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OPERE COMPLETE di EMILIO DE MARCHI
Volume V.°
VECCHIE CADENZE e NUOVE
SECONDA EDIZIONE
LIBRERIA EDITRICE NAZIONALE
PROPRIETÀ LETTERARIA
Diritti di riproduzione, ristampa, traduzione, riservati per tutti i paesi a termini di legge.
Società Lito-Tipografica Lombarda BOLLINI e COLOMBO
MILANO—Via A. Kramer, 19
1904
Al lettore,
Quando nel 1899 usciva per la prima volta sotto forma di Strenna (dell'Istituto dei Rachitici) questa raccolta di poesie che ora si ripresenta nella serie delle Opere complete di Emilio De-Marchi come parte integrante del pensiero e dell'animo suo, il compianto Senatore Gaetano Negri che alla profonda intuizione filosofica univa tanta genialità artistica e amore per tutte le cose gentili presentava il poeta con queste parole:
"Vecchie cadenze e nuove", chiama l'Autore la raccolta delle sue poesie, volendo farci intendere che, se in alcune di esse, si ritrovano le forme e i procedimenti stilistici del tempo vecchio, egli non rifugge dagli allettamenti e dalle raffinatezze dello "stil novo" ch'egli ode. E sta bene. Ma ciò che ci piace, sopra tutto, è che il De-Marchi, e nelle vecchie e nelle nuove cadenze, non abbandona mai quel supremo, direi anzi, quell'unico precetto dello scriver bene, e in prosa ed in versi, che è di scrivere solo quando "amore spira" e di significare a quel modo ch'ei detta dentro. Tutta la differenza, come già ci insegnava Dante, fra gli scrittori profondi e gli scrittori superficiali, fra gli scrittori che rimangono e quelli che non vivono che un'ora di fugace applauso, è tutta qui. Gli uni hanno la sincerità dell'ispirazione a cui risponde la sincerità dell'espressione. Gli altri non hanno che l'artifizio dell'una e dell'altra. Tutte le discussioni d'arte, di scuola, di metodo, non sono che logomachie retoriche e pedantesche. Bisogna che le penne, come dice il padre Dante, vadano "strette diretro al dittatore" Quando ciò avvenga, tutte le cadenze, e vecchie e nuove, sono buone.
"Il De-Marchi divide la sua raccolta in tre parti, ognuna delle quali ha un titolo suggestivo. I segreti pensieri, la prima, Le vaganti immagini, la seconda, Gli intimi sensi, la terza. Il lettore, nei Segreti pensieri e nelle Vaganti immagini, segue gli inquieti atteggiamenti e il continuo agitarsi dello spirito moderno, davanti a problemi a domande, a misteri che ci appaiono tanto più insolubili ed oscuri, quanto più viva è la luce con cui l'intelligenza li rischiara e li determina; negli Intimi sensi egli risentirà la nota tranquilla di un'anima che, nella coscienza del dovere e nella fede degli ideali, sa trovar il conforto e la ragione della vita. Nelle due prime parti, la varietà e la snellezza dei metri riproducono la prontezza dell'impressione e del riflesso che essa suscita nel pensiero; nella terza, l'onda pacata del verso sciolto, condotto con classico magistero, porta sovra di sè la meditazione serena che armoniosamente si svolge con una cadenza misurata e sicura. Fra le belle cose di questa ultima parte, sono due componimenti Le ore della vita e Funerale bianco, che mi sembrano aver un pregio ben singolare di poesia e di pensiero. Si sente in quei versi il palpito di un uomo che è passato per le prove dolorose della vita, e trasmette agli altri la commozione profonda, ma non sconfortante, non disperata, di cui serba le tracce indelebili."
PARTE I
I SEGRETI PENSIERI
PRELUDIO
CANTA L'USIGNUOLO
"Benvenuto, vicin, di nuovo in questa
Erma dimora, che al lume si accende.
Che fu gran tempo spento al pianto mio;
Or che la notte la finestra splende,
Ove tu preghi su tuoi canti pio,
La veglia del giardin non è più mesta.
"Il verde delle foglie anche si accende,
La paura si dissipa di questa
Antica frasca, nido al pianto mio:
Brillan le stelle e vanno per la mesta
Vôlta del ciel in un circolo pio
Intorno ad una che lucida splende.
"È vuoto il nido tuo…. è vuoto il mio:
La speranza non più nel cor accende
Garrule gioie e lieti amori in questa
Notte del viver nostro; indarno splende
La danza delle stelle… In nota mesta
Al tuo risponde il mio querelar pio.
"Ma se un raggio di giubilo non splende,
Ci conforti, fratel, il cantar pio,
Che rompe il duolo della notte mesta.
Piangon le mute cose al pianto mio
(La nostra sorte altra non è che questa)
Nel canto il morto spirito si accende.
"S'apron l'ali agli affanni e scioglie il pio
Vol la pietà, se una canzone mesta
Nell'alta solitudine si accende.
Degli alberi al dolor mescolo il mio
Dolor canoro ed ogni stella a questa
Grazia vedo tremar che in alto splende.
"A noi concesse un buono Iddio la mesta
Voce del canto onde l'amor si accende.
Cantano i cuori amanti al canto mio,
E se tu canti, la virtù più splende:
Null'altro ufficio agli uomini è più pio,
Null'altra sorte è pura come questa"
A UNA GIOVINE POETESSA
Quel che nel verso mio matura a stento
All'ombra dell'antico biancospino
Fiorisce In un momento
In mille rose in mezzo al tuo giardino.
Quel che nel verso mio languido pianto
Suona o singhiozza nella notte oscura
Esce limpido canto
Presso il mattin dalla tua bocca pura.
Quel che alle carte io chiedo dei poeti
E faticosamente intesso al verso,
Al ciel, ai campi lieti,
Al mar tu strappi armonioso e terso.
Tu colle mani verginelle infiori,
O della vita interprete sincera,
I giovinetti amori:
Io sol conforto la vecchiezza a sera.
Piegarsi come salice al tuo pianto
Sento il dolore di mia vita oscura,
Ma quando ride il canto
Del tuo sorriso, rìde la Natura.
—Oh, cessi alfin—a me dice la gente
Una nenia che l'anima ci schianta;
A te, musa innocente,
Gridan l'altre fanciulle: canta, canta…
LITANIE VECCHIE E LITANIE NUOVE
Nell'ore languide dei caldi estati,
Mentre ronzavano
Api e farfalle d'oro nei prati,
E nella nitida chiesetta il sole
Pingea l'altare,
Non altro udivasi che un susurrare
Di labbra e un morbido
Striscio di suole.
