EMILIO PRAGA

MEMORIE DEL PRESBITERIO

SCENE DI PROVINCIA

TORINO

F. CASANOVA. LIBRAIO—EDITORE

Via Accademia delle Scienze (Piazza Carignano)

1881

AD ANTONIO GALATEO

AMICO MIO,

Quando Emilio Praga ci leggeva la prima parte di queste sfortunate MEMORIE DEL PRESBITERIO, _e ci offriva di collaborare con lui e terminare il lavoro, non pensavamo che noi due, pochi mesi dopo, l'avremmo terminato senza lui.

Da molti anni il_ Pungolo _di Milano, che aveva acquistato la proprietà del racconto, lo prometteva ai suoi lettori; il Praga a lunghi intervalli lo ripigliava, aggiungeva alcune pagine nelle quali lasciava libero il freno alla sua immaginazione ineguale, splendida a lampi, al suo sentimento profondo e malato, bizzarro e delicatissimo; ne ingarbugliava l'intreccio, poi, stanco, l'abbandonava ancora. S'illudeva sempre di arrivare al fine e non l'avrebbe forse finito mai. Quando mancò, era appena alla metà.

Il_ Pungolo _dovendo finalmente pubblicarlo, il Direttore Leone Fortis, amico di Praga e mio, propose a me di finirlo. Non potei dirgli di no, ma l'impresa mi sgomentava. Il meglio dell'opera stava nelle delicatezze di sentimento e di forma, in quel particolare profumo di poesia e di affetto che Emilio solo possedeva. L'intreccio poi era una disperazione, una matassa arruffata donde non usciva alcun filo buono. Fu allora ch'io ti pregai di rileggere il manoscritto, e tu, più pronto ed immaginoso di me, cavasti in una notte quel filo ch'io disperavo trovare. La tua soluzione io ho adottato esattamente nella catastrofe del romanzo. Una sola cosa ci ho messo di mio, od almeno mi sono sforzato di metterci, ed è il ricordo dell'amico nostro, ch'io mi studiai di riprodurre, come l'avevo vivo davanti gli occhi, nella figura, nei discorsi, e nelle digressioni del protagonista Emilio.

Queste cose tu le sai, ma, se permetti, le ripeto qui, in fronte, licenziando il libro che l'amico Casanova volle ristampare tutto intiero, perchè le sappia anche il lettore. Io devo prima di tutto aver riguardo al nostro povero amico, perchè la gente non gli faccia colpa, di peccati non suoi; poi mi_ _preme dir le ragioni per cui m'indussi ad una opera che potrebbe a taluno sembrare irreverenza, ma soprattutto trovo giusto far conoscere ai lettori il serio aiuto che tu mi hai dato.

Tuo_

ROBERTO SACCHETTI

LE MEMORIE DEL PRESBITERIO

J'ai plus de souvenirs que si j'avais mille ans.

I.

Fra parecchie centinaia di versi che, in mancanza di meriti più assoluti, ebbero incontestabilmente quello di sciogliere per bene lo scilinguagnolo alla sonnolenta critica letteraria del bel Paese, v'hanno due componimenti sovra cui piovve con rara abbondanza la lode; la lode che è per l'anima di un autore ciò che è pei fiori la pia rugiada dell'alba.

Uno di quei componimenti aveva nome il Professore di greco, l'altro portava il titolo che sta in cima di queste righe.

Senza ch'egli ripudii gli altri suoi figli, è naturale che questi due sieno i prediletti del poeta.

Guardate il sorriso trionfante della madre di cui vi prendete nelle braccia e accarezzate, ammirando, il bambino; per poco ella si ristà dal fare altrettanto con voi.

Per me, se me ne fosse data licenza, non indugerei un momento a rispondere con baci in fronte alle indulgenze accordate a quelle mie strofe. Tanto più che, oggidì, le creature che si commovono un po' ancora alla poesia sono le donne, e le donne belle in ispecie.

Ma l'esercizio di siffatti rendimenti di grazie non è concesso in questa valle di frutti proibiti. Forse provvidenzialmente: lo scambio delle gentilezze e delle cortesie diventerebbe troppo generale, e la musica di baci finirebbe per assordar di soverchio la gente d'affari.

Però baciar col pensiero non è, che io mi sappia, proibito. Ed è un bacio morale che io intendo appunto inviare con queste semplici memorie, come un ringraziamento a quelle poche anime appassionate che forse, nelle ore men gaie, si ricordano ancora del mio vecchio professore e dei mio vecchio curato—due scheletri, adesso, amendue.

Semplici memorie; è la giusta parola.

Cominciano e finiscono in un paesello delle Alpi. Il povero sant'uomo e il suo presbiterio, un medico e una farmacia, un sindaco e la sua storia…—Ecco tutte le mie scene e tutti i miei personaggi.

Nulla è grande, nulla è piccino; il cuore ne è la misura; e un po' del mio è restato lassù in quei boschi, fra quelle pareti bianche, in mezzo a quel beato silenzio; lassù dove furono prima pensate queste pagine.

Epperò, chi volesse trovarci altra cosa che un po' di cuore non legga.—So di alcuni, i quali di quel po' si accontenteranno.

II.

Molti anni, ciò che vuol dire molte sciagure, sono passati dal giorno in cui bussai a quella porta.

Compivo i venti, avevo la valigia del pittore sulle spalle, e un buon angelo mi guidava—un angelo che adesso chi sa dove è andato a nascondersi. Allora io vedevo e sentivo; splendore di cielo, verzure di convalli, scroscio di torrenti, belate di mandre, tutto brillava, profumava, cantava per la presenza di lui; e sul nostro passaggio gli atomi della natura si animavano al contatto delle sue ali per parlar meco di arte e di gloria.

Quel giorno la conversazione era cominciata al primo nascere del sole, e aveva continuato senza interruzioni per tutta la strada.

Epperò come fui vicino al villaggio di Sulzena, la stanchezza delle gambe prevalse. Si fece silenzio.

Tramontava il sole, e pensavo a mia madre; due tra le infinite cose da cui germina la umana tristezza.

Essa veniva lentamente impossessandosi di me, ma dolce, quasi voluttuosa, come quella che conduce alle lagrime, di cui parla Virgilio— quædam flere voluptas.

E forse le lagrime erano lì per sgorgare, quando la recrudescenza della fatica diede nuova autorità alle gambe.

Furono questi poveri stinchi a farmi accorto della presenza del villaggio.

Alla solita strada polverosa, soffice e piana come il pavimento di un gabinetto principesco, era successo un selciato di pietre druidiche, sul quale, a non inciampare, vi giuro che o bisognava avervi camminato appena fuor delle fasce, o aver compiti molte volte i sette anni.

Debbo alla luna, che in quel momento era venuta a far capolino, ed a un mio talento ginnastico se non mi ruppi il collo, io che sette anni non li avevo ancora compiti tre volte.

Non è necessario descrivervi il villaggio di Sulzena.

Voi lo conoscete già, per poco che abbiate fatta conoscenza con alcuna delle nostre montagne. Cotesti villaggi si somigliano tutti. Case, o meglio capanne_ _( baite ) ad un solo piano, coperte di schisto nero, e alla parte del nord, di muschio, al cui verde opaco spesso viene a sposarsi quello trasparente del caprifoglio avviticchiato alle pareti. Porte basse e larghe, attraverso alle quali appare il cortiletto ingombro di gerle, e quasi sempre ombreggiato da un pometo che in maggio si copre di fiori bianchi e rosa; botteghe, che in un'ora di esame non arrivereste a indovinare che cosa vendano, se non esistessero al disopra e ai lati certi orrori di ortografia scritti a color crudo e per lo più turchino.

Poi il monumento comunale, la fontana perenne, formata di quattro lastre di pietra appena dirozzate, e dove tre volte al giorno vanno a dissetarsi in famiglia tutte le giovenche del vicinato.

E se il villaggio possiede un'osteria siete certi di riconoscerla a una insegna gigantesca colla parola Albergo sovrapposta a un uscio, cui si ascende per tre o quattro gradini, dietro il quale si cela umilmente un locale umido sì ma pulito, tappezzato di pentole e di stagni e dove mancano infallibilmente ai fornelli il cuoco ed il fuoco.

Ero già passato davanti a buon numero di case, e per quanto avessi guardato e guardassi in su ed in giù a destra ed a sinistra, l'insegna non appariva, che mi potesse far sperare in una cena ed in un letto.

