I MIEI RACCONTI.


Enrico Panzacchi (dal quadro di Corcos).


Enrico Panzacchi

I miei Racconti

SESTA EDIZIONE AUMENTATA.

MILANO
FRATELLI TREVES, EDITORI
1900.


PROPRIETÀ LETTERARIA

I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i paesi, compreso il Regno di Svezia e di Norvegia.

Tip. Fratelli Treves.



[INDICE]


AVVERTENZA.

Sono raccolti in questo volume i pochi racconti, che io venni scrivendo e stampando qua e là: piccolo rigagnolo che mando a perdersi nel grosso fiume della letteratura narrativa contemporanea.

Oggi si scrive e si legge in fretta, e anche più in fretta i lettori dimenticano. Ma se avvenga a qualcuno di rileggermi, ricordando abbastanza per instituire confronti, vedrà che io ho messo una certa cura nel correggere e talvolta anche nel rifondere quasi per intero questi brevi componimenti.

I quali ho voluto intitolare I miei Racconti, non certo per una esagerata affermazione di proprietà e di originalità. La ragione di quel loro pronome possessivo è solo in questo: che mentre alcuni di essi sono delle vere paginette autobiografiche, gli altri, generalmente, furono o pensati o scritti sulle rive amene della Savena, mentre io accoglievo nell’animo le memorie della mia fanciullezza e della mia prima giovinezza, e particolari vivi e fantasmi vaghi di fatti, di persone, di luoghi.

Gennaio 1900.

E. P.

PRIMO RICORDO.

Adesso io voglio risalire con la mente al primo ricordo preciso della mia vita. Più in là, per quanto io guardi, non veggo che ondeggiarmi dinnanzi qualche ombra vaga, perdentesi nei primissimi crepuscoli della mia memoria.

Ecco: io veggo ancora la casetta ove la mia famiglia passava gran parte dell’anno quand’ero bambino; bassa, bianca, con le finestre verdi, non circondata d’alberi, posta fra la strada maestra e il fiume Savena, a cinque chilometri da Bologna.

Doveva da poco essere incominciato il giorno, perchè, guardando dalla finestra, io vedevo il cielo da una parte tutto sparso di nubi rosse; un rosso vivissimo, come non ne ho visto di poi che assai rare volte, in qualche tramonto estivo.

Quantunque fosse così di buon’ora, nella casa era un tramestio insolito. Sentivo aprire e chiudere usci, sentivo passi affrettati e bisbigli.

Certo io non mi vestii e non scesi di letto senza aiuto; ma non mi posso ricordare di chi m’aiutasse. Veggo la fisonomia d’una ragazza di casa, l’Eugenia; ma quella fisonomia si mesce confusamente a quasi tutti i miei ricordi infantili.

Dopo, la mia memoria si perde per un certo tratto. C’è come uno strappo che non riesco a riunire.... Dove e come io abbia passato quella giornata non ricordo; un momento mi veggo in confuso a passeggiare con un grande cane pastore vicino al fiume, che cominciava ad ingrossare per una delle solite piene d’autunno.

Probabilmente mi avranno tenuto apposta fuori di casa, ove io non poteva che essere, molto male a proposito, tra i piedi alla gente. Ma più tardi, forse verso il tramonto, ecco ch’io sono ancora in casa mia e precisamente sulla breve scala che dalle stanze superiori mette nella loggia al pianterreno.

La porta è aperta spalancata; e veggo della gente che va e viene per la strada maestra. Nella loggia veggo tre o quattro persone intorno a un lettino collocato in faccia alla porta. Distinguo benissimo mia madre che sta in piedi accanto al lettino e di tanto in tanto si china sovr’esso con una grande espressione d’inquietudine, senza pronunziare parola....

In quella cuna agonizzava una mia sorellina di circa un anno e mezzo; e l’avevano portata dalla sua stanza nella loggia, vicino alla porta spalancata, a vedere se potesse meno penosamente respirare. Credo che la poverina morisse di difterite; ma allora i medici non avevano ancora messo in voga questa oscura parola.

La bimba era proprio agli estremi; ed io dalla scala, non osservato, stavo guardando la triste scena. Guardavo attentamente, senza rendermi ancora conto di ciò che accadeva; ma sentendo confusamente dentro di me che io mi trovava in presenza di una cosa arcana e terribile.

Il visino della bimba era tutto color di cera, fuor che dintorno alla bocca semi-aperta, ove quel pallore cereo si mutava in una tinta fra il nero e il violetto. I due braccini, fuori della coperta, stavano abbandonati e senza moto sul corpo inerte. Tutto il moto del corpo poi crasi limitato su su verso il collo e la bocca, negli ultimi sforzi della respirazione, che ad ogni minuto secondo s’andava affrettando penosamente, e come restringendo sempre di più il suo circolo breve.

Il respiro della creaturina somigliava nel suono a un lieve rantolo sibilante.

Ed io lo sentivo quel respiro di creatura moribonda; e tanto che mi rimarrà la memoria avrò viva e presente la grandissima pena che esso mi faceva. Sarà forse effetto d’immaginazione, ma adesso mi par certo che, sempre guardando dalla scala, anch’io allora respiravo con affanno; e seguivo e secondavo e in qualche modo avrei voluto aiutare quel ritmo doloroso....

A un tratto il sibilo prese a diminuire rapidamente fino a che non sentii più nulla. Allora il medico accese una candeletta e l’accostò alla bocca della bimba.... Quando sentii singhiozzare e piangere forte intorno a me, mi misi a piangere forte anch’io, così che l’Eugenia mi trasse di là e mi condusse fuori nel prato, ripetendomi spesso: è andata in paradiso!

Che cos’era per me il paradiso? Anche di questo mi parlò l’Eugenia; ma per quanto la descrizione fosse allegra, io seguitavo ad essere triste. E più d’una volta volli rivedere la bambina morta, già leggiadramente acconciata in mezzo a molti fiori nella sua cuna.

La sera del giorno dopo ebbe luogo il mortorio. Io ero sul ponte ad attenderlo; e non ricordo con chi. Ricordo invece benissimo che la piena del fiume era grandemente cresciuta dal giorno innanzi e che la corrente faceva sotto di noi un forte rombo precipitandosi dalla cascata e urtando contro i piloni degli archi. Ero seduto sulla spalletta del ponte e una mano mi teneva. Guardavo in giù nel buio, da cui saliva monotona e cupa la voce del fiume grosso. Intorno a me erano molti bimbi che, aspettando, facevano un chiasso allegro; ma io, dentro la mia testa, ascoltavo sempre il fiume; e associavo, non so come, a quel gran rumore delle acque una idea triste di fuga, di violenza, di rapina.

E anche quando si avvicinò la lunga fila dei ceri accesi dietro la piccola bara, che misero nell’aria piovigginosa e buia come un incendio giulivo, io non ristetti dal guardare a basso le acque torbide, le acque fuggenti sotto di me; e credetti un momento — laggiù fra i cavalloni e le spume e i tronchi d’alberi portati dalla piena — di veder passare la mia sorellina dentro la sua cuna; la mia sorellina morta, che il fiume mi portava via, lontano, per sempre, verso un luogo ignoto, e dove non pertanto avrei voluto seguirla e perdermi con lei....

LA MIA UNICA TRAVERSATA.

In questo mese, il molto discorrere dei giornali intorno alla Sardegna, mi ha fatto ripensare più volte il mio unico viaggio all’isola. Sono passati de’ begli anni! Ma parecchi dei miei ricordi sono sempre vivi e come di ieri.

La mia traversata fu più triste che lieta per lo stato del mio animo, per gli incidenti penosi e le contrarietà che non furono poche; senza contare il mal di mare, che mise in me un odio non ancora placato....

Oh, le mie lunghe ore di spasimi in quella eterna notte, entro quelle spaventevoli Bocche di San Bonifazio!

Io mi vedo ancora — al primo rompere dell’alba di una fredda e ventosa giornata, verso gli ultimi di dicembre 1865 — sopra una barchetta ballonzolante, che dal Molo di Livorno mise più di un’ora ad accostarmi alla scaletta della Sardegna; la quale era, credo, la peggiore fra le carcasse marittime che, a quel tempo, facevano il viaggio dal continente italiano all’isola, sotto gli ordini della Compagnia Rubattino. Arrivai sul cassero già tutto scombussolato dai marosi che per venti volte mi avevano avvicinato e respinto dalla nave; e mi bastò la nausea provata a respirare quell’aria sazia di olio rancido per convincermi che non entravo in un luogo di pace.... Il mio stomaco ebbe subito l’intuito di tutte le sofferenze che l’aspettavano; e non si rassegnò, nè seppe armarsi di coraggio.

***

Quando fummo in vista dell’isola d’Elba, seppi da un servitore di bordo che la Sardegna portava un carico di camorristi napoletani condannati a domicilio coatto. Erano tenuti chiusi giù presso la sentina. Cattiva zavorra!

Ma il mare non era ancora grosso e il male mi pareva tollerabile. Potevo dunque distrarmi, e guardare ai contorni alti e foschi dell’isola, che si mostravano tra la nebbia, e pensare a Napoleone I, alla sua fuga e ai suoi “cento giorni....„ Seppi che il capitano della nave si chiamava Garibaldi; un bel vecchiotto ligure di modi cortesi e di poche parole. A colazione, probabilmente in causa della mia faccia smorta, egli mi aveva augurato il buon appetito con un sorrisetto bonario nel quale era facile di scorgere una fede men che mediocre. Difatti, non ancora finito di mangiare un’acciuga, io mi ero già alzato, e barcollando mi allontanavo dalla mensa....

Verso sera mi parve di notare un certo rimescolio e qualche segno di inquietudine tra la gente di bordo. Io ero già divenuto molto egoista e guardavo con grande apatia le cose di questo mondo; ma senza domandare, imparai che, sotto coperta, le cose di questo mondo non procedevano troppo regolarmente. Giù nel loro camerotto i condannati tentavano una vera rivolta, che era cominciata con una rissa e con del sangue. S’intende che, malgrado tutte le perquisizioni, parecchi di essi avevano saputo portar con loro il coltello.... Cattiva zavorra! ripensai. — Intanto mi giungeva la voce secca del capitano che dava degli ordini in dialetto genovese. Poi me lo vidi passare innanzi rapido e tranquillo insieme a due carabinieri; e tutti e tre sparire sotto una specie di botola che si apriva vicino all’albero maestro....

Io non ricordo se fui attratto dalla calma risoluta di quel vecchio o se fui spinto istintivamente dal bisogno di trovar sollievo in una distrazione qualunque. Fatto è che andai dietro anch’io; e dopo una lunga discesa, attaccandomi ai piuoli di metallo d’una scala strettissima e buia, mi volsi a guardare in fondo.... Sotto di me il luogo era ben rischiarato da una piccola lanterna che uno dei carabinieri teneva in mano. Egli pure s’era fermato sui piuoli della scaletta e proiettava dall’alto i raggi sopra le figure del camerotto sinistro. I coatti non erano certo meno di venti e sedevano tutti per terra. Il capitano, ritto in mezzo ad essi, come un domatore nella gabbia delle fiere, faceva loro un discorsetto alla buona, senza gridare. Ma parlava con voce molto ferma; e capii che diceva, in sostanza: — Sulla nave, egli si sentiva “come un re di corona„; e al primo altro cenno d’insubordinazione, aveva stabilito di estrarre a sorte tre di loro e di farli impiccare subito ai cordami della nave....

