LA GUERRA E LA PACE NEL MONDO ANTICO
LA GUERRA E LA PACE
NEL
MONDO ANTICO
UN SAGGIO
DI
ETTORE CICCOTTI
TORINO
FRATELLI BOCCA, EDITORI
Milano — Roma — Firenze
1901.
PROPRIETÀ LETTERARIA
Torino — Vincenzo Bona, Tip. delle LL. MM. e dei RR. Principi. (8458)
..... assez de livres sont pleins de toutes les minuties des actions de guerre et de ces détails de la fureur et de la misère humaine. Le dessein de cet essai est de peindre les principaux caractères de ces révolutions, et d’écarter la multitude des petits faits pour laisser voir les seuls considérables, et, s’il peut, l’esprit qui les a conduits.
Voltaire, Siècle de Louis XIV, chap. XI.
Attraverso tutta la storia, trascorre visibile e continua, come una via rossa e dolorosa, una serie non interrotta e non terminata di conflitti e di guerre, onde appare insanguinata, contristata, straziata la terra. E questa traccia sanguigna, ha costituito e costituisce ancora, molte volte, agli occhi degli storici, come la trama, a cui si rannodano e in cui s’innestano uomini ed eventi, costituzioni e passioni, decadenze e fortune di popoli. L’amor proprio o il pregiudizio di nazione e di razza, l’interesse passionato di ogni grande fatto umano, gl’istinti felini, mal domi o solleticati nella lotta per la vita, si compiacciono spesso ed esultano nella narrazione, ove si rispecchiano, abbelliti e resi attraenti dal lenocinio dell’arte, i tratti e gli episodi della grande tragedia umana; e, per la forza dell’abitudine, di rado avviene che, mentre il libro cade di mano, l’animo conturbato o inorridito chieda a sè stesso: Ma è questa una grande sciagurata follia che soggioga il genere umano e pervade la storia e vi trionfa? Od è un destino cieco, inesorabile che condanna gli uomini, dalle origini, a un mutuo macello? O vi è una ragione storica di questi ricorrenti e permanenti conflitti, e quale è dessa? E quali ne sono le prospettive? Con quali speranze e con quale vaticinio — se uno ve n’ha — questo passato si riflette nell’avvenire?
Omai, mentre persiste e procede accurata — spesso anche fortunata — l’investigazione minuziosa del passato, sorge sempre più avvertito e impellente il bisogno di ricomporne i frammenti per conoscere, in quanto è possibile, il segreto della sua vita, le leggi del suo sviluppo, premessa e chiave anche della vita che noi viviamo; e il passato è per noi quel che per il nocchiero è il punto di partenza, il quale gli dà l’angolo di declinazione, gli segna il principio della linea che, prolungata, diventa il sentiero verso il punto di arrivo.
Come un contributo a questo più alto e omai maturo lavoro d’indagine, che da’ singoli fatti bene appurati astrae la loro fisonomia generale e la loro ragione di vita, io mi sono accinto a ricercare, attraverso la varietà episodica delle paci e delle guerre, la loro causa sincera se anche dissimulata, il loro movente segreto ma necessario, facendo in modo — se sono stato così avventurato da riuscirvi — che dalla stessa realtà storica emerga, per virtù intrinseca, la verità delle cose, e che i fatti stessi, anche fuggevolmente e genericamente accennati, si ricompongano in una manifestazione organica delle forme, attraverso cui è passato il fenomeno del quale sono riflesso, e dello spirito che li domina.
I. Guerra e pace nell’antico Oriente.
Sembrerebbe davvero che col solo suo nome l’Oriente dovesse evocare immagini di pace anzi che di guerra: un fantastico miraggio di rive fiorenti, di pingui pascoli, di messi lussureggianti, di flore maravigliose, tra la cui dovizia, sotto gl’ineffabili splendori di un cielo sereno, un popolo molle, in un tenue abbandono, coglie senza pena e senza tumulto dall’albero della vita il frutto maturo. E veramente — meno che là dove il terreno, salendo di balza in balza andava a perdersi in montagne erte ed inospiti, o, prolungandosi in brulle pianure, andava a finire in un mare sterminato d’arene — veramente la natura vi faceva sfoggio, quasi, di tutta la sua potenza creatrice, di tutta la sua virtù fecondatrice; sicchè ivi prima che altrove l’uomo non ancora educato a usufruire, comprendendole e domandole, le forze naturali, potè costituire le prime forme di società civili, divenire strumento e artefice di civiltà e armarsi di quelle fondamentali cognizioni e rudimentali esperienze, che dovevano essere arra e leva di tanti ulteriori progressi.
Perfino dove i fiumi gonfi e straripanti pareva dovessero essere nient’altro che una forza devastatrice, il sole torrido svolgeva, come in Mesopotamia e in Egitto, dal limo abbandonato ubertà di prodotti e tesori di vita; dove le sponde precipitavano scoscese verso il mare, speciali vegetazioni trovavano il modo di spiegare tutto il loro rigoglio; e la costa, rósa ne’ suoi seni, bizzarramente tormentata ne’ suoi promontorî, formava porti, faceva sorgere città munite dalla loro posizione e dal mare, onde si sarebbero spiccati col tempo voli più lontani, creando con lo scambio de’ prodotti e l’intreccio de’ commerci nuove fonti di ricchezza e nuovi mezzi di civiltà e di progresso. E, intanto, ora, si lottava col mare, addestrandosi e costringendolo a dare con la pesca tutti i mezzi di vita di cui era capace. Anche la fauna, varia, strana e spesso infesta, che popolava i piani e le selve e sembrava fare all’uomo una concorrenza vitale, forniva, spesso, anch’essa, materia di caccia; e, in parte eliminata, in parte educata e allevata, si risolveva in una sostentatrice della vita, in una cooperatrice dell’agricoltura e de’ primi scambî rudimentali.
Pure, in mezzo a tanta abbondanza e tali favorevoli condizioni di vita, l’uomo era troppo abbandonato alle variabili vicende naturali, come un veliero che solca agile l’onda, se ha il vento in poppa, ma resta inerte con le vele pendule e flosce se l’aria ristagna, o va a rompersi contro gli scogli e le punte, se per una bizzarria del tempo diventa ludibrio de’ venti. Una piena poco abbondante, una stagione troppo secca, una invasione di cavallette, una morìa di greggi, una epidemia sterminatrice, un improvviso, se anche temporaneo variare delle condizioni di prosperità contro cui l’uomo non era nè agguerrito, nè protetto, spargevano la carestia, la miseria, l’inedia dove ancora poco tempo innanzi erano l’abbondanza e l’opulenza.
Ancora, questi doni della natura, oltre a non essere costanti, non erano neppure ugualmente ripartiti, e — a prescindere dalle zone più lontane dove il cielo azzurro scompariva sotto la monotonia di nebbie incombenti e il clima mite s’incrudiva in geli persistenti — da luogo a luogo variavano spesso le condizioni di produttività del suolo e le agevolezze di vita; e a distribuire i prodotti — anche per avventura adeguati — facevano impedimento i luoghi impervii mancanti di comunicazioni, la mancanza di mezzi e organi atti agli scambi, la produzione limitata al consumo domestico e la stessa corrispondente organizzazione sociale e politica prettamente locale, conformata in circoli chiusi, ristretti ed esclusivi.
La prima e più antica forma, infatti, sotto cui ci appariscono la Mesopotamia, la Syria e anche l’Egitto stesso attraverso la tradizionale leggendaria unità primitiva, è quella di piccole sovranità locali, limitate a città e regioni, non coordinate tra loro, messe semplicemente l’una accanto all’altre in un puro rapporto di contiguità territoriale e messe in rapporto tra loro, unicamente o sopratutto, dall’ambizioso desiderio di subordinare, dalla recalcitrante renitenza a subordinarsi, sentendo tutte le molestie e i danni di una perpetua minaccia, di una difesa permanente. Destinate, anche più facilmente dalla posizione spesso piana e non munita de’ luoghi, ad un inevitabile assorbimento del più forte, intanto si trovavano in una condizione, per cui la sterilità del paese vicino, l’accrescersi della sua popolazione, una carestia, un sentimento di prevalenza determinavano una incursione, che, per effetto di successive azioni e reazioni, si risolveva in uno stato frequente se non continuo di guerra.
Il movimento di unificazione, l’allungamento e l’arrotondamento del dominio, che doveva riuscire a respingere sempre più indietro la zona esposta alle aggressioni e a’ danni di attacchi continui e a costituir così un ambito più largo di sicurezza e di garentita operosità, formava il primo, più urgente e più impreteribile còmpito del tempo; ma anche a questo stadio dell’evoluzione civile non si giungeva se non attraverso una serie lunga e sempre ricorrente di guerre. Tutti quelli, a cui la tradizione attribuisce di avere originariamente costituita questa unità di dominio, o che la ricostituirono per tempo più o meno lungo, dopo che s’era dissolta — Mini, il primo re della vaga tradizione, Amenemhat I della 12ª dinastia, Ahmos il liberatore del territorio, Tafnakht de’ principi di Sais, Piônkhi, Sabacone, Taharqa in Egitto, Davide in Palestina, Sargone I nella Caldea, per tacere d’altri meno lontani — sono re guerrieri, che hanno imposta combattendo la loro sovranità e hanno suggellato con la spada il legame o la catena, con cui hanno ristretto insieme città e regioni indipendenti e nemiche. «È un bravo che opera con la spada — dice di Amenemhat I un documento contemporaneo[1] — un valoroso che non ha l’uguale: egli vede i barbari, si lancia, s’abbatte su’ predoni. È un lanciatore di giavellotto che rende deboli le mani del nemico: quelli ch’egli colpisce non alzano più la lancia. È un terribile che spezza le fronti: non gli si è resistito nel suo tempo..... È un bravo che si getta innanzi quando vede la lotta.....». E le iscrizioni, che parlano di Sargone I, sono tutto un inno di guerra, che ne canta la gloria.
D’altra parte, raggiunto questo primo scopo e realizzato questo primo còmpito di ampliare, unificando, il dominio, non si era fatto ordinariamente che spostare il campo della guerra verso un confine più lontano; e, anche all’interno, non sempre e non continuamente si era giunto a costituire un ambiente di pace.
Questi imperi dell’antico Oriente — se pure qualcuno ha cercato talvolta, riuscendovi in parte, di renderli più organici o meno inorganici — in genere hanno poggiato sempre sopra una base poco salda e coerente di una sovranità personale, e non sono andati oltre un’organizzazione di carattere tutto feudale. I paesi conquistati, come quelli aggregati o presi sotto protezione, restano sotto la reggenza de’ vecchi sovrani, perdonati o sommessi, o passano sotto il governo de’ nuovi investiti; e questi prìncipi, più spesso vassalli che governatori, hanno per tutto obbligo verso l’alto sovrano, insieme alla fedeltà, il pagamento di un tributo, ordinariamente in natura, e il dovere di fornire de’ contingenti armati sia per le guerre difensive che per quelle di conquiste. Dopo il tentativo di organizzazione fatto da Tiglath-Pilsesar II e di Sargone, bisogna arrivare a Dario d’Istaspe per trovare un sistematico congegno amministrativo, con poteri e funzioni distribuite, che, peraltro, se rappresenta un notevole progresso su’ precedenti aggruppamenti meccanici, è ben lungi dall’eliminare ogni inconveniente. Con un vincolo rilassato e fragile come questo, non solo rimaneva campo alle guerre che questi prìncipi vassalli, e perfino governatori, si facevano tra di loro, ma spesseggiavano rivolte, guerre interne, per rifiuto di tributi, tradimenti e tentativi d’emancipazione; e, alla morte del gran re, specie se questi non aveva avuta la preveggenza di associarsi il successore, scoppiavano tra i vassalli e nella sua stessa famiglia ribellioni e inquietudini che dissolvevano l’impero o lo mettevano a un punto dalla ruina. In Egitto, da Nitocri all’undecima dinastia, durante cinque secoli circa, com’è lecito desumere dalla brevità de’ regni e dallo spostamento di sedi delle dinastie, vi dovette essere una grande persistenza di ribellioni e lotte intestine. L’undecima dinastia solo verso il suo finire giunse a riunire la sovranità dell’Egitto, poi riperduta sotto la dodicesima. Le tribù del deserto, specialmente, già da prima sempre combattute e spesso vinte ma mai stabilmente sottomesse, tornano, come torneranno ancora appresso a fiottare o a volteggiare petulanti a’ confini. Nella XIII dinastia si ha un’usurpazione militare o sacerdotale che sia. La XIV dinastia segna un altro spostamento di sede da Tebe a Xois; e l’invasione degli Hyksos (Shasou) coglie e sopraffà l’Egitto, appunto in un periodo di lotta intestina, più debole per la discordia.
L’unificazione della Caldea sotto l’egemonia de’ prìncipi di Ouran non fu di lunga durata, e Sargone I, che successe loro, ebbe turbato di rivolte il regno, che si dissolvette sotto il figliuolo Naramsin. Unificata ancora la Caldea sotto Kammourabi, cominciano ancora le rivolte che vanno poi a finire con lo spossessamento de’ sovrani elamiti, mentre nello sfondo comincia a disegnarsi la sorgente potenza dell’Assyria. Le discordie de’ popoli di Syria alla loro volta aprono più facile campo alle imprese di Thoutmos III, mentre all’altro estremo del dominio di costui gli Etiopi mantengono un intermittente ma persistente fomite di ribellione e di guerra. La morte di Thoutmos III e l’avvenimento al trono del figliuolo Amenhotpou II è il segno di una più generale sollevazione, vinta e repressa con mano ferrea, senza impedire peraltro che in tempo più lontano la XVIII dinastia si estingua in mezzo alle lotte intestine. E Harmhabi, l’instauratore — della dinastia successiva, deve quasi ricomporre da capo l’Impero egiziano. Seti I è costretto a farsi de’ Khiti, prima vassalli, degli alleati; e nondimeno il figlio Ramsete II se li trova ancora di contro; e con essi ancora la Syria, a ridurre all’obbedienza la quale basta appena una lotta di quindici anni. Sotto Minephtah maturano moti di ribellione che scoppiano più aperti alla sua morte e finiscono con lo schiudere la via del trono a un usurpatore.
Nella terra di Canaan, il regno faticosamente messo insieme da David è più volte minato da rivolte, che si riproducono sotto Salomone, e, alla morte di costui approdano alla scissione delle tribù e a un lungo periodo di lotte intestine tra il popolo di Giuda e quello d’Israele. In Assiria, mentre Assurnazirpal e Salmanassar III mirano ad allargare il dominio, portando l’impero sino a’ più lontani termini, sono frequentemente costretti ad accorrere per domare rivolte.
E, giù giù, venendo attraverso gli anni sino al tempo meno antico, in cui sulle rovine e dalle rovine di tutti gl’imperi precedenti si eleva l’impero persiano, si ha uno spettacolo uniforme e persistente, monotono, sino, nella sua tristezza, di rivolte spesso domate, ma sempre rinascenti; per cui la storia di questi antichi imperi sembra come un immane e ostinato sforzo di tenere insieme l’incoercibile, un travaglio di Sisifo, che non solleva la pietra se non per vedersela ricadere più pesante sul petto, un’opera delle danaidi che, non con acqua ma con sangue, intendono alla vana opera di riempire un vaso senza fondo.
È l’Assyria, che proprio quando crede di essere giunta al supremo fastigio della potenza e di avere stabilmente incatenato a sè i popoli vinti e i regni incorporati, vede dall’Ourarti, dall’Elam, dalla Caldea, dalla Syria, dall’Egitto, dal suo stesso seno, risorgere come fiamma da un fuoco male spento la rivolta e divampare minacciosa e terribile. È Babilonia che, prendendo lo scettro dalle mani dell’Assyria, ne eredita anche quel germe di trambusti e di dissoluzione. È il popolo ebreo, che, ostinatamente ribelle all’Egitto, all’Assyria, a Babilonia, a Damasco, feconda in sè stesso un lievito di ribellione, che impedisce e dissolve i suoi rinnovati tentativi di unità. È l’Egitto, che non solo vede smembrato e ritagliato dalla rivolta l’Impero esteso ne’ periodi di fortuna militare e di espansione, ma appare, ne’ suoi stessi antichi confini, un campo di lotta intestina, dove tutte le sue nidiate di principi giocano di volta in volta il loro circoscritto principato vassallo contro la speranza, qualche volta riuscita e spesso anche delusa, di arrogarsi il supremo comando e dar vita a una nuova dinastia. È l’Impero medo, dal cui seno per un atto di ribellione fortunata esce l’Impero persiano; è l’Impero persiano stesso, che, proprio quando pare avere stese le sue ali dall’Africa all’Europa, è minacciato, mentre Cambise scompare, dalla più vasta e più terribile delle rivolte.
Salmanasar IV, Ashhourdan II, Tiglath-Pileser II, Salmanassar V, Sabacone, Sargone, Sennacherib, Gyge, Assurbanipal, Naboukoudouroussour, Taharqou, Amasi, Dario, per nominare ancora, oltre a quelli già menzionati, alcuni de’ più tipici o de’ più noti, salgono al trono con le prospettive di rivolte da domare o per opera di una fortunata rivolta, o spendono gran parte della loro vita e della loro energia in un’opera di repressione diuturna ed estenuante.
E, corrispondente a questo male che travagliava all’interno le compagini più vaste o meno grandi, era la minaccia all’esterno. La compagine mal cementata, che così faticosamente giungeva a mantenersi in uno stato di equilibrio sempre instabile, pareva per giunta continuamente sotto l’incubo di essere attratta nell’orbita di masse maggiori o di urti esterni che la mandassero in frantumi.
Premute dall’alimento venuto temporaneamente meno per accidentalità naturali o reso insufficiente dal moltiplicarsi della popolazione, si spostava tutta una massa di popolo, che, schiudendosi l’adito in altri paesi, determinava alla sua volta un più persistente e più generale commovimento.
Di alcune di queste immigrazioni devastatrici e conquistatrici ci serba sopra tutto ricordo la storia di Oriente: l’invasione degl’Hyksos (Shasou) o pastori, che, riversandosi sull’Egitto verso la fine della 13ª dinastia, circa diciotto secoli prima dell’Era nostra, vi rimasero accampati per parecchi secoli; l’invasione de’ Gimirri o Cimmerii, nel settimo secolo, che annientarono tra gli altri il regno di Frygia, e l’altra degli Scyti, e, vinta la Media, messo in pericolo l’Impero assyro, si avanzarono come un turbine devastatore sin nella Syria e nella Palestina, deviati dall’Egitto per virtù di doni, anzi che per forza d’armi.
Ma questi costituiscono l’espressione più caratteristica e rilevante di fatti che, in proporzioni più ridotte e con carattere temporaneo, si dovevano riprodurre non di rado, specie dove paesi più ricchi ed inciviliti si trovavano a confinare con paesi poveri e rimasti a uno stato di civiltà rudimentale.
A prescindere poi da questi eventi — di piccola importanza se ricorrenti, di carattere straordinario se importanti — gli stessi Imperi costituiti si trovavano, l’uno rimpetto all’altro, in condizione permanente ora di dover respingere un attacco, ora di doverlo realizzare, in uno stato di ostilità, insomma, ora latente, ora aperta.
Lo stato affatto rudimentale del modo di produzione, la tecnica poco sviluppata e meno che mai proporzionata al carattere gigantesco delle opere eseguite o progettate, il commercio poco sviluppato e sempre impedito da difficoltà di ogni sorta; tutto sembrava spingere a concepire come possibile l’accumulazione della ricchezza e l’elevazione del tenore di vita solo mediante grandi e periodiche razzie, che venivano così lentamente e insensibilmente a confondersi con la prospettiva stessa del progresso.
Uno Stato, che si proponeva di rinunziare o era costretto per un momento a smettere la guerra di conquista e a cessare di procurarsi all’estero con tributi e acquisto di schiavi gli strumenti adatti alla soddisfazione di tanti bisogni, doveva ripiegarsi su se medesimo per trarli dalla sua stessa popolazione, e non faceva questo senza destare i maggiori risentimenti o peggio ancora. Tutta la leggenda d’infamia, che, attraverso la tradizione greca, avvolge Cheope e Chefren, ha origine appunto nello scontento destato tra gli Egiziani col piegarli alle più dure fatiche, forse per l’insufficienza degli stessi elementi raccattati all’estero rispetto alla grandezza delle costruzioni. Asarhaddon si servì è vero della mano d’opera mercenaria, ma egli poteva far ciò appunto in virtù di larghi mezzi accumulati, con tante guerre, da’ suoi predecessori e da lui stesso, con i tributi che gli affluivano da ogni parte dell’impero portato con la conquista così lontano.
Questo atteggiamento, intanto, e questa disposizione di spirito, sempre pronti a un intento rapace, erano reciproci da uno ad un altro Stato; e, in tali condizioni, s’intende facilmente che la guerra offensiva, per intima necessità, diveniva anche guerra difensiva, in quanto mirava a prevenire ed eliminare l’attacco.
Perciò ogni Stato antico e precipuamente ogni impero d’Oriente — ciascuno ne’ limiti più o meno ampi de’ suoi rapporti e del suo orizzonte, — ha fatalmente innanzi a sè, come mèta e punto di attrazione, il miraggio dell’Impero universale, che, come un vero miraggio, per l’allungarsi progressivo dell’orizzonte, sembra ritrarsi proprio quando più sembra che lo si sia raggiunto e trae l’illuso in una corsa folle e vertiginosa, in fondo alla quale trova la sua stessa rovina.
Tutta la storia d’Oriente sembra confondersi nelle vicende di questi centri di forze, che si formano agli estremi del suo orizzonte per isvolgersi, assorbendo le forze gradatamente limitrofe, sino al punto di venire in contatto, ingaggiando, in un alterno conflitto sempre rinascente, un duello di vita e di morte.
Da un lato è il vecchio Egitto, il primogenito della storia, dietro cui in certi periodi, sullo sfondo, si disegna l’Etiopia; dall’altro, successivamente, l’Impero de’ Khiti, l’assyro-babilonese, il medo, il persiano, usciti a grado a grado dalla lotta ingaggiata prima tra loro e poi con i contermini minori. E, tra l’uno e l’altro di questi centri di due diversi ed opposti sistemi di forze, si trovano i popoli messi sulle grandi vie commerciali — sempre più disputate con l’elevarsi e moltiplicarsi de’ bisogni e fatti indici delle più rudimentali ragion di contesa — la Syria specialmente, che talvolta con le sue resistenze, nella sua buona fortuna, serve da antemurale e da tampone tra i due imperi opposti, più spesso è tutto un campo di battaglia, continuamente conteso e continuamente lacerato e insanguinato, preda, benchè sempre recalcitrante, del più forte de’ competitori. E le regioni più eccentriche dell’Asia minore, poste fuori del campo immediato delle lotte, si urtavano alla loro volta in un mutuo conflitto per divenire poi, vinti e vincitori, preda della più grande vittoria del trionfatore del resto d’Oriente.
Così la storia orientale ci fa assistere da prima a un movimento ascendente di conquista dell’Egitto, cui Thoutmosis III schiude la via e che culmina con Ramsete II per avere poi, a tratti, momenti di ripresa e di fortuna; ma a questo movimento ascendente fa riscontro un movimento di reazione che, dopo lungo fiottare, porta gli Imperi del Nord a rovesciarsi sull’Egitto e a conquistarlo, in modo che, quasi per un’ironia della storia, Esarhaddon finisce per segnare la sua vittoria sulla stessa stela di vittoria di Ramsete e Cambyse, e Artaserse Okkos va ad insultare e calpestare, nelle stesse sue sedi sacre, il sentimento religioso degli Egizî.
Una tale inevitabile alternativa della guerra finiva intanto per foggiare e plasmare quasi a modo suo i varî imperi, rinsaldava quelle divisioni di schiavi lavoranti e padroni combattenti, che costituisce, per tanto tempo e per tanta parte, la caratteristica maggiore del mondo antico, educava nella stessa classe di padroni uno spirito prevalentemente militare, allettava con i profitti delle conquiste, solleticava l’amor proprio nazionale, ubbriacava con i fumi della vittoria; in modo che l’origine prima e la radice di quel contrasto, così semplice e materiale, veniva acquistando un aspetto sempre più complicato, e il gigantesco conflitto millenario diveniva a volta ambizione conquistatrice di re, guerra religiosa, disputa di successione, intrigo di cortigiani e di gineceo.
Ma, in questa guerra perenne, insieme a un logorio di forze e di ricchezza, vi è un vizio intimo, che rodeva in mezzo a’ loro stessi trionfi i vincitori; onde l’esistenza stessa di quegl’imperi, come la fortuna di un giuocatore accecato, era messa di volta in volta allo sbaraglio su di un solo campo di battaglia, dove imperi più volte secolari crollavano di peso come castelli di carta faticosamente architettati da un fanciullo.
E questo spettacolo tipico d’immani e repentine ruine doveva naturalmente riempire il mondo di stupore e sembrare, a chi non sapeva altrimenti spiegarsi il collasso di quegli aggregati tenuti insieme dalla spada e dalla catena, come il capriccio di un dio onnipotente e vendicativo o il tetro disegno di un fato imperscrutabile, che si compiacevano a sperimentare il loro potere precipitando, tra l’onta e le stragi di una sconfitta, un dominatore del mondo da’ supremi fastigi di un trono nelle mani di un carnefice e nell’abbiezione di una prigione, o elevando un avventuriere sul soglio a cui aveva guardato con lo sgomento superstizioso del servo.
V’è qualche cosa intanto che la storia — specie d’Oriente — fatta in gran parte con i fasti, spesso auto-encomiastici, de’ re, lascia appena intravedere, e sono i dolori, i danni, le pene delle folle decimate, sterminate, spiantate dalle loro sedi, la cui eco s’intuisce attraverso il cinico grido di trionfo de’ vincitori, o vibra ne’ minacciosi vaticinî e nelle lamentazioni de’ profeti. Ogni impresa di guerra, oltre al numero di morti spesso ingente — se si vuol credere alle iscrizioni de’ re di Assyria specialmente — travolgeva in una vera rovina intere popolazioni, fatte segno alla strage, alle sevizie, non di rado trascinate da un estremo dell’impero ad un altro, come armenti.
Succedeva inoltre che, come suole accadere nella storia, dove dal seno stesso di un fenomeno germoglia il fenomeno contrario, dalle conseguenze stesse della guerra rampollasse un desiderio di pace.
E non soltanto per le vicende varie e immediate della guerra, ma anche per lo strascico che lasciava dietro di sè. Poi, dove la guerra aveva accumulato ricchezza con bottino e tributi e creato uno stato sia pure fugace di prosperità e con questo un più elevato senso della vita e altre specie di attrattive, non solo doveva parere più sgradito arrischiare la vita, ma gli stessi disagi di spedizioni spesso lontane dovevano cominciare a riuscire ripugnanti. Lo stesso pungolo dell’ambizione cominciava a trovare altre mète e altre soddisfazioni in uffici civili e ne’ trionfi anche più efimeri dell’ordinaria vita sociale.
Così, in mezzo allo stesso fiorire dello spirito guerriero, si faceva strada la voce che n’era l’antitesi; e, mentre l’Egitto trionfava de’ trionfi di Ramsete III: «Perchè dici tu che l’ufficiale di fanteria è più felice dello scriba? — domandava uno scriba al suo allievo. — Aspetta, che io ti dipinga la sorte dell’ufficiale di fanteria, tutta l’estensione delle sue miserie! — Lo si prende, ancora fanciullo, per chiuderlo nella caserma: — una piaga che lo sega si forma sul suo ventre, — una piaga di logoro è sul suo occhio, — una piaga lacera è sulle due sue sopracciglia; la sua testa è intaccata e coverta di umore. — In breve, egli è battuto come un rotolo di papiro, — egli è infranto dalle violenze. — Aspetta, che io ti dica delle sue marce verso la Siria — delle sue spedizioni in paesi lontani! — I suoi pani e la sua acqua sono sulle sue spalle come il carico di un asino, — e rendono il suo collo e la sua nuca simili a quelle di un asino; — le giunture della sua schiena sono fiaccate. — Egli beve un’acqua guasta, — poi ritorna alla sua guardia. — Raggiunge il nemico, — è come un’oca che trema, — perchè non ha più valore in tutte le sue membra. — Finisce per venire in Egitto, — è come un bastone roso dal verme. È ammalato, — lo si porta su di un asino, — le sue vesti, le portano via i ladri; — i suoi domestici, se la battono»[2]. E, la stessa analisi che ha fatta pel fantaccino, lo scriba la fa pel milite di cavalleria, facendovi su dell’ironia, spargendovi quel riso, che diventa la maggiore condanna di un’istituzione, in quanto mostra che questa è omai impotente a muovere lo sdegno e perisce, presto o tardi, sotto quell’eco dell’impotenza pretenziosa ch’è la caricatura.
Ma questa aspirazione alla pace, per quanto naturalmente viva e sentita, specie in un paese come l’Egitto, rispondeva piuttosto a un senso di stanchezza, a un ripullulare della gioia di vivere, a un bisogno, a un desiderio individuale che non ad una possibilità sociale.
La guerra, ch’era una necessità, era anche in que’ tempi un esercizio, mercè cui si soffocava un pericolo in germe, lo si combatteva sul nascere; e, se non riusciva eliminarlo, lo si teneva almeno lontano col prestigio di un valore altrimenti dimostrato e lo si respingeva, al sopravvenire, col vantaggio che potevano dare un’esperienza della guerra e una mano addestrata.
Quel periodo più antico della storia era una vera vigilia d’armi, in cui guai a chi si addormentava!
La guerra esauriva quest’imperi, vinti o vincitori; ma — strana condizione — nemmeno li salvava la pace.
L’Assyria ha un relativo periodo di pace sotto Ashshourdân II e Ashshournirari II, ma non è quello precisamente il suo periodo più fiorente, e si rileva e si riafferma appresso, riprendendo la logoratrice eppur fatale politica guerriera e conquistatrice.
Oltre ad essere una necessità e un esercizio, la guerra era poi anche un’intrapresa.
Ne’ momenti in cui si realizzò un impero quasi universale, la pace non aveva più lo svantaggio di compromettere nell’avvenire la sicurezza del paese; e, specialmente per paesi di ricca produzione e posti sulle grandi vie commerciali, compensava il peso de’ tributi con l’impiego più largo, più sicuro e più remuneratore di tutte le sue utili energie.
Ma, per uno stato autonomo, la pace poteva, in tempi più antichi specialmente, voler dire l’adito precluso ad una speculazione, la maggiore speculazione del tempo, qual’era la guerra.
Un quadro della vita sociale dello stesso Egitto in tempo di pace, delineato da un contemporaneo sotto la dodicesima dinastia, non è, pur facendo ragione al subbiettivismo dello scrittore, un quadro confortante.
«Io ho visto il fabbro al suo lavoro, — alla bocca del forno» — diceva uno scriba del tempo a suo figlio. — «Le sue dita sono rugose come oggetti di pelle di coccodrillo, — egli sente di cattivo odore peggio di un uovo di pesce. — Ogni lavoratore in metallo ha esso forse più riposo del lavoratore de’ campi? — I suoi campi sono il legno; i suoi strumenti, del metallo. — La notte, quando si crederebbe che egli è libero, — lavora ancora, dopo tutto ciò che le sue braccia hanno già fatto durante il giorno, — la notte egli veglia al lume della fiaccola.
«Il taglia-pietre cerca del lavoro, — in ogni specie di pietre dure. — Quando egli ha finito i lavori del suo mestiere e che le sue braccia sono logore, egli si riposa: — restando raggomitolato dal sorgere del sole, — le sue ginocchia e la sua schiena sono rotte. — Il barbiere rade sino alla notte: — quando si mette a mangiare, allora solamente si appoggia sul gomito per riposarsi. — Egli va di casa in casa per cercare i suoi clienti; — si rompe le braccia per empire lo stomaco, come le api che mangiano il prodotto del loro lavoro. — Il battelliere scende sino a Natho per guadagnare il suo salario. — Quando ha accumulato lavoro su lavoro, che ha uccisi delle oche e de’ fenicotteri, che ha penata tutta la sua pena, — arriva soltanto al suo orto, — arriva alla sua casa, ed ecco che gli tocca andarsene.....
«E il muratore — lo addenta la malattia; — poichè egli è esposto alle raffiche, — costruendo faticosamente, attaccato a’ capitelli delle case fatti a forma di loto, — per raggiungere forse fini suoi? — Le due sue braccia si consumano nel lavoro, — i suoi abiti sono in disordine; — si rade da sè — le sue dita sono per lui de’ pani; — non si lava che una volta per giorno. — Si fa umile per piacere; — è un travicello che passa da un posto ad un altro — di dieci cubiti per sei; — è un travicello che passa di mese in mese su’ sostegni di un’impalcatura, aggrappato a’ capitelli delle case fatti a forma di loto, — facendovi tutti i lavori necessarî. — Quando ha il suo pane, rientra in casa e batte i figli....
«Il tessitore — nell’interno delle case — è più infelice d’una donna. — Le sue ginocchia si adagiano all’altezza del suo cuore; egli non assaggia l’aria libera. — Se un giorno solo fa a meno di fabbricare la quantità di stoffa regolamentare, — è legato come il loto degli stagni. — È solo guadagnando con doni di pani i guardiani delle porte, — ch’egli giunge a vedere la luce del giorno. — Il fabbricante d’armi pena straordinariamente — partendo per i paesi stranieri; — spende una grande somma per i suoi asini — spende una grande somma per metterli in assetto, — quando si mette in cammino. — Appena arriva al suo orto — arriva alla sua casa, la sera, — gli tocca andarsene. — Il corriere partendo per i paesi stranieri, lega i suoi beni a’ figliuoli, — per paura degli animali selvatici e degli Asiatici. — Che cosa gli accade quando è in Egitto? — Appena arriva al suo orto — arriva alla sua casa — gli tocca andarsene. — Se parte, la sua miseria gli pesa; — se non se ne va, si consola. — Al tintore, gli odorano male le dita — l’odore de’ pesci putrefatti; — i suoi due occhi sono pesti dalla fatica; — la sua mano non ha più presa. — Egli passa il suo tempo a tagliare de’ cenci; — il suo orrore sono i vestiti. — Il calzolaio è disgraziatissimo; — esso mendica eternamente, — la sua salute è quella di un pesce andato a male; — rosicchia il cuoio per nutrirsi»[3].
Per chi parlava così non vi era rifugio e salute che nella professione dello scriba, cioè nella professione che associava — sia pure nella maniera più indiretta — a’ vantaggi e alle soddisfazioni del comando, che serviva di strumento in tutta l’opera di dominazione all’interno e all’esterno e in tutti i suoi profitti immediati e mediati. Si potrebbe quindi voler vedere un po’ di partito preso in questo suo schizzo della vita sociale, ma il ritratto è così spontaneo e così improntato a un buono e schietto realismo, che, anche smorzando le tinte, l’impressione non si cancella, nè si attenua sensibilmente.
E si trattava dell’Egitto, cioè di un paese fecondo, ricco di materie prime, dove il ceto de’ lavoratori liberi pare che avesse un’estensione notevole specie rispetto a’ tempi più remoti del mondo antico.
Ora, questa vita travagliata e monotona e sempre delusa nello sforzo ostinato di trarre dal lavoro una ricchezza, un avvenire migliore, riconciliandole con la morte, con gl’istinti predatori, con la confidenza nella fortuna, doveva non di rado rendere accetto anche a queste classi della popolazione il partito della guerra, con le sue avventure, con le sue promesse di bottino, con le sue prospettive di fortuna militare, e doveva trarre anche dal loro vago, non chiesto, impersonale consenso altra esca da aggiungere al fuoco, onde divampavano le guerre.
V’è tuttavia un popolo che sembrerebbe costituire un’eccezione e quasi un’antitesi a questo spirito bellicoso; un popolo che, evocato, fomentato e sorretto dalla forza stessa delle cose, pareva penetrare tutto e tutti: è il popolo de’ Fenici.
Alla lotta per la vita combattuta nella forma più diretta e brutale essi sembravano preferire un’altra lotta per l’esistenza, che si ripiega su di adattamenti divergenti, che cede per riprendere forza, che, preoccupata dello scopo finale di vivere e trarre il maggiore vantaggio della vita, ne accetta tutti gli accomodamenti e gli espedienti per comandare, all’occorrenza, servendo, e dominare essendo dominati.
Di fronte alla speculazione più primitiva della guerra veniva sorgendo e sviluppandosi un’altra speculazione, quella del commercio, favorito dalla guerra stessa dove diventava conquista stabile, e apriva e sgombrava vie.
Mentre la produzione era ancora al suo stadio casalingo, o, subordinata a condizioni e tradizioni locali, si manteneva circoscritta in determinati punti, l’opera di chi ne raccogliesse il supero sparso qua e là e si facesse veicolo e strumento di scambî, se presentava molte volte rischi e disagî, prometteva anche lucri non pochi; e, specialmente col crescere de’ centri abitati, col moltiplicarsi e il raffinarsi de’ bisogni, con i progressi della navigazione e l’introduzione della moneta, mezzo perfezionato di scambio, era destinato a un grande avvenire.
Messi in vista del mare, avendo alle spalle regioni privilegiate dalla natura, i Fenici erano così, da un lato almeno, messi al sicuro da quella minaccia continua costituita allora da un qualsiasi vicino; e, dall’altro lato, avevano perciò stesso meglio aperto l’adito, alle resistenze prima, poi a quegli accomodamenti, che, imposti loro dalla forza delle cose, entrarono poi nella stessa loro indole.
Così, adattandosi spesso a pagare un tributo, finchè poteva tenersi ne’ limiti dirò così di un premio di assicurazione, di un’accordata partecipazione a’ loro profitti, si ribellavano anche talvolta, e vittoriosamente, per calcolo di principe, o per impazienza di popolo, o per esosità eccessiva d’oppressione; e, se, alla peggio, tutto andava in ruina, i loro cavalli del mare divenivano anche le loro case di legno, e, commessi alla libera distesa de’ mari, cercavano altrove nuova patria e nuove fortune.
Per tal modo, nella sorte prospera e nell’avversa, crescevano, si spandevano sino a toccare le regioni più lontane, si arricchivano, colonizzavano i paesi d’approdo, specie le isole dove è facile la difesa, difficile l’offesa; e, mentre spargevano germi di coltura e fomiti di utile produzione, si facevano antesignani di nuovi modi di vita e preparavano un altro terreno di concorrenza.
Non di rado, intanto, il loro commercio diveniva pirateria, la fondazione di fattorie occasione e germe di guerre, e l’espansione progressiva suscitava rivalità commerciali o conflitti che andavano a mettere capo nella guerra.
Così quella brama di preda, che nelle più antiche guerre si svelava nuda e non dissimulata, quasi come un istinto vitale, riappariva qui più disciplinata sotto una delle sue forme riflesse; e, come pareva che avesse portato alla pace attraverso la guerra, così riusciva alla guerra attraverso la pace. E il conflitto pareva che non si fosse scansato che per meglio maturarsi, per ripullulare in tante altre lotte e, in ultimo — da parte di quel germoglio e di quell’erede de’ Fenici che fu Cartagine — nel grandioso, epico duello con i Greci di Sicilia e con Roma.
II. Pace e guerra ne’ poemi omerici ed esiodèi.
Il più antico monumento letterario, la prima espressione spirituale della Grecia è un canto di guerra, è il racconto epico di un’impresa bellica.
Come nel Medio Evo, la società sminuzzata in feudi e comuni, scissa tra l’antico e il nuovo trovava nel sogno oltremondano il punto di convergenza che le mancava in terra e l’espressione di una coscienza etica che si andava formando; come il cinquecento italiano rifletteva nel mondo cavalleresco, rievocato e rifoggiato non senza un sorriso canzonatore, la vita galante e avventurosa delle sue corti principesche; come un popolo del settentrione, rinascente a una nuova vita economica, morale e religiosa, cercava il suo riflesso in una poesia drammatica scrutatrice di ogni più riposta latebra dell’anima; come la Germania, ansiosa del mistero dell’essere e indagatrice delle leggi del pensiero e della vita, riprendeva con un intento più lato e con più elevato proposito d’arte la leggenda di Faust; come il secolo nostro vario, multiforme, avido, curioso, impaziente, osservatore cerca l’espressione e la rivelazione della sua coscienza nel romanzo realista e psicologico, nella commedia di carattere e d’intrigo, nel dramma filosofico e passionale, nella lirica tormentosa e melodica, nell’indagine delle leggi a cui s’informa la vita sociale, nelle divinazioni dell’avvenire; — così quella più antica vita ellenica trovava naturalmente il suo punto di convergenza, il sostrato delle sue manifestazioni, la sua unità in un poetico racconto di guerra con le sue cause, le sue vicende, la serie delle sue conseguenze.
Per tal modo un episodio della colonizzazione dell’Asia minore da parte de’ Greci — quale può essere, ridotto alle sue vere proporzioni e al suo primo germe, il contenuto dell’epopea — assurge a nucleo della vita e della tradizione nazionale, e intorno ad esso si aggruppano, su di esso s’innestano tanti altri episodî e tradizioni della vita locale, per comporsi in un poema, che, pur mal saldato come talvolta apparisce nelle sue parti, riesce ad essere la più lucida immagine della vita di un popolo e di un’epoca e l’opera artistica in cui meglio si compiace e si esalta lo spirito umano.
La vita vi appare tutta dominata dalla guerra, penetrata de’ suoi bisogni, adattata alle sue esigenze, foggiata da’ necessari e persistenti suoi effetti.
La guerra è ancora lo strumento di gran lunga più importante di ricchezza e di potere con l’imperio che dà a’ suoi trionfatori, con l’accrescere che fa la potenza de’ principi, col sacco dato alle città e alle campagne, e con l’asservimento e meglio ancora con la vendita de’ prigionieri.
Ad Agamennone, che vuol persistere nella guerra, grida Tersite:
...... E di che dunque
Ti lagni, Atride? Che ti manca? Hai pieni
Di bronzo i padiglioni e di donzelle,
Delle vinte città spoglie prescelte
E da noi date a te primiero. O forse
Pur d’auro hai fame e qualche Teucro aspetti
Che, d’Ilio uscito, lo ti rechi al piede
Prezzo del figlio da me preso in guerra.
Da me medesmo o da qualch’altro Acheo?
D’altra parte la vita politica si conforma tutta a questa esigenza dell’offesa e della difesa: l’assemblea è costituita da quelli che portano le armi; il principe sembra trarre, se non anche la base giuridica dal suo comando, almeno quella di fatto, dalla sua maggiore virtù militare e da questa funzione di protezione che spiega per i suoi sudditi. La produzione sembra anch’essa in massima parte volta e conformata a questi bisogni della guerra, o che si tratti di alimentare questi guerrieri, o di fornirli di cavalli per la guerra, o di apparecchiare loro le armi, che, oltre ad essere strumento di difesa e di offesa, sono anche oggetto di ornamento, su cui cominciano a sbizzarrirsi la fantasia e la perizia dell’artista e che sono il più caro patrimonio del guerriero. La città stessa è costruita in vista e con lo scopo di una difesa, ristretta intorno alla sua rocca, tutta cinta di mura e fortificata di torri.
L’eroe tipico di questo mondo è
...... Achille, a cui nel seno
Nè amor del giusto, nè pietà si alberga,
Ma cuor selvaggio di lïon, che spinto
Dall’ardir, dalla forza e dalla fame
Il gregge assalta a procacciarsi il cibo[4].
E gli altri eroi sono a volta a volta paragonati a quanto vi ha di più selvaggio e distruttore nel regno animale e nello stesso ordine de’ fenomeni naturali. Ulysse è paragonato a un cignale[5]; i due Aiaci sono paragonati a due leoni strappanti a’ cani la preda, a un’onda furente[6]; Aiace Telamonio è paragonato a un’aquila che irrompe in uno stormo di gru, a un ispido verro di montagna e, pur nell’atto di salvare, a un leone che salva i lioncini[7]; Achille è simile a uno sparviero, a un leone truculento, a un incendio divoratore[8]; Sarpedonte, anche esso, è paragonato a un leone, a un avvoltoio, e, nello stesso morire, a un toro sbranato da un leone[9]; Idomeneo è simile a folgore, pari a vampa di fuoco[10]; Patroclo è simile a sparviero, ad avvoltoio, a vento che infuria, a leone[11]; Menelao, anch’esso, che assalti o che rinculi, richiama l’immagine favorita del leone[12]; e lo stesso prode e buon Ettore è presentato successivamente dal poeta come un cinghiale e un leone, un masso rovinoso trasportato da un torrente, un incendio, un’aquila, un vento che infuria[13].
Sono la terminologia e le similitudini delle iscrizioni assyro-babilonesi che ritornano qui per un fatale consenso delle cose.
Pure, in mezzo a questo stesso furore di battaglia, con quanta costanza, con quanto angoscioso desiderio non si fa strada l’immagine della pace, come uno strappo di cielo sereno, che traspare rapido tra la nuvolaglia di un dì di tempesta, e appare tanto più desiderato e più bello, quanto più le nuvole minacciano di velarlo ancora e sottrarlo alla vista che se ne bea.
Una viva, insistente aspirazione alla pace penetra tutto il canto del poeta; e dal grembo stesso del canto di guerra sorge la condanna e la maledizione delle guerre.
Con quale nobile ira e con quanta potenza di sentimento, Menelao non maledice i Troiani e chi fu cagione della guerra ed esclama:
...... Il cor di tutte
Cose alfin sente sazietà, del sonno
Della danza, del canto e dell’amore.
Piacer più cari che la guerra: e mai
Sazi di guerra non saranno i Teucri?[14].
Quanti intimi impulsi a finire questa guerra, che in ogni modo si presenta come un crudele decreto del fato: a’ Troiani come una sventura macchinata col mezzo di Paride da una divinità avversa, a’ Greci come una fatale impresa di inevitabile rivendicazione e d’imprescindibile difesa, e che gli uni e gli altri maledicono, intanto![15]. Con quanta meraviglia non si vede lo stesso amor proprio di uomini, che pongono in cima a tutto la forza misteriosa, battuto in breccia da un contrario, altissimo sentimento umano; e si sente Antenore consigliare a’ Troiani la franca riparazione del mal fatto, rendendo Elena e i suoi tesori[16], mentre alla mente di Ettore, nell’atto stesso che sta per muovere contro di Achille, si affacciano pensieri come questi:
Pur, se deposto e lancia e scudo ed elmo,
Io medesmo mi fessi incontro a questo
Magnanimo rivale e la spartana
Donna cagion di tanta guerra, e tutte
Gli promettessi le con lei portate
Di Paride ricchezze, ed altre ancora
Da partirsi agli Achei, quante ne chiude
Questa città; se con tremendo giuro
Quindi i Troiani a rivelar stringessi
I riposti tesori ed in due parti
Dividendoli tutti.....
È un lampo, che tosto si dilegua. Ma quale lampo rivelatore per la società stessa in cui sorgeva il poema![17].
E questi stessi guerrieri, in guerra così selvaggiamente feroci, hanno come la nostalgia del loro tetto natio, delle loro gioie familiari. Non ingaggiano mai la pugna senza che abbiano abbracciato la famiglia presente, o rivolto il pensiero più affettuoso alla casa lontana[18]. È questo stesso pensiero che delle volte, per reazione e per attaccamento alla vita, li rende più spietati. E piangono anche talvolta, il pianto del forte, quello che si versa per i dolori degli altri!
L’ira turbinosa di Achille, che pure, nel suo rovescio, è affetto di Patroclo, si piega al dolore di Priamo, e le lagrime del padre dell’ucciso si confondono insieme con quelle dell’uccisore del figlio[19].
Pure inevitabile e usuale, com’è la guerra in periodi, quali questi, di scarsa produzione, quando, imposta dalla difesa, facilmente trascorre all’offesa; nondimeno l’Iliade stessa ce la presenta come un male rovinoso che si abbatte per triste decreto del fato sugli uomini. Nella sua rappresentazione simbolica essa appare, quasi come più tardi nel grande quadro di Rubens, scortata e corteggiata dallo spavento e dalla fuga, guidata dalla contesa che va compiendo la triste e dolorosa opera sua[20]. Quegli stessi spettacoli di zuffe sanguinose, quasi riflettute in uno specchio del disinganno, si risolvono in un quadro di desolazione e di tristezza, onde pare che si svolga una voce ch’è di pietà e di accusa.
Qual di ricco padron nel campo vanno
I mietitori con opposte fronti,
Falciando l’orzo ed il frumento; in lunga
Serie recise, cadono le bionde
Figlie de’ solchi e in un momento ingombra
Di manipoli tutta è la campagna:
Così Teucri ed Achei, gli uni su gli altri
Irruendo si mietono col ferro
In mutua strage. Immemore ciascuno
Di vil fuga, e guerrier contro guerriero
Pugnan tutti del pari e si van contro
Coll’impeto de’ lupi. A riguardarli
Sta la Discordia e della strage esulta
A cui, solo de’ numi, era presente[21].
Queste vite troncate lasciano nel verso del poeta, come nell’animo di chi legge, un solco di dolore e quasi di rimorso, come di cosa distrutta per sempre e che non si può rinnovellar più. Con un’immagine semplice, ma tanto potente quanto evidente, Euforbo abbattuto è paragonato a un fiorente olivo schiantato.
In quell’ultimo episodio della vita di Ettore, quando il guerriero, lottando con tutti i tristi presentimenti, va incontro al duello e alla morte, mentre invano cercano distorglielo Priamo ed Ecuba; in quella scena del guerriero già fiorente di bellezza, di gioventù, di valore e ora spento, spogliato, trascinato a ludibrio intorno alle mura della città ove doveva regnare, mentre i genitori seguono con la vista il duello, ansiosi e impotenti ad aiutare, e poi veggono di un tratto il figlio rapito alla patria, alla vita, allo sguardo, agli ultimi baci; in questa come nella inarrivabile scena delle Porte Scee, il poeta non solo raggiunge la più alta vetta dell’arte, ma riesce, volendo o no, ad inspirare, in questo stesso canto di guerra, tale orrore della guerra, quale forse non si riesce a sentire nemmeno innanzi alla figurazione plasticamente e immediatamente suggestiva di un quadro come quello di Landseer, nemmeno — e chi può dimenticarla? — innanzi alla visione diretta di vite precocemente e violentemente abbattute.
E l’Odyssea è come la proiezione sin nella casa lontana e l’epilogo di questo inumano conflitto, di questo inestinguibile bisogno di pace. Le ansie e i dolori di Laerte, di Penelope, di Telemaco sono lo specchio de’ dolori e delle ansie di tutte le famiglie invano aspettanti il guerriero che combatte lontano; il lamento cruccioso del padre di Antinoo è l’eco di tutti i lutti e di tutti i danni di tutto un popolo avvolto in una guerra[22].
Il pensiero della suprema vanità di una vita di conflitti e la suprema e sola verità di una vita benefica sembrano sgorgare come ultimo e migliore insegnamento di tanti casi fortunosi e di tante tristi e varie esperienze:
Cose brevi son gli uomini. Chi nacque
Con alma dura e duri sensi nutre,
Le sventure a lui vivo il mondo prega
E il maledice morto. Ma se alcuno
Ciò che v’ha di più bello ama, ed in alto
Poggia con l’intelletto, in ogni dove
Gli ospiti portan la sua gloria, e vola
Eterno il nome suo di bocca in bocca[23].
Che cosa sono gli avvolgimenti e le glorie e le fortune e i casi della guerra di Troia e che cosa divengono di fronte all’immagine del tetto domestico, che torna a lampeggiare per un momento dinnanzi agli occhi, di fronte al senso della vita che risorge e si afferma in tutta la sua forza!
Ecco Ulysse che omai
..... non brama che veder da’ tetti
Sbalzar della sua dolce Itaca il fumo
E poi chiuder per sempre al giorno i lumi[24].
E Achille:
Non consolarmi della morte, o Ulisse,
Replicava il Pelide. Io pria torrei
Servir bifolco per mercede a cui
Scarso e vil cibo difendesse i giorni,
Che del mondo defunto aver l’impero[25].
E, se talora si riaffaccia il pensiero della guerra, ecco una voce divina, altra volta incitatrice, che ora ammonisce:
..... O generoso,
Così la Diva, di Laerte figlio,
Contienti e frena il desiderio ardente
Della guerra che a tutti è sempre grave,
Non contro te di troppa ira s’accenda
L’onniveggente di Saturno prole[26].
E l’ospite diventa sacro, sacro lo straniero che chiede protezione[27], e attraverso e contro Polifemo, attraverso e contro
De’ Giganti..... oltracotata
Progenie rea che per le lunghe guerre
Tutte col suo re stesso alfin si estinse[28],
a compiere il profilo ideale del quadro, come l’ultimo lembo indistinto dell’orizzonte, caro all’occhio che ama carezzarlo di lontano, caro alla fantasia che ama cingerlo e popolarlo de’ suoi sogni, si disegna la remota e ideale isola de’ Feaci ignara della guerra, ospizio della pace.
Mirar credeste di un nemico il volto
dice Nausicaa alle compagne sorprese e spaventate dalla vista inaspettata di Ulysse naufrago.
Non fu, non è, e non fia chi a noi s’attenti
Guerra portar, tanto agli Dei siam cari.
Oltre che in sen dell’ondeggiante mare
Solitari viviam, viviam divisi,
Da tutto l’altro della stirpe umana[29].
E, a compiere con un ultimo tocco, l’azzurra visione:
...... che de’ Feaci
Non lusingano il core archi e faretre
Ma veleggianti e remiganti navi
Su cui passano allegri il mar spumante[30].
Ma lo stesso poema, che, precorrendo con la fantasia e col desiderio la realtà, carezzava immagini lusingatrici di pace e fingeva in beate solitudini pacifiche popoli al riparo della guerra, formicolava tutto di agguati da sventare, di pericoli da schivare combattendo, di Giganti, di mostri, di avidità cieche, di amori prepotenti, di oppressioni intollerabili e impazienti della rivendicazione e suonava tutta attraverso di esso
La forza invitta dell’ingordo ventre
Per cui cotante l’uom dura fatiche
E navi arma talor che guerra altrui
Dell’infecondo mar portan su i campi[31].
Sicchè il poema universale riusciva così a cogliere anche meglio in tutti i suoi contrasti, nelle sue angustie e nelle sue aspirazioni, nella sua forma concreta e nella sua proiezione ideale la vita del tempo in mezzo a cui sorgeva o si andava svolgendo o modificando.
Un altro poeta ora compariva che, raccogliendo il sentimento di orrore della guerra, andava anche più in là, guardando a fondo di quel contrasto e indicando, con le origini della guerra, il modo di eliminarla.
In Esiodo la guerra torna con lo stesso triste accompagnamento simbolico che ricorre in Omero, scortata dalla Morte, dalla Contesa, dal Tumulto, dal Terrore, dalla Fame, vigilata dalle Parche, con le donne che dalle torri piangono e si lacerano le guance alla vista della strage e i vecchi trepidanti per la vita de’ figli; e, anche nello scudo di Eracles, il poeta si compiace a figurare pacifiche scene campestri di mietitori che falciano il pingue raccolto[32] e di vendemmiatori che tripudiano nell’abbondanza della vendemmia[33]. Gli stessi paragoni omerici degli avvoltoi, de’ leoni, del cignale, de’ massi che precipitano ruinosamente[34], se sono adoperati ancora a descrivere il conflitto di due combattenti, sembra quasi che vi ritornino per accrescere l’orrore della cosa, senza che il poeta s’indugi, compiacendosi per artistico godimento, a lumeggiare in tutti i loro contorni quelle scene mirabili di terribile grandiosità e di drammatico furore.
Il segreto dell’avvenire, della fortuna, della vera prosperità è per Esiodo riposto nella giustizia. «Quelli che s’inspirano alla giustizia ne’ loro rapporti con gli stranieri e con gl’indigeni e in niente si dipartono dal giusto, quelli vedono fiorire lo Stato e il popolo prosperare dentro di esso; pel paese è la pace altrice di giovani, nè Zeus dall’ampio volto va macchinando per essi una terribile guerra, nè mai con gli uomini giusti si accompagna la fame o la sventura vendicatrice; si spartiscono bensì ne’ banchetti festivi il frutto sudato del loro lavoro. Per questi la terra porta abbondante alimento vitale, la quercia ne’ monti dà ghiande dal vertice e api dal seno, le pecore vellose sentono il peso della lana abbondante, le donne partoriscono figli simili a’ genitori, ed essi prosperano continuamente ne’ beni, nè vanno errando sulle navi, chè il campo donatore di frumento reca la sua messe»[35].
E indi soggiunge: «o Perse, tu figgiti bene in mente tutto questo e sii ligio alla giustizia e tieniti completamente alieno dalla violenza. Poichè questa norma impose agli uomini il Cronìde: che i pesci, le fiere, gli uccelli possono divorarsi tra loro, dacchè non vi è giustizia tra essi; ma agli uomini dette la giustizia ch’è la cosa di gran lunga più bella. E se qualcuno, sapendo, voglia parlar cose giuste, a lui Zeus dall’ampio volto dà la prosperità..... Sapendo delle nobili cose, io te le dico, o gran buon Perse».
E prosegue, infatti, incitandolo al lavoro: «Lavora, o Perse, lignaggio divino, affinchè la fame t’abbia in orrore e t’ami invece la ben coronata Demetra pudica ed empia di alimento il tuo magazzino. Poichè la fame è assolutamente degna consorte dell’uomo inoperoso. Con lui si sdegnano uomini e Dèi perchè vive inerte, simile nell’orgoglio a’ fuchi, che, mangiando oziosi, distruggono quello che a gran pena le api hanno fatto lavorando: a te sia caro attendere ad opere adeguate, perchè, a tempo opportuno, i granai ti si riempiano di viveri. Lavorando gli uomini divengono ricchi di gregge e ragguardevoli, e lavorando sarai molto più caro agl’immortali e agli uomini, poichè essi hanno assai in abbominio gl’ignavi. Il lavoro non fa vergogna: fa vergogna l’inerzia. Che se lavorerai, ben presto ti emulerà l’ozioso vedendoti ricco: alla ricchezza si accompagnano e forza e gloria [che tu sia tale per la divinità! assai meglio è lavorare, se volgendo l’animo improvvido da beni alieni al lavoro, cercherai di tirare innanzi come io ti comando]...... le ricchezze non si debbono acquistare per rapina: molto migliori son quelle largite dalla divinità. Poichè, se anche alcuno riesca a fare, per violenza di mano una grande fortuna, o depredi col mezzo della lingua, come molte volte accade, quando lo spirito di guadagno inganni l’animo negli uomini e l’impudenza discacci il pudore; facilmente gli Dèi l’accecano e l’azienda domestica va a male per un tale uomo, e dopo poco tempo se ne va la fortuna»[36].
Il poeta che odia la rapina come «apportatrice di morte», ha fede invece nell’opera produttiva assidua e non interrotta, e crede nel risparmio e l’inculca. «Poichè, quando tu aggiunga anche il poco al poco e faccia ciò spesse volte, ben presto il poco diverrà assai: quei che aggiunge a ciò che già vi è, quegli scaccia la fame divoratrice»[37].
Esiodo fa quindi dipendere la pace e il fiorire della famiglia e della società da questo indirizzo per cui l’uomo, anzi che volgersi alla rapina, sviluppa egli stesso col suo lavoro la produzione e crea per opera propria e senza danno degli altri il suo benessere. Il poeta è tanto compreso di questo modo di vedere, che l’età di Crono, l’epoca in cui gli uomini vivono senza violenza e senza offese, a lungo, tra danze e banchetti, onorando gli dèi, morendo in tarda età con la placidezza di chi si assopisce nel sonno, è anche il tempo in cui «il campo datore di frumento portava da sè, spontaneamente (αὐτομάτη) frutto largo, abbondante; ed essi di buon animo e pacifici si ripartivano i lavori con i molti valenti, ricchi di greggi, cari agli dèi immortali»[38].
Esiodo veramente non si dissimula l’antagonismo, onde germogliano le contese tra gli uomini, ma lo concepisce sotto un doppio aspetto e mira a formularlo ed educarlo nella sua manifestazione più civile: «Non una sola dunque era la specie delle contese, ma ve ne sono due sulla terra: l’una da chi sa può essere trovata degna di lode, l’altra è biasimevole, e tengono l’animo diviso. L’una proterva, fomenta la triste guerra e la pugna; e il mortale non l’ama, ma, sotto l’impero della necessità, per divisamento degli dèi, onora la grave contesa. L’altra la generò per la prima la notte tenebrosa, e il Cronìde che regna dall’alto, abitando nell’aria, la pose nelle radici della terra molto migliore fra gli uomini. Questa eccita anche l’inerte al lavoro. Poichè alcuno bramoso di lavoro, credendo un altro ricco, si affretta ad arare e seminare e ben tenere la casa; e il vicino emula il vicino che si va facendo ricco. Questa contesa è buona per gli uomini. E il vasaio ha il senso d’emulazione del vasaio e il muratore del muratore e il mendico invidia il mendico e il cantore il cantore»[39].
Ma purtroppo quest’altra forma più civile di contesa, che si presentava da prima come un diversivo e un sostitutivo della guerra, questa concorrenza, per dirla con parola moderna, non tardava anch’essa a metter capo e degenerare nella guerra, riardente poi più vasta e furiosa per l’inevitabile conflitto verso cui spingeva gl’interessi opposti la disputa di quella ricchezza, che, neppure intesa sempre nel suo buon senso economico, era a dire del poeta come «l’anima de’ miseri mortali, e, non paghi o non alimentati a sufficienza dal frutto della terra, li spingeva lontano, inconsideratamente, verso tutti i rischi della navigazione[40].
Così, a chi legge i versi di Esiodo par di sentirsi trasportato in una di quelle verdi e chiuse valli di Grecia, dove la fecondità del suolo, la semplicità della vita, il clima temperato sembrano invitare ad una vita di raccoglimento, nella pratica della giustizia, nel culto degli dèi, nella pace della famiglia. Ma, di tratto in tratto, una tribù di predoni, in un’audace scorreria, faceva man bassa su messi ed armenti; e, se, respinto l’aggressore dalla montagna, ove l’aveva inseguito, il valligiano si fermava per un momento a guardare lo sterminato orizzonte nuovamente dischiuso alla vista, l’animo da prima allietato, era poi sopraffatto da una nuova impressione. Un germe di scontento, un fomite d’inquietudine penetrava, attraverso quella nuova gloria di sole e di azzurro, nel cuore. Dietro l’ultima linea dell’orizzonte, dove il mare tutto fiorito d’isole andava a confondersi col cielo, era l’ignoto, donde come da un agguato si sarebbero svolte le falangi e le armate di Dario e di Serse; a un estremo opposto era la Sicilia, piena di lusinghe, piena di pericoli; e una lontana eco nell’aria pareva ripercuotere un altro canto che non fosse la didascalia idillica di Esiodo; pareva ripetere il canto di Alceo fremente d’ire civili, il canto di Tirteo triste come il grido notturno di una scolta, irrompente come un incitato cavallo di battaglia. Tutta una folla di incertezze che si assiepava alla mente, tutto uno stuolo di vaghi e oscuri presentimenti che si aggravava sull’anima.
III. Nel regno della guerra.
Il canto caratteristico degli Spartani — una delle poche manifestazioni artistiche prodotte o assimilate in quell’ambiente — è un canto di guerra, voce fedele di tutta quella vita. «È bello per un uomo valoroso morire cadendo tra quelli che pugnano in prima fila, combattendo per la propria patria»[41]. Ed è canto di una guerra combattuta per le are e per i fuochi, per la propria esistenza: lo dice la prospettiva evocata a contrasto di quella libera morte. «La cosa più triste è, dopo aver lasciato la propria città e i pingui campi, pitoccare vagando con la cara madre e il vecchio padre e i piccoli figliuoli e la sposa pudica. Poichè ad essi sovrasterà il nemico, facendo luogo per que’ che raggiunga al bisogno e alla spaventosa povertà, mentre disonora la schiatta, offende il nobile volto e ne seguono disonore e sventure. Se adunque per un uomo vinto non vi è niente di bene, nè ritegno, nè rispetto, nè compassione, combattiamo con coraggio per questa nostra terra e moriamo per i figli, non avendo riguardo alla vita»[42].
Questo grido pare che non faccia altro se non ripercuotersi per tutta la storia greca dalla valle dell’Eurota, accompagnato da uno strepito d’armi.
«L’intero sistema delle leggi — dice Aristotile — è rivolto ad una parte della virtù, a quella bellica».
Sparta ci presenta il tipo più completo e meglio conservato di una divisione di lavoro e di una conseguente specificazione di funzioni e di organi, per cui una popolazione di soggetti attendeva alla coltivazione della terra, provvedendo l’alimento, mentre una più ristretta popolazione di dominatori esercitava il comando coltivando l’esercizio delle armi.
Come si arrivasse a questo, è materia d’ipotesi, abbandonata, in mancanza di prove e tradizioni sicure, all’induzione.
Quel che di sicuro la storia ci presenta, è Sparta cinta da presso da una classe di servi della gleba, addetti all’agricoltura, più lungi da una varia popolazione di perieci, posti sotto la sovranità anzi che in servitù della capitale.
Una vita economica più progredita, quale poteva sorgere specialmente in un paese marittimo, aveva spazzato via altrove — ad Atene, per esempio, dove ne troviamo traccia[43], — questo rudimentale sistema di sfruttamento, sostituito ben presto dalla schiavitù e dagli altri impieghi di un capitale crescente; la posizione geografica, invece, della Laconia, la stessa fecondità del suolo, che non esigeva importazioni, nè stimolava con l’inadeguatezza sua l’industria degli abitanti, aveva reso nella Laconia persistente e duratura quella forma sociale rudimentale e primitiva. E questa condizione di cose faceva, per necessità, di Sparta come un esercito in armi, della sua vita come una milizia permanente, adattando a quello scopo permanente, inevitabile e supremo, gli usi stessi e le norme consuetudinarie di vita e di governo, che nella tradizione, non solo più lontana, di Plutarco, ma più vicina anche, di Senofonte e Aristotile, dovevano apparire come un voluto e ben congegnato sistema di vita politica e sociale.
Questa stessa precipua educazione alle armi, intanto, specie in un periodo di assidua lotta pel mutuo assoggettamento, si convertiva naturalmente in occasione e scintilla di guerre.
Il conflitto con la Messenia — il più antico e rimasto forse il più memorabile nella tradizione — fu forse, dal canto di Sparta, una scorribanda di una popolazione crescente di numero e di ardire sulle invidiate terre di un popolo vicino, rese tentatrici dalla loro stessa ubertà? O fu un duello di vita e di morte, come solevano accaderne, specie nell’antichità, di due popoli che volevano reciprocamente sopraffarsi ed eliminarsi?
Comunque, da quella lotta Sparta uscì trionfatrice e dominatrice, come dalle successive lotte con gli altri popoli confinanti uscì più temprata, più addestrata, più forte e adatta ad arrogarsi ed esercitare quell’egemonia e quel potere, per così dire, arbitrale, a cui s’inspira d’ora innanzi la politica e l’azione di Sparta.
Agesilao, il grande re spartano, aveva detto in un’occasione che, più de’ doni de’ nemici, gli Spartani amavano conquistarne le spoglie, e, altra volta, parafrasando de’ versi d’Ibria, aveva risposto a chi gli chiedeva fin dove giungessero i confini della Laconia, scuotendo la lancia e dicendo: «Fin dove questa arriva»; — ma egli stesso altra volta aveva pur detto: «meglio custodire la libertà propria che toglierla agli altri»[44].
E infatti, a misura che si allontana dalla guerra necessaria, la politica spartana va perdendo sempre più l’impronta e le mire conquistatrici. La mancanza di mezzi per sostenere guerre lunghe e lontane, il numero limitato della popolazione, disadatta ad eserciti di occupazione, l’indirizzo di vita alieno dall’agricoltura e da’ commerci che permettevano di occupare colonizzando e trafficando, la soggezione spesso minacciosa degli Stati, erano tutte cose che distoglievano da una politica conquistatrice.
Ora, in un periodo della storia, in cui, quasi come per un dilemma senza uscita, si era o conquistati o conquistatori, l’unica via di mezzo doveva consistere nel sapere imporre e mantenere un equilibrio, che paralizzasse le velleità conquistatrici di uno con quelle dell’altro, o, all’occorrenza, col quos ego di un’autorità e, specie, di una forza superiore.
Di qui quel diritto d’intervento di Sparta non solo nelle contese esterne, ma anche nella politica interna degli altri Stati, specialmente la sua azione avverso le due forme politiche, in apparenza opposte, della tirannide e della democrazia.
La tirannide, una forma anticipata di cesarismo, realizzata nell’ambito circoscritto di un piccolo Stato, di un Comune, era un principato a base popolare e un termine di passaggio dalle oligarchie e dalle aristocrazie, di cui segnava la decomposizione, alla democrazia, cui era costretta a cedere il campo. Essa era un fenomeno di reazione impulsiva e disordinata contro le aristocrazie sfruttatrici, da parte di tutte le altre classi della popolazione, in parte crescenti di numero e di ricchezza, in parte premute dal bisogno, che escluse, interamente o quasi, di diritto o di fatto, dalla partecipazione a’ pubblici poteri, servivano col loro senso d’inquietudine d’inconsapevole strumento all’ambizioso il quale voleva e sapeva giungere ad avocare a sè il supremo potere. La coscienza sempre più prevalente de’ proprî diritti e delle proprie forze nella massa della popolazione, l’ampliarsi del ceto commerciale e la formazione di un proletariato cittadino, gli eccessi del principato gravosi anche alla piccola proprietà, prima di tutti a sentire in modo più visibile gli effetti di un qualunque stato di malessere e di crisi; tutte queste cose, scalzando poi alla loro volta la forma transitoria della tirannide, approdavano il più delle volte al regime democratico.
Ora, la stessa necessità imposta dalla loro origine a queste due forme politiche, il bisogno di assicurare un largo campo di azione al commercio, uno sfogo alla popolazione crescente, il bisogno di estendere il beneficio del parassitismo a tutto il popolo, spingevano naturalmente, così le tirannidi come le democrazie, a una politica di espansione, sia sotto la forma diretta di conquiste che sotto quella di egemonia politica. La tirannide un po’ meno, in quanto corrispondeva a una condizione sociale meno bisognosa di espansione e provvedeva al disagio interno in parte anche con le confische de’ beni di emuli ed avversarî sbanditi; la democrazia anche di più, non foss’altro che per lo sviluppo maggiore di tutte le tendenze all’espansione e perchè non doveva nemmeno guardare all’interno con la preoccupazione paurosa del principe.
Le aristocrazie invece, specie sotto la loro degenerazione oligarchica, monopolizzatrici del potere e delle risorse interne del paese, aventi radice nella proprietà fondiaria che meno si giova e meno è adatta a imprese lontane ed arrischiate e più sente il danno di un’invasione nemica, paralizzata per dippiù all’interno dalle altre classi spesso anelanti alla riscossa, erano naturalmente avverse a una politica di espansione; e, se guerre facevano, in periodi in cui uno Stato periva della guerra ma con la guerra si preservava la vita, erano guerre necessarie, per lo più di confine, a scopo di difesa, o dirette a rintuzzare un nemico petulante, ad arrotondare magari a sue spese il territorio.
S’intende quindi come Sparta, e durante la sua prima egemonia e in seguito all’esito vittorioso della guerra del Peloponneso, mirasse dovunque a combattere, secondo i tempi, tirannidi e democrazie e ad instaurare aristocrazie, in apparenza facendo — come piaceva menarne vanto — la causa della libertà, in realtà facendo con ciò una politica esterna, che non solo garentiva la sua integrità e la sua indipendenza ma ne assicurava anche l’egemonia.
Senonchè l’azione di Sparta si dirigeva sugli effetti, mentre alla costrizione sua, ed a qualunque altra, sfuggivano le cause vere, permanenti, che con loro azione lenta ma continua, se anche dissimulata, mutavano la faccia e la base del mondo ellenico; e, mentre Sparta era tutta assorbita in quest’opera di pura conservazione, l’incremento continuo delle colonie allargava i termini e il campo del mondo ellenico, il commercio si estendeva acquistando un’importanza sempre più prevalente, il centro di gravità della vita e della potenza politica si spostava verso il mare, e la lega marittima sorta dall’urto, nell’aspettativa così pauroso, dell’invasione persiana, sfuggiva di mano a Sparta per divenire l’imperio marittimo di Atene ed elevare di fronte a Sparta la rivale più potente, più fortunata, più gloriosa.
La guerra del Peloponneso, la grande guerra incendiatrice di tutta la Grecia, era quindi alle viste; e da’ mirabili discorsi, che Tucidide mette in bocca agli ambasciadori corintî, agli ateniesi, a Pericle, ne appare subito — al disopra delle cause occasionali — il carattere inevitabile e decisivo.
Ma da tutti quei discorsi, che pure rivelano e rispecchiano la situazione del tempo e degli Stati, si ha una curiosa impressione, in quanto si vede che, mentre Sparta è il centro su cui si appuntano tutti gli sforzi, per procrastinare o affrettare, per determinare o scongiurare la guerra, essa è l’arbitra ma non la chiave della situazione; è lo strumento, non l’anima della guerra. Sparta fa la parte di contrappeso, che, venendo meno, trae seco molt’altro nella ruina; è la miccia, che al tempo stesso separa e congiunge il deposito delle polveri e la scintilla, ma, se anche è in poter suo rallentarne l’accensione, non è in poter suo stornarne lo scoppio.
E non può essere considerato come un semplice artifizio letterario, se l’incitamento vivo e replicato alla guerra è messo in bocca agli ambasciadori di Corinto, non solo danneggiata immediatamente nel suo amor proprio e ne’ suoi interessi di metropoli, ma minacciata ancor più nella sua vita commerciale.
In questo discorso posto in bocca a’ Corintî è colto al vivo e messo perspicacemente in luce, sin dall’esordio, il vizio fondamentale della politica spartana di corta veduta, egoista. «La confidenza, o Lacedemoni — essi dicono[45] — che avete nella vostra costituzione e nella vostra concordia vi rende, per così dire, più diffidenti verso gli altri; e da ciò traete una certa saggezza, ma vi conducete con maggior ignoranza quanto alle cose esterne». E soggiungevano poco dopo: «Soli degli Elleni, o Lacedemoni, restate tranquilli non tenendo lontani altri con la potenza ma temporeggiando, e soli non ricacciando la potenza de’ nemici, mentre è sul cominciare, bensì quando si è ingrandita»[46]. Movendo quindi da un concetto opposto delle cose e della vita, che apparecchia la guerra durante la pace nella fiducia o nell’illusione di assicurare con la guerra la pace[47], additavano tutto il pericolo di questi Ateniesi irrequieti di cui «giustamente si potrebbe dire che non sanno aver pace nè la lasciano avere agli altri uomini»[48]. «Ora gli Ateniesi stanno a paro di tutti noi presi insieme e per quanto riguarda la città sono anche più potenti: cosicchè se tutt’insieme, ogni popolo, ogni città, con unanime consiglio non li oppugnamo, ci soggiogheranno, divisi, senza fatica. E, se anche sia spaventevole ad udire, si sappia che l’essere vinti non porta altro che una pretta schiavitù»[49].
E a quest’invocazione de’ Corinti rispondeva da parte degli Spartani una duplice e diversa voce: una, temporeggiatrice, ligia alla politica tradizionale, di troppo calcolata prudenza; l’altra, che, mostrandosi tocca del pericolo degli alleati, credeva di meglio intuire il pericolo proprio e di combatterlo più efficacemente mentre era ancora relativamente lontano. L’una era la voce di Archidamo, che, da un lato preoccupandosi de’ possibili danni impendenti allo stesso Peloponneso, dall’altro della difficoltà della guerra, diceva: «Rispetto a’ Peloponnesiaci e a’ vicini la nostra potenza è di pari natura, e rapidamente si può muovere verso ciascuno di essi: invece rispetto a quelli che abitano un paese lontano e hanno perizia del mare e sono ben provveduti di tutte le altre cose, ricchezza sia privata che pubblica, e navi e cavalli e armi e popolazione, quanti non ve ne sono in ogni altro paese ellenico e hanno ancora alleati molti soggetti a tributo, contro questi come si può sollevare a cuor leggiero una guerra e, in che cosa fidando, si può assalirli impreparati?»[50]. E conchiudeva: «Questi metodi prudenti dunque che i padri nostri ci legarono e de’ quali ci siamo sempre giovati, non li trascuriamo, nè deliberiamo a precipizio, nel breve spazio di un giorno, bensì con calma, di molte vite e sostanze e città e fama»[51].
L’altra era la voce dell’eforo Stenelaida, che con laconica concisione, guardando in faccia alla situazione e riassumendola conchiudeva senz’altro: «Deliberate dunque, o Lacedemoni, com’è degno di Sparta, la guerra, e non lasciate che gli Ateniesi divengano ancora più potenti, nè tradiamo gli alleati, ma con l’aiuto degli dèi moviamo contro gli oppressori»[52].
Così il grande duello fu ingaggiato, un duello, che secondo le condizioni de’ tempi, si potrebbe chiamare anch’esso «della balena e dell’elefante».
E all’elefante rimase la vittoria, ma una vittoria di cui apparve subito tutta l’inconsistenza e la sterilità.
Nella replica a’ Corintî, che Tucidide fa pronunziare agli Ateniesi, questi, facendo la franca notomia della loro sovranità e del malcontento da essi suscitato, dicevano rivolti a’ Lacedemoni: «Voi adunque, o Lacedemoni, vi conduceste rispetto agli Stati del Peloponneso secondo l’utile vostro; e se allora, seguitando a rimanere, vi conducevate come noi nell’egemonia [della lega marittima], sappiamo bene che non meno di noi sareste divenuti gravi agli alleati e vi sareste veduti costretti o a reggere vigorosamente, o a pericolare voi stessi»[53]. «.... E se, rovesciando noi, prendeste voi il comando, subito vedreste cambiato il sentimento di benevolenza che vi siete accaparrato per la paura che si ha di noi, come mostraste nel tenere il comando per breve tempo contro i Persiani; come ancor ora vedeste, poichè voi avete sistemi vostri proprî distinti da quelli degli altri e, uscendo fuori, ciascuno di voi, isolatamente, non si conforma nè ad essi nè a quelli adottati da tutto il resto della Grecia»[54].
Se Atene si era venuta arrogando un potere sempre più assoluto sugli alleati, già aderenti spontaneamente alla prima lega marittima, sino al punto di diventarne la signora; è pur vero che aveva cercato di dissimulare, fin dove era possibile, tutte le durezze di un simile stato di cose con tutti i miraggi e i lenocinî, che fanno tollerare e qualche volta perfino aver cara la soggezione. In Atene tutti quei soggetti, chiamati ancora con uno studiato eufemismo alleati, trovavano come il punto d’applicazione del loro orgoglio nazionale e l’assicurazione del mare dischiuso e garantito a’ loro commerci: da Atene, il loro contributo di denaro e di forze tornava ad irradiarsi come lume di civiltà, come splendore di arte, come gloria letteraria, come ardimento di pensiero; onde la città di Pallade era lume e fuoco di tutta la razza, l’educatrice e il tirocinio di tutta l’Ellade, come la voleva Pericle.
Gli stessi rapporti continui, fomentati da’ commerci, dalle ricorrenti feste religiose, dall’alta giurisdizione ateniese, mescolavano, fondevano, anche, spesso, tutti quei diversi elementi di quell’imperio marittimo, in modo che, come si vide poi, con la lusinga di misure meno vessatorie e sotto forma più attenuata, potè risorgere per così dire dalle sue ceneri stesse.
L’egemonia di Sparta, invece, conservando tutte le durezze del dominio, ne manteneva pure tutte le forme e pretendeva estendere una disciplina rigorosa sugli alleati, che non potevano concepire Sparta — chiusa e impenetrabile a loro, repellente quasi a’ loro stessi contatti — se non come una padrona gelosa, messa in rapporto con gli altri popoli unicamente e specialmente dall’opera dilapidatrice e oppressiva de’ suoi armosti.
Questa mancanza di virtù assimilatrice da parte di Sparta, che le impediva di ringagliardirsi e rinnovarsi assorbendo elementi vitali dall’esterno; questa sterilità del suo predominio, questa incapacità di convertire la stessa vittoria nella conquista e di sapere usare della vittoria dopo averla ottenuta; rendevano di necessità precario ogni suo trionfo, inorganica e incoerente ogni sua creazione politica; e bastava una vittoria come quella di Cnido per iscalzare la sua egemonia e fare risorgere d’un tratto quasi più potente la sua antica rivale, di cui poco prima pur s’erano smantellate le mura, distrutte le flotte, violati il territorio e la libertà.
La stessa lode di mitezza e di magnanimità, che un oratore laconizzante[55] amava tributare a Sparta per avere impedito che Atene, dopo la sua sconfitta, venisse rasa al suolo e spiantata dalle fondamenta, più che a generosità era dovuta a calcolo politico di uno Stato che fondava la sua esistenza sugli antagonismi degli altri Stati e quindi si limitava a deprimere un rivale anzi che annientarlo per conservarlo ancora come una minaccia e un competitore agli altri rivali. Ma questo calcolo appunto rivelava appieno quanto fosse sterile e negativa la politica spartana, inetta a ridurre sotto di sè tutta la Grecia e destinata ad essere solo una forza disintegratrice e dissolvente verso ogni opposto tentativo di unificazione.
A misura, intanto, che gli anni sussecutivi alla guerra del Peloponneso ne venivano svolgendo e mostrando gli effetti, da un lato se ne sentivano tutte le conseguenze disastrose, dall’altro ne appariva sempre più fallita la mira di por fine a’ conflitti dell’Ellade con una guerra decisiva, che mettesse stabilmente l’egemonia in uno degli Stati.
Sicchè alla politica, come oggi si direbbe, «imperialista», politica di conquista, di assorbimento o di dichiarata supremazia; succedeva, con un sentito desiderio di pace, l’ideale di un autonomo particolarismo, per cui tutti gli Stati vivessero in una condizione di mutua indipendenza. E questa politica, che rispondeva a meraviglia agli interessi presenti della Persia e a cui la Persia sembrava aver condotto col tenere in lizza, gli uni contro gli altri, gli Stati rivali, ebbe per opera del Gran Re la sanzione forzata nella pace così detta di Antalcida (387-6 a. C).
Ma, come più diffusamente si rileverà appresso trattando delle vicende della pace e della guerra in Atene, non era quello il tipo in cui ogni Stato potesse restringersi in sè per potere e sapere attendere con le risorse sue proprie a tutte le crescenti esigenze della vita; nè quel particolarismo costituiva l’ambiente più favorevole allo sviluppo degl’interessi commerciali sempre più prevalenti; nè prometteva lo schermo più efficace contro i pericoli e le minacce esterne più o meno vicine.
Così quella riaffermata autonomia con tutte le sue proteste ed aspirazioni di pace tornava a degenerare nella guerra; e l’indipendenza, asserita in diritto, era continuamente violata o minacciata in fatto.
Onde accadeva che Andocide potesse iniziare l’orazione a noi giunta sotto il suo nome col dire (392 a. C.): «O Ateniesi, tutti sapete, mi sembra, come è meglio fare una pace giusta che non fare la guerra; ma non tutti mi sembra che vi accorgiate come gli oratori, a parole, consentono nella pace, in realtà, contrastano quelle cose onde verrebbe la pace»[56].
E al congresso per la pace, tenuto nel 371 a C. a Sparta e finito anch’esso in una guerra, Senofonte poteva mettere in bocca ad uno degli oratori ateniesi, ad Autocle, queste parole: «O Lacedemoni, non ignoro che non vi riusciranno gradite le cose che mi accingo a dire; ma mi sembra che quanti vogliono duratura l’amicizia, che si propongono fare, debbono reciprocamente illuminarsi delle cagioni delle guerre. Voi dite sempre che gli Stati debbono essere autonomi, e intanto voi massimamente vi fate impedimento alla loro autonomia. Poichè, prima di ogni altra cosa, pattuite con gli Stati alleati che vi debbono seguire dovunque voi volete. Or questo come conferisce all’autonomia? Dichiarate la guerra senza prima averne tenuto consiglio con gli alleati e li fate entrare in campagna, così che di frequente i così detti autonomi sono obbligati a combattere contro i più amici. Ancora — ciò che è più avverso di ogni altra cosa all’autonomia — stabilite qua un governo di dieci, là di trenta; e non vi date pensiero che questi governanti governino com’è debito, ma che possano con la forza tener soggetti gli Stati; talchè pare che vi compiacciate piuttosto di tirannidi che non di libere costituzioni. E quando il re [di Persia] prescrisse che gli Stati fossero autonomi, dichiaraste con grande sicurezza, che, se i Tebani non lasciassero ogni città governarsi da sè e seguire le leggi che volesse, non si conformerebbero alle prescrizioni del re [di Persia]; indi v’impadroniste della Cadmea e non permetteste agli stessi Tebani di essere autonomi. Bisogna che quanti si accingono ad essere amici non credano di doversi aspettare l’osservanza della giustizia, per essere essi quanto più possono prepotenti»[57].
Così questa preoccupazione dell’equilibrio politico e dell’autonomia dei singoli Stati, in parte urtava contro la forza superiore delle cose e i casi non preveduti della politica internazionale, in parte diveniva un nuovo fomite di gelosie, di controversie, di dissensi; e il quarto secolo in Grecia riarde tutto di queste guerre in cui a vicenda si dilaniano i varî Stati della Grecia e in cui l’uno fa il giuoco dell’altro, e tutti, sinchè non spunta il predominio macedone, fanno il giuoco dell’Impero persiano.
Intanto dal giuoco di questo equilibrio sempre incerto e sempre spostato — in cui gli amici di ieri divenivano i nemici di oggi e la Persia, con l’esca di corruzioni private e di alleanze pubbliche, la chiamava a combattere in Asia or come amico or come avversario — Sparta era tratta ad avventure e guerre lontane, così poco conformi alle sue forze e alle istituzioni, e avute prima in tanto orrore[58], perdendo in questo nuovo diuturno conflitto uomini, forze, equilibrio interno e la stessa sua ragione di essere.
Le antiche abitudini ne rimanevano ruinate, i vecchi sistemi di vita ne rimanevano scossi, senza che si potesse indurre nell’ambiente patrio una modificazione corrispondente, una innovazione che dell’antica vita mutasse la base e ne costituisse una organica e normale alla nuova. Per un circolo vizioso che suole naturalmente avere origine in questi casi, la guerra diveniva, tanto più un fomite e uno sfogo di speculazione, in fondo a cui vi era la rovina finale ma che intanto costituiva individualmente un espediente. I vuoti, intanto, della popolazione già decimata dalla guerra rimanevano scoperti o mal si colmavano in una condizione economica in cui al crescente dissesto de’ più faceva riscontro la concentrazione delle fortune in una cerchia sempre più ristretta di persone. E questo stato generale dava luogo nel campo politico a un’oligarchia sempre più ristretta, che si potè persino calcolare di quaranta persone[59], a cui d’altro lato corrispondeva un lievito di malcontento, di rivolte, di congiure[60].
Per tal via le città greche, logorate in un mutuo contrasto, si ammiserivano, s’isterilivano, togliendo alimento a quel lume di civiltà, che, dove ancora con guizzi ricorrenti scintillava più bello, pareva simile agli aneliti luminosi della lampada che sta per spegnersi.
Gli Stati ellenici andavano scivolando verso quello stato di cose di cui diceva il poeta:
Et propter vitam vivendi perdere caussas.
L’impotenza di raccogliere tutte le energie del paese, sia sotto la forma pacifica della cooperazione che sotto quella autoritaria del dominio, faceva sì che i fati della storia — impulso intimo, più o meno consapevole, della società cercante attraverso ogni sforzo un migliore adattamento — passassero in mano al principato macedone, a cui solennemente contrastando resisteva Atene, a cui sterilmente e interrottamente recalcitrando si ribellava Sparta, e che pure, sapendo solo raccogliere nelle sue mani un maggior fascio di forze, si mostrava atto a raccogliere l’eredità della civiltà greca, non per continuarne esso stesso la tradizione, ma per ispargerla, come fa l’agricoltore, seme di una nuova messe, in campo più largo.
IV. Pace e guerra nell’antica Atene.
Tra i popoli dell’antichità non ve ne è alcuno che più dell’ateniese abbia lasciato così larga traccia, meglio anche che de’ grandi fatti storici, del meccanismo della sua vita interiore, della sua maniera di vivere giorno per giorno, de’ sentimenti, delle impressioni, delle lotte destate dalle sue stesse condizioni materiali di esistenza. Il teatro, la poesia, l’arte in generale, gli oratori, l’epigrafi ne sono, in vario modo, un riflesso e una manifestazione genuina; e la storia di Atene, comunque genialmente trattata, ben lungi dall’essere un argomento esaurito, si presterà sempre ad essere ripresa, specialmente ad ogni mutamento del modo di considerare e d’interpretare la storia.
Le due tendenze alla pace e alla guerra, discordi ed opposte, hanno in Atene un singolare rilievo, e, ad intervalli ma con insistenza, si riaffacciano per tre secoli della sua storia, riassumendo ne’ due diversi indirizzi il grado di sviluppo economico, i bisogni, la potenzialità produttiva, le lotte di classi, le rivoluzioni politiche dello Stato.
Tra il settimo e il sesto secolo, sull’aurora, si può dire, della storia ateniese, quando la tradizione vaga e leggendaria comincia a farsi più sicura e distinta, subito si presenta questo conflitto, rispecchiato in uno de’ più antichi, se non nel più antico documento della letteratura ateniese.
«Io stesso venni, araldo, dall’agognata Salamina, portando sulla piazza il ben composto mio canto.
«Oh, fossi io allora Folegandrio o Sicinite piuttosto che Ateniese, scambiando la patria; perchè potrà presto accadere che si cominci a dire tra gli uomini: Costui è un Ateniese, di quelli che furono cacciati da Salamina».
«Andiamo a Salamina, combattendo per l’isola ambita, scuotendo da noi la vergogna sì triste a sopportare»[61].
È l’elegia di Solone: sono anzi i frammenti dell’elegia di Solone, poveri ruderi e scarse reliquie; ma, attraverso di essi, la mente ricompone il passato come, alla vista di un basamento seminascosto dall’edera e di un capitello spezzato ricostruisce idealmente un tempio antico.
La critica ha spogliati questi versi della leggenda, che la fantasia popolare o quella de’ novellatori, era venuto tessendo intorno ad essi[62]. Non tutti sono d’accordo nel ritenere se quella elegia risponde ad un impeto di ardor giovanile, oppure, così ardente com’è, fu l’espressione di un’anima che si serbava ancora agile ed entusiastica in un corpo invecchiato[63]. Non si può giungere, altro che per induzione, a dire come e quando Salamina venne in mano di Atene, e se fu il premio di una guerra vittoriosa di Solone o di Pisistrato, o, meglio, un fortunato acquisto dovuto a maneggi politici ed arbitrati[64]. Tutti questi dubbi e queste incertezze possono essere più o meno dissipati: in ogni modo, attraverso i pochi versi solonici, si vede bene sullo sfondo del sesto secolo tutta la situazione politica, interna ed esterna, dell’Attica.
Questo paese, i cui colli e le cui coste non si sono ancora andati rivestendo di olivi, di fichi, di viti, è, finchè l’opera umana non ne svolga gli ascosi tesori, povero ed infecondo. Rimpetto alle limitate pianure, benedette da Demetra ed ove Demetra ha culto, stanno le pendici arse o selvagge, che male alimentano dal loro sottile strato di terra vegetale il frumento e per cui meglio s’aprono il sentiero le capre e i loro custodi. Ma da quelle stesse pendici e dalle cime de’ colli, quanto più la popolazione cresce e più si sente il disagio della vita, si guarda con maggior senso d’invidia e con ardore di desiderio più grande a Salamina, quella che anche più di Egina potea dirsi un «pruno nell’occhio del Pireo»; si guarda agli umidi ed infiniti sentieri del mare, cantati dal vecchio Omero e solcati ora a gara dalle navi di Egina e da quelle di Megara. Il bisogno dell’alimento, l’aspirazione al benessere, il desiderio di trovare sfogo all’energie crescenti in secreto e anelanti a rivelarsi, divengono inconsapevolmente la nostalgia del mare, il patriottismo e il sentimento dell’onore cittadino, come ne’ versi di Solone. La prudenza e la circospezione vengono in lotta con il bisogno di espansione e con lo spirito di avventura; il desiderio dell’indispensabile o del meglio lotta contro l’inerzia del soddisfatto; la corta vista del campagnuolo urta contro i più larghi orizzonti del cittadino; il ricco proprietario del piano e il piccolo proprietario ruinato della montagna, l’usuraio della città e il marinaio della costa, l’artigiano e il proletario vengono naturalmente in contrasto tra loro e costituiscono il soggetto e lo strumento degli antagonismi che domineranno ed animeranno tutta la politica interna ed esterna dello Stato.
Raccogliersi ne’ propri confini, tarpare le ali alle ambizioni e alle brame, estrarre dal seno del proprio paese tutto quanto potesse dare, rassodare e perfezionare all’interno tutta una struttura politica, che, sotto l’ègida di un diritto positivo, facesse di una classe la dominatrice di un’altra: — ecco la divisa e l’indirizzo di quelli che, monopolizzando le forze produttive del paese, si sentivano naturalmente tratti a favorire una politica di raccoglimento.
Rendere più agevoli i mezzi del proprio sostentamento e più proficuo l’impiego di tutte l’energie; risolvere all’esterno quel problema, che all’interno si poteva risolvere solo limitatamente, a vantaggio di pochi e a danno di molti, e fare perciò del popolo ateniese il parassita di altri popoli col commercio, con la conquista, con la supremazia; tentare quindi nuove vie, irrompere al mare, spezzare la cerchia in cui vicini e rivali tenevano stretta l’Attica: — ecco il programma e il partito di quelli, a cui era precluso il possesso della terra, o che nella terra non trovavano impiego sufficiente alla propria ricchezza e alla propria energia, o che, in una struttura sociale eminentemente parassitaria, lungi dall’essere i parassiti, erano destinati, in patria, a dare a’ parassiti alimento.
In questo contrasto sta tanta parte della storia ateniese e non della storia ateniese soltanto, i cui caratteri sembrano come virtualmente contenuti in questo inizio del sesto secolo, nel quale, per la prima volta, in forma sicura e distinta, Atene ci si presenta sotto questo aspetto. E la prevalenza di uno o di un altro indirizzo, con tutte le conseguenze politiche interne ed esterne che ne derivano, dipende dalla possibilità di un diverso stato di prosperità interna e di una diversa distribuzione della ricchezza. Gl’istinti più o meno bellicosi, le forme di potere più o meno accentrato, le lotte di classi più o meno prepotenti avranno come misura e come condizione lo sviluppo più o meno sufficiente delle forze produttive interne, la necessità di trarre da’ paesi esterni i mezzi per soddisfare a’ proprî bisogni, il benessere più o meno diffuso e più o meno agevole a raggiungere, la tendenza più o meno sviluppata a qualsiasi genere di parassitismo.
La necessità o la convenienza di vivere di preda, o, comunque, del lavoro altrui, fomenteranno, per via diretta o indiretta, la guerra; l’abitudine e la facilità di vivere del lavoro proprio tenderanno sempre più a renderla meno frequente e ad eliminarla.
Nelle condizioni dell’Attica, un paese che non produceva tanti cereali quanti ne occorrevano a sostentare la sua popolazione, e avea bisogno allora, come ancor oggi ne ha bisogno, d’importarne, il libero uso del mare e il preliminare possesso di Salamina, messa come una Sfinge a guardia de’ suoi approdi, non solo erano la premessa necessaria di ogni ulteriore grandezza, ma erano una questione di vita e di morte.
E il partito della guerra prevalse, malgrado l’orrore della guerra che le precedenti sconfitte aveano inspirato. Megara fu umiliata, se non prostrata, Salamina fu riacquistata, se non riconquistata; e, col vantaggio morale di una rivincita e di una gloria militare, si sorresse l’autorità morale dello Stato e si schiuse la via alla possibilità d’importazioni, di commercî, di un futuro dominio del mare.
Nondimeno fu guerra che non divenne incentivo immediato ad altre guerre; parve piuttosto l’epilogo di un lungo periodo di contese.
Il periodo che segue, è un periodo di raccoglimento e quasi di preparazione. La condizione incerta ed oscillante di una sovranità illegittima com’era la tirannide, spesso posta in pericolo, poteva, da parte sua, contribuire a distogliere la politica da un indirizzo pieno di avventure. Pure, altrove, la stessa forma di potere politico cercava una base ed un appoggio nella gloria militare ed in una politica, che, facendo de’ sudditi i signori ed i parassiti di altri popoli, li rendesse così più tolleranti della soggezione politica interna.
I fasti de’ Pisistratidi sono fasti civili, anzi che militari; e, benchè il loro dominio traesse occasione e alimento da una guerra esterna, tutta l’attività guerresca successiva si potrebbe limitare a qualche episodio non conservato nemmeno chiaramente nella tradizione.
Una delle ragioni e la precipua di siffatta politica di raccoglimento, caratteristica del dominio de’ Pisistratidi, va cercata appunto in quello svolgersi e fiorire delle energie interne, nello sforzo di suscitare tutta la potenzialità economica di cui l’Attica sembrava capace. Quel ritorno verso la campagna, rilevato specialmente da Aristotile[65], preparava la terra a rendere tutto quanto potesse; e la possibilità di una maggiore importazione di cereali agevolava un così promettente strumento di prosperità com’era la trasformazione delle culture. Le miniere del Laurio poi, se non ora scoperte, almeno ora messe meglio a profitto, erano un vero lievito degli scambî, de’ commercî, di una futura potenza commerciale.
L’interesse de’ Pisistratidi veniva a collimare con quello del ceto agricolo che formava la base stessa della società del tempo, e non era in conflitto con quello del proletariato cittadino. La stessa tendenza all’espansione, per quanto venisse crescendo, avea nella migliore e più abbondante moneta d’argento uno strumento pacifico di sviluppo.
Così la politica esterna de’ Pisistratidi avea dovuto assumere piuttosto un indirizzo difensivo che non un indirizzo offensivo; aveva dovuto consistere piuttosto nel rimuovere alcuni ostacoli che non nel costituire uno stato di violento predominio su paesi stranieri.
Soltanto, questo stato di cose non poteva essere durevole, e da esso stesso, dato il carattere e le condizioni del mondo antico, sarebbero sorti gl’incentivi e le inevitabili occasioni di guerre.
Lo svolgimento delle forze produttive dell’antichità era assai limitato, e ogni desiderio di miglioramento e ogni impulso di nuovi bisogni non si convertiva, nè si poteva facilmente convertire in uno sforzo diretto ad ottenerne l’appagamento col proprio lavoro e col diretto uso degli elementi forniti dalla natura. L’appropriazione più o meno violenta della ricchezza altrui, l’assoggettamento dell’uomo all’uomo, lo sfruttamento, sotto le forme meno larvate e più rudimentali, si presentavano come l’indirizzo prevalente, pel principio stesso della tendenza al minimo sforzo e dell’attrazione a’ punti di minore resistenza. Anche la divisione primordiale di lavoro sociale tra la classe guerriera protettrice e la classe produttrice spingeva più facilmente gli elementi dirigenti dello Stato ad estendere oltre i confini del proprio paese il loro dominio, attribuendosi, a titolo di conquista, quel frutto del lavoro altrui, che all’interno si attribuivano come corrispettivo della protezione e della difesa.
In queste condizioni lo stesso sviluppo delle energie interne e un più elevato grado di prosperità esponevano un paese produttore all’avidità e alle aggressioni altrui, e ne faceano così un paese servo, oppure, per naturale reazione, una potenza militare, che assai facilmente dalla difesa passava all’offesa, dall’aggressione felicemente respinta alla conquista.
Paesi ricchi e paesi poveri venivano in tal modo per diversa via, attratti nel vortice della guerra. E la guerra tendeva a rendersi permanente.
La politica internazionale, nell’antichità, piuttosto che assumere come criterio direttivo l’autonomia o l’equilibrio, tendeva così necessariamente all’assorbimento degli altri dominî, all’ampliamento indefinito e illimitato dello Stato. La coesistenza e la tolleranza reciproca costituivano soltanto un termine di passaggio e un espediente provvisorio; ma, obbiettivamente anche più che non subbiettivamente, la mèta era il dominio e la supremazia.
Per Atene quindi il periodo di raccoglimento dell’epoca de’ Pisistratidi non poteva rappresentare uno stato permanente, ma semplicemente un’utile preparazione e una lunga tregua. Lo stesso miglioramento delle sue condizioni e l’irradiarsi della sua attività l’attraeva in un’orbita di maggiori complicazioni e di più facili contrasti. E che così fosse, lo mostrarono prima le ingerenze di Sparta nella politica interna di Atene, e poi, in maniera più evidente, le guerre persiane.
A misura che uno Stato vien tratto dall’isolamento in un ambiente più vario e più vasto, la sua politica muta necessariamente di proporzioni e d’indirizzo, come muta un risultato quando variano i fattori. Il contatto e il contrasto con la potenza persiana era un fatto destinato ad indurre la più radicale mutazione di orientamento. I fattori, l’ambiente, la mèta della politica ateniese erano ormai e dovevano apparire diversi, e l’avere saputo intendere la necessità e scorgere i segni del tempo costituisce la gloria immortale degli uomini che seppero dare allo Stato un indirizzo rispondente alle condizioni delle cose.
Lo svolgimento calmo ma costante della ricchezza dell’Attica sotto i Pisistratidi, col necessario aumento di popolazione, con l’incremento lento ma continuo di benessere, avrebbe stimolato alla lunga il desiderio di espansione e avrebbe sviluppato, come in piccole proporzioni dovette già cominciare ad accadere, la marineria commerciale. La rivoluzione politica che pose fine alla tirannide e l’irrequietudine rivelata dagl’incidenti che valsero come causa prossima delle spedizioni persiane possono valere come una prova.
Lo stato di benessere che l’Attica poteva procacciare a’ suoi abitanti con l’impiego di tutte le sue energie interne, era sempre qualche cosa di relativo, e potea valere piuttosto come un solletico che come un appagamento; era tale che non ne poteva fare de’ soddisfatti, ma li allettava solo con la vista di più larghi orizzonti e di più elevate condizioni di vita.
Tuttavia l’espansione e il mutamento d’indirizzo sarebbero stati lenti e graduali, se l’invasione persiana non avesse resa inevitabile una unificazione ibrida e temporanea, una coalizione della schiatta ellenica, ch’era pur sempre un nuovo aggregato di forze, da cui si sarebbero sviluppati l’egemonia e il parassitismo di quella che avesse saputo divenirne l’elemento direttivo e il punto di attrazione.
Atene seppe essere l’una cosa e l’altra; ma con ciò stesso la sua politica, la sua fisonomia, la sua indole mutavano radicalmente.
Resistere alla potenza persiana, proteggere i membri della lega o il mondo ellenico, attaccare anche, occorrendo, il nemico; erano tutte cose che potevano compiersi o tentarsi con la costituzione di una forte marina da guerra. Ma a questa marina da guerra Atene non poteva sopperire del proprio; poteva bensì averne il comando e la cura, e gli alleati doveano contribuirvi con tributi o con navi.
La potenza militare intanto e lo sfruttamento più o meno larvato erano due termini corrispondenti, di cui l’uno serviva all’altro di ragione e di sostegno; e questa tendenza al parassitismo doveva crescere parallelamente allo spirito di aggressione e di guerra.
Il tributo di danaro sostituito al tributo di navi, cioè il disarmo quasi e il segno esterno della sudditanza; il trasporto del tesoro da Delo ad Atene; l’imposizione del potere giurisdizionale agli alleati; l’uso sempre più libero o meno dissimulato dal danaro comune; sono tanti passi verso una forma di parassitismo più avanzato.
Al tempo stesso l’Atene agricola del sesto secolo diventa l’Attica marinara e commerciale del quinto: alla repubblica aristocratica de’ grandi proprietari fondiari e alla tirannide, potere delegato della piccola proprietà, succede la repubblica de’ commercianti, degli artigiani, de’ proletarî. All’appropriazione diretta ed immediata de’ prodotti della terra succede una forma di appropriazione indiretta e mediata, il commercio, mezzo di sfruttamento più perfetto e più larvato; sul fondo de’ mestieri si va innestando una rudimentale manifattura; il potere politico scende sempre più verso il popolo e la politica esterna si fa sempre più avida, ambiziosa ed audace.
Ora questa relazione necessaria tra la potenza militare e la produzione indigena, tra la grande politica e il bisogno di espansione, tra il commercio messo a base della propria vita economica e la concorrenza di altri Stati; questa necessità del parassitismo insomma voleva dire la guerra all’ordine del giorno contro i concorrenti, contro i sudditi e gli alleati defezionati, contro i potentati stranieri il cui crescere avea in sè la minaccia e il vaticinio dell’assorbimento.
Il mezzo secolo che va dalla fine delle guerre persiane alla guerra del Peloponneso è come un lungo affilar d’armi mal dissimulato; è un seguito di paci bugiarde, che in realtà covano ed alimentano la guerra e si riducono ad una incessante vicenda di tregue più o meno lunghe e di ripetuti conflitti, in fondo a cui sta la guerra inevitabile, la guerra di sterminio, il duello finale, la guerra del Peloponneso, che verso il periodo precedente è come la caduta finale di un corpo libero rispetto al suo movimento di oscillazione sempre crescente.
Le cause occasionali della guerra potevano anche ridursi, come comicamente voleva un personaggio di Aristofane, ad una impresa ed una rappresaglia galante[66] di Megaresi e Ateniesi: il conflitto, in realtà, sbocciava dal seno della storia e dalle reali condizioni delle parti belligeranti come un fiore centenario, gigantesco, avvelenato e maturo.
Gli stessi motivi immediati e i pretesti della guerra, Potidea, l’impresa di Corcira, il boycottaggio di Megara, la pretesa indipendenza di Egina rivelano chiaramente lo scopo vero e la ragione intima della guerra: — il desiderio di limitare l’espansione verso l’Oriente o di allargarla in Occidente, — come apparve più chiaro con la guerra di Sicilia da un lato e dall’altro col proposito di ristabilire «il bruscolo nell’occhio del Pireo» e la rivalità commerciale. Ma tutti questi non erano che fenomeni di un dissidio più profondo e irrimediabile; e tali apparivano bene anche agli uomini del tempo.
La struttura economica rudimentale, che faceva dipendere la vita e il benessere di un popolo da una forma anch’essa rudimentale di parassitismo, dall’assoggettamento di altri popoli al tributo e alle forme successive di sfruttamento, da un lato rendeva illimitato il bisogno di espansione e dall’altro faceva di ogni regione un continuo pomo di discordia, la preda presente o futura del più forte, il premio reale o possibile di un eventuale conquistatore. Perciò niente pace e sempre guerra; guerra palese o latente, ritardata o anticipata, con maggiore o minore senso di opportunismo meditata o differita, guerra contro il suddito, guerra contro l’emulo. Mancavano appunto le condizioni e con esse lo spirito della coesistenza, che soli sono fattori e condizioni di pace. Tutta la diplomazia e i progressi delle relazioni internazionali consistevano nel larvare il vero motivo della guerra e nel mettere formalmente l’avversario dalla parte del torto: è la franca prepotenza del leone che prende in prestito dalla volpe il suo fare coverto e dal lupo il metodo di suscitare un’abile contesa con l’agnello.
Atene e i suoi avversari erano giunti a quella linea ultima, oltre la quale entrava in gioco, minacciata da presso, l’autonomia di tutta la Grecia.
Tutto ciò era così ben chiaro che, come dice Tucidide[67], «i Lacedemoni votarono di rompere il trattato e far la guerra, non tanto per essersi persuasi de’ discorsi degli alleati, quanto pel timore che gli Ateniesi non divenissero ancora più forti, vedendo che una sì gran parte dell’Ellade era loro soggetta». Del pari Pericle, secondo un discorso che gli fa pronunziare Tucidide, riconosceva il carattere inevitabile della guerra e l’opportunità di andarle incontro prima, piuttosto che poi[68].
Per questa sua stessa natura quella guerra doveva apparire agli occhi del suo storico[69] la più importante e grave di quante avevano avuto già luogo, e a’ nostri occhi si presenta come l’avvenimento centrale della storia ellenica, che costituisce il punto di arrivo della storia passata e il punto di partenza della successiva. Essa dovea rivelare, meglio di ogni altra cosa, le magagne e il principio dissolvente della vita greca; ma era destinata, ancor più, a suscitare ed acuire tutti que’ contrasti interni, che sono caratteristici della guerra dei Peloponneso[70], e rendono più chiare e visibili le vere cagioni della guerra e, mediante il contraccolpo che essa aveva all’interno, il suo vero rapporto con la struttura sociale del tempo.
Nel suo discorso, Pericle metteva bene in sodo quanto utile fosse il dominio del mare, ed aggiungeva come, considerando ciò più dappresso, occorresse non curarsi della campagna e delle case ed aver cura invece del mare e della città[71].
Dal punto di vista collettivo e della grandezza pubblica di Atene, il modo di vedere di Pericle era giusto. Nel mare stava la potenza di Atene: nel mare era tutto il segreto della sua forza, sì nel passato che nell’avvenire. Analiticamente lo avea già dimostrato l’oligarca autore dello «Stato degli Ateniesi» pseudo-senofontèo[72]. «Essi soli degli Elleni e degli stranieri sono in grado di acquistare ricchezza. Se qualche Stato è ricco di legname adatto alla costruzione delle navi, dove andrà a venderlo, se non voglia chi ha la signoria del mare? Se un altro ha abbondanza di ferro, di bronzo, di lino, dove andrà a venderli se non lo permetta chi impera sul mare? Or di queste cose appunto si fanno le navi: da uno si prende il legname, dall’altro il ferro, dall’altro il bronzo, dall’altro il lino, dall’altro la pece. Oltre di ciò, quelli che ci sono avversarî, non lasceranno andare che dove essi hanno l’uso del mare. Ed io dunque, senza affaticarmi, dalla terra ho tutte queste cose mediante il mare. Nessun paese poi ha due di queste cose, nè uno solo ha legname e lino, ma dove il lino è in gran copia, la terra è piana e priva di alberi: nè il ferro e il bronzo si hanno dallo stesso paese, nè da una regione le due o tre altre cose, ma in uno ve n’è una e l’altra in un altro. Ancora, presso ogni paese è una spiaggia, un’isola o uno stretto, così che è lecito a quelli che hanno il dominio del mare di bloccare i continentali e danneggiarli»[73].
E non si arrestano qui i vantaggi derivanti dal dominio del mare: tutto lo scritto sullo Stato degli Ateniesi ne è pieno.
In tempo di pace, intanto la collisione tra le diverse classi della popolazione, che traevano i loro mezzi di sussistenza e i loro cespiti di entrata dal mare e dalla terra, poteva essere evitata o dissimulata ed attenuata; ma, in tempo di guerra, quando veniva la volta di sacrificare al dominio del mare l’uso della terra, o all’uso della terra il dominio del mare, l’antagonismo d’interessi risorgeva e si rendeva tanto più acre quanto più diveniva spiegato e duraturo.