Storie da ridere.... e da piangere.

Vive memor leti.

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DEL MEDESIMO AUTORE

Orione. — Glauco, tragedie L. 3 20

E. L. MORSELLI

STORIE DA RIDERE....

E DA PIANGERE

NOVELLE

MILANO

Fratelli Treves, Editori

Sesto migliaio.

PROPRIETÀ LETTERARIA.

I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l'Olanda.

Tip. Fratelli Treves, 1919.

INDICE

[pg!1]

[L'OSTERIA DEGLI SCAMPOLI.]

Dove può rifugiarsi la felicità!...

Eppure ho veduto poca gente più felice di quella.

Me li ricordo bene, in quel torrido febbraio bonaerense, dalla mattina alla sera sotto una gran tenda bianca a righe rosse, attorno a quattro tavole cariche di bicchieri, fuori di quella piccola ma celebre Osteria degli Scampoli, che poi finì bruciata con tutta l'isola di casupole di legno sgangherate, nel gran rogo d'un enorme deposito di catrame vicino, a specchio dell'acqua grassa e filigginosa del porto. Non erano uomini: erano resti d'uomini. Poco o molto della loro carne era già sotterra, ma glie n'era rimasta tanta da poter mangiare, bere, digerire, ridere e bestemmiare: scampati miracolosamente alle carezze dei magli, dei repulsori, degli ingranaggi, delle ruote, delle locomotive, [pg!2] affettati nei più strani e crudeli modi, ma liberati anche per sempre dalla pesante croce del lavoro e dei doveri sociali, vegetavano allegramente lì su quelle panche, appuntellati con le loro gruccie, agitando i loro moncherini, veri scampoli della grande merceria umana, come li aveva battezzati l'oste filosofo. Quest'oste era un marchigiano, calafato un tempo, che aveva avute spezzate le due braccia da un argano, a Cape-Town. La Castle-Line glie le aveva pagate in contanti sterline, in ragione di cento l'una, e lui aveva súbito venduto i ferri del suo vecchio mestiere e s'era imbarcato nel primo piroscafo per Buenos Aires, col gruzzolo, la poca roba, e una certa sua pallottola di moglie che vedeva il mondo non già roseo bensì addirittura rubicondo come la sua propria faccia; e rideva anche dormendo.

Ma anche la ossuta e adusta faccia di lui riluceva lasciando la terra d'Africa, poichè il sogno di tutta la sua vita di emigrante era raggiunto; poteva finalmente aprire un'osteria alla Boca di Buenos Aires, dove aveva fatto la fame per due lunghi anni. N'era partito disperato e ora ci ritornava capitalista. Senza braccia, sì: ma a che servono le braccia a un capitalista! Per contare i quattrini gli sarebbero bastati gli occhi; per farli cadere dentro il cassetto del suo [pg!3] banco da oste gli sarebbero bastati i suoi complessivi quaranta centimetri di moncherini che gli sbucavano dalle maniche rimboccate della sua giacchetta, simiglianti con la loro cucitura fresca a due germanici salami d'oca. Del resto egli si sarebbe serbato la parte direttiva dell'impresa; due bei bracciotti grassi e robusti al servizio del suo cervello di aspirante milionario, li avrebbe sempre avuti: erano quelli della sua ridente pallottola che egli soleva chiamare inglesemente Bullet e amava ora come non aveva amato mai.

Poichè quella sciagura delle braccia doveva aver anche richiamato sulla singolare coppia una nuova luna di miele, anzi addirittura un plenilunio di miele.

Un ebreo polacco commerciante di oggetti di gomma e schiave bianche, il quale s'era trovato a fare il viaggio da Cape-Town a Buenos Aires sullo stesso vapore, mi raccontava che era stato commosso fino alle lacrime da questo idillio di nuovo genere, durato ventiquattro giorni ininterrotti. Fosse la compassione materna per quel povero diavolo che aveva ormai bisogno di essere vestito e imboccato come un bambino d'un anno, fosse l'aspetto nuovo e quasi favoloso che davano a suo marito quelle duecento sterline cucite intorno alla pancia in [pg!4] una ventriera di tela da barche; certo è che Bullet non aveva distolto un solo istante gli occhi amorosi dal suo Otello. Otello, così si chiamava lui, stava tutto il giorno sul castello di prua, comodamente disteso sopra una seggiola pieghevole che Bullet aveva voluto comprargli con i suoi segreti risparmi di pettinatrice: mangiava, beveva, fumava la pipa, costruiva il suo avvenire guardando fisso nel mezzo delle nuvole, passava beatamente dal monologo al sonno, sicuro che la sua Bullet non lasciava il suo posto di guardia seduta sopra una gomena, davanti alla sua preziosa pancia cinta della loro fortuna.

Per imboccarlo, Bullet veniva a sedersi ridendo sulle sue ginocchia, soffiava sulla minestra, l'assaggiava prima di dargliela, come una buona mamma, gli mondava le banane, gli vuotava in corpo numerosi bicchieri di vino. Finito di mangiare parlavano e ridevano un buon poco, rimanendo così, lei seduta sulle ginocchia di lui; parlavano del loro avvenire che egli costruiva anno su anno, con un progressivo sfoggio di fantasia milionaria, che dava le vertigini alla ridente pallottola di ciccia. Quando Otello s'era esaurito, puntava contro la sua Bullet i suoi due moncherini, ed essa ci si buttava in mezzo ridendo e baciandolo sul viso. Allora, sottovoce, [pg!5] per non essere udito, egli le diceva: — Tiemmi di conto, sai, Bullet, perchè il tesoro vero non è quello che ci ho intorno alla pancia, è quello che ci ho nel cervello! Vedrai! tra dieci anni, duecento sterline te le voglio mettere all'orecchio a te! — E Bullet stralunava gli occhi dal gran gusto.

Una volta il mio ebreo polacco colse, non visto, quest'altro brano di idillio.

Bullet, carezzando la testa e il collo bruno del suo Otello, gli sussurrava dolcemente: — Ti ricordi quando mi dicevi: «Se tu mi tradissi, io farei come quell'altro Otello, ti strozzerei!». E adesso, sentiamo un po', se ti tradissi, che cosa mi faresti? — E qui una gran risata.

Dal modo come Otello aveva guardato la sua cicciuta Desdemona, si capiva bene che da tempo immemorabile non aveva pensato ad una simile possibilità, tuttavia bestemmiò torvamente per dare una intonazione terribile alla sua prossima risposta; e finalmente disse: — Adesso ti mangerei tutta, come un lupo.

— Ah! sempre lui, il mio Otellino! — aveva strillato la donna, — quanto mi piaci! — E gli aveva appiccicato due improvvisi baci sugli occhi ancora minacciosi, sì che lui aveva dovuto chiuderli e ridere.

Così erano arrivati a Buenos Aires. E prima [pg!6] ancora che egli avesse trovato quella tale osteria da rilevare, che facesse al caso suo, gli s'eran messi d'intorno, per naturale gravitazione, cinque o sei storpiati, come lui, non dalla natura, ma dalle più svariate applicazioni meccaniche del genio umano. Questi erano tutti pensionati delle ferrovie, delle compagnie di navigazione, delle assicurazioni, delle società di mutuo soccorso; e così non avevano preoccupazione maggiore di quella del buon vino, e gli promisero di strascinarsi dietro tutti gli storpi della capitale, purchè il vino fosse sincero e l'osteria fosse in qualche modo intitolata a loro.

Per incominciare, l'affare fu giudicato ottimo dall'oculato Otello, e in una notte di veglia febbrile il nome lo trovò: Osteria degli Scampoli. Questa mite ironia senza rimpianto fu approvata alla unanimità: si giudicò incapace di turbare l'allegria e la sete degli avventori, e nel medesimo tempo capace di molto richiamo.

Quando io la vidi per la prima e per l'ultima volta, in quel lontano febbraio, l'Osteria degli Scampoli aveva sei mesi di vita ed era nel suo più bel rigoglio. Dalle otto della mattina alle due della notte la instancabile Bullet ruzzolava dentro e fuori, da una tavola all'altra, pronta a ogni chiamata, con gli occhi e il sorriso sempre [pg!7] dovunque, aiutata appena da un garzoncino di dieci anni, azzoppato, in verità, per il vizio che aveva di stuzzicare la coda dei cavalli del porto, ma reclutato con entusiasmo, come ultima pennellata al suo capolavoro, dal nostro Otello; il quale troneggiava seduto dietro il banco con la sua pipa in bocca per tutte le dieciotto ore che la sua osteria stava aperta. S'era sbiancato, ora, in faccia, e s'era ingrassato a vista d'occhio. Una volta che Bullet gli disse: — Eri più bello prima! — Otello rispose gravemente: — Ogni stato sociale ha la sua estetica, mia cara! Da calafato ero bello perchè somigliavo a un'ascia; ma il capitalista, per esser bello deve assomigliare a un salvadanaio.

Non si muoveva mai dal suo banco, come ho detto, ma soltanto, ogni sabato, andava a depositare al «Banco Español del Rio de la Plata» gli introiti della settimana. Ci andava solo, perchè teneva straordinariamente a bastare a sè stesso in tutto ciò che era amministrazione della sua azienda. A tale scopo aveva imparato a conteggiare e a firmare tenendo la penna con la bocca. Bullet, alle undici precise di ogni sabato mattina gli spegneva la pipa, gli metteva il denaro contato nella tasca interna del panciotto, ben incartato in un pezzo di giornale, gli riabbottonava panciotto e giacca, ed egli [pg!8] usciva per fare sempre a piedi il lunghissimo tragitto che lo divideva dalla famosa esquina delle Banche. Un'ora di andata penosa e circospetta. Un'ora di ritorno tutta fischiettata e cantarellata.

L'aveva sempre passata liscia: non gli era mai toccato nessun incontro; ma in ogni caso, da che aveva perduto le braccia, da buon filosofo che egli era, aveva riposto una fiducia illimitata nella potenza delle sue gambe, e soleva dire: — Io non ho paura: con un calcio ne stendo in terra quattro!

Il sabato, dunque, dalle undici fin verso le due, Bullet rimaneva sola a reggere le sorti dell'azienda, come le diceva Otello prima di uscire agitando paternamente il moncherino. Secondo le prescrizioni, non avrebbe dovuto abbandonare, per nessuna ragione al mondo, il banco, lasciando sbrigare tutto il servizio dal ragazzino zoppo. Ma, aimè! la buona pallottola non comprendeva questi alti precetti: resisteva forse una mezzoretta rigirandosi sulla sedia maritale, come se ci avesse avuto sotto le spine, ma poi, agli insistenti richiami di quei suoi allegri avventori, ruzzolava giù dal suo trono e ricominciava a ballonzolare tra le tavole come al solito, fermandosi ora qua ora là, a chiacchierare e a ridere. Ruzzolava più presto [pg!9] se la chiamava Peppino, e le fermate che faceva alla tavola dov'era lui erano le più lunghe; ma questo non faceva meraviglia a nessuno, perchè Peppino era l'anima, il dio tutelare di quell'osteria.

