ENRICO CASTELNUOVO
NOZZE D'ORO
ROMANZO
MILANO
Casa Editrice BALDINI, CASTOLDI & C.o
Galleria Vittorio Emanuele, 17-80
—
1904
PROPRIETÀ LETTERARIA RISERVATA
MILANO — TIP. PIROLA & CELLA di R. CELLA
I.
— Proprio non viene stasera? — disse in tono di rimprovero Angela Torralba al dottor Vignoni che s'avviava al cancello conducendo a mano la sua bicicletta.
— No — rispose il dottore — non vengo... Presto non potrei e tardi non voglio. Si preparano al suo babbo e alla sua mamma delle giornate campali, ed è bene che questa sera si corichino prima del solito.
— Persuaderli! — sospirò l'Angela. — Dormono così poco.
— Non importa... Riposeranno almeno... E farebbe bene a riposare anche lei.
Ella si strinse nelle spalle. — Io?... Se la fatica mi giova!
Il dottore squadrò l'Angela Torralba dalla testa ai piedi e soggiunse: — Eh, non ha tutti i torti... Noi medici siamo dei gran minchioni. Io le predicavo sempre: Non si strapazzi, non ha salute da buttar via... E invece in queste ultime settimane, a lavorar come una bestia da soma, scusi il paragone, ella ha guadagnato sotto ogni rispetto... Parola d'onore, mostra diec'anni di meno.
L'Angela tentennò il capo. — Estate di San Martino.
— Certo — riprese Vignoni — che dopo questa baraonda, avrà bisogno di quiete.
Ella si annuvolò in viso. — Della quiete?... Ne avrò anche troppa... Basta, sarà quel che sarà... Intanto l'essenziale era di riuscire... Ancora, glielo confesso, mi pare un sogno.
— Ma — chiese il dottore — recapitolando, quelli che vengono sicuramente quanti sono?
— Il conto è presto fatto — rispose l'Angela. — Mia sorella Letizia con due figliuoli; la Marialì col marito e con la ragazza; Luciano con Tullio; Girolamo, con o senza la moglie; e Cesare finalmente, Cesare che dev'esser partito da Nuova York il 25 o 26 di Settembre e di cui aspetto con ansietà un telegramma da Genova.
— Il comandante Alvarez non viene?
— No, è imbarcato.
— E la Francese?
— La moglie di Luciano?... Dice ch'è indisposta, che non vuol lasciare i bimbi... Pazienza!... Chi sa che idee porterebbe?
Vignoni sorrise. — Questa nuova cognata non è mai stata sul suo buon libro.
L'Angela tentennò la testa. — Io non ho nulla con lei, ma certo la prima moglie di mio fratello m'era più simpatica... E poi era la madre di Tullio...
Chiacchierando così erano giunti al cancello.
— Arrivederci — disse il dottore che s'accingeva a montar sulla bicicletta.
— Aspetti... Non abbia tanta furia — soggiunse la Torralba. — E ora non rida delle mie incoerenze... Sono riuscita, non è vero?... Dovrei esser contenta?... Ebbene?... Di tratto in tratto mi piglia uno scrupolo... Se questa scossa fosse fatale ai miei vecchi?
Vignoni si affrettò a tranquillarla. — Perchè?... Sono vecchi, s'intende... Le nozze d'oro non si festeggiano dai giovani... Ma hanno i visceri sani... Il commendatore, se non fossero gli occhi, sarebbe un miracolo...
— Gli occhi e i denti — interruppe l'Angela.
— Questi può sempre rimetterli... A ogni modo, non mostra i suoi ottant'anni... E la signora Laura è piena d'acciacchi, lo so, piena di disturbi nervosi e reumatici, il cuore è un po' debole, ma, per ora, di serio, di grave non c'è nulla... E se ci pensasse meno sarebbe tanto di guadagnato... Questa distrazione forzata non le farà male... No, no, signorina, vedrà che non succederanno guai.
Rinnovati i saluti, Vignoni inforcò il suo cavallo d'acciaio e sparve in un nembo di polvere, accompagnato dagli abbajamenti furiosi di Lupo, il cane della fattoria.
— Lupo! Lupo! — chiamò l'Angela. E l'animale, chetatosi per incanto, venne ad accovacciarsele ai piedi, mentr'ella gridava dietro al dottore: — Dica a sua moglie che se vuol portare oggi i bimbi troveranno ancora dell'uva sotto la pergola...
— Grazie — rispose la voce che si perdeva lontano.
L'Angela si chinò ancora una volta a carezzar il cane; poi discorrendogli come a una persona lo indusse a tornar verso la fattoria.
— No, Lupo, sai che non si entra... Sai che il padrone non vuol bestie in giardino.
Lentamente, ella ritornò sui suoi passi. Il sole, uscendo fuor dalle nuvole, illuminò la facciata della vecchia casa grigia, illuminò, sul portone, il quadrante del vecchio orologio.
— Quasi le nove... La mamma mi aspetta per alzarsi — pensò Angela Torralba salendo i pochi gradini che mettevano alla sala terrena. Sul ripiano si voltò; aveva sentito uno scalpiccìo sulla ghiaja.
Era Battista, il procaccia telegrafico di San Vito al piano, con un espresso.
— O Battista — disse, precipitandoglisi incontro l'Angela che lo conosceva. — Date quì... Come siete sudato, pover'uomo!
— Ho corso, e benchè si sia in Ottobre fa caldo.
— Passate in cucina e fatevi versare un bicchier di vino... Or ora verrò io col danaro.
Il dispaccio ch'era diretto al commendatore Ercole Torralba ma che l'Angela aperse senza esitazione non conteneva che poche parole:
Sono sbarcato felicemente Genova. Arriverò San Vito domattina alle 8. Abbraccio tutti.
Cesare.
L'Angela Torralba baciò il foglio e i suoi occhi s'inumidirono.
— Caro Cesare! — ella esclamò con tenerezza. E spingendo la portiera a vetri entrò in casa col telegramma spiegato.
II.
Da parecchi mesi Angela Torralba era affaccendata a preparar quella festa che dopo tanta dispersione doveva riunire almeno per un giorno l'intera famiglia. Da parecchi mesi, vegliando parte della notte, cogliendo ogni ritaglio di tempo lasciatole libero dalle occupazioni domestiche e dalle cure filiali ella scriveva lettere su lettere ai fratelli, alle sorelle, alle cognate, ai nipoti. Scriveva a Napoli, a Roma, a Firenze, a Parigi, a Nuova York. Argomentava, discuteva, pregava. — Date questa gioja ai nostri vecchi, date questa gioja a me che ne ho avute così poche nella vita. Fate uno sforzo, fate un sacrifizio. Che il 15 Ottobre vi trovi tutti raccolti quì. Venire a più riprese, gli uni prima, gli altri dopo, non è lo stesso. La festa non si può celebrar che una volta sola, il 15 Ottobre, ch'è appunto il cinquantesimo anniversario del matrimonio. Bisogna che in quel giorno siate tutti insieme a Villarosa, tutti i figliuoli almeno, se non tutti i nipoti... Villarosa è grande abbastanza per contenervi. Ci siamo pur stati nella nostra infanzia, e allora il povero zio Luigi teneva due stanze per sè, e c'era il nostro fratello Manlio, e c'era Mademoiselle Lucie, e nell'autunno non mancavano gli ospiti... A ogni modo, se sarete un po' pigiati, se starete un po' a disagio non ve ne dorrete pensando alla gioja di questa riunione di famiglia, pensando che sarete aggruppati ancora una volta, forse l'ultima volta, intorno al babbo e alla mamma». — E l'Angela insisteva su questo punto, su quest'ultima volta. « — Il babbo è robusto, sì, ma ha ottant'anni, e non s'arrischia solo nemmeno in giardino; la mamma, che ne ha settantaquattro, ne mostra molti di più ed è spesso inchiodata sulla sedia da dolori alle giunture e da gonfiezze alle gambe che Vignoni, nonostante il suo ottimismo, non esclude possano derivare da vizio di circolazione... Vedete bene che non c'è da far troppo assegnamento sull'avvenire.»
Questo, nella corrispondenza dell'Angela, era per dir così, il fondo comune; naturalmente le lettere variavano di tenore secondo le persone a cui erano scritte. Alle osservazioni del fratello Luciano, ammogliato in seconde nozze e stabilito a Parigi, il quale tentava di dimostrarle la grande difficoltà d'impegnarsi a lasciare a data fissa la Banca del suocero di cui egli era gerente, ella replicava: — Sono ragioni inammissibili. In una settimana tu puoi venire, stare e tornare. E io non riuscirò a persuadermi che tu non sia in grado di consacrare una settimana ai tuoi parenti. Viaggi pure ogni momento pei tuoi affari; vai a Londra, vai a Vienna, vai a Berlino... fosti anche in Italia l'altr'anno senza passare per Villarosa (vergogna!) e non potrai far in modo d'aver liberi cinque o sei giorni intorno al 15 d'Ottobre? E sarebbe questa un'eccellente occasione per accompagnare in Italia la tua Julie che abbiamo vista quì solo un paio di volte e le due bimbe che non abbiamo visto mai. Di Tullio non si parla nemmeno; quello non s'è lasciato infranciosare e viene più spesso che può ad abbracciare i nonni e la zia.
A Girolamo, l'uomo politico residente a Roma, il quale avrebbe voluto mutar la data della cerimonia, adducendo certi obblighi assunti co' suoi elettori per l'inaugurazione d'una mostra bovina alla metà di Ottobre, l'Angela replicava infastidita: — Che i buoi e gli elettori anticipino o aspettino. Le ragioni elettorali non devono prevalere alle ragioni domestiche.
Con Cesare ch'ell'aveva tenuto sulle ginocchia ella faceva valere la sua autorità di sorella maggiore. — A te meno che agli altri è lecito di esitare. Tu hai dato un immenso dispiacere al babbo e alla mamma abbandonando l'Italia e l'Europa; tu, se fissi realmente la tua dimora in America, non potrai essere al loro letto di morte; tanto più è necessaria ora la tua presenza; dopo ripasserai l'Oceano, starai forse altri cinque anni senza rivedere la patria. Perchè sono cinqu'anni, cinque lunghi anni dacchè sei partito. Basta, se di là dai mari puoi fare la tua fortuna, se hai trovato costì un'occupazione confacente ai tuoi gusti, finiremo col rassegnarci a saperti così lontano. Ma intanto vieni. Non dubitare di non essere bene accolto. I nostri genitori, poveretti, non hanno più la forza di serbarti rancore. Se non ti scrivono, gli è perchè non iscrivono più a nessuno. Io poi mi faccio una festa della tua venuta. Penso alle lunghe serate autunnali in cui, davanti al caminetto, ci racconterai le tue avventure... Perchè gli altri si tratterranno quì due o tre giorni;... tu ti fermerai almeno un mesetto, non è vero?... Non si traversa l'Oceano per ripartire subito dopo l'arrivo...
Cosa strana, le lettere dirette dall'Angela alle sorelle, pur essendo ugualmente insistenti, avevano un'intonazione meno confidenziale. Si capiva che ne' suoi rapporti con loro c'era stata qualche ombra, si capiva che o per la posizione in cui si trovavano, o per la vita che conducevano, esse avevano allentato, più ancora dei fratelli, il vincolo che le univa alla famiglia, alla casa.
— A te, a tuo marito, se sarà sbarcato in quel tempo, e ai tuoi due figliuoli che allora saranno certo in vacanza, — ella scriveva alla Letizia Alvarez — riservo il quartierino ch'era abitato dallo zio Luigi e ove sei stata anche tu anni fa. Ora è ristaurato e confido che tu non abbia a trovarviti male. Tu e tuo marito avrete la camera con gli stucchi; Max e Fritz si accomoderanno nella biblioteca. È ingombra dagli scaffali, ma due ragazzi che devono avvezzarsi alle cabine dei loro bastimenti non ci baderanno tanto pel sottile. In fine, se porterai la tua cameriera, troveremo un buco anche per lei. Non posso offrirvi pur troppo gli splendidi orizzonti e gli agi della vostra villa di Posilipo; Villarosa è rimasta su per giù quella ch'era ai tempi della nostra infanzia; ma a te almeno i ricordi dell'infanzia la renderanno cara... E vedendo co' tuoi occhi la nostra vita modesta ti persuaderai che la parzialità del povero zio Luigi (parzialità alla quale dal canto mio avrei rinunziato ben volentieri) non ci ha fatto piovere i milioni in casa.
Mentre queste frasi alludevano a una di quelle nefaste questioni d'interesse che, nelle famiglie ricche sopra tutto, aprono sovente ferite insanabili, le lettere che l'Angela dirigeva alla Marialì lasciavano indovinare un antico dissidio derivante da una causa più delicata, più intima.
— Puoi venire con animo tranquillo, Marialì, puoi venire in compagnia di Giulio. Il passato, già tanto lontano per sè, mi par sepolto addirittura nella notte dei tempi. Pensa; dopo il tuo matrimonio (vent'anni fa!) non ci siamo viste che alla sfuggita: a Cremona e ad Aquila dove il babbo era Prefetto; quì a Villarosa tre volte sole, per poche ore. E una di quelle volte, in una ben triste occasione, pei funerali dello zio. Nell'autunno del 1892 che ti ci sei fermata per quindici giorni coi tuoi figliuoli, quasi a farlo apposta, hai approfittato del tempo in cui ero assente, ospite di Luciano. La tua Antonietta la conosco sopra tutto per corrispondenza; gli altri miei nipoti non li conoscerei se non avessi le fotografie. E vivete a Firenze, a poche ore da quì!
Insomma l'Angela Torralba non aveva mai spiegata tanta attività e tanta energia.
Rimasta sola in casa a custodia dei vecchi parenti, zitella a 44 anni e senza speranza di matrimonio, ell'era una di quelle donnette savie e tranquille che sono la provvidenza delle famiglie, e che le famiglie si avvezzano a considerare come esseri sbiaditi e subalterni, liberandosi in questo modo dall'obbligo della gratitudine. I fratelli e le sorelle dicevano: — Quell'Angela manca di ogni charme femminile. Non è da stupirsi se non ha trovato marito. — E i genitori, che dell'Angela avevano bisogno come dell'aria e del pane, ripetevano a sazietà: — Dei nostri sette figliuoli quella è stata la meno favorita dalla natura. È buona, anzi buonissima, ma non ha slancio, non ha brio, non ha vita. Non è stata mai giovine.
Ebbene, come il dottor Vignoni aveva notato, ora l'Angela pareva ringiovanita. E non solo pel suo fervore epistolare, ma per l'assiduità infaticabile con cui ella attendeva a tutti i preparativi necessari per la buona riuscita del suo disegno. Giacchè l'ottener l'assenso di quelli che sarebbero dovuti venire non bastava; bisognava far sì che non si pentissero d'esser venuti, che quella vetusta casa di campagna situata in una pianura disamena, quella Villarosa la quale d'allegro non aveva altro che il nome, non apparisse troppo umile, troppo incomoda, troppo inospitale a gente ormai usa alle raffinatezze delle villeggiature moderne. È certo intanto che se l'invito fosse stato accolto nel senso più largo; se i fratelli e le sorelle si fossero tirati dietro le mogli, i mariti e tutti quanti i figliuoli, sarebbe stato un affar serio il trovar posto per tutti. Ma l'Angela non si confondeva, tra perch'era sicura che più d'uno avrebbe mancato, tra perchè aveva ormai preso i debiti accordi col giardiniere e col fattore, affinchè, in caso estremo, cedessero per pochi giorni le loro abitazioni.
Rivelando a sè stessa qualità organizzatrici fino allora ignorate, ell'aveva compilato tre specie di preventivi: il minimo, il medio, e quello ch'ella chiamava della massima gioja e che, oimè, sarebbe stato anche del massimo disturbo e doveva servir nell'ipotesi che le varie famiglie giungessero in massa. Tante stanze, tanti letti, tante persone di servizio ausiliarie occorrevano nel primo caso, tante nel secondo e tante nel terzo. E com'è naturale, le spese sarebbero state proporzionate al numero degli ospiti.
Questo della spesa era un affar serio, e guai se l'Angela non vi avesse contribuito liberalmente col suo peculio particolare! Perchè il commendatore Ercole Torralba, ex Prefetto, invecchiando, era diventato avaro e si spaventava d'ogni strappo fatto al suo bilancio ordinario. — Non voglio mica morir sulla paglia per solennizzar le mie nozze d'oro — egli aveva dichiarato alla figliuola. Ma ella gli aveva risposto: — Non aver paura. Faremo le cose con giudizio.
E per far le cose con giudizio l'Angela aveva venduto in silenzio una sua cartella di 500 lire di rendita e attingeva a piene mani nella somma che ne aveva ricavata. — Poichè lo zio Luigi mi ha favorita nel suo testamento — ella pensava — è ben giusto che le mie entrate vadano a benefizio dell'intera famiglia.
III.
Niente di più naturale che in quella sera di giovedì 12 Ottobre ch'era la vigilia dei primi arrivi, si fosse un po' nervosi alla Villa. Però la nervosità del commendatore Ercole Torralba aveva in sè qualche cosa di acre che impensieriva la buona Angela.
— Oggi non capita nessuno — brontolava l'ex Prefetto; — nè Vignoni, nè don Antonio, nè il farmacista, nè il segretario... Si è fatta correre una parola d'ordine...
— No — disse l'Angela sollevando gli occhi dal giornale; — avranno creduto che tu volessi coricarti più presto del solito.
Il commendatore si strinse nelle spalle. — Sciocchezze!... Così si passa da un estremo all'altro... Oggi un mortorio, domani uno schiamazzo indiavolato.
— Domani Cesare ci racconterà le sue avventure — soggiunse la figliuola.
— Belle avventure, sì — ribattè il padre. — Un ragazzaccio che ha provato cento mestieri senza fermarsi su nulla.
— Ora s'è fermato — riprese l'Angela con dolcezza.
— Chi lo sa?... A ogni modo, per fermarsi è dovuto andare in America... Ha piantato i suoi genitori, ha piantato te... Poteva viver tranquillo quì, prendere il posto lasciato vuoto da suo fratello Manlio, investire in fondi la somma ereditata dallo zio, e invece...
— Non aveva vocazione per l'agricoltura...
— Già, tu lo hai sempre difeso... per amor dei contrasti.
— Babbo! — supplicò l'Angela colta da un subito sgomento. — Non amareggiamoci questi giorni che devono esser giorni di felicità e di concordia... Saremo tutti uniti,... tutti quelli che rimangono... ed era tanto tempo che non eravamo uniti!... Se pur ci furono attriti in passato, dimentichiamoli, non diamo posto fra noi ai tristi ricordi... Non dico bene, mamma, non sei della mia opinione?
Questa interrogazione era rivolta a una vecchietta in cuffia bianca e vestito nero di seta che se ne stava rannicchiata su una poltrona, con uno sciallo sulle spalle e una coperta di lana sulle gambe.
La vecchietta era sempre stata dell'opinione di qualchedun altro, e questa volta ell'aveva il desiderio vivissimo d'esser dell'opinione della sua figliuola, ma non osava parlare per tema di dar torto al marito il quale la teneva compressa sotto il suo pugno di ferro.
Nondimeno ella balbettò: — Eh sì... tu dici bene... sì... anch'io... L'unione nelle famiglie è una bella cosa...
Subito dopo ella se la prese con le sue doglie. — Ah questo braccio, questo braccio... Neanche il massaggio ha servito.
— Niente di quello che ordinano i medici serve — borbottò Torralba.
— Credo sia l'ora della mia pillola — ripigliò la signora Laura.
— No, mamma — rispose la figliuola. — È presto.
— Mi pareva...
— Sta tranquilla che ci penso io.
— Pillole e unguenti — disse il commendatore Prefetto. — Ecco le allegrezze della nostra età... Tu l'hai spuntata, Angela. Ti sei messa in quattro a questa impresa, e ormai non si può più tirarsi indietro. Le festeggieremo le nostre nozze d'oro. Ma, credilo, non c'è sugo a chiamare a raccolta i figliuoli perchè ci vedano ciechi, sordi, sdentati, rammolliti, impotenti. Quelli che ci son stati sempre vicini, quelli dinanzi a cui siamo declinati a grado a grado si capisce che ci portino le loro congratulazioni per un avvenimento che a loro sembra giocondo... Ma gli altri si poteva contentarsi che ci mandassero i loro auguri per lettera...
Come se questa tirata l'avesse stancato, Ercole Torralba chinò la testa sul petto e parve assopirsi.
L'Angela rasciugò in fretta una lacrima e avvicinandosi a sua madre inerte sulla poltrona tentò divagarla col richiamar l'attenzione di lei sui regali ch'erano disposti in bell'ordine tutt'all'intorno. Regali dei figli e delle figliuole, dei generi e delle nuore, regali dei nipoti e delle nipoti, regali di qualche raro amico superstite e memore. Alcuni s'adattavano all'età delle persone a cui erano destinati; pantofole ricamate, sacchi da piedi, coperte di seta, guanciali di piuma, paralumi e paraventi; altri erano i soliti gingilli che si trovano dal chincagliere: album, vasi, coppe, statuine, calcafogli, ecc. ecc.
— E ne verranno ancora domani — notò l'Angela mentre lo sguardo della signora Laura si posava distrattamente sui vari oggetti.
— Sì, sì, — sospirò la vecchia signora. — Ma nessuno mi regalerà un specifico per i miei reumatismi.
Il commendatore si scosse, spinse indietro con una mano il fiocco del berretto che gli era caduto sul fronte, e chiamò: — Angela! Angela!
— Eccomi, babbo.
— Perchè non mi leggi i giornali, stasera?
— Sono pronta... Credevo che tu dormissi.
— Già — rimbeccò l'ex Prefetto. — Tu credi sempre ch'io dorma.
Con la solita aria rassegnata, l'Angela sedette al tavolino e spiegò la Tribuna.
— C'è un articolo di fondo sul Transval.
— Me n'importa molto del Transval! — disse il commendatore con una spallucciata. — E nel Corriere che cosa c'è?
— Ci son due colonne sul Ministero e il paese — rispose la figliuola aprendo l'altro foglio che le stava dinanzi. E nel legger quel titolo la voce di lei aveva una certa esitazione, perch'ella sapeva benissimo che se la politica estera non interessava suo padre, la politica interna aveva quasi sempre la virtù di farlo uscire dai gangheri.
— Il ministero e il paese! — esclamò sarcasticamente Ercole Torralba. — L'uno val l'altro... Ah, se quarant'anni addietro si fosse potuto prevedere quello che sarebbe successo non si avrebbe rischiato la pelle per mettere in piedi questa baracca.
Invero il Torralba la pelle non l'aveva rischiata; era giustizia tuttavia il riconoscere che in gioventù egli era stato un buon patriota e s'era adoperato secondo le sue forze in prò della causa nazionale. Ma egli non era uomo d'idee larghe e d'animo alto; aveva una certa facilità e apertura d'ingegno che, non corretta, non regolata dalla meditazione e dallo studio, lo rendeva spesso avventato ne' suoi giudizi e gli dava un concetto eccessivo di sè; aveva la stretta probità ch'è bastevole perchè uno faccia il proprio dovere; non la delicatezza orgogliosa che ci vieta di mercanteggiare i compensi per questo dovere adempiuto. Onde, entrato nei pubblici uffici, era stato sempre un funzionario inquieto, ombroso, incontentabile. Gli pareva che si disconoscessero i suoi servigi, gli pareva che gli si preferissero altri men degni; e le promozioni e le onorificenze che pur gli venivano largite arrivavano troppo tardi per disarmarlo. Prefetto successivamente in varie provincie del Regno, s'era fitto in capo che l'alta carica dovesse fruttargli un seggio al Senato, e tempestava di sollecitazioni deputati e ministri, e deluso a ogni infornata tirava giù a campane doppie contro la camorra trionfante. Si può figurarsi se i suoi umori si fossero inaciditi dopo il suo collocamento a riposo nel 1880. Sebbene fosse in fondo d'idee conservative, il suo linguaggio verso il Governo somigliava a quello dei più scalmanati ed egli si univa con questi nel pronosticare la rovina del giovine Regno d'Italia. Un paese che mancava di riguardi a lui era un paese immeritevole, nonchè di prosperare, di esistere.
— Una baracca da fiera di villaggio — seguitò il Torralba — ove i Ministri ballano sulla corda e i deputati fanno da pagliacci, e il pubblico, ch'è poi composto di tutta la nazione, fischia ma paga.
— Però — riprese timidamente l'Angela — quando Girolamo le dice lui queste cose, tu gli dai sulla voce.
— Sicuro. Lui non ha il diritto di dirle... Che sacrifizi gli è costata l'Italia? Ha trovato il pranzo pronto e s'è seduto a tavola. Se si son commesse delle ingiustizie (e quante e quali!) a danno di suo padre, egli non s'è guastato il sangue... A lui tutto andava a seconda. Mentre noi ci rifugiavamo in quest'eremo egli piantava a Roma il suo studio d'avvocato, sposava una donna ricca, gettava le basi della sua candidatura al Parlamento, e tra i clienti e la consorte e la politica aveva un'infinità di buone ragioni per non venir quì che a ogni morte di Papa... Ora siede all'estrema sinistra e si atteggia a tribuno, ma in casa sua fa l'aristocratico e tien carrozza e cavalli e servitori in guanti bianchi e lascia che sua moglie si freghi intorno alla nobiltà... No, no, non c'è logica, non c'è altro che il tornaconto.
— Ebbene, babbo, io prego te e pregherò Girolamo di non tirare in campo nei vostri colloqui nè il Governo, nè il Parlamento, nè il paese, nè la democrazia, nè l'aristocrazia, nè niente di tutto quello che può esser fonte di dissidi.
Forse nell'animo dell'ex Prefetto balenò l'idea della vanità d'ogni contrasto per chi era come lui all'orlo della tomba, ed egli accolse con inusata mansuetudine le raccomandazioni della figliuola limitandosi a borbottare: — Per me tanto... ormai...
Dalla sua poltrona la signora Laura piagnucolò: — Angela, questa pillola.
— Alle dieci, mamma, alle dieci, non prima. — Sai che il medico vuol che ci siano almeno quattr'ore d'intervallo fra l'una e l'altra.
Quando la signora Laura si fu quetata, l'Angela riprese in mano i giornali e ne lesse ad alta voce quà e là alcuni brani, saltando tutto ciò che poteva eccitare la suscettività di suo padre.
Alle dieci e un quarto i due vecchi si coricarono.
IV.
— Non moverti di quì fin che non torno — disse l'Angela alla Maddalena, la cameriera fidata ch'era in casa già da vent'anni. — E se mi chiamano — ella soggiunse guardando i due usci aperti di destra e di sinistra che mettevano alle camere del suo babbo e della sua mamma — di' che torno subito... Se sei stanca, sdrajati sulla mia poltrona.
Già da un pezzo, rinunciando alla camera propria, l'Angela dormiva in quella specie d'andito che divideva le stanze dei suoi genitori.
— Oh, si figuri — replicò la Maddalena. — Lei piuttosto dovrebb'essere estenuata e farebbe meglio ad andare a letto.
— No, no. Non vado a letto fin che non ho visto co' miei occhi se tutto è in ordine... Ma! È una casa alla vecchia, e vi mancano quegli agi che le mie sorelle e i miei fratelli, a eccezione forse di Cesare, giudicano indispensabili.
— Al solito lei si ammazza pegli altri e non riuscirà a contentarli — notò la cameriera.
Pentita d'aver toccato questo tasto, l'Angela riprese: — Non perdiamoci in chiacchiere. Quelli lì mi aspettano in cucina.
Con l'indicazione generica di quelli lì, l'Angela voleva alludere a Giacomo, il domestico sessagenario ma ben portante, alla cuoca Marianna, e a Pietro il cocchiere.
I tre personaggi seduti intorno alla tavola su cui ardeva una lucerna a petrolio si alzarono al giungere della padroncina.
— Dunque, Pietro — ella disse — siamo intesi... Qualche minuto prima delle sette andrai alla stazione ad aspettare il signor Cesare... E quando hai attaccato mi fai avvertire... Se posso, vengo... Chi sa se potrò?
Indi la colse uno scrupolo. — Se pur non vengo, sei ben sicuro di riconoscerlo, il signor Cesare?
Pietro protestò. — Come non lo riconoscerei?... Mi par jeri l'ultima volta che l'ho accompagnato alla ferrovia... Aveva un bagaglio leggero... Si credeva che facesse solamente una corsa a Parigi, dal signor Luciano... Invece...
— Invece due settimane appresso s'imbarcava all'Havre.
Congedato il cocchiere, l'Angela si rivolse alla Marianna, la cuoca. Era una donna di mezza età, sempre in grembiule e cuffia bianca, grassoccia, lucida in viso come se portasse sull'epidermide il riflesso delle sue casseruole.
— Se non ci sono ritardi nel treno, il signor Cesare sarà a Villarosa alle 8 e tre quarti circa... Forse avrà fame.
— Non dubiti che la colazione sarà pronta.
— Domattina vi sarà anche la Lisa per ajutarvi. Ha promesso di esser quì per le sette.
— Ci sarà senza dubbio — affermò Giacomo. — L'ho vista due ore fa.
La Marianna, che compensava con la petulanza le deficienze della statura, atteggiò le labbra a un risolino sarcastico.
— Per gli ajuti che può dar la Lisa!
— L'avete pur scelta voi — notò l'Angela.
— Naturale. Piuttosto di quel cuoco che volevano far venire da Milano e che avrebbe preteso di comandare a bacchetta.
— E perchè vi lagnate?
— Non mi lagno. Basta che non pretendano l'impossibile. Non si può da un giorno all'altro passare da una cucina casalinga per tre persone a una cucina di lusso per dodici... Quando sono entrata al loro servizio ne sapevo più di adesso... È molto se si accende il forno una volta per settimana.
— Via, via, — disse in tono conciliante l'Angela che non voleva provocare una crisi in un momento così difficile — ora avrete campo di farvi valere... Del resto, non vi sarà nessuno che abbia esigenze superiori ai vostri meriti.
Rabbonita dagli elogi, la Marianna ripigliò:
— Domani a pranzo saranno in dieci, non è vero?
— Appunto... In dieci... semprechè non vi siano sorprese.
— Uno di più uno di meno non importa... Si prepara per dodici... Doman l'altro poi?...
— Per ora non sono annunziati che i miei due fratelli di Roma e di Parigi e quel mio nipote Tullio ch'è già stato parecchie volte.
— Un gran bravo giovine — dichiarò la cuoca con accento di profonda convinzione. — Gli piace tanto il mio vol-au-vent.
— Benone! Per doman l'altro ci farete un vol-au-vent.
La cuoca assentì con un cenno dignitoso del capo. Ma a un tratto, battendosi il fronte, ella esclamò: — A proposito, signorina, ha pensato che doman l'altro saranno in tredici?
— Come?
— Scusi; domani sono in dieci, ne arrivano tre nella giornata di sabato: dieci e tre tredici... Del resto, si fa subito il conto.
E con mirabile rapidità ella principiò e finì la sua enumerazione.
— Il signor Prefetto, la padrona e lei, questi son tre; la signora Letizia e due figliuoli, tre e tre sei; il signor Cesare, il signor Girolamo, il signor Luciano e il signor Tullio, sei e quattro dieci; la signora Marialì col marito e la ragazza, dieci e tre tredici.
Giacomo, che assisteva al colloquio, parve maravigliato d'una precisione di calcolo che la Marianna non soleva possedere nell'addizionare la cifra delle spese; ma la più confusa fu l'Angela che non si capacitava d'aver trascurato una circostanza così grave... Non era superstiziosa, ma insomma quel tredici a tavola in una solennità domestica l'era di cattivo augurio.
Tuttavia ella si limitò a rispondere: — Non è ancora ben certo che non venga una delle mie cognate; in ogni modo c'è sempre il tempo d'invitare il dottore, o il parroco, o qualche amico, e in tredici non saremo. E adesso coricatevi pure, Marianna, che domattina dovete esser lesta di buon'ora anche voi.
L'Angela fece un cenno a Giacomo che con un lume in mano precedette la padroncina su per le scale e intraprese con lei il giro delle camere riservate agli ospiti, cominciando da quella del signor Cesare, il primo che doveva arrivare.
V.
— Saranno dieci anni in Febbrajo — notò Giacomo — che è morto quì il povero signor Manlio.
— Proprio in Febbrajo — sospirò l'Angela mentre si assicurava che le coperte del letto erano sufficienti. — Allorch'egli era un ragazzo e Cesare era appena uscito dalle mani della bambinaja era questa la camera ove stavano tutti e due nelle poche settimane di primavera e d'autunno che passavano a Villarosa. Dopo, Cesare principiò la sua vita randagia e la camera rimase al solo Manlio. V'erano però sempre i due letti... te ne ricordi?
— Sì, sì.
— E ogni volta che Cesare faceva una corsa alla villa, egli ripigliava il suo posto presso il fratello a cui voleva tanto bene.
— E quanto ne voleva a lui il signor Manlio! E come lo chiamava in quegli ultimi giorni!
— Cesare era allora a Costantinopoli... Non ci fu il verso d'avvertirlo — replicò l'Angela. — È stato un precipizio.
Troncando il discorso penoso, l'Angela volle verificar co' suoi occhi se c'era l'acqua nella brocca del lavamano, se c'erano i fiammiferi sul comodino e i pettini sul tavolino da toilette.
— Cesare potrebbe aver bisogno di riposarsi un pajo d'ore — ella disse. — Devono essere quasi quindici giorni ch'egli non dorme in un buon letto... E faceva di quei sonni quand'era un ragazzo!
Dalla camera di Cesare l'Angela, sempre accompagnata dal servo, passò nel quartierino assegnato alla Letizia Alvarez e ai suoi due figliuoli. La camera della Letizia era forse la più bella della villa, esposta a mezzogiorno, sul giardino, e non c'è dubbio che le cognate di Roma e di Parigi, se fossero venute, ne sarebbero state gelose. Meglio dunque, per questo lato, che non venissero. In quanto a Marialì, aveva tanti altri difetti, ma era tagliata più alla buona e non badava a certe piccinerie. Quella benedetta Letizia invece aveva i suoi fumi fin da ragazza, fin da quando, venticinque anni addietro, alla Prefettura di Salerno, faceva lei gli onori di casa in sostituzione della sua mamma sempre timida ed impacciata. Poi ell'aveva conosciuto il tenente di vascello Alvarez, che, sposandola, le aveva comunicato le sue arie di grande di Spagna in partibus, benchè, con tutto il suo Alvarez, egli fosse di famiglia borghese arricchitasi nel commercio di oggetti di tartaruga. E anzi questo traffico, abbandonato dal padre di lui, fu continuato sino all'ultimo da uno zio che aveva bottega in Piazza del Plebiscito e che in mancanza di parenti più vicini lasciò erede il nipote. Costui si affrettò a cedere il negozio, con l'espresso divieto di far figurare in qualsiasi modo il nome di Alvarez nell'insegna della nuova ditta, e mentre ereditava il patrimonio riusciva a far sparire dalla casa ogni traccia di tartarughe e dal cuore ogni ricordo dello zio generoso.
— Speriamo — disse l'Angela la quale aveva fatto addobbare a nuovo la camera — che queste tappezzerie incontrino il gusto di mia sorella.
— È un alloggio da regina — ribattè Giacomo. — Vorrei vedere che non ne fosse contenta!
— Tu non sai che luogo di delizie abbia mio cognato a Posilipo — riprese l'Angela. — Io conosco la posizione, un incanto; non conosco la villa che fu fabbricata solo negli ultimi anni; ma mio nipote Tullio che ci fu due volte me ne faceva una descrizione entusiastica. E sì ch'egli vive parte dell'anno a Parigi e anche a casa sua si trattano da gran signori.
Giacomo era poco persuaso. — Per la posizione, sarà. Lì c'è la collina, lì c'è il mare, e quì non abbiamo che una pianura bassa. Ma per la camera, via... neppure sua sorella ne avrà una migliore di questa.
— Almeno avesse il bagno accanto! — soggiunse l'Angela.
— Se vorrà fare il bagno — notò il servo — scenderà a pianterreno come gli altri... come, del resto, scendeva tre anni fa...
— Ti ricordi che se ne lagnava? E ripeteva sempre: Nella villa che stiamo fabbricando a Posilipo il bagno è attiguo alla camera da letto.
Giacomo si strinse nelle spalle. — In fin dei conti, quanto tempo si tratterrà quì? Cinque o sei giorni.
— Forse meno.
— E allora, scusi, che pretese ha? Viene a Villarosa per una festa di famiglia; dovrebbe pazientare se pur non ha tutti gli agi di casa sua.
— Hai ragione, ma...
E intanto l'Angela esaminava il tavolino da toilette su cui erano disposte boccette e boccettine d'acqua d'odore, e spazzole d'ogni misura per le unghie e pei denti, e scatole di cipria e lime e pinzette.
— Quì mi pare ce ne sia d'avanzo — ella osservò. — Già non c'è dubbio che la Letizia porterà seco tutto quello che le occorre.
— Ella, padroncina, non ha mai avuto tante smorfie — borbottò Giacomo.
— Io sono una zoticona, sono una campagnuola...
— E il defunto signor Luigi, poi, figuriamoci!
— Oh, quello era un filosofo... I suoi libri, le sue passeggiate, la sua pipa, e non voleva altro... Lo dicevano un orso.
— Ce ne fossero di quegli orsi! — esclamò il servo.
E la nipote seguitò. — Solo chi non lo conosceva poteva dirne male. Che cuore sotto quell'aspetto ruvido!
— S'è visto a' suoi funerali — disse Giacomo. — Da dieci, da venti miglia son venuti per rendergli onore.
— Povero zio! Era di cinqu'anni più giovine del babbo... Potrebb'esser oggi con noi... E chi sa?... Forse mio fratello Cesare sarebbe rimasto, forse certi attriti sarebbero stati evitati.
— È morto tredici mesi giusti dopo il signor Manlio, in Marzo.
— Appunto; in quell'anno non finiva mai di nevicare.
— E l'han portato via in mezzo alla neve..... Che tristezza!
L'Angela diede una capatina nella stanza attigua ch'era l'antica biblioteca dello zio e ov'ella aveva fatto collocare due letti pei due nipoti Alvarez.
— Certo ch'è molto ingombra e che quei due ragazzi saranno un po' pigiati. Ma sono due futuri militari e si adatteranno.
— Mi ricordo d'averli visti un'unica volta, da bambini... ed erano sprezzanti e scontrosi più del bisogno — borbottò Giacomo, mentre, traversando la sala, s'avviava con la padroncina alla camera che, da ragazzi, Luciano e Girolamo Torralba dividevano insieme e che ora l'Angela destinava al primo dei due fratelli.
Per la Marialì e pel marito era pronta la camera gialla, l'antica camera delle ragazze, ampia ed ariosa, ove le tre sorelle avevano scambiato tante chiacchere e fatte tante allegre risate, ove nessuna delle tre si svegliava la notte senza svegliare le altre due e richiamar la loro attenzione sul russare romoroso di Mademoiselle Lucie, la governante francese, che dormiva lì presso. Allora le tre birichine russavano anch'esse con certe note nasali così stravaganti e caratteristiche che Mademoiselle Lucie si destava in sussulto e gridava picchiando sul muro: — Mais, Mesdemoiselles, est-ce que vous ne pouvez pas dormir sans ronfler? C'est tout à fait inconvenant.
Oh felici autunni di Villarosa, quando la famiglia era tutta riunita, e i genitori erano sani e robusti, e non un'ombra turbava l'accordo delle tre sorelle! L'Angela non invidiava nè la bellezza florida e regolare della Letizia, nè la bellezza capricciosa e vivace della Marialì: anzi ell'era superba di loro, superba dell'ammirazione ch'esse destavano; sempre la prima a magnificare i loro pregi, sempre l'ultima ad accorgersi dei loro difetti. Ella non vedeva, non voleva vedere il freddo egoismo che si nascondeva sotto le apparenze corrette della Letizia, non vedeva, non voleva vedere, dietro il sorriso affascinante della Marialì, nei movimenti felini della sua persona leggiadra, una smania morbosa di piacere, di soverchiare, un desiderio insaziato di lodi e di adulazioni, una sensualità raffinata ed irrefrenabile. All'Angela bastava che quelle sue sorelle l'amassero, che così la maggiore come la minore (ell'era di tre anni più giovine dell'una, e di due più vecchia dell'altra) ricorressero a lei per consiglio e per ajuto, e perchè aveva anch'ella un poco di vanità (chi non ne ha a questo mondo?) si godeva a sentirsi dire: — Tu sei più savia, tu sei più buona di noi.
Ah, quelle parole la Letizia gliele aveva ripetute con amara ironia dopo la morte dello zio Luigi: — Era naturale che lo zio ti preferisse nel suo testamento. Tu sei la più savia, tu sei la più buona... anche con gli zii ricchi...
Questo aveva osato rinfacciarle la Letizia Alvarez, tornando dal cimitero, in una giornata rigida di Marzo, ed ella, colpita nel cuore dall'ingiuria immeritata, non aveva saputo nemmeno difendersi, non aveva saputo che inghiottir le lacrime che le rigavano il viso. Ah, in quel giorno ella s'era dovuta persuadere che non aveva più sorelle... L'altra, Marialì, la sua dolce Marialì, ella l'aveva perduta prima, fin da quando la bella inconsciente le aveva preso il cuore di Giulio Frassini e se l'era sposato...
Avrebbero ora dormito insieme in quella camera, Giulio Frassini e la Marialì, egli forse innamorato sempre della moglie ancor bella e seducente a quarantadue anni, ella con la testa piena di fisime galanti e di null'altro tanto sollecita quanto di conservare il più a lungo possibile il suo impero sugli uomini.
— Mia sorella è freddolosa — disse l'Angela dopo aver dato un'occhiata al letto. — Bisognerà che domattina la Maddalena aggiunga una coperta.
Ritto sulla soglia, reggendo con la destra il candeliere e posando la sinistra sulla gruccia d'un uscio, Giacomo aspettava.
— Apri, apri — ordinò la padroncina, ed entrò dietro di lui nella stanza che vent'anni addietro era occupata da Mademoiselle Lucie, e ch'ella, l'Angela, aveva presa per sè dopo il matrimonio delle sorelle, pur non passandovi la notte già da due anni, da quando cioè, per vigilar meglio i suoi genitori, ella dormiva al pianterreno.
Oggi quella camera era preparata per l'Antonietta, la primogenita della Marialì che doveva avere ormai 18 anni compiti, e che l'Angela non vedeva da tempo. Però, da quando la ragazza era uscita di collegio, zia e nipote s'erano scambiate lettere affettuosissime, e questa corrispondenza aveva fatto nascere tra loro una viva simpatia. Già all'Angela sorrideva l'idea di poter riportare sulla giovinetta la tenerezza ch'ella provava un giorno per la sorella. E ora, alla vigilia dell'arrivo di lei, ella pregustava la gioja di venire la mattina presto a chiamarla e di condursela in giro pel giardino e per l'orto e di far lunghe chiacchierate insieme.
— L'ultimo ritratto che abbiamo dell'Antonietta — ella osservò — è del 1895 quand'ell'era all'Annunziata a Firenze ed era tanto bellina, anche nel vestito da collegiale che generalmente ingoffisce.
— Nel 1892 — soggiunse Giacomo — allorchè la signora Marialì giunse improvvisamente a Villarosa coi figliuoli e vi si trattenne un paio di settimane, la signorina Antonietta era in sottane corte e aveva i capelli giù per le spalle. Era un po' magra, ma che splendidi occhi aveva! E che sorriso! E com'era piacevole e manierosa!
— I miei ricordi personali risalgono al 1890 — sospirò l'Angela; — al giorno dei funerali del povero zio... Nel 92 ero a Parigi da Luciano; nell'autunno del 96 la Marialì passò a Villarosa un giorno solo coi due maschi ch'ella accompagnava in Svizzera nel collegio ove sono tuttora.
— O che non ci sono scuole da noi? — domandò il servo.
— Ma! Ognuno ha i suoi gusti... Io, se avessi avuto figliuoli, non li avrei messi certo in collegio. Perchè allontanarli da sè?
Giacomo, ch'era un savio, fece una riflessione da par suo.
— Gli è che quelle che sarebbero nate per esser madri non si sposano; si sposano invece quelle per le quali i figliuoli sono altrettanti impicci.
— Bisognerà ricordarsi di far portar domani in questa camera una coppa di rose — riprese l'Angela lasciando cader l'allusione. — Una ragazza non può non amare i fiori.
— Il giardiniere diceva oggi che delle rose ce ne son poche.
— È tardi, lo so. Ma ce ne saranno abbastanza da riempirne una coppa... Villarosa, Villarosa! È un nome che crea degli obblighi... È vero però che converrebbe far nuovi innesti, nuove piantagioni, e quando i padroni non se ne occupan loro...
— Il signor Manlio e il signor Luigi avevano una passione pel giardino...
— Anch'io l'avrei... Ma non ho tempo... purtroppo!
— No, Giacomo, non è la parola giusta... Non è un sacrifizio, il mio; è un dovere sacrosanto che mi augurerei di poter compiere fino all'ultimo giorno della mia vita... Triste, triste cosa il veder invecchiare coloro a cui si vuol bene!
Dopo una breve pausa, e senza indugiarsi in altre considerazioni, l'Angela ripigliò: — Ora siamo quasi al termine del nostro giro. Non ci restano che le due camere del signor Girolamo e del signor Tullio... Animo, facciamo quest'ascensione.
Le due stanze erano al secondo piano, tutt'e due in buonissima plaga; non avevano che l'incomodo della scala un po' erta.
— Girolamo capirà che non si poteva diversamente — disse l'Angela. — Luciano è piuttosto corpulento e non era possibile collocarlo quassù... Anche mia cognata, se viene, s'adatterà... Non saprei proprio in che altro modo accomodarla... Però bisognerà domattina portar su una poltrona...
— Di dove la leviamo? — chiese Giacomo. — Ha voluto che tutti gli ospiti ne avessero una!
— Non è vero... Tullio non ne avrà... Quì metteremo la mia.
— Credi pure che in questi giorni avrò altro da fare che sdraiarmi sulla poltrona!... Già me ne servo sempre pochissimo... E ora un'occhiatina alla camera di mio nipote, e poi scenderemo... Dev'esser tardi?
— Non ha sentito?... Saranno già dieci minuti che l'orologio di sala ha battuto la mezzanotte.
— Quì non c'è nulla di troppo — disse l'Angela guardando lo scarso mobilio della camera ove avrebbe dormito suo nipote...
— Oh, il signor Tullio non ha esigenze...
— No, affatto... È un gran ragazzo simpatico.
— E per quello che ci starà lui nella sua camera!... Monterà all'alba sulla sua bicicletta e non tornerà fino a ora di colazione.
L'Angela fece un segno negativo col capo. — Intanto io credo che questa volta non l'avrà mica con lui la bicicletta... E se non viene che per due tre giorni non avrà mica tanta fretta d'andare in giro per la campagna... Però — ella soggiunse come se le rimordesse di non aver pensato anche a questo, — però, in caso disperato, potremo trovare una bicicletta a prestito... C'è quella del giardiniere, c'è quella del fattore...
— Ormai non c'è' altra abbondanza — notò Giacomo. — Perfino la moglie del segretario comunale ha la sua... Ella, padroncina, non ha mai voluto saperne...
— Tutta questa, caro mio, è roba da giovani e non fa per me.
— O ch'è vecchia forse?
— Si è quello che le circostanze ci fanno. Son vecchia, anche più della mia età... Mi basta vivere fin che vivono quei due poveri infermi... Come tirerebbero innanzi s'io non ci fossi?... Andiamo, Giacomo... Riaccompagnami giù.
La Maddalena sonnecchiava nella poltrona. Al giungere dell'Angela ella si scosse, si fregò le palpebre e si alzò in piedi.
— È lei, signorina?
— Sì... Mi hanno chiamata?
— Nossignora... Dormono.
Dalle due camere di destra e di sinistra si sentiva il respiro corto, sibilante dei due conjugi. Oh nozze d'oro, nozze d'oro!
VI.
La campana che a' bei tempi di Villarosa annunziava l'ora dei pasti ai membri della famiglia ed agli ospiti e il cui allegro e insistente din din richiamava i dispersi dalla strada, dal giardino, dall'orto, la campana che aveva cessato di suonare da quando la villa era abitata da tre sole persone, fece, quel sabato, un po' prima del tocco, riudir la sua voce che il lungo silenzio non aveva irrugginita.
E nella sala terrena ove la tavola era apparecchiata per quattordici entrarono primi l'ex Prefetto a braccio della Letizia e la signora Laura a braccio di Luciano; indi, alla rinfusa, Girolamo, sua moglie Adele che dopo molte incertezze s'era decisa a venire e con la sua presenza scongiurava oggi il pericolo dei tredici a tavola, la Marialì col marito e con l'Antonietta, Cesare, l'Angela e Tullio e i due fratelli Alvarez, Max e Fritz.
L'Angela segnò i posti.
— Quì il babbo, quì la mamma... Fra loro due seggo io. — E soggiunse più piano: — Bisogna che li ajuti, poveretti... Tu, Letizia, mettiti là, di fronte a me... La Marialì a destra del babbo, Luciano a sinistra della mamma... Dirimpetto a lei l'Adele... Fra l'Adele e la Letizia si metta Frassini... Alla destra della Letizia Girolamo e Cesare... I ragazzi ai due capi della tavola... Ma non così... Max e Fritz potrebbero dividersi.
La Letizia intervenne. — No, lasciali stare... Son sempre insieme.
— Capisco, ma...
Guardandosi intorno, l'Angela incontrò gli occhi supplichevoli di Tullio e dell'Antonietta ch'erano seduti accanto e che parevano dire: — Per amor del cielo, cara zia, non guastar le cose.
L'Angela non insistette e sorrise a questi due nipoti che le destavano tanta maggior simpatia degli Alvarez, duri e impettiti come due figurini d'un giornale di mode.
— Càstore e Pollùce — disse scherzosamente Cesare Torralba. — Però quei due figliuoli, quando saranno ufficiali, stenteranno a farsi imbarcare nello stesso bastimento.
— Non saranno ufficiali — replicò la Letizia con un'intonazione acre nella voce.
Vi fu un grido di meraviglia. — Oh bella! Non sono all'Accademia navale?
— Erano — rispose la madre, — ma li abbiamo levati, e non torneranno più... Anche mio marito, quando avrà terminato il suo imbarco, darà le sue dimissioni... Non si può servire questo governo... Il babbo lo sa.
Il commendatore Prefetto assentì alle parole della sua primogenita. — È vero, ma ignoravo che voi pure foste vittime di qualche ingiustizia.
— Altro che ingiustizie! Lascio stare il modo in cui trattavano i ragazzi all'Accademia; senz'alcun riguardo al nome che portano; due Alvarez!... Ma Pasquale, vedersi saltato anche nelle ultime promozioni!... Veder nominati contrammiragli in vece sua degli uomini da nulla...
— Ma, cara sorella — interruppe Girolamo, il deputato, — se mi scrivevi facevo un'interpellanza.
— Se ci fornite i dati necessari — soggiunse l'Adele, la donna politica — si potrà risuscitare la questione alla riapertura della Camera.
— Per me — riprese Girolamo — non domando di meglio che di raccoglier elementi per combattere il Ministero.
La Letizia tentennò la testa. — Sentirò da Pasquale. Ma credo ch'egli non vorrà... Ormai è deciso. Ha trent'anni di servizio e si farà liquidare la sua pensione.
— E i ragazzi che carriera sceglieranno? — ridomandò Cesare.
— Vedremo... Penseremo... Non c'è fretta... Grazie a Dio, hanno da vivere senza mettersi al servizio di nessuno.
Alle savie parole della genitrice i due fratelli si scambiarono un'occhiata piena di compiacenza e di fatuità.
— Tanto meglio! — disse Cesare Torralba che non aveva mai avuto troppo buon sangue con sua sorella Letizia e che non poteva soffrirne i rampolli. — Questo però non li esonera dall'obbligo di scegliersi un'occupazione... Non possono mica andar sempre in tandem.
L'allusione fece ridere. E in vero era parso un po' strano a tutti che gli Alvarez sentissero il bisogno di portare un tandem a Villarosa e di montarvi su ogni momento, isolandosi dal resto della compagnia.
— Se vanno in tandem, non so a chi facciano male — ribattè, piccata, la Letizia.
— Anzi, anzi... quando si divertono... — interpose l'Angela in tono conciliante.
— Eh bien, petite mère — disse Luciano tra due cucchiajate di minestra, — come va?
Dacchè aveva fissato la sua dimora a Parigi, e sopratutto dopo il suo secondo matrimonio, Luciano Torralba interpolava sovente delle paroline francesi ne' suoi discorsi.
La signora Laura, con la sua voce querula, cominciò la lunga enumerazione de' suoi mali. Debolezza di stomaco, frequenti vertigini, dolori vaganti... E il braccio sopra tutto, il braccio sinistro quasi paralizzato...
— Non è paralisi — obbiettò l'Angela. — È reumatismo.
— Sì, sì, la conclusione si è che non posso adoperarlo, che son diventata un automa. Mi vestono, mi spogliano, mi danno da mangiare...
L'Angela fece un segno negativo col capo.
— Non è vero, la mamma esagera, non si fa che aiutarla... Del resto se la cava benissimo da sè, e se volesse...
Mentre la vecchia signora protestava contro l'insinuazione della figliuola, il commendatore Ercole, parlando con la Marialì che gli era vicina, tracciava una pittura altrettanto pessimista del proprio stato. Delle sue forze in generale non si lagnava; le gambe lo reggevano ancora; lo stomaco funzionava discretamente; ma che importano le gambe per uno che non ci vede e che non può far due passi fuori delle sue stanze se non è accompagnato; e che importa lo stomaco per uno che non ha denti e deve rinunziare alle vivande più saporite?... E che giornate interminabili erano le sue! Egli, ch'era stato sempre avvezzo a occuparsi, non poter scrivere una lettera, non poter leggere un libro, un giornale!... Almeno avesse avuto il sonno a sua disposizione!... Nossignori... Sonnolenza, sì... non foss'altro che per effetto della noja; ma una buona ora di sonno profondo, ristoratore, mai, meno forse di giorno, dopo il pranzo... Ah gran brutta vita!
— Gli è che Villarosa è fatta apposta per ammalarsi — sentenziò la Letizia. — Così triste, così umida, così fredda...
L'Antonietta Frassini non potè trattenere un'esclamazione.
— Trovi triste Villarosa, zia?... A me par tanto allegra...
Tullio era dell'opinione della cugina.
— Villarosa è calunniata... Non è in una posizione amena, siamo d'accordo, ma non è triste... Il giardino è così bello, ha di così belle piante... Io ci fui anche d'inverno e vi ho trovato dei giorni di sole come questo... Certo che se piove è un'altra faccenda... Ma la pioggia getta un velo di tristezza da per tutto... Vorrei che vedeste Parigi.
— Es-tu bête, mon enfant? — interruppe Luciano, il padre. — Che confronti!... Con la pioggia o col sole Parigi è sempre allegra... E poi importa molto la pioggia o il sole a chi è nel vortice degli affari?
E soggiunse che in quanto a lui non comprendeva la vita fuori d'un gran centro, senza giornali, senza listini di borsa, senza telefono, senza telegrafo. — Pensare che quì bisogna far cinque chilometri per poter mandare un dispaccio, e che l'ufficio non è nemmeno aperto la notte!
— Siamo agli antipodi, caro cognato — dichiarò Frassini, il pittore rifiutato da anni a tutte l'Esposizioni. — Il vostro telegrafo, il vostro telefono, le vostre strade ferrate hanno rovinato il mondo... A forza di sentir le voci degli altri non sentiamo più la nostra... A forza di veder passare dinanzi a noi dei fantocci non abbiamo più occhi per cogliere i grandi simboli che soli chiudono la verità... L'arte ha smarrito la strada.
Luciano si accingeva a rispondere. Marialì lo prevenne.
— Se badassi a mio marito si andrebbe a vivere sulla cima d'un monte, o in mezzo a un deserto... Ci andrai tu, amico mio.
— Il povero babbo finisce sempre col fare quello che vuole la mamma — sussurrò l'Antonietta nell'orecchio al cugino. — In quanto a me, avrei molti de' suoi gusti.
L'Adele, la donna politica, volle dire anch'ella la sua.
— Io sono d'accordo con Luciano. Un gran centro ci vuole. Fuori di Roma non mi ci potrei vedere.
— A Roma — ribattè il commendatore Prefetto — non ci starei nemmeno dipinto... Mi pare che tutte quelle fucine d'intrighi, Parlamento, Ministeri, eccetera eccetera, debbano emanare delle esalazioni pestifere... Quel Ministero dell'interno è una camorra...
— E quello della marina? — esclamò la Letizia.
