il fazzoletto, a cui rispose un ombrello chiuso dalla riva, un segnale da innamorati che ebbe la forza di farli arrossire tutti due. Massimo, dopo aver ben bene esplorato, visto che non c'eran signore di sua conoscenza, si rallegrò vivamente. Cresti aveva obbedito alla consegna. Un incontro improvviso con una certa signora, lì sul ponte dello sbarco, sarebbe stata una cosa molto imbarazzante.
Il battello appoggiò adagio adagio, scricchiolò contro i pali e la folla cominciò ad incontrarsi sul ponticello mobile. Quasi sospinto da essa e dai facchini che trasportavano i bagagli, il commendatore Massimo Bagliani si trovò, non sapeva ben dire in che modo, all'ombra d'una robinia con due mani nelle mani, davanti a un ometto vestito di grigio, che aveva lasciata crescere una barbetta crespa sopra una faccia di terra cotta, in cui brillavano due occhi neri, la faccia bruna di can barbino dell'unico e invariabile suo amico Cresti. E questi, dopo aver palpata e allacciata colle braccia la rotondità d'una discreta pancia che dodici anni prima non esisteva ancora, si arrampicò sull'amico colossale e volle baciarlo e farsi baciare: tutto questo in silenzio, s'intende, come è bene di fare quando si avrebbero troppe cose a dire. Pareva quasi che piangessero; ma bisognò occuparsi subito del bagaglio, che un rapace portiere d'albergo pretendeva di portar via.
Tognina—disse il Cresti a una delle due ragazze, che era discesa con una gran gerla sulle spalle—prendi queste tre valigie.
La donna mise la roba nella gerla, caricò questa senza fatica sulle vecchie spalle abituate da cinquant'anni a portar ben altri pesi e andò avanti a battere la strada per un viottolo sassoso che si distaccava quasi immediatamente dalla via grande presso la chiesa e si arrampicava a scalini disuguali su per la schiena del monte.
—In questi paesi o su o giù, in piano se si può—disse finalmente Cresti, che pareva diventato un turacciolo accanto alla massa corpulenta del signor commendatore, che somigliava piuttosto a un fiaschetto di Chianti.—Tu avrai dio sa che sete e che fame: ma intanto che noi facciamo questi centotre scalini, l'Angiolina, che ci ha visti partire dal battello, fa andare il risotto a tutto vapore.
—Centotre scalini…?—domandò l'ambasciatore con un senso di sgomento, soffermandosi sopra uno dei primi dodici.
—Ma poi la strada va piana. Ti ricorderai dell'Angiolina e della
Tognina, le nostre due ragazze d'una volta. Questa è la Tognina.
Guardalo un po', Tognina: lo riconosci? non si è fatto più bello?
La Tognina che s'era voltata d'un terzo sopra i suoi zoccoli, colle braccia arcuate come le anse d'una anfora, dopo aver arrossito al di sotto della ruvida corteccia, disse colla cantilena del paese:—Stava forse un pochetto più bene nella montura: però il tempo non gli ha fatto male, sor Massimo.
—Sor commendatore, si dice—corresse il Cresti.
—Bisognerà pure che ci lasci parlare a nostro modo.
—Hai proprio detto centotre scalini?—chiese ancora Massimo, fermandosi a prendere un po' di fiato all'ombra di una cappelletta sull'incontro di tre viottoli.
—Il tempo di cuocere il risotto: abbi pazienza!
—C'eran questi centotre scalini dodici anni fa?
—C'erano, ma forse erano più dolci. Anche i sassi peggiorano col tempo. Al Pioppino non troverai nulla di cambiato, nè un chiodo, nè una sedia, nè una stoffa. Non manca che quella povera donnetta di mia madre, che ho fatto portare laggiù, dove spunta quel cipresso. Era il suo gusto negli ultimi anni di stare alla finestra a vedere il lago; e spero di andare anch'io a mio tempo a vederlo da quel cipresso. È stata lei che ha voluto far rinfrescare questa cappelletta e ritoccare questa brutta Immacolata, per la quale aveva una divozione speciale. A volte si dice: peccato non poter credere!…. Del resto qui il tempo passa che tu non te ne accorgi. Non è scomparsa la neve che ci son le violette; le violette cedono il posto al fiordaliso e al papavero; questi all'uva, l'uva alle castagne, le castagne alle nebbie e al freddo.
—E alle partite a scacchi….—aggiunse l'amico con intenzione.
—Anche—confermò l'altro, arrossendo un poco.
—Si ricorda ancora la piccola Flora di me?
—Piccola…. Tu vedrai che donnone s'è fatta.
—Sicuro, dodici anni son molti: me ne accorgo al peso di questi scalini.
—Forse io ti faccio correre troppo.
—La diplomazia va sempre adagio nelle cose sue.
—Ha sempre questa bella pancia la diplomazia?
—Non giudicare dalle apparenze. Vorrei che il cuore fosse più giusto.
E invece fa quel che vuole.
—Tre mesi al Pioppino guariscono tutti i mali.
—Faremo i nostri conti.
Finita la scalinata, la strada prese a serpeggiare tra due muricciuoli alti, ombreggiati dai gelsi e dalle piante di fico, che sporgevano dai campi: salì poi un trattino dura e selciata, finchè la comitiva si fermò a un cancelletto dipinto in rosso che metteva in un brolo, e il brolo era attraversato nel suo lungo da un viale fiancheggiato da due folte siepi di grossa mortella regolata e riquadrata come un muricciuolo. In fondo a questo viale partiva una scala di cinque o sei gradini lunghi di vecchia pietra sconnessa con grossi vasi di limone ai lati, fino a un portichetto quasi rustico da dove l'occhio spiccavasi liberamente su tutta quanta la superficie del lago, da Lezzeno fino alle lontane sponde di Bellano o di Dervio, con tutto quanto il monte Legnone per prospettiva, come se la montagna fosse stata fatta apposta e messa lì nell'arco di quel portichetto.
—Qui è la mia officina, il mio salotto d'estate, il luogo dove faccio i miei sonnellini, quando è troppo caldo. Quassù vedi i nidi delle rondini che mi tengono buona compagnia: per di qua si va in cucina: qua c'è un grottino fresco per il vin vecchio: per di qui si passa agli appartamenti superiori, da dove la vista è ancora più larga. Ti ho fatta preparare la stanza d'angolo che godeva la povera mamma e ti prego, se non vuoi che vada in collera, di comandare come se fossi in casa tua. L'Angiolina è ai tuoi ordini e tu le dirai quel che fa bene e quel che non fa bene al tuo stomaco, se vuoi il caffè alla mattina o la cioccolata.
Cresti non aveva mai detto tante parole in un mese quante ne disse quel giorno, in cui sentiva moversi dentro e ronzare tutto uno sciame di memorie di cose pensate e non dette, di sensazioni rimaste chiuse e come sprofondate nei crepacci più oscuri della sua coscienza d'uomo solitario e irritabile. A Massimo aveva scritto d'un certo suo progetto in aria e Massimo era venuto per aiutare un povero uomo a tirare abbasso questo grosso pallone, in cui viaggiava una sublime speranza.
Flora, quella Flora dai folti capelli rossi, quella bambina che in dodici anni si era fatta un donnone aveva ormai preso possesso del suo cuore…. L'idea ch'egli potesse essere per Flora qualche cosa di più d'un vecchio amico andava prendendo da un anno in qua sempre più consistenza: e più ci pensava e più gli pareva di ribadire quell'uncino nel cuore. E batti e batti, ormai se lo sentiva così conficcato quell'uncino che levarlo da sè non avrebbe saputo senza lacerarne tutta la carne. Ecco perchè aveva fatto venire un amico dalla mano medica e delicata. Era strano, quasi inesplicabile alla sua età (trentasette anni e mesi); ma ormai non c'era più dubbio: egli era innamorato. Innamorato, egli, Cresti, d'una figliuola di ventidue anni, di quella figliuola là? egli che si sentiva non vecchio fisicamente, ma esteticamente vecchio e giunto a quella sazietà della vita che fa parere tutto finito? Eppure era così, cari signori! e questa passione era per lui molto più formidabile in quanto si presentava al vecchietto con un'attrattiva nuova e sorprendente, non come un ritorno d'un'antica primavera, non come un bel giorno di tardo autunno, ma come un fenomeno non mai nè provato, nè previsto, con tutti gl'incanti e con tutte le seduzioni d'un amore di sedici anni. Egli non aveva mai amato così, a suo tempo, colpa sua, forse: ma il rimorso di non avere saputo amare non faceva che aggiungere uno stimolo di più a questo amore in ritardo e di riparazione.
Qualche volta egli si rimproverava questa debolezza nei frequenti soliloqui con cui istigava se stesso.—Che vuoi che faccia di te quella ragazza? che cosa vuoi ch'ella trovi in te, vecchio e rustico coltivatore di cavoli? ha ben altri ideali per la testa la signorina del Castelletto: o se per non saper far altro, si rassegnasse a sposarti, non ci sarebbe pericolo che s'ingannasse sulle sue stesse intenzioni e che vi trovaste ingannati a vicenda? Nel giuoco d'amore una sola è la partita e a chi tocca lo scacco matto è suo danno.
Mille volte erasi già ripetuto queste considerazioni, stando tutto solo le lunghe sere d'estate sotto il portichetto del Pioppino coll'occhio fisso alla torretta merlata del Castelletto, finchè le case alla riva s'immergevano nelle tenebre e nella luce d'una finestra vedeva passare o credeva di veder passare un'ombra. Di questi suoi scrupoli aveva riempite le ultime lettere a Massimo Bagliani che s'era mosso anche per questo, uscendo da un esilio che, secondo il decreto, doveva essere perpetuo.
La stanza assegnata al signor commendatore era la più grande della casa, forse fin troppo sfogata e larga, con quattro finestre che davano sul lago e sul monte, arredata di vecchi mobili nei quali sì specchiava la luce. Le pareti erano dipinte a calce con strisce rosse intrecciate a rombi in ciascuno dei quali era scarabocchiato un fiorellino celeste, lavoro paziente del vecchio Bargella di Bellano, un imbianchino celebre di cinquant'anni fa, annegato, chi dice nell'acqua chi dice nel vino, un giorno di sant'Anna dopo una famosa baldoria.
