IL VINO

UNDICI CONFERENZE FATTE NELL'INVERNO DELL'ANNO 1880

DA

ARTURO GRAF
GIOVANNI ARCANGELI

ALFONSO COSSA
ANGELO MOSSO

CORRADO CORRADINO
GIUSEPPE GIACOSA

MICHELE LESSONA
GIULIO BIZZOZERO

S. COGNETTI DE MARTIIS
CESARE LOMBROSO

EDMONDO DE AMICIS

CON MOLTE INCISIONI NEL TESTO E 3 TAVOLE LITOGRAFICHE

TORINO E ROMA

ERMANNO LOESCHER

1880.

Proprietà letteraria. Torino — V. Bona, Tip. di S. M. e dei RR. Principi.

AI LETTORI

Il libro che io qui presento al pubblico può a buon diritto chiamarsi una singolarità bibliografica. Mettersi insieme parecchi cultori di studii disparatissimi, scegliere fra tutti un sol tema, e trattarlo, in una serie di pubbliche conferenze, secondo la particolare competenza scientifica di ciascuno, fu idea felicemente nuova, la cui novità, come conseguì da prima il plauso degli uditori, così conseguirà ora quello dei lettori.

Questo volume non è, nè vuole essere, un trattato sul vino; anzi l'indole sua è talmente rimota da ciò, che le varie conferenze vi si succedono in quell'ordine medesimo, o vuoi, in quel medesimo disordine, in cui, per deliberato proposito, furono dette pubblicamente. Nè si offre esso piuttosto ad una che ad altra classe di persone, mentre potrà tornar gradito agli uomini tecnici di trovarvi discorso del vino altrimenti che sotto il rispetto tecnologico, e cioè in relazione con lo spirito e con la vita; e potrà riuscir utile agli altri il trovarvi copia di notizie tecniche più propriamente, le quali non è senza profitto conoscere. Esso vuol essere, ed è, libro di piacevole ed istruttiva lettura.

E di ciò si persuaderanno di leggieri quanti vorranno dare uno sguardo ai nomi degli autori che si leggono sul frontispizio.

L'Editore.

Torino, il 3 giugno 1880.

INDICE

A. Graf.

La leggenda del vino
Pag.
1

A. Cossa.

La chimica del vino
»
39

Corrado Corradino.

Il vino nei costumi dei popoli
»
69

M. Lessona.

I nemici del vino
»
105

S. Cognetti de Martiis.

Il commercio del vino
»
167

G. Arcangeli.

La botanica del vino
»
205

A. Mosso.

Gli effetti fisiologici del vino
»
249

G. Giacosa.

I poeti del vino
»
283

G. Bizzozero.

Il vino e la salute
»
329

C. Lombroso.

Il vino nel delitto, nel suicidio e nella pazzia
»
371

Edmondo de Amicis.

Gli effetti psicologici del vino
»
443

A. GRAF

LA LEGGENDA DEL VINO

(Conferenza tenuta la sera del 12 gennaio 1880).

Signori,

Voi sapete che la Terra, negli anni della più fiorente sua giovinezza, fu coperta, la massima parte, da immense foreste impenetrabili, più vaste assai e più selvagge che quelle non sieno, le quali ingombrano tuttavia il bacino del Rio delle Amazzoni nell'America meridionale, o del Congo in Africa. In simile modo i primi stadii della storia della umanità appaiono coperti, lasciatemi dir così, da una folta boscaglia intellettuale, vivace e lussureggiante vegetazione di miti, sogni giovanili della mente umana, figurazioni iridescenti, splendenti di colore e di luce.

Sotto a questa varia e prestigiosa vegetazione si occultano tutti i nostri principii, le nostre antichissime origini: prime religioni, primi costumi, primi dolori coevi all'esser nostro, primi passi faticosi mutati sull'ardue vie dell'incivilimento. Nè solo il mondo umano, ma la natura ancora vi si occultò: tutta la natura un tempo fu assunta nel mito.

Se ebbe il suo mito la folgore che squarcia la nube, l'onda del torrente che fugge; se dalle stesse rupi sbocciarono mitici fiori, tutti olezzanti di silvestre poesia, come non avrebbe avuto la sua mitica fioritura la vite, la vite, da cui tanto bene e tanto male deriva nel mondo, la vite che tanta parte ebbe nelle religioni, nei costumi, nella poesia, ch'ebbe, ed ha tuttavia tanta parte, o signori, nella stessa politica? Più della quercia sacra a Giove, più dell'alloro sacro ad Apollo, la vite doveva avere le sue leggende e i suoi miti.

Ma quale farraggine qui ci troviamo dinnanzi! che viluppo, che miscuglio d'immaginazioni e di cose! Come mai potè mettere tante propaggini questo legno fatale? Non un vigneto, ma un bosco gli è questo, pieno d'alberi strani; da che parte entrarvi, come traversarlo, come uscirne? Cerchiamo la via più breve, e, se tanto ci sarà conceduto, più dilettevole.

Di mezzo al fitto intreccio dei miti, di tra le dipinte fantasie che a vicenda si suscitano e si richiamano, fuor dal fermento di una poesia che bulica e brilla come il licore di che si genera, sorge e spicca un pensiero: il vino ebbe origini soprannaturali e divine.

Ma forse taluno qui potrebbe riprendermi e dire: Come divine? non pertutto, non sempre. Noè non fu egli un uomo?

Signori; una scienza nata appena nel mondo, ma già divenuta assai frammettente e pettegola, dico la mitologia comparata, crede d'aver tanto in mano da dimostrare che nei tempi dei tempi Noè fu un semidio, come tale adorato in alcuna religione dell'Asia, e ridotto alla condizione di semplice adamita il giorno in cui fu attratto nell'orbita delle tradizioni mosaiche, dove per i semidei non c'era più posto. Ma poniam pure che la mitologia comparata abbia torto, e concediamo che il vecchio Noè non fu mai altro che un uomo; ad ogni modo bisognerà confessare che fu un uomo singolarissimo. Egli vive 950 anni, età che, a dispetto della ginnastica e dell'igiene, da un pezzo in qua più non si riscontra sui registri dello stato civile[I-1]; egli è il solo che, insieme con la sua poca famiglia, sia sembrato degno di sopravvivere alla universale distruzione del genere umano. Poi, se non mentono le storie autentiche ch'io avrò a ricordare fra breve, egli fu di statura di giganti. Finalmente, per tagliar corto a questo ragionare, se nella fabbricazione del vino, di cui egli fu glorioso inventore, non ebbe parte diretta nessun iddio, v'ebbe parte direttissima il diavolo, come con irrefragabili prove dimostrerò fra poco. Comunque si prenda a considerare la cosa, nelle origini del vino ci si scopre sempre alcun che di soprannaturale e d'arcano.

Volgiamoci all'Asia, alla gran madre dei miti e dei popoli. Che cosa troviam noi negli antichissimi libri dell'India che possa soddisfare alla curiosità nostra? Noi troviamo un licore inebbriante, amrita, soma[I-2], dotato di maravigliose virtù, dispensatore di vita e d'immortalità, oggetto di venerazione fra gli uomini, cagion di contesa e d'invidia tra' numi. La poesia dei Vedi n'è tutta madida e profumata. Delle sue origini celesti e terrestri si dicono maraviglie, che van crescendo come il tema glorioso migra dai libri sacri alle vaste epopee. Nel Râmâyana udite che cosa si narra.

I figliuoli di Diti e di Aditi desideravano l'immortalità: che fare per conseguire l'intento? Consigliatisi insieme essi risolvono di frullar l'oceano; l'acque frullate daranno l'amrita. Si pongono all'opera: traboccan nell'onde il monte Mandara, ci ravvolgono attorno il serpente Vasuki a guisa di corda, e cominciano a tirar dall'un capo con quanta n'han nelle braccia. Si svolge la fune viva, il monte ruota sopra se stesso come una trottola e diguazza l'oceano a quel modo che si fa del latte nella zangola per levarne il burro. Dopo mill'anni il serpente, venutogli a noia il giuoco, si mette a sputare un veleno che consuma il mondo; il dio Siva soccorre trangugiando le pestifere bave. Dopo mille altri anni escon dall'onde portenti precursori dell'agognato trasmutamento: il medico Dhanvantari, le ninfe Apsarase, Surâ o Varuni, la dea del vino e dell'ebbrezza[I-3], il cavallo Uccaihçravas, la gemma Kaustubha, il dio Soma, la dea Çrî. Dopo un terzo frullamento l'acque coagulate danno l'amrita; i figliuoli di Diti e di Aditi, cioè i demoni Asuri e gli dei combattono pel suo possesso. Da ultimo gli dei trionfan dei demoni[I-4].

Al soma e all'amrita degl'indiani corrispondono l'haoma degl'Irani e l'ambrosia dei Greci sino nel nome, e corrisponde per molti caratteri l'ôdhörir della mitologia germanica; ma se il tempo ci concedesse di allargar tale esame noi potremmo trovare nelle memorie religiose di molti popoli questa mitica immaginazione di una bevanda inebbriante che fa trionfare della morte e del tempo, sino a quella famosa fontana di giovinezza di cui tutto il medio evo sognò, e che al Prete Gianni fortunato suo possessore, prolungava senza misura la vita[I-5].

Dall'India alle coste occidentali d'Europa corrono da circa cento gradi in longitudine, e pure su tutta questa vasta parte di mondo si stese un tempo il culto di Dioniso, o Bacco che dir lo vogliate. Io non vi rinarrerò la storia del più giocondo e amabile Dio dell'Olimpo greco. Chi non sa ch'egli è figliuolo di Giove e di Semele, che uscito anzi tempo dall'alvo materno il padre lo custodì entro la propria coscia tutto il tempo che ancora mancava alla gestazione perfetta, che sottratto all'odio della gelosa Giunone crebbe in bellezza e fortezza, che sposo d'Arianna generò figliuoli e per l'indole e per il nome degni di lui? Naturalmente benevolo alla razza degli uomini egli volentieri disertava per la terra l'Olimpo, ed erano sue compagne le Muse e le Grazie. Chi vi potrebbe ridir tutti i nomi onde lo chiamarono e lo celebrarono i mortali da lui beneficati? Udite come un nostro poeta ne pone insieme parecchi:

Un Dio, non mica un Dio

Della plebe selvaggia degli Dei,

Ma fra i più furibondi il più indomabile.

Il più fiero e formidabile:

Vidi il nume Bassareo,

Euchioneo, Dirceo, Melleo,

Semeleo, Cadmeo, Briseo,

Nittileo,

Agenoreo,

Il feroce, l'indomito Lieo[I-6].

Il più bello dei suoi nomi è Lieo, cioè Liberatore.

Molto si favoleggiò delle sue origini, più delle peregrinazioni. A dir di alcuni egli aveva passato la fanciullezza in un'isola incantata, degno principio di vita così gloriosa[I-7]. Varii paesi si disputarono il vanto d'avere proprio da lui appresa l'arte di spremere il vino dall'uve, e in Tiro si celebrava ogni anno una festa in memoria solenne del benefizio. Che venisse in Italia sarebbe da credere senza bisogno di prove, quando non si trovasse detto e confermato da scrittori gravissimi, tra gli altri da Sofocle[I-8]. Del resto egli corse da conquistatore presso che tutta la terra allora conosciuta, imponendo senza fatica ai popoli la grata sua signoria ed il culto giocondo. In ciò egli si rassomiglia all'egizio Osiride, il quale anch'esso inventò il vino e corse la terra. Nè la somiglianza si ferma a tanto, ma si stende a molt'altre operazioni, a molti caratteri. Così Dioniso, come Osiride, si vantano della invenzion dell'aratro, dell'agricoltura, di molte industrie profittevoli all'uomo; essi sono gl'iniziatori della civiltà[I-9]. Considerate il senso profondo di tuttociò: le divinità inventrici del vino istituiscono il genere umano; la storia civile è una propaggine della vite. Potrei confortare quest'asserzione d'innumerevoli esempii e di convincentissime prove; mi contenterò di ricordare che l'iranico Scemscid, l'epico eroe di Firdusi, è a un tempo medesimo l'institutore della civiltà e l'inventore del vino, secondochè dallo storico persiano Mircondi, con critica inappuntabile, si afferma, si documenta e si prova.

Ma il vino d'onde uscì, d'onde uscì la vite? Nelle origini di queste cose è egli possibile che non vi sia alcunchè di stravagante e di recondito? Non debbono cose di tanta eccellenza trascendere i poteri della natura? Arduo problema che suscitò molte disparate opinioni.

Che l'amrita stillasse dalle nuvole raffigurate nel mito quali vacche celesti, o si formasse dell'acqua del mare sbattuta da braccia divine, io non ci ho nulla in contrario; ma nessuno potrà farmi credere mai che altrettanto accadesse del vino. Nè varrebbe citarmi i luoghi di poeti dove si afferma che dall'Oceano profondo uscirono tutte quante le cose create; nè varrebbe allegarmi l'opinione di quel linfatico filosofo Talete che sosteneva l'acqua esser l'ottima delle cose e principio primo di tutte; opinione da cui forse recedette alquanto un giorno che, per guardar troppo al cielo, e non abbastanza ai suoi piedi, capitombolò in un pozzo. Principio di tutte le cose, si può concedere; del vino, si nega.

Tra il vino e l'acqua fu sin dalle origini una sorda rivalità, che, con l'andar degli anni si mutò in nimicizia acerba e rabbiosa. Per tutto dove si affrontano, la contraddizione prorompe. Noè inventa il vino dopo il diluvio, e Diodoro e Nonno affermano lo stesso di Bacco; così che si può dire ch'esso viene al mondo per ragion di reazione, quando gli uomini stanchi e fastiditi di quella insipida e soperchiante umidità, ne bramano un'altra più gradita e più rara. Nel medio evo i due rivali vengono a guerra aperta, e non v'è contumelia, non calunnia, non ischerno di cui non si servano per discreditarsi a vicenda, per farsi segno l'un l'altro all'abominazione dei popoli. La poesia è tutta piena dei loro clamori; non v'è letteratura in Europa che non possegga nelle dispute, nei contrasti e nelle contenzioni, i documenti autentici di quell'epica nimistà. In un contrasto latino del secolo XIII, il vino afferma d'essere dio:

Ego Deus, et testatur

illud Naso, per me datur cunctis sapientia;

e vitupera l'acqua chiamandola feccia e sentina delle cose:

Tu faex rerum et sentina[I-10].

Indarno la caritatevole premura degli osti cercò in tutti i tempi di comporre queste antiche discordie; la coscienza umana protestò contro la violenza che da essi per fin di bene si volle fare alla natura. Tutta l'umana famiglia, tolta la sola specie o varietà degli osti, favorì la separazione, e parteggiò per il vino, lasciandosi andare a immaginar qualche volta la totale disfatta dell'acqua e l'allargamento della potestà del vino sopra gli antichi dominii di lei. D'onde quel desiderio vagamente qua e là espresso nella poesia col tono di chi quasi si sgomenta della sublimità delle proprie immaginazioni: Oh, se le fontane versassero vino, e fossero vino i fiumi e vino il mare! D'onde il mito delle Enotropre, figlie di Anio, che avevano la virtù di mutar l'acqua in vino.

Ma torniamo alle mirabili origini. Credettero alcuni che la vite fosse nata da una goccia di sangue divino caduta sopra la terra. Altri pensarono poi ch'essa fosse in origine un giovinetto amasio di Bacco trasformato in pianta. Secondo un altro mito greco, che si riscontra con un mito egizio, il vino sarebbe venuto dal sangue dei giganti. Il meth, bevanda inebbriante delle saghe settentrionali, si fa a dirittura derivare dal sangue di Quasir il più savio di tutti gli dei. L'acqua, ingelosita di così gloriose origini, non volle stare al disotto, e un mito egizio fa derivar l'oceano dal sangue di un gigante, e lo stesso fa un mito germanico.

Non la finirei più se dovessi entrare a discorrere, come richiederebbe il soggetto, del culto di Bacco e delle feste e dei riti che a quello andavano congiunti. Ricorderò solamente che dalla liturgia dionisiaca venne fuori la tragedia greca, come dalla liturgia cristiana appo noi venne fuori il mistero. Ricorderò ancora che di quante feste si celebravano un tempo in Grecia ed in Roma in onor degli dei quelle consacrate a Bacco erano le più popolari e gradite. In Grecia le principali feste dionisiache formavano un ciclo, e si succedevano a non lunghi intervalli dal decembre sin oltre l'aprile. Ci si distinguevano le dionisiache campestri, le lenaje, le antesterie, le grandi dionisiache cittadine. Che il vino ci dovesse entrare per molto s'intende di leggieri. Nelle antesterie si bandiva una gara tra bevitori, ed era premiato chi votava con più disinvolta prontezza la giara colma di vino novello. Le grandi dionisiache duravan sei giorni e richiamavano in Atene, da tutta la Grecia, un popolo sterminato. Una legge d'Evagora, della quale Demostene ci ha conservato il testo, ordinava che, durante quei giorni sacri alla giocondità, non si accogliessero dai giudici reclami per debiti, non si eseguissero sentenze, non si privasse nessuno della libertà. In Roma Bacco era festeggiato nelle liberalia.

Taccio del culto secreto, dei misteri, a cui la fanatica stravaganza e l'indecenza di certi riti procacciarono una infame celebrità. In Roma i baccanali diedero luogo a tali eccessi, che il senato dovette promulgare contr'essi, nell'anno 186 avanti Cristo, una severissima legge.

Fra i riti e le pratiche del paganesimo che un pezzo ancora dopo l'epoca di Costantino più pertinacemente resistono al cristianesimo trionfante, quelli che si riferiscono al culto di Bacco tengono molto probabilmente il primo luogo. Nel VI secolo le feste di Bacco tuttavia si celebrano in Gallia, e certo non in Gallia soltanto[I-11]. Ora, nella vecchia religione pagana il cristianesimo non detestava tutto con lo stesso fervore, nè tutto combatteva con lo stesso zelo. C'erano in essa alcune parti che meno apertamente contraddicevano al suo spirito austero, e dalle quali non poteva venire gran danno. C'erano divinità, come Apollo e Minerva, che potevano predisporre gli animi alla virtù, e ad una intuizione severa della vita, quale il cristianesimo desiderava naturalmente; e c'erano divinità come Venere e Bacco, che traevano alla licenza, e favorivano la corruzione del costume, offendendo nel più vivo quella religione novella, che appunto con la universale riforma del costume si annunciava nel mondo. Così non ci parrà soverchio il rigore di quel Teodoto, vescovo di Laodicea, che scomunicò senza altro un presbitero e un lettore della chiesa soggetta alla sua giurisdizione per aver assistito alla recitazione di un inno a Bacco fatta dal sofista Epifanio.

Il cristianesimo traeva alcune figure dal mondo delle finzioni pagane e le allogava tra i simboli suoi. In due pitture delle catacombe di San Callisto in Roma, e sopra altri monumenti dell'arte cristiana più antica si vede Cristo raffigurato sotto le sembianze di Orfeo. Ora Orfeo poteva servir di tipo a Cristo, ma certo non poteva accadere altrettanto di Bacco.

Assai scarse per conseguenza sono nell'arte simbolica cristiana le figurazioni desunte dal culto di questa divinità. S'incontrano alcuna volta sopra i sarcofaghi, ma per eccezione e certo fu esempio poco imitato. Fra le eccezioni è curioso trovare l'urna funerale di Costanza, figlia di Costantino, urna che mostra scolpiti nel porfido bacchici emblemi, e si conserva a Roma nel museo Pio-Clementino. Per ragione di quegli emblemi l'urna, ancora nella seconda metà del secolo XVII, si credeva da molti fosse stata la propria tomba di Bacco[I-12].

Tuttavia si vuol ricordare che la vite fu ricevuta fra i simboli del cristianesimo, e vi tenne anzi luogo molto onorevole. Nella Sacra Scrittura la sapienza è, con molta sapienza, paragonata alla vite, e Cristo dice per bocca di San Giovanni: lo sono la vera vite, e mio padre è il vignajuolo; io sono la vite, e voi siete i grappoli. Nei mosaici di cui risplendon gli amboni delle chiese antiche spesso si vede questa simbolica vite spargere intorno i tralci carichi di frutta maravigliose. E non ricevette forse tutta la chiesa dei fedeli l'allegorico nome di vigna del Signore? Non parlo dell'ufficio riserbato al vino nei riti più angusti. La Chiesa non condannò nè la vite nè il vino; condannò Bacco e il suo culto.

E pure, a dispetto di quella condanna, quante memorie ne rimasero per secoli tra gli uomini, quante tuttavia ne rimangono! Non è da credere com'è duro svezzar i popoli da certe usanze, distorne la mente da certe immaginazioni. Molti riti pagani si mescolarono, senza quasi che altri se ne avvedesse, ai riti cristiani, di molte feste pagane si fecero feste cristiane. La Chiesa più d'una volta ricorse a quest'utile espediente d'incorporarsi ciò che non valeva a distruggere. Così un avanzo dei baccanali romani sopravvive nelle feste della Madonna dell'Arco che ogni anno si celebrano in Napoli. Il ceppo di Natale, le strenne di capo d'anno, il carnovale, traggon l'origine da usi pagani. Spesso accadde ancora che d'un dio pagano si fece un santo cristiano, contro la regolar consuetudine, ch'era di farne un diavolo. Così della dea Pelina si fece San Pelino, della Felicità pubblica si fece Santa Felicita, e il mito d'Esculapio diede origine alla leggenda di San Rocco[I-13]. Qual maraviglia se noi troviamo nel calendario cristiano anche un Sant'Apollo, un San Mercurio, un San Bacco?[I-14] Le divinità pagane perseguitate senza pietà, si cacciarono qualche volta nel santuario, e mutatesi alquanto nell'aspetto, e un tantino nell'indole, vi rimasero in pace. Così accadde spesse volte nel medio evo che un solenne ribaldo, riparatosi in un convento dalle persecuzioni della giustizia, vi prendesse, tutelato dal diritto d'asilo, la tonaca, e morisse poi in odore di santità. E non mancano nemmeno esempii di santi genuini ed autentici, i quali avendo consumato la vita a combattere il paganesimo, si videro dopo morte, contro ogni aspettazione loro, rivestiti di alcune, o poche o molte, qualità di questo o quel nume più aspramente da loro combattuto. Valga per molti esempii quello, che più si confà al caso nostro, di San Martino, che presso il popolo, in Francia e in Germania, dovette, di buona o di mala voglia, far le veci di Bacco[I-15].

Nei costumi nostri potrei mostrar molte vestigia di costumi antichi attinenti al culto di Bacco, o aventi in qualche modo relazione col vino. La corona o il fascio d'edera, o d'altro frondame, che per tutta Europa serve d'insegna alle osterie, ricorda la corona trionfale di cui Bacco s'ornava, e l'edera a lui sacra[I-16]. Quest'uso noi l'abbiam dai Romani, e il nostro proverbio: Il buon vino non ha bisogno di frasca, e il francese in tutto simile: A bon vin il ne faut point de bouchon, risponde di tutto punto il latino: Vino vendibili suspensa hedera non opus est. L'usanza di aromatizzare i vini con erbe o con resine, come si fa qui da noi pel Vermouth, e per molti vini in Grecia, risale ad antichità assai remota. Non parlo della presenza di Bacco nel linguaggio parlato: noi diciamo ogni momento: Per Bacco! Sangue di Bacco! Corpo di Bacco!

Altre memorie più singolari ci presenta la poesia del medio evo. Del secolo XIII è una messa dei beoni che comincia: Introibo ad altare Bacchi, ad eum qui laetificat cor hominis. Il Confiteor vi si trasforma, come il bisogno richiede: Confiteor reo Baccho omnipotenti; vi si trasforma il Pater noster, ed è naturale: Pater noster qui es in scyphis[I-17]. San Paolo aveva detto: Ebriosi non possidebunt regnum Dei; ma tale non è l'opinione di chi si finge nel XII secolo faccia la strana professione di fede contenuta in quei versi famosi:

Meum est propositum in taberna mori.

Vinum sit appositum morientis ori,

Ut dicant cum venerint angelorum chori

Deus sit propitius huic potatori[I-18].

Nel secolo seguente un cantico alla Vergine si trasforma in un cantico al vino[I-19]. Dei Goliardi, autori spesso di così fatte parodie, fu chi disse:

Magia credunt Juvenali

Quam doctrinae prophetali,

Vel Christi scientiae.

Deum dicunt esse Bacchum,

Et pro Marco legunt Flaccum,

Pro Paulo Virgilium.

Questa letteratura vinolenta darebbe da dire assai a chi volesse tenerle dietro. Ricorderò ancora i Miracles de saint Tortu, sotto il qual nome cabalistico s'intende appunto significato il vino[I-20]; il Martyre de saint Bacchus[I-21]; il Sermon fort joyeux de saint Raisin[I-22], questo del XVI secolo. Nel Martyre de saint Bacchus, il santo di cui si celebrano le gesta è figliuolo di una figliuola di Noè per nome Vigna. Nessun santo, vi si dice, ha in paradiso gloria pari alla sua; poi si narrano i miracoli operati da lui, e la passione, paragonata con quella di Cristo. In un luogo son questi versi:

Seigniez-vous et recommandez

A Dieu, et grâce demandez

A sains Bacchus si qu'il la face.

In un Dis de la Vigne di Giovanni da Douai, si paragonan le cure che si debbono alla vite con il culto dovuto a Dio.

A questa singolare letteratura potrebber servir di motto i due versi in che Margutte compendia la sua professione di fede:

Or queste son le mie virtù morale,

La gola e 'l bere, e 'l dado ch'io t'ho detto[I-23].

Così onorato nel medio evo, Bacco non decadde certo dall'antica sua gloria quando il Rinascimento ebbe ristorato nella fantasia, se non nella fede, il paganesimo. Quanti poeti non inneggiarono allora, come Maffeo Vegio, al più amato degli dei:

Bacche, pater vatum, suavissime Bacche Deorum![I-24].

Ma di ciò io non voglio parlare più a lungo; bensì vo' ricordare come nelle feste carnovalesche e nei Trionfi, che già solevano sfoggiare nelle nostre città, Bacco fece sempre gloriosa mostra di sè. Gli esempii soperchiano, e mi basta di citarne un pajo. Tutti conoscono il Trionfo di Bacco e d'Arianna composto da Lorenzo de' Medici: nel Carnovale del 1710 si fece con grande pompa in Ferrara una mascherata rappresentante il trionfo di Bacco. Quando nel 1498, per istigazione di Gerolamo Savonarola, si fece un solenne bruciamento delle vanità del carnevale, usci fuori una canzone, dove si finge che un cittadino dica a Carnovale che si fugge:

Dove è Giove Iuno e Marte,

Vener bella tanto adorna,

Bacco stolto con le corna,

Che solea cotanto aitarte?[I-25]

Terminerò di parlare di Bacco, della sua leggenda, e della lunga memoria che n'han serbato gli uomini, ricordando, come a lui, che aveva peregrinato già gloriosamente per tutta la terra conosciuta, si volle attribuire ancora la scoperta di paesi incogniti. Il felicissimo paese di Cuccagna fu da lui ritrovato, e un poeta, Quirico Rossi, celebrò co' versi il memorabile avvenimento[I-26]. Di ritorno dall'India, Bacco muove in traccia della fortunata regione, dove giunge coi suoi seguaci dopo aver lungamente errato pei mari. Permettete ch'io vi dia un'idea delle delizie di quella terra incomparabile riferendo tre ottave che sono degne veramente del loro soggetto:

Fiumi di burro a tutte le stagioni

Scorrendo vanno e dilagando i prati,

Dove nascon per erba i maccheroni,

E per ghiaia ravioli maritati;

Ed anitre e pollastri, oche e capponi

Di frittelle pasciuti e saginati,

Che penne avendo di lasagne intorno

Volano al quietissimo soggiorno.

Sorge un colle nomato ivi Bengodi

Dove di latte una fontana spiccia;

Ombra vi fan le viti in varii modi,

Altre erranti, altre avvinte di salsiccia,

Che mettono un salame a tutti i nodi

Ed in luogo di foglie han trippa riccia:

A concimar la vigna e il colle tutto

Quivi il lardo s'adopera e lo strutto.

Le quercie che del sol frangono il raggio,

Hanno per ghiande ritondetti gnochi,

I quali giù tornando nel formaggio

(Ch'altra sabbia non usasi in que' lochi),

invitano ciascuno a farne il saggio,

Nè v'ha mestier di guatteri e di cuochi,

Perchè d'un ventolino al caldo fiato

Tutto cotto ivi nasce e stagionato.

Ma lasciamo in disparte oramai Bacco e la sua interminabile leggenda, e volgiamoci, ch'è tempo, a Noè. Il patriarca contende al nume la gloria di avere inventato il vino; per questa invenzion capitale accade quello che per molt'altre invenzioni di minor conto, dove si veggono più pretendenti concorrere ad appropriarsene il vanto. Per non dar torto a nessuno diciamo che Bacco e Noè hanno tutt'a due inventato il vino senza sapere l'uno dell'altro.

Notiamo anzi tutto la somiglianza grandissima ch'è tra il Noè biblico e il babilonese Sisutro, ultimo dei dieci patriarchi antediluviani, secondo che riferisce Beroso. Altri dimostri, se può, che Sisutro fu il tipo su cui venne esemplato Noè; io mi contenterò di dire che al pari di Noè Sisutro costruisce un'arca e si salva in quella dalle acque del diluvio. Se non che qui ci troviamo in un mondo di finzioni smisuratamente aggrandite, se pure non è più giusto di dire che quelle della Bibbia furono, con deliberato proposito, ridotte a più piccole proporzioni. Certo si è che rimpicciolimenti così fatti s'avevano necessariamente a compiere sotto la preponderanza e l'oppression di Jeova. L'arca costruita da Sisustro è lunga cinque stadii e larga due, diciamo 945 per 370 metri. Se Noè campa 950 anni, Sisustro ne campa 64000[I-27]. Non ho bisogno di dire che figure simili a queste, di patriarchi o di semidei che si salvano da un diluvio in cui tutto il rimanente genere umano perisce, si trovano in molte mitologie[I-28].

Ho detto poc'anzi che nell'invenzione del vino il patriarca Noè ebbe coadiutore il diavolo: ecco che io mi faccio a provarlo recitandovi per intero una bella leggenda rabbinica quale si trova tradotta in un libro del prof. Levi[I-29].

«Curvo sul ferro, tutto di sudore grondante, il patriarca Noè stava intento a rompere le dure zolle. A un tratto Satana gli appare, e dice:

««Qual nuovo lavoro intraprendi? qual nuovo frutto speri tu di trarre dalle lavorate zolle?»»

««Pianto la vite»», risponde il patriarca.

««La vite? superba pianta! stupendo frutto! gioia e delizia degli uomini! Il tuo lavoro è grande: vuoi tu che aggiunga l'opera mia? il tuo lavoro diverrà perfetto»».

Il patriarca accetta.

Satana corre, afferra una mansueta pecora, la trascina, la sgozza, ne inaffia col dolce sangue le rotte zolle.

— Da questo avviene che colui il quale liba leggermente il licore della vite, è, come la pecora, d'animo mansueto, di pensieri benevoli e dolci. —

Noè guarda e sospira: Satana prosegue l'opera sua; afferra un leone, lo squarcia e dalle squarciate vene il sangue zampilla e scorre, e inonda le rotte zolle.

— Da questo avviene che colui il quale beve alquanto oltre l'usato, come leone si sente pieno di vigoria, e il sangue ribolle spumoso nelle vene, e gli spiriti s'inorgogliscono, e l'uomo grida: Chi è pari a me? —

Noè guarda e sbigottisce: Satana prosegue l'opera sua; colle impure mani ghermisce un porco, l'ammazza e insozza coll'impuro sangue le rotte zolle.

— Da questo avviene che colui il quale tracanna smoderatamente il sugo dell'uva, si ravvoltola in mezzo alle sozzure come porco in brago. —»

Questa leggenda immaginosa e significativa, di cui non sarebbe agevole rintracciare l'origine prima, ebbe più varianti. Secondo una versione arabica il primo a piantar la vite fu, non già Noè, ma Adamo, e il diavolo l'inaffiò col sangue di una scimmia, di un leone e di un porco[I-30]. A questo proposito non è fuor di luogo il dire che dai rabbini fu congetturato l'albero proibito fosse appunto la vite[I-31]. Una leggenda molto simile alla talmudica che avete udita testè riferisce il poeta arabico Damiri[I-32]. Finalmente in un vecchio libro francese, il Violier des histoires romaines, quella strana concimazione si attribuisce allo stesso Noè, che per suo mezzo cangia la vite selvaggia, o lambrusca, in vite domestica. Qui gli animali son quattro, cioè il leone, il porco, l'agnello, la scimmia[I-33]. È da credere che della leggenda talmudica sapessero qualche cosa quei cioncatori del Fausto del Goethe, i quali, là, nell'osteria di Auerbach, a Lipsia, cantano a squarciagola:

Provo il contento,

Provo il solazzo

Di cinquecento

Porci nel guazzo.

Ma piacciavi di considerare il progresso dei tempi. La sapienza dei rabbini paragonava l'uomo vinto dal vino ad un porco; ognuno di quei bravi compagni si paragona a dirittura a cinquecento porci.

Non deve far meraviglia che il diavolo, avendo avuto parte nella fabbricazione del vino, siasi servito poi del suo trovato per condur gli uomini alla perdizione. E quante storie terrifiche potrei ricordare a questo proposito! Se è vero, come in parecchi antichi prontuarii d'esempii ad uso dei predicatori si trova narrato, che una povera monaca, una volta, rimase ossessa per aver mangiato d'un cesto d'indivia in cui s'era appiattato il diavolo, quanto più frequente non dovette essere il caso di bevitori ostinati, che votando il bicchiere, si misero in corpo, senza saperlo, un infuso di Satanasso! Lutero racconta la storia di un asciugafiaschi, il quale per una sbornia vendette l'anima al diavolo, da cui fu poi debitamente strangolato[I-34]. Ma per non allungarla di troppo citerò un esempio solenne e conclusivo. In un fabliau francese si racconta che il diavolo, dopo aver lungamente tentato un romito senza poterne vincere la virtù, gli promise di volerlo oramai lasciare in pace, a patto che gli desse questa soddisfazione di commettere una sola volta un peccato, scegliendo tra il vino, la lussuria, l'omicidio. Il romito per liberarsi accetta, e sceglie il più picciol peccato del bere, pensando di poterne poi con poco far penitenza. Va a pranzo da un mugnajo suo vicino, e s'ubbriaca; rimasto solo con la moglie di costui, casca nel secondo peccato e finisce per uccidere il mugnaio da cui è sorpreso. Vero è che il diavolo non ottiene il suo scopo. Il romito si pente, va a Roma, si fa assolvere dal papa, e dopo asprissima penitenza, muore in concetto di santo[I-35].

Parlando del vino e delle sue origini noi ci siamo inaspettatamente trovato fra' piedi quel setoloso quadrupede, di cui è quasi vergogna pronunziare il nome, e che nulladimeno, forzatovi dall'argomento, io ho dovuto nominare più volte. Che direste voi se a questo proposito io vi svelassi un mistero zoologico di cui lo stesso Darwin, indagatore acutissimo delle origini delle specie, non ebbe nemmeno un sospetto? E in pari tempo vi sarebbe dimostrato ciò che io asseriva cominciando, cioè a dire che Noè fu di statura di giganti. Il mirabil caso è narrato dal cronista arabo Tabari[I-36].

Quando, essendosi già ritratte l'acque del diluvio, le coppie degli animali uscirono dall'arca per ripopolare la terra, due nuovi bruti si videro comparire tra quelle, il porco ed il gatto. Essi eran nati nell'arca, per opera di Noè. Ecco le cause e il modo della creazione. L'arca, ripiena di tanto gregge quanto il buon patriarca n'aveva raccolto, fu in breve ridotta a tale stato da disgradare al paragone le famose stalle di Augia. La famiglia del patriarca, non potendo più reggere allo schifo ed al lezzo, ricorse a lui perchè provvedesse in qualche maniera. Noè allora s'accostò all'elefante, e senza punto scomporsi gli passò la mano sul fil della schiena. Com'è, come non è, l'elefante mette al mondo il porco, il quale in men che non si dice prende la sua prima satolla spazzando l'arca d'ogni sozzura. Qualche tempo dopo si trova che l'arca è infestata da topi voraci che sciupano ogni cosa. La famiglia ricorre novamente a Noè, e Noè, fattosi presso al leone, gli passa una mano sul fil della schiena, e il leone starnuta, e caccia dal naso un gattino ghiribizzoso che in poco d'ora fa giustizia degli invasori.

Voi vedete che gli uomini debbono essere grati a Noè per molte ragioni. Senza di lui la mortadella di Bologna e lo zampone di Modena non sarebbero mai venuti al mondo, e il pasticcio di lepre sarebbe stato una cosa assai rara. Ma in particolar modo gli debbon esser grati gl'italiani, giacchè è più che certo che Noè, al paro di Bacco, venne in Italia, e vi diede principio a quell'antichissima italica civiltà d'onde poi venne fuori la gloria di Roma. E questo non lo dico già io, ma l'afferma nientemeno che Pierfrancesco Giambullari, il quale nel suo libro intitolato Origine della lingua fiorentina racconta tutta la storia per filo e per segno, che non c'è da aggiungere, nè da levare un ette[I-37]. Dovete dunque sapere che la lingua italiana deriva, per mezzo dell'etrusca, dall'aramea. Centott'anni dopo il diluvio, Noè, lasciati i monti dell'Armenia, dov'era approdato con l'arca, venne in Italia. E in fatti, uno degli antichissimi nomi dell'Italia è appunto Enotria, come dire paese del vino, e il Pelizzari, nel suo poemetto intitolato La Vigna, lo conferma dicendo:

Alla pianta gentil sacra a Lieo

Onor d'Italia, a cui d'Oenotria un tempo

Il nome aggiunse, ora il mio stile io volgo.

Noè, che parlava l'arameo, va ad abitare sul monte Gianicolo, e prende il nome di Giano, il quale si figura con due facce, per far intendere che Noè appartenne a due età, quella che precede e quella che segue il diluvio. Più tardi viene in Italia anche Saturno, e allora principia l'età dell'oro.

Ma qui cominciano le difficoltà, giacche molti pretendono che l'età dell'oro sia stata prima del diluvio, e che fin che durò, in fatto di bevande, gli uomini non conobbero che l'acqua fresca. Tanto è vero che Romolo Bertini, autorità di prim'ordine, dice in una sua poesia In biasimo del secol d'oro:

Se di mangiare e bere

Quel popolo beato avea desio,

Con estremo piacere

Scotea le querce e s'inchinava al rio;

O che bella bevanda, o che dolc'esca

È mangiar ghiande, e ber dell'acqua fresca.

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  . Quando i dolci liquori

Della vite la lingua ebbe assaggiati,

E con alti stupori

Fûr le starne e i capponi assaporati,

Si passò da' ruscelli alle cantine,

Da scuoter querci a far fumar cucine.

Ma checchè sia di ciò, non crediate che le cose, di cui si fa narratore, messer Pierfrancesco Giambullari se le sia inventate. In un vecchio libro latino che risale al secolo XIII, la Graphia urbis Romae, si racconta sulla fede di un Hescodius irreperibile, che Noè venne in Italia, e fondò presso a Roma una città cui diede il suo nome. Giano, suo figliuolo, costruì sul Palatino una città chiamata Gianicolo. Più tardi Nembrotte, ch'è tutt'uno con Saturno, venne ancor esso in Italia. La stessa storia si trova riferita da Martino Polono, cronista di quel medesimo secolo.

Lascio da banda il dio Frô della mitologia germanica ed altre divinità di genti diverse che potrebbero aver relazione col mio argomento, e mi affretto a dire alcune poche cose ancora che più direttamente concernono il vino.

Di sbornie leggendarie, singolari e memorabili se ne ricordan parecchie nella storia. Quella che mosse i Lapiti e i Centauri a sonarsi di santa ragione è nota a tutti. Una leggenda, che fu ritenuta storia da molti, narra di un certame tra bevitori bandito da Alessandro Magno. Il vincitore si cacciò in corpo tredici litri di non so che vino, e ci rimise la vita[I-38].

Molto ci sarebbe da dire circa la parte che il vino e la vite ebbero nei miracoli. Già Pausania ricorda che in un tempio di Bacco presso Elide ogni anno tre fiaschi d'acqua miracolosamente si mutavano in vino[I-39]. Nei leggendarii accade spesso di leggere di fonti che in ricorrenza di feste solenni versavano vino, e di santi uomini che, andati ad attingere al pozzo, con grata maraviglia tirarono su il secchio pieno di vino squisito. Nella relazione dei viaggi dell'Infante Don Pedro di Portogallo si racconta questo miracolo. In una città dell'India si conserva e si venera il corpo di San Tommaso apostolo. Il santo, tuttochè morto, sta ritto sopra un altare, e tiene in mano un sermento di vite disseccato. Quando si celebra a quell'altare la messa il sermento rinverdisce, si veste di foglie, si carica di grappoli, e al momento opportuno fornisce il vino necessario al sacrificio incruento[I-40].

Qualche cosa ancora mi resta a dire delle virtù miracolose attribuite al vino. È noto a tutti il detto latino In vino veritas; gli arabi hanno un proverbio che esprime presso a poco lo stesso concetto: il vino fa palese ciò che si nasconde nel cuore degli uomini[I-41]. Ma qui si tratta di una virtù puramente naturale: il vino toglie all'uomo la triste facoltà di simulare e l'obbliga a mostrarsi qual è. Ne questo è il solo benefico effetto ch'esso produca naturalmente: Orazio afferma che per far buoni versi bisogna bere del vino[I-42], e che la stessa virtù si rigenera nel vino, come l'esempio di Catone dimostra[I-43]. Lo Scarron dice nel Virgile travesti:

J'entends les Poëtes divins

Alors qu'ils sont entre deux vins.

Ma non ci mettiamo per questo mare che non si potrebbe tornar così presto alla riva. Io dico che al vino si attribuirono ancora certe qualità arcane e recondite per cui divenne in certi casi un paragone di verità e di giustizia. In più e più leggende si parla di una coppa maravigliosa, la quale, essendo piena di vino, nessuno vi può bere che non sia scevro di colpa. Una coppa sì fatta ebbe in dono dal nano Auberon Huon di Bordeaux, che poi se ne servi per scoprire certi brutti peccatacci di Carlo Magno[I-44]. E chi non ricorda la tazza incantata che faceva scoprire ai mariti la infedeltà delle mogli, della quale si parla nei canti XLII e XLIII dell' Orlando Furioso? Nè si dica che qui la virtù spetta al nappo e non al vino; per fare la prova si richiede e l'uno e l'altro, ma chi dà la dimostrazione è propriamente il vino. Coloro che nulla hanno a temere lo bevono; coloro che si trovano in altra condizione se lo versano addosso. Ricorderò finalmente ciò che il Rabelais racconta del giovine Panurge; il quale, fittosi in capo di prender moglie, e dubbioso e pauroso di quello che gli possa succedere, ricorre per consiglio ad avvocati, a filosofi, a preti, e finalmente si risolve d'andare a consultare l'oracle de la dive bouteille, il più veridico fra quanti danno responsi[I-45]. Su questo capitolo ci sarebbe da discorrere un pezzo[I-46].

Signori, io sono giunto al termine della mia diceria, ma non crediate sia chiusa la leggenda del vino. Non vorrei funestare con tristi pronostici gli animi vostri, ma forse è già cominciata, forse sta per cominciare la leggenda della morte di questo eroe, e non so se i molti seguaci ed amici ch'egli ha per il mondo varranno a salvarlo. Egli ha contro di sè congiurati terribili avversarii. Da una parte l'oidio e la tremenda filossera assaltan la vite; dall'altra una chimica iniqua crea nel mistero di nefandi connubii, di corpi solidi, liquidi ed areiformi, vini acherontei, satanici, apocalittici, che sotto la menzogna del nome usurpato nascondono l'abominazione della desolazione. Ma di queste insidie della natura e dell'arte altri vi parlerà con tutta l'autorità della scienza: io debbo contentarmi d'esprimere un voto: possa per lungo tempo ancora il vino, il vero vino, l'autentico e legittimo figliuol della vite, esilarare, secondo il detto della Scrittura, il cuore afflitto degli uomini.

