Di prossima pubblicazione:[1]

La Campagna del 1796 nel Veneto.

PARTE II.—Dal ponte di Lodi alla manovra di Lonato e Castiglione.

EUGENIO BARBARICH

Capitano di stato maggiore

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LA CAMPAGNA DEL 1796
NEL VENETO

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PARTE PRIMA
LA DECADENZA MILITARE DELLA SERENISSIMA
UOMINI ED ARMI
ROMA ENRICO VOGHERA, EDITORE

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1910

Roma, 1909.—Tip. E. Voghera

INDICE

I.—Le fonti della milizia veneta
II.—L'amministrazione centrale della guerra.
Savio di terraferma alla scrittura e le magistrature
militari
III.—Ufficiali grandi e piccini
IV.—Le truppe assoldate
V.—Le milizie paesane
VI.—L'artiglieria veneziana
VII.—Il corpo degli ingegneri militari
VIII.—La cavalleria veneta. Le armi nel loro complesso, il governo ed
il riparto difensivo e territoriale. I veterani
IX.—L'addestramento della truppa veneta
X.—Dei bilanci militari
XI.—Conclusione

IN MEMORIA
DI
FRANCESCO PESARO
TENACE PROPUGNATORE NEL VENETO SENATO D'UNA VENEZIA FORTE.

PREMESSA

Ayez les choses de première main; puisez à la source!….

(LA BRUYÈRE.—Maximes)

Il presente studio non vuol essere che una prefazione intesa a far conoscere l'ambiente militare ed i personaggi che accompagnarono la Serenissima al sepolcro. Perchè, se esiste qualche opera di indubbio valore intorno all'armata della Veneta Repubblica, poco o nulla di edito si trova relativamente al suo esercito, quasi che fosse argomento trascurabile nella vasta trama delle politiche vicende dello Stato nato sul mare e per il mare.

Ora questa presunzione non è equa. Qualunque ramo dell'attività pubblica merita riguardo e considerazione, e soltanto il giudizio particolare sopra ciascun ramo dell'attività medesima può mettere capo ad una sintesi illuminata e completa.

Al caso concreto poi dell'attività militare veneta, cimentata nei tempi dello splendore alle tenaci e vittoriose lotte contro i Turchi in difesa della Cristianità, dei commerci e dell'incivilimento contro la barbarie, sembra argomento cospicuo di studio l'esame dell'evoluzione di questa attività giunta al termine del suo ciclo ed il coglierla quando sta per accasciarsi sopra sè stessa come una persona fatta decrepita, pavida ed intransigente.

Questo dal lato puramente soggettivo della speculazione storica. Ma v'ha ancora un altro argomento di peculiare interesse che può spingere all'indagine intorno alla decadenza militare della Veneta Repubblica.

L'ambiente della storia presenta ricorsi di singolare rilievo, suggestioni forti e spontanee sulle quali, a determinati periodi di tempo, non sembra nè vano nè inutile riportare il contributo positivo degli studi e della meditazione, affinchè traccino a loro volta norma ad un nuovo ricorso di fatti.

E Venezia, con gli svariati suoi atteggiamenti della politica, dei commerci, dell'arte, dell'incremento economico e marinaro, è soggetto che volentieri s'impone oggigiorno allo spirito ed alla fantasia e li occupa con l'inesauribile fascino di una figura dalle perfezioni classiche. L'opera del Molmenti sulla storia di Venezia nella vita privata simboleggia l'espressione più bella ed alta di questi sensi.

Per le cose della decadenza e della rovina militare della Serenissima i documenti non scarseggiano. V'ha anzi plètora, come per solito accade dei periodi storici e sociali di debolezza e di dissolvimento, i quali sono pur sempre anche i più loquaci e papirofili, perchè appunto sono i meno attivi e materiati di fatti.

E questi documenti assai numerosi e del tutto inesplorati nelle grosse filze del Senato militar e dei provveditori Foscarini e Battagia all'Archivio di Stato dei Frari in Venezia, oltre che illustrare il periodo storico singolarmente considerato, gittano per riverbero nuova luce sulle operazioni dell'esercito francese e del generale Buonaparte, da Lodi a Leoben.

Sicchè studiando questo brano di storia militare inedita nel campo pratico delle vicende storiche e militari nostrane, si stende la mano a quella meravigliosa messe di studi e di documentazione delle guerre napoleoniche che ci viene d'oltre Alpe, e che con i volumi del capitano Fabry spinge innanzi la bella marcia delle indagini fin sulla soglia degli Stati Veneti, all'Adda ed all'Oglio nella primavera dell'anno 1796[2].

Roma, dicembre 1909.

E.B.
NOTA BIBLIOGRAFICA

Non può essere copiosa, una nota bibliografica quando gli argomenti dell'indagine si riferiscono pressocchè esclusivamente all'inedito. Nondimeno occorre citare a questo punto qualche opera di interesse generale utile per inquadrare la materia particolare dello studio presente.

La documentazione inedita, riferita più specialmente alla raccolta «Deliberazioni Senato Militar» e «Deliberazioni Senato Militar in Terraferma», si trova singolarmente descritta per ogni argomento di trattazione.

L. CELLI.—Le ordinanze militari della Repubblica Veneta nel secolo XVI.—Nuova Antologia—Vol. LIII—Serie III—Fascicoli del 1 settembre e 1 ottobre 1894.

F. NANI MOCENICO—Giacomo Nani—Memorie e documenti—Venezia, Tip. dell'Ancora, 1893:

V. MARCHESI.—Tunisi e la Repubblica di Venezia.—Torino, Roux edit.

A. MENEGHELLI.—Vita di Angelo Emo.—Padova, 1836.

M. FERRO.—Dizionario del Diritto comune e Veneto.—Venezia, Santini
Edit. 1845.

S. ROMANIN.—Storia documentata di Venezia—Vol. IX, Venezia, 1850.

8. ROMANIN.—Lezioni di storia veneta.—Firenze, Le Monnier, 1876.

P. MOLMENTI.—Storia di Venezia nella vita privata—Parte Terza—Il decadimento.—Bergamo, Istituto Italiano di Arti Grafiche, 1908,

CASONI.—Forze militari (in Venezia e le sue lagune, Vol I).

A. RIGHI.—Il conte di Lilla e l'emigrazione francese a Verona. (1794-1796)—Perugia, Bertelli edit., 1909.

E. PESENTI.—Angelo Emo e la Marina Veneta del suo tempo.—Venezia.
Naratovich, 1899.

LA CAMPAGNA DEL 1796 NEL VENETO
PARTE PRIMA

LA DECADENZA MILITARE DELLA SERENISSIMA [Blank page]

CAPO I.

Le fonti della milizia veneta.

La sera del 2 giugno 1796 deve essere stata assai tragica per i senatori veneziani convenuti al casino del procuratore Pesaro, alla Canonica[3], per deliberare intorno a gravi oggetti concernenti la Repubblica. Il provveditore generale in Terra Ferma, Nicolò Foscarini, aveva avuto il dì avanti, sotto Peschiera, un colloquio burrascoso con il generale Buonaparte, nè gli era riuscito a rabbonirlo che a prezzo di dolorose abdicazioni per la dignità della vetusta Serenissima. E l'uomo nuovo, con la visione dinanzi agli occhi di sconfinati orizzonti di gloria, si era trovato di fronte all'uomo del passato, che vedeva chiudersi per la sua patria quegli orizzonti medesimi sotto il velo grigio e melanconico del tramonto.

Il generale Buonaparte aveva accusato il Senato Veneto di tradimento per avere permesso giorni avanti agli Austriaci di occupare Peschiera, di slealtà per avere dato asilo in Verona al conte di Lilla, di parzialità colpevole—come egli diceva—per male corrispondere alle pressanti esigenze di vettovaglie e di carriaggi da parte dell'esercito francese, di neutralità violata infine in vantaggio dei nemici suoi, gli Austriaci.

Ora, di tutto questo, Buonaparte aveva dichiarato al vecchio Foscarini di doverne trarre aspra vendetta per ordine del Direttorio, incendiando Verona e marciando contro Venezia. Il rappresentante Veneto, atterrito, era riuscito alla fine a indurre il focoso generale a più umani consigli ed a salvare Verona, ma più con l'aspetto della sua desolata canizie che con la virtù della parola, a condizione però «che le truppe «del generale Massona fossero ammesse in città, occupassero «i tre ponti sull'Adige, avvertendo che le minime rimostranze «che si imaginassero di fare i veneti riuscirebbero il segnale «dell'attacco[4]».

Tra l'incendio e l'occupazione militare non era dubbia la scelta, ed al Foscarini fu giocoforza di cedere. Duramente Buonaparte aveva rifiutato al vecchio provveditore perfino il tempo necessario, per prendere gli ordini dal Senato e lo aveva accomiatato «con i modi che il vincitore detta leggi al vinto[5]».

Era il principio della fine della Serenissima. All'udire i dolenti messaggi del Foscarini, l'accolta dei senatori veneti alla Canonica, pavida, discorde, sfiaccolata, non trovò altro rimedio al male che spacciare due Savi del Collegio a Verona per assistere il provveditore in altri colloqui con il generale Buonaparte, quasi che il loro mandato fosse quello di sorreggere con le dande gli estremi passi del valetudinario diplomatico e della agonizzante Repubblica.

La fiducia nelle arti della parola e del protocollo rappresentava ancora, agli occhi dei contemporanei, l'ultima àncora di salvezza, perchè i tempi di Sebastiano Verniero e di Francesco Morosini erano trascorsi da un pezzo. Ed i due nuovi eletti in quella tumultuaria adunanza notturna per implorare mercè al vincitore di Dego, di Millesimo e del ponte di Lodi, furono Francesco Battagia e Nicolò Erizzo I. Essi partirono sùbito alla volta del campo francese sotto Verona, recando seco «40 risme di carta di buona qualità, 12 risme di carta piccola da lettere lattesina, 2000 penne, 3000 bolini grandi ed altrettanti piccioli, 36 libbre di cera Spagna, un barilotto di inchiostro, 6000 fogli di carta imperiale, registri, spaghi e spaghetti in grande quantità».[6] La burocrazia aulica della Serenissima, in difetto di soldati e di armi, così provvedeva alla difesa delle sue città murate e del suo territorio.

A quel tempo, l'esercito veneto si era oramai consunto per vecchiezza. I lunghi e sfibranti periodi di pace e di neutralità in cui l'inazione suonava colpa e l'assenteismo politico della Repubblica, prolungata offesa alla dignità del vecchio e glorioso Stato italico, l'abbandono, lo scadimento d'ogni istituto, lo scetticismo e l'indifferenza, avevano siffattamente prostrata la milizia veneziana da imprimere sul suo volto, un tempo già gagliardo e raggiante per le vittorie d'Italia e d'Oriente, le rughe più squallide della decrepitezza ed il marchio più profondo della dissoluzione.

La bella e radiosa visione del monumento a Bartolomeo Colleoni, fiera ed energica come il suggello di una volontà prepotente, stupenda come l'annunzio di una vittoria pressochè astratta dall'ordine dei tempi, grado a grado si era dileguata nell'esercito della Serenissima, come svanisce un sogno carezzato alla luce di una triste realtà. * * *

Il nerbo degli armati della Serenissima traeva origine da due provenienze distinte: i mercenari e le cerne. E queste e quelli, per la comunanza del servizio sul mare, ritraevano un tal carattere anfibio che imprimeva alla milizia veneta fisionomia ed atteggiamenti del tutto diversi dalle altre milizie contemporanee.

Queste due fonti si erano nel passato così bene intrecciate assieme, da dar vita ad un fiume ricco d'acque e poderoso nel quale, in determinati e non infrequenti periodi della storia, si erano come trasfuse tutte le tradizioni militari dei Comuni e degli Stati dell'Italia.

Il mercenarismo rampollava dalle antiche compagnie di ventura e ne aveva dapprincipio tutto il sapore e tutto lo spirito, considerate le forme repubblicane della Serenissima e le tendenze della sua società aristocratica e marinara. Questo spirito, a grado a grado, si era modificato e quasi plasmato sotto il ferreo stampo fortemente unitario degli istituti veneziani del Rinascimento; sicchè il mercenarismo, tratto fuori dal martellare delle passioni partigiane e dall'angusta cerchia delle passioni cittadine, aveva alla fine assunto in Venezia una individualità più piena, lineamenti più decisi e sicuri da organismo di Stato.

Infine la medesima stabilità ed unità degli ordini oligarchici veneti, l'èsca dei largheggiati premi, il miraggio delle accumulate ricchezze, il cemento glorioso del sangue prodigato per un vincolo mistico e positivo insieme—quello della fede e della pubblica economia rivendicate sotto i fieri colpi del Turco—avevano contribuito ad imprimere a quel vecchio istituto militare del Trecento una fisionomia veneta. schiettamente originale, che sembrava quasi fusa dentro l'orma formidabile del leone di San Marco.

Nel frattempo il periodo eroico della guerra di Cambrai, delle lotte di Candia e delle campagne del Morosini erano volti al tramonto.[7] La Serenissima divenuta più sollecita di conservare che di conquistare, aveva stimato savio consiglio quello di fare più largamente partecipi de' suoi beni i propri soldati, specie i mercenari dalmati, allo scopo di meglio stringerseli dattorno con i vincoli della gratitudine e dell'interesse, con quei legami di amorevolezza che suscitano il reggimento paterno e la coscienza della solidarietà delle fonti del comune benessere.

Questo cammino, che sapeva del romano antico, pareva bello e fiorito ma celava non pochi rovi e non poche spine. La Serenissima, fatta vegliarda, largheggiò per troppa debolezza in autonomie, in franchigie e donativi a benefizio de' suoi soldati di mestiere, ed apparecchiò fatalmente a sè medesima ed alle istituzioni militari quella rovina che, in altri tempi, aveva annientato il vigore delle colonie legionarie di Roma. Anzitutto, quella continua e gagliarda corrente di forze fresche e nuove che, dal littorale dalmata, rifluiva ai dominî di Terraferma e di Levante per rinsanguare le schiere dei così detti reggimenti di Oltremarini—levati in origine per servire sulle navi—cominciò ad inaridire pel tralignare degli ordini feudali in Dalmazia e pel diffondersi del benessere nelle repubbliche marinare e nei municipi liberi. Infine, il difetto di stimolo alle audaci imprese—primo incentivo allo spirito di ventura—e le lunghe paci, lo asfissiarono e l'uccisero come sotto le distrette di una enorme camicia da Nesso. Le angustie finanziarie compirono l'opera.

Così le truppe levate per ingaggio tanto Oltremare che in Italia principiarono a morire a sè medesime. Francesco Morosini già da tempo aveva avvisata questa lenta ruina, quando per mantenere a numero il suo esercito del Peloponneso aveva dovuto ricorrere ai rifiuti di pressocchè tutti i mercati d'uomini d'armi d'Europa ed incettare, coi Toscani e Lombardi, anche gli Svizzeri, gli Olandesi, i Luneburghesi ed i Francesi; di guisa che con cosiffatta genia—come egli disse—corse rischio non già di dettare legge al nemico bensì di riceverla dai suoi soldati medesimi[8].