Gli abitanti erano già rientrati, vedevo le finestre illuminate dal riverbero dei focolari; non avevo ancora incontrato di vivo che un ragazzetto ed un cane. Il primo, spalancati due grandi occhi azzurri mi aveva contemplato in silenzio per un minuto, poi s'era dato alla fuga dietro una siepe; il cane aveva abbaiato sommessamente come uno che non sappia di aver torto o ragione, poi anch'esso via nella macchia.

Proseguii tra quelle case dalla faccia inospitale, coll'animo alquanto turbato.

Nei pellegrinaggi artistici non è, del resto, cosa difficile di trovarsi nell'imbarazzo in cui avevo a quell'ora tutta la probabilità di essere caduto.

In uno dei libri sacri dell'India sta scritto:

«Se ti nasce una figlia dàlle un nome sonoro abbondante in vocali, e che sia dolce alle labbra dell'uomo».

L'egual consiglio si sarebbe potuto dare a quei filologhi dabbene che imposero il nome ai villaggi. Quando si viaggia senza una meta prestabilita, all'unico scopo di veder uomini e cose, quante volte non accade di prendere a destra piuttosto che a sinistra, di salire invece che di scendere, per l'unica ragione che avete preferito, leggendo sulla vostra Guida, fra i molti che vi stanno intorno il villaggio dal nome più seducente, dal nome più dolce alle labbra dell'uomo? Ma, ahimè, siccome è più che possibile che una Bice, o una Amina, o una Adele, siano fanciulle meno perfette di una Giovanna, di una Gregoria, o di una Anastasia, del pari accade che il più bel nome intitoli spesso la borgata meno simpatica, e, ciò che è più triste se vi arrivate a notte, una borgata senza osteria.

E tale mi aveva l'aria di essere il villaggio di Sulzena quando, giunto all'inevitabile fontana, mi scontrai finalmente in un uomo.

III.

Curvo sul bacino da cui esalava un acre odor di sapone, prova che quella sera le comari avevano fatto il bucato, egli teneva le braccia, nude fino alle spalle, nell'acqua biancastra, e pareva assorto in qualche occupazione di grave momento, giacchè non si accorgeva o non curavasi del largo zampillo che, cadendo dall'alto, gli spruzzava copiosamente la testa.

Stavo per rivolgergli la parola, quando si sollevò, e, traendo dalla fogna un cencio infilzato a un bastoncino, esclamò, con quel timbro di voce proprio dei lavoratori della montagna:

—Una calza! e poi si lagnano della povertà, e poi pretendono trovar l'acqua pulita alla mattina! Come si fa, se lasciano otturarsi il pertugio… persino dalle calze! O che gente!

—Brav'uomo, gli dissi io, sapreste indicarmi l'osteria?

Si volse e la prima cosa che osservò fu—indovinate che cosa?—il mio bastone.

—Oh! che magnifico corno! ma questo era il papà di tutti i camosci!

E senza complimenti, me lo prese dalle mani, a si diè a contemplare l'alpestre ornamento del mio muto compagno di viaggio colla compiacenza con cui una forosetta avrebbe vagheggiato un monile.

—Non ve ne sono mica sulle nostre cime di camosci così grossi; è forastiero, vossignoria, non è vero?

—Sì, siamo d'altri paesi tant'io che il corno. Veniamo da lontano, epperò abbiamo bisogno di mangiare e di dormire; se dunque voleste aver la bontà di indicarci….

—D'osteria propriamente non ce n'è: ma c'è di meglio.

—Che?

—C'è il curato!

—Ma che c'entra il curato coll'osteria?

—Se c'entra! La mi dica, sarebbe cosa decente che, per mancanza della locanda, non si potesse alloggiare un cane in paese?

—È giusto. Ed è il vostro curato che ha messo insegna?

—Oh! insegna, no; un prete, le pare? E poi che importa l'insegna; quelli che girano il mondo non le mangiano mica le insegne delle osterie, nè vi dormono sopra.—L'importante è che trovino un desco ed un letto; ciò che si trova dal signor curato per l'appunto. E, soggiunse, ammiccando furbamente gli occhi, non si paga niente.

Quest'ultima informazione mi decise. Già mi aveva ripugnato l'idea di dormire sotto il tetto di un prete; quella di dovergli restare debitore di un servigio mi fece cavar dalle tasche la carta geografica e andarvi in traccia di un'altra possibile meta.

Il lettore non si scandalizzi di questa mia istantanea ripugnanza, apparentemente, solo apparentemente, volterriana.

A quell'età non era, come non fui mai, un cattolico fervente; bensì mi trovavo ancora un cristianello per il quale l'accettar l'ospitalità da un uomo di chiesa, non sarebbe sembrato certamente un derogare ai propri principii religiosi e alla umana dignità. Tanto più con quell'appetito e con quella stanchezza in corpo!

Ahimè! la ricusavo appunto, stavolta, perchè già in due altre occasioni, dacchè mi aggiravo su per quei monti, l'avevo accettata, e con mio inenarrabile danno.

Non vi conterò quanto mi era capitato la prima volta; fu una tragedia che si svolse nelle tenebre di un granaio, fra due lenzuola di colore oscuro e… ciò resterà un eterno mistero.

La seconda volta il mio ospite era stato un prete giovane, dalla faccia color scarlatto, gran bevitore, gran cacciatore e, per conseguenza, gran parlatore. La sua vita domestica e i suoi sproloquii, non rammento se più degni di Casti o di Aretino, erano riusciti a togliermi dall'animo tutto il bene che le aveva fatto, in quindici giorni, la semplice natura.

La possibilità di ricadere nell'afa ammorbata di un sacerdote di simil genere, mi spaventava quasi peggio delle memorie più materiali che serbavo dell'altro.

Chiesi dunque al mio interlocutore, in quanto tempo avrei potuto raggiungere un vicino villaggio, di cui dovetti ripetere più volte il nome ch'ei non conosceva che in dialetto; dialetto spicciativo che faceva un monosillabo di una parola composta di almeno una dozzina di lettere.

—Eh! non meno di tre ore, a camminare spedito; e c'è a due terzi di strada un torrentello che non le consiglio di guadare di notte.

—Non importa; questo buon bastone cornuto m'ha, come lo vedete, aiutato a guadarne altri, e di molti. La strada è questa?

—Sì, fino alla chiesa che è là, a due minuti dal paese; poi si volge per la strada più stretta, a mancina: quella che scende, costeggiando l'orto del signor curato.

—Vi ringrazio: state sano, voi e tutta la vostra famiglia.

—Vengo anch'io fino alla chiesa; di là le indicherò meglio.

—Benone.

E ci incamminavamo.

Le case erano già chiuse quasi tutte. Avean l'aspetto più povero di quelle vedute nei dintorni; ma in compenso la strada era di una insolita pulitezza. Alti gruppi di quercie si intercalavano bizzarramente qua e là all'abitato, coprendo le tegole di verzura e di ombria; alcune rocche di camino andavano a nascondersi nel frondame; lì, la casa e l'albero non erano vicini, parevano abbracciati.

La luna illuminava quei casti amplessi quasi affettuosamente, ed io vedeva, nell'umida penombra, di così cari motivi di pittura che me ne piangeva proprio il cuore a staccarmene.

—Dite, il mio brav'uomo, oltre il curato, non conoscete nessuno che possa offrirmi, pagando, una materassa? Una materassa mi basta e, quanto al mangiare, sono ancor meno difficile.

—Per carità! Nessuno, nessunissimo; tutta povera gente che a voltarli colle gambe in aria non cade in terra la croce di un quattrino. I più agiati, in questa stagione, sono all'alpe: si dorme nelle stalle o a ciel sereno… s'immagini.

—E fra due ore, troverò alloggio all'osteria di….

—Ne può esser certo: la Gertrude, la locandiera, una diavolaccia che ha cinque figlioli sulle spalle, apre ai forestieri di notte: scenderebbe per servirla, anche se si trovasse in punto di morte.

—Ditemi un po' che facevate intorno alla fontana?

—Le dirò: non posso andar a casa se prima non mi sono assicurato che nulla impedisce il corso dell'acqua. Per esempio, veda, stanotte la voleva esser bella, se non c'era io a liberare da questa calza il pertugio. L'acqua inondava la strada, e domattina per le giovenche, restava nel bacino quella del bucato.

—Siete dunque impiegato municipale?

Spalancò gli occhi, come se gli avessi parlato chinese, poi rispose:

—Io sono il campanaro. È per questo che non posso andar a casa senza aver visitata la fontana.