Quantunque una vasta tavola rotonda occupasse il mezzo di quello spazioso ammattonato a spina di pesce, c'era ancor posto in giro per una processione. Molti quadri e vecchie stampe occupavano le pareti, tra gli altri il ritratto d'un altro Beniaminus Crestus, notaio camerale, morto a Como nel 1771, che sotto una zazzera imponente accusava anche lui un musetto di buon cane barbino.
Una grande incisione della scuola del Piazzetta rappresentava Amore nella fucina di Vulcano nell'atto che ritrae la mano scottata dalla vampa.
O che non sapeva il piccolo tormentatore dei cuori che il fuoco scotta? il Dio e i ciclopi ridono di lui mentre le lagrime scendono sul bel volto del più crudele dei numi.
—Un per volta ci si scotta tutti…—disse il Cresti, indicando a
Massimo la vecchia stampa, a cui attribuiva qualche valore.
—Col fuoco non si scherza—commentò l'amico.
—Eh…. lo so—disse l'altro, tirando lungo il respiro.
Le due ragazze avevano preparato un magnifico letto coi lenzuoli che sentivano di lavanda, col famoso piumino stato messo insieme a pezzi e bocconi dalla povera signora Caterina durante l'ultima sua malattia coi frastagli del suo vestito da sposa. Ai piedi era un soppedaneo immenso, tutto verde come un prato, su cui spiccavano due pantofole d'un rosso fiammante.
Beniamino corse a spalancare la finestra e:
—Guarda—disse con un sentimento d'orgoglio, come se ci avesse qualche merito nella bella vista.—Ecco Lenno, Azzano, Mezzegra e là in quel verde, villa Serena.
—Dove, dove? chiese subito l'amico, facendo canocchiale col pugno.
—Laggiù alla riva, quel gran giardino colla balaustrata. Infandum, regina, jubes renovare dolorem. Ci andremo domani.
—Domani no; è troppo presto.
—Andremo quando ti sentirai in forze. Non la troverai molto mutata, perchè queste donne tranquille non invecchiano. Sono i nervi che fanno soffrire.
—Mio nipote sa che devo arrivare?
—Glie l'ho detto: e non desidera che di abbracciare il suo caro zio d'America.
—Credi ch'egli sia a parte di quel che è passato tra me e suo padre?
—Ho tutti i motivi per credere che non sappia nulla: a meno che non abbia trovato qualche lettera tra le carte del defunto.—E guarda un po' anche da questa parte—disse il padrone di casa, aprendo l'altra finestra verso levante. I più grossi paesi di Tremezzo e di Cadenabbia eran lì immediatamente sotto i piedi, coi loro alberghi, coi loro tetti accostati e sovrapposti, congiunti da una sottile collana di ville incastonate nei verdi giardini, tra cui, sopra un minuscolo promontorio, il Castelletto colla sua brutta torretta dipinta,
La colazione servita nel salotto che dava sulla parte più fiorita del giardino fu veramente degna di un diplomatico, e le ore passarono come un sogno nel riandare le centomila cose passate, quelle morte, quelle che non avevan potuto nascere e che avrebbero dovuto nascere meglio. Dopo aver fatta una visita alle pere e alle rose, all'ombra di due grandi cappelli di paglia, il signor commendatore accettò volentieri il consiglio di ritirarsi in camera a fare un sonnellino. C'era a questo scopo una poltrona grande come un bagno, aperta come la misericordia di Dio, nella quale Massimo si raccolse per prendere il volo verso riposati lidi, mentre le foglie delle piante battute dal vento mandavano un barbaglio di ombre attraverso alle gelosie sopra il soffitto e sulla rosicchiata cornice del vecchio notaio.
Le cicale cantavano a tutto cantare nella lenta e calda quiete di quella giornata di agosto.
II.
Due amici giovani.
Sonava la mezzanotte a S. Giovanni di Bellagio, quando Ezio Bagliani e il contino Andreino Lulli, detto anche Lolò, sfuggendo alla baraonda, scioglievano il canotto dagli anelli della darsena e si staccavano dal piccolo molo del Ravellino.
Dal Ravellino a Villa Serena, a lago tranquillo, è una traversata di una mezz'ora o poco più; ma per i due giovani, che uscivano caldi dalla baldoria e che avevano da mettere d'accordo l'acqua un po' grossa del lago col vino bevuto a tavola, fu impresa alquanto più complicata.
—Vuol dare a intendere che è Sciampagna di dodici lire…. brontolò
Ezio Bagliani, continuando un discorso già avviato nel giardino.
—È del vin d'Asti malvestito in carta d'argento—soggiunse don
Andreino, che andava cercando suoi remi in fondo al canotto.
Dalla voce rauca e sepolta si capiva che Asti o Sciampagna ne avevano bevuto un poco più della loro sete. C'era nel loro confuso risentimento anche un segreto rancore contro un così detto Cognac tre stelle, che don Erminio Bersi aveva travasato agli amici senza economia. Lolò mezzo istupidito, per quanto annaspasse colle mani, non riusciva a discernere il capo dalla coda de' suoi remi: e rideva, rideva della sua incapacità d'un bel ridere fatuo, in faccia alla luna che bianca e tonda versava sull'acqua una bella luce tremolante.
Tutte le cime dei monti che circondavano il lago si disegnavano nitide sul cielo: in fondo il Legnone e la Grigna, due colossi, che parevano ingranditi in una misteriosa trasparenza, e più avanti gli altri monti più modesti, dai nomi meno conosciuti, dalla fisionomia meno espressiva, che versavano i loro fianchi ossuti nei golfi oscuri, densi di ombre e di secreti.
Nella spaccatura della Val d'Intelvi disegnavasi nel palpito lunare una specie di scena interna, profonda, in cui dominava come su un altare il Santuario di Sant'Anna.
Tutta la bella Tremezzina era lì spiegata in una sfilata di case immerse nella gran pace dell'ora notturna, solenne, tremolante di sogni.
—Lavora, fannullone—comandò Ezio Bagliani che nella sua qualità di vice-presidente della Società dei Canottieri era detto anche il vice-ammiraglio. E per essere più sciolto si tolse la giacca e il cappello, che buttò sul sedile di poppa.—Andiamo, in quattro colpi siamo al di là.
—Sento una zampa d'aragosta che mi graffia lo stomaco—sogghignò don Andreino, che alle prime ondulazioni del canotto credette veramente che qualche cosa di vivo si movesse in mezzo allo Sciampagna. Non riuscendo nè di reggersi, nè di star seduto sulla banchina, andava brancicando in ginocchio tra le assicelle del legno in traccia d'una pipa che gli era sfuggita dal taschino e di cui non poteva più far senza.
Il suo compagno, più forte, più superbo, dopo aver cercato di dominare il suo vino col dirne male, afferrò i remi e colla salda vigorìa de' suoi ventiquattro anni, riattivata l'energia dei muscoli e svampati i bollori al soffio dell'aria frizzante, cominciò a battere l'onda con colpi lunghi e ben assestati, che fecero volare il canotto riluttante tra i larghi cumuli d'acqua, resi pesanti da un contrario venticello di tramontana.
All'improvviso un colpo di pistola risonò nel grave silenzio a risvegliare gli echi più addormentati della montagna.
—È ancora quella pazza ubbriaca di Vera che tira ai palloncini: finirà coll'ammazzare qualcuno, se non la fanno smettere—disse Ezio.
Sul terrazzo del Ravellino dondolavano al vento gli ultimi palloncini d'una illuminazione giapponese che don Erminio Bersi aveva allestita in onore degli amici e di certe sue amiche, mentre or sì or no venivano sui voli d'aria gli ultimi schiamazzi della baldoria. Rovinato nel credito, diffidato dai parenti, perseguitato dai malvagi creditori don Erminio Bersi a trent'anni, messo nel bivio o d'imbarcarsi per l'America o di sposare le ottocentomila lire d'una Pezzani di Codogno, un nome quasi glorioso nell'industria del formaggio, aveva preferito le ottocentomila lire; ma prima di dare un estremo addio al mondo e alle sue pompe aveva voluto radunare un'ultima volta al Ravellino gli amici dell'Asse di cuore e gli altri ch'eran soliti ritrovarsi con lui d'inverno nelle sale superiori del Caffè Storchi a Milano, cioè oltre a Ezio Bagliani e ad Andreino Lulli, Tito Netti, Filippino Doria, il marchese Schiavi e le più ragionevoli loro amiche, tra cui Vera Spino, Liana detta la Spagnuola e quella patetica Gismonda, mima simbolica, come dicevano gli adoratori, bellezza trasparente che morì tisica a San Remo, dopo aver rovinato un paio di principi russi.
Nelle sale del Caffè Storchi i compagni dell'Asso di cuore non pretendevano di far dell'accademia, nè della politica, nè dell'economia sociale; ma semplicemente divertirsi nel miglior modo, ciascuno secondo i propri mezzi e le proprie facoltà. Vi si cenava spesso dopo i teatri, vi si facevano dei giuochi atletici, della ginnastica svedese, dello sport da camera, vi si giuocava a scopa, a bezigue, perfino alla briscola plebea: vi si declamavano delle concioni e dei versi, si cantava, si miagolava su un disperato pianoforte, vi si facevano insomma delle allegre goffaggini in mezzo al fumo degli avana e delle pipette di gesso all'unico intento di non sentire il peso della noia, che facilmente strapiomba su chi ha poco da fare e nulla da pensare. Tutto era permesso, tranne il dire una cosa troppo seria e troppo sensata. Chi si fosse lasciato scappare di bocca una sentenza o un proverbio con intendimento pedagogico doveva pagare o scontare il delitto con qualche speciale supplizio. La notte che arrivò il telegramma che annunciava il disastro di Dogali, per non lasciarsi traviare a sentimenti di troppa commozione, Filippino Doria comandò gli esercizii militari e per una mezz'ora condusse intorno al biliardo la schiera degli Ascari ammantati in bianche tovaglie, col viso dipinto di cioccolata, finchè fu decretata la morte di Ras Alula nella persona di Lolò, cioè del contino Lulli. Gli fecero una testa africana col nero fumo, lo addobbarono di tovaglioli e punf…. lo fucilarono con le stecche. Liana per simulare il sangue gli versò nel colletto della camicia una mezza bottiglia di vin di Barolo.
