DELL'ARTE
DEI
GIARDINI INGLESI
DELL'ARTE
DEI
GIARDINI INGLESI
Fortunatus et ille Deos quì novit agrestes,
Panaque, Sylvanumque senem, nymphasque sorores!
Georg. L. ii.
Tav. I. Frontispizio esprimente un baccanaletto.
MILANO.
Dalla Stamperia e Fonderia al Genio Tipografico
casa Crivelli, presso il ponte di S. Marco, N.º 1997.
Anno IX.
L'EDITORE A CHI LEGGE.
La mancanza de' libri che trattino nel nostro idioma dell'arte de' giardini moderni, e l'eccessivo prezzo e la rarità di quelli altrove pubblicati, mi hanno indotto a procacciarmi la presente opera. Coloro, che conoscono quella del C. L. Hirchfeld assai voluminosa, approveranno tutto ciò ch'è stato tolto da essa, come pure le interessanti aggiunte, e le non poche variazioni eseguite dall'Italiano Autore. Ho l'onore di presentarla al colto pubblico tanto più di buon grado, quanto che un tal gusto è di già penetrato nel nostro paese, facendone prova i diversi disegni in rame, tratti da alcune ville dei contorni di Milano. Il paesaggio, antico come natura, e fisso siccome il bello, decantato mai sempre da' sommi poeti, e seguito da' valenti pittori, non è stato tuttavìa praticamente adottato in generale a tener luogo di giardino, che dagl'Inglesi verso la metà dello spirato secolo, per cui a ragione questo genere serba tale denominazione. Superbe praterìe, delle quali non furon mai viste nè più vaghe, nè più magiche, si addossarono nell'alto di lor dolci pendici abitazioni eleganti, che fecero sfoggio a vicenda dei doni della natura, e del raffinamento dell'arte. Il torrente ruinoso, ed il fiume inondatore frenarono la sterminatrice loro rapidità per non fare altra pompa che dello scorrevole, del vario, del pittoresco, del bello fecondatore. Il monte, il piano raccolsero i dispersi lor pregj, e li tributarono a gara al nascente genio, che guidato da amore, ed inspirato dalle muse, percorse la novella carriera, e invitò le scienze, le facoltà della mente, e tutt'i piaceri a fissarvisi per pascere lo spirito umano di voluttà squisitissima. La natura benefica così riprese i suoi diritti, e restò attonita di vedersi abbellita, e quasi sorpassata dall'arte, che non consistette più che nel saperla studiare con rispetto, e nel saperla far comparire con verità, e scelta. Per tal maniera la faccia della Inghilterra è divenuta più amena e più ridente; la botanica ha estesi i suoi confini; l'agricoltura ne ha ricavato un nuovo lustro; e tutte le belle arti, e le scienze, che formano il corredo del trionfante gusto, hanno penetrato in tutte le classi, e in tutti i siti. La stessa vita campestre, altronde sempre piacevole, si è resa per esso anche sentimentale. Quante ragioni da supporre che sempre più siffatto gusto verrà generalmente abbracciato, ed esclusivamente coltivato anche tra noi, e si diffonderà quindi sull'Italia intera, privilegiata culla delle belle arti, e delle scienze, dove troverà una disposizione d'arte, e di natura almeno eguale a quella del suo paese natale, onde si diramò! Quante ragioni ancora da presumere, che il primo trattato, che si produce in questo genere nella nostra favella, possa essere gentilmente accolto, e compatito. Esso ha il merito almeno di dare un'idea chiara e distinta della cosa, e potrà giovare per più titoli in aspettazione di una penna migliore ed originale, che tratti degnamente, e con maggior estensione questo interessante argomento. Solo aggiungerò in qualità d'uomo appoggiato all'indole della cosa, piucchè alle applicazioni parziali ed arbitrarie, che un tal genere non importa nè tutto quel travaglio, nè quel dispendio che si è immaginato fra noi. In realtà questa sorta di giardini è quanto di più fino e di meglio speculato è forse stato trovato finora nell'arte di unire l'utile al dolce, e di sapere tirar partito, abbellendo, e facendo valere ogni locale. Può essere egualmente applicato ad un grande che ad un piccolo spazio; in città, come in campagna, non ricerca grande movimento di terra, nè profusioni idrauliche, e neppure somme fabbriche, che non sono positivamente della sua essenza. Riesce oggetto di leggier dispendio da principio, e quasi di nessuno in appresso. Nel grembo della pace, e di uno stabil ordine di cose è da lusingarsi con fondamento che quest'arte, ancor novizia tra noi, vi sarà pure coltivata con onore, e resa in breve adulta e maestra. Per tal modo l'Italia verrà a gareggiare colle altre nazioni anche in questa parte, ed acquisterà forse in essa quella superiorità, che ci viene attribuita, e che sembra nostro dono di natura nelle arti geniali.
DELL'ARTE
DE' GIARDINI INGLESI
ORIGINE DE' GIARDINI INGLESI.
Gl'Inglesi amano con passione il soggiorno della campagna, e v'impiegano nell'abbellirla quelle somme, che generalmente le altre nazioni dissipano nelle lor capitali. Non è in Londra, dove debbasi giudicare della ricchezza, della magnificenza, e del buon gusto di un Lord, ma bensì alla sua campagna, situata in provincia. Un clima temperato, un paese generalmente ridente, e fertile, l'abbondanza che regna ne' campi, una vita libera, ed agiata, la costumanza di reciproci uffizj di famiglia, e d'amicizia, quella generale di soggiornarvi nella più gran parte dell'anno, ne formano le principali attrattive. La situazione fisica dell'Inghilterra è un felice miscuglio di catene di monti, e di montagne isolate, dolcemente elevate, e comodamente praticabili, di valli, di fiumi, di cadute d'acqua, di boschi annosi, e di praterìe d'un'incomparabile verdura. Una vegetazione rigogliosa senza confronto altrove, le acque le più limpide, ed un non so che di vario, di aggradevole, di romanzesco, e di superbo, che ad ogni passo s'incontra, e si succede con tanto garbo, formano di molte provincie dell'Inghilterra il più seducente quadro, che scuote la mente, e le inspira idee poetiche, e pittoresche. Non è meraviglia quindi se il genio Inglese, rapito dalla bella natura campestre, che lo circonda, immaginò il primiero di staccarne le parti più belle, e comporne un tutto ideale, analogamente ornato, e reso più vago dai doni dell'arte, che colle reciproche relazioni acquistasse nuovo pregio, e valore, e presentasse una successione saggiamente calcolata di quadri, e di scene, ripiene di voluttà, di comodo, di capriccio, e di grandiosità: sostituì i tratti di paese campestre abbelliti, e scelti ai disegni artificiosi degli antichi giardini, e ne introdusse per tal maniera de' nuovi, e d'un tal genere, che divennero quasi altrettanti poemi, opera del poeta, del pittore, e del filosofo.
Mentre gli scrittori delle altre nazioni tacevano, oppure magnificavano l'antico stile, i Bretoni cominciavano a sviluppare a poco a poco ne' loro scritti l'essenza dell'arte de' giardini. Francesco Bacone, che sparse una nuova luce sulle scienze, fu il primo, che diffuse sopra i giardini ancora una luce, tuttavìa offuscata dalle antiche tenebre. Esigeva per un giardino trenta jugeri di terreno, e lo divideva in tre parti: uno spazio erboso all'entrata, un altro ripieno di cespuglj alla sortita, ed il giardino propriamente detto nel mezzo, con viali, e passeggi dalle due bande. Alla prima parte destinava quattro jugeri, sei alla seconda, quattro a ciascheduno de' viali laterali, e dodici al giardino di mezzo. Gli ornamenti, e gli arabeschi a diversi colori, disegnati in terra sotto le finestre della casa, non sono, che giuochi puerili, che si trovano pure, com'egli dice, su de' pasticci, e lo stesso giudizio porta sulle piante acconciate in differenti figure. Invece d una pianura esatta, vorrebbe che si elevasse nel mezzo del giardino un monticello aggradevole alla vista, sormontato da un vago padiglione, al quale si pervenisse per mezzo di due o quattro file di gradini. Bandisce gli stagni, ed i canali d'acqua dormente, che vuol che sia sempre in moto. L'invenzione capricciosa di slanciare le acque in alto, e di farle artificiosamente giuocare, non aumenta a suo giudizio nè la purità, nè la salubrità dell'aria, nè il piacere del giardino. Lo spazio occupato dalla boscaglia vorrebbe che assomigliasse a un sito piacevolmente incolto. In quà in là vi si potrebbero frammischiare degli arbusti differenti con fiori odorosi; ma il terreno lo vorrebbe coperto dappertutto di violette, di fragole, e di primevere, che esalano grato odore, e prosperano all'ombra. I boschi non dovrebbero offrire un ordine preciso, ma delle picciole eminenze d'intorno, sparse di fiori varj, e d'arbusti odoriferi. Raccomanda gli alberi da frutta, e de' sentieri comodi, ed asciutti, che si diramino in tutti i sensi. Nel fondo del giardino, continua l'autore, si potrebbero praticare da due lati de' piccioli ridossi, da dove l'occhio potesse liberamente percorrere le vicine campagne. Nello spazio, da lui chiamato giardino, i viali saranno larghi, e guarniti d'alberi fruttiferi, e vi vorrebbe pur collocati de' seminarj di consimili piante, e dei vaghi gabinetti artificiali di verdura, con sedili. Ma non bisognerebbe poi tanto, soggiugne egli, accumulare questi oggetti, dovendo il giardino, propriamente detto, rimaner libero, ed aperto alla maggior circolazione dell'aria; l'ombra è da cercarsi ne' viali laterali, non dovendo, a parer suo, servire il giardino che per le stagioni temperate di primavera, e d'autunno, e per le ore della sera, e del mattino d'estate. Delle passeggiate prolungate su' colli sarebbero avvantaggiose, se la natura le fornisse.
Per quanto sieno coerenti le osservazioni, ed opportune le domande di Bacone, sono tuttavìa frammischiate da alcune, direttamente opposte al buon gusto in fatto di giardini; tale è la forza della moda, che soggiogò pure questo grand'uomo. Approva la forma quadrata, le arcate di legno sormontate da picciole torri, che cattivi ritengano gli uccelli, ed ornate di figure dorate, e di strette lamine di vetro colorato; loda le colonne di legno, e le piramidi della stessa materia, le vasche regolari, ornate di figure, e di vasi. Finalmente determinando un modello stabile, ne limita lo stile, ciò che non si accorda punto colla varietà naturale degli spazj, e colla fertilità del genio creatore. Tuttavìa Bacone non si accontenta di passare per profeta d'una scienza non ancor nata; ei non solo predice, comincia a creare.
Questa medesima bellezza campestre, che avrebbe mai sempre dovuto regnare nei giardini, fu in seguito descritta da Milton nel suo paradiso, ossia giardino di Eden. «La natura aveva prodigate delle bellezze innumerevoli sulle montagne, e nelle valli. Le sue ricchezze erano sparse con profusione nelle campagne, che il sole liberamente riscalda co' suoi raggi, e nei verdi folti, che una impenetrabil ombra rende cotanto vaghi nell'ardore del giorno. Questa felice abitazion campestre era mirabilmente variata pel piacere degli occhj. Là voi trovavate de' boschi, i cui fronzuti alberi distillavano la mirra, ed i preziosi balsami: quì ne vedevate degli altri, che coi loro frutti lucenti, e saporiti incantavano l'occhio, ed il gusto. Tutte le meraviglie, che la favola attribuisce al giardino delle Esperidi, s'incontravano realmente in questo giardino di voluttà. Fra gli alberi sorgevano spazj ridenti, deliziose colline, ripiene d'armenti, che l'erbe tenere ne pascolavano. Quì una leggiera eminenza coperta di palme, e il seno fiorito d'una valle, irrigata da ruscelletti, offrivano mille bellezze, e colà cresceva la rosa senza spine. Le opache grotte disponevano freschi ricoveri, tappezzati di pampini, che s'affrettavano di sporgere i porporini grappoli, e che vi si avviticchiavano con una mirabile fecondità. I ruscelli con grato mormorìo cadendo al lungo delle colline, ramificavano al piano, ed andavano formando uno stagno, la cui superficie presentava il suo specchio cristallino alla verdura delle sponde d'intorno coronate di mirti. Gli augelli formavano un coro ripieno di melodìa, e gli zeffiri portando con essi i profumi de' campi, e de' boschi, mormoravano tra foglia e foglia soavemente agitata».
I poeti di tutte le età, e di tutte le nazioni hanno dovuto tenere un consimile linguaggio descrivendo de' giardini, giacchè qualsiasi altro, e quello sovratutto della moda vi si ricusava; ma la voce di questi araldi del buon gusto non potè per questo dissipare gl'inveterati pregiudizj del lor secolo.
Comparve Lord Temple. Assicura egli che in nessun altro tempo in Inghilterra vi fu maggior inclinazione pei giardini che nel suo; che giammai non vi si sono mantenuti meglio, e che in nessun altro paese potevano essere altrettanto belli che nella sua patria. Esige quattro cose per un giardino: frutta, fiori, ombra, ed acque. Vicino all'abitazione vuole un tappeto d'erba fregiato di fiori, ed in mancanza di fiori, dei getti d'acqua, de' vasi, delle statue; nello spazio che segue, la cinta dovrebbe essere tutta scoperta, e senz'altri alberi, da quelli infuori, che vi si dispongono in ispalliera, ma poco elevata. Supponendo che questo spazio occupasse due terzi del giardino, si potrebbe guarnire il resto di piante da frutta, a meno che non si preferisse, per procacciarsi dell'ombra, piantarvi un boschetto. Fin quì tutto è bene, o almeno sopportevole, atteso il gusto del secolo. Ma inoltre vuole il Lord un quadrato perfetto, perchè dice esser quella la forma più conveniente ad un giardino, ed esige un terreno piano, o leggiermente inclinato. Cita per modello il giardino di Moore, il più bello, che dice aver veduto in Inghilterra, ed altrove. Nel mezzo d'una vasta terrazza, tutta ricoperta di sabbia, e circondata d'allori, sorgeva un gran palazzo. Tre scalinate spaziose di pietra, l'una nel mezzo, e due laterali, conducevano ad un ampio spartimento. Le fontane, le statue, le arcate verdi, e di sasso, i padiglioni, le grotte con acque spruzzanti non vi mancavano. Ecco come pretende, che andassero formati i giardini, che se più fossero regolari, più riuscirebbero belli. Ciò non pertanto una debil luce traspariva attraverso di tanti pregiudizj. Vi puonno essere de' giardini irregolari, soggiungeva Temple, che non saranno per questo che più belli, e più aggradevoli; vi bisogna per tal effetto una vantaggiosa situazione, e quanto basti di arte, e di travaglio per dare alla loro irregolarità una forma atta a piacere. Rigettava altresì i muri nudi, de' quali per costumanza antica si circondavano i giardini; o li voleva rivestiti almeno di verde, perchè non producessero una dispiacevole sensazione. Fin quì arrivò Temple.
Addisson gli successe, e per la forza de' suoi maschj giudizj, e del suo gusto classico si avvicinò maggiormente ad una certa perfezione; ciò che Pope aveva cercato di ottenere quasi nello stesso tempo pel mezzo della satira, che sapeva così ben maneggiare.
Nacque in allora il principio della rivoluzione nell'arte de' giardini. Addisson si mosse a mostrare dove consistono i veri piaceri dell'immaginazione, e di là dedusse delle accurate osservazioni sulla cattiva maniera, che dominava tuttora ne' giardini. «Sosteneva che le opere dell'arte paragonate a quelle della natura non puonno mai avere quella vasta estensione, e quella immensità, che prestano un così delizioso trattenimento allo spirito dello spettatore. Può ben essere un oggetto dell'arte delicato, e pulito al paro d'un altro di natura, ma non sarà giammai altrettanto augusto, nè magnifico nel disegno. Ne' tratti grossolani, e negletti di natura vi ha sempre qualche cosa di più ardito, e che fa sentire di più la mano maestra, che ne' colpi di pennello più delicati, e negli abbellimenti più squisiti dell'arte. Le bellezze di giardino, o di palazzo il più superbo si trovano rinchiuse in un piccolo cerchio; l'immaginazione le percorre ben presto, e domanda qualche cosa di più per soddisfarsi; ma ne' vasti campi della natura l'occhio gira liberamente su tutte le parti, e si pascola d'una infinita varietà d'immagini, senza essere astretto ad un cert'ordine. Di vero noi non troviamo dilettevoli le opere dell'arte, che in quanto rassomigliano più a quelle di natura, ed in allora il piacer nostro è prodotto non solamente da questa rassomiglianza, ma altresì dal sentire che il modello è perfetto. In generale v'è nella natura qualche cosa di più grande, e di più augusto, che in tutto ciò, che si vede fra le curiosità dell'arte; così tutte le volte che noi la vediamo imitata in qualche modo, ciò ne dà un piacere più nobile, e più rilevato, che quello che possiamo trarre dalle opere dell'arte le più fine, ed esatte. Una vasta estensione di terreno coperta da un aggradevole miscuglio di boschi, di prati, e di cascate d'acqua, che rappresentino dappertutto un'artificiosa semplicità, c'incanta assai più che l'eleganza ordinaria del più sontuoso giardino. Perchè mai non si potrebbe fare di una possessione intera una specie di giardino, arricchito di frequenti piantagioni, che tornerebbe al profitto del proprietario, e al suo piacere? Una palude coperta di salici, o un monte coperto di quercie, formano un oggetto non solamente più piacevole alla vista, ma più utile all'interesse, che se si abbandonassero alla loro naturale sterilità. I campi coronati da spighe formano un vago prospetto, di maniera che se i viottoli, che si vedono tra un campo e l'altro, fossero un po' più elegantemente mantenuti, se lo smalto delle praterìe fosse ajutato da qualche leggiera addizione dell'arte, e se le siepi fossero ornate d'alberi, e di fiori con maggior cura, un uomo potrebbe fare un bel paesino del suo possesso».
