AL POLO AUSTRALE IN VELOCIPEDE


E. SALGARI

AL POLO AUSTRALE
IN VELOCIPEDE

con 30 Illustrazioni di G. BRUNO e Carta geografica del viaggio.

DITTA G. B. PARAVIA E COMP.
(Figli di I. Vigliardi-Paravia)
Tipografi — Librai — Editori
Torino — Roma — Milano — Firenze — Napoli


PROPRIETÀ LETTERARIA

Torino — Stamperia Reale di G. B. Paravia e C.
1630 (M) XII-95.



[INDICE]


CAPITOLO I. Il naufragio dell’Eira.

— È vero ciò che si dice, signor Linderman?

— A proposito di cosa, signor Wilkye?

— Che la spedizione polare organizzata dai vostri compatriotti, è miseramente naufragata?

— È vero, rispose con voce secca, colui che si chiamava Linderman.

— Dunque il vostro illustre esploratore polare, è stato vinto dai ghiacci anche questa volta?

— Cosa v’importa?

By-god!... Ad un onorevole membro della società geografica degli Stati Uniti, può interessare molto.

— Me lo dite con una certa ironia, signor Wilkye, da farmi supporre che voi siate contento che il mio compatriota Smith non sia riuscito.

— Può essere, signor Linderman. Che volete? Sarei più contento che scoprisse il polo un americano, anzichè un inglese.

— Infatti, si è veduto come l’hanno scoperto i vostri compatriotti della Jannette.

— La loro missione era diversa, signor Linderman. La Jannette andava in cerca di un passaggio libero fra lo stretto di Behering e quello di Davis, e non del polo nord.

— Ed è naufragata miseramente, disse il signor Linderman, con ironia.

— Ma se si fosse diretta verso il polo, senza perdere tanti mesi a cercare il passaggio, forse sarebbe riuscita.

— A farsi schiacciare dai ghiacci qualche mese prima.

— Troppa fretta, signor Linderman.

— Eh!... Pretendereste voi che gli Americani debbano riuscire in tutto?... E chi credete che siano gl’Inglesi?... Degli uomini di carta-pesta forse?... I miei compatriotti navigavano già nei mari polari, quando in Europa non si sapeva ancora che esistesse un’America.

— Colpa dei vostri grandi navigatori che non l’hanno scoperta prima, questa America che dà tanta ombra, al vostro paese, rispose con accento acre il signor Wilkye. Ci voleva un italiano, un Cristoforo Colombo, per far sapere ai vostri navigatori che esisteva un altro continente!

— Basta!... M’avete seccato abbastanza.

— To’!... Un flemmatico inglese che prende fuoco come un zolfanello! Avete mai veduto una cosa simile, signori miei?...

Un allegro scroscio di risa echeggiò intorno ai due litiganti. Il signor Linderman s’alzò rosso come una peonia di China e lasciò cadere, sul tavolo che gli stava dinanzi, un pugno così formidabile, da far traballare le tazze ricolme o semi-piene di birra, che vi stavano sopra.

— Calmatevi, signor Linderman, disse una voce. Volete diventare idrofobo?

— E vi prego di non rovesciare le nostre tazze, disse un’altra. Che diavolo!... Metterete in subbuglio tutto il club!....

Un secondo scroscio di risa, più fragoroso e più allegro di prima, echeggiò intorno al tavolo dinanzi al quale stavano sedute otto o dieci persone, fumando nelle pipe monumentali o dei puros o dei veri londres.

— Volete farmi scoppiare? gridò il signor Linderman.

— C’è del tempo! esclamò il signor Wilkye. Un inglese non scoppia così presto!...

— Se continuate ancora, vi dico che salto in aria come una caldaia caricata a quaranta atmosfere.

— Non avete raggiunta la pressione necessaria, disse uno dei bevitori.

— Ma, infine, si può sapere il motivo di tutto questo chiasso? chiese un pezzo d’uomo, grasso come un bove, con una folta barba rossa tagliata a becco, e che allo aspetto sembrava qualche negoziante. Come è vero che sono un onorevole membro della società degli uomini grassi di Chicago, non ho capito ancora niente.

