I MONCALVO
I MONCALVO
ROMANZO
DI
Enrico Castelnuovo
MILANO
FRATELLI TREVES, EDITORI
1913
—
Terza edizione.
PROPRIETÀ LETTERARIA
I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l'Olanda.
Copyright by Fratelli Treves, 1908.
Tip. Fratelli Treves.
a Donna Vittoria Aganoor Pompilj.
In questo libro povero d'arte ma ricco di sincerità ho cercato di ritrar qualche strano fenomeno della nostra vita contemporanea. E poichè il libro a Lei non dispiacque oso pregarla di accettarne la dedica, ben lieto che mi si offra l'opportunità di ravvicinar per un istante al mio nome il suo nome illustre e di affermar pubblicamente il conto in cui tengo il suo ingegno, il suo animo, la sua preziosa amicizia.
Venezia, gennaio 1908.
Enrico Castelnuovo.
I MONCALVO
I. A Villa Borghese.
Arrivato a Roma la sera innanzi dopo un lungo soggiorno all'estero, Giorgio Moncalvo aveva voluto recarsi la mattina presto a Villa Borghese, ove lo chiamavano molti ricordi della sua adolescenza. Egli tornava da una grande metropoli, ricca di tutti gli agi della vita, di tutte le raffinatezze del gusto, di tutti gli strumenti del sapere, superba di recenti trofei, orgogliosa della sua civiltà prepotente e dominatrice; tornava da Berlino che a lui, spirito scientifico e indagatore, aveva offerto larghi mezzi di studio quali non può ancora offrire l'Italia. Eppure quest'Italia, non ricca, non vittoriosa, verso cui egli aveva rivolto i suoi passi con l'aria umiliata di figlio che quasi si vergogna della madre, quest'Italia lo aveva riavvinto a sè fin dal momento che, sboccando dalle gallerie del Gottardo, egli si era affacciato ai piani e ai laghi di Lombardia. E di mano in mano ch'egli procedeva nel suo viaggio lungo le coste del Mar Ligure e del Tirreno, egli aveva sentito crescere in lui e farsi sempre più caldo, più intenso l'amor della patria. Com'era bella la sua Italia in quello scorcio d'ottobre! Là al Nord, dond'egli scendeva, erano ormai i segni precursori dell'inverno; già nei parchi lisciati e pettinati cadevano dai rami le foglie rapite in giro dal vento; già ogni cosa intristiva nel cielo bigio, umido e freddo; qui l'aspetto della natura accennava appena a una voluttuosa stanchezza e l'estate pareva tuttavia indugiarsi e sorridere attraverso il tepore dell'aria e la luce del sole.
Quest'impressione provava Giorgio Moncalvo percorrendo nell'ora mattutina i larghi viali di Villa Borghese, e fermandosi di tratto in tratto a guardar le praterie smaltate di fiori ove i cavalli pascolavano liberi, e le grandi masse degli alberi che intrecciavano, senza confonderle, le gradazioni infinite dei loro verdi; dal verde cupo del pino, al verde opaco della quercia, al verde tenero della robinia.
Pressocchè deserta quand'egli v'era entrato, la Villa andava a poco a poco animandosi.... Qualche carrozza di forestieri ai quali il cocchiere faceva da cicerone; qualche coppia romantica; qualche ciclista solitario; qualche governante coi bimbi; qualche ordinanza a cavallo; qualche gruppo di preti.... Passò una compagnia di soldati; passò, col ronzio d'un enorme moscone, un'automobile polverosa, lasciando dietro di sè un forte odor di benzina; passò, proprio dinanzi a Moncalvo, un allegro manipolo di studenti.
Egli pensava: «Anch'io.... un tempo!»
Dov'era andato quel tempo? Dov'erano andate (e pur egli era giovine sempre) l'elasticità della sua fibra, la sua voglia di saltare, di ridere, di far del chiasso? Dov'erano andati gli amici, i compagni coi quali, ai primi rintocchi della campana che annunziava la fine sospirata delle lezioni, egli volava a Villa Borghese a ruzzare sull'erba, a giocare alla palla, a esercitarsi sulla bicicletta? E dov'era la sua mamma che, avvezza a vivere in una tranquilla città del Veneto, varcava a malincuore l'ingresso della Villa magnifica e rumorosa e diceva, tentennando la testa: «Sì, sì; sarà un bel posto, ma troppa gente, troppe vetture, troppo frastuono.... Non mi ci abituerò mai»?
Giorgio Moncalvo rammentava che i giocondi ritrovi di Villa Borghese erano stati interrotti in seguito alla malattia e alla morte della povera donna. Povera, povera mamma! Buona, intelligente, ma nata col segreto dell'infelicità! Fin che suo marito era stato un professorino d'istituto tecnico a duemila cinquecento lire l'anno ella lo aveva assordato con le sue lamentazioni esaltando, per umiliarlo, il fratello Gabriele che non perdeva le notti sui libri, ma, slanciandosi arditamente negli affari, accumulava una grossa fortuna e faceva nuotar la famiglia nell'abbondanza.
— Almeno tu ci procurassi qualche soddisfazione d'amor proprio! — ella sospirava. — Ma sì!... Con tutto il tuo ingegno resterai a marcire in una scuoletta di provincia....
Ed ecco che, di punto in bianco, Giacomo Moncalvo era divenuto un uomo celebre; aveva, coi suoi lavori di geometria superiore, vinto il premio reale dei Lincei per le matematiche, aveva ottenuto per concorso una cattedra all'Università di Roma.
— Sei contenta? — egli aveva chiesto alla moglie.
Ell'aveva risposto di sì, e forse sulle prime era stata contenta, ma fu una contentezza che durò poco. Sopraggiunsero i fastidi del trasporto, le difficoltà dell'alloggio e quelle anche maggiori di regolar l'azienda domestica in una città ove tutto costava infinitamente più caro. Indi nuove e interminabili querimonie.
— Qui si spende il doppio, il triplo.... Valeva proprio la pena di cambiar stato e domicilio per ridursi a dover guardare al centesimo! E poi che confusione, che babilonia! È un miracolo se non si va sotto una carrozza od un tram.... Ah, la mia pace, la mia pace!
La sua pace ella l'aveva trovata, di lì a non molto.... in cimitero, dopo una malattia breve e un'agonia dolce, che le aveva permesso di accommiatarsi affettuosamente dal marito e dal figlio e di chieder loro perdono se, amandoli tanto, li aveva tormentati con le ineguaglianze del suo carattere cruccioso ed inquieto.
Rivolgendosi a Giorgio in particolare, ell'aveva soggiunto:
— Ah, se la zia Clara potesse venire a star qualche mese con te!
In fatti, al solo annunzio della disgrazia, la zia Clara era venuta spontaneamente nientemeno che dal Cairo ove abitava già da parecchi anni con l'altro fratello, Gabriele, quello che aveva il bernoccolo degli affari. Era venuta ed era rimasta circa nove mesi, riordinando la casa, facendo sentire a Giacomo e a Giorgio tutto il pregio d'una buona massaia.
— Perchè non rimani sempre con noi? — le aveva chiesto il professore.
— Non posso.... Tutti di laggiù mi vogliono.
— Che bisogno hanno di te?
— Forse più di voi altri.
E quelli di laggiù, come la zia Clara chiamava suo fratello Gabriele, la cognata Rachele e la nipote Mariannina, se la portarono via nel novembre dopo aver passato anch'essi alcune settimane a Roma, di ritorno dal viaggio che facevano ogni estate nel nord dell'Europa. Questi parenti milionari che alloggiavano all'Hôtel del Quirinale, e sfoggiavano un lusso da principi, e tenevano carrozza e cavalli, e si facevano servire i pasti a parte con gran profusione di Bordeaux e di Sciampagna, avevano allora colpito la fantasia del giovine studente, trattato da loro con cordialità rumorosa, commensale festeggiato alla loro tavola, guida desiderata nelle loro visite ai monumenti di Roma.
Egli era per lo più con le donne; chè lo zio Gabriele, piombato in Italia durante un periodo d'elezioni generali, aveva avuto la malinconia di sollecitare una candidatura in un collegio del Lazio e si recava spesso tra i suoi presunti elettori a sbalordirli con le sue promesse e con i suoi quattrini.
Le signore disapprovavano questo capriccio costoso.
— Era meglio comperare quel yacht che ci avevano offerto, — diceva la figliuola, ch'era una vispa ragazza di dodici anni.
E la moglie, bellezza un po' matura dal tipo spiccatamente orientale, guardandosi le mani bianche e giojellate, si lagnava dell'insolita tirchieria del marito che non aveva voluto regalarle un anello di brillanti esposto da Marchesini sul Corso, con la misera scusa ch'ella ne aveva già troppi.
— Se lo zio riuscisse, — chiese Giorgio una sera, — verrebbero a stabilirsi in Italia?
— Presto o tardi, — rispose la zia Rachele, — lasceremo certo l'Egitto.... Ma non c'è furia.... Gabrio intanto, — ella chiamava spesso il consorte con questo diminutivo — Gabrio potrà andar su e giù.... È un viaggio così breve!...
Del resto, non occorse pensarvi, poichè Gabriele Moncalvo fu sonoramente battuto dal suo competitore, ch'era appoggiato dai clericali ed ebbe buon gioco contro un candidato forestiero, ebreo e socialistoide.
Benchè la sconfitta gli fosse amara, Moncalvo finse di non darsene per inteso, e si limitò a deplorare che l'Italia fosse sempre sotto il dominio dei preti, nemici d'ogni progresso. In quanto a lui, doveva esser riconoscente agli elettori che non gli avevano dato il voto e gli permettevano così di non distrarsi dal suo lavoro proficuo. E giacch'era libero da preoccupazioni politiche e s'avvicinava il momento della partenza per l'Egitto, egli voleva dedicare alle bellezze di Roma l'ultime due settimane del suo soggiorno in Italia.
In queste peregrinazioni, Giorgio, fresco degli studi classici, era stato un'ottima guida allo zio, il quale, con meraviglia del nipote, aveva mostrato più gusto artistico e più cultura archeologica di quella che non potesse aspettarsi da un uomo d'affari. Lo zio, alla sua volta, ammirando l'intelligenza pronta del giovinetto, aveva un istante accarezzato l'idea di associarlo alla sua azienda.
— Vuoi far la tua fortuna?
Giorgio rammentava questa domanda che lo zio gli aveva rivolta a bruciapelo, appunto a Villa Borghese, nell'atto di montare nella carrozza che li aspettava all'uscita del Museo.
— Se vuoi far la tua fortuna — erano state le precise parole dettegli da Gabriele Moncalvo dopo averselo fatto sedere accanto — devi piantar l'Università, ch'è una fabbrica di dottori inutili, e venire in Africa con noi.... Stai un paio di mesetti al Cairo come mio segretario particolare, prendi qualche lezione d'arabo, e in febbraio o in marzo vai nella nostra casa di Kartum.... Gente nuova, paesi nuovi, ci s'impara di più che in tutte le biblioteche del mondo.... E, strada facendo, vedrai delle antichità che non hanno nulla da invidiare a quelle di Roma.... In cinque o sei anni ti garantisco io che metti da parte un buon gruzzolo e puoi tornare in Europa a viver d'entrata.... Già fra cinque o sei anni ci torneremo tutti.... Ah, non pretendo che tu decida subito. Riflettici, consulta tuo padre, e sappimi dir qualche cosa domani o doman l'altro.
Non s'era concluso nulla. Il professore Giacomo, pur dichiarando al figliuolo che non voleva vincolar la sua libertà, l'aveva sconsigliato dall'accettar la proposta, ed egli stesso, Giorgio, non s'era sentito la forza di abbandonare il suo babbo, la sua casa, la sua patria, i suoi studi.
— Me lo immaginavo, — disse Gabriele Moncalvo. — Avete lo scirocco nelle ossa, come tutti gl'italiani contemporanei.... Il vostro ideale è l'impiego e la pensione.... E poi tuo padre è un filosofo stoico che disprezza il danaro.... Pazienza.... Se cambi opinione prima che finisca l'anno, non hai da far altro che imbarcarti per Alessandria e telegrafarmi.... Intanto c'imbarchiamo noi con mia sorella Clara, che avrete la compiacenza di restituirci.
Erano passati sett'anni, e per una serie di combinazioni Giorgio non aveva più rivisto questi suoi parenti, bench'essi fossero venuti ogni estate in Europa. Si può anzi affermare che quasi quasi egli li aveva dimenticati, a eccezione, s'intende, della zia Clara, la cui fisonomia placida e buona gli era sempre scolpita nella memoria e con la quale scambiava di tratto in tratto una lettera affettuosa.
«Sarà per me una festa il riabbracciarti, — ella gli aveva scritto all'annunzio del suo prossimo arrivo a Roma. — Ormai, grazie al cielo, siamo tornati italiani anche noi e, se Dio vuole, avremo finito di girare il mondo. Gli zii e la Mariannina ti salutano e sperano che non farai il prezioso come il tuo babbo che, per dir la verità, è un po' troppo orso».
La prospettiva di riabbracciare la zia Clara era certo gradita a Giorgio Moncalvo; non così quella di trovarsi col resto del parentado, verso il quale egli era stato messo in diffidenza dalle lettere di suo padre. «Sono immensamente ricchi, — ammoniva il professore, — molto più ricchi di quello che non fossero sett'anni fa. Non son gente per noi. Io apprezzo le grandi qualità di mio fratello; non ho nulla da rimproverare a mia cognata; ammiro la Mariannina ch'è una bellissima ragazza; ma me ne tengo alla larga quanto è possibile. E ti consiglio di tenertene alla larga anche tu».
— E un consiglio che seguirò senza fatica, — pensava Giorgio Moncalvo.
E, in vero, se in quei sett'anni i suoi parenti erano diventati molto più ricchi, egli era diventato molto più serio, molto più schivo dei piaceri, del lusso, delle allegre compagnie. E quante nuove immagini, e quante nuove impressioni s'erano sovrapposte nella sua mente e nel suo cuore alle immagini, alle impressioni di un tempo!
Appassionatosi degli studi fisiologici, e fattosi conoscere per qualche monografia originale mentr'era ancora all'Università, suo padre lo aveva mandato subito dopo la laurea a Berlino presso il celebre professor Raucher, che n'era rimasto entusiasta e lo aveva invitato ad aiutarlo nel suo gabinetto. Doveva trattenervisi solo alcuni mesi e vi si era trattenuto tre anni, chiuso, si può dire, fra i quattro muri del laboratorio, pieno di riverente ammirazione pel maestro insigne che nella scienza volta al servizio dell'umanità cercava un conforto ai due gran dolori della sua vita, la moglie morta, la figliola condannata a morire.
Accolto nell'intimità della casa, Giorgio Moncalvo aveva conosciuto la bionda e pallida Frida, che parlava con meravigliosa serenità del destino che l'attendeva, e sapeva di dover rinunziare all'amore e alla maternità, e pur, nell'anima assetata di affetto, architettava il romanzo d'un legame puramente spirituale e fraterno.
E vi fu un momento in cui Giorgio Moncalvo s'accorse d'essere divenuto egli stesso l'eroe di questo romanzo. Frida lo avvolgeva di una simpatia calda e discreta; quand'egli, ospite desiderato, sedeva alla mensa dei Raucher, era sicuro di trovarvi, preparate dalla giovinetta, le vivande ch'egli preferiva; quando la sera veniva a prendere il tè nel salottino raccolto ove il professore si riposava dalle fatiche della giornata, ella, pianista squisita, sonava per lui la musica ch'egli amava di più: Bach, Beethoven, Schumann. Altre volte invece, con la sua vocina esile e dolce, ella gli recitava le liriche di Goethe, di Schiller, di Heine, o lo supplicava di leggerle e di spiegarle una canzone di Leopardi, un coro di Manzoni, un'ode di Carducci, e stava intenta a sentirlo, affascinata, commossa dalla melodiosa lingua italiana ch'ell'aveva appresa fanciulla, passando due inverni a Pisa con la sua mamma, e che pronunziava ancora abbastanza correttamente e non senza una sua grazia gentile.
Di tratto in tratto, in una crisi del male che la insidiava, Frida rimaneva per tre o quattro giorni nella sua camera, invisibile a tutti fuori che al padre. E in quei giorni la ruga dolorosa che solcava sempre la fronte dello scienziato si faceva più profonda, e i piccoli occhi acutissimi, avvezzi a scrutar la vita segreta dell'atomo, non reggevano allo sforzo del microscopio.
— Guardi lei, Moncalvo. Oggi non posso.
— Ah, Moncalvo, Moncalvo, — aveva esclamato una mattina il professore, cedendo a un bisogno subitaneo di sfogo, egli così avvezzo a padroneggiare le sue emozioni, — se sapesse quello che io provo quando mi chiamano illustre, quando vantano le mie scoperte!... Io mi cambierei col primo bifolco che passa per la strada pur d'avere una figlia sana.... Io darei tutto il mio bagaglio di scienza per lo specifico d'un ciarlatano che facesse guarir la mia Frida.... E non c'è speranza.... Uno, due anni forse, e me la vedrò portar via come hanno portato via sua madre.... Perchè, perchè l'ho fatta venire al mondo?... Perchè ho sposato una donna affetta d'una malattia che si trasmette ai figlioli?... Ella, poverina, aveva il diritto d'ignorare.... Ma io, io, il grande fisiologo?... Creda, Moncalvo, è una colpa che non mi perdonerò mai.... E se Frida non fosse un angelo, come avrebbe ragione di maledirmi!... E, a ogni modo, quella sua ferma risoluzione di non prender marito.... già io stesso non glielo permetterei.... non è una tacita condanna per me?... Ah, se le cose fossero andate diversamente, se Frida fosse stata una ragazza come le altre.... libera di ubbidire alle sue simpatie!... Basta, è inutile discorrere di ciò che non può accader mai.... Grazie, Moncalvo, grazie delle attenzioni che usa alla mia Frida.... Non la disilluda.... Le lasci credere che le vuole un po' di bene, il bene di un fratello ad una sorella.... Frida non le chiede di più....
Ora Giorgio Moncalvo domandava a sè stesso quali fossero stati, quali fossero veramente i suoi sentimenti per Frida Raucher. Certo egli non l'aveva amata d'amore; pure il suo pensiero correva a lei con una tenerezza fatta di compassione e di gratitudine; pure all'idea ch'ell'era così lontana, che probabilmente egli non la avrebbe rivista, egli sentiva le lacrime fargli un groppo alla gola. Com'era bianca e smorta il giorno in cui egli s'era accommiatato da lei! Come le tremava la voce quando, sforzandosi di sorridere, ella gli aveva detto: — Era inevitabile che dovesse tornare in Italia, presso suo padre.... Avrebbe fatto malissimo a rifiutare l'assistentato che l'è offerto a Roma.... Resteremo amici ugualmente, non è vero?... La nostra affezione non è di quelle che hanno bisogno della convivenza.... Mi scriverà.... in italiano.... E le risponderò anch'io in italiano.... Sarà un esercizio utile.... Non si scandalizzerà de' miei spropositi.... Addio, signor Giorgio.... e buona fortuna....
La piccola mano umida e sottile che Moncalvo aveva presa nella sua s'era ritirata dolcemente, i mesti occhi languidi s'eran rivolti da un'altra parte; con un ultimo cenno di saluto Frida era scomparsa.
Giorgio Moncalvo girellava per la Villa da circa un paio d'ore. C'era entrato da Porta del Popolo e si dirigeva pian pianino verso l'uscita di Porta Pinciana, con l'intenzione di dare una capatina nei Quartieri Ludovisi, abbozzati appena nel tempo ch'egli partiva da Roma. Ma proprio mentr'egli, rallentando il passo, guardava alla sua sinistra, sopra un tenue rialzo di terra, il monumento a Goethe, biancheggiante fra il verde nel nitido candore dei marmi, la sua attenzione fu distratta da uno scalpitar di cavalli. La cavalcata, composta di tre donne e di un uomo, veniva dalla parte di dov'egli era venuto e probabilmente si avviava anch'essa a Porta Pinciana. Le tre donne, elegantissime nei lunghi vestiti d'amazzoni, erano giovani e belle; il loro compagno, che mostrava d'esser più vicino ai cinquanta che ai quarant'anni, aveva aspetto signorile ed aristocratico.
Moncalvo s'era tirato sul ciglio della strada per lasciar passare il gruppo che s'avanzava al buon trotto; ma qual fu la sua meraviglia quando una delle cavallerizze, e precisamente quella che gli era parsa la più bella e la più giovane, fece un gesto festoso di riconoscimento e si staccò dagli amici gridando forte:
— Go on; I'll soon be with you.
Indi la stessa voce, rivolta a lui, continuò in perfetto italiano:
— O Giorgio.... non si conosce?... non si saluta?
La bella incognita si chinò sulla sella e, tenendo la manina inguantata, soggiunse con un lieve accento d'impazienza:
— La Mariannina, via... Tanto ci vuole?...
Finalmente Giorgio Moncalvo la ravvisò.
— Mariannina!... Scusi.... È tanto mutata....
— Ma che scusi?... Ma che cosa significa quell'è tanto mutata?... O che mi daresti del lei!
Egli arrossiva, balbettava, stillandosi invano il cervello per mettere insieme due parole, umiliato al pensiero della misera figura che egli faceva con questa cugina non riveduta da sett'anni; ella però seguitava a sorridergli incoraggiante, benevola, paga dell'ammirazione ch'ella sentiva d'avergli inspirata.
