LA DONNA NELLA VITA E NELLE OPERE
DI GIACOMO LEOPARDI
EMMA BOGHEN-CONIGLIANI
LA DONNA NELLA VITA E
NELLE OPERE DI GIACOMO
LEOPARDI
Adelaide
Antici Leopardi — Ferdinanda
Leopardi Melchiorri
Paolina Leopardi — Marianna
Brighenti — Teresa Carniani
Malvezzi — Antonietta Tommasini — Paolina
Ranieri — La
donna nella vita e nelle opere
di Giacomo Leopardi
FIRENZE — G. BARBÈRA EDITORE
—
M·DCCC·XCVIII
Compiute le formalità prescritte dalla Legge, i diritti di riproduzione e traduzione sono riservati.
A Federico Conigliani.
Non è un dono, ma quasi una restituzione la dedica di queste pagine, cui il tuo consiglio e il tuo aiuto cooperarono altrettanto che la mia penna; gradiscile ad ogni modo quale ricordo di studi e ricerche comuni e quale pegno minimo di una riconoscenza incancellabile.
PREFAZIONE.
Se la donna ha sempre molto potere su l'animo de l'uomo, moltissimo n'ebbe su quello di Giacomo Leopardi, che, adolescente, la vagheggiò in uno splendido ideale poetico; giovane, l'agognò con una dolorosa potenza di desiderio e d'amore; uomo, l'ebbe a sdegno, infelice per lei, pur sempre adorandola: madre, sorella, congiunta, amata, non amante, ma spesso amica sincera e devota, essa ebbe gran parte ne la vita di lui, nel suo pensiero, e fu tutto pel suo cuore.
I biografi studiarono con minuziosa accuratezza i rapporti del Poeta con alcune donne; lasciarono altre e non giustamente in dimenticanza: cito ad esempio l'Antonietta Tommasini; l'epistolario leopardiano conta numerose lettere a lei dirette (e molte ne mancano ancora certamente) fra le quali alcune scritte con un abbandono d'affetto quasi unico ne gli anni maturi del grande Recanatese.
Questo volumetto si propone il modesto scopo di tratteggiare i ritratti di parecchie fra le donne congiunte, per affezione o per parentela, al Leopardi; di cogliere, per quanto è possibile ne le memorie non più recenti, la loro intima personalità, di vederle nei loro rapporti con lui, e derivarne quanto di elementi reali e quanto di soggettivo fosse ne l'ideale femmineo del cantore di Silvia.
Certo alcune nascondono nel mistero l'anima loro, ma non sì che qualche raggio almeno non possa scorgerne un occhio pazientemente indagatore: son figure varie, da l'austera e rigida contessa Leopardi, di cui le mani candide paiono sempre congiunte con mistico terrore ne la preghiera, a la buona Tommasini, che chiude il suo libro per assaporare tutta la serena dolcezza del vespro nel suo giardino fiorito e segue con lo sguardo pensoso i ragazzi pei campi, gli uccelli fra il verde, le nuvole nel cielo, così semplice ne la sua vita borghese, illuminata da tanta luce di vera poesia; da la bellissima bionda Ranieri, che non s'accorge de le passioni che desta, del mondo che le sorride ed ha ne gli occhi miti e profondi tutta la fiamma di carità che la esalta, a la disavvenente, ma tenera ed appassionata Paolina, invano avida d'amore, piangente invano le sue lagrime non comprese; da la gran dama Malvezzi, tutta brio nel circolo di dotti e d'artisti da cui è attorniata e ammirata, a la cantante Brighenti, che nasconde sotto il belletto il pallore de le guancie, e sotto il suo sorriso d'artista festeggiata le ansie de la sua anima di donna; ne l'una un palpito de la pietà di Elvira, ne l'altra l'ingenua illusione d'un lieto avvenire di Silvia; in questa l'inconscia indifferenza de la donna del Primo Amore, in quella la mestizia de la donna del Sogno, in tutte v'ha qualche cosa che si conforma a l'ideale leopardiano; e se nessuna è precisamente la figura di questo o quel canto, ne l'animo che li dettò rimangono tutte, immagini care, e si fondono in un'alta idea poetica.
Si potrà notare che solo ne l'ultimo studio ho accennato a la Cassi, a la Fattorini e a la Belardinelli, di cui mancano qui i medaglioni, come mancano quelli de la Targioni-Tozzetti, de la Lenzoni, de la Buonaparte; ma le tre prime, a parer mio, quali inspiratrici del poeta furono creature più pensate che reali, vissero la vita de la sua fantasia, ne la quale, mai dimenticate, risorsero spesso, Silvia e Nerina specialmente, vivacissime parvenze d'un indimenticabile sogno. Senza dir poi che quanto se ne sa, fu detto e assai ben detto da altri.
Su la Targioni mi duole non aver potuto trattenermi; ma le notizie che intorno a la bella e graziosa Fanny si possono ritrarre dai libri sono affatto insufficienti a diradar l'ombra fitta che ce la nasconde, e la famiglia non acconsente a darne altre.
La Carlotta Lenzoni de' Medici e la Carlotta Buonaparte non furono pel poeta che gradite, fuggevoli conoscenze.
Debbo qui render grazie al conte Giacomo Leopardi, che mi fu largo di aiuto e con le sue ricerche mi procurò la conferma di quanto io scrissi riguardo a l'ignorato amore di Paolina Leopardi per Raniero Roccetti; al conte Nerio Malvezzi, che mi favorì parecchie notizie intorno a la Teresa Carniani Malvezzi e non poche lettere inedite a lei rivolte da chiari letterati del suo tempo; al prof. Americo De Gennaro Ferrigni, cui debbo non pochi ragguagli intorno a la vita di Paolina Ranieri; ed a parecchie altre gentili persone, che facilitarono le mie ricerche intorno a Madama Padovani, e che mi procurarono gran numero d'autografi inediti di Marianna Brighenti.
Se sotto la mano inesorabile de la critica tanti rosei veli cadono e tante figure che ci compiacevamo ammirare appaiono degne piuttosto di pietà, lasciandoci il rimpianto di un'illusione perduta e quasi un posto vuoto e difficile ad esser rioccupato nel pensiero, a taluno potrà, spero, riuscir piacevole che qualche immagine ormai sbiadita, se non cancellata dal tempo, ci si ravvivi dinanzi bella e degna e ci riveli amicamente un'ora, un momento de la vita del grande, cui abbellì di qualche raro sorriso la dolorosissima esistenza.
Esse, le donne gentili e care al poeta, rendano accetto con la loro grazia l'omaggio, invero troppo umile, di queste pagine pel Centenario che Recanati e l'Italia celebrano quest'anno.
Emma Boghen-Conigliani.
Firenze, febbraio 1898.
ADELAIDE ANTICI LEOPARDI.
La marchesina Adelaide Antici aveva diciannove anni quando nel 1797 diede la sua mano al conte Monaldo Leopardi, di due anni soltanto maggiore di lei. Il matrimonio fu celebrato a Recanati, nella cappelletta degli Antici: la sposa, che apparteneva ad una delle più nobili e ragguardevoli famiglie di quella città ed entrava in una famiglia altrettanto nobile e ragguardevole, era una fanciulla di bellezza severa, da gli occhi di zaffiro splendidi e intelligenti, benchè velati da una pensosa malinconia; dai corti capelli ricciuti d'un castano chiaro tendente al biondo, da l'aspetto maestoso, che pareva accordarsi perfettamente al carattere del vetusto palazzo di cui diveniva signora; alta e con un portamento da regina, ella nelle graziose acconciature e nelle succinte vesti, di cui la moda era venuta allora da Parigi, nulla perdeva de l'austerità naturale; ed il suo viso, soprattutto i suoi occhi e la fronte, restavano severamente assorti, come in un mesto pensiero, sotto i diffusi riccioli ornati da un filo di perle, da un nastro di velluto e da un capriccioso spennacchietto.
Tale ci appare in una miniatura sopra una tabacchiera di Monaldo: nessun sorriso, nessuna mollezza nelle austere sembianze: non sembra una delle graziose, voluttuose donne del secolo passato, ma un'antica matrona travestita.[1]
Alla festa di San Vito, protettore di Recanati, il conte Monaldo fissò per la prima volta gli occhi su la marchesina Antici e non seppe distorneli a lungo; la rivide a le feste del Corpus Domini e non pensò più che a lei, quantunque la sapesse promessa ad un conte Castracane di Cagli, del quale però si diceva ch'ella fosse tanto scontenta da voler riprendere la propria libertà. Monaldo andò senz'altro dal fratello della fanciulla, Carlo Antici, che era amico suo, e saputo con certezza ch'ella s'era già sciolta da la prima promessa, lo pregò di chiederle se avrebbe accettato lui per marito. Adelaide gli fece rispondere francamente ch'era stata domandata dal conte Borgogelli di Fano, il quale attendeva solo l'assenso e la donazione di una zia per combinare in modo definitivo il matrimonio, ella frattanto non poteva prendere alcuna decisione. Monaldo, innamorato, rispose: Aspetterò; e non aspettò molto, chè, malgrado un astio antico tra le due famiglie per ragione d'interessi, gli fu data la preferenza; di che i vecchi Leopardi non rimasero punto soddisfatti, ed ecco perchè. Quel tal conte Castracane era andato la prima volta a Recanati per conoscere Amalia, sorella maggiore di Adelaide, ma, veduta questa, s'era innamorato di lei e non aveva voluto più saperne della prima; la madre e gli zii di Monaldo avevano proposto a costui di sposare egli Amalia e, quantunque questa fosse, com'egli medesimo assicura, una carissima e amabilissima giovane, egli aveva rifiutato. Sentendo più tardi aver il conte chiesta la mano di Adelaide, si mostravano avversi a tale unione, ma nè il loro rifiuto ostinato e minaccioso, nè i gravi dispiaceri che gliene vennero, nè la tenuità della dote che il suocero gli fissò, mentre già gliene aveva offerta una maggiore per Amalia, lo smossero dalla sua decisione. La madre un giorno lo pregò con tanto calore di non sposare la marchesina Antici, da giungere ad inginocchiarsi dinanzi a lui per supplicarlo di cedere, ma egli rialzatala e postosi egli medesimo in ginocchio, le baciò la mano, confessandole che restava fermo nel suo proponimento.
Fissò di condurre la sposa a Pesaro, perchè ella non soffrisse amarezze e mortificazioni, entrando in una casa dove tanti non la volevano: ma compiute le nozze, mentre la carrozza attendeva già pronta, egli s'avvicinò ad Adelaide e le disse: — Andiamo a baciar la mano a mia madre. — La buona contessa, scordando ogni risentimento, abbracciò e benedisse la nuora, pregandola di ritornar presto, molto presto da Pesaro: e i due giovani, lieti di questa riconciliazione, passarono ne l'appartamento dello zio Ettore, il quale si fece loro incontro così frettoloso ed agitato, che essi, sapendolo vivacissimo, temettero chi sa che cosa.
— Dove andate?
— Veniamo ad usarvi un atto di rispetto e a baciarvi la mano.
— Dove andate partendo di qui?
— Partiamo per Pesaro.
— Oibò — replicò egli rivolgendosi a Monaldo — non sarà così: la vostra sposa appartiene ora alla nostra famiglia e voi non ce la toglierete. Andiamo dal decano, il quale sarà di un sentimento uguale. — (Così narra Monaldo stesso nel c. XXXIX dell'Autobiografia.)
Scesero con lui nelle stanze del decano, zio Pietro, che li abbracciò, piangendo di tenerezza e, ricordando l'opposizione sua al matrimonio:
— Il Diavolo — disse — mi aveva preso per i capelli, anzi per la perrucca, chè di capelli non ne ho più, — ed egli pure li pregò di restare.
Adelaide stringeva forte il braccio di Monaldo per indurlo ad acconsentire, egli interpretava invece quella timida preghiera come incitamento a non cedere e insisteva per partire; per troncare gl'indugi, lo zio Ettore senz'altro se ne andò da gli Antici ad annunziare che la pace era fatta, e ordinò di riporre i cavalli nelle stalle e la carrozza nella rimessa. Intanto Monaldo aveva avuto agio di conoscere il desiderio della sposa ed egli pure di buon grado, saputo di non far dispiacere a lei, acconsentì a rinunziare al viaggio. La riconciliazione fu sincera e la nuova contessa Leopardi visse poi sempre in perfetta armonia coi congiunti, amandoli ed essendone ricambiata d'affetto vero.
Educata severamente, Adelaide, prima del suo matrimonio, aveva passato la vita fra la casa e la chiesa, e quantunque il suo spirito, naturalmente vigoroso, fosse nato piuttosto per comandare che per obbedire, per forza di virtù e di consuetudine ella si era fatta mite, obbediente, modesta. Religiosissima, poneva innanzi a tutti gli altri i suoi doveri di donna cattolica, ma la sua non era la fede che riscalda il cuore e lo apre ai più divini affetti de l'indulgenza e de la carità, la fede che mantiene nell'anima un'alta serenità ed insegna ad amare; la sua era una fede rigida, tirannica e benchè, con la potenza della religione sincera, le desse forza e conforto nei più dolorosi momenti della sua vita, diveniva non di rado un tormento per lei e per chi le stava dintorno. Questa donna ultrarigorista, vero eccesso di perfezione cristiana,[2] per quel poco che si permetteva di pensare con la sua mente, ch'era tuttavia una mente aperta, ferma, acuta, andava in tutto d'accordo nelle idee col conte suo marito; anch'ella, come lui, era ciecamente ligia al passato; anche in lei i racconti dei profughi francesi capitati nelle Marche avevano inspirato il terrore, anzi l'orrore della rivoluzione. Ella e Monaldo del pari avevano accolte le convinzioni della famiglia, degli amici, della società aristocratica e clericalissima in cui vivevano; tutt'e due avevano alto concetto della propria casa; solo Monaldo pensava che a sostenerne il decoro occorresse lo sfarzo di una vita opulenta; ella avrebbe preferito un solido patrimonio, come quello della sua casa paterna. Rimasto orfano di padre, da bambino, Monaldo aveva ottenuto a diciott'anni dal governo pontificio l'amministrazione del suo patrimonio, e, quando s'ammogliò, aveva già sperperato somme non lievi, credendo di seguir così degnamente le tradizioni di famiglia e l'esempio dello zio marchese Mosca, principescamente generoso. Nel 1796 aveva speso mille scudi nell'armare, stipendiare e fornir di cavalli un milite per aderir all'appello di Pio VI ai sudditi contro i Francesi; nello stesso anno un trattato di matrimonio con la nobile Diana Zambeccari di Bologna, trattato ch'egli prima accettò e poi non volle più conchiudere in nessun modo, gli costò tanto, che i danni derivatine furono calcolati da lui ventimila scudi. Nel 1801 fece risorgere l'Accademia dei Disuguali, l'accolse in casa sua e ne sostenne le spese; nel 1802 si obbligò per cinquecento scudi in favore di un suo nemico.
Nel 1797 anche nelle Marche si accese la rivoluzione e in Recanati fu instituita una repubblica affatto democratica, che abolì la nobiltà e i suoi titoli e privilegi, e di questo e delle ruberie dei Francesi il conte Monaldo mostrò così vivamente e apertamente lo sdegno, che dal comandante della colonna francese, un tal Contavice, fu condannato a morte. Denari e amicizie autorevoli riuscirono a salvarlo, e questo suo pericolo fu potuto nascondere a la contessa incinta, che però poco di poi vide il marito arrestato e dovette passare giorni di orribile agitazione e di pianto. Dopo questo periodo di pene e di tristezze le sale del palazzo Leopardi, che già erano state liete nello splendore della vita fastosamente signorile, amata dal giovane Monaldo, e nelle gioviali compagnie raccolte intorno a la sposa, ritornarono lietissime, chè gaie voci infantili vennero a ridestarne gli echi.
Nel 1798 nasceva il primogenito, cui, come era di prammatica da secoli nella famiglia, venne posto il nome di Giacomo. Le inquietudini provate dalla sposa influirono dannosamente su la salute del bambino, che nacque delicato e gracile, benchè apparentemente sano e senza alcun difetto; un anno dopo veniva al mondo Carlo e un altr'anno di poi Paolina.
Par che la voce del suo primo nato risvegli in ogni donna un'anima nuova, l'anima della madre, un ignoto tesoro di amore, d'indulgenza, di sacrificio, un'anima pura ed elevata anche nelle donne che meno sono tali, un'anima che vive tutta nell'intensità del più caldo affetto umano. Ma quest'anima non si destò nella contessa Adelaide, che non conobbe le carezze infantili, la divina poesia per cui la madre sente il figlio vivere ancora della sua vita; forse un amore troppo ardente ed espansivo non poteva accordarsi col rigore della sua fede; ella rimase la stessa, irriprovevole nelle premure solerti per i suoi piccini, ma senza calore, senza spontaneità di tenerezza, come se di tutti i suoi atti la ragione soltanto fosse il movente e il dovere la guida. Questa l'apparenza; ma chi può indovinare il secreto dei cuori, chi può dirci se quella sua fredda ritenutezza fosse un dovere ch'ella imponesse a sè medesima, o una naturale disposizione dell'anima?
Vi hanno caratteri che, pur possedendo poche virtù, sono apprezzati, anzi ammirati, perchè quelle loro virtù sono appariscenti ed amabili, e d'ordinario gli uomini si accontentano di ciò che piace, senza indagare oltre; come questi caratteri vengon d'ordinario giudicati migliori di quel che sono in realtà, così altri ve n'hanno che son creduti peggiori che non siano per l'opposta ragione: le loro virtù son nascoste, i difetti palesi, e questi e quelle, inamabili, allontanano i cuori piuttosto che attirarli. Tale era Adelaide. Certo la prodigalità di Monaldo era un difetto, l'economia di lei, in tesi generale almeno, una virtù; ma gli è facile comprendere come, a quasi tutti, quella virtù dovesse riuscir incresciosa, quanto simpatico questo difetto. Così la sua ritenutezza la fece credere forse assai meno sensitiva che non fosse in realtà.
La sventura temprò ben presto il vigoroso carattere di lei, come il fuoco tempra una buona lama: riusciva ormai impossibile chiuder gli occhi a la rovina imminente del patrimonio, già carico di debiti, pei quali certi creditori usurai giungevano a pretendere il ventiquattro per cento d'interesse. La contessa, rimasta da prima estranea a l'amministrazione, non tardò a convincersi che una mano di ferro doveva sostituirsi a la debole mano di Monaldo nel governo de la famiglia per salvar questa, e decise che quella mano di ferro sarebbe la sua, bianca mano di donna, ma rigida e ferma quant'altra mai. A questo compito ella s'accinse con una saldezza di propositi, uno spirito di sacrificio ed un'energia, quali ben difficilmente si troverebbero in una giovane e bella dama. La vita della famiglia cambiò interamente, benchè nulla fosse tolto agli agi consueti: tavola abbondante, carrozza, cavalli; ma dov'era possibile senza disagio, al lusso fu sostituita la più stretta economia, la quale divenne legge inesorabile per tutti della casa e prima di tutti la stessa Adelaide. Ella vendette subito una parte de' suoi gioielli e più tardi i rimanenti; conservò solo, ricordo d'un tempo lieto, un anello di brillanti, che rimase come un oggetto sacro nella famiglia, così che Carlo volle metterlo nel dito della sua seconda moglie, Teresa Teja, il giorno delle nozze.
D'allora in poi la contessa non portò che ornamenti d'un valore insignificante, fra i quali un finimento di coralli; vestì modestamente, seguendo la moda della rivoluzione francese; ma, invece delle basse scollature del vestire a la ghigliottina, portò sempre una larga cravatta, che le fasciava a più giri il collo fin sotto il mento. Le rade volte in cui usciva di casa, se d'inverno, si avvolgeva in un'ampia pelliccia di martora, che, nella sua immutabile ricchezza, conciliava con l'economia quel decoro de l'abito, cui Monaldo teneva tanto; se d'estate, portava in testa «un cappello colossale di paglia» che, mentr'ella stava in carrozza, «salutava per lei.»[3] Il compito ch'ella si era fissato non consisteva soltanto nella salvezza del patrimonio, nella ricchezza futura di casa Leopardi, ma anzitutto nel mantenere l'avita intatta fama di probità, l'onore del nome; e perciò a punto ella intese subito a far un concordato coi creditori, concordato reso men difficile dal papa, che impose certi limiti a gli usurai, detraendo quella parte che rappresentava il frutto d'un'ingorda usura da la somma del debito, il quale in quarant'anni doveva essere gradualmente estinto. Interdetto Monaldo, la casa dipese da l'autorità assoluta di Adelaide, autorità, che apparve talora inflessibilmente tirannica, tanto più che le ristrettezze economiche eran tenute con ogni cura nascoste. Senza dubbio, più generosa, ella avrebbe reso più felici o meno infelici i suoi e sarebbe riuscita più cara a loro e più simpatica ai posteri; è giustizia però il notare che la sua non fu, o non sempre, gretta avarizia, e ch'ella, come già disse l'Avoli, non mostrò mai d'amare il danaro pel danaro, nè la roba per la roba: per migliorare le sue terre, per conservare in buono stato il palazzo, non le spiacque spendere e, benchè meno volontieri, acconsentì che il marito e i figli comperassero gran numero di libri. Di buon grado faceva elemosine e senza menarne alcun vanto, donava cibi o legna, e dalle finestre gettava spesso ai mendicanti qualche moneta; anzi perchè queste non le mancassero mai, ne teneva sempre pronte a quel pio scopo in una ciotola di legno nella sua camera. Anche non di rado assisteva ella medesima qualche ammalato povero, pel quale ordinava al cuoco di serbarle il miglior brodo. La sua rettitudine era scrupolosa; e si narra che, morto Monaldo, facesse pagare, senza rivelar il proprio nome, due mila e trecento scudi ad un conte maceratese verso il quale il marito le aveva confessato uno scrupolo di trovarsi in debito.
Vi ha in questo rigido carattere di donna qualche cosa che merita ancor più che rispetto, ammirazione, ed è la sua lealtà, cui ella aggiungeva altri non comuni pregi, quale, ad esempio, una dote che non può accordarsi con un cuore non buono, tanto meno quando lo spirito è altero e abituato al comando: la facilità di perdonare; respinta con tanta ostinazione dai parenti dello sposo, è la prima a fare un umile passo verso di loro e diviene per essi una figlia sommessa a pena le aprono le braccia. Taccio le tristezze che le vennero dal marito e da' figliuoli e ricordo una lettera ad una sorella, che probabilmente è la Eleonora, sposatasi poi nel 1806 al marchese Baviera di Sinigaglia. Adelaide loda la giovine d'essersi pentita d'un'offesa recata a la madre in un impeto di collera; le rammenta che ella dovrà fare la felicità di uno sposo e che tali impeti turberebbero la pace della futura famiglia; che tutti abbiamo dei difetti, ma che tutti dobbiamo posseder la forza di reprimere le nostre passioni e chiude con un tratto di delicato perdono: «Vi protestaste ieri che non fate alcun caso della mia stima. Ad onta di questo, siate persuasa che nessuno vi stima e vi ama quanto la vostra affezionatissima sorella.»[4]
Nella lunga e difficile impresa cui si accinse, la contessa fu sostenuta da un vivo affetto per la casa, dalla pietà religiosa e dalla naturale vigoria di uno spirito, che non conosceva la debolezza femminile, la vanità, l'amore al lusso; ma s'ella salvò il patrimonio ai figliuoli, non offerse mai loro il conforto d'un cuore carezzevolmente, teneramente materno: l'espansione, la confidenza, che attirano confidenza, espansione ed affetto, le furono ignoti. Curava i bimbi con molta premura, li teneva a dormire in camere attigue alla sua, medicava ella stessa persino i loro geloni, amava di seguire i fanciulli con lo sguardo, anche nei loro rumorosi giuochi, nel chiasso, cui si abbandonavano gaiamente nei due giardini di casa, ma in quello sguardo non c'era mai una carezza. «Tutto era compassato in lei: anche i battiti del cuore. Si sarebbe quasi indotti a credere che la rigida marchesa volesse fare anzi tempo de' suoi figliuoletti uomini maturi, che le loro risa argentine turbassero la sua serenità di amministratrice e custoditrice suprema della casa»; così parla di lei il Traversi, uno dei più indulgenti verso i genitori di Giacomo fra tutti i cultori degli studi leopardiani. Monaldo, con le sue idee e il suo sistema di autorità senza confini e senza discussione, sarebbe stato il più duro dei padri, se a gli errori del giudizio non avesse largamente rimediato la bontà de l'anima; egli sapeva qualche volta ridiventar fanciullo co' suoi figli, che se trovarono talora la tenerezza in famiglia, fuori de la loro cerchia fraterna, la trovarono in lui; e più espansivo e più tenero sarebbe stato, se l'affetto di cui aveva pieno il cuore non fosse stato compresso dal dubbio di affievolire la propria dignità, di derogare a l'autorità paterna. Adelaide era un tipo affatto diverso, parlava poco e con calma e gravità; d'ordinario chiusa in sè stessa, non amava che altri le leggesse ne l'animo, e se un improvviso dolore la colpiva, scoppiava in pianto, ma andava subito a chiudersi nelle suo camere, da cui non usciva finchè non si era calmata. Nessun impeto visibile in lei: ella concedeva a pena la sua mano al bacio de' bambini e sospirava nel vederli vivacissimi e gai, mentre ne godeva la buona suocera sua, Virginia Mosca, che, rimasta vedova giovanissima, s'era dedicata tutta a' figliuoli. La sera nel suo mezzanino, dov'ella sedeva sopra un sofà, conversando col suo vecchio cavalier servente Volunnio Gentilucci, irrompevano i nipoti, che precipitandosi a gara per abbracciarla rovesciavano spesso il tavolino e la lucerna; e non di rado scherzavano alle spalle del cavaliere, il quale non poteva nè pur sfogarsi a sgridarli, perchè, se ci si provava, l'affettuosa vecchia era sempre pronta a dar ragione a loro e ad impermalirsi con lui. Graziosa scena questa de' due vecchietti eleganti e compiti, che stentano a tenersi il broncio, davanti alla contagiosa allegria d'una brigata di birichini!
***
Non è difficile immaginare, da le notizie che se ne hanno, quale fosse la vita dei ragazzi Leopardi: studi severissimi e faticosissimi co' precettori, rare e patriarcali distrazioni, chiasso co' cugini o qualche tombola giuocata ne l'orto di certi frati, pratiche religiose continue e continua sorveglianza.
Tutti sanno come il primogenito, gracile per natura, perdesse interamente la salute e divenisse gibboso per le soverchie fatiche durate sui libri, e come fra lui ed i fratelli da un lato e il padre da l'altro, sorgesse, e a poco a poco si facesse profondo, il dissidio, perchè la stretta tutela in cui eran tenuti irritava i loro animi non meno fantastici che appassionati, e perchè nelle idee e negli affetti essi venivano scostandosi da Monaldo. È pure assai noto come la disperazione di Giacomo giungesse a tal segno da risolverlo a tentar la fuga dalla casa paterna, progetto fallito per caso. Che faceva, che pensava intanto la contessa? Tutt'assorta nel suo compito di amministratrice, non si accorse forse che tardi de la perduta salute e de la deformità di Giacomo; ed è doloroso il notare come questi, giovanetto, affettuosissimo per natura e di una sensitività esaltata, persuaso di dover morire ben presto, mentre seduto sul letto, di notte, al lume di una fioca lucerna, scrive, fra le lagrime, il suo Appressamento alla morte e si duole di dover perire come infante che parlato non abbia, senza che alcuno conosca il suo grande spirito, Giacomo, che teneramente si rivolge alla Vergine, non ha una parola per sua madre. Doloroso del pari è il rileggere quanto il marchese Solari scriveva a Monaldo, dichiarandogli apertamente che per lui la causa della tentata fuga di Giacomo doveva essere l'eccessiva severità della contessa.
Nei dissidi fra il padre ed i figliuoli ella teneva naturalmente dal primo, ma senza punto tentare di piegarlo a più indulgenza verso di quelli, senza punto usar loro quelle giuste larghezze che li avrebbero calmati, perchè non comprendeva quei cuori giovanili ed il loro bisogno di vita e di libertà. Ed ella avrebbe potuto tutto, ella che comandava veramente e cui tutti obbedivano. «Io a casa mia non sono padrone che delle frittate,» soleva dire Monaldo, che si sfogava a gridare contro le prepotenze delle mogli italiane, ma rimaneva sempre impigliato nelle gonne della sua e non osava, nè anche per cose lievissime, affrontare il muso di lei, come scrisse Paolina. Per quei giovani focosi, esaltati, era un vivere senza vita, senz'anima, senza corpo, che faceva desiderar loro ad ogni momento la morte. In Giacomo, infelicissimo fra tutti, e nella grandezza del suo spirito conscio di tutte le sue sventure, si spense ogni vivacità, ogni allegrezza, e venne a mancare a poco a poco persino la speranza e la fede: egli, dopo anni di dolore che gli parvero secoli, riuscito ad andarsene di casa, si ricorda assai spesso di mandare i suoi saluti alla madre, ma non le scrive quasi mai; ed ella a sua volta tarda lunghi anni a dargli un aiuto materiale, e non lo dà finchè non è richiesto; e pure ella doveva sapere quanto questa domanda dovesse riuscir incresciosa a l'animo delicatissimo ed altero del figliuolo. «Son più le volte che senza qualche soccorso di amico sarebbe stato digiuno, che non quelle in cui avrebbe mangiato,» asseriva G. B. Niccolini alla marchesa Lucrezia Niccolini-Monti, andata sposa in Recanati, cui aveva chiesto se la famiglia Leopardi navigasse in pessime acque, rimanendo stupito al sentire che no. Certo però Adelaide non supponeva le reali strettezze di Giacomo, perchè, come Monaldo ebbe a scrivere a questi, ella credeva le lettere una miniera d'oro, la quale rendesse inutile ogni altro sussidio a quel figlio che pure ella amava tenerissimamente.
Che lo amasse ne fa fede tutto l'epistolario leopardiano. Nel 1825, quando Giacomo da Milano tornò a Bologna e scrisse a casa degli accordi con l'editore Stella e della lezione al giovane greco, Paolina, che in quel tempo non era certo tenera della madre, rispondeva al fratello: «La mamma vuole che ti saluti e ti risaluti; essa quasi piangeva dalla consolazione nel leggere la tua ultima, e si rallegra con te e spera che sarai sempre più contento.»[5]
Anche la breve letterina, una delle due che ci rimangono, scritta da Adelaide al figlio il 29 novembre 1822, quand'egli, per la prima volta lontano da casa, si trovava a Roma, ha frasi affettuose, e assai più che non dicano significano forse quelle righe: «Molto mi ha rallegrato la vostra lettera, ma molto più quella che avete scritto al babbo da Spoleto. Vedo che conoscete bene i vostri doveri a suo riguardo e ciò mi è garante della vostra buona condotta in avvenire.»
Chi rammenti i dissapori profondi tra Monaldo e Giacomo deve sentir qui il dolore che ne provava Adelaide, e un rimprovero, un consiglio dato con una delicatezza veramente femminile e veramente materna. «Sapete quanto io vi amo sinceramente e qual spina mi sia stata al cuore il vedervi sempre malcontento e di malumore.... abbiatevi moltissima cura e non trattate persone indegne.... amatemi e credete sempre all'affetto sincero della vostra affezionatissima madre, che vi abbraccia e vi benedice.»[6]
Queste semplici frasi spirano un affetto sincero e una santa premura, della quale nelle lettere dei parenti a Giacomo si trova traccia ben spesso: ora è Paolina (9 dicembre 1822, pag. 47, vol. cit.) che scrive al fratello: «Mamma non fa che lodarsi di voi e compiacersi grandemente delle vostre lettere»; ora è Adelaide stessa che dice al suo «carissimo ed amatissimo figlio, al suo figlio d'oro» d'esser tanto lieta delle sue buone notizie e di aver infinita riconoscenza pei parenti di Roma, che gli si mostrano gentili (26 gennaio 1823, pag. 82, vol. cit.); ora è Monaldo, che gli parla della grandissima consolazione provata dalla madre, sentendo che egli non si è piaciuto di Milano quanto in casa temevano: «Giacchè ci avrebbe amareggiati assai, o la vostra lunga dimora costì, o il vedervene partire con molto rammarico» (30 agosto 1825, pag. 121, vol. cit.); ora è di nuovo Paolina, che ringrazia il fratello per parte della madre e con viva riconoscenza della premura usatale di cercar d'una sua antica servente e di dargliene notizie: «Mamma vuole che ti saluti nuovamente e che ti parli del suo grande affetto per te.» (13 dicembre 1825, pag. 143-144, vol. cit.) Malgrado questo, Giacomo non aveva altro pensiero, altro desiderio che quello di starsene lontano da Recanati, ed è certo che non poco vi contribuiva il ricordo della severità che la contessa metteva in tutti i particolari della vita domestica. «Veramente ottima donna ed esemplarissima, si è fatta delle regole di austerità assolutamente impraticabili, e si è imposti dei doveri verso i figli, che non riescon loro punto comodi»; scriveva Paolina (26 maggio 1830) a Marianna Brighenti; Paolina, che già trentenne doveva farsi indirizzare le lettere dell'amica presso il suo vecchio precettore, non permettendole la madre ch'ella facesse amicizia con alcuno, perchè ciò, secondo lei, distoglieva da l'amore di Dio; e non voleva veder lettere dirette a la figlia, a la figlia trentenne, nè pure se fossero state del suo santo protettore. La povera contessina, che desiderava conoscere di persona le sue amiche Brighenti e sapeva di non poterle accogliere in casa, doveva rinunziare anche al piacere di vederle in chiesa o da la finestra (esse sarebbero andate a Recanati sol per procurarle questa gioia), perchè in chiesa andava unicamente la festa e accompagnata, e quel ch'ella poteva vedere da la finestra era sempre sorvegliato da sua madre, la quale girava per tutta la casa, si trovava da per tutto e a tutte le ore. (Vedi Lett. di Paolina ad Anna Brighenti, 4 marzo 1831). Tale severità irritava anche la mite contessina; mentre d'altra parte Adelaide, più che tutti gli altri di famiglia, si dava pensiero di cercare uno sposo a quella figliuola e voleva che si tentasse di combinare, anche quando le più gravi difficoltà eran palesi. Più duro di tutti i figli verso di lei fu Carlo, nelle lettere del quale troviamo frasi acerbe assai; una volta (Lett. a Giac., vol. cit., pag. 182-183) dubitando che Adelaide avesse aperta una sua lettera a Giacomo, consegnatale perchè la francasse, riscriveva al fratello dicendogli di questo dubbio e come la madre avesse rifiutato ostinatamente di toglierglielo, e prorompeva contro la curiosità donnesca e l'imperiosità insopportabile di lei; confessando però egli stesso d'essere in un momento di rabbia incredibile. Pare che la contessa e Monaldo aprissero infatti la corrispondenza dei figliuoli e la intercettassero talvolta, cosa che formava la disperazione specialmente del primogenito; nè la buona intenzione con cui lo facevano, basta a giustificarli. Ma nella loro severità, come ne l'inesorabile economia di Adelaide, non v'era mai punto mal animo, e la contessa doveva amar di cuore tutti i suoi cari, se mostrava tanto rincrescimento quando s'allontanavano da lei, se una volta il ritorno improvviso di Monaldo la fece quasi svenire,[7] se non seppe mai rifiutare a Giacomo i soccorsi ch'egli chiese (modestissimi è vero e domandati in modo che niuno che avesse cuore poteva negarli); ma li accordò anzi con parole tali da commuover lui, che pur diceva non esser più capace di verun sentimento; se la sua vita intiera fu consacrata a la famiglia; se quand'ella morì, nella sua camera fu trovata la seggiolina in cui eran stati seduti tutti i suoi figliuoli bambini, seggiolina che, con atto di tenerezza materna, ella aveva conservata religiosamente per fanti anni; e se infine Monaldo, pur dichiarandosi tanto discorde da lei quanto son lontani fra loro il cielo e la terra, pur credendosi castigato dal cielo nel suo matrimonio contrario al volere della madre, dichiara Adelaide buona moglie, saggia, affettuosa e pia, afferma che ventisei anni di matrimonio non smentirono un momento la condotta irreprensibile ed ammirata da tutti di quella donna forte, intenta solo ai doveri del suo stato, incurante d'ogni piacere od interesse che non fosse quello della famiglia o di Dio; confessa di averle obbligazioni innumerabili e che il suo ingresso nella famiglia Leopardi fu una vera benedizione. Monaldo stesso nel suo testamento dichiara Adelaide la sua amatissima consorte ed aggiunge: «Sono poi certo che i miei figli la rispetteranno e obbediranno come loro degna e venerata madre, rammentandosi qualmente essa, non solo è stata l'edificazione e la benedizione della famiglia con la sua costante religione e pietà; ma, con la sua saggia economia, prudenza e giudizio, ha ristaurato il patrimonio domestico dalle percosse dei tempi trascorsi; e se la casa nostra si è conservata in mezzo a tante burrascose vicende, questo è dovuto primieramente alla misericordia di Dio, e poi alle cure, diligenze e fatiche di questa savia, amorosissima donna.»[8]
La sorveglianza instancabile di Adelaide, la sua durezza, dovevano riuscir penose a lei stessa, che soffriva per sè e soffriva forse di far soffrire; ma rimaneva inflessibile, persuasa che questo fosse il suo dovere. A ragione il Finzi crede che una delle principali cause per cui ella e Monaldo rifiutarono sempre di mantener lontano di casa Giacomo, fosse la cura de l'anima di lui, che, secondo loro, lungi da la casa paterna cedeva a malvagi amici e si perdeva.
Come il conte e la contessa non comprendevano i figli, così questi non sempre compresero loro; e Giacomo, che ne' suoi pensieri giudicava l'educazione moderna un formale tradimento ordito da la vecchiezza contro la gioventù, se, com'è probabile, pensava a l'educazione propria, si lasciava sopraffare da l'amarezza: «Non lascia d'esser notabile che tra gli educatori, i quali, se mai persona al mondo, fanno professione di cercare il bene dei prossimi, si trovino tanti che cerchino di privare i loro allievi del maggior bene della vita, che è la giovanezza. Più notabile è, che mai nè padre, nè madre, non che altro istitutore, non sentì rimordere la coscienza di dare ai figliuoli un'educazione, che muove da un principio così maligno. La qual cosa farebbe più maraviglia, se già lungamente, per altre cause, il procurare l'abolizione della gioventù, non fosse stata creduta opera meritoria.»
È notevole il giudizio che di Adelaide dà il canonico Avoli:[9] egli la crede donna più di mente che di cuore, di propositi virili, più che di tenerezze materne, pensa che non possa venir giudicata se non severamente nei nostri tempi, e che per averne criterio equo sia «necessario trasportarsi con la memoria a circa un secolo addietro.» Ricorda come appaia naturale che, malgrado la più sincera affezione, l'accordo fra Adelaide e Monaldo non fosse perfetto, poichè l'uno era splendido fino alla prodigalità, l'altra calcolatrice, economa, massaia.
In tutta la vita e in tutta l'opera di Giacomo Leopardi non vi è un riflesso della tenerezza materna; ma in tutta quella nobile vita e in tutto lo splendore di quell'opera risenti l'elevatezza di pensiero, cui il poeta fu educato. Il Michelet diceva che il mondo vive la vita della donna, la quale gli dà due elementi di civiltà, la grazia e la delicatezza, che è un riflesso della purità. La grazia mancò alla contessa Adelaide, alla rigida signora che, dalle fredde nebbie del suo mistico cielo, non sapeva distoglier gli occhi, se non per curarsi della prosperità materiale della famiglia, tanto che «il fine che si era proposto le fece dimenticare che l'immediata felicità dei figli poteva qualche volta anteporsi a la futura.»[10] Ma non le mancò la purezza, la più alta dignità femminile: i figli non si sentirono attratti da l'anima sua, videro però quell'anima sempre candida, quella vita sempre d'una trasparenza assoluta, come d'una gemma che nulla offusca, e ne ritrassero la morale elevazione, ammirabile in tutti e più che mai in Giacomo.
Adelaide Antici ebbe il premio che meritavano i suoi sacrifici: vide tornato pienamente in fiore il patrimonio dei Leopardi, e questo per opera sua, ma quante pene le amareggiarono questa gioia! Pianse, morti in giovane età, il suo Luigi e il suo Pier Francesco; e, quantunque la rassegnazione, ch'ella credeva dovere di donna cristiana, le facesse piegare umilmente il capo ai voleri della Provvidenza, sarebbe ingiusto negare il dolore di questa madre, che ci è dipinta inginocchiata, pregando fra le lagrime nella camera vicina a quella dove stava per spirare l'ultimo figlio rimasto a la sua casa (ultimo se si pensi che Carlo non ne faceva quasi più parte e di più non aveva prole), di questa donna che a l'annunzio de la sventura, cui non sapeva ancora credere, scoppia in violenti singhiozzi e vuol poi prestare ella stessa colle mani tremanti gli estremi uffici al suo caro perduto. Ella vide sola nel mondo la sua Paolina, perdette il marito, due nipoti; e quel Giacomo, che le aveva dato pel primo il nome di madre, fu perduto per lei più che gli altri, morto solo, lontano e senza fede.
Il prof. Filippo Zamboni nel 1847 visitava la casa Leopardi: vide i manoscritti del poeta ed entrò nella camera ove questi era nato: Adelaide, maestosa nella persona, austera, coi capelli candidissimi, era ritta in piedi dinanzi ad un gran letto. Accennando ad un ritratto di Giacomo, il professore esclamò con entusiasmo: «Benedetta colei che in te s'incinse!»
Ella, rimasta immobile, levò solo gli occhi al cielo, esclamando: Che Dio gli perdoni! «Dunque la madre di Giacomo Leopardi non lo credeva fra i beati! Non v'è giorno ch'io non ci ripensi ancora con terrore,» scrive lo Zamboni, vinto da la sua commozione. Ma in quella risposta c'è forse tutta l'anima della contessa, co' suoi cupi terrori religiosi, che le amareggiarono le più pure sorgenti de gli umani affetti, che l'agghiacciarono dinanzi a l'immagine d'un Dio di spavento, non di misericordia. «Che Iddio gli perdoni!»; io credo che in queste parole ci fosse un profondo dolore e un amore profondo, un barlume de l'intima tragedia di cui il secreto fu portato nella tomba da l'austera contessa, sdegnosa del mondo.
Ella morì il 2 agosto 1857. Carlo, passate le giovanili intemperanze, dettava per lei una pietosa epigrafe, in cui la chiama «insigne per pietà ed affetto coniugale, mirabile nel ristorare l'economia domestica: con sè avara, premurosissima per la famiglia».
***
La critica leopardiana si è affaticata indefessamente a discutere e a ricercar notizie intorno ai genitori del grande Recanatese, ed avida del vero, ha raccolto ogni minuzia, conscia che talora anche le minuzie possono riuscir utili o gradite: tutto quel che ha potuto ha raccolto e narrato: da le piccole malizie cui, per aver danaro ad insaputa della moglie, ricorreva Monaldo, come il vender di nascosto grano o vino d'accordo coi castaldi, il far creder alla contessa d'aver comperato e di dover quindi pagare libri che prendeva invece dalla propria biblioteca per mostrarglieli; a le rampogne di lei per la minima spesa, fosse pur quella d'una maglia di lana, cui ella non avesse prima consentito, ai mantelli dei ragazzi divenuti troppo corti e allungati con due palmi di pelone. E pure molto e molto si desidererebbe di conoscere ancora intorno a lei; quanto si sa è forse il peggio, non il buono de l'anima sua, le esteriorità meschine de l'esistenza, piuttosto che l'intima vita. Giacomo, il quale non ignorava affatto come la vera padrona e quindi l'arbitra della sorte dei figli fosse lei, Giacomo, che nella piena del suo dolore si lasciò spesso sfuggire pungentissime parole contro il padre, tacque di Adelaide, in cui non aveva trovato una madre secondo il suo cuore, ma sentiva un'anima vigorosa; sentiva forse nella grandezza del proprio spirito anche qualche cosa che gli veniva da lei.
NOTE.
[1]. Vedi F. Tribolati, Il Leopardi e la sua famiglia (nel Fanfulla della Domenica, 24 luglio 1881).
[2]. Vedi E. Costa, Lettere di Paolina Leopardi a Marianna e Anna Brighenti. (Parma, Battei, 1888; in 16º, di pagg. XIX-308.)
[3]. Vedi C. Antona Traversi, Studi su G. Leopardi. (Napoli, Detken, 1887; in 16º, pagg. VIII-363, pag. 54.)
[4]. Vedi Quattro lettere inedite di Adelaide Leopardi pubblicate per nozze Voglia-Ceccaroni da Maria e Leandro Mazzagalli Morotti. (Foligno, Campitelli, 1885; in 16º, di pagg. 11.)
[5]. Lettere scritte da G. Leopardi a' suoi parenti, edizione curata su gli autografi da G. Piergili. (Firenze, Le Monnier, 1878; in 16º, di pagg. XXVII-304. Lettera di Paolina, 6 ottobre 1825, pag. 131.)
[6]. Vedi volume citato alla nota precedente. Lettera di Adelaide, 29 novembre 1822, pagg. 33 e 34.
[7]. Vedi C. Antona Traversi, Documenti e notizie intorno alla famiglia Leopardi. (Firenze, Münster, 1888; in 16º, di pagg. X-382.) (Da le Memorie inedite di Monaldo. — Nota del 24 gennaio 1802, pag. 93, volume citato.)
[8]. Vedi nel volume citato di C. Antona Traversi, Testamento di Monaldo Leopardi, da pag. 179 a pag. 221.
[9]. Vedi Autobiografia di Monaldo Leopardi, con appendice di A. Avoli. (Roma, Tipografia A. Befani, 1883; in 8º, di pagg. IX-431), da pag. 263 a pag. 269.
[10]. Vedi A. D'Ancona, La famiglia di G. Leopardi, nella Nuova Antologia, 15 ottobre 1878.
FERDINANDA LEOPARDI MELCHIORRI.
Il severo palazzo dei conti Leopardi fu poche volte lieto di così gaie e magnifiche feste come nel 1777; una bimba era nata al conte Giacomo e a la marchesa Virginia Mosca, e con la pompa e lo sfarzo insolito si voleva soprattutto far onor al compare che tenne la piccina a battesimo e da cui ella ebbe il nome, Ferdinando di Borbone duca di Parma, a la corte del quale il marchese Mosca, fratello de la giovane madre, aveva dimorato lungamente.
Dopo Monaldo, il primogenito dei Leopardi, venne al mondo questa piccola Ferdinanda e dopo di lei Vito ed Enea, rimasti tutti in tenerissima età (il maggiore non aveva ancora cinque anni) orfani di padre. Così dopo le feste lietissime suonò sollecita l'ora del lutto per l'antico palazzo, per la giovine signora e pei teneri bambini, fra i quali quella che ne patì di più fu forse la Ferdinanda, intelligente ed affettuosa più che nol comportasse l'età; i ragazzi soffrono spesso ne le avversità quanto non immaginiamo, la loro forza di sentimento pareggia non di rado quella degli adulti, e di più essi non sono abituati a la sventura, la quale li colpisce come qualche cosa di innaturale, di mostruoso.
La contessa Virginia, quantunque vedova assai giovane, non volle rimaritarsi, affezionatissima com'era a' suoi figli; e rimase tutta dedita ad essi e al governo de la casa, retto con generosità, anzi con lusso, per volere dei fratelli del defunto, i quali si attribuivano certi diritti, perchè a lui avevano ceduto gran parte del patrimonio a lo scopo di costituire un maggiorascato. I fanciulli crescevano fra tutti gli agi de la vita, accarezzati da l'indulgenza materna e da quella di parecchi familiari, tra cui il cappellano di casa Don Vincenzo Ferri, bruttissimo uomo da la tinta affricana, con gli occhi di gatto e la bocca larghissima, ma buono quanto brutto, che sapeva con la sua inalterabile piacevolezza rallegrare quei ragazzi ed anche sopportarne, inalterabilmente rassegnato, le non poche impertinenze. Ferdinanda era una affettuosa bambina, e non pure la madre, ma i fratelli l'adoravano, tanto che quando nel 1790, a tredici anni, ella fu posta in monastero a Pesaro, la casa parve rimasta vuota e non poco ci volle prima che la famiglia si abituasse a l'assenza di lei. Monaldo narra di non aver mai versato lagrime più dolenti e più sincere di quelle che gli costò la partenza de la sorellina. Due anni più tardi andò con la madre a trovarla e un altr'anno di poi ella ritornò in casa, e con lei parve tornata la grazia, quasi direi la luce, ne le antiche sale, dove tutti vivevano in mirabile armonia, benchè la famiglia fosse numerosa. Ne facevan parte la madre, il prozio canonico Carlo, i quattro zii Luigi, Pietro, Ettore, Ernesto, e i tre figliuoli Monaldo, Vito e Ferdinanda (Enea era morto bambino), senza dire che in casa e a la stessa mensa stavano pure il precettore Torres, il cappellano Ferri, il pedante Diotallevi, il canonico Pascal, francese emigrato raccolto per carità. Sola giovine donna fra tanti uomini, presso a una madre amorosa, Ferdinanda, vezzeggiata da tutti, cresceva di carattere dolcissimo: ella la confidente de la contessa, per quanto lo permettevano i rigori de l'antico metodo d'educazione; ella l'amica dei fratelli, ella la padroncina venerata.
I suoi studi erano superficiali, elementarissimi; con l'osservazione, la lettura, la riflessione costante però, ella si formò un corredo non meschino d'idee; ma la sua scienza fu soprattutto nel cuore, fu la scienza di amare, di viver per gli altri, di trovare la gioia più cara nel far del bene: e non pure nel compiere veri e propri benefizi, ma ancora nel ridestare un sorriso, nel richiamare un'amabile parola su le labbra di quanti l'avvicinavano, nel godere di veder tutti lieti intorno a sè, anche quando nel suo cuore c'erano de le lagrime e poteva parerle cosa consolante ch'altri piangesse con lei.
Non bella, ma graziosa nel portamento, soave ne lo sguardo pensoso dei miti occhi azzurri, a sedici anni era un delicato fiorellino, cui avrebbe giovato il rimaner ancora sotto la protezione de l'ombra materna: vollero maritarla invece, e Monaldo, da poco messosi a capo de la famiglia, acconsentì di buon grado a darle la dote di otto mila scudi, più di quel che avrebbe potuto. Lo sposo fu il marchese Pietro Melchiorri di Roma,[11] bel nome, onestà perfetta, ingegno non volgare, che si dilettava soprattutto di studi architettonici, ma scarso patrimonio e cuore non in tutto rispondente a quello d'un'appassionata giovinetta sedicenne. La sposa entrò nel 1795 con poco lieti auspici ne la casa maritale, quel palazzo Melchiorri, presso la Minerva, oggi detto de la Palombella e sede di ben nota scuola femminile; vi trovò con la matrigna, nove tra sorelle e fratelli del marito, coi quali la mitezza de la sua indole la fece viver d'accordo, benchè il dissesto economico di quella casa potesse offrire non poche occasioni, o se si vuole pretesti, a la discordia; ma ella ebbe forse a desiderare più d'una volta la pace e le dolcezze de la casa materna.
Si fece una cara abitudine de la lettura, che continuava indefessamente, finchè gli occhi deboli e spesso ammalati glielo permettevano; scriveva con piacere e con facilità lettere, che, se non sono un modello di perfezione letteraria, rispecchiano nitidamente ne la loro sincerità la sua anima gentile; amava anche occuparsi in qualche ricamo od altro lavoro piacevole, il quale lasciasse libertà di meditazione a la mente, che veniva coltivandosi da sè stessa con l'acume naturale.
Le contrarietà e i dolori, l'esperienza de la vita e de gli uomini, lungi da l'affievolire, affinarono la sua tenerezza squisita, che non si smentì mai. Aspetto e modi aveva tutti gai ed affabili, senza affettazione e senza vivacità soverchia; rifuggente dai complimenti e da le espansioni non sincere, era tuttavia graziosa in famiglia, graziosa co' conoscenti e con tutti; non facile a concedere il suo affetto, di cui ella medesima, anche ne la sua modestia, comprendeva il valore, era sdegnosa di volgari amicizie e di sentimenti fiacchi, e, intimamente sola ed appassionata, trovava ne la religione un sollievo; senz'esser punto bigotta, aveva slanci mistici sinceri, cercava ne l'idea de l'infinito e de l'eterno la quiete de l'animo e giungeva così a scordare i suoi dispiaceri col trascurarli e col tenere sempre alto lo spirito.[12]
Certo Ferdinanda ne l'intimo suo dovette combattere dolorose lotte e aver momenti di desolata stanchezza dinanzi a le miserie ed a le ingiustizie del mondo, così diverso dal suo cuore e da' suoi sogni; come una flessibile pianta al soffio del vento si china umilmente, ma ne resta sfrondata, ella piegavasi a le sventure, ma sentiva morire in sè stessa ogni gioia, ogni cara illusione; pur senza consolarsi sapeva rilevar il cuore da l'abattimento per rivolgersi più che devotamente, amorosamente a Dio, baciando la mano che la percuoteva, sentendo con dolcezza sopra di sè la protezione di un padre vigile e amoroso, cui ella chiedeva sommessa un ristoro a' suoi mali, ristoro che attendeva paziente, dicendo a sè stessa come dirà più tardi al suo grande nipote: «È da vile il non saper soffrire.» Così acquistava la pace e una certa indifferenza per le proprie pene, che era tutt'altro che freddezza.
Religiosa fu certo quanto la cognata sua Adelaide Antici Leopardi, ma quale diversità tra la fede rigida, opprimente di questa e la fede tutta d'amore e di carità di quella! Per Adelaide la religione fu spesso un terrore e un tormento, per Ferdinanda sempre un conforto; quella pregava piangendo anche in quei momenti che avrebbero dovuto esser più lieti per lei; questa ritrovava un sorriso ne la preghiera, anche quando il suo cuore era più oppresso; per la prima la fede era un mistero di tenebre, per la seconda un mistero di luce.
La tristezza di Ferdinanda dipendeva certo in buona parte da un'indole per natura disposta a la malinconia e da una finezza di sentire che doveva ad ogni momento esser ferita da le due realtà de l'esistenza. Ella era una vera Leopardi, uno di quegli esseri che pensano troppo ed amano troppo in un mondo dove non soltanto poco si pensa e poco si ama, ma ancora poco si apprezzano il pensiero e l'affetto, creature che di rado trovano fra gli uomini chi le somigli, e vivono perciò quasi estranee fra i loro simili, infelici perchè non possono nè mutare le cose, nè mutare sè stesse, vedendosi negate anche le gioie che godono i volgari, perchè a loro il sogno scolora la realtà. Come, a quanto dicono, Ferdinanda somigliava a Giacomo Leopardi ne le fattezze, negli occhi, nel sorriso, così gli somigliava ne la grande e funesta sensitività. Ma oltre a ciò non fu certo arrisa da la fortuna la sua modesta vita. Non pare che pel marito ella provasse grande trasporto d'affetto, benchè avesse per lui ogni premura e fosse degna di lode come moglie al pari che come donna. Nelle poco liete vicende de la sua nuova famiglia vennero a confortarla i figliuoli; di tre fanno menzione le sue lettere: Nanna, Peppe (quel Giuseppe, che fu illustre archeologo ed intimissimo di Giacomo Leopardi, il quale nel prediligere il figliuolo ricordava forse le tenere premure e la santa amicizia de la madre) e Camillo, divenuto poi benedettino ne la badia di San Pietro in Perugia. D'un altro figlio di lei, Anton Giacomo, fa cenno Monaldo ne le sue memorie: il povero bambino, travagliato da una lunga malattia che l'aveva fatto sottoporre a una cura penosissima, moriva a diciotto mesi il 21 marzo 1803, lasciando afflittissima la madre, che lo aveva assistito con indefessa premura, non staccandosi mai da lui, nè pure per concedersi qualche minuto di riposo, dormendo anzi, o meglio vegliando, ne lo stesso letto col piccolo ammalato. Anche morto, volle tenerlo fin che potè fra le proprie braccia e vestirlo ella stessa.
Monaldo ricorda ancora la malattia orribile di un altro figliuolo di Ferdinanda, che nel 1801 a due anni stava per esserle tolto e che contro ogni speranza improvvisamente risanò, crede il conte, per un miracolo de la Madonna.
Di tutti i figli Ferdinanda fu ugualmente tenera: nel giugno del 1821, sentendo che certi assassini infestavano i dintorni del collegio in cui aveva posto in educazione il suo Camillo, andò in fretta a riprenderlo, benchè probabilmente egli non corresse alcun pericolo.
***
Affezionatissima a Monaldo e a la famiglia di lui, essendo nel '19 a Recanati, intuì la grandezza di Giacomo non ancora compresa da nessuno, sentì nel suo cuore la bontà e gli affanni di quel Grande e l'amò con la soavità e l'effusione di tenerezza che nella propria casa egli non aveva conosciuta, nè conobbe mai. Il timido giovanetto che, tranne coi fratelli, parlava pochissimo e quasi per forza, le aperse l'animo suo e la chiamò più che zia, amica. In lui, chiuso in sè talmente da lasciar a pena trasparire un raggio de la sua luce intellettuale, ella apprezzò le maniere correttissime, la dignità di un dolore che doveva attrarre simpaticamente lei così amica de la malinconia e così pietosa; avvicinatasi al nipote sospinta da un affettuoso interesse, riuscì a farlo parlare, ne ammirò i pensieri ed i sentimenti; e finch'ella rimase a Recanati, godette di tenerselo quanto più poteva vicino e d'interrogarlo, sofferse di vederlo penare. Ella non osava ancora dir nulla, ma in cuor suo bramava di consolarlo e di guidarlo con la sua mano affettuosa di donna nel mondo da lui sospirato e in cui egli avrebbe potuto trovare le distrazioni necessarie al suo spirito, troppo assorto in sè stesso e negli studi. Sapendo di poter poco, nulla osava offrirgli che il suo affetto, ma questo caldo, espansivo, tenero, tutto devozione: e quanta gioia per lei nel veder rasserenarsi la fronte del giovanetto, nel vederlo sorridere a' suoi scherzi! Ella pensava già di intromettersi presso Monaldo in favore di Giacomo, pur non avendo la certezza di far cosa gradita a questo, le mancava il coraggio d'iniziare i suoi tentativi. Tornata a Roma, dopo una dimora a Recanati, gli scrive da prima quasi con una certa timidezza, poi sempre con più aperta effusione. Le loro due prime lettere partono contemporaneamente, senza che l'uno sappia de l'altra: il giovinetto ha tanto bisogno di sentirsi amato e la gentile signora gli ha fatto per la prima intravedere le materne dolcezze!... Egli le chiede con abbandono il conforto de le sue parole: ella sarà una de le poche persone cui egli potrà aprire il suo cuore: ed ella risponde lungamente, teneramente, il suo Giacomo troverà il cuor de la zia non tanto dissimile dal proprio e gli dipinge apertamente sè stessa, lo rimprovera con dolcezza per la sua malinconia, lo esorta a non lasciarsi andare a una sensitività senza freno, che lo renderebbe infelicissimo, a uscir di casa, e quando sa che quest'ultimo consiglio è stato ascoltato gli scrive: «In certo modo nella mia solitudine godevo di farvi compagnia, venendo con voi ed accompagnandovi fuori di casa, come se personalmente fossi con voi»; discute con lui di filosofia, quantunque con modestia confessi e si dolga di non aver bastante ingegno per rispondere adeguatamente a le riflessioni di lui; e tuttavia si prova a persuaderlo che la vita non è necessariamente sventura, che l'uomo non è creato per soffrire.... poi ride de la propria gravità: «Giacomo mio, io rido con me stessa, perchè mi pongo a trattare di certa materia che non è da me; ma voi mi siete tanto a cuore che per non sentirvi infelice, divengo filosofo, teologo e tuttociò che a questo scopo può bisognare»; (lettera 2 febbraio 1820) ed egli risponde che le espressioni de la tenerezza di lei, gli parrebbero quasi esagerate, se non conoscesse il cuore da cui partono.
Ferdinanda si duole e si compiace insieme di queste parole; protesta che non sa essere se non sincera, non che talora non debba ella stessa piegarsi a fare qualche complimento; se le convenienze lo esigono, lo fa, ma così di mal grado e con tanta parsimonia che teme sempre di far scorgere quanto questo l'annoi. Invece con le persone che ama e stima non dura alcuna fatica ad essere espansiva: «I miei sentimenti escono dal cuore, vanno alla penna, alla carta, come un vaso d'acqua posto in pendenza versa ciò che contiene entro sè stesso.» (Lettera 8 aprile 1820.) Il suo interesse pel nipote si fa sempre più vivo, ella si strugge di toglierlo da le sue tristezze, vorrebbe giovargli a costo di qualunque sacrificio proprio, si studia intanto di consolarlo, e lo prega, lo scongiura di vincere per amor di lei la sua malinconia, assicurandolo ch'egli ha in sè tutto ciò che può conciliare la stima e l'affetto, benchè egli, affranto dal suo dolore, creda l'opposto. Vuole che si distragga: «Nella natura troverete delle delizie che non troverete mai nel silenzio di una camera,» gli dice e lo esorta a uscire in campagna; chiamandolo col dolce nome di figlio suo gl'impone di non avvilirsi, di non rendersi la vita un tormento; e sempre gli accenna il Cielo come il miglior conforto di chi soffre. Ma ella non tarda ad accorgersi che una consolazione di parole non basta al nipote, e, ardendo d'affetto e di compassione, ella, pur tanto ritrosa ad impicciarsi dei fatti altrui, ella che doveva ben conoscere il carattere autoritario di Monaldo, prega il fratello di mandarle Giacomo a Roma per qualche tempo. Il conte, ostinatissimo in fondo, ma cedevole a l'apparenza, non nega, anzi pare disposto a dare un consenso, che certo non era punto nelle sue intenzioni, se ci vollero ancora due anni per piegarlo a lasciar uscire di Recanati il figliuolo. E Ferdinanda pertinace nel suo zelo non si stanca d'insistere, senza dirne però nulla al nipote pel timore che le alternative di speranza e di dubbio debban troppo tormentare quell'anima agitata e sensitiva; però quando sa che gli son date speranze d'ottenere un impiego a Bologna, gli rivela il suo desiderio e i suoi tentativi: ella vorrebbe che in casa sua egli acquistasse abitudini di società e facesse la conoscenza di persone autorevoli con l'aiuto de le quali egli potrebbe poi trovare un impiego a Roma. Perori egli stesso la sua causa presso il padre, questi non è disamorato, anzi è degno d'affetto, e la sua freddezza apparente dipende tutta dal dispiacere di vedersi escluso da la confidenza dei figli. La donna gentile insiste teneramente perchè quel ghiaccio si fonda, perchè Giacomo parli al padre a cuore aperto: s'egli potrà andare a Roma troverà in lei una madre affettuosa che non lascierà nulla d'intentato per compiacerlo.
Ma mentre Ferdinanda è tutta lieta di questa speranza, un'inaspettata, gravissima sventura viene a colpirla: il 30 novembre 1820 muore la contessa Virginia Mosca-Leopardi, sua madre. Ferdinanda non era punto preparata a questo dolore; solo otto giorni innanzi ella aveva scritto a la contessa, rallegrandosi di sentirla star meglio e compiacendosi de la poca gravità de gl'incomodi che l'affliggevano, facendole coraggio, pregandola d'ascoltar la messa in casa e ad ora tarda, perchè il Signore gradisce il buon cuore e non vuol che si faccia più di quel che le proprie forze permettono. Ferdinanda che quasi in ogni lettera raccomandava premurosamente la madre al nipote, sfoga con lui il suo cordoglio: sofferse tanto a la funesta notizia che credette di dover seguire ne la tomba la sua perduta; la mente non poteva distrarsi dal doloroso ricordo, il cuore non sapeva aver altro desiderio che quello de la diletta defunta, e, pur cercando ne la fede e ne la famiglia la forza per rassegnarsi a quella sciagura, non riusciva a trovarla; le sue intime pene furon tali in realtà che la condussero anzi tempo al sepolcro. Ella medesima, che tante volte aveva scongiurato Giacomo di vincere la tristezza, ora gli scriveva che il proprio dolore, in cui le pareva forse di sentir viva ancora la sua mamma, le riusciva carissimo e che cercava di nasconderlo agli sguardi di tutti, perchè non si tentasse di toglierglielo; unico conforto per lei era quello di non averne nessuno.
La compagnia del fratello Vito e della famiglia di lui, rimasti a Roma per qualche tempo, le diede distrazione, se non sollievo; partiti loro, avrebbe voluto ella pure tornar a Recanati, ma sentiva di non poter reggere ai cari e penosissimi ricordi che là ogni cosa le avrebbe ridestato nell'animo.
Ma il suo era uno di quei cuori che dimenticano le proprie ferite per curare le altrui; e anche ne la dolorosa oppressione del suo spirito, ella trova parole materne per Giacomo e vuol adoperarsi a farlo uscire di Recanati, poichè questo ormai è il supremo desiderio di lui. Pel nipote fa quello che non avrebbe mai fatto per sè stessa, chiede un'udienza al cardinale Segretario di Stato a fine di raccomandargli il grande e infelicissimo giovane, cui ella vorrebbe venisse concesso il posto vacante di professore di latino a la Biblioteca Vaticana. Non si stanca di cercar persone che insistano a favore di lui; le dicono che il Mai potrebbe molto ed ella prega amici e conoscenti che lo dispongano in favore del nipote. Questi le diviene sempre più caro, perchè sempre più ella comprende quanto le somigli nella delicata, profonda sensitività: «Gli animi sensibili si conoscono, s'intendono, si amano.» (Lettera 21 marzo 1821.) Pure la gentile Ferdinanda si duole di questa sensitività, perchè comprende che è causa di intimi strazi, da cui la vita è amareggiata per sempre; consiglia il suo Giacomo a rendersi il cuore più forte, più fermo; forse allora potrà essere meno infelice. «Ma se non l'ottenete.... Ebbene riposate nei cuore vostro, che sarà sempre migliore di quello degli altri; chè rare volte si combinano de' cuori umani sensibili e onesti.»
Le sue premure per la cattedra non riuscirono a nulla, perchè quel posto era già promesso ad altri; così Ferdinanda non ebbe la tanto desiderata gioia d'aversi Giacomo vicino.
Le ultime lettere di lei rivelano una grande stanchezza, un languore invincibile, ma fino l'ultima è ardente d'affetto pur ne le malinconiche parole che si riferiscono ai parenti di Giacomo, i quali si erano mostrati offesi da l'insistenza di lei, che voleva ad ogni costo togliere il nipote a la micidiale tristezza in cui si consumava a Recanati. A questo proposito Teresa Teia Leopardi scrive ne le sue Note biografiche: «La sua tenerezza per Giacomo le fece oltrepassare i limiti di una prudente intervenzione tra lui ed i suoi genitori. Ne so abbastanza su quelle intime scaramucce.» Queste scaramucce accrescevano l'amarezza de la marchesa Melchiorri, che lentamente si avvicinava al sepolcro, rassegnata ai voleri del Cielo, ma col cuore oppresso da mille pene: Monaldo non le rispondeva più, ed ella scriveva al nipote, e furon le ultime parole che gli rivolse: «Mille cose.... a chi poi?... A chi si ricorda di me in casa vostra; vogliamo dire, caro Giacomo, che tu parlerai sempre solo a te stesso di me! Basta. Saluti a tutti.» (Lettera 29 maggio 1822.) Così, ne la sua mortale spossatezza, Ferdinanda si scuoteva per raccogliere le proprie forze nei suoi gentili affetti, e non potendo forse scrivere a lungo, diceva a Giacomo di pensar egli stesso le espressioni de l'amore di lei assicurandolo ch'ella vi consentiva per quanto grandi fossero.
In quell'estate, andando a Nocera pei bagni, da cui sperava poter ritrarre qualche giovamento a la malferma salute, vi moriva senza avere avuto la gioia di riabbracciare il nipote, ch'ella aveva amato come una madre vera; e, ironia de la sorte, nel novembre di quello stesso anno 1822, Giacomo otteneva finalmente di recarsi a Roma con lo zio Antici. Ella, la buona anima gentile, non era più là per accoglierlo e fargli festa, ma dal cielo forse sorrideva al grande spirito di lui che ella, prima fra i parenti, aveva saputo comprendere.[13]
NOTE.
[11]. La famiglia Melchiorri originaria di Recanati vi ebbe sede fino a l'anno 1568, in cui Benedetto Melchiorri trapiantò un ramo di quella casa in Roma, dove già risiedeva il fratello di lui monsignor Girolamo, vescovo di Macerata e di Recanati. Marcello figlio di Benedetto ebbe la primogenitura instituita da lo zio Girolamo; acquistò il feudo di Torrita che gli diede titolo baronale; sposò la Pantasilea Massimi e fece erigere il magnifico palazzo Melchiorri. Spentosi nel 1757 il ramo romano di casa Melchiorri, vi sottentrò il ramo recanatese.
[12]. Vedi Lettere scritte a Giacomo Leopardi dai suoi parenti, edizione curata su gli autografi da G. Piergili (Firenze, Le Monnier, 1878; in 16º, di pag. XXVII-304). Lettera di Ferdinanda, 18 dicembre 1819, pag. 4. In questo volume sono contenute tutte le lettere importanti di Ferdinanda; in famiglia ne rimane solo qualcuna scritta ne l'adolescenza da l'istituto di Pesaro. Nel volume si trovano anche tutte le altre lettere de la Melchiorri qui citate.
[13]. Il comune di Nocera Umbra porrà quest'anno (1898) una lapide commemorativa ne la chiesa ove Ferdinanda è sepolta. De la marchesa Melchiorri non fu possibile trovare alcun ritratto. Si sa che di lei giovanetta venne fatta una bella miniatura, la quale però andò smarrita.
PAOLINA LEOPARDI.
Sopra un'altura a breve distanza dal mare, in una posizione incantevole, è Recanati: poco lungi, sopra un altro colle, sorge Loreto con la sua Sacra Casa, oggetto da secoli di pii pellegrinaggi; intorno, nell'ampio orizzonte chiuso lontano da la linea del mare e da la catena degli Appennini, si elevano il maestoso Monte Morello, oggi ameno passeggio, ma rozzo, ermo, selvaggio al principio del secolo, il Monte Tabor signoreggiante la vallata che il Potenza solca con l'argentea linea delle sue acque, il Monte Sanvicino.
Il borgo, o cittadina, se la si vuol chiamar così, un'ampia strada principale da cui si partono alcune vie traverse, non ha la tristezza, l'aria selvaggia che molti gli suppongono, e non potrebbe esser tetro in quella ubertosa regione tutta vigneti ed olivi che nell'argento de le loro foglie nascondono i rami contorti e nodosi, sotto la diffusa luce del sole meridionale, in quella regione ridente, dinanzi al mare, che ne profuma l'aria di fresche, salubri esalazioni, fra i suoi monti sonanti d'acque pure e i suoi floridi campi ove il grano s'indora nel luglio ardente e fioriscono candidi e rosei meli e ciliegi nel puro aprile. Non è tetro Recanati, ma nella gioiosa festa de' suoi dintorni ha un'aria seria e severa al par di molte città e villaggi antichi nostri; nelle mura vetuste, nelle strette vie, nelle chiese severe, quali il duomo e Sant'Agostino, nei conventi, nei campanili, quali la torre di piazza o torre del borgo, quella, antichissima, di Sant'Agostino, che con l'alto cono attirava i fulmini e fu perciò abbattuta, nei neri palazzi Carradori, Roberti, Antici, Leopardi spira l'austerità del passato. Quiete e silenti quasi sempre le vie, ove suonava di rado (parlo del secolo scorso, ma si potrebbe dir lo stesso del nostro) il cigolío di un carro pesante e il rintocco pensoso di una campana, il canto di una donna, il gorgheggio dei rosignoli, non infrequenti ospiti degli ampi giardini, più verdi che fioriti.
Un palazzo grande, severo, di antica architettura, da le alte finestre ad inferriate, in mezzo a' due giardini, uno a levante l'altro a ponente, quello più aperto, adorno di gruppi di vasi d'aranci e limoni e d'una vasca, questo più ombroso e fresco co' suoi alberi fitti che ne fanno una specie di boschetto, ove mesti s'ergono alcuni cipressi e s'apre amena una loggia: al primo piano un vestibolo a colonne, con armi, bassorilievi, qualche cosa di severo e solenne, qualche ampia sala tappezzata di damasco, ornata di specchi e di mobili dorati, parecchie altre vaste, quasi nude nel semplicissimo arredamento: ecco il palazzo avito dei conti Leopardi. In esso al conte Monaldo e a la contessa Adelaide, dopo i due primi figliuoli, Giacomo e Carlo, nasceva addì 5 ottobre 1800 una bambina, venuta prematuramente a la luce di sette mesi e cui vennero posti i nomi di Paolina, Francesca, Saveria, Salesia, Placida, Blancina, Aloisia. Fu battezzata dal canonico Ettore Leopardi ed ebbe a padrini il marchese Carlo Antici, fratello di Adelaide, e la marchesa Francesca Della Branca Mosca, la quale, malcontenta di restare in Pesaro, tornato a la repubblica italiana o cisalpina, era andata in Recanati nella casa del nipote, dove morì nell'aprile del 1801.
Paolina crebbe sempre vicina ai fratelli, partecipe de' loro giuochi, educata rigidamente al par di loro, istruita con loro e assai più seriamente che non si solessero istruire le fanciulle del suo tempo. Nella casa severa, tra gli austeri genitori, attorniati da una brigata domestica numerosa, ma non lieta, di cui facevan parte lo zio di Monaldo, Ettore canonico, l'ex-gesuita Don Giuseppe Torres, il cappellano Ferri, Don Sebastiano Sanchini di Mondaino, Don Vincenzo Diotallevi; brigata, cui veniva non di rado ad aggiungersi la compagnia di parenti ed amici per lo più aristocraticamente gravi, di ecclesiastici tutti compresi di politica reazionaria; sempre sorvegliati dai genitori, dal precettore o dal pedagogo, i ragazzi Leopardi, affettuosissimi d'indole, si stringevano fra loro, ad un tempo compagni, amici, fratelli, e sin da allora prendeva radice nei loro cuori quel vivissimo affetto che li legò così saldamente e che tanto conforto diede a la loro gioventù.
Giacomo, esile, ma allora diritto e snello, pieno di vita, avea la carnagione bianca, gli occhi azzurri, dolci e fieri insieme; Carlo, più robusto e nerboruto, era di una natura meno profonda e riflessiva, e, anche bambino, bello, spiritoso e mordace come fu di poi; Paolina, vestita sempre semplicissimamente di nero, piccola e gracile, aveva capelli bruni e corti, occhi di un azzurro incerto, viso olivastro e rotondetto; era brutta, ma di una gentilezza, di una bontà, che potevan farla parere graziosa a chi la conoscesse intimamente. Ella si adattava ai chiassosi giuochi dei fratelli, benchè preferisse i divertimenti più tranquilli; le piaceva soprattutto dir la messa dinanzi ad un altarino, e per questo e pel suo aspetto, Giacomo e Carlo solevan chiamarla Don Paolo, nome che le rimase a lungo. Il primogenito, com'era il più pronto d'ingegno, era anche il più prepotente, e ad ogni costo voleva primeggiare su tutti; la sorella cedeva di buon grado e, ancora fanciulletta, cominciava ad avere per lui una specie di culto devoto, tanto più che negli studi la supremazia di lui era evidente e che egli non soleva mai farsi pregare per dar aiuto ai fratelli nello svolgimento dei loro temi o nelle risposte da dare al maestro. Primo insegnante dei ragazzi fu Don Torres di Vera Cruz, che era stato anche precettore di Monaldo; ma questi, memore del pessimo insegnamento ricevuto, benchè conservasse per sempre un'affettuosa amicizia per quell'ex-gesuita, volle che i figli ricevessero un indirizzo migliore, e li affidò a Don Sebastiano Sanchini, tenuto in casa e verso cui si aveva ogni riguardo, come verso l'altro pedagogo Don Vincenzo Diotallevi, buon uomo questo, grasso e florido, il quale, con l'ostentazione d'un coraggio che non era punto nella sua natura, dava talora occasione agli scherzi dei fanciulli. Il Sanchini non fu un portento, ma certo doveva meritare assai più encomio che biasimo, se ben presto in tutti i suoi scolaretti fu vivissimo l'amore a lo studio, amore che in Paolina (non parlo di Giacomo) non venne mai meno e fu di conforto a la malinconica vita. Questa prima istruzione era rivolta a la lingua italiana, a la latina, a la francese, a le scienze naturali, a la storia, a la geografia, ed aveva a fondamento l'educazione religiosa e morale. Paolina non raggiungeva ancora nove anni, quando, il 30 gennaio 1808, in uno di quei pubblici saggi che Monaldo soleva far dare a' suoi figliuoli, rispose a dieci questioni di dottrina e ad altre dieci, e non facili, di storia e di geografia antica; l'8 febbraio del 1810 in un altro saggio rispondeva a venti questioni di filosofia e di scienze naturali, queste ultime riguardanti le meteore, il terremoto, il sole, la luna, i pianeti, le comete, gli ecclissi, il flusso e riflusso del mare: in quello stesso giorno ella doveva parlare de la storia di Spagna, del Portogallo, di Svezia, di Danimarca e Norvegia, da le più antiche memorie che ce ne restano sino al 1800. Ella aveva coi fratelli una parte nei dialoghi che Monaldo componeva e faceva loro recitare pubblicamente. Il Sanchini in una lettera (1º ottobre 1810) che da Mondaino, ov'era andato a passar le vacanze autunnali, scriveva a' suoi alunni, ha un paragrafo tutto per Paolina: «Mulieri invite Latii sermone litteras exarandas me trado. Mos invaluit, has fusum et colum tractare debere. At de te, Paulina, erit fortasse dissimiliter, nisi desidia marcescere voles. Perpende, mulier sicuti nata es, semper mulier eris; propterea muliebres facultates quoque ediscendæ sunt, et ex istis magis quam ex illis maior eris. Sed de hoc satis ne aliquis dicat sutor, ne ultra crêpidas. Cura valetudinem tuam. Vale.»[14]
Nel decembre del 1811 Paolina scriveva una lettera in latino a Monaldo, dandogli relazione de' suoi studi; questa lettera, che fu pubblicata da l'Avoli negli Studi in Italia (anno V, vol. 2º, pag. 692), prova il buon indirizzo e la severità de l'insegnamento che le veniva dato.
In una grande stanza ben arieggiata e luminosa stavano disposti l'uno dietro l'altro i quattro tavolini da studio dei ragazzi, ultimo quello di Paolina; a tutti insieme (anche al piccolo Luigi) dava le sue lezioni Don Sanchini, compreso de la gravità del suo ufficio e armato d'un lungo staffile, ch'egli però brandiva, dice la Teja, più per la forma che per l'azione. Agli studi s'alternavano ancora i giuochi nei due giardini di casa, le allegre scampagnate, il chiasso coi cugini e le cuginette. Paolina amava in quella prima età gli scherzi e l'allegria, era di carattere affettuoso e franco, e nella soggezione in cui viveva coi genitori, specialmente con la rigida Adelaide, si stringeva a Carlo e ancor più a Giacomo, pel quale si sarebbe gettata nel fuoco. Non aveva che dodici anni, quando per fargli un favore, ricopiava il manoscritto d'un suo compendio di logica e ne riceveva per ringraziamento questa graziosa ed erudita lettera:
«All'Ill.mo Signore, Padrone colendissimo
»Il Signor Don Paolo Leopardi.
»Casa.
»Recanati, 28 gennaio 1812.
»Amico carissimo, ricevo in questo momento il plico, che voi m'inviate, accompagnato da una obbligantissima lettera. Essa è ben degna per la sua brevità di esser commendata da' Lacedemoni, e dagli altri popoli della Grecia, i quali, dovendo rispondere in lettera ad alcuna inchiesta, non iscrivevano talvolta che la semplice parola: No. Il piacere che voi mi avete fatto col tòrre a copiare il mio picciol Compendio di Logica, non vi sembrerà forse sì grande, quanto lo è in realtà. Un buon copista è assai raro, ed io non reputo lieve vantaggio l'averne ritrovato uno, che sia conforme al mio desiderio. Il restauratore dell'italiana Poesia, Francesco Petrarca, lamentavasi che, avendo egli in poche settimane condotto a fine il suo libro latino De Fortuna, etc., non potea dopo più anni averne copia, che pienamente il soddisfacesse, poichè di mille errori eran ripiene tutte quelle, che egli avea avute da' vari copisti. Se io fossi vissuto al tempo di Petrarca, e l'avessi udito lamentarsi meco in tal modo, avrei facilmente appacificate ed acquetate le sue querele coll'insinuargli di darvi a copiar la sua opera, e son certo che, malgrado la sua delicatezza in questa materia, egli ne sarebbe rimasto soddisfatto. Nè crediate che il mestier del copista sia da disprezzarsi. Teodosio, uno de' più grandi Imperatori d'Oriente, s'impiegava ancor egli nel copiare gli altrui scritti, e non vivea che del danaro ricavato da questa non ignobil fatica. Voi potrete dirmi, che Teodosio non operava in tal modo, perchè di sè degno riputasse un tal genere di lavoro, ma solamente per un effetto della sua profonda umiltà e virtù cristiana; ma io, per convincervi di quanto ho preso a dimostrarvi, vi apporterò un altro esempio. Non ci dipartiamo dal Petrarca. Egli avendo intrapreso di fare un viaggio, non ben mi rammento per qual fine, e ritrovata, cammin facendo, un'opera di Cicerone, di cui non avea per anche contezza, non istimò cosa vile il copiarla da capo a fondo. Ma è ormai tempo di finirla, poichè mi avvedo che, avendo fatto l'elogio dello stile laconico, sto per cadere nei difetti dello stile asiatico. Sono affezionatissimo per servirvi di cuore
»Giacomo Leopardi.»[15]
Paolina, crescendo, andava arricchendosi oltre che d'un'ottima cultura generale, di una cognizione chiara e non superficiale de la letteratura italiana, latina e francese; meno profondamente, conobbe anche lo spagnuolo. In italiano scriveva con facilità e con semplice eleganza, tanto che del suo modo di scrivere Giacomo le fece lode più volte; egli chiamava le sue letterine e il suo stile così gentili da non parer non solamente recanatesi, ma neanche italiani; e pensava forse a la lunga ed accurata lettura che Paolina aveva fatto de le lettere di Mad.e de Sévigné, ch'ella chiamava la sua opera classica, asserendo di saperle tutte a memoria. L'approvazione di Giacomo faceva strabiliare la sua modesta sorella, che gli confessava di vergognarsi quasi di scrivere a lui, temendo ch'egli scoprisse l'inganno di quelli che la lodavano pel suo stile.
Il Viani nel pubblicare l'epistolario, a la pagina in cui Giacomo encomia le lettere di Paolina, appone una nota in cui conferma quel giudizio e aggiunge che la coltura, l'ingegno e la gentilezza de la contessina erano veramente singolari. Ad aprire la mente di lei certo giovavano assai le lunghe conversazioni con Giacomo, che, timidamente ritroso e chiuso in sè con tutti, taciturno, malgrado l'immenso suo tesoro d'idee, non soltanto nelle conversazioni, ma sol che si trovasse fra due o tre persone riunite ed anche con gli stessi genitori, era espansivo coi fratelli; con loro voleva e poteva discutere, perchè in fondo in quasi tutte le idee generali andavan d'accordo, e questa era la condizione ch'egli credeva indispensabile per poter discutere utilmente e piacevolmente con qualcuno. Paolina, oltre a fargli da copista, a scriver lettere per lui, ad esser confidente di tutte le sue pene e prima ammiratrice dei suoi scritti, era con Carlo la sua unica compagnia, quando i gravi mali, di cui egli sofferse agli occhi, lo costringevano a passare le intere giornate chiuso al buio in una stanza, fremendo e delirando pel nuovo dolore di non poter studiare, che veniva ad aggiungersi a le sue tante pene. Ella era così abituata a creder ciecamente nel primogenito, a prender parte a tutti i pensieri, a tutti gli affetti di lui, che ritroviamo nel suo cuore in gran parte il cuore di Giacomo: al par del fratello ella nascondeva sotto un aspetto timido e un'abitudine di taciturnità, che in lei pure era mal giudicata come prova di uno spirito arcigno, un'anima ardente, assetata d'amore, pronta ad affezionarsi, anzi a darsi tutta con un entusiasmo che aveva qualche cosa di romanzesco e di sentimentale, a chi le dimostrasse qualche tenerezza. Come Giacomo, ella portava nell'amicizia il linguaggio passionato de l'amore, e, quantunque pregiasse sopra ogni cosa la intelligenza, la coltura, la finezza de l'educazione, pure persino a le persone di servizio si affezionava talmente da durar a pianger parecchi giorni quando qualcuna di esse a lei cara lasciava la casa. Vivacissima anch'ella di fantasia, anch'ella odiava Recanati, sognando di là da quei monti e da quel mare un mondo meraviglioso, un'ignota felicità; il pensiero che vi fosse qualche cosa ch'ella non doveva veder mai, le era un vero e proprio tormento; e quando rifletteva, come Giacomo giovanetto, quante belle cose ha il mondo, si sentiva struggere, anelava a i ghiacciai de la Svizzera, al cielo di Napoli, a le aurore boreali de la Russia, e non era ancora riuscita a vedere i tanti e bellissimi punti di vista del suo paese. Se ne le letture, che eran tutta la sua distrazione, ella trovava belle pitture di luoghi, bei racconti di viaggi, gettava via il libro e scoppiava in pianto. Anch'ella nel confronto de la povera realtà coi sogni superbi, si sentiva profondamente infelice, e peggio era quando i suoi non riuscivano a capire, essi che adoravano la loro casa, quel ch'ella desiderasse, e venivano osservandole che infinite persone si sarebbero chiamate felici di poter cambiar sorte con lei, di non mancar mai del pane, di poter dormire a proprio grado, lavorare o no a proprio talento. Capiva ella stessa di dover parer incontentabile, ma non sapeva rassegnarsi, sentendo in sè tanta vivacità di fantasia e soprattutto tanta inutile potenza d'affetti; e si lasciava prendere da un'infeconda tristezza che le annebbiava il mondo, le amareggiava la vita. Comune con Giacomo aveva l'amore a la natura, ne la contemplazione de la quale le pareva che si addolcissero le sue pene e che il suo spirito trovasse qualche cosa de le ineffabili bellezze e de le dolcezze sognate: «Io credo,» ella scrisse più tardi, «che oramai non resti all'uomo dabbene altro piacere da gustare che nel contemplare le bellezze infinite della natura: tutto il resto non è più fatto per lui, o egli non vi si può adattare.»[16] Come Giacomo sentiva rinnovarsi la vita, risvegliarsi ai più teneri moti l'anima sua al ricomparire de la primavera, così Paolina aveva una estrema predilezione per i bei mesi di aprile e di maggio, in cui vediamo fiorite le siepi; e pareva che ne la natura e ne la primavera ella amasse di riposare il suo cuore offeso da la vita e dagli uomini. La commovevano profondamente le due arti sorelle: poesia e musica; ed il suo amore per esse era tanto intelligente, quanto vivo: adorava i veri poeti, non poteva soffrire non pure i cattivi, ma neanche i mediocri; e più tardi le sue amiche Brighenti, per quanto facessero, non poterono piegarla a indulgenza verso il Cagnoli e il Perretti, loro intimi.
La musica, in particolare le appassionate melodie di Bellini, che parve nelle sue note trasfondere tutti gli entusiasmi de la gioventù, tutte le ardenti lacrime de le alte sventure, commoveva ineffabilmente Paolina, che avrebbe voluto ascoltarla tutta sola, libera di ridere, di piangere, di gridare, secondo le impressioni de l'animo suo. Giudicò la morte del grande maestro una disgrazia immensa; al primo sentirne la notizia, mandò un grido di dolore, e sospirava tutte le volte che le accadeva di riparlarne.
Paolina giovanetta era religiosa, ma lontana da ogni mistico esaltamento, dal suo cuore la prece usciva sincera e fervida, ma i suoi occhi cercavano la terra, le bellezze e le gioie d'una vita pura e onesta sì, ma umana. E quegli occhi intelligenti e buoni eran la sola leggiadria de la giovanetta, sempre piccola, esile, bruna e di più difettosa nella persona.
S'intende facilmente come anch'ella rodesse a fatica il freno ne la casa paterna e come, quando tra i fratelli ed il padre l'accordo fu rotto e incominciò quella lotta muta e tanto penosa per gli uni come per l'altro, ella fosse tutta con Giacomo e con Carlo, prendesse parte a le piccole e disgraziate cospirazioni, a le rivolte più pensate che reali, e soffrisse con loro de le sempre mancate speranze, degli scoramenti che li opprimevano. Ella pure piangeva la sua vita e il suo cuore sepolti in quel soggiorno abbominevole e odiosissimo, in quella notte tenebrosa, e non trovava sollievo che in questo pianto, in questa commiserazione di sè stessa, ne la coscienza di esser considerata nulla, ma di valer pur qualche cosa.
Quando nel novembre del 1822 il marchese Carlo Antici, dopo lunghe preghiere ed insistenze, ottiene di condur seco Giacomo a Roma, Paolina resta sconsolata, non sa credere a la lontananza di quel suo compagno di tutte le ore, di tutti i momenti, di tutti i pensieri, lo cerca sempre ne la casa che le par più triste e più vuota, sempre le pare di sentire i suoi passi e si muove ad incontrarlo. Le lettere del fratello le sono di scarsa, ma vera consolazione, e ancor più l'idea ch'egli deve amarla sempre e ricordarsi spesso di lei; rispondendogli, ella mette tutta l'anima ne le proprie parole: le piace di sentire ch'egli trova a Roma persone sciocche, ridicole ed incolte, pensando che a queste egli deve pur preferir la sua sorella: gli chiede notizia de le donne di Roma, dei parenti, del Mai, gli narra con grazia le piccole novità di Recanati, lo prega di averla sempre cara, s'interessa a tutte le cose sue, smania di poter fargli alcun che di gradito, e per questo gli parla dei libri nuovi che arrivano in casa e del loro contenuto. Poi si sfoga con lui de la sua noia, de le speranze che persin esse le mancano; gli confessa il suo intimo desiderio di morir giovane, di non veder la fine de l'anno che incomincia (1823): finirà col farsi monaca per disperazione; nulla di nuovo le è accaduto, ma ogni giorno che passa accresce la sua infelicità. Infine confida a lui le sue speranze di matrimonio. Simile anche in questo al fratello, ell'era insieme d'una timidezza e di un riserbo che a chi non l'avesse conosciuta, potevan parere indizio d'animo freddo, ma nascondeva sotto queste apparenze un cuore appassionato e un desiderio d'amore che occupava tutto il suo spirito, la sua fantasia, i suoi pensieri, e come un divino miraggio oscurava tutto il resto del mondo a' suoi occhi. «Fervidissima era l'anima sua assetata d'amore, sempre in traccia d'un affetto cui consacrare tutta sè stessa, a cui donare tutto il tesoro de' suoi affetti e de' suoi entusiasmi, ma d'un affetto degno veramente di lei e capace di comprendere tutte le delicatezze del suo carattere.»[17]
La povera anima, diceva Carlo, era costumata a l'idea de' sacrifici, ma non le era ancora concesso di farne. Una prima probabilità di matrimonio le arride nel progetto di dar la sua mano a un tal Peroli di Sant'Angelo in Vado o di Urbino, uomo già innanzi con gli anni, di punto spirito, di poca amabilità, bruttissimo, però creduto ricco e buon uomo, come Monaldo lo chiama, e che mostrava di potersi molto affezionare a la giovanetta, la quale lo vedeva troppo disprezzato e fors'anche deriso, e lo sentiva troppo inferiore a se per poter accoglierlo con trasporto; tuttavia lo accettava, parendole che un avvenire ignoto dovesse pur sempre esser migliore de la sua monotona, malinconica vita.
Fu ben altro quando ella amò per la prima, anzi per l'unica volta nella sua vita, chè, com'ella disse più tardi a le sue amiche Brighenti, per lei le occasioni di sentirsi battere il cuore erano rare ed ella somigliava a le Francesi e ripeteva con una di esse: Je suis si heureuse quand le cœur me bat! (Lettera 29 aprile 1831.) Molte vive, improvvise, ma fuggevoli simpatie ella ebbe, un solo amore; e ne confidava il secreto a le Brighenti: quando esse le annunciavano che Giacomo era in compagnia d'un tal Ranieri, giovane signore napoletano, Paolina, arrossendo e delirando d'ansia e di dolore, chiedeva le dicessero se quegli fosse veramente napoletano e se non si chiamasse Ranieri di nome, invece che di cognome; e narrava d'aver amato un giovane marchigiano di nome Ranieri, il quale verso il '29 era a Bologna; d'averlo adorato con un ardore da non potersi immaginare, d'esser stata sua sposa, poichè tutto era combinato, e persino il consenso dei Leopardi era stato ottenuto, sebbene egli non fosse ricco, nè di nobiltà paragonabile a quella di lei. Egli era quale ne' suoi sogni ella aveva sospirato il proprio compagno, giovine, amabilissimo, intelligente, colto; ma un dì le venne un dubbio ch'egli non seppe sciogliere, e che le distrusse ogni felicità, ogni speranza, le fece ricusare il fidanzato, pur rimanendo con la sua immagine indelebilmente scolpita nel cuore e col dolore crudele di non aver saputo inspirargli l'amore ch'ella sentiva per lui, ardente, furioso. D'allora in poi bastò il nome di Ranieri per farla palpitare e, sentendo che Giacomo era con un giovane di tal nome, s'era fissata fosse insieme a colui ch'ella non poteva scordare e che, volti a la peggio i suoi affari, era andato prima a Bologna e poi a Roma, senza che da un pezzo ella potesse più saperne nulla: «Ma se so ch'egli è felice, quasi lo sono ancor'io,» soggiungeva con vera femminile tenerezza.
A proposito di questo amore il Costa scrive: «Una sola volta parve che il bel sogno (di Paolina) fosse divenuto realtà, quando un giovane marchigiano di nome Ranieri, del quale è ignoto ancora ch'io mi sappia il casato, non avendone parlato nessuno degli studiosi di cose leopardiane, parve innamorato di lei.»[18] Il Costa scriveva queste parole nel 1887, ma d'allora in poi non è a mia cognizione che alcuno tentasse sollevare il velo del pudico secreto di Paolina.
Carlo il 9 febbraio 1823 scriveva a Giacomo d'essere stato a la cena del gonfaloniere vicino di tavola di Roccetti e gli narrava d'aver trovato quel giovane amabile, geniale di fisonomia e di talento e cultura sufficiente, non ignaro di lettere, ammiratore dei versi di Giacomo, e autore egli stesso di qualche buona poesia. Carlo ricordava come altre volte gli fosse venuto in pensiero di dar a quel giovane Paolina, che in varie occasioni l'aveva visto, aveva parlato con lui e l'aveva trovato assai piacente; ma non ne aveva fatto più nulla, saputo della poca entrata di lui. «Ora,» egli racconta, «sembra che tanto Paolina, quanto il partito superiore, sieno disposti a passar sopra questo punto. È certo che è assestatissimo, e non si tratterebbe se non di calar di piede, non di stare incerti sul piede proprio. Per il tratto e l'educazione può stare al pari di un signore molto più ricco, veste benissimo e il suo fare riservatamente polito e nello stesso tempo sicuro e disinvolto ha una certa somiglianza con quello di Camillo. Begli occhi, ottima e sanissima bocca. Vedi che sulla persona non c'è nulla da dire; sta all'interessata a dire, se questo è quello che essa conta il più. O piuttosto essa l'ha già detto; ora si aspetta ch'egli dichiari in qualche modo il suo sentimento, che non sembra bene d'interpellare direttamente, trattandosi d'un affare in cui egli è quello che guadagna.» Giacomo rispondeva che veramente poche consolazioni avrebbe potuto provare uguali a quella di veder effettuato quel progetto circa il matrimonio di Paolina; era certo che Carlo dal lato suo non avrebbe lasciato cosa che potesse giovare a questo effetto; e aggiungeva non poter sapersi se la sorella dovesse nel nuovo stato e con quel compagno esser contenta; ma che certo per lei non v'era altro partito, se non quello di maritarsi presto e possibilmente con un giovane. (Lettera 20 febbraio 1823.) Paolina, tutta lieta di questo assenso del fratello, pochi giorni dopo gli scriveva d'essere estremamente contenta di Roccetti per la sua figura, ch'ella non avrebbe potuto desiderare migliore, per il suo spirito, per la sua cultura, educazione ecc.; ma un dubbio le restava e tale da farla tremare: i costumi di quel giovane, dei quali aveva sentito parlare altra volta dai fratelli, costumi tali da spaventarla. Ell'era persuasa d'aver a rimpiangere il vecchio Peroli, o almeno l'amore ch'egli le avrebbe portato, e ch'ella non si credeva capace d'inspirare ad un giovane, neanche avendone infinito per lui: «Come» scrive «ne avrei per Roccetti, che se avessi veduto più a lungo, me ne sarei innamorata; e sarebbe stato tanto peggio per me, chè fino ad ora non se ne capezza niente.» (Lettera 3 marzo 1823.) Giacomo di rimando le dava consigli e le diceva: «Circa l'affare di R.... è verissimo che a me pare che vi convenga. È anche vero che R.... è un giovane come tutti gli altri.» Aggiungeva però che un uomo di talento, quale era Roccetti, dopo essersi divertito assai ed anche annoiato de la galanteria, doveva sentire il bisogno di una che lo amasse da vero e che unisse a la tenerezza, la gioventù e il buon cuore. S'egli aveva tal desiderio, nessuna avrebbe potuto soddisfarlo meglio di lei, che sapeva amare ed era istruita al di sopra di quattro quinti delle sue pari; ed egli stesso doveva essere ottimamente disposto a divenire un buon compagno; non già che Paolina non dovesse in tal caso aspettarsi da lui nessun tratto di gioventù, ma certo egli si guarderebbe da l'offenderla, proverebbe pena se credesse di averne procurata a lei, o sarebbe sempre suo, o mostrerebbe di essere, e tornerebbe presto e veramente a lei, quand'anche se ne fosse mai allontanato per qualche momento. (Lettera 19 marzo 1823.)
Poco a presso Carlo scriveva al fratello che Roccetti, fatto interpellare, aveva detto definitivamente d'essere in trattato con un'altra; ove non avesse potuto combinare, ben volentieri avrebbe accettato Paolina. Carlo aggiungeva sapersi chi era quest'altra: una vedova uscita da la casa mercantile Cesaretti di Ancona, con una dote minore o al più uguale a la loro sorella, giovane però e avvenente. (Lettera 6 marzo 1823.)
Il 27 marzo, pregando Giacomo d'informarsi se Paolina avesse potuto convenire al cavalier Marini di Roma, Carlo aggiungeva: «Roccetti non ha detto più nulla.» Ma due anni di poi Monaldo scriveva al suo primogenito: «Ti piacerà di sentire che ho fatto sposa Paolina, e il suo sposo è Peroli. Questo buon uomo, sentendola libera dal trattato Roccetti, venne qua e tutto fu combinato.» (Lettera 30 agosto 1825.) Monaldo non poteva alludere certo a quelle prime trattative col Roccetti, che non avevano punto impegnata Paolina; bisogna dunque credere che nel frattempo, e cioè mentre Giacomo era a Recanati dopo il suo ritorno da Roma, poichè in nessuna lettera a lui se ne trova notizia, tali trattative fossero state riprese e condotte a buon fine, benchè poi l'impegno venisse sciolto.
Paolina Mazzagalli, che, come vedremo, fu intima della contessina Leopardi, espandendo in un'affettuosissima lettera la sua amicizia, scrive a la cugina: «S'io vi possedessi, confesso tremerei.... tutte le volte che dovrei allontanarvi da me, perchè è vero che tutte le cose preziose si conservano con gelosia; e persuadetevi che anche Rossetti avrebbe fatto così, se.... ma io dimenticavo che egli è infelice e che per questo voi non l'amate più!!.. Questa idea mi spaventa e mi fa temere per la nostra amicizia.»[19]
Credo che quel Rossetti sia un errore di lettura del manoscritto o di stampa e che si debba invece leggere Roccetti. Una volta ancora troviamo questo nome tra le carte leopardiane ed è in una lettera di Paolina a Giacomo: «Così per una curiosità, se hai veduto e sentito nominare a caso Roccetti che fosse costì dimmelo un poco. Che se non puoi dirmi di averlo nè veduto, nè sentito nominare, non me ne far motto, che è inutile. Si dice ch'egli sia costì in una compagnia comica, e si dice che faccia il carabiniere dopo avere dato sacco a la roba sua.» A questa lettera del 10 giugno 1827, Giacomo rispondeva punto per punto il 18 giugno, ma di Roccetti non faceva parola.
Da le lettere citate risulta chiaramente come Paolina amasse questo Roccetti e se ne interessasse ancora dopo parecchi anni, com'egli fosse giovane, assai piacente, di poca fortuna e di poca nobiltà, come ella gli sia stata promessa ed infine (se è proprio di lui che parla la Mazzagalli) come verso il 1828 egli fosse infelice; appare ancora probabile, poichè Paolina ne chiede, che sul finire del '27 egli si trovasse a Bologna in pessime condizioni economiche. Se si pensi ora quel che la contessina confessava a le amiche intorno al suo Ranieri: che era giovane, amabile, non ricco, non molto nobile, poichè in un'altra lettera ella scriveva: «Mi pareva impossibile di poter lasciare il mio cognome, cui voglio assai bene, per uno tanto meschino. Quando ero sposa del mio Ranieri, non mi pareva sacrifizio quello che andavo a fare, poichè l'amore velava il tutto»; marchigiano (e il Traversi, il solo, ch'io sappia, che abbia fatto cenno una volta, ma brevissimamente del Roccetti, lo asserisce di Filottrano); per qualche tempo fidanzato a lei, più tardi disgraziato negli affari, e che nel 1828 era a Bologna, apparirà, s'io non erro, più che probabile che il Roccetti e Ranieri sieno tutt'uno; Roccetti il cognome, Ranieri il nome.
Ero a questo punto de le mie induzioni quando l'egregio signor conte Giacomo Leopardi, ora degno rappresentante di quella illustre famiglia e premurosissimo per gli studi leopardiani, pregatone da me, fece fare de le ricerche a Filottrano e mi comunicò poi la seguente lettera:
MUNICIPIO DI FILOTTRANO.
Gabinetto.
Lì 10 agosto 1897.
Preg.mo Sig.r Conte,
Dai nobili signori Giuseppe Roccetti e Geltrude Melchiorri nasceva qui in Filottrano il 9 settembre 1795 un bambino, cui venne imposto il nome di Raniero, tenuto al Sacro Fonte dai nobili Giacomo Martorelli-Mazzoleni-Fiorenzi di Osimo e Virginia Mosca, moglie del conte Giacomo Leopardi da Recanati. Così nel registro dei nati del suddetto anno. Il giovane Roccetti Raniero, dalle informazioni avutesi da qualche persona vecchia del luogo, che lo conobbe, corrispondeva perfettamente alla descrizione che se ne fa nella lettera del conte Carlo. Si sa pure di esso che, attesi dissesti di famiglia, entrò al servizio del governo pontificio nella carriera giudiziaria, raggiungendo, a quanto si ricorda, il grado di governatore. Morì in fresca età a seguito di malattia mentale, ma non sa dirsi il luogo. Del resto a Filottrano non si sa abbiano esistito altri Roccetti di nome Ranieri, ma lo si ripete, la descrizione della lettera fa esser certi si tratti di quello di cui si dettero i pochi cenni biografici. Offrendomi per ogni occasione mi pregio protestarmi....
Il Sindaco.
Il romanzo di Paolina, così splendido ne la sua fantasia e nel suo cuore, così povero ne la realtà, finiva miseramente; ed è probabile che il dubbio di cui ella parla, inducesse lei a lasciare il fidanzato, come che le peggiorate condizioni di lui persuadessero i Leopardi a non dargli la figliuola.
Per un momento si pensò a combinare un matrimonio fra Paolina ed Osvaldo Carradori, ma pare che le cose sieno andate poco più innanzi del pensiero. Adelaide, che più degli altri si preoccupava di trovar marito a la figlia, saputo che il cavalier Marini di Roma, vedovo, voleva riprender moglie e la desiderava savia, ben educata, di ottime qualità morali, piuttosto che ricca, faceva chiedere a Giacomo se potesse esser quello un partito accettabile per Paolina; ed anche Monaldo parlava al suo primogenito de l'istesso argomento, narrandogli avergli l'Antici proposto il cavaliere come genero. Monaldo l'aveva conosciuto ventidue anni prima, ed era in forse se quell'uomo, certo tutt'altro che giovane, potesse non dispiacere a Paolina. Giacomo, rispondendo, tratteggiava tosto il ritratto del cavaliere, di cui già prima avea talvolta parlato per incidenza a' suoi e sempre con simpatia: il Marini mostrava quarantacinque o cinquant'anni, non appariva punto vecchio con la sua amabile e ridente fisonomia, col colorito sano e la persona non alta, ma ben proporzionata; di maniere piacevolissime, d'indole quieta e inclinata a la vita di famiglia, possedeva ottimamente l'arte di farsi amare. Era stato affezionatissimo a la sua prima moglie, zoppa e brutta, possedeva un buon patrimonio, del quale facevan parte alcune campagne ne le vicinanze di Roma, ed a la figliuola, che stava per maritare, dava una dote di ventimila scudi. Bastava molto meno per esaltare Paolina, incantata dal solo progetto di andare ad abitare in una grande città. Ma mentre Giacomo le dava ogni buona speranza, narrando a Monaldo che il Marini, cui era stata fatta la proposta, se n'era mostrato assai contento, l'Antici scriveva non esserci più illusione di combinare; e Paolina ne strabiliava e si raccomandava al fratello, aspettando le sue lettere con un palpito terribile, piangendo di speranza e di timore; mentre fremeva per la paura terribile che si avesse intanto a combinare con un pretendente vecchio e di orrido paese e cognome. Malgrado i filosofici consigli di Giacomo, che procurava di calmare le sue smanie e di farle acquistare quel poco d'indifferenza verso le cose proprie, senza la quale non è possibile, non pure esser felici, ma neanche vivere, ella non sapeva metter un freno a le sue inquietudini, e gli scriveva: «Sicura di divenire sposa del cav. Marini, son certa che non proverò mai più dei sentimenti così vivi di agitazione, di speranza, di timore; e quando avrò perduta la speranza di divenirla, mi sarà indifferente qualunque altra sorte incontrassi; chè certo non potrà essere altro che spaventevole. Scusate, caro Giacomuccio mio, queste ciancie; ve ne domanderò perdono in ginocchio, quando verrete; e noi tutti lo desideriamo tanto.» (Lettera 25 aprile 1823.)
Questa esaltazione parve a taluno strana, ridicola e financo spregevole; ma credo inspiri solo compatimento in chi ripensi a l'insoddisfatto bisogno d'affetto che Paolina aveva ne l'animo, a la monotona e triste vita ch'ella conduceva in realtà e che la sua fantasia le faceva parere peggiore che mai; ed è da notare ancora che del Marini aveva Giacomo scritto tutto il bene, anche prima che si trattasse di dargli Paolina, che questa aveva nel fratello una fede cieca e si era fatta forse di quell'uomo un ideale racchiudente per lei tutte le seduzioni del mondo. Ne l'agosto del 1825 ell'era finalmente fidanzata al Peroli, ma non lieta per questo. In fondo a l'anima le restava il dubbio che, quantunque fosse fissato persino il giorno de le nozze, il quale doveva essere il 21 di novembre, si finisse col non farne nulla; poi quel suo sposo non giovane, bruttissimo, senza spirito, non soddisfaceva punto il bisogno ch'era in lei d'essere orgogliosa de l'uomo di cui avrebbe portato il nome; si aggiunga la pena di vedersi derisa per quel fidanzamento, annunziando il quale ella scriveva a Giacomo: «Ero preparata a sostenere più scherni e sarcasmi di quelli che in fatti mi si preparavano, giacchè finora (almeno nel mio piccolo cerchio) non vi è stato alcuno che, a saputa mia, mi abbia condannata; ma io mi ricordavo de' vostri insegnamenti e consigli, e mi ero armata di molto coraggio. Non so se questo basterà per regolarmi in appresso, quando avrò cambiato stato.» (Lettera 19 agosto 1825.) Il parentado venne lungamente protratto, finchè fu sconchiuso in causa de la dote, che il Peroli pretendeva di sei mila scudi, mentre i Leopardi non volevano darne che quattro o cinquemila.
Il progettato matrimonio doveva far però provare a Paolina il tenero compiacimento di vedersi indirizzata da Giacomo la bellissima canzone Nelle nozze della sorella Paolina.
Questa canzone, composta ne l'estate del 1821, quando pendevano le prime trattative per accasare la contessina Leopardi col Peroli, «segna un nuovo momento artistico nella vita di Leopardi.»[20] Come Giacomo amasse Carlo e Paolina appare da tutto l'Epistolario; cito una frase sola, ma eloquente, della lettera con cui egli ringraziava il conte Alessandro Cappi d'un capitolo Dell'amor fraterno: «Se lodassi i sentimenti come vorrei, forse le mie lodi non sarebbero senza sospetto, perchè ancora io non ho provato in mia vita e non provo affetto più caldo e più dolce, nè ho cosa più preziosa e più cara di quell'amor fraterno ch'Ella sì degnamente e sì virtuosamente celebra.» (Vedi Lettera da Bologna, 12 maggio 1826, pagg. 118 e 119 de l'Appendice a l'Epistolario.) Ma se vivissimo era l'affetto del poeta per la sorella, le consuetudini de la famiglia, la ritenutezza, che soffocava ogni espansione, e lo stato d'animo di Giacomo, il quale nel suo dolore vedeva tutto triste e solo ne l'antichità credeva di scorgere il mondo ancor giovane e forte e virtuoso, tolgono al Canto ogni tenera effusione: esso non è inspirato da' domestici affetti, ma da l'amor patrio. Pare che dopo quel momento di molle dolcezza che gli dettava il Consalvo, il poeta s'irrigidisse nel suo severo concetto di virtù eroica spartana, e che pur pensando a la donna e a l'amore, l'anima sua non si commovesse più di palpiti soavi, ma mirasse fredda a un eccelso ideale. Qualche cosa di affettuoso è solo ne l'introduzione, in quel nido paterno, silenzioso, popolato da le vaghe illusioni, da le sorridenti immagini de la giovanezza, quel nido che la sorella dovrà abbandonare, entrando, sposa e perciò più libera, nel mondo di cui conoscerà le vicende. L'idea di questo mondo, del quale tante volte doveva aver dolorosamente parlato a Paolina, si affaccia tristissima al poeta: corre un'etade obbrobriosa, un tempo di lutto per l'Italia, i figli de la sorella avranno bisogno di forti esempi, perchè l'empio destino nega a la virtù ogni dolcezza e non regge impavido colui, che non fu severamente educato. Nel suo sentenziare vi ha la rigidezza che egli crede necessaria al virtuoso:
O miseri o codardi
Figliuoli avrai. Miseri eleggi. Immenso
Tra fortuna e valor dissidio pose
Il corrotto costume.
Questa severità par additare a Paolina, in quel poco lieto matrimonio, il conforto de la virtù e de la maternità. Uno dei concetti principali del Leopardi giovane era che la natura umana, invecchiando, decadesse; egli abborriva la vecchiezza, e la sua idea de l'umanità si conformava a quella de l'uomo: il mondo antico era giovane e perciò stesso grande e generoso, l'età moderna, decrepita, aveva perduto e forza e virtù. Ma solo al Cielo spettava il provvedervi: a Paolina egli consiglia d'educare i suoi figli non amici, ma sprezzatori de la fortuna, cuori vigorosi più alti d'ogni vile timore e d'ogni speranza fallace: non saranno felici, ma avranno l'ammirazione dei posteri, poichè la nostra schiatta che, ignava, disprezza la virtù viva, ipocritamente la celebra estinta. E rivolgendosi a le donne vanta il loro potere, chiedendo loro ragione dei vizi presenti; amore, il vero amore è sprone al bene, ne è capace soltanto l'uomo coraggioso, che solo dovrebbe essere amato; il ricordo de la giovanetta sposa spartana, che cinge il brando a lo sposo e poi spande le negre chiome sul corpo esangue e nudo di lui, ritornato sopra il suo scudo; il ricordo di Virginia, la bellissima fanciulla, che scende volonterosa a l'Erebo per la salvezza de la patria, son posti come degni esempi a le donne italiane; e se ne la prima parte del canto predomina il sentenziare austero, che ne la rigida forma, scevra d'ogni soave calore d'affetto, d'ogni dilettosa immagine di fantasia, sembra simboleggiare la severità e le gramaglie de la virtù, cui l'empio fato interdice ogni aura soave, in questa seconda parte il cuore del poeta si scalda dinanzi a le antiche donne, non meno leggiadre che grandi, e si commuove al loro dolore e a la loro sventura; la fantasia ridesta dipinge il quadro de' suoi più vaghi colori e ci fa rivedere la giovane sposa china sul corpo del marito morto, che ricopre co' neri capelli disciolti, Virginia vaghissima ne la sua gioventù piena di lieti sogni, quando il rozzo acciaro del padre le rompe il bianchissimo petto. La canzone ricorda l'Alfieri ed il Foscolo, che entrambi accendevano in quel tempo di affetto patrio il cuore de gl'Italiani; foscoliano è l'intento civile di questi versi e il fare sdegnoso e fiero; ad una del Foscolo somiglia pure l'immagine de la sposa spartana. L'Alfieri ci ha dato una Virginia più romana di quella del Recanatese, perchè l'Alfieri dinanzi a lei è rimasto scrittore e soprattutto cittadino: il Leopardi ha creato, come ben disse il De Sanctis, una Virginia umana, perchè innanzi ad essa si è sentito uomo ed artista, ha provato un doloroso schianto davanti a quel rozzo acciaro che ha ucciso la vaga fantasima de la sua mente. Con l'immagine di Virginia il poeta chiude il suo canto, lasciando nel lettore l'impressione grandiosa di quel popolo salvato da quella donna; evita un ritorno ai tempi suoi, al suo paese, ma par che il suo silenzio nasconda un augurio: quello che, come il romano, risorga anche il popolo italico per la femminile virtù.
Ho parlato a lungo di questa canzone perchè essa è il più bel monumento che ricordi ai posteri Paolina, e perchè, quantunque il poeta poco si fermi su di lei propriamente, se la credeva capace d'intendere e di gradire questo severo e in alcune parti sublime canto, doveva di lei aver ne la mente una ben alta idea; doveva crederla una di quelle donne da cui la patria ha diritto d'attender molto.
***
Sciolta dal Peroli, Paolina conservò ancora per lungo tempo la speranza di trovare un marito.
Nel 1832 moriva un tal Staccoli di Urbino ch'ella aveva corso pericolo di sposare; e in quello stesso anno ell'era incerta se accettare o no un tale che l'aveva chiesta parecchie volte ne la sua prima gioventù e che Giacomo stesso non avrebbe trovato strano di vederle fidanzato e marito. Era un buon giovane recanatese, alieno da le compagnie allegre, religioso, ma non colto, di poco spirito, di poco talento, di bassa famiglia, e l'altera contessina, che non poteva esser scevra dei pregiudizi de la sua casa, soffriva al solo pensiero di lasciare il suo nome per prenderne uno popolano, e capiva di non poter ricambiare l'amore che quel tale le avrebbe portato. Monaldo di matrimoni per la figlia non ne voleva più sentir parlare: Adelaide invece, avversa a un tempo a questo giovane, ora gli si mostrava propensa. A Marianna Brighenti, che le aveva consigliato di accettare, Paolina rispondeva: «Quello che dici, che le azioni e le virtù formano il più bel cognome, va bene; ma, se io non avrò per marito uno del mio grado, che conti, come dici, i quarti di nobiltà che ho io, almeno dovrà essere uno che per i suoi talenti, per il suo ingegno, per le sue azioni si sia fatto un nome, non uno di cui debba arrossire ogni momento, ogni volta che parla — mi ami egli pure quanto vuole, non è affatto certo che io possa amarlo, che possa amare una persona tenuta da tutti per meschina in ogni genere: l'amore di una tal persona non ha nessun pregio agli occhi miei perchè io non posso nè stimarla, nè amarla — e se un'occhiata della persona amata compensa di tutto, se, come dice la Staël, questa occhiata è una felicità tale che pare non vi sia forza per sostenerla, e bisogna chinare gli occhi, bisogna ch'essa sia realmente amata di fatto e non di solo diritto.» (Lettera 23 agosto 1832.) Certo ne la decisione di Paolina l'orgoglio di casta aveva qualche parte, tanto più possiamo convincercene, quando vediamo come seccamente a le amiche Brighenti, che avevano supposto ella avesse amato un tal Monaldo Fidanza, suonatore, ella rispondesse: «Sappi che da suo padre noi compriamo il panno bleu per le livree.» (Lettera Sabato Santo 1832.) Certo però ne la sua decisione, oltre a molta ragionevolezza, vi è molta dignità, e il sacrifizio ch'ella faceva, ricalcando i suoi ferri da sè stessa, aveva per compenso la sua libertà e la soddisfazione di sè. Una de le sue subite simpatie per un forestiero, di cui ella non sapeva nulla, le aveva fatto capire in quei giorni ch'ella avrebbe avuto la forza di fare qualunque sacrificio, ma per un uomo che ne fosse degno. Di queste improvvise simpatie ne troviamo parecchie ne la vita di Paolina, di cui l'animo era ardente, quanto fredda l'esistenza. Nel 1831 un tal Lanyres, tenente degli usseri, ebbe alloggio per qualche giorno in casa Leopardi; era un bel giovane, pieno d'ardire e d'entusiasmo, e Paolina fu assai presso ad innamorarsene; ma, quando seppe la parte ch'egli aveva presa nei fatti d'arme provocati da le varie insurrezioni scoppiate allora in Italia, parte che la coscienza di lei non approvava, la sua simpatia cessò, ed ella vide partire il bell'ufficiale senza versare una lacrima.
Nel '34 un'amica di Pesaro scriveva a la contessina che un dottore ed avvocato di Bologna, vedovo da poco de la contessa Muzzarelli ferrarese, uomo di cinquant'anni, bravo e religioso, cercava in moglie una signora senza curarsi d'averne una gran dote. Paolina ne chiedeva a le Brighenti, le quali le rispondevano dandole pessime informazioni di quel tale, ex maestro di casa, avarissimo; e questa volta pure, Paolina rinunziava senz'altro al progetto. Le lunghe delusioni l'avevano troppo amareggiata, perch'ella volesse ancora coltivarle ne l'anima; come Giacomo per le donne, ella ebbe pungentissime parole per gli uomini, i quali dichiarava indegni d'un sospiro e meritevoli di odio per lo sprezzo con cui riguardano quelle che non rimangono impassibili a le loro proteste, meritevoli di esecrazione per la gioia trionfante che provano, facendo del male con la coscienza di farne.
Come Giacomo ricordò per sempre con un'estasi malinconica il primo entrare di giovanezza, i giorni vezzosi, inenarrabili, quando per la prima volta le fanciulle sorridono al rapito mortale e ogni cosa intorno gli sorride, mentre il mondo par che lo accolga festeggiando e gli s'inchini; così Paolina s'era accorta ben presto che l'esistenza non è bella come la promettono i sogni; era entrata piena di confidenza ne la vita, sperando di trovarla un continuo incanto, sicura d'incontrarvi un cuore, almeno un cuore, che l'amasse, ma d'un amore purissimo, qual'ella sentiva di meritarlo, perch'era preparata a corrispondergli con tutto il fuoco de l'anima sua, e perchè non si sentiva in nulla inferiore a quelle anime fortunate, che avevano pur trovato in terra la felicità. «Poi troviamo che questo mondo delizioso si converte in luogo pieno di spini, pieno di nemici, in cui non basta star immobili per non soffrire, e addio speranze, addio cari sogni de' nostri primi anni; bisogna cangiar pensieri, bisogna prepararsi a combattere sempre, ad ogni momento, e stare in guardia sopra di noi stesse per non cambiar natura, per non diventar tutt'altro da quello ch'eravamo, poichè non v'ha dubbio che il rischio è grande.» (Lettera... settembre 1831.) Non cambiò natura la buona Paolina; ma se conservò fino a la più tarda età un ingenuo desiderio di piacere, seppe rassegnarsi filosoficamente al suo stato ed anche scherzarne con una grazia amabile: «Anche lo spirito santo dice che omnia tempus habent, e il tempo mio è un pezzo che già è passato»; scriveva nel 1845 a la sua Marianna, dichiarandole, che, se anche i mariti fossero piovuti da tutte le parti, ell'era ben decisa di morire con la verginale corona di biancospino in capo; voleva il biancospino e non i soliti gigli, come emblema del suo vivissimo amore per la primavera, e concludeva: «Non parlar dunque più dell'idea o della speranza di vedermi moglie di un Modenese o di un Bolognese, ma odora piuttosto l'essenza del biancospino e ricordati allora della tua amica, che morirà prima di aver provato un istante di vera gioia al mondo.» (Lettera 17 agosto 1845.)
***
Simile anche in questo al suo grande fratello, Paolina poco felice ne l'amore, fu fortunatissima ne l'amicizia; e la prima e la più ardente fu quella per Giacomo, il quale prima di andarsene da Recanati, non aveva intimità che con lei e con Carlo. E quando da' suoi viaggi ritornava al borgo natío, passava le lunghe serate con la sorella, raccontandole «tante storielle, tante avventure, tante osservazioni filosofiche, antropologiche ec.» Quando il Giordani nel 1818 fu a Recanati, Paolina l'accolse con entusiasmo e con venerazione, pendeva, come i fratelli, da le labbra di lui, che dimostrò d'interessarsi affettuosamente a la sorte de la contessina e continuò per molto tempo a chiederne con gentile premura le notizie.
Ma Giacomo e Carlo, cresciuti in età, non furono più i suoi indivisibili compagni, e Paolina sentì vivissimo il desiderio de l'amicizia ed in questa trasfuse tutto il fuoco de l'anima sua, cui era negato l'amore. La prima intima amica sua fu la cuginetta Paolina Mazzagalli, bellissima giovane, bianca e bionda, d'un'indole tutta bontà e d'un'intelligenza non volgare.
La Leopardi se n'era fatto un idolo, pensava a lei vegliando e dormendo, non aveva altro desiderio che quello de la sua compagnia, ne la quale, in seri ma piacevoli discorsi, passava spesso le lunghe serate; e il suo trasporto aveva talmente ingelosito Adelaide, che la figliuola ne era disperata. Ma peggio fu qualche anno di poi, quando Carlo, che in parecchie lettere al fratello parla de la Mazzagalli con simpatia sempre crescente, se ne innamorò d'una tale passione da voler farla sua, anche contro il divieto de' genitori, i quali (a quel che ne dice Paolina) trovavano scarsa la dote de la giovane. A questa ragione deve certo aggiungersi la contrarietà eccessiva di Monaldo pei matrimoni fra cugini, che, anche ottenuto l'assenso de la chiesa, gli parevano peccaminosi.
Di più la bellezza, la gioventù, lo spirito, la vivacità de la fanciulla, facevan temere ai severi Leopardi, ch'ella non fosse per riuscire una buona moglie, dubbio smentito poi dai fatti.
Mentre Monaldo era a Roma per una lite, Carlo sposò la cugina, ed il padre suo ne sofferse oltre ogni credere; ne le lettere agli altri figliuoli egli sfoga un dolore sincero e profondo: gli par d'aver perduto per sempre il figliuolo e vuol stringersi al cuore quelli che gli rimangono, come se temesse di vedersi sfuggire anche loro. Dal suo matrimonio in poi, Carlo lasciò la casa paterna, e s'immagini con quanto dolore di Paolina, cui erano tolti insieme due dei più cari affetti, il fratello e l'amica; ella ne pianse disperatamente, e con le sue lacrime e le sue preghiere ottenne dal padre che Carlo venisse riammesso in casa, almeno per qualche breve visita. Bandita invece ne rimase la sposa, che Paolina però ebbe sempre assai cara, ed invero le affettuosissime lettere de la Mazzagalli provano com'ella meritasse tutto l'amore de la cognata.
Ne l'ottobre del 1829 Giacomo, desiderando notizie dei Brighenti, incaricava Paolina di scriver a Marianna figlia de l'avvocato Pietro, bella ed amabile giovane, che gli era stata assai cara; la cattiva salute che gli rendeva penosa qualsiasi occupazione gl'impediva di scrivere da sè, e fors'anche egli, sempre assai affezionato a la sorella, pensava di procurarle così, come le procurò infatti, un'amicizia preziosa.
La Brighenti rispondeva premurosamente, e Paolina poco tardava ad inviarle un'altra sua, mostrando vivissimo desiderio d'aver nuove de le imprese e de le glorie de la giovane cantante. La contessina ne le sue giornate solitarie e claustrali bramava saper qualche cosa de la vita che si mena nel mondo; e di Marianna il fratello le aveva lungamente parlato in quelle conversazioni che la interessavano talmente da serbarsene ne la memoria i particolari anni ed anni più tardi; per darne un esempio, ne la sua lettera del 15 febbraio 1828, fa cenno di quella madama Padovani che Giacomo aveva conosciuto a Bologna nel 1826 e ch'ella suppone da lui già pienamente dimenticata. Paolina prima ancora d'aver l'affetto de la Brighenti, cercava il nome di lei nei giornali teatrali e godeva di vederla lodata; quando poi la semplice corrispondenza divenne tenera intimità, la Leopardi non ebbe più secreti per l'amica sua. Adelaide non voleva veder lettere, dirette a la figlia e perciò quel buon vecchio del Sanchini aveva consentito che Marianna indirizzasse a lui le sue: quando ne era giunta qualcuna, per darne subito avviso a Paolina, egli metteva un vaso su la sua finestra, che era di faccia a la finestra di lei; e a tarda sera poi le portava in biblioteca i desiderati caratteri de l'amica, cui ella rispondeva di notte senza che la madre se n'avvedesse. Morto il Sanchini, Paolina, a quanto pare, confessò ogni cosa ad Adelaide, che le permise di continuare, dice il Costa, quella corrispondenza durata già parecchi anni. Noto però che ancora per qualche tempo Paolina si fece indirizzare le lettere a falsi nomi.
La Brighenti, che aveva apprezzato Giacomo ed a cui egli certo aveva parlato di sua sorella, come ne parlava spesso agli amici e più spesso a le amiche stimate e care, mostrò per la Leopardi un interessamento, una premura, cui la povera giovane non era troppo avvezza e che la intenerirono. Morto Luigi, uscito di casa Carlo, Giacomo lontano, Pier Francesco ancora ragazzo, ella non aveva più un cuore cui aprire il proprio, e non le sembrò vero di confidarsi a la nuova amica, di narrarle de la noia di Recanati, dei rigori de la madre, de le continue delusioni, de la malinconia sempre più grande: ne riceveva parole così delicatamente buone che ne restava commossa fin ne l'intimo: «È venuta finalmente quest'altra (lettera), ed io la tengo, e la metto sul mio cuore, cui fa provare della calma e delle sensazioni così nuove e così dolci, ch'io vorrei sapere e potervi ringraziare quanto lo meritate per tanta vostra bontà, per tanto amore che mi mostrate.» (Lettera 15 giugno 1830.) Così Paolina a l'amica ch'ella non solo amava, ma ammirava pe' suoi continui trionfi d'artista, invidiando gli spettatori che avevan potuto sentirla. A mani giunte le chiede il suo ritratto, promettendo di tenerlo come cosa preziosa, anzi come il più caro oggetto ch'ella potesse possedere, e quando Marianna gliel'invia, ella è felice e lo bacia lungamente, benchè non lo trovi quale lo sognava e non lo creda somigliante; abituata a le sue vesti più che semplici, ella prova un vero diletto nel notare il ricco abbigliamento e l'elegante acconciatura de l'amica. Terza ne la corrispondenza entra intanto Anna, la seconda figlia del Brighenti, a la quale pure Paolina si affeziona ben presto, e quando esse le propongono d'andar a Recanati per vederla (marzo 1831) ed ella deve rifiutare in causa dei rigori d'Adelaide e de la nessuna libertà che gode, ne piange di dolore e di dispetto. Poi le due sorelle vanno a Fermo, ella che le sa così vicine e pur si sente tanto divisa da loro, lamenta la sua sovrana infelicità ed invidia l'incertezza de la sorte di quelle sue care, quel non sapere dove andranno in breve, le vaghe speranze ch'esse debbono veder sorridersi, e che la farebbero andar in estasi. Allorchè Marianna ai primi del '37 deve andar a l'estero, Paolina se ne mostra così afflitta che le scrive: «Quando tornerai in Italia chi sa se la tua Paolina sarà più viva: ma se n'è dato ne l'altra vita di pensare con amore a quelle persone che abbiamo amate in questa, oh sii certa che tu sarai sempre la mia diletta.» Speranze e sventure, gioie e dolori, tutto la Leopardi confida a le amiche, e quando giunge a Recanati la funesta notizia de la morte di Giacomo, piangendo e delirando, la contessina si getta fra le braccia di Marianna e in una tenerissima lettera sfoga il suo crudele dolore e cerca la pietà di colei, che era pur stata cara al suo perduto.
Quella fatale notizia veniva ad aggravare di un nuovo lutto la famiglia Leopardi, che in quei giorni era profondamente afflitta perchè Pier Francesco aveva promesso di sposare una donna non degna di lui, e per questo aveva lasciato la casa paterna, dove venne ricondotto a forza. Il terrore, la disperazione di Monaldo e d'Adelaide per quella temuta vergogna de la loro famiglia eran tali che parvero aver occupato tutto l'animo loro, in modo da non lasciarvi posto al cordoglio per la morte di Giacomo, cordoglio che poco a presso essi sentirono veracemente. Ma l'affettuosa Paolina ne fu colpita subito. Quantunque da lungo ella scrivesse poco o nulla a Giacomo, quantunque egli stesso mostrasse di temere che la sua lontananza avesse affievolito l'amore dei congiunti per lui, Paolina, appena sa ch'egli non è più, prova un'angoscia, di cui a pena credeva capace il cuore umano, e sospira di raggiungere il diletto fratello con cui ogni sorriso le è mancato nel mondo. Ella ritorna con desolata tenerezza ai ricordi de la fanciullezza e de la gioventù per trovarvi l'immagine del suo Muccio; ama Antonio Ranieri come un fratello ed invidia la sorella di lui, che ha prestato a Giacomo gli estremi soccorsi. «Per compiacere a Ranieri ho dovuto ricercare tra le sue carte rimaste a noi; tu non puoi mai figurarti il mio penare. Fra i pianti e gli urli io scorreva quei cari caratteri, poi rimetteva ogni cosa al suo luogo, precisamente com'egli le aveva lasciate, che mi pareva ch'ei dovesse tornare e voleva che trovasse a suo luogo ogni cosa, avendone lasciate le chiavi a me, e sperando che fosse contento della mia esattezza, poi io mi svegliava e mi dava pugni nella fronte per quell'orribile pensiero che tutto è già finito, e per quell'inganno che per un momento mi aveva trattenuta.» (Lettera 24 agosto 1837.)
Riavutasi lentamente da quel colpo così doloroso, Paolina raccolse tutto il suo affetto sui genitori, particolarmente su Monaldo, verso il quale ella, come Carlo, si mostrò ne l'età matura molto più indulgente che ne la giovanile. E coi genitori amò doppiamente i fratelli che le eran rimasti ed i nipoti: l'intelligentissima Luigia seconda figlia di Carlo, morta poi quasi bambina nel 1842, e i figliuoli di Pier Francesco, soprattutti la Virginia, che era divenuta proprio tutto il suo cuore. Anche a le cognate Cleofe Ferretti e Teresa Teja si mostrò sempre affezionatissima.
A le Brighenti continuò a scrivere sempre, però più raramente; la compagnia de la sposa di Pier Francesco e dei nipotini le faceva forse sentir meno vivamente il bisogno d'altri affetti, e l'ardore de la sua gioventù, venuto a poco a poco calmandosi, non aveva più necessità di sfoghi confidenziali. Ad ogni modo Paolina non dimenticò mai le amiche, le quali prima felici, ammirate, festeggiate, dovettero poi ritirarsi a Modena dove caddero in miseria, soccorse di aiuto materiale e di morali consolazioni da lei, che già parecchi anni prima aveva premurosamente cercato, benchè invano, di procurar un impiego a l'avvocato Pietro.
***
A Paolina ed a' suoi la sorte non aveva risparmiato le sventure: le sorde lotte de' figli col padre prima; poi la partenza di Giacomo, l'allontanamento di Carlo da casa, le dolorosissime perdite di Luigi, di Giacomo, di Paolina Mazzagalli, de le due figlie di Carlo; infine le nuove discordie di Carlo co' suoi, dopo il matrimonio di Pier Francesco. Monaldo e Paolina cercarono del pari un conforto negli studi, e il primo, quasi a compensarsi de la scarsa autorità che avea in casa, si volse ad occuparsi di cose pubbliche, stampò parecchie opere e diresse anche per alcuni anni il giornale La Voce della Ragione. Paolina, che ne la sua prima gioventù aveva acquistato una buona cultura, continuò sempre ad amare le lettere, a veder molti libri e soprattutto ad approfondirsi ne la letteratura francese, di cui i capolavori le eran sempre stati cari: aveva una predilezione speciale per le due grandi scrittrici Madame de Sévigné e Madame de Staël. Quando le sue illusioni giovanili vennero mancandole, ella cercò più che mai distrazione ne lo studio, i libri la riavvicinarono a Monaldo, poichè ella cominciò a prestare a lui quell'aiuto che, giovanetta, aveva dato a Giacomo; anzi, mentre pel fratello era stata in generale una copista ed un'ammiratrice, per Monaldo fu un collaboratore. Ella soleva tradur molto dal francese; dal Nobili nel 1832 fece pubblicare il libretto «Viaggio notturno intorno alla mia camera — [21] de l'autore del Viaggio intorno alla mia camera.» Probabilmente anteriore a questa è un'altra pubblicazione di Paolina di cui si fa cenno in questo brano di lettera ad Anna Brighenti (Bologna, 18 luglio 1838): «Lessi la vita di Mozart in francese, una volta, e la ridussi in italiano; poi ad una signora che mi chiedeva qualche cosa da fare un libretto in occasione di nozze, diedi quella, poi la censura di costì ne tolse i più piccanti pezzi e mi fece gran rabbia; la nipote di Mozart che trovavasi in Bologna ne volle copia da mio fratello, e se la portò in Germania.»
Quando Monaldo attese a redigere La Voce della Ragione (dal 1832 al 1835), Paolina leggeva per il padre i libri, opuscoli e giornali francesi, notava quel che poteva fare al suo caso, traduceva gli articoli che le parevano opportuni pel giornale, correggeva le prove di stampa, così che il conte in una sua memoria dichiara d'aver avuto il massimo aiuto pel suo periodico da lei che «travagliava giorno e notte per quest'impresa, con uno zelo ed un disinteresse di che potrà solo ricevere il premio da Dio.» Clemente Benedettucci suppone che la contessina abbia dato aiuto al padre anche per altre pubblicazioni e la cosa non appare improbabile. Ella inoltre mandò parecchie traduzioni dal francese a la gazzetta di Modena La Voce della Verità. In questa comunità di spirito con Monaldo ella, che non aveva mai amato i liberali, i quali le parevano aver dimostrato troppo chiaramente quanto son diverse le cose dalla teorica alla pratica, venne accostandosi ognor più a lo zelo religioso e a le idee politiche del padre.
Probabilmente prima ancora de' suoi vent'anni aveva cominciato per abitudine a far estratti de le sue letture e traduzioni; questi suoi lavori si conservano in quarantacinque volumi ne la biblioteca di casa Leopardi.
Gli ultimi giorni di Monaldo furono consolati da le amorose cure de la figliuola, che, vistoselo rapire il 30 aprile del 1847, sentì riaprirsi nel suo cuore tutte le vecchie ferite; nè sapeva darsi conforto, quantunque gli ultimi momenti di lui fossero stati tranquillissimi e consolati da la religione e da la filosofia: «Quando ha veduto prossimo il suo fine, e se ne avvedeva più dalle lagrime nostre, che dal male istesso, ci ha chiamati d'intorno, ci ha dato serii ammonimenti, poi ne ha esortati ad imparare come si muore in conversazione, poichè egli ha parlato sempre con grandissima presenza di spirito, rimanendo noi tutti meravigliati di tanta pace, di tanta calma.» (Lettera 7 maggio 1847.)
Finchè era vissuto Monaldo, i suoi figliuoli, anche avendo sempre in cuore la memoria di Giacomo, non osavano parlarne, perchè il padre avea fatto chiaramente intendere che questo discorso l'addolorava; Paolina però aveva pregato caldamente le Brighenti di procurarle tutto quello che vedevano scritto intorno al suo grande e povero Muccio, ed anche tutte le edizioni che s'andavano facendo de le opere di lui. Ella riceveva e conservava ogni cosa di nascosto del padre; morto questi, ella potè manifestare più apertamente il suo culto per la memoria del fratello, di cui comprendeva ed adorava la grandezza, così da provar quasi un senso di affettuosa riconoscenza per tutti gli ammiratori di lui. Il Piergili descrive accuratamente un libretto, una specie di diario, in cui Pier Francesco e Paolina, aiutati talora da Vito Frati, annotavano quanto, a loro cognizione, veniva scritto intorno al poeta di Silvia e di Nerina: libri, giornali, manoscritti. Questo diario fu presto interrotto, perchè i critici del grande Recanatese non tardarono a moltiplicarsi indefinitamente. Ancor vivente Giacomo, Paolina voleva esser sempre nel novero de gli associati a le opere di lui, e quando sperava di presto accasarsi, si proponeva di aver un esemplare di ciascuna edizione nel suo nuovo soggiorno. Più tardi la cura per le cose di Giacomo fu uno de' suoi più cari pensieri, quantunque ella fosse divenuta tanto ferventemente religiosa da non poter persuadersi che il fratello fosse morto senza fede, giungendo fino a benedire la bugia del Ranieri e le invenzioni del Curci. I più chiari studiosi di cose leopardiane si rivolsero a lei, che diede gentile ascolto a tutti e non si stancò di promuoverne gli studi e le ricerche. Ella pregò caldamente il Brighenti di scrivere la vita di Giacomo; e quando il Viani, che fu suo intimissimo, ed ebbe da lei numerose notizie, le mostrò il desiderio ch'ella stessa scrivesse una biografia del fratello, ella gli dichiarò di non sentirsene capace e pregò Carlo, il confidente intimo di Giacomo, di togliersi lui quest'incarico: ma neppur Carlo credette che le forze gli bastassero; e Paolina scriveva al Viani, «Io sarò certo tenuta da Lei, caro sig. Viani, per una stupida e di cattivo cuore, non solo con Lei, ma con Giacomo ancora. O no non lo faccia: stupida forse sì, ma di cattivo cuore non mi creda. Verso di Giacomo non potrei, chè lo piango giorno e notte; verso di Lei neppure chè... Mi creda piuttosto disgraziata.»[22] A lo stesso Viani, Paolina scriveva o narrava molti ricordi de la vita del fratello. Notevole, fra le altre, è la lettera di lei ad Antonio Erculei, professore nel seminario di Roma, che voleva dettare una dissertazione su Giacomo Leopardi, diffondendosi particolarmente su la morte del poeta. Ella gli narra tutto quel che ne sa; gli copia una lettera del padre Curci e parecchi frammenti del Ranieri a Monaldo, del Brighenti a lei, di V. Balietti, che nel '37 era segretario de la Nunziatura di Napoli, a la contessa Ippolita Mazzagalli.[23] Ella giudicava povera cosa l'elogio di Giacomo scritto dal Montanari di Pesaro, godeva de le asserzioni del Curci e fremeva di dolore e di sdegno a le ingiurie contro la memoria del suo diletto, consolandosi quando il Giordani sorgeva a farne vendetta.
La pubblicazione de le lettere di Giacomo al Brighenti la contrariava e l'amareggiava quanto mai, perchè il buon nome del padre le era caro, quanto la gloria del fratello, e più tardi per difendere Monaldo ella dettava la breve memoria Monaldo Leopardi e i suoi figli, in cui di sè null'altro dice se non che d'esser stata per tutta la vita compagna indivisibile del padre.
Anche il Carducci giovane rivolgeva a Paolina una lettera calda d'ammirazione pel poeta e di venerazione per lei; e, accennando a lei, il Drach, nella prima delle sue conferenze, dice fra l'altro: «.... dans la famille Leopardi la science semble être héréditaire comme ses titres de haute noblesse.»
***
Oltre a quelle accennate, altre due sventure colpirono la povera Paolina: nel 1851 perdette il fratello Pier Francesco, nel 1857 la madre.
Finchè Adelaide visse, Paolina, anche innanzi e ben innanzi con gli anni, fu tenuta sempre come una ragazza: non poteva uscir sola, e d'ordinario, già cinquantenne, soleva farsi accompagnare da una buona donna di Recanati, Artemisia Fucili, divenuta sua confidente, e seguire dal servo Benedetto Benedettucci in livrea. Un di ottenne d'andar a Loreto con l'amica, ma venne rimproverata perchè fu di ritorno troppo tardi, e quando la sua compagna per scusarla notò timidamente ch'ella non usciva quasi mai di casa, si narra che Adelaide soggiungesse: «Bella ragione, è tanto grande la nostra casa, altro che Loreto!»[24] Morta la madre, ella si trovò ricca, e mentre da un lato, divenuta usufruttuaria del patrimonio, frugalissima per natura e di abitudini modeste, ella spendeva poco e mal volentieri anche per la cura de le campagne; da l'altro, ancora bambina ne l'animo, benchè poco lungi dai sessant'anni, godeva di vestire con grande sfarzo, di seguir a puntino le mode più capricciose, facendo venire una sarta appositamente per lei, da Ancona a Recanati. Un ritratto ce la rappresenta già vecchia con un amplissimo abito a enormi scacchi ornato di trine; nel suo buon viso avvizzito solo l'altissima fronte ricorda Giacomo, benchè molti asseriscano che ne la sua gioventù ella gli somigliasse assai.
Generosa di cuore, malgrado quella ritenutezza a spendere, che parve in lei ed in Carlo una malattia de l'età, di rado sapeva negare il suo aiuto, e al servo Benedettucci donò persino la culla di Giacomo, che sarebbe stata per la famiglia un preziosissimo ricordo. Ella amava trattenersi a tarda sera sola in giardino, e guardando quelle paterne aiuole, su cui scintillavano le vaghe stelle de l'Orsa, ascoltando la rana gracidante nei campi e il canto di qualche contadino, certo rievocava l'immagine del fratello, cui quei luoghi e quei suoni avevano inspirato tanta dolcezza di poesia. Una sera, così passeggiando, s'incontrò in un ladro che stava per rubare dei limoni; senza gridare, nè chiamare aiuto, ella cacciò con severe parole l'intruso.
Negli ultimi anni uscì di Recanati parecchie volte: con la Fucili fece una gita di tre giorni in Ancona, un'altra a Grottamare, divertendosi come una bambina. Nel 1867 volle andare in pio pellegrinaggio a Napoli per visitarvi la tomba di Giacomo e de le liete reverenti accoglienze ricevute fu orgogliosa e commossa.
Di tali sentimenti duole ella parli assai poco ne le lettere scritte ad Artemisia Fucili; è da notare però che questa era una buona, ma povera donna, da cui forse certe espansioni non sarebbero state comprese.
Timorosa del freddo che la faceva soffrire assai, ne l'inverno del 1869 Paolina scelse Pisa per sua residenza temporanea, memore de l'amore che Giacomo aveva avuto per quella gentile città e del sollievo che quel dolce clima gli aveva dato; e forse mentre i suoi occhi stanchi avranno contemplato il divino spettacolo del tramonto riflettente le sue fiamme ne le acque de l'Arno, il suo cuore si sarà commosso al ricordo del grande fratello che ne la bellezza de la natura aveva trovato uno dei pochi sublimi conforti a la vita travagliata. In una gita a Firenze ammalò di bronchite e tornata a Pisa dopo pochi giorni vi morì il 13 marzo 1869. La Teja, che l'assistette negli ultimi momenti, scrive: «Mi fu concesso di accorrere al suo letto di morte. Giunsi in Pisa l'11 marzo nel mattino, e più non la lasciai. Al mio arrivo essa mi mostrò una lettera che mi scriveva e che conservo, dicendomi con la sua grazietta infantile: hai fatto bene di venire, perchè non so come avrei continuato a scrivere.» A la Teja nel suo testamento lasciava con affettuose parole alcuni mobili, il suo ritratto e una carrozza: suo erede instituiva il nipote Luigi.
Per la pietà dei figli di Pier Francesco, la salma di Paolina ebbe l'ultimo ricetto in Recanati, ne la chiesa di Santa Maria di Varano, e su la sua tomba si legge quest'epigrafe:
PAOLINA LEOPARDI
NATA IN RECATATI IL 1º OTTOBRE 1800
MORTA IN PISA IL 13 MARZO 1869
VOLLE ESSERE QUI RICONDOTTA
A DORMIRE FRA I SUOI CARI
ANIMA DOLCE
TERESA TUA
CHE CORSE PER TROVARSI ALLA TUA PARTENZA
E CARLO
CHE PER ULTIMO NOMINASTI
POSERO QUESTO SEGNO DI UNA MEMORIA
CHE DURERÀ IN LORO QUANTO LA VITA.
NOTE.
[14]. Vedi Lettere scritte a G. L. da' suoi parenti, edizione curata da G. Piergili. Firenze, Le Monnier, 1878, pag. XXII. Da questo volume sono tratte anche le altre lettere dei parenti a Giacomo qui citate.
[15]. Questa lettera si legge a pag. XXIII e XXIV de le note al volume citato di G. Piergili.
[16]. Vedi Lettere di Paolina Leopardi a Marianna ed Anna Brighenti, pubblicate da E. Costa. Parma, Battei, 1888, in 16º, di pagg. XIX-308. (Lettera a Marianna, 17 agosto 1831, a pag. 56.) Da questo volume son tratte anche tutte le altre citazioni di lettere de la Leopardi a le Brighenti.
[17]. Vedi E. Costa, Paolina Leopardi (nel Fanfulla della Domenica, 17 luglio 1887).
[18]. Vedi ivi.
[19]. C. Antona Traversi, Paolina Leopardi (vedi Vita Italiana. Roma, nuova serie, fascicolo 8º, 10 settembre 1896, pag. 104). La lettera della Mazzagalli porta la data 12 febbraio 1828.
[20]. F. De Sanctis, Studio su G. Leopardi; edizione postuma curata da R. Bonari. Napoli, 1894.
[21]. Pesaro, Nobili, in 12º, di pagg. 98, 1832.
[22]. Vedi Appendice all'Epistolario e agli scritti giovanili di G. L., per cura di P. Viani. Firenze, Barbèra, 1878, in 16º, di pagg. LXXXIV-258. Lettera 29 novembre 1844, a pagg. XXVII e XXVIII.
[23]. Quest'ultima lettera si trova nelle Opere inedite di G. Leopardi, pubblicate dal Cugnoni. Halle, Max Niemeyer, 1878-80, due volumi. Vol. I, pagg. CXXXIII, CXXXIV.
[24]. Questo e parecchi altri aneddoti citati si trovano nel volume di C. Antona Traversi: Studi su G. Leopardi, Napoli, Detken, 1887, in 16º, di pagg. 363, o in quello: Notizie e aneddoti sconosciuti intorno a G. Leopardi e alla sua famiglia, Napoli, Detken, 1887.
MARIANNA BRIGHENTI E LA SUA FAMIGLIA.
Marianna Brighenti nacque l'8 ottobre 1808 a Massa Finalese, in provincia di Modena, da Maria e Pietro Brighenti; prima di lei nel 1801 era venuto al mondo il primogenito de la famiglia, Luigi; e due anni più tardi nasceva un'altra bambina, Anna. L'avvocato Pietro era tenerissimo de' suoi, e a quei bambini, come non mancarono le affettuose cure dei genitori, così arrise da prima anche la fortuna.
Il Brighenti, nato in Castelvetro nel 1775 di buona famiglia, aveva fatto i primi studi a Vignola, di dove, vestito l'abito religioso, quattordicenne, era entrato nel seminario vescovile di Modena; poi aveva compiuto a l'Università il corso di filosofia e giurisprudenza, ottenendone la laurea nel 1798, ed era stato capitano de la guardia nazionale. Poco dopo conseguita la laurea, aiutò Ugo Foscolo ne l'edizione bolognese, allora incominciata, de la Vera storia di due amanti infelici; anzi la curò da solo, quando, partito l'autore per Milano, dove sperava trovare impiego, il tipografo Marsigli volle continuare ad ogni modo la stampa del libro. A questo proposito un curioso aneddoto è narrato dal giornaletto modenese La Ghirlandina (8 e 19 febbraio 1855), aneddoto rettificato da Antonio Cappelli ne la Memoria Ugo Foscolo arrestato ed esaminato in Modena.[25] Il Brighenti, desideroso di grandezza, ardente di carattere, ambizioso, si diede a la politica, e stava per recarsi in Francia, quando preso d'amore per la bella Maria di Francesco Galvani, nobile modenese di condizione assai superiore a la sua, non seppe più allontanarsi da la patria. Dopo due anni di vani tentativi per ottenere l'assenso dei genitori de la fanciulla, fuggì con lei, che sposò, e che gli fu, com'egli stesso ebbe a dire, un angelo di bontà, di rassegnazione e di conforto nelle sue tristi fortune.
A ventitrè anni, fautore convinto de le idee liberali francesi, venne nominato ispettore, cioè commissario di polizia, nei dipartimenti de l'alto Po, del Reno e del Panaro. I rivolgimenti politici lo costrinsero poi a rifugiarsi a Bologna, dove attese a la pratica legale e di dove, cacciato, andò a Livorno e vi stette finchè ritornati i Francesi riebbe il suo ufficio; ed anzi da esso passò ad altri più importanti e che gli davan quindi maggior onore e profitto; fu segretario aggiunto al Ministero di polizia in Milano, ebbe parte nel riordinamento della polizia a Modena, a Reggio, a Bologna, a Ferrara, a Rovigo; poi fu vice prefetto a Massa e Carrara, indi a Cesena.
La famigliuola venne gettata nel lutto da la morte del bimbo Luigi, pel quale Pietro Giordani, allora quasi sconosciuto, dettava una pietosa epigrafe. Dopo questa sventura i Brighenti più che mai si strinsero a le loro due fanciullette, che crescevano d'indole dolce, fra le carezze e gli agi e il generale rispetto che gli uffici del padre procuravan loro.
A Cesena, verso i primi del 1807, l'avvocato salvava la vita al Giordani e gli dava inoltre largo aiuto ne la disperata miseria in cui, scampato a la morte, quegli cadeva; di che, divenuto celebre, il letterato gli conservò sempre una profonda gratitudine ed anche quando, non si sa certo, ma si suppone il perchè, parve ritogliergli con la stima l'amicizia sua, non cessò di adoperarsi in ogni modo per riuscirgli utile. In quello stesso anno 1807 gli dedicava con belle ed alte parole il discorso Sullo stile poetico del marchese di Montrone: gli diceva aver molto e lungamente desiderato di dargli qualche segno de l'amore e de la riverenza che gli portava per le sue tante virtù, e fra queste aver in pregio sopra tutte la fede ne l'amicizia, di che il Brighenti era «esempio a qualunque età ammirabile, alla nostra quasi incredibile.» Confessava essergli debitore di quanto non aveva voluto mai obbligarsi a nessuno; e sperava ch'egli avrebbe gradita la dedica di quel libro del marchese di Montrone, uomo da ambedue loro ugualmente onorato ed amato.[26] Nel 1809 il Giordani raccomandava Pietro Brighenti a Vincenzo Monti per l'ufficio di Direttore de la pubblica istruzione in Italia. Pare che in questi suoi tempi fortunati l'avvocato modenese avesse sensi veramente generosi; varrebbe a provarlo quest'aneddoto narrato da la figlia sua Marianna ne la biografia di lui ch'ella scrisse e che rimane tuttavia inedita, biografia da lei regalata autografa a l'avvocato Geminiano Corazziari, il quale a sua volta ne fece dono al Museo del Risorgimento Italiano in Modena (Sezione documenti): «Era il Brighenti segretario del Ministero di grazia, allorchè in Milano vennero tradotti quattro de' più nobili e cospicui Modenesi, i quali posero in mano al Brighenti una cedola di mille luigi, se procurava loro la libertà ed egli lacerò l'ordine, perchè sapeva che fra pochi giorni sarebbero stati fatti uscire, dietro le di lui premure. Sì nobil modo di agire cattivogli l'animo di que' signori, che sempre l'ebbero quale amico.»
Dopo la restaurazione il Brighenti, pel quale era già stato firmato un decreto che lo nominava prefetto a Belluno e cavaliere della Corona di ferro, povero e sospettato se ne andò nel 1815 a Bologna, dove per procurare il pane a la moglie ammalata e a le due figliuole si diede ad imprese musicali. Ne la musica era peritissimo; di argomento musicale scrisse parecchio: l'Elogio di Matteo Babini suo maestro di canto e artista illustre, elogio detto al Liceo filarmonico di Bologna ne la solenne distribuzione dei premi il 9 luglio 1819 e pubblicato più tardi dal Nobili: il discorso Su la musica rossiniana e sul suo autore, edito a Bologna nel 1830 (in-8º di pp. VI-30, Tipogr. Emidio Dall'Olmo) e ristampato poi ad Arezzo nel 1833 (Tipogr. Bellotti). Era socio ordinario ne la classe dei cantanti ed uno dei tre consultori de l'Accademia filarmonica bolognese.
Volle provarsi in speculazioni mercantili, ma vi perdette molto danaro e non avrebbe saputo come cavarsi d'impaccio, se la moglie non gli avesse generosamente permesso di valersi de la sua dote. Si volse allora a l'industria libraria, che gli diede molto profitto con l'edizione del Giordani, poco invece con quella de le opere di Vincenzo Monti, rimasta sette mesi sotto sequestro, e coi due giornali l'Abbreviatore e il Caffè di Petronio. In questo (anno 1825, ni 17, 29 e 34) si trovano alcuni articoli firmati Mario Valgano modenese; li scrisse la moglie stessa del Brighenti, la quale sotto il medesimo pseudonimo si era fatta editrice de le opere di Pietro Giordani. L'avvocato frequentava i più noti letterati: il Mezzofanti, lo Strocchi, il Marchetti, il Costa, il Borghesi, il Monti, il Perticari; e più volte rivide il Giordani, il quale, sempre premuroso di lui e de le sue ragazzine, gli prevedeva in queste, consolazione e fortuna, consigliandolo ad esser forte ne le avversità e a conservar la sua salute, chè studiando costantemente forse sarebbe riescito a divenire egli medesimo un bravo cantante; ad ogni modo avrebbe potuto «formare Mariannina e formarla non solamente abile cantatrice; chè questo è ancora il meno; ma amabile e prudente e accorta e insieme ingenua e rispettabile. Vedrete che tesoro è una tale virtuosa.»[27]
Le previsioni del Giordani dovevano avverarsi a puntino: la grazia unita al senno, l'arte e l'intelligenza accoppiate a purezza di costumi e ad ingenuità furono le più care doti di Marianna. L'altra sorella Anna mostrava meno ingegno; il padre tentò invano di far anche di lei una cantante; pareva che dovesse riuscire discretamente ne la pittura, benchè il Giordani prevedesse che con quella placida fantasia non sarebbe mai stata grande e sperasse solo di vederla divenire una buona ritrattista. A quanto afferma il conte Giorgio Ferrari Moreni, Anna «trattò con franchezza il bulino, come lo dimostrano due sue incisioni felicemente condotte.»[28] Anzi tutte e due le ragazze tentarono l'incisione, sperando di trarne un discreto guadagno, ma non poterono continuare, poichè ne soffriva la loro salute. Il letterato piacentino prendeva tanto interesse a Marianna e ad Anna che, dovendo ne la primavera del 1818 andare a Roma, si proponeva di fermarsi a Bologna soltanto per vederle. Ambedue eran cresciute belle, e ancor più graziose che belle; tali appaiono nei due ritratti che reciprocamente si fecero e che son conservati ne l'archivio Valdrighi di Modena; non erano molto istruite, ma non certo incolte; educate a quei sentimenti gentili che, se non dal mondo, il quale di rado li sa pregiare, hanno il loro premio in sè stessi, ne la loro intima dolcezza, cui nessun'altra è comparabile, le due sorelle si amavano vivamente, quantunque non poco diverse di carattere: Marianna da la fisonomia mobile ed espressiva, da la svelta persona un po' gracile, era di un'indole profonda e seria; Anna più florida d'aspetto, tutta fuoco ed allegria; avevan comune la vita intiera, gioie, dolori, studi. Quando a Bologna si trovaron gettate in una condizione meschina, vi si rassegnarono senza troppo rimpiangere gli agi perduti, paghe de le loro gioiose speranze e de l'amore che legava strettamente tutta la famigliuola e che trova espressioni ingenue e sincere nei versi da loro composti per gli onomastici del padre, de la madre, o l'una per quello de l'altra, versi poveri d'arte, ma ricchi d'affetto, di cui alcuni appartengono a la loro prima giovanezza, altri, come certe delicate letterine scritte molto più tardi, mostrano in Marianna ed Anna, già donne mature, sempre la medesima riverente tenerezza, la medesima filiale sommessione, che ha qualche cosa d'infantile e di commovente.[29] Sotto la guida del padre le due ragazze si diedero assiduamente a lo studio del canto; ne le opere e nei concerti diretti da lui il loro gusto si affinava e il loro spirito si distraeva piacevolmente; egli cantava spesso anche ne le sacre funzioni per poter con quel guadagno straordinario condurre le figliuole al teatro; inoltre era solito di presentare a la famiglia gli amici e conoscenti suoi, fra i quali v'erano alcuni de' migliori ingegni di quel tempo; e ne le gradite conversazioni le due giovani acquistavano non poca cultura e finezza. Il loro carattere era venuto intanto pienamente svolgendosi: Marianna, sotto un aspetto di gaiezza franca e modesta, nascondeva un cuore appassionato e uno spirito riflessivo; semplice ne le maniere, affabile insieme e dignitosa, era riconosciuta da tutti per una vera dama; ciò che meravigliava i volgari, i quali non pensano di poter trovare signorilità d'animo e di modi in gente povera e non nobile. La bella persona e la grazia del suo canto le guadagnavano le simpatie generali, cui ella preferiva d'assai l'affetto e l'amicizia di quelli che mostravano di comprendere il suo cuore tenerissimo, il quale s'apriva a la vita gioiosamente, ricco d'un tesoro di speranze, d'avvenire, d'amore inesaurabile. La tenerezza fu il sorriso de la sua gioventù e la consolazione di tutta la sua vita; benchè ella troppo facile ad accendersi ed a credere gli uomini migliori che non sono, restasse sempre dolorosamente ferita da la delusione. Ella guardava la vita con uno sguardo serio, e anche nei brevi momenti di felicità ch'ella ebbe, intendeva e compativa il dolore; più de la fortuna, degli onori, del lusso, apprezzava la gioia d'esser amata, gioia che cercò avidamente e instancabilmente, non potendo credere che l'anima sua pronta a concedersi tutta nella purezza di un affetto devoto, non dovesse trovar mai un'altr'anima, che la ricambiasse con ugual forza e nobiltà di sentimento.
Anna più vivace, più schiettamente allegra, civettuola senza malizia, era buona anch'essa, ma ne la vita voleva godere e ridere; le piaceva di vedersi ammirata, corteggiata; e, come non dava, non chiedeva passioni tragiche, rifuggendo per istinto da le pene di cuore; soffrire non voleva, e men che mai soffrire per amore, perciò, riserbando a le poche persone intime tutto il suo affetto, ricambiava di sorrisi, di scherzi, di arguzie i suoi ammiratori. Paolina Leopardi paragonava le due sorelle Brighenti a Minna e Brenda di Walter Scott, a Rosina ed Elena di Lafontaine.
***
Nel 1818 il Giordani, che doveva recarsi a Bologna, avvertiva il Leopardi di scrivergli colà e di raccomandare la lettera a l'avvocato Brighenti; e di costui gli parlò poi come d'una carissima persona, quando fu a Recanati, mostrando questa volta, come molte altre in diverse occasioni, il gentile desiderio di veder stringersi in affettuosa relazione fra loro gli amici suoi; è probabile ch'egli esortasse il grande Recanatese a porsi in corrispondenza col Brighenti. Partito il Giordani, giunse in casa Leopardi una lettera de l'avvocato modenese per lui, e Giacomo (21 settembre 1818) colse quest'occasione per avviare la relazione epistolare che l'amico gli aveva consigliata e che non interruppe più per lunghissimo tempo. Da prima si valse del Brighenti per l'acquisto di certi libri e per la diffusione di qualche esemplare de le sue prime canzoni; nel 1820 le lettere divennero più intime e più frequenti, perchè il Leopardi volle affidar a l'avvocato l'incarico di far stampare le tre Canzoni Ad Angelo Mai — Per una donna malata (intitolata anche altrimenti: Sopra malattia di una donna poi guarita) — Sullo strazio di una giovane (altrimenti intitolata: Sopra una donna morta col suo portato); cui, per consiglio del Brighenti, si sarebbero dovute aggiungere le due canzoni già pubblicate a Roma: All'Italia e Sul monumento di Dante. Il Modenese conosceva queste due ultime da un pezzo, anzi intorno ad esse egli aveva raccolto notizie e giudizi dai letterati suoi amici, prendendone appunto sopra un esemplare de l'edizione romana di Bourlié, esemplare che ancora ci rimane:[30] tali osservazioni sono in generale sarcastiche, ma il Brighenti si era ricreduto nel giudizio intorno al Leopardi poeta, e, trattandosi de l'edizione che il giovane recanatese l'aveva pregato di fargli fare, si mostrava sinceramente premuroso. Come era sua abitudine, da che l'accordo col padre era rotto, Giacomo non parlò affatto in famiglia di questa sua progettata pubblicazione, che Monaldo però venne tosto a scoprire con un'ira che gli fece immediatamente scrivere al Brighenti per impedir ogni cosa; non voleva che venissero ripubblicate le due prime canzoni, le quali erano spiaciute a lui, quanto erano riuscite care ai liberali; e nè pure voleva saperne de la canzone Sullo strazio, perchè «s'immaginò subito mille sozzure nell'esecuzione e mille sconvenienze nel soggetto»; ed anche perchè il poeta ne aveva tolto l'argomento da un fatto vero e recente. In quest'occasione l'amicizia fra Giacomo e l'avvocato divenne intimità, ed il primo aprì al secondo i dolori secreti de l'anima sua con giovanile espansione, benchè si dicesse vecchio moralmente, anzi decrepito. L'avvocato, padre tenero de le sue figliuole, desideroso «che l'animo dei genitori abbia sempre a confortarsi della felice riuscita della loro prole,» non ha coraggio di trasgredire l'ordine di Monaldo, ma cerca di serbarsi l'amicizia di ambedue i Leopardi e di metterli d'accordo, e dopo lungo scrivere e riscrivere, ottiene finalmente che venga data a la luce la sola canzone Ad Angelo Mai, inspirata da le scoperte ciceroniane del dotto monsignore. Giacomo Leopardi aveva avuto il disegno di dettare alcune lettere, che con buona quantità di osservazioni critiche dimostrassero il pregio di quella classica scoperta, ma da un lato la malferma salute non gli aveva permesse le fatiche d'un lavoro d'erudizione, da l'altra al suo entusiasmo conveniva piuttosto la poesia che la prosa. Egli accompagnò il Canto con una lettera dedicatoria al conte Leonardo Trissino, ne la quale scrive: «Ricordatevi che ai disgraziati si conviene vestire a lutto, ed è forza che le nostre Canzoni rassomiglino ai versi funebri;» e gli dice ancora: «Diamoci alle Lettere quanto portano le nostre forze e applichiamo l'ingegno a dilettare colle parole, giacchè la fortuna ci toglie il giovare co' fatti.» Questo concetto che l'opera andasse innanzi a la parola per importanza civile era ben fermo nel poeta, che nel Parini scriveva l'antichità potersi figurare come in Argo la statua di Telesilla, poetessa guerriera e salvatrice della patria: «la quale statua rappresentavala con un elmo in mano, intenta a mirarlo, con dimostrazione di compiacersene, in atto di volerlosi recare in capo; e a' piedi alcuni volumi quasi negletti da lei, come piccola parte della sua gloria.»
Più tardi il Giordani accennava al rincrescimento che per la dedica provò il pauroso conte Trissino; invero la Canzone si ricollega a le due prime leopardiane per l'amor patrio che la inspira, anzi l'infiamma tutta, ed è aperto e non dissimulato come in quelle; lo stesso Giacomo, accennando ironicamente al permesso dato dal padre, perchè questa Canzone venisse pubblicata, permesso cagionato dal nome di un monsignore ch'essa portava in fronte, aggiungeva: «Non sospetta punto che sotto quel titolo si nasconda una Canzone piena di orribile fanatismo»; il fanatismo era tale che se i censori papali lasciaron passare la Canzone, la polizia austriaca invece ne fece caso e la sequestrò[31] messa su l'avviso da un tal Luigi Brasil, che per molti anni fu secondo aggiunto presso la direzione generale di polizia austriaca in Venezia. Il Piergili con valide argomentazioni dimostrò la più che probabilità che anche il Brighenti si tenesse in relazione secreta con la polizia sotto lo pseudonimo di Luigi Morandini; ed il marchese Gualterio trovò il nome del Modenese in un elenco di confidenti de la polizia di Milano. Certo l'avvocato pel sequestro de l'opuscolo leopardiano non mostrò alcun rincrescimento. In una lettera al Leopardi scrive il Brighenti, con un manifesto senso d'amarezza e d'invidia, degli spioni in cocchio che «sono la delizia dei circoli dei nostri patrizi.» Le strette del bisogno avevan forse vinto l'onestà di lui, che per trovar il modo di assicurare la sua famiglia della necessaria sussistenza, ciò che gli lacerava il cuore, avvilito de la umile e disprezzata condizione in cui era caduto, disperato di saper trarsene altrimenti, dopo aver trovati inutili tutti i mezzi di risorsa, a cercar i quali s'era tormentato il cervello, cedette a provvedere a la sorte de le figliuole facendosi delatore. Ma de la sua colpa nulla seppero Marianna ed Anna. Egli non poteva ignorare d'averle troppo onestamente e rettamente educate, perchè esse preferissero un pane infame a la miseria: le giovani poterono venerare il padre loro e andarne altere, perchè l'inganno in cui vissero risparmiò al loro cuore uno strazio che sarebbe stato più amaro di tutte le altre sventure, di tutte le altre delusioni.
Le due ragazze lessero certamente in quel tempo la Canzone al Mai, e se Anna, che amava i teneri sospiri dei poeti arcadi, potè non farne gran caso, Marianna dovette sentirsi presa d'ammirazione per quel cuore appassionato, credente ed amante, in contrasto con lo scetticismo di quel grande spirito, e fremere dinanzi a la maestà de le figure di Dante, del Petrarca, del Colombo, del Tasso, de l'Alfieri, con tanto entusiasmo rievocate. Ella che dal padre e forse dal Giordani aveva sentito parlare de la grandezza e de l'infelicità del contino recanatese, non poteva restar indifferente al grido di dolore, che si leva da quelle pagine, a la voce di quel desolato poeta, che ne la vanità d'ogni cosa adora i sogni leggiadri, rimpiange le poetiche favole antiche e lo stupendo potere de la cara immaginazione, conforto ai nostri affanni, e anela a l'amore, ultimo inganno di nostra vita, al grande e al raro, abbia pur nome di follia.
***
Quando Giacomo Leopardi, che mai ebbe un sospetto su l'avvocato modenese, andando a Milano presso l'editore Stella passò da Bologna, gli furon fatte gentili accoglienze e premure perchè rimanesse, cortesi proposte con segni di grande stima. In quei nove giorni contrasse più amicizie che a Roma in cinque mesi: vi conobbe il conte e la contessa Pepoli, il professore Paolo Costa, il conte Antonio Papadopoli e tutta la famiglia de l'avvocato Brighenti, da cui certo ricevette buona parte di quelle accoglienze allegre, senza diplomazie, di quelle gran carezze, di cui tanto si lodava e che lo rinfrancavano talmente da fargli scorgere qualche spiraglio di luce, traverso la nebbia fitta del suo scetticismo. Probabilmente da l'avvocato stesso gli vennero quelle proposte di occupazioni letterarie ch'egli sperava non richiedenti gran fatica e convenienti al suo ingegno.
Tornato Giacomo da Milano a Bologna per fermarvisi lungamente, trovò premurosissimo il Brighenti, il quale gli aperse la propria casa, lo accolse fra gl'intimi; e le conversazioni confidenti con Marianna ed Anna, giovani e graziosissime, riuscivano ben gradite a lui che fin da due anni prima scriveva a Carlo: «Il parlare a una bella ragazza vale dieci volte più che non girare attorno all'Apollo di Belvedere o alla Venere Capitolina.» (Lettera 5 aprile 1823.) Egli aveva già orribilmente sofferto, ma nulla aveva perduto ancora di quella sensitività, che fu una de le più grandi caratteristiche de l'anima sua: voleva ancora toujours sentir, toujours aimer, toujours espérer (lettera 23 giugno 1823), persuaso che quella sua sensitività fosse il più prezioso dei doni, sol che si trovasse un oggetto meritevole di essa; nell'amore giudicava il piacere dato da un solo istante di rapimento e d'emozione profonda, preferibile a tutte le gioie che provano le anime volgari. Egli timido, riservato, malinconico, preferì subito Marianna, seria anche nel sorriso, appassionata, un po' incline a la tristezza, come tutte le anime profonde, Marianna, che nel suo canto sapeva trasfondere tanta intima espressione d'affetto, ad Anna mordace, sempre allegra, leggera. Marianna era nel pieno splendore de la gioventù e de la bellezza, e il suo talento musicale e la sua voce destavan già ammirazione in quanti la conoscevano, sì che appar anche più naturale che il Leopardi, il quale adorava la bellezza e sentiva profondamente le impressioni de la musica, gradisse la compagnia di lei, specie in quei giorni non lieti, sventrati da le noiose lezioni al conte Papadopoli e al giovane Greco di cui s'ignora il nome. Il Recanatese, frequentando la casa Brighenti, dava qualche aiuto a l'avvocato per un'intrapresa edizione de le opere di Vincenzo Monti, e qualche consiglio pel periodico Il Caffè di Petronio, giornale di notizie teatrali e bibliografiche, di cui l'avvocato stesso era fondatore e compilatore; passava qualche ora in piacevole conversazione con la famiglia, spesso vi era invitato a pranzo, mandava in dono a l'amico i formaggi marchigiani mandatigli dal padre: e quella franca e cordiale ospitalità (franca e cordiale almeno per parte de le donne) gli rasserenava lo spirito: i suoi biglietti di quel tempo a l'avvocato sono con le lettere a Pier Francesco bambino le cose più sinceramente allegre e graziosamente scherzose ch'egli abbia mai scritte; e lungo tempo dopo egli ricordava ancora con vivo piacere la bella serata del Natale 1825 da lui trascorsa in casa de la famiglia di Marianna. Nè fu la sola; assai spesso, dopo desinare, il poeta amava restar a tavola con gli amici, e in quell'ora egli ordinariamente assai parco di parole, si compiaceva di ragionare a lungo, esponendo i suoi pensieri con modestia e con riserva, ma con quell'arguzia acuta e talora pungente che sarebbe stata una de le doti caratteristiche del suo spirito, se la noia e il dolore non ve l'avessero soffocata. Questo piacevole filosofare, che ricordava al Viani le Dispute conviviali di Plutarco, il Convito di Platone e il Simposio di Senofonte, era uno dei più graditi piaceri di Giacomo, tanto più che gli dava agio di mostrare la superiorità del suo spirito e di piacer forse anche a gli occhi de le donne intelligenti, malgrado la non bella persona e il vestire dimesso. Se poi entravano ne la conversazione uomini di poco senno, egli taceva tosto, non amando di contraddire, soltanto allorchè sentiva qualche troppo grosso sproposito tirava una presa di tabacco con un rumore affettato, cosa che faceva ridere chi ne intendeva il senso. Narra il Brighenti che in una di quelle conversazioni serali Giacomo componesse questa sciarada: Uccide il primiero — Uccide il secondo — Uccide l'intero. — Amore.
Marianna comprese presto d'aver destato un sentimento più fervente de l'amicizia nell'animo del poeta; e quantunque un altro uomo le occupasse tutto il pensiero,[32] quantunque ella non sentisse pel Recanatese che una pietosa tenerezza e una ammirazione reverente, seppe ne la sua bontà far sì che di quella passione non corrisposta egli potesse serbarsi in cuore un senso di dolcezza e di conforto. A lei medesima rimase per sempre una cara memoria di quell'affetto che molti anni dopo rivelò a Paolina Leopardi; e una lettera di Giacomo, certamente una lettera d'amore, si trovava ancora preziosamente conservata fra i più diletti ricordi di lei, quando la bella ed ammirata artista era divenuta una povera e disgraziata vecchia quasi ottuagenaria.
Tornato a Recanati, Giacomo nei suoi confidenti colloqui con Paolina le parlava con vivo affetto dei Brighenti, dicendo che avrebbe desiderato rivedere il Modenese, come un figlio desidera rivedere il padre, e di Marianna le narrava con tanta ammirazione, da lasciar indovinare l'amore che per lei aveva provato, mettendo in curiosità Paolina così da farle domandare la descrizione, ne' più minuti particolari, de la bella Brighenti.
Giacomo ne faceva il ritratto, compiacendosi forse di poter parlare di quella donna a lui cara con quell'altra anima femminile, che, quantunque diversamente, gli era cara altrettanto: gli parve che Marianna e Paolina fossero fatte per intendersi e per amarsi; così, quando la malferma salute gli rese grave lo scrivere, colse l'occasione opportuna per far entrare in corrispondenza fra loro le due giovani, pregando la sorella di richiedere da Marianna, a nome di lui, notizie dei Brighenti. Fors'anche ne la sua delicatezza, comprese che fra lui e la graziosa Majà (come la chiamavano sempre) non essendo possibile, dopo quanto era avvenuto, una corrispondenza, il mezzo migliore e più gentile di coltivare l'amicizia che la giovane gli aveva offerta, era quello di deporla ne le mani di Paolina, la quale aveva tanto del suo cuore. La contessina invero, che non trovava in famiglia corrispondenza a la sua innata ed espansiva tenerezza e che sentiva il bisogno di confidarsi ad un'anima capace d'intenderla, nutrì per Marianna un affetto vivissimo, le rivelò i suoi più intimi secreti e custodì quelli di lei con gelosa premura.
Le tendenze artistiche di Marianna, chiare fin dal tempo de' suoi primi studi, la bella voce di lei e le sue facoltà musicali, le promettevano una buona riuscita su la scena, tanto più che nella sua delicata sensitività essa comprendeva e sapeva rendere le passioni e, bella e graziosa della persona, appariva adatta ad incarnare i più simpatici tipi femminili, cui poesia e musica hanno dato una vita ideale. Ell'era ancora ai primi passi de la sua carriera e già tutti prevedevano in lei un'ottima cantante; Giacomo Leopardi se ne rallegrava sinceramente e ancora nel 1830 rammentava con riconoscenza la cordialità e l'affezione ch'ella gli aveva dimostrato. Mentre Giacomo era a Bologna, il Brighenti fece fare il ritratto di lui dal disegnatore Lolli per la progettata edizione delle sue opere ed alcuni anni dopo gliene dava in dono il rame inciso dal Guadagnini, dono che fu carissimo a tutta la famiglia Leopardi.
Paolina, che da le parole del fratello, tanto più disposto a sprezzare che ad ammirare gli uomini, e da le stesse ingenue e gentili lettere di Marianna, si era formato un alto concetto di quell'amica, la considerava ormai come un essere privilegiato, cui natura avesse largito in copia i doni onde con gli altri è tanto avara, e si rallegrava, come d'un'insperata fortuna, d'averne il cuore.
Nel maggio del 1829, malgrado le proteste di certi parenti, Marianna esordiva a Bologna con la Semiramide del Rossini, nel teatro privato di Emilio Loup, e Giacomo Leopardi, avuta notizia degli applausi ch'ella aveva ottenuti, compiacendosene salutava cordialissimamente lei, la madre e la sorella. In quell'autunno (novembre 1829) Marianna (e fu il primo suo teatro d'importanza e perciò detto da alcuni il suo vero esordire) cantò nel Teatro di Corte di Modena nell'opera del maestro Alessandro Gandini Zaira (poesia di F. Romani, quella stessa che era stata non felicemente musicata anche dal sommo Bellini). Per la parte di Zaira era stata scelta la Corinaldesi, cui da ultimo venne sostituita Marianna, la quale piacque e pel talento e per lo squisito sentire e per la singolare bravura, come afferma il maestro Gandini stesso;[33] il quale parlando d'un'altra artista, la Giuseppina Jabre Noel, che nel 1830 eseguì a Modena la stessa opera, dice che mancava de la finitezza tanto ammirata ne la Brighenti. De l'esito de la Zaira e dei meriti artistici di Marianna parlarono con lode il Messaggiere Modenese, il 2 gennaio 1830, nº 1, ed il Censore Universale dei Teatri di Milano redatto dal Prividali, nei suoi ni 91 e 92 (novembre, 1829).
L'anno a presso nel luglio Marianna andava a Siena nell'Imper. e Real Teatro dei Rinnovati a sostenervi le parti di Giulietta e di Egilda nelle opere Giulietta e Romeo ed Arabi; e vi otteneva un così grande trionfo che il Giornale dei Teatri di Bologna ne parlava con entusiasmo, narrando come per la sua serata era stato pubblicato a stampa il suo ritratto e le si era offerto un sonetto in cui un tal A. C. la vantava vincitrice d'Euterpe stessa. Io ebbi occasione di vedere questo ritratto e precisamente l'esemplare che la Brighenti donava a Paolina Leopardi; è lavoro anti-artistico e parrebbe quasi una caricatura, tanto la fisonomia vi è intieramente diversa da quella che vediamo negli altri ritratti che ci rimangono de la cantante; ma la fantastica Paolina si dilettava, osservandovi la superba veste di velluto azzurro a ricami bianchi, ornata di scintillanti gioielli d'oro e di perle, il velo trapunto a fiori, che da l'altissima pettinatura scende a velare le spalle nude, il diadema e la collana di perle, l'ornamento d'oro e di gemme, che scintilla su la bianca fronte.
Ancor più forte che per la gioia di questi primi trionfi il cuore di Marianna batteva per un nuovo affetto, il quale pareva prometterle sicura felicità, giacchè colui che l'aveva destato, un certo Mori, chiedeva a l'avvocato la mano de la figliuola; era un uomo colto, assai amante de le belle arti, intorno a cui pubblicò alcuni anni dopo qualche articolo su l'Antologia di Firenze. Perchè il matrimonio non avvenisse, si ignora; la buona Paolina, che fu a parte di questo secreto, giacchè Marianna piena di speranza e di gioia, benchè ancora dubitosa, gliene fece oscuramente cenno, chiamava questo il primo amore di Marianna artista. Qualche tempo a presso anche Anna scriveva a la Leopardi del Mori, di cui la sorella era stata innamoratissima. Ammirata dovunque per la sua voce, pel suo talento, per la sua bellezza, e dovunque rispettata per la sua perfetta onestà e per la signorile dignità del suo portamento, Marianna ebbe dovunque andò moltissimi corteggiatori, ma fra questi cercò vanamente un cuore degno del suo e sempre fiduciosa, sempre tenera, passò di delusione in delusione, soffrendo intime pene ogni volta che dovette persuadersi di non essere amata nè come, nè quanto credeva. Nelle sue lettere a Paolina ella si rivela aliena da ogni arte di civetteria, e i suoi sentimenti, cui la fortuna non doveva accordare quella costanza che certamente avrebbero avuto, se in degno modo ricambiati, erano di una tale purezza che la Leopardi, cui non doveva certo far meraviglia la severa virtù femminile, se ne stupiva e ne godeva tanto più, quanto più capiva che molti erano i pericoli in mezzo a cui passava l'amica e la frequenza e la difficoltà degli scogli ch'ella sapeva evitare, anche se il suo cuore era infiammato da la passione; virtuosa, non per freddezza, nè per calcolo, ma per vera dignità d'animo. Questa virtù punto arcigna, era piena di grazia e talvolta anche tutta spirito e brio; può farne fede questo sonetto, che Marianna scrisse non so precisamente in quale anno, ma certo nella sua gioventù e che si trova autografo ed inedito fra le carte lasciate dal prof. cav. Silingardi, amicissimo dei Brighenti, al Municipio di Modena:
Signor Conte..... le vuo' dire
Cosa che al certo riesciralle ingrata,
Ma non voglio che il mondo abbia a ridire
Che corrispondo a gente maritata.
La padroncina mia femmi sentire
Certo di lei sonetto, in cui spiegata
V'era la doglia che la fe' soffrire
Con parole e sospiri all'impazzata.
Dirle mi piace: sono una fanciulla
Onesta e virtuosa ed il suo affetto
Inver da me non otterrà mai nulla;
Non già ch'io non le sia riconoscente,
Che di cuor la ringrazio del sonetto,
Ma circa amor, non ne facciamo niente.
Se nei versi citati predomina la grazia onesta, ma scherzosamente birichina, un profondo sentimento inspira questi altri che pure autografi ed inediti si trovano fra le carte del Silingardi.
Il 1º luglio 1827 fu uccisa da un amante a Modena la fanciulla Maria Pedina: «la fortezza con la quale la detta giovanetta serbò intatta la sua innocenza diede argomento a la seguente Invocazione, scritta da Marianna Brighenti.»
INVOCAZIONE.
Alma gentil che colassù n'andasti
Tutta raggiante di eterno splendore,
A te sì pura e fortemente casta,
A te beata che alla gioia vivi,
A te, dimesse, vengon mie parole,
Spinte da affetto e somma riverenza.
E con queste ti prego, o virtuosa,
Ad impetrarmi vero e caldo amore
Per la virtude, che ti fu sì cara,
Che amasti di morir pria che tradire
. . . . . . . . . . . . . . . . .
Ottienmi da quel Dio, cui se' sì cara,
Di seguir tuo costume e che mia morte
Possa mertar delle belle alme il pianto.
Ne le lettere da Pisa, Marianna fa cenno d'aver sofferto assai per un'afflizione de la Caterina Ferrucci, e già prima per mezzo di Giacomo aveva fatto donare a Paolina un libro di quella scrittrice, con la quale è quindi da supporsi ella avesse pure contratta amicizia, cosa che certo le fa onore e dà indizio de la serietà del suo carattere.
Tornata a Bologna, sempre ne la fida compagnia de la sorella, Marianna fu in istretta ma onesta relazione col famoso cantante Rubini, e più tardi conobbe intimamente anche la Malibran, insieme a la quale cantò in qualche opera. Ne l'aprile del 1831 ebbe il diploma de l'Accademia filarmonica bolognese. Nel Carnevale del 1830 a Piacenza sostenne la parte di Giulia ne la Vestale; da la fine del 1830 fin verso a l'aprile del 1831 fu a Ferrara e vi destò un grande entusiasmo sostenendo la parte di Rosina nel Barbiere di Siviglia e quella di Giulietta nella Giulietta e Romeo del Vaccaj. Dopo un breve soggiorno a Bologna, nell'aprile del 1831 fu a Ravenna ad eseguirvi l'Otello di Rossini col celeberrimo tenore Bonoldi, ed anche a canto a quello straordinario Otello parve una dolce, fine Desdemona; modesta e affabilissima tuttavia, ricercò i consigli de l'illustre compagno e ne seppe profittare. A Ravenna cantò pure Anna, eseguendo la grande scena di Nerestano nella Zaira del maestro Gandini, lodata per la sua grazia, per l'intonazione e la soavità de la voce. Qui per la sua beneficiata Marianna cantò la cavatina della Niobe in cui sapeva infondere rara drammatica efficacia, la ripetè per la serata di Bonoldi, quasi a ringraziarlo degli amorevoli insegnamenti di cui le era stato largo, e piacque così che il pubblico l'obbligò a ripeter tutte le sere quel pezzo. Le si dedicava allora un sonetto:
Altre sentii gli armonici concenti
E le soavi melodiose note,
Or liete modular, ora gementi,
Onde fur l'alme in ascoltando immote;
Ma non sentii giammai que' loro accenti
Tante recarne meraviglie ignote,
Come il tuo dir, che, innamorando i venti,
D'ineffabil dolcezza i cuor percuote.
Segui, o giovane Donna; e il bel Paese
Che Appennin parte, e l'Alpe e il Mar circonda,
Quand'abbia in te tante dolcezze intese,
Varca animosamente i monti e l'onda,
E fa col canto tuo quell'alme accese,
Sì che all'onor d'Italia Eco risponda.
Ne l'agosto del 1831 Marianna era a Fermo, dove ebbe trionfi non soliti neanche per lei, sostenendo la parte d'Imogene nel Pirata del Bellini: si ammiravano ancora più che la bellezza de la sua persona e de la voce, la perfetta intelligenza d'arte, la grazia squisita, la forza di sentimento, l'azione dignitosa sempre e sempre ragionata; le cronache del tempo ci dicono che applausi frenetici scoppiavano ad ogni suo pezzo e che gli animi fremevano ne la pena e nel delirio di quella Imogene soave e appassionata. Le si dedicava allora un'epigrafe in cui era detta donzella candida del cuore, soave del costume, dell'arte del canto peritissima, da natura dotata di voce che nell'anima si sente, ad esprimere gli affetti potentissima; ed un altro ammiratore le diceva in un sonetto:
Con preghi e doni ho chiesto al Ciel sovente
Che riso segua di mia vita l'ore;
Ma or più del riso m'è grato il dolore
Che pel tuo gorgheggiar nel cor si sente.
La Brighenti passò in Ancona, dove cantò pure il Pirata nell'ottobre del 1831 e si compiacque del pregio in cui era tenuta non soltanto come artista, ma anche come donna degna di vera stima. «Tutti voialtri sapete bene quanta ammirazione cagioni il contegno vostro e della mia amica in particolare, sì raro a trovarsi tra gente della sua professione; tutti voialtri lo sapete, pure non posso fare a meno di dirvi che quasi ho sentito io medesima fare un elogio grande della eccellente educazione, della condotta irreprensibile e savissima, di tante doti di spirito e di cuore, dell'eccellente carattere della prima donna dell'opera di Ancona, senza dirvi poi nulla intorno alla sua bravura nel canto, di cui quello che parlava si mostrava contentissimo;» scriveva Paolina Leopardi ad Anna Brighenti. (Lettera 8 novembre 1831.)
Ai primi di autunno del 1831 Marianna era ad Ascoli per darvi il Pirata; là incominciò a sentire le acute spine nascoste fra le rose de la sua corona d'artista, e pare gliele facesse sentir l'impresario e sentir talmente ch'ella pensava di rompere il suo contratto con lui; s'aggiungeva a questo la poca frequenza e la freddezza di quel pubblico, poco educato a l'arte, il triste soggiorno di quella cittadina, appena rallegrato da le gentilezze di qualche ammiratore, uno dei quali, Ignazio Cantalamessa, volle fare il ritratto de le due sorelle, riuscito benissimo, si dice, specialmente quello di Marianna. Ma anche quel pubblico freddo e poco intelligente finì per animarsi al canto de la Brighenti e si accese fino ad un entusiasmo indescrivibile quand'ella cantò la famosa cavatina de la Niobe.
Marianna andò poi a Roma, trepidante per l'esito che vi avrebbe ottenuto, commossa vivamente da gli alti affetti che la città eterna ridestava in lei, pure anche là l'attendevano amarezze, torti de l'impresario, fatiche eccessive, cui la sua costituzione piuttosto gracile non potè resistere; si ammalò e invece d'andare a Corfù, come ne aveva il progetto, dovette ritornare a Bologna. Ristabilita nel settembre del 1832 cantava a Cremona I Normanni a Parigi; e, dopo un'altra dimora a Bologna, ne l'aprile del 1833 passava ad Arezzo a darvi per l'apertura del Teatro Petrarca l'Anna Bolena e la Straniera. Feste entusiastiche le furon fatte dal pubblico meravigliato e commosso: ne la sua serata, in cui cantò al solito la cavatina de la Niobe, fu accompagnata a casa in una portantina, circondata da coristi con torcie accese e preceduta da una banda, poi le acclamazioni la costrinsero ad affacciarsi a la finestra per ringraziare.[34]
Ad Arezzo un poeta chiamava la voce di lei prestigio arcano, incanto più soave dell'estasi d'amore e le diceva:
Forse fu Amor che in queste basse arene
A diradar di nostra mente il velo,
E ad invaghirci dell'eterno Bene,
Come alla mente diè il pensier veloce,
E diede il sole allo splendor del cielo,
A te diede degli angeli la voce.
La madre aveva seguito fin qui le figliuole, ma d'ora innanzi la stanchezza e la salute infermiccia la persuasero a lasciarle, tanto più ch'ella aveva veduto per prova come potesse affidarle a sè medesime, senza dir poi che il padre le accompagnava sempre. Marianna continuava a chieder notizie di Giacomo Leopardi e poteva darne talvolta anche a la sorella di lui.
Nel dicembre del 1833 la Brighenti cantò a Pisa ne la Straniera; e con la dolcezza e flessibilità de la voce, mirabilmente atta a secondare gl'impulsi del vivo sentimento e i dettami de l'acuta intelligenza, incantò l'uditorio. «Il cantare ed agire de la Brighenti non è effetto di altrui insegnamento, è creazione sua propria,» fu scritto allora. Ne la stessa città ella diede anche La gioventù di Enrico V del Pacini che piacque mediocremente.
Andata a Livorno vi cantò l'Anna Bolena, la Norma e i Capuleti; ed un poeta entusiasta scriveva per lei una Canzone con questo ritornello: poco importa più il peso de le noie e dei dispiaceri quotidiani:
Chè la sera la Brighenti
Tutto quanto fa scordar.
Andata a cantar l'Anna Bolena a l'Alfieri di Firenze nel novembre del 1833, rimase afflitta di non rivedervi il Leopardi, già partito per Napoli, chè gli applausi e gli omaggi entusiastici anche qui non le impedirono di ripensare affettuosamente a l'amico infelice.
Nel novembre del 1834 Marianna fu l'idolo dei Novaresi. Il Giordani, che sempre s'interessava de la sorte di lei e frequentemente chiedeva di sapere ogni suo successo e di onore e di lucro, le scriveva a Novara pregandola di continuargli la sua carissima benevolenza: «Sarà molto lieto a me quel giorno che vi rivedrò, e potrò ripetervi di voler esser sempre vostro amicissimo.» In quella città, Marianna cantò la Norma: «Al suo apparire, scrive il Censore universale dei Teatri (4 febbraio 1835), tutto l'affollato uditorio proruppe in una strepitosa selva d'applausi. Ma quando si ascoltò poi l'eroica declamazione di quell'imponente primo recitativo ed il soavissimo canto di quella gentil cavatina, per quanto fosse ancor viva in tutti la rimembranza dei già valutati pregi di questa virtuosa, d'ogni passata estimazione infinitamente maggiore si fece l'ammirazione presente... Chi vide all'apertura del Teatro Petrarca in Arezzo raffigurar la Brighenti il carattere de l'Anna Bolena, me l'aveva già dipinta con i più vivi e seducenti colori, gli stessi più sperimentati fra i suoi compagni ne parlavan allora con entusiasmo. Chi vede ora la stessa artista maggiormente abbellire di sè stessa il bel teatro nuovo di Novara, per rappresentarvi quello di Norma, si mostra più trasportato ancora di quegli Aretini, che in materia di musica hanno un gusto finissimo.» E nota la verità de la sua azione, la squisitezza del canto, l'ammirabile efficacia ne la espressione dei sentimenti soavi, pietosi, terribili, la forza drammatica.
A Novara un maestro di musica amò non degnamente Marianna; e quando, nel lasciarla, le chiese compatimento e stima, l'altera risposta di lei dovette fargli comprendere com'ella riserbasse questi sentimenti a chi li meritava.
Il canto non era una miniera d'oro per la Brighenti, e malgrado il fasto apparente, cui la professione la costringeva, ella non aveva potuto migliorare in modo stabile la condizione de la sua famiglia, sì che pregava Paolina Leopardi di raccomandare l'avvocato per un impiego; ma non se ne fece nulla, malgrado le premure de la buona contessa; e, certamente per ottenere più lauti guadagni, dopo esser stata a Reggio, a Ravenna (maggio e giugno 1835), a Genova (ottobre 1835), a Vicenza (gennaio 1836), Marianna si decise a partir per l'estero, accompagnata dal padre. Già nell'aprile del 1835 aveva cantato a Reggio, ne l'Uggero il Danese di Mercadante e ne la Semiramide di Rossini, e le sue note che brillavano, volavano, accentate e colorite, il buon gusto del suo fraseggiare, la precisa franchezza de l'intonazione avevano destato il solito entusiasmo: tutta una schiera di poeti, ed alcuni non volgari, si era levata ad acclamarla; fra le altre poesie noto un Sonetto di Un plaudente, un'Ode, probabilmente del Cagnoli, un altro sonetto di Luigi Ferri, un Canto, che forse è quello di Prospero Viani, cui egli accenna ne l'Appendice a l'Epistolario leopardiano:
Alta è la notte: il pallido
Raggio di Cinzia un pio
Nell'alma infonde incognito
Di meditar desio,