Nel 1781, come risulta dai piedilista, ruoli organici e stanza dei corpi insieme delle milizie venete redatti dall'inquisitore ai pubblici rolli, mancavano 654 oltremarini nei presidi di Levante, 353 in quelli di Dalmazia, 263 in quelli del Golfo e 42 infine in quelli d'Italia. In totale 1312 soldati oltremarini mancanti, su 3449 che dovevano essere presenti alle armi in quell'anno, suddivisi in 99 compagnie ed 11 reggimenti.[9]

In questo intervallo i nobili dalmati—feudatari un tempo, poi condottieri eroici e devoti delle milizie venete di ventura, modificate e migliorate nel senso di cui sopra è cenno—si erano venuti imborghesendo grado a grado [10]. L'antico privilegio loro di levare e di vestire i propri fanti con le vistose casacche cremisine e di donarli poscia, come in simbolo di fede ardente e di accesa devozione alla Serenissima, era degenerato col tempo e diventato un mercimonio tra le mani venali degli ingaggiatori, dei capi-leva e degli ingordi racoleurs.

La Serenissima tentò dapprima di ravvivare i sopiti spiriti bellicosi di quella nobiltà, un po' distratta dalle fortune commerciali della Repubblica ragusèa, dalle libertà comunali di Spàlato e di Zara e dalle autonomie di Poglizza, col largire nuovi privilegi, decime, concessioni e bacili di formento. Ma la prodigalità attizzò alla fine l'avarizia e non accese i desiderati spiriti di patriottismo, talchè i deputati et aggionti alla provvigion del dinaro nell'agosto del 1745 si videro obbligati a porre un freno alla disastrosa ed infruttuosa corrività della Repubblica verso la nobiltà dalmata; corrività che minacciava, di rovinare le «camere (tesorerie) di quelle province, costringendo per questo oggetto a farsi più abbondanti et frequenti le missioni di pubblico danaro per le esigenze di quelle parti» [11].

Nè più valeva a risollevare l'intisichito spirito di ventura tra i Dalmati—i mercenari per eccellenza—l'imagine della forza e della potenza guerriera della Serenissima. Le parvenze esterne dell'imperio, alle quali si affidava buona parte del suo prestigio presso le popolazioni soggette, erano precipitate a quel tempo in uno stato di abbandono colpevole. «Le fortificazioni di Levante, della Dalmazia e dell'Albania—scriveva nel 1782 il brigadiere degli ingegneri Moser de Filseck al Doge—sono in uno stato di desolazione tale da commuovere a riguardarle… A Zara, ogni parte delle opere componenti i recinti e le fortificazioni è in rovina… Spàlato è in decadimento, ed un nemico può eseguirvi un colpo di mano, a suo talento… Lo stato infine del forte S. Francesco a Cerigo fa rabbrividire pel decoro del Principato»[12].

Le armi vecchie e rugginose avevano dunque disamorato i venturieri a detergerle in Italia, ed Oltremare. Restava soltanto qua e là per la Dalmazia ed in Levante qualche guizzo del fulgore antico, raccomandato ad un sentimento di gratitudine giammai sopito nel cuore delle genti d'altra riva dell'Adriatico verso la Veneta Repubblica, che le aveva raccolte sotto le proprie ali nei tempi più travagliati della Cristianità e difesi contro il Turco. Ed a questi sentimenti, le ultime compagnie di ventura italiane avevano raccomandato i loro estremi giorni di vita a Venezia.

* * *

L'altra fonte delle milizie venete era rappresentata dalle cerne , che fornivano soldati dei luoghi ordinati con previdenze territoriali, specie di Landwehr che si levava in tempo di guerra o di neutralità a rincalzo dei mercenari, cioè dei provvisionati. Le cerne venete, o soldati d'ordinanza, emanavano adunque direttamente dal pensiero politico e militare di Nicolò Macchiavelli, che volle l'istituto delle milizie nazionali tratto dal popolo pedestremente armato[13].

Costituiva il nerbo delle cerne l'elemento rurale dei domini di Terraferma e d'Oltremare, cui la Serenissima aveva fatto larghe concessioni per rinfrancarlo nel suo innato spirito conservatore ed adescarlo a servire, lietamente ed in buon numero, nella milizia regionale. Di queste prime pratiche conservò memoria il Bembo.

«Deliberò il Senato—egli scrisse—che, nel Veronese, l'anno 1507, un certo numero di contadini che potessero armi portare, si scegliesse e descrivesse; i quali all'arte militare si avvezzassero, e costoro liberi da tutte gravezze fossero, acciò più pronti alle cose della guerra essere potessero, e chiamati alle loro insegne incontanente v'andassero. Il qual raccoglimento di soldati di contado agli altri fini della Repubblica (come suole l'uso essere di tutte le cose maestro) in breve passò e si diffuse. Il perchè ora le ville ed i ragunamenti degli uomini del contado di ogni città, parte de' suoi hanno che a questa cosa intendono, di essere armati ed apparecchiati di maniera che, senza spazio, alla guerra subitamente gire e trovarsi e servire alla Repubblica e per lei adoperare si possono. E queste genti tutte soldati di ordinanza, o cernite, si chiamarono»[14].

La guerra della lega di Cambrai, combattuta per l'integrità dei domini della Signoria, consolidò questa milizia paesana e la fece popolare, ad onta dei tentativi fatti per denigrarla—più che tutto dopo lo sbaraglio di Vailate—per opera dei troppo interessati fautori delle milizie assoldate, gli industriali della guerra d'allora. In sostanza, si voleva rovesciare sopra i soldati di ordinanza un po' di quel discredito e di quella noncuranza di cui gli eserciti regolari furono sempre prodighi verso le «guardie nazionali».

Il grande vantaggio delle cerne consisteva, anzitutto, nel loro costo sensibilmente minore in confronto del necessario per mantenere un eguale numero di soldati di mestiere. Toccava infatti al comune di descriverle, di armarle e d'inquadrarle in centurie; laddove questo còmpito, per i soldati di mestiere, toccava ai capi-leva che ne ritraevano un utile per sè e per la compagnia. Anche i gradi delle cerne, fino a quello dei capi di cento incluso, si attribuivano di massima per elezione nei villaggi che contavano il maggior numero di descritti.

Gli obblighi di questi ultimi erano limitati a cinque mostre o rassegne annuali (mostrini), oltre a talune riviste straordinarie (generali) in luoghi designati, con il comune consenso dei soldati medesimi, escluse però le fortezze, le terre murate, i castelli ed i grossi villaggi. Epperciò le rassegne si compievano d'ordinario in rasa campagna.

Le cerne dovevano presentarsi alle rassegne con le armi che avevano personalmente in consegna dai comuni, come si pratica per lunga tradizione nella Svizzera: le assenze erano punite con la descrizione a galeotto, oppure con la multa di 5 ducati[15]. In queste rassegne le cerne ricevevano la polvere da moschetto, il piombo e la corda occorrenti per confezionare li scartocci, i quali erano poi verificati dai capitani alla presenza dei capi di cento.

Con queste munizioni i soldati si esercitavano al palio, vale a dire al tiro a segno nei campi appositamente stabiliti.

Dal lato economico adunque le cerne rappresentavano un notevole vantaggio per le finanze della Signoria, una vàlvola di sicurezza all'aprirsi delle guerre, perchè esse esimevano lo Stato dal ricorrere—sotto la pressione del bisogno e sotto il giogo della domanda—al mercato sempre sostenuto dei soldati di mestiere.

* * *

Ma il vantaggio delle milizie paesane non era solo d'indole economica—cosa per certo non disprezzabile tenuto conto delle angustie finanziarie in cui versava la Serenissima verso la sua fine—ma anche di natura morale. Lo schietto spirito di regionalità di cui erano come impregnate le cerne, il quale traeva origine dai sani e vigorosi succhi della terra, conferiva loro molto prestigio e dava affidamento di moralità grande, laddove i soldati di mestiere, rifiuto della società del tempo, erano rappresentati dal generale veneto Salimbeni come «sentina d'ogni vizio».

Dalle cerne infatti erano esenti i capi di famiglia, per un patriarcale riguardo riferito alle cose della guerra e nelle famiglie stesse non si descriveva più di un soldato per ognuna, tenendo fermo il concetto di non ammettere in questa milizia che sudditi genuini della Repubblica. Dalle cerne erano inoltre esclusi i servitori, i girovaghi, i condannati ed i galeotti, sicchè l'elemento di esse era incomparabilmente migliore di quello dei soldati di mestiere, tra i quali si accoglievano «tutti gli oziosi ed i vagabondi che dalla Terraferma si spediscono in castigo nelle province di Oltremare, per cui cresce la massa dei vizi e delle corruttele nella truppa, e sono cagione della poca disciplina e del fisico deperimento di essa»[16].

Passate quindi le guerre unicamente ispirate al concetto della difesa dei dominî italici, prese il sopravvento la presunzione dei riguardi dovuti in uno Stato marinaresco e repubblicano alla libertà individuale dei propri sudditi, che si voleva completamente arbitra di esplicarsi, senza restrizione alcuna, secondo il miglior rendimento delle energie di ciascuno di essi. La tolleranza dei pubblici uffizi, il benessere diffuso, il vezzo delle neutralità ripetute invariabilmente allo aprirsi di ciascuna campagna, a partire dalla sciagurata pace di Bologna (1530), invogliarono le genti già disamorate delle armi a colorire codeste teorie di liberismo militare con le tinte più accese dell'arte tizianesca. E la presunzione, oppure la consuetudine, per l'ignavia degli uomini e per la debolezza dei tempi acquistò alla fine vigore di legge. La Repubblica, ricca ed imbelle, poteva ben concedersi anche il lusso di comperare i soldati di cui abbisognava per la difesa de' propri domini.

Principiò così a diffondersi la costumanza delle tasse militari, o tanse, cioè del prezzo di riscatto dal servizio dovuto nelle cerne, con il cui prodotto componevasi un fondo destinato ad assoldare altrettanti mercenari. Gli artieri ne approfittarono subito, poi i barcaiuoli veneziani e gli ascritti alle scuole di Santa Barbara, da cui levavansi i cannonieri dell'esercito della Serenissima. E le tanse acquistarono fin d'allora la denominazione di insensibili, perchè essendo ripartite per arte su tutte le persona che le componevano, ne venivano a risultare delle quote d'affrancazione individuale dal servizio molto tenui; vale a dire quasi insensibili.

Cresciuto il favore delle tanse, crebbe in parallelo la corrività delle cassazioni, cioè delle esonerazioni tra le cerne, e divenne facile l'esimersi dal servizio facendosi sostituire per denaro da un altro soldato tratto dalla medesima milizia. Le rassegne caddero col tempo in dissuetudine, si trascurò la vigilanza da parte dei comuni, e questo primo e magnifico esempio di landwehr veneta principiò a languire ed a morire[17].

Nella Dalmazia le cerne furono introdotte da Valerio Chierigato intorno all'anno 1570, e si denominarono craine o craicinich. Ma per gli stessi motivi dianzi esposti, esse erano scadute sul finire della Repubblica anche da quelle parti e le loro sorti si erano già accomunate con quelle dei soldati oltremarini o di mestiere.

Così delle due fonti essenziali della milizia veneta—eredità dell'arte italica del Cinquecento—i soldati prezzolati e le cerne, gli uni sopravvivevano ancora alle ingiurie dei tempi ma tutti squassati e ridotti come una larva di sè medesimi, le altre erano pressochè scomparse dalla scena della vita militare veneziana, o si consideravano tutto al più come un rudere di un vetusto edifizio abbandonato da gran tempo. In questa guisa delle due grandi correnti che alimentavano le vecchie armi della Serenissima e formavano, insieme commiste, un fiume regale gonfio d'acque e fecondo d'energie, non era rimasto che l'ampio alveo, tutto pantani ed acquitrini dai quali emanavano miasmi e malaria.

CAPO II.

L'amministrazione centrale della guerra. Il Savio di terraferma alla scrittura e le magistrature militari.

Come il rendimento di una macchina ottimamente costituita si commisura dalla somma di attriti che riesce a vincere, sicchè il suo lavoro procede rapido, silenzioso e produttivo, così l'opera proficua di uno Stato si arguisce dall'armonia degli sforzi de' suoi organi direttivi e dal loro coordinamento, in modo che tutte le energie abbiano impiego e non si smarriscano in sterili conati, o per superfluità di uffizi o per contraddizione di còmpiti.

Ora la macchina statale veneta della decadenza era complicata e rugginosa, epperciò assai pigra e poco produttiva. Aveva addentellati con molteplici sopravvivenze feudali, intrecci con privilegi oligarchici, vincoli con un proteiforme organismo amministrativo burocratico e cancelleresco onusto d'impiegati; sì che tutto impaludava nello apparecchio e nelle forme e poco o nulla rendeva nella sostanza[18]. L'amministrazione della guerra poi—che per il suo istituto più risentiva delle sopravvivenze del passato—era così multiforme e farraginosa da incontrare attriti ed intoppi ad ogni passo.

Le cose della guerra mettevano capo al Collegio, ossia al Consiglio dei ministri della Repubblica, composto di 16 membri, o Savi[19].Di questo Collegio facevano parte il Savio di terraferma alla scrittura ed il Savio di terraferma alle ordinanze; i due centri esecutivi dell'amministrazione delle milizie di mestiere e delle milizie paesane, cioè delle cerne.

Il Savio alla scrittura era preposto, oltre che all'ordinamento delle milizie stanziali, anche a quello delle fortificazioni, delle artiglierie e delle scuole militari, e traeva il nome dall'antico suo ufficio di tenere cioè al corrente i ruoli dei soldati ingaggiati. Era, in sostanza, il ministro della guerra della Serenissima.

Il Savio alle ordinanze sopravvegliava invece al governo delle cerne e corrispondeva ad un vero e proprio ministro alle Landwehr, cioè ad un centro organatore della difesa territoriale.

Queste supreme magistrature militari, come le altre del Collegio, erano elettive. Più antica—per ragione di precedenza storica delle milizie prezzolate sulle paesane—era la carica di Savio di terraferma alla scrittura, il cui istituto venne riordinato al principio del XVI secolo, quando cioè le armi della Serenissima più sfolgoravano per i domini d'Italia ed oltremare[20]. Più recente era invece il saviato alle ordinanze, largamente citato nella riforma di quelle milizie dettata da Giovanni Battista Del Monte (1592).

Il Savio alla scrittura (come gli altri membri del Collegio) durava in carica un semestre, ma poteva essere rieletto quando fosse spirato un intervallo di sei mesi almeno dal decadimento dell'ultimo mandato. Ne derivava perciò una specie di oligarchia politico-amministrativa, vincolata o ad una determinata consorteria oppure ad un monopolio nei pubblici affari. La molteplicità degli uffici burocratici accentuando i danni di tale esclusivismo rendeva la macchina statale rigida, lenta ed improduttiva.

Per le cose della milizia questo monopolio politico ed amministrativo doveva essere temperato, in origine, dalla carica del generale in capo. Straniero, di regola, esso era destinato ad impiegare le truppe in guerra—sotto la responsabilità dei provveditori del Senato incaricati di sorvegliarlo a mo' dei commissari della Repubblica di Francia—ed in pace a suffragare della sua autorevole esperienza l'apparecchio delle armi e degli armati.[21] Il generale in capo doveva essere infatti una specie di responsabile tecnico, mentre il Savio alla scrittura non era altro che un semplice amministratore dei fondi destinati dalla Serenissima al mantenimento ed all'armamento dei propri soldati. Ed essendo la carica di generale in capo vitalizia, non pareva gran male che gli uffizi amministrativi si alternassero attorno ad essa, con vicenda più o meno frequente, emanando da una ristretta base nella scelta delle persone a ciò deputate.