— Verrai a trovarci, s'intende, — ella disse palpando il collo del suo magnifico sauro dalla fronte stellata che s'agitava fremente e raspava la terra col piede. — Aspetta.... Stasera no, che siamo fuori di casa.... Domani sera alle sette e tre quarti, a pranzo.... Riceverai l'invito per te e per lo zio.... Palazzo Gandi, via Nazionale, quasi dirimpetto alla Banca d'Italia.... Il tuo babbo potrebbe aver dimenticato l'indirizzo.... Ma domani non si salva, neppur lui.... A domani.... senza fallo.
E volò via in un nembo di polvere.
Giorgio Moncalvo rimase alcun poco immobile, con la fulgida visione negli occhi. Quella era dunque la Mariannina ch'egli rammentava con le sottane corte, leggiadra forse, ma in quel periodo critico nel quale la più bella fanciulla del mondo ha nel volto, nella persona qualche nota stridula ed aspra che turba ed offende e arresta, anche sul labbro compiacente dei familiari, i pronostici dell'avvenire? Era quella oggi così affascinante nella mirabile armonia delle membra, nella misteriosa profondità dello sguardo, nella massa corvina dei lucidi capelli ondulati, nel sorriso ammaliatore, nella voce vellutata e soave che ricercava le segrete fibre dell'anima? Come pareva fuggire e sciogliersi in nebbia, dinanzi alla superba creatura piena di forza e di vita, il tenue fantasma esangue della malinconica Frida! In che vaporose lontananze di sogno si perdeva il piccolo mondo ov'egli, sordo al frastuono e insensibile alle lusinghe di una grande città, aveva vissuto tre anni nella pace degli studi!
— Sono uno sciocco, — disse il giovine scienziato scrollando le spalle. — Sono uno sciocco.... Nonostante la parentela, che può esserci di comune fra la Mariannina e me, fra la ragazza più volte milionaria e il povero assistente con milleduecento lire d'assegno?... L'ho incontrata oggi per caso, sarò domani a pranzo da lei.... e poi me la caverò con una visita a ogni morte di papa.... E se cominciassi col non andare al pranzo?... Ma che pretesto addurrei?... Dovrei confessare che ho paura!... Paura di che?... Sciocco! Sciocco!
E s'avviò lentamente. Dall'alto del suo capitello corintio la statua di Goethe guardava Roma; alla base del monumento, Mignon appoggiata all'arpista sembrava mormorare la canzone patetica ripetuta così spesso da Frida:
Kennst du das Land wo die Citronen blühn,
Im dunkeln Laub die Gold-Orangen glühn...?
II. Dopo pranzo.
Era stato un pranzo di famiglia.
Per non far dispiacere a suo fratello e a suo nipote, il commendator Gabrio Moncalvo non aveva invitato nessuno, fuori del pittore Brulati ch'era di casa e che non poteva dar soggezione. Ciò non toglie ch'egli, il commendatore, fosse in frac e che la signora Rachele, ancora bella non ostante i suoi quarantatrè o quarantaquattr'anni, sfoggiasse le sue spalle opime, traboccanti dal corpetto d'un abito di tulle nero a paillettes. La Mariannina era vestita di surah bianco a pieghine, con una cintura celeste intorno alla vita e un vezzo di perle al collo.
Ora i commensali erano raccolti in salotto e la zia Clara, la sorella nubile e anziana dei due Moncalvo, presiedeva alla distribuzione del caffè e dei liquori. Ell'aveva sempre la sua fisonomia dolce e buona, ma era molto invecchiata negli ultimi tempi; aveva l'aria stanca e i capelli grigi; grigi come il colore del suo vestito di seta. — Ma sœur grise — la chiamava qualche volta, scherzando, Gabrio Moncalvo.
L'ampio salotto, ingombro di sedie e seggioloni d'ogni forma e misura, era illuminato a luce elettrica e ammobiliato signorilmente ma senza sobrietà. Dalle pareti pendevano piatti di maiolica, pezzi di stoffe antiche, stuoie giapponesi, in mezzo a cui l'occhio appena riusciva a discerner tre o quattro acquarelli romani di molto pregio. Un gruppo di piante metteva una nota verde in un angolo; all'angolo opposto, sopra un piedistallo girevole, si ammirava una statuina di bronzo del Cifariello; fra una cantoniera i cui palchetti erano pieni di ninnoli e uno scaffalino contenente alcuni libri con legatura di lusso sorgeva un piccolo pianoforte verticale; altri volumi artistici erano gettati alla rinfusa sopra una tavola più grande; un tavolino di lacca reggeva il servizio del caffè e dei liquori.
— Tu non hai religione, — disse la signora Rachele al cognato, con l'aria di chi ripiglia un discorso interrotto.
Il commendator Gabrio si mise a ridere.
— Stasera mia moglie non vuol lasciarti in pace.
— Ma sì, — interpose la signora Clara offrendo in giro le sigarette. — Lasciatelo in pace. Non viene quasi mai e quando viene lo punzecchiate.
— Oh! — rispose la signora Rachele. — Giacomo non è uomo da confondersi per così poco.... E in quanto a te, — ella soggiunse alludendo alla Clara, — in quanto a te, sei come lui.... sei com'eravamo tutti....
Il professore Giacomo alzò gli occhi da un libro che stava sfogliando.
— Converrebbe sapere che cosa tu intenda per religione.
— Che domanda! — ribattè la signora Rachele, imbarazzata più di quello che non volesse parere.
— Come se tutti non sapessero quello ch'è la religione! Intendo una serie di dogmi incrollabili, altrettanto sicuri quanto i vostri teoremi matematici, su cui si possa appoggiarsi come a una norma per la vita....
— E tu fa conto che questi dogmi ci siano, ch'essi c'impongano di operare il bene verso amici e nemici, di astenerci da ogni atto basso e malvagio, e regola di conformità la tua condotta.
— No, no, non basta far conto. Occorre la certezza che questi precetti ci vengono da Dio, che l'obbedirvi ci assicura un premio, che il trasgredirli porta seco una pena.
— La solita investita di capitali, — pensò il professore. Ma non lo disse. Disse soltanto: — E tu credi quello che vuoi.
— Ecco come siete, — replicò la signora Rachele, arrabbiandosi. — Lo so benissimo che posso credere quello che voglio, ma io ho bisogno di rinforzar la mia fede con la fede degli altri, ho bisogno di un culto, di un complesso di pratiche in comune.... Gabrio tace, ma è del mio parere....
— Ah, non hai tutti i torti, — assentì il marito cacciando dalla bocca il fumo della sigaretta. — Le dottrine materialiste hanno fatto il loro tempo.
Giorgio Moncalvo, che chiacchierava con sua cugina, nel vano d'una finestra, non potè reprimere un moto di maraviglia. Gli tornavano a mente le fiere invettive anticlericali udite da suo zio sette anni addietro.
La Mariannina indovinò il suo pensiero.
— Oh, il babbo non ha mica più le idee che aveva una volta.... Non c'è niente di male a cambiare quando si cambia in meglio. À présent, nous sommes des gens rangés.
Intanto la discussione continuava più vivace che mai fra Giacomo Moncalvo e la cognata.
— Dunque, — disse il professore, — tu diventi una conservatrice.... E da ragazza, se ben rammento, passavi per una ribelle, per un'eretica, e il tuo nonno....
La signora Rachele fece una spallucciata.
— Tal quale come in casa vostra.... I nonni erano strettamente ortodossi, come i vostri, attaccati a certe forme antiquate, ridicole....
— Non senza la loro poesia, — notò il professore.
— Le difendi, tu
— No, le considero spassionatamente, come tutti i riti, come tutti i simboli in cui l'umanità ha messo una parte della sua anima.
— Ma come possono interessarci quelle storie di tremila, di quattromila anni sono, dette in una lingua che nessuno capisce più?... Quei patriarchi, quel passaggio del Mar Rosso, quel Mosè che scende dalla montagna con le corna in fronte!
— Eh via, ci hanno fabbricato su anche l'edifizio della religione nuova.
— È un'altra cosa, è un'altra cosa, — protestò la signora. — A ogni modo, per tornare a noi, i nonni erano rabbiosamente ortodossi; la generazione venuta dopo faceva finta di credere, ma non credeva; noi della terza generazione non potevamo crescere che come siamo cresciuti.
Il professore annuì.
— Sicuro, la vecchia fede moriva. Tanto più era necessario che ciascuno di noi si assimilasse quello che vi è di permanente, d'indistruttibile nelle religioni per dar forza alla legge morale che deve governare la nostra vita.
— Ecco il tuo torto, — saltò a dire il commendatore. E respinse da sè la Tribuna che aveva preso in mano in quel momento. — Prima di tutto a varie religioni corrisponde una varia morale.... quella dei turchi, per esempio, che ha pure le sue attrattive.... Dunque convien principiare con lo scegliere la religione di cui si vuol spremere il sugo.... poi, questo sugo sei ben sicuro di conservarlo quando hai gettato via il frutto?
— Tu mi hai frainteso.... Io non volevo dire che le religioni siano la sola base della morale.... A formar questa entrano tanti altri fattori che sono dati dalla razza, dai costumi, dal grado di civiltà.... Anzi oggi, in alcuni paesi civili, la morale degli uomini veramente virtuosi è superiore per parecchi rispetti a quella che le religioni insegnano.... Ma è un fatto che, generalmente, le religioni rappresentano il massimo sforzo dell'uomo verso un ideale di perfezione, e che questo sforzo è per sè un elemento di grandezza morale....
— Ah, lo confessi? — esclamò, trionfante, la signora Rachele.
— Non ho la minima difficoltà a confessarlo. Ciò non toglie che io m'auguri prossimo il tempo in cui la morale possa reggersi da sola come un monumento che si regga senza l'armatura. Vedi, la religione è come il dizionario, ch'è sempre in arretrato quando lo si paragoni alla lingua viva.
La signora Rachele accennò a replicare, ma il marito le fece segno di non insistere.
— E qual'è l'opinione del nostro Brulati? — egli chiese rivolgendosi al pittore che schizzava delle caricature in un album tascabile.
— Brulati non ha opinione, — rispose l'artista. — Non ho voglia di torturarmi il cervello, io.
— Allora vediamo l'album.
— Non ne vale la pena.
E Brulati stava per riporre il libriccino nella tasca interna del soprabito. Ma si pentì a mezzo e soggiunse:
— Se mi assicurano di non aversene a male....
Tutti gli furono intorno ridendo di cuore dell'abilità con cui Brulati sapeva cogliere il lato comico d'una fisonomia.
Il più entusiasta era Gabrio Moncalvo, quantunque fosse il più tartassato dal caricaturista.
— Insuperabile! Con due tratti quest'uomo vi ammazza.... E non c'è da sbagliarsi.... Ci si riconoscerebbe fra mille.... l'ho sempre detto. I quadri di Brulati hanno molto merito, ma ce ne son tanti altri come i suoi.... Dove non ha rivali è nella caricatura.... In Francia, in Germania, in Inghilterra, collaborando al Journal pour rire, ai Fliegende Blätter o al Punch, farebbe tesori. Noi siamo un popolo di spiantati.
E il commendatore seguitava a confrontare le varie caricature.
— La mia è il capolavoro, non c'è dubbio. Ma anche tu, Rachele, sei ben servita.
La signora Rachele sorrise con la bocca stretta.
— Non lo nego. È il genere che non mi piace.
— Hai torto.... Però (non è vero, Brulati?) non si può pretendere che le belle donne siano contente di vedersi ridotte in questo stato.
— È il destino di tutte le cose belle d'esser messe in parodia, — disse pronto Brulati.
— Non mi canzoni, — replicò la signora, ammansata dal complimento. — Io sono ormai un rudero.
— Ce ne fossero di quei ruderi!
— Ed ecco qui mia sorella, — seguitò il banchiere. — È tutta lei.... E pure non c'è che un po' di naso e due puntini per gli occhi.... e nient'altro.
La signora Clara, ch'era di umore gioviale, e non aveva mai avuto pretese, disse in tuono scherzoso:
— E giusto.... Non c'è altro realmente.
— Anche Giacomo è tal quale, — ripigliò il commendatore seguitando la sua rivista. — Un paio di lenti, un ciuffetto sul fronte, e ce n'è d'avanzo.
— Dev'essere un bel passatempo per lei, — notò il professore rivolgendosi a Brulati. — Se potessimo far lo stesso quando assistiamo alle sedute dei Lincei!
— Oltre al professorone ha fatto anche il professorino? — domandò la signora Rachele, che con questo accrescitivo e questo diminutivo intendeva designare il cognato e il nipote.
— Già; la caricatura mia e di Giorgio non l'ha fatta? — soggiunse con la sua petulanza la Mariannina, mentre, in punta di piedi, dietro le spalle del padre, vedeva svolgersi le pagine dell'album.
— Sfido io! — ribattè Brulati. — Erano in ombra perfetta.
— Doveva dirci che ci mettessimo in luce.
— Nemmen per sogno.... Stavan troppo bene così.
Quest'era anche l'opinione di Giorgio, il quale tornò nel vano della finestra, ove la Mariannina lo raggiunse subito.
Nonostante i suoi fieri proponimenti, il giovine scienziato subiva il fascino della cugina bellissima che dopo sett'anni gli appariva tanto diversa da quella d'un tempo. Come s'era aperto fulgido ed orgoglioso il fiore ch'egli aveva visto nel boccio! Tutto in lei pareva un incanto: il viso, la persona, la voce, perfino il profumo ch'ella spargeva intorno a sè. Ed egli, l'austero giovine che, immerso nei suoi studi, poco o nulla aveva concesso ai piaceri della sua età, oggi pendeva inebbriato da quella bocca ammaliatrice, da quegli occhi accesi a volte d'una sùbita fiamma, a volte velati da una dolce malinconia. E la divina fanciulla gli dava del tu ed egli dava del tu a lei, ed ella lo aiutava a rievocare il passato e lo ascoltava benevola quando egli le parlava de' suoi disegni per l'avvenire.
— Le nostre passeggiate al Foro Romano, te ne rammenti?
— Altro! E quelle al Palatino?
— Ti rammenti? Ti rammenti?
— Sicuro.... E come mi confondevi con la tua erudizione! Il poco che so di storia romana lo devo a te.
— Oh, io ero un pedante.... Noi, uomini di studio, siamo pedanti tutti.... Avevi più ragione tu che, appunto al Palatino, mentre io ti discorrevo di Augusto, di Caligola, di Tiberio, stavi incantata a sentire il cinguettio allegro dei passeri nel folto degli alberi....
— Davvero? Che buona memoria hai!
— E ricordo anche che al Foro Romano i fiori di giaggiolo che crescevano ai piedi del tempio di Saturno t'interessavano molto di più delle mie dotte dissertazioni.
— Ero una bimba. Ma adesso la so lunga, dopo che al Foro Romano ho avuto per guida nientemeno che Giacomo Boni.
— Brava!
La dimestichezza così presto ristabilita fra i cugini non dava ombra ai coniugi Moncalvo, d'accordo ormai nell'aspirare a un gran matrimonio per la loro figliuola, ma sicuri che la Mariannina non si sarebbe scaldato il sangue per uno spiantato; un'inquietudine di diversa natura turbava invece la signora Clara, che per interrompere il colloquio de' due giovani rivolse una domanda al nipote:
— Dunque, Giorgio, quand'è che cominci le tue lezioni?
— Quando s'aprirà l'Università.... il mese venturo.... Intanto Salvieni mi disse d'andar a lavorare nel suo gabinetto.
— Sei assistente di Salvieni? — disse il commendatore.
— Sì.
— Che ha la cattedra di.... di....?
Giorgio pronunziò una parola difficile.
— Già, già.... Non si capisce, ma poco importa. E che paga hai?
— Milleduecento lire.
— Per i sigari.
— Se non fumo! — obbiettò Giorgio.
— Per i minuti piaceri, insomma.... molto minuti....
— E poi mi preparerò i titoli per partecipare a un concorso.
— A qualche cattedra di ginnasio?
— D'Università.... spero.
— E riuscendo entreresti come professore straordinario?
— Naturalmente.
— Con tre mila lire l'anno?
— S'intende.
— Per diventar poi con comodo professore ordinario con cinquemila lire di stipendio....
— Ci vuol tempo.
— Figùrati se non lo so.... Come ce n'è voluto a tuo padre, il quale oggi con due quinquenni guadagna la bellezza di seimila lire, meno la trattenuta. Dico bene?
Padre e figliuolo si misero a ridere.
— Sei meglio informato dell'agente delle tasse.
— Ho sempre tenuto d'occhio i miei stretti parenti, — rispose il commendatore. — E in ogni modo, fin che viveva la povera Lisa, era lei che ci ragguagliava di tutto.... Non è vero, Rachele?
Quest'allusione alla moglie e alla madre morta dispiacque al professore Giacomo e a Giorgio. Essi non ignoravano che la povera Lisa non s'era mai adattata serenamente alla sua condizione economica appena modesta, e se ne doleva nelle sue lettere alla cognata, dalla quale accettava, e fors'anche sollecitava regali di qualche valore. E se fosse dipeso da lei non avrebbe esitato un momento ad accogliere le offerte di Gabrio che, avvezzo a maneggiar dei milioni e liberale per indole, sarebbe venuto volentieri in aiuto del fratello. Ma guai a toccar questo tasto con Giacomo! A badare a lui, la sua famiglia non aveva bisogno di nulla.
— Voi siete filosofi, — riprese il commendatore, per mitigar l'effetto delle parole pronunziate prima, — ed è una bella qualità ch'io ammiro.... negli altri.... Multa petentibus desunt multa.... Non ho dimenticato interamente il mio latino.
Il professore completò ridendo la citazione:
— Bene est cui deus obtulit, parca, quod satis est, manu. — E soggiunse: — La Lisa era un angelo.... Aveva l'unico torto di non voltarsi a guardar quelli che stanno peggio di noi.... Dio buono! Tra la mia paga e il frutto della sua dote e di quel poco che avevo io, abbiamo sempre avuto il modo di sbarcare il lunario anche quando io non ero che un misero professorino di liceo.... Non siamo stati mai più di tre, e allora Giorgio era un bimbo....
— Pure a non intaccare il capitale in quei primi anni sei stato bravo.
— Voglio esser sincero. L'ho intaccato due anni di seguito per portar la Lisa e questo ragazzo in montagna.... Grazie al cielo, ho potuto colmare il vuoto, e alla mia morte Giorgio avrà venticinquemila lire da aggiungere ad altrettante ereditate da sua madre.... Sarà quasi ricco.
— Non siete esigenti, — dichiarò il commendatore, scuotendo il sigaro nel porta-cenere. — Ricco senza il quasi egli sarebbe stato accettando sett'anni fa la mia proposta.
La Mariannina intervenne con una frase che per lei non aveva importanza, ma che produsse una viva impressione sul cugino:
— Se diventerà celebre si consolerà di non esser milionario. La gloria vale la ricchezza.
— La gloria, la gloria! — borbottò il commendatore, — A ventanni tutti la sognano.... quanti poi la raggiungono? A ogni modo, anche la gloria ha le sue ingiustizie.... Perchè dev'essere riservata agli scienziati, ai poeti, agli uomini di Stato, ai guerrieri?... Credete che ci voglia meno ingegno a concepire e a condurre a buon fine le grandi operazioni finanziarie che a fare una scoperta, o a scriver dei versi, o a governare un paese, o a vincere una battaglia?... Uomini come Morgan, come Carnegie....
— Io preferisco Marconi, — saltò su la ragazza.
In quella il domestico sollevò la portiera e introdusse un signore di età matura, ma di bella presenza, nel quale Giorgio Moncalvo riconobbe il cavaliere elegante ch'egli aveva visto a Villa Borghese in compagnia della Mariannina.
— Come va, donna Rachele? — chiese il nuovo arrivato chinandosi a baciar la mano che la padrona di casa gli tendeva amichevolmente.
— Mio fratello Giacomo, mio nipote Giorgio, il conte Ugolini Ruschi, — disse il commendatore Gabrio a modo di presentazione. — Ma forse con Giacomo si sono già incontrati.
— Col signor professore?... Sicuro.... Qualche mese fa, — rispose il conte.
— È professore in erba anche mio nipote, — soggiunse Gabrio Moncalvo. — Malattia ereditaria.... Arriva fresco fresco da Berlino, ove ha completato i suoi studi di fisiologia.... Ora è assistente di Salvieni.
— Berlino! — esclamò il conte. — Che città!.... Ci fui dieci anni or sono per le nozze di mio cugino Wartenburg.... cugino in terzo grado per parte di donne.... Non ha avuto occasione di frequentare i Wartenburg?... No?... Gran famiglia.... famiglia che riceve....
— Oh, io vivevo così ritirato, — notò Giorgio.
— Dai miei parenti vanno molti professori, — riprese Ugolini. — E mio cugino è una specialità in araldica. Sa anche benissimo l'italiano....
Si rivolse alla signora Moncalvo e soggiunse:
— Se mi permette, donna Rachele, glielo farò conoscere la prima volta che verrà a Roma per una seduta dell'Ordine.
Ugolini alludeva all'Ordine di Malta di cui era cavaliere anche lui.
— Sarà un onore, — balbettò tutta confusa la signora Rachele. — Ah, quella loro villa sull'Aventino! E pensare che non ci vanno mai!... Se l'avessi io!
— Ci torneremo, donna Rachele. Ci torneremo quando sarà qui mio cugino.
Il conte Ugolini Ruschi vi aveva un giorno accompagnato le due Moncalvo, madre e figliuola, e la visita aveva lasciato, sopra tutto nell'animo della madre, un'impressione profonda. Una specie d'esaltazione mistica s'era impadronita di lei, mentre il cavaliere di Malta la guidava tra le fitte siepi di bosso che limitano i sentieri rettilinei del non ampio giardino, le mostrava nella chiesa le tombe degli antichi Gran Maestri, le sedeva accanto nella splendida terrazza a' cui piedi scorre il Tevere e da cui l'occhio abbraccia tanta parte di Roma.
— San Pietro domina tutto, — aveva detto con enfasi il conte additando la cupola di Michelangelo. — Tutto è piccolo al paragone.... E San Pietro resterà. San Pietro continuerà a dominare su tutto.
Così, in mancanza di Turchi da combattere, il cavaliere della fede non s'era lasciato sfuggir l'occasione di magnificare in cospetto delle due reprobe le glorie del cattolicismo. E da allora in poi, anche per ragioni d'indole diversa, le effusioni religiose del conte Ugolini avevano trovato, specie da parte della signora Rachele, benevolo ascolto.
— Beato lei che crede! — ella sospirava sovente.
E ne' suoi colloqui con la Mariannina levava a cielo il perfetto gentiluomo che univa tanta grazia mondana a tanto fervore di pietà.
La Mariannina conveniva ch'era stata una fortuna l'aver conosciuto Ugolini, per mezzo del quale ell'aveva potuto assistere alla canonizzazione di due Santi ed esser ammessa a un ricevimento del Pontefice che non aveva sdegnato di abbozzar sul suo capo d'eretica un vago segno di benedizione. Tuttavia gli sdilinquimenti materni le parevano eccessivi e richiamavano sul suo labbro un sorrisetto ironico o una smorfia dispettosa.
Quella sera la prospettiva di tornar alla Villa sull'Aventino a fianco di due cavalieri dell'Ordine entusiasmava addirittura la signora Rachele.
— Ah Ugolini, com'è amabile, com'è gentile!... Hai sentito, Mariannina?
— Ho sentito, ho sentito, — replicò la ragazza con mal celata impazienza. — Ma, a proposito, conte, ha rivisto miss May dopo la nostra cavalcata di ier l'altro?
— Non l'ho rivista, ma mi ha scritto, mandandomi uno chèque di cento sterline per le nostre pericolanti.
— Appunto, sapevo che aveva quest'intenzione.
— Ha mandato fino da ieri, e come può credere ho risposto subito. È d'una generosità quella signorina!
— Suo padre ha un miliardo, — borbottò il pittore Brulati.
— E lo fa fruttar bene, — soggiunse Gabrio Moncalvo.
— È permesso? — chiese dalla soglia una vocina insinuante.
E un pretino che aveva più di cinquant'anni ma ne mostrava assai meno si avanzò nel salotto.
— Oh, monsignor de Luchi, — dissero in coro il commendatore e le donne. — Che buon vento?
— Ecco, signora Rachele. Passavo di qui e vedendo le finestre illuminate ho pensato fra me e me: I signori Moncalvo sono in casa. Andiamo a salutarli.
— Bravo!
Non erano ancora finite le presentazioni e i saluti, che già entravano altre persone, tutte in frac e cravatta bianca; un segretario del Ministero degl'interni, un deputato della maggioranza, un consigliere d'una grande Società d'assicurazioni, un alto personaggio degli esteri. Quest'ultimo cercò istintivamente con gli occhi la poltrona ov'egli soleva fare il suo pisolo, e vedendola occupata rimase un momento perplesso. Ma la vigile signora Clara ne spinse verso di lui una di simile.
— Qui, qui, commendatore.
— Oh, signora Clara.... Mi crede proprio un sibarita, — disse il diplomatico affrettandosi però a sdraiarsi nel comodo seggiolone. — Ed ella crede anche ch'io dorma, — egli soggiunse. — Scommetto che lo crede.
— Nemmeno per idea, — ribattè la signora. — Ella finge di dormire per non lasciarsi scappare i segreti della Consulta.
— Proprio così, cara signora, proprio così.... Lei almeno capisce a volo.... Non lasciarsi sfuggire i segreti propri e cercar di sorprendere i segreti altrui, ecco l'alfa e l'omèga della nostra professione....
Mentre il consigliere della Società assicuratrice discorreva d'affari con Gabrio Moncalvo, il deputato della maggioranza e il segretario del Ministero degl'interni si sforzavano di accaparrar l'attenzione della Mariannina che li teneva a bada tutti e due senza trascurare il cugino Giorgio. La signora Rachele intanto, seduta fra il conte Ugolini Buschi e monsignor Paolo de Luchi, accoglieva con visibile compiacenza certe comunicazioni fattele da quest'ultimo.
A un tratto ella non potè trattenersi dal chiamare sua figlia.
— Mariannina! Mariannina!
— Son qui.... Che cosa desideri?
La signora Rachele fece segno alla ragazza di avvicinarsi.
— Lo sai? — ella le disse piano. — Io firmerò il manifesto per la Fiera di beneficenza subito dopo la principessa Oroboni.
— Che onore!... Del resto, sei quella che ha dato di più.
— Ma son l'unica che non abbia un nome patrizio.... E sono anche l'unica.... mi intendi?...
— Sì, la gran macchia d'origine....
— Diceva poi il nostro don Paolo che nella settimana ventura potremo andare insieme con lui a vedere il palazzo e il giardino.
— Oh, oh! Si degnano!
— I padroni non ci saranno.... Saranno a Loreto.
— Allora! — fece la Mariannina con un gesto sprezzante.
— Non entra nessuno nemmeno quando non ci sono in casa i padroni, — spiegò monsignore. — Ho ottenuto io il permesso.... per loro....
— Ma sì, — riprese la signora Rachele. — È una preferenza della quale dobbiamo esser grati.
Giacomo e Giorgio Moncalvo si alzarono.
— Di già? — chiese il commendatore.
— Siamo gente selvatica, — rispose il fratello, sorridendo.
— Vi aspettiamo presto.... A prima sera siamo sempre soli.
— Io voglio una visita tutta per me, — dichiarò la zia Clara al nipote. — Da mezzogiorno alle quattro sei sicuro di trovarmi in casa.
— E se telefoni in tempo, trovi anche me, — soggiunse la Mariannina accompagnando i parenti fino all'uscio. — Voglio mostrati i miei acquarelli.
— Dipingi?
— Sicuro. Studio con Brulati.... Andiamo qualche volta insieme in automobile nella campagna romana.... T'inviterò una mattina.
— Grazie.
Il professore Giacomo abbreviò i saluti.
— Buona sera. — Spìcciati, Giorgio.
III. Due che non dormono.
— Ti sarai persuaso che non è ambiente per noi, — disse il professore al figliuolo quando il portone del Palazzo Gandi si richiuse dietro a loro.
Giorgio non diede una risposta decisa.
— È un fatto che non mi raccapezzo.... Sono sempre molto alla mano, specie lo zio e la Mariannina, ma non sono più quelli di sette anni fa.... Hanno mutato orientazione.
— Completamente.... Mio fratello era radicale, ora è conservatore; si atteggiava a spirito forte, ora amoreggia coi preti.
— Ma come? Ma perchè?
— Eh, mio caro, ognuno ha i suoi difetti.... Gabriele....
— A proposito, oggi tutti lo chiamano Gabrio.
— È più chic.... Gabrio dunque è ambizioso.... Visto che non riusciva da una parte, s'è voltato dall'altra.
— E s'illude d'aver l'appoggio dei clericali per entrare in Parlamento?
— Credo che abbia rinunziato alla politica.
— E allora che aspirazioni ha?
— Ha un poco le aspirazioni di sua moglie, ambiziosa anche lei, ma come soglion essere le donne, che ci tengono più all'apparenza che alla sostanza.... Entrare nei salotti più chiusi ed intransigenti, assistere dalle tribune riservate alle funzioni di San Pietro, appartenere ai Comitati di beneficenza ove prevalgono le dame dell'aristocrazia nera, ecco i grandi ideali di tua zia.... Gabrio poi, ch'è un uomo positivo, accarezza la prospettiva di partecipare per mezzo della sua Banca internazionale a qualche operazione finanziaria col Vaticano.
— Sta a vedere che avremo lo spettacolo commovente d'una conversione!
— Non me ne meraviglierei.... Credo però che mio fratello ci penserà due volte prima di tagliarsi dietro i ponti.... A lui giova avere un piede anche nel campo liberale.
— In fatti, — notò Giorgio, — riceve una società molto mista.... Un monsignore, un cavaliere di Malta, un deputato, un alto funzionario del Ministero degli esteri, un segretario del Ministero degl'interni, che mosaico!
— Ce n'è per tutti i gusti.
— E quel cavaliere che uomo è? — proseguì Giorgio. — Pare in grande intimità con la famiglia.... Ieri mattina era a Villa Borghese con la Mariannina e con le sue amiche americane.
Il professore tentennò la testa.
— Ma!... Io lo conosco poco.... Passa per aver molti debiti....
— E monsignore?
— Lo conosco anche meno.... Mi dà l'idea d'un pretino furbo, inframmettente sotto la maschera della discrezione, punto sincero nelle massime di tolleranza che ostenta per aver facile accesso anche nei salotti meno ortodossi.
Dopo una pausa, Giorgio Moncalvo chiese, esitante:
— E della Mariannina che opinione hai?... A sentirla, si direbbe che non le sian saliti fumi al cervello.
Inquieto, il professore Giacomo guardò suo figlio.
— Per carità, Giorgio, non te ne fidare.... Mio fratello e mia cognata hanno il gran merito di mostrarsi quali sono; ed è la ragione per la quale, pur non approvando le idee e la condotta di Gabrio, gli voglio sempre un gran bene.... Ha, con tutte le sue debolezze, qualità preziose d'ingegno e di cuore, e, dopo la Clara ch'è un angelo, è il migliore capo della famiglia.... Ma, di fondo, non è cattiva neanche la Rachele.
— Cattiva sarebbe soltanto la Mariannina, — ribattè il giovine con una certa amarezza.
— Non esageriamo.... La Mariannina è quella che dev'essere fatalmente una ragazza contenta in ogni suo capriccio, corteggiata, bellissima, e con un milione di dote.... senza contar gli altri che le verranno alla morte dei genitori.
— Però non ha l'aria d'aver il culto del danaro, — obbiettò Giorgio. — Capisce il valore dell'intelligenza, della dottrina....
— Forse capisce la gloria, o.... piuttosto della gloria.... la fama, che suona le sue mille trombe e richiama l'attenzione della folla sopra un nome.... Sarebbe.... forse.... capace d'innamorarsi d'un uomo celebre.... pel quarto d'ora che gli dura la celebrità.... Il giorno in cui l'astro fosse offuscato da un altro più luminoso ella si reputerebbe sciolta dai suoi impegni.... Non è donna che s'immolerebbe al genio oscuro o al genio sfortunato.
— Sei severo.
— Son giusto.... Ma, in fine, perchè ci bisticciamo? Grazie al cielo, tu non hai da sposarla.
— Io? — disse Giorgio con ostentata indifferenza. — Ci mancherebbe altro!.... Mi meraviglio piuttosto che non si sia già sposata. Ha diciannove anni....
— Non son molti.... A ogni modo, i partiti non le sarebbero mancati.
— E non ne ha trovato nessuno di suo aggradimento?
— Pare.
— Che vuole?... Un principe?
— Chi sa?
— Qui ce ne son tanti.... Ma le sue amiche americane le faranno concorrenza. E hanno anche più danari di lei.
— Vero.... Ma i suoi danari son qui, alla mano; gli altri sono di là dall'Oceano.
Così chiacchierando, padre e figliuolo erano giunti presso all'imboccatura del tunnel del Quirinale. Un tram diretto ai Prati di Castello si fermò accanto a loro per lasciar scendere qualcheduno.
— Si potrebbe salire, — propose il professore.
— Volentieri.
Senza parlare arrivarono, portati dal tram, fino in Piazza della Libertà e percorsero a piedi, in silenzio, i quattro o cinquecento metri che li dividevano da casa loro, in prossimità di Piazza Cavour.
— Siamo alloggiati con meno lusso dei nostri congiunti, — disse scherzando il professore Giacomo dopo aver aperto la porta e acceso con un fiammifero la candela ch'era posata per terra in un angolo.
— A Berlino ho sempre vissuto in una cameruccia da studente, la metà di quella che ho qui, — dichiarò Giorgio.
E voleva prendere il lume di mano a suo padre, ma questi s'oppose.
— No, per oggi ti precedo io.... Ho più pratica.
— Buona notte, — soggiunse il professore quando, fatti centocinquanta scalini, furono entrati nell'appartamento.
— La disposizione del nostro quartierino la sai.... La tua camera da letto è lì.... Hai bisogno di nulla?... La nostra donna ha l'abitudine di coricarsi presto.... Io preferisco di non farmi aspettare.... Però, se tu vorrai....
— No, babbo, — rispose Giorgio, ricambiando la buona notte. — Perchè dovrei aver più esigenze di te?
Nella sua camera, davanti alla scrivania, presso a una cassa di libri non ancora interamente vuotata, Giorgio Moncalvo pensò a suo padre con un'ammirazione mista di tenerezza e d'invidia. Era ormai conosciuto, in patria e fuori, come uno de' maggiori matematici italiani, e conservava immutata la semplicità dei gusti e dei modi, e i brevi e fuggevoli contatti col fratello ricchissimo non servivano che a fargli amare di più la vita sobria, le abitudini quasi claustrali, le aule della sua scuola, le pareti silenziose del suo studio. Anch'egli, Giorgio Moncalvo, a Berlino, imponendosi a modello il suo maestro Raucher, per tanti rispetti simile al padre suo, aveva condotto nel presente, aveva sognato per l'avvenire un'esistenza non turbata dalle passioni, non distratta dai piaceri, non avvilita dalla sete dell'oro. Tutt'al più la gentile adorazione di Frida gli molceva l'anima con la soavità di una carezza, temperava con un soffio di poesia le rigide austerità della scienza.
Ma oggi egli non riconosceva se stesso. Gli era bastato veder la Mariannina, sfiorarne il vestito, toccarne la mano, udirne la voce, aspirarne il profumo per sentir un altr'uomo dentro di sè, un uomo simile a quelli ch'egli soleva guardare dall'alto come esseri di una razza inferiore. Provava anch'egli quelle febbri del sangue che gli eran parse fino allora uno stigma di bestialità; anch'egli era distratto nelle sue meditazioni da pensieri profani, da immagini lascive; oppure, in qualche momento, s'abbandonava alla duplice illusione tante volte derisa di giunger più presto alla gloria per mezzo dell'amore e di conquistar l'amore per mezzo della gloria. La Mariannina non aveva ella detto che preferiva Guglielmo Marconi ad Andrea Carnegie?
Senonchè, Giorgio Moncalvo era uno di quei pazzi che conoscono la loro pazzia, e quella notte, curvo dinanzi al manoscritto d'un lavoro scientifico ch'egli aveva cominciato a Berlino in tedesco e che voleva rifar da capo in italiano per presentarlo all'Accademia dei Lincei, fu colto ad un tratto da un riso amaro e spasmodico leggendo questo periodo: «Poco importa che una cellula nasca per scissione, germinazione, endogènesi o gènesi».
— Sono un bell'imbecille! — egli esclamò scattando dalla seggiola e dando sulla tavola un pugno che fece oscillare la fiamma della lampada. — Sono un bell'imbecille! Colmerò l'abisso che mi divide da mia cugina con le mie dissertazioni sulla gènesi e l'endogènesi!
E dopo aver girato alquanto su e giù per la camera, si rimise a sedere con la persuasione di aver, per quella notte almeno, snidato dalla sua mente la Mariannina. E seguitò a scrivere: «In fondo, il contenuto d'un elemento anatomico vivente non differisce in modo essenziale dal blastòma che lo circonda; qua e là vi sono sostanze organizzate, in seno alle quali si effettua l'incessante movimento molecolare».
— Bravo! — sibilò una voce beffarda accanto a Moncalvo.
E l'immagine scacciata della Mariannina tornava, petulante e provocante, a turbarlo, e la voce beffarda ripigliava con freddo cinismo: — Non isperare di liberarti di me.... Quando mi credi morta nella tua memoria, risorgo. Sono un tossico ch'è penetrato nelle tue vene e non ne uscirà che con tutto il tuo sangue.... Sono un'immagine che si è fermata nella tua pupilla e che può impallidire talvolta, scancellarsi mai.... Non sono io, no, la scialba e linfatica Frida Raucher, diafana e bianca come un raggio di luna; le mie labbra bruciano, i miei occhi hanno vampe di sole; sono l'eterno femminino che tu credevi fulminare col tuo disprezzo. Sono l'eterno femminino e mi vendico.... Non sono qui per amarti, ma per tormentarti....
Giorgio Moncalvo si riprovò a scrivere, ma per quella notte non riuscì più a mettere insieme due righe. Allorchè si decise ad andare a letto erano quasi le cinque.
Anche in Palazzo Gandi c'era qualcuno che non dormiva. Era la Mariannina. Ma non la teneva desta il pensiero di Giorgio Moncalvo. Certo ella doveva riconoscere che il giovine scienziato era molto più interessante dei bellimbusti che le facevano la corte; che non c'era, per esempio, paragone possibile fra lui e il deputato della maggioranza e il segretario del Ministero degl'interni che, pur dianzi, l'avevano assediata con le loro galanterie.... Ma se quest'era un'eccellente ragione per desiderare la compagnia del cugino, non era una ragione altrettanto buona per correr dietro alle ombre e ordir la tela di un romanzo da collegiale. La mal celata inquietudine della Mariannina aveva una causa affatto diversa. Bench'ella avesse accolto con simulata freddezza la comunicazione di sua madre circa alla possibilità di visitare il palazzo e il giardino Oroboni, quella notizia l'era giunta singolarmente gradita. Entrare nel geloso recinto le pareva una prima vittoria, preludio forse di vittorie maggiori.
Quante volte, dacch'ell'era a Roma, ell'aveva fissato curiosamente, insistentemente il muro massiccio che sorgeva dirimpetto alla sua abitazione, dall'altra parte della via rumorosa, e continuava ininterrotto lungo due viuzze laterali mal selciate e deserte! Sulla fronte di quel muro, di là dal quale spuntava, ondoleggiando al vento, la cima di qualche pino e di qualche pioppo, non c'erano aperture di sorta; o, a meglio dire, un gran portone preesistente era stato chiuso e sbarrato con solide spranghe di ferro. Solo da una piccola torre, che, a uno degli angoli, di poco superava l'altezza della muraglia, alcune finestrette difese da persiane di legno guardavano sulla strada. Una fortezza o un convento, ecco l'impressione ricevuta da chi costeggiava il recinto inospitale, di cui bisognava cercar l'ingresso in fondo a una delle vie laterali.
Però la Mariannina Moncalvo, da una delle sue camere al secondo piano, era riuscita a penetrare con l'occhio nel misterioso soggiorno. E intanto ell'aveva notato che quello che sembrava un semplice muro era, sul davanti almeno, una terrazza lunga e stretta ov'erano allineati dei vasi di limoni. Certo una scala interna metteva alla terrazza ch'era in comunicazione con la torre. Del giardino sottoposto, naturalmente la Mariannina non vedeva che una parte, abbastanza però da indurne ch'esso doveva esser molto ampio, ricco d'acque, d'ombre e di fiori. Non grande sembrava al paragone la palazzina del Seicento che, alquanto diroccata, lasciava trasparir fra le piante la sua facciata grigia e la sua cornice sporgente.
Della nobilissima e antica famiglia dimorante colà la Mariannina aveva chiesto e avuto notizie prima ancora che le bazzicassero in casa il conte Ugolini Ruschi e monsignore de Luchi, i quali, come ascritti all'aristocrazia nera e legati agli Oroboni dai vincoli di parte, avevano cercato di mettere in miglior luce quei campioni purissimi dell'intransigenza romana. Restavan vere nondimeno, in linea di fatto, le informazioni originarie raccolte dalla Mariannina Moncalvo. La famiglia era ridotta a due sole persone, la principessa Olimpia e il figliuolo di lei, don Cesarino. Il principe Ottavio, rispettivo suocero e nonno, morto nel 1885, dopo il 20 settembre 1870, in segno di protesta contro il nuovo ordine di cose, non era più uscito di casa sua se non in carrozza chiusa per andare al Vaticano, e per isolarsi meglio dal mondo empio e corrotto aveva speso un'infinità di quattrini nella costruzione del muro di cinta. Il figlio e successore principe Gregorio aveva seguito l'esempio del padre, ajutato in ciò da un'artrite che gli rendeva penoso e difficile il muoversi.... tranne che per l'ultimo viaggio da lui intrapreso nel 1890. Don Cesarino, rimasto orfano a quindici anni con un patrimonio dissestato e una salute più dissestata del patrimonio, e con la sola compagnia della madre malaticcia e bigotta, non aveva sentito alcun bisogno di mutar tenore di vita e vegetava, nel suo palazzo e nel suo giardino, trattando pochissima gente, anche della sua parte politica.
La Mariannina lo vedeva girar pei sentieri, perdersi nei viali, chinarsi sull'aiole, or solo, ora a braccio della madre. Una volta ella vide più da vicino tanto lui quanto la principessa Olimpia, sulla terrazza insieme con un prete, quel monsignore de Luchi ch'ella doveva conoscere di lì a poco. E si rammentava che il prete pareva più giovine, oltre che della principessa, di don Cesarino. I due procedevano lenti e silenziosi con l'aria di persone che si fossero stancate a salir sino lassù e alle quali dessero noia i rumori esterni. Il sacerdote, che li precedeva di qualche passo, si voltava ogni momento, parlava, gestiva come incitandoli a fare uno sforzo e a vincere la loro ritrosia. Ed egli compì il miracolo d'indurli a entrar nella torre, ad affacciarsi a uno dei finestrini di cui egli si era affrettato ad alzar le persiane. Là Mariannina ebbe l'impressione di aver dinanzi a sè due vecchi ritratti: la principessa magra, cerea, con gli occhi grigi ed immobili, coi capelli brizzolati aderenti alle tempie, con una baverina bianca insaldata che ricascava sulle spalle e acquistava maggior risalto dal vestito di seta nera; don Cesarino alto, esile, pallido, senza un pelo di barba, lo sguardo incerto, le labbra esangui, la testa piegata un po' sulle spalle, e pure con una certa innata distinzione nell'aspetto, con quell'impronta di razza che in certe famiglie si conserva fino nell'estrema degenerazione. Ora dietro la principessa, ora dietro il figliuolo faceva capolino la fisonomia gioviale di monsignor de Luchi, bianco, roseo, paffutello, con la guardatura maliziosa di chi la sa lunga, oltre che per merito del proprio ministero, anche per diretta esperienza. E la Mariannina rammentava benissimo che quel giorno monsignore aveva richiamato sopra di lei l'attenzione di don Cesarino. In fatti, dopo due paroline susurrategli nell'orecchio dal prete, il giovine aveva rivolto gli occhi verso la finestra al cui davanzale ell'era appoggiata e s'era messo a fissarla ostinatamente, mentre un lieve incarnato gli si diffondeva sulle guance smorte. Ella pure aveva arrossito, combattuta fra il desiderio di sottrarsi a una curiosità indiscreta e la compiacenza di non passare inosservata ad un principe romano. Proprio in quel punto, la Mariannina ne aveva fresca la memoria come di ieri, passò per la strada, in un'elegante vittoria diretta al Quirinale, la regina Elena insieme con la bella principessa Jolanda. La gente si scopriva in atto rispettoso; la Sovrana chinava il capo con un sorriso benevolo. Ma la principessa Oroboni si tirò indietro con un moto brusco, e lo stesso fecero, benchè con minore prontezza, don Cesarino e monsignor de Luchi. Quest'ultimo s'indugiò un minuto di più per richiuder le imposte. Indi tutti e tre riapparvero sulla terrazza; la principessa camminava con passo più spedito a braccio del figlio; monsignore parlava e gestiva come prima.
Dopo d'allora la Mariannina non aveva rivisto il giovane principe e la madre di lui se non di lontano, tra l'aiole e i viali del giardino. Invece aveva conosciuto monsignor de Luchi, portato in casa del conte Ugolini Ruschi. E monsignore, amabile, disinvolto, s'era subito accattivato le grazie della famiglia: aveva accettato un paio d'inviti a colazione ed a pranzo, aveva spillato varie centinaia di lire alle donne per un Ospedale di bambini, per un Asilo notturno, per un Ricovero di fanciulle pericolanti, compensandole con l'invio di biglietti per le funzioni di San Pietro e con la promessa di farle entrare fra le patronesse di qualche opera pia aristocratica.
— Che leggerezza è la nostra! — diceva la signora Rachele. — A dar retta a mio cognato Giacomo, i preti cattolici sarebbero intolleranti, fanatici, imbevuti di pregiudizi.... Invece, sfido a trovare una persona di umore più conciliativo di monsignor de Luchi.... Mai una allusione sconveniente, mai una parola ironica....
E la Mariannina ripeteva spesso tra lo scherzoso ed il serio:
— Quel pretino è la mia passione.
Adesso, per mezzo del pretino, ella stava per varcare la soglia vietata di casa Oroboni, e un giorno, chi sa, lo stesso monsignore l'avrebbe forse presentata a donna Olimpia e a don Cesarino.
Faceva caldo e la Mariannina, che aveva già principiato a svestirsi, aprì la finestra. Eran cessate le corse dei tram, i negozi eran chiusi, metà delle lampade elettriche erano spente, per la strada non passava che qualche omnibus d'albergo e qualche fiacre; una donna seduta alla cantonata offriva con voce monotona ai pochi pedoni la Tribuna e il Giornale d'Italia. Di fronte, il muro degli Oroboni pareva più bruno, più alto, più inospitale che mai; di là dal muro, il giardino si stendeva simile a un mare tenebroso. Qualche soffio d'aria agitava le masse delle piante e ne strappava gemiti e fragranze. A un tratto l'occhio della Mariannina si fermò sopra un punto luminoso che brillava dietro le persiane d'una delle finestre della torre. Possibile che ci fosse qualcuno? La ragazza pensò che quella finestra era circa all'altezza della sua, e che com'ella, se le persiane non fossero state abbassate, avrebbe potuto benissimo veder chi fosse lì dentro, così di là si poteva veder lei, e un subito pudore la colse, una subita vergogna d'esser sorpresa da uno sguardo indiscreto, mezza discinta, coi capelli giù per le spalle. Chiuse in fretta i vetri, tirò le tende, finì di spogliarsi e si cacciò sotto le coperte. Ma non riusciva a dormire, e scese due volte dal letto, e senz'accendere il lume si accostò alla finestra, sollevò un lembo della cortina, aguzzò l'occhio verso la torre, verso il punto che prima era illuminato. Tutto era buio; certo nella torre non v'era più anima viva. Ma chi poteva esservi prima? Un domestico venuto a prender qualche oggetto dimenticato? O la principessa, o don Cesarino? Strano in verità ch'essi venissero nella notte in quel luogo ove di giorno non venivano mai. Ma tutto era strano negli Oroboni, ed era appunto questa stranezza ch'esercitava una speciale attrattiva sulla Mariannina Moncalvo. Le pareva che dovess'esservi una soddisfazione straordinaria a essere ammessi in quel sancta sanctorum, ad appartenere a quel cenacolo di eletti.... Al Quirinale ci andavano tutti; anch'ella era stata presentata alla Regina, era stata invitata ai balli di Corte: e vi si era trovata con persone della piccola borghesia, con mogli e figliuoli dì avvocati, di medici.... Al Vaticano era su per giù la medesima cosa, e il Papa riceveva migliaia e migliaia di persone d'ogni razza, d'ogni ordine sociale, benedicendo a destra e a sinistra il gregge umano che gli si prosternava ai piedi.... Invece le case come quella degli Oroboni erano chiuse a due catenacci, e proprio per questo sarebbe stato un gran trionfo il penetrarvi....
Nella notte insonne, la Mariannina, stesa sul letto, con le mani intrecciate dietro la nuca, seguitava a fantasticare. Le tornavano alla mente certe proposte di matrimonio ch'ella, d'accordo coi suoi, aveva respinte. In Cairo, fin da un paio di anni addietro, due baroni della finanza, d'origine semitica; a Roma, appena giunta, un tenente di vascello e un ufficiale di cavalleria, tutti e due con la loro brava corona di conte, ma con pochi quattrini.
— Per i quattrini meno male, — aveva detto la signora Rachele. — Ma se si deve rinunciarvi, ci vuole un principe.
Un pensiero bizzarro fece sorridere la Mariannina.
— Eccolo il principe!... don Cesarino!
E per un istante ella si vide a fianco di quel giovine che non aveva mai conosciuto la giovinezza, si vide nuora di quella donna che passava la sua giornata a biascicare orazioni e a protestare contro la breccia di Porta Pia.
Bisogna convenire che sarebbe stato uno degli spettacoli più singolari di questi tempi così ricchi di sorprese.
— Bah! — concluse la Mariannina. — Ho almeno un milione di dote; sono figlia unica e avrò più tardi un patrimonio immenso.... Il principe non mi può mancare.... Se non sarà lui, sarà un altro.
E si voltò sul fianco per cercare d'addormentarsi. Era l'alba.
IV. Una mattina bene occupata.
Il commendatore Gabrio Moncalvo aveva l'abitudine di alzarsi per tempo, ma quella mattina (era una grigia mattina di novembre) egli si alzò assai più presto del solito, e per la scaletta interna scese nel suo studio ch'era composto di un'anticamera e di tre stanze modestamente arredate. Nell'anticamera soleva esserci un fattorino, pronto ad ogni chiamata; la prima delle tre stanze, un po' buia, e spesso illuminata a luce elettrica anche di pieno giorno, era occupata dal segretario Fanoli; nella seconda, più allegra e spaziosa e che guardava nell'ampio cortile, stava ordinariamente il commendatore; l'ultima, un salottino piccolo e austero, si apriva soltanto per accogliere i visitatori di maggior riguardo o quelli che avevano qualche cosa di molto importante o di molto delicato da dire.
Il segretario Fanoli non veniva che verso le nove; quando il commendatore entrò nello studio non c'era che il fattorino, intento a spolverare i mobili.
— Il portone sarà ancora chiuso, — disse Moncalvo. — Va in portineria e fa aprire. Aspetto qualcheduno.
Sedette alla sua scrivania ch'era collocata presso una finestra e si accinse a correggere le bozze d'un articolo che doveva uscire nel prossimo numero d'una rivista finanziaria. La luce era scarsa, ma per fortuna gli occhi gli servivano bene ed egli non ebbe bisogno di accender la lampada.
Di lì a poco il fattorino introdusse la persona aspettata, che s'inchinò profondamente.
Il commendatore s'alzò in piedi e fece un cenno di saluto.
— Ah, lei.... Passiamo di là, se non le spiace.
Nel salottino riservato Moncalvo si sdraiò sopra una poltrona e additò una sedia al suo visitatore.
— Ebbene, ha la lettera? — gli chiese.
Quegli al quale era rivolta questa domanda (un omino di mezza età, dal vestito dimesso, dalla biancheria poco pulita) si affrettò a rispondere:
— Naturalmente.
E tirò fuori di tasca un portafogli unto e frusto, da cui estrasse una lettera ingiallita.
— Dia qui.
L'omino esitava, non vedendo comparire ancora le cinquecento lire promesse.
— Non si fida? — ripigliò in tuono sarcastico Gabrio Moncalvo. — E allora se ne vada.... se ne vada pure col suo prezioso documento.... Se crede ch'io ci tenga tanto ad averlo!...
— Oh, signor commendatore, — protestò l'altro facendosi piccino piccino, — come può immaginarsi una cosa simile?
Moncalvo prese con circospezione fra le due dita la lettera che il losco personaggio gli offriva e si accostò alla finestra per esaminarla.
Era proprio quella, era una lettera scritta sett'anni addietro ad un giornalista amico di Zanardelli per ottener l'appoggio del Governo nella lotta elettorale. Oltre a professarsi di sentimenti liberalissimi, Moncalvo s'impegnava solennemente a votar la legge sul divorzio, che, in quel tempo, il Ministero pareva deciso a far trionfare a ogni costo.
— Lei era alla Tribuna? — domandò Moncalvo.
— Sissignore.
— E non c'è più.... da un pezzo?
— Da qualche anno.
— E da qualche anno questa lettera è nelle sue mani?
— Appunto.
— Come l'ha avuta?
— Sa.... in una redazione tante carte vanno disperse....
— L'ha rubata, via....
— Oh, commendatore....
— Non importa. Ricuperandola, io non faccio che esercitare un mio diritto.
L'ex reporter della Tribuna sbarrò tanto d'occhi.
— Intendo un diritto morale, — soggiunse il commendatore con un sorrisetto ironico. — Benchè, creda pure, se anche questa lettera fosse pubblicata, io non ci perderei nulla. Chi è che non può cambiar opinione in sett'anni? A ogni modo non ritiro la mia parola. Eccole le cinquecento lire.... Apra, apra e verifichi....
E Gabrio Moncalvo consegnò al giornalista in partibus una busta contenente un biglietto della Banca d'Italia nuovo fiammante.
Con un inchino, più profondo di quello che aveva fatto entrando, l'anonimo si accomiatò.
Il banchiere si fregò le mani.
— Quell'uomo non sa il suo mestiere. Poteva ricavar molto di più. Non che una lettera di sett'anni fa significasse gran cosa, ma è sempre meglio distruggerla.... Diamine! Un impegno formale di sostener la legge sul divorzio.... Che avrebbero detto i miei amici.... d'oggi?
Mentre Moncalvo stava per uscire dal salottino con l'intenzione di rimettersi alla correzione delle sue stampe, gli si ripresentò il fattorino di studio con una carta da visita e una lettera, dategli in quel momento da un signore forestiero che insisteva per essere ricevuto.
Il commendatore, dopo aver gettato l'occhio sul biglietto ch'evidentemente portava un nome ignoto per lui, aperse la lettera e ne guardò la firma che doveva avere un'occulta virtù, perch'egli mosse incontro allo sconosciuto gridando:
— Avanti, avanti!
Colui ch'era fornito di una così ragguardevole commendatizia era un uomo di mezza età, di statura vantaggiosa, di tinta olivastra, con barba e capelli folti e nerissimi, naso adunco, occhi profondi sotto gli occhiali fissi. Vestiva una redingote di panno nero chiusa d'alto in basso, teneva nella sinistra il cappello a tuba ed i guanti.
Si fermò a pochi passi dal commendatore, e disse in tuono dubitativo, in francese:
— Il signor commendatore Gabriele Moncalvo?
— Sono io, per l'appunto.
— Il dottore Löwe, — ripigliò l'altro, presentandosi da sè.
— La prego, si accomodi, — disse il commendatore introducendo il forestiero nel salottino riservato e facendolo sedere sopra un divano. Gli sedette dirimpetto e chiese: — Lei ha visto recentemente il barone?
— Tre giorni fa, a Francoforte.
— E sta bene?
— Così così.... Ha fatto anche quest'estate la cura di Carlsbad.
— Io non lo vedo da oltre un anno.... Siamo però sempre in corrispondenza d'affari.
— Lo so. Il signor barone mi ha parlato di lei con molta deferenza, come di persona che può aiutarmi assai efficacemente nella mia propaganda in Italia.... Perchè suppongo ch'ella s'immagini lo scopo della mia visita.
— No.... se devo esser sincero, — rispose Moncalvo fingendo di cascar dalle nuvole, benchè avesse già una vaga idea di ciò che il dottore voleva e cercasse una via intermedia tra l'aperta adesione ch'egli reputava contraria a' suoi interessi e il deciso rifiuto che avrebbe potuto dispiacere al magnifico barone di Francoforte.
— A ogni modo, — riprese il dottore sbottonandosi il vestito e chiedendo licenza di depor sopra un tavolino un fascio di giornali e di opuscoli, — a ogni modo, la questione non può esserle nuova, e ciò mi permetterà di non farle perder troppo tempo.
Il banchiere s'inchinò cerimoniosamente.
— Non considero mai come tempo perduto quello che occuperò ad ascoltare una persona che gode la fiducia del signor barone.
Dopo abbozzato un gesto di ringraziamento, il dottor Löwe entrò nel cuore del soggetto.
La sua deposizione fu breve e chiara. Egli era uno dei capi del movimento sionista e girava l'Europa per far proseliti alla sua idea e assicurarne il trionfo con aiuti materiali e morali. Tedesco di nascita, egli aveva vissuto a lungo in Galizia, in Russia, in Rumenia, aveva visto coi propri occhi le persecuzioni a cui gli Ebrei sono fatti segno, e s'era dovuto persuadere delle profonde radici che ha in quei paesi l'antisemitismo, onde, quand'anche la legislazione mutasse e fossero abolite le inabilità giuridiche che pesano sulla razza giudaica e i Governi le diventassero altrettanto favorevoli quanto le sono ora contrari, le cose resterebbero su per giù quelle di prima.... Unico rimedio l'abbandono in massa delle terre inospitali e la formazione di uno Stato ebreo nei luoghi ove sono le rovine del tempio, le tradizioni bibliche, i ricordi delle glorie e dei lutti del popolo.
Il dottor Löwe parlava con accento caloroso e convinto, senza perdere il dominio di sè, senza staccar gli occhi dal suo interlocutore, ch'egli sentiva piuttosto ostile che indifferente. E qualche volta ne precorreva le obbiezioni.
— Lo so, lo so.... Loro Ebrei dell'Occidente non si rendono conto del vero stato delle cose.... Hanno conquistato tutti i diritti, possono diventare magistrati, generali, ministri.... Ma non s'illudano troppo.... L'antisemitismo, anzichè attenuarsi nei paesi che ne sono più infetti, ricompare in quelli che n'erano immuni...; ove non è palese, è latente.... In Francia fa progressi da gigante.... Anche in Italia se ne vedono i segni.
Il dottore pareva compiacersi altamente di questa constatazione e proseguiva imperterrito:
— Sarà una fortuna, perchè così la benda cadrà dagli occhi dei più restii, e tutte le nostre mirabili facoltà saranno volte al trionfo finale della razza.... Israele non ha compito la sua missione nel mondo.... Lo so, lo so, — ripetè con enfasi l'apostolo credendo di scorgere un risolino sul labbro di Gabrio Moncalvo; — loro sono scettici circa ai destini del nostro popolo.... loro guardano alle nazionalità con cui credono di potersi assimilare.... Mai, mai....
— E pure, — insinuò Moncalvo, — per mezzo dei matrimonii....
— Matrimonii misti! — esclamò il dottore. — Se una cristiana entra nella nostra casa, e pur non abiurando la sua fede lascia che la famiglia continui ad essere ebrea come prima, non c'è nulla da dire.... Ma se si tratta di fare una famiglia senza religione, o se si pattuisce di battezzare i figliuoli, non può derivarne che sventura.... Creda, signor commendatore, anche dal punto di vista dell'interesse materiale, sono tutti calcoli sbagliati.... Nè il battesimo dei figliuoli, nè il battesimo proprio basta a realizzar la fusione che loro sognano.... Attraverso tre o quattro generazioni si scoprirà il marchio della razza, e il pregiudizio trionfante punirà gli apostati e i discendenti degli apostati.
— Sta a vedere, — obbiettò il commendatore. — C'è più d'una Rothschild che ha preso l'acquasanta. Ce n'è a Parigi, nel Faubourg Saint-Germain; ce n'è a Londra: la moglie di Rosebery, per esempio....
La faccia del dottore si contrasse dolorosamente.
— Pur troppo.... È una delle grandi afflizioni del barone.... Ma pochi che disertano non rompono la compagine d'un esercito. La gran famiglia è sempre nostra.
A questo punto l'apostolo, che non era degenere dalla sua stirpe e alla fantasia del visionario associava lo spirito positivo dell'uomo pratico, pensò che doveva venire a una conclusione.
— Lasciamo le considerazioni generali, — egli disse, — e pel momento contentiamoci di quel che si può.... La risurrezione del regno d'Israello è un bel sogno che si avvererà col tempo.... Ora non si tratta che di soccorrere i fratelli perseguitati ottenendo per essi un lembo di terra ove possano vivere in pace e adorare il loro Iddio.... Se non sarà uno Stato, sarà una colonia; se non sarà in Palestina, sarà altrove.... Io non appartengo agl'intransigenti.... Studieremo le proposte che ci verranno fatte.... compresa quella dell'Uganda, che sembra ci si voglia fare dall'Inghilterra. L'essenziale è di procurare una sede stabile a quelli che non hanno patria.... ciò che noi Tedeschi diciamo eine Heimstätte für die Heimatlosen.... E badi. Usando il vocabolo Heimstätte (sede, dimora) noi mettiamo da parte il concetto politico.... In questi limiti le diffidenze non hanno più ragion d'essere, e la nostra impresa non può non apparire altamente filantropica e civile.
— Oh, senza dubbio, — principiò Moncalvo. Ma s'interruppe avendo udito nella stanza attigua la voce squillante della Mariannina che parlava col segretario, il quale doveva esser venuto da poco.
— Non è visibile?... Pazienza.... Lo avvertirà lei che....
— Mi perdoni, — disse il commendatore al dottor Löwe. — Vado a sentire che cosa vuole mia figlia.... Torno subito subito....
— Prego, non faccia cerimonie....
La Mariannina, quando vide suo padre, lo baciò con effusione.
— Fanoli, — ella disse in tono scherzevole, — era risoluto a lasciarsi uccidere piuttosto di concedermi il passaggio.
— C'è una consegna precisa, — spiegò il banchiere. — Nel salottino nessuno entra se non chiamo io.
— Che misteri poi ci sono in quel salottino.... riservato ai soli adulti.... come in certi casotti? — riprese la Mariannina, tentennando la testa. — Però, se Fanoli aveva la consegna precisa ha fatto il suo dovere, e lo propongo per una promozione....
Moncalvo guardò con orgoglio paterno la bella ragazza ch'era in cappellino, pronta ad uscire.
— Pazzerella!... Mi dirai poi che cosa volevi.... Spìcciati.... Ho qualcheduno di là....
— Volevo annunziarti, — replicò la Mariannina, — che vado in automobile con Brulati e con la zia Clara e che non farò colazione a casa.
— E dove andate?
— A Mentana, a copiare un vecchio castello Borghese che, secondo Brulati, è molto pittoresco.
— Non guidi mica tu l'automobile?
— Saprei guidare benissimo....
— Uhm!
— .... ma c'è lo chauffeur, Giovanni....
— Meno male.... È un uomo prudente.
— A proposito di automobili.... Quella nostra Panhard di otto cavalli che fa tutt'al più 30 a 35 chilometri all'ora è indegna di noi. La Mercedes di miss May ha 40 cavalli e può raggiungere una velocità di 90 chilometri.
— È proprio quello che non voglio io, — dichiarò il commendatore. — Sono pazzie.... E poi io non ho i milioni di miss May....
— Almeno una Fiat di 24 cavalli.... Non ti rovinerai per così poco.
— Basta, per adesso non compro nulla.... Ma dimmi piuttosto come sei riuscita a persuadere la zia Clara.... coi suoi reumatismi? con le sue paure?
— In quanto a paura, non ne ha che se guido io. E io le ho giurato di non metter neanche la mano sul manubrio. In quanto ai reumatismi, l'avvilupperemo negli scialli.... Ne portiamo tanti con noi.
— Perchè, bada, la giornata dev'essere freddina.
— Saremo ben coperti.... Ti ripeto che c'è un deposito di scialli in automobile.... A più tardi....
La Mariannina gettò un bacio a suo padre, fece un saluto amichevole a Fanoli, e infilò l'uscio.
— La posta la vedrò dopo, — disse Moncalvo al suo segretario. — Ora sbrigo quel signore. — E aggiunse un gesto che gli risparmiava un'esclamazione poco corretta: — Che rompiscatole!
Naturalmente, rientrando nel salottino, egli rinnovò le sue scuse al dottor Löwe.
— Ma si figuri! — biascicò questi. E riprese il discorso dove l'aveva interrotto: — Se non m'inganno, ella conveniva che, nei limiti in cui oggi restringiamo la nostra propaganda, nessuno ha motivo di adombrarsene. — Incoraggiato da un segno d'assenso, il dottore proseguì: — Io non dubito quindi ch'ella vorrà far parte del Comitato sionista di Roma.... spererei anzi ch'ella vorrà presiederlo.
Moncalvo misurò subito le conseguenze del passo a cui si cercava indurlo, e si mise sul guard'a voi.
— Ah, caro signor dottore, ella mi coglie alla sprovveduta e deve permettermi di non darle una risposta lì per lì.... Cioè sopra un punto le rispondo subito, e mi dispiace risponderle negativamente. Circa alla presidenza, non ci pensi neanche.... Fra i suoi correligionari che abitano alla capitale....
— I nostri, — sottolineò il dottor Löwe.
— Come vuole.... i nostri.... Insomma, fra gl'Israeliti di Roma ve ne sono molti assai più noti di me.... molti che hanno un nome nella politica, nella scienza, nell'arte.... ve ne sono poi moltissimi di più ortodossi, ai quali sarebbe doveroso il rivolgersi.
— L'ortodossia non è indispensabile.... Noi ci teniamo a mostrare la solidarietà della razza indipendentemente dalla questione religiosa.
— È un punto anche più delicato, — ribattè il commendatore. — Loro si ostinano su questa benedetta razza, su questa pretesa nazionalità.... Ma noi dell'Occidente la nazionalità ebraica non l'intendiamo, e la razza, creda pure, dopo tanti secoli s'è imbastardita.... Santo Iddio! Tante razze ci sono in Italia.... Longobardi, Etruschi, Latini e che so io?... Chi li distingue?... E anche le nostre donne, via....
— Non dubiti, che l'Ebreo lo si distingue sempre, — interruppe vivamente il dottore fissando gli occhi in viso a Moncalvo che aveva il tipo semitico pronunziatissimo. — A ogni modo, il signor barone mi assicurava che lei non è di quelli che si vergognano delle proprie origini.
— Non c'è nulla da vergognarsi, — replicò il commendatore un po' infastidito. — Ma altr'è questo, altr'è prendere una parte attiva nel movimento, entrare nei Comitati....
— Neppure nel Comitato non entrerebbe?.... Aveva prima parlato della presidenza.
— Per la presidenza non c'è neanche da discorrere....
— E pel Comitato?
— Adagio, adagio.... Ci penserò su.... Le darò una risposta positiva.... In tutti i casi, — soggiunse Moncalvo, al quale premeva non compromettere i suoi buoni rapporti coi Rothschild, — in tutti i casi, non creda ch'io voglia negare ogni aiuto all'impresa.... nei limiti delle mie forze che non possono paragonarsi a quelle del signor barone.... C'è una cassa sociale?
Il dottor Löwe accennò agli opuscoli che aveva portati seco.
— Le lascio queste pubblicazioni.... Vedrà che i membri dell'Associazione s'impegnano a un contributo annuo, ciò che non ha nulla a che fare con le oblazioni straordinarie.
— Sta bene, — riprese Moncalvo. — La mia oblazione la farò anch'io, non ne dubiti.
Il dottore si alzò.
— Noi accettiamo tutto con riconoscenza.... Però la sua collaborazione ci sarebbe stata più preziosa di qualunque offerta in danaro.... E prima della costituzione definitiva del Comitato tornerò da lei....
— Sarà sempre un onore.... Si trattiene qualche giorno?
— Vorrei spicciarmi entro la settimana... Ho un itinerario lungo.
— E dove alloggia?
Il commesso viaggiatore del Sionismo nominò una locanda assai modesta, nella vecchia Roma, condotta da un israelita.
— Io vorrei averla un giorno mio commensale, — disse Moncalvo, certo che l'altro non avrebbe accettato l'invito. — Domani?... Posdomani?
— Grazie.... Faccio tutti i miei pasti all'albergo, — rispose, inchinandosi, il dottore a cui la rigida ortodossia non permetteva di sedere a una tavola ove i cibi non fossero apparecchiati all'uso giudaico.
E si congedò, accompagnato dal commendatore fino al pianerottolo della scala.
Il banchiere tornò nella stanza di Fanoli per dare un'occhiata alla posta.
— Veda prima questo telegramma, — disse il segretario mostrando al principale un dispaccio arrivato da pochi minuti.
— Ah, ci offrono trecentomila lire per stornar la vendita delle mille azioni di Terni, consegna fine mese. Dia il bene stare.... per telegrafo.
— Io credo che, insistendo, darebbero diecimila lire di più, — suggerì Fanoli.
Il commendatore Moncalvo fece un segno negativo col capo.
— Non insista. Chi troppo tira la corda, la spezza.... Ho sempre seguito questa massima negli affari, e non ho avuto che da lodarmene.
Corretto, rispettoso, il segretario non aggiunse sillaba e si accinse a scrivere il telegramma di benestare. Nello stesso tempo però egli consegnò al principale una lettera riservata.
— Uhm! — fece Moncalvo storcendo il naso. — Sento odore di conte.... Quest'è Ugolini....
— A giorni scade il suo pagherò, — soggiunse Fanoli.
— Lo chiami pure un non pagherò, — ribattè il banchiere che aveva rotto la busta. — Ecco qui.... domanda la rinnovazione a sei mesi.
— Per la seconda volta.
— Eh, caro Fanoli, si aspetti la terza, la quarta e via di seguito.... Non ho mai calcolato sul rimborso di quelle quindicimila lire.... Trovo anzi che Ugolini è un uomo discreto.... Ma sì; se invece di quindici ne avesse chieste venti o venticinquemila, sarei stato imbarazzato a rispondere di no.... Quell'Ugolini è un uomo prezioso.... Accompagna le mie donne di qua e di là.... Mi libera da una quantità di seccature.... sopra tutto con mia moglie, che non rifinisce di cantarmene le lodi.... Ed è cavaliere di Malta, ciò che impone silenzio alle male lingue.
Fanoli si guardò bene dal sorridere dell'ingenuità del suo principale, e chiese arricciandosi i baffi:
— Dunque la rinnovazione è concessa?
— Concessissima. Quindicimila lire da me, quindicimila dalla Banca internazionale non son nulla di eccessivo per uno che ha tante aderenze e anche alla Banca ha giovato indirettamente.
Qui notiamo fra parentesi che della Banca internazionale il commendator Gabrio Moncalvo era l'anima e che vi passava gran parte del pomeriggio, facendovi la pioggia e il bel tempo.
Data una rapida occhiata ad altre lettere e telegrammi, il nostro banchiere si riaccinse alla revisione delle sue bozze. Ma nemmen questa volta potè rimanere tranquillo; chè, annunziata da un mellifluo: — Disturbo? — gli si parò innanzi la faccia rasa e rubiconda di monsignore de Luchi.
— Oh, lei? — esclamò Gabrio Moncalvo. — Avanti, monsignore, avanti.
— Buon giorno, commendatore.... Ha fatto un oh di maraviglia quando m'ha visto.... Per l'ora insolita, forse.
— Non per l'ora. Le dirò, le dirò.... Entri anche lei nel gabinetto riservato.... Passi, s'accomodi.
E fattolo sedere al posto ov'era pur dianzi l'apostolo del Sionismo, gli spiegò in poche parole chi fosse e che volesse il suo predecessore, concludendo:
— Ecco la ragione del mio oh.... Sono contrasti che non si vedono che ai nostri giorni e non si vedono che a Roma.... Che confusione di lingue, non è vero, monsignore? Un sacerdote della Chiesa cattolica, un ebreo del vecchio stampo, e uno che non è nè carne nè pesce....
— Siamo nell'Urbs, — notò l'ecclesiastico.
— Però prima del Settanta certi contrasti non erano possibili.
— Perchè no? Perchè no? — rispose monsignore che aveva questo intercalare. — La Chiesa è inflessibile nei principii, è intransigente nelle apparenze, ma in fondo è sempre stata tollerantissima.
— Uhm, uhm!
— Parlo sul serio. E i pontefici non hanno mai escluso nessuno dalla loro presenza.
— Sarà.... Quello ch'è sicuro è che lei, monsignore, è un vero uomo di mondo, un vero uomo moderno.
— La Chiesa è sempre antica e sempre moderna, — disse il prete. — È contemporanea di tutti i secoli e intende tutte le questioni.
— Anche il Sionismo?
— Perchè no? La Chiesa sa che il tempio di Salomone non si ricostruisce. Essa non permetterà che sorga un regno d'Israele ove è la tomba di Cristo, ma non disapprova l'emigrazione degli Ebrei verso qualche regione ove possano vivere in pace.... Sarà tanto più probabile che quelli che si sono ormai assimilata la nostra civiltà abbraccino la nostra fede.
— Sicchè.... scusi, sa, se per un istante faccio finta d'esser un buon cattolico anch'io e la prendo per mio direttore spirituale.... (dicono così, non è vero?) lei non pensa che un appoggio dato all'impresa possa nuocermi presso i suoi amici?
— All'impresa sionista?
— Appunto.
— Niente affatto.... Solo bisognerebbe vedere il programma.... Ha messo la sua firma anche lei?
— No, no, — si affrettò a rispondere il commendatore che ormai era deciso a non sottoscrivere, — la firma no. Tutto si limiterà a una contribuzione pecuniaria.
— E allora.... è troppo naturale.... Una persona che ha la sua posizione finanziaria, e che appartiene sempre... almeno ufficialmente.... alla confessione israelitica, non può chiuder la sua borsa.
Moncalvo, che in fondo era soddisfatto del responso di monsignor de Luchi, tentennò la testa.
— La credono inesauribile la mia borsa.... E invece basterebbe una crisi....
— Lasciamo andare, lasciamo andare.... Chi ha i suoi capitali, la sua abilità, le sue aderenze non ha paura di crisi.... Ma veniamo a noi....
— Son qui tutt'orecchi.
— Ecco, si tratta dell'affare Oroboni.... Il Consiglio della Banca internazionale s'è riunito?
— Sì, s'è riunito, ha discusso.... Ma è un osso duro, non glielo nascondo.... L'affare non presenta quelle garanzie che sarebbero necessarie per subentrare alla Banca d'Italia in questo mutuo.... Vede che la Banca ha una gran fretta di liberarsene.
— È uno strascico della Banca Romana, e si capisce che la Banca d'Italia desideri liquidare al più presto l'eredità.... Poi la legge stessa le impone di smobilizzare.... che termini barbari!... Ma fossero tutte sicure come questa le sue investite!
— Curioso però che questa gran proprietà non dia da due anni l'occorrente per pagar gl'interessi.... E sì che gli Oroboni sono in due e non fanno lusso.
— Tutt'altro.... Ma è un'amministrazione trasandata.... Lasciamo stare il palazzo di città, ma i fondi potrebbero dare una rendita quadrupla di quella che dànno.
— Se non sanno amministrare, vendano.
— Finora la principessa non voleva, e don Cesarino è così ossequente alla madre!... Non è detto però che non possa cambiar d'opinione.... se vi fosse una proposta vantaggiosa.... Caro commendatore, — soggiunse l'ecclesiastico come se gli fosse venuta un'idea subitanea, — ha mai pensato se l'acquisto potesse convenire a lei?
— A me? — esclamò Moncalvo fingendo sorpresa. — Come vuole ch'io possa togliere un milione dalla mia azienda?... Noi banchieri abbiamo bisogno di denaro vivo.
— Eh, via! Anche con un milione di meno la sua azienda prospera lo stesso.... Gliene restano sempre a bastanza.... E nella peggiore ipotesi c'è il credito che fa miracoli. Due righe di telegramma al suo amico Rothschild, e quella cassa è a sua disposizione.
— Ha voglia di scherzare, monsignore. No, no, non sono operazioni per me.
— Sarebbe un affar d'oro. Il palazzo di Roma e la villetta di Porto d'Anzio valgono il milione da loro soli. Tutti i fondi presso Albano sono dati per soprammercato, e in mano sua frutterebbero il sei per cento e più.
— Sì, per quello che me ne intendo io d'agricoltura!
— Lei si procura un buon agente.
— Quello degli Oroboni, per esempio?
— No, quello degli Oroboni non farebbe per lei... Ma il proprietario nuovo non sarebbe legato da nessun impegno.
— Via, son discorsi inutili. Io non compero.... E pel mutuo con la Banca internazionale che vuol che le dica?... Mi dispiace, ma temo che non se ne farà nulla.... Posso ritentare....
— Bisognerebbe far presto, prima che la Banca d'Italia mandi all'asta.... Non che l'asta abbia ad esser necessariamente rovinosa.... Scommetterei che si troverebbero applicanti anche per più del milione.... Ma è l'effetto morale.... per la principessa, per don Cesarino.... È la prospettiva di dover abbandonare il loro palazzo.
— Questo accadrebbe anche in seguito a vendita privata.
Monsignor de Luchi si aggiustò il colletto.
— Secondo il compratore.... Vi potrebb'esser quello che consentisse ad affittare ai proprietari attuali.
— Bravo!... Per non riscuoter mai la pigione.... No, no, caro monsignore.... Chi comprasse il palazzo e il giardino non avrebbe che da far tabula rasa e da approfittare dell'area per rifabbricarvi.... Cinque o sei piani, stanze piccole, tutto il comfort moderno.... potrebbe col tempo essere un discreto impiego.
— Ah, commendatore mio, — esclamò il prete congiungendo le mani, — che sacrilegio!... Distruggere una delle poche oasi che ci siano rimaste!... Come se non ce l'abbiano deturpata abbastanza la nostra Roma!... E che cosa direbbero le signore che hanno un senso d'arte così squisito?... Si ricorda giorni fa, quand'ebbi l'onore di accompagnarle a visitare il palazzo e il giardino Oroboni, si ricorda la sua Mariannina, che entusiasmo!
— Verissimo. Il demolire sarebbe un peccato.... Ma il compratore non potrebbe fare altrimenti.
— Scommetto che lei non demolirebbe.
— Ho paura che perderebbe la scommessa.
— Lei non vorrebbe dar un dispiacere simile a sua moglie e alla sua figliuola.
Moncalvo tentennò la testa.
— Ma d'altra parte mia moglie e la mia figliuola non vorrebbero suggerirmi una speculazione rovinosa. Sa, anche loro l'istinto degli affari lo hanno nel sangue.
Nel dir queste parole il commendatore sorrise. Poi, mutando argomento, uscì in questa proposta:
— Lasciamo per un poco gli affari.... Faccia una bella cosa.... Resti a colazione con noi.... Siamo soli, mia moglie ed io.... La Mariannina e mia cognata sono in automobile e non torneranno che nel pomeriggio.... Via, che impegni ha?
— Ma.... veramente.... — biascicò monsignore.
— Non cerchi delle scuse, — insistè Moncalvo.
In realtà monsignore era dispostissimo ad accettare. Egli era sicuro che il restar a colazione non avrebbe già avuto per conseguenza di lasciar da parte gli affari, ma anzi di farli rimettere sul tappeto in condizioni più favorevoli, con un'alleata efficacissima al fianco, donna Rachele, che aveva una grande simpatia per gli Oroboni e conoscendo i loro impicci economici sarebbe stata lieta che suo marito li salvasse dal naufragio.
— Simpatia disinteressata? — pensava monsignore.
Egli credeva di aver letto in quell'anima di donna piena di vanità e d'ambizione. E forse non s'ingannava.... Ma neanch'egli era per lei un libro così chiuso ch'ella non vi avesse letto dentro qualche cosa.... Chi sa se non avrebbero finito per intendersi?...
— Ebbene? Che medita? — domandò il banchiere.
— Che vuol che le dica?... Alla sua cortesia non si resiste.... Per che ora sarebbe?
— Si va a tavola a mezzogiorno e un quarto.
— E io a mezzogiorno e un quarto sarò da loro. Son le dieci e mezzo.... Ho tempo d'avanzo d'andare fino alla Cancelleria e di tornare indietro.
— Diamine! Ha una bella passeggiata.... Vuol che faccia attaccare il fiacre?
— Ma si figuri! Cammino volentieri, e a ogni modo c'è il tram qui alla porta.
— Come crede.... In pochi minuti il fiacre sarebbe pronto.
— No, grazie.
— Grazie a lei di aver accettato l'invito.
E il commendatore accompagnò fino sul pianerottolo l'ecclesiastico, come aveva prima accompagnato il sionista.
Due agenti di cambio aspettavano nell'anticamera. Sulla scrivania di Fanoli erano alcuni telegrammi aperti, il cui contenuto parve recar molta soddisfazione a Gabrio Moncalvo.
— Dei quattrini ne escono, — egli disse fra sè, — ma per fortuna ne entrano molti di più.
Poi chiamò il fattorino.
— Salite in casa e fate avvertir mia moglie che monsignor de Luchi sarà a colazione con noi.
Sbrigati gli agenti di cambio, Moncalvo dettò in francese una letterina al segretario:
«Signor dottore,
«Metto a disposizione della nobile opera alla quale Ella consacra la sua attività la somma di venticinquemila franchi. Incaricherò i miei amici baroni Rothschild di Francoforte di fare per mio conto il versamento alla cassa centrale. Consento naturalmente che il mio nome figuri tra gli oblatori; mi duole invece di non poter entrare nel Comitato romano. Augurando il miglior successo all'impresa, la prego di accettare l'assicurazione della mia stima profonda.
«Suo obbl.mo
«Gabrio Moncalvo».
Dopo aver apposta la sua firma, il commendatore dettò l'indirizzo e ordinò al segretario di far recapitare la lettera al più presto.
— Anche questa faccenda è liquidata, — egli disse fregandosi le mani.
V. In automobile.
L'automobile filava a velocità moderata attraverso Piazza delle Terme e via Venti Settembre. V'erano dentro quattro persone: la Mariannina Moncalvo con la zia Clara, il pittore Brulati e lo chauffeur, Giovanni.
A un certo punto la Mariannina gridò:
— Ferma!
Giovanni chiuse i freni e l'automobile si fermò all'angolo del Grand Hôtel. Il portiere dell'albergo fece due passi credendo che qualcheduno volesse scendere; poi, visto che la faccenda non lo riguardava, tornò indietro sbadigliando.
— Cosa c'è? — disse spaventata la zia Clara.
— Niente, niente, — rispose Brulati voltandosi.
E la Mariannina soggiunse, mentre faceva dei cenni con la mano a un giovinotto che s'avvicinava di corsa:
— C'è Giorgio.
Il professorino, che aveva ubbidito all'appello della cugina (e come non ubbidirvi?), si accostò, rosso in viso e trafelato, all'automobile, intorno al quale ronzavano gli sfaccendati.
— Buon giorno, — egli disse salutando tutti, ma non avendo occhi che per la Mariannina. — Siete in gita?
— Gita artistica, — replicò la ragazza. — Vado fino a Mentana a dipingere con Brulati.
— A Mentana! — esclamò Giorgio colpito dal nome. — Dove si son battuti nel novembre 1867?
— Sarà.... C'è un vecchio castello dei Borghese assai pittoresco.... Almeno da quello che dice il mio illustre maestro.... Io ci vado per la prima volta.... — Guardò maliziosamente il giovinotto e soggiunse: — Tu hai una voglia matta di veder Mentana.... per amore della battaglia, s'intende.... una battaglia ove c'era Garibaldi, ora ricordo.... ebbene, vieni con noi....
— Se non ci sta nell'automobile? — insinuò la zia Clara.
— Ci sta benissimo, — ribattè la nipote. — Ci sta fra noi due.... pigiandoci un poco.... Animo, monta.... È un favore che non meriteresti perchè non ti lasci veder da un secolo.
La signora Clara, che aveva molta stima e molto affetto per Giorgio e avrebbe voluto salvarlo dalle civetterie della nipote, rinnovò le sue obbiezioni.
— Lo faremo star male e staremo male noi.... E probabilmente egli avrà da lavorare.... E sarà aspettato a colazione da suo padre.
— No, — disse il giovane. — Oggi mio padre non fa colazione a casa.... È a Frascati, da un collega.... Voleva che ci andassi anch'io, ma mi seccava.... Capisco che sono più orso di lui.
— Dunque non ci son scuse.... Si spicci, signorino.
Giorgio esitava.
— Non vorrei dar un dispiacere alla zia Clara.
— Che dispiacere vuoi darmi? — rimbeccò la zia. — La tua compagnia mi è sempre cara.... Ma questa birichina ti farà perdere mezza giornata.
— E tutta la testa, — borbottò in modo quasi incomprensibile il pittore Brulati, che aveva un'ammirazione sconfinata per la bellissima ragazza e nonostante i suoi cinquantacinqu'anni sospirava platonicamente per lei.
Intanto Giorgio aveva, alla meglio, preso posto fra la zia e la cugina.
— Ero sicura che ci si stava comodamente! — esclamò la Mariannina in aria trionfale. E ordinò allo chauffeur: — Avanti!
— Siete sicure del tempo?... — chiese Giorgio guardando il cielo ch'era percorso da grossi nuvoloni.
La signora Clara si tirò sulle ginocchia la coperta di felpa.
— Temo anch'io che voglia piovere.
— Non pioverà, — sentenziò la Mariannina. — E il cielo e la campagna sono più pittoreschi così che quand'è sereno.
In un lampo l'automobile uscì da Porta Pia e si trovò sulla via Nomentana, fiancheggiata di ville a destra e a sinistra.
— Ah, queste ville romane! — disse la Mariannina. E soggiunse subito urtando il gomito di Giorgio, che trasalì al tocco della candida mano: — A proposito; non ci siamo più visti dopo la mia visita al Palazzo e al giardino Oroboni.... Lo sai ch'era la mia gran curiosità.
— Lo so, — rispose il giovine che quest'annunzio turbava, senza ch'egli potesse spiegarsene il perchè. — E come ci sei penetrata?
— Per merito di monsignor de Luchi.... il mio monsignore.
Giorgio scrollò le spalle.
— Curioso gusto di aver ogni momento un prete fra i piedi.
— Eh, caro mio, non siamo mica intolleranti, noi. Quel pretino si getterebbe sul fuoco per me.
— Gli credi? Avrà i suoi secondi fini.
— Si fa presto ad accusare. Bisogna provar le accuse.
Giorgio non rilevò la sfida, e riprese:
— Dunque che meraviglie ci sono da quegli Oroboni?
— Tutto è caratteristico, tutto ha una sua impronta particolare. Me ne appello a Brulati.
— C'è stato anche lei?
Il pittore ch'era seduto accanto allo chauffeur, girò su sè stesso per rispondere.
— Sì, non mi son lasciato sfuggir l'occasione.... Oh, forse il luogo non avrebbe tante attrattive se non fosse poco meno che inaccessibile ai profani.... A Roma ci son giardini infinitamente più ampi e meglio tenuti, con maggior ricchezza di piante, d'acque, di fiori.
— Ora Brulati mi cambia le carte in mano, — disse la Mariannina. — Era d'accordo anche lui che una delle originalità del giardino Oroboni fosse d'esser così trascurato.
— Non lo nego.... Ricorda un po' il quadro di Calderini, Giardini abbandonati.
— Appunto.... Ah, quei sentieri ove cresce l'erba, quegli alberi che nessuno si sogna di agguagliare, di pettinare....
— Sentiamo il parere della zia Clara, — disse Giorgio.
— La zia Clara non ha nessun parere, per la gran ragione che la zia Clara non c'era, — rispose l'interrogata.
— Che la zia Clara ci fosse o non ci fosse, — riprese con calore la Mariannina, — ciò non toglie, signorino mio bello, che quella villa degli Oroboni nel centro di Roma non sia una magnificenza.
— Strani gusti avete! — rimbeccò Giorgio. — La putrefazione, la morte.... Ma io amo la vita nell'aspetto delle cose e delle persone.
E avvolse d'uno sguardo appassionato la bella cugina che, in verità, era il simbolo della vita e della giovinezza.
La Mariannina, ch'era fresca fresca della lettura delle Vergini delle Roccie, disse a Giorgio ch'egli non era artista, che non capiva la poesia delle rovine, delle acque stagnanti, delle foglie infracidate, delle aristocrazie che si spengono.
— E c'erano i campioni di queste aristocrazie? Li hai conosciuti?
— Magari! Ma non c'erano.... Erano a Loreto.
— A sciogliere un voto?
— Chi sa? Dev'esser bella Loreto.
— La fiera delle indulgenze e il ritrovo delle ignoranze.
— Ci fosti?
— No.... fui a due passi.... a Recanati.
— Al paese di Leopardi?
— Sì, quello era un uomo.... Altro che i tuoi Oroboni!
— Chi fa il confronto?... E pure io non dispero di conoscerli.
— Tornerai?
— E perchè no?... come dice monsignor de Luchi.
— Già, monsignore ti condurrà.
— S'intende, monsignore.... O che male c'è? In che t'ha offeso quel buon pretino mio?
— Che vuoi che ti dica? — replicò Giorgio. — Io non capisco che punti di contatto ci possano essere tra un monsignor de Luchi e la figlia del commendatore Gabrio Moncalvo.... Una volta....
— Una volta, — soggiunse vivacemente Mariannina, — monsignore avrebbe cercato il modo di bruciarmi viva. Ora viene a colazione da noi.... Non ti pare che sia meglio?
— Sicuro ch'è meglio.... Ma non mi negherai che il tuo monsignore e quei mummificati Oroboni pei quali vai in sollucchero rappresentano un mondo, un ordine d'idee affatto diversi dalle nostre idee e dal nostro mondo.... Me ne appello alla zia Clara.
La buona signora, ch'era un po' paralizzata dalla corsa dell'automobile e s'avviluppava sempre più nei suoi scialli, aveva in cuor suo l'opinione di Giorgio, ma desiderava evitar le discussioni. E si contentò di rispondere:
— Cari figliuoli, sopra tutto non vi bisticciate. La zia Clara lascia che ognuno pensi a suo modo.
— È questo professorino che vorrebbe imporsi, — replicò con petulanza la ragazza...
— Smetti anche tu, — pregò la zia.
— Io mi diverto a farlo arrabbiare, — rispose con voce raddolcita la Mariannina. — E poi voglio avere il merito di raffinare i suoi gusti.... È uno scienziato.... ma è un borghese....
— Che cosa significa?
— Significa.... significa, — disse la Mariannina andando un po' a tastoni, — uno che accetta le opinioni correnti....
Giorgio fece un segno negativo col capo.
— Sissignore.... Oggi è di moda far gli spiriti forti, protestare contro l'oscurantismo, il clericalismo....
— Ma che? Ma che? — interruppe il cugino. — Anzi i clericali tornano in auge.
— Adagio, Giovanni! — gridò la signora Clara. — C'è un baroccio.
— Eh, lo vedo.
Il baroccio, a due ruote, tirato da due cavalli coi fiocchi rossi, scendeva rumorosamente da Ponte Nomentano. Di sotto al caratteristico ombrellone blu, il barrocciaio degnò appena di un'occhiata l'automobile che gli passava rasente. Un canino ringhioso abbaiò.
Di là dal Ponte Nomentano la strada, già così larga e diritta, si ristringeva, diventava irregolare e tortuosa, avvallandosi spesso, alzandosi talora fino a dominar la campagna malinconica e suggestiva. Qualche buttero a cavallo percorreva le grandi praterie ove pascolavano le mandre disperse, qualche macchia d'eucaliptus, qualche quercia solitaria, qualche pino rompeva la monotonia della verde pianura leggermente ondulata.
— Adagio! — seguitava a raccomandare la signora Clara.
Di sotto alla pesante coperta di felpa, ch'era abbastanza grande da servire per tre e di cui la Mariannina aveva reclamato la sua parte, Giorgio Moncalvo cercò la mano della bella cugina e la strinse forte nella sua. Ella, sempre calma, rispose con una leggera pressione delle dita; poi liberò la mano prigioniera e si ravviò il velo sul viso. Un sorrisetto enigmatico errava sulle sue labbra.
— A momenti piove, — sospirò la zia guardando il cielo ch'era più scuro di prima.
La Mariannina fece un gesto d'impazienza.
— Nemmen per sogno. Scommetto che torneremo col sole.
E Giorgio, ormai disposto a darle ragione in tutto, soggiunse:
— Infatti lì in fondo c'è una striscia d'azzurro.
Brulati, ch'era invece di pessimo umore, si voltò per contraddire.
— Ma che azzurro?... Anzi quei monti eran chiari e ora son coperti.... Pioverà senza dubbio, e, se stesse in me, farei fare un dietro front all'automobile e filerei per Roma.... Non è giornata, no, da dipingere.
— Credo che Brulati non abbia torto, — disse la signora Clara, ma i due giovani le diedero sulla voce. Tornare indietro? Ora che s'era quasi arrivati? Per la paura d'un po' di pioggia? Come se in ogni caso non fosse meglio giungere in un paese ove sarebbe stato facile di mettersi al riparo!
La Mariannina se la prendeva particolarmente col pittore. Non si vergognava d'esser così pusillanime?
Giorgio dichiarò che, in quanto a lui, piuttosto che rinunziare a veder Mentana, ormai che s'era a pochi chilometri, avrebbe finito il viaggio a piedi.
— Bravo! — esclamò la Mariannina. — Vengo anch'io.
— Vuoi? — chiese Giorgio fissandola negli occhi.
— Siete matti? — interruppe la signora Clara.
La Mariannina fece una spallucciata.
— Cara zia, tu hai bisogno di esser catechizzata da miss May.
— Miss May non ha da catechizzarmi niente affatto, — ribattè la signora Clara. — Ella è padrona di regolarsi secondo i suoi usi americani. Noi seguiamo gli usi europei.
Queste cose la signora Clara le disse senza scomporsi, senz'alzar la voce d'un punto, ma con un'intonazione che contrastava con la sua apparenza di persona esile, malaticcia, remissiva.
Nè la Mariannina si ribellò, benchè fremesse in cuor suo e trovasse inesplicabile la soggezione che, in certi momenti, la zia le inspirava.
— Manca molto a questa benedetta Mentana? — chiese la signora Clara a Giovanni.
— Se mi lascia dar un po' più di forza alla macchina, ci siamo in cinque o sei minuti.
— Sia pure.... con giudizio però.
— Non dubiti.
L'automobile accelerò la sua corsa; gli squilli della cornetta di allarme echeggiavano quasi ininterrotti lungo la via solitaria.
La zia Clara aveva chiuso gli occhi e arrovesciata la testa sulla spalliera del sedile. I due giovani invece, col busto proteso innanzi, aspiravano voluttuosamente l'aria frizzante che batteva loro sul viso.
— Auff! — disse la Mariannina alzando il velo che le si appiccicava alle tempie e alle gote. — Così mi piace.... Tagliare il vento, divorar lo spazio.... esser padroni della strada....
— Io così farei il giro del mondo, — dichiarò Giorgio a voce bassa.
— È lunghetto.
— In buona compagnia mi parrebbe breve, — soggiunse il professorino parlando quasi nell'orecchio della cugina.
Ella riprese il suo tuono ironico.
— La buona compagnia sarei io, s'intende....
— Sfido!
— Un ratto in automobile.... Non mancano gli esempi. Sta a vedere se lo chauffeur sarebbe disposto....
— Ah, senza chauffeur.... diamine!
— Allora guiderei io.... perchè tu non sai nemmeno tenere il manubrio.... questo si capisce a volo.
— Pur troppo, — confessò Giorgio, mortificato.
— In questo caso.... perchè anch'io guido come posso.... si farebbe una gran frittata....
— Sarebbe una bella morte.
— Grazie.... Per te.... Ma ci sarei anch'io.
— Ecco Mentana, — annunziò Brulati. E additò un gruppo di case. — Quello più alto è il castello Borghese.... Lo chiamano castello tanto per dire, ma in fondo non è che un vecchio palazzone diroccato.... assai pittoresco.... specie quando c'è il sole.... Oggi pur troppo....
— E la battaglia, — domandò ansioso Giorgio Moncalvo, — dove la si è combattuta?
Brulati, benchè romano, ne sapeva pochino....
— Qui intorno.... Credo che Garibaldi, coi suoi, fosse dentro Mentana, in marcia per Tivoli.... I papalini avevano occupato i poggi, le ville.... Ero un ragazzo allora.... Più avanti c'è un'ara ai caduti.... e stanno costruendo un museo per collocarvi le reliquie della giornata....
E poichè Giorgio insisteva nelle sue domande:
— Oh, — disse la Mariannina, — è storia di quarant'anni fa. Ci vuol altro a ricordarsi!
La zia Clara si scosse e protestò energicamente.
— E storia di ieri, è storia nostra, e bisogna ricordarsene.... Anch'io, come Brulati, ero poco più d'una fanciulla in quel tempo, e pur rammento quanto se ne discorreva.... A casa nostra biasimavano i giovani che avevano risposto all'appello di Garibaldi e io scandalizzai i nonni dichiarando che se fossi stata un uomo sarei corsa subito ad arruolarmi....
— Ma! — disse Giorgio con un sospiro. — Io invidio sempre quelli che son nati mezzo secolo prima di me.... Avevano almeno la possibilità di morire da eroi.
— Bah! — fece la Mariannina con una smorfia. — Come se bastasse morire in battaglia per essere eroi.... Una palla può buscarsela anche uno che scappa.
Erano giunti al limite del paese, e Brulati suggerì di fermarsi e di scendere. Se si doveva tornar indietro per la medesima strada era meglio voltar l'automobile addirittura. Quelli che volevano vedere il monumento ai caduti potevano recarvisi a piedi.... Non erano che pochi passi, fino a quella specie di piazzetta che c'è a metà della via III Novembre.... Egli il monumento lo sapeva a memoria e preferiva d'andar verso il castello a riconoscere i luoghi, per fissar il punto più adatto per fare uno schizzo.... se non oggi, un altro giorno.
— Io intanto vado con Brulati, — annunziò la Mariannina saltando giù dall'automobile. — Poi egli mi accompagnerà fino al monumento, ove la zia Clara e Giorgio possono precederci.... Caro Brulati, se pur il monumento lo sa a memoria, niente impedisce che lo veda una volta di più.
Lusingato dall'idea di far da cavaliere all'affascinante ragazza, il pittore s'inchinò profondamente.
— Lei comandi e io ubbidisco.
— Va bene, — disse la signora Clara prendendo il braccio del nipote. — Ci raggiungerete.... È di qua?
— Sissignore, questa è la via III Novembre, — rispose un cicerone del paese, che, non invitato, s'era messo al fianco dei forestieri.
— Li lasci soli? — chiese Giorgio. E seguiva con l'occhio i due che s'allontanavano.
La zia non potè trattenersi dal ridere.
— Che scrupoli!.... Pur dianzi avresti voluto far solo con la Mariannina il giro del mondo.... Parlavi piano, ma ho buoni orecchi.
Giorgio arrossì, balbettò qualche frase sconnessa.
— Oh, non ti confondere.... Non ho paura che tu scaldi la testa a tua cugina.... Non c'è nessuno che gliela possa scaldare.... Vedi se ho da darmi pensiero perchè la ho lasciata a tu per tu con Brulati che ha cinquantacinqu'anni e non è compromettente.... In ogni caso, è più in pericolo lui.... Ma se non sa difendersi, tanto peggio.... Egli m'interessa fino a un certo punto.... Tu, tu mi stai a cuore e non vorrei che tu avessi a perdere la tua pace.... Se dovess'esser così, sarebbe stato mille volte meglio che tu fossi rimasto in Germania.
Erano all'incirca i discorsi che Giorgio Moncalvo aveva uditi da suo padre e di cui gli era forza riconoscere la piena ragionevolezza.
Tanto per dir qualche cosa alla zia, egli negò d'esser innamorato della Mariannina. Gli piaceva, questo sì, e quando l'era vicino subiva il fascino ch'ella esercitava su tutti, ma aveva ancora abbastanza sale in zucca da capire che non era pane per i suoi denti....
Poco persuasa, la zia Clara tentennava la testa.
— Non la cercare, dunque.... È pericolosa, te lo assicuro io.
— Anche tu, come il babbo, sei ostile alla Mariannina, — notò Giorgio con amarezza.
La signora Clara, s'impazientì.
— Io?... Io le voglio un bene dell'anima.... Me la son vista crescere sotto gli occhi, sento che la casa mi parrà deserta quand'ella ne sarà uscita.... Ma la conosco con le sue qualità e coi suoi difetti.... Farà molto, molto soffrire.... E non è responsabile.... Sa di trionfare con la sua bellezza, con la sua grazia, con le stesse bizzarrie del suo carattere; sa che gli uomini vanno in estasi per un suo sguardo, per un suo sorriso, e dispensa sguardi e sorrisi credendo di far dei felici.... Che colpa ne ha lei se la felicità d'oggi diventa sventura domani?.... Che colpa ha la fiamma se brucia?... Fuggila, fuggila.
— Non dovrei dunque venir mai, mai più da te, dallo zio?... Ci vengo così poco....
— Se non puoi armarti d'indifferenza, non ci venire.... Ma bada.... La guida ci fa un segno.
Per un lieve declivio giunsero allo spazio dove sorgeva, cinta da una cancellata di ferro, l'ara ai morti di Mentana. Vi si leggeva scolpita la bella epigrafe del Guerrazzi: «La bocca di questo sepolcro manda ai viventi una voce che dice: deh! siate men vili, e fate, deh fate che per la patria e la libertà non siamo morti invano».
La custode arrivò con le chiavi, aperse la cancellata, aperse una porticina che metteva nell'interno del monumento, accese una candela sopra una mensola. Nel centro di quella cella quadrata, dalle pareti scure e massiccie, un sarcofago di marmo conteneva, visibili attraverso il coperchio di cristallo, ossa e teschi dei caduti nella giornata del 3 novembre. Sulla mensola, vicino al lume, era una coppa piena di carte da visita. Silenziosamente Giorgio vi depose la sua.
— Poveri giovani! — sospirò la signora Clara.
— No, zia, non li compiangere, — protestò Giorgio. — Sono morti per una grande causa.
— Ci può esser in ogni tempo qualche grande causa per cui combattere, e, se occorre, morire.
La custode credette doveroso di mettere una parola.
— Io c'ero.
Zia e nipote si voltarono. In fatti la donna, che aveva l'aria di non aspettar più il mezzo secolo, poteva esserci stata.
— Ero una bimba, — ella soggiunse.
— E che cos'ha visto? Ha visto Garibaldi? — le chiesero.
— Ah, no.... Sono rimasta tutto il giorno nascosta in cantina.
Proprio nel momento in cui questo testimonio oculare dava così preziose informazioni sulla battaglia, la Mariannina e Brulati s'affacciavano alla porta.
— Siamo qui, — disse la Mariannina. — Per oggi bisogna rinunciar a dipingere. Comincia a cader qualche goccia di pioggia.
— Lo prevedevo io! — esclamò la signora Clara. — Era meglio accettare il consiglio di Brulati.
— Brulati dà sempre buoni consigli, — affermò il pittore con comica solennità.
Giorgio invitò la cugina ad entrare nel monumento, ma ella accennò col dito che non entrava.
— Perchè?
— Ho inteso da Brulati che ci son degli orrori lì dentro. No, no. È inutile. Non ho simpatia per gli ossari. Su, Brulati. Andiamo a goderci la bella vista. Ha detto lei che di quassù c'è una vista magnifica.
— Col cielo sereno, però.
— In ogni modo io vado, — riprese la ragazza. — Chi vuole mi segua.
Brulati le tenne dietro come un cagnolino.
La custode dava altre spiegazioni, mostrava un cranio forato da una palla.
— Che pietà! — sussurrò la signora Clara giungendo le mani. E ricordò la frase tristamente celebre: Les Chassepots ont fait merveille.
— Chi sa poi s'era un garibaldino o un francese? — obbiettò Giorgio guardando verso la porta.
— È lo stesso, — rispose la zia. — Forse aveva vent'anni; aveva una madre che lo aspettava.... Tu sei sulle spine.... Usciamo pure.... Dove sono quei due?
— Qui, a un passo, — disse la custode.
Dal ciglio del poggio si dominava la Sabina. Brulati enumerava i paesi.
— Ecco, a sinistra Fara Sabina, Montelibretti, Morigoni, Palombara; a destra Sant'Angelo, Monte Celio, Tivoli nascosto dietro quegli ulivi.
— Se non sa dire più di così.... — principiò la Mariannina. E s'interruppe per rivolgersi alla zia e a Giorgio che sopraggiungevano.
— Tutta la scienza di Brulati consiste a sciorinare una quantità di nomi.... Allora tant'è prendere il Baedeker.... Quando gli si domanda dov'erano i papalini, dov'erano i francesi, che strada hanno tenuto per piombare addosso a Garibaldi, resta a bocca aperta.
— Se ho confessato prima che non conosco i particolari della battaglia!
— Io c'ero, — ripetè la custode intascando la mancia datale da Giorgio Moncalvo.
— Brava! Racconti.
Giorgio scoppiò in una risata.
— Oh sì.... Ha passato la giornata nascosta in cantina.... Non ha visto nulla.
— Sentivo le fucilate.
— Gli ossari mi fanno ribrezzo, — disse la Mariannina. — Ma una battaglia la vedrei volentieri. E scommetto che non avrei paura, che m'inebbrierei del fumo, della polvere, del frastuono....
— Piove davvero, — osservò la signora Clara. — Che si fa, figliuoli?
Dopo aver agitato i varii partiti, e visto che a Mentana non c'era una trattoria possibile, conclusero che il meno peggio era di risalir subito in automobile e di andare a far colazione a Sant'Agnese. Anche senz'affrettarsi troppo, ci potevano arrivare in poco più di mezz'ora.
Quando si misero in cammino la pioggia affittiva e l'ombrello aperto dalla signora Clara non riparava nè lei nè gli altri, ond'ella si decise di chiuderlo e tirò su lo sciallo fin sulla faccia. Il cattivo tempo influiva sull'umore di tutti; Brulati brontolava collo chauffeur; lo chauffeur se la prendeva con la strada tortuosa e ineguale; Giorgio meditava sulle gravi parole della zia; la Mariannina, non avvezza a tollerare serenamente le contrarietà, aveva tanto di muso. La infastidiva anche il contegno del cugino, che, senza dubbio, era stato catechizzato dalla zia Clara e non pareva più quello di prima.
— Bah! — ella pensò. — Pur ch'io voglia....
E sotto la coperta che avevano stesa sulle gambe e che, bene o male, li difendeva dall'acqua fece una manovra simile a quella che il professore aveva fatto prima; avanzò cioè pian pianino la mano fino a toccar quella di lui. Ma appena l'ebbe toccata ritirò bruscamente la sua come per fuggire il contatto. Giorgio s'imporporò in viso; una fiamma guizzò ne' suoi occhi.