Lo strano ravvicinamento del lavatoio col campanile era fatto per destare la mia curiosità. Ma l'altro non mi fece sospirare, e continuò:

—Il signor curato non dimentica mai, quando passo nella sua stanza per metter la spranga alla porta, dopo il rosario, di domandarmi se ci sono stato «Baccio e il pertugio?» oppure soltanto « Baccio?»… Sissignore, va tutto bene. È come un'altra terza parte ….

—Il curato copre dunque anche le funzioni di sindaco?

—Il sindaco! Si starebbe freschi se si aspettasse una provvidenza dal sindaco….

Eravamo usciti dal villaggio, e già appariva non lontana la parete bianca del presbiterio, e più in su, dietro la cima di un boschetto, la freccia aguzza e scintillante del campanile.

La notte era splendida e calma; si sarebbe potuto leggere, al raggio lunare, la più microscopica scrittura di donna; e, tranne il gorgheggio sommesso di un usignuolo, che rompeva l'aria a intervalli, per l'ampia vallata non errava che il suono de' miei passi e di quelli del campanaro che mi seguiva zoppicando.

L'idea del sindaco pareva averlo messo di cattivo umore; giacchè la sua fisionomia sincera e gioviale erasi alquanto rannuvolata, come sotto la preoccupazione di qualche cosa di triste.

A un tratto, un rumore di passi accelerati giunse dalla parte della chiesa, e apparve davanti a noi una strana figura umana che gesticolava, venendoci incontro in mezzo alla strada.

Quando ci fu a due passi, diede in uno scroscio di pianto, e mettendo le mani sulle spalle della mia guida, non accorgendosi forse nemmeno di me:

—La muore, Baccio, la muore proprio! Oh! la mia povera Gina… la mia povera donna… così giovane… così….

Le lagrime lo soffocavano. Il campanaro era lì come impietrito. Poi disse:

—Ma se la stava meglio! Anche il signor curato cominciava a sperare….

—Sono stato adesso a chiamarlo. Ah! Baccio, Baccio, la muore!….

E proseguì verso il villaggio brancolando.

Era un giovane sui trent'anni, alto e tarchiato. Egli aveva detto quelle parole con accento di così profonda desolazione, che me ne sentivo tutto atterrato. Nulla infatti di più straziante che lo spettacolo del dolore negli organismi sani e robusti.

Ci aveva lasciati appena, che il curato apparì. Sembrava assai vecchio, e accelerava il passo con visibile stento. Aveva la larga fronte coronata di capelli bianchissimi; illuminati dalla luna, li avresti detti un'aureola. Non so quale solennità traspariva da tutta la sua figura. Alla commozione che già mi dominava, si aggiunse, al suo apparire, una specie di vaga dolcezza.

Mi tirai da un canto, levai il cappello e gli fissai gli occhi nel viso.

Ma nel suo pensiero non esisteva certo, in quel momento, che una immagine; quella della morte con cui stava per trovarsi a colloquio. Egli meditava la parola che le pone sulla fronte il sorriso.

Passò in mezzo a noi, colla testa fissa al villaggio, senza vederci.

—Brav'uomo, dissi al campanaro; ho mutato avviso. Mi fermo qui: dormirò dal vostro curato.

Il viso del sagrestano si illuminò.

—Che buona idea, signor mio, che bel pensiero, esclamò con quella sua voce strozzata che parea voler farsi ad ogni costo gentile per ringraziarmi. E soggiunse, mettendomi le mani ai panni:

—Dia a me la valigia, dia tutto a me; la si metta in libertà; che bella improvvisata per don Luigi! questa sera ne aveva proprio bisogno. Se sapesse, signor mio, come ritorna sbigottito il pover'uomo dalle visite ai moribondi! ne perde l'appetito per una settimana.

—Badate, gli diss'io cedendogli il mio piccolo bagaglio; badate che spenderò la vostra parola; che senza le informazioni che mi avete fornite, non avrei osato certo….

—Ma che dice! vedrà che accoglienza le sarà fatta; e ne avrò anch'io la mia parte, per avervi guidato.

Tutto il contegno del bravo montanaro rivelava un non so che di tanto sinceramente cortese che arrivati che fummo alla porticina del presbiterio, ogni trepidazione, ogni ripugnanza mi avevano lasciato: mi pareva quasi che quell'uomo e quella casa li avessi conosciuti e frequentati già da gran tempo.

IV.

Uno squillo sottile e prolungato rispose allo scrollo potente che il sagrestano, avvezzo alle corde del campanile, aveva dato all'esile cordicina verde che uscia da un buco dell'imposta. Pochi istanti dopo, un rumor di passi si avvicinò e una vocina fievole chiese chi fosse.

—Son Baccio.

E la porta si aperse.

Cesare entrando in Roma colle spoglie delle Gallie, non aveva certo l'aspetto più altiero e più trionfante di quello di Baccio, quando, penetrato nel corridoio e fatto un sorriso alla vecchierella che ci aveva aperto, disse a me:

—Resti servito!

La prima senzazione che provai, fu di un profumo d'incenso diffuso, misto a quell'odore senza nome che emana dalla umidità delle pareti nelle case poco abitate. La vecchierella che precedeva col lume, parlava a bassa voce colla mia guida; giunta in fondo al corritoio che dava in un cortiletto, si arrestò, mentre l'altro proseguiva col bagaglio e poichè le fui giunto vicino, alzò con ingenua famigliarità la lucernetta fino all'altezza del mio naso; allora vidi due occhietti lucidi e profondi che mi fissavano con una curiosità che sapeva di investigazione e che si sciolse in un lungo sorriso immobile.

—Santa Caterina! sclamò poi precedendomi di nuovo attraverso i ciottoli erbosi, se l'avessi saputo prima, avrei almeno allestito qualche cosa che fosse degno di un signore!

E dirigendomi la parola:

—Siamo in certi paesi, illustrissimo, che si ha proprio vergogna quando arriva un forestiero come lei. Basta, Don Luigi le spiegherà meglio ogni cosa. Ecco, s'accomodi qui: questo è il suo gabinetto.

Ciò che la ingenua Perpetua chiamava il gabinetto del signor curato, era uno stanzone ampio ed alto, così che avrebbe potuto servire per una festa da ballo. Sedetti sopra una specie di divano coperto di una pelle color caffè, arrestata all'ingiro da piccoli bottoni d'ottone, e mi diedi ad osservare. Davanti a me un largo tavolo quadrato, in vecchio noce annerito, appoggiato a quattro gambe solide come colonne, dominava da protagonista la scena. Per metà coperto da un tappeto di panno verde grossolano, sopportava due alte cataste di registri legati in cuoio, senza dubbio i registri delle nascite e delle morti, questa scrittura doppia, questa Entrata ed Uscita di un commercio senza soluzione di continuità, per quanto possano mutare i tempi e gli avvenimenti.

Accanto ad essi il breviario aperto pareva annoiarsi aspettando la ripresa della lettura interrotta, in compagnia di un gran calamaio di piombo da cui aveva l'aria di spiccare il volo una coppia di penne d'oca; appoggiato al calamaio un rotolo di carta azzurrognola coperta di fitti e grossi caratteri. A destra del tavolo nereggiava gettando un'ombra lunga e tagliente sulla parete, una libreria.

Le novanta volte su cento voi potete giudicare del carattere, delle abitudini, degli affetti di un uomo dal frontispizio dei volumi schierati nella sua libreria, E ciò sopratutto in quelle silenti dimore delle creature pensanti, sepolte nella monotona vita della provincia, case bianche che serbano una tal aria di modesta aristocrazia, se così è lecito esprimermi, in mezzo al bottegume ed al borghesume; oasi strappate dagli uragani della vita al giardino della civiltà, dalla civiltà dimenticate, ma che il viaggiatore filosofo saluta e benedice talvolta colla pia gioia del nomade nel deserto. Là non troverete le cento nullità letterarie di cui si pasce ogni giorno la curiosità cittadina; il libercolo, l'opuscolo di circostanza, il volume a margini sterminati, ultimo portato della speculazione libraria, li cercherete invano sotto ai vetri puliti di quegli scaffali che racchiudono tutte le memorie di un passato, pane quotidiano di spiriti che, per lo più tuffati in un ozio meditativo, non hanno bisogno di nuovi sapori, di sali più corroboranti per innalzarsi al disopra delle monotone realtà che li circondano.

La libreria, la famiglia rispetto alla quale non siete nè figlio, nè padre, ma che vi può dare tutte quelle gioie che stanno chiuse in queste due parole, interrogatela quando è patrimonio dell'uomo solitario, dell'uomo esiliato dalla società e che ha in essa creata la società sua. Lo conoscerete.

I libri del curato di Sulzena erano pochi ma eletti.

