LA PATRIA LONTANA


La Patria lontana

ROMANZO

DI
ENRICO CORRADINI

MILANO
FRATELLI TREVES, EDITORI
1911

Quarto migliaio.


PROPRIETÀ LETTERARIA.

I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l'Olanda.

Copyright by Fratelli Treves, 1910.

Milano. — Tip. Treves.


ALLA MEMORIA
DI MIA MADRE.


LA PATRIA LONTANA

I.

— Voialtri, insomma, mirate a rovinare il commercio del vino italiano in Argentina?

— Si capisce.

— Lei ier sera mi diceva che ha fatto educare i suoi figliuoli in Italia e che non può stare senza ritornare in Italia per lo meno ogni due anni.

— È vero.

— Ma è altrettanto vero che, non ostante questo, Lei non può vantare la sua italianità come faceva ier sera.

— Perchè?

— Semplicemente perchè Lei è un produttore di vino di Mendoza, vale a dire un nemico dell'importazione del vino italiano in Argentina. Lo ha detto e non potrebbe essere altrimenti.

— Ma Lei dimentica che io, laggiù, do lavoro a molti italiani, e più allargo la mia; azienda o più potrò dar lavoro ai nostri connazionali.

— Suoi, se mai, miei non più.

— Oh!

Un grido di protesta si levò dal circolo che si era formato intorno ai due che discutevano, e più voci domandarono:

— Nessuno di noi dunque è più italiano?

E il produttore di vino di Mendoza andava strillando sugli altri:

— Io mi sento italiano, e come, e come, e come!

L'altro gli ribatteva:

— Per il sentimento non lo nego, ma per il fatto no.

Il primo andava ripetendo:

— E come, e come, e come!

E il secondo:

— Per il fatto no!

E gli astanti, sette o otto commercianti del Brasile, dell'Uruguay e dell'Argentina, già emigrati d'Italia, facevano coro:

— Siamo ancora italiani! Siamo ancora italiani!

Quand'ecco s'avanzò un signore il quale portava una lunga barba nera brizzolata e rivolgendosi a quegli de' due che negava all'altro il diritto d'italianità, disse:

— Scusi, Buondelmonti, se questo signore è italiano per il sentimento, basta; il patriottismo non è altro che sentimento.

Il Buondelmonti squadrò il signore della lunga barba, rimase un po' in silenzio, poi rispose:

— No, caro professore, il patriottismo è anche un fatto.

— Un fatto, si capisce; tutto è fatto, compreso i sentimenti.

— Io dico un fatto di natura economica.

— Per il passato sì, lo ammetto; ma ora che le relazioni fra i popoli si sono centuplicate, ora che non esistono più distanze, ora tanto più di prima uno può dire: — La mia patria è il mondo!

Il professor Axerio parlava con accento di degnazione, perchè teneva in gran conto se medesimo, mentre sul Buondelmonti seguiva l'opinione che di lui s'eran fatta in Italia, che fosse cioè un uomo d'intelligenza fuorviata. Il Buondelmonti lo squadrò ancora qualche momento senza aprir bocca, come faceva quando discutevano tra di loro, perchè in quei momenti di silenzio, prima di rispondergli, aveva bisogno d'insultarlo mentalmente dentro di sè, tanto lo disprezzava. Tutti e due, il Buondelmonti e il professor Axerio, in cuore si disprezzavano e detestavano l'un l'altro, perchè erano due prototipi d'uomini per intelligenza, per carattere, per cultura, per professione avversi: il professore era sicuro di dare allo scrittore continue lezioni di buon senso, lo scrittore aveva messo al professore il soprannome di pedante de' luoghi comuni; oppure lo chiamava con lo Shakespeare «lingua della bocca comune». Ma in apparenza erano amici. Ora il Buondelmonti squadrò l'Axerio e mentre taceva, si domandava dentro di sè: — Debbo rispondere a questo sciocco? — Gli rispose con un ghigno di beffa e di sdegno fra' denti:

— Professore, Lei vuol dire che ora è più facile che per il passato di abbandonare la propria patria come hanno fatto questi signori, come potremmo far noi domani; ma la patria è ora quello che era diecimil'anni fa.

— Ma no, ma no!

— Lei vuol lasciarmi parlare, vero?

Il professore agitava in alto le braccia come se volesse scuotersi di dosso i troppo grossi spropositi dello scrittore, quelli spropositi che in Italia ne screditavano l'intelligenza, quando una mano lo toccò sulla spalla e una voce allegra gli disse:

— Jacopo, lascia parlare il signor Buondelmonti.

Era la signora Giovanna Axerio, sua moglie, una giovane donna di media statura, con un volto lungo e magretto e i capelli leggiadramente pettinati alla greca e cinti d'un nastro di seta color granato. Alcuni de' commercianti s'eran distaccati dal circolo e trattisi in disparte s'interrogavano e si ragguagliavano tra loro intorno al professore Jacopo Axerio e a Piero Buondelmonti, che cosa fossero o non fossero in Italia. Un altro circolo di signore stava seduto poco discosto; alcune lavoravano e di tanto in tanto levavano gli occhi verso quelli che discutevano. La signora Giovanna Axerio era rimasta accanto al marito e fissava sul Buondelmonti due occhi ilari e intimiditi, con quella leggiadra espressione che ha il fanciullo quando finge timidità per giuoco. Qualcuno le si accostò, s'inchinò profondamente e le baciò la mano; essa gli sorrise con gaia cordialità e si dissero qualche parola. Il sopraggiunto era un signore alto, asciutto, aveva un aspetto della più raffinata compitezza e una punta di canzonatura fra ciglio e ciglio. La signora Axerio gli disse battendo insieme le palme gioiosamente:

— Poltrone! Lei si alza ora?

— Con vero rammarico, signora mia.

— Qui si discute di patriottismo.

— Quale fortuna per noi!

E così dicendo, il giovane signore serrò in circolo molte mani.

Il professor Axerio riprese prorompendo con enfasi:

— La patria! Ma tutti si è patriotti! Anche i socialisti son diventati patriotti! E Lei sa che io non sono socialista!

— So bene che Lei non è socialista.

— Nè socialista, nè uomo del passato!

— So bene che Lei è un modello di borghese liberale.... democratico.... radicale....

— Sicuro! E come tale accetto tutte le supreme conquiste del secolo decimonono, non ultima il principio di nazionalità.

Il Buondelmonti sentì mille echi di frasi ricorrenti sulla bocca comune e il sangue collerico gli prese fuoco, ma guardando la moglie del suo avversario che continuava a fissarlo sempre più intimidita sul serio, il Buondelmonti si disse dentro di sè che bisognava portare la croce di quello sciocco pedante e rispose:

— Io Le accennavo appunto quanto di più semplice, elementare, fondamentale sta sotto il principio di nazionalità. È la stessa prima premessa dell'economia, cioè che gli uomini sono spinti dall'istinto di procurarsi il massimo di piacere col minimo di lavoro. Diciamo piacere sotto forma di possesso, sotto forma di denaro. La patria, la nazione, come la chiamo io più volentieri, perchè ha un senso più pratico, più attivo, la nazione non è se non il campo di concentramento di un certo numero di uomini i quali obbediscono a quell'istinto. La solidarietà nazionale è per lo meno una solidarietà topografica, è la solidarietà del campo di concentramento. Cioè la solidarietà del maggior benessere nel minore spazio; il che, il risparmio di spazio dico, è poi risparmio di tempo e di lavoro. Io so bene che la nazione, che la patria è anche un sentimento, cento immensi sentimenti, ma coloro che non li hanno, possono negarli! So bene che è altri cento, mille immensi fatti, e potrei citarli tutti, ma sono messi in discussione, mentre non si può discutere il fatto elementare, fondamentale, non si può discutere! E perciò dicevo che questi signori praticamente, attivamente, si son posti fuori dell'italianità: perchè non appartengono più al campo di concentramento italiano. Se mai, saranno ancora patriotti, quando si voglia dare a questa parola un senso più spiccato di sentimento, o meglio di sentimentalità; ma non saranno più nostri connazionali nel senso pratico, attivo, di questa parola. Perchè potessero restare italiani, nazionalmente parlando, bisognerebbe che la terra sulla quale lavorano e s'arricchiscono, diventasse italiana. Quando non si voglia chiudere la nazione in un cul di sacco, il solo modo di essere nazionalisti, scusino, patriotti, è di essere imperialisti.