NOTE

[I-1] Di questa portentosa longevità dei patriarchi pare abbia conosciuto e divulgato il secreto, ma senza beneficio notabile, un Giovanni Bracesco, autore di un raro libro intitolato: Il legno della vita, nel quale si dichiara qual fosse la medicina per la quale i primi padri vivevano novecento anni. Si stampò in Roma nel 1542. La longevità di Noè e divenuta in particolar modo proverbiale fra gli Arabi. V. Goldziher, Der Mythos bei den Hebräern, p. 279.[I-2] Il Kuhn ha dimostrato l'identità dell'amrita e del soma nella sua monografia intitolata Die Herabkunft des Feuers und des Göttertranks, p. 145.[I-3] Sebbene la vite fosse coltivata in alcune parti dell'India non pare tuttavia che gli Indiani ne abbian mai tratto il vino. Usavano bensì vino di palma secondo si trova riferito da Plinio, Hist. nat., VI, 32, 8; XIV, 19, 3. Conobbero anche il vino di vite, che, a dispetto d'ogni proibizione, vi si portava assai di lontano. V. Lassen, Indische Alterthumskunde, v. I, p. 264–265, n. 3.[I-4] Râmâyana, versione di G. Gorresio, edizione di Milano, v. I, c. XLVI. Il Mahâbhârata ha un racconto molto più lungo, ma non diverso per la sostanza. Se ne trova la versione fra le note al Bhagavadghita tradotto dal Wilkins. Altre versioni, con varietà di poco rilievo, si trovano nei Purani. Cf. Wilson, The Vishnu-Purana, p. 75–78.[I-5] V. la lettera che si suppone scritta dal Prete Gianni all'imperatore di Roma e al re di Francia nel Monde enchanté del Denis, p. 185–205.[I-6] Baruffaldi, Baccanali, Bacco in Giovecca.[I-7] Diodoro Siculo, Bibliotheca historica, III, 68.[I-8] Antigone, 1105.[I-9] Osiride e Bacco sono divinità solari. Fra essi v'è identità mitica. Cf. Braun, Naturgeschichte der Sage, v. II, p. 116.[I-10] Du Méril, Poésies inédites du moyen âge, p. 306–308.[I-11] Beugnot, Histoire de la destruction du paganisme en Occident, v. II, p. 324.[I-12] Piper, Mytologie der christlichen Kunst, v. I, p. 211.[I-13] Maury, L'astrologie et la magie dans l'antiquité et au moyen âge, IV a ed., p. 155.[I-14] La commemorazion di San Bacco cade il 7 di ottobre. Dice in proposito il Middleton nella Letter from Rome: «In another place I have taken notice of an altar erected to St. Baccho; and in their histories of their saints, I have observed the names of Quirinus, Romula and Redempta, Concordia, Nympha, Mercurius, which, though they may have been the genuine names of Christian martyrs, cannot but give occasion to suspect, that some of them at least have been formed out of a corruption of old names». Io non so persuadermi che genitori cristiani volessero imporre ai loro figliuoli nomi così esecrati quali si erano quelli delle antiche divinità, e quanto ai neofiti credo che prima lor cura, ricevendo il battesimo, sarebbe stata di sostituirli con altri, quando pure si debba supporre che li portassero innanzi.[I-15] Tommaso Cantipratense ricorda una specie di canto fescennino composto in onor di quel santo: cantus turpissimus de beato Martino, plenus luxuriosis plausibus, per diversas terras: Galliae et Teutoniae promulgatus. Bonum universale de apibus, ed. Colvenerii, Duaci, 1627, p. 456–457. Cf. Du Méril, Poésies populaires latines du moyen âge, p. 198.[I-16] Blavignac, Histoire des enseignes d'hotelleries, d'auberges et de cabarets, p. 55.[I-17] Missa de potatoribus, Wright and Halliwel, Reliquiae antiquae, II, 208–210.[I-18] Nella Confessio Goliae attribuita a Gualtiero Mapes. Wright, Latin poems attributed to Walter Mapes, p. 70–75.[I-19] Histoire littéraire de la France, v. XXII, p. 141.[I-20] Id., v. XXIII, p. 495.[I-21] Jubinal, Nouveau recueil de Contes, Dits, Fabliaux et autres pièces inédites des XIII, XIV et XV siècles, v. I, p. 250 e segg.[I-22] Joyeusetez, Facecies, ecc., v. IX.[I-23] Morgante Maggiore, c. XVIII, st. 132. Qui possono essere ricordati anche questi pochi versi tedeschi: Der Deutsche hat zum Symbolum

Das Wort der Passion

«Mich durstet» ausersehen,

Und hält nach eigenen Proben

Das Vers für unterschoben

«Lass diesen Kelch vorübergehen.»

[I-24] Conquestus in Bacchum et Cererem.[I-25] Canzona d'un Piagnone pel bruciamento delle vanità nel carnevale del 1898, pubblicata da Isidoro del Lungo. Si può confrontare con Il Transito del tanto lascivo e desiato Carnovale col tollerabile e osservabile Testamento lasciato all'ardita e sfrenata Gioventute. Firenze, 1569.[I-26] Veggasi il poema intitolato La Cuccagna.[I-27] Veggansi i Fragments cosmogoniques de Bérose pubblicati dal Lenormant. Giorgio Smith fece conoscere un racconto più esteso che non sia quello di Beroso, contenuto nelle tavolette trovate a Ninive dal Layard. Questo racconto è indubitabilmente anteriore a Mosè. Cf. Lenormant, Les premières civilisations, v. II, p. 19.[I-28] Per ciò che concerne il Noè americano si può riscontrare J. G. Müller, Geschichte der amerikanischen Urreligionen, p. 423.[I-29] Parabole, leggende e pensieri raccolti dai libri talmudici dei primi cinque secoli dell'E. V., p. 341–342.[I-30] Plancy, Légendes de l'ancien Testament, p. 121–122.[I-31] Leviticus rabbâ, sect. 12.[I-32] Arnold, Arabische Chrestomathie, v. I, p. 53.[I-33] C. XXX. Josephus, au livre des causes des choses naturelles, racompte que Noè trouva la vigne silvestre, c'est assavoir les lambrusces; et, pour ce que le piet en estoit amer et foïble, le bon patriarche print du sang de quatre bestes, du lyon, du pourceau, de l'aignel et de la singesse, pour en destremper le fient, tellement que après cela le vin fut fait meilleur et plus fort.[I-34] Tischreden, Ed. di Lipsia, 1700, p. 172.[I-35] Méon, Nouveau Recueil, De l'hermite qui s'enivra.[I-36] Riferisco questo racconto sulla fede del Plancy, op. cit., p. 111–112. Non ho agio di riscontrare le Istorie di Tabari.[I-37] Ed. di Firenze, 1549, p. 33–39.[I-38] Ateneo, X, 49; Eliano, Variarum historiarum, II, 41.[I-39] Eliac., II, c. XXVI, 1.[I-40] Historia del Infante D. Pedro de Portugal en la que se refiere lo que le sucediò en el viaje que hizo cuando anduvo las siete partes del mundo, compuesto por Gomez de Santistevan.[I-41] Freytag, Arabum proverbia, v. II, parte 1 a, p. 140.[I-42] Epist., III, 19.[I-43] Carmin., III, 21.[I-44] Huon de Bordeaux, edito dal Guessard e dal Grandmaison.[I-45] La Vie de Gargantua et de Pantagruel, l. III, c. XLVII.[I-46] Qui mi pare venga in acconcio la seguente storiella narrata dal Domenichi, nel l. III della Historia varia.

Arrigo conte di Goritia hebbe due figliuoli d'una sua moglie Vngara donna nobile et prudente, i quali prima ch'uscissero di fanciullezza, tenne appresso di se nella camera sua; et spesse volte, mentre ch'essi dormiuano, era usato chiamargli da meza notte, et domandargli, se haueuano sete. I quali non rispondendo nulla, perch'essi dormiuano sodo, esso si leuaua, et daua loro bere. Ma non volendo essi bere, et rigettando fuori il vino, volto alla moglie le diceua: ah p....., tu ti facesti ingrauidare a un altro: costoro non son miei figliuoli, che dormono tutta la notte intera, senza hauer mai sete.

A. COSSA

LA CHIMICA DEL VINO

(Conferenza tenuta la sera del 16 gennaio 1880).

La composizione del sugo dell'uva, i cambiamenti che esso subisce per la fermentazione e le principali e più dannose sofisticazioni del vino sono gli argomenti che io dovrei sviluppare nella conferenza di questa sera. — Ho detto sviluppare, ma questa parola non è propria perchè il limite di tempo concessomi non è sufficiente alla trattazione completa degli argomenti annunciati. Pertanto dovrò limitarmi ad una esposizione compendiosa ed elementare, e per quanto è in me chiara ed ordinata, dei fatti più salienti della chimica del vino. — Le cose che esporrò non sono nuove, ma se la qualità dell'uditorio e la scarsa mia abilità didattica mi impediscono di pronunciare l' indocti discant, non rinuncio all'invocazione che voi vorrete accogliere benignamente: ament meminisse periti.

Esaminando gli acini dell'uva nei differenti periodi del loro sviluppo, si osserva che l'aumento graduale di peso e di volume ed il cangiamento del loro colore sono accompagnati da una modificazione pure progressiva della qualità del sugo che essi contengono. Questa modificazione consiste principalmente nella diminuzione della sua acidità e nell'aumento dello zucchero, come potete rilevare dalla tabella che vi presento, dove sono registrate le determinazioni fatte da me nel 1874 sopra una qualità d'uva detta Aramont, raccolta in diverse fasi della sua maturazione:

EPOCA DELLA RACCOLTA
ACIDITÀ
ZUCCHERO
DENSITÀ
del sugo
a + 15°

in un litro di sugo

26
luglio
1874
36,00
5,50
1,0182

4
agosto
»
31,87
6,94
1,0204

13
»
»
30,00
15,60
1,0218

22
»
»
29,92
28,70
1,0323

1
settembre
20,10
57,50
1,0333

10
»
»
17,77
96,20
1,0477

30
»
»
9,82
119,00
1,0583

Le materie che rendono acido il sugo dell'uva sono di varia natura, e si è convenuto di indicare l'acidità complessiva di queste materie riferendola unicamente all'acido tartarico, perchè questo è l'acido predominante. Così, per esempio, quando si asserisce che l'acidità di un mosto è di 9 per mille, si intende di dire che in mille centimetri cubici, cioè in un litro, di questo mosto si trovano tante materie acide da corrispondere a 9 grammi di acido tartarico.

L'aumento progressivo dello zucchero nel sugo dell'uva s'arresta quando esso ha raggiunto un certo limite oltre il quale l'uva, come succede di tutte le sostanze organizzate, infracidisce; cioè i suoi componenti, e tra questi lo zucchero, si cambiano in altre sostanze che diventano gradatamente meno complesse, finchè si risolvono in acqua, acido carbonico ed ammoniaca.

Non succede dell'uva quanto si verifica in altri frutti saccarini nei quali aumenta lo zucchero, cioè possono maturare, anche dopo che furono spiccati dall'albero. È cosa conosciutissima che per ottenere dei vini liquorosi si usa di far appassire su graticci l'uva, la quale dopo un certo tempo acquista un sapore più zuccherino. Questo fatto sembra provare il contrario di quanto ho asserito; ma la contraddizione è solamente apparente, perchè nell'appassimento dell'uva non cresce la quantità assoluta dello zucchero, e se essa riesce più dolce è perchè concentrandosi il sugo per l'evaporazione la quantità di zucchero va sempre più accumulandosi in una minore quantità di liquido. Anzi durante l'appassimento, come venne sperimentalmente dimostrato dal prof. E. Rotondi, la quantità assoluta di zucchero contenuta nell'uva diminuisce. Nell'uva lo zucchero è segregato dalle cellule del parenchima degli acini; invece nelle mele, e nel frutto proverbiale che matura col tempo e colla paglia, lo zucchero continua a formarsi per l'azione degli acidi sull'amido di cui questi frutti sono riccamente forniti.

L'epoca in cui nell'uva trovasi raccolta la massima quantità di zucchero varia nelle diverse qualità di vitigni, ed in uno stesso vitigno a seconda della natura del terreno, del clima, delle vicende atmosferiche e dei metodi di coltivazione. Siccome dei componenti dell'uva lo zucchero è quello che essenzialmente prende parte alla metamorfosi del mosto in vino, è logico il ritenere che l'epoca più conveniente per la vendemmia dovrebbe essere quella della perfetta maturazione dell'uva, epoca che coincide appunto colla sua massima ricchezza in zucchero. Ma, come in altre industrie, così anche in quella della fabbricazione del vino non si seguono sempre pratiche razionali. In alcuni luoghi per soddisfare al gusto depravato di bevitori che si compiacciono d'un vino aspro, si raccoglie l'uva ancora acerba. Altrove l'epoca della vendemmia è stabilita dall'autorità comunale con danno di coloro ai quali converrebbe di anticiparla o di ritardarla per le qualità o per l'ubicazione dei loro vigneti. A ciò si aggiunga un altro guaio; quando in una regione un proprietario ha iniziato la vendemmia, accade ben spesso che gli altri sono costretti loro malgrado a seguirne l'esempio per non esporsi al pericolo di vedere decimato il raccolto da animali, dei quali forse non parlerà il collega prof. Lessona nella futura sua conferenza sui nemici della vite, quantunque siano qualche volta terribilmente devastatori.

Riconosciuta la convenienza di raccogliere l'uva quando essa è perfettamente matura, ci si presenta spontanea la domanda di un metodo facile e pronto per determinare la quantità di zucchero contenuta nel sugo dell'uva. Questo metodo ci viene suggerito dall'esame delle cifre poste nella tabella che vi ho indicato poc'anzi dove trovansi eziandio indicate le densità del mosto nei diversi periodi dello sviluppo dell'uva. Come voi vedete questa densità va aumentando di pari passo collo zucchero, in modo che invece di dosare separatamente lo zucchero, operazione relativamente difficile, se ne può determinare con sufficiente esattezza la quantità in relazione della densità del liquido che lo contiene disciolto. Si eseguisce prontamente la determinazione della densità di un liquido mediante degli aereometri a galleggiante la cui costruzione ed uso sono basate sul noto principio di Archimede.

Per rendere questa determinazione ancora più pronta, si costruiscono dei pesa-liquori speciali, detti gleucometri, di cui vi presento un campione, nei quali invece delle densità sono indicate le quantità di zucchero corrispondenti sciolte in un litro di mosto[II-1]. Immergo il pesa-liquore in questa soluzione di zucchero d'uva, di cui voglio conoscere il grado di concentrazione; vedo che l'istrumento discende nel liquido fino al punto che corrisponde al grado 36,5 della scala di cui è munito; e da questa lettura imparo che ogni litro del mio liquido tiene in soluzione grammi 36,5 di zucchero d'uva.

Con questa semplicissima operazione non solo si può riconoscere quando l'uva ha raggiunto il culmine della sua ricchezza zuccherina, ma pei motivi che saranno più avanti ricordati, si può eziandio prevedere la forza alcoolica che avrà il vino fatto col mosto dell'uva esaminata. Pertanto non si esagera dicendo che il gleucometro può arrecare all'industria enologica servigi congeneri a quelli che arrecano alla bachicoltura il termometro ed il microscopio.

I più importanti componenti del sugo dell'uva matura (mosto) sono: acqua, zucchero, alcuni acidi, materie albuminoidi, sostanze grasse, tannino, materie coloranti, sostanze minerali.

L'acqua è il componente predominante del mosto giacchè la sua quantità varia tra 70 ed 80 per cento.

Lo zucchero contenuto nell'uva si chiama glucosio; esso è simile ma non identico allo zucchero che si ricava dalla canna indica e dalle barbabietole (saccarosio) dal quale differisce per una minore solubilità e per alcune proprietà ottiche. Si può preparare artificialmente il glucosio trattando l'amido contenuto nelle farine dei cereali o la fecola di patate con l'acido solforico. Il bel campione di glucosio che vi presento proviene da una fabbrica di Germania dove lo si prepara in quantità considerevole per uso di coloro che fabbricano il vino coi metodi Pétiot e di Gall. — Il mosto contiene ordinariamente dal 15 al 20 per cento di glucosio.

Le principali sostanze che impartiscono l'acidità al vino sono gli acidi malico e tartarico. Il primo di questi predomina nel sugo dell'uva acerba e di mano in mano che questa va maturandosi diminuisce in quantità e si cambia in acido tartarico. Il chimico nel suo laboratorio può con particolari processi di ossidazione cambiare l'acido malico in acido tartarico e da ciò si arguisce che molto probabilmente i fenomeni della maturazione dell'uva consistano in un lavorìo di ossidazione. L'acido tartarico poi si trova nel mosto in due stati, cioè libero e combinato alla potassa nel cremore di tartaro (bitartrato potassico). — L'acidità complessiva del mosto riferita all'acido tartarico oscilla tra 0,8 e 0,9 per cento.

Le sostanze albuminoidi, così chiamate perchè hanno una composizione simile a quella dell'albumina contenuta nelle uova e nel siero del sangue, contengono dell'azoto e servono alla nutrizione del fermento che è causa della trasformazione dello zucchero in alcool durante la fermentazione.

Nelle buccie dell'uva, nei graspi, ma più specialmente nei semi (vinaccioli), si trova del tannino, cioè una materia simile a quella che si estrae dalle galle della quercia e dal sommacco e che serve, come è noto, nell'industria della conciatura delle pelli. Nei vinacciuoli il tannino è associato ad una materia grassa oleosa che in molti luoghi viene estratta colla torchiatura per trarne profitto come olio da bruciare.

La materia colorante contenuta nelle buccie dell'uva ricevette il nome di enocianina. Questo pigmento trovasi in quantità relativamente abbondante in quelle varietà di uva contraddistinte appunto per questo motivo coi nomi di uva colore, tintorino, raisin tinturier, ecc. L'egregio professore A. Carpené di Conegliano ha recentemente suggerito un metodo per estrarre industrialmente l'enocianina dall'uva, la quale potrà essere razionalmente adoperata nella colorazione artificiale dei vini invece di ricorrere, come si fa generalmente per ottenere l'istesso scopo, ad altre materie coloranti estranee all'uva, delle quali alcune possono riuscire dannose alla salute.

Se si riscalda fortemente in contatto dell'aria il residuo dell'evaporazione del mosto, esso abbrucia, si carbonizza e finalmente rimane una quantità (circa 0,6 per cento) di cenere che rappresenta le materie minerali del mosto, delle quali le più importanti sono la potassa e l'acido fosforico. — Lo zucchero, il tannino, le materie coloranti ed albuminoidi, l'acido tartarico sono combinazioni di carbonio, idrogeno, ossigeno ed azoto che la vite può assimilare dall'aria; ma le materie minerali che pur sono non meno delle altre indispensabili allo sviluppo di questa pianta derivano esclusivamente dal suolo. Perciò quanto più un terreno sarà ricco di queste materie minerali sotto forma facilmente assimilabile tanto più esso si presterà alla coltivazione della vite. La grande feracità dei vigneti di alcune plaghe vesuviane dipende anche da ciò che in quei luoghi il terreno deriva dalla decomposizione di una lava leucitica molto ricca di potassa.

Voi comprenderete facilmente che colle continuate vendemmie si impoverisce il terreno delle sostanze minerali contenute nell'uva e che perciò è assolutamente necessario di restituire alla terra le materie sottratte se si vuole che la vite continui a crescervi rigogliosa. Le nostre raccolte sono ora decimate da malattie che si palesano colla comparsa di piccole piante o di animali parassiti; ma è opinione molto accreditata quella che ritiene che lo svilupparsi di muffe o di insetti nocivi non sia altro che la conseguenza di uno stato di marasmo delle piante prodotto dall'esaurimento a cui con sistemi poco razionali di coltivazione si condanna il terreno, pretendendo ch'esso contenga in quantità indefinita i materiali nutritivi necessarii alle diverse colture. E qui riesce opportuno l'osservare che per concimare razionalmente un vigneto non basta gettare nel terreno qualunque siasi rifiuto di materie organiche, quasichè ogni sostanza che non può servire ad alcun altro uso debba necessariamente avere la prerogativa d' ingrassare le piante. La qualità delle materie che si adoperano come ingrassi deve essere scelta in relazione alla qualità del terreno ed alla natura dei principii minerali che predominano nelle piante che si coltivano. Applicando queste considerazioni generali alla vite, si riconosce come i concimi ad essa più convenienti saranno i sali potassici ed i fosfati, perchè, come abbiamo già accennato, la potassa e l'acido fosforico sono le materie minerali che predominano nelle ceneri del mosto.

Esaminiamo ora brevemente i principali fenomeni che si manifestano durante la fermentazione del mosto.

Il mosto dell'uva lasciato in contatto dell'aria ad una temperatura che sia compresa tra i 5 ed i 30 gradi del termometro centigrado a poco a poco e spontaneamente si intorbida; si svolgono da tutta la sua massa delle bollicine di un gaz irrespirabile (acido carbonico); la sua temperatura si innalza al disopra di quella dell'ambiente; diventa gradatamente meno zuccherino ed acquista invece un sapore spiritoso. Dopo un certo tempo lo sviluppo di gaz va gradatamente diminuendo finchè cessa affatto; le materie sospese si depongono sul fondo del recipiente, il liquido riacquista la primitiva sua limpidezza; la fermentazione è terminata ed il mosto trovasi cangiato in vino.

Osservando col microscopio una goccia di mosto in fermentazione si vede che la materia che lo rende torbido è costituita da un ammasso di esseri organizzati formati da cellule ovoidali, aventi un massimo diametro di poco superiore ad un centesimo di millimetro. Questi organismi sono vegetali crittogami e furono detti saccaromiceti, cioè funghi dello zucchero. I saccaromiceti si moltiplicano in modo prodigioso e si nutrono delle sostanze albuminoidi; uno degli atti della loro energia vitale consiste nella decomposizione dello zucchero in alcool ed acido carbonico. Secondo le accurate ricerche del Pasteur da cento parti in peso di zucchero d'uva, per l'azione del fermento del vino, derivano i prodotti seguenti:

Acido carbonico
46,7

Alcool
48,5

Glicerina
3,2

Acido succinico
0,6

Cellulosa
1,0

L'acido carbonico si svolge allo stato di gaz ed è ad esso che devonsi attribuire la malsania delle tinaie durante la fermentazione, e l'effervescenza di alcune qualità di vini.

L'alcool (alcool comune, alcool etilico, alcool del vino) si accumula nel vino dal quale può essere facilmente separato per distillazione, avendo esso un punto d'ebollizione inferiore a quello dell'acqua. È appunto su questa proprietà che è basato l'uso del piccolo alambicco di Salleron che voi vedete funzionare avanti i vostri occhi e che serve per determinare la ricchezza alcoolica del vino.

La glicerina è una materia liquida, incolora, più densa dell'acqua, di un sapore dolciastro, e forma uno dei componenti di tutte le sostanze grasse vegetali ed animali. È la glicerina contenuta nel vino che gli imparte quella qualità difficilmente definibile e che i pratici designano col nome di corpo o sostanza del vino.

L'acido succinico è una materia che si può ottenere artificialmente ossidando l'ambra, e non sappiamo quale influenza esso eserciti sulle qualità del vino. — La cellulosi ha la stessa composizione del cotone e del legno; essa compone le pareti membranose delle cellule del fermento.

Oltre alle sostanze indicate si producono durante la fermentazione piccolissime quantità di alcool speciali diversi dall'alcool comune (alcool butilico, propilico, ecc.) i quali combinandosi con gli acidi del vino formano degli eteri odorosi che sono la causa dell'aroma particolare del vino. Al complesso di queste sostanze eteree si dà impropriamente il nome di etere enantico, quantunque noi non ne conosciamo finora la vera natura. Si trovano in commercio dei preparati con questo nome o coll'altro di bouquet del vino, ma sono miscele di etere prodotti artificialmente e di cui non conviene usare nella conciatura dei vini.

Appena terminata la scomposizione dello zucchero, i saccaromiceti cessano di moltiplicarsi, muoiono e le loro spoglie si depongono a poco a poco insieme alla maggior parte del cremortartaro, il quale perde della sua solubilità di mano in mano che va accumulandosi l'alcool nel mosto.

Confrontando il peso di volumi eguali di mosto prima e dopo la fermentazione, si osserva che il liquido fermentato riesce molto meno denso. Questa diminuzione della densità dipende dalla scomparsa dello zucchero e dalla formazione dell'alcool che è specificamente più leggiero dell'acqua. Perciò è evidente che determinando varie volte con il gleucometro la densità del mosto durante la sua fermentazione, si potrà sorvegliare e regolare a seconda dei casi il processo di vinificazione. Quando è cessata definitivamente la diminuzione della densità si potrà sempre collo stesso gleucometro riconoscere se tutto lo zucchero che era contenuto nel mosto si è convertito in alcool, sapendo noi che a cento parti in peso di zucchero d'uva corrispondono 48,5 di alcool. — Non sempre però avviene che tutto lo zucchero del mosto si cangi in alcool. Quando il mosto difetta di materie albuminoidi, i saccaromiceti non si possono sviluppare nella quantità necessaria per la completa metamorfosi dello zucchero. Se invece abbonda lo zucchero, anche in presenza di una quantità sufficiente di sostanze albuminoidi, esso non può produrre la dose di alcool che sarebbe indicata dalla teoria, e che, come abbiamo or ora ripetuto, corrisponde a poco meno della metà del proprio peso. In questo caso l'incompleta trasformazione dello zucchero dipende da ciò che i corpuscoli del fermento non possono vivere in un liquido che contenga più del 15 per cento di alcool. Questo fatto ci spiega il perchè con uve appassite si ottengono vini che sono nello stesso tempo dolci e spiritosi. — In una delle fattorie di vino in Marsala si fabbrica una qualità di vino liquoroso detto Brown Siracusa traendo partito della proprietà dell'alcool di arrestare la fermentazione; cioè si aggiunge al mosto, quando non è terminata la fermentazione, dell'alcool, il quale uccidendo i saccaromiceti, permette che sia conservata quella quantità di zucchero che corrisponde al tipo di vino che si vuol produrre.

Il mosto, anche quando è ottenuto da una stessa qualità di uva, non ha sempre una composizione costante, ma è soggetto a variare specialmente per le diverse vicende atmosferiche che influiscono grandemente sulle proporzioni dei principali componenti dell'uva. Variando la composizione del mosto si hanno necessariamente dei cambiamenti nella qualità del vino. Si è cercato di ovviare a questo inconveniente con metodi empirici, mescolando opportunamente tra di loro diverse qualità di vino. Ma la chimica sola ci può essere di guida sicura nel correggere il mosto in modo di potere da esso ottenere, ad onta delle sue possibili variazioni, un vino che abbia costantemente gli stessi caratteri, o come si è soliti a dire un vino tipo.

I metodi più apprezzati per modificare la composizione del mosto e per aumentare la produzione del vino nelle annate di scarso raccolto sono quelli suggeriti da Chaptal, Gall e Pétiot.

Quando si ha un mosto soverchiamente acido e che darebbe senz'altro un vino aspro e dannoso alla salute, Chaptal suggerisce di aggiungervi della polvere di marmo in una dose corrispondente alla quantità eccessiva di acido che si vuole eliminare. L'esperimento che faccio ora vi farà comprendere come il marmo agisce sui vini troppo acidi. In questo bicchiere contenente una soluzione di acido tartarico, che è lo stesso acido che predomina nel mosto, getto della polvere di marmo (carbonato calcico); come vedete avviene una forte effervescenza prodotta da ciò che l'acido carbonico del marmo si mette in libertà e si svolge allo stato di gaz, mentrechè la calce si unisce all'acido tartarico, lo neutralizza e forma una materia bianca (tartrato di calcio), che essendo insolubile a poco a poco si raccoglie sul fondo del recipiente. Lo stesso succede nel mosto nel quale il tartrato calcico insolubile si depone insieme alla feccia. Comprenderete la necessità della determinazione quantitativa dell'acidità del mosto quando si vuole adottare il metodo di Chaptal, riflettendo che se si eccedesse nella quantità di marmo, si renderebbe difettosa in un senso opposto la composizione del mosto, nel quale è assolutamente necessaria una certa quantità di acidi liberi.

Col metodo di Gall si corregge la troppa acidità del mosto senza ricorrere alla neutralizzazione della polvere di marmo. Gall ammette ragionevolmente che il mosto destinato a produrre una data qualità di vino deve contenere sempre le stesse quantità di zucchero e di acidi, che per alcuni vini del Reno, secondo lo stesso autore, devono corrispondere rispettivamente a 24 ed a 0,6 per cento. Se per caso il mosto contiene una quantità di acidi superiore a quella indicata, si aggiunge tant'acqua quanta è necessaria per avere il voluto grado di acidità. Con questa diluzione però se si corregge l'eccesso degli acidi, si diminuisce lo zucchero, e perciò è necessario di aggiungere al mosto dello zucchero in modo che esso ritorni alla proporzione normale del 24 per cento.

Col metodo del Gall non solo si corregge la cattiva composizione di un mosto, ma se ne aumenta eziandio la quantità. Questo aumento riesce molto più considerevole adottando il metodo Pétiot, col quale si può persino quadruplicare il volume di vino fornito da una data quantità di uva. Ritenendo che il mosto ottenuto direttamente dall'uva abbia una composizione normale, si getta sulle vinacce un eguale volume di acqua in cui sia stata disciolta la stessa dose di zucchero contenuta naturalmente nel mosto. Il fermento aderente ancora alle vinacce produce la scomposizione dello zucchero in alcool ed in acido carbonico; e così si ottiene un secondo vino, al quale se ne possono far succedere un terzo ed un quarto ripetendo successivamente le aggiunte di acqua zuccherata alle vinacce. Devesi però avvertire che è necessario di aggiungere all'acqua oltrechè lo zucchero anche dell'acido tartarico in una quantità che corrisponda al voluto grado di acidità. — Quando si eseguiscono le operazioni indicate con la massima cura si ottengono coi metodi di Gall e Pétiot dei vini di buona qualità e che è assai difficile, per non dire impossibile, il distinguere dai vini prodotti colla pura e semplice fermentazione del mosto.

Vi sono alcuni che ritengono i procedimenti che vi ho brevemente descritto come altrettante sofisticazioni e gridano contro qualunque siasi manipolazione chimica nell'arte del fare il vino, volendo esclusivamente limitata l'opera del chimico all'analisi dei vini per riconoscerne la forza alcoolica o per svelarne le possibili adulterazioni. Ma quando si adoperano in giusta misura lo zucchero e l'acido tartarico non si commette una sofisticazione, perchè queste sostanze sono identiche a quelle contenute naturalmente nel mosto. Se si deplora continuamente e con ragione che in gran parte d'Italia non si sanno produrre vini tipi, bisogna essere coerenti ed ammettere la legittimità di quei mezzi razionali additati dalla chimica che soli possono ovviare al difetto lamentato, che nuoce moltissimo al credito dei vini italiani all'estero. Si cita spesso a nostro rimprovero la costanza nella qualità dei vini del Bordolese e della Borgogna; ma i vigneti di questi paesi non sono più fortunati dei nostri; anche là le stagioni non si succedono sempre propizie alle vendemmie, e se ad onta di ciò i vini francesi ci si presentano sempre eguali, si deve attribuirne la cagione all'uso comune da nessuno condannato di correggere opportunamente a seconda delle circostanze le qualità del mosto. Le correzioni relative alla quantità dei principii componenti il vino non solo sono permesse, ma dovrebbero essere imposte dalla scienza. Se vi ha qualcuno così ingenuo da credere che il vino di Champagne sia fatto collo schietto sugo dell'uva, costui dovrebbe spingere la sua fede più in là e credere alle sincerità di tutti i brindisi che lo Champagne inspira.

Per essere giusti bisogna ammettere che la ripugnanza che incontra tra noi l'adozione dei metodi razionali di correggere il mosto e specialmente la fabbricazione del vino Pétiot, è fino ad un certo punto giustificata dal malo modo con cui questi metodi sono generalmente applicati. Per ignoranza si adoperano lo zucchero e l'acido tartarico in quantità non corrispondenti alle esigenze del mosto che si vuol correggere, oppure per una male intesa ed illecita economia invece di zucchero di ottima qualità si fa uso della peggiore melassa. Sonvi alcuni i quali guidati da un falso ragionamento credono di potere sostituire l'alcool allo zucchero: «Si aggiunge lo zucchero al mosto, pensano costoro, perchè esso si trasforma fermentando in alcool, ebbene tanto vale aggiungervi immediatamente la quantità di alcool corrispondente; ci si guadagna in tempo e denaro». Ma bisogna ricordarsi che quando lo zucchero fermenta, oltre all'alcool comune produce della glicerina, dell'acido succinico e piccole quantità di altri alcool, sostanze tutte necessarie perchè il vino abbia una composizione normale.

Mentre è giustamente biasimata per le ragioni che vi ho accennato, la sostituzione dell'alcool allo zucchero nella preparazione del vino Pétiot, si tollera l'aggiunta di piccole quantità di alcool ai vini liquorosi destinati per l'esportazione, come è specialmente il caso dei vini di Sicilia. Non è possibile di distinguere l'alcool formatosi naturalmente nel vino da quello aggiuntovi ad arte. Perciò il nostro Governo volendo avere una norma per la restituzione della tassa pagata sull'alcool adoperato nella confezione dei vini che si esportano, stabilisce, in base a molte ricerche, quale sia la ricchezza alcoolica massima naturale del vino di una data regione, ed abbuona al produttore quella quota di tassa che corrisponde alla differenza tra la forza alcoolica ammessa come naturale e quella riscontrata nel vino che viene presentato al dazio di confine per l'esportazione. Così, per esempio, essendosi stabilito che la ricchezza alcoolica massima dei vini di Sicilia è eguale al 15 per cento, per un vino di Marsala che ne contenesse il 19, verrà restituito l'ammontare della tassa che corrisponde alla quantità di alcool necessario per elevare da 15 a 19 il grado alcoolico del vino.

L'abuso però dell'alcoolizzazione dei vini non liquorosi costituisce una delle tante sofisticazioni del vino, di alcune delle quali è ormai tempo che noi ci occupiamo.

L'innacquamento del vino è senza dubbio l'adulterazione la più antica, la più facile e la più comune. Il chimico non possiede alcun mezzo di scoprire questa frode, che del resto non produce alcun danno alla salute. Si afferma, è vero, che è facile cosa lo scoprire l'aggiunta dell'acqua al vino versandone alcune goccie sopra un pannolino, o sopra la mollica di pane, ritenendo che la maggiore o minore diffusione della materia colorante nella macchia che si produce possa servire di criterio nel giudicare della schiettezza del vino; ma queste ed altre pratiche empiriche non hanno alcun valore e non meritano nemmeno di essere confutate. Se l'analisi chimica non vale a distinguere in un campione di vino l'acqua che vi esiste naturalmente da quella che per avventura vi fu aggiunta ad arte, si può però dosare con precisione la quantità totale di acqua. Pertanto chi teme che gli si adacqui il proprio vino, dovrà custodire un campione del vino acquistato, e presentarlo insieme all'altro del vino sospetto al chimico, il quale potrà dai risultati delle determinazioni analitiche eseguite sui due campioni, stabilire con certezza se realmente ad uno di essi fu aggiunta dell'acqua.

In alcune regioni del mezzodì della Francia, e tra noi nella Sicilia è invalso l'uso di gessare i vini, cioè di gettare del gesso polverizzato sull'uva durante la pigiatura, allo scopo di ravvivare il colore del vino e di renderlo più facilmente conservabile. L'aggiunta del gesso dà origine nel vino a del solfato potassico, il quale, quando sorpassa un dato limite, riesce nocivo alla salute, avendo proprietà purgative che non sono sempre nel desiderio dei bevitori. Il Governo francese già da molti anni non tollera i vini gessati, quando la quantità di solfati contenuti in un litro di vino sorpassa quella corrispondente a quattro grammi di solfato potassico; recentemente poi ha ridotto il limite di tolleranza a due grammi. Tra noi non vi è alcuna legge che limiti la gessatura dei vini; però alcuni Municipii, e tra questi quello di Torino, non permettono lo spaccio del vino gessato oltre la misura dei quattro grammi di solfato potassico per litro.

Per correggere i vini affetti da una malattia speciale detta grassume, in alcuni luoghi si usa l'acido solforico (olio di vetriolo); ma spesse volte il rimedio è peggiore del male, e si mettono in commercio, più frequentemente di quello che si crede, dei vini veramente nocivi. Si può svelare la presenza anche di piccole quantità di acido solforico libero nel vino con un mezzo semplicissimo che ora vi spiego. Si immergono nel vino sospetto delle listarelle di carta bianca senza colla (carta bibula, carta da filtro) e quando queste si sono imbevute di liquido, si fanno asciugare ad una temperatura non superiore a 100 gradi. Nel caso in cui il vino contenesse dell'acido solforico libero, le listarelle di carta dopo asciugate divengono, come quelle che vi presento, di color nero e friabilissime.

Il vino può qualche volta per frode o per incuria contenere delle combinazioni di rame e di piombo, le quali, anche quando vi si trovano in quantità piccolissima, lo rendono estremamente nocivo alla salute.

È cosa notissima che il vino fatto con l'uva solforata ha un odore ed un sapore disgustoso di ova putride dovuti alla presenza di gaz acido solfidrico. Per togliere al vino questo difetto, la scienza ha consigliato di travasare il vino, dopo che ha cessato completamente di fermentare, in botti in cui si è bruciato poco prima dello zolfo. Lo zolfo abbruciando produce del gaz acido solforoso, il quale reagendo sopra l'acido solfidrico dà origine a poca acqua ed a zolfo che si depone allo stato solido, ed è affatto insolubile nel vino; perciò rimane completamente decomposto il gaz che era cagione del cattivo odore. L'esperimento che ora faccio vi chiarirà quanto vi ho detto. In una campanella ho raccolto del gaz acido solforoso che ha l'odore soffocante dello zolfo che abbrucia; in un'altra campanella che ha un volume doppio della prima evvi del gaz acido solfidrico. Metto in comunicazione le due campanelle, e voi vedete che le loro pareti si tapezzano di una materia polverulenta di color giallo e che è zolfo puro; e dopo qualche istante posso lasciare in contatto dell'aria i due recipienti senza che voi siate incomodati dall'odore del vapore di zolfo e da quello di uova putride; il che prova che i due gaz venuti tra loro a contatto si sono reciprocamente scomposti. — Alcuni produttori e negozianti di vino invece di togliere l'odore di zolfo col metodo che vi ho indicato, gettano nella botte dei frastagli di rame o di piombo, i quali scompongono l'acido solfidrico, è vero, ma l'eccesso di questi metalli in contatto degli acidi che esistono nel vino dà origine a combinazioni solubili che sono eminentemente velenose. Per la grande facilità colla quale gli acidi organici intaccano il rame ed il piombo, si deve guardarsi bene dal conservare il vino in recipienti fatti con questi due metalli, oppure in quelle stoviglie grossolane la di cui vernice essendo fatta con un eccesso di litargirio o di alquifoux, che sono due composti contenenti piombo, riescono assai facilmente corrose dagli acidi. — Per lo stesso motivo, a mio parere, sarebbe da proscriversi assolutamente l'usanza che è diffusa nell'economia domestica di ripolire le bottiglie sciacquandole con acqua e pallini da caccia. Basta un granellino di piombo lasciato per inavvertenza nella bottiglia per rendere il vino suscettibile di produrre gravi malori.

Per colorire artificialmente i vini e specialmente quelli fatti col metodo Pétiot invece di usare l'enocianina, la quale, come già ebbi occasione di dire, è la materia colorante naturale dell'uva, si ricorre non solo a diverse materie coloranti vegetali, ma specialmente alla fucsina che è uno dei molti colori che si preparano col catrame del carbon fossile. La fucsina è dotata di una facoltà tintoria molto grande come potrete convincervene osservando i tre recipienti che sono avanti a voi, nei quali vi è dell'acqua alcoolizzata contenente rispettivamente un millesimo, un decimillesimo ed un centimillesimo del suo peso di fucsina. Ad onta che basti pochissima quantità di questa sostanza per tingere un gran volume di vino, tuttavia se ne deve assolutamente proscrivere l'uso, perchè nella sua preparazione si adoperano dei composti che riescono velenosissimi anche in piccole dosi. La sofisticazione dei vini colla fucsina e più comune di quello che generalmente si crede, ed io ebbi più volte occasione di analizzare dei vini che erano artificialmente colorati con questa sostanza. Anzi mi si presentò l'opportunità di far conoscenza con un commesso viaggiatore, il quale vendeva una soluzione concentrata di fucsina con due nomi differenti, cioè colore pei vini, e inchiostro violetto. Infatti è la fucsina che forma l'ingrediente principale di quell'inchiostro violaceo ora di moda, ma che formerà la disperazione dei paleografi dell'avvenire.

Porrò termine alla mia conferenza coll'accennarvi un'alterazione a cui possono andar soggetti i vini per la cattiva qualità del vetro delle bottiglie. Per ottenere un vetro più facilmente fusibile e pertanto per risparmiare del combustibile, alcuni fabbricatori di bottiglie aggiungono una eccessiva quantità di soda nella pasta del vetro. Si ha così un vetro che si altera assai facilmente quando rimane per un certo tempo in contatto con un liquido acido, quale è appunto il vino. L'acido decompone il silicato sodico mettendo in libertà della silice gelatinosa che rimane sospesa nel vino impartendogli una vischiosità simile a quella che si nota nei così detti vini filanti. In questo recipiente, che contiene una soluzione diluita di silicato sodico, io verso una soluzione pur diluita di acido tartarico, e, come voi vedete, si depone subito una materia gelatinosa che e appunto la silice. Questo esperimento vi dimostra ciò che lentamente avviene conservando per molto tempo del vino in bottiglie di cattiva qualità.

Giunto al termine della mia conferenza devo ripetervi che la ristrettezza del tempo mi ha solo permesso di esporvi alcuni dei fatti più salienti della chimica del vino. Coloro che desiderassero di approfondirsi in questo ramo della chimica applicata potranno trovare più diffusamente e con maggior chiarezza svolti gli argomenti che io ho appena enunciato, nei trattati di enologia e specialmente nel trattato sull'arte di fare il vino dei professori Cauda e Botteri, negli scritti del valentissimo enologo professore Carpenè e nelle lezioni sulla chimica del vino di Neubauer, di cui il prof. Sestini fece una ottima traduzione italiana. — Io mi riterrò soddisfatto se vi avrò dato occasione a studj importantissimi, e fortunato se non avrò parlato tanto male sul vino da richiamare alla memoria di qualcuno dei miei uditori il principio dell'ode pindarica a Jerone di Siracusa: Ottima è l'acqua.

[II-1] La densità di un mosto non dipende unicamente dal glucosio; ma eziandio in piccola parte da altre sostanze che vi sono disciolte. Di questo fatto si tiene conto nella graduazione dei gleucometri.

CORRADO CORRADINO

IL VINO NEI COSTUMI DEI POPOLI

(Conferenza tenuta la sera del 26 gennaio 1880).

Se il vino non dovesse considerarsi altrimenti che come una bevanda allegra capace di annebbiare la limpidezza talora troppo importuna dell'umano cervello, oppure come il tristo lusinghiero veleno che conduce con inviti da sirena all'ultimo abbrutimento, io non avrei davvero il coraggio, parlando del vino nei costumi, di far assistere il mio gentile uditorio a una lunga sfilata di popoli tutti malfermi sulle proprie gambe. Ma per fortuna, anche trascurando le quistioni economiche e commerciali in cui il vino ha tanta parte, esso ha nei costumi dei popoli una ben altra importanza. E non sarà difficile, per esempio, che noi vediamo brillare un vivo raggio di civiltà nelle sale dei triclinii ove scoppiettano le arguzie umide di falerno dei banchettanti coronati il capo di bianche rose convivali, mentre invece distingueremo chiaramente l'urlo selvaggio della barbarie presso quei popoli che invece di vino bevono strani liquori nelle tazze formate molte volte dal cranio dei nemici vinti in battaglia. Con ciò non voglio già dire — Dio scampi! — che l'uso del vino sia potente criterio a giudicare della civiltà di un popolo; voglio soltanto rilevare un fatto, che cioè presso tutte le nazioni civili l'allegro culto di Bacco par che vada a mano a mano acquistando in raffinatezza e in estensione, tanto che ne risentono l'influenza tutti i costumi e pubblici e privati, tanto che il vario uso del vino giunge persino ad avere non so qual carattere di allegoria, di simbolo, quasi fosse un vero e proprio elemento di civiltà.

Osservatelo questo ilare Iddio, questo ultimo venuto ad assidersi al banchetto dei Numi: Bacco non ci appare soltanto quale ce lo rappresentano alcune statue antiche, col capo coronato di edera e leggermente arrovesciato all'indietro, cogli occhi velati dai vapori di un'ebbrezza voluttuosa; ben presto le sue membra ingigantiscono quasi, si spiegano tutte le forze recondite della sua attività e gli uomini salutano in lui il simbolo della giocondità e della vita. E notate che prima ancora che egli esistesse, era un Dio il vino stesso, Θέοινος, il vino puro era un Dio, Ἄκρατος.

Ma come suole sempre avvenire che dal fatto concreto e sensibile le menti umane tosto assorgono alla astrazione del medesimo, così dai caldi vapori del mosto emerse ben presto netta e spiccata la personalità del Nume, e il giovine Bacco ebbe sagrifici ed altari. La gratitudine umana lo salutò coi nomi più belli: egli e il Dio Toro, sinonimo di forza, e a questo proposito giova ricordare quanto scrive Plutarco nella vita di Licurgo, dell'abitudine che avevano le donne spartane di lavare i propri bambini nel vino per isperimentare la loro forza[III-1] essendo opinione che mentre questi bagni indebolivano vieppiù gli infermicci, afforzassero invece i ben costituiti. Bacco è il Dio salvatore, σωτὴρ, il Dio Mago, Γόης, il Dio medico Ιατρομάντις; e il medesimo Plutarco nella vita di Cesare fa menzione di una malattia da cui era afflitto l'esercito di Cesare, malattia che il grande capitano guarì permettendo ai suoi soldati una solenne ubbriacatura. Da quel giorno, soggiunge il grave storico di Cheronea, i soldati mutarono la complessione dei loro corpi.

Bacco ha ancora sul fronte l'ornamento di due corna potenti, come colui che primo accoppiò i buoi all'aratro; egli e compagno alla Dea delle biade, alla Dea della bellezza e dei piaceri, e non muove quasi passo senza che gli tengan dietro tutte e nove le Muse.

Ora quale altro liquore può vantarsi di aver ottenuto dagli umani onori così solenni?

Che il bisogno di pozioni alcooliche sia stato sentito di buonissima ora, e specialmente presso alcuni popoli, lo prova ad esuberanza la storia: e che strane miscele furono inventate, e a che non si ebbe ricorso per appagare questa necessità di sentirsi, per così dire, aumentata nei polsi la vita mediante bevande spiritose! Taccio della birra che pure può vantare origini così antiche e più forse dello stesso vino: ma ad essa non osò nessuno tributare onori come al liquor della vite, e noi leggiamo ad esempio nell'Edda che se è concesso agli eroi morti in battaglia di tracannare nel Valhalla enormi calici di birra, al solo Odino è dato di esilararsi col vino mesciutogli dalle mani delle belle Valkiri.

È noto a tutti il vino che si traeva antichissimamente e si trae ancora oggidì presso alcuni popoli dall'albero della palma. I Circassi formano un liquore inebriante mescolando il miele con un alcool tratto dai semi di canapa. I Cinesi ne ricavano dal riso; i Tartari dalle carni di castrato e di agnello, e altri popoli da una infinità d'altri ingredienti. Che più? Gli stessi Americani prima che conoscessero il vino, preparavano, al dire degli storici, bevande alcooliche colla mollica di pane masticata, coi semi di grano e con altri prodotti vegetali, e avevano tanto in onore queste bevande che fissavano certe feste speciali a scopo di ubbriacarsi, feste dalle quali escludevano come non abbastanza degne, le donne.

Ma appena conobbero il vino vi si abbandonarono con vera frenesia vendendo per averne tutto quanto possedevano; nel che non facevano che imitare gli antichi Galli i quali, secondo che racconta Ateneo, davano per un bicchiere di vino i loro schiavi e le loro case, e talora vendevano persino la propria libertà.

Un solo liquore può fino ad un certo punto competere col vino, ma per brevissimo tempo: ed è il soma, il liquore che traevano gli antichissimi Arii dal sugo dell' Asclepiadea acida o sarcostemma viminalis e di cui si servivano quei nostri padri remoti ad uso di libazioni. Ma nel suo passaggio a traverso l'Asia Minore e la Grecia il soma dovette cedere innanzi ai trionfi del vino, tanto che non soltanto la fama, ma se ne perdette quasi perfino il nome.

Ed ecco dunque questo vino trionfatore fare la sua apparizione solenne nel mondo: il leggendario Noè pianta dopo il diluvio la vigna, dando con ciò prova di altissimo senno: perchè in seguito a una così indiscreta risciacquata era naturale che il mondo dovesse sentire il bisogno di un bagno diverso.

L'umanità infatti si tuffò voluttuosamente nel vino: e quando vide attraverso il folto fogliame pampineo brillare al sole i grappoli dorati; quando dai grappoli premuti vide sgorgare in copia il rosso liquore, e bevutolo sentì salire dolcemente al cervello i vapori di un'ebbrezza deliziosa e si trovò spontanee sul labbro le canzoni piene di ilarità e di gioia, allora si inchinò plaudente innanzi a Bacco salutando in lui il Dio della vita.

Egli è veramente allora quale ce lo descrive Euripide nel Coro delle Baccanti:

«È il Dio dei piaceri; egli regna in mezzo ai banchetti tra le corone di fiori; anima le danze allegre al suono della cornamusa, fa nascere le folli risa e dissipa gli affanni; il suo nettare giocondando la tavola degli Dei ne aumenta la felicità e i mortali bevono nella sua tazza il sonno e l'oblio dei mali».

Tale dunque è il Dio: e inneggiando a lui si inneggia al rappresentante delle forti e spensierate gioie della vita. E quando, per uno strano rivolgimento avvenuto nella coscienza, la vita parrà un fardello pesante all'uomo, pensieroso soltanto di conseguire per virtù di sagrifici la patria celeste, non sarà forse contro a Bacco e contro a Venere che si scaglieranno sopratutto gli anatemi dell'ascetismo medioevale?

Ma con tutto ciò, Bacco non è soltanto il conviva sollazzevole che anima la gioia e il tripudio dei banchetti: egli si avvolge, anche, talora nel grave manto sacerdotale, talora veste la maglia del guerriero, talora persino la toga severa del moralista. Non si può tuttavia negare che il più delle volte ha un'altra abitudine: quella di gettar lungi da sè tutte quante le vesti. Ma in questo caso noi imitando il pietoso esempio di Sem, stenderemo un velo sulle sue nudità vergognose.

Mi affretto però a soggiungere che per quanto riguarda Bacco nei templi non conviene pigliar la cosa troppo in sul serio e c'è anzi sempre da temere ch'egli non stia per farne qualcuna delle sue; quando, ad esempio, vuotatosi il sacro recinto della folla accorsa e rimasti i soli sacerdoti, fumavano sull'ara le dapi innaffiate di vino sacrificale, oh quante volte dovette fregarsi le mani malignamente sorridendo l'astuto Nume, nel vedere quei gravi personaggi barcollare e tentennare nel far la riverenza a qualche suo confratello d'Olimpo!

E c'è forse ancora modo di meravigliarsi che i responsi famosi dei sacerdoti e delle sibille fossero così oscuri e ingarbugliati, quando sappiamo che venivano dettati non soltanto da Febo Apollo, ma anche dal buon padre Lieo?

Non Dindymene, non adytis quatit

Mentem sacerdotum incola Pythius,

Non Liber aeque, non acuta

Sic geminant Corybantes aera

Tristes ut irae.

Orazio, Odi, I, 16[III-2].

Del resto questo vino ch'io chiamerò sacro entrò di buonissima ora nei templi e fu anzi parte principalissima delle cerimonie religiose le quali s'iniziavano sempre con le cosidette libazioni. L'antichità remotissima di quest'uso ci è attestata dallo stesso Omero il quale lo descrive minutamente in più luoghi dei suoi poemi. Consistevano le libazioni nel versare in un calice del vino, nello spanderne successivamente qualche goccia sovra l'ara o sul fuoco o anche per terra e quindi nel bere il rimanente. In origine però le libazioni non si facevano col vino, come si rileva da questo passo di Porfirio nel trattato De Abstinentia: «Le libazioni presso gli antichi erano per la massima parte sobrie: sobrie si chiamano quelle che si fanno coll'acqua. Poi si fecero col miele... al quale tenne dietro l'olio, e finalmente il vino».

In Grecia e in Roma furono in grandissimo uso e precisamente in quella maniera che viene descritta da Omero: ma troviamo di più che era costume in Roma di libare anche tra le corna della vittima ripetendo ogni volta la nota formula: «Sii tu accresciuto per mezzo di questo vino nuovo».

Ed esempi di libazioni troviamo ancora presso molti altri popoli: nei due sagrifici quotidiani nel tempio di Gerusalemme gli Ebrei libavano vino, e pretendono anzi i Rabbini che di qui nascesse l'uso del vino nella messa cattolica.

Gli Indiani, al dire di Strabone, non bevevan vino che nei sagrifici, e se crediamo ad Erodoto il quale però sembra che in altri luoghi si contraddica, gli Egiziani, presso cui erano in grande onore le libazioni prima di immolare la vittima, non permettevano il vino che ai sacerdoti[III-3].

Libavano vino gli Etruschi nei sagrifici, i Galli nella famosa solennità che aveva luogo al tempo della raccolta del vischio, e per citare un popolo di barbari costumi, anche gli Sciti, i quali libavano vino sul capo dello schiavo prima di immolarlo a Marte.

Nè posso passare sotto silenzio i suntuosi banchetti che tanto in Grecia quanto a Roma si offerivano in certi giorni agli Dei, e nei quali il vino sacrificale ebbe sempre larghissima parte.

Che se poi — mi perdonino gli scapoli e le zitellone — mi è concesso di distinguere in tre i punti più solenni e importanti della vita, nella nascita cioè, nelle nozze e nella morte, non è difficile lo scorgere come in ognun d'essi il liquor della vite abbia sempre avuto un'importanza speciale; e non voglio mica accennare soltanto ai veri rigagnoli di vino che fecero ciarliere in ogni tempo le gole degli invitati a un banchetto per un neonato o per una fanciulla che va a marito. Parlo di cerimonie speciali e consacrate dai diversi culti, di cerimonie in cui il vino assume un vero carattere di simbolo religioso.

Così anche oggi un uso particolarissimo vige presso il popolo ebreo: quando il sacerdote ha compiuta sul neonato quella tale operazione che corrisponde al nostro battesimo cristiano, ed ha per tal modo impresso in lui — indelebilmente — il carattere di israelita, accosta alle labbra un vaso ricolmo di vino, ne beve una goccia e quindi ne umetta pure le labbra del bambino. Il rito cristiano ha sostituito al vino un grumello di sale; gran peccato davvero che a questa età la Natura non abbia concesso l'uso della parola! Chè non sarebbe certo senza interesse il sapere da questi omuncoli pur mo' nati, se essi non preferiscano per avventura sulle labbra il dolce bacio del vino, simbolo delle forti gioie della vita, a quello acre e mordente del sale della sapienza!

Presso gli stessi Ebrei si consacrano ancora oggi gli sponsali col benedire il vino di cui bevono poi gli sposi nel bicchiere medesimo: uso di cui trovo un esempio appo i Galli antichi, sebbene con qualche divario, perchè presso a costoro gli sposi bevevano due diverse specie di vino versato in uno stesso calice da due diversi bicchieri.

Cerimonie assai simili a queste si attribuiscono in identiche circostanze da molti viaggiatori ad alcune popolazioni specialmente di razza slava.

Per quel che riguarda i riti funebri nessuno ignora quanta parte avesse nei medesimi il vino presso i Greci ed i Romani: col vino, secondo che ci descrive lo stesso Omero, si estingueva il rogo su cui ardeva il corpo del defunto, col vino e coll'olio se ne lavavano le ceneri prima di raccoglierle nell'urna; e in Roma col vino e col latte come si ricava da Tibullo. E ho appena bisogno di ricordare quell'inamabile usanza di terminare le funebri cerimonie con un banchetto, dove troppo spesso svaniva indecentemente ogni dolore fra i tripudii a cui davan luogo le frequenti libazioni di vino generoso.

Molto di sacro hanno naturalmente i trattati di alleanza e i giuramenti: e anche qui trovo che presso alcuni popoli concorreva il vino a renderli più solenni. Ad esempio gli Sciti si ferivano alla fronte lasciando gocciare qualche stilla di sangue in un calice contenente del vino; immersavi quindi la punta di un dardo bevevano di quella miscela. E i Valacchi invece pongono in un vaso del pane, del sale e una croce: giurano, e poi in quel vaso le parti contraenti bevono vino.

Neanche il cristianesimo, il quale pure si dimostrò così acerrimo nemico d'ogni forma del culto pagano, potè bandire del tutto il vino dalle sue cerimonie: ed è caratteristico quello che ci racconta il Peysonel nella sua relazione d'un viaggio nell'Asia Minore. Trovandosi egli a Smirne nel 1768, potè assistere a una cerimonia del rito greco in cui ravvisò un vero e proprio avanzo delle antiche libazioni; dovendosi lanciare in acqua un battello, il costruttore, prima che le altre cerimonie d'uso si compissero, si fe' portare una coppa di vino, e dopo averne spruzzata la poppa del naviglio, bevette il rimanente e ne fece bere agli astanti.

E nel medesimo rito greco la libazione di vino interviene pure nella cerimonia degli sponsali e nei banchetti funebri; e quel che è più singolare il vino ha pure la sua parte nel sacramento dell'estrema unzione. Perchè questa vien somministrata coll'olio puro ai moribondi; ma quando la si dà a qualche reo di peccato mortale, si mescola coll'olio una leggiera quantità di vino.

D'altra parte il vino nel rito cristiano fu innalzato all'onore supremo di rappresentante del sangue stesso del Cristo, onde per questo lato esso non ha certo ragione di rimpiangere gli antichi secoli quando aveva tributo di laudi divine. E fu un tempo in cui non soltanto il sacerdote, ma tutti i fedeli avevano il diritto di dissetarsi a questa allegorica fonte e di bevere alla sacra mensa il sangue del loro Dio sotto la forma di vino; nel secondo secolo, ad esempio, era del tutto in uso la comunione sotto le due specie. Venne poi di mano in mano proibita ai laici la comunione col vino, ciò che diede origine a controversie e ad eresie senza numero: e ancora nel 1413 il Concilio di Costanza minaccia pene severissime al prete che comunichi i fedeli altrimenti che col pane consecrato. Ciò non dimeno in Russia anche al dì d'oggi tutti i cristiani comunicano sotto le due specie.

Che se noi vogliamo farci più persuasi di questo simbolismo del vino quale si usa nelle cerimonie religiose, non abbiamo che a por mente alla predilezione con cui i predicatori del secolo XVI si occupano del medesimo nei loro sermoni. E troveremo ad esempio fra molti altri passi caratteristici quello in cui Robert Messier paragona Gesù Cristo a un taverniere che distribuisce agli apostoli il suo vino: S. Giovanni si sentì inebriato dal solo odore, e Giuda poi trovò il liquore così delizioso che deliberò di venderlo per trenta denari. Nè è meno singolare Michele Lenoir che apprestando nel 1521 ai suoi fedeli ascoltatori un allegorico pranzo di vigilia, così parla del vino nel suo Quadragesimale spiritual e: «Puis après le pain blanc et le vin ne se doivent en oubli mettre. Pour le pain et le vin nous pouvons entendre les joyes du paradis.... Le vin est de deux couleurs, blanc et rouge: le blanc nous donne l'éspérance d'aller en paradis, car il fait bon courage. Et le rouge fait le bon sens réduisant en mémoire le précieux sang de Jésus Christ»[III-4].

Poche cose dirò del vino che starei per chiamare marziale, siccome quello che conforta gli animosi alle pugne e cui gli antichi popoli (imitati in ciò dai moderni) tracannavano copiosamente per incitarsi al valore e allo sprezzo della morte.

Già Platone osservava che frequente è l'ubbriachezza nelle nazioni bellicose; ma è da considerarsi che in alcuni popoli, massimi bevitori, la forza belligera non è che brutalità barbara e selvaggia, aumentata ancora dall'immoderato abuso delle bevande alcooliche, come si legge degli Unni e specialmente del famoso loro capitano Attila; mentre altri popoli, pure deditissimi al bere, si possono dire dotati di quella forza maschia e intelligente che non dipende soltanto dal nerbo del braccio ma dalla virtù dell'animo generoso.

E fra i primi vanno annoverati certamente quegli Sciti che si facevano coppe da bere col cranio dei vinti nemici. Era uso presso di loro che ogni anno il governatore di una provincia dovesse invitare ad un festino tutti coloro che avevano ucciso qualche loro avversario: quivi il vino era largheggiato in copia meravigliosa e mentre gli invitati sotto l'impero dell'ebbrezza si abbandonavano ad ogni eccesso, da lungi contemplavano l'orgia con occhio invidioso quelli che non potevano vantarsi ancora d'aver trucidato un nemico. Nè meno ubbriaconi o meno barbari erano quei Britanni, di cui scrive Strabone ἀντροπόφαγοι τε ὄντες καὶ πολύφαγοι, che erano cioè antropofaghi e mangiatori solenni.

Ma altra era la forza di quei tenaci Anglo-Sassoni, destinati a tante conquiste contro il suolo ribelle e nel regno del pensiero, e sui quali Gregorio Magno, dopo di aver deplorato la loro smoderatezza specialmente nel bere, fa questo singolare lamento: «Oh qual danno che il principe delle tenebre debba aversi così bei sudditi! Angelica è veramente la loro sembianza e degni sono di essere compagni agli angeli nel cielo».

E se crediamo a quel che ci narra Plutarco nella vita di Camillo, bastò che Arunte Etrusco portasse ai Galli un saggio del vino italico perchè costoro s'infiammassero del desiderio di passare le Alpi e si sentissero più coraggiosi e più forti a sopportare le fatiche e i rischi della conquista. Nè dei Germani (anche di quelli lontani dalle rive del Reno) è ben certo che non bevessero vino o che ne bevessero solo scarsatamente. E sebbene Cesare scriva degli Svevi che non permettevano fra loro l'introduzione del vino, perchè effeminatore, pure sappiamo che ben presto dai vigneti renani esso si diffuse per ogni parte della Germania, e Tacito ci presenta quelle fortissime genti assise a desco dinanzi ai boccali di birra e di vino assai più tempo che a uomini temperanti non si convenga.

Che se presso alcuni popoli, come avveniva per esempio dei Cartaginesi, troviamo leggi che fanno divieto ai soldati di bere vino durante la campagna, non è men vero che fu considerato in ogni tempo ottimo consiglio quello di rincorare i combattenti che fiutano prossima la mischia con qualche sorso abbondante di vin generoso o di altro liquore potente, il quale aiuti i morituri ad incontrare serenamente il loro fato — e a menare con più furia le mani.

E come prima il vino è l'incitatore alla battaglia, così è in seguito il premio della vittoria: e ci siano di esempio per tutti, quei guerrieri omerici dal colossale torace che dopo ogni fatto d'arme stendono eroicamente la tovaglia e inaffiano le enormi pietanze con veri torrenti di elettissimo vino.

E che portenti d'uomini eran quelli!

Quando leggiam che l'inclite ventraie

Degli Atridi e del figlio di Peleo

Ingoiavan di buoi terghi arrostiti,

Oh l'antica rozzezza! esclamiam tosto.

Saporiti bocchini, e stomacuzzi

Di molli cenci e di non nata carta!

Ma perchè ammiriam poi che il seno opponga

Dello Scamandro burrascoso ai flutti

L'instancabile Achille, e portin aste

Sì smisurate i capitani greci?

Non consumava ancor muscoli e nervi

Uso di morbidezza: erano in pregio

Non membroline di zerbini inerti,

Ma petto immenso, muscoloso e saldo

Pesce di braccio, e formidabil lombo.

A' gran mariti s'offerian le nozze

Non di locuste ognor cresciute a stento

In guaíne d'imbusti; era bel corpo

L'intero corpo, ed Imeneo guidava

Ai forti sposi non balene o stringhe,

Ma sostanze di vita.

Gozzi, Sermoni.

Ora immaginiamo noi, avvezzi a centellinare nei calicini microscopici, di che badiali circonferenze di pátere abbisognassero quegli eroi, per accompagnare di tali bocconcini.

Ma ecco che l'argomento mi conduce a far parola del sollazzevole Bacco, spensierato re dei conviti e provocatore dei tripudi chiassosi ove troppo sovente la ragione si annega spontanea nei bicchieri ricolmi. Qui davvero il mio tema minaccia di diventare inesauribile: e non sarebbe certo cosa priva d'interesse lo studiare i costumi variissimi dei popoli per rispetto alla maniera del bere e alle cerimonie usate in così fatte circostanze, e anche agli utensili diversamente adoperati all'uopo; nè gli scrittori ci sono avari di notizie a questo riguardo. Ma oltre che un siffatto studio mi condurrebbe troppo in lungo, io credo che sia in ogni modo sufficiente all'illustrazione del mio soggetto l'accennare con qualche minutezza agli usi speciali che vigevano presso i Greci e i Romani, appo i quali il lusso della tavola vide ciò che è ultimo nello sfarzo, nella raffinatezza e anche nella corruzione.

Ma non voglio tacere anzitutto delle feste in onore di Bacco, le quali in breve andar di tempo si moltiplicarono per modo da poterne appena ricordare i diversi nomi; ed è naturale che discorrendo di banchetti si citino queste solennità le quali si terminavano quasi sempre con un'agape pubblica o privata della quale non avevano certo mai a dolersi gli spacciatori di vino. Nei tempi più antichi di Grecia non erano in troppo grande uso le feste; e Aristotile scrive nell'Etica che non ve n'erano forse altre in allora che quei banchetti soliti ad apprestarsi in segno di gaudio universale dopo la raccolta delle messi e la vendemmia. Ma ben presto, come ho detto, per ragioni di varia natura e specialmente politica, in ogni città greca si istituirono pubblici spettacoli; e fu appunto da quel tempo che anche le feste di Bacco andarono via via moltiplicandosi, e per guisa che il padre Lieo ebbe, io credo, più giorni e solennità a sè dedicate che qualsiasi altro nume d'Olimpo.

E di vero tra le feste di Bacco si annoverano le antiche, le nuove, le grandi, le piccole, le diurne, le notturne, le campestri, le urbane, le autunnali, le primaverili e via dicendo, a cui sono da aggiungersi i troppo famosi Baccanali che acquistarono in Roma al tempo del console Postumio una così trista rinomanza.

Perciò che riguarda la tavola vuolsi da alcuno (e la cosa mi pare ben lontana dall'esser provata) che ogni uso di mollezza derivasse ai Greci dalla Magna Grecia ossia dall'Italia meridionale; mentre da prima erano la sobrietà e la parsimonia le doti comuni a tutti gli Elleni. Il fatto è che quanto più si risale ai tempi remoti tanto più noi ritroviamo, come è ben naturale, sbandita dalla tavola o piuttosto ignorata da tutti i popoli la raffinatezza dei pasti quotidiani: i quali si vanno invece arricchendo di morbide delicatezze a misura che penetrano nelle città la ricchezza, la coltura e le costumanze gentili.

Da principio il pranzo greco consisteva tutto nel così detto deipnon, in cui nè la quantità, nè la ricercatezza dei cibi erano grandi: ma mutarono affatto le cose allorchè si aggiunse al deipnon la geniale appendice del simposio, che acquistando sempre col tempo maggiore importanza divenne infine la parte principale e più desiderata del banchetto.

Una libazione, la quale si faceva invocando il buon Genio o Igea, l'Iddia della salute, poneva termine al deipnon e subito un'altra simile libazione dava passaggio al simposio. A questo venivano invitate anche persone che non avevano pigliato parte al pranzo, giacchè, come indica il nome stesso, nel simposio non doveva trattarsi d'altro che di bere, e perciò appunto venivano recati in tavola cibi eccitanti la sete. Quanto alla maniera e alla misura del bere, questa veniva per consuetudine regolata da un simposiarca o re del convito, che veniva eletto a questa temporaria dignità mediante il sorteggio dei dadi.

E quantunque fosse costume di chiamare barbaro in Grecia chi beveva vino schietto, quantunque si usasse di mescolare l'acqua al vino nella proporzione di 3 : 1, tuttavia è da credersi che in sul finire del simposio nè l'orrore della barbarie, nè la venerazione delle vecchie costumanze potessero molto su quei Greci eleganti e delicatissimi, perchè la sala del triclinio non tardava a convertirsi nel teatro di orgie solenni. Dai piccoli bicchieri il simposiarca ordinava a mano a mano si passasse ai più grandi, si incrociavano in ogni direzione i brindisi, si invocavano i nomi delle etére e delle innamorate, e siccome durante il simposio si rappresentavano azioni sceniche e si succedevano le danze, ben tosto gli stessi convitati si facevano di spettatori attori e nella sala tutto era canto e tripudio.

Talora il simposiarca incominciava un brindisi: tutti allora portavano il calice alle labbra e quindi con un moto uniforme, compassato, al tempo medesimo, deponevano sulle mense con un colpo sonoro, le tazze. Altri già ravvisò un avanzo di quest'uso nei moderni commersen degli studenti tedeschi, e si potrebbe raffrontarlo ancora colla challenge degli antichi Inglesi, la quale non altro era che una disfida al bere fatta press'a poco nella medesima maniera di quella testè citata.

Ma appunto perchè gli inni allegri, le arguzie e la innocua allegria del simposio trasmodavano troppe volte in orgie pazze e immodeste, esso fu vietato da parecchie leggi in alcune città greche e particolarmente bandito, com'era naturale, dalla rigida Sparta e anche da Creta.

Ma se alcune città lo cacciarono con ignominia, siccome corruttore dei costumi e ammollitore delle fibre, trovò il simposio ospitalità veramente regale nella massima fra le città che ebbero fama immensa nel mondo, in Roma.

Quivi dovette mutare il suo nome, che venne tradotto alla latina in quest'altro di comissatio o compotatio: ma i suoi costumi rimasero i medesimi se non divennero forse più corrotti e più corruttori. Già sul finire della repubblica i discendenti di Quirino avevano posto nel più perfetto oblio le rape famose del Dittatore Cincinnato e la sobrietà meravigliosa di lui; che anzi si cominciavano ad ornare splendidamente i triclinii e a render liete le mense di cibi peregrini.

I buoni Romani che poc'anzi avevano trovato prodigiosa la splendidezza di Cesare il quale aveva lor servito quattro differenti sorta di vino, arricchivano ora con grave dispendio le cantine da cui ricavavano poi le anfore del vino opimiano di cent'anni per le orgie della comissatio.

E siccome su 80 località produttrici di vino famoso presso gli antichi, circa due terzi erano Italiane, così venivano prodigati sulle mense romane il Sorrentino, il Falerno, l'Albano, il Setino, il Cecubo, il Massico, il Capuano, il Tarentino, ed altri molti.

Ben presto in Roma la sfrenatezza dell'orgia e l'incredibile fasto dei prandii non conobbe più limite e basta per esserne convinti leggere quella fina satira che però dipinge così al vivo il corrotto costume, cioè il Convito di Trimalcione; basta leggere quel che scrive Cicerone in una delle sue Verrine, in cui paragona la sala del convito dopo la comissatio a un campo di soldati dopo la battaglia.

Ma io non farò che accennare come non differisse quasi nella forma la comissatio latina dal greco simposio. Anche nei triclinii romani i convitati vestivano una tunica speciale, cingevansi il capo e talora anche i piedi di rose convivali, eleggevano coi dadi il Rex convivii.

« Bene tibi, vivas! » — gridava un banchettante volgendo il capo al suo vicino, e questi accoglieva e ripeteva il brindisi, mentre lo schiavo coppiere stava intento dietro di lui a riempirgli la tazza vuotata. E altre volte, come abbiamo da Marziale, i convitati si figgevano in capo di tracannare tanti bicchieri quante lettere aveva il nome della propria innamorata, e fortunato allora — o disgraziato — chi ardeva per un' Amarillide o per una Domitilla!

Nel vino, secondo che si ricava da Ateneo e da molti altri scrittori, usavano mescolare sostanze aromatiche, e mastice, e assenzio e fiori e persin della pece onde il così detto vinum picatum, il quale però non era gran fatto apprezzato; e bevevano anche vino di oltre due secoli, che per l'estrema vecchiezza si era convertito in una specie di glutine aderente alle anfore, che veniva sciolto per mezzo dell'acqua bollente.

Non mancavano nella comissatio le rappresentazioni sceniche, ma non pare che i Romani imitassero i Greci nel pigliarvi parte; o più gravi o più avvinati o forse meno artisti, si contentavano di farla da spettatori, finchè l'orgia invereconda non confondesse insieme schiave danzatrici e liberi cittadini, mime seminude e senatori od equiti romani.

Dopo un certo tempo, per quanto si sentisse infiammata dal desiderio ognor crescente col crescere dell'orgia, non poteva più la gola, come è facile intendere, dilatarsi compiacente a ricevere nuove ondate torrenziali di vino: lo stomaco troppo pieno si ribellava con irresistibile energia. Non perciò si sgomentavano gli eroici figli di Romolo; coloro che avevano domato il mondo intero vollero domare anche l'indocilità del proprio stomaco.

E trovarono la titillatio.

Si appartavano in una stanza prossima al triclinio: quivi li aspettava uno schiavo colla mano armata di una lunga penna dalle barbe rosse. Ed allora quei conquistatori dell'orbe intero spalancavano innanzi a lui le loro fauci: lo schiavo vi introduceva con molto garbo la sua penna, la spingeva con molto garbo fin dentro la gola e leggermente e delicatamente titillabat, titillava... Ad un tratto...

Dio mio, come dire? Ad un tratto il cittadino Romano, felice d'essersi liberato da una grave angustia che gli gravava lo stomaco, traversava la stanza a passi molto larghi e tirando in su il lembo estremo della tunica, e ritornava nel triclinio. Allora poteva bere di nuovo. E quest'usanza doveva essere assai diffusa, perchè lo stesso Cicerone ne parla nell'orazione Pro Rege Deiotaro come di cosa affatto naturale.

Nè ciò bastava: ma per accrescere e render perenne la sete ricorrevano ad altri mezzi ancora. Plinio ne ricorda parecchi: v'era chi mesceva nel vino della pietra pomice, chi vi aggiungeva (scrive il celebre naturalista in tono indignato) cose turpi anche a dirsi; alcuni afferravano a due mani un'anfora e la bevevano d'un fiato per poter rigettare e quindi bevere ancora, altri si avvoltolavano nel fango come porci nel brago, altri arrovesciavano con fatica il capo all'indietro per dilatare il petto e renderlo più capace.

Qual meraviglia che una tal gente disfatta dalle gozzoviglie non sentisse più nei polsi forza bastante per divincolarsi dalle strette erculee dei barbari? fra le altre cose, l'Impero d'Occidente era ubbriaco fradicio: lo urtarono, e precipitò a terra russando.

Allora cominciò veramente un'età nuova: e quanto più s'erano dapprima gli uomini aggrappati alla vita per succhiarne, per esaurirne tutte le possibili delizie, tanto più ora la spregiavano come cosa vile e provocatrice al peccato. Nè certo il vino poteva esser ultimo a provare gli effetti di questa maledizione scagliata con acre voluttà di sagrificio contro ogni gioia terrena.

E mi basti citare a questo riguardo quello che fin dal secolo IV scriveva S. Geronimo ad Eustachio: «Se alcuna cosa in me può essere di buono consiglio, se all'esperto si crede, questo prima ti ammonisco, che la sposa di Cristo il vino fugga come veleno».

In quei lunghi secoli di denso ascetismo, in cui però la coscienza umana si ritempra apprestandosi a gloriose battaglie, ci fa quasi meraviglia l'udire una voce di allegra e talvolta cinica protesta: e l'inno dei Goliardi ci giunge come il grido della ribellione alle smodate esigenze dello spirito, come il primo sintomo d'un risveglio della ragione umana che ritorna dai nebulosi spazi dell'infinito in sulla terra e ne riconosce le serene bellezze. E i Goliardi a chi inneggiano principalmente nei loro canti ove risorge il sentimento della realtà e della natura? Inneggiano sopratutto al vino di cui noverano le lodi con entusiasmo troppo caldo e sincero per non essere bello.

Intanto col successivo svilupparsi, specialmente dopo il secolo decimo, di questo sano elemento per cui gli uomini sono tratti di bel nuovo verso la terra, altri fenomeni si fanno manifesti nei quali rivive una traccia del paganesimo che pareva spento e non era. Ed ecco venire in uso molte feste che ci ricordano press'a poco i Baccanali e i Saturnali antichi benchè svisati in maschera cristiana per l'introduzione di elementi parecchi di cui l'origine prima non è ben nota. E tra queste feste piacemi ricordare la famosa dei Pazzi e degli Innocenti, vera parodia dell'ufficio divino.

Le monde est plein de fous, et qui n'en veut point voir

Doit demeurer tout seul, et casser son miroir.

E quella non meno celebre dell'Asino innanzi al quale, vestito dei sacri paramenti, si celebrava una Messa per ingenua empietà singolarissima. In quest'asino altri ha creduto di riconoscere quello che dopo aver servito al Cristo nella sua entrata in Gerusalemme, passò, secondo la leggenda, a Cipro, a Rodi, in Malta e in Sicilia, quindi traversando a zampe asciutte il mare, a Venezia: nel qual luogo non trovandosi bene pel clima, venne finalmente a Verona dove morì. Ma c'è pure chi non vede in lui che l'asinello il quale avendo servito a Bacco nella sua fuga, fu per ricompensa posto dal Nume a brillare fra le costellazioni nel cielo: dove, sia detto a conforto dei suoi simili, non pare che splendesse meno di qualsiasi altra.

Queste feste non mancavano d'essere accompagnate da orgie scandalose che avevano per teatro le stesse chiese: e benchè i concilii più volte le condannassero, durarono tuttavia molti secoli ancora.

Del resto, i bagordi nell'interno dei templi erano di vecchia data: e già nel 364 il concilio di Laodicea proibisce le agapi che aveano introdotto nelle chiese l'uso dei letti convivali. Seguirono tuttavia, specialmente nelle feste citate; e noi leggiamo ad esempio nel Rituale della Chiesa di Santa Maria Maddalena in Besançon, questa regola espressa da seguirsi al giorno di Pasqua: «Dopo la predica avranno luogo delle danze nel mezzo della nave del tempio: e finite queste vi si farà una colazione con vino rosso».

Quanto al lusso delle mense ecclesiastiche qualche cosa già ne indoviniamo dalle implacabili satire goliardiche: ma assai espressivo in ogni caso è quanto scriveva circa il 1070 San Pier Damiano dei preti del suo tempo: «Bramano di arricchire perchè nei bicchieri cristallini biondeggino mille vini artefatti».

E nel 1149, per citare ancora un esempio, i Canonici di S. Ambrogio di Milano pretendevano in certi giorni dal proprio Abate una succolenta refezione con tre portate distinte: « In prima appositione pullos frigidos, gambas de vino, et carnem porcinam frigidam. In secunda pullos plenos, carnem vaccinam et turtellam de clavezolo. In tertia pullos rostidos et porcellos plenos ».

E se così dimenticavano presso di noi gli ecclesiastici la virtù dell'astinenza e della mortificazione dei sensi tanto cara ai monaci del primo medio evo, non è a credere che i laici fosser da meno di loro.

Nel panegirico di un anonimo a Re Berengario, del secolo X, così viene introdotto un soldato Gallo ad apostrofare gli Italiani: «A che vi corazzate con le dure armi i petti inerti, o Itali? A voi stanno piuttosto a cuore le tazze ricolme di vino».

E poichè ho accennato ai convivii per dispendio e per lusso quasi favolosi dei tempi dell'Impero, mi sia lecito di contrapporre a quel quadro questa descrizione, che un contemporaneo fa del pranzo dato nel 1395 da Gian Galeazzo in Milano, quando ebbe il titolo di Duca:

«Fu dato ai convitati acqua a le mani stillata con preziosi odori e poi seguitarono le imbandigioni tutte accompagnate con trombe et altri diversi suoni, la prima delle quali fu: marzapani e pignocate dorate con arme del serenissimo Imperatore e nuovo Duca in tazze d'oro con vino bianco. Deinde pollastrelli con sapore pavonazzo cioè uno per scotella e pane dorato. Poi porci dui grandi dorati e dui vitelli parimenti dorati. Inde vi furono portati grandissimi piattelli d'argento et per caduno pecti dui de vitello. Pezi quatro de castrato. Capretti dui interi, pollastri quattro, caponi quattro, somata una, salsicci dui e vino greco. Doppo furono portati altri piattelli di simile grandeza con pezi quatro de vitello rosto. Capretti dui interi. Lepore due intere. Piccioni grassi sei. Poi pavoni quattro cotti et vestiti. Orsi due dorati con sapore citrino. Doppo furono portati altri grandissimi piattelli d'argento con fasani quattro per caduno vestiti. Conche grandi di argento con un cervo intero dorato. Daino uno dorato e caprioli due con gallatina. Poi piattelli come di sopra con non poco numero di quaglie e pernici con sapore verde: poi torte di carne dorate con pere cotte. Dopo fu data acqua a le mani facta con delicati odori a li quali seguitava pignocate in forma di pesci inargentate. Poi pani inargentati. Limoni siropati inargentati in taze. Pesce arrostito con sapore rosso. Pastelli de anguille. Poi piattelli grandi de argento furono portati con lamprede e gallatina. Trute grande con sapore nero. Indi torte grande verdi inargentate, mandorle fresche, vino legiero, malvasia, persiche e diversi confetti a varie foggie»[III-5].

Dopo non fu più portato nulla.

E sul vino e sui diversi usi in cui esso ha parte larghissima, molto mi resterebbe a dire se non temessi di abusare dell'attenzione del mio uditorio. Accennerei volentieri a quelle famose storiche proibizioni che sempre furono e in ogni luogo deluse, ad onta delle minaccie e anche delle pene più crudeli. Per cautela igienica Maometto l'aveva vietato ai suoi Musulmani, ma nello stesso tempo descriveva loro il seducente paradiso delle Uri dove i beati potranno dissetarsi ai torrenti di vino che scorrono per i boschetti di eterna primavera. I Musulmani però vollero pregustare quelle delizie anche sulla terra; a nulla valsero le frustate, a nulla il piombo liquefatto versato nella gola del bevitore, a nulla la stessa morte: tuttavia si bevette. I sultani fecero abbattere ogni spaccio di vino, ne distrussero dalle fondamenta i depositi, fecero gittare in mare i carichi d'uva, ma tutto fu vano: si bevette sempre.

Volentieri vi parlerei dell'uso che avevano i Germani di deliberare sedendo a tavola tra i bicchieri, e della specialissima benedizione che gli Ebrei danno al pane e al vino coprendo sulla mensa ogni altra vivanda, e dell'allegrezza di cui è segno il vino versato in sulla tovaglia e di altri usi parecchi. Ma mi contenterò, poichè ho parlato da principio anche di un vino moralista, di discorrerne per bocca della stessa Sapienza:

«Date il vino a quelli che sono in amaritudine d'animo, acciocchè beano e dimentichino la loro miseria».

Proverbi XXI.

«Allegrezza d'animo e di cuore è il vino ammodatamente bevuto: sanità d'animo e di corpo il vino temperatamente bevuto».

Ecclesiastico.

E udite finalmente il Salmo 75:

«Un nappo è nelle mani del Signore e il vino è rosseggiante: è colmo che ne trabocca e si diffonde. Ma tutti i malvagi della terra non ne succieranno che le feccie».

Possiate voi dunque, o signori — è il moralissimo augurio col quale vi ringrazio dell'attenzione benigna — ignorare mai sempre il gusto della feccia e non bere per tutta l'eternità che dello schiettissimo vino.

[III-1] Apprendo che quest'uso vige ancora presentemente nelle Marche: e si crede che i bambini così lavati si fortifichino specialmente nelle ginocchia.[III-2] Del tempio nella parte più romita

Dei ministri le menti di sè piene

Non così Febo incita,

Non il padre Lieo, non Dindimene,

Nè i crotali sonanti

Batton con tanta furia i Coribanti,

Con quanta le sdegnose anime invade

L'ira.

Traduzione di D. Perrero.[III-3] Vedi Erodoto, libro II, passim.[III-4] Cfr. A. Méray, La Vie au temps des libres prêcheurs.[III-5] B. Corio, Storia di Milano. Anno 1395.

M. LESSONA

I NEMICI DEL VINO

(Conferenza tenuta la sera del 2 febbraio 1880).

I nemici più pericolosi sono i nemici piccoli. Il leone è scomparso da molte plaghe della terra cui prima infestava, i coccodrilli e gli ippopotami, col moltiplicarsi dei piroscafi lungo il Nilo in Egitto, si sono ritirati al disopra delle cateratte: da lunga pezza il lupo è scomparso dalle Isole Britanniche, come è quasi scomparso oggi dal Piemonte dove abbondava ancora sul principio del corrente secolo: sono scomparsi dal Piemonte i cignali, sono scomparsi gli orsi, i quali, quattro o cinque secoli or sono, erano in così gran numero che la loro carne aveva sul mercato di Lanzo il suo prezzo corrente come quella di capra.

L'uomo, che fa scomparire dalla terra le bestie feroci, non è riuscito a liberarsi dai topi: in certe annate i topi campagnuoli si moltiplicano così straordinariamente che distruggono le messi: in Germania lo Hamster, talvolta venuto così strabocchevolmente a moltiplicarsi, fa egli stesso il raccolto del frumento, e al povero mietitore non rimane altro che andare a ricercare nelle tane del formidabile rosicante il frumento che questo vi ha nascosto.

Or sono pochi anni un naturalista tedesco, il quale aveva tutta la sua vita studiato i mezzi più efficaci per distruggere gl'insetti nocevoli, e sovratutto quegli insetti che riescono più nocevoli in istato di bruco, andava ad un congresso in una grande città ove dovevano convenire dai punti principali della Germania altri naturalisti e agronomi segnalatissimi per proseguire tutti concordemente nell'opera della distruzione degli insetti nocevoli. Il naturalista dormicchiava in una carrozza di prima classe, meditando un discorso che doveva improvvisare, quando il convoglio prese a rallentare la sua corsa e finalmente si fermò: era causa della fermata uno stuolo di brucolini innumerevoli come le arene del mare e le stelle del firmamento, che per passare da un tratto di terreno coltivato, donde avevano fatto scomparire fino all'ultimo filo d'erba, ad un altro tratto al di là della ferrovia, avevano dovuto attraversare questa, e il convoglio era arrivato loro sopra appunto mentre facevano la traversata. L'immenso untume sotto le ruote dei bruchi schiacciati impediva lo andare del convoglio. Il naturalista arrivò in ritardo al congresso, ma in tempo tuttavia per leggere una dotta memoria approvata unanimamente dai membri presenti, intorno ai modi più efficaci di distruggere i bruchi nocevoli alle piante coltivate.

Questi danni spaventosi avvengono appunto in Germania, dove le pubblicazioni dirette ad ammaestrare i coltivatori intorno ai modi di liberarsi da questi loro nemici sono più numerose, dove il Governo se ne preoccupa costantemente, e gli studi zoologici sono meglio in fiore, e (me lo ha detto anche un dotto tedesco) i professori sono più segnalati ed eccellenti che non in qualsiasi altra parte del mondo.

I nemici dell'agricoltura sono i più dannosi all'uomo, perchè, in sostanza, l'agricoltura è la grande base d'ogni umana associazione. Io devo qui parlare dei nemici della vite, pianta che nell'agricoltura tiene un così grande posto, e intendo parlare dei nemici che hanno il loro posto nel regno animale, regno del quale io mi devo professare suddito di buon volere. Anche per la vite, come sempre, i nemici piccoli sono i più pericolosi, e i grossi quelli che in sostanza finiscono per recare minor danno.

Il mio collega professore Cossa nella sua lettura intorno alla chimica del vino domandò a se stesso se fra i nemici della vite io avrei compreso anche l'uomo. Ho veduto molte volte l'uomo nemico delle viti, sovratutto delle viti del sindaco nei villaggi: nei villaggi, non in Torino, dove prosperano sulla collina le viti del nostro sindaco diletto: ma la domanda si risolve in quest'altra: L'uomo è un animale e deve prender posto nei trattati di zoologia? Linneo collocava l'uomo primo fra i primati, in capo al regno animale, e distingueva due sorta d'uomini, l'uomo sapiente e l'uomo selvatico; ma fra i primati collocava anche le scimmie, e fin qui la cosa, se fa pena a molti, non fa poi tanta meraviglia; ma vi collocava anche i pipistrelli, ciò che è più inaspettato: l'uomo, le scimmie e i pipistrelli son collocati da Linneo in sedie chiuse e il resto degli animali in platea: nel corrente secolo si volle portare l'uomo in un palco di primo ordine a guardare col cannocchiale ora in platea, ora sul palco scenico, e fu proposto di costituire il regno umano al disopra del regno animale, separato e spettatore di esso. In un trattatello tedesco intitolato Zoologia comica, a raffigurare la principale differenza tra l'uomo e gli animali, il primo, Homo sapiens, è rappresentato con un chop di birra in mano. Io posso oggi lasciar fuori questa quistione, per quello che riguarda i nemici della vite, e tacermi intorno all'uomo e dire soltanto degli animali, essendo compito mio lo studio degli animali e non quello degli uomini: compito meno grave, perchè assai più che non quello degli animali è difficile lo studio dell'uomo e sovratutto della donna.

La volpe ama l'uva, e una popolarissima favola ne fa testimonianza: il cacciatore a mezzo della notte impugna sovente lo schioppo e va pei vigneti attratto dallo squittire della volpe sotto i filari; ma la volpe preferisce tuttavia le galline, e l'uva prende per frutta. Qualche altro mammifero carnivoro vien segnalato dai contadini siccome non avverso ai grappoli, ma è cosa di pochissimo conto.

Gli uccelli beccano i grappoli maturi: il mio maestro di quinta mi raccontava di un pittore greco che aveva dipinto un grappolo d'uva con tanta naturalezza che gli uccelli ingannati andavano a beccarlo, ciò che certo non riescirebbe a far oggi il pittore più ardente della scuola realista. Forse gli antichi pittori greci avevano la cosa senza la parola; ma è anche possibile che gli uccelli greci antichi fossero meno degli uccelli moderni conoscitori in fatto d'arte. Sostanzialmente tuttavia non si può togliere agli uccelli il merito di giovare alle viti distruggendo insetti e bruchi nocevoli. Sopra questo fatto vero i naturalisti da tavolino e gli agronomi da accademia hanno ricamato una serie sterminata di periodi in favore degli uccelli e considerando la cosa per un solo verso finirono per cadere nello esagerato e nel falso, sebbene il punto di partenza sia vero: ma altre verità stanno accanto a questa, le quali trascurate conducono all'errore.

Nella schiera dei rettili, le innocenti lucertole, i ramarri e gli orbettini sono da considerare come amici della vite, perchè distruggono i nemici di essa, insetti, limacce e chiocciolette: è ciò che non toglie che questi abbondino a malgrado dell'abbondare dei primi, perchè dove sono più i divoratori è anche maggiore il numero dei divorati, e tutti a vicenda si divorano per mantenere quel famoso equilibrio che consiste in una grande e continua distruzione, tanto ammirato dall'uomo che divora sempre ed è raramente divorato.

Il professore Arturo Graf ci ha parlato di un gran serpente grosso e lungo al di là di ogni immaginazione, che, avvolto intorno ad una montagna in gran parte sommersa e preso da uno degli estremi del suo corpo, fu adoperato a frullare il mare per convertirlo in vino: ma ebbe cura egli stesso di dirci che quel serpente non era registrato nei libri di zoologia. Le serpi nostre non hanno quasi che fare colla vite: ingoiano sovente uccelli e rane, animali distruggitori d'insetti, e nuociono così alla vite cui tali insetti riescono dannosi; talora divorano gl'insetti medesimi e le limaccine e riescono utili; ma il servizio e il danno son così piccoli che non franca la spesa tenerne conto.

Nemici più piccoli e più dannosi sono i molluschi: le chiocciolette e le limaccine strisciando dal suolo su pei tronchi vanno a divorare le gemme e le foglie: tuttavia il danno che questi molluschi arrecano alle viti non è mai quale è quello che recano agli ortaggi, ai cavoli, alle insalate: negli orti talora si viluppano le limaccine abbondantissimamente in certe annate, e fanno grandissime devastazioni: ciò non avviene per le viti, sulle quali il loro numero non aumenta considerevolmente da un anno all'altro, e non è mai tale da recare danni veramente gravi.

Nemico più piccolo e più numeroso è un acaro: questi animalucci, che vivono sulle foglie della vite, sono stretti parenti e hanno in tale qualità una grande somiglianza con quegli animaletti dello stesso nome che vivono sulla pelle dell'uomo, vi si scavano entro canaletti, passano facilmente da un individuo all'altro, e costituiscono la malattia della rogna. L'acaro della vite ( Acarus vitis ) sta sulla pagina inferiore delle foglie di questa pianta, vi fa sopra una finissima tela e le intacca per modo che appaiono poi chiazzate di giallo sulla pagina superiore: questo danno è poco tuttavia, sovratutto perchè si produce tardi nell'estate, quando è già l'uva matura. Questo acaro del resto ha vicino a sè il suo nemico che lo tiene in freno rispetto al soverchio moltiplicarsi, e questo nemico è pure un parente, un membro della famiglia. Sistematicamente l'acaro che divora quello della vite appartiene ai trombidii e vien chiamato dai naturalisti Trombidium holosericeum. Questo si mostra in aspetto d'un punto di un bel rosso vivo, che i contadini conoscono, che trovano sovente sulle pietre al piede della vite, e l'alpinista scorge sulle rocce in montagna, e nella campagna di Torino è fra i primi a mostrarsi in primavera e fra gli ultimi a scomparire in autunno: anche in inverno, smovendo la terra al piede di un albero o di un muro, è facile trovare questo bel punticino rosso vivente. Del resto, se la vite ha un acaro nemico, ne conta molti amici, perchè son parassiti d'insetti che le recan danno: la stessa filossera, la terribile filossera, ha un acaro che la divora.

Fra tutti gli animali, i nemici più pericolosi della vite, più terribili ed in maggior numero sono gl'insetti, come sono di tutte le altre piante coltivate dall'uomo. Gl'insetti sono naturalmente in sommo grado fecondi ed è grandissimo il numero delle uova e delle larve che vengono da una sola femmina, grandissimo sempre, ma in certe specie poi veramente sterminato. Un numero grande di cause ed azioni molteplici concorre a far sì che moltissime fra le uova deposte non si schiudano, e più ancora che un numero assai maggiore di larve non arrivi all'ultima trasformazione: anche qui, anzi qui più che mai, son molti i chiamati e pochi gli eletti. Queste cause distruggitrici operano variamente: in qualche annata avviene che l'azione di queste cause contrarie si fa meno sentire ed opera invece inconsuetamente una qualche causa od un complesso di cause favorevoli rispetto allo sviluppo d'una data specie: tutto ciò senza che l'uomo nulla sappia, nè possa prevedere. Allora questa specie si sviluppa così strabocchevolmente che invade e devasta per un gran tratto di paese quelle piante che predilige, e quando non ha più nulla da rodere sopra queste piomba su altre che prima sempre aveva lasciato in disparte, e queste pure devasta e divora. Ciò fa che la lista degl'insetti nemici di una data pianta quale noi la facciamo oggi, può non essere più esatta domani: una specie d'insetti che non ha mai intaccato la vite, ma sempre s'è attenuta ad un'altra pianta, quando quest'ultima le venga a mancare, può invadere la prima e recarle gravi danni. Gl'insetti oggi innocui alla vite possono riuscirle dannosissimi domani.

Qualche anno fa, l'anno 1874[IV-1], gli olmi del contorno di Torino erano brulli e senza foglie: i viali non avevano più ombra, i rami nudi come a mezzo dell'inverno; nè solo nel contorno di Torino, ma per tutto il Piemonte: era una specie di coleottero ( Galleruca calmariensis ) che c'è tutti gli anni, ma in moderate proporzioni per modo da passare inavvertito, che quell'anno s'era sviluppato così sproporzionatamente. — Un fatto analogo si osservò pure poco tempo fa in Torino stessa. Una specie d'insetto, appartenente ai Rincoti ( Arocatus melanocephalus ), nella primavera del 1877 si sviluppò in così grande numero sugli olmi di una regione della città da invadere le case vicine, con grave incomodo e molestia degli abitatori delle case stesse[IV-2].

La medesima cosa avviene in ogni parte, ora di questa ora di quella specie, per cui l'uomo non è mai sicuro: l'agricoltore coltivando una data specie di piante, o poche specie e non più, per una grande distesa di terreno e togliendo via ogni altra vegetazione sviluppa necessariamente, fatalmente, quegli insetti che si nutrono delle piante ch'egli coltiva; porgendo ampio pascolo al suo piccolo nemico, l'uomo ne favorisce inesorabilmente la propagazione. L'uomo, che fa questo fatalmente ed inconsapevolmente, cerca la causa del male, invece che in se sesso, al difuori, e accusa lo scarseggiare degli uccelli del soverchio moltiplicarsi degli insetti. Da una ventina d'anni a questa parte, nelle scuole di agronomia e di storia naturale, nelle accademie di agricoltura, nei libri, pei giornali, si ripete la stessa querimonia dello scarseggiare degli uccelli e dello straboccare degli insetti; ma i naturalisti entomologi cominciano a parlare in modo diverso, e due valentissimi italiani, tutti e due morti da poco, il Rondani e il Ghiliani, furono i primi a dimostrare la vanità di questo asserto: la loro voce fu dapprima inascoltata, ma oggi, anche presso le altre nazioni, gli uomini che conoscono l'argomento tengono lo stesso linguaggio, sebbene molti membri delle accademie di agricoltura seguano a tenere il linguaggio antico.

Sia adunque per la loro fecondità normale, sia per l'effetto di cause che fanno sì che arrivino fino alla loro trasformazione in certe annate in numero maggiore del consueto gl'individui d'una data specie, sia perchè una specie, mancandole l'alimento che predilige, imprende a pascersi di una specie vegetale che prima lasciava illesa, sia per le migrazioni che trasportano talora sopra una contrada da lontanissime plaghe stormi innumerevoli d'insetti affamati, l'agricoltore non è mai tranquillo, e non è mai tranquillo il viticoltore.

Io riferisco qui l'elenco degli ordini in cui si divide la classe degli insetti, seguendo le classificazioni del Claus, autore oggi preferito generalmente e giustamente nelle scuole superiori:

INSETTI NOCIVI ALLA VITE.

Ortotteri. — Locusta viridissima — Decticus albifrons — Calloptenus italicus — Ædipoda fasciata — Acridium peregrinum — Acheta italica — Varie specie di Ephippigera.

Neurotteri.

Rincoti. — Aphis vitis — Phylloxera vastatrix — Lecanium vitis.

Ditteri. — Drosophila uvarum.

Lepidotteri. — Cochylis ambiguella — Eucarphia vinetella — Eudemia botrana — Grays olbellus — Tinea albertinella — Aciptilia pentadactylus — Antispila rivillella — Albinia wochiana — Albinia casazzae — Pyralis vitis — Tortrix heparana — Bombyx neustria — Deilephila celerio.

Coleotteri. — Melolontha vulgaris — Anomala vitis — Oxythyrea stictica — Epicometis hirtella — Agrilus viridis — Synoxylon muricatum — Apoderus coryli — Rhynchites betuleti — Rhynchites baccus — Brachyrrhinus vitis — Eumolpus vitis — Haltica ampelophaga — Cryptocephalus vitis.

Imenotteri. — Vespa crabro — Vespa vulgaris — Polystes gallica

Questa tavola indica a colpo d'occhio quali siano quegli ordini da cui la vite ha più da temere. Io verrò passando in rassegna questi ordini dicendo brevemente di ciascuno, e fermandomi, naturalmente, più a lungo su quelli che porgono materiali maggiore al mio discorso.

Ortotteri. Quest'ordine, in cui sono note e comuni forme le cavallette e i grilli, non ha specie particolarmente nocevoli alla vite, sebbene molti ortotteri vivano sulla vite medesima: nei nostri vigneti, venuta la sera, fra i varî rumori della notte predomina, eccheggia per sterminate distese un continuo e non disaggradevole trillo, che si deve ad una specie di grilletto cui fu dato il nome di Acheta italica[IV-3] ( Acanthus pellucens ): immensamente diffusa è questa specie, ma non in un numero d'individui abbastanza grande per recare qualche rilevante danno alla vite su cui vive. Vivono pure sulle vite varie cavallette verdi, come quella dei prati, cui si da il nome di Ephippigera e talora certe specie migratrici. Il genere Acridium comprende le cavallette migratrici per eccellenza, quelle di cui già si occupavano i più antichi legislatori cinesi, e di cui la storia antica, il medio evo, i tempi nostri riferiscono le tremende devastazioni.

Nei piani sterminati dell'Asia e dell'Africa sgusciano le piccole cavallette dalle uova che la madre ha affondato nella terra a poca profondità; siccome è noto, in questi insetti le metamorfosi sono incompiute: le cavallette non hanno al nascere la forma di verme, ma hanno già la forma dei progenitori, da cui solo differiscono per non essere ancora provvedute di ali: saltellano sul suolo e ne divorano fino all'ultimo filo d'erba: quando son giunte a questo periodo e ove fossero per rimaner più a lungo nello stesso luogo non avrebbero più di che pascersi, generalmente sono loro spuntate le ali: dico generalmente perchè non va sempre così, e allora faticosamente imprendono un viaggio a piedi (dico a piedi per contrapposto all'andare a volo) in cerca d'altra verdura, e nel viaggio sovente muoiono di fame.

Quando le cose vanno regolarmente, e, consumate le provvigioni della terra dove son nate, possono levarsi a volo, le cavallette si spingono a grandi viaggi per l'aria in cerca di nuove terre: sovente questi loro viaggi sono in balìa delle correnti aeree che le portano dove non vorrebbero andare, e le precipitano talora nel mare, rigettandole poi le onde sulla spiaggia con grande infezione tutto all'intorno, tanto il loro numero è sterminato. Quando scendono sopra una terra verdeggiante, in breve la fanno brulla, non lasciando più traccia di sostanze vegetali alimentari per l'uomo. In Europa non sappiamo adoperare lo spediente cui ricorrono in Africa i neri: questi mangiano le cavallette. Io mi trovai una volta in Egitto ad uscir sollecitamente fuori di casa, per vedere quale fosse la inaspettata causa per cui in quel cielo sempre splendidissimo veniva ad un tratto ad offuscarsi il sole: erano nuvole viventi di cavallette; passavano a volo, molte cadevano, per cui dalla nuvola veniva giù come una gragnuola sul terreno: alcuni neri dei due sessi che si trovavano là dove seguiva quella scena per me tanto inaspettata si precipitavano sulle cavallette cadute, le masticavano esprimendo colla faccia il piacere che loro dava quel cibo, e quando incominciarono ad essere satolli, prendendone taluna in mano, me ne vennero ad ofrire invitandomi a mangiarne, ed assicurandomi essere quello ottimo cibo. Ebbi la debolezza di ricusare.

Del resto, le cavallette non prediligono le viti, ma bensì le erbe tenerelle dei prati, ed il frumento verde: intaccano le viti quando hanno distrutto già ogni altra vegetazione.

Neurotteri. I moderni naturalisti restringono in una cerchia più angusta che non si facesse prima l'ordine dei neurotteri, e allogano nell'ordine precedente degli ortotteri molti insetti che prima erano compresi in quest'ultimo. Comunque si voglia intendere l'ordine dei neurotteri, sia nel senso più largo precedente, o in quello più ristretto attuale, le specie in esso comprese non appaiono dannose alla vite, ma piuttosto utili per la distruzione che fanno d'altri insetti che possono riuscire dannosi. Ai neurotteri, nel senso ristretto moderno, spetta e vuol esser menzionato siccome il più noto il Formicaleone, che in istato di larva ricorre ad un tanto conosciuto quanto singolare spediente per procacciarsi il pasto.

Spettavano una volta ai neurotteri e ora son rilegate fra gli ortotteri le graziosissime libellule che volano lungo i margini dei ruscelli e ci ricordano le felici ore della fanciullezza, quando correvamo dietro al loro volo: i francesi danno a questo vago insetto il nome di demoiselle; gl'inglesi lo chiamano ladybird, i tedeschi wasserjungfrau: noi a somiglianza dei francesi nel nostro dialetto lo chiamiamo pure sgnoura, ma più comunemente ancora preivi, e non ne so invero il perchè. Le libellule nel primo stadio della loro vita vivono nell'acqua, poi volano a far preda di insettucci, moscerini ed altri, di cui taluni son dannosi alla vite, ma altri pure sono utili in modo indiretto, siccome dirò più tardi: cosicchè avviene per le libellule come per tanti altri viventi e cose e persone che fanno un po' di bene e un po' di male, ma qui nel caso nostro tanto l'uno quanto l'altro in piccolissimo grado.

Quell'ordine d'insetti che si chiamò fino ad oggi degli Emitteri, e che oggi ha mutato il nome in quello di Rincoti, era conosciuto dai viticoltori siccome comprendente qualche specie nociva alla vite, ma di una nocevolezza non tanto funesta quanto quella che arrecano altri ordini, e sovratutto quello dei Lepidotteri, che, in ordine a nocevolezza rispetto alla vite, teneva il primato. Oggi questo primato è stato tolto ai Lepidotteri dai Rincoti. La fillossera, la terribile fillossera, appartiene a quest'ordine: ma vi appartengono pure altre specie nocevoli, sebbene assai meno, e di queste dirò prima qualche parola.

Nella famiglia dei Coccidi, quella famiglia cui è ascritto il famoso insettuccio che fornisce la cocciniglia, qualche specie reca danno alla vite. Tale è fra noi il Lecanus vitis. Nei Coccidi è notevole il modo in cui, diremmo così, si sacrifica la madre allo sviluppo delle uova: rimangono le uova sotto al corpo della madre, questa sta loro sopra e le ricopre e muore e la spoglia dorsale del suo corpo, quella più salda e dura che più tardi si decompone, rimane come un coperchietto sulle uova sino al loro sviluppo: troviamo questi corpicciuoli a preferenza sulle viti male andate e malaticcie, onde non è grave il loro danno.

All'ordine dei Rincoti spettano gli Afidi, insettucci molto comuni e diffusi, che vivono nelle foglie e sui rami di varie sorta di piante, e per molti rispetti sono curiosi e degni di studio. I nostri giardinieri chiamano pidocchi delle rose, e nella nostra lingua si chiamano Gorgoglioni, certi insetti che si trovano sovente in gran numero non solo sulle foglie e sui rami delle rose nei giardini, ma anche su quelle rose ed altre sorta di piante che si tengono in città, nei vasi da fiori, in estate sulle finestre, in inverno nelle stanze. Questi Gorgoglioni delle rose sono verdi come le foglie su cui stanno, si mostrano consuetamente senz'ali, e hanno sulla parte superiore e posteriore del corpo una piccola sporgenza dalla quale sgocciola un umore dolcigno, cui, come da un capezzolo, vanno a suggere le formiche. A mezzo dello scorso secolo il Réaumur, di cui il nome diventò popolare col suo termometro, fece intorno a questi insetti curiosissime osservazioni che dapprima furono accolte con grande diffidenza, ma poi, verificate, si mostrarono esattissime. In sul finire dell'estate i gorgoglioni delle rose appaiono distinti nei due sessi, i maschi con ali, le femmine senza. Le femmine depongono uova che rimangono senza svilupparsi tutto l'inverno: da queste uova sgusciano in primavera tante femmine sprovvedute d'ali che, senza nissuna opera di maschi, generano, non uova, ma subito altrettante femmine, le quali alla loro volta ne producono altre, e così successivamente finchè in autunno insieme colle femmine appaiono i maschi alati, e le femmine allora prima di morire depongono uova destinate a svernare e a dar origine a femmine nella seguente primavera. Questo fatto di una serie di generazioni di femmine da femmine senza opera di maschi destò allora somma maraviglia: ma poi fu scorto in molti altri casi, e s'ebbe il nome di Partenogenesi.

Nella famiglia degli Afidi una specie è riconosciuta dannosa alla vite, e si ebbe il nome di Aphis vitis: il danno che fa non è grande tuttavia, ed appare minimo quando lo si paragona a quello spaventoso che fa una specie sua affine, oggi proclamata l'insetto più terribilmente dannoso alla vite, la fillossera, che riempie del suo nome l'Europa, e preoccupa i governi e promuove congressi e fa andare in giro gli agronomi e i naturalisti e fa diluviare libri e fascicoli, descrizioni e disegni e articoli di giornali. Questo parlare senza fine che si fa oggi appunto della fillossera mi dispensa dallo spendere qui intorno ad essa molte parole, e mi concede di raccogliere in breve le cose principali che le si riferiscono. — Si dice che la fillossera sia originaria del continente americano e la cosa è molto probabile, ma non assolutamente certa: certo è che fu fino al tempo nostro ignota agli entomologi del continente antico. Il genere Phylloxera fu istituito nel 1834 da un naturalista francese di Aix, il signor Boyer de Fonscolombe: allora questo genere non aveva importanza nè nella pratica agricola nè altrimenti: il mondo non ci badò; quei pochi che ne ebbero contezza forse pensarono alla soddisfazione del naturalista che aveva dato questo battesimo.

In America la fillossera di cui parliamo incominciò ad essere conosciuta nel 1856, e il signor Asa Fitsch la descrisse e la nomò Pemphigus vitifoliae.

Pare che sia stata scoperta in Inghilterra pure la fillossera, e ciò nel 1863; ma siccome in quella contrada la vite non prospera all'aperto, e la si coltiva solamente nelle serre, in tal condizione appunto si trovò la fillossera ad Hammerswith, e il Westwood la descrisse e la denominò Peritymbia visitana.

Radice di vite sana

Radice di vite sana. Le radichette sono tutte senza rigonfiamenti. d radichette morte ed abbrunite.

Il professore Planchon riconobbe nell'insetto il genere Phylloxera, già prima costituito, siccome abbiamo detto, e gli diede il nome specifico di vastatrix, descrivendola diligentemente; aveva già allora conquistato una certa importanza, non era più quistione solo di un fatto entomologico, ma bensì di un fatto in rapporto colla prosperità nazionale. Allora s'incominciò uno studio accuratissimo di tutti gli atti della vita di questo insetto che minacciava e compiva devastazioni e sterminio nei vigneti preziosissimi del contorno di Bordeaux, e fu scoperto che la vita della fillossera è per varî rispetti molto singolare, e varie le forme che assume la specie. Non si può dire con questo, e a malgrado degli studî diligentissimi fatti da valenti naturalisti intorno alla fillossera, che ogni dubbiezza sia dileguata e tutto proceda appunto come dai più si asserisce: qualche incertezza v'è ancora. Secondo quello che venne osservato e si osserva da entomologi competentissimi, la vita varia della fillossera si può in breve riassumere nel modo seguente: parecchie sono le forme nella specie, non due sole come avviene consuetamente (questa cosa, del resto, si riscontra anche in altri insetti, come le api e le formiche, ed altri). Si possono distinguere le forme della fillossera in una forma alata e parecchie forme senz'ali: si può anche dividere la vita di questa specie secondochè si passa sotto terra o all'aria aperta. La forma alata è la più perfetta, ed appunto perchè ha le ali può recarsi lontano sia col sussidio delle ali verso una meta determinata, sia passivamente trasportata dal vento, percorrendo allora talvolta grandissime distanze; ciò dimostra come non possano dare sicurezza tutti i mezzi d'isolamento da paese a paese, la proibizione dei trasporti e della introduzione in un luogo immune da un luogo infetto dei tralci e dei vitigni: questa proibizione, sia detto ciò di passata, non è efficace più di quello che non siano le altre barriere doganali; ma quando anche assolutamente fosse, mentre si tien lontano il nemico senz'ali rigorosamente alla frontiera, può avvenire che la forma alata porti con sè i germi delle future generazioni, e perciò, e per le attitudini al migrare, questi individui alati furono detti colonizzatori. L'individuo alato colonizzatore fa due bozzoletti, ciascuno dei quali contiene un individuo, e i due individui di sesso differente: questo è il solo punto della carriera vitale della fillossera in cui si vedano i maschi: tutte le generazioni seguenti sono di femmine e si riproducono partenogeneticamente. Questa femmina, che è nata a paro col maschio, e che è al pari di esso sprovveduta d'ali, ma più grossa di corpo, fa un uovo, un solo uovo, cui si da il nome d' uovo d'inverno, destinato veramente a svernare attaccato ai nudi tralci: da quest'uovo in primavera si sviluppano altre forme senz'ali, le quali si producono per uova senza opera di maschi, e talora, ma da quanto pare non sempre, le uova di questa generazione si trovano entro a galle sulle foglie della vite: le forme derivanti da queste uova scendono e s'affondano nel terreno, e quivi depongono altre uova che s'attaccano alle radici e da cui nascono individui che succiano gli umori delle radici e spengono la vita della pianta. Le ultime generazioni di queste forme sotterranee hanno un principio di metamorfosi incompiuta, la quale consiste nello spuntare di un rudimento d'ali: a questo punto sono a fior di terra, e finiscono per uscirne; alla luce del sole le ali si sviluppano, e la forma alata, la forma riproduttrice, la forma più perfetta piglia il volo per andar lungi a fondare colonie novelle.

Radice di vite colpita dalla fillossera

Radice di vite colpita dalla fillossera.

s Radichette sane; s' radichette sane nate sopra rigonfiamenti; r rigonfiamenti prodotti dalla fillossera; r' rigonfiamenti prodotti dalla fillossera sviluppatisi sopra altri rigonfiamenti; r″ rigonfiamenti appassiti, divenuti neri e già in istato di decomposizione.

Fillossera alata

Fillossera alata.

o occhi composti formati da moltissimi cristallini; o′ occhi sferici formati da tre cristallini; corrispondente agli occhi delle fillossere attere; o″ occhi semplici laterali; o‴ occhio semplice frontale; a prime ali o ali superiori; a′ seconde ali o inferiori.

Madre attera

Madre attera partenogenica delle radici, vista per di sotto.

g guaina del succiatoio; s succiatoio.

Larva di fillossera

Larva di fillossera subito dopo la prima muta.

a antenne; b, c, d zampe; o′ occhi formati da tre macchie di pigmento rosso.

Fillossera femmina

Fillossera femmina senza succiatoio, vista per di sotto. Per trasparenza vedesi l'uovo d'inverno entro il suo turgido addome. b bocca rudimentale senza succiatoio; u uovo; visto per trasparenza.

Fillossera maschio

Fillossera maschio, senza succiatoio, visto per di sotto; b bocca rudimentale senza succiatoio.

Come si vede da tutto questo complicato circolo di vita, i danni della fillossera sono principalmente nella sua vita sotterranea. Il nostro Cossa, autore di una pubblicazione fatta nel 1875 intorno a questo insetto devastatore, e nella lezione sul vino che fece qui ora è poco tempo, fa questa domanda: se per avventura non avvenga che i danni della fillossera siano in rapporto con uno stato malaticcio della vite, frutto della lunga opera ignorante od avara del coltivatore. Questo dubbio è avvalorato da molti e gravi argomenti.

I fatti che abbiamo esposto dimostrano senz'altre parole la difficoltà per l'uomo di distruggere questo insetto o ridurne il numero in più discrete proporzioni, perchè poco assai può fare l'uomo contro un nemico così piccolo e nocente sotterra. I rimedî proposti son molti, e questo è cattivo segno, perchè quando c'è un rimedio buono tutti si appigliano a quello. Si parlò di allagamento, impossibile fra noi, dove son quasi tutte le viti in collina, si parlò di sradicare interamente i vigneti, rimedio radicale, ma di cui non è d'uopo dire gli effetti una volta che fosse spinto alle sue ultime conseguenze. Venne consigliato il solfuro di carbonio, la coltivazione di certe piante tra i filari, aglio, canapa, euforbia, stramonio ed altre, ed il loro sovesciamento; si parlò ancora di far assorbire sostanze tossiche dalle viti, sublimato corrosivo, preparati arsenicali, per avvelenar la fillossera; non parlo di altri rimedî fantastici e numerosi di gente che per lo più non ha mai bazzicato colle viti.

Vi fu anche chi lanciò quest'atroce calunnia, che taluni naturalisti trasportassero dall'una all'altra contrada la fillossera, per aver poi la gloria di scoprirla in quella nella quale l'avevano trasportata. Calunnia che si smentisce, senza cercar altro, pel solo fatto che quando la fillossera si scopre in un paese, ciò avviene dopo molti anni da che vi ha posto dimora; e un uomo tanto smanioso di nome da commettere un simile delitto non ha pazienza di aspettar degli anni.

La vita in grande parte sotterranea della fillossera, ciò giova ripetere, fa sì che quando se ne riconosce la presenza in una data regione essa già vi è venuta da molti anni e vi si è grandemente propagata; mentre in una località della contrada invasa abbonda tanto che riesce agevole lo scorgerla, non può a meno di trovarsi ancora in piccolo numero, così piccolo da sfuggire all'attenzione dell'uomo, in altre località più o meno discoste. Supponiamo che la fillossera venisse ad invadere i bei colli pampinosi del contorno d'Asti, e che vi si propagasse in tal modo da riuscire al tutto palese; supponiamo che si fosse trovato un rimedio veramente efficace, ciò che per sventura oggi non è affatto, e che con esso si venisse a distruggere l'insetto in quel luogo; tutto porta a credere che quando era numerosa la fillossera nell'astigiano, qualche individuo non avrebbe potuto a meno di venire, sollevato sulle ali e trasportato dai venti, sulla collina di Torino, per incominciare a propagarsi, e dopo parecchi anni rivelare la sua presenza devastatrice; l'uomo allora si darebbe attorno per distruggerla sulla collina di Torino; ma essa avrebbe incominciato ad allignare nel Canavese.

La nazione più danneggiata dalla fillossera è la Francia, tanto dalla parte del nord quanto nella parte meridionale; si poteva aspettare, ed era ragionevole temere, che ove fosse venuta in Italia avrebbe dovuto entrare, portata dal vento, per la via della Liguria, lungo il littorale per cui confinano i due paesi; invece apparve l'anno scorso a Valmadrera, in Lombardia, venuta probabilmente dalla Svizzera, ma da parecchi anni.

L'uomo dunque, che non ha rimedio contro la fillossera, quand'anche l'avesse non potrebbe adoprarlo che sopra un dato spazio, mentre già in altri luoghi vicini l'insetto incomincierebbe a propagarsi per apparire numeroso più tardi.

Non solo in Francia ed in Svizzera si trova oggidì la fillossera, ma anche in Ispagna ed in varie parti dell'Europa centrale ed orientale e al di là del limite entro il quale la vite cresce e fruttifica in piena terra si trova nelle serre.

I governi di tutta Europa fanno congressi internazionali, ed in ogni nazione i naturalisti sono invitati a studiare la quistione; in questi giorni sono radunati a Roma in commissione naturalisti ed agronomi a cercare i rimedî. Io parlava un giorno ad un naturalista zelante della inutilità dei rimedî tentati, ed egli mi rispose: — Bisogna fare qualche cosa, ad ogni costo far qualche cosa: meglio sradicare i vigneti che non far nulla. —

La fillossera ha parecchi nemici naturali: ne distruggono le libellule, alcuni coleotteri, come le coccinelle, gli uccelletti; più infesti alla fillossera sono gli acari, e fra questi uno è riconosciuto suo grande distruggitore, diligentemente studiato e descritto, e denominato Tyrogliphus phylloxerae; ma, come sempre, il distruggitore cresce e si moltiplica in ragione dell'ospite cui divora, e sempre questo è più numeroso.

La complicatezza della carriera vitale della fillossera, ciò ripetiamo ancora una volta, la sua vita in gran parte sotterranea, la grande prolificità, proteggono la moltiplicazione della fillossera, ed un solo individuo alato sfuggito ai suoi nemici può andare in lontane contrade a spargere a migliaia di milioni innumerevoli le schiere infeste devastatrici.

Lo aver solo un paio d'ali valse a far denominare Ditteri certi noti insetti; il nome che hanno fu loro dato da Aristotile oltre a due mila anni or sono. Le mosche e le zanzare sono i più noti rappresentanti di quest'ordine d'insetti. Il nostro Rondani, naturalista molto meritevole, più meritevole assai che non conosciuto ed apprezzato, morto recentemente, il quale si consacrò con speciale amore e dedicò gran parte della sua vita allo studio dei ditteri, parlò maestrevolmente dei danni che arreca il moscerino dell'uva, di cui descrisse i costumi, e che denominò Drosophila uvarum. Questo moscerino, il quale si trova in quantità grandissime nelle cantine, quando segue la fermentazione del vino depone le uova negli acini già intaccati da altri insetti e con un principio di fermentazione; nei vigneti piantati in luoghi umidi, in fondo alle vallate, questo insetto è più abbondante e reca maggior danno col far marcire gli acini; nei vigneti ben soleggiati, sui colli aprici è in minor numero e arreca minor danno, perchè gli acini tendono meno al marcire e piuttosto allo appassire. In ogni caso non è mai molto nocevole questo moscerino che non riesce da sè a forare gli acini ed ha bisogno che altri gli apra la strada. Molti ditteri sono utili alla vite facendo morire bruchi di farfalle o larve di coleotteri nocevoli, e in singolarissimo modo, come più estesamente fanno certi imenotteri, per la qual cosa mi riservo a parlare di ciò quando sarò a dire di questi ultimi insetti.

Lepidotteri. Con questo nome vengono chiamati scientificamente quei leggiadri insetti che son noti a tutti col nome di farfalle, e che sfoggiano nello stato adulto aleggiando per l'aria le maraviglie dei loro variopinti colori: in questi insetti le metamorfosi sono veramente compiute: sguscia dall'uovo una forma che il volgo chiama addirittura verme, e che di verme ha veramente sembianza: questo ad un certo periodo della vita s'isola dal mondo esterno incrisalidandosi, ed esce finalmente pel suo ultimo stadio più elevato e perfetto. La vita della farfalla in quest'ultimo stadio è tutto una vita di volo e di allegrezza, e l'opera della riproduzione la occupa tutta: è breve e lieta. La vita in istato di bruco è tutta una vita di nutrizione; la vita in istato di crisalide è tutta rivolta all'opera della trasformazione. La vita di bruco è tutta una vita di nutrizione: l'animaletto non fa altro che pascersi: tutta la sua organizzazione non è, si può dire, fatta d'altro che di organi digerenti: i sensi lavorano pochissimo, è al tutto scarsa la locomozione, tutte le forze dell'essere sono volte a mangiare, e giorno e notte non fa altro accumulando una immensa copia di grasso sotto alla pelle lucida e tesa, che di tratto in tratto si screpola e vuol essere mutata. Quando milioni e milioni di questi bruchi sono sopra alla vite, s'intende come ogni verde ne deva scomparire: le gemme, i fiori, le foglie, i grappoli, tutto divorano questi terribili bruchi delle farfalle, numerosi d'individui come di specie. Alcuni anni or sono i Lepidotteri in istato di bruco venivan proclamati i più terribili nemici della vite fra tutti gl'insetti: oggi non è più così, perchè la fillossera, più formidabile, è venuta a dare all'ordine dei Rincoti tale funesta prerogativa. Ma i danni recati dai bruchi delle farfalle non sono per questo scemati. Si conoscono una buona ventina di specie veramente dannosissime, ed un numero maggiore d'altre che recano un minor danno, ma pur grave, e che da un giorno all'altro, date le circostanze, possono diventare dannosissime pur esse. Ne menzionerò qui specialmente qualcuna.

Nota comunemente è la Piralide della vite, Pyralis vitis dei naturalisti, chiamata anche più modernamente Tortrix pilleriana. Non solo oggi è conosciuta comunemente questa specie, ma anche in passato, e fino da tempo antichissimo fu fatto menzione di certe annate, nelle quali apparve in numero sterminatissimo e fu causa di sommi danni. Frequentemente i bruchi della Piralide devastarono i vigneti nel medio evo. In Francia, ad Argenteuil, nel 1562, questi bruchi, che negli scritti del tempo son chiamati.... Lysetes, Becardos, ma più comunemente Diablotinos, desolarono talmente il paese che l'Arcivescovo di Parigi si credette in dovere di scomunicarli.

La scomunica era il mezzo più adoperato allora contro i bruchi e gli animali nocivi in generale. In Torino fino alla fine del secolo scorso fu quest'uso: il Municipio comprava ogni anno da Roma una maledittione che pagava il più possibile per averla più forte: pel prezzo trattava all'amichevole il diplomatico del nostro Principe presso la Corte di Roma. Venuta la maledittione, l'arcivescovo in pompa magna, circondato dallo stato maggiore de' suoi canonici, cui faceva ala un esercitino di chierichetti, il Sindaco e i signori di città vestiti alla spagnuola, insomma tutte le autorità ecclesiastiche, militari, civili, municipali, si raccoglievano in Piazza Castello presso il portone del Palazzo Madama in faccia a Doragrossa: l'Arcivescovo saliva sopra un palco coperto di velluto, posto appunto dove ora è il piedestallo dell'alfiere di marmo donato dai Milanesi all'esercito sardo, e si veniva così a trovare in vista al disopra delle teste degli altri com'è ora la statua dell'alfiere; allora con voce tonante scagliava la maledittione e i chierichetti proseguivano colle giovanili loro voci un canto in coro.

La scomunica era il mezzo principale adoperato contro i bruchi, ma non era il solo: c'erano anche i processi davanti ai tribunali susseguiti dalle condanne, ma dopo che erano state fatte da valenti avvocati le accuse e le difese. A Vercelli ci fu una grande discussione se certi bruchi dovessero essere giudicati dai tribunali civili oppure dagli ecclesiastici, perchè avevano saziato il loro appetito sulle terre di una parrocchia.

I danni della Piralide della vite furono in Italia frequenti e gravi in parecchi luoghi; ora questa specie non fa più parlare di sè, dappertutto si è fatta piuttosto rara e da qualche località pare al tutto scomparsa. Ben inteso, ciò non ci assicura per l'avvenire.

I nemici della Piralide della vite sono numerosi e ne minacciano la vita sovratutto in istato di bruco: sono principalmente piccoli imenotteri delle famiglie degli icneumonidi e dei calcididi[IV-4], e anche piccoli ditteri, che operano a suo danno, come a danno di tanti altri bruchi, in un modo che, per quanto l'abbiamo quotidianamente sott'occhio, non tralascia dall'essere sorprendente, e di cui mi riservo a dire fra breve parlando specialmente degl'imenotteri. Forse anche qualche acaro divora i bruchi della Piralide: questi bruchi sgusciano in sul finire d'agosto dalle uova deposte dalle femmine sui giovani pampini più elevati della vite.

Nei primordi del loro sviluppo i brucolini della Piralide non riescono guari dannosi, perchè allora l'uva è giunta a un dipresso a maturazione: al sopravvenire dei primi freddi, i brucolini si appiattano sotto la scorza dei tralci e fra i fessi dei pali che sostengono le viti, e al sopravvenire della primavera, più o meno presto secondo i paesi e le annate, escono affamati, e allora incomincia il danno: il bruco lega con una finissima seta di sua secrezione gl'invogli della gemma, s'addentra in questa, poi incomincia a rodere intorno e così tutto distrugge e toglie lo svilupparsi dei tralci: presso al compimento di questa opera di distruzione si trasforma in crisalide e nel luglio diventa farfalla e subito dà opera alla riproduzione: la femmina depone sui giovani pampini le uova della seguente generazione.

Dannosissima pure alla vite, e oggi più della precedente, è un'altra farfalla, la Procride, Procris ampelophaga, che talora distrugge oltre alla metà delle uve; ciò avvenne più d'una volta sui colli del Piemonte ed altrove in Italia. Qui segue diversamente dalla Piralide. La femmina della Procride depone le uova in estate sotto la scorza delle viti e fra i fessi dei pali, e queste uova svernano e non si schiudono che nella seguente primavera: i brucolini nascono in marzo e subito van sulle gemme, le forano, vi si addentrano, le rodono. Basta uno di questi brucolini ad impedire lo sviluppo di una gemma. Dopo la prima muta della pelle, esce dalla gemma il bruco e va sui nuovi pampini e sui nuovi germogli sviluppati dalle gemme rimaste immuni e li divora, doppiamente dannoso; poi si trasforma e, fatto farfalla, depone le uova. Questa specie ha, come la precedente, parecchi parassiti che vivono alle sue spese.

Minutissima farfallina, lunga appena due millimetri, è la Antispila rivillella[IV-5] che in istato di bruco vive entro a certe gallerie che si scava nel parenchima delle foglie, di queste pascendosi: queste gallerie si scorgono dal difuori per certe macchie bianche e gialle che si vedono sulle foglie; quando il bruco è giunto al suo pieno sviluppo, colla epidermide della foglia si fa un astuccio e si trasforma. Questa specie venne scoperta primieramente nell'Isola di Malta dal signor Godeken de Riville, e passò un lunghissimo tratto di tempo dopo che ne fu fatta la scoperta, tantochè questa fu messa in dubbio: il Rondani la ritrovò al tempo nostro nel contorno di Parma; non ha fino ad oggi recati danni gravi, non essendosi mai straordinariamente moltiplicata. Si conoscono ad essa tre specie di piccoli imenotteri parassiti[IV-6].

Dal Direttore della Stazione chimico agraria sperimentale di Roma, il signor Briosi[IV-7], venne scoperta una specie di farfalla che recò danni notevoli ai vigneti della Sicilia, e che egli denominò Albinia wochiana; è somigliante alla Piralide ed alla Procride sia nei colori, sia nelle dimensioni; intacca principalmente i grappoli; per la qual cosa, quando in sul finire dell'estate o in sul principiare dell'autunno si entra in un vigneto preso da tale malattia, i tralci delle viti si mostrano perfettamente sani, ma l'uva è, per la maggior parte, in uno stato di vera disorganizzazione: i grappoli portano in varie proporzioni acini sani ed intatti ed altri putridi e passoli; la buccia di questi ultimi è più o meno rammollita e livida, ed il granello non contiene che poca polpa raggrinzata che sa di muffa ed è di un dolce scipito al palato: causa di ciò si è il bruco della farfalletta sopra menzionata (Briosi). I costumi di questa specie non sono ancora ben noti. Altre specie affini a queste, e sovratutto alle due prime menzionate, vivono sulla vite, ora innocue pel non troppo grande numero, ora qua o colà dannose quando vengono a svilupparsi maggiormente.

L'ordine dei Coleotteri, che dopo quello dei Lepidotteri è il più conosciuto, e che comprende quelle specie d'insetti che ci stanno più consuetamente d'intorno e talora pure si attirano il nostro sguardo per la bellezza dei colori delle loro elitre, ed attraggono la nostra attenzione pei fatti varî della loro vita, reca pure danno ai vigneti, e son parecchie le specie dannose.

Notissimo ai nostri contadini è il Rhinchytes betuleti, che in dialetto piemontese chiamano taglietto o tajet, e nella lingua Sigarajo o Tortiglione, ed anche Punteruolo. Quest'ultimo nome esprime un carattere assai vistoso che distingue la famiglia di Coleotteri cui spetta questo, detta dei Rinchiti, ed è che il loro apparato boccale si allunga e si fa acuto a mo' di becco. Il nome di sigaraio gli viene da ciò che, siccome ora dirò meglio, egli avvoltola le foglie della vite, facendo loro prendere una forma somigliante a quella di sigaro. È quest'insetto dannosissimo alla vite: in sul principio di maggio comincia per questi insetti l'opera della riproduzione: i maschi e le femmine vanno insieme sul picciuolo della foglia e lo rodono per modo che la foglia cade giù penzoloni: allora la femmina incomincia a deporre qualche uovo alla base della foglia e poi prende ad accartocciarla, poi depone altre uova e l'accartoccia ancora, e così via la riduce alla forma di sigaro che gli fece dare i nomi sopradetti. I romani antichi la chiamavano Involvulus, e Plauto a questo insetto che si avvoltola nella foglia paragonava una persona imbrogliata nel suo parlare e che s'andava avvoltolando nel discorso:

Involvulorum quæ in pampini folio implicat se

Itidem haec exorditur sibi intortam orationem.

La foglia avvoltolata perde a poco a poco il suo verde ed ingiallisce per mancanza di umori, tagliate quasi al tutto le comunicazioni col ramo.

Dopo una diecina di giorni, poco più poco meno, sgusciano dalle uova le larve che rodono le foglie, e a un dipresso in un mese hanno il loro pieno sviluppo: passano allora allo stato di ninfa, e al principio di luglio son diventati insetti perfetti. Non raramente i Rinchiti, specialmente quando sono in grande numero, fanno cadere anche i grappoli col rodere loro in massima parte il picciuolo.

Il riparo migliore contro questi insetti sta nel raccogliere i pampini avvoltolati e bruciarli: dico bruciarli, non affidarli al terreno, ove le larve troverebbero e trovano naturalmente scampo.

Probabilmente altre specie di rinchiti molto affini a questi: R. bacchus, R. populi, ecc., che consuetamente devastano altre piante, danneggiano pure qua e colà la vite, per cui non sono d'accordo i naturalisti intorno alla identità della specie.

È pure un Rincoforo, il Brachyrrhinus ( Otiorhyncus ) che rode le gemme, i teneri germogli di parecchi alberi ed anche quelli della vite: secondo il Genè questo insetto nel 1808 danneggiò grandemente i vigneti dell'Italia superiore: oggi non si vede più tanto numeroso.

Vuole pure qui essere menzionato lo Apoderus coryli, che spetta alla stessa famiglia, intacca molte piante ed anche le viti, ed ha costumi affini a quelli dei rinchiti.

Venne dato il nome di Anobiidi ad una famiglia d'insetti che intacca il legno, tanto degli alberi vivi, quanto anche il legno secco e già foggiato dall'uomo per suo proprio uso in mobili di varie sorta. Gl'insetti di questa famiglia sono molto somiglianti a quelli della famiglia degli Ptinidi di cui tutti conoscono i Ptini, che entro al legno degli armadî e dei cassetti nelle case vanno scavandosi le loro piccole gallerie e producono quel piccolo rumore secco e continuato che nel silenzio della notte entro alla stanza di un malato spaventa chi veglia e si ebbe il funereo nome di Oriuolo della morte. Agli Anobiidi e precisamente alla sottofamiglia degli Apatini appartiene il Synoxylon muricatum, che ha una forma singolare: capo piccolissimo e quasi nascosto nel protorace, e troncato il corpo dalla parte posteriore. Questo coleottero in istato di larva vive nei tralci, entro ai quali in varia direzione si scava gallerie pascendosi delle materie degli strati legnosi che viene disaggregando: a mano a mano che si spinge avanti la parte scavata si riempie dei suoi escrementi e della polvere rosa del legno; passa dopo un periodo variabile di tempo in istato di ninfa nella stessa sua galleria, poi verso la fine del luglio compie la sua ultima trasformazione, trafora il legno ed esce. S'intende come il danno che reca sia grave con questo suo traforare il legno, e gravissimo quando si moltiplica straordinariamente; convien dire tuttavia che, come quasi tutti gl'insetti suoi affini che intaccano il legno, predilige i tralci malaticci o in via di deperimento. È uno degl'insetti più malagevoli da distruggersi, vivendo esso inosservato entro al legno[IV-8].

La famiglia dei Crisomelini comprende insettucci che danno nell'occhio pel vivo colore dei riflessi metallici delle loro elitre; vivono varî generi di questa famiglia su varie piante: sugli alni, sui cavoli, e vengono chiamati dai nostri ortolani, pel loro saltellare, pulci dei cavoli. Ad una specie di questa famiglia, lo Eumolpus vitis, venne dato il nome di Scrivano, perchè intacca il parenchima delle foglie per modo da produrvi sopra qualche cosa che rammenta una scrittura, come fu dato il nome di tipografi ad altri insetti pure del gruppo dei Coleotteri, ma non più Crisomelini, i quali intaccano analogamente il legno. Lo scrivano distrugge la sostanza delle foglie, e talora intacca anche i grappoli, riuscendo così doppiamente nocevole; nello stesso modo opera l' Altica ampelophaga, il Cryptocephalus vitis ed altre specie affini; sebbene si trovino nei vigneti, prediligono i fiori d'altre piante, e fino ad oggi non hanno recato alle viti che poco danno.

Venne dato il nome di Lamellicorni a certi Coleotteri, i quali han tutti questo carattere comune che le loro antenne terminano con tante lamelle, le une accosto alle altre, come i fogli di un libro; alcuni di questi coleotteri sono abbastanza grossi, come i maggiolini, altri, oltrechè grossi, anche singolari, come il cervo volante. Taluni di questi coleotteri lamellicorni vivono sulle viti, e sono più o meno dannosi: la Oxythyrea stictica e la Epicometis hirtella abbondano nei giardini sulle rose e in campagna sulle margherite, sui terrasaci, nei ranuncoli e somiglianti fiori: finora non si son trovati che raramente sulle viti, ma se un giorno le venissero a prediligere, riuscirebbero dannosissimi. È oggi talora dannosissima la Anomala vitis segnatamente in Piemonte: nel 1870 la anomala della vite devastò i vigneti dell'Astigiano. È questo tuttavia uno degli insetti che meno difficilmente l'uomo può distruggere: è grosso, sta sulle foglie, nelle ore mattutine è intormentito e facile da far cadere e raccogliere: i proprietarî che domandano i rimedî alla scienza potrebbero mettere questo in opera, semplicissimo ed elementare. La riproduzione dell'anomala segue come quella del maggiolino.

Due specie affinissime e viventi promiscuamente rappresentano fra noi il Maggiolino, il Givo dei piemontesi, Carruga dei lombardi, Melolontha vulgaris dei naturalisti la specie più grossa e più comune, e Melolontha hippocastani all'altra somigliantissima. Non sono i maggiolini nemici speciali della vite, ma di essa con altre piante, pioppi e salici; anzi preferiscono assai questi, ed aggrediscono la vite solo quando, essendo in numero straordinario, sugli alberi loro prediletti non c'è più pasto per tutti. Son dannosi agli alberi nel primo e nell'ultimo periodo della loro vita. In istato di larva vivono due o tre anni sotto terra e intaccano le radici delle piante; in istato perfetto son pur voracissimi e divorano le gemme e sovratutto le foglie. In certe annate si moltiplicano così straordinariamente che tutto il verde scompare dagli alberi: la loro moltiplicazione fu talora così grande da fermare i carri e le vetture sulle pubbliche strade, togliendo la vista agli uomini ed ai cavalli, e facendo diventare per qualche tratto di tempo un ostacolo insuperabile la vivente parete costituita dai loro innumerevoli stormi.

I coleotteri hanno alla loro volta parecchi nemici: se ne pascono i piccoli mammiferi insettivori, toporagni, ricci; se ne pascono e ne fanno grande distruzione gli uccelli, i rettili e sovratutto gli anfibî. Qualche imenottero predatore s'impadronisce di alcuni coleotteri, li ferisce in modo da non ucciderli, ma paralizzarli per modo che non possan più muovere nè zampe nè ali, e li pone presso le uova affinchè possano trovare cibo vivo le larve allo sgusciare; parecchi acari vivono parassiti fuori, e talora si vedono gremiti alle giunture del torace o dell'addome; i ditteri e gli imenotteri vivono entro di loro in istato di larva, come dirò fra breve, e passa nel corpo dei giovani coleotteri parassiticamente il primo stadio di vita il gordio, verme che poi vive libero nelle acquicelle ferme o di lento corso, e che, dallo attorcigliarsi di ogni individuo e di molti individui insieme aggrovigliati, si ebbe appunto, dal nodo Gordiano, il nome di gordio, come fu dato pure a tutto il viluppo il nome collettivo di capelli di Venere.