Fatta astrazione delle numerose edizioni della Bibbia, dei suoi dizionarii e commenti, delle opere dei Santi Padri, e dei numerosi volumi di giurisprudenza ecclesiastica, suppellettile indispensabile, parecchie file di volumi legati più modernamente, e taluni con una tal qual civetteria più da gabinetto di dama che da studio di prete, annunciavano nel mio ospite una coltura elevata e gentile.

Ciò per la scelta così come pel numero. I classici da Omero a Menandro, da Tucidide a Plutarco, rappresentati nei più profondi e nei più fantasiosi; i nostri poeti, un bel Dante coi commenti del Portirelli, legato in oro, e l'indice della Divina Commedia del Volpi; un Boccaccio,—ad edizione non purgata.—i poeti minori, l'Ariosto. Notai l'assenza di messer Francesco e del Tasso.

Manzoni chiudeva l'augusta falange. In fatto d'arti figurative, il curato non era nè troppo eclettico nè troppo avanzato. Alle pareti pendevano dentro cornici che un giorno erano probabilmente dorate, quattro larghe ed alte stampe rappresentanti _il giudizio di Salomone, Giuseppe venduto dai suoi fratelli, Alessandro che taglia il nodo Gordiano, e il sacrificio di Abramo_. Insieme formavano come una selva che tu avessi veduta attraverso alla nebbia, irta di braccia ritorte, ad angoli acuti, retti, ed ottusi, di gambe ravvoltolate, raggrinzate, incrocicchiate, di torsi scabri più della corteccia del pino, di movenze in aperta congiura contro l'equilibrio, di panneggiamenti più complicati e più indecifrabili che non siano per me e forse anche per voi i logaritmi. Il barocco aveva detta l'ultima parola in quelle quattro composizioni evidentemente uscite da un'unica fantasia; e lì come incastrati nella parete umidiccia, sopra ampie scranne a forme rettangolari, erano tale una stonatura da mettere i brividi al più volgare dei beoti.

Sul camino, piccolo in confronto all'ampiezza della stanza, sorgeva sotto il suo berrettone di vetro un pendolo tutto incrostato di conchiglie marine d'ogni specie e d'ogni colore, che nell'insieme formavano un disegno assai somigliante alla rosa dei venti. Ai lati due vasi di ardesia, lunghi lunghi, di forma conica, ricolmi di carte fuor d'uso, di vecchi astucci da occhiali, e di fuscelli di malva appassita, pieni di polvere.

Evidentemente il curato non prodigava le sue affezioni domestiche al di là della libreria.

La fantesca ritornò sull'uscio donde era uscita. Il cigolìo mi fe' volgere la testa: ella pareva volermi dire alcun che e non averne il coraggio. Dopo aver titubato alquanto:

—La scusi, balbettò, la scusi tanto; mi trovo colla credenza vuota come la chiesa alla mezzanotte. Domani sì, ce ne sarà della grazia di Dio… adesso….

—Oh! la mia cara donna, la interruppi, vi pare? Fatemi friggere due ova, e datemi un boccone di cacio, oppure un tozzo di pane in una scodella di latte; sono i cibi che preferisco e non voglio assolutamente che vi diate altre brighe. Anzi, se mi permettete, verrò in cucina ad aiutarvi.

—Oh! che buon signore! già l'ho detto subito dalla faccia. Venga pur qui, se non vuol star solo finchè torni don Luigi; quanto ad aiutarmi (e si diè a ridere fra i denti), non è mica caso… se ne avessi bisogno, c'è Baccio.

—A proposito, sclamò il campanaro quando entravamo in cucina; mi scordavo di dirvelo, o Mansueta; sapete dov'è il signor curato?

—Lo so io? stavo annaffiando quel po' di piselletti che sembra siano stati cosputati dalle streghe, che Dio mi perdoni… che non vogliono dar segno di vita…; sento il campanello, vengo dentro, e don Luigi non c'era già più.

—È dalla Gina che muore.

Per poco la povera Mansueta non si lasciò cader di mano la scodella che stava per collocar sui fornelli.

—Santa Caterina beatissima! Dite da senno? Ma come mai? non è possibile… con quel povero bravo suo marito… che l'ho visto nascere! e con quella povera creatura di bambina! lasciarli soli… è impossibile, è impossibile. Baccio, vedrete che Don Luigi non la lascierà morire così.

Il sagrestano parve star sopra pensiero alcun poco, e,

—Non so se farò bene o male, disse come parlando a sè stesso; è notte alta. Ad ogni modo è giusto che tutti lo sappiano e preghino.

E uscì frettolosamente da una porticina che metteva all'aperto.

Io mi accovacciai sotto l'ampio camino della cucina ed attesi, osservando la fantesca occupata intorno alla mia cena. Le sue labbra avvizzite e cadenti cominciarono allora a muoversi con una velocità che andava sempre crescendo. Il burro che bilbiva nella scodella accompagnava col suo capriccioso scoppiettio gli ora pro ea, gli ave e gli amen che di tanto in tanto sfuggivano alla preghiera mentale della vecchierella. Tutto era silenzio nel resto. Io guardava il tizzone ardente da cui spiccavansi le faville come anime liberate dalla materia, e pensavo a quella della povera montanara che in quel momento faceva forse lo stesso.

D'improvviso uno squillo, forte e nitido, cadde dall'alto, e rimbombò nell'aria tragicamente.

—Che è questo?

—È Baccio che suona l'agonia per la Gina. E abbandonati i fornelli, e accostatasi ad una scranna, la povera creatura cadde ginocchioni.

O memoria della mia giovinezza!…. Contemplai per un istante quella testa grigia, e involontariamente piegai un ginocchio al suo fianco. Fu in questa posizione che trovommi in casa sua il curato di Sulzena.

V.

Mi rivolsi al suono dei suoi passi, mi rizzai, e gli mossi incontro. Egli si fermò, mi stese ambe le mani, e, prima ch'io trovassi una parola, mi disse:

—Quanto vi sono grato di non aver proseguito il vostro viaggio. Oh! non l'avrei perdonata a Baccio, se vi avesse lasciato partire.

E data un'occhiata intorno per la cucina, si rivolse a Mansueta, che si era pur alzata al suo arrivo e che lo stava contemplando come una imagine santa.

I rintocchi dell'agonia continuavano.

—Sei colta all'improvviso, non è vero, poveretta? Hai detto a questo signore l'abbondanza dei nostri paesi?

—Oh! è un signore alla buona. Ed ecco le ova che ha desiderato; fresche come l'acqua del pozzo.

—Una cena simile! disse il curato; e abbassando la voce, soggiunse tristamente:

—E accompagnata da musica siffatta.

Mi introdusse dipoi nel tinello dove la vecchia fante non tardò a depormi innanzi, sopra un tovagliolo bianchissimo, le ova ed il pane accanto a una bottiglia di vino.

Il curato, cui non avevo ancora avuto modo di rivolgere il mio discorso tranne che a monosillabi, mi sedette vicino e, pur ripetendomi le sue scuse per la grettezza della cena, mi guardava con quell'occhio interrogativo, sebbene meno adamitico, che aveva veduto, al primo entrare, sotto la cuffia di Mansueta.

Il curato poteva contare sessantacinque ai settanta anni; ma la tarda età appariva in lui più che dalle rughe del viso, ch'era ancor fresco e rubizzo, da una cert'aria di stanchezza grave, direi quasi solenne, che circondava tutta la sua persona. Avea la fronte altissima e singolarmente convessa: la fiamma della lucerna vi poneva una larga pennellata lucente che illuminava una pelle così rosea e così tersa che si sarebbe detta di un fanciullo. Poche ciocche di capelli, bianchi come la neve, gli circondavano la testa; ma così fini, così vaporosi, che parevano sospesi nell'aria, e gli incorniciavano il viso meglio di una chioma di vent'anni. Il naso aquilino e finissimo pareva di un gentiluomo spagnuolo; la bocca, da cui apparivano ancora, a dispetto degli anni, due file intatte di denti, era forse un po' larga in confronto alla perfezione dei lineamenti che la circondavano; ma il difetto era cancellato da due piccole pieghe ai lati che le perpetuavano il sorriso: aggiungete due occhi limpidi e profondi, l'abito modestissimo, ma di nitidezza inappuntabile, una mano quasi femminile, una voce dolce e nel tempo stesso piena di vibrazioni, l' erre di una duchessa—e vi spiegherete le parole che rivolsi al mio ospite, assaporando le ova eccellentissime del suo pollaio.