— Chi ve lo nega? — soggiunse il deputato. — Sono uno peggio dell'altro... Il guasto è nel sistema... Bisogna rinnovare ogni cosa ab imis fundamentis... E noi dell'estrema siamo lì per questo.
L'ex Prefetto si strinse nelle spalle.
— Voi?... Voi farete un monte di rovine, ecco quello che farete.
— Voi rovinate il credito del vostro paese... Se fosse dipeso da voi, la Rendita italiana sarebbe oggi a 60...
— E voi, uomini di Borsa... — replicò Girolamo.
Ma l'Angela interruppe la disputa.
— Per amor di Dio, lasciate dormir la politica e la finanza... Non occupiamoci nè di Parlamenti, nè di Ministri, nè di Borsa, nè di Parigi, nè di Roma... Restiamo a Villarosa.
— Ma! disse Cesare. — Quanti anni che non ci troviamo seduti a questa tavola noi sei, fratelli e sorelle, intorno al babbo e alla mamma!
Si fecero i conti, si passarono in rassegna i vari avvenimenti, anche i tristi, in occasione dei quali la famiglia s'era riunita... Ora mancava l'uno, ora l'altro. Alla morte del povero Manlio, Cesare era lontano; ai funerali dello zio Luigi non era potuto venire Luciano, trattenuto da' suoi affari a Parigi... Conveniva risalire al matrimonio di Marialì, vent'anni addietro.
— Già, già — osservò il commendatore Ercole nel Settembre 1879... l'anno prima del mio collocamento a riposo,... quand'ero a disposizione del Ministero... Ministero Cairoli-Depretis.
— Tre di quei giovinetti non c'erano per la buonissima ragione che non erano nati — ripigliò Cesare accennando ai due Alvarez e all'Antonietta... C'era Tullio...
— Sicuro che c'ero — affermò costui. — E rammento...
— Che cosa vuoi rammentare? — interruppe la Letizia. — Ella sì avrebbe rammentato, la mia povera Laura... Aveva cinqu'anni allora.
— E io — ribattè Tullio — rammento benissimo ch'eravamo insieme e che, in chiesa, la zia Angela ci sollevò tutti e due perchè vedessimo meglio... Vestita di bianco, la zia Marialì mi pareva un angelo.
La Marialì arrossì come una collegiale. Avvezza a ricever di questi complimenti, avvezza anzi a cercarli, ella non sapeva dissimulare la soddisfazione che l'era procurata da ogni nuovo omaggio alla sua bellezza. E la ingenuità della sua civetteria era forse una delle sue maggiori seduzioni, era uno dei coefficienti di quella sua aria giovanile che, a quarantadue anni, l'avrebbe fatta credere, piuttosto che la madre, la sorella maggiore dell'Antonietta.
Giulio Frassini, il marito, la guardò attraverso la tavola con un misto d'ammirazione e di dispetto. Ell'era stata, ell'era sempre il suo idolo e il suo cattivo genio. Ell'aveva in lui avvilito l'uomo e ucciso l'artista, s'era impossessata di tutto l'esser suo, del suo corpo e della sua anima; aveva preso il suo tempo, sciupato il suo ingegno, trascinata nel fango la sua dignità... E nondimeno, anche oggi, dopo vent'anni di matrimonio, egli sentiva che non avrebbe potuto vivere senza di lei; anche oggi egli si maravigliava che vi fosse stato un momento un cui egli le aveva preferita la sorella Angela, la buona e sbiadita creatura che gli sedeva dirimpetto, occupata a sminuzzar le vivande per renderle mangiabili ai suoi genitori.
E com'era commossa l'Angela, e con che studio teneva bassi gli occhi, tanto da non lasciar veder le lacrime che le gonfiavano le palpebre! Il matrimonio della Marialì! Tutte le più minute circostanze ella ne ricordava; l'ora in cui s'era svegliata, l'abito che aveva indossato, il guanto che le si era stracciato calzandolo, le poche goccie di pioggia ch'eran cadute nel ritorno dalla stazione dopo l'accompagnamento degli sposi, il fazzoletto di batista ch'ell'aveva bagnato di pianto nel silenzio della sua camera, lo sforzo che aveva fatto per nascondere a tutti la sua emozione... E nessuno aveva capito, nessuno, dallo zio Luigi in fuori, aveva saputo niente. Ella lo sentiva ancora sulla fronte il bacio dello zio Luigi; sentiva le sue parole: — Quel balordo di Frassini se ne accorgerà dello sproposito che ha commesso sposando la Marialì invece di te.
Ella non aveva allora che ventiquattr'anni, eppure in quel giorno ell'aveva compreso che la sua giovinezza era tramontata, che il suo primo disinganno le aveva aperto nel cuore una ferita non sanabile mai. Ed ella aveva, in quel giorno, letto chiaro nell'avvenire. Sposate le sorelle, dispersi pel mondo i fratelli a eccezione di Manlio, ell'aveva previsto che le sarebbe convenuto rinunziare alle gioje di moglie e di madre e consacrarsi tutta quanta ai genitori e allo zio che probabilmente non si sarebbero mossi da Villarosa. I fatti le avevano dato ragione. Dopo un'effimera Prefettura durata pochi mesi, il commendatore Torralba aveva dovuto abbandonare in modo definitivo il servizio e s'era ritirato nella villa spezzando ogni legame col mondo; indi la morte di Manlio e dello zio Luigi, le vicende varie di Cesare e la partenza di lui per l'America avevano gettata una nuova ombra sulla casa e ribadite le catene dell'Angela. No, non l'era possibile, non l'era lecito pensare a sè stessa. E non vi aveva pensato più, aveva compito il suo sacrifizio umile, quotidiano, quel sacrifizio che nessuno avverte appunto perch'è quotidiano, perchè lo si crede diventato una seconda natura.
Ecco ciò che significava per l'Angela il matrimonio di Marialì, ecco perchè il richiamo di quelle nozze in questo giorno, in quest'ora, le recava un insolito turbamento. Tutti, quanti erano intorno a quella tavola, avevano vissuto o vivevano; con le loro passioni, coi loro capricci, coi loro gusti nobili o puerili, coi loro ideali grandi o meschini: l'ambizione politica, la febbre degli affari, la smania delle avventure, la galanterìa, la vanagloria; ella viveva fuori della vita; tutti avevano memorie e speranze; ella delle speranze non ne aveva, e le sue memorie non erano che tristi; per trovarne di liete l'era forza risalire all'infanzia... E ancora, fin che c'erano i suoi genitori, ell'aveva un'occupazione, uno scopo... Ma poi?...
VII.
Verso la fine del pranzo, Luciano, il primogenito dei Torralba, alzò il bicchiere colmo di vino.
— Alle nozze di diamanti!
— Evviva! — risposero in coro i presenti levandosi in piedi.
Ma con un gesto il commendatore li invitò a sedere e trattenne quelli che si avvicinavano a lui e alla signora Laura per rinnovare gli augurî.
— Non diciamo sciocchezze... Ce n'è d'avanzo delle nozze d'oro, e badate che l'anniversario se ne festeggia domani soltanto e alla nostra età non si sa mai...
Sorse una protesta unanime.
— Eh via, che discorsi!
— Discorsi di stagione... Comunque sia, se domani saremo al mondo, vi permetterò i brindisi...
— A proposito di stagione — saltò su la Letizia, — il babbo, la mamma e l'Angela dovrebbero venir quest'inverno a Posilipo... Converrete che, almeno d'inverno, il soggiorno di Villarosa è impossibile.
— Cara mia — riprese l'ex Prefetto — c'è una cosa più impossibile ancora, ed è quella che noi ci moviamo di quì.
— Ma perchè? Ma perchè?
— Perchè siamo vecchi, perchè siamo invalidi, perchè io ci vedo appena, e tua madre è piena di doglie.
— Non mi posso muovere, no, io, — piagnucolò la signora Laura. — Voi piuttosto dovreste esser meno avari delle vostre visite...
E la vecchia signora tacque, stupita di aver avuto il coraggio d'esprimere un suo desiderio.
Ma! Tutti sarebbero voluti venire, ma tutti avevano qualche impedimento, erano presi in qualche ingranaggio che toglieva loro ogni libertà d'azione.
— Quando si è a capo d'una Banca — sospirava Luciano.
E Girolamo diceva: — Quando si prende sul serio la deputazione!
— Quando c'è di mezzo l'Oceano! — soggiungeva Cesare.
E la Letizia accampava la scusa della sua numerosa famiglia (oltre a Max e Fritz aveva due bimbe rimaste a casa) e la Marialì in mancanza d'argomenti plausibili (non poteva confessare che non era capace di star una settimana in un luogo ove non ci fossero uomini che le facessero la corte) si trincerava dietro vaghe promesse. Chi sa?... Forse.
— Veniamoci, mamma, quest'inverno a Villarosa — pregò l'Antonietta.
— Proprio d'inverno?
— Ma sì... Scommetto che con la neve non è punto triste.
— Brr!
— Io — interpose Tullio — se i nonni e la zia me lo permettono, ci verrò senza dubbio quest'inverno... anche più d'una volta.
— Bravo, Tullio! — gridò la zia Angela — Che regalo ci farai!
— Ecco, mamma — soggiunse l'Antonietta, — si potrebbe mettersi d'accordo.
— Oh che bella cosa fareste! — esclamò l'Angela giungendo le mani e guardando con infinita tenerezza i due cugini che, già, nella sua mente, ella vedeva stretti da un vincolo più sacro e tenace.
La Marialì se la cavò con un'altra di quelle frasi che non impegnano. — C'è tempo... ci penseremo.
Giacomo, il servo, che girava col piatto della frutta, susurrò una parola all'orecchio della padroncina.
L'Angela si rivolse prima al suo babbo e alla sua mamma, poi al resto dei commensali.
— È una così bella giornata... Lo volete prendere in giardino, il caffè?
— Sì, sì, in giardino.
Però la signora Laura tentennava. — Con le mie doglie?
— Quì davanti c'è il sole — disse la figliuola. — Ti ravvolgerò nel tuo sciallo.
— Ma dopo mi accompagnerai in camera.
— S'intende... E anche il babbo farà il suo chilo.
L'ex Prefetto assentì energicamente.
— Sfido io!... È la sola ora che dormo bene.
Intanto i due Alvarez insegnavano con molta gravità alla zia Marialì il modo di sbucciar le pere tenendole sollevate con la forchetta e senza toccarle con le dita.
— Parfaits! — disse la Marialì con un'ammirazione un po' ironica. — Potreste aprire un corso di belle creanze.
Indi ella chiese all'Angela: — Sono le vecchie pere di Villarosa, non è vero?
— Sì, quelle piantate a spalliera nell'orto.
— Ai nostri tempi non venivano mai a maturità.
— Le mangiavamo acerbe.
— E come s'arrabbiava lo zio Luigi!
— Una volta ha amministrato a me una lezione coi fiocchi — osservò Cesare. — Nella mia sbadataggine avevo svelto un ramo del prezioso arbusto.
— E il pesco, il bel pesco che sorgeva dietro la casa del giardiniere, c'è ancora? — domandò Luciano.
— No, pur troppo — rispose l'Angela. — È morto nell'inverno del 1895 in seguito ai geli... Oh, quello fu un anno fatale pei nostri alberi fruttiferi.
— E non avete ripiantato?
— Quando in famiglia non ci son più giovani non si ripianta — sentenziò il commendatore. — Noi non li avremmo visti crescer quegli alberi, e sa il cielo chi verrà a star quì dopo di noi... Nessuno de' miei figli ama Villarosa.
— Io, io l'amo! — avrebbe voluto gridar l'Angela. Ma aveva un nodo alla gola. Sentiva che le sue parole sarebbero state strozzate dai singhiozzi. Pur si chinò verso suo padre e gli disse piano: — Se credi, possiamo alzarci.
Di nuovo il commendatore prese il braccio della Letizia: di nuovo la signora Laura s'appoggiò a quello di Luciano, ordinando in pari tempo all'Angela di andarle a cercare lo sciallo. Doveva averlo lasciato di là, in salotto.
— Eh, lo so che ci sono gli scalini — protestò l'ex Prefetto, infastidito degli avvertimenti della Letizia.
— Ci vedi dunque?
— Che c'entra il vederci? È la forza dell'abitudine. Anche quelli che son ciechi affatto camminano soli nella loro casa... Io distinguo ancora gli oggetti, le persone come dietro un velo, come in un'ombra... Le tenebre complete verranno.
— Perchè dovrebbero venire?... Consulta uno specialista... A Napoli...
— Che Napoli?... Il Toschi di Milano, una celebrità, che fu quì l'anno scorso, giudicò pericolosa ogni cura energica, non trattandosi già di una malattia ma di un indebolimento progressivo del nervo ottico.
S'intese la voce squillante, argentina dell'Antonietta.
— Oh che bellezza, che sole, che sole!... Par d'essere in estate... E poi si sosterrà che Villarosa è triste!
— Ecco la mia poltrona — disse la signora Laura a Luciano, sedendo faticosamente. — Ma io non resto che pochi minuti.
Si guardò intorno, inquieta. — Quest'Angela...
— Son quì — rispose la figliuola accorrendo con lo sciallo e ravviluppandone le spalle e il petto della madre.
Anche il commendatore Ercole sedette in una sedia a bracciuoli.
— Il caffè lo verso io — dichiarò la Marialì ritta davanti alla tavola di vimini dove Giacomo aveva posato il vassojo con le chicchere. — Lo verso io e l'Antonietta lo distribuirà. Credo di ricordare il gusto di tutti quanti... Il babbo poco zucchero, la mamma molto... Luciano due pezzi...
— Per me solo una mezza tazzina — disse la signora Laura. — Mi piace tanto il caffè, ma mi agita i nervi. Se badassi al dottore, non ne prenderei affatto.
VIII.
— Lupus in fabula — gridò Cesare Torralba additando un uomo di mezza età che si avanzava lungo il viale. — Ecco Vignoni.
E gli mosse incontro.
— Non si sentiva fischiar gli orecchi, dottore?
— Perchè?
— Perchè parlavamo di lei.
— Davvero?
Ora i due uomini venivano insieme verso il grosso della comitiva.
Cesare disse: — Gli Alvarez e i Frassini li ha già visti iersera... Luciano e Tullio, Girolamo e mia cognata Adele sono arrivati stamattina... C'è bisogno d'introduzione?
— No, ho avuto il piacere d'incontrarli qualche altra volta — replicò il medico scambiando saluti e strette di mano. — Anzi col signor Tullio — egli soggiunse — siamo vecchie conoscenze.
— Giuocheremo di nuovo alle boccie, sa — disse il giovane.
— Sono sempre a' suoi ordini.
— Dottore, desidera un caffè? — domandò Marialì.
— Grazie, signora, se mi dispensa.
— O un bicchierino di cognac?
— Neppure... Ho appena pranzato.
— O un bicchiere di vino?
— Nossignora. Proprio non prendo nulla.
— Un sigaro almeno — disse Girolamo aprendo l'astuccio.
— Grazie... Accetterò quello.
— Un medico di campagna che non beve! — esclamò la Marialì — Che miracolo! Il suo predecessore aveva altre abitudini.
— Così raccontano — rispose sorridendo Vignoni. — E ho inteso che negli ultimi anni sopra tutto...
— Era sempre brillo — soggiunse Cesare Torralba terminando la frase. — Me lo ricordo benissimo. Se non avesse avuto un cavallo savio che conosceva a menadito tutte le strade e tirava da sè il suo biroccino sarebbe andato a finire in fosso un pajo di volte al giorno.
— Capiscono che non ho torto se non voglio imitarne l'esempio.
— Quanti anni sono ch'è quì, dottore? — chiese la Marialì. — Certo è venuto dopo ch'io mi sono sposata.
— Sono venuto nel 1885.
— E ormai non si muove?
— Ho la mia famiglia, ho un poderetto che coltivo da me.
— Coltivar la propria terra, quella dev'essere una soddisfazione — sospirò l'Angela. — Quando la si affitta, si cessa d'essere in comunione con lei.
— La terra! — borbottò Luciano consegnando a sua nipote Antonietta la chicchera vuota. — La terra è esausta. Chi può viver più della terra?
— Scusi — ribattè Vignoni, — tutti ne viviamo, anche coloro che la disprezzano. — Se talora essa ci sembra stanca, impoverita, gli è che le domandiamo troppo... Si vuole ch'essa nutra quelli che la lavorano, quelli che la fanno lavorare e quelli che la cedono a chi la fa lavorare agli altri... senza contare le delizie del fisco.
Il commendatore Ercole si scosse. — La proprietà fondiaria è gravata in un modo indecente.
— Il nostro sistema fiscale è un cumulo d'iniquità — sentenziò Girolamo, l'onorevole.
— Oh non isperiamo niente neanche da voi radicali — soggiunse, stizzito, il commendatore. — Figuriamoci se voi pensereste ad alleggerire i proprietari!
— Noi ridurremmo le spese... esercito, marina...
Luciano protestò: — Dio guardi l'Italia dalla finanza dei demagoghi... Altro che ridur le spese!... Voi le raddoppiereste... Troppa gente avete da contentare...
Mentre i due fratelli si bisticciavano, la signora Adele ammiccava a Vignoni.
— Il dottore è un po' socialista, se non m'inganno... Anch'io...
Ma la signora Adele non potè svolgere le sue idee perchè quasi contemporaneamente gli suoceri reclamarono Vignoni per sè.
— Dottore, non stia a discorrer di politica, e venga quì — disse l'ex Prefetto col suo tono alquanto imperioso.
E la querula signora Laura, che rimproverava l'Angela di averla fatta uscire in giardino, disse alla sua volta:
— Me ne appello a lei, dottore. Non è un'imprudenza, co' miei reumatismi, di rimanere all'aria aperta?
— Fin che c'è questo bel sole, no.
— Ma — riprese la vecchia valetudinaria — il sole è sul punto di nascondersi dietro gli alberi... E meglio ch'io rientri in casa.
— E a me è appunto il sole che dà noja — brontolò il commendatore. — Quando avevo i miei occhi sani non me ne dava; me ne dà adesso che non ci vedo... Una delle solite canzonature della vita... Del resto, penso di fare anch'io la mia dormitina... Arrivederci più tardi.
La Letizia gli riofferse il suo braccio. Ma la Marialì sostenne che questa volta toccava a lei.
— Nè l'una nè l'altra — dichiarò Ercole Torralba. — C'è l'Angela che ha più pratica.
— E la signora Laura darà il braccio a me — disse il dottore. — Io poi leggerò il giornale al signor Prefetto fin che si sia addormentato... Così la signorina Angela potrà trattenersi con gli ospiti.
Questa, che s'era avviata col padre, girò un momento la testa.
— Allora mi aspettate quì... Torno subito.
— Sì, sì, ti aspettiamo.
Incontrandosi nello stesso pensiero Luciano e Girolamo guardarono l'orologio; indi gridarono dietro alla sorella: — Tarderà molto la posta?... Hai mandato il giardiniere a prenderla?
— Sicuro, e non può tardare — ella rispose di lontano.
Luciano investì l'onorevole. — Vale la pena che tu sia deputato se non riesci a far organizzar meglio le poste e i telegrafi di questi paesi?... È incredibile... Una sola distribuzione al giorno...
