DAL PRIMO PIANO ALLA SOFFITTA.
Indice
| Capitolo [I.] | Capitolo [II.] | Capitolo [III.] | Capitolo [IV.] |
| Capitolo [V.] | Capitolo [VI.] | Capitolo [VII.] | Capitolo [VIII.] |
| Capitolo [IX.] | Capitolo [X.] | Capitolo [XI.] | Capitolo [XII.] |
| Capitolo [XIII.] | Capitolo [XIV.] | Capitolo [XV.] | Capitolo [XVI.] |
| Capitolo [XVII.] | Capitolo [XVIII.] | Capitolo [XIX.] | Capitolo [XX.] |
| Capitolo [XXI.] | Capitolo [XXII.] | Capitolo [XXIII.] | Capitolo [XXIV.] |
| Capitolo [XXV.] | Capitolo [XXVI.] | ||
DEL MEDESIMO AUTORE:
| Alla finestra | L. 3 — |
| Nella lotta | L. 3 — |
| La Contessina | L. 3 — |
| Sorrisi e lagrime | L. 3 50 |
DAL
PRIMO PIANO ALLA SOFFITTA
ROMANZO
DI
ENRICO CASTELNUOVO
Seconda Edizione.
MILANO
FRATELLI TREVES, EDITORI
1883.
PROPRIETÀ LETTERARIA.
Tip. Fratelli Treves.
DAL PRIMO PIANO ALLA SOFFITTA
I.
Qualunque spettacolo ci fosse sul Canal Grande, s’era sicuri di veder folla in palazzo Bollati. Figuriamoci poi quanta gente s’aspettasse quella domenica 7 ottobre 1838 in cui ci doveva essere la regata in onore di S. M. Ferdinando I, venuto insieme con l’augusta consorte a beatificare di sua presenza la fedele città di Venezia.
Già fin dalla mattina si vedeva una gran confusione, una grand’affaccendarsi dei servi a lavare i pavimenti, a spolverare i mobili, a fregar le maniglie degli usci, a mettere i damaschi fuori delle finestre. Il contino Leonardo, ragazzo di circa quindici anni, era giù alla riva in mezzo ai tappezzieri che stavano compiendo l’addobbo della bissona l’Uscocca, allestita per cura e a spese della famiglia Bollati, e nella quale egli stesso, il contino, sarebbe entrato più tardi. E alla riva c’era anche Tita, uno dei barcaiuoli di casa, col suo gondolino, che doveva prender parte alla gara e che portava il numero 6. Naturalmente, Tita aveva la testa piena del grande avvenimento e discuteva col padroncino circa al merito dei varii competitori ch’erano su per giù quelli dell’ultima regata. C’era però questa volta un giovine muranese, un tal Nane Sandretti detto Bisatto, di cui nessuno aveva sentito parlare fino a poche settimane addietro e del quale si pronosticavano miracoli. Sarà benissimo.... Forza ne aveva sicuramente, ma la forza non basta. Tita voleva mostrarsi imparziale; nondimeno egli doveva dire la sua opinione, ed era questa: che i Muranesi avessero a stare a Murano e a farsi le loro regate per sè. In quanto a lui, il Bisatto non gli faceva paura e con l’aiuto della Madonna sperava di guadagnarsi anche quest’anno la sua brava bandiera rossa. Non si lagnava del compagno che gli avevano dato, uno fra i pochi Castelani che sapessero tenere il remo[1]. Tita aggiungeva poi alcune savie considerazioni sul tempo che non era perfettamente sereno, ma che, secondo lui, si sarebbe mantenuto abbastanza buono fino a notte, sul riflusso che sarebbe cominciato fra le cinque e le cinque e mezzo, e su altri argomenti di non minore importanza. Anche il conte Zaccaria, padre di Leonardo, s’era alzato di buon mattino e girava su e giù per le stanze in compagnia dell’agente generale, sior Bortolo, descrivendogli l’accoglienze ricevute il dì prima da Sua Maestà, la quale s’era mostrata informatissima della grandezza dei Bollati e gli aveva detto subito!—Ah, Bollati.... nome storico.... conosco.—E il conte Zaccaria osservava che, quando si ha un nome storico, si ha l’obbligo di curarne lo splendore senza badar troppo al dispendio, e che già ci son certe spese le quali possono considerarsi più ch’altro una buona investita di capitali, e ch’egli non era pentito sicuramente d’aver fatto ristaurare il palazzo e addobbare l’Uscocca, perch’eran tutte cose le quali tornavano a lustro della famiglia. Parole d’oro a cui sior Bortolo, uomo furbo e discreto, si guardava bene dal contraddire.
Se il conte Zaccaria era disposto quella mattina a veder tutto color rosa, la nobildonna Chiaretta, sua illustre consorte, pessimista per indole, s’era svegliata d’umor più nero del consueto. Essa diceva chiaro alla cameriera che non vedeva l’ora che questa baldoria finisse, e ch’era una vita da cani, e che, se durava ancora un mese così, ci avrebbe rimesso la pelle. Meno male se l’amor proprio fosse stato soddisfatto. Ma ci voleva quel grullo di suo marito per contentarsene. Ormai tutti potevano avvicinare i Sovrani, tutti potevano andare a Corte, ed ella aveva avuto l’umiliazione di trovarvi certe donnette che non avrebbe ricevuto in casa sua, certe contesse di princisbecco che non si sapeva di dove venissero. Al gran ballo poi sarebbe stato uno scandalo addirittura. Eran stati messi in giro duemila inviti e s’era dovuto discendere fino ai nobili dell’Ordine dei segretarii, fino ai cavalieri della Corona di ferro di terza classe, fino ai mercanti arricchiti e alle loro femmine. Che più? Si diceva, ma questo la contessa Chiaretta non voleva crederlo, che ci sarebbe stata anche la moglie d’un banchiere ebreo. In verità, eran cose che a pensarci facevano salire i rossori al viso, e quando Sua Eccellenza Chiaretta ci pensava, le veniva quasi quasi la voglia di affigliarsi alla setta della Giovine Italia. Intanto oggi c’era la seccatura di vedersi il palazzo pieno di gente, forestieri in gran parte, per merito soprattutto del suo signor genero e della sua signora figliuola, che quand’erano a Venezia le intedescavano la casa.
La contessina Maddalena Bollati, figlia primogenita delle loro Eccellenze Zaccaria e Chiaretta, s’era sposata due anni addietro, uscita appena dalle Salesiane, col signor marchese Ernesto Geisenburg-Rudingen von Rudingen ufficiale degli ussari, possessore di molte terre e castella in Moravia. Matrimonio levato a cielo dagli uni, aspramente censurato dagli altri, tanta è la varietà degli umani giudizii. Per noi due cose sole son certe: primo, che il nome del marchese Ernesto Geisenburg-Rudingen von Rudingen figurava nell’almanacco di Gotha, e, via, ci pare che bisogni discorrer con qualche riguardo d’una persona ch’è registrata nell’almanacco di Gotha; secondo, che il detto signor marchese possedeva quella prosopopea che si conviene ai grandi personaggi. La boria dei Bollati non era nemmeno paragonabile a quella del loro signor genero. L’aristocrazia veneziana si sa, visse sempre in dimestichezza col popolo e il suo orgoglio di casta prese tutt’al più la forma d’una famigliarità impertinente. Ma l’aristocrazia tedesca non ammette scherzi e vuol far capire ai semplici mortali ch’è già una sua gran degnazione s’ella permette agli altri di tirare il fiato alla sua presenza. Siccome poi il marchese Ernesto aveva appiccicato le sue belle qualità alla consorte, così la vicinanza della nobilissima coppia faceva l’effetto d’una pietra da mulino sullo stomaco.
I coniugi Geisenburg-Rudingen von Rudingen, venuti a Venezia apposta per ossequiare le LL. MM, erano ospiti in casa Bollati da due settimane, e proprio nel momento in cui la contessa Chiaretta si sfogava in querimonie con la cameriera, la marchesa Maddalena strapazzava in tedesco la sua Zimmermädchen, e il marchese Ernesto con l’aiuto d’un servo si metteva il busto e si stringeva la vita. Bisogna notare che il marchese, afflitto da obesità prematura, doveva far sforzi erculei per dissimulare la sua imperfezione e per esser contenuto nella sua succinta divisa di capitano di cavalleria. E quando tra lui e il servo avevano sudato due buone ore, il signor marchese acquistava l’apparenza di un 8 pietrificato. Si capisce come queste condizioni fisiche non gli permettessero di restar nell’esercito, ed egli infatti aveva chiesto e ottenuto la sua licenza, conservando però il diritto di vestir l’uniforme.
Non sarà inopportuno per ultimo di dare una capatina in una stanza del secondo piano dove si trova inchiodato da due anni per una paralisi alle gambe il padrone vecchio, l’ottuagenario conte Leonardo, comandante di galera ai tempi della Serenissima. Lungo, stecchito, grinzoso, il conte Leonardo era sdraiato sur una poltrona presso una finestra che guarda il Canalazzo, mentre dietro di lui un barbiere antidiluviano gli pettinava il parrucchino e gli ravviava i quattro peli tinti delle basette. Il conte Leonardo, che aveva ancora sciolta la lingua e pronta la memoria, stava passando in rassegna le innumerevoli regate a cui aveva assistito nella sua vita. Gl’importava molto di veder quella d’oggi, egli che aveva visto quelle per l’Imperatore Giuseppe II, per i duchi del Nord, per il conte di Haga, per Napoleone e pel principe Eugenio!
E il barbiere, rincarando la dose, soggiungeva:—Chi ha visto ciò che si faceva sotto San Marco non ha più nulla da vedere. Eh, lustrissimo, a pensare che se invece di quel minchione del Condulmer ci fosse stato lei a capo della flotta, avremmo ancora la nostra Repubblica!...
—Via, via—rispondeva modestamente Sua Eccellenza—la cosa non era tanto facile.... Quei maledetti Francesi erano un osso duro da rodere.
Ma il barbiere non si dava per vinto.
—Ci son mancati gli uomini, ecco il male. Il cavalier Emo era morto, e il solo che potesse supplirlo era tenuto in un posto subalterno. Così ci son capitate addosso tutte le disgrazie. Prima quei matti del Governo democratico, poi i patatuchi, poi i Francesi, poi i patatuchi da capo, che il diavolo se li porti....
Il conte Leonardo gli diede sulla voce:
—Non vi fate sentire dal marito di mia nipote.
L’altro si strinse nelle spalle.—Io non sono che un miserabile insetto, ma Vostra Eccellenza sa che quel matrimonio....
—Non l’avete mai potuto digerire.
—A me non toccherebbe parlare, ma santo Iddio, c’era proprio bisogno che una damigella Bollati andasse a cercarsi lo sposo laggiù?
—Cosa volete? Si sono innamorati del nome.
—Un nome che riempie la bocca.... Bel gusto.
—Un gusto come un altro... Per me tanto li ho lasciati fare, che non ho mai voluto perdere il mio tempo a raddrizzar le gambe ai cani.... E.... che novità ci sono in paese?
—Ma! Tutte queste feste....
—Ne ho intronata la testa da mio figlio e da mia nuora.... Novità d’altro genere?...
—Non saprei.... Pare che il Patriarca si sia intromesso perchè il nobil’uomo Zulian riprenda in casa la moglie.
—La riprenderà, la riprenderà.... Anche suo padre ha fatto lo stesso.
Gli occhi del vecchio luccicarono.
—Vostra Eccellenza ne sa qualche cosa—soggiunse maliziosamente il barbiere.
—In temporibus illis.... E poi?
—Dicono che la signora Giuliana Polo non voglia più fra i piedi Sua Eccellenza Barbarigo...
—Scene di gelosia a settant’anni?
—Pare che la signora Giuliana abbia colto l’amico in flagranti.
—Eh?—esclamò il conte Leonardo sbarrando gli occhi.—In flagranti? Con chi?
—Non saranno state che carezze innocenti..... con la cameriera.
—Briccone d’un Barbarigo!... Avanti.
—Hanno messo il sequestro sui beni dei Napodano.
—Era da aspettarselo.... È finito?
—È morto il ragazzo Partecipazio.
Il nobil’uomo Leonardo tentennò il capo.—Ecco un’altra grande famiglia che s’estingue. Povero Libro d’oro!
—Speriamo che i Bollati durino ancora per secoli—disse il barbiere.—In sæcula sæculorum.
—Uhm!—borbottò tristamente il vecchio patrizio. E troncò il colloquio.
NOTE:
[1] È noto che i popolani di Venezia si distinguevano in Castelani e Nicoloti, secondo ch’erano nati e battezzati nell’una o nell’altra parte della città. Per antica consuetudine, nella regata si mette in ciascun gondolino un Castelano e un Nicoloto, assicurando così un uguale successo alle due frazioni.
II.
La regata doveva cominciare alle cinque pomeridiane, ma fin dalle quattro il piano nobile del palazzo formicolava di dame e di cavalieri, e il conte Zaccaria col pomposo genero a fianco conduceva in giro per l’appartamento tre o quattro austriaci d’alto affare, duri, impettiti, coperti di decorazioni. Era un bel palazzo davvero quello ch’egli mostrava a’ suoi ospiti, uno di quegli edifizi maestosi e leggiadri ad un tempo di cui gli architetti moderni hanno perduto il segreto. Stile del classicismo avviato alla decadenza, lo dicono le Guide, e ne attribuiscono la costruzione al Sansovino o a uno dei suoi discepoli. Cinquant’anni fa, esso era anche uno dei pochi palazzi veneziani che nell’interno serbassero il carattere primitivo. Dalle travi dello spazioso androne pendevano due grandi fanali che avevano già appartenuto a due galere della Repubblica; il soffitto della lunga sala era adorno di elegantissimi stucchi che incorniciavano degli affreschi non privi di merito; sopra gli usci che nella sala stessa s’aprivano a destra e a sinistra c’erano dei ritratti di famiglia, quali col corno ducale in testa, quali in armatura, quali con la zimarra senatoriale, quali col vestito paonazzo a larghe maniche dei procuratori di San Marco. Altri quadri coprivano le pareti, e fra i molti ce n’erano alcuni realmente pregevoli, un Tintoretto, un Palma giovane, un Paris Bordone. Il salotto di ricevimento, i cui muri erano coperti d’arazzi di Francia, aveva un caminetto di marmo scolpito dal Vittoria, un’antica lumiera di Murano e due bei candelabri di bronzo, che riproducevano in assai minori proporzioni i due famosi della Cappella del Rosario a’ SS. Giovanni e Paolo. Pesanti cortine di damasco rosso, un po’ sfilacciate e sgualcite, moderavano la luce ch’entrava dall’ampie finestre, e la medesima stoffa rivestiva i seggioloni dagli alti schienali intagliati ch’erano disposti in giro simmetricamente e davano alla stanza un aspetto grave e solenne, come se dovesse a ogni momento adunarvisi il Consiglio dei Dieci. Nel salottino attiguo si ammiravano alcuni quadretti del Canaletto e del Longhi e due pastelli di Rosalba Carriera. E qua e là, nell’altre parti del palazzo, erano pure oggetti artistici di pregio, senza contare le argenterie, le maioliche, le porcellane. Si diceva, per esempio, che la collezione di vecchio Sassonia ch’era stata acquistata dal nobil’uomo Cristoforo Bollati durante la sua ambasciata a Vienna fosse la più bella che c’era in Venezia.
Mentre che il conte Zaccaria faceva da cicerone agl’illustri forestieri e il marchese genero gli serviva da interprete, gli altri invitati si pigiavano nel salotto degli arazzi intorno alla languida contessa Chiaretta, o, prudentemente, prendevano il loro posto sul poggiuolo o davanti a qualche finestra per goder meglio dello spettacolo.
Chi ha un po’ l’abitudine della società sa benissimo che in ogni ricevimento, in ogni festa c’è un manipolo di persone alle quali nessuno bada e che i servi stessi dimenticano volontieri nell’andar in giro coi rinfreschi. Sono i parenti poveri, i vecchi conoscenti di famiglia, i maestri dei bimbi, tutta gente a cui s’è detto a bocca stretta:—Se venite ci farete un piacere—lasciando sottintendere un’altra frase—Se non venite, ce ne farete due.
In questa condizione umiliante si trovavano quel giorno il conte Luca e la contessa Zanze Rialdi, cugini dei padroni, relegati insieme con la loro figliuola Fortunata a una finestra di fianco che dava sul rio e dalla quale il Canal Grande si vedeva solo in iscorcio. Nè la finestra era esclusivamente per i Rialdi, chè anzi essi dovevano dividerla con Don Luigi, precettore del contino Leonardo, e con un’altra signora soprannominata la contessa Ficcanaso per la rara abilità con cui essa riusciva a insinuarsi dappertutto e a saper tutti i pettegolezzi della città.
La contessa Zanze e la contessa Ficcanaso si facevano mille moine, ma in fondo non si potevano soffrire. E quel giorno poi a trovarsi appaiato nella stessa mortificazione provavano una stizza grandissima.—Che vogliano levarsi dai piedi la Ficcanaso—pensava la contessa Zanze—questo si capisce, ma un trattamento simile a me, che sono della famiglia!—E l’altra diceva in cuor suo:—Facciano quante asinerie vogliono a una parente povera; chè già quella è una vera mignatta, ma usino i dovuti riguardi a una persona del mio grado.
Malgrado del disprezzo reciproco, è probabile però che le due contesse si sarebbero sfogate a sparlar dei padroni di casa se la presenza di don Luigi non le avesse tenute in riga. E sì che don Luigi della roba sullo stomaco ne aveva anche lui, e aveva una voglia di dirne quattro! Per San Filippo Neri! Un sacerdote par suo, un letterato, il precettore del padroncino, il cappellano della famiglia, cacciarlo in un angolo come se fosse una spazzatura, come se si vergognassero di lui! E si vantavano d’esser gente devota alla Chiesa! Queste cose don Luigi le aveva sulla punta della lingua, ma non le diceva per paura degli altri, e specialmente di quelle femmine chiacchierone. Così, per darsela ad intendere a vicenda, il prete e le due signore andavano a gara nel levare a cielo la bellezza degli addobbi, il buon gusto dei ristauri e lo sfarzo con cui si faceva tutto in casa Bollati, e solo di tratto in tratto si permettevano qualche osservazione a carico dell’una o dell’altra fra le dame raccolte nel geniale ritrovo. Erano allusioni velate, erano suggestioni piene di carità evangelica, erano timidi dubbi seguìti dall’onesta frase: Non bisogna credere alle cattiverie del mondo;—erano lamentazioni generiche sul pervertimento dei costumi e sulle gravi conseguenze della vanità.
Nè il conte Luca, nè Fortunata prendevano parte a siffatte mormorazioni. Il conte Luca non aveva fiele, e per lui, a metterlo in disparte, gli facevano un piacere fiorito, chè alla società egli non si era mai potuto avvezzare, e della Regata non gliene importava un’acca, e sarebbe rimasto ben volentieri a casa sua, davanti alla scacchiera, l’unica passione della sua vita, a studiarvi un problema intorno al quale ammattivano da più giorni gli avventori del caffè alla Vittoria. In quanto a Fortunata, ch’era una ragazzina timida e sbiadita di dodici anni e mezzo, non le veniva neppure in capo di lagnarsi del posto che le avevano assegnato. Di dove era, allungando un po’ il collo, ella vedeva benissimo il Canal Grande, vedeva perfino le signore che si facevano fresco sul poggiuolo d’un palazzo prospettante il palazzo Bollati.
Sotto la sua finestra poi, all’imboccatura del rio, c’era un grosso battello che serviva a sbarrare il passaggio (come s’usa nei giorni di regata), ed era pieno di gente allegra, uomini, donne, fanciulli che ingannavano il tempo mangiando semi di popone e disputando romorosamente intorno all’esito probabile della gara. C’erano due partiti. Gli uni tenevano per Tita Oliva, gli altri, meno numerosi, per quel Nane Sandretti detto Bisatto ch’entrava in regata per la prima volta. Tita, come sappiamo, era il gondoliere di casa Bollati, e quando lo si nominava, tutti gli occhi si alzavano verso la finestra a cui era affacciata la ragazza Rialdi.
Il cuore di Fortunata batteva anch’esso per Tita, ch’era sempre gentile con lei e che la chiamava padroncina. Nel venir a palazzo essa lo aveva incontrato per istrada già vestito da regatante, con la sua fascia rossa intorno alla vita, l’aveva incontrato insieme con tre o quattro altri compari, ed egli aveva salutato rispettosamente lei, il conte Luca e la contessa Chiaretta, e aveva detto:—Adesso si va col gondolino ai Giardini, e speriamo bene.
Come la Fortunata gli augurava il trionfo! Come si sentiva inclinata verso quelli che parteggiavano per lui, come l’indispettivano i fautori di quel Nane Bisatto che aveva la petulanza di venir a lottare coi provetti!
Un fremito di voci umane, un rumore crescente di applausi annunziò l’avvicinarsi delle gondole di Corte, le quali, precedute e seguìte dalle bissone, facevano il giro del Canal Grande prima che i gondolini della regata si mettessero in moto. Il corteggio passò e ripassò come un lampo davanti al palazzo Bollati, dove le signore sventolavano i fazzoletti e gli uomini gridavano con quanto fiato avevano in corpo: Viva l’Imperatore, viva l’Imperatrice! È utile rammentare a questo proposito che, quantunque anche in quel tempo vi fossero in Venezia uomini gagliardi e generosi pronti a versare il loro sangue per l’indipendenza della patria, e non mancassero gli affigliati alla Giovine Italia, la grande maggioranza della popolazione accettava rassegnata il dominio austriaco e applaudiva i Sovrani col solito entusiasmo della folla per tutto ciò che brilla ed abbaglia.
—Viva, viva!—strillava Fortunata con la sua vocina. E continuava, rossa dall’emozione:—Ah, ecco l’Uscocca, ecco l’Uscocca.... Mamma, babbo, presto, guardate Leonardo.... Come sta bene!
In ginocchio sulla prora della sua svelta ed elegante bissona, sotto un baldacchino tutto veli e frangie inargentate, il contino Bollati animava i rematori col gesto e con la voce, e pareva un antenato di sè medesimo alla battaglia di Lepanto.
—Ah!—seguitava la fanciulla in preda a un nuovo parossismo d’ammirazione.—E quella è la lancia del collegio di marina... ci dev’esser Gasparo lì dentro... sì, sì... eccolo là.... Babbo, mamma... non lo vedete?... È lui che governa il timone....
—Sì, sì, cara—rispondevano i genitori—non spingerti tanto fuori dal davanzale.
Gasparo era il fratello maggiore di Fortunata, allievo dell’Accademia di marina, e prossimo a uscirne cadetto.
La fulgida visione disparve, e di lì a poco s’intese il cannone che annunziava la partenza dei regatanti dalla punta dei Giardini pubblici. Un lungo mormorio corse attraverso la folla accalcata sulle due rive del Canalazzo; poi si fece uno di quei silenzi solenni in cui si sente palpitare il cuore d’un popolo. Oggi scaduta dalla sua importanza, la regata era fino a trent’anni fa lo spettacolo favorito dei Veneziani. A ogni modo, essa era ed è sempre lo spettacolo popolare per eccellenza. La lotta dei gladiatori in Roma antica, la corsa dei tori in Ispagna trovano forse una maggior partecipazione in tutte le classi sociali, ma nessuna festa scuote più vivamente le fibre della moltitudine. Quanto tempo prima se ne discorre nei traghetti, per le osterie, nelle case, nei trivii, quanto tempo dopo si continua a parlarne! E il giorno della prova, mezza Venezia si spopola per riversarsi sull’altra metà. La gente s’insacca nelle barche, nelle peate, nei battelli d’ogni forma e misura, fa ressa sulle fondamenta, paga volentieri qualche soldo per assicurarsi una seggiola o un posto sopra qualche panca, o s’arrampica sugli sporti delle fabbriche, sull’inferriate delle case, sui piedestalli dei candelabri, o s’addensa dietro le spallette del ponte di Rialto, la cui mole maestosa e severa sembra acquistare il moto e la vita a quell’ondeggiamento di teste. E in quel giorno più che mai il popolo è superbo della sua Venezia, e s’inebbria in quel tripudio di colori e di luce onde ogni cosa s’anima e si trasfigura, dal freddo marmo dei palazzi gotici, arabi, lombardeschi, barocchi, alle carni pastose e alle fulve o brune chiome delle donne e delle fanciulle.
Ma ecco nuovamente venir di lontano un rumore che somiglia al muggito del mare, ecco una viva ansietà dipingersi nei volti, ecco tutti gli sguardi tendere a un punto.
—Son vicini...
—Son qui...
—Chi è il primo?
—Non si capisce.... C’è il sole che confonde la vista.
Il conte Zaccaria, gonfio e pettoruto pel bel successo della sua Uscocca, aveva annunziato come cosa sicura a’ suoi ospiti che il primo sarebbe stato il gondolino rosso N. 6 a poppa del quale vogava il suo Tita Oliva. Ma, ohimè, il gondolino N. 6 non era che il secondo, e anche questo secondo posto gli era fieramente contrastato dal gondolino viola N. 4; l’uno e l’altro poi erano preceduti d’un buon tratto dal gondolino celeste N. 8, su cui si trovava il formidabile Nane Bisatto. I gondolini 5 e 7 si disputavano il quarto premio, gli altri, ormai disperati di riuscire, venivano dietro lentamente a grande distanza.
—Non è deciso nulla—disse il conte Zaccaria facendo di tutto per nascondere il proprio dispetto.—Riderà bene chi riderà ultimo.
Infatti i gondolini dovevano ancora giungere al punto estremo del Canal Grande, a Santa Chiara, poi girare intorno a un palo che qui chiamano il paletto, e rifare una gran parte del cammino fin presso l’imboccatura del rio Foscari, ove sorge la cosidetta Macchina, ch’è una elegante baracca di legno improvvisata sull’acqua e segna la meta ultima della corsa. In tal maniera, da tutti i palazzi che stanno tra il rio Foscari e Santa Chiara, i regatanti si vedono due volte, cioè all’andata e al ritorno. E realmente il ritorno può serbare non piccole sorprese, e tale che chi era primo diventa secondo, e tal altro che pareva ormai fuori d’ogni speranza accenna a conquistarsi valorosamente la sua bandiera. Ma questa volta gl’intenditori dicevano chiaro e tondo che a Nane Bisatto il primo premio non lo portava via neppure il Padre Eterno, giacchè c’era troppa distanza tra lui e il gondolino di Tita Oliva, ed era già molto se quest’ultimo poteva mantenersi il secondo e non esser sorpassato dal gondolino N. 4, quello dove c’era Menico Fichetti da Pellestrina, un giovine piccolo e sottile, ma che aveva nervi d’acciaio.
Questi discorsi si tenevano anche nel barcone ch’era fermo all’imboccatura del rio sotto il palazzo, e Fortunata che aveva preso tanto a cuore la causa di Tita, si metteva nei panni di lui e aveva una gran voglia di piangere.
La contessa Zanze, la contessa Ficcanaso e don Luigi erano in disposizione d’animo affatto diverse, e, poichè il fiasco del barcajolo veniva a ricader sui padroni, ne provavano una segreta esultanza, che non esprimevano apertamente, ma che lasciavano trapelare. Don Luigi faceva delle riflessioni filosofiche sulla caducità delle cose umane, sullo sperpero del danaro pubblico e privato in feste e in bagordi e sul poco giudizio che c’era a distrarre i ragazzi dagli studi per farli andare sulle bissone.... Con quella voglia che avevano di studiare! Le due contesse assentivano appieno alle savie parole del sacerdote, tanto più che il servo aveva presentato loro il vassoio dei dolci quando tutti s’erano già preso il buono e il meglio, e ciò le aveva esacerbate fuor di misura.
Ma il dialogo fu troncato dal riapparire dei regatanti. Ora, la finestra sul rio guardava precisamente verso la parte dalla quale i gondolini tornavano, e Fortunata vide ben presto che il viola continuava ad essere il primo e aveva aumentato anzichè diminuito l’intervallo che lo separava dagli altri. Il valore di Nane Bisatto aveva finito ormai col trascinare i più restii, e, con una volubilità che afflisse e irritò Fortunata, parecchi tra i fautori del suo protetto si unirono anch’essi a quelli che applaudivano l’eroe della giornata. Ma quel che è peggio, il gondolino rosso non era più nemmeno il secondo, non era nemmeno il terzo; era il quarto, quello a cui era destinato l’ultimo, premio, la bandiera gialla e il relativo porcellino, quasi un’onta per Tita, avvezzo ai primi trionfi. Povero Tita! Egli non osava alzar la testa, vogava per l’onor delle armi, ma avrebbe preferito esser sott’acqua lui e il suo gondolino, piuttosto che sentire tutti quegli sguardi fissi sopra di sè, piuttosto che passar davanti al palazzo dove c’erano i padroni e tanti ospiti d’alto affare. Tita non si ricordava in quel momento di Fortunata, oppure ell’era la sola che, pensando alla sua umiliazione, aveva gli occhi pieni di lagrime. I padroni invece erano irritatissimi, dicevano che Tita non era più buono a nulla, e che aveva compromesso il decoro della casa, e che meritava d’essere strapazzato senza misericordia.
Questo incidente fece sì che in palazzo Bollati si gustasse meno l’ultima parte, pur così bella, dello spettacolo, quando cioè tutte le barche prima raccolte, ristrette ai due lati del Canal grande, pigliano il largo e formano un suolo galleggiante che copre e nasconde la superficie dell’acqua. È per solito l’ora del tramonto, e gli ultimi raggi del sole scintillano sui ferri bruniti delle gondole, sfolgorano con bagliori d’incendio sui vetri delle finestre, danno risalto alle dorature e alle stoffe colorate delle bissone, alle livree dei gondolieri, agli abbigliamenti delle signore, alle vesti chiassose delle popolane. Ed è un suono di musiche allegre, un vociare confuso, uno strepito di remi che si urtano, di ferri che cozzano, di carene che scricchiolano. Indi cala lento lento il crepuscolo, la folla si disperde, il rumore a poco a poco svanisce, e il Canalazzo ritorna nell’usato silenzio.
Frattanto, giù nell’entratura di Cà Bollati, Tita sedeva accasciato sopra una panca, e non sapeva risolversi a salir dalle loro Eccellenze dopo lo smacco subìto. Parecchi amici e compari gli facevano corona e si sforzavano di calmar la sua agitazione e di persuaderlo a presentarsi ai padroni con la faccia franca, chè già non l’avrebbero mica mangiato vivo seppure una volta la fortuna gli era stata contraria. In quel gruppo di confortatori c’erano anche alcune donnette, una sua sorella tra l’altre, bel tipo di veneziana da Cannareggio, con certi occhi neri e lucenti come due carboni e con una parlantina inesauribile.
—Oh, corpo de diana—ella diceva al fratello—vorrei anche vedere che ti trattassero con mala grazia. Io risponderei: Lustrissimi, credono che a vogare in regata sia lo stesso che a starsene lunghi distesi con la pancia in giù sui cuscini d’una bissona?... Eh, non ho peli sulla lingua io....
Tita s’impazientiva.—I rimproveri dei padroni sono il meno... È l’amor proprio.
—To’, non la può mica andar sempre bene... Una volta corre il cane e l’altra il lepre... È stato così dacchè mondo è mondo.
—Siora Cate ha ragione—soggiungeva un vecchio gastaldo d’un traghetto vicino, persona assai autorevole—non c’è ragione di tribolarsi... E lascialo dire a chi se ne intende... Bisatto non è degno d’allacciarti le scarpe... E se ha vinto oggi, a rivederci domani.
—È stato quel colpo di vento alla Punta della Salute—ripigliò un altro.—C’ero io, c’ero. Bisatto l’ha sentito meno perchè il suo gondolino si trovava più a destra.
Ma Tita non voleva esser consolato e andava in escandescenze, soprattutto quando la sua umiliazione gli era rammentata dai guaiti del porcellino che giaceva in un angolo, più morto che vivo.
—Povera bestia!—esclamò la Cate, chinandosi sull’infelice animale in atteggiamento di suora di carità.—Come se ne avesse colpa!... È tutto ammaccato... Che ragione c’era di pigliarlo a calci? Che se poi crepa di bile, non è più buono da mangiare.
—È vero—notò gravemente un nuovo personaggio comparso in quel punto. Era il signor Oreste, il cuoco, in abito da signore, col metternicche in testa, una collana d’oro al collo e uno spillone di diamanti sulla camicia.—È vero—egli riprese dopo una pausa. E inventandosi apposta un proverbio per l’occasione continuò:—Bestia ben trattata buona in pignatta.... E questa qui non ha bisogno d’altre disgrazie.... Conviene ingrassarla per una settimana, e poi si potrà farne uno stufatino con la salsa piccante....
—Ma che stufatino!... Ma che salsa piccante!—interruppe la Cate.—Meglio arrosto.
—Scusi, siora Cate, è troppo piccolo.
—Alla malora il porco e i suoi protettori—urlò Tita in una recrudescenza di furore.—Ch’io possa morire d’un accidente se di quel porco lì ne assaggio un boccone.... L’avevo detto al mio compagno che se lo tenesse tutto per lui.
Ma la sorella, ch’era una giovane savia e positiva, protestò contro quest’idea bislacca.—Neanche per sogno.... Quello ch’è giustizia.... Ciascuno la sua parte.
—Belle parti che si faranno—disse il signor Oreste con piglio sprezzante, accennando alla piccolezza dell’animale.
—O che non potrebbe attendere alle sue casseruole, sior piavolo?—rimbeccò la Cate, che non poteva soffrire il cuoco, il quale un giorno aveva voluto mettere a troppo caro prezzo un piatto di polpette ch’egli le aveva regalate.
—Ehi, ehi, la mia tosa, che fumi vi montano alla testa?
—Zitto—sussurrò qualcheduno—che c’è sior Bortolo.
Infatti, l’agente generale discendeva dalla scaletta del mezzà in compagnia d’un signore dai baffi grigi che faceva il sensale di mutui e godeva di una mediocre riputazione.
—Siamo intesi, caro Bellani... Combinando l’affare l’un per cento a me....
In quel punto la porta della scala di servizio si aprì con violenza, e un cameriere in livrea gridò tutto trafelato.—Che qualcheduno vada subito in farmacia a cercare un medico.... Dal dottor Zuliari andrò io... È venuto un deliquio a Sua Eccellenza Leonardo.
III.
Il deliquio del vecchio conte non durò che pochi minuti, ma i medici, considerando l’età avanzata e il fisico indebolito di Sua Eccellenza, lo giudicarono un sintomo gravissimo e non tacquero le loro inquietudini alla famiglia. Nè s’apponevano a torto; chè di lì a qualche giorno apparve evidente che il nobil’uomo Leonardo Bollati, patrizio veneto e comandante di galera sotto la Serenissima, si spegneva a oncia a oncia, come lampada a cui manchi l’olio. Egli conservò per altro sino all’ultimo la lucidezza della mente, e quando s’accorse d’essere ormai bell’e spacciato, chiamò al suo letto il figliuolo e gli tenne all’incirca questo discorso:
—Lasciamo i preamboli, perchè non ho tempo da perdere. Presto sarete voi il capo della famiglia di nome e di fatto. È dunque bene che sappiate, se non ve ne foste ancora accorto, che, da un secolo a questa parte, c’è in casa nostra tutta la disposizione ad andare in malora. La mia colpa ce l’avrò anch’io, ma si è cominciato molto prima di me a spendere più di quello che si poteva. Se cercherete su nell’archivio le lettere del vostro prozio Almorò, ambasciatore a Parigi, vedrete ch’egli domandava 120 mila franchi all’anno per lui solo e l’agente aveva un bel da fare a trovarglieli. E vedrete anche la polizza delle spese occorse per le feste date in occasione della nomina a Procuratore di San Marco di vostro nonno e mio padre Zaccaria. Oh bazzecole! venti mila ducati! Notate che in quei tempi c’era ogni tanto la sua brava eredità che capitava in buon punto a colmare i vuoti. Ma adesso i pochi parenti che ci restano son tutti spiantati, e non so quali eredità si possono sperare.... Se non fosse da parte dei Rialti....
Questa supposizione parve sì comica al conte Leonardo ch’egli si mise a ridere, e, poichè il riso gli fece venire la tosse, dovette interrompere la sua arringa.
—Sì, sì—egli riprese di lì a un paio di minuti—tutti ebbero le mani bucate nella nostra famiglia. Non è da eccettuarsi che una bisavola, la quale aveva invece la manìa dell’avarizia, e, fra l’altre cose, lasciò alla sua morte una cinquantina di pacchi di curadenti con scrittovi sopra: usati, ma servibili. Insomma quello che volevo dirvi si è ch’è necessario metter giudizio; se no vi assicuro io che, nonostante i due dogi, i tre procuratori e gli altri illustrissimi personaggi che vantiamo per antenati, di tutte le nostre ricchezze non ci resterà fra poco il becco d’un quattrino. E queste cose ditele alla mia degnissima nuora, che non si sa proprio come spenda il danaro, perchè le nostre vecchie si divertivano, e quella lì consuma una sostanza in caffè, cioccolata, baicoli e paste sfogliate. Badate poi al vostro figliuolo Leonardo, che giurerei destinato a restare un somaro e a diventare un cattivo soggetto. Finalmente credo utile avvertirvi che tutti i nostri dipendenti ci succhiano il sangue come tanti vampiri, cominciando dall’agente generale sior Bortolo e terminando coll’ultimo fattore di campagna. Già saprete il proverbio: Fame fator un ano, e se moro de fame xe mio dano. Non vi suggerisco di cambiarli, perchè ne prendereste di quelli che vi ruberebbero ancora di più; solamente tenete gli occhi aperti e procurate di far meglio di quello che ho fatto io. Io me ne lavo le mani. È il meno che si possa fare quando si va all’altro mondo.
In complesso il sermone del conte Leonardo era pieno d’idee giudiziose, ciò che prova come tutti gli uomini in punto di morte abbiano l’attitudine a dar buoni consigli, perchè sanno di non doverli più avvalorar con l’esempio, e perchè non temono più le conseguenze dei sacrifizi che suggeriscono agli altri.
E invero quando, dopo pochi giorni, Sua Eccellenza morì con tutti i conforti della religione, il suo testamento parve fatto apposta per ismentire le savie massime ch’egli aveva predicato, tanti e di tante specie erano i legati che imponeva all’erede. Ce n’era sotto forma di elargizioni a opere pie, di somme da pagarsi in una sol volta a parenti ed a amici, di elemosine ai poveri, di pensione alla servitù, ecc., ecc. Nè mancavano istruzioni precise, minute, circa ai funerali che dovevano essere tra i più splendidi che si fossero visti.
Questi funerali i vecchi parrocchiani se li ricordano ancora. Essi si ricordano perfettamente quanti minuti impiegasse il corteo per giungere dal palazzo alla chiesa, quanti preti, quante confraternite, quante rappresentanze civili e militari, quanti servi di casa, quanti gondolieri di famiglie patrizie vi prendessero parte, e che folla di curiosi venisse in coda, donne, ragazzi, pezzenti d’ogni età e d’ogni sesso, che, trattenuti a fatica dai fanti del Municipio, si accalcavano gli uni sugli altri, mormorando per non aver potuto avere il torcetto. In chiesa poi era uno spettacolo imponente. Le pareti e i pilastri erano rivestiti di drappo nero con galloni d’argento, un gran catafalco con iscrizioni ai quattro lati s’ergeva nel mezzo, le fiamme oscillanti dei ceri abbarbagliavano gli occhi e gettavano in faccia dei buffi d’aria infocata. Dopo che il feretro fu issato sul catafalco, intorno al quale stavano ritti ed immobili quattro pompieri con le spade nude e quattro servitori con le torce accese, principiò la cerimonia religiosa, una cerimonia che non voleva finir mai. Le onde sonore che partivano dalla cantoria accrescevano, s’era possibile, il caldo affannoso, la gente, stipata come le sardelle in barile, si rasciugava i sudori con la manica del vestito (seppur le riusciva di alzare il braccio), e di tratto in tratto, non potendone proprio più, metteva dei muggiti simili a quelli del mare in burrasca. Insomma, quando piacque a Dio, il parroco pronunziò l’assoluzione e il funerale si mosse. Ci fu di nuovo un serra serra, qualche bimbo rischiò di restar schiacciato, qualche donna cadde in deliquio, ma non s’ebbero a deplorare disgrazie maggiori. Nel campo davanti alla chiesa un picchetto di soldati di marina rese alla bara gli onori militari; poi, non usandosi in quei tempi i discorsi, la bara fu accompagnata sino al canale, e venne deposta in una peota riccamente addobbata, nella quale salirono i famigli del defunto, alcuni pompieri e fanti del Municipio. La peota preceduta da una barca con la musica e seguita da uno stuolo di gondole si diresse verso il cimitero di San Michele di Murano.
La folla si disperse da varie parti. Solo un centinaio di poveri (donne in gran parte) s’avviarono al palazzo per buscarsi qualche soldo d’elemosina.
Sior Bortolo, il quale, soffrendo un po’ d’asma non era andato in chiesa, ebbe un bel da fare a liberarsi da quest’arpie ch’eran riuscite a penetrar nel mezzà e lo assordavano delle loro querimonie.
—A mio marito non hanno dato nemmeno una candela.
—Ho quattro creature, io....
—Son due giorni che non si accende fuoco in casa....
—Sono un povero vecchio impotente....
—Ho il figliuolo coscritto.
—Andate in pace—diceva sior Bortolo—chè già nel testamento di S. E. Leonardo c’è un legato pei poveri della parrocchia.
—Oh paron benedeto!—stillavano alcune di quelle megere—di quei soldi lì noi altri non ne vediamo.... Se li mangia il pievano.
—Eh, vergogna. Che discorsi!
—Pur troppo, sior Bortolo.... Pur troppo la è sempre così.
—Se anche non li mangia tutti—soggiungeva una femmina d’opinioni moderate—li distribuisce a suo modo, a chi non li merita, a chi non ha bisogno.... Sia buono, sior Bortolo, ci dia qualche cosa.
Sior Bortolo si lasciava commuovere e cacciava le mani dentro un cassetto.—Uno alla volta.... Marco.
Marco era un fattorino addetto all’agenzia.
Sior Bortolo gli diede una manata di soldi con l’incarico di licenziare tutta quella gente, e Marco ricorrendo a sior Bortolo ogni volta che la provvista era esaurita, persuase i postulanti ad andarsene. In questa delicata operazione egli seppe far in modo che qualche mezza svanzica si smarrisse nelle tasche della sua giacchetta. Sior Bortolo, dal canto suo, nel registrare la sera tutte le spese innumerevoli della giornata, stimò opportuno di arrotondare la cifra, sembrandogli forse che il decoro della nobile famiglia Bollati esigesse di far comparire nei libri una somma maggiore del vero.
Sua Eccellenza il conte Leonardo Bollati, che scendeva sotterra in quel giorno d’ottobre 1838, non era un grand’uomo, come volevano far credere i suoi panegiristi. Egli aveva avuto la fortuna di conquistare in gioventù una certa riputazione di valore combattendo sotto gli ordini dell’ammiraglio Emo nell’impresa di Tunisi, e aveva avuto l’abilità di conservar quella riputazione, non mettendola mai alla prova. Così più d’uno aveva creduto (e abbiamo visto che tale era anche l’opinione del vecchio barbiere) che se, nel 1797, egli fosse stato alla testa della flotta, le cose sarebbero andate diversamente.
Caduta la Repubblica, Sua Eccellenza non volle più servire nè sotto il Governo democratico che le succedette per pochi mesi, nè sotto alcuno dei Governi che si avvicendarono poi, e quest’atto, che forse in lui era da attribuirsi a sola pigrizia, fu interpretato quale una protesta dignitosa contro i nuovi ordinamenti politici della patria. È vero che questo suo nobile disdegno non gl’impedì d’essere tra i patrizi veneziani i quali sollecitarono dall’Austria la corona di conte.
Se Sua Eccellenza Leonardo Bollati abbandonò dopo il 1797 i pubblici uffici, non si può dire ch’egli si consacrasse con molto zelo alle sue faccende private, chè anzi, mortagli la moglie in età ancora fresca, egli non si diede alcun pensiero dell’unico figliuolo rimastogli, e continuò invece, fin che la salute glielo permise, a menar vita dissipata e galante. A ogni modo, sia pel fascino esercitato dal suo nome storico, sia pei ricordi che gettavano una luce favorevole sulla sua gioventù, sia per una certa prontezza e festività di spirito, sia per le maniere affabili sotto le quali egli dissimulava l’alterigia e l’egoismo nativo, sia pel largo patrimonio ch’è mezzo sicuro di coltivar le aderenze, il conte Bollati era un uomo assai popolare e molti riverivano in lui uno degli ultimi rappresentanti di quell’aristocrazia veneziana che diede così splendidi esempi di senno civile. E quantunque da alcuni anni egli non si facesse veder quasi da nessuno e lasciasse far tutto al figliuolo, la sua morte recò una scossa notevole al credito della famiglia, cosa di cui l’agente generale fu il primo ad accorgersi nel combinare l’operazione finanziaria indispensabile pel pagamento dei numerosi legati.
Sior Bortolo era una perla d’agente, che non seccava mai i padroni coi molesti predicozzi dei commessi troppo scrupolosi, che non lesinava mai il danaro, nè sollevava dubbi e difficoltà. A ogni straordinaria richiesta di fondi, egli atteggiava le labbra a un sorrisetto serafico e rispondeva:—Sarà fatto.—E non c’era pericolo ch’egli non mantenesse la sua parola. Ohibò! Si era sicuri di vederlo comparire il domani più sorridente ancora del consueto con la somma precisa di cui si aveva bisogno. E la soddisfazione che sior Bortolo provava nel compiacere la nobile famiglia era tale ch’egli diventava ogni giorno più lucido e grasso, tanto lucido da parer spalmato di lardo, tanto grasso da raggiunger quasi la forma sferica.
Sappiamo già che il conte Leonardo era intimamente persuaso che l’ottimo sior Bortolo rubasse a man salva. Ma egli diceva:—Non posso mica attender io stesso ai miei affari. E a qualunque altro li affidassi, sarebbe peggio.—Il conte Zaccaria poi non faceva neanche questo ragionamento; egli lasciava correre senza badare più in là.
Adesso però, sotto l’impressione delle profezie e delle ammonizioni paterne, egli stimò necessario di veder coi suoi occhi come stavano le cose, e ordinò a sior Bortolo di preparargli un prospettino da cui apparisse chiaro lo stato del patrimonio. E sior Bortolo con mirabile sollecitudine allestì un lavoro degno della sua perizia di contabile e di calligrafo. Frutto di queste lucubrazioni furono due nitidi specchi a doppia colonna, l’una per il dare, l’altra per l’avere. Nel primo figuravano a destra le somme a cui erano stimati i beni della famiglia, possidenze in città e in campagna, oggetti d’arte e oggetti preziosi, ecc. ecc.; a sinistra si leggevano i nomi dei varii creditori insieme con le cifre dei loro crediti. Qui c’era una bella differenza in più nell’avere. Nel secondo specchio erano disposte nello stesso ordine l’entrata e l’uscita: spese domestiche presunte, livelli, tasse, interessi dei mutui. E c’era una bella differenza anche qui, ma in senso contrario; il dare superava l’avere di parecchie migliaia di lire.
—Capisco, capisco—disse il conte Zaccaria dopo aver esaminato per mezz’ora i due prospetti in lungo e in largo—noi avanziamo ogni anno dai quattro ai cinquemila ducati.
—Scusi, Eccellenza—interpose l’agente—è proprio il rovescio. Si spendono quattro o cinquemila ducati in più.
Il conte Zaccaria si grattò la nuca.
—E come va questa faccenda?
—Ma!—rispose sior Bortolo, sprofondando la testa fra le spalle.—Mi pareva che S. E. Leonardo (pace all’anima sua) l’avesse avvertita....
—Sì, sì, mi disse qualche cosa.... senza parlare di cifre....
—Del resto—ripigliò l’agente per dorar la pillola—del resto, se ci fossero due buoni raccolti di seguito, un aumento nelle entrate lo si dovrebbe vedere. Poi c’è qualche livello che sta per cessare.... In ogni modo, non lo dissimulo, un po’ d’economia sarebbe assai utile. Dal canto mio, per quanto riguarda l’agenzia, procurerò sicuramente.... ma bisognerebbe che anche in famiglia.... perdoni, Eccellenza, se mi prendo questa libertà.... ma è la mia devozione per la casa Bollati.
—Bene, bene.... vedremo.... Capisco....
—Di qui ad alcuni anni poi—soggiunse sior Bortolo—il contino Leonardo, col suo nome e con le sue belle qualità, che il Signore Iddio gli conservi, potrà trovar la dote che vuole....
—Affari lontani, caro amico, affari lontani....
—Lontani, ma sicuri.
A questo punto sior Bortolo mostrò al principale un polizzino supplementare con la nota delle tasse e dei legati che conveniva pagar subito, e disse in qual modo, salvo sempre l’approvazione di S. E., egli aveva creduto di provveder la somma occorrente. E S. E., che rispondeva sempre capisco e non capiva mai nulla, si spicciò con due parole:
—Fate voi.... Purchè non si tratti di vendere.... Vendere significa diminuire il patrimonio, e io voglio tramandarlo intatto a mio figlio.
Esposta questa savia massima amministrativa, il conte Zaccaria prese la eroica risoluzione di raccomandare alla sua illustrissima consorte una maggiore economia nelle spese di casa, e citò a sostegno della sua tesi gli avvertimenti del defunto genitore e quelli dell’agente generale.
La signora Chiaretta, donna ordinariamente molto fredda ed apatica, fu punta sul vivo dalle considerazioni del marito, e gli rispose per le rime. Ella disse prima di tutto che si maravigliava molto che si venissero a raccontare a lei queste storie; che se da più secoli gli uomini della famiglia non avevano avuto giudizio, ella non sapeva che farci, e se Sua Eccellenza Almorò, quand’era ambasciatore a Parigi, spendeva 120 mila franchi all’anno, e Sua Eccellenza Zaccaria per festeggiare la sua nomina a Procuratore aveva gettato 20 mila ducati bisognava prendersela con Sua Eccellenza Almorò e con Sua Eccellenza Zaccaria, e non con lei. Del resto, quand’ella, l’ultima degli Orseolo, era entrata in casa Bollati aveva creduto di entrare in una casa di gran signori, e non era disposta affatto a vivere di pane e di noci. A ogni modo ella sarebbe stata curiosa di sapere quali risparmi si potevano fare.—Perchè—ella continuava rispondendo da sè alla propria domanda—non pretenderete mica che si stia senza gondola.
—Sfido io.... Nemmen per sogno.
—O che si licenzi il cuoco?
—Ma chi dice questo?
—O che io mandi a spasso la cameriera?
—Ma no, ma no.
—O che rinunzi al palco alla Fenice?
—Nemmen per idea.
—O che mi vesta come una serva?
—Via, Chiaretta, nessuno pretende una roba simile.
—Che cosa si pretende adunque? Che si dia il benservito al precettore di Leonardo, e che si mandi il ragazzo alla scuola pubblica?
—Ci mancherebbe altro! Un Bollati alla scuola pubblica?... In mezzo alla marmaglia?
—Lo vedete voi stesso, è chiaro come la luce del sole che meno di quel che si spende non si può spendere.... almeno per parte mia. Se voi sprecate il danaro senza discernimento....
—Io!—interruppe scandalizzato il conte Leonardo. E allora toccò a lui di provare come due e due fan quattro che sulle sue spese particolari non c’era da risecare un centesimo, mentre non si poteva certo pretendere che un Bollati non appartenesse al Casino dei nobili, e non avesse un posto nel palcone di società in tutti i teatri, e non frequentasse il caffè, e si tirasse indietro dal giuocare una partita a tre sette per paura di perdere qualche zecchino.
La contessa Chiaretta avrebbe voluto dire che tutte le spese del marito non finivano lì, ma tacque per ispirito di conciliazione.
Dopo questo colloquio pareva che le cose dovessero restar al punto in cui erano prima; nondimeno i due coniugi, ritornando sull’argomento, ebbero uno slancio sublime, e mostrarono di quanta abnegazione fosse capace l’animo loro. Sua Eccellenza Chiaretta, che prendeva sei tazze di cioccolata al giorno, deliberò di sacrificarne una, e il conte Zaccaria, sempre fermo nell’idea di lasciare intatto il patrimonio al figliuolo, immolò sull’altare della famiglia un bicchierino di curaçao, ch’egli soleva centellare dopo colazione.
IV.
Chi, nei giorni immediatamente successivi alla morte del N. H. Leonardo, fosse penetrato in qualche caffè di Venezia avrebbe sentito un dialogo simile a questo:
—Dunque si sa precisamente quel che abbia lasciato Bollati?
—Ma no, nulla di preciso... L’azienda diretta da quel famosissimo sior Bortolo è in una confusione da non credersi.
—Oh c’è da scommettere che anche quelli lì finiscono coll’andare in rovina....
—Via, prima della rovina ci vorrà qualche annetto.
—Non tanto, non tanto; quando si comincia, si va giù a precipizio.
—Che pessimisti! Il vecchio conte, se badiamo alle sue disposizioni testamentarie, non aveva di queste paure.
—Oh se le aveva!... Le disposizioni testamentarie non significano nulla.... È positivo che prima di morire egli fece una predica al figliuolo e gli pronosticò una catastrofe se non restringeva le spese.
—Bellissima! E poi lasciò tutti quei legati?
—Boria postuma.
—Contraddizioni umane.
—È vero—chiedeva qualcheduno—che i Geisenburg sono partiti su tutte le furie il giorno dopo i funerali?
—Verissimo. È innegabile che il conte Leonardo li trattò un po’ male. Non nominò nemmeno nel suo testamento il marchese Ernesto, e alla nipote lasciò un anello di nessun valore.
—Il conte Leonardo aveva sempre veduto di mal occhio questo matrimonio.
—E aveva ragione. O che non c’erano meglio partiti a Venezia?
—Quel marchese con la sua prosopopea è insoffribile.
—È poi così ricco come si vanta di essere?
—Nemmen per sogno.... Molto fumo e poco arrosto. Già quando c’è il vizio del gioco non c’è fortuna che basti.
—Il gioco, il vino e i cavalli—soggiungeva un altro.—Tre cose che costano un occhio.
—E lei, la marchesa, sciupa una moneta in toilettes.
—Sì, con quel frutto.... Pare la bambola di Francia.
E si seguitava di questo tuono, tagliando i panni addosso al marchese Ernesto e alla marchesa Maddalena, che, per vero dire, erano antipatici a tutti. Noi, che non dobbiamo occuparci dei fatti loro, li lasceremo in balìa dei loro detrattori e vedremo che cosa pensino del testamento del conte Leonardo quei parenti dei Bollati, a cui già accennammo più volte, i Rialdi.
Anche i Rialdi erano stati delusi nella loro aspettazione. Si ripromettevano una bella sommetta e avevano avuto invece un legatino piccolo piccolo. Il conte Luca soffiava in silenzio (era il suo modo d’esprimere il malcontento), ma la contessa Zanze, quando non c’era presente la figliuola, non resisteva alla tentazione di darsi uno sfogo.
—Avete visto?—ella diceva al pacifico marito.—Valeva la pena di aver fatto la vita che s’è fatta in questi ultimi giorni, valeva la pena ch’io aiutassi il flebotomo a metter, con riverenza parlando, le sanguisughe a quell’empiastro del conte Leonardo, per esser poi trattati come parenti lontani che vanno a palazzo a ogni morte di papa o come estranei che non hanno altro merito che quello di recitar quattro versi nelle feste di famiglia?... Quattromila lire venete una volta tanto.... Una miseria!... E invece le migliaia di ducati all’Ospitale, alla Casa di Ricovero, agli Orfanotrofi, agli Asili d’infanzia, ai Catecumeni, o che so io... tutto per aver gli articoli della Gazzetta e le lapidi nei vari istituti.... Come se il morto leggesse quegli articoli e le iscrizioni di quelle lapidi!... Ma il dispetto maggiore me lo fanno quelle pensioni ad agenti e a servitori... dopo che il conte Leonardo ha detto lui stesso che tutti rubano in casa sua.... Se rubano!... Quel sior Bortolo peggio degli altri.... Sempre così mellifluo, sempre così cerimonioso... lustrissimo, lustrissima, e inchini, e baciamano, e proteste di devozione, e intanto s’empie le tasche di ben di Dio.... E i fattori di campagna?... Che cere da Patriarchi!... Bianchi e rossi da fare allegria.... Rendono i conti a loro modo, si servono dei cavalli di lusso, dotano le figliuole, allargano i loro poderi... insomma un carnovale.... Ma perfino il cuoco ha tutta l’aria d’un gran signore, e a vederlo la domenica quando conduce a spasso la moglie lo si direbbe un milord.... Gli è che oltre alla sua paga ha gli incerti e accetta ordinazioni di pranzi da questi e da quelli, e tutto vien fuori dalla cucina Bollati.... Camerieri e guatteri, non c’è bisogno di dirlo, cacciano le mani anche loro nelle casseruole e non ce n’è uno che non porti a casa il suo fagotto di roba... le donne fanno il resto e vorrei aver io tutti i capi di biancheria e di vestiario che quella stolida della Chiaretta si lascia portar via sotto agli occhi.... È inutile che facciate quelle smorfie... queste son verità sacrosante, e siete voi solo a ignorarle.... E vi dico che se foste stato un uomo di spirito, invece di perdere le giornate in quel vostro ufficio che non vi dà nemmeno da campare la vita, e di sciupar le sere al caffè alla Vittoria coi vostri eterni scacchi, avreste dovuto ottenere un posto nell’amministrazione Bollati e ingegnarvi.
—Oh, oh—interruppe il conte Luca—vorreste dire che avrei dovuto rubare come gli altri... mi spiego?
—Mi spiego, mi spiego?... Vi spiegate malissimo.... Io non ho detto rubare; avreste fatto del bene alla vostra famiglia e anche ai vostri parenti Bollati, che era meglio cascassero in mano d’un cugino che di gente mercenaria.... E oggi stesso, vedete, s’io fossi nei vostri panni, andrei difilato da Zaccaria e gli direi: Volete una persona di cuore alla testa dell’agenzia? Son qua io.
—Siete matta? In questi impicci mi mettereste? Vi paion proposte da fare?
—Oh lo so che voi non siete uomo capace di uscir dal vostro guscio.... E guai alla famiglia se non ci fossi io.... Che anche quel poco che ci rende la parentela dei Bollati lo dovete a me.
—Io non nego le vostre belle qualità;... però... sì... voglio dire... se siamo parenti dei Bollati, il merito non è mica vostro... mi spiego?
Il conte Luca non aspettò la risposta e sguizzò dalla stanza, come faceva sempre quando gli pareva di non aver mostrata sufficiente sommissione alla moglie.
Era una brava donnetta, una donnetta attiva e procacciante la contessa Zanze, ed era riuscita, poverissima, a farsi sposar dal conte Luca Rialdi, poco meno spiantato di lei, ma cugino degli illustri e ricchissimi Bollati, e in buoni termini con loro. Alla contessa Zanze però era occorsa molt’arte a vincer la diffidenza dei parenti di suo marito, i quali le rimproveravano, fra l’altre cose, la dubbia nobiltà dei natali e il modo subdolo con cui aveva tirato nella rete quel povero conte Luca. Comunque sia, ormai ella spigolava abbastanza largamente nel campo dei Bollati; vestiti smessi pei figliuoli, per sè e anche pel consorte, qualche regaluccio a tempo e luogo, e qualche prestito di danaro che non si restituiva e che l’aiutava a spingere innanzi la barca pericolante. Aggiungasi al resto un paio di mesi di villeggiatura, e un paio di pranzi alla settimana, ch’erano una vera provvidenza per la famiglia. Naturalmente di fronte a questi vantaggi la contessa Zanze doveva inghiottire molti bocconi amari. Le toccava prestarsi ad uffici umili, quasi di cameriera, le toccava ogni momento sentirsi ricordar la distanza che correva tra lei e i Bollati, e far la disinvolta mentre si andava a gara per mettere in burletta le sue acconciature, il suo abbigliamento e perfino, sacrilegio orribile! i suoi martedì. Giacchè bisogna notare che la contessa Zanze aveva anch’essa il suo giorno di ricevimento nel quale ella noleggiava un servitore a spasso, gli faceva indossare una livrea gelosamente conservata in casa, e lo piantava nell’andito ad aspettarvi le visite. Capitavano dame e pedine, ma per lei erano sempre contesse, o marchese, o lustrissime; fra lei e il suo cameriere improvvisato nobilitavano tutti. La moglie del dottor X.... non mancava mai ai martedì della Rialdi, tanto le piaceva il sentirsi dar della contessa una volta per settimana.
Il martedì si desinava in casa Bollati, e guai se non fosse stato così, perchè quel giorno non si accendeva il fuoco in cucina per non aver l’odor di bruciaticcio nel salotto attiguo, e anche perchè la padrona di casa non aveva agio da attendere alle faccende domestiche. Di tratto in tratto accadeva però che i Bollati avessero appunto il martedì qualche commensale di riguardo e allora essi mandavano a dire ai cugini: Venite domani. In questi casi, il conte Luca doveva limitarsi a mangiar pane e salame, e i bimbi sfamati alla meglio si mettevano a letto più presto del solito in ossequio al proverbio: Qui dort dîne. In quanto alla contessa Zanze, ella non prendeva che una limonata senza zucchero, tant’era la bile che le suscitava il procedere de’ suoi boriosi parenti, i quali mostravano di tener in così poco conto lei e suo marito. Ah se non ci fossero stati di mezzo i figliuoli! Ma i figliuoli c’erano e non conveniva sacrificarli a un malinteso amor proprio. Perciò la contessa Zanze reprimeva presto i suoi moti di collera e procurava d’inculcare a Gasparo e a Fortunata la maggior riverenza verso i Bollati. Senonchè, l’indole de’ suoi ragazzi era così dissimile che i germi gettati nel cuore dell’uno e dell’altra non potevano dare ugual frutto. Fratello e sorella avevano comune un gran fondo di rettitudine, ma nella sorella questa rettitudine s’univa a un’indole docile e mansueta; nel fratello invece essa si accompagnava a uno spirito altero, insofferente di freno. A ogni suggerimento, a ogni ordine, il primo impulso di Gasparo era quello di ribellarsi, il primo impulso di Fortunata era quello di ubbidire, cosicchè un psicologo chiamato a far pronostici sui due piccoli Rialdi avrebbe detto che Gasparo era un ragazzo indisciplinato e molesto, il quale sarebbe divenuto un uomo efficacemente e operosamente buono; Fortunata era una bimba angelica, serbata probabilmente a esser vittima d’ogni prepotenza e d’ogni ingiustizia, e la cui bontà passiva avrebbe finito piuttosto col nuocere a lei che col giovare agli altri.
Premesso ciò, sarà facile intendere come non ci fosse voluto molto a imprimer nell’animo di Fortunata l’idea della grandezza dei Bollati e a persuaderla della necessità di mostrar loro ogni deferenza, e come d’altro canto la fierezza naturale di Gasparo gli avesse impedito d’acconciarsi a questa subordinazione. Non c’era mai stato caso di persuaderlo a baciar senza tante smorfie la mano del vecchio conte Leonardo, nè quella del conte Zaccaria o della contessa Chiaretta; non era stato possibile di far sì ch’egli giocasse col contino senz’attaccar lite. Anzi un giorno, punto da non so quali parole, egli picchiò di santa ragione il cuginetto, cosa che indusse la contessa Chiaretta a far terribili vaticini sulla sorte dell’umanità, giacchè, quando i parenti spiantati picchiano i parenti ricchi, dev’esser vicina la fine del mondo.
Forse questo fatto memorabile ebbe una certa influenza nella risoluzione dei Rialdi di mettere il figliuolo nel collegio di marina a Sant’Anna di Castello.
Così la contessa Zanze poteva catechizzar Fortunata senza contraddizione.—Sii rispettosa, servizievole coi parenti Bollati, e procura di farti voler bene dal cugino Leonardo.
La bimba, ufficiosa per sua natura e facilissima ad affezionarsi, non durava fatica a secondare i desiderii materni, ed era lietissima se poteva rendersi utile in qualche maniera alla zia Chiaretta, com’ella chiamava la illustrissima contessa. E costei, ch’era un tipo perfetto d’egoista, vedeva di buon occhio questa fanciullina punto chiassona, punto romorosa, dispostissima a far le parti d’una piccola cameriera. Lo stesso conte Zaccaria si degnava talvolta di occuparsi di lei, e allorchè voleva darle un segno della sua speciale benevolenza, se la prendeva sulle ginocchia, le ordinava di chiuder gli occhi e le cacciava su pel naso un pizzico di tabacco, scherzo fino e saporito che l’illustre gentiluomo riteneva il non plus ultra dello spirito. Fortunata starnutiva replicatamente, ma non si lagnava mai; anzi, quand’aveva finito di starnutare, sorrideva di quel suo sorriso carezzevole ch’era la sua maggiore attrattiva fisica.
E il contino Leonardo preferiva Fortunata a tutti gli altri compagni di gioco, forse perchè Fortunata sopportava con più longanimità i suoi capricci. Sprezzante per indole, egli era piuttosto cortese con lei, e le serbava delle chicche, o le regalava dei trastulli rotti: cavalli a cui s’era spezzata una gamba, bambocci che avevano perduto la testa, trombette che avevano dimesso l’abitudine di suonare. Fortunata andava in estasi. Ci voleva così poco a riempirle l’animo di gratitudine!
La contessa Zanze provava un grande compiacimento a veder la buona intelligenza tra i due cugini, e si cullava in una speranza ambiziosa balenatale alla mente, si può dire, fin dalla nascita della figliuola. Ah se Leonardo s’innamorasse di Fortunata!
Il marito, più positivo, si stringeva nelle spalle borbottando:—Castelli in aria, castelli in aria.
Ma la consorte gli imponeva silenzio con una ragione perentoria:—Siete un gran babbeo.
Quest’era innegabile. Ma Gasparo Rialdi, che non era un babbeo e che, se non fosse stata la disciplina, avrebbe avuto il primissimo posto nella sua classe, Gasparo, nelle poche feste ch’egli passava in famiglia, diceva che sua sorella aveva un gran torto di perder il suo tempo a giocare con quello stupido prepotente di Leonardo Bollati, e che in quanto a lui era ben lieto di non aver quasi mai occasione di mettere il piede nel palazzo di quei somari. Parole che facevano andar fuori della grazia di Dio la contessa Zanze e mettevano la febbre addosso al conte Luca, altrettanto meravigliato di aver un figliuolo di quello stampo quanto sarebbe maravigliata la chioccia che s’accorgesse d’aver covato un aquilotto.
Nè Gasparo aveva almeno la prudenza di aspettare a fare i suoi sfoghi che non ci fosse presente la sorella. Anzi un giorno egli disse a lei stessa:—Tu hai i gusti di Sant’Antonio.... Anch’egli prediligeva un certo animale.
Fortunata non capì nulla, ma si mise a piangere senza sapere il perchè, e corse dalla mamma chiedendole in mezzo ai singhiozzi:—Mamma, mamma, che gusti aveva Sant’Antonio? Che animale era quello ch’egli prediligeva?
Guai se Gasparo non fosse rientrato presto in collegio. Egli era proprio insopportabile, e la zia Chiaretta aveva ragione a definirlo con una parola che per lei esprimeva la quintessenza d’ogni nequizia: È un carbonaro.
V.
Vediamo ora di far più stretta conoscenza col contino Leonardo Bollati, unico rampollo maschio della famiglia, unico erede d’un nome illustre negli annali della Serenissima.
Per cominciare ab ovo diremo che il contino Leonardo nacque nel 1823, come può verificarsi, oltre che dai registri parrocchiali, anche da un volumetto di poesie stampato in quel tempo, col titolo: Versi di vari autori in occasione del battesimo di S. E. il conte Leonardo Bollati P. V. (leggi Patrizio veneto).
C’è fra gli altri componimenti un sonetto che principia così:
O tu in cui dritta la virtù discese
Onde Venezia ebbe del mar l’impero,
Certo tu pure, o pargoletto altero,
Famoso andrai per memorande imprese;
Mel dice il nobil tuo sembiante, il fiero
Lampo degli occhi tuoi mel fa palese...
. . . . . . . . . . . . . . .
E ci pare che basti.
Nonostante le feste con cui egli fu accolto al suo nascere, il contino Leonardo non fu guastato con troppi baci e troppe carezze. Il conte Zaccaria, libertino incorreggibile, s’occupava più delle crestaie e delle ballerine che de’ suoi figliuoli, e la contessa Chiaretta, tra le pratiche di devozione e il teatro, il fare e il ricever visite, il curare i suoi mali veri e l’almanaccar dietro ai suoi mali immaginari, il bever tazze di cioccolata e il mangiar pasticcini, esauriva tutte le forze del corpo e dello spirito, nè le restava più tempo o voglia di dedicarsi alle cure materne. Dimodochè S. E. Leonardo Bollati, progenie di dogi, passò dalle braccia della balia e delle bambinaie a quelle dell’altre persone di servizio, e ne’ primi anni della sua gloriosa esistenza non era ammesso al cospetto de’ genitori che la mattina appena alzato e la sera avanti di coricarsi. In questi momenti solenni egli baciava la mano al nonno, al signor padre e alla signora madre, e dava loro il buon giorno e la buona notte. Nelle grandi occasioni (a Pasqua, a Natale, al Capo d’anno, ecc.) lo si faceva portare a tavola alle frutta. Allora il contino dava prova di ottimo appetito e di rara precocità nel dir parole indecenti, ch’egli apprendeva in cucina e che esilaravano il conte padre ed erano accolte con un sorriso benevolo anche dai commensali, soprattutto dai Rialdi, parenti poveri, mentre la contessa Chiaretta si limitava ad esclamare:—Maria Vergine santissima! Che discorsi!
Ma il contino Leonardo non imparava in cucina soltanto le schiette grazie del linguaggio popolare.
Un barcaiuolo pensionato della famiglia, morto nonagenario un anno prima del padrone vecchio, lo aveva erudito in certe cronache domestiche assai edificanti. Nicola (il barcaiuolo si chiamava così) era nato in casa e avea pei Bollati una devozione a tutta prova. Per isfortuna egli non era cresciuto nei tempi in cui i Bollati maschi si coprivano di gloria, ma in quelli in cui le Bollati femmine facevano d’ogni erba un fascio. E raccontava le gesta di queste civette con la identica compiacenza con la quale due secoli innanzi avrebbe raccontato quelle del nobiluomo Almorò che aveva preso una bandiera ai Turchi, e del nobiluomo Biagio che a venticinque anni aveva sbalordito il Maggior Consiglio con la sua eloquenza. La madre del conte Zaccaria non aveva avuto tempo di far discorrer di sè perch’era morta da parto dopo un anno di matrimonio, ma Sua Eccellenza Adriana e Sua Eccellenza Marina, mogli di due fratelli del N. H. Leonardo ne avevano fatte di grosse. Belle, piene di spirito e di salute, avevano goduto la vita, loro due, non come Sua Eccellenza Chiaretta, una buona donna, ma via, un po’ troppo monachella, troppo dinoccolata, troppo paurosa della sua salute. Perchè in fin dei conti, diceva il vecchio Nicola, che cosa fanno a questo mondo le donne se non fanno il chiasso e l’amore?
—Eh—continuava il barcaiuolo epicureo—ai tempi delle lustrissime Adriana e Marina ci si divertiva in Palazzo. Altro che adesso! Non s’eran mai viste due cognate che se la intendessero meglio di quelle. Mai una gelosia, mai la cattiva azione di portarsi via i morosi, ma invece un aiutarsi, un difendersi ch’era un piacere a sentirle. Io ero il confidente di tutt’e due, e quando l’una o l’altra diceva di voler la gondola a un remo solo e che quel remo dovevo esser io, sapevo benissimo di che si trattava. Qualche volta i due mariti e i due rispettivi cavalieri serventi volevano tirarmi in lingua. Mi ricordo che un giorno il nobiluomo Barbo, che serviva la lustrissima Adriana, mi disse:—«Tu tieni il sacco a quella fraschetta.»—«Nobiluomo—io risposi—la parli con rispetto della padrona.» Sicuro; perchè io non ammettevo scherzi su questo proposito.... Ma quando potevo, coi debiti riguardi, dare un buon consiglio alle lustrissime, mi facevo coraggio. E raccomandavo loro di usar prudenza e di salvare le apparenze, che son quelle a cui il mondo bada di più. Così facevo il mio dovere, e le padrone, che non avevano ombra di sussiego, me ne ringraziavano. Erano due angeli, quelle donne, e non è mica a credere che fossero cattive mogli. Bisognava vederla Sua Eccellenza Adriana durante la lunga malattia del marito. Pareva una suora di carità. E quando S. E. Alvise morì, che macchina di monumento ella gli fece innalzare in chiesa dei Gesuiti! E quante messe all’anno faceva dire in suffragio del povero defunto! Se quell’anima lì non ha scontato presto il suo purgatorio, non deve certo prendersela colla moglie. E S. E. Marina? L’ho accompagnata io stesso due anni di fila ad Abano con S. E. Vittore che andava a curarvi la sua sciatica. Che pazienza da santa quella donna! Perchè S. E. Vittore (che Dio l’abbia in gloria!) era una pasta di zucchero finchè stava bene, ma se aveva un dolor di capo, usciva dai gangheri addirittura. Non c’eravamo che la padrona ed io che potessimo sopportarlo.—«Eh, Nicola,»—la mi diceva scherzando—«non si va mica in gondola adesso. »—«Ma, lustrissima; torneranno quei tempi.»—E lei, con una scrollatina di testa:—«Intanto s’invecchia, caro Nicola.»—Benedetta quella vecchia!—io avrei voluto soggiungere, ma non ero che un povero gondoliere e non dovevo prendermi certe libertà.... So ch’era da mangiarla S. E. Marina quando parlava così. A quarant’anni ell’era ancora un boccone prelibato. Una vitina, un busto, un giro di spalle, dei capelli neri come la pece, due occhi da svegliare i morti.... E una manina bianca, grassottella, che aveva tutti i sapori.... Posso dire di avergliela baciata quella mano.... Ma! Le due lustrissime son morte tutt’e due in fresca età e di donne come quelle s’è persa la stampa....
Questi e altri discorsi consimili il vecchio Nicola li teneva soprattutto nelle sere d’inverno, durante la siesta, quando seduto sul focolare sopra un seggiolone impagliato egli protendeva le gambe stecchite sulle ceneri calde, e fumava la sua pipa di gesso o centellava un bicchiere di vino generoso. Il resto della servitù stava ad ascoltarlo ad orecchie tese, e le cameriere, ghiotte di pettegolezzi scandalosi, lo tempestavano di domande. Ed egli, sempre vantandosi d’esser stato un modello di discrezione in gioventù, spifferava una quantità di aneddoti circa alle scappate delle padrone, e al brio delle loro conversazioni nel casino ch’esse tenevano in comune a San Giuliano, e ai loro travestimenti in carnevale, al Ridotto, e ai loro trionfi alla venuta dei conti del Nord e del Re di Svezia. Intanto il contino Leonardo, ora sulle ginocchia d’una fantesca, ora sotto la tavola in compagnia del gatto, sbadigliava aspettando che lo mettessero a letto. E, se vogliamo esser giusti, egli si curava pochissimo di queste glorie casalinghe, e preferiva il racconto dei fatti memorabili del brigante Mastrilli, che il signor Oreste, il cuoco, sapeva a memoria, e di cui mostrava al padroncino le illustrazioni a colori sopra una ventola di cartone.
Altra occupazione gradita pel nostro contino, sin dalla più tenera infanzia, era stata quella di dar la caccia ai granchi che salivano su per la riva del Palazzo. A questo nobile esercizio egli dedicava un paio d’ore al giorno sotto la vigilanza dell’uno o dell’altro dei gondolieri di casa, e, quando aveva preso una di quelle innocue bestiuole, egli trovava un gusto infinito a legarla con uno spago per una delle branchie e a tirarla su e giù per l’androne.
Però i gondolieri non insegnavano al contino Leonardo solamente a pigliare i granchi; essi lo addestravano eziandio nell’arte del remo, l’unica ginnastica a cui si dedicassero in quel tempo i nobili veneti. A quattr’anni egli aveva già un remino microscopico che appena sfiorava l’acqua; poi di mano in mano che il ragazzo cresceva gli si faceva fare un remo più grande e il remo smesso si conservava come trofeo di famiglia. Quando il contino Leonardo non possedeva ancora le lettere dell’alfabeto, egli era ormai in grado di vogare a poppa e di diriger bene o male la gondola nel Canalazzo e pei meandri dei rii. I barcaiuoli dei traghetti lo conoscevano tutti, e se qualcheduno vedendolo passare gridava poco rispettosamente:—Occhio ai granchi, Eccellenza—i più rendevano giustizia alle sue felici disposizioni e gli pronosticavano uno splendido avvenire.
Con la sorella, alquanto maggiore d’età, Leonardo non aveva mai avuto buon sangue; del resto si può dire ch’egli l’avesse anche conosciuta poco, perch’ella entrò ben presto alle Salesiane e vi stette fino al momento del matrimonio. La piccola Rialdi, che aveva quattr’anni meno di lui, era stata sempre, come sappiamo, la sua compagna favorita di giuoco. E quand’egli non era in cucina con le serve, o in gondola, o presso alla riva coi barcaiuoli, era con Fortunata in uno stanzone del secondo piano detto lo stanzone degli armadi, ove i bimbi potevano fare il chiasso senza disturbare la lustrissima Chiaretta che pativa di emicrania e di sfinimenti.
Così trascorse l’infanzia del contino Leonardo Bollati. Alla fine il suo signor padre si decise a dargli un precettore, e la scelta cadde sopra un sacerdote di nome don Luigi, al quale il conte Zaccaria, nell’affidargli l’educazione del giovinetto, tenne questo notevole ragionamento:
—Grazie al cielo, Leonardo non ha bisogno di guadagnarsi da vivere, non deve far l’avvocato, nè il medico, nè l’ingegnere, nè, Dio guardi, il professore. Sotto la Serenissima era un altro paio di maniche. Il ragazzo avrebbe dovuto entrare prima nel Maggior Consiglio e più tardi forse nei Pregadi, e non ci sarebbe stata nessuna carica, per quanto alta, a cui egli non avesse potuto aspirare. Adesso il più che possa toccargli è di diventare assessore municipale, o amministratore dei Luoghi Pii, o presidente della Fenice, come me, e per questa roba non occorre troppa dottrina. Dunque, don Luigi, siamo intesi. Un poco di religione, di storia sacra e di storia veneta, le quattro operazioni dell’aritmetica, una tintura di latino, e quel tanto d’italiano che basta a scriver discretamente una lettera, e, se occorre, un sonetto per nozze o per monaca. Insomma non sopraccarichiamo il ragazzo di scienza.
Don Luigi s’inchinò in segno d’assenso, e promise al conte Zaccaria di uniformarsi interamente a’ suoi desiderii.
Proprio un asino don Luigi non era; aveva un certo bagaglio di cultura classica e aveva scritto in gioventù un panegirico di San Luigi Gonzaga, lodato dal Padre Cesari. Ma era una mente gretta, piccina, di quelle che non possono spargere intorno a sè altro che la loro piccineria e la loro grettezza. In fatto di letteratura, il suo più forte convincimento era questo: doversi combattere ad oltranza il Manzoni. Per don Luigi, innamorato degli avvegnachè e dei conciossiachè, il Manzoni era un barbaro, e non c’era scribacchino d’istanze ch’egli non preferisse all’autore dei Promessi Sposi. Onde sopra una sola cosa egli domandò al conte Zaccaria che gli fosse lasciata mano libera:—Bisogna ch’ella mi permetta—egli disse—di formare a mio modo lo stile del mio allievo. Sarei veramente umiliato s’egli dovesse scrivere come il signor Manzoni, quel corruttore della lingua italiana.
—Oh in quanto a questo—rispose il conte Zaccaria—faccia come le pare.
Le inquietudini di don Luigi non durarono un pezzo. Non solo il contino Leonardo non accennava a voler scrivere un giorno come il signor Manzoni, ma dopo cinque anni d’insegnamento era ancora dubbio s’egli sarebbe mai riuscito a scrivere in nessuna maniera. Il pronostico fatto dal nonno poco prima di morire pareva aver molta probabilità di avverarsi. L’ultimo rampollo dei Bollati aveva tutta la disposizione di restare un somaro. Invece, dal lato fisico, egli era cresciuto meglio che la gracile infanzia non promettesse, era abbastanza alto per la sua età, snello e ben proporzionato della persona. Fatta eccezione dal naso un po’ grande, i suoi lineamenti erano regolari, e, non guardando pel sottile all’espressione della fisonomia insignificante e sbiadita, lo si poteva anche dire un bel ragazzo.
VI.
I Bollati avevano poderi in più parti del Veneto, ma la loro villa signorile era posta sulla Brenta, ed essi andavano a passarvi alcune settimane della primavera e dell’autunno. Vi andavano per tradizione, per non rimanere a Venezia quando non c’era nessuno, ma quel soggiorno campestre non aveva per loro la minima attrattiva, come non può averne per quelli che portano in campagna i gusti e le abitudini della città. Già per la contessa Chiaretta era un affar di stato il solo tragitto da Venezia a Fusina, e prima di avventurarvisi ella consultava una dozzina di volte l’aspetto del cielo e il parere dei gondolieri esperti nelle cose meteorologiche. Quando non c’era neanche una nuvola, quando non spirava un fiato di vento, quando i barcaiuoli erano d’accordo nel pronosticar la durata del bel tempo, quando a Sua Eccellenza non doleva un callo (ciò ch’era per lei un sintomo infallibile di cambiamenti atmosferici), quando non era nè martedì, nè venerdì, allora s’intraprendeva finalmente il gran viaggio. Partiva prima la gente di servizio coi bagagli (parevano le salmerie d’un esercito), poi venivano i padroni in due gondole, portandosi, fra l’altre cose, un gatto favorito dentro un paniere. A Fusina si trovavano le carrozze pronte e la comitiva si avviava verso la Mira. E anche qui S. E. Chiaretta era in preda a notevoli trepidazioni.—Le bestie son bestie—ella diceva saviamente,—ed è sempre un miracolo quando non ne fanno di grosse.—Cosicchè ella sottoponeva il cocchiere a un interrogatorio in piena regola.—Era proprio sicuro dei cavalli? Non aveva mica dato loro troppa biada? E le ruote della carrozza le aveva esaminate bene? Non si sa mai; si senton tante disgrazie.... Adagio.... Era inutile di correre in quella maniera.
Basta; presto o tardi s’arrivava, e il fattore, il giardiniere e il gastaldo venivano a baciar la mano ai padroni. La contessa Chiaretta, tutta intontita dal viaggio, si ritirava prestissimo nel suo appartamento, e per quel giorno non discendeva nemmeno a desinare, ma si faceva servire un brodo in camera da letto. Nè è a credere che nei giorni successivi ella uscisse frequentemente in giardino o facesse delle gite nelle vicinanze; tutt’altro; gran parte della giornata ella la passava in un gabinetto con le imposte accostate per non lasciar entrare il sole, coi vetri chiusi per non lasciar entrare le mosche e la polvere; e soltanto a ora di colazione e di pranzo si trascinava a gran fatica fino in tinello, dicendo che non aveva fame e che non capiva come ci fosse della gente che poteva trovarsi bene fuori di città. La sera però, quand’erano accesi i lumi, quando capitavano l’arciprete, il cappellano, il medico condotto e qualche villeggiante per il tresette, la fronte di S. E. si spianava un poco, ed ella si abbandonava un poco alla dolce illusione d’essere nel salottino del suo palazzo di Venezia. E poichè le seccava di andare a letto presto, essa costringeva quei poveri diavoli a farle compagnia fino a mezzanotte, e li teneva svegliati a forza di tazze di caffè.
Il conte Zaccaria, in fondo, aveva per la campagna la stessa passione di sua moglie, ma non voleva dirlo, e si dava l’aria d’intendersene di agricoltura, e ne sballava di grosse col fattore e col gastaldo, i quali, pur mostrando di ascoltarlo con deferenza, si prendevano gioco di lui. Il peggio si era che di tratto in tratto egli non si contentava delle chiacchiere accademiche, ma s’impuntava a ordinar sui suoi fondi dell’esperienze in corpore vili e sciupava il tempo e i quattrini.
In quanto al contino Leonardo, egli avrebbe assai volentieri fatto senza della villeggiatura. Egli trovava che i ranocchi, le cicale, le lucertole valevan meno dei granchi e che la carrozza valeva meno della gondola. A far lunghe passeggiate non ci aveva gusto; l’imparar a guidar delle bestie gli pareva ignobile, e l’equitazione gli era venuta in uggia dopo che un cavallo lo aveva gettato a gambe levate sopra un mucchio di ghiaia. Sicchè, tutto sommato, s’annoiava mortalmente; tanto più che, cosa abbastanza singolare, in campagna aveva meno libertà di quella che avesse in Venezia. A Venezia andava in gondola anche solo affatto, e quand’egli riusciva a scender nell’entratura e recarsi presso alla riva, era sicuro di non esser molestato più.—Sarà con qualcheduno dei barcaiuoli,—dicevano in famiglia, e nessuno aveva altro da soggiungere, e don Luigi era esonerato dall’obbligo d’invigilare sul suo pupillo. In campagna invece don Luigi doveva seguire il contino dappertutto, e badare ch’egli non andasse sotto una carrozza, o non fosse morsicato dai cani idrofobi, o non isdrucciolasse giù nella Brenta.—Con l’acqua dolce non si scherza—sentenziava S. E. Zaccaria.
Don Luigi, a tener dietro a S. E. Leonardo, non ne poteva più, e alla fine della giornata aveva l’aria d’uno di quei cani che per ore e ore inseguono la selvaggina, e alla sera si accovacciano sul vestibolo ansanti e con la lingua penzoloni. Onde, se gli riusciva di sgattaiolar via con la scusa di qualche indisposizione appena faceva notte, correva a rifugiarsi nella sua camera, e si cacciava sotto le coperte, maledicendo al destino che costringeva lui, un uomo di tanto merito, a sciupar la sua vita con un ragazzo balordo e maleducato. Ma ordinariamente non gli era concessa neppur questa consolazione, perchè S. E. Chiaretta, che aveva sempre bisogno di seccar qualcheduno e trovava assai comodo di seccare di preferenza il prete di casa, lo sforzava spesso a rimanere alzato per fare il quarto a tresette in un tavolino o per leggerle la Gazzetta fino a che le venisse sonno. Già ell’aveva dichiarato che alle sue indisposizioni non credeva punto, e che a ogni modo non poteva permettere ai suoi dipendenti di darsi il lusso dell’emicrania e del mal di nervi.
Per don Luigi era meglio che ci fossero ospiti in quantità. E infatti ne capitavano ogni autunno, ed erano, qual più qual meno, tipi di parassiti spiantati e famelici.
Uno degli assidui era il nobiluomo Pietro Canziani, dell’ordine dei segretari, poeta sprositato, autore di madrigali galanti in lode della contessa Chiaretta, la quale si ostinava a chiamar sonetti tutti i componimenti di vario metro che il suo devoto e maturo adoratore le dedicava. Il signor Barnaba Sughillo, impiegato di contabilità, nel fare il suo giro per le varie villeggiature sulla Brenta, non dimenticava i Bollati, e intratteneva anche loro co’ suoi giuochi di prestigio e con la sua prodigiosa abilità nell’imitare il canto degli uccelli, meriti che gli avevano procurato il benigno compatimento delle famiglie patrizie. Nè mancava, sebbene non invitata, la contessa Ficcanaso, la quale, dichiarando di non poter stare a lungo senza vedere i suoi dilettissimi amici, veniva a stabilirsi in casa loro per un paio di settimane almeno. Ella veniva con uno scarso bagaglio di biancheria, ma con una ricca collezione di pettegolezzi, che le facevano perdonar dai padroni l’uggia della sua visita. Nascite, morti, matrimoni, scandali aristocratici e borghesi, arrivi e partenze di forestieri, promozioni e traslochi d’impiegati, tutto aveva un posto nella cronaca della contessa Ficcanaso, e Sua Eccellenza Chiaretta, tra uno sbadiglio e l’altro, pendeva dalla sua inesauribile parlantina. Gli scandali l’attraevano in ispecial modo, come accade a molte donne oneste, che sono piene di curiosità patologiche. E di S. E. Chiaretta, fosse virtù vera, o freddezza, o salute cagionevole, o mancanza di occasioni, non si poteva davvero dir nulla.
I Rialdi poi, l’ho già detto, facevano in villa Bollati la permanenza più lunga possibile. Certo che talvolta, pur di rimanere, dovevano ceder la loro stanza e contentarsi dei peggiori bugigattoli della casa. Ma se ne contentavano perchè la contessa Zanze voleva far economia, il conte Luca aveva bisogno d’una boccata d’aria libera dopo le fatiche dell’impiego, e Fortunata non riprendeva un po’ di colore che quand’era in campagna. Il solo Gasparo preferiva di passare in collegio anche le vacanze.
Gli ospiti di minor riguardo erano vittime del lugubre buon umore di S. E. il conte Zaccaria. Così il nobile Canziani, il signor Sughillo, la contessa Ficcanaso, i Rialdi avevano di tratto in tratto la compiacenza d’esser svegliati prima di giorno da un gallo nascosto in un canterale, o di trovar sparsa l’assafetida sulle lenzuola, o di sentirsi nel cuor della notte strappar via le coperte che erano state insidiosamente legate a una cordicella di cui uno dei capi era fuori della stanza. Quando la burla passava la misura—Ah,—borbottava la contessa Zanze al marito,—se foste almeno nell’amministrazione!
Il conte Luca si stringeva nelle spalle. Gli scherzi del cugino Zaccaria non gli turbavano la digestione, a lui non pareva vero di poter mangiar bene tutti i sette giorni della settimana e di dare qualche capatina furtiva in cucina per assaporare prima del tempo i ghiotti manicaretti apprestati dal signor Oreste. Inoltre, poichè non de solo pane vivit homo, il nostro conte Luca aveva, in quel periodo della villeggiatura, delle insigni soddisfazioni d’amor proprio. Al caffè della Mira non c’era nessuno che gli tenesse testa agli scacchi. Perciò, sia ch’egli giocasse, sia ch’egli assistesse alle partite d’altri giocatori, egli trovava, al cospetto della scacchiera, un brio e una loquacità inesauribile, ed esilarava la compagnia con certi sali attici d’ottimo gusto, come: Fiat lux, faccia lui.—Veda lei che ha quegli occhi così bei.—Tacete su quegli olmi, o passeri inquieti.—Pur che il reo non si salvi i giusto POMI (garbatissima variante al verso del Tasso).—Tu taci Solimano e a nulla pensi.—Fermi là e nessun si muova—e altre spiritosaggini simili.
Di Fortunata non si discorre neanche. Ella si lasciava cucinare in tutte le salse, e i capricci dei cugino erano altrettante leggi per lei. Leonardo, il quale non voleva intorno a sè che persone sommesse, stava appunto con Fortunata, con la Rosa nipote del gastaldo, chiamata per vezzeggiativo Rosetta, e con tre o quattro ragazzi di contadini, ch’egli pigliava a scappellotti se si mostravano recalcitranti ai suoi ordini. Ma già la Fortunata e la Rosetta erano le sue favorite. Con loro deludeva spesso la vigilanza del precettore, e s’inzaccherava nei fossi, o si ravvoltolava sui mucchi di fieno, o andava a zonzo pei campi sgranellando i grappoli d’uva lungo le viti. Ora, per un gran tempo, la Fortunata e la Rosetta, ch’erano quasi coetanee, procedettero d’amore e d’accordo, senza ombra di gelosia, chè la Rosetta riconosceva la sua inferiorità di fronte all’altra, la quale, per quanto spiantata, era sempre una damina. Ma in quell’autunno 1838 il contino Leonardo, che sentiva ormai le prime inquietudini dell’adolescenza, si divertì a prendere verso le due ragazze un atteggiamento di sultano fra le odalische, e accordando ora una preferenza a questa, ora a quella, fece sorger tra loro una specie di rivalità. Sicchè esse finirono col non potersi soffrire, e Fortunata, che pur adorava la campagna, vide con piacere la villeggiatura giungere al suo termine. A Venezia, ella pensava, le cose torneranno come erano prima, e quella pettegola della Rosetta non farà più le sue smorfie.
Quest’era vero, ma Fortunata errava grandemente nel credere che, levata di mezzo, almeno per qualche tempo, la Rosetta, il cugino Leonardo non avrebbe avuto altri grilli pel capo. Invece, giunto in città, Leonardo mostrò di aver progredito in pochi mesi in malizia più di quello che in molti anni non avesse progredito nell’ortografia, e Fortunata non gli pareva che una bimba insipida con la quale non c’era sugo a perdere il tempo.
Le tribolazioni di don Luigi in questa fase critica del suo allievo non si possono descrivere. Quand’egli usciva a passeggio col contino, costui guardava le donne in una maniera così sguaiata, così provocante, si lasciava sfuggir di bocca delle esclamazioni così ardite che il povero sacerdote avrebbe desiderato d’esser mille miglia sotterra, tanto se ne vergognava. E borbottava fra i denti:—Anime sante del Purgatorio! Che cosa mi tocca!
Finalmente don Luigi dichiarò che proprio egli non si sentiva in grado d’andar più fuori di casa solo col contino, perchè, lasciando stare il resto, egli non poteva nè tenerlo per le falde del vestito, nè corrergli dietro quando il ragazzo s’impuntava a seguir le serve, o le crestaine, o.... c’intendiamo.... chè già un paio di volte i monelli gli avevan dato la baja, a lui sacerdote per bene, e avevan fatto sul suo conto chi sa che razza di supposizioni offensive.
Il conte Zaccaria accolse con filosofica serenità questi avvertimenti, e disse che riconosceva in suo figlio il sangue dei Bollati. I Bollati erano stati sempre così, e poco più d’un secolo addietro il nobiluomo Giuseppe Antonio era fuggito a quattordici anni con una cameriera. Effetti del sangue.
Nondimeno per vigilar meglio sul suo chiaro rampollo, il conte Zaccaria deliberò di affidarlo meno alle cure del precettore e di condurlo più spesso con sè, al caffè Suttil di giorno, al teatro la Fenice la sera, quando c’era spettacolo o c’erano prove. Poichè il conte Zaccaria ch’era uno dei presidenti, aveva libero accesso anche al palcoscenico. In quel recinto sacro alle Muse il contino Leonardo trovò subito oneste e liete accoglienze, soprattutto dal corpo di ballo. Infatti le pudiche allieve di Tersicore avevano troppa stima del conte Zaccaria da non far buon viso al suo nobile erede, il quale mostrava le migliori disposizioni a seguir gli esempi paterni. Il contino Leonardo, dal canto suo, si pavoneggiava molto di queste sue nuove conoscenze, e quand’era in palco con sua madre nominava a una a una le vaghe giovinette di rango francese o italiano che volteggiavano sulla scena in vestito succinto.
E se la contessa Chiaretta si sgomentava delle inclinazioni libertine del figliuolo e manifestava dei timori al marito, questi tirava in campo la solita scusa del sangue caldo dei Bollati, e soggiungeva:—Ci vogliono le valvole di sicurezza, ci vogliono. Se no la macchina scoppia.
VII.
La savia massima paterna non rimase infeconda, e a sedici anni appena il contino Leonardo cominciò ad applicar largamente il sistema delle valvole di sicurezza. La prima di queste valvole si chiamava Candida, e occupava un posto onorifico tra le Greche del ballo spettacoloso, La caduta di Missolungi. Senonchè, finita la stagione della Fenice, la Candida prese il volo per altri lidi e le successe una Olimpia ascritta tra le Scozzesi di una Lucia di Lammermoor che si rappresentava al teatro S. Benedetto. L’Olimpia non durò un pezzo neppur lei, e le tenne dietro una Serafina, virtuosa di canto, che, insieme con molte altre cose, aveva perduto la voce. Nè con la Serafina, è inutile il dirlo, si chiuse il ciclo romantico del nostro giovinetto. Giova bensì notare come queste frequenti conquiste asciugassero le tasche del contino Leonardo, il quale non riceveva dal signor padre che un modesto peculio mensile. In questa critica condizione di cose il nostro Leonardo trovò un’assistenza impreveduta nell’ottimo signor Oreste, il cuoco, uomo danaroso e liberalissimo, sovventore magnanimo di piccoli bottegai e merciaiuoli ambulanti con cui egli teneva conto corrente al mite saggio dell’un per cento alla settimana. Trattandosi ora di levar d’impiccio il padroncino, era naturale ch’egli fosse pronto a dare, nonchè i quattrini, anche il sangue. Onde, in quel modo delicato che rende più preziose le offerte, il signor Oreste mise la sua cassa a disposizione del contino Leonardo, ritirandone di volta in volta delle cambialette rinnovabili ogni anno fino al momento in cui il giovane divenisse maggiore. S. E. Zaccaria, che ignorava ogni cosa, potè intanto cullarsi nella dolce illusione che il figliuolo sapesse far baldoria e spenderne pochini, ciò che non sapevano altri giovani del patriziato.
Il sagace lettore non troverà punto strano che il contino Leonardo, entrato ormai in dimestichezza con le Candide, le Olimpie e le Serafine, guardasse con un sorriso di compassione tutte le femmine le quali non appartenevano a quella casta rispettabile. Fortunata divorava in silenzio il suo dolore pel mutato atteggiamento del cugino verso di lei, ma la contessa Zanze non sapeva dominar la sua stizza, e le accadeva sovente di tirar giù a campane doppie contro i Bollati, ch’erano stupidi, ignoranti, vanitosi, villani, egoisti, e lasciavano crescere come l’erba matta il solo maschio che avessero.—Già—ella diceva—per poco che quello sbarazzino continui la vita che fa, egli crepa sicuramente.... E sarà quello che si merita—ella soggiungeva urlando come un’ossessa e dimenticandosi per un momento l’idea da lei vagheggiata di avere il contino Leonardo per genero.
Gasparo Rialdi trionfava, vedendo di non esser più il solo della famiglia ad avere in uggia il giovane Bollati. E quando gli toccò d’imbarcarsi, perch’egli era ormai cadetto di marina e doveva andar con la squadra in Levante, egli prese da parte la sorella e le disse con maggior dolcezza dell’ordinario:—Credilo, sorelluccia mia, io me ne vado più contento sapendo che tu bazzichi meno con Leonardo.... Quell’intimità non m’era piaciuta mai, e sarai persuasa che non avevo torto. Leonardo è stato da piccolo in su un monellaccio e nient’altro, e adesso che da un anno in qua fa a modo suo, è uno dei più scapestrati che vi siano in paese. Tu non sei una bimba, hai quasi quindici anni, e a quindici anni una giovinetta deve guardar bene a chi accorda la sua confidenza e le sue preferenze.... Capisco che noi non possiamo troncar le nostre relazioni coi Bollati; il babbo e la mamma non lo vorrebbero, e forse avranno ragione, forse è vero che ci conviene usar dei riguardi a quei nostri parenti.... abbiamo, pur troppo, delle obbligazioni con loro.... Ma un giorno, se la fortuna m’aiuta!... Intanto sta in guardia, e soprattutto non curarti di Leonardo... Son meglio i suoi disprezzi che le sue carezze.—Le parole di Gasparo erano per Fortunata tante punture di spillo. Ella non osava contraddirlo, si sentiva piccina piccina di fronte a lui; ma egli era troppo impetuoso, troppo violento, troppo assoluto da potersele insinuare nell’animo, da poter sradicarne le simpatie segrete coltivate con lungo amore. Poichè non è mica vero sempre che i forti trascinino i deboli; la bufera che abbatte la quercia passa talvolta sul gracile stelo senza far altro che piegarne la cima. A veder suo fratello così accanito contro Leonardo, ella, pur riconoscendo i torti di costui, aveva come la coscienza d’un’ingiustizia, di una persecuzione della quale ell’era muta e impassibile testimonio. Le pareva che sarebbe convenuto tener modi diversi, usar la dolcezza, cercar con le ammonizioni e i consigli di ricondurre il traviato sul retto sentiero, e avrebbe dato dieci anni della sua vita per saper far lei quello che non sapevano o non volevano fare gli altri. Così Gasparo, con tutta la sua perspicacia, s’era affrettato troppo a rallegrarsi della scemata intrinsichezza di sua sorella con Leonardo Bollati. Sicuro, le apparenze gli davano ragione, e Fortunata si trovava di rado a quattr’occhi col cugino, ma chi le fosse disceso in fondo al cuore avrebbe visto che i nodi che la stringevano a lui, anzichè rallentarsi, accennavano a diventare più saldi e indissolubili.—Non sei una bimba—le aveva detto Gasparo, ed era vero. E appunto per questo riusciva meno facile a lei stessa di raccapezzarsi in quel tumulto di sentimenti nuovi e di nuovi pensieri che l’agitavano. Ciò ch’ella provava per Leonardo Bollati non era l’affetto uguale, ingenuo e devoto dei primi anni; era a volte un’attrattiva invincibile, a volte una strana ripulsione; ond’ella ora lo cercava ed ora lo sfuggiva, ma sia che lo cercasse o lo sfuggisse, non sapeva staccare il pensiero da lui.
Dei genitori vigili, intelligenti, avrebbero avvertito il pericolo e cercato di ripararvi in tempo, ma il conte Luca era un uomo nullo che aveva abdicato in favore della moglie, e la contessa Zanze, sebbene non fosse una sciocca, non era nata per capir certe cose, e aveva poi uno spirito singolarmente sconclusionato. Dimodochè, dopo aver dipinto Leonardo con le tinte più fosche, dopo avergli pronosticato ogni specie di malanni, ella mutava a un tratto registro e tornava a far castelli in aria e ad almanaccare sulla possibilità che sua figlia entrasse in casa Bollati e ch’ella, Zanze Rialdi, divenisse un giorno la suocera dell’erede di un gran nome e di un gran patrimonio. Inoltre, anche nei momenti in cui ell’era meno disposta alle illusioni, ell’avrebbe riso in faccia a chi fosse venuto a dirle che il solo mezzo efficace di salvar Fortunata dalle amarezze e dai disinganni era quello di non frequentar troppo i Bollati, di non mantener con essi che le relazioni strettamente necessarie. Colmarli di contumelie quand’essi non potevano sentirla, era, per la contessa Zanze, la cosa più naturale del mondo, ma perdere i vantaggi d’una parentela simile le sarebbe parso un delitto verso sè stessa e verso la propria famiglia. Ah, in verità non c’era che lei che avesse un po’ di sale in zucca! Suo marito era un bamboccio, Gasparo, con tutto il suo ingegno, non sapeva il viver del mondo, e Fortunata era una buona diavola, ma prendeva di tratto in tratto certi atteggiamenti di vittima ch’erano molto noiosi. Adesso ell’aveva l’aria di fare una grazia ad andar l’autunno in campagna, come se si potesse rinunziare a un sistema che, senza contare il benefizio fisico, permetteva di chiuder la casa e di raggranellar quattro soldi per l’inverno.
La ragione, per la quale Fortunata andava mal volentieri in villa Bollati, non è difficile a immaginarsi. Il contino Leonardo, si curava poco di lei e si curava troppo della nipote del gastaldo, la Rosetta, che in brevissimo tempo s’era fatta una bella ragazza. Vispa, civettuola, la Rosetta sapeva di piacere e si divertiva a lasciarsi corteggiare, per rider dei gonzi, diceva lei, giacchè non era così grulla da innamorarsi a spese della salute e del buon umore, e in quanto al prender marito non c’era furia, chè un marito è un tiranno e nient’altro. A ogni modo, di mariti c’era abbondanza; bastava volere. Per ora preferiva spassarsela, e d’autunno quando i padroni erano in villa accettava di buon animo gli omaggi del conte Leonardo, certa di far arrabbiare le sue carissime amiche e di suscitar la gelosia dei bellimbusti del paese. Perciò ella non aveva nessun riguardo a lasciarsi vedere con Leonardo per le strade maestre e a scambiar la domenica in chiesa occhiate e sorrisi con lui. Che se anche le amiche e i galanti si vendicavano col tener sul suo conto ogni specie di discorsi e coll’esagerare l’importanza della tresca, ella si stringeva nelle spalle, tant’era sicura che al finir dell’autunno i galanti sarebbero tornati ai suoi piedi, docili come cagnolini. Delle amiche poi non si dava pensiero; chiuder loro la bocca era impresa impossibile.
La Rosetta, come si vede, sfidava la cosidetta opinione pubblica per vanità, poichè questa sua vanità non sarebbe stata soddisfatta se la gente non avesse saputo che il contino Bollati spasimava per lei. Ma dove la vanità non era in giuoco ell’era invece prudentissima, e Leonardo non riusciva a indurla nè a passeggiate in luoghi solitari, nè a furtivi colloqui di sera. Anzi quand’egli era troppo insistente, la ragazza fingeva di corrucciarsi e lo sfuggiva per più giorni di seguito. Già i pretesti non le mancavano; o doveva attendere alla cascina, o aveva da lavorar di cucito per lo zio e i cuginetti. Allora Leonardo si sfogava con Fortunata e diceva che la Rosetta era la più civetta di tutte le tose ch’egli aveva conosciuto, e ch’ella s’ingannava a partito se credeva di far colpo sopra di lui con quelle sue bizze da principessa. C’era proprio pericolo ch’egli la prendesse sul serio! Ma queste confidenze non davano un gran conforto a Fortunata, che, di lì a qualche giorno, vedeva Leonardo più sommesso di prima alla capricciosa contadinotta.
Era impossibile che in casa non s’accorgessero di questa tresca, e seppur non se ne fossero accorti, la contessa Zanze si sarebbe assunta la briga di spargerne la notizia. Ella n’era scandalizzatissima, e non risparmiava fatiche per risvegliare il senso morale del conte Zaccaria e della contessa Chiaretta e per indurli a far valere la loro autorità prima che accadesse una catastrofe. Ma quelli non se ne davano per intesi. O che toccava a loro di vigilare sul prezioso onore d’una villana?
E se dobbiamo esser sinceri, quegli a cui spettava anzitutto quest’ufficio delicato era il gastaldo, zio della Rosetta, volpe vecchia, il quale lasciava correre, sia che si fidasse della furberia della nipote, sia che non volesse disgustare il giovane conte, e in ogni evento, sperasse di tirar l’acqua al suo molino.
L’ultimo rifugio della contessa Zanze era don Luigi. O che aveva gli occhi foderati di prosciutto? O che non sentiva il debito sacrosanto di alzar la voce, e di sottrarre alla perdizione il suo allievo?
Povero don Luigi! Che ci poteva lui? Non la capivano ancora ch’egli non era più il precettore? Era il cappellano della famiglia, era una specie di mastro di casa; ma il precettore no. E su certi argomenti non aveva diritto di entrare... fuori che nella confessione.... Allora le sue ragioni sapeva dirle e non aveva bisogno delle lezioni di nessuno, come non intendeva render conti a nessuno.... E poi perchè venivano a discorrergli di tresche scandalose?... Credevano che un sacerdote non avesse da far di meglio che spiare i passi di due monelli senza giudizio?
—Bei ministri di Dio!—borbottava la contessa Zanze riferendo al marito questi colloqui.—Bei ministri del Vangelo! Si lavano le mani come Ponzio Pilato.
—E perchè non ve le lavate anche voi le mani?—rimbeccava il conte Luca.—Siete un ministro di Dio, voi! Andate proprio a cercarli col lumicino i fastidi? Che può importarvi di ciò che passa tra Leonardo e la Rosetta? Per la Vergine santissima, lasciate che si sbrighino loro e non ve ne impicciate. Tanto, a voi non ne va e non ne viene. Mi spiego?
E il pacifico uomo tornava al caffè a giuocare ai suoi scacchi.
VIII.
Forse il conte Luca aveva ragione a voler mantenere una politica di assoluta neutralità, ma, d’altra parte, la contessa Zanze non aveva torto nel presagire che quest’intrigo del contino Leonardo e della Rosetta sarebbe andato a finir male. Era una cosa troppo lunga, e, come dice il proverbio, le cose lunghe diventan serpi. In città, Leonardo aveva mille distrazioni che gl’impedivano di pensare alla nipote del gastaldo, ma quand’era in campagna gli occhi bellissimi e il sorriso affascinante della Rosetta esercitavano sopra di lui il solito impero. Inoltre c’era ormai di mezzo anche un po’ di puntiglio. Egli giurava e spergiurava a sè medesimo di venirne a capo, di non voler essere raggirato più a lungo da una contadina, di non voler più contentarsi d’una carezza e d’un bacio a ogni morte di papa. Per la Madonna! Egli non aveva mai avuto queste abitudini, e le Candide, le Olimpie e le Serafine non lo avevano mai fatto sospirar tanto. Però questi propositi risoluti del contino Leonardo si spuntavano contro le arti sopraffine della ragazza, la quale pareva aver imparato la civetteria in una capitale. Ella accettava i regalucci del suo spasimante, gli diceva di volergli bene, accordava quello che non era possibile di negargli, ma in quanto al resto, nemmen per sogno. Comunque sia, questa tattica era piena di pericoli, ed era evidente che non poteva durare a lungo, soprattutto, se, in mezzo ai tanti farfalloni che svolazzavano intorno alla Rosa, fosse spuntato un pretendente serio. In verità il pretendente serio tardò abbastanza a venire, e le buone amiche della Rosa si tenevano sicure ch’esso non sarebbe venuto più, perchè, siamo giusti, chi doveva sposare quella sguajata? C’era bensì un tal Menico, garzone di caffè, povero di quattrini e di spirito, il quale dichiarava di languir d’amore per lei e d’esser pronto a darle il suo nome, ma a nessuno passava pel capo che la Rosetta si adattasse a sposar quello zotico di cui ella era la prima a burlarsi, quantunque Menico fosse sotto la protezione del gastaldo, ch’era suo santolo.
Per altro, allorchè Beppe Gualdi, il figlio dell’oste, finita la ferma militare, tornò in paese e s’attaccò subito ai panni della ragazza, si cominciò a susurrare nei crocchi che, se la Rosetta aveva giudizio, lo sposo era bell’e accalappiato, perchè Beppe non era uomo da perdersi in galanterie senza costrutto e aveva già detto di voler prendere moglie. Naturalmente uno sciame di persone officiose, per la maggior parte madri che avevano figliuole da marito e zitelle che cercavano un collocamento, si diedero premura di metter sull’avviso il giovinotto, informandolo di tutte le chiacchiere che correvano sul conto della Rosetta. Era proprio peccato che un galantuomo cascasse in così cattive mani. Ma Beppe troncò presto i discorsi, rispondendo che aveva ormai il dente del giudizio e ch’era in grado di regolarsi da sè. Ai suoi intimi poi diceva che le chiacchiere dei maligni non gli facevano nè caldo, nè freddo, e che non si stupiva punto se la Rosetta aveva tante nemiche, perch’era più bella e più vivace delle altre. Del resto egli era disposto ad ammettere che le fosse piaciuto di farsi corteggiare anche dal contino Leonardo, ma al suo posto tutte avrebbero fatto lo stesso. A lui bastava che queste galanterie non avessero seguito, ed egli non avrebbe certo domandato formalmente la mano della Rosetta finchè non si fosse assicurato da sè che tra lei e il contino era troncata ogni relazione.
La Rosetta non provava nessun entusiasmo per Beppe Gualdi, che aveva una diecina d’anni più di lei, ma non voleva disgustarlo, nè darla vinta alle sue rivali che gli tendevano le loro reti; inoltre, per aliena ch’ella fosse dal matrimonio, non era poi così grulla da rinunziar troppo leggermente a un buon partito. Onde si mostrava piena di deferenza pel suo nuovo adoratore e rideva e scherzava con esso intorno al contino Bollati, i cui stupidi omaggi, ella diceva, non avevano servito che a tenerla di buon umore.
Il figlio dell’oste era ripatriato alla fine dell’inverno, mentre i Bollati non erano in villa, ciò che sulle prime diede buon gioco alla nostra civettuola. Le difficoltà vere dovevano affacciarsi più tardi, nell’autunno, quando la Rosetta sarebbe stata messa al punto o di decidersi per uno dei suoi due innamorati o di sfoggiare un’arte maggiore del solito per corbellarli entrambi. Era anche fuor di dubbio che allora tutti quelli che le volevano male sarebbero stati con tanto d’occhi aperti per coglierla in fallo.
Ne venne di natural conseguenza che il contino Leonardo Bollati, quell’anno, trovò la Rosetta notevolmente mutata, cosa che non poteva accadergli in peggior momento, giacchè egli s’era impegnato con certi suoi compagni di libertinaggio a non tornare a Venezia senz’aver vinto l’ultime resistenze della capricciosa fanciulla. E a raggiungere meglio il suo fine, egli s’era munito d’un anellino di brillanti il cui splendore, a parer suo, era atto a trionfare di ben altre virtù femminili che di quella della nipote del suo gastaldo.
Dinanzi agli ostacoli impreveduti che intralciavano la sua via, il contino Leonardo, quantunque fosse un balordo, si condusse, per una volta tanto, da uomo di spirito. Non andò in escandescenze, non perdette il suo sangue freddo, ma non depose le armi e fidò nella fragilità femminile.
C’era un’altra bellezza campagnuola che pretendeva contrastar la palma alla Rosetta, e ch’era stata tra le più implacabili nel giudicarla. Il giovine conte, che non s’era occupato mai di costei, cambiò tattica a un tratto, le si avvicinò ripetutamente, le disse di quelle paroline che suonano così dolci alle donne, solleticò insomma in tutti i modi la sua vanità. Queste galanterie non rimasero segrete, chè la prima a non voler che rimanessero tali era la persona alla quale esse erano fatte. Figuriamoci s’ella poteva resistere al gusto di umiliare la Rosetta che l’aveva per tanto tempo guardata d’alto in basso! E la Rosetta n’ebbe una rabbia da non dirsi. Che Leonardo, disgustato dal suo eccessivo riserbo, si curasse appena di lei, pazienza; ma ch’egli corteggiasse la Filomena (era il nome della rivale) questo passava davvero ogni misura. Solo a pensarci le veniva da piangere. E se la prendeva un po’ con tutti. Con la Filomena, s’intende; con Leonardo, ch’era volubile e di pessimo gusto, con quel noiosissimo Beppe Gualdi che faceva il geloso, con lei stessa che gli dava retta. Ah, se un giorno essa diventava sua moglie, come gliel’avrebbe fatta pagare!
Intanto, una mattina, mentre il contino Leonardo tornava alla villa per una scorciatoia, egli vide la Rosetta che pareva occupata a coglier margherite sul ciglio del sentiero. Avrebbe voluto far lo spavaldo e passare avanti, ma ell’era troppo bella, troppo procace in quell’atteggiamento, col seno che quasi le traboccava dalla bustina, ed egli sentì una ondata di sangue caldo salirsi alla testa.
—Buon giorno, Rosetta—egli disse fermandosi sui due piedi.
Ella finse una grande sorpresa, arrossì e lasciò cadere i fiorellini che teneva in mano.
—Ti faccio paura?—ripigliò il giovane. E soggiunse più basso:—Come sei bella stamattina! Meriti proprio il tuo nome; sei un bocciuolo di rosa.
—Oh—ella rispose—la Filomena è molto più bella di me.
Il contino Leonardo si strinse nelle spalle.
—La Filomena non è degna neanche di baciar la terra su cui tu cammini.
La fisonomia della Rosetta s’illuminò dal piacere; nondimeno ella si tenne in un certo riserbo:—A me dice così, a lei invece....
—O che credi sul serio ch’io sia invaghito della Filomena?
—To!!... Come se non lo credessero tutti quanti?...
—Tutti quanti credono male, quest’è la verità.... A ogni modo, che te ne importa se hai la testa piena del tuo Beppe Gualdi?
La ragazza fece un gesto d’impazienza.
—Un brav’uomo—seguitò Leonardo—un po’ maturo per te... ma dal momento che gli vuoi bene....
—Che ne sa lei se gli voglio bene, o no?
—Oh bella! risponderò anch’io: tutti lo dicono.
—La gente chiacchiera per aprir la bocca.
—E allora perchè sei stata così cattiva con me quest’autunno?—incalzò il contino passandole un braccio attraverso la vita.
Essa resisteva.—No, no, mi lasci.... Se qualcuno ci vede.
—Non c’è anima viva—replicò Leonardo. E, pronto ormai ad ogni più ardita impresa, le stampò un bacione sul collo, mentre cercava di spingerla fuori del sentiero, in un campo di grano turco, le cui canne alte e fitte potevano essere un eccellente riparo contro gli sguardi indiscreti.
Quantunque alla giovane ripugnasse l’idea di questa capitolazione vergognosa, non si sa quel che sarebbe accaduto, se proprio fra le canne del grano, a poca distanza dal luogo ove si trovavano i due giovani, non si fosse inteso un improvviso fruscìo, come di persona che si aprisse bruscamente il passaggio, forse per entrare, forse per uscire dal campo. Pur non si vide nessuno e poteva esser benissimo un’illusione dei sensi. Ma il momento buono era passato, e il timore d’essere scoperta ridonò alla Rosetta il suo sangue freddo. Anche Leonardo divenne subito più circospetto. Egli non aveva un’anima di leone, e non avrebbe voluto tirarsi addosso la collera di Beppe Gualdi, ch’era uomo capace di non guardare in faccia nemmeno a un’Eccellenza. Ottener la vittoria senz’affrontare il pericolo, ecco il magnanimo ideale del nostro valoroso contino.
Così Leonardo e la Rosetta si separarono di lì a poco non senza promettersi che si sarebbero riveduti.
E si rividero in fatti più volte, ma sempre con infinite cautele e sempre per brevissimi istanti. Però questa intimità avrebbe dato i suoi frutti alla prima occasione propizia. Del resto, Beppe Gualdi non si lasciò scappar con la Rosetta una parola che accennasse a qualche suo sospetto, nè la Filomena fece a Leonardo alcuna scena di gelosia. Ne venne una sicurezza fallace che doveva portar tristi effetti. Perchè i due giovani che credevano aver delusa la vigilanza altrui erano invece spiati a ogni passo. Il loro incontro presso al campo di frumentone aveva avuto per testimonio un monello di dodic’anni, fratello della Filomena, il quale raccoglieva alcune pannocchie cadute, e dileguandosi non visto era corso subito ad avvertir sua sorella che la Rosetta s’era lasciata dare un bacio dal signorino. La Filomena scattò come una molla, e voleva fare uno scandalo, ma, riflettendoci meglio, pensò di consultarsi con Beppe Gualdi, il quale non era uomo da sopportare in pace una canzonatura di questa specie. Sulle prime Beppe fece alla Filomena l’accoglienza che gl’innamorati fanno sempre a chi accusa dinanzi a loro la persona a cui vogliono bene; poi, calmatosi alquanto, le ordinò severamente di tacere e di lasciare a lui la briga di chiarir quest’imbroglio. Guai a lei se si tradiva col contino Leonardo, guai. In tal modo ella dissimulò per paura, egli dissimulò per calcolo e provvide in maniera da esser informato per filo e per segno di tutto ciò che Leonardo e la Rosetta facevano e architettavano. Egli godeva d’un certo credito fra i terrazzani, era largo nello spendere, e gli era facile trovar gente disposta a rendergli servizio. E poi, pare impossibile, i servizi che la gente rende più volentieri son quelli coi quali, giovando a qualcheduno, si può nuocere a qualchedun altro. Insomma Beppe non tardò ad acquistare la certezza che la ragazza lo ingannava, e vi fu anche chi gli riferì queste precise parole dette dalla Rosa al contino per schermirsi da un abboccamento più intimo del solito ch’egli le chiedeva con insistenza:—«Come devo fare se ho sempre quel seccatore fra i piedi?»—Il seccatore era lui, Beppe Gualdi. Ah! bisognava finirla e costringer quei due sfacciati a levarsi la maschera; bisognava sorprenderli insieme in un luogo, in un’ora che non desse loro mezzo di scampo. Perciò Beppe finse di dover andare a Padova per un affare di suo padre, e disse alla Rosetta che sarebbe tornato soltanto di lì a tre o quattro giorni. E s’assentò realmente, ma invece di andare a Padova, si ridusse nella campagna d’un suo compare, poche miglia distante, ad aspettarvi le notizie che gli sarebbero state date dagli amici zelanti. Quelle notizie non si fecero attendere un pezzo. La sera del giorno seguente a quello in cui Beppe era partito, Leonardo e la Rosetta dovevano trovarsi nel chiosco chinese della villa Bollati, un chiosco che non s’apriva mai e del quale il contino si era fatto dar la chiave dal giardiniere. Secondo tutti gl’indizi, la Rosetta s’era lasciata tentare dalla speranza d’un bel regalo. Ell’aveva avuto l’imprudenza di dire alla figlia del maniscalco che le mostrava un anellino di smalto regalatole dal fidanzato:—Oh lo smalto ci vuol poco ad averlo.... Ma son poche quelle che possono avere i brillanti.—Sta a vedere che tu ne hai—rimbeccò l’altra ironicamente. La Rosetta non rispose, ma guardò la sua amica con una tale aria di commiserazione da far intendere che l’averne dipendeva da lei.
Gli amici diedero a Beppe tutti questi particolari con maligna compiacenza, ma quand’egli, il cui amore s’era convertito in odio, li invitò ad aiutarlo per somministrare una buona lezione a quel libertino del conte Leonardo, sorsero mille scrupoli e mille dubbi. Non c’era ragione di mettersi in lotta coi Bollati; i signori, si sa, hanno per loro la polizia, e gli stracci vanno sempre all’aria. Che Beppe piantasse la Rosetta era troppo giusto, ma in quanto al contino era meglio non occuparsene.
Però questi consigli non ebbero presa sull’animo risoluto del giovane. E poichè nessuno volle venire con lui, egli solo, poco prima dell’ora fissata pel ritrovo dei due amanti, s’introdusse per una siepe nella villa Bollati, e si appiattò in una macchia di lauri a pochi passi dal chiosco. Il contino Leonardo non istette molto a comparire, aperse con la chiave la porticina del chiosco, accese un lanternino che spargeva intorno una luce fioca, e poi si fermò sulla soglia ad aspettare. Di lì a dieci minuti s’intese un suono di passi affrettati e leggeri, una voce sommessa (la voce di Leonardo) disse:—Avanti;—una figura di donna avviluppata in uno scialle rasentò la macchia di lauri ove Beppe s’era appiattato, ed entrò rapidamente nel chiosco. Egli la lasciò entrare, resistendo alla tentazione di gettarsele addosso e di stritolarla, ma, quando la porticina fu chiusa, egli, vi si precipitò contro con impeto, ne scompaginò con un colpo vigoroso il debole assito e piombò come un fulmine fra la Rosetta e il suo damo. Non aveva seco armi di nessuna specie e nemmeno un bastone; ma con pugni e calci bene assestati mandò il contino a ruzzolar nell’erba, mentre teneva stretta pei polsi la Rosetta e la colmava d’ogni sorta di vituperi. Le grida acutissime di S. E. Leonardo misero a soqquadro la villa. I servi uscirono coi lumi, i cani da guardia latrarono a piena gola scuotendo furiosamente la catena, la contessa Chiaretta che giocava a tresette dimenticò di accusare la napoletana di spade, S. E. Zaccaria si fermò nel bel mezzo d’una spropositata dissertazione agricola col fattore, gli ospiti tramortirono, e Fortunata, pallidissima, si trascinò fino alla portiera a vetri che dava sul giardino; poi, mancandole le gambe, dovette appoggiarsi a uno degli stipiti per non cadere.