—Signor curato, gli dissi, davvero che, se non avessi coscienza della strada che ho percorso, crederei che qui non sono in Italia. La stranezza del modo con cui oggi ho dato tregua al mio viaggio, la cordialità che mi circonda, il vostro aspetto, tutto mi farebbe supporre d'essere in una di quelle case della Tebaide, dove son vive tuttavia le memorie bibliche, e gli uomini santi le respirano ancora, e le ripetono con antica sapienza….

Il vecchio mi interruppe:

—Tebaide, sì, è una Tebaide questa valle: ma soltanto per la solitudine; quanto al resto, sono troppo indegno del paragone.—Questo pezzetto di cacio… assaggiatene… è dei nostri pascoli.—Ed è per questo che l'ospitalità è qui, oltre che è un dovere, un bisogno, una vera consolazione.

Una malinconia velata, ma che tentava nascondersi invano, suonava nella voce del prete.

—Pochi viaggiatori, m'immagino, passeranno per questi gioghi, diss'io. E son così belli! Da quindici giorni vado errando quassù, e non so come mi reggerà il cuore a riveder la pianura. Vorrei poter vivere sempre in alto, in quest'aria pura, in mezzo a queste scene sublimi; esse valgono, ve ne assicuro, signor curato, tutti gli svaghi e tutti gli agi della città. Io vi invidio….

—Oh! non ditelo! Voi siete giovane, e, alle vostre parole mi sembrate poeta—siete pittore, del resto, e… ut pictura poësìs; gioventù e poesia mostrano il lato bello di ogni cosa, e il lato brutto e triste lo nascondono. Pensate la vita di un uomo che è solo da quarant'anni!… senza un'anima con cui ricambiare un'idea!… le scene della natura, voi dite; le amo anch'io, le ammiro, le adoro, sono le mie confidenti, la mia società… ma sono mute, non mi rispondono; e si ha bisogno di chi risponda quando si interroga, quando si pensa, quando si soffre.

Alzai la faccia: quella del curato si era fatta più pallida e pareva che un velo gli fosse sceso sugli occhi. Incontrando il mio sguardo si ricompose, e mutò tono alla voce, forse pentito di quelle parole che implicavano quasi una confidenza a un uomo conosciuto da pochi minuti.

—Pochissimi viaggiatori, pochissimi; e viaggiatori della vostra condizione ancor meno. Di solito è qualche mulattiere ritardato dalle intemperie che viene a chiedermi un posto per sè e per le sue mule; e' mi dà le notizie delle borgate ove ha corse le fiere e udito parlar di politica all'albergo o ai caffè. Oppure son compagnie di tagliapietre che vanno a esercitare il loro acerbo mestiere sulle cime; povera gente onesta che di solito ha girato molto il mondo, e avuto avventure. Ecco i miei ospiti. Capirete come io sia riconoscente a voi…

—Signor curato, lo interuppi, io sì che debbo essere riconoscente a Baccio ed alla mia buona stella di avermi condotto in questa casa. Ah! la gioventù e la poesia non sono per me tutto riso e splendore; perchè sono giovine ed artista, sono pieno di dubbi e di sconforti, e perchè sono, o meglio sento che sarò un giorno poeta, l'anima mia assorbe già, insieme colle bellezze, tutti i lamenti e tutti i terrori della natura.

Salendo al villaggio, signor curato, mi sentivo triste come un moribondo; pensavo a mia madre, stranamente. Avevo anch'io bisogno di trovar chi mi rispondesse, chi mi capisse!… bevo questo bicchiere alla salute di Baccio, di quel bravo uomo che mi ha condotto davanti a un'anima buona e bella come la vostra!

Prendendo il bicchiere speravo vincere o almeno sviare l'emozione che sentivo salirmi dal cuore alla faccia. Fu invano: io stavo sotto un fascino: l'amicizia che doveva legare dappoi il giovine pittore al vecchio curato aveva già stese le ali sulle nostre teste.

Alle mie parole egli si era alzato, e, con un gesto che avea del fratello insieme e del padre, mi prese le mani, mormorando:

—Dio vi benedica!

In questo, Mansueta entrò con una candela accesa e mi disse:

—Quando desidera, il letto è pronto.

Persuaso che fosse l'ora in cui conveniva ritirarsi, strinsi la mano un'altra volta al mio nuovo amico, e, a malincuore, giacchè non sentivo più nessuna stanchezza, seguii la fantesca.

Ella mi fece salire una piccola scala dai gradini larghi e lisci, e mi trovai davanti a un letticciuolo pulito, fiancheggiato da un ampio seggiolone che aveva l'aria di aver passato i begli anni della sua gioventù fra la musica e l'incenso del coro.

Del resto la camera destinatami non offriva molta materia di analisi. Una sedia coperta di paglia stava al posto del tavolo da notte, coll'inevitabile bicchier d'acqua e il mazzo dei zolfanelli; in faccia al letto, sotto la finestra, un tavolino quadrato con una gamba più corta delle altre, pareva un ballerino nell'atto di spiccare la pirouette; una fila di quadretti coprivano in simmetria le pareti bianchissime: sotto i vetri punzecchiati dalle lentiggini delle mosche, riconobbi il Crisostomo, San Filippo abate, San Luigi Gonzaga,—litografie colorate con toni azzurri e rossi crudi e duri come gli scheletri che si trovano nelle sabbie dei tropici—brava gente che certo faceva le meraviglie di veder quel letto vestito a nuovo e me beatamente distesovi sopra.

Non era quella la camera che il curato offriva agli scalpellini ed ai mulattieri; non tardai a persuadermi che per me si era scelto il locale delle grandi occasioni, in cui chi sa da quanto tempo nessuno aveva dormito.

Ne può essere prova l'anedotto innocentissimo che mi piace contarvi, benchè affatto estraneo al soggetto. Prendo anzi quest'occasione per ripetere ch'io qui non scrivo un romanzo col suo principio, col suo mezzo, col suo fine, colle sue cause, il suo sviluppo e le sue conseguenze, e tutte le belle cose che si leggono nei trattati di estetica; ma bensì raccolgo impressioni di scene e di fatti, sensazioni di luoghi e di persone in cui mi sono scontrato e che, per un mero effetto del caso convergeranno, se mi si presta attenzione, a far cornice utile se non anche necessaria al soggetto doloroso che è la ragione di essere di questo studio.

Mi ero dunque coricato e riandavo col pensiero, già ondeggiante nell'atmosfera magnetica che precede il sonno, i casi della giornata. Macchinalmente i miei occhi erano fissi alla finestra chiusa, dalle fessure della quale penetrava un pallido bagliore di luna. D'improvviso mi parve che qualche cosa si movesse sul tavolino sottoposto, qualche cosa di nero, un volume o una scatola. Concentrai l'attenzione, trattenendo il respiro, e… un sudore freddo mi coperse dal capo ai piedi; era un berretto da prete che dondolava, che s'inchinava, che saltellava diabolicamente. Mi rizzai senza volerlo; il berretto, come se mi avesse veduto o sentito, si arrestò; riposi la testa sul guanciale, il berretto si diè a ballare di nuovo.

Bisogna ch'io confessi che ho la disgrazia di credere a una quantità sterminata di cose a cui la maggioranza degli uomini non crede; e voi sapete l'influenza della solitudine sugli spiriti inclini al soprannaturale.

A quell'epoca non avevo ancor letto Edgardo Poë, ma avevo già tutti sognati i sogni di quell'anima infelice; e quell'amore pieno di voluttuoso sgomento che mi lega adesso al poeta dell' Inesplicabile, mi avvinceva già, inconscio, al mondo tenebroso delle sue scoperte. Quel berretto magico che mi aveva atterrito, cominciavo a osservarlo, col capo quasi sepolto nelle coltri, collo sguardo immobile, col respiro represso, eppure con una sorta di godimento che somigliava a quello che prova il naturalista quando, frugando nelle roccie, gli vien dato di scoprire una specie rara d'erba o di minerale. Ballonzolando capricciosamente, a furia di piccoli sbalzi, il berretto era giunto sull'orlo del tavolo, e il fiocco, traboccatone, penzolava, coll'ondeggiamento monotono e regolare di una campana.

Allora mi parve di udire ancora i rintocchi della dell'agonia della Gina, e di veder la giovane morta distesa attraverso la camera.

L'eccessiva stanchezza, gli avvenimenti impreveduti danno—coll'aiuto di una materassa di piume,—di così fatte allucinazioni.