— Scusa, in quanto a distribuzioni ce ne son due.
— Oh, quella della mattina è insignificante... E il telegrafo a cinque chilometri, e niente telefono... E l'Angela si maraviglia della brevità e della rarità delle nostre visite!
— Quando non se ne occupa il deputato del collegio, — obbiettò Girolamo.
— Chi è? Chi è?
— Un riccone, Basterini... un moderato di tre cotte.
Giulio Frassini che passeggiava su e giù con aria trasognata si fermò sui due piedi, e battendo sulla spalla del cognato — Caro mio — principiò — tu e Girolamo e Cesare...
— Chi mi nomina? — interruppe costui che stava chiacchierando con la Marialì.
— Io, io — replicò Frassini — E volevo dire che tutti voi altri, uomini e donne... forse la Letizia e l'Angela faranno eccezione... siete ammalati della malattia del secolo, l'inquietudine...
— O come se non l'avesse, lui, l'inquietudine! — esclamò la Marialì.
— La mia è d'un altro genere... Io inseguo le forme del bello che si sono perdute nella volgarità universale. Io cerco il simbolo ch'è l'essenza di tutte le cose... Ma la mia inquietudine è puramente intellettiva... La vostra è fatta d'ambizione, di cupidigia di danaro, di smania d'avventure... Può darsi che anche la mia uccida; la vostra uccide ed abbassa.
— La nostra conduce a qualche cosa, tu macini il vuoto — ribattè Luciano.
Intanto la Marialì tentennava il capo come a dire: — O che prendete sul serio le fisime di mio marito?
Da parte sua Frassini pareva non prender sul serio i suoi contradditori, perchè senza curarsi delle loro obbiezioni s'era rimesso a camminare con la testa china e con le mani intrecciate dietro la schiena.
In quella una bicicletta si fermò davanti al cancello e ne scese Bortolo, il giardiniere, con un fascio di lettere, di cartoline, di giornali.
— Quà, quà — dissero a una voce Luciano e Girolamo indicando la tavola di dov'era stato tolto da poco il servizio da caffè.
— Non è mai arrivata una posta simile a Villarosa — osservò Bortolo, mentre, dopo aver deposto il suo carico, si frugava nelle tasche per veder se avesse dimenticato qualche cosa.
In fatti aveva ancora un mucchio di biglietti da visita.
— Sono pel commendatore — egli disse — E ci devono essere anche cinque o sei lettere per lui... Le porterò alla signorina Angela... Dov'è?
— Or ora viene... Lasciate quì tutto quanto — ordinò Luciano.
E con ansia febbrile si mise a cercare la sua corrispondenza.
Lo stesso facevano Girolamo e sua moglie.
— Con vostro comodo — disse ironicamente la Letizia ch'era rimasta seduta — vedrete se c'è nulla per gli altri.
La Marialì s'avvicinò in silenzio alla tavola e prese il Figaro.
— È di Luciano, ma ora non lo legge.
S'intesero le due voci di Max e Fritz.
— Noi aspettavamo delle cartoline illustrate.
— Ecco, ecco... Sono più d'una dozzina.
— Ogni giorno ce ne arrivano.
— Ah, siete collezionisti?.
— Cinquemila e cinquecento ne abbiamo — rispose Max.
— In venticinque album — soggiunse Fritz.
— Più dieci album di francobolli — ripigliò Max, pavoneggiandosi.
— Scusa, sono undici.
— Hai ragione, undici. Dimenticavo il piccolo.
— Avete anche bottoni da camicia? — domandò serio serio Cesare Torralba.
I due Alvarez guardavano lo zio col sorriso ebete di chi non capisce.
Intervenne la Letizia in aiuto dei figliuoli.
— Che spiritosaggini!
— Non c'è niente di male — ribattè Cesare. — Ne ho conosciuti io dei collezionisti di bottoni da camicia... Son gusti innocenti.
— Questo sì — ripigliò la Letizia che voleva slanciare una frecciata al fratello. — Son gusti tranquilli che non danno dispiaceri alle famiglie.
L'Angela scendeva frettolosa per la gradinata.
— Eccomi finalmente... L'avete poi ricevuta la posta?
Assorti nella lettura, Luciano e Girolamo non risposero che con un segno affermativo del capo.
L'Adele, alzando la testa da un giornale, additò le lettere e i biglietti rimasti sulla tavola.
— Saranno congratulazioni per le nozze d'oro. Povero babbo! Gli farà piacere che qualche amico lontano si ricordi di lui.
— Le apri tu le sue lettere? — chiese l'Adele ripiegando il foglio.
— Sì, in sua presenza... Talora le apre egli stesso, e io le leggo... Diamo un'occhiata ai biglietti... Oh! Carlo Tazzoni, senatore del Regno... Questo era consigliere delegato a Salerno, quando il babbo era Prefetto... Letizia dovrebbe ricordarsene.
— Sì, sì... Me ne ricordo perfettamente... Era allora un bell'uomo, alto, con due fedine da diplomatico, accurato nel vestire...
— Ma! — sospirò l'Angela. — È riuscito a esser senatore, lui... Il sogno di nostro padre...
E seguitò a tirar fuori dalla busta i vari biglietti.
— Conte commendatore Annibale Zilli, Capo divisione al Ministero dell'interno — Onorevole Bariolo, deputato...
L'Angela stette un momento sospesa.
— Ora che ci penso, come va che questa gente ha saputo della nostra festa domestica?... Noi non abbiamo fatto pubblicità.
— C'era nel don Chisciotte di venerdì, a proposito di quella seduta a cui non potevo assistere — disse Girolamo. — È il numero che ho comperato per viaggio. Credo di averlo ancora in tasca.
L'aveva in fatti e lo porse all'Angela, richiamando la sua attenzione su un trafiletto di cronaca. «L'onorevole Torralba mandò una lettera al Presidente della Lega dei contribuenti scusando la sua assenza dalla seduta di iersera. Iersera appunto egli partiva per Villarosa ove i suoi genitori celebrano le nozze d'oro. Felicitazioni ed auguri.»
— A me occorrerebbe spedir subito due telegrammi — saltò su a un tratto Luciano. — Come si fa ora?
— Troveremo qualcheduno che li porti — disse l'Angela.
— No, no. Preferirei scriverli in stazione... Sono in francese e se non sono presente io chi sa che brioches!... Non c'è una bicicletta?
— Anch'io ho da telegrafare — dichiarò Girolamo. — Una gran seccatura questa mancanza d'un ufficio telegrafico!
— Dio buono! Non avrete mica l'apparecchio in casa nemmeno a Roma e a Parigi — esclamò l'Angela un po' annoiata nonostante la sua indole conciliativa.
A Girolamo venne un'idea luminosa.
— Se Max e Fritz ci prestassero il loro tandem si potrebbe andar insieme, Luciano ed io, sino a San Vito... Ve ne servite ora, ragazzi?
No, pel momento i ragazzi non se ne servivano, onde, consultata la genitrice, essi accondiscesero al desiderio degli zii e li precedettero nella rimessa ov'era depositata la preziosa macchina lucida, levigata, civettuola come i suoi proprietari.
— Non ve lo sciupiamo, no — disse Luciano rispondendo alla muta raccomandazione dei due giovinetti.
Quando il tandem passò davanti al cancello, quelli ch'erano nella villa sventolarono i fazzoletti ai due biciclisti.
— Occhio ai fossi! — gridò Cesare. — E non discutete di politica.
— Non c'è nulla di più antiartistico della bicicletta — osservò Frassini. — È un prodotto degno di questo secolo di bottegai.
— Lo volete fare il giro del giardino? — propose l'Angela.
— Le tour du propriétaire — borbottò la Letizia pure assentendo alla proposta della sorella.
— Credo che l'Adele lo conosca appena — riprese l'Angela.
— È vero; fui quì tre o quattro volte, e il giardino non credo d'averlo mai girato tutto.
— È abbastanza grande.
— Grande! Grande! — ribattè la Letizia col suo tuono sprezzante. — Il ricinto non è piccolo, ma non c'è orizzonte... da noi a Posilipo c'è il mare, ci son le isole, c'è il Vesuvio...
La Marialì alzò le spalle.
— Se fai entrare nel tuo giardino anche il Vesuvio!
In fin dei conti a lei non importava nulla nè di Posilipo, nè di Villarosa, nè di luogo alcuno al mondo se non in quanto vi fosse l'opportunità di civettare. E il carattere affatto domestico della presente cerimonia le toglieva la speranza di far valere i suoi vezzi.
— La gioventù con la gioventù — disse l'Angela a Max e a Fritz. — Perchè non raggiungete l'Antonietta e Tullio che sono avanti già d'un buon tratto?
Cesare si mise a ridere. — Quelli non si confondono.
Ma gli Alvarez chiesero licenza alla madre di salire un momento in camera per riordinare le loro cartoline. Sarebbero discesi poi.
— Come vi piace — rispose la Letizia. — Non stenterete a trovarci... Non ci si perde a Villarosa, non c'è pericolo.
Indi ella vantò i suoi figliuoli. Ubbidienti, rispettosi, amorevoli, non movevano un passo senza consultarla, quantunque l'uno avesse diciott'anni, l'altro diciasette.
IX.
Tullio che aveva più pratica guidava l'Antonietta pei meandri del giardino.
— È bello, sai, il giardino... Quando il padre del nonno comprò Villarosa, una sessantina d'anni fa, intorno alla casa non c'erano che praterie. Venne quì un bravo ingegnere da Milano, piantò alberi, tracciò viali e sentieri, scavò un lago, alzò dei monticelli di terreno, trasformò insomma tutto quanto da cima a fondo... Poi si doveva rifabbricar la casa, ma la spesa era troppo forte e si rimandò l'opera ad altri tempi... Intanto il padre del nonno morì... Perchè ridi?
— Rido a sentirti parlare di fatti avvenuti sessant'anni addietro, come se tu fossi stato presente...
— Io dico quello che ho inteso dalla zia Angela...
— Ma non c'era neppur lei allora...
— No certo; ma ha raccolto i discorsi del nonno e dello zio Luigi ch'erano in grado di ricordarsi di tutto.
— Sessant'anni! — ripetè l'Antonietta compresa dell'importanza di questa cifra. — Pare impossibile che vi sia della gente la quale abbia più di sessant'anni. Fra noi due...
— Fra noi due di poco si passa i quaranta.
— Che disgrazia diventar vecchi! — sospirò l'Antonietta. — Perdere i denti, perdere i capelli, metter le grinze... Brr... Mi fanno peccato i poveri vecchi.
Poi saltando di palo in frasca soggiunse in tuono misterioso: — Ora sembra che il pericolo sia passato, ma io avevo una gran paura che i nostri cugini volessero venir con noi.
— Max e Fritz! — esclamò Tullio con una risata.
— Sì. Non li trovi noiosi?
— Altro che noiosi!... Intollerabili sono... Già per me son belli e giudicati... Son due cretini.
— O Tullio, come corri!... Tal quale come lo zio Cesare ch'è un po' cattivo con quei due nipoti.
— Mi piace lo zio... Non ha peli sulla lingua... E che ragione ha! Basta guardarli quei nostri cugini. Con quelle loro faccie scialbe, con quei capelli impomatati, e quegli anelli al dito, e quei solini e quelle cravatte!... Dove metti i profumi che portano addosso e con cui appestano l'aria?... In fine hanno la manìa delle collezioni...
— È un modo d'occuparsi.
— Sì, il modo degli oziosi e degli stupidi.
— Quello ch'è certo è che sono molto affezionati tra loro.
— Al punto di non poter distaccarsi mai... nemmeno quando vanno in bicicletta... Non è una seria e schietta affezione di fratelli, codesta; è una smorfia, un'ostentazione, un'infermità...
— Via, tu esageri.
— Io, cara mia, detesto tutto quello ch'è manierato ed artificioso. A me piacciono le persone naturali, spontanee, come una certa signorina che ho in questo momento al mio fianco.
L'Antonietta divenne rossa.
— Chè? Non adulo mai, io... È piuttosto la signorina che, per eccesso di modestia, non vuol riconoscere i propri meriti.
Dietro gli alberi si sentirono dei passi e delle voci.
— Antonietta! Tullio!
— Siamo quì, siamo quì — risposero i ragazzi.
— Perchè non venite con noi?
Tullio spiegò: — Faccio vedere all'Antonietta il cedro del Libano piantato dal nonno... Se voi andate dalla parte della capanna svizzera c'incontreremo sulla terrazza che guarda il lago.
— Signor Tullio, se vuol fare una partita di boccie?
— Più tardi.
Quello che aveva parlato ultimo era il dottore Vignoni, che, lasciati il commendatore Ercole e la signora Laura, s'era unito all'Angela, alla Letizia, all'Adele, alla Marialì, a Cesare Torralba e a Giulio Frassini.
La Marialì, come soleva, se l'era accaparrato per sè, e a fianco di lui procedeva di alcuni passi gli altri. Non bello, non elegante e d'un aspetto che mostrava più de' suoi quarantacinqu'anni, il dottore non poteva aver nulla di seducente per una donnina mondana qual'era la Marialì; ma ella non si lasciava scappare nessuna occasione di esercitare il suo fascino sugli uomini d'ogni specie e d'ogni ordine sociale. Si divertiva a vederli a poco a poco turbarsi, e, a un suo sguardo, a un suo sorriso, impallidire o accendersi in volto, si divertiva a sorprendere nei loro occhi, nella loro voce il fremito dell'ammirazione e del desiderio.
Ora ella dava appena retta all'Angela che le gridava dietro:
— Ti rammenti, Marialì, le nostre corse per questo viale?... Ti rammenti che quì si faceva la ginnastica?... C'erano gli anelli, le parallele, l'altalena, il trapezio...
— E perchè non ci son più? — disse distrattamente la Marialì seguitando a camminare e a discorrere col Vignoni.
— O chi fa la ginnastica ormai a Villarosa? — ribattè l'Angela. — Se non la faccio io!
La Marialì non replicò nulla. Ella pensava ai molti che quand'ella era ragazza le avevano fatto la corte lì in quel giardino negli autunni di Villarosa; compagni d'Università de' suoi fratelli, vice-segretari di Prefettura, tenentini imberbi usciti appena dall'Accademia militare. Già non si varcava il cancello di Villarosa senza innamorarsi di Marialì... Di parecchi l'era sfuggito il nome, d'alcuni non sapeva più nè dove fossero nè che cosa facessero: quasi tutti si confondevano nella schiera infinita de' suoi ammiratori, prima e dopo del matrimonio, di quattro o cinque soltanto l'eran note le successive vicende. Uno era salito in alto; era professore, era celebre; uno era a capo d'una grande industria; un terzo, uno dei tenentini, era morto capitano ad Abba Carima, morto da eroe... dicevano... Due, che avevano addirittura chiesto la sua mano e ch'ell'aveva respinti, per consolarsi, s'erano sposati di lì a poco ed eran rimasti vedovi... Poi c'era stato Frassini... Quello lo aveva voluto lei... Perchè lo aveva voluto? Bisogna ben confessarlo; l'aveva voluto perch'egli s'era permesso di fare il sentimentale con l'Angela... Ah, come presto la Marialì era riuscita a tirarlo a sè!... Come se l'era visto cadere ai piedi proprio nel viale che percorrevano adesso, e prenderle le mani e baciargliele, e supplicarla di perdonargli se dov'era lei egli aveva potuto aver occhi per un'altra!... Che parlantina aveva Frassini in quel giorno!... Lei, lei sola egli amava, e certo l'aveva amata anche quando credeva di amar sua sorella; lei, lei sola poteva esser la compagna della sua vita, l'inspiratrice del suo genio. Le offriva la sua mano, il suo cuore, tutto sè stesso; sarebbero stati felici; ell'avrebbe avuto un'unica rivale, l'arte. E l'arte, grazie al cielo, a lui era lecito trattarla da gran signore, senza piegarsi ai gusti della folla, cercando solo d'incarnare il proprio ideale, perchè egli era agiato, perchè aveva una zia straricca di cui era l'unico erede... Insomma, meno d'un anno dopo, ell'era la signora Frassini... Era stata una cattiva azione verso sua sorella Angela?... Ma no, ma no... L'Angela sarebbe stata infelicissima con Giulio Frassini, non si sarebbe distratta, avrebbe preso sul serio tutte le ubbie di quel nevrostenico, di quel mattoide... Via, ell'aveva reso un servizio all'Angela rubandole l'innamorato... A ognuno il suo compito... La Marialì era nata per far girar la testa ai giovani, l'Angela per badare ai vecchi, per vegliar sulla casa. E mentre a lei, alla Marialì, era necessario di avere un marito, e Frassini era meglio di nessuno, l'Angela doveva stimarsi assai più contenta di esser rimasta zitella.
Non è a credersi che mentre la Marialì faceva queste savie considerazioni che tranquillavano pienamente la sua coscienza, ella cessasse di alimentare la conversazione col dottore.
E con la sua vocina dolce e armoniosa lo interrogava sulla sua vita, sulla sua famiglia, e gli diceva queste cose sbalorditive:
— Sa che qualche volta ho sognato un idillio? Esser moglie d'un medico condotto anzichè d'un artista; chiudere il mio orizzonte entro le pareti d'una modesta abitazione di campagna anzichè andar sempre in giro pel mondo; occuparmi dell'orto, delle galline, dei fiori, preparare un buon pranzetto a quel povero diavolo che affatica da mattina a sera, accompagnarlo ogni tanto nelle sue visite agli ammalati...
Il medico la guardava incredulo.
— Parlo sul serio — ella riprese, mentre con la punta del piedino irreprensibilmente calzato cacciava davanti a sè le pine secche che ingombravano il viale.
Dietro di lei la Letizia, sempre pronta alla critica, diceva alla sorella Angela: — Non è mica tenuto bene il giardino... Questi viali dovrebbero spazzarli due o tre volte al giorno.
— Occorrerebbe un personale più numeroso — obbiettò l'Angela. — E il babbo non intende aumentare la spesa... Per quello che lo gode lui il giardino... Nessuno lo gode... Anch'io sto delle settimane senza venirci..... Non posso..... non ho tempo... E in ogni caso, di questa stagione, con gli alberi che si spogliano bisogna rassegnarsi a trovar le foglie secche per terra.
La Letizia tentennava la testa.
— Sarà... Tuttavia si vede troppo che il giardino è lasciato andare... Quì per esempio par d'essere in un bosco.
— Che rimedio c'è?... Vorresti abbatter le piante?
— No, ma diradarle quà e là... È quello che abbiamo fatto noi a Posilipo sotto la direzione d'un ingegnere olandese.
Giulio Frassini protestò.
— A Posilipo non avete di queste piante d'alto fusto vecchie di oltre a mezzo secolo... Già non c'è di peggio dei giardini agguagliati, pettinati, lisciati come se uscissero dalle mani di un parrucchiere. Fidatevi della natura. Essa è sempre pittoresca.
A sentirlo parlare con insolita animazione, e sostenere idee che s'accordavano con le sue, l'Angela si tinse d'un fuggitivo rossore. Le parve che si risvegliasse intorno a lei un'eco d'altri tempi, le parve che per un istante Frassini tornasse l'uomo di vent'anni addietro, l'uomo a cui ella non aveva saputo serbar rancore nemmeno dopo esserne stata indegnamente trattata.
Invero, già da un pezzo, ella non lo amava più. Quello che chiamano amore s'era spento a grado a grado in lei dopo il primo disinganno ch'ell'aveva accolto senza scatti, senza disperazioni rumorose, ma che appunto per questo aveva agito come un lento corrosivo sulla sua anima. Ciò ch'ella provava per Giulio Frassini era una compassione triste; compassione pel suo aspetto precocemente invecchiato, per le sue grinze, pei suoi capelli radi e grigi, per la sua andatura stanca, compassione per la sua misera vita conjugale, pel suo ingegno sciupato, per la vanità della sua opera artistica. Forse anche in giovinezza il suo ingegno non era che un fuoco fatuo; ma chi sa, con un'altra moglie?...
— E perchè non vai con Cesare a visitare le foreste vergini dell'America? — domandò ironicamente la Marialì a suo marito, fermandosi di botto, e agitando con la punta dell'ombrellino un mucchio di foglie secche.
Cesare sorrise.
— Dove abito io non ci son che foreste di case... Più in là, più in là...
Giulio Frassini si avvicinò a sua moglie.
— Vuoi che andiamo insieme in America?
— A trovar Cesare?
— A Nuova York?... No, no, di là non si farebbe che passare... Quei miliardari mi sono odiosi.
— Fra le pelli rosse allora?
— Meglio le pelli rosse dei yankees.
— Merci bien, mon cher... Io resterò con Cesare fin che tu andrai in cerca dei selvaggi e delle foreste.
— Di quà — disse l'Angela. — Dobbiamo incontrarci con Tullio e l'Antonietta sulla terrazza.
E ponendosi in capofila prese una viottola ombrosa che con leggero declivio scendeva verso il lago.
— Oh, ecco il famoso ponte — esclamò la Marialì.
Era un ponticello di legno che traversava un ruscello minuscolo derivato dal lago. La Marialì si ricordava che su quel ponte, in illo tempore, uno de' suoi primi vagheggini le aveva rubato un bacio.
— Ed ecco la piccola darsena... E il nostro canotto dov'è?
— È tirato in secco... Non lo vedi?
— È sempre quello? È sempre il nostro? Il Calatafimi?
— Sì.. Ma nessuno l'adopera.
Erano tutti sul ponte. Le assi scricchiolavano.
— Oh, oh non è mica solido il vostro ponte. E si affrettò a mettere il piede in terra ferma.
— Per sicuro è sicuro — dichiarò l'Angela. — Ho fatto cambiar qualche asse anche quest'anno.
— Rifarlo di pianta bisogna — ribattè la Letizia. — Lo so per pratica quello ch'esige la manutenzione d'un giardino.
— Ma non c'è ombra di pericolo — disse il dottore che s'era indugiato a esaminare tanto il piano quanto i due parapetti del ponte in questione.
X.
Lasciato a sinistra un simulacro di capanna svizzera, camminavano lungo un sentiero ghiajoso che costeggiava il lago.
L'Angela ch'era rimasta indietro con Cesare passò il braccio sotto quello del fratello e abbassando la voce gli chiese: — Dunque? Come li hai trovati?
— Chi?
— Oh bella! Il babbo e la mamma.
Cesare scosse il capo tristamente.
— Vecchi li ho trovati, assai vecchi.
— Pur troppo — sospirò l'Angela. — E ancora il babbo, se non fosse così indebolito nella vista, non ci sarebbe male.. Ha la sua mente libera, la sua energia... Anzi Vignoni dice ch'è un miracolo...
— Brontolerà...
— Brontola, sì... Poveretto! Bisogna perdonargli... Non sono stati giusti con lui... E quegli occhi, quegli occhi! A ogni modo, egli ha i visceri sani... Spero che camperà un pezzo... Mi dà più pensiero la mamma ch'è ridotta un'ombra.
— Era sempre debole e malaticcia.
— È vero... Ma in questi ultimi tempi ha dato un crollo!... Pare decrepita... E ha cinqu'anni meno del babbo... Tutto l'affatica, non s'interessa di nulla...
L'Angela si sforzava invano di trattenere le lacrime.
Cesare la guardò con simpatia.
— Che vita di sacrificio ti tocca fare!
— No, no... Io vorrei che durasse sempre così... Il mio cruccio è...
Ma s'interruppe per rispondere alla Letizia che le domandava ove fossero andate a finire le rose da cui la villa aveva preso il nome.
— Ce ne sono in quantità — rispose l'Angela — davanti alla casa. Non le hai viste?
— Una volta ce n'erano da per tutto... anche quì sul lago...
— Quelle son morte tutte in un inverno rigido.
— Noi a Posilipo... — principiò la Letizia. E si diffuse a descrivere le sue piantagioni di rose che fiorivano in ogni stagione.
Dall'altra parte del giardino Tullio e l'Antonietta, col fervore della loro età, discorrevano dei più svariati argomenti.
E innanzi tutto l'Antonietta aveva manifestato al cugino la sua ammirazione per l'italianità che egli aveva saputo conservare vivendo parte dell'anno a Parigi.
— Sì, sì — aveva risposto Tullio con vivacità; — io sono italiano e voglio restare italiano... Tengo della povera mamma che aveva la nostalgia dell'Italia... Ero bambino quando ci siamo trapiantati in Francia, ma ricordo le lacrime della mamma il giorno della partenza... E mai, mai s'è potuta avvezzare... Mai ha voluto rinunziare alla sua lingua...
— Il tuo babbo, quello si è infranciosato.
— Fino a un certo punto, specie dopo il suo secondo matrimonio... Però ha conservato la nazionalità italiana... E appena ha visto ch'io non sarei andato d'accordo con la matrigna...
— Che donna è?
— Non è cattiva, ma è sempre matrigna... Insomma il babbo con me è stato d'una grande condiscendenza, e prima ancora ch'io dovessi venire in Italia a fare il volontariato m'ha permesso di finire i miei studi a Pisa, e ormai si rassegna a lasciarmi di quà dalle Alpi.
— Quando facevi il volontariato a Livorno — disse l'Antonietta — io ero in collegio a Firenze... Credo d'averti visto tre o quattro volte.
— Vestivi da collegiale.
— Che orrore!
— No... Eri tanto bellina anche così.
— Zitto!
— Ma ora sei infinitamente più bella.
— Basta!...
— Sei come doveva essere la tua mamma alla tua età.
— Oh, la mamma è molto più bella anche adesso.
— Tu hai un'espressione più dolce...
— Che tesoro di cuginetta!
— Finiscila, o scappo.
— Provati.
— Chiamerò in ajuto Max e Fritz.
E accompagnò la minaccia con una sonora risata a cui Tullio fece eco di cuore.
Ma ricompostasi a gravità ella mutò argomento.
— E vai a studiare ancora?
— Sempre si deve studiare a questo mondo.
— Che pedante!... E vai a studiare a Venezia?
— Sì, a quegli Archivi.
L'Antonietta arricciò il naso.
— Già io non capisco niente... Che cosa sono gli Archivi?... Una volta si andò a Bologna... sai, il babbo è bolognese e sino ad alcuni anni addietro aveva in quella città una vecchia zia che abitava in un palazzo antico... Ebbene, l'anno prima ch'io entrassi in collegio, si andò a Bologna con la mamma e col babbo... Una mattina, in casa appunto della zia morta da pochi mesi, sciorinarono davanti al babbo, ch'era l'erede, un fascio di carte gialle, polverose, intorno a cui volavano le tignuole... Un signore calvo, in occhiali, non so se avvocato o notajo, disse al babbo: — Queste sono carte dell'Archivio. — Il babbo, spaventato, le respinse con la mano e disse a quel signore: — Guardi lei, faccia lei. — ...Io da quel giorno ho pensato che l'Archivio sia un luogo ove si conservano delle carte sudice e puzzolente...
— Fino a un certo punto non hai torto.
— E tu vai a studiare in un Archivio?... A sternutir tutto il giorno in mezzo alle cartacce.... A me, per farmi sternutire, è bastato che sciogliessero un pacco...
— Ah cara cuginetta mia, — replicò Tullio — gli è che in quelle cartacce c'è anche qualche altra cosa... Senti, non ti son mai venute delle curiosità retrospettive?
— Spiegati.
— Per esempio, quando visiti un monumento non t'è mai venuto il desiderio di conoscerne le origini, le vicende?
— Sì, anche a noi, in Collegio, insegnavano le origini di Santa Maria del Fiore, di Palazzo Vecchio...
— Ebbene, chi ve le insegnava come le sapeva queste cose?
— A me lo domandi?... Le sapeva, credo almeno... Sta a vedere che ci ha insegnato delle corbellerie.
— Speriamo di no... Chi le insegnava si sarà appoggiato ai documenti... Senza documenti non c'è storia.
— Che parole difficili!... Documenti, curiosità retrospettive...
— Mi canzoni, birichina?
— Tutt'altro... Ma che rapporto c'è?...
— Ce n'è moltissimo... Anche le scritture che si conservano negli Archivi sono documenti del passato, ci permettono cioè di assicurarci se certe cose sono avvenute e come sono avvenute.
— E a Venezia?
— Figurati centinaja e centinaja di stanze piene di buste d'alto in basso, e in quelle buste chiuse le memorie di molti secoli, le memorie di ciò che generazioni e generazioni d'uomini hanno operato, pensato, sofferto; leggi, relazioni, sentenze, condanne, note di spese e note di entrate, fogli aridi come le cifre che portano scritte e fogli palpitanti come le glorie e i dolori che narrano;... eccoti gli Archivi di Venezia, d'una città che fu per tanto tempo regina dei mari...
L'Antonietta pendeva estatica dalle labbra dell'eloquente cugino.
— Ora credo d'intendere anch'io... Se gli Archivi son così, è naturale che uno vi si deva interessare... Ma c'è da spenderci dentro la vita....
— La vita?... Supposto che un uomo per cinquant'anni di fila perdesse l'intera giornata sulle carte di quella colossale raccolta, egli, dopo mezzo secolo, sarebbe appena al principio.
— Misericordia! — esclamò la ragazza inorridita. — Quand'è così, è inutile sobbarcarsi all'impresa.
— Ma nessuno si sogna di compulsar tutto un Archivio... Si studia un breve periodo; un singolo avvenimento, un solo incidente talvolta...
— Come pagherei di vederli questi famosi Archivi! — disse l'Antonietta.
— Vieni a Venezia... Ti accompagnerò io — riprese Tullio con calore.
— Eh no — ella soggiunse. — Il babbo non vuol più saperne di Venezia dopo che gli hanno rifiutato un quadro all'Esposizione del 1895... Peccato... Io sono entusiasta di Venezia.
— Ci sei stata dunque?
— Parecchi anni fa... Ero piccolina... Ma rammento perfettamente la Chiesa di San Marco, la Piazza, il Palazzo Ducale, la Riva degli Schiavoni, e una gita in gondola... Era un dopopranzo d'estate... con un cielo limpido, con un'acqua chiara, tranquilla che pareva uno specchio... E, in fatti, vi si riflettevano come in uno specchio le case e i palazzi... Che magnificenza!
— Ah se tu venissi a Venezia quando ci son io, vorrei condurti a spasso per tutti i canali della città.
— Magari! — disse l'Antonietta saltando per l'allegrezza. — Oh... che c'è?
E fece per alzar la mano, ma Tullio la prevenne, e delicatamente tolse dai capelli della cugina una foglia di platano ingiallita agli orli che vi si era posata.
— «Da' bei rami scendea» — egli principiò.
— Sicuro.
— Tuo?
— No, d'uno che valeva meglio di me, Messer Francesco Petrarca.
E riprese a declamare:
Da' bei rami scendea,
Dolce nella memoria.
Una pioggia di fior sovra il suo grembo...
— Quella non era che una foglia — interruppe l'Antonietta.
— Fa lo stesso.
Tullio continuò:
Ed ella si sedea
Umile in tanta gloria...
— Chi, ella?
— Laura, l'amante di Petrarca.
— Sua moglie?
— No, veramente. Era moglie d'un altro.
— Che vergogna.... Però — soggiunse l'Antonietta con un sorriso malizioso — dev'essere un gran piacere il sentirsi recitar dei versi fatti in proprio onore.
— Vuoi che ne faccia io per te?
— Tu?... Sei poeta?
— Si diventa per l'occasione.
Camminarono un tratto in silenzio. E in silenzio passarono accanto al cedro del Libano piantato dal nonno, il famoso cedro che Tullio s'era proposto di mostrare alla cugina e di cui non si ricordavano più nè l'uno nè l'altra. Di là dagli alberi che andavano via via spogliandosi si vedeva lo scintillìo del lago.
L'Antonietta battè palma a palma.
— Ecco l'acqua.
E affrettò il passo. Ma poichè Tullio non la seguiva si fermò sui due piedi. E guardandolo chiese:
— O che hai? Che vai borbottando?
— Senti! — egli disse con aria inspirata.
Vorrei fossimo insieme in mezzo al mare...
— Versi? — domandò di nuovo l'Antonietta in tono dubitativo.
— Sì — rispose Tullio. — Ma non farmi perdere il filo.
E ripetè:
«Vorrei fossimo soli in mezzo al mare...
— Bellissimo! — mormorò l'Antonietta in un soffio mentre pendeva dalle labbra del vate, non ben sicuro che l'estro gli durasse sino alla fine.
«Sopra uno schifo
ripigliò Tullio. Ma non parve contento dello schifo, e corresse:
«Sopra un naviglio dalla bianca prora...
A questo punto l'Antonietta andò in brodo di giuggiole e non seppe darne migliore dimostrazione che quella di ripetere anch'ella i due versi:
«Vorrei fossimo insieme in mezzo al mare,
Sopra un naviglio dalla bianca prora...
— E poi?
Tullio s'impazientì.
— E poi? Credi che fare un sonetto sia come sorbire un ovo?
— Avrebbe l'intenzione di essere un sonetto — confermò il cugino. — Ma è un'impresa seria... Occorrono quattordici versi e finora non ne ho improvvisati che due.
— Se potessi ajutarti? — insinuò timidamente l'Antonietta.
Tullio sorrise.
— Oh sì, brava, un sonetto in collaborazione.
E andava masticando:
«Sotto un limpido ciel... sotto un limpido ciel.
— Se ti fa male, smetti — disse la giovinetta pietosa.
«Sotto un limpido ciel, soli nell'ora
Che fra rosei vapor la luna appare,
declamò Tullio trionfante.
— Oh Tullio! — proruppe l'Antonietta non trovando parole per esprimere il suo entusiasmo.
Senonchè Tullio era ripiombato nello scoraggiamento. Certo quella era una quartina, ma ne occorreva una seconda. E dopo la quartina occorrevano due terzine.
Il poeta estemporaneo s'era fermato e l'Antonietta ne aveva imitato l'esempio, e ora guardava lui, ora guardava uno stuolo di formiche che attraversavano obliquamente il sentiero.
Visto però che l'inspirazione tardava a venire, Tullio riprese a moversi a passi lenti.
Egli borbottava:
«Vorrei fossimo soli in mezzo al mare,
Sopra un naviglio dalla bianca prora;
Sotto un limpido ciel, soli nell'ora
Che tra rosei vapor la luna appare.»
E da capo:
«Vorrei... vorrei...
Per fortuna, a questo punto, Tullio Torralba fu invasato dal Nume. E afferrando la mano dell'Antonietta che lo seguiva come un cagnolino declamò quasi tutto d'un fiato:
«A un'isoletta ti vorrei portare
Ove fiorisse primavera ognora,
E vorrei dirti: Sei la mia signora,
Ti starò notte e giorno ad adorare.»
— No, no, è troppo — esclamò l'Antonietta commossa fino alle lacrime. E ne' suoi occhi c'era tanta ammirazione quanta non n'ebbe mai quella civetta a freddo di Madonna Laura pel suo Petrarca nè quel pezzo in ghiaccio teologico di Beatrice per Dante Allighieri.
— Vedi — spiegò Tullio — qualche volta per trovar l'estro bisogna rifarsi da capo, come chi prende la rincorsa per un salto. Ora mancano le due terzine.
— Ma ora devi riposarti — supplicò l'Antonietta con affettuosa sollecitudine. — Già potrebbe bastare così.
— Brava! Un sonetto senza terzine... Tal quale una carrozza a cui manchino le due ruote davanti.
Senz'accorgersene erano arrivati in vista della terrazza ove gli altri della brigata li avevano preceduti da qualche minuto.
XI.
— Sia lodato il cielo — gridò Cesare accennando ai due nipoti di affrettarsi. — C'era la zia Angela inquieta.
In fatti l'Angela voleva che suo fratello andasse alla ricerca dei due cugini. La Marialì l'aveva trattenuta con un gesto dicendo: — Che vuoi che succeda?
— Eccoci, eccoci.
— L'avete ammirato a vostro agio il cedro del Libano? Com'è bello, non è vero?
Il cedro del Libano! Ora soltanto si risovvennero della pianta che aveva servito loro di pretesto per appartarsi dalla compagnia.
Colta in fallo, l'Antonietta arrossì. Tullio biascicò qualche parola che si perdette nella lontananza.
Alla terrazza si accedeva in due modi; o per un sentiero che saliva dolcemente a zig zag, o per una scaletta a chiocciola scavata nel muro.
Tullio e l'Antonietta scelsero quest'ultima via, e giunsero ansanti.
— Come siete scaldati!... Come sei rossa, Antonietta! — disse l'Angela.
— E pur non siete mica venuti correndo — soggiunse la Marialì.
— È stata la scala... Ci son certi scalini — notò il futuro compulsatore di documenti.
— Ma sì — ripigliò l'Angela. — Non la si fa mai quella scala.
Il dottor Vignoni si strinse nelle spalle.
— Via, che un po' di ginnastica è sempre utile. Questo scambio d'osservazioni fu interrotto da un movimento subitaneo della Letizia che con un'agilità insolita in lei si affacciava alla ringhiera della terrazza.
— Oh, oh!
— Che c'è?
C'era questo. Al punto estremo del lago sbucava lenta fuor da una macchia di salici una barchetta vogata da due rematori in un elegantissimo vestito completo di lana a quadri bianchi e neri. Erano Max e Fritz.
Un lampo d'orgoglio brillò negli occhi della Letizia. Quali sportsmen erano i suoi figliuoli!
Ma l'orgoglio cedette il posto all'ansietà quand'ella udì sua sorella Angela gridare: — No, ragazzi! Che ghiribizzo v'è saltato di entrar nel canotto? Non lo si adopera più da anni... Farà acqua certamente... L'avevo fatto tirare in terra apposta.
Pare che i due fratelli si fossero già accorti di qualche avarìa, perchè dopo essersi avanzati fino in mezzo al laghetto si affannavano a tornare alla riva.
Però la cosa non era facile. Una grossa falla si era aperta nel fondo, e il canotto andava via via sommergendosi.
La Letizia metteva degli strilli da pavone.
— Max! Fritz!... Ajuto!... Presto!
L'appello disperato era rivolto agli uomini che pur essendosi mossi dalla terrazza non accorrevano con sufficiente rapidità in soccorso dei naufraghi.