Arrivava la mattina verso le dieci sopra una comoda poltrona triciclo messa in moto dalle sue braccia, sempre ben vestito, benissimo pettinato, coi baffi irreprensibilmente arricciati e profumati alla violetta, la barba rasata sempre di fresco; dimostrava meno dei trent'anni che aveva, nonostante le proporzioni erculee del suo collo, del suo petto e dei suoi polsi.

La tavola dove si metteva lui in cinque minuti si riempiva di gente. Ne raccontava di storie buffe! Era stato atleta in un circo equestre per dieci anni e aveva visto tanto mondo; e poi faceva certi giuochi di prestigio da rimanere a bocca aperta. Le gambe glie le avevano, niente di meno, mangiate i pesci cani. In mezzo all'Oceano si era gettato in mare dal piroscafo per salvare la figlia di un banchiere italiano che s'era voluta uccidere. Era riuscito miracolosamente a salvare la ragazza, ma lui era stato issato a bordo che pareva una botte sfondata da tanto sangue buttava. Il banchiere l'aveva assistito come un padre. Appena giunti a Buenos Aires gli aveva comprato quella magnifica [pg!10] poltrona triciclo e gli aveva assegnato un mensile vitalizio che gli permetteva di bere vino in bottiglie e giocare ogni sera delle vere sommette. Questo gioco della sera attirava ogni sorta di gente quattrinaia nell'osteria di Otello, e le bottiglie più vecchie si vuotavano a dozzine; e Otello, il cui fiuto finanziario non fallava, se gli avessero ridato le due braccia per portargli via Peppino, avrebbe risposto: No!

Un sabato, dunque, verso il tocco, eravamo una diecina intorno a Peppino fuori dell'osteria; ci raccontava di quando in un cabaret di Parigi aveva vinto mille franchi di scommessa al re Leopoldo stendendosi in terra supino, a dorso nudo, e facendosi salire sul petto quattro ballerine: e v'assicuro che bisognava ridere per forza, a sentirla raccontare da lui. Bullet si doveva tenere addirittura la sua pancetta con le mani.

Ma in mezzo alle risate amiche, si udì una voce secca secca dire: — No puede ser!

Ci rivoltammo; l'interlocutore era sconosciuto a tutti: un basso spagnolo con un lungo soprabito giallo tutto sbrindellato, un largo cappello di paglia annerito dalle intemperie, i piedi calzati stranamente di rosa, piantati con gran fierezza dentro due scarpe di corda. Stava ritto dietro Peppino, con la sigaretta in bocca e le mani in tasca.

[pg!11] — Non può essere! — ripetè col suo pretto accento madrileno — io sono dell'arte, sono atleta anch'io, atleta girovago perchè si sa pur troppo che nel mondo vale la fortuna e non il merito, ma sono uno dei più forti atleti che abbia oggi la Spagna e si sa che la Spagna è la patria dei più forti atleti del mondo. Ebbene, io posso garantire, che nè io nè nessun altro atleta spagnolo può fare un esperimento di questo genere!

Peppino lo guardava più tranquillo di noi, senza ombra di risentimento. Quando ebbe finito, gli disse:

— Qual è il peso più grosso che alzi?

— Il mio peso da un quintale verificato e bollato in dodici concorsi, col quale ho guadagnato le dodici medaglie d'oro d'argento e di bronzo che loro possono ammirare sul mio petto!

E così dicendo lo spagnolo si sbottonò con una sola stratta tutta la sua pelandrana e ci si mostrò in maglia rosa e brachette di raso viola, col petto trasformato in un vero medagliere.

— E dove ce l'hai questo peso? — domandò Peppino.

— Nella mia carrozza! — esclamò lo spagnolo presentandoci con un gesto solenne un [pg!12] orribile carretto a due ruote carico di ogni ben di Dio, cui era attaccato un cavalluccio tutto pelo e ossi.

— Portalo qua.

Lo spagnolo si levò la palandrana, estrasse dal carretto due enormi palle infilate ai capi d'una grossa sbarra di ferro, e venne tentennante ma sorridente a gettarle ai nostri piedi, facendoci balzare tutti sulle sedie per il contraccolpo.

— Fammelo assaggiare, — disse Peppino; e chinandosi sul suo triciclo, e con la destra afferrato nel giusto mezzo il peso, lo tenne per un momento sollevato, con una facilità che preoccupò visibilmente lo spagnolo.

— Se, così come son ridotto, senza gambe, t'alzassi questo peso e te seduto sopra, tutto di forza, senza spinta, perchè ho le spalle appoggiate, ci crederesti allora a quello che ho raccontato?

— Allora sì! — rispose lo spagnolo sorridendo incredulo.

Peppino si levò la giacchetta e la dette in custodia ad un ammiratore vicino, poi si levò anche la camicia e mise al nudo un torso candido e gigantesco come quello di Ercole.

Bullet aveva smesso di ridere per guardare a bocca aperta. A un tratto strillò:

— Che bellezza di bracci, per Diana!

[pg!13] — È un pezzo che non vi sentite stringere la vita! — gridò Peppino, ridendo con tutti i denti. — Dite la verità che n'avete voglia d'una strettarella, eh birbacciona? — E aprendo le braccia: — Volete favorire? Io ci sto di core!

— Se vi sentisse Otello! — si limitò a rispondere Bullet, rimanendo però lì come tenuta dall'incanto di quelle due braccia magnifiche.

— Su! Su! la gran prova! — dicevano gli amici di Peppino.

E Peppino allora mise in tensione tutti i suoi muscoli e tenendo le braccia piegate contro il petto disse: — Avanti! mettetemi il manubrio qua sulle mani.

Glie lo alzammo in quattro e glie lo mettemmo come aveva detto. Le sue braccia non cedettero d'un centimetro, ma il triciclo ne parve sconfortatissimo.

— Niente paura; cigola, ma non si rompe, — disse Peppino ridendo. — Qua a sedere, signor spagnolo, e attento all'equilibrio!

Mentre lo spagnolo salì e si sedette agilmente sul lungo manubrio di ferro, il pianto del triciclo raddoppiò, ma le braccia di Peppino stettero salde come di ferro massiccio.

E l'ascensione del peso, con relativo atleta spagnolo, incominciò subito lenta e sicura. Lo sforzo era gigantesco: gli occhi bianchi di Peppino [pg!14] sembravano galleggiare nel sangue: l'Eracle di marmo in riposo s'era trasformato in un Eracle di porfido sollevante Anteo.

Ad un tratto, quando già la vittoria era sicura (ed era sempre una bella vittoria, anche supponendo che il peso controllato e bollato dall'atleta spagnolo fosse stato di cinquanta chili invece che di cento!) ecco si ode uno schianto secco e si vede il nostro Peppino abbassarsi di un palmo contro terra mentre lo spagnolo si getta impaurito sulle nostre spalle. Il mozzo d'una ruota del triciclo aveva ceduto. Lo spagnolo riprese prontamente dalle mani di Peppino il suo peso e, poggiatolo in terra per ritto, e impugnatone il manubrio a mo' di lancia, volle stringere la mano di Peppino dicendogli solennemente: — Collega, ora credo a tutto quello che hai raccontato e che racconterai: saresti degno di misurarti col mio glorioso maestro Santiago Machacapulgas! e più non si può dire!

Ma la sua voce reboante fu travolta dal clamore dei nostri «evviva!». Peppino schizzava sudore e gioia da tutti i pori, e il sudore gli colava giù a rigagnoli per le valli del suo vasto torace e la gioia la sfogava schiacciando tra le sue ogni mano che gli si tendeva, e baciando a quattro doppî gli amici più vecchi. Quando [pg!15] fu la volta di Bullet che gli tese la mano tutta esultante, ci fu tra quei due ritratti della salute un tale scambio di occhiate, che Peppino, credendo certo di meritarsi un tal premio per la sua vittoria, se la tirò giù addosso, le cinse la vita con le sue braccia formidabili e incominciò a baciarla di santa ragione. La nuova vittoria, sebbene più facile della prima, suscitò un eguale scoppio di applausi.

Ma aimè! avevamo fatto i conti senza l'oste.... il quale in quel momento, non visto da nessuno, era sopraggiunto di ritorno dalla sua operazione finanziaria; senza dir verbo aveva sfondato come un ariete il nostro cerchio plaudente, e, con pronta decisione, cacciava avanti uno dei suoi vasti piedi, dirigendolo sulle due teste colpevoli.

Fu un lampo. Il piede arrivò a destinazione.

Ma quando Otello fece per ritirare il suo arto con l'evidente disegno di ripetere il colpo, non gli fu possibile. Bullet con uno strillo da maialetto impaurito era ruzzolata in terra, poi fuggita via in bottega; e quanto allo strumento della sua vendetta, esso era stato fulmineamente e irrevocabilmente afferrato dalle mani di Peppino. I due si guardarono in faccia.

Il faccione imperturbabile e ancora ridente di Peppino dimostrava apertamente il suo tranquillo piano di battaglia. Sembrava dire: Per [pg!16] conto mio, non ti lascio il piede sino a che non ti son passati i bollori.

Invece la faccia grifagna di Otello dimostrava un farraginoso rimuginìo interno, in cui tutti i più inverosimili disegni di difesa e di offesa venivano volta a volta accolti e scartati. Ma il piano del gran Peppino non era sbagliato: a lungo andare, quella forzata posizione cicognesca non poteva non ricondurre nell'animo di Otello quella serena e profonda filosofia che gli aveva sempre appianato ogni scabrosità della vita.

— Ti vien da ridere, di' la verità, Otello! — gli disse Peppino.

— Ancora no, — brontolò Otello.

— Bada che siamo buffi: pensaci un po' bene. Non vedi che questi poveretti d'intorno non possono parlare perchè gli scoppia la bocca dal ridere?

Otello sorrise, Peppino scrosciò; e nacque una risata omericamente inestinguibile.

Quella sera vi fu gioco nutritissimo nell'Osteria degli Scampoli. Al tocco eran capitati per caso a bere sette o otto capitani inglesi, e Peppino, che sapeva l'inglese, li aveva tirati nel gioco già incominciato, e le sterline correvano più del solito sulle modeste tavole di Otello, ed egli, dal suo trono, ne fremeva di orgoglio e ragionava forte, tra sè e sè, come non mai.

[pg!17] Io, dopo aver regolarmente perduto quel poco che avevo in tasca, ero solito accomodarmi alla prima tavola sotto il banco, che a quell'ora era sempre vuota, per schiacciare un sonnellino. Tenevo moltissimo a quel sonnellino di mezz'ora perchè quasi sempre sognavo di vincere.

Quella sera, l'ho già detto, il monologo fioriva sulla bocca di Otello: però non era cosa facile intendere il senso delle sue parole in mezzo al vociare dei giocatori. Ma è certo che, poco prima di addormentarmi, lo udii distintamente dire: — E sessantaquattro! — (si riferiva a bicchierini di whiskey). — E quattro mazzi di carte!... E dodici banchi!... Trenta pesos di guadagno netto in tre ore!... Loro possono perdere laggiù; ma io di quassù vinco sempre: poco ma sicuro! Le fortune si fanno così.... Questo si chiama aver occhio e bernoccolo: dal primo giorno che l'ho conosciuto ho detto subito: Questo Peppino sarà la mia fortuna!... Veramente.... quell'abbraccio.... proprio là in presenza a tutti.... è stata una mezza canagliata.... Mah!... Alla fin delle fini.... forse.... ha ragione lui: la pipa mi son dovuto sì o no adattare a farmela accendere da un altro? Anche la moglie da qualcuno bisognerà pur che me la faccia abbracciare!....

[pg!19]

[L'ELEFANTE.]

C'è una sola fatica della quale l'uomo civile non senta mai il bisogno di riposarsi: ed è quella di occuparsi dei fatti del prossimo. Infatti nelle stazioni climatiche e ai bagni di mare, dove si va per riposare di tutte le altre fatiche, nessuno pensa a riposarsi di quella.

Sotto questo aspetto, la piccola tribù bagnante di *** potè dirsi veramente fortunata l'estate scorsa; perchè ai consueti soggetti ormai tradizionali del luogo se ne aggiunse uno del tutto impreveduto e imprevedibile.

Si trattava di una enorme femmina piombata là, in quel lembo di spiaggia adriatica, come un bolide.

Di dove era venuta?

Nessuno lo sapeva.

Era scesa da un vagone-letto proveniente da Brindisi; questo lo assicurava il giudice Cesti [pg!20] che aveva una passione atavica (diceva lui) per vedere arrivare i treni. Da ciò, e dall'aver essa con sè una piccola serva di pelle bruna ed un mostruoso bulldog con i quali conferiva in inglese, il medesimo giudice aveva indotto che essa «provenisse» (sic) dalle Indie. Senonchè il professor Percossi, insegnante locale di storia e geografia, era pronto a scommettere qualunque bibita sostenendo che quella piccola negra era di razza australiana e che perciò la padrona doveva venire dall'Australia. Ogni volta che il giudice e il professore si trovavano di fronte, era battaglia dichiarata.

La conclusione era sempre una: non si sapeva donde quell'enorme bolide carnoso fosse caduto, nè chi fosse.

Appena giunta era salita sull'omnibus-automobile dell'Albergo dei Bagni, il migliore albergo del luogo, dove ella si era scelta la più bella e costosa camera, con salotto, lasciando in portineria un nome che poteva benissimo anche essere il suo: Miss Mary Rudge.

Ma se ne sapeva quanto prima. Il fatto che fosse miss non meravigliò nessuno: tanto coloro che la giudicavano un giovanissimo fenomeno vivente, quanto coloro che le regalavano quarant'anni buoni, tutti si trovavano d'accordo nel crederla destinata ad una eterna verginità: [pg!21] tutti, perfino il biondissimo trentenne conte Saturni, che s'era di fresco sposata una signora di sessantaquattr'anni e senza un occhio, per trecentomila lire di dote! perfino due elegantissimi disperati già noti rivali del sullodato conte, i quali poi, sia detto in segreto, si sottoponevano ad acrobatici appostamenti per riescire ad essere notati dalla enorme miss!

Sì, perchè in mezzo a tanto buio, c'era una cosa chiara: miss Mary Rudge doveva avere di molti ma di molti denari: e questo punto indiscutibile era anche quello che esasperava tanto la curiosità di tutti. Figuratevi che, arrivata nei primi giorni di luglio, mentre ferveva sulla spiaggia il lavoro per la costruzione dei capanni municipali e privati, essa ne aveva provocato l'immediato arresto, pretendendo che le si erigesse in quattro e quattr'otto un robustissimo capanno a due piani, circondato di un ampio recinto di rete metallica, arredato del necessario per potervi dormire e mangiare, e validamente munito contro le intemperie. Ebbene: in soli cinque giorni tutto fu pronto. A tutti i vecchi del paese sembrò un miracolo, e si seppe subito che esso era dovuto ad una inaudita pioggia di sterline.

Così, dopo cinque giorni, la nostra miss (pur non cessando di tenere per suo conto la migliore [pg!22] camera dell'albergo) aveva preso regolar possesso della sua singolare abitazione. Si raccontavano i particolari del collaudo e se ne facevano gran risa. I due maestri carpentieri avevano passato un brutto quarto d'ora seguendola nella sua prima visita. Le più imprevedute e dolorose voci nascevano da ogni parte: quasi ogni fibra del legno implorava pietà al suo passaggio... Ma poi come a Dio piacque la cosa aveva avuto buon fine: la miss aveva detto: «all right» e aveva pagato. Da quel giorno nessun piede profano potè più oltrepassare il recinto, e il luogo si chiamò come l'aveva battezzato un giovane e allegro falegname, mazziniano per la pelle, che faceva all'amore con la serva del giudice: la casa dell'elefante.

Vorrei però che l'aveste veduta ritornare dalla sua lunga passeggiata meridiana, la miss gigantesca, ansante e sudante, coperta d'un immenso accappatoio grigio con la testa riparata da un piccolissimo ombrellino rosso, accompagnata dalla giovane servetta negra bassa e magrissima, seguìta ai calcagni dal fedele bulldog, il quale, specie nelle giornate di vento, scompariva tutto sotto il nuvolo di rena alzato dal poderoso passo del pachiderma.... Scusate! Era così viva la rassomiglianza, che proprio involontariamente....

[pg!23] Quella passeggiata, forse l'avrete subito indovinato, non era se non una delle quotidiane torture alle quali la povera miss si sottoponeva con altrettanto quotidiana fiducia: era un «numero» di quei vorticosi programmi di cure dimagranti, nei quali l'America del Nord è così grande maestra.

I più sperimentati caccianasi del luogo, non potendo far altro, si dedicarono a compilare e a divulgare un particolareggiato resoconto della giornata dell'elefante. Alle sei della mattina: la levata; alle sette: un bagno di un'ora a 40°, nel vicino stabilimento idroterapico; alle otto e mezzo in punto: la pesatura. Questa funzione delicatissima e importantissima si compiva in una saletta terrena dell'Albergo dei Bagni dove era stata verificata e rinverniciata appositamente una vecchia stadera automatica. Il cassiere dell'albergo in persona, all'apparire della miss, lasciava il suo scanno, chiudeva a chiave il suo piccolo ufficio, e fattole un profondo inchino la precedeva nella «stanza della pesatura»: si levava di tasca due soldi e attendeva con solennità, tenendoli alti e bene in vista vicino alla bocchetta, pronto a gettarveli nel momento stesso in cui la piccola piattaforma incominciava a tremare sotto il primo colpo di piede dell'elefante.

[pg!24] Lì per lì la lancetta sembrava impazzita; sotto gli occhietti trepidanti della miss, andava, tornava, si dibatteva.... finchè trovava riposo là verso i 107 o i 108.... chilo più chilo meno.... Per noi: «chilo più chilo meno»! non già per lei, poveretta! Una differenza di due ettogrammi bastava a far scintillare il suo massiccio volto di gioia o a disegnarvi una smorfia che la faceva improvvisamente rassomigliare al suo cane. Gioia e dolore erano sempre muti, e ci voleva un vecchio e appassionato amante delle bestie, qual io mi vanto d'essere, per commuoversi.

Dopo la pesatura c'era la passeggiata lungo la spiaggia, la quale durava esattamente quattro ore: dalle nove al tocco dopo mezzogiorno. La partenza e il ritorno si effettuavano in mezzo alle più varie manifestazioni di allegria di tutti i gruppi di bagnanti davanti ai quali la paziente miss era obbligata a passare. Al tocco preciso giungeva il ragazzo dell'albergo con due portapranzi e un cestino colmo di frutta. Il cestino rappresentava il vitto giornaliero della piccola negra. I due portapranzi erano uno per il cane, uno per l'elefante. Mentre la serva rosicchiava le sue frutta durante tutta la giornata, tanto il cane che l'elefante divoravano in un attimo tutto il loro pranzo, uno di fronte all'altro, e non rimangiavano più fino al tocco del giorno [pg!25] dopo. E quello del cane era almeno un vero e proprio pranzo da cristiani, ma quello della povera miss era semplicemente diabolico. Mezzo chilo di filetto arrostito, affogato nella salsa di senape, sei torli d'uovo che essa sbatteva crudi in quattro dita di autentico rum Jamaica e ingoiava tutti d'un fiato. Per chiudere, un gran limone da mangiarsi a fette.

I camerieri del Ristorante dei Bagni comunicavano a tutti i clienti questa lista, con la medesima aria con la quale i guardiani dei giardini zoologici informano i visitatori sul vitto delle belve.

Del resto in tutto e per tutto la povera miss era ormai considerata niente più che un raro esemplare di qualche specie creduta scomparsa, e ognuno avrebbe giurato che quell'animale, sebbene somigliasse approssimativamente ad una donna, dovesse essere assolutamente incapace di pensare e sentire come pensano e sentono le nostre donne.

— Basta un'occhiata per definirla un'apatica tipica! — sentenziava il giudice per dimostrare la sua dimestichezza con le più recenti scoperte della criminologia.

— Sì.... sì.... finchè fa di queste cacofonie, padronissimo.... ma la negra è australiana.... glielo dico io! L'etnologia non è un'opinione! — ribatteva sistematicamente il professore.

[pg!26] Le signore, specialmente quelle magre, facevano faville per la felicità: in ogni lazzo, in ogni elaborata freddura del sesso maschile contro quei poveri innocui 107 chilogrammi esse vedevano un inno ai loro ossetti snodati, una sconfitta definitiva delle loro amiche grassocce.

Una sera ad una festa (una di quelle compassionevoli feste da piccole stazioni balnearie, per le quali nessuno vuol cavar soldi e in cui il miglior divertimento è quello di criticare chi ha sudato per organizzarle), dinanzi a molte graziose signore nonchè al giudice Cesti, al professor Percossi e a quei due bellimbusti cacciatori di doti, arrischiai una timida ipotesi suggeritami da un attento esame degli occhi della miss, al quale esame da qualche giorno m'ero dedicato con paziente amore.

— E se dentro a quell'enorme sacco di carne e di grasso battesse un piccolo e tenero e romantico cuore di donna, in tutto e per tutto simile a quello che voi signore ci mostrate attraverso i vostri sacchetti deliziosamente diafani e profumati?... Allora essa sarebbe sacra a un grande dolore.... e forse.... i suoi occhi lo dicono, per chi sa leggervi dentro....

Passato il primo stordimento, un urlo selvaggio uscì da quei teneri cuoricini che mi circondavano e mi troncò la parola sulle labbra. [pg!27] Se invece d'essere ad una festa, fossimo stati nel centro dell'Africa, non mi avrebbero troncato soltanto la parola! Il giudice Cesti si limitò ad abbozzare un sottile sorriso da uomo che la sa lunga e non la beve. Il professor Percossi invece sembrava preso da un accesso di epilessia, tanto rideva. I due giovanotti soltanto mi guardarono contemporaneamente con un infinito senso di gratitudine.

Debbo confessarvi che quando arrischiai la mia ipotesi, io ne ero tutt'altro che entusiasta; già è straordinariamente raro che io prenda a cuore le mie opinioni: ma quell'accoglienza così ostile scosse imprevedutamente il mio amor proprio.

— Io sono sicuro di quel che ho detto — gridai — posso leggere in quell'anima come in un libro aperto, vedrete! I fatti mi daranno ragione!...

Mi avvidi io stesso di averla detta grossa. Tanto più che i due giovanotti di dorate speranze sembrarono aver prese le mie parole come un complimento o meglio un augurio diretto a loro, e dimostrarono così ridicolamente la loro compiacenza arricciandosi ambedue i baffi e poi subito accomodandosi ambedue il nodo della cravatta, che un riso irresistibile sfrenato pazzesco s'impossessò di tutto il gruppo che mi [pg!28] circondava, allargandosi anche minacciosamente a tutto l'angolo della sala.

A mente fredda pensai: ammettendo anche che io non mi fossi sostanzialmente ingannato nel giudicare un'anima femminile, il buon elefante sarebbe placidamente partito di lì a quindici o venti giorni, nessuno avrebbe mai saputo per dove, come nessuno sapeva di dove fosse venuta.... Quale fatto avrebbe mai potuto rompere la monotonia di quella cura dimagrante, proprio allora, per far piacere a me?!

Pur cercando con una prudenza da gatto soriano di ricoprire il meglio possibile di oblio la mia strana profezia, vigilavo.

Volere o non volere era una donna.... e con le donne.... non si sa mai!

Cinque giorni dopo, e precisamente la mattina del 15 agosto, il postino bussò per la prima volta alla casa dell'elefante, e consegnò una lettera raccomandata alla piccola negra.

— Di dove viene quella lettera? — domandai al postino, mentre aspettava fuor del recinto.

— Dal Canadà.

— Dal Canadà?

— Sì.

Un paese così freddo.... così lontano.... una lettera raccomandata.... Saranno danari. L'elefante [pg!29] sarà canadese (in barba al giudice Cesti e al professor Percossi) e la sua famiglia le spedirà danari....

Ma ecco apparire fuor della porticina del capanno l'elefante stesso nel suo consueto accappatoio, incontro alla negra; tendeva le mani tremanti: il suo gran volto sul grigio accappatoio era bianco e giallognolo come uno di quei grandi bioccoli di schiuma che il mare burrascoso abbandona sulle spiagge. La sola vista del postino l'aveva così commossa.

Con un rapido gesto pieno di fervore si ripose in seno la lettera, firmò a fatica, poi fuggì dentro, rovesciando tutta una giardiniera piena di vasetti di gerani in fiore.

Il romanzo c'era, per Bacco! Il difficile era capirci qualche cosa.

Per quel giorno l'elefante non si fece più vivo e io lasciai briglia sciolta alla mia fantasia.

La mattina dopo alle quattro ero in mare a veder nascere il sole, sulla mia barchetta a remi; quando, volgendo per puro eccesso di scrupolosità lo sguardo al capanno della miss, vidi che essa ne usciva con la sua negra. Gran dio! due ore di anticipo sulla levata? Quale misteriosa ragione....? Semplicissimo: una barca la aspettava sulla spiaggia, trepidante.... quasi conscia.... Bagnando le sue enormi gambe fino al [pg!30] ginocchio, ella salì sopra un piccolo masso a fior d'acqua, e di lì, aiutata un poco dalla piccola negra, un po' più dalle bronzee braccia del barcaiolo, ma più ancora da qualche ignota e propizia forza soprannaturale, piombò sulla innocente barca, afferrò i remi e si diede a remare con tale impeto che il cerro sembrò vimini.

Essa remava di buona scuola: nonostante, la sua barca procedeva, naturalmente, lenta, e io la seguivo ripensando all'antica prora dantesca. Poichè il mare incominciò ad essere mosso da un fresco grecale, sotto il rosso sorriso del sole, la grave barca della miss contro il vento e contro mare quasi non si moveva più. Mi sembrò allora di vedere Nettuno stesso lasciar le briglie algose dei suoi cavalli e rotolarsi dentro la sua conchiglia per il gran ridere, mentre una torma di allegri tritoni si divertisse a trattenere per il timone quella furibonda rematrice.

Ad ogni modo, il mare aveva trovato un avversario degno di lui. O bene o male la eroica miss andò avanti verso Greco finchè l'orologio che la negra osservava non segnò le cinque.

Allora finalmente depose i remi e si concesse un po' di tregua; guardò il cielo con l'intenzione evidente di bearsene, ma la neonata [pg!31] faccia rubiconda del sole, non parve piacerle. Ma volgendosi da ponente s'imbattè nella faccia bianca della luna di poco scema; allora, quasi con rabbia, abbassò il capo per contemplare il mare. Certo, ella non poteva guardare nè il sole nè la luna senza ricordarsi della odiata rotondità del proprio viso.

A un tratto si levò di mezzo al seno una carta, certamente la lettera del giorno avanti, e si mise a rileggerla, talora sorridendo come la luna, talora arrossendo tutta come il sole.

Girandole attorno, da pianeta senza scrupoli, potei osservare che la lettera era di otto pagine, di cui le prime tre erano presumibilmente piene di dolci e lontani ricordi; la quarta doveva contenere qualche cosa di decisivo, di grave, di irreparabile forse: le altre quattro, a giudicare dall'impressione che facevano sul volto di lei, avrebbero dovuto equivalere ad una buona dozzina di pizzicotti ben assestati. Ebbi la matematica sicurezza che si trattasse di una lettera d'amore. Esiste forse nel mondo qualche cosa che rassomigli all'effetto che fa una lettera dell'uomo amato sopra la donna che lo ama?

Quando la negra avvertì che erano le cinque e mezzo, la miss si riprofondò nel mezzo del seno la lettera, afferrò con rinnovato impeto [pg!32] i remi, e fatto cenno al barcaiolo di mettere la prua a terra, rivogò furiosamente, aiutata, ora, dal vento e dal mare. Scesa a terra, andò diritta verso il piccolo stabilimento idroterapico dove la aspettava il suo solito bagno a 40°; alle otto e mezzo: la pesatura; alle nove: in marcia sotto il sole già fiammeggiante; due ore di andata, due di ritorno; al tocco: il pasto; alle due: lettura di libri dentro l'ormai famoso recinto.... great attraction per i bagnanti e sopratutto per i forestieri di passaggio, mèta di interi eserciti di sbarazzini che si divertivano a fare andare.... in bestia l'irascibile bulldog attraverso la rete metallica o a fare le boccacce alla servetta negra costretta a tenere il piccolo ombrellino sul capo della padrona durante un paio d'ore.

Evidentemente la remata mattutina era un «numero» aggiunto d'urgenza al suo programma dimagrante; era dunque impossibile non subordinare questo affrettato bisogno di assottigliarsi all'arrivo della misteriosa lettera.

Ciò posto, e posto anche un altro fatto importantissimo il quale mi risultava sicuro, che cioè alla lettera in questione la miss non aveva risposto affatto, mi parve logico supporre che essa aspettasse senz'altro un suo amatore canadese. Nessun'altra ipotesi avrebbe potuto [pg!33] spiegare il profondo mutamento di tutta la psicologia dell'elefante. Al metodo rigido come una regola monacale, cui tetramente essa sembrava piegarsi prima, con la fredda volontà del cervello, era subentrata ora una fretta commossa, un'ansia trepidante; i piccoli occhi ceruli lampeggiavano di speranze visibili, di sogni infuocati; tutti i semplici atti della sua vita, pur non rinunziando al loro fine terapeutico, apparivano ora animati di un entusiasmo nuovo....

La sua psicologia era esattamente quella della donna che aspetta una visita amorosa: figuratevi che essa aveva perfino fatto portare nel capanno un pianoforte e dopo il tramonto essa lo pestava ululando appassionatamente!

Pregustando ormai la gioia di un trionfo personale, tacevo e vigilavo. Purchè questo amatore canadese non mi giocasse il brutto tiro di essere un altro fenomeno vivente, io mi sarei preso una bella rivincita sulla intera colonia bagnante, che ormai conosceva la mia profezia e ne rideva mattina e sera con stupidissima amabilità.

La sera del 19 arrivò alla casa dell'elefante un telegramma. Veniva dall'Havre.

Era fatta! Il canadese aveva veramente attraversato l'Oceano: non mi restava che attendere la sorte con animo virile.

[pg!34] Nemmeno al telegramma l'elefante rispose: ossia, rispose remando, sudando, pesandosi, correndo, soffrendo fame e sete, leggendo e stonando, con raddoppiato entusiasmo.

Io non abbandonavo ormai più i miei posti d'osservazione, e dove non potevo essere io, vigilavano fidati informatori. Mi resultava, ad esempio, che il giorno 20 la stadera aveva segnato chilogrammi 105,300: una prigione ancora ben solida per un'anima innamorata!... Ma il giorno 21, che, secondo i miei calcoli, poteva essere quello dell'arrivo, volli assistere io stesso alla pesatura. Ne valeva la pena! La miss giunse con un quarto d'ora di anticipo: era agitatissima; non s'avvide affatto di me. Essa non aveva certo mai interrogato il quadrante della stadera con più straziante trepidazione. Niente di più tragico e di più umoristico di quelle due facce rotonde che si guardavano, una come implorasse, l'altra tranquilla e stupida con l'aria di dire: «che ci posso far io?.... 105 e 700!».

Gli occhietti spaventati della miss aspettarono ancora qualche secondo sperando in un'ultima misericordiosa oscillazione: ma la lancetta s'era inesorabilmente fermata. Io, dal mio nascondiglio, vidi nettamente la disperazione affondarle gli artigli nelle gote, mentre chiedeva [pg!35] di salire alla sua camera dove da un mese non saliva; e non so chi mi tenne dal correrle dietro e gridarle: «Coraggio, per Dio! Non saranno certo quei quattro ettogrammi che potranno spaventare un uomo disposto a tenere sulle sue ginocchia un quintale!».

Mi limitai ad aspettare che la cameriera guercia, prontamente accorsa, discendesse dall'averla accompagnata.

La miss, in generale così guardinga e gelosa d'esser vista, questa volta, senza curarsi affatto della presenza della cameriera, era corsa dinanzi allo specchio dell'armadio, vi si era guardata per un istante, fremendo tutta, poi (proprio mentre la cameriera chiudeva l'uscio e metteva contemporaneamente l'unico occhio appositamente risparmiatole dalla provvidenza al buco della chiave) si era gettata per metà sul letto, scoppiando in un pianto dirottissimo e rumoroso. La piccola negra e il bulldog s'erano subito messi a piangere anch'essi. A tratti la strana e lugubre sinfonia cessava per ricominciare con un attacco formidabile, da strappare l'anima, finchè si fece nella camera un silenzio di tomba che durò forse un'ora.

Trascorsa questa, mi si riferì che improvvisamente si era udito un rumore di casse trascinate, di valigie sbattute, il rumore caratteristico [pg!36] di chi fa i bagagli. La nuova bastò a mettere in subbuglio tutto il personale di servizio. Dal cassiere che aveva anticipato i due soldi giornalieri della pesatura, fino all'ultimo sguattero, venti persone, come un sol uomo, erano pronte a giurare di aver reso servizi incalcolabili alla povera miss!

Mentre salivo in grave apprensione per le sorti della mia profezia, la piccola negra scendeva in fretta e la vidi chiamare due facchini che si precipitarono fuori dietro di lei. Origliando all'uscio della miss, la udii singhiozzare sommessamente. Di lì a un quarto d'ora ritornò la negra seguìta dai due facchini i quali portavano una cesta ciascuno, cercando di sudare il più possibile: essi venivano dal capanno: era chiaro dunque che l'elefante preparava una fuga!

Così si fosse trattato di un vero elefante!

Con quanto piacere gli avrei gettato un buon laccio al piede!

Alla fine miss Rudge uscì dalla camera. Il gran volto mostrava i segni di una violenta battaglia interna; zone gialle e rosse lo attraversavano facendolo rassomigliare a un immenso gelato di crema e fragola. I tondi e piccoli occhi erano sanguigni per il pianto.

Tutto il personale di servizio era scaglionato per il corridoio, lungo le scale, nell'atrio, sul [pg!37] portone, al predellino dell'omnibus-automobile che aspettava sussultando, anch'esso, più fragorosamente del solito. Le mance scivolavano e scomparivano in ogni mano nel medesimo modo, e tutte le mani rapidamente si vuotavano nelle rispettive tasche, mentre nello stesso istante i corpi si inchinavano e le bocche belavano o gracidavano qualche inutile ringraziamento. Inutile, perchè la miss passava tra loro muta e sorda come una balla di cotone che ruzzolasse.

Fu caricata sull'automobile. Anch'io vi salii. Via facendo il volto della miss sembrava pacificarsi in una profonda sconfinata malinconia. Di tanto in tanto la piccola negra piagnucolava in un inglese ben strano: «Ditemi perchè scappiamo.... prego! ditemelo....» e la miss quasi meccanicamente rispondeva: «Taci, taci, sii buona».

Alla stazione fu circondata da uno stuolo di facchini aspiranti alla sua generosità. Fece acquistare due biglietti per Brindisi e affidò il suo bulldog raccomandandolo nel più vero e più grande volapük che esista: un foglio da dieci lire. Giunse il treno: la miss vi salì spinta di sotto da due facchini, tirata di sopra da due deputati della estrema.... Ogni finestrino del treno rideva per dieci bocche almeno!!

[pg!38]

————

Mentre tutta la colonia bagnante, già informata della improvvisa partenza, mi aspettava sulla piattaforma dell'unico stabilimento per coronare degnamente il mio saggio profetico, io parlavo con l'amatore canadese in persona, passeggiando dinanzi alla deserta casa dell'elefante! Esso era giovane e biondissimo, bello e solido. La sua particolare eleganza di grosso farman coloniale rivelava la presenza di un sottostante portafogli degno d'esser sognato da un poeta!

All'annunzio della partenza di miss Mary Rudge comunicatogli dal portinaio dell'Albergo dei Bagni, il giovane aveva avuto un momento di profondo sconforto: evidentemente non se l'aspettava. Ma poi pareva essersi adattato all'idea di inseguire la sua amata intorno a questa miserabile palla che si fa chiamare pomposamente Mondo, ma che di fronte al denaro si rimpicciolisce ossequiosamente come un uomo qualunque.

Consultò un orario: alle sei del pomeriggio sarebbe partito per Brindisi col direttissimo. Si fece sul portone dell'albergo, incerto e contrariato, guardando meccanicamente per tre o [pg!39] quattro volte l'orologio. Scelsi quel momento per abbordarlo, e poichè egli se ne mostrò lieto, ci allontanammo, avviando, non senza fatica, una specie di dialogo in inglese.

Sembrava che egli trattenesse continuamente con sforzo qualche frase che gli salisse alle labbra: io credevo di indovinare che egli avrebbe voluto che parlassimo di lei. Quanto a me, potete bene immaginare con quanto piacere gli avrei finalmente domandato: «Mi volete dire per quale ragione voi simpatico, sano, ricco, vi siete innamorato di un fenomeno vivente come quello?!» ma intanto ci scambiavamo delle stupidissime domande rese sopportabili soltanto dalla reciproca attesa di dirsi qualche cosa di molto interessante.

Dove la spiaggia voltava a levante, apparve la gran casa dell'elefante. L'occasione era propizia.

— Vedete quel casotto? Là abitava giorno e notte miss Rudge!

Gli occhi del giovane brillarono finalmente di vera giovinezza. Fu tale la piena del suo sentimento che non potè pronunziare più parole di queste: «Davvero?! oh!!». Ma il suo viso fissava, tutt'occhi, quel casotto abbandonato, e si vedeva che conteneva il pianto.

— .... Menava una vita solitaria quasi [pg!40] selvaggia — continuai io — .... con la sua piccola negra, col suo terribile bulldog.... camminava moltissimo, remava.... nella mattinata: il giorno leggeva seduta là in quel recinto fiorito.... e poi a sera cantava accompagnandosi sul pianoforte.

— Beato voi che avete sentito ciò! — non potè fare a meno di esclamare il giovine.

C'era in questa frase inaspettata tanto di sacro che non risi quasi nemmeno internamente.

Mentre io dicevo ancora qualche altra cosa di lei, sempre ansioso di scoprire il filo di Arianna di quell'enigmatico amore, egli stesso strappando con forza i suoi occhi turchini ad una incantata visione, uscì a dire:

— Oh! come sono felice di aver trovato voi! Sentendovi parlare io credo di vederla là tra quei fiori.... ma chi sa se io me la imagino come essa è veramente! No.... non è possibile! Dev'essere più bella! è vero che essa è molto.... molto bella?!

Io non vidi la faccia mia in quel momento: ma se anche l'avessi vista non riuscirei a descriverla. La gioia di possedere finalmente la chiave del segreto fu subito superata dalla terribile necessità di rispondere alle ingenue domande del giovane. Vi giuro che avrei con [pg!41] molto piacere veduto qualcuno di voi al mio posto!

Mi concessi un piccolo insulto di tosse, poi risposi nell'unico modo possibile:

— Oh! — esclamai — è veramente bellissima!

Fu come se avessi levato il zipolo ad una botte.

— Io ormai vi tratto come un vecchio amico.... sapete, quando l'uomo si è innamorato ridiventa più debole di quando prendeva il latte.... ditemi.... ditemi se indovino oppure mi sbaglio: essa deve essere tenera come il suo cuore.... sì: dev'essere fine e elegante come una capretta d'un anno.... la vedo camminare con passo di regina qua su questa sabbia.... Pensare che tra queste migliaia di orme ci sono anche le sue! Ah! Se voi me le poteste indicare!... le bacerei!... Ma quando la mia fantasia si arrende per vinta, credete, mio signore, è se io tento di imaginarmi il suo viso..,. Oh! essa è stata molto cattiva con me! mai, mai, assolutamente mai, ha voluto mandarmi un ritratto suo.... che conforto sarebbe stato per me in questo così lungo tempo! Pensate: quindici anni che non ci vediamo: ella ne aveva allora nove e io dieci.... giocavamo molto, ma ci guardavamo poco.... quante volte mi son [pg!42] pentito poi di non averla allora guardata abbastanza!... Ricordo soltanto che aveva dei grandi occhi chiari come le ali di certe farfalle.... ed era bella, oh! bella! la più bella delle mie dodici cugine. Un triste giorno dovè partire con le sue quattro sorelle minori per l'Australia dove il padre aveva acquistato delle grandi piantagioni. Io fui ammalato dal dolore che provai, e mia madre e mio padre ridevano di ciò. Ci scrivemmo delle lunghe lettere dove raccontavamo quello che ci accadeva.... Man mano che noi crescevamo però, le nostre lettere parlavano sempre meno della vita che ci circondava e sempre più della nostra vita intima, finchè dopo molti anni arrivammo a veder chiaro nella nostra coscienza e capimmo che quel sentimento così bello che provavamo era amore!... Giusto tre anni sono, in un tremendo disastro ferroviario, essa fu sola a salvarsi di tutta la sua famiglia. Sperai di rivederla presto. Mio padre si era offerto di recarsi in Australia per liquidare nel miglior modo quei possedimenti e ricondurla con sè nella nostra colonia. Rifiutò in modo reciso, dicendo che poteva far benissimo da sè e che appena fatto sarebbe tornata fra noi. Dopo sei lunghi mesi annunziò finalmente la sua partenza per il Canada.... Imaginatevi come l'aspettavo! Ebbene: [pg!43] due giorni prima della data che ella aveva fissato per il suo arrivo, ricevetti un suo telegramma da Hong-Kong.... Che vi devo dire? Fui per uccidermi dalla disperazione: ma poi mi rassegnai.... era tanta la gioia che provavo leggendo le sue lettere e rispondendole, che la vita mi parve ancora abbastanza bella. Essa mi confortava ad aspettare, con pensieri infinitamente delicati, ma non si piegava alle mie preghiere mai.... e seguitava a girare il mondo in lungo e in largo. Sei mesi fa mi scrisse da San Francisco di California: credetti finalmente di averla tra le mie braccia. Dopo un mese era in Cile, poi in Australia, poi in India, poi in Egitto. Finalmente qua. Mi sembrò di aver diritto di non aspettare più e le scrissi che sarei venuto senz'altro a incontrarla in questo paese.... e son venuto.... ma essa è partita! Come lo spiegate voi?... vi posso giurare che ella m'ama.... ma perchè fuggirmi così.... perchè?...

————

Il caso, tutto sommato, era veramente degno di pietà e mi lasciò la bocca amara per più giorni, durante i quali mi guardai molto bene dal mostrarmi tra la gente per non essere seccato dalle loro ironie.

[pg!44] Ma una mattina, ecco precipitarsi nella mia camera il giudice Cesti con in mano un piccolo giornale di Brindisi che mi cacciò sotto gli occhi aperto e ripiegato al punto dove dovevo leggerlo:

— Legga, legga.... me l'ha mandato un mio collega.... veda che cosa ha fatto la sua miss.... però ad ogni modo lei l'aveva indovinata.... è un bel caso di penetrazione psicologica! Mi rallegro con lei!

Vi regalo addirittura il pezzo di cronaca del giornale di Brindisi del giorno 22 agosto.

«Per gli amatori di sciarade.

«Stamani alle sette, al Grande Albergo delle Indie si presentava un giovane all'apparenza inglese, di aspetto molto signorile, e chiedeva se si trovasse ivi alloggiata una certa miss Mary Rudge.

«La detta miss che era effettivamente arrivata questa notte nella nostra città proveniente da *** ed aveva subito destata la meraviglia dei nostri nottambuli per le sue gigantesche eccezionali proporzioni, si trovava alloggiata alla camera N. 18 del detto albergo e doveva lasciarla oggi a mezzogiorno, imbarcandosi sull'Urania per Bombay.

«Fu dunque risposto al giovane inglese che [pg!45] la miss si trovava nella sua camera. Parve raggiante di felicità e chiese di essere annunziato.

«Al semplice nome di mister Tompson la miss sembrò impazzire dal terrore. Chiese un'ora di tempo. Il giovane accettò di buon grado la dilazione ed entrò nella sala di lettura.

«Intanto una piccola negra, fantesca della miss uscì per recarsi a consegnare i bauli della padrona al piroscafo Urania. Miss Rudge rimase sola nella sua camera col suo fido bulldog. Dopo tre quarti d'ora gli inservienti dell'albergo notarono che il cane della miss emetteva degli strani ululati. Ne informarono la direzione. Il solerte direttore in persona salì per constatare il fatto: bussò alla porta, nessuna voce umana rispose. Soltanto gli ululati del bulldog si fecero più strazianti.

«Senza por tempo in mezzo il valoroso direttore fece chiamare la forza pubblica. Nel frattempo anche mister Tompson informato della cosa, saliva in preda ad una enorme costernazione e chiamava disperatamente: Mary! Mary!

«Ma nessuno rispondeva.

«Fu deciso di sfondare l'uscio.

«Mentre ciò si effettuava, le molte persone [pg!46] che s'erano raccolte dinanzi alla porta che già stava per cedere, udirono a un tratto un enorme tonfo sordo come se una balla di due quintali fosse caduta dal soffitto: contemporaneamente un disperato guaito del bulldog strappò loro i timpani. Sfondata la porta si rinvenne il povero cane completamente schiacciato dall'enorme peso del corpo della miss che gli era cascata sopra.

«Miss Rudge aveva il collo stretto ancora da una grande ciarpa di seta cui rimaneva attaccato, all'altro capo, il gancio del lume, strappato dal trave centrale della stanza.

«La scena fu dai presenti rapidamente ricostruita in questo modo.

«La miss aveva voluto porre fine ai suoi giorni: a questo scopo, portato il comodino nel mezzo della camera, vi era salita sopra per mezzo di una seggiola, destando così l'allarme del fedele bulldog, ed era riuscita con un sangue freddo da vera balena (sic) ad attaccare la ciarpa al gancio del lume, a infilare la sua testa in un nodo scorsoio e a gettare lontano con un calcio sedia e comodino. E qui il bulldog senza dubbio, e con ragione, impressionato, aveva dovuto risolutamente attaccarsi coi denti alle sottane di lei a più riprese e con tanta violenza che il gancio cedette e si staccò.

[pg!47] «La miss fu raccolta svenuta, in istato di grave asfissia: prontamente trasportata al civico ospedale, fu giudicata guaribile in quindici giorni salvo complicazioni.

«Quanto a mister Tompson, esso fu inutilmente cercato: nessuno riuscì più a vederlo.»

[pg!49]

[LA BEFANA DI BACICCIA.]

Perfino i ragazzi si permettevano di chiamarlo per soprannome, e non solamente in terra, dove, più o meno, siamo tutti uomini, ma anche a bordo dove egli, essendo marinaio, era loro superiore.

E badate che, alla gerarchia, sopra un bastimento, ci si tiene quasi quanto alla vita. Così, che se un ragazzo della nostra «Meleda» si fosse arrischiato a chiamar Bascia sciavate il peloso dispensiere, il quale si godeva quel bel soprannome per essere appassionato collezionista di scarpe vecchie di tutto il mondo, si sarebbe buscato un tale scapaccione da non ritentare mai più la prova: e se poi avesse osato chiamar Oegio fritu il terribile guercio livornese, nostromo di bordo, avrebbe avuto subito rotte le reni da uno di quei maledetti calci, veri gastighi di Dio, per i quali egli era altrettanto [pg!50] rinomato a Cardiff, a Penzacola, a Cile o alla Boca, quanto nella contrada di San Ferdinando che l'aveva visto nascere.

Ma, per il bastardo Baciccia era un altro paio di maniche: si poteva tranquillamente chiamarlo col suo soprannome di Va bèn: perchè Baciccia con tutti i suoi muscoli d'acciaio, era uno di quegli uomini così buoni e pazienti che è come se portassero sulle spalle un gran cartello con scritto sopra: «Non metto paura a nessuno». Se considerate che, in fondo in fondo, in barba a tutte le maraviglie del progresso, un uomo vale ancora tanto quanta è la paura che sa mettere negli altri, presso a poco come prima del diluvio universale, potete fare il calcolo esatto di quel che valeva Baciccia. Era un «marino» schietto e capace come pochi: questo sì; ma ditemi voi a che cosa serve, a' nostri giorni, saper fare il proprio mestiere ed essergli affezionati?

Infatti il capitano si serviva di lui ogni volta che gli bisognava un lavoro eseguito a puntino e diceva sempre: — Quell'animale di Va bèn ne vale quattro di nostromi! — ma soggiungeva: — Però se fosse nostromo lui, sarebbe la fin del mondo! — Una sera, anzi, nella camera glie lo fece addirittura a lui, questo discorso, a Baciccia.

[pg!51] Le prime parole gli fecero alzare gli occhi da terra, le ultime glie li fecero ritornar bassi com'eran soliti stare, ed egli concluse come già ci aspettavamo che concludesse: — E.... va bèn!

Aveva sempre concluso così, nella vita!

E c'era tutta una leggenda in proposito, che lo precedeva a suon di risate dovunque andasse: e tra le risate ce n'erano di buone, ma anche di cattive.

Si raccontava, ad esempio, che, quando era stato dinanzi al sindaco, per sposare, questi si fosse dovuto accontentare del suo «E.... va bèn!» invece del tradizionale «Sì»; ma si assicurava poi anche ch'egli avesse ripetuto la medesima frase, modificandone soltanto il tono, quando, poche ore dopo, s'era accorto che la sposa non rendeva quel buon suono di coccio senza falle, suono al quale i mariti tengon tanto, in ispecie se la pentola non è piena d'oro! In sette anni di matrimonio, poi, gli eran nati in casa sette figlioli: a ogni viaggio finito, n'aveva trovato uno nuovo; l'ultimo viaggio era durato due anni: niente di male! Ne aveva trovati due. E tutti biondi come il farmacista. La leggenda voleva che egli avesse sempre detto: E va bèn! Nè una parola di più nè una parola di meno.

[pg!52] Da soldato di mare era stato un esempio di coraggio e di disciplina. Glie ne avevano fatte di tutti i colori i suoi indiavolati compagni, ma i superiori lo avevano sempre benvoluto. E stava proprio per finire la ferma senza aver fatto nemmeno un giorno di ferri, vero miracolo! quando, una domenica, nel golfo di Spezia, mentre stava affacciato alla murata del suo incrociatore ancorato, vide, a cento metri, un barchetto a vela pericolare in una virata un po' brusca, e imbarcare acqua, e abbattersi. Era di gennaio, faceva mare e soffiava una tramontana che tagliava la faccia: c'erano vicino a lui altri quattro o cinque marinai ed erano tutti vestiti a festa che aspettavano l'ora di andare a terra. — Bisogna mettere in mare la scialuppa! — grida uno. — Mettiamola! — risponde l'altro, e dànno mano.

Ma Baciccia in quel mentre è sparito. Dov'è, dove non è: finalmente uno lo vede, a cinquanta metri, che filava come un delfino, a salti, nero, tra la schiuma bianca. Il giorno dopo, l'ufficiale in seconda, che si picca d'essere oratore, è incaricato di radunare l'equipaggio in parata per un plauso solenne a Baciccia. Dopo un buon quarto d'ora di discorso, cioè sul più bello, ecco si vede Baciccia che volta le spalle e fa per andarsene; un capo lo trattiene per [pg!53] la giubba: — Non è mica finito! — Ma lui, di rimando, senza scomporsi:

E va bèn: ma mi nu ne voegio ciù!

Proprio come si trattasse di una minestra troppo acquosa. Baciccia era in buona fede: poichè quel discorso era fatto per lui, credeva in coscienza di poter dire «basta» senza offendere nessuno.

Ma dieci o dodici risate scoppiarono: sopratutto i sorrisetti maliziosi dei colleghi imbestialirono l'oratore, che chiuse rapidamente il discorso, e poi mise ai ferri il festeggiato e una quindicina di compagni.

La leggenda risaliva ancora la sua aspra giovinezza di bastardo. C'era chi si ricordava d'esser stato presente al primo incontro di Baciccia con sua madre, la quale, vedendosi deprezzare la propria carne a causa dell'età, era venuta da Parigi al natìo Camogli per fare incetta di carne fresca.

S'erano incontrati a un tavolino del Caffè Centrale. Li aveva fatti incontrare là la vecchia levatrice che l'aveva raccolto e che poi era stata sempre la intermediaria tra quelle due creature che non si erano mai vedute: eppure erano madre e figlio! La madre, di tanto in tanto, aveva mandato alla buna dona dieci franchi in oro per il piccolo Baciccia, ed essa li [pg!54] aveva puntualmente passati al ragazzo. Quando la vecchia arrivò davanti al tavolino dov'era Baciccia, con quella gran signora tutta carica di brillanti, verniciata sul viso sulle mani sui capelli, impellicciata d'ermellino come una imperatrice, con un cappello che sembrava un bastimento a tutte vele spiegate, e disse: — Ecco tua madre! — Baciccia, che compiva quel giorno diciott'anni, e già a Marsiglia a Barcellona a Genova aveva avuto occasione di vedere roba simile, fece un certo verso storcendo la bocca, e poi disse, strascicandosi più del solito le parole:

E.... vaa beèn!

Qu'il est fort! — esclamò la madre esaminandolo con un'occhiata che lo fece arrossire. — Joli garçon! — aggiunse ancora la madre, e gli offrì delle sigarette egiziane in un astuccio d'argento dorato.

Baciccia lo respinse e volle pagar da bere e da fumare, lui. Poi, come sua madre si dilungava in patetiche frasi e sembrava volergli ricordare ch'essa aveva sempre cercato d'aiutarlo un poco, facendo anche qualche sacrifizio per lui, egli si ficcò la destra bruna incatramata e callosa sotto il suo grosso panciotto di velluto e ne cavò fuori un libretto della Cassa di Risparmio e disse alla madre:

[pg!55] — Quando sarai malata in qualche ospedale, e non ci sarà un cane che ti guarderà, ricordati che i tuoi quattrini che m'hai mandato son tutti qui.

La madre, che aveva già toccato il tavolino di ferro e il suo rametto di corallo e fatte le corna e sputatoci in mezzo, si alzò gridando:

Pòscite müì d'en aççidente!

E così s'erano lasciati quel giorno; ed era la prima e anche l'ultima volta che si dovevan vedere nel mondo.

Perchè tre anni dopo, la profezia del figlio s'era avverata, e la madre, fatta memore dell'aiuto promessole, glie l'aveva mandato a chiedere con una lettera profumata e imbrattata di lacrime. Baciccia aveva spedito i denari. La madre, che non sapeva quanto valeva la parola di quel ragazzo, al ricevere il denaro, fu commossa e pianse d'un pianto che la stupì, tant'era nuovo per lei, e volle scrivergli un'altra lettera di otto pagine, dove le lacrime non si vedevano ma si sentivano nelle parole, e dove, sperando di ricompensarlo, gli comunicava una gran notizia che aveva saputo per un «vero miracolo» allora allora. Il padre di Baciccia non era morto niente affatto, come le si era voluto far credere, ma era vivo e verde non solo, ma anche ricco e senza figli: aveva delle [pg!56] fattorie nell'America del Sud e aveva anche la sua brava casa in città a La Plata in calle 24 esquina 13.

E va bèn! — disse tra sè Baciccia. — Quando capiterò da quelle parti, andrò a vedere che faccia ha.

Da quando aveva detto queste parole, erano passati otto anni, e l'ultima lettera di sua madre, nella tasca interna del suo panciotto di velluto, era diventata un mazzetto di sedici fogliettini gialli e sbrindellati, legato accuratamente in croce con del refe nero. In quegli otto anni Baciccia era sbarcato tre volte alla Boca di Buenos Aires e tutte e tre le volte i compagni che sapevano la sua storia, gli avevano consigliato di prendere un giorno di permesso e fare una corsa a La Plata: infine, con sei pesos se la sarebbe cavata, andata e ritorno, e.... chi sa mai? Se andava male, era male di poco; ma se andava bene, si trattava di diventar un signore da un giorno all'altro!

Baciccia però non sapeva ragionar così da giocatore. Diceva: E va bèn, gh'andièmo! — ma poi, quando era il momento di cavarsi di saccoccia sei pesos per il biglietto, non se ne sentiva la forza, e ritornava a bordo, e buona notte!

— Se è destino, una volta o l'altra, capiterò anche a La Plata! — diceva.

[pg!57] E, infatti, un giorno, mentre divorava una pagnotta imbottita di pizza di ceci, in Piazza Banchi, senza che lo avesse affatto cercato, gli era capitato l'imbarco sulla nostra Meleda, brigantino a palo di millecento tonnellate, il quale faceva appunto primo scalo La Plata per scaricarvi cotonerie e feltri e caricarvi foraggi per Port Elizabeth.

E, adesso, la Meleda, con tutte le vele ammainate e il tricolore al vento, tirata ora da un lato, ora dall'altro, ora dinanzi, da un vaporetto più ostinato che robusto, il quale pareva dire soffiando: «chi la dura la vince», faceva il suo ingresso nel superbo e deserto porto dell'Ensenada.

Era il giorno dell'Epifania, il cuore dell'estate australe, e sembrava che il sole fosse cascato sulla coperta per il caldo che faceva; e dal cassero, quell'aborto di metropoli che è la città di La Plata, tremava tutto ai nostri occhi, rovente nella fiamma del sole, disteso sull'orlo della Pampa bruciata, dove da trent'anni sta, aspettando che i suoi atenei, i suoi osservatori, le sue biblioteche, i suoi palazzi, e sopratutto il suo immenso porto, vanto di costruttori italiani, gli servano a qualche cosa.

E, poichè la terra è sempre terra, la gioia correva come grappa per il sangue di tutti, [pg!58] imboccando il canale che parte in due la selvatica isola di Santiago. Aggrappati ai pennoni del trinchetto e della maestra e sparsi su per l'altre vele minori a finir d'ammainarle, uomini e ragazzi cantavano in coro; e, a quel concerto insolito, l'unico abitatore dell'isola, il buon oste italico Pietro, che si incoccia a chiamar Chianti tutto il vino che ha in cantina, era sbucato sulla riva, presso il suo minuscolo imbarcadero, per veder che razza di gente arrivava. Il capitano ed io, da vecchi suoi amici, prima ancora ch'ei ci ravvisasse guardandoci di dentro le sue due mani messe sugli occhi a binocolo, gli avevamo gridato un: «Evviva Pietro!!» da farlo cascare in terra.

Aspettare i comodi della Capitaneria, attraccare, regolare i conti con la Dogana, e, per di più, in giorno festivo: ecco l'ora di cena.

Dopo cena i marinai si ripuliscono un poco, si mettono i loro abiti scuri, e coi berretti in mano, vengono a chiedere dei piccoli acconti di paga per andare a spenderli in terra. Il capitano con un sacchetto di monete alla mano dà, secondo i desiderî e il possibile, e segna col lapis le cifre sopra un piccolo registro lungo e stretto, nuovo nuovo. Ultimo viene Baciccia.

— Quanto?

[pg!59] — Çinque liie, baccan.

Çinque liie!!? — gridò ridendo il capitano: — Feè attensiun! cun tütti sti dinèe in ta stacca!

Lo fa pelchè la paga ce la vól lascia' a noi, pel mancia! — fece il nostromo, con animo incerto, tra lo scherno e l'invidia: — Domani è 'n signore lui!

Alludeva al ritrovamento del padre, che per sessantotto giorni di navigazione era stato l'argomento preferito delle chiacchiere di bordo.

No ghe vadu, stasséia, — disse Baciccia scrollando le spalle — no ghe n'ho voeggia!

— Badate a quel che fate! — disse il capitano serio serio: — dopo quindici giorni di libeccio, proprio stamattina a sei ore si mette scirocco! per lasciarci entrare oggi, dunque! Il giorno della Befana! E volete un segno più bello di questo?! Non c'è dubbio! questa è la Befana che vi vuol bene, e ha preparato tutto in modo e maniera....

— La Befana! — disse senza ridere Baciccia. — Non m'ha mai portato niente a me, nemmeno quand'ero bambino....

— Tanto meglio! — tonò il capitano. — La vi porterà tutto in una volta.

Baciccia scrollò le spalle ancora.

Ma quando tutti se ne furono andati, in un [pg!60] momento che il nostromo non lo poteva vedere, scivolò giù quatto quatto per la plancia e andò verso la città la quale accendeva allora i suoi lumi bianchi sull'incendio lasciato dal sole. E un'ora dopo aveva trovato la casa indicata dalla madre: non solo, ma era anche entrato a comprare un po' di treccia di tabacco nell'almaçen di faccia, per assicurarsi che nel frattempo la casa non avesse cambiato padrone. E non l'aveva cambiato infatti: l'antico amante di sua madre era soltanto arricchito sempre di più, perchè era una fibra d'acciaio, un uomo che a cinquantanni dormiva forse cinque ore per notte e stava in sella quindici, como un verdadero ijo del pais! L'almaçenero, un argentino di padre svizzero, che si ostinava a fingere di non capire l'italiano, se ne dimostrava addirittura entusiasta, sopratutto perchè quel signorone si serviva da lui e non nell'almaçen vicino che era «d'uno sporco napoletano». E pretendeva che questa cosa facesse piacere anche a Baciccia; ma Baciccia, pur non intendendosi di nazionalismo, lo sguardava con la sua faccia larga e dura, che sembrava un Budda scolpito nel legno.

Un trottorellar sordo di cavalli sulla spessa polvere della strada, un discorrere e ridere alla pretta maniera argentina, un cigolare di [pg!61] portoncino che s'apriva e una voce di vecchia che salutava ossequiosa, fecero esclamare pomposamente all'almaçenero:

— Eccolo! È lui! Non si sbaglia! È lui che ritorna dal rancho!

Baciccia scese sul marciapiede, e masticando un pezzo della sua treccia di tabacco guardava la faccia di chi l'aveva creato, alla luce che usciva dal portoncino della casa. Quella faccia rossa e solida, dal pelo brizzolato, dalla bocca larga e sempre pronta a spalancarsi al riso, non gli restò simpatica. Chi sa? Forse non gli sembrava che dovesse rider tanto chi lo aveva messo al mondo.

Tutti scesero di cavallo.

— Vedete quanta gente invita a pranzo tutte le sere? — disse l'almaçenero entusiasmato. Non ha figli: bisogna pure che li spenda in qualche modo i suoi quattrini!

Ma ora il padre di Baciccia non rideva più: s'era imbestialito perchè il suo stalliere non era lì a portar le bestie a riposare, che erano stracche morte.

— Gli è successa una disgrazia.... una disgrazia!... — cercava di dire la vecchia negli intermezzi dei suo rumoroso furore.

— Che disgrazia? — dimandò a un tratto il padrone, avendo finalmente compreso le parole [pg!62] della vecchia. — Ha rovinato qualche bestia quel maledetto camogliese? che si possano sprofondare quanti ne vive! Gli sfondo la pancia con un calcio io, se m'ha rovinato qualche bestia!

Baciccia che, passetto passetto, masticando sempre il suo tabacco, s'era avvicinato ai cavalli, non osservato, sentì bene che tutto, dentro, fin anche le budella, gli parteggiavano per quel povero ignoto compaesano suo, nato e restato povero come lui, contro quel cane rinnegato che, non contento d'avergli disonorato la madre, ora gli offendeva anche la sua patria.

— No! No! — disse la vecchia. — Non ha rovinato nessuna bestia, per fortuna.... È successo che la sua bambina....

— Che?

— .... la sua bambina vuol camminare per forza, e non sa, ancora, e c'era il pajolo dei maccheroni che bolliva, che oggi è festa.... e lei c'è cascata dentro!

— Aàh! — fece il padrone rivolgendosi agli amici che l'aspettavano sulla soglia della casa, con una franca risata da gorilla. — Si lamenta sempre, este gringo de mierda, che non ha carne da mettere al fuoco! Oggi, perdio! avrà fatto un buon brodo!

Era pretto spirito delle Pampas, e convengo [pg!63] che bisogni essere stati laggiù per credere il gran ridere che scoppiò in tutti a quella infernale arguzia.

Ma durò poco.

Chè non ebbe appena finita l'ultima parola il vecchio, un occhio gli fu coperto da un biascicotto nero e gocciolante.

Baciccia gli aveva sputato in faccia il suo tabacco.

Il vecchio si voltò come una iena: si guardarono per un attimo dentro gli occhi.

Ma prima ancora che la gente capisse che cos'era accaduto, il vecchio aveva già spaccato una guancia di Baciccia con un colpo di revenje.

Baciccia gli attanagliò la nuca e con la destra gli strinse la canna della gola. Il vecchio si levò una rivoltella dalla cintola e cominciò a sparar colpi nel ventre di Baciccia.

Allora la gente che stava per dar manforte al vecchio, si riparò come potè: e padre e figlio si rotolarono nella polvere fin sotto le zampe dei cavalli, lasciando una gran striscia di sangue; e i cavalli si impennarono, montandosi sulle groppe l'un l'altro, e nitrendo, e mostrando il bianco degli occhi, e pestando quei due poveri corpi, finchè furono qualche cosa di inseparabile fatto di carne e di polvere.

[pg!65]

[«ITALIEN, LIEBE, BLUT...!»]

(romanzo tedesco rimasto a mezzo per merito mio).

La conoscenza ce la fece fare il signor Pigia-pigia.

Sapete chi è. E saprete anche che lui non si preoccupa di formalità. Pieno di semplice buon cuore, se vi scorge solitario e truce in mezzo a qualche folla che aspetta e puzza, conficcato là in quel fango vivo come un malcapitato bolide memore dei cieli abbandonati, ecco vi piglia e, così, senza preamboli, vi scaraventa addosso a una donna; per di dietro, per davanti, come capita capita. Novanta volte su cento avviene un miracolo. Voi sentite immediatamente che il vostro destino dipende da quella donna; quella donna sente subito che voi siete fatto per lei.... Che appena ella si alzi sulla punta dei piedi, consentendo ad appoggiare i suoi due gomiti sulle vostre due mani [pg!66] aperte, ecco sembrerà a lei e a voi di volare per gli spazi infiniti, stretti sulla groppa di un fido ippogrifo. Il puzzo della folla? — odor d'ambrosia! Le gomitate? — farfalle che vi cozzano volando! Le ore? — minuti!...

Questo accadde quando il signor Pigia-pigia ebbe il gentile pensiero di presentarmi a fräulein Zita K., a ridosso della facciata di Santa Maria del Fiore, un'ora prima del rinomato Scoppio del Carro, la mattina di Sabato Santo del 1900.

— Roba vecchia?

— Roba vecchia. Pur troppo! La roba nuova è tutta da piangere.

E c'è passata molt'acqua su queste mie ragazzate, e torba assai! Ho paura di non mi ricordare. Racconterò a salti e a capriole. Ma insomma, la storia è così terribile che rabbrividirete lo stesso.

Zita era magra, ma senz'ossa: una grande capigliatura d'oro che le pesava sul collo; un paio d'occhi verdi verdi e grandi grandi.... Ce n'era d'avanzo per i miei diciott'anni.

A proposito degli occhi, vi dirò che mi servirono per farle un delizioso madrigale appena, dopo il primo scontro un po' rude, il signor Pigia-pigia ci permise di passare.... dai fatti alle parole.

— Avete degli occhi magnifici! — le dissi.

[pg!67] — Occhi di Sfinge, occhi fatali! — fece lei con un'aria tra ironica e impenetrabile.

— No! — esclamai io con profonda convinzione. — Ma che Sfinge d'Egitto? Domandate al primo ferroviere che vi capita che cosa vuol dire occhio verde: Via libera!

Se i posteri vorranno valersi di questo esempio per dimostrare che io non sono mai stato poeta, facciano pure.

Ammesso però che lo scopo dei madrigali non sia di piacere ai posteri, ma di far breccia nel cuor della donna desiderata, quel mio madrigale vale almeno quattro canzonieri a scelta vostra tra gli infiniti che la nostra amorosissima letteratura vanta e vanterà sempre mai.

La breccia fu anzi così fulminea, così travolgente, così larga, che questa storia non meriterebbe la pena d'esser raccontata.... se il diavolo non ci avesse messo la coda.

Fräulein Zita non era sola.

Mi presentò infatti un complesso di molta carne e di molte ossa mal assestate, una specie di abbozzo vivo, al quale non diedi lì per lì nessunissima importanza.

— Mia sorella maggiore.

— Tanto piacere. — E continuai ad esercitare la mia pressione sulla sorella minore.

Ma, ahimè! passò ben poco tempo che io [pg!68] dovetti persuadermi della assoluta impossibilità di fare come se quello strano animale non esistesse.

Nè crediate che, nella sua doppia qualità di sorella maggiore di età e di peso, intervenisse per temperare i nascenti perigliosi fremiti d'amore nel cuoricino di Zita, o per imbrigliare un po' i miei balzani diciott'anni. Mai più!

Lo strano animale mi studiava, semplicemente.

Ma mi studiava come san studiare due occhi tedeschi muniti d'occhiali. Vi giuro che se mi avessero preso e messo in cima al Carro, al posto della girandola, con l'obbligo di far all'amore lassù, gli sguardi di quelle diecimila persone mi avrebber dato meno impaccio che non quel solo paio di occhiali di Lipsia.

E meno male se si fosse accontentata di guardare dal suo posto come uno spettatore di teatro che voglia spender bene i suoi quattrini.

Ma che! I suoi propositi erano ben altrimenti seri e scientifici. Non una sola mia paroletta breve, non un solo trascorrer rapido di dita, non un solo commosso avanzar di piede doveva a nessun costo sfuggirle: nulla. Assolutamente nulla.

Figuratevi un po' voi che daffare!

[pg!69] Per esempio, per lo studio dei piedi e delle mani, ogni due minuti almeno era costretta a farsi cadere in terra qualche cosa. Súbito io ne approfittavo per sussurrare ebbre roventi parole alle pallide orecchie di Zita, vere adorabili conchigliette!... Ma quasi altrettanto súbito quella specie di enorme rospo, acculato tra le nostre gambe, balzava su contro il mio naso.

Qualche volta però non arrivava in tempo a capire i miei sospiri d'amore. In questi casi, si comportava nel seguente modo: avvicinava il suo testone alle trecce d'oro della mia Zita e aveva il coraggio veramente tedesco di chiederle che cosa le avessi detto.

Incredibile, ma vero: la mia Zita, le traduceva prontamente e fedelmente in tedesco il mio ardente francese!

Che pensare?

Spesso il grosso rospo spingeva la sua inaudita tedescaggine fino ad annotare le frasi, secondo lei, più interessanti, sopra un suo taccuino grosso come una Filotea!

Io, a questa vista, mi sentivo, dentro, l'anima ruggire come un intero serraglio in fiamme.

Ma bastava che la mia Zita girasse dolcemente il capo sul fragile collo e mi guardasse con que' suoi occhi da Sfinge.... io ci vedevo [pg!70] subito scritto Via libera, e non pensavo più ad altro.

Tuttavia, ci fu un momento in cui sentii che sarei scoppiato se non mi permettevo un piccolo sfogo; e allora, avvicinata la bocca fin quasi a baciarle l'orecchio, rantolai con una serietà impressionante:

— Io ammazzerò vostra sorella.

Il rospo, che stava appuntando chi sa che cosa sul suo taccuino, si precipitò sull'altro orecchio di Zita per sapere che cosa avevo detto.

Nichts, nichts! — ripeteva Zita rossa come una fiamma.

— Come niente?

— Niente insomma, noiosa! — ribattè Zita drizzando il collo come una viperetta. Le mie scarse nozioni di tedesco mi permisero di comprendere che le due sorelle leticavano come due lavandaie di Lipsia.

Grato a Zita di questa prima prova d'amore, ma nel medesimo tempo impensierito un poco di vedermi preso da lei così sul serio nella mia qualità di aspirante omicida, stavo assai in forse su quel che mi convenisse fare o dire.

Sapete chi mi venne in aiuto? Che cuor d'oro! Non l'indovinate?... Ma sempre lui! Il signor Pigia-pigia!

[pg!71] Chi sa come, chi sa perchè, ma certo è che proprio in questo difficile momento, io e Zita vedemmo un qualche cosa, rosso di pelo, piombare con inaudita violenza sulla schiena robusta della nostra avversaria, facendole volar via di colpo quei maledettissimi occhiali di Lipsia.

Il primo a ridere naturalmente fui io. Ma fu question di minuti secondi, chè Zita dovette anche scoppiare a ridere, e poi il sorellone, e poi il bolide di pelo rosso, e finalmente tutti. Torno torno, per un raggio di cinque o sei metri, non fu altro che un abbaiar di risa.

Dopo le risa i commenti:

— Grazie! quello si credeva di ppasseggiare su per la facciata d'idDomo come se la fosse a giacere!