Poi nulla, Attonita nel paradiso,
Bianca la tonaca e bianco il viso,
La pia badessa, dicendo l'Ave,
In un soave
Sonno chiudeva le luci stanche
Entro una nuvola di cose bianche.
Il rossignolo nella foresta.
Facea la siesta.
L'aria tacea calida. Solo
All'ora inutile un oriolo
Metteva il segno
Nella sua vecchia cassa di legno.
* * *
Cangiano i tempi: crollano i santi
Dai pinti portici:
Se alcun ne resta, come si vede,
Su per i canti,
È dell'intonaco più forte il merito
Che della fede.
Stridon le macchine, stridono i garruli
Telai. La grande
Anima torna d'un mondo fossile
E pei comignoli urla e si spande.
Due mila ruote
Un soffio, un sibilo
Agita, scuote
Indemoniate da cento spiriti:
Treman le vôlte,
Balzan gli scheletri delle sepolte.
* * *
I tempi nuovi filano i vecchi,
Dai denti striduli degli apparecchi
Esce il rosario della felice
Età che dice:
"O Pane, o Pane, o bianco o giallo,
Ave boccone!
Dal primo fallo d'Adamo e d'Eva
Confitto in l'ugola l'uomo solleva.
Oggi non basta di un'età casta
La salmodia:
Sui fusi rotola la litania
E l'orazione:
Ave, boccone!
"Te a mattutino, te a mezzogiorno
E te a compieta
Chiama una gente irrequieta,
Che in mezzo ai vortici degli arcolai
Tesse la tela dei lunghi guai:
Ave, boccone, cotto nel forno!
"Sudore e lagrime inteneriscono
Un pan di cenere e di carbone
Che il dente macina della malsana,
Macchina umana.
Ave, boccone!
"O Pane, o Pane, o giallo o nero,
Tu sol sei vero,
Ave, spes unica. Se tu ne manchi,
Cedono i fianchi, cedon le braccia,
E nella macina il cor si schiaccia."
* * *
Così risonano nel rombo immenso
Del giorno e salgono, monache pie,
De' nuovi tempi le litanie
In mezzo a nugoli di nero incenso.
Ma s'io ritorno per il sentiero
Quando la bianca luna si specchia
Nei rotti muri del monastero,
Mi par d'intendere, o monacelle,
Le campanelle
Che ancor vi chiamano a salmodia:
"O rosa mistica,
O domus aurea,
Ave, Maria.."
* * *
A queste note,
Che d'una morta speranza parlano,
Del cor io sento strider le ruote
E sonar l'ora d'una passata
Notte stellata.
IL TELEGRAFO SULLA MONTAGNA
Van per la verde valle e s'inseguono,
Salgono il clivo in ordin lento
I retti tronchi, la rupe sfidano,
Sfidano il vento.
Carche di folgori dal ciel le nuvole
Scendon, ma i tronchi salgono ancora,
Traendo il gracile filo, dell'aquila
Alla dimora
Il pie' confitto nella vulcanica
Roccia, fedeli soldati all'erta,
Dell'uom la scossa alma trascinano
Per la deserta
Region dei turbini, oltre le vergini
Cime, alle soglie d'irti ghiacciai,
Ove non pose capra selvatica
Orma giammai.
Mentre più candido cade sugli omeri
Dell'alpe il verno e tutto tace,
Mentre la spuma del fiume rigida
Sepolta giace:
Mentre sopiti dormono i pascoli,
Che udir nel maggio mugghiar gli armenti,
Sull'agil trama caldo lo spirito
Va delle genti,
Vanno le alate novelle ai popoli,
Vanno gli amori. Da lande ignote
Escon le insidie e delle lagrime
L'aride note.
Spesso nell'ululo piange dei turbini
Un cuor di madre, a cui da sponde
Arse pel vuoto sen dello spazio
Piange e risponde
Del caro figlio l'estremo anelito:
L'ansie s'inseguono al filo ordite,
Urtano i baci estremi e cadono
Spesso due vite.
Cinge la sorda terra una nervea
Rete, che spasima e pianto stilla:
Palpita il mondo del nostro palpito
Alla scintilla.
Così la Mente d'un invisibile
Nume la cieca materia avviva,
E a noi da cieli inaccessibili
La voce arriva.
Tolti gli indugi, muore più rapida
L'ora felice; ai tardi mali,
Tu dei viventi forse il più misero,
Hai dato l'ali.
LA TRASMISSIONE DELLA FORZA ELETTRICA
(Paderno-Milano, 29 Settembre 1898)
L'oziosa cascata di candide piume
Vestita, delizia di oziosi poeti,
Che versa da secoli dell'acque il volume
Scherzose tra i muschi dei ruvidi greti,
Dei gelidi laghi la chioma fluente,
Dei cieli, dell'iride lo specchio lucente,
La liquida ninfa—mirabile gioco!
Sprigiona, sfavilla dall'anima il fuoco.
Quell'acqua che molle sull'alpe beveste
Nel cavo del tufo freschissima e chiara,
Che lenta trascina nel verde la veste
A greggi, a pastori sì limpida e cara,
Da viva coscienza d'un subito invasa
Scintilla sul desco dell'umile casa,
Nel grave silenzio per lungo viaggio
Sui bruni miei canti diffonde il suo raggio.
Non più di remoti destini contenta
Agli echi susurra del povero sasso,
Non più del molino si abbraccia alla lenta
Costanza e alla ruota fa muovere il passo:
Percossa da nuova superba parola
Lo spirto dell'acque precipita, vola,
Divora le tenebre, le macchine invade,
Riempie di sibili le morte contrade.
Così d'una blanda memoria lontano
Discende la forza a un giovine cuore,
Così la carcassa di morbida mano
L'incendio vivifica d'un fervido amore,
Così dalle lagrime di muta pupilla
La fede d'un nobile coraggio scintilla
E scende infocato da pure sorgenti
Benevolo e forte il Genio alle genti.
Rallégrati, Italia!—non più della lorda
Fuliggine il limpido tuo cielo si oscura,
E manda il comignolo dall'ugola ingorda
Di nordica nebbia mal compra sozzura.
Per rupi e dirupi, per morbidi clivi
Correndo, saltando, tra lauri ed ulivi
Discende al tuo popolo da vette lontano
Sul raggio del sole men sudicio il pane.
Sia caro l'augurio! Se ancora feconda
Dal sasso deriva sì limpida e piena,
Se ancor nelle sabbie de' secoli abbonda,
O madre, la pura italica vena,
Sia caro l'augurio! l'umano destino
Dai cento ruscelli che versa Appennino,
Se al ciel non contrasti la sorte nemica,
Attenda una luce che vinca l'antica.