— Cosa volete saper voi di spedizioni polari, Bisby? disse il signor Linderman, bruscamente.

— È vero che io non mi occupo che del prezzo dello carni salate, rispose l’uomo mastodontico, ma giacchè siedo fra voi, onorevoli membri della società geografica, voglio che mi illuminiate.

— È vero, dissero parecchio voci. Nemmeno noi sappiamo su che cosa voi discutete.

— Dell’infelice fine fatta dalla spedizione dell’inglese...

— Scozzese, rettificò il signor Linderman.

— È tutt’uno per noi. Dunque vi dicevo che si discuteva sul naufragio della spedizione di sir Beniamino Leigh Smith.

— È andata a picco l’Eira? chiesero tutti, con una certa emozione.

— Gli ultimi dispacci hanno recato l’annuncio, che i superstiti della spedizione sono stati raccolti nello stretto di Matotekine.

— Quando?

— Il 25 agosto, disse Wilkye.

— È vero, signor Linderman? chiesero parecchie voci.

— Sì, rispose seccamente l’inglese.

— Ma chi è, innanzi a tutto, questo signor Beniamino Leight Smith? chiese l’onorevole membro degli uomini grassi. Io vi ho detto che non m’intendo.....

— Che dei prezzi della carne salata, lo sappiamo signor Bisby, rispose un bevitore.

— Sì, narrate signor Wilkye, dissero gli altri. Manchiamo dei particolari della spedizione.

— Lasciatemi vuotare la mia tazza di birra e vi narrerò ogni cosa . . . . . . . . . . . . . . . .

Questa discussione, che minacciava di diventare molto acre fra il signor Linderman e il signor Wilkye, aveva luogo in uno dei locali della sezione della Società geografica americana di Baltimòra, la sera del 26 ottobre dell’anno 1892.

Questa sezione, che contava fra i suoi membri i più ricchi yankees della città, armatori, geografi, esploratori, negozianti che si piccavano di occuparsi di scoperte geografiche, quantunque ignorassero l’esistenza di qualche continente, ogni sera era popolatissima, essendo in quel tempo assai fiorente.

Non crediate però, che in quelle sale, quei bravi americani si limitassero a discutere di geografia e di esplorazioni. Oibò!... Affaristi per eccellenza e grandi bevitori come sono in generale tutti gli abitanti degli Stati dell’Unione, s’occupavano molto dei loro affari, e fra una discussione e l’altra, fra la scoperta di un nuovo fiume, o di un’isola, o di un nuovo popolo di selvaggi, o fra qualche comunicazione della presidenza, parlavano dei prezzi degli zuccheri, dei caffè, delle carni salate, del pesce secco o dei porci di Chicago e bevevano come otri, alternando birra e bicchieri di wisky e di grogs.

Però dobbiamo dire, che fra quei numerosi membri contavansi delle persone di valore, dei distinti geografi che s’occupavano con vera passione delle scoperte e dei valenti esploratori che avevano già intrapreso dei lunghi viaggi su tutti e cinque i continenti. Fra questi primeggiavano soprattutto i signori Wilkye e Linderman, due fieri antagonisti che mai si trovavano d’accordo sullo stesso terreno, pel semplice motivo che uno era americano e l’altro inglese.

Il signor Wilkye, un yankee puro sangue, malgrado non contasse in quel tempo che trentadue anni, era già noto negli Stati dell’Unione. Figlio di un ricco costruttore di velocipedi, morto più volte milionario, aveva già intrapresi lunghi viaggi e compiute assai ardite esplorazioni sulle coste della Groenlandia, spingendosi fino allo stretto di Smith, sulle spiaggie della Terra della Regina e della baia di Baffin, perdendo la nave che aveva armato a proprie spese, rimasta prigioniera fra i ghiacci dopo due svernamenti.

Oltre a ciò, professava un vero culto pel velocipedismo, ed aveva fama di essere uno dei più resistenti campioni. Aveva già fondato parecchi Club e di molti era il presidente.

Il secondo invece, era un ricchissimo armatore, proprietario di una trentina di navi a vela ed a vapore e di un grandioso cantiere, ed era pure noto pei suoi numerosi viaggi intrapresi in tutte le regioni del globo e particolarmente nei mari australi del circolo polare.