All'appoggio di principj cotanto sani, Addisson compose in appresso un leggier quadro, ma vago, di un giardino conforme al suo genio, e alla natura. Eccolo. «All'intorno della mia picciola casa ho varj jugeri di terreno, che chiamo il mio giardino, e che un abile giardiniere non saprebbe come chiamare. È desso una confusione, un'intralciata mescolanza di ortaggio, di frutteto, e di giardino a fiori. I miei fiori vi crescono in diverse parti colla più lussuriosa abbondanza, e sono così lontano da preferirne alcuno, che quando ne rincontri ne' campi, e che mi piacciano, fisso a loro subito un posto nel mio giardino. Diversi pezzi di terra sono smaltati di mille differenti colori. Il sol metodo, che seguo, è di radunare nel medesimo sito il prodotto della medesima stagione, affinchè sbucciando tutti nello stesso tempo, compongano un quadro più variato, e ricco. Una consimile irregolarità regna nelle mie piantagioni, che crescono con tutta la selvaggia libertà della natura. È divertente per me di passeggiare in un labirinto, che ho piantato, e di non sapere se il primo albero, che incontrerò, sia un pomo, una quercia, un olmo, od un pero. Il mio verziere ancora ha il suo posto determinato, e sono di sentimento che un verziere è più aggradevole alla vista, che una citroniera, o una serra. Amo vedere ciascheduna cosa nella sua perfezione, e mi compiaccio di più della vista, e dell'odorato delle mie ajuole di cavoli, e di legumi, e d'una infinità d'erbe utili, che vengono a tutta maturità, che di vedere delle piante esotiche, delicate, sforzate da un calore artificiale, tisiche, e languenti in un clima, e in un terreno, che non sono il loro. Nell'alto del mio giardino sgorga un fonte, da cui deriva un ruscelletto, che serve al piacere, ed all'utilità del sito: l'ho talmente diretto, che serpeggia d'intorno a quasi tutte le mie piantagioni; scorre, come farebbe in piena campagna, fra rive coperte di primevere, di amaranti, e di rose, che sembra d'aver egli fatto nascere. Come il mio giardino attira gli uccelli delle campagne all'intorno, offrendo loro dell'acqua, dell'ombra, della solitudine, e de' ricoveri, così non permetto che sieno distrutti i loro nidi, o discacciati dai siti, che frequentano nel tempo della frutta. Amo ancor più avere il mio giardino pieno di merli, che di cerase, e dono volontieri della frutta per sentire il canto. Con questo mezzo godo sempre della musica la più perfetta della stagione; e son ben contento di vedere il capinero, ed il tordo saltellare ne' miei sentieri, e traversar volando i viottoli, ed i siti, ch'io stesso percorro. Tutte le mie opere sono rustiche, come natura, e non affettano punto la delicatezza dell'arte...».
Simili rischiarimenti d'un Addisson sulla disposizione de' giardini, gustati da tanti suoi lettori, eccitare dovevano la nazionale industria; e cominciossi di fatto a porre in opera simiglianti idee.
Il passo più considerabile, che si fece verso i miglioramenti, che ne vennero in seguito, fu d'abbattere i muri, che servivano di confine ai giardini, e di sostituirvi de' fossi vuoti. Questo tentativo sembrò in allora così sorprendente, che il popolo chiamò questi fossi Ah! Ah! per esprimere la sorpresa, che risentiva di vedersi bruscamente arrestato d'una maniera tanto inaspettata. La coltura, e il terreno d'intorno al di là del fosso dovette in appresso fondersi, per dir così, nello stesso quadro del giardino, e questo rimaner libero dall'angustia del luogo, e dalla soverchia sua regolarità, affine di accordarsi meglio col paese all'intorno.
A quest'epoca comparve Kent, uomo d'un genio grande, e d'un gusto delicato, che verso la metà del decorso secolo, poste da banda tutte le antiche regole, sembrò sorger creatore d'una nuova arte di giardini. Abbandonò la regolarità ordinaria, che ben conobbe quanto stancava, ed infastidiva. Osservò che la natura non ama la simmetrìa, che ne' piccoli corpi, e non già ne' larghi tratti di terreno, e ch'essa dissemina nelle sue opere più favorite la varietà, ed un bel disordine. Sentì le impressioni irresistibili, che producono sull'anima gli oggetti grandi, e magici della natura, quando la loro disposizione è libera, ed ardita; e sentì che queste impressioni scuotono, ed occupano assai più, che tutte quelle, che cagionano le picciole costruzioni eleganti. Scelse la linea curva, come la più diversificata; diede a' ruscelli, ed alle acque un corso tortuoso; cavò partito delle eminenze senza spianarle; abbellì i boschi naturali senza distruggerli; antepose un tappeto di verdura ad un terreno sabbiato; praticò una quantità di sfondati seducenti; aprì all'occhio una folla di lontananze; nobilitò i boschetti, collocandovi delle fabbriche; in una parola, Kent trovò l'arte de' giardini ove la cercava, cioè nella natura. I suoi disegni, e piani furono adottati dal gusto de' suoi nazionali con entusiasmo; e l'arte de' giardini progredì in Inghilterra con una rapidità sorprendente verso la sua perfezione dal momento che fu affidata colà al buon metodo. I gran principj di Kent furono la prospettiva, e l'intelligenza del chiaroscuro. Divideva con gruppi d'alberi una pianura troppo semplice, o di troppo estesa, ed ammorzava la sua luce troppo viva colle tinte cariche di piante sempre verdi. Mancando l'orizzonte d'oggetti, onde animarlo, ne ideava degli artefatti, che formassero perspettiva. Le fabbriche, i siti di riposo, i templi erano piuttosto l'opere del suo pennello, che del suo compasso. Kent ebbe de' successori, che trascorsero la strada, ch'egli aveva aperta. Comparvero successivamente de' trattati giudiziosi, ed estesi, consacrati all'arte de' giardini. Fra gli autori, che se ne sono occupati, i più distinti sono Home nella celebre sua opera sopra gli elementi di critica, e Vhately nelle sue osservazioni sopra l'arte de' giardini. Il primo non ne parlò, che in forma di digressione, e per fare delle applicazioni de' principj, che stabilisce. Benchè diverse delle sue proposizioni sieno nuove, e giudiziose, altre però sono compassate con soverchia minuzia sopra principj generali in modo che non sembra potersene far quel conto, che altri hanno preteso. Vhately considerò l'arte de' giardini sotto un punto di vista più vasto ancora; la risguardò come l'arte di abbellire de' paesi interi. Nessuno de' suoi compatriotti prima di lui aveva esaminato questo soggetto con una penetrazione altrettanto viva, ed in una estensione così ardita. La sua critica sul bello è profonda; i suoi principj sono dedotti, e sviluppati ad evidenza: si potrebbe chiamarla la metafisica de' giardini. Ma la metafisica sola soventi volte nuoce al sentimento, ed effettivamente sembra che Vhately lo abbia troppo poco calcolato. Abbiamo in questo genere una folla di scritti, e ne sortono oggigiorno presso le altre nazioni[1].
Chambers, architetto del Re d'Inghilterra, che riunisce ad una vasta erudizione un genio, ed una sensibilità squisita, è quegli che ha data l'ultima mano all'arte de' giardini Inglesi, portandoli, dirò così, all'ultima perfezione, e spingendoli oltre la sfera dell'immaginabile. Al suo ritorno dalla China Chambers aveva osservato che nella sua patria non si osava abbastanza distaccarsi dall'antico stile; che vi si mancava d'invenzione, ed erano soggetti gl'Inglesi a dare nelle stravaganze ogniqualvolta tentavano de' nuovi saggi; vedendo che tutte le belle arti avevano de' maestri, frattanto che quella sola de' giardini rimaneva orfana, e priva di chi ne facesse valere le doti, trovò nel suo spirito, e nella brillante sua immaginazione delle idee, che credeva più convenienti alla natura, ed alla destinazione de' giardini di quelle, che d'ordinario si seguivano; in conseguenza giudicò che siffatte idee ecciterebbero più l'attenzione, e sarebbero state meglio accolte da' suoi compatriotti, se attribuite ad una nazione lontana, che le avesse di già messe in pratica; quindi pubblicò la celebre sua opera intitolata: Dissertation on Oriental Gardening, dove probabilmente semina delle idee Inglesi, e forse le sue in un suol Chinese[2], affine di prestar loro un'apparenza più forte, e di renderle vieppiù seducenti.
DESCRIZIONE DI CHAMBERS DE' GIARDINI DELLA CHINA[3].
La natura è il modello de' Chinesi, e lo scopo loro è d'imitarla. Prima di tutto osservano la forma del terreno, se è piano, o pendente; se vi sono colline, oppure montagne; se egli è esteso, o ristretto; se è asciutto, o paludoso; se abbonda d'acqua, o se ne è privo. Prestano una scrupolosa attenzione a tutte queste circostanze, e scelgono le convenienze, che si confanno meglio alla natura del suolo, che esigono minori spese, coprono i suoi difetti, e maggiormente fanno comparire tutt'i suoi vantaggi.
Il terreno è distribuito in varie scene, e per passaggi tortuosi, aperti nel mezzo de' boschetti, siete condotto ai differenti punti di vista, ciascheduno de' quali è indicato da un sedile, da un edificio, o da qualche altro oggetto.
La perfezione de' loro giardini consiste nel numero, nella bellezza, e nella diversità di queste scene. I giardinieri Chinesi, come i pittori d'Europa, raccolgono dalla natura gli oggetti più aggradevoli, e procurano di combinarli in maniera che non solamente compajano separatamente col maggior lustro, ma altresì che per il loro accozzamento formino un totale piacevole, e che produca grata sensazione.
I loro artisti distinguono tre differenti specie di scene, che le caratterizzano col nome di ridenti, d'orribili, e d'incantate. Quest'ultima denominazione risponde a ciò che si nomina scene di romanzo, nelle quali i nostri Chinesi si servono di diversi artifizj per destare la sorpresa. Talvolta fanno passare sotto terra un fiume, o un rapido torrente, che col suo rumorìo assorda l'orecchio di chi passa, incapace a comprendere d'onde provenga tanto fracasso. Altre volte dispongono le roccie, e le pietre in tal maniera, che il vento passando attraverso gl'interstizj e meati, che per tal effetto vi son praticati, forma de' sibili affatto singolari, e strani. Impiegano in siffatte composizioni le specie più straordinarie d'alberi, di piante, e di fiori; vi ottengono degli echi artificiosi, e complicati, e mantengono colà differenti sorta d'uccelli, e d'animali mostruosi.
Le scene d'orrore presentano macigni sospesi, oscure caverne, e cateratte impetuose, che si precipitano dall'alto delle montagne da tutte le bande. Gli alberi sono difformi, e sembrano spezzati dalla violenza del turbine. Quì se ne vedono dei rovesciati, che intercettano il corso de' torrenti, e sembrano d'essere stati svelti dal furore dell'acque: là pare che colpiti dal fulmine sieno stati arsi, e fracassati. Taluno degli edifizj cade in rovina; tal altro è consumato per metà dal fuoco, e qualche miserabil capanna in quà, e in là dispersa sulle montagne, sembra egualmente attestare l'esistenza, e la miseria degli abitanti. A queste scene d'orrore succedono comunemente delle ridenti. Sanno gli artisti Chinesi con quanta forza l'anima è colpita dai contrasti, e non mancano giammai di praticare delle improvvise transizioni, e delle forti opposizioni di forme, di colori, e d'ombre. Così da viste limitate vi fan eglino passare a prospettive estese; dagli oggetti d'orrore alle scene aggradevoli; e dai laghi, e dai fiumi alle pianure, alle collinette, ed ai boschi. Ai colori oscuri, e tristi oppongono i più brillanti, ed alle semplici forme, le complicate, compartendo giudiziosamente le diverse masse d'ombra, e di lumi in tal modo, che la composizione riesca distinta nelle sue parti, e compita nel suo tutto.
Allorchè il terreno è vasto, e che vi si può far entrare una moltitudine di scene, ciascheduna è appropriata ad un sol punto di vista; ma quando lo spazio è ristretto, e non permette d'introdurre abbastanza di varietà, si cerca di rimediare a questo difetto col disporre gli oggetti in maniera che producano rappresentanze diverse, secondo i diversi punti di vista; e sovente l'artificio è spinto al segno, che queste rappresentazioni non hanno tra loro veruna rassomiglianza.
Ne' vasti giardini i Chinesi praticano delle scene differenti per il mattino, per il mezzodì, e per la sera, ed innalzano ai debiti punti di vista degli edificj proprj ai trattenimenti di ciascheduna parte del giorno. I piccoli giardini, dove, come noi l'abbiam detto, un solo accozzamento produce diverse rappresentazioni, dimostrano nella stessa guisa fabbriche ai diversi punti di vista, che dal loro uso indicano il tempo del giorno più atto a goder della scena nella sua perfezione.
Stante che il clima della China è eccessivamente caldo, gli abitanti impiegano molt'acqua ne' loro giardini. Allorquando sono ristretti, e che la situazione lo permette, tutto il terreno è messo sotto acqua, e non vi sopravanza che un picciol numero d'isolette, e di scogli. Nei giardini spaziosi s'introducono laghi, fiumi, e canali. Si imita la natura diversificando, com'ella fa, le rive de' fiumi, e de' laghi. Ora queste rive sono aride e sabbiose, ed ora coperte di boschi fino al dorso dell'acque. Piane in tai siti, ed ornate d'arbusti, e di fiori, in altri siti si trasformano in macigni scoscesi, che presentano caverne, dove una parte dell'acqua vi si precipita con altrettanto strepito, che violenza. Qualche volta voi vedete delle praterìe ricolme di bestiame, o de' campi di riso, che si avanzano nel lago: altre volte i boschi sono penetrati in diverse parti da fiumi, e da' canali, capaci a portar barche; le sponde sono coperte d'alberi, i cui rami si estendono, s'intralciano, e formano a luogo a luogo delle arcate, sotto le quali passano i batelli. In questa guisa voi pervenite a qualche oggetto interessante, ad una superba fabbrica, collocata nella sommità d'un monte tagliato a terrazze, ad una cascina posta in mezzo del lago, ad una caduta d'acqua, ad una grotta ripartita in diversi appartamenti, ad uno scoglio artificiale.
I fiumi seguon di rado la linea dritta; serpeggiano, e vengono interrotti da irregolarità diverse. Talvolta sono ristretti, rumorosi, e rapidi; e tal altra sono lenti, larghi, e profondi. Ne' fiumi, e ne' laghi si vedon le canne, e l'altre piante, ed erbe acquatiche. Spesso i Chinesi vi construiscono sopra dei molini, e delle macchine idrauliche, il di cui moto giova ad animar la scena. Hanno ancora una quantità di batelli, diversi di forma, e di grandezza. I loro laghi sono zeppi d'isole, le une sterili, e circondate da roccie, e da scogli; arricchite le altre di tutto ciò che la natura, e l'arte offre di più perfetto. V'introducono pure degli scogli artefatti, e sorpassano in questo genere di composizione tutte l'altre nazioni. La pietra, di cui si servono, viene dalle parti meridionali dell'impero, tira al turchino, e presenta delle forme irregolari, cagionate dall'azione dell'acque: i pezzi scelti s'impiegano ne' quadri a commesso, che adornano gli appartamenti; gli scarti servono per i giardini, e connessi per mezzo di un cemento dell'egual colore formano de' massi d'una considerevole grandezza. Allorchè questi massi sono grandi, vi scavano dentro caverne, e grotte con aperture, a traverso le quali si scoprono lontananze. In diverse parti, e sulle punte si vedono delle piante, degli arbusti, e dell'erbe, e sopra le lor cime si collocano tempj, ed edificj, ai quali si monta per mezzo di gradini tagliati nella stessa roccia. Eccovi un'idea di consimili scogli.
Tav. II. Scoglio Chinese praticabile.
Quando v'è acqua bastante, e che il terreno è convenevole, i Chinesi non mancano d'introdurre delle cascate ne' loro giardini. Schivano qualunque sorta di regolarità, imitando le consimili operazioni della natura ne' monti. Le acque spruzzano dalle caverne, e dalle sinuosità degli scogli. Quì romoreggia una grande e violente cateratta; là una moltitudine di piccole cascate. Qualche volta la vista della caduta è intercetta dagli alberi, i cui rami e foglie non permettono che per intervallo di vedere le acque, che cadono al lungo de' fianchi della montagna. Talora al dissopra della parte più rapida della cascata sono gettati da un rocchio all'altro de' ponti di legno grossolanamente fatti, e sovente il corrente delle acque è interrotto da alberi, e da mucchj di pietre, che la violenza del torrente sembra avervi trasportate.
Ne' boschetti i Chinesi variano sempre le forme, ed il colore degli alberi, riunendo quelli che gettano rami a foggia di fiocco con quelli che crescono piramidalmente, e i verdi cupi con gli allegri; v'intrecciano piante, che portan fiore, fra le quali ve n'hanno diverse, che fioriscono nella più gran parte dell'anno. I Chinesi ancora introducono tronchi d'alberi ora in piedi, ed ora sdrajati, e spingono lontano assai la delicatezza sopra le loro forme, sul colorito delle loro corteccie, e perfino sulli muschi, che li rivestono.
Non v'ha niente di più vario che i mezzi, che impiegano per eccitare la sorpresa. Vi conducono alcune volte a traverso di caverne, e di viottoli oscuri, alla sortita de' quali vi trovate subitanamente colpito dalla vista di un delizioso paesetto, arricchito da quanto la natura fornisce di più bello. Altre volte vi menano per larghi sentieri, per viali, che diminuiscono, e ne diventano disastrosi a poco a poco. Non v'è più passaggio; de' cespugli, delle spine, e de' sassi lo rendono impraticabile; allorquando tutto ad un tratto s'apre agli occhi vostri una ridente, e vasta prospettiva, che vi piace tanto più, quanto meno l'aspettavate.
Un altro artificio di questi popoli è quello di nascondere una parte della composizione col mezzo d'alberi, e d'altri oggetti intermedj. Ciò eccita la curiosità dello spettatore, che vuol vedere da vicino, ed approssimandosi, si trova piacevolmente sorpreso da qualche inaspettata scena, o da qualche rappresentanza, totalmente opposta a quanto cercava.
Il confine de' laghi è sempre nascosto ad arte per lasciar spaziare l'immaginazione; e la stessa regola si osserva, per quanto si può, in tutte le altre composizioni Chinesi.
Quantunque i Chinesi non sieno molto versati nell'ottica, tuttavìa l'esperienza ha loro insegnato, che la grandezza apparente degli oggetti diminuisce, e che i loro colori s'indeboliscono a misura che s'allontanano dagli occhi dello spettatore. Queste osservazioni hanno dato luogo ad un artificio, che pongono talvolta in opera. Formano delle vedute in prospettiva, introducendovi fabbriche, vascelli, ed altri oggetti, diminuiti a proporzione della loro distanza dal punto di vista; e per rendere più compita l'illusione danno delle tinte bianchiccie alle parti lontane della composizione, e piantano ne' fondi degli alberi di un colore meno vivo, e più bassi di quelli del davanti. In questa maniera, ciò che per se stesso è limitato, e di poca considerazione, diviene in apparenza grande, ed esteso[4].
I Chinesi schivano d'ordinario la linea retta, ma non la rigettano però sempre. Formano de' viali diritti, allorchè hanno qualche oggetto interessante a porre in vista. Quando il terreno è interamente piano, pare ad essi assurda cosa di praticarvi un sentiero tortuoso; poichè, dicon essi, è l'arte, oppure il passaggio costante de' viaggiatori, che l'ha fatto? Ma nell'uno, e nell'altro caso non è naturale di supporre, che gli uomini volessero scegliere la linea curva, quando posson andare più facilmente per la dritta alla loro meta.
Ciò che si nomina in Inglese CLUMP, vale a dire gruppo d'alberi, non è ignoto ai Chinesi; ma non li mettono tanto in opera, quanto noi. Non occupano mai tutto il terreno; i giardinieri loro considerano un giardino, come i nostri pittori considerano un quadro; ed i primi gruppeggiano i loro alberi nello stesso modo, che gli ultimi uniscono le loro figure, gli uni, e gli altri avendo le loro masse principali, e le secondarie.
I Chinesi, continua Chambers, circondano comunemente le loro fabbriche regolari di artificiose terrazze, di dolci pendìi, e di molte scale, i cui angoli sono ornati di gruppi di scultura, e di vasi intrecciati con ogni sorta di macchine idrauliche, che, congiunte con l'architettura, danno a quelle un'aria interessante, e vi aggiungono splendore, e strepito.
D'intorno alla principal abitazione, il terreno è quasi regolare ed aperto, e trattenuto colla maggior cura, e non vi si soffre veruna pianta, che possa in alcun modo impedire la vista della casa. La fabbrica è dessa campestre? La decorazione, che la circonda, è selvaggia. È dessa nobile? La decorazione è grandiosa. Finalmente la fabbrica è d'un aspetto gajo, e ridente? La decorazione è voluttuosa. In una parola, i Chinesi sono molto esatti a far regnare un solo e medesimo carattere nelle diverse parti delle lor composizioni.
Ritirano tutto l'avvantaggio possibile dagli oggetti, che sono fuori della loro appartenenza. Cercano di formare un apparente legame fra i loro giardini, e le foreste all'intorno, i campi, e l'acque lontane; e quando hanno alla loro portata la vista di città, di castelli, di torri, e d'altri oggetti considerabili, sanno essi servirsene con tanta economìa, ed industria, che si rimirano sotto tutti gli aspetti, e in tutte le possibili direzioni. Praticano lo stesso per rapporto ai fiumi navigabili, ai gran cammini, ai molini, e consimili oggetti semoventi, che possono animare, e fornire varietà al giardino.
Hanno delle decorazioni per tutte le stagioni dell'anno. Quelle della primavera consistono nei tigli, nei larici, nelle spine del fior doppio, nel mandorlo, nel persico, nelle rose, e nella varia famiglia dei caprifogli. Il suolo, e l'orlature de' boschetti, e de' boschi sono guarniti di giacinti selvatici, di garofani, di narcisi, di violette, di tuberose, di zafferano, e di tutt'i fiori, che spuntano in quella stagione. Introducono nel parco siti destinati per ogni sorta d'uccelli domestici, e selvatici, e da preda[5]. Altrove vi sono de' nidi, e de' siti accomodati per farvi covare il volatile; finalmente delle belle latterìe, e delle fabbriche destinate all'esercizio della lotta, della scherma, e di altre operazioni ginnastiche conosciute alla China. Ne' boschi vi praticano ancora dei grandi spazj, atti alla cavallerizza, a tirar d'arco, ed a far delle corse.
Per la state scelgono i Chinesi le parti più ricche, e meglio mantenute dei loro giardini. Queste parti sono inondate d'acque, che formano stagni, fiumi, e macchine idrauliche, con barche di varia costruzione, adattate ad andare alla vela, ed a remi a divertirsi alla pesca, alla caccia d'uccelli acquatici, ed al combattimento navale. I boschi sono composti di quercie, di faggi, di castagni d'India, d'olmi, di frassini, di platani, e delle diverse specie d'aceri, e di pioppi; i boschetti d'ogni qualità di bel arbusto, che porta fiori in estate: il totale offre il più bel verde, e la mescolanza di colori la più superba, ed armoniosa. Gli edificj sono vasti, brillanti, e numerosi. Ciascheduna scena ne presenta uno, o varj, de' quali una parte serve al ballo, ai conviti, al riposo, al bagno, ed alla meditazione.
Fra i gabinetti, e l'altre fabbriche, che adornano la parte del giardino, consacrata alla state, vi si trova spesso una sala con volto a foggia d'emisfero, dipinto con molt'arte, e rappresentante il cielo durante la notte; nella volta viene disposta una moltitudine di piccioli buchi coperti da vetri colorati, per i quali passando la luce, rappresenta il chiarore d'una bella notte estiva colle stelle, e la luna.
Sull'acque formano isolette galleggianti, fornite le une di tavole per il festino, le altre di seggiole per i musici, ed altre guarnite d'arbusti, sotto dei quali si trovano letti per il riposo, banchi erbosi, e tant'altre comodità della vita.
Le piantagioni dell'autunno sono formate da diverse specie di quercie, di faggi, e d'alberi, le di cui foglie si conservano di più, e che, seccando, producono un altro colore, come il RHUS CORIARIA, e l'EDERA QUINQUE FOLIA ec. V'intrecciano qualche albero conifero, e qualcuno di frutta, e gli arbusti, ed i fiori tardivi; degli alberi morti perfino con tronchi di una forma pittorica, e ricoperti da muschio, e da edera.
Le fabbriche, che adornano queste scene d'autunno, e d'inverno, inspirano frequentemente l'idea della decadenza, e della mortalità. Si vedono degli eremi, e degli ospizj, dove i vecchi e fedeli servi della casa vi passano in pace il restante de' loro giorni fra le tombe de' loro padri, e quelle più distinte della famiglia del lor signore. Rimangono in quà in là delle rovine di palazzi, di castelli, e di templi. Si veggono degli archi di trionfo consunti, e degli avanzi di monumenti superbi, dedicati un tempo alla memoria d'antichi eroi, le di cui iscrizioni sono per metà scancellate. Mettono in opera tutto ciò che può servire a segnare la caducità, le avversità, e la mortalità delle cose di questo mondo; e siffatto spettacolo, rinvigorito dal tristo aspetto, e dall'aria piccante dell'autunno, riempie l'anima di malinconìa, e la porta a delle gravi riflessioni.
Le differenti scene de' giardini Chinesi si congiungono tra loro pel mezzo di viali, di gran sentieri, di fiumi, e di laghi, ma con passaggi felici, ed ingegnosamente calcolati. I gran sentieri tanto diritti, che tortuosi, sono alcune volte abbastanza lontani gli uni dagli altri, e separati dai folti boschetti, che la vista non vi può trapassare. Talvolta si accostano, insensibilmente gli alberi s'allargano, e divengono men alti; l'orecchio è destato dalla voce di chi percorre l'opposto sentiere, e l'occhio è rallegrato dall'aspetto incerto delle persone, che compajono a traverso degli alberi, e dei rami. D'improvviso le piantagioni ridivengono spesse, e folte, gli oggetti spariscono, e le voci si perdono in un confuso mormorìo; poi i sentieri piegano di sbalzo verso gli stessi spazj scoperti, e le diverse compagnìe sono piacevolmente sorprese d'incontrarsi in uno stesso sito, dove possono vedersi, e soddisfare senza ostacolo la loro curiosità. I sentieri sono di sabbia, o di verd'erba, che non si limitano a coprire il sentiero, ma tratto tratto penetrano nel folto del bosco laterale, affine d'imitar la natura con maggior verità.
Ne' vasti giardini ciascheduna valle ha il suo ruscello, o il suo piccolo fiume, che serpeggia ai piedi delle colline, e va a gettarsi negli stagni, e nei laghi. Sono appassionati i Chinesi per l'acqua, che sanno così ben dirigere, e colla quale rendono più energica la tranquillità delle decorazioni quiete, aggiungono tristezza alle malinconiche, allegrìa alle ridenti, maestà alle nobili, e terrore alle spaventose».
La sola descrizione di Chambers eccita la fantasìa, e feconda la mente; e per lo meno lascia il desiderio di attenersi a' progetti più limitati, ma corrispondenti ai principj della vera e ben ragionata teorìa, e basta a segnare le traccie per ridurla alla pratica.
Gl'Inglesi, e tra gli altri il celebre Brown, dal quale i più moderni, ed i più vaghi giardini della Inghilterra riconoscono la loro esistenza, l'hanno fatto da lungo tempo, preceduti dalle seducenti descrizioni de' poeti, e dall'osservazione della natura, che hanno seguito passo a passo; e dalle loro opere pratiche n'è risultata una teorìa, che assicura, e facilita gli effetti, e i progressi dell'arte.
Tav. III. Piano generale di casa, e giardino Inglese.
A. Ingresso alla corte. Essa comunica col giardino, isolando il palazzo.
B. Viali circolari. Alberi da una parte, e dall'altra il tappeto verde della corte. Essi mettono alla scala, dov'è la cordonata per le carrozze, che salgono al vestibolo.
C. Palazzo nella maggior elevazione. Gli appartamenti terreni devono dar luogo alle sottoposte cucine, ed altri ufficj. Un basamento contorna il palazzo, ed un corpo di gradini mette alla corte, ed al giardino.
D. Fabbriche laterali ad uso di stalle, di rimesse, ec.
E. Verzieri, e frutteti con serbatojo, e serre calde.
F. Obelisco, il cui piedestallo è attorniato da quattro colonnette con catena, e posa in alto per tre o quattro gradini.
G. Sito di riposo coperto.
H. Tempio rotondo, circondato da portico.
I. Altro tempio quadrilungo di stile Greco, in ruina.
K. Sito, da dove esce l'acqua dal giardino.
L. Capanna da pescatore, fabbricata con avanzi di barche, coperta di gionchi, ed al di fuori corredata da reti.
M. Romitaggio.
N. Latterìa.
O. Seggio circolare di buona architettura.
P. Rupe o scoglio, da cui precipitandosi l'acqua dà principio al fiume. Quì possono aver luogo avanzi d'antichità.
Q. Tre ponti variamente costrutti.
S. Casale fuori della cinta, al quale si va anche dal giardino.
T. Corso dell'acqua fuori della cinta.
NB. Le indicazioni degli oggetti, che concernono la corte, si possono osservare meglio nella veduta del [palazzo di Scoonemberg], tavola N.º 25. Il presente disegno è a presso a poco la pianta di quella corte.
OSSERVAZIONI RELATIVE ALL'ARTE DE' GIARDINI DEL MODERNO GUSTO.
Non si devono mai abbandonare consimili opere alla turba degli architetti volgari, ma domandano un artista giardiniere, fornito d'erudizione, di discernimento, di sensibilità, e di genio.
Onde meglio vedere quanto l'artista giardiniere s'allontana dall'architetto, e quanto poco possano seguire gli stessi principj, basterà osservare che il primo s'occupa dell'abbellimento di una superficie orizzontale, ed il secondo dell'abbellimento d'una superficie verticale. Dalla diversità di superficie, che questi due artisti mettono in opera, risulta di conseguenza una necessaria diversità di scopo e di piano. L'architetto vuol accontentar l'occhio tutto ad un tratto, e fargli colpire tutto ad un tratto l'armonica disposizione dell'opera sua; l'artista giardiniere ama di occupare con una successione insensibile, e gradata d'oggetti. L'architetto deve formare un piano il più semplice, perchè si possa abbracciare senza pena, e senz'imbarazzo; bisogna che dia alle diverse parti delle forme egualmente regolari, e proporzionate, onde si colga subito il rapporto delle parti al tutto; l'artista giardiniere in cambio, avendo tutt'altre viste, deve formare tutt'altro piano; cerca a nascondere le sue disposizioni, ed a spargervi una tal qual piacevole complicazione; tollera le ineguaglianze di suolo, e gli oggetti accidentali, ed irregolari; in una parola, opera di modo a non satollare con un sol colpo d'occhio lo spettatore, ma cerca d'occuparlo, e di divertirlo progressivamente, e per lungo tempo. A forza di regolarità, e di simmetrìa l'architetto produce l'effetto bramato, ed il giardiniere lo perde. Tendendo a scopi così differenti, devono altresì percorrere cammini diversi. L'artista giardiniere riuscirà felicemente, facendo quasi in tutto il diametralmente opposto a quanto deve fare l'architetto, il quale è inceppato dalla rigida proporzione, angustiato da regole invariabili dell'austera geometrica esattezza, nemica de' slanci del genio, che gela sovente tutto ciò, ch'è soggetto al suo calcolo.
La natura è il solo modello dell'arte de' giardini, ma presa a copiare, com'ella si offre ne' siti suoi prediletti. La natura dispone in un paesino tutti gli oggetti con libertà, e senz'affettazione. Essa non impiega nè uguaglianza simmetrica, nè misure artistamente compassate, nè uniformità di contorni, creando, e componendo precipizj, monti, colli, pianure, piante, fiori, boschi, ruscelli, fiumi, e laghi. Tutto appare sotto un aspetto spontaneo, e vario, e nello stesso tempo ripieno di quel piacevole abbandono, e di quell'apparente confusione, mille volte preferibile alla nostra più accurata esattezza. Ecco il modello, che la natura presenta all'artista giardiniere, che proponendosi di rallegrare, e di ricrear l'uomo colli medesimi oggetti, con i quali essa lo ricrea, deve pure com'essa presentarli nello stess'ordine. Essa è regola, e modello al tempo stesso; e l'artista non potrà riuscire, che imitandola fedelmente. Egli è un bel giardino quello, che con discernimento, e gusto è copiato dalla bella natura.
Un altro cattivo effetto della simmetrìa si è l'uniformità, e la noja, che ne sono inseparabili, e che sono direttamente opposte alla sensazione, che produr deve un giardino. Oggetti naturali, oggetti artefatti, tutto si accumula, nessuna varietà, nessuna distrazione aggradevole; si è veduto, si è colpito tutto alla prima occhiata. Noi sentiamo le nostre impressioni indebolirsi, e perdere la loro elasticità: noi vogliamo essere occupati, e non troviamo niente, che ci tocchi; noi sfuggiamo dalla noja, sortendo dai ristretti limiti di un giardino per iscorrere quegli spazj, ove regna la libertà, e dove la natura c'incanta con quella diversità di scene, che rapiscono, e che le è propria.
Queste osservazioni bastano a far sentire la differenza che passa tra l'arte del giardiniere, e quella dell'architetto. Ne sarebbe ancora più facilmente capace il figurista, come quegli ch'è applicato allo studio della più sublime proporzione; e meglio ancora il paesista, e per anche il pittor da teatro, che d'ordinario però non conoscono nè planimetrìa, nè botanica.
L'artista giardiniere deve cominciare dal formarsi un occhio, ed uno spirito capace a giudicar del bello. Rimirare le bellezze di un paesetto con piacer sensibile, e considerarle con occhio critico, sono due cose differenti. L'artista giardiniere, che vuol travagliare con successo, deve possedere un ammasso d'idee campestri, e non può acquistarlo che coll'esatta e sostenuta osservazione della natura. Deve aver una conoscenza estesa, non solamente dei differenti siti, oggetti, e caratteri del paesaggio, ma delle impressioni ancora, che producono questi siti, questi oggetti, questi caratteri, tanto isolati, che combinati, come lo possono essere in una infinità di maniere differenti. Ecco parte del vero studio della natura; studio, ch'è l'opera non di pochi giorni, ma di molt'anni, e che non può farsi in paesi nudi, ed uniformi, ma che domanda dei tratti di paese, arricchito di varietà, e di contrasti; che esige un occhio perspicace, e delicato, una viva sensibilità, la calma, l'arte finalmente del vedere, e di saper colpire il tutto, e tutte le singole sue parti.
Gioverà molto ancora all'artista giardiniere aver la conoscenza delle opere classiche, che i gran maestri, pittori e poeti hanno fatte d'appresso natura. Devonsi a queste opere ben studiate de' lumi, che noi consumeremmo molto tempo ad acquistare, se fossimo obbligati di cercarli noi stessi, consultandone la natura. Lo studio, che questi uomini di genio hanno fatto, accorcia tanto più il nostro, ed approfittandoci delle loro scoperte, noi facciamo economìa di un tempo prezioso, e ci mettiamo in istato di farne delle nuove. Per ultimo la compagnìa d'un pittor di paesi, di quelli che non sanno dipingere che dopo d'aver veduto con emozione, ed osservato con giudizio, riuscirà d'una grande utilità al giovine artista giardiniere.
Non gli si può abbastanza raccomandare di osservare attentamente la natura; e diffatti come potrà mai disporre le elevazioni, i piani, ed i fondi; come ordinare le piante, e i cespugli; come potrà mai distribuire, e condur l'acque; cavar partito da un deserto, se non conosce a fondo il valore, e l'effetto di questi oggetti isolatamente, e combinati? Nei giardini simmetrici dell'antico stil Francese non vi era bisogno di tutto ciò; ma volendosi dei giardini, che meritino questo nome, e che offrano la bella natura, l'artista, avanti di arrischiarvisi, bisogna che abbia osservato molto, e sia in conseguenza dotato di un'ubertosa immaginazione; altrimenti sarà spesso imbarazzato, o per lo meno riuscirà sterile; non farà che copiare senza successo delle imitazioni altrui, e degenererà mai sempre.
Dopo l'osservazione viene la scelta, essenziale per l'artista giardiniere, come per il paesista. Su di ciò è meglio ancora osservar nulla, che imitar tutto. Il buon pittore paesista spoglia gli oggetti, di cui si occupa, di tutto ciò che la natura può avervi lasciato di triviale, e di superfluo nel suo piano sublime; cava dalla vasta massa del paese le parti più belle, le più ridenti, le più frizzanti, e forma un nuovo insieme, che senza cessare d'essere naturale, è però al dissopra della natura ordinaria; perfeziona le disposizioni, e gli oggetti senza trasformare il loro carattere, e li combina senza toglierli di mezzo; stende, e riserra, aggiunge, e ritoglie, senza intorbidar punto l'armonìa. Compiuta l'opera, una nuova natura si svela, il tutto è vero, e non ostante l'original non esiste. Così agirà l'artista giardiniere, quale non renderà la fredda rappresentazione della natura insignificante, ed inanimata, ma la colpirà parlante all'anima con una sentimentale azione; ed ecco come il giardiniere sagace diviene conoscitore del sublime, del bello ideale, d'un bello, per così dire, di là dall'arte.
Questi ha di comune ancora col paesista la composizione. La natura permette ad ambidue di valersi della varietà infinita, di cui essa si serve per allettare, e di seguirla liberamente nelle loro composizioni, negli allargamenti delle superficie, e ne' fondi, nella mischia, e nella forma degli alberi, dell'erba, e dell'acque, nelle piantagioni, e negli abbellimenti, nei siti vasti, o limitati, montuosi, o piani, ridenti, o deserti. Esige da ambidue un'egual conoscenza delle leggi della prospettiva, onde sappiano ordinar gli oggetti di maniera a comparire con giusta proporzione, e a produrre pel mezzo delle loro forme, e dei lor colori un effetto aggradevole alla vista, una saggia disposizione, che prevenga la fatica, e la distrazione dell'occhio, e lo diriga successivamente alle più belle parti del totale. Frattanto che quì un recinto di colli, di boschi, e d'edifizj gl'impedisce di smarrirsi su prospettive nude, ed ingrate, o d'essere frastornato da oggetti non analoghi, o non convenienti, là lo porta a riposare su fondi felici, ed assortiti. Essa richiede finalmente d'ambidue l'arte d'accordare tutte le parti in modo che compongano un tutto armonioso, e ciò con varietà, con bella irregolarità, e con tutti gli accessorj immaginabili.
La riunione degli oggetti campestri non diletta mai tanto, che quando è animata dal muovimento. Per ottenere questi effetti, il paesista e l'artista giardiniere domandano il soccorso della linea curva, quella che Hogarth chiama il modello della bellezza, e della quale la natura si serve per disegnare tutt'i suoi contorni; fatta per la mobilità, come per l'immobilità sembra fatta la linea retta. Il paesista possiede ancora altri mezzi per comunicare a' suoi quadri l'apparenza del moto, e della vita, arricchendoli di figure, di fiumi, di cadute d'acqua, d'edificj, e di rovine; collocandovi tutto ciò che annuncia, o fa supporre la presenza dell'uomo; esprimendo gli effetti del vento sugli alberi, e sull'acque, quelli delle nuvole, del sole, della luna, e d'altre meteore nel cielo; mezzi che sono pure nelle mani dell'artista giardiniere, colla superiorità, che tutto diventa realtà per esso.
Finalmente la pittura di paese, e l'arte de' giardini s'incontrano nel colorito; e legge costante della bella natura si è non di assopire con colori smarriti, e monotoni, ma di risvegliare con tinte vive, e variate; quindi avverte il paesista, e l'artista giardiniere d'essere attenti alle sue produzioni, e di saper scegliere quelle tinte, che più valgono a far sortire l'effetto più favorevole al loro disegno. In generale devono dominare i colori gaj e chiari; ma le parti isolate, le grotte e le ruine possono essere rilevate da alberi, e da cespugli di una tinta più nera. Anche in ciò sono da seguirsi le regole della pittura: gli oscuri avanti, e gradatamente i chiari indietro, ed ottenere de' contrapposti, e de' contrasti, come altrove ne parleremo. Oltre la diversità infinita delle tinte, che si ritrova tra albero ed albero, ve n'è altresì una grande, che risulta dalla variata direzione de' rami, dalla picciolezza o grandezza del fogliame, dall'abbondanza, o dalla scarsità delle foglie.
L'artista giardiniere conoscendo bastantemente la botanica, ma più ancora in qualità di pittore, e d'uomo di gusto, che per rapporto alla difficile classificazione, all'arbitraria nomenclatura, e al più o meno di parti inservienti alla generazione, piantando, e combinando i diversi vegetabili, potrà produrre un quadro più vero, e più esatto di quello del paesista stesso. Può benissimo, formando delle ben intese gradazioni di tinte debili e forti, e di chiaroscuro, e maritando, e fondendo i colori d'una vaga maniera, offrire alla natura de' quadri, ch'essa stessa non ha composto, che di rado. Come le tinte dei vegetabili cambiano a grado delle diverse stagioni, così bisognerà che vi ponga la maggior attenzione, e che preveda ogni cosa. Bisogna che conosca eminentemente la simpatìa de' colori, e i differenti tuoni del medesimo colore.
Dal confronto, che abbiamo fatto di queste due arti, manifestamente emerge, che quella del giardiniere sorpassa altrettanto quella del pittore, quanto la natura sorpassa la copia; e diffatti nessun'arte è più la natura stessa, che quella de' giardini. La presenza degli oggetti è reale, ed effettiva; l'acqua si presenta col suo aspetto, e col suo mormorìo; i colori brillano all'occhio con uno splendore, una vivacità, un calore, che invano si sforzerebbe di colpire lo stesso pennello magico del Tiziano. Lo sviluppo successivo delle differenti scene d'un giardino presta un più lungo piacere, e più instaurante, che il più bel paesino in pittura, che l'occhio ha ben presto interamente abbracciato. Di più l'artista giardiniere guadagna in estensione, e non lascia desiderar gran cosa. Molti oggetti belli in natura perdono nell'essere imitati; molti altri, che il pittore è costretto di riserrare in piccolo spazio, si perdono facilmente in un'informe massa, malgrado le leggi della prospettiva. Finalmente la composizione di un quadro resta sempre la stessa da qualunque parte si esamini; l'artista, come lo spettatore non vi possono cangiar l'ordine adottato, e per conseguenza l'effetto suo è invariabile. Ma l'artista giardiniere è padrone di moltiplicare le sue composizioni, facendole considerare sotto diversi punti di vista. Può, mediante la disposizione de' suoi sentieri, marcare diverse visuali allo spettatore, che lo fermino, e l'obblighino d'esaminare il piano da un altro lato. Può dunque, pel mezzo della varietà, e successione delle vedute, che dirige conformemente al suo scopo, produrre un seguito di movimenti, che si rinforzino reciprocamente colla loro energìa, e che offrano all'anima un indicibil diletto.
Il talento d'un bravo giardiniere è di farsi copiare dal pittore, e divenire il modellatore del paesista. Qual estensione adunque di cognizioni, di genio, di avvedutezza!
Tav. IV. Pagliajo rotondo, ricavato du détail des nouveaux jardins.
DELLA DESTINAZIONE, E DIGNITÀ DE' GIARDINI.
Affin di cercare, e d'ottenere lo scopo prefisso de' giardini Inglesi, converrà prima formarsi un'idea della destinazione, e della dignità de' giardini in generale. Un giardino è un luogo destinato a far gioire tranquillamente l'uomo de' beni della vita campestre, e delle rinascenti delizie delle stagioni. Tutt'i piaceri, che la natura riserba per i suoi prediletti amici, ponno trovarsi nel recinto d'un vasto giardino ben ordinato, e tutti questi vantaggi aumentano di pregio a misura che il discernimento, ed il buon gusto presiedono alla disposizione, e coltura di esso. L'uomo, che non è ancora abbastanza degenerato, prova de' godimenti, che lo confortano nel raccoglimento, nella quiete della campagna, nella freschezza dell'aere, ne' soavi odori, ch'esalano le piante, e i fiori, e negli avvantaggi, che ne risultano per la salute, e per lo spirito; ama trovarsi fra una sorte d'innocenza, che non ritrova nelle città, e fra una possibilità minore di delitti; prova delle amene distrazioni; i suoi sensi sono soddisfatti, e sente quella tacita compiacenza, che inspirano al cuore le scene campestri della natura, e la dimenticanza felice delle inquietudini, e delle pretese del mondo; solleva l'anima verso il suo creatore, e passa dolcemente in revista il bello, il grande, il vario, la vita, e la morte. La campagna, ed un giardino, ch'è la campagna in miniatura, ed in bello, diventa così il domicilio del sollievo dopo le pene, quello del riposo delle passioni, e del ristoro dei travagli, il teatro delle occupazioni le più graziose, e primitive dell'uomo, il tempio, ove si adora la suprema saggezza.
La destinazione generale dell'arte de' giardini sarà dunque quella di destare piacevoli sensazioni, oltre quelle, che naturalmente risvegliano i siti allegri, i solitarj, e melanconici, i romanzeschi, e solenni; e l'arte consisterà nello scuotere l'altrui immaginazione, e sensibilità con un'armoniosa catena di emozioni diverse, prodotte dal vario, dal nuovo, dal bello, dal selvaggio, e dal patetico.
Gli oggetti, che rinchiude un giardino, sono quelli, che la bella natura presenta al monte, e al piano. L'artista giardiniere sceglierà, e raccoglierà fra essi particolarmente quelli, che più agiscono sopra la facoltà sensitiva, e sopra l'immaginazione, poi li acconcerà, li combinerà, e li disporrà in guisa, che la loro forza sia accresciuta. È per questo mezzo che un luogo, cangiando di natura, comincia a differire da un sito abbandonato, da una campagna soverchiamente monotona, e fatta per la sola utilità, e comincia a diventar giardino. Prima legge generale dell'arte dei giardini.
Ma un giardino essendo l'opera dell'applicazione, e del genio, deve fortemente commuovere l'immaginazione, ed il cuore; e l'artista rinforzerà in conseguenza l'impressione, che cagioneranno gli oggetti naturali da lui stati scelti, ed accozzati con criterio, mescolandovi degli oggetti artificiali, ed analoghi, seguendo i principj dell'unità. Seconda legge generale di quest'arte.
Ciascuna specie particolare di giardino, che venga immaginato, presenterà una determinata destinazione, che sarà la sorgente delle regole da osservarsi nella di lui composizione, fisso stante il principio di ricreare, e di divertire. Questa destinazione eleva i giardini alla classe dell'opere più stimabili dell'arte, e li sommette per conseguenza alle leggi invariabili del bello. Sotto quest'aspetto l'arte de' giardini diventa la filosofia degli oggetti variati della natura, del loro potere, e della loro azione sopra l'uomo. Deve quest'arte prefiggersi di non allettare soltanto i sensi esterni, ma di diventare una sorgente di contentamento interno per l'anima, di ricchezze per l'immaginazione, di delicatezza per il sentimento: dilata così la sfera del buon gusto, e delle arti tutte, applica lo spirito creatore dell'uomo ad una nuova messe, che non aveva peranche conosciuta, penetra a fondo, e rende, per così dire, più belle le opere della natura, ed abbellisce questa terra, nostro soggiorno per un tempo.
L'arte de' giardini può vantarsi d'avere la superiorità fra tutte l'altre bell'arti. È un'arte, e non pertanto è amalgamata colla natura più di qualsiasi altra. Ci fa gioire di tutta la varietà, di tutt'i piaceri della campagna, di cui la pittura di paesetto non ce ne offre che una parte; produce d'improvviso delle impressioni, che la poesìa descrittiva non risveglia che successivamente per un progresso d'immagini; procaccia un piacere più vivo, e più lungo, che le statue, i quadri, e gli edificj; poichè l'accrescimento continuo, i cambiamenti delle stagioni e dell'atmosfera, il movimento delle nuvole e dell'acque, l'intervenzione degli uccelli e degli insetti, e mille piccoli accidenti cagionati dall'avanti e dall'indietro, adornano un giardino con tanta varietà e magìa, che non cessa mai di allettare; bellezze inoltre alla portata di chiunque, e frammischiate sempre colla comodità, e coll'utile.
L'arte de' giardini non si limita a copiare la natura, abbellendo il domicilio dell'uomo; accresce di più il natural suo sentimento verso la bontà divina, si presta all'allegrìa ed al brio, ed aumenta persino la benevolenza dell'uomo per i suoi simili. I deserti della Lapponia e della Siberia non stancano soltanto, ed intimidiscono il viaggiatore; spengono altresì il sentimento, ed il genio dell'abitatore, inspirando l'indolenza, il cattivo umore, il malcontento, e l'abbattimento.
Nelle regioni ben coltivate ed ornate di giardini si vedranno gli uomini accostumarsi per preferenza ai decenti e tranquilli piaceri, che ivi offre la natura, ed insensibilmente obbliare gl'insulsi e rozzi trattenimenti. Circondati da oggetti incantatori, il loro spirito diverrà lieto e sereno, e i loro sentimenti più dolci, ed umani; sentiranno la loro indole spinta a dispiegare più presto, e con successo le sue più belle facoltà. Egli è certo che le scene ridenti della campagna, e de' giardini hanno un potere più importante, che volgarmente non si conosce, sopra l'immaginazione, e sopra la sensibilità. Lo scosso ed esteso pensiero non si arresta; da una serie d'idee novelle si eleva ad un'altra, infino a tanto che, abbandonando i noti oggetti, d'onde è partito, si slancia in preda de' trasporti, che cagiona la considerazione del bello, e del grande.
DELLA GRANDEZZA, E DELLA VARIETÀ.
Fra le qualità che rendono gli oggetti naturali proprj ai giardini, e che dobbiamo determinare con qualche esattezza, domanda la nostra prima attenzione la grandezza.
L'uomo per una connaturale sua inclinazione odia tutto ciò, ch'è ristretto, ed ama l'estensione, e la grandezza. L'aspetto di piccioli oggetti, rinchiusi in picciolo spazio, ci satolla, e ci disgusta presto, e la vista di tutto un paese, di montagne, di rocchi, d'acque spaziose, di boschi, ci rianima.
Quanto l'anima si allarga, quanto estende le sue forze, e si affatica di tutto abbracciare, allorchè le si scopre in prospettiva il mare, oppure allorquando in una bella sera d'inverno il cielo sembra svilupparsi senza limite agli occhi nostri, e vi si mostra co' suoi lucenti pianeti, e colle sue sfavillanti stelle! L'amore dell'uomo per il grande agisce così fortemente, e così visibilmente, che non si può dubitare della realtà di questa sua inclinazione, che sembra annunciare la nobile destinazione della specie umana. Il godimento della grandezza presta alla immaginazione, e allo spirito un alimento, che lo soddisfa compiutamente; slanciasi da una stazione ordinaria, e poco elevata verso una sfera più sublime di sensazioni, e d'immagini; sente che non è più un uomo volgare, ma un essere, la cui energìa e vocazione sono al dissopra del centro, che occupa.
Un paesetto piuttosto che un giardino è destinato dalla natura a fornirci il piacere, che risulta dalla grandezza; ma un giardino pure proporzionatamente deve tendere a procurarci tal piacere. La grandezza in fatto di paese comprende in se l'estensione degli oggetti naturali, e quella del luogo, ov'essi si trovano. Si potrebbe ancora distinguere il grande dalla grandezza; così appunto un boschetto di quercie annose avrebbe qualche cosa di grande, cagionato dagli alberi stessi, che lo formano, frattanto che un esteso bosco di salici riuscirebbe sempre meschino.
L'estensione delle parti costituisce la grandezza; la loro diversità, e le loro differenze formano la varietà; ed armoniosamente accoppiandosi la grandezza colla varietà, ne risulta la perfezione in fatto di paesetti, e di giardini.
La varietà sembra più indispensabile ai bisogni dello spirito, che la grandezza. Gli stessi oggetti offerti agli occhi nella medesima posizione, un'eterna monotonìa, un'uniformità costante di tinte non solamente stancano, ma cagionano un segreto martirio.
Come le differenti parti diversificate, d'onde risulta la varietà, possono nello stesso tempo avere una certa estensione, la grandezza, e la varietà in conseguenza saranno suscettibili d'un'intima unione. Tuttavìa queste due qualità restano sempre troppo essenzialmente differenti, perchè si possano confondere. Due quadri delineati da un gran poeta, da Haller, mettono la cosa in evidenza.
QUADRO DELLA GRANDEZZA.
«Un miscuglio di montagne, di laghi, e di macigni s'offre distintamente all'occhio, benchè sotto colori, che gradatamente s'indeboliscono. Nel fondo azzurro della perspettiva delle alture coperte di folti boschi riflettono gli ultimi raggi. Un'alpe poco distante presenta delle terrazze dolcemente inclinate, ricoperte d'armenti, che co' muggiti fanno risuonare le valli d'intorno. Un lago, posto fra le roccie, offre uno specchio immenso; una fiamma tremante brilla sulle placid'onde. Là delle verdeggianti valli s'aprono alla vista, formando sinuosità, che si ristringono allontanandosi».
QUADRO DELLA VARIETÀ.
«La verdura de' boschi su questi ameni colli era tratteggiata dal biondo colore de' sottoposti campi. L'Aro nel suo tortuoso corso, e variato rifletteva su le pure onde un folgorante lume. A lui vicino, la capitale della Nuitonia, soggiorno di pace, e della confidenza, presenta le sue mura, che alcun nemico non ha giammai sforzate. L'occhio girando d'intorno vede regnar la pace, e l'abbondanza. Sotto la sua capanna ricoverta d'umile musco quì il povero gioisce della libertà, e del frutto de' suoi sudori. Da un lato la terra era coperta di pecore, che ruminavano con avidità, frattanto che da un altro de' pesanti bovi, mollemente stesi sull'erba, rianimavano il loro gusto, ruminando del fiorito trefoglio. Il cavallo, sbarazzato dal freno, e dal travaglio, saltava sull'erba nascente de' campi, che sovente lavorato aveva. I boschi non offrivano uno spettacolo meno lusinghevole; dei faggi, quasi spogliati, fiammeggiavano colà d'un rossore ardente; altrove dei folti pini gettavano la lor ombra sull'erba pallida; i raggi del sole spargevano attraverso de' rami oscuri la tremante lor luce, ed una verd'ombra, variamente graduata, scherzava col fuoco del giorno. L'amabile silenzio di questi boschi! E qual incanto ancor più dolce nella voce dell'eco, quando una turba di felici creature, immerse nel riposo, e nell'abbondanza, riunivano le loro voci per cantare il piacere! Un vicino ruscello talvolta colà mormorando colle debil'onde sul verde smalto, e tal altra cambiate in neve, ed in perle le versa con istrepito nell'abisso de' rocchi».
Del resto la varietà non si limita semplicemente agli oggetti, ma si estende ancora ai differenti lati, da cui si considerano questi stessi oggetti, e ai differenti punti di vista, sotto de' quali si abbracciano. Un solo edificio, un sol gruppo d'alberi, qualche volta pure un albero solo può essere, per così dire, moltiplicato dalla maniera di presentarlo.
Secondo le leggi della varietà lo spazio più conveniente per un giardino sarà dunque quello, in cui colline, ripiani diversi, acque, e fondi offrono gli oggetti sotto diversi aspetti, e forniscono variate lontananze. Bisogna che lo scoperto succeda al rinchiuso, il chiaro all'oscuro, l'attraente al patetico, il tranquillo al sublime, il selvaggio ed il romanzesco all'elegante: bisogna riempire di piantagioni gli spazj vuoti, ed animar le colline con cespugli, con cadute d'acqua, e con fabbriche; e medesimamente diversi oggetti d'una stessa specie devono comparir differenti pel loro carattere, per la loro forma, e per la loro situazione.
DELLA BELLEZZA.
La bellezza dà l'ultima mano di possibile perfezione alla grandezza, ed alla varietà. L'artista giardiniere giugnerà a dare alle distinte parti e variate del suo totale quella bellezza, della quale saranno suscettibili. Se, conforme l'opinione d'alcuni critici, la bellezza consistesse nelle qualità, per le quali gli oggetti cagionano un piacer sensibile, sarebbe evidente, che una parte di questo attributo risiederebbe di già nella grandezza, e nella varietà. È più probabile la tesi, che la bellezza risulta dall'organizzazione delle parti, onde meglio servire al loro fine, e dalla fusione armonica, e cospirante delle medesime parti a formare un tutto di maggior coerenza, e durata, per cui applicandosi questa ragionata teorìa alla bellezza campestre, ossia a quella de' giardini pittorici, essa risulterà dall'ottener meglio lo scopo, a cui sono diretti, quello cioè di costantemente ricreare. Ma la bellezza campestre, considerata per se stessa, pare che possa ridursi a due principali capi, colore, e movimento.
La proporzione in generale può altresì offrire qualche sorta di bellezza, ma quella del regno vegetabile non sembra necessariamente prescritta dalla proporzione. E diffatti quale proporzione troviamo noi mai tra i fiori delle piante, ed i lor rami, e tronchi; tra quelli dell'erbe, e de' loro steli? Il debil gambo della rosa si piega sotto il largo suo bottone, e il picciol fiore del pomo viene su d'un grand'albero; e tuttavìa l'arbusto, che ci dà la rosa, e l'albero, che porta i fiori del pomo, hanno, malgrado la loro rispettiva disproporzione, una guarnitura molto piacevole.
La bellezza campestre risulterà specialmente dalle forme, ma non da quelle tanto esatte, che la natura impiega ne' suoi capi d'opera isolati, e che nell'arte del disegno determinano una parte così essenziale della bellezza. Nella disposizione de' ridenti paesetti, travagliando sopra grandi masse, poteva la natura abbandonarsi ad un maggior arbitrio, e non ha scrupolosamente osservata l'esattezza de' rapporti. Potrebbesi mai sostenere che nel guarnimento d'una roccia, ricoperta quì d'alti pini, e là d'umili cespugli, e perfino di semplice corallina, regni un'esatta osservanza delle proporzioni, o che nelle piante d'una selva, nella maniera che spiegano i rami loro, nel colorito delle foglie, domini un rapporto tale, che si possa render ragione, perchè queste situazioni, e queste forme debbano esser così, e non altrimenti?
Pare senza contraddizione vero, che, componendo paesetti, la natura non ha preteso in generale di produr la bellezza, compartendo agli oggetti una determinata forma, perchè degli oggetti della stessa specie, presentati sotto forme diverse, ed opposte, sembrano egualmente sempre belli. Noi troviamo bello un bosco, i cui alberi sono alti, e slanciati, e medesimamente troviamo bello un altro bosco, composto di bassi tronchi. Che il bosco s'incurvi in volte opache, o che lasci trapassar la luce del giorno, sempre ci cagionerà sommo diletto; che un fiume stenda l'ampio suo letto fra una valle, o che dividendo le sue acque cada dall'alto d'un monte, nell'uno e nell'altro caso potrà aver diritto alla bellezza.
Se gli oggetti campestri debbono dunque acquistar la bellezza dalle forme, pare che non possa essere per altro mezzo, che per quello delle curve. La linea retta non riesce assolutamente priva di bellezza in un paesino, ma egli è certo, che le curve somministrano un piacer più sensibile, ed apportano un'impressione più durevole. Una selva, che si prolunghi su colli, e fra valli, e si allarghi ora quà, ora là, riesce sicuramente più bella, che un'altra uniforme al lungo d'una pianura. È più evidente cosa, che il colore, ed il movimento sono parti essenziali della campestre bellezza.
DEL COLORE.
I colori interessano più generalmente l'uomo, che le forme: basta d'aprir gli occhi per i primi; e per gustar le seconde, convien paragonare, e giudicare. Il colorito imprime agli oggetti un poter grande sopra la sensibilità, ed eccita il sentimento della gioja, dell'amore, e del riposo. La natura fa pompa d'una varietà maravigliosa di colori, che colle loro tinte forti, o moderate, col loro fuoco, o colla loro dolce luce, col loro miscuglio, e colla loro fusione, co' loro getti, e riflessi offrono il più seducente spettacolo.
Nè soltanto è d'ammirarsi la magnificenza dei colori nel regno vegetabile, ma precipuamente devesi quella ammirare, che produce l'aurora, ed il sol cadente, spettacolo, che, rapendo i sommi poeti, e pittori, inspirò ad essi le più valorose lor opere.
Oltre questa pompa di corta durata, che spiegano i colori ne' fiori, ed al levare, ed al cadere del giorno, la natura ci presenta ancora nella generale decorazione de' paesetti una bellezza di colorito meno grande, ma più stabile. Il verde, che rinfresca, e benefica la vista, è quello, che signoreggia nelle belle campagne. Qual varietà infinita non offre questo sol colore, rimbrunendosi, degradandosi, e fondendosi, e non solamente per gli effetti de' fondi, che per quelli del chiaroscuro? E quì la natura insegna all'artista giardiniere di allettare colla medesima varietà, e successione di verdi; ed è ancora in sua balìa di superarla, procurando di operare dei miscugli, e delle degradazioni più fine, e delicate.
Le capitali leggi, che osserverà sul colorito, sono le seguenti:
1.º Eviterà l'uniformità, e si ricorderà che opera direttamente contro i precetti della natura, allorquando non si serve che d'un sol verde.
2.º Non s'immaginerà essere cosa indifferente mischiare a caso i colori delle sue piantagioni, ma rifletterà che vi vuol pensiere, e scelta, onde produrre all'occhio un felice effetto in fatto di colori.
3.º Sopratutto avrà cura d'impiegare colori chiari, e vivi, affine di risvegliare lo spirito. I colori di questa tempera non animeranno soltanto, e principalmente gli oggetti più vicini, ma formeranno la massa principale del suo quadro campestre.
4.º Distinguerà le parti del suo spazio totale, le quali o per la loro situazione, o per la loro natural disposizione, ovvero attesa la destinazione, ed il carattere che loro s'intende di dare, collocandovi delle fabbriche, esigono un color differente, analogo alla cosa, che vi si vuol introdurre. Un sentiere di traverso, che conduce nel bosco, potrà essere ombreggiato d'una verdura meno gaja: le grotte, e gli eremi vogliono essere velati d'un fogliame oscuro, e melanconico.
5.º Studierà la simpatìa de' colori, e si applicherà a maritare, ed a fondere quelli, che sono amici, di maniera che ne risulti una perfetta armonia. Non farà unicamente attenzione all'effetto, che produce attualmente, e da vicino l'unione de' colori, ma a quello altresì, che produrrà da lontano nella successione delle stagioni, e degli anni.
6.º Darà, per quanto sarà possibile, a' suoi oggetti naturali, ed artefatti uno spazio, ed una posizione propria a rilevarne le bellezze, rischiarando questi oggetti con una luce diretta, e con raggi interrotti, a misura che la loro situazione, o la loro destinazione l'esigono, e lo permettono.
7.º Avrà cura l'esperto giardiniere, che la distribuzione de' suoi verdi ottenga l'effetto della prospettiva del colore, detta dai pittori prospettiva aerea. Se avrà un ampio locale, ove tutto abbandonare all'effetto, e all'interposizione dell'aria l'allontanamento degli oggetti, allora sarà in minor bisogno di attenersi al rigore di questa legge: ma se avrà un picciolo spazio, e brami di far sfuggire rapidamente il suo bosco, il suo viale, i suoi cespugli da un tale determinato punto di veduta, dovrà esser sollecito di collocare nell'avanti gli alberi, e le piante, che abbiano il verde più cupo, le foglie più grandi, e dettagliate, e i tronchi dalla scorza più rugosa, e nericcia, mettendo al confine del suo orizzonte i verdi più pallidi, i tronchi più lisci, le foglie biancastre, che tanto brillante effetto producono dominate dal sole. Così otterrà il maraviglioso effetto d'ingrandire il luogo per la degradazione de' colori, appunto colle medesime regole, che la prospettiva ha stabilite per il pittore paesista.
DEL MOVIMENTO.
Il movimento produce bellezza, perchè accompagnato da varietà, e cambiamento. Esso è indispensabile negli oggetti campestri, affinchè possano piacere stabilmente. La veduta de' siti più ameni comincia a stancarci, allorquando non ci presenta, che oggetti immobili, e nel riposo, quando non vi compaja cosa, che rompa questa tranquillità uniforme, ed annunzi un'esistenza animata. Tale osservazione non è sfuggita a' più abili paesisti, che tuttavìa restano ben al di sotto dell'artista giardiniere, quando si tratta di produr movimento, non potendo i primi che semplicemente indicarlo, e non renderlo sensibile. Cotesti pittori animano i lor paesetti ora con pastori, ora con viandanti, ora con mandre erranti a caso, ora col volo degli uccelli: fanno sibilare il vento attraverso le foglie, rappresentano cadute d'acqua, ed il fumo, che s'innalza al dissopra de' casolari. Nello stesso modo l'artista giardiniere dovrà procacciarsi movimento nell'opere sue, e tanto più ch'esso sarà reale, ed ottenuto con maggior facilità. Per ottenerlo non dovrà dimenticare le seguenti massime:
1.º Sceglierà un sito, ove il vicinato gli presti delle vedute, dirò così, mobili, o semoventi, come sono i villaggi, e le colline, i campi, ed i prati; ove pascolano gli armenti, ed ove travagliano i giornalieri; i laghi, ed i fiumi animati da batelli, e da pescatori, e le grandi strade ricoperte di gente, che va, e viene.
2.º Vorrà egli procacciarsi del movimento nello stesso giardino? Impiegherà per ottener questo intento degli oggetti mobili di loro natura.
3.º Soverchio movimento distrae, e stordisce, motivo, per cui l'artista giardiniere cercherà di non procacciarsi che un movimento dolce, e spontaneo.
4.º Esaminerà per qual mezzo potrà produrre movimento, e vita. La natura ha riserbato a se il movimento dell'aria, e delle nuvole, ma permette all'artista giardiniere di vivificare il suo sito con altri mezzi. Può fare scorrere l'acqua ora presto, ora lentamente; può farla cadere da piano in piano, o farla precipitare dalla cima d'una scoscesa rupe; può variamente condurla, e distribuirla a suo talento. La sua piantagione è esposta al vento; una quantità d'uccelli non mancherà d'annidarvisi, ed i vario-tinti insetti leggiadramente svolazzeranno intorno.
DELLA VAGHEZZA.
Che la bellezza campestre risulti dal colorito, o dal movimento, sarà sempre suo effetto costante di risvegliar piacere, tosto che agisca sopra l'immaginazione; ma negli oggetti, nella loro situazione, e legame risiedono ancora delle proprietà, che ci apportano soddisfazione, e che ci prevengono in loro favore, senza però rapirci; e queste proprietà costituiscono la vaghezza, talmente collegata colla bellezza, che difficil cosa riesce distinguere i tratti di famiglia, che la caratterizzano; affare più di sentimento, che di raziocinio, e particolarmente rimarcabile all'effetto.
La bellezza fa nascere in noi un piacer vivo, grande, e talvolta pure accompagnato da entusiasmo; e la vaghezza d'un oggetto produce una dolce emozione dell'anima, una tranquilla inclinazione, una pacifica e durevole compiacenza a contemplarlo. Le sue impressioni sono più deboli, ma soavi; non fortifica lo spirito come un alimento sugoso, ma lo rinfresca, come la rugiada rinfresca la rosa. La bellezza è imperiosa, la vaghezza è insinuante. La vaghezza dunque si fonderà sovra una specie di giusta economìa, e di moderazione: moderazione ne' lumi, e nel colorito, moderazione nelle mosse. La vaghezza nasce dall'impasto, dallo sfumato, dalle velature, e dalla parsimonia. L'arco baleno è bello, quando i suoi colori brillano con tutto il loro splendore; egli è vago, quando insensibilmente si perdono. I raggi liberi e risplendenti del sol nascente son belli, e divengono vaghi, allorchè penetrano per il verde fogliame, che gl'intercetti. Una gran caduta d'acqua è bella; la sorgente, che mormora, è vaga.
In generale, noi vediamo rare volte la natura comporre tutto un quadro d'oggetti, che non abbiano che la vaghezza, ma piuttosto la vediamo mischiare questi vaghi oggetti ad altri, che hanno della grandezza, della varietà, e della bellezza. Non trascura il vago, perchè produce il suo effetto, ma non l'impiega unicamente; lo associa ad oggetti di maggior energìa, affine di produrre con questa mischia un'impressione più variata, e soddisfacente. Colla scorta di tal istruzione l'artista giardiniere cercherà pure nella natura gli oggetti aggradevoli, e vaghi per abbellire il suo recinto, ma considererà questi oggetti come parti parziali, ed aggiunte.
DELLA NOVITÀ, E DELLA SORPRESA.
La novità occasiona un movimento de' più vivi, e tocca quasi più che il bello, ed il grande. La novità può trovarsi in parte nell'oggetto stesso, ed in parte nel modo, in cui si presenta. Trattandosi d'oggetti campestri, sembra che la novità debbasi particolarmente investigare nella loro situazione, e nella loro connessione. Ma come l'emozione, che produce la novità, riesce di corta durata, così bisognerà congiungervi la grandezza, e la beltà. Le impressioni proprie di queste due qualità riunite rinforzano l'emozione, che porta la novità, e la prolungano maggiormente. È fuor d'ogni dubbio, che un oggetto interamente nuovo per noi ci tocca più d'un altro, in cui la novità non risiede che in alcune parti, o in qualche alterazione; tuttavìa la novità, anche in parte, produce sempre il suo effetto. Un bosco non è una rarità, e tuttavìa il verde fogliame, che lo riveste a primavera, gli dà l'allettamento della novità. Una rosa non è cosa straordinaria; tuttavìa qual piacere ci apporta il primo bottone, che scorgiamo sul rosajo? La natura fa giornalmente comparire de' cangiamenti agli oggetti, che abbiamo sotto gli occhi; e la novità di questi cangiamenti conserva loro un poter attraente. L'artista giardiniere cercherà in conseguenza oggetti, ne' quali la natura produce una continua variazione. Un oggetto può parer nuovo, pel mezzo del punto di vista, sotto cui si scorge. La natura produce pari novità, per cui devesi diligentemente investigare questa sorgente di piaceri. Veduto un oggetto da vicino, o da lontano, ora allo scoperto, ed ora per metà celato, ora in una tal situazione, e in una tal combinazione, ed ora in una tal altra, può benissimo, almeno per qualche istante, produrre illusione, e sembrare un nuovo oggetto. L'arte di render le cose nuove, dando loro dei differenti aspetti, forma una delle primarie risorse del giardiniere.
L'inaspettato non è il nuovo, ma gli è collegato da vicino. Negli oggetti aggradevoli, l'effetto della novità è l'ammirazione, che diverte, e quello dell'inaspettato è la sorpresa, sentimento assai più vivo.
È cosa chiara, che, affinchè un oggetto piacevolmente sorprenda, bisogna che abbia le qualità per ciò richieste, e si converrà facilmente che questi soli oggetti s'accordano colla destinazione de' giardini, e non quelli, che sorprendono d'una maniera disaggradevole, ributtante, e spaventosa.
A forza di rivedere i medesimi oggetti, e di famigliarizzarsi con essi, anche le cose più belle alla lunga stancano, e a questo difetto della natura umana deve in parte rimediare l'inaspettato, rianimando il gusto. E particolarmente ne' giardini Inglesi, che, potendosi fare in ciaschedun anno una certa spesa, non sarà difficile di perpetuarsi con de' leggeri cambiamenti l'effetto della sorpresa, senza punto alterare il carattere del giardino.
Le principali regole per l'artista giardiniere, che risultano da queste osservazioni, sono:
1.º Non disporrà mai il suo piano in maniera che si possa colpirne il totale al primo colpo d'occhio. Non lascierà scorgere, nè indovinare quale scena segua la precedente. Più nasconderà le sue disposizioni, più la loro subitanea apparizione colpirà[6].
2.º Presterà attenzione agli oggetti, ai siti, alle lontananze ec., pel cui mezzo si propone di sorprendere. Non basta che sieno aggradevoli; conviene di più che sieno importanti, scelti, e distinti. Una cosa comune, per quanto si mostri all'impensata, non cagiona che una debole impressione. Preparati a una sorpresa, non bisogna poi che succeda il parto della montagna d'Orazio.
3.º Senza varietà, e cambiamento l'effetto non sarà che poco considerabile. Allorquando dopo un oggetto, che ci ha sorpresi, il medesimo oggetto, oppure un altro simile s'offre di nuovo, ha di già consumata la sua più gran forza sopra di noi, e si rivede con indifferenza. L'apparizione di molti oggetti, e differenti tra loro produce un seguito continuo d'emozioni; ma anche su tal proposito fa di mestieri della più sagace economìa, e vi vogliono riposo, e pause. Sopratutto sarà proscritto qualunque raffinamento, e giuocarello al di sotto della dignità d'un giardino, ove deve regnare il sano discernimento, ed il buon gusto.
DEL CONTRASTO.
Il contrasto, specie di cambiamento, che risulta dal confronto d'un oggetto con un altro dissimile, riesce un mezzo atto a produrre vive emozioni. Se ne serve d'esso la natura ne' suoi più superbi paesetti, e gli abili pittori, ed i sommi poeti l'hanno imitata con successo ne' loro quadri, e nelle loro descrizioni. Per rapporto ai contrasti, convien fare attenzione alle seguenti osservazioni:
1.º Propriamente parlandosi, non è che nelle grandi estensioni di paese, e non in un piccol sito campestre rinchiuso, che la natura c'incanta pel contrasto degli oggetti. Il giardino, in cui se ne vorran praticare, sarà esteso assai, e bisognerà di più che la natura l'abbia di già preparato a tal uopo, o per lo meno che comodamente vi si possano fare le necessarie disposizioni. Cercare a produr de' contrasti in un picciol sito, sarebbe sopraccaricarlo, e per conseguenza imbarazzarlo, e renderlo insignificante.
2.º Non conviene crucciarsi per praticar de' contrasti nel giardino, nè praticarne dappertutto. Osservando la natura, si scorge ch'ella si abbandona ad una specie di sentita negligenza, quando mette gli oggetti in contrasto; e dessa non si tormenta a porre dovunque ineguaglianze, ed opposizioni marcate; ma piuttosto fa succedere un seguito di consimili combinazioni.
3.º Il contrasto può aver luogo fra oggetti di natura, e di specie differenti, oppure fra oggetti della stessa natura, ma solo dissimili per le loro proprietà. Il primo di questi contrasti produce maggior effetto, ma bisogna impiegarlo con molta precauzione in un giardino, perchè l'artista giardiniere può facilmente essere indotto a presentare oggetti, che non si accordino punto col totale, o ben anche frastornino, ed intorbidino l'impressione principale. Tal sorta di contrasto regna particolarmente ne' paesetti, e può trovar luogo ne' vasti recinti. L'altra sorte di contrasto è più conveniente a' piccioli giardini, e cagiona un effetto più debole, ma più sicuro. Si cercherà di riunire abilmente queste due sorti di contrasto, per quanto lo potran permettere l'estensione, e la destinazione del giardino, che non devonsi mai perdere di vista.
Per soverchio amore al primo di questi contrasti si è caduto negli eccessi più stravaganti. Si è voluto imitare taluna di quelle scene di romanzo, che la natura crea talvolta per suo diporto, e si è dato nel ridicolo. Non è sorprendente cosa, che ne' giardini Chinesi siansì sforzati i contrasti colla sfrenata licenza del gusto orientale, ma è sorprendente, che Chambers approvi tale stravaganza, e che varj Inglesi l'abbiano seguita.
Sopratutto si sfuggirà qualunque scena di profondo terrore, le quali scene in realtà non sono fatte che per rilevare col loro contrasto l'effetto delle piacevoli, e non si accordano punto colla destinazione de' giardini, sia che si pratichino per semplice fantasìa, sia che ciò si faccia per l'amore della novità, e del contrasto.
Finalmente in proposito di natura, come di belle arti, che l'imitano, il contrapposto è una bizzarrìa, e la più gran parte de' sognati contrasti non riescono, e ripugnano alle leggi della verità, e della delicatezza, ciò che disturba, e toglie l'unisono, e pieno effetto dell'azion principale.
Sarà molto esperto quel giardiniere, che riuscirà a produrre felici contrasti, senzachè si avvegga dell'artificio, che accozza con apparente accidentalità i contrapposti più forti.
DELLA PARSIMONIA, E SOBRIETÀ.
Sembrami in questo luogo di poter fare parola della sobrietà, e dell'economìa d'ogni sorta d'abbellimenti, e d'oggetti; giacchè generalmente può dirsi di tutti gli ornamenti, come de' piaceri, che val meglio la parsimonia, che la ridondanza.
L'oggetto d'un ornato è di attirare l'occhio dello spettatore a preferenza d'ogni altra cosa; ma, considerando la natura, noi troviamo bensì in ogni sua parte de' tratti, che sembrano invitare la nostra attenzione parzialmente più gli uni degli altri; non mai però essa li ammassa, e li moltiplica; e si piace di allettare gli sguardi soltanto per pascerli di delizie, non per istancarli di fatica. Per quanto immensamente sia ricca, null'ostante essa tutto opera con giudizioso risparmio; non abusa de' suoi tesori per toglier loro tutta la preziosità, prodigandoli con troppa lautezza.
Il giardiniere osservatore, ed allievo della natura, imparerà da essa questa saggia economìa, trovando in lei sempre gli spazj, e i riposi, che soddisfano alla mente, ed agli occhi.
Siavi grandezza, e sontuosità nell'insieme, e nell'invenzione; risparmio sagace nell'esecuzione. Nulla v'ha di più bello, che un disegno maestoso, cui l'eseguirlo non costi immensa spesa, e troppa opera. Quanto meno hanno costato i monumenti lasciatici da Bramante, e da Michel-Angelo (proporzionatamente alle lor molli) che quelli sovracarichi d'ornamenti del Borromino, e de' corrotti seguaci della sua scuola!
Questa teorìa è molto applicabile ai giardini, giacchè tutto rileva dalla natura. A forza di variare, e d'introdurre nuovi oggetti, e diversi ornamenti, non si evita quasi mai di cadere nel trito, nel meschino, nel piccolo, e si arriva a dispiacere per quel lato medesimo, per cui si vorrebbe allettare.
Un giardino sopracarico d'ornamenti, d'accidenti, di sorprese, di fabbriche, di piante, è un enigma per l'occhio, che ne resta imbarazzato: e sovratutto se un mal consigliato inventore si avvisa di molto raccogliere in piccolo spazio, togliendo gli oggetti dalla proporzione naturale. Se avete nel vostro giardino una veduta spaziosa, un'elevazion maestosa, una quercia, che abbia sfidati cento inverni, abbiate cura d'assortir tutto l'accessorio con proporzioni, che siino convenevoli, e ricordatevi che «la nature ne donne jamais les bras du nain à un grand, ni la tête du colibri à un aigle. (Hube)».
La ridondanza è confine all'affettazione, al ricercato, a ciò che costa fatica. La fatica è tomba del piacere, e chi vuole allettare, bisogna che nasconda con molta sagacità la pena, che gli costa lo svegliare una sensazion deliziosa. È de' giardini, come de' fiori artefatti: bellissimi quanto più sembrano negletti, e non s'avvede della mano dell'industriosa Glicera. Finalmente è de' giardini, come d'ogni arte, che imita la natura.
Tav. V. Veduta di Woobourn di P. Southcote.
DEI DIFFERENTI CARATTERI DEL PAESINO, E DE' SUOI EFFETTI.
La natura, che fa regnare nelle sue opere una mirabile varietà, la sparge eziandìo nella superficie della terra. Medianti le diverse mosse del terreno, essa imprime ai paesetti una sì grande diversità di situazione, e di configurazione, che trovare due paesetti perfettamente simili, sarebbe un fenomeno egualmente raro, che trovar due uomini perfettamente eguali. Sentire le impressioni, che fanno sull'anima le differenti situazioni del paese, non è cosa alla portata di tutti: convien essere dotati di una certa finezza, e capaci di somma attenzione. Ciò richiede penetrazione, ed una felice organizzazione, una lunga abitudine, o tendenza alla meditazione, per cui si arriva perfino a rendersi ragione delle sensazioni d'ogni genere, che producono su noi i diversi oggetti, e a dedurne delle regole, onde eccitarne delle eguali.
Se facendo un viaggio un po' lungo, durante la bella stagione, osserviamo noi stessi, e che liberi da distrazioni, siamo disposti ad abbandonarci alle impressioni, che ci fanno i differenti paesi, che successivamente ci si offrono, l'interno sentimento ci farà distinguere le differenti forze degli oggetti, e delle campestri situazioni con altrettanta certezza, con quanta l'occhio discerne la varietà delle forme, e de' colori.
L'uomo è adunque in una relazione talmente intima colla natura, che non può negare l'azione continua di questa sopra la sua macchina. Il bello, il nuovo, il grande, l'ammirabile, che sparge la natura, cagionano a lui commovimenti moltiplicati. Vi sono dei siti, che c'invitano ad una viva gioja, altri ad un piacer più tranquillo: in questo luogo si prova una dolce melanconìa, ed in quell'altro l'ammirazione, e la venerazione s'impadroniscono di noi. Ve n'hanno persino di quelli, che c'inspirano un sentimento importuno della nostra fragilità, e de' nostri bisogni, e ci riempiono di tristezza, di timore, e di spavento.
L'arista giardiniere dovrà conoscere tutti gli effetti de' siti parziali del paesaggio, affine di saper scegliere quelli, che producono emozioni conformi alla destinazione de' giardini, ed ordinarli, e connetterli, di maniera che queste emozioni si succedano armoniosamente.
Sebbene il soggetto sia vecchio quanto la creazione, l'arte di penetrarlo, e di rappresentarlo è però ancora troppo nuova, perchè la lingua abbia una sufficiente dose di espressioni atte a prestarvisi.
Cercasi di descrivere una pianura, oppure una valle? Allorchè si tratterà di spiegare la sua lunghezza, o la sua larghezza, l'elevazione, o il suo abbassamento, la sua guarnitura, o il vicinato degli oggetti limitrofi, sarà mai possibile di risvegliare con parole un'idea abbastanza esatta, abbastanza stabile, acciò si riconosca precisamente quella pianura, e questa valle tale qual è, senza poter confonderla con un'altra simile, che si è veduta, o con un'altra, che le sostituisce l'immaginazione? Si vuol descrivere una collina? I piedi, i fianchi, la cima: ecco le parti principali; ma quest'anatomia basterà ella forse? Quale varietà non regna mai nelle sue forme tondeggianti, allungate, restringentisi, appianate, incavate, compresse, sviluppate di nuovo! Quì la pittura, e la stampa offrono il loro ufficioso soccorso, soggetto altronde a gravi imperfezioni, e sempre discosto dall'esattezza.
Tuttavìa per disimbrogliare in parte la cosa, e per renderla meno insensibile all'osservazione, e alla pratica, ajutiamoci con delle separazioni, e delle distinzioni. Separando dall'immensa superficie della terra le grandi parti, che formano per se stesse altrettanti totali, si hanno de' paesetti; e dividendo questi paesetti in piccole parti, si ottengono dei cantoni. In conseguenza di questa distinzione il paesetto consisterà in diversi cantoni, che hanno più o meno d'estensione, di varietà, e di bellezza, e che sono collegati tra loro. Ciaschedun cantone, considerato come parte del paesetto, ha pure le sue parti individuali, che la natura rende suscettibili di un carattere distinto. Quello di tutto un paesetto è determinato dal più o meno di perfezione, e d'armonìa, che regna ne' differenti caratteri de' particolari cantoni. Il paesino deve adunque la sua bellezza, e l'energìa dell'impressione, che desta, ai differenti cantoni, o distretti riuniti, che lo formano; e non solamente i caratteri particolari di ciascheduna scena isolata, ma ancora la connessione, e concatenazione di queste scene decideranno del suo effetto.
PARTI INDIVIDUALI DEL CANTONE.
Le parti individuali del cantone sono piano, ed elevazione in astratto: abbellimenti, ed aggiunti sono le rupi, i colli, le montagne, i boschi, l'acque, le praterìe, le lontananze, gli accidenti.
Il piano, le eminenze, gli sfondi ora limitano la vista degli oggetti, ora la stendono, ora la moltiplicano, e l'avvalorano.
La pianura non è guari suscettibile di varietà; tuttavìa la natura l'impiega, e può talvolta formare una delle parti aggradevoli d'un giardino, ma non mai il tutto. Essa inspira le idee del comodo, e della facilità, e permette l'esame tranquillo, e prolungato delle bellezze, che l'ornano. Ma affinchè una pianura possa piacere, fa d'uopo, che abbia una certa estensione da ogni parte, e che non presenti una superficie vacua, ed inanimata. Una lingua di terra lunga, e stretta disgusta, e ben anche un maggior quadrato di pianura, che senz'interruzione si estenda tanto, che l'occhio non possa colpirne i confini. Il sentimento della vista vuol essere occupato, e divertito. Perfino una pianura coperta d'ondeggianti spighe, e priva d'altri oggetti, non trattiene che per poco. Ma quanto diletto cagionerà una pianura frammischiata di campi, e d'ortaglie, che spieghino una varietà di scene, e di colori! Ciò, che anima maggiormente la pianura, sono le acque, talvolta risplendenti de' raggi del sole, e tal altra riflettendo l'aspetto del ciel azzurrino, e degli intralciati ammassi delle vaganti nubi.
La pianura riuscendo per se stessa poco interessante, i suoi confini, ed il vicinato potranno darle valore. Riesce aggradevole, allorquando si perde in un bosco, attraverso a' gruppi d'alberi, o quando si rileva in vaga collina; e ne diviene più amena ancora, quando s'innalzano de' colli a' suoi fianchi, o che un'alta foresta, un popoloso villaggio, o qualche altro considerabile oggetto segna i suoi confini.
EMINENZE.
L'eminenza produce maggior allegrìa, e diletto della pianura, riuscendo per sua natura scoperta, e gioconda. L'eminenza termina de' punti di vista nello stesso tempo, che ne apre de' nuovi; alletta nel montare colla moltiplicazione degli aspetti; sorprende allora quando si è pervenuti alla sommità. L'eminenza comparte dignità, e lustro agli edificj, che porta sulla sua cima, o ne' suoi fianchi, e presta loro situazioni brillanti, ed aggradevoli.
La bellezza dell'eminenza sovra tutto dipende dalla sua figura. Tutto ciò che presenta angoli, ch'è tagliato verticalmente, o che forma punte, offende l'occhio. Le linee dolcemente ondeggianti, gl'insensibili pendìi, la varietà ne' contorni de' ripiani, una cima vagamente rotondata, e che termina in piano, compartono all'eminenza la forma più grata. Guarnita poi acquista un nuovo pregio. Una fresca verdura, che copra tutta la sua altezza; un ridente fogliame, e de' fioriti cespugli irregolarmente dispersi sul pendìo; degli alberi d'una forma grandiosa, che si slanciano dai fianchi, o che ombreggiano una parte della cima; un gregge, che vi si arrampichi; una fabbrica di buona architettura, sono gli ornamenti più belli di una eminenza.
Si cerchi di salire facilmente per una via più che si può circolare alla stessa eminenza, e praticata in modo, che ad ogni passo sia vario il punto di veduta.
DEGLI SFONDI.
Lo sfondato è la dimora della solitudine, e del riposo. Agevola l'orditura, e gli accozzamenti delle scene melanconiche, e primeggiano in esso con effetto l'ombra, e la chiusura. De' cespugli risuonanti il canto degli augelli, che s'amino, ed ivi nidifichino in pace; un'acqua che scorre tacitamente, o con soave mormorìo; il susurro d'un ruscelletto, che non si scorge; talvolta una rumorosa caduta; viottoli con alberi piegati ad arco, sembrano gli oggetti più atti a vivificare graziosamente questo ritiro.
Lo sfondato piace meno nel mezzo d'una pianura, che vicino ad un bosco, o ai fianchi di un monte, dove natura lo colloca spesso. Le cavità profonde, e perpendicolari colpiscono, le dolci inclinazioni, ed insensibili piacciono. Lo sfondato fugge la regolarità, e le compassate forme.
Tav. VI. Collinetta nella villa Silva a Cinisello.
Per la combinazione de' piani, de' rialzi, e degli sfondi la natura dissemina ne' paesetti una varietà, che incanta; l'artista giardiniere seguirà il suo esempio, e non trascurerà veruna di queste capitali disposizioni del terreno. Era una prova certa, che non si colpiva nel naturale, allorquando, seguendosi i precetti del Francese le Nôtre, tutto si trasformava in esatta pianura; si spianava ogni rialto, e le sole elevazioni, che qualche volta si soffrivano, erano delli nudi terrazzi di sasso.
Nelle pianure, nelle elevazioni, e negli sfondi può regnare molta differenza, e varietà, cagionata in parte dalla loro estensione, e grandezza, ed in parte dalle reciproche relazioni, e dalla di loro tessitura. Determinare le vere proporzioni di questi oggetti, e convenevolmente legarli, è il colmo dell'arte dei giardini.
Allorchè la natura non ha preparata la disposizione del terreno, ma che bisogna crearla, è facile cosa cadere nel meschino, e nel ridicolo. Convien nascondere le linee di separazione, ed osservare la varietà delle parti. Il giardiniere, occupato a porre in opera un determinato spazio, rifletta, e paragoni; e ciò gli fornirà istruzioni più utili, che i generali precetti.
DELLE ROCCIE.
Quando la natura ha poste delle roccie in uno spazio vasto, destinato a diventar giardino, convien approfittarne. Spandono dignità e forza, e comunicano al paesello un carattere eroico. Ma d'ordinario, e soprattutto ne' ricinti limitati non si possono riguardare che come accessorj, sempre utili però. Gettano interruzione, ed ombra nel quadro, e se ne può trarre un gran partito ne' siti solitarj, deserti, e melancolici. Sono il naturale soggiorno delle grotte, de' ruscelletti, e delle cadute d'acqua, e loro prestano una necessaria base. I verdi cespugli diminuiranno l'aspetto incolto, e rozzo, che naturalmente presentano. Una pastoral capanna, o tal altro indizio d'abitazione umana vi figurerà con vaghezza.
Le artificiali roccie sono difficili a comporsi, e facilmente tradiscono la mano, e il travaglio dell'uomo. Il lor buon effetto dipende dalla loro situazione, e dalle loro forme. Più queste forme, e le congiunzioni delle roccie saranno varie, ardite, confuse, e singolari, più contrasteranno colle parti vicine, e viemaggiormente produrranno risalto. Punte, scaglie, ineguaglianze, difformità, concatenazione ne' massi... In poche parole è questa la sede di tutto ciò, che si allontana dalla regolarità delle linee, e dalla disposizione naturale delle forme.
Tav. VII. Capanna boschereccia nella villa Cusani a Desio.
BOSCHI.
Senza boschi, e senz'acque le forme più belle del terreno mancherebbero d'interesse, e di vita. I boschi piacciono in più maniere. L'altezze loro, la loro estensione, i loro contorni, le loro situazioni, il più o meno di lor foltezza, le differenti gradazioni de' colori del loro fogliame, sono abbondanti sorgenti di varietà, e di piacere. Da lontano pur anche i boschi riescono oggetti lusinghevoli, e somministrano ombre al paesetto; rallegrano da vicino, rinfrescando, e rianimando le forze; risvegliano l'idea dei nascondigli, che procurano agli alati abitatori, che consolano col loro canto; presentano gli effetti del chiaroscuro, ed esalano soavi odori dalle piante, e dai fiori. Una foresta colla sua lunghezza, larghezza, ed elevazione può divenire l'oggetto capitale d'un paesino. Composta di vecchi alberi intatti, e fronzuti veste il carattere della gravità, e d'una maestà dignitosa, che inspira la venerazione: un sentimento di riposo ricerca l'anima, e la getta in una dolce ammirazione, e in un'estasi tranquilla; concorrendovi l'accidente d'una violente tempesta, vi eccita lo stordimento, e la sorpresa. La vivacità, la serenità, e l'allegrìa sono proprie del boschetto poco fronzuto, o di quello, i cui alberi sono d'un getto nobile, e svelto, poc'alto, ma elegante, la cui verdura è fresca, e ridente, i cui interstizj sono trasparenti, ed il terreno liscio senza cespugli, e sterpi. L'agitazione delle foglie cagionata da zeffiri, il giuoco del chiaroscuro tra le foglie, e sul terreno, il sol levante, e cadente, che indora il boschetto penetrandolo, l'incerta luce della luna, che soavemente traspira fra le cime degli alberi, sono gli accidenti più favorevoli all'abbellimento del bosco.
La natura si serve de' boschi come d'un mezzo efficace a formar scene di varj caratteri: scene pacifiche, solitarie, deserte, malinconiche, allegre, aggradevoli, serene a norma della disposizione, e delle combinazioni diverse de' tronchi, del terreno, e della qualità de' verdi, e del fogliame.
Gli alberi da cima sono l'ornamento de' boschi; la loro altezza, la loro grande età, il silenzio, ed una maestosa freschezza, che spandono, penetrano l'anima, e la commuovono.
Sacre ai felici contrasti, ed al bello nelle scene opache dei boschi siano conservate intatte quelle annose piante, che portano l'impronta dei secoli sulla rugosa loro scorza, sui tronchi mezzo squarciati, sulle estese braccia, che sovrastano la selva; e sovrattutto sacre, e rispettate dalla scure sieno le piante coperte di ellere parasite, e di musco, o di tenaci corimbi: l'effetto di queste nelle solitudini è sicuro, e indicato costantemente dalla natura.
DELL'ACQUE.
Le acque sono nel paesino ciò che sono gli specchi in una sala, ciò che sono gli occhi nel corpo umano. Senza contare i piaceri della passeggiata in battello, e della pesca, le acque sono talmente vivificanti, talmente rinfrescanti, e così copiose in apportare grate impressioni, che la loro presenza piace dovunque, e la loro privazione fa pena anche ne' siti più vaghi.
Un volume d'acqua piace ancor da lontano, e non solamente per la sua fertilità nel produrre effetti varj in ragione della grandezza, della sua forma, e movimento; ma ancora perchè suscettibile di vantaggiose combinazioni con altri oggetti.
L'estensione, e la profondità d'una massa d'acqua sono sorgenti d'idee sublimi. L'impensato aspetto d'un gran corpo d'acqua, del mare per esempio, produce maraviglia; e scorrendo successivamente cogli occhi questa scena immensa, il pensiero si perde nell'idea dell'infinito. Tuttavìa per quanto forte sia la meraviglia che cagiona la vista del mare, l'ordinaria sua uniformità ne indebolisce l'effetto, a meno che l'immaginazione non sia rianimata da oggetti mobili. I vasti corpi d'acqua ci trattengono con maggior piacere, allorchè non si scorgono tutto ad un tratto, ed in tutta la loro estensione, ma che insensibilmente vadansi sviluppando a poco a poco, e sotto punti di vista variati. Delle isolette disperse, e di diversa forma rompono pure aggradevolmente la monotonìa d'una larga superficie d'acqua. Le alte rive, le punte di rocco, i promontorj, i capi osservati da varie parti, e a una certa distanza, formano limiti oltremodo piacevoli. Una superficie d'acqua considerabile cagiona il più bell'effetto, allorchè scorre al lungo d'un bosco, o che serpeggia a piedi d'un colle; la grandezza apparente, che acquista per questo mezzo, per quest'inganno occupa l'immaginazione anche allora quando l'occhio non iscorge più nulla.
Tav. VIII. Veduta del laghetto nella villa di Monza.
La limpidezza dell'acqua è la primaria sua dote, e sparge la serenità, e l'allegrìa su tutti gli oggetti vicini. Il riflesso delle nuvole, come abbiam già detto, degli alberi, de' virgulti, de' colli, degli edificj forma una delle più ridenti parti del campestre quadro; l'oscurità al contrario, che giace sugli stagni, inspira melanconìa, e tristezza. Un'acqua profonda, e tacita, nascosta in parte da' grandi alberi, velata da spineti, e da sovrapposti cespugli, s'accorda mirabilmente co' siti destinati agli eremi, alle urne, ed ai monumenti consacrati dall'amicizia alle spoglie d'anime illustri.
Il movimento dell'acqua è ancor più fertile in apportare impressioni varie. Stendesi ella placidamente in una vasta ed aperta pianura? Annuncia una scena dedicata al riposo. Cacciasi dessa dolcemente in parti ombrose? Acquista un non so che di grave, e di tristo. Un sordo mormorìo e soffocato è il tuono della melanconìa, e del dolore; un dolce mormorìo invita alla riflessione, e conviene alla solitudine. Il susurro d'una chiar'onda, che serpeggia trastullandosi, sparge allegrìa; un corso rapido, e le saltellanti cascate apportano la gioja; precipitosi fiotti, che scacciansi l'un l'altro schiumando, destano l'idea della forza; i torrenti, che mugghiando s'ingolfano in profondi e tetri abissi, o che cadon dall'alto al lungo delle roccie, e de' monti, offrono uno spettacolo superbo, che s'accosta al sublime. La violenza, il fremito, il mugghio feroce de' gran fiumi, e delle cateratte, le rotolanti bianche e schiumose loro onde, l'aere oscurato all'intorno, l'eco delle rupi, tutto si riunisce per destar sentimenti, che talora spaventano.
L'acqua collegata con altri oggetti produce effetti diversi, e vantaggiosi. Dà un aspetto ridente all'ombre, e cambia un deserto in deliziosa regione; aumenta l'aria selvaggia delle difformi roccie, e delle montagne, e sparge altresì la serenità, e il bello su questi oggetti. Gli stagni d'acqua dormente rendono una foresta più oscura, e più triste, e i limpidi ruscelli, che serpeggiano in quà, e in là, soavemente mormorando, l'animano, e la rallegrano. Qual piacevole quadro non presenta un paesino, ove alle ondeggianti sponde d'un grande e chiaro ruscello s'alzano piccoli gruppi d'alberi, ora spessi, ed ora radi, che terminando in tronchi isolati, si ricompongono di nuovo in boschetto, asilo dell'ombra, e del silenzio! Dove l'acqua brilla talvolta sotto le verdeggianti volte, o fra i diversi fusti degli alberi; talvolta riluce in larghe masse rischiarate, e talvolta va a perdersi dietro un bosco, od un colle, poi ricompare più vistosa che mai! E qual incanto non acquista una collinetta, che dolcemente elevandosi vien coronata da cespugli, e da qualch'albero, i cui ben composti tronchi portano al cielo le nuove ed orgogliose frondi! Ove una leggiera cascata d'acqua, ora visibile, ed ora nascosta dagli sterpi, or rumorosa, ed or più tacita slanciasi leggiadramente al lungo del pendìo; poi formando ruscelli d'inegual corso fra sassi, s'affretta di scorrere tra' fiori, che smaltano il vicin prato, e brilla colà, vagheggiata dai raggi del sol cadente!
Considerata l'acqua dall'alto si presenta sotto il migliore aspetto, allorchè i suoi fiotti argentini serpeggiano in aggradevoli sinuosità all'intorno d'un colle, d'un boschetto, d'un'isoletta, di casolari, e di villaggi; che sottratta agli occhi dall'ombra d'un sovrapposto monte, o dagl'intralciati cesti d'alberi, quivi si striscia in un oscuro fondo, e là d'improvviso risplendente appare dalle non aspettate aperture del bosco. Questo spettacolo veduto dall'alto d'un colle in tutta la sua varietà, ed abbellito di tutti gli scherzi dei riflessi, e di tutte le bellezze del chiaroscuro, eccita sentimenti inesprimibili.
Non v'ha scena, di cui l'acqua non possa aumentare, o diminuire l'impressione; non v'ha commovimento, che dessa non possa produrre, accrescere, od addolcire: tanta è l'energìa di quest'elemento.
DELLE PRATERIE.
Le praterìe, che appartengono in parte alla pianura, non sono suscettibili d'alcun carattere sublime, quando pur anche fossero molto estese: sono d'un genere mediocre, e non producono che leggieri impressioni. Nulladimeno la natura presenta in esse delle decorazioni amabili, e quiete, il cui carattere è l'apparenza libera, e campestre: richiamano alla mente le immagini graziose delle pastorali, e sembrano specialmente consacrate ai sentimenti del riposo, e de' piaceri tranquilli.
La bellezza delle praterìe dipende principalmente dalle curve dolci, che segnano la di lor circonferenza. Rimediano queste alla soverchia uniformità colla varietà, che offrono. Tutto ciò ch'è regolare, angoloso, acuto, è da escludersi. Da poi la lor bellezza è determinata dalla vivacità, e dalla freschezza del verde, dalle interruzioni, e dall'ombre, che producono gli alberi isolati, ed a gruppo, dalla lor cornice formata da' colli, da' rocchi, e da' boschi, e dalla loro connessione con tutti questi oggetti. Un ruscello, oppure un fiumicello, che insensibilmente svolge le sue acque, spande lume, e freschezza, e cangia la compiacenza tranquilla, che prova l'anima, in un commovimento più vivo, in quello della gioja.
DELLE LONTANANZE.
Le lontananze fanno gioire l'occhio dei differenti oggetti del paese. Esse dipendono in parte dalla natura medesima di questi oggetti, ed in parte dalla loro situazione, e concatenazione, ed in parte ancora dal punto da dove si considerano. Gli oggetti puonno colla loro importanza, vaghezza, e novità comunicare ad una lontananza un carattere distinto; ma ve n'hanno ancora che sono privi d'effetto, e di significazione, che la natura occupata della maggior perfezione del totale mischia, e confonde nelle grandi masse, e che l'attento giardiniere non vorrà separare per metterli in distinta luce. Gli oggetti acquistano quasi maggior energìa dalla loro situazione, ed attaccamento, che non ne prendono dalla loro natural configurazione, considerato ciascheduno a parte. Le situazioni rischiarano, ed oscurano, rinforzano, e modificano con una varietà sorprendente gli effetti delle forme, e dei colori, della grandezza, e del movimento. Finalmente gli oggetti non solamente per se stessi, ma ancora per il loro collocamento, per la loro situazione, e legame possono comparire sotto aspetti diversificati, a misura che si sono disposti i punti di vista, dai quali si scorgono. Quantunque le lontananze sì naturali, che artefatte possano essere variate all'infinito, tuttavìa si distingue qualcuno de' loro principali caratteri.
Il primo sarà quello della grandezza, e del sublime, che comprende, oltre la maestà, e dignità degli oggetti, la distanza, e la moltitudine delle parti.
Rousseau pretende che il gusto de' punti di vista, e delle lontananze deriva dall'inclinazione, che hanno la più parte degli uomini a non piacersi, che ove non si trovano; è da presumersi però, che provenga da più nobil sorgente; pare, che risulti da ciò, che l'anima nostra essendo originalmente espansiva, ama di slanciarsi ai più lontani oggetti, e di unirli, e comprenderli a un tempo stesso nella sua immaginazione, ciò che forma ed esercizio, e contentamento delle sue facoltà.
Non v'è cosa, che animi di più, e rallegri una lontananza, che la mobilità degli oggetti: le imprime un carattere particolare, e differente di quello della grandezza, e della varietà. Fra tutti gli oggetti mobili del paesino si distinguono soprattutto le acque coperte d'ogni sorta di battelli in movimento.
Tuttavìa non bisogna pretendere dappertutto vedute libere, nè dalla natura, nè dai giardini. Le prospettive aperte all'occhio da ogni parte distraggono, ed all'ultimo faticano, come un cielo sempre sereno, e che non è adombrato da veruna nube. L'occhio egualmente, che lo spirito, domanda dei punti di riposo, degli spazj chiusi, ove possa rianimarsi sulla verdura, sotto fresch'ombre, o al mormorìo d'un ruscelletto. Il godimento d'una tenera decorazione, che riposa in seno d'un dolce crepuscolo, serrata da ogni banda, non è mai più vivificante, che in seguito alle delizie delle lontananze chiare, ed estese. Varie sorti d'oggetti, come un romitaggio, un bagno, esigono assolutamente siti rinchiusi, e bisogna alcune volte nascondere una parte della prospettiva, affin d'impedire la distrazione, o per far comparire qualche parte nel suo migliore aspetto. La natura ne' suoi paesetti limita la vista con eminenze, e con boschi, e l'artista giardiniere potrà di più servirsi delle fabbriche.
Riguardo ai siti, che non somministrano alcuna lontananza piacevole, come sono i campi, le pianure aride, e sabbiose, le paludi, ec., le quali disgustano col loro vuoto, e colla loro uniformità, l'occhio vuole, che gli si nascondano. Si potrà ancora rimediare con avvantaggio ad una lontananza, che presenta un non so che di vago, e d'incerto, interrompendola con piantagioni diverse. Un paesino, le cui differenti parti sono distaccate le une dalle altre, e per così dire disperse, farà peggiore effetto, a misura che sarà più esteso. Tocca all'ufficiosa mano dell'arte a porvi rimedio. Col soccorso degli alberi isolati, ed in gruppo l'arte può stabilire maggior connessione fra le parti, e meglio caratterizzarle ad effetto di comporre un tutto; il paesino guadagnerà varietà, e le lontananze non solamente si moltiplicheranno, ma acquisteranno maggior attrattiva, e vezzo.
ACCIDENTI.
La natura è fertile in apparizioni accidentali, colle quali abbellisce i suoi paesetti nelle differenti stagioni dell'anno, e nelle diverse ore del giorno. I cambiamenti che offrono il levare ed il cadere del sole; l'ordine, il movimento, e i diversi quadri delle nuvole, soprattutto ne' temporali, ed alla sera per l'obbliqua ripercussione del sol fuggitivo; la repentina vicenda delle improvvise apparizioni del sole, e dell'ombre, l'incerta luce della luna velata da nube, che passa; il chiaroscuro delle lontananze, dipendente dallo stato del cielo, che vi frammischia le sue forme, e il suo chiarore; il vapor leggiero, e celeste, che nuota d'intorno ai punti di vista; l'effetto dei colori del baleno; le rugiadose perle mattutine, che risplendono ne' prati; le figure bizzarre della fluttuante nebbia; l'agitazione del fogliame, e dell'acque; li piacevoli riflessi, che ci allettano di più dei raggi della primitiva luce: tutte queste variazioni della natura, che noi comprendiamo quì sotto il nome d'accidenti, sembrano formare talvolta delle situazioni novelle, e creare de' nuovi oggetti. Rianimano l'effetto della luce, e dei colori, cambiando perpetuamente il chiaroscuro delle decorazioni, e riescono in fatto di paesetto la più fertile sorgente di varietà, e di vita. Sorprendono l'occhio attonito con apparizioni, che l'immaginazione non saprebbe rappresentarsi, nè le più abbaglianti, nè le più magiche, nè le più rapide a scomparire.
Per imitare, per quanto lo può l'arte debole dell'uomo, gli accidenti, che sono particolari alla natura, il paesista spia le sue vie più segrete. Questo mezzo non è dato in tutto all'artista giardiniere: esso aspetterà con pazienza, che la natura abbellisca il suo distretto.
Tav. IX. Veduta del ponte, del tempio di Venere, ec. ec. nel giardino del cavaliere F. Dashwood a West Wycomb.
CARATTERISTICO DEI DIVERSI CANTONI.
I cantoni più atti a formar giardino sono specialmente gli aggradevoli, e gli allegri, e quelli ove regna la serenità, e che si possono chiamare ridenti, e lusinghevoli. Sono generalmente composti d'una variata successione di luoghi bassi, e d'eminenze, di sinuosità, e d'ineguaglianze; e vi hanno luogo praterìe, macchie, boschetti, fiori, acque, e collinette riunite spontaneamente, e con garbo. Le roccie, le alte catene de' monti, e le grandi cadute d'acqua ne vengono escluse.
Più le diverse composizioni di questi oggetti sono variate, ed intralciate tra loro, più esse piacciono. La freschezza, e la vivacità della verzura, che spandesi dall'erba, e dagli alberi; la limpidezza dell'acque; il chiaro specchio, che offrono; il susurro, lo strepito, che produce, zampillando una folla di tortuosi ruscelletti, che scherzano; i colorati fiori, le amene colline coronate di boschi, e di fioriti cespugli; l'ombre, che rischiarano piacevolmente; il giuoco de' riflessi incerti; le lontananze animate determinano il carattere di cotesti cantoni a seconda dei loro differenti gradi, che si portano dal puro aggradevole al gajo, al ridente.
La natura crea i cantoni di questo genere con una varietà infinita, e con copiosa diversità di grandezza, di forme, di colorito, d'ordine, e di combinazioni. L'impressione, che formano, è moderata. Una placida compiacenza, un'effervescenza di piacere, che riscalda, un'estasi piacevole, ecco gli effetti, che producono sui sensi simili distretti.
Quelli, in cui regna un'amabile melanconìa, o il solenne, sono più rari in natura, ed hanno una maggior energìa. I cantoni aggradevoli strisciano leggiermente sull'anima, facendovi una debole impressione: quelli, di cui parliamo, seducono l'anima, l'attraggono, l'incantano, la commuovono, e l'elevano.
Un cantone, nel quale domini la dolce melanconìa, si produce coll'esclusione totale delle lontananze; pel mezzo di fondi, e di abbassamenti; pel mezzo di macchie, e di folti boschi, soventi volte per l'effetto di semplici gruppi d'alberi grandiosi, e fitti, sulle cime de' quali si fa intendere un sordo mugghio; pel mezzo d'acque stagnanti, o che nascoste agli occhi producono un affogato mormorìo; pel mezzo d'un fogliame oscuro, di tronchi, o foglie cadenti, e d'un'ombra, che si distende all'intorno; o per la mancanza di tutto ciò, che annuncia la vita, e l'attività. In questi cantoni vi si mostrano raramente de' chiari: quì abita il silenzio, e la solitudine.
Un solitario uccello, che svolazza; una tortorella, che geme sopra una concava cima d'una consunta quercia; uno smarrito usignuolo, che racconti le sue pene al deserto, bastano a riscaldar la scena. Offre un consimile cantone il dolce godimento del riposo, e della solitudine, la lusinghiera immagine dell'idea che l'uomo basta a se stesso, e la pacifica dimenticanza delle cose, che intorbidano l'interna nostra quiete. Confidente dell'amore, questo cantone trattiene viva l'occulta tenerezza del cuore, e medica dolcemente gli affanni. Lo spirito si abbandona a riflessioni più libere, e più degne di lui; tutte le sue forze si concentrano, e ne divengono più attive. L'immaginazione si eleva con istraordinario volo ad una nuova sfera d'idee, fra le quali va errando con segreto entusiasmo. Chi potrebbe essere così poco filosofo per non procacciarsi nel suo vasto recinto, ove regna la serenità, un cantone proprio ad ispirare la dolce melanconìa? A chi mai queste impressioni potrebbero essere assolutamente straniere? Straniere al punto di non averle mai osservate nella natura, o di non averle ammirate, e sentite nei valorosi poeti, che le han cantate?
ROMANZESCO, E MAGICO.
Il romanzesco, o il magico in fatto di paesetti, risulta dallo straordinario, e dal singolare, che domina nelle forme, nei contrasti, e nelle connessioni. Particolarmente s'incontra questo carattere nei cantoni disseminati di montagne, e di roccie, in rinchiusi deserti, ove non è pervenuta ancora la mano ardita dell'uomo. Oltre le forme, i forti contrasti, e gli strani e sorprendenti avvicinamenti generano il romanzesco. Quì l'immaginazione dovendosi occupare d'oggetti vicini, gli oggetti lontani rimangono intercetti; rare volte si stendono in avanti, ma più sovente s'innalzano dal basso in alto, o s'internano dall'alto in basso. Là ove il deserto aspro, ed oscuro s'accoppia all'ombrosa valle pacifica, smaltata di vaghi fiori, o dove il torrente precipita le sue acque schiumose dall'alto d'una balza attraverso d'una vario-colorata macchia, che errano di poi placide, e lucenti fra le verdi foglie; dove le bianche creste d'una calva roccia aprono la volta d'una bella foresta... là comincia il carattere romanzesco.
La natura sembra piuttosto gettarlo alla ventura in un momento di felice capriccio, che terminarlo, e sfumarlo delicatamente. Sono colpi accessorj, arditi, singolari, che sfuggono dalle sue mani nella composizione de' quadri campestri.
Il romanzesco apporta sorpresa, ed una piacevole meraviglia, e fa rientrare in se stesso. La grandezza, e l'oscurità producono i cantoni solenni, gravi, sublimi, e maestosi. È fuor d'ogni dubbio, che la prima di queste proprietà riesce indispensabile alla determinazione di cotesto carattere; quanto alla seconda, essa aggiunge vigore all'impressione della grandezza, come lo provarono già i Greci, e li Druidi ne' sacri loro boschi di quercie. Il silenzio, che circonda un oggetto sublime, ne accresce la maestà. Uno strepito veemente, quello della tempesta sul mare, o di un furioso vento ne' boschi, o del fremito delle cateratte risveglia altresì sentimenti distinti, e concorre egualmente che il silenzio profondo ad esprimere il carattere, di cui si parla.
Le catene de' monti, le roccie soprattutto, allorchè sono spelate, ovvero rese oscure, e nere; gli alti boschi, ed i gruppi d'alberi slanciati; i rapidi torrenti, l'impetuose cadute, le lontananze al mare, i monti bianchi di neve, i vulcani, gli abissi.... l'oscurità delle foglie, le ombre forti, le tenebre della notte rischiarate da scarsa luce di luna, che attraversa un'annosa selva; una calma, una solitudine profonda all'intorno, che somministra all'anima la facoltà di porgersi all'impressione di tutti questi oggetti, e di abbandonarsi all'idee, ed alla meditazione, che cagionano; tutto ciò, più o men bene combinato, forma un cantone maestoso, e sublime. I suoi effetti sono la maraviglia, la compunzione, e l'elevazione della mente. Commovimenti di siffatta tempra, e sopra ogni cosa il sentimento così possente della grandezza, e dell'onnipotenza del Motore della natura, quanto mai piacciono ad uno spirito, che non ha peranche scordato di sentire la propria dignità!
I cantoni di tal carattere sono una rarità anche in natura, e non s'incontrano che d'intorno a' promontorj lungo le spiagge del mare, oppure sull'Alpi, ne' Pirenei, e fra le più esaltate sommità de' monti, infra antiche foreste, e ne' deserti, ove signoreggiano indomiti torrenti, ed incendiatori vulcani.
Noi vediamo come la natura genera cantoni di differenti caratteri, atti a produrre differenti impressioni. Cotesti naturali caratteri possono altresì essere rinforzati per diverse maniere dall'intelligente mano dell'uomo. È per tal guisa che un ridente cantone, fregiato d'una pastoral capanna, o d'una casa rustica; un melanconico da un solitario convento; un romanzesco da gottiche ruine; un maestoso da un tempio; tutti vi guadagnano prodigiosamente. Allora quando simili edificj, e monumenti sono congiunti a' cantoni, cui convengono di loro essenza, le fabbriche, e i cantoni si contraccambiano l'energìa loro; i loro caratteri ne divengono più marcati, e ne risulta un complesso d'idee, e d'immagini, che agiscono con forza determinata, e possente sull'animo nostro.
Il natural carattere d'un distinto cantone può ancora cangiarsi, e trasformarsi in un altro. Per esempio, un cantone malinconico può rendersi allegro. Aprite delle lontananze, rischiarate il bosco, date del pendìo all'acque, e fatele zampillare; diminuite le masse dell'ombra con molti chiari; intorbidate il silenzio del sito, soltanto col belamento di greggia, che pascoli nel vicinato... immediatamente la scena malinconica si trasformerà in un'allegra.
Si può puranche trasformare un cantone, che non significhi gran cosa in un altro di carattere deciso. Scegliete uno spazio di terreno piano senza forma, senza bellezze, puranche sterile; cambiatelo in collinetta erbosa con cespugli, con gruppi di piante, e con piante isolate, e ne otterrete una parte di cantone allegro. Alcune volte scorgiamo ne' campi delle quercie rare, e difformi, incurvate dal tempo, e dalla tempesta, colle cime morte, che sparse in quà, in là presentano un tristo aspetto: figuriamoci al loro posto de' cesti d'arbuscelli di bella venuta, e verdeggianti; ed il campo prenderà un ridente aspetto.
A misura che lo spazio totale formerà un mescuglio di varj cantoni, guadagnerà a poter essere variato. Così un giardino composto di diversi cantoni d'un distinto carattere, risveglierà impressioni diverse; ma in tal caso la successione, ed il filo delle impressioni avranno una particolar influenza.
Primieramente convien esaminare qual effetto produca in particolare ciaschedun oggetto naturale, la sua situazione, e la sua disposizione. In seguito va fatta attenzione alle proporzioni, che hanno tra loro gli effetti degli oggetti isolati, al loro più o meno d'accordo, al limite, ove principia l'armonìa delle omogenee emozioni, e dove cominciano a divergere. Là dove nello stesso tempo si osservano oggetti, le cui forze sono diverse, là pure procede un'emozione composta. Si può perderla più facilmente, che una semplice; ma allorquando riuscirà, è immancabile un prodotto maggiore di sentimento.
L'artista giardiniere, che espone quadri di una forza considerabile, e diversa, deve industriarsi, come gli altri artisti, di rinvigorire le emozioni. Scegliendo i suoi oggetti, sarà dunque circonspetto a non impiegare, sia successivamente, sia tutto ad un tratto, che quelli, le cui impressioni non si distruggono vicendevolmente, e non si contraddiscono, ma che s'accordano, e felicemente si maritano.
Ciascun oggetto deve essere per se stesso tale, e diretto di maniera, che, malgrado la presenza, o la varietà degli altri, che si scorgono al tempo stesso, le impressioni di tutti seguano, per dir così, una linea non interrotta, e vadansi a riunire in un sol punto, e si avvalorino, e si rinforzino scambievolmente colle loro combinazioni. Se non si ha cura di raccogliere le differenti impressioni, e riunirle, e formarne un centro comune, un giardino non avrà mai la perfezione, che aver deve come opera di gusto diretta dal raziocinio, vale a dire l'unità, senza la quale qualsisia varietà stanca, e riesce infruttuosa. Le impressioni vogliono essere ragionate; vi si ricerca una condotta, ed un filo, come in un poema, e la più fina conoscenza del cuore umano. Ancora, di grazia, un'osservazione, che mi pare di conseguenza, onde meglio distinguere le differenti specie de' giardini, che si possono construire. Si può comporre un vasto giardino di varj cantoni, ma egualmente si può benissimo immaginare un bel giardino, che non consista, che in un sol cantone di un carattere, e di un effetto semplice, e determinato. Per tal maniera si possono aver giardini, che non sieno che allegri; altri, in cui regni una piacevole melanconìa; altri, che non sieno che romanzeschi, e finalmente altri puramente maestosi, secondo la variata disposizione del cantone, in cui si trovano, e dalla quale è dinotato il loro carattere.
Questa differenza riesce ancora più considerabile per l'uso, che si può fare dei giardini stessi. Un casino di campagna, dove si vuol godere de' primi mesi della bella stagione, richiede un giardino allegro; un avanzo di convento, un romitaggio, un tempio pare che si accordino meglio con un cantone dolcemente melanconico; un vecchio castello chiama un giardino romanzesco. Ciascheduno di questi giardini aver potrebbe un'estensione considerabile, senza perdere punto della semplicità del suo carattere; ben inteso però, che il cantone, da cui è formato, ritenga l'originaria sua indole.
Tav. X. Casino in posizione naturale, atta a ridursi a villa Inglese.
DELLO SPAZIO TOTALE.
Lo spazio è come la tela, sulla quale deve dipingere l'artista giardiniere; e la prima sua ricerca riguarderà la natura di questo dato spazio.
È cosa inutile di richiamare quì, che non bisogna scegliere per un giardino un luogo d'aria cattiva, o soggetto all'umido, soverchiamente vicino alla città, o di troppo lontano da un borgo. Vanno considerati i pericoli diversi, cui soggiacciono i giardini posti in vicinanza de' fiumi, e delle grandi strade; e non vanno mai riposti in un fondo privo di viste libere, o malamente circondato. Ciò che esige la sanità, il comodo, il piacere, e la possibilità di eseguire quanto si medita, risalta presto agli occhi di chicchessìa; sovrattutto un suolo fertile, e dell'acqua.
Per più ragioni fa d'uopo cercare per un giardino uno spazio, che abbia in se stesso delle naturali bellezze. Ciò accende il genio dell'artista giardiniere, che travaglia, per dir così, sotto gli occhi della bella natura, ch'è il suo modello, e che deve sforzarsi di superare; ciò diminuisce le cure, e le spese della disposizione, dove il terreno, gli alberi, le foreste, e l'acque forniscono abbondantemente da se, e suggeriscono l'ordine delle idee; ciò rileva l'effetto della distribuzione interna colle impressioni, che producono le vedute all'intorno, le quali non sembrano mai così belle, che allorquando si possono considerare da un sito piacevole per se stesso. In conseguenza, per quanto si può, e per quanto lo permettono altre leggi, cercate di avere nel vicinato del vostro giardino delle prospettive libere, amene, e variate. Ma non bisogna poi che l'occhio le veda dappertutto interamente, e le scorga in tutta la loro estensione da ciascheduna parte del giardino, che in tal caso interromperebbero l'azione delle differenti sue scene, destinate a produrre ciascheduna il suo particolar effetto. Le lontananze dovranno essere ora velate, ora scoperte, ora presentate sotto tal punto di vista, ed ora sotto tal altro, di modo che per tal mezzo la di loro propria impressione non solamente sia accresciuta, e moltiplicata, ma che si accordi pur anche colle altre decorazioni del giardino. Dove regnano la dolce melanconìa, la meditazione, ed il riposo, dove l'occhio debb'essere occupato a considerare una sola scena esposta, là una perspettiva ridente distrarrebbe. Disponendo le scene del giardino, convien fare attenzione al carattere de' prospetti, che offre il circondario; soprattutto considerando che riesce più facile di adattare il giardino al paese, che il paese al giardino, a meno d'intraprendere sugli oggetti del contorno dei cambiamenti cotanto dispendiosi, come quelli, che sono stati operati in alcune ville Inglesi. Il bello de' giardini pittorici dipende molto dall'arte di legare le vedute interne del giardino colle esteriori del paese, in guisa, che non vi sia contraddizione tra loro, ma che producano un effetto unico, e rinforzato.
L'estensione dello spazio destinato a diventare giardino contribuisce a determinare la disposizione totale, e quella delle singole scene. Più lo spazio è vasto, e più si acquista il diritto d'aspettarsi migliori effetti dal genio, e dal sapere dell'artista. È da assegnarsi un sito spazioso alla formazione d'un ragguardevole giardino, affinchè le decorazioni non vi si trovino ammucchiate, ma perchè si distendano, e si succedano con ordine, e perchè non intorbidino i movimenti dell'anima, ma ne facciano nascere un seguito filato, ed armonioso.
Una lista di terreno, che si distenda al lungo davanti la casa, riesce ben incomoda, e quasi ribelle alla formazione d'un giardino pittoresco; vi vuole di contro la casa uno spazio di terreno, che si distenda presso a poco in quadrato, e che abbracci la casa tutta all'intorno.
Gli spazj quadri-lunghi in avanti, che serrano la casa nel mezzo, quantunque meno adattati, sono tuttavìa suscettibili d'essere ridotti a formar giardino. La casa certo non vi figurerà di molto, non potendosi questa isolare, ma si potrà cavar partito del restante. L'oggetto principale è d'ingrandire lo spazio per ottenere gli effetti, che si hanno di mira; e perciò alcune volte ne' piani di tal figura converrà portare la piantagione da un lato solo, e lasciar scoperto l'altro lato, che goderà di vista. Qualora il terreno sarà soverchiamente ristretto, basterà ottenere una sola scena, quella della casa.
Dev'essere messo debitamente a contribuzione tutto il vicinato, e per ciò conseguire, sarà travagliato il terreno del giardino in tutt'i sensi. Ne' piccioli particolarmente s'impiegherà tutta l'arte. La mossa del terreno riuscendo uno de' principali mezzi per ingrandire gli spazj, e per disporli con effetto, e in ciò consistendo gran parte dell'arte, e dell'opera dei giardini, l'artista giardiniere non si stancherà mai d'addestrarsi a modellare con terra creta superficie diverse di terreno, a norma de' casi, che gli si presenteranno, o che amerà figurarsi, onde pervenire ad acquistare sempre più la teorìa, e la pratica della sua arte.
Un terreno, che non consiste, che in pianura, è poco proprio per un giardino, perchè troppo uniforme, e perchè le variazioni artefatte costerebbero troppo.
Scegliete uno spazio, che non sia totalmente sprovvisto di pianura, ma che rinchiuda ancora delle alture, de' fondi, e varj cangiamenti. Un consimile terreno non offre soltanto diversità, concorre altresì a comunicare varietà, ed effetti alle scene campestri, che vi s'introducono. È cosa saggia e prudente d'approfittare de' doni della natura.
Costiere ricolme a dolci pendìi, piacevoli elevazioni isolate, tondeggianti rincalzamenti, cigli di fiume sicuri, o abbandonati dall'acque, e circondati da interessanti, e variate vedute alla portata dell'occhio formano le belle situazioni, ed il locale più atto alla costruzione di una villa di piacere, che non riporrete agli orli di un lago, nè alle falde di un monte, nè inchiodata ad un rapido colle, o confusa ne' villaggi, come generalmente tra noi si veggono, e dove le belle posizioni per la maggior parte sono occupate unicamente da rocoli, e da cappuccini. La scelta della situazione vien fatta in Inghilterra dopo le più grandi indagini, e i più maturi esami.
L'esposizione ancora merita sommi riflessi, e il più delle volte converrà, che l'abitazione prenda obbliquamente i venti cardinali, e sia riparata dalle incomode gole, e dai venti settentrionali.
I fiori, gli arbusti, le piante, e l'acque sono mezzi capaci a rompere la monotonìa del piano; ma un paese montuoso, e disseminato di colli, dalla natura stessa è stato organizzato per essere più suscettibile di varietà, e di movimento. Fornisce diversità nelle ineguaglianze, nelle curvature, e nel declinamento del terreno; maggior grandezza, e differenza negli aspetti; più libertà, ed ardimento nella situazione degli alberi; più di vita ne' ruscelli, e nelle cadute d'acqua, che non si riposano mai.
Un parco, o un vasto ricinto esige un paese ove si trovi una ricca successione di variati cantoni, di valli, di colline, di fondi, di montagne, di pendìi dolci, e rapidi: quì le vedute si moltiplicano da se stesse; ve ne sono sull'alto, ve ne sono al basso; ciaschedun passo mena verso un sito, verso un nuovo quadro. Le scene spariscono, e ricompajono; delle nuove nascondon le già vedute; le situazioni cambiano perpetuamente. Si sale, e l'orizzonte stendesi da ogni parte; più si monta, e più si vedono i cantoni affondarsi, e perdersi; la celeste volta si sviluppa all'infinito, ed ai suoi orli la luce del giorno va ad indebolirsi ne' lontani vapori: l'ammirazione, e la meraviglia vi riempion l'anima. Succedonsi commozioni più dolci a misura che si riviene al basso. Fugge il cielo, si nascondono i lontani oggetti: i pendìi conducono a praterìe, a boschi, a laghi. La sola natura del suolo fornisce tutte queste diversità, e tutti questi incanti. Le ineguaglianze del terreno animano in gran parte la natura; senza di esse l'acqua dormirebbe nei laghi, non vedremmo scherzare i ruscelletti, non intenderemmo lo strepito della rapida caduta.
La natura è infinita nella maniera, con cui riunisce le differenti disposizioni del suolo; ed in questa riunione sempre nuova è riposta una delle incognite sorgenti del suo inesausto allettamento.
L'artista giardiniere non perda mai di mira questa inimitabile maestra, quando si tratta di distribuire, d'innalzare, o d'abbassare il terreno, ed allorchè cerca una novella connessione fra le parti. Egli non muova passo senza averla accuratamente consultata.
Conviene principalmente indagare qual è il carattere naturale del cantone, che vuolsi cangiar in giardino, onde adattarsi a cotesto carattere, ed onde saperne cavare il miglior partito.
Non si può mai abbastanza inculcare, che bisogna seguir la natura, e non guastarla a forza di mal inteso dispendio di testa, e di borsa, nè stranamente disfigurarla con violenza volendola abbellire. Non bisogna formar il piano del giardino a norma d'un sol modello isolato, che ci è piaciuto; ma conviene aver sempre riguardo alla particolar disposizione del locale. Operando così, si rimarrà fedeli alla natura; vi sarà un maggior numero di bei giardini, e non si discernerà una sola copia. L'opera principale de' giardini all'Inglese consiste nella disposizione del terreno. Se questa disposizione l'ha già fatta la natura, o l'arte l'ha imitata, ma in modo, che rechi piacere da per se sola, e denoti i differenti partiti da prendersi, null'altro resterà più, che di vestire il suolo, e d'ornarlo d'erbe, di piante, d'acqua, e di fabbriche. Generalmente parlando, e soprattutto trattandosi di piccioli giardini, la scena della casa sarà la prima a ricavarsi, ed i ritagli risultanti serviranno per le altre.
Si possono ornare de' siti nudi, si possono disunir delle parti, per dare ad esse una nuova connessione; si puonno aprire, e chiudere delle prospettive, introdurre il chiaro, o dar luogo all'oscurità, chiamar l'allegrìa, o la tristezza in un cantone; si può rinforzarne, o indebolirne il carattere, renderne gli effetti più determinati, più delicati, e più vivi: ma con tutte queste risorse, l'arte non deve mai smarrirsi al segno di tentare con isforzi temerarj di rovesciar la natura: deve piuttosto impiegarli a pulire, che a rifondere; non tormentare, nè soverchiamente finire gli oggetti naturali, che a forza di travaglio cessano d'essere belli. La natura presenta cantoni, che l'arte non può nè trasformare, nè produrre; tali sono il romanzesco, ed il solenne. Come mai l'arte creerebbe oggetti così maestosi, e come ne additerebbe la di lor combinazione? Come quelle catene di monti, quelle rupi, e quegli scogli, quelle acque, e quelle lontananze? Che l'arte adunque non prodighi le sue forze in distretti senza importanza, senza carattere, e d'una disposizione contraria alle leggi del bello: potrà raggiustarli; ma non potrà, che rare volte metamorfosarli senza offender la natura, e senza lasciarvi le tracce della violenza, e del dispendio: evitate li cantoni di un carattere ribelle, ed indomabile; oppure, allorchè voi nelle vicinanze travagliate su siti più docili, lasciate questi cantoni tali quali sono, perchè servino d'ombra al quadro.
Quando si è ben colpito il carattere del paesetto, o d'un cantone, che n'è una parte, bisogna rivolgersi con tutta la cura, ed ornare e rinforzare questo suo carattere: piantagioni, distribuzioni, cangiamenti, scene isolate naturalmente, o ad arte ne vengono in conseguenza. Sia che si formi un giardino, ove domini la maestà, il romanzesco, la melanconìa, il piacevole, e l'allegrìa, sia che se ne formi tal altro per gioire de' piaceri delle differenti stagioni, sia finalmente che se ne formi per soddisfare ai bisogni, per occupare una qualsiasi destinazione, sempre si troverà costretto l'artista di rivenire al carattere proprio del cantone, ove lavora, e di cui non perderà mai di vista la viva immagine. Il carattere naturale d'un paesetto può essere semplice, o composto: può egualmente essere solingo, animato, ridente, melanconico, fertile, deserto, scoperto, rinchiuso, o consistere in una variata combinazione di tali qualità. Quando si tratta di giardini di una vasta estensione, e ne' quali la scena può essere diversificata, il carattere composto avrà la superiorità sul semplice. Ricercate allora le marcate divisioni di questo carattere, affine di disporre le vostre decorazioni, e lo spazio delle vostre differenti scene, di maniera che ciascheduna corrisponda al carattere particolare del sito, che occupa.
Dipende dall'osservazione di questa capital regola il conveniente legame de' diversi caratteri isolati, che presenta lo spazio totale del giardino, e da essa deriva in gran parte la di lui perfezione.