A parte questi giochi eran del resto tutti buoni figliuoli; buoni, s'intende, a far nulla; ma già qualcuno cominciava a capire che a questo mondo non si è venuti soltanto per far delle schiocchezze. Erminio Bersi stava per prender moglie; Ezio Bagliani carezzava l'idea di finire i suoi studi legali e di pigliarsi una buona volta la sua laurea a Genova o a Pisa. Don Andreino, trascinato nell'orbita di suo cugino deputato, il conte Andrea della Roncaglia, mescolava alle corse, alle regate, un po' di sport elettorale e qualche sua personale velleità politica,
—Sei proprio in collera del tutto con Liana?—chiese don Andreino, quando dopo infiniti patimenti ebbe finalmente infilato il remo in una forcella.—Mi ha detto che tu le fai un gran male,
—Ne ho gusto.
—Non vuoi proprio più saperne di lei?
—Non si è già consolata abbastanza col suo americano?
—L'americano è un ripiego.
—Sai quel che mi ha fatto a Nizza?
—Lo so: ma tu sei troppo feroce, Ezio.
—Vada a farsi benedire. Mi ha seccato abbastanza. E poi ho bisogno di far giudizio quest'inverno.
—Ho capito—soggiunse Lolò quasi piagnucolando—vuoi prender moglie anche te. Allora io faccio il deputato.
—Bada, tieni a destra. Vedo laggiù al Castelletto la finestra di mia cugina Flora ancora illuminata. Andiamo ad augurarle la buona notte.
—Due minuti dopo il canotto ballonzava sotto il terrazzo d'una modesta casa posta a picco sul lago sostenuta da tre archi di muro e coronata da una torricciuola merlata dipinta a striscie rosse e nere, che giustificava agli occhi della gente il nome di Castelletto. Per quanto umile e goffa nella sua struttura di pasticcio mal riuscito, tuttavia all'indulgente raggio della luna anche quel vecchio rudere di casa colorata, chiusa tra un cipresso da una parte o un gran ciuffo di oleandri dall'altra, aveva la sua modesta poesia.
—Ohe, Flora…—gridò Ezio, intonando il deh vieni alla finestra del Don Giovanni. La finestra illuminata si aprì e dalla porta a vetri uscì sulla terrazza la ragazza dai capelli rossi, in una vestaglia chiara, che il raggio candido della luna avvolse d'una luce patetica.
—Che fate in giro a quest'ora, vagabondi? gridò Flora.
—E tu che cosa fai al mesto lume della lucerna?
—Sto copiando quella tua dissertazione di laurea. Sai che il tuo gobbetto ha una scritturaccia da gallina?
—Ti presento don Andreino Lulli, una grande autorità sportistica e un futuro uomo politico.
—Per celia, signorina—corresse il contino agitando il cappello.
—I vostri schiamazzi dal Ravellino arrivano fin qua, Chi è che giuoca al bersaglio?
—Vogliono ammazzare la luna.
—È una vergogna, a quest'ora.
—La mamma sta bene?
—Dorme.
—Non logorarti troppo gli occhi per me, povera Flora. Domattina sei in casa?
—Sempre ci siamo.
—Mi pigliate a colazione? ma sans-gêne; due uova, due fette di salame e un caffè nero. Vedremo di leggere insieme qualche pagina di questo malaugurato scarabocchio.
—Va bene: alle nove?
—Alle nove. Addio, Flora…
—Addio—rispose Flora, alzando la voce per seguire il canotto che si allontanava come una freccia: e le parve che un piccolo eco nascosto in qualche crepa del monte opposto ripetesse di là del lago;—Addio….
* * * * *
Villa Serena nel seno più interno della riva spiccava solitaria nel giardino vasto e oscuro, che l'abbracciava tutta nelle sue ombre profonde. Era una casa aperta sul lago con terrazzo a lunga balaustra di pietra bigia, ornato di grossi vasi di sasso, colla facciata d'una gravità signorile senza pompa e senza leziosaggini, una casa ancora senza storia, che Camillo Bagliani, il padre di Ezio aveva acquistato poco prima della morte della sua prima moglie. Vi aveva poi condotta la seconda moglie, Vincenzina, vi aveva raccolto le sue memorie e vi era morto anche lui da poco tempo, dopo aver passato gli ultimi anni di vita in uno stato di lenta paralisi sul balcone della camera che prospetta il piano più vasto del lago.
Ezio vi era, si può dire, cresciuto negli anni più belli della sua giovinezza e dopo la morte del babbo considerava Villa Serena come il rifugio delle sue idee migliori. Per rispetto a donna Vincenzina, sua seconda madre, l'eco dello gazzarre del Ravellino non vi doveva nemmeno arrivare e dagli amici suoi, tranne questo contino Lulli, che aveva una specie di salvacondotto nel titolo e nell'onorabilità del nome, nessuno altro era mai stato introdotto tra le ombre oneste e tranquille di quell'angolo invidiato. Ezio sapeva e voleva che gli altri avessero a distinguere tra il compagnone allegro e il padrone di casa. I piaceri della vita non l'ubbriacavano mai fino al punto di fargli perdere il sentimento de' suoi doveri, e in questa specie di governo di se stesso era la sua forza e la sua superiorità su tutti gli altri che gli facevano la corte. Questo senso di orgoglio lo faceva parere molte volte duro e aristocratico ai democraticoni della gazzarra, pei quali lo stravizio non ha bisogno di guanti e nemmeno di brache: ma Ezio voleva essere aristocratico, e sapeva di esserlo, magnificamente, quando era il caso. Quarantamila lire di rendita ben amministrata gli potevan concedere questo lusso.
Il canotto con una giratina magistrale imboccò l'arco oscuro della darsena e andò ad arrestarsi ai piedi della scala che mena al giardino. Ma il luogo era così buio che lo sbarcare non fu cosa facile. Ezio saltò a terra per il primo, tirò il legno a riva, lo legò, a tastoni, colla catena, bestemmiando contro quell'animale di Moschino che non era venuto incontro colla lanterna. Accese un zolfanello per rompere l'oscurità e alla fiamma che rischiarò l'antro vide il ragazzetto seduto sulla scala, addormentato, colla lanterna morta tra le gambe.
—Aspetta, lazzarone!—brontolò, frenando con fatica la voglia di farlo rotolare nell'acqua. E presa uno ciotola di legno, di quelle che servono a vuotar le barche, la riempì fino all'orlo e versò tutta l'acqua sulla testa di Moschino, che gettò un urlo di spavento. Il battesimo discese e serpeggiò fresco fino in fondo alla schiena.
—È così che tieni il lume acceso, pigro animalaccio?—gridò il padroncino, mentre il disgraziato si dibatteva nei panni bagnati.—Alza il lampione, se non vuoi che con un calcio ti butti dentro.—Il ragazzo che conosceva per prova le furie del signorino, si alzò grugnendo, levò il lampioncino di vetro: ma l'acqua aveva così bagnato il lucignolo che si dovette rinunziare a ogni tentativo di accenderlo.
Bisognò far di necessità virtù, arrabattarsi al buio e persuadere Andreino a uscir dalla barca: ma nel frattempo Lolò s'era beatissimamente addormentato nel fondo e giaceva come un sacco di cenci. Abbruciandogli due o tre zolfanelli sotto il naso, Ezio potè richiamarlo un poco ai sensi e persuaderlo a lasciarsi tirar fuori: ma il contino che sentiva la zampa dell'aragosta grattargli l'ugola, cominciò a piangere sulla sua sventura e a dichiarare d'essere il più vile vermiciattolo che si nutra di fango e altre di quelle melanconiche amarezze, da cui son presi i nobili spiriti che hanno un'aragosta e del cattivo Sciampagna sullo stomaco.
Colle buone e colle brusche Ezio, che in queste tragedie non era alle sue prime prove, potè finalmente schiodarlo dall'asse, impedì che il più infelice degli uomini tuffasse le scarpette nell'acqua buia della darsena, lo tirò sulla scala e a urti e a spintoni lo condusse per l'oscura galleria alla luce del giardino. Era un peccato che don Andreino non fosse in grado di ammirare la mite bellezza e l'incanto della luce lunare, che stendevasi come un lenzuolo bianco sul piazzaletto ghiaioso e gocciolava in vaghissime falde di neve nell'ombra dei viali senza riuscire a dissiparne l'oscurità,
Tra una massa densa di cupe conifere e una parete di mimose, d'aloè, di bambù, l'oscuro e tortuoso sentiero conduceva alla casa dove tutti, fortunatamente, dormivano in quell'ora piccina, nella calma profonda in cui il batter lento dell'onda pare anch'esso il respiro della notte addormentata.
Don Andreino un po' sostenuto, un po' trascinato dalla mano robusta dell'amico, non cessava di ripetere quel che aveva già detto le cento volte, cioè, ch'egli era il più miserabile degli uomini, più vile del più vile vermiciattolo che mangi il fango della terra: e ogni qual tratto faceva il tentativo di fermarsi per dichiararsi indegno di riporre il piede sotto il tetto ospitale del più generoso degli uomini. Alle parole seguivano teneri abbracci, singhiozzi e vere lagrime di tenerezza, a cui Ezio non sapeva opporre che frasi sorde come queste: Sta zitto, asino: non svegliare quei di casa. Sì, vermicciattolo, taci che ora ti mettiamo a letto.
Moschino corse in cucina a prendere un lume e per la scaletta di servizio venne fatto a tutti e due di spingere il giovine ubbriaco fino a una stanzina, che di solito serviva al guattero di casa. Lolò cadde sul letto, su cui Ezio distese un coltrone e lo lasciò mormorando: Ora ne hai fino a domani sera.
Moschino accompagnò il padroncino fin sulla soglia della stanza e tornò a cercare il suo letto. Nello strapparsi di dosso i vestiti bagnati, che mandavano un forte odore di pesce, mormorava:—E dicon porci a noi!—Ma il sonno scese presto a dissipare ogni rancore. Anche Ezio si addormentò presto, rotto com'era dalla fatica: e non sognò che un chiarore vago di luna in cui una voce, la voce di Flora, andava leggendo qualche cosa ch'egli non riusciva a capire.
III.
Studi severi.
Non si svegliò prima delle sette e il suo pensiero corse subito alla promessa fatta a Flora.
Sonò. La vecchia Bernarda gli portò l'acqua ed il caffè.
—Dirai a don Andreino, quando si sveglia, che mi raggiunga verso le due alla Boliviana, dove si radunerà il comitato delle regate.
