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EMILIO RAGA
I
DRAMMI DE' CAMPI
PADRE DON GIUSEPPE LA VENDETTA—PROPRIETARI E FITTAIUOLI SEQUESTRO.
MILANO
Emilio Quadrio, Editore
Via Rastrelli, 8.
1886.
PROPRIETÀ LETTERARIA
L'Edizione è stampata su carta Filadelfia filogranata E. Q.
PADRE DON GIUSEPPE
Peppe, figliuol mio, sii sempre buon cristiano, e timorato di Dio, che
Dio t'aiuterà, e ti guarderà dal peccato e dalle male persone.
Ciò lo zio Saverio non si stancava mai dal ripetere a quel monello del nipote, che una sua figliuola, morendo, gli aveva lasciato sulle braccia e corroborava tali parole con degli esempi che n'aveva piena la testa, e che raccontava con quella commovente ingenuità e con quella fede propria de' buoni vecchi.
Lui invece stava ad ascoltarlo broncio broncio, con gli occhi bassi, che alzava solamente quando il vecchio volgeva altrove i suoi, e per saettargli uno sguardo di bestia restia ad addomesticarsi.
Una delle curiosità archeologiche di S. Giovanni era di certo lo zio Saverio, con quella sua figura incartonita da mummia egiziana sotto un berrettino bianco, insaccato sempre in una specie di giubba di grosso panno turchino, a falde quadrate, in brache corte e stivaloni col nappino, tutti rabeschi. Sì che per le strade i monelli gli andavan dietro, e gli facevano la baiata, senza far parere che la facessero a lui. Ma se ne fosse anche accorto? quei panni non li avrebbe smessi per tutti i tesori del mondo: aveva visti vestiti così suo nonno, suo padre, mill'altri dell'istesso ceto con essi; dovevano trovarci tutto il loro comodo in quella foggia di vestire dacchè l'avevano adottata, e con la tenacità del suo buon senso contadinesco non capiva perchè dovesse far diversamente da loro egli, cui quella foggia non dava punto noia, e sacrificare ai tempi come tanti e tanti che, a dir vero, gli parevano assai leggieri di mente. Per lui invece era uomo di carattere don Francesco che portava ancora il codino: per questo anche, quando l'incontrava, gli faceva un saluto più rispettoso di quello che facesse al padre arciprete o al figliolo del barone (che veniva da Cammarata in S. Giovanni per la sola festa di giugno) tutt'attillato nel suo vestito alla moda, una vergogna per un capo di paese!
Ma se seguiva con tanta tenacità la moda dei suoi padri, ne aveva radicati nell'anima le massime e i principi, poichè bisogna dire che era l'onestà in persona, qualità che in quella famiglia s'erano tramandata di padre in figlio. Epperò nominava sempre mastro Gaetano suo avo, ch'era stato il tutto in casa del vecchio barone, in mezzo all'oro e all'argento, e quando morì le spese del mortorio dovette fargliele il padrone: nominava sempre mastro Andrea suo zio, morto povero in canna per il suo buon cuore; non parlava di suo padre, i Berlingrieri potevan dire che uomo era, e quanta fiducia avevano riposta in lui, senza che se ne avessero avuto a pentir mai. Sicchè ebbe a morir di vergogna quel giorno in cui un vicino venne a dirgli che aveva visto passar per la piazza Peppe, il nipote, legato come Gesù Cristo. Nascose la faccia tra le mani, e cadde a sedere sulle tavole del letto, dove restò come impietrito, senza poter piangere.
—Compare Saverio, bisogna fare la volontà di Dio, gli disse mastr'Antonio un suo vicino che aveva risaputa la cosa, e entrava in compagnia di certe donnicciuole le quali venivano un po' per consolare, un po' per appagare la loro curiosità. E il vecchierello fece la volontà di Dio: prese il bastone, e curvo come se sul suo capo in que' pochi momenti fossero passati dieci lunghi anni, andò da don Francesco. Chi meglio di lui poteva aiutarlo in quel frangente?
Don Francesco domandò un quarto d'ora per vestirsi, passato il quale, i due pezzi d'antichità si misero in via. E tanto fecero, e tanto dissero, che finalmente vennero in chiaro di quel ch'era accaduto. Da qualche tempo quelli che possedevano poderi nelle vicinanze del paese non erano più padroni delle loro frutta: man mano che maturavano andavan per coglierle, e restavano col naso in aria, e la bocca spalancata; c'era stato chi aveva risparmiato loro l'incomodo.
Si davano al diavolo; facevano delle sfuriate ai mezzaioli o ai garzoni, i quali protestavano: che ci potevano fare? il ladro era più destro di loro.
Sputava fuoco più di tutti un certo don Biascio Sivoli, detto Ciacè, il quale aveva un pero; un famoso pero che faceva pere burrone non meno famose; mezzo chilo l'una, e mai bacate; e non solo non ne poteva mangiar più lui, ma, quel ch'era peggio, manco mandarne al sor giudice che ogni volta in piazza, appena lo vedeva, non mancava dal fargli gli elogi di quelle pere: e il galantuomo ne andava in visibilio. Tanto più che aveva una causa pendente con quella carogna del farmacista, e sperava di vincerla con le pere. Ah, birboni! l'intendevan così? E ne parlò a mastr'Andrea, un perticone, capo degli sbirri, con una vera faccia d'orco.
—Lasci fare a me, rispose questi. Però, se scopro il ladro…. un paniere eh, restiamo intesi.
—Una cesta, mastr'Andrea, una cesta.
E don Biagio dormì tra due guanciali.
Gli sbirri, è chiaro, la san più lunga de' mezzaiuoli e dei garzoni, sì che in capo a otto giorni mastr'Andrea coglieva il ladro proprio sul pero, e col corpo del delitto addosso. Era il nipote dello zio Saverio.
Un mese di carcere, il dolore del nonno, le lunghe ammonizioni che questi gli fece, ricordando mastro Gaetano, mastr'Andrea, e tutti i santi della famiglia, non fecero nè caldo, nè freddo, a quel monellaccio che aveva proprio il furto nel sangue.
—Non lo farò più, nonno, disse piagnucolando con quella sua aria d'ipocrita nel visaccio appastato dalla lordura, e l'indomani fu da capo. Però non rubò più frutti, ma galline, che portava a una vecchia mendicante, la quale le andava a dare per niente in certe case dove sapeva che si chiudevano gli occhi.
In quel tempo anche Castrenze, il figlio del Capurbano, aveva le mani lunghe.
I due monelli s'annusarono, fecero comunella insieme, e incoraggiandosi l'un l'altro, riuscirono a rubare certe posate d'argento.
Peppe le prese, e andò a portarle alla vecchia.
—Quanto mi date di queste qui nonna? disse mostrandogliele di sotto al giubboncello.
Alla ladra luccicarono gli occhi; e tira di qua, tira di là, gli dette dodici tarì.
I due amici quella sera gozzovigliarono nella taverna di mastro Nicasio: e all'uscire, nell'allegria del vin bevuto, a Peppe venne un'idea.
—Aspettami qui, disse all'amico, e corse diviato in casa della vecchia.
Questa dormiva: la fece alzare, si fece aprire, ed entrò tutt'agitato.
—…. Sapete…. disse giungendo le mani, quelle posate….
—Ebbene…,
—Son del Capurbano, il padre di Castrenze….
—Misericordia!
—Ieri seppe che gliele rubò il figliuolo….
—E?…
—Diventò un diavolo dell'inferno, e gli fece confessare che cosa ne aveva fatto.
—E come si fa ora?… oh, Vergine santa!…
Il furbo si stringeva nelle spalle, sporgeva il labbro inferiore: e' non lo sapeva…. no, davvero non lo sapeva…. l'affare era brutto assai….
E quando l'ebbe impaurita a dovere, disse dimenando il capo:
—Via…. forse…. si può accomodare ogni cosa.
—E come?
—Datemele, le darò a Castrenze, egli le rimetterà al posto…. troverà una scusa….
—E i miei dodici tarì?
—Che volete, ce li siamo mangiati: chi poteva supporre una cosa simile!
—Io voglio i miei dodici tarì, strillò la vecchia.
—Ebbene vi si restituiranno i vostri dodici tarì, non abbiate paura. Credete d'aver da fare con ladri? accordateci un po' di tempo per poterle mettere assieme…. Se poi preferite andare in prigione….
La vecchia borbottò qualche cosa, andò al pagliericcio, ne scucì un poco da un lato, cacciò la mano dentro, ne cavò fuori le posate, e le dette al monello.
—Non ti dimenticare di portarmi il mio danaro, sai!
Ma già Peppe era lontano.
Trovò l'amico che l'aspettava con impazienza.
—Guarda, gli disse: e alzato il lembo del giubboncello, gli mostrò le posate.
—Oh, e come hai fatto a riaverle!
Peppe gli raccontò ogni cosa, tra scaltri ammicchi, e sghignazzamenti.
—E ora che ne faremo? domandò Castrenze.
—Le porterò a un altro, to'.
—Bravo.
E così fece: e l'indomani nuova gozzoviglia nella taverna del
Maffioso: e nella piazza il solito «aspetta.»
Quello che questa volta aveva preso le posate era un contadino conosciuto per uomo che soleva tenere il sacco a' piccoli ladri: un vecchio tabaccoso che pareva la morte secca. Prendeva il fresco, appollaiato come un barbagianni sulla soglia dell'uscio, quando arrivò Peppe correndo.
—Che hai, gli domandò col suo risolino scaltro, sei inseguito dagli sbirri?
—No…. entrate… devo parlarvi. E chiuso l'uscio, seguitò. Queste posate….
—Ebbene?
—Sono del Capurbano, il padre di Castrenze.
—Diavolo!
—Seppe che gliel'aveva rubate il figliuolo, lo prese per un orecchio, lo condusse in una stanza, serrò l'uscio, e lì di dove vieni? vengo dal mulino. Capite…. svesciò ogni cosa…. anche che le posate l'avete voi.
—Davvero!
—Maria santissima, rispose il monello facendo croce delle mani sul petto.
—E come si ripara ora?
—Ci sarebbe un rimedio, insinuò il tristerello.
—E quale? Di su…. presto….
—Datemi le posate…. Castrenze le rimetterà al posto, io negherò…. voi pure, e tutto sarà finito.
—E i dieci tarì che ti detti?
—Ce li siamo mangiati, parola d'onore; però domani cercherò di portarvene tante galline.
Il contadino si fece bestemmiando a un angolo della stanza, sollevò un mattone con la punta d'un coltello che s'era levato di tasca, prese le posate e gliele dette.
—Non ti dimenticare di portarmi le galline, sai!… se no…. quanto è vero Dio….
—Oh, per chi mi prendete! E intascate le posate, andò via.
Quel giochetto durò otto giorni; e i due amici se la passavano proprio come tanti re.
Ma ci fu il duro che non cadde nella rete; che negò non solo di saper di posate, ma minacciò anche di prendere a pedate nel sedere il tristerello se non batteva il tacco, e addio cuccagna.
Il diavolo addosso però l'aveva mastro Andrea che inghiottiva male i lavacapi che gli faceva il sor giudice, gonfiando le gote, e sbuffando. Al degno sbirro era entrato il sospetto che autore di tutte quelle birbonate fosse Peppe: ma come fare ad averne la certezza?
—Riga diritto ragazzo! gli diceva facendo gli occhiacci ogni volta che l'incontrava per la strada.
Ma lui cacciava le mani in tasca, e alzava le spalle, ed esclamava:
—O che vi salta in mente, mastr'Andrea!
—Basta, sono affari tuoi codesti…. uomo avvisato, mezzo salvato.
E lo sbirro tirava per la sua via brontolando.
Intanto non aveva pace: e fruga di qua e domanda di là, finalmente ci riuscì a risapere ogni cosa. Le posate al farmacista gliele aveva rubate Castrenze, l'avevano vendute insieme con Peppe e s'eran mangiato il danaro da mastro Nicasio! Il povero sbirro si mordeva le pugna: ah, il birbone aveva qualche santo dalla sua! come fare a parlare? quella forca di Castrenze era figlio del Capurbano!!
Ma era uomo di mondo mastro Andrea, e stimò esser da sciocco il perdere tutto il benefizio di quella scoperta. «Non si sa mai come possano andare le cose» era la sua massima. Basta andò diviato dallo zio Saverio. Gli era stato sempre amico…. ricordava sempre i bei tempi che facevano a sussi alla Rupe, dalla buon'anima di suo padre, e non voleva guastarsi con lui…. Però rimediasse, e presto…. un altro caso simile, e addio…. era costretto a parlare poi, se non voleva perdere il pane; aveva moglie e figliuoli da mantenere lui.
E quando l'ebbe tenuto tanto sulla corda, che il pover'uomo ansava, e lo guardava spaurito, non sapendo dove diavolo volesse andare a parare l'amico, a qualche cosa di serio per certo, gli disse: è successo questo, questo, e quest'altro.
Lo zio Saverio spalancò tanto d'occhi; poi tirò giù il berrettino, e cominciò a grattarsi la zucca.
—Birbone!… ripeteva con voce piagnucolosa, birbone!… E non sapeva dir altro.
Anche questa volta prese il bastone, e corse da don Francesco. Il buon galantuomo scosse il capo e il codino, e guardando il vecchio che pendeva dalle sue labbra, disse:
—Qui bisogna rimediare seriamente.
—E come? Santo Dio, non ho forse fatto di tutto per….
—Umh, interruppe l'altro grattandosi l'orecchio, ne siete proprio sicuro?… Siete stato troppo debole, compare Saverio, troppo debole! Certi esseri, vedete, che hanno un curioso naturale, bisogna tenerli sotto appena escono dalle fasce, altrimenti è impossibile ridurli: il trattarli poi con un po' di fra Pioppo non fa mica male. (Fra Pioppo, chi non lo sapesse, per don Francesco era il bastone). Avete lasciato prender radice ai cattivi istinti, compare Saverio; e ora, Dio non voglia che sia troppo tardi!
Lo zio Saverio lo guardava tutto sgomento, e a bocca aperta: don
Francesco strinse le sopracciglia, e stette a pensare.
—Via mandiamolo a Bronte, e facciamolo prete, disse a un tratto.
E impietosito della cera che seguitava a fare il vecchio, cercò di consolarlo.
Stesse tranquillo, nel seminario l'avrebbero ammansato; ben altri musi che il nipote que' padri avevano rimesso nella buona via; sarebbe tornato una pasta di miele, istruito, e con la zimarra per giunta, il che valeva un bel «don» e un certo lustro alla famiglia, mettersi alla pari co' galantuomini nientemeno! Amici lo zio Saverio ne aveva, si sarebbero dati attorno e il nipote arciprete gliel'avrebbero fatto fare: si strappava un'anima dalle granfie del diavolo, e un vero regalo si faceva al paese, poichè, via…. fatta eccezione di quelle…. monellerie, era dei Rizzotto, buona gente di padre in figlio. In quanto a danari, in simili occasioni ce ne vogliono, accomodava tutto lui…. la retta era una miseria…. tuttavia, al bisogno, egli presterebbe volentieri qualcosa…. con l'ipoteca sul podere della Rupe che aveva limitrofo, s'intendeva.
—Piuttosto mandate vostro nipote da me, concluse, gli darò una tiratina d'orecchio, e lo preparerò alla cosa.
Lo zio Saverio se n'andò contento come una pasqua.
—Benedetto quel codino! mormorava per strada dimenandosi come un'anitra in que' suoi stivaloni. Benedetto quel codino!… Questi son gli uomini! E in quel mentre una truppa di ragazzacci gli urlava dietro: olé! olé!…
Peppe alle prime parole di don Francesco ricalcitrò: però al sentire di «don» d'arcipretura, e di cinquecento lire all'anno, oltre le messe, cambiò d'un tratto: prese la sua aria d'ipocrito, chinò la testa, e balbettò ch'era pronto a partire, e che avrebbe fatto l'obbligo suo. Andò via vispo e allegro, col capo pieno di pensieri. Sapeva che i preti oziavano dalla mattina alla sera, scuffiavano di santa ragione, stavan grassi, grassi, ben pasciuti, se togli gli ammalati, e quelli di temperamento gracile…. Dicevano ch'eran ladri…. come se ladri non ce ne fossero un po' per tutto! che si servivano dell'ordine santo per gabbar questo e quello…. col purgatorio purgavano le borse, per via della paura che facevano dell'inferno beccavano legati ed eredità…. ebbene peggio per i gonzi che si lasciavano purgare le borse e avevano paura dell'inferno to'! E tutte queste belle cose non che gli facessero nausea, ma destavano anche in lui molta ammirazione per que' benefattori dell'umanità. Oh, il bel mestiere! Li accusava però d'esser poco cauti: via era troppa la sfrontatezza con cui operavano! egli si sentiva di far più di loro, con la differenza che non sarebbe stato mai tanto minchione da farsi scorgere: bisognava aspettare una buona occasione, agire nell'ombra…. Era contento della fortuna che gli capitava inopinatamente…. e poi quel «don» lo solleticava Egli don Giuseppe…. anzi padre don Giuseppe! riverito, ossequiato, rispettato, adulato, anche da quelli che ora lo minacciavano di calci nel sedere…. a capofila quel cane di mastr'Andrea, se lo avesse trovato vivo!
Via, il sogno era troppo bello, e stava in lui di mutarlo in realtà.
E spinto da queste molle, nascondendo quel che covava nell'animo con l'ipocrisia più raffinata, tenne nel seminario una buona condotta, cercò d'apprendere, e nov'anni dopo si presentava a Cefalù per far gli esami. Era una formalità già s'intende: i vescovi pur di far preti, consacrerebbero un asino vestito: tanti boari, tanti villanzoni duri di testa e di cuore eran passati, passò dunque anche lui, che, alla fine dei conti, il breviario e 'l messale li sapeva leggere, e fu prete.
In paese gli amici prepararono la cavalcata: don Alessio Berlingrieri, come il più ricco, mandò la sua cavalla coperta alla lettera di nastri e fronzoli; i Salamaria, gl'Inchilli, i Salines, i vetturini dai vestiti di velluto nuovo, dalle lunghe berrette di seta nera, e 'l fazzoletto rosso nel taschino, con le mule dalle gualdrappe di stoffe antiche d'ogni colore, e le sonagliere di rame argentato, e i pennacchi variopinti; i figli dei galantuomini, con gran codazzo di dipendenti, partirono a cavallo, facendo sfoggio di bardature strane: selle de' loro nonni, briglie arrugginite lunghe un braccio, che facevano storcer la bocca alle povere bestie, sproni alla D'Artagnan…. una vera mascherata, che, tuttavia, fece gonfiare il nuovo don Giuseppe. Egli, pavoneggiandosi nella zimarra nuova, sulla cavalla di don Alessio la quale procedeva all'ambio, non avendo più nulla del vecchio mariuolo ch'era un tempo, ebbe una parolina dolce per tutti, distribuì gran strette di mano e qualche inchino, mantenne anche un contegno serio con Castrense, divenuto un giovane d'importanza anche lui, dacchè al 60 aveva aiutato i compagni a mettere la bandiera tricolore sul campanile.
Fecero l'entrata in paese in una lunga fila, con gran scalpitio di mule e di cavalli, con un tintinnio assordante di sonagli, fra un popolo d'uomini, di donne, di bambini, di monelli, che accorrevano da ogni parte a baciar la mano e ad acclamare il nuovo prete, il fortunato giovine sposato di fresco alla chiesa. Il vecchio nonno che l'aspettava sulla soglia dell'uscio, col solito berrettino bianco sulla testa tremolante, ebbe a venir meno al vederselo arrivare in pompa, e scordò le pene e gli stenti sofferti, e il vivere a stecchetto per mantenere in seminario quel diavolo, ora che l'abbracciava prete, col «don» festeggiato dai galantuomini di cui poteva dirsi alla pari.
Sì che quando due mesi dopo fu in fin di vita, il pover'uomo ci pensava ancora commosso, con gli occhi umidi. Gli posò le mani sul capo e lo benedisse: moriva contento di lasciarlo un santo, e in una certa agiatezza; la buon'anima della sua figliuola che glie l'aveva tanto raccomandato, non poteva lamentarsi di lui….
Poi cambiato tono, baciandogli la mano, soggiunse con gravità:
—Reciti le ultime preghiere dei morti, sua revevenza, io sento già d'andarmene.
Lui, il sacerdote, s'era sentite sul capo, senz'ombra di commozione, quelle mani tremolanti di vecchio già fredde per l'avvicinarsi della morte, solo la maschera che stavagli di permanenza sul viso dacchè era entrato nel seminario, s'atteggiò al più vivo dolore: a forza di volontà arrivò anche a spremere due lacrime dagli occhi, avendo veduto che i pochi astanti piangevano. Poi s'alzò, si fece grave, e con voce ferma intonò le preghiere dei morti, nel mentre che un pensiero occupavagli il cervello suo malgrado: «faceva bene quel vecchio a andarsene; oramai in quella casa sarebbe stato di troppo.»
Le cerimonie funebri, le visite e le solite consolazioni degli amici lo annoiavano maledettamente: aveva fretta di cercare il gruzzolo che stimava ci dovesse essere per certo. Sicchè la sera, quando restò solo, cacciò un sospiro di soddisfazione. Si levò la zimarra che gli dava impaccio, e in maniche di camicia, con le lunghe tasche di traliccio legato ai fianchi e ciondolanti giù per le anche, al lume d'una lucerna che andava posando or su un mobile or sur un altro, si mise a rovistare per tutto: apriva e chiudeva i cassetti d'un vecchio canterano, mettendo la poca biancheria sossopra; casse, cavandone fuori abiti vecchi nelle cui tasche frugava con le mani febbrili; imposte d'armadi coi tintinni di stoviglie. Poi prese il bastone sul quale soleva appoggiarsi il povero vecchio, e cominciò a battere sull'impiantito, sui muri, ascoltando il suono che rendevano, attentamente. Ma non trovava quel che cercava, e si rimetteva a rovistare da capo.
A un tratto gli balenò un'idea. Corse al letto del nonno, mandò per aria cuscini e coperte, afferrò il pagliericcio di sul quale non era poi molto che i becchini avevano levato un cadavere, lo scucì, ne fece cadere la paglia…. Trasalì. Aveva sentito un rumore sordo, argentino…. Si buttò sulla paglia, vi cacciò le mani tramestando…. afferrò un grosso batuffolo, e così inginocchiato com'era, con la faccia in fiamme, e gli occhi luccicanti, cominciò a svolgerlo…. Scaraventò ogni cosa al muro: non aveva trovato che una ventina di colonnati, e tre monete d'oro. Nel silenzio si sentì com'una pioggia d'argento, un rotolare, un abbandonarsi tremolando di monete.
—Ah, esclamò il sacerdote tra' denti stretti, il vecchio ghiotto se li mangiava i danari!
S'alzò lentamente, prese il lume, e, tutt'accigliato, si diede a cercar le monete: le raccattava e le cacciava nelle lunghe tasche. Le aveva contate, il numero tornava; però non era contento; sperava che figliassero il cupido! e stette ancora una diecina di minuti, cercando in ogni cantuccio, sotto a' mobili, curvo, spargendo per terra l'olio della lucerna, la quale teneva molto bassa, mentre la sua ombra s'allungava sul muro, s'accorciava, s'alzava, s'abbassava, si voltava, si rivoltava d'una maniera assai grottesca.
Entrò nella sua camera, posò la lucerna e andò a buttarsi sul letto.
Che disinganno! aveva contato su quel denaro, che era sicuro di trovare, per alzar la casa, e arredarla come si conveniva al suo nuovo stato…. Non se l'aspettava un tiro simile! E ora come fare? poteva stare in quella stamberga? No: non era stato quello il suo sogno. Sapeva che in questo mondo tutto il rispetto, tutti gli ossequi son per i ricchi e un pochino anche per gli agiati, avessero meriti o pur no: tutto il disprezzo, tutta la diffidenza per i bisognosi, per i pezzenti carichi anche di tutte le virtù: non voleva essere del numero di quest'ultimi…. per i suoi fini era necessario che non ci fosse, o almeno mostrasse di non esserci. Bisognava dunque provvedere…. Basta, prenderebbe ad imprestito segretamente la somma necessaria sul fondo e sulla casa.
Intanto si confortava col consolo che uno alla volta gli facevano gl'intimi: caffè, latte, biscotti la mattina; brodi, galline lesse, arrosti di maiale, dolci il mezzogiorno; ova, e intingoletti la sera. Per bacco! non aveva mai sguazzato in tanto bene di Dio! si lasciava pregare un pochino per non parere, asciugava qualche lacrimetta che riusciva a spremer dagli occhi, cacciava un sospiro lamentevole, poi ventre mio fatti capanna!
Ma dopo il settimo, l'ultimo giorno che si ricevono nuove visite di condoglianze dagli amici, ebbe a provare un nuovo e più amaro disinganno: sulla casa e sul fondo c'era già una discreta ipoteca. Lo aveva spogliato dunque quel vecchio ladro! E non gli passò mai per la mente che l'infelice, vivendo di solo pane, avesse speso quel danaro, di cui egli si credeva defraudato, per mantenerlo nel seminario, farne un dotto e un santo, come soleva dire!
Vendè i mobili vecchi, affittò la casa dov'era nato, prese per sè una stanzetta piccola, ma pulita, in casa di mastr'Antonio per quattr'once all'anno, l'arredò decentemente e con una certa civetteria strana in quell'omaccione, comprò una zimarra nuova, un cappello nuovo da servir pe' giorni di festa, e così alloggiato, e rimpannucciato, attese. Attese una buona occasione con la cocciutaggine d'una bestia malefica accrescendo la dose di quella sua ipocrisia già mostruosa.
Cominciò a insinuarsi nelle grazie de' galantuomini, e de' ricchi burgisi, con l'orecchio teso e un miele di sorriso sulle labbra, con una scaltra adulazione anco che abboccare tutti gli uomini: in processo di tempo s'impadronì delle coscienze di tutti, poi, a poco a poco, senza mostrare le sue arti, entrò ne' negozi del tale, nelle vedute, nelle speranze del tal altro. Così fu più della giornata in casa di tutti; il beniamino delle monache, che, alla morte del padre don Alfio, lo fecero cappellano; e rappresentando destramente e con disinvoltura, la parte d'indispensabile, adoperandosi sotto sotto con le mani e co' piedi, potè diventare il factotum nelle amministrazioni di certe opere pie.
Un pensiero gli stava sempre fitto nel cervello: «aspettare una buona occasione.»
Oramai in paese non si parlava che di lui. Chi l'avrebbe detto! quel monello diventare un così santo uomo!… e che acume, e che prudenza, e che savia accortezza, e che scienza! Bisognava sentirlo a citare que' passi latini sempre a proposito, con quell'aria di chi sappia la sua lingua sulla punta delle dita, abbia buttato sangue sui volumi degli antichi grandi scrittori! faceva accaponare la pelle addirittura!
E per un consiglio s'andava da padre don Giuseppe; per venir fuori da un affare spinoso s'andava da padre don Giuseppe. Un padre aveva un figliuolo discolo? andava da padre don Giuseppe: un marito aveva la moglie, o una figliuola cervellina? andava da padre don Giuseppe. Anche da giudice conciliatore gli facevan fare in certe liti tra loro. Bisognava vedere allora l'aria che assumeva il furbo matricolato: voleva gli si raccontasse ogni cosa minutamente; egli ascoltava attentamente, gravemente; scrollava il capo, appoggiava la fronte sulla palma della mano, mandava un certo sibilo delle labbra; guardava i contendenti, diceva che la questione era arruffata…. poi finiva con lasciar tutti contenti, e con l'idea che in quell'occasione aveva sudato sangue, ma era stato un vero Salomone. E crescendo quella sua riputazione di dottrina e di saggezza, don Alessio Berlingrieri gli dette a istruire la figliola; i Salamaria, risaputa la cosa non vollero esser da meno di quel villano rifatto che si sentiva un gran che perchè aveva quattro soldi, e gli affidarono il figliuolo; i Satines la figliuola; i Rossetti il nipote. Eran danari quelli che cominciò a riscuotere ogni mese, senza contare i regali che fioccavano. Il furbo conosceva i suoi polli: ricevuto un regalo dal tale, lo annunziava con grandi elogi, come per mostrare la sua riconoscenza a tante gentilezze contro i suoi meriti; sì che i gonzi invasi dalla furia dell'orgoglio, facevano a sopraffarsi, con quanto gusto del prete ognuno immagini.
Ma un giorno quella famosa occasione che aspettava da tanto tempo, parvegli si presentasse finalmente. La moglie di quell'avaro del borgese Pietro Sgrò, in punto di morte, profittando del momento ch'egli ascoltava la sua confessione, gli domandò se si prenderebbe l'incarico di dividere ai parenti di lei una certa somma ch'era riuscita a sottrarre al marito.
—Che somma? domandò il reverendo il quale si sentì rimescolar tutto, e cercava di nascondere la sua agitazione sotto a una leggera tosserella.
—…. Ducent'onze padre….
—Oh la pu…! esclamò dentro di sè il degno sacerdote.
Sperava una somma molto maggiore…. Basta bisognava contentarsi anche di quella, tanto per cominciare; eran anni che aspettava.
Accettò. La morente levò di sotto al cuscino un involto, e glielo dette. Egli lo fece sparire nelle sue larghe tasche, poi domandò a chi dovesse dividere que' danari.
—Darà cent'onze a Masi…. cento alle figliuole del povero Salvatore…. Raccomanderà loro che preghino per l'anima mia…. E ora, padre, mi dia la santa assoluzione….
—Ego absolvo te a peccatis tuis, biascicò il prete con un crocione, mentre pensava: alzerò la mia casa…. pagherò quel maledetto debito a don Francesco finalmente!
Poi andò ad aprir l'uscio, e fece entrare i parenti, e il marito che si faceva brutto per cercar di piangere.
L'ingegno nel furto però don Giuseppe l'aveva avuto sempre; l'affare delle posate bastava a mostrarlo chiaramente; e poi il suo programma, lo sappiamo, era di far tutto quello che facevano i preti, senza farsi scorgere: mangiarsi tutti i danari, in questo caso, sarebbe stato da sciocco, ed egli non lo era. Aspettò che fosse seppellita la gnora Grazia, poi andò da i parenti: dette dieci onze a Masi, dieci onze alle due orfanelle. Era un legato segreto affidato a lui dalla buon'anima della gnora Grazia, non bisognava farne parola per via del marito che avrebbe potuto reclamare…. lo sapevano che spilorcio era…. E se ne partì accompagnato dalle benedizioni di quei poveretti che spogliava così indegnamente!
Ci ho rimesse vent'onze…. borbottava per via. Però se la cosa si venisse a risapere…. avrei impiegato bene quelle vent'onze. La fiducia alletta, potrei farmi ricco senza correre tanti rischi….
E trovò scaltramente il modo che la cosa si risapesse.
Dai quattro canti del paese si levò un concerto di lodi. Era un santo, quel che si dice un santo? pochi, ne' suoi piedi, avrebbero dato una tal prova d'onestà.
Egli pagò don Francesco, alzò la casa, l'arredò, andò ad abitarvi, prese una serva vecchia, tanto per evitare le ciarle.
I primi passi erano fatti: la riputazione se l'era acquistata, aveva la casa, aveva un bel podere, una cinquantina di lirette al mese ricavava dalle lezioni, due tarì al giorno dalla messa; oltre gl'incerti, come essere nozze, accompagnamento di morti, vespri e via discorrendo, senza contare il ben di Dio che gli mandavan gli amici, i galletti delle penitenti, i dolci del monastero. Per bacco, quello di prete era un bel mestiere, quando si sapeva fare!
Allora messo in appetito, non ebbe più freno; dimenticò in certo modo anche la sua solita prudenza. Cominciò a fare «dei piccoli negozi» come diceva lui: comprava lino, abbracio, accia, scarpe, mussolina, ferro e altro, e li dava a credito per il doppio del valore; comprava frumento, fave, orzo, cicerchi, e li dava all'addita (interessi) di quattro tumoli a salma (il 25 per cento!) con l'obbligo di pagare anche la differenza in più tra 'l prezzo corrente nell'inverno, e quello corrente nella raccolta, e frutti di quella differenza per giunta!! prestava danari agli interessi di un taro al mese per onza!! Tutto questo in piccolo, s'intende, egli non aveva ancora tanti capitali.