I commercianti toccati di nuovo sul vivo non fiatarono, pensarono, e qualcuno disse: — Parla bene —, così come avrebbe detto: — Oggi fa caldo —, per il poco conto in cui simile gente ha tutte le cose, tranne il combinare affari. Le signore le quali sedevano poco discosto, continuavano a levare di tanto in tanto gli occhi dal lavoro verso il giovane eloquente e più verso la signora Axerio la quale ispirava invidia a molte per la leggiadria della sua bellezza e della sua eleganza. Soltanto una non moveva gli occhi, ma li teneva sempre fissi e aperti dinanzi a sè, e non moveva neppure la faccia, nè lavorava, ma teneva le mani distese sulle ginocchia, perchè era cieca. Il giovane signore guardava verso l'orizzonte avendo sulla faccia, dalle belle labbra carnose alle due rughe dritte sul naso fra ciglio e ciglio, un'aria tra il canzonatorio e il compunto, d'una compunzione che era come l'ipocrisia della sua ironia. Guardava come se irridesse l'orizzonte oppure pensasse ai suoi proprii guai, mentre un vento non forte gli moveva indosso le vesti ampie e leggiere. La discussione pareva finita, ma di nuovo l'Axerio spingendo avanti la barba con cipiglio aggressivo, proruppe:

— Lei può dire quel che vuole, ma non potrà mai negare il progresso dell'umanità.

— Ancora l'eco! — sfuggì questa volta dalla bocca di Piero Buondelmonti.

— L'eco?

— D'una frase....

— Frase? Voialtri siete fuori del tempo moderno, appartenete al passato! La patria, come la vagheggiate voialtri, vuol guerre, conquiste, ma ora non è più possibile, perchè va sempre più affermandosi la fratellanza dei popoli. Oggi la vita dell'uomo è sacra. La bella e forte gioventù, oggi, non dev'essere macellata sui campi di battaglia; è sacra al lavoro fecondo. Siete uomini del passato!

La voce dell'Axerio fischiava, la barba gli sbatteva sul petto convulsamente ed i suoi occhi schizzavano fuoco. Di contro a lui, fronte a fronte, il Buondelmonti disse:

— Lei non s'accorge che queste sono frasi fatte, strafatte e disfatte. L'uomo del passato è Lei.

— Lei, Lei, Lei! Noi siamo uomini del nostro tempo e dell'avvenire! Del passato è Lei!

— Lei, professore.

I due avversarii, a voce bassa, senza gestire, si trattavano con le parole come con armi corte; l'un l'altro per un'opinione comune tentavano di strapparsi l'avvenire e di relegarsi tra le generazioni passate, come si sarebbero strappata la vita e si sarebbero messi sotterra per loro propria vendetta. Come se veramente la loro esistenza si estendesse per un tempo senza confine, cercavano di mutilarsi l'un l'altro, di uccidersi nel tempo, tanto l'individuo è sempre pronto a confondersi con la specie. Per fortuna sonò la campanella che chiamava a colazione, il Buondelmonti s'avviò ripetendo dentro di sè nuovi insulti che lì per lì aveva ritrovati contro l'Axerio.

— Pedanti dell'altrui ignoranza! Fogne dell'opinione pubblica!

La signora Axerio rivolse al Buondelmonti un'occhiata molto seria di rimprovero e si accompagnò col giovane signore il quale le disse:

— Uomini di fede, signora mia!

— Certo! — rispose la signora con risentimento. — Se Lei stesse un po' più in Italia, saprebbe che il signor Buondelmonti ha molto sofferto per le sue idee.


La rissa aperta era scoppiata altrove e fra altra gente poco prima. Le persone le quali avevano discusso e le altre le quali avevano assistito alla discussione, erano appena entrate nella sala da pranzo e s'erano sedute, quando un cameriere s'accostò al medico di bordo il quale insieme col comandante della nave stava alla stessa tavola a cui stavano il giovane signore, di nome Filippo Porrèna, il Buondelmonti e gli Axerio. Il cameriere essendosi accostato al medico gli parlò piano e il comandante vedendo il medico alzarsi in fretta ed essendosi accorto che si trattava di faccende di bordo, domandò che cosa fosse; il medico gli raccontò piano che era avvenuta una rissa fra gli emigranti, e che c'era uno ferito di coltello. Il professore Axerio non osò interrogare per discrezione, ma la sua faccia mostrandosi incuriosita, il comandante non sapendo rifiutar nulla ad uomo tanto celebre, gli accennò l'accaduto. L'Axerio quando sentì parlare di feriti e di sangue, drizzò la barba, e gli brillarono gli occhi, perchè subodorò che ci potesse essere da far qualcosa per la sua scienza e la sua professione, e subito domandò al comandante se gli permetteva di andare a visitare il ferito, e il comandante gli rispose che non c'era angolo dell'«Atlantide» nel quale egli non potesse entrare liberamente come in casa sua. L'Axerio, senza toccar cibo, uscì e si diresse verso prua dove stavano gli emigranti.

Gli emigranti tumultuavano ancora; si erano spinti da prua fin verso il mezzo della nave e rimanevano ancora fra loro gli strascichi del tumulto che s'era suscitato alla vista della rissa e del ferimento. L'Axerio attraversò una confusione di gambe, di braccia e di stracci reggendosi a stento per il rullìo della nave sull'impiantito lubrico, ed avendo domandato dove fosse il ferito, subito si levarono intorno a lui due, quattro, dieci, venti voci nelle favelle più diverse, perchè anche fra gli emigranti si era saputo chi era quel signore della prima classe il quale aveva la lunga barba nera. Due, quattro, dieci, venti tra uomini e donne gli si affollarono intorno e tutti gridavano un particolare di ciò che avevano visto o sentito raccontare. Il professor Axerio cercava di farsi largo con un gesto degnevole, tenendo la fronte bassa e la barba sul petto come a difenderla dal contatto della sozzura, ma una donna con i capelli sciolti e gli occhi fuori dell'orbita gli si parava davanti e andava avanti urlando sul tumulto, simile a chi porta una bandiera in una rivolta. Il professore potè giungere alla scala che dava giù nelle cabine dell'infermeria, scese e trovò il ferito nelle mani del medico e dell'infermiere. Gli avevano messo a nudo il tronco e voltatolo sul fianco lo andavano lavando sotto l'ascella dove c'era un largo foro che ancora versava un po' di sangue. Il sudicio inveterato aveva fatto scoria sul corpo dell'uomo, e il bianco della pelle veniva fuori a stento rigandosi subito di sangue appena il medico interrompeva la lavatura. L'Axerio osservata un momento la ferita domandò con brama:

— Non ci sarà mica bisogno d'operazione, dottore?

— Potrebbe darsi — rispose l'interrogato. — La ferita è larga e dev'esser profonda; è fatta con un coltello da cucina.

— Potrebbe esser leso un vaso interno importante.

— Potrebbe.

— In questo caso avremmo un'emorragia interna.

— È quel che sospetto. Veda: l'abbattimento aumenta.

— Bisognerebbe allora tagliare per rintracciare il vaso....

— Stiamo a vedere, anche perchè ora la nave si muove troppo.

— Potremo operare a Dakar. A che latitudine possiamo essere stamani?

— Lo sapremo a mezzogiorno. Ieri eravamo a 23 e 15.

— Dakar è?

— A 14 e 45.

— Sicchè giungeremo?

— Nella notte.

Il professor Axerio esaminò di nuovo la ferita, la brancicò, cercò intorno battendo con le dita se c'era un principio di versamento interno, vi spinse dentro l'indice e fece ruggire e torcersi sulla spina dorsale l'uomo che era con la faccia voltato dall'altra parte. Dopo di che se n'andò aggiungendo:

— Se mai, m'avverte, vero, dottore? Opererei volentieri.

Ripassando tra gli emigranti intravide il Buondelmonti in una ressa, si ricordò della discussione e per la prima volta sentì d'odiarlo; e perciò per non incrociare gli sguardi con lui alzò gli occhi verso il ponte della prima classe dove al parapetto che dominava il ponte basso degli emigranti a prua, scorse altri passeggieri che guardavano, fra i quali sua moglie e il Porrèna, perchè già il ferimento s'era risaputo da più d'uno. C'erano alcuni nella prima classe i quali sentivano o ostentavano di sentire nausea e ribrezzo per quel carnaio umano che attraversava l'oceano insieme con loro. Altri poi, la gran maggioranza che da mattina a sera si saziava di chiacchiere godendosi l'ozio della navigazione fra la sala da pranzo e il salotto per fumare, non se n'occupavano e non ne sapevano nulla. Ma altri invece sentivano compassione di quel migliaio di vite miserrime che respiravano vicino, e altri infine vi cercava il pittoresco, il non più visto, era attratto dallo stesso orrido e dallo stesso lurido; perchè nessuno aveva conosciuto in terra uno spettacolo di moltitudine come quello offerto agli occhi di chi riguardava dall'alto del ponte il rifiuto del mondo che formicolava giù a prua. C'erano sull'«Atlantide» napoletani, calabresi, siciliani, veneti, come c'erano d'altre nazioni d'Europa, d'Asia e d'Affrica, spagnuoli, tedeschi, polacchi, arabi e turchi di Siria, della Tripolitania e della Tunisia. C'erano bellissime giovanette arabe con grandi occhi neri stupefatti in una faccia di perla, e donne di Siria orribilmente tatuate dalla gola fin sopra al mento, e turche di Tunisi bestialmente accosciate a terra nell'ozio senza fine, e grassi lenoni di Lisbona che menavano a Buenos-Aires femmine di Marsiglia tutte tinte di rosso. C'era il rifiuto della feccia delle città cacciato dalla cupidigia della avventura, c'era il rifiuto della miseria delle campagne cacciato dalla fame; i rifiuti de' rifiuti del vecchio mondo navigavano verso l'ignoto del nuovo mondo. Navigavano come altri avevano navigato prima, come altri avrebbero navigato dopo, come onda segue onda incalzata dallo stesso vento; e così quelli venivano incalzati ed espulsi fuori de' loro paesi natali dalla ridondanza d'altri vivi. Venivano espulsi uomini e donne col sacco de' loro cenci, con i loro figliuoli, con i cuori carichi di superstizioni millenarie, con tutta la loro ferocissima bestialità e tutta la loro umiliata umanità. Per venti giorni mangiavano, prendevano il sole e il vento, la notte scendevano giù nelle stive e facevano tutt'un carnaio fermentante e suppurante, con la prima luce risalivano su a fermentare e a suppurare al sole e al vento guardando stupefatti la purità del cielo e del mare, con le loro pupille umane, e poi toccata la riva d'America si sarebbero dispersi, usciti dall'ignoto, un'altra volta nell'ignoto.

— Guardi, guardi! — gridò a un tratto la signora Axerio a Filippo Porrèna.

Proprio sotto il parapetto una donna s'avventò contro una ragazzetta e l'addentò a un braccio arrovesciandole addosso tutti i suoi capelli disfatti, e altre donne le quali sedevano intorno, glie la tirarono via a fatica di sotto ai denti e ai capelli. La signora Axerio e il Porrèna sporsero in giù gli orecchi, e allora la donna scagliandosi in su con le braccia, col collo, col busto contro di loro, gridò in siciliano:

— È la creatura mia! È la creatura mia!

I denti bianchi le luccicavano tra' crini neri. S'avventò di nuovo, perchè la sua creatura era cattiva, ed essa voleva mangiarla a morsi. Il demonio della rissa continuava a infuriare in basso. Altrove altre madri allattavano i loro bambini. Il Porrèna ne accennò una alla signora Axerio e rivolgendosi per ischerzo allo stesso lattante andava ripetendo:

— Succhia, caruccio, vuota quel sacchetto di cenci, succhia tutta mammà!

Il lattante infatti stava in braccio alla donna e pareva un morticino, perchè per l'avidità di succhiare non dava segni di vita. Ma si vedeva un po' della mammella materna fuor della veste, sopra la testa del bambino che stava attaccato al capezzolo. La madre sedeva sopra una seggetta e si teneva il figlio sulle ginocchia; aveva sulla faccia e nella persona i segni della miseria e dello sfinimento e girava di tanto in tanto gli occhi vagamente, come se si sentisse davvero vuotar dentro da tanto tempo senza requie; e il figlio succhiava sì fermo alla mammella da parer proprio che avrebbe succhiato tutta la madre.

La signora Axerio vedendo tali cose si sentiva il cuore peso di tristezza e continuava a restare con le braccia appoggiate al parapetto e il viso chino. Finchè giù presso al boccaporto di prua gli apparve Piero Buondelmonti tra alcuni emigranti i quali seduti per terra stavano ad ascoltarlo attentamente. Altri poco discosto giocavano a carte e altri dormivano sdraiati sull'impiantito con le braccia e le gambe negli abbandoni più scomposti, e donne e uomini erano mescolati insieme e fra quella confusione di membra abbattute apparivano qua e là i resti del pasto di due ore prima, pane e legumi per terra, e apparivano da per tutto ragazzi e ragazzette più abbattuti degli adulti, attediati dalla navigazione e travagliati dal mal di mare. Già anche la memoria del ferimento pareva cancellata.

La signora Axerio senza distogliere gli occhi dal Buondelmonti disse al Porrèna:

— Lei, signor Porrèna, non vede la madre che allatta, ma il bambino che succhia troppo avidamente. Lei, ecco, è proprio l'opposto del signor Buondelmonti. Il signor Buondelmonti ha un gran cuore! E Lei punto. Lo guardi laggiù come parla a tutti e tutti gli parlano! Sono i suoi nuovi amici. Si fa raccontare la loro vita, i loro disegni per l'avvenire ignoto, dà loro dei consigli, vede in tutti, anche nell'ultima abiezione, una nobile forza da rialzare, da indirizzare a uno scopo. Io stessa so di loro, perchè lui me li mostra di quassù, da questo medesimo punto, tante volte, i suoi nuovi amici, mi racconta quello che essi gli hanno raccontato, me li fa amare. Guardi come accorrono a sentirlo! Parla davvero. Accorrono da tutte le parti! È una turba!

— E non Le ho già detto — rispose il Porrèna — che il signor Buondelmonti e il professor Axerio sono due uomini di fede? Tutti e due, l'uno in un modo e l'altro in un altro, hanno una robusta fede nei destini del genere umano.

La signora alzò gli occhi e vide che il giovane aveva la faccia tutta contenta, le due rughe gli saltavano sul naso dal piacere. Allora la signora gli disse:

— Lei va a nozze, vero? Va a nozze quando può mettere in ridicolo qualcosa di sacro.

E aggiunse:

— Già per Lei non c'è nulla di sacro.

— Infatti....

Rispose il giovane e fece una smorfia che non esprimeva nulla.

Dopo di che sopraggiunse il Buondelmonti e si mise a raccontare com'era avvenuto il ferimento. Uno spagnuolo aveva accusato un napoletano di averlo derubato; s'era accesa la rissa, si trovavano dinanzi alle cucine, il napoletano era balzato dentro, aveva afferrato un coltello e menato il colpo. Mentre così raccontava, Piero guardava sempre in giù fra gli emigranti, dritta la persona alta e complessa, spirando ancora la fiamma d'un fuoco interno dalla bellissima faccia tutt'ombrata da una selva di capelli castani. Ei concluse:

— Ho parlato loro della viltà di chi ferisce un inerme.

E pareva che egli pure ardesse ancora di combattimento. Giovanna al solo vederlo si era sentita rianimare, la gioia della mattina le rinacque nel cuore. Volò alla sponda della nave e chinò verso il mare il leggiadro capo dal profilo greco su cui il nastro granato palpitava a una bava di vento. Sotto il cielo puro il mare multicolore e mutevole andava calmandosi. Il mare aveva vasti campi azzurri e qua e là nereggiava del nero d'azzurro o di verde, e verso l'orizzonte aveva cinture di lilla carico biancheggiando per tutto di spume. E il cielo aveva soltanto aliti di nube che vagavano per la sua volta, e s'immergeva nel mare con un piè d'orizzonte lindo. Venne il tramonto, venne la notte; nella notte l'«Atlantide» arrivò a Dakar nella colonia francese della Senegambia.

A giorno il professore Jacopo Axerio operò l'emigrante ferito, e il Buondelmonti e un altro passeggiero chiesero di poter assistere all'operazione. I due estranei tenendosi in disparte stavano attenti ad ogni atto del professore il quale aveva un fremito di gioia dentro la barba mentre si metteva il grembiale bianco e i guanti bianchi. L'uomo era stato spogliato, disteso sulla tavola, legato a' piedi, addormentato, volto di fianco, e l'infermiere e un marinaio gli tenevano fermi piedi e polsi. Il professore s'accostò con le braccia nude, bianchissime, coperte di pelo nero, muscolose, si curvò, tagliò al labbro della ferita, tagliò dritto, poi voltò ad angolo, scoperse il grasso, fu dentro. Il Buondelmonti gli si fece alle spalle e allungò il collo per vedere dentro il petto umano, ma non vide nulla; vedeva le mani del professore con i guanti bianchi tutti sangue continuare a tagliare, mettere delle pinzette ai labbri del taglio, e il medico di bordo che gli stava al fianco, asciugare via via il sangue con dei pezzi di velo. Gli atti delle mani che operavano, erano sicuri, rapidi, ma parevan lenti tanto eran calmi. Non vi eran più se non quelle mani e i due occhi fissi sopra, sicuri e calmi. Apparve un osso, fu scarnificato, resistette al taglio della forbice, l'uomo mise un orrendo fiato sotto la maschera del cloroformio, si torse tutto sul fianco, era una costa. Dopo qualche momento il medico di bordo disse al Buondelmonti sottovoce:

— Siamo sul cuore.

Parve al Buondelmonti e all'altro di vedere il cuore battere alle coste. L'uomo che vi aveva intorno le mani e i ferri, si torse più orrendamente lungo tutta la spina dorsale: un'altra costa era tagliata. Il Buondelmonti e l'altro passeggiero si trassero in disparte, si dissero qualche parola, si riaccostarono, l'operazione era fatta: già il professor Axerio ricuciva le carni. Il Buondelmonti fu preso d'ammirazione per lui e disse al compagno sottovoce:

— Ecco un uomo che vale nell'arte sua!

E aggiunse che la celebrità di cui il professor Jacopo Axerio godeva in Italia, era davvero meritata.

L'Axerio forse avendo sentito si voltò e continuando a togliersi i guanti posò lo sguardo sul Buondelmonti sorridendo come l'uomo che ha compiuto valorosamente la sua opera che gli piace. E il Buondelmonti prima d'uscire dall'infermeria lo ringraziò e gli strinse la mano con rinata cordialità.

L'«Atlantide» allora finiva di caricar carbone per il resto del suo cammino e di lì a poco riprese il mare. Fino a Rio de Janeiro non doveva fermarsi più. Il passaggio d'un'altra nave al largo, la pinna nera d'un pescecane natante a fior d'acqua continuarono ad essere gli avvenimenti di bordo ove la giornata consueta era intessuta di colazioni e di pranzi, di qualche lettura, di qualche giuoco, della contemplazione de' tramonti, delle discussioni, dell'incanto del mare, quando qualcuno s'appartava nella solitudine. Piero Buondelmonti discusse altre volte con il professor Jacopo Axerio, col produttore di vino di Mendoza, con gli altri commercianti e anche con Filippo Porrèna; continuò a far visite agli emigranti e ad occuparsi della loro vita. Perchè egli era veramente un giovane di gran cuore, sentiva pietà per quelli che soffrono e nutriva simpatia per il popolo, per i forti lavoratori. Egli aveva le maniere e i sentimenti dei vecchi padroni della campagna toscana da cui proveniva. Come quelli dando del tu ai loro sottoposti se li affezionano ed attaccano tanto da formare insieme una sola famiglia; così il Buondelmonti godeva nell'essere alla mano e affabile con chi era da men di lui. Egli sapeva adoperare quel tu dei toscani che dà confidenza e toglie la separazione delle condizioni e delle classi, secondo il volere della vita che gli individui facciano un tutto fra di loro e chi è più in basso si continui in chi è più in alto. Soltanto quando diventava uno scrittore politico, quando nel suo cuore parlava la nazione, allora non s'accorgeva neppur più di quella parte popolare de' suoi sentimenti. Allora egli era semplicemente l'apostolo dell'eroico nazionale. Egli era un artista. Egli aveva fatti gli studii classici, e la storia, la letteratura, la lingua latina, gli avevan formato lo spirito. La romanità era diventata sangue del suo sangue e carne della sua carne, come espressione della più vigorosa volontà collettiva di vastità, d'unità e di potenza. Così educato il Buondelmonti era avverso al socialismo e odiava tutti coloro i quali della nazione vogliono fare un istituto per rimediare ai mali degli individui e delle classi e ignorano che le nazioni debbono esse agire come individui validi. E per questo in patria Piero Buondelmonti era stato accusato d'essere uno scrittore politico nemico del popolo, della democrazia, della libertà. Nemico della libertà, perchè mirando alla unione nazionale avrebbe voluto domare la lotta di classe e l'insorgere dei partiti. Uno scrittore del passato, perchè ai più sfuggiva la modernità di quel suo classicismo romano considerato come espressione di ciò che il mondo moderno ha di più moderno, come espressione d'una volontà di vastità e di potenza; ai più sfuggiva la modernità di quel suo concepire la nazione come un maggiore individuo, attivo nel vasto e potente mondo. I più insomma non sapevano distinguere nel Buondelmonti l'uomo nazionale, l'uomo che può cessare d'essere individuo e diventare coscienza di nazione. Egli invece distingueva in sè queste due nature delle quali, quasi come in Cristo, l'una era umana e l'altra era divina. E così ora sull'«Atlantide» essendo uomo fra uomini sentiva pietà degli emigranti; ma quando in lui si risvegliava l'anima italiana, si sentiva umiliato. Il suo cuore irascibile si sdegnava contro un popolo in cui sì spesso l'uomo s'appaga di viver miserrimamente, un popolo ignaro di ambizione e d'orgoglio, un popolo che si appaga di mandare tanta parte di sè a far da materiaccia prima alla formazione di vita d'altri popoli. Il Buondelmonti si sdegnava contro le vilissime classi dirigenti della borghesia e contro i ciechi conduttori del socialismo, teneri d'introdurre i diritti degli uomini tra' cinesi; si sdegnava contro tutti i politici da ospedale, contro tutti gli Axerio d'Italia i quali s'eran trovati d'accordo nell'escogitare il rimedio umanitario per gli emigranti. Questi rifiuti espulsi verso il lontano ignoto straniero vivevano per i quindici giorni del viaggio sotto gli amorevoli occhi di un medico militare della patria chiamato commissario regio, il quale pesava loro il cibo scelto, misurava lo spazio e l'aria ventilata, medicava le piaghe aperte da anni ed anni e che per anni ed anni sarebber rimaste aperte sotto il furor del tropico. Spesso il Buondelmonti seduto in disparte tutto solo considerava quella miseria che navigava con lui, e tanta viltà che egli aveva lasciata in patria. E spesso allora non era più un individuo ma l'uomo nazionale d'Italia il quale aveva vissuto in tutti i tempi della storia italiana e di tutto si ricordava. Si ricordava d'un altro popolo disperso per il mondo, fatto fango sotto i piedi delle genti, e si diceva fra sè e sè: — Perchè così anche l'Italia? — Il suo cuore si riempiva dell'amarezza dell'ira e del dolore, e talvolta il giovane chinava il mento nel cavo della mano e gli occhi gli s'inumidivano sotto l'ombra della florida chioma.


La signora Giovanna Axerio riconduceva il Buondelmonti al sentimento della vita individuale ispirandogli sempre più amore. Un mese prima s'eran trovati insieme in casa d'amici a Roma. Si conoscevano sin da quando abitavan tutti e due a Firenze, innanzi che Giovanna si maritasse, e Piero aveva sempre avvertita dentro di sè una inclinazione ad innamorarsi di lei, perchè essa era d'una leggiadria d'animo e di persona che parlava a quanto egli aveva di più delicato in fondo al cuore. Ma s'erano incontrati di tanto in tanto e per poco e Piero non s'era mai innamorato di Giovanna. L'ultima volta che l'aveva trovata a Roma, era pieno d'afflizione, perchè poche sere prima aveva fatto in pubblico un discorso per esporre le sue dottrine politiche, e gli avversarii di queste dottrine s'eran dati convegno nell'aula, gli avevan troncato la parola e l'avevano costretto ad andarsene con urli e fischi, nessun difendendolo. E questo sopra tutto lo aveva afflitto: che nessuno fosse sorto a difenderlo, perchè egli non poteva comprendere la viltà. Si doleva con Giovanna, appunto di quella sera, e si mostrava afflittissimo, deliberato a non ritentar la prova, quando ad un tratto Giovanna gli aveva detto:

— Perchè non viene con noi?

— Con loro dove?

— Nell'America del Sud con me e con mio marito.

— Parte? Quando?

— Ma presto, presto! Mio marito è stato invitato dal governo brasiliano a fare un corso straordinario di un anno nella facoltà di medicina di Rio de Janeiro. Partiamo fra un mese da Genova sull'«Atlantide». Nulla è perduto, amico, e Lei ritenterà la prova. Ma ora ha diritto di riposarsi. Venga con noi. Chi sa che non trovi laggiù l'ispirazione per il suo capolavoro e per la sua rivincita.

— Lei scherza, amica, invitandomi?

— Un po' scherzo, se la mia proposta non Le fa piacere; ma sul serio Le dico che a me farebbe molto piacere averla per compagno di viaggio.

— Anche se io Le dichiarassi fin d'ora che Le farei la corte?

— Anche.

— M'innamorerei di Lei. Già l'ho sempre amata un po'. Vuole che L'ami?

La signora aveva taciuto un istante come distratta o incerta; poi mettendosi a sorridere, a sorridere, come se un animo le dicesse una cosa che la faceva tutta contenta, aveva detto sottovoce battendo insieme le palme dalla gioia:

— A Rio de Janeiro!

— Ma il professore Axerio che penserà del mio viaggio?

Giovanna aveva riso e risposto:

— Il professore Axerio è un uomo talmente sicuro del fatto suo che non penserà mai ad essere geloso. Lei non si occupa di tante cose nazionali? Faccia annunziare dai giornali che va a studiar le colonie italiane dell'America del Sud.

I giornali avevano annunziato, il Buondelmonti aveva visto davvero un campo di nuovi studii nelle colonie italiane dell'America del Sud ed era partito con gli Axerio sull'«Atlantide». Che passava nel cuore di Giovanna? Chi sa! Certo c'era fra loro come una tacita intesa. Quel viaggio di Piero aveva avuto la prima origine da una specie di loro complicità fra lo scherzevole ed il serio, e qualcosa di questa complicità fatta meno scherzevole e più seria pareva che restasse sempre fra loro. Così quando Piero discuteva troppo calorosamente con il professore Axerio, Giovanna lo rimproverava con uno sguardo come se volesse dirgli: — Non comprendi che fai il nostro danno se ti guasti con lui? — E quando discutevano, spesso Piero voltandosi si vedeva addosso gli occhi di Giovanna fissi e vigilanti come se volessero dirgli: — Sii cauto, per il nostro bene! — E spesso quando lo vedeva lontano e solo, lo chiamava con un cenno e si mettevano a parlare delle cose più comuni, ma essa gli parlava sottovoce, proprio con la voce di quell'animo che la faceva tutta contenta quando a Roma invitandolo al viaggio gli aveva detto: — A Rio de Janeiro! — Che voce aveva avuto allora e come aveva sorriso! Come aveva battuto insieme le palme! Come era stata gioiosa! Egli si era deciso a partire per la città ignota e lontanissima, in quel momento, per quel sorriso, per quel batter di palme che aveva coperto il suono sommesso della voce. E sempre a bordo quando Giovanna gli parlava sottovoce, egli risentiva quello che le aveva dimandato in quel momento: — Vuole che L'ami? — E quello che essa aveva risposto: — A Rio de Janeiro! — Ed ogni giorno più questa risposta significava seriamente: — Voglio che tu mi ami laggiù!

Una mattina, qualche giorno prima d'arrivare a Rio de Janeiro, Piero trovò in sala di conversazione Giovanna che leggeva e le disse:

— So chi Le ha dato questo libro: il signor Porrèna.

— Chi glielo ha detto?

— L'aveva lui ieri. Ha molta amicizia per il signor Porrèna?

— Amicizia! Che parola!

— Ho notato che conversa spesso con lui.

— Sì.... m'incuriosisce quel suo modo di veder le cose....

— Semplicemente cinico, a me pare, come l'uomo a me pare semplicemente spiacevole.

Piero fissò qualche momento Giovanna con occhi iracondi, e Giovanna gli spalancò in faccia i suoi interrogatori, stupefatti, sorrise e gli disse:

— Se io Le appartenessi, sarebbe geloso! Un uomo sì grande e quasi un eroe!

E continuando a sorridere posò il libro, mentre Piero era diventato rosso, perchè veramente era geloso del Porrèna. Egli non aveva mai potuto liberarsi di certa timidità campagnuola e spesso dinanzi ai piccoli motteggiatori della città perdeva la coscienza del suo valore e giudicandosi inferiore a loro non parlava più. E così più volte gli era accaduto con Giovanna in presenza del Porrèna.

La sera stessa Piero stava sul ponte; era già qualche ora di notte, la maggior parte dei passeggieri s'eran ritirati nelle loro cabine. Si levò la nebbia sul mare e la sirena dell'«Atlantide» dava frequenti avvisi per paura d'incontri con altre navi. Piero vedeva l'«Atlantide» tutta avvolta dalla nebbia e non vedeva più nè cielo nè mare; di momento in momento gli ferivano gli orecchi gli ululati della sirena. A uno, a due, a quattro alla volta tornarono sul ponte altri passeggieri perchè quelli ululati erano spaventosi e pochi sapevano che cosa fossero. I passeggieri lasciavano le loro cabine, risalivano sul ponte, si cercavano, s'interrogavano, e fra gli altri il Buondelmonti scorse il professor Axerio, sentì la sua voce che domandava, e gli parve che tremasse un po'. La signora Axerio qualche momento dopo raggiunse il marito il quale quando ebbe appreso, tornò nella sua cabina e la signora si accostò al Buondelmonti. Rimasero in silenzio e sulle loro teste gli ululati affittivano; alzarono gli occhi, il tubo della macchina spariva, gli alberi a poco a poco sparivano, spariva tutta quanta la nave. Giovanna disse:

— Senta! È un urlo di spavento, d'implorazione, di lamento, di disperazione.

Nella sua voce c'era il terrore della nebbia, del mare, della notte, del pericolo. Piero non le rispose. Stavano sotto il ponte di comando; due marinai uno dietro l'altro passarono accanto a loro di corsa, si gettarono su per la scaletta dalla cui cima li investì la voce collerica del comandante. La campanella di prua si mise a battere fitto fitto, quella del ponte di comando le rispose, la sirena mandò un ululato e poi un altro. Piero disse:

— Forse un'altra nave! Vediamo.

E si diresse al ponte di comando. Giovanna disse:

— Non è permesso salire lassù!

— A me sì. Venga con me.

E Piero salì, seguito da Giovanna; ma anche di lassù non vedevano nulla; soltanto il comandante ed altri uomini immobili al parapetto del ponte e il marinaio alla ruota del timone curvo verso la bussola che mandava lume dinanzi a lui. Il comandante diceva qualche parola e il marinaio dava un tratto di ruota. Si vide baluginare un che di luce nel mare, vicino, verso la destra dell'«Atlantide», s'avanzò a poco a poco, passò lentamente sul fianco destro dell'«Atlantide», si perse nella via opposta. Piero disse:

— I lumi d'un'altra nave.

E discese. Giovanna si diresse in fretta verso la porta che metteva giù alle cabine, ma Piero le disse:

— Aspetti.

— Mio marito leggeva, ma ora vorrà coricarsi.

— Aspetti!

Erano appena visibili l'uno all'altra nella nebbia, non un'ombra intorno. Ma Piero vedeva Giovanna dinanzi a sè e le vedeva sul piccolo leggiadro capo tremare il nastro di seta che portava sempre a bordo; gli pareva di vedere quel fior d'infanzia che essa conservava ancora negli occhi, tremarle alla stessa maniera. Sentì il suo respiro, sentì che tremava ed egli pure tremava. Disse:

— Rio de Janeiro!

Sentì il silenzio di Giovanna, ma nel silenzio passò l'eco della sua voce di quando essa aveva detto:

— A Rio de Janeiro.

Le prese le mani, le congiunse in croce, se le strinse tra le palme, se le portò alle labbra, sentì la sua voce che disse:

— Pietà di me!

Abbandonò e Giovanna sparì. Egli poi rimase ancora a lungo sul ponte e dal suo petto prorompeva il canto dell'amor trionfante per lo spazio dov'eran sepolti il mare, la notte, il mondo e la nave che ululava.

II.

Tre giorni dopo, l'«Atlantide» entrò nella baia del Guanabara dove sorge Rio de Janeiro. Il console d'Italia, i maggiorenti della colonia e le rappresentanze de' sodalizi, una commissione della città e del governo brasiliano si portarono a bordo a dare il benvenuto al professor Jacopo Axerio. Questi gongolava vedendo che il console stesso si occupava di far trasportare i suoi bagagli a terra per mezzo d'un giovane del consolato. Era sceso sul ponte basso ed era andato incontro alle commissioni sino alla scaletta d'imbarco e lì tra il pigiapigia degli emigranti e de' passeggieri delle classi che anelavano di mettere il piede a terra dopo tanti giorni di navigazione, faceva riverenze agl'italiani ed ai brasiliani e mandava scintille dalla barba a sentire che i brasiliani gli portavano il saluto del presidente della repubblica, del ministero, del ministro degli affari esteri, della camera, del senato, della prefettura della città, d'istituti scientifici e d'accademie, e a vedere che gl'italiani se ne commovevano patriotticamente insieme con lui. Si vedeva la sua barba china come quella d'un capro spostarsi qua e là saltando, via via che i saluti gli venivano da più parti, e la sua mano stringere ora questa ora quella mano, e i suoi occhi cercare in giro gli occhi de' connazionali intenerendosi sempre più della loro tenerezza sempre maggiore, mentre dalla bocca tremolante gli usciva un continuo balbettio di ringraziamenti a mo' di bava. I brasiliani guardavano il grand'uomo d'Europa con occhi curiosi. C'erano fra loro deputati, senatori, capi de' varii uffici, professori, giornalisti, studenti e medici in abbondanza; gente quasi tutta magra e secca, che diceva soltanto parole rade e piano, con una certa timidezza che pareva provenire da un'eccessiva sensibilità non scevra di diffidenza; e alcuni di loro avevano ancora sulla faccia l'impronta dell'origine: il teschio forte con gli zigomi in fuori e un che d'ultima ombra del sangue negro tra pelle e pelle. Tutti si dicevano onorati d'ospitare nel loro paese il professor Jacopo Axerio e si ripromettevano immensi vantaggi per la chirurgia brasiliana dalle sue lezioni e dalle sue operazioni, e il professor Jacopo Axerio si trangugiava a una a una tutte le lodi. A un certo punto gli studenti mandarono un evviva rinforzato dagl'italiani sì che ne rintronò la baia, e uno di loro parlò inneggiando, come se fosse stato in Europa, al progresso della scienza, all'amicizia dell'Italia e del Brasile, all'unione latino-americana e in fine alla solidarietà de' popoli. Il professore rispose ringraziando e dichiarandosi commosso dell'onore fatto non alla sua povera persona ma alla scienza e così dicendo si credeva di essere più modesto che se si fosse dichiarato commosso dell'onore fatto non alla scienza ma alla sua povera persona. Infine inneggiò anche lui al progresso della scienza, alla amicizia del Brasile e dell'Italia, all'unione latino-americana, alla civiltà e alla solidarietà de' popoli. E altri gli risposero, professori, deputati, giornalisti, mentre poco discosto gli emigranti del vecchio mondo sgranavano gli occhi sulla cerimonia che veniva loro offerta al limitare del nuovo mondo.

La signora Giovanna Axerio stava vicino al marito e aveva accanto il Buondelmonti e il Porrèna. Il quale faceva musetto con le labbra come se zufolasse e guardava intorno la baia, le alture dai disegni bizzarri e la città. Si chinò verso la signora e le disse:

— Lei dev'essere superba delle accoglienze trionfali che riceve il professore.

— Infatti — rispose la signora seccamente. Le sue labbra si sporsero contro il velo, la sua mano inguantata corse in quel punto e lo rialzò. Dopo poco il Porrèna ripetè la frase al Buondelmonti:

— Lei dev'essere superbo delle accoglienze trionfali che riceve il suo connazionale.

Il Buondelmonti che sorrideva tra sè e sè a capo basso, rispose:

— Certamente.

Subito aggiunse:

— Ma per fortuna la scienza non ha patria.

E sorrise al Porrèna affabilmente, rallegrandosi dentro di sè che il viaggio fosse terminato e che quegli s'allontanasse per sempre dalla compagnia sua e di Giovanna.

Allora, o avesse afferrato qualche parola intorno, o ci ripensasse da se stesso, il professor Axerio si rammentò che sua moglie l'aveva accompagnato attraverso l'oceano, la prese per mano e avanzandola un poco disse con quel tanto di solennità che gli parve conveniente:

— La mia signora.

Tutte le fronti s'inchinarono.

Tosto una voce maschia, una bella voce sonora e franca, si levò e disse:

— Ci deve essere a bordo un altro nostro valoroso compaesano.

— Chi? — si lasciò cadere giù per la barba il professore Axerio.

— Lo scrittore Piero Buondelmonti. L'ho letto in un giornale di Roma che ho ricevuto la settimana scorsa.

L'Axerio girò a malincuore gli occhi e accennò il Buondelmonti che stava nella calca. Allora l'italiano di Rio de Janeiro il quale si chiamava Lorenzo Berènga ed era il capo morale della colonia, si fece avanti e andato incontro allo scrittore gli strinse la mano gagliardamente come ad un vecchio amico e disse forte:

— Signor Buondelmonti, io voglio dare un pranzo per festeggiare il suo arrivo e quello del professore Axerio. Lei è invitato per doman l'altro sera.

Tutta la colonia, quantunque il nome di Piero Buondelmonti fosse noto a ben pochi degl'italiani di Rio de Janeiro, seguì com'un uomo solo il suo capo morale, tanto era il rispetto che questi incuteva, e fece atto d'omaggio. E la fama di lui si sparse subito anche fra' brasiliani i quali lo complimentarono. Uno fra gli altri appena ne sentì il nome, drizzò gli orecchi e accorse, perchè le sue opere gli erano note. Era un giovanissimo letterato e giornalista di Rio de Janeiro a cui la natura aveva dato due orecchi aguzzi e due occhi fatti apposta per esprimere l'avidità d'apprendere. Si chiamava Quirino Honorio do Amaral. Da sè medesimo si presentò al Buondelmonti e gli parlò dell'ultimo suo libro con un impeto come se da anni e anni avesse avuto la gola serrata dalla commozione per quell'incontro. Gli occhi gli ridevano come la bocca mentre parlava, e pareva che gli venissero fuori dal teschio, sì aveva il volto ridotto a pelle e ossa e gli occhi a fior di testa orlati di nero e rotondi fra gli orecchi aguzzi.

Fornite le pratiche del porto, i passeggieri dell'«Atlantide» furono liberi di scendere a terra. E quando il professor Axerio e Piero Buondelmonti ebbero posto il piede sulla scaletta di sbarco, qualcuno gridò:

— Evviva l'Italia!

Tutti fecero coro, la scaletta brandì fortemente, la baia rintronò e dall'alto qualche italiano scendendo lacrimò sul mare.

I brasiliani condussero gli Axerio alla villa che la repubblica aveva scelto per loro sul colle di Santa Teresa.


E sul medesimo colle due giorni dopo ci fu nella villa di Lorenzo Berènga il pranzo al quale erano invitati brasiliani e italiani di Rio de Janeiro e di San Paolo. Quando il Buondelmonti giunse alla villa del Berènga, questi lo condusse sulla terrazza dove già stavano il professor Axerio e molti altri. Alcuni si fecero incontro al Buondelmonti, e primo un letterato di Rio de Janeiro il quale gli mostrò il panorama che si godeva di lassù, la valle, la città e le isolette nella baia che già incominciavano a illuminarsi al cader della notte. Il direttore d'un grande giornale di Rio de Janeiro, un signore d'alta statura con una faccia ossuta, grigiobarbuta e un po' insaccata in due spalle strette e montanti, era accanto a loro, guardava con un sorriso di bontà un po' attristita e punteggiava di quando in quando con qualche monosillabo d'assentimento le descrizioni del letterato. Il quale si chiamava Francisco de Faria Lemos e parlava benissimo l'italiano con una voce nasale dolce, lenta e un po' strascicata, e congratulandosi con lui il Buondelmonti, gli raccontò che aveva viaggiato molto in Italia e che aveva avuto sempre tante amicizie fra gl'italiani per via del padre che era stato avvocato del consolato italiano. Accostatosi un signore di aspetto grave e delicato, il Berènga lo presentò al Buondelmonti.

— Il nostro pastore.

Un calabro, di nome Giorgio Tanno, piccoletto e forte, tutto negro d'occhi e di pelame e con una cicatrice che gli scendeva giù dallo zigomo per la gota destra rompendogli la barba, spiegò al Buondelmonti che il Berènga era protestante. Il quale poco dopo presentò un altro invitato.

— Giacomo Rummo, testa calda!

Il presentato, un uomo asciutto e solido, con una faccia ferma e una barbetta a punta rossiccia, chinò appena la fronte e s'allontanò. E il Tanno al Buondelmonti che non ne aveva afferrato bene il nome, spiegò che era un socialista rifugiatosi d'Italia nel Brasile al tempo di moti politici. Il Buondelmonti disse sorridendo:

— Ora capisco perchè s'è allontanato così da me!

Sopraggiunse Quirino Honorio do Amaral e col suo bell'impeto cordiale raccontò al Buondelmonti che aveva fatto annunziar il suo arrivo da tutti i giornali e dar notizie di lui e delle sue opere. Sopraggiunsero gl'invitati di San Paolo. Erano otto o dieci italiani d'ogni regione d'Italia dalla Lombardia alla Sicilia, uomini d'affari arricchitisi con strenua operosità. C'erano tre grandi importatori di prodotti europei, un banchiere, grandi negozianti e padroni di fabbriche tra le primissime di laggiù nel loro genere. Questi col Berènga costruttore e col Tanno padrone di officine e con pochi altri di Rio de Janeiro erano il fiore della colonia e dell'emigrazione italiana, nel Brasile. E il Buondelmonti, mentre stavano pranzando, li guardava, tutti quelli uomini della sua stessa patria raccolti con lui in cima a quel colle lontano dalla patria tante migliaia di miglia; li guardava a uno a uno attraverso la tavola sfarzosa, i fiori e il cristallame sfavillante sotto uno sfolgorio di troppa luce. Aveva accanto a sè Giorgio Tanno e davanti un giovane della Basilicata, di nome Pasquale Mùrola, il quale per amore della patria lasciata nell'infanzia si nutriva la mente di letture italiane, e perciò insieme col fratello aveva fatto al Buondelmonti gran festa sin dal primo incontro sull'«Atlantide», perchè sapeva chi era e quanto valeva. Ora il Mùrola parlava con un importatore di San Paolo che gli sedeva a destra, un siciliano con due occhi vivissimi in una faccia arguta e mobilissima, e il Buondelmonti capiva d'essere l'oggetto del loro discorso, perchè ogni tanto l'uno e l'altro davano un'occhiata di sfuggita verso di lui e sorridevano cordialmente. Fra gl'italiani di San Paolo e quelli di Rio de Janeiro c'era un fervore di conversazioni più forte che non fra conoscenti ed amici i quali si ritrovino dopo lungo tempo e abbiano molte cose da raccontarsi; pareva al Buondelmonti che ritrovandosi gli uni con gli altri, quelli italiani, provassero la gioia di rimpatriare. Gli occhi dell'importatore siciliano, altri occhi italiani, intelligenti e penetranti, scintillavano; squillavano le voci di tutte le stirpi italiane, de' liguri, de' siciliani, de' veneti, de' calabri, de' toscani.

Giorgio Tanno parlava all'orecchio del Buondelmonti d'un comitato della nobile società nazionale che prende nome da Dante Alighieri, fondato da lui e da' suoi amici a Rio de Janeiro pochi mesi prima. Parlava de' disegni che aveva formati per l'avvenire, sullo sviluppo da dare a quel comitato, e di alcune scuole da aggregarvi. Quando ad un tratto discostò dal Buondelmonti la faccia, e la cicatrice gli guizzò dallo zigomo fin sotto il negror della barba infocandosi. Gli occhi s'intorbidarono di ferocia e dalle labbra gli usciron queste parole:

— Perchè io sono italiano!

Poi con la palma aperta si percosse la cicatrice sulla gota e aggiunse:

— Veda! Questo qui lo chiamano il segno di Menelik! Io ero a San Paolo quando l'Italia fece la guerra in Affrica. Ero venuto da poco nel Brasile. C'eran de' moti contro gl'italiani e si gridava viva Menelik! Una volta per una strada m'imbattei in gente che gridava così. Mi scagliai addosso a loro buscandomi una pugnalata qui. Ma uno fu ammazzato da me.

Improvvisamente una voce squillò poco discosto dal Buondelmonti:

— L'Italia è costretta a fare una politica estera vile e la colpa principale è vostra!

E un giovane magro e lungo con un volto magro e lungo si levò scagliandosi contro il socialista Giacomo Rummo. Il quale ribattè:

— La colpa è della borghesia.

Ma l'altro senza dargli ascolto seguitò:

— Bisogna pensare che la lotta di classe si fa in casa, ma fuori c'è la lotta delle nazioni; e a questo voi socialisti non avete mai voluto pensare e avete ridotto tutto alla lotta di classe! Per egoismo di classe avete distrutto la nazione! Ora poi vorreste rovesciare il ministero perchè non parte in guerra contro l'Austria! Voi! Voi che avete sempre gridato contro gli armamenti! Fatemi il piacere!

La voce del giovane magro e lungo, un giornalista italiano di San Paolo, squillava con un che di bleso. Il socialista senza batter ciglio ripetè:

— La colpa è della borghesia. Noi socialisti abbiamo un solo dovere: fare la lotta di classe. Non altro! Toccava alla borghesia che ha il dominio della nazione, a fare una politica nazionale resistendoci e magari schiacciandoci. Noi gridavamo contro gli armamenti? Ma che s'armasse! Non ne ha avuto il coraggio. Ha avuto quel mezzo coraggio che è figliuolo della necessità e della paura: spendere quella quantità di milioni che bastava per far gridare i socialisti, non per mettere la nazione in buono stato di difesa. Cioè, far sì che le cosiddette spese improduttive fossero veramente spese e improduttive insieme. La colpa non è nostra. Stia pur certo che noi saremmo capaci di dare all'Italia una classe dominante più coraggiosa, più gagliarda, più intelligente.

Il Buondelmonti ammirò il socialista e lo approvò dicendo:

— Nel riprovare la borghesia sto con Lei.

Il socialista fissò un momento il Buondelmonti e disse seccamente:

— Tanto meglio.

E si voltò dall'altra parte verso il giornalista che dava le ultime notizie sopra l'agitarsi delle potenze d'Europa, tra le altre l'Italia e l'Austria, che in quei giorni s'era fatto minaccioso per la vecchia pace.

Ma dopo il pranzo il Buondelmonti s'accostò di nuovo al nemico che aveva trovato anche nel Brasile, perchè gl'ispirava simpatia e voleva addomesticarlo. Lo scorse in disparte, in piedi, che fumava tutto solo, gli s'accostò e gli disse riattaccando il discorso:

— Non dubito davvero che loro socialisti sarebbero capaci di dare all'Italia una classe dominante più intelligente e più coraggiosa.

Il Rummo, fronte a fronte, appuntava verso la faccia del Buondelmonti la barbetta rossigna e taceva. Teneva il braccio un po' discosto dal fianco e aveva il sigaro tra le dita che mandava su un fil di fumo. Il socialista fissò a lungo l'imperialista finchè senza levargli gli occhi di dosso gli disse:

— Allora Lei ne morrebbe per la sua borghesia, vero?

— No davvero! — ribattè l'altro. — No davvero! Io non ho spezzato mai una lancia per la borghesia e per gli interessi borghesi; ho spezzato tutte le mie lance per la nazione e per gli interessi nazionali; e se è apparso diversamente, è stato perchè un certo tempo, in buona fede, ho creduto che nella borghesia prima che altrove si potesse risvegliare una coscienza nazionale.

Il Buondelmonti si tacque, si accostò ancora al Rummo e piano e con un sorriso di delicata seduzione gli domandò:

— Non crede alla mia buona fede?

A un tratto il solido e fermo uomo fu scomposto, perchè quella domanda voleva dire che il Buondelmonti teneva in gran conto la sua stima, e in lui la naturale vanità che è nel cuore d'ognuno, fu lusingata. Gli occhi che il Rummo non aveva mai levato dalla faccia del Buondelmonti, sbatterono un po', la barbetta a punta cadde giù e dalle labbra uscì:

— Non ho mai dubitato della sua buona fede!

Poi il Rummo rimase a viso basso come se si guardasse i piedi e dalla sua mano rimasta nello stesso atteggiamento continuava a venir su il fil di fumo. Da ultimo il Rummo rialzando il capo domandò:

— Ha fatto buon viaggio?

Il Buondelmonti rispose di sì e un sorriso fino gli errava ne' precordii.


Parte degl'invitati eran rimasti nella sala da pranzo, parte s'erano sparsi sulla terrazza e per le altre stanze. Tutta la villa era piena di voci e chi passava per le vie del colle e giù nella valle, la vedeva ardere di lumi attraverso le finestre aperte nella caldissima notte. Il padrone di casa stava con altri sulla terrazza e tonava contro l'Argentina, perchè in quei giorni c'erano rumori di guerra tra quella potenza e il Brasile. A pochi alla volta gl'invitati venivano a salutarlo e ad accomiatarsi e tra gli altri venne il Buondelmonti, ma il padrone di casa lo trattenne per la mano ed esclamò:

— Quando sarà in Italia, lo gridi forte che il Brasile è un grande paese e che ha un immenso avvenire! L'Argentina no!

Tutti gl'italiani presenti i quali amavano il paese dove avevan mutato di condizione, approvarono e si scagliarono contro l'Argentina con alte voci, mentre tre o quattro brasiliani che s'erano avvicinati, tacevano contenti nel cuore. A un tratto si sentì la voce del Berènga chiamare:

— Bruna!

E il Buondelmonti scorse in un giardinetto che era sotto la terrazza, una forma femminile e sentì una voce che rispose ardita:

— Mi vuoi, zio?

— Vieni su.

La forma femminile balzò, volò, sparve, riapparve sulla terrazza. Era una giovinetta che aveva un volto asciutto e olivigno, le ardeva negli occhi il cuore, e un leggiero ansito le alzava il petto per la corsa fatta tutta d'un fiato dal giardino in su. Il Berènga l'attirò a sè e mettendole le grosse dita villose dentro i capelli e piegandole il viso verso il Buondelmonti le disse:

— Vedi là un bravo italiano.

Bruna fissò il giovane e gli occhi le ridevano sì forte che pareva lo deridesse. Ma ad un tratto le sue labbra dissero:

— È il signore che taglia?

— No! È il signore che scrive.

E il Berènga aggiunse a Piero:

— Le ho parlato di Lei e del professore.

Gli occhi di Bruna non lasciarono Piero, le sue labbra aggiunsero:

— Italiano!

E tacque con i capelli ancor nella branca dello zio, fremendo di riprender la corsa. Pure, teneva il capo fermo e aveva sotto le ciglia uno sguardo lungo che andava lontano. E di nuovo le uscì dall'ardor del riso:

— Italiano!

Lo zio disse al Buondelmonti:

— L'ho lasciata crescere in libertà questa polledra selvaggia, però!... dimenticar l'Italia no! Amare questo paese dov'è nata, sì, ma non dimenticare l'Italia! Ho voluto che studiasse bene l'italiano, la geografia, la storia d'Italia, e che conoscesse Dante; ho voluto che facesse quello che noi non potemmo fare alla sua età. Io non posso tornare in patria, ma ci torno così: cercando di tener vivo l'amore della nostra patria, in questa creatura del mio sangue.

Tacque, la fissò, le piegò il capo all'indietro con l'una mano, le attanagliò il mento tra il pollice e l'indice dell'altra, disse:

— Ma è proprio de' Berènga, vero?

La giovinetta strise e rise, la maschera de' Berènga guizzò sulla sua faccia. Lorenzo Berènga aveva, d'un rilievo straordinario, dalla fronte al mento, l'impronta de' veri uomini di lotta e di conquista: l'impronta della volontà risoluta, aggressiva e dura; egli aveva dal mento quadrato alla fronte quadrata una sagoma facciale diritta come il taglio d'una spada. Ei tenne ancora Bruna col capo riverso, la contemplò a lungo, poi impetuosamente la baciò e disse al Buondelmonti:

— È figlia d'un mio fratello ucciso nell'Uruguay durante l'ultima rivoluzione.

E prese a raccontare del fratello e di se stesso. Con questo fratello maggiore e con le braccia soltanto, a dodici anni era venuto nell'America del Sud e prima erano sbarcati a Montevideo dove il fratello era rimasto, e poi lui era venuto a Rio de Janeiro dove aveva lavorato anni e anni da muratore finchè era riuscito costruire per conto suo e più volte era stato buttato a terra da colpi di fortuna, ma s'era sempre rialzato e in vent'anni nella capitale del Brasile aveva fabbricato forse più di mille case e palazzi. Lorenzo Berènga concluse:

— Mio fratello Giovacchino a Montevideo ha fatto di tutto, ha provato tutto ed è morto nella strada d'un colpo di pugnale; ma in altri tempi sarebbe diventato un Napoleone. Io mi sentivo un cencio a petto suo.

Il Buondelmonti guardava il costruttore. Questi aveva una statura poco più alta della media e membra proporzionate, ma per effetto forse d'una mirabile giustezza di proporzioni, appariva più grande, un che di grandioso era in lui, appariva ancora fortissimo oltre i cinquant'anni, ed era in lui un che di formidabile. Il Buondelmonti guardava soprattutto i fasci di muscoli che avevan le sue ciglia di qua e di là dal naso largo, massiccio, diritto, senza scavo all'attaccatura frontale. Quando Lorenzo Berènga cessò di raccontare della sua vita e del fratello ucciso, aveva la faccia un po' in avanti e non guardava nessuno. Il Buondelmonti vide che quella faccia ora metteva paura. Qualcosa di terribilmente feroce stava nell'occhio torbido sotto i fasci de' muscoli cigliari contratti e fermi come se fossero stati di ferro. Il Buondelmonti guardò ancora e scorse in quell'occhio feroce qualcosa di doloroso. A un tratto queste parole uscirono dalle grosse labbra del Berènga:

— Si è in esilio qui, si lavora e si combatte in esilio.... altro clima, altra lingua, altra gente e famiglia nuova.... Dir l'inferno di chi è solo a combattere!

Furono pochi attimi. Riapparve l'uomo cordiale e festoso dell'«Atlantide», l'occhio rischiarato. Con la sua franchezza disse al Buondelmonti:

— Lei vuol andarsene, se ne vada; si ricordi che casa mia è casa sua.

E aprendo la mano aggiunse a Bruna:

— Vattene anche tu.

La fanciulla scosse la chioma liberata e fuggì. Ma lo zio la richiamò ancora, ed ella si voltò domandando:

— Mi vuoi?

Negli occhi le bruciava un fuoco di riso.

Lo zio le disse:

— Cogli de' fiori per il signore, quando passa. Ma intendiamoci! Non spogliare il giardino!

— Sì.

E fuggì. Il Berènga disse al Buondelmonti:

— Mio fratello quattro volte fece fortuna e quattro la distrusse. Una volta prestò tutti i suoi risparmi a un amico e non riebbe più nulla. Se io dico a Bruna di portarmi de' fiori, mi spoglia il giardino. Ha come mio fratello la mania di donare. Ultima fiamma del sangue nostro!


Il Buondelmonti quando lasciò la villa in compagnia di Quirino Honorio do Amaral, era ammutito. Rivedeva l'occhio del Berènga torbido di ferocia e di dolore, si ricordava dell'altro occhio del Tanno e della cicatrice del pugnale guizzante sotto il negror della barba. Gli ritornavano in mente le parole del Berènga:

— Altro clima, altra lingua, altra gente....

Era l'emigrante dell'«Atlantide». Lo rivide sopra un'altra nave, in mezzo all'oceano, a dodici anni, col fratello e le braccia soltanto.

Gli riapparvero gli emigranti con i quali aveva viaggiato, e, subito dopo, gl'italiani di San Paolo e di Rio de Janeiro con i quali aveva pranzato quella sera. E ancora risentì le parole del Berènga:

— Soli a combattere!

E a un tratto afferrò la condizione di quelli uomini: ognuno di loro era solo in mezzo alla vita collettiva del paese straniero; ognuno di loro valeva per la sua forza individuale, assente quella che centuplica tutti: la forza nazionale. Dispersi membra tronche.

Subito gli balenò e gli si fissò in mente la verità piena con queste parole:

— Sono così forti! Che avrebbero fatto, se ognuno avesse avuto con sè la forza nazionale? Invece, la patria li diminuisce.

Rivide la cicatrice sulla gota del Tanno, risentì l'insulto lanciatogli in faccia: — Evviva Menelik!

Il Buondelmonti gridò dentro di sè:

— Razza di cani! Quando vollero che l'Italia restasse sconfitta da un selvaggio, non pensarono a questo. Non pensarono che tagliavan le braccia a tanti milioni di disgraziati dispersi per il mondo! E ora l'Italia manda il medico sulla nave a pesar loro il cibo e l'aria e medicar le piaghe! Per quindici giorni, razza di cani!

A un tratto dal cancello della villa, nel buio, vide balzarsi dinanzi una forma femminile, Bruna con le mani piene di fiori. E dati questi, la giovinetta come presa da follia si mise a correre qua e là e a cogliere, a cogliere altri fiori. Il Buondelmonti diceva:

— Basta!

Ma Bruna continuava a coglier fiori senza parlare.

III.

Piero la mattina dopo mandò de' fiori a Giovanna e un biglietto nel quale la pregava di dirgli quando poteva andare a farle visita. Giovanna ringraziandolo gli rispose che gli avrebbe scritto per avvertirlo, e Piero che s'aspettava l'invito per quel giorno stesso, rimase male e si domandò: — Che accade? — Per più mattine aspettò la posta, ma la lettera di Giovanna non giunse. Egli lasciava triste l'albergo e soltanto riusciva a vincere ancora la sua tristezza visitando le scuole e i sodalizi italiani di Rio de Janeiro accompagnato da Giorgio Tanno, dai fratelli Mùrola e da altri e talvolta anche dal socialista Giacomo Rummo. Questi era segretario d'un sodalizio intitolato l'«Operaio Italiano» e quando il Buondelmonti andò a visitarlo, gli fece il viso dell'armi come al pranzo del Berènga: in fretta e furia gli mostrò le sale per puro dovere di ufficio, gli dette alcune notizie sull'origine e l'andamento del sodalizio e lo piantò lì insieme con gli altri che l'avevano accompagnato.

Un'altra volta il Buondelmonti trovò il Rummo sulla porta d'una scuola insieme con altri che lo aspettavano per riceverlo. Era una scuola d'infanzia, vi erano trenta o quaranta bambini, i figli degli italiani nati nel Brasile, i figli degli emigranti che avevano attraversato l'oceano per cercar fortuna. Erano trenta o quaranta bambini macilenti ed esangui, una sorta d'omuncoli malati in cui s'era già spenta negli occhi e nei gesti ogni vivacità italiana. Avevano ancora negli occhi un'ombra degli italiani del mezzogiorno, un orlo intorno alle palpebre d'un bel nero morato che tanto più risaltava nell'esangue macilenza dei volti. Il Buondelmonti n'interrogò alcuni e domandò loro il nome del padre e della madre e che cosa facevano, e ogni bambino rispondeva il mestiere del padre e della madre non in italiano, ma in brasiliano. Il Buondelmonti dimandò loro a uno a uno:

— Sei italiano o brasiliano?

E tutti quei bambini dai sei ai dieci anni a uno a uno risposero:

— Brasiliano.

Il Buondelmonti si rivolse al loro maestro. Questi era un giovanotto sui vent'anni bello e forte, oriundo d'Italia e nato nel Brasile. Il Buondelmonti rimase con gli occhi stupefatti a guardarlo, perchè gli parve d'assistere ad una metamorfosi. Il giovanotto aveva tutte le fattezze e la struttura e i bei colori ancora dell'italiano, ma già una lentezza, simile a quando prende il sonno, l'aveva occupato, ed era così visibile che pareva l'occupasse in quel momento. Al Buondelmonti parve di assistere al trasformarsi dell'italiano in uomo d'altro clima. Proprio come quando un colore si muta in un altro, l'italianità era ancora e già mancava. Il Buondelmonti voleva dir qualcosa al maestro intorno al suo metodo d'insegnamento, ma non gli disse nulla, scrollò le spalle e uscì dalla scuola.