Il pallore di quella faccia, rovesciata sulle spalle, illuminava le pareti; gli occhi, coperti di un velo diafano, come se i ragni vi avessero filato di sopra, spalancati e pieni di stupore, scintillavano fiocamente; del corpo, sepolto nella penombra, non scorgevo che indistintamente i contorni. A poco a poco svanirono del tutto, quasi assorbiti dalla oscurità: ma, in compenso, il lume del viso cresceva. Io l'affisava senza batter ciglio, per tema che, abbandonandola solo un minuto secondo, la visione dovesse sparire. La contemplazione indefessa la incatenava; ma fra essa e i miei occhi passavano dei globi e delle striscie di fuoco. Cominciavo a sentirli di soverchio stanchi, e già anche la faccia del cadavere si scioglieva: non ne restavano che due scintille sotto le palpebre; ma quelle due scintille (mi toccai per accertarmi che non sognavo) quelle due scintille non erano una illusione, quelle due scintille esistevano, quelle due scintille erano occhi veri, due occhi oscuri che mi guardavano, che mi guardavano fissi fuor da quel berretto infernale!…

Balzai nel mezzo della stanza e nello stesso tempo… diedi in uno scroscio di risa.

Il berretto rotolò per terra, e il più leggiadro topolino del mondo mi passò tra le gambe.

—Ecco uno, pensai, ricacciandomi fra le coltri, uno che ha avuto più paura di me.

E spento il lume, e mormorato come il bramino:

Tutto non è che ombra vana!

mi addormentai per non risvegliarmi che a mattino inoltrato.

VI.

Una delle più care soddisfazioni che si possano provare viaggiando, è quella del ritrovarsi, dopo un buon sonno, in un paese dove si è giunti di notte e di cui, per conseguenza, non avete che una idea complessiva raccolta nel buio, e, il più delle volte, affatto opposta alla realtà. Giacchè tenebra vuol dire esagerazione, così nel bene come nel male, nel brutto come nel bello. Svanita la fatica del corpo e l'animo riposato delle memorie del cammino percorso, le novità che vi circondano par che acquistino attrattive maggiori. Uscendo dalla nuova camera o solo mettendo il capo alla finestra, l'aspettazione e la curiosità sono soddisfatte, comunque sia la scena che vi si affaccia, nel modo stesso che se foste davanti ad un quadro nel momento in cui l'artista ne toglie il lenzuolo che lo nascondeva. La porta e la finestra danno sull'ignoto; un passo, e voi sapete, d'improvviso, a che vi hanno condotto le tante leghe percorse; un'occhiata, e vi decidete a restare o rifare il bagaglio:—parlo a coloro che viaggiano—come si dovrebbe sempre viaggiare—senza meta prestabilita.

Ora la mia finestra dava sul giardino del presbiterio; un giardino ampio e solcato, sparso da viali di varia larghezza che si intersecavano ad angoli retti, dando altrettanti confini alle aiuole. In quegli angoli sorgevano, sovrapposti a rozze basi di mattoni dei vasi di limoni di straordinario rigoglio, le cui foglie si distinguevano, pel luccichio, in mezzo a tutte le altre. Le viti sorrette da lunghi pali, erravano in tutte le direzioni, qui formando delle vie coperte sotto cui intravedevo panche e tavole di pietra scura, là abbarbicandosi ai muri che da due lati facevano ala al giardino. La vegetazione era splendida: maggio aveva fatto il suo dovere. Le macchie dei fiori, gialli, rossi, turchini, bianchi, viola, amaranto, si mescevano in pazza allegria colle infinite gradazioni del verde dei legumi; peri e pruni contorcevano i loro tronchi nodosi, avvolti completamente, come da un abito di festa, nei fiorellini color rosa e color pavonazzo del rhododendron e della glicina. Non saprei se fossero cresciuti per colmar panieri o per comporre ghirlande. Ma quel che dava l'intonazione a quel quadro di tutte le tinte eran le rose. Avresti detto che quella notte ne fosse venuta una nevicata: ce n'erano dappertutto, in alto, in basso, sulle pareti, in mezzo alle viti, sui tetti, per terra. Il dolce fiore di Venere non crebbe mai con tanta dovizia intorno ai templi di Lesbo. L'emblema della virginità, le rose bianche, nascondevano intieramente il fianco del presbiterio, non lasciando scoperto che quel tanto che era necessario per dar spazio alle imposte delle finestre: la mia ne era tutta incorniciata. La rosa delle quattro stagioni dominava dispoticamente, nelle siepi, la turba passeggiera dei tulipani, dei garofani e delle anemomi; le rosette dalle cento foglie, simbolo delle grazie, gremivano il chiosco posto a capo del viale più grande, e si cacciavano a destra e a sinistra sul muricciuolo di cinta, occhieggiando.

Era evidente che il curato amava i suoi fiori platonicamente; tranne forse per le funzioni solenni della chiesa, li lasciava crescere e morire sullo stelo. Infatti un tappeto di foglie tremolanti copriva i viali: tutti quei fiori pagavano il tributo della umana fragilità non all'uomo, ma alla natura e le loro salme, scomposte e sparpagliate dall'aria, volavano intorno in vortici odorosi, a somiglianza di farfalle: non avevo quasi aperta la finestra, che il pavimento della camera ed il letto ne erano coperti.

Di là dal muro di cinta si protendeva la campagna, in pendio; pochi metri coltivati a frumento, esile e sparuto come un povero esiliato dal suo clima; e, interotte qua e là dalle macchie dei castagni e degli onici, praterie piene di sentieruoli. Più in su, la montagna da cui io era sceso il dì innanzi, arida e brillante delle sue frane silicee. Alla mia destra sporgeva, oltre il fianco della casa parocchiale, a poca distanza, un edificio rustico, di proporzioni, per quanto modeste, pure assai più grandiose di tutte quelle intravedute attraversando il villaggio. Certo doveva essere l'abitazione di Baccio. Due fanciulli vi stavano giocando sul balcone di legno, e una donna, col capo circondato alla moda montanina di un fazzoletto rosso, distendeva tutto all'ingiro i pannolini del bucato.

Fui interrotto nelle mie rapide osservazioni dalla buona Mansueta che, viste schiuse le imposte, si era affrettata a prepararmi il caffè e me lo porgeva, fumante e profumato, chiedendomi come avessi passata la notte.

Chiesi subito del curato: stava cantando messa.

Quel cantando mi fe' rissovvenire che eravamo in domenica; epperò mi credetti in dovere di affrettare la mia modesta toeletta per dar saggio del mio rispetto ai doveri dell'ospitalità, col far parte dei fedeli raccolti in quel momento intorno a Don Luigi.

Discesi e, poichè la vecchia mi aveva preceduto di qualche tempo, giunto in faccia alla scaletta, mi trovai imbarazzato davanti a due porte, non ricordandomi quale di esse mettesse al gabinetto da cui ero uscito la sera. Ne apersi una a caso e mi accorsi di aver sbagliato; pure andai avanti. Ne valeva la pena. Era il deposito delle suppellettili più importanti e degli arredi sacri di maggior valore, il capharnaum della chiesa. Il baldacchino rosso a ricami e frangie d'oro, sorretto dalle sue quattro aste collocate in altrettanti vasi di pietra, occupava, con una posa obliqua che rammentava un ubriaco, il mezzo dello stanzone.

Intorno, candelabri di metallo pulito, lanterne da processione infisse sopra bastoni di color rosso già sbiadito verso le estremità dal sudore delle mani dei confratelli; crocifissi pure di metallo—allampanati, portanti al congiungimento delle due aste una specie di rosa fatta di raggi in ottone invece del Cristo. Tuttociò, disposto in ordine di battaglia sul pavimento, pareva allacciato, come da serpi di argento, dalle catenelle sottili dei turiboli. Un armadio gigantesco sorgeva contro il muro: le imposte ne erano spalancate. Vi pendeva tutta una famiglia di abiti sacerdotali, camicie, cotte, stole: guardando da lontano somigliavano una fila di preti appiccati. Un grosso messale antico mi tentò; l'apersi, e lessi in lettere rosse intercalate a lettere nere: Breviarium Romanum ex decreto Sacrosanti Concilii Tridentini restitutum, S. PII V. Pontificis Maximi jussu Editum, Clementis VIII et Urbani VIII. Auctoritate recognitum in quo Officia novissima sanatorum accurate sunt disposita. Venetiis, MDCCXXVII. Apud Nicolaum Pezzana. Una di quelle vecchie edizioni logore e belle che fanno pensare. Quasi a ogni pagina erano mazzetti di rose disseccate che avevano colorato leggermente all'ingiro i caratteri, e mescolato il loro profumo di un giorno a quello eterno del libro.