Saltò dal letto e compiè la sua toeletta, dopo aver deterso colla spugna nell'acqua diacciata tutto il suo corpo di elegante atleta, che strofinò colla canfora e coll'aceto profumato. Quando si sentì ripulito da tutti i fumi dell'orgia, si vestì della biancheria fresca di bucato, che mandava un buon odore di ireos, spalancò le gelosie verso il lago per lasciar entrare tutta l'aria e tutta la luce della mattina,
Il lago era un tranquillo raso celeste senza una piega da questa all'altra sponda. Per la china dei monti scendeva a pezze disuguali il sole dorato a illuminare il vario verde dei boschi e le capanne più alte, mentre una rara nebbiolina vagolava sui fianchi più bassi e sulle rive che sentivano ancora qualche brivido della notte. Poche barche di pescatori parevano immobili nello specchio, tra cui veniva sbuffando il battello della mattina, che lasciava indietro un pennacchio di fumo.
Il giovane respirò a grandi fiati la freschezza dell'atmosfera e mentre si spazzolava i capelli corti alla repubblicana, sentì il bisogno di far eco zufolando ai gorgheggi delle capinere e dei merli che popolavano i boschetti. Il profumo caldo dell'Olea fragrans veniva dagli sterrati del giardino, che tocco dal primo raggio del sole, che sul lago sorge tardi, schiudeva i suoi verdi, da quello scuro dell'abies nigra, al verde smunto del deodara, a quello paglierino del bambù e al verde luccicante e bagnato del lauro ceraso e della magnolia. E tutta questa festa di verde veniva sbattuta dal riflesso del lago, che faceva luminello sulle pareti della stanza.
Questa era stata già del suo povero babbo. Qui il brav'uomo aveva languito gli ultimi mesi, qui era morto. Vicino a questa camera si apriva lo studio vasto, ancora arredato da solidi scaffali, pieni di libri e di carte, e popolati dei cento oggetti che parlavano della sua vita e delle sue opere. Tra due scaffali un busto di marmo lo rappresentava nel vigore degli anni e della fortuna, quando su proposta di Quintino Sella, che aveva avuto di don Camillo Bagliani un'alta opinione, era stato mandato prefetto in Sicilia in un momento di grave pericolo sociale. E in un quadro era esposta tutta la raccolta delle sue decorazioni, che cominciavano con una piccola medaglia commemorativa della battaglia di Palestro e finivano colla commenda dei SS. Maurizio e Lazzaro.
In faccia al busto del babbo, nello spazio tra le due finestre, in una ricca cornice d'oro pendeva il ritratto a olio di sua madre, la povera contessa Saulina di Pianello, una bellezza dolce e delicata, scomparsa troppo presto tra gli strazi d'un lento esaurimento nervoso.
Questo era per Ezio come un santuario: e quando, sottraendosi alle dissipazioni della vita esterna, poteva raccogliersi una mezza giornata tra le sacre memorie e metter le mani nella corrispondenza di suo padre, il giovane Bagliani sentiva dentro di sè quasi un senso di ribellione contro la miseria di quel suo vivere, tra gente fatua, che nel suo orgoglio istintivo sentiva di stimare meno dei cani.
Fu in uno di questi momenti di resipiscenza che pensò di romperla con Liana, una vagabonda che pretendeva di comandargli e che gli aveva già fatto molte scene disgustose: e da tre mesi si vantava in cuor suo di saper resistere alle tentazioni. Anche il desiderio di dar l'ultimo colpo a' suoi studi e di prendere un titolo accademico secondo il desiderio del povero babbo, andava parlandogli in cuore come un rimorso.
Tra le molte disuguaglianze di spirito che la natura gli aveva regalato c'era in Ezio un fondo massiccio d'orgoglio che gli impediva di scendere fin dove il fango arriva agli occhi. Avveniva che dai più irregolari eccessi, quasi per rifarsi un credito davanti a sè, si chiudeva come un bimbo cocciuto per quindici o venti giorni in camera, dove si dava a studiare a più non posso, come se dovesse pubblicare un nuovo Digesto.
Da un mese era in questo periodo di penitenza e di esercizi spirituali e, se aveva ceduto una notte all'invito di Erminio Bersi, sentiva di esserne tornato ancor più sazio e ancor più convinto che la vita non può essere soltanto in fondo ai piaceri.
Per far venir l'ora di andare da Flora, tolse il violino dall'astuccio e corse una mezz'ora sulle corde, ripetendo a memoria tutte le scale degli esercizi che da cinque o sei anni tormentavano il vecchio strumento. Per quanto la naturale disposizione l'aiutasse, il nostro filarmonico non aveva mai saputo uscire da quella mezza capacità, che fa desiderare e rimpiangere l'altra mezza. Forse aveva ragione di dire il suo maestro Pazzini che i topi avrebbero fatto più presto a rosicchiare lo strumento di quel che Ezio Bagliani a studiarlo. Ma quel poco, così frammentario e rappezzato, gli serviva qualche volta a ingannare il tempo, quel benedetto tempo che in fondo, come si dice, è galantuomo e non merita di essere ingannato.
* * * * *
Prima delle otto al Castelletto era già tutto in ordine e nitido come uno specchio. Dalle sei alle sette Flora nella brezzolina fresca, che veniva dal lago, aveva finito di copiare la grossa dissertazione sulla Complicità, che per settanta lire Ezio aveva acquistata da un povero storpiatello di studente, bisognoso e bravo in questi studi come un Cuiacio. Con quattro raffazzonature di stile gli aveva data apparenza di roba nuova e sperava con quattro ciarle di darla a bere ai professori della Facoltà, che hanno delle dissertazioni, specialmente di quelle grosse, un rispetto quasi istintivo che lì dispensa spesso dal leggerle. Flora aveva dovuto lottare un poco per decifrare gli sgorbi d'una scrittura storpia come il suo autore. Tutto quel gran latino ch'essa non capiva, tutte le citazioni giuridiche e i commenti ermeneutici che avrebbero fatta la disperazione d'un cancelliere, s'eran trasformati, passando sotto la sua penna di acciaio, in una magnifica scrittura violetta, aperta, slanciata, decorata di fregi e di svolazzi che gli eguali non avevano mai veduto i parrucconi dell'Università.
Dalle sette alle sette e mezzo era scesa in giardino a innaffiare i quarantacinque tra vasi e vasetti della sua botanica e a dar da mangiare alle quattro galline del pollaio. Aveva portato il caffè in camera alla mamma e combinato con lei una lista per far onore al quasi cugino di Villa Serena, che si degnava di venire a colazione al Castelletto. Si stabilì che alle due uova si dovesse aggiungere una costoletta di montone, un caffè e panna e un piatto di fichi primaticci. In quanto al vino si poteva far prendere all'osteria un certo bianco non troppo brusco che Ezio aveva una volta portato alle stelle.
Dati gli ordini alla vecchia Nunziata, Flora preparò la tavola sul terrazzo in ombra con quanto vi era di più bello e di meno scornato nella dispensa: e verso le otto si ritirò in camera a lavarsi e a pettinarsi. De' suoi tre vestiti più presentabili scelse uno di percalle celeste a fiorellini bianchi senza cintura, chiuso con una semplice arricciatura intorno al collo: un abito di carattere infantile, che la faceva parere più alta e più leggera. Que' suoi folti capelli color del rame (checchè si dica contro il rosso) non istavano male sopra il percalle scolorito, che oltre a scendere con pieghe morte e lunghe, come si vedon dipinti certi angeli di frate Angelico, coi capelli d'oro, aveva il vantaggio di nascondere un paio di stivaletti non troppo in armonia tra loro.
Mai il tempo non le era parso così lungo e abbondante come quella mattina! o le mani lavoravano troppo in fretta o troppo in fretta lavorava il suo pensiero. Dacchè Ezio aveva ripreso a frequentare il Castelletto col pretesto della Dissertazione, qualche cosa d'insolito era entrato nella vita scolorita ed eguale della casa, che da cinque o sei anni dormiva nella pigrizia delle loro padrone. Flora aveva riaperto il vecchio pianoforte, detto il trappolone, e procurava di farlo stridere meno orribilmente sotto le sue dita di acciaio. Un po' meno di polvere si accumulava sui mobili e qualche ragnatela di meno intorbidava il ritratto della nonna Celina sul fondo slavato della tappezzeria di carta color ulivo.
Quantunque Ezio non fosse per Flora che un cugino posticcio, perchè la zia Vincenzina non era che una seconda madre per il giovane, tuttavia i due ragazzi eran cresciuti, si può dire, insieme all'ombra delle stesse piante; e si trattavano col tu, sebbene la diversità della loro condizione sociale e gli anni passati da Ezio all'università li avesse separati più di quel che fosse nei loro gusti e nei loro intendimenti.
* * * * *
Il Conte Stanislao Polony, padre di Flora, di antica famiglia di Varsavia, era venuto giovanissimo in Italia col celebre poeta Adamo Mickiewicz a offrire il suo braccio alla nostra causa nazionale e dopo aver combattuto nelle cinque giornate di Milano, era stato con altri polacchi incorporato nell'esercito sardo. Aveva col grado di capitano combattuto in Crimea e nel cinquantanove era stato nominato colonnello sul campo. Dopo la pace di Villafranca sposò Matilde Stellini, figlia d'un modesto impiegato della Tesoreria provinciale, la quale lo consolò presto col dono di una bella bambina dai capelli d'oro, i capelli della nonna Celina. Scoppiata la guerra del sessantasei, il conte Polony fu tra le prime file e cadde colpito al cuore alle prime cariche alla testa del suo battaglione, lasciando la moglie e la bambina in qualche strettezza.