Queste faccenduole lo tennero occupato tre anni. Impelagata nell'interesse, la carne non lo tormentò co' suoi stimoli: era vissuto nella castità; senza nemmen l'ombra d'un cattivo pensiero. Ma ora lo scopo, in certa maniera, era raggiunto; grazie a Dio, le cose eran ben avviate; ora egli viveva nell'abbondanza; e a quella pasciona aveva fatto la pelle lustra. Fu un risveglio di bestia in fregola.
Non lottò del resto: contrariato debolmente fin da piccolo, era avvezzo ad abbandonarsi a' suoi appetiti: s'era dato al furto e all'usura, con una facilità di prostituta, così fece in quest'altra occasione.
Via, i suoi colleghi non bacchiavano le acerbe e le mature? Nel confessionario facevano servir Cristo da mezzano, nelle case dov'erano ricevuti senza sospetto, sotto al manto della religione insidiavano le pecorelle. Anche i capi davano un bell'esempio! bastava leggere le storie per apprenderne delle grosse su vescovi, cardinali e papi…. O che forse il loro arciprete non aveva in casa la ganza? Era naturale: li aveva ridotti tanti cani arrabbiati la legge sul celibato, e doveva essere un grande imbecille…. o peggio, quel Gregorio VII, e tante pecore quei del concilio…. guarda un po' cosa si voleva dalla natura umana! La cosa era andata sinchè aveva avuto l'attrattiva della novità, poi quei consacrati ristucchi, se n'erano infischiati e del papa, e della legge. E avevano fatto bene. Si parlava loro di Dio, di coscienza…. ah, ah, ah, se uno moriva di sete gli andassero mo a dire di non bere perchè così voleva Dio, e la coscienza! Buffonate! Del resto, egli non cercava di spiegarlo, ma il fatto era lì chiaro e lampante: molti e molti preti, per non dir quasi tutti, e alcuni li conosceva lui, con le mani imbrattate d'ogni sozzura andavano a alzar l'ostia la mattina per farci calare un Dio, e questo Dio ci calava senza tante smorfie, era chiaro.
E dunque?
E quel «dunque» lo portò a un terribile dilemma.
O Dio esiste, e allora come tollera per uno tollera per mille.
O Dio non esiste, e allora….
Allora e non ebbe più freno. Si mosse a cercare con calore, con una smania sempre più crescente, alimentata com'era da' suoi pensieracci: i suoi sguardi si fecero procaci, le sue parole con le donne d'una certa libertà pulita, senza sguaiataggine, ciò che dava meglio nel segno: curò anche con più civetteria quel suo enorme corpaccio… E una notte nella febbre che l'agitava, si rammentò delle due orfanelle che aveva spogliate.
Poverette! non avevano padre, non avevano madre; le dieci onze erano bastate appena per pagar la casa, qualche debituccio, e levarsi i panni d'addosso….
Però egli sempre ligio alla sua massima favorita, non le prese in casa con sè, come avrebbero fatto gli altri: ci andava di nascosto la notte, chiotto chiotto, chiuso nello scappolaro che nemmen Dio l'avrebbe conosciuto.
In quel torno, ad alimentare la proverbiale maldicenza di provincia, una notizia soffiò nel paesetto, e prese ben presto la violenza del famoso venticello della calunnia. Marietta, l'unica figliuola dei Salines, l'allieva del reverendo padre don Giuseppe, era gravida! Anna, la loro serva, lo diceva anche a chi non voleva saperlo. Era scivolata dunque la piccina con quell'aria di madonnina infilzata! ma bravo! Però si ignorava chi fosse stato a fare il tiro: si nominava Mico, il vetturino, un bel pezzo di giovanotto…. Ecco perchè i Salines se n'erano andati in campagna due mesi prima del solito! Via farebbero bene ora a turarsi la bocca, non dir più corna degli altri, come solevano.
E che il tiro l'avesse fatto il prete non passò per la mente a nessuno, tanto la sua riputazione d'uomo onesto lo metteva al di sopra d'ogni sospetto; e poi era stato lui, si diceva, a strappar di bocca alla ragazza il nome del birbante che l'aveva sedotta, era stato lui a confidarlo ai parenti sotto al suggello della confessione, raccomandando la prudenza, poichè i panni sucidi si lavano in famiglia.
E il tiro lo aveva fatto proprio il reverendo. Si lasciavan soli durante la lezione, e con la porta chiusa; egli sapeva insinuarsi tanto bene, essa lasciava fare guardandolo con quella sua aria di bambocciona…. il resto va da sè.
E incoraggiato dal buon esito, cominciò a guardare con gli occhi dolci la figlia di don Alessio. Però dovette ingoiare le sue voglie, e beverci sopra: la fanciulla era tanto selvaggia nel suo inconscio pudore, tanto contegnosa, imponeva tanto a quel bruto, da fargli comprender che ad insister oltre avrebbe compromesso l'edifizio così abilmente e pazientemente innalzato, avrebbe perduta l'amicizia del vecchio, la quale gli fruttava più d'ogni altra.
—Basta, non manca tempo, pensò. Chi sa…. forse in seguito….
E, da vero volpone, pel momento mutò registro affatto.
II.
Quelle vecchie cartacce di famiglia, se don Alessio l'avesse dissotterrate, avrebbero provato chiaramente che a S. Giovanni s'ingannavano di grosso a crederlo un villano rifatto. Ma o che non gli importasse di quella credenza, o ch'avesse svolte un tempo quelle pergamene e chi sa per quale diavoleria l'aveva prese, scritte com'erano in latino, o che n'ignorasse l'esistenza, fatto sta esse dormivano in fondo ad una cassapanca di querce annerita dal fumo e dagli anni, che giaceva impolverata nella soffitta con gli altri mobili rotti. Si chiamava Berlingheri, non Berlingrieri come pronunziavano nel paese, e discendeva da uno dei tanti rami dell'antica casa di Tolosa, così celebre nella storia. Chi sa quante peripezie dovette subire attraverso i secoli quella famiglia (venuta nel reame di Napoli con Carlo d'Angiò) prima di ridursi in Sicilia; chi sa per quali vicende i membri di essa si videro costretti a scingere la spada, e a impugnare o zappa o lesina o martello; a seconda dell'inclinazione d'ognuno, e dell'opportunità, dovendo pur vivere, perchè ora fosse perduto ogni vestigio dell'antico splendore. Si saran certo divisi come i pulcini delle quaglie appena messe le penne, si saran moltiplicati nei vari paesi trascinandosi dietro la fatalità che li colpiva poichè tutto deve mutarsi quaggiù; e qua la morte li avrà distrutti, là si sarà contentata d'assottigliarli, e la miseria aveva cancellata la nobiltà. Ora non restavano che un vecchio agrimensore a P…… povero come Giobbe con una nidiata di figliuoli per soprassello, don Alessio e la sorella donna Costanza, don Bastiano, loro fratello, ammogliato a Cammarata. Il padre un vecchio burgisi cupo, avaro tanto che non avrebbe dato un Cristo a baciare era arrivato a forza di stenti e di privazioni a raggranellare un patrimonio. Aveva mandato i figliuoli maschi a scuola in casa di un prete dove fecero quel che poterono, aveva tenuto la femmina sempre in casa a filare e tessere, ed era contento di lasciarli ricchi col cappello, che, senz'altro, dava loro diritto al «don.»
Don Bastiano dunque, il primogenito, aveva quarantasei anni; una moglie ristecchita gialla come un rigogolo, e un figliuolo per nome Giovanni il quale studiava a Palermo.
Grasso, con un ventre enorme, con un'aria di bue che sonnecchi, don Bastiano non era punto un testone. Nei paesi d'attorno non c'era chi gli potesse stare alla pari nell'amministrare un patrimonio: arbitriava, come si dice da noi, e con l'industria agraria, per la quale si può dire ch'era nato, era riuscito a duplicare il suo in pochi anni.
Invece don Alessio, il minore, aveva battuta tutt'altra via; egli la sentiva diversamente del fratello, col quale si dissomigliavano anche di persona: era corto, magro assaettato. Non voleva saperne di arbitri; per lui ciò era un voler comprare impicci a contanti, senza alcuna utilità: si contentava d'aumentare il suo col metter da parte qualche soldo.
—Ma io mi sono arricchito così! urlava don Bastiano quando il discorso cadeva su quell'argomento, il che era per solito, e tu, con lo startene con le mani alla cintola, hai accresciuto di poco quel che ti lasciò la buon'anima.
—Se io ho accresciuto il mio di poco o di molto non lo so…. rispondeva lui, nè voglio dirlo…. si vedrà appresso. Se mi mettessi in quelle brighe, ne uscirei con una canna in mano. Scuoti pure la testa.
E si bisticciavano, mentre avrebbero potuto risolvere la questione in due parole: don Alessio non aveva le attitudini necessarie a quel genere d'industria.
Però la campagna piaceva anche a lui; e specialmente andava pazzo per un suo podere a due tiri di schioppo da S. Giovanni, dove aveva finito con lo starsene tutto l'anno. La villetta sorgeva e sorge tuttavia a mezza costa del colle alle cui falde s'aggruppano le case del paese, con la parrocchia del campanile a ventola grigio per gli anni, dalle commessure delle cui pietre screpolate pendono dei ciuffi d'erba. A sinistra si estende un'ampia costiera nuda, tagliata dalla linea bianca dello stradale, rotta da borratelli e da frane; di fronte e a destra la valle; e dopo questa s'alzano colline e colline, le une dietro le altre, sino alla massa brulla della montagna di S. Calogero che chiude lo sfondo col più pittoresco effetto che mai.
Questo podere gliel'aveva portato in dote la moglie figlia d'un signore decaduto di Cammarata. Era ben poca cosa veramente, ma egli l'aveva ingrandito assai, e migliorato.
Così dava sfogo a una sua manía: non poteva vedere un appezzamento di terra vicino alle sue, che non avesse a far di tutto per averlo: metteva in campo lusinghe, persuasioni, tendeva gherminelle, offriva cambi con altre terre, minacciava anche, messo con le spalle al muro. E se tutto ciò non approdava a nulla, perdeva la pace, se ne sognava la notte, era preso dalla malinconia, e faceva fioccare l'offerte, sino a che il proprietario, abbagliato, non cedesse.
Allora diventava un giovinotto a vent'anni: non voleva che la persona s'allontanasse, temeva che ci dormisse sopra; correva a casa, si cambiava d'abito, prendeva il danaro necessario, e via dal notaro. Respirava. L'indomani immancabilmente metteva in capo il suo largo cappellaccio, di feltro grigio, prendeva un suo lungo bastone che pareva un bastone di pecoraio, e se n'andava diviato nella nuova proprietà. Provava un vivo piacere a vedere rompere i limiti divisori, squarciar la terra dall'aratro se campo seminativo, dalla zappa se vigna, e spingeva quel suo amore per la terra sin a curvarsi a raccogliere anche lui de' sassi e gettarli nei mucchi rotondi che faceva inalzare apposta perchè occupassero meno spazio, a estirpare i minimi fili d'erba che i giornalieri si lasciavano dietro. Ciò sin a tanto che un nuovo amore non venisse a fargli scordare il primo, un nuovo acquisto non richiedesse le carezze già prodigate al precedente. Così aveva fatto la fortuna di tanti poveri diavoli, che, se ridevan di lui, in fondo lo benedicevano. Questa brama però aveva le sue colonne d'Ercole: cessava appena il confine arrivasse a una via, a un torrente, anche a un ruscello. Bisognava vedere allora con quanta indifferenza guardava le terre al di là! non l'avrebbe prese manco regalate. Ciò per non guastar l'ordine. Era di sangue caldo, gridava per ogni nonnulla; ma in fondo poi era una pasta di zucchero: in quella casa il bernoccolo della bontà l'avevan tutti.
Donna Costanza, la sorella, aveva avuto sempre una particolare affezione per lui; sì che avevano finito con far tutt'una casa. Era una donna di media statura, grossa, con un faccione rotondo dal naso a ballotta; proprio una botta, come dicevan tutti, ma che aveva tali pregi da far dimenticar quasi la sua bruttezza, per la quale, del resto, in paese non aveva potuto trovare un cane che le abbaiasse. Non è a dire se ciò arrivava all'anima della poveretta che lo sapeva, benchè si fosse rassegnata. Anzi aveva spinto il buon senso a tal punto, da non voler acconsentire a farsi vedere da uno spiantato d'un paese vicino, venuto con un mezzano di matrimoni per conoscerla e sposarla qualora gli piacesse, diceva lui: aveva compreso esser quella una pura formalità, quel coso voler la dote e non lei.
Aveva fatto la serva alla cognata, una donna superbiosa da stomacare, e quando questa era morta al parto, s'era data a prodigare tutte le sue cure alla neonata: l'aveva cresciuta, le aveva insegnato quel poco che sapeva di lavori donneschi, le aveva trasfuso tutti i buoni sentimenti della sua anima candida, e ne aveva fatto un angelo. Fu così che la piccola Lola non s'accorse della sostituzione e l'amò come una vera madre.
Sin dal primo giorno però aveva avuto il governo della casa; il che la solleticava un pochino: lei provvedeva alle spese giornaliere, lei s'occupava delle provviste. Sicchè era sempre attorno or per una cosa, or per un'altra, e un po' di riposo l'aveva solo la sera, quando, messa a letto la nipotina e fattala addormentare con una fiaba, andava a sedersi vicino al tavolino dove il fratello faceva invariabilmente la solita partita a scovertino con padre don Giuseppe. Essa amante d'ogni giuoco (benchè non giocasse che al solo lotto) stava a guardare attentamente e con un vivissimo piacere. Nella stanza regnava il silenzio rotto solo dalla voce monotona de' giuocatori:—Coppe.—A lei.—Bastoni.—Tre d'assi…. Don Alessio, bizzoso quanto mai al giuoco, dava un gran pugno sul tavolino: era il segnale, e cominciavano a bisticciarsi. Donna Costanza cercava d'acquetarli…. Basta, ci riusciva: ma eccoti il reverendo a cominciare a sua volta…. A un'ora e tre quarti precisi si stabiliva di fare l'ultime tre partite, a due ore si cenava, a tre tutti erano a letto. Si faceva una piccola eccezione alla regola, quando il reverendo restava a cenare alla villa, o quando c'era Giovanni, il nipote, il che era sempre un avvenimento.
Aveva appena aperto gli occhi gnaulando, quando la mamma decretò, che gli si sarebbe messo nome Giovanni com'il nonno, e se ne sarebbe fatto un avvocato. Chi ha roba, ha liti. Il bimbo era venuto su sano e robusto, con tutt'altra inclinazione che per il codice, a giudicarne dalla sua passione pe' bastoni, su' quali cavalcava tutto il santo giorno, e per certi cappelli da generale con fiocchi e franzoli di carta, sua manifattura, che mettevano come un fruscio di foglie dovunque passasse galoppando. Poi una sera, in casa dello zio, gli avevano messa sulle braccia la cuginetta nata d'allora, e gli avevan detto ridendo: bacia la tua piccola sposina. Il fanciullo era diventato rosso sino alla radice dei capelli, aveva fatto una smorfia che voleva essere un sorriso, e aveva appiccato un bacio tanto forte sulla guancetta della bimba, che questa s'era messa a strillare. Così li avevano fidanzati sin dal nascere; e a mantenere sempre viva quell'idea ne' loro piccoli cervelli, la nonna alludeva, don Bastiano e donna Rosaria alludevano, don Alessio, donna Costanza, le serve…. fino i gatti di casa: tutt'e due ricchi, tutt'e due figli unici, era naturale: la sposa non avrebbe cambiato nemmeno di cognome. Essi soli non pronunziarono parola che accennasse a quell'accordo de' parenti: però la piccola Lola, sin dall'età della ragione cominciò ad imporsi con certe prepotenze di donnina viziata, a tenergli il broncio come un'amante quand'egli non le andasse a' versi, e Giovanni a fare ogni suo volere, benchè non fosse tanto pieghevole. Egli passava alla villa le feste e le vacanze. Facevano a rincorrersi o a rimpiattino, scorazzavano pe' campi, saccheggiavano il frutteto, alzavano casette e forni con pezzi di mattoni e terra bagnata, riempendo la casa, per solito silenziosa, delle loro risa e delle loro grida infantili, insudicciandosi, e facendo spazientire la zia. Fin la partita disturbavano la sera, e, cosa incredibile, don Alessio li lasciava fare sorridendo.
Ma un bel giorno Giovanni arrivò col babbo. Veniva a salutare lo zio, la zia e la cuginetta, prima di partire per Palermo: aveva compiti i dieci anni e la nonna aveva detto: è tempo ch'egli entri in collegio.
I due cugini non si videro che dopo sette anni. Il ragazzo s'era cambiato in un bel giovinetto che si pavoneggiava un pochino nella divisa di colleggiale di panno turchiniccio con le mostre rosse, la bimba in una fanciulla, che, a cagione del suo sviluppo precoce, mostrava più anni di quelli ch'avesse realmente. Dovettero pensar certo alle allusioni che s'eran fatte in famiglia sul loro avvenire, poichè si guardarono timidamente, arrossirono, si confusero, non seppero se non balbettare poche parole. Don Alessio e donna Costanza sorrisero e la vecchia serva dette loro d'occhio.
Agosto, settembre e ottobre, passarono come in un sogno delizioso. Oh, le belle passeggiate ne' dintorni! le scorpacciate di more sotto al grand'albero, con la faccia e le mani impiastricciate di rosso, facendo a rubarsi le più grosse, e le più mature! Oh, le belle sere passate al lume di luna nell'aia, sdraiati sulla paglia, a sentire l'allegre canzoni de' contadini, accompagnate dallo scaccia pensieri; o i cori stupendamente intonati con quelle cadenze larghe e malinconiche che fan vibrare le parti più riposte del cuore! E la raccolta delle frutta nell'autunno, e la vendemmia con i balli nel prato al suono dello zufolo accompagnato dall'accordo delle voci dopo la tramuta! Sì che lo studente, ritornato a Palermo, alzava la faccia spesso dal libro, e con l'anima inondata di mesta tenerezza, restava assorto in que' ricordi, fra' quali si moveva la figura della cugina col visino bianco tanto simpatico, e gli occhioni bruni e le grosse trecce nere che soleva portare sulle spalle. E or la vedeva seduta in casa, curva sul suo lavoro d'ago o di ricamo; or in mezzo a' campi per la viottola costeggiata di siepi di sambuco, con una rosa fra' capelli; or seduta nell'aia col bel viso illuminato in pieno dalla luna; or sotto al gelso, a rizzarsi sulla punta de' piedini, e stender la mano per cogliere una grossa mora: la manica del vestito scivolando, lasciava a nudo un braccio bianco come neve: oh, quella manica caramente indiscreta! Allora sì, aveva un bel rileggere il periodo, fare tutti i suoi sforzi per carpirne il senso; dopo due o tre parole la mente ricorreva dietro a quel caro fantasma. Pensava con un dolce trasalimento che una volta in cui lei gli mostrava certi cardellini che un contadinetto le aveva portati la mattina stessa, le loro mani s'erano incontrate nel carezzarli, ed essa s'era fatta rossa rossa: ricordava anche com'era vestita quel giorno…. d'una veste di mussola azzurro cupo, con delle mostre di tela color caffè crudo, aveva sul capo, e annodato sotto il mento, un fazzoletto di seta bianca: pensava che l'ultima volta ch'egli lasciò la villa, nell'accomiatarsi, aveva tenuto a lungo fra le sue la mano che la fanciulla gli abbandonava, e s'erano guardati a lungo negli occhi: quel suo sguardo l'aveva accompagnato come una carezza nel montare a cavallo, nel voltarsi indietro a salutar per l'ultima volta là dove la via si perde fra gli alti castagni che nascondono la vista della spianata… gli pareva di vederlo ancora dopo tanto tempo. E assaporava tutta la dolcezza di que' ricordi, provava la tristezza della lontananza, il desiderio di quel luglio nella cui metà si solevano dar le vacanze, immaginava eventi per i quali la sua presenza fosse inesorabilmente necessaria, ne' luoghi a lui ora tanto cari.
Però l'amore a quell'età soggiace all'incostanza dell'anima ancora fanciulla: oggi è fiamma, domani cova sotto le ceneri, o si spegne del tutto. L'esser libero per la prima volta in una grande città, i divertimenti, gli amici con le loro tentazioni, lo distrassero: i ricordi si presentarono meno vivi, i pensieri non più caldi e insistenti come prima: cominciò con qualche scappatella, sinchè ruppe la cavezza affatto, e la fanciulla fu quasi dimenticata.
In quel torno la nonna cadde malata gravemente. Giovanni chiamato in fretta da Palermo, arrivò appena in tempo per baciarle la mano l'ultima volta. Passato il lutto, s'aprì il testamento. Ma la vecchia aveva fatto prima delle donazioni a don Bastiano, il testamento non era tanto chiaro, don Alessio si piccò per un nonnulla, e messe su causa. Con la causa nelle due famiglie entrò una certa animosità, sicchè cessarono dal vedersi.
A Giovanni ciò non fece nè caldo nè freddo: ora egli aspettava con impazienza la fine delle vacanze per tornare a divertirsi in città, dove anzi si diceva che il signorino facesse il cascamorto con la figlia d'un ricco negoziante.
Intanto in paese, per non perder tempo, guardava con fissità da facchino le grosse figlie del cancelliere della pretura, che andavano in sollucchero civettando della maniera più grottesca; faceva la posta alle servotte che andavano all'acqua in piazza, sull'imbrunire. Le pedinava; sussurrava loro dietro delle parolacce e delle proposte; ne ghermiva qualcuna in un vicolo deserto o sotto a un arco buio. Ciò secondo lui era essere un giovine di spirito, uno che sappia davvero cosa vuol dire far vita.
—Che caro pazzo, dicevan tutti. E se ne imitavano le mode, se ne scimmiottavano le maniere, si ricercava la sua compagnia, la sua amicizia.
La sera in Casino si faceva crocchio attorno a lui; egli raccontava le sue avventure, con parole molto libere, tra le grasse risate, e gli sguardi accesi di voglia di quei più o meno barbuti signori, tra gli ammicchi e' sogghigni dei giovinastri, de' quali qualcuno s'alzava rosso come un gambero, e spariva per tutta la sera. Gli attempati anzi affettavano di dargli dei consigli, infilando famigliarmente il braccio sotto al suo: tutto ciò per strappargli delle confidenze: come stesse a quattrini, se era in via di rovinare il babbo, poveretto, un uomo che non se lo meritava davvero. E lasciatolo appena, andavan dicendo roba da chiodi de' fatti suoi. Aveva le mani bucate quel giovine; quella casa era bell'e ita; non era credibile quanti debiti avesse quel poco di buono a Palermo; una sera, nientemeno, aveva speso mille lire per una cena in un certo locale…. in un certo costume…. cosa da far nausea addirittura!
—Uh, chi gli darà la figliuola ora a quel vizioso? A pronuncia! esclamano le mamme, segnandosi col pollice sulla fronte, come per scacciarne la tentazione.
Trascorsero cinque anni. Si decise la causa che vinse don Bastiano. Si misero di mezzo alcuni amici intimi, e i due fratelli pacificarono. In quell'occasione si pianse di commozione e di gioia; nessuno però ne provò tanta quanto la giovinetta, oramai sicura di rivedere il suo Giovanni. Essa non aveva scordato le belle passeggiate, e le canzoni dell'aia, e i balli dell'autunno. Lo amava di più anzi quell'ingrato che non s'era fatto più vivo, forse per quel che sentiva raccontare della sua vita sbrigliata (è così fatta la natura umana) forse perchè come certi teneri cuori non doveva amare che una sola volta.
Si rividero. Arrossirono come al solito sino al bianco degli occhi, balbettarono come al solito, e passata la prima commozione provarono tutt'e due una viva tenerezza.
—Dio, come s'è fatto bello! pensò l'una tutto il giorno.
—Come s'è fatta bella! pensò l'altro. E in capo a poche settimane non solo tornò ad amarla come prima, ma confessò a sè stesso che oramai non poteva vivere senza di lei.
Tuttavia malgrado ciò, malgrado fosse compreso dal fascino che facevan sempre più crescere i colloqui intimi ne' quali parlavano del più e del meno con tenere inflessioni nella voce, le carezze degli occhi, certi rossori subitanei, certi dolci sorrisi, certi tocchi innocenti…. que' mille nonnulla insomma che per gli innamorati sono tante incantevoli rivelazioni, non osò mai farle una dichiarazione. Egli tanto ardito con l'altre donne, dinanzi a lei diventava timidissimo. Aveva tentato diverse volte cercando di farsi coraggio con tutti gli argomenti possibili, ma inutilmente: non poteva pronunziarla quella parola che il cuore gli spingeva sulle labbra, e non s'accorgeva ch'essa stava ad aspettarla ogni volta tutta tremante.
Un giorno però ardì rubarle un guanto. Era un piccolo guanto grigio, molto sciupato, che cacciò rapidamente nel taschino del panciotto: e ne lo cavava fuori spesso, e lo baciava, e ne aspirava l'odore con certi dolci fremiti, come se sotto al naso e sulle labbra, ci avesse la piccola manina della fanciulla con la punta dell'indice punzecchiata dall'ago.
Lola lo cercò con una singolare insistenza; fece un mondo di domande al cugino…. avrebbe fatto supporre essersi accorta ch'era stato lui a prenderglielo. Quel guanto ebbe la virtù di guarire in certo modo il giovine dalle sregolatezze passate. Ora era agitato d'altri pensieri. Aveva ventitre anni e si sentiva stanco di quella vita da scapestrato…. Oh, la vita beata coniugale, nella pace, tra una nidiata di figlioletti rosei e ricciuti, senza cure e senz'impicci! E provava una dolcezza infinita. Gran destino era il suo che quella benedetta nonna avesse disposto ch'egli doveva prendere la laurea prima d'ammogliarsi!… Basta, era il penultim'anno quello, e per di più n'era passata la metà: un anno e sei mesi si fanno sur un piede, che diavolo!
Anche la sua timidità era scomparsa dopo quell'atto ardito; almeno egli lo credeva: anzi aveva giurato a sè stesso che, arrivato a Badalà, non si sarebbe lasciata sfuggire la prima occasione favorevole; l'avrebbe pronunziata quella parola che doveva rendere completa la sua felicità.
E aspettò le vacanze in preda a un'impazienza vivissima.
III.
Se fosse dato a ognuno di far correre il tempo a seconda de' propri desideri, la vita, dall'età della ragione all'ora della morte, non sarebbe che un breve passo. Finalmente vennero quelle penultime vacanze tanto desiderate, e l'ora in cui il giovane potè montare la sua storna, e seguito da due campieri, mettersi in via per S. Giovanni.
La villetta gli apparve all'uscir dalla gola della Ferma, imporporata da' raggi del sole in sul tramonto. Come gli batteva il cuore! come parvegli interminabile quel breve tratto di via che doveva ancora percorrere per arrivarci! Che faceva lei in quel momento?… Se era al terrazzino poteva riconoscerlo alla cavalla…. Come la troverebbe?… s'era mutata?… Oh, se non l'avesse a guardar più negli occhi con quella dolcezza di paradiso che faceva di lui il più felice degli uomini!
E una voce interna gli diceva, che stesse tranquillo, la sua Lola sarebbe stata con lui come per il passato, che cessasse dal dubitare, essa l'amava. E quella villetta in mezzo ad un bel verde, circondata sin dove l'occhio arrivava, da stoppie gialle, tramezzate qua e là da favuli bruni, da vigneti, da qualche boschetto, gli sembrava un vero Eden, dove, con quell'Eva, si sarebbe potuta passare la vita intera nelle voluttà dell'amore.
Al paesetto sonava l'Angelus quando il ponte di legno che accavalcava il piccolo borro, secco in quella stagione, risonò sotto lo scalpitare delle cavalle. S'internarono in una viottola ripida tra due siepi di rose d'ogni mese, si curvarono sul collo delle cavalle per evitare i rami del famoso moro, e poco dopo, per il viale de' castagni, sbucarono nella spianata. Due grossi mastini si slanciarono abbaiando; una fanciulla, con un cucito in mano, s'affacciò appena nel terrazzino e rientrò vivamente arrossendo: Giovanni però l'aveva veduta.
Le solite feste dello zio Alessio e della zia Costanza non mancarono; non mancò il solito invito fatto sempre con la solita frase: «questa volta, spero, vorrai passare alcuni giorni con noi;» gli offrirono vino, gli offrirono caffè. E don Alessio cominciò a darsi moto; s'affacciò alla terrazza, urlò con quanto n'aveva in canna allo stalliere di menar nella stalla la cavalla del signorino; s'adirò anche perchè non l'aveva già fatto, e lì un diavoleto: poi rientrò, andò, come soleva a dir le sue ragioni alla sorella, e senz'attender risposta, nell'anticamera ad affacciarsi all'uscio della scala e chiamar Elisabetta che portasse i lumi…. A quel buon vecchio entrava il diavolo in corpo ogni volta che arrivava il nipote!
Lola intanto non compariva, e il giovine n'era proprio indispettito: via, dopo un anno quasi che non lo vedeva, avrebbe dovuto essere un pochino più sollecita: non avrebbe fatto l'istesso lui…. no certo…. ma lui l'amava, e lei chi sa….
Ma quel suo monologo interno fu interrotto in punto dalla comparsa della fanciulla…. Oh, quanto s'era fatta più bella! S'avanzava con una certa esitazione, con un certo imbarazzo, i quali davano una grazia nuova al suo corpo grande e ben formato che non mancava di flessuosità e d'eleganza, mettevano in quel caro visetto un non so che, che lo rendeva adorabile. Non erano i suoi occhi no, che l'ingannavano, o la dubbia luce della sera, s'era fatta più bella.
Gli si fece incontro, e gli strinse la mano tutta commossa, e gli domandò notizie dello zio, della zia, di lui, con le solite carezze nel tono della voce, e negli occhi. Già ora egli si chiariva del perchè di quel ritardo: l'aveva vista di volo nel vano del terrazzino, ma poteva giurare che in luogo di quel nastro celeste, su' suoi capelli c'era un fazzoletto a scacchi rossi e neri…. e il lembo dello sottana, ch'era scomparso rapidamente, gli pareva di vederlo ancora, non era grigio per certo: e quella cipria sul viso…. no, essa non adoperava la cipria ogni giorno. Dunque s'era fatta bella per lui. E una viva tenerezza aveva già cacciato il dispetto, quel brutto dispetto che gli aveva fatto fare il proponimento d'andarle incontro tutto gaio e indifferente, e d'indirizzarle un complimento che voleva essere anche un frizzo.
Quella sera anche padre don Giuseppe, che gli era stato sempre antipatico, non gli parve più, quello. Quando il prete comparve sulla soglia dell'uscio con un «buona sera a tutti quanti» che rintronò la stanza come il mugghio d'un toro, e un «oooh, don Giovannino! ben arrivato!» direttogli con tutt'e due le mani stese, il giovine confessò a sè stesso d'essersi ingannato sul conto suo: via, in quel faccione d'appoplettico, non si poteva negare, una certa espressione di di bontà c'era, e quell'alta persona, dalle membra enormi, non aveva proprio quell'andatura stupida d'un bruto che l'aveva colpito altre volte. Spesso l'aveva pensato, spesso aveva esternato quel suo pensiero in famiglia: «quel prete m'ha tutta l'aria d'un birbante» aveva giudicato leggermente. I suoi occhi grigi, lucenti come acciaio brunito, eran duri…. ma egli poteva anche affettarla quella durezza…. quanti non c'è che hanno il ticchio di mostrarsi diversi da quel che sono! ne aveva conosciuti lui di quelli che si studiavano a farsi una cera burbera, mentre in fondo eran gli uomini più buoni del mondo….
Ma venne l'ora della partita, e don Alessio non transigeva: si preparò il tavolino, con il lume, le carte, e le solite fave per gettoni; i due avversari presero posto l'uno di faccia all'altro, motteggiando; donna Costanza sedette al suo con la calza.
—Coppe.
—Bastoni…. Danaro.
—A lei. E al tono della voce, e al modo che don Alessio pronunziava quel «a lei» si capiva che cominciava a stizzirsi.
—Bastoni…. Sei di napoletana.
Il solito pugno di don Alessio, le solite recriminazioni.
I due giovani, in piedi vicino al tavolino, se ne stettero un pezzo a veder giocare: si guardavano sorridendo all'escandescenze del vecchio. Quando donna Costanza s'alzò, chiamata dalla serva tutta in faccende per il nuovo ospite, prima l'una, e poi l'altro, vennero nel terrazzino. Giovanni rientrò a prendere due sedie, e sedettero.
Era una sera senza luna, con un bel cielo stellato.
L'arma mi sentu nnesciri
canticchiava lo stalliere con voce di canna fessa, e per la campagna silenziosa vibravano i tocchi lenti della campana del paese, la quale annunziava un'ora di notte.
—Questo è il momento…. pensò Giovanni: e il cuore gli si mise a battere come se volesse saltargli fuori dal petto. Pensò e ripensò a una frase tanto per cominciare il discorso, ma non gli riuscì di trovarne: il suo cervello era vuoto. Si stizzì, si rimproverò d'essere uno scolaretto, un uomo dappoco. Fu lei, che, con la sua voce melodiosa, ruppe quel silenzio imbarazzante.
—Ti sei divertito a Palermo?
—No…. cioè…. così così…. Esitò ancora un poco, poi, per uscire da quel ginepraio, si mise a parlare di teatri, di serate deliziose passate alla villa, di scampagnate fatte con amici, di bagni….
La fanciulla aveva inarcate le sopracciglia. Non stava certo in pena il signorino lontano da lei…. E in un lampo intravvide la figura della figliuola del negoziante, com'essa aveva cercato di rappresentarsela le tante volte pensandoci, dal giorno che aveva sentito dire qualche cosa in proposito. Essa andava certo ai bagni…. Giovanni l'aveva vista…. non lo diceva, il perchè era chiaro! alla sola idea che il giovine avesse potuto veder colei nell'acqua, ricoperta d'un semplice velo di mussolina, le si strinse il cuore. Oh, no, non approvava che le signore, e in ispecie le ragazze, andassero a bagnarsi con gli uomini; lei ne sarebbe morta di vergogna.
E glielo disse secco secco.
Ma lui, non essendosi accorto di quel mutamento repentino nel viso, e nelle maniere della cugina, le dava la berta. Via che c'era di male, tutte lo facevano: era uno de' tanti pregiudizi che l'uso avrebbe finito col cancellare.
—La moda, cara mia, la moda,… E parlò della moda, e poi di passeggiate e d'equipaggi. Egli voleva incoraggiarsi con quel diluvio di parole; però non ci riusciva.
—E tu, disse infine quand'ebbe esaurito anche quel tema, com'hai passato il tempo?
—Al solito, rispose lei: qui, lo sai, non ci si può divertire certo come a Palermo.
E disse quest'ultime parole con un leggiero tono d'amarezza.
Allora il giovane si accorse di quella sua cera brusca, e ne fu proprio sgomento. Che aveva dunque!… che le aveva fatto!… Non era molto, essa lo guardava con la solita dolcezza, n'era sicuro…. Perchè allora? Non ci si raccapezzava. E maledisse in cor suo la disgrazia che lo perseguitava. Qual più bella occasione di questa? Ora era perduta completamente: egli non aveva il coraggio di dirle una mezza parola di amore vedendola a quel modo. E mise un sospiro, e si contentò di guardare con la coda dell'occhio la manina che la fanciulla aveva abbandonata sul grembo. Se non fosse stato per quella diavoleria a lui ignota, forse a quell'ora stringerebbe tra le sue quella manina gentile e graziosa.
IV.
Il vecchio orologio a pendolo, chiuso in un armadio impiallacciato, sonò l'ora canonica, e si fissarono al solito l'ultime tre partite.
—Resterà a far penitenza con noi stasera, disse don Alessio al prete. E questi accettò con un sonoro «grazie» mentre un largo sorriso rallegrava quel suo faccione da frate gaudente. Corbezzoli! quella sera si doveva mangiar bene in casa dell'amico, s'era soliti di festeggiar sempre l'arrivo del nipote…. c'eran certi atomi odorosi nell'aria che venivano dalla cucina, da far credere che si mangerebbe carne…. Umh….
E giocò distratto, e perdette con gran piacere del vecchio, che lo veniva stuzzicando con un mondo di monellerie.
Un'insalata di lattughe dalle foglie crespe, metà d'un verde tenero, metà d'un bianco gialliccio, una montagna di costole di castrato arrosto il cui odore aveva fatto perder la bussola al reverendo, de' funghi delle Madonie con salsa d'acciughe, varie sorta di frutta, ecco il solido di quella cena di provincia: rappresentava il liquido un vinetto nero, un po' frizzante, ma buono in fondo, e che il prete tracannava a gran bicchieri.
Egli parlava poco: macinava a due palmenti: e restringendosi ad approvare spesso col capo, o con qualche «già» con qualche «sicuro» con qualche «è fuor di dubbio» messi con arte a posto debito, ascoltava don Alessio che aveva preso l'aire nel suo discorso favorito. Quella mattina era sceso al paese per certi suoi affari, quando, vicino alla chiesa, gli s'era attaccato a' panni don Castrenze, il già sindaco. Aveva un diavolo per capello quell'uomo, per il tiro che gli aveva giocato il partito contrario con alla testa i bottegai, tutti borbonici sino alla punta delle unghie. Imbecille! lo sapeva lui don Alessio, chi era stato a accoccargliela…. E chi era stato aveva fatto benone, perdinci! Oramai eran tutti ristucchi di quell'inetto ch'era diventato consigliere per caso, e sindaco per intrighi. Un bel bindolo! Già col Governo degli italianissimi bastava mostrarsi idrofofo per le cose passate, ad essere ritenuto un gran che, e poter pervenire a qualunque carica politica o amministrativa: don Castrense che predicava essere stato un di quelli che avevano attaccato la bandiera tricolore ai ferri del campanile (e le due parole sottolineate egli le pronunziava con un'enfasi canzonatoria) era uomo da papparsi il comune col cassiere e i consiglieri bell'e vestiti per di più! Ora strillava come una gazza spennacchiata, perchè l'avevano disturbato nel meglio…. non era potuto riuscire che a levarsi quel debito con i Salamanà. In soli pochi mesi di sindacato! Era dei sorteggiati di quell'anno, perchè aveva sostituito un morto, e aveva avuto un solo voto! c'era da scommettere che se lo fosse dato lui. Dunque gli aveva riempito la testa d'un mondo di chiacchiere: voleva ricorrere al re in persona, sarebbe andato a Roma così minchione come poteva parere, e quell'elezioni l'avrebbe fatte annullare. Era pazzo, poveretto…. si sarebbe visto! Anzi l'indomani scriveva al deputato sul proposito.
—Sta fresco a pigliarsela con lei! esclamò il prete riempendosi il piatto di funghi. Mi pare che voglia fare a' cozzi co' muriccioli.
—Lasciamolo correre, riprese il vecchio con un sorriso di disprezzo, alcunchè sodisfatto dell'adulazione dell'amico: e seguitò a enumerare i giusti motivi che lo spingevano a spalleggiare gli avversari di don Castrenze, mentre il reverendo, con la bocca piena, ciondolava il capo d'alto in basso, mostrando di saperla lunga in quegli occhiacchi. Via, l'ira e lo zelo di don Alessio si sarebbero spiegati subito, quando si fosse saputo che don Castrense aveva due tumuli di terra a pochi passi dalla villa, giusto gli ultimi che ci volevano per compire l'unità del podere secondo l'intendeva il proprietario, e si negava a venderli, si negava tenacemente.
Donna Costanza faceva la cera di chi cominci ad essere preso dal sonno: i due giovani, seduti l'uno vicino all'altro, apparentemente ascoltavano; al modo come giocavan d'occhi c'era da supporre che la loro piccola burrusca fosse passata com'una burrasca di aprile.
Ma alle frutta si cambiò discorso: per via d'uno dei nuovi eletti, parente d'un latitante, si venne a parlare del famoso don Peppino, il capo d'una banda che spargeva il terrore nel territorio vicino.
Don Alessio prese la palla al balzo. Ce n'erano stati dei banditi in Sicilia, e non pochi ancora: Pestalonga, Pasquale Bruno, anticamente; i fratelli Palumbo, e Sbirrillo ne' tempi più recenti; ma sanguinari, ma feroci come questi, mai più! Era alla civiltà, era al progresso, era al governo degli eretici conculcatori d'ogni legge, che si dovevano tali uomini. Nella borgata di Braccamena, i contadini, stanchi dei delitti d'ogni sorta che commetteva la banda, avevano stabilito di dar man forte alle autorità: una notte otto uomini, armati sino a' denti, avevano assaltato la borgata, e fatta irruzione nelle case, avevano strappato dalle braccia della famiglia tre cittadini, li avevano trascinati in campagna, ne avevano fucilati due, avevano rimandato il terzo a portar la notizia.
—Oh, poveretti! esclamò la fanciulla sottovoce, e si voltò a guardare il cugino tutta spaurita.
S'era mai sentita una cosa simile? si poteva supporre che tali fatti avvenissero sotto un governo ben costituito? E i rei impuniti al solito…. Maniscalco! Maniscalco! ecco che ci voleva: quello sì che era uomo, e del mestiere per bacco! Avrebbe messi in un pugno sbirri e manutengoli, e, o me li consegnate, o me li consegnate, avrebbe detto loro. E glieli avrebbero consegnati, perchè sapevano che non si scherzava con lui. Ora eran tutti una cosa; cani e selvalgina mangiavano insieme nell'istesso piatto, e chi ne andan di mezzo erano i poveri cittadini.
Ora anche il prete parlava, era sazio.
—Non per nulla pesa sugli italiani la scomunica del pontefice. Un Dio c'è poi, per quanto i tristi si spolmonino a negarlo; e la chiesa è la chiesa!
E rosso come un gallo pel vin bevuto, posò i grossi pugni sulla tavola, girando in volto a tutti que' suoi occhiacci.
—Avete ragioni da vendere, approvava don Alessio scrollando il capo d'alto in basso: e le parole vostre son parole d'oro. Non si potrebbe spiegar diversamente la sfrontata sicurezza con cui que' malandrini scorazzano la campagna, perpetrano delitti. È il castigo di Dio! proprio il castigo di Dio!
E via di questo tenore! che' mettendosi in que' discorsi non c'era chi potesse arrestarlo.
Le donne rabbrividivano: esse avevano paura: guardavano verso il terrazzino come se già il famoso bandito fosse per presentarvisi.
Gesù Maria! se gli saltasse il ticchio di fare una escursione da quelle parti…. Davvero, non era prudenza star in campagna, una disgrazia poteva accadere…. scongiuravano don Alessio a pensarci. Ma questi faceva spallucciate energiche, mandava la cosa in burla. O che sarebbero venuti a fare in casa loro i briganti? egli era un uomo onesto che non aveva fatto mai male a nessuno, la sua casata era conosciuta, ed era stata rispettata sempre, scacciassero quelle paure.
—Sicuro, appoggiava il prete, si sapeva in Sicilia chi erano i Berlingrieri: buona gente, ma se toccati da vicino, buoni a mostrare i denti, a non lasciar posar mosche sul naso.
Del resto c'eran gli amici, che all'occasione, si sarebbero fatti fare a pezzi per loro.
—Grazie…. è la bontà de' miei concittadini…. rispose don Alessio con un inchino portando la mano al petto. Ma Costanza, disse poi voltosi alla sorella, stasera non hai nulla da darci? per esempio…. un pezzettino di dolce…. Non lo credo. Il reverendo mi fa cenno che ha ancora sete.
—Io!… ma le pare! esclamò questo arrotondando le parole, e col solito sorriso largo che trovava sempre che spirasse buon vento di ghiottornie.
—Eh, via, non lo neghi.
Il reverendo si strinse nelle grosse spalle, facendovi rientrare quanto più potè il suo collo di toro; e donna Costanza che s'era alzata sorridendo, andò a prendere un piatto dalla credenza, e s'avviò nell'altra stanza.
—Ehi, una di quel suggellato, le gridò dietro il fratello.
Quella sera era allegro: era arrivato il nipote, e aveva potuto fare la sua sfogatina, il che gli capitava di rado: aveva dimenticato perfino don Castrenze, e la sua cocciutaggine a non volergli vendere que' benedetti due tumoli di terreno senza i quali non poteva proclamare l'unità del suo podere.
Anche Giovanni gongolava. Quell'idea di dolci venuta allo zio, non poteva capitare in miglior punto: avrebbe passato un altro po' di tempo vicino a colei ch'egli oramai non chiamava più in sè stesso che la sua Lola. Tutta l'anima del giovane era piena di quell'amore, e ogni altra cura non faceva che sfiorarla appena. Durante la cena non aveva pronunziate più di venti parole, e chiuso nell'estasi, aveva capito ben poco di quanto avevano detto i due amici. Del resto gliene importava uno zero di don Castrenze, di don Peppino e la sua banda, troppo lontana per poter fare uno strappo alla sua felicità, della scomunica e del sommo pontefice per giunta: via avesse a perire anche l'umanità, salvo le due famiglie ben inteso, non si sarebbe commosso per questo. Ora parlava sottovoce con la fanciulla: le domandava se campavano ancora i canarini che le aveva portato l'anno scorso, e sbirciava di quando in quando la manina di lei sempre lì sul grembo, tentatrice, con una voglia pazza d'impadronirsene, senza che ardisse di farlo. Campavano ancora, rispondeva lei, di nuovo con la solita tenerezza negli occhi bruni, con la solita melodia nella voce, l'indomani glieli avrebbe mostrati. Eran maschio e femmina: uno, il meno giallo, non cantava, cinguettava solamente, e il giorno innanzi gli aveva veduto nel becco una delle pagliuzze ch'essa aveva messe apposta nella gabbia per vedere se facessero il nido. E quest'ultime parole le disse con un dolce sorriso che stampò delle grazie infantili nel suo viso di vergine, dal quale il povero innamorato non poteva staccar gli occhi alla lettera.
Donna Costanza comparve con un piatto di torromini e biscotti in una mano, e una bottiglia sigillata e tutt'impolverata nell'altra.
L'orologio battè la mezzanotte.
La vecchia Elisabetta che s'era ammammolata in cucina, nel ciondolare il capo con soverchio abbandono, si svegliò in sussulto: sentì ancora risa, voci allegre, e tintinnìo di bicchieri. Sbarrò gli occhi, sporse le labbra, si fece la croce con la mano manca, poi si grattò la gamba, e tornò ad ammammolarsi. Eran circa trent'anni che serviva in quella casa, mai i padroni avevano fatto così tardi!
V.
Giovanni si svegliò al canto del gallo: aveva dormito poco e male. Vicino alla cugina le ore erano passate così celeri, aveva provato sensazioni così dolci, che gli pareva mill'anni di rivederla, e riprovarle. E poi quella mattina si sentiva tutt'altro ardire: via la dichiarazione che ruminava da tanto tempo, e che di vacanze in vacanze aveva rimesso a più propizia occasione, l'avrebbe fatta finalmente! bisognava approfittare di quelle buone disposizioni. Era che gli aveva cagionato de' batticuori violenti davvero al povero innamorato quel momento definitivo! benchè si fosse sforzato a persuadersi che il suo amore era ben accetto, che un fiasco non l'avrebbe fatto di certo. Ma tutto stava nel cominciare: tanto è vero che il peggio passo è quello dell'uscio; dato il quale si sentiva in cuore di poter dire tanto da farne volumi addirittura, senza che quel fiume di parole venisse a decrescere, quella sorgente viva di tenerezza che lo alimenterebbe, a disseccarsi.
Guardò alle imposte: appena un barlume trapelava dalle commessure: però il letto gli pareva seminato di spine; balzò a sedere, si vestì, e s'affacciò al terrazzino.
L'oriente si tingeva dell'incarnato e dell'arancio dell'aurora: era un cantuccio di luminosa accensione nel cielo limpido, d'un azzurro argentato, sotto alla cui volta si disegnavano netti, tutti in giro, i contorni bruni dei monti. Per la campagna fresca, luccicante dalla guazza, esalante acri profumi di stoppie umide nelle quali dormivano la masse nere dei boschetti, e de' gruppi d'alberi, e le casette biancicanti tra 'l verde delle vigne come macchie di calce intrisa, una pace, una tranquillità senz'un soffio: nella valle, e sul paesetto si stendeva una nebbia bassa che aveva l'aria d'un gran lago grigio dal quale il campanile emergesse come uno scoglio solitario.
Lei era là, dietro all'imposte serrate ermeticamente di quell'ultima finestra, e dormiva nel suo letto verginale…. forse sognava di lui. Quale incanto nel rappresentarsi quella figura di vergine addormentata, quanti pensieri a quel pensiero e che dolce rimescolio!
Ma le allodole trillavano, si svegliavano le passere accovacciolate ne' tetti, fu il segnale del concerto al quale presero parte tutti i volatili. La vetta brulla di S. Caloggero si tinse di porpora, a oriente apparve l'orlo d'una palla dorata, la luce irruppe giù per le spalle dei monti, salutata dai tocchi a festa delle campana della parrocchia. Poi, scendendo sempre più, mise de' riflessi d'oro nel lago grigio delle nebbie, le quali si squarciarono, si divisero in gruppi, si sollevarono e batterono quasi in ritirata, indugiando per le gole, dinanzi alla gloria invadente di quel bel sole d'agosto.
La porta della stalla girò sui cardini, sulla soglia comparve la figura scamiciata e grottesca dello stalliere. Egli si ritirò; aprì la bocca a uno sbadiglio sghangherato, poi rientrò lentamente. Nelle stanze si sentivano rumori di passi, d'imposte che si aprivano: la casa si svegliava.
Giovanni dette un ultimo sguardo alla finestra della cugina, e rientrò. Si lavò, si lisciò con la massima cura, poi andò fuori a sedersi sotto al pergolato, dove se ne stette un'ora buona a scrivere con una bacchetta il nome della fanciulla sulla sabbia del vialetto, e a scancellarlo subito dopo averlo scritto. Ritornando la trovò nella spianata.
—Dove sei stato che non t'ho visto?
—Sotto al pergolato.
—Che bella giornata!
—È un incanto. E tu dove vai?
Accennò con gli occhi a un paniere pieno di mondiglia di grano ch'aveva infilato nel braccio, e rispose:—A dar da mangiare alle galline ed ai piccioni.
S'era alzata allora: aveva in dosso un vestito da mattina di mussolina celeste; un fazzoletto di seta dell'istesso colore, annodato sotto il mento, inquadrava graziosamente il suo visino con i capelli un po' arruffati sulla fronte e gli occhi ancora gonfi dal sonno.
Puri, puri, pì, pì, pì. E a questa specie di billi billi siciliano, calò dai tetti un nugolo di piccioni, accorse dalle stalle, dal pollaio di tra gli alberi sotto la spianata, gran quantità di pollami: galli altissimi di un bel rosso dorato, con grosse creste rosse; chiocce con pulcini nati di fresco; pulcini già grandicelli, spennacchiati, con la malagrazia di fanciulli a sette o otto anni, pollastre linde, lucide, con l'andatura spigliata di giovinette; vecchie galline, favorite dalla testa pelata, per le spesse carezze dei pennuti sultani…. tutt'attorno a Lola il suolo ne brulicava alla lettera. Lei, con un'espressione di piacere infantile nel viso, alzando in aria il paniere curvo da un lato, ne faceva cadere il grano; e movendosi lentamente, lo veniva gettando a strisce a zig zag.
Puri, puri, pì, pì, pì. Ed era un pigiarsi vorace, un rumore sordo di becchi che battevano il suolo, tramezzato da qualche schiamazzo, da salti e beccate con le penne del collo arruffate nel contrastarsi il becchime, dal pigolio dei pulcini e dal chiocciar delle chiocce, dal tubar dietro la compagna di qualche piccione, che, da vero innammorato, preferiva al cibo la galanteria.
Giovanni guardava quel quadro con un nuovo incanto: sentiva nascersi un coraggio da leone. Questa volta…. ma via, n'aveva fatti abbastanza, si sarebbe visto alla prima occasione.
—Saliamo? domandò la giovinetta. E salirono sopra.
Per le scale erano soli: Giovanni sentì battersi il cuore…. fu per parlare…. ma pensò che non era quello il momento. Per le scale!… e poi, poteva sopravvenire qualcuno…. Egli sentiva che gli avessero troncato le parole in bocca, non l'avrebbe fatta più quella benedetta dichiarazione!
Vennero nell'anticamera. Sulla lunga tavola, attorno a un piatto colmo di biscotti, eran disposte delle ciotole, e due bottiglie col latte. Lola scese in cucina, e poco dopo ritornò col caffè caldo: presero il caffè e latte. Anche questa sarebbe stata una buona occasione…. eran soli…. Ma via! non era nemmen da pensarci! Come si poteva fare una dichiarazione con una ciotola in una mano e un biscotto nell'altra? Bisognava esser pazzi, o sciocchi affatto. Dove diamine l'aveva la testa!
Qui non c'era a ridire.
Ma la fanciulla lo condusse a vedere i canarini, nella gabbia appesa a un chiodo nel muro della terrazza: disse un mondo di cose sul come l'aveva allevati, sul come li governava, sul bene che loro voleva.
—Quanto sono carini! Queste sole parole egli potè trovare restando a guardarli come il villano alla fiera il saltimbanco che dia nella gran cassa, sulla soglia della baracca.
Ma al passeggio don Alessio, per mostrare a donna Costanza il rigoglio di certi piantoni di peri che aveva fatto mettere in quella primavera, li lasciò soli. Lei andava lentamente, con lo scialle rosso piegato sul braccio, guardando il cielo acceso dagli ultimi raggi del tramonto; e dal suo bel viso traspariva la dolcezza dei pensieri che l'agitavano.
Egli cominciò a parlare dell'incanto della campagna, de' piaceri che vi si gustavano…. e quel discorso, girato e rigirato con una tenacità degna di miglior risultato, non potè riuscire dov'egli voleva tirarlo. Via, questa volta non c'era nessuna scusa; bisognava confessare che quella sua timidezza era spinta al ridicolo; era ingrullito per certo. Non seppe darsene pace, ne provò un'umiliazione profonda. Ma che farci? era quella la sua natura, certe ritrosie dell'anima non si spiegano. Pensò di scriverle.
Ma eccoti lì delle nuove esitazioni che pareva l'aspettassero al varco. Darebbe la lettera a lei? gliela metterebbe nel cestino? e se la zia Costanza andasse a frugarvi dentro, e la trovasse? Darla e lei dunque…. Ma come? con che scusa? Ah, la cosa non era così facile come aveva creduto sulle prime!
E s'era deciso a ritornare al vecchio progetto, vo' dire a quello d'una dichiarazione a voce, quand'una sera lei lo trasse in disparte in fondo alla terrazza, e, con gran mistero, gli domandò se sapesse far dolci.
Il giovane cascò dalle nuvole!
—Dolci?… no, non ne so fare, rispose.
—Non ne hai visti fare nemmeno?
—Nemmeno.
—Oh!… E la fanciulla mise un sospiro.
—Ma perchè mi fai….
—Mi pare che la nonna ne soleva fare.
—Sì.
—E non t'è venuta mai la curiosità di salire in cucina in quell'occasione…. di domandarne almeno la ricetta!
—No, non me ne sono curato. Ma….
—Hai fatto male, disse lei gravemente: un giovine deve saper fare un po' di tutto.
—Ma perchè mi fai codeste domande insomma?
—Sai, domani è il compleanno del babbo…. volevo fargli una sorpresa…. Avremmo fatto un dolce noi due in segreto, e Lisabetta l'avrebbe presentato a tavola, dopo aver finto prima di passare la frutta…. Capisci ora?
Il giovane capiva pur troppo! capiva che sarebbe stata una bell'occasione quella per far la sua dichiarazione, e gli sfuggiva per non saper far dolci! Non essergli venuta mai la voglia d'imparare a farne! Aveva ragione la cugina, un giovane deve saper fare un po' di tutto. Però non si dette per vinto così presto.
—Potremmo fare un riso col latte….
—Bravo! esclamò Lola, battendo le mani come una bambina.
Il riso l'aveva, il latte l'avrebbe fatto portar di nascosto in cucina dal zu Giorgi l'indomani prestissimo…. Ma s'arrestò a un tratto; s'appoggiò alla ringhiera avvicinandosi di più al giovine, e voltosi verso di lui, soggiunse: Ma siamo sempre da capo…. Come si fa?
Giovanni scrollò la testa. L'aveva mangiato a casa sua tante volte, era il caval di battaglia della nonna, e aveva guardato con tanto d'occhi il babbo a farne delle scorpacciate. Non sapeva altro.
—Come si fa…. come si fa…. cominciò a dire. Ci vuol lo zucchero certo.
—Oh, la bella scoverta! esclamò la giovinetta ridendo. Lo zucchero va in tutti i dolci.
—Si bolle il riso.
Qui ci fu una gran discussione. Si bolliva nell'acqua? Si bolliva nel latte? Lo zucchero si metteva prima? dopo? a bollire col riso?… Compresero che avrebbero fatto un pasticcio.
—Una crema, propose la fanciulla. Ma eran sempre daccapo. E restarono in silenzio, a pensare ciascuno dal canto suo come risolvere il difficile problema: poichè se a Giovanni rincresceva di non trovare una maniera qualunque di fare quel benedetto dolce, a Lola, forse per le stesse ragioni, dispiaceva ch'ei non la trovasse.
Ma a un tratto essa alzò la graziosa testolina, e mise il dito alla bocca.
—Aspetta…. aspetta…. E senz'altro via di corsa, lasciando il giovane in asso.
Tornò poco dopo, con in mano il calendario che don Alessio teneva appeso a un chiodo nella parete sopra il tavolino.
Un grosso cuoco in berrettino bianco, e grembiale di tela, con una casseruola in una mano e un mestolo nell'altra, col faccione rubicondo aperto in un beato sorriso, faceva bella mostra di sè sul cartoncino inverniciato, sul quale era incollato un pacchetto di foglietti che portavan scritto, la data del giorno, il santo, il mese, le fasi della luna, l'ora del mezzogiorno e della mezzanotte, un avvenimento storico; e dietro una pietanza nuova, qualche dolce e la maniera di apparecchiarli.
L'uno stretto all'altro, agitati da una dolcezza indicibile, cominciarono a sollevare a uno a uno que' foglietti, e a leggervi dietro, curandosi di non staccarli per non fare andar in collera il babbo.
Trota in gratella…. spinacci in teglia…. lesso di cavolfiore…. frittura di pesce…. ragout di filetto…. ceci e tagliatelle…. Nemmen l'ombra d'un dolce! Diavolo, cominciavano a esserne inquieti, quando la fanciulla mise un piccolo grido,… Torta di pasta dolce con crema!
Aveva trovato quel che cercava. Staccò il foglietto pian piano, e si misero a leggerlo. «Prendi cinque o sei….»
Ma si rimescolarono a un rumore di passi, e nel voltarsi vivamente, Lola vide entrar nella terrazza donna Costanza. Nascose in fretta calendario e foglietto sotto al grembiale, e fare cenno a Giovanni con rapido aprir d'occhi.
La zia s'avanzò col suo passo grave, squadrò, i due giovani, e disse:
—Cosa fate lì voialtri due?
—Noi? rispose Lola. Nulla.
—Nulla, ripetè Giovanni arrossendo un pochino.
—Che cosa hai nascosto sotto al grembiale mentre io entravo?
—Io…. sotto al grembiale! riprese la fanciulla con tutta naturalezza. E mostrò le palme delle mani. La furbetta, voltandosi un poco, era riuscita a cacciar in tasca ogni cosa.
La zia Costanza li minacciò col dito, poi si fece alla madia dove teneva a seccare la conserva di pomodoro, la rivoltò con un cucchiaio di legno, e se n'andò.
L'indomani i due giovani s'incontrarono nell'anticamera, e si fecero dei cenni. Quanta delizia già in quella piccola congiura!
A volere che la cosa andasse, bisognò mettere a parte del segreto Elisabetta. Lola riuscì a prender di soppiatto zucchero, ova, fior di farina, cioccolatta e via discorrendo: Giovanni stava alle vedette. Quando tutto fu pronto, scesero in cucina. Lessero e rilessero quel piccolo fogliettino, forse più di quel che era necessario, unicamente per il piacere di starsene così vicino l'uno all'altro che sentivano il calore delle loro guance, il tocco leggiero de' capelli, per il piacere di guardarsi negli occhi da vicino nel voltarsi per commentare quelle parole in verità punto sibilline.
Ma in questa entrò la zia…. Diavolo, non ci avevano pensato che quella benedetta donna trottolava per la casa dalla mattina alla sera! non c'era che fare, bisognava mettere anche lei a parte del segreto.
Donna Costanza sorrise di compiacenza, giurò di non fiatare; volle che le si leggesse il foglietto, dette qualche consiglio, assistette ai primi preparativi. Ma aveva ad accudire ad altre faccende e se n'andò.
—Lisabetta, non c'è acqua, disse Lola che ne cercava nelle brocche. E la serva, che aveva finito d'infornare allora allora la torta, andò a prenderne.
Restarono soli.
Via, era l'ora… una simile occasione perdio, non sarebbe capitata mai più. Ma Giovanni tremava, parevagli che una mano gli stringesse la gola…. E il tempo passava…. Oh, egli soffriva realmente! Anche lei tremava la poveretta, e si affaccendava senza scopo di qua e di là, tanto carina con le braccia a metà nude, e il grembialino bianco, e le ciglia impolverate leggermente di farina.
—Lola…. disse finalmente il giovine con voce soffocata, avvicinandosele.
E lei che si faceva al forno per vedere a che punto di cottura fosse la torta, si fermò, e si voltò col viso in fiamme e gli occhi lucenti…. Ma giusto in quel punto, risonò il passo della serva che ritornava con l'acqua. Giovanni aveva perduto troppo tempo a decidersi! Si discostarono bruscamente; e lei al colmo dell'agitazione, dimenticando di premunirsi del cencio, afferrò il manico del chiusino con la mano nuda…. Cacciò un grido e lo lasciò subito. Era arroventato. A quel grido il giovine si voltò, comprese, fece un balzo verso di lei, le prese la mano, e guardò.
—Ti sei scottata?….
—No, rispose la fanciulla vivamente e cercando di ritirare la mano, no…. davvero…. è niente…. E sorrideva mentre gli occhi le si riempivano di lacrime.
—Come! ti par niente! oh, non vedi che alzan le bolle….
Lisabetta…. presto…. acqua….
E Lisabetta, che, posata la brocca in fretta, era corsa anche lei, ne prese in un catino. Giovanni vi immerse la mano della fanciulla, tenendola sempre tra le sue, costernato e nell'istesso tempo agitato dolcemente.
—Ti senti meglio?
—Sì, rispondeva lei. E si ricambiavano mille carezze con gli occhi e col tono della voce.
VI.
Con tutto ciò il dolce non riuscì tanto cattivo, e a tavola vi fecero onore tutti, il prete, in ispecie, che non risparmiò i superlativi. Ma chi fu proprio tocco da quel grazioso pensiero, fu don Alessio che dovette contenersi per non fare i lucciconi. Egli avvolse in un unico sguardo di tenerezza la figliuola e il nipote i quali rimbeccavano donna Costanza, che, con qualche motto in proposito del famoso dolce, gli andava stuzzicando scherzosamente. Però questo solo sfogo non bastò ai suoi affetti traboccanti, e voltosi al reverendo che diluviava a scoppiacorpo, cominciò a parlargli sottovoce, dando di tratto in tratto delle occhiate amorose alla figliuola. Ne aveva quella sola, e l'adorava, era proprio la parola adatta, l'adorava! e lei se lo meritava, la poverina, ch'era un angelo di virtù e di bontà. Sua moglie, bon'anima, gliel'aveva raccomandata tanto! e non aveva nulla a rimproverarsi: l'aveva cresciuta bene, educata bene…. (aiutato in tutto dalla sua buona sorella era vero) aveva lavorato tanto per lei, ch'era riuscito a farle una dote…. discreta. E disse delle compre ch'avevano fatto, dei miglioramenti co' quali aveva triplicato il valore dei suoi fondi. E sempre per quella benedetta commozione che fa parlare più del dovere, toccò un certo tasto: oltre alle compere, oltre ai miglioramenti, privandosi del superfluo, era riuscito a mettere insieme un tesoretto…. la figliola l'avrebbe trovato alla sua morte tutto in bella moneta d'oro e d'argento, la sola moneta sicura.—Chi la sposerà non farà un cattivo affare di certo…. e….
Ma troncò lì il discorso, l'attenzione degli altri essendosi rivolta verso di lui.
Finirono tardi di desinare, poi andarono a spasso.
Il prete era pensieroso. Ascoltava donna Costanza che gli raccontava un suo sogno dal quale intendeva ricavare i numeri e giocarli tanto era strano.
—Mi pareva ch'era di domenica, e attraversavo il paese per andare alla parrocchia a sentir la messa cantata. Per le strade non c'era un'anima: però sentivo un bisbigliare confuso, senza potermi capacitare di dove venisse. Guardai a destra, guardai a sinistra, guardai in aria, nulla! E quel bisbigliare seguitava non solo, ma cresceva dietro di me via via che andavo avanti. Allora presa dal terrore affrettavo il passo tanto che finivo con mettermi a correre. Arrivavo nella piazza proprio trafelata. La porta grande della parrocchia era parata a nero, si sentiva un salmodiare, che, senza sapermene spiegare il perchè mi faceva drizzare i capelli sulla fronte. Guardo a destra…. e che vedo? una cosa orribile! giù in fondo alla strada un gruppo di gente che mi mostravano a dito: però erano impalati ne' loro vestiti neri, avevano le facce color di cera, gli occhi spenti… Son morti, pensai con raccapriccio…. Guardo a sinistra, altri morti; ma quelli ridevano piegati in due con le mani sulle ginocchia; guardo nel vicolo accanto alla casa degl'Inchilli, morti che mi facevano segno d'avvicinarmi. Mi volto per ritornare indietro, ma altri morti sbucavano dalle strade laterali e venivano verso di me guardandosi e consultandosi. Allora quasi pazza di terrore, corro per rifugiarmi in chiesa. Ed eccoti che per quanto corressi non riuscivo a fare che un brevissimo tratto di strada: e i morti crescevano, crescevano d'ogni lato: tutta la strada n'era piena zeppa… già mi circondavano…. mi toccavano quasi…. Oh, Dio!… Finalmente riuscii a salire il primo scalino…. il secondo…. il terzo…. misi il piede in chiesa. Lì a un tratto diventavo leggiera come una piuma: mi pareva d'andare sfiorando appena il pavimento. Le navate erano parate a nero, e nel mezzo della principale c'era una morta stesa sopra una bara e circondata di ceri: i preti, in paramenti neri, cantavano la messa all'altar maggiore. Io mi avanzavo: ma arrivata vicino a quella morta, cacciava uno strido. Mi svegliai. In quella morta avevo riconosciuta me stessa.
—Che gliene pare?
Il reverendo si voltò come un trasognato.
—Di che cosa? domandò a sua volta..
—Ma del sogno che gli ho raccontato!
—Bello, bello davvero.
—Bello!! un sogno simile!!
—Bello!… dico bello così…. per dire…. bello insomma perchè ci sono i numeri con certezza.
—Volevo ben dire!… Dunque…. per me prenderei prima d'ogni altra cosa morti.
—Sessantasette, approvò gravemente il prete che sapeva il libro dei sogni sulla punta delle dita.
—Poi messa cantata, è chiaro.
—Messa cantata ottantanove.
—Ma un momento…. i morti si movevano.
—Morto che si muove trentuno.
—In ultimo, spavento.
—Novanta.
Don Alessio camminava avanti con la figliuola da un lato, e il nipote dall'altro. Raccontava loro quante gherminelle aveva teso a Filippo Mesi per indurlo a vendergli un fondo limitrofo alle terre di Badalà, che poteva valere un par di centinaia d'onze tutt'al più: come, finalmente, non potendo venirne a capo per nessun verso, gli s'era presentato un giorno nel fondo stesso con cinquecent'onze d'argento nella bissacca sulla baia, una famosa cavalla che aveva in quel tempo. E lasciato un discorso e presone un altro, cominciò ad enumerare i pregi della cavalla.
Una gioia schietta agitava dolcemente l'anima della fanciulla, le trapelava dal bel viso. Interrompeva con un'esclamazione di piacere il racconto caloroso del padre a ogni cespo di fiori che vedeva lungo il ciglio dei fossi, correva a saccheggiarlo, se n'adornava con grazia infantile il petto, e' capelli. Brividi voluttuosi scorrevano pel corpo di Giovanni, che, felice di vivere, aspirava gli acri profumi dei nocciuoli, le cui chiome d'un verde cupo sopravanzavano i muri dall'un lato e dall'altro della strada, taceva, ascoltava, dava spesso alla cugina de' lunghi sguardi appassionati.
Quando tornarono alla villa, alla parrocchia sonava l'avemaria.
Don Alessio fece accendere i lumi, fece preparare il tavolino, e la partita cominciò.
—Danaro.
—Prendo con una donna.
—Bastoni.
—Spade….
Ma il reverendo giocava molto distratto. Egli non solo perdette quella partita ma cinque o sei altre in fila: sicchè don Alessio non ci capiva proprio nella pelle a cagione di quel fortunato accidente non mai successo dacchè giocavano; e si rifaceva motteggiandolo.
Giovanni in piedi, guardava rodendosi dal dispetto: doveva sorridere allo zio, il quale, a ogni facezia che diceva gli rivolgeva uno sguardo, e Dio sa come sorrideva.
Perchè Lola aveva salito in fretta, ed era andato diviato nella sua camera «che vi faceva per tardar tanto?… Che vi faceva? lo sapeva lui che vi faceva! Non lo amava, insospettita dalla scena della mattina ch'egli volesse dichiararle il suo amore, voleva fargli comprendere con bel garbo che ne abbandonasse il pensiero. Ebbene…. la contenterebbe. L'indomani, partiva, in quella casa non ci avrebbe messo più piedi….
Tuttavia pensava con amarezza che la sua posizione era orribile…. Che figura umiliante! Dio, che figura umiliante! Ma chinava le spalle, poichè non c'era rimedio: bisognava pensarci prima piuttosto; non esser tanto animale da spingersi sino a quel punto, in cucina; considerare come un salutare avvertimento la forte ripugnanza ch'aveva sempre sentita tutte le volte che il suo cattivo genio gli suggeriva di spiegarsi…. Ma d'altra parte chi poteva supporre…. chi poteva pensare…. Essa lo guardava con tanta tenerezza, usava con lui que' modi atti a incoraggiarlo piuttosto…. Che sciocco! O che importava ciò? Era civetta: tutte a un modo le donne.
Andò a sedersi nel terrazzino, e abbandonò il capo sulla palma della mano, abbattuto per quel leggiero e dubbio incidente, proprio come se si fosse trattato d'un affar grave e certo.
Ma un odore di fiori campestri lo fece trasalire: alzò la faccia. La fanciulla che s'era avvicinata bel bello, stava davanti a lui, e lo guardava inquieta.
—Che hai?
—Nulla…. mi duole il capo.
—E stai al fresco?
—Mi son seduto qui apposta…. un poco d'aria mi farà bene.
Lei stette ancora a guardarlo come per accertarsi che non si trattava di cosa grave, poi, certo rassicurata, andò a prendere una sedia e sedè al solito accanto a lui.
No, una fata col suo tocco magico non avrebbe potuto operare nel giovine un cambiamento così completo e istantaneo. Egli sentì allargarsi il cuore, sentì svanire i dubbi, sentì che l'anima sua era ripresa dal fascino dell'amore.
Lei taceva; e un respiro concitato le sollevava il petto. La manina bruciata, cinta d'una fascia bianca, era lì nel grembo, tentatrice più del solito….
Giovanni la prese dolcemente tra le sue, e l'accarrezzò. Lola non la ritirò: abbassò gli occhi e arrossì.
—Ti fa male ancora? domandò il giovine con un fil di voce.
—No, mormorò lei.
E stettero così, palpitanti, in un rimescolio pieno d'incanto.
Ma egli si fece più ardito; le cinse la vita con un braccio; senti ch'essa s'abbandonava e la strinse appassionatamente.
—T'amo…. mormorò con voce tremante. T'amo….
La fanciulla trasalì. Alzò lentamente gli occhi umidi di tenerezza sul viso di lui, poi li abbassò con un sospiro.
I fiori ch'essa aveva sul petto e tra' capelli, esalavano un soavissimo odore, mentre i grilli col loro canto monotono, li addormentavano in quell'estasi che provavano completa per la prima volta.
VII.
Padre don Giuseppe intanto seguitava a perdere. La testa al giuoco il degno sacerdote non ce l'aveva per nulla: a quella malaugurata confidenza fattagli a tavola dal povero Berlingheri egli, scosso violentemente, aveva dato quel passo che separa la colpa del delitto, aveva risoluto di metter le mani a qualunque costo sul danaro dell'amico. Non un rimorso, non l'ombra d'un rammarico, una gioia feroce, la soddisfazione d'aver finalmente colta al varco, e per un caso veramente fortunato, quella buona occasione che aspettava da tanto tempo…. Non se la sarebbe lasciata scappare!! Ma questa sua risoluzione, per quanto tenace, s'era imbattuta subito in un ostacolo non facile a superarsi, benchè sotto la forma di due parole, e un punto interrogativo: «E come?»
Qui un subbuglio di pensieri. Insinuarsi destramente nell'animo dell'amico, e cavargli di bocca dove teneva nascosto il tesoro? La cosa non sarebbe stata tanto difficile…. Ma poi?…. Doveva tenerlo certo nella sua camera, e in qualche altro luogo riposto…. Come penetrarvi, come avere il tempo d'operare? Correrebbe novantanove gradi di probabilità su cento di perdere la riputazione o peggio, senza guadagnar nulla. Aprirsi con Lisabetta…. e fare il tiro mentre i padroni fossero fuori di casa?… Umh…. Lisabetta stava coi Berlingheri da trent'anni, doveva essere incorruttibile…. Oh, se avesse potuto far con Lola quel che aveva fatto con l'altra…. ma quella fraschetta gli aveva imposto sempre con quell'aria di regina che assumeva a ogni benchè leggiero tentativo…. Con donna Costanza…. Sorrise internamente, trovando buffa l'idea. Tuttavia pensò che ci sarebbe potuto riuscire: peccato che la cosa non gli fosse venuta in mente prima…. una donna brutta e vecchia, quando si sa fare, si tira a quel che si vuole! Disgraziatamente era troppo tardi: una simile faccenda richiedeva del tempo, egli non voleva aspettare, poichè poteva darsi benissimo che nel frattempo all'amico saltasse il grillo d'impiegare i danari, e non gli garbava punto di restare a denti asciutti. Come dunque? E bruciato dalla febbre della cupidigia, vi aveva fatto il capo grosso a passeggio, mentre giocava, ci fece il capo grosso nell'andarsene a casa, ci fece il capo grosso seduto al tavolino mentre faceva dei ghirigori con l'indice sulla coperta impolverata del breviario, a cena, a letto nell'insonnia. E come?… E come?… ed era la sua tortura.
A volte si credeva in possesso del tesoro, e l'impiegava in mille modi. Davanti agli occhi poi, ci aveva un barbaglio d'oro e d'argento: vedeva napoleoni e dodici tarì in ogni punto, come un allucinato; se ne sognava delle cascate addirittura con un tintinnio carezzevole all'orecchio.
E se il suo pensiero fosse volto ad altro, lo rimettevano in carreggiata i danari che dava la mattina alla serva per la spesa, le posate a tavola, i bottoni di metallo de' giubboni dei contadini che incontrava per strada, la catenella d'oro, il pomo d'argento del bastone d'un amico, la sua tabacchiera…. i candelieri dorati dell'altar maggiore, i turibuli allineati nell'armadio socchiuso della sagrestia, il calice, i ricami d'oro degli arredi…. Sin nell'ostia che alzava tra le dita per consacrarla, al posto del Cristo in croce, ebbe a vedere diverse volte una nube d'oro!
E diventava più feroce nella brama: e con una strana fosforescenza negli occhi, e quel color di febbre che non lo lasciava nè notte, nè giorno, ripeteva in sè stesso cocciutamente ch'egli lo voleva quel tesoro, sì, lo voleva!… anche se per impadronirsene fosse stato necessario di passare sui cadaveri di suo padre e di sua madre.
E come…. e come… Ed era la sua tortura.
Cominciò a vagar per le strade come un trasognato, rendendo il saluto senza sapere a chi lo rendesse; a rispondere a sproposito nei consulti, non a tono nelle conversazioni; a passeggiar continuamente come una bestia feroce nella gabbia, brutto, con le mani dietro la schiena, quand'era in casa….
Un giorno arrivò anche ad ascoltare le querimonie d'un debitore carico di famiglia, il quale voleva una dilazione: e a gran sorpresa del meschinello rispose con un «va bene, si vedrà» che non aveva mai detto dal tempo che s'era messo a spogliare i poverelli!
—Che ha padre don Giuseppe? cominciavano a domandarsi in paese.
—Ma!
—Che ha padre don Giuseppe?
—Ma!
E amici e conoscenti n'erano proprio inquieti, tanto più che il loro
Salomone non pareva avesse più quella lucidità di mente meravigliosa.
Che stesse per impazzire? Oh, Dio nol volesse! Quella sarebbe stata
davvero una grave sventura per il paese.
Ma egli non impazziva, no: l'aveva saldo il cervello, benchè un pensiero glielo martellasse dalla mattina alla sera, senza profitto. Che diamine era successo dunque in lui, sempre d'ingegno così sveglio? non era più quel Peppe d'un tempo che aveva ideato quel bel tiro delle posate?
E un giorno a quest'idea gli si presentò davanti agli occhi la figura losca di don Castrenze. Avevano continuato a essere amici, avevano riandato sempre il tempo passato…. Anche lui aveva seguitato a cercar d'ingegnarsi: come avesse pagato il debito ai Salamaria si sapeva. Era sicuro perciò che in questo frangente l'avrebbe aiutato volentieri. Sì, era una buona ispirazione la sua, il cuore non l'ingannava. In due avrebbero veduto meglio nella cosa. Ed egli che non ci aveva pensato prima!
Non mise tempo in mezzo: si buttò il ferraiuolo sulle spalle, prese il cappello, e uscì.
Il galantuomo giusto era in casa. Ricambiarono i saluti e sedettero; parlarono per un pezzo del più e del meno, e infine il reverendo entrò con bel garbo nella faccenda per la quale era venuto.
Ma il volpone voleva tastar prima il terreno: operare con cautela era la sua massima, e trattandosi di ciò non perdeva mai la bussola. Fece cadere il discorso su don Alessio. Per indisporre Castrenze contro il vecchio, gli disse ch'era stato lui a buscherarlo nell'elezioni: l'aveva cantato chiaro a cena, la sera ch'era arrivato don Giovannino, il nipote.
Osservò con soddifazione che gli occhi dell'amico mandavan fiamme addirittura, ascoltò pacatamente il sacco di vituperi che questi vomitò contro il Berlingheri. Allora cominciò a far le parti del galantuomo, pioggiandolo accortamente, dicendogli ch'egli aveva preso le sue difese, convincendolo del bene che gli aveva sempre voluto e gli voleva. Era l'amico d'infanzia, il vecchio compagno delle scappatelle passate. Oh, i bei tempi d'allora! Si ricordava eh, quella graziosa burla delle posate!
Il galantuomo cambiata a un tratto l'espressione del viso, dichiarò che non poteva pensarci senza sbellicarsi dalle risa, e rise battendosi le coscie. Al che il reverendo trasalì di gioia: ora s'inoltrava più sicuro nel suo discorso, un vero capolavoro con tant'arte, con tanto accorgimento, l'aveva condotto! Quand'ebbe dato gli ultimi tocchi, ritornò a parlare di don Alessio; prese un'aria di mistero e disse del tesoro.
Qui s'animò, s'accese, le sue frasi diventarono poetiche, e affascinò l'amico addirittura.
Lo fece restare a bocca aperta nel provargli con cifre, vuol dire matematicamente, che il tesoro doveva montare a diciottomila onze! Manasia era affittato mille e duecent'onze all'anno; il fittaiolo aveva l'obbligo di pagare la fondiaria e la sopratassa comunale: la Ceppa, diciotto salme di terreno tutto seminativo, a buttarla giù non doveva dar meno di duecent'onze all'anno: Badalà, l'aveva sempre sentito dire all'amico, gli dava legna, vino, olio, frumento, e legumi per uso di casa, ecc.: i canoni di Serravalle rendevano quattrocento cinquant'onze all'anno. Pareva non ci fosse altro…. no, non c'era altro. Mille e duecento, dunque, e duecento, mille e quattrocento, e quattrocento cinquanta, mille ottocento cinquanta. Metteva mille ottocento via, numero rotondo, i cinquanta andavano per il resto della fondiaria. Il vecchio non spendeva più di trecent'onze all'anno…. quattrocento, là. Ne restavano mille e quattrocento. Ah…. comprava delle terre ogni anno. Bene, metteva c'impiegasse cinquecent'onze: non di più certo…. Da mille e quattrocento dunque, leva cinquecento, ne restano novecento. Erano vent'anni che don Alessio accumulava quella somma! Novecento per venti facevan giusto diciottomila!!
Allora, veduto l'amico ansante sotto al fascino di quella cifra, parlò chiaro: voleva impadronirsene a ogni costo, chiedeva il suo aiuto, avrebbero diviso, s'intendeva.
Castrenze accettò la proposta con grand'entusiasmo; nella foga dell'ammirazione e della riconoscenza, arrivò anche ad alzarsi, e a correre a stringersi nelle braccia il colosso, egli piccolo, grassotto, con gli occhi uno a Cristo e l'altro a S. Giovanni in quel suo muso di faina!
L'aveva sempre detto lui, ingegno come quello di Peppe non ce n'era, no, non ce n'era: e i più scaltri poi non eran degni neppure di legargli le scarpe. Diciottomila onze! una fortuna per Gesù Cristo! quelli erano affari! Si poteva rischiare a occhi chiusi la libertà…. e anche la pelle, per una simile conquista! Bravo, aveva fatto bene a parlarne con lui.
E quand'ebbe sfogata tutta la sua gioia, e l'amico l'ebbe ascoltato approvando, ventilarono la cosa rossi dal piacere, e con gli occhi lustri.
Era chiaro, loro due soli non potevano fare il tiro, tanto più che il prete non voleva cercar d'appurare dove don Alessio tenesse nascosti i denari: bisognava dunque ricorrere ad altri, benchè in questo caso verrebbe a toccar meno a ciascuno: ma non c'era scampo, o bere o affogare. Allora il reverendo propose qualcuno del paese. Ma don Castrenze tentennò il capo, non eran uomini quelli, de' quali si sarebbero potuti fidare. La villa era vicinissima al paese; anche che riuscissero a penetrarvi con l'astuzia, non potrebbero spennare il gallo senza che stridesse…. e non contava le galline…. epperò un chiasso, un diavoleto che potevano attirar carabinieri e paesani armati da quelle parti, e compromettere ogni cosa; figurarsi poi a volerci entrare di viva forza, unico mezzo forse. No, no, prima di tutto era necessario allontanar quel pericolo.
Egli sapeva chi li avrebbe levati d'imbarazzo: dovendo dar parte della somma a qualcuno, meglio darla a uomini sul cui aiuto potevano contar senza meno, ch'avrebbero assicurato la riuscita della cosa, allora com'allora molto dubbia…. Dovevano esserne con don Peppino. Aveva un amico che l'avrebbe fatto abboccare col capobanda: Peppe fidasse in lui pienamente. Peppe approvò; lodò la sagacia e la prudenza di Castrenze…. gli raccomandava però…. di non compromettere la sua veste sacerdotale. E avendogli questi detto che in ballo ci avevano a esser tutti, rispose che anche lui l'intendeva così; ma voleva che lo si facesse passare per un tal Serafini, campiere a spasso: all'occasione si sarebbe travestito da campiere.
Presa dunque questa deliberazione, stettero a parlare ancora della casa. Fermavano la maniera di diportarsi entrati in casa, com'essere: far cantare a ogni costo l'amico nel caso che non volesse cantare; tenere gli occhi alle mani dei compagni, ladri, ma ladri! ch'avrebbero potuto far sparire un migliaio d'onze in men che non si dice. Discutevano il come cancellare in seguito ogni traccia del reato; si sarebbero travestiti, avrebbero poi fatto sparire gli abiti, si sarebbero procurato un alibi…. Se riuscivano a metter le mani su' danari volevano goderseli in santa pace, che diavolo! Arrivarono anche a far progetti sul come l'avrebbero impiegati: il prete voleva ingrandire il suo fondo della Rupe, don Castrenze voleva metter su negozio di frumento, darlo a' contadini nell'inverno a quattro tumuli a salma…. Ciò dava il benefizio del ventiquattro per cento; non c'era mica male!
Si separarono coi cervelli in fiamme, dandosi la posta per l'indomani, chi sa fosse sfuggita loro qualche cosa.
E l'indomani don Castrenze che la notte non aveva dormito, andò ad aspettare il prete in piazza, vicino la porta piccola della parrocchia dove questi era solito dir messa.
Mezz'ora dopo il reverendo venne fuori in fretta. Nemmen lui aveva dormito la notte; era uscito presto; aveva vagato per il paese come un cagnaccio randagio; aveva abborracciato la messa col capo pieno di pensieracci; e correva al ritrovo.
—Bisogna far presto, disse sottovoce a don Castrenze, proprio presto…. può darsi che l'amico impieghi i danari; resteremmo con un palmo di naso.
Don Castrense accennò di sì col capo a varie riprese. Anche lui era di quel parere: partiva a momenti, andava a trovar l'amico che doveva farlo abboccare con don Peppino. E fattesi reciproche raccomandazioni e reciproche proteste, si divisero. Don Castrenze era già lontano, quando il reverendo lo richiamò con un «pst pst» energico. Voleva dirgli si ricordasse di non compromettere la sua veste sacerdotale….
Serafini…. campiere a spasso…. restavano intesi….
—Si parla una volta, rispose il guercio, stringendo la mano che l'altro gli tendeva come ultima raccomandazione.
VIII.
Il galantuomo desinò un po' più presto del solito. Alzatosi da tavola, sellò il morello, mise nelle bisaccie il gabbione col furetto, due pani bianchi, un fiasco di vino, un quarto di ricotta salata, un po' di salsiccia e quattro sedani: e montato a cavallo, con Vespa e Monaca dietro partì per Pietracaduta.
Arrivò sul far della notte. La luna già levata in un cielo senza una nuvola, batteva sulle vecchie mura della masseria con la mandria da un lato riparata da spini su' muriccioli a secco, si specchiava nell'abbeveratoio vicino, facendone scintillare le acque, increspate da un leggiero venterello. Dietro, sotto a' suoi raggi, verdeggiava tutt'in giro la costa, senza un albero, sparsa qua e là di sassi, e sulla cui sommità spiccava nell'azzurro un mastino acculato che abbaiava.
Allo scalpitìo del cavallo s'affacciò alla porta un contadino.
—Ehi!
—Ehi!
—Che volete?
—C'è compare Giorgi?
—C'è. Si voltò verso l'interno, e chiamò:—Su Giorgi!… su
Giorgi!…
—Oh.
—C'è uno che cerca di voi.
Un momento dopo comparve il campiere. La luna l'illuminò tutto, facendo luccicare i fregi di rame della giberna ch'aveva ad armacollo: era un uomo chionzo dal naso a trombetta, con una barba ispida, e nera: era vestito di bordiglione, portava, schiacciata indietro sul capo una scarzetta di felpa con una lunga nappa di seta.
—Ehi!
—Salutiamo, compare Giorgi.
—Oooh, don Castrenze!
Il galantuomo era sceso da cavallo; s'abbracciarono e si baciarono.
—Quant'è che non lo vedo!…. Presto, Masi, conduci il cavallo nella stalla; levagli le bisaccie di dosso e portale su. (Poi avviandosi con l'amico)—Come va tanto bene?
—Son venuto un po' per vedervi, è un secolo che non si fa quattro chiacchiere….
—Grazie.
—Un po' perchè mi bisognano un par di conigli per regalarli.
—Ci corre con poca fortuna: l'altr'ieri ci furono quattro cacciatori di Cammarata, e spazzarono via ogni cosa…. Basta, con tutto ciò non resteremo a denti asciutti; so certe tane in un dirupo….
Frattanto erano entrati nella fattoria. Giorgi andò a staccare da un chiodo una lucernetta di latta, e s'incamminò facendo lume. Salirono per una scaletta ripida di cinque o sei gradini, e vennero nella stanza de' campieri. Era piccola, a tetto, dalle pareti sudice: a sinistra due letti con le panchette di legno, e su ciascuno uno strapunto abballinato a quadretti bianchi e azzurri; a destra un deschetto addossato alla parete, e due rozzi sgabelli. Al capezzale de' due letti tre o quattro immagini di santi affumicate, incollate con midollo di pane, un fascio di taglie di ferula. Da tutta quella roba esalava un puzzo di caprino ch'appestava.
Giorgi Ciulla posò la lucerna sul deschetto.
S'accomodi, disse all'amico accennando uno sgabello, e mi permetta: vado a preparare qualcosa da mangiare: si contenterà del poco che c'è. Se avessi saputo….
Entrava Masi con le bisacce.
—Non state a incomodarvi, compare, ho portato un po' di salsiccia. E fattosi incontro al contadino, la cavava fuori dalle bisacce coi sedani, il pane, il fiasco e la ricotta: dava l'una al campiere, posava le altre cose sul deschetto.
—Oh, non c'era proprio bisogno…. basta, sempre compito don Castrenze! E Giorgi, dicendo ciò solo per cerimonia, stendeva la mano, e pensava con piacere che di quella salsiccia ne prenderebbe una satolla.
Mezz'ora dopo i due amiconi erano seduti al deschetto senza tovaglia, davanti alla salsiccia che aveva quel bel colore dorato degli arrosti cotti appuntino. Giorgi si levò di tasca il coltello, l'aprì, e si mise a tagliare il pane: dette la parte dell'orliccio all'amico, ne posò un'enorme fetta accanto al suo piatto; partì la salsiccia, aspettò, lasciandoci gli occhi sopra, che l'amico si servisse, infilzò il coltello in un rocchio, e si mise a mangiare a bocconi doppi.
—E che si dice, compare Giorgi, domandò il galantuomo ammiccando.
—E che s'ha a dire, don Castrenze, rispose con la bocca piena: ci angustiano.
—Al solito, eh?
—Già.—E tra un boccone e l'altro prese l'aire.—Vengono quegli sbirroni de' carabinieri, si mangiano mezza masseria, poi fuori con la solita storia: ci avete a far pigliare i briganti, se no all'isola! vengono quegli sbirroni dei militi, spazzano il resto, e poi: ci avete a far pigliare i briganti, se no all'isola! i soldati l'istesso, con la differenza però che quegli lì se gliene date, ne prendono, se no, niente. Ma siate ragionevoli, noi che l'abbiamo legati alla cintola i briganti? nella masseria non ci vengono…. A chi lo dite? è come parlare al muro. A me mi paiono pazzi! Lasciamo stare che non potremmo mostrarci più a fronte scoperta, che ognuno avrebbe il diritto di sputarci in faccia, mi spiego?…
Il galantuomo alzò le sopracciglia, e approvò col capo.
—Ma quando ci fosse toccata una schioppettata nella schiena, seguitò
Ciulla, o che loro ce la leverebbero?
Infilzò il coltello in un altro rocchio al quale attaccò un morso, e abbassando la voce riprese:
—Prima che venisse don Peppino dalla Calabria, i briganti di Sicilia, parlo di quelli de' nostri tempi s'intende, non erano che la…. (e disse la parola) di tutti i briganti! tanti scassa pagliai buoni solo a rubar cavalle, mule, caci, scappolari, o barde o bisacce, assaltavano qualche volta il procaccio, facevano qualche sequestro…. ma che razza di sequestri: fatti senz'abilità e senz'accordo….
—Come quello del marchese di S. Gabriele, per esempio.
—Appunto. Ma venuto don Peppino la cosa cambiò aspetto: si cominciarono a far furti seri, si cominciò a fare alle schioppettate con la forza, a ammazzar spie, a organizzare sequestri, veri sequestri…. Non parliamo di quelli de' fratelli Sala; la colpa fu di compare Vincenzo, che, lasciato a guardia de' sequestrati, pensò d'ubbriacarsi….
—Che bestia!
—Lei lo sa, i due giovini che non erano minchioni, gli fracassarono il cranio con una terribile legnata, e se la svignarono. Ma quello di Salemi però fu fatto da maestri, quel che si dice da maestri.
—È vero.
E il campiere trasportato dalla mania che aveva di chiacchierare, usciva sempre più dal proposito: ora raccontava i particolari del sequestro Salemi.
—Lei non l'ignora certo, propose l'affare don Santo Rufola soprastante dei Carabillò. Per mezzo suo si sapeva che Salemi doveva andare a Termini, anche l'ora della partenza s'era appurata, e ch'egli portava dei salsiciotti che doveva regalare al suo avvocato! Don Peppino fa appostare i suoi uomini a Sbalzo di Franco, tra gli ulivi sopra lo stradale: lui in stivaloni verniciati e giacchetta di velluto, a cavallo alla sua storna sellata come la cavalla d'un principe, si mette a passeggiare fumando tranquillamente. Che razza d'uomo, eh!
—Per Gesù Cristo!
—E in pochi giorni, duemila e cinquecent'onze in tasca, in barba a tutti gli sbirri della Sicilia!… Ah, la vita del brigante ha de' pericoli, ma è bella soggiunse con un sospiro. Borsa piena, libertà, senza pastoie di legge e del diavolo! Se non avessi moglie e figliuoli!…
E annaffiò il suo rammarico bevendo al fiasco con gran rumore di labbra: poi disse strizzando un occhio:
—Si lascia bere questo vinetto!
E il galantuomo solleticato dalla lode, facendo cerchio dell'indice e del pollice uniti, e alzando la mano, esclamò con enfasi volgare, ch'era di quello pisciato dal Padre Eterno!
—È di Malfarina?
—Già.
—Famosa contrada.
Allora si ricordò che aveva lasciato il discorso a mezzo.
—Dunque, dicevo io, perchè le cose ora vanno di tutt'altro modo? perchè la banda ora è ordinata e disciplinata come si deve: capo, vice capo, gregari, affiliati, manutengoli, spie, e gli statuti, come dicono loro, certe leggi con le quali il marchese tiene tutti in un pugno. Capisce lei! Andate a scherzare con questa gente! Bisogna rigar diritto se non si vuol avere una schioppettata, o una citazione….
—Una citazione!
—Sicuro.
—E cos'è questa citazione?
—Cos'è questa citazione? Vengo e la servo: ha da sapere che n'han inventata un'altra: appena vien loro un sospetto, vi mandano un pezzo di carta scritta, proprio come fa la giustizia, dove vi s'intima di farvi trovare il tal giorno, alla tal ora, nel tal luogo: lì il capo, il vice capo, e il più anziano, siedono su' sassi come se fossero giudici, vi dan l'avvocato per difendervi, uno v'accusa, e vi fan la causa! Finiscono per lo più con mandarvi all'altro mondo. Perciò li vadano a prender loro i briganti se n'hanno voglia e coraggio, tanto son pagati per questo: noi ci lascino stare per i fatti nostri a buscarci il pane, che andiamo per le serre di notte e di giorno, e non si sa mai quel che può capitarci.
—Avete ragione.