Dietro una stia piena di galline chioccianti e su cui stavano sparpagliati una infinità di sacchetti e di cartocci di semi, portanti il nome della specie scritto su cartoline appese al collo, a mo' di decorazioni, s'innalzava appoggiata al muro una immensa tela oblunga;—ai suoi lati drappeggiavano quattro bandiere tricolori circondanti colle loro pieghe le lettere cubitali, di color giallo, imitante l'oro, che dicevano: Viva lo Statuto. Quel viva però pareva fosse stato esposto alla pioggia tutto solo, tanto era sbiadito in confronto del resto del dipinto; come se il curato a imitazione degli auguri romani, lo avesse qualche volta esposto sulla porta della chiesa, senza altre parole al suo seguito, per celebrare la festa del Dio ignoto. Mi avvicinai, e scorsi sul secondo v le impronte evidenti di una raschiatura; per poco che un'unghia fosse passata di nuovo lassù, si sarebbe letto un via invece di leggere un viva. Ciò mi fece pensare alla parete d'un seminario, su quelle stesse montagne, dove avevo ammirato quest'altra iscrizione epigramma balordo di sanfedisti: Stat ut 0 (sta come zero).

I lettori vedranno in seguito come io fossi in errore, cedendo in quel momento, davanti a quel v nebuloso, a un dubbio poco lusinghiero verso il vecchio curato, e più ancora verso il giovanile entusiasmo che mi aveva così repentinamente animato verso di lui. Però l'ingiusto pensiero non durò che un minuto. Riapersi il Breviario; mi parve di vedervi specchiato il bel viso dell'uomo che vi leggeva il paradiso attraverso le rose, e giurai a me stesso che era impossibile ch'egli fosse un nemico della patria.

VII.

Nulla di più pittoresco di quel sagrato. A un'altezza considerevole dalla campagna circostante, leggermente inclinato verso il villaggio, quasi per invitarne gli abitanti a salire, era coperto per metà da un'erba fitta ed uguale; l'altra metà era formata da una lunga scalinata a gradini bassi e lunghi di marmo bianco, levigatissimo. Un muricciuolo girava tutto all'intorno; in esso erano praticati de' sedili, e vi pioveva ombrie profonde una fila di castagni piantati all'infuori, a distanza ineguali.

Salii verso la chiesa, da cui uscivano, miste al brontolìo della folla accalcata che giungeva fin quasi alla metà della scalinata, le cantilene sacerdotali. Al mio giungere, tutti quei visi abbronzati, tutte quelle nuche piatte e arruffate, fecero una evoluzione per la quale mi vidi addosso cent'occhi che mi guardavano meravigliati come all'aspetto di una bestia feroce.

Mi inoltrai con molta disinvoltura, urtando a destra e a manca, finchè, giunto sotto il pronao, m'avvidi che il proseguire era impresa impossibile. Mi alzai sulla punta dei piedi per vedere l'altare; memore ancora delle messe udite in compagnia di mia madre, m'accorsi di essere giunto in tempo, la messa era ancora buona; il libro non era ancora voltato. Il curato che ravvisai alla sua corona di capelli bianchi, era circondato da due preti, meno vecchi assai di lui, a giudicarne dalle cuticagne, una fulva, l'altra nera ma che avevano un punto di strana rassomiglianza nelle chieriche, di ampiezza fenomenale; le avresti dette due ostie appiccicate alle chiome. La turba era ginocchioni; gli uomini a destra, le donne a sinistra; il solo Baccio era in piedi, aggirandosi a capo chino per veder dove mettere il passo, in su ed in giù, scavalcando i fanciulli appiccicati alle gonne e alle giubbe, scotendo sommessamente la borsa dell'elemosina in cima ad una lunghissima canna che si piegava mollemente ad ogni scrollo.

Egli faceva il suo mestiere di scaccino con uno zelo ammirabile; la borsa compiva dei giri miracolosi; una grossa mano non aveva finito di alzarsi da una parte e deporvi l'obolo, che ne vedevi un'altra affrettarsi a far lo stesso dal lato opposto della chiesa. A volte, invece di scendere fra le teste, la borsa vi cadeva su: allora, chi si sentiva chiamato alla carità con così eloquente linguaggio, la faceva con gesto men devoto, e la moneta, cadendo, dava un suono più forte. Avvicinatosi alla porta, il campanaro s'accorse della mia presenza, e, allargandosi a furia di gomiti la via, in un istante mi fu vicino.

—Venga con me, mi disse, le ho preparato un posto in cantoria, proprio accanto all'organista.

E, tirata fuori una chiave e aperta una porticina quasi invisibile, mi precedette al buio su di una scala di legno che scricchiolava.

Nelle chiese di campagna il privilegio di assistere alle cerimonie dalla cantoria stabilisce in chi lo gode una superiorità fra le più invidiate. È una specie di titolo gentilizio; è il diritto d' immagini dei romani. Non sogni d'ambirlo chi lavora la terra, o chi pascola il gregge, nelle arti lo ottengono, a volte, il fabbro ed il falegname perchè membri quasi indispensabili della fabbriceria cui somministrano gratis pali e chiodi per l'apparato delle processioni; nel commercio, l'alto soltanto: lo speziale ed il droghiere, che formano una sola persona le nove volte su dieci.

Questa gente alla festa, fende con disinvolta alterezza la folla e sale lassù come a una regia, i villani danno il passo, e poi guardano i fortunati dal basso sgangherando la bocca al canto con compunta umiltà.

Al mio arrivo l'organista intonava allegramente il gloria in excelsis menando le gambe e le braccia, e tenendo fissa la faccia allo specchietto inclinato in cui si rifletteva l'altare.

Era un vecchierello sottile, con un collo enorme. Non immaginatevi che io sia per descrivervi ciò che supposi esistesse disotto a quella cravatta nera: il mio realismo non giunge sin là. Solo vi dirò che quella cravatta, sciolta da quel collo, non avrebbe misurato meno della lunghezza della cantoria.

Dalla formidabile fasciatura che somigliava un imbuto incatramato sbucavano quasi paurosi un mento aguzzo ed un naso aquilino, tenuti insieme da una pelle color di dattero maturo. La piccola testa sparuta dondolava seguendo il ritmo musicale, coll'aria ingenuamente burlona dei chinesi di porcellana.

Accanto all'organista sedevano due sole notabilità: una figura lunga lunga, di faccia scura con un grosso libro di divozione a caratteri cubitali appoggiato sulle ginocchia. La faccia dell'altro non aveva nulla che si prestasse all'analisi. Una certa pretesa borghese appariva nell'abito festivo del farmacista (giacchè non ho nessuna ragione per indugiare a dirvi che il piccolo uomo rossiccio era il farmacista); mentre l'altro vestiva un giubbone di stoffa grossolana pulita, è vero, ma uguale nel resto a quelle degli umili montanari.

Poichè m'ebbero per bene investigato, susurrandosi non so che cosa all'orecchio, si posero a parlare a voce men bassa. Mi pare che riprendessero una conversazione troncata al mio arrivo.

—Vi dico che a me non la fanno, e che non occorre aver studiato il latino per provar che due e due fanno quattro.

—Scusi, signor sindaco, rispondeva il farmacista, non ho mica detto il contrario; benchè, quanto al latino, mi possa permettere di osservare che è una gran bella cosa l'averlo studiato. Ma….

—Non ci son ma, signor Bazzetta carissimo; quel che è del comune è del comune, e quel che è della chiesa è della chiesa,

—Mi permetta un esempio. Si ricorda del paretaio di Bernardino, alle quattro croci? Ebbene, per qual ragione ne è il proprietario? Perchè da oltre quarant'anni il proprietario vero, essendo lontano, lo aveva lasciato senza volerlo e senza saperlo nel godimento di quella terra; quando volle rivendicarla, si trovò che ne aveva perduto il diritto.

—Uh, disse il sindaco, se Bernardino avesse avuto a fare con me,—vorrei vederli adesso chi li mangerebbe i tordi del suo paretaio.

—Eppure, signor sindaco, è la legge che parla, e contro la legge…

—Una delle due: o Don Luigi cede alle buone o sacram…

Il campanello dell'elevazione gli tappò la parola in bocca.

I due interlocutori s'inginocchiarono e si diedero a battersi il petto. Il sindaco con colpi sonori, il farmacista accennandoli appena.

La musica che a questo punto della messa è fissato debba essere malinconica era diventata, sotto le dita dell'organista che vi ho descritto un trillo di due note che continuarono senza mutare, finchè il curato ebbe spalancate le braccia.

Allora, dato un rapido mutamento agli indici, il patetico suonatore s'incurvò sulla tastiera, alzò i ginocchi, alzò le braccia e trombe e tromboni rimbombarono come uno scoppio di tuono.

Il sindaco che già si era rimesso a sedere, diè un balzo, e:

—Maledettissimo, disse, quando volete fare di queste cannonate, almeno avvisatemi prima.

L'organista volse il capo, e, certo che alcuno gli aveva parlato, e non avendo inteso a che soggetto rispose con un sorriso pieno di ringraziamenti.

La conversazione riprese con questa domanda del sindaco:

—Oggi, m'imagino, sarete invitato a pranzo.

—Per l'appunto, signor sindaco, è d'abitudine tutte le solennità.

—Senza contar gli altri giorni, soggiunse il primo con accento iroso. E seguitò:

—Ebbene ci sarò anch'io, non a pranzo, perchè sto bene a casa mia, e poi….. perchè io non sono invitato; bisogna sapere il latino per essere invitati. Ma fa lo stesso, ci sarò anch'io, vi dico, e mi sentirete a parlare.

—Via, via, ve la prendete in un modo! che vi importa mai di quei quattro palmi di prato?

—Faccio l'interesse del Comune, io. Sono o non sono il sindaco? È mio dovere. Non ho mica paura dei preti! Eh, eh, mio padre, come mi vedete, ai tempi di Napoleone, in Ispagna ne ha strozzato mezza dozzina.

—Per amor del cielo, signor sindaco…… la prudenza è la prima qualità che…..

—Mi sentirete a parlare. Sono contento che siate testimonio anche voi. Domani siete in libertà? Venite a pranzo da me; alla buona, ma…. almeno senza, latino.

—Non mancherò, signor sindaco.

—Sono figlio di un militare, e sacr…. fortezza ci vuole….

—Per l'appunto. Fortiter et …..

Troncò la citazione come l'altro aveva troncato a metà la bestemmia, ripiegò dicendo: Fortezza, fortezza: è la prima qualità ch'io stimo negli uomini.

La messa era arrivata al Domine non sum dignus. L'organista infrenava i suoi tromboni e lasciava smorire la sua vena musicale in un belato di voce umana.

Le ultime parole dello speziale risuonarono nei silenzioso raccoglimento della Comunione e fecero rivoltare tutto l'uditorio.

—Silenzio, diss'egli stizzito al sindaco, mi fate parere ridicolo.

—To' è lui!….. borbottò l'altro,—poi ripigliando senz'altro il filo del suo ragionamento che malgrado l'interruzione aveva continuato a dipanarsi nel suo capo bernoccoluto:

—Eppoi sentite; la prescrizione non corre perchè il titolo è precario e to', mi hanno detto, sono sicuro che, per essere latino, dovrà persuadervi: non currit præscriptio contra …..

Non currit præscriptio contra non valentem agere, suggerì dolcemente l'organista che, ai suoi bei tempi, aveva fatto lo scrivano di notaio.

Il Sindaco si volse brusco brusco e con uno sguardo bieco stereotipò sul viso tondo dell'omacciolo il suo ebete sorriso.

—A momenti, brontolò, gli faccio perder io il latino col vizio di orecchiare.

L'altro che s'era drizzato in fretta sul suo scannetto lasciò per darsi contegno ruzzolare la mano sui tasti acuti facendone sprigionare una gamma ascendente di squittii di quaglie innamorate.

—Ve l'ho detto io d'usar prudenza? ammonì il signor Bazzetta.

Suonava dall'altare l'ultimo Dominus vobiscum, E dalla porta socchiusa dai più impazienti penetrava nella chiesa con un raggio di sole, un respiro di ilarità, di vivace, di festoso risveglio.

Ite missa est.

Le bianche pezzuole si rizzavano e qualche testolina si volgeva e qualche occhietto saettava sguardi curiosi in mezzo alla folla degli uomini assiepati sul limitare.

Poi tutti uscivano con grande scalpiccio.

E uscii anch'io e mi posi all'ombra delle querele per fare la mia presentazione, per dirla in istile di pergamena «agli uomini,—ed anche alle donne,—dell' oppido di Sulzena».

Pare che la cosa seguisse con scambievole soddisfazione. Io fui contento di alcune donnine che vidi,—esse di essere vedute: e gli uomini nella loro ingenuità montanina guardavano amorosamente con aria di benevola simpatia il corno portentoso che tenevo in mano e che ostentavo con una certa vanità.

VIII.

Pochi momenti dopo, la voce del sindaco e del farmacista risuonava dietro il muro del giardino parrocchiale, in cui dopo la messa, mi ero venuto a sedere per liberarmi alquanto i polmoni dall'afa dell'incenso.

Il sindaco diceva:

—Vado a casa a prendere un libro dove si prova, come due e due fanno quattro, che la terra della carbonaia era del Comune e deve ritornare al Comune. Ci dò un'occhiata ancora, mentre voi pranzate e in quattro salti sono qui. Siamo intesi?

—Intesi? Di che? Oh! io non c'entro, io! Ne ho abbastanza delle noie della farmacia, perchè cacci le mani negli impiastri degli altri. Me le lavo io, le mani, quando esco dalla bottega…..

—Ma non mi prometteste di venir a pranzo domani?

—Questo è un altro paio di maniche, e ci verrò senza dubbio, a pranzo. Anzi, dite pure a Brigida che, o manzo o vitello o pollo che sia, aspetti me per mettere al fuoco. Vi farò, caro sindaco, un piatticello….

—Allora ordinerò di uccidere un pollo.

—Un'anitra varrebbe meglio.

—Vada per l'anitra.

—Giovincellina…. se è possibile……

—Faremo una scorpacciata, e poi vi dirò che razza di curato……

—Tacete!…. A quattrocchi si può emettere un parere; ma qui, in mezzo alla strada, sulla sua porta..

—Che porta! Non ho paura io delle cocolle.

—Io sono amico di Don Luigi…..

—E di me non lo siete forse?….

—Amico di tutto il mondo; ma….. capite, oggi pranzo qui, domani pranzo da voi e il quassio e il tamarindo per farvi digerire lo do a tutti due.

—A rivederci; e ne sentirete delle belle.

—Mi raccomando…. giovincellina!…..

Uno scricchiolio non lontano mi fe' volgere il capo; era il signor Bazzetta che entrava dal cancello. Vedendomi, parve turbarsi un po', e, toccato il largo cappello di feltro, fece per tornare sui proprii passi. Ma era troppo tardi; io gli rivolsi la parola:

—Signor farmacista, gli dissi, permettete che, in assenza del signor curato, io vi faccia gli onori di casa. Gli amici degli amici sono amici,—voi conoscete il proverbio,—e poichè (appoggiai su queste parole) voi siete amico di Don Luigi come lo sono io…. Il farmacista mi guardava con occhio scrutatore. La sua faccia che in cantoria non mi aveva fatto nessuna impressione, ora mi appariva improntata di una intelligenza, di un acume che traspariva da tutti i pori. Due occhietti grigi, un naso aquilino, due baffetti ed un pizzo di un colore impossibile fra il biondo e il grigio evidentemente resi così mercè qualche apparato chimico, i capelli appiccicati alle tempia, volti in avanti, divisi da una dirizzatura inappuntabile. Una certa ricercatezza nel vestire: stoffa alla buona ma di una tinta, come dire? coquette,—la camicia bianchissima, stirata alla perfezione; il colletto all' inglese, e i polsini a buffetti uscenti vezzosamente di un paio d'oncie fuor delle maniche.

Quand'ebbi finito, si avvicinò, mi stese la mano, ch'io strinsi e mi disse:

—Un amico di città? Ma, scusi sa, come può essere, se don Luigi, da vent'anni non si è mosso dal paese?

—Il tempo non è sempre indispensabile alle amicizie; voi, che siete amico di tutti, come mi pare di avervi udito dire testè, lo dovete sapere….

—Ah! il signore ha udito il discorso?…..

—Sì, signor Bazzetta, qui e in cantoria.

Come il lettore vede, il piccolo mistero di cui mi aveva messo a parte la collerica eloquenza del sindaco destava in modo sommo la mia curiosità. L'aspetto da energumeno del nemico del vecchio curato, il parlar sibillino del suo convitato mi facevano intravedere il filo probabile di una congiura che la mia stima per don Luigi mi persuadeva ingiusta e malvagia e che forse il caso e la fortuna mi potevano dar di sventare.

Mi fissò nuovamente, parve riflettere, poi prendendo una rosa che pendeva lì vicino e fiutandola:

—Che lusso di fiori, disse sbadatamente, e, abbandonato il ramo che rimbalzò a raggiungere il cespo, continuò: