ETTORE ROMAGNOLI
MINERVA
E LO SCIMMIONE
SECONDA EDIZIONE
BOLOGNA
NICOLA ZANICHELLI
EDITORE
PROPRIETÀ LETTERARIA
Bologna — Cooperativa tipografica Mareggiani — XII-1917
ALLA CARA MEMORIA
DI
DOMENICO OLIVA
INDICE
| Prefazione alla seconda edizione | Pag. [ix] | |
| Prefazione alla prima edizione | » [1] | |
| I. — | Il piede di creta | » [21] |
| II. — | Il corvo con le penne del pavone | » [47] |
| III. — | La trappola scientifica | » [69] |
| IV. — | La macchina in funzione | » [89] |
| V. — | Lohengrin filologo | » [123] |
| VI. — | La filologia di ventura | » [149] |
| VII. — | La selezione alla rovescia | » [167] |
| VIII. — | Ceterum censeo philologiam esse delendam | » [187] |
| Appendice | » [193] | |
| I. — | L'edizione «Kolossal» del Decamerone | » [195] |
| II. — | Per l'affrancamento della libreria italiana | » [209] |
| III. — | Intervista con Ugo Foscolo | » [221] |
PREFAZIONE
ALLA SECONDA EDIZIONE
In talune marcite dell'«alta filologia», Minerva e lo Scimmione è piombato con lo schianto d'un bolide. I filologi, lí per lí, sono rimasti sgomenti, e si sono sprofondati nel motriglio, come le rane d'Esopo. Poi, sempre come le rane, rane scusate, d'Esopo, hanno ripreso animo, hanno risollevato i musi a fior d'acqua, e, con altissimi gracidii, si sono arrampicati sull'intruso, fiduciosi di affondarlo nella belletta. L'avevano preso per un travicello.
Ma travicello non era. Eccolo, di nuovo a galla, sibilar dalle pagine della seconda edizione.
***
Io ebbi a scrivere, e la penna mi esitò allora a lungo fra le dita, tanto alla mia ingenuità sembrava superflua la dichiarazione, che assai differente è la disposizione del mio spirito verso la cultura tedesca e verso la cultura italiana (pag. 130). Poniamo che esse siano, come io sostengo, due malate. Ebbene, vada la prima in isfacelo; e date, date pietre a sotterrarla, rovine di Ypres e di Lovanio, di San Quintino e di Reims, di Asiago e d'Aquileia. Ma la cultura italiana si vuol curare con affetto di figli. E con una malata occorre aver pazienza, molta pazienza, e tollerarne in pace i malumori irragionevoli, gli scatti inconsulti, i violenti rabbuffi.
Sí. Ma non già fingere di non vedere i suoi mali. Sarebbe rea compassione. Ora, accanto ai sintomi che io già ebbi a svelare, ecco, e appunto sotto lo stimolo del mio libro, sono apparse altre stimmate. E stimmate vergognose.
***
Minerva e lo Scimmione è un libro di battaglia: e, se volete, d'attacco. Io combatto metodi e idee. E poiché dietro i metodi e le idee ci sono gli uomini, ché mai non mi sedusse il diporto d'affrontare mulini a vento, giustificabile, anzi desiderabile sarebbe stato che i paladini delle idee da me combattute insorgessero a difenderle.
Ma perché io mi limitavo appunto a combattere le idee, e il dissenso, anche grave, in problemi intellettuali, non implica offesa, anche ai miei contradittori incombeva il dovere di attenersi alle armi legittime d'ogni polemica: le argomentazioni, la eloquenza, l'ironia. E se queste armi avessero rivolte contro me, ragione contro ragione, passione contro passione, davvero non avrei avuto diritto di recriminare.
Invece si è seguita un'altra via: si è tentato di sopraffare il mio libro e me stesso con metodi che ricordano tempi e disposizione d'animi che da un pezzo dovrebbero essere sepolti. Mi spiace tediare il lettore con tali miserie; ma è necessario per le mie conclusioni. E, d'altra parte, in tutti questi maneggi è una punta d'involontaria comicità che ne tempera la squallida sciocchezza.
Si è dunque organizzato un vero e proprio attacco, suddiviso in varie fasi, che, se nell'ordine reale di svolgimento presentarono qualche interferenza, nel prestabilito ordine teorico si possono allineare nel seguente modo.
A — Avvisaglia d'una banda di anonimi (cinque), che, in giornaletti clandestini o in libelli volanti, spediti, senza riguardo a spesa, a tutti i «centri di cultura», proponevano e svolgevano i tèmi seguenti:
1) Il mio libro non era frutto di convinzione sincera, né rivolto a combattere metodi e idee. Attraverso queste, volevo colpire uomini odiati.
2) Era ispirato ad opportunità politica.
3) Tanto vero che prima della guerra ero appassionato ammiratore della Germania. — A questa ultima ridicola asserzione risponde il mio volume Vigilie italiche, Breviarî intellettuali, N. 99.
B — Uno degli anonimi, emulo dei costumi del cúculo, aveva deposte le sue note nell'opuscolo non anonimo d'un minuscolo filologo scientifico. In questo opuscolo si discutevano, in due capitoli differenti, il mio Scimmione, e i libri di testo d'un professore di storia che ha da solo piú ingegno di tutti i filologi scientifici messi in fascio, e che in un suo articolo aveva denunciata la infecondità e la miseria d'un insegnamento impartitogli dalla cattedra universitaria col piú severo «metodo filologico scientifico». Questo accoppiamento di bersagli, anodino in apparenza, spianò man mano la via ai piú subdoli equivoci.
C — Un giornalista fece in una grande effemeride una lunga recensione dell'opuscolo. E cosí, accortamente sanato il difetto dell'anonimia, ebbero modo di venire alla luce non solo gli argomenti, chiamiamoli cosí, del piccolo filologo firmato, ma anche, e di preferenza, le insinuazioni e le calunnie dell'occulto cúculo postillatore.
D — Il medesimo giornalista si diede a intervistare persone autorevoli, e a sollecitare la loro opinione intorno al mio libro. All'affettuoso grido risposero quattro professori, tutti e quattro dell'Istituto superiore di Firenze. Il giornalista dichiarò perentoriamente che essi erano «gli unici letterati e filologi in questo dibattito». Quelli, sicuri per tanto avallo, si impancarono, fieri e solenni, a giudicar la contesa. E i cuori ben fatti intenderanno di leggieri se mi diedero torto su tutta la linea.
***
Ora intendiamoci. Io non confondo il quartetto dei professori di Firenze col quintetto anonimo. Troppo ribaldo gesto sarebbe stato, in verità, avventarsi prima nel buio, con una maschera sul viso, e in pugno un randello da zanni; e poi, giunta l'alba, indossare, grugno di corno, l'ermellino del giudice. Non può essere avvenuto. Ma sussiste il fatto che anche questi Colleghi, e massime i due a cui l'età e il prescelto magistero di vita avrebbero dovuto consigliare maggior riserbo, non disdegnarono stringere le armi ignobili e frodolente offerte ad essi dalla combriccola anonima. Onde insinuazioni, personalità, ed equivoci si susseguirono monotonamente e malignamente nelle suddette interviste.
Ora che cosa dovrei fare io? Opporre insinuazione ad insinuazione, impertinenza ad impertinenza, equivoco ad equivoco? No no, cari i miei classicisti: codeste sono armi da non invidiare al buffone Sarmenta, da lasciare ai Messi Cicirri, e non da impugnarle i galantuomini. Vero è che il troppo stroppia, e che alla lunga anche un galantuomo potrebbe seccarsi. E allora vorrebbe essere un'altra musica. Ma, anche una volta, tollera, tollera, mio cuore! Io non nutro il menomo rancore verso queste brave persone che tanto mostrano di nutrirne verso di me: io non ho interessi da difendere né vendette da esercitare: né, d'altra parte, ignoro che, quando si combattono idee troppo diffuse e rispettate, conviene usare molta pazienza; e poi le aspre polemiche inducono anche i piú misurati a varcare i confini delle proprie convinzioni e della verità. E perciò mi limito a denunciare, e, ripeto, per la salute nostra intellettuale, questi metodi polemici, che riescono qualificati con l'esporli, e a richiamare quei due piú accaniti Colleghi a certe norme di correttezza che mai non dovrebbero essere violate fra persone di garbo. Che maniera è codesta, quando altri esprima idee contrarie alle vostre, non affrontare direttamente né combattere quelle idee, bensí fare il processo alle intenzioni che egli ebbe, e figurarvele e dichiararle all'Italia basse e volgari! Io credo erronei e nefasti per i nostri studî molti principî nei quali voi ciecamente giurate; e li combatto con tutte le armi lecite della polemica, dalle quali niuno pretese mai di escludere né l'ardore né l'ironia né il sarcasmo. Ma io non ho insinuato mai che a sostener quei principî vi abbia indotto interesse materiale o altra passione meno che nobile: io non ho mai proclamato che voi non cerchiate e non amiate la verità.
Se non che, Signori miei, la verità non è oggetto da farne monopolio né voi né nessuno. L'amore che io nutro per essa è puro e profondo e senza macchia: e non tollero che altri ne dubiti. Se a voi giova costruirvi un sacello, collocarvi un idolo, adorarlo genuflessi, è affar vostro, e buon pro' vi faccia. Ma se altri rifiuta di prostrarsi al vostro fianco, nessuno vi concede il diritto di gridare al sacrilegio. La verità che io vedo chiara, che io credo utile, ho non solo il diritto, ma il dovere di dirla, e dirla forte. E questo diritto lo rivendico per me e per tutti. Non son piú tempi da conventicole, da chiesuole, da tirannidi letterarie. Cessino una buona volta le angherie, le imposizioni, la tracotanza. E cessi il vergognoso ricorrere alle arti subdole, alle vie traverse, alle opposizioni materiali. Le battaglie dell'intelletto vogliono esser vinte con l'intelletto. Chi è incapace di adoperare quest'arma, si ritiri dal campo.
***
Or lasciamo queste miserie. Insieme con le insinuazioni, potete rispondermi, abbiamo esposto argomenti. Confutateli, è la vostra volta.
Ecco. Prima di tutto debbo rammentarvi una verità elementare, della quale, mi sembra, avete smarrito il ricordo: ed è che le dispute non si risolvono a colpi di maggioranza. Per dimostrare che io fossi nel torto, si sono moltiplicate le interviste: mi si è sguinzagliata contro una clamorosa turba di untorelli filologi: si sono invocati referendum, rimasti in asso, credo, pel buon senso degli interpellati: l'Atene e Roma, palladio in Italia degli studî classici, s'è radunata, e ha deliberato di mobilitare contro lo Scimmione le fitte caterve dei suoi soci.
Ebbene, e che cosa significa il giudizio delle moltitudini in questioni di pensiero? Cinquanta argomenti cattivi non ne scalzano uno buono. E un argomento, buono o cattivo, ripetuto cinquanta volte, vale per uno, e non per cinquanta.
Ora, e negli opuscoletti, e nei giornaletti, e nelle intervistette, si sono sempre ripetuti, con fastidiosa insistenza, i medesimi argomenti o pseudo argomenti. E neppure su questi rispondo a voi direttamente, per parecchie ragioni, che enumero.
Prima e capitale, perché rispondo solo a chi mi interpella gentilmente, e non a chi vuol farmi il sopracciò; a chi cerca la discussione, e non a chi provoca la rissa.
Seconda, perché, o non vi siete data la briga di studiare attentamente il mio libro, e quindi non ne avete afferrate le idee; o avete fatto finta di non capirle. Sicché m'avete fatto tacere quello che ho detto espressamente, e dire quello che non ho detto, e avete combattute le mie idee dopo averle divelte dalle radici ond'esse derivavano ogni loro vigore. Or queste non sono le armi dei logici, bensí dei sofisti: non di chi cerca sinceramente la verità, bensí di chi vuole avere ragione ad ogni costo. Ma io cerco la verità, e non intendo impegolarmi in gare di sofismi.