Qui dove dischiuse del morto metallo
I sensi e ne trasse gli spiriti ardenti,
Qui dove le forze nel ferreo cavallo
Più indomite strinse al cenno frementi,
Qui dove di nuovo miracolo ardito
Disdegna gli spazi del mondo finito
E sciolto dai lacci l'ignoto rischiara,
L'italico genio i tempi prepara.
A UN VINCITORE IN UN DUELLO
Or che l'orgoglio è pago e che le strette
Corser dei fidi amici e alfin respira
La bella, che ti spinse alle vendette,
Or che pende la spada e cessa l'ira,
Che a te discende per antica vena,
E rossa la tua gloria il mondo gira,
A te vien la mia Musa e una serena
Notte invoca di stelle all'agitato
Spirto sfuggito agli aspri colpi appena.
Umile ancella essa si pone a lato
Del letto, e mentre van ombre e perigli
Ti chiama al sonno il canto delicato.
A nova luce tu al mattino i cigli,
O signor, aprirai; ma se ghermiva
La morte il core coi feroci artigli,
A ben più nera e lacrimosa riva
Or scenderesti, ove il fratel si duole
Della ferita che il tuo ferro apriva.
Ivi non scende a colorire il sole
I soavi desiri e della cara
Vita son morte tutte le parole.
Nella palude senza fine amara,
Lugubre navicel, cerca e non trova
Ove sbattuta approdi ivi una bara.
E allora, o ciechi, il dolce amor che giova,
Che negli umani affanni il sole accende
Di vita in questa così breve prova?
Perchè da un cieco alto mister si scende
In questa valle inermi pellegrini,
Se nella rete sua l'odio ci prende?
Non come esigui e vani moscerini
Nascemmo intorno a un lume a far ronzio,
Ma per toccare agli ultimi gradini
D'un sacro tempio, ove il mortal desio
Trova riposo, dove l'uom sicuro
Di sua coscienza si abbandona in Dio.
Sia pace dunque, almen nel picciol muro
Che c'imprigiona in una mesta sorte,
Dove il sangue che cade è fango oscuro.
Tramontan presto le giornate corte
Del vivere ed ancor bianca è la sera,
Che già bussa nell'anima la Morte.
Allor ci sarà buona la preghiera
Dell'opra nostra, se con lampa accesa
Ci accompagni sull'ultima scogliera;
L'ira non già, non la fraterna offesa,
Non la vendetta, non dell'odio il vanto,
Non la minaccia, che sull'urna stesa
Nella tenebra eterna ulula il pianto.
ORA DI TEDIO
Non il piangere, no, tedio è il sentire
Morire in mezzo al core la speranza:
Non il morir, ma il non poter morire,
Quando non più che la memoria avanza.
Non l'onda umana, non la furibonda
Tempesta al marinar reca tormento:
Ma il deserto del mar senza una sponda,
Ma il legno infranto e non un fil di vento.
Non dir tu che la man stendi per via
Che il chieder pane è una miseria infame,
È più miseria, è più malinconia
Viver tra i vivi e non aver più fame.
Arder nel fuoco e far dal fuoco uscire
Una fiammante idea, gemer in croce
E dalla croce il mondo benedire
Come Gesù colla morente voce,
Questa che il cor distrugge od affatica
Od altra ancora più nemica sorte
Ti salvi dal languir misera ortica,
Non morto, no, ma segno della morte.
Pur ch'io senta il mio cor, fategli intorno
Di spine una corona e pur ch'io viva
Mi basta il breve luccicar d'un giorno
Di grande incendio scintilluzza viva.
IL TEMPO E LA MANO
Come il Tempo si uccida ah non mel' chiedere,
azzimato garzon, ch'io questo solo
conosco che la vita è un fil brevissimo
d'erba o più breve tra due fili un volo.
So che l'ora è una goccia, che dal vertice
scende al fiume per vie ridenti o cupe;
or rugiada d'un fior, or scarsa lagrima
ai dolori che spetrano la rupe.
So che il Tempo tra i doni è il sol che esiguo
Iddio comparte a' suoi figliuoli eguale;
ma quel che il perde al bell'ordito ingiuria
della sua tela povera e mortale.
Chè nel tessuto (e questo anche conoscere
i consigli mi diedero materni)
può ricamare ognun d'eterne istorie
con operosa man i segni eterni.
La Mano e l'opra, o mio fanciullo, innalzano
argin non breve al cieco andar del fiume,
nè tutto quel che s'inabissa perdesi
in oscuro mistero o in vane spume.
Il Tempo passa, ma restìo sul margine
siede il pensier del navigante. Ancora
il fuoco vive del lontan crepuscolo,
mentre già nasce la novella aurora.
De' morti amori ancor le rose ridono
nelle canzoni e la pietade ordita
prega nel sacro arredo a cui la gracile
man della Santa consumò le dita.
Il Tempo passa, ma nel marmo candida
palpita ancora calda alle percosse
la bella Ninfa, che stancò di Fidia
la mano e i morti popoli commosse.
Non men se l'ardua chiave intrudi ed agiti
nei giri arcani di ferrato scrigno,
senti del morto fabbro uscir lo spirito,
che ti parla così dal vecchio ordigno:
"Vivi nell'opra tua, garzon, se il vivere
ti piace e il viver breve anche t'è grave:
o in marmo o in tela o in un pensier recondito
o di mestizia in un lavor soave
"agita i giorni del tuo Tempo e semina
nella speranza i frutti del tuo cuore.
D'una pianta vitale all'ombra pallida
di cento vite rigermoglia il fiore."
"PER QUARANT'ANNI PARROCO"
Questa nel vecchio sasso
D'un uom la storia, o grande Machiavello!
Ignoto oltre il cancello
Giace sepolto in un coi morti il tumulo
Nell'erba folta antica,
Che ondeggia ai colpi rigidi del vento:
E va l'amara ortica
Per l'obliato muro a piacimento.
Costui di stridi e lagrime
Non fe' sua gioia, nè macchiò le mani
Nel vil sangue del popolo,
Come sta scritto dei più chiari eroi:
Non arse ville, nè gli piacque il mobile
Trofeo dei penzolanti corpi umani,
Come si legge ne' volumi tuoi:
Non dei tiranni coll'oblique insidie
Il pallido coraggio
Sostenne e i nappi taciti di morte,
O crebbe illustre di natura oltraggio;
Povero prete, il suo latin col povero
Divise e il poco pane e l'umil sorte.
Di carte filosofiche
Non consumò nè raddoppiò volumi:
Nè dal suo labbro balbettante uscirono
Dell'eloquenza i fiumi
D'oziosi grandi alto sollazzo e noia:
Predicò, benedisse, al capo languido
De' morenti arrecò l'ultima gioia,
Pregando a sè l'eguale in l'ultim'ora:
Cultor d'umili cose
Come chi per amor veglia e lavora
Nel picciol orto egli incurvò le pallide
Mani tra i rovi e suscitò le rose.
Se non parlan di lui le larghe pagine
Che il volgo bacia ed ama,
Se della rauca fama
Non vola alto il clangor, nostra è l'ingiuria:
Nostra che il falso orniamo
Ed ai superbi alziam templi di lauro,
Mentre la dolce ai vivi
Virtù nemmen sepolta adombra un ramo
Di lagrimosi ulivi.
Taccia l'insulsa istoria!
Tu sola, o santa poesia, sei vera,
Che il vivo senso delle morte cose
E i tenui affetti susciti
In mezzo all'ombre, ai sassi, alle nemiche
Care al Silenzio e d'ogni ben gelose
Invidiose ortiche.
Ove manchi il sospiro di Natura,
Irrigidite larve e di cuor vuote
Stan le passate immagini
Di questa labil vita, che si oscura
Di giorno in giorno in disperato oblìo.
Amor, luce di Dio, le scalda e scuote.
Sia gloria e luce all'ignorato atleta:
Se mai del pianto egli schiarì le torbide
Fonti e dei vivi alleggerì le spalle,
Per quante sciolse dalla rozza creta
De' suoi fratelli mistiche farfalle,
Per quel che disse e tacque
E che non scrisse, o grande Machiavello,
Al vergognoso avello
Sia pace e luce e gloria!
Di lui qual altro fu maggior poeta,
Di lui che tanto umano
Spirito strinse nelle sacre dita?
Che val la morta mano
D'un re che impugna un'asta irruginita
Di fronte a questa carità serena
Che dei più ciechi osò guidare i passi?
Restino ai grandi i sassi;
Egli altro onor non brama
Di quel che colla man leggiera e piena
In mezzo all'erbe il grato april ricama.
L'AGNELLINO DORME
Nell'ombra alta del frassino
Dove più l'erba è molle,
Dorme i sogni innocenti:
Sogna la balza morbida,
Il verde ampio del colle,
I giochi e l'acque garrule e lucenti.
Accanto bruca e vigila
La madre e sparsa giace
La greggia in suo riposo:
Mentre un sonar di fistole
Sveglia nell'erma pace
Dell'imminente sasso il Nume ascoso.
Dormi, agnellino! Il semplice
Spirto frattanto ignori
Quel che prepara il cielo….
Or or giunse alla bettola
E cionca tra i pastori
Cieco d'un occhio un uom dal rosso pelo.
Tonda la faccia ed ilare,
Nude le braccia, a sghembo
Sul ciglio alza il cappello;
Mentre affilato luccica
Nel rovesciato lembo
Di sanguinosa tunica il coltello.
Sogna, agnellino, e dissipi
L'alterne orrende voci
A te pietoso il vento,
Perchè non scenda al misero
Tuo cor dei patti atroci
Nel traboccar dei nappi lo spavento.
Il sangue tuo discendere
Dovrà prezzo del vino,
Ma tu, lieto, nol sai….
Se non è dato il leggere
Nel prossimo destino,
Meglio è sognar così come tu fai.
Perchè superbo e misero
Cerco al saper atroce
Dell'avvenir la sorte?
Passan le liete immagini
All'ombra della croce,
Che sulla culla ci piantò la morte.
IL CONTADINO
CANTILENA
Di nostra vita sparge lentamente
Il mesto pan, più caro al ciel che agli uomini,
Il contadin paziente.
Al gelo, al sole, al monte, al colle, al piano
Si muove egual la bionda spiga a tessere
Del contadin la mano.
Quando beati sulla prima aurora
Sognano i ricchi nelle piume morbide,
Il contadin lavora.
Se avvampa agosto torrido la testa,
A freschi lidi i cittadini emigrano:
Il contadino resta.
Se la gragnuola stermina o più rara
Fa la messe, Epulone il ciel bestemmia:
Il contadin ripara.
Mentre dei campi, alle sfrenate voglie
D'una bella, il signor i frutti sperpera,
Il contadin raccoglie.
Raccoglie e pane e vino e biade e strame
Agli uomini e alle bestie e spesso, ah misero!
Il contadino ha fame.
Se di fortuna cangia la bandiera,
Fatti feroci i fortunati stridono:
Il contadino spera.
Mentre di Dio la provvidenza nega
Sardanapalo in suo supremo orgoglio,
Il contadino prega,
Per molte vie tu ville a te procacci,
O tesorier, ma non avanza fabbriche
Il contadin nè stracci.
Quando sente d'aver compiute l'ore
Di sua giornata, all'ospedal si strascica
Il contadino e muore.
Han sulle fosse i re della fortuna
Croci di marmo, di bronzo e di porfido;
Il contadin nessuna.
CONCA ALPINA
Dentro il còncavo
Della rupe umido seno,
Non più grande
D'una coppa il tuo s'espande
Specchio lucido sereno.
Il ciel nitido
Vi discioglie l'oltremare:
S'arde in ciel rossa una nuvola
Sangue pare.
Bella a sera
Nel tuo freddo orror ferrigno,
Quando incombe la bufera,
Quando trema sul macigno
Un sottil candor lunare.
Pari a questa
Piccioletta anima mia
La tua conca all'armonia
Apri tutta dì natura.
Sotto i brividi
Della rigida tempesta
Senti il gelo
Che t'invade e che t'indura,
Umil conca d'acqua pura
Presso il cielo.
IL ROSARIO DELLA NONNA
Pende dal chiodo sul guancial, di grani
fitto il rosario della nonna mia:
pende e sui sonni miei torbidi o vani
l'ombra distende pia:
Fanciullo, il tintinnir mi piacque e il lento
volger di questa coronina antica;
e ancor quando la tocco ancor ne sento
uscir la voce amica
dei cari giorni e dei misteri santi,
che stanno ora confitti al vecchio muro:
che non temon di dotti e di pedanti
il perfido scongiuro.
Serban le perle le ancor calde impronte
delle tue dita, o nonna, ove passasti,
quando inchinata al tuo Signor la fronte
de' tuoi pensier più casti
gli svelavi i tesori intimi, arcani;
onde non morti ancor dopo molt'anni
come piccoli cor battono i grani
pieni dei santi affanni.
Forse già tutte consumò le nude
ossa la terra e accanto al sasso pio
della tua tomba già forse si schiude
un fior che non è mio;
ma quel che fu tuo spirito immortale
palpita e vive in questo scapolare,
che il ciel congiunge colla terra e vale
per me più d'ogni altare.
Presso qui sta di gravi opere denso
un armadio di libri, che raduna
in poco il mare della scienza immenso
che sta sotto la luna;
che la ragione delle cose amara
mi distilla nel cerebro e l'essenza
com'acido purifica e rischiara
della volgar coscienza;
a cui, del capo urtando al vecchio legno,
chiedo la notte e chiedo il dì la sorte
del viver mio, ma invan chiedo.—ed un segno
che plachi un po' la morte:
chè tutt'insieme il venerando stuolo
non fa più breccia, quando il cuore assale,
di quel che faccia lento un vermiciuolo
nel logoro scaffale….
Ma tu, sol che ti tocchi, una dolcezza
versi che definir non san le scuole:
scintilla amor e passa una carezza
su tutto ciò che duole.
Morremo e immota in suo rigor di sasso
starà dei saggi la ragion superba:
tu, povera umiltà, col picciol passo,
ove più dura e acerba
scende la via, sorreggi il piede e il fianco
alla languida vita; e sull'eterna
scala ove trema il pellegrin più stanco
innalzi una lucerna.
LA CAPRA ED IO
Sovra la rupe aerea,
Dove non giunge mai
Foglio di stampa od orma d'esattore,
Soli tra spini e cardi
Tra le nebbie emergenti e i scialbi sassi
Siamo una capra ed io.
Non prati, non ovili,
Ma solamente burroni scoscesi
Fra cui serpeggia e luccica
Al sol d'un'acqua povera la striscia:
Intorno alto il silenzio
Scende nel lento scendere del giorno.
Io lei rimiro ed essa
Sui piè diritta e rigida
Guarda il borghese ignoto che la guarda
E non sappiam che dire.
Qual scienza mai d'una barbara capra
Intese i biascicati sillogismi?
Del mio scarso viatico
Porgo alla bestia un morsellin di pane,
Che lieta il muso sporge
E mangia e ancor ne chiede: io la cornuta
Testa carezzo, chè già sento un nuovo
Affetto entrarmi in seno.
O sacra forza d'un boccon di pane!
Già in fondo agli occhi gialli
Io veggo il lento fluttuar di un'anima
Che mi ringrazia; parmi
Che anche un pensier si snodi
Tra la cornuta e l'uomo.
Un picciol suon non più che di zanzara
È degli umani il dire
In riva al mar ch'ogni pensiero asconde.
Meglio parla il silenzio
Degli occhi che una luce a noi riflettono
Degli infiniti flutti.
"—Amici entrambi del deserto, i cari
Verdi cerchiamo e l'ombre
Dei più segreti boschi;
Guardar nel fondo degli abissi e i cieli
Correr col guardo è giubilo
Comune—-essa mi dice s'io l'intendo.—
"Se de' belati tuoi, fratel, l'ascoso
Senso non colgo, la pietà del cuore
Sento nel pan che dài.
Una sola bontà forse ne spinge
Per i sassi del mondo
Verso un fonte che scioglie i tristi arcani.
"Rotta questa di carne e d'unghie e d'ossa
Compagine diversa,
Nel ben comune scioglierem le voglie
Or impedite, e cara
In altri mondi men ricchi di mali
Sarà di questo incontro la memoria.
"Però ti prego, o senza-corni, stendi
La mano alla mammella
E un po' del latte mio spremi a ristoro
Della riarsa sete:
Chè più del pane è dolce
Il beneficio che si rende altrui."
Obbediente all'amoroso invito
Porsi la mano e molle
Trassi alle labbra il tiepido tesoro.
Povera capra, addio!
Se Dio tien nota, ci vedremo all'ultimo
Di Giosafat in qualche ombra romita.
Perchè ride, marchesa?
Se tra gli umani irsuti arido è spesso
Il favellar e il vivere
Qual colpa n'ha la capra?
Qual colpa il servo suo quando all'altero
Riso non ride e l'anima non trova?
LA FANCIULLA BENEFICA
Quando tu scendi al poveretto albergo
in man recando del tuo cor la manna,
ogni misero a te guarda e sorride
come ad angelo suo.
La madre cui la voce acuta strazia
del bambinel, che invan le batte il seno,
ti saluta:—Da qual discesa a noi
scala celeste, o buona?
Cercano i fantolini, alto levando
le mani picciolette, onde dal tergo
ti si spicchino l'ale e donde al crine
tanto splendor ti venga,
inebriati al suon delle soavi
parole. Ed io, quando tu passi, anch'io
cerco, ma invan, dei molli piè la molle
orma nel fango impressa:
chè un alito ti porta tra le case
e per le vie correnti, un caldo affanno
ti accende ai mali altrui, sì che non pesa
a te la tua persona.
—Addio—ti gridan dalla soglia i ciechi
padri che ascoltan trasognati il sole
sulla morta pupilla.—Addio fanciulla,
bella siccome il sole!
In tua beltà tu scendi entro gli spiriti
chiusi nell'ombra, vision lucente,
scendi e vi lasci un pio calor di santo
raggio che d'alto piove.
Dal capezzal di gravi morbi afflitto
ti chiama e bianca a te volge la testa
la moribonda, quando vai pietosa
tra i molti letti in fila.
Sì, tu, come la mite entra di luna
luce per le finestre, ai molti mali
rechi un sorriso e ancor più dolce mesci
ai pianti umili il pianto.
Bontà, raggio di Dio, passa le pietre,
trapassa i cuori nel dolor sepolti,
di lei vivono i morti e in lei non muore
chi sen riveste e cinge.
Tu, perchè buona, fatta già sicura
tra noi mortali dubitosi e tardi
cammini innanzi e colla mano accesa
a noi rompi la via;
si che possiamo nella triste valle
credere a un raggio dell'eterna Luce
e sul tuo piede rintracciar la meta
delle lontane cose.
IL FIUME E LA VITA
Tu scorri e vai, tu fiume, alto sonando,
Tra i rochi sassi nel silenzio vai:
Donde partisti e quando
E dove e perchè vai forse che il sai?
Tu mi risvegli e ti sento passare
Pieno di pianti nel frigido letto:
Alzo la testa, e se attendo mi pare
Che meco pianga, o vecchio poveretto,
Perchè sei stanco di dover andare.
Mentre riposa ciascuna persona,
Tu sol non cessi dal lungo tuo guaio:
Fai nel passar una romba che suona
Come il girar d'un immenso arcolaio,
A cui la testa lenta si abbandona.
E lento mi abbandono sul guanciale,
Tornando ai sogni in cui tu piangi ancora.
Qual forza ne trascina entro il fatale
Corso del tempo e mai senza dimora
Uomini e fiumi in un destin uguale?
Tu scorri e vai, tu fiume, alto sonando
Tra i rochi sassi nel silenzio vai:
Che vai tu domandando?
Segui tua forza che non resta mai.
* * *
Nell'ombra d'un altissimo mistero
Nato dal pianto di fonte romita,
Sceso saltando per picciol sentiero
(Che per noi prende il nome della Vita)
Di balza in balza con rumor leggiero
Garrulo strepitasti, o fresco umore,
Di giovinezza tua cérulo e molle,
Ora questo baciando ora quel fiore
In un bel gioco tra le verdi zolle
(Che per noi prende il nome dell'Amore).
Dai caldi soli poi fatto vorace,
Più che d'acque lucente di tue spume,
Sprezzasti il verde dell'antica pace
Per penetrar gli abissi, avido fiume,
Portando guerra come ai forti piace.
Così si ruppe il giovanil tormento
Di questo cor contro le sorti cupe
Del viver, nè temette lo spavento
Che mugge ai piedi dell'aerea rupe,
Quando si sparse la gran forza al vento.
Tu scorri e vai, tu fiume, alto sonando,
Tra i rochi sassi nel silenzio vai:
Precipitar amando
È legge antica che non cangia mai.
* * *
Fatta più saggia l'anima si stende
In più docile corso. Ama la riva
Dei campi ove più densa erra e discende
L'ombra dei salci e la canzon giuliva:
E lieta dona quel che lieta prende.
L'estate in noi si specchia e corre l'onda
In mezzo ai fiori e in mezzo all'erbe piena:
L'opra dell'uomo placida seconda
Quando ai molini le sue forze mena,
O d'antica città bacia la sponda.
I neri ponti dagli archi fuggenti,
Gli ardui castelli e le ruvide mura
Senton l'istorie delle vecchie genti,
O sacro fiume, entro la notte oscura
Uscir dall'ombre de' tuoi fiotti lenti.
Le sente del poeta il mesto cuore,
Che ripieno di spiriti e leggende
Evoca i tempi e fa riscoccar l'ore
De' giorni morti, mentre il corso scende
Nella barca che porta il suo dolore.
Tu scorri e vai, tu fiume, alto sonando,
Tra i rochi sassi nel silenzio vai:
Proceder forte oprando
Questo ti salvi se di più non hai.
* * *
Alle città siccome fresca vena
Scendi di vita a rinnovar la forza,
L'acqua tua lava il fango che avvelena
Le dimore dei vivi e l'aria ammorza
De' giorni tristi e della calda arena.
Così sognai recar, fiume regale,
Ai pigri affanni l'onda de' miei canti
Come tu scendi in tuo furor fatale:
Così coi versi flagellar sonanti
Il fango che sugli uomini più sale.
Gran sogno, ohimè… Già l'onda, ohimè si lagna
D'esser poca allo sdegno… ohimè, già stanca
Nella maremma s'impaluda e stagna
L'acqua morta che pullula e che manca…
Già della morte il mare mi guadagna.
Tu scorri e vai, tu fiume, alto sonando,
Tra i rochi sassi nel silenzio vai:
Senza cercare il quando
Andiamo al fine che non manca mai.
AD UN GENEROSO SIGNORE
Mugge dall'ampio casolar la mandra,
Che bianco fiume a te versa di latte,
Donde poi tragge il tuo castaldo un aureo
Fiume al palagio: ma ti sforzi invano
Esser contento. Oh perchè mai si adira
Coscienza quasi vergognosa e freme
Il cor, quando tu vedi a un pigro nume
Fumar dell'opra altrui la valle e il piano?
Balzan veloci i tuoi cavalli al caldo
Schioccare delle ferze e corre il suono
De' tuoi cocchi tra i pallidi tuguri,
Ove il popol si annida, ultimo gregge.
Ma se dall'alto ai neri tetti il guardo
Volgi, che stanno come pietre al sole,
Ah delle cose il tuo pensier ravvisa
L'intimo error e la spietata legge.
Non versa a te l'oblìo della menzogna
Il vin che invecchia nelle oscure celle,
Dolce vendemmia degli antichi tralci,
Che ruppe ai padri il tedio doloroso:
Nè al gioco cerchi o alla superflua mensa
O al tripudio di Venere danzante,
Come de' pari tuoi l'agile sciame,
Contro all'acerba Idea sonno e riposo.
No, tu sei giusto. L'armonia del vero
Suona com'arpa dall'esatte corde
Nel tuo spirto magnanimo ed aperto
Al caldi venti dell'affetto. Il trono
Su cui ti diede di seder la sorte
Non per stolto dominio, e ben lo sai,
Fu a te largito o per sollazzo al volgo,
Ma sol per esser regalmente buono.
Tu sai come maturi entro il suo solco
L'opra dell'uomo, che non dorme al rezzo:
Sai come, esempio al pigro, anzi rampogna,
Il miel dall'arnia che più freme fili:
Rompe il sasso la stilla e schiude il ferro
Alla marmoree ninfe il passo e il volo:
Sai come scorra, spola entro il traliccio,
L'umana volontà dagli aurei fili.
Già di natura tra i più fitti arcani
Leggesti fanciulletto, allor che in traccia
Dei boschi andando e dei deserti monti,
T'era saggia maestra la formica.
Allor ti apparve l'inquieto affanno
Delle cose operanti ed il segreto
Della Vita, che a palmo invidia a palmo
Il campo al ferreo piè della Nemica.
Fu tuo dolor la stretta onde si duole
Nella viscida ragna il moscherino
E del morente grillo entro la tana
Miserasti tu placido la sorte:
Tu non del tuo, ma del dolore altrui
Doloroso ti muovi e guardi e temi
Non il tuo danno, ma l'ingiuria e il fato
Che all'umil giusto fa men giusto il forte.
Già con medica man indi mirasti
Degli anni in sul fiorir (quando più scorre
Amore ai sensi rugiadoso e molle)
A far incontro al Mal colpi leggiadri:
Sì che l'opra si spande, e come il sole
Spazza la nebbia in fondo alla palude,
È luce ove tu scendi, è vita, è pace,
È perdono, è sorriso almo di madri.
E a te letizia corre incontro e ride,
Se dal palagio tra gli scossi campi
Al lavor de' tuoi servi arrechi il dono
Della parola che le voglie esorta.
Oprar con loro anche t'è bello e senti,
Quando poi siedi co' tuoi figli a mensa,
Uscir dal pane un pio savor di fame
Ai denti ignoto della gente morta.
IL CANTONIERE
Col suon corrente la muta frangono
notte le ruote. Accusa il fischio
spaventevol la macchina che arriva,
che brace e fumo vomita.
Passan sui piani, ove la candida
neve dimora, le calde macchie
del sangue, che dall'orbite i fanali
biechi nell'ombra versano.
Passa ed il lento sonno e la tiepida
dolcezza rompe dei baci, o tenera
sposa, che voli al sospirato amplesso,
un bianco lume vivido,
che getta un rapido saluto e rapido
cade nel perso aere…. Morbida
reclini in seno al tuo diletto e sogni
nella rapita immagine,
una casetta sogni di candide
nevi coperta e un fuoco e un palpito
d'amor nella silente erma campagna
e senza fine un giubilo;
una casetta che april di glicini
circondi e irraggi il sol di fulgidi
eliotropi sull'orlo d'una verde
ombrosa solitudine!
Stan nelle valli coi bruni vertici
al ciel le chiese; lucenti si aprono
agli ozî dei palagi l'alte porte;
le ville ai poggi ridono:
Gridano i borghi vivi del fremito
dell'arte: Invidia agita ed Odio
le case sparse nel fecondo piano,
che al mio fuggir s'involano:
Tu, guardiano, pago alla povera
capanna, al segno fisso, propizio
genio custode dei destini erranti,
ai nostri sogni vigili:
ai nostri affanni vigili: e principi
rendi e tesori securi ai popoli,
tu la coscienza che giammai non dorme,
tu dell'amor un palpito.
Passan le genti innanzi e sfuggono
come ombre labili in acqua tremula:
nei carri alati van gemiti e canti,
vanno le cure e tornano;
pazze alla meta le voglie corrono,
corron sdraiate molli e trionfano
le viaggianti vanità più stolte;
tu sol, tu resti assiduo.
Al raggio fervido del sole, al perfido
urlar del vento, ai geli, al piovere
dell'irte nevi, a te pur sempre eguale,
la tua bandiera sventoli.
Non gloria il drappo ne l'aria sventola
(non è di sangue lordo e di lagrime)
non rauca stride la cornetta a segno
di morte…. Al ben degli uomini
sacra d'un uomo sta la miseria,
sacro il dovere che sorge rigido
contro la fame. Ignoto ai vivi e al tempo
di te che resta?—Un numero.
A UN VECCHIO CROCIFISSO
O buon Gesù, che invecchi sulla croce,
Scendi, ripiglia la tua veste bianca;
Vedi l'umanità, che a te la stanca
Mano distende e stanca alza la voce.
Il morto capo sgombra dall'incenso
In cui ti celi all'occhio dei meschini;
Dalle valli, dai monti e dai confini
Ultimi ascolta un singhiozzar immenso.
Scendi dal legno e le stecchite braccia
Sciogli, a stringere il mondo un'altra volta,
La tua greggia, o pastor, che va disciolta,
Teneramente al cor stringi ed allaccia.
Non vedi il nembo presso all'orizzonte
Già grave d'odio annuvolar la terra?
Dall'odio seminato urla la guerra
E volge sangue della vita il fonte.
Indarno il lento cantico di pace
Mandano i sacerdoti alla tua croce,
Chè rauca è fatta al chèrico la voce
E ignoto il libro tuo nel tempio giace.
Regna avarizia dei potenti in cuore
Famelica, e di lacrime si pasce:
Onde mal nasce e invidia già chi nasce
Il sonno a quel che affaticato muore.
Scendi; ritorna nella veste bianca
O del pietoso Amor biondo profeta!
Anche una volta l'aspre voglie accheta,
Sfamaci, o Padre, poi che il pan ci manca.
Sull'orme tue risorgeran gli ulivi
E stilleran dalle tue man gli unguenti
Dietro al profeta torneran le genti,
Recando in braccio i pargoli giulivi,
Vieni nel tuo splendor mite, siccome
Il dì che andasti placido sul mare;
Il popol vieni, Amico, a consolare,
Che mal si segna nel tuo santo nome.
PARTE II
LE VAGANTI IMMAGINI
CANTILENE DI NATALE
I.
Vorrei, se fossi il Re delle magìe,
Stender stanotte un bianco ampio mantello
Di neve sopra i tetti e per le vie
E in ogni casa alzare un focherello.
Al suon di pastorali melodie
Andrei pel mondo in groppa a un asinello
A scongiurar gli affanni e l'altre arpie,
Che stridono l'ingiuria al poverello.
Tornar farei gli arcangeli dei morti
A rendere alle madri lagrimanti
Con un sorriso i pargoli risorti;
E a quanti sono derelitti amanti,
A quanti sono generosi e forti
Farei nel core gli amorosi incanti.
II.
Allora, o verga magica, vorrei
Stender lunga una tavola imbandita
A fiori, a lumi, a lucidi trofei,
Colma d'ogni allegrezza più squisita.
E Siri e Turchi ed Arabi e Giudei,
Misti al popol di Cristo che ne invita,
E ciechi e vecchi logori vedrei
Inebriarsi a una seconda vita.
O festa lunga fino all'orizzonte!
Verrian dal mar le navi pellegrine,
Verrian dai campi i miseri e dal monte,
Verrian gli afflitti e l'anime meschine,
Ch'han la vergogna ed il delitto in fronte,
A chieder grazia, disciogliendo il crine.
III.
Al nuovo cenno si aprirebbe il coro
Del paradiso e giù dagli sgabelli
Vedrei scendere i santi in veste d'oro
Luminose le barbe ed i capelli.
In litania d'amor, nel concistoro
S'udrian cantar cogli esuli fratelli:
IN TERRA PAX, IN TERRA PAX… e a loro
Dal cimiter rispondere gli avelli.
E rose e perle e di mille colori
Le gioie spargerei sul mio cammino,
Adornando di lauro ogni stamberga.
Quando il gallo cantasse a mattutino,
Vedreste, o bimbi, un gran giardino a fiori,
E tramutato il mondo in Norimberga.
IV.
Stanotte a mezzanotte, quando spunta
La dicembrina luna,
Andiam, devoti amici, sulla punta
De' piedi a meditar presso una cuna.
Nel tenero sorriso
De' bimbi che riposano
È in terra un luccicar di paradiso.
A mezzanotte fra tintinni e canti
Per una liscia scalinata d'oro,
Scende nei sogni loro
Iddio con tutti i santi.
* * *
Se Dio tu cerchi invan nella morente
Speranza dei mortali,
E stanche in ciel va dibattendo l'ali
La superba ragion che il dubbio espia,
Oh credi almeno a questa poesia!
Fin che sorride un piccol innocente
Nei sogni della culla,
È Dio che dolcemente
Colla ragion dei padri si trastulla.
LA CHIESETTA
Sul sasso ignuda sta, carca le spalle
D'anni e di doglie la chiesetta antica;
Dal fondo guarda a lei tutta la valle,
Come tu pensi alla lontana amica.
Apresi a stento un praticel davanti
Tra gli orli dell'abisso e il vecchio muro,
Che le scosse sentì di non so quanti
Secoli e sta di sua bontà sicuro,
Una sola è la squilla, agli echi tutti
Nota del monte e povero è l'altare;
Un Cristo piange il suo dolor dai brutti
Occhi tra ceri stanchi d'aspettare.
Aspetta stanco anch'esso un cataletto
Che un qualche morto a scuoterlo si muova;
Per l'ampia soglia luminoso e schietto
Entra il sol, entra il vento, entra la piova,
Entra del fieno l'alito e dei fiori,
Entran le rondinelle, entrano i cuori.
CANZONETTE DI PRIMAVERA
I.
La bella primavera, o cittadini,
Di violette adorna,
Ecco tra noi ritorna.
April l'accoglierà ne' suoi giardini
E sotto i pergolati
Di fresco inghirlandati,
Uscite ad incontrarla, o quanti siete
Belle fanciulle e quanti
Desiderosi amanti:
E voi, che vecchi stanchi, non potete
Discendere le scale,
Correte al davanzale.
Ella sen vien di molli aure vestita
Nel rugiadosi umori
Il sen colmo di fiorì:
E dove passa colle rosee dita
Crolla le siepi e scioglie
Del mandorlo le foglie.
S'increspa il flutto e brilla
Bianco nel prato il torrentel; sul clivo
S'illumina ogni villa.
Andiamo ad incontrare,
O cittadini, in lungo stuol giulivo
Le rondini sul mare.
II.
Di raggi d'oro il sole
Rallegra le finestre:
E dalle stalle fuggono le fole,
Che le comari al novellar maestre
Allungan, quando fiocca,
Sul filo della rocca.
S'apre il mattin. D'argento,
Fanciulla, è l'alba e ride:
Tu la mantiglia sciorinando al vento,
Scoti la polve e le lusinghe infide,
Che in mezzo a false rose
Il carneval vi pose.
O mio dolore assorto,
O miei pensieri bruni,
Itene fuor, libratevi nell'orto
A far bisbiglio tra le siepi e i pruni:
E vi trasformi il sole
In rose ed in viole.
LASCIAMOLE VOLAR….
Alle allieve del Collegio Bianchi-Morand l'ultimo giorno di scuola.
Apriamo le finestre oggi a costoro,
Apriam la gabbia d'oro,
Lasciamole volar queste figliuole
All'aria, al verde, al sole.
Già troppo le vedemmo gli occhi inchini
Sui vecchi libri e sui gualciti lini
A tessere la vita
Rinchiusa e scolorita.
Mal tornan le viole
Entro il recinto oscuro,
Lenta si svolge abbarbicata al muro
L'edera senza sole.
Oggi le chiaman dall'erbose rive
Dai margini fioriti a larghi gridi
Dai numerosi lidi
Del mar, dalle cascate fuggitive
Le liberali voci di natura
A respirar la pura
Energia della vita tutta quanta
Che gioca, ride, canta.
Lasciamole volar. Le selve, i piani
Han bisogno di voci allegre e oneste
Ahimè! già troppo meste
Son le giornate dei lavori umani….
Queste alle selve, ai monti
Vadano, il crin fiorito
Degli altri uccelli al gorgheggiante invito
A farsi belle a specchio delle fonti
Nel sangue che scintilla
Più vivo balza il cor che lo riceve
Divina è la pupilla
Che più lembi di ciel dischiude e beve:
Quanto rapì nella stagione oscura
Il pigro e curvo inverno,
Col suo tesoro eterno
A cento a cento renderà natura.
Il sol che pinge i fiori
Il mar che mai non posa
Ritornerà sui languidi pallori
Il bel color di rosa.
A lor che un giorno soffriran la guerra
Dei torbidi elementi
Giovi produrre le radici in terra
Profonde e dar tutta la chioma ai venti.
A lor che un giorno forniranno i nidi
Nei verdi amplessi ai teneri usignuoli
Tornin benigni i soli
Tornin le brezze degli aperti lidi.
Lieto trionfo nostro
Sarà quel dì che sulle belle gote
Vedrem stampato in rubiconde note
Quel che scriviamo in troppo nero inchiostro.
Volate dunque ad imparar la grande
Storia che parla e vive
Nelle libere cose. Iddìo la spande
Nell'universo e in mezzo al cor la scrive.
Nell'ampia scuola ove il saper si stende
Del ciel, nel libro aperto di natura
Ragiona una scrittura
Che molte cose insegna a chi la intende;
Per gli stellati numeri si svolve
Una dottrina arcana
Che tutta passa della scienza umana
La radunata polve.
Questa dolce sapienza or dunque cada
A voi nel grembo e vi rinfreschi i cuori
Siccome la rugiada
Che rende sul mattin l'anima ai fiori
Volate dunque e sia festoso sciame
Di rondinelle ai grandi voli esperte;
Se del saper vi pungerà la fame
Qui troverete le finestre aperte.
I CONSIGLI DEL VECCHIO MARINAJO
Che la tua nave o figlio abbia buon legno,
Che ben si regga sui fasciati fianchi,
E scarsa all'uopo ove una cosa manchi:
Dico la forza natural del core,
Che guarda le tempeste, e soffre, oblia
La noia e il male dell'incerta via.
Vero padron dell'acqua e degli scogli
Solo è colui che nel voler ripone
Dell'arrivar la scienza e la ragione.
Questo più che il timon, più che le vele,
Più che la scienza delle astruse stelle
Ti caverà dal sen delle procelle.
Nè per rumor di ciel, nè per incanto
Che dalle rive a te mandi l'invito
Tu dalla rotta non piegar d'un dito,
Ma sempre va dentro la notte oscura
Col lume a prora della vecchia fede,
Ch'oltre la notte e le tempeste vede.