IL TRAMONTO DELLA SCHIAVITÙ
NEL MONDO ANTICO
IL
TRAMONTO DELLA SCHIAVITÙ
NEL
MONDO ANTICO
UN SAGGIO
DI
ETTORE CICCOTTI
TORINO
FRATELLI BOCCA EDITORI
LIBRAI DI S. M. IL RE D’ITALIA
SUCCURSALI
MILANO Corso Vittorio Em., 21.
ROMA Via del Corso, 216-217.
FIRENZE Via Cerretani, 8.
Depositi a PALERMO — MESSINA — CATANIA
1899.
PROPRIETÀ LETTERARIA
Torino — Vincenzo Bona, Tip. di S. M. e dei RR. Principi.
IL TRAMONTO DELLA SCHIAVITÙ NEL MONDO ANTICO
INTRODUZIONE
I.
Molti contrasti e molte differenze separano e distinguono il mondo antico dal mondo moderno, ma nessuna è così saliente come l’esistenza normale e generale di una classe di schiavi, che costituisce la base ed il sostrato della società antica, ne sostenta, direttamente od indirettamente, gli elementi liberi e diviene perciò la ragione e la condizione di tanti altri contrasti e di tante altre distinzioni.
Così, chiunque della ricerca assidua, oculata e minuziosa de’ dati della tradizione e delle reliquie del passato non faccia, come ora accade non di rado, una mera esercitazione di erudito, fine a se stessa, ma il presupposto necessario della conoscenza positiva del passato e di una ricostruzione nè fantastica, nè soggettiva della storia; chiunque, attraverso questa faticosa indagine de’ tempi andati, cerchi, con la nozione sicura ed organica di un mondo scomparso, le leggi della vita sociale e delle sue trasformazioni; chiunque si volga a’ tempi che furono, non già per ismarrire tra i morti le tracce della vita, ma per rievocarle tra di essi, sarà tratto con fascino sempre nuovo a considerare le condizioni in cui avvenne la grande metamorfosi della struttura economica della società, con tutte le sue cause e le sue conseguenze.
Nè lo distoglierà dal proposito il pensiero che già più volte un tal problema fu oggetto di studi speciali da parte d’ingegni alacri e dotti, che l’abbondanza de’ dati raccolti ordinarono con illuminata pazienza e rischiararono con acume. Anche quando i dati dell’indagine non fossero più suscettibili d’accrescimento, vi sarebbe sempre modo di coordinarli diversamente, di determinarne meglio i mutui rapporti, di riferirli a cause più efficienti e più sicure, di guardarli infine da un punto di vista diverso e quale può venir suggerito da una nuova e diversa interpretazione della storia e dalle fondate induzioni di nuove leggi della vita sociale.
Che il tramonto della schiavitù nel mondo antico si dovesse al progresso e al trionfo del Cristianesimo, od alla filosofia stoica, in ispecie, e alla formazione di una più elevata coscienza etica, in genere, che ne avrebbe scalzato il fondamento morale, o ad un consapevole principio utilitario, o, finalmente, al sopravvenire delle invasioni barbariche; sono tutte spiegazioni, da cui forse si sentirà poco o niente appagato più d’uno che voglia guardare il problema a fondo e da’ vari suoi aspetti.
Che al propagarsi della mite e solenne voce messiaca, diffusa e ripercossa, come di eco in eco, per il mondo, i cuori degli uomini si sentissero conquisi, e i ceppi degli schiavi cadessero spezzati, e la servitù si andasse dileguando come l’incubo di un sogno pauroso; tutto ciò ha potuto bene esser creduto, e s’intende anzi che si credesse. Due grandi movimenti, che si sono svolti in un giro di tempo non diverso, facilmente son considerati come dipendenti l’uno dall’altro; ed una spiegazione come questa, insieme facile e pronta, è fatta per dar tregua all’inquietudine di chi non ne trova subito una più esauriente e per appagare chi non può e non sa cercare le ragioni intime di uno de’ fenomeni più complicati della storia. Per giunta l’anima aperta alla fede se ne compiace, e la tendenza a concepire la storia come una serie di rapidi ed impressionanti, straordinari e spettacolosi mutamenti di scena, s’accorda meglio col rapido dramma della parola redentrice che non col dramma meno facilmente percettibile delle rivoluzioni lentamente e inconsapevolmente preparate e svolte col concorso e l’antitesi degli uomini e delle cose, nel seno della vita, attraverso i secoli.
Pure, se appena si cominci a riflettere, un dubbio sorge e ne suscita altri; e tutti insieme incalzano e premono.
II.
Se il Cristianesimo è incompatibile con l’istituzione della schiavitù, tanto che ha avuto il potere di dissolverla e sradicarla dal mondo antico, come può mai spiegarsi che la schiavitù sia riescita a risorgere e svilupparsi nel seno stesso della civiltà cristiana, perdurando sino a ieri in paesi che più tenevano a chiamarsi cristiani, e all’ombra delle leggi cristiane, sotto l’egida e gli auspici di governi e sovrani, che si atteggiavano a depositari privilegiati e difensori della fede cristiana?
La tratta cessò nelle isole francesi appena nel 1830; nel Brasile venti anni dopo, nel 1850. Nelle isole olandesi la schiavitù non fu abolita definitivamente che nel 1854; a Puerto-Rico ebbe termine nel 1872, a Cuba nel 1880[1]. L’Inghilterra attese nientemeno sino al 1833 e al 1838 per non liberare che i suoi negri delle Antille[2]; la Francia rivoluzionaria aboliva la schiavitù per vederla subito reintegrata e raffermata dal Consolato, dall’Impero, dalla Restaurazione, e non riesciva alla liberazione definitiva che nel 1848[3]. E, dovunque la schiavitù corrispondeva a un diritto, a un interesse, o a un bisogno sia reale, sia creduto tale, nella maniera più accomodante finivano per coesistere con essa le professioni di fede, i sentimenti, le pratiche del culto cristiano. Il giornale ufficiale della Martinique potea pubblicare nel 22 giugno 1840 che sulla piazza del borgo dello Spirito Santo, subito dopo la messa, si sarebbe venduta all’asta, in seguito ad esecuzione forzata, la schiava negra Susanna con sei figli, di tredici, di undici, di otto, di sette, di sei e di tre anni![4]. Una relazione fatta al Consiglio della Martinica dichiarava atea la legge, che mettesse in forse la schiavitù; e un presidente della Corte reale di Guadalupa trovava che il possesso dello schiavo era la più sacra delle proprietà[5].
Negli Stati Uniti di America la guerra di secessione avea come ultimo risultamento l’abolizione della schiavitù; ma questo fatto non poteva, in nessuna maniera, ripetere le sue origini nè prossime, nè remote da una causa di carattere religioso. Il movimento schiavista e l’abolizionista s’erano svolti, non già da un impulso religioso, ma dalle diverse condizioni della produzione, dalle diverse condizioni economiche degli Stati del Sud e di quelli del Nord. Gli Stati del Nord con la loro coltura di cereali e l’attività industriale crescente, con l’incremento continuo di capitali, la popolazione più densa, l’immigrazione sempre più notevole e un proletariato sempre più considerevole, con le terre il cui valore saliva continuamente, costituivano il contrapposto degli Stati del Sud poveri di popolazione, di capitali, di strade, forniti di un’industria rudimentale, con la ricchezza generale in decrescenza. Era questa antitesi che si rifletteva in tutta l’azione civile, politica ed economica degli uni e degli altri, nelle tendenze ad un diverso regime doganale come nelle diverse abitudini di vita, nelle diverse forme di lotta politica come ne’ diversi sentimenti morali, e conduceva naturalmente al dissidio, che vedea il pomo della discordia, il punto di applicazione delle forze contrarie nella schiavitù, siccome quella che costituiva il carattere precipuo, il principale istrumento ed il sostrato di ogni altro antagonismo[6]. E se, nell’ardore della lotta, non si mancò di ricorrere ad argomenti forniti dalla religione, ciò dipese dal dilagare del contrasto, che omai invadeva ogni campo ed assumeva tutte le forme, e non avrebbe potuto trascurare un mezzo di polemica così efficace e promettente, come quello che permetteva d’invocare l’autorità della tradizione religiosa. Ma quanto scarso valore potessero avere gli appelli alle dottrine religiose in una controversia, che dovea essere risoluta in via immediata dalle armi e poi meglio dalle mutate condizioni della produzione, lo dimostrò la facilità, con cui, per una fanatica ed interessata ermeneutica, i testi sacri si faceano servire indifferentemente alla causa degli schiavisti e degli abolizionisti, e gli schiavisti ne’ loro pubblici discorsi invocavano Dio a testimone e fautore del loro proposito di mantenere la schiavitù[7]. Negli Stati del Sud spesseggiavano i pamphlets che si proponevano di mettere d’accordo la religione e la schiavitù, e un partito detto de’ mangiatori di fuoco si proponeva addirittura di difendere la schiavitù con l’autorità della Bibbia[8]; mentre non era raro vedere ministri del culto possedere schiavi con insolita durezza e scrivere e dire e insegnare che la schiavitù è sotto la sanzione di Dio, che è approvata dalla divina Provvidenza, e che il favore con cui è considerata dal Vecchio e dal Nuovo Testamento è il più irrefutabile documento ch’essa è voluta da Dio[9].
Come poco potessero le considerazioni teoriche di ordine religioso, quando nella coscienza si destava il dissidio tra la fede e il necessario adattamento all’ambiente economico, e come gli scrupoli della fede alla fine piegassero vinti; appare anche dalle vicende che accompagnarono l’introduzione, la diffusione e il definitivo assodarsi della schiavitù nel Nuovo Mondo. I divieti generici e teorici sono sempre ripetuti e sempre violati; gli scrupoli d’Isabella vanno a finire in una condanna alla schiavitù de’ ribelli alla conversione presi con le armi alla mano; Las Casas scongiura la schiavitù degl’indiani per sostituirla con quella de’ negri, incoraggiata e reclamata da’ padri hieronimiti; gli asientos alla importazione de’ negri cominciano come una eccezione e finiscono per essere una impresa regolare e periodica, a cui partecipano e di cui approfittano senza alcuna puntura di cuore sovrani e credenti[10]. Non sono questi tanti elementi per indurre chiunque a meditare e rimeditare ancora le cause della diffusione della schiavitù e quelle della sua fine?
III.
L’indagine sul tramonto della schiavitù e sull’azione che vi ha potuto spiegare il Cristianesimo, è stata sviata, ad un tempo, dall’interpretazione idealista od empirica della storia e dall’indirizzo tendenzioso e polemico, con cui veniva intrapresa la ricerca. Pareva che il cristianesimo potesse, a sua elezione, volere o non volere la fine della schiavitù, e, sopra tutto, che, volendo, potesse imporne la fine, sforzando o trasformando le leggi dell’ambiente economico, in cui cercava di vivere e svolgersi. E invece queste poteano e doveano mutarsi solo col trasformarsi delle condizioni di produzione, cioè con l’avvento di uno stato di cose tale, che, per se stesso, consentisse di sopperire a’ bisogni della vita senza il concorso di schiavi. Posta su questo falso terreno la questione, la sua risoluzione dovea convertirsi naturalmente in un atto di accusa o in una difesa del Cristianesimo, e il Cristianesimo doveva assolutamente avere il merito o il demerito di ciò che era avvenuto. Ora qui non si tratta punto di tributar lodi od impartire biasimo: si tratta soltanto di ricondurre gli effetti alle loro cause. In verità, anche nel semplice accertamento di un fatto, inconsapevolmente, per via impensata, s’insinua, come un elemento perturbatore, la preoccupazione delle conseguenze vere o supposte che quel fatto può avere sulla cerchia più immediata de’ nostri rapporti, de’ nostri sentimenti e de’ nostri interessi; e quindi l’esame di un argomento come questo forse non si libererà così facilmente da’ preconcetti che spesso l’hanno intralciato. Qui, in ogni modo, si cerca guardare la cosa da un punto di vista obbiettivo, che permetta meglio di vedere quali rapporti potè avere con la schiavitù il Cristianesimo, e di vederli a larghi tratti, s’intende, ed in via di semplice proemio all’indagine delle vere cause cui può essere dovuta la fine della schiavitù.
Non è facile fissare il vero contenuto e la vera forma dell’iniziale movimento cristiano, ma chi, argomentando dal suo sviluppo successivo e risalendo attraverso l’inviluppo dogmatico incessantemente mutato e per necessità mutevole, voglia approssimativamente farsene un concetto, potrà fermarsi a quell’affinarsi del sentimento, a quell’elevazione del cuore, a quell’affermazione della signoria dello spirito sulla materia, che son rimasti la parte intima e più vitale del Cristianesimo[11]. Da un lato dunque troviamo questa larga parte fatta alla vita interiore, un modo eminentemente idealista di concepire la vita e l’anima chiamata ad emanciparsi e a trionfare de’ reali rapporti sociali; dall’altro l’aspettato avvento del regno di Dio, che agli interessi e agl’ideali terreni intende sovrapporre o sostituire la speranza di una vita futura, concezione essenzialmente oltremondana, sia che considerasse la vita umana spostata in un regno non terreno, sia che si ripromettesse sulla terra un ordine di vita proprio di un regno celeste. Ora l’una cosa e l’altra menavano a dare un’importanza sempre più scarsa alla diversità di condizioni e rapporti sociali e a trascurare quindi ogni azione politica, che si proponesse d’innovarli o di modificarli: eliminando così ogni resistenza ed ogni lotta, lasciavano immutato nel suo aspetto formale l’ordine delle instituzioni. I rapporti esterni in fondo, secondo quella dottrina, doveano mutare d’indole, col riflettersi, come in un mezzo diverso, nella coscienza, e il temperamento di ogni asprezza e l’impulso al beneficare doveano divenire per ognuno un obbligo verso se stesso, anzi che verso il beneficato. Il pungolo e la desiderata pace della propria coscienza e l’atteso giudizio divino avrebbero dovuto essere l’impulso e la sanzione, la pena ed il premio di ogni singolo atto e di tutta la condotta in generale, il rimedio sovrano di ogni male e lo spirito rinnovatore del mondo. Era un ideale morale elevato veramente, se anche restava addietro alla morale stoica più disinteressata e più rigidamente schematica e perciò meno capace di propagarsi e meno efficiente, ma era viziato dall’errore fondamentale e insanabile di non concepire la moralità come qualche cosa che rampolla dal seno stesso de’ rapporti sociali e vive della loro vita; scindeva invece, spesso contrapponendoli, le norme dell’azione e l’ambiente, lo spirito e il corpo, l’ideale e la vita; sicchè assai spesso restava una regola astratta, smentita, delusa e invanita nella pratica, e i suoi seguaci finivano per appartarsi dal mondo, inerti cenobiti, o si esaurivano in uno sterile contrasto con la forza stessa delle cose, od erano riassorbiti dal vortice degli eventi e tratti con essi.
Inoltre la fede cristiana si schiudeva e si faceva via in una regione, in cui la schiavitù, se anche antica e diffusa, non avea avuto quello sviluppo, nè assunto, sopra tutto, quel carattere schiettamente mercantile, che ne aveano altrove tanto peggiorate le condizioni e fomentati gli orrori: anzi era rimasta ancora nel suo stadio patriarcale con tutti i lenimenti, i riguardi e i conforti, naturalmente assai relativi, di cui era suscettibile una vita semplice e familiare[12]. Se qualche cosa potea colpire que’ primi cristiani, era l’antitesi tra la semplicità della vita nazionale e lo sfoggio delle abitudini importate, il contrasto tra ricchi e poveri[13]; e non si mancò di notare tali antagonismi e di proiettarli con sorte invertita nell’atteso regno di Dio; ma l’antitesi di liberi e di schiavi non poteva essere facilmente rilevata, nè per deplorarla, in un paese in cui l’antitesi non era acuita, nè per risolverla dove il salariato mancava di tradizioni e di sviluppo[14]. Così può spiegarsi come nella tradizione evangelica, anche quale è giunta a noi, alterata e rimaneggiata, l’accenno alla servitù ricorre piuttosto raramente e, più che altro, in via di esemplificazione, sicchè l’ermeneutica de’ polemisti ha potuto a suo agio sbizzarrirsi per trovarvi argomenti pro e contro la schiavitù. Ma, a misura che il movimento cristiano usciva dal ristretto paese, che n’era stato la culla, e veniva a contatto con la civiltà greco-romana, si trovava a dovere affrontare diversi contrasti, vincere diverse resistenze, superare altre diffidenze, adattarsi ad un altro ambiente. Ed una piaga viva e sanguinante di quella civiltà stava divenendo ogni giorno più la schiavitù, fonte di rivolte palesi e di intimo e permanente squilibrio e di cui non si sapeva e poteva presagire la fine o indicare il modo concreto di trasformazione; e tanto meno si sapeva e poteva provocare una risoluzione definitiva con un consapevole ed efficace indirizzo di politica economica. La netta separazione tra il regno di Cesare e quello di Dio che la tradizione evangelica mette in bocca a Gesù, oltre che un elemento integrante della fede, diveniva pe’ suoi seguaci, evangelizzanti attraverso il mondo greco-romano, un precetto di opportunità politica punto trascurabile. Il carattere intransigente ed esclusivo della loro fede, che non le permetteva di esistere accanto ad un’altra, ma le imponeva di soppiantare ogni altra, avea già per sè solo cominciato a provocare persecuzioni[15] da parte dello Stato romano, così tollerante verso le religioni ed i culti non dominati dallo spirito di proselitismo, eppure ora preoccupato degli sforzi tendenti a scalzare la religione pagana. Che cosa non sarebbe mai accaduto, quando alla propaganda religiosa se ne fosse fatta seguire un’altra che attaccasse a dirittura o minasse le instituzioni su cui poggiava l’ordine economico e politico della società e dello Stato?
Così, nelle lettere apostoliche e cattoliche e in quelle pervenute a noi sotto questo nome, il riconoscimento ampio dell’esistente ordine sociale e politico, l’ossequio all’autorità costituita, e con essi il rapporto di dipendenza degli schiavi da’ padroni, divengono sempre più chiari, distinti e perfino insistenti, a misura che si procede nel tempo.
Nella prima epistola a’ Corinzi, autentica dell’apostolo Paolo e quindi più antica, il rapporto e la definizione del servo e del libero sono riguardati da un punto di vista puramente religioso, che ha come sostrato la devozione a Dio e la purificazione battesimale; e si allude, in una forma rapida ed ellittica, alla condizione sociale, come a qualche cosa di poco importante e di secondario rispetto allo stato spirituale creato dalla credenza religiosa. Viene messa innanzi la considerazione, così di frequente ripetuta poi negli scrittori cristiani, che il libero credente diviene servo di Cristo e il servo credente servo affrancato del Signore (VII, 22), e si ristabilisce così virtualmente la loro uguaglianza; si aggiunge indi, con due brevi paragrafi, che nella forma letterale possono sembrare oscuri e deficienti ma che sono chiariti dal complesso della lettera: “Foste comperati per prezzo: non diventate schiavi degli uomini. Ognuno, o fratelli, rimanga al cospetto di Dio [nella condizione] nella quale era, essendo chiamato [alla fede]„[16].
Queste espressioni trovano il loro complemento in un altro passo della stessa lettera (XII, 13), in cui è detto: “Giacchè noi tutti siamo stati battezzati in un solo spirito ed in uno stesso corpo, e Giudei e Greci, e servi e liberi, tutti ci siamo abbeverati in uno stesso spirito„; tratto che ricomparisce in forma presso che identica nella epistola a’ Galati (III, 27-29), la cui autenticità, pur revocata in dubbio, è prevalentemente ammessa[17].
Ma, qualcosa di più spiegato si trova, quando da queste lettere si passa ad altre la cui autenticità è fortemente messa in dubbio o a dirittura è asseverantemente negata e che hanno notevoli tracce di rimaneggiamenti posteriori, sì da dare argomento a ritenere che siano sorte tardi, fin sotto gli Antonini[18]. Allora, tra l’intrico sempre più rigoglioso delle sottigliezze teologiche, ove tendono a smarrirsi i bei sentimenti di fraternità universale e di larga carità umana, si fanno via, in forma assai più recisa e categorica e dal punto di vista della vita pratica, esortazioni a’ servi perchè siano obbedienti, devoti, fedeli a’ propri padroni. “Servi — dice la lettera agli Efesi[19] che va sotto il nome di Paolo — ubbidite a’ vostri signori secondo la carne con timore e tremore, nella semplicità del cuor vostro, come a Cristo; non facendo le viste di servire, come per piacere agli uomini, ma come servi di Cristo, adempiendo con l’animo il volere di Dio, servendo con benevolenza come [se serviste] al Signore e non agli uomini; sapendo che ciascuno avrà dal Signore il contraccambio del bene che avrà fatto, sia egli servo o libero. — E voi, signori, fate altrettanto verso loro, smettendo le minacce, sapendo che il Signore vostro e loro è ne’ cieli e che presso di lui non v’è riguardo alla condizione delle persone„.
E lo stesso motivo torna ancora, di nuovo, più esplicito ed insistente, nella prima epistola a Timoteo e in quella a Tito attribuite all’apostolo Paolo, e nella prima epistola cattolica che va sotto il nome di Pietro apostolo[20]. Dice l’epistola a Tito[21]: “Che i servi sieno soggetti a’ propri signori, sieno compiacenti in ogni cosa e senza spirito di contraddizione, che non si sottraggano al servizio, ma mostrino ogni buona fede, così che in tutto onorino l’insegnamento di Dio, nostro salvatore„. E l’epistola a Timoteo (VI, 1-5): “Tutti i servi che sono sotto il giogo reputino i loro signori degni di ogni onore, perchè non sieno bestemmiati il nome di Dio e la dottrina. E quelli che hanno signori fedeli non manchino a’ propri doveri verso di essi, perchè son fratelli; anzi molto più li servano, perchè son fedeli diletti e che partecipano del beneficio. Insegna queste cose ed inculcale. Se alcuno insegna diversa dottrina e non si attiene alle sane parole del Signore nostro Gesù Cristo e alla dottrina ch’è seconda pietà, esso si gonfia senza saper nulla, vaneggiando tra dispute e logomachie, onde sorgono odi, contese, bestemmie, tristi sospetti, conflitti di uomini viziati di mente e alieni dal vero, che credono la pietà abbia ad essere un mezzo di guadagno„.
E l’epistola cattolica di Pietro apostolo (II, 13): “Siate adunque sommessi ad ogni umana potestà per riguardo del Signore; e al re come a Sovrano.... (17-19): Onorate tutti, amate la fratellanza, temete Iddio, rendete onore al re. Servi, siate con tutta reverenza sommessi a’ padroni, non solo a’ buoni e a’ moderati, ma a’ severi ancora. Perchè questa è cosa grata, se alcuno per la sua fede in Dio sopporta dolori, patendo ingiustamente„.
IV.
Le apologie cristiane, arme di combattimento e di difesa del periodo appunto in cui la chiesa si veniva organicamente formando e rafforzando, assumevano questo punto di vista come un motto d’ordine ne’ rapporti con la organizzazione politica romana, in mezzo a cui i Cristiani vivevano, e non facevano che svolgerlo e completarlo traendone tutte le conseguenze. Pare occorra ritenere che le persecuzioni contro i Cristiani non avessero il loro fondamento giuridico nelle leggi che punivano le offese allo Stato e all’imperatore: è chiaro nondimeno come dovea essere del massimo interesse per i Cristiani il poter mostrare che l’estendersi della loro religione non attentava, nè direttamente nè indirettamente, all’ordine sociale e politico esistente.
“Il re ordina — dice Taziano[22] — di pagare i tributi? Eccomi pronto ad offrirli. Il padrone di servire e prestare gli offici dovuti? Riconosco di essere schiavo„. E Giustino[23]: Da per tutto ci sforziamo di pagare prima di tutti gli altri i tributi e le tasse che ci vengono imposte da voi, com’egli stesso (Gesù) c’insegnò„.
Altrove Giustino stesso[24] tiene a mostrare la posizione de’ Cristiani che varcano la terra con gli occhi verso il cielo, posizione che non consente loro d’indugiarsi a voler cangiare le leggi, nè a violarle: “Abitano le loro patrie, ma come ospiti; partecipano a tutto come cittadini e tutto sopportano come stranieri. Ogni terra straniera è patria per loro ed ogni patria è terra straniera.... S’indugiano in terra, ma hanno in cielo il loro Stato; obbediscono alle leggi stabilite, ma col loro tenore di vita vincono le leggi;.... son miseri e arricchiscono molti; di tutto son privi e tutto loro sovrabbonda (c. 6). Per dir tutto in breve, i cristiani sono nel mondo come l’anima è nel corpo„.
Tertulliano non si stanca di ripetere, citando anche il testo delle preghiere cristiane, come i cristiani impetrano agl’imperatori “vita lunga, sicurezza nell’imperio e nella casa, gli eserciti forti, il senato fedele, tutto il dominio quieto e quanto altro è ne’ loro voti„[25]; pregano “per i re e i principi e per tutti quanti esercitano poteri pubblici, acciò tutto proceda tranquillamente„[26] “perchè la condizione temporale presente sia conservata, le cose tutte restino quiete, la fine del mondo sia ritardata„[27]; e l’una cosa parea connessa all’altra, perchè il mondo dovea finire col finire dell’Impero[28]. Aggiunge anche l’apologèta un argomento destinato appresso ad avere uno sviluppo ed un’applicazione sempre maggiori[29]. “Noi crediamo di sentire negl’imperatori il giudizio di Dio, che li prepose a’ popoli: sappiamo che in loro è quel che Dio li volle, e vogliamo che sia in vigore quel che Dio volle, e abbiamo ciò per obbligo sacro„.
Vedendo questi Cristiani con l’occhio così rivolto verso il cielo, non estranei nella pratica, ma estranei nell’intenzione alla vita, con la tendenza e con la necessità anche sinceramente sentita di non convertire il movimento religioso in un movimento politico, come si potrebbe aspettare che il Cristianesimo progrediente si proponesse di scalzare il fondamento della schiavitù? Per ammettere soltanto che il movimento cristiano tendesse all’abolizione della schiavitù, occorrerebbe anche ritenere che si accompagnasse ad esso una visione, se non chiara, almeno embrionale di una diversa forma di produzione, di una diversa maniera di sopperire a’ bisogni della vita ed uno sforzo per trasformare in quel senso l’ordinamento sociale. Ora il vero è che di ciò non si trova, nè si saprebbe trovar traccia. E, del resto, il servaggio e il salariato, anche quando avessero potuto essere, ciò che non è, previsti e concepiti in anticipazione, più o meno nettamente, sarebbero dovuti sembrare, essi stessi, poco conciliabili collo spirito cristiano, se guardati da un punto di vista puramente economico, e avrebbero dovuto apparire invece come un mutamento di poca o nessuna importanza, quando un vero senso di fratellanza e di carità sembrava da solo sufficiente a modificare i rapporti de’ padroni con gli schiavi. L’ideale di una società di poveri, contenti di poco e viventi del lavoro delle loro mani, avea potuto per un momento inspirare l’indirizzo di qualche setta o di qualche ristretta conventicola in Palestina, ma urtava ora e si dissolveva contro la vastità della società greco-romana e la forma complessa de’ suoi bisogni e della sua civiltà. Lo stato di povertà dovea cominciare ad entrare, come fu più perspicuo di poi, piuttosto tra i consilia che tra i praecepta evangelica; e, dove riesciva più a diffondersi e ad essere accettato, finiva col ribadire piuttosto che minare la schiavitù, impedendo o rallentando quell’accumulazione della ricchezza, che dovea condurre alla fine della schiavitù col mettere di fronte il capitale e il proletariato, facendone al tempo stesso due avversari e due cooperatori, e dando così vita al salariato e all’economia da esso caratterizzata.
V.
Noi commettiamo pure un anacronismo riferendo ad altri tempi quell’orrore della schiavitù, che è sorto e si è sviluppato ne’ paesi di civiltà capitalistica dopo che la schiavitù è divenuta una forma economica oltrepassata. Chi vivea in paesi e in tempi, in cui la schiavitù costituiva ancora un istrumento generale ed indispensabile della produzione; costui, anche quando ne negava il fondamento naturale, ne ammetteva la necessità economica e la base giuridica di diritto civile; e potea pure, come Seneca, consigliare verso i servi la maggiore umanità e carità, ma non diveniva perciò, come si direbbe con parola moderna, un abolizionista. Infatti la ripetizione costante ed obbligatoria di certi atti, la vista ripetuta ed ordinaria di certe condizioni di fatto suscita in noi analoghi stati d’animo e sentimenti correlativi, che perciò appunto possono considerarsi come un mediato e remoto effetto del modo di produzione della vita materiale. L’ambiente, in mezzo a cui si svolge la nostra vita, diviene così la condizione costante de’ nostri atti e delle nostre abitudini più frequenti e comuni, e mutano soltanto col modificarsi e col trasformarsi di quello.
Probabilmente nessuno troverà che, ricorrendo agli apologeti, si abbia a fare con persone di fede tepida o poco pura, con uomini vissuti in tempo in cui non fosse vivo il rigoglio della fede; eppure ecco qui vari apologeti che, all’occasione, enunciano come un fatto ordinario, senza dissimulare e senza nessuno sforzo di sincerità, anzi senza pure farvi attenzione, che essi stessi posseggono schiavi. “Anche noi abbiamo servi„ dice Atenagora[30]; e Giustino[31] parla de’ servi domestici (οἰκέτας) tratti a testimoniare su’ pretesi delitti de’ cristiani. Taziano anzi, eccitando a sopportare la schiavitù, ne trova l’origine e la giustificazione nel peccato originale[32]. Tertulliano parla più volte de’ domestici, e per farne un quadro poco favorevole, dipingendoli animati da sorda avversione verso i cristiani, pronti a calunniarli, disposti ad accusarli[33].
E la cosa non farà così grande meraviglia a chi si figuri questi cristiani, non come tipi astratti assolutamente straniati dal mondo, ma come persone costrette a rimanere in mezzo alla società, partecipandone alle vicende giornaliere e sentendo, nelle idee e ne’ sentimenti modificati o smussati, il riflesso della vita di ogni giorno. Giustino[34] teneva a rilevare che “i cristiani non si distinguono nè per patria, nè per linguaggio, nè per costumanze dagli altri uomini, nè abitano particolari città, o si servono di uno speciale dialetto o menano una vita fuor dell’ordinario„. Con più forza ancora insisteva su questo concetto Tertulliano[35] respingendo l’accusa di quelli che li chiamavano “infructuosi„, e tenendo a disdire ogni simiglianza con i bramani, i gimnosofisti indiani e i sylvicolae e gli exules vitae. “Abitiamo qui con voi sulla terra — egli diceva — durante questa nostra vita e usiamo de’ tribunali, del macello, de’ bagni, delle botteghe, delle officine, delle dimore, de’ mercati vostri e di tutti gli altri commerci: navighiamo anche noi insieme a voi, e con voi militiamo e attendiamo all’agricoltura e facciamo gli scambi.......„ Atenagora, esaltando la longanimità e l’abnegazione de’ cristiani, giungeva a dire che “battuti non ripicchiavano, derubati non ricorrevano in giudizio, davano a chi chiedeva ed amavano il prossimo come se stessi„[36], ma non pensava punto a dire che facessero a meno di schiavi, anzi poco appresso affermava il contrario.
Ammessa e mantenuta l’istituzione, i consigli di pazienza e di benevolenza, dati rispettivamente a’ servi ed a’ padroni, non avrebbero dovuto fare che sorreggerla e perpetuarla, scongiurando quelle ribellioni, che, pur esse, col concorrere a renderla molesta, scalzavano la schiavitù; ma, nella pratica della vita, i reciproci rapporti erano regolati più dalla diversa natura de’ temperamenti e dalla forza delle cose che non da precetti astratti; e, per esempio, nell’episodio di Carpoforo e Callisto, padrone e schiavo, entrambi cristiani e forse de’ migliori, abbiamo un esempio di persecuzione lunga, ostinata, implacabile, sia pure comprensibile, del padrone contro lo schiavo[37].
VI.
Nel largo e profondo movimento di elaborazione e diffusione del Cristianesimo, non mancavano, è vero, sette ed eresie tendenti a spingere sino alle più remote loro conseguenze alcuni principi della nuova religione. La vista di alcuni di questi pietisti, viventi di una vita inerte e segregata, avea suggerito l’epiteto d’infructuosi, contro cui si ribellava Tertulliano. L’eresia carpocraziana si affermava nettamente comunista. Epifane[38] definiva la giustizia di Dio un “comunismo egualitario (κοινωνίαν τινὰ εἶναι μετ’ ἰσότητος) giacchè Iddio nel compartire il massimo de’ beni, la luce, “non distingue il ricco ed il povero, il reggitore del popolo, il saggio, l’insipiente, le femmine, i maschi, i liberi, gli schiavi„. Le leggi particolari sciolsero il comunismo della legge divina, onde l’apostolo ebbe a dire: Per la legge conobbi il peccato. “Il mio e il tuo subentrarono con le leggi, così che non furono più comuni nè la terra, nè i beni, nè l’amore; e Iddio fece comuni le viti, che non ricusano il loro frutto nè al passero, nè al ladro, e il frumento e tutti gli altri prodotti. La distruzione del comunismo e dell’uguaglianza per opera delle leggi creò il ladro de’ frutti e delle greggi„.
Ma questo limitato movimento di eresie consequenziarie e pel loro tempo semplicemente utopistiche, lungi dal diffondersi e radicarsi in un ambiente non omogeneo, conduceva sempre più il movimento cristiano a costituirsi sotto forma di chiesa gerarchicamente ordinata e sempre più accentrata, respingendo, come felicemente dice il Renan[39], al tempo stesso, i raffinati del dogma e i raffinati della santità. “Gli eccessi di quelli che sognavano una Chiesa spirituale, una perfezione trascendente, venivano a rompersi contro il buon senso della Chiesa ufficiale. Le masse già considerevoli, che entravano nella Chiesa, ne costituivano la maggioranza e ne abbassavano la temperatura morale al livello del possibile„.
Così quella tendenza, che per bocca degli apologèti mirava a vincere la diffidenza degl’interessi materiali, dimostrando l’innocuità del nuovo movimento religioso e la sua compatibilità con la società greco-romana; che, maggiormente accentuata, faceva presentare da Melitone la nuova fede all’Imperatore come un’alleata[40]; menava sempre più a fare della Chiesa quello che sarebbe stata poi: uno Stato nello Stato, un potere tra gli altri poteri costituiti, che poggia sullo stesso sostrato economico e vive della stessa vita economica degli altri poteri, lottando con essi o contro di essi, ma sempre per l’egemonia, ora emulo e rivale, ora alleato.
Da questo punto, sotto la pressione continua della necessità d’adattamento all’ambiente economico-sociale, il primitivo profumo di schietta carità evangelica va sempre più svanendo, mentre la semplicità e la purezza della fede cristiana restano sempre più oppresse ed alterate per l’elaborazione teologica dottrinale e l’infiltrazione della liturgia, della superstizione e del mito pagano. Del pari, il sentimento di fratellanza cede sempre più il terreno di fronte all’esigenze della organizzazione economica e legale della società, accettata ed usufruita, e di cui anzi la gerarchia ecclesiastica tende a divenire sempre più una struttura parassitaria.
Formalmente depositaria e continuatrice della tradizione evangelica, in realtà, la Chiesa non è altro che l’istrumento di fusione del mondo greco-romano con la tradizione evangelica, che in quella combinazione si scolorisce e più spesso ancora si falsa o si disperde. Per la specificazione del lavoro e delle funzioni, l’esercizio del culto e il ministero della fede, sempre più complessi nelle forme e più irti di formule e di sottili disquisizioni teologiche, diventano una professione, che stacca e separa i ministri della religione da quegli strati più umili della società[41], dal cui seno si erano elevati e di cui facevano parte. La necessità di alimentare e sostenere la gerarchia, le esigenze della tutela e della guerra fanno della Chiesa e de’ suoi membri de’ proprietari, de’ guerrieri, de’ principi, che vivono e governano e combattono come tutti gli altri principi, guerrieri e proprietari, con le norme e con i sentimenti generati e imposti dallo stadio economico, che la società attraversa, e dalla forma legale che in conseguenza di esso ha dovuto assumere.
VII.
Qual maraviglia allora, se, nell’ordine teorico e nel pratico, la Chiesa e l’ambiente cristiano sanzionano e perpetuano sia la schiavitù, sia l’altra forma, che si viene ad essa sostituendo in alcuni rami della produzione, il servaggio?
Quelli che, a scopo di polemica, hanno voluto mettere la mano nella storia civile ed ecclesiastica, particolarmente in quella de’ Concili, per rinfacciare il passato alla Chiesa, improvvidamente rivendicante il merito dell’abolizione della schiavitù, hanno avuto un compito ben facile, senz’altro imbarazzo che quello della scelta[42].
Tra i tanti, o citati, o che si possono citare, è notevole il Concilio di Gangra del 324, per uno de’ cui canoni “se qualcuno, sotto il pretesto di pietà religiosa, insegnava allo schiavo ad avere in non cale il padrone, o a sottrarsi al servizio e a non servire con benevola disposizione e con ogni amore, s’invocava l’anàtema su lui„[43].
La cosa più notevole, anzi, in questi canoni è l’inconscienza perfetta, con cui si tratta degli schiavi e de’ servi, come di esseri, il cui stato non abbia in sè nulla d’inumano e di anormale. Vescovi ed arcidiaconi sono chiamati a presenziare le vendite degli schiavi[44]. L’uccisione del servo si sconta con la scomunica di due anni, o con la penitenza, che va da’ due a’ cinque e a’ sette anni, al più[45]. Altre volte un motivo religioso non fa che creare nuove cause di schiavitù e nuovi schiavi, sia che la schiavitù venga minacciata come pena agl’infedeli, sia che s’irroghi alle donne viventi in illecito connubio con gli ecclesiastici e, quel che è più, a’ figliuoli nati da tale unione[46].
Le incapacità de’ servi vengono sancite, o ribadite[47]. Le stesse restrizioni imposte al libero commercio degli schiavi, col solo scopo d’impedire la vendita de’ servi cristiani ad Ebrei ed a Pagani, non fanno che meglio ribadire e rifermare la legittimità del possesso di Cristiani da parte di Cristiani[48]. Il diritto di asilo delle chiese e de’ luoghi sacri viene a grado a grado limitato rapporto a’ servi, che vengono restituiti a’ padroni sotto promessa d’intera o parziale impunità, promessa del resto non di rado violata[49].
La Chiesa estendeva la sua azione, rendeva più salda la sua compagine, affermava meglio il suo potere tra il decadere di alcune potestà civili e il sorgere di altre, accrescendo nella stessa misura i suoi beni e con essi i suoi servi e i suoi schiavi, menzionati, ad ogni passo, nelle donazioni e ne’ lasciti fatti ad essa[50]; e, quanto più s’ingolfava e si cointeressava nella vita economica del suo tempo, s’immedesimava pure con le sue norme e i suoi criteri, dando ad essi il suggello della sua ricognizione canonica. Nelle epigrafi cristiane, così semplici e così scevre di allusioni alla vita temporale, accade pure qualche volta, ad epoca inoltrata, di trovarvi la traccia del possesso di schiavi, con un accenno, a titolo di lode speciale, (tanto forse un siffatto merito era poco frequente) alla benignità mostrata verso di loro (famulisque benignus, mancipiis benigna, blandus servis)[51].
E, come ogni stato sociale dà luogo ad una teoria che lo spiega e lo giustifica, così il pensiero cristiano, ora ricongiungendosi più o meno consapevolmente, più o meno visibilmente, ad Aristotile, ora dominato dalla preoccupazione delle necessità, imposte dalla contemporanea vita sociale, e dalla preoccupazione di risolvere la contraddizione tra lo stato di fatto e l’idea della giustizia divina, legittima anch’esso la schiavitù, dandole una base razionale.
Agostino, come già innanzi Taziano, trova la remota causa della schiavitù nel peccato e, storicamente, vede in essa una conseguenza delle guerre. La sua teodicea poi, da un lato, e dall’altro la fusione del pensiero pagano e cristiano gli fanno vedere nell’obbedienza illimitata, quale è prescritta dalle lettere apostoliche, un modo di purgare il peccato, e gli fanno concepire la schiavitù come un instituto di protezione e di direzione, reminiscenza ed elaborazione della teoria aristotelica della schiavitù[52]. Questo eccitamento all’obbedienza, sentita e devota, è quindi una conseguenza diretta del suo modo di considerare la servitù; ed alla religione cristiana, pel modo onde permette di considerare la schiavitù e per averla così ribattezzata, debbono, secondo lui, essere grati schiavi e padroni; gli uni, perchè vi trovano un mezzo di elevazione spirituale, gli altri anche perchè essa induce così un principio di ordine nelle loro case e dissuade dalla rivolta[53].
In Tommaso d’Aquino la teoria aristotelica della schiavitù riceve una nuova affermazione e, attraverso una serie di distinzioni e di deduzioni, l’istituzione è ricondotta a un certo suo speciale fondamento di ragione.
De’ modi di modificare la legge naturale per addizione, che non viola il diritto di natura, o per sottrazione, che conduce ad una conseguenza contraria, l’introduzione e il mantenimento della servitù rientrerebbero nella prima categoria “..... La distinzione de’ possessi e la servitù non sono state indotte dalla natura, ma dalla ragione umana per utilità della vita umana, e così anche in questo la legge di natura non è mutata che per addizione„[54].
Per più lunga via il Doctor Angelicus viene altrove alla stessa conclusione, guardando al diritto naturale, in quanto riflette i rapporti delle cose considerate in sè stesse, o nella loro reciproca convenienza. “In un primo modo [qualche cosa è messa in rapporto con un’altra] secondo la considerazione assoluta della cosa stessa: così il maschio per ragione sua propria è messo in rapporto con la femina, talchè generi da lei, e il padre con il figlio, così che l’alimenti; in un secondo modo, qualche cosa è naturalmente commisurata ad un’altra, non per ragione sua propria assoluta, ma secondo qualcosa che ne consegue: per esempio la proprietà de’ fondi. Se si considera un campo assolutamente, non vi è ragione per cui sia di quello piuttosto che di questo; ma, se si considera in rapporto all’opportunità della coltura ed al pacifico suo uso, ha una certa ragione di rapporto, perchè sia di uno piuttosto che di un altro, come è dimostrato dal filosofo nel libro secondo della Politica (cap. 3). L’apprensione assoluta di qualche cosa non solo conviene all’uomo, ma anche agli altri animali, e però il diritto, che si dice naturale, secondo la prima maniera, è comune a noi e agli altri animali. Ma dal diritto naturale si distingue il diritto delle genti, come dice il giureconsulto (lib. I, Dig., de just. et jure), perchè quello è comune a tutti gli animali, questo solo agli uomini ne’ comuni loro rapporti. Considerare ora qualche cosa, riferendola a ciò che ne consegue, è proprio della ragione, e per ciò stesso è, per l’uomo, naturale secondo la ragione naturale che la detta; onde dice il giureconsulto Gaio che la ragione naturale ha stabilito tra gli uomini quanto si conserva (lib. 9, ff. cod.) ugualmente da tutti e si chiama diritto delle genti. Con ciò è chiarita la risposta alla prima questione. — Rispondendo alla seconda, giacchè, considerando in via assoluta, non v’è ragione naturale che costui sia servo piuttosto che un altro, ma solo secondo qualche utilità che ne deriva, in quanto è utile a costui l’essere retto da uno più sapiente di lui e all’altro di trarne vantaggio, come, si dice nel 1º lib. della Politica (cap. 6), ne viene che la servitù spettante al diritto delle genti è naturale nella seconda e non nella prima maniera„[55].
E questo riconoscimento e questa legittimazione della schiavitù si trasmettono tradizionalmente attraverso gli scrittori, specialmente cattolici, sino ne’ meno lontani trattati di teologia e ne’ catechismi, intesi a divulgare e rendere più popolare la dottrina[56]. E quanto più la schiavitù si limitava a razze inferiori e a popolazioni non cristiane, tanto più il concetto della sua legittimità ne avea aiuto, e cresceva per l’illusione di salvare delle anime, elevandole alla vera religione[57].
Si è detto, è vero, che il sentimento religioso cristiano avrebbe concorso all’abolizione della schiavitù anche con le numerose manumissioni, di cui direttamente e indirettamente sarebbe stato causa[58].
Ma anche qui giova intendersi. Seguendo la storia de’ concili e del diritto ecclesiastico, non si può non restare colpiti dagl’inciampi, dalle restrizioni e da’ divieti imposti e rinnovati alle manumissioni de’ servi di proprietà ecclesiastica. Per tacer d’altri[59], è noto il canone del Concilio di Epaôn[60] che vuole “non sia lecito all’abate manomettere gli schiavi donati a’ monaci; giacchè troviamo ingiusto che, mentre i monaci debbono quotidianamente attendere al lavoro campestre, i loro servi se ne stiano in ozio„. Tutte le cautele ordinate allo scopo d’impedire le distrazioni e il baratto della proprietà ecclesiastica rendevano, per sè sole, più difficili e rare tali manumissioni; sicchè anche uno scrittore non sospetto, come il Muratori[61], ha potuto dire che “son rare le manumissioni fatte dalle chiese e da’ monasteri dell’uno e dell’altro sesso, non per altra causa, a quanto sembra, se non perchè la manumissione è una specie di alienazione, ed era interdetto di alienare i beni ecclesiastici, non solo da recenti ma anche da antichi decreti de’ Concili„.
Guardando in ogni modo a varie delle manumissioni, fatte anche da ecclesiastici, accade di vedere indicato come motivo della manumissione una ragione utilitaria chiaramente espressa dalle frasi “Nostra quoque plurimum interesse„ “attendentes multimoda commoditatum genera„ “attendentes utilitatem nostram„. “Le terre che ora sono deserte ed incolte — dice l’arcivescovo di Besançon — saranno, dopo le affrancazioni, messe a coltura, arricchite di piantagioni e di edifici, in guisa che anche le rendite de’ padroni dovranno moltiplicarsi ed aumentare„[62].
In altri casi, è vero ed è attestato da documenti, le manumissioni avvengono per motivo religioso, per la salute dell’anima; ma, per quante siano queste manumissioni, non saranno mai tante, quante ce ne provano e ce ne lasciano supporre le iscrizioni a noi pervenute del muro di Delfo[63] e la storia romana degli ultimi secoli e le relative restrizioni legislative; eppure non si sarà molto facilmente disposti a mettere anche il santuario di Delfo tra i coefficienti dell’abolizione della schiavitù. Vedremo appresso che le manumissioni possono considerarsi piuttosto come un indizio ed un effetto, che non come una causa della decadenza dell’economia a schiavi; reagiscono su questa, solo in quanto concorrono a ingrossare quel proletariato, il cui sviluppo è condizione alla fine della schiavitù. Ma quando l’economia a schiavi non ha perduta ancora la sua ragion di essere, e non si sono prodotte ancora le condizioni dell’economia, che ad essa si sostituisce; le manumissioni non fanno che svecchiare e rinnovare la massa degli schiavi, senza intaccare la instituzione: son pari all’opera di chi sfronda e pota una pianta senza toccare le radici e neanche il tronco, che perciò metterà presto nuovi e più vigorosi germogli.
VIII.
Intanto, è noto, come, agli occhi de’ più, le ideologie, lungi dall’essere, anch’esse, una conseguenza più o meno remota ed un prodotto più o meno mediato dell’ambiente artificiale economico, che gli uomini progressivamente son venuti formando e trasformando, sono invece la causa e la ragione, il principio dinamico, insomma, delle trasformazioni sociali. A quelli, che guardavano la storia anche da questo punto di vista, non potea sfuggire come, indipendentemente dal movimento cristiano, la natura umana era già stata riconosciuta e rivendicata nello schiavo, il fondamento naturale della servitù era stato già scosso e poi demolito. Poichè era sorta l’idea del cosmopolitismo e si era andato formando un più generale ed elevato concetto della consociazione umana e della persona umana, si era venuto ad inculcare, direttamente e indirettamente, non meno che nel Cristianesimo, un trattamento umano degli schiavi.
Già Euripide[64] avea detto che “in molti schiavi non vi è di brutto che il nome, mentre l’animo è più libero che non sia quello de’ non asserviti„, e Filemone[65] avea detto nella maniera più esplicita che “se anche taluno è schiavo, è pur uomo non meno del suo padrone„. Lasciando stare Terenzio[66], da cui la generica qualità d’uomo era evocata pure in un verso, tratto poi ad assai più largo significato di quello ch’ebbe in realtà; non si può leggere, senza averne la più viva impressione, la lettera, con la quale Seneca[67], che riassumeva e sviluppava il pensiero stoico, esprime, anche più chiaramente che altrove, il suo concetto e il suo sentimento intorno agli schiavi: “Son servi; son bene uomini; son servi; anzi camerati; son servi, anzi umili amici; son servi, anzi consorti della nostra servitù, se vorrai solo considerare per un momento quale potere abbia la fortuna verso noi e verso loro. Perciò rido di costoro che hanno a vergogna lo stare a cena con i servi.....„. “Vuoi tu riflettere come questo, che tu chiami tuo servo, ha la medesima tua origine, sta sotto il medesimo cielo e respira, vive, muore come gli altri? Tanto tu puoi allora vederlo libero, come a lui è dato poterti vedere servo„..... “Questo è il riassunto de’ miei precetti. Vivi con l’inferiore come vorresti che un tuo superiore vivesse con te. Tutte le volte che potrai pensare a quello che ti è permesso verso il tuo schiavo, ti venga in mente che altrettanto dev’essere lecito al tuo padrone..... Vivi col servo con animo clemente, più ancora, amichevolmente, e conversa con lui e con lui consigliati e chiamalo alla tua mensa„.
È difficile concepire, tanto più se si guarda al tempo e all’ambiente in cui furono scritte, parole più elevate ed umane; e non era punto difficile che di esse e della tradizione filosofica, da cui emanavano, si vedesse un riflesso ed un effetto diretto nel punto di vista teorico, da cui omai i giureconsulti romani guardavano la schiavitù; che ad esse si rannodassero le disposizioni che mitigavano e disciplinavano la condizione de’ servi, e che allo stesso impulso di pensiero si riportasse per una serie di gradi il lento sparire della schiavitù[68].
Pure, chi rifletta, comincerà a dubitare fortemente dell’efficacia delle parole di Seneca e degli stoici, quando veda, senza andar fuori della stessa lettera citata, come quelle parole si perdessero inascoltate, e consideri come quel movimento di pensiero non uscisse da una breve cerchia di persone e si andasse sempre più, da un lato, attenuando e, dall’altro, mostrando impotente contro il mondo che voleva modificare. Se ne persuaderà ancor meno, considerando da quali principi movesse la filosofia stoica ed a qual fine intendesse[69].
Socrate, di fronte all’impotenza delle scienze fisiche a risolvere i problemi della filosofia, ne avea cercato in sè stesso una più soddisfacente risposta, spostando l’oggetto dell’indagine dal mondo esterno nel mondo interiore. La filosofia platonica e l’aristotelica si erano mostrate impotenti a risolvere nel campo delle istituzioni politiche i problemi della vita pratica e a realizzare nell’ambito dello Stato il compimento del dovere e del benessere umano; mentre gli Stati, che aveano costituito il sostrato o il modello della speculazione platonica ed aristotelica, decadevano e ruinavano, esauriti, sotto l’incalzare degli avvenimenti e di esigenze più vaste. La filosofia stoica, con un proposito eminentemente pratico, sorgeva per risolvere, fuori e indipendentemente dalla politica, il problema morale, ponendo termine al dualismo e al contrasto platonico e aristotelico tra mondo interiore ed esterno, tra il pensiero e la realtà, col dare la prevalenza all’elemento razionale e col cercare nell’equilibrio dello spirito e nella conformità dell’azione individuale all’ordine razionale quel benessere e quella regola della vita, che inutilmente erano stati chiesti ed ora non si potevano neppur più chiedere ad uno o ad un altro ordinamento politico.
La base eminentemente subbiettiva della morale stoica e il contrasto con la realtà della vita, che, disconosciuta, reagiva e rivendicava tutti i suoi diritti, hanno fatto sì che la filosofia stoica, secondo i diversi tempi e i diversi suoi seguaci, si presentasse talvolta sotto parvenze un po’ discrepanti; rasentando talora la dottrina e l’atteggiamento de’ cinici e tal’altra inclinando ad un mal dissimulato opportunismo; ora predicando l’astensione dalla vita politica, ora accettando di parteciparvi; ora guardando alla vita dall’alto, quasi con olimpico dispregio, or fecondando con un senso di benevolenza, che diveniva quasi pietà e filantropia, il suo cosmopolitismo teorico[70]. Ma, attraverso tutte queste varietà accidentali e queste attenuazioni, rimane sempre, come fondo della dottrina, che la sapienza e la felicità della vita consistono nell’emanciparsi, nella forma più assoluta, dal mondo esteriore e dagli affetti, intesi in maniera ora più larga ora più stretta, come quelli che attestano appunto l’azione del mondo esterno su noi. Riporre l’ideale della vita in ciò che dipende esclusivamente ed assolutamente da noi (τὰ ἐφ’ ἡμῖν); e, rispetto a ciò che è fuori di noi (τὰ οὐκ ἐφ’ ἡμῖν) che da noi non dipende, che che esso si sia[71] — ricchezza, salute, figliuoli, oppressione, lusinga — adottare il supremo rimedio della tolleranza e della rinunzia (ἀνέχου καὶ ἀπέχου), mantenendo ad ogni costo la serenità dell’animo (ἀπαθία)[72]: ecco i criteri fondamentali e le regole di condotta della scuola stoica[73].
Secondo la bella immagine di M. Aurelio[74], la vita dovea essere pari a “quella fonte limpida e dolce che, offesa a parole da chi le sta accanto, non cessa dal versare la sua acqua dolce: infangata ed insozzata, subito disperde ed elimina la bruttura e non ne resta punto maculata„.
Un’azione diretta quindi a modificare legalmente l’istituzione della schiavitù, o ad abolirla, è fuori dell’orizzonte della filosofia stoica; anzi implica una palese contraddizione alla sua dottrina, perchè avrebbe fatto dipendere da un diverso rapporto esteriore degli uomini e delle cose, da qualche cosa di mutevole ed accidentale, quello che occorreva chiedere soltanto ad una disciplina tutta interiore della propria anima.
“Fa quel che la natura comanda — diceva M. Aurelio —; opera se ti sia dato, e non curarti se qualcuno lo saprà, nè sperare la repubblica di Platone„[75].
L’utopia politica era così eliminata e resa inutile dall’utopia morale.
E Seneca scrivea tutta una lettera[76] per contraddire chi diceva che i cultori della filosofia fossero orgogliosi e ricalcitranti e dispregiatori de’ magistrati e de’ re e di quelli da cui si amministrava lo Stato. “Quell’uomo puro e sincero — egli diceva — che si appartò dal foro, dalla curia e da ogni amministrazione dello Stato, per ritrarsi nella cura di cose maggiori, ama quelli per opera de’ quali gli è lecito di far ciò, e da solo attesta loro la sua gratitudine, e si professa obbligato ad essi che non lo sanno neppure„.
Di una emancipazione civile degli schiavi non si trova accenno negli stoici, al pari che negli altri loro contemporanei: era infatti fuori l’orizzonte economico e giuridico di tutti, e per gli stoici, si aggiunga, era fuori l’ambito della loro attività.
Seneca possiede servi, e quanti! Trova anzi ragione di ammirarsi e di compiacersi, quando un improvviso incidente di viaggio gli mostra che possono bastargliene anche meno[77]. Perfino Diogene il Cinico, la cui filosofia rappresenta come l’iperbole dello stoicismo, ne avea uno[78].
Schiavitù e libertà (δουλεία καὶ ἐλευθερία) hanno negli stoici un significato tutto diverso da quello che si usava attribuire a queste parole nell’uso generale e nel linguaggio tecnico giuridico.
La libertà, per gli stoici, consiste nel fatto che la volontà non è determinata dal mondo esteriore, ma, pur sotto l’azione degli agenti esterni, dalla sua propria natura[79].
“Libertà e schiavitù — dice Epitetto[80] — una è il nome della virtù e l’altra del vizio, entrambe creature delle volontà. Chi non partecipa di questa, non conosce nè l’una nè l’altra. L’anima è usa a comandare al corpo e a quelle cose che concernono il corpo e non partecipano dell’elemento razionale. Quindi nessuno è schiavo, se lo spirito rimane libero„.
E altrove: “La fortuna è una trista catena del corpo e il vizio è altrettale dell’anima. Chi ha il corpo libero e l’animo in ceppi, è schiavo; chi, invece, ha il corpo legato e l’animo sciolto, è libero„[81].
“Ciò che turba gli uomini — aggiungeva lo stesso Epitetto[82] — non sono le cose, ma il punto di vista da cui essi considerano le cose„. Coerentemente a questo principio, egli potea dire alla divinità, in cui s’immedesimavano la sua ragione e la ragione universale, con un linguaggio che richiama quello posteriore degli apologèti cristiani: “Menami dove vuoi; cingimi la veste che vuoi. Vuoi che io governi, che viva da privato, che resti, che fugga, che viva in povertà o nella ricchezza? Io di ognuna di queste cose ti loderò presso gli uomini: io mostrerò quale è la vera natura di ognuna di queste cose„[83].
La dissertazione sulla libertà[84] è tutta una minuta, insistente e, volta a volta, paradossale contraddizione del concetto comune e di quello civile della libertà, mostrando, in diverso ordine di rapporti, come usurpi il nome di libero il console e il patrizio, l’usurpi l’amante, e come invece libero sia chi, a qualunque stato appartenga, ha talmente disciplinato l’animo da saper tutto sopportare senza lasciarsi vincere dal dolore, e che può a tutto rinunziare senza lasciarsi trascinare dalla passione: tetragono a qualunque perdita, sia pur quella dell’integrità corporale e della salute, sia pur quella delle persone più care (Diss., 4, 1, 111 sgg).
M. Aurelio prende spesse volte in prestito le sue immagini dal mondo inorganico[85] per proporle come modello allo stoico; e in verità lo stoicismo, per voler troppo sollevare lo spirito, finiva per concepirlo come qualche cosa d’inorganico.
Così questa filosofia stoica, che era sorta con un carattere pretensiosamente pratico, ora, per un’intima elaborazione, e di deduzione in deduzione, finiva in una astratta speculazione ed in una eccentricità sociale, contraddicendo e contraddetta alla sua volta dalla realtà, smentendo e facendosi smentire alla sua volta dalla società, in mezzo a cui era bandita.
Anche chi non creda alla tradizione più sfavorevole a Seneca[86] e non si lasci impressionare dall’ombra fosca ch’essa vorrebbe proiettare su lui, troverà un curioso ed interessante oggetto di studio, vedendo, nelle stesse opere di Seneca, la teoria smentita dalla pratica, le concessioni e le distinzioni insinuate nella stessa salda compagine de’ principî dalla necessità delle cose. Come dà a pensare il vedere questo sapiente, che predica il dispregio delle apparenze, vergognarsi della rustica vettura, che un accidente di viaggio lo costringe a prendere![87] Come si resta colpiti dal sentirgli dire che non bisogna perdere la calma dello spirito per nulla[88], e vederlo intanto a spargere querimonie sul suo esilio in Sardegna[89], lui che pure dirà altrove che ogni luogo è patria al sapiente[90]. E che effetto fa il sentirgli negare il diritto di commuoversi per qualsiasi male[91] e il sentirgli confessare di aver pianto[92] e il vederlo a ingrandire i piccoli pericoli[93], schivare le grandi difficoltà della vita, adulare![94].
Così la filosofia stoica, anch’essa, mostrava la sua impotenza a rinnovare le condizioni della vita con un mezzo ed in un campo esclusivamente spirituali.
Distinta dal Cristianesimo per varie e fondamentali discrepanze[95], avea nondimeno con esso molti punti di contatto. L’una e l’altro spostavano il centro di gravità della vita, l’una nella vita interiore dello spirito, l’altro in cielo. Entrambi rinunciavano alla lotta, talora appartandosi dal campo delle sofferenze umane, tal’altra portandovi — l’una meno e l’altro più — una voce consolatrice; e tutti, ignari del loro tempo e dell’avvenire, rinunziavano, in teoria, ad ogni efficace sforzo per mutare le condizioni della passeggiera vita presente e, in pratica, finivano col soggiacere alla tirannia del mondo esterno, alla forza degli eventi e alla necessità delle cose, malamente e imprudentemente rinnegate.
La setta filosofica, più rigida; più ragionatrice, più schematica, perdeva le ragioni della vita e s’isteriliva rimpetto alla setta religiosa, che, sviluppando tutto il suo contenuto fantastico e affettivo, si diffondeva seducendo le immaginazioni, e si consolidava ricorrendo a tutte le inconseguenze del sentimento e assimilandosi al tempo stesso l’ordine sociale esistente per farne il sostrato della sua gerarchia.
Intanto il mondo procedeva, e potea parere anche che gli rivelasse una nuova coscienza chi non facea che raccoglierne l’eco dispersa. Dire che la più elevata morale umana e il cosmopolitismo, che trovavano una espressione nella scuola stoica, avessero in questa la loro origine e per essa soltanto entrassero nel campo della civiltà; potrebbe fors’anche equivalere al dire che la terra si muove, perchè qualcuno ne ha dimostrato il moto, e non già che qualcuno ne ha dimostrato il moto, perchè essa si muove. In verità può forse essere più rispondente alla realtà il pensare che la nuova morale umana e il cosmopolitismo si svolgessero naturalmente da’ nuovi rapporti di vita creati dall’attività multiforme, feconda, diffusa dell’epoca ellenistica e nell’ambito dello stato universale, in cui si veniva sempre più trasformando il dominio romano.
Il mondo procedeva e, senza che i contemporanei, strumenti essi stessi della rinnovazione, ne potessero apprezzare gli effetti meno prossimi, veniva creando le condizioni di una nuova forma di produzione, di una nuova organizzazione economica, che si surrogava alla precedente ed eliminava a grado a grado la schiavitù, rendendola non solo inutile, ma facendone un inceppo allo svolgimento economico e morale della società.
Ma, non occorre dimenticarlo, era questa trasformazione obbiettiva del modo di produzione e delle sue condizioni d’essere che eliminava gradualmente la schiavitù, non già l’opinione soggettiva della scarsa utilità sua; opinione, che, in quanto diveniva coscienza individuale o comune, era pur sempre una conseguenza di quel fatto.
Chi dice che la schiavitù venne meno, perchè gli uomini si accorsero di poterle sostituire più utilmente qualche altra cosa, crede di essere agli antipodi di chi attribuisce la fine della schiavitù al formarsi di un nuovo concetto morale della sua legittimità e de’ rapporti tra schiavi e padroni; eppure egli guarda la storia dallo stesso punto di vista. Infatti, non è un diverso rapporto delle nostre condizioni di vita, una metamorfosi dell’economia sociale, ciò che spiega, in ultima istanza, le nostre nuove ideologie, ma son queste invece che inducono la modificazione degli ordini economici e civili? Ebbene, allora i mutamenti sociali possono essere spiegati, tanto con l’azione di idee religiose e morali, quanto con quella di un ragionamento utilitario; e sarebbe un errore psicologico il sostenere che, sempre e in ogni cosa, l’azione è determinata da uno scopo di utilità immediata e materiale. Inoltre, col dire che la schiavitù sarebbe stata eliminata dalla sopravvenuta opinione della sua scarsa utilità, si sposta e si caccia un po’ indietro la questione piuttosto che non la si risolva, e si elude la spiegazione del fenomeno, mettendo innanzi una spiegazione che essa stessa ha bisogno di essere spiegata. Giacchè nessuno potrà fare a meno di chiedersi, perchè mai, e in virtù di qual fatto, sorgesse questo nuovo concetto della funzione della schiavitù, e perchè sorgesse in un periodo della storia piuttosto che in un altro.
IX.
Dunque il sorgere del Cristianesimo e, in genere, le nuove correnti d’idee, la rinnovata coscienza morale e religiosa non valgono a spiegare il tramonto della schiavitù?
E allora dove ne cercheremo la causa?
“Occorre — dicevano Marx ed Engels in un piccolo memorabile scritto — “occorre tanto acume per comprendere che con le condizioni di vita degli uomini, con i loro rapporti sociali, con la base della loro società, mutano anche i loro modi di vedere, i loro concetti, le loro opinioni e, in una parola, anche la loro coscienza?
“Che altro mostra la storia delle idee, se non che la vita, la produzione morale si trasforma col trasformarsi della produzione materiale?
“Si parla d’idee che portano la rivoluzione in una intera società; ma con ciò si esprime solo il fatto che si sono formati gli elementi della nuova società nel seno dell’antica e che, col perire delle vecchie condizioni di vita, tramontano, di pari passo, le vecchie idee„.
L’uomo per provvedere gradatamente a’ suoi bisogni, sempre crescenti, trae profitto dalla natura in mezzo a cui vive; e, ciò facendo, la modifica necessariamente, con azione incessante e progressiva, formando nell’ambiente naturale un ambiente artificiale. Da questo comune sostrato, come da un terreno una flora, germogliano, in forma sempre più complessa, tutte le manifestazioni morali e giuridiche, le quali variano col variare delle condizioni materiali, che ne sono l’occasione e il presupposto. Le leggi, i costumi, le idee, le istituzioni, sono, al tempo stesso, derivazione più o meno remota e mezzo di conservazione della convivenza umana in ogni stadio del suo sviluppo.
L’ambiente artificiale, intanto, la struttura economica, fattura e fattore della società, si trasforma senza interruzione con lo svolgersi e il progredire delle cause stesse che l’hanno prodotto, cioè de’ modi sempre più perfetti e più intensi di usufruire l’ambiente naturale; e così, automaticamente, nel seno stesso del vecchio si creano nuovi ambienti artificiali e nuove strutture economiche e, come conseguenza, nuove forme di vita giuridica e morale.
Le trasformazioni sociali sembrano l’opera consapevole e diretta degli uomini, è, in realtà, ne sono soltanto l’effetto mediato e in parte inconsapevole, perchè la loro origine e la loro causa, più o meno visibili, si debbono cercare nel vario grado raggiunto dagli uomini nell’appropriarsi e utilizzare i mezzi, con cui soddisfano alle loro più immediate esigenze. Nulla va perduto di quanto gli uomini compiono materialmente e moralmente, ma ogni sforzo individuale va a fondersi, come in una grande risultante, nella struttura economica formata nel corso delle generazioni, dalla quale prendono le mosse e sono determinate, in via diretta o indiretta, prossima o lontana, le rivoluzioni politiche e sociali ed anche quelle del pensiero e de’ sentimenti con tutte le conseguenti e varie manifestazioni.
Così tutto nella storia è soggetto, per necessità intrinseca, ad un perenne mutamento, ed ogni forma sociale sviluppa ed alimenta, essa stessa, con i germi di una forma diversa che ne prenderà il posto, il principio della sua dissoluzione.
In ciò consiste il processo dialettico della storia. Esso trova nello svolgimento delle forze produttive la sua ragione d’essere e la causa ultima a noi nota; ha nel grado di sviluppo del modo di produzione e nella forma di produzione il presupposto e la condizione del complesso de’ suoi fenomeni, e si svolge maestosamente attraverso i secoli con manifestazioni diverse di aspetti e di gradi, d’epoca in epoca.
È dunque nella stessa evoluzione economica dell’antichità, che si dovrà cercare la soluzione del problema storico che ci siamo proposto.
Questo saggio intenderebbe appunto a rintracciare storicamente le cause, che determinarono il tramonto della schiavitù nel mondo antico, e la loro genesi, con l’indirizzo che ho esposto e, insieme, con pieno ossequio allo stato obbiettivo de’ fatti.
L’economia antica, considerata nel suo insieme e specialmente nel suo periodo iniziale, ha come precipuo carattere questo: che i mezzi di produzione e la mano d’opera sono riuniti presso la stessa persona, sia che la produzione avvenga individualmente, sia che avvenga per la cooperazione di schiavi; e inoltre il produttore, inizialmente almeno, produce per provvedere ad un suo privato o familiare bisogno e con lo scopo del consumo diretto.
L’economia moderna ci presenta, almeno nella sua forma più rilevante, dissociati i mezzi di produzione e la mano d’opera; e il prodotto ha essenzialmente carattere di merce, non è fatto cioè per provvedere al consumo diretto del produttore.
Lo svolgimento delle forze produttive che da una forma di economia ha sviluppata l’altra e ne spiega l’origine, ha pure eliminata la schiavitù, che, con un evidente e notevole processo dialettico, ha col suo stesso crescere e dilatarsi apparecchiata la sua fine.
La schiavitù, contenuta in limiti modesti ne’ tempi e presso i popoli meno economicamente progrediti, concorse all’iniziale accumulazione della ricchezza; e, per una reciproca azione, l’accumulazione e la schiavitù tendevano insieme a svilupparsi sino a raggiungere il più alto grado compatibile con le condizioni della civiltà antica.
Il capitale, sorto da prima come capitale commerciale[96], si andava in parte convertendo in capitale industriale, in parte, con la sua pressione, dava la spinta al sorgere de’ rudimenti del sistema capitalistico, cioè di un’economia in cui il prodotto non serve più all’uso personale ed immediato del produttore, ha bensì carattere di merce.
Ma, per dirlo con le parole del vecchio Seneca. “le ricchezze sorgono da molte povertà„; e quest’accumulazione primitiva, sopra tutto nel campo dell’economia agricola, avea per effetto diretto l’espropriazione delle masse, la creazione di quel numeroso proletariato, ch’è come la chiave di volta di tutta la storia antica, e i cui bisogni, il cui sostentamento e la cui attitudine ci dànno la spiegazione di tanti degli avvenimenti e del sorgere e del decadere delle istituzioni del mondo antico.
Dato il capitale ed il proletariato, questi due elementi della produzione, questi due cooperatori ed avversari, questi due elementi chiamati a convivere e a contendere tra loro, la schiavitù perdeva la sua ragione d’essere ed era ormai destinata ad essere eliminata come superflua.
In pari tempo, il capitale, non commisurando più la produzione al bisogno ma al suo impiego, tendeva a moltiplicare la produzione, a specificarla e variarla, ad affinare e sviluppare la tecnica; e dovea quindi sentire sempre più l’insufficienza e la scarsa produttività del lavoro servile; che prima, o non era rilevata e sentita, o, sentita, rimaneva indifferente.
Perchè poi questo movimento che conduceva direttamente all’economia capitalistica e all’adozione generale del salariato, approdasse, indugiandovisi, ad una forma intermedia come il servaggio e l’artigianato, è anche cosa che trova la sua spiegazione nelle condizioni del capitale e della massa lavoratrice e nelle particolarità che accompagnarono la caduta dell’impero romano.
Come sarà meglio dimostrato appresso, il crollo dell’Impero e le invasioni barbariche, che ne furono la causa più prossima e più appariscente, esercitarono un’azione violenta e perturbatrice sull’iniziata evoluzione della forma di produzione, e favorirono, come effetto immediato, il regresso verso una forma economica più primitiva e rudimentale, verso il servaggio; ma a torto si considererebbero come le cause determinanti e della fine della schiavitù, che, rósa già da tempo alle radici, sopravvisse alla caduta dell’Impero[97], e della servitù della gleba, che, già prima di quegli eventi, era sorta e si veniva sviluppando sotto l’azione di cause più complesse e continue.
Non in tutti i popoli dell’antichità è possibile seguire il processo evolutivo di cui si è fatto cenno, sì perchè lo sviluppo economico di varî d’essi rimase a lungo rudimentale, e non presenta quindi dal nostro punto di vista interesse, sì perchè non di tutti, anzi di pochi, abbiamo notizie tali, che, pur nella loro incompiutezza, ci permettano di scorgere e d’indurre positivamente le tracce della lotta tra uno ed un altro ordinamento economico. Ma la storia di Atene e la romana ci offrono un utile campo d’indagine e ci consentono di trovare un addentellato alla nostra struttura economica, di cui contengono in sè i germi e simulano anche qualche volta, in qualche punto, le forme.
Il crescere del numero degli schiavi e l’azione che a loro si può attribuire sulla vita economica, la formazione di un proletariato e la sua funzione economica e politica, lo sviluppo del capitale commerciale, la concorrenza del lavoro libero e del lavoro servile, i rudimenti del credito e d’imprese industriali; sono nella storia ateniese come tante pietre miliari del cammino verso una struttura economica diversa da quella fondata sulla schiavitù.
Senonchè, col rapido decadere della importanza politica di Atene, questi fenomeni si alterano, e noi perdiamo anche il modo di seguirli distintamente nelle loro successive vicende. Ma nella storia romana quei fenomeni e quel processo si ripetono in forma più intensa, su di una scala più vasta, con persistenza maggiore, in un assai più lungo giro di tempo; e in questo impero universale, che cerca di accomunare e fondere l’Oriente e l’Occidente e in cui tutto il lavorìo lento e larvato dell’epoca ellenistica porta i suoi frutti nel campo della vita pratica e in quello della vita morale, noi possiamo vedere a poco a poco dissolversi e indi ruinare la vecchia compagine politica, appunto con lo svilupparsi e il grandeggiare delle cause e degli elementi, onde sorgeranno la nuova economia e la nuova civiltà.
PARTE PRIMA La civiltà ellenica e la schiavitù.
I.
Non è nella guerra, e nemmeno nella violenza in generale, che bisogna cercare l’origine e la causa della schiavitù. La guerra diventa un possente strumento di schiavitù, quando le condizioni sociali, che l’hanno fatta sorgere e progredire, sviluppandosi anch’esse, sviluppano alla loro volta l’istituzione della schiavitù e moltiplicano gli schiavi. Con l’adozione sempre più estesa e progressiva de’ metalli, col convertirsi dell’agricoltura di nomade in fissa, con l’incremento e lo specificarsi de’ mestieri, col sorgere del commercio; con le condizioni insomma, che preparano e apportano la proprietà privata della terra e l’accumulazione della ricchezza e una struttura sociale più varia e distinta da maggiori contrasti, sorge sistematicamente e comincia ad avere sempre maggiore incremento la schiavitù; essa stessa mezzo potente di maggiore accumulazione della ricchezza e di più distinti contrasti sociali[98]. Ed è notevole come, nella varietà delle etimologie, anche la scienza del linguaggio, senza partire da concetti o preconcetti d’ordine economico, ma seguendo l’applicazione puramente tecnica delle sue leggi; se tende, per opera di alcuni suoi cultori, a rifermare l’etimologie che implicano un fatto violento, tende, d’altra parte, per opera d’altri, a ricondurre la varia terminologia, con cui l’antichità indicava i suoi servi, ad un’origine, in cui non predomina punto l’idea della violenza. L’origine di servus a servando, come l’intendevano i giureconsulti latini, non è cosa in cui ci possiamo appagar più, come vi si appagava Agostino d’Ippona[99]; non ci soddisfa più, e, dato il suo rapporto con servare, l’epiteto mette capo forse piuttosto ad una radice, che ha in sè il concetto di una funzione protettrice, o addirittura ad un’altra, che ha in sè il concetto dell’acquistare[100]. E degli altri epiteti comunemente usati per indicare lo schiavo, alcuni (οἰκεύς, οἰκέτης, famulus) indicano chiaramente un semplice rapporto di dipendenza e di appartenenza al gruppo famigliare e a tutto ciò che ne forma il sostrato economico; altri (δοῦλος, δμώς, ἀνδράποδον), contro all’interpretazione di quelli che nella loro etimologia cercavano la traccia di un’appropriazione e di una soggezione violenta, si vanno anche riannodando, mercè un processo dimostrativo più o meno completo, al concetto di casa e di famiglia e ad un semplice rapporto di dipendenza[101].
II.
E questo intimo nesso dell’accumulazione della ricchezza, del modo di produzione e delle relative forme di vita con la schiavitù vera e propria si può scorgere ancora abbastanza distintamente nella stessa incompleta e frammentaria tradizione ellenica. Ferecrate[102] potea rievocare il tempo “in cui nessuno avea schiavi, ma bisognava che esse (le donne) attendessero a tutte le cose della casa. Esse sull’alba macinavano il frumento, sì che il villaggio echeggiava dell’eco del loro lavoro„. Timeo di Tauromenio[103] dicea che “anticamente non era costume patrio degli Elleni di farsi servire da schiavi comperati per prezzo„. E Teopompo[104] attribuiva l’introduzione dell’uso di comperare gli schiavi a’ Chioti; a’ Chioti, a cui si connettevano e Glauco e la scoperta della saldatura del bronzo e le più antiche tradizioni della plastica greca, e lo sviluppo della ceramica, la cultura intensiva accompagnata da una notevole esportazione, e tutti insomma i dati di uno sviluppo commerciale, industriale ed agricolo, rilevante per l’antichità[105]. Il sentimento, magari inconsapevole, di questa stretta relazione tra lo stadio di sviluppo delle forze produttive e la schiavitù, compariva persino ne’ comici come Cratino, Grate e Telechide[106], quando, rievocando il favoleggiato regno di Crono, o rifoggiando utopisticamente la vita, essi eliminavano, al pari di Aristotile, lo schiavo da una società, in cui la produzione e la soddisfazione de’ bisogni si compivano automaticamente[107].
E questa tradizione e questo riflesso, comunque frammentario, del passato hanno valore per noi tanto maggiore, in quanto ne troviamo la conferma e la spiegazione, la riprova e il complemento in dati d’instituzioni e di fatti storici. La forma di soggezione più antica, più importante e più estesa, che troviamo sul limitare della storia greca, non è la schiavitù, ma una specie di servaggio e direi anche di vassallaggio. E bene lo notava Teopompo[108]: “I Chioti primi fra tutti gli Elleni, dopo i Tessali e i Lacedemoni, usarono schiavi, ma non facendone acquisto alla maniera di questi. Si può vedere che i Lacedemoni e i Tessali hanno formata la loro classe servile con gli Elleni che abitavano prima il territorio ora da loro posseduto, asservendo quelli gli Achei, e i Tessali i Perrebi e Magneti, e chiamando gli asserviti, gli uni iloti e gli altri penesti. I Chioti invece acquistano servi barbari, comprandoli a prezzo„. E la ragione della differenza stava appunto nel diverso grado di sviluppo economico degli uni e degli altri, popoli mediterranei i primi, isolani i secondi. La mancanza assoluta, o la scarsezza almeno, di ricchezza accumulata, la inesistenza di un movimento commerciale escludevano in un luogo una produzione diretta e crescente de’ padroni ed un diretto impiego de’ servi, e conducevano invece alla forma più rudimentale del tributo e ad una specificazione del lavoro e ad una formazione di classi, che facea denominanti tutto un esercito in armi e de’ soggetti un ceto di agricoltori. Altrove, a Chio, il concorso di condizioni affatto opposte tendeva a dare alla società un tipo rudimentalmente industriale, e conduceva all’adozione, o, meglio, all’incremento della schiavitù vera e propria. E questo carattere diverso dell’economia de’ popoli mediterranei e di quelli messi sulle grandi vie commerciali dell’antichità permaneva presso a poco invariato col persistere delle condizioni fondamentali. A tempo assai avanzato, al cominciare della guerra del Peloponneso, Tucidide potea far definire da Pericle i Peloponnesiaci (e dovea riferirsi a’ mediterranei, più che a’ littoranei) con un vocabolo assai comprensivo (αὐτουργοί)[109], il quale, oltre alla conseguente scarsezza di schiavi, riesce a denotare la loro economia rudimentale, la loro produzione, che si era fermata, o avea di poco superato lo stadio della produzione casalinga (Hausfleiss)[110]. Dovunque ricorrevano un analogo stadio delle condizioni di produzione e simili condizioni di vita, ricorreva la stessa mancanza di schiavi, e Timeo[111] potea descrivere come di data recente l’introduzione degli schiavi, acquistati a prezzo, tra i Locresi e i Focesi, dandoci anche notizia della resistenza opposta all’innovazione e delle temute sue conseguenze. E noi sappiamo che in Acarnania, in Etolia, nella Locride, nella Focide la vita era agricola e pastorale, e l’industria non vi avea avuto alcuno sviluppo[112].
Quanto a Creta, già sapevamo dalla tradizione di un doppio ordine di servi: uno costituito dall’antica popolazione indigena asservita e addetta alla gleba, ed un altro di schiavi acquistati a prezzo e introdotti, com’è da credere, posteriormente, con lo svolgersi della vita cittadina[113]. Ora le grandi scoperte epigrafiche recenti ci dànno modo d’intendere anche meglio questa bipartizione[114].
III.
Che se guardiamo a tutto quel periodo più antico, la cui vita e le cui condizioni si rispecchiano ne’ poemi omerici ed esiodei, anche là troviamo che la schiavitù ha una funzione affatto limitata ed accessoria, com’è da attendere in una società di struttura semplice quale l’omerica. Anche là abbiamo che alcuni de’ prodotti dell’industria, quelli di maggior pregio, sono importati, mentre sul suolo ellenico gli utensili agricoli e domestici e gli altri oggetti principali di uso sono lavorati in casa. Gli eroi omerici, al pari de’ loro dèi, cooperano a’ lavori più ordinari ed elementari della vita: Anchise, Enea, i figli di Priamo, i fratelli di Andromaca e tanti altri attendono all’agricoltura ed alla pastorizia; Ulisse può fabbricarsi egli stesso un letto e mostrarsi esperto nella costruzione di barche, di aratri e così via[115]. “Per il mestiere come tale occorreva che si allargasse l’ambito dello smercio col relativo svolgersi della navigazione, si agevolassero gli scambi col sussidio della moneta coniata, e così si apparecchiasse il passaggio ad una produzione più considerevole ed attiva„[116]. Intanto il mestiere veniva sorgendo e differenziandosi in quelle forme di lavoro, che sopperivano a’ bisogni più generali e comuni; e il nome all’artefice 10 dava appunto questa caratteristica del lavorare pel popolo (δημιουργός)[117], specialmente forse per quelli che non aveano i mezzi per sostituirlo col lavoro domestico, o in quelle specie di lavoro, che, esigendo particolare perizia od utensili non comuni, non potevano bene ed utilmente compiersi in casa. Al tempo stesso incontriamo con relativa frequenza menzionati l’impiego del lavoro libero, la locazione d’opera, con una retribuzione precipuamente alimentaria; e, come riflesso morale di un tale stato di cose, il lavoro gode di una considerazione[118], che perderà ben presto, quando la crescente ricchezza sociale, i più distinti contrasti, la divisione del lavoro, la differenziazione delle funzioni sociali e lo sviluppo della schiavitù avranno reso incompatibile, o quasi, l’esercizio del mestiere e quello de’ diritti politici, una maggiore elevatezza di coltura, di abitudini e le esigenze di chi deve provvedere al proprio sostentamento.
IV.
Il secolo settimo e il sesto, e più specialmente il periodo che va dalla seconda metà del settimo secolo alla prima metà del sesto, con l’introduzione della moneta, la diffusione degli scambi, lo sviluppo de’ commerci segna una vera rivoluzione nella vita ellenica, una trasformazione capace di essere paragonata, sin dove il diverso tempo comporta, a quella indotta nella nostra vita da’ progressi della tecnica e dalla conseguente trasformazione del modo di produzione nell’ultimo secolo.
Con la formazione delle città, avvenuta in un periodo anteriore, e il loro successivo incremento, si erano creati nuovi bisogni, che suscitavano sempre nuovi mezzi, organi e strumenti atti a soddisfarli, e li cercavano e trovavano in una maggiore divisione del lavoro, in una specificazione crescente de’ mestieri ed in uno sviluppo della tecnica.
Contrasti della campagna e della città, di ricchi e di poveri, di nobili e di popolani erano la conseguenza diretta e inevitabile di questo stato di cose; e gli effetti, in forma sempre più distinta ed efficiente, si manifestavano nel campo della politica e della economia, della coltura e della morale. Un istrumento così efficace, duttile e potente, qual’era la moneta, divenne come una leva capace di moltiplicare gli sforzi e le energie, che trovava ovunque un punto di applicazione; sicchè i contrasti, le differenze, i mutamenti, gli squilibri crebbero straordinariamente di forza, di proporzione e di rapidità. L’eco di quella nuova vita, delle sue peripezie e delle sue delusioni risuona ancora in versi di una avvelenata acrimonia e di una solenne elevatezza morale[119], che anche oggi potrebbero, nella loro forma generica, riuscire espressione non inadeguata alle lotte de’ partiti e delle aspirazioni sociali.
Si erano omai realizzate le condizioni per la creazione di una maggiore ricchezza, ma questo passaggio da una forma ad un’altra più elevata di economia non potea compiersi, come di consueto, senza che si compisse una rivoluzione nella società in cui si sviluppava, senza demolire e ruinare per riedificare. I metalli preziosi erano stati un rilevante mezzo di accumulazione della ricchezza: la moneta faceva questa accumulazione più facile, più fruttifera, rendendone più agevole la circolazione. Appena che si sia creato l’ambiente favorevole alla sua azione, questa ricchezza accumulata funzionerà come capitale commerciale, “il più antico capitale della forma di produzione capitalistica, storicamente la più antica, libera forma di esistenza del capitale, che concorrerà a creare la base dello sviluppo industriale„[120]. Ma, dove questo impiego commerciale non poteva ancora, o non poteva più compiersi, cercava e trovava nel campo più immediato della sua azione un impiego, ricorrente in tutti i paesi che attraversano questo stadio economico: si manifestava sotto forma di usura, risolvendosi in una espropriazione monopolizzatrice della terra, ancora principale strumento di produzione, e nell’asservimento del debitore come mezzo per far fruttificare la terra, o come valore da mettere in commercio.
Questo stadio dell’evoluzione economica, che vedremo riapparire a Roma, conservato dalla tradizione sotto forme eminentemente drammatiche, si manifesta nello sviluppo del latifondo, nel diritto di pegno sulla persona del debitore (δανείζειν ἐπὶ τοῖς σώμασι) e nella relativa addizione al creditore; e appare in forma più o meno completa ma assai diffusa: a Gortyna, sotto la più modesta parvenza di un pegno temporaneo[121]; a Megara, nelle varie vicende che accompagnano la crisi e la decadenza della sua espansione commerciale[122]; nell’Attica, come uno de’ fatti forieri della riforma solonica[123].
V.
Paese naturalmente poco fecondo, privo ancora di tutti quei coefficienti che ne faranno appresso un emporio e un centro dell’attività economica e della vita civile, tagliato fuori, per la soverchiante forza delle rivali economicamente più progredite, da’ commerci e dal libero uso del mare, sino all’acquisto di Salamina; l’Attica, quale ci è rappresentata specialmente nella Costituzione degli Ateniesi, ci appare come un paese di scarso sviluppo economico, in cui il sostrato dell’economia agricola è formato da una larga classe di tributari (πελάται καὶ ἑκτήμοροι), mentre la schiavitù vera e propria non riesce a trovar posto come un elemento di qualche importanza, e passa sotto silenzio nella stessa tradizione di questo periodo, quale ci è stata tramandata dall’inno a Demetra sino a Plutarco.
Lo sviluppo del credito è uno de’ fenomeni più notevoli nel successivo sviluppo della vita economica ateniese, e, benchè la ragione dell’interesse raggiunga anche una misura molto elevata[124], nondimeno, lungi dal deprimere e sterilire, diventa fattore di maggior progresso economico. Questa del mutuo è la forma compiuta e tradizionale sotto cui si presenta il capitale, e l’interesse appare come la forma, ad esso corrispondente, del plus-valore prodotto dal capitale, prima che sorgano la produzione capitalistica e i corrispondenti concetti di capitale e profitto; onde nel linguaggio comune il denaro, il capitale che produce interesse, è il capitale come tale, il capitale per eccellenza[125]. Ma il capitale che produce interesse è il capitale come proprietà rimpetto al capitale come funzione. Nella società capitalistica l’interesse non è che una parte del profitto attribuito a chi presta il capitale, o, in generale, al capitale anticipato: mutuante e mutuatario, capitalista e imprenditore non fanno che ripartirsi il prodotto del lavoro messo in movimento. L’interesse quindi, nella sua funzione normale, suppone l’impiego fruttifero del capitale mutuato. Ora, nell’Attica non si erano ancora diffuse neppure le forme di cultura intensiva, sorte poi in correlazione all’aumento della ricchezza e all’incremento della vita cittadina[126]; quanto all’industria, sembra provato che la ceramica si fosse acclimatata nell’Attica, con tutti i caratteri e le promesse di un’industria indigena[127], ma il mercato, limitato all’Attica e forse alla Beozia, non le consentiva tutto lo sviluppo di cui era suscettibile; e, quanto alle altre industrie fiorite di poi, la tradizione ne attribuisce l’origine all’Attica[128], ma noi non abbiamo argomento per riconoscere, se non la loro esistenza, almeno un notevole loro sviluppo in questo periodo.
In tali condizioni il mutuo si presentava come un fatto rovinoso, quale ancora tanto tempo dopo appariva a Plutarco[129] e, anche di poi, a scrittori vissuti in tempi e in luoghi di limitato sviluppo economico, che non sapevano spiegare nè giustificare l’interesse. Non era insomma un fomite allo sviluppo della ricchezza; era invece una manifestazione di povertà, ed era un mezzo per i pochi ricchi di attrarre nell’orbita del loro patrimonio i debitori con la loro famiglia e il loro avere. “La terra era di pochi„ è l’espressione, che torna come un malinconico ritornello nella Costituzione degli Ateniesi, e ad essa risponde come un’eco questo progressivo impoverimento ed asservimento de’ debitori[130], in parte adoperati da’ nuovi padroni, in parte fuggiaschi o venduti fuori paese, dove era più facile il loro impiego. L’instabilità e i pericoli di questa condizione di cose provocarono la riforma solonica, ma, nell’opinione stessa del suo autore, questa avea un valore tutto relativo. Per quanto concerneva i debiti (σεισαχθεία), sia che li condonasse (Ἀθ. Πολ., c. 6), sia che li riducesse agevolandone il pagamento (Androz. presso Plut., Sol., 15), si appigliava a un mezzo empirico e toglieva via gli effetti del male senza svellerlo dalle radici. La riforma monetaria poi, intesa, come pare, ad agevolare le relazioni d’Atene con i paesi, ov’era in uso il sistema euboico, e gli altri provvedimenti d’ordine politico e sociale, che a Solone vengono attribuiti, voleano essere come il lievito della prosperità e della potenza ateniese[131].
VI.
“Ma gli effetti di tali innovazioni erano a lunga scadenza; e, intanto, dal seno stesso de’ dissensi, che la riforma non avea eliminati e forse neppure placati, dall’antagonismo degl’interessi da essa urtati o solleticati, rinascevano le turbolenze per metter capo, con l’elevazione di Pisistrato, ad una forma di reggimento politico, principato a base popolare, ch’è come un cesarismo anticipato, ma che in Grecia, invece di essere l’epilogo, è il punto di partenza e il crogiuolo della futura democrazia. È un reggimento all’apice formalmente diverso dal solonico e in cui pure si maturano e fruttificano i germi di questo; e dura tale continuità organica col lungo periodo anteriore, che noi stentiamo a separare alcune delle stesse imprese di guerra compiute durante l’uno o l’altro periodo; tanto la tradizione, a cui la tirannide de’ pisistratidi inconsapevolmente appariva come l’epilogo di un secolo di rivoluzione e come l’incubazione dell’èra nuova, ha, duplicandoli o spostandoli, fusi e confusi insieme alcuni eventi[132].
Malgrado la sua vicenda di esigli e di contrastati ritorni, malgrado i suoi fasti di guerra, la tirannide pisistratide poteva, meglio del secondo impero francese, dire di essere la pace. Il suo trionfo interno avea messo un termine alla comune prepotenza e alla reciproca lotta de’ gruppi gentilizi, ancora non bene fusi nello Stato, del quale ognun d’essi volea impadronirsi, emulo e geloso degli altri; e le sue imprese di guerra aveano avuto il carattere di una difesa ed erano riescite a rompere il cerchio di ferro, in cui l’Attica, regione povera, era stata finora stretta, condannata a vivere di sè stessa ed entro sè stessa, soffocando ogni iniziativa. E, al pari del secondo impero in Francia, anche la tirannide de’ Pisistratidi, se, per emergere, s’avvalse, come di strumento, dell’elemento mobile e dissestato della cittadinanza, fu poi, in quanto mirava a consolidare e ad allargare il ceto de’ piccoli proprietari, l’emanazione della piccola proprietà campagnuola.
Aristotile[133] avea già cercato in questo stato del popolo, sparso nella campagna e tutto inteso all’agricoltura, la ragione del passaggio dalla forma oligarchica alla tirannide. Carlo Marx[134] dovea spiegare luminosamente e diffusamente i rapporti del dispotismo cesareo con lo stato della proprietà fondiaria, all’atto stesso della formazione dell’impero napoleonico. “I campagnuoli formano una massa enorme, i cui membri vivono in una situazione simile, ma non entrano in rapporti gli uni con gli altri. Il loro modo di produzione gl’isola invece di tenerli in reciproche relazioni, e l’isolamento è favorito da’ cattivi mezzi di comunicazione e dalla loro povertà. Il loro campo di produzione, il boccone di terra non ammette nella sua cultura alcuna divisione di lavoro, alcuna applicazione della scienza, alcuna diversità di talenti, alcuna ricchezza di rapporti sociali. Ogni famiglia di agricoltori basta quasi a sè stessa, produce immediatamente essa stessa le cose necessarie al suo consumo e acquista così quanto è necessario all’esistenza, mercè lo scambio con la natura, più che mediante il commercio con la società. L’appezzamento di terra, il contadino e la sua famiglia; accanto un altro appezzamento, un altro contadino e un’altra famiglia: un ammasso di queste unità forma un villaggio e un ammasso di villaggi forma un dipartimento..... Essi sono dunque incapaci di far valere il loro interesse di classe in loro proprio nome, sia con un parlamento che con una convenzione. Essi non possono rappresentarsi: occorre che siano rappresentati. Il loro rappresentante deve apparire al di sopra di essi, al tempo stesso come il loro padrone e come un’autorità, come una potenza governativa illimitata che li protegga contro le altre classi e mandi loro dall’alto la pioggia e il bel tempo. Così la società forma l’ultima espressione dell’influenza politica del ceto agricolo„.
Divenire il re degli agricoltori, rassodarne il ceto, migliorarne le condizioni, ampliarlo, favorendo, al modo stesso di un altro tiranno di Sicilia[135], l’esodo verso la campagna di quegli antichi possessori ruinati, di que’ dissestati, di quegli spostati affluiti nella città, che erano stati in mano sua un’arma di combattimento ed una scala al potere, ma che ne divenivano un pericolo, se rimanevano una massa instabile, irrequieta e scontenta: — ecco quale sembra sia stato il principale intento di Pisistrato e il più saliente carattere del suo dominio[136]. E questo suo proposito fu reso più agevole e di pratico effetto dalle confische, che non poterono mancare contro i suoi avversari più ricchi e più potenti, e si dovettero convertire in distribuzioni di terre[137]; mentre un’èra di pace interna e il mare dischiuso a’ commerci adducevano un incremento economico, per cui era permesso di dare una notevolissima spinta all’iniziata trasformazione delle culture, diffondendo l’olivo e la vite, bonificando, irrigando ed usando in forma sempre più razionale la terra. Ma, cooperando a questo incremento economico e a questo nuovo stato di cose, la tirannide apparecchiava necessariamente e inconsapevolmente, ad un tempo, la sua fine; e, dal seno stesso del crescente benessere, si schiudevano e maturavano i germi e le condizioni di una trasformazione politica e sociale. La storia di quel periodo, al pari e forse più che nella tradizione letteraria, si riflette nelle vicende della topografia di Atene e dell’Attica[138]. Quello sviluppo di tutte le attività economiche vivificava, come un lievito potente, la vita cittadina, obbligando il principe stesso a divenirne suscitatore ed istrumento. I bisogni estetici, che sorgono da uno stato di agiatezza e che s’innestano mirabilmente su tutti gli altri bisogni della vita pubblica e privata, creando nuove esigenze all’esercizio delle funzioni politiche e religiose; l’opportunità, se non a dirittura la necessità di dare un utile impiego al lavoro; fomentavano, insieme a un rinnovamento edilizio, la costruzione di nuovi edifizi, specie a scopo pubblico e religioso; e la città, come un organismo fiorente che rompe la veste troppo stretta in cui è serrato, si spandeva specialmente nella direzione del Falero, il porto e l’emporio di Atene risorgente. Questo sviluppo edilizio, con un nuovo impulso alle cave de’ materiali da costruzione, dava un impulso ancora maggiore al lavoro, che forse già da questo tempo avea un suo sito speciale di offerta e di dimanda[139], ed a’ mestieri, alle arti, alle manifestazioni di un industria sorgente. Sostituendosi al Kudathenaion, il quartiere de’ nobili, il Kerameicos diveniva ora il cuore e il centro di Atene e dell’Attica, la sede dell’Agorà; il quartiere, a cui la più antica industria dell’Attica avea dato il nome e che accoglieva ora in sè i fattori e le fatture della nuova vita ateniese. Le vie, sopratutto sacre, che, movendo dal Keraimeicos, s’irradiavano per tutta la regione, agevolando le comunicazioni, fondevano in un sol tutto la campagna e la città, facendo rifluire i campagnuoli in città per prestare anch’essi, se anche interrottamente, la loro opera di giornalieri, in un periodo, in cui tutto lascia supporre uno scarso o mediocre sviluppo della schiavitù. E le festività periodicamente ricorrenti, che richiamavano in Atene non solo la popolazione dell’Attica ma anche quella insulare, concorrevano, anch’esse, a togliere gli agricoltori da quello stato d’isolamento e di massa incoerente, che li obbligava a trovare nel principe il loro punto di unione e il rappresentante de’ loro interessi[140].
VII.
In questo sesto secolo, che ormai volgeva al tramonto, Atene avea menato a buon punto il suo rinnovamento economico; avea iniziata la sua espansione commerciale, spiegando, avida, le sue mire in direzione dell’Ellesponto[141], onde poi si dovea in tanta parte sopperire al suo sostentamento; avea maturati germi della stessa sua fioritura artistica[142]; e avea, come conseguenza di tutto ciò, preparato lo sviluppo della costituzione solonica e l’avvenire della democrazia, a cui Clistene, dirompendo politicamente le ultime trame de’ gruppi gentilizi, con l’ordinamento territoriale dava un infallibile strumento di preponderanza.
Le grandi guerre mediche erano ornai in vista; e ben poteva un giorno Isocrate[143] dire degli Ateniesi che combatterono nelle guerre persiane, con una amplificazione retorica, di cui pur non si sorride: “Credo che qualcuno degli Dei, ammirato della virtù loro, abbia dato causa a quella guerra, perchè, essendo di tale elevata natura, non rimanessero oscuri, nè terminassero la vita senza gloria, ma si potessero comparare a’ nati dagli Dei, chiamati semi-dei„.
La ruinosa fine delle spedizioni persiane, seguita dal contrattacco che fece del bacino orientale del Mediterraneo un mare ellenico, ha una culminante importanza per tutto il popolo greco, ma per Atene segnava l’ora della palingenesi. La città era stata messa a sacco e fuoco, e su’ colli sacri, dove era stata Atene, erano adesso de’ ruderi; pure Atene risorgeva, più bella e più gagliarda, come la Fenice dalle sue ceneri. Sotto la guida di uomini geniali, che la necessità avea suscitati e che negli eventi si erano temprati ed aveano trovata la rivelazione del loro valore e de’ destini del paese; Atene ora riprendeva, con più favore di mezzi e con lena migliore, quel cammino ascendente, per cui dopo Solone le era riuscito di mettersi e su cui avea proseguito senza interruzione. Con lo sviluppo della cultura intensiva e con l’uso de’ suoi materiali da costruzione, essa era venuto esprimendo dalla terra tutto quanto questa potesse dare; e, tra i doni che la terra dell’Attica era capace di largire, vi erano anche le miniere argentifere del Laurio.
Che queste miniere fossero usufruite da tempo remoto, lo asserisce Senofonte[144], senza per altro poterne fissare l’epoca, anche approssimativamente. Le penose condizioni economiche del periodo solonico fanno credere che, a quel tempo, non ne fosse ancora tratto utile partito; ed è sotto Temistocle che se ne comincia a parlare, come di un vero cespite di ricchezza, capace di dare, per quanto se ne può indurre, trenta o quaranta talenti all’anno[145]. La scoperta, o l’uso più razionale e proficuo di queste miniere, costituisce in ogni modo per l’economia e l’avvenire di Atene un fatto, la cui importanza è rilevata e non a torto dagli antichi[146]. Ad esse Atene dovea, se non proprio l’origine, almeno la costituzione di una vera flotta; ad esse dovea il vantaggio di aver potuto coniare monete di lega migliore, che agevolavano i suoi scambi; ad esse dovea dunque i due più efficaci istrumenti della sua prosperità commerciale, della sua indipendenza politica e della sua successiva grandezza.
L’esito della guerra le avea assicurato non solo un annuo tributo, che da quattrocentosessanta talenti dovea elevarsi molto tempo di poi (425-4 a. C.) a novecento o mille[147], se non alla somma maggiore voluta dalla tradizione[148], ma, quel che è più, la suprema e indiscussa signorìa del mare; e la incontrastabile importanza di questo predominio poteva non essere bene intesa da un retore come Isocrate[149], stanco per giunta delle tante guerre e anelante alla pace, ma appariva bene ad un politico acuto, loico e flemmatico, come lo scrittore dello Stato degli Ateniesi pseudo-senofonteo, il sostrato e l’anima della vita di Atene[150]. Atene era destinata omai, per l’azione reciproca della maggiore potenzialità economica e del conseguente sviluppo della cultura, ad essere il centro del mondo ellenico; e, come n’era stato lo schermo contro lo straniero, così ne diveniva innanzi al mondo la immagine più eletta e compiuta. La signorìa del mare, come minutamente è dimostrato in quella incomparabile anatomia dello Stato degli Ateniesi[151], era anche più che oggi non sia: era tutto; e, col realizzarsi di quella condizione, Atene acquistava la base per diventare un centro d’industria, quale era compatibile con l’antichità, un emporio di commerci, e, quel che ne era causa e conseguenza, una città popolosa. Il commercio del danaro, indice e base di ogni altro, che altra volta avea assunta la forma sterile e depauperatrice dell’usura, ora risorgeva in proporzioni incomparabilmente più vaste e con più feconda attività. Gli opulenti tesori de’ templi funzionavano come tante casse di prestanza, a cui attingevano le città ed i privati[152]. Già il tempio di Delfo avea avuto, il secolo innanzi, rapporti d’affari ed avea fatto prestiti agli Alcmeonidi[153]. I conti del tempio di Delo (377-4 a. C.) ci dànno, in tempo posteriore, l’esempio di un capitale di forse quaranta talenti, accreditato a città ed a privati, in parte ateniesi, per somme considerevoli: tali infatti appariscono dalle cifre d’interessi pagati, che, per i privati, giungono sino a novecento dramme e, per le città, ad un talento, e da quelle degl’interessi arretrati, che per le città riescono ad oltrepassare i quattro talenti[154]. E, accanto a’ templi, o dietro l’esempio loro, altri enti, come i demi[155], e i privati mettevano a frutto il danaro. Questo impiego del danaro, che, con una frase caratteristica ancor oggi in uso, si diceva “far lavorare il danaro„[156], quasi che, ricevuto il primo impulso, il danaro seguitasse a correre automaticamente; questo giro del danaro diveniva ogni giorno più rapido, instancabile, e quasi affannoso, e si creava un organo speciale in tutto un ceto di banchieri, che, assorbendo e richiamando il danaro per mille vie, lo riversavano sul mercato, mettendolo a servigio della produzione, del commercio e anche dello scialacquo.
Quel rinnovamento edilizio, che suole corrispondere ad un periodo di espansione economica e che già sotto i Pisistratidi si era affacciato col cominciare di uno stato di benessere materiale, non potea questa volta mancare; e s’impose e fu grandioso, quanto non sembrava possibile immaginare. Tutto quanto potevano suggerire le esigenze della difesa, prima, e poi, a grado a grado, quelle del culto, della vita pubblica, della bellezza, fu compiuto con un senso d’arte e una prodiga magnificenza, di cui non si saprebbe trovare l’uguale. Il proposito, che qualcuno attribuisce a Temistocle di voler fare a dirittura del Pireo il centro della vita cittadina, e l’opposto proposito di Cimone, che non sapeva staccarsi dalle antiche sacre sedi, aveano finito col dar luogo ad una doppia città, la quale si sviluppava contemporaneamente in due ambienti diversi, tendenti a ricongiungersi. Mentre, da un lato, il Pireo si cingeva di mura e si ordinava a forma di città, dall’altro, l’Acropoli, fornita di mura di sostegno e spianata, invitava quasi alla costruzione de’ monumenti insigni eretti di poi; e il primo lungo muro congiungeva la città mediterranea e la marina; opere tutte grandiose, a cui, per ironia della sorte, avea contribuito il prezzo di riscatto de’ Persiani, venuti a soggiogare la Grecia e rimasti prigionieri[157]. Ma, per grandi che fossero queste opere, esse erano soltanto l’inizio di una somma ingente di lavori, ne’ quali si veniva realizzando il piano da Pericle concepito di fare di Atene, non solo una città inespugnabile, ma, col contributo stesso della Grecia, l’incarnazione di tutto quanto la Grecia avesse di grande e di bello; non solo il baluardo, ma l’ornamento e l’orgoglio del mondo ellenico. Così, dal completamento delle lunghe mura a quello del Partenone, dalla costruzione dell’Odeion a quella de’ Propilei, fu una vera febbre edilizia, che assalse il paese, e si risolveva incessantemente in nuove opere, ora per agevolare le operazioni del commercio nel Pireo, ora per soddisfare un bisogno religioso, ora per appagare il crescente senso estetico, ora per il riordinamento stesso della città, sotto la guida de’ più geniali e perfetti artisti che sieno mai stati al mondo[158]. La spesa fu enorme: i soli Propilei costarono duemila e dodici talenti, spesi in soli cinque anni[159]. Il bilancio dello Stato ne fu gravato in guisa che, a quanto è stato calcolato, da’ quattrocento talenti annui di spese ordinarie, salì, specialmente poi col sopravvenire delle esigenze della guerra, a duemila quattrocentotrenta talenti annui (ol. 86,3-87,1) e a duemila ottocentosettanta talenti (ol. 87,2)[160].
VIII.
Accanto al notevolissimo sviluppo economico, dovuto all’acquistato imperio del mare, a’ commerci più doviziosi e frequenti, al danaro abbondante, è facile immaginare quale azione dovesse avere sulla vita ateniese anche questa semplice erogazione dello Stato, considerata da sola. Opere costruite qualche volta con fretta precipitosa, come ne’ lavori di difesa, sempre con tutta speditezza, esigevano già, come primo ed immediato effetto, un gran numero di braccia, e mettevano a partito tutte le forze utili di lavoro del luogo, ed altre ne richiamavano di fuori. In linea secondaria e mediata, poi, ne seguiva, che Atene diveniva un centro di popolazione sempre più densa, e si rendeva più celere il giro della moneta, dato uno stato di benessere come quello, in parte anche artificiale. Gli effetti si riverberavano quindi su tutte le manifestazioni economiche del paese, allargando, come avvenne, rispetto all’agricoltura, la zona della coltura intensiva[161], e, rispetto alla produzione industriale, portando quella maggiore divisione del lavoro e quella maggiore perfezione del prodotto che, come già notava in un tratto tante volte citato Senofonte[162], sogliono corrispondere appunto alla maggiore richiesta, determinata da una maggiore popolazione. In questo periodo dobbiamo fors’anche vedere il germe di quelle manifatture più o meno rudimentali, più o meno sviluppate, di cui abbiamo più sicuro documento al IV secolo, negli oratori, ma la cui esistenza è pure indirettamente[163], o direttamente[164] portata a nostra notizia per la fine del V secolo e il principio del IV.
È a questo periodo che dobbiamo attribuire uno sviluppo abbastanza notevole della schiavitù ad Atene. Benchè, tra i molteplici fini di quelle ingenti costruzioni, vi fosse quello di dar lavoro a’ cittadini[165], e per quanto potessero concorrere a prestare l’opera loro tanti di quei meteci, che anche appresso sopperivano a tanta parte delle esigenze del lavoro in Atene[166]; pure il numero degli schiavi si dovette venire notevolmente accrescendo. Come domestici, per il servizio stabile della casa, più che a preferenza, doveano essere adibiti, si può dire, esclusivamente gli schiavi. Il lusso era ben lontano dall’assumere in Atene le proporzioni che assunse nel periodo dell’impero romano, e il numero degli schiavi addetti al servizio domestico era contenuto in termini piuttosto modesti. I casi di schiavi assai numerosi addetti al semplice servizio domestico e a quelli di parata, si possono ritenere come rari ed eccezionali; mentre compaiono in proporzioni limitate nelle commedie, e la scorta di persone ricche e amanti di un certo fasto è limitata a pochissimi schiavi[167]. Molta parte de’ servizi domestici dovea essere poi disimpegnata dalle donne nella casa[168]. Il crescere dell’agiatezza e de’ bisogni ampliava in ogni modo il numero degli schiavi. Ma, d’altra parte, molti bisogni, a cui prima si sopperiva in casa, cominciavano ad essere soddisfatti fuori. La vendita della farina[169], quella del pane[170], il sorgere di speciali centri produttori di oggetti di vestiario[171] importavano una diminuzione della gente di servizio domestica, addetta a quelle bisogne; o l’esempio di Pericle[172], che si provvedeva fuori di casa, a seconda del bisogno, di ciò che gli occorresse, dovea rappresentare tutt’altro che un caso isolato.
L’industria estrattiva, e non delle miniere d’argento soltanto, ma anche de’ materiali di costruzione[173], che veniva fatta in condizioni di non molta sicurezza e riesciva grave, insieme, di pericolo e di fatiche, era un retaggio degli schiavi. Le officine, le manifatture, gli spacci più o meno grandi, là dove si sostituivano alla produzione casalinga, adoperavano, almeno a preferenza, schiavi: ce lo fanno argomentare il numero rilevante di schiavi operai (χειροτέχναι), a cui accenna Tucidide, e le testimonianze esplicite, che troviamo del loro impiego, dall’esordire del IV secolo.
Del numero concreto di schiavi esistenti allora in Atene non abbiamo notizia; ma sappiamo in ogni modo che era inferiore a quello della Laconia, inferiore anche a quello degli schiavi di Chio, che avea una estensione inferiore a un terzo dell’Attica[174].
IX.
Accanto al lavoro servile sussisteva e si svolgeva il lavoro libero[175].
Negli scritti specialmente de’ filosofi, più che il lavoro, i lavoratori non godono di molta considerazione[176]; e la cosa è naturale. Chi era in grado di vivere del lavoro altrui, avea modo di dedicarsi esclusivamente alla politica, alla cultura della mente, a quegli esercizi del corpo, che costituivano pe’ Greci un agone di emulazione e di gloria. La sua persona quindi era meglio sviluppata e più elegante, la sua mente si elevava, i suoi costumi, se non s’ingentilivano, si raffinavano; e, chi non riesciva ad avere un valore reale e diveniva soltanto un bellimbusto e un uomo alla moda, raccoglieva pur sempre l’effimero successo della folla, che si ferma volentieri a ciò che è bello esteriormente e che splende. Chi invece dovea campare col suo lavoro la vita, assorbito nella sua opera manuale, restava d’ordinario fisicamente e intellettualmente inferiore a quegli altri; e il mondo che paga, quando lo paga, chi gli è utile, e va dietro a chi lo diverte, non poteva che constatare la inferiorità loro e considerarli da questo punto di vista. Sotto questo rapporto, l’opinione degli antichi sul lavoro manuale non era che il riflesso di uno stato di fatto; e, se anche oggi lo si dissimula con maggiore ipocrisia, in fondo era lo stesso di quello che oggi impera anche presso di noi, specie dove le condizioni della classe lavoratrice sono più depresse e il loro sviluppo più basso. Ma anche allora, come ora, ciò che spingeva al lavoro manuale era il bisogno, e, per quanto forte potesse essere il pregiudizio contro di esso, il bisogno finiva per vincerla sul pregiudizio.
Il lungo periodo di strettezze e di depressione economica, attraverso cui era passata Atene specialmente, avea dovuto dare un impulso ad ogni specie di lavoro utile; e la tradizione dell’incoraggiamento all’esercizio de’ mestieri, è, come tante altre, riportata specialmente a Solone[177]. Ma l’incremento de’ mestieri è tanto più antico: lo provano l’antichità dell’industria ceramica, l’inno ad Efesto, la tradizione che de’ lavoratori (ἐργάδεις) faceva nientemeno che una tribù[178], la menzione di Solone stesso in una delle sue elegie[179], i due posti d’arconte concessi a’ demiurghi dopo Damasia[180], le feste artigiane[181]. L’inoperosità di quelli specialmente, che non aveano come provvedere alla propria sussistenza, oltre all’esser corretta dal bisogno, dovea destare una legittima preoccupazione ne’ reggitori dello Stato, sino al punto di condurre a quell’accusa d’ozio (γραφὴ ἀργίας), che si è voluta riportare sino a Dracone[182]. L’incoraggiamento a’ mestieri e il proposito di trapiantare nell’Attica anche quelli sin’allora ignoti o non diffusi, richiamandovi i forestieri, è cosa che sta interamente nel carattere della legislazione e del tempo di Solone[183]. Frenare, se non a dirittura impedire la diffusione della schiavitù, è cosa conforme anche al periodo de’ tiranni: lo sappiamo espressamente per Periandro[184], ed abbiamo facoltà di ammettere altrettanto per Pisistrato. Benchè egli favorisse a preferenza il lavoro agricolo, pure il progresso economico e la crescente costruzione di opere pubbliche doveano, direttamente o indirettamente, condurre alla diffusione delle arti manuali, allo sviluppo di un ceto di artigiani.
Alla fine del secolo quinto la classe di artigiani era già largamente diffusa: ne fa menzione Aristofane, ora in via di semplice accenno, ora con piglio burbero[185]. Ma Plutarco[186], sopratutto, raccogliendo poi la tradizione dell’età periclèa, ci mostra come l’operosità spiegata nelle pubbliche costruzioni sotto la egemonia di Pericle “con la varietà de’ bisogni, suscitasse tutte le arti e movesse tutte le mani, dando quasi a tutta la cittadinanza una mercede ed ornando così e alimentando al tempo stesso la città..... Giacchè vi erano legname, pietre, rame, avorio, oro, ebano, cipresso e vi erano le arti che lavoravano e adoperavano queste cose: falegnami, lavoratori in rame, formatori, scalpellini, tintori, lavoranti in oro ed avorio, ricamatori, fonditori, gente che attendeva a’ trasporti per mare, come commercianti, barcaiuoli, piloti, e, per terra, come costruttori di carri, vetturali, carrettieri, e poi funaiuoli, linaiuoli, calzolai, selciatori di strade, lavoranti in metallo. Ogni arte, come ogni generale ha il suo esercito, avea i suoi salariati ed i suoi aiutanti, fatti organo e strumento di quella categoria di servizi; sicchè, per così dire, tutti questi mestieri distribuivano e spargevano per ogni età e per ogni sesso il benessere„.
X.
Nell’agricoltura il lavoro de’ liberi dovea poi avere una parte preponderante. Mentre la proprietà fondiaria era molto frazionata, alla cultura di questi piccoli lotti attendeva il proprietario stesso con la sua famiglia, che risiedevano, come sappiamo[187], sul posto, e doveano bastare specie a’ lavori ordinari. La cultura diretta delle terre, sì in Atene che negli altri paesi di Grecia, era molto diffusa[188], e, dove l’ampiezza de’ fondi esigeva un concorso di persone, gli schiavi vi erano certamente adoperati, sia come lavoratori che come fattori di campagna od intendenti, ma alternativamente con operai liberi. Come appare anche da quelle delle commedie d’Aristofane, che hanno per teatro d’azione la vita rusticale, gli schiavi rustici doveano essere in numero limitato e proporzionato al lavoro continuo e durevole, mentre altri lavori, che richiedevano l’applicazione contemporanea di molti lavoratori, ma per breve durata, quali la vendemmia, la raccolta delle olive, la mietitura, erano più facilmente disimpegnati da mercenari, come ce ne fanno testimonianza dati in parte del quinto secolo, in parte del seguente[189]. La stessa attestazione dell’impiego di schiavi altrui, temporaneamente assoldati, fa argomentare il simile impiego di mercenari liberi. Il sistema delle affittanze, che si trova più sviluppato nel secolo IV[190], attesta l’impiego del capitale anche in imprese agricole; ma, ove le corrisponsioni erano tenui, bastava all’esecuzione de’ lavori il fittaiuolo, e, dove l’altezza dell’affitto dimostra che si trattava di fondi estesi, niente obbliga a ritenere che fossero coltivati con l’opera esclusiva o preponderante di schiavi e non con quella di mercenari; tanto più quando si consideri che la grande proprietà, o la grande cultura ha come termine correlativo l’aumento del proletariato agricolo e quindi di una larga categoria di lavoratori mercenari. Questo proletariato era anche naturalmente ingrossato dagli schiavi manomessi, già addetti all’agricoltura; e infatti epigrafi attiche della fine del IV secolo[191] ci conservano traccia di questi liberti agricoltori e vignaiuoli, che, per vivere, doveano locare l’opera loro. È stato pure osservato[192] come quegli antichi coltivatori, che troviamo sulla soglia della storia ateniese (πελάται, ἑκτήμοροι) e che erano qualche cosa di medio tra i mezzadri ed i coloni, scompariscono senza che gli autori antichi assegnino le ragioni del cambiamento. Ora niente, se io non m’inganno, ci dà facoltà di ritenere in forma assoluta che la mezzadria fosse interamente scomparsa e che proprio non ne rimanesse traccia nell’Attica, anche sotto forma meno oppressiva; ma, d’altra parte, si ha tutta la ragione per credere, che quel tipo di cultura, sotto l’azione combinata della sviluppata cultura intensiva, della ricchezza crescente, del primo frazionamento della terra, dovea apparire una forma superata, e quegli antichi coloni, con varia vicenda, si tramutavano in piccoli proprietari, fittaiuoli, mercenari della campagna e, talora, della città.
XI.
La persistenza di una classe di lavoratori liberi, produttori di manufatti, era anche favorita da alcune condizioni, che la sostenevano contro la concorrenza servile e le davano incremento. La soddisfazione sempre più larga de’ bisogni, che avrebbe poi fatto luogo nel IV secolo a qualche cosa che era il lusso e lo rasentava, dava un lento eppur continuo impulso alla tecnica manufattrice, creando una divisione del lavoro sempre maggiore e affinando, migliorando, perfezionando i prodotti; talchè i manufatti domestici cedevano sempre più il campo a quelli compiuti con una tecnica più sviluppata e da speciali artefici, necessariamente più abili. Così, la tintura delle stoffe, di regola, non poteva essere fatta in casa, e ben presto si era convertita in un’arte speciale[193]. La stessa arte tessile, esercitata generalmente da tutte le donne nell’interno della casa, trasformava i suoi telai e migliorava i suoi procedimenti, fabbricando, accanto a’ tessuti usuali, altri più fini e di più complicata orditura[194]. L’arte del conciapelli e quella del lavoratore di cuoio, se ancora, talvolta, si trovavano riunite in una stessa persona, in generale tendevano a distinguersi come due mestieri distinti; e lo stesso lavoro del cuoio, che, già dall’epoca omerica, rappresentava un mestiere speciale, a grado a grado, pur serbando un unico nome (σκυτότομος, σκυτεύς), avea una molteplice applicazione, che non potea essere tutta esercitata da un solo e medesimo artefice[195]. Tra gli stessi lavori d’intreccio, che pure continuavano nella generalità de’ casi ad essere eseguiti da persone non tecniche, la fabbricazione delle corde si costituiva come un mestiere speciale[196].
E questi esempi si potrebbero agevolmente moltiplicare con più visibile effetto, considerando lo sviluppo sempre maggiore della tecnica e la divisione del lavoro sempre crescente nella ceramica, nella lavorazione de’ metalli, nell’arte architettonica, nell’ornamentazione, senza dire delle arti figurative e delle loro svariate applicazioni.
XII.
Questo differenziarsi e specificarsi del lavoro manuale potè limitatamente conciliarsi col lavoro servile nella manifattura; ma, la manifattura, in Atene, per quanto se ne abbiano vari esempi, non dette l’impronta a tutta la produzione, rimase bensì circoscritta ad alcuni rami di essa; e, intanto che la manifattura sorgeva, si formava un ceto di artefici, che doveano sostenere la concorrenza della manifattura, fin che loro riusciva, e, vinti, doveano tendere a divenirne gli operai. Gli schiavi, forniti omai a’ vari mercati, in gran parte, dalla guerra e dalla pirateria, erano reclutati alla rinfusa, e difficilmente aveano l’attitudine e l’esperienza tecnica, che ne rendesse possibile, volta per volta, un utile impiego industriale, adatto al luogo, al tempo, alle condizioni particolari di chi l’acquistava.
E a tutte queste difficoltà se ne aggiungeva un’altra.
Le vendite di schiavi, fatte all’asta, a quanto pare nel 415, in seguito al processo degli Ermocopidi[197], ci mostrano che il loro prezzo, sceso sino a settandue dramme nella vendita di un fanciullo cario, ascendeva a centoquindici e centosettanta dramme per un Trace, a centotrentacinque, centosessantacinque e dugentoventi dramme per una donna tracia, a centoquarantaquattro dramme per uno Scita, a centoventuno per un Illirio, a dugentoquaranta e trecentouno per un Siro. Queste vendite si facevano all’asta, è vero; ma l’asta avea luogo in uno de’ momenti relativamente più favorevoli della guerra del Peloponneso, quando con audaci speranze e confidente iniziativa si tentava l’impresa di Sicilia; e, per giunta, si trattava di schiavi, che non doveano essere de’ peggiori, appartenenti, com’erano, a case delle più benestanti ed anche delle più pretensiose. Si può dunque ritenere di non andare lontano dal vero, fissando per questo periodo a due mine, o ad un prezzo non molto inferiore, il valore venale di schiavi, che, come questi, a quanto si può argomentare dalle epigrafi, non aveano una speciale attitudine tecnica e doveano essere adibiti a servigi domestici. Ma in un giro prossimo di tempo Senofonte facea dire a Socrate: “Havvi un valore degli amici come degli schiavi. E degli schiavi uno vale due mine, un altro neppure la metà di una mina, un altro cinque e un altro dieci mine. Di Nicia figliuolo di Nicerato si dice che abbia comperato per un talento un sopraintendente alle miniere di argento„[198].
Il prezzo di un talento è, come si vede, l’eco di una voce indeterminata; e può semplicemente servire a farci vedere come il prezzo di uno schiavo potesse salire molto alto, specialmente trattandosi di un direttore dell’azienda, la cui importanza, anche nell’economia agricola, è rilevata con cura speciale dallo stesso Senofonte[199]. E probabilmente in quell’uffizio uno schiavo avea più pregio di un libero, perchè la sua condizione assicurava meglio la continuità del suo ufficio, ne faceva una diretta emanazione del padrone e, relativamente, lo assicurava meglio contro il pericolo di sottrazioni e ruberie, non potendo lo schiavo possedere nulla di suo proprio e non avendo quindi un’azienda sua propria, sotto cui dissimulare, ed a cui profitto volgere gl’illeciti guadagni.
Se gli altri prezzi di cinque e di dieci mine e più oltre, invocati ad esempio, si riferivano a schiavi, che avessero particolari pregi o speciale attitudine ed educazione tecnica, il loro acquisto dovea sempre più riescire di dubbia utilità e dovea, sempre che fosse il caso di poter ricorrere al lavoro libero, indurre a surrogarlo al lavoro servile.
XIII.
I conti de’ lavori dell’Eretteo[200], alla fine del V secolo (408 a. C.), ci mostrano che il lavoro qualificato tendeva già ad assumere preferibilmente la forma del cottimo, o del forfait, quasi di un appalto, ciò che attesta un maggiore sviluppo del lavoro ed anche una maggiore concorrenza. Ma, accanto al cottimo, ricorre pure la locazione d’opera a giornata per lavori, che, anche senza esigere un lungo tirocinio e singolari attitudini, costituivano nondimeno un lavoro qualificato, come quello del segatore, del falegname, ecc.; e la mercede giornaliera è di una dramma, o intorno ad una dramma. Ora, lavori di questo genere non avrebbero potuto essere compiuti per i singoli privati da propri schiavi non esercitati, senza perdita di tempo e il danno di una imperfetta esecuzione; e uno schiavo, particolarmente addetto a questi lavori, non avrebbe potuto essere impiegato per proprio uso dal padrone in tutto l’anno, nè a volerlo locare giorno per giorno ad altri, come pure talvolta accadeva, si sarebbe potuto esser sicuri di tenerlo sempre occupato. Così, per poco che il prezzo di uno schiavo, adatto a un lavoro qualificato, superasse il prezzo medio di tutti gli schiavi, l’interesse corrispondente al capitale anticipato e la maggiore rata di ammortamento e la difficoltà di un utile impiego continuativo costituivano tanti motivi che ne sconsigliavano l’acquisto. Da ciò derivava, simultaneamente, come una doppia conseguenza: che, da un lato, mancava l’interesse di promuovere l’educazione tecnica degli schiavi, e, dall’altro, il lavoro qualificato tendeva sempre più a formare speciali mestieri coltivati da lavoratori liberi, che, esercitandoli spesso ereditariamente, si procacciavano una clientela adatta, e con l’aiuto di altre riprese, con la maggiore libertà di movimento, sotto la spinta più potente dell’interesse personale, poteano più facilmente vivere e trovare impiego.
Ma la guerra del Peloponneso, resa inevitabile dal desiderio sempre più intenso di espansione commerciale e dalla crescente egemonia di Atene, che si risolveva in aggravi sempre maggiori per gli alleati e soggetti ed in preoccupazioni sempre più vive per gli emuli ed avversari; imposta dalle condizioni stesse interne di Atene, dove la ricchezza mobiliare e il proletariato cercavano nuove sorgenti di sussistenza e di guadagni; la guerra del Peloponneso dovea, con le sue vicende e la sua fine disgraziata, acuendo gli stessi contrasti interni di Atene, creare una condizione di cose che, coattivamente, obbligava il lavoro libero a svolgersi e cercare un impiego.
Iniziata appena la guerra, l’esercito peloponnesiaco avea invaso il territorio dell’Attica; e l’invasione s’era poi ripetuta quattro altre volte, nel 430, nel 428, nel 427, nel 425, sino all’abile diversione che avea avuto per effetto l’episodio di Pilo[201]. Fin dal primo annunziarsi de’ nemici, gli abitanti della campagna erano stati, benchè assai a malincuore, costretti a ricoverarsi in città; e s’immagina facilmente quale effetto abbia potuto avere per l’agricoltura, e specialmente per le colture intensive, l’accamparsi e lo scorrazzare di un esercito nemico, per giunta non rintuzzato, che, al sicuro di ogni assalto, potè così una volta spingersi fino al Laurio. L’eco dell’irreparabile danno rimane ancora viva nelle commedie di Aristofane, specie nella Pace e negli Acarnesi, che son tutte un rimpianto de’ campi devastati e sopra tutto delle vigne distrutte.
La peste sopravvenuta nel secondo anno della guerra, pel suo noto carattere infettivo, se fece strage de’ liberi, dovette fare sterminio maggiore de’ servi, meno curati, peggio nutriti, più esposti; e la difficoltà sempre maggiore di approvvigionamento, le tristi vicende della fortuna pubblica e privata, la impossibilità di impiegare utilmente nella città i servi già addetti all’agricoltura ne dovettero ancor più, per vario modo, ridurre il numero. L’occupazione di Decelea, poi, fatta per consiglio di Alcibiade nel 413, proprio mentre l’impresa di Sicilia volgeva verso la sua tragica fine, fu come la spada di Damocle sospesa sopra Atene: fu la devastazione de’ campi organizzata in permanenza, un impedimento fisso ad ogni stabile ed efficace coltura, e, al tempo stesso, un richiamo di fuggitivi. Tucidide[202] ci dice che ben ventimila schiavi, da lui definiti come operai (τεχνίται), si sottrassero con la fuga; e, come ci è forse lecito argomentare da altri dati, doveano essere, per una parte notevole, schiavi addetti alle miniere[203]. In questo dato troviamo pure una riprova che i servi addetti all’agricoltura, compresi oppur no nell’epiteto tucididèo, erano già ridotti a’ minimi termini, se non a dirittura scomparsi, perchè, in caso contrario, essi, meno custoditi e più vicini a Decelea, avrebbero dovuto dare a’ fuggitivi un contingente maggiore degli schiavi cittadini e di quelli stessi del Laurio.
Intanto la notevolissima mortalità degli schiavi, le loro fughe, la difficoltà d’impiegarli stabilmente nell’agricoltura, l’imposta per quanto lieve[204] da pagare allo Stato per ognuno di loro; erano tanti fatti, che, presi insieme, doveano indurre ad eliminare, in quanto fosse possibile, il lavoro servile per surrogarlo col lavoro libero. E il lavoro libero, dal canto suo, tendeva a questo punto, sotto la pressione del bisogno e per necessità di cose, a prendere il posto del lavoro servile.
Ridotta, col disastro della sua agricoltura, a vivere quasi esclusivamente d’importazione, Atene avea dovuto volgere la sua attività, per quanto fosse possibile in istato di guerra, alla produzione di manufatti; ma, quale che potesse essere la richiesta di questi, nelle condizioni del tempo, in cui, in gran parte, si provvedeva con la produzione familiare e locale al consumo locale e familiare, l’esportazione, in ogni modo, dovea riescire inceppata durante la guerra, che chiudeva tanti mercati e facea malsicuri i trasporti; peggio che inceppata dopo la guerra terminata con la rovina della potenza ateniese. Lo Stato poi s’era stremato sotto lo sforzo continuo ed immane di una guerra così lunga, dispendiosa e fortunosa, e le fortune private, mentre erano state minate e falcidiate dalla ruina dell’agricoltura, dal venir meno de’ redditi ordinari e dal languire de’ commerci, aveano per giunta dovuto sopportare per due volte, a non grande distanza di tempo, il peso della contribuzione diretta (εἰσφορά) prelevata nel 428 nella misura di dugento talenti[205] e nel 410 in una proporzione forse maggiore[206].
Ricorrere pel sostentamento proprio e della propria famiglia al lavoro manuale, era omai, per molti, una necessità imprescindibile. Già i conti dell’Eretteo ci mostrano come nel 408 a. C. Ateniesi, in numero proporzionalmente non indifferente, prestavano l’opera loro in concorrenza con i metèci. Ma un quadro vivo e parlante della condizione di cose, che si dovette verificare in Atene sul finire della guerra del Peloponneso e subito dopo di essa, ce lo dà Senofonte ne’ suoi Memorabili.
Niente forse è più adatto di quelle poche pagine a darci una idea compiuta delle condizioni di Atene in quei giorni[207].
Alle conseguenze della guerra esterna si sono aggiunti i mali della guerra civile, che provocano ancora l’intervento straniero. “La terra non rende nulla, giacchè gli avversari sovrastano ad essa: niente danno le case, giacchè gli abitanti si sono assottigliati. Nessuno compera e in nessun modo vi è da avere danaro in prestito„. Tornano i cleruchi, ma sono stati spogliati di quanto possedevano nelle cleruchie, e nell’Attica non hanno nulla, e non portano che l’offerta delle loro braccia e il bisogno di sostentarsi. In questo stato di cose, s’imbatte in Socrate Aristarco, che ha omai quattordici persone in casa da mantenere, s’imbatte Eutiro, il cleruco rimpatriato; e da tutto il lento avvolgersi e svolgersi della fine dialettica socratica balza fuori, quasi da una necessità obbiettiva, come uno spontaneo ed inevitabile insegnamento, come unico e imprescindibile rimedio, il consiglio di ricorrere al lavoro più adatto, per elevarsi a quella condizione materiale, che pur mo’ rendeva, agli occhi di uno di essi, invidiati gli schiavi operai di Cyrebo, di Nausicyde, di Demea, di Menone.
Così il proletariato ateniese si dedicava sempre più al lavoro sotto l’impulso del bisogno, che la catastrofe immane della guerra avea potuto rendere più vivo, ma che non avea cessato mai d’essere sentito. E, per la imprescindibile dipendenza de’ concetti teorici da’ modi di vita, l’opinione della dignità del lavoro si veniva ancora rialzando, e trovava il suo riconoscimento nelle parole dell’uomo moralmente più elevato del tempo, di Socrate.
XIV.
È stato spesso ripetuto, e si ripete ancora, che il soldo dato a’ cittadini nelle assemblee, ne’ collegi giudiziari, ne’ teatri, li distogliesse dal lavoro, fornendo loro il mezzo di una vita oziosa. E pure questa è un’opinione, che non regge ad un esame accurato.
Delle assemblee politiche si può ritenere che non ve ne fossero, normalmente, più di quaranta per anno[208], e l’indennità di presenza a’ cittadini fu di un obolo, di due, di tre forse per più lungo tempo: al tempo di Aristotile salì a nove oboli per l’assemblea principale e ad una dramma per le altre[209]; ma le cresciute esigenze della vita e il numero limitato delle adunanze non poteano farne un mezzo per sostentare la vita. Più frequenti delle assemblee politiche erano le adunate de’ collegi giudiziari; ma l’indennità accordata a’ giudicanti non superò mai i tre oboli[210], e le convocazioni delle giudicature dovettero necessariamente scemare, quando Atene perdette il potere giurisdizionale sugli alleati. Inoltre erano legalmente giudici i cittadini, che aveano sorpassati i trent’anni, e realmente, per lo più, i vecchi che non aveano altra occupazione. Secondo la costituzione delle giudicature, poi, nelle cause meno importanti e però più frequenti, i giudici erano dugentouno, vi partecipava quindi limitatamente la cittadinanza[211]. L’indennità di assistenza agli spettacoli, che, probabilmente per un equivoco chiarito ora indirettamente dall’Ἀθηναίων Πολιτεία, Plutarco fece introdurre da Pericle, fu concessa in tempi posteriori; e, per quanto nel IV secolo assumesse importanza, se era versata, sotto una forma od un’altra, come diritto d’entrata al teatro, non potea rappresentare un mezzo di sussistenza. Ed anche chi, ammettendo conclusioni non in tutto accettabili, voglia ritenere nella misura più alta le indennità teatrali, ammettendo che lasciassero un margine di guadagno a’ cittadini e si estendessero da venticinque a trenta ricorrenze festive[212]; pure non riescirà a farne un contributo di qualche rilievo per la sussistenza del cittadino.
Così il soldo largito dallo Stato sotto queste varie forme, anche quando raggiunse la proporzione più alta, non potè mai rappresentare, nemmeno per quella parte de’ cittadini che ne poteva usufruire, un’entrata stabile e continua, che toccasse i tre oboli al giorno. E tre oboli al giorno, se si crede ad Aristofane, rappresentavano appena il guadagno giornaliero di una delle più basse categorie di lavoratori manuali, forse della più bassa (πηλόφοροι)[213]; equivalevano al prezzo minimo di un sesto di medimno di frumento; e il frumento, che, anche oggi, è soggetto ad una continua oscillazione di prezzi, allora, specialmente in un paese vivente d’importazioni come l’Attica, era esposto a continui, rapidi e notevoli rincari.
Non si saprebbe dunque ammettere che, quand’anche il soldo, percepito sotto varie forme dallo Stato, avesse potuto sopperire al minimo della sussistenza, i cittadini rinunziassero a spiegare, lavorando, un’attività che migliorasse le loro condizioni, per fare una vita grama e penosa quale potea farla uno spazzaturaio. Ma in questo, come in altre cose, si è stati fuorviati sopra tutto dall’abitudine di attribuire a’ giudizi e alla satira di Aristofane un valore obbiettivo, che mal si concilia col suo carattere di comico e più di partigiano[214].
Il crescere graduale del soldo, lungi dal valere come un mezzo che distoglieva i lavoratori dal loro mestiere, prova invece come il lavoro professionale di molti rendesse necessario un indennizzo sempre crescente, che li compensasse del tempo sottratto al mestiere e l’inducesse a non disertare le pubbliche adunanze[215].
XV.
Del resto lo stesso Senofonte fa dire da Socrate[216] a Carmide come l’assemblea, in fondo, è composta da tintori, lavoranti di cuoio, falegnami, lavoranti in metalli, agricoltori, commercianti e rigattieri. Questo ceto di artigiani, che, come Socrate stesso osservava, costituiva il nucleo dell’assemblea, avea acquistata una vera importanza politica; e, dopo la morte di Pericle, dava esso dal suo stesso seno alla repubblica i suoi uomini di Stato e, d’accordo col ceto de’ commercianti, costituiva un partito opposto specialmente a’ proprietari fondiari, e imprimeva alla politica ateniese un indirizzo, tendente a dare o a mantenere alla città il carattere e la posizione di sovrana del mare e centro economico e morale del mondo ellenico.
Pochi periodi sono atti a mostrare, al pari di questo, come la storia non è che una lotta di classi; tanto sulla fine del V secolo, in Atene, gl’interessi degli abbienti e de’ proletari, della proprietà fondiaria e della proprietà mobiliare divenivano sempre più opposti e cozzanti, e trovavano un’eco, una voce ed un’arma nella letteratura, nella filosofia, nel teatro. Specialmente la commedia assumeva una forma schiettamente politica; e, sotto i più arditi e più fantastici travestimenti, chiedendo fino agli uccelli, alle vespe, alle rane i nomi e le forme, invadendo le regioni dell’aria e le inferne, portava sulla scena gli uomini e le lotte contemporanee e, grazie alla veemenza della passione e alla facoltà di rispecchiare direttamente e sinceramente la vita popolare, smentiva l’aforisma che poema politico fosse anche necessariamente poema noioso.
Ben dice il Renan[217] che “il quadro della cultura umana creato dalla Grecia può essere indefinitamente allargato, ma è completo nelle sue parti. Il progresso consisterà eternamente a sviluppare ciò che la Grecia ha concepito, a riempire i profili che essa ha, se si può dir così, stupendamente abbozzati„.
Gli è che in Grecia, e specialmente in Atene, con l’accumulazione della ricchezza e la formazione di un proletariato di liberi, col crescere de’ bisogni e con l’industre e ingegnosa operosità nel cercare i mezzi tecnici di soddisfarli, si veniva formando un ambiente, che, nella sua struttura economica, superava spesso i confini dell’economia antica, per costituire come un’anticipazione del nostro ambiente economico; e da quel sostrato materiale di vita, quasi da un terreno lietamente fecondo, germogliavano i maggiori problemi della vita politica e intellettuale e la possibilità di un’elevata coltura e di una vita del pensiero, e instituzioni e concetti giuridici e sistemi di filosofia pratica e speculativa della più larga comprensione.
Quella lotta di classe contro classe che, alla sua volta, facea luogo, nello stesso campo chiuso della classe, ad una lotta più acre di uomo contro uomo, dovea richiamare naturalmente, con la stessa sua persistenza e con la sua azione sempre più deleteria, l’attenzione de’ pensatori, tanto più, quanto, in quel fiorire di tante energie della vita, la loro aspirazione si elevava verso un’associazione politica euritmicamente equilibrata; e si dovea così essere tentati a ricercare le cause sempre più remote di quel dissesto, per poterle recidere nella loro radice.
Quel rigoglioso germogliare d’ideologie, di schemi, di utopie e di teorie, che scalza credenze e costumi tradizionali, che si propone di dare un nuovo fondamento teorico alla società e alla vita giuridica, e indaga le condizioni dello Stato migliore, foggiandone all’occorrenza il modello; ha le sue radici in uno stato di cose incerto, oscillante, non più adatto a’ bisogni presenti, ed è l’indice migliore di un sistema di vita, che sta per compiere il suo cielo, e di un altro che si annunzia in forma vaga ed incerta. L’ordine costituito cercava una giustificazione teorica e non la trovava che nella forza, nell’imposizione di una prepotenza, nella confusione del giusto con l’utile, non universale, ma personale; una giustificazione, che avea in sè gli elementi della sua negazione e, con intento e forma conservatori, riesciva ad uno scopo nettamente rivoluzionario, cancellando virtualmente la differenza tra il padrone e lo schiavo[218] e suscitando così una diuturna insurrezione e un permanente conflitto. Ma tutto ciò non era che la conseguenza logica di quelle condizioni materiali, che, in tutta la Grecia, ove più ove meno, aveano reso più acre e disperato l’urto degl’interessi cozzanti: e le lotte civili di Argo e Corcira, la guerra senza quartiere tra ricchi e poveri, la perversione morale, che accompagnava quello stato di guerra interna ed esterna, non sono spiegate, ma spiegano questa nuova evoluzione delle idee politiche e morali[219].
D’altro canto lo stesso stato di malessere e il senso di angustia materiale e morale, che emanava da siffatte condizioni di vita, dovea riflettersi nel pensiero come l’aspirazione a forme sociali e politiche coerenti in ogni loro parte e organiche nelle loro funzioni. L’unità rotta nella pratica si ricomponeva nella concezione ideale e il dissidio della vita diveniva concordia nel pensiero. “Al punto di vista individualista-atomistico, che identificava senz’altro lo Stato con i suoi temporanei e personali elementi e lo risolveva in un complesso di unità meccaniche, si opponeva un altro punto di vista, il quale riconosceva un interesse sociale collettivo, che non si esauriva nella somma degl’interessi singoli e cercava di concepire lo Stato come un tutto coerente con un contenuto distinto da quello della somma delle sue parti„[220].
Così Socrate riesciva a vedere nello Stato il supremo organismo etico, nella politica lo scopo del benessere universale, nell’arte di governo il compendio di tutte le virtù; ma, appunto perchè della virtù è base il sapere, faceva della capacità la condizione di partecipare alla direzione dello Stato[221]; ed egli stesso, che avea teoricamente riabilitato il lavoro libero, nel campo politico veniva ad abbassarlo, riconoscendo in esso un impedimento a una compiuta educazione civile[222].
E la concezione socratica dello Stato domina tutta la successiva speculazione, che, pur nelle parti in cui se ne discosta, non è che un suo naturale sviluppo.
Nell’ideale concezione platonica lo Stato non è che la giustizia realizzata con una razionale distribuzione di funzioni, compiute da’ più adatti. Ma al grande idealista non avea potuto sfuggire la perturbazione, che alla vita di un tale organismo politico, ed anzi alla funzione di ogni arte[223], arreca il conflitto d’interessi, il contrasto della ricchezza e della povertà; e così Platone introduceva, quasi per necessità logica, quel comunismo, che egli limitava alla classe de’ custodi dello Stato, e che i preposteri o veri suoi satireggiatori[224] e i suoi censori[225], più logici in questo di lui, assumevano in forma più generale.
Quest’ideale comunista, che, pur così circoscritto, appariva la prima volta, per una ironia della storia, nell’opera di uno scrittore aristocratico e di tendenze conservatrici, dedotto da un puro fondamento di ragione, sorgeva troppo tardi e troppo presto: troppo tardi, rispetto ad alcune più antiche e superate forme di utilizzazione sociale o gentilizia della terra; troppo presto, rispetto a quello svolgimento delle forze produttive, che dovea poi dare all’ideale comunista un sostrato scientifico e pratico al tempo stesso e accennare a farne non una categoria logica, ma una categoria storica; non una semplice forma ideale di miglior reggimento, ma una necessità economica presente ed obbiettiva. Il limitato svolgimento delle forze produttive, mantenendo la produzione nel suo periodo di piccola e diretta produzione, facea sentire a’ Greci antichi il bisogno dell’uguaglianza, cioè della proprietà privata estesa a tutti, non già del comunismo, la cui idea, se anche teoricamente trovasse qualche discepolo, rimaneva politicamente sterile. Così Aristotele poteva agevolmente combatterla mettendola in relazione alle condizioni economiche e a’ sentimenti del tempo; come, in base alla semplicità e alla natura inerte dello strumento tecnico, poteva decretare eterna la schiavitù, nè da Socrate, nè da Platone mai rinnegata e le cui catene venivano ora ribadite dal filosofo di Stagira con un sofisma, che non era se non un abile travestimento e un’ingegnosa fusione della teoria socratica, la quale dava il governo a’ più capaci, e della sofistica, che assoggettava i meno forti a’ più forti.
Ma, mentre queste teorie, figlie del loro tempo, presumevano chiudere la realtà nella cerchia delle personali previsioni o della dotta speculazione; per una evoluzione continua e persistente, di cui si percepivano alcuni fenomeni più salienti e si scorgevano i caratteri esteriori ma non si valutavano le conseguenze non immediate, si preparavano, nell’accumulata ricchezza e nel crescente proletariato, gli elementi, che avrebbero poi eliminata la servitù col sostituirvi il salariato. E — val la pena di notarlo — il comico conservatore, che, forte sul terreno della realtà, derideva l’utopia, vedea, senza volerlo, più lontano degli altri, quando introduceva sulla scena la Povertà per additare in essa la causa delle cause di tutta la vita sociale, la ragione ultima del moto automatico di tutta la vita economica e delle sue molteplici attività[226]. La schiavitù stessa non era che uno de’ tanti suoi effetti[227]: rotta la catena, che avvinceva il servo al padrone, ne sarebbe rimasta ancora, come ripeteranno più tardi un retore[228] e un filosofo stoico[229], un’altra invisibile e perciò più forte e più difficile a spezzarsi, la fame, che in maniera difforme, eppure non sostanzialmente diversa, avrebbe riprodotta, sotto diverso aspetto, la soggezione di una parte del genere umano ad un’altra.
XVI.
In realtà, in tutta la Grecia ed anche in Atene, benchè talvolta sotto forma più larvata, il quarto secolo segna un processo di acceleramento nella formazione di una forte massa proletaria e nella concentrazione della ricchezza.
Il crescere della popolazione e l’aumento del proletariato, anche per l’antichità, costituivano una fonte di legittima preoccupazione e un urgente problema politico e aveano trovato per molto tempo in Grecia il loro sfogo in quel vasto e ardito movimento colonizzatore, che avea per tanta parte contribuito alla grandezza economica e morale della civiltà ellenica. Ma l’espansione coloniale avea trovato anch’essa il suo limite, e, con lo svolgersi più rapido delle energie coloniali e la relativa tendenza all’emancipazione economica e politica, veniva a scemare anche il beneficio indiretto arrecato dalle colonie alla metropoli dopo quello diretto della loro fondazione. Atene, che avea sviluppate le sue interne energie e la sua potenza marittima, quando già altri paesi più precoci l’aveano prevenuta nella espansione coloniale; come, nella rifoggiata tradizione, ne usurpava talvolta il merito, così, nella pratica, ne fu l’occupatrice. Il suo imperio marittimo ascendente è contrassegnato dal corrispondente invio di cleruchie, spedizioni di coloni, che servivano, al tempo stesso, a dare uno sbocco al proletariato ateniese, ad assicurare il dominio della madre patria e a punire alleati defezionati e sudditi ribelli, senza creare comunità autonome, che venissero un giorno in conflitto col paese d’origine, ma seguitassero invece a considerarsi come elementi staccati di questo[230]. La grande catastrofe, in cui avea trovato il suo epilogo la guerra del Peloponneso, avea coinvolto in una ruina gli sforzi del passato e le speranze dell’avvenire; e la difficoltà di collocare fuori patria il proletariato, divenuto più numeroso e più misero in seguito a tutta una serie di disastri, era aggravata dal ritorno de’ cleruchi scacciati. Veramente, dal punto di vista demografico, questi elementi venivano a rinsanguare la popolazione stremata dalla peste e dalla guerra, ma, dal punto di vista economico, le terre, già appartenenti a’ cittadini periti, si erano concentrate ne’ loro successori; e i reduci e i superstiti, che non aveano parte alla proprietà della terra, non poteano che impiegarsi come mercenari, sia ne’ lavori agricoli che in quelli industriali. La pertinacia con la quale Atene, a poca distanza di tempo dalla sua schiacciante sconfitta, tentava di ripristinare la sua fortuna politica e commerciale, e l’invio di cleruchie, che tien dietro ad ogni prospero evento di guerra; ci mostrano anche meglio, quanto urgente fosse il bisogno di trovare un utile impiego ad una parte della sua cittadinanza. Ma le nuove forze politiche entrate nel gioco della politica greca e il loro barcamenarsi per dividere ed imperare, rendevano anche più durevole lo stato di guerra e più malsicuro ogni acquisto; e il rovescio di un momento faceva perdere il vantaggio di molti anni. Così la pace di Antalcida, che ratificava l’autonomia delle città greche, toglieva ad Atene il frutto delle conquiste recenti; e quando, dopo poco meno che un decennio, fu possibile gettare le basi di una nuova confederazione marittima, capace di ridare ad Atene una via di risorgere economicamente e politicamente dal suo abbattimento, in linea preliminare gli Ateniesi dovettero rinunziare “ad acquistare sia a titolo pubblico che a titolo privato case e terre ne’ paesi degli alleati, a comprare, a prendere in ipoteca, sotto pena di vedere confiscato il loro acquisto„[231]. Il campo della loro espansione restava così limitato a’ paesi non alleati, e gli Ateniesi ne profittarono, sempre che poterono, per sopperire a questo loro bisogno avido quanto urgente di terre; ma l’egemonia politica, così disputata e così mutevole in questo quarto secolo, le guerre frequenti e la loro varia fortuna, il sorgere e l’ingrandirsi della potenza macedonica limitavano, contrastavano, rendevano caduchi quegli acquisti[232], che, in ogni modo, non costituivano più, come a’ tempi migliori della potenza ateniese, un largo e sistematico mezzo di scaricare Atene di una parte del suo crescente proletariato. Anzi accadeva talvolta di vederlo improvvisamente ingrossato col ritorno di espulsi cleruchi.
XVII.
Il quarto secolo segna, abbiamo detto, un passo notevole verso quella concentrazione della ricchezza, che va sempre crescendo nelle età posteriori[233]; e da essa rampollava anche quella nuova fioritura di oligarchie, nelle quali uno scrittore[234], non a torto, ha voluto scorgere la causa prevalente, a cui conviene ascrivere la guerra d’Atene con gli alleati e la dissoluzione della lega marittima.
Una simile concentrazione della ricchezza, specie immobiliare, viene di solito negata, o, almeno, messa seriamente in dubbio per Atene[235]. Eppure, se in Atene il precedente frazionamento della proprietà immobiliare e, più che quello, la cultura in parte intensiva e la scarsa produttività del suolo offrivano qualche ostacolo alla concentrazione; d’altra parte, ivi stesso, come e più che altrove, operavano le cause efficienti della concentrazione della ricchezza. Più lenta, forse, e meno completa per ragione dello stesso ambiente fisico, essa è solo dissimulata agli occhi nostri, in parte, dalla mancanza di dati concreti e, in parte, dal carattere industriale dell’economia ateniese, la quale, offrendo un utile impiego di lavoro, rendeva meno sensibile e meno deleterio che altrove il crescere del proletariato.
Ma, per via indiretta, guardando agli stessi caratteri esteriori della vita di quel tempo e aggruppando dati di ordine diverso, si può forse riescire a vedere, anche in Atene, lo stesso fenomeno, o, almeno, una spiegata tendenza a realizzare, fin dove gli agenti di ordine opposto lo consentivano, lo stesso fenomeno.
Una notizia sullo stato della proprietà dopo la caduta de’ trenta ci dice che cinquemila cittadini[236], cioè un quarto almeno della cittadinanza, secondo il calcolo comune, e più di un quarto, se si calcola lo stato a cui la cittadinanza avea dovuto venire dopo la peste e la guerra, erano assolutamente privi di ogni possesso fondiario. Che poi anche nella restante parte della cittadinanza la proprietà fosse assai disugualmente divisa, lo dimostrano i tentativi oligarchici di quel torno di tempo, che, dopo essersi provati a limitare a cinquemila cittadini i diritti di cittadinanza attiva, riescivano, alla fine della guerra, ad una più chiusa e più prepotente oligarchia[237].
Inoltre la notizia, che ci avanza, di fortune familiari, esistenti dalla fine del quinto al declinare del quarto secolo[238], accanto alla menzione non infrequente di patrimoni di tre, quattro e cinque talenti, ci mostra fortune di trenta, quaranta, cinquanta, sessanta, cento talenti. E sono tanto più frequenti ed importanti, quanto più procediamo nel tempo, sino ad arrivare alla fortuna di Difilo[239], che, confiscata sotto Licurgo, avrebbe reso centosessanta talenti, e a quella di Epikrate, cui se ne attribuivano seicento[240]. È vero che in molti casi non sappiamo per quanta parte entrasse in questi patrimoni il possesso fondiario, e, per altri, sappiamo che rappresentavano in gran parte ricchezza mobiliare. Ma non si può fare a meno di osservare che uno de’ più frequenti investimenti della ricchezza mobiliare era il mutuo ipotecario e, in un’epoca di facili rovesci, causati, in mancanza di casi straordinari, dallo stesso più rapido giro degli affari, niente era più facile che il creditore si sostituisse al debitore espropriato, accentrando vari poderi. I discorsi degli oratori ci attestano questa frequenza di mutui ipotecari e ce ne danno un’idea adatta anche le stele ipotecarie superstiti[241], che — fatto molto notevole — cominciano appunto da questo quarto secolo. “Di tutte le stele ipotecarie — si è osservato[242] — neppur una risale alla guerra del Peloponneso. Il numero ne è troppo considerevole oggi, e non si può attribuir ciò al caso della scoverta; onde, senza pretendere che l’ipoteca non sia stata praticata che al quarto secolo, possiamo ammettere che le stele ipotecarie siano riapparse solo a quest’epoca, al momento stesso in cui il sistema delle ipoteche avea il suo completo sviluppo„. Si aggiunga pure che, per quanto, date le varie vicende ed anche le crescenti imposizioni del tempo, la proprietà mobiliare presentasse de’ vantaggi sull’immobiliare, pure il capitale mobiliare dovette essere tratto all’investimento in fondi, quando i cereali, come spesso accadde, crebbero di prezzo[243], e un tale impiego potè apparire proficuo. Il sistema degli affitti, non limitato esclusivamente a’ beni degli enti morali[244], ci attesta anch’esso, con la sostituzione della cultura avente carattere d’intrapresa alla cultura diretta, una nuova fase della proprietà immobiliare.
Finalmente, non mancano nemmeno chiari accenni e dati concreti, che mostrino possedimenti di larga estensione e una concentrazione della proprietà fondiaria. Demostene vi accenna esplicitamente là dove dice che “parecchi possiedono più terra che non tutti voi che siete nel tribunale„[245]; asserzione ripetuta ed ampliata in un’altra orazione[246], di cui vien negata peraltro l’autenticità. Si è osservato[247], che i presenti nel tribunale poteano essere soltanto duecentoun cittadino, ma potevano essere anche assai di più; e, per il concetto approssimativo che possiamo formarci del numero de’ giudicanti ne’ vari casi[248] e per la natura della causa, è lecito ritenere che sieno stati, in quel caso, assai di più. In ogni modo la proporzione di uno a duecento, tanto più se ripetuta, non è fatta per escludere la concentrazione della proprietà.
Gl’inventari de’ fondi, desunti dagli oratori[249], con un valore indicato, che va da duemila dramme a due talenti e mezzo, non valgono nemmeno a fare indurre una grande distribuzione della proprietà fondiaria, quando si consideri che, data la scarsa produttività del suolo dell’Attica, quelle somme, per se stesse non tenui, poteano corrispondere a proprietà non piccole, tanto più, quanto erano più lontane da Atene. Le vendite di terre, per quel che ne sappiamo, ascendono talora a un prezzo alto di tremila e cinquanta dramme, di due talenti e mezzo; tal’altra hanno un prezzo assai tenue, che può valere come indice dell’assorbimento de’ piccoli appezzamenti[250]. La varietà de’ prezzi inoltre dovea dipendere anche dalla maggiore o minore lontananza dal centro; così che, quando, nelle epigrafi della tassa sulle vendite, troviamo venduti a prezzi non rilevanti terre in demi lontani, come quello di Anaflysto verso il capo Sunio e di Kydantide (alle falde del Pentelico?)[251], il basso prezzo non depone, per sè solo e in via assoluta, contro l’estensione. È stato rilevato che “il tratto caratteristico di un paese di grande cultura è la tendenza che hanno i proprietari ad aggruppare i loro beni in uno stesso luogo, in modo da costituirne una sola coltivazione: la sorveglianza ne è più facile e le spese di mano d’opera diminuiscono. Per tutto, all’incontro, ove la proprietà è sparsa, si può affermare arditamente che il suolo è frazionatissimo„[252]. Ma, se io non m’inganno, qui si identificano a torto due cose, che hanno azione reciproca è vero, ma che non sempre si escludono: — la piccola cultura e la concentrazione della proprietà. La scarsa produttività del suolo dell’Attica avea resa necessaria, insieme ad alcune speciali forme di cultura intensiva, la piccola cultura. In paesi di maggiore fecondità e di cultura estensiva, anche senza uscire dalla Grecia, la concentrazione della proprietà avveniva più facilmente ed assumeva la forma del latifondo. A Sparta specialmente, dove ogni podere aveva la sua scorta viva, non di schiavi propriamente detti, ma di addetti alla gleba, d’iloti, era evitata anche la ben nota incompatibilità della coltura de’ cereali con la mano d’opera servile[253], e il latifondo quindi si costituiva facilmente e rapidamente, con una semplice aggregazione di parti: tutta la fatica consisteva nell’ereditare, o nell’anticipare il capitale d’acquisto. In Atene, invece, il frazionamento della proprietà, reso indispensabile dal metodo di cultura e favorito per un certo tempo da’ poteri dello Stato, opponeva un ostacolo gravissimo alla formazione del latifondo ed un ostacolo relativo alla concentrazione della proprietà, ma non un ostacolo insuperabile, specie rispetto alla concentrazione. Dove il terreno era adatto alla cultura di cereali, o boscoso, facilmente si costituiva il latifondo, e ce ne porge esempio il caso di Fenippo, il cui fondo, se ne valuti come si vuole l’estensione[254], dava un prodotto di mille medimni di grano, ottocento metreti di vino e dodici dramme al giorno di legna[255]. Non abbiamo nessuna ragione di ritenere che questo fosse un caso isolato; ed anzi, dove concorrevano identità di condizioni, secondo ogni probabilità, dovea nascerne il medesimo effetto. Il rincaro stabile de’ cereali, spinto spesso durante il quarto secolo a prezzi di carestia, sino al punto da superare notevolmente il prezzo del vino, come appare dalla stessa orazione contro Fenippo[256], dovette sviluppare sino al suo estremo limite la cultura de’ cereali e con essa la possibilità di fondi più estesi. Nell’inventario de’ fondi menzionati dagli oratori attici, i poderi di due talenti[257] e due talenti e mezzo[258] sono ad Eleusi e a Thria, appunto nelle zone dell’Attica produttrici di cereali. Non manca nemmeno il classico desiderio di arrotondare il proprio fondo, la libido agri continuandi: Demostene nell’orazione contro Callicle ce ne dà un esempio[259].
Ma, indipendentemente dalla formazione del latifondo, che non potea costituire il tratto generale della proprietà nell’Attica, la concentrazione avveniva con la riunione di appezzamenti separati e distinti in mano di un solo. L’attestazione di casi simili ricorre specialmente negli oratori[260]: a questa stregua vanno fors’anche intesi i venti talenti di possessioni immobiliari del banchiere Pasione[261].
XVIII.
Un’altra anomalia, che rappresentava l’eccesso opposto della concentrazione, ma che produceva effetti sociali analoghi, avveniva nella proprietà immobiliare dell’Attica con quel frazionamento crescente de’ piccoli lotti, a cui oggi si dà il nome di polverizzazione del suolo. Ce lo attesta, se non direttamente, almeno indirettamente, il censo del cadente secolo quarto; e del resto era conseguenza naturale di un sistema di successione, che, non riconoscendo il diritto di primogenitura[262], ad ogni passaggio di proprietà per causa di morte, spezzettava ancora il già piccolo appezzamento. La legge[263] poi, o, per chi non la ritenga tale, la consuetudine comune di assegnare in contanti la dote alle eredi, se evitava un maggiore smembramento della proprietà, d’altro lato la gravava di debiti, rendendone sempre più difficile la condizione e formandone un inceppo irrimediabile. La piccola proprietà quindi, pur sopravvivendo, era soggetta ad una crisi permanente. Gli stessi rincari, che secondo Demostene arricchivano gli agricoltori, giovavano in realtà a’ grandi proprietarî i quali avevano molti prodotti da vendere, anzi che a’ minuscoli, che, nelle cattive stagioni si caricavano di debiti, e, nelle buone stagioni, sotto il peso della concorrenza, non riescivano a pagarli con l’esiguo raccolto. La piccola proprietà si veniva a trovare così in una condizione somigliante a quella in cui si trova nel tempo nostro, e il cui malessere intimo fu così bene intuito e rilevato dal Marx, prima, e poi da altri, per la Francia del secondo Impero. In quel paese classico della piccola proprietà, secondo un calcolo fatto pel 1815[264], non meno di un milione centounmila quattrocento ventuno persone possedevano un mezzo ettaro di terra a testa. “Ma — diceva il Marx[265] —, nel corso del secolo decimonono l’usuraio delle città ha preso il posto dell’usuraio feudale, l’ipoteca ha sostituito il tributo feudale, il capitale borghese ha surrogata la proprietà fondiaria aristocratica. Il boccone di terra del contadino non è che il pretesto che permette al capitalista di estrarre dalla coltivazione profitti, interesse e rendite: egli lascia al coltivatore la cura di tirarsi d’impaccio da sè per ritrovare il suo salario... La proprietà sminuzzata produce infine una soprapopolazione disoccupata, che non trova posto nè in campagna, nè in città e che, quindi, corre dietro agl’impieghi di Stato, come dietro a una specie di elemosina rispettabile...„.
I frammenti de’ conti della centesima prelevata sulle vendite[266], che partono appunto dalla seconda metà del secolo quarto, ci mostrano le varie vendite che, mentre nel complesso ascendevano ad oltre tredici talenti, a venti talenti e più, a quattro mila ottocento trentasette dramme, comprendevano il piccolo orto di dugento cinquanta dramme, gli appezzamenti di cento, di centosessantadue, di dugento cinquanta dramme; e in un caso — ciò che non è privo di valore per l’indotta concentrazione della proprietà — una stessa persona, Diofanto Sfettio, ci apparisce tre volte successive come acquirente, e in due altri, due altre persone, Mantiteo e Atarbo, acquistano ciascuno due lotti distinti[267].
XIX.
Che se dalla concentrazione della proprietà fondiaria, inceppata o attenuata dalle condizioni speciali dell’Attica, si passa alla concentrazione della fortuna in generale, si trova che tanti dati concorrevano a favorirla.
Tra le altre cose, le imposizioni pubbliche.
Senza voler sostituire ad alcune ipotesi non provate altre più lambiccate ed anche meno giustificate, non si può a meno di riconoscere che il carattere progressivo dell’imposta, sia nella forma concepita dal Rodbertus[268], che in quella più accettata del Böckh[269], poggia semplicemente sopra un’ipotesi. Ma, anche ritenendo nella sua integrità l’ipotesi del Böckh, basta dare un’occhiata al quadro dimostrativo da lui redatto[270], per accorgersi che pure quella progressione era tale da lasciare sempre un margine larghissimo ed una via di accumulazione crescente alle grosse fortune; e l’impedimento, così posto al crescere di queste, era inferiore al peso, che ne dovevano sentire le medie e piccole fortune. Ora, per quanto si sia discordi sulla proporzione dell’imposta, si sa nondimeno che fu prelevata dopo Nausinico con relativa frequenza[271]; e i dispendi ordinari e straordinarî, a cui Atene andò incontro e a cui con l’attenuarsi di ogni introito esterno, in dati momenti[272], dovè provvedere del suo, ce ne possono dare una idea conveniente. E non è arrischiato il credere che, anche quivi, accadesse quello che suol sempre accadere sotto un sistema gravoso d’imposte: che i primi a risentirsene e soccombere fossero appunto i meno ricchi, sia per effetto diretto che per ripercussione.
Che poi i più ricchi finissero per riversare su’ meno ricchi il peso della triarchia, lo dice espressamente Demostene[273]: aggiunge, è vero, che egli con la sua legge metteva riparo a ciò, ma resterebbe a saperne gli effetti pratici.
La locazione della triarchia, anch’essa, costituiva sempre un mezzo di profitto[274].
Perfino quello che nelle contribuzioni sembrava un aggravio fatto a’ più ricchi, l’obbligo di anticipare per poi rivalersi (προεισφορά), diveniva, in mano loro, un mezzo per rifarsi. Ed i rimedî escogitati, come quello radicale dello scambio delle fortune (ἀντίδοσις), approdavano a poco, se era così facilmente aperto l’adito a tutte le frodi, di cui abbiamo esempio[275].
A tutto ciò si aggiungeva un continuo crescere de’ bisogni nella vita di ogni giorno, e abitudini di lusso, che rinnovavano le case[276], gli usi, le fogge, fomentavano la gara della magnificenza e dello sperpero, nella vita privata e nella pubblica, specialmente nelle dispendiose coregie[277], rendendo sempre più grandi e frequenti i debiti, instabili le fortune e continue le loro vicende, e sviluppando, come un termine correlativo, il desiderio del guadagno, il pregio della ricchezza e la brama e i mezzi di arricchire presto. Questi fenomeni, ora esplicitamente accennati negli oratori, ora rivelati da fenomeni che ne costituiscono i sintomi, hanno l’eco più piena nella nuova commedia del secolo quarto, in cui ricorre, ad ogni piè sospinto, magnificata o deplorata, questa oltrepotenza della ricchezza[278], che procaccia considerazione, amici, agi, adulazione e, nell’opinione e nella speranza di chi l’ha, “quasi l’immortalità„. E, di fronte a questa ricchezza che ogni giorno più diviene e si sente una forza, la povertà si presenta come qualche cosa che deprime e fa paura[279].
XX.
Gli effetti morali di questo stato materiale si riflettevano naturalmente su tutta la vita, ripercotendosi alla loro volta e generando un nuovo ordine di conseguenze economiche. Le donne, già diffamate, secondo Aristofane, da Euripide, che pure avea creata l’Alcesti, perdevano sempre più di considerazione, di tanto di quanto guadagnavano di prepotenza, di arroganza, di abitudini lussuose e dissipatrici; e il matrimonio diveniva sempre più una cosa temuta, odiata, spregiata. È vero che abbiamo a fare con frammenti di commedie, ma son frammenti della commedia nuova, dove la vita è rispecchiata da un punto di vista affatto realista; e, in ogni modo, fanno senso la frequenza, con cui ritorna lo stesso motivo, e la qualità delle immagini evocate. Le belve feroci, l’infido mare, la tempesta divengono i soli termini di paragone creduti adatti a dare un concetto adeguato delle donne[280]. Alla catena corta e resistente, se non perpetua, del matrimonio si preferiva sempre più lo svago fuggevole della donna vampiro, quale Menandro la figurava nella sua Taide[281] “ardita e fiorente al tempo stesso, e insinuante di modi, che fa de’ torti, che lascia fuori la porta l’amante, che ha sempre qualche cosa da chiedere, che non ama nessuno e sempre finge di amare„; si preferiva perfino quella profanazione dell’amore, dalla quale Filemone[282] traeva occasione per tributare lodi a Solone, e forse non interamente per ironia, come qualcuno vorrebbe[283]. Se “la povertà è per sè stessa un malanno, quando vi si aggiunge l’amore, i malanni diventano due„[284]; il matrimonio si sfuggiva quindi per non rendere più difficile la propria condizione, e, come accade, anche più che non da’ più poveri, si evitava dalle persone di media condizione, che a gran fatica poteano riescire a mantenere il loro equilibrio e tenevano a non peggiorare il loro stato. Come conseguenza generale ne veniva che auspice, consigliera e regola de’ matrimoni era la dote[285]. Un marito che non andasse a caccia di doti era, anche allora, una cosa degna di essere notata[286]. Ahimè! non si comperavano più ingenuamente le donne per tante paia di buoi, come a’ tempi del buon vecchio Omero; ma si pescavano i mariti con l’esca di tante dramme, e non sempre sonanti e contanti. Lo sborso, o il conteggio, formavano il motivo e il sostrato del matrimonio[287], e finivano poi per rendere il marito soggetto alla moglie[288]. E la frequenza e l’importanza delle doti ne’ matrimoni, a confermare questi detti generali de’ comici, ci vengono attestate dagli oratori e dalle epigrafi. Se una dote di dieci talenti costituiva un caso raro, e una dote di cinque non era frequente[289], non mancavano doti di rilievo: ad Atene le epigrafi[290] ce ne mostrano di un talento e di oltre un talento; perfino nella piccola Mykonos, durante l’epoca macedonica, ricorrono doti di diecimila e di quattordicimila dramme[291], senza parlare del corredo che non soleva essere di poco pregio[292].
Un siffatto carattere delle unioni matrimoniali, da un lato rendendo rare le unioni nella classe media e dall’altro favorendo le nozze de’ più ricchi tra loro, dovea riescire a stremare di numero la classe media, a favorire una continua concentrazione di fortune e a mettere di contro a un numero sempre più ristretto di ricchi un numero più grande di proletari; giacchè questi, per il loro stato stesso e per la possibilità d’impiegare in un lavoro retributivo tutti i membri della famiglia, relativamente non trovavano, anche in quel periodo economico, un inceppo così forte alla propagazione. Anche a Sparta l’abitudine diffusa delle doti e il loro incremento aveano create simili conseguenze.
XXI.
“Se te ne stai inerte, pur essendo ricco, diverrai povero„, dice un frammento di Menandro[293]; e risponde a pieno alle condizioni de’ tempi, in cui l’incertezza degli eventi, la moltiplicità de’ bisogni, la circolazione della ricchezza sempre più vorticosa alimentavano la febbre delle speculazioni e fomentavano lo spirito d’iniziativa, incitando a’ commerci, alle intraprese. Si tentavano nuovi rami d’industria, quanto più, diffondendosi l’industrie usuali, lo smercio de’ prodotti, ne’ mercati esterni, veniva limitato dalla concorrenza anche indigena. Si cercava di acclimatare in Atene, con la importazione delle materie prime, la lavorazione di quegli oggetti di lusso, che corrispondevano ogni giorno più ad un bisogno e che prima erano importati belli e compiuti[294].
Lo stesso svilupparsi dell’industria rendeva indispensabile in parecchi rami di essa un capitale iniziale (ἀφορμή), e, se non in tutte, in più di una il capitale più forte potea assicurarsi una prevalenza, e rendeva più, in proporzione del maggiore suo impiego. Non tutte le industrie e i mestieri comportavano un ampliamento verso la manifattura, ma, dove ciò era possibile, la manifattura sorgeva e si estendeva, abbracciando vari rami di produzione e impiegando sino a centoventi persone[295]. È stato rilevato che la manifattura non era in grado di poter fare una vittoriosa concorrenza agli artigiani isolati, perchè non poteva trarre partito dall’impiego meccanico delle forze naturali[296]. Certamente la manifattura non era l’opificio moderno, ma pure essa era, se non il solo organo, almeno quello più adatto alla produzione di manufatti, che esigessero il concorso di molte persone e un anticipo di capitale di qualche rilievo. In certi altri rami della produzione potea ottenere, con la divisione del lavoro e l’uso di strumenti più adatti, prodotti più perfezionati. “La manifattura — dice il Marx[297] — non potea abbracciare in tutta la sua estensione la produzione sociale, nè trasformarla radicalmente. Essa culminava come una economica opera d’arte sull’ampia base dell’artigianato cittadino e dell’industria casalinga rurale. È ad un più alto grado di sviluppo che la sua angusta base tecnica venne in contrasto con le stesse esigenze della produzione da essa generata„.
Il capitale, che cercava impiego, e la possibilità di raccogliere più facilmente mezzi e forze adatte, favorivano il sistema degli appalti nella esecuzione delle grandi opere pubbliche, come la ricostruzione delle lunghe mura e la costruzione dell’arsenale (σκευοθήκη) ad Atene[298], o il prosciugamento di una palude a Eretria[299], ed altre opere pubbliche a Delo, Tegea, ecc.[300], di cui abbiamo ancora i prospetti di appalto. Tutti fatti e condizioni, che, dando agio di più guadagnare a chi più avea, specialmente in quanto mancavano d’ordinario le restrizioni imposte nell’epigrafe di Tegea[301], concorrevano anch’essi, naturalmente, ad accumulare la ricchezza in una cerchia relativamente ristretta e rendevano sempre più spiegata la disparità delle fortune.
Le intraprese e i commerci aveano, s’intende bene, i loro rischi, ma questi stessi, con le ruine che seminavano, compivano una selezione a rovescio, a danno de’ meno ricchi ed a favore de’ più ricchi.
L’immagine economica e demografica di Atene sul tramontare del secolo quarto ci è data, benchè in maniera non molto particolareggiata ma soltanto a grandi tratti, dalla riforma costituzionale avvenuta per opera di Antipatro nel 322, con la quale si rilevò che su ventunmila cittadini, ben dodicimila non raggiungevano una sostanza di duemila dramme[302]. Quanti di questi dodicimila fossero a dirittura proletari, non ci vien detto; ma, in ogni modo, si può ben ritenere che, anche quando tutta la sostanza non si compendiava nella sola casa di abitazione, occorreva loro ricorrere al lavoro per alimentare se stessi e la famiglia. Il piccolo campo spesso non avea che delusioni per il coltivatore: in Menandro l’agricoltore parla di questo suo campo che, con vero senso di giustizia, gli rende tanto orzo quanto ve ne ha messo[303]; in Filemone, anche peggio, pare che “il campo si voglia vendicare di chi lo raschia e lo fende[304]: per venti medimmi di orzo, non ne riporta neppur tredici; è insomma un vero ladrone„[305]; e l’agricoltore “non vive che di speranza, giacche è sempre ricco, ma sempre per l’anno che verrà„[306].
Il numero de’ liturgi, limitato a milledugento con un possesso superiore a due talenti, e tutti gli altri dati innanzi considerati, che sembrano attestare una concentrazione sempre crescente della ricchezza, inducono a credere che, anche tra i novemila, non pochi toccassero, o superassero appena, una sostanza di duemila dramme, e anche questi erano quindi costretti a chiedere al lavoro la sussistenza. Ed è notevole vedere, in qualche frammento de’ comici, come si andasse facendo strada questo concetto della necessità di lavorare per vivere, che, naturalmente, contribuiva ad eliminare sempre più i pregiudizî sul lavoro manuale. “Cerca di trarre donde che sia la tua sussistenza, pur che non faccia cattive azioni — dice Menandro„[307]. “L’accidia — soggiungeva altrove egli stesso — non alimenta i poveri oziosi„[308]. E Filemone[309]: “O Cleone, smetti le ciarle: se tarderai ad imparare, senza avvedertene, avrai privato di un sostegno la tua vita. Un naufrago non si salverebbe, se, sospinto, non prendesse terra; nè un uomo, divenuto povero, potrebbe assicurarsi l’esistenza, quando non avesse imparata un’arte. — Ma io ho una sostanza. — È presto distrutta. — Fondi, case. — Non ignori le vicende della fortuna, che dall’oggi al domani fa del benestante un mendico. Se alcuno ormeggiò nel porto dell’arte, quegli gettò l’áncora, ponendosi al sicuro; chi non si è fatto esperto in qualche arte, e gli accade di essere travolto dal turbine, non ha modo nella vecchiezza di salvarsi dalla miseria. — Ma vi sono soci, amici, camerati, per Giove, che ti porteranno soccorso. — Prega di non avere a fare esperienza degli amici; se no, ti accorgerai di essere niente altro che un’ombra„.
E occasione di lavoro non poteva mancare, sia per la ripresa della costruzione di opere pubbliche sotto Licurgo, sia per la moltiplicità de’ bisogni ordinari e di lusso sempre più sviluppati in Atene.
XXII.
Ma in quali condizioni, intanto, si trovava il lavoro servile, e quale era la sua azione e la sua funzione rispetto al lavoro libero?
Un censo fatto, come vorrebbe un frammento di Ctesicle[310], da Demetrio il Falereo, in anno, che non si può con sicurezza determinare per la lacuna del testo ma che si tende a fissare nel 309[311], ci rivelerebbe l’esistenza nell’Attica di quattrocentomila schiavi; una cifra che si può dire enorme, solo che la si riferisca al numero de’ cittadini (21.000) ed a quello de’ metèci (10.000), od all’area dell’Attica e alla presente sua popolazione[312]. E, in verità, quel dato inspirò così poca confidenza, che, comunque abbia trovato nel Böckh[313] un difensore ed abbia ancor oggi chi gli presta fede[314], nondimeno, da David Hume in poi, è stato revocato in dubbio e scalzato continuamente; e non pare proprio più possibile ritenerlo, specialmente dopo la scoperta de’ conti del tributo ad Eleusi[315], che ha tolto il fondamento ad altri conti sulla produzione de’ cereali dell’Attica. Si è cercato allora di giungere per via indiretta, emendando testi e calcolando la produzione, l’importazione e il consumo de’ cereali, a determinare il vero numero degli schiavi alla fine del IV secolo; ma il fatto stesso che questo numero si è potuto fare ascendere a centoventimila[316], a centottantotto, o dugentremila[317] e a centomila circa[318], mostra che, nell’affermare e ricostruire, si è ben lungi dall’aver raggiunto il risultamento ottenuto nel negare e demolire.
Io cerco dimostrare altrove[319] come questi dati, non solo mancano di ogni criterio di certezza, ma eziandio di una base positiva, e rientrano “in quella statistica congetturale, che, per dirlo con l’Engel, serve a sviare ed è peggiore della mancanza di statistica„[320].
Mi proverò qui piuttosto a vedere, se è mai possibile cogliere, ne’ fatti, nelle condizioni e ne’ sentimenti del tempo, qualche cosa che accenni, già durante il secolo quarto, ad un iniziale decadimento della schiavitù e al primo sorgere di quel germe, che poi, sviluppandosi sempre più, la doveva dissolvere ed eliminare.
Tra la fine del secolo quinto e il principio del quarto, tutta la massa di schiavi d’Atene si trovava stremata e quasi annichilita. Sarebbe occorso quindi ricostituirla, e non era impresa facile. L’economia a schiavi si cominciava a diffondere ora, per le moltiplicate esigenze della vita e la diversa distribuzione della ricchezza, su di una zona più larga, sia della Grecia che del bacino del Mediterraneo in genere, usciti dallo stadio economico più semplice e primitivo. Ciò, bilanciando l’azione di paesi, dove la schiavitù cominciava a essere sostituita dal salariato, teneva ancora talvolta al primo livello il prezzo degli schiavi, o, in virtù del minor potere d’acquisto della moneta, tal’altra lo rialzava.
Atene mostra di aver raggiunto nel quarto secolo un grado elevato di sviluppo economico, in quanto le riesce di riannodare le tradizioni del secolo precedente e rifare, in maniera meno urtante per l’ambiente in cui si svolgeva, il cammino già percorso e troncato violentemente, mettendo a profitto l’esperienza, i tentativi, i risultamenti, le attitudini acquistate nel tempo passato. Ma non si può dimenticare che la contrastata egemonia e l’ambito primato di Sparta, il dissolversi della seconda lega marittima, l’ostinato defezionare dell’Eubea, la crescente potenza macedonica fanno del secolo quarto, per Atene specialmente, una serie persistente di guerre, interrotte da non lunghi periodi di pace come il periodo della prevalenza di Eubolo, e riparate in qualche modo da brevi periodi di amministrazione sapiente come quella di Licurgo. Più volte, e specialmente al finire della guerra con gli alleati[321], in mezzo a quella prosperità, spesso esagerata e larvata dalle belle parvenze ingannatrici di cui s’adornava, Atene s’era trovata a mal partito; e le sue energie interne, da cui omai traeva la sua forza, erano apparse stremate e isterilite sotto l’azione combinata di quelle cause nefaste, che ne impedivano tutta l’espansione e ne esaurivano le sorgenti.
Se Atene potè tener testa a tante influenze malefiche e raggiungere e mantenere un certo grado di prosperità, lo dovette a questo risvegliarsi di attività, che fece volgere i suoi cittadini con rinnovata lena al lavoro, alla produzione, a’ commerci sopra tutto, che erano allora la via migliore d’arricchirsi. La forma più elementare e rude di parassitismo, che consisteva, all’esterno, nello smungere tributi agli alleati e, all’interno, nel vivere oziosi alle spalle de’ servi, cominciava a cedere il posto ad altre forme di parassitismo più complesse e perciò stesso meglio larvate.
La proprietà fondiaria, laboriosamente, è vero, accennava a concentrarsi, ma pur si andava concentrando; e potrebbe sembrare che ciò costituisse un elemento favorevole all’incremento di schiavi agricoli. Pure, ad un effetto diverso conducevano la natura del suolo dell’Attica, poco produttivo, l’estendersi della coltura de’ cereali, il crescere del proletariato agricolo e di quel quasi-proletariato di minuscoli possidenti, che, non trovando sufficiente impiego nel loro boccone di terra, dovevano divenire, volta a volta, mercenari e fittuari. Come è stato già rilevato innanzi, la coltura de’ cereali dovea essere favorita dal crescente prezzo de’ cereali, dalla distruzione delle vigne avvenuta durante le incursioni dell’Attica (Lysia parla anche degli oliveti abbattuti[322]), dalla concorrenza sempre maggiore de’ vini forestieri, che a poco a poco facevano sì che non si parlasse più de’ vini dell’Attica. È stato pure osservato[323] che, per l’indole sua, la coltura de’ cereali, non esigendo un’opera continua e ininterrotta, tende a limitare l’impiego degli schiavi per sostituirvi lavoratori presi a mercede secondo il bisogno, specialmente dove la terra non è così largamente remuneratrice da compensare lo sperpero nelle spese di produzione, nè così abbondante da permettere un continuo avvicendamento di area coltivabile. In qualche regione del mezzogiorno d’Italia, dove la cultura de’ cereali si fa senza sussidio di mezzi meccanici, e gli stessi animali sono adoperati soltanto per la trebbiatura, bastano da quaranta a quarantaquattro giornate di lavoro per eseguire tutto quanto occorre per un ettaro di terra, dalla preparazione alla raccolta. La contemporaneità poi de’ lavori nelle culture simili esclude l’impiego successivo dello stesso lavoratore.
La stessa coltura dell’olivo, più persistente nell’Attica di quella della vite, a quanto possiamo dedurre dalla menzione che si seguita a farne, non era tale da favorire l’impiego degli schiavi.
D’altra parte appartengono appunto al quarto secolo avanzato le menzioni di locazioni d’opera agricola; menzioni, che hanno il loro valore, anche nel caso che l’opera locata è quella di schiavi[324].
Appartengono pure in gran parte a questo periodo i documenti di affittanze[325], che prendon le mosse da cifre basse di dieci dramme e di cinquantaquattro dramme per l’Attica[326], di diciassette dramme per Delo[327]. Lysia[328] accenna, in breve spazio, più volte a queste piccole affittanze.
XXIII.
Ciò per l’agricoltura.
Ma, v’era l’industria; e la notizia di schiavi, adibiti nelle fabbriche di Atene, ha facilmente menato ad esagerare il loro numero e ad indurre che tutta l’industria fosse nelle loro mani.
Ora, anzi tutto, non bisogna esagerare lo sviluppo dell’industria in tutta l’antichità, e in particolare in Atene. La grande importanza del capitale commerciale e la prevalenza di esso sul capitale industriale ci attestano appunto che l’industria si trovava ancora ad un livello inferiore. Il commercio, raccogliendo in grandi masse la produzione de’ singoli produttori e poi distribuendola, sopperiva appunto alla mancanza di grandi centri di produzione, e trovava in questo suo compito la ragione della prevalente sua importanza e la fonte degl’ingenti suoi guadagni. Costituiva il presupposto e il fomite della grande produzione; ma la sua prevalenza è in ragione inversa dello sviluppo di questa; e la egemonia del capitale commerciale nell’antichità è un sintomo del limitato sviluppo industriale[329].
“Negli stadî, che precedono la società capitalistica, il commercio domina l’industria; nella società moderna accade il contrario. Il commercio naturalmente reagirà più o meno sull’ambiente, in mezzo al quale esso viene esercitato; esso assoggetterà sempre più la produzione al valore di scambio, facendo dipendere i godimenti e la sussistenza dalla vendita, anzi che dall’uso immediato del prodotto. Così dissolve gli antichi rapporti; accresce la circolazione della moneta; non raccoglie più soltanto l’esuberanza della produzione, ma prende nel suo ingranaggio, a poco a poco, anche questa, e mette sotto la sua dipendenza tutti i rami di produzione„[330].
Uno degli effetti di questo processo economico era il sorgere delle manifatture in Atene; ma, come si è visto, queste abbracciavano soltanto qualche branca della produzione. E l’impiego degli schiavi nelle manifatture trovava la sua ragione d’essere e la sua utilità nella divisione del lavoro, che là massimamente si potea realizzare.
“L’ignoranza — dice il Marx — è la madre dell’industria come della superstizione. Riflessione e facoltà immaginativa sono soggette all’errore; ma l’abitudine di muovere il piede, o la mano, non dipende dall’una cosa, nè dall’altra. Così potè dirsi, rispetto alle manifatture, che la loro perfezione consiste nel potersi privare dello spirito, in modo che il laboratorio può essere considerato come una macchina, di cui gli uomini sono le parti„[331].
La successiva divisione del lavoro, che risolveva e scomponeva in un lavoro semplice e tutto materiale la complicata elaborazione tecnica di un prodotto, non poteva trovar niente che meglio dello schiavo, di questo strumento animato, si adattasse come un utensile automatico, a compiere la sua opera monotona ed estenuante. La materialità del lavoro risoluto ne’ suoi più semplici elementi permetteva pure, secondo la diversa specie de’ prodotti, di adoperare schiavi non affatto esperti di un lavoro qualificato, o di educarli, in tempo relativamente breve, ad un certo lavoro meccanico, e quindi di averli più a buon mercato. Così, mentre gli schiavi di Demostene adoperati nella fabbrica d’armi, dove era richiesta maggiore abilità, valevano da cinque a sei mine l’uno[332], gli schiavi fabbricanti di mobili valevano di meno, forse quattro mine l’uno, forse due mine, se si ritiene che essi costituissero un pegno uguale al valore del credito. Inoltre per una manifattura, che rappresentava l’esercizio continuo e ininterrotto di una industria, un personale fisso e invariabile costituiva un vantaggio non trascurabile. Ma noi ignoriamo se, come pur taluno suppone[333], accanto a questo personale fisso, non fosse adoperato, specialmente in vista del temporaneo crescere e contrarsi della produzione, anche un certo numero di lavoratori liberi.
In ogni modo accanto alla manifattura, o contro di essa, esisteva tutta un’altra specie di lavoro, che, per la maggiore esperienza tecnica, per la necessità di uno spostamento continuo, da luogo a luogo, di chi l’esercitava, e per altre consimili ragioni, sosteneva e sviluppava la classe de’ lavoratori liberi.
“Quantunque — soggiunge il Marx[334] — il frazionamento del lavoro tecnico abbassi il costo di produzione e con esso il valore de’ lavoratori, occorre sempre, per il più difficile lavoro di dettaglio, da parte dell’apprendista, un più lungo tempo di noviziato, che viene severamente fatto rispettare da’ lavoratori. Troviamo p. es. in Inghilterra le laws of apprenticeship in pieno vigore, col loro alunnato di sette anni, sino alla fine del periodo della manifattura, e le vediamo eliminate soltanto dalla grande industria„.
Un’altra condizione dell’impiego del lavoro servile è che lo si possa far compiere in poco spazio, così che la sorveglianza sia facile, poco costosa e tale da eccitare negli schiavi il timore, impulso per essi al lavoro, come sono per i liberi il bisogno e la speranza[335]. La manifattura e l’industria estrattiva realizzavano questa condizione; non così altri rami di operosità.
XXIV.
Segno ed effetto di un rivolgimento nelle condizioni della produzione, è anche il concetto, già in parte notato innanzi, della ricchezza e della povertà.
Il commercio ravvivato e divenuto il principale fattore della ricchezza rendeva sempre più ordinario lo spettacolo di fortune rapidamente fatte e rapidamente sperperate, e induceva una graduale eliminazione di scrupoli morali. Ce ne fanno prova le simulazioni, le frodi, gli artifici, onde abbondano le arringhe degli oratori. Ne’ comici ricorre l’osservazione che “l’uomo giusto non diviene ricco„[336]; che “nessuno divenne mai ricco in breve ora, mantenendosi giusto„[337]; ma, del pari, come vero riflesso de’ tempi, torna con insistenza l’altro motivo della intollerabilità della miseria e della onnipotenza della ricchezza. “Fece molti infelici chi per primo trovò pel povero l’arte che lo tiene in vita; era più semplice che morisse chi non può vivere senza dolore„[338]; e, rimpetto a questo lamento sorge l’altro grido: “credi che questa vita è un mercato„; “il danaro rende schiavi i liberi„; “l’oro apre tutto, anche le porte dell’inferno„; “la povertà rende inonorato anche il bennato„[339]. Quella potenza impersonale e onnipresente del danaro, di cui Aristofane avea data già la più efficace e suggestiva rappresentazione, veniva ogni giorno crescendo e divenendo più palese, e sostituiva i rapporti più semplici e rudimentali d’immediata dipendenza, già concretati nella schiavitù. Come dovea più tardi osservare Ateneo[340], la schiavitù, e ciò si può dire specialmente d’Atene, cominciava a rappresentare semplicemente una delle tante forme d’impiego del capitale, e si andava sempre più restringendo a que’ casi, in cui poteva apparire come un impiego utile, assumendo, per giunta, forme molteplici ed ibride, che denotano, in maniera abbastanza perspicua, il degenerare dell’economia servile.
Schiavi dati in pegno[341], schiavi presi a mercede[342] s’incontrano con una relativa frequenza. Ora, l’ho notato altra volta e v’insisto, per quanto si tratti di schiavi, ciò indica un successivo incremento della locazione d’opera, e indica, al tempo stesso, la fine di quella forma di produzione diretta, in cui materia prima, strumenti di produzione, lavoratori appartengono tutti al padrone. Con gli schiavi dati e presi a mercede accenna a finire la produzione fatta direttamente in vista del consumo; si annunzia la scissione del capitale e della mano d’opera, e il servo preso a salario preannunzia e fa supporre il libero salariato.
Appariscono pure i servi divenuti, dirò così, semplicemente tributari (χωρὶς οἰκοῦτες)[343], che non solo non sono più impiegati direttamente dal padrone, ma sono fuori della sua diretta dipendenza, fuori della sua vista, che abitano a parte e compendiano il loro rapporto col padrone nel pagamento di una parte de’ loro guadagni. Essi lavoravano, esercitavano il loro mestiere, commerciavano sopra tutto, spiegando tutta la loro attività e apparecchiandosi i mezzi per comprare dal padrone il loro affrancamento[344]. Il salariato veniva così ad essere il terreno comune, in cui si ritrovavano e si confondevano schiavi e proletari, e si veniva quindi rilevando il concetto dello schiavo. Già dal secolo quinto, del resto, con una punta di sottile ironia, l’autore dello Stato degli Ateniesi pseudo-senofonteo, notava che se una legge avesse permesso di battere lo schiavo, o il metèco, o il liberto, spesso sarebbe accaduto di battere un Ateniese, “giacchè il popolo non veste punto meglio degli schiavi e de’ metèci, nè, all’aspetto, è loro superiore„[345].
XXV.
La potenza del denaro, che entrava come una irresistibile livellatrice, cancellando ogni altra distinzione, si ripercoteva anch’essa, sulla posizione e sulla considerazione degli schiavi.
Riesciva loro non di rado di divenir ricchi, e “dove gli schiavi son ricchi — soggiungeva l’autore dello Stato degli Ateniesi[346] — non conviene che il mio schiavo ti tema„.
Uomini di fiducia de’ banchieri, coadiutori de’ maggiori commercianti, finivano talvolta per divenirne i soci, i successori, gli eredi, con lo sposarne, in seconde nozze, le mogli[347]. Anche, quando ciò non accadeva, godevano della potenza riflessa del loro padrone, temuti, adulati, corteggiati da tanti di que’ liberi, che, attraverso il cuore o il favore del servo, voleano giungere a quello del padrone.
Gli schiavi pubblici, godenti di maggiore libertà e di maggiori prerogative[348], chiamati spesso a mettere le mani sul cittadino libero, come esecutori della legge, rinnegavano ogni giorno, con l’atto pratico, l’abisso, che, teoricamente, dovea separare il libero dallo schiavo. Schiavi pubblici ateniesi, che sapevano di lettere, erano messi al fianco di cassieri e generali, per servire un giorno di controllo e di mezzo di accusa contro di loro[349]; e si può immaginare quale autorità e quale reale potere, a dispetto del loro stato inferiore, dovessero riescire ad acquistare.
Con queste nuove condizioni create a’ servi dalla forza stessa delle cose e dall’azione spesso inconsapevole degli uomini, che doveano cedere ad essa; non è a meravigliare, se si veniva modificando, a grado a grado, al tempo stesso, la loro posizione giuridica e morale.
L’Economico di Senofonte rileva già, da un punto di vista schiettamente utilitario, tutto l’interesse, che debbono avere i padroni a trattar bene i servi[350]. A ciò doveano incitare specialmente i casi non lontani della guerra di Decelea.
Che una vera rivolta di schiavi avesse avuto luogo al principio o alla fine del quinto secolo, non solo non è accertato, ma sembra si debba escludere almeno pel tempo più antico[351]. In ogni modo, non potea mancare negli schiavi quell’attitudine passivamente ostile, di cui vi è l’eco in qualche autore, e che, in condizioni più adatte, a Chio, nel secolo seguente e, poi, nell’Attica stessa[352], per ripercussione di altri paesi, dovea prorompere in aperta ribellione. Questi sintomi non poteano fare a meno d’inspirare qualche preoccupazione.
La condizione degli schiavi si veniva dunque migliorando, e al loro miglioramento doveva contribuire non poco il restringersi del loro numero. Non a torto queste migliori condizioni degli schiavi sono state già da lungo tempo invocate come un argomento, se non come una prova, del numero limitato degli schiavi dell’Attica.
L’uccisione del servo e perfino il suo maltrattamento era soggetto a pena[353]; e questa tutela dello schiavo, che un secolo prima avea ricevuto un’interpretazione affatto pedestre, riflettendosi nella coscienza civile del quarto secolo, riappariva sotto la forma di un elevato sentimento etico, di un’alta ragione sociale. “Se rifletterete su ciò, o Ateniesi — diceva Eschine[354] — troverete che questa è una delle cose migliori; giacchè il legislatore non si dette pensiero degli schiavi; ma, volendo che vi avvezzaste ad astenervi dal fare ingiurie a’ liberi, v’impose di non recare ingiuria nemmeno a’ servi. Egli credette che, chi in una democrazia fa ingiuria a chi che sia, non è adatto a convivere politicamente con gli altri„. E l’orazione contro Midia[355] ripete presso a poco, con parole non dissimili, lo stesso concetto.
È vero che la mancanza di una personalità giuridica nello schiavo rendeva il più delle volte teorica, anzi che pratica, questa sua tutela, specialmente verso il padrone[356]; ma a qualche cosa, come un ritegno, pur potea servire. Più praticamente efficace forse era l’espediente del rifugiarsi in luoghi sacri, specialmente nel tempio di Teseo. Fuori di Atene, ad Andania[357], per esempio, si era, appresso, attenuato questo, che per i padroni era un inconveniente, introducendo limitazioni forse maggiori e abilitando il sacerdote alla restituzione; ma in Atene lo schiavo acquistava il diritto, dopo constatati i maltrattamenti, a farsi rivendere ad altri, il che, in molti casi, era una via alla manomissione[358].
Il sostrato morale della schiavitù era già venuto meno. Quella vicenda continua di guerre che faceva, a vicenda, schiavi i liberi e liberi gli schiavi; l’introduzione ora legale[359], ora clandestina di schiavi manomessi tra i cittadini; quella alterna depressione ed elevazione di liberi e di schiavi sotto l’azione della ricchezza e della miseria; l’allargarsi degli orizzonti morali e intellettuali de’ Greci, che cominciava a renderli un po’ meno sprezzanti verso lo straniero[360]; le relazioni internazionali più frequenti, nell’intrecciarsi de’ rapporti politici e commerciali; erano tutte cose che preparavano a concepire l’uomo attraverso i mutevoli rapporti politici e sociali e, prima anche che a concepirlo, a sentirlo.
Ben potevano i filosofi, nell’intento di dare un fondamento etico e necessario all’esistente ordinamento economico o politico, giustificare, con un sottile sofisma, la schiavitù, o cercare di sorreggerla, escludendone gli uomini di stirpe ellenica. Pure non mancavano filosofi che negassero il fondamento naturale della schiavitù[361]; mentre, d’altra parte, qualche sofista, per la sua maniera di concepire il diritto naturale, arditamente vedeva nel rapporto de’ padroni e servi un puro stato di fatto, che la violenza avea creato e di cui un’altra violenza avrebbe potuto invertire le parti[362]. E nella vita di ogni giorno, perfino negl’incanti[363], lo schiavo ricompariva col suo appellativo di uomo; e la commedia, facendosi specchio della vita popolare ed eco della sua coscienza, tale lo ribattezzava sulla scena. Che momento dovette esser quello, in cui sulla scena di Atene risonarono que’ noti versi di Filemone: “Se anche alcuno sia servo, non è, o padrone, meno uomo di quel che tu sia„[364]; e: “Se qualcuno è schiavo, è pur fatto della stessa carne; nessuno mai fu schiavo per natura; è la sorte che ne asservì il corpo„[365]. E nel teatro probabilmente v’erano degli schiavi!
XXVI.
Per un bisogno materiale, insieme, e morale si attenuavano certe asprezze della schiavitù, senza pur riuscire ad eliminarle; perchè la fustigazione[366], la tortura nelle inquisizioni giudiziali[367], rimanevano, ora e poi, una consuetudine ed una legge. Ma le mitigazioni non giovavano a sorreggere l’istituzione: cominciava ad accadere quello, che acutamente è stato detto di un periodo successivo della schiavitù e che può ripetersi di tutte le instituzioni, le quali vanno perdendo la loro ragione economica e sociale: “più si cercava di migliorarla e meno diveniva vitale„[368].
Col venir meno della facoltà di usare ed abusare, col restringersi del potere illimitato del padrone, veniva meno uno de’ motivi, che, data la scelta, potevano fare anteporre la schiavitù al salariato.
E, in realtà, il lavoro libero era destinato sempre più ad aver ragione del lavoro servile, per l’effetto continuo e più di condizioni antecedenti e pel maturare di nuove condizioni.
La divisione del lavoro sociale, che avea addossato a’ servi il compito della produzione materiale per affidare a’ liberi quello della guerra, si era venuta via via adombrando e sfumando col restringersi dell’obbligo regolare della milizia alle classi possidenti, e poi con l’introduzione e lo sviluppo delle milizie mercenarie. Il proletario, chiamato in via straordinaria e in emergenze eccezionali ad una guerra sopratutto difensiva[369], potea attendere ad un lavoro continuo forse meglio degli schiavi, che, insieme a’ meteci, venivano sopperendo a’ bisogni della flotta[370]; e le milizie mercenarie scaricavano il proletariato della parte più instabile, più amante di avventure e meno adatta all’esercizio di un mestiere.
Al tempo stesso la schiavitù si veniva, ogni giorno più, rendendo e mostrando meno utile e, come su di un corpo esaurito fioriscono a gara i malanni, venivano germogliando dal suo stesso seno i caratteri esteriori e i sintomi allarmanti del dissesto interno che la travagliava.
La mancanza o l’incertezza, sia reale sia supposta, di dati incontrastabili sul prezzo reale degli schiavi, di cui conosciamo il rendimento giornaliero[371], non ci permette di fissare, con sicurezza di criteri, il tasso medio, o almeno massimo e minimo, del profitto dato dagli schiavi, che così viene calcolato da diversi autori diversamente[372]. Ove, mettendo da parte le interpretazioni e le considerazioni correttrici del Böckh[373], se ne adotti semplicemente il calcolo materiale, si trova come il profitto degli schiavi, che, al tempo della guerra del Peloponneso, era del 47 11⁄37 % sugli schiavi impiegati nelle miniere, era invece del 15 15⁄19 e del 30%, al tempo di Demostene, su gli schiavi adibiti nella fabbrica di armi e in quella de’ mobili.
Considerando la cosa da un altro punto di vista, si ha che gli schiavi minatori di Nicia rendevano un obolo al giorno, e, almeno pel tempo della locazione, il padrone era garantito contro la loro mortalità e, in genere, contro la loro decrescenza[374]. Alla distanza di un secolo quasi, gli schiavi di Timarco, lavoratori di cuoio e perciò addetti ad un lavoro qualificato, rendevano due oboli al giorno, che, per lo scemato valore d’acquisto della moneta valevano meno, o al più altrettanto, dell’obolo del secolo precedente; e, per giunta, il rischio della loro perdita era continuo ed a carico del padrone.
Ancora: la tendenza ad un tasso unico del profitto avrebbe, in ultimo, fatto sì che il profitto dato dagli schiavi venisse a mettersi al livello de’ profitti dati da altri investimenti, col volgersi de’ capitali a quel ramo di speculazione. Ma, tenendoci anche, in forma assoluta, al tasso di profitto forse esagerato, che attestano i dati di Demostene, si ha che gli schiavi non davano un profitto superiore a quello di altre imprese commerciali, le quali apparentemente più rischiose, non presentavano, in fondo, maggior pericolo dell’investimento fatto in un capitale di schiavi. La mortalità degli schiavi, che, come ci mostrano i recenti esempi delle colonie, si è mantenuta sempre in proporzioni elevate, sino a raggiungere e sorpassare la proporzione del 5%, sino a ridurre la vita media dello schiavo a sedici anni e meno ancora; non ha potuto a meno di essere elevata anche nell’antichità; e il profitto elevato dello schiavo, anche nel migliore de’ casi, era assorbito o reso insufficiente dalla notevole rata di ammortamento.
La mortalità, del resto, non rappresentava che il rischio ordinario; ma, accanto a quello, ve n’erano tanti altri straordinari, che pareggiavano e superavano l’ordinario.
L’ambito ristretto degli Stati greci e le guerre frequenti con gli Stati più vicini esponevano ad una continua perdita degli schiavi, sia per le incursioni de’ nemici, che si ritiravano traendosi dietro un bottino di liberi e di servi (ἀνδράποδα)[375], sia per le fughe agevoli de’ servi, attratti spesso da’ nemici con la lusinga e talvolta col dono della libertà. Queste fughe, che preoccupavano tanto, da costituire motivi di doglianza tra gli Stati e oggetto di speciali clausole ne’ trattati[376], inceppavano l’utile impiego degli schiavi ed aumentavano le spese, già notevoli, di vigilanza e custodia. Eppure, tutto ciò non bastava. La cosa era venuta a tale, che, nel periodo macedonico, potè sorgere una forma di contratto di assicurazione; ma ciò importava un’altra annua spesa di otto dramme[377].
Il complicarsi e l’intrecciarsi degl’interessi, che esigevano tutela, portavano un assetto giuridico sempre più distinto, sviluppavano la responsabilità de’ padroni per alcuni fatti de’ loro schiavi[378]; e, anche sotto questo rapporto, la cosa non era senza danno per i padroni. In tempo più avanzato, ma in paesi di rapporti economici meno sviluppati, lo schiavo, di solito, per le sue colpe è soggetto alla fustigazione; ma pel furto si aggiunge che debba pagare il doppio del valore rubato e una multa di venti dramme, con obbligo al padrone, sotto la propria responsabilità, di consegnare lo schiavo al danneggiato, in caso di mancato pagamento[379].