Terza ragione: perché i vostri argomenti sono viziati da un peccato logico originario, che stempera, anzi distrugge ogni loro vigore. Tutti, infatti, i miei oppositori concordano in un punto: nell'ammettere come assioma la incrollabile solidità del metodo filologico scientifico. E l'un d'essi lo paragona ad una piazza forte, nella quale chi c'è, è in una botte di ferro, e chi è fuori, ogni acqua lo bagna. E un secondo lo assimiglia al siero Behring, che sarà tedesco, ma se i nostri bambini sono attaccati dalla difterite, siero Behring deve essere. E un terzo, piú fantasioso, con peregrina immagine squisita, sentenzia che chi vuole rinunciare a questo metodo «per far dispetto ai tedeschi, fa come quel marito che per far dispetto alla moglie si privò da sé stesso della possibilità d'essere piú mai un valido marito». Dove, fra parentesi, e con la debita deferenza, faccio osservare al Collega, che con questo paragone egli viene ad assimigliare gli uomini e i metodi che intende esaltare, ad organi del nostro corpo, i quali, pure essendo utilissimi e nobilissimi, da tempo immemorabile vengono assunti come termini di confronto a significare, oh ingratitudine umana!, la cocciutaggine e la mellonaggine. Occhio alle immagini, caro Collega! Bisogna saperle acchiappare, se no mordono la mano al serparo.
Dunque, filologi belli, voi partite dal postulato che codesto «metodo scientifico» sia piazzaforte, siero salutifero, succo vitale. Ma io penso di aver dimostrato nel mio libro che esso è invece pantano, tossico e marciume. Quindi, se volete confutarmi, dovete prima dimostrare falsa questa mia dimostrazione. Hic Rhodus, hic salta. Non l'avete fatto, e siete caduti fin da principio in una solenne petizione di principio.
Capisco benissimo. Voi potete credere e lasciar credere che l'equazione filologia = scienza, se non è assiomatica per me, è assiomatica per voi e per tutte le persone di mitidio, e assumerla come principio, e, senza curarvi della mia dimostrazione, dedurne giú giú, e farne luccicare, agli occhi dei creduli, le meravigliose conseguenze. Benissimo. Ma quello storico struzzo, nascondendo la testa sotto l'ala, non eliminò la presenza del cacciatore.
Questa volta poi i cacciatori sono due. Già. Mentre io, investito da voi e dalla stridula turba dei vostri accoliti, giravo intorno lo sguardo, sgomento, costernato, esterrefatto della mia solitudine, vidi puntar lo schioppo contro di voi tale che non avrei mai supposto di potermi trovare compagno a simil caccia: vo' dire Benedetto Croce.
Benedetto Croce, per l'appunto: che, dopo un periodo non breve di germanofilia intellettuale, da qualche tempo va prodigando graditissimi esempî di resipiscenza patriotica. E che, in un libro uscito di questi giorni, si esprime cosí, parola per parola, intorno al «metodo filologico scientifico». E porga orecchio anche qualche suo cagnotto, che, scambiando le idee con gli uomini, scese a spezzare anch'egli una lancia in difesa della bestialità filologica.
«L'ardimento di respingere addirittura l'intromissione del pensiero dalla storia, che era mancato agli storici diplomatici (perché mancava loro la necessaria innocenza a tale ardimento), l'ebbero invece i filologi, innocentissimi. E l'ebbero tanto piú facilmente in quanto l'opinione di sé medesimi, anteriormente modesta, si era assai accresciuta e aveva gonfiato i loro petti, per il grado di perfezione a cui era pervenuta l'indagine delle cronache e dei documenti, e per l'accaduta fondazione (che non fu, a dir vero, creazione ex nihilo) del metodo critico o storico, che si esplicava nella sottile e accurata genealogia e riduzione delle fonti, e nella critica interna dei testi. E tanto piú facilmente codesto orgoglio di filologi prevalse, in quanto il perfezionamento del metodo accadeva in un paese come la Germania, dove la mutria pedantesca fiorisce meglio che altrove, e dove, per effetto dello stesso abito ammirevolissimo della serietà scientifica, la «scientificità» è assai idoleggiata, e questa parola viene ambiziosamente adoperata per ogni cosa che concerne i contorni e gli strumenti della scienza vera e propria, come è il caso della raccolta e critica delle narrazioni e documenti. I vecchi eruditi italiani e francesi che al loro tempo fecero compiere al «metodo» avanzamenti non minori di quelli che si ebbero poi nel secolo decimonono in Germania, non sognavano di produrre cosí «scienza», e molto meno di gareggiare con la filosofia e la teologia, e di poterle scacciare e surrogare col loro metodo documentario. Ma, in Germania, ogni meschino copiatore di testi e collettore di varianti e scrutatore di dipendenze tra i testi e congetturista del testo genuino, si eresse a uomo di scienza e di critica, e osò non solo guardare a faccia a faccia, ma con superiorità e dispregio, come uomini «antimetodici», uno Schelling o un Hegel, un Herder o uno Schlegel. Dalla Germania si diffuse questa mutria pseudoscientifica negli altri paesi di Europa, e ora anche in America: sebbene in altri paesi incontrasse con piú frequenza spiriti irreverenti, che ne risero. E allora per la prima volta si manifestò in grado insigne quel modo di storiografia che ho denominato «storia filologica» o «erudita»; cioè si presentarono camuffate come storie, e come sole degne e scientifiche storie, le piú o meno giudiziose compilazioni di fonti, che pel passato si dicevano Antiquitates, Annales, Penus, Thesauri, e simili. La fede di quegli storici era riposta in un racconto, del quale ogni parola potesse appoggiarsi a un testo, e niente altro ci fosse che quanto era nei testi, sceverati e ripetuti, ma non pensati dal filologo narratore: la loro speranza, nel poter assurgere a poco a poco, movendo da compilazioni circa singoli tempi, regioni ed avvenimenti, a compilazioni comprensive, riassumenti di grado in grado le meno comprensive, sino a ordinare l'intero sapere storico in grandi enciclopedie, delle quali forniscono saggi quelle, ora sistematiche ora lessicali, che sono state messe insieme da gruppi di specialisti, guidati da un direttore specialista, per la filologia classica, romanza, germanica, indoeuropea e semitica. A togliere aridità ai loro lavori, i filologi s'inducevano talvolta a mettervi qualche ornamento di commozioni affettive o di sguardi ideali; e attingevano le une e gli altri ai loro ricordi ginnasiali, alle frasi della filosofia di moda e alle comuni disposizioni sentimentali verso la politica, l'arte o la morale. Ma tutto ciò facevano con molta moderatezza, per non perdere la reputazione di gravità scientifica e per non fallire al rispetto dovuto alla scientifica storia filologica, che disdegna i vani ornamenti onde si compiacciono filosofi, dilettanti e ciarlatani».
Che cosa ne dicono gli illustri zelatori della filologia scientifica? Sembra o non sembra un succoso riassunto di Minerva e lo Scimmione?
So bene che, un passo piú in là da questa concordia iniziale, fra Croce e me dovrà incominciare il dissenso. Il Croce piú d'una volta si dimostrò e si dichiarò disposto a tollerare che questo gramo filologismo séguiti a soppiantare e storia e letteratura e filosofia nelle Università, che egli sembra concepire come una specie di asilo della mediocrità abbandonata; mentre io credo che nell'Università abbia diritto di cittadinanza soltanto la vera scienza; e la scienza comincia dove comincia il pensiero. Ed anche intorno ai modi onde il pensiero deve dar vita alla mole inerte dei dati filologici, non andrò certo d'accordo col pensatore d'Abruzzo. Egli vagheggia moduli e metodi spremuti dal metafisico mosto alemanno: io credo, ed esporrò altrove le ragioni di questa mia fede, che la salvezza dei nostri studî dipenderebbe da un vigoroso colpo di barra che riconducesse nettamente il pensiero italiano nel gran solco che da Leonardo e Galileo giunge a Romagnosi, a Cattaneo, a Giuseppe Ferrari (calma, oh nuovi hegeliani!), per poi confondersi in un grande estuario di non infeconde ma torbide acque germaniche. Ma questo non vuol dire. La mira al «metodo scientifico» è aggiustata bene, la schioppettata colpisce in pieno. Struzzo, béccatela.
Ultima ragione per cui non rispondo al quartetto dell'Istituto. Perché le loro argomentazioni e le loro ragioni vennero ripetute, ma con la schiettezza che distingue chi cerca soltanto la verità, col garbo che si addice a persona civile, da un altro Collega, dal professore Ernesto Buonaiuti dell'Università di Roma. Al quale, poiché egli dichiara che le sue pagine rispondono all'invito da me rivolto agli studiosi nella prefazione al mio libro, mi parrebbe scortesia non rispondere[1].
E in tale risposta sarà implicita la confutazione ai meno garbati Colleghi.
***
Chiarirò prima, brevemente, un paio di malintesi. Il Buonaiuti mi fa dire che «il ciclo transitorio destinato allo svolgimento della pura ricerca filologica è oramai concluso per sempre». Ma io non ho detto questo. Ho detto che il sano lavoro filologico che si poteva fare intorno ai grandi classici è quasi interamente esaurito. Ma siccome riconosco che il primo studio d'ogni disciplina storica, cioè la raccolta e l'epurazione del materiale, deve essere severamente filologico; è chiaro che, finché ci saranno codici nuovi da esplorare, finché verranno alla luce nuove iscrizioni od epigrafi, sinché l'Egitto seguiterà ad offrirci i nuovi doni, che, per dire la verità, a me non sembrano tanto magnifici quanto sembrano al Buonaiuti; in tutti questi casi, anche secondo me, il metodo strettamente filologico troverà la sua ragion d'essere nobile e legittima.
Però, senta il Buonaiuti. Queste ragioni le vada a riferire a qualcuno dei filologi autentici, degli zelatori del puro metodo filologico scientifico, e sentirà. Si sentirà dare del dilettante. Che papiri d'Egitto! La filologia ripete la sua ragion d'essere da sé medesima, come il Creatore dell'universo. È fine e non già mezzo. Manipolare i testi, mantrugiarli, emendarli, supplirli, potarli, infiocchettarli, allontanarsi dai codici, riavvicinarsi ai codici, riallontanarsene, ririavvicinarcisi, stampare i membri ritmici l'uno dietro l'altro, in versi lunghi, ridurre un'altra volta i versi lunghi in membretti e sottomembretti ritmici, questo ibis redibis è il vero e proprio lavoro della filologia. La filologia fatta per i testi? I testi, dilettanti che non siete altro, son fatti per la filologia! I testi offrono il materiale bruto, col quale e sul quale i filologi tedeschi o intedescati edificheranno poi le loro moli informi e massicce, o i loro castelli trascendentali, arieggianti, con nobile emulazione, le babeliche torri di concetti onde i sommi metafisici alemanni attinsero e svelarono l'autentico mistero dell'essere. E diffidare delle contraffazioni.
Tale, mi creda il Buonaiuti, è la fede dei puri filologi scientifici. Quando mettete il loro credo in soldoni, strepitano che non è cosí. Ma il Buonaiuti ascolti il Vangelo, e giudichi dagli atti e non dalle parole. Contro questa maniaca ed orgogliosa concezione della filologia ho scagliato il mio delenda. Contro l'arrogante serva padrona, e non contro la seduta ancella, i cui servigi potranno tornare utili ancora per lungo ordine d'anni, e magari per sempre.
***
Anche piú mi sorprende l'altra accusa del Buonaiuti. Io «rimprovero ai critici tedeschi, quasi avessero commesso una profanazione, di avere richiamato l'attenzione sul cosí detto periodo ellenistico».
Io? Qui mi par di sognare. E parrà anche al lettore che vorrà controllare le mie precise parole ([pag. 107]). Io ho rimproverata ai critici tedeschi e ai loro imitatori italiani la valutazione esagerata di quel periodo: supervalutazione che, per contraccolpo, ha prodotto la svalutazione dei veri grandi, a cominciar da Omero (vedi [pag. 105]). Ora, questi spropositi, pronunciati da persone credute competenti, in materia dove è difficile il controllo, per la difficoltà della lingua, sono deleterî: assai piú deleterî che non gli errori di fatto. Credere che la battaglia di Maratona sia avvenuta il 470, sarà meno dannoso che non reputare Callimaco poeta sovrano, e Omero vate da colascione, Corinna ape nutrita dalle Muse, e Pindaro sgrammaticato guastamestieri, Timoteo (non alessandrino, ma degno d'essere alessandrino) artefice sommo, ed Eschilo tragediografo da fantocci. Queste sciocchezze screditano l'arte classica agli occhi delle persone piú facili: agli occhi degli artisti screditano gli studiosi di quell'arte, e, per conseguenza, i medesimi studî classici. Chi li propala, tradisce la sua missione di dotto: anzi, non è piú dotto: bensí, o sofista o cerretano.