E per far vedere ch'anche lui era in giorno di queste cose, si messe a raccontare come fossero stati uccisi il tal campiere, il tal pastore, il tal contadino, fucilati i due della borgata di Roccamena, per non aver voluto badare ai fatti loro; e per l'istessa ragione costretti a snocciolare grosse somme tizio e sempronio, ricchi proprietari; come al fattore di Marcatobianco, che una notte aveva lasciato fuori senza pane e senz'orzo compare Ciccio Raja, avessero fatto lo smacco di rubar due mule e sette cavalle, tra cui la famosa Bordellina, la cavalla morella che ora cavalca don Peppino.
—Ora a proposito, ditemi una cosa…. riprese dopo un po' di silenzio, è veramente calabrese questo don Peppino?
Il campiere che ingoiava un grosso boccone, accennò di sì col capo.
—Calabresissimo, disse poi.
—O perchè allora lo chiamano il Lombardo?
—È lui che dice che è lombardo.
—E con quale scopo?
—Eh… ce l'avrà certo il suo scopo…. chi sa che corbellerie grosse avrà fatto in Calabria…. e com'è naturale lei mi capisce….
—E… ditemi un'altra cosa…. perchè lo chiamano il Marchese?
—Glielo dirò in due parole.
Prese un sedano, e cominciò a nettarlo.
—Ha da sapere che una domenica di marzo dell'anno scorso andavo al picco dell'Avvoltoio, per certe mie faccenduole: nel bosco incappai in un appiattamento di bersaglieri. Alto, mi gridò l'ufficiale alzandosi di dietro a un pietrone. Mi fermai.
—Chi siete?
—Il campiere di Pietracaduta.
—Come vi chiamate?
—Giorgi Ciulla.
—Di dove venite?
—Dalla masseria.
—Dove andate.
—Al picco dell'Avvoltoio,
—Avete permesso d'armi?
—Sissignore.
—Mostratemelo.
—E perchè no.
—Me lo levai di tasca e glielo detti. Lo lesse guardandomi di quando in quando come se volesse farmi il ritratto: poi approvò col capo, e me lo restituì.
—Avete visto briganti?
—E dove! alla masseria non ci vengono; io giro un po' pel feudo, vedo passare tanti e tanti…. ma la trazzera è del re e non si può impedire: la gente lo portano scritto in fronte se sono briganti o no?
—Avete la lingua molto sciolta, brutto muso.
—Io non so se sia un brutto muso; questo so, che aria chiara non ha paura di tuoni.
—Basta. Andate. Ci vorrebbe la legge…. (non so più che cosa avesse bestemmiato) per questi birboni!
—Bacio la mano.
E seguitai per la mia via. Avevo fatto un mezzo miglio, quando vidi venire verso di me un uomo a cavallo a una cavalla baia. Quello lì, dissi, mi pare Nino D'Amico…. Se è lui, ha da esser devoto a qualche santo. Mi avanzo: era lui.
—Salutiamo.
—Oh, co….co….compa….pare Giorgi! (Tartaglia un poco, disse, al galantuomo sorridendo).
—Dove si va, compare Nino?
—Scendo alla masseria per parlar con Ntoni il capraro.
—Ringraziate Dio d'avermi incontrato, gli dissi io allora.
—Perchè?
—Nel bosco ci sono appostati i bersaglieri.
Basta, tornò, e ce n'andammo insieme. Mi disse che doveva parlare a Ntoni per l'affare della morella che gli avevano rubata, e che don Peppino, pregato da lui, aveva fatto cercare: s'era trovata, e Ntoni poteva andarla a prendere alla Gerbina: mi disse che alla masseria di quel feudo quel giorno c'era condito, mi ci volle condurre a ogni costo, e ci andammo. Lì trovammo don Peppino. Nino Di Marco, compare Ciccio Raja, Mamola…. tutti i picciotti insomma; e alcune donne, Maria la Ciminnita e sua figlia Peppa, una certa donna Rosa da Villafrate, Anna Caltabellotta l'innamorata del capitano, una ragazza a quindici anni, che, gli assicuro, si può bere in un bicchier d'acqua. Gli amici mi fecero un mondo di cose, ci abbracciammo, e ci baciammo. Intanto seppi che s'erano riuniti alla Gerbina per decidere se dovevano ammettere nella banda Antonino Mistretta detto il Salemitano e Vincenzo Biggica. Il Salemitano era vecchio nell'arte; ma Biggica non aveva dato nessuna prova, si figuri che non aveva commesso manco un reato! era però un giovane di buoni principii; a cui piaceva la vita libera, e che aveva tanto in uggia gli sbirri, che si cambiava di colore ogni volta che ne vedeva uno. Basta, si chiusero nella stanza di sopra, confabularono un quarto d'ora, e finalmente uscirono.
Don Peppino s'avvicinò a Biggica e al Salemitano: fece al primo una predichetta come ne suol fare, gli mise innanzi agli occhi i pericoli della vita del brigante, quale fine l'aspetta…. qua, là, egli non aveva reati sulla coscienza, era giovine, aveva una madre da mantenere, pensasse alla povera vecchierella…. Insomma un certo discorso che ci fece piangere tutti. Finalmente gli disse, che la banda riunita, secondo i regolamenti, respingeva la sua domanda, e accettava quella di Mistretta. Allora ci avvicinammo tutti a compare Nino, e ci congratulammo con lui; e il povero Biggica restò in disparte come un can bastonato. Sedemmo a tavola. Compare Raimondo aveva fatto le cose proprio bene, e ci fu mangiare per trenta. Basta, andiamo che sentivo spesso Anna Caltabellotta chiamar don Peppino ora il Marchese, ora il suo Capitano delle Montagne, facendosi tutta sdolcinata. Ero seduto vicino a compare Nino D'Amico che mangiava come un lupo.
—Compare, gli domandai sottovoce, mi fareste il piacere di dirmi perchè quella sgualdrina chiama il vostro capo ora il Marchese, ora il Capitano delle Montagne? Compare Nino lasciò un osso di capretto che stava stritolandolo addirittura, e mi rispose:—Compare, è un segreto del nostro capo…. però voi m'avete liberato da un gran pericolo, e non posso negarvi nulla: ma!…
—Oh, non dubitate. (Lo dico a lei perchè è dei nostri). Dunque compare Nino si chinò e mi disse all'orecchio:—È un marchese incaricato da Francesco di venire a organizzare in Sicilia un brigantaggio come quello del Napoletano.
—Davvero! esclamò don Castrenze.
—Che posso dirgli, riprese il campiere stringendosi nelle spalle.
—Stento a crederci…. perchè…. Ragionate con me: se le cose andassero come vuol dar a intendere D'Amico, don Peppino non ci avrebbe avuto difficoltà ad accettar nella banda Biggica, Dolce, De Felice, Graziano e tant'altri. Ma, direte voi, non s'eran fatti ancora conoscere: ed io vi rispondo, che in affari di quella sorta, non si guarda tanto pel sottile.
—Sì, ma….
—Io suppongo piuttosto che don Peppino, da quel volpone matricolato che è, sparga queste voci per farsi amici i proprietari malcontenti, averne protezione, e cavargli i danari di tasca senza farli strillar tanto. Che ve ne pare?
Compare Giorgi si strinse di nuovo nelle spalle, poi dette un'altro lungo bacio al fiasco.
—Ma non gli ho raccontato il meglio, riprese asciugandosi le labbra col rovescio della mano. Ci alzammo da tavola. Don Peppino dette la mano alla sua favorita, e invitò i compagni a fare altrettanto con le loro belle. Andavano a fare una passeggiata nel bosco, ci dissero, e partirono senz'altro. Restammo io, compare Nino, Mistretta, Biggica e altri, si figuri come. Ci guardammo negli occhi. Puliamoci il muso, dissi levandomi il fazzoletto di tasca. Tutti si messero a ridere.
E Giorgi anche ora rise a squarciagola della sua barzelletta, mentre il galantuomo si restrinse a un certo suo sorriso di satiro, che scoprì i denti neri nella bocca che gli arrivava agli orecchi.
Accesero le pipe, appoggiarono i gomiti sul deschetto, le guance nelle palme, e restarono a guardarsi, cacciando gran boccate di fumo.
—E ora a noi, pensò il galantuomo, e, senza levarsi la pipa di bocca, cominciò a tastare le acque: e se il Marchese ci veniva spesso alla masseria, se era uomo da potersigli fare una confidenza senza che uno avesse poi a pentirsene, e se qualche giorno compare Giorgi potesse farlo abboccare con lui… Si trattava d'un affare delicato…. rischioso…. ma d'oro, proprio d'oro! E insinuandosi a poco a poco, sempre cauto, cercando di cogliere i minimi moti del volto ruvido del campiere, finì con dire, a pezzi e bocconi, quel tanto perchè quegli comprendesse. Non nominò la persona a cui doveva farsi il tiro, ma parlò di Pietro Serafini di Mezzoiuso, campiere a spasso, che gli aveva proposto l'affare…. e finalmente gli domandò se voleva essere della partita anche lui. Ma non ci sarebbe stato bisogno di tante precauzioni: Ciulla era il più gran birbone ch'esistesse sotto la cappa del cielo. Egli approvò, e accettò. Non conosceva quel Serafini, ma quando ne rispondeva don Castrenze non ci trovava a ridire. Gli parve buona l'idea di parlarne a don Peppino, però c'era un piccolo guaio: il Capitano messo alle strette dai soldati, carabinieri e militi, che andavano per quelle campagne come le cavallette, era ricorso alla sua solita tattica, se n'era andato alla marina di Ribera. Appena tornato però, era sicuro che veniva a Pietracaduta, gli parlerebbe, avvertirebbe poi l'amico, indicandogli il giorno che doveva venire alla masseria per concludere ogni cosa.
Per evitar qualche guaio, gli scriverebbe: «Domani verrà il pecoraio che vuol vendere la cavalla.»
Tutto ciò, l'indomani dopo aver preso un par di conigli col furetto, don Castrenze andò a raccontare al reverendo, il quale fu contrariato dall'intoppo: ma non c'era che fare, e si rassegnò: con una certa pazienza, poichè…. insomma…. l'affare era avviato benino. Annunziò con gran piacere al guercio che don Giovannino era partito quel giorno stesso, per ritornare agli studi: un impiccio di meno.
IX.
«Domani arriva il pecoraio che vuoi vendere la cavalla.» Seguivano i saluti, e la firma dell'onesto Ciulla. I due amici che aspettavano quella lettera da più di due mesi e con la più viva impazienza, furono alleggeriti da un gran peso. Se ne stettero tutta la sera in gran colloquio, riepilogando, ponderando, discutendo, aggiungendo, togliendo, e si separarono contenti come pasque, ricaduti nei soliti sogni, con un grato tintinnio d'oro degli orecchi.
—Ti raccomando di non compromettere la mia veste sacerdotale…. aveva detto il prete al solito al galantuomo, e questi aveva risposto:—Si parla una volta.
L'indomani, in groppa al morello, con le bisaccie ben gonfie, e Vespa e Monaca dietro, il guercio arrivava a Pietracaduta.
Il campiere l'aspettava: messero il cavallo in istalla, e fecero le viste d'andarsene a caccia.
—È venuto? domandò il galantuomo sottovoce, quando s'ebbero allontanato un poco dalla masseria.
—Stamattina, rispose Ciulla nell'istesso tono.
—Dov'è?
—Sulla montagna.
—Gli avete parlato.
—Gli ho parlato.
—Accetta?
—…. Ci son guai.
—Guai!
—Guai.
—Ma perchè?
—Perchè…. perchè…. Lei mi disse che a parte dell'affare ci doveva essere un suo amico.
—Pietro Serafini.
—Già.
—E?…
—Io, se si ricorda, gli domandai di dov'era.
—Ed io vi risposi, di Mezzoiuso.
—Gli dissi che non lo conoscevo.
—Ed io soggiunsi, che rispondevo di lui personalmente.
—Da parte mia non ci trovai a ridire: si figuri! ma…
—Spiegatevi.
—Pare che don Peppino non l'intenda così: egli non conosce questo Serafini….. e ciò sarebbe niente…. ma il peggio è che compare Nino D'Amico che è di Mezzoiuso e conosce tutto il paese, non sa nemmeno lui chi sia: anzi giura e spergiura che a Mezzoiuso questo casato non c'è. Allora il capitano è montato su tutte le furie; n'ha fatto una partaccia; m'ha detto che io non dovevo mettere innanzi un affare senza aver preso prima le debite informazioni sulle persone, questo è proibito dagli statuti della banda; la passavo liscia perchè egli mi conosceva da tanto tempo. Si figuri! Mi son sfegatato inutilmente a fargli comprendere che ero sicuro di lei, che ne rispondevo come di me stesso: m'ha ordinato di mettere in chiaro ogni cosa al più presto, se no guai per tutti! Lo vede in quale impiccio mi trovo per causa sua? Ora bisogna rimediare: lei lo sa meglio di me, con quei diavoli lì non si scherza…. se ci avesse a arrivare quel po' di carta scritta, saremmo in un precipizio.
—Carta scritta…. carta scritta…. disse il galantuomo un po' inquieto. Ma insomma mi spiegherete una volta cosa significano tutte queste storie?
—Non ha capito?
—Io no.
—Oh!… ma la cosa è chiara…. il capitano teme…. che lei….
Storse il muso e alzò le sopracciglia, dicendo, che non c'era bisogno d'aggiunger altro.
—Io! esclamò il galantuomo all'atto del campiere. Io!!
Questi scrollò il capo.
Allora il guercio non potè più tenersi: egli che non era arrossito di vergogna per l'infamia che meditava, arrossì all'idea che lo si credesse spia e traditore. Rizzò con una grottesca dignità la sua piccola persona.
—Io! io! E si batteva il petto. Io!… Ma io sono un galantuomo, compare Giorgi, e voi lo sapete, e lo sa tutto il paese, e la provincia e tutta la Sicilia….
—St…. piano; si calmi.
—E anche voi, compare Giorgi, riprese riabbassando la voce, anche voi, dubitate di me!
—Io! che dice mai!
—Non cercate di discolparvi. Dubitare di me! dubitare di me! Oh, quando s'arriva a questo punto, vo far vedere se sono una spia,… un traditore.
—Ma chi le ha detto….
—Andiamo dal capitano! interruppe afferrando bruscamente Giorgio per un braccio. Andiamo dal capitano!… spiegherò ogni cosa, e vedremo! Non avrei aperto bocca per tutto l'oro del mondo avevo giurato all'amico. Ma ora si tratta della mia riputazione, del mio onore, sì, del mio onore, e non transigo. Andiamo dal capitano!
Lassù nella montagna il capitano, che aveva visto venire i due amici, aveva preparato, come suol dirsi, la scena: s'era seduto sur un sasso in una piccola spianata, sotto a un enorme castagno, dalle cui gemme turgide cominciavano a spuntare le prime foglioline d'un colore verde pallido: aveva disposto gli otto compagni, armati sino a' denti, e che tenevano i cavalli per le briglie, a semicerchio, quattro a destra, quattro a sinistra, e col fucile tra le gambe, e con l'aria più mafiosesca che mai, aspettava.
Egli era alto, segaligno, dagli occhi grigi, la cui espressione cupa di smarrimento dava, a prima vista, alla sua faccia lunga, olivastra, col naso leggermente schiacciato, con le labbra sottili e pallide, quell'aria sinistra che rende paurosa la fisonomia d'un pazzo. Vestiva con una certa eleganza; il che era naturale perdio! o che doveva lasciar credere che fosse un marchese da burla! Giacchetta e panciotto di velluto nero, cravatta di seta azzurra con spillone di corallo, calzoni attillati di panno grigio sotto agli stivaloni verniciati: aveva una catenella d'oro, anella d'oro alle dita, in capo un cappello di feltro grigio a falde strette, alto di cocuzzolo, con una bella penna di falco. Ma tutto ciò strillava maledettamente sulla sua persona ordinaria; gli dava l'aria d'un contadino vestito da signore, generava un miscuglio di leggiadro e di rozzo, di grottesco e di feroce, curioso a vedersi. Presentazione del galantuomo, sguardo bieco e penetrante del bandito, cenno reale dello stesso, al quale i compagni obbedirono subito allontanandosi.
—Dunque, voi siete quello che proponeste a compare Giorgi l'affare di
S. Giovanni?
Così il capitano cominciò il suo interrogatorio, fissando don
Castrenze come se volesse leggergli nell'anima.
—A servirla.
—Assicuraste che l'affare è buono.
—A servirla.
—Gli parlaste d'un certo Pietro Serafini di Mezzoiuso, campiere a spasso.
—A servirla.
Il Marchese aggrottò le sopracciglia: quell'«a servirla» cominciava a fargli montar la senapa al naso. Tuttavia si contenne.
—Come va che nessuno sa chi sia costui! Nino D'Amico, che conosce tutto Mezzoiuso, assicura che a Mezzoiuso non ci sono nè Pietri, nè Serafini…..
E di punto in bianco, con orrende bestemmie, e un piglio feroce, aggiunse che avrebbe fatto tutti a pezzi. se non spiegavano come stesse quella faccenda.
Lungo la via il guercio aveva preparato il suo discorso: voleva intrecciar le braccia sul petto, guardar il Capitano ciondolando il capo d'alto in basso, poi dirgli il fatto suo fuor dei denti. O che modo era questo di sospettar della gente! Non ci avrebbe creduto nemmeno se gliel'avesse detto il Papa, per Gesù Cristo! conosciuto com'era da un uomo come compare Giorgi Ciulla, gli pareva che prima di darglisi la taccia di spia e di traditore, si sarebbe dovuto andare un po' più adagino…. Egli era un galantuomo, e lo sapeva il paese, la provincia, la Sicilia tutta…. e piuttosto che macchiarsi d'un infamia simile avrebbe messo il collo sotto la mannaia, etc., etc.
Ma la paura ch'ebbe del volto livido e del brutto sguardo del bandito gli ricacciò in gola quel piccolo squarcio d'eloquenza: invece svesciò subito ogni cosa, come colui che non gli paia l'ora di discolparsi. Sì, Pietro Serafini era un nome d'invenzione: egli aveva creduto regolare mantenere il segreto, per una delicatezza verso il suo amico, che indossava la veste sacerdotale: l'amico stesso gli aveva fatto giurare di non tradirlo. Però ora si trattava della sua riputazione, del suo onore, e non stava a far più tanti complimenti…. Serafini era padre don Giuseppe Rizzotto.
E a un moto di sorpresa che non poterono frenare Ciulla e il Capitano, al sentir pronunziare in una faccenda simile il nome di colui che godeva fama di santo, Don Castrenze, che capì tutt'altro, soggiunse: che se non gli credevano, farebbe abboccare con don Peppino l'amico, travestito da campiere s'intendeva. Per grazia di Dio aveva da far con gente che comprendevano il pudore del prete. Oltre di ciò, venuta l'ora, nè lui ne l'amico si sarebbero mossi dal lato del Capitano che avrebbe potuto farne il suo piacere al minimo indizio di tradimento. C'era che dire?
Non c'era che dire. Tuttavia per un resto di dubbio, o che, il bandito dichiarò che voleva parlare col prete, concedeva che venisse travestito da campiere.
—Padronissimo, rispose il galantuomo.
E il Marchese, dopo averci pensato su un pochino, riprese:
—Domenica sera dunque.
—Dove?
—Nel bosco di Melia…. tra due ore e due ore e mezzo…. e precisamente alle Tre Croci. Conoscete il luogo?
—Sissignore.
—Chi arriva il primo aspetta.
—Bene. E il segno per riconoscerci?
—….Quando due uomini a cavallo, incappottati, vi passeranno vicino, domandate loro:—Amici, è questa la via che conduce a Pietracaduta?
Gli dette commiato con queste parole:
—Badate!… prenderò delle informazioni.
—Oh, ci ho tanto piacere!
Quel giorno stesso il galantuomo, arrivato davanti alla sua casa, smontò, menò il morello nella stalla, portò di sopra le bisacce e il cappotto, e via a trovare il reverendo.
Costui tornava dal dir messa, e stava prendendo il caffè. Ne offerse all'amico, poi gli domandò:
—Che cosa hai fatto?
—Tutto.
—Parlasti con don Peppino?
—Ci parlai.
—Accetta?
—Sì: ma vuole abboccarsi con te.
—E…. ti sei ricordato di non compromettere la mia veste sacerdotale?
—Oh!
—Bene.
—Stasera, a tre ore, il Capitano ci aspetta nel bosco di Melia, alle
Tre Croci.
Allora il prete gli disse che s'era provveduto degli abiti per travestirsi, e gli raccontò come. Glieli aveva prestati Mommo il Vappo, il guardiano delle vigne della Rupe, un po' cugino del suo mezzaiuolo. Gli aveva dato a bere che gli abbisognavano per una certa sua tresca; gli raccomandava anzi il silenzio. Il bietolone s'era messo a ridere: gli era parsa assai buffa la cosa; per questo anzi aveva cercato di scavare come stesse. Ma lui s'era mostrato dispiaciuto di non poterlo contentare, in quel caso, più che in ogni altro, bisognava saper tenere il segreto, tanto più che n'andava l'onore d'una famiglia onesta, e via discorrendo.
Castrenze aveva certi abiti vecchi di suo padre: si sarebbe legato oltre un fazzoletto attraverso un occhio, a causa di quel benedetto strabismo. Ciò per la sera del tiro. Accomodato a quel modo, sfidava tutti gli occhi del mondo a riconoscerlo.
Si separarono dandosi la posta alla Rupe, in sull'avemmaria.
Erano due ore e un quarto quando i due amici, a cavallo e incapottati, entravano nel bosco di Melia, e s'indirizzavano alle Tre Croci, dove l'aspettava don Peppino.
La sera era placida. I raggi della luna, stentando a penetrare il fogliame spesso de' lecci, arabescavano qua e là il suolo erboso, mettevano sotto alla volta di quelle piante secolari un chiarore incerto, nel quale i tronchi neri si rizzavano come strani fantasmi. Nel silenzio s'udiva lo scalpitio delle cavalcature che si arrampicavano per la viottola ciottolosa, di tratto in tratto l'abbaiare sinistro d'una volpe.
Andarono su su per una diecina di minuti. Ma svoltando a sinistra, nell'internarsi in una specie di viale cupo e profondo, all'altro capo del quale si vedeva come un gran buco d'un chiarore pallido, sentirono un fischio che fece loro rizzar la testa vivamente.
—Castrenze…. mormorò il prete.
—Oh, rispose il guercio, fermando il cavallo, e voltandosi.
—L'hai sentito?
—Sì.
—Che diamine vuol essere.
—Umh…. Il Capitano è diffidente, forse avrà sparsi i suoi compagni attorno il luogo dell'appuntamento…. sarà un di essi che l'avverte del nostro arrivo.
—O se invece fossero i soldati?
—Eh, per Gesù Cristo!… i soldati non fischiano.
Ciò detto si rimise in via dando di calcagno al morello; e il prete gli andò dietro borbottando.
Poco dopo venivano in una radura, e si fermavano.
Era un luogo quasi circolare, nella cui parte superiore si vedevano tre mucchi di pietre, su ciascuno de' quali era conficcata una rozza croce di legno. Un'altra via, dirimpetto a quella che avevano percorso i due amici, s'ingolfava più cupa e più profonda.
—Non c'è nessuno, disse il prete sottovoce, dopo avere spinto lo sguardo un po' da per tutto.
—Aspettiamo.
Ma in questa sentirono un fruscio di sterpi smossi, e videro sbucare dalla via dirimpetto, due uomini a cavallo, armati e incapucciati, i quali pareva andassero per i fatti loro.
Padre don Giuseppe si strinse nel cappotto.
—Amici, è questa la via che conduce a Pietracaduta? domandò il galantuomo, quando que' due gli passarono vicino.
—Don Castrenze…. disse quello ch'era avanti.
Era don Peppino. Don Castrenze gli presentò l'amico. Allora smontarono, e stretti in un gruppo, tenendo le bestie a mano, si messero a confabular sottovoce. Don Peppino faceva delle domande al falso Serafini; voleva altri e più precisi schiarimenti sull'affare, voleva aver la certezza che il sacerdote non avesse preso un granchio a secco: si trattava di risicare la libertà, e probabilmente la pelle, intendeva far le cose a occhi aperti: del resto glielo spiattellò chiaro e tondo, non l'avrebbe passata liscia, se l'affare de' danari fosse una favola. Ma il falso Serafini protestava, portava la mano al petto in segno di giuramento; dimenticando il personaggio che rappresentava, stava per aggiungere: «sul mio ordine sacro» Fortuna che si contenne in tempo! Però al Capitano non restò più alcun dubbio, e quell'istessa sera volle visitare il paese, per fare il suo disegno d'attacco, diceva lui.
—Fece un fischio, poi ordinò si montasse a cavallo, e via pel bosco.
Giunsero a S. Giovanni quando all'orologio della parrocchia sonava mezzanotte: i rintocchi lenti e malinconici del «ntin-ntan» si perdevano per la campagna tutta verde, silenziosa nel chiarore del plenilunio. Giù, a' piedi del monte, il paesetto dormiva, costeggiato dallo stradale, dominato dalla villa, i cristalli delle cui imposte scintillavano. A destra della villa biancicava un'erta a mandorli tutti fioriti, che spandevano attorno un odore delicatissimo.
Il galantuomo e compare Nino restarono in cima alla costa a tenere i cavalli, il capobandito e il sacerdote scesero a piedi alla volta di S. Giovanni. Lo girarono, poi l'attraversarono per lungo e per largo. Don Peppino s'era levato di tasca una specie di grosso taccuino, sur un foglio del quale tracciava linee e linee con un mozzicone di lapis: egli si dava una grand'aria d'importanza dinanzi allo strano cicerone che badava a dir sottovoce, via via che ci arrivavano: questa è l'entrata di S. Saverio, la principale del paese…. questa è l'entrata di S. Brigida…. E intanto salivano e scendevano secondo gli accidenti del terreno, e passavano davanti a una sfilata di casipole a uscio e tetto o a un piano, con finestrini che parevano tanti piccoli buchi quadrati: fra quelle casipole s'aprivano vicoli e vicoletti sucidi che mandavano zaffate di puzzo appestante. Dei cagnacci si levavano di tratto in tratto di vicino agli usci, latrando; qualche asino, svegliato, ragliava dentro la stalla. E lo strano cicerone seguitava sottovoce: questa è l'entrata delle Grotte, o la via della Piazza, o la via del Monastero. E il Capitano tracciava linee e scriveva. Ora passavano davanti a case di miglior aspetto; erano a due piani, coi terrazzini; qualcuna con finestre verdi, su' cui oggetti erano allineati de' vasi di fiori.
—Questa è la caserma dei carabinieri, disse il reverendo: e si fermò all'imboccatura del vicolo, preso a un tratto dal restìo.
Il fabbricato sorgeva immediatamente fuori del paese, e stendeva la sua ombra sur una piccola spianata selciata con ciottoli: era un vecchio monastero in rovina, con le sue inferriate inginocchiate, e il portone a angolo acuto.
Il Capitano lo girò e rigirò, fermandosi di tratto in tratto a guardarlo attentamente, come se dovesse comprarlo. Era una sua bravazzata.
—Non ha che una sola uscita? domandò poi al falso Serafini.
—Due, rispose questi. C'è pure quella della chiesa, nella quale si può penetrare per il coretto.
—M'avete detto che per solito non ci sono che tre carabinieri, un vice brigadiere, e un brigadiere…
—Sì.
—Ne siete sicuro?
—Sicurissimo…. Però può darsi il caso che da una sera all'altra capiti qualche pattuglia da Cammarata, e ci resti.
—Bene starete all'erta; nel caso dei casi il vostro amico sa da chi farci avvertire. E ora andiamocene….Sarebbe inutile visitare i dintorni della villa i picciotti, quando sarà l'ora, ce li condurrete voi e il vostro amico: io avrò troppo da fare qui.
E fini con un sorriso mafiosesco.
—Resta a fissare il giorno, disse il reverendo incamminandosi.
Il bandito stette a pensarci su.
—Non può essere prima del ventinove di marzo, disse infine.
—Il ventinove di marzo! Ancora altri dieci giorni!…Badate, in simili faccende non si perde tempo.
—Lo so; ma non c'è che fare.
—Vediamo….
—È impossibile. Della gente ce ne vuole…. devo avvertire i picciotti…. far certi preparativi….
Ma l'omaccione insisteva: era impaziente: con un po' di buona volontà non c'era bisogno poi di tanto tempo per riunire gli amici, al Capitano certo non sarebbero mancati i mezzi. Le cose lunghe diventan serpi…. un caso qualunque poteva far scoprire tutto, ci pensasse. Oltre di che se si presentasse una buona occasione, il vecchio potrebbe impiegare il danaro, e lasciar tutti con un palmo di naso….
Allora l'altro l'interruppe. A lui la cosa premeva più che a ogn'altro, figurarsi! ma bisognava essere ragionevoli: non si poteva riunire i picciotti in meno d'otto giorni…. e poi, o che s'assaltava un paese al lume di luna?
Questa ragione, più d'ogni altra, calmò gli ardori troppo evangelici del reverendo: egli si persuase. Il ventinove di marzo dunque. Il capitano manderebbe un suo fidato a Pietracaduta, Ciulla penserebbe a far avvisare don Castrenze: l'importante era stabilire il luogo dove riunirsi la sera, prima di dar l'assalto. E scelsero la così detta Tribunella, una cappellina poco più su dallo stradale, a mezzo miglio del paese, che alcuni fedeli avevano eretta alla Madonna Addolorata. Intanto salivan la costa di buon passo. Don Peppino ruminava il disegno d'attacco: non poteva nascondere a sè stesso la difficoltà dell'impresa, e per il contorno irregolare del paese, e per la vicinanza di Cammarata, e per la posizione della caserma dei carabinieri: tuttavia di dar addietro non ci pensava nemmen per sogno: s'affidava alla sua vecchia esperienza, all'arditezza de' compagni, s'affidava alla fortuna che l'aveva sempre aiutato nei pericoli.
Il reverendo lo seguiva sbuffando; il colosso sudava sotto al cappotto, mentre un pensieraccio, sortogli in mente nel volger gli occhi alla villa, gli faceva scorrere dei brividi di piacere per il corpo; finalmente si sarebbe presentata quell'altra occasione che aspettava da tanto tempo…. voleva prender due piccioni a una fava: Lola, quella bella fanciulla che s'era mostrata così sdegnosa con lui, egli l'avrebbe in mano, e in quella confusione…. La vedeva nel letto verginale…. dibattersi nella sua stretta…. sentiva palpitare sotto alle sue, quelle tenere carni…. E agitato da una viva impazienza, gli sapeva mill'anni, imprecava alla luna che, giusto in que' giorni, doveva venire, con quella faccia da mascherone, a rompergli le uova nel paniere!
Un quarto d'ora dopo i due compaesani l'uno accanto all'altro, tirandosi dietro le cavalcature, il prete ragguagliando di tutto don Castrenze, s'allontanavano giù per la discesa verso la Rupe, i banditi a cavallo, e per la via dond'erano venuti.
Il capo aveva ripreso a ruminare il suo disegno di attacco, e lo veniva perfezionando: bisognava occupare tutte le cantonate delle strade principali, circondar la caserma de' carabinieri…. quel posto lo riserbava per sè e alcuni dei più arditi: bisognava atterrir gli abitanti con urli e schioppettate, alla minima voce, al minimo rumore che partisse dalla villa…. Ed enumerava gli uomini su' quali poteva contare: quei di Prizzi, que' di Mezzoiuso, que' di Lercara, que' di Burgio…. Valvo co' suoi: stabiliva la maniera come avvertir tutti il più presto possibile.
Intanto, un'altr'ordine di pensieri travagliava la mente del confidente, e gli mandava in tanto veleno il tacchino di cui quel giorno s'era inzeppato nella masseria di Melia.
—Assaltare un paese!… assaltare un paese!… ripeteva tra di sè dimenando il capo sotto al cappuccio. Assaltare un paese!…
Gli parevano tutti pazzi, non poteva darsene pace: e spinto dalla tremerella che aveva addosso al solo pensarci, diceva una fitta d'ingiurie a sè stesso. Era un porco, uno schifoso, una carogna, la cosa più bassa e vile del mondo! Gli stava bene…. gli stava bene! S'era voluto buttare alla campagna, come se la vita del bandito fosse seminata di rose!… Se si presentava dopo quel maledetto furto (che gli fossero cadute le mani!) il più che poteva incogliergli era una condanna di due o tre anni: puh! la gran cosa! meglio ora che c'era tutto il verso di morire com'un cane, con una schioppettata? Brr, gli venivano i bordoni solo a pensarci.