I naturalisti moderni collocano a capo della classe degli insetti, considerandoli come superiori a tutti gli altri, gli Imenotteri, mentre prima vi si collocavano i coleotteri: prima si teneva maggior conto della mole e della forza, oggi della intelligenza, perchè in verità non si può chiamare con altro nome il complesso degli atti che costituiscono la vita di questi mirabili insetti. Due estremi nel loro modo di vivere ci presentano da una parte le farfalle e dall'altra gli imenotteri: nelle prime spensieratezza, trastullo, volo alla ventura, amoreggiamenti, senza ombra di cura dei nati: nei secondi lavoro, fatiche, sagrifizî, predominio dell'azione collettiva sull'azione individuale, associazioni in cui tutti gli individui, più che non pel proprio, lavorano pel bene comune: una schiera d'individui che sagrifica tutto, e sovratutto, massimo dei sagrifizî, l'amore, per la cura della prole, e il buon essere delle generazioni future. — Non si può dire che gli imenotteri rechino qualche danno alle uve, ma si può pure affermare, con assoluta certezza, che recano sommo vantaggio colla distruzione che fanno dei principali nemici della vite. I calabroni ronzano intorno all'uva e abboccano gli acini maturi, sovratutto quelli che hanno più tenera e più facilmente intaccabile la buccia; così fa pure la vespa, così la cartonaia, ed anche l'ape: ma chi vorrebbe rimproverare all'ape il suo bottino mentre ci dà il miele? I servizî che rendono gl'imenotteri alla vite sono immensi, se è un servizio il far scemare il numero di quegli insetti che rodono le gemme e le foglie.

I nemici più fieri della vite fra gli insetti, fatta solo eccezione della fillossera che è il più terribile di tutti, sono, siccome abbiamo veduto, le farfalle in istato di bruco: ora parecchi imenotteri, e sovrattutto quelli della famiglia degli icneumonidi, fanno morire ogni anno una quantità immensa di questi bruchi, e il modo è veramente singolare. Le femmine degli imenotteri di cui parlo hanno il corpo terminato da una punta aguzza e lunga detta ovopositore (ciò si vede pure in altri insetti) che serve a preparare all'uovo il suo nido: il nido dell'uovo di questi imenotteri è il grasso che si accumula in gran copia sotto la pelle dei bruchi: la femmina dell'imenottero passa a volo presso la foglia su cui lentamente striscia il bruco avidamente pascendosi, colla velocità del lampo gli piomba sopra, gli fora coll'ovopositore la pelle tesa e sottile e depone sotto questa nel grasso un uovo e ripiglia il volo; un'altra femmina passa poco dopo e piomba anch'essa sul bruco e ripete la medesima operazione, e così altre ed altre. Il bruco, tutto intento al pasto e pochissimo sensitivo, non avverte queste madri che hanno a lui affidato la cura della loro prole e hanno con ciò segnato la sua sentenza di morte. Dalle uova poste in tal modo sotto la pelle del bruco sgusciano le larve dell'imenottero che cominciano a pascersi del grasso nel quale son nate; il bruco non se ne da per inteso e seguita a mangiare allegramente e produce sempre una nuova quantità di grasso, tanto copiosa da bastare largamente ai bisogni attuali suoi e dei suoi parassiti; ma oltre ai bisogni attuali egli ha quelli dell'avvenire: deve in istato di crisalide compire una trasformazione per la quale non ha più in sè i materiali all'uopo, impoverito siccome è stato da tutto quello che gli hanno tolto. Al punto di incrisalidirsi non ci riesce o se riesce non giunge a compiere l'ultima metamorfosi in insetto perfetto. Al momento per lo più di passare dallo stato di larva a quello di crisalide si ferma, e dalla sua pelle crivellata escono da ogni parte trasformati gli insetti che crebbero alle sue spese.

Io mi trovava alcuni anni or sono in un villaggio alpino molto elevato, in una casupola parte in legno e parte in muratura, che aveva un orticello davanti: dall'orticello venivano in grande numero i bruchi della cavolaia, vicini al termine della loro vita larvale, e prendevano a salire lungo la parete sotto il tetto o per la finestra, ai travicelli del soffitto per incrisalidarsi. Un giovane e valente pittore ch'era con me venne meravigliatissimo a dirmi che la maggior parte di questi bruchi generava dalla pelle gran copia d'altri e ben differenti insetti; eravamo in tre lassù, oltre al pittore, un botanico versato pure nell'entomologia; prima di vedere la cosa dicemmo subito al pittore come andasse per l'appunto, e per tre giorni fummo ridotti in casa: era quello che ci voleva per renderci attenti e vogliosi di tener dietro alla osservazione iniziata: i bruchi venivano a centinaia dall'orto su per la muraglia, ma si fermavano quasi tutti a metà del camino, sovente prima, raramente più in su, e lasciavano uscire i parassiti allevati, perdendo essi la vita. Dalle osservazioni fatte allora potemmo scorgere con nostra meraviglia che di dieci bruchi otto a un dipresso avevano dentro i parassiti micidiali, ed erano condannati a morire senza avere vagheggiato la luce dell'alba novella, l'alba del giorno finale, quello della festa degli amori.

Non so qual conto si debba tenere di quella proporzione che venne in quel luogo indubbiamente per me verificata: certo è che infinitamente maggiore è il numero dei bruchi in quel modo distrutto di quello degli immuni, e non son soli gli imenotteri a compiere questa distruzione, ma anche i ditteri, come già ho accennato testè parlando di questi ultimi insetti.

Questi imenotteri e ditteri distruggitori dei bruchi operano più e meglio assai degli uccelli: prima perchè gli uccelli distruggono molto meno bruchi che non questi parassiti, in secondo luogo perchè gli uccelli distruggono anche gli insetti che son causa di morte a quelli nocevoli, e in questo modo, mentre fanno bene da una parte, nuociono dall'altra, per cui non è facile dire quale dei due fra il male e il bene prevalga.

L'uomo colla distruzione diretta può assai poco. Quando si tratti di uno spazio ristretto non è molto difficile raccogliere le chiocciolette e le limaccine nocive alla vite; gl'intelligenti e pratici raccomandano pure lo sbrucolamento: ma se è possibile (giova ripetere la stessa cosa) diminuire, raccogliendoli e chiamando molta gente a raccoglierli, in un breve tratto di tempo, i bruchi (sovratutto quelli un po' grossi) in una vigna ristretta dove il pregio delle uve meriti una tale fatica e una tale spesa, la cosa riesce poi impossibile al tutto quando si tratti di grandi distese, d'intere provincie infestate. I nemici naturali, gli acari, le varie sorta di parassiti fanno di più; il naturalista cattedratico od accademico raccomanda al coltivatore di adoperarsi a moltiplicare il numero dei parassiti infesti agli animali nocevoli, ma non dice appunto in qual modo egli possa adoperarsi a produrre questa moltiplicazione.

Il dottore Lorenzo Camerano ha presentato testè all'Accademia delle Scienze di Torino[IV-9] un suo lavoro intorno all'equilibrio dei viventi mercè la reciproca distruzione, nel quale con rigore matematico dimostra in qual modo questo equilibrio si regga pigliando le mosse dalla vegetazione e proseguendo cogli animali che vivono alle spese di questa e poi cogli altri, sia predatori sia parassiti, che distruggono gli uni e gli altri; questo lavoro esprime meglio che non sia stato fatto prima il complesso dei rapporti e dei legami mercè cui campano i viventi gli uni alle spese degli altri; argomento complicatissimo, di cui maestrevolmente il giovane naturalista ha segnato le prime linee, ma di cui fra breve farà più distinto il contorno e segnerà l'ombreggiatura.

L'annessa tavola mostra riuniti in un quadro solo i principali gruppi di animali nocevoli alla vite e nello stesso tempo anche i nemici predatori o parassiti dei primi.

Affinchè la cosa riesca chiara consideriamo un gruppo qualunque, per esempio quello dei Rincoti.

I Rincoti che si nutrono a spese della vite possono divenire preda di varî Ortotteri, Anfibî, Rettili, Uccelli, ecc. o di varî animali parassiti, Acaridi, Endoparassiti, ecc. Ciascuno dei gruppi di animali ora menzionati è a sua volta preda di altri animali predatori più grossi o preda di altri parassiti. Gli Anfibî, per esempio, sono preda di alcuni Rettili, Uccelli, Mammiferi e di varî parassiti, Ditteri, Endoparassiti, ecc. I Ditteri parassiti degli Anfibî sono preda alla loro volta di altri Anfibî, Rettili, Mammiferi, uccelli, ecc. e di altri parassiti, Acarini, Imenotteri, Endoparassiti, ecc. Questi Imenotteri sono essi pure preda di altri Imenotteri, di Anfibî, di Rettili, di Uccelli, di Mammiferi, ecc. e di Acarini, e di Endoparassiti e altri via discorrendo. Ragionando in questo modo si giunge ad una serie di animali i quali mentre predano altri animali non sono più alla loro volta preda di altri animali predatori; ma soltanto di animali parassiti interni, di endoparassiti.

Per maggior chiarezza nella tavola qui unita non sono stati segnati sempre per ciascun gruppo tutti gli animali che sono predatori o parassiti del gruppo stesso. Ciò è stato fatto una volta sola per ciascuno dei varî gruppi i quali per ciò sono stati segnati di un numero. Esaminando, per esempio, il gruppo degli Ortotteri nocevoli alla vite (2) si vede che sono parassiti di questo gruppo i Ditteri (4), gli Imenotteri (7), ecc. I numeri (4) e (7) indicano che si devono aggiungere qui i parassiti ed i predatori segnati per gli Imenotteri (7) e pei Ditteri (4) nocevoli alla vite ecc.

Da quanto si è detto fin qui risulta che gli animali che hanno rapporti mediati o immediati colla vite si possono dividere nelle seguenti categorie, in animali cioè:

fitofagi che si nutrono direttamente a spese della vite;

predatori che si nutrono a spese degli animali fitofagi o di altri animali predatori;

parassiti che vivono alle spese degli animali fitofagi o degli animali predatori o di altri animali parassiti.

I parassiti poi alla lor volta possono dividersi in esoparassiti e in endoparassiti.

Animali Nocevoli alla Vite

Lorenzo Camerano dis. Lit. Salussolia

E. Loescher Editore, Torino, Roma.

Ciò premesso, e partendo dal principio che il numero degli animali è direttamente proporzionale alla quantità di nutrimento che è a loro disposizione, si vede che una rigogliosa vegetazione della vite produce in generale un aumento degli animali fitofagi; l'aumento degli animali fitofagi produce l'aumento dei predatori; l'aumento di questi ultimi fa aumentare gli endoparassiti. L'aumento degli endoparassiti fa diminuire il numero degli animali predatori; la diminuzione dei predatori lascia aumentare il numero dei fitofagi: l'aumento di questi ultimi fa naturalmente diminuire la sorgente del loro nutrimento, la vite.

Si vede da ciò, supponendo che le cose vadano regolarmente come si è detto e che non intervenga nessuna causa perturbatrice, che una rigogliosa vegetazione è per dir così la causa prima della diminuzione della vegetazione stessa. Ora la diminuzione della vegetazione, ragionando analogamente a quanto si è fatto ora, è causa di un nuovo aumento della vegetazione stessa. Nella piccola tavola A si può vedere chiaramente l'andamento del fenomeno. È ben inteso che in questo ordine di fatti non si tiene conto del tempo. Gli aumenti e le diminuzioni sopradette possono compiersi in breve tempo od impiegare invece un tempo lunghissimo.

Tutti i giorni, siccome ognun sa, piovono opuscoli, volumetti e volumi, articoli di giornali, discorsi di accademie, lezioni più o meno popolari sui mezzi più efficaci di distruggere i nemici della vite, e si asseriscono certi questi rimedi; ma la cosa è ben lungi dall'esser tale. In verità, bisogna fare questa confessione, i rimedi proposti ora non hanno più efficacia degli scongiuri e delle condanne del medio evo: la scienza, la vera scienza sincera ad ogni costo non può fare oggi altra conclusione.

I nemici di cui sono venuto parlando finora sono nemici di tal fatta che l'uomo non ha guari azione contro di essi.

Ma tutti questi animaletti che sono certamente nemici della vite, sono poi veramente nemici dell'uomo? Questa domanda vale quanto quest'altra: il vino è un bene o un male? Io mi ricordo una apostrofe di Amleto, sulla quale non mi fermo a parlare, per non invadere il campo del mio amico Giacosa che deve fra poco parlarvi qui del vino nei poeti e riferirvi il bene e il male che i più segnalati ne hanno detto in ogni tempo e presso ogni nazione. Corrado Corradino ha pur fatto qui il bilancio del bene e del male del vino. Molti popoli non bevono vino, ma trovano altri sussidi per togliersi di senno: l'oppio, lo hacscis, il betel: in ogni tempo ed in ogni luogo, secondo quello che dice Teofilo Gauthier, l'uomo s'è ingegnato di bere la spensieratezza, fumare l'oblio, masticare l'ilarità. Più recentemente il Baudelaire dice del vino che esso è come l'uomo: non si arriva a definire fino a qual punto possa riuscire stimabile, e fino a qual punto possa riuscire disprezzabile.

Giacomo Leopardi diceva che nell'antichità si erano addotti molti argomenti in favore della schiavitù dei negri, al tempo nostro contro, e che la schiavitù fu sempre tanto nell'antichità quanto al tempo nostro; del vino si disse e si dice molto bene e molto male e si beve sempre. È questo un capitolo di quell'immenso volume che nissuno scrive e tutti facciamo, intitolato « Le contraddizioni umane ».

NOTE BIBLIOGRAFICHE

Credo utile di aggiungere qui un catalogo delle opere più importanti intorno agli animali utili e nocevoli all'agricoltura e specialmente alla vite, le quali opere il lettore potrà consultare per aver maggiori ragguagli intorno alle questioni superiormente menzionate.

Ratzeburg. — Die Forstinsecten, oder Abbildung und Beschreibung der in Waeldern Preussens etc. Berlin.

Boiduval. — Essai d'entomologie horticole. Paris, 1869.

V. Ghiliani. — Alcuni cenni sugli uccelli insettivori e sugli insetti parassiti. Annali della R. Accad. d'Agricolt. di Torino, 1871.

Gené. — Saggio sugl'insetti più dannosi all'agricoltura. Biblioteca agraria, Milano, 1827.

— Istruzione sugl'insetti più dannosi all'agricoltura nei Regii Stati, Torino, 1840.

— Sugl'insetti nocivi all'agricoltura ecc., Milano, 1835.

Achille Costa. — Degl'insetti che attaccano l'albero ed il frutto dell'olivo, del ciliegio, del pero, del melo, della castagna e della vite, ecc., Napoli, 1857.

L. Camerano. — Gl'insetti. Introduzione allo studio dell'entomologia, Torino, Loescher, 1879.

G. Sabbioni. — Gli uccelli e gl'insetti in rapporto coll'agricoltura. Giornale d'Agric. del Regno d'Italia, Anno VII, 1870, vol. XIV.

Targioni-Tozzetti. — Relazione intorno ai lavori della stazione di entomologia agraria di Firenze per l'anno 1875. Annali del Ministero d'Agric. Ind. e Com., vol. 84, 1876.

— Relazione ecc. per l'anno 1876. Annali del Ministero dell'Interno, vol. I, 1878.

Apelle Dei. — Gl'insetti dannosi alle viti in Italia. Annali di viticoltura ed enologia italiana, Milano, 1873.

Goureau. — Les insectes nuisibles aux plantes potagères, 1862.

Alfonso Cossa. — Sopra alcuni mezzi proposti per distruggere la fillossera della vite. Riassunto d'una lezione fatta nel R. Museo industriale di Torino, 1875.

I. Lichtenstein. — Notes pour servir à l'histoire des insectes du genre Phylloxera. Annales Agronomiques, vol. II, Parigi, 1876.

— Notes pour servir à l'histoire des insectes du genre Phylloxera. Annales de la Société entomologique Belge, volume XIX, 1877.

— Notes etc. Annales Agronomiques, vol. III, 1878.

D. V. Fatio. — Etat de la question phylloxérique en Europe en 1877, Genève, 1878.

— Le Phylloxéra. Instructions sommaires à l'usage des experts cantonaux et fédéraux en Suisse, Genève, 1879.

I. Demole-Ador. — Le congrès phylloxérique international de Lausanne, 1877. Berne.

V. Fatio et Demole-Ador. — Le phylloxéra dans le canton de Genève. Genève, 1875.

— Idem, 1876.

A. F. Negri. — Phylloxera vastatrix. Conferenza tenuta al comizio agrario di Casale Monferrato. Boll. del Comizio Agrario stesso, anno I, 1879.

Actes du congrès phylloxérique international réuni a Lausanne, Lausanne, 1877.

Andrea Vincenza. — Monografia della vite e del pomodoro, Piacenza, 1879.

Boiteau. — Sur la présence, dans les couches superficielles du sol, d'œufs d'hiver du Phylloxéra fécondés. Comptes rendus de l'Ac. de Sciences de Paris, vol. 87, n. 19.

M. Girard. — Rapport sur les ennemis naturels du Phylloxéra de la vigne. Société des Agricolteurs de France, 1879.

— Mémoire sur quelques insectes qui nuisent à la vigne dans le canton de Vaud. Nouveaux mémoires de la société helvétique des sciences naturelles, Neuchâtel, 1841.

Giovanni Malfatti. — Sulla Cochylis ambiguella. Atti della Società Italiana di Scienze Naturali, Milano, 1879, volume XXII.

Targioni-Tozzetti. — Del pidocchio o della fillossera della vite, ecc. Bollett. della Soc. Entom. Italiana, Anno VII, 1875.

[IV-1] Michele Lessona, Intorno alla Galleruca calmariensis. Annali della R. Accademia d'Agricoltura di Torino, vol. XVIII, 1875.[IV-2] Michele Lessona, Dello Arocatus melanocephalus in Torino. Annali della R. Accademia d'Agricoltura di Torino, vol. XX, 1877.[IV-3] I costumi di questa specie non sono ancora in tutto noti. Riferisco a questo proposito ciò che si legge nel prospetto dei generi e delle specie degli acridoidei, secondo la fauna italica del Targioni Tozzetti, Annali d'agricoltura, vol. I, 1878, p. 101: «La locusta grillaiola del Salvi ( Acanthus pellucens ) talvolta colla sua femmina danneggia delle piante selvatiche, come i cardi, le centauree, o coltivate, come la canapa, le carote, e anco la vite, quando, per deporre le uova, pratica delle gallerie nell'interno[*].[*] Salvi, Memoria intorno alle locuste grillaiole. Verona 1750. — Da altri poi lo si crede divoratore d'insetti, come il Meconema varium (Locustoidei).[IV-4] Le principali specie d'Icneumoni e di Calcidi parassiti della Pyralis vitis sono le seguenti:

Famiglia
Icneumonidi

Ichneumon melenogonus
, Grav.

»
»
Pimpla instigator
, Grav.

»
»
»
alternans
, Grav.

»
»
Anomalon flaveolatum
, Grav.

»
»
Campoplex majalis
, Grav.

Famiglia
Calcididi

Chalcis minuta
, Nes. ab. Es.

»
»
Diplolepis cuprea
, Spin.

»
»
»
obsoleta
, Spin.

»
»
Pteromalus comunis
, Nes. ab. Es.

»
»
»
cuprens
, Nes. ab. Es.

»
»
»
ovatus
, Nes. ab. Es.

»
»
»
larvarum
, Nes. ab. Es.

»
»
»
deplanatus
, N. ab. Es.

»
»
Eulophus pyralidum
, ?

»
»
Bethylus formicarius
, Lat.

All'azione di queste specie parassite si attribuisce la scomparsa, almeno temporaria, della Pyralis vitis dalla Francia.

[IV-5] A. Rondani, La tignuola minatrice delle foglie della vite. Giornale d'Agric. indust. e comm. del regno d'Italia, 1876, vol. II.

Antispila rivillella et ejusdem parassita. Bullet. entomologico italiano, anno IX.

[IV-6] Entodon viticola. E. Antispilae. E. Rivillellae.[IV-7] Il marciume o il bruco dell'uva. Atti della R. Accad. dei Lincei, sez. 3 a, vol. I, 1877.[IV-8] Il Synoxylon muricatum si è, a quanto pare, molto sviluppato quest'anno in Piemonte, e precisamente in questi giorni (13 aprile 1880) mi vengono mandati molti esemplari di questa specie e molti tralci intaccati da essa da varie località piemontesi.[IV-9] Dell'equilibrio dei viventi mercè la reciproca distruzione. Atti della R. Accademia delle Scienze di Torino, volume XV, 1880.

S. COGNETTI DE MARTIIS

IL COMMERCIO DEL VINO

(Conferenza tenuta la sera del 16 Febbraio 1880).

Signore, Signori,

Due egregi colleghi che mi precedettero nella serie di queste conferenze, propostisi il quesito se il vino sia un bene, esitarono a risolverlo, e se si pensi alla loro grande valentia ed autorità, bisogna ammettere che devono essere stati ritenuti da gravi motivi a non dare una qualsiasi soluzione a cotesto problema. Più fortunata è la condizione nella quale io mi trovo, nè già per merito mio, ma per merito della scienza che professo, dacchè per ogni economista tutte le cose utili sono beni, tutte le cose che hanno valore sono beni, e della somma di cotali beni si compone la pubblica e privata ricchezza. Ora, siccome niun dubbio è ammissibile sulla utilità del vino ed è di generale notorietà com'esso abbia valore, così l'economista può, con sicura coscienza, affermare che il vino è un bene e, perchè tale, è scopo alla produzione ed entra, merce desiderata e ricercata, nell'intreccio degli scambi. E qual bene e di quanta importanza esso è nell'economia nazionale!

Quando il Messico apparteneva alla Spagna, il governo di Madrid, regolandosi co' criteri storti di una falsa politica coloniale, aveva proibito che si piantassero viti nel territorio messicano, pur così adatto alla viticoltura. Non altro vino che quello della madre-patria dovevano bere i Messicani. Ma gli allettamenti della natura poterono più dei divieti governativi. Il curato d'una piccola città dell'intendenza di Guanaxuato, don Michele Hidalgo, coprì di vigneti i declivi suburbani. Venne dalla capitale l'ordine di sterparli e distruggerli e si pose mano all'esecuzione. Se non che il prete indegnato si ribellò, anzi levò addirittura il grido dell'insurrezione e la difesa delle vigne iniziò la guerra accanita che riescì all'indipendenza del Messico. E qui in Italia la guerra nazionale del 1848 poco mancò non iscoppiasse due anni prima, a cagione degli impedimenti daziari che l'Austria opponeva all'entrata dei vini piemontesi nelle provincie lombarde. In quella circostanza il magnanimo Carlo Alberto fece aperta e nobile resistenza alla Cancelleria viennese, dando manifesto pegno della sua fede nei destini della patria.

La produzione del vino determinò la prima sollevazione dei Messicani contro la Spagna, il commercio del vino condusse il Piemonte al primo urto con l'Austria.

Ed ora vediamo in qual guisa s'iniziò e procedette questo commercio e con quali vicende.

I.

I principii furono davvero splendidi; il vino fece stupendamente la sua comparsa nel commercio mondiale. I Fenici, o signori, quelli stessi che diedero l'alfabeto al mondo, propagarono tra le genti isolane e ripuarie del Mediterraneo la coltivazione della vite e l'uso del vino, che fu principalissimo articolo nel traffico di quel popolo di navigatori illustri e audacissimi. La Fenicia produceva ottimo vino, specialmente nei territori di Tiro e Sarepta e sulle più basse pendici del Libano. Ne traeva poi dalla Palestina, dalla Siria e dagli altri paesi ove via via la viticoltura s'andava estendendo. Tutti avete letto nella Storia Sacra la narrazione degli esploratori mandati da Mosè nella Terra promessa e tornati con un enorme grappolo d'uva, che fu certo per gli ebrei tra i più forti eccitamenti alla conquista d'un così fertile suolo. E dalla Palestina andavano al mercato di Tiro i vini di Engaddi, Sorek, Elealeh, Eshbon. Però i più squisiti e reputati a quei tempi si facevano nella Siria, che forniva al commercio il vino di Haleb (la moderna Aleppo) pregiatissimo, l'unico che si mescesse alla tavola degli Scià di Persia e diede più tardi il vino di Damasco. La maggiore esportazione si dirigeva verso l'Egitto, nella cui regione superiore il prodotto della vite era scarso e cattivo e nelle altre due, la centrale e l'inferiore, non si coltivavano vigne. Due volte l'anno le carovane trasportavano da Tiro a Menfi grossi carichi di vino, percorrendo la via littorale di Gaza e il margine esterno del delta del Nilo. I buongustai egiziani bevevano a preferenza il vino di Tiro e quello di Laodicea. La Babilonia, non contenta del vino che traeva dall'alta Mesopotamia; l'Assiria, ove si beveva molto; l'Arabia, la Persia e la lontana India erano nel continente asiatico paesi di ricerca più o meno attiva e larga. Coll'andar del tempo una notevole esportazione si avviò anche verso i paesi occidentali d'Europa e d'Africa ove approdarono navi fenicie e furono stabilite fattorie.

I guadagni in cotesto ramo del traffico fenicio dovevano essere enormi, se si pensi alla facilità dell'acquisto nei centri di produzione e alle favorevoli condizioni di spaccio nei paesi di consumo, dagli Stati finitimi ai più remoti scali del Mediterraneo, del Mar Nero, dell'Atlantico e sin dello stretto di Jenikalé e del Mare d'Azoff, sulle cui rive i barbari Cimmerii ricevevano tra' primi doni della civiltà otri ricolmi di vino e assaporavano la gradita bevanda con l'avidità stessa che a' giorni nostri spinge gl'Indiani d'America e i Maori d'Australia all'uso immoderato dell'acquavite. Intendiamoci però; parlando di guadagno non si pensi a danaro. A quei tempi non v'era moneta coniata, si trafficava per baratto; il consumo del vino nei luoghi di maggior produzione non era grandissimo, ne rimanevano grosse quantità disponibili che i mercatanti sidonii e tirii mandavano nei paesi stranieri, ricevendo in cambio merci che avevano alto pregio nell'industria, nell'arte decorativa, nel lusso.

Queste tradizioni seguì Cartagine, che ereditò la fortuna e il genio commerciale della madre-patria. È menzionato specialmente come assai lucroso il commercio ch'essa faceva con la Cirenaica (Barkah, parte dell'attuale reggenza di Tripoli) importando vino ed esportando il silfio reputatissimo nella farmacopea antica e noto nella moderna col nome meno bello di assafetida.

II.

La Grecia, al suolo della quale s'adattarono benissimo così le viti fenicie di Tiro e Sarepta, come le sire di Laodicea e Biblo (Latakié e Gebail), diede molte cure alle vigne, sicchè ben presto divenne un paese di grande esportazione. Troviamo menzionati in Omero due vini, i primi venuti in fama tra gli elleni, il Pramnio (Iliade XI, Odissea X) assai generoso, che si faceva nel territorio di Smirne e il vino rosso e dolce del monte Ismaro (Odiss. IX) nelle campagne tracie (Romelia), ove scorre il fiume chiamato dagli antichi Ebro e adesso Maritza. Cotesto vino fu detto poi Maronèo da una piccola città sorta a piè dell'Ismaro e con tal nome è ricordato da Plinio.

Con questi due s'inizia l'elenco dei vini greci, che andò via via allungandosi, sicchè sarebbe malagevole e non senza noia esporlo qui. Mi limiterò a mentovare quelli che ottennero più riputazione in commercio. Ed erano, tra' vini di terraferma, oltre il Pramnio, il cui credito si manteneva ancora nel primo secolo dell'êra volgare, il vino di Sicione, e quelli di Mende e Schione, provenienti il primo dalle campagne della riva destra del golfo di Corinto e gli altri due dalla penisola di Cassandra, l'antica Pallene; tra' vini poi delle isole — e quasi tutte ne producevano — il Chio, rosso, accreditatissimo (isola di Scio) e quelli di Taso, Lesbo, Lemno, Cipro, Rodi, Creta (Candia), Icaria (Nicaria) e Cos. Le colonie della Sicilia e della Magna Grecia diedero anch'esse in seguito un largo contingente al commercio vinifero.

I prezzi naturalmente variavano secondo la qualità, ma in generale erano piuttosto bassi. Per esempio, nel V o secolo innanzi l'êra volgare i concittadini di Socrate pagavano lire 2,36 al litro il vino di Chio, che era il più costoso di tutti; nel IV o secolo un litro del vino di Mende valeva lire 1,86 e Polibio assicura che a' suoi tempi (I secolo av. G. C.) il vino comune greco s'aveva nella Lusitania (Portogallo) per centesimi 2 ⅓ al litro.

Nell'industria enologica i greci divennero eccellenti; niun palato pareggiava l'ellenico nell' enogeustica, vale a dire nella degustazione. Vero è che, a temperare probabilmente la forza alcoolica de' loro vini, ci mettevano acqua, e quel che è strano, acqua marina, anzi Atene aveva istituiti alcuni ispettori (Enopti) con l'incarico di multare chi nei banchetti mescesse vino puro. Non sembra però che, in pratica, l'istituzione abbia fatto buona prova e non è difficile intendere il perchè.

Ad ogni modo il commercio greco del vino era considerevolissimo. Negozianti all'ingrosso ( enempori ) attendevano all'esportazione e venditori al minuto ( enocápeli ) allo spaccio locale. Il trasporto per mare si faceva con navi adatte specialmente a cotesto traffico ( oinagogòn plion ), per lo più in otri di pelle caprina e talvolta in anfore impegolate. Solo per le spedizioni in Egitto si adoperavano brocche e questa particolarità depone, mi sembra, a favore del buon gusto egiziano.

E poichè m'accade di menzionare un'altra volta l'Egitto, dirò che al tempo dei Lagidi avevano acquistata qualche riputazione il vino bianco di Mareotide, detto così dall'antico nome del lago Mariut presso Alessandria ed il vino di Tamia, l'attuale Damietta.

III.

Dalla Grecia all'Italia il passaggio è naturale. Il mio dotto amico Graf vi rammentò il nome di Enotria dato in antichissima età alla patria nostra. In origine esso fu attribuito soltanto alla Basilicata o provincia di Potenza, ed esteso prima alle tre provincie calabresi che formavano l'antico Bruzio, e poi anche talora a tutta l'Italia[V-1]. Del resto i greci posero a parecchie terre nomi enologici. L'isola d'Egina si chiamò prima Enonia o Enopia, le Enotridi erano due piccole isolette poco lungi dalla breve costa lucana sul Tirreno; l'isola di Sichino fu dapprima Enoie; c'era un'Enantia ov'è adesso Kertch e un'altra nella Sarmazia asiatica.

Il commercio del vino nell'Italia antica presenta due diversi periodi: uno anteriore, l'altro posteriore all'anno di Roma 633 (121 av. G. C.), nel quale furono consoli Lucio Opimio Nepote e Q. Fabio Massimo. In quell'anno fu così abbondante e squisita la vendemmia, che finalmente, come dice Plinio, l'Italia conobbe il suo bene[V-2].

Nel primo dei due periodi i vini greci erano i preferiti; Plauto nel terz'atto del Povero Cartaginese nomina i vini vecchi di Leucade, Lesbo, Taso e Chio. Il vino nazionale era poco stimato. La coltivazione della vite cominciò tra noi dopo quella del frumento e Roma nei primi tempi non bevve molto. Nel vecchio Lazio però se ne faceva e se ne mandava anche nella finitima Etruria[V-3]. Ma adagio adagio i vini italiani cominciarono a farsi credito sul mercato interno. L' ammineo della Campania, il lucano della Basilicata e il murgentino di Sicilia[V-4] sono lodati da Catone (234–149 a. G. C.) segnatamente il primo che fu il predecessore del Falerno e del quale si distinguevano due qualità, la superiore ( ammin. maius ) e l'inferiore ( ammin. minusculum ). Questi tre erano i vini nazionali migliori. Se ne bevevano anche di minor pregio o infimi affatto, come questi altri che Catone descrive: l' elveolo una specie di gustoso chiaretto, l' apicio analogo al nostro moscato; il preliganeo, vinello che si dava a bere ai vendemmiatori e la posca — un nome rimasto nel dialetto piemontese — ossia il vino degli schiavi e della bassa gente.

Circolavano poi vini fatturati che si spacciavano per greci e Catone dà ricette per la fabbricazione del vino greco e in ispecie di quel di Coo.

La legge protesse la viticoltura, diede norme e sanzione speciali alla vendita del vino e prescrisse le regole per la consegna, la degustazione, la misuratura.

Il secondo periodo del commercio del vino nell'antica Italia si suddivide in due epoche, delle quali l'una va dal 633 di Roma al 700 (54 av. G. C.), l'altra da cotesto anno alla caduta dell'impero.

La data che separa le due epoche m'è fornita da Plinio, il quale asserisce che verso il 700 di Roma principio ad estendersi la riputazione e il consumo de' vini nazionali e questi accennarono a vincere la concorrenza dei vini stranieri, malgrado che lo sviluppo dell'importazione non s'allentasse. Nei settantacinque anni precedenti si erano già fatti conoscere il Cecubo e il Falerno. Di questo parlerò or ora. Il Cecubo si faceva nel territorio di Amicla, sul golfo di Gaeta, ma durò poco. Nella seconda metà del primo secolo dell'êra nostra era già venuto meno, per negligenza dei coltivatori, per l'angustia del sito e pel canale che Nerone fece aprire dal lago d'Averno ad Ostia, traverso quelle campagne. Il predominio dei vini greci durava ancora sul mercato italiano, non bastando la produzione nostrana al consumo ed anche per l'abitudine del palato a' vini dell'arcipelago, sicchè la loro artificiale imitazione non si smetteva. Tra' nazionali primeggiavano i campani e i siciliani; da queste provincie subalpine usciva il vino allobrogo, che sapeva di pece; nelle meridionali era piuttosto diffusa la fabbricazione del vin cotto, poco gradito fuori di là.

Dei vini medicinali fatturati con mosto d'uva amminea e succhi d'erbe non fo parola, perchè estranei al mio soggetto.

Un notevole indizio del credito che avevano acquistato i vini del paese lo si ha nelle distribuzioni che fece Giulio Cesare nelle feste del suo trionfo per le vittorie riportate in Gallia e in quelle fatte come settemviro Epulone, quando fu console la terza volta. Diede prima Chio e Falerno; poi fece meravigliare il popolo romano dando in tavola quattro qualità di vino, due greci: Chio e Lesbio e due nazionali: Falerno e Mamertino.

Ed eccoci al periodo più notevole. Plinio in una sua classificazione dei vini italiani distinse quattro categorie, disponendo secondo il loro merito i vini delle varie regioni.

Nella prima classe pose il Pùcino che si faceva nelle vicinanze d'Adria, il Setino del territorio di Terracina e il Retico di Val d'Adige. Il primo era piaciuto assai a Livia moglie d'Augusto, la quale dava merito a quel vino d'esser giunta a 82 anni sempre in buona salute. Ma il marito preferiva gli altri due, e Plinio, si vede, non volle far torto a nessuno.

Nella seconda categoria pliniana troviamo il classico Falerno, prodotto della felice Campania, di tre qualità: il faustiano, che si spremeva dalle uve d'un territorio a sei miglia da Sessa, il gaurano, alquanto brusco e il falerno tenue, ossia sottile.

La terza classe del naturalista comasco annovera i vini del Lazio, cioè quelli dolcissimi dei colli albani, più il Privernate e il Signino e i tipi inferiori della Campania: il Massico, il Caleno, lo Statano, il leggiero Sorrentino, il Fondano, il Veliterno.

Appartengono alla quarta i vini di Sicilia; il Mamertino (Messina), la cui qualità migliore era conosciuta sotto il nome di potalino e il Tauromitano (Taormina), che in commercio era dato spesso per mamertino.

Altri vini italiani di qualche pregio erano il pretuziano, l'anconitano, il palmense e il cesenatico, tutti del Piceno; l'adriano dei Veneti; il graviscano, lo statoniense e sopratutti il rosso Lunense toscani; il tarantino, il serviziano e il cosentino calabresi; il turino e il lagarino lucani.

Vengono ultimi i vini che Plinio chiama plebei, tra' quali i più divulgati erano il trifoglino, il caulino, il trebulano e il pompeiano, che tutti e specialmente l'ultimo, invecchiando si guastavano.

Passiamo ora all'estero. La Gallia transalpina produceva due tipi: uno molto denso che serviva per quella operazione che da' francesi è chiamata vinage e da noi taglio, ed era il marsigliese; l'altro detto beterrano fu, per dir così, l'avolo del Frontignan, sia per somiglianza ne' caratteri estrinseci ed intrinseci, sia perchè si faceva nel medesimo territorio donde ci viene il delizioso Muscat de Frontignan. E nella Gallia furono inventate e adoperate prima le botti di legno cerchiate. La Spagna forniva al commercio tre qualità di vini che si facevano nella Catalogna: il laletano, abbondante, ma poco buono; il tarraconense reputatissimo e da Marziale posposto solo ai vini campani e il lauronense. Possiamo mettere insieme con questi il balearico, ossia vino delle isole Baleari.

Attivissimo durava il commercio dei vini dell'arcipelago, quantunque piantagioni di viti greche si fossero praticate anche in altri paesi e la industria contraffacesse con sconce miscele i delicati succhi delle vendemmie elleniche. «Il paese non l'uva fa la differenza de' vini» diceva il vecchio Plinio e diceva bene. Pure il sapore d'acqua marina, comune a quasi tutti i vini di Grecia, e più spiccato in quelli di Lesbo, si cominciava ad avere in uggia ed il clazomenio piaceva appunto perchè sapeva meno di salsedine. Era quest'ultimo uno de' migliori vini dell'Asia Minore, che dalle sue regioni ubertosissime, la Fenicia, la Frigia, il Ponto, la Caria e la Lidia, mandava dieci eccellenti specie di vino. Altrettante ne annovera Plinio della Grecia propria e celebra il peparetio dell'isola omonima, tanto migliore quanto più vecchio. L'Egitto dava il sebennitico delle vigne del Bahari e l'Arabia il petrictum.

Insomma, a detta dell'insigne naturalista latino, tra italiani e stranieri, non meno di 195 generi di vino erano forniti al consumo, de' quali 80 fini e due terzi di questi ottanta erano vini d'Italia. La concorrenza straniera era dunque vinta.

Il traffico enologico prese grande sviluppo e v'attendevano i Mercatores vinarii, de' quali è menzionata una speciale società che incettava i vini delle coste adriatiche ( Negotiantes vini supernates ). Roma aveva uno scalo apposito ( portus vinarius ) e un mercato ( forum vinarium ) pel vino.

La ragione de' prezzi, mite a principio, s'andò elevando come s'allargava il consumo. Nell'anno 565 di Roma, cioè dire al cominciare del secondo secolo anteriore all'Era Volgare, i censori ordinarono non si vendessero il vino greco e l'ammineo più di otto denari per anfora, che tornano circa 45 centesimi al litro. A' tempi di Caligola (40 dell'E. V.) il vino Opimiano, quello cioè famoso della pingue vendemmia del 633 e quindi vecchio di cenquarant'anni, costava lire 7,71 al litro. Non par poco, ma si consideri la qualità e l'età del vino, e si pensi che ora il Johannisberg del 1862 (cera azzurro-dorata) vale lire 44 la bottiglia. Nel terzo secolo dell'Era volgare l'imperatore Diocleziano promulgò una tariffa de' prezzi dei generi di consumo, mano d'opera, ecc., conosciuta ora dagli archeologi sotto il nome d'iscrizione di Stratonicea. In questo curioso documento il prezzo del Falerno di qualità superiore è fissato a lire 1,50 al litro, quello del vino vecchio di prima qualità a lire 1,20 e per il vino comune a 40 centesimi.

Si vede che il prezzo del vino andava crescendo e se ne intende il perchè. Le sorti dell'agricoltura volgevano tristi, le irruzioni de' barbari turbavano i lavori campestri e mantenevano una continua trepidazione nelle plebi rurali. L'attività economica illanguidiva, immiserendosene le fonti, ed i traffici disturbati, sviati, interrotti, male s'intrecciavano in giorni come quelli, agitatissimi e di gran travaglio pe' popoli. I barbari rumoreggiavano ai confini spesso violati dell'impero, e male resistevano agli allettamenti della bella penisola italica dal cielo ridente e dalle pingui terre. Tentò qualche imperatore vietare a' temuti nemici l'acquisto de' prodotti nostrani e specialmente del vino, la cui esportazione ne' paesi de' barbari fu proibita prima da Valentiniano I, poi da Graziano. Ma senza pro. Se il vino non potè andare in que' paesi, vennero i barbari a beverlo nelle nostre terre e ne vollero del migliore. Cassiodoro, ministro di Teodorico, scriveva al Canonicario di Venezia che la cantina del re aveva bisogno d'essere fornita come il decoro della regia mensa esigeva. Acquistasse dunque acinatico rosso e bianco (l'antenato del Val Policella) da' proprietari del Veronese e ne mandasse alle cantine del re che ne difettavano. E aggiungeva che al principe piacevano più i vini italiani de' greci, manipolati con aromi ed acqua marina.

IV.

Ad ogni modo i vini greci ed i latini serbarono la loro fama anche nell'età di mezzo e costituirono i due tipi commerciali del prodotto. I centri greci più accreditati di produzione erano la Romelia, Creta e Cipro, e la qualità preferita, la Malvagia; i migliori centri latini erano i marchigiani e i calabresi (Tropea e Cotrone) e stimavasi assai la Vernaccia, tanto cara a papa Martino IV, che v'affogava dentro «le anguille di Bolsena». I prezzi tornarono miti. Un barile di vino greco nel secolo XIV s'aveva su per giù per una lira fiorentina. E sì che c'erano i dazi, la cui commisurazione era determinata secondo criteri differenziali non solo di qualità, ma anche di nazione, essendo i Veneziani ed i Genovesi meglio trattati, negli scali di Levante, de' negozianti di qualsiasi altra nazionalità. Però erano dazi lievi. Generalmente l'entrata e l'uscita del vino erano colpite con una tassa dal 2 al 5 per cento ad valorem, ed i diritti più elevati cadevano sulla Vernaccia. In qualche scalo cotesta misura era superata d'assai; ad Alessandria d'Egitto, per esempio, il dazio sul vino era del dieci per cento e a Tunisi dell'undici. Ma erano eccezioni.

Più del commercio internazionale era in verità impacciato lo smercio interno, ove fiorivano le Corporazioni. In Francia, come tutti sapete, l'ordinamento delle Maestranze ebbe norme rigide dettate da' canoni d'una pessima politica economica, secondo la quale l'esercizio di qualunque mestiere, arte o professione era un privilegio regale conceduto a questo o quel cittadino dalla benevolenza del sovrano. Verso la fine del secolo XIII Parigi aveva 51 mercanti di vino ( bufetiers ), 3 sensali da vino e 4 gridatori, tutti patentati e privilegiati. Il gridatore aveva il diritto esclusivo di girare per le piazze e bandire il vino dell'osteria tale o tal'altra. Gli osti, o tavernai che fossero, non potevano ricorrere per cotesto servigio ad altri e dovevano, a richiesta del crieur, dargli un campione ed indicargli il prezzo.

Il costume de' banditori del vino esisteva anche in Italia ed in certi paesi ha durato un gran pezzo. Tra' ricordi della mia fanciullezza c'è il gridatore del vino che vedevo a Bari la domenica. Lo chiamavano Calandriedd' e si metteva sulle piazze e crocicchi, celebrando con una monotona cantilena il vino della bettola del tale o tal'altro oste, mostrando e facendo assaggiare il campione. Come il regime corporativo si andò perfezionando, così crebbero i vincoli. In Francia si vendevano uffici di ispettori delle taverne, rotolatori di botti, sensali, commissionari, esercenti, saggiatori, negozianti di vino. Vi fu un tempo in cui la tassa di entrata nella Corporazione de' Vinai era di 800 lire tornesi, delle quali due terzi circa andavano all'erario pubblico, rimanendo il resto alla cassa sociale.

Ma un guaio ancora più grosso sopravvenne quando, sotto l'influenza del sistema Mercantile, s'aggravarono i dazi doganali. Io credo che l'egregio prof. Lessona mi permetterà di applicare a cotesti dazi l'arguta denominazione con la quale egli annunciò il tema della sua splendida conferenza, perchè in verità i dazi, o signori, sono veri e propri nemici del vino.

I fatti che sto per narrarvi lo provano evidentemente.

Nella prima metà del secolo XVI i vini francesi presero ad affluire in gran copia in tutto il nordovest d'Europa, specialmente in Olanda ed in Inghilterra, nel qual ultimo paese i vini di Bordeaux erano cominciati ad entrare sin dal secolo XII. Ebbene nel 1659 la Francia mette un tonnellaggio di cinquanta soldi sulle navi estere. L'Olanda se ne risente e minaccia di scemare la tariffa daziaria sui vini del Reno, determinando così una importazione di questi a detrimento della Francia, che nello spaccio del vino aveva per clienti non spregevoli i Paesi Bassi. Dopo lunghe trattative si venne nel 1662 ad un accordo. Più tardi, al cadere del secolo XVII, la Francia colpisce con grave dazio le lane inglesi e l'Inghilterra si vendica aggravando la mano sui vini francesi e volgendo la propria richiesta alla Spagna e specialmente al Portogallo, donde trasse più di dugento carichi di vino all'anno. I Delegati de' centri vinicoli al Consiglio generale del Commercio di Francia sporsero vivissimi reclami contro il sistema daziario che produceva così tristi effetti. Il delegato di Baiona affermava essere rovinate affatto la Guienna, la Borgogna, la Turenna e la regione angioina, e sul posto valer quasi più il fusto che il vino. «Bisogna abbandonare, scriveva il delegato di Lione, la massima di Colbert, il quale pretendeva che la Francia potesse fare a meno di tutto il mondo. Ciò era un andare contro la natura e contro la Provvidenza che ha distribuito i suoi doni ad ogni popolo, onde costringerli tutti a mantenersi in commercio reciproco». Parole nobilissime rimaste inascoltate e che non è fuor di luogo ricordare ne' giorni che corrono di tendenze reazionarie nella politica commerciale. L'importazione de' vini francesi in Inghilterra riceveva così un colpo micidiale e fu poi annientata addirittura dal Trattato di Methuen, stipulato tra la Granbrettagna ed il Portogallo nel 1703. In quella famosa convenzione il governo Portoghese s'impegnò a facilitare assai lo smercio de' tessuti inglesi di lana ne' propri dominii ed il britannico a ridurre il dazio d'entrata su' vini portoghesi, in guisa da renderlo inferiore di due terzi al dazio sulla immissione dei vini francesi.

Quali conseguenze ebbe una così fallace politica economica?

Nel 1669, quando il dazio su' vini che entravano in Inghilterra era di quattro pence (cent. 20) per gallone (lit. 4.543), ventimila tonnellate di vino francese e 25,000 di vini portoghesi, spagnuoli e renani costituivano l'annua importazione. In quel tempo il vino non era, nella Granbrettagna, un lusso del ricco. Lo divenne dopo l'aggravio de' dazi ed il popolo si volse a bevande artefatte e spiritose. Nè è tutto. Data da quella mutazione del regime daziario de' vini l'adulterazione del Porto e del Xeres, diventata poi sistematica ed entrata nelle abitudini dei consumatori, il cui gusto si acconciò al Porto artificiale, tanto da preferirlo al legittimo, ed i bevitori di Xeres si cangiarono in bevitori di Sherry. In tal guisa l'aggravio della tariffa riusciva pregiudizievole così alla Francia, paese di grande produzione, che vedeva restringersi lo spaccio ed il lucro, come all'Inghilterra, paese di consumo, ove i prodotti delle distillerie prendevano il posto de' vini mancati. Il Trattato di Methuen, sotto pretesto di aprire un sicuro mercato a' tessuti di lana inglesi, privò l'Inghilterra di un rilevante e naturale traffico con un popolo vicino e la costrinse a prendere il prodotto, inferiore e più caro, di un paese che non era in grado di provvedere in larga misura il mercato britannico. Similmente Napoli aggravò il dazio d'uscita sul vino e perdette il mercato di Genova. Ed ecco, o signori, come il comparativo uso o disuso del vino nei paesi che non ne producono, sia curioso e notevole indizio dell'influenza che le legislazioni fiscali esercitano sulle abitudini popolari.

V.

Fortunatamente i criteri della politica Colbertiana andarono poco a poco indebolendosi, ed il commercio del vino potè svolgersi in modo meno irregolare e più conforme alle esigenze determinate dal vario talento de' popoli, dalla diversa posizione de' paesi, dalla moltiforme attitudine dei produttori a somministrare gli elementi della ricchezza sociale. La produzione del vino ha una propria regione segnata dalla natura nella zona della vite. Ed in cotesta zona va notato un fenomeno curioso ed è che ne' paesi nordici abbonda il vino bianco e ne' meridionali il vino rosso, proprio come ne' primi — il riscontro m'è stato suggerito dal mio egregio collega il prof. Lombroso — prevalgono i capelli biondi e ne' secondi le chiome nere. Un'altra circostanza: i vini del mezzodì sono più alcoolici de' vini del nord. Di tale maniera vediamo posti da natura i fondamenti del traffico del vino.

In quali condizioni esso si trova ai giorni nostri?

Tra' paesi produttori della zona viticola europea predomina la Francia, la cui produzione nel decennio anteriore al 1859 segnò una media annuale di 30 milioni d'ettolitri ed è salita nel decennio posteriore alla media di 56 milioni, malgrado l'oidium e la fillossera, cause di accidentali diminuzioni riparate dall'industria col vinage. L'esportazione crebbe anch'essa sensibilmente da 2 milioni e mezzo d'ettolitri che era nel 1859, sino a 4 milioni nel 1873. Nel decennio successivo il raccolto medio annuale diede 54.636.000 ettolitri, e s'ebbe una esportazione di 3.469.000 ettolitri all'anno in media. Il valore della produzione annua si può calcolare in commercio a circa due miliardi di franchi; quello dell'esportazione tocca i 300 milioni. Al moto ascendente dell'esportazione hanno contribuito in maniera speciale la Germania — gli Alsaziani ed i Lorenesi serbano fede a' vini di Francia, — la Svizzera, l'Inghilterra ed il Belgio in Europa e Rio de la Plata nel continente americano (Tav. I).

ITALIA — ESPORTAZIONE del VINO

S. Cognetti de Martiis dis

FRANCIA e SPAGNA ESPORTAZIONE del VINO

CONSUMO di VINI FRANCESI in INGHILTERRA

E. Loescher Editore, Torino—Roma

I vini francesi vanno divisi in tre grandi categorie, cioè: Vini ordinari della Gironda, Vini ordinari degli altri vigneti e Vini-liquori. La prima categoria soffrì una diminuzione irregolare, ma costante, nell'uscita, dal 1866 al 1871, poi s'ebbe un lieve miglioramento. La media dell'esportazione, proporzionale alla totale quantità di vini che la Francia ha mandato all'estero dal 1859 al 1875, risulta, pe' vini girondini, del 58.1 %; fu superata fino al 1866 sempre; non mai più (eccetto nel 1872) da quell'anno in poi. I vini di cotesta classe vanno a preferenza in Inghilterra e nelle colonie inglesi, al Rio de la Plata, agli Stati Uniti, all'Uruguai, in Olanda, al Perù, al Messico, in Danimarca ed al Chilì. L'esportazione della seconda categoria, quella dei vini ordinari des autres crus, aumentò costantemente sino al 1870, declinò poi sino al 1873, ma si riebbe ben presto sino ad oltrepassare la media che è 37.7 % e fu superata dal 1867 al 1872 e nel 1875. L'Algeria, il Brasile, l'Italia, l'Egitto, la Turchia, la Svezia, la Norvegia preferiscono i vini di questa classe. Ne' vini-liquori — quelli cioè la cui potenza alcoolica è maggiore di 15 gradi — si ebbe tendenza all'aumento d'uscita sino al 1863, depressione nel successivo triennio, nuovo aumento sino al 1872 e poi alti e bassi più o meno sensibili. La media 4.2 % fu sorpassata solo ne' tre anni 1863, 1872 e 1874. L'esportazione più notevole di cotesti vini si fa verso l'Inghilterra ed il Belgio.

Cosa si raccoglie da questi dati? La notevolissima differenza tra le cifre della produzione e quelle dell'esportazione mostra che, pur facendo larga parte, al consumo interno, la Francia ha bisogno di sbocchi ed accenna a procurarseli ne' paesi dell'America Meridionale. Si scorge anche come al commercio vinifero francese abbia giovato la riforma economica del 1860 e quanto male avvisi la Società parigina d'agricoltura chiedendo un dazio di 20 franchi per ettolitro su' vini che entrano in Francia. L'eccellenza di questo paese nell'industria enologica e conseguentemente il suo primato nel commercio del vino non fu conseguita con la protezione di tariffe, bensì con la perfezione del prodotto, la unione de' produttori per ottenere la costanza de' tipi e l'abbondanza de' capitali applicati alla viticoltura.

La Spagna e l'Italia sono, dopo la Francia, le due regioni che esportano la maggiore quantità di vino. Ma che distanza tra esse e la consorella latina! La produzione del vino nella penisola iberica è aiutata e stimolata da capitali inglesi, specialmente nelle provincie meridionali, ed i prodotti si distinguono per gusto generoso e nutritivo. L'esportazione (Tav. I) va sviluppandosi discretamente e più si svolgerebbe, in ispecie verso il nordovest d'Europa, se la tariffa doganale inglese fosse alquanto più mite co' vini. Vero è che se la Spagna ha qualche ragione di lagnarsi dell'Inghilterra, ha più ragione ancora la Francia di dolersi della sua vicina d'oltre i Pirenei, massime se si consideri che da questa è fornita la maggior parte de' vini che entrano in Francia. Commercialmente però i vini spagnuoli non hanno grande importanza; i più noti sono adulterati e quelli non manipolati, tutt'altro che perfetti, hanno un difetto grave: l'incostanza nel profumo, nel corpo e nel colore. Prima di passare dalla penisola iberica alla nostra, è bene dare un'occhiata al Portogallo. Il più noto dei vini portoghesi è il Porto, ma ho già accennato come, con la sofisticazione, gli speculatori anglo-sassoni abbiano traviato il sapore di questo vino generoso, sicchè il genuino Douro non piace a chi è avvezzo al Portwine. Lo Stato al quale affluisce la maggiore esportazione lusitana è il Brasile, ove però comincia a coltivarsi l'industria enologica e s'è costituito un tipo nazionale, il Pao, che, se i produttori v'attendono e gl'industriali non lo sciupano, potrà acquistare un buon posto in commercio.

Ed eccomi all'Italia. La nostra esportazione è in aumento, in ispecie quella del vino in bottiglie (Tav. II) e ci siamo emancipati dalla Francia, dalla quale prendemmo 661,000 ettolitri di vino nel 1859, gradatamente discesi a 45,000 nel 1875. Anzi nel 1872 potemmo fornirne alla nostra vicina 300,000 ettolitri. Ma, o signori, non facciamoci illusioni. La massima parte del nostro vino s'esporta pel taglio e a ciò furono adoperati in Francia i 300 mila ettolitri or ora menzionati; servirono a rinforzare i fiacchi vini della Linguadoca. Il vino italiano che solo, si può dire, è conosciuto nel gran commercio, è il Marsala, un vino-liquore. E poi cos'è la nostra esportazione in confronto della francese? E dire che per ragione di clima la produzione italiana dovrebbe superare quella della Francia, ove la vite alligna bene in un terzo della superficie ed in un altro vi stenta, e l'industria enologica dovrebbe figurare tra le fonti principalissime della nostra esportazione accanto alle industrie della seta e dell'olio. C'è dippiù; noi come produttori di vino non possiamo competere nemmeno con la Spagna. La produzione annua spagnuola raggiunge, in media, la cifra di 25 milioni di ettolitri, circa la metà della produzione francese. La media nostra è di 16 milioni di ettolitri. Si è asserito che non possiamo esportare a causa dei gravi dazi che figurano nelle tariffe straniere nell'importazione de' vini; si sono invocate altre attenuanti per spiegare la figura alquanto meschina che noi si fa in questo ramo di commercio. Parole vane. La verità è stata detta chiara ed aperta da due valentuomini che da diversi punti di vista si sono occupati con amore de' vini italiani: il Luzzatti ed il Sambuy. La principal condizione per poter vendere, dice il Luzzatti, è produrre bene. Qualunque vantaggio daziario è effimero e vano, se la enologia italiana non cerca in se stessa i mezzi della propria rigenerazione. «A differenza di abilità, di competenza commerciale, qualunque diminuzione di dazio nelle tariffe estere profitterà segnatamente agli Stati più sapienti nell'arte dell'enologia e più avveduti nel commercio del vino»[V-5]. E il Sambuy esclama: «Facciamo meglio i nostri vini... Non si tratta di far comunque dei vini cattivi destinati alle bettole ove il misero artigiano, attirato dal buon prezzo, perde i suoi preziosi risparmi e la più preziosa sua salute, si tratta di fare dei vini-tipi, che passino i monti ed i mari con utile nostro e decoro d'Italia»[V-6].

Il nostro gran guaio è appunto la mancanza di vini-tipi. La nomenclatura dei vini italiani è lunghissima e svariatissima, e questo nuoce assai al nostro commercio enologico. I produttori vogliono fare sfoggio di qualità diverse e il prodotto risulta scarso per ogni qualità e per giunta incostante.

Aggiungete la mala pratica dell'adulterazione, che pur troppo è vizio vecchio e fece nel secolo scorso perdere all'Italia i mercati della Germania e dell'Inghilterra[V-7]. A questi difetti intrinseci della nostra enologia, se ne accoppiano altri che chiamerò estrinseci. Uno riguarda l'imbottigliamento. In molti paesi d'Italia s'imbottigliano i vini nella primavera susseguente al raccolto. Cosa accade? Il vino, dopo un certo tempo, prende un sapore disgustoso comunicato dalle feccie. Bisogna poi anche badare più che non s'usi ai tappi di sughero. All'esposizione di Filadelfia una partita di Valpolicella d'ottima qualità fu esposta in bottiglie malissimo turate, e non fu avuto in quel conto che forse meritava. All'esposizione di Vienna si dovettero cambiare i tappi a molte bottiglie di espositori italiani. Non è tutto. Noi non curiamo l'apparenza della bottiglia così come si dovrebbe per allettare i consumatori. Non diamo importanza o ne diamo ben poca alle etichette, e salvo poche eccezioni, le nostre bottiglie hanno aspetto grossolano e non reggono al confronto di quelle del Reno, di Francia, di Spagna, degli Stati Uniti e del Portogallo.

Così, signori, la fama antica de' vini latini è mantenuta non dalla terra veramente latina, non dalla vecchia Enotria, ma dalla Francia.

La Germania anch'essa ci sta innanzi nel commercio enologico. I vini del Reno si distinguono non solo per la loro eccellenza, ma eziandio per la costanza del tipo, nella quale si riflette l'indole pertinace della robusta e perseverante stirpe alemanna. I Tedeschi poi si acquistarono una grande reputazione come cantinieri. Niuno li supera nella preparazione e nella conservazione de' vini che curano con mezzi perfetti. Il signor Secchi de Casali, giurato per l'Italia alla sezione agricola della Mostra di Filadelfia, scrive nella sua Relazione che i cantinieri tedeschi sono i più accetti agli Stati Uniti, e l'imbottigliamento de' liquidi v'è, si può dire, monipolizzato da essi, abili al punto d'allestire ciascuno diciotto dozzine di bottiglie, dovendo lavarne i vetri, riempirle, turarle, mettervi le capsule e le etichette, avvilupparle nella carta e nella paglia e finalmente incassarle, stampandovi le debite iscrizioni, e tutto ciò in nove ore di lavoro.

Tra' paesi che forniscono al commercio tipi buoni e accreditati, merita una speciale menzione l'Ungheria, patria del Tokay, pregevolissimo per finezza e profumo. In quanto alla Grecia e alla Turchia, la cattiva fabbricazione nuoce allo spaccio de' vini dell'arcipelago e dell'Asia Minore, che, come abbiamo visto, tennero in altri tempi il primissimo posto nel commercio enologico.

Negli Stati Uniti d'America si dànno molte cure e si applicano vistosi capitali alla produzione del vino. Vi s'è costituito un tipo nazionale, la Catawba, il più stimato tra' vini americani. Ma la Repubblica federale transatlantica non è pel vino un paese d'esportazione, come lo è, e considerevolissimo, pel frumento e per il bestiame. Un sensibile movimento d'esportazione s'accenna invece nella lontana Australia, e specialmente nella Victoria e nell'Australia Meridionale, ove grossi capitali s'investono nella viticoltura, si piantano nella vallata del Murray viti spagnuole, si riproducono con buon esito nelle regioni nordiche i tipi spagnuoli e portoghesi e in quelle poste al sud i francesi e tedeschi. Anche lì s'è costituito un tipo dominante, il Verdeilho, e gli arditi coloni del mondo nuovissimo affrettano co' voti e con l'opera il giorno in cui la loro terra competerà co' più reputati paesi viniferi europei.

Intanto il consumo del vino si va estendendo e si allarga così il mercato di questo prodotto, il cui prezzo, sul posto, s'è più che raddoppiato in dieci anni, mentre il prezzo medio di vendita, in commercio, che, in Francia, verso la metà del secolo scorso, s'allontanava poco dai 35 franchi, è salito a non più di 50 franchi, grazie al progresso dei mezzi di trasporto.

Ma lo sviluppo progressivo del commercio enologico ha tre nemici: l'imperizia, la frode e il dazio.

Abbiamo veduto come l'imperfezione dell'elemento tecnico nella viticoltura e nell'arte di fare il vino nuocia ai paesi che per ragione di clima sono pure i più adatti alla produzione. Il buon vino s'apre da sè la via sul mercato mondiale. In questo, come in ogni altro ramo dell'attività umana, chi più sa, più può.

In quanto alla frode, tutti conosciamo in quali proporzioni sia praticata e sotto quante e svariate forme. Tutti i tipi più accreditati, tutte le qualità più gradite, tutte le specie più note e diffuse sono prese di mira. Un arguto scienziato tedesco dimostrò che l'uva non c'entrava per nulla nello Château Margaux vecchio che una Corte di Germania riceveva dal suo fornitore brevettato, il quale le dava a bere una miscela composta con acqua pura, acquavite di frumento, estratti diversi, acido, sale, glicerina e materie coloranti. Io non voglio invadere il campo riservato a chi tratterà dal punto di vista igienico il tema comune, ma m'importa dichiarare che l'economista non meno del medico riprova e condanna le adulterazioni e contraffazioni, dalle quali è profondamente viziata l'industria enologica, con danno grave della salute dei consumatori, di quelli specialmente che appartengono alle classi lavoratrici. In Germania fu preparata l'anno scorso una legge per prevenire e reprimere lo spaccio di generi alimentari malsani. Le misure preventive consistono nella facoltà attribuita ai funzionari amministrativi di sorvegliare la vendita delle cose più nocive alla salute, esaminarle per verificarne le condizioni, indicare i procedimenti, le pratiche e anche le materie o derrate insalubri e mettervi il proprio divieto. Delle misure repressive menzionerò solo quella che minaccia sei mesi di carcere e una multa estensibile fino a 1500 marchi contro chiunque alteri e vizii i generi di consumo, senza renderli malsani, e l'altra che punisce con la prigione, e in certi casi anche con la perdita de' diritti civili e politici coloro che fabbrichino o spaccino sostanze alimentari e bevande insalubri.

Una parola sui dazi e ho finito. Voi avete sotto gli occhi, disposti in ordine, questi nemici del vino (Tav. III). Varia è la loro misura, varii i criterii che servono di base alla tassazione. Si dazia secondo la capacità del recipiente, secondo il peso del recipiente pieno, secondo la forza alcoolica o il valore del liquido. Due soli paesi lasciano entrare liberamente il vino: la Cina e l'Olanda.

DAZI SULL'IMPORTAZIONE DEL VINO

Per 1 Ettolitro.

AUSTRALIA
spumanti
L.
153,30

»
ordinari
»
102,20

BAHAMA
»
51,10

BELGIO
in fusti
»
— 50

»
in bottiglie
»
1,50

CANADÀ
spumanti in fusti
»
135 —

»
id.
in bottiglie (1 dozzina)
»
15 —

»
non spumanti in fusti
»
66 —

»
id.
in bottiglie (1 dozzina)
»
7,50

»
qualità inferiore
»
33 —

CEYLAN
in fusti
»
25,55

»
in bottiglie
»
64,32

COLONIA DEL CAPO
»
111,01

FIDGI
spumanti
»
153,30

»
non spumanti
»
102,20

»
clarets australiani
»
52,64

FILIPPINE
spumanti
»
50 —

»
non spumanti
»
25 —

FRANCIA
ordinari
»
— 30

»
vini liquori (+15°)
»
— 30

GIAMAICA
»
64,32

GIAVA
in fusti
»
18,90

»
in bottiglie
»
22,05

»
spumanti (100 bottiglie)
»
44,10

GRECIA
in fusti
»
28,12

»
in bottiglie
»
70,31

GUIANA INGL.
in fusti
»
91,41

»
in bottiglie
»
76 —

INDIA BRIT.
spumanti
»
65,20

»
ordinari
»
52,64

INGHILTERRA
(+14°,9)
»
68,76

»
(-14°,9)
»
27,51

ITALIA
in fusti
»
15 —

»
per 100 bottiglie
»
30 —

MALTA
(più di L. 78,71 l'ett.)
»
32,37

»
(meno
id.
)
»
6,74

NATALE
»
102,20

PORTOGALLO
»
31,20

SPAGNA
spumanti
»
108 —

»
ordinari
»
54 —

Per 100 Chilogrammi.

AUSTRIA-UNGHERIA
in fusti
L.
53,50

»
in bottiglie
»
67,75

DANIMARCA
in fusti
»
19 —

»
in bottiglie
»
48,40

GERMANIA
in fusti
»
29,52

»
in bottiglie
»
59,04

RUSSIA
in fusti
»
56,16

»
spumanti in bottiglie (1 bottiglia)
»
4 —

»
ordinari in bottiglie (1 bottiglia)
»
1,32

STATI UNITI
in fusti
»
54,74

»
spumanti ogni bottiglia
»
2,60

»
ordinari
»
— 70

SVEZIA
in fusti
»
23 —

»
in bottiglie
»
29 —

SVIZZERA
in fusti
»
3 —

»
in bottiglie
»
7 —

Per 100 Lire.

ARGENTINA
L.
100 —

ANTIGUA
»
25 —

BARBADE
»
15 —

BRASILE
in fusti
»
30 —

»
in bottiglie
»
80 —

CHILÌ
»
100 —

GIAPPONE
»
5 —

PERÙ
»
100 —

Esenzione da Dazio.

CINA — OLANDA

Il dazio troppo elevato alimenta la frode, che è peggiore del contrabbando. La storia del consumo del vino in Inghilterra è forse la migliore illustrazione dell'influenza che esercita in proposito la misura de' dazi. Sotto il regime de' dazi alti, il consumo de' vini francesi in Inghilterra ebbe un aumento medio annuo di 80 tonnellate; sotto il regime d'una tariffa più moderata, l'aumento annuo è salito ad una media di 1800 tonnellate (Tav. IV). Io non dico che il vino non sia una buona materia tassabile nel sistema doganale, ma non conviene aggravar troppo la mano. Dazi moderati giovano alla finanza senza nuocere alla produzione e al consumo. È molto meglio, o signori, lasciar passare il vino schietto e sano che veder diffondersi nelle popolazioni e specialmente nelle classi operaie l'uso funesto dell'acquavite e degli altri liquori che gli anglo-sassoni con energica ma appropriata denominazione chiamano bevande attossicatrici.

[V-1] Οἴνωτρος dicevasi il palo con cui si sorregge la vite. Lo Stefano nel Thes. spiega: palus, pedamentum vitis, vallis qua vitis ceu adminiculo fulcitur. Il nome Enotria accennerebbe forse alla costumanza di sostenere le viti con paletti, che è antichissima e dura tuttavia nella Basilicata?[V-2] Nat. hist., libro XIV. Jam intelligente suum bonum Italia.[V-3] A ciò sembra alludere la tradizione dell'alleanza di Mezenzio coi Latini contro i Rutuli, vini mercede, menzionata da Varrone, Plinio e Ovidio.[V-4] Prima che finisse la seconda guerra Punica, Roma prese possesso degli antichi Stati di Jerone, posti nella regione orientale della Sicilia; lì, poco lungi da Lentini, c'era Morgantia.[V-5] Luzzatti, L'inchiesta industriale e i trattati di commercio, Roma, 1878, pag. 129.[V-6] Sambuy, Conferenza tenuta in Chieri, ecc., 1876.[V-7] Vedi nella Raccolta del Custodi, Opere di G. R. Carli, T. II, p. 356.

G. ARCANGELI

LA BOTANICA DEL VINO

(Conferenza tenuta la sera del 23 febbraio 1880).

Quantunque la Botanica non manchi di argomenti che possano formare soggetto per una lettura piacevole ed istruttiva, mi sembra che quello di cui debbo trattare questa sera, la Botanica del vino, non sia a nessun altro secondo. Voi comprenderete infatti che sotto questo titolo potendosi riunire tutte quelle cognizioni botaniche che si riferiscono alla vite ed al vino, il nostro argomento interessa una delle più importanti nostre colture, la coltura della vite, e l'industria che ad essa si collega, la fabbricazione del vino.

La brevità del tempo e la pochezza delle mie forze non permettendomi di trattare per esteso siffatto argomento, di sua natura vastissimo, nient'altro farò che toccarne le parti principali.

Voi ben sapete che la vite è un arboscello che nel suo portamento somiglia le liane dei paesi caldi. Il suo fusto non potendo di per sè sostenersi verticalmente sul terreno, prende appoggio sui fusti di altre piante. I suoi rami nodosi sono forniti di foglie alterne assai grandi, palmato-quinquelobe irregolarmente dentate e di appendici filiformi, dette viticci, per mezzo delle quali si attaccano ai fusti di altre piante. I suoi fiori sono piccoli, di color verdastro, di ben poca apparenza e raccolti in pannocchie che si producono in opposizione alle foglie. Il frutto n'è una bacca.

La vite ha servito di tipo ad un gruppo speciale, cui dai botanici è stato dato il nome di ordine delle Ampelidee, dal nome greco della vite stessa, gruppo che attualmente si ritiene prossimo a quelli delle Celastrinee e delle Ramnacee, con i quali si riunisce in un'unica classe. In quest'ordine s'includono attualmente tre generi: il genere Vitis, il genere Pterisanthes ed il genere Leea, che fra tutti abbracciano un numero di specie non superiore a 250, delle quali 230 spettano al solo genere Vitis, compreso pure il genere Cissus, che una volta si teneva separato da quello.

La maggior parte di queste specie vegeta nei climi tropicali; se ne conoscono dell'Asia, dell'Africa, dell'America e dell'Australia. Poche però sono quelle che furono esperimentate nell'agricoltura. Oltre la Vitis vinifera, Linn., propria del vecchio mondo asiatico-europeo, il cui tipo sarebbe la nostra vite selvatica, detta comunemente Abrostine, furono prese di mira dai coltivatori, la V. Labrusca L., la V. rotundifolia Michx., la V. aestivalis Michx. e la V. cordifolia Torrey et Gray, che appartengono al nuovo e più specialmente agli Stati Uniti.

Le varietà cui ha dato origine la vite sono molto numerose e si può ritenere che il loro numero andò progressivamente aumentando dagli antichi tempi ai nostri giorni. Fra gli antichi, Plinio ci riferisce che ai suoi tempi si riteneva fossero innumerevoli e ce ne descrive 85. Secondo il Villafranchi, verso la fine del secolo decorso, in Toscana si conoscevano 87 varietà di viti, e 94 in Francia. Nel catalogo della Società di orticultura di Londra, nel 1842, erano registrate 99 varietà. Se si deve prestar fede all'Odart, in tutto il mondo esisterebbero da 700 ad 800 varietà, e forse fino a 1000, se pur non si vuol seguire l'opinione di coloro che porterebbero questo numero fino a 1300. Si può ritenere per la vite quanto si dice di molte altre specie utili all'uomo, cioè che nelle sue mani essa ha prodotto un grandissimo numero di forme, modellandosi quasi a suo piacere e piegandosi a soddisfare tutti i suoi desiderii. Per convincersi poi del come questo numero vada progressivamente aumentando, basti l'osservare che nelle stufe dei nostri orticultori quasi ogni anno si produce qualche nuova forma, che merita d'essere dalle altre distinta. Le sementi fatte su vaste proporzioni offrono uno dei migliori mezzi per ottenere queste nuove forme, con le quali via via si accresce il ricco patrimonio delle nostre collezioni.

La classificazione di tutte queste varietà ha molto imbarazzato gli enologi, e ciò non tanto per la grandezza del loro numero, ma principalmente a cagione della nomenclatura che n'è estesissima e sommamente intricata. Voi sapete che si possono distinguere le varietà che dànno uva da mensa da quelle che dànno uva da vino. Fra le prime vi citerò l'uva Salamanna, la Regina, la Paradisa di Bologna, la Galletta, la Maddalena nera, il Cari nero, il Moscato reale, la Barbarossa, l' Astigiano, la Lugliatica, l' Uva di Corinto. Fra le uve da vino, nei paesi più meridionali, troviamo la Malvasia con cui si prepara il Moscato di Candia ed il Madera, il Pedro Ximenes della Spagna che produce i vini di Malaga e di Xeres, la Passerina nera del Vesuvio che produce il Lacrima nero del Vesuvio. In Toscana abbiamo il Canajolo che, associato al Sangioveto ed alla Malvasia od al Trebbiano, fornisce il vino fiorentino e del Chianti. In Piemonte troviamo la Fresia e la Bonarda delle colline di Torino, la Pelaverga di Saluzzo, il Grignolino, il Dolcetto ed il Barbera dello Astigiano, ed il Nebiolo di Barolo che fornisce il re dei vini del Piemonte, il Barolo, tutte varietà da vino nero; e l' Erba-luce di Caluso da vino bianco. In Francia voi trovate il Pinot grigio, principale vitigno della Borgogna, il Carbenet Sauvignon del distretto di Bordeaux, l' Aramon, principale varietà dell'Herault, il Morillon blanc chablis da cui si ottiene lo Champagne, ed il Moscato di Riversaltes, nel Roussillon (Pirenei orientali) da cui si ottiene uno dei vini più squisiti che si conoscano. In Germania, il Resling bianco detto dai francesi Gentil aromatique è la varietà che produce il celebre Joannisberg e gli altri vini del Reno; ed in Ungheria il Tokai produce il vino dello stesso nome. Ma io però non intendo d'internarmi in siffatto argomento, onde qui mi arresto, rinviando coloro che volessero più estese notizie ai trattati speciali[VI-1], fra i quali merita di essere specialmente ricordato il saggio di Ampelografia testè pubblicato dal signor Conte di Rovasenda, ch'è da considerarsi come uno dei migliori lavori sopra questo soggetto.

Sulla origine della vite non si hanno notizie più positive ed attendibili di quelle che ci vengono trasmesse dai miti e dalle leggende.

Taluni vorrebbero che Osiride, il Bacco dei Greci, scoprisse la vite nei dintorni di Nisa, città dell'Arabia Felice, e di là la trasportasse nell'India. Altri attribuiscono a Noè la scoperta della coltivazione della vite e della fabbricazione del vino, facendo di questo Patriarca il Bacco dei Greci ed il Giano dei Latini. Molti ritengono che la vite sia originaria della Persia, fondandosi sul fatto che il Michoux trovò questa pianta selvatica in Persia, e l'Olivier la riscontrò in simile condizione nelle montagne del Kurdistan, e che da quella contrada poi sia stata introdotta in Grecia, in Italia, nelle Gallie ed in Ispagna. Altri invece, secondo l'Endlicher, ripongono la patria della vite nella Georgia e nella Mingrelia, fra le montagne del Caucaso, dell'Ararat e del Tauro, ed altri col De Candolle la credono nativa della regione inferiore del Caucaso, principalmente al mezzodì della catena e al mezzodì del Caspio.

Nessuna però di tutte queste opinioni può essere accolta come conforme alla verità.

Prima di tutto, giova osservare che i nomi sanscritti, di Draksha, Amritaphalà, Amritarasà[VI-2], con cui s'indicava la vite, e quelli di Rasa e Rasala, con cui se ne designava il frutto, dimostrano che la sua cultura nell'India rimonta ad un'antichità molto remota, e probabilmente anteriore a quella di Osiride e di Bacco. Questa cultura si limitava alle sole regioni più settentrionali dell'India, cioè al Kambaya, al Pangiab ed al Kaçmir, e si praticava, a quanto pare, al solo scopo di coglierne il frutto.

Noi troviamo inoltre che antichi autori, come Virgilio, Plinio e Columella, parlano di viti selvatiche nelle foreste, i cui grossi tronchi attestavano un'esistenza antichissima; e gli antichi autori greci e romani, che sì spesso parlano della vite, mostrano sempre di considerare questa pianta come propria del paese in cui si coltivava.

Se poi ricorriamo alla paleontologia, troviamo che il genere Vitis era comparso nella nostra Europa sino dal periodo miocenico, al momento in cui i Cissus, che già vi prosperavano fino dal cretaceo, incominciavano a declinare. Fra le undici specie fossili del genere, enumerate dagli autori, se ne citano della Germania, della Francia, dell'Inghilterra, dell'Italia e persino della remota Islanda. La Vitis teutonica, tanto frequente nelle ligniti di Wettarau in Germania, molto somiglia alla nostra Vitis vinifera. Lo stesso Schimper[VI-3] asserisce che la vite quaternaria potrebbe ben essere l'avola della nostra vite; e relativamente alla Vitis Ausoniae scoperta nei travertini di S. Vivaldo in Toscana, i signori Gaudin e Saporta ritengono ch'essa potrebbe esser riunita alla Vitis vinifera. Non può dunque recar meraviglia che la Vitis vinifera abbia esistito in Europa prima della comparsa dell'uomo; che anzi sorprende non poco che si sia negata tale esistenza. In ogni caso, quand'anche si volesse ammettere che l'Asia sia stata la patria della vite, non si comprende perchè precisamente l'uomo debba pel primo averla trasportata in Europa, e non gli animali carpofagi che lo hanno preceduto, e che debbono avere efficacemente contribuito a diffondere una pianta dotata di frutti così dolci e gustosi, trasportandone i semi a grandi distanze.

Tutto considerato adunque, mi sembra che si abbiano buone ragioni per ammettere che la vite esistesse in Europa in epoche anteriori a quelle in cui se ne incominciò la coltura, e che se pure si hanno argomenti per sostenere che la sua cultura abbia avuto principio in Asia, nessuno ve n'ha certamente per dimostrare ch'essa pianta abbia avuto la sua origine in quella regione, potendo esser comparsa per la prima volta tanto nella Georgia e nella Mingrelia, come in Italia, in Spagna od in qualche altro paese dell'Europa temperata.

Relativamente alla cultura della vite, argomento troppo vasto perch'io non possa convenientemente trattarne in poche parole, preferisco rinviarvi a quanto ne scrissero coloro che ne trattarono particolarmente, come i Ridolfi, i Cuppari, i Guyot ed altri distinti agronomi e viticultori. Non posso però tralasciare di richiamare alla vostra mente come in Italia, ove sopra una superficie di 296,322 chil. quadrati si hanno 1,870,109 ettari coltivati a viti, cioè circa 1/16 del totale, possa tuttora estendersi con vantaggio questa cultura ch'è certamente una delle più rimuneratrici, e come interessi fra di noi di promuoverne con tutti i più efficaci mezzi il miglioramento.

La vite ha bisogno di una certa quantità di calore per compiere le varie fasi della sua vegetazione. Essa incomincia a svolgere le sue gemme quando la temperatura media dell'aria tocca i 10° od 11°, e fiorisce quando quella temperatura giunge ai 18° e 19°. Nel tempo che decorre dallo svolgimento delle gemme alla fioritura, essa riceve una somma di 1800° a 2000° di calore. Affinchè però possa portare il suo frutto a piena maturità le abbisognano altri 2600°, che deve ricevere prima che la temperatura media discenda sotto i 12°. È quindi necessario, perchè essa possa ricevere una tale quantità di calore, che nei 4 mesi successivi alla fioritura (maggio, giugno, luglio, agosto), la temperatura media non sia inferiore a 19°. Si comprende da ciò che se la cultura della vite riesce proficua nei paesi della zona temperata, ove appunto si verificano le condizioni di temperatura sopraindicate, essa non può però oltrepassare certi limiti di latitudine.

Vediamo adesso quale sia l'estensione geografica della cultura economica della vite e quali ne siano i limiti[VI-4].

Quantunque si abbiano vini eccellenti nel Portogallo, la vite manca nelle provincie umide della Spagna volte a maestro, cioè nella Gallizia e nelle Asturie. Possiamo poi stabilire un limite al settentrione dei paesi dell'Europa centrale. Questo limite si parte dalle foci della Loira a 47° 20′ di lat., dal qual punto procede verso oriente, passando per Andelys, Compiègne e Laon, in modo da tagliare al di fuori una zona comprendente varii dipartimenti della Francia, ove la cultura della vite manca, cioè Finistère, Côtes du Nord, Manche, Orne, Calvados, Seine inférieure, Pas-de-Calais e Nord. Nel Belgio esso limite passa per Argenteau sulla Mosa fra Liegi e Maestricht, cioè a 50° 45′ di lat. In Germania lo troviamo lungo il Reno presso Dusseldorf, da dove poi si spinge fino a Postdam a 52° 27′, ed a Berlino 52° 31′, località cui corrisponde il punto più elevato della linea, il punto cioè della maggiore latitudine. In tutto il tratto descritto si può ritenere che il nostro limite abbia subìto un notevole regresso in tempi da noi non molto lontani: imperocchè si hanno prove ch'esistevano una volta estesi vigneti al di là di esso. In Normandia esiste la tradizione che numerosi vigneti fossero devastati nel secolo XIV dagli Inglesi, all'oggetto di favorire la loro cultura alla Giammaica, e molte carte del IX e XIII secolo fanno menzione di vigneti nella Brettagna e nella Piccardia. Nell'Inghilterra anticamente non esistevano vigneti, come ne fa fede Tacito[VI-5]; ma in tempi meno remoti da noi la vite si coltivava in proporzioni assai vaste nel mezzodì di quel paese. La provincia di Glocester era non solo famosa pei suoi vigneti, ma produceva le uve le più squisite di tutta l'isola. La cronaca di Stow parla di vino che si faceva nel parco di Windsor, e si citano pure carte riguardanti le spese che si facevano per le piantate di viti all'epoca di Riccardo II. Però attualmente pochissimi vigneti si osservano in Inghilterra, e per quanto le uve che in questi si colgono non sieno sempre sgradevoli al gusto, ed il vino che se ne ottiene non sia sempre spregevole, sembra che i paesi vinicoli del continente non si sieno gran fatto allarmati per tale concorrenza. Da Postdam il limite di cui parliamo si continua per breve tratto conservandosi presso a poco alla medesima latitudine, e quindi gradatamente discende lungo le pendici meridionali dei Carpazi, includendo la Boemia e la Moravia che posseggono estesissimi vigneti; passa poi questi monti al 48° circa di latitudine per penetrare in Buchowina che attraversa, tocca Mohilew lungo il Dniester, sempre ai 48°, e risale un poco a Krementshug sul Dnieper ai 49°. Sembrerebbe poi che il nostro limite passasse fra Zarizyn e Serapta presso il Volga, se pure non riuscirono a buon fine le coltivazioni osservate dal Pallas più a settentrione di questa città, per prolungarsi attraverso la parte superiore del Caspio, verso lo interno dell'Asia.

Pel centro dell'Asia la scarsità delle notizie ci vieta di stabilire dei limiti abbastanza precisi. Solo sappiamo che vi si osservano dei vigneti sparsi qua e là, ove si sono formati dei centri di popolazione, come a Kamil a 43° di lat. e 92° di long. da Parigi, e quelle di H' lassa nel Thibet chinese a 29° 41′ di lat. Sappiamo poi, per quanto ne riferisce il Bunge, che la vite si coltiva presso Pechino su vaste proporzioni ed al mezzodì fino al Gouan-gou.

Scendendo verso l'equatore, troviamo pure che la cultura della vite incontra altro limite. Così troviamo vigneti alle Canarie e pure lungo la costa settentrionale dell'Affrica, però di rado al disotto dei 30° di lat. Nella Persia settentrionale e nella Bucharia si osservano estesi vigneti. Manca però la vite nelle parti meridionali della Persia ed in gran parte dell'India, ed in generale in tutte le regioni equatoriali, nelle quali la rigogliosa vegetazione, provocata dall'eccessivo calore e dall'umidità, di rado le consentono di fiorire, ed ove ordinariamente produce dei frutti ben poco succosi ed inutili.

Nell'America Settentrionale si può dire che la cultura della nostra vite ha completamente fallito in tutta la regione situata al di qua delle Montagne rocciose. Tutte le piantagioni fatte con viti francesi, spagnuole, portoghesi, maderesi, renane sono andate gradatamente deperendo ed in tempo più o meno breve distrutte[VI-6], onde convenne ricorrere alla varietà delle specie indigene, cioè al Catawba, all'Herbermond, allo Scuppernong ed al Concord. L'imperizia, il clima, la qualità del terreno, la natura della vite nostra si credettero da principio le cause di tali disastri; molti però attualmente ritengono che la Phylloxera, che appunto sarebbe a noi stata recata dall'America, debba considerarsi come la causa principale di questo fatto. Al di là delle Montagne rocciose la vite prospera nel Nuovo Messico e nella California.

Nell'America meridionale la cultura della vite ha dato buoni risultati lungo la pendice orientale delle Ande a Mendoza, a Saint-Jouan e a Roja, ove si preparano dei vini eccellenti. Si citano pure dei vigneti alla Concezione, circa al 37° di latitudine australe.

Si coltiva poi con ottimi resultati la vite al Capo di Buona Speranza, ove si ottengono dei vini molto pregiati, i cosidetti vini di Costanza, e pure nella Nuova Olanda, ove la cultura si effettua principalmente nella Nuova Galles del Sud.

Similmente a quanto si verifica per molte altre piante dei climi temperati, la cultura della vite tanto più si estende in altezza sui fianchi delle montagne quanto è minore la latitudine. Ben si intende però che su ciò non poco influiscono le condizioni topografiche locali, la qualità dei vitigni ed altre circostanze, per cui ad egual latitudine si possono riscontrare altezze assai differenti e viceversa. Nelle colline del mezzodì dei Carpazi essa si eleva fino ai 290 metri. In Francia si trovano vigneti all'altezza di 509 m in Alvernia, e si citano come limite estremo le colture di Valai ad 800 m, per quanto se ne osservino nelle Alte Alpi a 1200 m d'elevazione. Nelle buone esposizioni del cantone di Neuchâtel sulle pendici del Giura, la vite si eleva fino a 450 ed anche ai 550 m. Nel cantone dei Grigioni essa giunge fino ai 740 m circa, ed in generale si può ritenere che per la Svizzera il limite medio dell'elevazione è dai 480 ai 550 m. Nelle pendici meridionali delle Alpi troviamo coltivazioni ordinariamente fino ai 600 m d'elevazione, e talora pure ad un'altezza assai maggiore, come in Val d'Aosta, ove raggiungono gli 890 ed anche i 1180 m, presso Chiavenna, ove si trovano viti sino a 948 metri, e presso il lago di Como, ove se ne osservano fino a 970 m. Negli Appennini centrali il limite supera sovente gli 800 m, e nell'Etna, secondo quanto asserisce il Gemmellaro, i vigneti salgono fino a 1299 m dal lato di mezzodì e di levante. Secondo il Ramond, nell'Andalusia la cultura della vite giungerebbe fino a 1364 m d'elevazione. Fuori d'Europa questi limiti sono poco conosciuti; si dice però che nell'Imalaia la vite possa coltivarsi fino a 2500 m d'elevazione.

Fra i vegetali che vivono parassiticamente sopra alcune specie del genere Vitis, meriterebbero di esser qui ricordate le famose Rafflesie, quelle piante stranissime, il cui apparecchio di vegetazione serpeggia nelle radici di varie specie dei tropici, e che quindi si rende manifesto con la produzione di magnifici fiori, che sbocciano sulle radici stesse, raggiungendo il diametro di 3 piedi inglesi: ma io non intendo di trattenervi su tali piante che non si sviluppano sulla nostra vite, ma bensì sovr'altre che presso di noi talora gravemente la danneggiano.

L'elenco dei vegetali che vivono sopra gli organi della vite si è considerevolmente accresciuto in questi ultimi tempi. Nel 1854 infatti il Westendorp ne citava 22 per la vite ed 1 per la Vitis rotundifolia: nel 1876 il Thümen ne citava 31 per la Vitis vinifera, 2 per la Vitis labrusca ed 1 per la Vitis vulpina: mentre il Pirotta nel 1877 ne enumerava circa 120[VI-7] sopra le varie specie coltivate, ed il Thümen fa ultimamente ascendere questo numero fino a più di 150[VI-8]. Nè è a ritenersi che qui s'arresti il numero di tali vegetali, essendochè vi è tutta la probabilità che gli studi ulteriori ne facciano conoscere ancora dei nuovi. Fortunatamente però, di tutti quelli che vivono sulla nostra vite, pochi sono quelli che possono gravemente danneggiarla; poichè la maggior parte di essi si contenta di vivere sugli organi della pianta già morti od in via di deperimento, mentre pochi son quelli che si sviluppano sugli organi viventi e che si meritano il nome di parassiti.

Ho creduto opportuno di riportare nel quadro qui unito i nomi delle diverse specie che si sviluppano sugli organi della Vitis vinifera, contrassegnando con carattere corsivo i nomi di quelli che riuscirono dannosi o che possono esserlo. Io mi limiterò a dirvi poche parole di alcuni di questi.

Peronosporei.

Peronospora viticola, De Bary.

Murcorinei.

Mucor stolonifer, Hhrbg.

Ifomiceti.

Acrostalagmus cinnabarinus, Cda. — Arthrobotryum atrum, Berk. et Br. — Aspergillus glaucus, Lk. — Botrytis acinorum, Pers. — Botrytis cinerea, Pers. — Chaetostroma pedicellatum, Preuss. — Chalara fusidioides Cda. — Cicinnobolus Cesatii, De Bary. — Circinnotrichum maculaeforme, N. a E. — Cladosporium ampelinum, Pass. — Cl. fasciculatum, Cda. — Cl. Fumago, Lk. — Cl. herbarum, Lk. — Cl. Roesleri Pirotta Dendryphium Passerinianum, Thüm. — Gonytrichum caesium, N. a E. — Gyrocerus Ammonis, Cda. — Haplotrichum epiphyllum, Rabh. — Helminthosporium decacuminatum, Thüm. et Pass. — Macrosporium uvarum, Thüm. — Oidium Tuckeri, Berk. — Phymatostroma fusarioides, Cda. — Pyrenotrichum Vitis, Schulzer — Septocylindrium dissiliens, Sacc. — Spt. virens, Sacc. — Septosporium Fuckelii, Thüm. — Spicularia Icterus, Fuch. — Sporodum conopleoides, Cda. — Sporotrichum ampelinum, Th. et Pass. — Sp. aureum, Fr. — Trichothecium candidum, Wallr. — Tr. roseum, Lk.

Gimnomiceti.

Coryneum microstictum, Berk. et Br. — Epicoccum neglectum, Desm. — Exosporium Badhamii, Awd. — Fusarium Cesatii, Thüm. — F. pampini, Th. et Pass. — F. Roeslerianum, Th. — F. tortuosum, Th. — F. viticolum, Th. — Fusisporium Biasolettianum, Sacc. — F. Zavianum, Sacc. — Fusoma vitis, Schulzer. — Glocosporium ampelophagum, Sacc. — Gl. sarmentitium, Montg. — Graphium cinerellum, Speg. — Periconia chlorocephala, Fres. — Tubercularia ampelophila, Sacc. — T. sarmentorum, Fr.

Uredinei.

Uredo Vitis, Thüm.

Imenomiceti.

Agaricus hyemalis, Osb. — Ag. melleus, Vahl. — Ag. proteus, Kalchb. — Auricularia mesenterica, Pers. — Corticium lactescens, Berk. — Cyphella albo-violascens, Karst. — Cy. villosa, Karst. — Lenzites atropurpurea, Sacc. — Marasmius calopus, Fr. — M. candidus, Fr. — M. epiphyllus, Fr. var. sarmentorum, Thüm.

Discomiceti.

Cenangium viticolum, Fuck. — Helotium hyalopes, Fuck. — H. sarmentorum, De Not. — H. vitigenum, De Not. — Hysterographium viticolum, Rehm. — Lachnella macrochaeta, Speg. — Peziza tumida, Pers. — P. viticola, Pers. — Pyrenopeziza Vitis, Rehm. — Roesleria hypogaea, Thüm. et Pass. — Sclerotinia Fuckeliana, Fuck. — Stictis Saccardoi, Rehm. — St. uberrima, Montg.

Pirenomiceti.

Amphisphaeria sylvana, Sacc. et Spag. — Anthostomella limitata, Sacc. — Bertia Vitis, Schlzr. — Botryospheria cyanogena, Niessl. — Calosphaeria minima, Tul. — Ceratostoma Schulzeri, Pirotta. — C. Vitis, Fuck. — Cryptovalsa ampelina, Fuck. — C. Rabenhorstii, Sacc. — Cucurbitaria Vitis, Schulzer. Diaporthe viticola, Nke. — Didymosphaeria bacchans, Pass. — Dothidea myriococca, Mntg. — Eurotium herbariorum, Lk. — Eutypa ludibunda, Thüm. — Gibbera Vitis, Schulzer. — Leptosphaeria appendiculata, Pirotta. — L. Cookei, Pirotta. — L. Gibelliana, Pir. — L. vinealis, Pass. — L. Vitis, Pir. — Lophiostoma angustatum, Fuck. — L. Hederae, Fuck. — L. Thümenianum, Speg. — Nectria cinnabarina, Fr. — N. viticola, Berk. et Curtis. — Pleospora coronata, Niessel. — P. phaeocomes, Ces. et De Not. — Rebentischia appendiculosa, Sacc. — Rhaphidospora sarmenti, Pass. — Rosellinia horrida, Haszl. — Spherella fumaginia, Catt. — Sph. pampini, Thüm. — Sph. sarmentorum. Pir. — Sph. Vitis, Fuck. — Teichospora Mesascium, Sacc. — Valsa vitigena, Cooke — V. Vitis, Berk et Curtis — Valsaria insitiva, Ces. et De Not.

Pirenomiceti spurii.

Cheilaria Vitis, Schulzer — Cryptosporium ampelinum, Thüm. — Cryptostictis hysterioides, Fuck. — Cytispora chrysosperma, Fr. — C. incerta, Thüm. — C. Vitis, Montg. — Discosia Vitis, Schulzer — Diplodia Bacchii, Pass. et Th. — D. fabaeformis, Pass. et Thüm. — D. interrogativa, Thüm. et Pass. — D. viticola, Desm. — Hendersonia sarmentorum, Westd. — Hormococous olivaceus, Sacc. — Leptothyrium longisporum, Thüm. et Pass. — L. Passerini, Thüm. — L. perpusillum, Pass. et Thüm. — Myrothecium Vitis, Bon. — Pestalozzia pezizoides, De Not. — P. Thümenii. Speg. — P. uvicola, Speg. — Phoma amplinum, Berk. et Curt. — Ph. baccae, Catt. — Ph. Cookei, Pirotta — Ph. Negrianum, Thüm. — Ph. Vitis, Bon. — Polynema Vitis, Schulzer — Septoria Müggenbergii, Pirotta — S. Vitis, Lév. — Sphaceloma amplinum, De Bary. — Vermicularia compacta, Cooke et Ellis.

Micelii Sterili.

Ozonium auricomum, Lk. — Sclerotium echinatum, Fuck. — Sc. sarmenticolum, Thüm. — S. Semen, Tode. — S. uvae, Desm. — Sc. Vitis, Peyl.

Un funghetto, che reca dei gravi danni alla coltura della vite nell'America settentrionale, è quello che produce la malattia conosciuta sotto il nome di mildew (nebbia). Questo fungo che si sviluppa ordinariamente sulle varietà delle specie americane, quali la Vitis labrusca, la Vitis aestivalis Mich., la Vitis cordifolia Mich., e Vitis vulpina L., forma sulla pagina inferiore delle foglie dei cespuglietti di color bianco sporco, assai numerosi, di forma tondeggiante da prima, ma quindi irregolare, fondendosi gli uni negli altri. Tali cespuglietti sono formati da sottili filamenti che escono in fascio dall'apertura degli stomi, ciascuno dei quali si ramifica biforcandosi o triforcandosi, producendo una spora sull'estremità di ogni ramificazione. Secondo quanto ne dice il Planchon[VI-9], questo fungo sarebbe assai comune in settembre ed agosto, e talora associandosi ad altra malattia detta Rot, cui dà origine altro funghetto ( Phoma uvicola Berk et Curt. ) determina dei guasti anche maggiori. Egli riferisce altresì che alcuni coltivatori pretendono che la decadenza del prezioso vino bianco spumante detto sparkling catawba, che suole avvenire dopo 20 anni di coltivazione, si debba all'azione di questo funghetto. Fino a questi ultimi tempi ritenevasi che questa malattia fosse propria esclusivamente all'America, però non può più restare alcun dubbio sulla sua apparizione in Europa; poichè, quand'anche non si volesse tener conto di quanto asserisce il Frank[VI-10] riguardo alla sua comparsa in Ungheria presso Wershetz, il Planchon ci riferisce com'essa si sia ultimamente presentata in varie località della Francia[VI-11], ed il Pirotta[VI-12] ne annunzia la comparsa nella nostra Italia a Santa Giulietta presso Casteggio. Giova sperare però che trattandosi di un parassita che si sviluppa in epoca in cui la vegetazione della vite è già molto inoltrata, esso sia raramente causa di gravi danni per le nostre culture.

Nel gruppo degli Ifomiceti troviamo varie specie che possono riuscire dannose alla vite, cioè: il Cladosporium ampelinum Pass., che infesta sovente le viti del Reno; il Cladosporium Roeslerii, osservato per la prima volta dal Rössler sulle viti di Klosterneuburg presso Vienna, che dee ascriversi a quelli che recano guasti maggiori alle coltivazioni, come ne fanno fede i danni che sovente arreca nei vigneti dell'Austria e quelli pure cui soggiacquero fra noi le colture di Rocca dei Giorgi; il Septocylindrium dissiliens, che devastò le vigne dei dintorni del lago di Ginevra e della Valle Lemana nel 1834; la Spicularia icterus, che cagiona la malattia conosciuta col nome d'Itterizia, e che tanto danno recò nel 1869 alle viti della sponda sinistra del Reno, fra Magonza e Guntersblum, così denominata pel color giallo che prendono le viti che ne restano colpite. Ma fra tutti questi funesti parassiti, quello che principalmente merita la nostra attenzione è il terribile Oidio, che è appunto quel funghetto che cagionò la malattia ben conosciuta presso di noi sotto i nomi di Bianco delle viti o Crittogama.

L'Oidio fece la sua prima comparsa nelle stufe di Margate in Inghilterra, ove fu osservato per la prima volta dal signor Tucker, giardiniere, e successivamente studiato dal Berkeley, che in onore del suo scopritore lo chiamò Oidium Tuckeri. Dall'Inghilterra questa malattia si diffuse sollecitamente in Francia, ove fu osservata nel 1848, e quindi passò in Svizzera ed in Italia, ove comparve nel 1851. La malattia suole ordinariamente presentarsi poco dopo la fioritura della vite, cioè nei mesi di maggio e giugno, secondo le località. Incominciano a svilupparsi sulle foglie e sui rami delle produzioni filamentose che grado grado si estendono. Successivamente appariscono delle macchie bruniccie sui rami, sulle foglie e sugli acini, che a grado a grado si dilatano e si confondono, mentre si rivestono d'una polvere bianchiccia. I rami, più o meno alterati nei loro tessuti superficiali e profondi, spesso si mortificano e cadono; le foglie si raggrinzano e si disseccano, gli acini rimangono atrofizzati e deformati, la buccia loro si screpola, e ben presto si disseccano o marciscono. Tutti questi danni debbonsi appunto all'Oidio che cagiona le macchie sopra descritte e che si presenta formato da filuzzi esilissimi, i quali strisciano sulla superficie dei vari organi della vite, aderendo a questi per mezzo di corte ramificazioni dette succiatoi, cui è affidato l'incarico di succiare il nutrimento dal substrato. Sopra questi filamenti, che costituiscono la fronda del fungo, si producono dei rametti che sorgono verticalmente, i quali nell'estremità loro superiore si segmentano in articolazioni, che sollecitamente prendono forma ellissoidea e si distaccano per costituire le spore. Siccome poi la estremità di rametti siffatti continua a segmentarsi ed a produrre spore per tutta la vita della pianta, e queste facilmente trasportate dal vento, a cagione della loro eccessiva tenuità e leggerezza, germogliano e riproducono la pianta, tostochè si trovino in condizioni favorevoli; agevolmente si comprende quanto facilmente il funesto parassita possa diffondersi e trasportarsi, non solo da un organo all'altro della medesima pianta, ma pure da una pianta all'altra ed a considerevole distanza, e così in breve tempo infestare delle regioni estesissime. Gli studi istituiti sull'Oidio starebbero a dimostrare non essere esso un vegetale che in sè stesso chiuda il ciclo della sua vegetazione, ma una forma particolare di altro organismo di struttura più complicata, che sarebbe un Erysiphe, di cui rappresenterebbe la forma più semplice, quella che suol presentarsi nelle prime fasi di sviluppo del fungo e che per gli organi speciali di riproduzione che produce, si suole appellare conidifera. Havvi però, chi vorrebbe considerare l'Oidio come forma conidifera di altro funghetto, anzichè di un Erysiphe, cioè della Spherotheca Castagnei. Nè sola è la nostra vite ad accogliere un ospite tanto malefico, poichè esso è stato pure osservato sopra alcune specie americane, cioè la Vitis aestivalis, la Vitis riparia e la Vitis condicans.

L'Oidio va sovente accompagnato da un'altra specie, che per qualche tempo fu ritenuta quale pertinenza dell'Oidio stesso, cioè l' Ampelomyces quisqualis Ces., denominato poi Cicinnobolus Cesatii dal de Bary. Il micelio di questo funghetto cresce frammisto a quello dell'Oidio, e penetra con i suoi filuzzi persino entro a quelli dell'Oidio, sul quale vive parassiticamente. Dai filamenti del micelio si producono dei rametti che sorgono verticalmente e terminano in una cellula claviforme od ellissoidea, che produce nel suo interno numerose sporuline ellissoidee o quasi cilindriche. Sembra che questo funghetto debba ritenersi benefico per la vite, anzichè malefico, giacchè è dimostrato che col suo parassitismo, non solo disturba lo sviluppo dell'Oidio, ma gl'impedisce di fruttificare e lo distrugge. Facilmente si comprende però che tale azione benefica giunge ordinariamente troppo tardi, perchè essa possa far sentire la sua efficacia, ond'essa può ben classificarsi fra quei rimedi che si dicono non recati a tempo. Certamente se noi ci fossimo attaccati all'azione benefica del Cicinnobolus, le nostre raccolte sarebbero andate tutte perdute. Il vero rimedio però che ci ha messo in grado di combattere questo terribile nemico, e liberare i nostri vigneti da sì grave flagello, è stato lo zolfo in polvere, rimedio che fu per la prima volta proposto da un distinto botanico francese, il prof. Duchartre di Parigi.

Nel gruppo dei Gimnomiceti troviamo il Fusi sporium Zavianum Sacc., che può riuscire nocivo alla coltura delle viti ed il Gloeosporium ampelophagum Sacc., che di recente ha recato danni abbastanza gravi ai nostri vigneti, e che merita perciò alcune parole.

È questo il funghetto che cagiona quella malattia denominata presso di noi Bolla, Picchiola, Vaiuolo, Nebbia, e che infestò varie provincie della nostra Italia in questi ultimi anni. Incomincia questa malattia ad apparire in primavera sui rami e sui pampini, in forma di macchie di color bruno rossastro, quasi tonde o bislunghe[VI-13], con margine di color più scuro e depresse nel centro. Queste macchie si producono pure sopra gli acini in via di maturazione, riducendone la buccia cariacea, onde il loro accrescimento non può che effettuarsi molto imperfettamente, e la loro polpa ne resta più o meno deteriorata ed esausta. Esaminando al microscopio i tessuti occupati da tali macchie, si osservano dei filimenti esilissimi che serpeggiano fra le cellule del tessuto, provocando un ingrossamento nelle loro pareti ed alterandone il contenuto. Nella parte poi più prossima alla superficie, si formano delle piccole sporgenze composte di sottili filamenti disposti in ciuffo od in palizzata, che aprendosi la strada attraverso alla cuticola, si portano in contatto dell'aria e producono nelle loro estremità delle minutissime spore. Si tratta adunque di un funghetto endofito, che cioè si sviluppa nell'interno dei tessuti della pianta che lo ospita. Si ritiene poi che questo malanno non sia cosa nuova, giacchè il Marés dà la traduzione di un passo di Teofrasto, ove non si può fare a meno di riconoscerlo. Il suo infierire in questi ultimi anni fu in relazione con speciali condizioni meteorologiche che si verificarono nei mesi di aprile, giugno e luglio, per le pioggie molto frequenti che si alternarono sovente con giornate nebbiose e calde, onde si ebbero dei rapidi cambiamenti di temperatura, che associati alla umidità in abbondanza, sembrano aver molto favorito lo sviluppo di un tal parassita. Sembra pure che non tutte le varietà sieno egualmente attaccate: quelle dei paesi caldi ed a vegetazione più rigogliosa lo sarebbero più facilmente di quelle dei paesi più temperati. In Toscana ho potuto osservare tale malattia sulle uve Salamanna, Galletta, Regina, Colombano, Sangioveto, Montanino, Macaja bianca, Colore aspro, Colore dolce, Moscatello, Malvagia, Aleatico, Greco, Agrifone; il Trebbiano ed il Canajolo bianco e nero parrebbero più difficilmente attaccabili. Varii furono i rimedi proposti contro questa malattia. Si propose di recidere i tralci attaccati per promuovere una nuova vegetazione, e di far uso di larghe concimazioni potassiche, si fece uso di zolfo in polvere, di polvere di calce, di solfuro di calcio, di solfato di ferro: ma io tralascio di diffondermi in questi dettagli, invitando coloro che desiderassero notizie più estese a consultare i lavori pubblicati sopra quest'argomento.

Dalla malattia precedentemente descritta va distinta l' Antrocnosi, che con quella è stata sovente confusa. L'Antrocnosi è malattia che si sviluppa sulle viti americane alle quali riesce gravemente dannosa. Essa è conosciuta pure coi nomi di Rot, Small pox e si produce sugli acini in forma di pustole che somigliano alquanto a quelle del Gloeosporium ampelophagum Sacc. Il funghetto che si considera come causa di tale malattia è quello stesso di cui abbiam parlato di sopra, cioè il Phoma uvicola Berk. et Curt.

Altri malanni, che sogliono pure manifestarsi sulle nostre viti, sono quelli conosciuti sotto i nomi di Malattia del bianco e Malattia del nero. La prima di queste si presenta sotto forma di micelii bianchi che invadono il tessuto legnoso fino al punto di uccidere la pianta. Questi micelii sembra che si debbano riferire ad alcune specie di funghi imenomiceti. L'altra malattia si manifesta con un'alterazione del tessuto dei fusti e dei rami lungo i vasi porosi, per la quale i vasi porosi e le cellule legnose circostanti prendono una colorazione scura.

Ma qui non finisce l'enumerazione dei vegetali che hanno relazione col vino, che anzi nel vino stesso abbiamo un'intera Flora, ricca di forme numerose e svariate, il cui studio è ben lungi dal potersi dire completo.

Voi sapete che il mosto dell'uva non si trasforma in vino se non subisce la fermentazione. In conseguenza della fermentazione il mosto s'intorbida, in esso si sviluppa una sostanza gazosa che facilmente si riconosce per acido carbonico, ed il suo sapore di dolce si riduce più o meno piccante. Un fenomeno simile si produce pure nel liquido con cui si prepara la birra. I chimici ci dicono che per effetto della fermentazione lo zucchero contenuto nel mosto si scinde in alcool ed in acido carbonico, con produzione altresì di piccola quantità di glicerina e di acido succinico. Ma come avviene questa trasformazione? Quali sono le cause che la determinano? Al giorno d'oggi si ritiene che il fermento del mosto, il principio cioè che determina la fermentazione, sia rappresentato da una pianticella microscopica che vive nel mosto e che nutrendosi determina la decomposizione dello zucchero in alcool ed in acido carbonico. Ognuna di queste pianticelle, come vedete in questa figura (Fig. 1), consta di alcune cellule riunite in piccola famiglia, spesso a forma di catenella ramosa, la quale è capace di accrescersi per gemmazione e di dividersi in varie altre in modo che da una d'esse molte in breve tempo se ne producono. Entro a queste cellule poi in circostanze speciali si producono pure da 2 a 4 minutissime spore.

fermento del mosto

Fig. 1.

Il nostro Fabbroni, nel cadere del secolo scorso, fu il primo a dimostrare che, affinchè la fermentazione del mosto si effettui, si richiede la presenza di certe sostanze che egli chiamava vegeto-animali, e che adesso diconsi sostanze albuminoidi. Il Gay Lussac dimostrò che non basta la presenza delle sostanze albuminoidi, ma occorre pure la presenza dell'aria affinchè la fermentazione abbia luogo. L'Erxleben nel 1818 osservò pel primo il fermento della birra e riconobbe in esso i caratteri di vegetale. Desmazières, poco appresso, lo ritenne da prima come un infusorio, ma poi lo classificò come un fungo. Il Persoon lo ascrisse pure alla classe dei funghi, formandone il genere Mycoderma, e la stessa opinione seguì pure il Meyen, costituendone il genere Saccharomyces, mentre il Kützing lo giudicava un'alga e lo poneva nei Crypticoccus. Cagnard Latour, avendo osservato la gemmazione delle cellule del fermento, ritenne, come Erxleben, ch'esso fosse la causa della fermentazione, ciò che venne poi confermato dall'esperienze di Schwann, che dimostrò inoltre l'aria essere capace a provocare la fermentazione non di per sè, ma per i germi di organismi ch'essa contiene. Berzelius e Mischerlich spiegarono la fermentazione con la celebre forza catalitica. Sorse poi il Liebig con la sua teoria meccanica della fermentazione, nella quale considerava la fermentazione come un fenomeno chimico, causato dalla decomposizione delle sostanze albuminoidi contenute nel liquido fermentabile. Finalmente il Pasteur in seguito a studii continuati per vari anni, ha rimesso in vigore le idee di Erxleben e di Schwann, dimostrando che i Saccharomyces, che si sviluppano nei liquidi zuccherini, sono da considerarsi come la causa principale della fermentazione. Secondo il Pasteur questi Saccharomyces, che costituiscono il fermento, respirerebbero come gli altri vegetali assorbendo ossigeno allorquando trovansi in contatto dell'aria; ma allorchè sono immersi in liquido fermentabile, non potendo altrimenti appropriarsi l'ossigeno dell'aria, prenderebbero questo elemento dallo zucchero contenuto nel liquido decomponendolo in alcool ed in acido carbonico. In questi ultimi tempi fu fatta un'opposizione molto viva a questa teoria per parte di varii scienziati, fra i quali Brefeld, Treube, Berthelot e Trecul, per adesso però sempre trionfa la teoria del Pasteur.

(Fig. 2). (Fig. 3). (Fig. 4). (Fig. 5). (Fig. 6). (Fig. 7). (Fig. 8).

Gli studi fatti dal Rees hanno dimostrato potersi distinguere varie specie di questi Saccharomyces. Il Saccharomyces ellipsoideus Ress. è quello che costituisce il fermento del vino (Fig. 1). Saccharomyces Cerevisiae (Fig. 2) è stato chiamato quello che si sviluppa nel liquido preparato col malto, e che ne determina la fermentazione e la trasformazione in birra. I Saccharomyces exiguus (Fig. 3), S. apiculatus (Fig. 4), S. pastorianus (Fig. 5), S. conglomeratus (Fig. 6), S. Reesii (Fig. 7), si producono pure nel mosto dell'uva. Altre specie sono il S. albicans, il S. glutinis ed il S. mycoderma (Fig. 8). Quest'ultimo è particolarmente interessante, inquanto è desso che costituisce quella pruina biancastra che si produce alla superficie del vino, che conservasi in vasi mal chiusi e che chiamasi fiore del vino. Questo gode di una singolare proprietà: poichè mentre i suoi congeneri si compiacciono di vivere in un mare di dolcezza, nutrendosi dello zucchero contenuto nei liquidi fermentabili, egli preferisce i liquidi alcoolici dei quali consuma l'alcool che trasforma in acqua ed acido carbonico, contenendosi come un gran bevitore.

A tutti questi poi si debbono aggiungere tutti quei microfiti che si sviluppano nel vino allorquando esso si altera più o meno, e che secondo il Pasteur debbono considerarsi come cause delle alterazioni medesime. Le differenti malattie cui va soggetto il vino, che si denominano Spunto, Vino cercone, Vino girato, Vino grasso o filante, Amarezza, ecc., derivano pure da crittogame speciali, che facilmente si possono riconoscere per mezzo del microscopio, come il Pasteur ha dimostrato nella pregiatissima opera pubblicata sotto il titolo di Études sur le vin. Io vi dirò poche parole di quello fra questi organismi che è meglio conosciuto, e che si considera come causa dello spunto od acescenza.

Fig. 9.

Il microfito che si suole ritenere come la causa della acescenza del vino, è quello che è conosciuto volgarmente col nome di Madre dell'aceto. Scientificamente fu detto, fino a questi ultimi tempi, Mycoderma aceti, essendosi creduto che esso fosse affine ai Saccharomyces, che pure si includevano nello stesso genere; però recentemente si è riconosciuto che esso non solo deve essere separato dai Saccharomyces per essere incluso nel genere Bacterium, ma merita appena di essere distinto dal Bacterium Termo, che si considera come la causa delle putrefazioni. Esso consta di cellule minutissime, quasi globose, riunite due a due, oppure in serie a formare come delle coroncine (Fig. 9): cellule che si mantengono alla superficie del liquido formandovi un sottilissimo strato, che successivamente s'ingrossa in una massa mucilagginosa paragonabile ad una cotenna. Il Pasteur che ha molto studiato sopra questa produzione, ha sostenuto ch'essa debba riguardarsi come la causa della malattia dell'acescenza e della produzione dell'aceto, facendo osservare come sia affatto impossibile la trasformazione dell'alcool in aceto per quanto si tenga in contatto dell'aria, senza la presenza del Bacterium aceti. In tutti i casi infatti in cui vi ha trasformazione di alcool in aceto, egli dimostra verificarsi la presenza di siffatto microfito. Recentemente però il prof. Herzen ha pubblicato delle osservazioni che sembrano stare in opposizione con una tale teoria. Il prof. Herzen avendo dimostrato che una piccola quantità di acido borico che si aggiunga al vino, toglie ad esso la facoltà di trasformarsi in aceto, per quanto si prolunghi il suo contatto con l'aria in presenza del Bacterium aceti, concluderebbe che la trasformazione del vino in aceto dovesse considerarsi come un semplice fenomeno di ossidazione, anzichè come un fatto dipendente dalla nutrizione del Bacterium aceti.

Altre piante pure, oltre la vite e le congeneri di cui vi ho parlato, possono fornire bevande spiritose simili al vino.

Colle mele ed anche colle pere si prepara un vino di frutta che si chiama Sidro e che si fabbrica in Francia, in Inghilterra, in Spagna, in Germania, in Russia, in alcune regioni dell'Affrica ed anche in America. S'ignora l'origine di tale bevanda, ma si crede che sieno stati gli Egizii e gli Ebrei i primi a farne uso.

Dalle ciliegie si ottiene pure un liquore spiritoso detto Kirchwasser, di cui si fa uso principalmente in Svizzera ed Alemagna. La Foresta nera ne fornisce la qualità più pregiata.

In Inghilterra si adoperano i frutti del Ribes grossularia, la comune Uva Spina, per farne un liquore spiritoso.

In America si prepara una specie di vino coi frutti delle piante del genere Guazuma (Büttneriacee) e con i baccelli di varie specie del genere Prosopis (Mimosee) si prepara una specie di birra detta Aloja. Allo stesso uso servono nella Senegambia i frutti della Spondias birrea (Anacardiacee).

In generale tutti i frutti dolci possono essere impiegati al medesimo scopo.

Nè solo il succo dei frutti, ma quello pure che si contiene in altri organi delle piante può essere trasformato in bevanda più o meno simile al vino.

Il succo dolce che s'ottiene dall' Acer saccharinum nell'America settentrionale si trasforma in liquore spiritoso per la fermentazione. Il succo delle giovani messe delle Mammee e quello persino delle gemme di alcune specie di abete, si prestano allo stesso uso. Col succo contenuto negli stocchi del gran turco in Bolivia si prepara una birra che chiamasi Chicha de palo de meiz. Il melazzo, che si ottiene come residuo della preparazione dello zucchero, dalla canna di zucchero, fornisce il Rhum.

Nel Messico si ottiene una bevanda spiritosa detta Vebli o Pulque dall' Agave americana, che adesso cresce pure spontanea nelle parti meridionali della nostra Penisola. Allorquando l'infiorazione è per svilupparsi si recide alla base e dalla ferita si raccoglie l'umore che poi si fa fermentare. Origine consimile hanno pure i vini di palma, chiamati Toddy, Leymi, Arrach, che si preparano facendo fermentare il succo che sgorga dalle ferite fatte nelle infiorazioni di varie specie, quali la Coripha umbraculifera, il Borassus flabelliformis, il Cocos nucifera, il Sagus Rumphii, la Mauritia vinifera, ecc.

Oltre agli organi contenenti zucchero, possono ottenersi bevande spiritose pure da quelle parti che contengono principii capaci di trasformarsi in zucchero. In questa categoria figurano principalmente i semi feculacei. La più conosciuta fra le bevande che si ottengono dai semi è la birra; bevanda che, come il vino ed il sidro, risale ad un'antichità molto remota, attribuendosene la scoperta ad Osiride, da alcuni, da altri a Cerere, d'onde i nomi di Cerevitia, Cerevisia, Ceria, Cervogia, coi quali è stata appellata. La birra si prepara coi semi dell'orzo, che si fanno germogliare affinchè la fecola in essi contenuta si trasformi in zucchero, e quindi si seccano per ottenerne il malto, col quale poi si prepara il liquido che mediante la fermentazione si trasforma in bevanda.

Altra bevanda analoga alla birra è quella che si prepara nel Chilì coi semi del Granturco, detta dai nativi Chicha. La Busa dei Tcerkessi, il Tuack dei Dayack, il Sacki dei Giapponesi, il Sampsu dei Chinesi, la Meriesa ed il Bisbil del Soudan, sono pure bibite spiritose preparate con semi di cereali.

Ma uno dei più singolari emuli di Bacco lo troviamo fra i vegetali di struttura più semplice, nella classe dei funghi. L' Agaricus muscarius Fr., specie venefica comunissima nei nostri boschi, nella penisola del Kamchatka presso l'estremo più orientale dell'Asia, viene adoperato in sostituzione al prezioso liquore di Bacco per procurarsi uno stato di ebbrezza piacevole. Un fungo di ordinarie dimensioni o due piccoli bastano per produrre l'effetto, a condizione però che siano trangugiati senza far loro subire la masticazione. Si racconta che gli effetti di tale ebbrezza sono veramente singolari, per lo straordinario stato d'esaltazione che l'accompagna, che dà luogo alle più piacevoli emozioni della mente ed ai movimenti i più disordinati e bizzarri. Si asserisce poi che il veleno passa inalterato nella escrezione renale, onde le orine stesse sono capaci di riprodurre questo stato di ebbrezza, come lo stesso agarico e per più volte di seguito; nè quella rozza gente ha schifo il ricorrere ad una tale bevanda in difetto del desiderato fungo. Io ritengo però che voi non vorrete ripetere un così sozzo esperimento, lasciandone ben volentieri le gioie a quei lontani nostri men che fratelli, e che anzi vorrete sempre anteporre il prezioso liquore di Bacco agli altri tutti che l'arte più raffinata in sì svariati modi ci apparecchia, rammentandovi sempre però quel precetto del nostro poeta Est modus in rebus, ecc., e che se il vino può dirsi opera divina, l'ubriachezza è certamente opera del diavolo[VI-14].

[VI-1] Vedi pure Acerbi G., Delle viti italiane — Mendola A., Elenco di uve, Favara tip. Parrini e Carini, 1868 — Goethe Herm., Catalogo ampelografico Ampelografia italiana compilata per cura del comitato centrale ampelografico (in corso di pubblicazione).[VI-2] De Gubernatis, Piccola enciclopedia indiana, 1877, pagine 87 e 388.[VI-3] Schimper Ch., Traité de Paléontologie végétale, vol. III, pag. 48.[VI-4] Endlicher St., Enchiridion botanicum exhibens classes et ordines plantarum, ecc., p. 395. — De Condolle, Geogr. Bot., I, 338.[VI-5] Solum praeter oleam vitemque ceteraque calidioribus terris oriri sueta patiens frugum fecundum, etc.[VI-6] Planchon, Le Phylloxéra en Europe et en Amérique. Revue des deux Mondes, 1874. Vignes américaines, p. 74, 85, 86 e seg. — Targioni Tozzetti A., Della malattia del pidocchio nella vite, Roma, 1875, p. 76.[VI-7] Pirotta R., I funghi parassiti dei vitigni, Milano, 1877.[VI-8] Thümen, Die Pilze des Weinstockes, Wien, 1878.[VI-9] Planchon, F. E., Les vignes américaines, Paris, 1875.[VI-10] Synopsis der Pflanzenkunde, Hannover, 1877, p. 1853.[VI-11] Comptes rendus, 1879, p. 600.[VI-12] Pirotta R., Sulla comparsa del Mildew o falso oidio degli americani nei vigneti italiani, Milano, 1879.[VI-13] Passerini G., La nebbia del Moscatello ed una nuova crittogama delle viti, 1876. — Saccardo P. A., Rivista di viticultura ed enologia italiana. — Arcangeli G., Sopra una nuova malattia della vite. Nuovo giornale bot. ital., vol. IX, p. 74, 1877. — Ridolfi N., Bullettino della R. Società toscana d'orticultura, anno IV, p. 370. — Galimberti A. e Ravizza F., Sull'anatracuosi della vite. Studi ed esperienze, Milano, 1879.[VI-14] Vinus opus Dei: ebrietas opus diabuli est.

S. Grisostomo.

A. MOSSO

GLI EFFETTI FISIOLOGICI DEL VINO

(Conferenza tenuta la sera del 1 o marzo 1880).

Il vino è una bevanda così prelibata, che produce degli effetti fisiologici, anche prima di averlo bevuto.

Per dimostrare questo fatto con una esperienza, mi basta di rammentare ad alcuni amici, che sono qui presenti, certe bottiglie di barolo stravecchio che abbiamo bevuto insieme allegramente. Perchè l'esperienza riesca con quella pienezza, che è degna di questa circostanza, dirò loro che alle 9 e mezzo li aspetto per berne qualche altra bottiglia alla salute della mia serata.

Per discrezione non domando ad alcuno di pronunciarsi sull'esito dell'esperimento, ma sono certo che la maggior parte di coloro cui erano dirette le mie parole, sentirono inumidirsi man mano il palato, come se si sciogliesse qualche cosa sulla lingua. Il fatto che un vino squisito ci fa venire l' acquolina in bocca al solo pensarci, è un fenomeno che dipende da una secrezione più abbondante della saliva, la quale sgorga più copiosa senza alcuna partecipazione della volontà ed in modo affatto automatico.

Nel 1822 un soldato del Canadà, per nome San Martin, ricevette un colpo di fucile a bruciapelo che gli aperse l'addome e gli perforò lo stomaco: in pochi mesi, mercè le cure del dottor Beaumont, guarì completamente, conservando una apertura nelle pareti addominali, a traverso cui potevasi vedere comodamente, come da un finestrino, ciò che succedeva nello stomaco. Per questo soldato fu un vero guadagno, perchè i medici lo pagavano lautamente per vedere come si compiesse la digestione nel suo stomaco. San Martin quando ebbe fatto un bel gruzzolo di danaro, li piantò tutti e se ne ritornò al suo villaggio, dove prese moglie e divenne padre di numerosa prole.

Negli annali della chirurgia vennero dopo registrati parecchi casi analoghi di fistole stomacali, ossia di aperture accidentali dello stomaco, in persone che del resto stavano benissimo.

Simili deformità hanno perduto molto del loro interesse dopo che i medici ricorsero al metodo di fare artificialmente delle fistole stomacali nel cane. Fu questo un trovato della più grande importanza, perchè ora nelle indagini sulla digestione non siamo più costretti ad aspettare che il caso ci metta nelle mani una persona come San Martin: ciò che avrebbe reso troppo lenti i progressi della scienza.

Per mezzo delle fistole stomacali si osservò tanto nell'uomo, quanto nel cane, che la vista di una bevanda, o di un cibo appetitoso, desta un'abbondante secrezione anche nelle ghiandole a pepsina che stanno alla superficie interna dello stomaco. Cosicchè appena si mostra un pezzo di carne ad un cane, immediatamente il succo gastrico scola a gocciole dall'apertura della fistola stomacale.

L'acquolina che compare improvvisamente nella bocca e la secrezione più abbondante del succo gastrico non sono un capriccio della natura. No. Essi sono fenomeni che hanno un profondo valore per l'organismo; e da questa semplice esperienza traspare evidente la meravigliosa perfezione della nostra macchina, dove appena nasce l'idea, o il desiderio, di una vivanda appetitosa immediatamente e senza alcuna partecipazione della volontà e della coscienza si preparano i mezzi per digerirla.

La ragione non può trattenere questi ciechi slanci dello stomaco. Il ventricolo dei miei amici non sa che deve aspettare fino alle 9 ½; ma, appena ebbe sentore dell'invito, incominciò subito a prepararsi e a struggersi in segreto in attesa di un lavoro gradito.

Il vino si può dividere in due parti: nell'alcool che è per noi la più importante: e nell'acqua, nei sali inorganici, e nelle sostanze organiche, che formano un liquido il quale per la sua composizione rassomiglia al brodo di carne.

Il prof. Cossa che trattò già della composizione chimica del vino, spero mi perdonerà questo paragone grossolano di cui mi servo solo per comodità di linguaggio. Voi tutti sapevate del resto, come un bicchiere di vino possa venire sostituito da una tazza di brodo pei suoi effetti ristorativi. Ranke, che credo sia stato il primo a fare questo paragone fra la composizione chimica del vino senza alcool e del brodo, andò tanto oltre da asserire: che senza dubbio noi abbiamo nella birra uno dei migliori sostitutivi dell'estratto di carne[VII-1].

Il vino penetrato nello stomaco viene assorbito, ossia trapela e si infiltra a traverso le pareti dello stomaco e scompare passando dentro a certi canaletti sottili che sono le vene dello stomaco, le quali conducono i liquidi che beviamo nel sangue. Voi tutti sapete che un bicchiere di vino generoso produce degli effetti assai più sensibili bevendolo a digiuno, che non quando lo si annacqua per bene, o lo si beve a pranzo. La ragione di questa differenza sta nella rapidità più o meno grande con cui l'alcool passa nel sangue.

A digiuno l'assorbimento è più rapido, perchè lo stomaco essendo vuoto il liquido alcoolico può bagnarne tutte le pareti e attraversarle prontamente; quando invece l'alcool si mescola coi cibi, lo stomaco non può impadronirsene con eguale prontezza, perchè solamente a misura che si digerisce tutta la massa delle sostanze alimentari, l'alcool passa gradatamente nel sangue.

Qualcuno potrebbe domandarmi come si fa a sapere che l'alcool scompare dallo stomaco per passare nel sangue? L'esperienza è facile. Prendemmo un grosso cane, e gli amministrammo nello spazio di circa mezz'ora una quantità di alcool allungato con acqua che corrispondeva a circa un litro di vino Marsala. Dopo due ore, quando l'animale era completamente ubbriaco ed insensibile, gli facemmo un salasso così profondo che senza accorgersene morì dissanguato in pochi minuti. Immediatamente dopo gli estirpammo lo stomaco ed il suo contenuto venne messo in questo vaso per essere distillato nel solito modo che serve a cercare la presenza dell'alcool. Con questa manipolazione semplicissima potemmo convincerci che solo una parte affatto trascurabile dell'alcool ingerito era rimasta nello stomaco. Per riconoscere dove fosse passata l'altra parte dell'alcool, abbiamo lasciato coagulare il sangue, e quindi raccolto lo siero limpido e trasparente che stava alla superficie del coagulo rosso, lo distillammo lentamente ed a bagno maria in un apparecchio che è alquanto più complicato del primo. Perchè lo siero del sangue si coagula facilmente al calore e forma una massa densa e bianca come albumina di uova sode, si dovette stillare nel vuoto, o sotto una pressione di molto inferiore all'atmosferica, come si ottiene per mezzo di una pompa di Bunsen.

Prendiamo le prime goccie di liquido simili all'acqua che si condensano in questa sfera di vetro annessa al matraccio ed esaminiamole col metodo del prof. Lieben. Questo metodo per riconoscere le più piccole quantità di alcool consiste nell'aggiungere al liquido da esaminarsi qualche particella di iodo e potassa fino a decoloramento. Si riscalda tanto da renderlo tiepido, ed ecco che già si sente un odore caratteristico di zafferano, e si ottiene un deposito giallognolo di iodoformio che, osservato al microscopio, si trova essere formato di lamelle madreperlacee esagonali.

Un'altra reazione per conoscere la presenza dell'alcool in questo liquido si fa coll'aggiungervi un po' di soluzione di bicromato potassico ed acido solforico. Riscaldando il liquido, come vedete, si colora in verde e sviluppa l'odore caratteristico di aldeide.

Dopo questi esperimenti noi dobbiamo dunque conchiudere che in questo liquido vi è dell'alcool, e siccome prima non ce n'era nel sangue, dobbiamo ancora conchiudere che l'alcool bevuto passa nel sangue, donde viene portato in giro per tutto il corpo. Questo fatto che ho voluto dimostrare sotto i vostri occhi mi permette di enunciarvi una legge generale nello studio dei farmaci: che cioè, tutte le sostanze le quali agiscono sul sistema nervoso devono essere assorbite e passare nel sangue prima di poter far sentire i loro effetti. Un'altra legge pure fondamentale nello studio dei medicamenti è questa: che tutte le sostanze le quali agiscono eccitando le funzioni dei nervi e dei centri nervosi, in un primo periodo e per piccole dosi, producono dopo un effetto deprimente e narcotico per dosi maggiori. L'oppio, la morfina, il cloralio, l'atropina e molte altre sostanze agiscono precisamente come il vino.

L'alcool nel momento che penetra nella cellula e nei filamenti nervosi ne ravviva le loro funzioni, li eccita e li stuzzica: ma passato questo primo periodo di esaltamento, se continua ad aggiungersi nuovo alcool alle cellule ed ai nervi, ne succede un periodo di stanchezza. La presenza di questo corpo straniero all'organismo che imbratta il sangue e diffonde i suoi vapori nella sostanza del cervello, modifica i processi chimici, aumenta le resistenze ai movimenti nervosi e genera quella forma particolare di avvelenamento conosciuta col nome di ubbriachezza.

Gli effetti psicologici del vino verranno trattati nelle seguenti conferenze dal più simpatico e dal più popolare degli scrittori italiani, ed io mi guarderò bene dal toccare questo argomento; però siccome fra i fisiologi credo di essere quello che ho fatto il maggior numero di esperienze sulla circolazione del sangue nel cervello dell'uomo, così mi permetterò di accennarvi qualcuna delle mie osservazioni all'influenza del vino.

Vi esporrò il caso di una persona che aveva un'apertura nel mezzo della fronte a traverso cui potevasi vedere nel cranio la superficie del cervello. È un caso interessantissimo che studiai insieme al dottor De Paoli, cui sono grato di avermi offerto un'occasione favorevole quanto mai per completare certi studi sulla circolazione del sangue nel cervello dell'uomo, di cui mi occupo da tempo con predilezione.

Circa 3 anni fa un operaio, per nome Bertino, mentre stava sotto il campanile del suo villaggio fu colpito alla testa da un mattone sfuggito dalle mani di un muratore che lavorava presso il tetto all'altezza di 14 metri. Bertino cadde al suolo come fulminato: ma fortunatamente dopo circa un'ora riprese i sensi; e siccome era uomo molto robusto, guarì rapidamente di questo colpo terribile. Infatti dopo circa un mese partì da Fiano e venne a piedi fino a Torino per farsi curare. Quando lo visitai col dottor De Paoli nell'ospedale di S. Giovanni aveva un'apertura larga quanto un soldo nel mezzo della fronte sotto cui vedevasi pulsare il cervello scoperto.

Tralascio di farvi conoscere minutamente gli apparecchi che costrussi per studiare la circolazione del sangue nel cervello e nell'antibraccio[VII-2], perchè non è questo il momento di poter fermarsi sui dettagli di un meccanismo. Vi presento solo questa piastrella di guttaperca che venne applicata sul foro del cranio di Bertino per chiuderlo ermeticamente. Il piccolo tubo di vetro che attraversa la medesima faceva comunicare l'aria che stava in contatto col cervello con un timpano a leva. Ogni dilatazione del cervello, comprimendo leggermente l'aria chiusa nell'apparecchio, solleva la membrana elastica del timpano registratore su cui poggia la leva; e questa scrive le pulsazioni del cervello sopra un cilindro affumicato, che gira con moto uniforme.

Il giorno 27 novembre 1877 stabilisco col dottor De Paoli di fare una esperienza per vedere quale azione esercitasse il vino sulla circolazione del sangue nel cervello. Gli applichiamo l'idrosfigmografo sull'antibraccio destro, sulla fronte l'apparecchio registratore dei movimenti del cervello, e scriviamo contemporaneamente il polso di queste due parti del corpo.

Nella figura 1 la linea A rappresenta il polso dell'antibraccio. Ad ogni battito del cuore la linea si solleva e subito dopo si abbassa, formando nella discesa una seconda elevazione meno pronunciata. Le singole pulsazioni non si dispongono su di una linea orizzontale.

In Bertino, come in tutti noi, durante la respirazione naturale e tranquilla succede una diminuzione di volume delle mani e dell'antibraccio, ed è precisamente nel principio dell'inspirazione che la linea del polso si abbassa, come vedesi nei punti segnati colle lettere i i. A queste sinuosità ho dato il nome di oscillazioni respiratorie.

La linea sottostante C venne scritta dal cervello. La forma del polso è diversa, e vi diedi il nome di polso tricuspidale, perchè sulla sommità di ciascuna pulsazione si osservano tre elevazioni più piccole.

Fig. 1. La linea A rappresenta il polso dell'antibraccio scritto contemporaneamente al polso del cervello. Le lettere i segnano il principio dell'inspirazione. Dove c'è il segno ↓α dico che si presenti un bicchiere di vino di Marsala a Bertino.

L'influenza del respiro è meno evidente che nell'antibraccio. Mentre Bertino rimane tranquillo e le due penne scrivono contemporaneamente il tracciato A, C, dico in ↓α al dott. De Paoli di presentare un bicchiere di Marsala a Bertino. Ed ecco che immediatamente le pulsazioni diventano più grandi e si aumenta il volume del cervello. Noi vediamo da questo esempio quanto i fenomeni del pensiero siano strettamente collegati coi cambiamenti materiali dell'organismo. In un lavoro dove trattai più estesamente questo soggetto[VII-3], ho dimostrato che le funzioni più nobili del sistema nervoso sono quelle che sono più schiave dei mutamenti che succedono nel ricambio della materia.

Bertino era tranquillo, egli sapeva che si trattava di un vino squisito; l'aveva prima gustato con noi e lo aspettava con desiderio. Nell'istante in cui si allaccia alla sua mente l'idea del bere, ecco che subito aumenta la circolazione del sangue nel cervello e si rinforza il polso di questo organo. Per un fatto psichico che passò senza destare alcuna emozione interna, che non si rivelò in alcun modo nell'aspetto esterno di Bertino, noi vediamo prodursi un cambiamento notevole della circolazione sanguigna negli emisferi cerebrali.

Bertino bevette in due volte circa 400 centim. cubici di vino Marsala. Vi fu una prima modificazione del polso che osservasi sempre in tutte le persone che bevono qualunque liquido: ma fu un fenomeno passeggero che durò pochi secondi. Il polso del cervello ritornò per circa 10 minuti normale e quindi incominciò lentamente a modificarsi. Dopo 15 minuti di registrazione continua vedo che è assai più forte di prima. Il tracciato che prima svolgevasi regolare ed uniforme, presenta di quando in quando delle grandi ondulazioni, come si vede nella figura 2. Domandai a Bertino come stava ed egli mi rispose che sentivasi caldo alla testa. Vedendo che Bertino era divenuto irrequieto e che il tracciato del polso bracchiale veniva spesso deformato dai movimenti del corpo, o delle dita nel cilindro, levo il braccio dall'idrosfigmografo. Bertino ne fu contentissimo e non finiva dal ringraziarmi malgrado che io lo pregassi ripetutamente di star zitto per non guastare l'esperienza.

Fig. 2. Azione del vino sulla circolazione del sangue nel cervello dell'uomo. Ondulazioni del tracciato cerebrale osservate 25 minuti dopo che Bertino aveva bevuto circa 400 centimetri cubici di Marsala e diceva di sentirsi venir caldo alla testa.

Più tardi avvertì un leggiero capogiro, poi mi domandò se aveva le orecchie rosse, perchè diceva di sentire una vampa stendersi sul volto. La circolazione del sangue nel cervello era profondamente modificata. Le ondulazioni frequenti e profonde accennavano ad una grande irrequietezza del sistema vasale. Le pulsazioni erano tre o quattro volte più grandi di prima. Quest'altezza straordinaria del polso cerebrale era dovuta in parte ad un rilassamento dei vasi sanguigni di quest'organo ed in parte all'impulso più forte del cuore.

Diciotto mesi dopo che io avevo fatto queste osservazioni su Bertino, gli scrissi pregandolo di venire da me perchè desideravo vederlo. Egli partì immediatamente, fece più di 25 chilometri a piedi e nel mattino del giorno successivo era già nel mio laboratorio. Bertino era guarito benissimo. L'apertura del cranio presentavasi coperta da una cicatrice così salda che solo nelle forti espirazioni vedevasi coll'occhio un leggiero movimento nel fondo della breccia. Riusciti inutili i tentativi per scrivere il polso del cervello, presi un tracciato del polso nell'antibraccio e subito dopo gli diedi 5 lire e lo mandai alla trattoria qui dirimpetto pregandolo di mangiar bene e di bere meglio.

Il tracciato del polso preso coll'idrosfigmografo sull'antibraccio mi aveva dimostrato chiaramente che Bertino era spossato dalla fatica, che i suoi vasi sanguigni erano rilassati e molto deboli le contrazioni del cuore. Egli aveva bisogno di rifocillarsi. È questo un grande vantaggio dell'idrosfigmografo di rivelare tali particolarità nella forma del polso che indipendentemente dal ritmo dei battiti cardiaci si può distinguere facilmente solo guardando il tracciato del polso, se una persona ha mangiato poco prima, o se pure è digiuna, e se digiuna, se ha bevuto del caffè, oppure dell'alcool[VII-4].

Alle 2 pomeridiane Bertino ritornò nel laboratorio. — Ricominciate le osservazioni trovai che il polso nell'antibraccio aveva la stessa forma di prima. Meravigliato che non si avverasse quanto avevo sempre osservato sopra di me e sopra dei miei amici dopo la colazione od il pranzo, mi venne il dubbio che egli avesse risparmiato le cinque lire. Assicuratomi prima che l'idrosfigmografo e l'apparecchio per il polso del cervello fossero bene in ordine, chiamai Bertino per nome e quindi gli dissi con tono piuttosto risentito che non aveva mangiato. Egli dovette essere stordito dalla sicurezza con cui gli feci quest'accusa: divenne pallido in volto e mi disse che non aveva mangiato, perchè sperava di ritornare a cena colla sua famiglia: quindi abbassò gli occhi al suolo e mi accorsi poco dopo che aveva le orecchie vivamente arrossate. Durante questa profonda emozione l'afflusso del sangue al cervello divenne così forte che comparve improvvisamente un movimento pulsatorio nel tracciato scritto col timpano registratore: e questo movimento sincrono alle contrazioni del cuore si conservò per circa 30 secondi nella cicatrice che ricopriva il cervello.

Fig. 3. Polso dell'antibraccio a digiuno.

Le figure 3 e 4 ci danno un esempio dell'influenza che il vino ed il cibo esercitano sulla circolazione del sangue. A mezzogiorno ero ancora digiuno quando scrivo il tracciato del polso nell'antibraccio coll'idrosfigmografo (Fig. 3).

Fig. 4. Polso dell'antibraccio nella medesima persona dopo che mangiò due uova con un po' di pane e bevette due bicchieri di Marsala.

Quindi mangio due uova con un po' di pane e bevo circa 220 centimetri cubici di Marsala. All'una e mezzo scrivo nuovamente il polso ed ottengo un tracciato così diverso dal primo che non ho bisogno di insistere con parole per rilevarne la differenza (Fig. 4). Il polso che prima era tricuspidale è divenuto catacrotico.

Il problema più importante riguardo all'azione fisiologica del vino è di sapere se l'alcool sia un alimento; se il vino, cioè, può aggiungere forza all'operaio che lavora, o se non sia altro che un veleno il quale esalta, inebria ed abbrutisce l'uomo, gettando delle intere famiglie nella disperazione, o nello squallore della miseria.

Ridotta ai minimi termini la questione sta tutta nel vedere, dove va, e come si trasformi l'alcool che noi beviamo.

Per rispondere al primo quesito ho preparato qui un'esperienza. Ad un coniglio iniettai dell'alcool etilico sotto la pelle, ossia dell'alcool stillato dal vino, ed a quest'altro dell'alcool amilico che è stillato dalle patate; quale si trova nell'acquavite di peggior qualità e li ho messi ciascuno sotto un apparecchio che serve a raccogliere l'aria respirata da questi animali.

Come vedete vi è qui un aspiratore che serve a rinnovare l'aria dentro la campana di vetro sotto cui trovasi il coniglio. L'aria che servì alla respirazione dell'animale attraversa un tubo curvo ad U pieno d'acqua, e cede a questo liquido tutto l'alcool esalato dai polmoni.

Ho detto poco prima che l'alcool venne iniettato sotto la pelle: fu questa una precauzione indispensabile per esser sicuri che l'alcool trovato nell'aria espirata proveniva realmente dai polmoni. Se l'avessimo amministrato nello stomaco non si avrebbe avuto questa certezza. Voi sapete già che i medici preferiscono sempre di iniettare sotto la pelle le sostanze che devono agire prontamente. Ora con questo metodo noi abbiamo risparmiato ai conigli il gusto per loro dispiacevole dell'alcool; ed aumentando la dose possiamo non solo ubbriacarli, ma anche ucciderli, senza che abbiano mai bevuto.

L'acqua contenuta nel tubo ad U, traverso cui passò e si lavò l'aria espirata dal coniglio cui si amministrò l'alcool amilico, tramanda l'odore irritante proprio di quest'alcool, mentrechè l'acqua nel tubo ad U del coniglio avvelenato con alcool etilico non ha alcun odore caratteristico.

L'analisi chimica dimostra in quest'acqua appena qualche traccia di alcool etilico; laddove l'alcool amilico venne eliminato in tanta copia dai polmoni, che non fa mestieri di ricorrere ai reagenti per scoprirlo. L'alcool iniettato sotto la pelle venne dunque assorbito: passò nel sangue e giunto ai polmoni venne eliminato coll'aria espirata.

Queste esperienze si ripeterono con eguale successo anche nell'uomo[VII-5], e venne così dimostrato che se noi beviamo dell'alcool puro stillato dal vino il nostro fiato non tramanda alcuna esalazione di alcool: mentre se beviamo del vino comune e particolarmente vino del Reno, di Bordeaux, del rhum, dell'acquavite scadente, o peggio dell'alcool di patate, l'alito tramanda un odore caratteristico e spiacevole: perchè tutti questi liquidi contengono eteri ed alcoli difficili a bruciarsi che passano nel sangue e si eliminano inalterati per la via dei polmoni.

Notate che questo coniglio il quale esalò una maggior quantità di alcool per la via dei polmoni è quello che viceversa poi ne ricevette una quantità minore. Nè si poteva fare altrimenti, perchè se io gli davo 2 grammi di alcool amilico, come diedi 2 grammi di alcool etilico a quest'altro, l'avrei ucciso: perchè l'alcool amilico è circa 5 volte più velenoso dell'etilico.

Crederei di fare un torto a voi tutti che dimostrate tanto interesse per la scienza, se cercassi con inutili circonlocuzioni di tacere qualche parola per semplice formalità, facendomi comprendere nella sostanza. No. Dirò senza alcuna ricercatezza e col linguaggio severo della scuola che per mezzo dell'orina si elimina una certa quantità dell'alcool bevuto. Il prof. Lieben in questa stessa scuola che egli illustrò col suo nome potè dimostrare per la prima volta che l'alcool passa nelle orine. Ecco come abbiamo fatto l'esperimento seguendo il suo metodo. Uno di noi bevette in poche ore due bottiglie di vino eccellente, di cui un amico volle provvedere lautamente il mio laboratorio per gli studi e i preparativi che si richiedevano per questa conferenza sul vino. Raccolti circa due litri di orina, venne distillata ripetutamente a bagno maria in modo da raccogliere solo le prime porzioni del liquido evaporato. Il prodotto della prima distillazione venne stillato una seconda volta e così si ottenne il liquido trasparente e simile all'acqua che sta chiuso in questa boccetta, dove colla reazione del Lieben si dimostra facilmente la presenza dell'alcool.

Però la quantità di alcool che si elimina per la via dei reni e dei polmoni, è così piccola, che noi dobbiamo necessariamente domandarci a cosa serva e come si trasformi la rimanente parte che resta nell'organismo.

Il nostro corpo rassomiglia in alcuni riguardi ad una macchina a vapore, che per lavorare consuma combustibile ed acqua, e che per funzionare e muoversi logora eziandio le parti di cui è costituita. Nei muscoli ad ogni contrazione, nei nostri nervi e nel cervello ad ogni sensazione e ad ogni lavoro intellettuale, succede egualmente una combustione di materiali ed un logoramento degli organi che funzionano.

Il sangue scorrendo continuamente in tutte le parti del corpo per alimentare la fiamma della vita, spazza nello stesso mentre i più remoti ripostigli del nostro organismo dalle fuliggini della combustione e raccatta da per tutto i detriti del disfacimento per trasportarli ai reni, dove li filtra e li rigetta all'esterno coll'orina.

Se noi raccogliamo il liquido emesso nelle 24 ore e lo trattiamo convenientemente, si ricavano in media 24 grammi di questa sostanza bianca e bene cristallizzata che ha ricevuto il nome di urea. Come vedete dalla dose giornaliera di urea contenuta in questo vaso si tratta qui di una quantità cospicua di materie solide che vengono emesse nelle 24 ore. E si noti che questi 20 grammi di urea ci rappresentano solo l'azoto delle sostanze albuminose che vennero distrutte in un giorno nei tessuti del nostro organismo.

Nel gennaio dell'anno scorso il dottor Munk fece a Berlino le seguenti esperienze. Prese parecchi cani ed amministrò loro per alcuni giorni una quantità di cibo tale che rimanesse costante la quantità di urea emessa: quindi mescolò col cibo dell'alcool, adoperando alcune cautele gastronomiche perchè gli animali non se ne accorgessero e determinava ancora la quantità di urea emessa. Egli trovò che dosi moderate di alcool, quelle che hanno solo un'azione eccitante senza ubbriacare, diminuiscono la produzione di urea dal 6 al 7 %. Ciò vuol dire che l'alcool adoperato con sobrietà può considerarsi come una sostanza nutritiva perchè diminuisce e rallenta il consumo del nostro organismo.

Quando Munk amministrava dosi tali di alcool da produrre l'ubbriachezza, od anche solo uno stato di depressione e di sonno, aumentava pel contrario la produzione dell'urea ed in alcuni casi del 10 p. % sopra la dose normale.

Citai subito le recenti esperienze di Munk, quantunque fosse già stato preceduto da altri, per tralasciare tutta una lunga serie di controversie di cui sono pieni i libri di chimica fisiologica su cui non ho tempo di trattenervi. Sarei però ingiusto se non ricordassi le ricerche del Liebig che rimarranno immortali nella storia del vino. Ecco come egli si esprime in proposito nelle sue lettere sulla chimica.

«Quando un uomo che lavora e non si guadagna colle sue fatiche quanto gli è necessario di alimenti, per cui possa intieramente restaurare le sue forze ed attitudine al lavoro, una ostinata, inesorabile necessità di natura lo spinge a ricorrere all'uso del brantwein; gli tocca di lavorare, ma a lui, per l'insufficiente nutrimento, viene ogni giorno mancando una certa quantità di forza per sostenere la fatica; il brantwein, per l'azione sua sopra i nervi, gli permette di fare, a spese del proprio corpo, riparo alla deficiente forza, per ispenderne così oggi quella quantità che si sarebbe dovuta porre in risparmio pel giorno successivo. È come una lettera di cambio sulla salute; una lettera di cambio, che bisogna prolungare sempre, perchè mancano i mezzi di saldarla; il lavoratore consuma il capitale invece degli interessi, quindi segue in ultimo l'inevitabile fallimento del suo corpo»[VII-6].

Le osservazioni fatte nell'armata prussiana hanno dimostrato che gli affigliati alle società di temperanza quando sono chiamati sotto le armi resistono assai meno alle marcie ed alle fatiche del campo. Come pure è ammesso da tutti gli igienisti che se nella guerra del 1870 e 71 la salute dell'esercito tedesco fu eccellente, questo si deve a ciò che l'esercito invadente conquistava un paese vinifero.

Si è molto disputato intorno ai vantaggi e ai danni che può arrecar l'alcool. Dopo che lo storico Macaulay rivolse la sua attenzione all'influenza che potè esercitare sulla politica dell'Inghilterra il caffè nel secolo XVII; molti domandano ai fisiologi se il vino, la birra, l'acquavite agiscano sul carattere e sullo sviluppo intellettuale delle varie nazioni.

Credo sia molto difficile per non dire impossibile di rispondere con sicurezza ad una tale domanda; però, giacchè un mio amico accennò in queste conferenze l'opinione del prof. Lombroso intorno alla distribuzione geografica delle bionde e delle brune, dirò che ora nell'Europa in generale sono cattolici i paesi del vino, sono protestanti quelli della birra, e finalmente quelli che bevono l'acquavite sono petrolieri o nihilisti.

Le osservazioni del fisiologo sull'azione del vino non possono arrestarsi all'uso moderato di tale bevanda. Vi sono dei fenomeni più gravi e non meno interessanti pel medico; vi è per disgrazia tutta una serie di fatti che degradano la dignità dell'uomo, e da cui avrei desiderato tener lontana la vostra attenzione, se non fossi obbligato di parlarvene. Per vincere la naturale ripugnanza che ho nel trattare questo argomento devo pensare alla compassione che desta in noi la vista di tanti sventurati che si avvelenano coll'alcool. e al desiderio che nasce spontaneo di sapere quali soccorsi si possano prestare nei casi più gravi di avvelenamento per alcool.

La parola avvelenamento corrisponde qui alla designazione volgare di ubbriachezza, in cui si distinguono due periodi; quello dell'eccitamento in cui si è brilli, e quello successivo della prostrazione e della narcosi.

L'espressione animata ed allegra del volto scompare poco a poco; il viso diventa meno vivace, poi melanconico e quindi inebetito. Alla mobilità grande nei lineamenti della fisionomia, succede un rilassamento completo nei muscoli della faccia. Gli angoli della bocca si abbassano come nel volto di un paralitico. La fronte prima maestosa e serena si corruga, si nasconde sotto i capelli arruffati, si ricopre di un sudore viscido e freddo.

Nel primo periodo l'occhio è lustro, perchè è più copiosa la secrezione delle lacrime che lo inumidiscono. Nel secondo periodo lo sguardo è meno espressivo e meno sicuro. Le palpebre si socchiudono, sono pesanti, perchè il muscolo che le solleva è stanco. Gli oggetti sembrano doppi; perchè i muscoli che muovono il globo oculare non si corrispondono più nelle loro contrazioni. Compare una nebbia a traverso cui si discernono confusamente le cose.

È celebre nella storia dell'Inghilterra un grande uomo di stato, che dopo aver bevuto lautamente fino a sera insieme ad un altro deputato, volle egualmente prendere parte alla seduta del Parlamento. Giunti alla Camera dei Comuni presero entrambi posto nei loro stalli e dopo alcuni istanti di attenzione l'uno esclamò: come va che non vedo il presidente? Ora capisco, disse l'altro, perchè io ne vedo due.

Nell'ultimo periodo l'occhio è immobile, come di vetro, fisso e smarrito nel vuoto.

La voce prima vibrata e piena, è ora fessa, incerta, stonata. La lingua paralizzata, balbuziente, incapace di vibrare e di fremere quando si pronuncia la r.

L'ubbriaco parla forte e risponde a sproposito, perchè non sente bene, nè la sua voce, nè quella degli altri. Nelle orecchie ha un susurro, un tintinnio, un bisbiglio che lo insegue dovunque.

Nell'ubbriachezza livida si digrignano i denti, con uno scricchiolio che abbrividisce. Le labbra annerite si atteggiano talora convulsivamente ad un riso sardonico. L'esalazione del fiato diffonde intorno un odore alcoolico grave, ributtante. Respirando lungamente colla bocca aperta, le fauci diventano asciutte, la lingua rasposa, ricoperta di una patina biancastra. La sete è ardente, inestinguibile. La respirazione tranquilla, superficiale; spesso l'espirazione diventa più rapida dell'inspirazione; si fa rumorosa; l'ubbriaco sbuffa.

Mentre si sprofonda nel sopore può mandare gemiti e lamenti interrotti come un uomo che piange. Talora dei sogni morbosi si rivelano con parole dimezzate e confuse che muoiono sulle labbra.

La respirazione nei casi più gravi può divenire intermittente, irregolare; con arresti periodici che prolungandosi diventano la causa precipua della morte.

Nei bambini i sintomi dell'ubbriachezza alcoolica rassomigliano a quelli dell'avvelenamento con sostanze corrosive che siano penetrate nello stomaco.

Il cuore è di tutti gli organi quello che risente meno l'azione dell'alcool. Il polso delle arterie prima forte, frequente, duro: dopo è debole, lento, cedevole. L'abbassamento della temperatura può raggiungere 2° o 3° centigradi.

Quanto ai movimenti dirò che chi è brillo prova la sensazione piacevole di essere più leggiero: il suo gesto è concitato: balla e salta volentieri.

Il primo disordine nella coordinazione dei movimenti compare nelle parti più lontane dal cervello, nelle gambe, che cedono sotto il peso del corpo, vacillano e si incrociano.

L'ubbriaco cammina a stento, non può seguire una direzione costante, ma dondola, serpeggia, barcolla: è incapace di voltarsi con movimento improvviso senza perdere l'equilibrio: si trascina lungo i muri ed è specialmente nella discesa dove più facilmente inciampa e stramazza al suolo.

In un libro tedesco ho trovato una giaculatoria scritta nel 1450 con cui si benediva il vino. Questa preghiera della sbornia finiva presso a poco colle seguenti parole:

«Difendimi, o Dio, anche dal cattivo incontro dei cespugli spinosi quando dovrò scendere giù nella valle. Reggimi sulle mie gambe; fa che io ritorni allegro a casa dalla mia donna, ed io sappia tutto ciò che essa vorrà domandarmi: ed ora salvami, o Dio, da una sconfitta»[VII-7].

L'effetto paralizzante del vino si diffonde poco per volta alle braccia. Le mani tremano, l'ubbriaco è meno destro nel mescere. Ne vidi uno che per accendere un mozzicone sciupò un'intera scatola di solfanelli, scottandosi il naso e le labbra ed abbruciandosi i baffi, senza che la fiamma potesse arrestarsi un momento sotto la punta del sigaro.

Ma più degradante è lo stato di un uomo affogato nel fumo di una taverna che non sa più dove abbia la bocca e porta incerto il bicchiere sotto il mento per versarsi il vino sul petto. La testa ciondola da tutte le parti, perchè i muscoli del collo non la reggono più sulla colonna vertebrale. Basta tagliare i muscoli dell'occipite ad un cane perchè esso prenda immediatamente l'aspetto e l'incesso di un cane ubbriaco.

Nelle persone molto eccitabili compaiono degli accessi maniaci come di pazzia convulsiva. Oppure si manifesta improvvisamente una depressione profonda cui succede un collasso inquietante. È così che alcune persone cadono al suolo e sono per lungo tempo incapaci di muoversi. Nell'inverno questi ubbriachi abbandonati a loro stessi muoiono pel freddo. Alcuni altri nella stagione meno rigida essendo rimasti per oltre 24 ore nella medesima posizione tenendo un braccio schiacciato sotto il peso del proprio corpo, perdettero dopo la mano per cancrena ed ebbero tutto il braccio edematoso.

L'ubbriaco si addormenta con facilità, il suo sonno è grave, russante: chiamandolo per nome, scuotendolo non si desta, spruzzandogli con acqua il viso apre gli occhi istupiditi e rimpiomba nel suo intontimento.

Spesso si trovano questi ubbriachi distesi al suolo, insozzati negli avanzi dell'orgia, col pallore della morte sul volto. Sollevati cadono colle braccia e le gambe penzoloni come un cencio bagnato. La sensibilità della pelle è scomparsa. Il naso, le mani, i piedi sono freddi. La respirazione sempre più debole non basta più ad alimentare la fiamma della vita.

L'acido carbonico che si accumula nel sangue, perchè non può venire eliminato, dà alla pelle delle mani e del volto un colore paonazzo, ed aggrava precipitosamente lo stato della narcosi alcoolica. Si produce così un secondo avvelenamento che può riescire fatale.

Noi siamo giunti agli estremi aneliti di chi si ammazza coll'alcool; a quell'ultimo confine della vita dove la mano abile di un medico può ancora salvare l'ubbriaco dalla morte per mezzo della respirazione artificiale. Ma se tarda il soccorso incomincia l'agonia e si spegne lentamente la vita per asfissia, o per paralisi del cuore.

Per fortuna questi casi sono rari e l'ubbriachezza fa minor strage in Italia che altrove. Noi siamo per testimonianza degli stranieri il popolo più sobrio e frugale fra le nazioni civili. Ed è quindi con vera soddisfazione che dopo aver sentito terminare parecchie delle precedenti conferenze col dire che noi dobbiamo imitare i francesi nella fabbricazione del vino, che dobbiamo imitare i popoli d'oltre Alpi nel commercio del vino, che dobbiamo imitare gli stranieri nella coltura della vite, posso ora conchiudere che non dobbiamo imitare le nazioni più civili nell'abuso del vino, ma perseverare in quella sobrietà ed in quella frugalità che sono doti meritamente apprezzate in molta parte del popolo italiano.

[VII-1] J. Ranke, Grundzüge der Physiologie des Menschen, 1872, pag. 177.[VII-2] A. Mosso, Sulle variazioni locali del polso nell'antibraccio dell'uomo. R. Accademia delle Scienze di Torino, novembre 1877.

— Sulla circolazione del sangue nel cervello dell'uomo. Atti della R. Accademia dei Lincei, 1880.

[VII-3] Opera citata, Sulla circolazione del sangue nel cervello dell'uomo.[VII-4] A. Mosso, Sulle variazioni locali del polso, pag. 33.[VII-5] Binz, Die Ausscheidung des Weingeistes durch Nieren und Lungen. Archiv f. exp. Path. u. Pharmakologie, VI. B., pag. 287.[VII-6] Lettere prime e seconde di Liebig tradotte da F. Selmi. Torino, 1853, pag. 313.[VII-7] Und beschirm' mich auch vor dem Strauchen,

Wenn ich die Stieg' hinab muss tauchen,

Dass ich auf meinen Füssen bleib'

Und fröhlich heim geh' zu meinem Weib,

Und alles das wisse, was sie mich frag,

Nun behüt' mich Gott vor Niederlag.

Weinsegen, Hans Rosenblüth.

G. GIACOSA

I POETI DEL VINO

(Conferenza tenuta la sera delli 8 marzo 1880).

Signore e Signori,

Il titolo della mia conferenza non combina esattamente coll'argomento di essa nè coll'ordine che intendo seguire. Meglio che: I poeti del vino, l'avrei chiamata: Il Vino nei Poeti, se questo secondo titolo non implicasse una certa idea di capacità e di recipienza e se per esso i poeti non fossero convertiti in altrettanti orcioli o botti, a grande scapito della propria dignità e del rispetto dovuto alle muse. Vi sono certamente dei Poeti, i quali si sommettono volontariamente a questa Capitis Diminutio, ed affogano nel vino le vere o le vantate amarezze credendo forse che a vederci doppio ci si vegga meglio; ma, diciamolo subito, questi non fanno il numero maggiore. Molti hanno cantato il vino e non si conosce di loro che ne bevessero; di taluni anzi, come del Redi, fu scritto che erano astemii; dei più felici descrittori di ubriacature (e parlo dei moderni, ai quali sarebbe quasi impossibile sottrarsi alla vigilanza biografica dei giornali) non ho mai inteso dire che descrivessero per esperienza propria, e invece, cosa ben più rimarchevole, parecchi di quelli che passarono ai posteri per incorreggibili beoni e morirono arsi dall'alcool, non fecero mai nei loro scritti il menomo cenno del vino. Ciò dimostra che la sincerità poetica, non va assomigliata a quella di un testimone chiamato ad asseverare davanti il giudice la verità o la falsità di un fatto determinato quale gli risulta di certa scienza. Guai se i poeti dovessero veramente aver vissute tutte le poesie che hanno scritto, e se l'ispirazione non dovesse essere altro che il frutto della certa esperienza dei sensi. La sincerità del poeta è tutta oggettiva e suo ufficio è di mostrare e non di aver provato o veduto.

Dopo questo che ho detto, viene ovvio, che si dividano i poeti del vino in due classi diverse: 1 a quelli che lo hanno cantato, 2 a quelli che lo hanno bevuto. La prima comprende i poeti dei quali per udire menzionato il vino, bisogna cercare le opere; la seconda quelli, che gli fecero una larga e trista parte nella storia della propria vita. La prima è compagnia, non sempre allegra, nè serena (il vino fu invocato più spesso consolatore e lenitore d'affanni, che non datore di gioia), ma non lascia mai nell'animo quel senso di pietà e di sgomento che vi è generato dalla seconda. La prima appartiene alla storia del pensiero umano, la seconda a quella delle umane miserie, e dico miserie, e non brutture, perchè mi propongo di mostrarvi in seguito, che nella vita dei poeti, il vizio del bere, non fu sempre così vergognoso come all'apparenza potrebbe sembrare.

Vediamo dunque di seguire il vino via per le menti dei poeti, e cerchiamo che pensieri vi accenda, di che immagini si vesta, come parli, con quali nomi si chiami, come sia invocato o vituperato, e che luogo tenga nelle opere loro. Qui la domanda se il vino sia un bene od un male non occorre. Tutto ciò che è capace di commuovere fortemente l'anima umana, e di farne scattare quella fiamma o irradiare quella continua luce che si chiama poesia, al giudizio di chi studia i poeti deve apparire come un bene, se non in se stesso, almeno in rapporto colla mente del poeta. Chi di noi oserebbe rimpiangere che vi sia stata la guerra di Troja, quando senza di essa non sarebbero i due più grandi poemi del mondo? L'esempio è solenne, ma di tanto più eloquente. I vizi e le viltà umane ci hanno dato la divina commedia; il più grave peccato d'orgoglio che siasi commesso sotto le stelle, anzi fra le stelle, ha ispirato al Milton il suo caldo poema; si può quasi asserire, che la storia dell'arte è la storia delle maggiori colpe o per lo meno dei maggiori errori dell'uomo. Il vino, come l'amore, deve dunque, al punto di vista dell'arte, esser tenuto per un bene; che se non sale all'altezza dell'amore, ciò forse deriva da che fu meno nocevole di lui e ad ogni modo da che sono in maggior numero ed in età più cara alle muse gli amanti che non i bevitori.

Amante e bevitore sincero, Anacreonte, non disgiunge mai Venere da Bacco, e li chiama belli tutti e due nell'istessa ode, anzi nello stesso verso:

E Amor, dai capei d'oro,

Quando letizia fa' giocondo al vecchio

Il finir delle cene,

Con Vener bella e il bel Lieo sen viene.

Anacreonte è dei pochissimi che non hanno fatto il vino nemico all'amore; li invoca insieme, se ne ispira ad un tempo, Bacco lo fa seguace d'amore, amore lo fa ardere di sete; svergognato vecchio e squisitissimo poeta, colla grazia impudente che ingentilisce persino le più abiette codardie, egli invoca ed esalta le orgie e non va mendicando loro la facile e di poi solita scusa delle angoscie sofferte e della cercata dimenticanza:

Ed io voglio de' balsami

Tra le soavi e care

Fragranze e i colmi nappi e l'allegria

Voglio di Bacco e dell'amica mia,

Piena la mente e il petto infurïare.

Infuria spesso Anacreonte, e sfrontato e pazzo com'è, racconta di altri che infuriarono prima di lui, ma per ben diverse cagioni. Infuriarono Alcmeone ed Oreste, poichè le loro madri uccisero, io infurio bevendo. Infuriossi Alcide fra gli archi e le freccie, io infurio bevendo. Infuriò Aiace roteando la spada,

Io questo nappo abbranco

E le chiome inghirlando.

Arco non stringo e non ho spada al fianco,

Onde più che non soglio

Infurïare io voglio.

Un'altra volta prega Vulcano, che gli faccia una tazza d'oro, quanto sa profonda, e che su quella gli figuri un suolo fiorito, e tralci ombrosi, e Amore in un tino, intento a pigiare l'uva matura, e Bacco e Batillo con loro. Un'altra volta scrive:

O fanciulle, porgete da bere

Ch'io vo' ber finchè bastami il fiato.

Ho bevuto, ma voglio ribere,

Che tutto ardo anelante, assetato.

Quando gli viene la malinconia dei pensieri gravi, ogni più lugubre riflessione lo rimena al suo tema favorito; non c'è verso che nominando la morte, quel vecchio che l'ha così vicina, si rattristi durevolmente, anzi dall'idea della tomba imminente ricava nuovo stimolo ad amare ed a bere.

Venga a suo tempo Morte. Io vo' scherzare,

Vo' rider, vo' saltare

Insino all'ultim'ore

Con Bacco, e con Amore.

Ai giovani che danzano e tracannano vino, come l'età spensierata lo comporta, egli lancia spesso, non so se le più superbe o grottesche disfide.

Del ber con voi garzoni io vengo a prova.

E fin qui passi, e li avrà forse anche superati, ma aggiunge:

E se danzar vi giova,

Invece dello scettro un otre abbranco,

Nè duopo ho della canna

Che mi puntelli il fianco.

Dio sa che ruzzoloni sui prati fioriti e sotto i pampani ombrosi!

Il breve tempo che mi è concesso e più l'onesta compagnia mi trattengono da nuove citazioni, dalle quali apparirebbe pur sempre meglio la meravigliosa pieghevolezza di quell'ingegno sottile e raffinato e l'arte squisitissima che gli fa ingentilire le più repugnanti laidezze. Il vizio non ebbe e non avrà forse mai più un così elegante apologista. Anzi, anche noi nati e cresciuti in un mondo così diverso dal suo, ed avvezzi a tante maggiori ipocrisie, per chiamarlo vizioso, dobbiamo allontanarci dall'opera sua, come si fa di certi quadri per poterne abbracciare l'insieme. Fino a che la musica dei suoi versi ci carezza e la limpida eleganza delle sue immagini ci seduce, non siamo coscienti del fondo melmoso in cui egli diguazza: il poeta ci afferra, si impadronisce del nostro senso artistico a scapito del morale, ci costringe ad un'ammirazione calda, spensierata, ci eccita e ci sfibra, ci infonde la deliziosa mollezza dei suoi costumi e del suo cielo, e tutto ciò semplicemente e quasi candidamente. Egli è che il suo vizio non è mai volgare, ed i godimenti che egli invoca e sublima si completano attingendo a mille sorgenti di vera poesia. Ad un verso bacchico, segue spesso un verso pieno del più intimo sentimento della natura, un vero quadro di paesaggio in piccolissime dimensioni. Il sole è gran parte delle sue gioie, la freschezza dei luoghi ombrosi è espressa con immagini evidentissime, egli si ubriaca ed ama a suon di cetra in mezzo a danze ed a cori.

Mi sono dilungato a parlarvi di Anacreonte perchè si può ben dire che egli fu il vero ed anzi il solo poeta del vino. Dopo di lui, passeranno molti e molti anni, seguiranno i più gravi fatti che la storia comprenda, e converrà che la civiltà che lo produsse si sfasci, che se ne prepari una nuova e che questa nel suo inizio ecceda in manifestazioni ascetiche, perchè appariscano come una rivolta del sentimento e del diritto umano i canti bacchici dei Goliardi, dei quali vi parlerò in appresso.

I Latini cantarono tutti il vino, ma questo non tenne nelle opere loro nè il primo nè il secondo posto. Virgilio si può dire che lo nomini appena: il Bacco che egli invoca al principio del secondo libro delle Georgiche, più che il Dio del vino, è il Dio della vendemmia, un nume agreste, anzi agricolo, adorato in misura delle ricchezze che largisce:

Huc pater o Lenaee (tuis hic omnia plena

Muneribus; tibi pampineo gravidus autumno

Floret ager, spumat plenis vindemia labris).

I poeti lirici naturalmente ne discorrono di più ed in modo più soggettivo, e vediamo Orazio menzionarlo parecchie volte con parole che ci fanno sentire chiaro in qual conto lo tenga, tanto che lo mette fra i grandi beni della vita e ce lo nomina ogni qual volta parla dell'abbandono che per morte si farà di essi. Però la ingenua semplicità di Anacreonte è già svanita e molte volte l'inno bacchico assume un carattere solenne e religioso che ci allontana dall'idea pratica del vino. Anche la schiettezza si perde. Orazio, nell'ode ad Apollo, dice che bastano ai suoi festini le olive, la cicoria e la malva, piatti magri come vedete; ma la sua cantina è più ghiotta di lui e gli fornisce tali vini che stonerebbero troppo con quei modesti alimenti. Vediamo già qualche poeta diventare sentimentale e parlare del vino in tono di amarezza. Le orgie non sono più così spontaneamente gioconde, così spensierate come quelle di Anacreonte. Sono anzi molte volte volute, cercate, con uno scopo determinato, estraneo ad esse. L'ubriachezza non è più un fine, ma un mezzo, il mezzo per giungere ad un fine ben più triste e grave: l'oblio.

Sentiamo Tibullo. Egli comincia un'elegia invocando Bacco perchè lo assista nel dolore poichè:

Saepe tuo cecidit munere victus Amor

Spesso per opra tua fu vinto Amore,

e la finisce dicendo:

Venit post multos una serena dies

Viene alfin dopo molti un dì sereno,

e quel giorno sereno vedrà il poeta briaco fradicio.

Ecco qui il vino nemico d'amore, anzi antidoto d'amore, ed è questa una parte che d'ora in poi gli toccherà fare di sovente, e come tale sarà invocato da quasi tutti i poeti soggettivi, locchè prova che i poeti tengono l'amore in conto di peggiore flagello che non sia l'ubriachezza.

Ci sono però le eccezioni. Ovidio insegna il modo di farlo complice d'amore; e parlo altrettanto delle complicità fisiologiche a cui alludevano le vittorie e le sconfitte accennate dal mio amico il prof. Mosso, quanto di vere e proprie complicità, che danno aiuto di circostanze, di fatti visibili, estrinseci, maliziosi, comici, usati in tutti i tempi e credo presso tutti i popoli civili.

Qui vi domando larga licenza di citazioni che toglierò dall'Arte amatoria.

Dopo aver detto dei festini che dànno facile occasione di colloquii amorosi, Ovidio segue a questo modo:

«Là spesso l'amore, imporporato stringe fra le tenere braccia le anfore di Bacco. Appena le sue ali sono imbevute di vino, Cupido, insonnito, rimane fisso al suo posto, ma poi scuote velocemente le umide penne, ed è pure nocivo avere il petto così spruzzato d'amore. Il vino dispone gli animi, e li fa accensibili, e diluisce le cure. Allora sovente le fanciulle rapirono il cuore dei giovani. Venere col vino, è fiamma con fiamma. Allora, non dar troppa fede alla fallace lucerna, al giudizio della bellezza la notte ed il vino non conferiscono».

E basti per la fisiologia. Ma più sotto, sono veri ammaestramenti che egli ricava dal vino.

«Quando dunque godrai dei doni di Bacco e una donna sederà accanto a te, sullo stesso triclinio, scongiura dal padre Nittileo e dai notturni sacrifizî, che non comandino al vino di salirti al capo. Là potrai con velate parole aver licenza di dir molte cose, che ella intenderà esserle dirette. Una goccia di vino ti basterà per segnare sulla tavola emblemi dove essa leggerà la prova del tuo amore. Rapiscile primo, la coppa che fu toccata dalle sue labbra, e da quella parte dove essa bevette, bevi.

«Ed ora apprendi la giusta misura che devi tenere bevendo, ed è che la mente ed i piedi facciano ciascuno il suo ufficio. La tavola ed il vino generino allegrezza; se hai voce, canta, se sei snello, salta, e per quali doti tu piaccia, vedi di piacere. Come la vera ebrietà nuoce, così giova la simulata. Fa che la tua subdola lingua mandi incerta suoni scilinguati, cosicchè a quanto dirai e farai di un po' lesto, si attribuisca per sola causa, il soverchio vino. Ed augura alla tua donna ogni bene, ed ogni bene augura al di lei marito, ma, in tuo cuore, al marito prega ogni malanno».

Sono versi scritti circa duemila anni fa, in piena civiltà pagana, ed in questi due mila anni, non abbiamo imparate di gran malizie, che Ovidio già non sapesse adoperare e suggerire. Ci guardiamo forse dallo spandere vino sulla tavola, ma se ci capita beviamo volentieri alla coppa dove bevette la donna del nostro cuore, e di quella vecchia gherminella, andiamo così superbi come se l'avessimo inventata noi. E il brindisi al marito, se un disgraziato autore drammatico lo incastonasse in una commedia, che orrore! e quanto si griderebbe alla novità scandalosa. Novità di duemila anni a volerle derivare dal poeta degli Amori; ma non ne avrà contati altrettanti al tempo di Ovidio?

Volevo tacere dei poeti Greci e dei Latini, un po' per scrupolo di coscienza, un po' perchè nello spazio di un'ora è impossibile darne a chi non li conosca neanche la più elementare idea. E chi li conosce me ne insegna. Li ho nominati, perchè dopo di loro, se togliamo i canti dei Goliardi, il vino poeticamente decade. Essi avevano avuto l'accortezza di personificarlo in un Dio, di dargli una vera corte di minori Dei e Semidei, e di farlo centro ad una grande e poetica leggenda. Bevendo e cantando di lui, i poeti pagani pontificavano, locchè non può seguire dei Cristiani. Bacco, Lieo, Bromio, è spodestato, il suo nome non si scrive più coll'iniziale maiuscola, e discende al grado di nome comune: il vino; i suoi misteri diventano misteri di taverna, i pontefici, briaconi, i riti hanno nei nostri vocabolari delle voci triviali: cotte, sbornie, bertuccie, o che so io; e quando tornano di moda le rifritture classiche i poeti, che vogliono risuscitare gli Dei morti da secoli, riescono pesanti e pedanti e ci fanno dormire.

Questa degradazione subita produce più effetti che a prima vista non paia. Osservate che i poeti pagani, tutti dal più al meno, hanno inni od invocazioni a Bacco, anche i maggiori, anche nella più solenne forma di poesia, nell'epica. Cercate invece in Dante, voi non trovate accennato il vino se non per incidente:

Guarda il calor del sol che si fa vino,

Giunto all'umor che dalla vite cola;

e la parola ebbrezza, trovate innalzata ad esprimere sensazioni lontane le mille miglia del vino:

Ciò ch'io vedeva mi sembrava un riso

Dell'universo, perchè mia ebbrezza

Entrava per l'udire e per lo viso,

oppure:

La molta gente e le diverse piaghe

Avea le luci mie sì inebriate,

Che dello stare a piangere eran vaghe.

E così nel Petrarca.

Una sola volta nell'era Cristiana troviamo dei poeti che veramente si possono chiamare Bacchici, e questi sono i Goliardi.

Gli eruditi disputano intorno all'etimologia della parola Goliardi. Alcuni la derivano da Gula, Gulosus, altri da Golia. Basti sapere che così si chiamavano verso il dodicesimo secolo gli scolari che peregrinavano per le città d'Europa, avidi nello stesso tempo di scienza e di piaceri. Il professore Bartoli ha scritto un prezioso libro intitolato: I precursori del rinascimento, nel quale è maestrevolmente ritratta la fisonomia di questi scapigliati e liberissimi poeti erranti. I loro canti non hanno nome d'autore, singolare caratteristica delle opere di tali confraternite, ad una delle quali dobbiamo meravigliosi monumenti architettonici, lavoro di artisti anonimi ancor essi. Chissà se gli ultimi Goliardi non s'imbatterono, via per le taverne o per le scuole d'Europa, colle prime comitive di questi costruttori di cattedrali, e chissà se non appresero loro i proprii canti d'amore o di baldoria. A giudicare dalle intime somiglianze che si rilevano nelle opere diverse, l'ipotesi non può dirsi arrischiata. Su per le guglie ed i frastagli delle cattedrali, risuonarono forse in cadenze monotone le lodi del vino e dell'amore, ed accompagnarono l'opera degli scalpelli che eternavano nella pietra le pazze bizzarrie di quei cervelli libertini. Le scolture e gli intagli raffiguranti scimmie mitrate o sconcie e ridicole pose di monache e frati, tutte le grosse e larghe satire sgorgate d'un getto continuo da quelle menti e da quelle mani, si ispirarono forse alle strofe largamente gaudenti, alle ghiotte e robuste invocazioni dei canti Goliardici.

Io ne ho tradotti alcuni in versi italiani, studiandomi di rimaner fedele al metro di sacrestia in cui sono scritti e dal quale ricavano tanta originalità.

Eccone uno, intitolato: Ave vinum.

Vino buono, vin soave,

Lieve ai buoni, ai tristi grave,

Di dolcezza sapor, ave

Mondana letizia.

Ave eletta creatura

Che sgorgò di vite pura,

Ogni mensa fia sicura

Nella tua potenza.

Ave raggio del vin chiaro,

Ave gusto senza paro,

Non voler mostrarti avaro

Di virtù che inebria.

Ave amabil per colore,

Ave aulente per odore,

Ave fonte di sapore

Della lingua vincolo.

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

Lieto il ventre dove entravi,

Lieta lingua che rigavi,

Lieta bocca che tu lavi

E beate labbra.

Deh, preghiam, vino, qui abbonda,

Per te il desco si feconda,

Noi con voce alta e gioconda

Canterem di giubilo.

Il metro di quest'inno ci fa supporre lo si cantasse sul ritmo degli inni della chiesa, locchè serviva a stimolare col furore della profanazione la grossa allegria delle parole. Bisogna rappresentarsi colla fantasia la vita che menavano quei poeti erranti per comprendere e gustare l'intima essenza delle loro canzoni. La ragione si acconcia difficilmente ad accettare per vero e storico il loro vagabondaggio. Che disagi, che traversie, che pericoli, che fatiche non dovevano incontrare peregrinando attraverso l'Europa. Le distanze erano immense, e non è a dire che percorressero un solo stato: da Parigi a Bologna, da Bologna a Tolosa o a Salamanca e di là a Salerno. L'Europa era allora verdissima per foreste senza fine, fitte, propizie agli agguati, popolate di belve feroci e di uomini più feroci delle belve. Le strade poche e disagevoli, ad ogni nuova castellania, era dovuto un diritto di transito, ogni ponte, ogni guado era gravato di pedaggi, e che strane taglie! Si doveva in alcuni luoghi pagare un danaio per ogni deformità del corpo, o magagna che il pedaggiere scoprisse nel passeggiero. Certamente dalle tasche degli scolari, non si mungevano troppi quattrini, ma allora la taglia si risolveva in opere. Gli istrioni, i giullari e menestrelli dovevano far giuochi e galanterie, il pellegrino cantava una romanza, il moro gittava in aria il turbante, il giudeo doveva porsi i calzoni in capo e recitare un pater nel dialetto del paese, le donne di mala vita erano abbandonate alla discrezione del guardiano dei cani. Convien riflettere che quegli infaticabili pellegrini della scienza erano giovani, dotti, la mente sveglia per l'esercizio continuo e vario di una dialettica sottilissima, curiosi, coll'occhio volto a tutte le cose, risoluti a cogliere della vita quanti più frutti potessero. Che tesori di satira non dovevano accumularsi nella loro fantasia. Entrando dapertutto, conoscevano a prova la poca fede dei cavalieri, l'incontinenza delle castellane. Sapevano che molti paladini, fiore di cortesia e di cavalleria, vivevano a spese della propria amanza e quindi del di lei marito, che molte castellane si concedevano talvolta, non richiesto dono, a qual si fosse venturiero, che battesse per ricovero alla porta del castello. Tutto il corpo feudale appariva bacato ai loro occhi, ed essi si avezzavano a ragionare non solo delle alte scienze, materia al Trivium ed al Quadrivium, ma delle cose quotidiane, delle condizioni si può dire politiche e sociali d'Europa.

Quando il male esiste, ragionare di esso, significa accorgersi che è male, ed ecco quindi il fatto della odiosa dominazione spogliato di ogni apparenza di diritto, e divenuto perciò doppiamente odioso. Meno svegli, essi avrebbero cercato rifugio nella chiesa, ma anche qui il baco aveva corroso ogni più sano frutto. Leggete gli antichi novellieri, ed i poeti e le raccolte dei Fabliaux, minutissimi documenti della vita d'allora e vedrete quanto poco esemplari fossero gli ordini religiosi. Allora, un lavoro corroditore, rapido, violento, sbarazza le loro menti e le loro coscienze di ogni rispetto e di ogni credenza. Abbastanza accorti per vedere la corruzione dei ministri della chiesa, il loro ingegno non era abbastanza elevato per separare l'essenza della religione dall'esercizio di essa, e tanto meno per crearsi razionalmente un Dio, giusto e buono, secondo il Vangelo. Di qui l'assoluta miscredenza delle opere loro. Gli Dei cominciano allora a morire, e questi che pur si chiamarono Chierici furono i primi atei della nuova storia. La piena fioritura di quelle menti si espande in disordine e si getta là dove trova più sicuro pascolo, nei godimenti materiali. Qualche volta morde e flagella con satire acutissime, ma queste non ci riguardano. A noi importava spiegare come si originasse in tempi di tanta schiavitù, e di tanto ascetismo, una poesia così libera e gaudente. La taverna era il solo rifugio aperto a quelle menti ribelli. La tavola abbondante ed il vino a botti, li compensavano di tutte le gioie che erano loro negate ed a cui avevano diritto. Sentiteli come esaltano il bere:

Bee madonna, bee messere,

Beve il chierco, bee l'arciere,

Beve questo, beve quella,

Beve il servo coll'ancella,

Beve il lesto, beve il greve,

Beve il bianco, il negro beve.

Beve il fisso, beve il vago,

Beve il rude, beve il mago.

Beve il povero e il malato,

L'esulante e l'ignorato,

Bee chi nasce, bee chi muore,

Beve il parroco e il seniore,

Bee il fratello e la sorella,

Bee la nonna vecchierella,

Bevon borghi, bevon ville,

Bevon cento, bevon mille.

E come lo gustano il vino, e come l'hanno studiato, nelle sue differenze essenziali e negli effetti che produce: