I Coniugi Varedo
E. CASTELNUOVO
I Coniugi Varedo
ROMANZO
MILANO Casa Editrice BALDINI & CASTOLDI
Galleria Vittorio Emanuele, 17-80
1913
PROPRIETÀ LETTERARIA
MILANO—TIP. PIROLA & CELLA DI R. CELLA
I.
Una promessa di matrimonio.
—Buona sera, Gustavo—disse la signora Valeria Inverigo, alzando gli occhi dal suo ricamo e tendendo la mano a un uomo di mezza età, di statura giusta, d'aspetto simpatico, ch'era entrato senza farsi annunziare.
—Buona Sera, Valeria. Come va?
Erano fratello e sorella, ella vedova, egli scapolo. Scambiati i saluti, l'ingegnere Gustavo Aldini si avvicinò alla stufa.—Qui si sta bene. Dai Nocera faceva un freddo….
—Vieni di là?
—Sì…. Anzi l'Adelaide m'incarica di dirti che ti rimanderà presto quei giornali.
—Non c'è fretta—replicò la signora Valeria. Stette un momento soprappensiero; poi soggiunse:
—E il consigliere è contento d'essere tornato a Venezia?
—Perchè non dovrebb'essere? Il trasloco a Venezia l'ha chiesto lui.
—Lui o lei?
—Lui, lui. Tutti gl'impiegati chiedono di tornar nel loro paese.
—Sarà… Se però i Nocera restavano ancora qualche anno laggiù era meglio.
—Oh, Valeria…. Un tempo tu volevi molto bene all'Adelaide….
—E gliene voglio sempre…. È come una sorella minore per me…. Ma via, tu capisci….
L'ingegnere si portò un dito alla bocca.—Zitto…. Non esser cattiva. Parliamo di Diana piuttosto. È al liceo Marcello?
—Sarà qui a momenti…. Il professore Varedo s'è impegnato a non parlare che per cinquanta minuti al più.
—Uhm!
—Già avresti fatto bene ad andarci alla sua conferenza.
—Io? No, no…. Sono refrattario alle conferenze, io…. E perchè non ci sei andata tu?
—Ah, d'inverno la sera io non esco quasi mai. Tu potevi far un'eccezione per una volta.
—Per sentire una predica?… Figurati!… Con quel tema: Il dovere?… Che zuppa!
—Sei ingiusto con Varedo. È un giovine d'ingegno.
—Si può avere ingegno ed esser noiosi.
—Ma lui non è noioso…
—Opinioni. È un punto in cui non sono d'accordo con te e con Diana…. Con Diana soprattutto.
Dalla fisonomia dolce e placida della signora Valeria trasparì il dispiacere che le recava questo dissidio, ed ella borbottò:—E pure…
—Lo so, lo so—rispose l'ingegnere con una spallucciata—che mi toccherà accettarlo per nipote…. s'egli ti farà l'altissimo onore di domandarti la mano della tua figliuola… Perchè sarebbe tempo che si decidesse, mi pare…. A ogni gita di quel signore a Venezia si crede che la bomba debba scoppiare; poi egli torna tranquillamente alla sua cattedra, e la conclusione è rimandata alle calende greche… Tirare in lungo così non è bello.
—Verissimo…. E son risoluta anch'io a metterlo alle strette… Ma io spero…. Zitto!… Hanno suonato…. Sarà Diana.
—Con chi è andata alla conferenza?
—Con miss Jane e con le Duranti che sono passate a prenderla…. Eccola.
Diana irruppe nel salotto, raggiante.
Portava un tòcco di lontra, una giacchetta color marrone guarnita di lontra anch'essa, un vestito di lana scura, succinto, accollato. Poteva avere ventuno o ventidue anni; aveva occhi bruni, a mandorla, folti e indocili capelli castani che le ombravano la fronte, e si raccoglievano in trecce dietro la nuca; persona svelta e ben proporzionata; grandi, ma non tanto da sconciarle la fisonomia, il naso e la bocca. In complesso piacente, senza essere bella.
—Sola?—chiese la signora Valeria.
—Miss Jane è qui dietro… Ci mette un secolo a far la scala…. Le Duranti verranno domani. Ah, mamma, che peccato che tu non abbia assistito alla conferenza!
—Troppo freddo in istrada, bambina mia, troppo caldo nella sala, troppa folla—rispose la signora Valeria.
—Oh in quanto a questo, sì… La sala era gremita. Fino nel vestibolo, fino sul pianerottolo, fin su nella galleria s'accalcava la gente.
—Vedi dunque….
—Ma tu, zio—ripigliò la ragazza—non hai una scusa al mondo.
—Abbi pazienza; alle conferenze mi addormento, e se mi addormento russo.
—A questa di Varedo non ti saresti addormentato…. Me ne appello a miss Jane.
Miss Jane, ch'entrava in quel momento, rivolse uno sguardo interrogativo alla sua pupilla. Era un'inglese, che aveva piuttosto il tipo d'una tedesca, piccola, rosea, grassottella, flemmatica.
—Dica lei, dica il suo parere sulla conferenza di questa sera.
Miss Jane, che ansava un poco, posò il manicotto sopra una sedia, si sbottonò i guanti, e rispose:— O yes, beautiful indeed… Molto bella.
Pronunciata questa sentenza, la governante si sprofondò in una poltrona in un angolo del salotto.
Per Diana ci voleva ben altro.—Una maraviglia, un incanto… E mai un pentimento, mai un'esitazione… E neanche una nota.
—Che memoria!—esclamò lo zio.
—Nossignore, improvvisava.
—Demostene addirittura.
La signora Valeria slanciò un'occhiata di rimprovero al fratello, mentre Diana, piccata, replicava:
—Oh c'erano tante persone che applaudivano… tanti professori, tante signore.
—Sentiamo, sentiamo di chi era composto questo sinedrio femminino?
—Ho proprio tempo da passarle in rassegna… C'era la Rigaldi con le figliuole.
—Anche con quella di due anni?
—Sei intollerabile.
—So ch'è una famiglia dove si comincia tutto presto… Avanti…
—C'era la contessa Bisenti, la marchesa Terriani con la nuora, la signora Astolfi, la moglie del provveditore agli studi…
—Povera donna!… Condannata a subirsi tutte le conferenze dalla prima all'ultima… Suo marito crede che questo entri nei doveri d'ufficio… Avanti…
—Non dico altro.
—E adesso non c'è più nessuno che non sappia quale sia il suo dovere—ripigliò Gustavo Aldini con aria di mite canzonatura.
—Non la tormentare—interruppe la signora Valeria.—E tu, Diana, levati il tòcco e la giacchetta, chè qui fa caldo e rischi di prenderti un malanno. Dov'è la Giuseppina?
—Non ne ho bisogno. Or ora vado in camera per un minuto. Ma mi fa una rabbia quello zio…
—O perchè gli dai retta?
L'ingegnere, che si divertiva un mondo a punzecchiar la nipote, tornò alla carica.—Insomma io vorrei che così in due parole tu mi dicessi il sugo di questa famosa conferenza.
—La finisci, Gustavo?—ammonì la sorella.
—Che male c'è?—replicò Aldini candidamente.—Desidero istruirmi.
—Oh—saltò su la ragazza—se desideravi istruirti sul serio, dovevi venire e avresti imparato anche tu qualche cosa…
—Il mio dovere?
—Per esempio il dovere di non esser seccante.
—Brava! È una risposta che mi piace.
—Le tiri pei capelli le impertinenze—notò la signora Valeria.
—Ma che impertinenze? Non son mica permaloso, io.
—Oh, è buono in fondo—disse, carezzevole, Diana.
Aldini ricominciò:—E se domando il sunto della conferenza…
—Ma basta—supplicò la signora Valeria.
—Il professore Varedo la stamperà… La leggerai—rispose la giovinetta.
—Vedi che non era improvvisata.
—A momenti ti graffio il viso—minacciò Diana mostrando le unghie.
—Fammi la grazia, Diana—disse la madre,—giacchè devi andare nella tua camera, vacci subito.
—Sì… Ma prima una parolina all'orecchio… Non voglio che lo zio senta… È troppo cattivo.
—Mi licenzi?
—No… resta lì accanto alla stufa.
L'ingegnere accese un sigaro, Diana si avvicinò alla signora Valeria e le sussurrò piano, dopo aver guardato l'orologio:—Alberto… il professore Varedo sarà qui verso le undici a prender il the con noi… Lo scuserai se non viene prima, ma deve liberarsi dagli amici che gli si sono attaccati ai panni per festeggiarlo… Se tu avessi visto!… E quante signore se lo disputavano!… Ma egli preferisce la nostra casa.
E gli occhi della giovinetta sfavillavano nella gioia del trionfo.
La madre le diede un buffetto sotto il mento.
—Sta bene. Lo scuseremo… e lo aspetteremo. C'è dell'altro?
Diana abbassò ancora la voce.—Mammina cara, non te ne hai a male se, prima d'interrogarti, ho dato un ordine alla servitù?
—Che ordine?
—Quello di non ricevere stasera nessuno, a eccezione del professore Varedo.
—Oh Diana, Diana!… E perchè?
—Ho ragione di credere—seguitò la ragazza—ch'egli abbia da parlarti in segreto.
—Davvero?
—Sì.
La signora Valeria tirò a sè la figliuola e la baciò teneramente. Indi Diana, svincolandosi dall'amplesso, si avviò saltellante verso l'uscio. Ma, così di passaggio, fece una breve sosta presso la stufa, appoggiò le due mani sulle spalle dello zio, e con accento risoluto le disse:—Se mi vuoi bene, e son sicura che me ne vuoi molto, non devi fare opposizione. Sai che sono ostinata. O lui o nessuno.
Prima ch'egli avesse tempo di rispondere, ella era già fuori della stanza.
Miss Jane s'era, alzata per uscire anche lei, ma la signora Valeria la trattenne con un gesto. E le chiese:—C'è stato un colloquio stasera fra il professore Varedo e la signorina?
La governante protestò vivamente in un suo italiano particolare che conservava la costruzione inglese.—Colloquio?… Avrei non permesso… Dopo la conferenza, Miss Diana volle complimentare l'oratore come tutti… Io ero con lei. Il professore appena vide noi venne incontro a noi con mani tese… Feci mie congratulazioni… Molte altre signore e gentlemen spingevano da tutte parti… Per mezzo minuto io fui separata da Miss Diana… Forse allora il professore le parlò piano… Io potevo non… non potevo sentire… Signorina raggiunse me subito dopo, incantata, enchanted, delighted, yes.
—E per la strada il professore era con loro?
—Oh no… Avrei non permesso… Eravamo con signora e signorina Duranti… Signorina diede suo braccia a Miss Diana. Io fui con la madre, o yes.
—Basta così. Se vuol ritirarsi, vada pure.
Miss Jane riprese il manicotto e uscì salutando.
— Fata trahunt —borbottò Aldini.
—Per carità, non sfoggiare il tuo latino. Ne ho d'avanzo dell'inglese di Miss Jane.
—Dianzi parlava italiano.
—Peggio ancora. Stento quasi altrettanto a capirla. Ma vuol fare esercizio. Ha già dichiarato che quando Diana si sposi ella si ritirerà a Londra per darvi lezioni di lingua italiana.
—Staranno fresche le sue allieve… Ma tornando a noi, ci siamo, pare?
—Pare… E ti confesso che sarò liberata da un gran peso… Lo dicevi tu stesso; così non poteva durare.
—No certo.
—Dunque?
L'ingegnere allargò le braccia con un gesto rassegnato.
—Ma perchè, santo Iddio, devi esser così ostile ad Alberto Varedo?—proruppe la signora Inverigo.
—Andiamo, Valeria, non ci badare—replicò Gustavo Aldini con dolcezza.—Lo sai ch'io vado soggetto alle antipatie.
—No, tu ti sei fitto in capo che Diana non debba esser felice con quell'uomo… E pure l'hai sentita un momento fa:—O lui, o nessuno.
—Verissimo… Avrò torto io.
—Io vorrei delle ragioni—insisteva la signora Valeria, incapace d'adattarsi a non esser d'accordo con suo fratello in un argomento di tanto rilievo.—Alberto Varedo è un galantuomo, viene da una famiglia di galantuomini… Il suo papà, la sua mamma, morti, poveretti, in età ancor vegeta, erano fior di gente sulla cui memoria non c'è un'ombra.
Gustavo approvò con un cenno del capo.
—Lui, Alberto—proseguì la Inverigo—è un bravo giovine, sfido a negarlo.
—Non lo nego.
—A ventisett'anni ha vinto un concorso alla Università di Torino: È già lì da due anni professore straordinario; ha pubblicato opuscoli, libri, collabora in vari giornali scientifici, è molto stimato, non ha vizi… Ne hai chiesto informazioni anche tu a que' tuoi amici di Torino e mi hai confessato lealmente di averle avute ottime. A meno che tu non mi nasconda qualche cosa…
—Nemmen per sogno.
—Te lo giuro, vi son dei momenti in cui penso che tu sia in possesso di qualche segreto relativo a Varedo…
—Sei pazza?
—Che so io? Di qualche pasticcio galante?… Di qualche catena?
Aldini scoppiò in una risata.—Alberto Varedo?… Che diamine?—Poi soggiunse serio:—E puoi credere che se avessi un indizio, un dubbio su questo proposito non sarei voluto andare a fondo, non mi sarei confidato con te? No, no, Valeria, levati queste ubbie dalla mente e non far d'una mosca un elefante… Io non ho nessun fatto da rimproverare a Varedo, non ho nessuna colpa da addebitargli; mi è poco simpatico, è vero, ma che vuol dir questo? Ho forse da sposarlo io?… E adesso, perchè tu non debba annaspar nebbia, e anche perchè questa è l'ultima volta che si torna sull'argomento, e se di qui a mezz'ora Alberto e Diana sono promessi sposi io non fiaterò più e farò invece ogni sforzo per vincere quella mia antipatia; adesso ti dico in poche parole perchè non mi piace… Intanto non mi piace fisicamente… questo ti fa ridere?… Bello o brutto non vorrebbe dir niente, pur che avesse l'aspetto giovine come si ha l'obbligo di averlo a ventinov'anni. Invece ne mostra quasi quaranta, con quel viso grave, con quel vestito da pastore evangelico, con quell'aria cattedratica di uomo che sia nato professore… Ed ecco il secondo motivo per cui non mi piace… È un pedante… Dà lezioni sempre, forse senza volerlo… In fine è un puritano, si scandalizza di tutto, non ammette scherzi… Anche la conferenza di stasera…
—Se non l'hai sentita!—esclamò la sorella.
—Basta il titolo: Il dovere… Lasciamolo in pace questo famoso dovere… Ossia ognuno ne faccia quel tanto che può, e discorriamone meno.
—Non hai altro… proprio altro?—domandò la signora Valeria.
—Non ho altro.
—Sia lodato Iddio!… Perchè questo è ben poco… Che Varedo sia brutto o bello, che mostri più meno della sua età, quando Diana n'è contenta!… Ella non si sarebbe adattata a sposare un uomo frivolo. Lo sai, è uno spirito entusiasta.
—Sotto cui si nasconde uno spirito critico.
—Credi?
—Ne son sicuro. Non rammenti quelle novelline, quei bozzetti satirici che si divertiva a scrivere anni fa?
—Bambinate. Ora ha smesso, e mostra un'inclinazione a studi più seri. Aiuterà suo marito, con cui è d'accordo anche nel puritanismo… Un po' puritana è anche lei… Tiene del suo povero babbo.
—Oh per questo non ho paura. Le lezioni della vita le insegneranno a essere indulgente come la sua mamma.
—Non però di manica larga come il suo zio materno—disse ridendo la signora Inverigo.
—Del resto—concluse l'ingegnere—poichè Domeneddio ha disposto nella sua sapienza ch'io diventi zio del professore Alberto Varedo, spero che finiremo coll'essere amici… Io ci metterò tutto il mio buon volere.
La signora Valeria tese al fratello ancora una volta la mano.—Grazie, Gustavo.
Egli strinse quella bella mano bianca e nello stesso tempo si chinò su Valeria e la baciò in fronte.
S'erano amati da bambini in su, ed egli era un cuor d'oro sotto il suo scetticismo apparente.
—Sono le dieci e tre quarti—notò la signora guardando l'orologio.—Varedo non può tardare… Non capisco che cosa faccia mia figlia… A meno che non voglia lasciarmi sola col suo aspirante.
—In questo caso batto in ritirata.
—Ma no; tu sei, dopo di me, il più stretto parente che abbia Diana; Varedo è avvezzo a vederti qui; rimani.
Il colloquio fu troncato dalla comparsa di Diana. Ella s'era mutata da capo a piedi; aveva un elegantissimo vestito chiaro, un po' aperto sul davanti. I suoi occhi ridevano.
La madre e lo zio ebbero un'esclamazione di maraviglia.—Che lusso!
—Se gli abiti belli non si mettono in queste circostanze—ribattè la ragazza—quando si devono mettere?
—Diana, Diana—ripigliò la signora Inverigo, e c'era una nota di sgomento nella sua voce;—sei poi sicura che accadrà stasera quello che tu desideri?
—Sicurissima—replicò con baldanza la figliuola.
—E se qualcheduno desidera parlarmi a tu per tu?
—Quel qualcheduno avrà molto piacere ch'io ci sia.
—E io?—domandò Gustavo Aldini.
—Tu?… Ecco, se tu sei lo zio buono, accondiscendente, gentile ch'io sono avvezza a conoscere e ad amare, la tua presenza sarà per noi una gioia di più… se poi…
Anzichè terminare la frase. Diana tese l'orecchio e con un cenno della mano intimò silenzio.
Com'erano accese le sue guancie! Come batteva il suo cuore!
L'uscio s'aperse; il domestico annunziò:—Il professore Varedo.
Mostrava realmente un po' più de' suoi ventinove anni; non ne mostrava quaranta come aveva detto Gustavo Aldini; era piuttosto brutto che bello; nella gravità, nell'andatura, nel vestito poteva risvegliar l'immagine d'un pastore evangelico; ma in complesso non era nè così brutto, nè così grave, nè così solenne come si sarebbe supposto badando alla descrizione iperbolica dell'ingegnere. O forse l'emozione naturale di quell'ora decisiva dava alla sua fisonomia un'insolita mobilità.
Fatto si è che quella sera stessa Alberto Varedo chiese ed ottenne la mano di Diana Inverigo.
II.
In casa degli sposi.
Poco più d'un anno dopo, in una sera fredda di marzo, l'ingegnere Gustavo Aldini scendeva da una vettura di prima classe alla stazione centrale di Torino.
I Varedo erano sotto la tettoia ad aspettarlo.
—Oh zio—disse Diana buttandogli le braccia al collo mentre il professore lo liberava dalla valigia.—Bene arrivato. Perchè non hai portato con te la mamma?
—Capirai, di questa stagione una donna d'una certa età si sposta mal volentieri.
Diana protestò:—Una certa età?… È giovine ancora la mamma.
—Sicuro che non è vecchia… A ogni modo…
—Ma sta bene, non è vero?
—Sì, grazie al cielo, sì… E puoi immaginarti quante cose m'ha detto per te, per tutti e due… A voi altri non domando come stiate; si vede.
—Ci vedrai meglio a casa.
Aldini, venuto a Torino, oltre che per salutare la nipote, anche per certi affari d'una Compagnia assicuratrice a cui egli apparteneva, avrebbe preferito alloggiare all'albergo, ma i Varedo non glielo permisero.
—Se ci fai un tiro simile—dichiarò Diana—non ti guardo più in viso.
Fuori della stazione, il professore aperse lo sportello di un fiacre e vi fece entrare sua moglie e lo zio.—Io vado a piedi—egli disse.—Passo un momento al Circolo filologico… Di qui a mezz'ora sono a casa… Arrivederci… E bada Diana, se viene Bardelli, che aspetti.
Gustavo Aldini fu riconoscente a Varedo d'averlo lasciato solo con sua nipote, e forse anche Diana aveva piacere di trovarsi a tu per tu con lo zio.
Onde, appena la vettura si fu mossa, vi fu un fuoco incrociato di domande e risposte.
—Raccontami della mamma, della nostra casa, degli amici.
—Tutti benone, tutti ti ricordano. Ma parlami di te…
—Io sono contentissima… Ma ci vai ogni giorno dalla mamma?
—Quando sono a Venezia anche due volte al giorno… Dunque sei contenta?… Proprio?
—Proprio… Se non avessi il cruccio della mamma ch'è così sola.
—Non tanto. Riceve sempre qualcheduno, la sera specialmente: le Duranti, Rinardi, Frandini, il dottore Del Marmo, i Nocera… Ma tu non ci annunzi ancora nessuna novità?
—Che novità?
—Via, non far l'ingenua… Le novità che si possono aspettare dalle spose.
Forse Diana arrossì, ma in carrozza era buio, e lo zio non se ne accorse.
—C'è tempo—ella disse.
—Lo so che c'è tempo… Ma spero bene che non ci farete sospirare troppo.
—Non c'è fretta—ripetè Diana. E tornò sul discorso della mamma.—Poteva venire a passar l'inverno con noi, che se pur qui fa più freddo si è meglio riparati che a Venezia…
—Verrai tu a casa nella stagione dei bagni.
—Sì, ci verrò… Ma se la mamma avesse passato l'inverno a Torino non si sarebbe rimaste divise che per pochi mesi… almeno in questo primo anno.
—In agosto si compirà appunto un anno dal tuo matrimonio.
—Vi ho rifatto una visitina ai primi d'ottobre… dopo il viaggio di nozze.
—Meno d'una settimana.
—Non si poteva di più. Alberto doveva esser qui per gli esami.
La vettura si fermò, qualcheduno uscì dalla portineria ad aprir lo sportello e a prender la roba.
Era un quartierino modesto e tranquillo, in Via della Zecca, ceduto a Varedo insieme a gran parte della mobilia da un collega dell'Università che per ragioni domestiche aveva abbandonato l'insegnamento e s'era ritirato in campagna. Solo una camera Diana aveva voluto arredar tutta di nuovo secondo il gusto suo, ed era la camera destinata ai forestieri, i quali però, nel pensiero di lei, non dovevano esser che la sua mamma e lo zio Gustavo.
—Per mia sorella va egregiamente—disse l'ingegnere quando la nipote ve lo accompagnò,—per, me è troppo; Non avevi un bugigattolo dove mettermi? Sai ch'io ho abitudini quasi spartane.
—Se tu fossi venuto con la mamma—rispose Diana—certo che non mi sarebbe stato possibile d'accomodarti bene, e forse avrei dovuto lasciarti andare all'albergo… Ma poichè sei qui solo e sei il primo che venga a farmi una visita (ella sottolineò la parola primo ) voglio offrirti il meglio che ho.
Ella accennò ad andarsene.—T'aspetto nella stanza vicina, ch'è il nostro salotto da pranzo.
—Vengo con te. Mi fai vedere tutto l'appartamento.
Diana si mise a ridere.—È presto fatto. Ma non prendi prima qualche cosa?
—Senti, ho pranzato benissimo alla stazione di Milano, e non ho bisogno di nulla.
—Una tazza di brodo?
—No, grazie… Prendete il the voi altri la sera?
—Sì.
—Ebbene, lo prenderò con voi quando sarà tornato a casa tuo marito.
—Come credi.
Diana condusse lo zio nella camera nuziale, nello studio di Varedo, e in quello che doveva essere il salotto da ricevere, ma che in realtà non era che un'appendice dello studio, ingombro di libri e di carte. E dei libri ce n'erano da per tutto, perfino nel gabinetto da toilette degli sposi. Fu anzi lì, presso lo specchio davanti al quale Diana si pettinava, che l'ingegnere gettò l'occhio sopra un opuscolo legato in pergamena con fregi d'oro.
—Che roba è questa?—egli chiese.
—Tò, non lo conosci?—esclamò ella alquanto maravigliata.—Ce n'è una copia anche dalla mamma… senza la dedica però, che fu fatta stampare apposta per me.
Ed ella porse allo zio il libricciuolo.
—Adesso vedo—disse l'ingegnere Aldini.—È la conferenza di Varedo sul dovere.
—Sì… Guarda alla prima pagina.
— Alla mia Diana il giorno delle nostre nozze —lesse lo zio Gustavo.
Diana spiegò:—È stata una sorpresa. Ho trovato il libro nella mia borsa da viaggio… Non ne sapevi nulla?
—No davvero.
—Fu un pensiero gentile.
All'ingegnere pareva invece una pedanteria insigne, ma non volle mortificar la nipote, e si contentò di domandar sorridendo:—E rileggi la conferenza anche quando ti pettini?
—Cattivo zio!… Sempre un po' canzonatore.
—Via, via—replicò Aldini in tono scherzevole—chiamatemi presto a far da padrino a un bel maschiotto… Anche quella è una parte del vostro dovere.
Poi, nel salotto da pranzo, mentre Diana rifondeva lo spirito di vino sotto la teiera, lo zio ripigliò le sue interrogazioni.—E come passi le tue giornate? Come passi le sere? Hai molte conoscenze?
—No, non molte… Ma non m'annoio. Son sempre occupata.
—Ti alzi presto?
—Alle otto, otto e mezzo… Attendo alla casa; do gli ordini per le spese… Sono diventata una buona massaja… non lo credi?
—Anzi me ne rallegro.
—Così arrivan le undici ch'è l'ora in cui Alberto torna dall'Università… Prima di mezzogiorno si va a colazione… Dopo si lavora insieme…
—Come sarebbe a dire?
—Alberto studia; io ricopio i suoi manoscritti, gli correggo le bozze di stampa, faccio dei sunti per lui…
—Sunti di libri scientifici?
—Già. Non capisco mica tutto, ma a forza di volontà riesco a raccapezzarmi.
—Dunque, copiando manoscritti, correggendo stampe, facendo sunti, tu fai venir l'ora di pranzo?
—No, verso le sei usciamo spesso con Alberto per una passeggiata sotto i Portici o al Valentino, secondo il tempo… Alle otto si pranza.
—E dopo?
—Dopo si esce di nuovo per un'oretta… Qualche volta si fa una tappa al Caffè Romano.
—Non andate mai a teatro?
—Ci si va, ma di rado, perchè Alberto non ama perder tutta la sera.
—Anche la sera lavora… o piuttosto lavorate insieme?
—Si lavora, si chiacchiera, si prende il the.
—Sempre soli?
—Di tratto in tratto capita questo o quel collega di mio marito… o una vicina… E poi, c'è Bardelli… Quello non manca.
—Chi è Bardelli?
—È il braccio destro di Alberto. È uno studente laureato da poco in giurisprudenza e che aspira a entrare nell'insegnamento…. Bravo e buono… Si getterebbe nel fuoco per mio marito… Lo vedrai… un tipo unico… Pare un bimbo.
—E—seguitò lo zio—il pianoforte non lo apri mai? Dov'è?
—È di là, nel salotto da ricevere, seppellito sotto i libri… Lo apro solo a lunghi intervalli… Alberto non è appassionato per la musica.
—Così m'immagino che non si parlerà neanche più di quelle tue esercitazioni letterarie, di quelle novelline, di quei bozzetti…
—Figurati!—interruppe Diana—Non oso rilegger neppur io i vecchi manoscritti.
—Li hai portati con te?
—Mi son trovato un quaderno in fondo alla valigia. Ma Alberto non ne sa nulla… Egli odia la cosidetta letteratura amena.
—E tu?
—Io faccio il mio dovere di moglie savia cercando d'uniformarmi ai gusti di mio marito.
Ella si chinò sulla teiera; Aldini non insistette. S'era contenta lei, o che gli era lecito di tormentarla con osservazioni inopportune? Certo che molte cose gli parevano strane: e ch'ella si acconciasse con animo sereno alla soppressione della propria personalità, e che la vita impostale da Varedo potesse appagarla, e che questo freddo pedante ne avesse veramente conquistato il cuore, ma, in fine, s'era contenta, s'era felice?
Con gli occhi intenti nella sua teiera, Diana sussurrò:—L'acqua bolle.
E diede un'occhiata all'orologio.—Alberto dovrebb'esser qui.
—Ha l'abitudine di farsi attendere?
—No, è puntualissimo… Tanto puntuale che verso il the anche per lui.
In fatti Varedo entrava di lì a un minuto, tirandosi dietro un giovinetto piccolo di statura, senza un pelo di barba, dai movimenti impacciati, dal vestire dimesso.
—Avanti, Bardelli, avanti—disse Diana tendendo cordialmente la mano al factotum di suo marito. E si affrettò a presentarlo allo zio.—Il dottor Eugenio Bardelli, un professore in erba.
—Oh—fece il presentato divenendo rosso come un papavero.
Il professore mostrò a Bardelli una sedia.—Si accomodi… Le dò queste bozze corrette… Scusate, veh… Ma si tratta d'un articolo che deve comparir domani nella Rassegna giuridica.
—Ah, quello sul Diritto ateniese?—osservò Diana.
Gustavo Aldini guardò sua nipote con uno stupore doloroso. Come gliela riducevano, quella figliuola!
Ella intanto chiedeva a Bardelli:—Vuole una tazza di the?
—No, grazie… Non dormirei più.
—Un bicchierino di Marsala?
—Se mi dispensa mi fa un piacere.
—Un biscottino?
—Nemmeno… Ho pranzato tardi.
—Dio, che uomo incorruttibile sarà!
—Scusate—ripetè Alberto, mentre, sorseggiando il the, correggeva le stampe con la matita.
Terminata la revisione, passò ogni cosa a Bardelli.
—Mi fido di lei. Le porta in tipografia subito.
—Immediatamente—rispose il giovine alzandosi dalla sedia. Chiese a Diana se aveva comandi, e con molti inchini si accomiatò.
—Povero Bardelli!—disse la signora.—Si abusa di lui.
—No, no. È contentissimo di servirci…. E se l'anno venturo, come spero, lo nominerò mio assistente, non potrà lagnarsi d'aver perduto il suo tempo.
—Quanti anni ha?—domandò l'ingegnere.—Ne mostra meno di venti.
—Ne avrà ventitre sonati—rispose Varedo.
—Ed è già un'arca di scienza—affermò Diana.
Il professore sorrise.—Un'arca di scienza è troppo…. Ma è studiosissimo.
Diana si rivolse allo zio.—Ti farò conoscere anche i fratelli, anche la madre… È una famiglia esemplare.
—Nei pochi giorni che son qui me la lascerai per qualche ora tua moglie?—disse l'ingegnere ad Alberto.
Questi assentì con bastante disinvoltura.
—Quando crede.
Rimasero intesi che Aldini sarebbe venuto a prendere la nipote ogni giorno dopo colazione (perchè la colazione egli non s'impegnava a farla con loro) e che più tardi, fra le cinque e le sei, si sarebbero incontrati con Alberto o sotto i portici o altrove.
III.
La famiglia Bardelli.
L'ingegnere Aldini si divertiva un mondo a percorrere le vie di Torino a braccetto di questa nipote ch'egli teneva in conto di figlia e verso la quale, nonostante le molte dissomiglianze, lo attirava una simpatia ricambiata. Certo che s'erano bisticciati sovente; egli, scettico amabile, l'avrebbe voluta più duttile, più indulgente, meno recisa ne' suoi giudizi; egli, uomo d'ingegno, ma nemico d'ogni pedanteria, l'avrebbe voluta più chiassosa, più spensierata, più giovine insomma. Adesso il gran timore di lui era che il matrimonio con un uomo come Varedo avesse accresciuto i difetti di Diana. E in fatti egli la trovava, più ancora che a Venezia, noncurante del vestito e della persona, inesorabile nel condannare quello ch'ella chiamava il vizio elegante, pronta a correre agli estremi in tutto per amore di logica, onde il rompersi il capo sui volumi di giurisprudenza e di sociologia le appariva una conseguenza naturale dell'aver sposato un giureconsulto e un sociologo. Ma ella conservava intatte, e quest'era un conforto per lo zio, la sua bontà, la sua rettitudine, la semplicità de' suoi modi schietti e affettuosi. Quand'ella gli camminava a fianco, a passo rapido, in quelle giornate fredde, limpide, asciutte, e le guancie le si coloravano d'un vivo incarnato, e gli occhi le splendevano giovanilmente, egli s'illudeva che fossero tornati i bei tempi in cui strappando la fanciulla ai suoi maestri, al suo pianoforte, a' suoi libri, l'accompagnava al Lido a coglier fiori e a raccattare conchiglie… Anche ora egli la strappava alla stanza chiusa, alle carte polverose, alle occupazioni indigeste… perchè doveva egli ripartir così presto?… Ma forse era meglio. Egli non avrebbe potuto risparmiare a lei le sue osservazioni, a Varedo i suoi frizzi, e avrebbero finito con guastarsi…. E poi era evidente;… Varedo consentiva a lasciargliela perchè si trattava di pochi giorni; in caso diverso nè egli avrebbe rinunziato alla sua preziosa collaboratrice, nè ella avrebbe voluto disertare il suo posto. Già di tratto in tratto le venivano degli scrupoli.—Mi dispiace di non aver corrette io quelle bozze.—Oppure:—Povero Alberto! Ha da faticar per due oggi.
Lo zio Gustavo perdeva la pazienza.—O che razza di gente siete?… È come se aveste una dozzina di figliuoli e vi mancasse il pane da mettervi alla bocca… Non ho rimorsi, ho lavorato anch'io tutta la vita, e non per questo mi son voluto privar dell'aria, del sole, della compagnia de' miei simili.
—Belle parole!—ribatteva Diana.—Ma se tu avessi assunti degl'impegni!… Se tu avessi un programma scientifico da svolgere, un apostolato da esercitare!
—Questi sì che son paroloni—pensava Aldini. Ma si contentava di tentennare il capo in silenzio.
Ella enumerava con mal celata compiacenza le occupazioni molteplici di suo marito. In primis, la cattedra; poi la direzione di fatto (chè il direttore di nome era vecchio e malaticcio) della Rassegna giuridica; poi gli articoli per altre Riviste italiane e straniere; poi le lettere da scrivere (almeno una mezza dozzina al giorno); e in fine la grande opera sul Dovere, di cui la conferenza di Venezia aveva tracciato le linee generali e che Varedo si proponeva di dar compiuta agli editori entro un paio d'anni… insomma un cumulo di roba da spaventare chi non avesse avuto la fibra, l'energia, la potenza di applicazione d'Alberto.
—Ah—conchiudeva Diana—quando penso ai bei damerini che perdono il loro tempo a correr dietro alle signore, a organizzar gite di piacere, a diriger quadriglie e cotillons!… Che concetto hanno costoro della vita?
Aldini sorrideva maliziosamente.—Non ne hanno. Vivono alla meno peggio. E forse i savi son loro.
—No—protestava la nipote scandalizzata.—Lo dici per farmi arrabbiare.
—Parlo sul serio… È tanto difficile averlo giusto questo concetto della vita che può esser sapienza il non averne nessuno. « Salvate, oimè, le membra—Dal tarlo del pensiero. »—Ricordi questi versi?
—Oh, dei versi e delle sentenze ce ne son per tutti.
Tornavano a bisticciarsi così, come una volta, pur provando un gusto immenso ad essere insieme.
Un giorno, in Via di Po, furono fermati da una vecchietta piccolina, svelta, asciutta, vestita di scuro, con un cappellino di forma vetusta, sormontato da un pennacchio nero.
Diana fece la presentazione. E spiegò allo zio.—La signora Marianna Bardelli è madre di quel dottore Eugenio Bardelli che hai conosciuto da noi.
Il pennacchio nero si agitò ripetutamente in segno di simpatia.—Lo sapeva da Eugenio che era qui lo zio della madama… Eugenio mi discorre sempre di loro… Lo colmano di gentilezze il mio figliuolo.
—Dica piuttosto ch'egli è troppo buono con noi e che noi siamo troppo indiscreti.
A sentir questa enormità il pennacchio nero parve assalito dalle convulsioni.—Signora Diana, signora Diana, per amor del cielo! Il mio Eugenio non si sdebiterà mai col signor professore che lo ha incoraggiato ne' suoi studi e che continuerà ad aiutarlo…. Perchè è pieno d'intelligenza, ma è timido, Eugenio, non sa farsi valere, e se non c'è chi gli dia la spinta…
—Eh non si lagni—interruppe Diana.—Lei è stata fortunata co' suoi figliuoli…
—Questo sì, questo sì…. Anche Paolo…. Andavo appunto da lui, nel suo studio…. a un passo di qui, alla svolta di Via Montebello…. Paolo aspetta sempre una visita della signora Diana.
—È vero.
Diana interrogò con lo sguardo lo zio, e a un cenno affermativo di lui disse alla signora Bardelli:—Se la facessimo adesso la visita?
La vecchietta si profuse in ringraziamenti. Forse era il momento buono, perchè Paolo aveva terminato il bozzetto per un monumento a Garibaldi da presentare a Mondovì, a un concorso…. Non aveva mica grandi speranze di vincere, con tanti altri artisti provetti che concorrevano… Ma guai a non tentare!…
Al giungere dei visitatori, Paolo Bardelli gettò lungi da sè il berretto di carta che gli copriva il capo e scese frettoloso da un'impalcatura ove stava dando i primi colpi di stecca a una massa di creta tuttora informe. Poteva avere due o tre anni più del fratello Eugenio a cui somigliava nella statura e nella completa assenza di barba; nella nervosità dei movimenti e nella loquacità un po' disordinata ricordava la madre.
—Ah, il bozzetto!—egli disse scoprendo il modello del suo Garibaldi, un Garibaldi ritto sopra la roccia, appoggiato all'elsa della spada nuda, non senza una certa espressione di fierezza nel viso.—Una cosa dozzinale…. Sonetti a rime obbligate… Arte subalterna… Si fa anche quella per necessità… per cedere alle istanze della famiglia… ma non ci si mette dentro tutta la propria anima… Garibaldi!… Sicuro, un eroe… Ma tra in marmo, in bronzo, a piedi e a cavallo ce ne sarà un centinaio di Garibaldi in Italia… Come non ripetersi?… E con lo sforzo dell'originalità si cade nel grottesco… No, non me lo lodino il mio bozzetto… non ne vale la pena…
Il giovine scultore alzò gli occhi verso il masso di creta tuttora informe, e borbottò:—Quello… chi sa?
—E che cosa dovrà rappresentare?—chiese l'ingegnere Aldini.
Paolo Bardelli abbozzò due grandi gesti con le piccole braccia, tentò due volte una frase; poi la sua fisonomia si contrasse dolorosamente, ed egli balbettò:—È impossibile… impossibile… L'idea è nel cervello dell'artista, c'è tutta… come fin dal primo giorno c'è tutto il bambino nel ventre materno; ma a volerla tirar fuori innanzi tempo… è impossibile… è impossibile.
—Non ti domandavano mica di scendere a particolari—disse la madre, alquanto mortificata.
Ma Diana s'interpose.—No, suo figlio ha ragione… Lo capisco perfettamente… Credo che nel suo caso farei lo stesso.
Lo scultore la ringraziò con un'occhiata.
Dopo aver esaminato altre tre o quattro cosuccie incompiute, zio e nipote presero congedo.
La signora Marianna uscì con loro; doveva passare dal suo terzo figliuolo, che, viceversa, era il primogenito, Girolamo, quello che teneva bottega d'orefice sotto i portici di Po. Non aveva l'ingegno de' suoi fratelli, Girolamo, ma era maestro nella sua arte, e alla morte del padre aveva assunto la direzione del negozio che, grazie a Dio, continuava a prosperare abbastanza… Ed era buono, laborioso, onesto, economo… Amministrava lui il modesto patrimonio, e per sè non consumava nulla…. dava tutto in casa, per la madre, per i fratelli.
Diana Varedo conosceva già questo Girolamo Bardelli ch'era nel suo genere un finissimo artista; ora volle farlo conoscere allo zio. Così ella manteneva la sua promessa di presentargli l'intera famiglia.
—Che onore, che onore!—andava esclamando lungo la strada la vecchia Bardelli. E agitava le braccia e scoteva la testa, tantochè il pennacchio nero del suo cappellino tremolava come la cima d'un pioppo in un giorno ventoso.
Nella bottega modesta d'aspetto, benchè le vetrine e le scansie e la cassaforte accogliessero oggetti di raro pregio, Girolamo Bardelli, curvo sul suo banco, attendeva a uno di quei sottili lavori d'oreficeria che i grandi artisti del Rinascimento non reputavano indegno di loro. Una lampada ad alcool che gli ardeva vicino mandava una luce azzurrognola sulla sua faccia pallida e sulle sue dita scarne, annerite all'estremità; a portata della mano stavano lime e ceselli di varia forma e misura ch'egli prendeva alternativamente al tasto, senza levar gli occhi dall'opera sua.
—Girolamo, guarda chi c'è—gridò la madre, entrando con la solita vivacità.
—Piano, mamma, piano!—diss'egli. E alzò adagio la testa, dissimulando sotto un languido sorriso la noia che gli recava l'esser disturbato in quel momento.
La signora Bardelli tornò a discorrere dell'onore che la madama e suo zio avevano fatto a Paolo visitandone lo studio, dell'onore che facevano a lui, Girolamo, venendo adesso nella sua bottega, delle grandi benemerenze che il professore Varedo aveva acquistate verso il loro Eugenio fornendolo di libri e di consigli e interessandosi pel suo avvenire. Bisognava che anch'egli, Girolamo, ch'era il capo della casa, ringraziasse la signora.
—Sicuro—balbettava l'orefice.—Anzi….
S'era ritto in piedi, rosso, confuso, con un'aria di gatto spaurito che cerca il modo di sguisciar via.
Poi le maniere affabili di Diana e dell'ingegnere lo rinfrancarono, ed egli parlò semplice e modesto di sè e dell'arte sua mostrando alcuni de' suoi ultimi lavori condotti con isquisita finitezza, e schermendosi dagli elogi col dire ch'erano imitazioni dall'antico.
—Imitazioni che possono stare a petto degli originali—notò Gustavo Aldini.
Girolamo Bardelli negò risolutamente.—No, signor ingegnere, scusi…. Agli antichi non s'arriva.
Tirò fuori dalla cassaforte un calice d'argento dorato del cinquecento la cui sottocoppa era formata da sei busti d'angeli ad ali aperte sostenenti tralci e grappoli di vite, e si fermò con infinita compiacenza, quasi con tenerezza, a rilevarne i pregi a uno a uno.—Certo quegli uomini del cinquecento—egli diceva—avevano l'occhio più acuto, la mano più sicura di noi… E che fioritura inesauribile di fantasia! Guardi, signora, quegli archetti ogivali che formano le nicchie del nodo. E, nelle nicchie, quegli altri sei angioli con gli strumenti della Passione!
—Questo calice—raccontò la signora Marianna—mio marito buon'anima l'ebbe per poco a un incanto… Poteva rivenderlo per una somma venti volte maggiore, e non volle… Anche Girolamo avrebbe avuto più d'una occasione…
—Non lo si vende—dichiarò in tono reciso l'orefice. Indi soggiunse:—Perchè lo si venderebbe? La bottega è bene avviata e ci basta… Col tempo i fratelli guadagneranno anche loro…
A questo proposito la vecchia Bardelli ricordò il figliuolo che urgeva rimettere un'imposta nello studio di Paolo.
—Ho già dato l'ordine—rispose pronto Girolamo.
L'uscio della bottega s'aperse a mezzo, e una signora elegante insinuò la testa fra i due battenti.—Il mio fermaglio è pronto?
—Sissignora… Fin da questa mattina.
—Quel Bardelli è d'una puntualità!—ripigliò la signora avanzandosi verso il banco.
Diana e lo zio Gustavo, scambiatisi un'occhiata d'intelligenza e rinnovati i complimenti e i saluti, s'accommiatarono.
—È ancora presto per incontrarci con Alberto—osservò Diana.—Facciamo un giro per Dora Grossa.
—Come vuoi.
E s'avviarono chiacchierando.
Argomento della conversazione era la famiglia Bardelli. Per l'ingegnere Aldini, Girolamo valeva incomparabilmente meglio degli altri; Diana ne riconosceva i meriti, ma non trovava giusto di deprezzar i fratelli più giovani. E si accalorava a difenderli contro lo zio il quale pronosticava che non avrebbero cavato un ragno dal buco. A un tratto ella s'interruppe e domandò:—Perchè sorridi?
—Nulla. È una sciocchezza.
—Sentiamo.
—Effetti dell'ambiente. Senz'accorgermene, almanaccavo anch'io intorno al dovere.
—Cioè?
—Pensavo che il dovere somiglia un poco ai còmpiti di scuola. Questi còmpiti c'è chi non li fa, chi li fa soltanto per sè, e chi li fa per sè e pei compagni. Così il dovere. Io per esempio sono convinto che quel Girolamo Bardelli lo faccia per sè e per tutti della famiglia. Ed è uomo capace di non parlarne mai.
IV.
Al Lido.
Lungo quel tratto del Lido ove sorgono, allineate sull'arena, le capanne dello Stabilimento dei bagni, dando a chi le vede dall'alto l'idea d'un villaggio abissino, era, nel caldo pomeriggio di luglio, come un brulichìo d'alveare. Donne e fanciulli in succinto vestito da nuoto si rincorrevano per la spiaggia, si ravvoltolavano nella sabbia, diguazzavano nell'acqua che toccava loro appena l'anca o il ginocchio, si spruzzavano a vicenda fra gridi allegri e risate sonore. I bagnanti più tranquilli, che avevano fatto la loro immersione al mattino, o che non la facevano mai, paghi d'una cura d'aria e di sole, stavano intanto dinanzi alle loro capanne a godersi la brezza del mare, gli uni sonnecchiando e dondolandosi sui lunghi seggioloni di vimini, gli altri stringendosi in crocchio a mormorare del prossimo. Ma alla vivacità della scena contribuiva sopratutto la folla variopinta e sempre rinnovellantesi dei visitatori che passavano, con volubilità di farfalle, da questo a quel crocchio; signore eleganti e giovinotti cincischiati, profumati, azzimati all'ultima moda, come si conviene a degni campioni della cretineria cosmopolita. Portavano essi in giro le cronache galanti, scandalose, ridicole dello Stabilimento e della città, e la pianta del pettegolezzo fioriva dietro di loro come, dopo la rugiada, fioriscono sui campi le margherite.
Sulla soglia d'una delle ultime capanne, ove il chiasso giungeva molto attenuato, sedevano due signore di nostra conoscenza, la Valeria Inverigo e la Diana Varedo.
—C'è un gran movimento quest'anno al Lido—disse la madre.
—Troppo—rispose la figliuola.—Ci si starebbe così bene se non ci fosse gente.
La signora Valeria sorrise.—Cara mia, non possono mica tener aperto lo stabilimento apposta per noi.
—Lo so, ma penso che sarà difficile persuadere Alberto a venir qui un'altra estate.
—O che vorrebbe restar nelle vacanze a Torino?
—No; credo ch'egli preferirebbe d'andar in montagna, in un posto quieto.
La signora Valeria, ordinariamente così calma, scattò infastidita.—Per lavorare e farti lavorare come un cane?… Ci vada lui nel posto quieto, e ti lasci per un mese qui a riprender lena…. Perchè, già non te lo nascondo, hai l'aria stanca, affaticata.
—Se dacchè sono a Venezia non faccio nulla!
—Sei da una settimana, e ci vuol altro!… No, abbi pazienza… È un sistema sbagliato. Le donne non son nate per logorarsi sui libri… E quando avrai figliuoli….
—Se ne avrò….
—Spero bene che ne avrai… E allora…
—Allora—disse pronta Diana—i figliuoli andranno in prima linea… Ma—ella soggiunse per mutar discorso—a che ora si dev'esser sulla terrazza?
—Basta alle sette, mi pare. A meno che tuo marito non anticipi e non venga a prenderci.
—No, egli sa che il pranzo è ordinato per le sette e mezzo. Non si farà aspettare ma non anticiperà.
—Il resto della comitiva—ripigliò la signora Valeria—si disponeva a partire da Venezia col vaporino delle 6.40.
—Mi dispiace—notò Diana—che la presenza dei Nocera sarà una sorpresa per Alberto.
La signora Valeria si annuvolò in viso.
—Non capisco l'antipatia di Alberto per i Nocera. A ogni modo, io non li avevo invitati; non avevo invitate nemmeno le Duranti; volevo che si desinasse qui in famiglia, tu e tuo marito, mio fratello ed io. Invece jeri le Duranti, oggi sul tardi i Nocera mi hanno avvertita che sarebbero dei nostri. Non potevo usar loro uno sgarbo. Del resto, l'Adelaide Nocera, perch'è con lei che l'avete, avrà i suoi difetti, ma è tanto simpatica, tanto buona…
—Troppo buona—replicò Diana con un filo d'ironia.
—A badare alle ciarle del mondo….
—Via mamma, non puoi negare ch'ella porti in trionfo la sua intimità con lo zio Gustavo.
—Si conoscono da bambini… sono cresciuti insieme.
—Eppure assai pochi credono che si tratti di un'intimità fraterna—replicò la Varedo.
—Sembra che il consiglier Nocera sia uno di quei pochi—disse la madre.— Ne soyons pas plus royalistes que le roi.
Diana si strinse nelle spalle.
—Per me—seguitò la signora Inverigo,—ho la massima, in mancanza di prove, di accettar sempre l'interpretazione più benevola.
—Tu sei un angelo, mamma, ma qualche volta anche la soverchia indulgenza ha i suoi inconvenienti.
—Tutti gli eccessi ne hanno; ciò nondimeno io preferisco l'eccessiva indulgenza all'eccessiva severità.
Tacquero entrambe, nel timore di lasciarsi sfuggire una frase pungente, di guastar bisticciandosi la dolcezza ineffabile di quei giorni che stavano insieme. E, in fondo, ognuna delle due sentiva che l'altra aveva una parte di ragione. La signora Valeria non aveva visto con piacere il ritorno della Adelaide Nocera a Venezia, nè approvava ora nell'Adelaide e in Gustavo, già maturi d'anni, il riaccendersi di una passione colpevole che pareva sopita dal tempo e dalla lontananza; ma il suo affetto per l'amica, la sua tenerezza pel fratello la facevano pronta ad accorrere alla difesa de' due traviati. La Varedo, dal canto suo, trovava che suo marito era talora troppo ispido ed intollerante ma non voleva riconoscerlo, non voleva tradire nemmeno coi prudenti silenzi, quei rigidi principî che, nel suo pensiero, erano il fondamento della famiglia e della società. Perciò, nel caso presente, ella stava in guardia contro sè stessa, contro la simpatia che le inspirava lo zio Gustavo, sopra tutto contro il fascino che quella sirena della Nocera esercitava intorno a sè.
Mancavano dieci minuti alle sette e la folla dei bagnanti, incalzata dall'ora, risaliva frettolosa, simile a fiume che risale il suo corso, verso il piazzale dello Stabilimento o verso lo stradone di Santa Elisabetta, chi per prender il tram a cavalli, chi per fare una breve passeggiata fino al vaporino. Sul suono smorzato dei passi affondantisi nella sabbia, sul fruscìo leggiero delle vesti, sul confuso borbottìo delle voci si levava qualche nota squillante: appelli e risposte, richiami e saluti:—Presto, presto!—Buon divertimento!—Buon viaggio!—arrivederci stasera in piazza!
—Vuoi che ci moviamo?—chiese la signora Valeria alla figliuola.
Diana assentì.—Moviamoci pure.
Si alzò per la prima, si avvicinò alla madre e le diede un bacio in fronte, quasi a scancellare l'impressione delle parole di poco fa.
S'avviarono lentamente, a braccetto.
La signora Valeria guardava con ansiosa sollecitudine il volto pallido e l'andatura stanca di Diana. No, una settimana di riposo non l'aveva rimessa in forze e anzi ell'era piuttosto peggiorata che migliorata d'aspetto dopo il suo arrivo a Venezia. Tutto si sarebbe spiegato con una certa ipotesi molto ragionevole e naturale, ma Diana seguitava ad affermare che quell'ipotesi non aveva fondamento, e il medico di casa, fin che non si presentano nuovi sintomi, stava anch'egli tentennante fra il sì e il no.
La fiumana della gente s'ingrossava lungo il cammino; la ritirata aveva apparenza di fuga.
—Non avete furia voi altre?—dissero alla signora Inverigo e alla Varedo alcune persone di conoscenza.
—No, restiamo qui a pranzo.
—Buon appetito, allora.
—Grazie.
Protetta dalle dune la spiaggia era avvolta nell'ombra, ma chi toccava il sommo dell'erta sabbiosa doveva ripararsi dai raggi quasi orizzontali del sole, ed era bello, levando gli occhi in su, veder quella folla gioconda emerger nella luce, e sfavillar le tinte chiare degli abiti estivi, e aprirsi gli ombrellini delle signore come fiori che sbocciano d'improvviso. Più bello però, dalla parte del mare, era lo spettacolo delle barche peschereccie che sfilavano lontano ricevendo anch'esse, sulle vele bianche, rosse, gialle, turchine, l'ultimo saluto del sole, mentre la liquida superficie, increspata da una brezza leggera, prendeva, nel roseo tramonto, tutti i colori dell'iride.
—Oh brave!—esclamò Gustavo Aldini quando sua sorella e sua nipote comparvero sulla terrazza.—Ero lì lì per venire a sollecitarvi. Tranne Alberto, che non può tardare, siamo au grand complet.
Le due Duranti col rispettivo consorte e padre, l'Adelaide Nocera col consigliere marito mossero festosamente incontro alle nuove arrivate.
—Si voleva venire in massa a farvi visita—dichiarò l'Adelaide—ma l'ingegnere disse ch'era meglio attendervi qui.
—La nostra capanna è così piccola—spiegò la signora Valeria—che ci si sta appena in due.
—Sono troppo piccole e troppo affastellate quelle capanne. Non c'è libertà—soggiunse la Nocera.
Il consigliere ch'era un po' sordo si fece ripetere la frase.
Era un uomo corto, grosso, di tipo volgare.
—A proposito—egli chiese ridendo sguaiatamente—è vero che signori e signore passeggiano sulla spiaggia in semplice accappatoio?
—Ma no, che idee!
—A ogni modo—disse la Duranti madre, che era una signora pudibonda—è una promiscuità scandalosa. C'è tanto rigore, ed è giusto che ci sia, nell'interno dello Stabilimento per conservare la divisione de' due riparti, e poi nelle capanne si lasciano stare insieme i maschi e le femmine.
—Ma le capanne son fatte per le famiglie—notò il marito, intendente di finanza a riposo.
—Già—riprese il consigliere Nocera con la solita arguzia sopraffina.—E se vogliamo la famiglia dobbiamo voler l'unione dei sessi. Ih, ih!
—Son tutte caricature, tutte ipocrisie—sentenziò la ragazza Duranti.—E pensare che si pigliano questi fastidi per noi, per tutelare la nostra innocenza!… Bella innocenza! Con quello che si vede, che si sente e che si legge!
Il consigliere le slanciò uno sguardo d'incoraggiamento.
Invece la signora Susanna, la madre—Olga—ammonì, sgomentata—Olga!
Quella figliuola da qualche tempo aveva una libertà di linguaggio!
—Ebbene—domandò l'Adelaide Nocera a Diana, tirandola alquanto in disparte e cingendole amorevolmente con un braccio la vita;—come va? Ti giovano i bagni?
Non aspettava più i quarant'anni, l'Adelaide, ma era sempre una bella brunetta dai grandi occhi vivaci, dalla folta capigliatura nera, dalla persona svelta, piena di grazia e d'armonia. E aveva, nel vestire, un istintivo buon gusto che i lunghi soggiorni in piccole città di provincia non avevano potuto alterare e che destava l'invidia, l'emulazione, la rabbia delle mogli dei colleghi.—La più elegante magistrata del Regno d'Italia—la aveva proclamata Sua Eccellenza il commendator Farioli, Primo Presidente d'una delle nostre Corti d'Appello. E nessuna Cassazione aveva osato annullar la sentenza.
—Se mi giovano?—disse Diana rispondendo alla interrogazione della Nocera.—Uhm! Io li faccio per compiacere alla mamma, ma credo che lascino il tempo che trovano. Ha una gran fede nei bagni di mare, lei?
—Secondo i casi.
—Lei non li fa?
—Io preferisco la doccia… Ma non ti vuoi proprio decidere a darmi del tu?
Diana arrossì. Non solo non si voleva decidere; ma era anzi ferma nel proposito di attenersi al lei che, seppure usato da una sola delle due parti, bastava a impedir la troppa dimestichezza. Ella balbettò qualche scusa. Non riusciva ad avvezzarsi… L'era stato sempre difficile, in tutte le occasioni, perfino con le sue coetanee…
—Non crederai mica che voglia atteggiarmi a tua coetanea—replicò, ridendo, l'Adelaide Nocera.—Lo so che posso esser tua madre; ci corron pochi anni tra la Valeria e me… Ma hai principiato a vedermi ch'eri una bambina. Ti rammenti quando ti portavo in collo?
—Dopo è partita.
—Partita, tornata, ripartita. Solo l'ultima volta sono rimasta assente per un gran pezzo senza interruzione. T'avevo lasciata in sottane corte, e t'ho trovata quasi alla vigilia delle nozze. E con lo sposalizio per la testa non avevi agio da badare a quella che un tempo chiamavi la zia Adelaide. Ero diventata per te la signora Nocera; t'incutevo, sembra, una gran soggezione, io che non ho mai dato soggezione a nessuno!… E il bel tu confidenziale s'era perso per via… Ma t'eri quasi impegnata a ripigliarlo dopo il matrimonio, te ne rammenti?… Se no, bisognerà che mi metta in sussiego anch'io e che ti faccia tanto d'inchini, e che dica:—Signora Varedo, come sta?
—Oh, questo poi, ci mancherebbe altro!
Diana era sulle spine. Cedere non voleva a nessun costo, ma non voleva nemmeno manifestar le vere ragioni del suo rifiuto. O come mai la Nocera, con la sua fama di donna intelligente, certe cose non le capiva da sè? E se le capiva, perchè insisteva?
Per fortuna anche in quel momento capitò una provvida diversione.
—Diana! Signora Adelaide! Valeria! Signora e signorina Duranti!
Era la voce dell'ingegnere Aldini che desiderava l'approvazione dei commensali circa al posto ov'egli aveva fatto apparecchiare la tavola.
—Qui si vede benissimo il mare e si è nello stesso tempo più riparati dall'aria—egli spiegò.—Se però preferite avvicinarvi alla ringhiera…
—No, così va perfettamente—risposero, a una voce, le signore interrogate.
Indi seguì una serie di esclamazioni ammirative.
—Che eleganza!
—Che lusso!
—Che profusione di fiori!
—E chi li ha ordinati questi fiori?—domandò la signora Valeria.
L'Adelaide Nocera, ch'era a parte del segreto, sorrise.
Il consigliere marito, da uomo perspicace, indovinò subito.—Quest'è un'improvvisata dell'amico Gustavo.
E, confidenzialmente, battè sulla spalla dell'ingegnere.
—Sempre perfetto cavaliere quell'Aldini—notò la signora Susanna Duranti.
Ma Gustavo Aldini, schermendosi dai ringraziamenti, si voltò verso il cameriere di quel riparto egli chiese:—Il nostro risotto a che punto è?
—Si può servirlo quando vogliono.
—Benone… Aspettiamo un signore…
Accolto da applausi, giunse Alberto Varedo, vide i Nocera e durò fatica a reprimere un moto di dispetto.
L'Adelaide, che s'era accorta della sorda ostilità del professore ma non disperava di vincerla, gli si fece incontro con le mani tese.—Ci perdona l'invasione? A Venezia, d'estate, se si vuol trovarsi, bisogna venire al Lido… E io desideravo di star un'oretta con Diana… Così ho scritto alla Valeria che, se non aveva nulla in contrario, avremmo preso parte al pranzo anche noi.
—Anzi, è un piacere—disse Varedo. Le parole erano cortesi, ma l'accento era gelido.
—Ecco il risotto!—gridò Gustavo Aldini.
Secondo le sapienti disposizioni dell'ingegnere le sedie erano collocate soltanto a tre lati della tavola lunga e stretta, di modo che nessuno voltasse le spalle al mare. Sul lato più lungo sedeva la signora Valeria tra il cavalier Duranti, che aveva alla sua sinistra Diana, e il cavalier Nocera, che aveva alla destra la signora Susanna Duranti. Gli altri quattro commensali occupavano, fronteggiandosi, i due lati minori; da una parte la signora Adelaide e Gustavo Aldini; dalla parte opposta il professore Varedo e la signorina Duranti.
Questa che, dopo il matrimonio di alcune amiche più giovani di lei, era diventata dura e spinosa come un vecchio carciofo, principiò subito a malignare.
E poichè Varedo osservava che quell'abbondanza di fiori avrebbe fatto credere a un banchetto di sposi—Oh—disse la ragazza—in questo caso gli sposi sarebbero loro due… Ma non s'illudano… Quei fiori non sono nè per Diana, nè per lei; sono per un'unica persona che, proprio, non è una sposina… Ma dopo tutto, beate le civette!… E beati quelli, uomini e donne, che dimenticano la loro età!
Aizzato dalla sua vicina, Alberto Varedo sbirciava di tanto in tanto suo zio e l'Adelaide Nocera che non eran certo i più giovani, ma erano i più giovanilmente allegri e vivaci dei commensali. E la riprovazione ond'egli, puritano, colpiva ogni intrigo galante, si esacerbava per un sentimento di diversa natura. Non era, non voleva essere invidia; era una tacita protesta contro le ingiustizie della fortuna, così liberale verso gli esseri frivoli, così avara verso coloro che hanno un alto, austero concetto della vita.
Qualche cosa di simile passava intanto nell'anima di Diana. Ascoltando distratta il cavaliere Duranti che vantava i servigi da lui resi allo Stato quand'era intendente di finanza, ella guardava gli occhi luminosi e ridenti dell'Adelaide Nocera, la quale doveva essere avvezza a udire ben altri discorsi. E cercava di farsi un'idea dell'esistenza di queste donnine amabili e spensierate che attirano gli uomini come il miele attira le mosche e che volgono le forze del piccolo ingegno a un unico fine, quello di piacere. E come vi riescono! Come riescono a essere tollerate, accettate anche dalla gente rispettabile! Ecco per esempio l'Adelaide Nocera che nessuno credeva un fiore di virtù e che pur tutti andavano a gara per festeggiare. La mamma di lei, di Diana, non la considerava una delle sue migliori amiche? Non aveva pur dianzi preso calorosamente le sue difese? La signora Duranti, così facile a scandalizzarsi, non la trattava con cordialità, non ne frequentava, in compagnia della figliuola, il salotto? È vero che quelle femmine trovan dei mariti stampati a posta per loro, dei mariti i quali han l'aria di dire:—Se siamo contenti noi, o chi ha il diritto di far lo schifiltoso?
Il consigliere Nocera era il tipo di questi cinici ignobili. Era lui, proprio lui che quella sera a pranzo portava in campo certe storielle scabrose d'infedeltà coniugali, e da un capo all'altro della tavola dava nomi e cognomi, e date e luoghi e particolari minuti, e fingeva di non sentire i richiami della sua vicina Duranti, e rideva sguaiatamente delle sue grasse facezie.
—Povera mamma!—sussurrava nell'orecchio al professore Varedo la Olga, la ragazza emancipata.—È sui carboni ardenti per me.
—Quel Nocera è un uomo molto volgare—notò Varedo.
Olga Duranti fece una spallucciata.—È un filosofo.
—Cara signorina, non calunni i filosofi.
—Voglio dire che subisce con rassegnazione il proprio destino… E poi la sua è un'allegria forzata… Deve ingoiarne tante!
Abbassò ancora la voce, e sfogando il suo mal animo contro l'Adelaide Nocera soggiunse:—Egli ha almeno il merito di mostrarsi quello che è. Lei invece pare una santarellina… Basta, quelle son donne fortunate… Hanno i mariti propri, i mariti delle altre e gli scapoli ch'esse sviano dal matrimonio.
Varedo sorrise; ella si morse il labbro, pentita d'essersi lasciata sfuggire una frase che tradiva il suo risentimento personale. Asserivano infatti che qualche anno addietro, prima del ritorno dei Nocera a Venezia, ella, nonostante la grande differenza d'età, avesse gettato l'occhio sopra l'ingegnere Gustavo Aldini come su uno sposo possibile.
Frattanto, appunto per opera dell'ingegnere che tirò il discorso su alcune ultime pubblicazioni letterarie francesi e italiane, la conversazione mutò indirizzo. Quelle pubblicazioni chi le conosceva chi no, ma dal più al meno si conoscevan gli autori, e ognuno volle dire la sua. Inopinatamente alleati, la pudica signora Susanna Duranti e lo sboccato consigliere Nocera si scagliarono contro Emilio Zola che qualificavano a gara d'immorale e di corruttore. Già per loro fra i romanzieri francesi non c'era che Ohnet. Le maîtres des forges, quello era un libro. Che caratteri! Che situazioni! Che ambiente confortable!
Il cavaliere Duranti non aveva, per Zola, l'antipatia di sua moglie. Aveva letto poco, ma quel poco gli era piaciuto. Era uno scrittore che sapeva sviscerare i suoi argomenti e trovar il dramma in tutto quanto. Oggi la miniera, domani la Borsa, doman l'altro le strade ferrate. Avrebbe potuto, volendo, fare un romanzo sull'amministrazione della finanza, e ce ne sarebbero stati degli aneddoti piccanti e dei tipi gustosi!
—Il romanzo del registro e bollo!—esclamò Nocera in tono canzonatorio.
—Non c'è niente da ridere—rimbeccò, seccato, l'ex intendente.
Allora scese in campo, zoliano convinto, non fanatico, Gustavo Aldini, e pur non negando i difetti dello Zola ne mise in rilievo gli altissimi pregi, specie la virtù evocatrice e l'arte di far mover le masse, onde se molti lo superano nello scrutare i misteri d'una coscienza individuale, nessuno l'uguaglia nel rappresentarci gli stati di una coscienza collettiva.—Certo—concluse l'ingegnere—non è una lettura per tutti; non lo darei nè alle persone frivole che vi cercano solo le indecenze, nè agli adolescenti, maschi o femmine, a cui è inutile anticipar le brutalità della vita.
—Ma che adolescenti?—replicò la signora Susanna Duranti—Io dico che nessuna donna per bene può tener sul suo tavolino quei libri… Io mi vergogno di averne letti due o tre.
La signora Susanna ignorava che sua figlia li aveva, di nascosto, letti quasi tutti.
Il consigliere Nocera, che, mentre Aldini parlava, aveva manifestato il suo dissenso con energici cenni del capo, gridò:—Sentiamo l'opinione del professore. Scommetto che il professore è con noi.
—Ma io non mi occupo di letteratura amena—rispose Varedo. Però, poichè gli altri insistevano ed egli non voleva che il suo silenzio fosse interpretato come un'approvazione delle idee esposte da Gustavo Aldini, egli dichiarò che conosceva assai poco dell'opera di Emilio Zola e che si limitava a dire una sua impressione. Ed era questa. Che Zola, mezzo francese e mezzo italiano, era, anche letterariamente, il prodotto di due nazioni e di due civiltà decadute. Aveva, nonostante una speciale tendenza al pessimismo, la visione lucida del mondo esteriore: gli mancava la facoltà di penetrare nel mondo delle anime; dipingeva con efficacia i vizi e le brutture del suo tempo, ma le vere cause gliene sfuggivano, ma non aveva nemmeno la più lontana intuizione dei mezzi acconci a promuovere un rinnovamento morale.
Alberto Varedo svolgeva questi concetti con abbondanza d'argomenti. Aveva principiato semplice e piano; e poi l'abitudine della cattedra gli aveva fatto alzar la voce ed arrotondare le frasi tantochè il suo discorso prendeva via via il carattere d'una lezione o d'una conferenza. Bello o brutto che fosse, in quell'ora, in quel luogo, fra l'acciottolìo dei piatti e il tintinnio dei bicchieri, e il cicaleccio allegro delle tavole vicine, esso aveva il torto d'esser perfettamente stonato.
E appunto dalle tavole vicine si porgeva all'autore un'attenzione canzonatoria.
Diana udì dietro di sè una signora che diceva:—Par d'essere alla predica.
A lei quel pranzo sembrava interminabile. La svogliatezza fisica era il meno; ella soffriva d'una grande depressione morale, provava una irritabilità nervosa contro tutto e tutti, avrebbe dato non so che per esser sola e per lasciar colar le sue lacrime. Perchè non avevano desinato anche oggi in piena libertà, a casa loro? Perchè le toccava subir la compagnia di quei Duranti, di quei Nocera, assistere alle smorfie dello zio Gustavo e dell'Adelaide? Ma s'ella discendeva in sè stessa trovava al suo disgusto, al suo turbamento un'altra causa più intima. La discussione di poco fa l'aveva profondamente umiliata. Se c'era soggetto che dovesse interessarla era quello; s'ella aveva attitudini speciali d'ingegno erano attitudini letterarie. Ebbene, da prima del suo matrimonio, da quando s'era promessa sposa, da un anno e mezzo insomma, ella non aveva aperto un volume di letteratura, non s'era occupata che degli studi di Varedo, non aveva visto che le opere che piacevano, che occorrevano a lui, non aveva sfogliato che i giornali scientifici di cui era piena la casa. Onde oggi s'era accorta d'ignorar perfino il titolo di parecchi fra i libri che i vari commensali, tanto men colti di lei, levavano a cielo o vituperavano. Così ell'aveva accondisceso a sacrificar le sue inclinazioni, a sopprimer la sua personalità? E con qual frutto? Era felice?
Mentr'ella rivolgeva a sè medesima questa grave domanda sentì lo zio Gustavo che diceva a suo marito:—Caro nipote, tu hai sollevato delle questioni che non si risolvono su due piedi e sarebbe già lungo determinare i punti ove andiamo d'accordo e ove no. Propongo il rinvio, tanto più che c'è un magnifico chiaro di luna, e che sarà meglio godercelo in santa pace.
La proposta incontrò l'approvazione generale.—Sì, sì, non guastiamoci la digestione.
Fra le cose che avevano bisogno d'esser digerite c'era anche il discorso, ammiratissimo, di Alberto Varedo.
Di lì a poco tutti s'erano alzati di tavola.
Diana, dopo di aver scambiato qualche parola con sua madre, si affacciò al parapetto della terrazza, sul mare.
—Che notte d'incanto!—esclamò, posandole una mano sulla spalla, l'Adelaide Nocera.
—Discutono ancora?—chiese Diana.
—No. I nostri signori uomini stanno regolando i conti.
—Non c'è aria nemmeno qui—riprese la Varedo.
—Figurati—replicò l'Adelaide—che le Duranti vorrebbero persuadere la tua mamma a chiudersi nella sala per sentir quella parodia di operetta.
—Per amor del cielo! E la mamma consente?
—Non credo. Finiranno con l'andarci loro, le Duranti, insieme con mio marito ch'è appassionato di questi spettacoli. Noi resteremo sulla terrazza o faremo quattro passi sulla spiaggia ove sarà anche più fresco.
—Diana!—chiamò qualcuno.—Diana!
—Scusi—ella disse staccandosi dall'Adelaide. E si avvicinò a suo marito di cui aveva riconosciuto la voce.
Alberto la trasse in disparte e le parlò concitato.—Perchè mi sforzi a ripeterlo?… Non voglio che tu stringa dimestichezza con la Nocera… Tuo zio non ha il diritto d'imporci le sue concubine.
—Bada!—supplicò Diana pallidissima e tutta tremante. Ella s'era accorta che lo zio Gustavo era lì presso e sentiva ogni cosa.
—Ah!—fece Varedo, mutando colore.—Ormai…
I due uomini si trovarono faccia a faccia.
Varedo s'era ricomposto.—Mi duole che tu abbia inteso—egli disse fissando in viso l'ingegnere Aldini—ma non ho nulla da ritirare.
Aldini lo guardò con piglio sarcastico.—Sapevo ch'eri un pedante, vedo che sei anche un villano.
E si tolse di là bruscamente, senza dar tempo al suo avversario nè di reagire, nè di rispondere.
La scena, svoltasi in un lampo, fu avvertita da due sole persone; dalla signora Valeria i cui occhi non lasciavano mai la figliuola e dall'Adelaide Nocera che aveva indovinato esser lei la causa di quella disputa.
Stava ella ritta, immobile, con le mani dietro la schiena, col dorso appoggiato al parapetto della terrazza, la piccola testa ed il busto spiccanti in ombra sul nitido azzurro del cielo ove sorgeva alta la luna. Aldini la raggiunse, e si allontanarono insieme.
Ma la signora Valeria piantò il crocchio degli amici e corse ov'erano sua figlia e suo genero.—Che c'è?… Cos'è successo?
—C'è cara suocera mia—replicò, irritatissimo, Alberto—che suo fratello ha bisogno di una lezione… E se non fossimo in un luogo pubblico…
—No—supplicò Diana—no, Alberto.—E soggiunse lasciandosi cader su una sedia:—Io lo prevedevo che la presenza dei Nocera avrebbe recato dei guai…
—Ma, insomma, spiegatevi…
—Insomma—riprese il professore—io non amo che mia moglie abbia contatti con certa gente… E mi meraviglio che una donna come lei…
Diana si portò il dito alla bocca.—Parlerete a casa… Zitto adesso, ve ne scongiuro… Non siamo soli…
In fatti si avvicinavano la signora Susanna e la Olga, e dietro di loro, fumando, il cavaliere Duranti e il cavalier Nocera.
—Che conciliaboli avete?—dimandò la signora Susanna.
—Nulla, nulla—rispose con fretta affannosa Diana Varedo.—Sono io che non mi sentivo… che non mi sento bene… Anzi, Alberto, te ne prego, fammi avere un bicchier d'acqua.
S'era un pretesto, non poteva esservene alcuno che avesse maggiore apparenza di verità.
Diana aveva arrovesciata la testa sulla spalliera della sedia, era bianca come un cencio lavato, un pallore freddo le imperlava la fronte e le gote.
—Abbiate pazienza, tiratevi un momento indietro—disse la signora Valeria agli altri.—Le levate l'aria.
Si curvò ansiosamente sulla figliuola e le chiese sottovoce:—Ti senti poco bene, proprio?
—Sì… ma passerà…
—Sarà stata quella brutta scena?…
—No, non credo… La scena di poco fa m'ha recato un dolore immenso… Ma ero già mal disposta… Credo invece che tu abbia ragione…
E Diana bisbigliò qualche parola nell'orecchio di sua madre.
—Magari!—esclamò questa battendo palma a palma.—Magari!… Ti ostinavi sempre a negare.
—Impressioni!… Adesso ho un'impressione contraria… Siamo un impasto di contraddizioni… Forse m'inganno adesso…
—Speriamo di no… Ecco tuo marito che torna col bicchier d'acqua… Diglielo anche a lui…
La signora Valeria si riaccostò agli amici.
—Dunque? Dunque?
—Effetto del caldo, del pranzo… in una donna che potrebb'essere in una condizione anormale.
—Ma senza dubbio—disse con enfasi la signora Duranti.—Io n'ero sicura malgrado le vostre negative.
—E anch'io—soggiunse la Olga.—Appena ho visto Diana, ho pensato subito: quella è una donna incinta.
—Ma Olga…
—O che male c'è a chiamar le cose col loro nome?
Il consigliere Nocera, che non aveva sentito, chiese schiarimenti al cavalier Duranti, e accolse la notizia con segni di approvazione.—Egregiamente… S'era già tardato troppo, e quasi toglievo la mia stima al nostro professore… Gli scienziati qualche volta dimenticano l'essenziale. Così va bene. Crescite et multiplicamini… Si può congratularsi con gli sposi?
—No, consigliere, stia buono—pregò la signora Valeria.—Li lasci in pace gli sposi… Sono ipotesi, semplici ipotesi.
Nocera fece una spallucciata; poi ripigliò guardandosi intorno:—A proposito, dove diamine si sarà cacciata mia moglie?
—Era con l'ingegnere Aldini—rispose pronta l'Olga Duranti.—Mi pare che siano usciti da quella parte…
E accennò con la mano a sinistra.
Se la maliziosa ragazza credeva d'aver svegliato con le sue parole la gelosia del consigliere, ella s'ingannava a partito.
—Ah—disse placidamente Nocera—mi immagino che quelle due creature romantiche saranno andate a passeggiare sulla spiaggia, al chiaro di luna… Buon divertimento!… Hanno fatto il dente del giudizio tutt'e due, e non c'è pericolo che si perdano per la strada.
—Oh, ecco Diana a braccio di Varedo—osservò la signora Duranti.—Va meglio?
Diana si sforzava di sorridere e di stringer le mani che l'erano tese.—Sì, va meglio, molto meglio… A ogni modo, è opportuno ch'io vada a casa subito… Alberto m'accompagna… Tu, mamma, puoi restare…
—No, no, io vengo con voi… Gli amici mi scusano…
—Ma nemmeno noi abbiamo nessuna ragione di rimanere—disse la Susanna Duranti.
Il cavaliere marito si offerse di perlustrare la spiaggia in cerca della signora Adelaide e dell'ingegnere. Così si sarebbe fatta tutta una carovana.
—Oh—saltò su Nocera—prima che li trovi!… Li aspetterò io, nel salone dei concerti… Di là è probabile che passino.
—Quello che non capisco—notò la Olga Duranti—è come non si siano accorti del malessere di Diana… Erano appunto con lei.
—Che vipera!—pensò la Varedo. E disse forte:—Non se ne potevano accorgere… m'è capitato dopo.
Il professore mostrò a sua moglie l'orologio dello Stabilimento—Se vogliamo prendere il tram e partire col primo vapore abbiamo appena il tempo necessario.
Il cavaliere Duranti interrogò la consorte.—E allora che cosa si decide?
Alberto Varedo ebbe un gesto d'impazienza. La signora Valeria se ne accorse e intervenne a proposito.—Si decide che partiamo noi tre, Diana, Alberto ed io; gli altri non devono sacrificar la serata per colpa nostra.
—Non era un sacrificio—replicò la signora Susanna—ma sarebbe fuor di luogo l'insistere. Buon viaggio e buona notte. Domattina poi soneremo il vostro campanello per aver notizie.
—Grazie… ma è inutile.
—O niente affatto… Una notizia l'avremo… una bella notizia… autenticata nelle debite forme.
—Zitto, zitto…
L'Olga Duranti volle dar un bacio a Diana.—Mi rallegro, sai, mi rallegro sinceramente… Sarà per Febbraio o Marzo?…
—Lascia stare i pronostici… Se fosse una bolla di sapone?… Addio, addio…
—Quanto dispiacerà all'Adelaide di non averle salutate!—gridò Nocera mentre Diana e la signora Valeria s'allontanavano. Indi borbottò:
—Quel professore Varedo ha una prosopopea intollerabile. Fa una grazia a toccarsi il cappello.
—Finalmente vi siete liberati dagl'importuni—disse Alberto a sua moglie e a sua suocera, allorchè furono soli.—Pare impossibile il tempo che le donne impiegano a congedarsi…
Erano sul ponte che dallo Stabilimento mette al piazzale ove si fermano i tram a cavalli. Uno di questi tram arrivava allora.
—Presto, presto!
Salirono trafelati in vettura.
La signora Valeria chinandosi su Diana rinnovò per la centesima volta la solita domanda:—Come ti senti?
—Non c'è male—mormorò Diana. E fece segno che aveva bisogno di riprendere fiato.
La Inverigo si voltò verso suo genero.—E adesso si può sapere che parole son corse tra Gustavo e te?
Ma Diana toccò lievemente il braccio della madre.—Oh mamma, perchè torni su questo argomento? Alberto e lo zio si riconcilieranno… Per amor mio—ella soggiunse, fissando con occhi supplichevoli il marito.
—L'insolente è stato lui—disse Alberto.
—Tu l'avevi provocato…
Varedo troncò il discorso.—Non agitarti ora… Non hai forza per discutere… Auff! Che viaggio interminabile!… A piedi, in carrozza, in vapore… Neanche se si andasse alla Mecca.
Per fortuna il vaporino era pronto, e non c'era molta gente.
—Che delizia! Qui si respira meglio—disse Diana sedendo a prora. Appoggiò il gomito alla sponda del bastimento e d'una mano si fece puntello al capo mentre l'altra cercava, con un rinnovato bisogno di carezze, la mano di Alberto. Il chiarore latteo del cielo, lo scintillìo argenteo dell'acqua su cui batteva la luna, i bruni contorni dell'isolette lontane, e i campanili e le cupole e le piccole, tremule luci della città verso cui filava con moto uniforme il battello silenzioso l'avvolgevano in un'atmosfera di sogni. Ed ella, sforzandosi di dimenticare il penoso incidente di poco fa, sforzandosi di bandir dal suo spirito ogni triste pensiero, si cullava nella dolcezza del sogno. Appunto perchè, nelle ultime ore, ell'aveva cominciato a dubitare della sua felicità coniugale, aveva sentito i primi impeti di rivolta della sua personalità compressa e asservita, appunto per questo ella si aggrappava al suo sogno che, divenendo realtà, la avrebbe salvata da' suoi dubbi, dal suo orgoglio, da tutto.
Intanto la signora Valeria ed Alberto parlavano piano fra loro…
V.
Nel travaglio del parto.
Una lampada a petrolio sul cui globo era accomodata una ventola di cartone proiettava un cerchio luminoso sulla tavola piena di carte e di libri. In quel cerchio spiccava la testa, già accennante a un principio di calvizie, del professore Varedo, e la sua mano si moveva di quà e di là per prendere ora questo volume ora quello. Il rimanente della stanza era nell'ombra. Di tratto in tratto il professore si alzava dalla sedia, si accostava all'uscio, tendeva l'orecchio, poi tornava al suo posto e si rimetteva al lavoro. Si capiva però ch'egli non era tranquillo e non lavorava con la solita lena. Nella camera nuziale, che il salotto da ricevimento e il salottino da pranzo dividevano dallo studio, sua moglie era nel travaglio del parto. Aveva cominciato a sentir le prime doglie alle cinque del pomeriggio, e benchè non vi fosse la minima complicazione le cose procedevano con lentezza.
—Ci vorranno altre quattro o cinqu'ore—aveva detto la levatrice ad Alberto l'ultima volta ch'egli verso le undici, era venuto a veder sua moglie. E, poichè a questa notizia egli s'era lasciato sfuggire un gesto d'impazienza, Diana sforzandosi di sorridere, aveva sussurrato dolcemente:—Se dipendesse da me!
E la signora Valeria, riaccompagnando il genero fino all'uscio dello studio, aveva soggiunto:—È meglio che tu cerchi di dormire…. A suo tempo ti chiameremo.
Il letto era stato improvvisato nella camera da studio, liberando un divano dai libri che l'ingombravano e che adesso erano sparpagliati sulle sedie o ammonticchiati negli angoli.
Ma Alberto Varedo non seguì il consiglio della suocera. Voleva finir l'esame d'un pajo d'opere nuove che s'era fatto mandar dalla biblioteca della Scuola, voleva terminar la correzione di certe stampe speditegli dagli editori due giorni innanzi. Quest'ufficio di corregger le stampe Diana l'aveva conservato anche durante la gravidanza, e le prime cartelle delle bozze che Varedo esaminava erano state riviste da lei la mattina stessa. Ora Alberto pensava che per un bel pezzo neanche questo piccolo aiuto egli avrebbe potuto aver da sua moglie. Meno male che c'era Bardelli.
Ed era appunto di Bardelli, del nostro amico Eugenio Bardelli, la timida voce che, di dietro l'uscio chiuso, domandava:—È permesso?
—Avanti!—gridò il professore.
E soggiunse:—Non l'ho sentito nè sonare il campanello, nè camminare. È entrato pel buco della serratura?
—Ho sonato adagio e ho camminato in punta di piedi… Passavo di qui e desideravo saper qualche cosa, anche per conto della mamma.
—Grazie, non c'è ancora nulla di nuovo.
—Lo so… Ho parlato con la signora Valeria… La mamma rinnova le sue offerte… Se c'è bisogno di lei, è sempre a disposizione… Ha pratica di parti, la mia mamma.
—Grazie, grazie. Ma vede bene, non può occorrer nulla… C'è la levatrice, c'è mia suocera, c'è la mia cameriera, c'è stato il dottore… Tutto va in regola; non c'è che da lasciar tempo al tempo.
—Eh, capisco—riprese Bardelli girando fra le mani il cappello a cencio.—A ogni modo anch'io se posso…
—Lei, caro Bardelli, può anche meno delle donne… Dica piuttosto, fa freddo fuori?
—A bastanza… Un freddo asciutto però.
—E qui le pare che si stia bene!
—Qui si sta da papi.
—A me pare tutt'altro… I caloriferi sono spenti e ho dovuto chiuderne le bocche… Prima di mattina si gelerà.
—In camera della signora Diana c'è la stufa?
—Sì, ed è accesa… Ma quella non riscalda me.
Eugenio Bardelli atteggiò il viso ad un'espressione di sincero rammarico, come deplorando di non poter mutarsi lui in una stufa o in un braciere per riscaldare il suo amato professore.
Non essendo facile il tradurre in parole un sentimento così generoso, il giovine assistente (perchè fin dall'ottobre Bardelli aveva conseguito il posto onorifico) balbettò:—Per domattina all'Università, vado io…
—Sì, va lei, e fa ripetizione… Ma mi raccomando, Bardelli, non abbia quell'aria d'uomo che domanda perdono di esistere. Il sapere è una bella cosa, ma bisogna anche mostrar di sapere, sopra tutto quando s'ha da fare coi giovani…. Se no, malgrado la sua dottrina finiranno col prenderla di sotto gamba.
Era pur troppo quello che avveniva, ma Bardelli non osava confessarlo.
—L'arte di tener la disciplina, caro amico—continuò Varedo—non c'è maestro che la insegni. Ci sono di quelli che la sanno già il primo giorno che salgono in cattedra; ce ne sono altri che non la imparano mai.
Bardelli chinava il capo in segno d'assenso, sbirciando nello stesso tempo i frontispizi dei libri nuovi sparpagliati sulla tavola.
—Sono gli ultimi acquisti della Biblioteca della Scuola—spiegò il professore.—Ci son anche due volumi di Spencer, ancora intonsi… Vuol portarseli via?
Gli occhi dell'assistente brillarono di compiacenza.
—Così mi risparmia la briga di tagliar le carte. A me basterà riaverli entro domani.
—E delle prove di stampa ce n'ha?—disse Bardelli.
—Queste finisco di correggerle io, tanto fa—disse Alberto.—Da domani in poi, fin che mia moglie è impedita, ricorrerò a lei.
—Si figuri!—esclamò l'altro, contento come una Pasqua.—Sarà un onore per me.—E soggiunse tentennando la testa:—Eh, la signora Diana dovrà stare in riposo per un bel pezzetto.
—Chi sa?… I parti delle donne son faticosi, son dolorosi, non c'è dubbio; però, nella peggiore ipotesi, è una fatica, è un dolore di uno, di due giorni… Noi uomini di studio, siamo nel travaglio del parto tutto l'anno, e le nostre creature fatte, rifatte, distrutte persino con le nostre mani ci costano molti più spasimi di quelle che non abbiamo costato noi alle nostre genitrici.
Il professore Varedo parlava come persona convinta di esser vittima d'un'ingiustizia sociale. O che forse non meritava anch'egli una parte dell'interesse, della sollecitudine ansiosa che in quel momento si consacrava a sua moglie?
Non avvezzo a considerar la questione sotto questo aspetto originale, Bardelli se la cavò con poche frasi sconnesse.
—Sicuro… Anche gli uomini di studio…. è positivo… sono in gestazione continua.
Varedo lo licenziò.—Buona notte… Vada, vada, lei che può coricarsi tranquillamente…. Prenda i due libri, e arrivederci…
Dopo aver dato un'altra capatina in camera di Diana, Alberto riprese la correzione delle sue stampe. Finita che l'ebbe, principiò a camminar su e giù per la stanza col capo chino, con le mani intrecciate dietro la schiena, sotto la vestaglia. Camminava adagio nel poco spazio lasciato dai libri e dai mobili, camminava riflettendo ai casi propri e commiserandosi. Lo assaliva un amaro rimpianto dei primi mesi del suo matrimonio, allorchè Diana era tutta sua, tenera, espansiva sovente, devota, affezionata sempre, sempre pronta ad accogliere le sue confidenze, ad assisterlo nei suoi studi. Così egli lo comprendeva il matrimonio; quella poteva chiamarsi davvero l'unione di due anime. O perchè non era durato così? Dal giorno che Diana s'era sentita madre, tutto era mutato d'aspetto. Egli le parlava ed ella lo ascoltava distratta, mal dissimulando la propria indifferenza pegli argomenti ch'egli era riuscito a renderle cari e domestici. E cercava sviare il discorso e tirarlo sul grande avvenimento che stava per compiersi e a fronte del quale ogni altro pensiero le pareva vano. Che s'egli, alla sua volta, non rispondeva a tuono alle domande di lei circa alla cuna del bimbo, al corredo, alla diversa disposizione da darsi al loro quartierino durante il periodo dell'allattamento, una nuvola le si stendeva sulla fronte, una lacrimetta le spuntava negli occhi, ed ella biascicava con voce dolente:—Ecco, non gli vuoi bene.—Santo Iddio, che bene doveva volergli se per lui egli non esisteva ancora? Ma guai se Varedo non avesse soffocato questo grido dell'anima! E si difendeva dall'accusa di non volergli bene, quantunque non potesse volergliene come lei che lo portava nel suo grembo e lo nutriva del suo sangue… Erano dispute brevi che si rinnovellavano spesso e turbavano l'antica armonia. Senza dire del dissidio latente che c'era tra Alberto e Diana a proposito dello zio Gustavo. La scenata del Lido non aveva avuto conseguenze; i due uomini s'erano in apparenza riconciliati, ma non vi poteva esser buon sangue fra loro. E Gustavo, che non voleva metter la nipote in una condizione difficile verso il marito, non le scriveva più, ed evitava di venir a Torino ove pure gli affari della sua Compagnia d'Assicurazioni l'avrebbero chiamato di quando in quando. Diana sentiva amaramente la mancanza di questa corrispondenza e di queste visite, e sebbene i suoi principî rigidi le impedissero di giudicar in modo diverso da Alberto le relazioni fra lo zio e Adelaide Nocera, non permetteva alcuna allusione men che rispettosa a un parente che nel cuore di lei aveva tenuto un posto vicinissimo a quello occupato dalla sua mamma.
Comunque sia, nelle meditazioni peripatetiche di quella notte, Alberto Varedo dedicava appena un pensiero fuggitivo al mondano ingegnere. Non era lui il nemico del suo benessere coniugale; il nemico vero (la dichiarazione aveva almeno il merito della franchezza) era il nascituro. Era inutile; questo marmocchio che gli avrebbero presentato forse di lì a pochi istanti dicendogli:—È il tuo figliuolo—non destava nell'animo del professore il minimo senso di tenerezza. Avrebbe fatto, si intende il suo dovere verso di lui (quando non lo faceva, egli, il proprio dovere?) avrebbe lavorato per non lasciargli mancar nulla; l'avrebbe protetto, consigliato, difeso; ma come gli sarebbe stato riconoscente se fosse rimasto in mente Dei!… E pure non gli accadeva nulla che non fosse nell'ordine naturale delle cose, e il suo collega professor Feroni, grande odiatore del bel sesso, a cui egli non aveva saputo dissimulare la sua noia per la gravidanza della moglie, aveva esclamato per spaventarlo:—Eh caro mio, le donne son capaci di tutto, anche di darvi due gemelli… Chi non vuol disgrazie segua il mio esempio e ne stia lontano.
Certo il dubbio che in fondo a questa mala soddisfazione per l'imminente paternità ci fosse una buona dose d'egoismo veniva ogni tanto a molestare il professore Alberto Varedo, a turbar l'alto concetto ch'egli aveva della sua perfezione morale. Anche adesso una voce importuna gli ripeteva di quando in quando:—tu che non soffri, tu che puoi, se ti piace, stenderti sul tuo letto e dormire, tu ti lagni e ti crucci, e tua moglie che patisce da nove mesi, tua moglie che ora si dibatte negli spasimi, che potrebbe soccombere alla prova, è raggiante di gioia nell'aspettativa della gracile creatura che uscirà palpitante dalle sue viscere. E questa creatura ella per un anno la nutrirà del suo latte, consacrerà ad essa i suoi giorni e le sue notti, le insegnerà a balbettare le prime parole, a provare i primi passi, ne scruterà ogni moto, ogni gesto, sentirà ripercotersi in cuore l'eco d'ogni suo lamento, tremerà d'ogni ombra che ne offuschi le pupille, che ne veli le gote;… tu frattanto accudirai alle tue occupazioni ordinarie, correrai dietro come prima a' tuoi sogni ambiziosi; non avrai del bambino che le carezze e i sorrisi… E osi lagnarti?
Ma Varedo non durava fatica a soffocar queste timide rampogne della sua coscienza. Chi discute con sè medesimo finisce sempre col trovar gli argomenti che gli danno ragione. Egli non negava nè le sofferenze presenti nè le passate di Diana; non negava il coraggio con cui ella dissimulava i suoi dolori; nè l'abnegazione piena d'entusiasmo con cui si disponeva ad adempire ai suoi uffici. Ma che per ciò? Se l'ideale della donna è quello d'esser madre, se nel conseguimento di questo ideale è la sua maggior voluttà, si capisce bene che per raggiungerlo ella affronti risoluta e serena qualunque pericolo e si sobbarchi a qualunque sacrifizio. Il dolore, il pericolo sono condizioni indispensabili della sua gioia; il sacrifizio, o quello che ci par tale, è anch'esso una gioia per lei. Non convien quindi magnificare oltre misura i suoi meriti.
Alberto Varedo era arrivato a questo punto della sua ingegnosa dissertazione quando lo ferì un grido acuto, straziante, come d'un animale colpito a morte. E a quel grido ne succedette un secondo, ed un terzo più straziante, più acuto… indi un gran silenzio… Il professore sentì un brivido corrergli dalla punta dei piedi alla radice dei capelli, sentì bagnarsi d'un sudor freddo le tempie e le mani, guardò istintivamente l'orologio che segnava le tre del mattino, e barcollando sulle gambe uscì dalla stanza.
Era entrato appena nel salotto attiguo che si incontrò con la suocera la quale, a vederlo così pallido, diede un passo indietro. Ma ricompostasi subito—Sei tu?—disse.—Venivo ad annunziarti che tutto è finito.
—Finito?—balbettò Alberto.
—Già… finito in bene… e prima di quello che non si credesse… Ma per questa volta bisogna aver pazienza. È una femmina…
Che fosse una femmina o un maschio non era cosa che importasse molto a Varedo; ond'egli non fece un grande sforzo di magnanimità a dichiarare che gli bastava di saper Diana fuori di pena.
—Vieni a darle un bacio—proseguì la signora Valeria. E lo precedette dalla figliuola.
Nella camera nuziale una matrona baffuta, con un neo sul mento che sembrava un cespuglio, immergeva in una vasca d'acqua tepida un mostriciattolo paonazzo e strillante; la donna di servizio cacciava in un angolo un mucchio di panni sanguinolenti. Bianca come il guanciale su cui posava la testa, la puerpera si voltò languidamente verso il marito, e gli sussurrò in un soffio:—Sto bene adesso… L'hai vista?
—Or ora gliela porto—disse la matrona baffuta, mentre Alberto, docile agli eccitamenti della suocera, si chinava su Diana e accostava la bocca alla bocca scolorita di lei.
La matrona, conosciuta in arte sotto il nome di Carlotta Rossetti, levatrice approvata, infarinò rapidamente con la cipria il corpicciuolo umido e viscoso della bambina, e la presentò in tutta la sua seducente nudità al felice genitore.
—Baciala—suggerì la signora Valeria.—È una bellezza.
Reprimendo un gesto di maraviglia all'audace affermazione, Varedo sfiorò con le labbra la guancia della sua primogenita.
—Una bellezza—sentenziò la levatrice approvando le parole della signora Valeria. Ma soggiunse con arguzia:—La prossima volta faremo un maschio.
Diana tirò fuori faticosamente una mano dalla coperta e accennò ad Alberto d'avvicinarsi.
—Non sei andato a letto?—gli chiese.
—No…
—Povero Alberto!… Vacci ora… Tra poco spero anch'io di dormire.
—Sarai stanca.
—Tanto stanca.
—Hai sofferto molto?
—Molto… Ma è passato… E dopo si prova una gran pace.
—Tss, tss!—fece la signora Valeria, appressandosi alla figliuola.—Non affaticarti a discorrere… E tu, Alberto, procura di riposare il resto della notte.
—È quello che gli dicevo—bisbigliò Diana.
—Tutti, tutti dobbiamo pigliarci qualche ora di riposo… Anch'io guardo con desiderio a quel letto lì…
E la signora Valeria accennò al letto di suo genero ch'ell'avrebbe occupato per quella notte e per le seguenti.
Indi rispose:—Appena la signora Carlotta avrà finito i suoi affari con la principessina …
—Ho finito, io… Ecco Madamigella
E prima di collocarla nella cuna tepida e civettuola che l'aspettava la riofferse, avvolta in pannolini caldi, al bacio della nonna e dei genitori.
—O perchè non posso tenerla qui accanto?—chiese Diana.
Sua madre si oppose.—No, assolutamente no.
—Perchè?… Dovrò alzarmi per vederla.
—Abbi pazienza… Per questa volta fa conto d'aver dieci anni di meno e ubbidisci alla tua mamma… La cuna è attaccata al tuo letto… Non hai che da voltare un momento la testa… Tutti questi lumi li porteremo via… Non resterà che il lume da notte là sul cassettone… proprio in fianco alla cuna… Guarda, la piccola s'è chetata subito… O dov'è la signora Carlotta? Se ne sarebbe andata alla romana?
La donna di servizio rispose:—No, si mette il cappello e torna.
In fatti, la signora Rossetti riapparve col cappello in testa e imbacuccata nella pelliccia.
—Son qui a dar la buona notte a tutti… principiando dalla nostra sposa…
S'accostò alla puerpera, la palpeggiò in tutto il corpo con la mano esperta, e diede segni di viva soddisfazione.—Bene, benissimo… Sarò qui domattina alle dieci.
—Domattina verrà anche il dottore.
—È naturale—osservò la levatrice.—Ma non avrà da ordinar nulla.
—E—domandò ansiosa Diana—la piccola non avrà bisogno di niente… Non avrà fame?… Non avrà sete?
—Che fame?—protestò la signora Carlotta.—Che sete?… Fin dopo la mia visita di domani non le diano neppur un gocciolo d'acqua.
—E per domani mi verrà il latte?
—Sì, non dubiti… E stia di buon animo… Se si agita, guai… Buona notte…
—Buona notte.
La signora Valeria accompagnò la levatrice fino nell'anticamera.—Tutto in regola, non è vero?
—Perfettamente.
—Sia ringraziato Iddio… E se ne va così sola?… … Oh, lei qui di nuovo?
Queste ultime parole erano indirizzate a Bardelli apparso come per incanto.
—Sì… Passavo… Sento che la signora Diana s'è liberata… Mi rallegro, anche in nome della mamma.
—Grazie, signor Bardelli… ci vedremo domattina… Adesso si va tutti a letto…
—E il professore?
—È di là… Ma è meglio lasciarlo stare…
—Diamine! Se posso servire in qualche cosa?
—Niente, signor Bardelli, niente… O piuttosto, sì… forse potrebbe far un tratto di strada insieme con la signora Rossetti.
—Ben volentieri…
Ma la levatrice, che aspettava il momento buono per congedarsi definitivamente, dall'alto della sua statura di un metro e 82 centimetri squadrò il piccolo e sbarbato professorino e disse non senza malizia:—Chè? Chè? Ho l'abitudine di andar sola a qualunque ora… Con un giovinotto poi, comprometterei la mia riputazione…
—A ogni modo—ripigliò sorridendo la signora Valeria—il professor Bardelli potrebbe chiamarle un fiacre.
—Immediatamente. Ce ne dev'essere in Piazza Vittorio Emanuele.
E Bardelli si precipitava; ma la signora Rossetti lo trattenne.—Non si disturbi… fin che posso, preferisco trottar con le mie gambe che, grazie a Dio, sono ancora buone.
Battè due colpi con la palma sulla rotella del ginocchio e soggiunse:—A me nessuno osa dar molestia… E poi, creda a me, madama Inverigo, quando una donna ha un certo contegno…
Terminò d'infilarsi un paio di grossi guanti di lana, alzò il bavero della pelliccia, e uscì con passo marziale.
Eugenio Bardelli, sgattaiolò per proprio conto.
. . . . . . . . . . . . . . .
Rientrando nella sua camera da studio, Alberto ebbe l'ingrata sorpresa di trovarsi in un'atmosfera densa ed irrespirabile. La lampada a petrolio s'era spenta; il fungo formatosi in cima allo stoppino mandava un chiarore rossastro. Il professore dovette spalancare la finestra, posar il lume sul davanzale, e lasciar aperto per qualche minuto. Era una notte di marzo limpida e fredda; il termometro all'esterno segnava otto gradi sotto zero; i tetti, bianchi di neve, scintillavano ai raggi della luna. Non saliva dalla strada suono di passi o di voci. Allorchè Varedo si decise a rinchiudere i vetri, anche la stanza era una Siberia, ed egli, messosi a letto, non potè dormire nè riscaldarsi per quanto si coprisse. Prima dell'otto era in piedi, starnutando e tossendo. E queste furono per lui le prime dolcezze della paternità.
VI.
Nuovi orizzonti.
L'avevano battezzata per Valeria, ma, poichè il nome pareva troppo solenne, preferivano, fin che era piccola, di chiamarla Bebè. A sei mesi ell'era piuttosto brutta che bella, piuttosto cattiva che buona, e spiegava istinti voraci ch'esaurivano il petto materno e costringevano a ricorrere all'aiuto del latte di capra, delle pappe e degli zuccherini, di cui la bimba era ghiotta fuor di misura, tanto da strillar di gioia quando glieli davano e da strillar di rabbia quando non volevano ripeterglieli. Del resto, indipendentemente dagli zuccherini, quegli strilli da pavone empivano spesso la casa, e il professore, turandosi gli orecchi, urlava da una camera all'altra alla moglie:—Per carità, falla tacere.—Ma Diana si maravigliava della estrema suscettibilità del marito, e domandava ingenuamente:—O che disturbo ti dà?… A ogni modo, chiuderò anche quest'uscio.
E, pif paf, si sentiva il rumor d'un'usciata, che aveva il significato dispettoso d'una protesta. Tuttavia i due coniugi vivevano in passabile accordo. Ella si sforzava di consacrare ad Alberto le ore che l'eran lasciate libere dalla figliuola e gli ricopiava qualche pagina di manoscritto, gli correggeva qualche bozza di stampa; egli dal canto suo cercava coscienziosamente di far vibrar dentro di sè le corde ribelli della paternità, e di tratto in tratto consentiva a prender Bebè sulle ginocchia, e ad ammirarne le riposte bellezze. Ma era una disdetta. La piccola non poteva star due minuti col suo babbo senza rendersi colpevole di infrazioni più o meno gravi alle regole della creanza; allora il professore, inorridito, restituiva il dolce pondo a Diana che si metteva a ridere, e, ridendo, lo faceva arrabbiare.—O, vorresti pigliar queste cose in tragico?—diceva lei. E Varedo, di rimando:—Sarebbe ben meglio che tu la lasciassi con la bambinaia.—Meno che posso gliela lascio—ribatteva Diana.—Le madri devono badar esse ai loro figliuoli.
Quel famoso dovere ch'era stato per tanto tempo ed era ancora, come direbbero i vagneriani, il leit-motiv dei discorsi di Varedo, aveva trovato in Diana un terreno propizio per fruttificare. E innestandosi adesso sull'amore vivissimo ch'ella portava a Bebè dava a quell'amore quasi la rigidezza d'una disciplina militare. Alla massima generica e indiscutibile che le mamme devono occuparsi personalmente della loro prole si aggiungevano altri precetti particolari che la giovine sposa non avrebbe trasgrediti per tutto l'oro del mondo. Così per esempio ell'aveva voluto continuar ad allattare benchè l'allattare la estenuasse; così ella non cedeva a nessuno l'ufficio di fare ogni mattina il bagno alla bimba; così ella s'imponeva la regola di uscir pochissimo di giorno se non poteva portar seco Bebè, e di non uscir mai la sera nemmeno se Bebè dormiva tranquillamente. Non doveva ella invigilarla sempre? Non doveva esserle accanto se si svegliava?
Che se Alberto la rimproverava di esagerare, ell'aveva la risposta pronta:—In fatto di dovere, melius abundare quam deficere; l'hai detto tu, in un latino che capisco anch'io. Tu fai il tuo dover di professore, di scienziato, io faccio quello di buona mamma.
Sarebbe stato facile di replicare che nella vita i doveri son molti e che l'essenziale è di saperli conciliare, mentre a prenderne troppo in epico uno solo si rischia di mancare agli altri; ma Alberto Varedo non aveva neppur lui un concetto abbastanza limpido del rapporto esistente fra i vari doveri per dare una risposta così semplice e naturale; anch'egli era propenso a considerar come tali soltanto quelli che convenivano a' suoi gusti e a' suoi fini, e la distinzione fatta da Diana implicava in favor suo un certo grado di libertà che non gli tornava sgradito.
Ond'egli si limitava a borbottar qualche parola e lasciava cadere il discorso.
Fu appunto in quel tempo, fra il sesto e il settimo mese di Bebè, quando l'apparizione del primo dente in bocca alla figliuola era salutata da Diana come il primo apparir della terra dai compagni di Cristoforo Colombo, fu appunto allora che il professore Alberto Varedo veniva sollecitato all'adempimento d'un nuovo dovere, quello di servir la patria nella politica.
Rimasto vacante per la morte d'un deputato un collegio della provincia di Cuneo, gli elettori pensaron a lui e delegarono una Commissione di notabili a offrirgli la candidatura nei termini più lusinghieri. Sarebbe stato singolarissimo onore pel collegio l'essere rappresentato da un uomo di tanto merito, un uomo che, così giovine, era già una gloria dell'Università, uno spirito liberale, un parlatore facondo, un luminare degli studi giuridici, ecc., ecc. La verità si era che il collegio constava di tre frazioni in lotta fra loro, nessuna delle quali era capace di far riuscire il candidato del suo cuore, nè rassegnata a lasciar trionfare il candidato d'una delle frazioni rivali. Bisognava quindi cercar uno che non fosse della provincia, meglio ancora che non fosse della regione, e Alberto Varedo possedeva questo prezioso requisito.
Già più d'una volta era balenata alla mente di Varedo la possibilità di entrare presto o tardi nella vita pubblica. Più d'una volta, al Caffè Romano, in quei crocchi di neo-professori ove si parlava d'arte, di letteratura, di filosofia, di matematica et de omnibus rebus, egli aveva difeso la politica contro gli attacchi furibondi di alcuni colleghi.
—La politica guasta tutto ciò che tocca—urlavano quelli.—Sciupa gl'ingegni e annebbia le coscienze.
—Il nostro Senato è un ospizio d'invalidi, la nostra Camera è un immondezzaio—soggiungevano i più arrabbiati.
Ma egli, senza scomporsi, sosteneva che quanto più basso era caduto il Parlamento italiano tanto più era necessario di rinnovarlo, di purificarlo con elementi incontaminati.
—O che poni la tua candidatura?
—Che c'entro io?—replicava Varedo.—Si discorre in tesi generale.
E, tra serio e scherzoso, egli citava una sentenza di Cicerone da lui già tradotta per uso di Diana:— Neque enim est ulla res in qua propius ad deorum numen virtus accedit quam civitates aut condere novas, aut conservare jam conditas.
Ella, Diana, dubitosa sulle prime, trepidante al pensiero che se Alberto fosse deputato sarebbe troncata la tranquilla intimità della loro vita domestica, ella a poco a poco era andata mutando opinione. Se la gioventù avesse effettivamente una missione da compiere? Se portando alla Camera dei criteri rigidi, austeri, ella potesse arrestare la corruttela che dilagava, cooperare alla rigenerazione morale di quella terza Italia riuscita così inferiore all'aspettativa, o ch'era lecito alle donne d'intralciare il cammino ai figliuoli, ai mariti, ai fratelli? Non era anzi obbligo loro di aiutarli a svolgere tutte le proprie attitudini?
Ma già da un bel pezzo nè Diana pensava a ciò, nè Alberto tirava in campo l'argomento. Ella era così assorbita dalla sua maternità che Varedo, uso a non ammettere che si potesse distrarsi mentre egli parlava, aveva finito coll'intrattenerla molto più raramente de' suoi disegni, delle sue aspirazioni.
Adesso però il silenzio era impossibile, e Varedo informò sua moglie della proposta che gli era fatta. Non disse ch'era deciso in cuor suo d'accettarla; finse per cortesia di attendere il parere di lei, le rammentò le dispute romorose con gli amici al Caffè Romano, e la parte ch'ella pure vi aveva preso, e l'ardore con cui ella lo aveva appoggiato nella sua lotta contro l'egoismo scientifico.
A Diana quei giorni sembravano tanto remoti. La piccola cuna ove, placida e rosea, Bebè dormiva i suoi sonni innocenti aveva scavato un abisso fra il passato e il presente. Le dispute del caffè l'erano quasi sfuggite dalla memoria; non capiva com'ella vi si fosse immischiata, come avesse mostrato uno spirito così battagliero, come avesse potuto prender sul serio cose e questioni che oggi le parevano di piccolissimo conto.
Benchè nella sua perspicacia ell'avesse subito capito che Alberto era ormai legato da una promessa e non la consultava che per salvar le apparenze, ella non mostrò d'aversene a male, nè volle mettersi in contraddizione con le sue opinioni d'un tempo. Ma i suoi motivi erano affatto diversi. La missione della gioventù, la fede negli alti e severi propositi con cui Alberto sarebbe entrato alla Camera, l'orgoglio di essergli consigliera ed ispiratrice, tutto ciò insomma che le aveva brillato dinanzi agli occhi come un sogno di gloria e di poesia oggi la faceva sorridere come un'illusione infantile. Sentiva la vanità della gloria, e, in quanto alla poesia, sentiva che per la donna non ce n'è nessuna che valga il bacio e la carezza d'un suo bambino….
Ell'accolse quindi le comunicazioni di Varedo senza entusiasmo e senza ostilità, con una calma benevola in cui c'era un fondo d'indifferenza.
—E sei poi sicuro d'essere eletto?
—Spero… Non ci sono competitori seri… Dovrò andare nel collegio a tenere un discorso.
—Quando?
—Mi avviseranno. Forse domenica prossima… Oh, un viaggio breve…. Sarò di ritorno la sera….
Ella sorrise.—Quando sarai deputato le tue assenze saranno più lunghe.
—Sfido io… Ma ormai non ci sono distanze, e anche da Torino a Roma si va così presto…. E poi, di tratto in tratto, verrai anche tu a passar qualche settimana alla capitale.
—Io?… Ora Bebè è troppo piccola.
—Quando sarà svezzata.
—E l'Università?—chiese Diana.
—Ci sono tanti professori nel mio caso.
—Professori che non fanno lezione—soggiunse ella con una punta d'ironia.
Ella rammentava le sfuriate di Alberto contro i colleghi negligenti.
—Chi dice questo?—egli replicò infastidito.—Intendo professori che sono deputati.
—E fin che sono a Roma non possono essere a Torino.
—Con un po' di attività si concilia ogni cosa—ribattè Varedo.—La Camera non è sempre aperta, non tutte le discussioni sono interessanti… All'Università c'è l'assistente; io ho Bardelli ch'è pieno di zelo;… a ogni modo, quando urge essere da una parte o dall'altra, un dispaccio è presto spedito e ricevuto.
—Che gusti!—pensava Diana.—Esser metà dell'anno in ferrovia, non aver un'ora di pace, aspettar sempre un telegramma che vi chiami di qua e di là…
E involontariamente ella confrontava quell'agitazione perpetua e febbrile con l'esistenza placida ch'era serbata a lei, sempre fra le pareti domestiche, sempre accanto a Bebè, sempre intenta a scoprire il miracolo di quella vita che sbocciava sotto i suoi occhi. Le future assenze di Alberto non la turbavano; nel suo inconscio, tranquillo egoismo ella considerava che, col marito lontano, non avrebbe avuto rivali presso la figliuola, che sarebbe stato suo, non d'altri che suo, quell'affetto onde, sin dai primi mesi, ell'era gelosa.
Quante volte, dopo la comunicazione di Varedo, mentre ferveva la lotta elettorale ed egli era in giro pel suo collegio ad accaparrarsi i voti, Diana, sola con Bebè e palleggiandola fra le braccia, le parlava come s'ella potesse intenderla.
—Il babbo chiacchiera co' suoi bifolchi, bel matto! Ci trovo ben più sugo io a chiacchierare con te!… Andrà a Roma il babbo… Ma noi che siamo qui, ci faremo compagnia… non avremo bisogno di nessuno, non è vero, caro tesoro?
Venne finalmente il giorno dell'elezione. Il professore assicurava che, in fondo, non ci teneva affatto, che aveva accettata la candidatura perchè gli sembrava doveroso accettarla, ma che, se non lo nominavano, se ne sarebbe dato subito pace. Poteva dir senza presunzione:—Tanto peggio per gli elettori;—perchè il nome su cui gli avversari suoi s'erano concertati era un nome insignificante, ridicolo e peggio. Anche prima d'esser uomo politico Alberto Varedo aveva degli uomini politici l'equanimità e la temperanza… Dunque, a sentir lui, non gl'importava riuscire, ciò che non toglie che la notte precedente al gran giorno egli non chiudesse mai occhio, e che la mattina fosse in piedi all'alba e spedisse Bardelli al telegrafo con un fascio di dispacci intesi a smentire due o tre notizie inesatte sparse sul conto suo da un foglio della provincia. Bardelli, figuriamoci, era venuto a mettersi a disposizione del professore prima che si spegnessero i lumi per le strade.
—Io me ne infischio, ma vedrà, caro Bardelli, vedrà che faccio fiasco.
Quest'era il ritornello di Varedo, a cui l'assistente contrapponeva una serie di affermazioni documentate che davano la sicurezza della vittoria. Egli aveva fatto il computo dei voti; garantiva una maggioranza schiacciante.
Il profeta di buon augurio fu trattenuto a colazione, poi mandato qua e là nelle redazioni dei giornali amici per aver notizie. In vero delle notizie dei giornali non c'era bisogno, perchè presto cominciarono ad arrivare telegrammi diretti dalle varie parti del collegio, prima sulla formazione dei seggi, più tardi sul concorso degli elettori, finalmente sui risultati, sezione per sezione. Alle cinque l'esito non era più dubbio, e Diana desiderò avvisarne sua madre con un dispaccio che l'officioso Bardelli s'incaricò di portar egli stesso al telegrafo.
—Dopo torni qui e resti a desinare con noi—dissero, all'unisono, i Varedo.
La sera vi fu una processione di gente che veniva a congratularsi. Erano in maggioranza giornalisti, studenti, professori. Uno di questi, il dottor Sali della facoltà di lettere, portò anche la moglie, la signora Erminia, ex bella donna, di cui si diceva all'Università ch'era alla sua terza maniera perchè prima di sposarsi con Sali era rimasta vedova due volte, di due professori, l'uno della facoltà di scienze, l'altro della facoltà giuridica. Non le restava ormai da assaggiare che la Scuola d'applicazione.
Ma la visita che fece più colpo fu quella del Rettore professor Andriani, che aveva appartenuto alla Camera subalpina e che adesso apparteneva al Senato, brav'uomo, eloquente ai suoi tempi, facondo sempre; solo che, per una disgraziata conformazione dei denti, veri o posticci, non poteva da alcuni anni dir quattro parole senza mettere un fischio.
Sebbene côlta alla sprovvista, Diana non tardò a ricomporsi e ad adempiere convenientemente ai suoi uffici di padrona di casa. Fece accendere il gaz in tutte le stanze a eccezione della camera da letto ove dormiva Bebè (figuriamoci! quella doveva esser chiusa ai profani) accettò con garbo i rallegramenti, distribuì rinfreschi a' suoi ospiti. Certe bottiglie di vecchio Barolo che dormivano polverose in cantina furono stappate per l'occasione, e contribuirono a crescere il buon umore. Si propinò alla salute del neo eletto, gli si augurò un sottosegretariato fra sei mesi, un portafoglio fra un paio d'anni.
Egli, modesto, si schermiva.—Adulatori!… Ho proprio la stoffa del Ministro, io! E se credete ch'io sia uomo da ambire il titolo d'Eccellenza!… Lo dico a cuore aperto, non so nemmeno quanto tempo resterò deputato…
—Eh via…
—Ma sì… Quando vedessi chiaro che non si cava un ragno dal buco, darei le mie dimissioni.
Frattanto il Rettore Andriani, slanciando a destra e a sinistra i soliti fischi come di locomotiva in partenza, s'era impegnato in un discorso lungo sul periodo classico delle nostre lotte parlamentari, e citava alcune sedute memorabili del 1860 e 61, e raccontava una serie d'aneddoti del Conte di Cavour e di Urbano Rattazzi.
Ma Diana sgattaiolava di tratto in tratto in silenzio, andava in camera da letto a dar un'occhiata alla bimba, si fermava in estasi a contemplarla.
—Cara, cara… Questo è il mio Parlamento… Questo è il mio Ministero… Oggi ti ho dovuta trascurare… Ma non sarà più così, sai…
Una volta la bimba si svegliò, si mise a piangere, e Diana se la prese sulle ginocchia e si slacciò il busto per offrirle il seno, orgogliosa di quel suo ufficio di madre, ascoltando come una musica nuova e soavissima il tenue rumore del latte che, succhiato con labbra avide, scendeva a goccia a goccia nelle fauci della bambina. Anche era per lei una voluttà dolorosa il sentir sulle carni delicate la punta dei primi dentini nascenti, e le pareva che ogni sofferenza creasse fra lei e quel suo angioletto un legame di più. Ella diceva fra sè:—Di là i sogni dell'ambizione, della potenza, della gloria; di qua una povera diavola che dà il latte alla sua creatura… Sono una povera diavola, io, nonostante i grandi pronostici che si facevano sul mio conto… Non sono che la moglie di un uomo illustre… e piuttosto che brillar soltanto di luce riflessa è meglio rimanere all'oscuro.
A poco a poco il sonno dolce e benefico allargò e distese le sue ali sull'esile corpicino di Bebè; gli occhi si chiusero, le labbra si staccarono dal capezzolo, la testa ricadde alquanto all'indietro, abbandonandosi sul braccio materno. Diana, asciugata con un bacio lieve la bocca umida della bimba, la posò sulla cuna, le ravviò sul petto le coperte e tornò in salotto ove i visitatori non attendevano che lei per partire.
—Domando mille scuse, ma sono una balia, e le balie non possono far complimenti.
—Ma s'intende, ma ci mancherebbe altro!
—Beata lei che ha già una bambina!—esclamò la signora Sali.—Io, con tre mariti, non sono mai riuscita ad aver figliuoli… Che uomini mi son toccati!
Varedo, al quale sembrava che quella sera, Diana non avrebbe dovuto occuparsi che di lui e del suo trionfo, ebbe un moto d'impazienza.—Quella piccina è viziata… Si avrebbe potuto svezzarla da un pezzo.
Indi rivoltosi a Bardelli, soggiunse:—Non vada mica via, lei. Usciremo insieme.
—Esci?—chiese Diana.
—Sì; devo andare al telegrafo e alla Gazzetta Piemontese.
In quella giunse un dispaccio. Era della signora Valeria e portava le felicitazioni di lei e degli amici che raccolti in casa Inverigo bevevano lo sciampagna alla salute del nuovo onorevole e della sua compagna.
—Povera mamma!—sospirò Diana.—Il suo cuore è sempre con noi.
Rilesse il dispaccio in silenzio. Nessuna menzione dello zio Gustavo. Egli non era fra quelli che si rallegravano della vittoria di Alberto. Com'era tenace nei suoi rancori!
—Piovono le congratulazioni—notò Alberto a sua moglie (erano rimasti loro due soli e Bardelli).—Non ci sei che tu che non m'hai ancora detto nulla.
Già disposta alla commozione dal telegramma della madre, Diana, a questo mite rimprovero in cui c'era un'intonazione affettuosa, sentì salirsi le lacrime agli occhi, e tendendo tutt'e due le mani a suo marito,—Io…—balbettò—io… ma io sono una parte di te.
I due sposi si scambiarono un bacio.
VII.
Due "maiden-speeches".
Un sabato sera (Varedo era già deputato da qualche mese) Diana riceveva da Roma questo telegramma.
Discorso esito trionfale. Congratulazioni deputati ministri.—Dettagli per lettera. Manderò giornali.
ALBERTO.
Era la prima volta che Varedo parlava alla Camera. Da uomo accorto egli non aveva voluto precipitar nulla; sapeva che i deputati non ci guadagnano a mostrar soverchia impazienza; che devono prima farsi conoscere e apprezzar negli uffici, e stringere amicizie personali, e acquistar la certezza che, partecipando a una discussione pubblica, saranno ascoltati. «Dall'esito di quello che gli Inglesi chiamano il maiden speech —egli aveva scritto a sua moglie—«può dipender tutto l'avvenire di un uomo politico».
Ecco dunque che il suo maiden speech egli l'aveva fatto, riportando, a quanto pareva, un vero successo oratorio.
Diana si voltò verso Bebè che, accomodata nella sua seggiolina davanti alla tavola, era occupatissima a sovrappor l'uno all'altro alcuni cubi di legno, e mugolava al suo solito: umm, umm.
—Ha fatto un bel discorso il babbo, e tu non sai dire che umm, umm. Vergogna!
Bebè guardò la sua mamma con occhi incantati, poi fece il bocchino da piangere.
—No, no, non ti sgrido mica—si affrettò a soggiunger la madre quasi scusandosi.—Buona, buona!… Non ne hai colpa tu se non parli.
La bimba aveva più di un anno ed era svezzata da un mese; capiva tutto, conosceva tutti, era, che s'intende, un portento, ma non articolava ancora nessuna parola, e quest'era un gran cruccio per Diana, che sfogava le sue inquietudini col medico di casa, il dottor Giraldi, e di tratto in tratto, sommessamente, arrischiava l'idea di consultare uno specialista.
Il dottor Giraldi rideva.—Consulti chi vuole, ma è un'idea stravagante… Bebè non ha nessun difetto alla lingua; parlerà senza dubbio, un poco dopo di qualche sua coetanea, un po' prima di qualche altra… perchè ci sono bambini che tirano avanti fino a un anno e mezzo e due anni;… ma parlerà, la sbalordirà, ne stia certa.
Le medesime cose, su per giù, le scriveva da Venezia la madre, e la vecchia Bardelli, nelle sue visite settimanali, ripeteva sempre che il suo Paolo (l'artista, quello de' suoi figliuoli ch'ella teneva in maggior conto) era stato muto come un pesce fino a sedici mesi e due giorni.
Così lo specialista era lasciato dormire, tanto più che Diana non osava nemmeno accennarvi nelle sue lettere ad Alberto; ma non per questo ell'era tranquilla, chè anzi la sua inquietudine cresceva d'ora in ora. E quella sera, sotto l'impressione che Bebè fosse rimasta mortificata dal rimprovero, a lei scendeva nell'anima una invincibile tristezza che le inumidiva le ciglia e la rendeva quasi dimentica del trionfo di suo marito.
—Caro, caro tesoro—ella esclamò prendendo in collo la bimba e coprendola di baci—che tu parli o no, la tua mamma t'intenderà sempre.
In quella stretta, Bebè ebbe un postumo desiderio del latte ond'era privata da un mese, e le sue piccole dite scorrevano indiscrete sui bottoni del vestito materno, mentre la bocca rosea mordeva la stoffa e commentava l'atto espressivo col solito suono indistinto: umm, umm.
Diana, severa, ammoniva.—Nossignora, non si può… Non c'è più niente.
Forse Bebè lo sapeva e voleva ridere soltanto. Ora aveva afferrato un bottone e lo tirava con violenza.
—Insomma se sei cattiva, vai di là.
In mezzo a questi contrasti giunse Eugenio Bardelli, l'assistente e il factotum di Varedo che lo seguiva come la sua ombra quand'egli era a Torino, e durante le sue assenze ne riceveva ed eseguiva zelantemente gli ordini, e passava mattina e sera da Diana a offrirle i propri servigi.
—Vengo dalla Redazione della Gazzetta Piemontese —egli disse.—Ho visto un telegramma fresco fresco da Roma… Il professore ha riportato un grande successo.
—Lo so, lo so—rispose Diana sorridendo.
E accennò al dispaccio ch'era aperto sulla tavola; indi soggiunse:—Grazie lo stesso… Sempre gentile, Bardelli.
—O le pare!—ripigliò l'assistente dopo aver dato un'occhiata al telegramma di Varedo.—Sì, dev'esser stato un trionfo… Ma non è da maravigliarsene… Parla così bene il professore… Che dote l'eloquenza!
Diana sospirò al pensiero che la sua figliuola non dava pel momento alcun segno di possedere questa qualità preziosa.
Intanto l'arrivo di Bardelli aveva distratta Bebè da' suoi attacchi insidiosi. Bardelli era un amico che d'ordinario s'occupava molto di lei. O perchè non se ne occupava oggi?
— Umm, umm —ella fece per richiamare la sua attenzione.
—Buondì, Bebè—disse il giovine.
Diana tentennò la testa.—Ah, è cattiva… Or ora la consegno all'Irene che la porti a letto.
L'Irene era la bambinaia.
Bebè protestò nel suo linguaggio contro la perversa intenzione.— Umm, umm.—E guardava Bardelli quasi per invocare il suo aiuto.
—Vuoi venire con me?—Chiese l'assistente. E le tese le braccia.
Ella fece altrettanto.
Diana si mise a ridere.—Bardelli, che vuol prendersi lei questo impiccio?
—Sicuro, siamo buoni amici con Bebè… Non è vero, Bebè?
—Ebbene—ripigliò la signora Varedo con una risoluzione improvvisa—gliela dò per un pajo di minuti; fin tanto che scrivo due righe di telegramma per Alberto. Me le imposta lei quando esce, Bardelli?
—Naturalmente.
—Ah, Bardelli, come ci avvezza male!
—Ma, signora Diana…—principiò il professorino. Dovette però interrompere la frase, perchè Bebè gli tirava i capelli.
—No, Bebè, no…
Appena la bimba vide che il suo amico si occupava di lei le sue mani si allentarono spontaneamente, ed ella parve tutta assorbita da un grande sforzo intellettuale.
Bardelli ebbe un'inspirazione luminosa.—Bebè, chi è quella? Dì mamma, mamma …
— Umm, umm.
Diana, con la penna sospesa tra le dita, guardava ansiosa.
— Umm, umm.
—Ecco, non le riesce—piagnucolò la madre.—Nessuno mi leva dalla mente che ha un vizio organico.
—Nemmeno per sogno… Vedrà… Dì mamma, Bebè.
Questa volta il miracolo accadde.— Umm, umm … amm … mamm … mamma.
Diana balzò dalla seggiola.—L'ha detto?… Ha detto mamma?
—Già, l'ha detto e lo tornerà a dire… Aspetti, non la confonda… Bebè, chi è quella?
—Mam… mamma—ripetè la piccina.
Adesso poi Diana non seppe più frenare il suo entusiasmo e volle stringersi al petto la figliuola che aveva compito il prodigio.
—Cara, cara, tesoro mio, viscere mie… lo dici ancora… mamma, mamma.
Bebè, disturbata dall'impetuoso amplesso materno, non cedette all'intimazione e tornò al suo solito umm, umm, a cui però ella dava un accento di protesta.
—Cattiva! Con me gioca a dispetti!—esclamò la Varedo guardando Bardelli con aria mortificata.—Gliela restituisco.
—Brava!… E intanto scriva il suo dispaccio.
—Ha ragione… Il dispaccio… Così annunzio ad Alberto che Bebè comincia a parlare.
—E—soggiunse Bardelli—se non le dispiace, insieme alle sue congratulazioni pel discorso mandi anche le mie.
Il discorso di Alberto! Quasi quasi Diana se n'era dimenticata; certo esso le pareva cosa di ben tenue importanza di fronte all'altro avvenimento che la empiva di giubilo.
Nondimeno si accinse a scrivere, e scrivendo leggeva:—«Deputato Alberto Varedo, Albergo di Santa Chiara. Roma.—Mille felicitazioni pel tuo trionfo, anche da Bardelli qui presente. Sappi che finalmente stasera Bebè ha detto mamma—Diana».
—Va bene?
—Benissimo.
Bardelli si alzò tenendo la bimba in collo, prese il foglio, e lo ripose in tasca.
—Badi—disse Diana,—Bebè le ha slacciato il nodo della cravatta.
—Oh, Bebè è un pessimo soggetto—rispose l'assistente celiando.—Ora gliela riconsegno…. Va dalla mamma, Bebè, va dalla mamma.
E liberatosi dal prezioso fardello, il professorino si accomiatò dalla Varedo.—Corro subito al telegrafo.
—Grazie Bardelli, grazie…. E scusi di tutto. Spero che Alberto sarà contento della notizia che gli dò… E chi sa che quando riceve il mio dispaccio non me ne mandi uno anche lui.
Ma il dispaccio non capitò. Capitò invece il dì appresso una lettera lunghissima in cui Varedo si diffondeva con infinita compiacenza a descrivere l'effetto prodotto dal suo discorso riportandone alcuni motti arguti, alcune frasi ch'erano state più applaudite, e riferiva i complimenti fattigli dal Presidente della Camera, dai Ministri e da parecchi Deputati autorevoli. Infine egli invitava Diana a leggere i vari giornali ch'egli le spediva sotto fascia, giornali amici e avversari, constanti, gli uni con schietta soddisfazione, gli altri con noia mal dissimulata, il bel successo del nuovo oratore.—«Leggi specialmente la Tribuna —egli le scriveva—ove c'è il miglior sunto del mio discorso.» Varedo finiva coll'annunziare a sua moglie che di lì a due o tre giorni, dopo una votazione a cui egli non poteva mancare, sarebbe tornato per qualche settimana a Torino. A Bebè era appena consacrata una riga a piedi del foglio: Un bacio a Bebè.
—Non aveva ancora ricevuto il telegramma—disse Diana per scusar suo marito.—La lettera di domani sarà ben differente.
E per debito di buona moglie intraprese la lettura dei fogli che Alberto le aveva trasmessi, soffermandosi specialmente sulla Tribuna la quale portava un più ampio resoconto parlamentare. Bello senza dubbio il discorso, interrotto spesso da approvazioni e da applausi segnati fra parentesi in corsivo; bello, ma non tale che riuscisse ad appassionare, ad interessare Diana Varedo.—Sarà l'argomento—ella pensava.—Tuttavia pensava altresì che un tempo, nei primi mesi del loro matrimonio, nessun argomento trattato dal suo sposo le sarebbe parso poco interessante; ch'ella si sforzava, e non senza frutto, di rendersi famigliari gli studi di lui, che andava superba di fargli da segretario. O perchè era mutata adesso? Lo amava meno, o la maternità aveva limitato gli orizzonti del suo spirito, le aveva fatto parer vana ogni curiosità e ogni ricerca intellettuale? Certo si è che quand'ebbe finito di scorrere i giornali e potè tornar ad occuparsi di Bebè, ella ebbe il movimento di gioia dello scolaro al rintocco del campanello che annunzia la ricreazione. Tanto più che Bebè, in dodici ore, aveva fatto progressi maravigliosi. Non solo diceva ormai mamma a tutto pasto, ma mostrava le migliori disposizioni ad arricchire di nuove parole il proprio vocabolario.
Comunque sia, nei pochi giorni che precedettero l'arrivo di Alberto, Diana rifece parecchie volte il suo esame di coscienza, confessandosi in gran parte colpevole dei mutati rapporti fra lei e suo marito. Troppo lo trascurava, troppo lo metteva in seconda linea, dacchè un nuovo sentimento imperioso, dispotico, esclusivo aveva preso possesso del suo cuore. Eppure, se questo sentimento era potuto nascere in lei e recarle tanta dolcezza ella ne andava debitrice al suo sposo, come a lui andava debitrice, se non degli agi della sua vita, della stima, del rispetto ond'era circondata. Non doveva ella dunque mostrargliesene riconoscente? S'egli era assorbito da' suoi studi, dalle sue occupazioni parlamentari, se nelle lotte politiche, insieme a poche compiacenze d'amor proprio, raccoglieva una larga messe di fastidi e di note che di tratto in tratto turbavano l'equanimità del suo carattere, non era tanto più necessario che in casa sua egli trovasse accoglienze festose e amorevoli? Invece, Diana se ne ricordava con sincero rammarico, nelle brevi gite di Alberto a Torino, ella, impermalita forse di non vederlo abbastanza espansivo con lei e con Bebè, finiva col chiudersi in un silenzio dispettoso e con l'evitare a bello studio gli argomenti che soli avrebbero avuto la virtù di alimentare i loro colloqui. Indi era accaduto più volte che, tranne all'arrivo, alla partenza, e all'ora di desinare, si fossero appena visti, che, in tre o quattro giorni, non avessero scambiate che poche parole.
Questa volta non sarebbe stato così. E, in primo luogo, ella non si sarebbe limitata a semplici congratulazioni circa al famoso discorso; ne avrebbe parlato ad Alberto con conoscenza di causa, perchè lo aveva tanto letto e riletto nei sunti ch'egli gliene aveva spediti da poter ripetergliene a memoria l'esordio e la chiusa quali erano riprodotti nella Tribuna. Ma quest'era un'inezia di fronte al programma ambizioso ch'ell'agitava in mente. Non più sfinita dall'allattamento e dalle veglie, Diana voleva riconquistar presso suo marito il posto che s'era lasciata portar via dagli altri, da Bardelli per esempio ch'era divenuto un po' troppo l'uomo indispensabile della casa. Non lo faceva per secondi fini, povero Bardelli, non lo faceva per darsi importanza; era sinceramente affezionato al suo professore, a lei, a Bebè; tuttavia con prudenza, con delicatezza, bisognava moderarne lo zelo…. Ed era così buono, così giudizioso ed equanime da capir subito la ragionevolezza di ciò che gli si domandava.
In fine, nel suo momentaneo ottimismo, Diana si teneva sicura d'aver un'alleata in Bebè. Bebè era per lei la tiranna, era, per Alberto, la rivale, la Bebè aveva, appunto negli ultimi giorni, imparato a dire papà, e questa parolina doveva, come una chiave magica, aprirle il cuore del babbo…. E allora quanti malintesi sarebbero tolti di mezzo!
VIII.
Fiasco.
Con queste dolci speranze, con questi forti propositi, in una bella mattina di maggio, Diana Varedo, insieme alla bambinaia e a Bebè, s'avviava alla stazione centrale incontro al marito. Incipit vita nova —le dicevano il cielo azzurro, l'aria tepida, il sole limpidissimo, l'animazione insolita della gente che pareva bevere a larghi sorsi la primavera. Incipit vita nova —le ripeteva il suo cuore.
Bebè, pavoneggiandosi in un vestito bianco con due fiocchi color di rosa sulle spalle, dava segni manifesti di voler scendere in terra, di voler provare i suoi piccoli passi nelle viottole del giardino di Piazza Carlo Felice ove altri bimbi correvano e saltellavano; ma la madre l'ammoniva a esser buona, e riserbar tutte le sue prodezze a quando avrebbe visto il suo papà.
—Come dirai?
—Pa… pà… Papà.
—Ah che amor di bimba!—esclamò Diana, non potendo trattenersi dal darle un bacio.—E come sarà contento il babbo!
Ma sotto la tettoia della stazione accadde cosa che scemò alquanto la soddisfazione della signora Varedo. Poichè Bebè, riconoscendo Bardelli in un gruppo di signori che chiaccheravano presso alla porta d'ingresso, si commosse tutta, agitò le braccia, emise alcuni suoni inarticolati che volevano esser espressione di giubilo e finì col pronunziar schietto e tondo:—Papà, papà.
Diana e l'Irene le diedero sulla voce.—Ma no che non è quello il papà… Deve venire il papà.
E Diana rivolgendosi un po' seccata a Bardelli che si avanzava officioso e sorridente e accennava a prender lui in collo la bimba,—no—disse—la lasci stare… Vede, le dà troppa confidenza.
Ordinò all'Irene di metterla giù, di farla camminare sul marciapiede.
Ma Bebè, con l'ostinazione della sua età, seguitava a voler Bardelli e a ripetere il motto incriminato:—Papà, papà.
Oh insomma—disse Diana strappando alla bambinaia la piccola riottosa e redarguendola severamente—insomma, Bebè, se sei cattiva ti mando a casa. Hai capito? E soggiunse:—Mi faccia il piacere, Bardelli, vada da un'altra parte… Finch'è qui lei, Bebè non si cheta… È venuto anche lei per aspettar Alberto naturalmente?
—Già—rispose il giovine senz'avvertire il fondo d'ironia che c'era in quel naturalmente.
—Ebbene, ci ritroveremo più tardi… Vada, adesso vada…
—Vado, vado—disse il docile Bardelli. E si allontanò pensando forse che le donne hanno l'umore molto variabile.
Intanto, toccandosi rispettosamente il berretto, si presentò il cavaliere Luini, capo-stazione, che, come Diana aveva notato, la salutava con tanta maggior deferenza quanto più in credito saliva Varedo alla Camera.
—L'onorevole arriva col direttissimo delle 10.13?—egli disse, guardando l'orologio.
—Appunto. C'è ritardo?
—Nossignora—rispose il cavaliere.—Ma non sono che le 10… Desidera accomodarsi?
E additò lì presso una panca ove ci sarebbe stato posto per lei e per la bambinaia.
—Grazie—replicò Diana.—Sto ritta volentieri.
Il capo stazione indirizzò un complimento a Bebè che s'era pacificata e coi suoi ditini pizzicava le guancie all'Irene.
—Come s'è fatta grande!
—Avrà presto quattordici mesi.
—Credevo molto di più.
La bimba per mostrarsi grata del giudizio favorevole manifestato sul suo conto dall'egregio funzionario, pronunziò la parola ormai imparata anche troppo:—Papà, papà.
—Aspetta il suo papà—spiegò Diana commentando l'uscita improvvisa della figliuola, non senza però trovar strana in cuor suo l'estrema facilità di Bebè a veder padri da per tutto.
Chiamato dai doveri del suo ufficio, il cavalier Luini sorrise e si accomiatò… Alcuni treni arrivavano, altri partivano: ci fu un momento di confusione tra il correre affrettato dei passeggeri che scendevano e salivano sulle vetture, il vocìo dei conduttori e dei facchini, i fischi delle locomotive e gli squilli delle cornette. Poi tornò una quiete relativa. In attesa del direttissimo venivano silenziosamente a schierarsi sul marciapiede le carriuole pel trasporto dei bagagli. Due signore che avevano l'argento vivo addosso scendevano ogni tanto sul binario per guardare dalla parte da cui doveva giungere il treno, un servitore in livrea stava immobile, contegnoso come se fosse nell'anticamera del suo palazzo patrizio; nel crocchio ov'era Bardelli si seguitava a discorrere animatamente.
Reputando ormai finita la sua quarantena, il professorino lasciò gli amici per riaccostarsi a Diana.—È buona adesso?—egli domandò accennando a Bebè.
—Sì, è buona… ma per carità, non la tocchi, non la guardi….
Per fortuna Bebè era assorta nella contemplazione d'un cagnetto pinch che una forastiera teneva sotto il braccio.
—E lei con chi era?—chiese la Varedo a Bardelli.
—Credevo li conoscesse… Quando il professore è a Torino vengon tutti a cercarlo a casa… qual più qual meno…
Diana guardò con l'occhialino.—Aspetti, quello alto di statura mi pare…
—Frascati, il cronista della Piemontese … quello col cappello a cencio è il corrispondente della Tribuna; l'altro che ha gettato via il sigaro…
Incapace di trattenere un moto d'impazienza, Diana interruppe:—Dica la verità, e sono alla stazione per mio marito?
—Eh—notò scherzosamente Bardelli—gli uomini illustri…
Ma Diana scattò.—sa ch'è una bella sconvenienza?… Tanto farebbe vivere in piazza… Mai un momento di pace, d'intimità… Sempre i terzi incomodi…
Ella vide che Bardelli si turbava, arrossiva, e s'affrettò a soggiungere:—Non dico per lei Bardelli; lei è come di famiglia…
Aveva capito ch'era una solenne ingiustizia il metterlo in mazzo con gli altri, e si pentiva di essersi lasciata sfuggire qualche parola che potesse offenderlo; si pentiva anche di quello che non aveva detto, ma che aveva pensato sul conto di lui… No, anzi Bardelli bisognava tenerselo caro e farsene un alleato contro quella massa d'indiscreti, d'importuni…
La campana annunziante l'arrivo del treno tolse la possibilità d'ulteriori spiegazioni.
—Ferma, Irene, ferma!—gridò Diana, richiamando vivamente la bambinaia che s'era mossa come per andare incontro alla locomotiva.—E tirati indietro.
Indi catechizzò un'ultima volta Bebè.—Adesso è qui il papà. A lui devi dire: papà, papà.
Le idee di Bebè non erano chiare e sembrava che ella avesse di nuovo tutta la propensione a dare il sacro nome di padre a Bardelli che le stava vicino.
Sbuffando e romoreggiando, il convoglio, con una celerità appena rallentata, imboccò la tettoia per poi arrestarsi con prestezza mirabile sotto l'azione dei freni automatici. Un lungo gemito roco usciva dalle ruote striscianti sul binario.
—Ecco il professore!—gridò Bardelli correndo ad aprir lo sportello d'una vettura di prima classe. E chiamava:—Signora Diana, signora Diana!
—Addio, Bardelli—disse Varedo consegnandogli una valigia.—Chiami un facchino.
—Se non ha altro bagaglio non val la pena… C'è la signora con la bimba.
—Le ho viste—rispose il deputato mentre accennava con la mano che non si affrettassero.
Disceso che fu, abbracciò la moglie, baciò la figliuola, e—State bene?—chiese a Diana.—Bebè sta bene?
—Non ti par florida?—domandò Diana. E soggiunse:—Che progressi ha fatto!
—Lo so—rispose Varedo sorridendo.—Dice mamma, me lo hai telegrafato.
—Oh dice anche di più—replicò Diana con aria di trionfo. Si rivolse alla bimba con lo sguardo appassionato e supplichevole delle madri che tremano di vedersi smentite dai loro piccoli tiranni.—Chi è questo?… Chi è venuto adesso?
Pareva lo facesse apposta Bebè a far sfigurare la mamma. Aveva rivisto il canino pinch, non aveva occhi che per lui.
—Lasciala in pace—ammonì Varedo.—Ha tempo di dir papà.
In quella egli s'accorse di Frascati e degli altri che gli facevano la ruota attorno, e con un cenno li invitò ad avvicinarsi.
Diana fremeva.—Che seccatori!… Non me li presentare.
—Andate avanti con Bardelli—disse Varedo—e fermate un brougham a quattro posti… Io mi sbrigo subito.
Ma Diana, l'Irene e Bebè erano in carrozza già da un paio di minuti prima che l'onorevole si fosse levato di dosso quelle sanguisughe. Bardelli con un piede sul predellino, ripeteva a Diana per quetarne la crescente impazienza:—Or ora viene.
E venne in fatti, scusandosi.—Cara mia, i giornalisti bisogna tenerseli amici… Salga anche lei, Bardelli, farà colazione con noi.
L'assistente, che aveva tuttora nelle orecchie le sfuriate di Diana contro gl'indiscreti che turbavano l'intimità domestica, accattava pretesti per schermirsi. E che aveva un impegno e che la colazione l'aveva già fatta.
—Non ci son scuse—ribattè Varedo.—Se non ha fame, non mangerà, ma in quanto agli impegni, abbia pazienza, non doveva prenderne. Doveva immaginarsi che avrei avuto cento commissioni da darle.
—Salga, via—soggiunse Diana.—Se no, restiamo qui fino alla consumazione dei secoli.
Bardelli ubbidì. Durante il tragitto, Bebè, seccata forse da tanti ritardi, fu d'una perversità eccezionale. Non solo si rifiutò di dir mamma e papà, ma pianse e strillò disperatamente senza lasciarsi nè intimorire nè commuovere dalle esortazioni materne.—La bell'accoglienza che fai al tuo babbo!… Cattiva!… Non ti vergogni?… Non hai un bricciolo di amor proprio?
Alberto si burlava di sua moglie.—Oh l'amor proprio a quell'età!… Basterebbe che non rompesse i timpani.
—È sempre un angelo—diceva Diana mortificatissima.—Ha il giudizio d'una bambina grande… E oggi dev'esser così… Ho proprio paura che non stia bene.
Varedo si stringeva nelle spalle, e sforzando la voce per soverchiar gli urli della figliuola chiedeva conto d'un'infinità di cose a Bardelli. Quante lezioni aveva fatte per lui all'Università? A che punto del corso era arrivato? Era stato in tipografia a sollecitar quelle bozze? Aveva letto il suo ultimo articolo comparso nella Rivista giuridica? E quella memoria inserita nell' Archivio storico?…
Ah, non poteva rimproverarsi d'esser stato in ozio a Roma, nonostante la politica… Intanto il primo volume dell'opera sul Dovere l'aveva finito lì, tra una seduta della Camera e l'altra, e adesso sperava di dar mano al secondo…
Diana divorava le lacrime. Si sentiva messa in disparte, lei e la bimba; l'impresa di riconquistar suo marito, di ricuperare il posto ch'ell'aveva una volta presso di lui, quell'impresa che pur dianzi l'era parsa di così agevol riuscita la sgomentava ad un tratto come cosa irta di difficoltà insuperabili. Sempre più, sempre più le loro vie divergevano e ogni tentativo di ravvicinarle era vano. Ecco, egli nemmeno s'occupava di Bebè; un bacio, una carezza tanto per iscarico di coscienza, e poi tutto era finito. È vero che oggi Bebè era pestifera, ma egli doveva occuparsene per sgridarla, non far finta ch'ella non ci fosse e parlar con Bardelli della sua Università e delle sue Riviste. Ebbene; s'egli non si curava di Bebè, se non domandava a lei, alla madre, i particolari delle sue prodezze, o perchè doveva ella sdilinquirsi pel discorso ch'egli aveva tenuto alla Camera? Glielo nominò, glielo lodò il suo discorso, gli fece le sue congratulazioni (come avrebbe potuto esimersene?) ma quand'egli, preso l'abbrivo, si diffuse con singolar compiacenza a descrivere il proprio trionfo ella s'avvide che quel trionfo non destava che un'eco debolissima nel suo cuore. E quanto più egli s'accalorava tanto più ella si restringeva in sè stessa e diventava, suo malgrado, fredda, pessimista ne' suoi giudizi. Certo egli era un uomo d'ingegno, ma era anche un uomo di cuore? E quel dovere che gli tornava spesso sulle labbra non era forse una lustra per mascherare le sue ambizioni?
Così Diana rientrò sconfidata nella casa che aveva lasciata un pajo d'ore addietro piena di liete speranze, sedette senz'appetito alla tavola che aveva voluto apparecchiar con le sue mani prima d'uscire e ove aveva preparato un posticino per Bebè fra lei ed Alberto. Ma il posticino rimase vuoto, perchè Bebè, lungi dal mostrarsi degna dell'altissimo onore, seguitò a far capricci, e fu forza consegnarla all'Irene che se la portasse via.
In luogo di Bebè c'era Bardelli a cui Alberto tra un boccone e l'altro e sfogliando lettere e giornali seguitava a chieder notizie e a dar commissioni.
L'assistente prendeva ogni tanto una nota sul taccuino.
—Povero Bardelli!—pensava Diana.—È una vittima.
E le venne un'idea, l'idea più luminosa che le fosse venuta in quella giornata in cui tutto le andava a rovescio.
—Bardelli, che s'è sognato di dire che ha fatto colazione?… Non può esser vero. Lei non fa mai colazione così presto.
E ordinò che aggiungessero una posata.
—Diamine!—esclamò il professore.—O chi poteva immaginarsi che Bardelli fosse diventato un uomo così cerimonioso?… Mangi, mangi.
Allora Varedo si accorse che sua moglie toccava appena le vivande, e le chiese:—Tu cos'hai?
—Niente, non ho fame.
IX.
Eugenio Bardelli si sente una pulce nell'orecchio.
Nelle brevi gite ch'egli faceva a Torino quando il Parlamento era aperto, Varedo era sempre occupatissimo. Moltiplicava le sue lezioni all'Università per riguadagnar l'ore perdute, spingeva innanzi con alacrità i suoi lavori scientifici, dava una capatina nel suo collegio, riceveva gli elettori che venivano in deputazione a parlargli delle loro questioni locali, aveva continui abboccamenti col Prefetto, col Sindaco e con altri pezzi grossi della politica e dell'amministrazione. Per la famiglia non gli restavano che pochi ritagli di tempo. Questa volta fu peggio del solito, e la vivacità di Bebè contribuiva a far sì che l'onorevole, quando pur era in casa, si chiudesse ermeticamente nel suo studio. Egli se ne scusava con Diana—Cara mia, tu lo sai, senza la mia quiete io non posso nè scrivere, nè leggere, nè pensare. Se vieni tu a tenermi compagnia mi fai un piacere come me lo facevi in passato; ma lascia Bebè all'Irene o mettila a dormire.
Per tentar di rivivere nel passato Diana si provava talora a venir sola nello studio di suo marito. Sedeva in silenzio in un angolo lavorando, o, a richiesta di lui, correggeva delle stampe, traduceva qualche passo di libri inglesi e tedeschi. Ma era distratta. La sua mente era altrove; ella trasaliva a ogni rumore del di fuori; e di quando in quando si alzava e andava a dar un'occhiata a Bebè.
—Che cosa vuoi?—ella diceva ad Alberto.—Non mi fido dell'Irene.
—E se non te ne fidi, cambia bambinaia.
—Gli è che non mi fiderei di nessuna.
—Allora poi…
C'erano momenti in cui la bimba strillava per voler la sua mamma.
—Dio, come urla!—esclamava Varedo.
—Se vado io, tace subito.
—Va, va… già sei sulle spine.
No, non era assolutamente possibile di far rivivere il passato. Adesso, nell'uscir dallo studio di Alberto per correre dalla sua figliuola, Diana aveva l'ali ai piedi.
A Bebè il babbo dava una gran soggezione. Troppo spesso le dicevano:—Zitto, il papà sta scrivendo—zitto, il papà ha gente,—perchè, al cospetto di lui, ella non si ammutolisse. In vero, nei pochi momenti ch'egli poteva dedicarle, ell'accettava rassegnata le sue carezze, si lasciava portar sulle spalle e cullare sulle ginocchia; ma di che gioia i suoi occhietti s'illuminavano quando egli la deponeva per terra o la riconsegnava alla madre o alla bambinaia!
Varedo s'era proposto di rimanere a Torino tre settimane. Senonchè, alla fine della seconda, gli capitarono da Roma delle lettere che lo sollecitavano ad affrettare il suo ritorno. Il ministero era vacillante, l'opposizione a cui Alberto apparteneva non disperava di assestargli un colpo mortale anche prima delle vacanze, o almeno d'indebolirlo in modo da rendergli difficile la vita a novembre. E, nell'ipotesi d'una crisi, si faceva balenare agli occhi di Varedo, ch'era tra i giovani più promettenti del Parlamento, la prospettiva d'un posto di sotto-segretario di Stato. Ma, appunto per ciò, conveniva ch'egli fosse sulla breccia.
Di questa possibilità d'un ufficio politico che l'obbligasse a una dimora permanente alla capitale, il professore parlò a sua moglie, come di cosa vaga e remota, soltanto il giorno prima di ripartire per Roma, a tavola, in presenza di Bardelli, ch'era stato invitato a desinare.
Dopo aver accennato alle condizioni precarie del Gabinetto e passato in rivista quelli che, secondo lui, avevano maggior probabilità di raccoglierne la successione, egli soggiunse:—L'uomo indicato per la Presidenza del Consiglio, quello a cui credo del resto che si rivolgerebbe subito la Corona, è San Giustino. Me ne appello a Bardelli che ha letto il suo ultimo discorso…
—Eh sicuro—confermò l'assistente;—un discorso magistrale.
—Il suo e il mio—ripigliò Varedo—serbate sempre le debite proporzioni, furono i due maggiori successi di questo scorcio di sessione… Ah, era un pezzo che non si sentiva alla Camera un discorso come quello di San Giustino, così organico, così ricco d'idee e di soda eloquenza.
—Di dov'è San Giustino?—domandò Diana.
—È toscano… Ha la lingua, ha l'accento, beato lui!
—È giovine?
—Avrà quarantadue o quarantatre anni. E non è di quelli che abbiano fretta. È dei pochi che non parlano quando non abbiano qualcosa da dire.
—Ha famiglia?
—È vedovo… ha due figliuole in collegio… e un nipote, certo Quinzani, figlio d'una sorella, un bravo giovine, dottore in legge, che vuol percorrere la carriera dell'insegnamento. Ha già qualche pubblicazione pregevole… Anzi, Bardelli, appena sarò a Roma farò ch'egli le spedisca una copia di una sua memoria di diritto internazionale… È molto ben fatta…
—Grazie.
—Con San Giustino—seguitò Varedo ch'era in vena di confidenze—ci siamo legati d'amicizia in questi ultimi mesi… Egli dice sempre che se andasse al potere si affretterebbe a offrirmi un segretariato.
—Capo di gabinetto forse?—chiese Bardelli.
—No, no, che diamine?… Sottosegretario di stato… ch'è il modo di mettersi in vista per esser ministro a una prossima occasione… Te ne stai lì incantata, Diana? Non ti sorride l'idea di esser sottosegretaria di Stato fra un anno, e ministressa forse tra due? Dov'è il bel fervore d'un tempo?… Ti ricordi delle serate al Caffè Roma, di quando mi sostenevi valorosamente nella lotta contro i colleghi arrabbiati i quali non ammettevano che un galantuomo, che uno scienziato potesse aspirare alla vita politica?… Hai mutato parere?
Prima che sua moglie rispondesse, Alberto soggiunse celiando:—Sarebbe un chassez-croisez, perchè han mutato parere anche loro, i colleghi arrabbiati. Di due, Blevio e Sarioli, si sa benissimo che cercano un collegio per mare e per terra e che non è colpa loro se non l'hanno trovato, e gli altri non devono poi averla a morte con quei poveri uomini parlamentari, se mi tempestano di lettere (Bardelli n'è buon testimonio) per ottener favori e decorazioni.
—Ebbene—disse Diana,—ho paura proprio che tu abbia ragione, che sia un chassez-croisez.
—Davvero?—fece Varedo con una risatina forzata.—Dunque ti dispiace ch'io abbia in così poco tempo conquistato un posto onorevole alla Camera?
—Oh—ella interruppe protestando,—non dare questo significato alle mie parole… Come può dispiacermi?… Ma io penso che anche fuori della Camera la tua riputazione non poteva che crescere… Meno assorbito dalla politica, ti saresti consacrato con tanto più fervore alla scienza…
—E ti pare ch'io l'abbia abbandonata la scienza?
—Neanche per sogno; ma il tempo che si dà ad una cosa non si può dar all'altra.
—Eh, del tempo ce n'è d'avanzo… Basta volere. In quanto alla scienza, io le faccio tanto di cappello, e la coltivo secondo le mie forze… Ma la scienza deve esplicarsi nell'azione, e non è coi bei libri che si manda avanti l'umanità.
Diana tentennò la testa.—Va poi avanti?
—Vede, Bardelli, quel che sono le donne—ribattè Alberto Varedo rivolgendosi al suo assistente.—Scettiche e superstiziose… Credono, se occorre, ai miracoli della Madonna di Lourdes, e diffidano del progresso, diffidano dell'influenza che gli uomini d'ingegno e d'energia esercitano sui propri simili.
—Avrò torto—disse Diana facendosi umile.—Forse in fondo alle mie querimonie non c'è che il rammarico di veder quasi sciolta la nostra famiglia.
—Quasi sciolta?—esclamò Varedo.—Che esagerazioni! Come se anche lontano io non fossi con voi? Come se le mie assenze si prolunghino mai oltre un certo limite?… Naturalmente, se un dì o l'altro appartenessi al Governo, queste mie gite a Torino sarebbero molto difficili; ma allora ci sarebbe un rimedio, verresti tu pure a Roma con Bebè.
—Tu lasceresti l'insegnamento?
—In via provvisoria… come si fa sempre, il giorno in cui si abbandona il potere si riprende la cattedra.
—Vedi se val la pena di spiantar casa!… Per quello che durano i Ministeri in Italia!… Questo qui ha poco più di due anni e trovate che ha già vissuto troppo.
—Sfido io… Quel povero Crugnoli ha perso la bussola… E ha certi collaboratori… Oh, Bebè!
Bebè, la cui comparsa arrestava sulle labbra paterne il panegirico dei collaboratori di Crugnoli, veniva in tavola, come d'ordinario, alle frutta e l'Irene, dopo averla portata in giro acciocchè tutti la baciassero, l'accomodò nel seggiolino accanto alla mamma.
Le manine della bimba si protesero subito con energia verso la fruttiera.
—Or ora, or ora—disse Diana prendendo alcune ciliege e levandone il nocciolo… Ecco… Apri la bocca, Bebè.
Ma Bebè non voleva essere imboccata, voleva mangiar da sè; ciò che diede luogo a una breve contestazione tra madre e figliuola.
E poichè Bebè principiava a strillare, Varedo si turò gli orecchi con le dita.
—Zitto, Bebè!—disse Diana.—Il papà non vuol sentir piangere le bambine.
L'ammonizione ebbe un effetto salutare; Bebè trattenne le lacrime e borbottò:—Papà citto.
A forza di sentirsi ordinare di star zitta in presenza del suo babbo ell'aveva finito con l'affibbiare questa specie di nomignolo all'autore de' suoi giorni.
Senza più curarsi di lei, il professore si voltò verso Bardelli per domandargli se avesse finito la traduzione di certi passi d'una recente opera tedesca.
—Fra tre o quattro giorni—rispose l'assistente—le spedisco ogni cosa.
Varedo parve sconcertato dall'annunzio.
—Ah, Bardelli mio, questa volta ha dormito.
—È una cinquantina di pagine fitte, sa, professore—osservò l'altro, scusandosi.—E io non supponevo che lei partisse così presto…
—Appunto, non lo supponevo neanch'io… È una disdetta, perchè io speravo di legger quella traduzione in strada ferrata.
—Domani?… Com'è possibile?
—Eh, pazienza….
Desolato, Bardelli ripigliò:—Se fosse per domani sera potrei forse….
—No, è inutile… Quando non l'ho per domattina…
Bardelli si grattava la nuca.—Per domattina?… A che ora parte la corsa?
—Alle 8.55. Ma le ripeto che non importa…. Invece mi porti il libro alla stazione…. Ci darò un'occhiata durante il viaggio… Non ho col tedesco la famigliarità che ha lei, ma lo intendo benissimo…. E a Roma, in caso di bisogno, incaricherò della versione Quinzani che ha studiato a Lipsia.
Questo nome di Quinzani, ripetuto dopo un così breve intervallo, destò nell'animo di Bardelli un sentimento istintivo di gelosia.
—Aspetti, aspetti, professore… Ancora non è detta l'ultima parola.
—Cioè?
—Non so, non m'impegno, ma, ripensandoci su, trovo che le 8,55 di domattina sono lontane.
Diana, che stava facendo il caffè con la macchina, alzò gli occhi verso Bardelli.
—O che vorrebbe patir la notte?
—Forse non sarà neanche necessario; basterà andar a letto un'ora più tardi e alzarsi un'ora prima…
—Ma Alberto, tu non devi permettere—insistè Diana; e intanto con uno spillone stuzzicava il lucignolo sotto la macchina. Bebè stendeva i suoi cubi sulla tavola, meditando qualche grande opera architettonica.
Varedo si mise a ridere.—Non si tratta di permettere o non permettere. Bardelli è fuori di minorità… Io non esigo nulla… S'egli non può portarmi la traduzione, mi riporti il volume…. senza cerimonie.
—Avrà la traduzione, professore—dichiarò Bardelli.—Ormai mi pare di poter dargliene l'affidamento.
—Oh—disse Varedo accendendo un sigaro per sè e offrendone uno al suo interlocutore,—quel libro io l'ho sfogliato e son persuaso che non abbia nulla di nuovo. Ma quei tedeschi son così pedanti che un autore il quale non tenesse conto delle loro ultime pubblicazioni avrebbe per questo solo avversa tutta la critica. E in ogni modo io desidero che la mia opera, almeno nell'esposizione delle varie dottrine, sia completa ed esauriente.
L'onorevole si stropicciò le mani in aria d'uomo contento di sè.—Ella lo sa benissimo, Bardelli, nel primo volume di cui ho consegnato giorni fa l'ultime pagine all'editore, io prendo in esame coscienzioso e sereno lo stato presente della questione. Ipotesi ottimista, ipotesi pessimista, imperativo categorico di Kant, spiritualismo, naturalismo, positivismo, evoluzionismo, tutti insomma i sistemi principali della morale contemporanea sono riassunti e discussi. Il secondo volume sarà consacrato interamente allo svolgimento della teorica del dovere che io faccio derivare dalla trasformazione dell'egoismo gretto primitivo in egoismo illuminato e dell'egoismo illuminato in altruismo. Così…
—No, non si regge—interruppe Bardelli facendo per alzarsi dalla sedia.
Ma il professore, un po' piccato, lo trattenne pel braccio.
—Come non si regge?… E che cosa guarda?
È forza riconoscere che Bardelli, perduto assolutamente di vista l'imperativo categorico, fermava la sua attenzione sopra una minuscola torre di Babele che Bebè andava via via erigendo co' suoi cubi e che minacciava rovina.
In fatti, patatrac, l'edifizio precipitò con fracasso sulla tavola e Bebè, rossa in viso ed irritatissima, se la prese coi cubi e cominciò a scagliarli di qua e di là per la stanza.
—O Diana—gridò Varedo—a che cosa badavi?
E con le palme aperte si riparava dai poco pericolosi proiettili.
—Badavo al caffè—rispose tranquillamente la signora, mentre, senza scomporsi, imprigionava nelle sue le manine della bimba.
—Il caffè ce lo manderai nel mio studio—disse l'onorevole levandosi da tavola.—Venga di là, Bardelli. Ripiglieremo in pace il nostro discorso… Non sente che strilli?
Bebè che non s'era potuta sfogare col bombardamento si sfogava urlando come un'ossessa. E nella sua disperazione invocava il soccorso del suo amico Bardelli.— Elli, Elli!
—Se provassi io a quietarla,—insinuò questi, timidamente.
—È matto?—saltò su Varedo.—O che fa la bambinaia, lei?… Venga, venga con me.
I due uomini si mossero, ma Diana li arrestò con un gesto.
—È inutile, Bebè cede il campo. La porto io dall'Irene e torno subito a versare il caffè ch'è bell'e pronto.
Così dicendo, ella uscì con la piccola ribelle che si divincolava invano e che tra minacciosa e implorante esauriva tutto il suo vocabolario.—No… Mamma… Elli … Più… Papà citto.
Alberto Varedo si rimise a sedere, accavalciò le gambe e con l'impassibilità olimpica di Farinata degli Uberti, non turbato dall'interruzione di Guido Cavalcanti, riappiccò la conversazione filosofica al punto in cui l'aveva lasciata.
—Io parto da questo concetto. La tendenza intima dell'essere si manifesta sotto due aspetti apparentemente contrari, l'egoismo e la simpatia. L'istinto personale della conservazione, estendendosi da un individuo agli altri individui con cui egli è in rapporti, basta a…
—Se prima beveste il caffè?—propose Diana ch'era rientrata tacitamente nel salotto da pranzo e aveva ripreso il suo posto.
Il professore fece un gesto d'impazienza.—Beviamo pure questo caffè, ma dopo passeremo nella mia camera da studio.
—Ecco—balbettò Bardelli posando sulla tavola la chicchera offertagli dalla padrona di casa—ecco…. se mi permettesse….
—Che cosa?
—Dovendo finire quella traduzione…
—Ah, quella del libro tedesco?… Ci tiene proprio a finirla lei?
—Sì, professore, le confesso che sarebbe per me un gran dispiacere che altri vi mettesse le mani….
—Se le sta a cuore davvero, faccia come crede…
Bardelli vuotò in fretta la chicchera e si alzò.
—Grazie… Allora vado… La signora Diana mi scusa…
—Io?… S'immagini… Piuttosto non s'ammazzi per lavorare…. Alberto, hai un assoluto bisogno di quella traduzione per domattina?
—Ma no… Quello di cui ho bisogno è il libro… Ho già detto a Bardelli che la traduzione posso farla fare a Roma da Quinzani.
Ancora Quinzani! Tre volte Alberto Varedo lo aveva nominato nel corso di quella sera, e ogni volta Bardelli ne aveva risentito una impressione oscuramente penosa.
—Alle 8.55 sarò alla stazione col manoscritto—egli disse prendendo commiato.
Dopo ch'egli ebbe rinchiuso l'uscio dietro di sè, Diana si rivolse a suo marito.
—Povero Bardelli! Lo appoggerai al primo concorso.
Varedo sorrise.—Oh i ragionamenti delle donne! Perchè ci è devoto, perchè ci è affezionato…. del resto anche noi gli usiamo molte attenzioni… deve aver i titoli per vincere un concorso universitario…