Bei tipi entrambi però, audaci, risoluti, decisi a tutto. Erano tutti e due di statura atletica, con membra poderose, muscoli di ferro, abituati ai più duri esercizii del corpo; erano diversi soltanto nelle tinte. Mentre l’americano aveva i capelli e la barba nera e la pelle bruna, che tradivano un incrocio di razze nordiche colle meridionali, l’altro invece aveva i capelli e la barba rossa e la pelle rosea come un anglo-sassone.

Riprendiamo ora il filo della nostra veridica istoria.

Il signor Wilkye, dopo d’aver vuotata la sua tazza di birra per umettarsi la gola, disse:

— Questa spedizione inglese, così miseramente naufragata.....

— Tagliate corto, lo interruppe Linderman.

— Adagio, caro signore, disse l’americano. Il signor Bisby deve essere illuminato.

— Grazie amico, disse il negoziante di carni salate.

— Questa spedizione adunque, era stata organizzata da Leight Smith, un uomo che aveva già conoscenza dei mari polari. Era partita da Peterhead il 14 giugno dello scorso anno, diretta al polo, portando provviste per quattordici mesi.

Componevasi di Smith, d’un capitano, d’un chirurgo e di ventidue marinai. Il 23 luglio l’Eira, tale era il nome della nave, giungeva alla terra Francesco Giuseppe, ma colà si vide la strada chiusa dai ghiacci.

La spedizione ritornò, sperando di trovare un altro passaggio, ma presso le isole Bell la nave veniva imprigionata dai campi di ghiaccio.

Il 7 agosto riusciva ad aprirsi un varco ed a ripartire, ma otto giorni dopo veniva rinchiusa dai ghiacci presso il capo Flora, ed il 21 affondava sotto la pressione dei banchi.

L’equipaggio s’accampò a terra, passò l’inverno vivendo di carni d’orsi bianchi e di morse e il 22 giugno di questo anno s’imbarcava nei canotti che aveva salvato, cercando di guadagnare le coste della Russia settentrionale.

Dopo sei settimane impiegate ad attraversare un immenso campo di ghiaccio, giungeva al mare libero ed approdava alla Nuova Zembla. Ora il telegrafo annunziò che la spedizione è stata raccolta nello stretto di Matotkine dallo steamer Hope comandato da sir Allen Young, che era stato mandato in cerca dell’Eira dal governo inglese. Ecco il motivo della nostra discussione.

— Io non m’intenderò che di carni salate, ma mi pare, signor Linderman, che quella spedizione abbia fatto una magra figura, disse Bisby.

— Andate a parlare di buoi, voi! esclamò l’inglese, con tono acre. Cosa ne sapete voi di spedizioni polari?

— Sono un membro della società geografica anch’io e...

— Degli uomini grassi che non s’occupano che di mangiare.

— Ma io dico che se quei signori che montavano quel bastimento fossero stati americani.....

— Si sarebbero affogati, signor negoziante di carni. La fine della vostra Jannette, informi[1].

— Ma, disse uno dei bevitori. Che non si possa proprio andarci al polo, signor Linderman?

— Sì e no.

— Eh!... esclamò Wilkye.

— Sì e no, ripetè l’inglese. Io dico che finchè cercheranno di andarvi con delle navi che camminano come le lumache, le lascieranno fra i ghiacci.

— Vorreste andarci a piedi? chiesero alcuni.

— No, lo scorbuto, le fatiche, i grandi freddi ridurrebbero i marinai in tali condizioni, da non poter avanzare per lungo tempo.

— E allora?

— Io sono convinto che con una nave rapidissima si potrebbe giungervi.

— Vorrei vederla alla prova, disse Wilkye. Io invece affermo che solo con dei velocipedi montati da uomini robusti, si potrebbe raggiungere il polo.

Un oh! di sorpresa echeggiò nella sala, a quella strana affermazione. Il signor Linderman proruppe invece in una clamorosa risata.

— Si è mai udita una cosa simile! esclamò. Ma voi impazzite, signor Wilkye...

— Con vostro permesso, non ancora.

— Ma vi pare!...

— Cosa vi trovate di così strano? Ragioniamo, signor Linderman.

— Ma fin che lo desiderate. Sarei curioso di conoscere il vostro sbalorditivo progetto.

— Una nave, credete che possa spingersi fino all’80° di latitudine?

— Sì, se la stagione è propizia.

— Quale distanza corre dall’80° di latitudine al polo?

— Dieci gradi.....

— Ossia 600 miglia geografiche. Questa distanza sarà immensa per un equipaggio che deve percorrerla a piedi, traendosi dietro i viveri, le scialuppe, le slitte, le tende per l’accampamento, insomma tutto il pesante bagaglio necessario; ma cosa sono 600 miglia per un velocipedista? Sei giorni di viaggio, sette, ammettiamone pure otto.

.... che solo con dei velocipedi montati da uomini robusti..... (pag. 8)

— È vero, esclamarono gli astanti, con vivo stupore.

— Dunque in sette od otto giorni un velocipedista destro, robusto, può giungere al polo; in altrettanti voi ammetterete che possa ritornare.

— Ma i viveri, la tenda, la cucina per riscaldarsi le vivande.....

— Si possono portare, signor Linderman.

— Non datemi da bere delle frottole. Vorrei vedere anch’io alla prova i vostri soci del Club velocipedistico.

— Vi dico che riuscirebbero meglio di una rapida nave.

— Storie!

— Sono pronto a dimostrarvelo coi fatti mentre voi, signor inglese, non osereste farlo! esclamò l’americano, riscaldandosi.

Il signor Linderman impallidì, poi s’alzò e percuotendo per la seconda volta il tavolo, esclamò:

— È una sfida che voi, signor americano, gettate a me?

— Prendetela come volete, mi troverete sempre pronto.

— Credo che siate ricco voi.

— Almeno così si dice.

— E che abbiate del tempo da perdere.

— Sì, signor Linderman.

— E che non abbiate tanto cara la vostra pelle.

— Peuh!... L’ho giuocata tante volte!...

— E ci tenete?

— A cosa, signor Linderman?

— Ad andare al polo?...

— Scherzate? chiesero gli astanti.

— No, parlo seriamente, disse l’inglese con voce grave. Io andrò alla scoperta del polo con una delle mie navi che fila venti nodi all’ora e voi, se non avete paura, ci andrete coi vostri velocipedi.

— Sia!...

— Fra otto giorni metterò a vostra disposizione la mia nave e andremo a sbarcare sulle terre australi.

— Australi?...

— Sì, signor Wilkye. Scelgo un terreno quasi vergine: andremo a scoprire il polo sud, anzichè quello nord. La stagione è propizia, poichè nelle regioni australi comincia l’estate.

— Accettato, ma una osservazione prima.

— Parlate.

— Gli affari sono affari e non voglio dovere all’Inghilterra, che ora voi rappresentate, alcun debito. Fissate il prezzo pel trasporto di undici persone.

— Duemila dollari.

— Benissimo.

— Ho una osservazione da fare anch’io ora.

— Parlate.

— Quando saremo giunti sulle spiagge delle terre australi, ricordatevi che io sono inglese e voi americano e che ognuno agirà per proprio conto.

— Saremo nemici.

— Mortali nemici, signor Wilkye. Io lotterò esclusivamente per la mia bandiera.

— Ed io per la mia.

— E non vi porgerò aiuto alcuno.

— E nemmeno io.

— Basta così: fra otto giorni, all’alta marea, noi salperemo.

— A due bandiere.

— Cosa volete dire?

— Che sul picco della randa, accanto alla bandiera inglese si spieghi quella degli Stati dell’Unione.

— Avete ragione: pagate, e il diritto vi spetta: fra otto giorni vi attendo dinanzi ai miei cantieri!...

CAPITOLO II. Un uomo che va al polo per ingrassare.

Il 3 novembre, ossia otto giorni dopo la scena descritta, una nave a vapore della portata di trecentosessanta tonellate, attrezzata a goletta, fumava dinanzi ai grandiosi cantieri del signor Linderman, situati all’estremità del quartiere di Fell’s Point.

Era una bella nave, che aveva più l’aspetto di un yacht di piacere, che d’uno steamer. Il suo sperone, tagliato ad angolo retto come quello dei moderni piroscafi, i suoi fianchi stretti, la sua alta alberatura, la davano subito a conoscere per una nave da corsa; i suoi ampi sabordi che s’aprivano sul quadro di poppa, le sue numerose cabine situate perfino sopra coperta, la minuziosa pulizia che regnava sul ponte, la lucentezza de’ suoi metalli, l’ordine perfetto che si ammirava da prua a poppa, indicavano che il suo proprietario l’avea destinata a ben altro motivo che a quello del trasporto dei carichi americani o d’oltre Atlantico.

Da tre giorni era uscita dal cantiere di raddobbo del signor Linderman e l’istesso giorno il suo equipaggio, che era molto numeroso, aveva cominciato a caricare cassette, casse, colli, valigie, botti, enormi involti e pacchi in così grande quantità, da attirare l’attenzione non solo degli sfaccendati che passeggiavano sul quai, ma anche degli equipaggi delle navi ancorate lì presso.

La curiosità degli uni e degli altri, era però rimasta insoddisfatta, poichè l’equipaggio di quella nave, come se obbedisse ad un ordine ricevuto già prima, non avea date che delle risposte molto evasive ed oscure. Tutto quello che gli sfaccendati e gli equipaggi avevano potuto sapere, si riassumeva in quattro parole: Il signor Linderman parte.

Il 3 novembre quella nave misteriosa, poco prima dell’alba aveva acceso i suoi fuochi, si era scostata dalla banchina per essere più pronta a prendere il largo; avea ritirate le gòmene che la tenevano ormeggiata a terra, conservando la sola catena attaccata al gavitello galleggiante, ed aveva posto in acqua la grande baleniera.

Il suo equipaggio, composto di ventisei marinai, s’era allineato sulla coperta, come in attesa del proprietario, e non fiatava. Il secondo ed il capitano passeggiavano invece sul ponte di comando, lanciando di quando in quando degli sguardi a terra.

L’alta marea stava per toccare la sua massima altezza, quando una lancia montata da due rematori e da un uomo grasso come un rinoceronte, con una barba rossa tagliata a becco, un faccione rossastro che somigliava a quello della luna veduta all’orizzonte dopo un tramonto infuocato d’estate, o con certe braccia e certe gambe che sembravano colonne, venne ad ormeggiarsi sotto la scala di tribordo.

L’uomo mastodontico s’alzò soffiando come una foca, e con un vocione da rompere i timpani più solidi, chiese:

— Ehi!... della nave!... È giunto il signor Wilkye?

— No, rispose il capitano, curvandosi sulla murata.

— Ed il signor Linderman?

— Non ancora.

— Fa lo stesso: sarò il primo io.

Si caricò d’una grossa coperta di lana che non doveva pesare meno di venti chilogrammi e salì faticosamente la scala, brontolando contro i costruttori che l’avevano fatta fabbricare così stretta da permettergli a malapena di passare. Dietro di lui salirono i barcaiuoli portando altre pesanti coperte, poi valigie enormi e per ultimo una grande pelle di bisonte.

Il capitano, sceso dal ponte, gli mosse incontro salutandolo cortesemente, poi gli chiese:

— A chi ho l’onore di parlare?

— Col signor Bisby, comandante.

— Non vi conosco, signore.

— Come! esclamò l’uomo grasso, sbarrando due occhi grossi come quelli d’un bue. Non conoscete Bisby, il negoziante di carni salate e...

— Ma vi dico...

— Membro della sezione geografica di Baltimòra?

— Non ho questo onore.

— Fa lo stesso: io sono il signor John Bisby.

— Con vostro permesso non la lo stesso, rispose il capitano. Il vostro nome non figura fra le persone che devono imbarcarsi.

— Vi dico che fa lo stesso, rispose l’uomo grasso, piccato. Oh che?... Si pretenderebbe che io chiedessi a voi il permesso d’imbarcarmi?... Per mille quintali di carne salata!... Voglio andare al polo anch’io, se vi garba!... Pago... e basta!...

— Ed io vi ripeto che non vi conosco, che non ho ricevuto alcun ordine a vostro riguardo e perciò vi prego di andarvene.

— Io andarmene! tuonò l’uomo grasso, con un vocione da essere udito a due chilometri di distanza. Per chi mi prendete voi? Per un mariuolo forse? Vi dico che voglio andare al polo poichè voglio diventare il presidente degli uomini grassi e gettare giù di scanno quel signor Dorkin, che infine non pesa che dodici libbre più di me. To’! c’era motivo di far lui presidente per poche libbre?... Cosa ne dite?

Il comandante della goletta non rispose: guardava il signor Bisby con certi occhi stupiti, come se avesse dinanzi un pazzo o per lo meno un gran originale.

— Mi avete capito? chiese l’uomo grasso, dopo un istante di silenzio.

— Niente affatto, signore. Io non so comprendere cosa c’entrano gli uomini grassi col polo e questa nave col signor Dorkin, che non ho l’onore di conoscere.

— Come! esclamò Bisby, scandolezzato. Non conoscete il signor Dorkin?

— No, e non mi occupo di saperlo. Vi dico e vi ripeto però di lasciare questa nave.

— Con o senza vostro permesso, io vi dico che non la lascierò.

— Sarò costretto a farvi prendere dai miei marinai e condurvi a terra per forza, disse il capitano con tono reciso.

— Vorrei vederlo! esclamò l’uomo grasso, diventando rosso come una melagrana matura. Condurre me a terra e per forza! Corpo di centomila quintali di carne salata!... Mi credete un bamboccio? Peso centodieci chilogrammi e sei ettogrammi e malgrado i miei quarantadue anni, ho ancora dei buoni nervi per dare una lezione di boxe al primo che alza una mano su di me. Vi dico che voglio andare al polo!...

— Cos’è questo baccano? chiese una voce.

Il signor Bisby che pareva fosse lì lì per iscoppiare, si volse verso la scala e si trovò dinanzi al signor Wilkye, che era giunto allora a bordo di una scialuppa. Vedendolo, l’uomo mastodontico gli gettò le braccia al collo con tale impeto, che per poco non lo rovesciò, gridando:

— Ah! caro amico! Giungete in buon punto!... Figuratevi che questi arrabbiati marinai, volevano condurmi a terra per forza!

— È vero, signor Bak? chiese Wilkye, volgendosi verso il capitano, che s’era levato cortesemente il berretto.

— Verissimo, signore. Nell’elenco delle persone che devono prender parte alla spedizione, non trovo il nome di Bisby ed avevo pregato il signore di ritornare a terra.

— È uno dei nostri, signor Bak.

— Lo udite? chiese l’uomo grasso con aria trionfante, rivolgendosi al capitano. Senza di voi, Wilkye, qui stava per nascere una zuffa.

— Ma cosa siete venuto a fare qui, Bisby? chiese Wilkye. Vedo intorno a voi delle coperte e delle valigie.

— Venivo a domandarvi di prendere parte alla spedizione polare.

— Voi! esclamò Wilkye, al colmo dello stupore. Ma siete pazzo, Bisby?

— E perchè, caro amico?

— Ma vi pare? Voi venire al polo?... Voi affrontare i disagi di una simile campagna, tra i freddi intensi?

— Me ne infischio io del freddo. Ho portato con me una pelle di bisonte.

— E credete che basti? chiese Wilkye, scoppiando in una risata. Ci vuole altro che una pelle di bisonte per quei freddi!

— Chi ve lo dice?

— Lo proverete più tardi.

— Non importa: ho deciso di venire al polo anch’io, caro amico. Sono arcistucco di udire i miei onorevoli colleghi della Società geografica a dirmi, ogni qualvolta che succede una discussione, cosa ne sapete voi di spedizioni? Cosa ne sapete voi di geografia? Così ho deciso di viaggiare anch’io e di accompagnarvi al polo.

Linderman, Bisby e Wilkye.

— Avete mai viaggiato?

— Ho attraversato due volte il lago Ontario. Non basta?

Wilkye scoppiò in una sonora risata.

— Bel viaggio! esclamò. È la traversata d’una scodella d’acqua. Soffrite almeno il mal di mare?

— No, anzi in quelle due traversate ho mangiato per quattro, quantunque il lago fosse burrascoso.

Poi prese il suo amico per un braccio e traendolo verso poppa, gli disse con fare misterioso:

— Vengo al polo perchè ho una speranza.

— Quale?

— Una domanda prima, caro amico. È vero che nelle regioni polari si è costretti a mangiare assai?

— Sì, per mantenere una forte dose di calorico nel corpo, onde combattere meglio il freddo.

— Vittoria! urlò Bisby.

— Impazzite?

— No, Wilkye. L’anno venturo diverrò il presidente degli uomini grassi di Chicago.

— In qual modo?

— Perchè mangerò tanto da diventare grosso come un elefante e getterò di scanno Dorkin, l’attuale presidente.

— Ma se siete già troppo grasso!

— Non basta, amico mio, non basta. Hurrà pel polo!... Ma..... non conducete con voi nessuno? Volete andare solo al polo?

— No, Bisby. Ho condotto con me due valenti velocipedisti e sei bravi marinai.

— Non li vedo.

— Sono imbarcati fino da ieri.

— Ed il signor Linderman?

— Sarà qui presto... to’!... Eccolo che giunge.

Infatti una terza scialuppa montata dal signor Linderman e da sei remiganti, s’avvicinava rapidamente.

Il capitano scese la scala e lo ricevette sulla piattaforma inferiore. L’armatore gli strinse la mano, poi salì sul ponte e strinse quella del suo rivale.

Vedendo avanzarsi Bisby, non potè trattenere un’esclamazione di meraviglia.

— È deciso di venire al polo con noi, disse Wilkye, prevenendo la sua domanda. Egli desidera d’istruirsi.

— Ben venuto sulla mia nave, disse l’armatore. C’incaricheremo noi della vostra istruzione, Bisby.

— Grazie, amico, rispose il mercante di carne salata. Vi sarò obbligatissimo.

— Vi prevengo però, che la vita dell’esploratore è poco allegra.

— Non mi spaventa.

— Che laggiù fa molto freddo.

— Mi coprirò per bene.

— Che possiamo soffrire anche la fame.

— Oh! questa poi...

Poi alzando le spalle:

— Bah!..... Mangerò delle foche, se sarà necessario, o degli orsi bianchi.

— Non ve ne sono.

— Delle renne.

— Nemmeno.

— Dei buoi muschiati.

— Niente.

— To’!... esclamò Bisby, al colmo della sorpresa. Ma cosa narrano gli esploratori che al polo vi sono tanti animali?

— Ma il polo australe non è quello settentrionale.

— Ma che! Deve essere lo stesso.

— Vi dico di no.

— Chi ve lo dice?

— Ve lo dimostrerò quando sbarcheremo sulla terra di Palmer o di Graham.

— Signore, disse in quel momento il capitano, avvicinandosi. Abbiamo la massima pressione e la marea è alta.

— È stato imbarcato tutto?

— Tutto, signor Linderman.

— I velocipedi del signor Wilkye, i viveri...

— Non manca nulla, signore.

— Desiderate nulla d’altro, signor Wilkye?

— No, rispose l’americano.

— Partiamo adunque.

— Ma i nostri amici? chiese Bisby.

— Li abbiamo salutati ieri sera, disse Linderman. Avanti, signor Bak!

Al comando dato dal capitano, alcuni marinai scesero sul gavitello galleggiante e staccarono la catena, che venne subito ritirata a bordo. Tosto l’elice si mise in movimento facendo spumeggiare l’acqua attorno alla poppa; dalla ciminiera uscirono neri nuvoloni di fumo e la goletta si mise a filare verso l’uscita del porto, passando fra un gran numero di navi ancorate.

Bisby, Linderman e Wilkye, ritti sul cassero, guardavano la città che si estendeva dinanzi a loro, ma che impiccioliva rapidamente. I due rivali parevano tranquilli; ma il negoziante di carne salata sembrava estremamente commosso e si grattava nervosamente la testa.

