NELLA LOTTA
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NELLA LOTTA
ROMANZO
DI
ENRICO CASTELNUOVO
SECONDA EDIZIONE
MILANO
FRATELLI TREVES, EDITORI.
1884.
PROPRIETÀ LETTERARIA.
Tip. Fratelli Treves.
NELLA LOTTA
I.
—A rivederci, signora Giulia, a rivederci, Lucilluccia mia—disse il giovine ingegnere Roberto Arconti, stendendo la mano alle due signore Dal Bono, madre e figliuola, ch'entravano in un negozio di mode nella Galleria Vittorio Emanuele a Milano.
La signora Giulia fece una piccola smorfia sentendo il tono di confidenza con cui Roberto salutava la sua ragazza; pure quella smorfia finì in un sorriso, ed ella rispose—Addio, capo scarico,—mentre Lucilla non diceva nulla e si contentava di avvolgere il giovinotto in uno di quegli sguardi, che, a ventidue anni sopratutto, come ne aveva l'Arconti, penetrano fino alle midolle.
Era pur bella, Lucilla. Svelta della persona, con due grandi occhi neri, una bocca e un nasino da statua greca, e dei capelli d'ebano, lucidi, folti, un po' indocili, che facevano risaltare il candore d'una fronte squisitamente modellata.
Era pur bella e sapeva d'esser tale, e molti glielo avevano detto. Ma nessuno era andato più in là. Era opinione comune ch'ella avrebbe finito collo sposar Roberto Arconti, il quale, del resto, era un partito convenientissimo.
Ufficialmente i due giovani non erano ancora fidanzati. Lucilla aveva appena compiuto i sedici anni; Roberto, come sappiamo, ne aveva soltanto ventidue. Egli s'era laureato da pochi mesi al Politecnico e suo padre aveva deciso di mandarlo a fare un viaggio d'istruzione in Francia, in Belgio e in Inghilterra prima di cercargli una posizione. Dopo questo viaggio, sarebbe avvenuta per parte degli Arconti la domanda formale di matrimonio. Intanto Roberto e Lucilla avevano una certa libertà di vedersi e di chiacchierare anche da soli. A quattr'occhi usavano del tu confidenziale; in presenza dei terzi si davano del lei, ma quel caro e simpatico tu faceva di tratto in tratto capolino nella conversazione, salvo a rintanarsi timidamente a uno sguardo severo dei rispettivi babbi. In quanto alle mamme, esse lasciavano correre.
Roberto, lieto d'aver incontrata l'amata fanciulla, tornava a casa col viso giocondo e col passo elastico di chi trova bella la vita. Sì davvero; per lui la vita era sparsa di fiori. Nulla gli era mancato, nulla, tranne la prova della sventura. Quanti baci, quanti sorrisi, quante cure avevano rallegrato, avevano protetto la sua puerizia e la sua infanzia! Adolescente, egli era stato fornito di tutti i mezzi necessari ad acquistare una solida e varia istruzione; nè lo studio gli era riuscito difficile. Immaginoso, pronto d'ingegno, dotato di singolare memoria, era stato sempre fra i primi della scuola e aveva mostrato uguale attitudine per le lettere e per le scienze. Tutti facevano i più lieti pronostici pel suo avvenire; chi conosceva la famiglia diceva: Non sarà da meno di suo padre che ha saputo conquistarsi la stima universale. Nè la natura era stata avara con Roberto di quelle doti esteriori che solo gli spiriti molto ingenui possono spregiare in buona fede. Egli era bello di una virile bellezza; aveva la fisonomia aperta, intelligente, vivace, vestiva con naturale eleganza, ed era peritissimo negli esercizi che si associano volentieri all'eleganza e alla gioventù, come la ginnastica, l'equitazione, la scherma. A coronar questa giovinezza felice era venuto l'amore, l'amore di una tra le fanciulle più leggiadre di Milano, una fanciulla, soggiungevano gli spiriti positivi, che aveva circa duecentomila lire di dote.
Giunto a casa, in via Monte Napoleone, Roberto si fermò un minuto a scherzare col bimbo della portinaia, e quindi fece in quattro salti le scale.
Il servo, che venne ad aprirgli l'uscio, gli disse:—Il padrone la prega di passar subito nel suo studio.
—È già in casa il babbo?—chiese Roberto, facendo una di quelle domande inutili che sono uno dei tanti modi di esprimere la propria sorpresa.
—Sì, signore, da circa mezz'ora.
Il giovine entrò un momento nella sua camera a mutarsi vestito; poi si avviò allo studio di suo padre.
Il cavaliere Mariano Arconti era un uomo sulla cinquantina, i cui lineamenti ricordavano molto quelli del figlio. Appena qualche pelo bianco spuntava nella sua barba e ne' suoi folti capelli castani, tantochè egli avrebbe potuto parer più giovine che non era, se non lo avesse tradito una certa aria di stanchezza diffusa nella fisonomia. E siffatta stanchezza fu avvertita forse per la prima volta da Roberto nel momento in cui, aprendo l'uscio dello studio paterno,—disse—Babbo, mi hai fatto chiamare?
—Sì—rispose il cavaliere Mariano sforzandosi di nascondere la sua agitazione—debbo parlarti di cosa seria.
—Di cosa seria?—esclamò il giovine che cominciava a turbarsi.—C'è qualche disgrazia?
—Roberto—soggiunse il signor Mariano—finora la vita fu tutta rose per te; io speravo che tale sarebbe stata ancora per un pezzo…. ma la Provvidenza dispose altrimenti…. Non impallidire, figliuol mio…. Forse è meglio così…. Guai a chi non si addestra per tempo alla lotta.
—Babbo, io sono forte, ma il tuo esordio mi fa paura…. Vuoi ch'io ti ascolti imperterrito, e tu stesso sei imbarazzato a dirmi precisamente di che si tratta….
—Hai ragione…. Leggi questa lettera…. Or ora ti spiegherò.
E gli porse un foglio aperto il quale conteneva due sole righe. «Egregio signor cavaliere. Siamo dispiacentissimi di non poter accettare la nota operazione. Con la massima stima
/# «per la Compagnia Reale Italiana «di Assicurazioni sulla vita dell'uomo
«IL SEGRETARIO, ecc. ecc.» #/
—Ebbene.—chiese Roberto che non capiva nulla.
—L'operazione che si rifiuta—rispose il signor Mariano—è una sicurtà di 60 mila lire a tuo benefizio, pagabile alla mia morte.
—Oh babbo!—esclamò Roberto, che amava sinceramente suo padre.—Che idee son queste? La tua morte!… Ma non voglio nemmeno sentirne a parlare…. Ho piacere anzi che non si sia accettata la sicurtà….
—Povero ragazzo,—disse il cavaliere sorridendo tristamente.—L'affetto toglie al tuo spirito l'ordinaria lucidezza…. Si può non voler parlar della morte, ma si muore. E quando questo fatto inevitabile non si presenta più come una cosa remota, allora, se ne parli o non se ne parli, bisogna pensarci e preoccuparsi di quelli che resteranno dopo di noi…. allora vengono i rimorsi della negligenza passata, allora si vuol riparare alla propria leggerezza, alle proprie colpe…. e spesso è troppo tardi….
—Ma di che colpe puoi accusarti, tu il migliore dei mariti, il migliore dei padri?…
Il cavalier Mariano tentennò il capo.
—È duro doversi accusare davanti ai figli, ma è quello che mi tocca far oggi. Sì, io ho amato tua madre, ho amato svisceratamente te, ma mi è mancata una tra le qualità essenziali del capo di famiglia, la previdenza…. Mi dicono un uomo d'ingegno….
—Lo sei.
—Forse…. È vero, ho fatto da me la mia educazione, la mia carriera. A quattordici anni, i miei genitori, ch'eran poveri, dovettero ritirarmi dalla scuola e mettermi in un banco di cambia valute. Non mi scoraggiai per questo; continuai a studiare da me, e seppi uscire dalla mia umile posizione; fui un po' giornalista, un po' letterato, un po' uomo d'affari, e finalmente consigliere d'amministrazione e direttore di questa Unione, che è tra i più cospicui istituti di credito del paese. M'han fatto cavaliere, hanno agitato la mia candidatura al Parlamento….
—E saresti stato un ottimo deputato….
—Sì, sì, ma intanto ho sempre vissuto giorno per giorno, pieno d'una fiducia baldanzosa in me, senza curarmi dell'indomani. Bada ch'io non approvo quelli che sagrificano il presente all'avvenire; l'avvenire è dubbio, il presente è certo, ed è una sciocca speculazione quella di viver male oggi per l'idea di viver bene domani; ma chi ha famiglia e non ha una sostanza propria non può a meno di mettere in serbo qualche cosa. Noi si vive da gran signori, tu lo sai; la tua mamma possiede forse ancora meno di me l'istinto del risparmio; si vive da gran signori, ma non s'avanza nulla, e se io morissi oggi, vuoi sentire cosa resterebbe a voi altri poveretti? La roba di casa, la dote di mia moglie (ventimila lire), poche azioni della Compagnia, insomma meno di quanto siamo avvezzi a spendere in un anno…. E volesse il cielo che non restasse anche qualche debituccio!…
—Ma perchè torni a parlar di morire, padre mio?—ripetè Roberto che cominciava a sentire nell'anima un vago sgomento.—Tu sei ancora nel fior dell'età, sei vigoroso; hai ancora tanti e tanti anni da vivere con noi…. e prima che avvenga…. oh non voglio nemmeno pensarci…. prima che avvenga una disgrazia, insomma, mi sarò fatto una bella posizione anch'io…. Non sono poi uno sciocco…. via, babbo, scaccia da te queste ubbie; diverremo vecchi insieme, conteremo insieme i nostri capelli bianchi…. T'ho detto che quella biricchina di Lucilla sostiene che ce ne sia già uno…. qui…. in mezzo a questa folta e ammiratissima capigliatura?… Ma già non dev'esser vero….
—Ottimo figliuolo!—proruppe intenerito il signor Mariano.—Quanto mi costa il dover amareggiare il tuo cuore! Eppure non posso, non posso farne a meno…. Sai tu perchè volevo far quella sicurtà, sai tu perchè me l'hanno ricusata?
—Perchè te l'abbiano ricusata, no; ma in quanto alla ragione per cui volevi farla, l'hai detta prima….
—Sì, ma ignori sempre il primo movente…. Sono parecchi mesi, Roberto mio, che non ho più la salute di una volta.
—Hai qualche incomodo di tratto in tratto—osservò Roberto impallidendo—ma son cose da nulla… lo dicevi tu stesso…. Infatti non hai mai voluto il medico….
—Non l'ho mai voluto perchè temevo che le sue parole fossero una rivelazione dolorosa. E quella rivelazione mi avrebbe impedito d'effettuare il mio piano…. Anche noi uomini onesti facciamo i nostri compromessi gesuitici con la nostra coscienza.
—A che compromessi alludi?… Non ti intendo.
—Se io avessi saputo positivamente che la mia salute era rovinata, non avrei potuto proporre a nessuna Compagnia una sicurtà sulla mia vita…. Ma finchè non avevo che un dubbio, la faccenda era diversa…. Ora, fin dal primo giorno in cui m'accorsi d'essere un altr'uomo da quel ch'ero un tempo, mi si affacciò il pensiero della morte vicina, e dello stato non lieto in cui avrei lasciato la mia famiglia…. Ma se io potevo garantire ai miei eredi una sessantina di mila lire, tutto mutava aspetto…. Tra queste sessanta mila lire e la dote di tua madre, c'era abbastanza per affrontare e vincere le prime difficoltà. Tu avresti potuto perfezionare la tua educazione e non correre il rischio di rovinare il tuo avvenire accettando il primo impiego che ti fosse capitato…. Io sarei stato contento e (chi sa?) sarei forse vissuto di più. Il rifiuto della Compagnia rovescia il mio bell'edifizio….
—Ma tu esageri la tua indisposizione, tu vuoi assolutamente veder tutto in nero, oggi.
—Non son io, Roberto, che mi creo dei fantasmi. In primo luogo la Compagnia assicuratrice non volle concluder l'affare appunto in vista della mia salute.
—Ne sei sicuro?
—Che altro motivo potrebbe esserci?… Dovetti sottopormi a una visita medica, non superficiale come d'ordinario, ma minuziosa, lunghissima…. Il medico non disse nulla; era però facile accorgersi che egli non era soddisfatto… La visita ebbe luogo ieri; questa mattina ricevetti la lettera.
—Ciò non basta ancora a provare….
—Non basta; ma io passai due ore fa da Rebaldi….
—Il nostro dottore?
—Sì; gli feci la storia de' miei incomodi e lo pregai di esaminarmi accuratamente. Egli lo fece con quello scrupolo che è una delle sue caratteristiche principali, e io leggevo sul suo volto ordinariamente impassibile le impressioni non buone che egli andava via via ricevendo…. Quando ebbe finito e prima ancora ch'egli aprisse la bocca, io lo scongiurai in nome della nostra vecchia amicizia, in nome dei nostri ricordi di giovinezza, in nome delle ore passate insieme nel 48 sotto la medesima tenda, di spiattellarmi tutta la verità, tutta quanta, per amara che potesse essermi. Rebaldi esitò un momento, ma poi mi disse queste precise parole: «Ti conosco da un pezzo; sei un uomo, e con un uomo si può parlar chiaro. Tu hai una malattia di cuore.»
Roberto represse un gemito.
—«Una malattia di cuore abbastanza avanzata. Sono malattie insidiose di cui pur troppo non ci si accorge che quando sono al punto da lasciar un campo ben angusto, all'arte medica.» Ma si muore presto? io chiesi, «Come vai dritto per la tua strada!» egli soggiunse. «Nelle tue condizioni si può viver qualche anno, si può morire in pochi mesi, quando meno si crede.»
—Ma, padre mio—proruppe Roberto nel massimo turbamento.—Rebaldi non deve saper quello che si dice…. Non è possibile ch'egli abbia ragione…. Tu così sano, così vigoroso fino a poco tempo fa…. Bisogna consultare qualche altro medico…. Vedrai che non sarà vero niente…. Se fosse vero, sarebbe necessario che tu ti sottoponessi a una cura, che ti mettessi in riposo….
—La cura me l'ha suggerita Rebaldi. Non consulterò altri. In quanto al mettermi in riposo, ci penserò di qui ad alcuni mesi…. se sarò ancora al mondo…. Adesso è impossibile.
—Perchè?
—Perchè son direttore di una Società ch'io stesso feci entrare in alcune speculazioni piuttosto avviluppate, e non m'è lecito di rallentar l'opera mia finchè queste difficoltà non sian tolte. Ce ne va del mio onore e quindi dell'onor tuo…. Io ho fatto grande e rispettata l' Unione, io devo restar sulla breccia finchè la veggo al sicuro dalle tempeste…. È inutile che tu insista. Ritirarmi oggi sarebbe anche peggio per la mia salute…. L'inquietudine morale mi sarebbe ben più funesta dell'attività fisica…. Non più di ciò, adunque. È un'altra cosa ch'io voglio dirti. In primo luogo, di quanto ti rivelai, non una parola, per ora almeno, ad anima viva; e meno di tutti a tua madre. Tu la conosci; ella è buona, ma il suo spirito si smarrisce facilmente…. Non troveremmo in lei un aiuto, ma un ostacolo…. O non vorrebbe credere, o cadrebbe nel parossismo della disperazione…. E ora più che mai ho bisogno di calma. Siamo intesi su ciò?
Roberto chinò il capo. Pur troppo suo padre diceva il vero.
—Adesso parliamo di te—riprese il cavaliere Mariano.—Nelle condizioni nuove della famiglia è forza che tu rinunci al viaggio d'istruzione che avevi stabilito di fare.
—O babbo, e potrei partire sapendoti malato?
—No, non potresti partire se non nel caso che tu avessi una posizione.
—Una posizione lontana da te?
—Speriamo che non sia necessario. Quello ch'è necessario si è che tu ti ponga presto in grado di guadagnare…. Lo vedi, non abbiamo più tempo da perdere…. Non bisogna lasciarsi cogliere alla sprovveduta dalla sventura…. Oh lo so, lo so, Roberto, non era questo l'avvenire che tu avevi il diritto di aspettarti…. Il lavoro sì, perchè senza il lavoro cos'è la vita?… Ma il lavoro alla fine de' tuoi studi, il lavoro cercato come un coronamento indispensabile dell'esistenza, non come il mezzo di sottrarsi alla miseria…. Con un po' meno di spensieratezza da parte mia questo scopo si sarebbe raggiunto, ma ormai al fatto non c'è rimedio…. Tu mi perdonerai, non è vero?
—Perdonarti? O padre mio, consigliami, guidami tu…. Io sono giovane, inesperto, ho bisogno di te….
—E io sono ancora al tuo fianco—rispose il cavaliere Mariano.—Noi cercheremo insieme ciò che può convenirti…. Intanto sai che mi fa un gran bene il vederti così ragionevole, così disposto a compiere il tuo dovere…. È un destino…. Tocca a te quello ch'è toccato a tuo padre… Coraggio, Roberto… Ci si fa uomini a questo modo…. Coraggio e silenzio con tutti. Riprenderemo il colloquio in altro momento….
Roberto non si decideva ad andarsene.
—Hai da chiedermi qualche cosa?
—E a Lucilla—disse il giovine con peritanza—a Lucilla posso dir nulla?
La fronte del signor Mariano si annuvolò.
—Lucilla—proseguì Roberto—è la fanciulla che amo, è quella che dovrebbe essere un giorno mia sposa. Non ha diritto a tutte le mie confidenze?
—Sei tu ben sicuro di attingere da lei la forza che ti occorre?—domandò il cavaliere Arconti.—Sei tu ben sicuro ch'ella ti reggerà nei virili propositi?
—O padre mio—proruppe Roberto—oggi dunque crolla tutto l'edifizio della mia felicità? Dovrei dubitare anche di Lucilla?
—No, povero ragazzo, non dubitarne. Colei che ti amò nei giorni lieti, ti amerà pure, io ne ho fede, ne' giorni tristi e procellosi, ma Lucilla è assai giovane, è allevata nel cotone; non si può esiger troppo da lei…. Bada a me, non precipitare…. Aspetta a parlare più tardi, quando sarai rimesso un poco dal tuo turbamento…. Aspetta.
Il signor Mariano capiva benissimo che i suoi argomenti valevano poco, che in massima suo figlio aveva ragione, ma ciò che lo faceva parlar così era il timore che Roberto dovesse esporsi a un nuovo e più amaro disinganno. Egli non aveva mai visto di molto buon occhio l'amore di Roberto per Lucilla, che gli pareva una ragazza non cattiva, ma frivola. E nessuno meglio di lui poteva sapere quanto grave fosse il non aver a compagna una donna di tempra salda e vigorosa.
Egli si alzò in piedi sforzandosi di sorridere, e disse a Roberto che non s'era ancora mosso:—Su, su, va nella tua camera, mettiti a far qualche cosa….
Roberto esitò un momento; poi scattando dalla seggiola, si gettò fra le braccia di suo padre e ruppe in singhiozzi.
Il cavaliere Mariano, ch'era riuscito a mantenersi quasi impassibile fino a quel momento, strinse al petto il figliuolo, ch'era il suo amore e il suo orgoglio, e confuse le sue lagrime con quelle di lui. Poi ripetè con tenerezza:—Va, Roberto, rasciugati gli occhi, che tua madre quando torna a casa ti trovi composto e sereno.
Roberto si lasciò accompagnar per mano fino all'uscio, poi si avviò macchinalmente alla sua camera.—Mettiti a far qualche cosa—gli aveva detto suo padre. Oh sì davvero! Egli sentiva proprio l'animo disposto a far qualche cosa! Che poteva fare se non tornare col pensiero alla terribile rivelazione che gli aveva poc'anzi straziato il cuore? Come tutto l'avvenire, come tutta la vita aveva mutato aspetto per lui! Gli oggetti, gli uomini, gli parevano diversi affatto da prima, come accade a chi, dopo aver visto un panorama attraverso un vetro nitido, lo rivede attraverso un vetro affumicato. E non poteva versare la sua angoscia nè in sua madre, nè in Lucilla! Roberto divideva, suo malgrado, l'opinione paterna; egli sentiva che nè da sua madre, nè da Lucilla avrebbe potuto sperare efficace conforto.
II.
Siccome non c'è male a cui non si mesca qualche cosa di bene, così anche l'aver a che fare coi caratteri leggeri ha, di fronte ai gravissimi inconvenienti, qualche piccolo vantaggio. E uno di tali vantaggi è la facilità di dissimular con loro lo stato del proprio animo. Eravate lieti alla mattina e siete mesti la sera; essi se ne accorgeranno al primo momento, ve ne domanderanno conto forse, ma poi s'appagheranno di qualsiasi risposta, e, purchè non li turbiate nelle loro abitudini, vi lasceranno in pace. La tempra del loro spirito li dispone a interpretar tutto nel modo più tranquillante; c'è così poca serietà nella loro vita; perchè devono supporre che ce ne sia nella vita altrui? Roberto era cambiato, profondamente cambiato. Ma nè la signora Federica, nè Lucilla attribuivano questo mutamento a ragioni gravi.—Roberto ebbe anche nella sua infanzia di questi periodi di spleen. Ma passano—diceva la signora Federica. In quanto a Lucilla, ella trovava che Roberto voleva far l'uomo d'importanza. Dacchè aveva ricevuto elogi speciali dai professori del Politecnico, non era più quello d'una volta. Roberto soffriva di questa spensieratezza della fanciulla amata; egli avrebbe voluto ch'ella si mostrasse sollecita di saper le ragioni vere della sua mestizia, che gli strappasse di bocca quelle confidenze ch'egli non poteva farle spontaneamente; ma poi cercava di giustificarla, cercava di persuadersi ch'è un egoismo l'affliggere gli altri con la scusa che siamo afflitti noi. Del resto era inevitabile tra non molto una spiegazione. S'avvicinava il tempo in cui Roberto avrebbe dovuto partire pel suo viaggio, e poichè egli non partiva più, sarebbe ben convenuto dirne il motivo.
Lo stato del signor Mariano non peggiorava visibilmente. Egli era sotto una cura, ma il dottor Rebaldi aveva accondisceso al desiderio dell'infermo, e non s'era lasciato sfuggire una parola con la signora Federica circa alla gravità della malattia. Dal canto suo, la signora Federica era irritatissima contro il medico, il quale secondava le ubbie di suo marito.—A badare a tutto—ella diceva—si sta freschi. Anch'io, se dèssi retta a' miei nervi, dovrei prendere medicine tre volte alla settimana. Ci vuol altro! Mariano ha sempre avuto il vizio di ascoltarsi troppo.
Era un'abitudine della signora Federica di trovar un precedente a tutto ciò che avveniva. Spesso questo precedente ella lo inventava di pianta, ma esso le serviva a ogni modo per concludere:—Ciò che è passato una volta passerà ancora.
La signora Federica era stata bellissima in gioventù, ed era sempre piacente, quantunque avesse una certa tendenza alla pinguetudine. Già non aveva che quarantadue anni e conservava le sue pretese di donna galante. Bisogna dir per altro, a onor del vero, che la sua era stata sempre una galanteria innocente. Vestir bene, andare a teatro, in società, lasciarsi fare un po' la corte, tutto finiva lì. Le sue amiche non avevano mai potuto accusarla di nessun intrigo serio, e quando non lo potevano le sue amiche! Anzi esse dicevano che la sua vera salvaguardia era la sua frivolezza.—La Arconti—continuavano—non è capace d'innamorarsi. Noi, più giusti, diremo, che, in fondo, a modo suo, ella amava suo marito, e siccome non le mancava nulla, le tentazioni grosse non venivano ad assalirla.
L'assalivano le piccine. Aveva la mania delle toilettes, delle acconciature, dei gingilli d'ogni specie, e, quand'ella passava per la galleria Vittorio Emanuele, tutti i bottegai sentivano allargarsi il cuore. A casa piovevano i conti, e il signor Mariano aveva sempre pagato con rassegnazione. Adesso però gli pareva che fosse tempo di por argine a questa prodigalità, e si lasciava sfuggir qualche parola in proposito. Egli non era più giovine, non aveva più la lena d'un tempo; gli affari dell' Unione non eran più brillanti come per lo passato; c'era la crisi commerciale; tutte le cose costavano il doppio; bisognava moderarsi nei desideri, non gettar via le proprie entrate fino all'ultimo centesimo; e avanti di questo tono. Ma la signora Federica si stringeva nelle spalle.—Quante volte ho sentito questi discorsi! Sempre la crisi, sempre gli affari che non van bene, e poi tutti gli anni hai dovuto finire per confessarmi che tra le tue competenze e la tua parte di profitto guadagnavi tra le quaranta e le cinquanta mila lire. O che si deve logorarsi la vita per un po' di danaro?—La signora Federica, come si vede, era superiore alla question d'argent, o, a meglio dire, l'aveva risolta a suo modo: ci fossero quattrini o no, a lei bastava spendere. Nondimeno, ella aveva la degnazione di concludere che aveva capito e che farebbe volentieri qualche sacrifizio, pur di non turbare la pace domestica. E infatti per una settimana ella si metteva in economia; poi l'acqua tornava a correr giù per la sua china. Roberto s'infastidiva, avrebbe voluto dir la sua opinione anche lui, ma la signora Federica non lo lasciava parlare.—Quel Roberto diventa intollerabile—ella brontolava.—Un ragazzo moralista! Si può dar di peggio?—C'erano momenti in cui il giovane si sentiva salire alle labbra la rivelazione della catastrofe ch'era sospesa sul capo della famiglia, ma ne lo tratteneva la promessa fatta a suo padre. E il signor Mariano, egli pure, aveva strane indulgenze verso sua moglie. In fin dei conti—egli osservava talvolta al figliuolo—ella avrà abbastanza privazioni da imporsi dopo; lasciamo che adesso faccia a suo talento. Il cavaliere Arconti era uno di quegli uomini, e son tanti, che, dotati di una singolare energia di carattere, spiegano tutta questa energia nella loro vita esteriore, e non ne esercitano affatto entro le pareti domestiche.
Questa sua rilassatezza appariva anche nel modo in cui egli cercava impiego a suo figlio. Aveva parlato, aveva scritto, ma in complesso non ci si era posto con quell'impegno che forse sarebbe stato necessario per raggiunger lo scopo. I momenti eran difficili, Roberto era conosciuto per un ottimo studente e nulla più; e così non si riusciva che a ottener buone parole. Tutti dicevano all'Arconti: Fortunato voi che non avete premura! Vostro figlio non ha bisogno di guadagnarsi un pane da un giorno all'altro. E ce ne son tanti che questo bisogno l'hanno! Avrebbe convenuto sradicar questa fallace opinione, ma come farlo senza spiattellar intera la verità?
Passò così qualche mese, e nulla era mutato nell'andamento della famiglia Arconti. Roberto era infinitamente più serio d'una volta, il cavalier Mariano era sempre più giù di cera, e non mancava di prender una mezza dozzina di pillole al giorno, ma le abitudini della casa erano sempre le stesse.
La signora Federica continuava a veder tutto in rosa. Quando suo marito le disse che aveva dimesso il pensiero di far viaggiare Roberto, ella principiò col meravigliarsene assai, ma finì coll'osservare esser già stata sempre la sua opinione che questo viaggio non fosse punto indispensabile a suo figlio, e che Milano fosse una città ove c'era quanto occorreva sì per istudiare che per divertirsi. E quando Mariano le soggiunse che si proponeva di far entrare addirittura Roberto nella vita pratica, la signora Federica tentennò il capo e volle atteggiarsi a donna positiva. Sicuro, Roberto non aveva nessuna urgenza, ma se poteva trovare un'occupazione decorosa, in quanto a lei non ci si sarebbe opposta. È bene che la gioventù cominci presto a lavorare. Anzi ella aveva avuto un'idea. Perchè suo marito non prendeva Roberto con sè? All' Unione c'erano impiegati che avevano grossi stipendi e non valevano la metà di quel che valeva Roberto. Era impossibile che non ci fosse un posto anche per lui. E se non c'era, lo si poteva sempre creare. A una Società come l' Unione alcune migliaia di lire sarebbero state una vera bazzecola, e il Consiglio d'amministrazione aveva troppi obblighi verso l'Arconti da potersi opporre a un sì onesto desiderio.
Il fatto si è che l' idea della signora Federica era la meno effettuabile di tutte quante e la più lontana dalla mente del cavalier Mariano. In primo luogo, bisogna dirlo a sua lode, egli era stato sempre alieno dall'esercitare la sua influenza sulla Società per procacciar sinecure agli amici e ai parenti: in ogni caso poi, questa influenza era oggi grandemente scemata. Il Consiglio d'amministrazione e gli azionisti riconoscevano i meriti dell'Arconti; erano disposti ad ammettere che col suo ingegno e con la sua iniziativa egli aveva dato un vigoroso impulso alla gestione, ma soggiungevano ch'egli era troppo poeta, che s'era slanciato in affari non conformi allo Statuto, che non aveva saputo fermarsi a tempo, e che era per buona parte colpa sua se le azioni, dopo esser salite al doppio del pari, non trovavano più compratori nemmeno al valor nominale. L'Arconti, si continuava, vuol far sempre a modo suo; è un piccolo despota; gli avvertimenti dei suoi colleghi del Consiglio e dei censori, gli ordini del giorno dell'Assemblea vanno a frangersi contro la sua resistenza passiva. In tutte queste accuse c'era pure un lato di vero, ed era verissimo poi che l'Arconti, come di ordinario gli uomini i quali sanno d'aver reso eminenti servigi ad un'amministrazione, teneva in poco o nessun conto le opinioni degli altri. Questa corrente ostile che s'era formata tra gli azionisti era secondata da alcuni tra i membri del Consiglio e da parecchi impiegati della Società, creature sue in massima parte, da lui beneficate a più riprese, e che gli si erano voltate contro per basse invidie, e forse in ragione degli stessi benefici ricevuti. È una tra le nostre maggiori infermità morali quella di non saper sopportare il peso della gratitudine. Pro gratia odium redditur; lo disse anche Tacito, il grande psicologo di Roma imperiale.
Con queste disposizioni degli animi non era nemmeno da pensare a impiegar Roberto presso l' Unione. Aggiungasi che a lui, ingegnere, sarebbe convenuto molto più un ufficio tecnico amministrativo. La signora Federica dovette quindi intascare la sua idea brontolando, e dicendo che a lei non si badava mai, quantunque ella vedesse più in là di molti che la pretendono a gente di garbo. A ogni modo, secondo il suo solito, di lì a quarantott'ore non se ne diede più per intesa.
Presso l' Unione si preparava una giornata tumultuosa, quella cioè dell'assemblea generale, in cui avrebbe dovuto approvarsi il bilancio e si sarebbe rinnovato un terzo del Consiglio d'amministrazione. Si sapeva che il bilancio non era brillante, e nell'opinione di molti azionisti e anche d'una minoranza del Consiglio, ci sarebbero state ulteriori riduzioni da fare pel deprezzamento di parecchi titoli valutati al disopra del reale e per parecchi crediti dubbi. Non era un mistero per nessuno che un grosso partito avrebbe presentato un ordine del giorno per la nomina di una Commissione speciale incaricata della revisione di questo bilancio. Se un tale ordine del giorno era accettato, evidentemente tutto il Consiglio doveva dimettersi, e prima di tutti l'Arconti, che era in pari tempo membro del Consiglio stesso e direttore della Società. Alla rielezione sarebbero stati nominati di nuovo coloro che oggi rappresentavano la minoranza; agli altri si sarebbero sostituite persone d'idee conformi a quelle prevalse nell'assemblea. Nell'ipotesi migliore, quella cioè della rielezione parziale, l'Arconti non sarebbe stato tra gli uscenti di carica, ma era certo che sarebbero entrati trionfalmente in Consiglio alcuni tra gli azionisti più ostili a lui. La sua posizione di consigliere sarebbe diventata difficilissima: e più difficile forse la sua posizione di Direttore, quantunque non necessariamente connessa all'altra. Le benemerenze che in tanti anni egli si era acquistate presso la Società avrebbero senza dubbio costretto a speciali riguardi i suoi avversari; non si sarebbero volute spingere le cose all'estremo; pur vincolando la sua libertà d'azione, non si avrebbe forse voluto rovesciarlo d'ufficio; sarebbe rimasto Direttore, ma Direttore di nome. E per un uomo della sua tempra, questo sarebbe stato il peggiore supplizio.
Invero, non era la prima volta che si erano manifestati degli umori tempestosi in grembo alla Società, e ch'era occorso tutto l'ingegno e tutta l'influenza del cavaliere Mariano per dominarli. Però egli sentiva che ora la corrente era troppo forte e ch'era ben piccola la speranza di opporvisi con buon successo. I colloqui ch'egli aveva avuto coi principali azionisti, con quelli intorno a cui faceva capo l'opposizione, lo avevano scoraggiato. Mentr'egli parlava, sembravano convinti delle sue ragioni; ma quand'egli aveva finito, tornavano a ripetere le cose dette prima, senza entrare a discutere i suoi argomenti. Ed è questo il sintomo più grave per chi voglia tirar dalla sua un contradditore. All'assemblea generale il signor Mariano avrebbe parlato eloquentemente secondo il suo solito, ma egli era troppo esperto di siffatte cose da poter credere che i bei discorsi abbiano la virtù di modificare i voti degli azionisti di una Società anonima. Ognuno va alla seduta col suo voto preparato, ognuno ha impegnato la sua parola, e a discussione chiusa, l'urna dà il medesimo responso che avrebbe dato se la si fosse consultata prima che la discussione fosse aperta.
Queste angustie non potevano a meno d'influire sinistramente sulla salute del signor Mariano. Ormai non c'era che la signora Federica la quale non volesse accorgersi del suo deperimento e insistesse a dire che le erano fisime belle e buone, e che la malattia vera sarebbe venuta più tardi per causa dei rimedi. Il dottor Rebaldi poteva farle a sua posta il viso serio e tentar di preparar l'animo di lei alla realtà delle cose; ella usciva dai gangheri e lo strapazzava senza misericordia.
Sappiamo già che impressione profonda avesse ricevuto Roberto dalle confidenze di suo padre; pur l'animo umano, e l'animo dei giovani soprattutto, è così disposto a lasciarsi ingannare, che vedendo per alcuni mesi la salute del cavaliere Mariano rimaner quasi stazionaria, egli aveva cominciato a riaprire il cuore alla speranza, a credere almeno che il male non fosse avanzato come si temeva. Ma in poche settimane il peggioramento era stato così manifesto che le ultime illusioni avevano dovuto inesorabilmente svanire. Roberto capiva che la catastrofe si avvicinava a gran passi, e pensava con orrore al giorno in cui gli sarebbe mancato l'appoggio più caro e più necessario. Le difficoltà economiche che lo aspettavano sparivano davanti alla gravità morale della sventura; egli non si curava nemmeno più del suo impiego, tant'era assorbito da un'unica preoccupazione.
Tra Roberto e suo padre c'era stata sempre una gran conformità d'idee. Egli ne aveva le qualità, ne aveva in parte i difetti. Sin da piccino egli si faceva una festa ogni volta che poteva star col babbo, uscir col babbo, avere una carezza dal babbo. Il babbo aveva veduto tante cose, sapeva tante cose, e la sua conversazione alimentava l'intelligente curiosità del fanciullo. Con la mamma invece i temi di discorso eran presto esauriti; le passeggiate avevano un unico scopo, quello di far spese. E che aiuto aveva prestato il cavalier Mariano a Roberto durante i suoi studi! Il cavaliere, che non aveva fatto nessun corso regolare, che ancor giovine aveva dovuto entrar nella vita pratica, era un uomo coltissimo e fino all'età matura aveva consacrato i suoi ritagli di tempo a istruirsi. Egli si rimproverava d'imprevidenza, nè forse il rimprovero era infondato; ma almeno egli aveva il conforto che questa imprevidenza non gli aveva diminuito l'affetto di suo figlio; in questo campo dell'affetto egli aveva seminato a larga mano, e la raccolta corrispondeva alle più balde speranze.
III.
Il signor Benedetto Dal Bono era di pessimo umore, e sfogava il suo spleen dando molestia alla diletta consorte.
—Finalmente la ho saputa giusta sulla salute d'Arconti. La signora Federica diceva che non è nulla, tu come un pappagallo ripetevi le sue parole, e Lucilla, anche lei, faceva un terzetto con voi altre due. Oh nulla! Una malattia di cuore! Piccole bazzecole!… Già, con un deperimento di quella fatta, sfido io che non ci fosse sotto qualche cosa di serio…. Si è aperta la finestra…. quella lì…. chiudi…. Sono mezzo sudato, e un malanno si fa così presto a buscarlo…. Sono più giorni che non istò bene…. Chiudi anche l'uscio.
—Ma, babbo, si soffoca—esclamò la Lucilla, ch'era in un angolo del salotto con la sua cagnetta Gipsy.
—Se soffochi, va in un'altra stanza.
Lucilla non se lo fece dire due volte, e sgattaiolò via seguita da Gipsy. La signora Giulia avrebbe fatto lo stesso assai volentieri, ma suo marito la trattenne.
—Ho certe punture qui…. e qui…. non vorrei che ci fosse qualche ingorgo nella circolazione…. Il medico dice di no….
—Ma se non hai nulla….
—Bravissima, nulla!… È la solita parola…. Bell'aiuto che si ha da voi donne…. Intanto Mariano Arconti se ne va col treno direttissimo all'altro mondo…. E in quanto all'età, c'è così poca differenza tra noi…. Siamo nati nello stesso anno, egli in gennaio, io in dicembre; coetanei non ci si può dire, io sono più giovine, ma di undici mesi soltanto…. È vero—continuò il signor Benedetto con piglio più soddisfatto—è vero ch'io mi sono strapazzato meno…. Non feci il volontario, io, nel 48…. Non mutai mestiere tre o quattro volte…. Non ebbi mai i capricci della galanteria, mentre lui…. basta…. aggiusti i conti con la signora Federica, chè per noi non ci si deve entrare…. Dopo tutto, la sua malattia di cuore se l'è voluta…. Me ne dispiace, ma chi è causa del suo mal pianga sè stesso …. Però son cose che fanno sempre un gran senso…. Impossibile non pensare che quello che accade agli altri può accadere anche a noi…. Povero Mariano! Lo conosco da tanto tempo….
Il signor Benedetto si soffiò il naso in attestato di simpatia pel suo vecchio amico; poi prese una pastiglia da una scatola che teneva in tasca.
—Che disgrazia per quella famiglia!—esclamò la signora Giulia.
—Disgrazia!… Una rovina addirittura. Ma! spendevano e spandevano come se fossero principi…. Non si è pensato mai all'avvenire…. Solo adesso Mariano voleva fare sulla sua vita una sicurtà, che naturalmente gli fu rifiutata…. Una gran lezione, una gran lezione! Specchiati in questo esempio, tu, che avresti ogni momento qualche nuova spesa da suggerire….
—Io?—proruppe la signora Giulia nella massima maraviglia.
—Già….. non più tardi di ieri sera t'era venuto il ghiribizzo delle tendine nuove in salotto.
—Son tutte sdruscite.
—Si rattoppano.
—Si son già rattoppate due volte….
—E si rattoppano anche la terza….
—Se fossimo poveri, direi….
—E che ne sai tu se siam poveri o no?… La casa in via Principe Umberto spigionata; ad Abbiategrasso una grandine che ha distrutto il frumento; belle allegrie davvero!… Poveri! E chi lo sa se non si diventa tali anche noi?… Gli Arconti intanto….
—Ma gli Arconti erano imprevidenti, lo hai detto tu stesso….
—Una ragione di più per non imitarli.
Si sentì il suono di un pianoforte nella stanza vicina. Era Lucilla che scorreva colle dita sui tasti.
—Mi dispiace anche per quei ragazzi—disse la signora Giulia guardando verso l'uscio.
—Che? Che?—borbottò il signor Benedetto.—Riscaldi di gioventù….. Impegni non ce ne sono…. Grazie a Dio, la promessa formale non ha ancora avuto luogo…. In ogni modo, quando cambiano le circostanze….
—Ma si amano come due colombi….
—Colombi o tortore, chi non ha quattrini non prende moglie…. E sarebbe ora di farla finita con quelle sdolcinature di promessi sposi….
—Si riguardan come tali da parecchi anni….
—Male, malissimo; colpa tua…. Non bisognava permettere….
—S'era tutti d'accordo….
—D'accordo nella massima, forse…. Ma potevano accader tante cose, e infatti sono accadute. E bisogna far intender ragione agli Arconti….
—In questo momento?… Io non ho certo il coraggio…. Parla tu, se credi….
—Io? Io?—proruppe il signor Benedetto mettendo in mostra un'altra faccia del suo carattere, ch'era la vigliaccheria.—Non l'ho mica arruffata io la matassa…. Parlare? Sicuro che parlerò…. a suo tempo…. Quei due Arconti, padre e figlio, son certa gente furiosa…. Piglian fuoco per un nonnulla…. E già m'immagino che Roberto capiterà qui anche stasera….
—È probabile…. Povero giovine! Che si deve fare! Ha tanto bisogno d'un po' di sollievo….
—Bei discorsi questi! Intanto, invece di allentare il nodo, lo si stringe di più…. Oh parlerò, giacchè chi dovrebbe parlare si rifiuta, parlerò io….
—Ma non adesso, Benedetto, te ne prego—soggiunse in tono supplichevole la signora Giulia.—Sarebbe un colpo mortale per quel disgraziato….
—E chi dice adesso?—rispose il Dal Bono, che non vedeva senza apprensione questo colloquio.—Dico che parlerò…. Intanto passerò nella mia camera…. Ahi!… Sempre queste punture…. Se Bruni s'ostina a non voler ordinar nulla, bisognerà chiamare un altro medico.
Mentre il signor Benedetto si alzava dalla poltrona, entrò il servo portando due lettere appena giunte.
Erano due circolari che si riferivano al medesimo argomento. L'una, firmata dalla Presidenza dell' Unione, sollecitava i soci a intervenire o a farsi rappresentare nell'Assemblea generale che avrebbe avuto luogo la prima domenica di maggio; l'altra, sottoscritta da Alcuni azionisti, invitava a una seduta preparatoria per discutere la linea di condotta da tenersi appunto nell'Assemblea generale nell'interesse della Società.
—Non andrò nè all'Assemblea generale, nè alla seduta preparatoria degli oppositori—disse con magnanimità il signor Dal Bono, gettando via dispettosamente le due lettere.
—È l'Assemblea dell' Unione?—chiese la signora Giulia.
—Già, di quella famosissima Unione che, a sentir Arconti, doveva diventar quasi una seconda Banca Nazionale, che adesso invece ha le azioni al disotto del pari…. Grazie al cielo, di queste azioni io ne ho poche…. A dar retta a Mariano, avrei dovuto comperarne qualche centinaio….
La signora Giulia domandò timidamente.—Non andrai davvero all'Assemblea?
—Non andrò, non andrò; che c'è?
—Oh…. nulla…. ma Federica sperava che avresti votato per la Presidenza….
—Io non voterò nè pro, nè contro…. Io non andrò in persona, nè darò procura a nessuno; ecco quello che farò…. Mi si vorrebbe mettere in impicci, ma non ci si riuscirà…. Non intendo perder la mia quiete…. Non intendo guadagnarmi una malattia di cuore, io…. Oh su questo punto non transigo…. Già non avrei che due voti…. E due voti di più o di meno non fanno nè caldo, nè freddo…. Io me ne lavo le mani, me ne lavo le mani affatto.
Dopo aver espresso questa idea conforme ai più rigidi precetti della pulizia, il signor Dal Bono prese un'altra pastiglia e uscì dalla stanza, lasciando ordine che non lo si disturbasse per nessuna ragione.
Lucilla non tardò a ricomparire nel salotto. Gipsy le era alle calcagna, secondo il solito.
—Adesso che non c'è' più il babbo, si potrà riaprire…. Sta quieta, Gipsy…. Non salir sulle sedie.
—Senti, Lucilla—cominciò la signora Giulia, che avrebbe pur voluto preparar l'animo della figliuola agli ostacoli che stavano per sorgere sul suo cammino. Ma in quel punto si spalancò l'uscio ed entrò Roberto.
—Dunque, come va?—chiesero le due donne ad una voce.
Roberto tentennò il capo.
—Poco bene sempre.
—Però tu esageri—osservò la ragazza.
—Oh fosse pur vero ch'io esagero—esclamò il giovane tristamente.—Ma non è così, non è così.
Roberto s'era seduto; la cagnetta Gipsy, posandogli le due zampe anteriori sulle ginocchia, tentava di attrarre la sua attenzione.
—Non le hai portato lo zucchero, oggi?—domandò Lucilla.
—Oh! come posso ricordarmi dello zucchero in questi giorni?
—Venga qua, madamigella Gipsy —riprese la fanciulla;—il signorino non vuol più saperne di lei.
Roberto alzò la testa e fissò gli occhi malinconici in viso a Lucilla, che non potè a meno di arrossire.
—Ho detto per ischerzo, sai—ella soggiunse in tono carezzevole.
Egli si mise a camminare per la stanza, poi si avvicinò all'adorata giovinetta, e posandole la mano sulla spalla:—Sento che la disgrazia è irreparabile, è vicina—egli disse—e nello stesso tempo non oso fermarvi la mente. O Lucilla, perduto mio padre, che mi rimane? La mamma è buona, mi vuol bene, io ne voglio a lei; ma ella considera le cose sotto un punto di vista tanto diverso dal mio! O Lucilla, mi resti tu…. Mi amerai sempre?
—Sicuro che ti amerò…. Che discorsi!
—Mi amerai molto?
—Molto, s'intende…. Che aria solenne hai!
—Via, ragazzi, smettete—disse un po' imbarazzata la signora Giulia.—Se mio marito fosse qui….
—Il signor Benedetto ha ragione—ripigliò Roberto con qualche amarezza.—Ormai è necessario di trattarsi con sussiego…. non sono più quello d'una volta…. Domani forse sarò povero….
—Un'altra esagerazione!—esclamò Lucilla.
—Oh no…. In casa abbiamo avuto le mani bucate…. Quando non ci sia più mio padre, il cui stipendio ci permette di passarcela da gran signori, bisognerà pur campare con l'interesse della dote della mamma e con quello che guadagnerò io, che ancora non guadagno nulla.
—Ebbene tu mi sposerai, io son ricca.
—Lucilla!—interruppe la signora Giulia, ch'era sempre più sulle spine.
—Non abbia paura; signora Giulia. Non consentirei io stesso a questo matrimonio prima d'avere una posizione.
—Soliti eroismi—osservò Lucilla indispettita.
—Non sono eroismi; è una legge d'onore… Un marito che voglia essere rispettato non deve vivere a spese della moglie…. Io non consentirei a sposarti finchè non fossi in grado di mantener la mia famiglia; ma tu aspetterai fino a quel momento, non è vero? Anche se sarò costretto ad andar lontano di qui, mi aspetterai?… Oh questo, signora Giulia, non può sembrarle indiscreto…. La Lucilla ed io ci si ama fin da fanciulli.
—Figliuoli miei—rispose la signora Dal Bono cedendo suo malgrado all'intima commozione dell'animo—lo sapete se ho visto di buon occhio quest'affetto che è cresciuto con voi. Può dirlo la tua mamma, Roberto, quante volte s'è discorso di farvi marito e moglie…. Io spero che tutto andrà secondo i nostri desideri; ma adesso ci vuol pazienza, ci vuol prudenza…. Mio marito ha le sue idee; non conviene prenderlo di fronte…. Già siete tanto giovani tutti e due…. E tu, Roberto, hai ingegno, hai buon volere; vedrai che il diavolo non sarà così brutto come pare.
—Grazie, signora Giulia—proruppe l'Arconti, stringendo la mano della buona donna.—Avrò dunque una difesa in lei?
—Sì…. ma se cominciassi col chiederti qualche sacrifizio?
—Che sacrifizio?
—Per esempio…. di rallentare un po' le tue visita a Lucilla….
—Oh mamma!—disse la ragazza in tono di rimprovero.
—Adesso dovrei rallentare le mie visite?—esclamò Roberto con l'accento della più viva commozione.—E non ho altro conforto che questo! E ho tanto bisogno di veder chi mi vuol bene!
La signora Giulia chinò il capo in silenzio. Ella sentiva che Roberto aveva ragione.
Il giovine le prese la mano di nuovo:
—Fra poco, forse, io andrò peregrinando pel mondo in cerca di fortuna; allora nessuno potrà lagnarsi della frequenza delle mie visite. Finchè son qui, non m'invidii l'unica gioia che mi rimane….
—E avrai proprio questa necessità di andartene in giro pel mondo?—interruppe Lucilla.
—Credi che lo farò apposta?… Ma prevedo che sarà inevitabile…. E nel mio esiglio mi consolerà un'immagine, la tua, mi sosterrà una fede, la fede del tuo amore…. Nelle ore più tristi penserò a te, e tu forse nel momento stesso tornerai con la fantasia a questo povero diavolo sbalestrato dalla fortuna.
—Sì sì—saltò a dire Lucilla battendo i suoi piedini con un movimento d'impazienza.—Farò la Penelope.
—Non ischerzare, Lucilla, te ne scongiuro. La vita è seria….
—Eh me ne accorgo. Vuoi vedermi triste, ingrugnata….
—No, Lucilla, voglio veder sempre il tuo bel sorriso, ma non il folle sorriso di chi non cura il domani, bensì il sorriso pensoso di chi si apparecchia a combattere e non trema perchè è a fianco della persona da cui è amato e che ama…. Me ne vado adesso…. Il babbo mi aspetta.
Si avvicinò al tavolino su cui aveva deposto il cappello, e l'occhio gli cadde sulle due circolari che il signor Benedetto aveva lasciate lì aperte.
—Il signor Benedetto non farà mica causa comune coi nostri avversari,—disse Roberto.
—Oh no—rispose vivamente la signora Giulia.
—Voterà con noi?
A questo punto la signora Dal Bono non potè dissimulare il suo imbarazzo.
—Ma…. credo…. spero…. sai…. mio marito è timido…. nel primo momento dichiarò che voleva restar neutrale.
—Ah!… neutrale—ripetè Roberto con un amaro sorriso.—Pazienza…. Buon giorno, signora Giulia…. Addio, Lucilla.
La ragazza lo accompagnò sino all'uscio della scala, quantunque sua madre la chiamasse ripetutamente—Lucilla, Lucilla!
—Se tu non avessi quegli slanci da Don Chisciotte—ella susurrò all'orecchio del giovine—le cose prenderebbero una piega molto migliore…. Io m'impegnerei di far fare a modo mio il babbo e la mamma, e ricco o spiantato, tu mi sposeresti entro l'anno….
—No, Lucilla, è impossibile….
—Vedi, sei tu che non vuoi…. Sei tu a cui non importa niente di me.
—Non m'importa di te?… Oh come sei ingiusta!
Roberto cinse col braccio lo svelto corpicino della fanciulla. Ella arrovesciò la testa con un dolce abbandono, fissò negli occhi di lui i suoi occhi neri, grandi, pieni di fuoco, e mostrò due labbretti di rosa che parevano dire—baciatemi.
Sono inviti a cui non si risponde di no, e Roberto non mancò di fare il debito suo. Gipsy, che aveva raggiunto la sua padroncina, scosse in aria d'approvazione i sonagli che le pendevano al collo.
—Lucilla! Lucilla!—chiamò di nuovo la signora Giulia, avanzandosi nell'andito.
I due giovani si separarono in fretta.
IV.
Il giorno solenne dell'assemblea generale non tardò ad arrivare. Quella mattina la signora Federica si alzò piena di fiducia. Suo marito avrebbe senza dubbio sgominato gli avversari come tante altre volte, e tutta questa burrasca si sarebbe risolta in nulla. Le cose avrebbero ben presto ripreso il loro andamento normale, e la salute di Mariano, un po' scossa dalle agitazioni degli ultimi tempi, si sarebbe rimessa con due o tre mesi di riposo in un luogo di cura sui laghi. Era ben giusto che Mariano chiedesse due o tre mesi di riposo, era ben naturale che la Società glieli accordasse.
L'ottimismo della signora Federica non era diviso nè dal cavaliere Mariano, nè da Roberto, i quali sapevano come stessero le faccende, e come fossero falliti i tentativi di accomodamento tra il Consiglio di amministrazione e i gruppi ostili. Ci sarebbe stata battaglia, e la sconfitta era certa. Roberto tremava per suo padre. Il medico non gli aveva dissimulato che la tensione d'animo in cui si trovava il cavalier Mariano gli era fatale e poteva precipitare la crisi. Ma come rimediarvi? Il cavaliere era uno di quegli uomini pronti a morire piuttosto di ritirarsi il giorno della battaglia.
Un paio d'ore prima dell'adunanza, uno tra i membri del Consiglio d'amministrazione, ch'era anche amico personale suo, si recò da lui per sottoporgli un'ultima proposta dei dissidenti. I suoi colleghi, egli soggiunse, non volevano esercitare alcuna pressione sul suo animo, nè sciogliersi dalla solidarietà che avevano con lui; pesasse il pro e il contro del partito che gli era offerto, e ch'era il seguente. Gli avversari parevano disposti a recedere da ogni voto di biasimo, purchè l'Arconti domandasse addirittura un congedo di un anno per motivi di salute, e consentisse quindi a non ingerirsi per un anno negli affari della Società. In questo periodo di tempo si sarebbe veduto di combinar le cose in modo di comune soddisfazione.
Roberto, ch'era presente al colloquio, e teneva gli occhi fissi su suo padre, il cui volto andava avvampando di collera, disse in tono supplichevole:
—Non agitarti, babbo, riflettici con calma; ti si offre un anno di riposo, e quest'anno di riposo può conservarti alla tua famiglia, può arrestare, può vincere la tua malattia….
Il signor Mariano scattò come una molla.—Un anno di riposo! Oh prima che finisca l'anno, il riposo, e un ben più lungo riposo, sarà venuto da sè.
—Babbo, non dirlo—interruppe Roberto.
—Si vuol la mia dimissione. Si vuole ch'io ceda il campo senza battaglia. Ebbene, no, assolutamente no. Se si vuole la mia dimissione forzata, si venga a intimarmela, se si spera d'avere la mia dimissione spontanea, la si avrà, ma non oggi…. Quando avrò messo a nudo queste cabale, questi intrighi, queste coalizioni indecenti, quando avrò difeso la mia opera di quindici anni, allora mi dimetterò…. Vergognati, Roberto, del tuo falso amor filiale. Chi ama davvero, rispetta, e tu devi rispettare e voler rispettata la dignità di tuo padre. Ma non intendi che si direbbe: Arconti ha capito che bisognava metter tutto in tacere, non far pubblicità, accomodarsi alla meglio? E allora s'inventerebbero le favole più assurde, le calunnie più odiose….
—No, Arconti, no,—interruppe il consigliere ch'era venuto a far la proposta—io vi garantisco che l'assemblea voterebbe oggi stesso un ordine del giorno tale da porre la vostra fama al coperto….
—Sogni, apparenze. Gli ordini del giorno dell'assemblea non potrebbero toglier l'impressione che farebbe il veder che io non difendo la mia amministrazione accusata, e che lascio il mio posto nel giorno del pericolo. È inutile insistere. Fossi moribondo, fossi agonizzante, oggi mi farei portare all'adunanza e brucerei la mia ultima cartuccia.
Il colloquio fu troncato così. Il cavalier Mariano, rimasto solo con suo figlio, misurò per qualche tempo in lungo e in largo il suo studio a passi concitati; poi guardò l'orologio e disse a Roberto:—Andiamo, mi accompagnerai alla seduta. Animo, giovinotto, alla tua età dovrebbe piacere l'odor della polvere…. A proposito, la Direzione delle Meridionali mi scrive offrendomi un posto per te sulla linea Taranto-Reggio…. È molto lontano…. Ne parleremo dopo desinare.
—Andar via adesso?… Lasciarti! Oh no….
—Forse hai ragione—soggiunse il signor Mariano, tentennando tristamente il capo.—Mi dorrebbe troppo che tu non ci fossi quando…. Basta…. Passiamo a salutare tua madre….
La faccia seria di suo marito e di suo figlio non bastarono a scuoter la fede della signora Arconti. Per lei quella era una giornata di pieno trionfo, ed ella rimproverava gravemente Roberto della sua pusillanimità!
—Povera donna!—sospirò il cavalier Mariano, allontanandosi a braccio del giovine.—Lasciamole le sue illusioni…. È il suo carattere…. È vero che in tanti anni dacchè siamo marito e moglie non ha mai dovuto misurarsi con le avversità.
Da molto tempo la sala delle adunanze generali dell' Unione non s'era vista così affollata. Come avviene sempre in simili casi, molti fra i presenti non erano azionisti di fatto, ma rappresentavano un certo numero d'azioni inscritte in loro favore per la circostanza. E questi signori non sapevano nemmeno di che si trattasse; sapevano soltanto ch'erano lì per votare in un dato modo.
Due giovinotti di primo pelo, adocchiatisi da due lati della sala, si mossero incontro e si strinsero cordialmente la mano.
—Anche tu qui?—disse uno d'essi che portava l'occhialino inforcato al naso.
—Anch'io. Rappresento dieci azioni della casa Baggelli,—rispose l'altro, che aveva un soprabito color cannella.
—E io rappresento Larice. Ma non sono il solo. Quello lì ha tante azioni che, se non le ripartisce fra parecchie persone nei giorni dell'assemblea generale, non può mai esercitare l'influenza che gli spetta.
—Dunque siamo dell'opposizione tutti e due. Tutti e due cospiratori, come nell' Ernani. Ad Augusta.
— Per Augusta.
—Abbasso la camorra! Abbasso il Consiglio!
—Abbasso il Direttore sopratutto!
—Conti di prender la parola?
—Io? Mi meraviglio. Son qui per votare l'ordine del giorno dell'opposizione. E tu?
—Tal quale. Zitto come un pesce. Le chiacchiere son chiacchiere; i voti son quelli che valgono. C'era stato qualche tentativo di accordo, ma andò fallito.
—Battaglia all'ultimo sangue, allora.
—All'ultimo sangue.
Quand'entrò il Consiglio d'amministrazione, i capannelli ch'erano sparsi nella sala si sciolsero e tutti gli occhi si fissarono sul Direttore, al quale si sapeva che il Consiglio aveva deferito l'incarico di sostenere la lotta.
Nell'aspetto egli era molto diverso dagli anni precedenti. La sua maestosa persona si era alquanto incurvata, le sue guancie erano pallide e floscie. Solo gli occhi conservavano l'antico splendore, l'antica energia.
Il Presidente scosse il campanello, dichiarò aperta la seduta, e diede la parola al Direttore per la lettura della sua relazione.
Le relazioni che l'Arconti soleva presentare ogni anno all'assemblea generale dell' Unione erano modelli di perspicuità e di efficacia. Lo stile degli affari che gl'Italiani conoscono così poco vi era maneggiato maestrevolmente. Questa volta però il cavalier Mariano aveva superato sè stesso. Non era soltanto una lucida illustrazione delle cifre del bilancio, una classificazione ordinata e precisa delle varie operazioni della Società; era anche una difesa anticipata degli appunti che si facevano al Consiglio. Le cause dei poco brillanti risultati dell'anno erano scrutate con rara diligenza e finezza, ed erano poi egregiamente lumeggiate le speranze dell'avvenire, di quell'avvenire, diceva la relazione, che non appartiene ai pusillanimi, ma ai perseveranti e agli audaci. Onde nulla di più improvvido, si concludeva, che cedere allo scoraggiamento e alimentare i dubbi degli altri cominciando a dubitar di sè stessi.
La lettura di questo importante documento venne accolta con favore da un terzo dell'assemblea, e con un silenzio glaciale dagli altri due terzi.
L'opposizione cominciò a far capolino timidamente nella relazione dei censori. In mezzo a molti elogi c'era pure qualche osservazione critica, c'era il sommesso desiderio di un indirizzo più cauto da darsi agli affari.
Le idee dei censori servirono d'addentellato agli avversari dell'amministrazione per ismascherare le loro batterie. Le osservazioni critiche divennero biasimi aperti, i desideri sommessi presero un tono insistente, imperioso. I dubbi, non sulla realtà materiale delle cifre del bilancio, ma sulla esattezza di alcuni apprezzamenti, vennero formulati nel modo più esplicito, e si svolse l'ordine del giorno già prenunciato circa la nomina di un'apposita commissione avente lo scopo di riveder questo bilancio.
Il Presidente del Consiglio d'amministrazione combattè del suo meglio una siffatta proposta, che aveva il carattere di un voto di sfiducia, e dichiarò che, ov'essa fosse stata accolta dall'assemblea, nè egli, nè alcuno de' suoi colleghi avrebbe potuto rimanere al suo posto. Altri consiglieri parlarono nello stesso senso, e anche dal grembo degli azionisti sorsero voci più o meno autorevoli contro un ordine del giorno che avrebbe portato una crisi. Finalmente si levò l'oratore più formidabile del Consiglio.
Molti fra i più eloquenti uomini politici avrebbero invidiato la facondia, la lucidezza, l'efficacia del suo linguaggio. Le cose ch'egli aveva già esposto mirabilmente nella sua relazione, scolpite ora con una parola plastica e viva, acquistavano l'aria di verità indiscutibili. E la sua voce e il suo gesto s'animavano di mano in mano ch'egli procedeva nel suo discorso, e a sentirlo e a vederlo in quel momento non si avrebbe detto che una malattia terribile gli logorava le viscere e gli scavava il terreno sotto i piedi. Quand'egli sedette, scoppiò un applauso fragoroso, a cui presero parte anche alcuni fra i suoi più accaniti oppositori.
—Bravo!—esclamò il giovinotto dall'occhialino— Voilà ce qui s'appelle parler.
Il suo amico dal soprabito color cannella, che gli era seduto vicino, lo tirò per la falda del vestito.—Applaudi?
—Sicuro. Io sono un uomo indipendente.
—E il voto?
—Ah! il voto è un'altra faccenda. Voto per conto di Baggelli, ma applaudo per conto mio.
Il cavaliere Arconti aveva fatto il suo ultimo sforzo. Ormai il suo corpo era esausto ed egli non sarebbe stato in grado di replicare se alcuno avesse ripreso la parola. Per buona ventura gli avversari avevano ancora minor desiderio di misurarsi con lui. Il primo firmato sotto l'ordine del giorno che formava il perno della battaglia si limitò a dire che le ragioni svolte con tanta eloquenza dal Direttore non erano bastate a smuovere dal proposito di un'inchiesta sul bilancio nè lui, nè i suoi amici; che però una simile inchiesta non doveva esser presa per ciò che non era. Non si dubitava menomamente della lealtà dei preposti all' Unione, ma si trattava di mettersi d'accordo sulla valutazione di alcuni enti, valutazione che influiva sui risultati finali del bilancio.
Il cavalier Fionda, un azionista che aveva l'abitudine di parlare in ogni assemblea e che gli altri avevano l'abitudine di non ascoltar mai, fece anche questa volta il suo discorsetto, fra segni generali d'impazienza. E sì ch'egli era convinto che le sue idee avrebbero conciliato tutto e tutti!
—Ai voti! Ai voti!—si cominciò a gridar da più parti.
Si venne ai voti, e l'opposizione trionfò con una notevole maggioranza.
Allora il Presidente annunziò che tutto il Consiglio dava la sua dimissione, ed espresse il parere che convenisse rimettere a una prossima seduta la nomina del Consiglio nuovo e la discussione degli altri oggetti che figuravano all'ordine del giorno. I dimissionari consentivano a rimaner in carica sino a questa nuova seduta.
Dopo una grande battaglia, una tregua è accettata volentieri da ogni parte, e la mozione del Presidente fu accolta con plauso universale. I vincitori sentivano anch'essi il bisogno di concertarsi prima di andare avanti. D'accordo nell'idea di modificare l'indirizzo della Società e di correggere qualche partita del bilancio, non erano parimente d'accordo sulla via da tenersi poi. Alcuni avrebbero voluto andar sino al fondo e cambiare dal primo all'ultimo i membri del Consiglio d'Amministrazione; altri invece si sarebbero contentati di molto meno, sia per riguardi personali, sia pel timore che un rivolgimento troppo radicale potesse nuocere, anzichè giovare al credito dell' Unione.
Sciolta l'adunanza, durò ancora per qualche tempo una straordinaria agitazione nella sala, nei corridoi, per le scale. Chi si rallegrava e chi si doleva dell'esito della giornata, chi si limitava a esprimere i propri dubbi, chi si riscaldava anche con quelli che dividevano il suo parere, e chi dava ragione successivamente a tutti gl'interlocutori. Il signor Mariano s'era ritirato nella stanza della Presidenza ed era cinto da un gruppo di consiglieri e d'azionisti che s'erano trattenuti per conferir con lui sulla linea di condotta da seguirsi, ma ora parevano più che altro turbati dal suo aspetto sofferente e accasciato. La lotta gli aveva fatto trovare per un istante il vigore della salute; adesso la malattia aveva ripreso il disopra. Si sforzava di mostrarsi calmo, ma era pallidissimo, respirava a fatica, e non poteva discorrere che interrottamente. Roberto, che gli era vicino, andava rasciugandogli il sudore dalla fronte, lo aiutava a slacciarsi il nodo della cravatta e sbottonarsi il panciotto, e gli sussurrava all'orecchio.—Vuoi far venire un medico?—Ma il cavalier Mariano rispondeva di no, e di lì a un quarto d'ora si mosse appoggiato al braccio del figlio. Le gambe lo reggevano appena, e gli occorsero alcuni minuti per discendere sino nel cortile ove c'era il legno ad aspettarlo.—È un uomo morto—si bisbigliava sommessamente intorno a lui. Il portinajo, che gli voleva un gran bene, ajutandolo a salire in carrozza, stentava a trattener le lagrime. E quando il legno fu uscito dal portone, egli si ritirò nel suo stanzino e si mise a piangere ripetendo alla sua famiglia:—Il cuore me lo dice. Il cavalier Mariano non passerà più questa soglia.
Intanto l'infermo, si può ben chiamarlo così, era giunto a casa, ove la signora Federica ne attendeva il ritorno trionfale. A vederlo invece in quello stato, ella comprese che la faccenda non era andata secondo la sua aspettazione, e cominciò a tempestare di domande il figliuolo e a inveire contro gli azionisti.
—Non parliamo adesso degli azionisti—le disse Roberto.—Il peggio si è che il babbo sta male davvero.
—Male! Male!—replicò la signora Federica.—Sarà una cosa passeggera…. effetto della commozione….
—Oh pur troppo, mamma, è inutile illuderci. La condizione di mio padre è gravissima.
Mentre la signora Federica voleva a ogni costo ingannar sè medesima, il cavalier Mariano s'era fatto condur nella sua camera e s'era sdraiato su una poltrona.
Il dottor Rebaldi, che non tardò ad arrivare, fu vittima anche lui d'una sfuriata della signora Federica. Perchè le aveva taciuta la verità? Perchè non aveva impedito a Mariano di andare a una seduta tumultuosa, ov'era naturale ch'egli si sarebbe agitato fuor di misura! Ella avrebbe ben saputo impedirglielo, se ne fosse stata avvertita in tempo. Ma a lei, ch'era la sola persona che avesse influenza sopra Mariano, s'era voluto tener segreta ogni cosa. Benissimo! E s'era invece parlato con Roberto, un ragazzo impressionabile, nervoso, che dava sempre ragione a suo padre.
Ci sono al mondo persone così pienamente irresponsabili di quello che dicono che il discuter con loro è tempo perduto. E il dottor Rebaldi agì da uomo savio, non curandosi di ribattere le contumelie della signora Federica, nè di ricordarle che altra volta ella lo aveva fieramente investito perchè egli s'era permesso di alludere alla malattia del cavaliere. Allora ella non voleva ammettere che una malattia grave ci fosse; adesso accusava gli altri di non averle detto che c'era.
Il buon medico rispose alla signora Federica che forse ella aveva ragione, ma che bisognava preoccuparsi del presente e non del passato, che adesso l'essenziale pel signor Mariano era la calma e ch'era quindi necessario di evitare tutto ciò che potesse turbarlo.
E la signora Federica, che non era punto cattiva, si lasciò persuadere; ma ell'era di quelle donne che non istanno ferme sopra un pensiero quindici minuti di seguito. Povere creature senza equilibrio, proprio come navi senza zavorra! Finchè battono le loro ali di farfalla, tanto e tanto possono passare. Ma se si provano a chetarsi, è inutile, non ci riescono. Così la signora Federica oscillava dai parossismi della disperazione ai sogni dorati dell'ottimismo. La mattina si strappava i capelli, e la sera faceva piani per l'avvenire, come se il signor Mariano fosse già in convalescenza. La mattina diceva che Roberto era freddo, perchè non dava la testa nelle pareti; la sera diceva ch'era esaltato perchè non sapeva divider le sue rosee speranze. E come parlava con suo figlio, così parlava con suo marito. Ora gli si gettava ai piedi protestando che non potrebbe vivere senza di lui, scongiurandolo di perdonarle le sue frivolezze, ora, a ogni sosta insignificante della malattia, sedeva vicino alla sua poltrona e, dopo avergli annunziato con aria trionfante che ormai non c'era più nulla da temere, gli discorreva in tono carezzevole d'una nuova toilette.
Il cavalier Mariano aveva una singolare indulgenza per le puerilità di sua moglie. Era lui che calmava le impazienze di Roberto, e al medico, il quale voleva allontanar di camera la signora Federica, come quella che non riusciva che a far confusione, ripeteva sempre:—Lasciala stare. Poveretta! È il suo carattere. Non c'è rimedio.
Pure, in mezzo a queste continue prove d'affetto e di tolleranza, gli sfuggiva di tratto in tratto qualche parola che mostrava com'egli comprendesse che donne simili alla signora Federica non sono le migliori compagne della vita.—La moglie—gli scappava detto qualche volta con suo figlio—dovrebb'esser la confidente di tutti i nostri pensieri, dovrebbe saper divider tutte le nostre angustie, saperci dar coraggio in tutte le nostre incertezze. Non bisognerebbe mai amare una donna soltanto perchè è bella e non è cattiva.
Il signor Mariano aveva realmente amato la signora Federica perch'era bella, ed egli moriva adesso col presentimento che Roberto commetterebbe il medesimo errore con Lucilla.
V.
Era una giornata d'ottobre. Il cielo era bigio, scendeva un'acqueruggiola fina fina, e i pochi passanti (chè metà della popolazione di Milano si trovava in campagna) avevano un'aria scura ed uggita.
In casa Arconti la costernazione si dipingeva su tutti i volti. Il cavalier Mariano era proprio agli estremi. Il dottor Rebaldi gli teneva tra le dita il polso che s'indeboliva sempre più. Roberto, curvo sulla sponda opposta del letto, copriva di baci e di lagrime l'altra mano che penzolava fuor dalle coltri, fredda e già molle del sudor della morte. La signora Federica, in preda a convulsioni nervose, aveva dovuto esser trasportata nell'angolo opposto dell'appartamento, ed era assistita dalla Giulia Dal Bono e da altre pietose conoscenti. Nella stanza attigua a quella del moribondo si trovavano raccolti alcuni vecchi amici, ora guardando in silenzio le goccie di pioggia che colavano lungo le vetrate, ora porgendo l'orecchio ai menomi rumori che venivano dalla camera vicina.
—Non parlerà più? Non si sveglierà più?—disse Roberto.
—Forse sì—rispose il Rebaldi, che teneva gli occhi fissi nell'infermo.
Infatti, sul mezzogiorno, il cavalier Mariano si scosse, sollevò faticosamente le palpebre, e riconobbe le due persone che erano chine sopra di lui.—Addio, Rebaldi—egli balbettò con voce fioca—grazie delle tue cure…. Addio, Roberto, figliuolo mio…. E la mamma?
—Vuoi che la faccia venire?
—No, Roberto…. Mi par confusamente di ricordarmi che l'abbian portata di là, e han fatto bene…. soffriva troppo…. Abbi pazienza con lei, Roberto. Ella è buona e ti ama…. e fu una buona compagna per me…. oh sì…. si adatterà anche alle nuove condizioni della famiglia…. Roberto, frugherai ne' miei cassetti per veder se ci siano altre carte che appartengono all' Unione …. Se ce ne sono, le porterai all'ufficio…. Ah! soffoco…. Passami il tuo braccio qui sotto la testa…. così…. Dunque sii forte, Roberto…. non lasciarti spezzare dalla sventura…. Ora che non hai più da assistermi, potrai cercarti sul serio un impiego. Riscrivi a quelli che ci furon larghi delle loro promesse…. facile generosità…. E non farti una famiglia finchè tu non sia in grado di mantenerla…. Non è bello viver sulla dote della moglie.
—Oh! E puoi credermi capace di una tale bassezza?
Vi furono alcuni istanti di silenzio.
Il dottor Rebaldi, che s'era tirato un poco in disparte, si avvicinò.
—Non ancora—disse il signor Mariano. E soggiunse rivoltosi di nuovo a suo figlio:—Povero Roberto! S'io fossi vissuto alcuni anni di più, o se fossi stato meno imprevidente, che avvenire poteva essere il tuo!… Con tanto ingegno, con tanta cultura!… Le lotte della politica, i trionfi del Parlamento, chi sa che cosa ti avrebbe aspettato!… E l'ambizione più santa dei padri è che i loro figliuoli salgano ov'essi non hanno potuto salire, ottengano ciò ch'essi non hanno potuto ottenere…. E invece….
—Oh babbo—interruppe il giovane—tu non sai che male mi faccia a sentirti a parlare così…. tu mi lasci ciò che vale più della fortuna di un Rothchild; mi lasci l'esempio della tua vita, della tua energia, della tua probità…. Fin ch'io respiri, ti benedirò sempre, tu il migliore, tu l'ottimo dei padri….
—Grazie—bisbigliò il signor Mariano—grazie, figliuol mio.
E lasciò cader la testa sui guanciali. A un cenno di Roberto, il medico si chinò sul moribondo.
—La lucerna si spegne—disse con un filo di voce l'Arconti, riconoscendo il dottore.
La sua pupilla si dilatò straordinariamente come se volesse arrestare le ultime immagini della vita; un fremito gli corse tutte le membra; la mano che Roberto teneva stretta nella sua si contrasse ed irrigidì. Successe una breve agonia, e poi la morte.
Non si durò poca fatica a trascinar via Roberto, che s'era gettato bocconi sul letto del defunto e non voleva staccarsene. Alla fine egli si lasciò condur da sua madre, la quale capì che cosa significava quella venuta e si abbandonò senza freno alla sua disperazione. Ma, come accade nei caratteri deboli e malati, il suo dolore prendeva le forme più stravaganti ed assurde, e a' suoi lamenti ella mesceva ingiuste accuse contro gli altri. L'infermità di suo marito era stata trascurata perchè non s'era voluto dir niente a lei. Se la si fosse avvertita in tempo, ella avrebbe ben saputo evitar la catastrofe. Un po' di svago, un po' di riposo avrebbe vinto appieno la malattia. Invece Mariano s'era ammazzato a forza di lavoro, e la seduta pubblica del maggio gli aveva dato l'ultimo crollo. Bisognava tener responsabile l' Unione della disgrazia…. Già a questo proposito ella aveva le sue idee, da cui non si doveva sperar di rimoverla.
Poi, s'interrompeva per battere i piedi, per prendersi la testa fra le mani e strapparsi i capelli, e gridava ch'ella era la più disgraziata delle donne, che in casa nessuno aveva tenuto conto di lei, nemmeno Mariano, che il meglio ch'ella poteva fare era di morire, e via di questo tono.
Quando Roberto s'avvide che nè le sue parole, nè le sue carezze potevano calmare sua madre, egli cedette al bisogno irresistibile che provava di rimaner solo, e andò a chiudersi nella sua camera da studio. Avrebbe veduto volontieri, oh quanto! una persona, ma quella persona non c'era. La signora Dal Bono non aveva stimato opportuno di condur Lucilla ad assistere ad una così dolorosa tragedia, nè si poteva darle torto.
Seduto su una poltrona, coi gomiti appuntati sulle ginocchia, con la faccia nascosta tra le mani, il giovine rimase a lungo come trasognato. Le lagrime gli si erano rasciugate sul ciglio, non piangeva più, non pensava nemmeno; vedeva passarsi confusamente davanti agli occhi le terribili immagini degli ultimi giorni, vedeva il suo babbo adorato steso senza moto sul letto, ma credeva ancora di vaneggiare, credeva che non fosse il suo babbo. Da mesi e mesi la catastrofe era prevista, era ritenuta inevitabile, eppure, in quel dormiveglia dello spirito, Roberto non sapeva ancora capacitarsi ch'essa avesse colpito la sua casa. Curioso stato dell'animo, nel quale si ha la coscenza dei fatti avvenuti, ma si presume ch'essi siano avvenuti ad altri che a noi.
Alla lunga Roberto si risentì dal suo torpore, si guardò intorno, e si alzò da sedere. Che brividi aveva per l'ossa! Si avvicinò alla finestra. La pioggia batteva sui vetri; non uno squarcio azzurro nel cielo; per quanto la pupilla si protendeva lontano era una sola nuvola, grigia, uniforme, ampia come la volta del firmamento. Roberto si mosse di nuovo e diè un'occhiata alle sue biblioteche. I suoi libri, i suoi cari amici, la cui schiera era cresciuta con lui, essi che avevano alimentato il suo pensiero, che avevano svegliato la sua immaginazione, erano lì raccolti in bell'ordine, legati quasi tutti in marocchino col titolo in oro sul dorso, a ricordargli un tempo finito per sempre, il tempo dei cari studi, degli ozi fecondi, dell'agiatezza. Molti tra quei libri glieli aveva regalati suo padre, o nel giorno della sua festa, o al capo d'anno, o dopo gli esami, o in altra ricorrenza qualsiasi, chè già al signor Mariano non mancavano mai pretesti per far regali, E con che gusto eran scelti! C'era il meglio di cinque letterature, la latina, l'italiana, la francese, la tedesca, l'inglese. Poi c'erano i volumi comprati da lui, spendendo buona parte della mesata che suo padre aveva cominciato a passargli quando aveva compiuto i dodici anni e che gli aveva a grado a grado aumentata col passar del tempo. Egli non aveva da pensare che a' suoi minuti piaceri e a provvedersi i suoi testi di scuola. S'era quindi formato una buona biblioteca scientifica, che poteva essergli preziosa anche in avvenire.
Ah, la sua camera da studio! Quante ore liete vi aveva passate! Come in essa tutto gli rammentava la sua infanzia gioconda, la sua adolescenza felice e cinta d'affetto! Quando i suoi condiscepoli venivano a visitarlo—oh!—essi dicevano—il tuo non è uno studio, è una reggia.—Quei mobili così di buon gusto, quel parafuoco che la sua mamma gli aveva ricamato, quel tagliacarte d'avorio, dono di Lucilla, quei gingilli sparpagliati sulla consolle, quelle stampe appese alle pareti, quel ricco album di fotografie, tutto insomma rivelava un'esistenza confortata dagli agi e dalla tenerezza domestica. Poi i cassetti della sua scrivania chiudevano altri tesori. In uno v'erano i suoi versi, poichè il suo ingegno aveva pari disposizione per le lettere e per le scienze, e i suoi versi, senz'essere capolavori, erano spontanei, affettuosi; in un altro c'era una cartella co' suoi disegni; progetti di fabbriche con le relative piante, cogli spaccati e coi vari dettagli decorativi; più basso si trovavano i suoi quaderni, i suoi calcoli algebrici, le sue formule, tutti i ricordi insomma della scuola.
Ah, la sua camera da studio! Com'ella si rallegrava quando Lucilla vi faceva una rapida apparizione col pretesto di veder una nuova litografia, di prender un libro, oppure, senza tanti preamboli, per salutarvi il suo amico. Vi restava per tutta la giornata come un torpore di sole, come un profumo di fiori. Ma non era soltanto la venuta di Lucilla che vi era cara e desiderata. Spesso il signor Mariano entrava nel santuario di suo figlio, e vi si tratteneva per un paio d'ore a fumare e a discorrer di mille cose. Pareva impossibile come in mezzo a tante faccende il signor Mariano conservasse una freschezza di fantasia da disgradarne un giovine che si affaccia alla soglia dell'esistenza, come sapesse tenersi a giorno di tutte le novità scientifiche e letterarie, come in tutti gli argomenti riuscisse a essere un colto e amabile parlatore. I condiscepoli di Roberto non s'infastidivano della sua presenza, non ammutolivano davanti a lui, ma rimanevano stupefatti di tante cognizioni e di tanta festività.
Ma ormai questa camera da studio non aveva più pregio pel nostro giovine. Essa apparteneva al passato, apparteneva al periodo felice della sua vita, a quel periodo che la morte di suo padre chiudeva per sempre.
E in ogni modo, fino a quando avrebbe potuto rimanervi? Gli era pur forza romper gl'indugi, rinunciare agli agi, gettarsi a capo fitto nella lotta. Forse suo padre s'apponeva al vero rimproverandosi di averlo avvezzato troppo bene. Oh! d'ora in poi non avrebbe camminato sui soffici tappeti, non avrebbe potuto adagiarsi nelle poltrone a molle e fumare il sigaro contemplando gli stucchi del soffitto. Chi sa quale sarebbe stata la sua prima tappa nel viaggio faticoso? Anche rimanendo in Milano (ed egli contava di andarsene per sottrarsi alla tentazione di continuar nelle vecchie abitudini), anche rimanendo in Milano gli sarebbe stato indispensabile cambiar casa, e questo era anzi uno dei primi provvedimenti a cui egli doveva persuadere sua madre.
Roberto non si dissimulava le infinite difficoltà che lo aspettavano al varco, ma egli non era accasciato sotto il peso di queste; sentiva in sè una fibra virile più atta a spezzar gli ostacoli che disposta a lasciarsi spezzare. Ciò che l'opprimeva era il peso del suo dolore. Oh il suo povero babbo! Il suo povero babbo!
I tristi uffici che la morte impone nelle case da lei visitate non consentirono a Roberto di perdersi in troppo lunghe meditazioni. Alcuni amici suoi e amici del defunto si erano offerti di alleggerirlo di molte cure strazianti: egli li ringraziò, ma volle far quasi tutto da sè. Scrisse di suo pugno gli avvisi mortuari, diede egli stesso tutte le istruzioni pei funerali. Sua madre, in un momento di calma, l'aveva fatto chiamare, aveva voluto veder l'avviso che le era parso troppo semplice, e con la frivolezza vanitosa ch'era una delle sue caratteristiche, gli aveva detto:—Bada di far le cose per bene. I funerali del tuo povero padre devono esser splendidi…. Bisogna che tutta Milano si accorga dell'uomo che ha perduto…. E che vi siano necrologie su tutti i giornali.
A questo punto s'era messa a piangere…. Poi aveva imposto a Roberto di spedir gli inviti a parecchie famiglie dell'aristocrazia con cui ella era in qualche relazione.—Non siamo da meno di loro…. E voglio saper esattamente chi sarà venuto e chi no…. per regolarmi in avvenire.
La signora Federica parlava sempre dell'avvenire come s'esso avesse potuto esser uguale al passato, come se non ci fosse per lei la necessità di cambiar radicalmente il suo sistema di vita.
Comunque sia, il desiderio della signora Federica circa allo splendore del servizio funebre fu pienamente esaudito, non tanto pel lusso della cerimonia, quanto pel concorso delle pubbliche rappresentanze e dei cittadini. Il cavaliere Arconti poteva aver avuto i suoi difetti, poteva aver abusato alquanto della sua influenza nell' Unione per trascinare la Società a qualche impresa un po' arrischiata e non conforme appieno all'indole dello Statuto, ma le sue qualità eminenti d'ingegno e di cuore, ma i sacrifizi da lui fatti in ogni tempo per la sua patria gli avevano creato numerose simpatie e avevano reso generale il compianto per la sua fine immatura. Vecchi commilitoni del 48, antichi conoscenti perduti di vista da un pezzo, Associazioni operaie che noveravano il cavaliere Mariano fra i membri onorari, avevano voluto far atto di presenza intorno alla sua bara, insieme agli amici più intimi, alle rappresentanze del Municipio e della Camera di Commercio, ai consiglieri, agli impiegati e a molti azionisti dell' Unione, accorsi, malgrado le recenti vicende, a rendere un estremo omaggio al già onnipossente direttore della società. Nè erano mancate le carrozze dell'aristocrazia, il cui intervento stava tanto a cuore alla signora Federica. E in mezzo al dolore sincero ch'ella provava, quand'ella ebbe la relazione del funerale, quando seppe che il carro mortuario era stato seguito dall'equipaggio di casa X e di casa Y, quando lesse le numerose necrologie comparse nei principali fogli della città, non potè a meno di prender un'aria di trionfo e di esclamare:—Oh gli Arconti sono qualche cosa in Milano!—indi la signora Federica ebbe un' idea, una delle sue solite idee. Bisognava ordinare al Vela la statua di Mariano. Non era possibile che Mariano non avesse un monumento, mentre lo avevano tanti asini e tanti farabutti.
VI.
Erano giorni ben tristi per Roberto. Tutte le difficoltà della sua nuova situazione gli si affollavano addosso imperiose e gli toglievano quasi il respiro. In primo luogo, non era piccola noia per lui il dover combattere le idee strampalate che nascevano come funghi nel cervello balzano della signora Federica. Sappiamo che le era venuto il ghiribizzo del monumento; poi s'era fitta in capo che si avesse da far causa all' Unione; finalmente una mattina era entrata per tempissimo in camera di suo figlio a suggerirgli un'operazione sui fondi turchi. Un amico d'una sua amica aveva guadagnato una bella sommetta in una speculazione simile, ed ella non capiva perchè Roberto non dovesse tentar la fortuna. Chi non risica non rosica,—ella soggiungeva sentenziosamente. Il giovane cercava alla meglio di persuader sua madre a lasciarlo cheto, ma non vi riusciva che a mezzo. Poichè, sebbene la signora Federica non rimanesse a lungo sopra un pensiero, appena le era passata una fantasia gliene veniva un'altra, e la sua mente era un'instancabile officina di fuochi artificiali.
Comunque sia, questa non era che una delle tante brighe di Roberto. Quantunque egli avesse consentito a farsi aiutare da qualche amico in alcuni uffici di minor conto, come scambio di biglietti, ringraziamenti ai giornalisti, ecc. ecc., c'erano lettere a cui doveva rispondere egli stesso, c'erano visite ch'egli non poteva ommettere, nè poteva delegare ad altri. E ciò gli lasciava pochissimo agio di occuparsi delle cose più serie, vale a dire di cercar l'impiego che gli era tanto necessario. Aveva scritto alla direzione delle Ferrovie meridionali per sentire se fosse ancora disponibile il posto che gli era stato offerto mesi addietro in Calabria, ma quel posto non c'era più; era stato dato da tre mesi a uno dei sessant'otto postulanti che s'erano presentati. E da ogni parte gli si rispondeva che bisognava aver pazienza, che il paese attraversava un periodo di crisi, che tutte le aziende pubbliche e private rigurgitavano di personale, che in ogni modo si sarebbe veduto, si sarebbe cercato; era giovine tanto, l'avvenire era per lui. Parole, sempre parole, nulla più che parole—egli osservava malinconicamente.
Una mattina, reduce da alcune faccende, egli trovò nel suo studio uno de' più servizievoli amici suoi, il giovane ingegnere Giorgio Leoni, il quale stava scrivendo gli indirizzi su alcune buste che contenevano delle carte da visita. Oh—disse Roberto—guardando uno di quegli indirizzi.—Selmi aveva mandato il biglietto?
—Sì, eccolo qua.
Roberto lesse: Odoardo Selmi, miniera di Valduria in Romagna. Indi soggiunse, rivolgendosi al suo amico.
—Lo sapevi che egli aveva quest'impiego?
—Io no. Da quando ha finito il Politecnico, e lo ha finito un anno prima di noi, io non ne avevo più saputo novella.
—A ogni modo, fu una cortesia il ricordarsi di me in questa circostanza. Gli si era mandata la partecipazione?
—No….
—Avrà letto qualche necrologia sui giornali.
—Povero Selmi—soggiunse Leoni—era un ottimo diavolaccio, leale, affettuoso, ma non era un'aquila, nè aveva una grande istruzione.
—Era paziente, attivo…. Non so se avesse famiglia….
—I genitori eran morti…. Deve aver avuto una sorella minore. Forse si sarà maritata…. La nominava spesso.
—Ebbene, intanto egli ha un impiego.
—Sì, in una miniera. Bel gusto! C'è da morire di malinconia.
—Chi sa?
Roberto si allontanò dall'amico e andò verso la sua scrivania, ove s'immerse nell'esame di alcune carte. Ormai egli possedeva tutti gli elementi necessari per farsi un'idea esatta della situazione economica della famiglia. I conti non s'eran fatti aspettare; appena morto il cavalier Mariano, i vari creditori s'erano affrettati a mandar le loro polizze; dal canto loro, i nuovi preposti all' Unione, non avevano perduto troppo tempo. Avevano trasmesso a Roberto una copia della partita del defunto Direttore, partita che, per i prelevamenti fatti nell'anno, si saldava con un piccolo deficit, anche accettando il bilancio quale era stato presentato all'Assemblea generale e tenendo conto del dividendo sulle dieci azioni del cav. Mariano. Tuttavia la Società dichiarava non solo di rinunciare al ricupero del suo credito, ma altresì di assegnare alla vedova del benemerito Direttore per una volta tanto la somma di dieci mila lire. Quantunque fosse una soluzione men disastrosa di quello che si poteva attendere con gli umori che spiravano nella Società, la signora Federica montò sulle furie, disse che diecimila lire erano un insulto, che dovevano essere almeno quarantamila, e che bisognava assolutamente far lite, nè si lasciò convincere del contrario dalle ragioni di Roberto. Bensì le venne in soccorso anche questa volta la sua insanabile leggerezza, che di lì a brevissimo tempo le fece volger ad altro il pensiero.
—Insomma—ella chiese un giorno a suo figlio—si può saper positivamente quello che ci resta, pagati tutti i debiti?
Roberto l'aveva detto altre volte, ma non ebbe nessuna difficoltà di ripeterlo.
—Le diecimila lire dell'indennità—egli rispose—possiamo ritenerle assorbite dalle vecchie passività e dalle spese straordinarie di questi mesi; ci restano ancora le tue ventimila lire di dote investite in rendita, le dieci azioni dell' Unione che appartenevano al babbo, cioè altre diecimila lire, le cinque azioni mie, le cinque tue, diecimila lire anche queste. Sono quarantamila lire da potersi realizzare a nostro piacere. Poi c'è l'impianto della casa, poi ci sono le tue gioie, che importeranno anch'esse qualche migliaio di lire….
—Non curiamoci delle gioie—interruppe la signora Federica.—Hai detto che c'è una quarantina di mila lire realizzabili quando si voglia?
—Sì. Ebbene?
—Ebbene—continuò la signora Federica—quarantamila lire sono un discreto capitale.
Roberto, che sapeva come in casa sua si fossero spese fino alla morte di suo padre circa trentamila lire all'anno, non potè a meno di sorridere.—Ti pare?—egli disse.
—Sicuro, non già per viverci sopra senza far nulla….
—In nome del cielo!—esclamò il giovine, cui non pareva vero di sentir dalla bocca di sua madre una cosa ragionevole.
—Un discreto capitale—proseguì la signora Federica—per farlo girare, per metterlo in commercio.
—In commercio? E chi dovrebbe metterlo in commercio?
—Oh bella! Tu stesso!… Vedi, Roberto, tu hai poca fede nel tuo ingegno…. E sì che l'ingegno non ti manca…. Ti manca l'iniziativa…. Capisco le tue obbiezioni alla proposta di far affari di Borsa…. Quelli lì han rovinato molta gente…. Ma il commercio è tutt'altra cosa…. E adesso anche i giornali dicono che ci sarà da guadagnare un bel gruzzolo di moneta nei grani…. Guarda piuttosto, guarda co' tuoi occhi.
Si tolse di tasca un numero d'un giornale, e segnò a suo figlio un articolo che cominciava con queste parole: «Tutto sorride quest'anno ai negozianti di cereali. La corrente dell'aumento è pronunziatissima, e non si fermerà così presto.»
—Cara mammina—disse Roberto, restituendo il giornale piegato alla signora Federica—quando ti persuaderai che di queste faccende me n'intendo un pochino più di te…. e che nemmeno i tuoi grani fanno al caso nostro?
—Il presuntuoso? Se ne intende?… Con quella pratica di mondo che ha! Non sa che criticar tutto, e non suggerisce nulla, e così si lascerà venir l'acqua alla gola.
Era uno strano modo d'invertire le parti, e Roberto si lasciò scappare un punto ammirativo, che la signora Federica rilevò alquanto stizzita.
—Già; e tu, che ridi sempre delle mie idee, potresti farmi sapere un po' quali sono le tue?
—Oh mi spiccio in due parole. Col primo del mese si cambia casa, si smette la carrozza, si licenzia la servitù, ad eccezione d'una persona….
—Questo vuoi fare?—proruppe scandalizzata la signora Federica.
—Sì, cara mamma—egli soggiunse, prendendole le mani nelle sue—e tu mi aiuterai, perchè sei buona, e non puoi volere che il tuo Roberto finisca coll'andare in prigione per debiti….
Ma la signora Federica non volle sentir altro. Si svincolò da suo figlio, e uscì dalla stanza gridando ch'era vittima della peggiore di tutte le tirannie.
Nondimeno, la sua resistenza si spuntava contro la volontà calma, ma inflessibile, di Roberto. Prima che si compisse il termine stabilito, egli aveva già posto ad effetto la massima parte dei suo programma. Lo splendido appartamento in via Monte Napoleone era stato mutato in un quartierino modestissimo in una delle nuove strade della città, la servitù s'era ridotta ad una persona, la carrozza era scomparsa, quantunque la signora Federica avesse dichiarato eroicamente che, piuttosto d'uscire a piedi, ella sarebbe rimasta in casa tutta la vita. Inoltre Roberto aveva provveduto in modo che sua madre non potesse disporre senza il suo consentimento della modesta sostanza che l'era rimasta. Ch'ella vivesse con la sola rendita non era possibile; però il capitale non doveva essere toccato che a poco per volta. Presto o tardi, Roberto sarebbe stato in grado di colmare il disavanzo co' suoi guadagni.
Del matrimonio non si parlava più che come di cosa remota. Il giovine Arconti sapeva che, prima d'acquistar il diritto di favellarne, egli doveva vincere ben altre battaglie che quelle combattute sinora. Ma egli vedeva spesso Lucilla, perchè le Dal Bono venivano sovente dalla signora Federica, e perch'egli si recava qualche volta a casa loro. Queste visite infastidivano il signor Benedetto, che ne rimproverava le sue donne; ma non osava proibirle direttamente a Roberto. Il temperamento focoso degli Arconti sbigottiva il valorosissimo uomo, il quale, durante la malattia del signor Mariano, s'era fitto in capo di avere anche lui un'affezione al cuore, e temeva che tutto potesse esacerbarla.
La signora Federica andava pazza per Lucilla, che le dava ragione in molte delle sue lagnanze contro il suo figliuolo, e specialmente in quella relativa alla carrozza.
—Roberto è un esagerato—diceva la ragazza con la sua frase preferita.—La carrozza non è una cosa di lusso. Chi c'è in Milano che stia senza carrozza?—Indi rivolgendosi a Gipsy, che l'accompagnava quasi sempre, soggiungeva sentenziosamente:—Ah Gipsy, questi uomini son proprio tutti d'uno stampo…. Su, bella, ritta, sulle due zampe di dietro…. così…. Brava, Gipsy, brava!
E la spensierata fanciulla batteva le mani alle prodezze ammirabili della sua cagnetta.
Roberto vedeva tutto con gli occhi di innamorato, e si sforzava di persuadersi che il tempo avrebbe dato a Lucilla la serietà che le mancava. Ch'ella gli volesse bene era certo, ed egli gliene voleva tanto!
Qualche volta egli riusciva ad aver un colloquio a quattr'occhi con lei, e usava della sua eloquenza, che non era poca, per convincerla ch'egli non poteva agir diversamente da quello che agiva.—Credilo—egli le diceva—è anche nell'interesse del nostro matrimonio che tengo questa via. Vedendomi assestato, economo, previdente, tuo padre avrà minor difficoltà a consentire alle nostre nozze, quando, ottenuta una buona posizione, io gli farò la domanda formale della tua mano.
—Sì, sì—rispondeva Lucilla, tentennando il capo—sarà verissimo che tutte le strade conducono a Roma, ma quella che hai scelta è la più lunga…. Con un po' di audacia….
—Oh! le ubbie della mamma….
—Ubbie fin che vuoi, ma intanto la famosa posizione che stai sempre aspettando non si vede….
—Si vedrà.
—Ci sposeremo a ottant'anni. Nella cronaca dei giornali cittadini del secolo venturo si leggerà: Oggi si è celebrato davanti al Sindaco il matrimonio di due venerabili….
—Zitto—interruppe Roberto, e le mise la mano sulla bocca.—Dimmi piuttosto, se in questo frattempo….
—In quale frattempo? Da oggi al 1920? Al 1930 forse?
—Bambina! Se nei tre o quattro anni ch'io impiegherò a conquistare il mio posto nel mondo, ti si presenterà qualche gran signore…
—E mi chiederà in moglie?
—Sì.
—Risponderò: signore, scusi tanto, ma sono impegnata. Come a una festa quando vi domandano una polka che si deve ballare con un altro.
—Non far queste similitudini….
—Oh l'uomo grave! Non permette scherzi….
—Se verrà qualche marchese, qualche conte con le sue nove palle sul biglietto da visita?…
—Lo manderò pei fatti suoi….
—Non ti lusinga dunque una gran ricchezza, un bello stemma di nobiltà?…
—E torni sempre a battere lo stesso chiodo. T'ho detto di no…. Mi basta esser madama ….
—Perchè madama?
—Via, signora, la signora Arconti. Va bene?
—Oh va tanto bene.
E il colloquio finiva con un bacio scoccato da Roberto sulle floride guancie della sua fanciulla.
Pure l'Arconti aveva i suoi momenti di scoraggiamento. Promesse d'impieghi futuri ne aveva in gran quantità, ma le promesse non si cambiavano in fatti, ed egli, assestate ormai alla meglio le cose domestiche, sentiva di non poter restare in ozio. Avrebbe avuto i suoi libri, i suoi studi; ma era inutile. Guai a lui se cedeva alle lusinghe d'una vita puramente intellettuale!
Un giorno, mentre rovistava alcune carte, il suo sguardo tornò a cadere sopra un biglietto da visita che aveva già attirato la sua attenzione— Odoardo Selmi, miniera di Valduria, in Romagna. —Aveva scritto a tanta gente; perchè non poteva scrivere anche a questo vecchio condiscepolo che s'era ricordato di lui? Se ci fosse un'occupazione alla miniera?
Non potè a meno di riflettere che sarebbe stata un'occupazione poco allegra, per lui sopratutto, avvezzo alla vita di Milano, ma scacciò subito da sè questa pensiero. O che aveva il diritto di cercare un'occupazione allegra? Qualunque fosse, pur che onesta, doveva esser la benvenuta. Non esitò più e scrisse la nuova lettera. Il suo amico Leoni era insieme a lui quand'egli la gettò in una cassetta postale.—Sai che numero ha questa lettera, a contar dalla prima che ho spedita per raccomandarmi?
—Che numero?
—Centoventitrè. E sai a chi è diretta?
—Come vuoi che lo sappia?
—A Odoardo Selmi.
—Oh diavolo?…. E speri ch'egli possa….
—Trovare un posto per me nella sua miniera…. Sia un posto d'ingegnere, sia un posto nell'amministrazione, fa lo stesso….
—Andresti a seppellirti a Valduria?
—Perchè no?
—E tua madre?
—Resterà qui. Ella non lascerebbe certo Milano….
—Ma dev'essere una gran vita di privazioni la vita di miniera….
—Ho meno bisogni che tu non creda.
Leoni non seppe trattenersi dal guardarlo con una certa maraviglia.
—Oh!—disse Roberto—tu non puoi capacitarti…. Guardi alla mia toilette accurata, alla mia aria da zerbinotto…. È vero, nei primi giorni del mio dolore non pensai a mutar sarto pel mio abbigliamento di lutto; è vero, ho ancora l'apparenza elegante…. Non si può cambiar natura in ventiquattr'ore…. Aspetta un poco, e vedrai…. Intanto non ti sei accorto che non fumo più d'un sigaro al giorno?
—Pazzie!
—Non sono pazzie…. Ne fumavo sei o sette…. È un risparmio da non disprezzarsi…. Se poi fossi nelle miniere, capisci che, per amore o per forza, bisognerebbe romperla con le vecchie abitudini…. È per questo, vedi, che quasi quasi m'innamoro d'un impiego che mi strappi per qualche anno alla vita cittadina.
Leoni chinò il capo in silenzio.
—Del resto—soggiunse Roberto—val proprio la spesa di discorrere della mia partenza per la miniera…. Vedrai che è un'altra lettera sprecata…. C'è una iettatura per me.
VII.
Questa volta Roberto s'ingannava. Prima che passasse la settimana, egli riceveva una lunga lettera da Odoardo Selmi. Era uno scritto in cui si rilevava l'uomo un po' rozzo, ma franco, buono, modesto. Egli cominciava col chiedere scusa al suo condiscepolo di non avergli mandato una riga in occasione della morte del padre, e col lagnarsi che Roberto avesse aspettato tanto a ricorrere a lui. Poi narrava la sua vita da un anno a quella parte. Una fortunata combinazione l'aveva fatto divenire ingegnere capo della miniera di zolfo di Valduria, ed egli viveva abbastanza contento di quell'eremitaggio insieme con sua sorella Maria, ch'era la sola persona di famiglia che gli rimanesse. C'era da lavorar molto, e, in confidenza, egli si sentiva inferiore all'ufficio. Adesso la Direzione che risiedeva in Londra (poichè la miniera apparteneva alla Sulphur Society residente nella metropoli inglese) gli aveva concesso di prendersi un aiutante per le funzioni amministrative. Però a questo nuovo impiegato non gli si permetteva di assegnare che 200 lire al mese. Poteva convenirgli questa posizione? In caso affermativo, era sua. Avrebbe avuto alloggio nel locale stesso abitato dal Selmi e spettante alla miniera. Badasse bene però che il luogo era inospite e non presentava altra attrattiva che quella di qualche punto di vista e d'un'aria eccellente. Società, come poteva credere, non ce n'era affatto. Il meglio che restasse da fare, finito il lavoro, era di bere un buon bicchier di vino e di andarsene a letto. La festa si poteva giocare alle boccie e passeggiar pei monti. Nella miniera la vita era dura e faticosa; nell'amministrazione ci sarebbe stata minor fatica ma più noia, appunto in ragione del maggior numero d'ore di libertà. Per chi era avvezzo alle mille distrazioni cittadine l'abituarsi a questa nuova esistenza era un affar serio. Anche a lui, che pure era stato sempre un uomo selvatico ed era nato da quelle parti, anche a lui i primi mesi di soggiorno lassù eran parsi un supplizio. Pensava agli anni del Politecnico, alle allegre brigate, alle belle donnine di Milano, e aveva giorni d'uno spleen terribile. Ma a poco a poco s'era assuefatto e ora non si lagnava più. Insomma Roberto pesasse il pro e il contro, e gli rispondesse quanto prima gli era possibile. Non aveva bisogno di dirgli che lo avrebbe accolto a braccia aperte.
Roberto non esitò un momento, non consultò nessuno, e rispose accettando con infinita riconoscenza l'offerta, e annunciando che sarebbe partito per Valduria anche subito, se la sua presenza era necessaria. In caso diverso fissava il giorno del suo arrivo al primo di maggio. S'era allora verso la metà di aprile.
Egli era dunque riuscito finalmente. Lo aveva questo impiego tanto desiderato. A ventitrè anni, dopo esser vissuto sino a quel tempo nella persuasione d'esser ricco, egli aveva saputo adattarsi al suo stato e mettersi in grado di non dipender da nessuno. Duemila quattrocento lire all'anno erano pochine assai, specialmente per chi dovesse anche aiutar la madre, ma in ogni modo si trattava di cominciare. L'alloggio, tenendo conto dell'offerta di Odoardo, non gli sarebbe costato nulla; pel vestito se la sarebbe cavata a buon mercato, chè egli non doveva già far la corte alle belle di Valduria; tutto si riduceva quindi a mangiare, e quelli non eran paesi ove si rischiasse di rovinarsi per le delicatezze dei banchetti luculliani.
La prontezza con cui Odoardo Selmi era venuto in suo soccorso lo commoveva. Tanti amici di suo padre, tanti amici intimi suoi non avevano saputo far nulla per lui, e questo condiscepolo dimenticato accoglieva la sua domanda con una sollecitudine piena di fiducia e d'affetto. Ebbene, egli avrebbe saputo mostrarsi degno di questo affetto e di questa fiducia. Avrebbe messo al servizio di Odoardo tutto il suo ingegno, tutte le sue cognizioni. Non sarebbe, no, alla lunga rimasto a far lo scribacchino, avrebbe anch'egli affrontato coraggiosamente i pericoli della vita sotterranea, e avrebbe spiegato tanto coraggio, tanta energia che la sua opera non avrebbe potuto essere inavvertita. E in capo a un paio d'anni, con una posizione certo migliorata, si sarebbe presentato ai Dal Bono, dicendo:—Ormai sono un uomo, eccomi a sposar Lucilla…. Lucilla! Qui c'era un punto nero. Era possibile che Lucilla si adattasse a vivere accanto a una miniera? E se vi si fosse adattata lei, era sperabile avere il consenso della famiglia? A questo pensiero, gli entusiasmi di Roberto si raffreddavano notevolmente, e gli era forza ammettere che l'impiego da lui conseguito non poteva esser che provvisorio, e che se voleva sul serio sposar Lucilla, bisognava che in un termine non troppo lungo egli se ne trovasse un altro. Era la prima volta che il suo matrimonio gli si affacciava sotto forma dubitativa.
Egli non s'era punto illuso sull'effetto che la sua risoluzione produrrebbe su sua madre e sulla ragazza da lui amata. Agli occhi loro non c'era scusa per lui, o, a meglio dire, ce n'era una sola, era divenuto pazzo addirittura. Chi avesse un grano di sale in zucca non consentirebbe mai a principiar la sua carriera sotto sì tristi auspici. C'era proprio sugo ad aver studiato tanti anni, a esser stato fra i primi della scuola per finir poi a tener i conti d'una miniera, o, peggio ancora, a scendere in fondo ai pozzi cogli operai a rovinarsi la salute e a rischiar la pelle! Come se gli mancasse il pane da mettersi alla bocca, come se non potesse aspettare fintantochè offrivano anche a lui la direzione d'una Banca, o una cattedra d'Università. Professore d'Università, transeat; ma scribacchino di miniera!
La requisitoria della signora Federica era la più severa e stringente. Per poco ella non si persuadeva che suo figlio era un mostro di perversità. Intanto dalle strettezze a cui l'aveva condannata si capiva benissimo ch'egli aveva il brutto difetto d'essere avaro. Però un avaro pieno di contraddizioni. Perchè aveva sdegnato d'insistere presso la Società L'Unione, per un componimento più vantaggioso? Perchè non cercava di propiziarsi il signor Dal Bono e non tentava di farlo aderir subito a un matrimonio che avrebbe rimesso a galla la barca sdrucita? Le signore Arconti e Dal Bono avevano in sociale una idea. Con un contegno più modesto, più umile, Roberto avrebbe potuto indurre il signor Benedetto a tenerlo presso di sè per la contabilità dell'amministrazione, per la riscossione degli affitti, ecc., ecc. E allora tutto il rimanente sarebbe venuto da sè. Ma solo a parlarne di lontano a Roberto, la signora Federica aveva provocato una tempesta sul suo capo. Evidentemente, Roberto, oltre che avaro, era orgoglioso. Senonchè qui pure c'era la sua contraddizione. Era orgoglioso e accettava il posto offertogli da quell'insignificantissimo Selmi che la signora Federica si rammentava d'aver visto una sola volta e che l'aveva colpita per la sua goffaggine e la sua ineleganza! Sì, Roberto era un orgoglioso incoerente; pur troppo non aveva logica. Ma c'era di peggio. Egli era un egoista. Fittosi in capo una cosa, la faceva senza preoccuparsi del dispiacere recato agli altri. Lasciava sua madre, lasciava Lucilla, non voleva pensare che a sè. Un egoista, un vero egoista. Roberto non amava nessuno. Prometteva di mandar a casa ogni mese quasi tutto il suo stipendio, ma col danaro non si curano le piaghe morali. Roberto non aveva delicatezza di sentimenti. Gli pareva di essersi sdebitato di tutto dicendo a sua madre: Provvederò io a parte del tuo mantenimento. Roberto era cattivo, era cattivo pur troppo, e che pensiero è più triste di questo per un cuore materno? Quand'era giunta a siffatta conclusione, la signora Federica pigliava l'atteggiamento di Niobe. S'avvicinava il primo di maggio, e Roberto, non lieto ma risoluto, faceva i suoi preparativi per la partenza. Dalla raccolta de' suoi libri, che nella nuova casa stavano a disagio, egli trasceglieva i più cari, i più necessari al suo spirito e li collocava in una piccola cassa che avrebbe portato seco. Erano, per un terzo, volumi scientifici, pegli altri due terzi opere di letteratura, di poesia sopratutto. Oh la poesia egli l'amava tanto! Trovava in essa tanti conforti! E come ne avrebbe avuto bisogno nelle solitudini di Valduria, lì senza una persona con cui discorrer mai d'arte, d'ideale, chè Odoardo Selmi era un cuor d'oro, ma non aveva forse letto due versi in vita sua!
Un altro oggetto prezioso il giovine Arconti aveva messo insieme a' suoi libri prediletti. Era il suo album di fotografie, quell'album ove c'erano i ritratti de' suoi genitori, de' suoi amici, e ove c'era il ritratto di Lucilla, Lucilla nel fiore de' suoi sedici anni, con la testina leggermente piegata da un lato, cogli occhi scintillanti, con un sorriso malizioso sul labbro.
Oh il giorno in cui egli s'accomiatò da lei, essa non lo aveva più il sorriso sul labbro! Era combattuta fra il dolore e il dispetto! Pareva anche a lei che Roberto fosse reo di una colpa ben grave.—Non dovrei nemmeno volerti bene, non dovrei nemmeno salutarti—ella gli disse.—Anzi, non ti voglio bene….
—Oh Lucilla, è una bugia—interruppe Roberto seguendo con lo sguardo una lagrimetta che le colava giù per la guancia.
—Cosa c'è'?… Non è vero, non piango—ella rispose.—Anzi, sì, piango, ma di rabbia…. Va via, sei cattivo.
E intanto altre lagrime più grosse le rigavano il viso.
—Oh Gipsy è molto più buona—continuava la ragazza, carezzando la cagnetta che le scodinzolava vicino e si stropicciava il muso sul suo vestito.
—Guarda—riprese Roberto afferrando la mano di Lucilla.—Tu mi dai un dolore che non ha nome. Credi tu che non significhi nulla per me lo staccarmi da tante cose care? Eppure tu potresti con una parola rinfrancare il mio spirito, farmi lieto quasi….
Lucilla si strinse nelle spalle.
Egli proseguì.—Se tu mi dicessi: «Capisco che quello che fai lo fai per il meglio, capisco che lo fai anche un poco per me, capisco che non puoi agire diversamente,» se tu mi dicessi questo, oh sentirei nel mio animo raddoppiarsi la lena, mi sentirei sicuro di vincere ogni ostacolo.
—Non lo dirò, non lo dirò—proruppe Lucilla battendo i piedi con dispetto infantile.
La signora Giulia, che assisteva al colloquio, interpose una buona parola.—Andiamo, ragazzi, non bisticciatevi adesso. Siete ostinati tutti e due, e già non vi persuadereste…. Per me, non so chi abbia torto e chi abbia ragione…. Speriamo nell'avvenire.
L'ottima signora Dal Bono era una natura un po' inerte, che avrebbe sempre voluto contentar tutti. In fondo, ella subiva il fascino di sua figlia; con suo marito non si metteva mai in contraddizione aperta, ma gli opponeva quella resistenza passiva ch'è l'arma più efficace dei deboli. Per Roberto ell'era, in complesso, una fida alleata; aveva sempre vagheggiato il matrimonio di lui con Lucilla, nè le mutate fortune degli Arconti le avevano fatto cambiar opinione. Desiderava sinceramente la felicità di sua figlia, e le pareva che questa felicità potesse dargliela meglio Roberto che qualche sposo sconosciuto di gran censo e di gran lignaggio. Però la lotta non era il fatto suo. Chiudeva volentieri gli occhi, e, come aveva detto poc'anzi, sperava nell'avvenire.
Nel giorno stesso in cui Roberto disse addio a Lucilla e alla signora Giulia, egli volle prender commiato anche dal signor Benedetto, che avrebbe fatto molto volentieri a meno di questa visita. Il signor Benedetto era nel suo studio, ritto dietro a un banco, cogli occhi sprofondati nelle pagine d'un grosso e polveroso registro. Aveva in testa un berretto di velluto nero col fiocco di seta, indossava una lunga vesta da camera di lana grigia alquanto sgualcita, teneva aperta sul banco alla sua destra la tabacchiera da cui fiutava prese abbondanti che ricadevano in parte sulla pagina 114 del suo libro mastro, e precisamente sulla partita relativa alla casa via Maravigli N. 37. Quantunque facesse abbastanza caldo, tutte le finestre della casa erano ermeticamente chiuse, e pareva d'entrare in una serra.
Convinto che la troppa commozione fa male alla salute, il signor Dal Bono accolse Roberto con un riserbo pieno di decoro.—Sicuro—egli disse—benissimo fatto ad accettare un impiego fuori di Milano…. Speriamo buona fortuna.
Il signor Benedetto evitava i pronomi, perchè non voleva incoraggiar troppo le confidenze di Roberto dandogli del tu come il solito e non sapeva d'altra parte come fare a dargli del lei.
Roberto faceva il possibile per essere espansivo, per tirare il discorso sull'avvenire.—Oh lavorerò senza tregua; nessuna fatica mi parrà troppo penosa, nessun pericolo troppo grave.
—Ventisette e sette trentaquattro e porto tre—disse il signor Dal Bono continuando una somma. Poi alzò lentamente il capo.—Già…. anzi….
Temette di esser troppo laconico, e proseguì.
—Per fortuna la mamma non è sprovvista affatto…. e un giovine solo fa presto ad accomodarsi.
Il circospetto signor Dal Bono aveva senza volerlo offerto all'Arconti l'addentellato per mettere in campo un argomento scabroso.
—Oh ma io non intendo di esser sempre un giovine solo…. Intendo farmi una famiglia.
—Male—rispose il signor Benedetto dopo qualche esitazione.—Che le donne si maritino, sta bene, ma che gli uomini prendano moglie….
E si fermò qui, forse perchè stentava anch'egli a capire questa singolare condizione di cose, in cui le donne prenderebbero marito senza che gli uomini prendessero moglie.
Ma Roberto ormai era bene avviato.—Quando si ama ardentemente una fanciulla onesta, signor Benedetto, ciò che si desidera sopra tutte le cose al mondo è di sposarla.
—Amare, amare!—disse il Dal Bono, cacciandosi su pel naso una presa di tabacco.—Sono riscaldi di fantasia, sono fuochi di paglia.
—Oh non creda—proruppe il giovine, che non sapeva più contenersi.—E poi a che servono tutte queste circonlocuzioni? Lei sa benissimo chi amo, chi ho sempre amato, chi amerò sempre…. Amo sua figlia….
Il signor Benedetto, che s'era immerso più che mai nella contemplazione della pagina 114 del suo libro mastro non potè far a meno di scuotersi.—Oh! Ah!… Via, ragazzate…. Son cose da dirsi, son cose da pensarsi in questi momenti, con tanto bisogno di attendere al serio?…
—L'amo—continuò l'Arconti, curandosi poco dell'interruzione—l'amo, ma di quell'amore che può aspettare degli anni perchè è sicuro di sè…. E quando mi ripresenterò a lei e le tornerò a esporre la mia ferma intenzione di sposar Lucilla….
—Ma…. adagio….
—Allora, signor Benedetto, dovrà dire: se l'è meritata…. Stia sano, signor Benedetto, e a rivederci.
—Servitor suo…. Però…. mi pare….
Ma Roberto, che si sentiva scoppiare davanti a quell'uomo subdolo e pauroso, aveva già lasciato la stanza. Dal canto suo, il signor Dal Bono si rassegnò molto facilmente a inghiottire il discorsetto che egli voleva fare al bandanzoso giovinotto. Già quegli Arconti gli avevano suo malgrado inspirato sempre una gran soggezione. Erano nature energiche, trattenute a vero dire nei loro impeti, ma in cui si capiva ad ogni modo che c'era una polveriera disposta ad esplodere.
—Intanto se ne va via—riflettè il signor Benedetto—e questo è l'essenziale…. Il tempo…. la lontananza…. le distrazioni faranno guarir Lucilla…. Il meglio sarebbe maritarla addirittura ad un altro, ma prima di tutto ella non acconsentirebbe, e poi che fretta c'è di tirar fuori la dote?
VIII.
Un vetturale con una timonella a un cavallo attendeva Roberto alla stazione più vicina a Valduria. Odoardo Selmi sarebbe venuto in persona a incontrarlo, ma le sue occupazioni glielo avevano impedito, e se ne scusava con una riga gettata giù in fretta.
Con una miglior disposizione d'animo il giovine Arconti avrebbe potuto ridere dei fianchi prominenti del quadrupede, del naso fenomenale del cocchiere e della costruzione primitiva della carrozza. Invece, con la malinconia ch'egli aveva intorno, quella vista non fece che contristarlo di più. Nè mancarono altre ragioni a crescere la sua noia. Il baule ch'egli aveva portato seco non potè esser collocato a posto che con immensa fatica, e in mezzo alle imprecazioni del cocchiere Andrea, il quale non intendeva come un ingegnere non avesse misurato da Milano la capacità della vettura con cui doveva far l'ultima parte del suo viaggio. In quanto alla cassa di libri bisognava assolutamente lasciarla alla stazione; la si sarebbe ritirata il dì appresso.
La carrozza procedette per tre quarti d'ora lungo la strada postale, sollevando con le ruote nembi di polvere. Indi essa prese una stradicciuola angusta, sassosa, che saliva con leggero pendìo verso il monte. Il cavallo correva un tratto, poi abbassando la testa, andava innanzi al passo, con le redini allentate sul collo. Andrea fumava, e la punta del suo naso monumentale compariva e scompariva a vicenda tra i globi di fumo come la cima d'una montagna circonfusa di nuvole. Ogni momento la vettura, ch'era priva di molle, urtando contro una pietra più grossa, dava un sobbalzo e palleggiava Roberto da una parte all'altra del sedile. Per solito Andrea non s'accorgeva nemmeno di questi scossoni; solo quand'essi prendevano proporzioni eccessive egli metteva una sonora bestemmia. Malgrado l'umore poco mansueto del cocchiere, a Roberto non sarebbe stato difficile di attaccare conversazione se la tristezza profonda ond'era compreso non gli avesse reso impossibile di pronunciare una parola. Pensava al diverso avvenire che aveva sognato, pensava agli altri viaggi che avrebbe dovuto fare. Senza la sventura che lo aveva colpito, egli avrebbe percorso la Francia, l'Inghilterra ed il Belgio affine di compiervi la sua istruzione; poi, reduce a Milano, avrebbe fissato l'epoca del suo matrimonio con Lucilla. Riscaldato dal tepido soffio dell'amore, protetto dalla riputazione e dall'influenza paterna, sarebbe giunto alla meta per un sentiero agevole e piano. E adesso invece che cosa l'aspettava? Se sua madre, se Lucilla, se i suoi amici avessero avuto ragione, se veramente egli avesse obbedito a un impeto irriflessivo, se non avesse potuto durar nemmeno un paio di mesi in una carriera che domandava gusti speciali e speciali attitudini?
La strada si faceva sempre più cattiva e più ardua. Il sole, già volto al tramonto, lambiva le creste dell'Apennino, un venticello leggero accarezzava le foglie dei mandorli e faceva ondeggiar le cime dei pioppi, una fila di nuvolette rosee si svolgeva al lembo dell'orizzonte, allegri gruppi di rondini fendevano l'azzurro del cielo. Felici creature! Volavano a stormi, ora avvicinandosi alla terra, ora perdendosi nelle profondità del firmamento, volavano cantando, e il loro canto era un inno d'amore. Felici creature! Egli era solo, oppresso dai ricordi, angustiato dai timori e dalle incertezze. Chi sa dov'era Lucilla in quel momento? Chi sa a che cosa pensava? Forse pensava a lui; forse era sul terrazzo della sua casa e guardava la strada sottoposta, la strada per la quale egli soleva venire e ch'egli non avrebbe percorso più per un anno, per due anni, chi sa per quanto tempo; forse una lagrima le scendeva dal ciglio. Si portò la mano agli occhi; piangeva anche lui. E, attraverso il velo che si calava sulle sue pupille rivedeva le guglie del Duomo nuotanti negli ultimi raggi del sole, rivedeva i suoi cari, rivedeva tutto il suo passato così gaio, così promettente. Per la strada non s'incontrava quasi nessuno; solo a lunghi intervalli si scorgeva qualche casolare nella campagna, si sentiva qualche voce di contadino reduce dal lavoro. Qua e là, sul dorso delle colline lontane, una bianca villetta andava sfumando via nella luce fuggente del crepuscolo. Di tratto in tratto veniva per l'aria un acre odore di zolfo.
L'Arconti ruppe il silenzio, e chiese al vetturale.—Ci vuol molto ad arrivare?
—Un quarto d'ora—-fu la risposta.
—Tanto fa scendere—soggiunse Roberto. E balzò a terra senz'aver bisogno di far arrestar la carrozza, la quale andava a passo di lumaca.
Aveva lo spirito accasciato, le membra intormentite. Sperava che un po' di moto gli facesse bene.
Cominciò col correre innanzi un tratto; poi, giunto a un bivio, si addossò al tronco d'un albero e lasciò di nuovo passar la vettura.
Scendeva la sera, qualche lucciola brillava lungo i margini della via, la carrozza, il cavallo, il cocchiere formavano una massa nera che si staccava confusamente dal fondo grigio. Andrea si stropicciò sui calzoni un fiammifero e accese la pipa che s'era spenta.
Finalmente s'intesero delle voci. Erano minatori, che tornavano dal lavoro. Sfilarono davanti a Roberto, davanti alla carrozza, scambiando qualche parola con Andrea, accorgendosi appena del giovine con cui sino dal giorno successivo avrebbero dovuto far conoscenza. Apparsi come ombre, come ombre si dileguarono. Tornò a regnare il silenzio, e intanto le tenebre divenivano più fitte. Tremolavano le stelle nel firmamento, cantavano i grilli, gracchiavano le cicale sugli alberi. Era notte fatta. Roberto non ne poteva più. Non era la stanchezza del viaggio, era la solitudine, era un senso penoso d'isolamento che l'opprimeva. Se in quell'istante gli avessero detto: Rinuncia alla tua idea di essere un impiegato di miniera, e sarai in un attimo a Milano nella tua casa, vicino a Lucilla, vicino ai tuoi amici, forse egli non avrebbe saputo resistere alla tentazione di accettar la proposta.
Un lumicino brillò nell'oscurità a un centinaio di metri. Fissando gli occhi da quella parte, si vedeva sorgere un fabbricato.
—Ci siamo?—tornò a domandare Roberto.
—Io ci sono—rispose Andrea—perchè qui c'è l'osteria e qui si lascia il cavallo. Ella deve fare ancora una salita di dieci minuti.
—Qualcheduno mi accompagnerà—soggiunse con piglio infastidito l'Arconti—perchè io non ho l'obbligo di saper la strada. E il bagaglio non lo posso già prender in ispalla.
—Adesso vedremo—disse il cocchiere di malavoglia.—Ci sarà il figlio dell'oste.
Andrea scese dalla vettura e prese il cavallo pel morso. A quel punto, un uomo d'alta statura uscì dall'osteria e gridò—Arconti, sei qui?
Era la voce di Odoardo Selmi.
—Sei tu, Odoardo?—chiese Roberto brancolando nel buio, e tutto consolato di trovar finalmente una persona amica.
Si sentì cinto da due braccia poderose, e ricambiò di gran cuore due baci scoccatigli sulle guancie dal suo condiscepolo.
—Bravo Roberto! Scusa se non ho potuto venire incontro. Esco da mezz'ora appena dalla miniera…. Quanto piacere m'hai fatto ad accettare la mia offerta! Ci vorrà in te una bell'abnegazione ad acconciarti a questa vita, ma insomma alla lunga ci si avvezza a tutto e vedremo di stare alla meno peggio….
—Grazie, Selmi, grazie di queste buone parole…. Avrò proprio bisogno della tua affezione e della tua indulgenza…. Ma per bacco! Sei cresciuto di volume da quand'eri a Milano…. Che spalle hai fatto, e che torace!
—Eh, me la passo…. Son sempre quella materia greggia ch'ero al Politecnico. A fronte di voi azzimati, eleganti, spiritosi, che figura ci facevo!…. Povero Roberto! Che disgrazia doveva toccarti! E perchè non iscrivermi prima?… Ma adesso non è tempo da chiacchiere…. Avrai fame…. Ancora pochi minuti e ci siamo…. Qui, per questa scorciatoia…. A casa troveremo pronta la cena…. Il mio maggiordomo fa le cose benino.
—Il tuo maggiordomo?—disse ridendo Roberto, mentre a braccio dell'amico saliva per un sentiero erto e sassoso.
—Sì, mia sorella Maria…. Te la presenterò….
—Ah, tua sorella… Mi ricordo che me ne parlavi qualche volta.
—Sì, allora era una fanciulla…. Adesso è una ragazza fatta. Ma così esile e mingherlina da non mostrar che quindici anni. E ne ha venti compiti…. All'aspetto non par certo mia sorella…. E nemmeno all'intelligenza…. Oh, quantunque non sia stata al Politecnico, val tanto più di me…. Siamo rimasti soli, e me la son condotta meco…. Del resto, guai se non l'avessi…. E non è un angelo per me solo…. ma per tutti i nostri minatori, per la nostra valle…. È semplice, modesta…. vedrai…. Ah, guardi quel coso nero laggiù?… È un caminone…. E quelle baracche lì in fondo?… Sono magazzini…. E a destra ci sono i forni per le fusioni. E più a basso le due caldaie a vapore…. Nella miniera poi s'entra di là…
E accennò a sinistra. Indi soggiunse.—Ma, con questo buio, sfido a vederci….. Domani, domani.
Chiacchierando così, si arrivò ben presto a una casa isolata in cima alla collina. La porta d'ingresso era aperta, e lasciava veder una tavola apparecchiata e rischiarata da un lume a petrolio. Nel vano della porta si disegnava una figura di donna.
—Ecco mia sorella, ecco il nostro ospite Roberto Arconti—disse Odoardo, facendo la duplice presentazione.—Roberto sarà il compagno della nostra vita per un pezzo, spero…. Bisogna trattarlo come uno di casa.
—Come un altro fratello—rispose senza enfasi, ma spontaneamente Maria, mentre stringeva la mano al nuovo arrivato. E proseguì, non lasciandogli tempo di ringraziare.—Vuol esser condotto nella sua camera, o vuol cenar prima?
Roberto preferì di cenare. Non gli pareva vero di trattenersi ancora un poco in quell'ambiente schietto, sereno, affettuoso.
Maria non era bella. Era magra, pallida, con fattezze piuttosto irregolari; ma aveva due grandi occhi cilestri pieni di dolcezza e di pensiero, e una bocca facile a sorridere e guarnita di bianchissimi denti. Due anni addietro una malattia le aveva fatto cadere i capelli. Aveva dovuto tagliarseli corti corti, e adesso le crescevano lentamente, ciò che contribuiva a darle un'aria quasi infantile. La sua vocina era melodiosa, insinuante, di quelle che fanno spiccare ogni parola.
—Maria esercita la sua alta direzione anche sulla cucina—disse Odoardo.
—Davvero? Mi congratulo con lei della sua abilità,—osservò l'ingegnere Arconti, che trovava saporitissime le vivande.
Durante la cena, un ragazzo portò il baule, ch'era rimasto all'osteria.
—Aspetta lì—disse la giovinetta—or ora bisognerà metterlo nella camera dell'ingegnere.—Intanto bevi un bicchier di vino.
—Ci sarà poi anche una cassa—soggiunse Roberto.—La vettura non la conteneva, e bisognò lasciarla alla stazione. Mi assicurarono che ci sarà modo di averla qui domani.
—Senza dubbio—rispose il Selmi.—Dovevo immaginarmelo che in quella timonella tutto non ci sarebbe stato….
—Se avessi badato a me—insinuò Maria.
—Avrei fatto meglio—assentì Odoardo. Indi rivolgendosi all'amico:—Sarà una cassa di biancheria.
—Veramente—disse Roberto con qualche esitanza—è una cassa di libri.
Odoardo non seppe trattenere un'esclamazione di sorpresa.
—Libri? Che cosa vuoi farne? Qui? Quando avrai lavorato tutto il giorno, avrai ben altra voglia che di leggere.
Maria slanciò a suo fratello un'occhiata di rimprovero.—Hai torto. Un'ora per aprire un libro la si può trovar sempre, e il signor Roberto ha fatto bene a portar con sè qualcheduno de' suoi vecchi amici.
L'Arconti guardò con riconoscenza la giovinetta che prendeva le difese della lettura.
—Sì, sì—ripigliò Odoardo vuotando un bicchiere di vino.—Capisco ch'io non sono buon giudice…. Non ho mai vegliato sulle dotte pagine, io…. ma rispetto i gusti degli altri. Del resto, quando avrai i tuoi libri Maria ti aiuterà a metterli a posto…. È una ragazza che trova tempo a far tutto…. anche a dar da mangiare ai cani.
Infatti la fanciulla distribuiva i rilievi della mensa fra due cani da caccia, che erano entrati silenziosamente nella stanza.
Di lì a poco, ella si alzò, accese una candela e disse:—Vado a vedere se tutto è in ordine nella camera del signor Roberto.
I due giovinotti rimasero soli col bicchiere di vino davanti e col sigaro in bocca. Ricorsero gli anni della scuola e si raccontarono le vicende successe dacchè non si erano visti. Odoardo, modesto per sua natura, attribuiva a una combinazione fortunata l'aver potuto trovar così presto un ufficio onorevole e lucroso. Qualche volta gli pareva che la responsabilità fosse superiore alle sue forze, ed era tentato di rinunciarvi. Nel complesso però non si trovava male; la vita attiva, faticosa si confaceva al suo fisico robusto; alcune delle qualità richieste per la miniera sentiva di averle. Non mancava di coraggio, di sangue freddo, di perseveranza.—Ma son sempre stato corto di cervello, questo è il guaio—egli soggiungeva picchiandosi il fronte.
E poichè Roberto rideva.—No, no, parlo sul serio—continuava il Selmi, mentre vuotava allegramente uno dopo l'altro i bicchieri di vino;—capisco che sono un buon generale di divisione, ma non sono un buon generale in capo. E c'è stato dell'egoismo nel consigliarti di venir qui; sentivo che tu avresti supplito alle mie deficienze.
—Io?
—Sì, sì, vedrai…. Oh me lo ricordo bene ch'eri il primo della tua classe.
—Questo vuol dir molto!…. Si è portenti in iscuola e asini fuori…. e viceversa…. Eh, caro Selmi, la voglia di far bene la ho, ma volere non è sempre potere…. E sa Iddio se riuscirò anche negli uffici che mi destini, e che, tra parentesi, ignoro ancora quali siano precisamente.
—Domani intanto faremo un giro per la miniera, che tu devi conoscere in ogni sua parte…. Vedrai i lavori compiuti, i lavori progettati, e ti formerai un'idea delle difficoltà vinte e di quelle che restano da superarsi. Ti presenterò ai minatori; c'è della scoria, ma c'è anche della brava gente…. A proposito, hai un revolver?
—No…. Perchè?
—Perchè in questi luoghi il revolver bisogna sempre averlo. Te ne darò uno io.
—Siamo dunque sul piede di guerra?
—Tutt'altro. Ma è opportuno di far sapere che non si sarà mai colti alla sprovvista.
— Si vis pacem, para bellum —esclamò Roberto con una risatina.
—Appunto. Col latino non ho confidenza, ma questo motto lo conosco. Del resto, tu per ora sei addetto all'amministrazione, ma se ci troverai gusto, credo che finirai a poter occuparti della miniera. Bisogna prima che tu metta un po' d'ordine alla contabilità. Tuo padre era un bravo uomo d'affari, e qualche cosa avrai imparato da lui.
—Molto poco; pure mi ci proverò, ma ti confesso che, nella mia qualità d'ingegnere, preferirei occuparmi di cose tecniche.
—Te ne occuperai a suo tempo: sta sicuro; ho intenzione di farti il mio capo di stato maggiore…. Ma ecco di nuovo mia sorella.
—Forse il signor Roberto è stanco—disse la giovinetta entrando.—Se vuole che lo accompagni nella sua camera.
—Stanco no—egli rispose—ma non so le abitudini della miniera.
—Abitudini da montanari—osservò il Selmi.—Coricarsi presto e alzarsi presto…. Alle sei sono già nel sotterraneo. A ogni modo, per te che sei nell'amministrazione non ci sarà adesso un orario così faticoso…. Domani verrò a prenderti alle otto e mezzo, dopo la mia prima ispezione.
—E adesso che ore sono?
—Le nove passate.
—Chiacchierando s'è fatto tardi…. Vado dunque…. Se la signorina Maria m'indica la strada.
—Verrò io stessa,—disse la ragazza.
Riprese la candela, che non aveva ancora spenta, e si avviò. Roberto la seguì dopo aver stretto cordialmente la mano all'amico.
Maria salì una piccola scala, infilò un corridoio e si fermò davanti a un uscio.—Eccoci—ella disse—non s'immagini di trovare una bella camera…. Però, domattina, aprendo le imposte, godrà di una magnifica vista. È tutto quello che ci può esser qui.
Dopo questo preambolo, la giovinetta entrò nella stanza, ch'era piccina, modesta, a muri bianchi, ma pulita assai.
—Se le manca qualche cosa, non ha che da suonare il campanello—ella soggiunse.—Dall'altra parte del corridoio dorme la Caterina, la nostra donna di servizio. Vede quell'uscio?—e additò un usciolino laterale.—Lì c'è una camera ove di giorno lavoro, stiro, inamido la biancheria; ma potrà servirsene anche lei; già io non ci sto mica da mattina a sera… e in ogni modo non disturbo…. Faccia conto che sia un salotto… Qui su questo tavolino ha il necessario per iscrivere… non so se le penne le accomoderanno; son quelle che adopero io…. per la nota del bucato…. Ecco l'armadio, ove riporrà la roba del baule, che è la, nell'angolo…. O piuttosto, non ne levi adesso che quello che le è indispensabile; pel resto l'aiuterò io domani… Buona notte….
Maria accese una candela che si trovava sul tavolino, diede ancora un'occhiata in giro per veder se tutto era in ordine; quindi strinse la mano a Roberto, e lo lasciò solo.
L'ingegnere Arconti non ebbe agio per quella sera di fermarsi a considerare la rustica semplicità della stanza che gli era assegnata dai suoi ospiti; un prepotente bisogno di riposo lo vinse e si coricò all'ora stessa in cui, a Milano, soleva uscir di casa per recarsi alla Scala o al Club.
IX.
Roberto dormì tutto d'un fiato sinchè la luce del giorno, penetrando nella camera attraverso gli spiragli delle imposte mal commesse, venne a svegliarlo ad un tratto. Balzò dal letto, si vestì a mezzo, e corse a spalancar la finestra. Maria aveva avuto ragione. La prospettiva era bellissima, e una leggera nebbietta che velava i piani più bassi del quadro non faceva che dar risalto maggiore all'insieme. Non era lo spettacolo imponente che Roberto aveva goduto in qualche punto dell'Alta Italia, ove le Alpi cinte di nevi fanno cornice ai boschi d'abeti e ai torrenti impetuosi; era una natura calma e serena, che attraeva e riposava lo sguardo. La casa sorgeva sopra una collina abbastanza elevata; a destra e a sinistra si vedevano altre collinette, dietro a cui spuntava qualche cima più ardua, più nuda, che lasciava indovinare i prossimi Apennini. Di fronte, verso levante, si stendeva a perdita d'occhio una pianura ubertosa, seminata a cereali ed a canape e frastagliata di mandorli, di viti, d'ulivi. Nè mancavano altri alberi, che con l'abbondante fioritura davano larga promessa di frutti. A capo di lunghi filari di pioppi o in mezzo a brune macchie di cipressi biancheggiava qualche casinetto di campagna illuminato dai primi raggi del sole. Qua e là, sulle pendici o nel piano, un campanile intorno al quale si stringevano poche case. Un fiumicello mezzo asciutto portava con tardo passo le sue scarse acque verso l'Adriatico di cui, a cielo perfettamente sereno, si sarebbe potuta distinguere la striscia azzurra al lembo estremo dell'orizzonte.
Il nostro giovinotto rimase per alcuni minuti appoggiato al davanzale della finestra. Egli non vedeva di là nè l'apertura del sotterraneo, nè il capannone sotto al quale eran collocati i forni delle fusioni, nè alcuna delle principali officine addette alla miniera, e per un momento avrebbe potuto credersi in villa presso un amico, se non lo avesse richiamato alla realtà delle cose l'odore di zolfo che si spandeva per l'aria, e il via vai delle squadre dei minatori che si davano il cambio. Roberto guardò l'orologio. Non erano che le sei. Ci volevano due ore e mezzo prima che Odoardo venisse a prenderlo, e l'Arconti arrossiva di starsene lì in muta contemplazione mentre l'opera del giorno era principiata pegli altri. Anch'egli doveva lavorare, anch'egli doveva lottare.
Lasciò la finestra e si accinse a terminare la sua toilette. Pure, a questo punto, lo prese una tristezza invincibile. Girò gli occhi intorno, e avvertì più viva che mai tutta la differenza tra l'ieri e l'oggi. Quell'asciugamano pulito, ma ruvido, appeso a un chiodo infisso nel muro, quel piccolo specchio malamente inquadrato in una cornice di carta pesta, quella brocca e quel catino di terraglia ordinaria, quelle pareti nude senz'altro fregio che un filo celeste alla base, il complesso insomma di quella camera, che la sera innanzi aveva appena osservata, lo ammoniva che la sua esistenza di giovinotto elegante era finita per sempre, ed era finita non solo in teoria, ma in pratica. Ed è appunto nella pratica che si manifestano le difficoltà maggiori. Poichè l'essere in massima disposti a tutti i sacrifici non toglie che il peso dei sacrifici si senta quando si comincia a compierli.
E ora pell'Arconti il Rubicone era passato davvero, ora s'inaugurava la vita nuova, una vita che imponeva il rifiuto di ogni raffinatezza, di ogni superfluità. Non era senza un certo imbarazzo che egli guardava la sua camicia diligentemente insaldata, e faceva il nodo alla sua cravatta di seta, e passava nell'occhiello i bottoni di pietra dura de' suoi polsini; e mentre si ravviava i capelli davanti allo specchio, era combattuto fra la vecchia abitudine di spartirli col pettine e il timore di rendersi ridicolo con una acconciatura troppo ricercata. Per quanto semplice fosse il suo abbigliamento, egli sentiva che agli occhi di quella popolazione di minatori egli doveva parere come un animale esotico, o peggio ancora, come un gingillo di porcellana che non si può toccar senza romperlo. D'altra parte, le ulteriori trasformazioni che gli sarebbe convenuto subire per acquistare il color locale, per diventar simile, per esempio, a Odoardo Selmi, lo empivano d'un segreto sgomento. Che avrebbe detto Lucilla a vederlo cambiato in tal modo?
E Lucilla intanto gli sorrideva dall'album ch'egli teneva aperto sul tavolino, ed era così bella, così bella! Roberto non ebbe il coraggio di disgustarla, e finì di vestirsi come se avesse dovuto passare da lei. Indi si affacciò alla finestra.
Proprio sotto la finestra c'era in quel momento Maria, chinata a dar da mangiare ai pulcini.
—Buon giorno, signora Maria—disse Roberto.
Ella alzò la testa, e rispose sorridendo:—Buon giorno, signor Arconti. Bella occupazione, non è vero, la mia? Ma credevo che dormisse ancora….
—Le strane idee ch'ella ha di noi cittadini…
—Ebbene, giacchè è alzato, vuol scendere?
—Sicuro.
—Scenda allora, le darò il caffè e latte… E poi la condurrò un poco in giro.
Roberto fu in due salti nel salotto ove aveva cenato la sera innanzi e ove la Caterina stava spolverando i mobili. Anche di quel salotto gli era sfuggita la sera prima la rustica semplicità. Nel mezzo una tavola rotonda dal piano non levigato e dalle gambe tentennanti, a una parete una credenza di legno comune, la cui cornice non correva parallela al soffitto, ma, prolungata, avrebbe fatto con esso un angolo acuto, in giro alcune sedie di paglia, sui muri quattro litografie a colori rappresentanti le quattro stagioni.
Maria s'era dileguata, ma comparve di lì a pochi secondi con un vassoio sul quale c'era una tazza di caffè e latte e alcune fette di pane.
—Troverà il latte piuttosto cattivo—osservò la giovinetta.—Odoardo ricorda sempre quello di Milano… Qui bisogna avvezzarsi a una vita di privazioni.
—Però—rispose Roberto—quest'aria libera, questi ampi orizzonti hanno anch'essi il loro prezzo.
—Ah sì. Mi pare che fra muri non ci potrei vivere…
—A Milano non c'è mai stata?
—Che? Quando c'era Odoardo si viveva coi miei genitori nel nostro paesuccio. Città grandi non ne ho nemmeno vedute… E forse non ne vedrò mai.
—O che dice? È tanto giovine.
—Del resto, che importa?—ella soggiunse stringendosi nelle spalle.—Si sta bene così.
—Ha ragione—replicò Roberto con accento convinto, mentre deponeva la tazza del caffè e latte.
—Dunque vuol uscire?
—Eccomi.
—Non ci si può dilungar troppo perchè alle otto e mezzo deve trovarsi con mio fratello. Dalla parte della miniera andrà con lui. Noi scenderemo al villaggio per una scorciatoia. Passi.
Quando furono all'aperto, la giovinetta si avviò per un sentiero scosceso saltando da un sasso all'altro con l'agilità d'un capriuolo. Roberto, per non esser da meno di lei, faceva prodigi d'equilibrio. A un tratto Maria ebbe uno scrupolo.—Vo troppo presto?
—Oh scusi—rispose l'ingegnere in tono semiserio—sono alpinista anch'io.
—Davvero?
Egli le spiegò ch'era ascritto al Club alpino, che aveva la sua brava aquila da poter appuntare al cappello, ma che in fondo non aveva bazzicato molto con le montagne.
—Io, che non sono di nessun Club e che non ho nessun'aquila, sono più alpinista di lei—osservò Maria, sorridendo.
Si sentì il mormorio dell'acqua corrente.
—Eccoci al nostro gran fiume—disse la ragazza.—Ora va umile e dimesso, ma nell'inverno è ben altra cosa. Qualche volta fa il cattivo, minaccia la strada e spianta gli alberi.
Giunti sulla via carrozzabile, incontrarono due barocci tirati da muli e carichi di pani di zolfo.
—È zolfo della miniera?—chiese Roberto.
—Non della nostra; d'un'altra più addentro nei monti. E qui abbiamo una raffineria.
Era un fabbricato a un sol piano, dal tetto ingiallito che destò nell'Arconti una vaga reminiscenza dei risotti milanesi.
Due operai ritti sulla soglia salutarono Maria e guardarono con una certa curiosità il bel giovinotto ch'era con lei. Un cane le si avvicinò agitando festosamente la coda. Ella si chinò un momento a lisciargli il pelo.
—La conoscono tutti qui, uomini e bestie—osservò Roberto.
—Sicuro; siamo buoni amici anche noi, non è vero, Leone?… Che cosa c'è?
Questa domanda un po' in forma di rimprovero era rivolta al cane, che s'era permesso di digrignare i denti all'indirizzo dell'Arconti.
Le parole della ragazza disarmarono subito i sospetti di Leone, che si accostò all'ingegnere, lo fiutò, e poi strofinò il muso sulle sue gambe lasciandovi una traccia di zolfo.
Maria si mise a ridere.—Bisogna pur che ci si avvezzi—ella disse a Roberto, il quale si spolverava i calzoni col fazzoletto bianco.—Chi va al mulino s'infarina, e qui lo zolfo non si schiva mai…. Veda il povero Leone come ha la coda e le orecchie gialle.
L'Arconti osservava i suoi vestiti eleganti con lo stesso imbarazzo che avrebbe provato trovandosi in arnese contadinesco a una festa di ballo tra le signore scollate e gli uomini in coda di rondine.
—E questa è Valduria—ripigliò la giovinetta.
Saranno state un venti case distribuite ai due lati della via, alcune assai miserabili, altre d'aspetto abbastanza civile e di costruzione recente. C'era un Ufficio postale, una stazione di carabinieri, un botteghino di caffè e liguori, un paio di bettole, teatro di magnifiche sbornie, un banco di macellaio ove la domenica si vendeva per carne di manzo della carne di vacca, una farmacia nella quale all'imbrunire i magnati del luogo discorrevano di politica. La chiesa sorgeva isolata sopra un piccolo rialto di terra.
Il villaggio si trovava sulla sponda sinistra del fiume; subito dopo le ultime abitazioni c'era un ponte di pietra che metteva alla riva opposta, e che per quella mattina segnò il punto estremo della passeggiata.
Maria non ricondusse però l'ingegnere Arconti per la medesima strada, ma prese una viottola che saliva a zig-zag sul dorso della collina.
—Mi lascia fare una visita, non è vero?—ella domandò al suo compagno.
—Si figuri.
—Oh una visita di due minuti dalla madre d'uno de' soprastanti ch'è infermiccia…. Ma c'è Giorgetto qui—ella soggiunse vedendo un bimbo che si teneva le mani sugli occhi.—Piangi, Giorgetto? Cos'hai?
E corse verso il fanciullo, che poteva avere sei anni e che apparteneva anche lui a una famiglia di minatori.
Giorgetto spiegò con molte lagrime la immensa sventura che gli era toccata. Paolino, il pessimo Paolino, il figlio del direttore della raffineria laggiù, gli aveva tolto a forza un bel bastoncello che il suo babbo aveva tagliato per lui da un albero il giorno prima… Oh lo direbbe al babbo e Paolino starebbe fresco…. Adesso era andato da quella parte.—E segnò col dito alla sua destra.—Se Maria potesse raggiungerlo e dargli uno scapaccione.
—Che spirito vendicativo!—osservò sorridendo la giovinetta.—Non sarebbe meglio far così?
Ella si alzò in punta di piedi, e sfrappò un ramo da un arbusto che cresceva lungo il sentiero. Poi levato di tasca un grosso temperino che aveva una lama adunca a foggia di roncola, spogliò in un momento quel ramo delle sue foglie, ne spianò i nodi e ne fece un bastone simile a quello di cui Giorgetto piangeva la perdita. Il bimbo, nel ricevere il prezioso regalo, spiccò un salto per la consolazione.
—Che armi ha!—esclamò Roberto con piglio scherzoso.
—Non è vero? Sono formidabile.
Salirono in silenzio fino a una casa bianca d'aspetto modesto, ma pulito.
—Se non vuol entrare, mi aspetti qui—disse Maria.—Mi spiccio subito…. Veda, può seder su questo muricciuolo.
—Ebbene, Gertrude, come va stamattina? Già alzata?—cominciò la ragazza avvicinandosi carezzevole a una vecchia che lavorava di calze davanti alla tavola d'una cucina a pian terreno.
—Eh, figliuola mia—rispose la vecchia tossendo.—A poltrire fra le lenzuola non ci si guadagna nulla…. Tanto e tanto questa tosse dovrò portarmela meco finchè vivo.
Maria si frugò nella saccoccia del vestito e ne trasse una scatola di Liebig, che posò in silenzio sulla credenza.
—Oh bimba, bimba, non la finirai più con quei tuoi regali? E io che posso fare per te?
—Volermi un po' di bene, ecco tutto.
—Oh di bene te ne voglio tanto…. E non son sola a volertene.
S'interruppe guardando fuori della porta.
—C'è qualcheduno con te?
—Sì, un amico di mio fratello, che s'è impiegato nella miniera.
—Uno che viene a star qui?
—Già.
—E perchè l'hai lasciato fuori? Fallo entrare.
Maria si affacciò alla soglia e chiamò Roberto, che non s'era seduto sul muricciuolo, ma girava lì presso.
Quando il giovine fu entrato, Maria ne disse il nome e il cognome, e spiegò all'Arconti come Gertrude fosse madre d'uno tra i migliori e più coraggiosi lavoranti della miniera.
—Lo conoscerò forse oggi stesso e spero che diventeremo amici,—rispose Roberto.
La donna non parve provare una gran simpatia per questo nuovo ospite di Valduria.
—Eh desidero anch'io che diventino amici—ella disse squadrando il giovinotto d'alto in basso;—ma mio figlio è un povero minatore, ella è un signorino della città, e mi sembra difficile che possa aver le nostre idee e adattarsi alla nostra vita.
—Le idee si modificano—osservò Roberto—e quando si vuole sul serio, ci si adatta a tutto.
—Sarà—soggiunse Gertrude con aria scettica. Poi, indirizzandosi a Maria.—E non li prendi oggi i tuoi fiorellini? Cipriano li ha lasciati lì apposta per te.
Maria si fece rossa e prese in silenzio alcune margherite che si trovavano sulla tavola.—Ogni giorno, poi—ella balbettò alquanto confusa.—Addio Gertrude, a rivederci.
—Via, te li devi metter nei capelli, quei fiori.
—Oh Gertrude—esclamò Maria in tono di rimprovero.—A rivederci.
Era chiaro che Gertrude aveva insistito sulla faccenda dei fiori perchè c'era un estraneo, e non era men chiaro che Maria s'era mostrata infastidita per la stessa ragione.
—C'è un romanzetto in aria—pensò Roberto, guardando di sottecchi la fanciulla che aveva perduto la sua primitiva vivacità.—E quella vecchia mi sbirciava con un certo piglio sospettoso come se credesse ch'io potessi essere un rivale del suo figliuolo. Che idee!… Chi sarà poi questo Cipriano?
Maria s'era messo un po' dispettosamente il mazzolino di margherite nei capelli e affrettava il passo verso casa.
Si era già in vicinanza della miniera, quando comparve Odoardo.
—Ebbene—egli disse,—avete fatto un giro lungo?
Maria si rasserenò alla vista di suo fratello, e gli descrisse in poche parole la passeggiata che aveva fatto fare al suo ospite.
—Non sei mica stanco?—ripigliò Odoardo prendendo per un braccio l'Arconti.
—Stanco? Figurati.
—Ebbene, adesso verrai con me fino all'ora del desinare…. Ma vestito così? ah nemmeno per sogno!
L'ingegnere Arconti dovette di buona o di mala voglia ricorrere al guardaroba dell'amico Selmi. Indossò un vestito unto e bisunto, calzò un paio di stivaloni inzaccherati di fango, e si acconciò in testa un cappellaccio che aveva perduta la forma e il colore primitivo. Inoltre Roberto, quantunque non fosse nè piccolo, nè esile di persona, non poteva gareggiare col Selmi nella magnitudine delle forme, onde la giubba gli era troppo ampia, i calzoni troppo lunghi, gli stivali e il cappello troppo larghi. Avrebbe riso del suo aspetto grottesco se il suo sucido abbigliamento non avesse offeso ad un tempo le suscettività del suo odorato e quelle dei suo senso artistico.
—Hai l'aria d'un ragazzo che ha preso l'olio—gli disse Odoardo, che si divertiva fuor di misura alle smorfie del suo antico condiscepolo.—Se tu vedessi come arricci il naso e che sberleffi fai con le labbra.
—In verità—rispose Roberto—se non ho preso l'olio per bocca, lo prendo per infiltrazione…. A spremer questa roba….
—Bazzecole…. Qualche goccia colata dal lume con cui si scende in miniera, un po' di grasso proveniente dall'essere stato troppo vicino a una macchina…. ma il più è fango, sai…. Coraggio, coraggio; anderemo prima sotterra, poi visiteremo i forni fusori e le altre officine…. Avevo ordinato a Cipriano di esser qui…. Ah eccolo….
S'avanzò un giovinotto di statura alta, di carnagione e di capelli bruni, con due occhi pieni d'intelligenza e di fierezza. Poteva avere venticinque anni, era in abito da minatore, ma la lunga consuetudine gli faceva portare il suo vestito con una disinvoltura non priva di eleganza.
—Cipriano Regoli—disse Odoardo presentandolo a Roberto—il migliore dei nostri soprastanti.—E finì la presentazione.—L'ingegnere Arconti, che ormai viene a stare con noi.
—Ho già sentito il vostro nome—rispose Roberto porgendo la mano all'operaio, che ne guardò con una singolare espressione di fisonomia le dita bianche, affilate, aristocratiche.—Ho parlato di voi stamattina con vostra madre….
—Ha visto mia madre?—domandò l'operaio con qualche sorpresa.
—Sì, or ora, nel tornare da una breve passeggiata colla signora Maria.
Una nuvola passò sul fronte di Cipriano, che disse solamente—Ah!
—Il romanzo c'è—pensò in cuor suo Roberto.
Si avviarono verso l'apertura del sotterraneo.
—T'avverto che ci son centoquindici scalini da fare—osservò Odoardo battendo sulla spalla dell'amico.
Cipriano staccò da uno dei pilastrini dell'arco in pietra cotta, che costituiva la imboccatura della discenderia, tre di quei lumi dal lungo manico uncinato onde sogliono servirsi i minatori di tutti i paesi. Li accese in silenzio, ne consegnò uno al direttore, l'altro all'Arconti, e tenne il terzo per sè.
—Vieni dietro a noi—riprese il Selmi, rivolgendosi di nuovo a Roberto.—Andremo adagio…. Tu puoi con la sinistra tenerti alla maniglia di legno che c'è per buona parte della scala.
La discenderia poteva avere un metro e mezzo di larghezza. Di questo metro e mezzo la metà era occupata dagli scalini, l'altra metà dai tubi delle pompe a vapore destinate a cacciar fuori l'acqua dalla miniera. Indi un continuo stillicidio, che aveva finito col far una pozzanghera del piano d'ogni scalino. Le pareti erano anch'esse umide, lubriche, viscose, rivestite in parte da travi massiccie. Grosse travi sostenevano pure la vôlta alta forse due metri. Su quest'armatura delle pareti e della vôlta, sui tubi delle pompe, sulla poltiglia degli scalini, le lampade a mano proiettavano entro un breve spazio una luce rossastra, fantastica; al di là di quello spazio era una tenebra fitta; solo, voltandosi indietro, verso lo sbocco della miniera, si vedeva un chiarore vago, scialbo, come di crepuscolo mattutino. Cipriano camminava in capofila: dopo di lui veniva Odoardo, e ultimo Roberto, in riguardo al quale i primi due rallentavano il passo. Il Selmi era loquace e scherzoso; gli altri tacevano.
Quanto più si scendeva tanto più l'aria si faceva densa, tanto più distinto si sentiva lo strepito delle pompe.
—Siamo a tre quarti di viaggio—disse a un certo punto Odoardo.
Di lì a poco si vide nel fondo agitarsi qualche fiammella, moversi qualche ombra. Un romore cupo simile a tuono si mesceva di tratto in tratto alla voce assordante delle pompe. Era lo scoppio delle mine.
La scala riusciva a una specie di pianerottolo rettangolare, chiuso all'ingiro da un assito di legno. A destra un uscio aperto nel tavolato metteva al serbatoio dove andavano a versarsi le acque della miniera; per un altro uscio a sinistra si entrava nel locale delle pompe; di fronte c'era l'ingresso a una delle principali gallerie.
Quel pianerottolo, ogni sei ore, era il punto più animato del sotterraneo; tutti i minatori dovevano passarvi, sia nel recarsi al lavoro, sia nell'andarsene, e nell'ora in cui si mutavano le squadre, la scala veduta di laggiù offriva uno spettacolo singolare. Questi salivano e quelli scendevano, cercando di occupar quanto meno spazio fosse possibile per non urtarsi allorchè s'incontravano, talvolta scambiandosi un saluto o una facezia, più spesso taciti e seri, di quella serietà ch'è propria della vita sotterranea. Si sentiva lo scalpitio dei piedi sprofondantisi nella melma, e alla fiamma delle lanterne si vedevano strane faccie illuminarsi di sotto in su, strane ombre allungarsi e accorciarsi sulle pareti e sul piano ripidamente inclinato della scala.
Roberto fu condotto prima nella camera delle pompe dove regnava una temperatura di serra calda e dove il vapore che usciva dalle valvole impregnava l'atmosfera. In mezzo a quella nuvola, che rendeva ancor più incerta la luce di due lampade appese alle pareti, si aggiravano i pompisti, mezzo svestiti, con le maniche della camicia rimboccate fin sopra il gomito, col viso annerito dal carbone e dal fumo, con la fronte stillante sudore. Il movimento si arrestò per qualche minuto affinchè l'Arconti potesse esaminar da vicino i congegni. Una delle pompe non funzionava bene; Roberto la fece lavorare sotto i suoi occhi e credette scoprire il motivo di quell'imperfezione. Era precisamente ciò che aveva sempre detto il pompista anziano, il quale acquistò subito molta stima pel nuovo ingegnere.
Nelle gallerie la temperatura ribassava repentinamente a pochi gradi sopra zero. Erano corridoi alti abbastanza perchè un uomo aitante della persona potesse starci ritto, e d'una larghezza sufficiente perchè il passaggio dei carretti di minerale sopra un binario di ferro non impedisse ai minatori di moversi ai lati. A ogni dieci metri si trovava a destra e a sinistra, un'apertura simile a quella d'un enorme forno che saliva per un buon tratto nelle viscere del monte in direzione perpendicolare al piano della galleria, poi si piegava a gomito, tantochè dal basso non si vedeva ove andasse a finire. Era lì che si procedeva all'estrazione del minerale.
Odoardo s'era accinto a spiegare il sistema d'estrazione, ma Roberto disse:—Vediamo.
Penetrarono così in uno di quei filoni, all'estremità del quale un manipolo di minatori praticava dei buchi nella roccia col mezzo d'un lungo bastone di ferro appuntito, detto palo a mine. Alla venuta del direttore i minatori voltarono un momento la testa, ma il Selmi ordinò che continuassero il lavoro. Ed essi continuarono infatti, animandosi con la voce, picchiando in cadenza col martello sul capo del palo a mine, mentre la punta si apriva faticosamente la strada nel sasso, e ne sprigionava di tratto in tratto qualche favilla.
—Allorchè i fori hanno raggiunta la profondità voluta—osservò Odoardo Selmi facendo da cicerone all'amico—li si riempie di polvere a cui si dà fuoco mediante una miccia. Naturalmente i lavoranti s'affrettano a mettersi al sicuro finchè la mina sia scoppiata. Qualche volta lo scoppio ritarda, e allora c'è un pericolo serio per i minatori, i quali vanno a verificare se la miccia si sia spenta prima del tempo. In più d'un caso l'esplosione è successa proprio nel punto in cui s'andava a esaminare il perchè dell'indugio…. Un brutto accidente davvero…. Vi ricordate, Cipriano, del povero Matteo, l'autunno scorso?
Cipriano si strinse nelle spalle.—Poichè bisogna morire, meglio così che sopra un saccone di paglia.
Si continuò il giro della miniera.—E per di qua si manda sopra terra il minerale—disse Odoardo fermandosi davanti a una discenderia, che differiva dall'altra per esservi, invece che scalini, un doppio binario.—I carretti pieni son tirati su pel binario a sinistra e ritornan vuoti per quello a destra.
Un più minuto esame fu consacrato agli ultimi lavori. S'erano incontrate difficoltà non previste. Minaccie d'avvallamenti, pericoli d'inondazione e di scoppi di gaz, quanto bastava insomma per far venir la voglia di smettere. A questo punto Cipriano, il quale fin allora non aveva pronunciato che pochi monosillabi, entrò con vivacità nella conversazione. Aveva la parola netta, incisiva, era pieno di fede nell'avvenire della miniera; non lo diceva, ma lasciava intendere che per lui Odoardo aveva la colpa d'essere timido. Roberto ascoltava con vivo interesse e di tanto in tanto faceva qualche osservazione col piglio d'uomo che non presume di saperne più degli altri, ma che si limita a manifestar le sue impressioni. In complesso, egli mostrava di propendere più per le idee ardite di Cipriano che per la circospezione eccessiva del Selmi, e il giovine soprastante pareva contento di trovare un ausiliario nel nuovo impiegato.
La visita alla parte esterna della miniera non occupò meno tempo di quella all'interno. C'erano i forni che ardevano dì e notte e dai quali si ricavava lo zolfo mediante la fusione; c'eran le caldaie a vapore; c'era una enorme grù, che, mossa da una manovella, serviva a far salire il minerale dal sotterraneo; c'erano le varie officine inerenti all'opificio, officine di fabbri, di falegnami, ecc., ecc., c'era infine il deposito del combustibile, delle pietre cotte, del legname. L'ingegnere Arconti osservava tutto. Molto di ciò ch'egli vedeva era nuovo per lui, ma la naturale prontezza dell'ingegno e il largo corredo di studi gli permettevano di colmar le lacune del suo spirito e di esprimer su ogni cosa idee giuste e precise.
—È un uomo che la sa lunga—dicevano gli operai.—Non gli manca che la pratica.