— Eh — gridò Cesare Torralba dal basso, — non siamo mica in mezzo all'Oceano... Sapranno nuotare, spero?
La Letizia accennò col capo di sì.
— O che c'è dunque da spaventarsi? Se la caveranno con un bagno freddo.
Intanto il canotto s'era adagiato con molta calma sul fondo del lago. I giovinetti che avevano l'acqua fino alla cintola non trovavano il verso d'uscirne.
Tullio si tolse le scarpe e le calze, rimboccò i calzoni fin sopra il ginocchio, e slanciatosi coraggiosamente nel terribile pelago si accinse all'opera di salvataggio.
Indi toccò all'Antonietta ad essere in angustie.
— Bada, Tullio, bada!
La Letizia se la prendeva con l'Angela.
— Dovevi farlo distruggere o farlo racconciare, quel canotto.
— Hai ragione — rispose la mitissima donna. — Ma se tu sapessi quanti grattacapi ho avuto negli ultimi tempi!
La Marialì e l'Adele ridevano.
— Siete pur le gran confusionarie. Non vedete che in questo lago durerebbe fatica ad affogare un bambino? Non vedete che camminano comodamente?
Camminavano infatti; Tullio davanti diguazzando nell'acqua come un'anitra; gli Alvarez dietro di lui, con maggior sussiego e dignità, lagnandosi perch'egli li spruzzava e riparandosi il viso con le mani.
Il primo a guadagnar la riva fu Tullio che in un attimo si rimise le calze e le scarpe, e benchè tutto grondante si accostò agli zii e al dottor Vignoni commentando allegramente la goffa avventura.
Ma gli Alvarez, accolti dalla madre ch'era scesa trafelata a incontrarli, si affrettavano con lei verso casa.
— Ci sarà, spero, della stipa da accendere il fuoco nel caminetto — diceva la Letizia.
— Ce n'è fin che vuoi — rispose l'Angela che, mortificata dell'accaduto, seguiva la sorella a pochi passi di distanza. E soggiunse rivolgendosi a Tullio:
— Ce n'è anche in camera tua... Va, va subito a mutarti... Rischi di prendere un reuma.
— Andrò or ora. Non sono mica une poule mouillée, io — replicò il salvatore.
Ultime sopraggiunsero la Marialì e l'Antonietta, la quale si avvicinò al cugino e gli susurrò carezzevole: — Sono io che ti prego di non rimanere coi vestiti fradici addosso... Fa questo piacere a me.
— Lo desideri proprio? — diss'egli con un garbato cenno del capo.
— Proprio.
— Quand'è così, bisognerà ubbidire.
E s'avviò.
— O che ci stiamo quì a fare noi altri? — saltò su la Marialì. — Accompagniamo il nostro eroe.
E avvolgendolo del suo sguardo fascinatore gli si pose al fianco e, bagnato com'era, gli prese il braccio.
— Tu sei un uomo, almeno.
Tullio arrossì fino alla radice dei capelli.
L'Antonietta non era più contenta come prima.
XII.
Quella sera stessa, dopo cena, davanti alla tavola che la Lisa sparecchiava lentamente, Luciano, Girolamo e Cesare Torralba sedevano fumando un sigaro e sorseggiando il cognac. Giulio Frassini, inquieto, ora passeggiava per la stanza sbirciando la Lisa, ora usciva in giardino a godersi il fresco Il resto della comitiva era passato nel salotto attiguo di dove venivano degli accordi di pianoforte.
I tre fratelli Torralba tacevano o scambiavano qualche frase insignificante. Finchè s'era trattato di evocar insieme le rimembranze comuni, la loro conversazione era stata calda e animata; esaurito questo tema, essi avevano scoperto che il tempo, la lontananza, le diverse abitudini avevano in modo straordinario allentati i vincoli della parentela, cresciute le differenze originali che c'eran fra loro. Erano come i congegni d'una macchina smontata da un pezzo e che non si riesce più a combinare. E ora Luciano pensava alla sua Banca e a un sindacato per la emissione di certi titoli e Girolamo si doleva seco medesimo della coincidenza tra le nozze d'oro de' suoi genitori e la Mostra bovina del suo collegio elettorale, onde a lui era stato impossibile d'intervenire all'inaugurazione di quella Mostra e di pronunziarvi il discorso d'apertura; Cesare in fine, il poeta della famiglia, concretava nella sua mente il disegno di una grande istituzione da lui immaginata a favore degli emigranti italiani agli Stati Uniti. Così era in tutti e tre i fratelli, dissimulata forse, forse avvertita con un senso intimo d'amarezza, la segreta impazienza di andarsene da Villarosa, di rientrare ciascuno nella sua sfera d'attività, in un ambiente favorevole alle proprie idee, ai propri interessi, alle proprie ambizioni.
Luciano fu il primo ad alzarsi in piedi e ad accostarsi all'uscio del salotto.
— Chi è che suona? — chiese Girolamo reprimendo uno sbadiglio.
— L'Antonietta — rispose Luciano.
— È carina nostra nipote — disse Cesare. — Quando poi la paragono a quelle due marionette dei figliuoli di nostra sorella Letizia.
Quì non c'erano dissidi possibili. Max e Fritz parevano a tutti due caricature ridicole.
Girolamo gettò via il sigaro.
— E che muso avevano stasera! Sarà pel bagno involontario d'oggi che sciupò loro un vestito e li costrinse a indossare lo smoking.
— Li costrinse? — esclamò Cesare. — Nemmen per sogno. Hanno portato con sè un intero guardaroba... Ma la sera vestono sempre di nero, all'uso inglese.
— Ebbene — propose Girolamo, — vogliamo assistere al concerto?
— Faute de mieux — sospirò Luciano. — A Parigi ove della musica se ne può sentire oltre il bisogno, io mi guardo bene dall'accompagnare mia moglie, che, lei, si dà delle arie di artista.
— In quanto a me — confessò Cesare — di musica non capisco niente. Non posso sentire una sonata senza correre involontariamente col pensiero a quella scena del Bourgeois gentilhomme di Molière, ove il professore di filosofia combina, non so in quanti modi diversi, per istruzione di M.r Jourdain, la frase Belle marquise, vos beaux yeux me font mourir d'amour. Così, quando un maestro ha trovato un'idea musicale, ve la ripete all'infinito condita in tutte le salse: Belle marquise, vos beaux yeux me font mourir d'amour... D'amour mourir me font, belle marquise, vos beaux yeux... Vos yeux beaux d'amour me font, belle marquise, mourir... E via di questo passo per una mezz'ora.
Luciano e Girolamo sorrisero per compiacenza. Era strano; questo loro fratello che non aveva terminato i suoi studi, che dal Liceo, ove scaldava le panche, era passato all'Istituto tecnico, e nemmeno all'Istituto tecnico era riuscito a conseguire la sua licenza, pareva conoscere a menadito una quantità di autori ch'essi, usciti entrambi dall'Università con la loro brava laurea, conoscevano appena di nome... Bah! Fors'era appunto per questo ch'egli non aveva fatto fortuna. Non è l'erudizione letteraria quella che spinge avanti nel mondo.
Venne dal salotto un rumore d'applausi.
— Entriamo! — disse Girolamo. — Il concerto è finito.
— Entriamo pure — soggiunse Cesare. — Ma per vostra regola i concerti non finiscono mai.
In fatti, prima che i tre fratelli avessero richiuso l'uscio dietro di sè, l'Antonietta aveva attaccato un altro pezzo.
— Tss! — fece la signora Laura portandosi il dito alla bocca con una vivacità inconsueta. E dalla fisonomia di lei come da quella dell'Angela che le sedeva vicino traspariva un godimento intimo e schietto.
Non tutto però l'uditorio si trovava nelle stesse disposizioni d'animo. Se il dottor Vignoni era in estasi e ritto accanto al pianoforte voltava le pagine alla suonatrice, se la signora Cesira, la maestra comunale di San Vito, affetta da uno strabismo che si esacerbava per ogni emozione inconsueta pareva guardar fuori del mondo conosciuto, se il signor Domenico Sarni, il farmacista, si leccava i baffi come per un buon boccone mangiato, se Tullio nel suo entusiasmo per la cugina prorompeva in continue esclamazioni ammirative, il commendatore Ercole, col berretto calato sul naso, sonnecchiava sulla poltrona, l'Adele, accostata la sedia alla tavola, sfogliava la Tribuna, la Letizia e i figliuoli avevano un risolino sarcastico sul labbro, e la Marialì, poco o punto curandosi dei successi pianistici della sua ragazza, mostrava l'inquietudine della civetta la quale non sa persuadersi che nessuno si occupi di lei.
— Cara, cara, cara!... Vieni quì che ti dia un bacio — gridò la signora Laura dopo che l'Antonietta si fu fermata sulle ultime note del coro d'introduzione della Norma.
— E un bacio anche a me! — soggiunse l'Angela. — Non foss'altro, pel piacere che dài alla nonna.
— Torna al pianoforte — riprese la vecchia signora, che, nell'eccitazione di quella sera, scordava i suoi reumatismi e si moveva e gestiva come non s'era mossa e non aveva gestito da un pezzo. — C'è tanta musica lì in quello scaffale.
— L'Antonietta legge a prima vista con grande facilità — sentenziò la Letizia rivolgendosi a sua sorella Marialì, — ma spero che a casa la farai studiare sul serio.
— A Firenze ha preso sei lezioni da Buonamici e poi non ha più voluto saperne.
— Sfido! — protestò l'Antonietta. — Mi rimetteva agli esercizi.
— Naturale, i fondamenti ci vogliono.
— Lasciali discorrere e va al pianoforte — tornò a dire la signora Laura.
Ma la Letizia non si diede per vinta.
— A Firenze almeno suonerà dell'altra roba. Quì a Villarosa avete ancora le riduzioni d'opere teatrali ch'erano in voga quand'eravamo bambine noi, e che son fatte per sciupar la mano di chi eseguisce e l'orecchio di chi ascolta. Non lo rinnovate mai il vostro repertorio?
La Letizia poteva anche aver ragione, ma i suoi modi sprezzanti riuscivano a irritar perfino la pazientissima Angela.
— Oh — ella rispose. — Lo sai che nessuna di noi tre e nessuno dei nostri fratelli aveva disposizioni speciali per la musica... Da ragazze strimpellavamo il pianoforte, ecco tutto... E quando son rimasta sola in casa ho seguitato a strimpellarlo ripetendo le vecchie sonate che la mamma riudiva volentieri... Ma ormai da anni e anni lo stromento non si apriva più... La mamma non ci trovava più gusto... Ci voleva l'Antonietta per fare il miracolo.
— Vuoi mettere il tocco dell'Antonietta col tuo? — saltò su la signora Laura con la crudeltà con cui si parla alle persone che sacrificano la loro vita per noi. — Sicuro, l'Antonietta ha fatto il miracolo... Ha sentimento, ha espressione... Per merito suo ho risentito della musica che va al cuore... Torna al pianoforte, Antonietta, e non badare agli sproloqui di tua zia Letizia... Cerca le riduzioni della Sonnambula, della Lucrezia Borgia, dei Lombardi, del Trovatore, del Rigoletto, della Traviata, dell'Aida, del Faust.
La ragazza si mise a ridere.
— Ci sarebbe da tirare innanzi fino a domattina.
— Tira innanzi fin che puoi... Mi ringiovanisci di trent'anni.
— Vede, signora Laura — notò il dottor Vignoni — vede se non ho ragione io quando sostengo che i suoi mali sono per una buona metà fatti d'immaginazione, e che s'ella si sforzasse...
Ma le parole del medico richiamarono la valetudinaria ai consueti piagnistei.
— Voi dite delle sciocchezze, Vignoni... Li aveste voi per un'ora i mali che ho io, ve ne accorgereste... Ma ha ragione mio marito... Voi altri medici non capite nulla.
Il commendatore Ercole si scosse, cacciò indietro il berretto che gli copriva gli occhi, stirò le braccia e si guardò intorno.
— Oh, oh... qualcuno sonava, mi sembra.
— Era l'Antonietta — rispose la moglie. — Suona come un angelo.
— In fatti — ripigliò l'ex Prefetto — ho dormito meglio del solito... E perchè non suona più?
Benchè a malincuore, l'Antonietta sedette di nuovo al pianoforte. Ell'avrebbe voluto chiacchierare un poco con Tullio, avrebbe voluto chiedergli se avesse finito il sonetto così ben iniziato durante la loro passeggiata in giardino. E la infastidiva altresì che quella sera la sua mamma lo avesse accaparrato per sè e ch'egli non sapesse liberarsene e lasciasse al dottor Vignoni l'ufficio di voltarle le carte della musica, ufficio che ragionevolmente spettava a lui, il cugino.
Era stata la Marialì che aveva fatto segno a Tullio di avvicinarsele, ed egli s'era affrettato a ubbidirle, con quel segreto compiacimento che gli uomini provano alla minima preferenza di una bella donna. E poi, pensava Tullio, non era ella la mamma dell'Antonietta? Non doveva egli, per questo solo, usare particolari riguardi?
Allorchè il docile nipote aveva accostato la sua seggiola a quella di lei ella non gli aveva detto niente, s'era contentata di ringraziarlo con un cenno amichevole e con uno di que' suoi sorrisi radiosi che mettevano in mostra, fra due labbra rosee, una doppia fila di denti candidi, uguali, perfetti. Indi s'era tirata alquanto nell'ombra, dietro la poltrona della madre, e su quella poltrona posava la mano scintillante d'anelli. La svelta, elegante persona si disegnava mirabilmente nell'attillato vestito di seta grigia, a risvolti di velluto nero, che un po' aperto sul davanti lasciava a nudo il collo bianchissimo e il principio del seno; i capelli abbondanti, fini, ricciuti, l'avvolgevano come d'un nimbo, e tutto intorno a lei si spandeva un sottile profumo di viola. Tullio non poteva a meno di paragonarla all'altre sue zie che si trovavano nella stanza; la giunonica Letizia a cui non restava quasi più traccia dell'antica avvenenza, l'esile Angela alla quale la vita d'infermiera aveva dato quella tinta scialba, e quell'andatura dimessa che le suore acquistano negli ospedali, la magra ed ossuta Adele, moglie dello zio Girolamo, verde e fegatosa, quasi si fosse guastata irrimediabilmente lo stomaco a sentire e a legger discorsi parlamentari. E poichè la nonna non entrava nel conto, e la signora Cesira, quantunque giovine d'età, ci entrava anche meno, Tullio era tratto a concludere che quella sera, nel salotto di Villarosa non c'erano che due donne degne d'esser guardate, l'Antonietta e la Marialì. E, sotto il rispetto puramente fisico, egli non avrebbe saputo davvero a quale delle due, fra la madre e la figliuola, spettasse la palma.
Dei confronti mentali che il suo vicino andava facendo la Marialì non si curava nè punto nè poco: sentiva che in quel suo nipote aveva un ammiratore di più, e ciò bastava a lusingare la sua vanità. Ella non supponeva nemmeno che in quel momento l'Antonietta la considerava come una rivale e che nel cuore, pur buono, della fanciulla s'andava accumulando un astio segreto contro di lei che le insidiava le prime dolcezze dell'amore; a' suoi occhi l'Antonietta era sempre una bimba e non poteva fermar l'attenzione degli uomini... Il suo tempo sarebbe venuto... molto più tardi.
Il commendatore Ercole s'era finito di svegliare e seguiva con un certo interesse, sebbene con minore entusiasmo di sua moglie, le esercitazioni musicali dell'Antonietta.
— Quindic'anni che non vado ad un'opera — egli borbottava.
— Son quasi venti — rettificò la signora Laura. — Da quando ci siam seppelliti quì.
L'ex Prefetto, ch'era sdrajato sulla poltrona, si puntellò con le due mani ai bracciuoli, e su su si levò a sedere con una particolare espressione di maraviglia sul viso. Già nel dormiveglia di prima lo aveva stupito la parlantina della consorte, ora lo stupiva in grado molto maggiore l'udirla manifestare un'opinione contraria alla sua, lei che delle opinioni non soleva avere che quelle degli altri, e che, sopra tutto, non osava mai contraddire nè censurare il marito.
Comunque sia, prima che il vecchio autocrata aprisse la bocca per reprimere questo tentativo d'emancipazione coniugale, la Letizia slanciò una delle sue frecciatine.
— Avreste proprio bisogno di tornarci a teatro per riformare i vostri gusti antidiluviani... Se verrete nell'inverno a Napoli, vi accompagnerò io a sentir della musica che non sia una strimpellatura buona al più per grattar gli orecchi.
— Lo so, lo so — ribattè il commendatore; — oggi la musica l'andate a prendere di là dall'Alpi... Non c'è che Wagner al mondo. Tutti i maestri italiani passati e presenti sono asini... E c'è da giurare che di cento che vanno in solluchero per queste nenie tedesche novantanove non capiscono niente.
Frattanto una singolare nervosità s'era impadronita dell'Antonietta che non giungeva più al termine di nessuna sonata, ma dopo poche battute, senza curarsi delle proteste dell'uditorio, ordinava a Vignoni di spiegarle sul leggìo un nuovo quaderno.
Max e Fritz, inorriditi, s'erano tirati in un angolo e svolgevano un album di fotografie, borbottando: — Par d'esser in una fiera di villaggio.
Ora le agili dita della ragazza richiamarono sul pianoforte il patetico lamento della «Traviata».
Addio del passato bei sogni ridenti.
— Oh — dichiarò Ercole Torralba — questo vogliamo sentirlo tutto.
— Mi ricordo quando lo cantava la Spezia — disse la signora Laura.
— E la Boccabadati?... L'abbiamo intesa a Livorno.
— E la Piccolomini?
— E la Patti?
— La Patti aveva più voce e più arte, ma la passione della Spezia non l'aveva nessuna...
— Nessuna in quest'opera valeva la Boccabadati — replicò in tuono reciso l'ex Prefetto.
— Ma che? Ma che?
Era strano. In quella rievocazione di fatti che risalivano a oltre una quarantina d'anni, i due vecchi, pur bisticciandosi, si sentivano più vicini che abitualmente non fossero, sentivano che ognuno dei due sarebbe stato più triste, più solo il giorno che l'altro fosse venuto a mancare, sentivano ch'è una gran cosa l'esser vissuti insieme in un tempo lontano del quale coloro che vi attorniano hanno appena una confusa notizia.
«Addio del passato bei sogni ridenti.»
Per la decima volta la melodia diluita nella mediocre riduzione correva sui tasti del pianoforte quando l'Antonietta cessò di sonare ad un tratto e ruppe in un pianto dirotto.
— Cosa c'è? Cos'è stato?
La giovinetta balzò dalla seggiola, respinse sua madre e Tullio e il dottor Vignoni e gli altri ch'erano accorsi, e singhiozzando buttò le braccia al collo della zia Angela.
— Ma cos'hai, bimba? Spiegati.
— Non lo so — ella susurrò in modo da non essere intesa che dall'Angela. — Vorrei morire anch'io come Violetta...
— Insomma che dice? Che ha?
— Niente, niente — ripeteva l'Angela. — Non agitarti, babbo, non ti agitare, mamma... E non vi movete.
La Marialì sorrise.
— Nervi, nervi... Ci va soggetta... Passa subito...
— Antonietta, Antonietta! — supplicava Tullio, côlto da una vaga inquietudine, fatta di rimorso e di vanità. Se il suo contegno di quella sera non fosse stato estraneo al turbamento della cugina?
— Lasciala in pace — intimò la zia Angela. — La conduco io a respirare una boccata d'aria.
— Sì, zia, mi conduci all'aperto... E dov'è il babbo?
— Già, dov'è Frassini?
— Ma! — disse Girolamo. — Prima era di là con noi, poi è uscito in giardino.
— Meglio. Lo troveremo noi — ripigliò l'Angela cingendo col braccio la vita dell'Antonietta e trascinandola seco. — No, no, è inutile che nessuno ci accompagni.
Le due donne avevano appena rinchiuso dietro di sè la portiera a vetri, quando un'ombra passò davanti a loro correndo, e gridando, rivolta a qualcheduno che la inseguiva: — Smetta! Basta!...
In pari tempo un'altra ombra sbucò d'improvviso fuori d'una macchia d'alberi, s'arrestò di botto, scomparve nuovamente nel folto delle piante.
Pallidissime, la zia e la nipote s'erano fermate senz'articolar parola. La prima a rompere il silenzio fu l'Antonietta.
— Rientriamo — ella disse con una calma che contrastava con l'eccitazione di poco fa. — È inutile cercare il babbo ora.
— Perchè? — balbettò l'Angela.
— Oh! Credi che non l'abbia riconosciuto? Credi che non abbia riconosciuta la Lisa?
E soggiunse, in uno scoppio di pianto: — Hai visto? La mamma è espansiva con tutti gli uomini tranne col babbo... Lui, si perde dietro alle serve!... Non ho ragione dì voler morire?
XIII.
Se l'Angela Torralba aveva dormito poco nelle notti precedenti, quella notte ella dormì ancora meno. Gl'incidenti della sera, riaprendo nel suo cuore piaghe ch'ella credeva rimarginate, sconcertando disegni che sorridevano alla sua fantasia, avevano avvelenato per lei la gioia di quella festa di famiglia. Ella non sapeva che cosa più l'avesse ferita: o la civetteria incorreggibile della Marialì, o il libertinaggio volgare di Giulio Frassini, o la leggerezza di Tullio, che, pur volendo bene all'Antonietta (bisognava esser ciechi per non accorgersene) non si vergognava di far lo smorfioso con la madre di lei. E come le suonavano all'orecchio le parole della nipote: la mamma è espansiva con tutti gli uomini tranne col babbo... Lui si perde dietro le serve! Che luce gettavano sulla vita coniugale di sua sorella e di suo cognato! Passavano gli anni e la Marialì era sempre la stessa, sempre giovine, sempre bella, sempre affascinante... e sempre viziosa... Ma egli, oh quanto s'era mutato! L'artista si rodeva ormai nella sua impotenza, l'uomo era abbrutito... Ah forse con un'altra donna non sarebbe stato così!
Pur l'Angela capiva che non c'era più modo di salvar nè l'uomo nè l'artista; e in ogni caso che mezzi aveva ella per tentare quest'opera? Ma l'Antonietta, quella sì doveva esser ancora possibile di salvarla, di toglierla dall'ambiente corrotto ov'ella viveva. Bastava trovarle un marito degno di lei... Tullio? Sicuro, Tullio, quest'era il compagno che fino a iersera l'Angela destinava in cuor suo alla nipote, pregustando la gioia delle prossime nozze, accarezzando con voluttà l'idea della famigliola che, per riconoscenza, sarebbe venuta spesso a Villarosa, vi avrebbe portato un soffio d'amore e di giovinezza... Ora però la sua fede era scossa... Chi le diceva che Tullio fosse disposto a sposarsi? Chi le diceva ch'egli non fosse uno dei tanti damerini che scherzano volentieri con una ragazza, che la lusingano e poi la piantano lì?... E l'Antonietta? O che c'erano prove positive ch'ella fosse innamorata sul serio di Tullio?... Degl'indizi, sì, in quantità, ma delle prove?... Iersera, in giardino, l'Angela si proponeva di strapparle una confessione esplicita, ma l'episodio grottesco della Lisa e di Frassini aveva mandato ogni cosa all'aria... Dunque?... Dunque il bel castello di carte non si reggeva, e le balde speranze concepite dall'Angela Torralba impallidivano al punto di non esser che un pio desiderio.
Se nonchè, ostinato, indomabile, il desiderio rianimava a poco a poco le speranze, rianimava la volontà, persuadeva l'Angela della necessità di moversi, di agire, di conoscere a fondo i sentimenti dei due cugini. Perchè se quelli si amavano davvero, sarebbe stato facile di togliere i malintesi fra loro, di superar gli altri ostacoli che certo si sarebbero incontrati per via.
Ed ecco che quì le si affacciavano nuove difficoltà. Il colloquio con ciascuno dei due nipoti, che sarebbe stato in condizioni normali la più agevol cosa del mondo, come, quando averlo, oggi, con la casa piena d'ospiti, con la giornata densa di occupazioni? Avrebbe l'Angela avuto un ritaglio di tempo per sè?
All'alba forse, quando tutti ancora posavano. Ed ella, rivoltandosi fra le coltri, aspettava l'alba con impazienza. Al primo raggio di luce che penetrasse attraverso le imposte sarebbe balzata dal letto, avrebbe ordinato alla Maddalena di vigilar sui padroni, sarebbe salita da Tullio. Sì, ell'avrebbe parlato a Tullio pel primo, tanto più che dall'Antonietta ella non poteva andare; l'Antonietta dormiva con la Marialì la quale non aveva voluto saperne d'intimità coniugali. La camera che la zia aveva allestita per la nipotina, la camera ov'ell'aveva fatto portare le più belle rose del giardino, era occupata invece da Giulio Frassini. Ironie della sorte!
Quando le parve giunto il momento, l'Angela si alzò, a tastoni, senz'accender il lume, senza far rumore. Ma i suoi genitori avevano il sonno leggero e si destarono tutti e due. Da destra e da sinistra ella sentì chiamarsi:
Ella dovette recarsi nell'una e nell'altra camera, dar una ragione qualunque del perchè fosse mezzo vestita, persuadere i due vecchi a starsene tranquilli nel loro letto e non pensar neanche di muoversi fin che non fosse tornata lei.
Così ella perdette un'ora buona, e allorchè finalmente uscì nella sala era giorno fatto.
— Tu sta attenta al babbo e alla mamma — ella disse alla Maddalena ch'era in piedi da un pezzo. — Io devo parlare a mio nipote Tullio. Non l'hai mica visto scendere?
— No; ma ho sentito uno scalpiccìo per le scale... Non so se fosse il signor Tullio; però qualcheduno in giardino c'è sicuramente...
Dalla cucina sbucò Giacomo, il servo.
— Il signor Tullio?... Saranno dieci minuti ch'è sceso... E non è stato il primo...
— Tutti così mattinieri?
— Tutti no... Ma la signora Letizia e il signor Girolamo passeggiavano insieme davanti alla casa poco dopo le sei e mezzo... E ora che ci penso, il primo dev'esser stato il signor Giulio... Non è però uscito con loro... Credo sia in salotto... Se vuole che lo avverta.
— No — disse bruscamente l'Angela. E soggiunse: — Nessuno ha preso il caffè e latte?
— Dalle sette mezzo in poi la prima colazione sarà pronta per chi la desidera — replicò Giacomo. — Non si poteva immaginarsi che quei signori si alzassero al canto del gallo... Del resto, per lei il caffè ci sarebbe...
— Lo prenderò più tardi.
E imbacuccandosi nello sciallo fece per aprir la portiera che dava in giardino.
Una voce maschile chiamò: — Angela!
Era Giulio Frassini.
Ella, che pur era stata avvertita della presenza del cognato, trasalì e s'imporporò in viso.
— Addio, Giulio... Scusa se ti lascio... Devo dar qualche ordine al giardiniere.
— Non posso accompagnarti? — egli chiese umile, quasi supplichevole. — Non posso dirti una parola?
Come respingerlo? Ella fece uno sforzo e rispose:
— Vieni pure... Ma capisci bene che son piena di faccende.
— Non ti tratterrò a lungo — ribattè Giulio, mentre, a fianco dell'Angela, scendeva la scalinata.
— Che cosa penserai di me? — egli disse a bassa voce, col tuono di chi si sente già condannato e accetta la propria condanna.
Ella tentò di schermirsi.
— Perchè mi rivolgi questa domanda?
— Dopo quello che hai visto iersera...
Sempre più inquieta e nervosa, l'Angela lo pregò di desistere. — Non t'intendo... Non ho visto niente.
— Oh non lo dire... Che lo dica l'Antonietta è naturale... per non far arrossire suo padre.
— E tu hai parlato di questo con la tua figliuola?
— No... questa volta no.
L'Angela lo guardò con un'espressione tra severa e dolente.
— Questa volta? — ella ripetè.
Egli taceva seguendola a capo chino.
Passarono dinanzi all'oratorio che sorgeva, semplice e bianco, accanto alla casa. Proprio allora ne usciva un lavorante reggendo una scala a piuoli; dietro di lui Bortolo, il giardiniere, che si levò rispettosamente il berretto.
— Com'è mattiniera, padroncina!
— Oh, appunto di te cercavo — ella disse avvicinandosi a lui nella sua impazienza di troncare il colloquio con Frassini. — Hai visto mio nipote Tullio?
— Sissignora. Credo sia andato di là.
E accompagnò la parola con un gesto della mano.
— Verso il lago?
— Appunto.
— Lo raggiungerò.
— Non vuole dar prima una capatina in chiesa?... Sentirà come odora... Ho spogliato tutte l'ajole per infiorarne l'altare.
— Ma... mi dispiacerebbe che intanto passasse Tullio.
— Non dubiti... Vado io da quella parte... per preparar l'aranciera... chè domani o doman l'altro penso di metter le piante al sicuro... Il barometro è abbassato.
— Durasse almeno per oggi il bel tempo!
— Speriamo che per oggi durerà... C'è appena qualche nuvola laggiù.
E mentre l'Angela s'affacciava alla porta spalancata dell'oratorio, il giardiniere soggiunse:
— Tutto è in ordine. Veda come son lucidi i banchi, il pavimento, i vetri delle finestre... Ieri s'è fatto un repulisti generale... Davanti ci sono le due poltrone pel commendatore e per la padrona.
L'Angela si decise ad entrare. Bortolo chiese licenza.
— Se mi permette...
— Va, va, e che Tullio m'aspetti sulla terrazza.
Tre dei Torralba dormivano l'ultimo sonno sotto le pietre di quel tempietto domestico: il signor Luciano, padre del commendatore Ercole, il signor Luigi, fratello di questo, e il giovine Manlio. E lì sotto, fra non molto, l'Angela avrebbe composto i suoi parenti, e anch'ella, in un giorno che si augurava non troppo lontano, sarebbe discesa a raggiungerli.
Per quelli della sua famiglia che vi riposavano ormai, pegli altri che vi avrebbero riposato fra poco, l'Angela amava il piccolo oratorio, sebbene, tranne al Natale e alla Pasqua, non vi si celebrassero funzioni religiose; chè il suo babbo non era punto osservante delle pratiche del culto, e la sua mamma, debole e malaticcia, era naturalmente dispensata da quanto potesse recarle la più lieve fatica. Ella, l'Angela, se qualche domenica voleva ascoltar la messa, andava alla chiesa di San Vito, e schermendosi dal prender posto nelle prime file destinate alle persone notabili del luogo, sedeva in mezzo ai contadini che tutti la conoscevano e l'avevano cara. Poich'ella intendeva così la religione: piuttosto che un complesso di dogmi e di riti, un'elevazione dell'anima, verso l'inconoscibile, un livellamento delle disuguaglianze sociali nella scambievole simpatia che ravvicina gli uomini in nome delle gioje e dei dolori comuni.
A ogni modo, nel cuore della donna resta sempre qualche cosa delle credenze e delle consuetudini antiche, ed era stata lei, l'Angela, che aveva insistito perchè in questa solenne occasione l'oratorio della villa s'aprisse e una benedizione di sacerdote scendesse sul capo dei suoi genitori.
Un'ombra discreta avvolgeva ancora il tempio silenzioso e raccolto; solo in alto un pallido raggio di sole penetrava fra gl'interstizi di due tende e lambiva la vôlta. Dall'altare ov'erano due coppe di rose si spandeva intorno un'acuta fragranza... come al giorno delle nozze di Marialì.
Come al giorno delle nozze!... A ciò pensava in quel momento Giulio Frassini che l'Angela credeva fosse rimasto in giardino e che invece era dietro di lei, ritto, immobile, appoggiato a uno degli stipiti della porta.
Di nuovo egli la chiamò a nome: — Angela!
Ella si scosse. — Mi hai fatto paura.
— Rose, rose! — egli borbottò. — Quante ce n'erano anche la mattina del mio matrimonio!... E sarebbe pur stato meglio che la terra mi si fosse sprofondata sotto i piedi!
— Insomma, Giulio — interruppe l'Angela. — Che discorsi son questi?
Frassini ripigliò: — Te ne scongiuro, non mi sfuggire. Ho bisogno d'uno sfogo... ho bisogno di spiegarti...
L'Angela era sui carboni ardenti.
— Ma se non ti chiedo nessuna spiegazione... Ma se non ho tempo... Via, sii ragionevole, lasciami...
Egli le sbarrava l'uscita.
— Cinque minuti, concedimi cinque minuti.. Di quì, se passa Tullio,... perchè tu cercavi Tullio, non è vero?... di quì lo vediamo.
— A che prò, Dio buono? — diceva l'Angela attorcendo convulsamente il fazzoletto alle dita.
Giulio Frassini abbassò la voce.
— È stata lei che m'ha ridotto così... Perch'io non disturbassi le sue galanterie, perchè non fossi che un marito d'apparenza, s'è compiaciuta del mio abbrutimento, ha gettato fra le mie braccia le sue serve, le sue cameriere...
— Ma basta! — supplicava l'Angela coprendosi il viso con le palme e vergognandosi per lui e per sè.
Egli non le diede retta.
— E quando son caduto nel laccio — egli seguitò — ella bandì ogni ritegno... portò in trionfo i suoi amanti sotto i miei occhi... E s'io mi ribellavo, ella diceva: — Mi curo io forse di quel che tu fai? — Cento volte io, il marito, mi sono umiliato. — Sì, ho anch'io le mie colpe... perdoniamoci a vicenda... ricominciamo da capo... riprendiamo a volerci bene. — Ella alzava le spalle e continuava a respingermi... Non più una carezza, non un bacio...
Il linguaggio di Giulio Frassini scompigliava tutte le idee, offendeva tutti i pudori dell'Angela, ormai invecchiata nell'austerità verginale... Che sozzura il mondo, che sozzura la vita!
— Sei vile! — ella balbettò.
— Non lo nego... Oh da un pezzo... Quella donna mi ha stregato... fin da quando per lei ne ho abbandonata un'altra... ho abbandonato te... Perchè non t'ho sposata, Angela?
E fece per prenderle la mano.
Ma ella si ritrasse bruscamente, livida, contraffatta, con un sorriso amaro sul labbro.
— Se Marialì ti vedesse!...
— Oh non sarebbe gelosa... Mai non sono riuscito ad ingelosirla.
— E vorresti ora... per mezzo mio?... Levati di là... Lasciami passare.
Egli la tratteneva col gesto, con la voce, con l'umile preghiera degli occhi.
— Ancora un minuto... Non interpretar male ogni mia parola... Ascolta... Allorchè l'Antonietta è rientrata in casa...
— Ebbene? domandò ansiosa l'Angela come pacificata a quel nome. — Non è stata un freno per voi?
Giulio Frassini ebbe un istante d'esitazione.
— Sì, forse la Marialì è meno sfacciata.
— Ma tu, tu?
— Ma verso di me sempre gli stessi rigori.
L'Angela battè i piedi impaziente.
— Che me ne importa? Credi ch'io t'abbia domandato questo?... Tu, a quel che sembra, se pur c'è l'Antonietta, non ti confondi.
— È stata una fatalità... Ho perso la testa... È lei... sempre lei che me la fa perdere... Perchè chiudermi la sua porta?... Perchè mutar la disposizione che tu avevi data alle nostre camere?
— In nome di Dio, finiscila — esclamò l'Angela. — Mi fate schifo, tu e la Marialì... E l'Antonietta mi fa pietà... Era ben meglio sposarla appena uscita di collegio.
La fisonomia di Giulio Frassini si atteggiò a un'espressione di sgomento.
— Tu pure mi parli del suo matrimonio, tu pure?... E anch'io a volte ci penso... e vorrei spogliarmi d'ogni egoismo e trovare un giovine che fosse degno di lei.
— Ah sì? — disse l'Angela con uno slancio improvviso di simpatia che contrastava col tuono ironico, tagliente di prima. E stava per comunicare al cognato la sua idea di unire l'Antonietta e Tullio, ma Frassini mutò subito tono.
— Di lì a poco invece — egli ripigliò con veemenza — sento che non è possibile, sento che se c'è per me una tavola di salvezza è la mia figliuola... Ella mi compatisce, ella mi perdona... ella mi ajuterà a ricuperare la mia dignità, il dominio su me stesso... Ella che non deride la mia arte, il mio genio, mi ajuterà a dar forma alle visioni della mia fantasia... Perchè c'è della roba quì dentro — e si picchiò la fronte — a dispetto dei critici, a dispetto dei giurì che rifiutano i miei quadri... Oh, mi renderanno giustizia... Ma che non mi portino via l'Antonietta... Quella sarebbe la mia sentenza di morte come artista e come uomo... M'intendi, Angela?... O l'Antonietta resta con me, o...
Non terminò la frase, non aspettò la risposta, fece un gesto disperato e scappò via, piantando l'Angela più turbata, più confusa che mai.
XIV.
— E ora che dirò a Tullio? — ella chiedeva a sè stessa uscendo dall'oratorio.
Ciò ch'ell'aveva udito, ciò ch'ell'aveva visto avrebbe dovuto raffermarla nel convincimento ch'era necessario di provveder subito all'avvenire dell'Antonietta. E pur ella sentiva che Giulio Frassini aveva detto il vero; sola tavola di salvezza per lui era la sua figliuola.
E la vinceva una pietà immensa di quel povero cervello sconvolto in cui vaghe aspirazioni al bene lottavano con gl'istinti più volgari e più bassi e ove la coscienza del proprio decadimento non escludeva i fumi dell'orgoglio e i sogni ambiziosi di grandezza e di gloria.
Poteva ella, che lo aveva amato, contribuire alla sua rovina? Spingerlo a qualche passo estremo? Al suicidio forse? Ma, d'altra parte, l'Antonietta non meritava di esser felice a ogni costo? Non era una colpa imperdonabile il lasciarla fra una madre corrotta e un padre abbrutito?... E s'ella e Tullio s'amavano, era lecito sacrificarli, impedir loro di vivere insieme, di farsi una famiglia gioconda, sana, virtuosa?