E da questo mio presunto bando al periodo alessandrino il Buonaiuti trae una illazione anche piú ampia: io «mi pongo da un angolo visuale circoscritto ed unilaterale»; io «non vedo nulla al di là della produzione classica». La illazione è arbitraria: tuttavia la ricordo, perché mi offre il destro di chiarire un altro punto. Di distinguere, cioè, tra ricerca erudita e scuola. La erudizione si occupi fin che vuole dei minimi fatti, dei minimi autori: è suo diritto. Ma nelle scuole, anche universitarie, si devono studiare i grandi, e solo i grandi. Il contatto con la grande arte e con le grandi anime eleva i giovani e li accende ad opere egregie: razzolare nelle minuzie isterilisce il cuore e l'ingegno.
***
E fin qui, dunque, chiariti gli equivoci, fra il Buonaiuti e me esiste sostanziale concordia. Ora, poi, comincia il dissidio.
Tralasciando infatti i particolari, e venendo al nodo della questione, il Buonaiuti non accoglie questo mio concetto della filologia ancella; anzi mi richiama a quella nozione ampia e complessa della filologia che «se fu grossolanamente e pesantemente formulata dal Wolf, fu invece magnificamente definita dal sommo filosofo italico, da Giambattista Vico, come «la scienza della esperienza umana, attraverso il discorso parlato o scritto». E questa scienza «consente di abbracciare sotto un'unica categoria le molteplici discipline che vanno sotto il nome ben piú vago di storico-letterarie, e stringerle in un fascio, come appaiono strette insieme sotto la denominazione di giuridiche, filosofiche e scientifiche, le discipline che studiano rispettivamente e interpretano la lettera (e lo spirito? Soppresso?) del diritto, i problemi metafisici o quelli empirici».
Avvenuto il collegamento in un fascio di tutte le discipline storico-letterarie, s'intende che si deve applicare ad esse un metodo speciale di lavoro, che il Buonaiuti definisce «paziente industria del metodo induttivo».
La definizione è senza dubbio sonora e decorativa. Stringere in fascio i diversi rami d'una dottrina è operazione che semplifica ed agevola l'economia del sapere. Metodo induttivo, ciò è Galileo, scienza moderna, scoperte, chiniamo, dico meglio, chino la fronte reverente. Ma vediamo un po' che cosa realmente significhino, a stringerle da vicino, tutte queste belle parole.
Le discipline da raccogliere, secondo il Vico, sotto le grandi ali della filologia, sarebbero l'epigrafia, la numismatica, la cronologia, «i commentari» (non istorie, dunque) sulle repubbliche, i costumi, le leggi, le istituzioni. Aggiungiamo pure la etnografia, la geografia antica, la mitologia comparata, l'archeologia, la diplomatica, la paleografia, ecc.
La mèta che si prefiggono tali studî dev'essere, secondo il Vico, di confermare la tradizione [firmare constantiam auctoritatis].
E quale sarà il metodo da applicare per raggiungere questo scopo? La tradizione, con i suoi errori, le sue incertezze e le sue alterazioni, è un fatto della intelligenza umana. Perciò cade sotto certe leggi della psicologia, della ideologia e della logica[2]. A queste scienze, e, in pratica, piú che altro, alla logica formale, attinge il suo metodo questo lavoro di conferma della tradizione.
Ora, se ciascuna delle discipline sopra enumerate, e le possibili affini, volete chiamarle scienze, padroni, è questione di nomi. Se volete battezzare scienza filologica il loro complesso, accomodatevi. Se volete formulare le minute regole dei metodi applicati a studiarle, nessuno si oppone.
Il guaio incomincia quando volete accogliere sotto quella denominazione ed imporre quei metodi ad altre discipline che, pur movendo dai medesimi fatti, si prefiggono altro fine ed esigono altro metodo: cioè alla storia, alla storia della letteratura e dell'arte, alla storia della filosofia e alla filosofia (giacché anche questa, e massime la parte antica, si andava allegramente convertendo in filologia).
In queste discipline, che per brevità chiamerò morali, lo scopo supremo non è punto quello di allineare fatti, e siano pure emendati, emendatissimi. E perché questo non è il loro scopo, non ha diritto sovra esse il metodo che a quello scopo conduce: il metodo filologico, che solo per grave abuso, lo vedremo, il Buonaiuti identifica col metodo induttivo. Non già imporre orgogliosamente il proprio metodo, bensí offrire con deferenza il materiale da lei raccolto deve la filologia alle discipline morali.
Tutto questo dovrebbe essere elementare, chiaro, assiomatico. Se cosí oggi non sembra, è colpa del grave errore, da me piú volte denunciato (v. [pag. 78]), per cui si è creduto che si potessero identificare le discipline morali con le scienze esatte, e che i fatti offerti allo studio di queste e di quelle, rivestissero il medesimo carattere, e fossero quindi suscettibili del medesimo trattamento. Qui è il grave abbaglio, di qui gli abusi che pretesero e quasi riuscirono a sbalzar di soglio la storia, la letteratura, le arti, la filosofia, per sostituire ad esse la computisteria e l'inventario.
Pare che quanto dico in «Minerva e lo Scimmione» non sia bastato a chiarire la mia idea. Cercherò di spiegarmi meglio.
Io immergo una verghetta nel fondo melmoso d'una piccola gora: ed ecco sul velo dell'acqua un pullulare ed un crepitare di bollicine che scoppiano. Se indugio a considerare il fenomeno, una serie di domande affiorano al mio pensiero. Da che cosa sono prodotte quelle bollicine e quello scoppiettío? Da qualche cosa di aereo che si trovava imprigionato nel motriglio. Come poté trovarcisi? E perché se ne è sprigionata quando io v'ho immersa la verghetta? Perché è salita alla superficie? Di che materia s'ebbe a formare la pellicola delle bollicine? Perché queste si sono frante? E perché il crepitio? — Se avvicino ad esse un fiammifero, brilla una vampa, e s'ode uno scoppio. Perché questi nuovi prodigi? E piú insisto, piú si moltiplicano i problemi. E se li risolvo, io scopro altrettante leggi. E ciascuna di queste leggi, snidate dal minuscolo fenomeno, è universale, investe e regola ogni altro fenomeno affine, per quanto solenne e smisurato. Le medesime leggi osservate nella piccola gora reggono la meccanica dei mondi. Quando io le ho scoperte, io posseggo altrettante formule magiche. Applicandole in grande proporzione, io posso illuminare una città, o lanciare un immane ordigno negli abissi del mare o ai vertici dell'atmosfera. E ciò che avviene per questo fenomeno, si verifica per ciascun altro dei fenomeni naturali, anche minimi o impalpabili. Il fremito delle alucce d'una libellula, il guizzolare d'una tenue luce sul mobile specchio d'un'onda, il vario sibilo del vento fra gambi d'erbe ineguali, nascondono, sotto un velo specioso, infinite leggi universali meravigliose. Chi piú riesce a sollevare il velo mirabile, ad insistere, scrutando il fenomeno in ogni suo menomo anfratto, ad incalzarne il principio generatore per ogni piú riposto meandro, sino a coglierlo, a formularlo, a stabilire la legge, quegli è scienziato. E l'esperienza, oramai piú che due volte secolare, dimostra che questo insistente minutissimo esame dei fenomeni, applicato alle scienze fisiche, le costringe, diciamolo con gergo barbarico ma efficace, al loro massimo rendimento.
Veniamo adesso agli studî storici. Esiste un dubbio se un gran poeta, diciamo Vincenzo Monti, fu battezzato il 15 sera o il 16 mattina. Tizio, sitibondo di verità, sale in ferrovia, accorre sui luoghi, importuna gente, compulsa archivî, scopre l'atto di battesimo, il padrino, la madrina, il prete che battezzò, il chierichetto che porse l'acqua santa, e quanto ebbe di mancia, e gli assistenti, e la progenie degli assistenti; e poi scrive un articolo, due monografie, tre polemiche e un volume di 650 pagine. Tizio è un imbecille.
Ho scelto il secondo esempio grosso e marchiano, sebbene non fuori dalla possibilità, anzi dalla realtà[3], per rendere l'antitesi piú evidente. Ma è certo che tutti i fatti d'ordine storico, o letterario, o artistico, si troveranno con quello d'ordine fisico in analoga antitesi. In due discipline, cioè la ritmica e la glottologia, torna utile e conduce alla scoperta di leggi una analisi altrettanto minuziosa. Ma egli è che la prima di queste discipline non è morale, bensí fisica, perché, quando è ciò che deve essere, studia fenomeni d'ordine puramente acustico. E la seconda, è in parte (gran parte) fisica, e in parte direttamente psicologica: sicché, piú rigorosamente per quel lato, e meno per questo, rientra nell'àmbito delle vere e proprie scienze esatte. Ma nelle schiette discipline morali, l'insistere indefinitamente sui fatti — una data storica, la originaria lezione d'un passo, perfino l'autenticità di un documento — non conduce di per sé a grandi risultati.
Tentiamo ora la controprova. Poniamo, che in una osservazione d'ordine fisico, si giunga ad una analisi incompleta o inesatta. Ed ecco, la legge vi sfugge, o, peggio, stabilite una falsa legge, che sarà a sua volta feconda d'errori infiniti. Esempio, il famoso principio dell'orrore pel vuoto. Al contrario, nelle discipline storiche la minore esattezza del fatto non conduce di per sé a conseguenze nefaste. Vico scoprí veri stupendi lavorando su materiale limitato e viziato non solo dalla minore emendazione obiettiva, ma anche dalla tendenza della sua mente ad alterare le accolte testimonianze filologiche. La piú bella, anzi l'unica storia della letteratura italiana fu scritta dal De Sanctis quando si conoscevano assai meno fatti e assai meno vagliati di quelli che conosca adesso ogni mediocre studioso.
Sicché, per concludere, e tornando al barbarico gergo efficace, la «paziente industria del metodo induttivo» applicata alle discipline morali, non le costringe al massimo rendimento. Essa non ci può dare altro se non la emendazione del materiale. E non è questa, badiamo bene, una tara che si sia cosí scoperta nel metodo induttivo. Perché questa sua applicazione è una scimmiottatura: perché il metodo che serve a scoprir leggi, applicato dove leggi da scoprire non ci sono, non conserva piú la sua vera sostanza, ma conserva solo una esterna parvenza: non è piú metodo induttivo, bensí metodo ordinativo. Ora, l'ordinamento è una bella cosa, è, ripetiamolo, il primo gradino d'ogni studio; ma nell'ordinamento non si esaurisce lo studio. E tutti sentono che ben altre sono le vette a cui debbono aspirare le discipline morali.
E bene osserva il Buonaiuti che ciascuna disciplina e ciascun gruppo di discipline deve formarsi il suo metodo. E ciascuna, infatti, delle discipline morali, storia, letteratura, filosofia, dovrà crearsi nel proprio seno i proprî metodi e le proprie leggi: come difatti è avvenuto in passato, senza chiedere il permesso alla filologia scientifica. Ma se vogliamo poi trovare una disciplina e un metodo che accolga in sé, come sottordini, tutte quelle leggi e quei metodi, questa disciplina non sarà, no, la filologia col suo metodo ordinativo. Sarà la disciplina che ha per proprio cómpito lo studio d'ogni fenomeno del pensiero mediante i piú raffinati strumenti del pensiero: sarà la filosofia. Onde giusta è l'antica denominazione che chiamava filosofica la facoltà di lettere, che oggi si vorrebbe ribattezzare in filologica.
***
E di tutto questo ragionerò ampiamente nel mio prossimo volume, dove il Buonaiuti vedrà collocata anche materialmente, nel suo giusto luogo, e con le sue debite attribuzioni, la sana ed onesta filologia.
Ma fin d'ora voglio rispondere ad un altro appunto suo, che, del resto, e prima e dopo di lui, mi è stato rivolto e ripetuto centinaia di volte. Ed è questo. Che, a parte qualsiasi discussione teorica, la mia ribellione contro la micrologia filologica può indurre altri a trascurare il minimo accertamento dei fatti, anche nei casi e nelle fasi di studio in cui lo proclamo anche io indispensabile ed unico. Sicché si affacci il pericolo di tornare al periodo di ignoranza e di confusione, alla fabbrica di castelli in aria, che screditavano l'Italia di fronte agli stranieri, prima che prevalesse anche fra noi questo benedetto metodo scientifico.
Qui rispondo intanto, in via preliminare, che mi sembra mal vezzo, e d'indiretta importazione germanica, questo battezzare castelli in aria tutte le opere fiorite in Italia prima del sullodato metodo scientifico. Castelli in aria le opere di Genovesi, di Romagnosi, di Galluppi, di Verri, di Beccaria, di Micali, di Amari, di Vannucci, di Gioberti, di Rosmini, di De Sanctis, di Giuseppe Ferrari, di Cattaneo, e lasciamone tanti altri, e lasciamo i puri e grandi artisti, che rifulgono come stelle, e tutti li ammirano? Se gli stranieri d'allora traevano dalle opere di quegli uomini insigni argomento di scredito per l'Italia, peggio per loro: vuol dire che erano ignari o prosuntuosi. Se gl'Italiani d'oggi non leggono piú le loro opere, peggio per loro: vuol dire che sono incitrulliti e imbastarditi. Lasciamo andare, filologi scientifici e sofi rihegeliani: prima di spifferare certe sentenze, leggete un po', invece di tante contemporanee scipitezze alemanne, le opere dei nostri grandi.
Ma andiamo avanti. Io domando ora questo solo al Buonaiuti. Dato e non concesso che la irriverenza mia verso la filologia scientifica, dovesse incoraggiare questo o quello studioso a buttarsi sull'imbraca, e a far d'ogni erba fascio, ne discenderebbe forse la ineliminabile conseguenza che avessero a divenire babbei tutti quelli che debbono leggere, esaminare, o giudicare a effetti pratici le loro opere? Vi risulta forse, oh puri Scienziati, che nei concorsi ove ebbi l'onore di seder giudice al Vostro fianco, io mi sia compiaciuto mai di esaltare lavori retorici, gonfi, da acchiappanuvole? Anche qui avete giuocato sull'equivoco, e non onestamente. Ripensateci su, egregi Colleghi. E vedrete che fra Voi e me la differenza consisteva in ciò solamente. Che io soffiavo tanto sui castelli di carte italiane quanto su quelli di carte tedesche. Mentre Voi, non dico tutti, ma parecchi di Voi, quando al posto d'un pacifico re di coppe vedevano un macellaro kaiser di spade, chinavano riverenti la fronte e il ciglio, e quel castello di carte lo pigliavano per una rocca ciclopica.
Rinfoderate, cari Colleghi, rinfoderate questo patriottico timore che i miei principî possano indurre i giovani alla fannullonaggine. Anzi, la vostra «filologia scientifica» che, almeno in pratica, non va oltre alla raccolta dei fatti sgranati, alla minuta osservazione enumerativa, che Bacone dichiarava fanciullesca, questa filologia, esaltatrice, non senza proprio interesse, della inoperosa dottrina, consente, sotto le pompose apparenze, la profonda inerzia intellettuale. Ma nessuna inerzia consentono i principî miei, che in ogni ordine di disciplina morale richiedono pensiero, pensiero e pensiero.
***
Il fatto che il Buonaiuti, ad onta della indiscutibile sua buona fede ha frainteso alcuni degli appunti miei principali, mi dimostra poi chiaramente una cosa. Che cioè, piú che non dalle mie idee, egli è rimasto impressionato dalla forma impressa alle idee. Il modo l'ha offeso, piú che non la cosa. E tanto, che ha finito per vedere solo il modo, e per esempio, ha combattuto come affermato in linea perentoria ed assoluta il mio delenda philologia, che era invece temperato da parecchie modalità.
Ma di questo fatto io non mi rammarico: anzi me ne allieto, come d'un sintomo della prevagheggiata e preveduta efficacia del mio libro. Mi spiego subito.
Dice Pindaro che infiniti errori sono appesi alle menti degli uomini. Vorrò io forse immaginare che soltanto la mente mia vada scevra di tali ingombri? Davvero, io non esercito la professione dell'uomo modesto, che troppo sovente va a braccetto con la ipocrisia e con la interessosa volponeria; ma neppure nutro una cosí stolta presunzione. Però, prima di giudicare entro me una cosa, ne esamino i fondamenti: prima di esprimere il giudizio, ci penso su due volte: sicché non m'avviene di asserire nulla di cui non possa poi rendere le mie ragioni. Queste potranno parere buone o cattive, e sarò sempre grato a chi mi dimostrerà che erro. Ma non permetto che chicchesia venga, con arbitrario atto d'autorità, a tonarmi il quos ego.
Ora, avendo dedicato la mia vita agli studî dell'antichità classica, e parendomi che tali studî siano avviati in Italia su una strada falsa, da parecchi anni vado esponendo le mie ragioni, e cerco di richiamare i filologi ad una ordinata discussione intorno al carattere, alla ragion d'essere, e ai metodi che si convengono a tali studî[4].
Ma i filologi, no. I filologi, o, per meglio dire, un certo gruppo di filologi, che per lunghi e lunghi anni ha tenuto il mestolo delle cose classiche, aveva concepito il lavoro filologico come una pesante facchinata da compiere senza mai chiedere il perché. O, meglio, come una specie di corsa nel sacco. C'erano certi assiomi, e certe regolette e formulette, una specie di dottrinella filologica, che ciascun adepto doveva imparare e ripetere e giurare su quella, e poi, gambe e capo nel sacco, e via, avanti, avanti, a balzelloni, a sdruccioloni, a rotoloni. E se qualcuno tentava di fermarli, muto la metafora, si appallottolavano come tanti porcospini, e gli dardeggiavano contro velenosissimi aculei. Discutere? Rivedere i nostri assiomi? Distruggere i nostri dogmi? Béccati, iconoclasta, questa allusione! Succhièllati questa insinuazione! Giulèbbati questa calunnia!
Alla fine, mi sono seccato. Ora, che cosa si fa, quando un organismo è divenuto torpido, e non risponde piú ai farmachi usuali? Si pon mano ai rimedi eroici, agli eccitanti. E se gli eccitanti non bastano, se l'organismo pare addirittura insensibile, ci vuole il marchio rovente. Poniamo che il Delenda philologia sia stato questo marchio rovente.
Ho raggiunto lo scopo. I filologi, a quella bestemmia, hanno visto rosso, e, senza neppure leggere il capitoletto, si sono avventati a corna basse. E piú che io non sperassi. Gli opuscoletti, gli articoletti, le letterine ai Direttori non furono che un piccol cenno. Il giorno 8 luglio, la Società Atene e Roma s'è radunata in Assemblea solenne, e ha bandita una crociata contro lo Scimmione, affidando ai vari soci, con equa distribuzione, la fabbrica di «una collezione di volumetti — secondo un piano da stabilire con matura riflessione — che potranno anche essere polemici, purché serenamente concepiti e scritti, nei quali quelle questioni siano chiaramente e compiutamente esposte e discusse».
Le mie speranze sono di gran lunga sorpassate: non questo o quel filologo si è infine mosso a discutere; ma si è addirittura bandita una leva in massa di filologi. Benone. Avranno infine occasione di far lavorare un po' il cervello; e non può derivarne che un bene a loro e agli studî.
Ed ora, mentre la «riflessione matura», io faccio qui una profezia: che quando la minacciata Collezione d'opuscoli sarà completa, se ne potrà stralciare una preziosa antologia d'impertinenze contro il mio povero me; ma l'accordo fra me ed i miei oppositori sarà pienamente raggiunto.
Ché già fin d'ora, molti di essi, pure con l'aria e la convinzione di ferocemente combattermi, hanno aderito a parecchie delle mie idee e delle mie proposte pratiche. Alcune di queste adesioni si possono vedere in questo volume, nel capitolo sull'«Affrancamento della libreria italiana». Anche piú notevole è la conclusione d'un articolo in cui Giovanni Calò parla un po' per conto proprio, e un po', anche, dell'Atene e Roma (Marzocco, 29 aprile).
«Intanto si preparino gli studiosi, con tenacia di voleri e concordia di spiriti, a contribuire al risorgimento italiano degli studî umanistici. Nei quali, pur ispirandosi alla severità dei metodi che sono l'essenza della filologia germanica come d'ogni filologia, ma riducendo quant'è possibile il formulario algebrico di cui è cosí spesso ispida e oscura la filologia tedesca, evitando le eccessive pretese sistematiche e gli arbitrî congetturali abbastanza frequenti nella scienza tedesca, introducendo nell'indagine critica piú misura, piú buon senso, piú semplicità, utilizzando pur sempre l'esempio e l'opera dei nostri antichi umanisti, l'Italia potrà ancora una volta stampare una sua impronta non cancellabile».
Ora, lasciamo le bizze polemiche, e veniamo al sodo. Queste parole di Calò sembrano un'eco di talune pagine di «Minerva e lo Scimmione». Qui, come negli altri punti ch'io registro, l'accordo è raggiunto.
***
E questo è l'essenziale, questo è quello che mi importa. Non sono né cosí semplice né cosí vanitoso da sperare o da pretendere che altri repudi e confessi di repudiare le sue convinzioni per la forza dei miei argomenti. In verità, le convinzioni aderiscono alla nostra coscienza con grovigli di radici sentimentali e pratiche troppo fitti ed intricati perché possa reciderli mai lama di dialettica, per quanto salda e affilata. Se contro esse vediamo avventarsi la impalpabile e corroditrice schiera delle armi logiche, tutto l'intimo essere nostro insorge a difesa; e quanto piú vorranno stringerci al muro, tanto piú ci schermiremo e irrigidiremo; e la sofistica, lodi le siano rese ora e sempre, fornisce a tutti armi cosí manevoli e sottili, che chi si risolve ad impugnarle, difficilmente si vedrà costretto a chieder mercede.
Ma per fortuna, in queste schermaglie dialettiche accade spesso che, parato il colpo, rintuzzato l'avversario, il nostro pensiero, eccitato dall'assalto, si ripieghi su sé stesso, e venga indotto, quasi involontariamente, a meditare su quelle convinzioni. E allora può anche avvenire che ci balenino argomenti nostri, creduti nostri, per forza dei quali, pure escludendo ogni possibile connessione fra essi e quelli dell'avversario, ci risolviamo ad accogliere qualche temperamento della primitiva nostra convinzione. E non è raro il caso che il temperamento implichi addirittura un capovolgimento. Questo caso appunto sembra essersi avverato nei riguardi degli urbani miei oppositori. Onde io sopporto in pace le loro impertinenze. Perché, come ho detto ora esplicitamente, e come già avevo implicitamente dichiarato nel proemio alla prima edizione, piú che il chimerico ufficio di suasore, intendevo assumere l'altro, piú modesto, ma piú efficace, di provocatore logico.
***
E un altro scopo mi prefiggevo, oltre a quello di stimolar la riflessione dei dissidenti: quello di porgere armi a quanti concordano meco.
Le verità non si imparano solamente dai maestri né di sui libri, tomo per tomo, pagina per pagina: si possono anche afferrare di colpo, da pochi indizi e apparentemente remoti, grazie ad una rapida intuizione. Salvo che, in questo secondo caso, piú difficile riesce addurre le ragioni.
Ora, in Italia, dove l'intuizione e il buon senso fioriscono accanto al mirto, perennemente, molti e molti, pur senza essere iniziati nei misteri eleusini della filologia scientifica, intendevano e intendono che lí sotto si annida qualche grossa mistificazione. Ma, come ho detto, altro è intuire, altro è provare. E finora, quando un profano si arrischiava a sollevar qualche dubbio, saltava subito fuori un filologo babau, e gl'intimava silenzio. «Zitto lí, profano. A me la parola, ch'io sono uno scienziato». Adesso, spero, il giochetto sarà finito. Adesso il povero profano di buon senso, che non ha altro torto se non quello di non essersi tempestivamente sprofondato nei Jahrbücher, nei Beiträge, nei Sitzungsberichte, potrà sempre rispondergli: «No, sei tu un pappagallo». Vedi Minerva e lo Scimmione, capitolo tale, pagina tale.
***
Longanime lettore, non ti sgomentare. Butto via un fascio di cartelle, e concludo. Concludo con un ultimo appello ai filologi. Qualcuno mostrò disdegno e terrore dei molti, dei troppi non filologi, che avevano accolto festosamente il mio libro, e ai quali porgo qui i miei ringraziamenti vivissimi. Dove si va a finire, piagnucolavano quegli altri, se tutti vorranno parlare di filologia?
Non vi spaventate, cari Colleghi, non fate le zitelle ritrose. Non temete le discussioni. Quando in qualsiasi provincia di studio impera senza contrasto una scuola, quella provincia è prossima allo sfacelo. Lo spirito vive del contrasto. L'intorpidirsi delle idee in moduli prestabiliti, gli riesce fatale, come la stagnazione dell'acqua alla salubrità dell'aria. Nelle caverne, chiuse da cinquanta anni, della filologia italiana, lasciate che entrino a gran fiotti l'aria, la luce, i raggi del sole.
Allora sembreranno evidenti e naturali tante cose che ora sembrano arcane ed inconcepibili. Questa fra l'altre: che questo mio libro tanto incriminato non è se non una pura e semplice e modesta difesa del buon senso italiano. Di quel buon senso che lo sterile e prosuntuoso «metodo scientifico» ha ucciso da un pezzo in tutte le nostre scuole. E questa volta, senza neppure la curiosità di vedere com'era fatto.
Ma il buon senso non è morto. Giace riverso, mezzo fra torpido ed ebbro. E pei giorni venturi e per i nostri figli, noi lo vogliamo ridesto, limpido e vigile. E questo mio libro non deve essere una lamentazione funebre, bensí una squilla di risveglio, una diana italiana. Amici e nemici, levate con me il calice dell'auspicio!
Settembre 1917.
PREFAZIONE
ALLA PRIMA EDIZIONE
Poiché c'è fra gli uomini certa stoltissima razza, che schifa
le patrïe cose, e all'estranie rivolge bramoso lo sguardo,
con irrita speme sviandosi dietro fantasime vane.
Pindaro: Ode Pitia III.
Nei primissimi giorni della guerra, un professore tedesco, in non ricordo quale giornalone di Monaco, ammoniva solenne: «Ricordino soprattutto i nostri nemici che dinanzi alle nostre schiere non marciano i quattrocentoventi, bensí la vergine egidarmata Minerva».
Si poteva discutere l'opportunità della reminiscenza classica; ma l'idea era ben chiara. Non già l'immane materiale bellico accumulato in cinquant'anni di tenace preparazione aveva consentita ai tedeschi la strepitosa gesta contro il misero Belgio; bensí quella famigerata superiorità intellettuale che dovrebbe autorizzare l'homo germanicus a rimpastare secondo la propria effigie tutti i popoli della terra.
A prima giunta immalinconii: ché mi sembrò vedere la pura Dea dell'Acropoli inquadrata, come una qualsiasi principessa prussiana, tra le file dell'esercito di Guglielmo, fitto sulle chiome ambrosie il negro colbacco degli usseri della morte. Ma subito mi sovvenne che nessuna affinità, né etnica, né psicologica, esiste fra l'antico popolo ellenico e l'accozzaglia versicolore che obbedisce oggi ai cenni del re Costantino o del presidente Venizelos[5]: onde l'ibrida immagine dileguò presto dal mio spirito; e un'altra ve ne fulse, d'uno sconcio urango, che con le lunghe braccia villose e con la ventosa della sozza bocca irrompeva sulla fanciulla divina. Ma facilmente questa, con un colpo della sua lancia invincibile, allontanava l'amplesso mostruoso.
Da questa fantasia germinò l'idea prima del mio libro.
***
Alcune ragioni dell'alterigia teutonica son certo da ricercare in qualità profondamente insite nello spirito dei tedeschi. Ma conviene aggiungere, a loro discolpa, che alla folle prosunzione li ha spinti anche la tedescolatria che per tanti e tanti anni ha imperversato in tutto il mondo, e massime in Europa.
Ed anche questa tedescolatria, nella sua forma generica, ha fondamenti e giustificazioni. Oggi come oggi, di fronte agli altri popoli d'Europa, i tedeschi hanno questo fortuito vantaggio: che il loro rinascimento, venuto ultimo, è, per conseguenza, piú vicino a noi. I loro poeti, i filosofi, gli storici, gli umanisti, e i musicisti sommi, sono, si può dire, nostri contemporanei. Le loro opere rispecchiano quindi sentimenti, passioni, aspirazioni, ed anche usi, che ci sono familiari, che sono quasi i nostri: onde possiamo penetrarle senza alcuno di quei sussidî e riferimenti eruditi che sono indispensabili a intendere ed apprezzare interamente gli artisti e gli scienziati del passato, e siano pure della nostra stirpe. Perciò, per un effetto di prospettiva, li vediamo giganteggiare dinanzi ai nostri occhi, e ne restiamo stupefatti.
E questa vicinanza implica un'altra illusione. Il momento glorioso del pensiero e dell'arte germanica è oramai tramontato. Incominciato, a tracciar grandi linee, con Bach, con Winckelmann, con Lessing, si può dire concluso con Heine, con Mommsen, con Wagner. Quelli che vengono dopo, sono epigoni assai minori. Ma questi epigoni seguitano a fruire in larga misura i benefizi della loro nobile origine. Vicinissimi ai loro grandi padri, appaiono ancora tutti circonfusi della loro luce. E dovranno correre lunghi anni prima che le maggioranze, le quali vedono sempre in ritardo, imparino a distinguere queste lucerne da quelle stelle.
Ché se poi restringiamo la nostra osservazione al campo degli studî storici e letterarî, noi vediamo come la sconfinata ammirazione, il credito immenso onde godono i grandi tedeschi del passato e, piú ancora, i piccoli d'oggi, si debba a un certo metodo che questi ultimi sono andati via via foggiando e imponendo, e grazie al quale il primo venuto, pur senza vocazione, pur senza ingegno specifico, e senza ingegno di nessun genere, può aver l'illusione di divenire critico storico umanista, può aver la soddisfazione di sentirsi proclamare tale da una schiera eletta di accoliti e da una folla innumera di persone bevigrosso. L'applicazione di questo metodo, che da parecchio tempo travolge a decadenza gli studî anche in Germania, riuscí fatale al nostro paese. A tale dimostrazione è consacrato il presente libro.
***
Il quale è formato di articoli apparsi in una rivista di Milano[6], e ripubblicati quasi integralmente. E a riunirli e ripubblicarli mi hanno indotto alcune considerazioni che espongo qui brevemente.
Io non oserei certo fare alcun prognostico circa il tempo e il modo onde finirà la guerra che insanguina il mondo. Ma una cosa mi sembra di vederla chiara: che cioè, qualunque sia per essere il suo risultato, essa, nei nostri riguardi, sarà stata combattuta invano, se, all'infuori d'ogni mutamento politico, dal suo gorgo cruento non debba uscire una Italia assai differente da quella di prima, ringiovanita, anche se estenuata, in ogni sua fibra, come un corpo umano dopo la crisi d'un terribile morbo. La patria nostra deve essere rinnovellata dalle radici, in ogni ordine di attività, nelle industrie, nei commerci, nei pubblici ufficî, e anche, e soprattutto, negli studî.
Un simile problema si era già imposto nella prima fase del nostro risorgimento; e si crede' di risolverlo egregiamente intedescando la cultura italiana. Mezzo secolo di esperimento dovrebbe oramai aver dimostrato anche agli orbi che le conseguenze del dominio intellettuale tedesco sono state, senza iperbole, funeste. Tuttavia, ora che esso, per tanti segni palesi, accenna a crollare, molti scienziati e studiosi, durante il fragore della guerra che assorda e distoglie, già foggiano le catene per un nuovo servaggio.
E non parlo di quelli che fanno apertamente l'apologia della Germania. In questi momenti, riuscirebbe forse piú opportuno e simpatico il loro silenzio; ma almeno hanno il coraggio delle proprie predilezioni; e poi, un nemico palese si combatte meglio. Assai piú pericolosa è l'opera di altri, i quali, pur protestando fiera ed intransigente italianità politica, fanno poi ampie riserve intorno alla questione scientifica, e sotto sotto tengono caldo il posto al futuro dispotismo intellettuale tedesco.
Il loro ragionamento, per dire la verità, è seducente e specioso. — I problemi dello spirito — dicono su per giú questi signori — devono rimanere lontani ed illesi dalle considerazioni politiche. Noi odiamo e protestiamo con tutte le nostre forze contro la brutalità militare tedesca. Ma quanto alla scienza, oh, la scienza bisogna lasciarla da parte. Qui i tedeschi sono maestri ai maestri, e noi dobbiamo inchinarci a loro, e continuare ad essere loro discepoli.
E perché non si affermi, come altra volta intervenne, che questi signori esistono solamente nella mia immaginazione, e che io mi fabbrico un fantoccio di fantasia per divertirmi poi a buttarlo giú a palle di stracci, addurrò tre esempî, sotto i quali, come sotto a moduli, si possono aggruppare le varie forme di apologia della Germania scientifica.
1) Fervorino di smisurata esaltazione scientifica, spiccando il salto, per arrivare piú su, dal trampolino dell'aborrimento politico.
Sua Eccellenza Luigi Luzzatti, nel discorso solenne all'Istituto Veneto:
I Tedeschi hanno due coscienze non comunicanti fra loro, e si possono assomigliare ai compartimenti stagni di un poderoso naviglio da guerra. In una di queste coscienze vi è la scienza eccelsa, eletta, meravigliosa nelle analisi e nelle sintesi, ideale e pratica, colle sue alate indipendenze, colle sue improvvise temerità, intrepida ricercatrice, e all'uopo demolitrice delle cose umane e divine; nell'altro compartimento vi è l'ossequio supino allo Stato, cioè al Governo che lo rappresenta, quale si sia.
2) Parata difensiva e botta a fondo contro gli iconoclasti.
Programma della Rivista Indo-Greca-Italica (Napoli, 20 agosto 1916).
La Direzione e gli amici della Direzione non appartengono alla classe di quei facili costruttori di ideologie che ogni giorno dalle colonne di certi quotidiani procedono, in assenza di avversarî, e con quanta autorità nessuno saprebbe dire, alla piú allegra e lucianesca svalutazione o vendita all'incanto di filologi e filosofi di vecchio stile. Entro e al disopra di ogni sano sentimento nazionale noi abbiamo vivo il culto e giusto il riconoscimento di quanto da noi o da altri è ormai acquisito alla scienza e patrimonio del genere umano.
3) Propositi e incitamenti a tornare, finita appena la guerra, al dolce giochetto della tedescolatria.
Girolamo Vitelli, Marzocco, 30 luglio 1916.
Debbo alla Germania moltissimo del poco che so, e principalmente la visione sicura del quanto e del come importi sapere. E poiché né le mie deboli forze in quaranta e piú anni di onesto lavoro, né le maggiori doti dei miei colleghi riuscirono in tempo relativamente cosí breve a togliere ai tedeschi la gloria della filologia classica e cacciarli di nido, dopo che sapientemente avevano organizzate le filologiche trincee, mi è toccato d'insistere in ogni occasione sulla necessità assoluta di far capo ai Tedeschi per chi volesse proficuamente giungere ad Omero e Tucidide. Molti dei miei scolari non ignorano, e qualcuno me lo ha ricordato non a titolo d'onore, come io pretendessi da ogni futuro filologo quale condizione indispensabile la conoscenza sicura della lingua.... tedesca! E pur troppo, neppure dopo questa guerra, che ai governanti e a tanta parte di governati tedeschi toglierà molte cose — fra il resto la facoltà e la voglia di asservire l'Europa, — potrei fare e farei diversamente, se mi fosse concesso di vivere e fossi riobbligato a fare il professore.
Ora io inviterei questi assennati discriminatori a fare un altro paio di distinzioni, o se preferiamo, considerazioni.
1) A distinguere la scienza tedesca sino al '70, da quella dei nostri giorni[7]. La prima fu veramente grande e mirabile. L'altra, la famigerata Kultur, è, come io m'industrio di provare per la filologia, come valenti scienziati vanno dimostrando per altre discipline, è troppo spesso una vera cultura di scempiaggini e di follie. Abbiano un po' la bontà, i sullodati germanolatri, di levarsi i parocchi, di distogliersi un po' dalle rotaie su cui hanno incominciato sin da ragazzi a camminare con cieca fiducia, di dare un'occhiata in giro, e di vedere se per caso quelle rotaie invece di guidarli a sicura mèta non li inabissino verso qualche oscuro precipizio.
2) Si mettano un po' a riflettere sul serio se davvero in ogni caso possa riuscire utile un travaso di cultura e di metodi da popolo a popolo. Senza dubbio avviene spesso che un popolo barbaro e senza eredità di cultura propria, per un certo tempo divenga scolaro di un altro popolo. Se tra i due popoli interceda affinità etnica, cioè intellettuale, i risultati possono anche essere buoni, come buoni furono in Roma quelli dell'assimilazione ellenica. Ma nel caso nostro doppiamente erroneo fu il tentativo di travasamento. Primo, perché fra la mente italiana e la mente tedesca vaneggia un abisso che nulla saprebbe colmare. Secondo, perché l'Italia non era un paese inculto, bensí un paese già cultissimo, in cui la cultura era decaduta e arretrata. Ma non c'era bisogno e non conveniva a nessun patto andare ad accattar fuori di casa germi forestieri da coltivare faticosamente. Bisognava, e perché non fu fatto allora, bisognerà farlo adesso, ricercare gli antichi virgulti sviati, erratici, intristiti, e ricondurli, riallacciarli, rieducarli amorosamente.
Intendiamoci bene su questo punto, che poi non vengano a dirmi che io consiglio di trascurare l'immenso lavoro che in ogni campo di studî hanno fatto i tedeschi. Dio me ne guardi e liberi!
No, il problema è differente.
Ecco. Non esiste ramo di studî in cui l'Italia non abbia aperta la via alle altre nazioni, compresa la Germania, con opere immortali. E queste opere hanno le impronte della mente latina, cioè la limpidità, la sobrietà, l'equilibrio, e l'unione strettissima dell'arte con la scienza.
La Germania, prendendo le mosse da noi, ha prodotto per suo conto un lavoro colossale. E in questo lavoro è andata via via imprimendo le caratteristiche della propria mente: caratteristiche che sono antipode a quelle della mente italiana.
Ora noi non possiamo certo fare astrazione da questo lavoro. Assai spesso ce ne dobbiamo servire, e sarebbe da sciocchi non farlo. Ma dobbiamo guardarci bene dall'attaccarci quelle caratteristiche mentali, che sono troppo disformi dalle nostre, e che anche in linea assoluta sono tutt'altro che ammirevoli e degne d'imitazione.
Invece la tendenza della recente e della recentissima filologia italiana è quella di scimmiottare i tedeschi specialmente nei loro procedimenti logici e nelle loro determinazioni estetiche; i quali e le quali, sono, come si dimostra ampiamente in questo libro, sgangherati e bestiali. Da questa lebbra bisogna guarire, radicalmente, gli studî italiani. I giovani devono certamente impadronirsi della lingua tedesca, per adoperare il ricchissimo materiale di studio accumulato in Germania, con un lavoro che specialmente nei suoi primi periodi fu ammirevole per serietà, per onestà, per abnegazione. Ma il modo d'elaborare quel materiale, ma gli auspici, le norme per intendere i grandi autori classici, non li devono chiedere a Wilamowitz, a Blass, a Leo: bensí a Giacomo Leopardi, ad Ugo Foscolo, ad Angelo Poliziano.
***
Io intendo benissimo che questa abolizione del dominio intellettuale tedesco non debba riuscire troppo accetta agli scienziati germanofili. Essi per mezzo secolo si sono modellati, cogitatione verbo et opere, sui tedeschi: per mezzo secolo hanno faticosamente elevato il proprio piedistallo, tutto di macigno tedesco. Crollato il dominio tedesco, crolla il piedistallo. Intendo pure, che, spezzati i dolci legami con la vita filologica d'Allemagna, non è cosí facile trovare all'estero un altro mercato scientifico nel quale i loro titoli vengano scontati con tanto magnanima larghezza. E quindi riconosco che la loro opposizione è giustificabile, umana la loro disperata difesa.
Ma questo non deve indurre ad una intempestiva tolleranza quanti reputano che l'invasione intellettuale tedesca sia stata e sia tuttora funesta per gli studî italiani. Perciò pubblico oggi Minerva e lo Scimmione.
***
E non è un libro, come ora si dice, severamente scientifico, nel quale il pro ed il contro delle quistioni si pesino con gli scrupoli dell'orafo, con la gelida insensibilità del notomista. No, questo è un libro di passione.
Ma non di passione estemporanea.
Pochi mesi prima che scoppiasse la guerra, un collega, in un documento ufficiale, mi rimproverava la mia poca simpatia per la Germania[8]. L'accusa era doppiamente inesatta. Chi eventualmente abbia seguito i miei scritti, ha potuto vedere che ho sempre nettamente distinto fra la Germania veramente scientifica ed artistica, e il moderno esercito di filologi scientifici, che, catafratti di tutte le armi della pedanteria, hanno proceduto alla sistematica distruzione d'ogni finezza e d'ogni gentilezza di studio. Meglio che parole d'oggi, riuscirà convincente un brano ch'io stralcio da un mio articolo del 1910 (Cronache Letterarie, 17 luglio).
All'uscir dall'adolescenza io mi smarrii nella gran selva del romanticismo germanico: nella selva in cui Nestore il filisteo udí stupito cantare gli alberi i fiori e l'azzurro del cielo. Suonavano ancora per tutti i tramiti e i verdi anfratti gli echi soavi delle odi di Klopstock. Brentano susurrava le sue favole, e Gian Paolo le sue fantasticherie lunari. Fra i tronchi e i cespugli si vedevano errare le figure eroiche e chimeriche di Achim von Arnim, e a notte ammiccavano le creature grottesche di Hoffmann. Dagli invisibili campi remoti giungevano velati gli squilli del Corno meraviglioso del fanciullo. Ma gli steli, le frondi, i rivoli, ripetevano con ondulazioni e oscillii magici le divine melodie di Schubert; e gli accordi di Schumann esalavano un aroma d'ebbrezza. Il turbine Beethoven investiva talora la selva, e tutta la selva si piegava come un arbusto, e si torceva sotto l'impeto dei canti immortali. Ma dopo il turbine, nel cielo terso, effondeva la sua luce tranquilla Goethe, il sidere scintillante.
E questo mondo d'incanti si dissipò quasi dal mio animo, allorché dovei sottopormi all'obbligatorio regime degli studî universitarî. Imperversava allora nel cosí detto mondo dell'alta cultura il fanatismo pel metodo scientifico germanico. E mai opera di sterilizzazione fu compiuta con piú testarda tenacia, con piú pettegolo accanimento. Per anni ed anni infierí la guerra sacra all'arte, alla poesia, all'ingegno, combattuta in nome del germanesimo.
Non già, badiamo, in nome dei veri grandi dell'erudizione germanica, di Winckelmann, di Lobeck, di Herder, di Curtius: sotto certe bandiere non si combattono certe battaglie; ma in nome del primo bertoldo che tenesse cattedra in una qualsiasi scuola germanica, in nome dell'ultimo compilatore di Beiträge, di Erläuterungen, di Vindiciae, che periodicamente usasse concedere alle strette dei torchi le goffe lucubrazioni da lui perpetrate per intendere quello che per difetto di natura non poteva intender mai. Come una pianta maligna, la mentalità scientifica italiana rifiutò i succhi generosi che avevano dato fiori e frutti cosí nobili nel paese di Goethe, e assorbí tutti i tossici e tutti gli umori acri, per maturarne bacche venefiche ed irti pugnitopi.
Dunque, ho sempre distinto bene. E neanche era esatto chiamare antipatia il mio sentimento verso la filologia novissima. Era un sentimento assai piú violento che non l'antipatia; ma anche aveva maggior fondamento che le antipatie non sogliano avere. Un sentimento molto complesso, che neppure saprei determinare con un nome preciso. Mi spiegherò con un esempio.
Voi state parlando con un pezzo d'uomo aitante, sicuro di sé, pieno di facondia. Quest'uomo è armato.
Per un po' di tempo la conversazione procede benone. Ma ad un tratto vi accorgete che i suoi ragionamenti non filano piú tanto diritti: anzi la loro linea logica va diventando via via malcerta e sgangherata. Ad un tratto, in uno strano lampo delle sue pupille vedete brillar la follia. E il terrore v'invade. Se a un tratto gli saltasse in capo di far uso delle armi?
Non voglio già dire che io prevedessi la guerra: già di politica allora non m'occupavo quasi affatto. Ma pure, sotto il complicato macchinismo delle lucubrazioni filologiche sentivo qualche cosa di sinistro. Vedevo una mastodontica erudizione posta a servizio di facoltà mentali squilibrate e maniache. E nella mia coscienza profondamente latina, avida di chiarezza e di equilibrio, provavo un disagio, un ribrezzo quasi di paura. L'odio mio tenace, specialmente per i piú insigni rappresentanti di quei metodi, ebbe sempre questo solo fondamento, e non mai verun addentellato personale. Coi non moltissimi filologi tedeschi che m'avvenne di conoscere, ebbi sempre rapporti cordiali: per qualcuno di essi debbo ancora, nonostante la guerra, nutrire stima ed affetto.
***
Nel momento di abbandonare alla sua sorte questo mio libro, prevedo che qualcuno, lettolo, potrà farmi una ovvia obbiezione: «Ammettiamo pure che sia giusto il quadro clinico che voi avete tracciato del metodo scientifico tedesco. Ma quanto risponde al vero la immagine che dalle vostre pagine si ricaverebbe, d'una Università italiana interamente minata e mal ridotta dal morbo germanico? Non ci sono forse molti professori, giovani e non giovani, i quali, sebbene abbiano formata la loro cultura su libri tedeschi, sebbene abbiano studiato in Germania, mantengono intatta quella indipendenza e quella italianità di metodo che voi augurate agli studî italiani?».
È vero. Ma sono floridi rami travolti in una torbida fiumana: nel loro complesso tanto le Università quanto le Accademie, che hanno poi non piccola influenza sugli studî superiori e sopra ogni ordine di studî, sono tuttavia quasi interamente infeudate agli stolti pregiudizî del metodo scientifico tedesco.
E perciò, muovi pure senza esitazione, oh mio tenue libretto. Io non so quale sarà la tua sorte. Ma la battaglia che tu combatti a viso aperto non è superflua né intempestiva.
E rivolgiti specialmente agli uomini che, pur non essendo accademici, si interessano della nostra cultura, della odierna sua decadenza, del suo possibile risorgimento. Forse troverai in essi piú volonterosi ascoltatori. Ma se ti riesce, appressati anche a qualcuno dei piú intransigenti scienziati, di quelli che chiederanno la mia testa già solo nel vedere la tua veste, che ti ha leggiadramente istoriata un genialissimo artista d'Italia.
Appressati e digli: «Ritorna un po' a tua scienza, tu che pure sei nato in Italia, e dovresti avere una mente da italiano. Non badare se qualche volta le parole sono un po' grosse; e vedi se queste mie pagine, formalmente eccessive, non contengano per avventura qualche argomentazione degna di essere per lo meno discussa. E allora, piglia la penna, argomenta anche tu, difendi, combatti, cònfuta. È questa la via diritta, l'unica via, per giungere alla verità, che tu ed io amiamo d'uguale amore».
Mi cullo in una chimerica illusione? Forse. Ma non vogliate che io soffi via questo granello di ottimismo dalla prefazione d'un libro che non è precisamente ispirato ai principî di Pangloss immortale.
I.
IL PIEDE DI CRETA
La seppia è, come tutti sanno, uno scaltrissimo animaletto. Provocata e inseguita, spruzza dalla sua borsa un liquido nero come l'inchiostro, e intorbida le acque, in guisa da rimanere invisibile e inafferrabile.
La filologia è come la seppia. Essa, in un travaglio oramai secolare, ha accumulato un prodigioso tesoro di parole tecniche, di segni convenzionali, formule, abbreviazioni, sigle, riferimenti, ed anche peculiari stranissimi atteggiamenti di pensiero: tutto un gergo ostico ed incomprensibile ai profani. Provate a toccarla con la punta d'un dito, ed essa schizza intorno a sé nero e nero, senza parsimonia. Nessuno ci capisce piú nulla; e appena i filologi si mettono a discutere, i non filologi scappano.
Ora io vorrei provare a chiarire un po' le acque, a ridurre il gergo in linguaggio comprensibile, a rendere accessibili a tutte le persone culte alcuni dei piú ardenti dibattiti «filologici» agitati questi ultimi anni in Italia. L'eco ne sarà giunta anche a molti dei cosí detti profani.
— Un momento — m'interrompe l'amico lettore. — A chi volete che giovi, a questi lumi di luna, tale chiarificazione? Chi volete che s'interessi alla filologia, ai filologi, alle loro diatribe bizantine?
Non sono bizantine come tu pensi, amico lettore. Chi dice filologia, dice, in ultima analisi, cultura tedesca. La filologia è il tipo, il modulo, l'impronta che la mente tedesca ha impresso e va imprimendo su tutti gli studî. Un tempo c'erano la storia, la letteratura, l'eloquenza, la lessigrafia, la stilistica; e ciascuna di tali discipline aveva contenuto e metodo proprî. Adesso tutto è filologia, Philologie. Questo cefalopodo (metafora, come sei giusta!), nato e cresciuto in Germania, ha lanciato i suoi viscidi tentacoli sopra ogni provincia di cultura, e tenta di soffocare quanto ciascuna di esse aveva di caratteristico e di nazionale.
Il processo di soffocazione è tuttavia in corso: apro una parentesi e cito un esempio. Nelle Università italiane ci sono tre cattedre: di grammatica greca e latina, di letteratura latina, e di letteratura greca. Ora la Commissione Reale per la riforma universitaria ha proposto pari pari che queste tre cattedre si trasformino in due cattedre uguali di Filologia classica. Capite bene, eh! Anche la letteratura latina, la prima gloriosa pagina della nostra civiltà, deve convertirsi, anodinamente, come nelle università tedesche, in «filologia classica»: anche il nome: latino deve sparire dalle università italiane! E molti universitarî italiani hanno approvato ed applaudito. Domani un'altra Commissione reale proporrà anche la conversione della Letteratura italiana in Filologia moderna, alla pari con la Letteratura tedesca; e allora applaudiranno anche i barbassori di Berlino. — La parentesi è chiusa.
La filologia, dicevo dunque, cioè il metodo tedesco, cerca di soffocare dappertutto, e anche e soprattutto in Italia, ogni altro metodo. Proteste si sono levate, e si levano: è di ieri la polemica di Alessandro Bacchiani sul Giornale d'Italia. Ma ad ogni tentativo di protesta, interviene la «competenza scientifica», ed impone silenzio al buon senso. Comincia la diffusione del nero di seppia, e la gente volta le spalle. Vediamo un po' se una volta tanto ci riesce di afferrare il malizioso mollusco. Vediamo se ci riesce di scernere ben chiaro che cosa sia questa benedetta filologia tedesca, e quanto abbia giovato il suo dominio alla scuola italiana, e quanto abbia nociuto, e se convenga lasciarla ancora spadroneggiare e imperversare. Parlerò più specialmente della filologia classica, perché è questa il centro e la matrice in cui s'è formata e da cui s'irradia ogni specie di filologia: e ciò che si dice di essa si può estendere, piú o meno, a tutte le sue derivazioni.
***
Che cosa è dunque questa benedetta filologia? — Se rivolgete la domanda, non dico ai profani, ma anche ai piú profondi iniziati, otterrete tante risposte diverse quanti saranno gl'interpellati. La filologia è, o sembra a prima giunta, proteiforme. E perciò non ti sgomentare, amico lettore, se, dopo averne sentito parlare come d'un cefalopodo, adesso, ai primi approcci, te la vedi giganteggiare dinanzi come un colosso.
Proprio cosí. Aprite un catalogo tedesco, di Teubner, di Weidmann, di Reimer. Non c'è autore che non sia pubblicato in edizioni critiche, in edizioni scolastiche, in edizioni scientifiche. Aprite una di queste edizioni. Ecco un solido blocco di varianti, l'apparato critico: segue il testo, in pagine fitte fitte, e, in genere, tipograficamente corrette: copiosi indici chiudono i volumi. Le note formicolano di erudizione. Per tutti i principali autori c'è un lessico speciale. Poi vengono i dizionarî generali delle lingue, poi i dizionarî di cultura, d'arte, di vita, e via dicendo, dove son registrati minutamente tutti i fatti, tutte le notizie dell'antichità classica. Insomma, c'è tutto, c'è piú che tutto. E tutto in ordine, schierato, ammassato, pronto a far fuoco. Sicché, dopo un esame anche superficiale, non potrete a meno di esclamare: sí, la filologia tedesca è un colosso di bronzo.
***
È un colosso di bronzo. Ma questo colosso ha un piede di creta. Ed io voglio nel mio primo articolo, anche per cominciare senza troppo tedio, picchiare su questo piede di creta. Apri con me, amico lettore, una delle piú grandi creazioni del genio ellenico: l'Agamennone d'Eschilo. Leggilo pure in una qualsiasi versione: io terrò sotto gli occhi una delle edizioni tedesche che vanno per la maggiore: quella del signor Keck.
E leggiamo dalla prima scena.
La scolta notturna che veglia sulla reggia degli Atridi, in Argo, ha visto brillare fra le tenebre il segnale di fuoco, che, acceso da monte a monte, è giunto da Troia ad Argo, ad annunciare la caduta della città di Priamo. La scolta ha avvertito la regina Clitennestra, e questa ha chiamato a sé i vecchi d'Argo (il Coro), ed ha partecipato la notizia. Rimasti soli, i vecchi levano preghiere di ringraziamento, e indugiano nei ricordi del passato, quando la città suona improvvisamente di grida: ed essi fanno i seguenti commenti. Traduco, poi si vedrà perché, verso per verso, parola per parola.
Del fuoco per il lieto messaggio —
attraverso la città muove un veloce —
clamore: se veritiero —
chi sa, se sia un divino inganno? =
Chi è cosí fanciullesco o dissennato —
(che) del fuoco per gli annunzi —
recenti essendosi infiammato in cuore, poi —
per il mutamento (arrecato dai) dei discorsi s'abbatta? =
Ad indole di femmina s'addice —
prima che appaia il fatto allegrarsi =
Troppo credula l'indole femminile è —
precipitosa; ma sollecita —
muore la buona notizia data da donne. =
Nei codici che ci hanno conservato l'Agamennone, codesti versi appaiono cosí, uno dopo l'altro, senza distinzione o designazione di personaggi. Ma appare ovvio che nella recita saranno stati distribuiti in quattro gruppi: quelli che ho distinti con le sbarrette doppie. Ora, sapete che cosa ha escogitato il Keck? In uno di quegli accessi d'ipersensibilità estetica assai frequenti nei nipoti di Arminio, ha visto una scena molto piú mossa: ha cioè immaginato che ciascuno di quei versi fosse recitato da un attore diverso. Avete ben capito? Uno dei vecchi avrebbe incominciato: Del fuoco per il lieto messaggio....; e il secondo, levandogli la parola di bocca: attraverso la città muove un veloce...; e il terzo, interrompendo il secondo, a vendicare il primo: clamore: se veritiero...; e il quarto: chi sa, o se sia un divino inganno; e il quinto dopo il quarto, e cosí via sino al dodicesimo. — Uccellin volò volò: come giuoco di società è raccomandabile. — E dopo questa «teoria», il Keck, glorioso e trionfante come un mio pappagallo buon'anima, che, messa a posto una beccata, si gonfiava e pavoneggiava tutto, commenta: «In ogni caso, la simmetria di queste esclamazioni involontarie, scoppiettanti qua e là fra le righe dei coreuti come un fuoco di plotone (ah, prussiano!) è cosí perfetta, che non solo ne risulta la divisione (fra varî personaggi) di questo brano, ma d'ora in poi non si può neppure dubitare che il numero dei coreuti in questa tragedia era di dodici»[9]. — Convincente, eh! — Adesso poi, se un lettore malizioso va a contare i versi, vede che invece sono tredici. Ma il Keck non si arresta dinanzi a cosí lieve ostacolo. Rimaneggia un po' il testo, aggiunge di suo un emistichio al 2.º verso, un emistichio e un verso intero al 4.º, affida a due dei personaggi due versi per ciascuno, e fa tornare il conto giusto. Sistema comodissimo, pratico, concludente, che i tedeschi hanno applicato ed applicano in lungo e in largo ai poeti greci, riuscendo in tal modo ad ottenere simmetrie e fondare «teorie» divertentissime.
***
Ma — obietteranno i competenti — questo ed altri non meno sollazzevoli esempî che si possono raccogliere dall'opera del Keck, non concludono molto. Il Keck è senza dubbio uno scientificissimo filologo; e per questo noi lo pigliamo sul serio, ad onta della incontestabile sua grullaggine: ma non è addirittura una sommità. Sceglietene uno di prima fila.
Vi servo subito, illustri competenti. Scelgo un altro nome che riuscirà nuovo ai profani (è l'allegra vendetta del buon senso), ma farà chinar reverenti le fronti degli iniziati: Federico Blass.
Federico Blass è senza dubbio filologo d'erudizione immensa e sicura; e possiede anche una nitidità di pensiero e d'espressione non troppo comune fra i tedeschi. Ma stringi stringi, è tedesco anche lui: e sentite un po' che cosa va ad arzigogolare intorno ad una scena delle Eumenidi di Eschilo. La sacerdotessa del santuario d'Apollo entra un istante nel tempio, e ne esce esterrefatta da una visione orribile. Sentiamo le sue stesse parole (traduco fedelmente):
Ai penetrali ed alle sacre bende
m'accosto: e vedo su la pietra un uomo
supplice, sozzo d'un delitto: sangue
stillano ancor le mani, e il ferro ignudo;
e stringe un ramo di montano ulivo
tutto avvolto di pii candidi bioccoli.
E dinanzi a costui, sovressi i troni,
sopito giace un mostruoso stuolo
di femmine: non femmine, anzi Gòrgoni
io le dirò: se ben, neppure a Gòrgoni
le posso assimigliar, quali dipinte
io le vidi a Finèo predar la mensa:
ché senz'ali son queste, e negre, e tutte
lorde: con ammorbanti aliti russano,
e sozze marce giú dai cigli colano.
Dunque Oreste, sgozzata la madre in Argo, è corso a rifugiarsi, inseguito dalle Furie, ai piedi dell'altare d'Apollo; ed ha le mani ancora intrise di sangue.
Penseresti, amico lettore, a chiedere di chi sia quel sangue? — Ma i tedeschi sono coscienziosi, vogliono mettere tutti i puntini su tutti gli «i». Quindi Federico Blass, angustiato dal dubbio scientifico, si propone e cerca di risolvere il grave problema. E, cerca cerca, scavizzola un po' oltre le seguenti parole, che Oreste, abbandonato il santuario di Apollo, pronuncia ai piedi del simulacro di Minerva:
Langue su la mia man, si strugge il sangue.
Del matricidio la recente macchia
lavata è già: col sangue d'un porcello
presso l'ara del Dio fu cancellata.
Che raggio di luce! Oreste ha dunque sacrificato un porcello ad Apollo: il sacrificio fu compiuto prima della scena in cui Oreste ci è apparso tra le Furie, perché al fine di quella scena Oreste fugge, né in séguito torna piú nel santuario d'Apollo: conclusione... conclusione: «naturalmente il sangue non è quello della madre, bensí quello del porcello sacrificato ad Apollo»[10]. E dice proprio naturalmente: natürlich. Perché è incredibile quante cose che a noi sembrano dell'altro mondo, siano naturali per i filologi tedeschi e per i loro tirapiedi italiani. Scommetto che qualcuno di essi, leggendo queste mie righe, mentre tu, o lettor profano, ridi, starà meditando gravemente se il Blass non possa per avventura aver ragione lui[11].
Dunque, o profani, avete inteso bene anche questa volta? I poeti greci sono grandi, ma sono anche remoti; e per intenderli occorre l'aiuto dell'ermeneuta. Eccolo, l'ermeneuta. Mentre voi, dinanzi a quella portentosa fantasia tragica, raccapricciate, mirando le mani insanguinate del matricida, l'ermeneuta viene, barbone e occhiali, e vi susurra misterioso all'orecchio: Attento bene, o profano! Quello è sangue di porco!
***
E senza abbandonare Eschilo, veniamo finalmente al piú grande dei moderni ellenisti, al pontefice massimo, al gran lama, al kaiser della filologia moderna: Ulrich von Wilamowitz-Moellendorff. Questo nome, sí, fa tremare le vene e i polsi a tutti i filologi autentici, serî, veramente scientifici. Per avere denunciate alcune sue gustosissime amenità pindariche[12], io mi sono attirato l'odio teologico di quasi tutti i filologi italiani. Ma questo non interessa il lettore. Il Wilamowitz è poi anche abbastanza noto al gran pubblico, perché durante la guerra è piú volte uscito dal suo guscio filologico, per fare clamorose ed esilaranti dimostrazioni patriotiche. Un giorno, in una seduta magna dell'accademia di Berlino, dopo che altri luminari ebbero schiccherato parecchi discorsi imperialisti e mangiacristiani, come usavano allora, si levò solenne, nella candida maestà della barba fluente. Religioso silenzio. E mentre tutti attendevano dio sa quali fiumi di eloquenza demostenica, intonò con voce gagliarda il Deutschland über alles. Sarebbe come se, a una tornata solenne dei Lincei, Pasquale Villari, putacaso, si alzasse a cantare: Si scuopron le tombe, si levano i morti. — Un'altra volta interruppe la lezione, e dopo un discorsetto di circostanza, rivolto alle studentesse: È guerra — disse — le studentesse alla calza! — L'ultima fu il permesso solennemente accordato alla patria tedesca di rappresentare sulle scene alemanne i drammi di Shakespeare. Eravamo ai grassi giorni della neutralità, e codeste bertoldaggini erano riferite nei giornali italiani dai corrispondenti germanofili con accenti di commossa ammirazione.
Il Wilamowitz, dunque, ha pubblicato, pochi mesi fa, un grosso volume di interpretazioni eschilee; e nella prefazione scrive queste sacrosante parole: «L'interprete d'un'opera d'arte deve fare ben piú che spiegare parole e proposizioni: egli deve sentire simpaticamente col poeta, deve sentire l'opera e il poeta come qualche cosa di vivo, ed insegnare agli altri a sentire». — Benissimo! Proprio quello che io vado ripetendo da oltre un decennio ai wilamowitziani d'Italia, i quali rimarranno adesso un po' male, sentendo queste parole pronunciate dal loro idolo.
Benissimo! Ma come sente poi il Wilamowitz? Come insegna a sentire? — Del suo volume mi occupo altrove, lungamente[13]. Qui, a conclusione di questo già lungo articolo, citerò un paio di esempî.
Apriamo, anche una volta, l'Agamennone. Quando il re d'Argo, reduce vittorioso da Troia, si presenta sul carro dinanzi alla reggia. Clitennestra, che medita già in cuor suo di ucciderlo, lo saluta con un lungo discorso tutto miele, infinte lusinghe, velati sarcasmi. E conclude:
Ed or che il male
sofferto è già, con cuor lieto, quest'uomo
dirò cane fedel della sua casa,
gómena che salvezza è della nave,
saldo pilastro dell'eccelso tetto,
figliuolo unico al padre, terra apparsa
ai naviganti contro ogni speranza,
giorno fulgente dopo il turbine, acqua
di vena al peregrino arso di sete!
Questo è il saluto ond'io t'onoro.
Sapete che cosa ha inventato il Wilamowitz? Nei Canti popolari Toscani ha letto i seguenti versi:
L'è rivenuto il fior di primavera,
l'è ritornata la verdura al prato:
l'è ritornato chi prima non c'era,
è ritornato il mio 'nnamorato:
l'è ritornata la pianta col frutto,
quando c'è il vostro cuore, il mio c'è tutto:
l'è ritornato il frutto con la pianta;
quando c'è il vostro cuore, il mio non manca:
l'è ritornato il frutto con la rosa;
quando c'è il vostro cuore, il mio riposa.
Questo canto e le parole di Clitennestra sembrano al Wilamowitz una sola cosa; onde egli induce dalla somiglianza non so qual profondo misterioso rapporto; e scrive, senza paura: «Io credo fermamente che i carmi convivali o i canti popolari greci offrissero qualche cosa di simile. Questo non si può riuscire a provarlo; ma questo rispetto amoroso ci fa vedere a quale sfera il poeta abbia attinto i colori per la finzione ipocrita (di Clitennestra)», etc., etc.[14].
Per capire bene l'amenità di questa osservazione, bisogna rileggere l'intera scena e l'intero discorso di Clitennestra, e vedere come tutto quel che precede prepara l'animo in modo che queste ultime lusinghe della femmina feroce suonano nell'anima del lettore come un sarcasmo d'altezza tragica infinita. Allora viene l'ermeneuta, e vi susurra all'orecchio che dovete pensare ad uno stornello paesano.... Con che cuore, con che cuore! — E poi notate: «a quale sfera il poeta abbia attinto i colori!» Come se Eschilo, la fantasia piú vulcanica che il mondo abbia mai avuto, andasse a racimolare qua e là bricciche per comporre le sue tragedie. Avrebbe potuto almeno ricordare, il kaiser dei filologi, che nelle Rane d'Aristofane appunto Eschilo rimprovera al suo rivale Euripide un simile sistema di composizione poetica!
E quasi piú interessante è la interpretazione o visione wilamowitziana della scena di Cassandra.
Come tutti rammentano, la fanciulla profetica rimane muta ed immobile durante tutta la scena dell'arrivo. Esce poi Agamennone, esce Clitennestra, i coreuti intonano il loro tristissimo canto, né essa dà segno di vita. Sembra, secondo la icastica espressione del coro, una belva or ora presa. Riappare Clitennestra, la invita a piú riprese ad entrare nella reggia, i coreuti la esortano, ma non ottengono risposta. La regina rientra, i coreuti rivolgono alla fanciulla un'ultima affettuosa esortazione. Né essa risponde; bensí, d'un tratto, rompe in un inatteso grido straziante, che fa tuttora correre un immenso brivido tra le file degli spettatori.
Il Wilamowitz, come ho detto, offre di questa scena una interpretazione sua: e per apprezzare questa interpretazione, bisogna che rileggiamo insieme tutta la scena. Riferisco la mia versione.
Clitennestra
Esce dalla reggia, e si rivolge a Cassandra.
Entra tu pure. — Dico a te, Cassandra.
Poi che benignamente volle Giove
che i sacrifici tu partecipassi
fra i molti servi, stando presso all'ara
del Dio custode della casa. Scendi
dal cocchio, scaccia il tuo soverchio orgoglio.
Anche il figlio d'Alcmena, un tempo, dicono,
fu venduto, e dove' piegarsi a forza
a servil giogo. Allor che su noi piomba
di tal sorte la forza, è assai fortuna
trovar padroni d'opulenza antica:
ché quanti ricca messe hanno ricolta
oltre ogni loro speme, in tutto crudi
sono coi servi, oltremisura. Tu
quanto conviene troverai fra noi.
A
a Cassandra che rimane muta.
Chiare parole t'ha dirette. Or tu
obbedisci, poiché sei nelle reti
fatali. Ma obbedir forse non vuoi!
Clitennestra
Se pur la lingua sua barbara, ignota
non è, simile a quella delle rondini,
parlando il cuore suo convincerò.
A
Seguila: il meglio che poteasi in questa
sorte ella disse. Lascia il carro, cedi!
Clitennestra
Non ho tempo da perdere dinanzi
a questa porta. Stanno già le vittime
sull'ara, in mezzo della casa, e attendono
il macello ed il fuoco. — Oh chi sperava
mai questa grazia! — Or tu, se ciò che dissi
vuoi far, non indugiare: e se t'è dura
nostra favella, e dir non sai parola,
con un barbaro cenno almeno esprimiti.
A
D'un efficace interprete bisogno
ha la straniera, sembra. I modi suoi
sono come di belva or ora presa.
Clitennestra
D'insania è colta, e i mal pensieri ascolta.
È giunta qui, lasciata la città
arsa or ora, né sa patir le redini,
se pria non spuma la sanguigna bava.
Ma non oltre m'abbasso a favellarle.
Entra nella Reggia.
A
Non io m'adirerò. Pietà mi stringe.
Lascia quel cocchio, sventurata, cedi
al tuo destino, al nuovo giogo piègati.
Cassandra
prorompendo improvvisa
Ahimè, terra! Ahimè, terra!
Apollo! Apollo!
A
Perché d'ahimè saluti il nume ambiguo?
Non si addice a quel dio funebre nenia!
Cassandra
Ahimè, terra! Ahimè, terra!
Apollo! Apollo!
B
Con grida infauste ancor saluta il Nume
cui non s'addice assistere a lamenti.
Cassandra
Apollo, Apollo!
Mio duce e mio sterminio!
Mi perdi, e non a mezzo, anche una volta!
C
Sue sciagure predir sembra: fra i lacci
di servitù, vive il fatidico estro.
Cassandra
Apollo, Apollo!
Mio duce e mio sterminio!
Dove condotta m'hai? Verso qual tetto?
D
Al tetto degli Atridi: io te lo dico,
se non lo sai: né troverai ch'io menta.
Cassandra
A tetto inviso ai Numi, di consanguinee stragi
conscio, di lacci fatali, a macello
d'uomini, a suolo gocciante di sangue.
B
Come can la straniera ha nari acute,
e fiuta, per trovare odor di strage.
Cassandra
Ecco, ecco i testimonî che fede a me ne fanno
questi fanciulli piangenti sgozzati:
maciulla il padre le carni combuste!
A
Sapevamo per fama il tuo profetico
estro; ma niun profeta andiam cercando.
Cassandra
Ahimè, ahimè! Che mai
disegni? Quale immane
novello immane lutto
disegni in questa casa? Insopportabile
pei tuoi, senza rimedio!
E lontana rimane ogni difesa!
A
Questi ultimi presagi io non intendo;
intendo il resto: tutta Argo lo grida.
Cassandra
Ah, scellerata! Questo
farai! Lo sposo tuo,
il compagno del letto,
mentre nel bagno tu lo immergi.... Come
dirò la fine? E presto
sarà! Mano su mano avventan colpi!
A
Non anche intendo; ché irretito io sono
fra vaticinî cui l'enigma accieca.
Cassandra
Ahi, terrore, ahi, terrore! Che visione è questa?
Forse d'Averno è un laccio?
La compagna del talamo è la rete,
la complice! Discordia, insaziabile
contro questa progenie, innalzi un ululo:
ché pietre, poi, vendicheran lo scempio!
A
Quale tu invochi Erinni che si levi
su questa casa? Il tuo dir non m'allieta!
E refluisce al cuore la crocea stilla, come
a chi trafitto cade di lancia, e quivi ha termine
con i postremi raggi
della naufraga vita. E vien rapida morte.
Cassandra