Ma poichè si resero sempre più rare le guerre ed il vezzo delle neutralità le confinarono alla fine tra i ferrivecchi, la benefica influenza moderatrice del generale in capo sulle magistrature militari, politiche e burocratiche, cominciò a scadere, fintantochè scomparve del tutto. Rimasero i danni ed i pericoli delle consorterie, senza argine e senza riparo.

Dopo lo Schoulemburg, distinto generale sàssone cui la Signoria aveva conferito il titolo di maresciallo e l'incarico della difesa di Corfù, nel 1716; dopo i generali Greem e Witzbourg—tutti stranieri ed eletti generali in capo delle forze venete—per amore di economia[22] o per mal concepite diffidenze verso una carica che sembrava oramai destituita di ogni significato pratico, essa passò in dissuetudine con il tacito consenso del Collegio, del Senato e del Doge. Da quel punto, il Savio alla scrittura si rinchiuse senza controllo nelle sue funzioni burocratiche e cancelleresche e diventò, alternatamente, o una carica monopolizzata dalle medesime persone—-salvo l'intervallo legale nella rielezione—quando si trovavano coloro che volentieri la disimpegnassero; oppure un caleidoscopio di persone diverse prive di competenza e di pratica[23]—

Sulla cooperazione del collega alle ordinanze non v'era oramai più da contare alla fine della Serenissima, perchè questa magistratura si era completamente atrofizzata. Per formarsi un'idea circa l'attività e l'importanza di quel Savio, basta citare alcune cifre relative al maneggio che esso faceva del pubblico denaro per l'amministrazione dipendente. Nel bilancio pel militar dell'anno 1737, solo 9511 ducati e grossi 21 erano assegnati al Savio alle ordinanze per le cerne, e ducati 309 e grossi 17 per le loro mostre e mostrini; e ciò sopra una spesa totale di 2,060,965 ducati e grossi 11 effettivamente fatta in quell'anno dalla Signoria per le cose della milizia [24].

I migliori Savi avvicendatisi nell'amministrazione veneta della guerra, non mancarono di levare la loro voce contro la soppressione della carica di comandante in capo; mancanza che abbandonava quei magistrati a sè medesimi senza l'appoggio di spiccate capacità militari che rappresentassero la continuità nello apparecchio degli uomini e delle armi; e più che tutti, Francesco Vendramin, il miglior Savio alla scrittura della decadenza della Repubblica. Questi nel 1785 dichiarava infatti al Doge che il malessere dell'esercito dipendeva dalla rinunzia, fatta da tempo, «di eleggersi un commandante supremo, dalla cui sapienza e virtù si possano ritrarre quei lumi e direzioni che valghino a sistemare in buon modo le truppe» [25].

Ma, ad onta di queste franche parole—come sempre le usava il Savio Vendramin—il generalissimo tanto invocato non venne a rialzare i depressi spiriti militari dei Veneti, e rimase la burocrazia che non passa [26]. Questa intensificò anzi l'opera sua, così da avvolgere il Savio alla scrittura in una rete inestricabile di intralci e di formalità innumerevoli.

Esaminiamo in particolare codesto viluppo, congegnato a bella posta per troncare i nervi ad ogni energia. Il Savio alla scrittura nell'esercizio delle sue funzioni aveva rapporti con tutte le magistrature politiche, marinare e civili d'Italia e d'oltremare. Quanto al reclutamento ed agli assegni in ordine alla forza bilanciata, egli aveva relazioni con l'Inquisitore ai rolli, con il Savio Cassier e con i magistrati sopra camere, o tesorerie provinciali: quanto al reclutamento ed all'ordinamento delle cerne, egli doveva accordarsi con il collega deputato ad esse. Per le cose attinenti il servizio anfibio dell'esercito sulle navi armate, egli doveva intendersi con i Savi agli ordini per le milizie, con i Provveditori generali da Mar, con quelli in Dalmazia ed Albania, con i Provveditori att'Arsenale ed, infine, con il Capitanio del Golfo (contado delle Bocche di Cattaro).

Per il riparto ed il servizio territoriale delle truppe, il Savio alla scrittura doveva prendere accordi con i capitani e podestà delle province, con il magistrato e con il sopraintendente all'artiglieria, con il provveditore alla cavalleria, con il sopraintendente del genio e con i provveditori alle fortezze.

Lo. sfruttamento dell'industria privata—usato sempre in buona misura dalla Serenissima per le cose della guerra—obbligava inoltre il Savio competente ad una continua vigilanza sui deputati alle miniere, per quanto si riferiva l'industria metallurgica della Bresciana e del Bergamasco, e sui capi delle maestranze per le industrie estrattive dell'alto Cadore.[27]

Oltre a ciò, per quanto riguardava il servizio sanitario, l'amministrazione della guerra era in rapporti continui con i provveditori agli ospedali e con i capi religiosi di talune confraternite incaricate dell'assistenza degli infermi[28]; per quanto concerneva il servizio di commissariato, con i magistrati sopra biade e frumento, con i Savi alla mercanzia e con i provveditori all'agricoltura; per quanto rifletteva infine l'amministrazione della giustizia, con il missier grande, o capo della polizia esecutiva, e con i governatori alle galere dei condannati.

Nè si arrestava a questo il frantumamento delle autorità militari venete, spesso discoste l'un l'altra ed animate da interessi contradditori, e l'intralcio con le magistrature civili. Nei rapporti aulici e cancellereschi, era deputato ogni settimana un Savio designato a turno nel Collegio—epperciò detto Savio di settimana—per esporre al Senato le proposizioni ed i decreti deliberati dal Consiglio. Tale costumanza, per certo assai comoda, non era però in pratica molto giovevole per la trattazione degli affari—specie dei militari—rimettendo il patrocinio di essi a mani del tutto inesperte o ignare.

* * *

Consideriamo ora un poco questa mastodontica macchina burocratica in azione. Nel 1784, solo per riformare alcune parti del vestiario e dell'equipaggiamento della fanteria veneta, riputate o troppo incomode o troppo costose, convennero assieme in più conferenze il Savio alla scrittura attuale ed uscito [29], i Savi alla mercanzia in numero di cinque ed il magistrato sopra camere. Ciò nondimeno, dodici anni dopo, la riforma non era ancora del tutto attuata tra le file dell'esercito veneto.

Fino dal 1775 il Savio alla scrittura e l'Inquisitore ai rolli, concordi, deploravano in Collegio e presso il Principe le tristissime condizioni in cui versavano le artiglierie e le armi portatili, alle cui deficienze non era più in grado di porre rimedio il vetusto Arsenale di Venezia. Soltanto sette anni dopo il grido d'allarme venne raccolto da Francesco Vendramin, in una delle sue riconferme al Saviato alla scrittura, e la questione venne finalmente da lui posta dinanzi al Doge con criteri da industria di Stato meglio che moderni.

L'industria militare privata aveva tenaci e floridissime radici a Venezia, e le armi bianche venete, assai pregiate nella tempra e nel lavoro del cesello, [30] avevano una fama incomparabile. Cresciuto poi il favore delle armi da fuoco, degli archibugi e delle artiglierie navali e terrestri, le fucine della Bresciana vennero procacciandosi nell'industria manifatturiera quel nome che si è tramandato fino ai giorni nostri.

La trasformazione decisa e cosciente dell'industria militare privata in industria di Stato, avrebbe quindi corrisposto in modo mirabile alle esigenze economiche e tecniche della Serenissima, poichè avrebbe consentito di ridurre con immenso vantaggio economico l'improduttivo organismo dell'Arsenale e di sostituire al suo lavoro, o lento o negativo, quello più proficuo delle maestranze dei metallurgi e degli artieri, organizzati e disciplinati in forme corporative tradizionali, vigilate per di più di continuo dalle magistrature apposite.

Così fu concluso, nel 1782, un contratto con la Società mercantile di Girolamo Spazziani, mediante il quale essa si assumeva l'obbligo—usufruendo delle due migliori fonderie e miniere dal Bergamasco—[31] di fornire alla Serenissima entro 14 anni, in lotti proporzionali, le artiglierie di cui abbisognava; e cioè 35 cannoni da 30 libbre,[32] 52 da 14, 24 da 12, oltre le munizioni, gli attrezzi e gli armamenti necessari. Lo Stato si sarebbe garantito della buona qualità delle forniture, obbligando la ditta Spazziani ad uniformarsi strettamente nella fondita dei pezzi alle regole all'uopo prescritte dal maresciallo Schoulemburg, e con l'assoggettare le bocche da fuoco a speciali prove forzate da compiersi al Lido, a spese esclusive della società assuntrice ed alla presenza del magistrato all'artiglieria.

Queste prove dovevano essere da due a quattro per ogni pezzo da collaudarsi, ed i pezzi rifiutati si dovevano restituire alla ditta per essere rifusi e nuovamente esperimentati. Nel contratto infine erano comminate penalità e multe alla ditta Spazziani, al caso di inosservanza di impegni da parte della medesima.[33]

L'artiglieria veneta, con il concorso dell'industria privata, poteva e doveva quindi rinnovarsi tra il 1782 ed il 1796. In questo periodi di tempo dovevano inoltre rifondersi o ristaurarsi le bocche da fuoco dichiarate inservibili, e non erano poche in quel tempo: 82 cannoni di diverso calibro, 85 colubrine, 63 sacri e passavolanti, 180 petrieri, 5 mortai, 9 trabucchi ed 1 bastardo.[34]

Se così fosse stato, la Serenissima all'aprirsi della campagna del 1796 avrebbe avuto 536 bocche da fuoco disponibili, nuove del tutto o riparate; e non si sarebbero visti sui rampari di Verona «i pezzi così malandati, i letti (affusti) così rôsi dal tempo… che se fosse occorso di maneggiarne taluno non si saprebbe come eseguire l'ordine».[35]

* * *

Ma per assicurare tali vantaggi all'esercito sarebbero occorsi continuità di vedute nell'amministrazione della guerra, preparazione, vigore di energie da parte delle persone elevate all'ufficio di Savio alla scrittura, accordo infine deciso e cosciente di tutti nell'attuare una riforma finanziaria ed industriale che avrebbe legato il nome della Serenissima ad un grande e razionale progresso nella pubblica economia.

Ora la vecchia e già tanto sapiente Repubblica, ridotta a lottare indarno contro la morte vicina, non poteva più trovare nel consunto organismo lo rinnovate energie capaci di redimerla dalla triste eredità del passato. Fino al 1786, cioè durante il periodi delle riconferme al Saviato di Francesco Vendramin—il ministro riformatore della decadenza militare veneta—le consegne della ditta Spazziani procedettero con ordine e regolarità, ma da quell'anno in avanti gli impegni cominciarono ad allentarsi finchè non ne rimase più traccia. Ai lagni in materia delle pubbliche cariche militari si rispondeva invariabilmente con delle buone promesse, con caute direzioni, con voti e parole, mentre i mali reclamavano urgentemente fatti, mentre gli ufficiali attestavano «che in Dalmazia ed in Levante vi sono ancora compagnie di fanti armate ancora dei fucili dell'ultima campagna[36]… si che il solo smontarli e rimontarli, ogni volta che pulir si debbono, basta a renderne un gran numero fuori di servizio».[37]

Vero è che per i fatti, oltre che alla ferma e cosciente volontà dei deputati a compierli, occorre anche il danaro; e questo, come succede del sangue in ogni organismo indebolito, è il primo a scarseggiare nei governi travagliati dalla decadenza. Alla fine della seconda neutralità d'Italia—cioè subito dopo la guerra per la successione di Polonia—lo sbilanzo, o deficit delle finanze veneziane, era infatti salito a 770-784 ducati all'anno, ed all'amministrazione della guerra toccò di scontare queste falle con sacrifizi e con lesinerie le quali finirono per annientare del tutto la compagine materiale e morale dell'esercito.

«Con queste riduzioni—diceva un rapporto al Principe—il corpo delle truppe non può oramai più supplire con la propria forza agli essenziali bisogni dello Stato… e quindi occorre sia tolto da quel languore e miseria in cui presentemente esso si trova, somministrandogli i mezzi di cui ha bisogno»[38].

Ma anche sa questo punto la voce del Savio Vendramin predicò invano, ed i denari non vennero—ironia del caso—se non quando si trattò non già di apparecchiare armi ed armati in difesa della Repubblica, ma di mantenere lautamente due eserciti sul suo suolo, nemici l'uno dell'altro, della Serenissima, ed entrambi emuli nell'opera triste di taglieggiarla e di calpestarla.

Ma ritorniamo al Savio alla scrittura ed alla sua fisionomia burocratica.

Quale magistrato supremo alla milizia esso, di regola, non abbandonava la Dominante—cioè Venezia—se non per compiere l'annuale visita al Collegio militare di Verona, in Castelvecchio, dal quale uscivano i giovani ufficiali di artiglieria e genio della Repubblica. Era questa una comparsa periodica all'epoca degli esami finali, che circondavasi a bella posta di solennità, sia nell'intento di lasciar traccia nell'animo dei futuri ufficiali delle milizie venete, sia in quello di ravvivare, a scadenza fissa, il prestigio ed il nome del Savio alla scrittura nella principale fortezza dei domini d'Italia. Ma le apparizioni erano troppo rapide e, sovratutto, affogate sotto il cumulo delle formalità proprie del manierismo incipriato del tempo.

Di una di queste visite si conserva traccia nel diario del Collegio militare di Verona. «Il Savio Alvise Quirini—dice il diario—partì da Venezia un mercoledì dopo pranzo del luglio 1787, alle ore 20, per Mestre. Aveva seco due staffieri ed un furier. Il legno era pronto a Marghera, con quattro cavalli ed il furier davanti, pure a cavallo. Al Dolo si cambiarono i cavalli: a Padova il Savio pernottò nel palazzo Quirini ed il provveditor straordinario di colà, Zorzi Contarini, gli diede scorta di due soldati a cavallo. Il giorno appresso (giovedì), alle ore 22 suonate, il Savio arrivò a Verona»[39].

In quella città un ufficiale della guarnigione venne subito comandato a disimpegnare la carica di aiutante presso il Savio Alvise Quirini, ed un'ora dopo l'arrivo di questi il tenente Zulatti, ufficiale di guardia alla piazza, venne a felicitarsi seco lui per l'ottimo viaggio compiuto e ad esibirsi, cioè a profferire servigi. Ma il Savio alla scrittura, congedati bellamente gli ufficiali venuti per fargli onore, andò ad alloggiare in casa del cugino Marin Zorzi, e la «tavola fu servita per quella sera dal locandier alle Due Torri[40], essendo stato convenuto il prezzo di tutto dal brigadier Mario Lorgna, governatore militare del Collegio. La sera stessa venne il brigadiere Lorgna a fare ossequio al Savio alla scrittura, e si combinò subito per verificare la scuola ed incominciare gli esami lo stesso giorno seguente. La sera poi il Savio andò alla comedia al Nobile Teatro ed il vescovo mandò il suo nome a casa Zorzi».[41]

CAPO III.

Ufficiali grandi e piccini.

Perduto è quell'organismo il cui cuore si attarda di spingere il sangue nelle vene. Ed il cuore ed il cervello si erano da tempo intorpiditi nell'esercito della Serenissima nelle persone de' suoi generali.