I beni dell'antica famiglia erano stati confiscati fin dal dì che i Polony s'eran mescolati ai moti politici del loro paese. Anche la nonna Celina, che ora guardava dal di sopra del pianoforte con uno sguardo tenero, dentro la sua vecchia cornice tarlata, anche questa figurina minuscola dai labbri rosei e dai cappelli di fuoco aveva rappresentata una parte tragica negli avvenimenti e nei rivolgimenti della patria. Donna di singolare energia, accesa di santa fiamma per la causa nazionale, inscritta ad una società segreta, la sua manina delicata aveva saputo assestare una pugnalata mortale al Commissario della polizia russa nell'uscire una notte in mezzo a una frotta di maschere dal teatro dell'opera: e così aveva creduto di vendicare il marito, il conte Vladimiro Polony, che i Russi avevan fatto morire sotto le verghe. Storie d'altri tempi e d'altri cuori, che sembrano leggende d'un altro mondo al nostro stanco quietismo; ma Flora che aveva letto questi casi in un opuscolo stampato a Parigi, dove la contessa Celina era morta in una dignitosa miseria, non poteva guardare in faccia alla scolorita immagine della nonna senza provare nel sangue un piccolo fremito d'orgoglio. Della antica grandezza di casa Polony non ora rimasta che quella cornice d'oro sbiadito, e una cassettina misteriosa che conteneva un pugnaletto sottilissimo e un piccolo guanto di donna tinto di sangue. Ma al fasto delle memorie poco, troppo poco, corrispondeva la tenue pensione che il governo aveva assegnata alla vedova del colonello Polony, e se la zia Vincenzina non fosse venuta spesse volte in soccorso della sorella più povera, troppi giorni tristi avrebbero amareggiata la vita delle due derelitte. La zia, entrata in una casa ricca, provveduta d'ogni bene, non lasciò mai di giovar loro fin dove il soccorso non paresse confinare coll'elemosina. Per loro aveva presa a pigione questa piccola e sconclusionata casa detta del Castelletto, in cui le Polony per economia passavano anche l'inverno. Nei mesi buoni amava avere con sè la nipotina a Villa Serena, che la rallegrava colla sua vivacità: o andava essa stessa a passare qualche ora ogni giorno al Castelletto quando la sorella, già molto scossa dalle frequenti artriti, non si arrischiava di affrontare i soffi dell'aria.
A questa loro sorte le Polony s'erano ormai abituate. Gl'inverni così tiepidi sul lago facevano meno sentire alla madre il tormento dei vecchi dolori che l'obbligavano quasi a un perpetuo ritiro: e in quanto a Flora, per natura già alquanto selvaggia, sapeva trar profitto della sua solitudine, anche quando il sole si specchia nelle nevi, anche nelle più torbide giornate, quando il vento porta le nubi sul lago e batte la pioggia dura contro le finestre. La lettura e lo studio delle lingue, per le quali aveva una disposizione tutta slava, la pittura, il «trappolone» le faccende di casa, le sue buone vicine povere, l'assistenza a un asilo infantile di cui s'era lasciata nominare patronessa, rubavano le ore delle brevi giornate; finchè al tornare dell'aprile il lago cominciava a ripopolarsi. Allora colle rondini tornavano le amiche straniere che son solite passare la primavera in Tremezzina: più tardi si riempivano le ville delle conoscenze più intime. Ricchi e poveri tutti conoscevano la signorina del Castelletto, la contessina, la polacca dai capelli rossi, che per quanto uscisse colle singolarità del suo modo di vivere dalle compassate convenienze, pure era l'anima delle brigate. Non si faceva una scampagnata, non si metteva insieme un ballo o una lotteria di beneficenza senza prendere gli ordini al Castelletto, che veniva considerato come il quartier generale delle buone imprese. In quanto al popolo dei barcaiuoli o dei pescatori considerava ormai la signorina come una figliuola del paese.—Peccato—dicevano qualche volta tra loro i poveretti—peccato che n'abbia pochi….
* * * * *
Per far venir quelle benedette nove che non sonavano mai, Flora sedette davanti al «trappolone» e cominciò a correre colle dita sopra un'indiavolata variazione, che faceva stridere e saltare tutte le corde più svogliate e più addormentate nel cassone; e mentre le note s'inseguivano urtandosi e incalzandosi, il pensiero si lasciava trascinare a vecchie fantasie, a ricordi lontani, ai tempi della più remota fanciullezza, quando era venuta a stabilirsi dopo la morte di suo padre in quest'angolo del lago, in questa casa aperta a tutti i venti; e vedeva Don Camillo Bagliani, un uomo grave che parlava con tristezza; vedeva Ezio, un ragazzo poco più alto di lei, vestito alla marinara, che l'invitava a giocare nel boschetto della villa o la conduceva in barchetta: vedeva la bella zia Vincenzina, ancor giovine in tutto lo splendore de' suoi vent'anni, vestita come una regina, colle sue magnifiche buccole di diamanti. Con uno sguardo riassuntivo (mentre le dita andavano per loro conto sui gialli avori del trappolone) vedeva passare molti anni e molta gente. Gli uni morire, gli altri farsi più grandi, la mamma rinchiudersi sempre più ne' suoi piccoli mali, e delle amiche, che venivano a villeggiare sul lago, quale andar sposa ed essere felice, quale andar monaca ed esserlo di più, quale alzarsi, quale scomparire. Quel che era molti anni fa un piccolo giardino s'era fatto quasi una selva: le rive una volta più deserte s'erano popolate di casette: molti che essa aveva carezzato ragazzi sulla riva c'eran già partiti e ritornati da soldato. Essa sola era stata sempre la stessa; e presso ora a voltare la punta pericolosa dei ventidue anni, si domandava (in un modo confuso che non aspettava risposta) se proprio era scritto che per lei il tempo dovesse sempre passare così.
La mamma avrebbe desiderato ch'ella sposasse il buon Cresti, il misantropo del Pioppino, un misantropo non privo d'una sua singolare amabilità, il fedele compagno delle loro lunghe serate d'inverno, il buono e ruvido Cresti, non più giovane, non di bellezza un sole, ma che avrebbe diviso tanto volentieri la vita con lei e colla mamma.
Cresti voleva dire la tranquillità e l'agiatezza serena per tutta la vita, e ciò non era poco: perchè quando Flora correva fino a immaginare quel che sarebbe di lor due povere donne tra un dieci o dodici anni, non sapeva togliersi a un senso di sgomento. La miseria e la vecchiezza son le due parche più giovani; la morte è la terza. Cresti era un cuore poco espansivo ma solido, ostinato ne' suoi affetti, di gusti selvatici, che non potevano dispiacere a Flora, anch'essa un'erba selvatica dall'aroma forte; ma con tutto questo non era ancor giunto il momento di dirgli di sì.
Posto che Ezio non poteva amar lei già vecchia e stracciona, posto che essa non poteva sposar lui per la grande differenza di condizione sociale: posto che il bel signorino amava divertirsi a modo suo e non aveva alcuna intenzione di legarsi le mani e i piedi: posto ancora che le belle—per quel che se ne diceva—eran già tutte sue e che per far breccia nel suo cuor di ragazzo gaudente ed egoista Venere e Minerva insieme non sarebbero bastate: posto finalmente che una contessina Polony dagli stivaletti scompagnati aveva pure il suo bell'orgoglio di razza—non era il caso di supporre ch'ella resistesse al desiderio della mamma e alla muta adorazione del buon Cresti per qualche segreta speranza o per un'illusione in aria che si fosse messa davanti. Ezio Bagliani—lo sapeva benissimo—non era un ragazzo da vendere la sua libertà a ventiquattro anni a una signorina di ventidue. Diceva anzi nudo e crudo a tutti quelli che volevano sentire che prima dei quarant'anni è follia per un uomo ricco il prender moglie. Troppo bella gli si apriva la vita per tutti i quattro punti cardinali, perchè volesse farsi eremita. Eran queste le massime sue e di tutti quelli che amano, come si dice, godersi la vita. Con chi e che cosa andasse a fare a Nizza nella stagione dei famosi carnevali era il segreto di pulcinella: il nome di Liana e d'altre bellezze non era sconosciuto al Castelletto. Il buon Cresti, che dalla sua solitudine seguiva la cronaca elegante, non si faceva scrupolo di parlarne forte anche in presenza di Flora, di descrivere le belle ossia le brutte avventure del signorino di Villa Serena, che dopo la morte del babbo s'era dato a battere allegramente la cavallina: e metteva quasi un certo gusto, forse un interesse suo, a caricare le tinte e a suscitare nell'animo impressionabile dell'onesta signorina orribili ripugnanze morali.
Con tutto ciò Flora non sentiva ancora per il suo quasi cugino quel senso di ribrezzo che il vizio dovrebbe suscitare in ogni animo ben nato. Per lo meno fin che poteva sperare di poter esercitare qualche benefica influenza, non voleva da parte sua perdere il vantaggio di una posizione indipendente. Essa si era quasi convinta che il cielo l'aveva prescelta a esercitare sopra il giovane dissipato una benefica influenza, quasi la parte di buon genio e non voleva, fin che questa convinzione durava, mettersi in condizione di non poter giovargli quel giorno ch'egli fosse venuto a chiedergli un soccorso.
In che modo le fosse entrato nell'animo questa persuasione non sarebbe difficile dimostrare, quando si ricordi che Flora nei primi anni della giovinezza, allorchè si risvegliano per la prima volta i misteri del cuore, era stata per Ezio la compagnina preferita in tutti i suoi giuochi nel giardino della villa, nelle grotte della vigna, sul lago, sui monti. S'eran più volte misurati nei vani delle finestre, segnando ogni anno l'altezza con molte striscie sul muro: le lettere E F intrecciate si vedevano ancora crescere scolpite nella carnosa corteccia degli aloè. Giochetti da fanciulli, d'accordo. E fu appunto per tagliar corto a questi giochetti pericolosi che don Camillo, il babbo, dalla faccia triste, aveva fatto capire alla zia Vincenzina come non fosse più decorosa una tanta famigliarità tra un giovinetto di quasi vent'anni e una bambina che cresceva alta come un papavero.
La mamma Matilde alla sua volta aveva fatta una lunga predica per dimostrarle che la troppa confidenza fa perdere la riverenza. Ezio non era suo fratello e nemmeno suo cugino giusto, come credeva la gente. Tutto il bene che poteva venir loro da Villa Serena non si aveva ad accettare che come una grazia di cui era dovere corrispondere con riverente riconoscenza e punto lì. Qualche volta scappò detto alla buona mamma che dei signori in genere è bene non fidarsi, perchè i signori meno degli altri capiscono il male che fanno e il bene che non sanno fare. L'egoismo a differenza delle altre passioni, si rinforza nella bambagia e nulla c'è di più crudele come una signorile pigrizia che non vuole scomodarsi.
Questi avvertimenti ripetuti e ribaditi, la sopravvenuta malattia di don Camillo, che durò molti mesi, la catastrofe della sua morte, l'assenza prolungata della zia e di Ezio tennero per quasi due anni separate le due famiglie e intanto il giovine ebbe tempo di dimenticare e di stringere altre amicizie che l'avviarono in un altro ordine di gusti e di preferenze.
