RACCONTI E BOZZETTI.


ENRICO CASTELNUOVO

RACCONTI E BOZZETTI.


UN SIGNORE POSSIBILE.
ABNEGAZIONE. — RIMEMBRANZE DEL CADORE.
IL RACCONTO DELLA SIGNORA ADELAIDE — UN RAGGIO DI SOLE.
IL COLPO DI STATO DI CLARINA.
IL COGNATO DELLA COGNATA.

FIRENZE.
SUCCESSORI LE MONNIER.

1872.


Proprietà letteraria.



[INDICE]


UNA RIGA DI PREFAZIONE.

Questi racconti, lettori carissimi, non pretendono punto di essere una novità. Il primo è comparso molti anni addietro in un modesto Almanacco, che, fra alcuni giovani veneziani, stampavamo ai tempi del dominio austriaco; il penultimo ebbe gli onori dell'Antologia; gli altri tutti videro la luce nella Strenna Veneziana, pubblicazione annua, alla quale prendevano parte anche scrittori di merito, ma che, come accade di tutte le Strenne, non poteva aspirare ad un'assai larga diffusione. Si sa che nelle Strenne il contenente uccide il contenuto, i cartoni soffocano lo stampato. Scendo a tanti particolari per iscusare questo tentativo di risurrezione. Infatti, una seconda edizione de' miei lavori non si spiegherebbe se non fosse chiarito che una prima edizione propriamente detta non vi è mai stata.

Del resto, io non mi dissimulo che queste cosuccie possono aspirare tutt'al più a esser giudicate mediocri. Ma siffatta considerazione non mi scoraggia.

Nei primi bollori della giovinezza, quando si spera di arrivare al sublime, si disdegna superbamente il mediocre, e si ripete quella sentenza che dev'esser stata proferita a vent'anni: non essere, in arte, permessa la mediocrità. Ognuno principia la vita con questo convincimento, ognuno, senza voler confessarlo, ne mitiga la rigidezza col maturarsi del senno.

A una sentenza assoluta che mi sembra fallace non ne contrapporrò un'altra assoluta del pari, e non porrò quindi la riabilitazione della mediocrità nell'arte come una tèsi generale. Credo invece ch'essa possa valere per buona parte della letteratura e pel romanzo in ispecie; credo che le opere eccellenti, come sarebbero, per esempio, I promessi sposi e Davide Copperfield, non debbano escludere mille altri libri di gran lunga inferiori, intesi alla pittura del vero, benchè inabili a riprodurlo con eguale efficacia. Quanto più si sparge l'abitudine del leggere, tanto più cresce l'opportunità del romanzo, che, per l'indole sua, è meglio atto a penetrare in tutte le classi sociali. Ebbene; il romanzo che riesce a provocare un onesto sorriso, a spremer dal ciglio una lagrima pietosa, a rinvigorire nell'anima un sentimento gentile, a svegliare nell'uomo accasciato dall'assiduo lavoro le virtù sopite della fantasia, quando pure non tocchi l'eccellenza dell'arte, può presentarsi senza baldanza, ma senza rossore, e prendere il suo posto nella folla delle opere letterarie. È un posto umile; però è un posto che giova vedere occupato, come piace che nei teatri, oltre alle poltrone ed ai palchetti, sieno occupate anche l'altre sedie.

Se questo volume adempierà almeno qualcheduna delle condizioni che ho pocanzi accennate, io non mi gonfierò certo di superbia come il tacchino che credeva d'esser pavone, ma neppure mi pentirò di averlo dato alle stampe.

Venezia, 14 luglio 1872.

L'autore.

UN SIGNORE POSSIBILE.

I.

Nel paese di *** venne a morire, non ha guari, un possidente ricchissimo, il quale agli ozî beati dell'opulenza prepose l'attività della vita campestre e, facendosi ammaestratore ed amico de' suoi coloni, seppe volgere le dovizie al più nobile degli scopi, a quello cioè di migliorare le condizioni materiali e morali de' propri simili. Erede d'un pingue censo, egli stimò acconcio di porre sua stanza in mezzo alle terre che gli appartenevano, e quantunque le fossero in sito molto remoto, nè vi si vedesse nemmen da lunge il fumo della capitale, credette però che l'animo e l'ingegno per esercitarsi pienamente abbiano d'uopo soprattutto d'operosità e che per coloro, i quali sanno riempiere la stoffa del tempo, il silenzio d'una villa non valga meno del trambusto d'una città. Era nobile di petite noblesse, come direbbero i Francesi, perchè suo padre, di famiglia gentilizia, aveva osato insudiciare il blasone sposando un'onesta borghese: contuttociò era così invalso l'uso presso i suoi aderenti e presso gli estrani di chiamarlo il conte Alberto, che noi nel farne la biografia lo nomineremo così, sebbene egli non celasse punto la sua origine mezzo popolana.

Fu certo un dì memorando per gli abitanti di *** quello, in cui il giovane signore prese possesso delle sue terre. I servi gallonati, accorsi in frotta a rendergli omaggio, videro un uomo sul primo fiore degli anni, di modi schietti, di vestire semplice, al quale parea pesassero quelle dimostrazioni d'ossequio, e premesse invece assaissimo d'investigare le condizioni della tenuta, lo stato e l'educazione dei villici. Ahimè! le vecchie livree use alla famigliare insolenza d'un patrizio mezzo rimbambito che non solea dimorar nella villa se non due mesi di autunno, nè d'altro occupavasi che dei cavalli e dei cani, mostravano gradire assai poco le sottili ricerche del nuovo padrone e quel suo fare amichevole sì, ma pur decoroso e tanto diverso dai modi del conte defunto. V'è alcuni signori che trattano il popolo con quel tuono carezzevole, con cui si trattano i cagnolini, salvo sempre a pigliarli a calci quando se ne presenti il destro, ed è pur doloroso che siffatta costumanza incontri favore presso quelli che dovrebbero esserne offesi: tanto può la consuetudine dell'obbedienza e della servilità!

Lo stato della tenuta non porse invero argomento di consolazione al conte Alberto. Essa era divisa in molti affitti, ma a prezzo sì tenue che la rendita totale era minore assai di quello che avrebbe potuto e dovuto essere; e d'altro lato i fittaiuoli, avendo a pagare pochissimo, non si davano alcun pensiero d'introdurre miglioramenti di sorta nella cultura. L'ignoranza delle cose agrarie era estrema: non s'era estirpato nemmeno uno degli errori, dei pregiudizî d'un tempo; aggiungasi a ciò la mancanza assoluta di capitali, il sistema degli affitti brevissimi, onde i coltivatori non si affezionavano al suolo, il difetto d'ingrassi, di strumenti rurali, di tutto. Ne' contadini miseria somma, superstizioni d'ogni maniera, indolenza confitta nell'ossa in guisa da doversi quasi adoperar la forza per mandarli al lavoro. Nessun istinto di previdenza, nessuno spirito di associazione, nulla, alla lettera.

Novanta su cento, a cui fosse caduta in sorte quella eredità, avrebbero lasciato le cose nello statu quo, contentandosi di riscuotere le rendite sempre laute abbastanza da consentire una vita opulenta. Ma il conte Alberto era uomo di tempra diversa. Egli aveva radicato nell'animo due convinzioni, che hanno il merito d'esser giuste e la disgrazia d'essere impopolari: l'una che i ricchi non debbano starsi con le mani alla cintola; l'altra che da una fortuna, per quanto pingue ella sia, s'abbia a trarre il miglior frutto possibile e che il beneficio vero e durevole recato alla società non venga già dallo sperpero, ma bensì dall'acconcio uso delle proprie ricchezze. Invero non era impresa da pigliarsi a gabbo quella di trovare il bandolo d'una sì scarmigliata matassa. Il sistema degli affitti può parere ed essere il migliore, come quello che crea in seno alle vaste proprietà signorili un'industria decorosa ed indipendente, e spinge gli animi all'emulazione e all'attività. Ma quando lo spirito d'iniziativa sia morto del tutto, quando i fittaiuoli non abbiano nè danaro nè cognizioni, ci par necessario, a rimetter le cose sulla buona via che un padrone di volontà risoluta e d'ingegno illuminato prenda egli stesso ad amministrare le cose sue, e con l'autorità di chi va dritto e sicuro allo scopo, introduca le riforme opportune e susciti le potenze latenti del suolo e l'energia sopita degli uomini. E appunto a quest'ardua intrapresa s'accinse il nostro protagonista.

II.

V'è nei favori della rinomanza una solenne ingiustizia che non potrà torsi giammai, perch'ella deriva dalla natura stessa delle cose. La fama non guarda alle difficoltà superate, ma agli effetti ottenuti. Uno scaltro diplomatico, che nato nelle corti s'esercitò di buon'ora alla flessibilità delle schiene e agli artifizî della parola, corrà senza dubbio quei lauri, a cui sospirerebbe invano un onesto cittadino sorto fra mille difficoltà a qualche fortuna coi sudori della fronte e le forze del fecondo intelletto. È il lamento di Figaro che querelavasi d'aver dovuto, per vivere, spiegare più ingegno di quanto n'era occorso per governare la Spagna due secoli; è il lamento di tutti coloro che, partendo dai gradini più bassi della scala, si vedono precessi da quelli che pigliarono le mosse dai gradini più alti. Ma l'uomo altero d'un nobile orgoglio, l'uomo sicuro della propria coscienza dice: — Non importa. — La gloria non dev'essere lo scopo dell'esistenza, ma sì fare il bene senza desiderio di guiderdone, senza timore di avversità.

Noi non affermeremo che il giovane signore siasi tenuto precisamente questo discorso, il quale potrebbe parere un po' troppo solenne per la occasione; ma gli è certo ch'egli mettevasi, senza speranza di celebrità, ad un'opera molto più complicata di tante altre che fruttano plausi ed allori.

Non gli fu difficile sciogliere verso un tenue compenso gli affitti tuttora in corso, e aumentando i salari de' contadini rialzarne lo spirito abbattuto e accenderli di nuova lena. Ma nel mentre questo primo rimescolarsi destava la curiosità del paese e ognuno pronosticava a suo talento sul nuovo venuto, alcuni atti del conte Alberto suscitarono un clamore siffatto che ogni uomo meno intrepido se ne sarebbe impaurito. Prima di tutto, conscio che l'abbondanza del capitale è condizione sine qua non d'una buona cultura, e che perciò conviene proporzionare la vastità delle terre al danaro, di cui si può disporre, egli vendette un buon terzo della sua tenuta, nè gli oracoli del villaggio sapevano capirne il perchè. Come, apponevasi, egli vuol restarsi fra noi, vuol fare l'agricoltore e comincia collo spacciare i suoi fondi? Che logica è questa? Poi commise l'eresia di non permettere che, secondo il vecchio costume, alcuni animali malati si recassero alla porta della chiesa per ottenervi miracolosamente la guarigione: oltraggio manifesto alla libertà di coscienza. Infine osò abolir le livree e ristringere grandemente il numero dei corsieri di lusso, mutandone una diecina con umili cavalli da lavoro. Il profeta Geremia non si dolse con più patetiche note sulla caduta Sionne di quello che si rammaricasse il sacrestano del villaggio sullo spento decoro della tenuta di ***. Le generazioni si erano succedute nell'antica possessione; ma nessuno aveva osato alienare una parte dell'avito retaggio, nessuno per gretta spilorceria aveva spogliato i servi de' loro abiti a galloni, nessuno aveva venduto i cavalli ed i cocchi.

Sparpagliate per le circostanti colline erano altre cinque o sei ville. Appartenevano tutte a famiglie nobili, gonfie dei loro titoli e dei pregiudizî di casta, le quali, vivente il conte Bernardo predecessore d'Alberto, convenivano nel castello qualche sera d'autunno a giocarvi il tre sette o a discutere gravemente sul loro albero genealogico. La dubbia nobiltà del padrone odierno, le audaci dottrine ch'ei non peritavasi di sfoggiare, non consentivano certo a quegli aristocratici puro sangue di varcarne le soglie. Uno soltanto, un vecchio marchese, vi venne spinto dalla curiosità e fu accollo con gentilezza veramente squisita; ma nell'uscire, accompagnato da uno degli antichi domestici che più non aveva l'abito turchino coi bottoni d'oro, non potè astenersi dal susurrare: — Dov'è il decoro, dov'è la dignità, quando i servi si lasciano andar vestiti come tutti gli altri? — Ma! — sospirò il servo quasi commiserandosi; chè pur troppo gli uomini s'attaccano alla livrea. — E il padrone è molto spilorcio? — proseguì inanimito il marchese. — Eh! lo dicono, — rispose l'altro; — ma a me in coscienza non pare; pel salario, pel vivere si sta meglio di prima. — Diavolo! — soggiunse il marchese stupito, e uscì borbottando.

L'arciprete del luogo era nato per non aver alcuna opinione. Originario di quei dintorni e assunto da quindici anni alla suprema dignità ecclesiastica del paese, egli era giunto alla cinquantina non occupandosi d'altro che delle funzioni obbligatorie della chiesa, e dell'allevamento d'una schiera numerosissima di polli, i quali erravano in piena libertà pel verziere e lungo il vestibolo della casa parrocchiale, senza però che il loro aspetto innocente potesse temperare la dura condanna a cui erano sortiti. Aveva poco amore alle prediche e, ci dispiace dirlo, poca eloquenza, nè sappiamo quanta efficacia avessero i suoi sermoni sui devoti abitanti di ***. All'arrivo del conte Alberto nella villa, egli si recò a fargli omaggio, e sentendo che il nuovo signore proponevasi di soggiornare stabilmente colà, gli arrise la speranza di qualche lauto banchetto, a cui verrebbe senza dubbio invitato. I primi provvedimenti del conte che parvero sovversivi agli altri, a lui non fecero nè caldo nè freddo, e con la massima maraviglia udì affermarsi da uno dei signorotti più autorevoli del paese che il conte era un eresiarca, un emissario di Satana, e che bisognava osteggiarlo in tutte le guise. — E ciò tocca soprattutto a lei, — soggiunse il furibondo interlocutore: — a lei che non deve lasciar che le male piante prendan radice, a lei ch'è preposto alla cura dell'anime.... — Ma veramente Vossignoria forse esagera.... — Come, vuol insegnare a me, vuol dirmi ch'io non conosco gli uomini? Glielo ripeto.... un Arnaldo da Brescia, un Lutero.... — Ah! in questo caso poi, — disse Don Gaudenzio con un certo piglio che voleva essere risoluto; — in questo caso poi.... — Guerra l'ha da essere. — Ma senza dubbio, — rispose languidamente il prete, disegnando con la punta dell'ombrello un circolo sulla sabbia.... — E intanto ella non deve andare più in quella casa.... — Ma, capisce,... le convenienze.... — La non ci deve andare, ce ne va del decoro.... — Sì, sì, ha ragione.... intendo, — e il nuovo Don Abbondio si sbarazzò più che in fretta del fanatico personaggio tentennando il capo dolorosamente.

Le altre notabilità del villaggio erano il farmacista, fine diplomatico; il maestro di scuola, individuo a cui la fame aveva tolto quasi il senso comune; il medico, uomo illuminato e in ottime relazioni col conte Alberto; il sacrestano, pieno d'idee retrive e di virulenza da energumeno; un certo signor Placido, organista di merito, ma paurosissimo; un cotale Melchiorre, larva di deputato comunale. Come si vede da questa rassegna, le massime liberali del conte potevano trovare ben pochi fautori.

III.

Se fossimo agronomi, potremmo empire molte pagine a descrivere gl'infiniti miglioramenti introdotti dal conte Alberto nella tenuta. Ci basti dire che a poco a poco tutto il vecchio sistema di cultura venne invertito. Non piccola parte dei campi fu ridotta a pascolo, temperando con acconci lavori d'irrigazione i difetti naturali del suolo; e ne avvenne che per la scarsezza di praterie in que' dintorni parecchi possidenti si adattarono a pagare un compenso per far pascolare colà il loro bestiame, dimodochè, oltre alla rendita, le terre se ne avvantaggiavano per l'abbondanza degl'ingrassi. Si accrebbe la piantagione dei gelsi, s'iniziò la coltivazione del lino e della canape. Essendosi di gran lunga aumentata la quantità degli animali, la cascina prese un insolito incremento, e le donne sottratte al faticoso lavoro dei campi trovavano in quelle nuove occupazioni una fonte d'attività e di guadagno. E molte altre idee balenavano spesso alla mente del conte, ma se gli chiedevano quando volesse effettuarle, egli rispondeva: — Una cosa per volta. — Quantunque avesse un fattore ed abile e fidato assai, pure egli vigilava su tutto, provvedeva a tutto. Soleva alzarsi per tempissimo, e a cavallo o talora anche a piedi recavasi ne' punti principali della tenuta ad esaminarvi i lavori fatti il dì prima, o ad impartirvi gli ordini per la giornata. E durante quelle sue gite soffermavasi nelle abitazioni de' contadini, e attendeva pazientemente ai discorsi della villana che filava sulla soglia del casolare, e alla spensierata allegria dei bambini dispersi nell'orto, e ne faceva argomento di considerazioni e di studio. — Quanta serenità d'animo in quelle povere genti, ma pur anche quanta imprevidenza e che larga dose di pregiudizî! A chi spetta l'incarico d'illuminarle? Allo Stato, dicono molti. Ma lo Stato è poi sempre illuminato abbastanza da poterglisi conferire l'ufficio che illumini gli altri? E se pur è, ha egli tutti i mezzi per compiere efficacemente un'opera di tanto peso? Che potrà far lo Stato? Aprir delle scuole o per dir meglio perfezionare quelle che ci sono, esiger tutt'al più che i contadini vi mandino i loro figliuoli, ma poi? Poi basta. Lo Stato ha troppe faccende pel capo, e non può aver tutte quelle sollecitudini, tutte quelle accortezze, tutta quell'annegazione necessaria a chi voglia innalzare un edifizio su basi sicure. Quest'ufficio non potrà adempiersi in ogni sua parte che da chi, oltre ad intenderne l'utilità, vi abbia un interesse diretto: senza il pungolo dell'interesse vi saranno tentativi parziali, non s'inizierà mai un'opera di generale efficacia. Ora la educazione de' contadini a chi gioverebbe meglio che ai possidenti? Sono essi quindi che dovrebbero mettersi a capo d'un'impresa sì generosa, essi che guardando più in là del domani dovrebbero comprendere che intima attenenza vi sia tra la condizione dei coloni e il progresso dell'agricoltura. — Siffatte considerazioni raffermavano sempre più il conte Alberto ne' suoi nobili proponimenti: non lo arrestava la tema di essere frainteso, non la certezza dei molti ostacoli onde gli si sarebbe intralciato il cammino, non quella peritanza ch'è propria degli spiriti poco ambiziosi e gl'impaurisce coll'idea degli errori che potranno commettere. Certo tutto quello che farò, egli diceva in cuor suo, non sarà ottimamente fatto; ma che il bene abbia a superare il male, oh! di questo me ne assicura la mia fede nelle nuove idee, nella verità, nel progresso.

IV.

La scuola del villaggio era posta in mezzo ai campi fuori assolutamente dell'abitato, e per giungervi c'era da fiaccarsi il collo tre o quattro volte lungo i sentieri sassosi, o su ponticelli formati d'un tronco d'albero spartito in due che traversavano i ruscelli ed i fossi. Un casolare tenuto in piedi come Dio vuole, costituiva ad un tempo l'edifizio destinato all'istruzione pubblica e la dimora del maestro e della sua numerosa famiglia. La stanza ove si raccoglievano i bimbi era a pian terreno, e qualche maiale osava talvolta aprire col muso la porta forse per approfittare della lezione. Ma i fanciulli non la intendevano così, e traevano partito dal comparire della sconcia bestia per alzare il vessillo della rivolta: chi si fingeva atterrito, chi montava sulla panca come se arringasse le moltitudini, chi raggomitolandosi nel miglior modo possibile spingeva l'audacia fino a gettar qualche nocciolo di pesca sulla cattedra del professore. Era come un guanto di sfida che il maestro raccoglieva coraggiosamente. Egli ponevasi in tasca con aria di mistero quello strumento d'infamia e brandendo uno scudiscio, che solea tenersi vicino, scendeva dal suo posto a passo di carica e menava colpi a dritto e a rovescio. Un osservatore giudizioso, vedendo quello spettacolo, si sarebbe convinto sempre più della superiorità degli eserciti disciplinati sulle moltitudini, abbenchè numerose ed ardite. Il maestro di scuola, solo contro una cinquantina di ragazzi, sapeva ottener la vittoria per la celerità dei movimenti, per la sicurezza degli scopi, per l'unità del comando. I fanciulli debellati uscivano precipitosi della stanza traendo urla da ossessi, il porco manifestava la sua disapprovazione con ispaventevoli grugniti, e il vincitore non riposava sugli allori, finchè non gli fosse svelato il furfante che osava lanciare un nocciolo di pesca sulla sua cattedra. La sconfitta mette a galla i vizî degli uomini e i delatori non mancavano mai. Severe punizioni erano inflitte al colpevole, che per ultimo doveva chieder perdono a mani giunte e protestare in nome di tutti i santi che non l'avrebbe fatto più. Nondimeno simili scene ripetevansi quasi ogni giorno e sottraevano allo studio due lunghe ore. Molte famiglie ne pigliavano pretesto per non mandare i loro bimbi alla scuola: poi c'erano i freddi dell'inverno, poi gli ardenti calori della state, e così di seguito. Insomma, nel paese il saper leggere era poco men che un miracolo; s'immagini quindi lo scrivere. I numeri si conoscevano fino al 90 per merito del lotto, giuoco grandemente morale ed educativo. Non che siffatta benedizione vi fosse precisamente nel villaggio, ma i gonzi incaricavano il portalettere di giocare per loro conto nella città, e il libro dei sogni era gravemente discusso nella domenica e negli altri giorni festivi.

A malgrado d'una condizione di cose sì miserevole, quando il conte Alberto insistette presso alcuno degli ottimati sulla necessità di qualche provvedimento, le sue proposte furono malissimo accolte. Si levò anzi un grido d'inquietudine, e per poco non si credette vederci l'intervento di Satana. Alberto non si smarrì dell'animo, e poichè il paese respingeva così sdegnosamente il suo consiglio, deliberò d'occuparsi soltanto de' suoi coloni. Era nel centro della tenuta una fattoria bella e spaziosa, ma costruita in guisa da riuscir piuttosto un edifizio di lusso che non un locale acconcio al suo ufficio. Il conte dispose due vaste sale all'uso di scuola, destinando l'una all'insegnamento del leggere, dello scrivere e del far di conto, e serbando l'altra per qualche lezione da darsi agli adulti su cose elementari attinenti all'agricoltura. Per istruire i bimbi ottenne, non senza difficoltà, l'aiuto del suo fattore, al quale sapeva male di diventar maestro di scuola: il resto dell'insegnamento pesava per intero sulle sue spalle, e non era peso sì lieve; altro è sapere, altro spiegar popolarmente ciò che si sa. Nondimeno, triste e singolare a dirsi, la parte più ardua dell'impresa era quella di trovar discepoli. Nulla al mondo uguaglia l'albagia dell'ignoranza. La fondazione di questa scuola fu accolla assai freddamente, e qualcuno se ne dolse come d'una offesa recata al decoro dei contadini. — Questi signori, si mormorava, vogliono farci sentire a ogni momento la loro superiorità. Per che motivo il conte apre una scuola? Per dirci a un dipresso: queste cose che voi ignorate, io le so, io sono un brav'uomo e voi siete somari. Io vi farò toccar con mano la vostra nullità al mio cospetto, e voi me ne ringrazierete per soprammercato.... — A malgrado di queste insinuazioni maligne, la costanza e l'energia del conte Alberto vinsero il punto. Tanto fece e disse per suscitar l'amor proprio de' suoi coloni; tanto si adoperò perfino presso le madri e i bimbi medesimi, che a lungo andare le lezioni sì nell'una come nell'altra scuola poterono rallegrarsi di un uditorio sufficientemente fiorito.

Un giorno che il concorso era più numeroso del solito, Alberto, radunati insieme gli adulti e preso un tuono confidenziale, tenne ad essi all'incirca questo discorso:

— Tra l'altre ragioni, per le quali io ho insistito che interveniate a questa scuola, ve n'è una che non vi dissi finora e che pure, secondo il mio modo di vedere, non è la meno importante. Io desidero che noi altri ci comprendiamo a vicenda; siamo pur destinati a vivere insieme. Ora m'è noto che parecchî de' miei atti incontrarono presso di voi una severa censura. Io credo che abbiate torto, ma appunto perciò mi sta a cuore di dimostrarvelo. E a tale scopo mi sono proposto di pigliare una via lunga sì, ma infallibile, e invece di spiegarvi a dirittura il perchè di questo e di quello, determinai di cominciare coll'insegnarvi a leggere. La mia idea vi fa ridere? Eppure, vedete, la non è tanto strana come par sulle prime. Ve lo proverò con un esempio. Quando volete salire al secondo o al terzo piano d'una casa senza paura di rompervi il collo, che cosa fate? Spiccate forse un salto? No, davvero; vi contentate di salir la scala. Ebbene; anche nell'istruzione bisogna andar su scalino per scalino, e tante cose non si capiscono o almeno non si ritengono se non si hanno certe cognizioni elementari. Partendo dal basso faremo meno strada, lo ammetto, ma avremo anche meno paura di sdrucciolar per indietro. E di mano in mano che ascenderemo, vi darò ragione dei fatti miei, e credo che in fin dei conti vi persuaderete che il nuovo padrone tanto flagellato non operava così fuor di proposito, come vi si vorrebbe far credere. Per me vi assicuro che il giorno in cui ne sarete convinti, sarà uno dei più belli della mia vita. —

V.