Quando il brigadiere Fiorella[42] nella notte dell'8 agosto 1796, all'avanguardia della divisione Serurier, reduce dalla vittoria di Castiglione si riaffacciava a Verona abbandonata giusto una settimana innanzi per rioccuparla d'ordine di Buonaparte, il generale Salimbeni comandante di quella piazza indugiò alquanto nel riaprire ai Francesi la porta di San Zeno. Il brigadiere Fiorella l'abbattè allora con alcune volate di mitraglia, e si trovò comoda scusa per il ritardo dei Veneti di rovesciare la colpa sulla tarda vecchiaia del Salimbeni.

Questo generale—si disse—oramai ottuagenario, incapace di montare a cavallo, costretto a servirsi di un carrozzino[43], non poteva trovarsi ovunque in quel trambusto della notte dell'8 agosto. E Buonaparte lieto delle riportate vittorie e del riacquisto di Verona, non fece gran caso di questi fiacche scuse dei Veneti, ondeggianti tra gli Austriaci padroni dell'interno della città ed i Francesi padroni delle campagne, oscitanti tra i vincitori ed i vinti.

La vecchiaia dei generali veneti esisteva nondimeno, e grave. Il Savio alla scrittura Francesco Vendramin l'aveva denunciata al Principe come il male precipuo che rodeva l'esercito, e scongiurava di provvedervi in tempo:

«Di eguale impedimento—egli così scriveva nel 1785—alle buone disposizioni della milizia in genere si è pure l'impotenza di non pochi ufficiali, specie delle cariche generalizie, che giunti alla più fredda vecchiaia, ritenuti dalle viste del proprio vantaggio, vogliono ancora continuare nel servizio sino alla fine della vita…..Sicchè, malgrado quella riverenza che si conviene alle pubbliche deliberazioni, mi è forza dire che, spesse volte, questo Augusto Governo è più commosso dalla pietà che dal proprio interesse, cui talvolta antepone le convenienze particolari di coloro che godono la distinta fortuna di essergli soggetti» [44].

Non si pensò però con questo a svecchiare gli alti gradi dell'esercito
Veneto.

Fino dal 1786, allo scopo di ripartire in modo equo e vantaggioso per il servizio i beni ed i mali delle diverse guarnigioni d'Italia e d'oltremare, il Senato aveva stabilito un turno di generali; ossia un determinato ordine di successione dei generali medesimi al comando dei quattro grandi riparti militari in cui si suddivideva il territorio della Repubblica[45].

Fu assegnato allora in Levante il sergente-generale Maroti, con i sergenti maggiori di battaglia Bubich e Craina; in Dalmazia il sergente generale Salimbeni—ricordato più sopra—con i sergenti maggiori di battaglia Nonveller ed Arnerich; in Italia il tenente generale Pasquali, con i sergenti maggiori di battaglia Stràtico e Bado. Dopo quattro anni questi generali dovevano mutare residenza, ma nel 1790—cioè allo spirare del primo quadriennio dacchè la determinazione fu presa—il sergente maggiore di battaglia Arnerich faceva sapere al Savio alla scrittura che egli non era più in grado di muoversi dalla Dalmazia, perchè diventato più che nonagenario.

E non soltanto i generali erano incapaci di viaggiare dall'Italia, oltremare e viceversa. Nello stesso anno 1790 anche i colonnelli brigadieri Macedonia e Gazo si dovettero lasciare alle rispettive guarnigioni, stante la loro tarda vecchiezza.

La gerarchia generalizia era poi troppo ristretta in confronto degli aspiranti. La piramide gerarchica nell'esercito Veneto si restringeva talmente verso il vertice da rendere necessaria una longevità pressochè biblica per raggiungerla. Nel 1781 i quadri dello stato generale erano: 1 tenente generale, 2 sergenti generali, 6 sergenti maggiori di battaglia, oltre ai sopraintendenti del genio e della cavalleria con il grado di colonnelli brigadieri. Il tenente generale era Alvise Fracchia-Magagnini di 85 anni, di cui 68 di continuato servizio; i sergenti generali erano Pasquali e Rade-Maina, vecchi colonnelli dei fanti oltramarini; i sergenti maggiori di battaglia Arnerich, Salimbeni, Maroli, Nonveller, Rado e Stràtico.

Non pochi di questi occupavano ancora le cariche generalizie nel 1796,
vale a dire che erano infeudati nell'ufficio da oltre tre lustri.
*
* *

Teoricamente i metodi per la elevazione degli ufficiali agli alti gradi dell'esercito dovevano essere di garanzia sicura per la bontà dei quadri. La procedura per la nomina delle cariche generalizie—esclusivamente devolute alla scelta—era infatti assai minuta, abbenchè non scevra di sospetti di favoritismo. A tenore della così detta legge di Ottazione, cioè di avanzamento [46], le vacanze nei gradi dovevano ripianarsi entro tre mesi dacchè avvenivano; tempo più che necessario per una scrupolosa valutazione dei titoli dei concorrenti, ma anche più che sufficiente per dar modo alle consorterie di raggiungere i propri fini.

I titoli presentati dai candidati formavano, nel loro assieme, i così detti piani di prova. Vi figuravano i lunghi e buoni servigi prestati sotto la vermiglia bandiera della Repubblica, le ferite, le malattie sofferte a motivo del contagio, le azioni di merito e—ove ne era il caso—anche le prigionie passate sotto i Turchi, i naufragi patiti e la perdita degli averi. Gli ultimi tempi imbelli della Serenissima avevano naturalmente assottigliato di molto il bagaglio eroico di codesti titoli, surrogandoli con i più modesti e comuni dell'anzianità e della età dei candidati, e su questi titoli si esercitava la retorica degli ufficiali concorrenti.

Il sergente maggiore di battaglia Antonio Maroli così faceva, ad esempio, nel 1782 l'apologia di sè medesimo, aspirando al grado del valetudinario Rade-Maina collocato finalmente a riposo:

«Fino dai primi anni Antonio Maroli si incamminò alla professione delle armi. Passato per la trafila dei vari gradi, con l'assiduità del servizio e con la provata sua abilità giunse, nell'anno 1768, ad occupare il grado di colonnello. Le attestazioni delle primarie cariche da Mar e degli ufficiali dello Stato generale e di molti altri graduati, rilevano di avere egli utilmente servito nel laborioso carico di sergente maggiore nella importante piazza di Corfù, impiegandosi pure, per varî anni, nella istruzione del reggimento, negli esercizi e nella militare disciplina anche in pubblici bastimenti in mar.

«Imbarcato sopra la nave San Carlo che tradusse a Tenedo il fu Ecc.mo Kav. Correr, bailo[47], si fermò sulla medesima in attenzione dell'arrivo dell'altro Ecc.mo bailo Francesco Foscari, ed in questo frattempo attaccatasi grave epidemia nell'equipaggio di detta nave si maneggiò egli presso i comandanti turchi per avere ricovero in terra… Nel sostenere i governi delle armi (comandi di presidio) di alcune città e fortezze nei differenti riparti di terra e di mar, eguale fu la di lui attenzione ed attività, che gli conciliò approvazione. Molto fu poi riconosciuta la di lui direzione nel seguito ammutinamento di prigionieri di Brescia per metterli a dover, nel quale malagevole incontro per 18 ore sostenne con coraggio il fuoco degli ammutinati, e gli toccò vedere ai suoi piedi ucciso un caporale e ferito un soldato»[48].

Le apologie più salienti dei piani di prova erano pubblicate per le stampe dai candidati più audaci o facoltosi, e diffuse per la Dominante ad apparecchiare terreno per le deliberazioni finali del Savio alla scrittura e del Senato. Era una specie di gara a foglietti, dai tipi vistosi e dalla studiata mostra delle benemerenze personali; una vera rassegna pubblica alla quale dovevano interessarsi non poco gli spettatori dell'epoca ciarliera e spensierata dei casini, dei caffè e delle gazzette.

Per troncare gli effetti della mala pianta il Senato, nel 1783, volle abolite codeste costumanze alquanto teatrali. Vietò ai candidati di rimanere a Venezia durante le elezioni delle cariche generalizie, e nel periodo di tempo immediatamente anteriore, ed in luogo dei piani di prova commise al Savio alla scrittura di compilare delle apposite note personali, da produrre alla Consulta al caso di ciascuna vacanza. La Consulta poi, avuto l'elenco dei migliori candidati, votava o ballottava su ciascuno di essi, in Pien Collegio, con quattro quinti dei voti e l'elezione si confermava da ultimo in Senato.

Eletto il nuovo generale, con le ducali di nomina se ne fissava anche lo stipendio.

* * *

Scendiamo ora dal vertice della piramide gerarchica verso la grande e massiccia sua base. Gli ufficiali veneti erano troppi per i soldati che avevano da comandare e per le attribuzioni che dovevano compiere.

Nel 1776 si trovavano nei reggimenti attivi 33 colonnelli, altrettanti tenenti colonnelli, 30 sergenti maggiori, 203 capitani, 31 capitani-tenenti, 184 tenenti, 237 alfieri o cornette per la cavalleria e 163 cadetti. In totale, 964 officiali sull'effettivo di 10,605 fazionieri o comuni che contava l'esercito veneto di quel tempo; e ciò senza tener conto degli ufficiali in servizio sedentario, alle fortezze, al corpo del genio, all'Arsenale, ai governatorati delle armi, alle scuole e di quelli infine con riserva di anzianità.

In sostanza, i quadri degli officiali della Serenissima avevano tutta l'aria di un grande stato-maggiore a spasso.

Il grosso di questo stato-maggiore proveniva dalla trafila della troppa, come ne fa fede lo scarso numero dei cadetti presenti alle armi nel 1776. Delle scuole militari esistenti a quell'epoca, il collegio di Verona provvedeva al reclutamento dei corpi di artiglieria e genio: quello di Zara, per la fanteria oltremarina, era ancora allo stato rudimentale.

Riformatisi in appresso questi due istituti, quello di Verona nel 1764 e quello di Zara nel 1784, una nuova ondata, di formidabili competitori venne ad affiancarsi alla vecchia corrente dei provenienti dalla troppa nello aspirare ai gradi, di ufficiale[49].

Dal Militar Collegio di Verona—come è noto—uscivano gli alfieri dell'artiglieria e del genio ed, accessoriamente, anche quelli di fanteria e di cavalleria. In queste ultime armi si transitavano però quegli allievi che, al termine dei corsi, riportavano una classificazione inferiore alla minima ritenuta necessaria per servire nelle armi dotte, o coloro infine che—per mancanza di posti—non trovavano più luogo nelle armi medesime. In questo caso i diseredati dalla sorte potevano aspirare a far ritorno alle armi cui aspiravano, concorrendo in turno ogni anno con i nuovi licenziati dall'istituto veronese.

Dal collegio militare di Zara uscivano gli alfieri dei reggimenti oltremarini e le cornette dei reggimenti di cavalleria. L'istituto esisteva fin dal 1740, ma per difetto di concorrenti aveva vissuto una vita stentata ed anemica fino al 1784, perchè la massa dei Dalmati aspiranti ai gradi dell'esercito preferiva la via più lunga ma più avventurosa del servizio anfibio sui pubblici legni e verso i confini turcheschi, a quella più tediosa e nuova degli studî e dei riparti d'istruzione.

Ma poiché—sotto l'impulso di Angelo Emo e del Savio Francesco Vendramin—l'amministrazione veneta della guerra accennò a battere nuove vie, ed il reclutamento degli ufficiali usciti dalle scuole parve destinato a soppiantare ogni altra provenienza, il conflitto tra il vecchio ed il nuovo, tra la pratica e la teoria, scoppiò clamoroso ed inevitabile. Si accese allora la guerra tra i fautori del tirocinio, dell'esperienza e dei titoli acquisiti, e quelli delle accademie delle prove e degli esami. I tempi grigi e fiacchi non offrendo verun'altra distrazione, fecero sì che gli ufficiali dell'epoca si ingolfassero in queste lotte sterili ed acerbe con l'ardore che proviene dall'ozio.

Mèta del tirocinio nei gradi di truppa era l'alfierato. Ad esso si perveniva pel tramite dei cadetti, da parte dei giovani provenienti dalle scuole, o per quello dei sergenti per parte dei borghesi e dei gregari di truppa. Gli aspiranti alla carriera delle armi usciti dalle buone famiglie veneziane, per essere ammessi nelle file dell'esercito quale cadetti dovevano contare almeno 14 anni di età. Per raggiungere lo stesso grado nella truppa occorrevano invece dai sei agli otto anni.

Dopo tre anni di buon servizio come cadetto, questi era promosso alfiere, se di fanteria e cornetta se di cavalleria; e con l'alfiere, detto per antonomasia il primo grado di goletta, cominciava il lungo e faticoso calvario dell'ascesa ai gradi di ufficiale[50].

Questi si conferivano nell'interno del reggimento fino al grado di sergente-maggiore. Ed i gradi erano quelli di tenente, di capitano-tenente, o comandante della compagnia del colonnello, di capitano, di sergente-maggiore, o comandante di battaglione: i gradi di tenente colonnello e di colonnello si conferivano a ruolo unico sulla totalità della rispettiva arma o riparto[51].

Per progredire nella carriera si doveva tenere conto delle prove comparative, dell'abilità, del merito e della anzianità dei singoli concorrenti [52]; requisiti tutti codesti domandati sia dalle anteriori leggi di ottazione, compilate da Francesco Morosini, sia da quelle redatte dal generale Molin (1695).

Nella pratica delle cose però l'anzianità ed il merito avevano la preminenza, comprendendosi sotto questo ultimo titolo le campagne di guerra, le ferite e le «occasioni vive», come dicevasi a quel tempo con vocabolo comprensivo per dinotare tutte le benemerenze dei candidati dovute comunque al rischio personale.

Ma cresciuto il favore delle scuole professionali, il merito e l'anzianità dovettero cedere di fronte all'abilità comprovata dagli esami, e con questi e per questi il Savio si proponeva di svecchiare i quadri dell'esercito.

L'alfiere doveva dar saggio di comandare in modo inappuntabile tutti gli esercizi della compagnia, in presenza del sergente maggiore, del colonnello e del tenente colonnello del reggimento. Egli doveva inoltre rispondere a tutte le interrogazioni che i detti ufficiali avessero creduto di rivolgergli sul Libretto Militar, ossia catechismo degli esercizi, e sul servizio in campagna compilato dal maresciallo Schoulemburg. Infine doveva rivelarsi provetto nel maneggio delle armi, della picca e della sargentina, conoscere la suddivisione del reggimento in plotoni, divisioni, ali, centro, dare ragione di tutti i tocchi di tamburo e superare alcune prove sulle matematiche elementari e sul disegno. Il tenente—oltre che dimostrarsi come l'alfiere idoneo nel maneggio del fucile e della picca—doveva saper compilare polizze di scansi, ossia liste di deconto individuale, redigere quietanze dei depositi di danaro che, eventualmente, i soldati gli avessero confidato, tenere al corrente la vacchetta, o giornale di presenza della compagnia, infine comprovare un'abilità professionale pari alla richiesta nelle prove degli alfieri.