La Mariannina non si mosse, ma l'espressione della sua fisonomia si raddolcì alquanto.
— Mariannina! — disse Giorgio quasi involontariamente. E non potè continuare perchè l'automobile si fermò di colpo e per poco non sbalzò fuori quelli che vi si trovavano. Era scoppiata una gomma.
— Ne ho una di ricambio, — avvertì Giovanni ch'era saltato giù per il primo. — Ma ci vuol tempo.
— Quanto?
— Un'ora.... tre quarti d'ora....
— Benone. Bel lavoro avete fatto! — borbottò stizzita la Mariannina.
— Son casi che nascono.... La strada è piena di sassi.
— Cari miei, — dichiarò la signora Clara che Giorgio aveva aiutata a scendere, — il peggio è di star qui fermi sotto la pioggia.... Camminiamo.... In qualche posto si arriverà.
— Si dev'esser vicini a Ponte Nomentano, — disse Brulati. — Lì c'è un'osteria, e ci metteremo al coperto.
— Intanto, — ripigliò la signora Clara, — io ho necessità assoluta di sgranchirmi le gambe.... Giorgio mi farà ombrello.... Prendilo, via, l'ombrello.... Nell'automobile devono essercene due.... Uno servirà per Brulati e la Mariannina.... Coraggio, e avanti!
Gli ordini della zia erano così precisi e perentorii che Giorgio non osò disubbidire.
— E voi, Giovanni, — ripigliò la signora Clara, — se vi spicciate, raggiungeteci, dando un'occhiata all'osteria di Ponte Nomentano pel caso che ci fossimo fermati là. Se no, saremo a Sant'Agnese.
S'avviarono, sgambettando nel fango. La pioggia seguitava a cadere lenta, fine, minuta. Il cielo era tutto grigio; a fatica si distinguevano i contorni dei monti lontani.
La Mariannina, tirato su il cappuccio, dichiarò che non voleva saperne nè del braccio, nè dell'ombrello di Brulati. Volteggiava di qua e di là, presta, leggera, segnando appena nella mota l'orma del piccolo piedino elegantemente calzato. Di sotto il cappuccio le lampeggiavano gli occhi ch'ella posava ora su Giorgio, ora su Brulati, con un'espressione tra provocante ed ironica.
A Ponte Nomentano si fermarono solo qualche minuto per parlamentare con l'oste. Ma a dispetto dei cartelli che portavano scritto: Vini di Frascati — Buona cucina — Sala superiore, — l'oste confessò che, tranne il vino, non c'era nulla di pronto; nemmeno la sala superiore, in ristauro da una settimana. Al pianterreno invece tre o quattro barocciai semiubbriachi trincavano allegramente cantando certe loro canzonaccie.
La stessa signora Clara, benchè fosse stanca, espresse il desiderio che si tirasse innanzi fino a Sant'Agnese.
— Ormai siamo in ballo, — ella disse. — A Sant'Agnese riposeremo.... E poi, se Dio vuole, prenderemo una carrozza o il tram, e torneremo a casa.... Sarà una gita da ricordarsene per un pezzo.
— Se davano retta a me, — borbottò Brulati, — a quest'ora saremmo a Roma.
— Invece di dir cose inutili, — replicò la Mariannina, — lei dovrebbe affrettare il passo e precederci a Sant'Agnese per ordinar la colazione.
— Non mi comprometto.... Se viene anche lei per assistermi coi suoi consigli....
La ragazza accennò negativamente col capo.
— Non vengo. È troppo brontolone.
La signora Clara osservò che Sant'Agnese non doveva esser lontana e ch'era meglio arrivarci tutti insieme.
— Già farete colazione voi altri.... In quanto a me, non ho fame, e mi basterà bevere una tazza di tè caldo.
Camminarono in silenzio per un buon quarto d'ora. In prossimità di Sant'Agnese furono raggiunti da una vettura di rimessa, chiusa, a un cavallo, guidata da un cocchiere vestito di nero, col cappello a staio.
Un giovinotto elegante che si trovava nella carrozza sporse la testa dal finestrino, ravvisò le signore e Brulati e ordinò al cocchiere di fermarsi.
— Oh, signora Moncalvo, come mai qui, a piedi con questo tempo?
— Tò, Cherasco! — esclamarono la Mariannina e la signora Clara.
Era quel segretario del Ministero degl'interni che veniva qualche volta la sera da loro e che anche Giorgio aveva visto.
Dopo che la Mariannina ebbe spiegato l'accidente automobilistico che aveva costretto lei, sua zia e i suoi compagni alla non gradevole passeggiata, il cavaliere Cherasco (era cavaliere, che già s'intende) scese con gran premura dal legno e dichiarò che se le due signore andavano a Roma egli sarebbe ben lieto di accompagnarle dove volevano.... Era dispiacente di non poter offrire un posto anche ai loro due cavalieri, ma proprio non c'era modo di accomodarli.... Per non gravare troppo il bilancio, un Ministro di S. M. il Re d'Italia non aveva diritto che a un miserabile fiacre.... Perchè quello era il fiacre di S. E., per conto di cui egli, Cherasco, aveva dovuto far un'ispezione.... Ma Sua Eccellenza sarebbe stato lietissimo d'apprendere che il suo legno aveva servito a togliere d'impiccio due dame gentili.
Le dame gentili si guardarono.
— In verità, — disse la signora Clara, — ch'io quasi quasi approfitterei.... se mia nipote non avesse troppa fretta di far colazione....
— Fretta? — interruppe la Mariannina, ch'era sempre avida di novità e si divertiva un mondo a veder l'aria disgustata di suo cugino Giorgio e del pittore Brulati. — Non ne ho punta. Mezz'ora fa avevo fame. Adesso non ne ho più.... E in ogni modo, son sicura che a casa troverò da mangiare meglio che a Sant'Agnese.... Dunque, Cherasco, la prendiamo in parola.
— Naturale!... È quello che voglio.
Il segretario, raggiante, si profondeva in ringraziamenti pel grande onore che gli si faceva.
La signora Clara ebbe uno scrupolo di coscienza.
Ma lei, poi, come ci sta?
— Io?... Perfettamente.... Non ho che da abbassare questo sedile.... da una persona.
E Cherasco sottolineò la frase per far capire una seconda volta che non c'era posto per altri.
— Mòntino; signore, mòntino.
— Voi ci scuserete, — disse la signora Clara tendendo la mano ai due uomini ch'eran lì mogi mogi. — È stata una gita disgraziata.... Ma ne faremo una col bel tempo.
— Arrivederci, Giorgio. Arrivederci, Brulati, — soggiunse la Mariannina. — Mi dispiace proprio, ma non posso lasciar sola la zia.... M'immagino che dopo colazione tornerete a Roma col tram.... Se venite al palazzo Gandi, prenderete il tè con noi.
Lo sportello della carrozza si chiuse. Il cocchiere frustò il cavallo che partì al trotto.
Brulati gettò via dispettosamente un mozzicone di sigaro e posò sulla spalla di Giorgio Moncalvo la mano che aveva libera dall'ombrello.
— Lei non conosce ancora sua cugina come la conosco io. Di questi tiri ne fa continuamente, e bisogna prenderla com'è. Mi meraviglio piuttosto della signora Clara....
Giorgio pensò che sua zia aveva colto con entusiasmo l'occasione di separarlo dalla Mariannina, e questo pensiero l'irritò. Perchè tanto zelo? O che quella benedetta donna lo credeva un bimbo che non sapesse difendersi da sè?
— Non istaremo mica qui a infracidire, — ripigliò il pittore, visto che il suo compagno di sventura non si moveva. — In dieci minuti saremo a Sant'Agnese e ci si potrà rasciugare e ristorare.... Vuol ripararsi sotto il mio ombrello?
— Grazie, — rispose Giorgio. — La pioggia non mi disturba.... E ormai non mi par che valga la pena di fermarsi a Sant'Agnese.... Almeno io non mi fermo.... Approfitterò del tram.
— Padronissimo, — replicò Brulati avviandosi con passo affrettato. — Io non intendo far la fine del conte Ugolino, e infilo la porta della prima bettola che trovo.
VI. Fra marito e moglie.
I coniugi Moncalvo, che avevano finito di far colazione ma non s'erano ancora alzati da tavola, discorrevano animatamente fra loro. Erano rimasti soli; monsignor de Luchi, loro commensale quella mattina, era appena uscito; i camerieri avevano avuto l'ordine di non entrare finchè non fossero chiamati.
— E tu non sapevi nulla? La Mariannina non t'aveva detto nulla? — chiese il commendatore.
— La Mariannina non se ne sarà nemmeno accorta, — rispose la signora Rachele. — Sarà stata tanto lontana dall'immaginarsi....
— In quanto a me, penso che sian fantasie di monsignore.
— Come? Monsignor de Luchi è intimo degli Oroboni, e non è uomo da parlare a caso. Del resto, qual maraviglia se la nostra figliuola ha fatto impressione in un giovine dell'alta aristocrazia romana?
— Io non mi stupisco dell'impressione, — replicò Gabrio Moncalvo. — Mi stupisco che monsignore la giudichi tale da poterci architettar su un matrimonio.... In quella famiglia! Con quelle abitudini! Con quei pregiudizi!
La signora Rachele pareva assorta in una visione sublime. Non era un sogno? Sua figlia, la sua Mariannina, aveva la possibilità di diventare principessa Oroboni?
— Suonerebbe bene, non è vero, Gabrio, questo nome di Mariannina Oroboni? E che trionfo sarebbe!
Il commendatore cercò di calmare gli entusiasmi della consorte.
— Un trionfo che costerebbe caro. Intanto bisognerebbe tirar fuori un milione per comprare la roba degli Oroboni; poi il palazzo di Roma bisognerebbe assegnarlo come parte di dote alla Mariannina, e in fine sarebbe necessario arrotondare questa dote con parecchie altre centinaia di migliaia di lire perchè gli sposi potessero campare alla meno peggio.
— Non eri già disposto a dare alla nostra figlia, alla nostra unica figlia, un milione di dote?
— Ho detto una volta che per collocarla bene non baderei a sacrifizi, e che sarei arrivato volentieri fino al milione; ma non è provato che non si possa trovarle un partito degno di lei per la metà della somma.
La signora Rachele protestò con tutte le sue forze.
— Che lesinerie son queste? Credi che la Mariannina non sappia di poter fare assegnamento sopra un milione? E che partito migliore potresti trovare?
— Eh, via, una gran nobiltà, un gran nome; ma pel rimanente?... Lasciamo stare ch'è mia famiglia in rovina; ma quel don Cesarino che tipo è?... Un giovane che par decrepito, ch'è sempre vissuto sotto una campana; un fossile che non capisce nulla del mondo moderno.
— Parli dei pregiudizi degli altri! — esclamò, scandalizzata, donna Rachele. — E i tuoi?... Quella gente vede il mondo in una maniera che non è la nostra.... Ma sei sicuro che non lo veda meglio?... Libertà, libertà!... Le belle imprese che si compiono in nome della libertà!... Scioperi, dimostrazioni, rivolte.... Non manca altro che un giorno vengano a svaligiarci la casa.
— Anzi verranno, — disse il commendatore ch'era uno spirito filosofico; — ma quando pure abbian portato via tutto quello che c'è, non resteremo sulla paglia.... E passata la burrasca torneremo in auge come prima.... Invece, se gli Oroboni e i loro simili avessero continuato a tenere il mestolo in mano, saremmo tutti e due nel Ghetto di Ferrara, io a vendere vestiti usati, tu a spennacchiar le oche.
Quest'allusione allo stato sociale degli avi spiacque alla signora Rachele che si rodeva di non essere una Montmorency, ed ella ribattè dispettosamente:
— In quanto a questo, è quasi un secolo che i miei sono usciti dal Ghetto.
Moncalvo si fregò le mani.
— Merito dei liberali, cara mia. Merito della Rivoluzione francese e del primo Regno d'Italia.
— Io non nego i meriti di nessuno, — replicò la moglie. — Ma è certo che oramai gli Oroboni, anche se governassero loro, non avrebbero più le idee di una volta.... E la miglior prova è che abbiano gettato l'occhio sulla nostra figliuola.
Il commendatore tentennò la testa.
— Non dimenticherai mica la clausola della conversione.
— Sfido io! O che ti formalizzi? Come se a quella, presto o tardi, non ci si dovesse venire!
— Adagio, adagio! — disse il prudente marito, facendo con le mani il gesto di chi vuol fermar qualcheduno. — Che su questo punto si debba transigere per la Mariannina, lo ammetto.... Se il battesimo è per lei condizione sine qua non di un gran matrimonio, lasciamo pure che si battezzi.... Ma altro è la Mariannina, altro siam noi.
La signora Rachele storse la bocca con una smorfia di persona disgustata.
— È la prima volta che ti vedo così attaccato alla tua religione.
Gabrio Moncalvo sorrise con aria di compatimento.
— Io non sono attaccato nè alla mia, nè a quella degli altri, ma appunto per questo non sento neppur bisogno di convertirmi.
— Io invece quel bisogno lo sento, — esclamò con impeto la signora Rachele. — Sento che porterei nella nuova fede tutto l'ardore della neofita.
— Anche questo è possibile, — dichiarò placidamente Moncalvo. — E sarebbe una bella seccatura in famiglia.... Ma persuaditi pure che, quale pur fosse il tuo zelo, esso non basterebbe a far dimenticar le tue origini.... Tu ed io, nonostante il gran lavacro, saremmo sempre considerati quelli di prima.
La signora Rachele faceva dei segni negativi col capo.
— Padronissima di negare.... Io ti ripeto che la nostra posizione sociale non muterebbe d'una linea, nemmeno presso gli Oroboni.... nell'ipotesi che quel don Cesarino diventasse nostro genero.... Sì, sì, se credi che l'aver per genero un principe ti darebbe diritto di cittadinanza nella loro società, t'inganni a partito.... Ebrei o cattolici, liberali o codini, noi seguiteremmo ad esser per loro d'una razza inferiore.... accarezzati forse nei giorni in cui si deve ricorrere alla nostra borsa, invitati ai loro ricevimenti ufficiali, ma guardati sempre d'alto in basso.... Ecco quello che guadagneremmo dall'aver nostra figlia principessa.
— E se fosse così (ch'io non lo credo), — domandò inquieta la signora Rachele, — vorresti mettere ostacoli alla felicità della Mariannina?
— È un'altra faccenda, — disse il banchiere. — Nostra figlia è ambiziosa, e noi dobbiamo pensar sopra tutto a lei.... La felicità molte ragazze la troverebbero in un matrimonio diverso da questo.... ed ella stessa qualche anno addietro.... chi sa?... Basta, acqua passata non macina più.... Oggi la Mariannina ha grandi idee, e son persuaso che ella sogni un blasone ed un titolo e che per diventar principessa ella sia disposta a rinunciare, oltre che alla cosidetta fede degli avi, anche a parecchie di quelle soddisfazioni che sono ricercate dalle nature romantiche e sentimentali.... Io terrò nel debito conto i suoi desiderii.... Ma finora son tutti castelli in aria, e la prudenza non è mai troppa....
Di ciò la signora Rachele convenne, non senza osservare tuttavia che di positivo c'era una cosa: la nuova visita che si doveva fare al giardino degli Oroboni, col pieno consenso di don Cesarino e della principessa madre e con la probabilità d'incontrarsi con loro.
— Già, — replicò il commendatore, — voglion vedere la merce.... Tanto più è necessario di evitare le chiacchiere intempestive.... anche con la Mariannina.... Non c'è nulla di concreto.... Tutto è allo stato di nebulosa.... E io devo camminare coi piedi di piombo.... Non dimentichiamoci che quando scoppierà questa bomba.... dato che scoppi.... avremo contro di noi mezzo mondo, principiando da Giacomo e dalla Clara.
— Spero bene che non darai retta a loro, — proruppe con stizza la signora Rachele. — La Clara è un'eccellente creatura, piena di buon senso, ma è uno spirito terre à terre, ch'era nata per esser moglie di un impiegato a tremila lire l'anno. E in quanto a tuo fratello, sarà un brav'uomo, tutti lo affermano, ma è anche lui un essere antidiluviano che non capisce i tempi.... E in fondo egli non ti perdona d'esser riuscito a far quattrini.
— Oh!... a lui i quattrini non fanno gola.
— Lo so.... E non credo che ce li invidii.... Ma ce li rinfaccia.
— Sin da fanciullo, — disse il banchiere rievocando i vecchi tempi, — viveva di nulla. S'isolava dalla famiglia dedita ai suoi piccoli traffici, si seppelliva fra i libri.... E alla scuola era sempre il primo.... mentre io passavo a scapaccioni.
La signora Rachele, ch'era orgogliosa dei milioni accumulati da suo marito, scrollò le spalle in atto sprezzante.
— Ecco quello che valgono i trionfi delle scuole.... In verità, nessuno vi crederebbe fratelli.
— Mah! Fenomeni che si ripetono spesso.
Dopo un momento di silenzio la signora Rachele riprese:
— A proposito, io ti confesso che non vedo di buon occhio l'intimità di tuo nipote Giorgio con la Mariannina.
— Giorgio viene da noi così di raro!
— Sì, ma quando viene si prende troppa confidenza.
— Non è lui che se la prende.... È la Mariannina che gliela dà.
— La Mariannina è fatta così. In fondo è un Lucifero, ma del sussiego non ha mai voluto averne, nè è ragazza da tollerar osservazioni.... Sta però tranquillo che quando occorre sa tirar fuori le unghie.... Giorgio stesso dovrebbe capire che le cose sono mutate.
— Quel Giorgio, — riprese il commendatore, e c'era nel suo accento il rimpianto d'un bel sogno svanito, — sette anni fa s'è lasciato scappar la fortuna.... Se andava a Kartum a quest'ora avrebbe messo da parte un bel gruzzolo.
— Meglio così, — interruppe la moglie. — Allora tu coltivavi l'idea di un'unione fra i due cugini.
— Non sarebbe stata un'enorme disgrazia, — notò Gabrio Moncalvo. — In mancanza di figli maschi, non è male aver un genero che si occupi dei nostri affari. Se la Mariannina sposa don Cesarino Oroboni, non sarà certo lui quello che mi aiuterà a condur la mia azienda.
— Tuo nipote non ha maggiori attitudini pel commercio di quelle che avrà don Cesarino, — replicò la signora Rachele.
— Chi sa se non le avrebbe avute? — soggiunse il marito. — È un giovine d'ingegno.
— Sì, sì, sul genere di suo padre.... È di quelli che restano spiantati tutta la vita.
— Non s'indebitano almeno come gli Oroboni.... Non si rovinano....
La signora Rachele perdette la pazienza.
— Pare impossibile che un uomo intelligente non veda l'abisso che c'è tra la vecchia nobiltà e noi.... Loro possono indebitarsi fino agli occhi, possono rovinarsi senza scapitar nella riputazione e senza perdere il loro posto nella società. Conservano il loro nome, il loro passato, le loro aderenze.... Noi no; noi siamo ricchi o non siamo nulla. E non vai proprio la pena di cercar di fondare delle dinastie.... Il giorno in cui i Rothschild piombassero nella miseria, nessuno si ricorderebbe di loro.... O che ti lagni di non aver maschi?... Forse si mangerebbero quello che tu hai guadagnato. Tu quando sei stanco puoi ritirarti, e se la Mariannina diventa una principessa romana, ella, ch'è l'unica erede del tuo patrimonio, rimetterà in piedi una famiglia decaduta.... Sarà meglio, spero, ch'esser la moglie d'un professorino che potrebbe appena pagare il sarto col suo stipendio e per il resto dovrebbe far la parte di mantenuto.
Il commendatore, che durante lo sproloquio della sua consorte aveva avuto il tempo di arrotondare e accendere una sigaretta, replicò un po' seccato:
— Il professorino è fuori di combattimento.... Ormai nè tu nè io lo accetteremmo per genero, nè la Mariannina lo accetterebbe per marito. E tu sei la prima a esser persuasa che s'egli pensasse a una cosa simile (che non lo credo) la Mariannina gliene farebbe perder la voglia.... Chiudergli la porta in faccia non posso.... sarebbe un'offesa gratuita a lui e a mio fratello.
Gabrio Moncalvo si alzò e si mise a girar per la stanza con la testa bassa e con le mani congiunte dietro la schiena.
L'accenno di sua moglie ai Rothschild lo aveva turbato. La gran casa bancaria, sopra tutto la casa madre di Francoforte, l'onorava della sua benevolenza.... Ora appunto la casa di Francoforte era la più attaccata alla fede mosaica e chi sa che effetto le avrebbe fatto la notizia della conversione dell'unica figliuola del suo corrispondente Gabrio Moncalvo? Tenergliela nascosta era impossibile.... Figuriamoci se tutti i giornali di Roma non ne avrebbero parlato!... D'altra parte l'idea d'imparentarsi con una famiglia principesca romana lusingava la vanità del banchiere più di quanto egli non volesse confessare a se stesso, e distruggeva nel suo spirito le obbiezioni giudiziose che pure egli aveva mosse alla signora Rachele.
Questa, che si teneva sicura della vittoria, stimò inopportuno di insistere.
Si alzò anch'essa di tavola e si affacciò alla finestra.
— Dio, come piove! — ella disse.
Infatuati, prima a discutere con monsignore de Luchi, poi a conversare tra loro, i due coniugi s'erano appena accorti che il tempo era peggiorato.
— Piove fitto davvero, — soggiunse il commendatore, guardando anch'egli di là dai vetri. — L'ho detto alla Mariannina che non era tempo da uscire in automobile.
— S'intende ch'erano andati per dipingere.
— Mi dispiace anche per la Clara che ha sempre la disposizione alle bronchiti.... Se si potesse mandar loro incontro il landau coperto....
— Dove? Andavano a Mentana, ma probabilmente non ci saranno arrivati e si saran dovuti ricoverare in qualche posto.
— E chi sa che strade ci saranno!... Pur che non accadano disgrazie! — disse Moncalvo, avvicinandosi alla moglie.
— Bah! — fece la signora Rachele. — Di Giovanni si può fidarsi.
Ella fissava con occhi cupidi, dall'altra parte di via Nazionale, il muraglione del giardino Oroboni e le cime degli alberi ondeggianti al vento.
— Pur che tu voglia! — ella sussurrò, posando una mano sulla spalla del marito.
Gabrio sorrise.
— Sei ambiziosa.
— Per nostra figlia.
— Non per nostra figlia soltanto, — riprese il banchiere. — Tu vorresti veder principessa la Mariannina, ma vorresti anche un titolo per te, e non ti contenti di quello che sarebbe facile avere.... E pur se ne contentano i Rothschild....
— La baronìa?... No.... Ce ne son troppi di questi baroni della finanza.... È quasi un altro stigma di razza.... Tu devi esigere una corona di conte.
— Cara mia, la Consulta araldica non è più di manica larga come una volta.
— Tu hai vinto difficoltà maggiori di queste, — incalzò la signora Rachele. — Hai sempre vinto.
— Lusingatrice!
Ella seguitò carezzevole:
— Sei partito da principii umili e sei arrivato così in alto.
— La fortuna mi ha aiutato, — disse Moncalvo con vera o finta modestia.
— Ci furono momenti in cui la fortuna stava per isfuggirti e tu hai saputo riafferrarla, — soggiunse la moglie. — E ci furono anche momenti in cui tu dubitavi della tua stella e qualcheduno ti rincorava.
Nell'evocazione di quel tempo passato la bellezza matura, un po' avvizzita, della signora Rachele si rianimava, pareva rifiorire. E intanto la bianca e morbida mano di lei, dalla spalla di Gabrio saliva pian piano fino al mento, lisciava la barba brizzolata.
— Sì, eri tu a rincorarmi, — egli disse. — Fosti una buona, una fedele compagna.
Ella arrossì, sapendo di non meritare tutta intera la lode. Fedele s'era mantenuta effettivamente fino a più di quarantanni; poi, travolta nel turbine del gran mondo, aveva ceduto alle tentazioni.... oh non molto.... quello che bastava per non esser ridicola.... Anch'egli, del resto, aveva fatto le sue scappatelle, sempre per la medesima ragione, per non esser da meno degli altri.... senza mai perdere la testa, senza mai innamorarsi sul serio.... come non s'era innamorata lei, che aveva voluto bene a un uomo solo, al suo Gabrio.... Fors'egli ignorava le sue debolezze.... forse, sospettandole, le perdonava.... al modo stesso ch'ella perdonava quelle di lui....
S'udirono dei passi rapidi nella stanza accanto. L'uscio si spalancò.
— Oh, Mariannina! — esclamarono in coro il commendatore e la signora Rachele. — Curioso ch'eravamo accanto alla finestra e non ci siamo accorti della tua venuta.... Per solito l'automobile fa uno strepito indiavolato.
— Ma che automobile?... Son venuta in fiacre, nel fiacre di Sua Eccellenza il ministro dell'interno.
— Come? Perchè? Che cos'è successo?... E la zia Clara?
— La zia Clara è venuta con me.... È andata nella sua camera.... Ora vi racconterò.... Lasciatemi respirare.... E sopra tutto datemi da mangiare.... Ho una fame!
La ragazza premette il bottone del campanello elettrico.
— Non hai fatto colazione?
— No!
— Insomma, si può sapere che accidente v'è toccato?
— Un accidente semplicissimo.... Non vi sono morti, nè feriti. E scoppiata una gomma dell'automobile.
— E che c'entra il fiacre di Sua Eccellenza?
— Non parlo più fin che non ho mangiato, — dichiarò la Mariannina che s'era seduta a tavola e sgretolava un panino. — Oh, finalmente! — ella disse rivolgendosi al cameriere accorso alla scampanellata. — Che il cuoco mi mandi tutto quello che ha.... subito.... caldo o freddo, non importa.
VII. La principessa Olimpia Oroboni.
Erano quasi le undici di sera. Un fiacre chiuso si fermò davanti alla porticina di servizio del palazzo Oroboni, e ne discese monsignor de Luchi.
Una donna matura, che reggeva una piccola lanterna a olio, venne ad aprire.
— Buona sera, Pulcheria.
— E lei, monsignore?
— Sì, la principessa mi ha mandato a chiamare.
— Appunto, — rispose la Pulcheria, richiudendo la porta e dando il chiavistello, — ed ero qui in portineria ad aspettarlo.... Mio marito dev'esser in casa, nell'ingresso. È di un umore intrattabile.... Se lo catechizzasse un po'?... Non ora.... non ora.... A momento opportuno.
— Cara mia, — replicò monsignore, avviandosi dietro di lei pel sentiero ghiaioso che scricchiolava sotto i suoi piedi, mentre nella notte senza vento gli alberi erano immobili e il silenzio del luogo era rotto soltanto dal chioccolìo monotono d'una fontana, — a catechizzare vostro marito si perderebbe il fiato.... È un uomo che vorrebbe il mondo a suo modo.
— Purtroppo, — sospirò la donna. — Ora s'è fitto in capo che debba succedere una specie di rivoluzione qui dentro, e dichiara che in questo caso se ne va.... Dove poi andrebbe a finire? Qui non riscuotiamo il salario da un pezzo, ma almeno si ha l'alloggio e il vitto.... E all'età di Plinio, coi suoi acciacchi e con le sue idee, non è mica facile trovare....
— Ma che non faccia bestialità, — replicò il sacerdote. — Ma che non s'immischi di quello che non lo riguarda.... È lui che la fa la rivoluzione pretendendo di giudicare i suoi padroni....
— Dunque è vero, monsignore?.... Dunque c'è qualche cosa in aria? — chiese ansiosamente la Pulcheria.
E, voltandosi, alzò il lume quasi fin sotto il naso del prete per leggergli in faccia la risposta.
Monsignore si riparò gli occhi con le mani e rimase impassibile.
— Do anche a voi lo stesso consiglio che a vostro marito. Non v'immischiate di ciò che non vi riguarda.
E per liberarsi dalla seccatura affrettò il passo e soggiunse:
— Vedo chiaro dietro i vetri.... È inutile che v'incomodiate di più... Credo d'aver pratica abbastanza.
Salì in fretta i pochi gradini della scalinata ed entrò.
Meno discorsivo della consorte, il servo Plinio gli venne incontro in silenzio.
— La principessa è nella sua camera?
Plinio accennò di sì.
— C'è lume per le scale?
— C'è il lume acceso davanti all'altarino del pianerottolo.... sulla scala piccola.
— Basterà. Salgo di lì.
Illuminata di sotto in su, la tavola dell'altarino lasciava indovinare una testa di Madonna, curva in atto amoroso sul frutto delle sue viscere. Del bimbo si distinguevano appena i contorni sparenti, come, del resto, spariva gran parte del quadro sotto lo strato di fuliggine, onde il continuo fumicare di quel lume sempre acceso lo aveva lentamente cosparso.
— Ormai nelle chiese hanno introdotto la luce elettrica, — pensò monsignore, ch'era uno spirito moderno.
— Monsignor de Luchi, — annunziò il cameriere picchiando all'uscio di donna Olimpia.
S'intese il fruscìo d'una veste di seta. Una voce femminile rispose:
— Avanti!
La principessa, ch'era in piedi, mostrò a monsignore una sedia; indi, vedendo che Plinio non si decideva ad andarsene:
— Cosa c'è? — chiese bruscamente. — Se avrò bisogno di voi, sonerò.
— Il fuoco è spento, — biascicò Plinio, dando un'occhiata al caminetto.
— Non importa. Non ho freddo. Andate.
Il servo ubbidì.
Col busto proteso innanzi, monsignore attendeva che donna Olimpia parlasse.
— Pregavo, — ella disse, accennando all'inginocchiatoio che sul cuscino di velluto crèmisi portava il segno recente delle ginocchia che lo avevano compresso. — Pregavo, invocavo dal Signore una guida in questo ch'è forse il momento più critico della mia vita.... Il Signore è muto.... Non sono degna.
Si abbandonò sur una poltrona, e dopo una breve pausa riprese:
— Ho chiamato voi..., voi che avete ordito tutta questa trama....
— Era l'unica via che restasse, — mormorò il sacerdote allargando le braccia.
— Già.... A voi sta bene dir così, — seguitò donna Olimpia. — vi ho chiamato a quest'ora perchè si potesse discorrere senza esser disturbati.... Oggi ho parlato con Salvucci, il nostro benemerito agente generale, l'uomo che godeva la nostra piena fiducia e che ci ha mandati in rovina.... Vorreste forse scusarlo? — chiese con accento vibrato la principessa, interpretando a suo modo un movimento di monsignor de Luchi.
— No, no, — rispose costui. — È stato inabile, imprevidente, ma..., siamo giusti.... la situazione era molto difficile.... Bisognava, venti o venticinque anni fa, prima della crisi edilizia, aver il coraggio di vendere il giardino, il palazzo....
— Perchè vi fabbricassero un albergo?
— Sicuro che gli speculatori non hanno scrupoli archeologici.
— Mai, mai, — protestò donna Olimpia. — A ogni modo, s'era necessario di vendere, Salvucci doveva dichiararlo, e cercare un compratore nella nostra casta.... fra i patrizi romani.... Invece egli non ha saputo far altro che debiti.... E oggi non sa far più nemmen quelli.
— E che suggerisce? — domandò monsignore.
— Siete ingenuo, — ribattè la principessa in tuono sarcastico. — Naturalmente suggerisce quello che suggerite voi.... quello che voi gli avete detto di suggerire....
— Non io, principessa.... La forza ineluttabile delle cose.
— Ah, don Paolo, se non ci fosse di mezzo la follia di mio figlio, so io quel che farei.... Io lascerei andar all'asta le nostre terre, la nostra villa di Porto d'Anzio, questo palazzo, tutto insomma; lascerei portar via i mobili, i quadri, e aspetterei che i gendarmi venissero a cacciare anche me dalla mia camera, dalla soffitta forse, dove mi sarei rifugiata.... Meglio, mille volte meglio che accettar le proposte dei vostri Moncalvo.... Ma avete stregato mio figlio, il mio Cesarino, egli che doveva esser più geloso di me della nostra dignità, del nostro nome.... Se l'aveste sentito, oggi!... Sì, dopo di Salvucci, ho voluto udir lui oggi stesso.... ho voluto saper da lui s'egli era disposto a subire in pace la nostra vergogna, s'era disposto a vendersi.... Altro che disposto!... Ci va come a una festa.... don Cesarino, capite? Don Cesarino, che non osava guardare in faccia una donna.... che voleva farsi frate!... Ora muor dietro a quella figliuola di ebrei, di strozzini, con cui non ha mai scambiato una parola, che ha vista soltanto dalla finestra.... o per la strada.... Perchè da vicino non si son mai visti, non è vero?... Non si sono mai trovati insieme? Non mi avete mica ingannata?... Non avete mica fatto in modo che s'incontrassero?...
— Oh, donna Olimpia! — esclamò, con aria offesa, monsignore.
— Ormai non mi fido più di nessuno, — ribattè la principessa, — e di voi meno degli altri.
Slanciato quest'ultimo strale, la vecchia patrizia si tacque, soffocata da un nodo di tosse.
Don Paolo si affrettò a mescerle un bicchier d'acqua, le raccomandò di calmarsi e le chiese:
— Posso parlare?
Senza dir motto, ella fece un segno affermativo col capo.
— Ebbene, principessa, — cominciò il prete con la sua voce piana ed insinuante, — io comprendo lo stato del suo animo e son qui per ricevere le sue battiture.... Ma non le è mai venuto in mente che in questa che lei crede un'opera del demonio....
— Proprio così, — biascicò donna Olimpia.
— .... non le è mai venuto in mente, — proseguì monsignore, — che ci sia invece un disegno alto della Provvidenza?... Permetta.... Io non sono che uno stromento.... Permetta.... Poco più d'un anno fa, quand'era manifesto che la Banca d'Italia era decisa a realizzare il suo credito e si batteva invano a tutte le porte per evitar la catastrofe finanziaria, conoscevo io forse il commendatore Moncalvo?... E quando, andata in fumo ogni speranza di ricco matrimonio, pareva che don Cesarino volesse chiudersi in un convento, sapevo io forse che questa Mariannina esistesse? Ed ecco che, circa in quel tempo, la famiglia arcimilionaria viene a stabilirsi a Roma, viene ad abitare dirimpetto al palazzo Oroboni, ed io, per mezzo del conte Ugolini Ruschi, entro in rapporti col commendatore Gabrio, che mi dà subito cinquemila lire pel nostro Asilo, e mi presenta alle sue signore cortesi, munifiche, sempre disposte a largheggiar coi miei poveri, sempre piene di deferenza pel cattolicismo, per la Chiesa, pel papato....
— E voi le credete sincere? — interruppe la principessa. — Hanno l'eresia nel sangue.
— Sono cresciute nell'indifferentismo, — corresse monsignore, — come molte di queste famiglie israelite dell'Occidente.... Si sono staccate dalla loro religione e non sanno risolversi ad abbracciare la nostra. S'illudono di poter vivere senza religione alcuna.... Ma sono meno impreparate di quello che si pensa ad accoglier la verità della fede....
A un gesto dubitativo della sua interlocutrice, don Paolo si infervorò di più nel discorso.
— Senza questa persuasione intima, profonda, non mi sarebbe balenato in mente il disegno che, con l'aiuto del cielo, spero di condurre ad effetto.... Noti, donna Olimpia, noti le coincidenze che non possono dipendere unicamente dal caso.... Don Cesarino vede questa signorina Moncalvo dalla finestra, la osserva, egli che aveva il ribrezzo della femmina, va di sera alla chetichella nella torretta del giardino per tentar di penetrare con l'occhio nella camera di lei, per tentar di coglierla al passaggio dietro i vetri, dietro le tende; e nello stesso tempo la giovine ha una curiosità acuta di conoscere i segreti di questo recinto, di visitar questo palazzo, d'incontrarsi con quelli che lo abitano e ch'ella scorge appena di lontano in mezzo alle macchie d'alberi....; e intanto di pieno accordo coi genitori s'interessa alle nostre opere pie, partecipa alle nostre beneficenze, viene nei nostri ospizi, ammira la potente organizzazione della carità cattolica, influisce.... badi, donna Olimpia, influisce sul padre per disporlo favorevolmente all'operazione finanziaria che salverà dalla rovina la famiglia Oroboni.
— Oh, don Paolo, don Paolo! — esclamò la principessa. — Non capite.... è naturale, non potete capire — (e in queste parole c'era un'allusione alle umili origini del sacerdote) — quale mortificazione sia per me il sapere che le nostre miserie furono discusse in quella casa, che riceveremo l'elemosina da quella gente....
— Principessa mia, — disse monsignore, — alla fine dei conti gli Oroboni avranno dato più di quello che ricevono. E senta se non ho ragione di trovare in tutto ciò la mano della Provvidenza? Il primo cenno a un possibile matrimonio non l'ho fatto io.... È stata la signora Rachele Moncalvo.... molto timidamente.... come per tentare il terreno.... Io la guardai attonito. «Lo so, — ella disse, — il maggior ostacolo è la religione.... Ma se non fosse che quello! Sarò beata il giorno in cui mia figlia avrà preso il battesimo».
— E voi, — rimbeccò donna Olimpia, — voi avete subito morso all'amo.
— Io, — rispose don Paolo con una certa alterezza, — io avevo letto ormai da più giorni nell'anima di quella borghese arricchita; io non avevo bisogno di mordere all'amo.... Era lei piuttosto ch'entrava spontanea nella via sulla quale io volevo condurla... Sono sacerdote, principessa, e sono da molti anni amico e servo devoto di casa Oroboni.
Donna Olimpia chinò il capo assentendo.
— Come sacerdote, — continuò monsignore, — non posso essere indifferente alla salvezza d'un'anima; come amico e servo di questa famiglia, devo fare per essa tutto quello che dipende da me per restituirle l'antico splendore.
Un sorriso amaro sfiorò le labbra della principessa.
Don Paolo non vi pose mente, e ripigliando il tuono d'umiltà che aveva abbandonato per poco, ripetè la frase pronunciata pur dianzi:
— Io non sono che uno stromento.... Non sono io che ho illuminato il cuore della signora Moncalvo, non sono io che ho predisposto un esperto uomo d'affari come il commendator Gabrio a distrar più d'un milione dalle sue speculazioni proficue per immobilizzarlo in questo palazzo, nella villa in rovina di Porto d'Anzio e nei fondi finora punto rimunerativi d'Albano.... Ma sopra tutto non sono io che ho infiammato il sangue di don Cesarino, che ho svegliato i suoi sensi atrofizzati.... Quante volte ella mi diceva sospirando: «Non è un uomo come gli altri.... È torpido, è frigido.... Non si sposerà. Se si sposasse non avrebbe figliuoli. Povera casa Oroboni!» Questo ella mi diceva dopo abortiti i vari disegni di matrimonio.... Ed ecco che il Signore fa il miracolo per mezzo di questa giovinetta che appartiene alla stirpe dei reprobi.... ecco che tutte le speranze rinascono e che è nuovamente lecito di contare su una lunga discendenza degli Oroboni, in cui, presto forse, ci sarà un difensore della Chiesa, un campione della fede.
— Ah don Paolo, — proruppe la vecchia signora, — è inutile che doriate la pillola.... Dite che non c'è scampo; dite ch'è vano ribellarsi ai voleri del cielo.... e non dite altro.... È meglio.... Zitto!... Non sentite?
— Sì, — rispose monsignore levando gli occhi verso il soffitto. — Qualcheduno cammina qui sopra.
— È la camera di Cesarino. È lui che cammina.
— Sta per scendere forse?
— Non c'è pericolo, — replicò donna Olimpia. — Ma ormai nella notte non ha requie.... Ogni tanto si alza, gira su e giù per la stanza come un animale chiuso nella sua gabbia.... Per causa di colei!... E pensare che tre o quattro secoli fa, se una donna di quella razza avesse coi suoi sortilegi infami sconvolta la mente d'un cristiano, d'uno dei nostri, la Chiesa avrebbe ben saputo liberar coi suoi esorcismi la vittima e arder sul rogo la fattucchiera.... Non ha più armi oggi la Chiesa; non sa più nè redimere, nè punire.
— Si calmi, principessa, — disse don Paolo senza esagerarsi l'importanza di questo ritorno offensivo. — La Chiesa ha sempre lo stesso potere, ma adopera le armi che meglio convengono ai tempi.
— Il matrimonio! — sogghignò donna Olimpia.
— Perchè no?... Il matrimonio può anch'esso servire alla gloria del Signore.... Don Cesarino sposerà una battezzata.... Della conversione rispondo io.
— Una conversione apparente, — ribattè la vecchia Oroboni.
— Una conversione sincera, — rimbeccò il sacerdote. — Ho già cominciato in segreto a istruire la signorina Moncalvo e son sicuro che la scolara mi farà onore.... Il segreto è necessario perchè i Moncalvo hanno molte aderenze nella loro comunità e non desiderano di sollevare uno scandalo intempestivo.... Sarà opportuno che la bomba scoppi tutta in un colpo e che si abbia nello stesso momento la notizia del battesimo e del matrimonio....
— Dio, Dio! In che bivio mi trovo! — disse la principessa attorcigliando nervosamente il fazzoletto alle dita. — Voi siete in buona fede, lo ammetto, voi credete di agire pel nostro meglio.... Ma vi siete troppo compromesso.... Siete ormai troppo interessato nella riuscita di questo disegno.
— Si consulti con altri, — suggerì freddamente monsignor de Luchi. — Ha parenti, ha amici nell'alta aristocrazia romana.... perfino nel Sacro Collegio.
Donna Olimpia fece un gesto sprezzante.
— Nessuno ci ha mai ajutati nè d'uno scudo, nè d'una parola. Nessuno ci ajuterebbe.... Se vivesse Leone XIII, andrei a gettarmi ai suoi piedi, a pregarlo d'illuminare il mio spirito.
— Vada da Pio X... Una Oroboni non può non esser bene accolta da Sua Santità.
— Tutti sono ben accolti dal nuovo Papa, — disse donna Olimpia con un accento da cui traspariva l'orgoglio patrizio. — Ma non m'intenderebbe.... È un Papa d'idee democratiche.... come voi....
Nella stanza superiore si continuava a camminare.
— Sentitelo, sentitelo.... Non si cheta.... Ha la febbre addosso.
— Potrebbe far qualche pazzia, — insinuò monsignore. — Ha venticinqu'anni compiuti.... Potrebbe valersi delle facoltà che gli accorda il Codice.
— Don Paolo! — esclamò la principessa giungendo le mani. — Diventate rivoluzionario anche voi sotto la vostra tonaca di prete?... Nelle nostre case nessuno ancora s'è ribellato all'autorità dei genitori.... E voi credete che si ribellerebbe Cesarino?
— Non credo.... Accenno alla possibilità della cosa.
Donna Olimpia si nascose il viso tra le palme e stette alquanto raccolta. Nella stanza non si udiva volare una mosca. Dal piano di sopra veniva il solito rumore di passi. Silenziosamente monsignor de Luchi si chinò ad abbassare il lume a carcel che filava.
— Con un profondo sospiro la principessa Oroboni riprese: