IL MUTO DI GALLURA


ENRICO COSTA

IL MUTO DI GALLURA

(RACCONTO STORICO — SARDO)

SECONDA EDIZIONE

TEMPIO
TIPOGRAFIA EDITRICE DITTA O. TORTU


PROPRIETÀ LETTERARIA



[INDICE]


A Medardo Riccio

Hai voluto gentilmente dedicarmi il tuo Testamento del Diavolo, e te ne ringrazio. Permetti dunque, che anche io ti dedichi il mio Muto di Gallura, in pegno di quella salda amicizia che da molti anni ci unisce.

Ed ora — prima di cominciare — lascia che io faccia una dichiarazione, che credo necessaria per coloro che avranno la pazienza, o la bontà di leggere le mie pagine.

Non ho scritto un romanzo. I fatti che io narro sono veri; — veri nei particolari, nei nomi dei personaggi, nei luoghi dell’azione, nei tempi in cui accaddero, e fin nei dialoghi che riporto. I galluresi potrebbero farne fede.

Insomma in generale ho voluto narrare la storia delle inimicizie di Aggius nei sette anni che corsero dal 1849 al 1856; e in particolare quella di Bastiano il muto — uno dei personaggi che vi presero più larga parte.

L’esigenza storica dei fatti mi ha costretto a far menzione di scene di sangue, che ben volentieri avrei taciuto, se lo scopo della mia pubblicazione non fosse quello di far rilevare da quali cause leggere ebbero ben spesso origine le sanguinose vendette che afflissero in ogni tempo le generose e forti popolazioni della Gallura, e specialmente di Aggius, le quali trascesero negli odî, anche per colpa dei Governi che le trascurarono sempre.

La politica d’allora corrotta e corruttrice, non faceva che avvilire quegli uomini fieri, concedendo l’immunità ai più feroci banditi, a solo patto che catturassero o uccidessero a tradimento i loro compagni; onde accadde non di rado, che un assassino volgare riacquistasse facilmente la libertà, uccidendo colui, che solamente si era fatto omicida per vendicare l’onore della propria famiglia.

Vincolato da una promessa ai cari amici di Gallura, oggi l’ho sciolta come meglio ho potuto, suggellandola col tuo nome.

Se a te ed a loro il mio Muto di Gallura riuscirà a manifestare l’affetto che vi porto, avrò motivo di compiacermene. Potrò dirvi con orgoglio: — Son riuscito a far parlare un muto!

Sassari 15 Luglio 1884.

ENRICO COSTA


PARTE PRIMA PRELUDIO

Nell’ombra

A passi lenti, chiuso ne’ suoi pensieri, camminava per ore ed ore, alla ventura.

Di colle in colle, di balza in balza, egli si agirava per quei dintorni, ma finiva sempre per ritornare al punto donde era partito: ad uno speco, chiuso fra tre blocchi di granito, intersecato da folte macchie di rovere e di lentischio.

La notte era buia, quantunque il cielo fosse stellato; ma quell’uomo era pratico dei sentieri e dei burroni che conosceva palmo a palmo.

Sotto il cappuccio tirato sul viso, i suoi occhi mandavano lampi; dalle falde del corto cappotto di orbace usciva la tersa canna del suo fucile, compagno indivisibile nella sua solitudine: unico amico a lui rimasto fedele nei giorni della sventura.

Assorto in cupe meditazioni, egli teneva gli occhi fissi nel fiocco lumicino, che appariva in una casetta posta sull’altura di S. Gavino di pietra Màina.

Quel punto luminoso era la mèta de’ suoi pensieri — la causa delle sue smanie.

Il cielo era stellato; ma che importava a lui del cielo? — nessun astro in quella notte scintillava come il lumicino che rompeva l’ombre addensatesi sulla terra.

Tratto tratto quell’uomo sussultava nascondendo il volto fra le mani; e poi rialzava la testa per fissare di nuovo la finestra lontana, con uno sguardo che tradiva l’interna battaglia di un’anima esacerbata. Nell’espressione del suo volto leggevasi il contrasto di opposti sentimenti: odio ed amore — vendetta e perdono.

Appariva smanioso, perplesso. La lunga notte non era bastata a dargli consiglio. Forse attraversava uno di quei punti fatali che dividono la generosità dal delitto: uno di quei momenti che possono fare dell’uomo un eroe od un assassino, decidendolo cioè a sacrificare sè stesso per il bene altrui o gli altri per il proprio bene.

Il filo di luce era sparito dall’imposta socchiusa; e non pertanto quell’uomo continuava a guardare nell’ombra, come se vedesse ancora la pallida fiammella che gli brucciava l’anima e il sangue.

Stava alcuni istanti immobile, poi si alzava d’improvviso, gesticolava come un matto, riponeva sotto braccio il fucile, e ricominciava le sue escursioni, per ritornare al suo covo di belva. Sparviero irrequieto, parea volesse librare il volo intorno al gruppo di casette, per uccidere, o per essere ucciso. — Quella notte gli sembrava eterna e stanco e intirizzito guardava le vette del monte Spina, invocando la luce del giorno.

Più volte, con moto febbrile, aveva strappato dal nudo petto una medaglia di bronzo, che andava coprendo di baci e di lacrime; ed ogni volta parea ne risentisse un refrigerio alle sue smanie. Quale arcana virtù si celava dunque in quel pegno, compagno fedele de’ suoi dolori? Era forse un sentimento religioso quello che si ridestava in lui? No: perocchè a quell’uomo non avrebbero potuto insegnare una preghiera — nè mai egli aveva pregato!

Quell’essere misterioso era Bastiano Tansu, un giovane bandito soprannominato il terribile; — quel gruppo di case era l’Avru: uno dei cento stazzi seminati fra Bortigiadas ed Aggius; — quel giorno era il sesto di luglio 1857.

Il giovine bandito manifestava le sue smanie col movimento convulso delle braccia, col lampo delle nere pupille, e col grido inarticolato che gli usciva dalle labbra, come ruggito di fiera innamorata e gelosa. — Nè altrimenti avrebbe potuto manifestarle, perocchè era sordo-muto fin dalla nascita.

La causa intima delle sue smanie era la bella figlia di Anton Stefano il pastore. Più volte quel giovane era stato accolto nello stazzo dell’Avru, dov’era stato presentato da un suo cugino — Pietro Vasa. Al bandito che erra per la campagna, inseguito dalla giustizia, non si nega un asilo; e l’ospitalità è sempre inviolabile su quei monti di granito; essa è un culto, una religione, un bisogno dell’anima.

In quella casetta Bastiano aveva conosciuto Gavina — e con Gavina un affetto fino allora ignorato.

Nè Gavina aveva raggiunto i diciott’anni — nè Bastiano i trenta. Erano giovani entrambi.

Le smanie del bandito, in quella notte silenziosa, erano giustificate da una speranza che vedeva ad un tratto svanire. L’idea di un amore corrisposto lo aveva reso frenetico; delirante, pazzo. In mezzo ad una vita di martirio, vissuta nella miseria e nell’abbiettezza, egli per la prima volta aveva avuto orrore de’ suoi delitti. Da sette anni che batteva la campagna, era sempre stato il terrore dei dintorni. Quando si era vendicato del suo primo nemico, oltrepassava di poco i vent’anni, ma aveva molto vissuto — perchè soffrire è vivere lungamente.

E il suo era stato un crudele disinganno! — Da poco Bastiano si era ritirato dalla via del delitto — e già stava per rimettervi il piede. Da quattro giorni quell’infelice si aggirava intorno allo stazzo dell’Avru per consumarvi un delitto — e per quattro giorni aveva lottato incessantemente con una forza misteriosa che tratteneva il suo braccio.

Ma l’alba tremenda stava per spuntare, ed egli l’aspettava con ansia paurosa.

Fidente in un nuovo avvenire, immemore di un triste passato, aveva per un istante sorriso alla donna. L’amore gli aveva fatto balenare la speranza d’una riabilitazione; ma fu delirio di un’ora.

Ferito nel profondo del cuore aveva giurato di vendicarsi — e la sua parola era sacra! — La vendetta gli aveva suggerito quattro vittime da colpire — ma a Bastiano bastava una sola. Quale? Ecco la sua tortura, il suo martirio! Fino a quella notte aveva esitato, lottando disperatamente con la propria coscienza ma la coscienza dell’uomo aveva sempre ceduto all’istinto della belva.

E la belva aveva designato la sua vittima.

Ma chi era costui, additato da tutti come il terrore della Gallura, come il feroce tra i feroci? Qual fu la sua vita? Qual forza di eventi lo trasse così giovane sulla via del delitto? Perchè la maledizione degli uomini lo perseguitò nel suo cammino, con un odio che sopravisse alla sua morte — ad una morte più misteriosa della sua vita?

I fili di quella esistenza erano collegati ad uno di quegli odii di parte che in ogni tempo resero famosa la Gallura in generale, ed Aggius in particolare.

In attesa dell’alba tanto invocata dal giovane bandito, accenneremo ad una storia di sangue, che potrebbe definirsi il complesso di molte storie.

II. Aggius

Gli abitanti dell’estremo lembo della Sardegna settentrionale hanno un tipo speciale, caratteristico. La loro immaginazione è fervida, il loro carattere energico, la loro tempra d’acciaio. Hanno una naturale tendenza alla poesia e i loro canti sono ispirati o da sentimenti malinconici, o da un umorismo satirico. Tenaci nell’amore quanto nell’odio, una sola parola basta per intenerirli — una sola parola per eccitarli all’ira. Risentono molto del carattere dei côrsi, dei quali hanno lo slancio, la temerità, il coraggio.

E côrsi diconsi i primi abitatori della Gallura. È detto nella narrazione di Pausania, che essendosi accesa tra i côrsi una sedizione, la parte più debole dovette cedere e rifugiarsi nella vicina Sardegna. Sebbene il Fara voglia derivata questa popolazione dai Galli condottivi coloni e il Landino da certi pisani che avevano un gallo per insegna, e il Nurra dai Galluri, nome dato dai côrsi agli africani ed iberi disertati dalle insegne puniche dopo la conquista dell’isola, pure è certo che la versione di Pausania è sempre la più probabile, se non la più vera; perocchè i galluresi hanno molta analogia cogli abitanti dell’antica Cirnus, coi quali hanno comune la fisonomia, la lingua e il carattere.

Fin dai tempi remoti la Gallura fu teatro di odii atroci e di tremende vendette. Per cause tavolta assai frivole, gli abitanti si dividevano in distinte fazioni, per dilaniarsi a vicenda.

Di generazione in generazione veniva trasmessa la vendetta; nè rare erano le madri che mostravano ai teneri figli la camicia insanguinata del padre per mantener vivo nei loro petti l’odio al nemico; perchè potessero freddarlo, divenuti adulti. Ond’è che scene di sangue funestarono assai spesso quella terra poetica, dove i canti dell’amore venivano alternati, o confusi, coi canti dell’odio e della vendetta.

Nella Gallura, oltre la città di Tempio, sono cinque villaggi principali: Aggius, Bortigiadas, Luras, Calangianus, S. Teresa[1]. La maggior parte però della popolazione è sparsa per l’estesa campagna, in gruppi di due, tre, o quattro case cui si da il nome di stazzo — specie di ovile isolato, dove vive un’intera famiglia di pastori. Gli stazzi sono aggruppati fra loro sotto il nome di cussorgie; le cussorgie sono in gran parte riunite in Cappellanie, o parrocchie rurali ausiliarie, istituite dal Conte Bogino sotto il regno di Carlo Emanuele III, verso il 1759.

Secondo l’Angius, le Cussorgie della Gallura sono 188; le quali comprendono 1568 stazzi, sotto sette parrocchie, cioè: S. Teodoro — S. Maria Maggiore — S. Pasquale — S. Francesco d’Aglientu — La Trinità di Agultu — S. Maria, appartenente a Castelsardo.

*

Aggius è uno dei più caratteristici villaggi della Gallura, tanto per la sua curiosa giacitura, quanto per i suoi abitanti fieri, nervosi, e un dì implacabili nei loro odi secolari.

Questo villaggio era già uno dei componenti il feudo di Gallura, e apparteneva ad un barone spagnolo. Nell’ultimo censimento del 1881, contava 2420 abitanti; di cui, soli 500 in paese, e 1920 sparsi nei suoi 459 stazzi, non compresi i 95 oggi disabitati.

Aggius ha le abitazioni brune — come Tempio, come Bortigiadas, come Luras, e come Calangianus; perocchè le sue case sono costrutte con blocchi squadrati di granito, ben di raro intonacate di calce. All’intorno ha una vegetazione piuttosto lussureggiante; ma la sua natura è triste e fredda, come le sue case di granito. I boschi d’elci, di querce e di sugheri gli danno un aspetto singolare. Sorride, è vero, tra le terre sabbiose e i grigi macigni rigogliosa la vite — ma è un sorriso melanconico che risente del broncio delle vecchie quercie, cariche d’anni e di ghiande. Quà e là in mezzo a foreste vergini, o a vigne deliziose, tu scorgi qualche masso imponente lanciato sulla terra, non sai come, perchè, nè da chi; — lo diresti caduto per atterrire i vecchi sughereti o i giovani pampini.

Nella Gallura tu vedi uomini alti, asciutti, nervosi, dal volto arsiccio e dall’occhio fiammeggiante; — vedi dappertutto colossi di granito che sfavillano al sole, come fossero tempestati di diamanti; — vedi giganti vegetali dalle chiome folte, che van mostrando i loro rami contorti e i loro tronchi anneriti dai secoli. La natura ha colà un’intonazione perfetta: i suoi tre regni sono l’espressione della forza. Quegli uomini robusti e pieni di vigore li diresti nati dalle nozze misteriose della quercia e del granito, sotto l’ira delle tempeste: essi risentono dell’una e dell’altro.

Però, se il loro dialetto è una musica, se dolce è la loro parola, ben amaro talvolta è il loro sorriso: amaro come il loro miele, — curiosa specialità di quell’alpestre regione.

E queste tre forze della natura han pur esse le feconde carezze della grazia e della bellezza. Le fanciulle più seducenti, dalla carnagione bianchissima, dagli occhi espressivi e dalle forme gentili, sorridono innamorate a quegli uomini fieri e robusti; — l’edera più tenera stringe nelle sue spire affettuose i tronchi delle quercie secolari; — e la felce, piena di vita, si affaccia sorridente fra i neri graniti delle case, per adornarle co’ colori della speranza.

Il paese di Aggius è addossato ad una strana catena di montagne che sembrano create per difenderlo. Diresti che non siano gli uomini che abbiano fabbricato il villaggio a piedi di quella catena; ma piuttosto la natura che abbia costrutto quella barriera granitica alle spalle di Aggius.

Quei monti hanno forme bizzarre, e ti fanno pensare al famoso Resegone di Lecco, immortalato dal Manzoni. Essi ergono al cielo le creste nude, frastagliate, capricciose; e gli abitanti guardano con un certo orgoglio quelle punte — taglienti e aguzze come il loro ingegno, come la loro lingua, come il loro coltello.

Veduto da lontano, circondato da quella catena di monti, il paese d’Aggius sembra una vittima designata al martirio. Sono sette le punte principali che emergono dalla corona di spine, che l’avverso destino ha posto sulla fronte d’Aggius, quasi a presagio delle sventure che dovevano colpire il maledetto dagli uomini e da Dio; sette punte che potrebbero significare gli altrettanti dolori che tormentarono quella povera madre di figli sventurati, più che colpevoli.

Fra il monte Tummèu-Soza, il Monte Tronu, il monte Fraite, e il monte Pinna, s’erge maestoso, e più imponente di tutti, il monte della Crocetta, le cui creste sovrastano quasi il villaggio. Sulla punta più alta di granito, che minacciosa sembra guardare il paese, vedesi una croce di legno, la quale attira l’attenzione e la curiosità del viaggiatore. Quel simbolo ha dato il nome al monte; esso impressiona la vecchierella, la quale non può guardarlo senza farsi il segno della croce, e senza mormorare la preghiera dei morti.

III. Il Monte della Crocetta

Una tradizione popolare (che corre tutt’ora sulla bocca dei vecchi) narra, che il diavolo abitasse un tempo sulla vetta di questo monte. Egli, di tanto in tanto, si compiaceva d’affacciarsi ai massi di granito per guardare con occhio di fuoco il sottostante villaggio.

In quei giorni nefasti sentivasi soffiare un vento gagliardo, che, pur venendo da levante, recava dal Limbara ricoperto di neve il suo alito glaciale. E mentre gli abitanti d’Aggius si sentivano il corpo intirizzito, il diavolo alla sua volta soffiava sulle anime loro, suscitandovi pensieri d’odio, di vendetta, di sangue.

Si diceva che gli aggesi fossero in origine d’indole serena e tranquilla e che lo spirito infernale, volendo dannare le loro anime, avesse preso stanza nella reggia di granito, ch’era in cima del monte; e si compiacesse, nelle notti insonni, di tribolare quei poveretti.

Le vecchie tremavano di paura nel loro letto, e recitavano il rosario sotto le coltri, mentre il vento furioso urlava dalle fessure delle imposte. Il figlio dell’inferno, non potendo chiuder occhio, si divertiva a turbare il sonno dei figli della terra.

Ogni tanto il diavolo — a quanto asseriscono i vecchi — si affacciava alla rupe; e dopo aver annunziata la sua presenza con un rullo sordo e prolungato, gridava per tre volte rivolto al villaggio.

« — Aggius meu, Aggius meu; e candu sarà la dì chi ti zz’aggia a pultà in buleu?[2]

La minaccia diabolica era il pronostico della distruzione del paese; e il rullo prolungato che la precedeva significava che un uomo era designato a morire di morte violenta. Così almeno diceva la tradizione.

Figuratevi lo sgomento della popolazione! Si ricorse al parroco; si chiamarono a consulto i ragionanti del paese; ma sempre invano. Il diavolo non se ne dava per inteso, e continuava a tormentarli.

Verso la metà del secolo XVIII, ad un zelante missionario capitato ad Aggius, venne l’ispirazione di piantare una croce di ferro sul monte, per far fuggire il demonio.

Narra la leggenda popolare, che in quella notte spirò un vento così gagliardo che sradicò molte quercie secolari e fece precipitare dai monti più d’un masso di granito. Tutte le case tremarono dalle fondamenta, ma la croce stette salda sulla punta del monte.

Udendo quel baccano infernale i popolani corsero al Rettore; il quale li rimandò a casa tranquilli, dicendo loro:

— Non temete è il diavolo che prepara le valigie per tornarsene all’inferno. Non verrà più a tormentarci.

Pare però che il diavolo non volesse rinunziare alle due mila e più anime, di cui aveva giurata la perdizione. Aveva bensì abbandonato il monte della Crocetta, ma forse per ricoverarsi sul monte Fralle, o sul monte Pinna, donde, come per il passato, continuò a soffiare il suo livore sulle anime dei buoni aggesi; i quali, alla loro volta continuarono a dilaniarsi l’un l’altro, spargendo il terrore nella Gallura.

*

Negli ultimi giorni di luglio dello scorso anno (1883) volli fare la salita del monte della Crocetta per esaminare i luoghi ch’io voleva descrivere. È impossibile immaginare i disagi ed i pericoli cui si va incontro, arrampicandosi lassù, per quei massi giganteschi che ad ogni istante minacciano precipitarvi addosso. È impresa veramente temeraria tentar l’ascensione del monte a parte di levante, com’io l’ho tentata per consiglio di una guida inesperta. Dovetti saltar di blocco in blocco, strisciar carponi come biscia, aggrapparmi colle unghie ai graniti, abbrancare arbusti e lentischi per poi lasciarmi cadere nel vuoto chiudendo gli occhi; — insomma sforzi inauditi ed esercizi ginnastici che solo potrebbe tentare un disgraziato inseguito dall’umana giustizia. Ma vi ha di più: una volta incominciata la salita, bisogna continuarla perocchè il tornare indietro è lo stesso che sfidare il pericolo di uno sfracellamento.

Era la prima volta che io visitava il monte della Crocetta — e posso assicurarvi che fu anche l’ultima. Arrivato lassù dopo due ore di stenti, respirai a pieni polmoni, ed esclamai dal profondo dell’anima:

— Sono veramente in casa del diavolo!

Su quel monte vidi tre cose: la croce del missionario — la conca della Madonna — e il tamburo del demonio.

La croce del missionario è infissa sopra un masso gigantesco, quasi isolato, che misura da venti a trenta metri di altezza, e che forma il cucuzzolo del monte, bersagliato dai fulmini e dai venti. In origine quella croce era di ferro; e vi durò oltre mezzo secolo — finchè un giorno, schiantata dalla folgore, fu sostituita con altra di legno, che viene rinnovata ogni due o tre anni.

La conca della Madonna è una specie di nicchia naturale scavata nel granito. Dicesi che la Madonna vi abitasse qualche volta, per tener lontano lo spinto delle tenebre.

Il gran tamburo (lu tamburu mannu) è una gran lastra di granito, a base convessa, la quale posa sopra un blocco spianato. Basta salire sull’orlo, e far forza col corpo, perchè la pietra oscilli, dondoli, e produca un rullìo cupo, sordo, continuo, come il mugolìo d’un tuono in lontananza. Il gran tamburo d’Aggius ha molta analogia colla famosa Pietra ballerina di Nuoro; la differenza è una sola: quest’ultima, da parecchi anni non balla più — quello invece continua a suonare.

A memoria dei più vecchi, questo tamburo è sempre esistito, e gli si annettono non so quali malefici influssi. Dicono, per esempio, che allorquando si ode il suo rullo, è indizio certo che una persona è morta o deve morire di morte violenta.

Il parroco d’Aggius ebbe un bel mostrare la croce ai superstiziosi, per persuaderli che il diavolo se n’era andato! — Essi continuarono ad affermare che il demonio passeggiava sempre sulle sette punte, che sovrastano il loro infelice paese.

E la loro credenza era purtroppo convalidata dai fatti; perocchè la Gallura continuava ad essere funestata da moltissimi delitti, consumati sotto il patrocinio del diavolo. E ben poteva affermarlo l’estesa campagna che da Sedini si stende fino a Bortigiadas, da Bortigiadas alla Trinità di Agultu, e dalla Trinità all’estremo litorale che corre tra Castelsardo e l’Isola Rossa.

Fu il diavolo, difatti, che sul monte Fraile protesse i falsi monetari che vi ebbero la fucina nel 1639; — fu il diavolo che inspirò il terribile bandito Giovanni il Gallurese, ucciso nel 1657, mentre usciva dalla casa della sua ganza d’Osilo; — fu il diavolo che sul monte Cùccaro rese invulnerabili alle armi regie tutti i malandrini che vi si annidavano dal principio alla fine del secolo XVIII; — fu lui che protesse il terribile Antonio Pompita: — fu lui che nel 1800 gettò lo sgomento nelle terre d’Aggius, fomentando le fazioni dei Mamia, degli Addis, dei Malu e dei Biancu; — fu lui che nel 1808 eccitò gli aggesi a ribellarsi con mano armata contro la legge della coscrizione; — fu lui che entrò nel corpo dei traditori Stefano Buchicara, Don Giacomo Alivesi, e Giovanni Mazzoneddu, quando il primo nel 1557, il secondo nel 1671, ed il terzo nel 1802, fingendosi amici consegnarono al carnefice le teste di Lorenzo Judas, del Marchese di Cea, e di Francesco Cilocco!

Ma nessuno era riuscito a domare quegli spiriti turbati dal demonio. Lo stesso fra Gavino Achena d’Ozieri — il celebre missionario e poeta — non potè con la sua voce e i suoi strattagemmi comporre le inimicizie di Aggius. Ond’è che nell’Agosto del 1766 il vicerè Balio della Trinità faceva conoscere, con un pregone che S. M. Carlo Emanuele aveva in animo di schiantare il villaggio e gli abitanti di Aggius[3] — ond’è che il Conte di Moriana, governatore di Sassari, nel luglio del 1802, proponeva a suo fratello Carlo Felice di ridurre in cenere il villaggio, dividendo gli abitanti fra diverse popolazioni fuori della Gallura[4] — ond’è finalmente che, per i tanti delitti commessi, il paese d’Aggius (come nota lo Spano) veniva designato in un pregone vicereggio quale il più feroce dei villaggi sardi!

— Finchè non si metteranno croci su tutte le punte dei nostri monti, i figli d’Aggius saranno sempre tormentati dallo spirito infernale.

Così dicevano i vecchi del paese, sempre quando un nuovo fatto di sangue veniva a turbare quelle povere popolazioni.

IV. L’Infanzia del Muto

Bastiano Tansu era figlio di modesti pastori di Aggius. Aveva parecchi fratelli — alcuni maggiori d’età, altri minori di lui.

La sua infanzia era stata tempestosa; perocchè fin dai primi anni ebbe a soffrire molte umiliazioni per la sua imperfezione fisica. I suoi compagni lo maltrattavano, o lo deridevano; nè tardò ad accorgersi ch’era un uomo incompleto.

Nei trastulli infantili era sempre scartato — nelle dispute sempre percosso.

Talvolta coi gesti e gli urli cercava persuadere i compagni della loro ingiustizia: ma chi comprendeva gli urli e le smorfie di quel disgraziato? Nessuno. Egli piangeva e si disperava — e quelli credevano che facesse uno scherzo; egli supplicava invocando un po’ di compassione — e quelli credevano insultasse. Infelice! — altro mezzo non gli era dato per manifestare i suoi pensieri, all’infuori di quegli urli e di quei guaìti i quali non facevano che provocare l’ilarità, o la celia.

Bastiano si raccoglieva in sè stesso. Tra lui e il mondo esteriore non c’era alcun rapporto. Egli non poteva manifestare agli altri i suoi pensieri — nè gli altri a lui. Era dunque centro d’un mondo tutto suo, e discorreva soltanto con la propria coscienza.

Tuttavia, non poteva intieramente rinunziare a quei trastulli che formano il passatempo dell’età infantile. Era sempre co’ i suoi compagni; e andava con essi a sorprendere il nido degli acquilotti sulle vette del monte Pinna o del monte Fraile; oppure si dava a correre in mezzo ai cespugli per far raccolta di corbezzoli d’oro o di ginestre fiorite, che tanto abbondano in quei dintorni. La sua parte di divertimento era la più modesta — ma gli bastava, ormai si era abituato agli altrui motteggi, o all’altrui indifferenza, e fingeva non badarvi.

Col crescere degli anni però, il suo carattere e le sue abitudini si erano modificati. Alle felici accondiscenze era subentrato un orgoglio insolente. Bastiano entrava nel periodo della reazione; La sordità lo aveva reso diffidente — la mancanza di lingua lo aveva reso irascibile. Veduto che i suoi urli movevano al riso; veduto che la sua umiliazione gli provocava insulti; veduto che i suoi gesti non venivano compresi e che egli non riusciva a comprendere il gesto degli altri aveva adottato un mezzo che rispose all’intento prefisso. Non riuscendo a farsi amare, tentò di farsi temere; alla sua lingua, che non sapeva spiegarsi, oppose i suoi pugni d’acciaio che venivano compresi. Usando della forza e dell’audacia di cui madre natura lo aveva fornito, riuscì a farsi rispettare. Non ebbe mai altra coscienza che quella della propria forza; non sentì altra voce che quella dell’istinto.

I saggi del paese dicevano che Bastiano aveva sortito dalla nascita istinti feroci. Tutti avevano riconosciuto in lui una natura perversa; e il parroco aveva presagito e predicato in piazza, che quel muto doveva finire nell’ergastolo o sul patibolo.

Bastiano era per tutti un cattivo, tranne per i suoi fratelli e per sua madre la quale aveva una predilezione per il povero disgraziato: forse perchè sapeva che i disgraziati hanno, più degli altri, bisogno d’affetto e di premure.

E il muto, dal suo canto, non amava che sua madre e i suoi fratelli; perocchè essi soli al mondo comprendevano i suoi gesti e i suoi urli.

Nato senza lingua e senza udito, quell’infelice crebbe coll’odio nel cuore. Nutriva una profonda invidia per tutti gli uomini che potevano liberamente esprimere i loro sentimenti. Egli era un derelitto, un reietto, un miserabile. Quantunque fanciullo, pur comprendeva che la natura lo aveva gettato in mezzo ad una gente più sorda e più muta di lui. Mentre all’intorno ferveva la vita e il frastuono, nella sua anima era sempre un silenzio sepolcrale ed una squallida solitudine.

Non passava giorno senza che Bastiano percuotesse un suo compagno. Provava una ferocia indicibile a far del male ad altri. Non udendo i lamenti della vittima, gli era meno penoso l’ufficio di carnefice che si era assunto.

Divenuto grandicello, si era vendicato ad uno ad uno di tutti quei compagni che bambino lo avevano maltrattato, deridendo la sua infermità, ma accadeva ben spesso che il percosso era lui; perocchè, acciecato dall’ira, diventava temerario, e non misurava le proprie forze con quelle dell’avversario. Chiunque fosse che gli facesse uno sfregio, non transigeva, gli si avventava addosso come una tigre, senza preoccuparsi di una sconfitta. Sugli altri aveva una superiorità: percosso a sangue non si lamentava mai; anche vinto aveva l’orgoglio dei vincitori. Gli sarebbe parsa vigliaccherìa piangere o lamentarsi in faccia al nemico che egli aveva sfidato. Anzi, Bastiano non sfidava mai — assaliva all’improvviso, senza dar campo al nemico di riaversi dalla sorpresa. Ed era questa la sua forza — il segreto delle sue vittorie.

Il muto d’Aggius non conosceva paura. Più volte insieme coi compagni, era salito sul monte della Crocetta per dar la caccia al nido degli avvoltoi. Giunti lassù, i compagni si mettevano d’accordo, e lo piantavano solo sul monte misterioso. Il muto dava una scrollatina di spalle, sogghignava, e faceva ritorno al villaggio, col massimo sangue freddo. Eppure non vi era fanciullo in Aggius, capace di salir solo sulla roccia maledetta!

Non v’ha dubbio! — dicevano in paese — il muto è figlio del diavolo — e il diavolo lo protegge.

La imperfezione del muto, che negli uomini destava ilarità, nelle donne destava anche avversione. Quando Bastiano, più galante del solito, parlava a modo suo colle ragazze, cercando di mettere nei suoi movimenti tutta la grazia possibile, le ragazze ridevano a scrosci, per le smorfie ch’egli faceva con la bocca e per i suoni striduli che gli uscivano dalla strozza. E si allontanavano da lui mostrandogli la lingua e facendogli le corna con le dita, per dirgli ch’era figlio del demonio.

E se i motteggi dei compagni inasprivano il muto, quelli delle fanciulle lo ferivano a sangue. Dagli uomini sapeva difendersi coi pugni d’acciaio; ma colle donne non poteva che contorcere le braccia, mandando un ruggito ch’era imprecazione. Il contegno delle donne gli diceva chiaramente che era una creatura deforme e imperfetta, messa al mondo per dar pasto agli scherni ed agli insulti dei suoi.... non simili! E difatti era la natura che rinnegava sè stessa, facendo tacere nel cuore della donna il supremo degli istinti — l’amore.

Non potendo vendicarsi di quelle deboli quanto belle creature, il muto soffriva crudamente. Guai allora se gli capitava fra i piedi un compagno che gli desse la baia! Tutto il suo cruccio si riversava sul malcapitato, il quale doveva scontare a caro prezzo la sua imprudenza.

Se oggi voi domandate a tutta la Gallura, vi si risponderà che il muto era un tristo, una belva dagli istinti feroci; e che in lui già si presentiva l’implacabile bandito che doveva ricevere il battesimo di terribile, e che dal 1850 al 1858 doveva gettare il terrore e la morte nelle campagne d’Aggius e di Bortigiadas.

Ma chi si arrogava il diritto di giudicarle?

Dio aveva dato al muto un’anima espansiva; ma l’aveva rinchiusa in un corpo privo d’organi, perchè non potesse manifestarsi. Dentro quell’involucro di bronzo l’anima doveva corrodere il cervello ed il cuore. — Il sordo-muto non poteva comunicare col mondo esteriore — nello stesso modo che gli uomini non potevano aver comunicazione con la sua coscienza. L’Orfeo della favola, che placava la tigre col suono della lira, non avrebbe potuto placare il muto di Aggius.

Dunque il muto era al disotto della belva.

*

E cogli istinti della belva, temuto da tutti per la sua forza e la sua temerità, Bastiano aveva raggiunto vent’anni.

Era legato a molti parenti, fra i quali alla famiglia Vasa, una delle più notevoli di Aggius.

Nel maggio 1849 Pietro Vasa aveva invitato tutti i parenti alla cerimonia dell’abbraccio che doveva aver luogo nel suo stazzo della Trinità di Agultu. Fra gli invitati erano pure i fratelli Tansu, suoi cugini, e con loro il muto, per il quale aveva una speciale affezione.

Il Vasa si faceva sposo ad una bella e ricca fanciulla di sedici anni, della quale era innamorato da oltre sei mesi. Come prescrive l’usanza di Gallura, lo sposo voleva che tutti i parenti assistessero alla cerimonia dell’abbraccio, la quale non è altro che una promessa formale, o meglio la convalidazione del contratto nuziale.

Essendo la storia del muto collegata alla storia di questo matrimonio, che fu causa di molte sventure, lasceremo per poco il nostro protagonista per occuparci dei fatti che hanno dato origine agli avvenimenti sanguinosi che funestarono il territorio d’Aggius, dal 1850 al 1856.

PARTE SECONDA I VASA E I MAMIA

I. Mariangiola

Fra le più notevoli persone d’Aggius, per censo, intelligenza ed onestà, primeggiava Antonio Mamia che, a buon diritto, godeva la stima generale. I consigli di quest’uomo probo erano ascoltati religiosamente e, difatti, era ritenuto come il più autorevole dei ragionanti e il più efficace dei paceri. Perocchè il giudizio del Mamia era inappellabile; ed anche il più caparbio dei litiganti avrebbe chinato con rassegnazione la fronte, ove il buon vecchio gli avesse detto: hai torto.

Il Mamia, che non toccava la sessantina, aveva due figli: Mariangiola e Michele — la prima sui diciassette, il secondo sui quattordici anni. Egli era un benestante: possedeva casa in Aggius, e parecchi stazzi nella regione di Vignola, dove passava una buona parte dell’anno, com’è costume di quasi tutti gli abitanti della Gallura.

Pietro Vasa apparteneva anch’esso ad una famiglia di benestanti, e godeva in paese fama d’uomo di spirito e di energia. Piuttosto basso di statura, e col volto adorno di una barba ispida e incolta, Pietro era tutt’altro che un bell’uomo; però sapeva cattivarsi la simpatia delle fanciulle, per la sua dolce parola, per la sua grazia, e per quella fierezza di carattere che piace tanto alle donne di quella regione, che, a buon dritto potrebbe chiamarsi la Svizzera sarda.

Era per raggiungere, o di poco oltrepassava i trent’anni e nutriva una particolare affezione per la sua vecchia madre, che teneva sempre con sè. La sua indole irascibile e le sue maniere alquanto ruvide gli avevano creato qualche inimicizia; ma chi poteva vantarsi di non avere nemici in Gallura? Le contestazioni erano colà sempre vive, ed il Vasa non era andato immune dai rancori, che possono dirsi indispensabili su quei monti di granito, dove il vivere fra le lotte diventa quasi una necessità.

Fra le altre, il Vasa era da qualche tempo in contestazione d’interessi colla famiglia Pileri; nè mai era riuscito a stabilire con essa un amichevole accordo. E la fierezza dei galluresi giunge a tanto, che, talvolta, essi rinunziano risolvere una questione, solo per non subire l’umiliazione d’essere i primi a proporre la soluzione.

Pietro Vasa si era invaghito di Mariangiola, la figlia di Antonio Mamia — una bella fanciulla, con la quale si era incontrato più volte in chiesa all’ora della messa, e al ballo che soleva farsi ogni domenica nella piazzetta del Rosario, o in quella poco distante dalla casa dello stesso Mamia.

La bella Mariangiola si era subito accorta delle occhiate languide e significanti colle quali andava perseguitandola Pietro; e, non solo se ne compiacque, ma non tardò a corrispondere alla corte di quel fiero ed energico innamorato.

Gli aggesi dell’uno e dell’altro sesso, che assistevano ai balli, in piedi, o seduti sulle soglie delle porte, seguivano attentamente la graziosa coppia che ballava la dansa con raccoglimento che tradiva le smanie amorose invano celate all’occhio dei circostanti.

Pietro e Mariangiola, con le strette di mano, e con le parole brevi e concitate, alimentavano quell’affetto, che ben presto divenne gigante.

E per vero, Mariangiola, formava l’ammirazione dei giovani e delle fanciulle d’Aggius; i primi invidiavano sospirando il conquistatore di una tanta bellezza, le seconde constatavano la superiorità della loro rivale — cosa non troppo comune, specialmente nelle fanciulle da marito.

Bisognava vederla la Mariangiola, tutta rossa in viso e cogli occhi dimessi, fare i passi cadenzati al fianco del suo Pietro! e come ci teneva a ballar con precisione e compostezza, tanto nel ballo tondo, quanto nella dansa e nel baddittu. — Il suo rossore e il suo turbamento ben rivelavano agli astanti curiosi di qual natura fossero le parole che Pietro le andava sussurrando all’orecchio: parole che la turbavano ma di cui si compiaceva; quantunque di tanto in tanto le facessero perdere il tempo e le rigorose battute della dansa — nella quale i ballerini hanno le mani intrecciate in modo, che le due destre si stringono sul petto dell’uomo e le due sinistre a tergo.

Mariangiola era di una rara bellezza e di una grazia affascinante.[5] Il capriccioso costume d’Aggius si attagliava leggiadramente a quella figura gentile. Le sue guancie color di rosa, il labbro sottile e gli occhi celesti risaltavano dal fazzoletto a frangie, color vinaccia, che le aggesi sanno avvolgere intorno al viso con una grazia tutta speciale. Vestiva una gonnella nera col lembo orlato in rosso: — aveva un busto di velluto granato che le serrava completamente il seno; un fazzolettino di seta al collo, ed un rosso corsetto a rivolte di broccato, con maniche aperte dalle quali uscivano gli sbuffi della camicia. Era questa la tenuta d’inverno. In estate le aggesi non portano il corsetto, ma lasciano vedere le ampie maniche della camicia stretta ai polsi. Una particolarità delle donne aggesi, che impressiona molto il forestiero, è quella di chiudere il piedino nudo in eleganti scarpette. Non saprei dirvi la ragione per cui quelle care fanciulle sdegnano le calze; forse perchè le sante non le usano.

Pietro era l’ombra di quella creatura svelta e gentile. La seguiva dappertutto, e specialmente nei giorni festivi.

Com’era lunga per lui la settimana! Egli aspettava con ansia la domenica, perchè potesse inebriarsi nella vista di Mariangiola.

La fanciulla usciva di casa con la mamma, ed entrava in chiesa, dove Pietro ascoltava la stessa messa. Alla sera poi, egli non mancava all’indispensabile ballo, che gli dava il diritto di avvicinarsi a lei, di stringerle la mano e di dirle tante belle cose. E Mariangiola aveva pochi passi da fare per recarsi in chiesa, poichè la parrocchia di S. Vittoria è distante una trentina di metri dalla casa Mamia, dalla quale è separata dalla casetta del parroco, e dalla viottola che conduce alla piccola valle Rischeddu.

La casa di Mamia è a un piano; vi si accede per una porta che ha due scalini verso la via, che trovasi fra due finestre basse. Nel piano superiore è un balcone con rozza ringhiera di legno, dalla quale partono quattro listoni che reggono una tettoia sporgente, le cui tegole si congiungono con quelle del tetto principale.

Quantunque l’uomo contasse quasi tredici anni più della donna, pure Pietro e Mariangiola erano una giusta coppia, come tutti dicevano; perocchè nei villaggi è appunto questa l’età prescritta per il matrimonio, essendo ben rara la fanciulla che si sposi ad un giovane ventenne. Pietro e Mariangiola, essendo simpatici a tutti, erano guardati con compiacenza e senza alcuna invidia dagli uomini e dalle donne; e tutti desideravano ardentemente di vederli accoppiati.

I due cuori si erano rapidamente accesi di una stessa fiamma — ed ormai non mancava che convalidare l’amore con un formale matrimonio.

Il Vasa cercò indagare l’animo del padre di Mariangiola, e lo trovò ben disposto a suo favore. E difatti, Antonio Mamia non poteva affacciare alcuna difficoltà, inquantochè Pietro Vasa era un buon partito; e se tale non lo avesse reputato, non avrebbe certo permesso alla figliuola la troppa dimestichezza col giovane: — dimestichezza ch’era venuta a conoscenza del vecchio, ma che il vecchio aveva finto ignorare, come costume dei padri e delle madri quando si avvedono che le loro creature sono innamorate di chi a lor piace e conviene.

Questi fatti erano avvenuti nei mesi di marzo e di aprile del 1849. La primavera, che destava l’amore nella natura, aveva pur parlato alle anime di Pietro e di Mariangiola col suo arcano linguaggio. Senza andarsene, i due giovani avevano presentito il mistero della creazione.

Le due famiglie Vasa e Mamia, presi i dovuti concerti, stabilirono di comune accordo di solennizzare la così detta cerimonia dell’abbraccio in una bella giornata del prossimo mese di maggio.

II. L’Abbraccio

Dalla catena granitica dominata dalle punte dei monti Tumeu-Soza, Crocetta e Fralle, andando giù giù, fino alla spiaggia del mare, è un esteso territorio sparso di centinaia di stazzi, tutti appartenenti al paese di Aggius.

Gli stazzi di Mamia erano nella cussorgia di S. Maria di Vignola, poco distante dalla spiaggia del mare. Quelli del Vasa erano invece nella cussorgia della Trinità d’Agultu, parrocchia figliale istituita da monsignor Stanislao Paradiso nel 1813, per riguardo ai molti pastori stanziati intorno ad essa, distante circa tre ore dal paese.

L’abbraccio ebbe luogo in Vignola, nello stazzo Giunchiccia del Mamia.

Lo stazzo Giunchiccia si componeva di più stanze. Oltre quella da letto, ben fornita di mobili, vi erano: la stanza del focolare (dove la famiglia soleva raccogliersi per le faccende domestiche) e la stanza che serviva di magazzino per la provvista dei frutti e del grano, il quale si conserva nella luscia, specie di stoja di canne, ridotta a forma cilindrica. Eravi poi l’indispensabile stanza della manipolazione dei formaggi, con la macina, gli utensili per la salamoia, i secchioni o mastelle, delle pinte, le pelli, la lana, e le forme fresche di caccio, deposte sul graticcio del focolare per essere condensate.

Gli Stazzi più modesti non hanno che una sola stanza, dove sono raccolti tutti gli utensili qui sopra menzionati, nonchè la macina per il grano. Venuta la sera, i membri della famiglia, compresi i servi, si sdraiano sopra stuoie, pelli, sugheretti o sacchi, e dormono avvolti nel loro gabbano, o altro panno, intorno al tronco di quercia che arde sul focolare, il quale è scavato in mezzo alla stanza, ed è di forma quadrata.

*

Era una bellissima giornata di maggio dell’anno 1849; e fin dall’alba si notava per il territorio d’Aggius un insolito movimento. Erano i parenti e gli amici degli sposi, che, a piedi o a cavallo, si disponevano a lasciare i loro stazzi per recarsi a quello di Giunchiccia per la cerimonia dell’abbraccio.

L’abbraccio è una specie di convalidazione del matrimonio, quasi un contratto nuziale, ed è messo in pratica anche oggidì nella maggior parte dei villaggi della Gallura.

Oltre sessanta persone, fra parenti ed amici, erano convenuti nello stazzo di Giunchiccia.

Dopo alcun tempo che questi erano raccolti nella casa del padre di Mariangiola, fu visto arrivare Pietro Vasa, attorniato e seguito da ugual numero di amici e parenti. Essi si fermarono fuori dello stazzo — e si diè principio alla cerimonia.

Un cugino dello sposo si avanzò fino all’ingresso dello stazzo, sulla cui soglia comparve un parente della fanciulla. Fra i rappresentanti delle due famiglie si scambiarono, presso a poco, le seguenti domande e risposte.

— Che vuoi tu, qui? — chiese il parente della donna al cugino dello sposo.

— Scusa, se io sono importuno. Da un mio amico venne oggi smarrita una bianca colomba, bella come le nuvolette baciate dal sole nascente, pura come le nevi che depone l’inverno sulle creste del Limbara. Il mio amico i inconsolabile; ed io vengo qui per cercare il tesoro che ha perduto.

— Mi duole della sventura toccata al tuo amico — ma devo dirti che qui non vi ha colomba.

— Fratello, non adontarti, se son costretto a non credere alla tua parola. Fu vista da taluni una colomba spiegare il volo verso questo stazzo. Essa dev’essere qui; ed io non mi allontano, se tu non me la rendi. Senza di lei il mio amico morrebbe di dolore.

— Aspetta alcuni istanti, finchè io possa consultare il capo della famiglia; egli forse potrebbe essere meglio informato di me.

E, così dicendo, il parente della sposa rientrò nella stanza e si rivolse ad Antonio Mamia.

— Hai tu veduto una bianca colomba, smarrita su questi monti? Essa è bella come le nuvolette baciate dal sole nascente — è pura come le nevi che depone l’inverno sulle creste del Limbara.

— Sì, l’ho veduta, ma essa è mia nè fu smarrita da alcuno.

— E non vorresti cederla?

— Sì: la cederei ad un uomo che sapesse renderla felice.

— Ebbene quest’uomo che tu cerchi è qui; ed io domando per lui la tua bianca colomba.

— E saprà rendermela felice?

— Ne impegna la sua fede.

— La fede di un uomo onesto è già per me un’arra sufficiente. Che l’ospite amico sia il benvenuto sotto il mio tetto. Digli che gli affido la mia colomba, bella come le nuvolette baciate dal sole nascente — pura come le nevi che depone l’inverno sulle creste del Limbara.

Il parente del Mamia riferì la risposta al cugino dello sposo; e allora Pietro entrò in casa seguito dai suoi congiunti ed amici, i quali presero posto tutt’intorno nella stanza.

Il vecchio rivolse la parola allo sposo:

— Sii il benvenuto! Ti affido volentieri la mia colomba: essa è tua. Amala sempre, come l’amò il padre suo; e veglia su lei, come suo padre ha sempre vegliato![6]

E la cerimonia continuò nel modo seguente.

I parenti, ad uno ad uno, si alzarono e avvicinandosi alla sposa la baciarono sulla fronte e le gettarono nel seno uno o due scudi di argento. Era una specie di dote che i congiunti e gli amici facevano alla fanciulla.

La sposa ricevette i baci tutta tremante, cogli occhi a terra e col volto comparso di un pudico rossore.

Dispensati i doni e dato il saluto colle labbra, gli invitati tornarono al loro posto. E allora toccò alla sposa fare il giro della stanza per rendere ai parenti ed agli amici il bacio ricevuto, regalando a ciascuno un piccolo fazzoletto, quasi in ringraziamento della dote ricevuta.

D’ordinario, in queste cerimonie, il fazzoletto viene regalato dalla sposa a chi dà più d’uno scudo: e qui il lettore potrebbe osservare che l’usanza manca di delicatezza; essa, però, è convalidata da un’antichissima consuetudine, e nessuno ha quindi diritto di offendersene, nè di mormorarne.

Spetta finalmente ai due sposi, che sono gli ultimi a chiuder la cerimonia dell’abbraccio. Pietro e Mariangiola si avvicinarono, alla loro volta, e si scoccarono sulle guance un sonorissimo bacio. E questo bacio fu il più sincero e il più caldo di tutti!

A questo punto vennero scambiati i doni fra i due sposi.

Pietro regalò a Mariangiola un fazzoletto di seta e il solito manafidi, che è un anello d’argento, di poco valore, rappresentante un cuore: esso costituisce il sacro pegno della fede, ed è vincolo indissolubile fra due fidanzati.

Mariangiola, dopo averlo ringraziato con un ineffabile sorriso, presentò allo sposo un fazzoletto ed un piccolo coltello col manico d’osso: pegni anche questi di fedeltà e affetto. Qualunque sia la condizione degli sposi, sono questi i due pegni che si regalano nel giorno dell’abbraccio.

Ricambiati i doni, un giovane pastore si alzò in piedi ed improvvisò una bella poesia, dove si descrivevano le rare doti dei due sposi e la solennità del rito. Era una vera poesia ricca di immagini, e di similitudini, come sanno improvvisarla quei popoli entusiasti e di fervida immaginazione.[7]

Gli astanti complimentarono Pietro e Mariangiola, facendo auguri di felicità per il suo avvenire, e siccome in simili cerimonie essi hanno la minor parte della gioia, così si pensò — secondo la consuetudine — a preparare il lauto pranzo di nozze, a cui assistono i due sposi e le rispettive famiglie.

Tutta la giornata passò in baldorie e in allegrie, ma i più contenti della comitiva erano Pietro e Mariangiola, i quali nell’abbraccio avevano convalidata un’unione, che per due mesi era stata la meta dei loro ardenti desideri.

L’abbraccio è sacro in Gallura, e non può essere sciolto che dalla sola fidanzata. Nè sposo nè genitori potrebbero violare, anche volendolo, quel rito solenne e tradizionale.

III. Mestizia nella festa

La festa fu spontanea, schietta, vivace. Tutti i convenuti non facevano che dar la baia agli sposi con motteggi, allusioni e scherzi innocenti.

Lo abbiamo detto: in mezzo a quell’adunata i più felici erano Pietro e Mariangiola. Essi vedevano alfine realizzarsi i più cari sogni d’amore; e i lunghi sguardi, i sorrisi e le furtive strette di mano che si scambiavano di tanto in tanto, ben dicevano agli astanti quanto gli sposi volevan loro tacere.

Il chiacchierio assordante dei parenti e degli amici non preoccupava i due sposi. Essi fingevano ascoltare gli altrui motti, ma non li udivano. La felicità li rendeva egoisti. In mezzo a quella moltitudine si sentivano soli — in mezzo a quel frastuono si beavano del silenzio che li circondava.

Il pranzo fu lauto e sontuoso — come suole essere in simili circostanze. Trattavasi di ristorare oltre centocinquanta persone, e si può immaginare quanti vitelli, montoni e capretti furono sacrificati sull’altare dell’amore, in omaggio ai due sposi.

Gli scherzi, le risa, il chiacchierio si protrassero per oltre cinque ore. Verso l’imbrunire una buona parte degli invitati augurarono la buona notte alla famiglia e si accinsero a far ritorno ad Aggius, o ai propri stazzi. Mentre nel piazzale si preparavano le bisacce e s’insellavano i cavalli, i parenti più stretti e i più vecchi amici se ne stavano ancora a tavola, risoluti di ritornare ai loro casolari a notte inoltrata. Erano circostanze che non si ripetevano con frequenza, epperò ognuno voleva divertirsi approfittando della generosità di Antonio Mamia, il padrone di casa.

E i brindisi, gli auguri e i complimenti continuarono ad alternarsi in mezzo a quella gioia schietta che facilmente si riscontra in tali cerimonie, fra gente povera di censo, ma ricca di cuore e di sentimento.

*

In un angolo di quella stessa stanza, vicino alla finestra, v’era tuttavia un gruppo di persone che sembrava non prender parte alla gioia che sfavillava da tutti i volti. Quel gruppo era composto di un fanciullo, di un giovane e di una vecchia.

Il fanciullo era Michele Mamia, fratello di Mariangiola. Sdraiato sopra un basso sgabello, appoggiava la testa sul grembo della vecchia, la quale sedeva su d’un secolare cassone di abete.

A pochi passi da loro era il terzo personaggio. — Bastiano il muto. Dando le spalle alla finestra, e colle braccia conserte al petto, egli fissava la vecchia ed il fanciullo che gli stavano dinanzi.

La vecchia settantenne era la madre dello sposo — di Pietro Vasa. Il suo volto, sereno e venerabile, spiccava dal bruno fazzoletto, dal quale sfuggivano alcune ciocche di capelli con riflessi d’argento. Essa guardava con aria pietosa il biondo fanciullo che aveva fatto guanciale del suo grembo; e gli andava carezzando la capigliatura, quasi per fargli conciliare il sonno. Ben sapeva che Michelino aveva bisogno di riposo, dovendo egli alzarsi all’alba per recarsi al lavoro col babbo.

I tre volti avevano un’espressione melanconica che contrastava col frastuono e con la gioia che regnavano nello stazzo. Occupati unicamente dagli sposi, gli altri non badavano a loro; ed essi si compiacevano di quella noncuranza che favoriva il loro raccoglimento.

Il sole era calato dietro i monti lontani dell’Asinara, lasciando all’orizzonte lunghe striscie infuocate, le quali gettavano un’onda luminosa dietro la stanza, dov’erano raccolti i festeggianti.

Nei commensali già cominciava a notarsi quella stanchezza che si prova alla sera di un giorno di festa, dopo aver libato ad un pranzo più lauto e più abbondante del solito.

Il chiaccherìo continuava ancora — ma era un chiaccherìo stanco, compiacente, quasi convenzionale. I parenti e gli amici aspettavano che Pietro si alzasse, per accompagnarlo al suo stazzo della Trinità di Agultu; ma Pietro aveva poca voglia di lasciar la tavola, dove stava tanto bene vicino alla sua fidanzata. Egli non considerava che il tempo, il quale per lui fuggiva, scorreva assai lento per gli altri. Solito egoismo di chi è felice.

Il muto sempre immobile, non faceva che osservare la vecchia ed il fanciullo, che pareva riposasse.

Ma Michelino non dormiva. Quantunque sentisse le palpebre più pesanti del solito, pure lottava col sonno; e mentre con abbandono appoggiava la testa sul grembo della vecchia, teneva gli occhi sempre fissi sul volto della sorella la quale era seduta vicino a Pietro Vasa, dimenticando quanti li attorniavano.

Era pur strana la melanconia di quei tre personaggi in mezzo alla gioia comune! Si sarebbe detto che un pensiero triste, un penoso sconforto e un triste presagio dominasse quelle menti e che un misterioso vincolo unisse fra di loro quelle tre creature.

Eppure, essi non avrebbero dovuto rimanere indifferenti alla cerimonia che si compiva nello stazzo per convalidare il sacro patto che univa Mariangiola a Pietro! Quella vecchia era la madre dello sposo: — la sposa era sorella di quel fanciullo. Pietro sulla terra, non aveva amato alcun essere più di sua madre; e Mariangiola nutriva una speciale tenerezza per il suo fratellino Michele, oggetto continuo d’ogni sua cura e d’ogni suo pensiero.

Pietro e Mariangiola erano però sposi — e il loro amore doveva assorbire ogni altro amore.

Ed era questo il pensiero fisso che occupava la mente della vecchia e del fanciullo in quel giorno solenne: un pensiero geloso che, l’uno all’insaputa dell’altro, celavano nel profondo del cuore.

La madre di Pietro guardava con occhio diffidente la Mariangiola, destinata a toglierle l’affetto di suo figlio. Nel matrimonio la sposa viene sempre a togliere il posto alla madre; la quale tarda a persuadersi che il suo ufficio finisce là dove comincia quello della moglie. La gioia segreta di far ballare sui ginocchi i figli dei figli non basta soffocare la crucciosa invidia che prova una madre nel veder sottentrare alle sue cure un’altra donna. E da ciò i dissapori e l’incompatibilità di carattere fra suocera e nuora.

Il fratello di Mariangiola, dal canto suo fissava con dispetto Pietro, che doveva portargli via la cara sorella. Il fanciullo non poteva comprendere come per uno straniero, per uno sconosciuto, Mariangiola potesse dimenticare chi l’aveva amata per tanti anni d’un profondo affetto. Nella sua piccola mente accusava quasi d’ingratitudine la sorella; ma non sapeva ancora che il potente affetto che provava per lui la fanciulla, non era altro che l’istinto della famiglia, che nella donna comincia a rivelarsi con la tenerezza per le bambole.

Tali erano i pensieri che attraversavano la mente di quella vecchia e di quel giovinetto nel giorno dell’abbraccio di Pietro e di Mariangiola.

E il muto?

Con le braccia serrate sul petto, Bastiano guardava la vecchia e il fanciullo, che gli stavano da presso. Egli ammirava quella testa bionda, vicino a quella testa bianca — il riposo della giovinezza in grembo alla vecchiaia — il tramonto che sorrideva all’alba, il debole che sorreggeva il forte.

Anche lui provava un sentimento d’invidia per tutti. Per lui non vi erano state mai feste — per lui non vi era stato mai amore.

Il muto era là per far numero. Dai sorrisi, dall’espressione dei volti, dai gesti delle persone, da tutto l’insieme delle cose che andava osservando, si accorgeva che in quella casa tutti erano felici. Avrebbe voluto esprimere anch’esso i suoi sentimenti, ma non poteva parlare. La natura maligna gli aveva inchiodato la lingua al palato; aveva posto una barriera di granito tra gli uomini e lui.

E assisteva alla festa col cruccio nel cuore, ripensando alla sua giovinezza e ai compagni che lo avevano deriso, percosso, ma egli era l’uomo di pietra; doveva assistere all’altrui gioia senza poter manifestare un suo pensiero, senza percepire il pensiero degli altri. Ecco perchè il sordo-muto era triste come la vecchia e come il fanciullo!

La fatalità aveva riunito quei tre personaggi, che pur dovevano aver tanta parte negli odii destinati al dilaniare le due fazioni dei Vasa e Mamia. Fila misteriose vincolavano quei tre esseri innocenti. Il destino aveva loro tracciato la strada che dovevano percorrere. Due di essi erano designati come vittime — il terzo come carnefice.

*

Arrivò finalmente l’ora del commiato e della partenza. Pietro Vasa si alzò; e dopo aver dato una stretta di mano ed un bacio alla sposa ed al futuro suocero, si accostò alla vecchia.

— Madre mia, andiamo. Vi ho fatto troppo aspettare, non è vero? Dovete perdonarmi, perchè son cose che non capitano due volte nella vita!

La vecchia sorrise amaramente; e si accostò alla sposa che baciò sulla fronte.

Mariangiola le restituì il bacio con trasporto mentre due lacrime di gioia le irrigavano le guancie.

Entrambe piansero, senza darsene ragione. Erano vivamente commosse.

La sposa si accostò al fratello, e dopo averlo accarezzato gli disse:

— Sei stanco, povero Michele? Va dunque a letto, e riposa.

Il fanciullo rispose mestamente.

— Lo so: Mariangiola. D’ora innanzi non avrò più le tue carezze. Il babbo caccia di casa la nostra colomba per darla ad uno sconosciuto!

Al muto non si accostò alcuno. La comitiva cominciava già a sfilare, ed egli era sempre là, vicino alla finestra, cogli occhi a terra e colle braccia sul petto.

Il vecchio Mamia gli battè infine sulla spalla, per dirgli coi cenni che rimaneva solo.

Il muto lo ringraziò; e accennando col dito alle sue orecchie sorde, gli fece capire che non si era mosso perchè non aveva sentito le pedate della gente. Mandò quindi un rantolo cupo per esprimere un ringraziamento ed un saluto; ed uscì dallo stazzo per accompagnare suo cugino Pietro Vasa.

I pastori degli stazzi di Vignola si presentarono alla soglia dei loro abituri per salutare lo sposo e il suo seguito che si dirigeva alla Trinità d’Agultu.

E così terminò la bella giornata di maggio, e la cerimonia dell’abbraccio che doveva lasciare un indelebile ricordo nell’animo dei Vasa e dei Mamia.

IV. Odio vince amore

Tra la famiglia dei Vasa e quella dei Pileri — lo abbiamo detto — era un’antica ruggine che, invece di diminuire, andava sempre crescendo. Alcune questioni d’interessi tennero accese per lungo tempo le contestazioni, quantunque le due famiglie fossero imparentate, avendo un Pileri sposato la sorella di Pietro Vasa.

Nell’agosto del 1849 — due mesi dopo l’abbraccio — nacquero dei puntigli fra i membri delle diverse famiglie, e la cosa parve prendere serie proporzioni. L’orìgine del malumore risaliva ad alcune capre di Salvatore Pileri trovate uccise entro un chiuso ad orzo di Pietro Vasa. Il Pileri pretendeva che quest’ultimo si dichiarasse autore di un tal dispetto — ma il Vasa respinse sdegnosamente l’accusa, e rifiutò ogni dichiarazione.

I Pileri, per evitare un forte attrito, decisero di rivolgersi al Mamia, col quale erano legati con vincolo di più stretta parentela. Essi dissero:

— Sappiamo che Pietro Vasa, fra non molto farà parte della tua famiglia. A te spetta sistemare le nostre vertenze; chè altrimenti potrebbe venirne danno allo sposo ed alla tua figliuola. Bada dunque di risparmiar dispiaceri a te ed a noi!

Il vecchio Mamia, uomo saggio e prudente, s’incaricò di appianare le questioni; e si mise all’opera, fidando nella propria influenza ed autorità.

E diffatti, due sere dopo, rientrando in casa trovò il Vasa, che era venuto a far visita alla fidanzata, e gli disse:

— Senti, Pietro, ti ho accordato con piacere la mano della mia figliuola, perchè ti conosco per un uomo dabbene. Vorrei però che tu ti mettessi in pace co’ tuoi avversari. Capirai bene che io non vorrei disturbi in famiglia. Essendo stato per diciassett’anni latitante per un delitto che mi si voleva apporre, ben so per prova quanto costi il prendere la campagna per mettersi al sicuro dai nemici.

Il Vasa che in quel momento parlava con Mariangiola, troncò a metà il discorso incominciato, si fece serio e volgendosi al vecchio gli rispose freddamente:

— Che importa a voi delle nostre questioni private? Coi Pileri ha solo da vedere il mio fucile; in esso sono due canne con tre palle per ciascuna: sarò abbastanza generoso dando loro la scelta. Altro non posso fare.

La risposta superba del giovane non andò troppo a sangue al Mamia, il quale pertanto volle contenersi.

— Pietro; tu sei un galantuomo; e sono persuaso che ti abboccherai coi Pileri per....

— Mi recherò da loro, sì; ma col berretto sotto l’ascella! — interruppe il Vasa con alterigia.[8]

— Bada, Pietro! — riprese il vecchio corrugando la fronte e cambiando tono — sii ragionevole. Se vuoi far parte della mia famiglia, è d’uopo che tu rinunzi ad ogni idea di vendetta. Sarei costretto a negarti Mariangiola, se tu persistessi nel tuo proposito!

— Ed io sarei costretto a rinunziare alla tua figliuola, se mi si chiedesse la conciliazione co’ miei nemici! — rispose fieramente il Vasa.

Mariangiola afferrò con affetto le mani di Pietro e divenne pallida. Ma Pietro non sentiva più le carezze nè vedeva il pallore della fidanzata. Il vecchio Mamia continuò colla stessa flemma:

— Le parole che tu pronunci in questo momento non sono quelle di un uomo sano. Tu non ami Mariangiola!

— È grande l’amore che io porto alla tua figliuola — esclamò vivamente Pietro — ma è assai più grande l’odio ch’io nutro per i Pileri!

In quella camera si trovavano la vecchia madre del Vasa e il giovane fratello di Mariangiola.

Michele corse a carezzare la sorella che si era lasciata cadere sopra una sedia: e la vecchia afferrò Pietro per un braccio, cercando di frenar l’ira che trapelava dai lineamenti alterati del figliuolo.

— Lasciatemi! non ascolto ragioni! — gridò Pietro fuori di sè; ed uscì dalla stanza seguito dalla madre, senza curarsi degli spasimi della fidanzata e dello sdegno del futuro suocero.

Il vecchio Mamia si accostò lentamente alla porta per seguire cogli occhi i due che si allontanavano; quindi tornò e si fermò dinanzi ai suoi due figli che si tenevano abbracciati, Michele diceva alla sorella:

— Via Mariangiola, lascialo andare quel cattivo! Ti farò io da sposo... Sei contenta?

— Finitela! — esclamò il vecchio rivolto all’uno e all’altra. — Non fate ragazzate! Egli ritornerà; ritornerà, perchè non si abbandona così una fanciulla quando si è abbracciata. L’abbraccio non può essere sciolto che dalla sola sposa: e tu non hai intenzione — non è vero Mariangiola?

— Io no padre mio!

*

Il Vasa però, non tornò in casa del Mamia; ed invano Mariangiola lo aspettò per due, quattro e dieci giorni. Era evidente che si era piccato e voleva tenere il broncio.

Con tutto ciò, il vecchio non volle più oltre inasprire il fidanzato della sua figliuola; temendo di essersi lasciato trasportare da un accesso di collera, aspettò pazientemente che il tempo avesse apportato un po di giudizio nel cervello di Pietro.

Passarono altri quindici giorni, ma Pietro non varcò la soglia della casa Mamia; forse nella speranza che il suocero finisse per smettere i suoi rigori.

Sugli ultimi di agosto accadde un fatto, che per quanto in apparenza insignificante, bastò per complicare gli avvenimenti.

Alla terza domenica del mese, in cui ricorre la festa di Santa Maria di Vignola, sogliono i devoti portare una bandiera alla rispettiva chiesuola per scioglier un voto o promessa. In tal circostanza fu domandato in prestito a Pietro Vasa un suo cavallo, il quale, per la bellezza delle forme e per la robustezza dei muscoli, formava l’ammirazione di quanti lo vedevano. Questo cavallo, già da qualche tempo, era tenuto nella scuderia di Antonio Mamia, nè Pietro aveva pensato a ritirarlo — segno evidente che egli accarezzava la speranza di far ritorno alla casa della fidanzata.

Terminata la funzione, fu ricondotto il cavallo allo stazzo del Mamia; — ma quel giorno il vecchio, o perchè fosse più di cattivo umore del solito, o perchè inasprito da recenti dicerie, rimandò indietro il giovane che portava il cavallo dicendogli che la sua scuderia non serviva per le bestie altrui.

Quest’azione ferì a sangue Pietro; e dice la cronaca, che l’innocente cavallo fu la prima e vera causa delle inimicizie che si accesero più tardi fra le fazioni dei Mamia e dei Vasa; nel modo stesso che alcune capre dei Pileri, entrate a pascolare nei terreni del Vasa, avevano gettate le prime basi di un altro odio implacabile.

Si cominciò a comprendere da entrambe le parti che te cose prendevano una cattiva piega; e un altro mese trascorse fra puntigli, messaggi, dicerie. I buoni amici cercarono di conciliare gli animi, in considerazione dell’amore dei due fidanzati e dei riguardi che meritava il vecchio Mamia; nè mancarono allo stesso tempo i cattivi amici, i quali fomentavano gli odi dei dissidenti col riferire, inventare, od esagerare le parole e i discorsi che venivano proferiti dalle due famiglie.

I due nemici però furono inconciliabili; poichè se il Vasa stava sul tirato, il Mamia non era tal uomo da cedere facilmente agli altrui capricci.

— Io sono il più vecchio — egli diceva. — Spetta dunque a Pietro sottomettersi.

Non è a dire quanto ne piangesse e ne soffrisse Mariangiola, e quali scene accadessero ogni giorno in casa. Il vecchio si sentiva intenerirsi alla presenza della sua creatura; ma per quanto l’amasse, avrebbe meglio desiderato vederla morta, anzichè umiliarsi al superbo che lo aveva offeso.

Molti ragionanti e alcuni sacerdoti si presentarono al Mamia per fargli presente il dolore della Mariangiola, la quale doveva rinunziare ad un uomo che amava e che le aveva giurato eterna fede. E a tanto giunsero le preghiere e le esortazioni del Rettore e dei probi uomini di Aggius, che il vecchio padre propose di far accompagnare la sua figliuola allo stazzo della Trinità da due stretti parenti, i quali l’avrebbero consegnata allo sposo. Egli però — lo dichiarava — non si sarebbe mai indotto ad accompagnare sua figlia, nè a metter piede in casa del superbo genero.[9]

Non rimaneva dunque più altro, che far la restituzione dei doni; ma anche questa pratica, in apparenza così semplice, provocò molte contestazioni. Noti il lettore la fierezza dei galluresi, la loro tenacità negli odi e la scrupolosa raffinatezza della loro suscettibilità.

Affacciata agli amici del Vasa e del Mamia la convenienza della reciproca restituzione dei doni, scambiati fra gli sposi nella cerimonia dell’abbraccio, nessuno dei due volle esser il primo a metterla in pratica.

— Io non voglio chiedere i doni alla sposa — diceva il Vasa — perchè sarebbe un confessare che il torto è dalla mia parte. Tale umiliazione non voglio subirla!

— Io non debbo restituire i doni allo sposo — diceva il Mamia — questo atto potrebbe significare che riconosco il mio torto. Non intendo intaccare la mia dignità per nessuna cosa al mondo!

E per due mesi l’uno e l’altro furono irremovibili in questa decisione: tanto che si dovette ricorrere ad un consiglio di arbitri, o di ragionanti — ciò che nell’espressione gallurese suol dirsi sottomettersi alla ragione.

Dopo lunga e seria discussione, i cinque arbitri, scelti di comune accordo dalle due parti, pronunciarono il loro giudizio, dando unanimemente il torto a Pietro Vasa ed assolvendo il Mamia.

Il Vasa, rassegnato, piegò la fronte all’inappellabile verdetto, e inviò un suo incaricato in casa di Antonio Mamia per riprendere i doni fatti a Mariangiola, e per restituire quelli che aveva ricevuto da lei.

Tralascio di descrivere il dolore e la disperazione della povera fanciulla, quando dovette togliersi dal dito l’anello d’argento per consegnarlo al messo spedito dal suo Pietro. In un attimo ella vide svanire tutte le speranze d’amore; coll’anima straziata ella diede un ultimo sguardo al manafidi — a quel pegno bugiardo a cui aveva confidato i più bei sogni della vita — a quel talismano che le aveva parlato d’una casa, d’uno sposo, e d’una famiglia — a quel dono infine, che per l’ultima volta ella bagnava di lacrime e di baci.

Pietro non pianse, nè si commosse. Egli lo aveva ben detto: in lui l’odio era più forte dell’amore!

Indignato oltremodo, e volendo esprimere la sua noncuranza e il suo disprezzo per la fanciulla, si recò alla parrocchia d’Aggius e si fece rilasciare dal rettore la dichiarazione di stato libero, per la quale sborsò tre lire sarde.[10]

Fu l’ultimo colpo che annunziava la rottura d’ogni promessa. Il vecchio fremette — Mariangiola non sapeva che piangere e pianse.

Antonio Mamia, rientrando in casa, trovò la figliuola che si struggeva in lacrime. La rampognò severamente, e le disse:

— Mariangiola; gli uomini come Pietro non si piangono mai. Quando commettono azioni simili, essi sono indegni di far parte di un’onesta famiglia. Il giorno in cui vedrò una lacrima nei tuoi occhi — ricordalo bene! — quel giorno cesserai d’essere mia figlia; sarà indizio che non senti l’onta gettata da quell’infame sulla mia casa.

Così dicendo, il vecchio uscì. Michele si accostò alla sorella e la baciò sulla guancia.

— Sorridi, via, al tuo fratellino! — le disse: — Ora posso dirtelo: odiavo quell’uomo che voleva toglierti alla nostra casa. Egli non poteva che apportarci sventura!

Mariangiola esclamò sommessamente:

— E chi ti dice che non l’apporti?!

V. Il battesimo del Muto

Quattro mesi erano trascorsi dagli avvenimenti da noi narrati. Tra le fazioni del Vasa e dei Mamia regnava quella calma glaciale che d’ordinario è foriera di tempesta. La folgore era per iscoppiare; pareva che gli animi esacerbati aspettassero il più lieve appiglio per provocarla. Perchè quella sosta? era facile immaginarlo: perchè ogni fazione voleva un valido pretesto per dar sfogo all’ira, e per avere il diritto d’inferocire sull’avversario. Soliti riguardi di scrupolosa cavalleria!

Quattro mesi, però parvero troppo lunghi; e fu deciso di finirla. D’altra parte non poteva nascere alcun dubbio: vi era un oltraggio da vendicare — dunque il primo pensiero doveva rivolgersi all’oltraggiatore!

Era il 19 marzo 1850.

Pietro Vasa, fin dalla mattina, si era recato alla chiesuola di S. Giuseppe di Cucurenza per assistere alla messa. Era un giorno di festa per i galluresi, e Pietro aveva voluto santificarlo.