In questi semplici esperimenti s'accanì quindi la lotta tra conservatori e novatori in materia di avanzamento, quando i programmi furono rimaneggiati con criteri restrittivi, specie per i gradi superiori. Nel giugno 1785, rendendosi vacante il posto di sergente-maggiore nel reggimento di fanti italiani Marin Conti, aspirarono ad esso tre capitani del corpo medesimo. Il verbale giurato di idoneità a sostenere le prove di uno dei candidati così si esprimeva:

«Facciamo fede, con nostro giuramento et vincolo di onore, noi qui sottoscritti graduati nel reggimento colonnello Marin Conti, dei fanti italiani, come il capitanio Michiel Antonio Gosetti ha sempre adempiuto alle parti tutte del suo dovere, con puntualità ed abilità in tutto quello che appartiene al pubblico servizio. Come anche nella subordinazione et obbedienza con i suoi superiori e con nostra intera soddisfazione egli non è mai incorso in verun militar castigo, nè si abusò di licenze per stare lontano dal proprio reggimento, adornato essendo di onorati costumi, degno adunque delle nostre veridiche attestazioni, per cui gli rilasciamo la presente perchè possa valersene»[53].

* * *

Gli esami da capitano a sergente-maggiore erano insieme pratici e teorici. Nei primi il candidato doveva sottoporsi alle prove seguenti:

«1°) Riconoscerà il battaglione in tutte le sue parti e lo ripartirà con i bassi uffiziali—2°) Farà la disposizione degli uffiziali e li manderà in parata—3°) Farà passare ufficiali e sottufficiali in coda per il maneggio delle armi—4°) Ordinerà e comanderà il maneggio delle armi, con li necessari avvertimenti—5°) Ordinerà due raddoppi di file, uno sulla sinistra in avanti, per mezzo-battaglione, l'altro che le divisioni delle ali raddoppino quelle del centro—6°) Si ridurrà in istato di battaglia—7°) Farà fuoco con quattro plotoni, principiando dalli quattro plotoni del centro—8°) Farà fuoco con due mezze divisioni dalle ali al centro—9°) Staccherà la marcia per mezze-divisioni in fianco, e si ridurrà in divisioni con passo francese (accelerato)—10°) Formerà il quadrato in marcia—11°) Farà una scarica generale—12°) Disfarà il quadrato e ridurrà il battaglione in istato di parata»[54].

Gli esami teorici comprendevano i doveri degli ufficiali di ogni grado, cominciando da quelli dell'alfiere e terminando con quelli del sergente maggiore, tanto nel reggimento che nella brigata. Le tesi trattavano del giornaliero servizio di piazza, del modo di accampare ed acquartierare il reggimento, di marciare con il reggimento da un luogo ad un altro, di imbarcarlo e di sbarcarlo in buon ordine, della maniera di tenere disciplinati gli ufficiali, i sottufficiali e la truppa, dei sistemi di redigere piedilista, dettagli, di passar rassegne, di distribuire infine i riparti nei quartieri e di raccoglierli nelle piazze d'armi[55].

Più caratteristiche erano le prove per l'arma di cavalleria, in quanto quest'arma poteva considerarsi esotica in un esercito a base marinaresca come era quello della Serenissima, anche nei tempi dello splendore. Così, nel marzo del 1795, rendendosi vacante in Verona il posto di sergente-maggiore[56] nel reggimento dei dragoni Colonnello Giovanni Antonio Soffietti, si presentarono candidati alle prescritte prove sei degli otto capitani comandanti di compagnia, e ad essi furono proposti i seguenti quesiti, da estrarsi a sorte in numero di quattro per ogni esaminando:

«1°) Data una distanza di 100 miglia, data la premura del comandante che il nostro squadrone arrivi quanto più presto possibile ad unirsi ad un'altra cavalleria colà esistente, e data infine la qualità del cammino, si ricerca in quanti giorni, senza troppo disagio, sarà compiuta la marcia e di quali avvertenze abbia a far uso durante il viaggio—2°) Acquartierata la cavalleria in una grossa terra in prossimità del nemico, quali saranno le precauzioni contro le sorprese—3°) Con quali avvertenze si custodiscono i prigionieri di guerra mentre si conducono al luogo loro assegnato—4°) In qual modo si scorta un convoglio di vittuarie passando per i luoghi sospetti—5°) Come si marcia alla sordina—6°) Contromarce per righe—7°) Come si mettono in contribuzione i villaggi nemici, vigente sempre il timore che il nemico ci sia alle spalle—8°) Se lo squadrone arrivasse ad un fiume inguadabile, che ripieghi si farebbero—9°) Lo squadrone, in colonna di divisioni, si trova su di una strada dove i cavalli non possono che marciare di passo: esso è forzato a ritirarsi facendo fuoco. Si effettui la relativa ritirata—10°) Modo di caricare contemporaneamente il nemico sulla fronte e sulle ali: la parte più forte sulla fronte, due parti minori sulle ali—11°) Attacco di cavalleria in un bosco—12°) Come si fa a foraggiare—13°) Cammin facendo, se si trovasse uno staccamento (distaccamento) nemico trincerato che ci impedisse di marciare, quale sia il partito migliore»[57].

Esaminiamo da ultimo le prove prescritte per l'artiglieria, allo scopo di formarci un giudizio esatto sull'entità degli esperimenti e sul grado, di istruzione degli ufficiali Veneti del tempo. Nel 1782, per gli aspiranti al posto vacante di capitano-tenente nel Reggimento Artiglieria si richiedevano le prove seguenti:

«1°) Le quattro prime operazioni aritmetiche, frazioni, radici quadrate e cubiche, regola del tre diretta ed inversa—2°) Sui primi sei libri della geometria—3°) Sulla trigonometria piana—4°) Sull'uso delle tavole balistiche per i tiri orizzontali ed obliqui—5°) Sopra la proprietà della parabola relativamente ai tiri di bomba—6°) Sull'uso della tavoletta pretoriana—7°) Sopra i vari generi di calibri dell'artiglieria—8°) Come si prendono le misure di un pezzo di artiglieria per farvi un letto (affusto)—9°) Quali sono gli apprestamenti usati nell'artiglieria veneta per il servizio delle artiglierie navali, murali e campali—10°) Quale è il modo di numerare le palle, bombe, granate, unite in piramide o in altra figura—11°) Come disporre le cose spettanti all'artiglieria sopra i legni armati al caso di combattere—12°) Come si forniscono le racchette ad uso di segnali e le candele ardenti ad uso delle minute artiglierie, le spolette e le bombe ad uso dei cannoni, mortai ed obusieri—13°) Come si misura il tempo in cui una bomba percorre un dato spazio—14°) Esercizi campali ed evoluzioni del Reggimento Artiglieria, giusta le istruzioni del brigadiere conte Stràtico» [58].

Per gli aspiranti al grado di sergente-maggiore nell'arma[59] alle menzionate prove si aggiungevano esami di meccanica, di stàtica, di resistenza delle bocche da fuoco, di potenza degli esplosivi, oltre ad esperimenti sulle manopere di forza e relativi comandi, sulle opere difensive e di fortificazione.[60]

* * *

Si spiega adunque come col crescere di tale florilegio scientifico, sbocciato come un'oasi nel campo uniforme degli umili fiori campestri dell'anzianità e delle occasioni vive, i giovani ufficiali usciti dalle scuole venete del tempo si trovassero in condizioni spiccatamente favorevoli in paragone dei canuti colleghi passati per i gradi inferiori di truppa. Molti di questi erano invecchiati nelle scolte sui diruti rampari della Repubblica, a Corfù, a Parga, a Zante ed a Cefalonia, si erano temprati ai miasmi mortiferi dì Prevesa, di Vonizza e di Butrinto, avevano scritto infine l'ultimo capitolo—per quanto assai mutato nel decoro guerresco—dell'epica lotta accesasi tra la Cristianità ed il Turco, dalle crociate a Lepanto e da Candia in Morea, vigilando come sentinelle perdute verso i confini musulmani sui lontani castelli di Dernis, di Clissa e di Knin.

Ed il bilancio del servizio di queste scolte fedeli—quasi fatte simbolo di una potenza della quale più non rimaneva che il nome—era solenne come un piccolo monumento di storia individuale. Storia dei tempi, fatta non già di novità sibbene di lunga e paziente attesa.

Sfogliamo un poco tra le pagine di codesti titoli vetusti. Dagli stati di servizio prodotti dai capitani Zorzi Rizzardi e Donà Dobrilovich al Senato per ottenere la loro giubilazione, risulta che il primo di questi era soldato dal 1734, cadetto nel 1740, alfiere nel 1753, tenente nel 1766, capitano-tenente nel 1778, capitano nell'anno medesimo; vale a dire che aveva impiegato ben 51 anni di servizio per ottenere quest'ultimo grado, dei 68 di età che contava il postulante. Il collega Dobrilovich era soldato dal 1733, caporale nel 1739, sergente nel 1742, alfiere nel 1745, tenente nel 1766, capitano-tenente nel 1773 e capitano pure nello stesso anno: gli erano quindi occorsi 51 anni per raggiungere la desiderata mèta di comandante di compagnia, accumulando per via il fardello di ben 68 anni di età.

Nè gli accademici, per dir così, erano i soli a far concorrenza ai vecchi soldati della Repubblica. Oltre ad essi si dovevano contare gli ufficiali sopranumerari, cioè quelli il cui rollo di anzianità era per un motivo qualsivoglia sospeso, i provenienti dai nobili e dai figli degli ufficiali, ed infine i titolati, cioè coloro che in virtù di una grazia sovrana, per benemerenze personali o di famiglia, ricevevano un grado ed i relativi emolumenti senza però disimpegnarne gli uffici.

Ingrossata così la schiera dei competitori—talchè i cadetti nel 1781 erano cresciuti a 605, laddove nel 1776 toccavano il centinaio e mezzo appena—il malcontento dei vecchi ufficiali non ebbe più ritegno.

«Quando—dice un'istanza avanzata al Senato dal tenente Teodoro Psalidi, del Reggimento di Artiglieria—dovetti fare le prove anche nelle scienze matematiche, volendo aspirare al grado di capitano-tenente, e mi venne imposto di prestarmi in tali studi che non mi erano mai stati prescritti, mai insegnati dai miei superiori, cui infine non ebbi mai il tempo di applicarmi, mi cadde l'animo. Pensi dunque l'E. V. quanto inaspettato mi giungesse il nuovo precetto, grave e difficile, di immergermi in quei ardui studi nel periodo ristretto di 18 mesi, termine alle prove assegnato, e quanto fosse il mio svantaggio rimpetto ai giovani tenenti di me meno anziani, che tratti recentemente dal Militar Collegio di Verona avevano avuta la fortuna di essere da valenti maestri istrutti con ottima disciplina in quelle scienze»[61].

Nelle armi di linea, si impugnava in luogo delle tesi scientifiche il valore delle prescritte prove, per quanto si riferivano alla parte teorica del regolamento di esercizi e di quello sul servizio delle truppe in campagna. Il Senato ed il Savio, imbarazzati di fronte a questa selva di proteste che rimpinzavano di suppliche e di lagni le voluminose filze del carteggio, ordinarono infine alle commissioni reggimentali di rassegnare i titoli dei candidati e le prove di esame al Savio stesso, acciocchè questi potesse giudicare con uniformità, di criteri, come in ultimo appello. Ma non per questo i lagni cessarono: occorreva un rinnovamento profondo di uomini e di principi per porre rimedio al male, e questo rimedio non poteva essere nelle mani della vetusta Serenissima.

Era l'estate del 1796, quando il Savio alla Scrittura Leonardo Zustinian—già denominato in alcuni reclami con il vocabolo giacobino di cittadino—si risolse di proporre al Senato uno schema di svecchiamento dell'esercito, mercè una larga applicazione del sistema dei limiti di età, visto che quello degli esami aveva ormai dichiarato la sua bancarotta.

«Occorre—diceva il Savio Zustinian al Principe—purgare una buona volta la milizia dagli ufficiali inetti, di età troppo avanzata, ovvero affetti da mali incurabili… prescrivendo la giubilazione di questi con intera paga del rispettivo grado, a moneta di ogni riparto. E le norme che sembrano da stabilirsi, sono quelle di 70 anni di età per i graduati (ufficiali superiori), di 60 anni per i capitani, capitani-tenenti ed alfieri»[62].

Ma era troppo tardi. L'esercito Veneto cadeva giusto allora sotto la rovina della Repubblica, ed i provvedimenti escogitati dal Savio alla Scrittura Leonardo Zustinian non servirono ad altro che a formare argomento di curiosità nella storia della vecchia organica militare dei Veneziani, ed a fornire oltre a ciò un buon esempio atto a comprovare come talvolta ad eguali difficoltà, o molto simili, ad onta dei mutati tempi, si procura di far fronte con espedienti assai affini.

* * *

Sparpagliati nei diversi presidi d'Italia e d'oltremare, gli ufficiali della Serenissima non erano tra loro in eguali condizioni d'istruzione e di addestramento professionale. Quelli poi che soggiornavano nella Dominante, per le loro occupazioni da guardia oligarchica e per i loro contatti con le primarie cariche dello Stato, godevano di un prestigio che non aveva riscontro con gli altri colleghi dell'esercito.

Lo stesso carattere della milizia veneta—prevalentemente levata per ingaggio—contribuiva oltre a ciò a creare attorno agli ufficiali stessi un ambiente molto affine a quello in cui trascorrono oggigiorno la loro esistenza gli ufficiali di taluni eserciti delle libere repubbliche d'America.

Nullameno, ad onta di queste circostanze poco favorevoli dell'ambiente—cristallizzato nelle vecchie pratiche e nei vetusti pregiudizi, sopravvissuti ancora dal tempo delle compagnie di ventura e del Quattrocento—la decadenza militare della Serenissima brilla ancora per il nome di qualche ufficiale, salito in fama unicamente per virtù propria; ciò che è garanzia del suo merito indiscusso. E sono nomi cari non soltanto nel ristretto cerchio della Repubblica oramai moritura, ma eziandio in quello più vasto e luminoso della storia militare italiana.

Tra essi primeggia il brigadiere del genio militare Anton Mario Lorgna, da Cerea, fondatore di quel corpo; architetto, idraulico, topografo e matematico di gran fama, il cui nome va indivisibilmente congiunto alla riputazione del Collegio Militare di Verona, già grande prima della caduta di Venezia, talchè non pochi eserciti stranieri facevano a gara nel richiederne gli allievi al Senato[63] ed egregia anche dopo la caduta, talchè non sdegnò di occuparsene il Foscolo. Meritevoli di nota in questo periodo di tempo sono pure i nomi del maggiore di artiglieria Domenico Gasparoni, veneziano, ordinatore del Museo dell'Arsenale ed autore di una pregevole opera sull'artiglieria veneta dedicata al doge Paolo Senior[64]; del sergente maggiore di battaglia Stràtico, introduttore di considerevoli riforme nei regolamenti militari Veneti, ed infine di Giacomo Nani, per quanto quest'ultimo appartenga per provenienza alla marina, ma per anima e per circostanze della gloriosa sua camera delle armi all'esercito, intorno al quale scrisse il volume inedito dal titolo Della Milizia Veneta[65] e l'opera perduta relativa alla difesa di Venezia[66].

Gli stimoli per suscitare una nobile gara di emulazione e di benemerenze tra gli ufficiali Veneti erano ben pochi. Le stesse ristrettezze del bilancio impedivano perfino di assolvere il sacrosanto obbligo contratto dalla Serenissima verso i prodi combattenti sotto le bandiere di Angelo Emo, assegnando loro quel grado e quello stipendio che erano stati decretati dal Senato per merito di guerra[67]. Per questo titolo—abbenchè con molta minor frequenza—si assegnavano agli ufficiali anche delle medaglie d'oro, con l'impronta del leone di San Marco, del valore medio di 30 zecchini[68].

Ma per l'assenza di clamorose imprese, verso la fine della Repubblica anche questa costumanza, derivata dai tempi eroici, cadde in disuso, sicchè se ne ricorda a mala pena qualche raro caso. Tale è quello del capitano Gregorio Franinovich, del Reggimento Cernizza, decorato per speciali benemerenze ed atti di valore compiuti dal detto ufficiale in Levante[69].

E passiamo al rovescio della medaglia. Le punizioni degli ufficiali Veneti avevano, in prevalenza, il carattere di coercizione morale. Così l'ammonizione, l'arresto semplice, l'arresto più lungo, la sospensione dal grado, la notazione speciale sul libro-registro del servizio—della quale si teneva conto a suo tempo per la compilazione dei titoli di esame—infine l'esclusione o la sospensione temporanea dalle adunanze, o circoli di persone per grado e per nobiltà distinte[70].

* * *

L'antica foggia di vestire degli ufficiali era stata riformata nel 1789 sull'esempio degli Austriaci e dei Prussiani. In seguito a questa riforma introdotta dallo Stràtico, che compilò la relativa «Ordinanza contenente la prammatica e la disciplina relativa all'uniforme della fanteria italiana», tutti gli ufficiali veneti, dall'alfiere al colonnello, dovevano indossare la nuova divisa, non soltanto in servizio ma anche nelle presentazioni, negli spettacoli e nelle pubbliche solennità. Erano comminate punizioni a chi non ottemperasse a questi precetti o alterasse la foggia del vestire. E che tali mancanze non fossero rare, lo attestano le minuziose cure con cui l'Ordinanza sopra citata prevedeva i relativi casi.

«Tutti—soggiungeva l'Ordinanza—dentro un triennio dovranno avere la nuova uniforme, pena la sospensione dal servizio e la sottomissione a ritenute, finchè la nuova uniforme non sia fatta, oltre le notazioni da farsi sul Libro Registro, a pregiudizio dello avanzamento».

La pettinatura degli ufficiali veneti era liscia, con due bucali (riccioli), uno per parte delle tempia, sostenuti dalle forchette che giungevano fino a mezza orecchia: i capelli dovevano essere bene incipriati (polverizzati) e la chioma raccolta in una rete (fodero) di pelle nera.

Il principale capo di vestiario della fanteria italiana era la velada, o abito a coda di rondine di panno blò, foderato di roè bianco,[71] guarnito di un collarino e di balzanelle, o manopole, pure di panno bianco, adorno di grossi bottoni di metallo dorato con impresso, in cifre romane, il numero del corpo cui gli ufficiali appartenevano[72]. Gli ufficiali dei fanti oltramarini avevano l'abito di panno cremisi, come i soldati, e quelli di artiglieria di panno gris di ferro.

Nella stagione fredda si indossava da tutti un cappotto di panno bianco, della stoffa di quello usato per il bavero della velada, guernito di bottoni pure di metallo dorato e foderato assai spesso di una buona pelliccia. I calzoni d'inverno erano di panno blò e nella stagione calda di rigadino bianco forte.

L'abbigliamento degli ufficiali veneti era completato dal colletto di pelle nera lucida, dai manichini di buona tela batista, dai guanti di pelle gialla lavabile, dagli stivali di bulgaro cerato, dagli stivaletti di pelle nera da usarsi in estate, allacciati dalle cordelle, e dal cappello a tricorno.

I distintivi di grado si portavano sul cappello. L'alfiere non recava sopra di esso alcuna distinzione, i tenenti ed i capitani-tenenti si riconoscevano invece per una rosetta, o coccarda, mista d'oro e di seta azzurra, assicurata sull'ala sinistra del tricorno mediante un bottone ed un'asola (laccio) di seta nera. I capitani si distinguevano per due rosette simili alle anzi descritte, assicurate sopra ciascun'ala del copricapo: i sergenti maggiori, i tenenti colonnelli ed i colonnelli infine recavano tutti, senza distinzione alcuna, due rosette come i capitani, intessute però per intero di solo filo d'oro. Oltre a ciò il bavero degli abiti degli ufficiali superiori era ornato di un largo gallone d'oro mentre quello degli ufficiali inferiori ne era sprovvisto.

Anche i fiocchi delle spade e dei bastoni erano differenti per ogni grado. I bastoni dei subalterni erano guerniti di un pomo d'avorio, quelli dei capitani di un pomo di metallo liscio dorato: i bastoni degli ufficiali superiori non avevano altro distintivo che un risalto anulare disposto verso l'attacco del pomo alla canna. Le cinture ed i pendoni (tracolle) delle spade erano di pelle bianca lucida, con scudetti di metallo recanti in rilievo l'emblema del leone di San Marco: gli scudetti degli ufficiali subalterni erano semplicemente inargentati, quelli dei capitani inquartati dentro un ribordo dorato, quelli degli ufficiali superiori infine erano tutti dorati [73].

Quanto alle armi, abolita definitivamente la picca nel 1790, le lame delle spade, le fasce ed i puntali dei foderi dovettero, in tutto e per tutto, uniformarsi al modello prescritto dall'Ordinanza dello Stràtico.

* * *

Prima di lasciare l'argomento degli ufficiali veneti, occorre aggiungere ancora qualche cenno che valga a lumeggiare la loro posizione interiormente ed esteriormente all'ambiente militare del tempo.

I sistemi di ingaggio delle truppe—sopravvissuti a Venezia per lunga tradizione fino dall'epoca delle compagnie di ventura—riflettevano di necessità sugli ufficiali la fisionomia particolare di comandanti non tanto d'uomini, quanto di custodi di merce acquistata a suon di quattrini dalla Serenissima sul mercato dei soldati di mestiere.

Si spiega quindi come, dato tale ambiente, le occupazioni dell'ufficiale fossero in prevalenza amministrative, anzichè tecniche, educative e morali. Le tradizioni del reggimento, i ricordi dei principali fatti di guerra—che solevano tramandarsi egregiamente in Piemonte tra le milizie paesane—non avevano quindi un equivalente riscontro morale tra i Veneti, neppure tra le cerne dei migliori tempi della Serenissima. I soldati di mestiere avevano anzi smarrite tutte queste tradizioni, a motivo dell'avvicendarsi dei nuovi ingaggiati nei corpi, del frantumarsi dei riparti nelle varie guarnigioni e degli atteggiamenti diversi assunti dalle milizie venete della decadenza, divise di continuo tra il servizio di sentinella, quello ai daziere, di guardia confinaria e campestre, oppure di rincalzo ai satelliti degli Inquisitori di Stato.

Epperciò, all'infuori del comandante di compagnia, il cui compito era quello di amministrare il mezzo centinaio di uomini che la Repubblica gli confidava, per essere equipaggiato, armato e nutrito, nessun altro ufficiale aveva attributi speciali nell'ordine dell'educazione e dello apparecchio morale dei propri dipendenti. Neppure il colonnello aveva sotto questo riguardo particolari incarichi; che anzi, per l'uniforme costume di ridurre tutto quanto aveva attinenza al soldato al denominatore comune dell'amministrazione, seguendo la moda del tempo anche nell'esercito veneto sopravviveva la compagnia colonnella, alle cui funzioni contabilesche non potendo accudire di persona il capo del reggimento venivano da lui delegate ad un tenente anziano, detto perciò capitano-tenente. In analogia si regolava il tenente colonnello ed il sergente maggiore, che avevano pure essi la rispettiva compagnia, confidata figuratamente al governo di un capitano che ne faceva in realtà le veci amministrative in tutto e per tutto.

Dal capitano, comechè si trattasse di un vero e proprio possesso individuale, prendevano poi nome le altre compagnie, la cui anzianità e disposizione nelle manovra era fissata dall'anzianità del rispettivo comandante, dopo la compagnia del colonnello e degli altri ufficiali superiori del reggimento.

Il prevalente carattere mercenario delle milizie venete aveva inoltre, da tempo, avvezzi i governanti a considerarle quale strumento ligio all'oligarchia che le manteneva in vita; e tale modo di essere—contrario ad ogni libero svolgersi delle attività morali—si rifletteva necessariamente anche sul carattere degli ufficiali. Valgano a questo proposito due ordini di concetti: quello di servirsi degli ufficiali nelle operazioni poliziesche di maggior rilievo,—quale l'arresto fatto dal colonnello Craina, dei fanti oltremarini, del noto patrizio liberale Zorzi Pisani—e della fiscalità continua esercitata sopra di essi—specie sui comandanti di compagnia—in tutte le manifestazioni amministrative; ciò che contribuiva a far ritenere gli ufficiali medesimi come asserviti di continuo ad una specie di stato di tutela da parte delle maggiori autorità e magistrature competenti.

Ma, ad onore degli ufficiali Veneti, conviene pure soggiungere a questo punto che mai, nelle voluminose filze del carteggio militare della decadenza, si trova citato un caso che giustifichi codesta diffidenza fiscale, la quale d'altronde era connaturata nei tempi ed in molti eserciti d'allora, e che si è tramandata per qualche traccia perfino a giorni non lontani dai nostri [74].

* * *

Se la grande massa degli ufficiali adunque—quelli di Linea— trascorreva l'esistenza morale ed intellettuale in tale angusto cerchio di attribuzioni e di consuetudini, fatto ancora più uniforme dal grigio dell'inoperosità della decadenza repubblicana, ciò non toglie che qualche altro corpo di ufficiali stessi—a base più ristretta ed a reclutamento più omogeneo,—non intravedesse degli spiragli verso orizzonti più audaci o verso aspirazioni che precorrevano il futuro.

Il Collegio Militare di Verona, per le sue relazioni scientifiche con l'Università di Padova, per l'indole e la nazionalità di taluni suoi insegnanti, si prestava anzitutto da buon crogiuolo delle nuove idee ed a propalarle nell'esercito. Fino dal 1764 si lamentava infatti dal Savio alla Scrittura, che tra i giovani dell'istituto serpeggiassero «dei mali principi, pregiudicievoli alla buona morale, molto più ancora contaminata dalle massime di libertà che vien fatto di credere che si siano nel Collegio disseminate».

Tale sospetto motivò un'inchiesta, eseguita dal Savio alla Scrittura Marco Antonio Priuli, la quale accertò che tre ufficiali capisquadra del Collegio, «consumavano il loro tempo con la lettura di romanzi e di libri oltramontani, dei quali contribuiscono pure i giovani, avendosi giurata deposizione che si fossero vedute nelle mani di qualche alunno le opere di Volter (sic), e venendo perfino introdotto il sospetto che si leggessero quelle ancora di Niccolò Macchiavello».[75]

Gli ufficiali modernisti vennero sfrattati dal Collegio di Verona, e la mala pianta delle idee novatrici pareva del tutto spenta quando, nella primavera del 1785, vi si scoperse una loggia di Liberi Muratori, fondata da Giovambattista Joure, maestro di lingua francese nell'istituto, allo scopo di diffondere tra i futuri ufficiali veneti i principi delle nuove dottrine liberali, e «di restituire alfine l'uomo alla prisca libertà naturale, da cui la teocrazia ed il principato lo avevano allontanato».[76] A questa loggia «muratoria» militare deve avere partecipato molto probabilmente anche il colonnello Lorgna—poichè le adunanze degli affigliati si tenevano in certe camere dal medesimo occupate in Castel Vecchio—e, certamente, non pochi ufficiali della guarnigione di Verona appartenenti al corpo di artiglieria, come risulta dagli interrogatori del processo, nei quali sono spesso citati il maggiore alle fortezze Solidi e l'alfiere conte Rambaldo, da Legnago.[77]

Scoperta l'associazione, gli Inquisitori[78] sfrattarono subito il maestro Joure dagli Stati Veneti e sbandarono gli ufficiali ascritti alla loggia di Verona in diverse guarnigioni di terraferma ed oltremare. Nullameno, i germi diffusi dal Joure nel maggior istituto militare della Repubblica lasciarono traccia oltre al rogo dei libri e dei registri della loggia ordinato dagli Inquisitorì, ed essa traspare nel continuo fermento cui andò soggetto il collegio, da quell'epoca fino alla violenta sua soppressione accaduta per opera del generale Rampon, a metà luglio del 1796. Il desiderio di riforme era dunque la spinta principale di quei moti, intesi «a sovvertire l'attuale spirito di concordia, di pace e le leggi della sottomissione e del buon ordine che furono naturalmente stabilite» e di realizzare infine «delle novità nei metodi nello insegnare… non volendo ufficiali ed alunni più vivere soggetti».[79]

Pure anche questi germogli di giacobinismo, cresciuti come pianta sporadica all'ombra delle torri merlate del castello Scaligero di Verona, dovevano un giorno tornare utili alla Repubblica[80]. E ciò avvenne quando si trattò di spedire i primi messaggeri di pace al generale Buonaparte, sotto Brescia; messaggeri che il Senato volle servilmente prescelti fra gli antichi allievi del Collegio Militare veronese, nella speranza che il ricordo delle relazioni «muratorie», perseguitate un tempo e ritornate in onore per la circostanza, valesse a propiziare loro ed alla Repubblica l'animo del conquistatore.[81] E questi ufficiali furono il colonnello Giovanni Francesco Avesani ed il capitano Leonardo Salimbeni, inviati il 27 maggio 1796 a Brescia con il mandato di implorare grazia da Buonaparte per l'avvenuta occupazione di Peschiera, fatta pochi giorni avanti di sorpresa dagli Austriaci.

Di ufficiali inferiori dell'esercito infine, coimplicati in movimenti politici, non si trova traccia nel carteggio della decadenza militare veneta. E questo serve da conferma, tanto del carattere di guardia oligarchica—conservato dall'esercito stesso fino alla rovina del governo della Serenissima—quanto della infondatezza del timore da alcuni nutrito che esso avesse potuto tralignare in mano di audaci e di novatori.

L'espressione di questo sospetto di tradimento—naturale d'altronde in ogni organismo inesorabilmente votato alla rovina—si trova in talune «polizze» anonime trovate nei bossoli del Maggior Consiglio e del Senato durante l'anno 1796[82]. Queste «polizze» insinuavano di diffidare dell'ottuagenario tenente generale Salimbeni, comandante in capo delle milizie venete raccolte sotto la piazza di Verona e dei suoi figliuoli, tra i quali era il capitano Leonardo citato più sopra.

Uno di questi foglietti così diceva:

«Non prestar fede al generale Salimbeni».

Un altro ancora proclamava:

«Governo, nò ve fidè del generale Salimbeni, Recordève del
Carmagnola».

Un terzo riproduceva il rozzo disegno di una forca, con la scritta:

«Per il general Salimbeni».

Un ultimo infine insinuava:

«_Il tenente generale Salimbeni è giacobino coi figli ed adora solo l'oro,

Governo, guardatevi che non vi tradisca essendo più francese che suddito_».

CAPO IV.

Le truppe assoldate.

Tra il principio dell'assedio di Mantova e le giornate di Lonato e Castiglione i fanti oltremarini, per comando espresso dal generale Buonaparte, furono clamorosamente allontanati da Verona. Questi soldati—denominati volgarmente Schiavoni—raccolti in buon numero in quella città[83] andavano di certo a contraggenio al giovane generale francese. Forse egli li riteneva una specie di guardia pretoriana, ed imbevuto di studi e di prevenzioni sul governo dispotico degli antichi Stati d'Italia, ne deve avere desiderato lo scioglimento come un impegno civico commesso alla sua opera ed a quella del Direttorio di Francia. Rispondendo ad analogo concetto il generale Schèrer, sul finire del 1795, aveva imposto lo scioglimento dei corpi còrsi alla Repubblica di Genova[84].

L'indisciplina degli Schiavoni era d'altronde grande, documentata perfino dalle attestazioni del generale Salimbeni. Essa poteva prorompere ogni momento ad eccessi e costituire il focolare dei mal repressi spiriti di malcontento che serpeggiavano tra le popolazioni veronesi, taglieggiate, angariate, violentate nelle persone e negli averi. Certo, sotto questi riflessi, Buonaparte divinava in qualche misura l'esplosione cittadina delle Pasque Veronesi.

Anche le esigenze militari imponevano urgentemente ai Francesi di premunirsi da tale minaccia. La fortezza di Verona era diventata, ai primi di luglio del 1796, la loro principale base d'operazione contro l'esercito mobile degli Austriaci e contro la piazza di Mantova, il punto d'appoggio contro gli sbocchi dal Tirolo e dalla Val Sugana, la tappa intermedia dal Milanese e dal Bresciano nella vagheggiata marcia dei Francesi alla volta di Venezia, del Friuli e dei confini occidentali dell'Impero[85].

Occorreva perciò rompere subito gli indugi ed in quest'arte Buonaparte era maestro insuperabile. Il caso di un ufficiale francese ucciso per le campagne di Villafranca, qualche borseggio, qualche rissa accaduta fra gli oltremarini mal compresi dai soldati di Francia non famigliari con l'idioma illirico, porsero l'occasione propizia per imporre al Senato di sfrattare da Verona le casacche cremisine dei fidi dalmati.

Al generale Massena toccò di apparecchiare l'animo dei Veneti alla grave rinunzia. «Il est temps enfin, monsieur le provvediteur»—così scriveva quel generale a Nicolò Foscarini, il 4 luglio 1796—que les assassinats que vos soldats ne cessent de commettre envers les miens, finissent. Le général Rampon, commandant à Veronne, m'a dejà rendu compte que plusieurs de nos volontaires avoient été assassinés a coups de stilet, ou de sabre, par vos Esclavons»[86]. Tre giorni dopo Massena ribadiva ancora la sua tesi con cresciuta insistenza e protervia: «Par les piéces ci jontes Vous verrez que les assassinats continuent, et que les ordres que je presume que Vous avez donné pour les reprimer ne sont nullement suivis. Je Vous previens que si ces horreurs ne finissent pas, je ne pourrai plus Vous répondre des suites funestes q'elles causeront infalliblement»[86].

Infine, dopo il cupo rombo della tempesta lontana, venne il guizzo della folgore.

L'8 di luglio Buonaparte indirizzava al provveditore Foscarini la lettera che segue: «Il y a entre la troupe française et les Esclavons une animosité que des malveillaux, sans doute, se plaisent à cimenter. Il est indispensable, Monsieur, pour eviter des plus grands malheurs, ainsi facheux que contraires aux intéréts des deux Republiques, que Vous fassiez sortir demain de Veronne, sous les pretexes les plus specieux, les bataillons d'Esclavons que Vous avez dans la ville de Veronne»[87].

L'espressione della volontà del vincitore era chiara e precisa e non ammetteva replica. Essa si fondava per di più sulla presunzione che il contingente illirico stanziato a Verona fosse di molto superiore al mezzo migliaio di dalmati che vi teneva effettivamente guarnigione sui primi di luglio. Epperciò ogni tentativo per far recedere Buonaparte dalla determinazione presa riuscì vano, ad onta che il provveditore Foscarini, col collega Battagia, si fossero adoperati coi modi più soavi ed insinuanti a produrre l'effetto bramato. «Ciò però non servì ad altro—aggiungevano i provveditori—che a far prendere a Buonaparte un tuono ancora più deciso, sicchè abbandonando quelle maniere piacevoli colle quali ci aveva in prima accolti, disse che era tempo oramai che cessassero tutti gli scandali, e che fosse tolta radicalmente l'occasione a querele… e che senza dilazione di sorta gli Schiavoni si rimpiazzassero con Italiani, in quel numero che fosse piaciuto. Che egli poi (Buonaparte) non si curava di esaminare chi tra gli Schiavoni o Francesi avesse ragione o torto, che non dovevamo però ignorare che scambievole era tra queste due nazioni il livore e lo spirito di vendetta. E facendoci intendere che era necessitato di occuparsi di altri affari, ci obbligò subito a congedarci»[88].

Ai due rappresentanti di un potere oramai morituro messi così duramente alla porta, tra la vergogna del sottomettersi e l'incertezza dell'esito in una reazione improvvisata senza la ferma volontà di rinsanguarla con il braccio e con la fede, il primo partito parve più prudente e conforme alle necessità dell'ora. E gli Schiavoni, all'alba del 9 di luglio—come Buonaparte aveva voluto—uscirono da Verona di soppiatto, come fuggiaschi di fronte alla fatalità di un destino che incombeva sul loro capo come su quello dei governanti della Serenissima. Le casacche cremisi, che mai avevano indietreggiato per lungo volgere di anni di fronte alla furia turchesca, cedevano ora misteriosamente terreno come pressati dall'avvento delle nuove età. Sotto questa oscura minaccia il passato, quasi fatto persona in quegli ultimi soldati fedeli della Signoria, pareva ripiegarsi su sè medesimo, come dentro le pieghe della vermiglia bandiera della Repubblica.

Tre compagnie del reggimento oltremarino Medin si trasferirono a Vicenza e quattro a Padova, «attendendo in quelle città gli ultimi ordini dell'Ecc.mo Senato». Lo stesso giorno 9 di luglio 1796, le artiglierie del generale francese Rampon salivano indisturbate sui rampari della fortezza di Verona e, con gesto violento, si surrogavano alle armi paesane che vergognosamente si erano date alla latitanza.

Così uscirono gli Schiavoni da Verona. Vi dovevano però ritornare quasi un anno appresso, nel crepuscolo sanguinoso delle Pasque Veronesi, per tingere di rosso quella scena drammatica con cui la Serenissima doveva chiudere il suo lungo e glorioso dominio in terraferma [89].

* * *

Gli oltremarini costituivano le milizie assoldate per eccellenza della Repubblica. Corrispondevano un poco agli Svizzeri, con i quali quei soldati di mestiere avevano comuni lo spirito di ventura, la tenacia delle tradizioni militari e la religione della fede giurata; sentimenti tutti che, saldamente ed atavisticamente, si trasmettevano tra le milizie dalmate come un vero e proprio culto per la Signoria. E la Signoria—quella dello splendore del Cinquecento—ben sicura di questo lealismo e di questa fede, il cui eco non è ancora del tutto spento sull'altra riva dell'Adriatico, aveva confidato agli oltremarini la custodia e la difesa delle fonti della sua ricchezza e della sua gloria: il presidio de' propri navigli quale fanteria di marina, la guardia delle stazioni commerciali più esposte alle incursioni musulmane, la difesa delle teste di tappa sulle strade commerciali più sensibili e rimunerative per i traffici veneziani, infine il servizio da scolta più disagioso e pericoloso sui castelli sperduti in mezzo all'aridità delle Alpi Dinariche.

Gli oltremarini si distinguevano tra la milizia veneta per il loro armamento pesante da arrembaggio, costituito da una grave e lunga spada detta palosso—corruzione della pallasch degli Imperiali—munita di un'impugnatura a più else, e per la loro vistosa assisa di panno cremisino, ornamento delle navi parate a festa nelle solennità del Bucintoro e segno da raccolta nelle mischie navali più aspre e serrate. Si ingaggiavano, come tutti i soldati mercenari della Repubblica, esclusivamente nei domini di oltremare, d'onde traevano il loro nome da battaglia: illirico era il loro linguaggio ed i comandi militari.

I capi-leva si occupavano del loro reclutamento—edizione senza confronto migliore e corretta dei racoleurs dell'antico regime—anzitutto perchè questo ufficio era disimpegnato da ufficiali, in secondo luogo perchè era espressamente vietato nello ingaggiare le reclute di usare lusinghe per indurle più facilmente ad imprendere il pubblico servizio.

«Tutte le reclute—dicevano infatti le capitolazioni dei capi-leva—dovranno essere volontarie e non ingaggiate con frode o con ubbriacarle, sotto pena a chi avesse ingaggiato con frode alcuna recluta, di essere casso immediatamente dal rollo della compagnia (di leva) e spedito in Levanto per anni sei in figura di soldato; ed essendo incapace del servizio, di essere condannato in prigione ad arbitrio di S. E. il Savio alla Scrittura, dovendo i soldati rimettersi ad incontrare il pubblico servizio di buon genio e di tutta loro buona volontà»[90].

D'altronde le tradizioni militari dei Dalmati ed il prestigio che aveva presso di loro il veneto governo, disimpegnavano ampiamente gli ingaggiatori dal ricorrere a queste arti subdole. Tra i capi leva in Dalmazia godeva anzi di bella fama, ai tempi di Angelo Emo, il tenente colonnello Carlo Marchiondi[91].

I capi-leva si aggiravano per le borgate e le campagne di oltremare a far l'incetta d'uomini, coadiuvati da provetti subalterni esperti nella lingua illirica, e l'attività loro si esplicava rispetto allo Stato pressochè nell'orbita di un vero e proprio appalto da privative[92].

La levata regolavasi mediante apposite capitolazioni accettate dalle due parti contraenti, l'ingaggiatore a nome del governo e l'ingaggiato. Le reclute dovevano contare «almeno 4 piedi ed 8 oncie di statura, (metri 1,622216)[93] avere un'età compresa tra i 16 ed i 40 anni, essere sani, senza alcuna imperfezione di corpo, parlare l'illirico, non essere disertori dalle pubbliche insegne, non avere infine esercitato mai alcun mestiere infame[94]».

All'atto dell'ingaggio e dopo la visita «di un chirurgo stipendiato dal pubblico o dalla comunità, il quale era tenuto inoltre a risarcire in ogni caso la Signoria col suo stipendio di qualunque frode», la recluta contraeva la. ferma di sei anni di servizio continuo sotto le bandiere.

Ammassati—come si diceva allora—i nuovi oltremarini, si suddividevano nei diversi riparti territoriali della Serenissima. Quelli destinati alla Dalmazia erano nuovamente visitati dal provveditore della provincia residente a Zara, quelli assegnati a prestare servizio sulla squadra dal Capitanio del golfo, quelli infine destinati alla Terraferma dal Savio alla Scrittura, al Lido di Venezia. Non appena le anzidette autorità avevano riconosciuta la piena attitudine al servizio de' nuovi inscritti, questi si descrivevano sui pubblici rolli, d'accordo con gli inquisitori competenti, e da quel punto cominciavano a decorrere gli assegni in conto della forza bilanciata della Repubblica. Con queste pratiche di accentramento amministrativo e di controllo, l'esercito veneto andava sicuramente esente dalla piaga dei passavolanti.

Gli assegni dei nuovi soldati erano di doppio ordine, verso i medesimi e verso i loro impresari. Ogni ufficiale ingaggiatore riceveva infatti per ciascuna recluta riconosciuta idonea 22 ducati, se destinata alla Terraferma e 20 ducati se assegnata alla Dalmazia o al Golfo.

Su questo premio poi si dovevano prelevare 12 ducati per l'uniforme ordinaria la quale, in omaggio alla vecchia tradizione feudale dalmata—che ancora sussisteva tra le sopravvivenze formali—doveva essere fornita insieme al nuovo soldato dall'ufficiale capo-leva, laddove l'uniforme cremisi di parata era somministrata dal rispettivo comandante di compagnia.

Rimanevano così in attivo ai capo-leva dagli 8 ai 10 ducati di guadagno per ciascuna recluta, vale a dire dalle 32 alle 40 lire, a secondo del corso della moneta; ciò che costituiva il lucro di tali operazioni.

* * *

Seguiamo ora la nuova recluta oltremarina nelle sue peregrinazioni e tra le strettoie della fiscalità amministrativa del tempo. I trasporti a Venezia si eseguivano con le cosidette manzere, barche onerarie della specie dei trabaccoli e generalmente usate dai beccaj di Venezia per trasportare colà i buoi da macello (manzi) dalle province d'oltremare. Ordinariamente i trasporti si effettuavano dagli scali di Spalato, di Traù, di Sebenico e di Zara.

Sul littorale del Lido—vera e propria caserma di passaggio dei soldati della Serenissima [95]—i nuovi Schiavoni ricevevano, nell'attesa di essere sbandati o assegnati ai corpi, un'istruzione sommaria. Poi, per via d'acqua, si trasferivano a Fusina e Padova, d'onde si iniziava il loro faticoso pellegrinaggio per raggiungere i corpi cui erano stati destinati, nel Veronese, nel Bresciano e sui lontani confini del Bergamasco.

La paga mensile era di 31 lire venete [96]—oltre il biscotto per uso di barca che gli Schiavoni ricevevano sempre in omaggio alle loro tradizioni originali di servizio sulle pubbliche navi—laddove i fanti italiani, ossia gli ingaggiati nei paesi di Terraferma, avevano il pane. Con questa somma, pari a circa 16 lire odierne, [97] lo Schiavone doveva soddisfare le voraci brame del fisco, del proprio comandante di compagnia, e provvedere infine al proprio vitto durante il mese. Egli doveva cioè lasciare 8 lire venete per la massa vestiario, 2 e mezza al comandante di compagnia che lo riforniva dell'abito cremisi di parata, sborsare oltre a ciò l'importo dell'olio per l'illuminazione delle camerate, della terrabianca (bianchetto) per tenere monde e pulite le buffetterie e le parti bianche dell'uniforme, comperare il grasso, il lucido per le scarpe e perfino i piccoli oggetti di pulizia personale. Restavano così allo Schiavone poco più di 15 lire venete al mese per sfamarsi, eguali a 7 e mezzo delle attuali.

I compensi dei soldati veneziani non erano quindi molto lauti. Invano i Savi alla Scrittura avevano rappresentato al Senato la necessità di aumentare l'assegno della truppa, ma le strettezze finanziarie lo avevano vietato sempre.

Ed i comandanti di compagnia—tra l'incudine delle masse vestiario oberate ed il martello delle cariche superiori che esigevano negli Schiavoni «velade» sempre fiammanti—picchiavano sul grigio del ferro che tenevano tra le mani, cioè sulle masse dei loro dipendenti, il cui peculio castrense di 7 lire e mezzo si assottigliava allora ancora di più. Il Senato in molte di queste circostanze soleva venire in soccorso, ma a beneficio dei comandanti di compagnia piuttosto che dei soldati, specie al caso di mostre straordinarie, di passaggi di principi e di visite. Così essendo di passaggio per Udine nel gennaio del 1782 i principi imperiali di Russia, sotto il nome di principi del Nord, e volendosi in quella circostanza che la compagnia del capitano Borissevich, dei fanti oltremarini Cernizza, destinata loro per scorta d'onore si presentasse nella maggiore militare decenza, il Senato trovò giusto di compensare quel capitano delle maggiori spese incontrate nella circostanza per il corredo della truppa con 120 ducati di valuta corrente[98].

In queste strettezze, diventate sempre più acute verso la caduta della Repubblica per l'abbandono deplorevole delle cose della guerra, la merce uomo scadeva quindi sempre più sul mercato dei soldati di mestiere. Così convenne transigere con le prescrizioni delle capitolazioni ed ammettere nella truppa schiavona «li vagabondi e li malviventi, nonchè i banditi che disturbano ed infestano la Dalmazia, provvedimento suggerito dell'attual Provveditore Generale con plausibili argomenti di carità verso i sudditi e di sicurezza di transito sulle pubbliche strade di quella provincia, ed in vista di rendere utile in qualche modo allo Stato tale sorta di gente scorretta ed indisciplinata»[99].

Il corpo dei Travagliatori—o compagnie di disciplina istituite nel 1785 per sfollare i riparti dai più torbidi elementi raccolti dai capi-leva—alleviò alcun poco l'esercito della Serenissima da questo còmpito d'istituto di correzione[100]

Ma il male aveva troppo salde e profonde radici perchè questo provvedimento, escogitato dal Savio alla Scrittura Francesco Vendramin, potesse sortire a buon esito. Anzitutto il male travagliava le milizie prezzolate con il tarlo roditore delle diserzioni. Dal 1° settembre 1780 al 1° febbraio 1784, abbandonarono le insegne nei reggimenti oltremarini ben 662 soldati: dal 1° marzo 1785 al 1° settembre 1789 ne disertarono altri 1129; e ciò sopra una media di 3500 uomini presenti in quel torno di tempo nei reggimenti oltremarini[101].

Con queste cifre significative alla mano, si spiega il grido d'allarme gittato non molto prima dell'arrivo dei Francesi nel Veneto dal generale Salimbeni; grido che se parve a taluno troppo pessimista a tal'altro sembrò perfino sospetto di fellonia. Ed i bossoli del Maggior Consiglio e del Senato, come si è detto più sopra, ne sanno qualche cosa.

«I nostri vecchi soldati—scriveva il Salimbeni al Savio alla Scrittura Iseppo Priuli—sono oramai diventati sentina d'ogni vizio. Bisogna separarli nelle fazioni della piazza (di Verona) dalle cernide, ma non è possibile di separarli anche nei quartieri dove hanno alloggio in comune»[102]. Ed il Salimbeni proponeva sommessamente al Savio di allontanare gli Schiavoni più facinorosi da Verona, e più specialmente le compagnie dei capitani Missevich e Valerio, «le quali venute dalla Dalmazia sono da sostituirsi con altre… per preservare le cernide dal contagio dei vizi».

Il Savio Iseppo Priuli non ascoltò la proposta ed il destino serbava a
Buonaparte di farla accogliere con la forza.

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* *

Gli Oltremarini erano ordinati in 11 reggimenti contrassegnati dal nome del rispettivo comandante oppure da quello del circolo di reclutamento più cospicuo. Nel piedilista del 1° settembre 1776 quei corpi erano descritti come segue: [103]

Reggimento Bubich, Selich, Scutari, Sinj, Matutinovich, Craina, Minotto, Rado, Macedonia, Dandria e Bua. Ciascun reggimento contava di regola 9 compagnie, o raccolte per intero in uno dei grandi riparti territoriali della Serenissima, o suddivise tra i riparti medesimi e le navi armate. Faceva però eccezione da questa regola il reggimento degli oltremarini del circondario di Sinj, il quale contava 11 compagnie ripartite nelle province d'Italia e di Dalmazia. La maggior forza di questo corpo era dovuta all'importanza militare del territorio nel quale esso si levava, ed al valore e numero dei castelli di frontiera che in esso esistevano (Spalato, Salona, Clissa, Sinj ecc.).

Secondo le tabelle organiche di formazione, approvate dal Senato, il reggimento di oltremarini non doveva superare la forza di 432 uomini, ciò che stabiliva l'effettivo delle compagnie in una media di 54 presenti ognuna. Tale forza non era però mai effettiva, neppure nei periodi di neutralità o durante i mesi del completo armamento delle due squadre, grossa e sottile, quando trattavasi cioè di spedizioni marittime o di crociere di maggiore rilievo. Così nel 1787, al tempo delle imprese di Angelo Emo, presero imbarco il 1° marzo del detto anno sulle navi armate in guerra ben 19 compagnie di fanti oltremarini, ma essendo tale contingente troppo scarso nella sua forza complessiva di un migliaio di uomini appena, convenne ricorrere al complemento dei reggimenti italiani, i quali fornirono altre 12 compagnie alla squadra, oltre alle 19 fornite dagli Schiavoni.

Alla vigilia dell'arrivo dei Francesi nel Veneto gli oltremarini avevano 24 delle loro compagnie dislocate in Terraferma, con una forza complessiva di 1648 uomini compresi i rinforzi dovuti alle craine [104].

Tutte queste compagnie erano ripartite come segue: A Verona, Legnago e
Peschiera 9, a Brescia con il castello di Orzinovi 4 1/2, [105] a
Bergamo e contado 3, a Crema mezza compagnia, al Lido, con Chioggia e
Capo d'Istria 7 compagnie.

* * *

I soldati del tempo oziavano molto, e nell'ozio sfibrante e prolungato che li logorava gli elementi più torbidi degli ingaggiati avevano modo di compiere un vero e proprio corso di perfezionamento. L'azione degli ufficiali non rappresentava di certo alcun freno in questi moti, perchè essa si limitava al controllo delle cifre sui registri, alla sorveglianza del maneggio d'armi nei cortili delle caserme e dei castelli, e si arrestava alla soglia delle camerate che perciò restavano abbandonate a sè medesime ed ai propri inquilini in un vero stato di abbiezione morale e di miseria materiale.

Al tocco del tamburo, che batteva la diana ogni mattina all'alba, cominciava il giornaliero servizio sulle navi armate e nelle caserme. I soldati si levavano dai loro giacigli, composti di regola della semplice schiavina, o rozza, coperta da letto gittata semplicemente sulle nude tavole, o più spesso sul terreno sul quale essi dormivano quasi sempre vestiti.

I paglioni, o pagliericci, vennero a mitigare la durezza di queste vita dei soldati della Serenissima soltanto verso la sua fine, e più precisamente a principiare dall'anno 1781; e furono limitati dapprima ai presidi delle più notevoli fortezze ed in particolari circostanze di servizio[106].

Le guardie rappresentavano il pensiero dominante della vita di guarnigione, epperciò il soldato semplice era anche denominato con l'appellativo di fazioniere, come che quello fosse il suo ufficio esclusivo. Nel servizio territoriale era impiegato ordinariamente un terzo della forza, del qual costume è rimasta traccia fino ai giorni nostri nella norma regolamentare la quale prescrive che il soldato debba avere almeno due notti libere per una passata in sentinella. Le esigenze della società del tempo, il grande numero delle magistrature militari e la frequenza delle risse tra i soldati moltiplicavano a dismisura i posti di guardia. Così vi erano gran-guardie nelle principali piazze delle città fortificate, guardie d'onore alle primarie cariche militari del luogo, agli ufficiali superiori del reggimento, e così via. Valga ad esempio il seguente specchio delle guardie della città di Verona, nell'anno 1794 [107]:

MUTE GUARDIE E PORTE
Capitani
Subalterni
Sergenti
Caporali
Tamburi e pifferi
Fazionieri
Totale

Artiglieri
Guardia di S. E.
il capitano e podestà [108] — 2 1 2 2 37 44
Croati
Guardia detta di
cavalieri
al medesimo. — — — 1 — 11 12
Italiani
Guardia di S. E.
il tenente generale
comandante [109] 1 2 1 1 2 24 31
Guardia alle bandiere
dei reggimenti — — — 7 — 35 42
Picchetti dei reggimenti — 5 — 6 — 36 47
Gran Guardia 1 1 1 2 2 24 32
Porta Nuova — 1 1 1 1 20 24
Porta San Zeno — 1 1 1 1 20 24
Porta Vescovo — 1 1 1 1 20 24
Oltramarini
Porta San Giorgio — 1 1 1 1 16 20
N. 2 pattuglie — — 2 2 2 16 22
Castello San Felice — — 1 1 — 8 10
Id. San Pietro — — — 1 — 6 7
Ospedale delle Milizie — — — 2 — 8 10
Guardia in Ghetto — — — 1 — 5 6
________________________________
2 14 10 30 12 279 355

Nè è forse fuori luogo ricordare a questo punto anche il servizio di guardia che le truppe prestavano nelle isole e nell'estuario di Venezia, nel 1792 [110].

Guardia al Lido, 44 uomini; appostamenti e feluche di sanità al Lido, 24; feluca S. Erasmo, 8; feluca Tre Porti, 8; Falconera, 8; Carvale, 8; Porto Quieto, 8; sciabecco del canale dei Marani, 12; feluca del canale dei Marani, 12; due feluche a Poveglia, 16; feluca S. Pietro in Volta, 8; feluca di Fisolo, 8; feluca delle urgenze 8; fusta, 24; sciabecco Po di Goro, 48; feluca Po di Goro, 8; feluca Malamocco, 8; seconda feluca di Malamocco, 8; servizi vari di guardia alle reclute, alle caserme ecc., 60. Totale, 308 uomini comandati a Venezia e nell'estuario in giornaliero servizio da «fazionieri».

* * *

Al distacco della guardia, fatto con solennità intorno al mezzodì, tutta la truppa prendeva le armi. Si faceva l'appello per segnalare i disertori, si leggevano gli ordini, si dava una sommaria occhiata alle armi ed agli abiti, dopo la quale funzione la vita militare formale cessava di regola per riprendersi l'indomani alla medesima ora.

Restava la grigia monotonia della vita di caserma. Con quei pochi soldi che rimanevano ancora nelle mani dell'oltremarino, dopo il passaggio sotto le forche caudine del fisco e del comandante di compagnia, egli doveva rifocillarsi. E disinteressandosi ancora lo Stato dal fornire il vitto ai propri soldati—all'infuori del biscotto agli oltremarini e del pane agli altri—v'era taluno che lo surrogava in quest'opera con ingordigia ed esosità, di guisa che il misero peculio castrense dei soldati di mestiere veniva ad assoggettarsi per questo ad una nuova ed estrema decimazione.

Esistevano all'uopo sulle navi armate e nelle caserme i così detti bettolini, specie di vivanderie esercitate assai spesso da loschi personaggi, nelle quali i soldati si provvedevano dei generi di prima necessità ed anche delle vivande confezionate. A coloro poi cui le strettezze non consentivano di procurarsi le vivande confezionate, i bettolieri fornivano gli arnesi di cucina per apparecchiare di solito la classica polenta ed un misero intingolo per companatico, e ciò previo un piccolo compenso che lo scarso nucleo degli utenti corrispondeva a titolo di noleggio degli arnesi stessi all'esercente del bettolino.

Delle norme—ossia terminazioni—regolavano il servizio di queste vivanderie, specie sulle pubbliche navi, ma l'ingordigia dei bettolieri era assai spesso più forte anche delle terminazioni. Lo sconcio era anzi giunto a tal segno, poco avanti alla caduta della Repubblica, da indurre il generale Salimbeni a proporre al Savio alla Scrittura dei provvedimenti radicali in materia:

«Bisognerebbe—egli diceva—assegnare ad ogni camerata di 10 soldati almeno una caldaia da polenta, una secchia di larice cerchiata ed una tavola per rovesciarvi di sopra la polenta stessa… Sarebbe inoltre desiderabile, per liberare il soldato dall'obbligo che ora ha di spendere la mòdica sua paga in una bettola, o bettolino, con grave danno della disciplina e peso della sua sussistenza, di fornire anche la legna necessaria per cucinare il cibo. Con questi mezzi si potrebbero tener uniti i soldati, lontani dalle osterie, dove è forza che dimentichino la loro nativa semplicità e contraggano il mal costume»[111].

Il governo disciplinare risentiva fortemente degli effetti di questo colpevole regime di abbandono e di trascuranza, acuito dalla fiacchezza dei tempi. Abolita virtualmente la bastonatura sull'ultimo quarto del secolo XVIII, restava la prigionia e la condanna al remo, la punizione classica delle milizie della Repubblica marinara la quale ne usava sempre con molta larghezza. La pena della galera o del remo era solitamente inflitta ai disertori, ma anch'essa aveva perduto sulla fine della Repubblica molta parte del suo prestigio, per essersi assottigliato il numero delle navi armate e ridotta a poca cosa la loro navigazione. La punizione alla galera era così diventata un succedaneo della prigione ordinaria.

Circa questa bancarotta del governo disciplinare e dei suoi freni, basti dire che molti disertori preferivano la condanna al remo al servizio militare, triste preferenza che illumina l'ambiente dell'epoca. «Considerano infatti i soldati—dice un documento—una breve condanna al remo assai meno pesante della vita militare, stentata, faticosa e prolungata per un più lungo periodo di tempo»[112].

La disinvoltura, con cui affrontavasi questa pena appare infine nei trucchi che solevano usarsi, alla caduta della Repubblica, per gabellare al Savio alla Scrittura i premi promessi a colui che restituisse alle insegne un disertore. Si accordavano per questo in un medesimo corpo due soldati, l'uno s'infingeva di abbandonare le bandiere, l'altro di scoprirlo in un rifugio convenuto in precedenza; «sicchè colludendo notoriamente assieme captori e fuggiaschi tra loro si dividevano il premio assegnatosi ai primi… Onde sarebbe utile, in luogo di dare il premio a questi captori, di servirsi al caso dei metodi usati dagli esteri eserciti, cioè di obbligare le terre, ville e paesi, ad arrestare i fuggiaschi e condurli senza mercede alcuna alle pubbliche forze, con la cominativa che venendo scoverto in qualsivoglia tempo e modo negletto il fermo di qualche disertore, sarebbe obbligato il villaggio o terra a supplire alle spese incontrate dalle pubbliche casse per il mantenimento e vestiario di un altro soldato»[113].

Quanto si disse fino ad ora trattando più particolarmente degli Oltremarini può riferirsi anche all'altra specie di milizia pedestre ingaggiata, cioè agli Italiani. Questi si levavano nei domini della Serenissima in Italia e nell'Istria Veneta e si raccoglievano al Lido d'onde, accertata la loro idoneità alle armi, «in tempo di pace, in tempo di guerra, che Iddio non voglia, o di neutralità» erano «sbandati» nelle diverse guarnigioni di terraferma.

Gli itinerari delle nuove reclute erano minutamente stabiliti nei capitolati dei capi-leva e circondati da cautele, tutte intese a far giungere sicuramente a destinazione la preziosa merce dei soldati di mestiere, incerti in questi primi passi tra la rude alternativa di seguire una strada intrapresa di mala voglia, oppure di abbandonarla al suo inizio medesimo. Drappelli di croati o di dragoni, oltre la scorta dei soldati delle compagnie di leva, accompagnavano in queste marce le giovani reclute che, così guardate, potevano rassomigliarsi in tutto e per tutto ad un triste convoglio di prigionieri di guerra. Partiti dal littorale del Lido, cioè dal deposito di reclutamento, i nuovi fanti italiani facevano una prima tappa al Castello di Padova che, in molti rispetti, funzionava da deposito succursale del Lido. Dopo una breve sosta in quell'antico maniero, le reclute destinate a proseguire il loro èsodo continuavano nel cammino fino agli estremi presidi della Serenissima, cioè fin sulle rive dell'Adda e dell'Oglio. Talvolta queste tappe erano abbreviate da qualche trasporto per via d'acqua dal Lido a Chioggia, e di qui con i barconi (burchi) a ritroso dell'Adige fino a Verona. Ma erano casi poco frequenti e subordinati in ogni modo alla occasione di qualche grande trasporto militare da Venezia alla grande piazza di terraferma.[114]

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