* * * * *
Passavano queste immagini nell'onda sonora del trappolone, mescolandosi a una Variazione sulla Norma, una complicazione tremenda di semicrome, che le uscivano macchinalmente dalle dita….
Ora Ezio s'era dato tutto agli studî seri, voleva prendere la sua laurea, non perchè avesse bisogno di attaccare un manico al suo nome, ma perchè non si dicesse da nessuno ch'egli non aveva saputo fare quel che cento imbecilli sanno fare. L'orgoglio non è sempre al servizio del diavolo: e una volta inforcato questo cavallo, Ezio era uomo da camminare un pezzo sulla strada del bene. Era il momento di aiutarlo in tutti i modi, compreso quello di copiar per roba sua una scienza comperata per settanta lire….
Passavano questi pensieri, quando il campanello del portone di strada sonò in un modo più forte del solito, come soleva farlo sonar lui. Ezio era qui: l'orologio segnava le nove precise. Flora alzò uno sguardo alla nonna Celina e si scagliò sulla tastiera per darsi della forza e un contegno di artista ispirata. Sentì il suo passo che attraversava il cortiletto, lo sentì entrare, lo sentì fermo dietro le spalle: e piombò sul triplice finale: boum, boum, boum.
—Boum, boum, boum… questo tuo Listz merita di essere impiccato, ma tu non suoni male. Questa non è musica, ma semplicemente una Norma tirata a coda di cavalli.
—Forse è la prima volta che ne dici una giusta—rispose Flora colla solita spigliatezza, in cui soleva rinforzarsi come in una corazza.—Che sia effetto di quel cappellino nuovo di paglia?
—Che ha ella a dire del mio cappellino di paglia?—disse, mettendosi ritto davanti a un gran vetro allumacato, che faceva da specchio al ritratto della nonna Celina.
—È bello… è stupendo… è degno del padrone.
Egli era in giacchettina chiara con una larga fascia color pomodoro, che spiccava assai bene sopra i suoi calzoni color del burro, cascanti e flosci, da cui usciva un paio di scarpe zafferano,—Che cosa mi manca per essere un bel giovine? Celiò mentre si carezzava colla punta delle dita gli scarsi baffi neri e un cespuglietto di barba crespa incipiente, che dava vigore e forza alla sua faccia abbronzata di vice ammiraglio.
—Mamma, c'è Ezio—disse Flora, andando incontro alla signora Matilde, che entrò ravvolta ne' suoi soliti scialli di lana, come se fossimo in novembre, con in testa la sua cuffietta a nastrini celesti, in cui il suo viso pareva ancor più delicato e pallido: ma la finezza dei lineamenti manteneva in quella donna malaticcia un'apparenza di giovinezza, che i quarantacinque anni avean passato da un pezzo.
—Già in piedi la mia cara zia? quando si va ancora alla Cappelletta in canotto?
—Con te mai più—protestò la zietta, che si ricordava un brutto quarto d'ora.—Non avete nessun rispetto dell'acqua.
—Sono i vostri peccati che fanno il lago cattivo.
—I nostri? chi c'era al Ravellino stanotte? è così che lor signori si preparano agli esami di laurea?
—Tu predichi così bene in quella cuffietta che è peccato non far dei peccati.
—E del tuo conte Lolò che n'hai fatto? chiese Flora,—Dove l'hai fatto fare questo elegante attaccapanni?
—Don Andreino è il più impeccabile degli elegantissimi di Milano. È lui che da il tono alla moda.
—È per questo che porta quel corvattone verde e crespo come l'indìvia?
—È l'ultima parola di Parigi. Don Andreino, così minuscolo come lo vedi, sa a memoria il nome di tutti i cavalli che hanno vinto sui turf d'Europa in questi dodici anni.
—E non quello degli asini che perdono?…—rimbeccò la lingua maledica di Flora.
—Non per nulla tu hai sul capo quei capelli rossi e rabbiosi come bisce.
—Se avete qualche cosa a fare non perdetevi in ciarle—osservò la signora Matilde, prendendo posto nel suo seggiolone di velluto nel vano della finestra, mentre i giovani si mettevano a sedere alla tavola di mezzo.
—Brava, tu hai lavorato come un angelo, biondina, e bisognerà che ti faccia un bel regalo…—Bello, mirabile, incantevole…—andava ripetendo Ezio, mentre faceva passare le pagine del manoscritto.—Questi svolazzi faranno colpo sugli esaminatori.
—Bisogna che rileggiamo insieme qualche pagina che non ho ben capita. Quel tuo gobbetto, a ogni fiato, t'incastra una citazione latina che è uno spasimo.
—Il latino dà il sapore alla scienza come i lardelli allo stufato.
Si cominciò col ridere a questo paragone dei lardelli.
La mamma cercò di far la voce grossa, ma i ragazzi risero ancor più forte. Il sole entrava lieto per le due finestre e andava a battere sul volto di nonna Celina, che pareva rider anche lei nella vecchia cornice.
—Prima permettimi una pregiudiziale, come dite voi legali—soggiunse Flora.—Non c'è pericolo che l'autore di questa dissertazione abbia già presentata per roba sua la tesi o l'abbia già venduta ad altri? tu faresti una brutta figura.
—Punto primo la roba vien da Napoli e da Napoli a Genova c'è di mezzo il mare: punto secondo ho mutato il titolo e il principio dei capitoli: punto terzo i professori non sono così bestie da legger quel che noi presentiamo.
—Allora perchè fate le dissertazioni?
—È un uso così.
—Come le cravatte di Lolò.
—Oh no, più stupido.
—Sarete almeno chiamati a esporre le idee fondamentali del vostro lavoro.
—Questo sì. Sarebbe un'eccessiva imprudenza andare agli esami senza aver letto almeno una volta quel che si è scritto. Vuoi una sigaretta, Flora?
—Cominciamo.
—Cominciamo pure. Leggi tu, mentre io tiro due boccate. Tu permetti, zietta?
—Purchè non si faccian discorsi inutili.
Ezio si abbandonò sulla tavola, appoggiò la testa al palmo della mano, e seguendo coll'occhio il manoscritto originale, invitò Flora a leggere la sua copia.
La giovine cominciò con voce netta e scorrevole:
«Nella legge de Sicariis troviamo eguagliato chi prepara il veleno a chi lo somministra. Qui hominis necandi causa…—vuoi masticarlo tu questo lardello?
—Necandi causa—continuò Ezio, mentre Flora seguiva il manoscritto colla punta della penna—venenum confecerit, dederit, vel vendiderit, vel habuerit; quive falsum testimonium dolo malo dixerit… quo… qui… tu hai ragione, questi son scorpioni, non parole,
—Non c'è voluto meno che la mia pazienza e il mio amore per la tua laurea, se ho potuto resistere sino alla fine.
—Tu avrai un bel posto in paradiso.
—Speravo che mi dicessi: ti troverò un bel marito.
—A questo potrò pensarci quando avrò presa la laurea.
—Ahimè misera allora…!—conchiuse ridendo la fanciulla, che sapeva affrontare gli argomenti sdrucciolevoli per darsi il gusto di scivolarvi sopra.
—quo… qui pubblico judicio rei capitalis damnaretur… cioè gli si tagli il collo—continuò il mariuolo, che sapeva anche lui scivolare sugli argomenti sdrucciolevoli.
—…—retur—fece eco Flora:—E altrove nella stessa legge Cornelia:—Nihil…
—Nihil interest occidat quis an causam mortis praebeat.
—…praebeat, Ottaviano Augusto, Valentiniano, Valente, Graziano sotto il titolo:—de iis qui latrones…..
—Salta il lardello, biondina.
—Ulpiano tiene responsale di furto chi persuade il servo a fuggire e cita la conforme opinione di Pomponio Labeone che scrive:—non minus delinquunt…
—Salta!
—Non capisco se questo Pomponio è una persona sola con Labeone o so siano due giureconsulti.
—Che te ne importa? quando si sta bene in salute.
I due giovani risero di nuovo in coro e fecero ridere di nuovo la mamma zietta, che si sforzava di aguzzare una faccia severa sopra il calcagno d'una calza che teneva nelle mani.
Essa temeva sempre in cuor suo che Flora si abituasse a scherzare col fuoco e ne avesse poi a riportare qualche scottatura. Ma Flora diceva sempre:—Non aver paura, mamma; so fin dove posso andare.
—Tira avanti che è bello, Flora—comandò Ezio.
—«Ulpiano afferma…»—ma li conosci tu questi bravi signori?
—Ulpiano credo di averlo sentito nominare. In quanto a Pomponio Labeone, dacchè l'ho dato alla balia, non ho mai avuto notizie de' fatti suoi.
—«Noi non intendiamo con ciò di negare il fattore antropologico del delitto—continuò Flora, leggendo nel manoscritto—ma intendiamo soltanto di dimostrare questa verità: l'unione degli individui peggiora moralmente ciascuno,»—Ma sai che quel tuo gobbino ne dice delle belle? Par che abbia conosciuto Lolò.
—Va avanti, lingua velenosa,
—«Avviene allora…»—senti anche tu, mamma, come scrive bene il nostro Ezio, quando fa il Pomponio Labeone:—«avviene allora una degenerazione fatale dovuta a quella verità dolorosa che nella società come nella natura sono i germi peggiori quelli che più facilmente si riproducono e si diffondono. Il microbo del male ha una potenza d'espansione infinitamente più grande di quella del bene—(Flora andava alzando la voce in tono di predica, gesticolando con un dito in aria)—giacchè, mentre pur troppo si sa che molte malattie sono contagiose, non è ugualmente provato che sia contagiosa la salute…»
—Ti giuro, zietta, che non le ho scritte io queste belle parole: è tutta sapienza del gobbetto.
La lettura andò avanti ancora un pochino a spinte e a calci; ma quando si fu alla fine del primo capitolo e che si annunciò il secondo sul «Manutengolismo» Ezio si alzò e disse:
—Basta per oggi: ho fame.
* * * * *
Mezz'ora dopo sedevano tutt'e tre intorno alla piccola tavola imbandita sulla terrazza, nell'ombra fitta d'una pergola di vite americana, che si appoggiava da una parte al muro della casa e dall'altra al grande oleandro in fiore. I due giovani, messi in vena dalla giurisprudenza, fecero onore alle uova, al montone, al pane fresco e al vin bianco non troppo brusco. Si parlò delle prossime Regate, che dovevano quest'anno aver luogo nel bacino di Tremezzo e che avrebbero attirata mezza Lombardia. Ci dovevano essere corse a vela, corse di canotto, corse di barcaiuoli, per le quali si stavano già raccogliendo ricchissimi premi e vessilli dalle patronesse. Ezio nella sua qualità di vice presidente aveva offerta la bella coppa d'argento vinta lo scorso inverno col suo Morning Star a Nizza, dove aveva battuto i canottieri della Senna. Di Tremezzo avrebbe corsa la gara dei barcaioli il bell'Amedeo, il fidanzato di Regina, che sperava quest'anno di battere quei di Gravedona.
Ezio, animato dal vinetto bianco e dall'aria viva che rinfrescava il terrazzo, passò dalla nautica a discorrere di scherma, e piantatosi nel mezzo dello spazio libero, mostrò a quelle due donne e alla vecchia Nunziata, che entrava col piatto dei fichi, come si giuoca una finta all'avversario, quando lo si attira per appoggiargli una puntata al petto. Flora corse a prendere due bastoni e provò a incrociare il suo ferro con quello del quasi cugino, che dopo varie mosse di cortesia, si lasciò ferire nello sparato della camicia per dar spettacolo di un uomo che, colpito a morte, barcolla e cade boccheggiando nel proprio sangue.
La mimica commosse tanto la povera Flora, che chinatasi con un ginocchio a terra sul finto morente, finse di piangere e di strapparsi i capelli rossi, i quali si sciolsero davvero dalle stringhe e dalle forcine posticcie e scesero nella loro straordinaria e rubiconda abbondanza sopra le spalle e il busto. La vecchia Nunziata, affascinata, stava lì immobile come stanno le statue del Sacro monte, colla faccia irrigidita nelle grinze, in una espressione di comica afflizione, quasi dubitasse che il signor Ezio fosse ferito davvero; e intanto lasciava cascare i fichi dal piatto.
Flora era ancora in quell'atteggiamento di Maddalena, cercando di sollevare la testa del falso moribondo, quando la signora Matilde, scattando improvisamente, gridò;
—O Cresti, da dove è scaturito?
—Dall'uscio.—Sulla porta della sala, due passi dietro la donna dei fichi, s'era fermato anche lui in un atteggiamento tra il comico e il disgustato, il solitario del Pioppino, che teneva tra le mani un canestrello di vimini, coperto da un tovagliolo, una vera figura anche la sua di presepio meccanico.
—O Cresti—declamò Ezio in accento tragico, stendendogli la mano dal terreno—tu arrivi a tempo a baciare un moribondo. Pianta, ti prego, una carota sulla mia tomba.—Com'ebbe detto ciò si lasciò andare morto del tutto, acciuffando un paio di fichi che si mangiò colla pelle.
—Morirà la capra d'una povera donna, non certe bestie—brontolò, facendosi avanti con lenti passi il padrone del Pioppino fino alla tavola, dove collocò il prezioso canestrello, che dava dei guizzi come se avesse dentro qualche cosa di vivo. Quando Flora potò supporre quel che di veramente vivo ci doveva esser dentro, dette un grido di gioia, e così come si trovava, con quella fiera chioma disciolta sulle spalle, rimosso con precauzione il capo del tovagliuolo, si prese nelle mani un coniglietta vivo, tutto bianco, una morbidezza calda che faceva tenerezza a stringere: e piagnucolandogli sopra, colla bocca appoggiata al pelo liscio e morbido-.—O che caro Cresti, si è ricordato! guarda, mamma, come son belli, Son novellini?
—Hanno poco più di una settimana.
—Cari, cari! e mangiano da soli?
—Cari, cari—disse Ezio, risuscitando—e come si mangiano?
—Tu stai meglio morto…—gli disse Cresti, mettendogli la mano dura sul petto.
—Tu mi odii, o Cresti: lo sento, lo vedo: uno di noi è troppo sulla terra. Ti lascio la scelta delle armi.
—La scopa, la scopa—ribattè il misantropo, divincolandosi tra le strette di Ezio che cercava di fargli ballare un minuetto. Quando fu possibile avviare un discorso ragionevole, Cresti insegnò a Flora come dovesse trinciare minutamente delle foglie di cavolo, ammollarle nel latte in una scodella, e come dovesse a poco a poco imboccare i coniglietti. Poi volgendosi a Ezio, gli disse bruscamente:
—È arrivato tuo zio Massimo.
—L'ambasciatore della Bolivia? e perchè non viene ad abbracciare l'unico suo nipote?
—Verrà, verremo insieme, Ora è un po' stanco del viaggio.
Ezio tirò un poco in disparte la zia Matilde e abbassando la voce, domandò:—Questo mio zio doveva sposare la mia madrina, non è vero?
—Come sai questa storia?—esclamò essa, arrossendo e confondendosi.
—Ho trovato alcune lettere tra le carte del babbo; ma voi sapete che sono uomo di mondo capace d'intendere e di compatire.
La zia Matilde strinse la mano del giovane nelle sue e mormorò:—Son storie di altri tempi: storie morte o sepolte.
—Io non desidero che di voler bene a chi mi vuol bene,
—Bravo Ezio!—disse la zia con voce commossa. Improvvisamente il giovane si ricordò che per le undici e mezzo doveva trovarsi col Bersi e con altri amici del Comitato.
Il tempo gli era volato via più presto del solito quella mattina. Sentendo sonar mezzodì, scese la scaletta che dal giardino va alla riva e diede una voce ad Amedeo, che stava stendendo alcune reti al sole. Il giovinetto venne colla barca.—Addio, addio, e grazie di tutto…—gridò saltando nel legno e afferrando un remo.—A rivederci domani per il secondo capitolo; e tu, Cresti, non augurarmi una perfida morte. Saluti carissimi allo zio: ditegli che l'aspettiamo a colazione; sarà bene che veniate tutti quanti una di queste mattine.
—Addio, Pomponio Labeone—gridò Flora all'orlo dell'acqua, mentre cercava di allacciare colle mani dietro la nuca quel suo mazzo di bisce infocate dal sole.
La signora Matilde dall'alto del muro faceva addio colla mano indulgente, ancor commossa delle parole che il giovane aveva saputo trovare in fondo al suo cuore.
Quando si volsero per cercar Cresti, non lo trovarono più. Qualche cosa aveva offesa la sua nervosa suscettibilità, al solito; ma il buon Cresti era di quegli uomini che ritornano.
IV.
La Saetta.
Flora Polony non era di quelle bellezze che saltano agli occhi e che fanno dire alla gente che passa;—Guarda che stupenda ragazza! Piuttosto alta e slanciata, la sua persona più vigorosa che ricca sentiva ancor molto lo squilibrio di uno sviluppo affrettato, che i ventidue anni cominciavano appena ora a frenare e a consolidare.
La testa molto alta sul busto, sopra un collo ammirabile per candore e per delicatezza, dominava un po' troppo con quella folta criniera di capelli color del rame, ribelli al pettine, e sempre in aria come le idee della padrona.
La natura sana, solida nei muscoli, flessibile ai cenni d'una volontà piuttosto impaziente, traspariva da quel suo corpo non ancora finito di grande collegiale, dalle lunghe braccia aguzze nei gomiti, dal collo del piede che usciva dalla balzana troppo corta della veste, dai movimenti soldateschi non corretti da nessun'ambizione femminile, anzi peggiorati da un'ingenita pigrizia per tutto ciò che fosse ordine e disciplina. Molto era in lei del colonnello di cavalleria—come soleva dire la zia Vincenzina—che avrebbe voluto vederla più corretta e più pettinata. Ma gli occhi d'un celeste chiaro erano di una bellezza rara e parlante; la voce d'una risonanza metallica aveva nelle parole e nel ridere degli squilli sonori di battaglia, che indicavano uno spirito nato per dire e per fare cose non comuni, che si rifiuta agli effetti volgari come alle regole della moda e del galateo dei salotti, in cui le signore amano sparpagliare più di quanto possono disporre. Ezio, abituato a bellezze più molli e più seducenti, non aveva mai posto mente a quel non so che di insolito e di selvatico, che era nella bellezza intellettuale di Flora; anzi ara uno de' suoi gusti, quando poteva mettere in ridicolo gli angoli e i triangoli sporgenti di questa figura geometrica di ragazzona selvatica, ingenua, ignorante di tutto ciò che forma la forza della civetteria femminile, e a cui si poteva dar a intendere tutto quel che si voleva. Certe spavalderie, che alle amiche villeggianti parevano quasi il frutto di dottrine anarchiche, non erano in Flora che la natura stessa tenuta incolta e innocente da una vita semplice e solitaria.
A ventidue anni, per quanto andava intorno con un gran cappellaccio da pastore e colle scarpe di montagna e con un passo da monello, Flora non conosceva della vita che quanto se ne può capire attraverso ai romanzi inglesi dell'edizione Tauchnitz. Si può essere sicuri che essa non conosceva nemmeno sè stessa: e più sicuri ancora che Ezio, più navigato nelle acque del mondo, sapeva per quanto poteva venderla e comperarla.
Ma noi abbiam detto che il giovinotto era in un momento di raccoglimento spirituale, in un bisogno di vita raccolta, come gli capitava di tempo in tempo, quando la nausea e la stanchezza della vita allegra lo spingevano verso idee di ordine e di riposo.
Il noioso conflitto con Liana, il bisogno che aveva di romperla con questa bellezza noiosa e cretina e di compiere definitivamente i suoi studi, gli facevano parere dolci le ore che passava a Villa Serena e al Castelletto in tranquille occupazioni amministrative, tra i libri e le memorie, nella lettura di vecchie riviste, che gli portavano in ritardo una quantità di notizie e di curiosità a cui nella furia del divertirsi non aveva tempo di fare attenzione.
Flora, creatura sana e intelligente, rivestita di bellezza morale, ritornava in questi momenti a prendere il suo antico posto nello spirito del giovine scapestrato, che nella grazia spirituale e pura di lei risentiva il fascino misterioso che la virtù esercita sempre al di sopra d'ogni altra lusinga, specialmente in chi sa e tocca colla mano di quanta cipria e di quanto belletto sia impastata la bellezza corrotta. Gli occhi di Flora avevano profondità marine: negli occhi di Liana era come guardare nell'acqua scura d'uno stagno. Una risata acuta di Flora saliva al cielo come uno scampanìo a festa; il sorriso fatuo di Liana non usciva dai labbri dipinti. I moti della fanciulla onesta erano l'espressione della forza sana e della volontà potente: le cascaggini flessuose di Liana non erano che le contorsioni della debolezza. Flora era l'aquila o il falco dell'aria; Liana e le sue pari niente di più che delle graziose lucertole.
Questi confronti tornavano, come dico, assai spesso al giudizio del suo pensiero e per quanto egli non fosse abituato ad approfondire la riflessione per non farla pesar troppo sul cuore, tuttavia sentiva che la verità della vita non era che in ciò che essa può avere di buono e di sano. Sentiva nello stesso tempo che in questa patetica convinzione vi poteva essere una trappola e un pericolo; e si propose di stare in guardia contro le seduzioni dei cappelli rossi.
Dopo ch'egli ebbe combattuto con Flora una partita di scherma sul terrazzo del Castelletto, che s'era lasciato ferire da lei, che aveva visto quel profluvio di capelli cascanti sulla sua persona, un fascino nuovo e pericoloso lo accompagnava sempre, come se il fantasma di Flora lo perseguitasse, come se tutto quel rosso gli fosse rimasto troppo impresso nella retina degli occhi.
—Adagio, Biagio!—andava raccomandando a sè stesso—qui non si scherza. Se sdruccioli nella virtù, sei finito per sempre. Peccato che Flora non abbia dieci anni meno! fra dieci anni io avrei potuto rifarmi in lei una soave verginità di cuore. Ma ora no; sarebbe male e per me e per lei… Uccel di bosco, non posso ancora desiderare la gabbia d'oro. La virtù, una volta sposata, è difficile far divorzio. Tu avrai sempre tempo di farti eremita; basta un sospiro a creare un santo. Ma nessuno ti potrebbe compensare della giovinezza perduta, quando ti vedessi già nonno a cinquant'anni.
Belle massime di beato egoismo, direte; ma per il momento egli non ne aveva di migliori. Non pensano forse così tutti coloro che possono far qualche conto sui piaceri della vita?—Il giudizio vien da sè in groppa al tempo senza bisogno di mandarlo a cercare come un chirurgo.—Era anche questa una delle sue massime!
Il caso del povero Bersi che a trent'anni si vedeva condannato al matrimonio e i cento esempi di tristezze coniugali, che nella sua breve esperienza aveva già avuto occasione di conoscere, bastavano a metterlo in guardia contro i falsi gorgheggi di quell'idealismo, che attira i merli per farli poi morire nella rete dei santi doveri, Non gli pareva di aver la barba di un padre di famiglia; quest'idea lo faceva ridere e nello stesso tempo rabbrividire.
Con ciò Ezio non rinunciava ad ammirare en artiste quel che vi poteva essere di bello e di ammirabile nella galleria della virtù, cioè, per stare al caso suo, sentiva di voler bene a Flora, di cui conosceva oltre a qualche singolare prerogativa fisica, il prezioso valore morale, la linea aristocratica, la spontaneità, la freschezza, il profumo d'una rosa non ancor passata in nessuna mano.
Volentieri tornava al Castelletto, andava spesso in barca con lei: o colla scusa di farsi accompagnare in qualche esercizio di violino, la invitava spesso a Villa Serena.
Dal giorno che gli era venuta la buona idea di mettere un poco d'ordine nelle carte del babbo, l'aiuto intelligente di Flora gli era stato preziosissimo. Si voleva dare un assetto nuovo a certe sale, rimovere una libreria, preparare il materiale per una futura pubblicazione: bisognava far passare un mare di carte vecchie, di stampe, di lettere, di giornali: leggere, trascegliere il buono, metter via quel che pareva meno opportuno.
Un giorno tra gli altri, mentre la mamma era in stretta e confidenziale conversazione colla zia Vincenzina nella sala della veranda, Ezio e Flora coll'aiuto di Moschino trascinarono nel corridoio delle stanze superiori un vecchio e pesante baule, non ancora esplorato, che conteneva non so quante centinaia di volumi degli atti ufficiali del Parlamento subalpino. Che se ne doveva fare? abbruciarli era peccato: nè si voleva ingombrar stanze e scaffali con roba fuor di stagione. Ma intanto conveniva far passare quei grossi volumi che potevano contenere note e postille di qualche valore, Da un'ora i due giovani lavoravano con intenso raccoglimento, in mezzo a una nuvola di polvere, presso la finestra del balcone, levando dalla cassa i libri, che andavano disponendo in una lunga fila sopra la tavola accostata al muro. Lavoravano in buona armonia, come due camerati, comunicandosi a vicenda le loro scoperte, con tanto gusto di sentirsi vicini che non si accorsero nemmeno che il cielo s'era andato via via oscurando e che un fosco temporale rompevasi già sopra la cresta del Grussgal.
Moschino scese a chiudere le persiane contro i primi goccioloni che battevano sui vetri della veranda, mentre Ezio e Flora correvano dentro e fuori per le stanze ad assicurare porte e finestre. La casa fu presto invasa da quella oscurità, che dà ai muri e agli oggetti una improvvisa espressione di sgomento e rende l'animo pauroso delle proprie sensazioni. Il cielo divenne ben tosto d'un bigio cenere, intenso, carico di vento e di tuoni: il lago, teso, d'un color di ferro pareva scosso da impeti convulsivi, mal frenati dalla stanchezza pesante dell'acqua, su cui roteavano i gabbiani con giri instancabili e capricciosi. La pioggia cadeva già sulla montagna, ma veniva avanti a corsa, preceduta dal gemito spaventato delle piante che luccicavano nel sinistro crepuscolo: ed ecco subito scendere oscura e densa contro la casa e scrosciare con furioso impeto sul giardino che si umiliò a riceverla avvilito.
Non era un temporale come se ne danno tanti in agosto; e infatti si seppe poi che nelle valli aveva fatto il diavolo, strappato alberi, diroccato muri, gonfiato in malo modo i torrenti che menarono sassi e rovine.
Oramai non rimaneva che di chiudere la finestra del balcone, dove l'assalto dell'uragano era più forte e per la quale entrava già a rigagnoli l'acqua a innondare i libri. Flora che correva di camera in camera, gridando per un selvaggio gusto, come se in quella battaglia di elementi trovasse anche lei il suo posto di combattimento, vedendo la pioggia invadere il corridoio, cercò di chiudere le persiane anche da questa parte. Ma per far questo bisognò prima aprire i vetri e affrontare la furia dell'acquazzone, che fu più forte di lei, le strappò di mano le imposte, l'avvolse, l'accecò con un turbine così villano, che grondante acqua dai mille capelli dovette ritirarsi e chiedere aiuto. In quell'istante la saetta, che s'era tenuta in riserbo per il colpo finale, scoppiò sopra un ginocchio del monte, tutta la casa traballò e un guizzo sanguigno passò nel cielo, tra gli alberi, nel cuore della fanciulla, che si ricoverò atterrita nelle braccia di Ezio. Egli l'accolse e la protesse, tirandola nella gabbia della scala a riparo dal vento: l'accolse e l'avvolse nelle braccia e la tenne così un poco, fin che gli parve di sentir battere il povero cuore spaventato. Ma il profumo che esalava da quei molti capelli avvolse lui che ci posò la bocca e ci lasciò cadere tre grandi baci, che scesero profondi come tre goccie di piombo caldo a bruciare per un istante tutte le fibre vitali della fanciulla, che si abbandonò più pesante e si dimenticò in una breve e soave inerzia.
Fu essa la prima a rompere i lacci: e lo fece respingendolo con lenta e rigida violenza. Era pallidissima, ma splendida di un amabile terrore. Si liberò da lui, scosse due volte quella sua chioma leonina, e scese a corsa la prima rampa della scala. Egli si tenne aggrappato all'inferriata. Dal pianerottolo, Flora mandò sulla punta della mano un gran bacio a lui e scese a precipizio a cercar la mamma, che vedendola così bagnata e scomposta, le avvolse la testa in uno de' suoi scialli di lana. La fanciulla andava ripetendo:—O mamma, che spavento…!—e lasciandosi andare sopra un canapè, premendo il suo cuore colle due mani, diceva a sè stessa:—mio cuore, che dolcezza!
Ezio rimase un pezzo avanti ai vetri della finestra su cui scorrevano le goccie come lagrime lunghe, sbalordito, pentito, seccato, in collera con qualcuno poco lontano, cogli occhi fissi all'uragano che si allontanava come un vincitore, ma veramente egli non vedeva nulla. Non vedeva il raggio di luce livida, che sprigionandosi dal nugolone nero, correva sulle creste della burrasca come un faro elettrico a illuminare la danza dei cavalloni bianchi e verdognoli. Quel raggio di luce solare, come se fosse mosso da una mano nascosta nel grembo della nube, si apriva a ventaglio e scendeva a illuminare le acque più lontane che brulicavano in un colore verdicino, si posava sulla montagna, schiariva d'un chiaror umido, e stinto le case, le ville che parevano immerse in una grande lontananza. Ezio non vedeva nulla, nemmeno gli uccellacci che volticavano nello spazio.
—Perchè l'aveva baciata?—Cominciava a capire d'aver commessa una bestialità. S'era lasciato trasportare anche lui come un gabbiano da un soffio temporalesco di passione, e ora se ne pentiva per tutti i corollari che la testina logica di Flora ne avrebbe tirati.
—Maledetta la saetta!—brontolò, movendo qualche passo per il corridoio, colle mani ciondoloni nelle tasche dei calzoni, curvo nelle spalle, avvilito, pensando ai modi coi quali avrebbe potuto purificarsi di quel grosso peccato d'irriflessione. Era la prima volta che un bacio fuggiva dalle sue labbra senza il permesso del babbo: quasi stentava a riconoscerlo per suo.
—Maledetta la saetta!—brontolò tutto quel giorno in cui parve più distratto e più incontentabile del solito: e il rimorso, misto all'amaro sapore della stizza, gli saliva alla gola e gli riempiva la bocca ancora quando si cacciò sotto le coltri; per la prima volta stentò a pigliar sonno: e il letto gli parve pieno di stecchi.
V.
L'incontro.
—Quando si va dunque a far visita a Villa Serena?—chiese per la terza volta il Cresti a Massimo Bagliani.
—Che vuoi? ho sempre un po' di paura.
—Paura di che? dei morti?