Nessuno di quei seduti si mosse e nessuno parlò. Io dal mio posto vedevo le teste immobili, non i volti; tranne d’uno, che appoggiava le spalle e l’occipite alla parete e aveva sulla camicia bianca una larga macchia rossa; anch’esso perfettamente immobile, col suo viso giovanile, attento e composto....

***

O Enosigèo! o Posseidone! o divino Mare! Quando io ti amavo nei canti dei poeti, immaginandoti così bello nelle tue collere; quando invidiavo Ulisse sulla nave sbattuta dai marosi e minacciata dagli scogli, e, levata la faccia dal volume, respiravo a pieni polmoni, come se una poderosa aura di vita inondasse la mia cameretta e giocondasse la mia anima; — quando mirandoti dal lido, o placido o irato che tu fossi, ti celebravo e ti benedicevo, principio eterno e incorruttibile di forza, di salute e di giocondità; — o sposo di Anfitrite, o padrino di Venere, o Mare divino! — come mai avrei potuto immaginare che tu, la prima volta ch’io m’abbandonavo a te, mi avresti accolto con delle sofferenze così lunghe, così atroci e così miserabili?

················

Adesso voglio dire come feci la conoscenza del signor Giovanni Opfer, olandese.

Lo spaventevole rullìo che durava da un pezzo, aveva anche all’interno trabalzato e sconvolto ogni cosa. Il bastimento pareva accecato. Io giacevo nella mia cabina circondato dalla più trista e dalla più fetida delle oscurità, rotta ogni tanto da un po’ di luce livida e odiosa che entrava non so da che parte. Vicino a me una voce infantile strillava senza posa; e non udivo alcun’altra voce che lo confortasse o che almeno lo sgridasse.... Per quanto rinchiuso io fossi nella patologia del mio egotismo, quel continuo piangere di bambino abbandonato mi dava una pena indicibile. E non avevo nemmeno la forza di chiamarlo.... Ho detto che giacevo nella cabina; ma chi mi legge intenda. In una delle mie svariate violenze acrobatiche puntai i miei due piedi al soffitto della cabina e cominciai a spingere, a spingere.... A un tratto sentii che il soffitto cedeva; e quasi nello stesso tempo, come un’ombra nera, vidi passare di fianco a me un corpo umano, che pioveva dall’alto urlando; poi mi sentii premere sul petto da due grosse mani e udii delle parole in una lingua che non capivo, ma che certo avevano un tono tutt’altro che amichevole per me. Io risposi, senza muovermi:

— Se volete ammazzarmi....

Che suono avessero le mie parole io non saprei dire; ma produssero sicuramente un effetto di pacificazione. La stessa voce ripigliò con modo calmo e quasi flemmatico, in italiano:

— Aspettate che accenda un fiammifero....

Al chiarore della fiammella ci guardammo. Egli era un giovanotto alto, piuttosto tarchiato, piuttosto bello, biondo e roseo. Io dovevo aver una faccia da far paura o pietà; ma il mio sconosciuto preferì di ridere sonoramente, non sapevo se di me o del bizzarro caso che ci faceva conoscere a quel modo. E continuò a discorrere in buon italiano, con gaiezza amichevole:

— Sicuro! Quelle Bocche di San Bonifazio erano una gran noia per i viaggiatori; e in quel momento passavamo appunto il tratto più scabroso.... Ma egli non temeva il mare. Tutt’altro! In mare egli mangiava, beveva benissimo; fumava come un turco e ci dormiva dei sonni tranquillissimi.... Ah, se io non lo avessi svegliato a quel modo!

— Scusatemi! Le cose fatte coi piedi....

La sua grande indulgenza mi aveva dato perfino il coraggio di scherzare; e la sua vista, la sua voce e le sue buone parole mi rianimavano un poco. Finalmente egli si volle presentare in forma: — Si chiamava Giovanni Opfer, olandese; viaggiatore della Casa.... Come da dieci anni, faceva ora il suo solito viaggio in Sardegna ad acquistarvi delle pelli di capretto. — Io, oltre il mio nome, gli dissi che ero stato nominato da poco professore e che il Ministero mi mandava a fare la mia “prima tappa„ a Sassari, come insegnante di storia nel Regio Liceo Azuni.

***

A Porto Torres non ci vollero. Mentre la Sardegna avanzava tranquillamente nelle acque del porto, vidi che cinque o sei barche le venivano incontro. Poi, come fu gettata l’àncora, una di esse venne sotto la nave, fin presso alla scala d’approdo; e il capitano discese a parlamento.... Che c’era di nuovo adesso?!... Il nostro Garibaldi per un poco alzò la voce, giurando in italiano e in genovese. Ma alla sua molte voci rispondevano dalla barca prossima, intanto che quelle rimaste indietro si avvicinavano e si collocavano dinanzi a noi, come una minuscola flottiglia.

Ogni barca era piena di gente; e vidi che tutti si volgevano verso di noi con delle faccie tutt’altro che amiche. Alcuni vociavano e gesticolavano; alcuni altri guardavano senza parlare nè muoversi, inalberando certi lunghi fucili, di forme, se vogliamo, antiquate, ma punto rassicuranti....

In sostanza, s’era a quei giorni parlato nei giornali di qualche caso di colera, non so in che luogo della penisola; e questa notizia era bastata perchè quei dell’isola non ci volessero a nessun patto, se prima non eravamo passati in quarantena. Era troppo recente il ricordo della epidemia del 1855, che per tutta la Sardegna, e specialmente a Sassari, aveva menato strage, fino a ridurre a metà la popolazione; e aveva lasciato negli animi un ricordo di orrore e di terrore.

Inutile dunque ogni resistenza. E dovemmo deciderci a riprendere il largo e a far rotta per Alghero, ove le delizie di una quarantena ci aspettavano. Vale a dire la bellezza di altre nove o dieci ore di mare, traversando tutto il golfo dell’Asinara e girando il Capo del Falcone e poi quello dell’Argentina, sino alla nuova meta. E per quanti giorni il Lazzaretto? Chi diceva per dieci, chi per venti, chi per quaranta giorni....

Le nostre benedizioni furono molte.... E dopo mezz’ora l’amico Posseidone cominciava a trattarmi come prima. Bontà sua!

***

Quando fummo in vista di Alghero, imparammo che il Lazzaretto non era presso la città ma in una piccola isola posta di faccia ad essa, e distante circa di mezz’ora.

Al mio amico Giovanni Opfer, che conosceva Alghero, questa parve una buona notizia, e voleva che me ne consolassi; ma io, che vedevo tutto in nero, gli rispondevo che questo moltiplicarsi di isole per me era tutt’altro che di buon augurio. M’avevano obbligato a muovermi da casa mia per approdare ad una sola; ed era anche troppo!....

················

Quando le fummo presso, diedi un’occhiata alla minuscola isoletta di Santa Maddalena; e mi venne in mente “l’isolotto funèbre„ descritto da Aleardo Aleardi. Non era la Meloria; ma per la mia fantasia doveva essere qualche cosa di ugualmente infausto e infame. Un marinaio dal bastimento mi segnò col dito una vecchia casa scoperchiata del tetto; e mi disse, — il Lazzaretto è quello! — Per tutta la spiaggia, e guardando oltre verso l’interno dell’isola, non si vedeva altra abitazione; nè una figura umana nè un albero.... Scendemmo a terra. La giornata invernale e nebbiosa stava per finire; ed io non ricordo d’avere mai visto scendere sul nostro globo un tramonto più brutto e più malinconico.

Tutta la vecchia casa scoperchiata si riduceva al pian terreno, con un androne in mezzo a due stanzoni bassi, nudi e sordidi. Unico mobiglio, qua e là dei mucchi di paglia e alcuni materassi, che un tempo saranno stati bianchi e che da più parti mostravano la imbottitura di stoppa.... Non proseguo nel descrivere, poichè, quando posso, io amo di attenermi alla massima di Ernesto Renan, che soltanto le cose belle dovrebbero essere assunte dagli scrittori all’onore di una descrizione....

Saremo stati circa una quarantina di infelici, d’ogni sesso, età e condizione. Delle separazioni personali una sola era possibile; quella degli uomini dalle donne; e fu effettuata, credo, con soddisfazione scambievole.

Dopo un paio d’ore, quelli dei nostri compagni di stanzone che appartenevano alla così detta plebe, già se la dormivano sdraiati sulla paglia e sui materassi. Parecchi russavano. Beati loro! Io e l’amico Opfer passeggiavamo infaticabilmente per tutto lo spazio libero, discorrendo e tempestando sulla triste ventura che ci era toccata. Io gridavo:

— Ma è mai possibile che possano lasciarci a lungo in questa abominevole condizione?!...

Il buon olandese continuava ad offrirmi ogni tanto dei cattivi sigari d’Amburgo; e visibilmente si ingegnava a cercare delle buone parole per sollevarmi un poco l’animo. E qualche volta ci riusciva:

— Domani voi scriverete al sotto-prefetto di Alghero; voi gli descriverete queste orribili cose; voi lo assicurerete che non proveniamo da luoghi infetti e domanderete la nostra immediata liberazione; voi vi firmerete col vostro titolo di professore, ed egli vi ascolterà.... Che diavolo!...

Così egli mi dava un’idea magnifica dell’autorità che dovrebbero godere i professori liceali in Olanda... Intanto le ore di quella notte passavano una dopo l’altra, lente, lunghe, opprimenti; e in noi si andavano accumulando una profonda stanchezza e un fastidio indicibile. I due sentimenti combattevano pro e contro la nostra gran voglia di sdraiarci, come gli altri, sulla paglia e dormire.

Delle poche lucerne attaccate ai muri del nostro stanzone, alcune erano ridotte al lumicino, altre si erano spente. Un forte odore di moccolaia errava nell’aria cortesemente e si aggiungeva a tutti gli altri odori del luogo....

Il buon olandese, dopo essere stato per tanto tempo il mio consolatore, appariva adesso più stanco e più abbattuto di me. Allora io mi posi a declamargli quel celebre Capitolo di Francesco Berni:

Udite, Fra Castoro, un caso strano,

che evoca e volge al riso tante immagini conformi al caso nostro. Tutto inutile!... Pareva che la stanchezza e la malinconia gli cominciassero dai capelli, i quali spiovevano nella loro biondezza cinerea sugli occhi appesantiti. La faccia era sempre paffutella e rosea ma appariva un po’ stirata agli angoli della bocca e come tutta mortificata da un malcontento infantile. Egli era comico e triste....

— Amico, se provassimo anche noi a stenderci un poco? À la guerre comme à la guerre....

— Avete ragione.... À la guerre....

E si lasciò andare come uno straccio sovra un mucchio di paglia. Dopo cinque minuti egli dormiva; e allora anch’io mi stesi vicino a lui ad aspettare il sonno. Intanto che aspettavo, mi sovvenne che quella era l’ultima notte dell’anno 1865; anzi, che essendo passata la mezzanotte da un pezzo, io ero già entrato nell’anno 1866....

Allora sentii qualche cosa dentro di me, come se il cuore improvvisamente mi si ingrossasse fino ad aprirsi, e ne uscissero i ricordi e gli auguri pieni di tristezza e di tenerezza, volando via come stormi di colombi viaggiatori. — “Buon anno! Buon anno! Buon anno!„ — E tenendo gli occhi chiusi, attraversavo il Mediterraneo e tutta Toscana, valicavo gli Appennini, andavo di filato a Bologna, entravo nella mia casa, passavo dall’una all’altra nelle stanze silenziose, ove quelli della mia famiglia forse a quell’ora dormivano e certo s’erano addormentati pensando a me. — “Buon anno! Buon anno! Buon anno!„.... — Avrei anche voluto che il mio vicino fosse sveglio; e mi doleva che, allo scoccar della mezzanotte, non avessimo pensato a scambiarci un augurio, serrandoci la mano, come due vecchi amici.

Poi volli distrarmi da tutta quella tenerezza; e ruminai di nuovo nella memoria il Capitolo di Francesco Berni:

O Muse, o Bacco, o Febo, o Agatirsi!

Correte qua chè cosa sì crudele

Senza l’aiuto vostro non può dirsi....

Ma che cosa accadeva nello stanzone dei dormienti? Che cosa si rimescolava a quell’ora, nella paglia e tra i materassi?... Ebbi da prima la apprensione vaga di tutta una animazione extra umana, che abitasse insieme con noi, respirasse e si movesse vicino a noi, secondo leggi, istinti e abitudini proprie.... Poi cominciai a cogliere, dai punti lontani dell’ambiente, qualche fruscìo, qualche rodìo e perfino dei lievissimi gridi che parevano sibili.... Mi posi sull’attento.... Non c’era dubbio; avevo ben visto qualche cosa balzare o guizzare per un momento vicino a me....

I topi?... Credo che avevamo già accennato ad essi, io o l’olandese, al nostro primo giungere, là dentro, come a nostri compagni inevitabili. Ero dunque prevenuto e rassegnato a sopportare, alla meglio, anche quella tra le tante altre forme di schifo che si accoglievano in quella trista dimora.... Ma altra cosa è udire, altra cosa vedere e quasi toccare con mano!

La conclusione fu questa. A vedermi dinanzi, nella luce incerta, tutte quelle sorche nere, sbucanti d’ogni dove, brulicanti da per tutto, aggirantisi vicino e sopra quei corpi di addormentati, sempre più numerose, sempre più invadenti, odiose, cercatrici, forse fameliche — o ribrezzo o paura che fosse — io non potei assolutamente resistere.... Balzai in piedi come lanciato su da una molla, infilai l’uscio, mi trovai nell’androne, ove travidi due o tre custodi appisolati sulle sedie, e mi diressi a una delle porte grandi, che trovai socchiusa. La spinsi e uscii all’aperto.

Ci avevano ben avvisati che ogni tentativo di evasione del Lazzaretto costituiva, per legge, una mancanza gravissima, la quale avrebbe potuto persino giustificare un colpo di fucile da parte dei custodi!... Ma io non ebbi nemmeno l’idea del pericolo. Io non pensavo che a fuggire da quel luogo schifoso, da quell’afa opprimente, da quella moltitudine immonda. E respiravo con gran sollievo l’aria fredda della notte; e seguitavo ad andare sempre più lontano, verso l’interno della piccola isola.

***

Erano forse di tamerici gli alberelli bassi e radi fra i quali, andando sopra un terreno sabbioso, mi internavo nell’isola; o erano di una piccola palma di quei luoghi che ho vista poi illustrata dal La Marmora nella sua descrizione della Sardegna. Ben ricordo che andavo, andavo sempre; e che, le piante facendosi via via molto meno rade, finii per trovarmi entro una vera boscaglia nana. Qua e là vedevo anche alzarsi qualche bell’albero, e dense masse di grandi cespugli nereggiare dinanzi a me.

Vedevo, sulle prime, alla luce di un bellissimo cielo stellato. Forse la luna era tramontata da poco. Intorno a me una grande solitudine e quiete profonda.

L’aria non era punto rigida. Avevo come la sensazione di affondare e di perdermi in tutto quel silenzio, in mezzo a quella solitudine, in mezzo a quella ignoranza di luogo primitiva e selvaggia. Che m’era accaduto?... Che lasciavo io dietro di me?... Non so nella mia vita io sia mai pervenuto a provare un oblìo più completo di tutto, nel rapimento dilettoso di una libertà inaspettata e sconfinata....

Intanto s’era fatto giorno pieno da circa mezz’ora. Io guardavo innanzi a me alla distesa indefinita del piano boscoso; e m’allegrava la vista di tutta quella vegetazione ondeggiante nella luce vivida e nell’aria un po’ cruda della mattinata invernale. — A un tratto la mia solitudine cessò per una improvvisa apparizione.

Era formata da un gruppo d’uomini in piedi, bruni, barbuti e immantellati, che grandeggiavano pittorescamente in quella breve radura del bosco. Capii che mi osservavano; e subito mi avvicinai, dando ad essi il buon giorno e il buon anno! Quello che pareva il più vecchio, senza muoversi, guardandomi fisso, cominciò a interrogarmi; e alle prime domande mi pareva che parlasse latino.

— Sei tu continentale?

— Sì.

— Sei tu cristiano?...

Forse, per la singolarità della inchiesta, io tardai un poco a rispondere. Credo d’avere anche, senza malizia, sorriso. La faccia del vecchio allora si annuvolò:

— Voi altri continentali siete tutti diavoli!... Recita il Pater noster....

················

La mia stupenda visione, pur troppo, non durò un pezzo! Uno dei più giovani del gruppo mi stese gravemente la mano; e io vi deposi una lira d’argento.

Senza indugio mi offersero di cuocermi il furia furia, che è il cibo tradizionale sardo, tanto celebrato. Poichè erano nè più nè meno che dei buoni pastori positivi e moderni questi figliuoli dell’antica Ichnusa, che portavano la “mastruca„ sarda come un bel paludamento orientale e che un poco prima mi avevano fatto pensare a una composizione biblica di Gustavo Dorè....

Il giovane era andato al gregge, che pasceva poco distante dietro una macchia; e tornò subito con un capretto ucciso, che fu scuoiato e sventrato in mia presenza. Intanto un altro pastore tagliava dal cespuglio vicino, mondava dalle foglie e appuntava un lungo ramo di carubbo, a guisa di spiedo. Un terzo accese un fuoco di sarmenti secchi, che subito levarono una bellissima fiamma. Il capretto, legato bene con un giunco e ridotto a un globo di carne sanguinante, venne rapidamente infilato al ramo.

Allora il furia furia cominciò nella sua forma di rito. Quello dei pastori che teneva il ramo si mise a girare rapidamente dintorno alla fiamma, ora accostandovi, ora allontanandone un poco il capretto; e molto abilmente voltandolo e rivoltandolo, per modo che sentisse da ogni parte l’azione del fuoco. Un altro pastore girava anch’esso dietro al primo; e ogni tanto gettava sulla carne qualche grano di sale e mormorava continuamente non so se una preghiera o delle parole cabalistiche... La scena bizzarra aveva un poco l’aspetto di una cerimonia mistica.... Sul fuoco erano buttati sempre nuovi sarmenti e le fiamme ondeggiavano all’aria crepitando. Dintorno si spandeva un forte aroma di mentastro, misto all’odore buono della carne arrostita.

Fu una faccenda di pochissimi minuti; e sovra una tovaglia grossolana ma pulita mi venne imbandito il piatto sardo, che trovai, allora e dopo, veramente gustoso.

Dopo venne la volta del latte fresco e del formaggio, con pane durissimo e nero, che il vecchio mi andava cavando fuori da un gran sacco di pelle; e aveva persino la bontà di affettarmelo con un suo coltellino. Dopo tante dolorose vicende di terra e di mare, il mio stomaco tornava a vivere!... Ed io dimostrai ai miei ospiti un appetito degno d’un convitato d’Agamennone.

Il vecchio pastore mi guardava mangiare, incoraggiandomi col suo riso di patriarca, che rilevava i suoi due zigomi sopra la barba fluente.... E ogni tanto mi tendeva ancora la mano.

Oh, furono veramente delle ore belle, delle indimenticabili ore di gioia quelle che io passai nell’isoletta di Santa Maddalena, insieme ai pastori, il primo giorno dell’anno mille e ottocento sessantasei!... Quante volte, errando pei facili meandri di quel piccolo bosco odoroso, in quella fresca e serena giornata, come il più libero degli uomini — insieme a Melibeo, a Titiro, a Menalca, a Corridone e compagni — io alzavo la faccia a consultare il sole; e avrei voluto inchiodarlo nella sua vôlta zodiacale!

***

Ma anche quella giornata volse al suo termine; e bisognò pensare al ritorno.

Come sarei stato accolto al Lazzaretto? Che s’era detto della mia scomparsa? Che ne aveva pensato il mio buon amico olandese Giovanni Opfer?.... Immaginando tutto quello che probabilmente mi aspettava, sentivo dentro una ripugnanza al ritorno, una inquietudine mortale.... Eppure bisognava ritornare!... Ripresi dunque la via per accostarmi all’orribile casaccia scoperchiata; e quando me la vidi a breve distanza grandeggiare sull’umile linea della spiaggia, provai un sentimento di vero odio, come se vedessi un nemico.

Ma poichè avevo cominciato con le buone sorprese, una seconda doveva io trovarne al ritorno; e la più allegra di tutte.

Giovanni Opfer mi venne incontro con in testa un bellissimo fez rosso, che gli dava una fisonomia lieta e quasi trionfale:

— Buone nuove, mio caro! La nostra orribile prigionia è ormai finita!... Ma voi, che Dio vi benedica!... Dove siete stato?...

Gli raccontai la mia storia e gli domandai perdono d’averlo così egoisticamente abbandonato. Egli mi disse che aveva pensato di spiegare la mia scomparsa in modo da far credere che io — nella mia qualità di professore — mi ero recato dal sotto-prefetto di Alghero a sollecitare la nostra liberazione. E m’assicurava che la sua storia non aveva trovato increduli!...

Gli risposi che avrei voluto essere il suo concittadino Rembrandt e fargli subito il ritratto, da conservare e tramandare ai miei figliuoli, quando ne avessi avuti.

Allorchè giungemmo alla spiaggia, tutti i passeggeri della Sardegna erano all’aperto. Essi guardavano con lieta aspettazione verso il mare, a una barchetta che lentamente si accostava.

Dopo poco vidi mettere piede a terra un bel vecchietto, elegantemente vestito di nero, che seppi essere il medico primario di Alghero. Chiese che ci avvicinassimo. Quando ci ebbe visti bene allineati dinanzi a lui, mise l’occhialino e domandò sorridendo:

— Loro signori stanno tutti benissimo?...

— Tutti benissimo!

— In questo caso io li dichiaro liberi dalla quarantena; e possono passare meco in città.

Nel ritorno, più d’uno dei liberati volle congratularsi con me e ringraziarmi calorosamente.... Io me la cavai con delle interiezioni prudenti.