Odoardo Selmi era soddisfattissimo della buona impressione prodotta dal suo amico sul personale della miniera, e sussurrava nell'orecchio a Roberto fregandosi le mani.—Ti vedo già ingegnere in capo di qualche grande Società mineraria.
—Canzonatore!
—No, no, parlo sul serio. Ingegnere in capo con quindici mila lire di stipendio…. E allora sai, si può passar lietamente metà della giornata sotto terra….
—Ah ti confesso che preferisco star sopra terra…
—Baje! Alla lunga ci s'innamora anche del sotterraneo. Anch'esso ha il suo fascino, la sua poesia… e tu sei poeta… Ma, capisco, non riesci a persuaderti che la poesia possa trovarsi a suo agio in una miniera di zolfo.
—T'inganni. La poesia c'è dappertutto. Ma non la s'incontra mai alla superficie…. È come un minerale prezioso….. Per trovarla bisogna scavare.
Chiacchierando così, i due amici ritornavano lentamente verso casa. Cipriano s'era accommiatato.
—Dev'essere un bravo giovinotto, colui—osservò Roberto.
—Ha molta intelligenza…. è un po' violento di carattere, è un po' poeta nelle sue idee…
—A proposito del discorso che si teneva or ora…. Ebbene, la violenza è certo un difetto, ma minore della freddezza, dell'apatia…. E in quanto all'avere un granellino di poeta, tanto meglio….
Odoardo Selmi tentennò il capo.—Meglio fino a un certo punto…. Non quando ci fa correr dietro alle chimere…. Basta, non vorrei che quel ragazzo lì avesse una certa inclinazione per Maria….
—Lo credi?—disse Roberto, che se n'era già accorto.
—Sì…. Io non me ne impiccio…. Maria ha più giudizio di me, e saprà regolarsi benissimo. Non mi opporrei a un suo desiderio, sopratutto in un argomento così delicato, ma non mi sembra partito per lei.
—Eh sì…. A rifletterci bene, in confronto di tua sorella, Cipriano non è poi che…..
—Mi fraintendi,—interruppe Odoardo.—Tu giudichi un po' con le idee cittadinesche…. Non è che Cipriano sia di bassa estrazione per Maria…. Siamo di origine popolana anche noi, e fumi non se n'è mai avuti in casa. Cipriano ha intelligenza e istruzione quanto basta per mia sorella che, poveretta, non ha mai potuto coltivarsi come avrebbe voluto. In famiglia tutti i sacrifizi si son fatti per me; di lei si è detto che ce n'era d'avanzo quando avesse saputo essere una buona massaia. E vedi, se si fosse fatto tutto l'inverso, se si fosse pensato a lei invece che a me, si sarebbe seminato in un terreno molto più propizio…. Quello che voglio dire si è che Cipriano, forse buonissimo di fondo, ha certe intemperanze, certi impeti che non mi piacciono, e temo che quell'angiolo di mia sorella si pentirebbe amaramente di avergli dato retta…. Ma eccoci giunti…. Avrai fame….
Mancavano venti minuti al tocco, ch'era l'ora del desinare.—Salgo a cambiarmi,—disse Roberto, a cui pareva mill'anni di deporre quei vestiti non suoi e d'immergere la faccia in un catino d'acqua. Perciò egli fu piuttosto sconcertato quando vide che c'era qualcheduno in camera sua.
Era Maria, la quale, dopo aver, con l'aiuto di Caterina, rifatto il letto dell'ingegnere, stava in muta contemplazione davanti all' album di fotografie ch'egli aveva lasciato aperto sul tavolino alla pagina ove si trovava il ritratto di Lucilla.
Côlta alla sprovveduta, la giovinetta si voltò in sussulto, divenne rossa e balbettò:—Oh signor ingegnere…. Scusi…. l'album era aperto.
—Scusarla? E di che?
—Che bel ritratto!—soggiunse Maria.—E che bella ragazza!
—Le piace?
—Oh tanto!… È una sua parente?
Ma si pentì subito della sua domanda, e tornò a dire in fretta:—Oh scusi…. Sono un'indiscreta.
E si mosse per andarsene.
Malgrado la sua fretta di rimaner solo, Roberto la trattenne.—Ma no, ma no, signora Maria, non se ne vada così…. La ringrazio anzi della sua domanda…. Così avrò agio di parlar qualche volta con lei di Lucilla.
—Si chiama Lucilla?
—Sì.
—Sarebbe la sua fidanzata?—ripigliò la ragazza con qualche esitazione.
—Quasi.—E spiegò la sua condizione di fronte a Lucilla.—Se Lucilla aspetta,—egli concluse,—-sarà mia sposa.
—Vuole che non aspetti?—disse Maria, come offesa dal dubbio, e quasi volesse prender le parti della giovine assente.
— Lontan dagli occhi lontan dal core —sussurrò Roberto.
—Oh ell'ama la sua Lucilla?
—Se l'amo?…. Quanto si può amare una donna.
—E non la stima?
Roberto comprese il significato di queste parole e disse:—Ha ragione.
Maria cambiò discorso.—La lascio… Or ora si va a pranzo…. A proposito…. ha la nota della sua biancheria?
—Io? no….
—No? E la roba l'ha riposta tutta nel cassettone?
—No davvero. Ce n'è ancora molta nel baule.
—Tanto meglio. La metterò a posto io e farò l'inventario… A rivederci; appena è pronto scenda…. Troverà già in tavola.
X.
—Signor ingegnere, è arrivata la sua cassa di libri.
Maria pronunziò queste parole entrando vivamente nella camera che suo fratello aveva battezzata col pomposo nome di studio e nella quale egli aveva insediato l'Arconti. Costui era immerso nell'esame di alcuni quaderni, in cui cercava il bandolo dell'arruffatissima contabilità della miniera. Non pretendeva d'essere un gran ragioniere, ma ne sapeva abbastanza da capire che il sistema seguito fino allora era fatto apposta per ingenerar confusione e che bisognava cambiarlo da cima a fondo.
All'annunzio recatogli da Maria, egli si scosse, guardò l'orologio, e parve combattuto fra il desiderio di rivedere i suoi vecchi amici e quello di continuare il lavoro a cui s'era accinto.
—Venga, venga,—disse la giovinetta, che indovinò il suo pensiero,—ha lavorato anche troppo. Son già le sei. Venga finch'è giorno a dare un'occhiata alla sua cassa. Ho fatto restar di là l'uomo che l'ha portata, e che si offerse d'aprirla davanti a lei.
—Allora eccomi qui,—esclamò Roberto. E il piacere che provava in quel momento gli colorava d'un vivo incarnato le guancie.
La cassa era nella camera dell'ingegnere, accanto al baule. Appena fu aperta, l'identica domanda venne sul labbro all'Arconti e a Maria:—Dove si metteranno tutti questi libri?
Quantunque fossero cento volumi al più, in Valduria non s'era mai visto una biblioteca simile; solo il brigadiere dei carabinieri possedeva una ventina di romanzi à sensation, la cui lettura manteneva in istato di umidità permanente gli occhi della maestra comunale. L'ingegnere Selmi si contentava di tre o quattro opere tecniche, e Maria, ch'era la letterata della famiglia, aveva di sua esclusiva proprietà i Promessi Sposi, il Marco Visconti, i Bozzetti militari del De Amicis, e il primo volume della Gerusalemme liberata. Il secondo mancava.
I libri del giovane Arconti erano tutti legati con gran cura e alcuni anche con lusso. C'erano perfino due o tre edizioni illustrate splendidamente. Ricordi d'altri tempi, ahimè, ormai tanto lontani. Roberto stesso riconosceva che que' libri, a Valduria, fuori del loro nido elegante, fuori della loro bella biblioteca di noce, facevano un effetto singolare. Eppure non sapeva pentirsi di averli portati seco. Se lo prendeva la nostalgia, se lo assaliva una subitanea e profonda tristezza, a chi avrebbe potuto ricorrere se non a quei fidi compagni del suo pensiero?
—Diavolo!—esclamò Maria, rispondendo alla domanda ch'ella stessa s'era rivolta un momento prima.—Il posto è presto trovato. Qui no, ma nella stanza attigua, dove, come le dissi jersera, passo parte della giornata a lavorare… Ma potrò fare anche a meno di starci, io…. La lascerò tutta per lei…
—A questo patto no…. Non accetto….
—Bene, bene… Ne riparleremo…. In quanto ai libri, sfido io, se non li mette là, dove vuol metterli? lasci fare a me, ordinerò al falegname gli scaffali… Oh, Bastiano fa le cose a modo….
Si rammentò che l'ingegnere veniva da una grande città, che aveva abitudini raffinate e non poteva esser di così facile contentatura com'era lei. Onde soggiunse un po' confusa:—Bisognerà, per altro che abbia una grande indulgenza… Poveri libri! Alloggiavano molto meglio una volta.
La giovinetta non seppe resistere alla tentazione di chinarsi sopra la cassa e di prendere in mano qualcheduno di quei volumi. Poi li riponeva con infinita delicatezza, e alzava gli occhi verso Roberto come a chiedergli scusa della libertà che s'era presa.
Ma egli l'incoraggiava con lo sguardo e con la parola.—Faccia, faccia; quando vedo festeggiare i miei libri, mi par d'essere una mamma che si rallegra delle cortesie usate ai suoi bimbi.
Pur c'era una cosa che turbava Maria. Molti tra questi libri non erano italiani, e la ragazza, dopo averne guardato il frontispizio, si affrettava a ricollocarli a posto con una certa aria di mortificazione.
—Che peccato,—ella disse finalmente,—di non poter sapere nessuna lingua straniera, nemmeno il francese.
—Non sa proprio nulla di francese?—domandò Roberto con interesse.
—Odoardo aveva cominciato a insegnarmene i principii, ma poi ha smesso…. Ha tanto poco tempo, ed io ero una scolara di testa così dura!
Se Odoardo fosse stato presente, egli, con la ordinaria franchezza, si sarebbe affrettato a smentire la sua troppo modesta sorella, e a confessare che quelle lezioni erano state interrotte soltanto per colpa del maestro, il quale doveva convincersi della sua insufficienza.
—Vorrebbe ritentare la prova con me?—chiese l'ingegnere Arconti.
—Con lei!—esclamò Maria, quasi non credendo a sè stessa.—Si prenderebbe questo disturbo?
—Si, davvero. Sarebbe uno svago.
—Oh com'è buono! Com'è gentile!—replicò la fanciulla, che per poco non si metteva a saltare dalla contentezza.—E quando….
S'interruppe arrossendo… Egli sorrise e disse:—Quando che cosa?… Oh via, non si confonda…. Vuol che la finisca io la frase…. Quando si comincia?…. Ebbene, si comincerà domani sera…. Stasera voglio scrivere a casa.
E infatti, subito dopo cena, Roberto si ritirò nella sua camera e scrisse a sua madre. Gli era convenuto rinunciare, per qualche tempo almeno, a una corrispondenza diretta con Lucilla, giacchè la signora Giulia aveva subordinato a questa condizione la sua promessa di patrocinar la causa de' due amanti. Del resto, la lettera di Roberto alla signora Federica era, per tre quarti, consacrata a Lucilla. Il nome della giovinetta ricorreva una quindicina di volte nelle sei facciate dell'ingegnere. Se Lucilla avesse veduto lui, l'antico frequentatore dei teatri e dei balli, camuffato da minatore! E poi Roberto descriveva a sua madre (e a Lucilla) la famigliuola che lo aveva accolto con tant'effusione: Odoardo un po' grossolano di gusti, ma tutto cuore, tutto ospitalità, e Maria così buona, così intelligente, così desiderosa d'apprendere. Egli s'era impegnato a insegnarle un po' di francese. Non era però bella, Maria, e quantunque fosse piuttosto alta di statura, aveva ancora l'aspetto d'una fanciulla. Che confronto con Lucilla! Pure c'era qualcheduno a cui questa Maria piaceva moltissimo. E qui Roberto discorreva di Cipriano e della vecchia Gertrude, la quale pareva in sospetto di tutti gli uomini che avvicinavano la ragazza. L'aveva vista anche lui, ed ella gli aveva fatto il viso dell'arme, la buona femmina, come a un possibile rivale di suo figlio. Che ne pensava Lucilla? Sarebbe gelosa? Lucilla, sempre Lucilla, tanto è vero che, se alla lunga la lontananza raffredda gli affetti, in principio li riscalda e li avviva.
In complesso Roberto non si mostrava troppo scontento della sua sorte. Se non fosse stata la separazione dalle persone care, a tutto il resto si poteva adattarsi. A proposito, egli stimava suo dovere di annunziare un gran cambiamento che stava compiendosi nel suo aspetto esteriore. Si lasciava crescer la barba. Non aveva pazienza di radersi da sè, e gli mancava il coraggio di affidarsi all'opera del barbiere e veterinario di Valduria. Il periodo di transizione era scabroso, ma, in meno d'un mese, egli sperava di esser di nuovo un bel giovine, anzi più bello di prima.
Roberto chiudeva la sua lettera col pregar sua madre di scrivergli diffusamente, e col prometterle l'invio d'un vaglia postale alla fine del mese, appena avesse incassato il suo stipendio.
Quel giorno stesso, Cipriano tornò a casa cupo e taciturno.
—Cos'hai?—gli chiese sua madre.
—Nulla—egli rispose seccamente.
Ma Gertrude non era donna da smettere così presto.
—Lo so quello che hai—ella soggiunse. Egli si strinse nelle spalle.
—È odioso anche a te lo zerbinotto venuto iersera da Milano a mangiare il pane della miniera. Dev'essere uno sciocco.
Cipriano fece un gesto d'impazienza:—Non è uno sciocco. Ecco il peggio. Quell'uomo lì diventerà il vero direttore della miniera.
Gertrude inarcò le ciglia.—E l'ingegnere l'avrebbe fatto venir qui per questo?…. Oh quel signor Odoardo non ha senso comune…. Se lo tiene in casa, anche, con sua sorella.
La vecchia aveva proprio messo il dito sulla piaga.
A Cipriano salirono le fiamme al viso.—Cosa penseresti, mamma?
—Nulla, nulla, ma sono imprudenze che una persona di giudizio non commette.
—Che l'ingegnere vagheggiasse un matrimonio di sua sorella con questo signore?
—Potrebbe anche darsi, ma s'ingannerebbe a partito. Figurati se quel bellimbusto lì è uomo da sposare una ragazza come Maria…. Sposarla, no….
—E allora?
—Allora? Metti un giovinotto senza scrupoli vicino a una fanciulla senza esperienza….
Cipriano balzò come un leone ferito, tantochè la vecchia Gertrude si pentì delle sue reticenze maligne. Le accadeva spesso con le sue parole imprudenti di andar oltre il segno.
—No, no,—ella riprese—non dar retta a me…. Ho avuto torto…. Maria è una ragazza troppo seria da lasciarsi accalappiare dalle lusinghe d'un damerino…. E poi, anche l'altro, anche quell'ingegnere l'ho accusato a caso….
E Gertrude esortava il figliuolo a mangiare la minestra ch'ella gli aveva scodellata sulla tavola.
—Oh s'egli si provasse a toccar Maria—esclamò Cipriano stringendo il manico d'un coltellaccio che portava sempre con sè.
—Per amor del cielo, Cipriano, non tiriamoci addosso i guai…. Via, la minestra si raffredda.
Cipriano diede una spinta alla zuppiera rovesciandone mezzo il contenuto, e soggiunse:—Anche stamattina era con lei….
—Sì, l'ho visto appunto allora.
—Ed ella prese ugualmente i fiori che le avevo lasciati?….
—Si è schermita un momento….
—Ah…. vedi….
—Ma li ha presi, li ha presi…. e se li è messi nei capelli….
—La mia disgrazia la so ben io qual è—proruppe Cipriano abbandonandosi sulla sedia e prendendosi la testa fra le mani—la mia disgrazia è d'essere un povero minatore.
—Oh…. come s'ella fosse una contessa….
—No, ma è più di me, è sempre una signorina in confronto…. La mia disgrazia è d'essere un ignorante. E sì che qui dentro ci sarebbe qualche cosa….
E si picchiò la fronte con le nocche delle dita.
—Perchè non mandarmi a una buona scuola in qualche grande città?—egli continuò.—Perchè non farmi istruire?
—Oh Cipriano—disse Gertrude, colpita nel cuore da questo rimprovero—come si doveva fare? Siamo sempre stati povera gente…. Tuo padre era un semplice minatore ed è morto a trent'anni; io non avevo nulla di mio…. Si è sempre campato a fatica…. Cipriano, Cipriano, non essere ingiusto.
E la vecchia, così spesso acre e maligna nel giudicare gli altri, trovava nella sua voce una nota profondamente commossa.
Ma egli l'ascoltava appena.—E adesso la differenza tra noi due si fa maggiore, adesso che c'è l' altro, il cittadino, con la sua eleganza, con la sua facondia, co' suoi libri. Seppur ella non lo ama, seppur egli non si cura di lei, lo sento, costui è un nuovo ostacolo alla mia felicità…. Come se non ce ne fossero già abbastanza! Ma io perchè l'amo, questa fanciulla?… Quante, più belle di Maria, sarebbero orgogliose s'io rivolgessi loro uno sguardo, un sorriso!
—Oh sì,—esclamò Gertrude, enumerando con materna compiacenza una dozzina di ragazze, che, a sentirla, ambivano la mano del suo figliuolo. E ce n'erano di ricche, di quelle che avevano dei campi al sole, mentre Maria non possedeva un soldo di dote. Fisicamente poi valevano tutte assai meglio di questa creatura esile, dai capelli corti, dalla tinta sbiadita…. Però si capiva che nemmeno Gertrude era persuasa appieno di quanto diceva. Che le ragazze da lei nominate languissero per Cipriano, quest'era naturalissimo; ma esse erano, qual più qual meno, contadine zotiche e rozze, e Cipriano si sarebbe abbassato a curarsi di loro…. Maria invece, a malgrado della sua semplicità, pareva cresciuta in un altro ambiente; volere o non volere, si doveva riconoscere in lei un essere superiore, e perciò appunto Gertrude, ch'era ambiziosa, trovava ch'ella era la sola degna dell'affetto di suo figlio.
Ond'egli non fece che interpretare il pensiero di lei quando rispose:—Che mi importa di loro? Nè io le intendo, nè esse intendono me. Esse vivono contente del loro stato, contente del mondo in cui nacquero; io no…. Ma, le poche volte che io posso avvicinarmi a Maria, mi par di respirare un'altr'aria, l'aria fatta pei miei polmoni…. Ma ella non mi ama…. oh non mi ama!
—Abbi pazienza, e ti amerà—disse Gertrude, ansiosa di calmar la tempesta ch'ella stessa aveva provocata.—Ella conosce il bene che tu le vuoi, e non lo respinge….
—Non lo respinge per compassione—ruggì Cipriano.—Perchè è dolce, perchè è soave, perchè non vorrebbe veder soffrire nessuno…. Oh da questo lato non mi somiglia…. Soffrano pure quelli che non amo…. Soffro tanto anch'io….
E mentre parlava così, nelle contrazioni del volto e di tutta la persona, gli si leggeva un dolore che ignora lo sfogo delle lagrime.
Gertrude, persuasa che, pel momento, a discorrere farebbe peggio, s'era rassegnata a tacere, e non era piccolo sacrifizio per lei. Ella rimetteva a posto in silenzio la zuppiera, e riempiva di vino il bicchiere di Cipriano.
A un tratto fu colta da un eccesso di tosse e dovette sedersi.
Nella fisonomia del giovane si dipinse una cura diversa da quella che l'aveva oscurata fino allora. Egli si alzò e si avvicinò dolcemente alla vecchia che, nello sforzo, s'era tinta la faccia di pavonazzo e dal cui petto usciva un suono cupo e profondo.
—Sempre quella tosse, mamma?
—Non è niente…. Passerà—ella rispose fra un colpo e l'altro.—Ma tu, mettiti a mangiare…. fallo per me.
Cipriano sedette di mala voglia e prese alcune cucchiaiate di minestra. Non aveva fame; pensava al suo povero amore, pensava alla sua povera mamma, e al deserto che gli si sarebbe fatto d'intorno quand'ella fosse morta. Ma nel suo animo altero e iracondo s'agitavano anche altri pensieri. Era invidia, era odio verso quelli che a lui parevano i privilegiati della fortuna e che egli avrebbe voluto schiacciare sotto ai suoi piedi.
XI.
Una lettera da Milano! Una lettera listata di nero, con un acuto odore di patchouli e con la soprascritta in bella calligrafia: All'egregio signor ingegnere Roberto Arconti.—Miniera di Valduria, in Romagna.
Il procaccino la consegnò a Roberto una sera mentr'egli insegnava a Maria Selmi a coniugare in francese i verbi ausiliari. La lezione aveva luogo nel salottino terreno alla presenza di Odoardo, il quale se ne stava sibariticamente fumando la sua pipa, ch'egli di tratto in tratto levava di bocca per sorseggiare un bicchiere di vino. E quando deponeva il bicchiere e ripigliava la pipa, non mancava mai di dire:—Ci vuol proprio una vocazione speciale per mettersi a studiare dopo cena!
La vocazione speciale Maria l'aveva. E il suo maestro stava congratulandosi con lei del modo in cui ell'aveva ripetuto il soggiuntivo presente del verbo essere allorchè l'arrivo della posta interruppe la lezione.
«Caro Roberto»—scriveva la signora Federica a suo figlio—«Sai che la tua lettera è extrémément bourgeoise? Si direbbe che tu vada in solluchero per codesti luoghi pieni di miseria e di sudiciume! Un giovinotto come te, avvezzo a tutto il chic di Milano, avvezzo a vivere con la fine fleur della società, come mai può adattarsi a un ambiente simile a quello di Valduria? Ci sei voluto andare, non hai voluto attendere un impiego migliore che con un po' di pazienza avresti sicuramente trovato, e capisco che fino a un certo punto oggi tu faccia bonne mine à mauvais jeu. Ma via, non bisogna prendere il Purgatorio per il Paradiso, nè dimenticare che costì ci devi rimanere meno che sia possibile. La Giulia Dal Bono, che è la platitude in persona, si sbracciava ieri a provarmi che in fin dei conti è meglio che tu ti trovi bene che male. Niente affatto—saltò a dire Lucilla:—Se si trova bene, finisce col non moversi più.—E Lucilla aveva ragione.
«Santo Iddio! Quando mi figuro mio figlio in mezzo allo zolfo, al carbone, all'unto, al grasso e a tutte le altre porcherie della miniera, domando a me stessa s'è un cattivo sogno quello che faccio. Anche il mio povero Mariano ne sarebbe scandalizzato. E sì che quello lì ha lavorato pei suoi giorni. Ma alla cura della sua persona egli non ci rinunciava per tutto l'oro del mondo, e non mi ricordo d'averlo mai visto con una macchia sul vestito o con la cravatta a sghimbescio.
«E anche la gente con cui ti tocca a vivere, povero Roberto, lasciamelo dire, che supplizio dev'essere! Saranno buone creature, lo ammetto, e non ti nego che questa sia una qualità da tenersi in gran conto. Ma l'educazione, mio caro, l'educazione! Quell'Odoardo Selmi m'è bastato di vederlo una volta anni addietro per capire che zotico egli sia, e sua sorella, di cui vanti l'intelligenza, farà una bella figura in virtù del noto proverbio: Beati i monocoli in terra di ciechi! Ma, in nome del cielo, cosa può essere una ragazza la quale, ai tempi che corrono, non sa una parola di francese?
«S'è riso con Lucilla dell'idea saugrenue che t'è venuta di dirozzare questa mezza selvaggia, e ti auguriamo buona fortuna. Ma vedrai che sarà un pestar l'acqua nel mortaio. Bada piuttosto che il ciclope sentimentale il quale spasima per mademoiselle non ti mangi vivo, e che la sospettosa madre di lui non ti graffi gli occhi…. In quanto a Lucilla, credi pure ch'ella non è gelosa. Ella non fa questo onore alla tua scolara.
«Ma parliamo d'altro. Lucilla la vedo quasi ogni giorno, e sta bene. Ieri la ho accompagnata da Madame Chaillon a ordinarsi un vestito. È il primo ch'ella si fa dalla Chaillon, e non c'è voluto poco a persuadere il signor Benedetto che una ragazza come Lucilla ha diritto d'avere almeno un abito all'anno fatto da una brava sarta. Scelsi io la stoffa ed il taglio sull'ultimo figurino di Parigi…. Immaginati un piquet …. oh ma c'è proprio sugo a discorrer con te di questa roba!… La Chaillon mi diceva: E lei, madama Arconti, non comanda nulla? Mi son sentita una stretta al cuore a pensar che una volta commettevo due o tre toilettes ogni stagione e che adesso invece mi tocca prolungare il lutto intero per non aver quattrini da farmi un vestito da mezzo lutto. Caro Roberto, ciò che ti proponi di mandarmi ogni mese è molto se si considera il tuo stipendio, ma come si può tirare avanti così? È necessario, è indispensabile che tu cerchi una posizione migliore. E intanto non far troppo il puritano, e lasciami mangiar la mia dote a porzioni meno omeopatiche. Il faut bien vivre.
«T'assicuro che anche il tenere una sola persona di servizio alla lunga non va, non va assolutamente. Ho dovuto licenziar la Teresa, che cucinava abbastanza bene, ma non sapeva introdurre con un po' di garbo le visite in salotto. Quella che ho preso ora, invece, il garbo l'ha, ma non riesce a portarmi in tavola un piatto che non sappia di fumo. È una disperazione. A ogni modo capisco che la terrò in virtù de sa bonne mine.
«Delle mie relazioni non posso lagnarmi. Anche venerdì ebbi quasi una dozzina di signore, e fra queste la marchesa Trivelli e la contessa Lippi. E tutte queste visite dovrò restituirle a piedi, o in un fiacre, che è ancora peggio. È dura, assai dura. Una dama che si rispetta non è possibile che stia in Milano senza carrozza propria. Per me è una mortificazione che mi accorcia la vita… Ma finirà. Mi dirai visionaria, ma ho il presentimento che finirà presto. Al primo del mese venturo c'è l'estrazione della gran lotteria, e scommetterei che sortirà uno dei nostri biglietti. Qualcheduno deve pur vincere; e perchè non possiamo noi esser quelli che vinceranno?
«L'altro ieri fui al cimitero a deporre una ghirlanda di semprevivi sulla tomba del tuo povero babbo. Credimi, Roberto, l'epitaffio che hai fatto incidere sopra la lapide è troppo semplice. Mariano Arconti meritava di meglio. E tu dirai ch'è vanità, ma già io non so rassegnarmi all'idea che non si sia eretto un piccolo monumento all'uomo che abbiamo perduto. Se non si voleva ricorrere al Vela, c'era il Barzaghi, che ha finito testè il busto di Giovanni Romilli commessogli dalla vedova. E quel busto di marmo di Carrara, lo collocheranno a giorni sopra un cippo di bardiglio a poca distanza dalla tomba di Mariano. Giovanni Romilli che guarda d'alto in basso Mariano Arconti! Son cose da far strabiliare.
«Del resto, mi assicurano che all' Unione ci sia dégringolade completa. Ne ho piacere per quella petulante della nuova direttoressa, che appena si degna di salutarmi quando m'incontra.
«Milano è un mortorio. Fa già un gran caldo, e non c'è uno spettacolo tollerabile. Parlo par oui dire, perchè, come puoi credere, io non andrei a teatro nemmeno se ci fosse la Patti. Per solito, sto la sera a casa, e t'assicuro io che m'annoio. Brigola continua a spedirmi i nuovi romanzi francesi, che rimando tali e quali. È molto se ogni mese ne trattengo uno. Sfido io a prendermi il lusso dei libri con quegli avanzi che ho.
«Per due giorni ebbi la compagnia di un bel pappagallo che m'era stato ceduto a buon prezzo da un signore che va a stabilirsi a Firenze. Son così sola che quella bestia mi sarebbe stata carissima, ma ho dovuto sbarazzarmene rivendendola a metà del costo. Figurati! Aveva imparato a dir tante parolaccie da far arrossire un soldato di cavalleria.
«Oh, ma è tempo di por termine a questa lettera décousue. Mille saluti di Lucilla e di sua madre. Mi dimenticavo dirti che una sera alla settimana gioco alle carte col signor Benedetto. È una seccatura messa a frutto…. Sono una buona madre, io…. Gipsy ha imparato a starsene ritta sulle due zampe di dietro, e in compenso di questa sua bravura io le ricamerò un collarino nuovo.
«Addio, addio. Leoni t'ha scritto? A me non venne ancora a far visita! Non si degna forse? Addio.
« La tua affez. mamma. »
« P.S. A proposito, scordavo il meglio. Lucilla ed io disapproviamo assolutamente la tua risoluzione di lasciarti crescer la barba. Ma già codesto soggiorno ti fa diventare un uomo selvaggio».
Allorchè Roberto s'era accinto a leggere la lettera di sua madre, Maria aveva chinato lo sguardo sul suo libro di temi. Però, mentr'egli scorreva rapidamente i foglietti vergati dalla signora Federica, gli occhi della giovinetta s'erano alzati più di una volta dal quaderno e avevano cercato di indovinare nella fisonomia dell'ingegnere l'impressione prodotta in lui da quella lettura. Una lettera della mamma? Pareva a Maria che dovesse di là sprigionarsi tanta dolcezza quanta può venirne da cosa alcuna nel mondo. Una lettera della mamma! Oh se anche a lei fosse dato riceverne! Con che festa l'accoglierebbe! Con che delizia pascerebbe lo sguardo nei rozzi e disadorni caratteri di quella sua diletta!… Ma pur troppo la sua mamma non le avrebbe scritto mai, pur troppo la sua mamma era morta. Invece Roberto, lui felice, aveva la sua mamma viva, ed ella gli scriveva in foglietti profumati di patchouli, e la sua calligrafia era elegante come la sua persona, ed ella aveva lasciato correr la penna sulla carta e gli aveva senza dubbio parlato di mille cose interessanti e di quella che lo interessava più di tutte, di Lucilla. O perchè il viso di lui, invece di atteggiarsi alla gioia, si atteggiava allo sconforto, perchè talvolta sulla sua fronte passava una nuvola, come un segno d'impazienza e di dispetto?
—Non ha mica ricevuto qualche cattiva notizia?—chiese Maria appena egli ebbe ripiegata e posta in tasca le lettera.
—No, grazie,—egli rispose.—Tutt'altro.
E compose il labbro a un sorriso, ma era un sorriso così languido, così forzato che metteva in maggior risalto l'espressione di mestizia diffusa in tutto il suo volto. Nello stesso modo il raggio di sole che sbuca furtivo e timido dalle nuvole fa spiccar di più la tristezza d'una giornata d'inverno.
Maria non aveva diritto di chiedere altre confidenze; anche in questa occasione forse ella era stata troppo indiscreta. Era un difetto che non s'era accorta di avere prima della venuta dell'ingegnere Arconti.
Arrossì, e sfogliò con mano distratta il libro che teneva davanti a sè.
Roberto si alzò dalla sedia, e porgendo la mano alla giovinetta,—Non mi tenga il broncio,—le disse,—se oggi interrompo la lezione più presto del solito. Ci rifaremo domani sera… Voglio lavorare ancora un poco… Buona notte… Addio, Odoardo.
—Oh,—borbottò il Selmi che aveva chiuso gli occhi e stava per prendere sonno con la sua pipa in bocca.—Buona notte, Roberto…. È già ora di andare a letto?
—Forse no, ma vado a finire la relazione da spedirsi a Londra.
—Ih! Che furia….
—Cosa fatta capo ha.
Odoardo stirò le braccia, mise un lungo sbadiglio e soggiunse:—Tutti i gusti son gusti.
L'ingegnere Arconti accese una candela ed uscì.
Giunto che fu nello studio, tirò fuori macchinalmente da un cassetto un mucchio di carte e sedette davanti alla scrivania. Per qualche tempo non gli venne fatto di raccapezzare un'idea. Era lì immobile, coi gomiti appoggiati al piano della tavola, col viso nascosto fra le palme. I bei conforti che gli venivano da Milano! I belli incoraggiamenti a proseguir la sua via! Ma non doveva aspettarselo? Sua madre non era stata sempre così? Ebbene, è vero, doveva aspettarselo; tuttavia egli non aveva rinunciato alla speranza che a poco a poco ella fosse andata formandosi un più giusto concetto della situazione, ch'ella avesse finito col render giustizia a suo figlio. Follie! Come se una donna potesse cambiar indole a più di quarant'anni! Ma Lucilla almeno avrebbe dovuto considerar le cose da un altro punto di vista, e invece, pur troppo, era evidente che Lucilla si trovava all'unissono con la signora Federica. Roberto ebbe un momento d'abbandono, di sfiducia tetra e desolata; ma ben presto lo sovvenne la sua consueta energia. No, no, egli non aveva il diritto d'esitare, non aveva il diritto di dubitare di sè, della rettitudine della sua condotta e de' suoi propositi. Quand'anche gli mancasse ogni altro appoggio, quand'anche si sentisse come un naufrago nell'Oceano, la sua tavola di salvamento egli l'aveva. Era il lavoro. S'immerse nelle sue carte, concentrò tutte le forze della mente nella relazione che s'era prefisso di compiere in quella notte; non volle pensar ad altro, e riuscì a non pensar ad altro. Le idee che si eran fatte tanto aspettare accorsero in folla, e la forma si piegò docile ad esprimer le idee. Egli scrisse per più ore di seguito, e, quand'ebbe finito, rimase sorpreso egli stesso dell'opera sua. Gli pareva davvero impossibile d'esser lui l'autore di una memoria, che nel nitido stile acconcio agli affari riassumeva tutti i dati principali della gestione della miniera e dava una guida sicura per non ismarrirsi in un labirinto di cifre. Questa virtù della perspicuità egli l'aveva ereditata dal padre suo, e nel rileggere il suo manoscritto un'intima voce gli diceva che suo padre non avrebbe rifiutato di apporvi la propria firma. Oh, come gli sarebbe stata dolce in quell'istante una parola di suo padre, un sorriso, una lode! Tuttavia la coscienza che se il cavalier Mariano fosse vissuto, quella lode non gli sarebbe mancata, il convincimento ch'egli aveva di meritarla, gli riempiva l'anima d'un'ineffabile dolcezza. Sua madre e Lucilla calunniavano la sua vita dipingendola come gretta e prosaica; agli occhi di lui essa era illuminata dalla forte poesia del dovere, e tutti gli scherni del mondo non potevano bastare a fargliela tenere a vile.
XII.
Un giorno Cipriano ebbe un'ispirazione ardita. Vincendo la sua antipatia pell'Arconti, gli rivelò il suo amore per la sorella di Odoardo Selmi e i dubbi e i sospetti che gli laceravano l'anima. Roberto accolse con orecchio benevolo quelle confidenze, che non gli apprendevano nulla di nuovo, e dissipò le ombre che offuscavano la mente del giovane minatore. Egli stimava assai le virtù di Maria, ma non aveva per lei se non l'affetto che si può avere per una buona amica. Il suo cuore apparteneva ad un'altra. C'era nelle parole dell'ingegnere Arconti un tale accento di schiettezza che Cipriano ne rimase convinto e fece un passo di più; egli chiese a Roberto di usare in suo vantaggio il grande ascendente ch'egli aveva sull'animo della fanciulla. A ciò Roberto non assentì; egli non aveva nessun titolo per esercitare un'ingerenza di questa specie. Toccava a lui, a Cipriano, farsi amar da Maria; toccava a lui rivolgersi alla sola persona che avesse un'autorità legittima sulla giovinetta, a Odoardo. Cipriano si mostrò più mansueto di quello che il suo carattere violento non lasciasse supporre, e parve arrendersi alle ragioni dell'ingegnere. Se però egli avesse potuto aiutarlo in una cosa! Si sentiva superiore alla sua umile condizione; si sentiva agitato dalle inquietudini del sapere, e non aveva mai agio di scambiare un'idea, non aveva un libro che gli desse modo di colmar le lacune del suo spirito. Oh, non pretendeva di diventare un letterato! Si rassegnava a fare spropositi d'ortografia tutta la vita; la sua curiosità era d'un'indole esclusivamente scientifica; egli aspirava soltanto a coordinare, mercè qualche studio, le varie nozioni che aveva acquistato nella lunga esperienza delle miniere. Così egli avrebbe anche reso a grado a grado minore la distanza che lo separava da Maria, ora sopratutto che Maria aveva trovato chi si occupava della sua educazione. C'era un fondo d'amarezza in queste ultime parole di Cipriano, ma l'Arconti fece le viste di non accorgersene, e mise a disposizione del suo interlocutore le opere tecniche che formavan parte della sua piccola biblioteca.
Da quel momento, tra l'ingegnere Arconti e Cipriano si stabilì una certa intimità. In primo luogo si trovavano sempre in miniera, ove ormai l'ingegnere passava una buona parte della giornata, visto che le sue funzioni amministrative non gli occupavano che poche ore. Inoltre Cipriano, con la scusa dei libri, veniva spesso a casa dell'Arconti, e vi si tratteneva qualche tempo a esporre i suoi dubbi e a sollecitar spiegazioni. Era un fatto che la prontissima intelligenza sopperiva in lui alla mancanza di studi, e gli permetteva di apprendere con una singolare rapidità. Nè Roberto avrebbe voluto assumere verso il giovane soprastante l'ufficio di maestro; nè Cipriano si sarebbe acconciato alla parte umile di discepolo; nondimeno, in quei colloqui, che, se non potevan dirsi lezioni, avevano però un carattere scientifico, Roberto si prestava con vivo interesse a dirozzar la mente del minatore.
Verso Maria, Cipriano aveva mutato tattica affatto. Gentile sempre e ufficioso, non s'atteggiava più in modo così aperto ad innamorato; la vedeva anche più spesso d'una volta, la invigilava, ma sapeva nascondere la sua preoccupazione discorrendole di soggetti indifferenti. Era ormai deciso ad aspettare. E Maria lo trattava meglio quanto meno egli aveva l'aria di un pretendente; era lieta di poter manifestargli la tranquilla, fraterna affezione che ella gli aveva sempre portato. Forse non era persuasa nemmen lei ch'egli avesse dimesso tutte le sue vecchie idee; a ogni modo, godeva il presente e non le pareva vero della buona armonia stabilitasi contro ogni aspettazione fra due uomini ch'ella stimava ambidue…. quantunque in diversa guisa e in diversa misura.
Odoardo Selmi diceva:—L'Arconti fa miracoli. È persino riuscito ad ammansar Cipriano.
In quanto a lui, era contentissimo della crescente influenza che il suo amico andava acquistando nella miniera. La sua attività era tutta fisica; intellettualmente era inerte. Non avrebbe saputo rinunziare alle fatiche del corpo; rinunziava ben volentieri a quelle dello spirito. Era una gran dolcezza per lui, alla fine d'una giornata operosa, poter starsene cheto con la sua pipa in bocca, col suo fiasco di vino davanti senza bisogno di pensare a innovazioni e a miglioramenti. Ci pensava Roberto, e il Selmi gli lasciava libertà piena per le piccole cose, e per quelle di maggior rilievo gli consentiva di scrivere alla Direzione di Londra. Dal canto suo, si limitava a firmare le lettere.
A Londra s'erano accorti che una mano più vigorosa, una mente più ricca d'iniziativa aveva impresso un maggior movimento dell'usato a Valduria, e nelle lettere particolari che spedivano all'ingegnere Selmi si congratulavano con lui del nuovo impiegato. Una lode speciale era toccata all'Arconti in seguito alla relazione trasmessa a Londra; ove le sue proposte tecniche (e dico sue perchè realmente appartenevano a lui e perchè Odoardo non ne dissimulava punto l'origine), sebbene non accettate tutte, avevano fatto crescer la stima ch'egli aveva saputo inspirare. Per due cose principali egli era riuscito ad ottener l'adesione della Società; per l'apertura d'una nuova galleria e per gli studi e per gli esperimenti necessari all'applicazione di un sistema da lui immaginato affine di risparmiar combustibile nel riscaldamento dei forni. Egli vi si era accinto col fervore proprio della sua tempra e della sua età, e non lo turbava punto lo scetticismo che gli spirava intorno. Si risovveniva d'un detto di suo padre: Guai a chi nei momenti critici della vita non crede in sè stesso. Sarà come un fuscello palleggiato dal vento.
Del resto, solo affatto non era. Cipriano divideva tutte le sue idee, Maria divideva la sua fede nel buon esito de' suoi tentativi. Quando Odoardo Selmi tentennava il capo e borbottava fra i denti:—Ho paura che si finirà col gettar danaro per nulla—sua sorella gli dava sulla voce:—Lascialo fare. La sa più lunga di te.—E l'ottimo Selmi assentiva:—Questo è vero.—Tutt'al più soggiungeva un però, come principio d'una nuova proposizione che stimava meglio di non continuare.
In pochi mesi Roberto aveva preso il color locale al di là di ogni ragionevole aspettazione. Gli restava sempre una cert'aria cittadinesca, una certa nativa eleganza, ma l'antico dandy era scomparso. Indossava con disinvoltura il rozzo sajo del minatore, aveva il volto abbronzito, le mani callose, e la folta barba lo faceva parer men giovine di alcuni anni. Cosa singolare, egli non rimpiangeva mai la sua vita d'un tempo, nè tradiva un soverchio disdegno verso la società di Valduria che nella domenica e nelle altre feste di precetto sfoggiava le sue grazie all'ora di messa e veniva a far visita alla sorella del signor ingegnere in capo. Il sindaco, signor Ludovici, possidentuccio sulla cinquantina, uomo timido e vano, lodava nell'ingegnere Arconti la pratica delle cose amministrative, e diceva che un giorno o l'altro lo si sarebbe potuto nominar consigliere del Comune e poi assessore. La maestra comunale, ch'era la lionne del luogo, lo trovava proprio un cavaliere a modo, e consacrava a lui in segreto quella parte del suo cuore ch'era lasciata disponibile dal grosso brigadiere dei carabinieri. Piccola, magra, giallognola, la signora Stella non aveva in sè nulla di luminoso, ma gli scarsi suoi pregi fisici non impedivano al brigadiere, ch'era un leone in armi e un coniglio in amore, di farle delle dichiarazioni sotto forma di sciarade. Questo esercizio erotico-letterario, a cui egli si dedicava sopratutto nella domenica, gli aveva fruttato una riputazione di poeta, della quale egli si pavoneggiava assai, quantunque dicesse modestamente di non meritarla. Era celebre a Valduria fra gli altri suoi componimenti quello sulla parola galanteria:
Non osservando in ver Le leggi dell' intier, Seconda io ti dirò Se non dai retta a me Che son primier con te.
Sciarada, come ognun vede, stupenda, ma un po' contraria alla realtà delle cose, perchè la signora Stella dava retta benissimo all'ottimo brigadiere; solo avrebbe preferito che le sue dichiarazioni invece di essere in versi enigmatici fossero in prosa paesana, e si traducessero in una semplice domanda di matrimonio. Questa però non era l'opinione del brigadiere, ostinatamente deciso a rimaner celibe.
Un personaggio che compariva immancabilmente la domenica a casa Selmi, e vi si tratteneva spesso a desinare, era il signor Max Rundberg, bavarese, ma domiciliato da più di trenta anni in Romagna, ove dirigeva un'altra miniera di zolfo, appartenente essa pure a una Società inglese e situata a Rignano, villaggio a sette chilometri da Valduria. Il signor Max non era uno scienziato, ma un uomo pratico sul taglio di Odoardo, rotto alla fatica e impavido davanti ai pericoli. Godeva la riputazione di gran bevitore, e quand'egli onorava la mensa dei Selmi, Maria doveva triplicare la razione di vino. Si calcolava che la quantità di liquido da lui giudicata necessaria per inaffiare il pranzo non fosse inferiore ai quattro litri. Per buona ventura, tutto questo vino trangugiato non alterava la serenità del suo animo; contribuiva soltanto a sciogliergli lo scilinguagnolo. E allora egli narrava certe storie arrischiate delle Bierhalle di Monaco e vantava gli occhi, i capelli e i vari pregi palesi ed occulti delle Kellnerinnen de' suoi tempi, intercalando il racconto di vivaci esclamazioni in lingua tedesca. A poco a poco il tedesco prendeva un deciso sopravvento, e il signor Max finiva col parlare interamente nel suo idioma nativo. Prima dell'arrivo di Roberto, non lo intendeva nessuno; adesso l'ingegnere Arconti era in grado di gustare quegli squarci d'eloquenza, che però non credeva opportuno di tradurre in lingua volgare. Il signor Max chiudeva le sue arringhe col vantare le dolcezze dello stato di vedovanza, nel quale per sua fortuna, glücklicherweise, egli vivea da quattro lustri. Dopo di ciò, egli lasciava cader la testa sul petto, intrecciava le mani sul ventre e si addormentava, russando con lo strepito d'una stufa appena accesa. Desto a capo d'un'ora circa, calcava in testa il suo gibus (poich'era per lui un uso impreteribile di adoperar la domenica un vecchio gibus sgangherato) e s'avviava a piedi alla sua miniera.
Queste macchiette offrivano a Roberto il modo d'infiorar di schizzi gustosi le lettere ch'egli scriveva a Milano, e con le quali si proponeva di divertir sua madre e Lucilla, Lucilla sopratutto. Nella più candida affezione che l'uomo porta a una donna c'è sempre una dose di vanità; noi non vogliamo soltanto persuadere quella donna che l'amiamo, vogliamo persuaderla altresì che siamo persone di spirito e d'ingegno. In questo caso però le compiacenze d'autore erano, pel nostro Roberto, assai scarse. La signora Federica, che rispondeva per sè e per Lucilla (soltanto un pajo di volte Lucilla aveva aggiunto una riga di suo pugno), mostrava di pregiar mediocremente le descrizioni che le faceva suo figlio; o non le rilevava nemmeno, e riempiva tutti i suoi fogli di piagnistei, o, rilevandole, ne esagerava la portata, e metteva in ridicolo anche le persone che a lui non parevan punto ridicole, come per esempio Odoardo e Maria. Come va il francese di Mademoiselle? gli si chiedeva. Ha ella imparato a dire: Oui, Monsieur? Spesso la signora Federica, dopo aver canzonato la società di Valduria, si diffondeva a discorrere della vita di Milano di cui pur troppo ella non poteva approfittare, e perchè era ancora in lutto, e perchè, a ogni modo, non avrebbe avuto quattrini da far toilette. Le Dal Bono, invece, erano andate in tre o quattro famiglie, e Lucilla aveva sempre riportato la palma su tutte le altre ragazze. Era così bella, così graziosa, ballava così bene!
I trionfi della fanciulla ch'egli voleva far sua lusingavano da un lato l'amor proprio di Roberto, ma non potevano a meno di destargli qualche apprensione. Chi lo assicurava che Lucilla, se si metteva davvero a frequentare le conversazioni ed i balli, non finisse coll'appassionarsi troppo per una vita ch'egli non avrebbe potuto offrirle mai? Chi lo assicurava che di tante galanterie che le sarebbero suonate all'orecchio, nessuna avrebbe trovato la via del suo cuore? Ed egli non era lì per difendersi, egli non poteva nemmeno scriverle direttamente! Chi sa come sua madre riferiva a Lucilla le parole di lui, e a lui le parole di Lucilla? Pure da questo medesimo pensiero, che soleva essere un gran dolore per lui, gli veniva talvolta un raggio di conforto. Era certo la signora Federica che faceva apparir Lucilla un po' frivola; se avesse scritto ella stessa, sarebbe stato ben altra cosa.
In ogni modo, quando la mente del nostro giovinotto correva a Milano, essa ne tornava indietro piena di gravi preoccupazioni. La buona e savia Maria se ne accorgeva, e s'accorgeva sopratutto che le lettere che gli venivano da casa non lo colmavano di allegrezza. Avrebbe voluto esser la sua confidente, si ricordava ch'egli le aveva detto un giorno che avrebbero parlato insieme di Lucilla, ma non osava intavolare il discorso. Dal canto suo, egli sfuggiva quest'argomento; c'è un pudore naturale che ci fa riluttanti a esprimere i nostri dubbi sulle persone che amiamo.
Non sarebbe stato difficile all'ingegnere Arconti di ottenere un congedo d'una diecina di giorni e approfittarne per fare una corsa a Milano; ma egli sentiva che non gli era lecito abbandonar Valduria finchè rimanevano sospesi gli esperimenti da lui iniziati. Da essi dipendeva l'avvenire della miniera, ed essi non potevano riuscire che per opera sua, perchè, fuori di lui, di Cipriano e di Maria, nessuno credeva che sarebbero riusciti. Ora, non si vince quando non si crede nella vittoria. D'altra parte, lasciare, fosse pur per poco, la sopraintendenza dei lavori a Cipriano non era nè conveniente nè opportuno. Cipriano era dotato di molto ingegno, ma gli mancavano parecchie cognizioni indispensabili; inoltre, malgrado la deferenza che da qualche tempo egli mostrava verso Roberto, c'era nel suo carattere qualche cosa che impediva di fidarsene appieno.
XIII.
La battaglia in cui Roberto s'era impegnato non era di quelle che durano un giorno. Essa era cominciata già da più mesi, e l'Arconti aveva bisogno di tutta la sua energia per non abbandonar la partita. A ogni piè sospinto, sorgevano nuove difficoltà che esigevano nuovi studi, nuovi espedienti, e… nuovi quattrini. Pei quattrini era forza ricorrere a Londra, e la Sulphur Society, assai ben disposta sulle prime, andava a poco a poco mostrandosi più restia. Non era lontano il momento in cui alla domanda d'ulteriori rimesse si sarebbe risposto con un bel no, e quel momento non poteva non coincidere con una crisi dolorosa, per lo meno col licenziamento degli operai che s'erano arruolati in virtù dei cresciuti lavori. C'era già una vaga inquietudine nel personale. Gli ultimi venuti presentivano la loro sorte, gli altri si turbavano al pensiero d'una possibile diminuzione di guadagni in seguito alla concorrenza, che sarebbe stata fatta loro dai licenziati. Si sparlava di Roberto che, senza nessuna esperienza, aveva voluto metter sossopra la miniera, si biasimava Cipriano che, pur non potendolo soffrire, s'era lasciato prender all'amo dalle sue parolone, e finalmente si dava del babbeo al direttore, il quale si contentava d'esser capo soltanto di nome.
Nella visita ch'ella faceva a parecchie famiglie di minatori, Maria era messa a parte di queste lagnanze e di queste apprensioni e s'adoperava del suo meglio a calmarle.—Vedrete, si riuscirà; l'Arconti è un bravo giovine e non agisce alla leggera.
Una tra le più arrabbiate oppositrici era la vecchia Gertrude, la quale detestava Roberto e non perdonava a suo figlio d'avergli dato retta.—Quello lì—ella diceva a Maria—ci rovinerà tutti. Quello li è il cattivo genio di Valduria…. Va là, Mariuccia, che anche tuo fratello ha un gran rimorso sulla coscienza. Le cose non andavan bene quando il vero e solo direttore era lui? E se gli occorreva proprio un aiutante, non lo aveva pronto? Non c'era Cipriano? Il Cipriano d'una volta, veh! non quello d'adesso…. Dacchè si sciupa gli occhi e la testa coi libri, dacchè crede alle fanfaluche di quel bellimbusto, è diventato un altr'uomo…. Oh se un anno fa avessero chiamato lui, avresti visto se Cipriano si sarebbe fatto onore…. E allora anche la tua superbietta…. oh basta…. so quel che mi voglio dire.
La fede di Maria in Roberto non diminuiva, ma la sua anima era amareggiata da questi discorsi e glielo si leggeva sul viso.
—Comincia anch'ella, Maria, a non creder più in me?—le domandava tristamente l'Arconti.
Ed ella gli rispondeva pronta:—No, mai, mai, glielo assicuro…. Ma che posso far io, povera fanciulla?….
—Oh può far tanto!…. Se non altro può tener vivo il mio coraggio.
Ella arrossiva, ma queste parole le versavano in cuore una dolcezza infinita.
Chi non ha qualche volta dubitato di sè? Allorchè la meta sperata s'allontana inopinatamente, allorchè tutti ci gridano: Avete sbagliato strada; chi non prova un gran turbamento nell'animo, chi non prova il bisogno di ripiegarsi su sè medesimo e di chiedersi: Ho ragione io, oppure hanno ragione gli altri? Ebbene; quando l'impresa a cui ci siamo accinti è frutto d'una convinzione profonda e matura, noi trionferemo delle nostre incertezze, noi proseguiremo a ogni modo la nostra via, ma come più facile ci sarà la vittoria se un sorriso, se una parola verrà a rinfrancare il nostro spirito avvilito dallo scherno e dal biasimo della folla, se fra tanti spettatori lieti di vederci presso al naufragio uno almeno ci tenderà la mano dal lido! E che gratitudine serberemo a quest'uno!
L'animo nobile ed elevato di Roberto apprezzava Maria più ch'egli non lo dicesse a lei, più che non lo confessasse a sè stesso. I due giovani non avevano agio di far lunghe conversazioni; le lezioni di francese erano divenute assai rare, perchè i lavori della miniera assorbivano quasi tutto il tempo dell'Arconti e lo costringevano sovente anche a passar la notte fuori di casa; nondimeno, a qualunque ora egli tornasse per prendere un po' di riposo, trovava Maria che gli veniva incontro, e più con lo sguardo che con la voce gli domandava che cosa vi fosse di nuovo. E se un barlume di speranza gli balenava negli occhi, anche il viso di lei si rischiarava d'una subita luce, e se la sua fisonomia era abbattuta, ella seria, ma composta e tranquilla, gli diceva.—Coraggio, sarà per domani.—Oh perchè Lucilla non gli faceva dire altrettanto? perchè da Milano non sapevano presagirgli che disinganni e amarezze, non sapevano ripetergli che la solita antifona:—Vieni via da quella bolgia. Cercati un mestiere più da galantuomo?
Un giorno in cui Roberto prima di scendere nel sotterraneo accompagnava Maria sulla strada di Valduria ov'ella si recava per alcune spesuccie, apparve loro da lungi Cipriano.
—Non mi lasci ora—disse Maria all'ingegnere.—Mi conduca a casa. Andrò a Valduria più tardi.
E così dicendo, si fece rossa rossa.
—Come desidera,—rispose Roberto. E i due giovani ritornarono sui loro passi in silenzio.
Cipriano non li seguì, ma, prendendo una scorciatoia, giunse in due minuti alle falde della collina che Maria doveva risalire per tornare alla propria abitazione. Senza dubbio egli credeva di trovarla sola. Allorchè vide che l'Arconti era sempre con lei, aggrottò le ciglia, fece un segno d'impazienza e si dileguò di nuovo rapidamente.
Roberto, che aveva taciuto fino allora, toccò per la prima volta un soggetto delicatissimo. Si ricordava delle parole dettegli da Cipriano, si ricordava della preghiera che questi gli aveva fatto di perorar la sua causa. Egli se n'era schermito, ma se l'occasione favorevole si presentava, perchè lasciarla sfuggire? Non aveva simpatia per Cipriano, ma non poteva dissimularsene il valore, non poteva negar lode al suo contegno negli ultimi tempi.
—È cattiva con Cipriano—egli disse alla ragazza.
Ella, ch'era già rossa, divenne scarlatta e balbettò.—Io?… Perchè?
—Egli la cerca ed ella lo sfugge….
Maria non rispose.
—Eppure vi fu un tempo in cui credevo….—ripigliò Roberto.
—Che cosa credeva?—interruppe vivamente Maria.
—Scusi, sa, non dovrei entrarci….
—Ma parli, parli.
—Credevo che ci fosse un po' di simpatia fra di loro….
—Oh, signor ingegnere, perchè mi tormenta?….
—Smettiamo, se le dispiace….
—Adesso che ha incominciato!… Io sono per Cipriano quella d'una volta…. È colpa sua se lo sfuggo…. Perchè non si contenta che gli voglia bene come una sorella?
—Perchè le vuol bene più che come un fratello, ecco la ragione,—rispose Roberto.
—E allora non c'intenderemo mai—replicò la ragazza, mentre i suoi occhi s'inumidivano di pianto.—Sconsigliato Cipriano! Perchè ha voluto guastar la nostra amicizia? Non era bella? Non era santa? Non era piena di confidenza e d'abbandono?
—Eppure, cara Maria,—riprese l'Arconti—è nell'ordine naturale delle cose che un uomo desideri di sposar la donna che ama, e che la donna, anche lei, miri ad avere una famiglia sua, ad avere dei figli.
—Ma io non intendo sposarmi.
—E perchè? Sarebbe una così buona moglie, una così buona mamma….
—No, no, non mi sposerò.
—Cose che si dicono.
—Vedrà.
—O che vuol farsi monaca?
—Monaca io? mi farebbe ridere senza voglia…. Chiudermi fra quattro muri, io che amo tanto l'aria, la luce, il moto, la libertà dei campi?… Che idea!… Come se ci fosse bisogno di farsi monache quando non ci si marita…. Una famiglia propria, dice…. O non l'ho una famiglia? Non ho Odoardo, che ha tanto affetto per me e a cui devo tanto?… Per ora non si sposa nemmen lui…. Se si sposerà, sarò una buona cognata, una buona zia…. Mi parla di bambini? Si figuri se non li amo…. Ce ne son tanti in questa valle che mi fanno una festa…. Se li vedesse quando entro nelle loro case, come mi si aggrappano alle sottane, come mi si arrampicano fin sulle spalle!… E se son malati, mi vogliono al loro letto…. Me ne ricordo uno, poverino, ch'è morto, e fino all'ultimo momento voleva che gli tenessi la mano sulla fronte….
—Ha le lagrime agli occhi per quel bimbo che non le apparteneva, e dice che non vuole esser madre….
—No, no….
—Via, senta ancora una parola—proseguì Roberto infervorandosi nella sua parte d'avvocato.—Non sa che il giovine ch'ella respinge anela a una migliore posizione per amor suo, studia per essere degno di lei….?
—Oh, degno di me!—interruppe Maria.—È anzi degno di molto meglio…. Ci son tante belle ragazze nelle vicinanze…. E saran superbe d'esser corteggiate da Cipriano…. Ma mi lasci stare…. Non si ostini a una cosa impossibile….
—Nientemeno!—esclamò l'Arconti.
—Non insista, signor Roberto,—disse la giovinetta, e le lagrime, non più rattenute, le colavan giù per le guancie.—Che male le ho fatto perchè mi esponga a questa tortura?
—Male, povera Maria? del bene mi ha fatto, e tanto bene…. Ed io non posso desiderare che la sua felicità.
—Grazie di queste parole—rispose Maria con voce commossa.—Quand'è così, se ne avessi bisogno, mi difenderebbe, non è vero?
—Oh sì, con tutta l'anima.
Il colloquio, che abbiamo riferito, lasciò una singolare impressione in Roberto.—Strana creatura quella Maria!—egli riflettè fra sè, incamminandosi soletto verso la miniera.—Non ama Cipriano…. Non vuole sposarsi…. Amerebbe qualchedun altro?… E chi?… Adesso poi la nostra amicizia con Cipriano è finita sicuramente…. Gli torneranno le stolide ubbie d'una volta, e nessuno potrà levargliele dal capo…. Del resto, perchè m'accalorava tanto in suo favore?… Che m'importa che Maria lo sposi?… Buona Maria! Ella non deve essere sacrificata, ella non lo merita, e se suo fratello non basterà a difenderla, ci sarò anch'io…. La vecchia Gertrude aveva ragione. Cipriano ed io eravamo destinati a farci la guerra…. Sarebbe però un gran male che le ostilità scoppiassero in questo momento…. Con tanto bisogno d'accordo che c'è pei lavori della miniera!
Le apprensioni di Roberto erano infondate. Cipriano era più torvo, più chiuso del consueto, ma non fece all'ingegnere Arconti nessun discorso relativo a Maria. Sentiva che, prima d'iniziare altre battaglie, bisognava decider quella terribile che si era impegnata con le forze della natura…. O si vinceva, e la vittoria avrebbe fatto anche di lui un altr'uomo, e gli avrebbe dato il diritto di parlare alto; o s'era sconfitti, e chi sa allora che cosa sarebbe avvenuto? In quest'ultima ipotesi un conforto restava a Cipriano. L'ingegnere Arconti non avrebbe potuto rimaner più oltre a Valduria, perchè sul suo capo sarebbe ricaduta la responsabilità maggiore dell'insuccesso. Così lo scorno dell'uomo che in fondo del cuore egli odiava, avrebbe risarcito in parte Cipriano dell'infausto esito d'un'impresa a cui egli stesso consacrava tutte le forze dell'ingegno e del braccio.
Intanto egli non mancava a nessuno de' suoi doveri, non si ritraeva nè davanti alla fatica, nè davanti ai pericoli. Era pur doloroso per Roberto di presentire un nemico in un così valido e intelligente alleato.
E la fortuna, che si lascia spesso domare dalla perseveranza, cedette infine all'energia e all'attività dei due uomini che non s'erano sgomentati alle sue ripulse. Dopo mesi e mesi di prove, nello spazio di una settimana, si potè dir d'avere trionfato su tutta la linea. I difficili esperimenti pel risparmio di combustibile, intorno ai quali l'ingegnere Arconti s'era torturato così a lungo il cervello, e da cui era lecito aspettarsi un risparmio del trenta per cento sul costo di produzione, riuscirono nel modo più luminoso; la resa del minerale nella nuova galleria divenne ad un tratto abbondante oltre ogni aspettazione, dopo d'essere stata povera e scarsa in maniera da permettere appena agli operai che lavoravano a cottimo di guadagnarsi da vivere.
Fu una gioia immensa in tutta la valle. La miniera di Valduria, che dava sostentamento a tante famiglie e che pe' suoi meschini profitti era stata più volte sul punto di esser abbandonata, aveva ormai un avvenire brillante dinanzi a sè. Quelli che avevano maggiormente gridato contro le tentate innovazioni erano adesso i più pronti all'entusiasmo. I nomi di Roberto Arconti e di Cipriano Regoli erano su tutte le bocche, e nessuno li lodava con maggiore spontaneità del buono e leale Odoardo Selmi, quantunque il trionfo de' suoi due giovani aiutanti non potesse che contribuire a mettere nell'ombra chi avrebbe dovuto essere il vero direttore della miniera. Ma nell'animo schietto del Selmi non allignava l'invidia bassa e volgare; a chi voleva dare anche a lui una parte di merito, egli rispondeva.—Non ne ho affatto, o forse ho soltanto quello di aver chiamato a Valduria l'ingegnere Arconti. Senza di lui, non saremmo oggi a questo punto. Cipriano è un bravo caporale, ma non può essere che uno stromento subalterno. La mente direttiva è Roberto; quello lì ha cervello per tutti.
Odoardo Selmi era veramente orgoglioso del suo Roberto; di Cipriano ammetteva il valore, ma non lo amava; a Roberto invece egli voleva un bene dell'anima. Oh se Roberto non avesse ancora conservato i gusti cittadineschi, se non avesse avuto la fanciulla del suo cuore a Milano, che bei progetti si sarebbero potuti fare!
E Maria? Come dipingere la contentezza di Maria? Ella aveva diviso tutti i palpiti di questa lotta, ella aveva conosciuto meglio di ogni altra persona le angustie di Roberto, aveva dovuto difenderlo contro chi lo attaccava, aveva dovuto difenderlo contro sè stesso, aveva sentito che, s'egli non riusciva, gli sarebbe stato forza di lasciare Valduria, e questa idea l'aveva empita di una così profonda tristezza! Ella non era nulla per Roberto, non poteva esser nulla, ma Roberto era per lei un amico sì dolce! Oh sì, un amico, soltanto un amico. Il pensiero della giovinetta non osava andare più in là. Non bella, non elegante, non istruita, era già molto s'ella non credeva baldanza soverchia il dire che nutriva per Roberto quel sentimento d'amicizia il quale suppone una certa parità di condizioni…. Pur troppo, neppur questo bene le sarebbe durato a lungo. L'ingegnere Arconti, o presto o tardi, avrebbe finito coll'andarsene, e allora a lei non sarebbe rimasto altro conforto che quello di ricordarsi, e di ricordarsi da sola, perchè, in quanto a lui, avrebbe tutto dimenticato sicuramente. Ma intanto era per l'Arconti un impegno d'onore il non abbandonare Valduria finchè le innovazioni introdotte non fossero entrate nelle abitudini della miniera. Ciò significava per lo meno un periodo di alcuni mesi, ed è appunto nella giovinezza, quando l'avvenire è più lungo davanti a noi, che noi siamo più disposti ad appagarci del presente.
Per sentire una nota stridula in mezzo alla soddisfazione universale, bisognava recarsi dalla vecchia Gertrude, la quale non usciva mai di casa, e sfogava le sue bizze con suo figlio e coi pochi che andavano a visitarla. Profetessa eterna di disastri, ella vedeva un subisso di guai che dovevano precipitar nella miseria Valduria. Erano tutti sogni, erano tutte imposture di quell'intrigante ch'era cascato giù dalle nuvole per la rovina di quei poveri paesi. E anche Cipriano si lasciava abbindolare da lui, anche Cipriano lo aiutava a farsi un piedestallo. Questo era il gran dolore, questa era la gran mortificazione della inferocita femmina, che abborriva Roberto senza saper precisamente perchè.
Cipriano aveva troppa intelligenza da porgere ascolto alle filippiche di sua madre. Egli aveva saputo domare il suo carattere impetuoso e violento; e vincendo la sua naturale avversione per l'Arconti, aveva saputo apprezzarne la dottrina e l'ingegno, e trarne profitto per colmare in parte le innumerevoli lacune del suo spirito. S'era fatto suo alleato in tentativi accolti con diffidenza da tutti, era riuscito insieme a lui, e non intendeva certo di scemar il valore d'una vittoria ottenuta con sì gran fatica. Egli attendeva ora un miglioramento radicale nella sua posizione. Conseguìto questo scopo, avrebbe chiesto formalmente a Odoardo Selmi la mano di Maria. Non gli si sarebbe più potuto rinfacciare ch'era un operaio volgare, che aveva un salario meschino; e con quale altra ragione si avrebbe osato di respinger la sua domanda? Maria lo amava? Oh s'ella non lo amava, voleva dire che amava un altro, e quest'altro non poteva essere che Roberto. In tal caso, guai, guai a lui! L'ingegnere Arconti aveva visto ciò che Cipriano valeva come ausiliario; egli avrebbe imparato a sue spese ciò che significava averlo nemico.
XIV.
Le liete notizie di Valduria giunsero a Londra quando la direzione della Sulphur Society, un po' infastidita delle continue richieste di danaro per esperimenti che non venivano mai a un risultato pratico, aveva deciso di spedir sul luogo un apposito funzionario per veder davvicino come andassero realmente le faccende della miniera. Giacchè M.^r Black era sulle mosse per partire, si stimò opportuno di lasciar correre il suo viaggio, malgrado della mutata condizione delle cose. La differenza era questa, ch'egli partiva con diverse disposizioni d'animo e con istruzioni diverse. Prima gli si dava facoltà di sospendere gran parte dei lavori, adesso gli si consentiva, ove i fatti rispondessero alle relazioni trasmesse da Valduria, di prendere gli accordi necessari per ordinare su più larghe basi l'amministrazione. Ed egli aveva pure l'incarico di visitare qualche altra miniera di zolfo posta nelle vicinanze e di riferirne a Londra, affinchè la Società potesse in caso di convenienza trattarne l'acquisto dagli attuali proprietari.
M.^r Black era un tecnico di molto valore, che aveva traversato due volte l'Oceano per recarsi negli Stati Uniti, ma non aveva mai passato la Manica, nè posto piede in terre dove non si parlasse l'inglese. Il primo suo viaggio sul continente europeo era destinato a procurargli un'amara disillusione. Egli credeva di conoscere a fondo le lingue straniere, ma giunto in Francia, s'accorse che non sapeva il francese; toccato il suolo germanico, dovette convincersi che non c'era anima viva che capisse il suo tedesco; al di qua delle Alpi, fu costretto a riconoscere che nessuno intendeva lui e ch'egli non intendeva nessuno. Ciò lo metteva in qualche imbarazzo circa alla sua missione a Valduria. Come si sarebbe spiegato?
Il cuore gli si aperse quando nel povero villaggio in cui s'aspettava di dover lottare con difficoltà infinite per esprimere il suo pensiero, trovò una persona misericordiosa che lo tolse d'impiccio parlandogli la sua lingua. Questa persona era l'ingegnere Arconti, il quale, senza essere un professore d'inglese, ne sapeva abbastanza da mandare avanti alla meglio una conversazione, sopratutto con l'aiuto d'un prezioso dizionarietto tecnico che formava parte della sua piccola biblioteca.
Sentir l'idioma natale in paese straniero è dolcezza sì grande che predispone l'animo a trovar belle e giuste le cose che ci si dicono e a trovar simpatico chi ce le dice; figuriamoci poi quando le cose dette son belle e giuste davvero, e quando chi le dice ha in sè tutto ciò che occorre per farsi amare.
M.^r Black non era uomo di facili entusiasmi, ma egli provò subito una singolare ammirazione per Roberto Arconti. Gli piaceva quell'aria modesta a un tempo e sicura, quella volontà risoluta, quel coraggio senza spavalderia, quel senso pratico nudrito da sì largo corredo di studi. Egli capiva, per quanto l'altro si schermisse, che ormai il direttore vero della miniera era l'Arconti e che a lui dovevasi attribuire la maggior parte di merito in ciò che si era fatto da un anno a Valduria. Agli occhi di M.^r Black l'ingegnere Arconti non aveva che un solo difetto, quello di non essere inglese.
—Peccato—egli soleva ripetere—dovevate appartenere alla nostra razza. L'energia, la perseveranza sono qualità nostre; voi ce le avete rubate.
Infaticabile malgrado dei suoi cinquanta anni, l'inviato della Sulphur Society era in moto dall'alba al tramonto, ora nel sotterraneo, ora nelle officine, prendendo conoscenza d'ogni più minuto particolare, esaminando con occhio attento ed intelligente i processi d'estrazione e di fusione del minerale. Lo accompagnavano il Selmi e l'Arconti; qualche volta a loro s'aggiungeva Cipriano, ma chi doveva far da interprete era sempre Roberto, ed era a lui solo che M.^r Black dirigeva le sue osservazioni. È facile immaginarsi se Cipriano se ne rodesse nel fondo dell'anima.
Per una settimana e più M.^r Black rimase a Valduria alloggiato alla buona nella stessa casa in cui viveva Odoardo Selmi con sua sorella e in cui era ospitato l'Arconti. Maria adempiva con la usata sollecitudine agli uffici di massaia, e anche a proposito di lei M.^r Black osservava che ella avrebbe dovuto nascere al di là della Manica. In prova della sua stima, egli le insegnava a preparare il thè, che, da buon inglese, aveva portato seco nel suo bagaglio insieme a una macchinetta per farlo bollire. E siccome la ragazza riusciva egregiamente nella non difficile operazione, M.^r Black le promise di spedirle in dono da Londra una scatola della pianta preziosa insieme a un servizio di porcellana. Egli non capiva come si potesse vivere senza questa bibita ristoratrice. Odoardo Selmi invece lo capiva benissimo, e protestava che non avrebbe mai sostituito quell'insulso decotto al fiasco di Chianti che rallegrava le sue serate. M.^r Black, più equanime, non disprezzava il Chianti, ma sosteneva la tesi che il vino dovesse beversi tra uomini, e che quando si voleva far entrar la donna nel crocchio, bisognava prendere il thè mesciuto da lei. E in questa idea conveniva pure Roberto. Una volta partecipò all'interessante discussione anche il signor Max Rundberg, denigratore acerrimo del thè, estimatore del vino, ma entusiasta d'una sola cosa al mondo, della birra tedesca. Pur troppo, alla sua venuta in Italia, gli erano toccate due grandi disgrazie. Non aveva trovato più birra buona, e aveva trovato invece un basilisco di moglie. Glücklicherweise, dopo cinque anni, la moglie era volata fra gli angioli, e le dolcezze dello stato vedovile lo avevano confortato della mancanza della birra buona. Ormai si contentava del vino. Sperava però di potersene tornar presto in Germania e di ritrovar la sua birra.
Gli ultimi due giorni della dimora di M.^r Black a Valduria furono consacrati alla visita d'un paio di miniere poco discoste, fra cui c'era appunto quella di Rignano, la più antica e in altri tempi la più importante della regione. Esercitata fiaccamente da parecchi anni, aveva perduta la sua supremazia, e la sua produzione era ormai inferiore a quella di Valduria. Ma una volontà energica avrebbe potuto restituirle il passato splendore, ed era a questo appunto che pensava M.^r Black, mentre Roberto Arconti andava enumerando con foga giovanile i lavori che sarebbero occorsi.
I due uomini scendevano a piedi lentamente dall'altura su cui è posto il villaggio di Rignano. Era l'ora del crepuscolo. Una tinta vermiglia colorava il lembo occidentale del cielo; a levante, dalla parte dell'Adriatico, tremolava sopra un fondo opalino il disco della luna illuminato dai rosei riflessi del tramonto. Anche l'anima poco poetica di M.^r Black si sentì commossa da quell'armonia ineffabile che pareva fondere insieme tutte le cose; egli salì sopra un rialzo di terra da cui l'occhio spaziava in un largo orizzonte, e dal suo labbro fuggì un beautiful! che veniva proprio dall'anima. Indi sedette sopra un sasso su cui c'era posto per due, e disse a Roberto di metterglisi accanto. Roberto pensava a Lucilla.
In quanto a M.^r Black, egli non era uomo da rimaner lungo tempo in estasi.
—Ebbene, giovinotto—egli ripigliò dopo una breve pausa—se la nostra Società comperasse la miniera di Rignano, vorreste voi esserne il direttore?
—La Società comprerebbe Rignano?—esclamò Roberto ancora mezzo assorto nelle sue fantasie.
—Badate, è un segreto e dovete conservarlo gelosamente, tanto più che per adesso non c'è nulla di positivo. Io non venni qui solo per esaminare i lavori di Valduria, ma anche per vedere se fra le miniere vicine ce ne fosse qualcheduna che meritasse di essere comperata. Rignano ha un avvenire, lo avete detto voi stesso.
—È vero.
—Orsù, da quel che mi consta, la Compagnia inglese che ne è proprietaria non sarebbe aliena in massima dal disfarsene, e alla Sulphur Society potrebbe convenire di prenderne il posto. I negoziati devono però esser condotti con molta prudenza per non suscitar concorrenti. Ne parlerò al Consiglio appena giunto a Londra. Ma nulla si potrebbe concludere senza essersi prima assicurati della persona a cui affidarne la Direzione. In queste imprese, giovinotto mio, l'uomo è tutto. E voi sareste il nostro uomo….
—Il vostro ottimismo potrebbe ingannarvi—rispose l'Arconti;—io non faccio questo mestiere che da tredici mesi, e non ho l'esperienza necessaria….
—I lavori compiuti a Valduria—interruppe M.^r Black—sono la miglior confutazione delle vostre parole.
—Oh! A Valduria, io non ero solo…. v'era l'ingegnere Selmi, c'era Cipriano Regoli….
—Via, via, non fate il modesto…. Siano pur soli tredici mesi dacchè siete entrato in questa carriera, voi avete tutte le qualità che occorrono per riuscirvi…. E vi ripeto che abbiamo bisogno di voi. Se ci dite di no, è da scommetter cento contro uno che il nostro bel progetto va in fumo.
—Questo poi….
—Del resto—continuò M.^r Black senza badargli—quando pur comperassimo la miniera, difficilmente l'avremmo in poter nostro subito…. Voi avreste agio d'impratichirvi ancora per qualche tempo a Valduria….
—Ma perchè non dovrei restare dove, a parer vostro, ho fatto qualche cosa di buono e dove la mia presenza può ancora esser utile?
—Lo chiedete? La ragione è semplice. Quando la Società avesse due miniere, il vostro posto sarebbe ove le difficoltà sono ancora da superare, non dove sono già superate. A Valduria resterebbe l'ingegnere Selmi, che, a cose avviate, è un buon direttore….
—Senza dubbio….
—Ma a Rignano ci vorrebbe ben altro…. ci vorreste voi, insomma…. Sarebbe una bella posizione. Comincereste per lo meno con uno stipendio di diecimila lire, aumentabili più tardi…. Impegno reciproco dalle due parti per cinque o sei anni….
—Cinque o sei anni da restar qui?
—Naturale…. Avete scelto una professione, ci fate un'eccellente figura, e vorreste cambiarla?… E continuando la vita di miniera, meglio qui che altrove…. Qui c'è' un buon clima, un'aria balsamica…. Sul serio, provate la nostalgia della città?….
Invero, questa nostalgia l'Arconti l'aveva provata i primi mesi, ma non la provava più. Gli pareva anzi che non avrebbe saputo acconciarsi a occupazioni sedentarie e che un impiego tranquillo avrebbe finito presto col riuscirgli intollerabile. Ma lo crucciava il pensiero di Lucilla. Come offrirle di venir ad abitare fra quei monti, come sperare ch'ella accettasse l'offerta?
—A Rignano—riprese M.^r Black—la situazione è anche molto più pittoresca che a Valduria. Ci sono, in prossimità della miniera, due o tre casette che farebbero venir la voglia d'andarci a stare, pur d'introdurvi prima il comfort inglese…. E conosco io una persona che quel comfort saprebbe introdurlo egregiamente…..
—Che persona? Non vi capisco…..
—Quella stessa che ha imparato a far così bene il thè.
—Maria!…. v'ingannate, M.^r Black. Fra la signorina Maria e me non c'è e non ci sarà mai altra relazione che quella di due buoni amici.
M.^r Black chinò la testa e rimase taciturno per alcuni secondi.—Questo non significa nulla—egli soggiunse poi.—Il mio progetto cammina lo stesso…. Se non volete decidervi su due piedi, prendete tempo un mese, due mesi. Mi scriverete a Londra.
—Intanto chiederò a Selmi un congedo di quindici giorni—disse Roberto.—Non vedo mia madre da oltre un anno.
—Desiderate consultarla? È giusto…. Però non le parlate che vagamente del nostro piano. Fatele capire soltanto che restando qui, il vostro avvenire è assicurato. E s'ella vi ama davvero, vedrete che non esiterà un momento a consigliarvi di rimanere…. Una madre inglese, almeno, farebbe così.
Roberto sapeva perfettamente che sua madre avrebbe agito in modo affatto diverso; pur non era l'opposizione di lei quella che lo turbava.
—Dunque mi scriverete?—ripigliò M.^r Black.
—Sì, vi scriverò…. Ma è tempo d'incamminarci.
Infatti era già tardi, e c'erano tre quarti d'ora di strada per arrivare a Valduria.
L'ingegnere Arconti e M.^r Black s'avviarono in silenzio. Faceva notte, le lucciole brillavano sugli orli dei fossi, le cicale cantavano sugli alberi.
—Siete pure un giovine strano—disse alfine l'inglese al suo compagno.—Dopo un anno di lotte trovate la fortuna davanti a voi…. Non avete da far che un passo per impadronirvene, e voi, non solo esitate, ma prendete un'aria contrita come se vi fosse capitata addosso chi sa quale calamità.
—È giusto—rispose Roberto—io debbo parervi non solo strano, ma incivile.
—Incivile! Perchè?
—Perchè non vi ho ancora ringraziato della fiducia che mi dimostrate, dell'interesse che avete per me. Credetemi, M.^r Black, la mia riconoscenza è grandissima, e tale che non saprei esprimervela a parole…. Nella vostra offerta c'è per me più che una prospettiva di benessere materiale, c'è una soddisfazione d'amor proprio che io non avevo diritto di attendermi…. Dovrei esser felice, eppure, è vero, sono frastornato da cento pensieri tristi…. Se sapeste?… Ma, no, adesso è inutile…. Prima che passino due mesi vi scriverò a Londra….
—Eccoli, eccoli!—gridò una voce femminile. E due persone vennero rapidamente incontro a M.^r Black e a Roberto. Erano Maria Selmi e suo fratello.
—Finalmente!—esclamò Odoardo.—Maria s'era fitta in capo che vi fosse toccata qualche disgrazia.
—Esagerazioni!—disse la giovinetta arrossendo.—Era dal mio punto di vista di cuoca…. Non capivo più a che ora si dovesse andar a cena. Adesso corro avanti.
E si dileguò leggera come una piuma e cantando come un usignolo.
Quella sera medesima però un'ombra si stese sulla fronte serena della giovinetta, quando Roberto chiese ed ottenne da Odoardo Selmi una licenza di due settimane. Nulla di più naturale ch'egli desiderasse rivedere sua madre e la fanciulla che amava, nulla di più naturale ch'egli volesse tornar fra loro per qualche giorno a ricever le loro congratulazioni pei successi ottenuti nella carriera in cui s'era avviato. Maria gli dava ragione, Maria gli augurava un accoglimento festoso, entusiastico, eppure stentava a trattenere le lagrime.
—Partiremo insieme—disse M.^r Black a Roberto—io non aspetto che una lettera da Londra, la quale non può indugiar troppo.
Infatti la lettera giunse il dì appresso. Essa conteneva adesione del Consiglio alle proposte fatte da M.^r Black circa all'aumento degli stipendi al personale amministrativo di Valduria. L'ingegnere Arconti era il più favorito, ma anche il Selmi aveva un'aggiunta di millecinquecento lire alla sua paga, e a Cipriano Regoli era fatta una posizione bella e decorosa. Non tale però da rispondere alle aspettative dell'ambiziosissimo giovine, il quale si credette sagrificato, e giurò di vendicarsene. Nè avrebbe tardato a protestar fieramente, se le condizioni sempre peggiori della salute di sua madre, ch'egli amava davvero, non lo avessero pel momento occupato sopra ogni altra cosa, e se la speranza di ottener la mano di Maria non fosse venuta a calmar le agitazioni del suo spirito indomito.
XVI.
La mattina della partenza Odoardo e Maria accompagnarono fino alla carrozza i due viaggiatori.
—Siamo intesi—disse Roberto al suo amico Selmi.—Io sarò qui domani quindici; ma, se accadesse cosa alcuna da render necessario più presto il mio ritorno, non hai che a scrivermi o a telegrafarmi.
—Non accadrà nulla sicuramente.
—Lo credo anch'io. A ogni modo, hai capito…. Buon giorno, Maria—continuò l'Arconti rivolgendosi alla giovinetta e stringendole forte la mano.—Stia bene, e a rivederci presto.
—A rivederci—ripetè Maria con voce commossa.
Anche M.^r Black rinnovò i suoi saluti; poi il cocchiere fece schioccare la frusta, la carrozza diede tre o quattro scossoni e si mosse lentamente giù pel pendio.
L'ingegnere Selmi e sua sorella rimasero immobili finchè la vettura non fu scomparsa dietro una macchia d'alberi. All'ultimo momento, Maria agitò il fazzoletto e fece un segno con la testa a Roberto, che s'era voltato anche lui. Poscia si passò rapidamente quel medesimo fazzoletto sugli occhi.
M.^r Black aveva deciso di soffermarsi un giorno a Bologna insieme all'Arconti, che egli voleva presentare a un ingegnere inglese suo amico domiciliato colà. Per conseguenza, Roberto, prima di partire da Valduria il lunedì, aveva scritto a sua madre che sarebbe arrivato a Milano il martedì sera, tenendo conto appunto della sosta in Bologna. Senonchè, per accidente, M.^r Black venne a sapere durante il viaggio che la persona in questione era a Napoli, ond'egli deliberò di proseguire difilato per l'Inghilterra. E Roberto, il quale non aveva nulla da fare in Bologna, fu ben lieto di poter giungere a casa sua ventiquattr'ore più presto. Ebbe un momento la tentazione di mandare un dispaccio a Milano, ma poi pensò che non ne valeva la pena, e ch'era meglio procurarsi il gusto d'arrivare all'improvviso.
Separatosi a Piacenza dal suo compagno, che prese la linea Alessandria-Torino, egli si rincantucciò in un angolo del vagone e procurò di abbandonarsi senz'altro alla gioia del ritorno, alla gioia di riveder fra poco la sua città natale, sua madre, la sua Lucilla. Ma invano. Alle immagini gioconde si mescevano, suo malgrado, tetre preoccupazioni. Sentiva che non solo da sua madre, ma anche da Lucilla egli avrebbe dovuto attendersi un'opposizione feroce a' suoi piani. Qualche volta gli si affacciava alla mente questo terribile dilemma: o rinunciare alla vaga fanciulla che aveva prima fatto battere il suo cuore, o abbandonare la via su cui aveva in pochi mesi fatto passi insperati. Se pensava che Lucilla era stata per tanto tempo la pupilla degli occhi suoi, non riusciva nemmeno ad intendere come, posto al bivio, avrebbe potuto esitare un istante; se poi rifletteva al tesoro d'energia e di attività che aveva speso in un anno, non sapeva reggere all'idea di averlo speso per nulla, di dover ricominciare da capo. Ora si rimproverava d'amar poco Lucilla, ora rimproverava a Lucilla d'amar poco lui. Ora diceva a sè stesso che il cuore della giovinetta gli sfuggiva, ora si domandava con una vaga inquietudine se non era invece il suo proprio cuore che non palpitava più come una volta. Oh! ma perchè crucciarsi così? Forse di lì a poco uno sguardo, una parola avrebbe dissipate tutte queste incertezze.
Un guasto sulla linea Piacenza-Milano ritardò di due ore l'arrivo del treno.
L'ingegnere Arconti non giunse a casa di sua madre che dopo le otto pomeridiane. Una donna di servizio, ch'egli non conosceva e da cui non era conosciuto, gli disse che la signora Federica era dai Dal Bono, ove si sarebbe trattenuta tutta la sera.
Nell'idea fissa che il signor ingegnere doveva arrivar solo il dì appresso, la prudente femmina rimase alquanto in forse prima d'accoglier la dichiarazione di Roberto ch'egli era appunto il signor ingegnere aspettato, e ch'era venuto un giorno prima perchè tale era stato il piacer suo.
—Non doveva arrivar che domani—ella continuava a brontolare, conducendo con qualche riluttanza il viaggiatore nella camera che gli era destinata. E mentr'egli faceva un po' di toilette, la sentiva ancor borbottare fra i denti.—Non doveva arrivar che domani. Se non fosse il signor ingegnere?
Roberto non aveva preso nulla dal mezzogiorno in poi. Ma in casa non c'era nè un pane, nè una tazza di brodo. La signora Federica era stata a desinare dai Dal Bono, non s'era acceso il fuoco dopo l'ora di colazione, la dispensa era vuota. Come prevedere che il signor ingegnere avrebbe anticipato di un giorno il suo arrivo?
Così il signor ingegnere fu costretto a recarsi a un restaurant, ove mangiò frettolosamente un boccone, dolendosi seco medesimo del cattivo esito della sua improvvisata. Sarebbe stato meglio, assai meglio, ch'egli avesse quella mattina spedito un telegramma.
Prese un fiacre per recarsi dai Dal Bono. Mal disposto com'era, non voleva essere veduto da nessuno de' suoi amici.
In casa Dal Bono trovò finalmente un servitore che lo conosceva. Domandò della signora, della signorina, domandò di sua madre. La signora e la signorina stavano vestendosi; sua madre era con loro, ma la si sarebbe chiamata.
Rimase ad attendere nel salotto da pranzo, sulla cui tavola ardeva una candela. Tutti questi contrattempi gli sembravano di pessimo augurio; capiva che non ne aveva colpa nessuno, che nessuno prevedeva il suo arrivo per quella sera…. Eppure, malgrado di tutto, si sentiva l'anima oppressa dalla malinconia. Perchè le signore Dal Bono facevano toilette a quell'ora? Dove andavano? Non le avrebbe dunque viste che un momento?
Queste riflessioni durarono pochi secondi perchè la signora Federica non tardò a comparire, corse incontro a suo figlio e lo abbracciò e baciò con molta tenerezza.
—Mamma, cara mamma—disse Roberto, che le voleva un gran bene malgrado dei suoi difetti e che in quel momento aveva un immenso bisogno di espansione.—Tu sei sempre più giovane, sempre più bella!… e Lucilla?
—Lucilla verrà fra poco…. Ma lascia ch'io ti guardi.
La signora Federica osservò attentamente suo figlio, poi tentennò il capo in aria di persona non soddisfatta.
—No, proprio no—ella soggiunse.—Questa barba non può restare…. T'imbruttisce.
—Che sogni!
—T'imbruttisce davvero…. Te la raderai adesso….
—No, no, mammina mia…. Non c'è prezzo dell'opera a tagliarla qui per lasciarla crescere di nuovo a Valduria.
—Ma che Valduria? Tu non ci devi tornare laggiù.
—Vorresti che piantassi il mio impiego? che lasciassi a mezzo tante cose che ho incominciate?
—Ci tornerai per qualche settimana, capisco…. Ma quello non è impiego per te…. Ho io una idea.
—Eccola la mamma colle sue idee—disse Roberto accarezzandole i capelli ancora folti e bruni.
—Oh signor canzonatore, le mie idee, le mie idee! Sono forse migliori delle sue, e se avesse dato retta a me…. Ma mi darà retta questa volta, ne son sicura.
Il giovine atteggiò le labbra a un sorriso d'incredulità, e poi soggiunse:—Ne riparleremo…. Ma questa Lucilla?
—Verrà, verrà a momenti.
—Parlamene almeno. Sta bene? Pensa spesso a me? Dove va stassera!
—Ih! Che gragnuola di domande! Sta benone, si ricorda perfettamente del signorino, e stassera va a una festicciuola in casa d'amici. Dovevo andarci anch'io, ma adesso che sei qui tu, ci rinuncio.
—Una festicciuola di questa stagione?
—Che vuoi? Sono gli Osnaldi che si son fitti in capo di far divertire una cugina ch'è loro ospite per qualche settimana…. Lucilla è l'ornamento della festa…. Vedrai come….
—Ah! Eccola—gridò Roberto che aveva sentito il suo passo e il tintinnio dei sonagli di Gipsy. E s'avviò verso l'uscio.
Lucilla entrò tenendo in mano una candela, la cui fiamma illuminava il suo viso bellissimo. Aveva sulle spalle un lungo accappatojo bianco che le scendeva giù fino quasi ai piedi e che faceva risaltare il vago incarnato delle sue guancie e la tinta bruna de' suoi lucidi e abbondanti capelli raccolti con arte dietro la nuca.
—Oh Roberto—ella disse posando il lume sopra la tavola e tendendo la destra al giovinotto.
—Lucilla, Lucilla mia—egli esclamò. E chinatosi sopra di lei, le diede un bacio in fronte.
—Adagio, signorino—gridò la giovinetta indietreggiando un passo.—Prima di tutto mi sciupi l'acconciatura, e poi, ti pare?… Se fossero qui il babbo e la mamma, cosa direbbero?… Ma non saluti nemmeno Gipsy, che ti fa tanta festa?
Infatti Gipsy, dopo qualche esitazione, aveva riconosciuto Roberto e gli saltellava attorno alle gambe abbaiando sommessamente.
—Cattiva Lucilla!—disse l'Arconti un po' sconcertato.—Dopo tredici lunghi mesi che non ci si vede, vuoi farmi carezzar la cagnetta…. Seccantissima bestia!
E Roberto infastidito diede a Gipsy un piccolo calcio, che la fece rotolar sul pavimento.
—Sei pure sgarbato!—proruppe Lucilla, mentre raccoglieva in grembo la cagnetta come fosse un bambino.
—Via, ragazzi, non bisticciatevi—interruppe la signora Federica.
—Povera Gipsy!—soggiunse Lucilla in tuono lamentevole.—Trattarla così!… Quel Roberto a star fra i monti è divenuto un selvaggio…. Già, basta guardarlo…. Con quella barba!…
—Lucilla, Lucilla, vien qui, facciamo la pace…. Vuoi che domandi scusa a Gipsy?
—Meriteresti che te lo imponessi per penitenza.
L'arrivo della signora Giulia pose termine al grave contrasto.
La signora Giulia salutò Roberto con molta cordialità e parve lieta di rivederlo. Anche Benedetto, ella soggiunse, l'avrebbe visto con piacere, ma faceva il suo chilo ed era meglio lasciarlo stare. Roberto, dal canto suo, non provava nessuna impazienza di abbracciare quell'insigne personaggio.
Si stette così a chiacchierare per una mezz'ora, finchè la signora Giulia, dopo aver guardato l'orologio, osservò ch'ella aveva ancora da cominciare a vestirsi e che anche Lucilla doveva compiere la sua toilette. Indi, rivoltasi alla Arconti, le disse—E tu che fai? Vieni dagli Osnaldi, o no?
—Rimango con Roberto—ella rispose.—Sarei venuta volentieri, ma non posso lasciar solo mio figlio….
—Oh, se desideri andare—disse Roberto.
—No, no—replicò la signora Federica.—Andremo un'altra volta insieme.
—Sicuro—saltò su Lucilla—la sera dei quadri viventi.
—Che quadri viventi?—domandò l'ingegnere.
—Oh bella! Quadri viventi. Non sai che cosa siano? Figuriamoci! A vivere in mezzo allo zolfo si dimentica tutto…. Vedrai che Margherita coi fiocchi io sarò.
—Farai tu da Margherita?
—Io stessa…. Avrò una parrucca bionda….
—E ci sarà…. anche Fausto?
—Naturale…. Il marchesino Moschi…. Un Fausto compitissimo…. Oh ma è tardi…. Aspetta qui…. Ci aiuterai a salire in carrozza…. Aspetta anche lei, non è vero, signora Federica?
—Sì, andate pure.
—Vieni, mamma…. Su, Gipsy, ps, ps.
—Cos'hai?—disse la signora Federica, quando fu rimasta sola col figlio che s'era messo a passeggiar concitato per la stanza.
—Non ho nulla…. Però dovrai convenire che non potevo arrivare in un momento peggiore.
—Non ti si aspettava. Le Dal Bono s'erano impegnate con gli Osnaldi….
—E a Lucilla non è neppur venuta in capo l'idea di restare in casa.
—Come si fa?… Che scusa trovare?… Se tu fossi ufficialmente il fidanzato!
—Non lo sono, e capisco che non lo sarò mai…. Era meglio che restassi a Valduria, che non mi mettessi fra Margherita e Fausto.
—Saresti geloso del marchesino Moschi?… Non lo conoscevi?
—No.
—È vero. Egli non è qui che da poco tempo. Viveva a Firenze con sua madre, che è vedova…. Un giovine di garbo, gentilissimo anche con me…. Svolazza un po' intorno a Lucilla….
—Ah, sì?
—Oh! puerilità…. Ella non gli dà retta, sai. È sempre a te che vuol bene.
—Lo vedremo alla prova….
—Anche per te ci sarà la prova. Ho la mia idea.
Roberto si strinse nelle spalle.
—Bisogna che tu ti persuada—continuò la signora Federica—che, a star laggiù, ti riempi la mente di stravaganze tantochè finiscon col parerti enormità le cose più naturali del mondo….
—Dio buono—esclamò Roberto, che principiava a perder la pazienza—avete voi altri da offrirmi una posizione che valga quella che ho in miniera, che soddisfaccia il mio amor proprio, che mi dia la speranza di un bell'avvenire?
—Eh! Chi sa?—disse la signora Federica con aria di mistero.
Roberto fissò sua madre con curiosità.—E sarebbe?
—Oh! Questo non è il momento…. Domani… oppure più tardi.
Il giovine non rispose.
Di lì a poco tornarono la signora Giulia e Lucilla vestite per il ballo. Lucilla indossava un abito di velo bianco un po' scollato e con le maniche corte; nei capelli s'era messa una camelia rossa; dal suo sguardo, da tutta la sua persona, spirava un fascino irresistibile. E vinto da questo fascino, Roberto non voleva porgere ascolto a una voce interna che gli ripeteva: Bada, la giovinetta a cui un uomo come te può dare il suo cuore dev'essere più modesta, più vereconda, e soprattutto deve saper amare di più.
—Dunque addio, Roberto—ella disse con grazia, tirando fuori della mantellina il suo braccio nudo fin sopra il gomito e tendendogli la sua bella mano chiusa in un guanto gris-perle.—Addio, e a domani.
Egli pensò che fra poco quello svelto corpicino sarebbe stato trascinato da altri nel turbine delle danze, che altri avrebbero stretto quella mano, sentito il contatto di quel braccio morbido, aspirato voluttuosamente il profumo di quei capelli ondeggianti, pensò che altri avrebbero passeggiato con la stupenda fanciulla per le sale piene di luce, si sarebbero affacciati con lei alla finestra a inebbriarsi nell'aria tepida d'una notte estiva, le avrebbero forse susurrato all'orecchio parole d'amore, e provò nell'anima tutti gli spasimi della gelosia.
Non più padrone di sè,—Lucilla—egli disse con accento appassionato—non puoi sacrificarmi questa festa da ballo?
Ella gli diede col ventaglio un colpettino sulla mano,—Bisogna venir dalle miniere per aver queste idee…. Come vorresti fare?… A quest'ora, dopo che mi son vestita, dopo che mi aspettano…. Nemmen per sogno….
—E in tal caso—egli balbettò—perchè non verrei anch'io dagli Osnaldi?… La mamma doveva pure andarci…. E poi, li conoscevo una volta…. In ogni modo, non è vero, signora Giulia, che mi presenterebbe?