— Sarà un po’ di emozione, diss’egli, dopo un lungo silenzio, pure vi confesso, amici miei, che mi sento scombussolato.

I due rivali si misero a ridere.

— Il polo vi farebbe di già paura? chiese ironicamente l’armatore.

— Non è il polo, ma..... se non si tornasse più?

— Bell’esploratore che siete voi!

— Comincio ad esserlo ora; è quindi perdonabile la mia emozione. La cosa però mi sembra strana, perchè quando ho attraversato il lago Ontario non lo era affatto.

— Lo chiamate un viaggio d’esplorazione quello?

— No, ma infine.....

— Vi vedremo alla prima burrasca, Bisby.

— Non mi fa paura.

— O fra i ghiacci del polo.

— Indosserò la mia pelle di bisonte.

— Vi farà molto quella!... Addio Baltimora e chissà se ti rivedremo.

— Diavolo! brontolò Bisby. Che funebre augurio.

In quell’istante la goletta, superata l’estremità della gettata ed il faro, si lanciava a tutto vapore sulle acque azzurre della profonda baia di Chesapeak.

CAPITOLO III. A bordo della «Stella Polare».

La Stella Polare, tale era il nome della goletta del signor Linderman, era una vera nave da corsa, capace di percorrere circa cinquecento miglia in sole ventiquattro ore, essendo dotata di una velocità di venti nodi all’ora ed anche di più, a tiraggio forzato. Non doveva quindi impiegare molto a percorrere la baia di Chesapeak, che ha una lunghezza mediocre.

In tre ore, continuando con quella velocità, che il signor Linderman pareva deciso di mantenere, poteva avvistare i due capi Charles ed Henry, che la rinserrano verso l’Atlantico.

Guidata da uno dei suoi migliori timonieri, filò dritta verso Annapolis, piccola città che dista poche miglia da Baltimora, passò dinanzi ai numerosi battelli ancorati dinanzi alla spiaggia e scese verso il sud, fendendo impetuosamente le acque, le cui ondate andavano ad infrangersi, con sordi fragori, sulle frastagliate coste occidentali.

Alle sette del mattino la Stella Polare aveva già raggiunta la foce del Potomac, grosso fiume che scaricasi nella suddetta baia, ed alle 9, dopo aver avvistato il forte Monroe che difende la foce del James, sulle cui sponde sorge la città di Norfolk, superava il capo Henry, lanciandosi a tutto vapore sulle onde dell’Oceano Atlantico.

Bisby, che non aveva abbandonato il cassero della rapida nave, vedendo stendersi dinanzi a lui quell’immensa massa d’acqua che pareva non avesse confine e scorgendo le coste americane allontanarsi e rimpicciolire con fantastica rapidità, emise un sospiro così profondo, da essere udito da Wilkye e da Linderman.

— Ohe, Bisby! esclamò l’americano, sorridendo. Mi pare che l’Oceano Atlantico vi faccia un po’ d’effetto.

— Diamine! rispose il negoziante di carni salate, con aria imbarazzata. Vi confesso che tutta quest’acqua produce su di me una certa impressione. Non credeva che l’Oceano fosse così vasto.

— Speravate di scorgere le coste europee?

— Non dico che avessi questa speranza, ma vedo che ci allontaniamo dalle coste mentre potremmo tenerci vicini.

— Ho fatto mettere la prua verso le Bermude, disse Linderman. Preferisco girare al largo ora, per evitare le isole Lucaie e le Antille e muovere dritto sul capo S. Rocco. In tal modo non incontreremo la grande corrente del Gulf-Stream che sale verso Terranuova lambendo le spiaggie americane.

— Avete ragione, signor Linderman, rispose Wilkye. Perderemo meno tempo.

— Ma ditemi, caro amico, avremo da percorrere molta acqua, prima di giungere alle terre polari? chiese Bisby.

— Circa cinquemila miglia.

— Per mille quintali di carne salata! Che estensione ha dunque quest’Oceano?

— Considerevolissima, Bisby. La sua lunghezza, che va da un polo all’altro, è stata calcolata a ottomila miglia.

— Non sarà però così largo, suppongo.