Cadeva un giorno d'estate quando il signor Placido, l'organista del villaggio, tenendo in una mano un popone involto in un fazzoletto turchino e nell'altra un rotolo di carte di musica, si avviava a casa con passo affrettato. Giunto dinanzi al cancello della villa del conte, egli, obbedendo all'indole rispettosa sortita da madre natura, si toccò il berretto col dito; cerimonia che egli faceva costantemente senza guardare nemmeno se alcuno potesse scorgerlo, giacchè, diceva egli, a fare un atto di ossequio non ci si perde nulla. Quale fu il suo stupore quando intese chiamarsi ripetutamente a nome, e alzando gli occhi tutto scompigliato si trovò al cospetto del conte Alberto in persona, che gli si rivolse con piglio cortese:

— Aspettava proprio lei, e s'ella mi favorisce, avrò a dirle una parola. —

Il signor Placido era combattuto fra la riverenza e lo sbigottimento. Da un lato il sentirsi parlare in tuono tanto benevolo da un personaggio di sì alto affare solleticava l'amor proprio dell'organista; ma dall'altro che si direbbe delle sue relazioni con un uomo d'idee bislacche, sovversive, rivoluzionarie? Il signor Placido, ci è d'uopo riconoscerlo, era grande partigiano dell'ordine; però la riverenza prevalse. Ma il povero diavolo con le mani impacciate tra il popone e la musica ebbe a durar molta fatica a levarsi il berretto di capo e a prendere quell'atteggiamento rispettoso che si addicesse all'occasione.

— Eccellenza, — ei borbottò alfine, alternando le parole e gl'inchini, — io non era avvisato; ella vede in quale stato io mi trovi....

— Bando ai complimenti, signor Placido; io non son uomo che badi al vestito. Entri, entri, chè già ci spicciamo presto. — E fattogli amichevole violenza, lo costrinse ad entrar nel giardino e a sederglisi accanto sopra una panchina di marmo posta al limitare del viale. Il signor Placido cercò di farsi un po' disinvolto, depose a' suoi piedi il popone e la musica, ma il cuore gli batteva per lo meno cento battute al secondo.

— Ho un'idea che mi preme comunicarle, — riprese Alberto, — e conto sul suo appoggio....

— Lei mi canzona, Eccellenza.... Come mai?...

— Oh! è cosa semplicissima.... Prima d'essere organista, ella, signor Placido, non era forse istruttore d'una banda militare?

— Sì, Eccellenza, tal fui, ma sono passati tanti anni....

— Non importa, la non vorrà dirmi che la si è scordata la musica. Alle corte, la mia idea è questa. Vorrei fondare una banda nella villa e affidarne a lei l'istruzione. Acconsente? — Conforme al suo nome, il signor Placido non era l'uomo dalle rapide determinazioni. A malgrado di ott'anni vissuti nel servizio militare, un nonnulla bastava a fargli perder la bussola: immaginisi quindi s'egli poteva risponder così su due piedi alla proposizione di Alberto.

— Ma, Eccellenza, ecco.... direi.... l'idea è buona... anzi ottima.... nulla meglio della musica;... ma, vede.... sono occupatissimo.... sa... certi riguardi....

— Bene, signor Placido, le lascio tempo a pensarvi; è giusto ch'ella non voglia rispondermi così su due piedi.... ne riparleremo. Anzi la impegno a venir domani a far colazione da me.... Qui poi non ammetto obiezioni, la ci verrà senza dubbio.... Badi che se la mi manca, vo sulle furie.... Intanto scusi se l'ho disturbata....

— Oh.... come? anzi un onore.... — rispondeva l'organista tutto confuso e rosso come un gambero, e, riprendendo il suo popone e l'involto di musica, usciva dal cancello voltandosi ad ogni momento per fare un nuovo inchino.

— Che imbroglio!... che roba!... — andava borbottando fra sè e già stava per prendere una scorciatoia fra' campi che lo conducesse diritto a casa, quando per compiere i contrattempi della giornata il sacrestano che passava appunto di lì e l'aveva visto uscir dalla villa, si mise a gridare:

— Bravo, signor Placido, anche voi siete una bella banderuola! Che cosa ci siete andato a far dal conte? —

L'organista covava da lungo tempo, non sappiam per quali cagioni, una profonda stizza contro il sacrestano. Onde, a malgrado della sua naturale timidezza, la costui impertinenza gli fece montare il caldo alla testa, e rispose con piglio reciso e con volto arcigno:

— Non rendo conto a nessuno de' fatti miei, e meno a voi che agli altri. — E prima che l'offeso si risentisse, egli studiando il passo s'era già messo innanzi pei campi.

La sera il signor Placido si recò difilato dal parroco per chiedergli consiglio. Ma questi se ne indispettì.

— O che bisogno c'era di venire a seccar me? Certo che se dovessi darvi un consiglio, vi direi di non accettare;... ma no, anzi, il conte potrebbe prendersela meco.... infin dei conti è meglio accettare. Se ci fossero qui il marchese Taddeo e la baronessa Marina, essi direbbero certamente di no... eh! senza dubbio, si lagneranno meco perchè non mi sono opposto, ma non so che dire.... essi si levano dagl'imbarazzi e stanno in città nove mesi dell'anno: costui invece, cioè il signor conte, sta qui e non posso disgustarmi seco, non posso. Insomma, — concluse irritandosi visibilmente contro il signor Placido, — non capisco per qual ragione siate venuto da me: che amore del prossimo, quando siam negl'impicci, di volerci cacciar dentro anche gli altri!

— Ma, Reverendo, io volevo anch'esser sicuro del mio posto d'organista.

— O chi volete che ci metta al vostro posto? la gatta?... —

La discussione iniziata con tanto buon successo a casa del parroco si continuò con maggiore vivacità in bottega del farmacista.

Il medico, già informato dei disegni del conte, gli appoggiò con molto calore e insistette presso il signor Placido affinchè accettasse l'incarico, dolendosi assai dei pregiudizi del paese che costringevano il giovane signore a circoscrivere l'opera sua nella villa. Quanto al signor Melchiorre, deputato comunale, parevagli che si sarebbe dovuto ricorrere al suo consiglio, e che del resto siffatte cose non producessero altro frutto che quello di crescere i bisogni della gente e di aumentare quindi il numero degl'infelici. — Non negherò — egli concluse in tuono d'importanza — d'aver letto che in qualche villaggio d'Inghilterra esiste questa istituzione della banda; ma è un bene o un male? Ecco la questione.... — E ripeteva con palese compiacenza: — Ecco la questione.

— E qual è il vostro parere? — chiese il signor Placido al farmacista, che stava pesando un'oncia di cassia ad una contadina.

— Oh! caro mio, i farmacisti sono neutri. Quando tutto il giorno si devono preparare armi contro la morte, siam bene al disopra di queste bagattelle.... Credetemi pure, sono piccolezze.... l'essenziale è qui. — E proferendo queste parole guardava con nobile orgoglio alle scansìe del suo negozio, tutte piene di vasi di medicinali schierati in ordine di battaglia.

Stanco delle inutili ciarle, il signor Placido tornò a casa a consultarsi seriamente con la moglie. Dopo un gran discorrere, dopo aver pesato da una parte i rischi e dall'altra il guadagno: — Accetta, — gli disse la fortissima, ma non formosissima donna. E il signor Placido accettò. Da quel giorno il partito conservatore lo riguardò come un apostata.

VI.

Trombe, tromboni, flauti, clarini, fagotti e tamburi giunsero in bel numero nella villa con singolare commozione di tutto il paese, il quale salutò i nuovi arrivati con molto schiamazzo.

Sul principio erano stuonature orribili, e noi non pretendiamo che chi passava per la possessione avesse ad andare in visibilio sentendo i mirabili accordi che uscivano dalle varie casupole de' contadini. Ma i progressi vennero col tempo, e non andarono molti mesi che si riuscì a provare qualche suonata intera.

Alberto diceva, e noi gli diamo piena ragione, che ogni modo onesto di associare gli uomini è un modo di farli progredire; che la musica gli associa e ingentilisce; che quelle nature rozze, alle quali non si poteva pretendere di far gustare e la poesia e la pittura, erano in grado di sentire la musica e di sollevarsi per essa a quel mondo ideale, ch'è forse la vera patria dell'anima. Nè il conte volle lasciar senza risposta le obiezioni che gli si facevano, e un giorno alla scuola parlò a un dipresso così: — Mi si accusa di rendervi più infelici suscitandovi nuove idee, ma io voglio farvi un'interrogazione. Se voi, a cui natura diede il sacro lume degli occhi, foste stati allevati in una stanza chiusa a ogni raggio di sole, è certo che non avreste concetto della luce nè dolore d'esserne privi, come pure è certo che vistala una volta non potreste farne a meno senza grave danno; orbene, chi di voi rinunzierebbe allo spettacolo sublime dei campi e del cielo, pur di non farsi un bisogno, al quale convien dare perenne alimento? Così è delle facoltà dell'intelligenza. Dio le ha poste in voi, Dio vi ha dotati della potenza d'intendere mille nobilissime cose; ma senza l'educazione queste virtù giacevano inerti: o vi par egli una sventura l'averle messe in movimento? Sicuro; vi siete fatti nuovi bisogni, ma non vi sembra nello stesso tempo di aver nuove forze? Non vi sentite più gagliardi di prima? Ma, Dio buono! non v'è nulla al mondo che non tenda a compiersi: la rosa apre ad uno ad uno tutti i suoi petali, l'albero mette tutte le fronde: che più? il germe nascosto sotto la terra ha orrore delle tenebre, e si trasforma, ed esce anelante agli aperti sereni; e l'uomo soltanto dovrebbe ribellarsi a questa legge universale, egli solo dovrebbe dire: — Signore, tenetevi tutti i vostri doni; so che avete riposto dei tesori nell'anima mia, ma io non voglio affaticarmi a cercarli, voglio morire zotico ed ignorante come son nato? — Però badate bene: oltre ad essere una protesta sciocca ed irriverente, sarebbe anche una pessima speculazione. Se voi poltriste nel sonno quando il sole è levato, altri verrebbero sui vostri campi e mieterebbero le vostre spighe. Il progresso è come il sole. Egli sorge e s'avanza senz'abbadare ai dormienti, e chi non si scuote a' suoi raggi, tanto peggio per lui; egli sarà calpestato da quelli che si muovono e si sveglierà troppo tardi. Ma vi son molti che, anche ammettendo l'utilità della lettura, mormorano contro la musica e soggiungono che l'è una cosa di lusso, una raffinatezza da gran signori, e che i campi non si coltivano a suon di chitarra. Questo lo sapevo benissimo, eppure credetemi che non v'è alcuno esercizio più della musica accessibile a tutti. E vi par poco d'esservi assicurati una ricreazione per l'ore d'ozio? Il tempo bisogna occuparlo, e il difficile sta nell'occuparlo bene. Ora, se invece di passare il dopo pranzo alla bettola vi radunerete a studiare insieme un pezzo di musica, non ci avrete forse guadagnato qualcosa? Ma, continuano i nostri dottori, che roba è quella chimica agraria, quella economia che si pretende insegnare? Amici miei, non facciamoci mai paura dei nomi. Chimica, economia, possono parere, a prima vista, parolone che non fanno per voi altri; ma ormai che sapete di che si tratti, vi sembra che sia fuor di proposito l'averne qualche nozione? È un levarvi dalla vostra sfera il dirvi di che parti si componga il suolo che coltivate, e quali sostanze valgano a renderlo più produttivo, e come l'aria e l'acqua e la luce influiscano sulla fioritura delle mèssi? O se non le sapete voi queste cose, chi deve saperle? È un levarvi dalla vostra sfera l'insegnarvi la virtù che c'è nel risparmio e il vantaggio che ne deriva a tutti voi, se nessuno v'impedisce di comperare le merci ove costano meno, senza badare se siano del paese o non siano? Son pure atti della vostra vita d'ogni giorno questi che la scienza prende a disamina, e non vi dorrà d'andarvene col lume della ragione ove andavate finora a casaccio. Insomma, amici miei, lasciamo che i maligni gracchino a loro posta, e tiriamo innanzi. Sin che non ci faranno altre accuse che questo, non c'è invero argomento da mortificarsene. —

VII.

Non andò molto che un grande avvenimento mise in subbuglio la villa. Dopo qualche mese d'assenza il conte Alberto annunziò il suo ritorno, avvisando però ch'ei non sarebbe solo, ma con un'altra. Il conte s'era ammogliato, e si può immaginar quanti commenti si facessero di questo suo matrimonio, e quante congetture per l'avvenire. Chi diceva che una giovane, avvezza alla vita romorosa della capitale e alle conversazioni ed ai teatri, non potrebbe trovarsi a suo agio in un paesuccio così povero d'ogni consorzio, e turberebbe la pace del marito co' suoi capricci; chi invece ne traeva lietissimo augurio, e sperava che la presenza d'una gentile signora infonderebbe nuovo brio nella villa. Il partito codino cercava, dal canto suo, di gettare il discredito sulla futura contessa, e non v'è malanno che non le cacciassero addosso. Nei villaggi la malignità abbonda e poco si bada alla qualità dell'armi brandite, pur di ferire.

La giovane sposa, descritta in mille guise diverse secondo il ghiribizzo di chi non l'aveva mai vista, comparve alfine a portare la discussione sul terreno dei fatti. Non beltà sfolgorante, ma leggiadria di volto e di forme; era tutta grazia nelle movenze, tutta dolcezza nello sguardo e nei modi. Vi sono creature privilegiate, alle quali natura diede di poter fare ogni cosa con garbo, e di mostrare negli atti della vita più semplici l'eletto animo e l'armonia delle facoltà. La Matilde, che così avea nome, era tra queste. Non umiliava i suoi dipendenti nè con riserbo sdegnoso, nè con dimestichezza affettata: chi crede tutti gli uomini uguali, può talvolta parer meno affabile di chi, sentendo altamente del censo e del nome, cerca pure di appianare le differenze con la famigliarità delle forme; ma per gli spiriti ben fatti la fratellanza vale ancor meglio della pietà.

Quantunque nata e cresciuta in una capitale, Matilde amava la vita campestre. E il conte Alberto comprese ottimamente che per non fargliela venire a noia bisognava ch'ella non ne fosse semplice spettatrice, ma si addimesticasse con quelle abitudini e con quegli interessi. Le donne ricche, a' nostri tempi soprattutto in cui, la Dio mercè, l'esigenze della vanità si son fatte men formidabili, nè il cavalier servente e lo specchio si dividono con tirannica monotonia il pensiero femminile, son minacciate da due grandi malanni, l'ozio e la noia. Le costumanze sociali hanno precluso alla nostra compagna tante sorgenti d'attività, l'educazione ch'ella riceve suol esser sì frivola, che quando non la soverchino le cure di numerosa famiglia, il suo tempo è piuttosto consumato che adoperato. La è cosa doppiamente funesta, e perchè mille germi fecondi inaridiscono nella donna senza metter fiore, e perchè l'uomo viene a perdere un'alleata operosa, la quale ha gl'istinti del bello e del vero, e se difetta della pertinacia necessaria a condurre a termine le grandi imprese, abbonda dell'entusiasmo necessario ad iniziarle. Abbandonata a pernicioso influenze, per la mobilità della sua tempra inchinevole alla superstizione ed al misticismo, ella riesce sovente un ostacolo, mentre dovrebbe riuscire un aiuto, e quante volte alle dolcezze ineffabili della carezza materna, alla soavità dei consigli d'amore si mescono ammaestramenti, contro i quali protesterà più tardi l'animo nostro. Ma la colpa è di chi sdegna seminare in quel suolo ferace, e per tema di perdere uno scettro illusorio, non aiuta la debole creatura ad uscir di pupillo.

Fortunatamente la vita campestre offre alla donna più modi assai del vivere cittadino per adoprare utilmente le proprie forze. Nè Alberto poteva consentire che sua moglie fosse una signora feudale alla foggia antica, una di quelle dame che col falcone sull'omero si recavano alle splendide caccie, beatificando di languidi sguardi i paggi svenevoli: non in quell'atmosfera cortigianesca lo spirito si ritempra alle forti virtù, non tra quelle molli consuetudini può esercitarsi l'ufficio vero della donna.

La contessa Matilde aveva due campi d'attività innanzi a sè. Da un lato ella poteva attendere alle bisogne della villa, e vigilare quella parte di lavori campestri più particolarmente affidati alle donne, quali sarebbero la coltivazione dei bachi, la filanda, la cascina, ec.; dall'altro sarebbe stato ufficio non meno utile, non meno lusinghiero pel suo amor proprio, il prendersi cura di quelle povere contadine, e dirozzare alcun poco quelle bimbe lasciate crescere come le male erbe. La giovane signora non esitò un istante ad assumersi ambedue quest'incarichi: come padrona della tenuta, ella diceva suo dovere di promuoverne gl'interessi; come donna, come patrocinatrice delle sue dipendenti, pareale altrettanto necessario di accingersi coraggiosamente a quell'ufficio educativo, checchè potessero dirne e pensarne i fannulloni e i malevoli. Nè le chiacchiere mancarono. Una brutta e scipita vecchia, che aveva fino allora congiunto i due ufficî di levatrice e di maestra, venne a querelarsi personalmente con la contessa, assicurandola di aver sempre tenute le bambine legate alla sedia nel massimo ordine e meravigliandosi altamente che si potesse fare qualche cosa di più. Il maestro di scuola che pel numero scemato degli alunni soleva occuparsi con maggior sollecitudine dell'agricoltura, stanco di quella parte da Cincinnato tornò a rimescolarsi pe' suoi lesi diritti, e i due rappresentanti dell'istruzione pubblica strinsero alleanza offensiva e difensiva per abbattere gl'inaspettati rivali. Che se l'opera loro riuscì inutile, non tacque però la maldicenza paesana e nessuno poteva capacitarsi che la villa dei conti *** fosse ridotta una scuola. Ma se ne capacitavano a poco a poco i coloni, e quell'istruzione data alla buona, e più in guisa di consiglio fraterno che d'insegnamento burbanzoso, sortiva già ottimo effetto.

VIII.

Pochi mesi eran corsi dacchè la Matilde si trovava nella villa, quando, coincidendo il tempo dei raccolti ubertosi assai più dell'usato, il conte Alberto pensò di approntare una festa campestre in onore della sua sposa. Era la ridente stagione, in cui la natura offre agli uomini le sue ricchezze, e le spighe inchinandosi verso terra pel soverchio del peso invitano alla mietitura. L'anno scende bensì la curva del tempo, ma è vegeto ancora e robusto: invano il sole dardeggia sugli alberi, invano il vento va scompigliando le fronde, non una foglia ingiallisce, non una foglia strappata dai rami ingombra il cammino. Le vigne, tenendosi l'una con l'altra pari a coppie gioconde di danzatori, mostrano il lento rosseggiare dei grappoli; le pesche pendono mature dal gambo, mentre, lontane annunziatrici del verno, le mele acide ancora e scolorite si arrotondano sulla malinconica pianta. Era la stagione, in cui pel cominciar delle pioggie qualche striscia argentea serpeggia fra i ciottoli del torrente; era la stagione, in cui la luna svela più ampio e luminoso il suo disco. Gli uccelli, immemori delle offese dell'uomo, tornano fra le siepi a rallegrarlo dei variati gorgheggi; la tuberosa ed il gelsomino, aprendo a gara le candide foglie, riempiono l'aria delle più soavi fragranze, e la dahlia nascosta ancor nella buccia sta acconciandosi il magnifico vestimento. I carri colmi di mèssi s'avanzano con maestoso incesso verso le fattorie. — Harvest home, cioè la raccolta a casa, — gridano i contadini inglesi con unanime entusiasmo; — harvest home, — e mille feste rallegrano in quei dì le campagne. È il carnovale del colono che nel tempo dei teatri e dei balli non ha altro spettacolo che un tappeto di neve sul suolo, che un velo di nubi nel cielo, e fa mostra d'animo scarsamente gentile chi non sia tocco da quelle semplici solennità. E non soltanto nelle campagne, ma dappertutto le feste in comune sono un gran sollievo per la povera gente. Noi altri, però, che siamo gente chique, guardiamo con un sorriso di compassione que' convegni popolari, e se qualcuno di noi v'interviene lo fa specialmente per adocchiarvi le belle ragazze, giacchè fra i molti privilegi nostri sulla gentuccia v'è pur quello di poter insidiarne la pace e l'onore. Oh! se pensassimo che i tapinelli, i quali vivono sotto un tetto affumicato, affranti dalle diuturne fatiche, nell'incertezza perpetua del domani, non hanno passatempo migliore di quelle riunioni, non hanno altro modo per dimenticare il tedio della penosa esistenza, oh! senza dubbio la celia ci morrebbe sul labbro. E invece d'irridere le feste popolari, vorremmo anzi promuoverle, e chi sa se, opportunamente dirette, non potrebbero informare a maggior gentilezza i costumi e svegliare nell'anime più torpide il senso educativo del bello.

Una vasta prateria di recente falciata, a un angolo della quale sorgeva l'edifizio disposto ad uso di scuola, e a cui faceva cintura un lunghissimo pergolato, venne scelta come il sito più acconcio a quella solennità campestre. Sotto il pergolato eran disposte due tavole; l'una assai grande per gli adulti, l'altra minore pei fanciulli. La Matilde si era fatta assegnare un posto in questa, pigliandosi l'arduo ufficio di vigilare uno sciame di bimbi. Alcuni rivenduglioli girovaghi, che avevano avuto sentore della festa, s'erano introdotti nella villa fino dal dì precedente, e il conte aveva loro permesso di rizzare lo loro baracche nella prateria per far più variato lo spettacolo; ond'essi alla mattina per tempissimo sfoggiarono le loro merci, che consistevano per lo più in balocchi, in spilli, in ombrelloni rossi di lana e in ghiottonerie d'ogni fatta. Accorsero anche de' suonatori, ma trovarono il posto occupato, chè quasi a mezzo della prateria erasi costruito, con assi di legno commessi insieme alla meglio, un palco, dal quale la banda doveva esporsi al pubblico per la prima volta. Un'asta levigatissima sorgeva a foggia di vessillo a pochi metri di distanza, e in cima a quell'asta erano degli abiti nuovi e delle appetitose salsiccie; guiderdone serbato a chi avesse agilità bastante a giungere lassù. Questa gara della cuccagna, i suoni, il banchetto, le danze che potevano continuarsi tino a tarda sera nelle due sale della scuola, ecco tutti i sollazzi della giornata. Ma quel trovarsi insieme uomini, donne, fanciulli in un dì d'allegria; quello smettere per poche ore la zappa e la marra; quel vedersi convitati con tanta affabilità dai signori del luogo; erano circostanze che nell'animo ingenuo dei villici accrescevano a mille doppi il valore del divertimento. Il sole era sorto da poco che già la prateria rigurgitava di gente: venivano le famiglie intere, quali a piedi, quali, se abitavan discoste assai, nel loro biroccino con l'asinello, oppure sopra un carro pesante tirato da buoi. Curiosissimo era lo studio che traspariva in tutte le vesti e l'acconciature; non v'era vecchia rimbambita che non avesse rovistato ne' suoi armadî per cercare di mettersi in fronzoli. Delle giovani, alcune avevano un fiore nel crine, altre tenevano sul capo un fisciù; e le più eleganti erano adorne di un cappellino di paglia, assettato in testa con una certa negligenza che manifestava vie più l'artificio. I contadini erano divisi in due classi: i partigiani del buon tempo antico, che non rinunzierebbero per tutto l'oro del mondo a sfoggiare i loro polpacci, e quindi tengono i calzoni corti e stretti al ginocchio; i progressisti, che hanno adottato le brache lunghe alla moda cittadina. Ma questi erano ben pochi nel paese di ***.

La Matilde associatasi ai bambini ne dirigeva festosamente i giochi, e le vispe creature che non sanno ancora di riguardi sociali, posta da banda ogni timidezza, le carolavano intorno con clamorosa allegria. Per una delicata sollecitudine di alcuni fra i coloni, tre fanciulle delle più leggiadre in abito bianco, vagamente acconciate, la presentarono d'un bel mazzo di fiori, mentre la banda intuonava una polka, che il signor Placido aveva scritto apposta, intitolandola: — Matilde. — Alle prime note si fece universale silenzio. Le femmine interruppero il loro cicaleccio, i rivenduglioli cessarono dagli striduli richiami, e, vedi miracolo! i bimbi stessi divennero zitti. In mezzo alla dolce maraviglia, scolpita in viso a quelle turbe non avvezze ad altre armonie che al suono dell'organo o al fracasso delle trombe dei saltimbanchi, in quell'agitarsi di tante bionde testine, chi poteva guardar pel sottile all'ispirazione musicale della suonata o all'accuratezza dell'esecuzione? Gli applausi furono immensi, ed era singolare sentir poi le donne bisticciarsi tra loro, poichè ognuno che avesse congiunti o amici nella banda, attribuiva ad essi a preferenza degli altri il buon esito della suonata.

Poco prima del pranzo la contessa, quale regina della festa, chiamò a sè i fanciulli d'ambo i sessi ch'erano più lodati per la svegliatezza dell'ingegno e la bontà del costume, e regalò ciascheduno d'un libretto della Cassa di Risparmio da lire 20, avvertendo che se di lì a un anno non lo avevano intatto, non si aspettassero più da lei nè un dono nè un chicco. Soggiunse a un tempo che il giorno appresso avrebbe tentato di spiegar loro che cosa fossero quei libretti e a che cosa servissero. Diremmo una bugia asserendo che i bimbi ne restassero assai soddisfatti: a sentirsi parlar d'un presente la loro fantasia era volata tant'alto, che per poco non si aspettavano uno di que' castelli di fate, onde avevano udito discorrere negl'invernali filò.[1] Qualcuno nel vedersi in mano quel magro libretto sentiva imperlarsi la lagrima sul ciglio, ma il pranzo fece porre ogni cosa in obblìo. Finito il banchetto, che si chiuse con un brindisi entusiastico alla salute degli sposi, la banda ricominciò le suonate ed ebbero principio le danze, alle quali assistettero molte fra le notabilità del villaggio. Il parroco, per salvar capra e cavoli, giunse al dessert: così poteva dire di non essere stato a pranzo, e insieme buscavasi un dolce e un bicchier di vino: certo che gli uomini dei partiti estremi condannavano siffatto temperamento, certo che il sacrestano, rappresentante delle idee ultra-conservatrici, non solo non avea messo piede nella villa in quel giorno, ma anzi s'era assentato dal paese per fare una dimostrazione ostile al conte Alberto; però il parroco diceva: — Male, malissimo, bisogna saper tenersi con tutti... io mi pregio d'esser moderato. — E questa soddisfazione di sè ei la condiva abbondantemente col vino della cantina del conte. Quanto al vecchio marchese, che la curiosità spingeva ad ogni tratto nella villa e che s'era tanto doluto della mancanza di livree, egli aveva assistito alla festa con un sorriso di superiorità. E, voltosi al parroco, gli bisbigliò all'orecchio: — Creda pure, Reverendo, che le feste vogliono esser date da noi altri nobili di vecchia data. Non crede?... dica liberamente. — Eh! credo. — Io una volta ho avuto nel mio palazzo i professori d'orchestra di ***, nientemeno, capisce, Reverendo? Ma nelle sale, s'intende, non già nei campi per far ballare un po' di plebaglia. Sarà stata una festa ben migliore di quella d'oggi, non le pare?... — Eh! sicuramente.... — Ma, fra noi due, che nessuno ci senta, queste son pagliacciate belle e buone.... Via, mi dica la sua opinione.... — Ma, secondo.... si.... capisce.... — Come? — La causa di questa evoluzione era l'avvicinarsi del conte Alberto, al quale, non appena ei fu giunto, don Gaudenzio e il marchese gridarono in coro: — Festa stupenda, impareggiabile; ce ne congratuliamo col conte Alberto. —

IX.

Les jours se suivent et ne se ressemblent pas, dice il proverbio francese, e chi avesse visitato la villa tre settimane dopo il dì della festa, l'avrebbe trovata poco men che in aperta rivolta. E tutto perchè? Per un trebbiatoio di frumento che il conte Alberto s'era fatto venire in quei giorni, e dal quale i coloni traevano i più cupi pronostici pel loro avvenire. Il fatto si è che i lavori accresciutisi, l'incremento notabile della cascina, le cure richieste dal nuovo prodotto della canape rendendo necessario un maggior numero di braccia, avevano arrecato un rincaro non lieve nella mano d'opera, che per buona parte doveva affidarsi a giornalieri. Ora la macchina, secondo il solito, adempiendo il suo ufficio con risparmio di tempo e di spesa, consentiva di sbarazzarsi de' lavoranti soprannumerarî e di ridurre le mercedi a più equa misura. Nelle sue lezioni il conte aveva discorso più d'una volta intorno alle macchine, ne aveva discorso con soda dottrina e con argomentazione calzante; ma quando ci sia l'interesse di mezzo, si trova sempre il modo di sottrarsi alle tirannie della logica rifuggendosi nel terreno neutro delle eccezioni. Chi di noi non ha sentito dirsi mille volte: — La cosa è giusta in teoria, ma in questo caso... poste certe condizioni particolari, ci vogliono speciali riguardi?... Non si possono nemmen dire arti vecchie; è un portato spontaneo della natura umana, la quale ben di rado è così austeramente giusta da ammetter di primo acchito quelle verità che sanno d'amaro. Immaginatevi poi in un paese gretto, ignorante, ove le piccole ire trovano buono ogni pretesto per farsi innanzi. — Ecco la conclusione delle belle riforme del nuovo signore, dicevano alcuni; ecco la filantropia di questi dottoroni, di questi filosofi.... sotto colore di progresso insidiano l'esistenza del contadino, come s'ella non fosse stentata abbastanza e penosa. Povera gente! Hanno sudato sangue, hanno incallito le mani, hanno abbronzito le fronti per farvi più pingui le mèssi, e un giorno, quando meno se lo aspettano, un congegno di ferro si pianta in mezzo ai campi rigogliosi, in mezzo alle verdi praterie, e dice a questa popolazione miseranda: — Va via: io mieto le spiche, io falcio l'erba più a buon mercato di te. Va via: rinuncia i tuoi salarî, lascia la casa dove sei nata, dove son morti i tuoi padri, va via; cercati un altro tetto, un altro padrone che ti scaccerà anch'egli, quando lui pure rischiari il lume della civiltà. — Son le solite querimonie che da anni ed anni tendono a rinfocolare le ire dei creduli volghi, a' quali il danno presente fa velo al giudizio e toglie ogni facoltà di riposato consiglio.

A queste arringhe dissennate aggiungasi la mal celata esultanza di quelli che godono sempre degl'imbarazzi altrui, gente che si raggranella in ogni ordine sociale, nella turba infinita degl'indolenti e degl'invidi. Pare a costoro di trovar una giustificazione della propria inerzia nei malanni che incolgono agli operosi, ed hanno eternamente sul labbro quella frase sapientissima — Lo avevamo predetto, — come se la fosse una divinazione sublime il predire che chi cammina potrà incespicare talvolta; mentre gl'immobili non incespicano, ma vanno in putrefazione e marciscono l'aria che li circonda.

Il sacrestano idrofobo, come sempre, voleva passare a vie di fatto e rimestando nella folla quasi quasi lasciava intravvedere la possibile alleanza delle sue campane, come se si trattasse d'un vespro. Gli spiriti del villaggio non eran però così bellicosi, e l'intemperanza stessa delle proposte chiudeva i germi d'una reazione. Quanto ai moderati, e' non poterono mettersi d'accordo in verun partito. Anzi il farmacista, sollecitato a dire almeno il suo parere, si contentò di rispondere con tuono severo: — Mi maraviglio. —

A ogni modo, Alberto continuava ad essere in un brutto impiccio. I contadini s'eran fatti disubbidienti, riottosi; i giornalieri licenziati protestavano di non volersene andare, e il paese dava segni assai chiari di plaudire alla loro insolenza. A malgrado dei beneficî del conte, la popolarità non eragli per anco assicurata: i pregiudizî hanno messo così salde radici nel cuore degli uomini, che chi li combatte non può non suscitarsi contro un vespaio.

Il giovane signore ebbe però il buon senso di capire che i belli ed eloquenti discorsi non giovano a nulla in tali casi; l'intelligenza che nei momenti placidi serve a comprenderli, ne' momenti procellosi serve a svisarli, le argomentazioni logiche s'interpetrano come sottigliezze d'animo chiuso a ogni senso gentile, le parole amorevoli si dicono artificî d'ipocriti. Soltanto innanzi alla tranquilla energia degli uomini sicuri di sè ogni resistenza si spunta. E il conte non si lasciò intimidire dallo schiamazzo de' malcontenti. Quanto ai contadini che abitavano nella tenuta, egli però non volle licenziarne nessuno, sebbene in sulle prime l'opera loro venisse ad essere diminuita d'assai: egli prevedeva che l'impulso dato alla produzione con la novità dei metodi agrarî avrebbe di certo ridomandato quelle braccia che ora giacevano inerti, nè il risparmio di poche mercedi poteva indurlo a metter sulla strada parecchie famiglie. E in questo generoso proposito lo raffermarono anche le sollecitazioni della sua sposa. Certo quel passaggio dalle vecchie abitudini ai nuovi sistemi più fecondi, più logici, non si compie senza lagrime, non deve farsi senza cautele, le quali vogliono forse esser maggiori nella campagna che nella città. Si tratta di popolazioni meno aperte alle idee del secolo, use a prendere speciale affetto alla terra che coltivano, alla capanna che abitano, e per le quali un mutamento di sito ha talvolta tutte le amarezze dell'esiglio. Si tratta di popolazioni che hanno chiuso il loro orizzonte nel villaggio natìo, che vissute fuori dei grandi centri sociali non acquistarono le svariate attitudini onde si adornano le popolazioni urbane, a malgrado della più minuta divisione del lavoro.

Avvenne col tempo ciò che suol sempre accadere in siffatti casi. Stimolato con più sapiente energia, il suolo rese di più: le derrate riuscirono di miglior qualità e trovavano prontissimo spaccio su tutti i mercati. Quindi si raddoppiò la lena, e allo sciopero del momento tenne dietro un'attività non interrotta. A poco a poco macchine e contadini finirono col mettersi d'accordo, quasi diremmo col prendere ad amarsi. È noto come nei paesi industriali gli artigiani nutrano una speciale affezione per le loro macchine: la celerità, la precisione, con cui que' complicati congegni accudiscono al loro ufficio, hanno qualche cosa che seduce ed affascina, e l'artigiano nell'accarezzare la manovella che gli sta dinanzi, tributa un omaggio indiretto alla potenza dello spirito umano. I rozzi coloni della villa, per quanto venissero sollecitati a respingere le invenzioni del demonio, non poterono alla lunga sottrarsi ad un certo senso di riverenza, il quale, se non altro, valse a ridare la pace a quei luoghi, un di sì tranquilli e allora agitati da sì bollenti passioni.

X.

E da questa pace il conte Alberto trasse animo a proseguire nel suo generoso apostolato.

Non ultima cagione della miseria dei contadini è il loro difetto di previdenza e la mala abitudine di prendere a fido le derrate necessarie al loro mantenimento. È una consuetudine doppiamente funesta: prima di tutto perchè espone que' poveri villici alle frodi de' trafficanti, i quali sanno risarcirsi ad usura del ritardo posto ai rimborsi; poi perchè quel comperare senza spendere seconda maggiormente gl'istinti dello scialacquo, e solletica in certo modo la vanità personale del contadino che ci mette amor proprio nel trovar credito. Non si può dir quante famiglie siansi ridotte all'estremo dell'indigenza mettendosi su questa via sdrucciolevole. Le polizze ingrossano, il merciaio ne esige il pagamento, e si rifiuta a fornire i suoi generi al debitore tapino; poi vengono gli atti, le oppignorazioni, ec., ec. Come nell'infanzia dei popoli, così nei primi rudimenti dell'educazione individuale convien far precedere l'idea e la pratica del risparmio a quella del credito; se no, fa d'uopo rassegnarsi alla giudiziosa interpretazione de' nostri villici, i quali sono singolarmente mortificati, quando non restino oppressi sotto il peso dei debiti. A sottrarre i suoi coloni alle conseguenze del funesto sistema, Alberto si fece iniziatore d'una di quelle istituzioni che in Inghilterra, in Francia, in Germania sorgono per impulso spontaneo del popolo, e fondò nella tenuta un deposito di derrate alimentari, che dovevano spacciarsi ai contadini della villa con un piccolo soprappiù di prezzo del costo. V'era però fissa la norma che non vi si farebbe mai credito.

Dopo ciò, nuovi cicalecci e nuovi clamori. Il nobilume, che vegetava tristamente nei dintorni sospirando invano il tempo che fu, levò un grido di scandalo allorchè vide scender sì basso un successore dei ***. — Oh nipoti degeneri! Quando mai un aristocratico puro sangue, un castellano dal blasone incontaminato avrebbe accudito all'umile ufficio di bottegaio? È questa la beneficenza spilorcia, subentrata alla larghezza di quelli che profondevano l'oro sul loro cammino? Un giorno i nobili, abbassando il guardo dai cocchi dorati, inebriavano le plebi con un benigno sorriso, e le plebi si stimavan felici per un solo accento ad esse rivolto. Ormai questi novatori hanno rotto la diga che li separava dal popolo; le acque del torrente si son rovesciate sui campi: quando sarà che si arrestino? — Così parlava, profetando sventure, il partito legittimista del luogo, il quale, visto la mollezza del parroco e dell'altre autorità paesane, raccoglievasi nei mesi d'autunno presso la baronessa Marina, ch'era la più coduta fra le bestie ragionevoli del villaggio. Però niuno sapeva proporre un modo di mettere argine al male, per opporsi alla propaganda diabolica del conte Alberto sarebbe stato mestieri di spender quattrini, e allorchè si toccava questa corda raffreddavasi d'assai lo zelo de' campioni dell'altare e del trono.

I moderati avevano anch'essi la loro paroletta di biasimo circa l'ultimo provvedimento del conte. — E' bisogna vivere e lasciar vivere, — dicevano alcuni; — che ragione c'era di levar gli avventori a' bottegai del villaggio, i quali son qui da tanto tempo e non hanno altra entrata che la loro industria? Perchè cacciarsi dappertutto? Sarà a fin di bene, lo vogliamo credere; ma in questo caso, per esempio, gli è certo che si fa del male a delle famiglie.... — Quanto a' due bottegai che avevano a subire la pericolosa concorrenza della nuova istituzione, essi stimarono di non poter prendere miglior partito che quello di domandare l'immediato rimborso de' loro crediti a quelli fra i villici che gli avevano privati della loro ricorrenza, minacciandoli di ogni sciagura ove non fossero pronti a pagare. E la minaccia avrebbe sortito il suo effetto, se Alberto, senza por tempo in mezzo, non avesse liquidato egli stesso le polizze de' suoi coloni, mandando a vuoto la tattica degli avversari e insieme placandone l'ire con l'insperato rimborso.

A fin d'anno il conte chiamò a sè i suoi contadini. — Miei cari, — egli disse, — quando io ho fondato quel magazzino di derrate alimentari, che diede tanto a discorrere, io non lo feci davvero per guadagnarci; mi premeva soltanto che trovaste da vivere più a buon mercato, e vi persuadeste con l'esperienza della virtù del risparmio. Se nello stesso tempo ho pagato i vostri debiti a' bottegai, di cui eravate avventori, lo feci perchè mi sembrava cosa dicevole e per gl'interessi altrui e per la reputazione vostra, non perchè intendessi farvi una carità; secondo me, la carità non deve farsi che quando non vi sia proprio altro modo di giovare al suo prossimo, e la mia era un'anticipazione, non un regalo. Voi cessavate di esser debitori degli altri divenendo debitori miei. Non ve ne sbigottite, ve ne scongiuro. In primo luogo io sono un creditore che aspetta; poi questo vostro debito è per alcuni annullato, per tutti diminuito. Ed ecco in qual modo. A malgrado de' prezzi mitissimi, a' quali si vendevano i generi nel mio magazzino, a malgrado delle mercedi che ho dovuto pagare, pure ne rimaneva un discreto utile, e questo utile veniva a voi, perchè, vi ripeto, io mi sono assunto l'ufficio di vostro mandatario e non più. Or bene, ripartendo il profitto in ragione delle somme spese da ciascuno di voi, ho posto le singole quote a fronte del vostro debito nel modo che vedrete dai conti che vi saranno consegnati or ora. Quelli tra voi che non avevano alcun debito da soddisfare, sono invece miei creditori e io pagherò loro l'importo ch'essi devono avere. Io spero che voi non sarete malcontenti della mia amministrazione, quantunque io la creda imperfetta da molti lati e soprattutto nel riparto degli utili. Vorrei che voi stessi poteste mettere insieme tanta moneta quanta bastasse a fare la speculazione da voi; allora in fin d'anno il profitto andrebbe diviso proporzionatamente alla somma da voi investita nell'operazione, e ciò sarebbe molto più giusto che non proporzionarla alla spesa. Ma chi principia convien si rassegni a far le cose a mezzo, e l'essenziale è per me di mettervi sulla buona strada.

— Ora concedetemi di ribatter le accuse che mi si fanno per essermi ingerito in siffatta bisogna. V'assicuro ch'io non ne sono pentito punto. Due o tre bottegai ne saranno stati danneggiati, lo ammetto; ma, d'altra parte, quante persone non n'ebber vantaggio? Gli è un conto semplice. Voi qui della villa siete, mettiamo, cinquanta famiglie. Ora se ogni famiglia ha potuto risparmiare 20 centesimi al giorno comperando gli alimenti più a buon mercato, ne viene che fra tutti ci avete guadagnato in 360 giorni 3,600 lire. È come se vi fossero state regalate, ma con la differenza massima che le vi vengono per diritto e non avete a ringraziarne nessuno. Però tiriamo innanzi. Queste 3,600 lire le avete forse nascoste sotterra? No: ve ne siete valsi per procurarvi qualche agiatezza di più, per provvedere a bisogni meno urgenti delle vostre famiglie; ma a tal uopo vi fu pur necessario di fare degli acquisti; onde vedete che se una o due botteghe ne hanno sofferto, ve ne sono invece che se ne avvantaggiarono, dimodochè pensando all'utile vostro non avete fatto il male altrui. Può darsi invero che alcuno di voi, anzichè spendere tutto il danaro risparmiato, lo abbia messo a frutto, ed io non potrei che approvare questo pensiero. Ma non crediate che una somma messa a frutto voglia dire una somma resa inoperosa: tutt'altro. Tanto le Casse di Risparmio quanto i privati che ricevono tali depositi, sanno trarne partito e farlo circolare con utilità generale. Inoltre non si dà un capitale in mano di terze persone se non per ritirarlo al momento opportuno, e comprendete quindi che verrà tempo in cui, adoperando il vostro danaro, alimenterete in proporzione delle vostre forze qualche industria, dando da guadagnare ad altri. In conclusione, statevi con animo riposato, e abbiate per fermo che quegli, il quale con modi onesti attende a migliorare le sue condizioni, non nuoce, ma giova sempre alla società. —

XI.

Era cosa naturalissima che nel villaggio di *** non vi fossero libri. Il solo stampato reso di pubblica ragione era il giornale ufficiale di ***, il quale era letto da tre persone per tre differenti motivi. Il dottore lo scorreva per istare in giorno delle faccende politiche, il deputato comunale per iscarico di coscienza, e il farmacista, che aveva un figlio nella carriera de' pubblici impieghi, vi cercava la rubrica delle nomine.... Pur troppo il foglio ufficiale era molto scemo, e se i contadini non avessero avuto prospettiva di miglior lettura potevano far a meno di andare alla scuola. Questa condizione deplorabile suggerì al conte un pensiero arditissimo: quello cioè di fondare una biblioteca popolare ad uso de' suoi coloni. Si procurò a poco a poco alcune operette semplici ed istruttive, alcuni romanzi morali, e gli andava prestando a quelli tra i villici che ne mostrassero desiderio, offrendosi ad un tempo a spiegar loro quelle cose che non potessero intendere. Non fu opera d'un giorno il destar l'amore della lettura in quegli spiriti rozzi, usi a volgari sollazzi; ma chi propugna una causa buona non può fallire allo scopo quando abbia pazienza, giacchè il bene ha in sè una virtù indistruttibile che lo fa germogliare alla lunga ne' terreni più sterili e più disadatti. E la lettura d'un buon libro pone in movimento tante corde dell'anima, che chi ha cominciato a prendervi gusto non può vincere il fascino e smettere la contratta abitudine. Veder de' contadini con un libro in mano è cosa sì rara, ed era una novità di tal fatta nel paese di *** che se ne fecero mille commenti. — Guarda che dotti, — dicevano; — adesso sì che lavoreranno la terra per bene. — Ma che brava gente, — bisbigliava un altro; — prima maestri di musica, adesso dottori. L'è proprio la strada per diventar contadini di garbo! — Però a queste accuse rispondeva trionfalmente la florida condizione della tenuta, la quale e per la varietà delle culture e per la quantità dei prodotti era raddoppiata di pregio, dacchè il conte l'aveva avuta in retaggio. E quando fu annunciata un'esposizione agraria in una città non molto discosta dalla villa, il conte Alberto volle egli pure concorrervi, quantunque nel paese non vi fosse idea veruna di siffatte cose, e nessun altro prima di lui avesse mandato i suoi prodotti ad alcuna esposizione. Ed anche nella città di *** parve singolarissimo che venisse un espositore da ***, e più singolare ancora ch'egli fosse degno di premio: onde nel conferirgli la medaglia i giudici si rallegrarono vivamente col giovane signore per la coraggiosa iniziativa. Il conte nel parlarne a' suoi contadini: — È una lode, — disse, — che viene in gran parte a voi, mentre tutte le mie idee sarebbero morte infeconde se mi aveste negato l'opera vostra. E ormai ch'io spero avervi convinto delle necessità di dare un altro indirizzo all'agricoltura, della necessità di non respingere i nuovi trovati, è mio intendimento di lasciare in vostra mano gran parte di questa faticosa bisogna, e a quelli tra voi che vorranno tentare la prova io concederò in affitto parte delle mie terre. Vi sono dei paesi ove lo stato di fittaiuolo è oltre misura lieto e vi si ammassano fortune notevoli: ivi l'agricoltura è tenuta in onore, e le campagne non sono meno incivilite delle città, perchè si è compreso come la diffusione dei lumi giovi tanto ai superbi quanto agli umili, e come in ogni sfera sociale sapere è potere. Io desidero che per merito vostro questa sentenza si avveri anche fra noi, e mi stimerò ricompensato a dovizia delle mie fatiche se, saliti a miglior fortuna, vorrete avermi ancora per consigliero ed amico. — La profferta del conte inanimò all'esperienza alcuni di quelli che avevano raggranellato qualche danaro, e conforto tutti nella speranza d'un migliore avvenire. Tanto più che Alberto, ben sapendo quanto bisogno di capitali abbia una florida agricoltura, offrì di anticipare egli medesimo, contro un tenue interesse, le somme necessarie, e appianò quindi il formidabile ostacolo che suole rendere inutili le assidue fatiche dei campagnuoli, la mancanza del credito. Nè a questo male grandissimo si ripara efficacemente cogli aristocratici istituti di credito fondiario: conviene scendere un gradino più basso, conviene oltre ai possidenti assistere i fittaiuoli. Se no, è un bel dire: o perchè non fate questo, o perchè non seguile l'esempio della Scozia, dell'Inghilterra? Nerbo di tutto è il capitale, e se gli agricoltori non han modo di procurarselo, bisogna turarsi la bocca e lasciar che le cose vadano di male in peggio.

XII.

I modi del conte Alberto; la saviezza de' suoi consigli, l'operosità intelligente con cui egli presiedeva alle più minute bisogne, la sua costanza nell'istruire il popolo e nel beneficarlo senza avvilirlo, non potevano a meno di guadagnargli alla lunga la stima e l'affetto de' suoi coloni, a malgrado dei pregiudizî ch'egli aveva feriti, a malgrado dell'ire ch'egli aveva attizzate nei retrivi e nei pigri, i quali non la perdonano mai a chi con l'attività e la pertinacia mette in maggior risalto la loro indole molle, la loro inerzia fastosa.

Ma pareva che il conte dovesse eternamente appagarsi del ristretto campo della sua tenuta, pareva che fra lui e il villaggio avesse a sorger perenne una insuperabil barriera, quando un avvenimento, di certo mollo doloroso, giunse a rompere il ghiaccio, a vincere tutte le prevenzioni che tenevano sospesi gli animi di que' rozzi contadini. Era un autunno squallido assai pegli ardori eccessivi del caduto agosto; l'aria era grave e pesante, la natura, ci si conceda la frase, pareva invecchiata innanzi tempo. E in mezzo a quella malinconia di suolo e di cielo cominciò a manifestarsi in *** un'epidemia, la quale, rincrudelita dal caro dei viveri, dal difetto dell'acqua, minacciava di mietere a larga mano le vittime. I vari signori delle vicinanze, quantunque ascritti a un'infinità di confraternite pie, non indugiarono un momento a darsela a gambe, il deputato comunale morì, nè v'era alcuno che provvedesse con sollecitudine ai bisogni del popolo, dove le processioni e lo scampanìo ordinato dal parroco non si credano mezzi sufficienti ad arrestare la diffusione d'un morbo. Il conte Alberto, stimolato dalla gravità del caso a non domandar licenza a chicchessia, prese in mano le redini di quel povero comune abbandonato; cercò con serî provvedimenti di ovviare al contagio; richiamò dalla città un medico di vaglia perchè assistesse il dottore del luogo, obbligandosi a pagarlo egli medesimo; dispose che ogni giorno per tutta la dorata del morbo i più poveri del villaggio avessero dalla sua fattoria una libbra di buona farina, e non esitò a deviare per un istante da' suoi rigidi principî circa la carità.

Una donna giovane e bella, la quale perchè moglie e madre mirabilmente intendeva l'ufficio di consolatrice, non peritavasi di entrare nelle case degl'infermi, prodiga di beneficî e di dolci parole; e il suo apparire era salutato come l'apparir d'un raggio di sole fra le tenebre, poichè la bontà è una luce perpetua, è un perpetuo sorriso. Questa donna era la contessa Matilde. Com'ella assistesse i malati, come confortasse gli afflitti, lo dicevano l'amore e la riverenza di que' poveri campagnuoli, i quali, appena il morbo scomparve, si associarono per farle un presente, nè certo la buona signora ebbe regalo più gradito di quello. Nello stesso tempo non appena si trattò di rieleggere il deputato comunale, che moltissimi misero innanzi il nome di Alberto; e sebbene la consorteria retriva menasse un clamore d'inferno, pure non potè far prevalere la propria influenza, e il conte fa acclamato a grande maggioranza di voti. La commozione del sacrestano fu tale all'udir la dolorosa novella, che per due giorni consecutivi egli dovette abbandonar le campane in balìa dei ragazzotti del villaggio, i quali ne facevano il più mal governo del mondo. Il parroco, che essendo nato neutro non aveva la possibilità di diventare apostata, complimentò il nuovo eletto con la stessa effusione che avrebbe manifestato pel Khan dei Tartari, ove questi fosse sorto alla prima dignità politica del paese. Quanto all'organista, convertito ormai all'idee liberali, egli applaudiva a questa nomina come ad una propria vittoria e, a chi gli ricordava le sue opinioni d'un tempo, rispondeva che forse le apparenze lo avranno fatto giudicare a sproposito, ma che nel fondo dell'anima egli aveva sempre amato, desiderato e servito il progresso. I maligni ne dubitavano.

Esser deputati comunali d'un magro villaggio non è certo tal carica da insuperbirne. Ma del bene si può farne dappertutto, e chi sdegna di fecondare un piccolo lembo di suolo dicendosi nato a coltivar intere contrade, o trova un comodo appiglio, o presume follemente di sè. Ma, gran Dio! perchè vi sentite l'attitudine a qualche azione grandissima, non farete una opera buona? Gli è come se alcuno non volesse salvare un uomo che affoga, e si scusasse dicendo: — Se fossero due!

Nel suo ufficio il conte si adoprò ad utili scopi. Ripose su migliori basi la scuola; provvide al miglioramento delle strade esistenti ed alla costruzione di strade novelle; ottenne che la Cassa di Risparmio d'una città vicina affidasse al comune una specie di succursale; istituì una società di mutuo soccorso e una banca mutua fra' contadini, quantunque l'amministrazione avesse estreme difficoltà; estese insomma a tutto il villaggio la propaganda nobile ed illuminata, ch'egli aveva fatto sino allora nella sua tenuta. Fu per le sue sollecitudini che un tronco di strada ferrata venne a passare a poca distanza dal villaggio; fu per suo impulso che parecchî possidenti di que' dintorni si unirono per fondare una società di credito agrario; fu infine per merito suo che sorse nel paese una piccola bottega di caffè, ove un foglio di migliori intendimenti suppliva alla papaverica gazzetta. Guai al nostro lettore se dovessimo descrivere per lungo e per largo tutte le difficoltà che incontravano questi provvedimenti in apparenza sì semplici: la non si finirebbe più. Lo statu quo è così dolce, certe idee hanno così profonde radici, che chi vuol combatterle deve prepararsi a lunghe ed ardue battaglie.

XIII.

Come il conte Alberto e sua moglie potessero viver contenti sepolti là in quel paesuccio, senza rallegrarne almeno la solitudine con le feste e coi lauti banchetti, era un problema per molti. Esser ricchi e non isfoggiare il lusso di fastosi equipaggi, e non udire i trilli modulati delle prime donne, e non vedere i voluttuosi atteggiamenti delle ballerine; esser ricchi e non sentirselo dir mille volle al giorno dalla turba parasita dei cortigiani, e non profondere il suo negli specchî di Francia, nelle porcellane di Sèvres e nei vasi del Giappone, e non far la carità al suon di tamburi e trombe; esser ricchi e non andare almeno due volte all'anno a Parigi per ammirarvi i boulevards che vengono su come funghi, e la costruzione del nuovo edifizio dell'Opéra, è invero un modo assai gretto di comprendere l'opulenza. Peccato che il conte Alberto fosse d'un diverso parere! — Egli diceva che allietare la propria tavola con la presenza d'un amico è cosa dolcissima, ma mutar la casa in restaurant è un assurdo; diceva che le gambe delle ballerine e le gole delle cantanti hanno il loro merito, ma che non val la pena di mutar soggiorno apposta per esse; diceva che i cortigiani sono come le mosche, le quali si danno più pensiero delle vivande che delle persone; diceva che sfarzo non vuol dir eleganza, e carità non vuol dir benefizio; diceva finalmente che gli uomini non devono essere girovaghi come gli organi di Barberia, e che dopo aver viaggiato quanto basta per estendere le proprie cognizioni, fa d'uopo fermarsi stabilmente in un sito, giacchè se movendosi si reca diletto e utile a sè, soltanto stando fermi si giova agli altri. — Quanto alla Matilde, ella non diceva nulla.... ella era felice. Le sue gioie maggiori erano l'amore di suo marito e de' suoi tre figlioletti; le sue occupazioni erano divise tra le cure della famiglia, il dipingere, l'attendere in parte all'amministrazione della tenuta, l'educare le sue contadinelle. Passava ore dolcissime nel bello e vasto giardino, rallegrato a vicenda dalle limpide acque correnti e dall'ombra di piante vetuste e dall'aperto delle praterie smaltate di fiori. Oh! i fiori ella gli aveva tanto cari e li coltivava ella medesima con sollecito affetto, ma non li voleva spiccati mai dall'aiuole: erano così leggiadri a vedersi là sul loro gracile stelo, era così misteriosa quella lor vita d'un giorno! perchè renderla ancora più breve, perchè scolorire anzi tempo quei petali, su cui la luce si riposava sì varia? All'imbrunire la famigliuola soleva raccogliersi sul margine della riviera che traversava il giardino; i bimbi giocavano sul pendio d'una collinetta vicina, empiendo l'aria di grida festevoli e correndo di tratto in tratto presso i lor genitori a chiedere un bacio o un sorriso. Oh! senza dubbio, i venerabili predecessori d'Alberto, che avevano fatto della villa un convegno galante e qualche volta un nascondiglio delle loro sozzure, sarebbero rimasti a guisa di smemorati vedendo quel tenero idillio. Che cosa bourgeoise è la vita domestica! Lo schiamazzo di fanciulli indomiti rintrona l'aria che anni fa mormorava dolcemente alle promesse d'amore: promesse sempre fallite, ma che importa? Fuori che nell'autunno, in cui qualche amico della città veniva a interrompere la solitudine di quel soggiorno, le sale, già echeggianti all'armonie del cembalo e alle cadenze regolate dei balli, risuonavano soltanto dei vagiti d'un bimbo in fasce e degli amplessi d'una madre che gli porgeva le poppe; e la sera, invece del baglior delle faci splendenti su cento bei volti, un'unica lampada concentrava tutto il suo chiarore sopra una tavola, ove una donna lavorava con l'ago torto o un uomo era assorto in un libro. Ma qualche volta gli sguardi di quelle due persone s'incontravano, e un sorriso ne irradiava le fronti.... e pensare ch'erano marito e moglie.... che prosa! Eppure Alberto e Matilde vivevano felici. Le anime che vanno in traccia di grandi e continue commozioni, non sono, a nostro credere, le più ricche, ma le più povere. Se ci si concedesse l'immagine, vorremmo assomigliarle a camere disarmoniche, ove la musica più sublime passa inavvertita, senza risonanza, senza eco. Si, vi sono anime che non hanno risonanze. Nessuna impressione è in esse durevole, nessun affetto vi lascia un solco profondo; perciò si trovano sempre vuote e girano scapigliate pel mondo, implorando qualcosa che le scuota, che le ravvivi. L'implorano dai ghiacci del monte Bianco e dall'immensità dell'Oceano, dalle grisettes di Parigi e dalle rovine del Campidoglio, dai gorgheggi della Malibran e dalle danze della Cerrito. Ma invano! Il mondo esterno ci appare come un cadavere, se l'anima nostra non sa comunicargli il suo fuoco: qual melodia potrà riprodursi da un'arpa, a cui mancan le corde? Se un giorno la patetica cornamusa non sapesse più rendere i semplici canti della sua Scozia, la crederemmo forse capace d'intuonarci la sinfonia della Semiramide? Oh! davvero chi lascia spegnersi la fiamma interna del cuore e dell'intelligenza e cerca altre fonti di vita, ci ricorda il re Davide che chiamava la bella Sulamite a scaldargli la coltrice, nè pensava che nulla tempera la rigidezza della morte. Quest'orrore d'una esistenza tranquilla, questa smania dell'apparato scenico non è piccola piaga per un paese. È essa che fa convergere tutte le forze verso le capitali, e assottiglia quella schiera d'uomini laboriosi senza schiamazzo che forniscono il loro ufficio coscienziosamente per iscarico d'un dovere, non per sete di plauso. A somiglianza degli edificî la società ha d'uopo soprattutto di fondamenti. Ora ella non si appoggia nè sui facondi avvocati, nè sui medici egregi, nè sui pubblici ufficiali, e nemmeno sugl'ingegni grandissimi. Gli archi maravigliosi del Partenone non rapirebbero d'entusiasmo il pellegrino, ove il genio della Grecia non avesse loro infuso l'attica grazia; ma e' non si reggerebbero sotto il peso di tanti secoli, se non fossero costruiti di solida pietra. Guai alle nazioni se, richieste delle loro glorie, non potessero rispondere che con una filastrocca di nomi; guai alle città se, oltre ai campanili, non potessero additare le case! Date a un popolo agricoltori intelligenti, negozianti ricchi d'iniziativa e d'onoratezza, industriali che abbiano lo spirito aperto alle nuove idee; dategli volghi illuminati che s'inchinino meno innanzi a sconcie superstizioni, ed abbiano una fede più viva nei loro destini, un senso più alto dei loro doveri; dategli donne che plebee o patrizie intendano il loro santo ministero d'amore, e avrete fatto davvero un popolo grande. Onoriamo intanto tutte le opere virtuose, onoriamo l'attività umana in qualsiasi campo ella si eserciti, quando le sia guida la rettitudine degl'intendimenti; bando ai superbi disdegni: come leggera polvere d'oro mista alle sabbie dei fiumi del tropico, forse v'è un filo di poesia in ogni cosa onesta, v'è una musica in ogni onesta parola. Sapete ove non è poesia e non è musica? In quel gelido scherno che anzichè sferzare l'adulazione, l'ipocrisia, la bassezza, getta a piene mani il ridicolo sulle nobili iniziative, e arresta i timidi e conturba i gagliardi: in quel gelido scherno che irride alle dolcezze della vita domestica, e finge ignorare che prima base delle virtù cittadine sono le virtù casalinghe, che soltanto dove la famiglia è rispettata, dove è inviolato il santuario dei lari, sorgono e durano le libere istituzioni: in quel gelido scherno, che mentre mette in celia le aberrazioni dei volghi grida ai pensatori — Utopia, — quand'essi con ardimento di eroi, con fede di martiri, si scagliano per rovesciare le vetuste carceri dell'intelletto e del cuore....

XIV.

E questa è forse la morale del nostro Signore possibile. Egli non ha vinto battaglie, non ha soggiogato popoli, nè impiccato ribelli; egli non ha ritratto con sublime pennello l'estasi dell'Assunta o la tenerezza materna della Madonna della Seggiola, non ha cantato la fame d'Ugolino o i begli occhi di Laura, non ha scoperto la rotazione della terra intorno al sole; ma ha fatto del bene, perchè credeva nel bene, perchè non gli era mai venuto in mente quell'aforismo: — O esser tutto o esser nulla; — gli è bastato essere qualcosa e giovare a' suoi simili. Perciò noi lo proponiamo a modello a tutti coloro che non possiedono nè l'indole di Tamerlano (citiamo esempi antichi per non comprometterci), nè l'ingegno di Dante, del Petrarca, del Tiziano, del Copernico; ma che pur sentono di poter essere in questo dramma della vita personaggi meno inutili de' servi che non parlano.

Che se tornassimo per un istante al nostro protagonista, diremmo ch'egli coll'andare degli anni vendette parte delle sue terre ad alcuni tra' suoi coloni più onesti e più abili, e a questa piccola proprietà, sorta per opera di lui, fu largo di consigli e d'aiuti; che al diffondersi di nuove macchine non tardò ad introdurle nella sua tenuta; che divenne membro d'una importante associazione agraria; che infine dopo avere, tra la sua famiglia, le sue occupazioni, i suoi studî, vissuto come molti non fanno, fece quello che fanno tutti, morì.... E se non fosse vissuto mai? Oh! allora il nostro scritto avrebbe almeno un elemento di originalità; anzichè essere la biografia d'un morto, sarebbe quella di un nascituro.

1864.

ABNEGAZIONE. NOVELLA.

I.

In un giorno piovigginoso di novembre un baroccio carico di masserizie era fermo dinanzi all'abitazione del signor Bernardo Mauri, onesto negoziante della città di***. Intento a ricevere la consegna di quelle suppellettili stava il signor Bernardo medesimo, e aveva seco una donna attempatella e piagnucolosa, che ogni occhio esperto avrebbe giudicato per una di quelle fantesche, le quali dal lungo vivere in una casa acquistano una certa aria di padronanza insieme con un affetto molto reale e molto efficace per coloro che hanno servito da tanti anni. Però la Filomena, come si vedrà, non era fantesca di casa Mauri. In quel momento ella vigilava lo scarico dei mobili con l'atteggiamento di generalissimo che vede schierarsi in battaglia un esercito, dava ammonizioni e consigli ai facchini del baroccio, senza che ciò le impedisse di parlar continuamente col signor Bernardo.

— In parola d'onore, signor Bernardo, una ragazza d'oro. Così senza idee, brava in tutto.... Mah!... Ehi, lì, buon uomo, andate piano con quell'armadio. Io lo diceva sempre alla padrona buon'anima che gli era poco in sesto, ma lei eragli affezionata come a un vecchio amico di casa e non voleva staccarsene.... Adagino, adagino, mettetelo lì.... Ma, signor Bernardo, com'è andata quella famiglia!... A Ognissanti finirono tre mesi dalla morte del povero signor Antonio, suo fratello, che Dio lo abbia in gloria, e di lì a cinque settimane la signora si mise a letto, e non si alzò più... Ih! Ih!... Ehi, non vedete quello specchio come spenzola fuori del carro? Tiratelo giù a dirittura che non vada in frantumi.... Povera Angelina!... Io che l'ho vista nascere.... adesso doverla lasciare.... Oh! è una gran fatalità... meschinella che sono.... —

E la Filomena si mise a singhiozzare con tale un accento di verità, che il signor Bernardo ne fu commosso e le disse amorevolmente:

— Andiamo, Filomena, datevi pace, verrete spesso a trovarla, la non è mica fuori del mondo.... E noi non siamo punto il diavolo da farvi paura.

— Mi guardi il cielo dal pensarlo.... Ma l'è un'altra cosa, non l'avrò più dinanzi agli occhi da mattina a sera.... non la vedrò più venir su a poco a poco come un bocciuol di rosa.... Non posso proprio darmene pace. —

Nel mentre che la Filomena si andava così querelando, una bella e vispa ragazza di 16 anni era scesa dalle scale insieme con due omaccioni grandi e grossi che parevano pendere dai suoi ordini.

— Prendete su il pianoforte, — diss'ella con la sua voce argentina, — chè quando abbiam messo quello, la stanza è in assetto....

— Dio mio, Matilde, come sei trafelata! — esclamò il signor Bernardo con ansietà.... — Va pianino, mia cara, non c'è poi ragione che tu ci buschi un riscaldamento.

— Oh! babbo, non son mica smorfiosa io; — rispose sorridendo la cara fanciulla.

Quand'ecco da un'altra parte dell'androne nascere un gran parapiglia.... Prima uno strillo acutissimo poi delle grosse risate, poi un gatto nero sguizzar fuori in istrada scomponendo e atterrando i mobili, mentre i facchini battendo le mani gli gridavano dietro — acchiappa, acchiappa — e una bambina settenne tutta sconcertata aggrapparsi al vestito della Matilde.

— Ah! briccona dell'Amaliuccia, che cosa hai fatto? E dove t'eri cacciata, chè non ti si vedeva nemmeno? —

La fanciulletta rispose ch'ella era scesa prima senza far rumore, perchè il babbo non la sgridasse, che si era messa a frugar di qua e di là, e che finalmente da un canterale era sbucato fuori soffiando e arruffando i peli quel brutto bestione che le aveva fatta tanta paura.

Il racconto mise l'ilarità in tutti gli astanti, ad eccezione della Filomena, la quale n'ebbe anzi un raddoppiamento di affanno. — Che cosa c'è da ridere? — borbottava ella tra sè — povero Micio! povero Micio! Anche per te l'è finita.... non mi verrai più intorno alle gambe dimenando la coda, non passerai più le notti tranquillamente sulla tepida cenere del focolare!... —

Ora se al lettore non ispiace salire due scale, noi seguiremo la Matilde che, precedendo i due facchini, i quali portavano il pianoforte, era entrata in una stanza ampia ed arieggiata, ove una donna di servizio andava spazzolando frettolosamente la mobilia.

— Così va bene, — disse la Matilde con tuono di soddisfazione, quando vide anche il pianoforte al suo posto.

— Credo anch'io, — soggiunse la serva, — la signora Angelina deve starci da principessa.

— Eh! lascia andare, Teresa, che nessuno può darle più la sua casa e i suoi genitori. —

La stanza aveva nella sua semplicità un aspetto seducente davvero. Una carta messa di fresco rivestiva le pareti, il soffitto era dipinto d'un ceruleo chiaro con qualche arabesco turchino, le cortine ed il letticciuolo erano bianchi di bucato. Sopra il letto pendeva un bel ritratto a fotografia della madre dell'Angelina. La Teresa andava mormorando fra i denti che a quel posto ci sarebbe stata meglio un'immagine sacra, ma la Matilde le dava subito sulla voce:

— Non ti pigliar tanti affanni: ognuno la pensa a suo modo, e so che l'Angelina avrà più piacere così. —

Il pianoforte era messo tra l'intervallo delle due finestre, e le altre suppellettili, che consistevano in un armadio, uno scrittoio, un piccolo tavolino da lavoro, uno specchio e qualche seggiola di noce, erano disposte in bell'ordine tutto intorno alla stanza. Le finestre riuscivano sull'ultimo lembo del borgo, in cui era situata la casa Mauri, e dominavano anche un vasto tratto di campagna. Il fiume che attraversava la città, entrava appunto da quella parte: dall'argine sinistro una strada fiancheggiata di platani ne seguiva le volubili giravolte, e si perdeva nella pianura; a destra le rive erano più basse e formavano nel mattino il convegno animatissimo delle lavandaie che venivano a farvi il bucato, e dei carrettieri che vi abbeveravano i loro cavalli. Tutto intorno il terreno era frastagliato di case e d'ortaglie: lontan lontano una striscia fuggente di fumo e un fischio acutissimo annunziavano parecchie volte al giorno il passaggio di un convoglio di strada ferrata.

Quando parve alla Matilde che la stanza fosse in perfetto ordine, le diede un'ultima occhiata di compiacenza, poi ne uscì insieme colla Teresa, e col passo leggiero e saltellante di chi è contento di sè, scese una scala di pochi gradini, spinse leggermente un uscio socchiuso, ed entrando con mezza la persona in un salottino, fece un cenno col capo e parve chiamar fuori qualcuno.

Di lì a pochi secondi, una nobile e svelta figura di giovinetta tutta vestita a bruno risaliva insieme colla Matilde il breve tratto di scala, e preceduta da lei entrava nella stanza, che abbiamo veduto or ora prepararsi per la nuova ospite.

L'Angelina, chè tale era il nome della fanciulla abbrunata, gettò nella camera un rapidissimo sguardo, e poichè la vide addobbata con sì amorevole cura, e ravvisò sopra il suo letto la dolce immagine materna, sentì inondarsi gli occhi di lagrime e, abbandonandosi fra le braccia della Matilde, esclamò con voce commossa:

— Qui c'è stato un angiolo.... e tu sei quello. —

Era commovente il vedere quelle due giovinette così avvinte in dolcissimo amplesso. Nell'età ch'è tutta sogni e speranze, nell'età, in cui si parla del dolore come di un paese remoto che s'è inteso nominare appena da qualche venturoso pellegrino, nell'età che ride e folleggia, que' due cuori battevano pure di compassione e d'angoscia. L'Angelina, maggiore d'età e più alta della persona, nascondeva nel seno della cugina la sua soave fisonomia malinconica, e per le gote della Matilde scendevano non rattenute grosse lagrime, che davano un'insolita espressione al suo volto fiorente di gioventù e di salute. In quell'istante stringevasi forse un tacito patto fra loro, un patto di sovvenirsi di vicendevole aiuto nelle traversìe della vita, di ricambiarsi secondo gli eventi le parti di confortata e confortatrice. E chi avesse detto loro: il destino insidierà la vostra gentile alleanza e, senz'ombra di colpa, una di voi spargerà di fiele l'esistenza dell'altra, sarebbe stato respinto da entrambe come un demone tentatore.

Intanto si bussò all'uscio. Era la Filomena che tutta lagrimosa veniva a prender commiato dalla padroncina. L'Angelina frugò nell'armadio, e ne trasse un paio d'orecchini, che diede per memoria alla vecchia fantesca.

— Ci rivedremo, non è vero, mia buona Filomena?

— Oh! s'immagini, padroncina.... — rispose la povera donna; poi, abbassando la voce in modo che la Matilde non la sentisse, soggiunse: — Tutto sta che questi qui di casa mi vogliano. La signora Clara mi pare una certa donna....

— Zitta, Filomena, — interruppe l'Angelina, mettendole il dito indice sul labbro e guardandola con un tuono fra la preghiera e il comando.

— Basta, basta, voglia il Signore ch'ella si trovi bene; — borbottò l'altra. E, rinnovati gli amplessi, si avviò verso l'uscio singhiozzando, non senza notare in cuor suo che l'armadio non teneva perfettamente il mezzo della parete, che il letto sarebbe stato meglio dalla parte opposta, e che il pianoforte era due dita troppo distante dal muro.

II.

Ora, per istringere conoscenza con altre due persone della famiglia Mauri, andremo nel salotto, dal quale abbiamo visto uscir poco fa l'Angelina. Lettore, non t'è mai accaduto di studiare le relazioni che esistono fra l'addobbo d'un quartiere e la gente che vi abita? Il color delle stoffe, la natura delle litografie che pendono dalle pareti, la qualità dei gingilli che ornano le étagères, non t'hanno mai parlato allo spirito, non t'hanno aiutato a proferire un giudizio sui padroni e soprattutto sulle padrone di casa? Fa ora il conto di venir meco nel salotto da pranzo di casa Mauri, e di vedervi un sofà di damasco giallo a rabeschi vicino a sedie di lana violetta; cortinaggi bianchi a festoni color del mare, che danno alla stanza l'aspetto d'un uomo con gli occhiali verdi; un camminetto con sopra due candelabri di bronzo e una statuina di terra cotta rappresentante un arciere svizzero; e tutto all'intorno in certe cornici di legno, alle quattro dita, i ritratti di re Vittorio e del Garibaldi accomunati con quelli di Sua Santità, di monsignore reverendissimo vescovo della diocesi, e della celeberrima Diana di Poitiers: e poi dimmi se ti pare che la signora Clara Mauri abbia ad essere una donna assestata. Che se poi ti cadono sott'occhio i bicchieri grandi e piccini, e le stoviglie, messe in mostra nella credenza, e le massiccie posate d'argento che fanno sfoggio dì sè sulla tavola preparata accanto a tovagliuoli, i quali sembrano fregiati dell'Ordine della Giarrettiera, non potrai a meno di esclamare: — Qui ci dev'esser danaro, ma non ci sono abitudini di eleganza e di buon gusto, ma la ricchezza non ha dirozzati gli spiriti. —

Vedi, lettore, come siam poco compiti! Abbiamo esaminato con una curiosità minuta tutte le suppellettili della stanza senza por mente a due donne che, sedute l'una di faccia all'altra ad un tavolino da lavoro, sono occupate caritatevolmente a dir male del prossimo.

La signora Clara Mauri, ch'è la più attempata tra le due, è una portentosa mole di femmina. A cominciare da' capelli, che, tra suoi e non suoi, le fanno una montagna sulla fronte, per finire col piede che voluttuosamente riposa sopra un piumino, tutto è in lei grandioso, sovrabbondante. Il singolare si è che con questa esuberanza di forme la signora Clara si è fitta in capo di essere romantica e sovente trae profondi sospiri dal petto, il quale in siffatti suoi eccessi di sentimentalismo si contrae e si gonfia a guisa d'un mantice, producendo una rivoluzione nelle numerose pieghe del vestito ch'ella vorrebbe liscio e aderente alle membra come una buccia di cocomero, e che invece per colpa della sarta è sempre ondeggiante come Il fogliame d'un cavol fiore. La signora Clara è incrollabile nella convinzione di aver trentacinque anni e ama far cadere il discorso su questo argomento, e dice con aria compunta: — Non son più giovane; ho trentacinque anni. — Per mantenere le proporzioni di età, la Nella, che è la primogenita della famiglia, ha dovuto arrestarsi sui diciotto, con grande stupore della Matilde, la quale non sa intendere come in un paio d'anni ella diverrà coetanea della sorella maggiore, e con non meno grande meraviglia del signor Bernardo, che s'avvede d'esser solo a invecchiare nella casa. La signora Clara a' suoi tempi poteva passare per una bella donna. E invero il signor Bernardo che, mingherlino com'era, amava le femmine massiccie, l'aveva presa proprio per inclinazione. A sentir le male lingue, quel suo matrimonio era stato fatto honestatis causa, e per dare un editore responsabile a certa bambina che s'era presa la libertà di nascere senza il consenso de' superiori; ma noi non porgeremo benevolo ascolto alla maldicenza. Comunque sia, la Nella, ch'era appunto la bambina in discorso, si è ormai posta in regola col Codice civile, e queste investigazioni sul passato son vere indiscretezze. La Nella che, ufficialmente, ha 18 anni, ne conta invece 23 sonati ed è una ragazza tutta smorfie e caricatura, sempre a due dita dallo svenimento e dalle convulsioni, alta, smilza, pallida, di fisonomia piuttosto poco simpatica che brutta. È bionda, cogli occhi un tantino cisposi, e una bocca così grande che par la linea dell'equatore. Del resto con un po' di buona volontà si potrebbe metterla fra le donne passabili, se l'affatturato di ogni sua posa e d'ogni movenza non disgustasse profondamente. Tra madre e figliuola regna un accordo perfetto, in ispecie quando si tratti di dichiarare che nessuno le uguaglia in delicatezza di sentimenti.

— È fredda, anzi freddissima, — esclamava con accento convinto la signora Clara. — Io nelle sue condizioni avrei preso una malattia di tre mesi....

— E poi — rispondeva in tuono compunto la figliuola — anche con noi non ti pare che dovrebbe essere più espansiva? Vedersi accolta con questa premura!... Invece appena risponde, appena ci guarda.

— Ma se non ha nemmeno notato ch'io mi son vestita a bruno da capo a piedi per andarle incontro.

— E quando le ho offerto di respirare un'ampolla di essenze, mi ha appena ringraziato coi denti stretti....

— Eh! Nella mia, a questo mondo si semina il bene e si raccoglie il male.... Non tutti sentono nella stessa maniera....

— Ehi! si va a pranzo si o no? — Questa domanda prosaica era mossa dal signor Bernardo che si trovava nell'andito.

— Quel benedetto uomo di tuo padre è sempre lo stesso, — sclamò la signora Clara, rivolta alla figlia; — per me il pranzo è l'ultima cosa, per lui la prima.

— Oh! padrone mie riveritissime, — esclamò con voce gioviale il signor Bernardo entrando nella stanza, in cui credeva di veder radunata l'intera famiglia. Ma quando s'accorse che non v'erano se non sua moglie e la Nella, allungò il muso e, cambiando registro, chiese: — Ove sono la Matilde, l'Angelina e l'Amalia?

— Verranno, verranno, datevi pace, — rispose la degna consorte; — o che vi fa male trovarci sole?

— Per carità, non mi fate delle vostre solite, chè non ho punto voglia di piagnistei.

— Belle maniere, ammirabili.... Auff! che uomo!... Almeno in queste giornate dovreste avere un po' più di riguardo.

— Eh? — proruppe con un accento di vera meraviglia il signor Bernardo, che non poteva intendere tanta afflizione della moglie per la perdita della cognata. Poi alzando le spalle si avviò verso l'uscio. Sennonchè in quel momento l'arrivo della minestra, e l'aspetto giocondo dell'Amaliuccia, che saltellante veniva dietro alla serva, mutarono il corso alle sue idee. Di lì a pochi secondi entrarono nella stanza anche la Matilde e l'Angelina, e tutti sedettero a tavola. L'Angelina prese posto fra la Matilde e il signor Bernardo. Aveva asciugato le lagrime e ravviati i capelli sulla fronte; era accurata del vestito e composta della persona, chè il dolore non poteva toglierle la grazia nativa. Ben se ne avvidero la signora Clara e la Nella, e si bisbigliavano all'orecchio: — Che lusso! — La Nella s'era accostumata a non credere più avvenente di lei la Matilde, e a giudicare effetto di quel suo fare poco rimesso gli sguardi che le rivolgevano a preferenza gli studenti della città nel passar sotto le finestre di casa Mauri per recarsi in campagna; ma la superiorità dell'Angelina era così visibile che ella non poteva, se non riconoscerla, non presentirla. Forse col tempo e con l'opera di sottili ed arguti ragionamenti la si sarebbe persuasa, come sempre, di esser la più bella e la più garbata tra le fanciulle del paese; ma adesso l'Angelina si atteggiava come una rivale pericolosa, ed è agevole immaginarsi se la Nella potesse farle buon viso. E madre e figliuola tacitamente consentivano di non risparmiarle, in quanto fosse da loro, umiliazione veruna.

Il pranzo procedette silenzioso: l'Angelina mangiava pochissimo, e rispondeva solo con qualche cenno del capo alle domande che le venivano mosse. Sennonchè, quando si fu alle frutta, non so quale facezia del signor Bernardo, che usava ogni amorevolezza alla nipote, valse a rischiararle per un momento la fronte e a farla sorridere a fior di labbra. Aveva diciotto anni!

Ma la benevola zia, che teneva in pronto lo strale, stimò giunto l'istante di slanciarlo e, rivolta al marito, gli disse:

— Come siete delicato, Bernardo! Vi paion giorni questi da tormentare l'Angelina co' vostri scherzi? —

La povera giovinetta intese il senso maligno di quelle parole; si fece rossa rossa in viso, allontanò con una mano il piatto di frutta che le stava dinanzi, e si pose l'altra sugli occhi per rattenervi le lagrime che ne scendevano copiosamente.

— Vedete che cosa ci avete guadagnato, l'avete fatta piangere; — disse la signora Clara al marito, alzandosi di tavola, mentre la Nella estraeva di tasca la sua solita bottiglia di essenze.

— Che colpa ci ha il babbo? — chiese ingenuamente l'Amalia, e il signor Bernardo proruppe anch'egli:

— Mi pare che potreste un po' tacere, mia cara signora moglie, e non farmi perdere la pazienza

— Che uomo! che uomo! — borbottò la signora Clara, e uscì della stanza con la Nella, chiudendo dispettosamente l'uscio dietro a sè.

La Matilde non aveva proferito parola; ma lo sguardo di rimprovero da lei lanciato alla madre palesava a sufficienza ciò che si passasse nell'animo suo.

III.

Di quanti fastidii dovesse essere amareggiata l'esistenza dell'Angelina nella sua nuova dimora, ognuno potrà di leggieri immaginarlo. Pure alla malignità della zia, alla invidia stizzosa della cugina maggiore, ella non opponeva che una calma amorevole, e cercava di confortarsi nell'affetto del signor Bernardo e in quello vivissimo che le portavano Matilde ed Amalia. L'intimità con la Matilde cresceva ogni dì, perchè la buona ragazza si mostrava tanto più sollecita verso la cugina, quanto più s'accorgeva dei bisbetici umori di sua madre e di sua sorella. L'Angelina non era per lei soltanto un'amica, una confidente; era un tipo, sul quale ella aspirava di modellarsi e che facea tanto contrasto con l'artificiale di alcune persone di sua famiglia, ch'ella, anima candida e ingenua, non poteva non sentirvisi attratta con un misto di tenerezza e di riverenza. E poi l'Angelina non poteva ella esser maestra alla Matilde? All'educazione di questa non aveva preseduto una madre ornata di tutti que' pregi onde acquista gentilezza la donna; nè il signor Bernardo, gran galantuomo, ma tutto assorbito dalle sue faccende e corto d'intelligenza anzichè no, poteva reggere al confronto del padre dell'Angelina riputatissimo, oltre che per la onesta operosità della sua vita, anche per la coltura generale del suo spirito. La Matilde, poveretta, uscita di collegio sapendo, come accade, un pochino di tutto e nulla bene, pendeva attonita dal labbro dell'Angelina, che non era certo un'arca di scienza, ma aveva cognizioni meglio digerite, e di cui ella sapeva meglio rendersi conto, perchè ne aveva inteso discorrere nella sua famiglia e vi aveva pensato nei silenzî della sua cameretta. Le due ragazze lavoravano insieme, insieme leggevano, e si ripassavano insieme le loro lezioni di musica. Avevano il medesimo maestro; ma l'Angelina era ormai espertissima sonatrice, e una sera in casa Mauri, dinanzi ad una ventina di persone, toccò il cembalo con tanta arte e tanta passione, che tutti ne rimasero attoniti e la Nella ne andò sulle furie. Perchè, in fatto di musica, ella presumeva assaissimo, in ispecie per una certa sinfonia degli Arabi nelle Gallie, ch'ella sonava a memoria e che faceva andare in visibilio sua madre. Ora gli elogi fatti alla cugina la punsero proprio sul vivo, e da quella volta non vi furono più trattenimenti musicali in casa Mauri, e la Nella si recava invece con la genitrice in qualche società amica a buscarsi applausi co' suoi Arabi nelle Gallie. Tutte cose che davano molto sui nervi alla Matilde e pochissimo all'Angelina, la quale presceglieva che la lasciassero cheta nella sua stanza e non le togliessero la cara compagnia della Matilde, della sua indivisibile, come ironicamente la chiamavano in famiglia. La piccola Amalia aveva preso anch'ella a volere un gran bene all'Angelina che si prendeva tanta cura di lei, e ogni mattina, prima ch'ella andasse alla scuola, le allacciava il vestito e il nastro del suo cappellino di paglia, e ogni sera le faceva leggere di così belle novellette e la sovveniva di consiglio e d'aiuto in quello scabroso affare delle aste, che le parevano il non plus ultra della scienza umana. Onde la vispa bambina, quando era in casa e non poteva correre e saltare pel cortile, saliva volentieri nella stanza dell'Angelina e vi passava delle buone mezz'ore, comunicando parte della sua schietta ilarità alle due ragazze, che stavano confidandosi i molesti sentimenti del loro animo. Così in casa Mauri s'eran disegnati due gruppi, uno della signora Clara e della sua primogenita, l'altro della parte più giovane della famiglia; ed a questo gruppo più giovane, più ingenuo, più franco, il signor Bernardo veniva a chiedere qualche minuto di distrazione. Pover'uomo! Ingolfato in un pelago d'affari superiori alla sua intelligenza ed alle sue forze, ignaro egli stesso se fosse ricco quanto alcuni credevano, il suo umore naturalmente gioviale aveva perduto il suo brio, e non sapeva più trarre argomento di riso dalle freddure della consorte. La quale ora più che mai lo infastidiva con le sue nenie, e lo diceva ironicamente ammaliato anch'egli dall'Angelina, e lo rimproverava a bassa voce di aver introdotto in casa una serpe, che con tutte le apparenze della dolcezza e della santità metteva la disunione in famiglia. Certo che se v'era accusa infondata l'era appunto questa. L'Angelina s'era mostrata buona, amorevole, piena di cortesie e di delicati riguardi per tutti di casa, e se l'accoglienza della zia le rendeva più cari i silenzî della sua stanza e la compagnia di quelli che veramente l'amavano, non una parola acerba l'era sfuggita dal labbro, non una rampogna, non un lamento. Forse ella non s'accorgea delle offese che perchè il cuore le diceva: — Perdona. — Ma soffermiamoci alquanto, se il lettore ce lo consente, a dipingere questa gentile fanciulla, che è pur la protagonista del nostro racconto, e della quale non ancora ci siamo occupati con un poco d'agio. Così un pittore che ha segnato nella mente i contorni d'una soave figura tiene in pronto per ritrarla la matita e il pennello, ma temendo sempre ch'ella non gli riesca quale l'ha nello spirito, si occupa intanto degli accessori del quadro e serba per ultimo la difficile prova. L'Angelina era alta della persona, ma non più che a donna si convenisse; bianchissima la carnagione, e ben tornite le membra; i folti capelli, di un biondo che traeva al castagno, le si spartivano docili sulla fronte nè ampia troppo, nè angusta; gli occhi avea bruni e profondi e leggermente velati da quella specie di nebbia vaporosa, che tanto dona di voluttà e di mistero; l'arco delle ciglia bello e corretto, quale avrebbe potuto desiderarlo uno spasimato dell'arte greca. Contuttociò l'Angelina non era una Venere. I critici più sottili avrebbero potuto notare in lei qualche linea del volto troppo rigida e risoluta, e la bocca, che pur si fregiava di candidissimi denti, un tantino più grande del necessario, e il mento non affatto perfetto. Sennonchè il migliore di lei veniva dall'anima. Un pensiero, un affetto, una passione che le colorasse le guance, o le strappasse un gesto, un sospiro, un sorriso, raddoppiava nella giovinetta i pregî della fisonomia e della persona. Lettore, tu se' troppo pratico di siffatte bisogne, e io non debbo ammonirti che, senza questi chiaroscuri della espressione, la bellezza è cosa statuaria e non più, è il marmo, in cui Pigmalione tenta invano d'infonder la scintilla vitale. E quale di noi, se fu colpito da un vago sembiante di donna, non attese con ansioso desiderio che il volto leggiadro o lampeggiasse d'un riso, o si ottenebrasse per cura importuna? V'ha però anche nell'espressione un confine, oltre il quale l'allegria diventa sguaiataggine, il dolore diventa spasimo e delirio. Soltanto in certe nature privilegiate, e l'Angelina era tra quelle, questa misura può serbarsi senza sforzo, senza violenza, per un innato istinto del bello e dell'armonia. L'Angelina era educata a tutte le squisitezze del sentimento, e le corde delicatissime dell'anima sua vibravano ad ogni tocco leggiero; pure la ingenua grazia, ch'era parte di lei, non si scompagnava mai da' suoi atti e dalle sue movenze. Ella non aveva d'uopo dello specchio per raccogliere entro la bruna rete di seta il fitto volume della sua chioma, senza che ne scappasse fuori un capello, o per allacciarsi il vestito senza tradire la fretta o la negligenza. Chi la vedeva di volo non poteva a meno di esclamare: — Com'è elegante! — Chi la osservava più riposatamente doveva dire: — Com'è semplice! — Una tinta di dolce malinconia soleva esserle diffusa pel volto, non di quella malinconia querula e dispettosa che tedia gli altri e sè stessi; ma di quella che trae origine da un'indole riflessiva, e non esclude le serene allegrezze della vita e la spontanea compartecipazione ai piaceri altrui. Saper partecipare ai dolori è nobilissima, ma non è compìta virtù; le anime elette sanno partecipare come agli affanni, alle gioie, come ai timori, alle speranze, come alle lagrime, al riso. Nel breve corso de' suoi diciott'anni l'Angelina aveva molto goduto e sofferto, e l'esperienza aveva nutrito in lei quella soave disposizione alla simpatia che stringe di cari nodi gli umani. Oh! la vita le si era pur dischiusa gioconda; nè carezze, nè agî erano mancati alla sua cuna. Ella si ricordava ancora la casa ove nacque, e il giardinetto ove correva bambina vigilata dall'attento occhio materno. Si ricordava l'allegro salottino del pian terreno, ove suo padre alzandola fra le braccia le faceva ammirare attraverso i vetri colorati delle imposte le aiuole bizzarramente tinte di giallo, di rosso, di violetto; mentre la genitrice, giovane, bella, elegante, moveva rapidissime le agili dita sui tasti del pianoforte, e la Filomena accomodava i fiori freschi nel vaso di Sèvres posto sul tavolino. Indi il pensiero le tornava a una notte angosciosa, nella quale certi figuri dal volto sinistro avevano frugato ogni angolo della casa, e condotto con loro il padre di lei, l'uomo amato, riverito da tutto il paese. E si ricordava di sedici lunghi mesi trascorsi in febbrile ansietà e della domanda da lei rivolta un giorno alla madre: — Il babbo ha egli fatto qualche cosa di male che ce l'hanno condotto via con sì cattiva maniera? — A cui quella, divinamente infiammandosi in viso, aveva risposto: — Oh! no, fanciulla mia, tu non la puoi capire la ragione, per la quale il tuo babbo è tribolato; ma sappi ch'egli aveva in mente di gran belle cose, e che tu devi volergli più bene di prima. — Ma tornerà presto? — Oh se tornerà! — Il dì del ritorno è venuto: oh, quanto era bello! Avvenimenti incredibili si erano successi con la rapidità della folgore, una vita nuova pareva commuovere la città, le bandiere tricolori sventolavano da ogni finestra, le piazze, le vie erano gremite di gente, era un abbracciarsi, un baciarsi, un correre, un saltare a guisa di forsennati. Quand'ecco tra il suono di allegre fanfare, tra le acclamazioni di un popolo immenso, avanzarsi, agitando i fazzoletti, un gruppo d'uomini dall'aspetto pallido e macilento, dal vestire dimesso, ma raggianti le fisonomie di commozione e di gioia. Ed ella e sua madre in mezzo a quel gruppo avevano ravvisato un caro volto, avevano segnato un punto in mezzo a quella mobile onda di teste, e correndo a precipizio giù dalle scale, e fendendo la folla che spontanea e riverente si apriva a far largo, avevano toccato quel punto, s'erano gettate fra le braccia dell'uomo sospirato affannosamente per sedici lunghi mesi. Come il babbo suo l'aveva trovata grande, e seria, e giudiziosa! Non era più la bambina che voleva ad ogni istante esser sollevata da terra per veder le aiuole del giardino attraverso i vetri colorati del salotto: quei sedici mesi ne avevano fatta un'altra persona, tutta riflessiva e pensosa. Pure così ella era cresciuta felice, piena l'anima d'affetti e d'armonie, adorando i suoi genitori e da loro trepidamente adorata. Delle sue amiche la più cara era la Matilde, quantunque avesse due anni meno di lei, e fosse d'indole più chiassosa e più inchinevole ai giuochi dell'età sua; ma la bontà dell'animo, la quale avevano comune, creava tra loro un vincolo indissolubile di simpatia. La Nella non le piaceva, nè ella piaceva a lei, e sua madre e sua zia erano di natura così diversa, che le due famiglie non potevano vivere in una certa intimità. Sennonchè, quando il padre venne a morire, e la genitrice ebbe l'interno presentimento che di corto dovrebbe seguirlo, un pensiero terribile angustiò la povera donna: quello dell'abbandono, in cui sarebbe restata la sua figliuola. E mandò pel cognato, tutore dell'Angelina fino dalla morte del fratello, e a lui raccomandò l'orfana derelitta, e che la prendesse in sua casa, e l'avesse in conto di una sua creatura. Di che, assicurata da lui, spirò più tranquilla.

L'Angelina aveva una piccola sostanza, co' frutti della quale poteva supplire alle spese del suo mantenimento e provvedersi quel poco di vestiario che le occorreva; onde, seppur ella era ospite dello zio, non era però di peso a nessuno: chè, se fosse stato altrimenti, non v'ha dubbio che quell'anima caritatevole della signora Clara glielo avrebbe ricordato dieci volle al giorno; non senza spacciare a' quattro venti la propria magnanimità. Felice lei, chè così non apprese quanto sappia di sale lo pane altrui, e parendo beneficata le fu più agevole di essere benefattrice.

IV.

In verità, per quel che ne bisbigliavano gl'indiscreti, le faccende del signor Bernardo Mauri prendevano una cattiva piega. Il credito cominciava a sfuggirgli e la matassa de' suoi affari era divenuta così arruffata, che non sarebbe riuscito forse nemmeno ad un uomo più avveduto di lui di trovarvi il bandolo. Per rimediare a un operazione cattiva se ne faceva una peggiore, e si camminava sul vuoto, come avviene pur troppo a' negozianti, che, o non vogliono persuadersi d'un primo sbilancio, o non sanno fermarsi a tempo. D'altra parte, lo spreco della famiglia non iscemavasi punto. Senz'avere nè il gusto, nè le abitudini della vera eleganza, la signora Clara possedeva il segreto di spendere, per vestirsi male e per addobbare malissimo la sua casa, più di quanto avrebbe speso una bella damina a mettere sè e il suo quartiere all'ultima moda. Il signor Bernardo era un uomo debole e nemico delle beghe domestiche: non istimava sua moglie, ma nemmeno sapeva resisterle, e piuttosto che sentir le querimonie di lei e della Nella, allentava i cordoni della borsa. Quelle due benedette donne gli davano continua molestia per la preferenza da lui mostrata per Angelina e Matilde, ed egli sperava di farle tacere appagando i loro capricci. E poi accade assai volte che sull'orlo del precipizio non si badi alle spese. Quando le cifre del deficit si contano per migliaia, che cosa fa qualche centinaio di lire più o meno? Ne avvenne che proprio in quei momenti critici casa Mauri s'era arricchita d'una nuova bestia, e una carrozza a due cavalli aveva preso il posto del modesto biroccino usato per tanti anni, e la signora Clara era occupatissima per far mettere un gallone d'oro alto cinque dita intorno al cappello del suo cocchiere, quando la bomba scoppiò, e il signor Bernardo dovette sospendere i suoi pagamenti. Chi avesse veduto il pover'uomo nel giorno che per la prima volta in sua vita gli toccò respingere una cambiale da lui accettata, si sarebbe fatto un'idea di certi dolori che vanno a ferire quanto v'è di più sacro — l'onore. — Il signor Bernardo era lì immobile, seduto innanzi al suo scrittoio, con la testa fra le mani, pallido, sparuto, senza lagrime e senza parola. Due commessi silenziosamente sommavano cifre in due gran libroni aperti, e, dopo averne riportati i risultati finali sopra un foglio di carta, li mettevano sott'occhio al loro principale, che nè dava, nè chiedeva spiegazioni. Aveva sembianza di automa, tanto avea fissa e cristallina la pupilla, tanto macchinali i movimenti della persona. Nella mattina, appena ebbe sentore della catastrofe, la signora Clara scese in banco, ma le prime parole che le furono dette la fecero cadere in deliquio, onde fu mestieri che i due commessi abbandonassero per un istante i loro libroni, e s'accingessero a ricondurre ne' suoi appartamenti la venerabile padrona di casa. Ma nè il deliquio della consorte, nè i baci della figliuola, nè i conforti dell'Angelina valsero a scuotere il signor Bernardo dal suo abbattimento. Convenne che la Matilde gli usasse amorevole violenza per farlo salire al piano superiore nell'ora di pranzo. E che pranzo fu quello! La signora Clara, presa dalle sue solite convulsioni, era nella stanza assistita dalla Nella; l'Amalia, povera piccina, usa a correre e a saltare, piangeva senza sapere il perchè; e la Matilde e l'Angelina s'affaccendavano inutilmente per far prendere un pochino di brodo al signor Bernardo, il quale non apriva bocca se non per esclamare: — Povere creature mie! — Povere creature mie! —

Il dì seguente l'Angelina si alzò per tempissimo, e appena lo zio scese in banco vi si avviò anch'essa con passo lieve e sollecito, e prima quasi ch'egli se ne avvedesse gli era seduta vicino e avea strette nelle sue mani le mani di lui.

— Angelina! — diss'egli con accento di viva sorpresa, non senza fissare con curiosa tenerezza il volto malinconicamente espressivo della bella fanciulla.

— Sì, zio, sono io stessa; — rispose ella seria e composta. — Vorrete voi porgermi ascolto senza dirmi indiscreta?

— Parla, nipote mia.

— Zio, vorrei che m'insegnaste la maniera di farmi dichiarar maggiore. —

Nella mente conturbata del signor Bernardo balenò in quell'istante un pensiero ch'egli si peritava ad esprimere.

— Potremo pensarvi, ragazza mia;... però, sai, le tue ventimila.... insomma quello che ti hanno lasciato i tuoi genitori, nessuno può toccarlo:... è intatto. —

Una tristezza profonda, indescrivibile, quale di chi si vede mal giudicato, si dipinse sul volto dell'Angelina. Ella chinò il capo e disse con voce sommessa:

— Zio, gli uomini devono esser molto cattivi, devono avervi fatto molto male.

— Angelina, spiegati per amor di Dio.

— Scusate se sono importuna.... un'altra domanda....

— Quale?

— Potreste dirmi a quanto ascenda la somma che non siete in grado di pagare ai vostri creditori? —

Il signor Bernardo tornò a figgere gli occhi nel viso dell'Angelina, cercando inutilmente d'indovinare il senso arcano delle sue parole: poi, reprimendo un sospiro, presa una carta ch'era sullo scrittoio, la consegnò senza dir motto alla nipote, e si nascose la faccia tra le mani.

La cifra segnata in fondo di quel foglio parve maravigliare dolorosamente la giovine.

— Non basta, — diss'ella con l'accento di chi vede annientarsi un suo disegno.

— Ma che cosa non basta? — chiese ansiosamente il signor Bernardo.

— Ohi Dio mio! nulla: speravo che le cose nostre potessero accomodarsi, e mi sono ingannata.... Non basta.

— Ma dunque, — proruppe il signor Bernardo colto da una subita idea; — ma dunque tu avevi in animo qualche gran sacrifizio?

— Io.... no... O non siete voi il fratello del mio povero babbo? Non sono io della famiglia? La Matilde non è essa la mia migliore amica? Io pensavo se vi era modo di rimettere in sesto le nostre faccende, valendoci di quella piccola somma che mi appartiene. Pur troppo era un'illusione.

— Ma tu vaneggi, Angelina, — sclamò lo zio. — Tu credevi dunque che io, tuo tutore, potessi consentire a travolgere nella mia rovina anche la tua poca sostanza, il frutto di tanti anni di lavoro di tuo padre, di tanti anni di economia della tua genitrice? Angelina, lo sei un vero miracolo di bontà e d'abnegazione; ma quando pure ciò che tu mi offri bastasse a pareggiare fin l'ultimo mio debito, no, Angelina, io non l'accetterei, io non potrei accettarlo. O che è permesso a un uomo che affoga di trascinar seco anche quelli che stanno a riva?

— Ebbene, zio, se vi foste creduto umiliato da un mio dono, io vi avrei pregato di accettare quel danaro come un imprestito. Me l'avreste restituito più tardi col frutto del vostro lavoro.

— Il mio lavoro! — sclamò il signor Bernardo, soprappreso nuovamente da funesti pensieri. — E come ricomincierò io la vita a sessant'anni? dove troverò l'energia che mi basti a superare tutte le difficoltà della mia nuova esistenza? Oh! Angelina: le molle della mia attività sono infrante; io lo sento che non sono più buono a nulla....

— Zitto là, zio mio, — interruppe l'Angelina, mettendogli la mano sulla bocca. — E sarà pure necessario che ci mettiamo tutti a far qualche cosa, se si vuol campare.

— Ma tu, Angelina, non hai bisogno di nulla. Bene o male, puoi vivere del frutto di ciò che è tuo, inviolabilmente tuo, di ciò che formerà la tua dote.

— Oh, non vogliate mortificarmi! Prima delle vostre disgrazie m'avete voi detto mai: — Questo è tuo, questo è mio? — Non m'avete voi accolto come una figliuola? Quando io sono entrata nella vostra casa, io non intesi di entrarvi come ospite, nè d'essere una cosa distinta dagli altri di famiglia.... Ciò ch'è mio è di tutti.

— Anche di quelli che non ti trattano bene?

— Nessuno mi tratta male, — rispose l'Angelina, abbassando gli occhi.

— Orsù, Angelina, — concluse il signor Bernardo alzandosi in piedi, — la tua visita mi ha fatto un gran bene.... ho visto che ho una figliuola di più, e — soggiuns'egli tristamente — forse migliore di qualchedun.... — Ma qui uno sguardo dell'Angelina gl'impose di troncare a mezzo la frase. — Insomma, tu lo vedi, la tua offerta non è accettabile: prima di tutto sarebbe una goccia nel mare; e poi quel tuo danaro è un deposito sacro.

— E non son forse sacri anche gli altri vostri debiti? —

Il signor Bernardo riflettè un istante, poi disse con voce sicura: — Meno di questo. — E poichè l'Angelina accennava a voler replicare, — È proprio inutile che ne discorriamo, nipote mia; — egli concluse. — Metti in calma quella tua testolina,... e il cielo provvederà. — Ciò detto, le prese il capo con ambe le mani e la baciò in fronte.

Allorchè l'Angelina ebbe risalite le scale, pensando in quale altro modo le sarebbe dato giovare alla famiglia dello zio, trovò nella sua stanza una donna venuta a visitarla. Era la Filomena. Com'era naturale, la catastrofe di casa Mauri fu il primo argomento dei suoi discorsi.

— Giù quando in una casa non c'è ordine, nulla fa maraviglia. Figuratevi! Con le idee della signora Clara sarebbe andato in rovina anche il più ricco uomo di questa terra.... E quel grullo di suo marito, scusi sa, che pur di levarsi le seccature le avrebbe dato anche il Duomo di Milano! Oh! si doveva vedere. Già io lo diceva sempre. In quella famiglia c'è venuto il capogiro.... la non può durare.... E ora, padroncina, s'ella volesse badare a me, che pur troppo, con tutto il rispetto, lei ha un cervellino che vuol fare a suo modo, s'ella volesse badare a me, non ci starebbe più un momento in questa Babele....

— Oh! Filomena...

— Mi lasci dire... ella non ci starebbe più un momento, e col frutto di quel po' di ben di Dio che ha ereditato da suo padre, ci sarebbe da campare in santa pace.... Io verrei a servirla per nulla.... sì, giuro alla Madonna santissima, che non vorrei un centesimo pur di stare vicino alla mia padroncina.

— Ma insomma, Filomena, finiamola.

— Eh! capisco.... son gusti.... lei si trova meglio con quelli che la maltrattano....

— Basta così, Filomena, tu vaneggi....

— Punto, punto, — incalzò la fantesca, concitando la voce e piantandosi le mani ai fianchi: — o in fin dei conti crede che non sappia io come stanno le cose? Me ne informo sempre dalla donna di casa, dalla Teresa, che quella è una donna a modo.... seppur nelle spese qualche volta.... ma basta.... nessuno è senza peccato,... e so per filo e per segno tutto quello che fanno, tutto quello che dicono, e tutto quello che pensano....

— Ma è una parte odiosa codesta....

— Oh! quando ci va di mezzo il bene della mia padroncina! E la Teresa mi dice che la trattano come un cane.... oh! non stupisca,... e che soprattutto fra la signora Clara e quel bel mobile della Nelluccia, per rincarare la dose, vanno dicendo male di lei.... sì signora.... e spargono ai quattro venti che lei è un'egoista, e che non pensa che a sè, e a guardar la luna, e a far venire delle ubbie in capo.... —

L'Angelina s'era ritta in piedi pallida pallida, e con tuono tranquillo, ma risoluto, si rivolse alla Filomena:

— Non una parola di più.... Checchè dicano, e checchè pensino sul conto mio, io non voglio saperlo.... so quello che faccio io, e mi basta.... E se tu hai a venire a riferirmi de' pettegolezzi, senti, Filomena, sebbene m'hai vista bambina, e mi hai tenuta fra le tue braccia, e hai assistito i miei poveri genitori, te lo giuro, che non ti vo' veder più in vita mia.... Per quello che hai detto oggi ti perdono, e va via. — Ella stese la mano alla vecchia che la baciò tutta in lagrime, e usci mortificata borbottando: — Che bel compenso! Che bel compenso! Oh la gioventù! —

Rimasta sola, l'Angelina si lasciò ricader sulla seggiola nei più profondo abbattimento. Ella aveva avvilito, aveva quasi scacciato da sè come calunniatrice e pettegola una donna, della cui fede non poteva dubitare; aveva spezzato forse per sempre l'ultimo anello che la ricongiungeva ai dolci giorni della sua fanciullezza, e quale era il guiderdone de' suoi sacrificî? No, tutto ciò che quella donna avea detto non era falso. In quella casa v'era alcuno che non l'amava, che mentr'ella spontanea voleva immolare la sua fortuna al bene della famiglia, la diceva egoista e insidiatrice della quiete domestica.... Ma a che pro dunque?... Questo dubbio s'affacciò un istante allo spirito della giovinetta, ma l'indole generosa di lei prevalse ai freddi calcoli della ragione, ed ella uscì dalla lotta più gagliarda di prima. Si alzò con subito movimento per cercare della Matilde. Sennonchè essa entrò in quel punto nella stanza, e l'Angelina con affettuoso abbandono le gettò le braccia al collo.

— Come va, Matilde?

— Così.... sono stata fino adesso presso alla mamma, che è a letto co' suoi soliti incomodi.... Ma tu che cos'hai?... mi sembri commossa.

— Nulla.... ti do un bacio. — E sorridendo fra le lagrime, soggiunse: — Non te n'hai mica a male?... —

V.

Quando il signor Bernardo nel suo colloquio con l'Angelina disse di non sentirsi più buono a nulla, il poveretto esprimeva una cosa che era pur troppo vera. La difficoltà di comporre amichevolmente le sue faccende, il contegno ostile di alcuni creditori, la diserzione de' più fidati amici, e sopra tutto il pensiero del suo buon nome perduto, gli travagliavano l'animo siffattamente da renderlo inetto ad ogni lavoro. Non si riconosceva più. Aveva serbata la consuetudine di scendere la mattina per tempo nel banco, ma ivi giunto abbandonavasi sul suo seggiolone, rimanendovi immobile e muto, sinchè taluno non venisse a scuoterlo. Alle domande che gli erano rivolte rispondeva con monosillabi, i due commessi che attendevano ancora alla liquidazione dell'azienda dovevano regolarsi di proprio capo, tanto ardua impresa era quella di levargli una parola di bocca. Pur tratto tratto pareva risentirsi, e cercava fermare la mente su qualche disegno per l'avvenire, e si alzava, e gli si spianavano per un istante le rughe della fronte; ma di lì a poco lo vinceva la diffidenza di sè, e ritornava nel posto e nell'atteggiamento di prima. In casa, e specialmente con le due figliuole minori e con l'Angelina, era affettuoso, tenero come al solito: ma nè i baci dell'Amalia, nè le carezze della Matilde, nè lo sguardo amorevole, nè la parola confortatrice della nipote avevano virtù che bastasse a ravvivare le sue fibre intorpidite. E quando mercè il sacrificio di tutto il suo avere e per le cure operose di un legale, amico di casa, gli venne fatto di accomodare le cose sue senza lo scandalo dell'azione dei tribunali, il suo spirito anzichè sollevarsi si accasciò maggiormente. Che se prima si cullava per qualche minuto nell'illusione di poter riguadagnare un giorno a sè il nome d'un commerciante senza macchia, alla sua famiglia gli agî di una tranquilla esistenza, ora che facea d'uopo di romper gl'indugî e mettersi all'opera, si sentiva troppo disuguale all'impresa, e dalla difficoltà di risorgere misurava la profondità della caduta. E invero n'aveva ben donde. È agevole perdere le abitudini della economia, non così quello dello scialacquo, e in casa Mauri non v'era nè tanta forza d'animo, nè tanta virtù di rassegnazione da sapersi acconciare alle vicende della fortuna. Le facoltà della famiglia si riducevano ormai a qualche migliaio di lire della dote della signora Clara e al frutto del piccolo patrimonio dell'Angelina. Poco importa al lettore se la signora Clara per una innocente dimenticanza affermava che tutto il dispendio pesava sulle sue spalle, e che non vi sarebbe stata altra donna al mondo così pronta a sacrificarsi pel bene altrui. Forse in cuor suo ella sentiva di andar debitrice di moltissimo alla nipote, ma appunto per questo le si mostrava più fredda che mai. Non dovrebbe essere, ma pure è così: a venire in uggia ad una persona non c'è più sicuro modo che quello di renderle servigio. Il beneficato sbuffa come Encelado sotto il peso immane della riconoscenza e se ne sta all'erta per trovare i secondi fini della liberalità altrui, e se può scoprire mille difetti al benefattore, gli è come se avesse guadagnato un terno al lotto. Eppure chi rinunzierà per questo alle dolcezze di sovvenire alle miserie, di alleviare i dolori? Non certo anime soavi come l'Angelina, per le quali l'abnegazione diventa un'abitudine, per guisa da non accorgersi nemmeno ch'ella è una virtù. Il peggio si era che, alla lunga, con quelle entrate riusciva impossibile di tirare innanzi. Dal signor Bernardo non potevasi più sperar nulla: s'era provato, riprovato più volte, e non gli reggevan le forze; egli lo diceva con indescrivibile malinconia: — Sono diventato un mobile della casa e nulla più. — Intanto gl'imbarazzi crescevano; ogni giorno conveniva pensare a diminuire qualche spesa; oggi licenziare il maestro di musica, domani rinunziare a un vestito, un altro giorno a un piatto a tavola, e poi? Quando si fosse dato fondo alla dote della signora Clara, che cosa sarebbe rimasto? Non un centesimo fuori della sostanza dell'Angelina. Ora la giovinetta, che il giorno dopo la catastrofe aveva offerto allo zio tutto il suo avere, affinch'egli se ne servisse a pagare i suoi debiti e a ricominciare con maggior lena la via, non si sentiva più l'animo inchinevole a tanto sacrificio. Ella era pronta a dividere co' suoi ospiti anche l'ultimo tozzo di pane, pronta a vivere in più umile dimora e a vestire più dimessa; ma le ripugnava l'idea di veder travolta quell'ultima àncora di salvezza, di veder dileguarsi senza frutto la scarsa eredità de' suoi genitori. Aveva retto l'ingegno quanto buono il cuore, ed ella intendeva che il dare tutto il suo non servirebbe che a procacciare alla famiglia qualche anno di agiatezza, in fondo ai quale ed ella e gli altri troverebbero la miseria e forse l'indigenza. È agevole però immaginare se di questa sua saggezza non si mormorasse in famiglia. La signora Clara pareva tutta trionfante di poter dire al marito: — Vedete a che cosa si riduce la virtù della vostra protetta! Offerte d'ogni maniera, quando sapeva che non avreste nulla accettato; ma ora, al punto in cui siamo, non fiata nemmeno e la ci lascerà andare in rovina senza tenderci una mano. Diavolo! La vuol serbare intatta la sua dote. O che non l'ho sacrificata io la mia dote? Eh! l'ho sempre detto io che non si doveva fidarsi, e che ci eravamo presi a riscaldare una serpe.... Già voi non fate nulla, non tentate nemmeno di sollevare le vostre creature, e questa è la causa più grande de' nostri guai.... — Il pover'uomo, mortificato com'era e conscio de' suoi torti e della sua impotenza, mal riusciva a difendere la nipote così ingiustamente assalita, e forse mentre vedeva a pochi passi il precipizio e sentiva di non poterne recedere, maravigliavasi anch'egli che l'Angelina, la dolce Angelina, da lui stimata il buon genio della famiglia, non accorresse sollecita a tendergli le braccia, ad aiutarlo nelle sue nuove strette. Nè alla fanciulla sfuggivano siffatte mormorazioni sul conto suo, ma ell'era tanto sicura della propria coscienza da non darvi peso alcuno e da non far conto delle accuse. Anzi da qualche tempo il suo volto s'era fatto più sereno, e le raggiava dagli occhi una ilarità inconsueta. Usciva talvolta di casa soletta, e al suo ritorno aveva sempre un sorriso sul labbro ed era tutta amorosa e scherzevole verso la piccola Amalia, che le balzava incontro come bambino alla sua nutrice. Figuratevi se di queste sue passeggiate la signora Clara e la Nella facevan commenti: la Matilde stessa non ne sapeva lo scopo. V'era certo qualche amorazzo, qualche scandalo, che il cielo ci scampi e liberi, e la signora Clara aveva già deliberato di venire in chiaro della tresca, allorchè tutto divenne palese. L'Angelina, profittando di alcune antiche conoscenze di casa sua, s'era procurata delle lezioni di musica, col frutto delle quali ella pensava sovvenire a' bisogni più urgenti della famiglia, e se non l'aveva detto a nessuno, era perchè nessuno ponesse ostacoli al suo divisamento. Non ambiva le lodi. Che il signor Bernardo le rivolgesse uno sguardo amorevole, che la Matilde le saltasse al collo baciandola in fronte, era sufficiente guiderdone per lei. E che le importava se la bisbetica zia trovava da ridire in quel suo atto d'indipendenza, e giudicava disdicevole a una ragazza fregiata del nome Mauri di far la maestra di musica? e se ripeteva qua e là che l'era un cervellino balzano e che voleva far le cose a modo suo, e mentre non le mancava nulla di nulla, pur d'emanciparsi s'era buttata a quel mestieraccio? Del resto la signora Clara soggiungeva: — S'accomodi pure, che in fin de' conti non è se non mia nipote, e il suo tutore è quel grullo di mio marito; a me preme soltanto che la non si confonda con le mie figliuole, le quali, finchè vivo io, non andranno certo a guadagnarsi il pane in quella maniera.... Tutt'al più, se si trattasse d'essere istitutrici in una famiglia principesca!... —

Eppure dal dì che, orfana e derelitta, aveva dovuto ricoverarsi sotto un tetto che non era il suo, l'Angelina non si era mai sentita così tranquilla come allora che una vita operosa occupava le sue giornate, e la cresceva nella stima di sè stessa. Ella benediceva la memoria della sua povera mamma, che aveva educato in lei la naturale inclinazione alla musica e fin da bambina l'aveva tenuta per tante ore al suo pianoforte, e ripensava con entusiasmo al precetto sì spesso ripetuto dal padre suo: — Non esservi nulla di più onorevole che il lavoro; nulla che meglio del lavoro doni vigore al corpo, calma allo spirito, dignità all'esistenza. — Ella usciva ogni mattina alle otto, col suo vestito semplice, ma decente e quasi elegante, col suo passo svelto e sicuro, co' suoi diciannove anni sulla fronte, e percorreva senza trepidanza le vie più popolose della città, guardata da molti, non seguita mai da nessuno. I modi elettissimi e la rara abilità nell'arte sua le procacciavano le più liete accoglienze nelle famiglie ov'ella era introdotta, e le sue discepole, che la tenevano in conto d'amica, facevano a gara per usarle ogni specie di cortesia, e chi l'avrebbe voluta seco al teatro, e chi al ballo, e chi in villa. Però l'Angelina non accettava nulla; chè per tutto l'oro del mondo non sarebbe entrata in una società che non era la sua, nè avrebbe consentito a divertirsi, mentre la sua buona Matilde se la passava malinconicamente nella solitudine della sua stanza. Infatti se l'umore dell'Angelina s'era da qualche tempo reso più giocondo che non fosse per l'addietro, un mutamento contrario erasi operato nel carattere della Matilde. La vispa fanciulla aveva perduto da un pezzo la sua ilarità clamorosa: il suo spirito s'era per così dire accasciato sotto il peso di assidui pensieri; e dagli atti, e dall'aspetto, e dalle parole le traspariva un profondo disgusto degli altri e di sè. Vedere l'apatìa della sua famiglia che lasciava ad una estrania l'incarico di riparare alle proprie follie, e imbandiva sul desco il pane guadagnato dai sudori altrui, era cosa che feriva nel vivo i suoi nobili istinti. Ed ella sentiva in cuor suo che di queste colpe era complice, e ch'ella, giovane e vigorosa, avrebbe dovuto seguire l'esempio della cugina e porsi al lavoro. Ma una volta ch'ella aveva lasciato trasparire questo suo pensiero, aveva sollevato contro di sè una tempesta di rimproveri e di contumelie. La signora Clara aveva un'idea tutta sua sul decoro del proprio casato, e perchè nella sventura altro non rimaneva che un nome senza macchia, ella diceva sempre che non si avesse a compromettere permettendo che le figliuole scendessero ad opere mercenarie. Inoltre la Matilde non era di quelle nature energiche che negli ostacoli rinvigoriscono i loro propositi, e, innanzi ad una opposizione così risoluta, sentì fiaccarsi la sua volontà e divorò in silenzio le sue lagrime. Invero ella era divenuta assai infelice. Dacchè l'Angelina erasi fatta necessaria in famiglia, e con la tranquilla fermezza del suo carattere aveva inspirato rispetto ne' più renitenti, gli umori bisbetici della signora Clara e della sua primogenita si sfogavano sulla Matilde, la quale non poteva scendere nel salotto comune senza vedersi fatta bersaglio di mille accuse e mille punture. Le apponevano a colpa la sua ammirazione appassionata per la cugina, quasichè in casa non vi fosse altro di buono e di bello che quella ragazza, quasichè fosse da imitarsi in tutto e per tutto. Già ora le pesava di non potere starsene più l'intera giornata insieme colla sua indivisibile; le pesava di dover lavorare in compagnia di sua madre e di sua sorella. Figuratevi! Loro erano ignoranti, e l'Angelina era un'arca di scienza, che a passar un'ora seco ci s'imparava lo scibile umano. E poi il pianoforte dell'Angelina, che aveva trent'anni, era mille volte migliore di quello della Nella, giunto recentemente dalla più reputata fabbrica di Vienna, e per sonar bene bisognava proprio salire una scala e andare nel santuario della Dea. Del resto, era d'uopo confessarlo, l'Angelina aveva i suoi meriti; ma ella, la Matilde, di che cosa tenevasi, quali erano le sue particolari virtù?... Così martoriavano la povera giovinetta a colpi di spillo, ed ella intanto con febbrile celerità passava l'ago attraverso il suo ricamo, battendo convulsamente sullo sgabello il suo piccolo piedino e soffocandosi per non piangere. Ma quando l'Angelina ritornava a casa verso l'ora di pranzo, affaticata, eppur vispa e serena, col suo rotolo di musica sotto il braccio, con le sue cartoline di dolci in tasca per la vezzosa Amalia, la Matilde sentiva il bisogno di sfogare tra le braccia di lei il dolore represso, e dirle quanto amaramente soffriva.... E l'Angelina, che appena erasi accorta delle ingiustizie commesse a riguardo suo, non poteva a meno di risentirsi delle offese fatte all'amica, e si andava persuadendo che, fuori del suo povero zio e della Matilde, non v'era altri in quella casa, cui mettesse conto di sacrificarsi.

VI.

Era circa un anno che l'Angelina trovavasi in casa Mauri, quando un nuovo ospite venne a rompere la vita uniforme della famiglia e a complicare alquanto le fila di questa troppo semplice istoria. Un lontano congiunto del signor Bernardo, ricco possidente del Bresciano, aveva un figliuolo, il quale, interrotti gli studî a cagione dell'ultima guerra nazionale, desiderava ora riprenderli nella riputata Università di ***. Il padre che teneramente lo amava, quantunque avesse preferito di averlo compagno nella cura de' suoi beni, pure non seppe opporsi alla sua volontà; e per affidare a buone mani il suo Vittorio, e per fare un bene ai Mauri, di cui conosceva le strettezze, deliberò di metterlo presso di loro, a pensione. E poichè egli era uomo liberalissimo, le condizioni pattuite furono tali da recar non piccolo sollievo agl'imbarazzi della famiglia, di che la signora Clara si rallegrò, specialmente nell'idea di torsi alla uggiosa superiorità dell'Angelina. La casa ove abitavano i Mauri, comoda e spaziosa e loro conservata anche dopo i rovesci commerciali dalla benevola indulgenza del proprietario, aveva una stanza isolata nell'appartamento medesimo ov'erano le camere dell'Angelina e della Matilde, ma da queste divisa dal pianerottolo della scala. Fu quella la stanza che si destinò a Vittorio, dopo averla rimessa a nuovo e fornita in gran parte con alcuni mobili che l'Angelina aveva portati seco e ch'ella non adoperava. Non era la prima volta che Vittorio veniva in casa Mauri. Orfano della genitrice in tenerissima età, egli aveva costume di seguire il padre nelle sue frequenti escursioni, e così aveva visitato ripetutamente la città di *** e i congiunti che vi dimoravano. Sennonchè l'ultima sua venuta risaliva a due lustri addietro. Però egli si ricordava benissimo della Matilde, di due anni più giovane di lui, e della Nella che in quel tempo gli era alquanto superiore d'età e sdegnava di mescolarsi coi piccini, e ora invece gli ripeteva con particolare compiacenza di essere stata sua compagna negl'innocenti giuochi infantili, quantunque a mala pena se ne rammentasse perchè era bimba affatto. Comunque sia, Vittorio tornava presso i suoi parenti grande di persona e tarchiato di membra, la fronte abbronzata dal sole dei campi, il mento adombrato dalla prima lanugine, l'occhio nero, espressivo, profondo. Lettori e lettrici, non turatevi le orecchie per carità, se io vi dico che la sua venuta fece passare una corrente elettrica attraverso quella nidiata di ragazze. E non perchè egli fosse bello di virile bellezza, e gli accrescesse attrattiva la memoria dei corsi pericoli; ma, lasciatemelo confessare, perchè egli era uomo, era giovane. Non ribelliamoci alle leggi della vita, non cerchiamo lo scandalo nelle più semplici rivelazioni del cuore, e per soverchio di scrupolo non diamo all'arte l'incarico di ritrarci, anzichè creature umane, figure velate e vaporose, che quando riescono a modo rendono immagine di fantasmi, e, se il tocco dell'artista non è delicato, hanno sembianza di accappatoi. Bando alle metafore! Quale di noi, nella bella età tra i quindici e i venti, non popolò il suo mondo ideale di leggiadre figure femminili, e se vagheggiò la gloria, e se amò la virtù, e se si cullò nella speranza dei domestici idillî, non evocò dal suo pensiero una donna che fosse di questa gloria compagna, di questa virtù consigliera, di queste gioie casalinghe ministra? E quale di noi al fruscìo di una veste, al disegnarsi di un'elegante persona fra i crepuscoli della sera, non sentì un battito arcano che gli fece amare la vita? O colpito per via da una di quelle apparizioni vertiginose che non mancano mai all'adolescente, perchè acquistano il loro fascino dallo stato febbrile del suo spirito, non credette per un istante di aver trovato l'ideale de' suoi sogni, di aver dato forma e sostanza alle sfumature della sua fantasia? Ebbene: mettiamoci un poco nei panni dell'altra metà del genere umano, e facciamo a noi stessi l'onore di credere che quelle medesime creature dell'immaginazione, che turbano dolcemente i nostri sogni, agitano anche quelli delle nipoti d'Eva; sennonchè, mentre a noi piace vestirle di lunghi abiti bianchi e cingerne la fronte di fiori e di veli armonicamente commossi dagli zeffiri, esse invece s'appagano d'una acconciatura meno poetica e forse forse danno un posticino nelle loro visioni anche al cappello alla Metternich, anche alla cerimoniosa marsina. Noi uomini, in un accesso di galanterìa che svela il nostro orgoglio, abbiamo esclamato: — L'ideale è donna — e atteggiandoci a tiranni persino nelle regioni dell'arte, ci siamo dimenticati che le nostre gentili compagne potevano proferire una diversa sentenza, e, pur lusingando la nostra vanità, distruggere l'edificio da noi eretto con sì sicura baldanza.

Però lasciamo andare le digressioni e torniamo al nostro argomento. Può darsi benissimo che la Nella vagheggiasse in Vittorio un marito: nè la Matilde, nè l'Angelina vi avevano sul momento pensato. Era senz'avvedersene che tutte e due mettevano un po' di più cura nel loro abbigliamento; e prima del pranzo, e prima di uscire alla passeggiata, a cui talvolta Vittorio le accompagnava, correvano frettolose allo specchio a ravviarsi i capelli, ad aggiustarsi il vestito, e poi vispe vispe e saltellanti scendevano la scala a raggiungere il loro cavaliere. Era senz'avvedersene che l'Angelina era divenuta più pensosa, e la Matilde avea racquistato parte dell'antica ilarità; così diversamente operava su due cuori di giovinette l'arrivo d'un garzone ventenne.

Vittorio era in quell'età che all'anime e agl'ingegni non affatto volgari dona una esuberanza di orizzonti e di vita, in quell'età a cui sorridono i sogni della gloria e dell'amore, e non v'è mèta così sublime che il pensiero non la tocchi e non la oltrepassi. Le membra sono giovani, spigliate, vigorose come l'intelletto, e a simiglianza degli echi che si rispondono dalle varie parti d'una valle, le vario facoltà dell'individuo s'intendono e armonizzano fra loro. Oggi è voluttà senza pari arrampicarsi per l'erta d'un monte, e immobili e con le braccia conserte ascoltare il muggito del torrente e i cento romori della campagna: domani è fonte di entusiasmo ineffabile l'aprire le pagine di un nuovo libro e avviarsi con un poeta amico ai dolci pellegrinaggi della fantasia. Anni d'impazienze generose e di audaci propositi, nei quali noi disegniamo, per così dire, il programma della nostra esistenza, non dubitando nemmeno se ci verrà dato di mantenerlo. Quanti sono allora che paiono grandi, e son tali davvero, perchè hanno il sentimento delle cose belle, e nobili ed alte! Guardate un albero al principiar della ridente stagione. Com'è largo di promesse, come trapunto di fiori che possono divenir frutta! Si direbbe che i rami non basteranno a reggerne il peso. Ebbene: guardate quell'albero stesso di lì a qualche mese. Esso è grave invero e superbo del suo portato; ma il numero delle frutta, che oggi lo fanno inchinare al suolo a guisa d'ombrello, non può nemmeno paragonarsi al numero dei fiori che lo adornavano a primavera. Delle frutta sperate molte non nacquero mai, molte morirono tristamente, non si sa quando, non si sa come: un'ora di tempesta, una notte di brina, sono le epidemìe della natura: molte non seppero venire a maturità; o mancò loro un raggio propizio di sole, o non ebbero forza di assorbire i succhi vitali; e si nascondono tra foglia e foglia, pallide, rachitiche, dispettose come vecchie zittelle. Saranno forse l'ultime che rimarranno sul ramo, perchè la morte poco si cura di quelli che furono suoi insino dal nascere. Così è l'albero della vita. I fiori a centinaia vi si contano nell'aprile: le frutta belle, appetitose, mature, vi si contano appena a diecine nel luglio. Come! di tanti che si mossero a un punto, e avevano tutti una stella sulla fronte, un sorriso sul labbro, così pochi sono arrivati? La morte, inesorabile mietitrice, ne ha tanti falciati sul suo cammino? Oh! non era solamente la morte. A chi mancò l'energia dei propositi, a chi la perseveranza contro le avversità; i più, quando videro spegnersi la fiamma fulgidissima, ma passeggiera, che nell'alba degli anni spande i suoi raggi per l'universo, non ebbero la virtù di accendere la fiaccola modesta che non abbaglia, ma rischiara, che non lascia forse indovinare in sulle prime la mèta, ma vi ci guida, segnando di non dubbia luce il cammino. In tal guisa divennero le pallide e tisiche frutta dell'albero, e invano, quando l'autunno farà più rare le foglie, godranno senza contrasto il beneficio della pioggia e del sole: l'esperienza sarà come un germe gettato sopra il duro macigno: vi si posa, non vi s'insinua.

Noi non diremo a quale specie d'uomini appartenesse Vittorio, se a quelli che toccano la mèta o a coloro che s'arrestano a mezza via; chè dopo il periodo di tempo compreso in questa novella lo abbiamo perduto d'occhio: certo ch'egli era tra i più promettenti; di fantasia vivacissima, d'intelligenza pronta ed arguta. Sennonchè gli mancava forse quella che gl'Inglesi chiamerebbero solidità di carattere, e che si manifesta nella perseveranza de' propositi, nella tenacità irremovibile in alcuni principî. Buono ed onesto, era però un tantino incostante e leggiero, v'era un po' di fatuo ne' suoi entusiasmi, un po' di sfumato nelle sue convinzioni. Ad ogni modo, era bello, ardito, poetico, aveva una cicatrice sul petto, ricordanza di recenti battaglie.... a venti anni che può desiderarsi di più? Il suo umore, come in tutte le nature ricche, era dotato di una grande elasticità, e passava più volte in un giorno dalla schietta giovialità a una tal quale malinconia, che cresceva dolcezza ed espressione alla sua fisonomia. Amava smisuratamente i versi, e aveva divorato i volumi di quasi tutti i migliori poeti d'Europa, chè appunto per conoscere alcuni capolavori nel loro idioma originale erasi accinto allo studio delle lingue straniere. Versi ne faceva anch'egli, però nulla più che mediocri, e anzi soleva alzarsi dal suo scrittoio con la fronte annuvolata, ben sentendo come le idee gli morissero nell'inchiostro, e la penna mal sapesse seguire la foga de' suoi pensieri. Del resto chi non fa versi, e cattivi versi, a vent'anni? Quanto ai suoi codici, chè Vittorio era studente di legge, egli non se ne dava troppo pensiero, e assai più sovente vedevasi aperto sul suo tavolino un volume del Leopardi, o del Musset, o del Byron, che non il Regolamento di procedura penale o il Trattato di diritto romano del celebre professore.... Molto spesso, dopo essersi quasi addormentato sopra uno di que' grossi e sapientissimi libri, balzava dalla seggiola e si recava nella stanza dell'Angelina, ove a certe ore convenivano la Matilde e l'Amalia. L'Angelina era per solito al suo pianoforte, tutta intenta in qualche musica nuova, e quella bricconcella dell'Amalia le sedeva a fianco sopra un trespolo, facendo di tratto in tratto scorrere le sue piccole dita sui tasti, con certi suoni scordati ch'era uno spasso a sentirla; mentre la Matilde ricamava accanto alla finestra. All'entrare di Vittorio, che, confessiamolo, amava meglio che gli altri badassero a lui che non di badare agli altri, le due ragazze smettevano le loro occupazioni, e anche l'Amalia lasciava in pace i tasti del cembalo, e il giovane non si faceva pregare a declamare qualche strofa o a narrare qualche avventura della sua campagna. Non sarà stato tutto oro di zecca, ma perchè egli aveva l'arte del porgere, e poichè de' rischi ne avea corsi davvero e ne avea toccata una buona ferita, le fanciulle pendevano dalle sue labbra e lo tempestavano di domande. Ed egli si compiaceva di tener viva la curiosità delle cugine, e l'affetto destato in due leggiadre ed ingenue giovinette gli accresceva valore ai suoi proprî occhi: era il mirto che s'intrecciava all'alloro. Poi, diciamo le cose come sono, egli era soddisfattissimo che quelle ragazze fossero due, invece di una sola. Non aveva intendimento nè di sedurle, chè l'onestà del suo animo rifuggiva pur anco dal pensiero di tale infamia; nè di sposarle, chè troppo gli era cara la sua libertà, e troppo sentivasi alieno dal matrimonio. Ed egli, mostrandosi ad un tempo cortese e galante verso di entrambe, teneva per fermo di assicurare sè dalle tentazioni e loro dalle lusinghe, acquistandosi intanto verso i suoi condiscepoli il vanto di giovane in grazia del bel sesso.

VII.

Anzi un bello spirito della scolaresca lo chiamava Paride contrastato dalle tre Dee, mettendo nel conto anche la Nella, che vi si sarebbe acconciata assai volentieri, ma ch'era proprio fuori di combattimento. Il suo sentimentalismo non aveva fatto che destare l'ilarità di Vittorio. Gli piaceva in Matilde la franca giovialità del carattere, in Angelina l'indole riflessiva e dolcemente meditabonda; ma la Nella con que' suoi sospiri e quella sua facilità alle convulsioni gli pareva in ritardo di un secolo. Era una provinciale che aveva preso le mode della città cent'anni dopo che la città se n'era scordata, una cameriera svenevole dei tempi di Luigi XV, trapiantata non si sa come in mezzo al secolo XIX. La signora Clara che, come si è visto, aveva una predilezione speciale per la sua primonata, non sapeva darsi pace che il gusto degli uomini si fosse pervertito in guisa da non apprezzare tanta squisitezza di modi e di sentimento, e le si accresceva ognor più quel superbo disprezzo del mondo e dei tempi, col quale ella confortava da un pezzo i disinganni amorosi della sua Nella. E in verità, aver dato a una propria figliuola un nome così romantico, e vederla costretta a sfogare la sua poesia in un eterno monologo, è cosa da far venire la stizza anche a persone più tranquille e assennate che non fosse la signora Clara. Chi subiva gli effetti di queste beghe domestiche era pur sempre la Matilde; chè l'Angelina, sebbene la più docile, e buona, e rimessa fanciulla del mondo, aveva nell'aspetto e nei modi una certa quieta dignità, che faceva morire sul labbro le rampogne e i sogghigni. Ahi! la Matilde non poteva più dimenticare la freddezza materna nelle festose carezze del padre. Fin da quando ell'era piccina, allorchè la sua mamma la sgridava, ella scendeva in banco, ed era certa di veder farlesi incontro tutto sorridente e amorevole il suo buon genitore, che la teneva seco e le dava da scartocciare de' vecchi campioni, non senza visibile scandalo del signor Menico, l'antico commesso. Ella metteva ogni cosa sossopra, e più d'una volta il rispettabilissimo signor Menico, mentre stava per intestare in bella scrittura rotonda le partite del suo registro, mordendosi il labbro inferiore e facendo fare due giri in aria alla sua penna d'oca, come uccello carnivoro che svolazza intorno alla preda, ebbe a ricevere un urtone al gomito che gli scompose le idee, e nel luogo delle cifre meditate mise una larga macchia d'inchiostro. Erano dolori terribili pel signor Menico, ma la bambina dava in uno scroscio di risa, e suo padre, pur rimproverandola, non poteva a meno di parteciparne la ilarità. E adesso il banco era deserto e la polvere si ammonticchiava sui vecchi scaffali, e ii librone, testimonio delle arditezze calligrafiche del signor Menico, era chiuso forse per sempre. Il povero signor Bernardo, nè abbastanza rassegnato contro le ingiurie della fortuna, nè abbastanza energico da trovarsi nuove fonti di lucro, menava la più misera vita che idear si possa. Errava senza riposo di stanza in stanza, pallido, taciturno, con gli occhi bassi e con le guance infossate: ora prendeva sulle ginocchia l'Amalia, ora saliva nella cameretta della Matilde, ora moveva incontro all'Angelina, quando il passo svelto e spigliato di lei facevasi sentire su per le scale, ora infine mettevasi a sedere nel salotto da pranzo, ove lavoravano sua moglie e la Nella; ma dappertutto lo inseguiva una cura assidua e molesta. Così la Matilde, sola gran parte della giornata, fatta segno all'ironia di sua madre e della sorella maggiore, non vedendo da un lato che malignità, dall'altro che malinconia, sentivasi oppressa dall'atmosfera in cui viveva. L'Angelina glielo aveva susurrato più volte all'orecchio. — Conveniva ch'ella desse uno scopo alla sua esistenza, conveniva ch'ella dicesse: — Io mi sacrifico per rendere meno amari gli ultimi giorni del padre mio. — Invece di starsene immobile a subire rampogne immeritate, tentasse anch'ella di render proficua la sua educazione, cercasse lezioni di ricamo; ella, l'Angelina, gliele avrebbe procurate, e stesse pur certa che sua madre avrebbe finito col darsene pace. Forse, chi sa? l'esempio della figliuola avrebbe rianimato anche il signor Bernardo; forse la Matilde, divenuta utile, operosa, avrebbe potuto dirgli quelle parole che l'Angelina non aveva diritto di proferire, avrebbe potuto ravviarlo sul cammino dell'attività e del lavoro.... — La Matilde ascoltava con affetto, con entusiasmo quasi, le ammonizioni della cugina, e intendeva la saggezza de' suoi consigli e proponevasi di seguirli; ma poi il pensiero delle difficoltà l'arrestava, e ricadeva scorata nelle sue irresolutezze. Ella non voleva confessarlo a sè medesima, ma pure un'altra idea meno generosa andava facendosi signora del suo spirito; quella di uscire più presto che fosse possibile di casa sua, di entrare in una nuova famiglia. Ognuno di noi ha un limite, oltre al quale non giunge la sua potenza d'annegazione e di sacrifizio; finchè non si tocchi quel punto, l'esercizio della virtù riesce facile e dolce, e male acquista rilievo la diversità dei caratteri. Un'esistenza tranquilla, dalle pacate commozioni e dai placidi affetti, avrebbe reso malagevole al più acuto osservatore di giudicare se fosse maggiore la bontà dell'animo in Angelina o in Matilde: erano entrambe piene di simpatia per gli altrui dolori, entrambe create ad intendere la soavità dell'amicizia e la consolazione di ricambiate confidenze. Sarebbero state tutte e due ottime spose, ottime madri. Ma non bastava! La sorte imponeva di più, e qui si fece palese la diversa tempra dell'animo loro. L'Angelina resse alla prova; la Matilde lottò, lottò, e quindi si lasciò trascinare dalla corrente. Accade poi, che chi tenia un sacrifizio maggiore delle sue forze, se non gli vien fatto di compirlo, subisce per rimbalzo una specie di reazione, che lo fa più sollecito di sè stesso, men curante degli altri. Questa mutazione operavasi lentamente in Matilde. Poichè s'avvide di non poter seguire gli esempi e i consigli dell'Angelina, di non potere al pari di lei sfidar la resistenza della famiglia, e i pregiudizî del mondo, e la fatiche d'una vita affannosamente operosa, ella, senza saperlo, si ripiegò su sè medesima, e cedette alla cura del proprio avvenire. Un sentimento naturale alla sua età ed al suo sesso erasi impadronito di lei fin da quando venne in casa Vittorio. Non era un sentimento tranquillo come l'amicizia, nè febbrile come l'amore: era quel non so che di vago e sfumato, che a vent'anni avvicina i giovani alle fanciulle e le fanciulle ai giovani: era quella specie di crepuscolo ch'è ad un tempo tramonto ed aurora, perchè in esso volge al suo termine l'età ingenua e fidente, e sorge l'età delle gagliarde commozioni, ricca di ebbrezze e di disinganni. Ed ora, dopo alcuni mesi che Vittorio le stava dappresso, la giovinetta sentiva farsi ogni dì più tenace il vincolo di simpatia che la legava all'ospite suo; e già le balenava al pensiero di poter nel lontano avvenire associare la propria sorte alla sorte di lui e diventare sua sposa. Oh! un cervellino di donna va rapidissimo nelle sue immaginazioni.... Quanto a Vittorio, egli si era messo a un giuoco assai imprudente. Per la vanità di farsi credere ben accetto a due ragazze leggiadre ed oneste, egli aveva usato verso le due cugine quei modi che, se non toccano i limiti della passione, oltrepassano quelli della cortesia; aveva sperato che, corteggiandole entrambe, nessuna delle due avrebbe preso troppo sul serio la cosa, ed ora trovavasi al punto, che l'una lo vagheggiava già per marito, e l'altra.... oh! entro il cuore dell'altra era ben più difficile di leggere! L'Angelina non sapeva forse ella stessa veder chiaro nei suoi affetti e nei suoi pensieri.... Pure la sua pace se n'era ita.... E perchè? Era forse una passione irresistibile che l'attraeva verso Vittorio? — No. — Le aveva egli parlato d'amore? — Schiettamente mai. — Erasi egli servito con lei di espressioni diverse da quelle ch'egli usava con la Matilde? — Nemmeno. — Ad ogni modo era un fatto che certi discorsi preferiva farli a lei anzichè alla cugina. Con la Matilde rideva più spesso, è vero, e se nelle passeggiate del dopo pranzo la volubile fanciulla, abbandonandosi a un accesso d'infantile allegria, si metteva a correre per la campagna, egli la inseguiva scherzoso, e cogliendo un fiore del prato glielo intrecciava nei bruni capelli. Con lei invece aveva più di riserbo. Ma a lei amava discorrere dei suoi studî e declamare i suoi versi; a lei più volentieri parlava della sua casa e dei ricordi della sua infanzia. Con che minuta diligenza le descriveva le varie parti della sua tenuta, le vaste praterìe irrigate artificialmente, i vigneti che rivestivano il pendìo meridionale della collina, i gelsi piantati attorno al verziere; le ampie sale, ove il filugello compieva le maravigliose trasformazioni; l'uccellatolo, in cui passava lunghe ore insieme con suo padre; la cascina, nella quale era un moto, un andirivieni continuo, e le villanelle, cantando a piena gola, preparavano i solidi pani di burro, che poi recavansi a vender sul mercato della città. Un giorno Vittorio, nel chiudere il suo discorso, disse sospirando: — Sapete che cosa ci manca alla bella tenuta di mio padre? Ci manca una donna ordinata, operosa, che tenga le redini delle faccende, che si occupi un poco più de' coloni, che pensi alla loro educazione, al loro avvenire. Mio padre è un uomo angelico, ma è soprattutto un uomo d'affari, e certe cose non gli vengono in mente.... oh! se fosse viva la mia povera mamma! Io avevo sei anni quando l'è morta, e me ne ricordo come d'un caro sogno: eppure ho presente un giorno che mi condusse seco alla scuola da lei istituita pei figliuoli dei contadini.... Era in una sala terrena della fattoria, era il giorno degli esami: ella vestiva un abito di lana color cenere, a un dipresso come il vostro, e non aveva altro ornamento che una dalia rossa nei capelli.... Com'era dolce il suo aspetto, come insinuante la sua parola, come affettuoso il suo sorriso! Que' piccini la guardavano con un misto di venerazione e di tenerezza, ed io, seduto a' suoi piedi.... oh! me ne rammento come se fosse oggi.... provavo un senso d'orgoglio, che non sapevo spiegarmi. Ella morì poco dopo, e fu un lutto profondo in tutta la villa. Ogni casolare ne pianse come di affanno domestico, chè più non si vide nei giorni del dolore e della malattia una pallida e bionda persona venirne ministra di soavi conforti, e più non s'udì una voce amorevole intenta ad estirpare i mille pregiudizî delle ignoranti contadinelle. La scuola rimase aperta ancora per qualche tempo, ma nessuno più invigilava, acciocchè i bambini la frequentassero, e in pochi mesi rimase deserta e fu chiusa. La memoria della donna esemplare vive però tuttora nell'animo di que' fidi coloni, e non si può parlarne senza spremer loro le lagrime dagli occhi.... — Ed erano lagrime sincere quelle che versava Vittorio nel rammentare sua madre perduta da sedici anni. L'Angelina, orfana anch'ella, mal poteva frenare la sua commozione. Pure quelle confidenze le lasciavano un senso d'infinita dolcezza nell'animo: ella le serbava gelosamente come si serba un tesoro, come si educa un fiore, nè v'era dono al mondo che più di questo potesse esserle caro. Così almeno ella pensava. Però una sera Vittorio, tornando a casa, portò un cartoccio di chicchi all'Amalia, una polka nuova alla Nella, un mazzolino di gaggìe alla Matilde e una dalia rossa all'Angelina. Tutti sorrisero di questo singolare presente, ma l'Angelina si fece color di porpora, e si ritirò nella sua stanza, mettendo la dalia in un bicchier d'acqua sopra il suo tavolino. E immobile, e senza parola, seduta dinanzi a quel fiore, con la mano sinistra abbandonata sulle ginocchia, e premendo con l'indice della destra il labbro inferiore ed il mento a guisa di chi sta meditando, si lasciò andare ai voli arditi della fantasia. E si ricordò dei colloquî avuti con Vittorio, e di quanto egli le avea detto circa il suo podere, e della dalia rossa che adornava, sedici anni addietro, i capelli della madre di lui, e del bene che una donna, ordinata, operosa, potrebbe fare nella vasta tenuta, e per un istante le venne l'idea di essere ella medesima l'angelo tutelare di quei luoghi, di prendere il posto della genitrice di Vittorio, tanto desiderata e compianta.... Stolta ch'ell'era!... Vittorio godeva d'ogni agiatezza, ed ella non possedeva che una tenue sostanza.... Vittorio, bello, giovane, elegante, ben d'altro curavasi che di farla sua sposa. Pure egli avrebbe fatto assai meglio a non recar con sè quella dalia!...

VIII.

Due giorni dopo, una delle migliori discepole dell'Angelina la trascinava quasi a forza in un suo luogo di villeggiatura, poco discosto dalla città, affinch'ella vi passasse una settimana. L'Angelina non soleva accettare nessuno de' mille inviti che le erano fatti: ma questa volta le istanze furono sì vive, che il rifiuto le sarebbe parso troppo scortese. La famiglia della sua amica villeggiava in una tenuta con vaste adiacenze, e nel visitarne lo varie parti l'Angelina corse tosto col pensiero alla descrizione che dei suoi poderi le avea fatta Vittorio. Anche qui v'erano le ampie praterie cinte da lunghi filari d'alberi, anche qui le sale spaziose per l'allevamento del baco da seta, anche qui la cascina col continuo andirivieni delle gaie contadinelle. E quella vita sempre operosa, eppur sempre tranquilla, della campagna le piaceva fuor di misura, e senza volerlo ella andava dicendo a sè stessa, che ove si fosse dato il caso improbabilissimo che si avverasse un certo suo sogno, avrebbe avuto campo di far mostra della sua attività e delle sue abitudini massaie. Allorchè queste idee le frullavano pel capo, ella diventava riflessiva e meditabonda, e la sua scolara, vispa fanciulla di 14 anni, che le faceva da Cicerone, e ora la conduceva nel tepidario, ora sulle sponde della riviera artificiale che attraversava il giardino, ora nel boschetto d'acacie che fronteggiava la strada maestra, non sapeva intendere la distrazione di lei e delicatamente gliene moveva rimprovero. Ella risentivasi a guisa di chi si desta di balzo, e sorrideva delle proprie fantasie. Pure quei pochi giorni le trascorsero rapidissimi e deliziosi. Alla vigilia della sua partenza, il fattorino della posta le recò una lettera della Matilde, che le mise nell'animo una curiosità mista d'inquietudine. La lettera suonava così:

«Angelina mia cara,

«Vo contando le ore e i minuti che passeranno prima del tuo ritorno, giacchè puoi immaginarti che vuoto ci sia in casa nostra quando ci manchi. Ho visto il povero babbo bussare due volte all'uscio della tua stanza, non ricordandosi più della tua assenza, e venirne via tutto sconcertato. Egli ti tiene in conto di sua figliuola.

»E di me che dovrò dirti, cara Angelina? Sai ch'io ti voglio più bene che a una sorella, e per questo serbo a te la prima confidenza d'una grandissima novità.... una confidenza che non ebbero da me nè il babbo, nè la mamma, nè nessuno al mondo. È vero che fo fondamento sul tuo aiuto!... Sei stata tante volte il mio angelo tutelare, che tal sarai certo una volta di più. Debbo dirti di che si tratta?... Ma no, ma no. Vi sono cose che vengono più facilmente sul labbro che sulla penna. Dunque a domani.

»Io non so se mi sia malinconica o allegra. È un misto curioso. Ora vedo tutto bello, ora grossi nuvoloni mi passano innanzi agli occhi, e mi viene una gran voglia di piangere. Quando tu mi sarai vicina, prenderò da te un po' di quella calma, ch'è tanto necessaria allo spirito.

»L'Amalia e il babbo ti mandano un bacio. La mamma e la Nella sono sempre un pochino bisbetiche, ma ci vuol pazienza.

»A domani: fa di essere a casa per l'ora del pranzo.

»Un abbraccio

dalla tua

Matilde.»

L'Angelina lesse e rilesse il singolare messaggio, sperando di trovarne la chiave. Quale poteva essere questa gran confidenza, di cui la Matilde serbava a lei le primizie? Era certamente un segreto del cuore, era una passione amorosa. Ma per chi? Qui l'Angelina andava contando sulle dita i giovani di qualche intrinsechezza con la Matilde; ma, con sua grandissima noia, quando aveva portato l'indice della mano destra sul pollice della sinistra e contato uno, non le veniva fatto di andare più innanzi. E quell'uno era Vittorio. Dio buono! Di tanti uomini che vi sono al mondo, doveva essere proprio Vittorio il prescelto? E l'Angelina ritornava da capo, e si sforzava di richiamare alla sua fantasia i nomi di tutti gli uomini al disotto dei trent'anni, che aveva visti in casa Mauri; ma o non le venivano a mente, o li ritrovava tutti inferiori a Vittorio. Però chi rassicurava che, ne' sette giorni della sua assenza, la Matilde non avesse conosciuto qualcuno, e non si fosse accesa subitamente di questo incognito? Era una meschina scappatoia: pur l'Angelina facea di tutto per esserne soddisfatta, e si infastidiva de' dubbî che ad ogni momento tornavano a darle travaglio.

Il giorno appresso i suoi ospiti la fecero ricondurre in città in una sontuosa carrozza, e adagiata sovra i morbidi guanciali di essa ella lasciava libero il volo alla sua fantasia, e inebbriavasi ne' sogni d'una felicità senza nube. Ma di tratto in tratto le si oscurava la fronte come per cura molesta, e allora traeva dal taschino del suo vestito la lettera della Matilde, e ne pesava ogni riga ed ogni parola, cercando se di là donde le era venuta l'inquietudine, potesse venirle il conforto. Fatica gettata: quel foglio non diceva nulla di più, e le nuove letture non facevano che dar esca al fuoco.

Giunta in città, la prima persona ch'ella vide fu Vittorio. Egli tornava a casa per l'ora del pranzo, e il romore delle ruote, e il calpestio de' cavalli che s'appressavano, lo fecero trattenere un istante sulla porta. Quando ravvisò l'Angelina, la sua fisonomia manifestò il piacere grandissimo ch'egli aveva di rivederla, corse sollecito ad aprir lo sportello della carrozza e con ambe le mani l'aiutò a scendere.

— Finalmente siete ritornata.

— Finalmente? Se la mia assenza dura appena da una settimana!

— Ebbene: perdonate ai vostri amici, se loro è parsa tanto lunga. —

L'Angelina si fece rossa: pur quell'accoglienza la rendea giubbilante e dissipava i suoi dubbî. Ascese frettolosamente le scale, e sul pianerottolo trovò la Matilde e l'Amalia che le saltarono al collo, baciandola e ribaciandola con vivissimo affetto. Volse alla Matilde uno sguardo scrutatore, ma quella, portando l'indice al labbro, le accennò che tacesse. Ricambiati i saluti col resto della famiglia, e in ispecie con lo zio che l'abbracciò teneramente, salì un istante nella sua stanza a mutar di vestito e a ravviarsi i capelli. Sul davanzale della finestra, e precisamente tra i vetri e le persiane, vide un bicchiere con entro la dalia che le aveva regalata Vittorio nove giorni addietro. La dalia non è de' fiori che appassiscano più presto, ma quella lì, che stava da una settimana nella medesima acqua, può immaginarsi se fosse languida ed avvizzita. Pur non le bastò il cuore di gettarla via, la prese delicatamente fra le dita, la mise in una tazza d'acqua fresca che era sul tavolino, e stette qualche minuto a contemplarla. Poi diede un'altra occhiata allo specchio, e scese nel salotto da pranzo. Dopo il desinare, che trascorse più silenzioso del solito, e durante il quale le diede argomento di novella inquietudine l'imbarazzo dei commensali, e in ispecie di Vittorio e della Matilde, ritornò nella sua stanza, seguita dalla cugina, e, non senza mostrare nella voce e nel gesto una certa commozione, sedette presso di lei alla finestra a ricevere la confidenza del suo segreto.

La Matilde, come accade sempre in tali casi, era tutta confusa e non trovava la via di principiare: eppure era dinanzi alla sua amica, alla sorella del suo cuore. Finalmente fece uno sforzo supremo, e con mille perifrasi, e chinando il capo, e arrossendo, proferì la solenne parola. Ella amava Vittorio. Da quando? Non saprebbe dirlo: forse dal primo giorno che lo vide. Come se n'era accorta? Nemmen questo sapeva: quell'amore le si era insinuato dolcemente nell'anima, l'aveva cinta d'una rete invisibile, ed ora ella lo sentiva, nessun altro partito le rimaneva che quello di subirne le leggi. E del resto perchè avrebbe dovuto sottrarvisi? era forse indecoroso questo suo affetto? No, cerio. O forse il gelido soffio del disinganno minacciava distruggere le sue speranze? No, il cuore le diceva ch'ella era riamata.

Mentre la Matilde parlava, l'Angelina erasi fatta bianca come la pezzuola che teneva alla bocca e che andava logorando coi denti: a guisa di nuvole varie di forma e di tinta, che passano rapidissime sopra un cielo tempestoso, le sensazioni più diverse s'erano dipinte sul suo pallido volto. Sennonchè la pietà naturale alle anime gentili come la sua prevaleva agli opposti affetti, e atteggiava la sua fisonomia ad una espressione malinconica, eppur rassegnata, a un cordoglio profondo, eppure scevro di acrimonia e di rancore. Però alle ultime parole della Matilde le sue guance si colorarono lievemente, gli occhi, volti a terra ed immobili, si sollevarono con trepida ansietà, e con voce tenue ed incerta ella chiese:

— Ma quali prove hai tu del suo amore? —

Allora la Matilde cominciò una minuta descrizione di tutto ciò che s'era passato fra lei e Vittorio sino dal giorno dell'arrivo di lui in casa, e gli sguardi ricambiati, e le parole del giovane ora scherzose, ora serie, ma sempre più che cortesi, e certe sue delicate attenzioni che con le persone indifferenti certo non si usano, e di cui invece egli era prodigo verso di lei. E disse come nell'ultima settimana egli le si era mostrato più gentile che mai, e come l'aveva difesa vivacemente in uno sciagurato diverbio nato una di quelle sere tra lei e sua madre e sua sorella, e come essendosi ella rivolta a lui tutta commossa e avendogli chiesto — Mi proteggerete voi sempre? — egli le avesse risposto — Sempre, — e strettale la mano con tanta effusione che un senso ineffabile di voluttà le avea ricercato tutte le fibre. Queste cose ella andava raccontando, ed altre che forse erano inezie, ma che sommate insieme non facea maraviglia se aveano turbato il suo cuor di fanciulla.

L'Angelina, che in sul principio pareva racconsolata, vedendo che non si trattava di una seria e formale dichiarazione d'amore, ma solo di comuni galanterie, era a poco a poco ricaduta nel primiero abbattimento. Vittorio, ben è vero, non aveva detto nulla d'esplicito alla Matilde: ma a lei che cosa avea detto di più? Con qual titolo, con qual diritto poteva ella opporsi alla felicità dell'amica? Forse perchè Vittorio in un momento d'espansione le aveva regalato un flore, forse perchè le aveva sorriso al ritorno, o perchè le aveva declamati i suoi versi, o perchè le avea confidato le cure e i dolori della sua fanciullezza? O doveva ella architettare un inganno per disingannare la Matilde, e sforzare le tinte, e dir ciò che non era? O con un eccesso di franchezza strappare il velo che nascondeva a lei medesima i segreti del suo cuore, e proclamarsi amante di Vittorio e dichiarar guerra alla sua rivale? Ciò rifuggiva affatto dal carattere dell'Angelina. Ella era energica sì, ma solo nell'effettuazione del bene; operava risolutamente quelle cose soltanto, della cui bontà non avea dubbio alcuno nell'animo. E poi troppo era aliena dalle violente manifestazioni de' suoi sentimenti. Per lei anche la passione più viva doveva avere la sua verecondia e non fare sfoggio di sè agli occhi del mondo. Inoltre quello ch'ella soffriva le facea presupporre ciò che avrebbe sofferto la Matilde in condizione uguale alla sua, ed ella, avvezza alla parte pietosa del Cireneo, non sapeva risolversi a far pesare sovra un'altra i proprî dolori.

Pur non si ristette dall'ammonire la Matilde. — Bada — le diceva — di non t'illudere, di non fabbricarti un mondo che svanisca ad un soffio come una bolla di sapone. Gli uomini, vedi, si trastullano molte volte con noi, ci pigliano per il passatempo di una giornata, d'un'ora, e mentre, senz'accorgersene forse, gettano nel nostro cuore il seme d'una di quelle passioni che durano tutta la vita, pensano a nuove galanterie e a nuovi trionfi.

— Oh! no, — sclamava la Matilde interrompendola; — sarebbe troppo crudele. Vittorio non può esser fatto così.... Oh! quando tu la proverai, Angelina, quando tu la proverai questa febbre d'amore (chè non devi sperar di scamparne, bella e seducente come tu sei), quando uno sguardo appassionato t'avrà fatto battere il cuore d'un battito nuovo, t'avrà aperto lo spiraglio di non più visti orizzonti, oh! allora tu intenderai che cosa sia il timore di veder dileguarsi ad un tratto tutte le proprie speranze... Oh! non dev'essere permesso. Ci dev'essere una legge del cuore che lo vieta agli onesti.... E Vittorio è onesto, sai.... —

E così dicendo si mise una mano sugli occhi rattenendo a stento i singhiozzi.

L'Angelina le si fece più presso, e, curvata innanzi sulla seggiola di lei, rimosse dolcemente quella mano che le facea velo alle pupille, e la guardò fisa, e con un accento pieno di tenerezza le chiese:

— Ma l'ami tu veramente? —

— Oh! se l'amo! — rispose la Matilde unendo le palme, e levando gli occhi al cielo. E soggiunse, a compire le rivelazioni che lo aveva fatte prima: — Senti, Angelina, io in questa casa non ci posso più stare. E dal dì che Vittorio mi lasciò intravvedere la sua simpatia per me, una speranza dolcissima mi si pose nell'anima, quella d'uscire di qui, ove mi si vuole inutile e uggiosa, per entrare in una famiglia ove potrò farmi amare, ove potrò esser buona a qualcosa. Le tue virtù io non le possiedo; io non sono al pari di te un angelo di rassegnazione e di sacrifizio.... Qui divento cattiva, ma se Vittorio mi farà sua, se mi sarà consentita la nobile attività della madre di famiglia.... oh! te lo giuro, Angelina, che mi ricorderò del tuo esempio, e sarò degna di te.... Tu m'aiuterai a correggermi de' miei difetti, Angelina, tu mi trarrai da quest'angoscia, non è vero? tu parlerai a Vittorio, gli dirai quello ch'io soffro.... Non negarmelo, Angelina mia; le tue parole possono avere un gran peso, perchè se v'ha persona ch'egli stimi grandemente, tu sei quella.... Oh! se si compissero i miei sogni, — soggiunse quindi nell'atto di chi segue un'idea vagheggiata dalla fantasia, — potremmo esser tutti felici! Sì: perchè tu verresti a stare con noi, ed io vorrei usarti un'ospitalità da regina per renderti in parte almeno il bene che tu m'hai fatto.... Ma, che cos'hai, Angelina, che piangi così?... —

E infatti l'Angelina piangeva. Aveva frenato la sua commozione nel ricevere la confidenza d'un amore che dissipava tante sue dolci speranze, aveva serbato la calma, mentre la Matilde la scongiurava di parlare a Vittorio in favore di lei; ma quando la inconscia fanciulla venne ad offrirle l'ospitalità nella futura sua casa, sentì scoppiarsi il cuore e inondarsi il viso di lagrime. Temè d'essersi tradita, ma per buona ventura la Matilde aveva pigliato la cosa in tutt'altro senso, e le disse:

— Tu sei commossa, Angelina, sei commossa per me, non è vero? — E così dicendo s'era abbandonata fra le braccia della cugina, e le due giovinette piansero insieme. L'Angelina ruppe il silenzio la prima.

— Acquetati, Matilde, prendi un po' di riposo; domani riparleremo a miglior agio, ora è tardi, io sono un po' stanca.... a domattina, sai....

— Ma dunque non mi prometti nulla? Vuoi abbandonarmi?

— Oh! Matilde, dubiteresti di me?

— Giammai, giammai, — rispose la Matilde con un accento convinto, che scosse profondamente l'Angelina.

In quella sonarono le dieci; chè il colloquio delle due giovinette aveva durato più di quattr'ore, e, senza che se ne avvedessero, le avea sopraggiunte la sera. Era una bella e limpida notte di agosto: l'aura olezzante di caprifoglio e d'acacia entrava per le finestre spalancate, la luna nel pieno suo disco tenea luogo di ogni altra face. Le due ragazze si alzarono in silenzio, e l'Angelina, ch'era un po' all'ombra, tenea fise le pupille nella Matilde, il cui volto era rischiarato dalla luce fredda e scintillante ad un tempo che inondava la stanza. Ed era egli realmente un effetto di luce che la trasfigurava così, o era il soffio creatore della passione? L'Angelina non l'aveva mai veduta sì bella, e, tali sono le contraddizioni del cuore umano, ella, già quasi deliberata all'estremo dei sacrificî, pur tremava che Vittorio entrasse in quel punto e fosse colpito dalle grazie peregrine della sua rivale. La ricondusse fino alla soglia e poi si trascinò al suo letto, come glielo concedevano le forze stremate e lo spirito agitatissimo, e si gettò boccone sulla sponda celandosi il volto fra le mani, e tentando raccogliere i suoi pensieri. Ma non le venne fatto, e si alzò nuovamente, e si approssimò alla finestra per prendervi una boccata d'aria: guardò il cielo limpidissimo e la campagna rischiarata dalla luna e la tremula striscia del fiume che si perdeva nella pianura, udì il sibilo acuto della strada ferrata che solcava i campi lontani, e il gracchiare della stridula cicala tra le foglie degli alberi, e il gemito amoroso della colombella sotto la gronda ospitale, aspirò il profumo dei fiori che confidano alla notte i loro segreti, sentì il concerto armonioso che governa il creato, e non sorrise, e non pianse, e non disse parola. Poi si staccò dal balcone come se vi soffocasse, e rientrando nella stanza urtò col gomito nel tavolino: qualche cosa ne cadde e si ruppe. Si chinò al suolo e la sua mano toccò frantumi di vetro ed un fiore. Era appunto la dalia, a cui ella poche ore prima aveva voluto prolungar l'esistenza, era la dalia che a lei significava amore e speranza. L'Angelina non era superstiziosa, ma le parve che quella tazza in frantumi, che quel fiore caduto, volessero dirle: — Destati: il tuo sogno è finito. — Rizzossi in piedi, e stette qualche minuto a contemplare gli avanzi della sua cara illusione, come si contemplano le rovine d'un antico edifizio; indi si lasciò cadere sopra una seggiola, e proruppe in dirottissimo pianto. In quel punto s'intese qualcuno salir con rapido passo la scala, zufolando uno de' più popolari motivi del Ballo in maschera. Era Vittorio che ritornava dal teatro. L'Angelina involontariamente sollevò il capo e tese l'orecchio. Ma non sentì altro che aprirsi e richiudersi l'uscio della stanza di Vittorio: in un istante tutto era tornato nel silenzio di prima.

IX.

Eppure Vittorio non era un libertino volgare che si compiace del male che fa intorno a sè: era un poco leggiero, un po' spensierato, e non altro. Egli andava lieto di destare la simpatia delle due cugine, e forse anco di suscitare un senso di rivalità fra di loro; ma non supponeva nemmeno che quella simpatia dovesse mutarsi in amore, ma credeva, ed era questo il suo inganno, che due cuori inesperti di giovinette potessero arrestarsi a tempo sullo sdrucciolevole terreno, sul quale egli medesimo le aveva poste. Era però tanto accorto da avvedersi ormai dell'errore commesso, e l'avvenuto di quegli ultimi giorni gli era stato una rivelazione. Bisognava assolutamente ch'egli, pur rimanendo cortese, si ristesse dalle soverchie assiduità verso la Matilde per non dar pascolo a funeste illusioni. O forse non sarebbe stato conveniente di venire a dirittura a una spiegazione franca e sincera, e chiarire alla giovinetta com'egli intendeva di essere buon amico e nulla di più? Gli balenò alla mente anche l'idea di incaricare del delicato messaggio l'Angelina, ch'era d'indole così buona e discreta: poi se ne ricredette, e giudicò miglior consiglio di non appigliarsi a un troppo precipitoso partito, e di stornare invece adagino adagino il pericolo. Finalmente si soffermò a indagare un poco i segreti del suo cuore. In quell'arrisicato gioco d'equilibrio, a cui s'era messo per solo istinto di giovanile galanterìa, era egli ben certo di non avere piegato nè da una parte, nè dall'altra? Era certo di essere così scevro d'ogni occupazione seria dell'animo, com'era per lo addietro? In verità non faceva d'uopo d'un lungo esame per accertarsi che nessuna passione violenta s'era impadronita di lui. Non c'è pericolo che chi domanda a sè stesso: — Sono innamorato? — sia sul punto d'impazzir per amore. Ma che cosa volete? Quelle due immagini di donne, di così diversa bellezza, eppur entrambe sì belle, non gli volevano uscir dallo spirito. E mezzo assopito com'era, cedendo alla vanità naturale del suo carattere, gli sembrava di essere il pastore dell'Ida in mezzo alle Dee: e quando gli passava innanzi la Matilde gaia, espansiva, con le pupille nere e i neri capelli che spiccavano sulla sua carnagione bianchissima, egli stava lì per darle la palma; ma poi più contegnosa nella gioia, più composta nella malinconia e gli occhi pieni di pensiero e d'affetto gli si affacciava l'Angelina, ed era un fascino irresistibile che lo attraeva verso di lei. Qual fosse la catena che vincolava la libertà de' suoi movimenti, non avrebbe saputo dirlo egli stesso: pur libero affatto non era, pur non era uscito della mischia senza ferita. E quanto più mulinava il modo di rompere quei fili invisibili, tanto più il suo pensiero vi si smarriva e le contraddizioni del suo carattere gli suscitavano mille difficoltà imprevedute. Così nulla concludendo, finì coll'addormentarsi e col rimandare al mattino la soluzione dell'arduo problema.

Neppur la Matilde passò la più placida notte del mondo. La repentina violenza della sua passione le avea messo la febbre addosso, ed ella si rivoltolava tra le coltri senza poter chiudere occhio. A' dubbî suscitati dall'Angelina non voleva badare affatto, ma contro sua voglia essi ritornavano a molestarla come la mosca importuna che par si compiaccia nell'infastidirvi. Non era forse vero ch'ella aveva troppo rapidamente aperto il cuore alla speranza, e che supponeva in Vittorio un affetto, di cui egli non le aveva dato nessuna valida prova? E bisognava pur venirne a capo e sapere a che cosa attenersi. Ma qui il timore di una verità incresciosa la disanimava dal far più profonde indagini; ed ella preferiva lasciar parlare la voce del cuore, che le diceva: — Non è possibile ch'egli non ti ami. — Strano a pensarsi: in mezzo a' suoi dubbî non le venne mai quello che l'Angelina potesse amar ella Vittorio; è la più semplice ipotesi che ultima s'affaccia allo spirito. Ma v'era anche un altro motivo che sviava la sua fantasia da questa supposizione. L'Angelina aveva tanto avvezza la famiglia al sacrifizio di sè, da non lasciar nemmen campo all'idea ch'ella potesse opporsi come un ostacolo alla felicità altrui. Il mondo è fatto così. A chi opera il bene una volta tanto piovono le lodi e le testimonianze di riconoscenza; ma quando il praticare il benefizio diventa una consuetudine della vita, diventa del pari una consuetudine pel beneficato il riceverlo: non si tien conto all'uomo delle buone azioni che ha fatto, ma si biasima acremente di quelle ch'egli non volle o non seppe compiere: l'annegazione, che per gli altri è una virtù, per lui è un dovere. In questa maniera, se la Matilde avesse supposto che il povero cuore dell'Angelina osava battere degli stessi battiti suoi, e che a lei, derelitta nel vasto universo, balenava il desiderio d'un nuovo affetto, d'una nuova esistenza, ella non avrebbe lasciato certo di chiamarla ingrata e cattiva. Ma non vi pensava, e del modo col quale l'Angelina avea accolto le sue rivelazioni, accagionava la maraviglia e null'altro, e non metteva in dubbio che in lei avrebbe trovato una discreta confidente, un efficace strumento dell'amor suo.

Sfortunata Angelina! Ella era rimasta lungamente nella posizione, in cui l'abbiamo lasciata, dinanzi al suo tavolino, dinanzi alla sua tazza infranta, alla sua dalia appassita; aveva intesa, e l'era parsa una crudele ironìa, la voce di Vittorio che canticchiava mentr'ella piangeva, e sentiva pesarle tremenda sull'anima l'inesorabilità del destino. Qual'era stata la sua vita da due anni in qua? Un sacrifizio continuo d'ogni giorno, d'ogni ora, d'ogni minuto. Ella aveva diviso il suo pane con gli altri; aveva con l'opera sua servito ad alimentare la vanità di due donne sciocche e bisbetiche, quali erano la signora Clara e la Nella; aveva forzato il labbro al sorriso per rasserenare la fronte annuvolata del suo povero zio; erasi acconciata con lieto animo alle privazioni, e mai non l'era sfuggita una parola di rimprovero, e mai un lamento. E che ne aveva ella avuto in ricambio? Da alcuni la indifferenza superba, dagli altri quell'amore egoista ch'è largo soltanto di carezze e di smorfie, ch'è sempre pronto a chiedere e restìo sempre ad offrire. Ed ora, a suggellare tanti suoi sacrifizî, le si domandava di rinunziare alla speranza onde la vita è bella a vent'anni, alla speranza d'essere amata! Ed era la Matilde, l'amica sua prediletta che glielo chiedeva, come a renderle più arduo il rifiuto, era essa che distruggeva il primo sogno di felicità ch'ella aveva formato in due anni! Era dunque scritto lassù ch'ella, povera sfortunata, non dovesse aspirare a cosa alcuna nel mondo, e immolarsi sempre, e morire! Sì; un vago presentimento di morte andavasi insinuando a poco a poco nell'animo dell'Angelina. Con l'ultimo olocausto ch'ella si apprestava ad offrire, sentiva che le sarebbero venute meno le forze, che la spossatezza si sarebbe resa signora di lei. Ebbene! questo pensiero della morte, questa idea di sottrarsi per sempre ai disinganni ed alle lusinghe, le metteva una calma infinita nell'anima e la persuadeva, quasi senza ch'ella se ne avvedesse, alla novella prova d'annegazione ch'era domandata al suo cuore. No; la Matilde non avrebbe avuto a dolersi di lei: ella avrebbe soffocati i suoi sentimenti, e quanto possedea d'eloquenza e d'affetto lo avrebbe speso a commovere Vittorio in favore della cugina. Una risoluzione presa, col deliberato proposito di mantenerla, ridona, almeno per qualche istante, la calma allo spirito. Così l'Angelina, poichè si fu acquetata in questo partito, riebbe un poco dell'antico vigore. Benchè fosse innanzi nella notte e la luna accennasse al tramonto, e qua e là nella campagna cominciasse a ridestarsi la vita che precede i primissimi albori; ella chiuse le imposte, e si gettò sul letto cercandovi il sonno. L'ospite invocato non venne, ma venne invece quell'assopimento, che, se anche non ristora le forze, calma, attutisce l'agitazione morale, quell'assopimento che non sospende la volontà, ma ne diminuisce gli effetti. L'Angelina vide la luce del giorno entrare nella sua stanza attraverso le imposte, intese come in un confuso ronzìo l'orologio della torre vicina battere successivamente le sette, le otto, le nove; ma la spossatezza delle membra le fece richiudere le palpebre e voltarsi da un altro lato. Una vocina squillante la scosse da quella specie d'incubo che la teneva inchiodata sulla coltrice. Era la piccola Amalia che aveva messo pian piano la testa per lo spiraglio dell'uscio, e battendo le mani con aria di infantile importanza, proruppe:

— Ah! bellissima. Stamane mi tocca far lo svegliarino della famiglia. La Matilde dorme, Vittorio non s'è ancora visto fuori di stanza, e tu, che sei sempre in piedi innanzi degli altri, nemmeno ti sogni d'alzarti.

— Sii buona, — rispose l'Angelina, che fin dalle prime parole aveva dato segno d'esser desta; — aprimi le imposte e fa un po' da donnina. —

L'Amalia eseguì prontissima l'ordine avuto; ma, quando l'aria e la luce ebbero inondata la stanza, si avvide del disordine insolito che v'era, ed esclamò ridendo:

— O che hai fatto baruffa col gatto stanotte? Guarda un po'.... un bicchiere in pezzi.... una dalia per terra che pare un pollo spennacchiato, e tutto sans dessus dessous, come direbbe la mia maestra di francese. —

L'Angelina si sforzò di far il viso ridente, e soggiunse:

— Orsù, poichè stamane sei una persona tanto assestata, metti un po' di regola in questo caos. —

La fanciulla seria seria s'accinse al suo ufficio.... Rimise al posto il tavolino e le sedie, prese fra la punta del pollice e dell'indice i pezzi del bicchiere infranto, e li raccolse sul davanzale della finestra; poi si pose a esaminare gravemente la dalia, e volgendosi all'An- gelina disse:

— E questa? —

L'Angelina fece uno sforzo, poi rispose:

— Buttala via.

— Guarda, guarda, l'è quella stessa che ti regalò Vittorio tante sere fa.... Glielo dirò io che bel fine ha fatto il suo fiore, — soggiunse poi tra lo scherzevole e il malizioso, chè la loro malizia l'hanno anche le bambine di nove anni. — In verità che mi par peccato.

— Oh, ma insomma — interruppe l'Angelina che in quel frattempo erasi alzata — non vuoi più finirla? — E senza celare un po' di dispetto, prese il fiore di mano all'Amalia e lo gettò dalla finestra.

— Ih! che furie! — sclamò la fanciulla fisando attentamente il volto della cugina, che nella pallida tinta e nelle occhiaie infossate serbava le tracce dell'agitazione di quella notte.

— Ma che cosa t'è accaduto? Se vedessi come sei scomposta in viso! Parrebbe che tu avessi pianto. —

L'Angelina s'affacciò allo specchio e non potè nascondere la sua commozione vedendosi tanto mutata: in poche ore le parve d'aver vissuto dieci anni.

— Sono stata alla finestra sino a molto innanzi nella notte, — diss'ella per giustificarsi in faccia all'Amalia; — l'aria era umida, avrò preso del freddo.... Ma non perdiamo tempo in chiacchiere, aiutami a fare un po' di toilette. — E sforzandosi di pigliare un tuono ilare e disinvolto, si gettò sopra una sedia, sciogliendo le lunghe e folte trecce de' suoi capelli che scesero giù fino a terra, e soggiunse:

— Vediamo se le tue manine son buone a dipanare questa matassa. —

Nell'età dell'Amalia ogni cosa serve di spasso, e l'impresa a cui ella si era posta tra il comico e il serio, le diede argomento alle più grasse risate, e lo fece lasciar da banda le sue domande sulle cagioni del turbamento dell'Angelina.

Frattanto, nel piano inferiore della casa, la signora Clara aveva chiamato a grave colloquio il marito. Le simpatie che s'erano manifestate tra la Matilde e Vittorio rendevano necessario un sollecito provvedimento. Se Vittorio fosse stato un ragazzo a modo, egli non si sarebbe certo lasciato sfuggire un partito come la Nella, i cui pregî di tanto avanzavano quelli della Matilde, e soprattutto avrebbe chiesto consiglio a lei, alla madre, alla padrona di casa, verso la quale ostentava invece così villana indifferenza. Ma Vittorio non era che un uomo volgare: ella erasene accorta da un pezzo. Nondimeno, poichè era ricco, e di ciò dovevasi pur tener conto, se vuole assolutamente sposar la Matilde, che se la sposi; ma lo dica schietto e non si prenda giuoco della famiglia che, se non per parte del signor Bernardo, almeno per parte di lei, Clara Mauri nata Morelli, doveva essere rispettata.... E sul termine di questa filastrocca la signora Clara si lasciò cadere maestosamente sopra una sedia a bracciuoli, facendosi fresco col fazzoletto. Dopo pochi secondi di pausa e come a guisa di conclusione soggiunse: — Ora tocca a voi. Dicono che siete il capo della famiglia; dunque parlate col signor Vittorio, chè già io con quello sventato non ci trovo gusto a discorrere, e poi venitemi a riferire il successo del vostro colloquio. —

Il povero signor Bernardo, che nemmeno ne' suoi bei tempi era stato un uomo di spirito, era molto meno adesso, dopo i suoi disastri commerciali. Nondimeno il cuore gli teneva luogo qualche volta dell'ingegno; aveva a tratti a tratti quella intelligenza del sentimento, che è il privilegio dei buoni, e loro dà modo di non parere ottusi del tutto. Solo nella famiglia, egli aveva un vago presentimento della simpatia dell'Angelina per Vittorio. Quando però la signora Clara ebbe da lui la timida rivelazione di questo dubbio, ella non rattenne più la sua collera. E gestendo furiosamente: — Vorrei un po' vedere — proruppe — che quella sfacciata pettegola si permettesse di far all'amore in casa mia e di rubare i partiti alle mie figliuole. Oh! sta a vedere che quel damerino del signor Vittorio avrà negletta una giovane come la Nella, ed ora metterà in un canto anche la Matilde, per far piacere a lei, alla signora maestra di musica! Non son chi sono se non li mando fuori della porta tutti e due, ove sia vera una cosa tale....

— Eh! per carità, — interruppe il signor Bernardo, che per quieto che fosse non poteva a meno di essere indispettito della burbanza della moglie, — non la prendiamo in tuono sì alto. Voi sapete meglio di me che senza l'Angelina saremmo stati bene imbrogliati a campare: toglieteci ora per soprassello anche la pensione che ci paga Vittorio, e poi vi farete i vostri cappellini con la sporta del pesce.

— Che cappellini! che sporta! — sclamò fiammante di sdegno la signora Clara, alzandosi in piedi in tutta la maestà della sua poderosa persona. — Io che ho sacrificato la mia dote, e, ciò che più monta, la mia gioventù, il mio spirito, il mio brio, le mie relazioni, tutto per causa della vostra dabbenaggine. Ah! vi sta bene di prendere il tratto innanzi e accusar me.... Avete trovato un pane per i vostri denti.... imbecille.... babbeo!... —

E senza nemmen terminare la sua perorazione uscì furibonda della stanza, chiudendo con violenza dietro a sè tutti gli usci, siccome era suo costume, e si recò a consolare la sua primogenita, alla quale toccava la sorte della biblica Lia, senza speranza alcuna di trovare un Giacobbe che la prendesse in iscambio.

X.

L'Angelina, che per quel giorno non si sentiva disposta a uscire per le sue solite lezioni, aveva già visto la Matilde e promessole ch'ella nel dopopranzo avrebbe parlato a Vittorio. Sarebbesi colto il momento della passeggiata: la Matilde avrebbe fatto in guisa da rimanere un po' addietro con l'Amalia, lasciando agio in quel frattempo all'Angelina di costringere Vittorio a spiegarsi. L'Angelina faceva a simiglianza di que' capitani, che, vedendosi in una posizione arrischiata, stimano non poterne uscire che con un coraggio disperatissimo e tagliano i ponti dietro a sè, per levarsi la tentazione di retrocedere. Dacchè le era d'uopo sacrificarsi, ella voleva che il suo sacrifizio fosse compiuto in maniera da non lasciarle via di sottrarvisi, nè oggi, nè domani, nè mai. Nulla poteva meglio conferire allo scopo che il farsi ella stessa interprete della Matilde, che il ragionare a Vittorio in favore di lei. Ferma in questo proposito, ella si mise al pianoforte a studiarvi un nuovo pezzo di musica, quando si bussò all'uscio della sua stanza. Era il signor Bernardo.

— Vengo a renderti una vecchia visita, — egli le disse, prendendole affettuosamente ambe le mani. E poichè ella lo guardava in atto di persona che non sa raccapezzarsi: — Sì, — soggiunse, — vengo a restituirti una visita che fu la più dolce che io mi ricevessi in mia vita. Ti ricordi di quel giorno, in cui, colpito dalla più atroce delle sventure che possano affliggere un negoziante onorato, e caduto in quell'abbattimento da cui pur troppo non potei più rialzarmi, tu venisti a sorprendermi nel mio banco, semplice, ingenua, amorevole? Tu mi offrivi di sacrificarmi tutto il tuo avere, pur di salvare il mio nome. Era un'illusione, ma un'illusione sublime, degna di te. Nè tu potesti compiere il tuo olocausto, nè io lo avrei permesso: ma un altro ne compisti, che non fu minore di questo. Tu hai immolato al bene della mia famiglia la tua libertà, hai faticato per noi, hai diviso con noi il tuo pane, senza che tu te ne lamentassi, senza che gli altri ti dessero in cambio tutta la gratitudine, tutto il rispetto che meritavi. Ma non discorriamo di ciò. Io vengo oggi a te col cuore di un padre a farti una confidenza e una domanda. —

L'Angelina lo interruppe vivamente:

— So che cosa volete dirmi, e confido che nemmeno questa volta avrete a dolervi della vostra nipote. Matilde ama Vittorio: ella diverrà sua sposa.... son io medesima che me ne sono assunta l'impegno.

— Angelina, — soggiunse lo zio, guardandola con infinita tenerezza, e congiungendo le mani come in atto supplichevole, — al suo letto di morte mio fratello mi ti ha raccomandata con le lagrime agli occhi: di lì a poco tua madre, in estremo di vita, mandò anch'ella a chiamarmi, e con voce affannosa mi parlò di te e della solitudine in cui saresti rimasta, e ti confidò alle mie cure come un sacro deposito. Io, accettando quel legato d'affetti, m'obbligavo a provvedere alla tua felicità, come a quella d'un'altra figliuola, a farti del mio tetto un asilo che ti tenesse luogo dei lari domestici: ho io adempiuto quest'obbligo? No. Se in questa casa vi furono sacrifizî da compiere, chi più ne ha compìti? Se vi furono privazioni da soffrire, chi più ne ha sofferte? Oh! Angelina! io lo sento: se i tuoi genitori mi chiedessero conto di te, io dovrei chinare il capo per infinita vergogna.

— Oh!... che dite mai, zio mio?