Prese una positura più comoda sulla sella, si strinse di più nel cappotto, e dopo un poco riprese il filo delle sue idee. Ma poi santissimo diavolo, glielo lasciassero dire, gente che si senton uomini davvero dovevano accettare una proposta simile? cose, cose da stordire! S'affrontavano i pericoli, non c'era che dire, ma gettarsi in bocca al lupo!… cercare di farsi tagliare a pezzi da una popolazione spalleggiata da carabinieri, soldati, militi e sbirri del municipio!… Oh, questa no, non poteva mandarla giù…. E poi, chi lo diceva che non ci fosse sotto un tranello?… Basta a rischio, di farsi dare del minchione, egli voleva dir la sua.
Spronò la cavalla, e andò a mettersi accanto al Capitano.
—Do do do do don Peppino.
—Che che che che vuoi, riprese il Marchese contraffacendolo.
—Pe pe per….memettete che che…. dica uuuuuna parola?
—Parla.
—I…. i…. du due san… gio….vannesi mi mi mi pa….paiono du du due i i intriganti…. io no no non…. credo che sa sa sarete…. ta ta tanto pazzo da fi fidarvi di di di di lo….ro, da da….d'accecce….ttare uuna prooo….posta da da gente che che co co….noscete poco, fa fa fatta forse pe pe per….
—I consigli tienli per te quando non ti si chiedono, imbecille!
—E una! disse tra di sè compare Nino tutto mortificato: pazienza.
Fermò la cavalla e si rimesse dietro.
—Non vogliono consigli? non gliene darò dei consigli…. se n'accorgeranno quando si troveranno nel ballo, e non ci sarà più rimedio…. allora diranno: ce l'aveva predicato D'Amico, o perchè non volemmo dargli retta? Quello è uomo che ha naso e giudizio!… Facciamo pure: per parte mia, mi tagliassero anche a pezzi, non dirò più una parola…. Ma giusto in quella, il lamento lugubre d'un gufo fece rimescolar tutto compare Nino: si segnò col pollice sulla fronte, giù pel naso sulla bocca, e sul petto: Mamma mia! quello era un canto di cattivo augurio. E in un baleno gli ritornò in mente quel che aveva inteso raccontare essere occorso al tale o al tal altro, per aver sentito quel canto; e s'esaltò e s'impaurì talmente, che, malgrado il proponimento fatto, e il timore che aveva del capo bandito, non potè più tenersi. Spronò la cavalla e tornò a mettersi accanto a lui.
—Do do don Pappino, disse con la bocca piccina.
—Che vuoi?
—A a a avete se sentito quel la la….mento?
Il Capitano trasalì: l'aveva sentito anche lui, e gli aveva fatto molto senso.
—L'ho sentito, rispose affettando quella tranquillità che non aveva.
—È è è i i il ca canto de de del gu gu gu gufo.
—E?…
—A….a….a….apporta disgrazia.
Gli occhi del bandito mandarono un lampo: si voltò; con un gesto violento allontanò da sè un lato del cappotto, e disse fra denti stretti:
—L'apporti tu la disgrazia, ceffo di sagrestano, e jettatore!… e se seguiti a rompermi i corbelli…. sangue…. il gufo avrà cantato per te. Riprovati ora!
—E due, disse tra di sè compare Nino, che, a quel rabbuffo mise davvero la coda tra le gambe, fermò la cavalla e tornò dietro. Questa volta vi restò, fattosi piccin piccino dentro il cappotto, non osando nemmen di fiatare, tanta era la paura che incuteva il capobandito a' suoi compagni, quando si degnava di montare in collera.
Ma l'effetto era fatto; una misteriosa inquietudine s'era impadronita di costui.
Il canto di quel gufo era davvero di cattivo augurio: gli avesse a incogliere qualche disgrazia? E gli si presentò dinanzi agli occhi la morte, col suo sinistro riso di scheletro; vide dietro di lei il buio dell'ignoto…. parvegli di sentir grida e gemiti, e fu preso dal terrore: sbattè le palpebre, come per far sparire quella tetra visione, mentre l'anima sua si rimpiccioliva, si rannicchiava basita nel fondo più riposto del suo corpo. C'era un Dio, l'aveva inteso dire: ogni scellerato (ed egli in quel momento riconosceva d'esserlo) doveva render conto delle proprie azioni a Lui, Giudice severo e inesorabile…. Aveva pur sentito parlare d'inferno, di pene eterne, nel fuoco eterno, tra gli eterni gemiti dei dannati…. E il bandito feroce, impasto di iena e di leone; lo strano innestatore che era venuto ad applicar le mazze del brigantaggio calabrese alla pianta incespugliata e rachitica del brigantaggio siciliano; l'uomo alla cui scuola dovevano perfezionarsi Umberto Riggio e Biagio Valvo, i quali a loro volta dovevano formare capi feroci quali De Pasquale, Leone, Rinaldi, Rocca, Capraro, Sajeva, Plaja ed Alfano, si frugò con mano febbrile nel petto, ne tirò fuori l'abitino della Madonna con un sacchetto gonfio di vari santi, e lo portò alle labbra fervorosamente. Allora tentò di scusarsi, d'attenuare la gravità de' suoi delitti, cercando nella sua vita passata, accusando il destino, mentre andava al passo irrequieto e nervoso della Bordellina che rodeva la briglia e drizzava l'orecchie a ogni ombra, a ogni leggero rumore.
A' suoi occhi si presentava un primo quadro: suo padre e sua madre, onesti contadini, nella loro casipola di Lungro di Cosenza, che dicevano il rosario, seduti attorno al focolare dove bolliva la minestra di patate: la morte l'aveva spazzati col suo soffio gelato, quasi tutt'e due a una volta, sicchè era restato orfano a dodici anni appena, sotto la tutela d'un suo zio, guardiano nella Sila dell'Acquafridda. Egli la vedeva la sua Sila, quell'immensa foresta di querci e di pini secolari, tetra, solitaria, e fredda, di cui conosceva i più cupi recessi, dove tendeva tagliole a ogni sorta di bestie selvatiche. Egli lo vedeva quel suo zio, un vecchio lupo che aveva perduto il pelo ma non il vizio, e aveva contribuito a spingerlo nella via delle scelleratezze, raccontandogli la vita dei banditi celebri, levandone le azioni alle stelle. Non lo poteva dimenticare; erano lunghe storie di sangue, di stupri, di rapine, che avevano lasciato un solco rovente nell'anima sua, l'avevano gettato in preda a fantasticherie selvagge, a cocenti brame d'emulazione. Sicchè qual meraviglia se a sedici anni servisse già di spia e da provveditore di viveri ai briganti, avesse la sguardo bieco, il lampo sinistro degli occhi d'un vero masnadiere? E il vecchio se ne compiaceva; e guardandolo, esclamava allegramente: Mannaia alla madonna, non par vero! non ne ha nulla di quell'imbecille di suo padre che, con la sua probità, non riuscì ad altro che a crepar sulla paglia: parrebbe piuttosto figlio mio, parrebbe! E nei momenti di maggior buon umore, soleva dire, con un riso sgangherato che gli faceva il volto pavonazzo, e mostrava due file di denti piccoli e aguzzi fra' peli della barbona ispida e grigia, che doveva esser certo sonnambulo, e qualche notte durante il raccolto, nell'assenza del cugino, s'era dovuto cacciare, senza volerlo, nel letto della cugina, mannaia alla madonna!
Che colpa ci aveva lui dunque, se lo si era educato a quel modo? Chi gli aveva tolto il padre e la madre? Oh, era ben disgraziato, ecco! e a volere che la legge fosse giusta, bisognerebbe che l'istesso capestro stringesse il collo del delinquente, e quello di colui che l'ha tirato su per le forche!
Ma ad interrompere quelle sue considerazioni, si presentavano altre figure: sua moglie Rachele…. la sua bimba…. Oh, la sua bimba! la sua bimba! La vedeva rosea e ricciutella, andar per la casa barcolloni, o a carezzarlo con le sue piccole manine quando la prendeva in braccio, e la mangiava dai baci; la vedeva stringere i pugnetti e i pochi dentini quando le diceva; fai le rabbie…. E aveva dovuto abbandonarla appena slattata! Maledetto il giorno che scrisse quella malaugurata lettera minatoria al barone di Firmo, si fosse aperta la terra ad inghiottirlo!
E a quel dolce ricordo delle gioie della famiglia gli batteva il cuore, lo tormentava il pensiero che non le avrebbe potuto godere mai più. Ma il quadro cambiava bruscamente: fuggiva, sapendosi cercato dai carabinieri…. entrava nella banda Bellucci…. era preso in una casipola nelle vicinanze di Scigliano…. ammanettato, sedeva sul banco dei rei, davanti alla Corte di Cosenza. Rabbrividiva: in un fondo nero apparivano tre ombre insanguinate ad accusarlo: lo guardavano bieche….. egli le riconosceva, erano il sindaco di Saracisa…. il signor De Giovanni di S. Donato…. Rafaele il povero mulattiere. Chiuse gli occhi per non vederli, e fu peggio: essi stavano lì nel fondo nero, inesorabili, scrollando i teschi d'alto in basso quasi per dire, lo vedi come ci ha ridotto?
Allora, per sottrarsi a quella terribile visione, evocò altri ricordi. Rivide l'isola di S. Stefano, le figure più spiccate de' compagni d'ergastolo, e tra quelle, in un gruppo a parte, schivi d'insozzarsi al contatto di que' miserabili con cui l'accumunava indegnamente il governo borbonico, i detenuti politici Silvio Spaventa, Luigi Settembrini, Gennarino Placo…. Era stato Gennarino Placo, che, scorgendo forse in lui un cuore non corrotto del tutto, l'aveva preso a benvolere, ne aveva voluto conoscere le vicende, gli aveva parlato di morale, d'onestà, di riabilitazione ad una vita nuova col pentimento del passato, gli aveva insinuato mille buone massime, gli aveva insegnato a leggere e scrivere. Oh, perchè gli aveva insegnato a leggere e scrivere! Anche qui egli ci vedeva la mano del Destino trasportato insieme ad altri nell'ergastolo di Palermo vuoto per la rivoluzione del sessanta, perchè sapeva leggere e scrivere messo a capo de' ranceri i quali andavano a far la spesa accompagnati da un custode, aveva avuto l'agio di poter prendere il volo, un giorno che questi, invece di tenere gli occhi addosso a' galeotti com'era suo dovere, s'era messo a guardar dietro a una bella donnetta, che, con le sottane raccolte sgambettava per la strada, e mostrava le calze.
Qui si rasserenò un poco. Aveva due vie aperte dinanzi a sè, quella del delitto, e quella del lavoro: ma quattro lunghi anni di galera gli erano stati di terribile esempio; ma le massime del maestro di S. Stefano avevano lasciato un'impronta benefica nell'anima sua: era rientrato in sè stesso. Aveva vissuto nel piccolo mondo della sua foresta, separato completamente dall'altro, ignaro delle leggi, e, in certo modo, delle consuetudini di essa, non respirando che vita brigantesca, non sentendo levare al cielo che briganti, non sentendo ricordare che fatti di sangue; s'era persuaso dunque che fosse quella la vera vita col diritto della libertà, della volontà, della forza. Ma senza nemmeno pensarci (il suo maestro glielo aveva dimostrato) egli aveva conculcato la prima pel trionfo delle altre due; aveva stuprato, aveva rubato, aveva assassinato…. egli, l'amante feroce di quella libertà, l'aveva calpestata! E non aveva il diritto, di far tutto ciò! aveva visto altri uomini ad arrestarlo, altri uomini a condannarlo, altri ad approvare quella condanna, a biasimare quel che suo zio gli aveva raccontato ammirando!… anche qualcuno dei suoi compagni di sventura aveva sentito a parlare di rassegnazione, di giustizia…. Non era forse Iddio che lo aveva fatto incontrare col maestro di S. Stefano, gli aveva dato l'agio di fuggire, perchè mutasse vita?
Allora aveva scelto la via del lavoro, e vi si era incamminato pieno di gioia e d'ardore. Aveva inventato un romanzo: s'era dato per un tal Giuseppe Del Santo da Bergamo, un garibaldino che aveva versato il sangue per la patria, dopo d'averle sacrificato un posto di segretario, che occupava in casa di un ricco signore di Padova: aveva parlato di sciagure domestiche, di persecuzioni, ed era riuscito a gettar la polvere negli occhi di tutti. Ed eccotelo cambiato in maestro, e insegnare l'abbiccì a' contadinotti delle borgate di Nicoricchia, dell'Uditore e Trabucco; e nelle ore libere, scriver lettere e far di conti. Era retribuito scarsamente, è vero; certe volte doveva contentarsi d'un piatto di maccheroni…. ma s'era attaccato con ardore all'idea di mutar vita, e avrebbe sofferto la fame e peggio. «Il pane tanto più è saporito, e onorato, quanto più è bagnato dal sudore della fronte di colui che lo mangia.» E questa sacra massima lo confortava, ricordandogli l'uomo grande che aveva fatta la luce nelle tenebre dell'anima sua.
Viveva tranquillo come se quella vita dovesse durar sempre, quando un punto nero apparve in quell'orizzonte sereno. Nel marzo del 1862, risaputo che il fittaiuolo dell'ex feudo Scale; vicino Piana dei Greci, cercava uno che sapesse far di conti, era andato alla masseria, aveva parlato con costui, avevano stabilite le condizioni. Però non era potuto star là che una quindicina di giorni, non andando d'accordo col fattore Alegna, un mafioso che lo metteva con le spalle al muro. Egli era uomo da farlo stare a dovere; ma aveva risoluto d'evitare che un qualche guaio lo ricacciasse nell'antica via. Era tornato a Nicoricchia. Ma quindici giorni di lontananza (è così fatta la natura umana) erano bastati a far sbollire l'entusiasmo destato in que' borghigiani dal garibaldino, il quale aveva versato il sangue per la patria, dopo averle sacrificato un posto di segretario, che occupava in casa d'un ricco signore di Padova, e l'istesso piatto di maccheroni non c'era tutti i giorni.
A quel ricordo, anche ora, benchè sotto l'incubo della paura della morte, e del redde razionem, il bandito sentiva accendersi il sangue, e un pensiero s'agitava in confuso nella sua mente: caso mai quel Megna gli capitasse tra le mani…. oh, gliela farebbe pagar cara!
Riprese il filo delle sue idee. Un bel giorno, durante il passo delle quaglie, era venuto a Nicoricchia il figlio del commendatore Pallanza. Egli l'aveva risaputo, s'era fatto presentare al giovine da un giardiniere suo amico, gli aveva raccontato il solito romanzo, lo aveva ammaliato come aveva ammaliato gli altri, e lo aveva pregato di fargli avere un posto, tanto da poter vivere, o a Palermo, o in qualche feudo. Il giovine aveva promesso d'aiutarlo. Difatti, un mese dopo, gli faceva arrivare una lettera per il signor Lo Cicero, fittaiuolo di Marcatobianco.
Così il destino l'aveva condotto bel bello nei luoghi (covo di ladroni) che dovevano esser teatro dei suoi nuovi e più sanguinosi delitti! A che era valso l'aver sofferto la fame pur di perseverare nella buona via? Aveva cercato d'allogarsi alle Scale, e s'era imbattuto in Megna; sarebbe potuto restare a Nicoricchia, e s'era imbattuto in Pallanza. A Marcatobianco doveva imbattersi in Micca!
Micca era bella; sì…. egli si sentiva trascinato verso di lei; sì…. s'era mostrato galante, troppo insistente; sì…. ma non era vero che avesse tentato di violarla! Un giorno di luglio essa s'era addormentata tra' covoni, in un campo mietuto: egli, che cavalcava da quelle parti, sonnecchiando al sole che cadeva cocente e terribile sulla campagna, non s'era accorto di lei se non quando il suo cavallo aveva fatto uno scarto. Essa si svegliava in sussulto, supponeva quel che non era, balzava in piedi spaventata, e correva d'un fiato alla masseria. L'indomani sconciava, e moriva. Che colpa ci aveva avuto lui?… Il marito gli era nemico; egli l'aveva soppiantato; s'era valso di quella disgrazia per perderlo nell'animo dei padroni. Era stato chiamato in Alia, e licenziato.
La luna tramontava: sotto a' suoi raggi obliqui la campagna prendeva un aspetto livido di mostro spirante.
Il bandito scrollava mestamente il capo sotto al cappuccio: si ricordava ch'era uscito dal paese assai sconfortato…. pensava, con una certa amarezza, che aveva servito il signor Lo Cicero bene, e onestamente…. Gli erano state affidate delle grosse somme, per andare a pagar la fondiaria o la ricchezza mobile; non aveva avuta mai la tentazione d'appropriarsele e non farsi più vedere: e l'avrebbe potuto far facilmente…. Basta, solo in mezzo a sterminati campi di stoppie e di favuli flagellati dal sole, senza cavallo, senza sapere dove battersi il capo, aveva veduto il precipizio all'orlo del quale si trovava, e questa volta l'aveva misurato con occhio indifferente. Passavano giusto certi mulattieri, era montato in dosso a una loro mula, deciso d'andare a Termini. Però vicino a Raciura, preso a un tratto da una di quelle strane sensazioni che certe volte soglion essere foriere dei gravi avvenimenti della vita, cambiava idea, smontava, e s'internava nel bosco.
Perchè?
Là, in un pagliaio di pecorai, doveva imbattersi in que' banditi che aveva conosciuto durante la sua dimora a Marcatobianco, per raccontar loro quel che gli era successo; cavalcare un par di mesi con essi; dar prove non dubbie del suo coraggio in uno scontro improvviso, allo svolto d'una via, con soldati e militi; cedere alle preghiere, e accettare il comando della banda….
Si rivedeva a Malfarina, sur un poggio a cavaliere di due valli, dopo aver letti gli statuti della nuova associazione, tra i compagni pieni d'entusiamo, i quali, agitando i berretti in aria con un urrà formidabile, guardavano in qua e in là dove scorgessero paesi, quasi in atto di sfida alla società che si preparavano ad attaccare.
Da quel giorno aveva affogato i rimorsi nel sangue: non del tutto però, poichè, come si vede, di tempo in tempo ritornavano a galla.
Albeggiava. A destra, da una masseria in costa, si elevava un pennacchio di fumo; abbaiavano i cani, le pecore belavano nelle mandrie; un branco di mulacchie si svegliavano stridendo nel bosco; cominciava il concerto delle calandre ne' seminati ondeggianti al soffio d'un venterello fresco…. La natura si ridestava allegra e rugiadosa in quella bella mattinata di marzo, sotto alla volta celeste d'un cielo senza una nuvola.
Il Marchese fece bocca da ridere: l'apparire del giorno, i rumori della vita, l'avevano rinfrancato, avevano scacciato le nebbie de' suoi tristi pensieri. O dove l'aveva la testa per aver ruminato tutte quelle sciocchezze! il canto d'un uccellaccio, le paure d'una carogna, l'avevano colpito al punto….
Finì il pensiero con un sogghigno. Voleva farne di più d'ora in avanti, per punirsi di quella debolezza da femminuccia…. Dio? che Dio! Inferno? che inferno! Il vero inferno era la _vicaria_¹, e sinchè aveva in mano la carabina, non ce lo caccerebbero certo! Alla masseria per Cristo! lì l'aspettavano i compagni: manderebbe Mamala ad avvertire que' di Mezzoiuso, D'Aquila que' di Prizzi, Di Marco que' di Lercara, egli e Savona andrebbero a Granza, a trovar Valvo…. L'assalto di S. Giovanni farebbe epoca. E col cuore allargato da una gioia feroce, diede un par di spronate alla Bordellina, che, a quest'attacco repentino, s'impennò, saltò un ruscello, e via per la costa come una saetta.
¹ Vicaria, carcere principale di Palermo, onde vicaria per carcere in generale.
—Ma ma….maria san….santissima! ha iiil di di diavolo iin corpo!… barbugliò compare Nino, mentre tirava a due mani le briglie della sua cavalla, che, al partire dell'altra, s'era messa a far salti. E gli andò dietro alla meglio.
X.
Otto giorni dopo, sul far della sera, attorno alla casipola del Daino pascolava ancora una mandria di pecore; il pecoraio, seduto sur un sasso, e col bastone tra le gambe, provava con lo zufolo una polca che aveva sentito sonare, nell'ultima festa, alla banda del suo paese. E chi sa quanto ancora sarebbe restato lì, curvo, con gli occhi intenti, dimentico dell'ora e di sè stesso, se un ragazzetto non fosse venuto, a nome del Ciulla, ad avvertirlo ch'era già tardi, scendesse con le pecore. S'alzò, intascò lo strumento, radunò la mandria a urli, fischi e sassate, e se la cacciò davanti per la viottola sparsa di ciottoli, che mena alla valle, all'estremità superiore del cui tappeto verde tagliato da un borro, spiccava la macchietta rossa del tetto della masseria di Pietracaduta. La casipola tra il lusco e il brusco, restò come ingrugnata, solitaria nell'altipiano col monte a ridosso, dal cui pendio calava lentamente una nebbia fitta.
Poco dopo, dalla strada detta Bocca di Capra, sbucarono otto uomini a cavallo: andavano un dietro l'altro avvolti in lunghi cappotti, come una sfilata d'ombre nere nella nebbia invadente. Venuti vicino la casipola, smontarono; lasciarono i cavalli in custodia a uno di loro, si fecero all'uscio consunto, chiuso con un bastone, infilato per traverso in un cappio di corda macera fermato al buco della chiave, l'aprirono, ed entrarono.
Dopo una mezz'ora, eccoti altre ombre sfilare nella nebbia:
—Ehi!
—Ehi!
Smontavano, lasciavano i cavalli, ed entravano.
Ciò sino a mezzanotte passata.
Dieci minuti dopo, l'unica stanzaccia terrena della casipola offriva uno spettacolo strano. Nel focolare scoppiettava una bella fiammata: e tutt'attorno sedevano tre uomini: don Peppino nel mezzo, Biagio Valvo, a destra, Umberto Riggio a sinistra; se ne stavano, ritti a gruppi, altri banditi, e campieri, e pastori, fin proprietari, associati alla banda. La fiammata illuminava in pieno le loro facce barbute o rase del tutto, dall'espressione dura e feroce, faceva luccicare i fregi di rame delle giberne e de' fucili, i bottoni d'acciaio dei giubboni dei pastori. E sulle loro teste, coperte di scorzette di felpa con lunghe nappe, di berrette di Padova, o di berrettini a barca di panno nero, galleggiava un denso strato di fumo, che faceva lacrimare gli occhi d'alcuni, in ispecie di due induvidui del primo gruppo a destra. Questi due davano nell'occhio per più ragioni: erano vestiti d'abiti di panno fine, dal taglio in certo modo elegante a confrontarlo con quello degli altri abiti, che pareva fatto con l'accetta; le loro faccie, punto feroci, erano solamente un pochino abbronzate; anche nel loro atteggiamento c'era qualcosa di mortificato….Si sarebbero detti due galantuomini smarriti in quella combricola di birbanti. Erano Pallanza, e Rossetti, due proprietari de' paesi vicini. Davan pure nell'occhio gli uomini del quarto gruppo, per il modo strano ond'erano armati: oltre al fucile a due canne, avevano chi un'accetta, chi un palo di ferro, chi un martello e lunghi scalpelli, chi una mazza d'acciaio.
Era un vocìo rotto da risa feroci: que' signori parlavano velatamente dell'assalto di S. Giovanni prossimo a compiersi, e si millantavano con una mimica smodata. Ma a un tratto il brigante calabrese s'alzò e impose il silenzio con un gesto. Il farabutto, che dava a quanto faceva una specie di strana solennità, atteggiò quella sua brutta faccia a un'aria mafiosesca, guardò tutti in giro e cominciò ad arringarli, come deve fare un generale prima del combattimento. Disse che li aveva fatti avvertire di trovarsi quella sera nella casipola del piano del Daino, a norma degli statuti dell'associazione: sapevano di che si trattava. Pensassero che la riuscita di quel colpo di mano, oltre d'impinguare le loro borse, assodava, col terrore, il loro potere definitivamente. Quello era uno smacco che davano alla forza armata, un di quegli smacchi che fan cascar le braccia addirittura e per un pezzo. Raccomandava l'ubbedienza ai capi: stava dinanzi a lui il fiore vero della malandrineria siciliana, e non parlava d'altro; era sicuro che ognuno farebbe il suo dovere.
Finito questo breve discorso, che fu accolto con un mormorio di approvazione, il Marchese cominciò a far l'appello dei banditi.
Di Montemaggiore risposero: Biagio Valvo, Carmelo Lo Cicero, Cruciano
Mesi, Pietro Salpietra, Angelo Mazzarese, Antonino Berretta. Di
Prizzi: Luciano D'Aquila, Paolo e Filippo Gaucitano, Raimondo Sarese,
Francesco Maralà detto Piede di palo, don Nicola Rospetti, don
Giuseppe Palenza (i due proprietari), Giuseppe Sambra detto il
Dannato, Sebastiano Chilli, Giuseppe Occhibianchi. Di Mezzoiuso:
Carmelo Mamola detto Cairone, Pietro Sgrò, Pietro Morale, Giorgio
Vittoriano (campieri manutengoli), Antonino Mistretta detto il
Salemitano. Di Lercara: Antonino Di Marco, Francesco Raja, Pietro
Reina detto il Malo villano, Giovanni Pessa, Gaetano Manzella,
Serafino Cilì. Di Burgio: Nicasio Savona, Giuseppe Carabillò, Umberto
Riggio.
Mancava Nino D'Amico! e il Capitano avendo fatto osservar ciò aggrottando le sopracciglia, a giustificarlo prese la parola Carmelo Mamola detto Cairone. Il suo compaesano egli l'aveva lasciato dispiaciutissimo di non aver potuto venire; al momento della partenza, l'aveva visto lui coi suoi propri occhi, la cavalla s'era messa a zoppicare, aveva un'inchiodatura…. non c'era nè il tempo nè la maniera di procurarsene un'altra. Conchiudeva, che in grazia della buona volontà, era giusto tener compare Nino come presente, e fargli aver poi la sua parte di bottino.
Che gran furbo quel tartaglione! aveva trovato il modo di serbar la pancia a' fichi senza che avesse a risentirsene il borsellino.
E il Marchese che lo conosceva, represse un sorriso, e guardò i due colleghi. Avendo costoro approvato con un cenno del capo, accettò la proposta di Mamola. Subito dopo si fece l'esame degli strumenti portati dai Cercarsi. I tre capi se li passarono di mano in mano approvando con un lento muover di testa, dichiarando ch'erano atti a sfracellare porte, a rovinare muri, a scassare casse ed armadi….
—C'è permesso? disse in quella una voce. Ed al voltarsi, i banditi videro Ntoni sulla soglia dell'uscio, illuminato tutto dalla fiamma. Il capraio piegava letteralmente sotto al peso di due castrati scorticati e senza testa, che portava a cavalluccio legati per le zampe di dietro.
—Compare Giorgi manda questi a lor signori.
Delle grida di gioia, assai imprudenti a quell'ora nel silenzio della notte, accolsero il capraio e le sue parole: ma un delizioso trasalimento dello stomaco l'aveva spinto per que' petti feroci, pieni dell'allegrezza della prossima rapina. Si messero altra legna sul fuoco, si prepararono delle bacchette di ferro da fucile, per servir da spiedi ed arrostir le due bestie, che già alcuni avevano levate di dosso al capraio, appendevano a due cavicchi, e cominciavano a fare in pezzi….
Per non destar sospetti, la banda prima che aggiornasse si sparse per la campagna in piccoli drappelli. Nella casipola non restarono che il Capitano, Biagio Valvo, e Giorgi Ciulla il quale era arrivato durante la notte.
XI.
Il vecchio orologio a pendolo sonò due ore: il prete contò le fave ammucchiate alla sua destra: poi esaminò le carte, e accusò i punti motteggiando.
—Come si perde questa partita! esclamò don Alessio rimasto come un allocco. Perdio!…
Ma si battè subito sulla bocca, e voltosi alla sorella che guardava sorridendo, soggiunse:—A momenti mi fa bestemmiare come un eretico questo cristiano!
—Ma se non sa giocare, riprese il prete motteggiando sempre.
—Io!!
—Lei, lei.
Il vecchio lo guardò un poco, posando i pugni stretti sull'orlo del tavolino, poi si messe a ciondolare il capo.
—Dica piuttosto che ha il diavolo dalla sua!
E lì un diluvio di ragioni, per via delle quali egli credeva di dimostrare con la più bella evidenza, che nè quella, nè molte altre partite, avrebbe dovuto perdere.
Il reverendo rideva proprio di cuore e romorosamente al suo solito; buttava giù facezie su facezie, con una disinvoltura come se non covasse nulla nell'animo. S'alzò, strinse la mano dell'amico, raccomandò all'amica che gliela desse lei qualche lezioncina al fratello quando non aveva troppo da fare. Si messe il cappuccio che soleva portare la sera e le giornate fredde in luogo del cappello, s'avvolse nel ferraiuolo, e, dicendo che aveva un gran sonno, e che appena arrivato a casa avrebbe cenato, e sarebbe andato a letto, uscì.
—Era tardi…. che non avesse a arrivare a tempo al luogo del ritrovo?… Aveva fatto male ad andare alla villa quella sera….
Ecco cosa pensava, nello scender le scale, preceduto da Lisabetta che gli faceva lume! Ma riflettè subito che il non andarci sarebbe stato un errore: la sua assenza giusto quella sera, si sarebbe potuto commentare, e certe volte basta un minimo che a metter la giustizia sulle peste…. Si compiaceva, del resto, del come aveva saputo nascondere per due buone ore l'agitazione che lo divorava. Eh, eh, caso mai avesse a accadere qualche guaio…. come per esempio, Dio nol voglia, un arresto…. sarebbe una testimonianza assai giovevole a lui quella dei suoi amici che l'avevano veduto tutta la sera così calmo e burlevole. O che si può supporre che uno abbia tanta forza d'animo da padroneggiarsi a quel modo, momenti prima di commettere un reato, e per due buone ore?…
Arrivò davanti alla porta di casa sua in pochi minuti. La serva l'aveva mandata a lavare alla Rupe: si levò la chiave di tasca, aprì con gran rumore, entrò, rinchiuse con gran rumore, salì a tastoni, accese il lume. Si levò il ferraiulo, il cappuccio, la zimarra, il collare, le ampie tasche, le scarpe con le fibbie; infilò sbuffando un par di stivaloni, panciotto e bonaca di bordiglione, si legò al collo un fazzoletto rosso, mise sul capo un cappellaccio di feltro nero, la giberna ad armacollo, prese un par di pistole, un coltellaccio a molla, il fucile, e così cambiato che nemmeno il nonno, se fosse tornato al mondo, l'avrebbe riconosciuto, soffiò nel lume, e via al buio remando. Tutto ciò in fretta e furia, camminando in punta di piedi, prendendo ogni cosa con la massima precauzione come oggetto da rompere.
Era tardi; che non avesse a arrivare a tempo al luogo del ritrovo? Ma ci arrivò che non c'era ancora un'anima, tutto sudato ed ansante. Era una di quelle notti buie che cielo e terra paiono confusi. Ascoltò: nel profondo silenzio non si sentiva che il lontano ugiolare d'un cane, in quel caos di tenebre non si vedeva che un punto rosso, tremolante, la lampada della cappellina. Egli v'andò; la girò per accertarsi che non ci fosse gente appiattata dietro, poi si postò tra due macchie di rovi poco distanti, e vi restò immobile, con l'orecchie e con gli occhi tesi, rattenendo il respiro, per sentir meglio.
Venivano?… non venivano?… che diavolo facevano a tardar tanto!
E nel tabernacolo, dietro la piccola grata di legno, l'immagine della Madonna Addolorata, col seno trafitto da sette spade, guardava con gli occhi neri di vetro, terribili nel volto scialbo, quel degno ministro di Dio, acquattato lì a pochi passi, armato sino ai denti, tormentato da due inquietudini: che i compagni avessero a prendere un'altra strada, e si avessero a dimenticare di lui, che avesse a capitare qualche pattuglia!
Ma a un tratto dei cani abbaiarono a sinistra…. si udì uno scalpitio che si veniva avvicinando sempre più…. Come gli batteva forte il cuore! Comparve nel crocicchio un'ombra a cavallo…. e si mise a fischiettare un'arietta popolare allora in voga: il segnale. Finalmente!!
—Castrenze!
—Lasciamo stare i nomi, per Gesù Cristo! esclamò il galantuomo impaurito, e a voce bassissima, che le piante non hanno orecchie e sentono.
—E gli altri dove sono?
—Vengon dietro…. giù nello stradale.
Quando i due amici giunsero nello stradale, vi si fermava una massa nera d'uomini a cavallo. Erano i briganti.
Il galantuomo si rimise a fischiettare; e don Peppino, riconosciutolo a quel segno, ordinò a tutti che smontassero, e dessero le bestie ai sei contadini che dovevano restare a custodirle sotto la sorveglianza di Ciccio Raja. Fu un fantastico agitarsi d'ombre, un bisbigliare confuso, uno scalpitìo d'uomini e di cavalli.
—Presto!… Presto!… E i vari gruppi s'ordinavano dietro a' capi, mentre il Marchese distribuiva, a quelli i quali dovevano assaltare la villa, il palo, la mazza, gli scalpelli e i martelli che aveva fatto portare ai contadini.
—Siamo pronti? domandò infine.
—Pronti, risposero i vari capi.
—Avanti dunque picciotti!
E in queste tre parole, proferite dal Marchese a voce un po' più alta, c'era la ferocia della tigre oramai certa che sbranerà la vittima agognata da tanto tempo, la lieta baldanza d'un capitano che sa di comandare uomini avvezzi a mostrare il viso.
Tuttavia capo e gregari si avanzarono con una certa trepidità: uno del cavalli mise un nitrito che fece rimescolar tutti involontariamente. Ma arrivarono senza intoppi alle prime case del paesello, e si fermarono. Lì fu un nuovo agitarsi d'ombre, e un nuovo bisbigliare: e il Marchese cominciò ad affaccendarsi di nuovo con quell'aria da generale, che, per la sua natura d'istrione, soleva assumere sempre che se ne offrisse il destro. Postava uomini a guardia dell'imboccatura della strada principale; uomini a tutte le cantonate dei vicoli che mettevano in piazza, luogo di riunione in tutti i paesi di provincia; uomini all'imboccatura opposta della strada: e intanto s'avanzavano in sull'arme, quatti quatti rasente i muri delle case addormentate, non facendo rumore nemmen per uno: uomini all'entrata delle Grotte; uomini a quella di S. Brigida, dalla quale si diramava la via che saliva alla villa.
Oh, i sangiovannesi sono bene accerchiati, e quelli che faranno il tiro lassù potran stare sicuri di non esser disturbati per un pezzo! Via dunque, avanti reverendo! avanti ladroni di strada meno disprezzabili di quell'uno in veste nera! il passo è libero, e le vittime, due povere donne e un vecchio, aspettano, senza difesa.
—Fate presto, e con prudenza…. raccomandò loro il marchese: e le sette iene un momento dopo disparvero nell'ombra di quella notte senza stelle.
—Oh, se potessi prendere due piccioni ad una fava! pensava il sacerdote con un brutale rimescolio. Basta…. forse non sarà difficile.
XII.
Povera Lola…. Il lumino da notte posato sul tavolino, davanti a un quadretto dell'Immacolata Concezione, con un cestino da lavoro per riparo dal lato destro, spandeva un debole chiarore in una parte della stanzetta, allungava smisuratamente l'ombra del cestino nell'altra parte dov'era il letto in cui essa dormiva. La coperta bianca modellava il suo corpo rannicchiato. Sul cuscino spiccava la sua testolina bruna, con gli occhi chiusi, e le labbruzza semiaperte a un respiro dolce e regolare.
Dormiva con le braccia in croce sul petto, e sognava di Giovanni. Quante volte il giovine, spintovi dalle sue domande, non le aveva descritto il nuovo quartierino che aveva affittato in una bella casa in via Macqueda! A lei pareva d'essere a Palermo (in un Palermo foggiato dalla sua immaginazione, cioè, un giardino immenso sparso di palazzi, con una larga via nel bel mezzo, via Macqueda) e davanti a quella casa. Trepidante, entrava, saliva le scale, sonava all'uscio del terzo piano…. le apriva una serva (vecchia) che la squadrava tra curiosa e meravigliata.
—È in casa il vostro padrone?
—Sissignora. Signo….
—St…. interrompeva lei con un gesto.
Attraversava in punta di piedi l'anticamera, il salotto, spingeva un uscio pian piano, e guardava…. Come le batteva il cuore! Egli era al tavolino, coi gomiti appoggiati sul piano, e le guance tra le palme: pensava di certo. A che pensava? Essa, camminando sempre sulle punte de' piedi, veniva sin dietro alle sue spalle… gli buttava le braccia al collo.
—Oh!…
E qui una dolce sorpresa, un alzarsi di scatto, un abbraccio in cui si confondevano le loro persone, un bacio in cui si confondevano l'anime loro. Lui le domandava com'era venuta…. e tornava ad abbracciarla, a baciarla, senza darle il tempo di spiegarsi…. Uno accanto all'altro con un braccio attorno alla vita, visitavano la stanzetta. Essa la vedeva come il giovane gliel'aveva descritta tante volte: con l'armadione, il tavolino carico di libri dal lume con la ventola istoriata, gli abiti pendenti dall'attaccapanni, il letto col zanzariere di velo bianco…. di sotto alla balza della coperta venivan fuori le punte d'un par di graziose pianelle, quelle stesse che lei gli aveva ricamate, e regalate prima di partire….
E nella stanzetta, tutta un profumo verginale, un moscerino ronzava di quando in quando.
Ma a un tratto essa si desta…. e presa da un terribile batticuore, si rizza sur un gomito…. poi a sedere sul letto…. Chiusa nella camicia da notte, con gli occhi spalancati, con le mani tra' capelli, sta ad ascoltare…. Che è, Dio mio!… sente abbaiare i cani furiosamente…. sente un rumor di sassi che rimbalzano sul suolo…. il guaito d'un dei cani certo colpito…. uno scalpitìo nella spianata…. un colpo dato alla porta, uno strano scricchiolio….
Ma sono i ladri di sicuro…. e cercano di scassare la porta!
A quest'idea balza fuori delle coperte, e volgendo sguardi atterriti verso la finestra, dà di piglio alla sottana che è col resto degli abiti su una sedia ai piedi del letto, se l'infila in fretta, s'infila la veste, le pianelle, e mentre cerca d'agganciarsi alla meglio la vita con le dita tremanti, corre all'uscio: l'apre, si slancia nella camera della zia.
Donna Costanza, supina, col volto gonfio e la bocca aperta, russava sodo.
—Zia…. zia….
La fanciulla, ritta innanzi al letto, bianca come una morta e tremando verga a verga, la chiamava con voce soffocata, e la scoteva.
—Eh, eh….
—Zia…. zia….
—Cosa vuoi…. che cosa c'è?… balbettò essa finalmente con gli occhi ancora tra' peli.
—I ladri…. cercano d'entrare in casa….
—Gran Signora Maria! barbugliò la povera donna, e balzò dal letto, e s'infilò la veste che la nipote aveva preso di sulla sedia e le porgeva. Batteva i denti.
Attraversarono la camera come pazze, un andito, spinsero l'uscio del salotto….
Ma anche l'uscio della stanza di don Alessio, e quello che metteva nell'anticamera si apersero in quel mentre, e sulla soglia dell'uno apparve il vecchio, su quella dell'altro la serva.
Il povero Berlingheri era in maniche di camicia, con la vecchia giberna ad armacollo, la lucerna in una mano, il fucile nell'altra: aveva la faccia più bianca del berrettino da notte tirato sin sull'orecchie. Lisabetta non aveva avuto certo il tempo di buttarsi qualcosa addosso: la camicia nera, rattoppata, le cadeva da un lato sul braccio, mostrava a nudo metà del petto vizzo, sussultante. Era morta dallo spavento: batteva palma a palma, si dondolava sulla vita.
—I ladri…. i ladri…. ripeteva con una nenia strana come se cantasse. Stan scassando la porta…. stan scassando la porta….
—Padre….
—Fratello mio….
—Co…. cocoraggio Co…. coraggio…. tartagliava l'infelice per rassicurare quelle povere donne. E posò la lucerna sul tavolino, e stringendo nelle mani quel fucilone che pareva una canna da pescare, andò alla feritoia, ne aprì lo sportellino con la mano tremante, riuscì a introdurre la lunga canna nell'apertura, chiuse gli occhi, e tirò il grilletto. Parve che il fucile facesse cecca, però il colpo partì immediatamente dopo. Allora fuori di sè, come se quell'atto avesse esaurite le sue ultime forze, lasciò l'arma che s'arrestò a mezza aria con la canna dentro alla feritoia, e si messe a urlare con voce rantolosa:
—Aiutooo!… aiutooo!…
A quello sparo, a quegli urli, due tremendi colpi rintronarono tutta la casa, e la porta di fuori volò in ischegge, fra un tintinnire metallico, certo del chiavistello che, sconficcato e lanciato per aria, cadde, e ribalzò sul pavimento.
Lisabetta balzò a un angolo della stanza, vi si rannicchiò coprendosi la faccia con le mani, invocando tutti i santi del calendario, sempre con quella strana nenia: donna Costanza, Lola, corsero strillando a stringersi al povero vecchio, e l'abbracciarono: stettero tutt'e tre a guardar la porta, quasi paralizzati. E ad accrescere orrore a quella scena, dal paesetto, per il silenzio della notte, s'elevò un clamore infernale, e uno coppiettìo di fucilate.
Allora perdettero la testa affatto, e si misero a correre per la stanza all'impazzata, cercando un'uscita senza poterla trovare.
—Giovanni mio…. Giovanni mio…. ripeteva tra di sè la povera fanciulla con ambascia, nè in quella confusione poteva connetter altro. Poterono infilar l'uscio della camera di don Alessio, spintivi dal pericolo imminente, come intesero per le scale un rumor di passi precipitosi che si venivano avvicinando. Andarono a cacciarsi in un camerino che c'era a destra entrando, e dove il vecchio soleva tenere gli abiti e la biancheria. Stettero nell'angolo più riposto, abbracciati, immobili tra gli abiti, rattenendo il respiro, nell'ingenua speranza di non esser trovati.
Un calcio poderoso fece spalancare con violenza l'uscio del salotto, che la serva aveva richiuso, e i banditi irruppero urlando: non vi muovete o siete morti! Uno di que' demóni era avanti, con la lanterna in una mano e il fucile nell'altra, gli altri venivan dietro in sull'orme, con certi visacci da atterrire. Il reverendo con il cappellaccio sugli occhi, il galantuomo con la faccia attraversata dalla benda, attesa la schioppettata avevano creduto prudente tenersi tra gli ultimi: non si sa mai quel che può succedere…. molte volte gli agnelli soglion diventare leoni!… Però videro lo schioppo a mezz'aria con la canna cacciata nella feritoia, e ripresero animo: se chi aveva sparato aveva abbandonata l'arme, potevano star sicuri di non incontrare nuova resistenza. I banditi intanto si scagliarono addosso alla povera Lisabetta ch'era rimasta rannicchiata nell'angolo. L'afferrarono per i capelli, e la costrinsero a mostrare il volto, la minacciarono coi pugni stretti, e coi calci dei fucili, l'ingiuriarono domandandole dove s'eran cacciati i suoi padroni. Ma l'infelice era esterrefatta, li guardava con gli occhi istupiditi, non riuscendo che a mettere dei suoni inarticolati. Con una pedata la mandarono ruzzoloni, e avanti. Si slanciarono nella camera da letto del vecchio, urlando, non vi movete, o siete morti! Oh, sì, il poveretto, che tremava nel camerino stretto alle due povere donne, ne aveva proprio voglia di muoversi! Cercarono da per tutto: dietro a' mobili; sotto il letto; e accortisi finalmente dell'uscio del camerino, lo sfondarono a calci, e dentro.
Seguì una confusione terribile:—Son qua…. son qua….—Non vi movete, sangue….—Assassino….—Si…. signori miei…. si….gnori miei…. E strilli di donne.
A un tratto rimbombò un colpo d'arme da fuoco…. si sentì il rumor d'un corpo che stramazzi…. un grido straziante: Figlia…. figlia mia….
In quella confusione, un fucile s'era scaricato accidentalmente.
Povera Lola!
A un silenzio lugubre di pochi secondi successero uno scalpiccio, delle bestemmie, delle frasi smozzicate di minacce: afferravano il povero padre, lo strappavano a forza dal corpo della figlia, lo trascinavano fuori dal camerino: anche donna Costanza trascinavan fuori, ma come peso inerte: più fortunata in questo dal fratello, essa era svenuta. La lanterna che teneva uno dei banditi, e rischiarava or qua or là quella terribile scena tra il fumo e il puzzo della polvere, gettò una striscia di luce sul corpo della povera fanciulla, a metà sprofondato dentro una cesta sotto agli abiti appesi, con le braccia, il capo e i capelli penzolanti, gli occhi sbarrati nel volto livido.
S'accorsero che donna Costanza era svenuta quando un di loro tornò col lume ch'era andato a prendere nel salotto: la lasciarono stramazzar per terra, e corsero al vecchio che i compagni tenevan per le braccia, e pel petto della camicia. L'infelice era istupidito dal dolore. Signori miei…. balbettava, signori miei…. la mia povera figlia….
Tuttavia fu necessità che desse loro i danari. Ripetendo come un ebete, tutto…. tutto…. si fece al letto, frugò, con le mani tremanti, sotto al cuscino, ne levò una chiave, andò a rimuovere un piccolo armadio, e aprì uno sportello ben praticato nella parete e imbiancato com'essa.
Agli occhi avidi dei banditi che s'affollavano, si presentarono, schierati in quel nascondiglio, cinque o sei sacchetti rigonfi. Fu un pigiarsi, uno stendere confuso di manacce, un ghermire rapace. E il povero vecchio, approfittando del momento in cui supponeva i banditi bastantemente occupati, si mosse per accorrere in aiuto della figliuola, che, con quella pietosa ostinazione di chi perde un essere caro, non voleva credere ancor morta, benchè l'avesse veduta stramazzare senza mettere un grido.
Ma una mano di ferro gli si posò sul braccio, e lo costrinse ad arrestarsi.
—Dove vai, assassino!
Era il feroce Mamola, e lo guardava bieco.
Era dunque quel povero padre l'assassino! quel povero padre che agonizzava nello spasimo di sapere ferita a morte la sua creatura, a pochi passi da lui, chiedente l'aiuto che barbaramente gl'impedivano di darle.
—Signori miei…. per pietà…. signori miei, la mia povera figliuola…. se ne muore senza soccorso.
—Ancora col solito ritornello! riprese il bandito bruscamente. Lasciala stare quella…. (e l'infame osò pronunziare la terribile parola) pensa alla tua vita piuttosto!
Il povero padre mise un gemito.
All'ordine dato dal feroce Mamola, tutti i sacchi furono posati sul tavolino, e sotto gli sguardi cupidi e diffidenti del Rizzotto, e del galantuomo, si sciolsero, e si esaminò quel che c'era dentro, un par di migliaia d'onze al più, in moneta d'oro e d'argento. Non era certo quello il tesoro, il vecchio furbo voleva prenderli per minchioni…. Fu per questo che Mamola gli si piantò davanti, e fissandolo co' suoi occhiacci iniettati, e afferrandolo con mal piglio per il braccio, gli disse:
—Via, vecchia carogna, dicci dov'è nascosto il resto del danaro….
Il poveretto protestò, si contorse, disse che con quel chiodo nel cuore di non potere dar soccorso presto alla figliuola, pur che lo lasciassero in pace, gli avrebbe dati dei milioni se li avesse posseduti…. Sì, egli aveva altre sei mila onze, però due giorni addietro le aveva prestate al fratello, cui bisognavano per compir la somma necessaria alla compra del Cigno, messo in vendita dai Carabillò di Cammarata…. Se non gli credevano gli potrebbe far leggere….
Un terribile schiaffo, datogli da Mamola, gli troncò le parole in bocca.
—Oh, ammazzatemi che è meglio! barbugliò l'infelice con le labbra insanguinate.
—Ah, inventi frottole!… ah, voi rubarci la somma più grossa!… Tò, pezzo di ladro!… Tò, pezzo d'assassino!… Il resto dei danari, sangue…. il resto dei danari, o ti scanno….
E il bandito, orribile a vedersi con la faccia livida tutta rasa, con la schiuma alla bocca, picchiava e picchiava di santa ragione a ogni esclamazione, e col pugno, e col fucile volto per la bocca, mentre il debole vecchio, stordito, accecato, e tutto contuso, or pencolava da un lato, or dall'altro. Una pedata lo fece cader di peso…. Dovettero levarglielo dalle mani.
Nè il galantuomo, nè il reverendo avevano preso parte a questa brutta scena: temevano d'essere riconosciuti malgrado il loro travestimento: il primo se n'era stato vicino al tavolino a guardare i sacchi col danaro; il secondo, sinistro col cappellaccio nero sul naso, e quel che si vedeva dal volto con uno sgraffio sanguinante dall'angolo della bocca sin sotto al mento, andava battendo col martello sulle pareti, chi sa ci fosse praticato qualche nascondiglio. Ora però parvegli venuto il momento d'immischiarsi anche lui in quella faccenda. Il vecchio era tenace. Che busse! ci voleva altro per rompergli lo scilinguagnolo: e quella gente era capace di lasciare il banco e il benefizio…. Bella davvero! non ci mancava altro…. essersi messo all'arrischio di perdere la libertà, e forse la vita, perchè? per niente! e la andrebbe così, se il vecchio non cantasse!
E quest'idea lo tormentava; attirava dal profondo dell'anima sua un nembo d'ira e di collera, che gli veniva offuscando la ragione.
I banditi si consultavano: il feroce Mamola, non ancora sodisfatto, di tratto in tratto si voltava a guardar bieco, degrignando i denti, il povero Berlingheri seduto in terra, con le mani tra le gambe, con gli occhi fissi all'uscio del camerino, dal quale venivano ancor fuori strappi di fumo.
—Figlia mia…. figlia mia….
Fuori gli spari e gli urli erano cessati.
Il prete entrò risoluto nel gruppo dei banditi, e mise bocca nel discorso anche lui, con la voce bassa e cambiata. Che facevano? volevano perdere un tempo prezioso in chiacchiere inutili? volevano già andarsene? Non divideva per nulla il loro parere. Bisognava anzi restare ancora un poco, adoperare altri mezzi per far cantare quell'ostinato. O perchè eran venuti dunque, per quella miseria ch'era lì sul tavolino? E si strinse nelle spalle con disprezzo. Egli era pronto a metter le mani nel fuoco, il vecchio avaro le seimila onze l'aveva in casa…. non poteva essere altrimenti; quella dell'imprestito era una storiella da far dormire in piedi.
E con un sogghigno di cattivo augurio, finì dicendo, che lasciassero fare a lui.
Senza aspettar risposta, ordinò che alcuni, guidati dal suo compagno, facessero repulisti di quel che c'era di buono nella casa; gli altri restassero con lui per aiutarlo a confessare quel vecchio ladro.
Allora il guercio, dopo d'avere ricambiato un'occhiata col sacerdote, prese la lanterna, e Mamola dispose che tre banditi andassero con lui. Ben presto fu un rumore di passi precipitosi, di mobili scassati, di stoviglie rotte…. frugavano da per tutto, buttando all'aria ogni cosa.
Intanto il prete e Mamola s'avvicinavano a donna Costanza ancora giacente in terra. Essa doveva sapere qualche cosa; era donna, e, secondo loro, non poteva avere la forza d'animo d'un uomo. Ma ebbero un bello scuoterla, un bel pizzicarla, un bel pungerla a sangue con una forcina levatale di fra le trecce, restò immobile, senza dar segni di vita.
Il povero don Alessio non aveva veduto nulla di quella scena, egli seguitava a starsene con gli occhi fissi all'uscio del camerino, ripetendo sottovoce, e in un modo da commuovere anche un cuore di pietra: figlia mia!… figlia mia!…
I due bricconi vennero a piantarglisi davanti; e il prete abbassando il capo di traverso per timore d'essere riconosciuto, con la voce cambiata al solito, e ora anche un po' arrocchita dalla rabbia, gli ordinò che s'alzasse. Dovette ripeter l'ordine due volte, dovette posar la mano sulla spalla dell'infelice vecchio, e scuoterlo brutalmente, perchè questi ubbidisse, aiutandosi alla meglio.
—Apri bene le orecchie. Ti consiglio di desistere dalla tua cocciutaggine: sarà meglio per te. Via, dov'è il resto del danaro.
—Signori miei….
—Persuaditi con le buone.
—Oh, Dio mio ma se vi giuro su quel che c'è di più sacro….
Un'onda di sangue venne ad arrossare il volto del reverendo.
—Per l'ultima volta…. non costringerci a usare la violenza.
L'infelice giunse le mani.
—Oh, ma se anche avessi dei milioni, esclamò con un vero grido dell'anima, credete che non ve l'avrei già dati, pur di poter soccorrere presto la mia creatura che lasciate morire barbaramente? Figlia…. figlia mia….
E il povero vecchio, nascosta la faccia tra le mani, scoppiò in singhiozzi.
—Di nuovo con la solita storia? Ah, sei ostinato dunque! Vedremo di farti cantare vecchio barbagianni.
E con un sogghigno da demonio, andò a prendere la lucerna e la dette a Mamola, poi girò due o tre volte su sè stesso, guardando come se cercasse qualcosa: vide dei giornali ammontati sull'armadio, andò a prenderne alcuni, e cominciò ad attorcerli.
—Spogliatelo, disse freddamente.
I banditi si scagliarono sul vecchio, e in men che non si dice gli ebbero strappati d'addosso la giberna che aveva ancora ad armacollo, la camicia ed i calzoni.
—Si…. si… signori miei…. si…. gnori miei….
L'infelice aveva compreso quel che volevano fargli e non sapeva che balbettare, guardando or questo or quello con gli occhi vitrei, mentre nel suo povero corpo nudo, tenuto dai due manigoldi, non c'era muscolo che stesse fermo . . . . . . . . . . . .[**]
Quel che successe fu orribile!
Venti minuti dopo, nella casa saccheggiata, tra un puzzo nauseante di carne bruciata, regnava un silenzio lugubre: lo rompeva di quando in quando un rantolo.
XIII.
Alla villa, travestito com'era, non l'aveva riconosciuto nessuno; era rincasato quatto quatto senza che lo vedesse anima nata; era andato a nasconder gli abiti del Vappo in cantina, dentro una botte vuota cacciandoveli per il cocchiume; e risalito, era andato a guardarsi allo specchio, premendo i lati dello sgraffio per farne uscire tutto il sangue; poi aveva soffiato nel lume, e, in maniche di camicia e in ciabatte, s'era buttato sul letto. Nella stanza buia fumò un punto rosso, digradò a poco a poco, si spense, spargendo attorno un puzzo di lucignolo. Quel giorno sarebbe un giorno di battaglia…. aveva da pensare a un mondo di cose, la vera sicurezza dipendendo dal modo di condursi. Ma che pensare! aveva nel capo una gran confusione, un passaggio continuo di idee incalzantesi in tumulto; nell'orecchie un concerto di grida strazianti, di gemiti, di colpi; davanti agli occhi, tra il turbinare delle figure bieche dei compagni, i quadri più spiccati delle scene della notte: l'irrompere nella casa; il volto di Lisabetta istupidito dal terrore; il gruppo pietoso illuminato ad un tratto dalla lanterna, nel camerino, tra gli abiti che pendevano dall'attaccapanni; il saccheggio con il luccicare degli oggetti d'oro e d'argento, con i fagotti di biancheria; il corpo scarno del vecchio, con il berrettino sin sull'orecchie, contorcendosi nella violenza dello spasimo; e i più distinti d'ogni altra cosa, il fucile a mezz'aria con la canna cacciata nella feritoria; il cadavere della fanciulla a metà sprofondato dentro la cesta.
Così trascorsero due ore, durante le quali, a forza di volontà venne calmandosi. Allora potè pensare al modo di condursi; fu un disegno lungo, elaborato, nel quale pesò ogni parola, studiò ogni atteggiamento, fino i minimi gesti. Albeggiava quando l'aveva già portato al punto da non volere che gli ultimi tocchi. S'alzò, stette a origliare: e sentì dei rumori che venivano di fuori: un passo frettoloso, l'aprirsi discreto di un'imposta…. poi voci di donna. Andò a tuffar la faccia nella catinella piena d'acqua fresca, s'asciugò, si guardò lo sgraffio nello specchio, e infilatasi una specie di giacchetta nera che soleva portare in casa, si fece alla finestra, aprì lo sportello adagio adagio, e stette a guardare e a sentire curando di non farsi scorgere. Passava gente; la vicina dirimpetto, con una covata di figliuole d'ogni statura e d'ogni pelo attorno, era al terrazzino: tutte a una bocca raccontavano alla gnora Dia, la moglie del calzolaio, quel che avevano sentito e quel che avevano fatto nella notte. Il prete, da starsene dov'era, non poteva veder quest'ultima, ma la riconobbe dalla voce. Era un vero stridìo di gazze:—Chi sa quant'erano.—Avevano preso posto alle cantonate.—Gesù Maria!—Che paura!—E noi! figuratevi….—Mio marito….—Già, il babbo voleva uscire; dovemmo aggrapparci a' suoi panni, perchè, vedete, pensammo: si va a far ammazzare…. perchè nessuno ce lo può levare di testa, si trattava di rivoluzione.—Mio marito invece tremava come una foglia….—Eravamo in camicia, o che avemmo tempo di buttarci addosso qualche cosa? e battevamo i denti d'un modo!…—Io avevo potuto prendere uno scialle—Noi andammo a rannicchiarci in un angolo della camera: mio marito diceva che lì saremmo state al sicuro, chi sa qualche palla…—Da noi non ne è entrata nessuna.—E da noi nemmeno, per fortuna.—Meno male!—Questa piccina qui era restata in letto, nella confusione, ce n'eravamo dimenticate: non aveva avuto la forza di scendere, tanta era la paura che aveva povera piccina!… E le ragazze in coro:—E strillava, e strillava… la mamma corse a prenderla in braccio….—Finalmente….
Ma la signora s'interruppe, passava un conoscente.—Eih, don Pietro.
—Oh, donna Brigida.—Avete sentito, eh!—Pur troppo!—E non si sa nulla di quel ch'è stato?—Nulla. A porta S. Brigida han trovato pezzi di bardatura, un fodero di coltello, una bacchetta di pistola…. e che più? ah, un piccone, uno scalpello…. Vi saluto, vado a sentire quel che si dice in piazza.
—E via.
—Nessun morto, nessun ferito? gli gridarono dietro.
—No, almeno a quel che ho sentito dire.
Era strana! E lì commenti e supposizioni. E tutta quella roba a S.
Brigida? E i carabinieri che cosa facevano? E la forza di
Cammarata?… Possibile che non avessero sentito tutto quel diavoleto?
Il reverendo richiamata alla memoria la prima scena, come un buon attore poco avanti di far la sua entrata, aprì la finestra.
Una comare, sulla soglia dell'uscio, raccontava, che alle prime schioppettate s'era andata a nascondere nella carboniera, per questo la vedevano tutta nera: un'altra, che col suo bambino in braccio s'era buttata in ginocchioni davanti al quadro dell'Addolorata: una vecchia sdentata, con la voce strascicante e lamentosa, voleva persuader tutti a ogni costo, che il miracolo gliel'aveva fatto S. Giovannuccio, glielo aveva fatto S. Giovannuccio benedetto, con tanto fervore essa l'aveva pregato mentre tremava sotto le coltri! Si vedeva chiaro, non era successo nulla…. a lei non lo levava nessuno dalla testa, erano stati i diavoli ad assaltare il paese….
Ma in quella si voltarono tutte, e fu un vero concerto.—Padre don
Giuseppe….—Padre don Giuseppe….—Ha sentito?… Che gastigo di
Dio!…
—Ah, lasciatemi, stare, disse lui ciondolando il capo gravemente. (Si fece un gran silenzio). Ma che cosa è stato?
—O che sappiamo noi: verso quattr'ore….
—No, eran quattr'ore e mezzo…
E lì di nuovo il racconto di quello che avevano sentito e avevano fatto.
Egli disse, ch'era andato appena a letto, lo sapevano, soleva far molto tardi, la sera studiava sempre, quando sentì quell'inferno! Saltò fuori dalle coperte, tempestò un pezzo per la stanza…. capivano…. un poco di paura…. e finalmente riuscito a vestirsi, non osando accendere il lume, per timore che quegli scellerati, vedendo luce, avessero a tirare qualche schioppettata alla finestra, salì in granaio e se ne stette in ascolto. Cessati gli urli e le schioppettate, un po' rassicurato, tanto per vedere cosa succedeva, aveva aperto lo sportellino della finestra: allora, tomm…. una schioppettata, e tanto vicina che il lampo lo abbagliò. Dovettero certo tirargliela dal vicolo dirimpetto: e per la paura, aveva spinto lo sportello della finestra tanto in fretta, che la punta estrema gli aveva lacerato la faccia. Eh, lo vedevano? (E mostrava lo sgraffio). Un miracolo di Dio come con quella schioppettata non l'avessero ammazzato netto!!
—Poveretto!!—A un sant'uomo!!—Oh, gli assassini!!—Certo i diavoli!! strillava la vecchia più di tutte. E tutte dimentiche dei propri guai, badavano a impietosirsi del pericolo corso dal santo sacerdote.
—E la gnora Peppa?
—Fortunatamente per lei, ieri la mandai a lavare alla rupe.
Via, la trovata non era tanto cattiva: aveva il vantaggio poi d'esser semplice, e punto verbosa. E la ripetè con faccia tosta in istrada a' conoscenti; nel negozio d'Occhipinti dove, passando, l'invitarono a entrare; in piazza dove la gente con l'occhio all'erta almanaccava in capannelli; nella sacristia, tra un crocchio di preti, mentre si vestiva per dire, in suffragio delle anime del purgatorio, una messa che un devoto gli aveva pagato il giorno avanti. E la disse più grave e più raccolto del solito quella messa, alzando di più la voce e strascicandola di più nell'orazione pe' morti, raddolcendola con più unzione nell'orate fratres, e nel Dominus vobiscum. Le sue manacce, da' ditoni simili a salsicciotti, non tremarono per nulla nell'elevar l'ostia santa: fece sentire con un susurrare solenne l'hic est enim…. Si spogliò, attraversò la chiesa quasi deserta inchinandosi davanti all'altar maggiore, si segnò con l'acqua benedetta, e uscì. In quella scorse lo stalliere del Berlingheri, che, appena lo vide si liberò dai curiosi che gli erano stretti attorno per avere ragguagli, e gli corse incontro gridando:
—Padre don Giuseppe…. padre don Giuseppe….
—Che cosa è stato…. che volete….
—Alla villa….
—Che cosa è stato!… rispondete in nome di Dio….
—L'ho cercato per tutto il paese…. presto, venga…. Stanotte i briganti hanno assaltato la casa…. hanno ammazzato la signorina…. il padrone sta per spirare….
—Ah! gridò lui fattosi bianco come un cencio: e lasciato cadere il cappello, che non aveva messo in capo apposta, battè le mani contorcendole. Poi a un tratto si messe a correre come un disperato.
In piazza, dove già lo stalliere aveva detto la cosa, c'era come un ronzìo di sommossa, un muoversi confuso, un domandare, con facce nelle quali la curiosità aveva ceduto il posto a una vera costernazione, tanto que' buoni paesani volevan bene a' Berlingheri: a veder passare il prete tutto stravolto, senza cappello, e di corsa che pareva un pazzo, ognuno esclamava, l'ha saputa ora la cosa, poveretto…. oh, la sente davvero!
Egli correva, correva: uscì da porta S. Brigida, e senza rallentare il passo, via per la salita. Sboccò nella spianata che non ne poteva proprio più: il suo petto era un vero mantice, aveva le narici strette, con due fessette pallide dai lati, il volto tra livido e pavonazzo.
—Oh, Dio!… oh Dio!… che sciagura…. ripeteva: e così attraversò la spianata, piena tanto di gente, che ce n'era fin sugli alberi, passò la soglia della porta, guardata da militi e soldati, salì le scale, e piombò nel salotto.
—Oh Dio!… oh Dio!… che sciagura….
Ma lì ebbe un brivido e s'arrestò. L'uscio della camera di don Alessio era guardato da soldati: e per quelli spalancati dell'andito e della camera di donna Costanza, si vedeva la povera Lola stesa sul letto. L'avevano vestita di bianco, con scarpette di seta celeste: aveva le mani in croce sul petto, gli occhi chiusi nel visino pallido di morta, e una corona di rose d'ogni mese attorno ai capelli bruni. Le figliuole del fattore, aggruppate ai piedi del letto, stavano a guardarla piangenti, con le mani intrecciate e abbandonate giù pel grembo, addolorate come se fosse loro morta una sorella.
Ma l'assassino, rimessosi quasi subito, voltò, attraversò l'andito, e si slanciò nella stanza.
—Morta!… veramente morta! esclamava, battendo palma a palma, e guardando tra sorpreso e dolente or l'una or l'altra delle astanti.
E quelle buone ragazze proruppero in lamenti.
—Lo vede?… lo vede? ripetevano tra' singhiozzi, oh, chi l'avrebbe detto, non più tardi di ier l'altro venimmo a vederla, ed era piena di vita e di salute! Oh, povera padroncina…. tanto giovane… tanto buona…
—Oh Dio!… oh Dio!…
Poi fattosi grave la benedisse…. osò anche inginocchiarsi, appoggiare le sue manacce intrecciate sulla sponda del letto, e su di esse la fronte…. pregar per la vittima!
—E don Alessio? e donna Costanza?… domandò alzandosi.
—Sono nella camera del padrone…. c'è il giudice…. c'è il delegato…. Oh Dio!… oh Dio!…
In quella s'udirono per le scale passi affrettati, e una voce piangente di vitello:—Fratello!… fratello mio!…
Era il povero don Bastiano che arrivava.
XIV.
È passato un anno. In S. Giovanni non si parla più dell'accaduto che a punti di luna, quando per caso cada il discorso o su' i Berlingheri, o sul podere di Badalà, la cui villetta, chiusa giorno e notte che pare una tomba, mette ora una nota triste nel paesaggio.
—Che cosa terribile, eh! si suole esclamare in tale occasione. E, non par vero, ancora misteriosa!
—E la povera donna Costanza?
—Sempre a un modo. È pazza e non è pazza: non parla mai, guarda tutti in faccia atterrita… del resto è tranquillissima.
—O che l'avete vista?
Qualcuno rispondeva di sì. Qualche altro di no: gliel'aveva detto tizio ch'era andato a Cammarata in casa di don Bastiano per questo e quest'altro.
—Poveretta!
—Ha i capelli tutti bianchi.
—Eh, non si scherza! quella razza di quarti d'ora lì… E poi, il fratello morto, la nipote morta…. E don Giovannino, a proposito?
—Viaggia…. Dicono che sia a Parigi di Francia.
—Come ha fatto presto quello lì a dimenticare! chi l'avrebbe detto, a vederlo tanto disperato, e così ridotto che pareva una mostra d'uomo!
—Che volete, è andato sempre così il mondo…. E poi o che non ce li contate i vent'anni?
—Capisco…. Basta, la peggio l'han sempre i morti.
Quello che seguitava a ingrassare era il reverendo, benchè non gli fossero toccate che sole ventisett'onze per il bell'affare che aveva fatto: ma questa puntura era venuta scemando col crescere della sicurezza: solo di quando in quando si bisticciava col galantuomo il quale, invece dimagrava a occhiate, tanto era inconsolabile di non aver potuto metter su quel suo famoso negozio di frumento, per via del quale sarebbe arrichito certo, e in poco tempo.
In quei momenti di recrudescenza i due degni amici dialogavano a voce bassa, e facendo sforzi inauditi per contenersi, a causa di quelle benedette mura che non hanno orecchie, e certe volte sentono.
—Ci hai colpa tu! tu ci hai colpa!… esclamava il prete, rosso come un gallinaccio, e col ditone steso verso il galantuomo.
—Io!! rispondeva questi verde invece come l'aglio.
—Tu!! non bisognava ricorrere a quella gente, io non volevo.
—Smetti via, non hai senso comune. A chi volevi ricorrere, di'?
—Anche al diavolo, ma a quella gente no.
—Per Gesù Cristo, non dire sciocchezze, chè si trattava d'assaltare un paese!… Poi a un tratto scappandogli la pazienza:—Piuttosto dove l'avevi la testa mentre svaligiavano la casa? non avevamo stabilito che bisognava tener gli occhi alle mani di quei ladroni?
—State a sentirlo un po'!
—Ma tu pensasti di far tutt'altro…. bene ti stia! Perchè ti lamenti ora?
—Bestia! io non li lasciai un momento quei pezzi di ladri. L'imbroglio fu a Useria…. perchè non ci andaste quando fecero la divisione?
—E tu perchè non ci andasti?
—Io…. io…. la mia veste sacerdotale..,.
—Eh, non mi rompere i corbelli con la tua veste sacerdotale!
—Dovevo guardarmi le spalle….
—E credi che le mie l'abbia di legno? Che belle storie! E poi, caro mio, sappi una volta che nella divisione d'Useria non ci furono imbrogli: Ciulla, che vide tutto co' propri occhi, me l'assicurò: e quanto a onore, Ciulla ne ha da vendere, non mi seccare.
—Ciulla…. Ciulla…. ripetè il reverendo ingrossando la voce tutto stizzito.
—St…. parla piano.
E quegli riabbassando la voce:—Ciulla è più ladro di santo Dima, capisci!
—Che rispondere a un pazzo simile, per Gesù Cristo!
—Ci sei tu pazzo, e babbaleo per giunta!
—Oh…. sai che ti dico?…
E lo mandava a quel paese.
Così finiva sempre l'edificante conversazione, e il sacerdote s'alzava in furia, prendeva in furia il cappello, e se n'andava tempestando, e giurando in cor suo di non cacciarsi più in simili impicci, neanche se gli tagliassero la testa; specialmente poi quando il diavolo si compiaceva di metterlo nella dura condizione d'aver da fare con certa gente.
Intanto godeva più che mai la stima dei suoi compaesani: per loro era l'istesso santo, l'istesso scienziato che citava passi latini da far accapponar la pelle addirittura, l'istesso rifugio e il salvatore di tutti. E sinceramente, di questa sua fortuna un pochino meravigliato n'era anche lui. O che Dio e i santi dormivano?
Ma un bel giorno tutto il paese fu in subbuglio.—È vero quel che si dice?—Verissimo!—Ooooh!—A un uomo di quella fatta!—Al fior fiore vero dell'onestà!—A un santo!—Si può arrivare fin lì!—Che governo di birbanti!—Già, è la setta….
Sissignore, a un uomo di quella fatta, al fior fiore vero dell'onestà, a un santo, il sor delegato, con seguito di sbirri, aveva fatto una perquisizione per la casa. Perchè? Non se ne sapeva niente. Figurarsi l'indignazione quando corse di bocca in bocca che non gli avevano trovato nulla! i carabinieri dovettero uscire perchè non succedesse qualche diavoleria. Lui che aveva avuto una gran tremerella addosso, oramai rassicurato, s'atteggiò a vittima. Non potè uscire per due giorni, tante furono le visite che ricevette! In abito corto abbottonato trascuratamente, seduto sulla sua sedia a braccioli nella positura di chi abbia ricevuto una fitta di nerbate, s'alzava, con una smorfietta di dolore strana in quel suo faccione rubicondo, e ogni nuovo visitatore che arrivava: questo, chiunque fosse, muto, con uno sguardo espressivo, andava a stringere calorosamente tra le sue la mano che anche lui gli abbandonava, muto, e con uno sguardo espressivo.
—Sia fatta la volontà di Dio! esclamava il prete alzando gli occhi al cielo: e sospirando, ritornava al seggiolone e vi s'abbandonava.
Allora cominciavano le domande, alle quali rispondeva con voce rotta: e gli amici a metter fuori tutte le esclamazioni d'indignazione che ci siano nel dialetto siciliano.
—Sia fatta la volontà di Dio! badava a ripeter lui senza stancarsi.
Devo essere un gran peccatore s'Egli si degna di colpirmi.
—Peccatore! ma che peccatore! protestavano tutti; e sin quella faina di Castrenze, cogli occhi uno a Cristo e l'altro a S. Giovanni che non pareva mai dove guardassero, protestava, e corbezzoli, con che calore!
Poi per una quindicina di giorni andò per il paese, serio, grave, rigido nella zimarra nuova, affettando con dignità di non guardare gli sbirri quando gl'incontrava. E per tutto, al suo passaggio, erano scappellate a destra, scappellate a sinistra, e bisbigli di rispetto e di commiserazione, e mute strette di mano, e allusioni contro quel governo di birbanti, e la setta idrofoba, e contro certe persone del paese, che, di sicuro, ci mettevano lo zampino. Fin le comari correvano all'uscio quando passava, e prendendo i figlioletti per un braccio, gliel'additavano affibbiandoglielo per martire.
Era una cosa proprio commovente! come anch'egli soleva dir sul serio certe volte, per una strana allucinazione delle nature veramente malvage.
Ma un bel giorno il bandito Mistretta detto il Salemitano cadde nella rete: e tra l'altre cose, confessò che all'assalto di S. Giovanni di Cammarata c'era stato il famoso don Peppino con la sua banda, e gli affiliati, gente in libertà, che lavoravano per essa, e che si solevan chiamare per dar man forte negli affari arrischiati: malfattori di Lercara, di Prizzi, di Burgio, di Montemaggiore, di Mezzoiuso, circa trentadue. Tutte queste cose gliele aveva confidate Ciccio Raja.
La giustizia si mise sulle peste di compare Ciccio, e compare Ciccio fu preso. Anche lui confessò: nominò alcuni dei malfattori ch'ebbero parte nell'assalto di S. Giovanni: Raimondi, D'Aquila, Mamola, Riggio, don Peppino, Di Marco, ed altri: aggiunse che la cosa l'avevano proposta due sangiovannesi, un galantomicchio e un prete di cui ignorava i nomi; ciò l'aveva risaputo da Di Marco che l'ignorava anche lui. Gli si domandò di don Peppino. Rispose che non era più in Sicilia; viste le cose assai imbrogliate, aveva creduto regolare di lasciar zitto zitto i compagni con un palmo di naso, a cavarsela come potrebbero. Certo s'era imbarcato.
Come si vede non spirava più buon vento per il reverendo; pare che Dio e i santi si fossero svegliati; tanto più che la polizia, messasi, benchè troppo tardi, nella buona strada, riusciva ad appurare che il bandito calabrese era a Susa d'Affrica, e a farlo arrestare.
Consegnato al Console italiano a Tunisi, fu imbarcato in una nave che partiva per la Sicilia. Durante il viaggio, carico di ferri, buttato come un cane in fondo alla stiva tra un buio pesto e 'l rombo dell'acque che suscitavano nella sua mente idee d'inferno e di dannati, nelle prigioni poi dello stato, arso dalla febbre, in una specie di buco umido, ebbe più orribile la visione della morte, col terrore dell'ignoto. Lo spavaldo, che, in quella bell'alba di marzo, aveva avuto rabbia e vergogna de' suoi rimorsi, cadde più che mai in potere di queste vipere dell'anima.
Era nelle mani della giustizia umana, e non voleva comparire davanti a quella assai più terribile, la Divina, aveva commesso tanti delitti, che non s'illudeva, i giurati lo condannerebbero a morte…. Che fare in tal frangente? Come sfuggire il pericolo?
Confessare. E s'attaccò a quest'ancora di salvezza.
Allora con la speranza gli entrò nell'anima il sollievo: e la sua natura d'istrione prendendo a poco a poco il sopravvento, in quel modo di condursi intravvide una bella parte, quella di masnadiere pentito, mutato in benefattore della società, coll'additarle que' nemici che, senza di lui, sarebbero rimasti per essa una continua minaccia. Il male che aveva fatto lo riparava con il bene che intendeva di fare. Egli osò evocare la nobile figura del maestro di S. Stefano, quasi a riceverne lode e conforto!
Il dieci d'aprile, nella sala degli esami del carcere giudiziario di Palermo, fece la sua propalazione davanti al presidente Carlo Morena, assistito da un vice cancelliere. Disse che si chiamava Angelo Pugliesi, raccontò la sua vita per disteso, diede i più minuti particolari dei suoi delitti, e di quelli de' compagni (37 nientemeno, e nella sola Sicilia!) nominando tanto i banditi, quanto gli ausiliàri, e i manutengoli, infarcendo il tutto di considerazioni filosofiche, di massime morali, di leggiadre descrizioni di luoghi, di citazioni di passi di scrittori, e della Bibbia. In ultimo toccò dell'imbarco.
«Una sera, verso gli ultimi di giugno, una di quelle navi che fanno il piccolo cabotaggio s'accostò a un punto designato lungo la spiaggia siciliana, e m'imbarcai. In meno di tre giorni approdavamo a Susa d'Affrica.
«Questa è la sola pagina della mia sciagurata storia che lascio in bianco, spero che la giustizia non me ne vorrà male. È un debito che pago alla riconoscenza. Eppure non lo farei, se sapessi che chi mi accordò la sua protezione fosse un malvagio, un cospiratore contro la sicurezza dello Stato; ma non è tale, posso dire anzi ch'è ben altro. Memore forse, che quando ero il temuto Lombardo, il Capitano delle Montagne lo salvai da pericoli assai gravi, commosso dalle preghiere che gli feci inginocchiato ai suoi piedi, non potè tenersi dal beneficarmi. D'altronde più che vi penso, meno comprendo qual male egli abbia potuto fare allo Stato. E se male ci fosse, perchè si dovrebbe perseguitare lui solo? Il signor Francesco Cerra, il colonello Torselli, e un altro signorino, nell'anno scorso non fecero l'istessa cosa per Valvo, Lo Cicero, e Mesi, famigerati banditi di Montemaggiore? Non è giusto aver due pesi e due misure.
«A ogni modo mi si strapperà il cuore, ma non questo segreto, ma non il nome del mio benefattore.
«Arrivato a Susa, me ne andai in locanda, dove m'ammalai: come guarii, presi a pigione una camera nella via Fondacoh, e messi su un piccolo negozio di grano e di vino.
«A Susa conobbi un certo signor Pistoletti, negoziante veneto, residente là da venticinque anni, e garibaldino fanatico, tuttochè vice-console austriaco. Scrissi a Bonifacio in Cattolica, pregandolo di farmi arrivare una lettera di raccomandazione per il suddetto signore, la quale avrebbe dovuto firmare con la sua qualità d'aiutante maggiore della Guardia Nazionale. Per via di quella raccomandazione speravo di poter avere un posto in commercio. A Bonifacio scrissi altre tre lettere, in due delle quali lo pregavo di farmi esigere, per mezzo d'un certo Marretta, campiere del barone Paceco, alcuni miei crediti, cioè: sei onze da Umberto Riggio, e quattordici onze da Salvatore Raimondi: nella terza lo pregavo di cercar d'indurre lo stesso barone Paceco a darmi a mutuo cinquant'onze che gli avrei restituite entro un anno. Da Bonifacio ricevei…. non ricordo se due o tre lettere di risposta. Mi scriveva che il barone non voleva darmi a mutuo il danaro chiestogli, che era impossibile poter riscuotere i miei crediti. Mi accludeva la commendatizia per Pistoletti, mi dava notizie di lui, della sua famiglia, degli amici comuni. M'avvertiva infine che il generale Medici aveva fatto il possibile per sapere dal barone Paceco dove fossi, che questi aveva risposto di non volere denunziare un miserabile che volontariamente se n'era andato tra' beduini…. Forse non tutti la pensarono così!
«Ma io non ho rancore con questi signori, anzi li ringrazio d'aver offerto al governo i mezzi di rintracciarmi e arrestarmi.
«Dall'Affrica non ebbi carteggio nè col barone, nè con suo figlio Gasparino amico mio strettissimo. Da questo ebbi bensì una lettera, scritta, salvo errore, con inchiostro turchino sbiadito; poco prima che partissi dalla Sicilia, e quand'egli supponeva che sarei andato a Malta. Difatti in quella lettera me ne accludeva una di raccomandazione per un certo signor Mendolia negoziante in quella città. Mi pregava di scrivergli sotto l'indirizzo d'Agostino Paruta. Non conosco questo Paruta, non so se esista, non scrissi lettera all'indirizzo di lui.
«Ad avere altre commendatizie per Pistoletti, non che per il signor Gaetano Vittoriano, ricco negoziante a Tunisi e rappresentante la società Florio, scrissi due lettere al signor Francesco Cerra di Callavuturo. Egli rispondeva alla mia prima solamente con lettera firmata F. G. Mi diceva che avrebbe cercato di sapere se il Pistoletti facesse parte della sua Loggia Massonica, nel qual caso mi ci raccomanderebbe: mi parlava del felice arrivo in America di Valvo, Mesi, e Lo Cicero. Dirò due parole intorno all'origine ed entità dei miei rapporti col signor Cerra. L'incontrai per la prima volta, nell'inverno 1864-1865, nel bosco di Ganci da dove passavo con alcuni della mia banda, cioè: con Di Marco, D'Amico, Mamola, Riggio e Raja. Egli era con il suo campiere per nome Ciccio o Cicchitello. Ci avvicinammo, ci parlammo: mi disse che tutte le volte che mi trovassi nei dintorni delle sue masserie potrei andarci, o mandare per orzo, cibarie, e quanto m'occorresse. Accettai l'offerta, e me ne prevalsi più volte. L'incontrai una seconda ed ultima volta nell'aprile del 1865, sopra le case di S. Maria, mentre andavo a Garbonogara. Egli era accompagnato dall'istesso campiere. Mi parlò del furto di sei o sette cavalle, che poco prima era stato commesso nel feudo Ferricino appartenente all'amministrazione di Ferrandina di cui egli era a capo, e mi pregò a trovare il modo di fargliele riavere.
«Nel maggio e giugno dell'istesso anno, mentre ero nelle case della Lucania ricevei una lettera del Cerra, nella quale mi ripeteva la preghiera: risposi che avrei fatto il possibile per servirlo. Difatti avendo risaputo alcuni giorni dopo, che il furto delle cavalle era stato commesso da taluni della mia banda, li costrinsi a restituirle immediatamente.
«Il 25 novembre, mentre passavo davanti all'ufficio del Vice consolato Italiano in Susa, mi sentii chiamare dal cancelliere: salii: e stavo per domandargli in che potevo servirlo, quando quel Dragomanno che era un turco, con quattro sbirri ch'erano pure turchi, mi saltarono addosso, e con modi non umani ma turchi, cercavano di legarmi. Nego d'aver tentato di respingere quel puzzolente sudiciume; gridai però ch'ero italiano; che non ero in flagranza di reato, che anzi mi trovavo in territorio straniero, e in mancanza di trattati d'estradizione, non poteva mettermi le mani addosso nessuno, meno d'ogni altro poi i turchi. Ma quando venne il Vice console, e con parole e modi umani mi dichiarò che il mio arresto era stato ordinato con dispaccio del Console generale in Tunisi, davanti al quale avrei potuto far valere le mie ragioni, m'arresi, e c'intendemmo. Egli proibì a que' manigoldi di legarmi, e permise che libero, ma con coloro dietro, andassi a casa per dare assetto alla mia roba. Alla presenza di quei signori misi ogni cosa in una cassa, lacerai alcune carte di nessuna importanza, cioè canzoni e sonetti che solevo scarabocchiare nelle mie ore d'ozio, alcune bozze di lettere che avevo scritto per conto di qualche italiano mio vicino, e specialmente del muratore Pietro Lombardo, consegnai al Dragomanno un portafogli, dal quale non levai altro che sette napoleoni, e ciò col suo permesso. Sarebbe per lo meno errore il dire che in quella lacerazione ci sia stata sorpresa, proibizione; ci siano stati dissidi o che altro.
«Nel carcere di Susa ci stetti un giorno soltanto. Domandai l'occorrente per scrivere, e mi venne accordato. Stavo scrivendo una lettera a Bonifacio, nella quale l'avvertivo del mio arresto, e del sequestro delle sue lettere, quando mi piombarono un'altra volta addosso i prelodati Dragomanni e manigoldi, i quali, con modi pure prelodati me la strapparono di mano. Volevo avvertir Bonifacio, non perchè m'avesse assistito, dato mano, e consigliato nei miei misfatti, ma perchè non avesse a soffrire onta o danno per la mia amicizia.
«A Tunisi, dove stetti quattro o cinque giorni, scrissi una lettera al Console francese, vidi il Console generale italiano, che, con tratto gentile, mi notificò che il mio arresto era stato ordinato dal prefetto di Palermo, e che in questa città avrei potuto mettere in campo le ragioni intorno all'illegalità della mia cattura, o altro. Dal carcere di Tunisi vennero a levarmi un maresciallo e non so quanti carabinieri di qui. Nel viaggio da Tunisi a Palermo, i passeggieri al veder me gracile, smilzo, un vero fuscello di paglia, ma pure attorniato da molti armati, e carico di ferri, facevano le maraviglie, e qualcuno di essi sorrideva. Avrei sorriso anch'io se l'animo mio non si fosse trovato allora travagliato da tanti tristi pensieri! Dall'isola a cui m'avvicinava, ero partito pochi mesi prima, dopo d'avervi commessi tanti delitti, specialmente una grassazione e un sequestro che mi avevano fruttato assai bene: eppure ne partivo povero, miserabile! tutto il mio tesoro consisteva in trent'onze che avevo avuta poco prima da una mano caritatevole, per non dir paurosa e tremante…. Quanta morale in questo fatto! Tranne una briciola d'ingegno, che mi diede la madre natura, e un poco d'istruzione di cui sono obbligato ai prigionieri di S. Stefano, io sono un volgarissimo malfattore: eppure, con l'aver magnificato le mie azioni perverse, con l'avermi accollati dei pensamenti, e dei colori politici, che disgraziatamente non ebbi mai, con l'aver dato al mio arresto un'apparenza bellicosa, si riuscì a trarre la mia persona dal volgare, e a sublimare la mia tristizia…. Anche al malvagio qualche volta sorride la fortuna! Sì, da quest'isola a cui m'avvicinava, io era partito pochi mesi prima col rimorso, e colla speranza; e ora vi ritornavo con la rassegnazione, e con la confidenza nei miei giudici, e nel governo del re.
In questa sua propalazione particolarizzata minutamente, disse, che l'affare di S. Giovanni l'avevano proposto un prete e un galantomicchio; che il prete si chiamava don Giuseppe Rizzotto, che del galantomicchio aveva dimenticato il nome.
Il fulmine scoppiò in S. Giovanni con l'arresto del reverendo, il quale, vestito com'era in abito lungo, fu fatto passare per la piazza. Il degno sacerdote non aveva più l'aria dignitosa, e l'atteggiamento di martire che avevano imposto a' gonzi: andava livido, disfatto, a occhi bassi, tra uno stuolo di militi e carabinieri, proprio nell'attitudine d'un vero malfattore.
Lo condussero a Termini, e di là a Palermo, dove fu interrogato da un giudice istruttore, e gli fu notificato che sarebbe stato messo a confronto con don Peppino, il quale doveva farne la ricognizione.
Quel giorno domandò di travestirsi. Gli erano cresciuti i capelli, e un po' anche la barba; in abito civile, senza cappello, si sforzava a far l'indiano, Dio sa come, dentro in mezzo a tre o quattro altre persone pescate per figurare da comparse.
Restò di stucco quando il capo bandito, lento e grave, dopo aver squadrato ben bene que' signori, si avvicinò a lui, e disse:
—Se non erro, il prete di S. Giovanni di cui parlai nella mia propalazione, è quello che tocco con la mia mano destra.
E lui, a un tratto, sentì salirsi un'ondata di sangue al viso, e perduta la bussola, gridò con voce strozzata, e scotendo le mani in aria:
—Messere e scellerato!… anima del diavolo!… dove m'avete conosciuto!… dove m'avete visto!… E accortosi della bestialità che aveva fatta, calmandosi subito: Quest'uomo è pazzo.
—Oh, non son pazzo, reverendo, insistè l'altro scrollando il capo mestamente. Non è forse vero che alcuni giorni prima della grassazione m'abboccai alle Tre Croci con voi e con un vostro amico? Non è forse vero che la sera del 29 marzo voi ci veniste all'incontro, ci accompagnaste in paese, e conduceste i depredatori a Badalà? Non è forse vero che ne' giorni seguenti aveste la vostra parte di bottino da un campiere che cavalcava una cavalla storna?
—Quello che dice quest'uomo è falso: io è la prima volta che lo vedo.
—Ripeto che, se il mio non è errore, voi siete il prete grassatore di
S. Giovanni, e che le cose tra me e voi andarono come ho detto.
Così, venuta l'ora del dibattimento, fu accomunato nella gabbia con gli altri malfattori.
Oh, faceva una ben strana figura quel coso enorme, tutto nero tranne il colletto della camicia, il faccione di luna piena, e le mani, in mezzo a brutti ceffi, e grinte d'assassini, vestiti anche loro a festa, con abiti nuovi che nell'occasione soglion provvedere gli amici, per decoro di corporazione. E benchè avesse ripreso un po' d'animo, a forza di persuadersi che po' poi prove veramente chiare della sua colpabilità non ce n'erano, pur non aveva potuto riuscire a vincersi a tal punto, che dal suo atteggiamento grave e tranquillo, e più che altro da' suoi sguardi, non trasparisse una cert'aria di bestia grossa presa alla tagliola. E la folla che ogni giorno s'accalcava sempre più nell'aula, guardava gli altri, ma finiva poi con fissar gli sguardi pieni a un tempo di curiosità e di disprezzo, sul suo faccione in cui mostravan solo la sofferenza interna due cerchi neri attorno agli occhi.
Egli in principio soffrì una gran molestia di quegli sguardi, per sfuggirvi non c'è sacrifizio che non avrebbe fatto: ma vi si abituò presto; tanto più che lo distrasse lo svolgersi della causa per lui, d'interesse tanto vitale.
Che batticuore, appena il Pubblico Ministero s'alzò freddo e minaccioso nella toga, e con gesti lenti da incorruttibile procuratore della legge, cominciò a tessere vita e miracoli dei banditi, che, quasi, ammaliati, non avevano la forza di distoglier gli occhi dal suo volto bruno, pallido, severissimo! Ebbe un forte riscossone quando nell'aula, tra 'l silenzio della folla che pendeva dalle labbra dell'oratore, risonarono le tremende parole: «La sera del 29 marzo 1865, un'orda di malfattori invadeva il paesetto di S. Giovanni….» E uno più forte ancora, quando il giovane magistrato, dopo una descrizione viva delle sevizie fatte al povero Berlingheri, tuonò volgendosi verso di lui: «Tormenti barbari, inusitati, adoperati da un mostro che, il giorno avanti e il giorno dopo quel tremendo caso, pur vestiva l'abito sacro di prete!»
Nè ciò fu tutto: che dovette asciugarsi anche il rapporto del presidente: il quale per di più, venuto alla grassazione di S. Giovanni, e al punto critico, l'accennò con l'indice teso, e lo nominò.
«Vi fo cenno qui d'uno degli accusati, che vi si presenta con l'abito di sacerdote, che è appunto uno di coloro che martirizzarono il Berlingheri.
«È Rizzotto.
«Egli spinse la banda a quella grassazione: egli le facilitò la via a compierla; egli, col più nero tradimento compensò l'affetto che trovava in casa Berlingheri!»
Tanto che il reverendo pensava tutto stizzito: Ma che diavolo hanno in corpo questi signori, a volermi presentare per forza sotto quella maledetta veste sacerdotale, se io, apposta per non profanarla in questa gabbia d'assassini, mi son fatto un vestito nuovo da secolare!
Respirò sin dal principio dell'interrogatorio del Lombardo.
—Pugliesi, alzatevi, disse il presidente. Più tardi sentirete le vostre dichiarazioni scritte. Poco fa domandaste la parola: che volevate dire?
—Volevo dire che comparisco colpevole, e non lo sono. Volevo dire che sono più disgraziato che reo. Volevo dire che per campare la vita feci il maestro di scuola, poi m'allogai col signor Lo Cicero.
—Ma questo lo sapevamo. Parlate piuttosto della vostra carriera di brigantaggio.
—Ma che devo dire? (ride). Dirò che tutto ciò che dettai al signor Morena è un romanzo. La mia vera dichiarazione è quella che feci a Nicolosi e a Scandurra, il resto è menzogna. Mi tacciarono di borbonismo, mi volevano responsabile di mille reati, mi chiusero in segrete come borbonico. Ma io non sapevo nulla di tutte queste cose. Calunniai Rospetti, Rizzotto, Palenza, calunniai tutti questi signori che siedono con me sul banco degli accusati. Insomma feci un romanzo.
—Ma siete voi uomo da inventare un romanzo? Chi ve lo suggeriva? E la vostra pubblica notorietà di brigante?
—Era la necessità. Ero pazzo.
—Ma i pazzi non parlano come parlaste voi.
—Ma se la presidenza lo vuole, io racconterò questa storia.
—Ci verremo in seguito. Dite per ora: la presidenza venne ad interrogarvi, voi faceste delle confessioni, ma non voleste dichiarar tutto: rimandaste il resto alla pubblica discussione. Ciò non prova che volevate mentire?
—Io ho detto che in quel momento non potevo perchè ero ammalato. Ma alle sue interrogazioni forse non ho risposto com'oggi?
—Intanto parlate: che cosa volevate dire?
—Tornato dall'Affrica fui interrogato. Non dissi nulla, mi dichiarai innocente. Mi menarono in segrete. Mi custodivano due guardie, e non mi lasciarono mai: esse mi dicevano che mi si farebbe la causa. Mi fecero soffrire la fame, traveder la mannaia, mi fecero molte sevizie, ero ammalato e non mi permisero neanche d'andare allo spedale. Poi venne il presidente Morena, e mi domandò, se quando fui arrestato in Susa avevo armi. Risposi di no. Ma avendomi egli mostrato una pistola, gli dissi, è mia. In quell'occasione cominciai a lagnarmi dei pessimi trattamenti. Il capo-guardiano invece disse male di me, inventando che volevo guardie continentali, ed altro. Ricorsi al presidente perchè m'aiutasse, e mi liberasse da tanti guai. Ma stetti sempre sulla negativa, e fu per questo che mi ricacciarono in segrete, dove soffrii più di prima. La testa mi fumava, mi sentivo avvilito: scrissi una supplica a Morena perchè venisse al carcere. Difatti venne. Io, quando fui interrogato da Scandurra su' diversi reati, avevo un lapis, e notavo tutto quello che mi si domandava. Così ero in giorno di tutti gli avvenimenti; e con questi appunti, e con qualche cosa che lessi nei giornali, formai il mio romanzo, e lo dettai al signor Morena. (Ilarità).
—Voi avevate paura della morte, e dei mali che vi si minacciavano. Ma la presenza del magistrato doveva incoraggiarvi: come vi decideste a mentire? E poi, è strano quel che dite, che la dichiarazione da voi fatta cioè, sia un romanzo; e più strano ancora, anzi ridicolo, che con i ricordi che scrivevate col lapis, e con ciò che potevate ricavare dai giornali, formaste quella favola. Dite piuttosto una ragione seria che vi spingeva a mentire.
—Per far piacere al signor Morena che voleva servita così la giustizia.
—Ma qual piacere facevate, e qual premio riceveste?
—La cessazione delle mie sofferenze. E gli altri che dichiararono come me, forse non mentirono?