Finalmente entrammo nella vecchia Alghero — così cara a Carlo Quinto e così volentieri saccheggiata dai suoi lanzi — io e l’amico Giovanni Opfer, sopra una carrozzella molto sgangherata, ma soddisfatti e allegri proprio come se fosse quella la meta lungamente desiderata di un caro nostro pellegrinaggio.... Mentre stavamo fermi sulla porta per la visita dei doganieri, ricordo una vecchia giallognola e grinza, che ci fissava con due occhietti che parevano spiritati. Poi disse forte, in puro castigliano:

Que feos (brutti) son, estos forasteros!

E fu con questo saluto che io feci il mio ingresso nella bella isola del Giudice Nino e di Leonora d’Arborea.

DAL TACCUINO D’UN ASTEMIO.

Tre antichi cipressi, piantati a distanza eguale come per formare un triangolo, alti e nerissimi contro l’aria della notte, incoronano la cima. E giù per l’ampia distesa vagamente ondulata della collina, si svolge e si adagia la bella vigna, tutta lussurreggiante di tralci e di polloni, ricca per i suoi grappoli maturi che qua e là si travedono nel fogliame.

Il vecchio contadino, che sta a guardia dell’uva, siede innanzi alla capannuccia di frasche secche, con l’innocuo fucile appoggiato a uno dei cipressi, fumando la pipa.

La vigna discende giù fino al torrente fiancheggiato da vecchi alberi di giunco; poi risale e veste co’ bei filari allineati tutto il pendìo dell’altra collinetta che mi sta di faccia, terminata in alto da una folta siepe di biancospino.


Vanno per l’aria serena delle canzoni lente, amorose, con delle modulazioni e delle cadenze melanconiche. Di là da quella siepe i contadini, uomini e donne, seduti in largo semicerchio, sfogliano il frumentone e cantano e canteranno sempre fino a che il lavoro non sia finito.... Nei brevi intervalli del canto, mi giungono il fruscìo della sfogliatura e i colpi secchi delle pannocchie monde, che gli spannocchieri e le spannocchiatrici lanciano allegramente al di sopra delle foglie, ammucchiate dinanzi a loro. Le pannocchie vanno a cadere in mezzo all’aia pulita e vi disegnano un grand’arco giallo.

Per la vigna, in alto e in basso, ogni tanto passano come dei brividi d’aria fresca; i polloni più alti si dondolano sussurrando, i tralci si curvano uno verso l’altro, i grappoli si baciano fra loro; forse discorrono.... Guardo la Luna che vien su dalle alture di Ciagnano e di Settefonti. È la grande Luna rossa d’agosto, che illumina ancora le notti di settembre col suo disco enorme; e pare una faccia umana e animata; la Luna che su questi stessi colli, tanti secoli fa, gli Etruschi temettero e adorarono. I suoi primi raggi, interrotti ancora dalle forre della montagna, calano obliqui sulla vigna e gittano nella mobilità del largo fogliame delle chiazze luminose e tremolanti, variate e disfatte ogni momento da inquiete figure d’ombre che passano....

Il vento della notte si mette a soffiare più forte; e dai pali sbattuti, dalle viti piegate, dai tralci, dalle foglie, dai grappoli viene su un miscuglio di rumori, che a momenti paiono un tumulto lontano di voci vive, gridanti alla rinfusa.


.... Ancora pochi giorni, e per tutti questi bei filari passerà la vendemmia. I grappoli neri e bianchi verranno pigiati nei tini, il mosto fermentato entrerà nelle botti; poi il vino puro e generoso andrà per il mondo, entrerà nei corpi di tanta gente e il vapore salirà ai cervelli.... Chi può dire la potenza che adesso dorme silenziosa entro un grappolo d’alicanto o di moscato o di canajolo? — Nel mondo greco Giove avea vinto Saturno, ma dovette piegare dinanzi alla vittoria di Dioniso, il giovane Dio dal sorriso ambiguo, dai fianchi tondeggianti, dai capelli biondi e intrecciati come una femmina. Il flauto lidio ruppe le corde alla lira dorica e co’ suoi toni affascinanti dominò la religione nei misteri occulti, diresse le orgie esultanti sotto l’occhio del Sole. E una nuova poesia si sprigionò dai petti anelanti e un nuovo fervore scaldò le menti cercatrici della parola che viene dall’anima delle cose....

L’Ebrezza! Ma che cosa è mai questo nuovo e misterioso coefficiente che gli uomini hanno il potere di inocularsi volontariamente, aggiungendolo ai proprii sensi come una forza nuova di sensibilità, allacciandolo allo spirito come le due piccole ali che cingevano i piedi a Mercurio?... Guardate: essa è come un salto repentino con cui la Psiche umana balza in uno stato diverso dal consueto. Il senso intimo dell’essere, l’aspetto del mondo, la fisonomia e il valore della Vita cangiano a un tratto per il suo incantesimo. È ascensione o discesa? È forza o debolezza? È liberazione o servitù?... L’Ebrezza è forse come l’iride, che ha la tinta e la sfumatura di tutti i colori. — Dalla blanda caldezza cerebrale in cui lampeggiò l’estro divino d’un poeta, all’istupidimento del briaco che cade sotto la tavola: dalla incipiente e dolce eccitazione nervosa, che nella donna inspira la pietà e l’amore e nell’uomo la generosità e l’eroismo, al furore brutale che scatena l’orgia svergognata nei bordelli e fa trarre i coltelli nelle taverne: dai sogni pieni di brio confidente e di consolazione, vaporanti da un bicchiere prelibato, alle cupe visioni e agli atroci spasimi del delirio alcoolico, che tormenta e ammazza.... quale immensa distesa di episodi umani attraverso la vita, attraverso la storia, e tutti derivanti dal medesimo principio!... Nelle chiese e nelle reggie, dentro ai palazzi e dentro ai tuguri, per le piazze e per gli ospedali, nel consorzio e nella vita solinga, dovunque vive questa povera schiatta umana avida di sensazioni, bisognosa di sonno e di oblio, che diramazione smisurata e fantasticamente varia di effetti futuri! E come sono tutti collegati a questa pianta che ora verdeggia tranquilla sulla collina, a questi grappoli che ora finiscono di maturare in silenzio e brillano sotto la Luna!

E dopo tutto: quando è che può veramente dirsi degli uomini che essi sono bene in cervello? Chi ci porge la verità? È nella regola o nella eccezione che si trova la saggezza?... Salomone, il re savio, ha scritto: “date del vino a coloro che sono oppressi dalla fatica e a coloro che vivono nell’amaritudine del loro cuore.„

.... Il mio intanto è divorato da una lunga afflizione tormentosa!... Io guardo la bella vigna distesa sotto i miei occhi e penso che tutto un mondo di sensazioni e di energie, di eccitamenti, d’estri e di immagini, tutto uno stato dell’animo, tutto un aspetto della Vita e — chi sa?! — forse il più forte e il più felice, mi è duramente conteso da una curiosa condizione del mio organismo.

O bella baccante cantata da Euripide, che giaci seminuda col capo cinto di nebridi sacre, invano tu balzeresti da terra mandando il grido del Dio che ti possiede e m’inviteresti a seguirti alla montagna per mescolarmi con te alla festa di Bromio! Perchè dovrei io seguirti?... O allegri bevitori della taverna d’Averbach, cantati da Goethe, come brilla il vin del Reno nei vostri bicchieri e come sono pazze le vostre canzoni! Ben poterono Faust e Mefistofele sedersi invitati alla vostra tavola ospitale. Io no. Per voi, allegri bevitori renani, la mia calamità sarebbe considerata come un difetto spregevole. Sono un povero Astemio....


Ma perchè non posso anch’io bere del vino? Perchè questa “parte di Sole„ che scende a imprigionarsi nei grappoli, non può essere assimilata anche da me e circolare nel mio sangue e giocondarlo? Perchè esso, “la letizia degli uomini e di Dio„ com’è chiamato dal Salmista, — appena mi tocca le labbra, e le mie nari sentono il suo odore — un senso di dolorosa repugnanza si solleva da tutto il mio essere? Astemio!... Onesta parola mi suona come una umiliazione e una condanna; e io mi rodo dentro e provo un fremito di rivolta, figgendo gli occhi sulla vigna.

.... E su dal torrente, nell’aria interposta fra le due colline, si alzano e si muovono delle figure, confuse da prima, e che via via si rendono più distinte e chiare nel lume argenteo della Luna.... È una gran folla silenziosa, una folla varia e bizzarra di gente di tutte le epoche e di tutti i paesi, vestita di tutte le foggie. E vedo che tutti bevono facendo un gesto di beatitudine.... I sacerdoti nei camici bianchi e nelle lucenti dalmatiche alzano con solennità i calici d’oro; i poeti, con l’alloro in testa e gli occhi scintillanti, fanno il gesto di brindare in grandi nappi d’argento coronati di rose.... Ai sacerdoti, ai poeti, ai guerrieri de’ tempi andati veggo che si uniscono allegramente delle belle donnine, vestite all’ultima moda, eleganti e spigliate.... Esse si accostano ridendo agli uomini antichi; toccano i calici coi lunghi bicchieri spumanti, toccano le patere antiche, e gittano indietro le teste graziose come già prese da un principio di ebrietà.... Da tutte le parti il vino brilla, spuma, si riversa dagli orli spandendosi a torno in allegri zampilli.... Vino bianco, nero, color d’ambra, color di rubino, color d’ametista: vino, vino, vino dovunque si posano avidamente i miei occhi.... O Tantalo, Tantalo!... Dopo breve ora quella moltitudine comincia ad essere più animata, i volti più accesi, i gesti più audaci e più ditirambici.... Alcuni pochi, data un’ultima libazione, si lasciano andar giù come persone vinte dal sonno e scompaiono nel fondo; ma la gran massa è sempre più infervorata nel bere.... E il bere non le basta più. Principiano i corpi a dondolarsi e le gambe a muoversi ritmicamente. Un gran ballo incomincia.... Tutti si muovono, aerei e silenziosi, senza indizio di musica. Forse una musica c’è, ma non arriva al mio orecchio; forse il ritmo della danza l’ha ognuno nei nervi e nel sangue; un ritmo interiore che sempre cresce e rinforza, perchè i movimenti si fanno sempre più rapidi, sempre più concitati.... Come ondeggiano soavemente le moderne figure femminili! Che ardore, che gioia, che abbandono beato in quelle strane coppie danzanti!... Il cerchio del ballo di mano in mano si allarga, si allarga, avvicinandosi a me.... Ecco che nella sua grande orbita esso arriva quasi a lambire il ciglio delle due colline.... I danzatori mi passano sempre più vicino con rapidità vertiginosa; parmi di sentire il loro anelito caldo.... i capelli odorosi e svolazzanti delle donne quasi mi sfiorano il viso.... Alcune mi gittano passando una occhiata lucente.... Oh anch’io, anch’io!... Dovessi morire subito dopo, voglio per una volta sentire in me la divina Ebrezza, vivere un’ora entro questo circolo incantato, mescolarmi, e sia pure per un minuto solo, a questa danza felice!... Che è?... Mentre stavo per lanciarmi disperatamente in mezzo al vortice, vedo che alcune coppie si separano e si scompigliano;... la danza par che abbia trovato un intoppo; si arresta, si scioglie.... E io mi veggo dinanzi un argine di persone che mi sbarrano il passo e mi atterriscono. Tutti hanno il volto corrucciato e mi guardano con occhi ostili.... Le donne torcono la faccia disdegnando e sogghignando.... I sacerdoti protendono le braccia verso di me come in atto d’anatema. E per la prima volta da quella gran folla taciturna esce un coro di voci: Via di qua l’Astemio!... È terribile!... Poi delle braccia di bronzo mi urtano il petto; ed io cado riverso.

················

Sogno o visione, dev’essere durato un pezzo. Mi levo su da terra con le membra indolenzite pel freddo della notte. Non odo più il canto degli spannocchiatori; il guardiano dell’uva dorme; la Luna è prossima a tramontare.... La bella vigna, la vigna maledetta si adagia placidamente sulla collina; e i tre cipressi gittano la lunga ombra funerea sui tralci e i grappoli....

AL “LOHENGRIN.„

Chi l’ha visto e non se ne ricorda? La sala del Comunale di Bologna poco prima delle otto di sera si riempiva di gente sollecita, seria e quasi grave. Molti avevano sotto il braccio un grosso volume; una vera stranezza questa, nella nostra vita teatrale. Perfino le signore entravano nei loro palchetti e si assidevano sul davanti silenziose, con una certa aria composta ad aspettazione solenne. Platea, scanni, poltrone, palchi, “Barcacce„ tutto affollato. Ognuno era già al suo posto. Gli uomini quasi tutti in falda e cravatta bianca, le signore scollate e quasi tutte elegantissime.

In quei dieci minuti d’attesa, la sala del Bibbiena sonava d’un ronzio contenuto e profondo, che dava idea d’un gigantesco alveare. Su nell’alto loggione scappava ogni tanto un brontolìo più rude, una risata, un grido. Ma era l’affare d’un momento.

L’orologio del teatro segna in punto le otto; e nella sala s’è fatto subitamente un silenzio completo. Ecco: Angelo Mariani è salito al suo scanno di direttore; gira lentamente a destra e a sinistra la sua bella testa chiomata; accenna con un sorriso calmo a Camillo Casarini che dal suo palco sindacale gli risponde con un sorriso nervoso: e attacca in orchestra il preludio.... Un coro di angeli cala lentamente dagli alti cieli e restituisce alla terra la Coppa miracolosa in cui il Salvatore consacrò il vino nell’ultima cena con gli Apostoli....

Il sipario è già alzato. Enrico l’Uccellatore espone i motivi della sua venuta al popolo di Brabante, alle dame e ai baroni adunati sulle verdi sponde della Schelda.


La giovane contessa ***, bellezza bionda, passionata e superba, è nel suo palchetto di primo ordine, a sinistra, molto verso la bocca d’opera. Guarda la scena col libretto in mano ed ha seduto in faccia un vecchio maestro di musica, tutto attento a voltare le pagine dello spartito collocato fra i due sul damasco del parapetto. Il marito non è con lei. Il marito era da un pezzo wagneriano convinto, ardente e battagliero; e si era apparecchiato a quella prima rappresentazione come ad un duello, passando sul pianoforte ogni giorno, per delle ore di seguito, lo spartito, discutendo al Club con gli amici per combattere e dissipare le prevenzioni sfavorevoli. La moglie, buona musicista anch’essa, lo seguiva in questo suo entusiasmo, ma non in tutto, com’egli avrebbe voluto.

La contessa si lagnava e s’impazientiva qualche volta delle frequenti astruserie e delle lungaggini dello spartito; aveva dei dubbi, faceva le sue riserve. In conclusione, aspettava d’assistere proprio alla esecuzione compiuta della scena e capiva che solamente allora si sarebbe sentita in grado di pronunciare il suo giudizio definitivo....

— Va bene, aspetta dunque d’aver sentita l’opera in teatro; ma bada di non perdere una nota. Almeno le prime sere bisognerebbe proibire le visite. Io, a buon conto, poichè non voglio nè distrarre nè essere distratto, ho già comprata una poltrona e sarò solo tutta la sera col mio spartito sulle ginocchia.

Difatti il conte sedeva in una poltrona verso il termine della fila, dal lato opposto al palco della moglie.


Intanto il primo atto dell’opera va innanzi. Telramondo ha finito il suo racconto calunnioso; Elsa chiamata a scolparsi dell’accusa di fratricidio, entra a passo lento tutta assorta nella sua visione e narra il sogno del suo bel campione consolatore. Il Giudizio di Dio omai è deciso; e un araldo con voce tonante domanda se v’ha qualcuno che voglia entrare in campo per Elsa di Brabante, contro l’uomo che accusa. Dopo il primo appello, il secondo; e nessuno si presenta.... L’orchestra esprime i fremiti dell’angosciosa aspettazione. Elsa, nel fervore della sua fede, lancia una preghiera a cui si uniscono, inginocchiandosi, le donne con grida e gesti supplichevoli. A un tratto una luce meravigliosa tremula dal fondo e balena sulle acque del fiume, a cui tutti si voltano attoniti, estatici, atterriti, gridando al miracolo:

Chi vien? Chi vien? Quale arcano portento!

Finalmente Egli giunge, ritto sulla navicella tirata dal candido cigno, e indi a poco si mostra sulla verde sponda del fiume tutto chiuso nella sua bella armatura d’argento; giunge l’invocato, l’atteso, il cavaliero del San Gral, splendido e tranquillo come una apparizione celeste!


La musica saliva per tutti i gradi della potenza descrittiva e appassionante, e pareva che imprimesse una strana, una fulminea forza di ascensione all’anime degli spettatori. La sala era come piena di lampeggiamenti elettrici. Quelli del pubblico che stavano seduti si trovarono in piedi di scatto senza avvedersene; e da tutte le parti del teatro scoppiò un plauso, un grido continuato e insistente, col quale tutti, artisti e profani, wagneriani e anti-wagneriani, esprimevano e mescolavano nella stessa dilettosa corrente lo stupore e l’ammirazione....

Angelo Mariani marcò l’ultima battuta del pezzo, crollando fieramente il capo come un leone vittorioso; poi si voltò, pallido e sorridente, a ringraziare il pubblico.


Non è a dire se il conte wagneriano era rapito dalla musica e lieto del successo. Tutte le sue facoltà nuotavano come in un fluido di appagamenti deliziosi. Quel trionfo di Wagner e degli interpreti era un poco anche trionfo suo. Lo sentiva e n’era beato. — Che gioia incontrarsi dopo due ore al Club, faccia a faccia cogli increduli, coi diffidenti, cogli oppositori, e poterli confondere con la eloquenza di un semplice: ebbene?!...

Quando in fondo alla scena comparve Lohengrin, gli sembrò che tutta l’anima gli si condensasse negli orecchi e negli occhi. Eppure un pensiero venne subitamente a mettersi come di traverso a quella sua attenzione così intensa; e si voltò per vedere sua moglie. Quante volte, discorrendo dell’opera o passando al pianoforte lo spartito, le aveva ripetuto: — Sentirai a questo punto! O bisogna essere dei cretini, o bisogna urlare. — Lo vinse quindi una voglia irresistibile di leggere sul volto della bella contessa le commozioni tante volte pronosticate.

Guardò sua moglie, ma essa non guardava la scena.... Strano! Non guardava nemmeno allo spartito.... La contessa era sempre seduta di fronte alla bocca d’opera, ma piegava recisamente tutta la testa e la voltava in su, arrotondando un poco il collo candido e slanciato. I grandi occhi neri erano anch’essi voltati in su e guardavano fissamente, dando a tutta la faccia l’espressione elegante e spirituale di certe teste femminili di Guido. Era pallida, immobile; salvo che il petto, nettamente contornato dal corsage di velluto nero guernito di trine, si vedeva mosso da un respiro frequente e vivace.... Il marito volle cogliere la direzione di quello sguardo e gli parve di verificare che andava diritto, come un filo luminoso, a finire in terz’ordine, tra il palco n. 16, e il palco n. 18. I tre palchi occupati dalla “Barcaccia„ di cui egli era socio....

Si sentì correre per le vene un rimescolamento sinistro. Perchè, mentre duemila teste erano tutte intente verso la scena, solo la testa di sua moglie era voltata altrove?... Chi guardava? Chi poteva attrarla così, in quel momento solenne dell’opera?... Chi era più potente di Wagner, della musica, della curiosità femminile?... A chi sacrificava tutto questo, in quel punto, sua moglie?... Spinse gli occhi avidamente verso la “Barcaccia„ ma per la posizione in cui era non potè vedere alcuno. Vide appena le due lenti di un binoccolo sporto un poco avanti e puntato verso il palco della contessa.... Inutile pensare a collocarsi più oltre per veder meglio. Con quel po’ po’ di piena il conte si vedeva serrato nella sua poltrona come una pipa nel suo astuccio. E dovè rassegnarsi ad attendere.

Ma appena terminato l’atto, si precipitò nel palchetto e gittò al terz’ordine un’occhiata da falco. La “Barcaccia„ era vuota. I soci, come al solito, s’erano sparsi per i palchi o si erano ritirati nella retrosala a fumare e a far commenti sullo spettacolo e sul pubblico. Allora, sempre ritto in piedi, guardò sua moglie, che, levando verso di lui la sua bella faccia stanca, gli ripeteva con voce fioca e carezzevole: — Immenso! Immenso!

— E l’arrivo del Cigno?

— Immenso!

Il conte si morse il labbro inferiore; poi s’abbandonò a sedere vicino a lei, com’uomo stanco e sbalordito d’entusiasmo musicale.


Durante il resto dell’opera, la contessa *** fu attentissima. Leggeva il libretto, riscontrava col vecchio maestro i punti più singolari della musica sullo spartito, esclamava, applaudiva.

Invece il conte nella sua poltrona tutta la sera non fu più visto voltare una pagina dello spartito e guardava innanzi a sè con occhi da smemorato. Un forte armeggio facevano i pensieri dentro il suo cervello; gli pulsavano le tempie e tratto tratto si sentiva la faccia fredda di sudore.

Che era avvenuto? Sua moglie non era più quella di prima?...

Dopo un primo mulinello confuso d’idee, d’ipotesi e di congetture, la mente diede luogo ad un lavoro un po’ più ordinato.

E cominciò la ricerca dell’uomo. Il conte passò ad uno ad uno in rassegna i suoi amici, i suoi conoscenti, gli amici e i conoscenti della moglie, le amiche, le case delle amiche, i viaggi fatti insieme, le assenze sue da Bologna.... Nulla che dèsse presa ad un sospetto ragionevole! La contessa aveva sempre condotto una vita irreprensibile; e mai l’ombra di un sospetto era passata sopra la loro felicità. Appena ella mostrava di compiacersi degli omaggi resi alla sua bellezza; e s’anche non fosse stata virtuosa, la sua alterezza aristocratica avrebbe fatto la guardia alla sua virtù. Un tempo, quando era ragazza, s’era bisbigliato di una passioncella romantica per il figlio minore del marchese D***, un amico d’infanzia; ma furono voci vaghe e senza costrutto. L’amico d’infanzia da parecchi anni era andato ufficiale di marina e non s’erano quasi più visti. E poi dov’era ora l’amico d’infanzia? A Bologna no certo. Forse al Chilì!...

Ad onta di tutte queste considerazioni rassicuranti, il conte aveva sempre dinanzi alla fantasia la testa e gli occhi di sua moglie voltati in su, verso la “Barcaccia„ e proprio al momento dell’arrivo del Cigno....

All’uscire di teatro, l’aria fresca della notte lo riscosse un poco; e gli parve di sentirsi più tranquillo. Aiutò la contessa a salire in carrozza e le disse, ridendo, che passava al Club, a fumare uno sigaro e “a godere del suo trionfo.„ Quando entrò, la sala era piena di soci che parlavano a quattro, a sei alla volta, commentando lo spettacolo, disputando sull’opera e pronunciando i soliti apoftegmi musicali. Appena lo videro gli furono intorno in dieci o dodici. Qualcuno gli espresse il suo entusiasmo, qualcuno si diede per vinto, qualcuno sottilizzò in distinzioni per coprire la propria disfatta.

Tutta l’anima del conte s’espandeva nel suo wagneriano trionfo. Dopo dieci minuti egli aveva riconquistata la sua gaiezza, il suo brio, la sua formidabile parlantina di polemista musicomane.... All’improvviso sente una voce: — Non mi conosci più? — Si volta, e squadra da capo a piedi un giovanotto alto con la cèra abbronzata, la barba a ventaglio, gli occhi scintillanti e assai distinto nella eleganza del suo abito da società. Era “l’amico d’infanzia!„

L’amico d’infanzia che non era altrimenti al Chilì, ma invece a Napoli; che non aveva voluto mancare alla prima del Lohengrin e si proponeva finalmente di passare a casa sua un due mesi e mezzo di permesso....


Le chiacchiere per Bologna dopo un mese furono molte. Si disse perfino che il conte li aveva sorpresi in flagrante ed ucciso senz’altro l’ufficiale di marina. Poi si parlò di un duello all’americana, poi di separazioni e d’altre cose simili. Finalmente un bel giorno si seppe che il conte e la contessa erano partiti insieme per un lungo viaggio. Non ritornarono che dopo due anni, in apparenza benissimo fra loro; ma fu subito notato che ognuno conduceva la vita per conto suo, il più allegramente che poteva.


(17 novembre 1882)

Il Lohengrin si ridà al Comunale. Ma sono trascorsi undici anni ed è passata di molt’acqua sotto ai ponti. È morto Camillo Casarini, è morto Angiolo Mariani, è morto il giovane uffiziale di marina. Anche la nostra giovinezza è morta.

Non sono ancora le otto, e il teatro è già pieno e quasi affollato come undici anni fa. Arrivano le signore, ma sono meno silenziose. La contessa *** è nel suo solito palco seduta in faccia alla bocca d’opera. Suo marito non lo vedo in palco e nemmeno nella fila delle poltrone. Molti sostengono che la contessa è ancora una bella donna, e parecchi giovinetti le fanno vistosamente la corte; ma sono trascorsi undici anni ed è passata di molt’acqua sotto ai ponti....

Seduto in “Barcaccia„ io mi diverto a guardarla, riandando in fantasia i tempi e i casi trascorsi. Sono curioso di vedere se, all’arrivo del Cigno, la potenza di un ricordo la indurrà a voltare la testa in su, verso di noi.... Ma no. Quando balena la luce nel fondo e le prime sezioni del coro cominciano a cantare:

Chi vien? Chi vien? Qual arcano portento!

ella reclina la testa come gravata di subita stanchezza; e rimane così fino al termine dell’atto.

Vi ricordate, signora, vi ricordate?

OMBRA MESTA.

Mentre salivamo lo scalone, il signor Antonio, ansando un poco, mi diceva:

— La casa dove entriamo, caro maestro, è come un sepolcro.

La contessa morì a trentaquattro anni. Un fiore di bellezza, un angelo di bontà, mio caro! Il vecchio conte, malato e imbecillito da un pezzo, non esce mai dalle sue stanze, ov’è tenuto d’occhio dai servitori perchè di tanto in tanto è preso da un certo furore malinconico.... Il figlio va da anni per il mondo e ne fa, dicono, d’ogni colore. Quando gli morì la madre, aveva otto anni; dopo, gli ammattì il padre.

Anche prima che uscisse di minorità, il consiglio di famiglia lo lasciava fare a suo modo.... Che si poteva aspettare di buono da un ragazzo venuto su a quella maniera e con una vena di pazzo nel cervello, per giunta?

Debiti il padre ne aveva già fatti parecchi; e col figliuolo cominciò a piovere sul bagnato. Ma che dico a piovere? Grandine secca, mio caro! Per modo ch’io non so più a che santi raccomandarmi. Il contino non fa che scrivermi: vendete!... Si fa presto a dirlo. I poderi, a buon conto, no, almeno fin che campa il vecchio. Bisognò quindi buttarsi alla roba di casa; arazzi, pizzi, quadri, mobiglie antiche, manoscritti e libri rari della biblioteca, avorii, bronzi, maioliche.... Questa casa era piena come un uovo e gli inglesi venivano a visitarla con la Guida in mano; ma oramai di tante belle cose stampate sulla Guida non rimarrà da mostrare più che le stanze nude e gli scaffali vuoti!... Finora ero riuscito a conservare intatto il salotto della contessa. Ma che! M’aspetto che un giorno o l’altro bisognerà vendere anche il monumento di famiglia che è alla Certosa. È un precipizio, uno sterminio addirittura!... Sapete quel che hanno avuto il coraggio d’offrirmi per quei due specchi grandi di Boemia? Seicento lire!... Ora voi mi direte quanto posso sperare, a pronti contanti, dalla vendita del pianoforte.... Il pianoforte della povera contessa!...


Intanto un servitore ci aveva introdotti nell’appartamento nobile, e, precedendoci per le vaste camere, spalancava le finestre.

Entrammo nel salotto della contessa, ove dopo la sua morte, mi diceva il signor intendente, non era più entrato alcuno, da esso in fuori, che due volte ogni anno ci viene con un servo a dar aria, a spolverare, a vedere se ogni cosa è al suo posto. Poi richiude le finestre e cala le pesanti cortine di damasco rosso cupo.

L’ampio salotto non aveva l’aspetto di quelli che ora la moda predilige: coi mobili che paiono, più che messi, gettati là di sghembo e ad angoli eterocliti; con tutto un alto e basso di poltrone e poltroncine e seggiole e puff e divani di forme disparate, coperti di stoffe a tinte diverse.

L’occhio avrebbe cercato invano i frequenti riflessi, autentici o no, delle vecchie ceramiche italiane vicine a delle lacche giapponesi e a delle terre cotte di fornace modernissima; e non si perdeva, errando vagamente, sovra una moltitudine di ninnoli di ogni materia e d’ogni foggia, profusi in ogni angolo con eleganze civettuole di studiato disordine, e mescolati agli acquarelli, alle fotografie, alle caricature, ai pezzi di tessuti rari, alle piante esotiche, formanti tutt’insieme uno scompigliato bric-à-brac di sagome e di colori; in mezzo al quale si può egualmente immaginare la dama vera e la dama di princisbecco, senza che, per questa ultima ipotesi, l’ambiente stoni.

In quel salotto, invece, molto ricco e molto elegante ma aristocratico, serio e quasi contegnoso per la compostezza geometrica nella quale era ordinato, non si poteva pensare che ad una vera signora, sovrana amabile e rispettata là dentro, in mezzo a gente degna di lei.

Il signor Antonio mi fece notare sovra un tavolino di mogano un piccolo telaio col ricamo appena cominciato; e un volume della Matilde di Eugenio Sue, lasciato aperto all’ultima pagina letta — tant’anni fa — dalla povera contessa.

Poi mi avvicinai al piano, che già io conoscevo di fama. Era un bellissimo Erard a coda, dei primi venuti da Parigi allorchè i pianoforti di questa fabbrica cominciavano a trionfare dei Bessendorf, dei Graf e degli altri di fabbriche germaniche, allora le più reputate. — Quando arrivò a Bologna, fu oggetto d’invidia a molte signore e formò le delizie dei maestri e dei dilettanti che frequentavano la casa.

Il mio compagno, cavando dal petto un forte sospiro, alzò la mano ad un ritratto appeso alla parete sovra il pianoforte, lo sollevò dalla parte inferiore della cornice e trasse di sotto una piccola chiave. Quello era il ritratto della contessa morta. Una dolce fisonomia di donna bionda, che pareva guardarci co’ suoi due grandi occhi pieni di mestizia pacata; e come il quadro mosso continuava a ondeggiare lentamente, quegli occhi e tutta la fisonomia pareva che si animassero e prendessero una espressione di vivace diniego. Volevano dire che non era bene ciò che noi stavamo per fare?...

La mia testa cominciò a riscaldarsi un poco.

— Prima che apriate, — disse allora il signor Antonio con voce grave e mostrandomi la chiave stretta fra l’indice e il pollice, — prima che apriate il pianoforte, voglio che sappiate che esso venne chiuso or sono ventisei anni e non fu riaperto più mai. Io ricordo la triste notte in cui fu chiuso l’ultima volta.

La contessa amava suo marito. Dopo parecchi anni di vita condotta sempre insieme, continuava ad amarlo come al tempo della luna di miele e forse più. Il tempo, le distrazioni del mondo, gli urti frequenti con l’indole aspra e difficile di quell’uomo, nulla era valso a scemare in lei la passione ardente e la devozione senza limiti. L’amava e n’era gelosa.... Ed egli? Un tempo, certo, il conte aveva amato con trasporto sua moglie; ma negli ultimi anni io, vivendo nell’interno della casa e tenendo gli occhi aperti, cominciai ad accorgermi che il carattere e la condotta del conte mutavano in peggio.

Era giovane, ricco, istruito, e piaceva molto alle donne con quella sua aria d’uomo strano.

La contessa aveva di tanto in tanto delle giornate fosche e una triste inquietudine che le si leggeva negli occhi. “Hai i nervi, Elena?„ le diceva il conte, scherzando e carezzandola. Allora lei si lasciava fare; e finiva sempre col tornar tranquilla come una buona bambina....

Il diavolo fece capitare a Bologna la signora H***, una bella danese coi capelli color di cenere, che, appena arrivata, cominciò ad attirare gli sguardi di tutti e a dar materia di discorsi in tutte le conversazioni. Vestiva con eleganza originale, montava a cavallo benissimo, cantava, pattinava e faceva molte altre cose con una disinvoltura, dicono, insuperabile.

Sulle prime, il conte non volle inchinarsi all’idolo di moda; anzi ostentava per la forestiera una certa indifferenza sprezzante.

Gli uomini!... Un giorno, alla passeggiata, il conte era a piedi e la signora H*** gli cavalcava poco lontano. A un tratto, essendosi allentata la cinghia della sella, la bella danese accennava a cadere. Il conte accorse, l’aiutò a scendere, le aggiustò la cinghia e la rimise in sella. Pare che la signora sapesse ringraziarlo con tanta amabilità, che il giorno dopo il fiero conte era in casa di lei a farsi ripetere i ringraziamenti! Dopo quindici giorni, la forestiera faceva visita alla contessa; e da allora in poi non tralasciò mai di venire ogni martedì sera alla conversazione della sua nuova amica.

Io non pronosticava nulla di buono.

Il conte, bravo dilettante con bella voce di baritono, dopo che aveva fatto conoscenza con la Danese, s’era rimesso a cantare con passione; e la contessa si divertiva moltissimo ad accompagnarli al piano quando eseguivano insieme dei duetti. Gli invitati applaudivano, sino a rompersi i guanti ed esclamavano che un terzetto meglio assortito era impossibile trovarlo!...


Un martedì notte di quaresima, il ricevimento della contessa era riuscito numeroso ed allegro come al solito. Il conte e la Danese, accompagnati sempre dalla contessa, avevano cantato benissimo.

Verso le due, le signore erano già partite; dei pochi invitati rimasti, alcuni stavano nella sala del buffet fumando e sorseggiando il bischof; altri sedevano qua e là nell’appartamento, in crocchi, discorrendo. In questo salotto non erano rimasti che la signora H***, il conte e la contessa, tutti e tre qui al piano, a studiare un duetto nuovo che si proponevano di eseguire il martedì venturo.... Io ero nella stanza qui accanto e ascoltavo. Da prima sentivo la contessa che col suo tocco elegante sonava una frase; poi la voce del conte, poi quella della Danese, poi le due voci insieme. Spesso uno dei due sbagliava la nota o il tempo, e bisognava tornare da capo. Il conte s’impazientiva, le signore ridevano.... Quando, a un tratto, che avvenne?... Io sentii un grido soffocato, che mi parve della contessa; poi silenzio; poi un gran colpo nel pianoforte. In due passi fui lì su quella porta e guardai.... La contessa, in piedi, turbata, pallidissima, voleva chiudere il piano e stava girando con mano convulsa la chiave nella serratura. Il conte, seduto su quel divano là, pareva molto impacciato. Di faccia a lui la signora H***, messosi l’occhialino al naso, avea l’aria di guardare con molta curiosità il dipinto del soffitto....

Capii ogni cosa. Nei due che stavano dietro a lei, certamente la povera contessa aveva sorpreso una parola, un gesto, un bacio, che so io?... Qualche cosa che, in un attimo, convertiva in certezza un sospetto, un dubbio, un tormento serbati dentro da un pezzo e combattuti chi sa con quali sforzi dell’animo!...

Da quel momento cominciò il precipizio di questa casa. Con quello finirono per sempre i ricevimenti della contessa, la quale si chiuse nel suo gran dolore e, gracile come era, dopo due anni morì. Il conte la pianse al suo capezzale di morte e la pianse dopo; poi, rimasto senza alcun freno e messosi allo sbaraglio, si diede a spendere e straviziare, fin che lo dovettero rinchiudere come pazzo.

Il figliuolo, voi lo vedete, sta ora compiendo questa opera di maledizione.


Io aprii il piano, non senza prima avere armeggiato un po’ di tempo nella serratura arrugginita.

Tra il leggìo e la tastiera, erano parecchi fogli di musica manoscritta, accartocciati e spiegazzati in più versi, come buttati là con mal garbo e schiacciati nel rinchiudere in fretta l’istrumento. Quei vecchi fogli, rivedendo la luce dopo tanto tempo, parve che mandassero un leggero fruscìo di allegrezza. Li acconciai e distesi sul leggio alla meglio. Era un duettino, nuovo per me, di Simone Mayer, musicato sovra una anacreontica del Vittorelli.

Mi venne voglia di passare il duetto e cominciai a ricercare la tastiera.... Il povero vecchio Erard aveva molto sofferto a restare tanto tempo serrato e inoperoso; a qualche tasto le corde non rispondevano affatto, le altre davano un suono incerto, frizzante e nasale. Ebbi la impressione di sonare un cembalo del secolo passato. Il duettino cominciava:

Non t’accostare all’urna

Che il cener mio rinserra;

Questa pietosa terra

È sacra al mio dolor.

Le due voci successivamente cantavano su questi versi un bell’andante patetico, poi s’intrecciavano con accordi e imitazioni nella strofa seguente:

Disprezzo i doni tuoi,

Ricuso i tuoi giacinti:

Che valgono agli estinti

Due lagrime, due fior?

Il duetto, ripeto, era nuovo per me, e mi piaceva e m’attraeva per la sua purezza melodica e la dotta semplicità della sua armonizzazione. Ci sentivo dentro la buona vena dell’autore della Saffo. Cominciai a cantarlo a voce spiegata, accompagnandomi e sforzando il vecchio istrumento a rendere tutte le sonorità che gli erano ancora rimaste nelle corde e nella cassa armonica. Cantando guardavo istintivamente il ritratto della contessa ridivenuto immobile, guardavo i suoi occhi grandi e mesti, voltati verso di me.... Mi pareva di risvegliare, per forza, delle voci di gente morta. A quando a quando sentivo dei brividi per la vita e avevo dell’incertezza nella voce.... Il duetto concludeva:

A che d’inutil pianto

Assordi la foresta?

Rispetta un’ombra mesta

E lasciala dormir!

Io non saprei dire quanto tempo abbia messo a decifrare e cantare quel pezzo di musica, nè mi curai di osservare l’effetto che il mio canto produceva nel signor Antonio, fermo in piedi alla mia destra. So che, mentre ripetevo l’ultima frase:

Rispetta un’ombra mesta....

che moriva flebile in un diminuendo, sentii che il signor Antonio mi toccò sulla spalla, reprimendo a mezzo una esclamazione di spavento. Alzai gli occhi di sopra il leggio, e sulla porta di faccia vidi la figura del conte, che guardava e ascoltava, immobile.

Confesso che ebbi paura. Mi alzai di soprassalto, ritirandomi di qualche passo indietro dal pianoforte; e anch’io mi misi a guardare il conte. Indossava una sopravvesta gialla, aveva la barba e i capelli piuttosto lunghi, ben pettinati, evidentemente ritinti. Entro tutto quel nero artificiale, spiccavano il pallore giallognolo della sua faccia smunta, con gli zigomi cascanti e gli occhi dilatati, in cui rutilavano due lagrime grosse....

Quando mi vide allontanato dal piano, si fece innanzi nel salotto, con quel passo incerto e sollevato a scatti, che è proprio dei malati alla spina dorsale.... Con un gran colpo energico richiuse il piano, schiacciando di nuovo insieme al leggìo i poveri fogli del duetto; si mise la chiavetta in tasca, e senza rivolgere a noi nè un’occhiata nè una parola, scomparve come un triste fantasma per la porta ond’era venuto; e che subito qualcheduno richiuse dietro di lui....

Noi due, senza metter tempo in mezzo, uscimmo dal salotto muti, circospetti e credo in punta di piedi.... Io per il primo, chè il signor Antonio rimase un poco indietro a chiudere le finestre e calare le tendine.

E dopo quel giorno non mi fece mai più parola di vendere il pianoforte della povera contessa.

COI SORDINI.

I.

Accadde ben presto quello che il vecchio Petronio aveva preveduto e temuto; e, caldo ancora del rabbuffo che aveva toccato dalla signora contessa, entrò nella stanza del giovinotto.

— Mio caro, non sono io stato indovino? Il vostro strumento mi tira addosso de’ guai. Scendo adesso dal quartiere della signora che m’ha parlato chiaro: o smettere di sonare o uscire subito da questa casa!...

Il giovine prima terminò la sua frase, posò l’arco attraverso il leggìo, posò il violino sulle sue ginocchia, poi guardò il vecchio portiere con un viso contrariato, come chi è distolto bruscamente da un pensiero piacevole:

— Uscire da questa casa, voi dite?... O dove volete ch’io vada? Aspetterete almeno, m’immagino, che arrivi la fine del mese. E intanto pretendereste voi altri ch’io non sonassi più? È impossibile!

E tolto l’arco e il violino, ricominciò la frase di prima, socchiudendo gli occhi per gustarla meglio. Il portiere allora si mise a girare per la stanza, a battere i piedi, a sbuffare, a bestemmiare. Il giovine si scosse:

— C’è bisogno di bestemmiare?... Certo non patirò che, per causa mia, voi andiate incontro a de’ guai; ma, d’altra parte, io ho bisogno di studiare; e non posso mica andare a sonar il violino nella Montagnola.... Vediamo di rimediare....

E alzatosi, trasse dal cassetto del tavolo un gingillo d’ebano che adattò alle corde dello strumento, inforcandolo e premendolo molto sul ponticello. Poi diede un’arcata lunga e vigorosa che, alla prima, fece al vecchio stendere in avanti tutte due le mani come per impedire che quel suono, così maledettamente vibrato, scappasse fuori dalla finestra e salisse in alto a suscitare nuovi sdegni. Invece, con sua meraviglia, il portiere non intese più uscire dallo strumento che un suono, o meglio, un gemitìo velato, ottuso, tenuissimo che moriva, dopo avere appena vissuto, nel breve spazio della cameretta.

— Va bene così? — chiese sorridendo il giovine dopo aver durato un poco a segare con l’archetto sulle corde. Il portiere, col viso d’uomo contento, senza dir parola ma facendo di gran segni d’assenso col capo, uscì dalla stanza e chiuse l’uscio.

Però il giovine fu preso da una grande melanconia. E rimase un pezzo fermo, la testa appoggiata sul leggìo, tenendo l’archetto e il violino con le braccia penzoloni. La sua mente usciva da quelle quattro pareti silenziose e saliva in alto. Ma adesso era sola e non l’accompagnava più un’onda di suoni che entravano per le grandi finestre e andavano a volteggiare lassù in quel quartiere signorile e misterioso, che egli non aveva mai visto, ma del quale tante volte aveva fantasticato....

Perchè bisogna sapere che in quel palazzone antico, taciturno e chiuso, in cui non si vedeva entrare che qualche vecchio e qualche prete; in quel palazzone, in cui fin le cameriere parlavano poco e a bassa voce e i servitori pareva che camminassero in punta di piedi, la contessa bigotta e settuagenaria viveva con una nipote che aveva appena toccati i sedici anni. Il padre e la madre di questa erano morti quand’era ancora bambina; e anch’essa, a vederla così pallida ed esile, così scema d’ogni vivacità e d’ogni calore di giovinezza, non dava molta speranza che potesse vivere lungamente. Che malattia aveva? Ogni settimana veniva in casa un medico celebre per la cura delle malattie nervose; ma parlava poco e vagamente del male; non scriveva quasi mai alcuna ricetta, fermandosi ad alcune prescrizioni igieniche, a qualche consiglio intorno al modo di vivere della giovinetta.

Il giovine s’era innamorato di lei. A spiegare il come, egli per primo sarebbe stato molto imbrogliato. Appena l’aveva vista qualche volta un momento, essendosi trovato, per caso, nell’androne del palazzo mentre la carrozza usciva. Aveva visti due occhi grandi e fissi, raggianti nel pallore del visino bianco e delicatamente profilato; e sopra quegli occhi e quel visino una massa di capelli biondi più che il frumento maturo, diffusi intorno al capo come un’aureola vaporosa. Nient’altro. E glie n’era rimasta nell’animo come una impronta di visione bella e triste, che gli dava, ripensandola, un misto di dolcezza e di accoramento.

E nella sua camera chiusa non si sentiva più solo. Quella fanciulla era vicina a lui, nel piano superiore, sopra il suo capo. La sentiva vivere con lui; gli pareva di respirare con essa. Andava agitando nel cervello dei sogni magnifici, strani, pietosi, inverosimili. S’immaginava d’essere predestinato ad una pia impresa di liberazione, come gli eroi delle leggende wagneriane; e quando la sua mente correva al premio, non sapeva immaginarlo altrimenti che vedendo sè inginocchiato dinanzi a quella sottile figura di bambina bionda, che si chinava sopra di lui e gli posava, leggero leggero, un bacio sulla fronte....

Quando prendeva il violino e stava delle lunghe ore dinanzi al leggìo, il suo sonare da prima era come un balbettìo musicale incerto e timido; poi era una prova meno imperfetta, a periodi più lunghi e con qualche ripresa nei passi più importanti, a fine d’impadronirsene per bene. Da ultimo, sicuro del fatto suo, il giovane violinista riattaccava ed eseguiva di seguito il suo pezzo intiero con tutta quanta la forza e la maestria di cui aveva saputo rendersi capace. E allora, mentre gli occhi parevano intenti alla pagina, l’anima sua saliva coi suoni, andava su al piano nobile, in cerca di lei, la trovava e si compiaceva ad avvolgerla devotamente come in una nube di suoni.... Dopo quelle peregrinazioni fantastiche, il giovine si raccoglieva in sè stesso stanco e soddisfatto e con una vaga persuasione che quel suo messaggio musicale non era andato sperso nel vuoto; era arrivato a lei ed era stato bene accolto.


Donde poteva venirgli quella persuasione?

Qualche volta, dopo avere suonato, si metteva alla finestra che dava nel grande cortile interno del palazzo. Era un bellissimo cortile fabbricato parecchio tempo dopo la facciata del vecchio edifizio, nei primi anni del secolo decimosesto. Al di sopra del vasto portico marmoreo si lanciava una galleria ariosa, allegra e come superba delle sue svelte colonne d’ordine corinzio; e sopra la galleria girava un fregio di lavoro così fine ed elegante, che la tradizione volle attribuirlo a Francesco Francia, l’orefice. Il giovine guardava lungamente d’intorno e in alto. Pareva un curioso che aspettasse, e il cuore gli batteva forte; tanto forte che qualche volta se lo sentiva come salire in fretta palpitando verso la gola.... Ma il cortile era sempre solenne e silenzioso, la galleria sempre allegra e vuota, e il bel fregio del Francia pioveva dall’alto un sentimento di bellezza pura e fredda. Del resto non un volto o una voce o un altro segno qualunque. Il giovine si ritraeva dalla finestra col viso triste; ma nell’intimo suo non rimaneva a lungo senza conforto perchè pensava che i suoni del suo strumento erano saliti in alto; e un animo gli diceva che essa li aveva ascoltati.

E riprendeva coraggio e sonava ancora.

Ma d’ora innanzi non più! Quei pesanti sordini rendevano il suo violino poco meno che muto; ed egli lo guardava con aria scorata; come se fosse diventato un arnese inutile fra le sue mani.

Quando svogliatamente si rimise a sonare, da prima gli pareva d’essere come in uno di quei sogni, allorchè noi con la volontà e con le membra ci sforziamo a fare una cosa e l’effetto non corrisponde. Ma, continuando attentissimo nel lavoro dell’arco, a poco a poco i sensi del violinista si acconciarono ad una curiosa metamorfosi. Quelle note esili e lamentose, le quali in principio pareva che uscissero a stento, e un momento appena, fuor delle corde mortificate dal peso dei sordini, ecco che ora non solo si ripetevano nel suo cervello, ma vi si completavano riguadagnando a grado a grado la sonorità, il timbro, l’espansione di prima. Il giovine si riebbe dal suo avvilimento e si sentì invadere da una letizia profonda.... Così dunque egli le riaveva tutte ad una ad una le sue note, le belle e potenti note del suo violino, che aveva piante quasi per morte! Ora esse echeggiavano novellamente nella sensibilità del suo apparecchio acustico, e poteva vibrarle a suo piacimento ingrossandole, assottigliandole, stemperandole per tutte le sfumature del colorito musicale, atteggiandole a tutte le intenzioni, a tutte le carezze e a tutti i capricci del suo gusto d’esecutore!

E la sua mente riprese subito con gioia l’usato costume di tradurre la musica in un linguaggio d’amore rivolto alla bionda creatura del piano nobile. Il suo linguaggio divenne anzi, in quella seconda prova, più inteso e più ardente. Le note e le frasi vaporavano come una sottile colonna d’incenso dall’anima sua; forse erano la sua stessa anima, che si dissolveva in esse e saliva.

Talvolta il giovane a un tratto interrompeva il suono e rimaneva alcun tempo con la testa voltata in su verso il soffitto, ascoltando, aspettando....

Un giorno, verso l’imbrunire, stava ripassando una riduzione per violino della settima sinfonia di Beethoven. Terminato l’andante e lo scherzo egli incominciava l’adagio. Arrivato circa a due terzi di quella pagina musicale così potente di passione, il giovine marcava lentamente con l’arco del violino i quarti di una battuta d’aspetto, quando, d’improvviso, si trovò ritto in piedi, con una mano alla fronte, con tutta la persona in un atteggiamento di ascoltazione attentissima. Che era accaduto?... Nel silenzio del palazzo, si sentiva, sommessa per la lontananza, la voce di un pianoforte, che eseguiva anch’esso l’adagio della settima sinfonia. Il giovane corse a spalancare la finestra e sentì che la voce del pianoforte gli arrivava anche più distinta. Veniva dal piano superiore e si spandeva pel cortile deserto. Giunta alla battuta d’aspetto, la voce si tacque. Allora il violinista si rimise al leggìo ed eseguì, con mano tremante tutto l’adagio fino in fondo;... e il pianoforte non tardò a seguirlo, terminando, con precisa misura, una battuta dopo di lui!

Il giovine era indicibilmente commosso; ma non aveva l’aria d’essere molto sorpreso.

II.

La miracolosa corrispondenza dei suoni continuò. Per la gente che abitava il palazzo, e che, in causa dei sordini, non udiva altro suono che quello del pianoforte, il fatto fu accolto come un buon segnale della migliorata salute della fanciulla. Per il giovine parve l’ultimo termine de’ suoi desiderii e non cercava altro. Si chiudeva nella sua stanza e vi rimaneva tutto il tempo che avea disponibile, sonando Beethoven e aspettando la risposta. Questa gli veniva quasi sempre verso sera, e consisteva in uno dei pezzi eseguiti dal violinista lungo la giornata; il pezzo che a lui era parso più bello degli altri e in cui egli aveva messo, forse, più sentimento di adorazione e più forza di desiderio.

E la relazione dei due giovani rimase là. In tutto il rimanente la stessa separazione assoluta. Non un biglietto nè un cenno nè un saluto; mai nulla.

D’altra parte il violinista avea bisogno, per vivere, d’esercitare la sua professione. Andava per le case a dar qualche misera lezione, e sonava nelle chiese.

Quando giunse l’autunno, fu scritturato nell’orchestra del Comunale. Soltanto due volte vide la fanciulla nel suo palco di famiglia, in second’ordine; sempre col visino pallido e l’aria sofferente e malinconiosa. Mostrava di non accorgersi quasi affatto delle persone che venivano in palco e d’essere attentissima alla musica. Tutte due le volte, a mezzo della serata, i suoi occhi, un momento, si volsero all’orchestra e fissarono il giovine violinista che tremò nella sua sedia sotto quello sguardo. Poi si ritrassero lentamente, dolcemente, con una espressione di rinuncia rassegnata e triste.... Al domani, il messaggio d’amore del violino fu più lungo; e la risposta parve al giovine più appassionata.


Verso la metà di carnevale il violinista accettò di essere direttore d’una piccola orchestra per due balli che la marchesa X*** avrebbe dati, invitando specialmente le amiche di sua figlia, uscita di poco dal collegio.

Abbisognava un vestito nero, ma egli, poveretto, non lo aveva! Allora mise in mezzo il vecchio portiere, il quale la sera del primo ballo, gli portò in camera un vestito completo “da società„ comprato con poche lire. Il frack era troppo lungo per la statura del giovine, ma il vestito, nel suo insieme, poteva passare. Egli si annodò con cura la cravatta bianca, prese sotto il braccio il suo violino chiuso nella busta, e andò.

Gli avevano preparato uno sgabello su cui sovrastava alquanto alla piccola orchestra e dominava la sala, rimanendo assai bene in vista, in quell’appartamento signorile pieno di luce e fragrante di fiori. Nella sala grande, verso le dieci ore, erano già adunate molte signorine delle famiglie più ricche e aristocratiche della città. Alcune potevano dirsi ancora delle bimbe.

La voglia di ballare essendo in tutte grandissima, verso le undici il ballo era molto bene incamminato; e già alle ragazzine cominciava a mescolarsi qualche mamma giovine. Il direttore della piccola orchestra eseguiva i balli migliori del repertorio in voga. Dirigeva e sonava, facendo spiccare briosamente nel concerto la bella voce del suo Guarnieri. La contessina R*** fece notare alle sue amiche che avevano per direttore d’orchestra un bel giovane bruno. Le ragazze lo guardarono un poco con simpatia; ma qualcuna rise del suo abito troppo lungo.

A un tratto, si propagò per la sala un moto di curiosità, e molti occhi si volsero verso una delle porte d’ingresso.

— Hanno fatto il miracolo! — disse al vicino una vecchia signora. Una giovinetta, alzandosi in punta di piedi, aggiunse: — Ecco finalmente la Principessa invisibile!

Il direttore d’orchestra impallidì.

Intanto, al braccio del padrone di casa, appariva la signorina del vecchio palazzo. Alta e sottile, nel suo abito bianco, col suo incedere lento e gli sguardi raccolti, pareva che entrasse non a una festa da ballo ma in chiesa. Gli uomini, per la massima parte, la giudicarono distintamente bella.

Dopo alcuni minuti le fu presentato un bel giovine di maniere assai eleganti; e si mise a ballare con lui. Finiti i giri del valtzer, egli le si sedette vicino, studiandosi a farla parlare. Non pareva facile, ma di tanto in tanto riusciva; e riuscì anche a farla sorridere.

Aveva essa avvertita la presenza del violinista? Sì; egli n’era convinto, lo sentiva.... Perchè dunque essa non gli volgeva gli occhi, mai?

Il giovane attese un poco; poi cominciò a sentirsi dentro una vaga inquietudine, poi una grande impazienza, e a breve andare un vero spasimo intollerabile.... Insieme allo spasimo delle idee strane, come dei guizzi ardenti, cominciarono ad attraversargli il cervello.... Per esempio, avrebbe voluto interrompere a mezzo la suonata e andarsene; o gli veniva una voglia secca di sbattere il violino contro il leggìo; o di saltare dal suo alto sgabello in mezzo alla sala.... Ma intanto il ballo procedeva inesorabilmente e a lui toccava di sonare.... E sonava, sonava di tutta forza!... La sua fronte s’imperlava di sudore, e dei momenti pareva che il braccio e le dita gli si irrigidissero, mentre, agonizzando di desiderio, aspettava sempre dalla fanciulla una occhiata, che non arrivava mai!...

Venne ancora la volta di sonare un valtzer. Era un valtzer di Giovanni Strauss, briosissimo pel ritmo e a fondo malinconico; uno di quelli che Giorgio Sand disse nati da un misterioso amplesso del dolore e della letizia.