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F. DE ROBERTO

DOCUMENTI UMANI

MILANO.—FRATELLI TREVES, EDITORI.—MILANO.

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DOCUMENTI UMANI.

F. DE ROBERTO

DOCUMENTI UMANI

MILANO

FRATELLI TREVES, EDITORI

1888.

PROPRIETÀ LETTERARIA

Riservati tutti i diritti.

Tip. Fratelli Treves.

PREFAZIONE.

Gentilissimo signor Treves,

Compiono oramai quasi due anni dacchè Ella, rispondendo all'offerta che io le avevo fatta della mia Sorte, mi disse, con molte lusinghiere espressioni per la mia attitudine al novellare, di non poter pubblicare quei racconti perchè non ne approvava il genere. «Non si descrive—diceva la sua lettera—che quel che vi è di brutto, di marcio, di sensuale nella società. Poi, tutti i personaggi sono antipatici. È possibile che una società sia tutta formata a quel modo? E lo fosse pure, è egli artistico dipingere i quadri tutti di un colore, sopprimere i contrasti di colore, come quelli di passioni, di sentimenti? Il color rosa fu giustamente deriso, ma almeno era allegro; il nero, il tutto nero, ha gli stessi torti, più quello di essere triste…. Racconti simili—soggiungeva—non voglio più pubblicarne. Ho parecchi peccati editoriali sulla coscienza; non intendo aumentarli, diffondendo un genere che io considero assai pernicioso, non solo per il senso morale, ma anche per il buon gusto delle nuove generazioni. Una cucina letteraria composta tutta di droghe non può che rovinarlo.»

Quantunque mi rincrescesse di non poter affidare il mio libro ad una Casa come la sua, il rifiuto—Ella già lo prevedeva—non mi distolse dal pubblicarlo. Ma il successo dette ragione a lei. Se Ella ebbe la curiosità di tener dietro ai giornali che parlarono delle mie novelle, potè vedere come la maggior parte di essi non facessero se non delle parafrasi del giudizio che, alla lettura del manoscritto, Ella ne aveva dato. «Uomo avvisato, mezzo salvato,» pareva che Ella avesse voluto dirmi; io non le diedi retta, ed accadde quel che doveva accadere.

Mi crederà se io le dico che, prima ancora del giudizio dei critici, prima ancora del Suo ammonimento, io avevo previsto la sorte—senza giuochi di parole—che era riserbata al mio volume? Se avessi potuto farmi illusione, l'esperienza dei miei maestri ed amici mi avrebbe aperto gli occhi. Parlo di Giovanni Verga e di Luigi Capuana, di due scrittori nei quali i critici della Sorte hanno trovato i miei modelli, facendomi con questo il più grande elogio che io potessi ambire. E rimontando ancora più su, al maestro dei maestri, ad Emilio Zola, che cosa non gli era toccato di sentirsi dire? Per poco non lo avevano fatto passare come un bevitore di sangue! Figuriamoci quel che avrebbero detto a me!

Nondimeno, malgrado ogni sorta di scettiche previsioni e di immediate difficoltà, io mi ostinai a metter fuori quelle novelle. Questo potrà forse dimostrarle che io ero guidato da una chiara idea e che sapevo quel che facevo—o per lo meno quello che avevo avuto l'intenzione di fare… Io avevo avuto l'intenzione di fare un'opera d'arte. Descrivendo una società repugnante? mettendo in iscena dei personaggi odiosi? riuscendo ad un'impressione di pessimismo?… Che importa! L'interessante, ciò che costituisce il valore specifico dell'opera d'arte, non mi pareva la qualità del soggetto preso a trattare o dell'impressione da conseguire, bensì il modo con cui il soggetto era trattato e l'impressione conseguita.

Sapevo che mi avrebbero fatta una colpa del mio naturalismo, ma credevo—e credo tuttavia—che tutte coteste antipatie e simpatie di scuola dovrebbero essere perfettamente estranee al giudizio critico. L'arte è una, come una è la realtà che essa si propone di riprodurre; i metodi e gli obbiettivi sono diversi, come diversi sono i temperamenti degli artisti che li scelgono. Accade un fatto; cento persone vi assistono, nessuna di esse ne darà una versione del tutto corrispondente a quella del vicino. Se in mezzo vi è un morto, uno esclamerà: «Che disgrazia!» un altro sentenzierà: «La solita storia!» un terzo dirà: «Vi è un morto,» senza commenti.

La vita che i romanzieri e i novellieri si propongono di ritrarre, è quella che è; la diversità consiste nell'organismo che la osserva. Quando una persona qualunque compie un'azione purchessia, non si sente una voce, dall'alto o dal basso, che giudica quell'azione, inappellabilmente; ognuno di noi si forma invece di quell'azione un concetto relativo ai proprii mezzi d'indagine, al proprio carattere ed al proprio interesse.

In arte, si vogliono distinguere due scuole: la naturalista e l'idealista. Non badiamo, se le piace, ai nomi; i nomi sono sciocchi, dicono molto di meno e molto di più di quel che dovrebbero dire. Badiamo ai fatti. Nel fatto, i naturalisti sono accusati di veder tutto nero, di deprimere tutto; gl'idealisti di veder roseo e di esaltare ogni cosa. So benissimo che tanto gli uni quanto gli altri si ribellano a queste accuse, che tutti sono convinti di veder la vita com'è; ma non ci occupiamo di questo. Io dico che la realtà non avendo caratteri specifici, non essendo definibile assolutamente, le visioni contraddittorie delle due scuole sono egualmente legittime. Voi dite invece che la realtà ha dei caratteri definiti, che essa è, per sè stessa, in un certo modo determinato? Allora tanto chi disprezza per partito preso, quanto chi ad ogni costo accarezza, sono, per esagerazione, nel falso. Quindi: se naturalisti e idealisti sono, per il loro modo di vedere, o entrambi nel vero, o entrambi nel falso, il loro modo di vedere è una qualità sopprimibile, come quantità sopprimibili, nei due membri di un'equazione, sono i termini eguali. Che cosa resta? Resta il quid artistico, l'x da trovare.

Lasciamo stare l'algebra. Molte persone dicono: «Sta bene, riconosciamo il valore artistico delle opere naturaliste; siamo anche disposti ad ammettere la superiorità di questo metodo; ma, in ragione di questa stessa superiorità, domandiamo che dei mezzi così efficaci di rappresentazione non siano unicamente adoperati per dipingere il brutto ed il pravo. Fate del naturalismo artistico, ma dell'idealismo etico al tempo stesso; in altre parole: descrivete naturalmente il bello ed il buono.» Chi ragiona così dimentica che ogni metodo d'arte porta con sè la sua propria filosofia, che un modo di scrivere è anche un modo di vedere, che ad ogni contenuto s'impone una forma determinata—e reciprocamente. Un idealista, perchè idealista, sceglie degli argomenti nobili, presenta dei caratteri elevati, perviene a conclusioni confortanti, attenua con la simpatia il suo pessimismo. Se egli si trova dinanzi a qualcosa di urtante, di brutale, lo modifica, lo purifica—lo idealizza. Reciprocamente: i personaggi simpatici dei naturalisti hanno tutti il loro lato debole, volgare, violento; le azioni generose i loro moventi indegni. Quando io ho scelto un argomento, mi trovo di aver scelto nello stesso tempo il mio metodo; viceversa: se io mi propongo di conseguire certi effetti, non sono più libero di scegliere un soggetto qualunque: il mio campo è circoscritto. Abbracciare un sistema, in arte come in politica, importa negare certe cose e crederne delle altre, rinunziare a certe categorie di emozioni e di opinioni, non vedere più che in un modo determinato. Realismo e idealismo sono al tempo stesso delle dottrine etiche e dei metodi estetici, sistemi filosofici e partiti artistici. Un romanzo idealista nell'ispirazione e naturalista nell'esecuzione—o viceversa—non è possibile: Zola ci si è provato, ed ha fatto il Sogno….

Da un'altra parte, il pubblico generalizza troppo facilmente. Se in un libro si descrivono soltanto delle miserie, delle vergogne, delle crudità, che ragione ha la gente di rimproverare all'autore: «Voi rinnegate le nobiltà, le delicatezze, gli eroismi?» Se un altro libro è tutto pieno di queste cose che mancano all'altro, c'è ragione di pigliarsela con l'autore perchè spazia sempre nell'alto? A volere che uno scrittore dia un'adeguata imagine del mondo materiale e morale, bisognerebbe dargli, per lo meno, un po' di tempo! «Dio mio!—esclamò una volta Luigi Capuana—non si può mettere l'universo in sette novelle!…» Supponiamo che un pittore faccia un quadro rappresentante una tempesta; lo accuserete voi di negare il sole e l'azzurro? Tutto ciò che potrete domandare è che egli dipinga bene il suo quadro. Quest'altra volta egli farà un mare tranquillo… se non farà un'altra tempesta, per disposizione naturale dello spirito, per una preferenza tecnica, per una ragione qualunque che egli potrebbe anche non dire….

Discorrendo parecchi anni or sono col Capuana di queste, cose—portavo allora intatta la mia verginità letteraria—pensando alla facilità con cui si formano i giudizii di questo genere, io feci all'amico mio una proposta. «Vi incolpano di non sapervi aggirare se non nei bassi fondi sociali? di non avere delicatezza, fantasia, simpatia? Scrivi un romanzo idealista, in cui siano soltanto passioni esaltate, caratteri nobili, azioni generose; in cui ritrarrai un ambiente elevato, i cui personaggi porteranno dei titoli sonori o rappresenteranno l'aristocrazia dell'ingegno; in cui non si sentirà l'odore del popolo zoliano, ma quello degli estratti doppii alla moda…. Scrivi un romanzo romantico, secondo vuole lo stile, dimostra come sia molto più facile che non lo scriverne uno naturalista; è probabile che, dopo, ti lasceranno in pace!» L'idea piacque al Capuana, e con la felice versatilità dell'ingegno che gli ha permesso di passare da Giacinta a C'era una volta, dallo Spiritismo ai Semiritmi, egli avrebbe sicuramente fatto del Feuillet da confondersi col genuino; la storia delle sue contraffazioni avrebbe contato un gustoso capitolo di più…. Altre cure gl'impedirono di porre ad effetto questo disegno; io lo ricordai quindi naturalmente dopo la pubblicazione del mio libro, allorchè accuse simili a quelle fatte al Capuana si fecero a me; allorchè Ella, dimostrandomi l'alta stima—furono sue parole—in cui teneva il mio ingegno, mi disse che avrebbe voluto vederlo impiegato in modo migliore.

Ecco come è nata la prima idea di quel Documenti umani che le ho mandati. Come Ella avrà visto, la prima novellina dimostra le mie intenzioni. Documenti umani si sono chiamati i fatti che comprovano le realità miserabili e lamentevoli? Chiamiamo Documenti umani un libro di novelle ispirate alle più alte idealità. Forse i lettori non mi accuseranno più di rinnegarle, forse il signor Treves mi stamperà….

Non le nascondo—sarebbe inutile, Ella se ne sarà accorta da sè—che in quei racconti io ho un poco qua e là calcata la mano, con un partito preso di distinzione, di lindura, di levigatezza quand même. Vi è in questo un movimento di reazione giustificabile, se non giusta, dinanzi alle accuse che mi si fecero. Abyssus abyssum invocat, e le esagerazioni in un senso provocano naturalmente le esagerazioni in un senso opposto. Se vi sentirete rimproverare da ogni parte di appestare i vostri vicini con l'odore dell'aglio, sarete molto probabilmente tentati di procurargli un'accapacciatura a furia di opoponax…. Quando la nuda semplicità della Nedda sollevò, in un certo mondo letterario, quegli scandali che Ella conosce, Giovanni Verga ebbe la tentazione di una solenne canzonatura: un rifacimento arcadico della sua novella, nel quale il famoso e scandaloso raglio dell'asino doveva essere sostituito dai gorgheggi dell'usignuolo…. Questo non vuol già dire che l'autore dei Malavoglia non creda all'esistenza dell'usignuolo; come le esagerazioni alle quali io mi sono lasciato andare non significano che io non creda all'esistenza dei sentimenti raffinati e dei caratteri scelti che ho rappresentati. Io credo che tutto possa essere—ma credo del pari che l'artista, in mezzo all'infinita varietà dei fatti umani, abbia piena ed intera la libertà della scelta e della interpretazione. Scegliere, fra questi fatti quelli che rappresentano il lato seducente dell'umanità, è certo accaparrarsi un più largo consenso; se, dunque, molti artisti vi rinunziano, per appigliarsi a quegli altri fatti che rappresentano il rovescio della medaglia, più che il biasimo non crede Ella che meritino una lode per il coscienzioso disinteressamento di cui dànno prova? Ma, dirà Ella, perchè scegliere l'altro lato?… Arrivati a questo punto, le teoriche non hanno più che farci: la scelta, il modo di vedere, sono quistioni di temperamento, di gusti, di educazione, di disposizioni permanenti o transitorie, di attitudini speciali: tutti elementi personali, variabilissimi, che non è possibile, e si potrebbe fino a un certo punto anche aggiungere non è lecito, di rintracciare. Se una dimostrazione filosofica o gli ammaestramenti di una esperienza mi inducono a credere che i sentimenti più alti e più rari si risolvono negl'istinti primitivi della bestia, io farò oggetto della mia rappresentazione artistica dei fatti dai quali questo concetto scaturisca. Se la mia esperienza mi avrà detto invece che gl'istinti meglio radicati sono domati da qualcosa di più potente e di più puro, io vedrò le cose in tutt'altro modo, la mia scelta sarà diversa. E la scelta è poi libera:—meglio: c'è vera scelta, o sotto l'illusione della libertà si nasconde una rigorosa predeterminazione?…

Non passiamo i confini del campo letterario. Se i soggetti presi a trattare dai naturalisti non sono di quelli che più piacciono alla massa dei lettori, io vorrei dimostrare la ragione tecnica di questo fatto. Naturalista è chi vuol riuscire naturale, cioè chi cerca di dare alla finzione artistica i caratteri del vero. Ora, non tutti gli oggetti veri sono egualmente caratteristici, riconoscibili e starei per dire individualizzabili. È quindi evidente che lo scrittore naturalista darà la preferenza a quelli che, per avere dei tratti più salienti, un aspetto più distinto, più accidentato, assolutamente proprio, gli forniscono il mezzo di conseguire il suo intento. Ora, la virtù e la salute sono più uniformi, più semplici, più monotone del vizio e della malattia; questi offrono una più grande varietà ed una più grande particolarità di manifestazioni; e lo scrittore naturalista in traccia di fatti significativi, ne trova, negli ambienti corrotti, nei tipi degenerati, nei casi patologici, una più ricca messe. Questa è pure la ragione perchè, in una gran parte di casi, il mondo dei naturalisti è quello della povera gente. I lettori domanderebbero di assistere a scene della vita elegante, di vedere in azione delle grandi dame e dei gran signori; le descrizioni di catapecchie dove si aggirano dei miserabili in cenci sono, a priori, condannate. Lasciamo stare se questa antipatia è giusta o pur no, se essa risponde ai principii ispiratori della morale cristiana o dell'ideale democratico…. È così, e basta. Ma se gli scrittori naturalisti non contentano questi desiderii, egli è che a misura che si scende nella gerarchia sociale, le differenze si accrescono e i tipi si determinano più nettamente. Un contadino, un operaio, un marinaio, un minatore hanno dei caratteri esclusivamente proprii, specifici, nella fisonomia, nell'abito, nel modo di fare e di parlare, da renderli riconoscibili a cento miglia lontano; la folla elegante che popola un salone è più uniforme, offre meno presa all'osservazione. Ella mi dirà, che le preferenze dei naturalisti si risolvono così nella ricerca di ciò che loro riesce più agevole; nè io le darò torto. Fare della realtà elegante—l'espressione è di Edmondo de Goncourt—ecco l'impresa che si vorrebbe tentata. La quistione è, però, che molto probabilmente l'eleganza di un naturalista procurerebbe dei disinganni agli eleganti di professione. Non bisogna dimenticare che il fatto rettorico è connesso al fatto psicologico, che forma e contenuto s'impongono vicendevolmente; così, il naturalista avvezzo a veder brutto, troverebbe delle imagini brutte per ritrarre le cose belle, come quell'eroe di Karl Huysmans agli occhi del quale i fiori più smaglianti si paragonavano naturalmente a piaghe, ad escrescenze, ad erosioni patologiche….

Tornando all'ordine di idee interrotto dianzi, un'altra accusa fatta ai nostri novellieri naturalisti è quella del regionalismo. «Voi mi date dei marinai di Aci-Trezza, dei mulattieri di Licodia, dei contadini di Viagrande: che geografia è cotesta? Come volete che io m'interessi ad una gente che non so neppure dove stia di casa?» La quistione è che se voi non potete interessarvi a questi ignorati, lo scrittore non può conseguire una fedeltà di rappresentazione se non mettendosi innanzi dei modelli; ora, se io sono vissuto in Sicilia, non posso pigliare i miei modelli nel Friuli! Ed una quistione strettamente connessa con questa, è l'altra dello stile che i novellieri regionalisti sono costretti a foggiarsi per la necessità di quel che si potrebbe chiamare il colore locale della rappresentazione artistica. I popolani di Sicilia parlano un loro particolare dialetto; quando io li introduco in un'opera d'arte ho due partiti dinanzi a me: il primo, che è l'estremo della realtà, consiste nel riprodurre tal'e quale il dialetto—come hanno tentato per le loro regioni il D'Annunzio, lo Scarfoglio, il Lemonnier—il secondo, che è l'estremo della convenzione, consistente nel farli parlare in lingua, con accento toscano e con sapore classico. Ora, se nel primo caso io rischio soltanto di non farmi comprendere dai lettori che ignorano il dialetto, nel secondo rischio addirittura di farli ridere tutti. Fra i due partiti estremi, io tento, con l'esempio del Verga, una conciliazione; sul canovaccio della lingua conduco il ricamo dialettale, arrischio qua e là dei solecismi, capovolgo dei periodi, traduco qualche volta alla lettera, piglio di peso dei modi di dire, cito dei proverbii, pur di conseguire questo benedetto colore locale non solo nel dialogo, ma nella descrizione e nella narrazione ancora.

Per venire ai presenti Documenti umani—Ella troverà che ho divagato un po' troppo—questa che io chiamerei localizzazione artistica vi manca. In alcuni racconti non è neppur detto il luogo dove l'azione si svolge; là dove è detto, potrebbe essere spostato impunemente. È naturale: se si vuole un modello che convenga a tutti, bisognerà sacrificare la precisione. E vede come la differenza dei punti di partenza si trascina dietro la differenza dei processi? Nelle novelle realiste della Sorte io dovevo descrivere delle varietà di costumi: i miei personaggi erano diversi, necessarii, tipici, l'osservazione esteriore era minuziosa; in queste novelle ideali ho dovuto notare delle gradazioni di sentimenti: i personaggi sono dei prestanome, si rassomigliano un po' tutti; l'analisi psicologica soverchia ogni cosa.

L'analisi psicologica! Se ne ragionassimo un poco? In che cosa consiste essa? Essa consiste nell'esposizione di tutto ciò che passa per la testa ai personaggi, delle loro sensazioni, dei loro sentimenti e delle loro volizioni. Dato un personaggio con un certo carattere e messo in presenza di una certa situazione, l'analisi psicologica consiste nel rintracciare tutti i movimenti interiori di questo personaggio, come egli apprezzi questa situazione, che cosa essa gli suggerisca, quali partiti gli si presentino per uscirne, e per quale trafila di impulsi e di ragionamenti egli si apprenda all'uno piuttosto che all'altro. Alcuni scrittori eccellono in questo genere: Paolo Bourget specialmente, pel cui ingegno io professo una grandissima stima. Quando però si è letta una di queste pagine così precise, in cui l'azione del personaggio è legittimata da cento motivi uno più sottile e più profondo dell'altro, vien fatto istintivamente di domandare all'autore: «Come li avete saputi? Il vostro personaggio vi ha egli raccontato tutto ciò ch'egli ha provato, sentito, ricordato, previsto, trascurato, ponderato? Se no, come avete fatto ad entrare nel suo cervello ed a leggervi quel che vi si passava?…» Victor Hugo, nell'Homme qui rit, ha un'epica descrizione del naufragio di una nave di Baschi, nessuno dei quali però si salva. Ragazzo, appena finito di leggerla, io domandavo a chi ne sapeva più di me: «O come ha fatto Victor Hugo a risaper tutto quel che è avvenuto a bordo della Mattutina dal momento della partenza fino al naufragio, se nessuno è sopravvissuto per dargliene la notizia e se nessun altro poteva esser presente, in mezzo al mare?» E quelli che ne sapevano più di me, mi rispondevano: «È tutta forza di fantasia e di imaginazione!»

Ora, l'analisi psicologica è anch'essa il prodotto di un particolar genere d'imaginazione: l'imaginazione degli stati d'animo. In un sol caso essa può essere il prodotto reale dell'osservazione immediata, ed è quando lo scrittore fa argomento della propria analisi sè stesso. Mettendosi direttamente in iscena, o prestando la propria coscienza ad uno dei suoi attori, egli potrà sviscerare gli stati d'animo più complessi, più delicati e più rari che nel campo di quella coscienza e sotto la propria diretta percezione si svolgono. Ma in tutti gli altri casi, quando studia dei caratteri dissimili dal suo, e specialmente in tutta la grande categoria dei caratteri femminili, ciò che cade sotto la sua diretta osservazione non sono che gli atti, le parole, i gesti. Ora, se si riflette che non solamente il numero dei gesti, delle parole e degli atti non è proporzionato al numero infinito dei pensieri—che, per dir meglio, non hanno numero, essendo una successione continua ed omogenea—ma che i medesimi atti, le medesime parole, i medesimi gesti servono a diversissimi uomini, per diversissimi motivi in diversissime circostanze, si vede quanta poco probabilità di successo vi sia nel desumere dagli indizii esteriori il processo latente che si svolge nelle singole coscienze. Se si riflette ancora che noi stessi non ci sappiamo spesso dar conto di noi stessi, l'impresa apparisce in tutta la sua ingrata difficoltà. Le ricostruzioni psicologiche dei romanzieri, pertanto, sembrano poggiate sopra una base poco solida e risultanti da induzioni più o meno possibili; e, in fondo, anche quando lo scrittore non parla di sè stesso, la sua analisi altruistica si risolve nel prevedere simpaticamente ciò che, nella pelle dei suoi personaggi, egli stesso proverebbe e penserebbe. I realisti, invece, presumendo di dar l'impressione del reale, fanno agire i loro personaggi, riproducono ciò che in essi è apparente, lasciando ai lettori l'imaginare quel che vi si passa internamente; tal'e quale come nella realtà, in cui noi vediamo degli uomini e delle donne che parlano e che si muovono, e non delle anime messe a nudo e starei per dire scorticate. Cercando di fare intravedere le modificazioni interiori dai segni esterni, rappresentando una situazione d'animo con un gesto o con una parola che la riassumono, si può ben dire che i realisti, invece dell'analisi psicologica, procedono per mezzo della sintesi fisiologica.

Molte di queste cose, in forma diversa, sono state recentemente dette da Guy de Maupassant, con l'autorità che gli viene dalla forte produzione, nella prefazione di Pierre et Jean. Ma il Maupassant, pure ammettendo la legittimità dei varii metodi, tiene troppo al suo e lascia intravedere assai chiaramente le sue preferenze. Per essere veramente disinteressati, dopo la critica dell'analisi psicologica, bisognerebbe farne la difesa. Un analista, infatti, potrebbe rispondere: «Ciò che preme sopra tutto è l'anima umana. Noi non possiamo leggervi dentro, ma vale per noi infinitamente di più la ricostruzione verosimile di uno stato psicologico, che tutti i fatti e gli atti più veri. Il fatto, la parola, il segno esteriore non sono che dei momenti; il pensiero, che non è, ma diviene continuamente, è quello che caratterizza l'individuo e che importa conoscere. Ciò è tanto vero, che le azioni possono essere, e sono spesso, contrarie alle intenzioni: sono questi contrasti quelli che vanno studiati. Del resto, se voi presumete che i vostri lettori possano ricostrurre i processi intimi dagli indizii che voi ne date, noi non facciamo che metterci al posto dei vostri lettori, e scriviamo le nostre ricostruzioni. Del resto ancora, se è vero che ciascun uomo ha una psiche diversa, è ancor vero che la natura umana è una, ha un fondo uniforme, e che le differenze da uomo ad uomo non sono determinate se non dal diverso sviluppo che certe facoltà e certe tendenze prendono in seguito a circostante speciali e riconoscibili. Nulla, in tutto ciò, che precluda la via all'analisi degli stati d'animo più disparati.» E non sarebbero neanche necessarie tante dimostrazioni: basterebbe che gli analisti dicessero: «Noi siamo fatti in modo da analizzare!» Stendhal, che ha un'imaginazione psicologica, scrive la Certosa e Armanzia; Flaubert, che ne ha una tutta fisica, scrive Salammbô e la Tentazione di Sant'Antonio….

Siamo sempre lì: i metodi sono molteplici, l'arte è una. Chi vuol rappresentare degli stati d'animo deve naturalmente ricorrere all'analisi psicologica; l'analisi psicologica essendo la narrazione del pensiero, ne deriva come nuova conseguenza che lo scrittore è costretto ad adoperare una forma tutta personale. Altra grossa quistione: Obbiettivismo, subbiettivismo; accademia forse!… Se la lasciassimo lì? Ella imagina già quel che io vorrei dire: si possono conseguire degli effetti di prim'ordine coll'un metodo e con l'altro, nè i metodi sono arbitrarii: lo psicologo sarà sempre subbiettivo; il naturalista, volendo limitarsi a riprodurre quel che vede, sarà necessariamente impersonale….

Riassumendo perciò questo lungo discorso—era proprio tempo—se io potei prevedere i rimproveri che i critici avrebbero fatto alla mia Sorte, sono oggi ancor meglio in grado di indovinare le accuse che toccheranno a questi Documenti umani. Vuol vedere se sbaglio? Mi diranno che le favole sono troppo romantiche, che i personaggi sono troppo convenzionali, che lo stile è troppo artificioso. Nella Sorte s'incontravano troppi mastri, don e comari; qui vi saranno troppi artisti, cavalieri e contesse. Quelli erano troppo sciatti, questi saranno troppo preziosi. Lì ero troppo indifferente, qui esprimerò troppe opinioni. La Sorte era troppo vera; i Documenti umani saranno troppo inverosimili….

Si metta ora un poco nei miei panni e consideri che bell'impiccio! Lei mi dirà: «Non si preoccupi della critica!» Ma si fa presto a dire! I critici sono o non sono i giudici naturali di noi poveri autori? sono o non sono i supremi custodi della legge dell'Arte? Se cominciamo a discutere la loro autorità, sa come potrebbe finire? Che un bel giorno essi pianteranno lì la loro missione; e allora addio garbo, misura, buon gusto, buon senso: tutti i freni saranno sciolti, a scempio del bello, del buono e del vero!

Tolga Iddio che io contribuisca a tanta sciagura! Io sono un autore timorato ed ossequente alla critica costituita. La Sorte era naturalista? Ecco qui delle novelle ideali. Sono troppo ideali? Ed io mi metto a scrivere un romanzo a modo mio…. Me lo stamperà?

Mi stamperà, innanzi tutto, questa lettera? A discorrere solo, uno si persuade presto d'aver ragione; però, dopo aver riletto queste pagine, comincio a persuadermi che probabilmente le mie teorie non avranno persuaso niente affatto lei. Lasci correre lo stesso; tanto, a discutere, si finisce per confermarsi nella propria opinione. Guardi come il pubblico resta incrollabile nella sua, che è quella di non darci retta!

Catania, Ottobre 1888.

Di lei cordialissimamente F. DE ROBERTO

DOCUMENTI UMANI.

I.

«Quando voi leggerete queste pagine, io sarò morto. Non voglio, non voglio andarmene nel silenzio e nell'ombra, senza dirvi tutto quello che ho in cuore, senza mostrarvi tutta l'opera spaventevole compita da voi, senza lasciarvi—ultimo ricordo della nostra tenera amicizia—l'eterno rimorso del male che voi avete commesso.

«Io non sono generoso?… Ah! bisognava che apprendessi alla vostra scuola la generosità!… Sentite: la mamma mia dorme di là, nella camera attigua; ella riposa un istante dopo una giornata d'inquietudine, passata a spiare ogni mio movimento, quasi presaga della sciagura che le pende sul capo. Domani, a quest'ora, ella non riposerà. Le sorelline mie sono venute a baciarmi, come ogni sera, e sognano ora i loro sogni giocondi. Domani, a quest'ora, esse non sogneranno. Domani, la desolazione sarà entrata in questa casa; domani, la vita ricomincerà ad ordire la tela delle sue più dolorose difficoltà intorno ai miei cari, che io abbandono, vilmente. Del mio coraggio che cosa ne avete voi fatto?… Ma, nell'abiezione in cui sono caduto, un barlume di nobiltà mi era rimasto finora; ed io avrei voluto—vedete—scomparire per sempre senza che nessuno sospettasse la miseria mia, senza che voi la sospettaste! senza aver l'aria di mendicare la vostra pietà! senza farvi sentire le mie grida ed il mio pianto!… Del mio orgoglio, della mia dignità, che cosa ne avete voi fatto?… No, no: è più forte di me; voi mi ascolterete, voi leggerete questa confessione, queste pagine su cui, silenziose, grosse, roventi, cadono di tratto in tratto le mie lacrime. Le lacrime di un uomo! le lacrime di chi non ha pianto fra i disinganni più amari, fra i dolori più atroci! è una cosa molto triste, ditelo: non è vero?…

«Se voi sapeste quello che io ho sofferto! Se sapeste i torrenti di tristezze che hanno allagato il mio cuore! Se sapeste di che forza ho dovuto armarmi per sostenere questa feroce battaglia della vita; quante volte ho disperato, quante volte il vento della pazzia ha soffiato sulla mia fronte! Solo, senza un aiuto, senza il conforto neanche di una chimera, con la certezza che tutto è invano, io ho saputo resistere e persistere! Nelle strette del bisogno, fra l'ostile indifferenza del volgo, fra l'invidia, la doppiezza, la malvagità degli altri, dubitando di tutto e di tutti—primo di me stesso—io ho saputo compiere quello che gli uomini nominano il Dovere—e si limitano a nominare soltanto…. Ed avevo conseguita la pace, la meta più sospirata! il porto invocato durante le tempeste! ed avevo composto in un'urna le ceneri ben fredde delle mie illusioni…. quando voi siete venuta…. Non lo negate: siete stata voi!

«Ah! io ero curioso, io ero interessante; bisognava vedere com'era fatto questo filosofo, questo anacoreta, quest'essere a parte, di cui nessuno fra quelli che vi circondavano aveva potuto ancora darvi un'idea! Bisognava provare su di lui la sottile magìa dei vostri profumi, la dolcezza del vostro sorriso, la melodia della vostra voce, la soavità della vostra mano!… E quando, già preso dalle prime vertigini, egli tentava di sfuggirvi, e qualcosa, nei suoi sguardi, domandava pietà per lui, bisognava ancora strapparlo ai suoi rifugi, trascinarlo nel vortice che vi si aggira dintorno, legarlo ben forte a voi invocando il suo appoggio, l'aiuto della sua amicizia!… E quando, smarrito, incapace di resistervi più, egli tentava di soffocare il grido che stava per rompergli dal petto, bisognava ancora fargli perdere quel resto di ragione, bisognava ubriacarlo con l'assenzio della speranza, come la spia ubriaca il colpevole per strappargli la confessione del delitto!…

«Ma che colpa ho io commesso? Perchè infliggermi questo gastigo? Che cosa ho io fatto a voi, od ai vostri?… Dicono che la gelosia sia un orribile tentatore, un truce consigliere; no, non lo credete! dite a tutti che non è vero! Ecco: il rispetto tremante, l'angoscia paurosa che io provo dinanzi a voi, si ridestano in me, sempre, alla presenza dell'uomo che voi amate. Ah! il sorriso di Dio si è posato su di lui! Scorgerlo da lontano mi fa battere il cuore! Io vorrei baciare la traccia dei suoi passi! Non lo sapete? Io l'ho difeso, a rischio di qualcosa di più della mia vita—a rischio del mio onore—quando un pericolo lo ha minacciato! Io, io stesso, l'ho ricondotto a voi, una volta che egli stava per isfuggirvi, ve ne ricordate?… Io vorrei soltanto spaccare il suo petto, strappargli il cuore dal petto, rompere il suo cuore, per farvi vedere, disgraziata, che mai! mai! mai! egli vi ha portata nel cuore!… Io vorrei soltanto scavare i suoi occhi, squarciare il suo cervello, per vedere che cosa nei suoi sguardi, che cosa nelle sue parole vi ha parlato per lui!…

«E voi credete di conoscere l'amore? Oh, povera ignorante, che cosa ne sapete voi? Che cosa sapete dei ruggiti feroci che finiscono in pianto? dei mortali languori che sono un tripudio immortale? dell'ora che comprende la Eternità? delle parole che sono baci, dei baci che sono marchi roventi, del tormento che è delizia ineffabile? Chi avrebbe potuto farvi soltanto sospettare tutto questo? Avete voi incontrato soltanto un'Anima sul vostro cammino? Che pietà! che pietà! Io conosco tutta la vostra miseria! Io conosco tutte le prove per cui voi siete passata, tutti i vostri smarrimenti, tutte le vostre cadute. Sentite: vi sono delle infamie nella vostra vita. Ah, io non studio le mie espressioni; non me ne resta più il tempo! Io conosco tutti quelli che voi avete voluti: quale nausea invincibile! Venite qui, vicino, molto vicino, che nessuno possa sentire: sapete come essi parlano di voi? sapete come vi chiamano?… E quando io ho taciuto, compreso d'un infinito rispetto, pauroso di offendervi perfino col pensiero, voi avete riso!… E quando io ho pianto, ed i miei occhi gonfii ed arrossiti hanno tradito le mie mute angoscie, voi avete riso!… E quando finalmente io sono caduto in ginocchio, stanco, stremato, febbricitante, mortalmente colpito, e quando ho pregato, ho supplicato, ho gridato, mi sono trascinato per terra, mi sono morse le mani, voi avete riso!… La mia vendetta! la mia vendetta! La vendetta che io ho vagheggiata, che io ho sognata nelle notti dell'incubo! Vedervi caduta nel fango, perduta per sempre, non conservare della donna che il nome! Vedervi trascinare al mio lato, supplicante, miserabile, indegna, e pagarvi e respingervi….

«Signore, che cosa ho detto? Compassione, compassione di me! O Madonna, per l'amore che vi ho portato, per l'amore che vi porto, perdonerete voi il bestemmiatore? Non v'accorgete che io vaneggio? Non v'accorgete che io sono un pazzo, un povero pazzo moribondo, doppiamente lamentevole e degno di pietà? O Madonna misericordiosa, avrete pietà di me? Perchè non mi farete ancora la carità che io vi chieggo? Infine, sono molto esigente? Che cosa imploro da voi? che mi tolleriate, che vi lasciate adorare, che mi lasciate respirare nella vostra aria, umile come uno schiavo, fedele come un cane, muto come una cosa! Oh, no! io v'inganno! non mi credete! non è possibile! la tenerezza trabocca dal gonfio mio cuore; sgorga dagli occhi in lacrime non più amare, dolcissime! irrompe dalle labbra con parole susurranti, carezzanti, più dolci delle lacrime! O vaga, o bella, o gentile, o soave, o sogno della mia morente giovinezza, o sorriso di poesia, o amor mio immortale, conosci tu i nomi con cui ti ho chiamata nella solitudine delle mie notti? Sai tu che nessuna, nessuna! ha mai sentito quei nomi da me?… Bisogna credere, non è vero, alle parole di chi muore! Ed io ti giuro, per te! che il mio cuore è rimasto vergine; che tra i fatali esperimenti della vita una cura gelosa ha fatto la guardia del mio cuore; che tu, tu sola, mi sei entrata nel cuore!… Come a lungo ti ho aspettata! Io sapevo che tu dovevi apparire. Quando la natura è stata in festa, quando il profumo dei fiori, come un incenso, è salito nel cielo clemente, e la gioia ed il tripudio hanno visitato le povere anime umane, io sono rimasto solo, ad aspettarti! Quando i tappeti delle foglie morte si distendono al suolo, ed invitano le coppie innamorate a vagare sotto le cupole d'oro dei boschi, tenendosi per mano, bevendo gli ultimi aliti del sole agonizzante, io sono rimasto solo, ad aspettarti! Le notti che il vento geme, che la pioggia scroscia, che il freddo sferza, quando è così buono riscaldarsi sopra un seno adorato, io sono rimasto solo, ad aspettarti! Non hai tu dunque mai sentito avvincerti lievemente, come da un essere invisibile? Erano le mie braccia che si protendevano verso di te! Non hai tu mai sentito sfiorarti la bocca, come da una invisibile foglia di rosa? Erano le mie labbra, che si avanzavano verso le tue! Non hai tu mai sentito un tepore penetrarti tutta, come una fiamma invisibile? Era l'anima mia, che se ne andava verso di te!…. Come a lungo ti ho aspettata! Avevo perfino perduto la speranza di incontrarti mai! Ma tu sei apparsa, ed ecco: i geli si sono distrutti, i veli funerei si sono strappati, le fredde ceneri hanno dato nuove vampe. O miracolosa, tale è la potenza del tuo sguardo! O deliziosa, vieni! vieni con me! lascia che il mondo dica; che cosa c'importa del povero mondo? Dimentica il mondo; dimentichiamolo entrambi: la vita comincia appena oggi per noi! Vieni, vieni con me! Vieni dove so io, dove è luce, armonia ed esultanza!…

«Ah!… l'ora batte, fredda, monotona, spietata, ed ogni colpo mi picchia qui, sul cervello! Il giorno odiato già spunta; un canto risuona per la via…. Ho sognato ancora! ed il risveglio è così crudele! Ma è forse tua colpa se il sogno non si converte in realtà? No, povero amore, la colpa non è tua. La colpa è di un Altro, o di nessuno! La colpa è della vita assurda, della sorte cieca, della disdetta fatale che pesa su noi tutti! Di resistere ancora io non mi sento la forza. Ho finalmente bisogno di oscurità e di silenzio. Ma ora, quando l'istante non è più lontano, ascoltami: io voglio dirti l'ultima mia parola, la parola che ti accompagnerà dovunque, la parola che tu più non scorderai. Se il voto di un morente val pure qualcosa, per la gioia che mi hai dato, per il male che mi hai fatto, ora e sempre, sii benedetta.» . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

II.

—Vedete?—disse l'ingegnere Ferrieri al suo giovane amico Paolo Dinolfi, appena questi ebbe finito di leggere.—Vi sono anche dei documenti umani che depongono per l'esaltazione, per il lirismo, per l'idealità, per tutto ciò che voi fate presto a negare quando avete esclamato: rettorica!

—Permetta,—interruppe il Dinolfi, ripiegando con cura il manoscritto e posandolo sul tavolo.—Io non ho negata la rettorica; ho detto soltanto che la rettorica non è la verità!

—Oh, bene! E se noi cominciassimo a intenderci sul significato dei vocaboli? La verità! Quale verità? Vi è una verità reale, e ve n'è una ideale…. A vostra volta voi mi domanderete di spiegarvi queste altre grosse parole. È semplicissimo; io non uscirò dai limiti dell'etimologia. Reale è il mondo delle cose, ideale è il mondo delle idee. Ora una idea, un sentimento, un fatto psichico è nel vero allo stesso titolo di una cosa, di un avvenimento, di un fatto fisico. Una concezione spirituale esiste con lo stesso diritto di un oggetto materiale; si potrebbe anche dire: con un diritto più legittimo—poichè il mondo esteriore non ci si rivela che per via di imagini interne….

—Una lezione di psicologia?

—Avete ragione; ma perchè avete torto! Torniamo all'argomento. Io ho letto, per esempio, tutti i vostri libri; essi lasciano un sapore molto amaro—vi hanno perfino fatto una colpa del vostro pessimismo! Ora, che cosa direste voi se io affermassi che questo vostro pessimismo deriva da una persuasione di dolore, non da un dolore veramente provato? Mi rispondereste che credere di soffrire val quanto soffrire realmente! Non è vero? E voi mi dareste causa vinta!… Perchè di tutte queste dolci e torturanti credenze, dell'amore, della poesia, dell'ideale, noi siamo tutti capaci; perchè vi sono dei momenti in cui tutta la nostra anima vibra come se fosse per spezzarsi, in cui soltanto l'inverisimile è vero; perchè, malgrado i nostri capelli bianchi, malgrado la severità dei nostri studii, noi piangiamo se una canzone echeggia da lontano, nell'ora del tramonto, e daremmo—che cosa?—per poter fare ancora della rettorica!…

Paolo Dinolfi guardò un momento negli occhi l'ingegnere Ferrieri.

—Lei può dunque garantirmi l'autenticità di questo documento?

—Ne dubitate ancora? Ma io non posso darvi che la mia parola! È un'antica storia, ignorata da tutti. La donna è morta, sono molti anni….

—E l'uomo?—interruppe l'altro.

—L'uomo,—rispose l'ingegnere, dopo un momento di esitazione—l'uomo che passava quella notte a scrivere la sua confessione, e che, all'alba, dopo aver baciato lievemente in fronte i suoi cari, usciva armato del suo revolver, ben deciso a farla finita appena avrebbe provveduto al recapito della sua lettera, l'uomo è qui, dinanzi a voi…. Oh, per carità, non sorridete; mi fate male!… Ascoltate; io vi dirò ancora qualcosa, da cui potrete argomentare la mia sincerità!… Non sapete dunque, caro romanziere, che noi proponiamo, ma che bisogna fare, in ogni circostanza, la parte del Caso? Nel ritardo di un minuto può esservi la perdita o la salvezza di un uomo. Ora, un minuto si può perdere in un modo volgarissimo; basta, per esempio, una saccoccia sdrucita, una lettera che vi caschi dalla saccoccia, una persona che vi corra dietro a riportarvi la vostra lettera…. E se questa lettera è stata da voi scritta col cuore sanguinante e con la mente smarrita, potrà nascere in voi la tentazione di rileggerla quando la freschezza pungente del mattino avrà sedato la vostra esaltazione…. Allora, in mezzo al ridestarsi delle attività umane dopo la salutare tregua della notte; allora, dinanzi allo spettacolo della più minuta e prosaica realtà—le vacche della lattaia, il carro delle immondizie—voi potrete sentire come una doccia ghiacciata sferzarvi la schiena, e giudicare precisamente rettorica le vostre lacrime della notte…. Voi non le avrete meno versate per questo! Voi non le sentirete meno gonfiarvi gli occhi quando, molti anni dopo, rimesterete tutte queste cose intime e dolorose dinanzi a un amico….

In quel momento, una voce argentina squillò nella grande stanza da studio.—È permesso?—e una bambina di circa dieci anni, un mucchio di rose fra carnagione e vestito, si fermò sull'uscio tenendo un grosso rotolo di carte fra le braccia, interdetta alla vista di un estraneo.

—Avanti, Vannina; su via! Hai paura dei miei amici?

—Hanno portato questo per te—e la piccola miniatura di donna non levava gli occhi curiosi di dosso a Paolo Dinolfi.—E dice la mammina che lei è pronta per andar fuori….

—Prega la mammina di andar sola per oggi—rispose l'ingegnere, dopo aver dato un'occhiata alle carte.—Ho qui un bel da fare. Tu le terrai buona compagnia.

E l'ingegnere Ferrieri, attirando a sè la figliuola, le stampò due grossi baci sulle guancie.

—Non ha un altro bambino?—chiese premurosamente il Dinolfi che a quella piccola scena si era sentito intenerire.

L'ingegnere si passò una mano sulla fronte.

—È morto, compie ora un anno! Me l'ha portato via la malattia che infierisce in questo povero paese, la stessa che portò via la mia buona mamma. Non sapete che noi siamo qui ogni giorno in pericolo di vita? È urgente provvedere al rimedio, e questo è ora il mio gran da fare; un progetto di sistemazione del sottosuolo della città, in modo da evitare l'inquinamento delle acque. Bisognerà adottare un nuovo tipo di fogne…. Ecco la prosa che viene a interrompere la poesia della nostra comunione spirituale…. Vedete, mio caro romanziere? Esse sono nel vero entrambe!

IL PASSATO.

I.

Ella glie lo aveva detto:

—Non ne sarai geloso?

Ed Andrea le era caduto ai piedi, sollevando verso di lei uno sguardo luccicante di passione.

—Geloso del tuo passato? Ma vi è un passato per te?… per me?… Non siamo noi nati appena da pochi giorni, dal giorno benedetto che io ti confessai l'amor mio? Il bacio che io ti diedi in fronte non è stato il battesimo tuo?… E il mondo esisteva forse prima che io ti incontrassi? C'era un sole, c'era un mare, c'erano dei fiori? Tutto questo non è stato creato per noi?… Di quale passato mi parli, amor mio infinito? Non esiste che il presente, l'istante adorabile che fugge e ritorna incessantemente: l'imagine dell'eternità!

Ella si lasciava cullare dalla musica di quelle parole, rovesciando la testa, socchiudendo gli occhi, abbandonando lungo i fianchi le braccia, che l'amante ricopriva di lunghissimi baci.

—Come sei buono! e come sono felice!

Però il giorno che era venuto a portarle l'alliance su cui erano incisi i loro nomi e una data: Costanza ed Andrea, 14 marzo 1887, egli le aveva preso la mano, cercando di toglierle l'anello nuziale.

—Che cosa fai!—aveva esclamato lei, tentando di svincolarsi da quella stretta—Lasciami, mi fai male….

—Ecco, ti lascio…. Ma togli quell'anello, Costanza; spezza il simbolo d'una catena già rotta. Tu sei mia, mia soltanto, comprendi? ed io non potrò più baciare la tua mano, se le mie labbra rischiano d'incontrare la freddezza metallica di quell'anello!

—Ma non è possibile, povero amore!… V'è un giuramento dinanzi a Dio; e il giuramento è una cosa sacra…. dillo tu stesso, se è una cosa sacra….

Accortamente, ella gli aveva preso l'alliance e l'aveva passata al mignolo della destra.

—Vedi, Andrea? l'anello tuo io lo porterò qui, sempre, sempre! E l'altro….

Ad un tratto egli l'aveva afferrata per le braccia, stringendo con tutta la sua forza, e mormorando per la concitazione;

—Togli quell'anello…. o restituisci il mio! Restituiscilo, hai inteso? o ti rompo le braccia! Restituiscilo, ch'io lo spezzi, ch'io lo calpesti, ch'io lo butti nel mare….

-Ah, tu m'uccidi!

Ella era tutta sbiancata in viso, e le labbra fatte violacee erano scosse da un lungo tremore. Subitamente, egli l'aveva lasciata e s'era messo in ginocchio portando le mani alla testa e scompigliando i suoi capelli grigiastri.

—Perdono, Costanza; perdonami, sono un pazzo, lo vedi! Ma sei tu che m'hai fatto ammattire! A quarant'anni passati, e da un pezzo! Se io ti dicevo…. quella cosa, è perchè—vedi!—io ti voglio bene…. in un altro modo!… Costanza, mi hai tu perdonato?…

-Sì, sì! Guarda, io bacio il tuo anello, guarda; così! così! Bacialo anche tu, così! E ti giuro che l'altro….

Allora egli le aveva chiusa la bocca con la mano, sorridendo tristamente fra le lacrime, e dicendole pianissimo, da farsi appena sentire:

—Silenzio!… Non dir nulla!… Non mi ricordar nulla!… Quello che è stato è stato!… Lasciami morire così, ai tuoi piedi!…

Ed ogni volta che veniva a trovarla, appena entrato nel santuario, egli si metteva in ginocchio, congiungendo le mani in attitudine di preghiera, divorando cogli occhi la dolce figura di donna spiccante sul fondo bianco del panneggiamento che guarniva un angolo della stanza. Poi si trascinava fino a lei e si buttava per terra ai suoi piedi. Ella tentava di opporsi, ma nulla resisteva alla volontà di quell'uomo diventato capriccioso come un fanciullo e che per niente passava dall'eccesso della tenerezza umile agli impeti irresistibili d'un cieco furore.

—Lasciami fare, Costanza, letizia mia! Calpestami sotto i tuoi piedi!
Morire per te è la sola cosa degna di essere ambita!

Poi, con una curiosità sempre nuova si guardava attorno, girava per la stanza, passando una mano sul raso dei divani, delle poltrone, degli sgabelli, odorando tutti i fiori, rimuovendo tutte le fotografie, tutti i gingilli; esaminando come se li vedesse per la prima volta i quadri, le ceramiche, le terracotte, gli specchi, i ventagli artisticamente disposti intorno sul fondo rosso ciriegia della tappezzeria. Tutto quello che le apparteneva, le cose più minute, le cose più comuni acquistavano ai suoi occhi un valore straordinario; il thè che ella preparava e gli offriva nella preziosa ciotoletta della China aveva per lui un aroma speciale, introvabile altrove; il profumo di chypre vagamente errante nell'aria lo riempiva di turbamento; il fazzoletto di merletto che ella lasciava qualche volta cadere era per lui una cosa sacra, intangibile, che non si decideva a raccogliere se non con le labbra, gettandosi carponi per terra….

II.

Nell'uomo già presso alla soglia della vecchiezza, la passione era divampata subitanea, irresistibile, divorante.

Quando era stato presentato alla baronessa Costanza di Fastalia, in quello splendido pomeriggio di marzo, alla Villa Nazionale, mentre il golfo sorrideva col suo azzurro più puro, e dalla folla festante pareva sollevarsi un sospiro di contento, Andrea Ludovisi aveva sentito come un urto nel vivo cuore. Avrebbe quasi voluto evitarla; un'istintiva paura, un secreto presentimento lo avvertivano sordamente che quella donna avrebbe esercitata un'influenza su tutta la sua vita. Subito dopo, un'esultanza gli era entrata nell'anima. Conosceva dunque da vicino, e avrebbe d'ora innanzi potuto vedere spesso, intimamente, la donna di cui aveva tanto sentito parlare da un mese soltanto che aveva posto piede a Napoli, ed alla quale si era spesso sorpreso di pensare con un segreto sentimento di desiderio, con una vaga aspirazione, come verso una creatura superiore, più degna e più capace di amore fra tutte quelle vane ombre che gli erano sfilate dinanzi?…

Credutosi fin lì al sicuro da nuove passioni, certo di aver chiuso da molto tempo e per sempre l'êra delle pazzie, era bastato il dolcissimo sguardo che la baronessa gli aveva rivolto, il soavissimo suono delle parole che gli aveva dette, per gettarlo in una specie di esaltazione lirica, in una sovraeccitazione di tutte le potenze dell'anima e del corpo, che gli amici incontrati al passeggio, al teatro, al circolo avevano subito notato con meraviglia.

Più tardi, la prima volta che egli si presentò a Villa Valdonica, a Posillipo; quando entrò in quello che doveva chiamare il suo santuario; quando bevve l'incanto della grazia di quella donna, del suo spirito, della sua simpatia; quando l'accompagnò per le vie, col braccio deliziosamente intorpidito dal braccio che ella vi appoggiava, la passione di Andrea Ludovisi non conobbe più limiti. E insieme con l'amore, con un amore timido, rispettoso, di cui l'uomo avvezzo a prendere son bien dove lo trovava, senza scrupoli o riguardi, non aveva ancora un'idea, sorgeva in lui un sentimento ancora più nuovo, una specie di rimorso di contribuire alla perdita di quella donna, contro la quale aveva sentito scatenarsi il disprezzo, le derisioni, le malignità di tutta Napoli.

Che cosa vi era stato nella vita della baronessa? Andrea Ludovisi non lo sapeva con precisione; sapeva che era da molti anni divisa dal marito, che si parlava di parecchi amanti, che era stata a lungo fuori di Napoli, dove il soggiorno le era divenuto, un tempo, impossibile. Di più il Ludovisi non sapeva, non voleva sapere. Una volta che, al Gran Caffè, fra una comitiva di conoscenze, il discorso era caduto su di lei, egli fu visto andar via di furia, senza salutare nessuno. L'infinita tristezza che aveva sorpreso nell'accento, nelle parole, nelle altitudini della baronessa Costanza, l'espressione di indiscutibile sincerità che ella aveva messo nel confessargli i dolori provati, il vuoto fattosi nel suo cuore, la finale inutilità della sua vita, lo avevano guadagnato alla sua causa, se non fosse già bastato l'amore. E a misura che cresceva in lui la compassione ed il rispetto per l'infelicissima donna, più gigante si faceva l'amor suo; e, per un fenomeno sincrono, più assurda diventava ai suoi occhi l'idea di confessarglielo.

Dichiarare un amore, è meno offrirlo che domandarne il ricambio; e Andrea Ludovisi non aveva più l'ingenuità che presume contentarsi di una muta ed unilaterale adorazione. Bisognava far dunque la corte alla baronessa, ottenerne l'amore, affinchè il giorno dopo tutta Napoli fosse piena dell'avventura; affinchè la gente sorridesse più malignamente al passaggio della donna adorata, affinchè il suo nome fosse trascinato nel fango!… Egli, che aveva votato un culto quasi religioso alla baronessa Costanza; egli, che le aveva innalzato un altare ai cui piedi, come un incenso, vaporava tutta l'anima sua; egli, egli stesso, avrebbe determinata la sua completa, definitiva ed irreparabile rovina!

E la tortura dell'uomo si acuiva, si raffinava, a misura ch'egli scopriva, in Costanza di Fastalia, i segni non dubbii di una viva simpatia per lui. Era gratitudine per il rispetto di cui si vedeva circondata? Era ammirazione per l'ingegno dell'artista che faceva parlare di sè in quel momento tutta l'Italia? Era, più semplicemente, amore per l'uomo? Nessuno avrebbe potuto dirlo; il fatto è che Andrea Ludovisi sentiva di non esserle indifferente, e vedeva accrescersi il proprio tormento a misura che egli vedeva frapporsi meno ostacoli al conseguimento del proprio sogno. Cadevano gli ostacoli, ma uno solo persisteva, formidabile: la idea di completare la perdita di quella donna; il bisogno prepotente di saperla rispettata a quell'identico modo con cui la rispettava egli stesso.

Andrea Ludovisi avrebbe passata l'intera sua vita come in quei dolci e fugaci giorni, dedicando tutti i suoi pensieri, i più intimi, i più reconditi, alla baronessa Costanza, soffocando la parola scottante che gli saliva incessantemente alle labbra, trattenendo il pianto che gli metteva un nodo alla gola, se ciò che egli aveva temuto da molto tempo non fosse finalmente successo.

La baronessa di Fastalia era forse, fra le signore napoletane, una delle più circondate. La sua bellezza, il suo spirito, il suo nome, erano altrettante attrattive, alle quali si univa, più potente e più rara, quella della sua completa libertà. Divisa dal marito, che per giunta non viveva a Napoli; senza figli, visitata solo di tanto in tanto dal suo vecchio zio, il principe di Marciano, suo solo parente, la baronessa si trovava in tali condizioni che farle la corte era la prima idea dei frequentatori del suo salotto. Erano bastate poche visite perchè Andrea Ludovisi se ne accorgesse. Giovani ed uomini maturi, tutti assumevano, vicino alla baronessa, un tono di ostentata galanteria, di confidenza autorizzata, che non formava il minor tormento di Andrea, non solo per la sorda gelosia e per la mal repressa indignazione che tutto ciò gli procurava; ma anche per la paura che l'espressione del suo affetto vivo e profondo, potesse un giorno essere appresa come una imitazione di quelle sconvenienti attitudini di cui egli era spettatore. Talvolta, quando l'impeto della passione era meno frenabile, egli credeva di persuadersi a vedere in questa circostanza una difficoltà di meno, una ragione per non aver tanti scrupoli. Immediatamente, si pentiva di questo pensiero; con quel bisogno inconfessato, ma comune ad ogni uomo, di accrescere le difficoltà d'una cosa per accrescerne allo stesso tempo il valore.

Una sola, fra le persone che frequentavano Villa Valdonica, si sottraeva a quella specie di posa obbligatoria per gli altri: il duca di Majoli. Giovane, colto, elegante, un dramma domestico lo aveva precocemente maturato. L'espressione abituale della sua fisonomia era una grande serietà, dalla quale non si dipartiva se non qualche volta, nella intimità della baronessa alla quale era legato da un'amicizia fatta di simpatia, di rispetto e di protezione.

Andrea Ludovisi gli voleva molto bene, e la sua amicizia per lui si accrebbe quando potè conoscere i suoi sentimenti per la donna amata, e quando gli vide dividere il proprio dolore per lo sconveniente contegno che i conoscenti della baronessa di Fastalia assumevano in presenza di lei, salvo però a denigrarla per i primi appena fuori di casa sua o del suo palco.

Qual era il sentimento che persuadeva la baronessa a tollerarli? Il bisogno di distrazione, per grande che potesse essere nella infelicità dei suo isolamento, non spiegava abbastanza. Una situazione eccezionale non si affronta coscientemente senza l'impulso di circostanze eccezionali; ed era infatti una specie di sfida a quella società ipocritamente timorata da cui ella si sentiva messa al bando immeritamente, era una specie di ostentazione di successi, di corteggiamenti, di attrattive irresistibili, quella con cui ella intendeva rispondere all'ostilità delle donne in situazioni legittime. Soltanto, come sempre quando la passione fa velo alla mente, ella conseguiva senza accorgersene, o meglio senza volersene accorgere, un opposto risultato, fornendo ella stessa nuove armi ai suoi avversarii.

Andrea ne soffriva profondamente, e per una antipatia impulsiva ed invincibile tutto il disdegno provato per quella gente frivola, inetta, malvagia, si era concentrato verso uno solo: il cavaliere di Sammartino, un siciliano spavaldo, provocatore, la cui splendida esistenza era un enimma per tutti. In verità, egli non era fra i più assidui attorno alla baronessa; ma in questa stessa specie di indifferenza metteva una malignità maggiore, con quell'aria di fastidio che egli prendeva in sua presenza, quasi gli fosse finalmente venuta a noia quella relazione e non la spezzasse per un sentimento di dovere increscioso, ma inevitabile. Fuori, egli era uno dei più accaniti denigratori della baronessa.

Andrea Ludovisi lo sapeva, e il suo disprezzo per quell'uomo non faceva che crescere. Malgrado lo evitasse come una disgrazia, una specie di fatalità volle che egli si trovasse presente il giorno che Sammartino, in pieno caffè, insultò atrocemente il nome della baronessa di Fastalia.

Si parlava delle prossime villeggiature, e si enumeravano le signore che sarebbero fra poco andate via; qualcuno annunziò la partenza della baronessa.

—Una di più, una di meno!…—disse il Sammartino, scuotendo la cenere del sigaro col mignolo, dove luccicava un grosso brillante.—A Napoli non ne mancano, delle donne della sua risma!

Bisogna dire che Andrea Ludovisi non conoscesse ancora la forza d'animo di cui disponeva, o che piuttosto l'amore lo avesse trasformato, se egli fu capace, lì per lì, di non aggrottare neanche le ciglia a quella sferzata. Ma il sangue gli bolliva nel cuore, le sue mani avevano contratto un tremito irrefrenabile, la sua mente si era smarrita, nè egli rientrò in uno stato di calma relativa se non prima, con un pretesto abilmente colto, ebbe il destro di provocare l'insultatore.

Recatosi dal duca di Majoli perchè lo assistesse, ne aveva avuto un rifiuto, amichevole, ma reciso.

—Io conosco il motivo per cui ti batti—gli aveva detto il duca.—Bada; tu sei sopra una falsa strada. Vuoi difendere qualcuna, che tu riuscirai invece a compromettere orribilmente….

Era troppo tardi. Il duello ebbe luogo egualmente; il cavaliere di Sammartino, tiratore di primo ordine, fu ferito leggerissimamente alla mano.

Il giorno dopo, malgrado tutte le precauzioni di Andrea Ludovisi, la vera causa del dissidio fu propalata per ogni dove. Col cuore sanguinante, senza far conoscere a nessuno la propria destinazione, senza tentar di rivedere la baronessa, a cui aveva solo fatto pervenire un biglietto con questa parola: Perdonatemi, egli lasciò Napoli, malgrado i gravi affari che ve lo trattenevano, per Firenze, dove un suo dramma aveva suscitato un grande entusiasmo.

Una settimana dopo, mentre sfogliava i giornali nella sala di lettura dell'Hôtel de la Grande Bretagne, in quel momento deserta, sentì schiudersi l'uscio. Era la baronessa Costanza di Fastalia.

III.

Egli aveva voluto tornare a Napoli, rivederla in quel quadro dove prima gli era apparsa, rifare a passo a passo—ora—il cammino percorso dal giorno che l'aveva conosciuta. Ella assecondava tutti i suoi capricci, non aveva più volontà propria; gli si era data tutta, anima e corpo, il giorno che aveva indovinato ciò che era passato nel cuore di quell'uomo, la religione che le aveva dedicata dal profondo dell'anima; il giorno che, dopo tanto accumularsi di tristezze, la passione di quell'uomo l'aveva fatta rinascere all'amore.

A Napoli, ella aveva completamente mutato il suo sistema di vita; con abili pretesti si era sbarazzata della folla che prima le stava attorno; evitava le visite, i teatri, ogni luogo di riunione. Suo zio di Marciano e il duca di Majoli erano le sole persone che ancora vedesse. Vecchio, un po' sordo, vivente con lo spirito in un tempo che non era più il suo, il principe di Marciano non dava ai due amanti fastidio di sorta.

Quanto al duca, non una parola, non un accenno aveva dimostrato che egli conoscesse quel che era accaduto; non una contrazione aveva rivelata l'angoscia che gli stringeva il cuore…. Era dunque vero? Egli amava la baronessa? L'amava d'amore? La sua esperienza non lo aveva dunque avvertito che quell'amicizia avrebbe dovuto dar luogo ad un sentimento diverso?… No; egli non se ne accorgeva ora soltanto; non se ne accorgeva soltanto al dolore di cui la felicità di Andrea Ludovisi gli era cagione; da molto, da lungo tempo, scendendo nell'intimità della propria coscienza, egli aveva scoperto quel sentimento più dolce, più forte, più grande, che vi germinava nascostamente. Però, il predominio che egli aveva imparato ad esercitare su di sè stesso, la nitidezza di percezione che aveva acquistata nelle cose del cuore, a prezzo di sangue, lo avevano retto, impedendogli di spinger oltre l'avventura; di fare, con la propria, l'infelicità di quella donna.

Al punto in cui i dolori provati lo avevano ridotto, non rimaneva in lui che una sola, ma grande capacità sentimentale: la commiserazione pietosa per tutte le miserie umane. Ora, nella calma relativa in cui sapeva la baronessa, gli sarebbe parso un tradimento, un delitto, il tentar di turbarla; e perchè, se non per soffrire nuovamente egli stesso? V'erano troppe amarezze nella vita di quella donna che, presto o tardi, avrebbero avvelenata ogni possibile gioia; e la pena provata dal duca dinanzi alla trionfante passione di Andrea, in cui la baronessa aveva riposta l'ultima fede della sua vita, si risolveva più nella previsione dei nuovi tormenti che le si preparavano, che nella sua personale contrarietà.

Già quando Andrea Ludovisi si era rivolto a lui, nell'occasione del duello col cavaliere di Sammartino, egli non aveva potuto nascondere il proprio rammarico, vedendo le cose avviarsi per una china fatale. Ed aveva rifiutato di assistere l'amico, quasi pauroso di farsene complice. Dinanzi alla felicità degli amanti, più tardi, egli si domandava qual dritto finalmente avesse a costituirsene giudice; e dimenticava la propria pena nello spettacolo dell'altrui esultanza. Ma la ripresa delle ostilità, nel mondo, contro la baronessa, aveva ben presto fatto rinascere in lui i più tristi presentimenti sul prossimo avvenire dei due amanti; ed una volta, discutendo con Andrea, in un modo generale e teorico, sulla sincerità umana, gli aveva dette delle parole che suonavano come un'ammonizione.

—Sì, noi crediamo ogni giorno di esser sinceri; soltanto non vogliamo accorgerci che la credenza di oggi fa a pugni con quella di ieri…. Oggi, che tu credi di amare qualcuno, lo stimi; le sue stesse debolezze ti sembrano interessanti, te lo fanno più caro; lascia mutare per poco la tua disposizione di spirito, e ti parrà la cosa più naturale il rinfacciargliele come una colpa.

—Sta bene, quando la disposizione di spirito è capace di mutare. Ma vi sono dei sentimenti che non si possono spegnere se non a costo della stessa vita….

—Allora si soffre, e si fa soffrire. La saggezza consisterebbe appunto nel soffocarli a tempo.

Andrea Ludovisi guardò curiosamente il duca di Majoli. Aveva compresa l'allusione, e non supponendo che quel giudizio potesse essere disinteressato, sospettò un momento che glie ne volesse per la sua riuscita presso Costanza di Fastalia; che fosse, infine, un poco geloso…. Poi scacciò il suo sospetto, rimproverandosi di averlo concepito. La più grande dirittura si leggeva negli sguardi dell'amico; egli ne conosceva l'antica nobiltà dell'animo, ed aveva potuto apprezzare tutta la delicatezza, il rispetto, la stima, la protezione di cui aveva circondata la baronessa.

Perchè, intanto, il duca non voleva credere—era evidente—alla sincerità dell'amor suo? Perchè la stessa Costanza aveva talvolta l'aria di dubitarne?

—Come è possibile,—diceva ella,—che tu mi ami così?… Come sono indegna dell'amor tuo!…

—Tu, indegna?…—ed aveva dato in uno scoppio di risa.—Ah! ah!… Ma non vedi dunque che è incredibile per me quel che succede? Che non è vero, che non può esser vero che tu mi ami, poichè io non ho nulla per essere amato da te? Tu, indegna, tu?…

—Ah, se sapessi….

Ma, come ogni volta che ella accennava al proprio passato, Andrea
Ludovisi le chiudeva la bocca con un bacio.

—Taci, taci!… Che cosa vorresti dirmi? di chi vorresti parlarmi?…
Non esiste che una sola Costanza, la Costanza mia….

Nel salotto, sul tavolo di legno intarsiato e ornato di borchie metalliche, il ritratto della baronessa Costanza stava esposto, insieme con altri di famiglia, nel porta-ritratti di peluche rosso aperto a foggia di paravento. Egli le diceva:

—Guarda dunque: questa non sei tu, è un'altra donna, completamente diversa. Dov'è il sorriso che ora ti luce negli occhi?… È un'altra donna!… Io vorrei il tuo ritratto; ma come sei ora, ora che sei mia, comprendi?…

Avevano convenuto di incontrarsi da Montabone, come per caso; ma come Andrea Ludovisi andò a trovare la baronessa, dopo averle espresso quel desiderio, ella gli si fece incontro con un'aria festosa.

—Una sorpresa!

Costanza dischiuse il piccolo cofanetto di raso azzurro dalla chiave dorata, che stava sull'étagère.

—Ecco l'imagine ridente…. di quella che fui una volta!

Andrea guardava il ritratto, la figura quasi infantile di quella donna in veste bianca, circonfusa di veli; e alzando gli occhi verso di lei, chiese con un accento di incredulità:

—Questa?… Sei tu?…

—Ero…. quindici anni or sono! È il ritratto fatto durante il mio viaggio di nozze.

Con un sospiro, era andata a gettarsi sul divano semicircolare disposto in un angolo del salotto. Stette a lungo, pensosa, con la testa appoggiata sulla palma della destra. Poi, scuotendosi, visto che egli non veniva a raggiungerla, chiamò:

—Andrea!

Non ottenne risposta. Immobile, tutto nero sullo sfondo luminoso della finestra, egli guardava ancora il ritratto.

—Andrea!…—e, levatasi, gli si avvicinò. Mute, grosse, luccicanti, le lacrime gli sgorgavano dagli occhi spalancati, gli rigavano le guancie, cadevano una dopo l'altra sulle mani leggermente tremanti.

—Andrea!…. Andrea mio!… Guardami, che cosa è stato?… Ma guardami!

Più grosse, più spesse, le lacrime continuavano a sgorgargli dalle palpebre gonfie. Ora, dei singhiozzi gli salivano alla gola, lo scuotevano tutto, gli scomponevano il viso.

—Lasciami…. lasciami….

—Ma perchè, Signore Iddio, perchè?

Ella lo aveva trascinato verso il divano, dove era caduta di peso, quasi piangente anche lei. Allora egli le si era messo in ginocchio dinanzi, asciugandosi gli occhi con la sua veste, un lembo della quale portava di tratto in tratto alle labbra.

—Perdonami!… Ti ho fatto male?… Ma il vedere quel ritratto…. l'imagine della Costanza di un altro…. Ora è finito, guarda; è proprio finito.

—Allora, dammi quel ritratto.

—Ah, no!

Egli lo aveva portato con sè, lo aveva nascosto gelosamente, e un irresistibile impulso lo persuadeva a rivederlo. Dinanzi a quella figura, la crisi di pianto si rinnovava, ogni volta. Una tenerezza amara lo vinceva al pensiero di quella sposa, di quella vergine che entrava appena nella vita, lieta, confidente, e che un tenebroso avvenire insidiava. Quali sogni dorati avevano spiegato le loro seduzioni dietro quella fronte purissima? Quali gioconde visioni si erano svolte dinanzi a quegli occhi ridenti?… Ahi! uno spettacolo di miserie, di tristezze, di dolori, si era presentato in cambio dei lieti sogni; e come lungamente, come amaramente quegli occhi fatti per rispecchiare il sorriso dei cieli avevano pianto!… E non poter nulla contro tutto ciò; non poter nulla lui che avrebbe dato la vita per vederla sorridere!… Se fosse stato possibile tornare indietro cogli anni, rivedere vivente quella figura che cominciava a sbiadirsi; amarla e farsene amare, dedicarle tutto sè stesso!… Ahimè, ciò che era stato, era stato fatalmente, irremediabilmente. Qualcuno, un altro, aveva colto il candido fiore di quell'anima, lo aveva profanato, lo aveva calpestato….

E poi?

IV.

Qualche volta egli lasciava pesantemente cadere la testa, stringendosi la fronte tra le mani. La baronessa tentava di leggergli negli occhi il segreto di quelle angoscie improvvise; ma egli si ostinava a tener giù il capo ripiegato sul petto.

—Ma guardami, Andrea!…

Egli rispondeva sordamente:

—No!

—Dimmi almeno, per pietà! che cosa ti passa per la fantasia!…

—Non posso!… Non voglio!…

—O cattivo, perchè? perchè offuscare la nostra felicità? Se sapessi come non oso muovermi per timore che essa mi sfugga! Come ho paura di ripiombare in quel mare d'infinite amarezze….

A quelle parole, egli si era sollevato subitamente, l'aveva stretta con impeto fra le braccia, esclamando:

—Non lo dire!… Non lo dire un'altra volta!… Sono un pazzo, un miserabile; ma ti amo, ti amo, ti amo….

—Oh, sì; ti credo!

—No, no!… Le parole sono vuote, sono un suono effimero, non dicono nulla. Che cosa bisogna fare, Costanza, per provarti l'amor mio?

—Ma nulla, bambino! Amarmi ancora, amarmi sempre!

Bambino, egli lo era ridiventato. Le più strane, le più rischiose fanciullaggini erano state da lui poste ad effetto. Fermo dinanzi alla sua carrozza, egli le strappava un lembo della guarnizione di merletto; sotto la piccola cupola dell'ombrellino rosso, a Capodimonte, col rischio di esser veduto, le aveva rubato un bacio di una dolcezza infinita. Egli avrebbe fatte delle vere pazzie per sentirsi dire bambino da lei, per cogliere nel suo sguardo l'espressione di amoroso rimprovero e di segreta compiacenza che ella metteva nel pronunziare quella parola.

Ma un'altra volta che, nel santuario di Villa Valdonica, egli era stato ripreso da una di quelle repentine tristezze, mentre la baronessa aveva già cominciato a rimproverarlo dolcemente, alzò ad un tratto la testa, prendendo tutt'e due le mani di lei.

—Costanza, io vorrei domandarti soltanto una cosa. Sei stata mai amata così?

—Che domanda!… Perchè?

—Non importa, rispondi: sei stata amata così?…

Ella stette un istante silenziosa, cogli sguardi perduti in non so quale visione. Poi, abbassando lentamente le palpebre, con voce fievolissima, rispose:

—Una volta…. fui molto amata….

—Ah!

—Andrea! Perchè non mi guardi?… Che cosa ti ho detto?… Ti ho fatto male? Oh, non sei stato tu che l'hai voluto?… Andrea, io non ti conoscevo, allora!… Ne è passato del tempo!… Io sono vecchia; il torto è tuo, di esserti innamorato di una vecchia!… Ma ridi, parla, guardami una buona volta, in nome di Dio!…

Egli restò a guardarla a lungo, muto, immobile. La baronessa non poteva sostenere la fissazione di quello sguardo. Due volte, tre volte, ella aveva fatto battere le palpebre sugli occhi stanchi, ma tutte le potenze dell'uomo parevano concentrate nella facoltà visiva. Poi, lentamente, egli avvicinò le labbra alla fronte di lei, vi depose un bacio lievissimo; e, chiudendole la bocca con la mano per impedire che ella nulla dicesse, uscì.

Quella bocca era stata baciata! Quella fronte era stata baciata! Quelle mani erano state baciate! Quegli occhi avevano visto altri uomini in ginocchio dinanzi a quelle forme adorate! Dietro quella fronte, dei ricordi d'amore—di altri amori!—si svolgevano nell'istante preciso ch'egli metteva tutta l'anima nel parlarle dell'amore di lui! Quelle orecchie avevano sentite altre parole d'amore! Quelle labbra ne avevano pronunziate delle altre!… Ah! non era vero ch'ella fosse nata soltanto il giorno che era stata sua! Il passato esisteva, e fatale, irreparabile! Ah! ella aveva bene indovinato, prevedendo ch'egli sarebbe stato geloso del suo passato! Geloso egli lo era, e tanto più tormentosamente, quanto più inafferrabile era l'oggetto della sua gelosia. Disputarla ad un rivale presente, dare tutto il proprio sangue per conquistarla: che cosa sarebbe mai stato di fronte alla tortura del saperla stata già di altri, di non poterle cancellare dalla memoria il ricordo di altri? Egli non era più solo nel suo pensiero! Chi erano, quanti erano questi altri? Impossibile ancora saperlo; più presto egli si sarebbe fatta strappare la lingua, che chiederlo a qualcuno, che chiederlo a lei. Come infliggere alla donna idolatrata il tormento di rievocare una storia di pianto? Come sopportarne lui stesso il racconto? E perchè?…

Noti od ignoti, i fantasmi inafferrabili di quegli uomini vagavano ancora intorno a lei; per le stanze, nel santuario suo, egli sentiva che la chiamavano: Costanza—come lui! che le parlavano di tu, come lui! Egli li vedeva, in attitudini familiari, avvicinarsi a lei! abbracciarla! baciarla!… Egli aveva paura di sedere dove quegli altri si erano seduti, di muoversi come gli altri si erano mossi, di parlare come avevano parlato. Con la sua sola presenza, egli contribuiva a ridestare più chiari, più netti, i ricordi di lei! E tra i ricordi del passato e le impressioni del presente un paragone doveva necessariamente determinarsi! L'amor suo infinito veniva dunque misurato, in ogni parola, in ogni gesto, in ogni bacio!…

Dal posto dove se ne stava abbandonata, la baronessa lo attirava a sè; ma tutte le volte uno sforzo formidabile su sè stesso poteva soltanto deciderlo ad avvicinarsi a lei. Quando egli le si avvicinava, i fantasmi si frapponevano, glie la disputavano, lo afferravano con la loro gelida mano, facevano morire il suo bacio, scioglievano le sue braccia allacciate intorno alla vita di lei. E come più cresceva lo strazio dell'uomo dinanzi alla propria impotenza contro quella persecuzione, più lamentosa si faceva la voce della donna:

—Andrea, tu non mi ami più!

V.

—Non ti amo, sì, è vero! Non ti amo, perchè tu non mi hai mai amato! Non ti amo, perchè le parole che tu mi hai dette sono una fredda ripetizione di quelle che hai dette ad altri….

Abbandonata sul divano, con la faccia nascosta fra i cuscini, la baronessa reprimeva un'esclamazione di dolore straziante.

—È orribile!… È orribile!…

Era orribile! L'idea fissa aveva finalmente compita la propria opera devastatrice. Se quel passato e quel presente fossero tutt'uno per lei? Se avesse avuto ragione la gente che la giudicava una donna leggiera, capace soltanto di fugaci capricci, passante dalle braccia dell'uno a quelle dell'altro con la stessa facilità con cui si stringe la mano? Se ella doveva dimenticarlo, come aveva dimenticato quegli altri? Se avesse avuto ragione quell'odioso cavaliere di Sammartino, che ora si dava l'aria di aver rotto con lei?…

—No, non ti amo, perchè tu sei incapace di amore! No, non ti amo, perchè io non voglio il rifiuto—e la voce di Andrea aveva preso un accento di profondo disprezzo—perchè io non voglio il rifiuto degli altri!

—Ah!

Ella gridava dallo spasimo, si torceva le braccia, si mordeva le dita. Accanto alla finestra, gualcendo le tendine con mano nervosa, egli stette un istante a guardarla.

Repentinamente, le fu vicino, gridando;

—Basta!… basta!… Sono un pazzo!… Non mi dare ascolto!… Non si ascoltano i pazzi!…

—No, che non basta!… Scostati!… Tu devi ora ascoltarmi!… Tu devi sapere tutta la mia vita! Tu non devi…. tu non hai il diritto di spezzarmi il cuore!….

E scoppiò in singhiozzi, disperatamente.

—Costanza, non piangere! Per pietà, non piangere, se non vuoi veder piangere me! Ti ho detto delle cose cattive? Ma è perchè ti amo, non lo vedi? perchè ti amo oggi più di ieri, perchè ti amerò domani più di oggi!… Andiamo, Costanza, basta!… La tua vita, io non voglio, non posso saperla. Che cosa mi apprenderesti? Che hai sofferto? Ma le tue sofferenze bisogna invece dimenticarle; io ci sono per questo!…

—Ah, che male!… che male mi hai fatto!…—e le sue parole erano rotte dai singhiozzi che ancora la scuotevano tutta.

—Perdono! perdono! Io ti credo, io ho fiducia in te! Non si mentisce, con quegli sguardi! Se tu non mi amassi, sarebbe stato impossibile che tu avessi fatto quello che hai fatto per me!…

—È vero? è vero?

—Sì, è vero! Povero amore, prima che t'incontrassi, quali diritti avevo io su di te? Come sono sciocco…. Tu dici che sei vecchia? Ma io sono, veramente, un bambino!

Come un raggio di sole dopo la tempesta, un sorriso splendeva negli occhi della baronessa, ancora tutti umidi di lacrime.

Che mano disgraziata egli aveva! Avrebbe voluto riscattare a prezzo di sangue le lacrime un tempo da lei versate, e invece glie ne faceva spargere di nuove! A qualunque costo, bisognava farle dimenticare le amare, le tristi parole.

Perchè dunque quell'accanimento di tutti contro la disgraziata creatura? Per quel passato!… Se l'idea pertinace di quel passato funesto aveva, a poco a poco, scossa la fiducia di lui, come non sarebbe accaduto altrettanto, e peggio, tra la folla degli indifferenti! Ancora, sempre, lo spettro di quel passato gli amareggiava la vita!..

Ora, egli faceva di tutto perchè nessuno di quegli angosciosi pensieri trapelasse dalle proprie parole. Raddoppiava d'affetto, circondava la baronessa di ogni cura e di ogni premura, pareva tornato alla serena felicità dei primi giorni. Ed i suoi sforzi erano compensati dalle mille prove d'amore che ella gli dava tuttodì. Non vi era un'ora della sua vita di cui ella non gli giustificasse l'impiego, e tutta la sua vita era impiegata per lui. Lavorare attorno a dei regalucci che gli erano destinati, studiare la musica che gli piaceva, vestirsi degli abiti che preferiva, passare per i luoghi dove erano stati insieme, ricordargli tutte le date salienti del loro romanzo, scrivergli e leggere e rileggere le lettere di lui: ella non sapeva far altro.

VI.

Un giorno, come egli entrava a Villa Valdonica e cercava di vedere se ella fosse sotto gli eucaliptus, dove soleva aspettarlo, se la vide a un tratto dinanzi. In un leggerissimo abito chiaro guarnito di nastri azzurri e dalle maniche aperte che lasciavano vedere le belle braccia nude, ella aveva un'aria tutta gioconda.

—Vedi questa? È la chiave del mio archivio che oggi ho messo finalmente in ordine. Vieni con me….

Tutto il piccolo armadio della stanza da letto era stato dedicato a lui; le sue lettere erano riunite in piccoli fasci annodati con nastri rosei, i suoi fiori erano racchiusi in un sacchetto di raso bianco, e i libri, i giornali, la carta con le loro cifre intrecciate, gli altri minuti oggetti che egli le aveva regalati erano tutti disposti in bell'ordine nelle cassette odorose.

Chino dinanzi il piccolo mobile, egli le baciava la mano, sul dorso, sulla palma, lungamente, mormorando dolci parole per esprimerle la gratitudine di cui era pieno.

—Guarda quante lettere, in due mesi appena!—disse ella prendendo uno dei fasci.—Addirittura un epistolario!

Andrea lasciò cadere quella mano che aveva tenuta fra le sue. Come una nebbia di tristezza gli aveva velato la fronte.

—Set già pentito di avermele scritte?

Egli tentava d'allontanar l'improvvisa visione, ma essa persisteva: tutte le altre lettere che ella aveva ricevute, che aveva disposte con identica cura, che aveva mostrate, com'ora….

—Andrea!…

Con voce bassa, le chiese:

—Quante altre ne conservi?

Ella fece con le labbra un piccolo movimento di disdegno.

—Non ne conservo più nessuna. Oggi stesso le ho tutte sepolte, dentro una vecchia valigia, in fondo a un sotto-scala.

—Perchè non le hai bruciate?

—Perchè sono molte, e se ne sarebbe accorta la gente di casa.

Ad un tratto, come un fanciullo che, dopo una finta indifferenza, manifesta il proprio capriccio, egli le disse rapidamente:

—Me le fai leggere?

—Oh, no!

E ad una ad una, risolutamente, richiuse le cassette dell'armadio.

Egli fece un giro per la stanza, andò a guardare prima le acqueforti disposte nell'angolo accanto alla finestra, poi la grande ceramica istoriata dell'angolo opposto, rimosse il canestrino di raso sostenuto dal tripode di bambù, e le si fece nuovamente vicino.

—Perchè non mi vuoi far leggere quelle lettere?

—Perchè te ne pentiresti, tu stesso, per il primo….

—Se te ne pregassi?

—Andrea!… Ricordati dunque quello che hai sofferto quando ho risposto soltanto ad una tua domanda!… La mia vita, te l'ho detto, tu hai il diritto di conoscerla, vuoi?… Ma quelle lettere….

—Voglio leggerle…. qualcuna almeno….

La baronessa si passò una mano sulla fronte.

—Senti, io potrei dirti che vi è una mancanza di fiducia in quello che tu pretendi; una mancanza di fiducia molto dolorosa per me. Potrei dirti ancora che il segreto di quelle lettere non mi appartiene per intero…. Ma non importa: io ti dico, io ti ripeto soltanto che è per risparmiarti un dolore, per risparmiarne un altro a me, che io mi oppongo al tuo desiderio.

—Ed io ti dico,—rispose freddamente Andrea, incrociando una gamba sull'altra e guardando la punta delle sue scarpe—ed io ti dico che tu ti opponi al mio desiderio, perchè c'è qualcuno che ti scrive ancora.

—Oh!

La baronessa ebbe un istante di esitazione. Poi, risolutamente, si avvicinò ad Andrea.

—Andrea!… Perchè mi dici delle cose tanto cattive? Che cosa ho fatto perchè tu dubiti ancora di me? Guardami in viso: sono capace di mentirti, di nasconderti qualche cosa?…

Guardandola fissamente, gli occhi gli si inumidirono.

—No, no…. ti credo!… Ma se sapessi di che tristezza mi si gonfia il cuore, quando io penso al tuo passato! Come vorrei cancellarlo! Come avrei voluto conoscerti quindici anni più presto, quando tu non eri ancora entrata nella vita! Come avrei saputo farla lieta e felice a quella vergine adorata! Come tutto avrebbe dovuto sorriderti attorno!…

Egli reclinava la testa sul seno di lei, aspirandone avidamente il profumo.

—Lo so, lo so, come mi avresti amata! Come ora, bambino! E il passato non è sepolto, scordato per sempre?

—Per sempre?

—Ne dubiti ancora?

—Giuralo….

La baronessa si rizzò in piedi, guardandolo fisso.

—Te lo giuro!…

Anch'egli s'era levato, facendosele vicino, vicino da sfiorarle la fronte con la sua, scottante e imperlata di sudore.

—Giuralo per la memoria dei tuoi morti!

—Andrea!… Lo giuro!

Egli portò le mani alla faccia, quasi per soffocare le proprie parole:

—Ebbene, no! non ti credo!…

Un'espressione di grande serietà si dipinse in volto alla baronessa.
Pallida, muta, ella uscì dalla stanza.

Andrea non fece un passo per trattenerla. Si sentiva soffocare. Quelle parole gli avevano bruciato la gola. Non sapeva ancora come aveva fatto a pronunziarle. Cento volte aveva tentato, ma non gli era ancora riuscito. Il pensiero di addolorare, di offendere anche con dubbii atroci la donna amata gli era stato insostenibile. Come dire a colei che gli confessava in tutti i momenti il proprio amore: Tu pensi ad altri? Egli intuiva che non era vero; che, se vera, sarebbe stata una cosa mostruosa, da spegnere, non che l'amore, la stima; ma di quella cosa mostruosa egli era arrivato ad ammettere la possibilità. Il passato di quella donna era una macchia, e quella macchia si allargava, si diffondeva, la ricopriva tutta. Fatalmente, il dubbio, il dubbio atroce, insinuante, rinascente non sì tosto scacciato, gli era penetrato nell'anima, non gli dava più quiete…. Ella diceva di amarlo; quali prove, infine, glie ne aveva dato? Era venuta a cercarlo quando egli era fuggito…. Per qualcun altro ella aveva disciolta una famiglia, abbandonata una posizione, sfidata una intera società!…

Ella aveva avuto degli altri amanti, prima di lui, quando ancora non lo conosceva: che cosa importa? Come credere alla sincerità delle parole che gli diceva, se parole simili, se forse quelle stesse parole erano state dette ad altri? Come aver fede nella sincerità attuale di quella donna, se ella aveva giudicato di essere stata amata, una volta, come ora, più di ora?… Egli l'amava ciecamente, con tutte le forze d'un'anima rimasta giovane malgrado l'avanzarsi degli anni, aveva sofferto per lei fino al pianto, fino alla pazzia, dei suoi dolori e delle sue gioie le aveva dato le prove più eloquenti, e quando egli le aveva chiesto se era stata mai amata così, gli aveva risposto: Sì…. Una volta! Una volta! Come se non fosse già stato troppo! Ancora, sempre, malgrado tutti i suoi sforzi, lo spettro del passato gli sorgeva dinanzi, minaccioso, inevitabile. Come lottare contro l'invisibile potenza di un ricordo, se tutto quello che egli aveva fatto per lei non era bastato a vincerlo, ad eclissarlo? Quali altre prove di amore doveva egli darle per dimostrarle che si era ingannata, che mai era stata amata così?… Una volta!… E le altre? Le altre volte, dunque, non era stata amata; lo riconosceva implicitamente lei stessa! E la figura del cavaliere di Sammartino appariva ad un tratto, tanto più odiata quanto meno inverisimile diventava la sua presuntuosa vanteria…. Ed era dunque possibile? Ella sarebbe discesa fino a quell'essere abietto? Ed egli avrebbe amata una donna che era stata del Sammartino?… No, no; non era possibile, era un'aberrazione dello spirito ammalato, era un incubo prodotto dalla impotente gelosia di quel passato incancellabile. Dov'era, dov'era Costanza, la sua Costanza, perchè ella dissipasse con una sola parola l'infame sospetto?…

Allora, le parole del duca di Majoli gli tornavano alla memoria, come un rimprovero, come un'accusa. «Crediamo sempre d'esser sinceri, ma la sincerità di oggi fa a pugni con quella di ieri.» Colui aveva dunque ragione? Perchè gli aveva dette quelle parole? Era anch'egli stato un amante della baronessa?… Ah! delirava, impazziva!…

Sì, il duca aveva ragione; egli aveva creduto di esser sincero quando pensava che il passato di Costanza non esisteva per lui; che glie la rendeva, se mai, più cara—sì, le stesse parole di colui—ed era sincero anche in quel momento che le rinfacciava il suo passato come una colpa!… Come dunque accadeva, e perchè?… Perchè il suo amor proprio non ammetteva che un altro avesse potuto amarla più di lui, che ella avesse fatto per un altro più di quello che aveva fatto per lui!… Era dunque un egoista; nient'altro che un egoista sofisticatore?… No; era che egli non la sentiva più sua, più tutta sua; che qualcuno aveva ancora un posto nella memoria se non nel cuore di lei; che i fatti dai quali era stata ridotta nella condizione in cui l'aveva trovata erano di quelli che lasciano indelebili traccie. Era finita, l'amore non era più possibile; quella donna era indegna d'un amore come il suo; a momenti avrebbe voluto metterla alla tortura per farle confessare che Sammartino era stato il suo amante, per avere il diritto di disprezzarla, per abbandonarla a colui….

—No! No!… Costanza mia!…

La baronessa riappariva in quel momento. Malgrado il suo braccio destro fosse irrigidito per lo sforzo di sostenere una vecchia valigia polverosa, ella entrò nella stanza con passo affrettato, con una risolutezza in tutti i suoi movimenti. Gettò la valigia per terra, s'inginocchiò per aprirla con una piccola chiave che teneva già in mano, e rialzandosi:

—Ecco le lettere,—disse ad Andrea, freddamente.—Fatene quel che volete.

D'un movimento istintivo egli si era gettato sulla valigia come sopra una preda. Erano dunque lì le prove materiali di quel passato che egli aveva cominciato per non curare, e che, suo malgrado, gli si era imposto inesorabilmente, fino a farlo dubitare di quell'amore che aveva formato il suo più grande orgoglio! Più tangibile, più reale, più fatale ora esso gli appariva, dinanzi a quei documenti irrefutabili, dinanzi a quelle indelebili traccie che si era lasciato dietro…. E quando pure egli avesse stracciato ad una ad una quelle lettere, quando pure le avesse bruciate, quando pure ne avesse disperso al vento le ceneri, avrebbe egli abolito quel passato funesto? Quand'anche egli avesse strappato con le proprie mani il cuore della donna, quand'anche egli si fosse strappato il suo proprio cuore, lo avrebbe abolito ancora? Nulla poteva egli, nulla poteva nessuno contro quella fatalità. Chi, chi mai ne era stato la causa?… Ah! avere fra le mani uno di quegli uomini, avventarglisi alla gola, strozzarlo: ecco solo quello che avrebbe potuto ridargli la pace!

Cogli occhi accesi, febbrilmente, Andrea si era messo a disfare i pacchi, di cui la valigia era piena. Le lettere ricascavano da tutte le parti, si sparpagliavano, si confondevano; ma Andrea Ludovisi non pensava a leggerne nessuna. Preso da una specie di furore, di smania distruttrice, egli si accaniva contro quei pacchi, non riusciva a sciogliere i nodi dei lacci, li spezzava con le mani, coi denti, non avvertendo neanche il dolore che quegli sforzi gli cagionavano. Come li ebbe tutti disfatti, sostò un momento, alzando gli occhi.

Con la persona curvata, il collo teso come in attesa di un colpo mortale, gli occhi stranamente spalancati e fissi, le braccia protese indietro, le mani strettamente intrecciate, la baronessa aveva una tale espressione di angoscia e di smarrimento, che Andrea Ludovisi si rialzò di scatto. Il suo primo pensiero fu che ella era impazzita.

—Costanza! Costanza!

E fece per avvicinarsi.

Ella gridò, indietreggiando:

—Non mi toccare!—E mostrando le lettere, con un gesto imperioso:—Leggile!

—Non voglio!… Non ne ho bisogno….

Prima ancora che ella avesse potuto pensare a sfuggirgli egli l'aveva presa per lo braccia. Con una forza di cui non sarebbe stata mai creduta capace, la baronessa si sciolse da quella stretta, fuggendo per la camera. Egli la raggiunse.

Allora cominciò una lotta feroce, tra la donna che tentava di liberarsi e l'uomo che stringeva le bellissime forme scosse da lunghi fremiti, in preda a contorcimenti serpentini. Col viso di porpora, le nari aperte, gli occhi sfavillanti, la baronessa era bella d'una fiera e selvaggia bellezza. Al colmo dell'indignazione, ella balbettava confuse parole.

—Ah, no!… ah, no!… è un'infamia!… le lettere!… le lettere!…

Caddero, l'una sull'altro, sopra il divano; e traendo profitto della sua momentanea superiorità, ella abbassò un braccio per prendere una delle lettere sparpagliate per terra.

—Leggile!… è un'infamia!… leggile!

—Costanza, soffoco!… Non voglio, ti credo…. perdono!—E con la mano rimasta libera, le strappò la lettera.

Una seconda volta ella si curvò, per prenderne un'altra.

—È un'infamia!… Leggile!…

Come ella gli mise sotto gli occhi la busta, Andrea Ludovisi lesse: Alla baronessa Costanza di Fastalia, sue adorabili mani. Era il carattere del cavaliere di Sammartino.

In quello stesso momento s'intese il cigolio dell'uscio dell'anticamera, e il cameriere entrò annunziando:

—Il signor principe di Marciano.

VII.

Il duca di Majoli e il Giussi, incontratisi alla Villa Nazionale, salivano la scaletta augusta della sezione napoletana del Reale Yacht Club italiano—una vera scala di bastimento—e si fermavano ogni due gradini.

—Dunque, è proprio inevitabile?—chiedeva ancora il Giussi.

—Pur troppo!

—Ma questa è già la seconda questione fra loro!

—Sammartino aveva giurato di vendicare la prima ferita.

—Una scalfittura!

—Non importa, per uno spadaccino come lui, un po' guappo, anzi mafioso, come dicono in Sicilia.

—Ludovisi è forte?

—Debolissimo. Ma non lo può soffrire; l'antipatia è una forza.

—E questa antipatia?

—Chi sa!

Cherchez la femme!

Con una scossa del capo, il duca aveva troncate le indiscrete interrogazioni del suo compagno. Era proprio la donna che bisognava cercare! egli non lo sapeva che troppo, e le sue tristi previsioni si avveravano tutte!…

Aspettando i padrini dell'avversario, in quella piccola sala deserta, mentre veniva dall'aperto il ronzio della folla che passeggiava per i viali della Villa e i mille diversi rumori del Caffè di Napoli, il duca sentiva un'agitazione interiore crescere in lui di momento in momento. Perchè aveva accettato di rappresentare Andrea Ludovisi in quella partita d'onore? Perchè non aveva trovata la forza di rifiutarsi, come si era rifiutato una prima volta? Perchè si era lasciato vincere dal pianto dell'amico?… Ah! le lacrime, i palpiti, i singhiozzi: egli non conosceva che questi!… E rivedeva la disfatta figura di Andrea, quando, non più sorretto dall'eccitazione che lo aveva spinto a sfidare ad un tratto le sorde provocazioni del Sammartino, gli aveva confessato tutta la propria miseria, il contrasto dell'amore, della gelosia, della disistima; l'impossibilità di durare in quella tortura di tutti gl'istanti…. E risentiva le parole con le quali gli aveva dato ragione: «Sì, sì; non bisognava amarla, bisognava soffocare quel sentimento fino dal nascere; ma non aveva potuto! non poteva! ed era un miserabile, e voleva farsi ammazzare da un altro miserabile suo pari!…»

Allora il duca imaginava i due uomini, armati, scagliarsi l'uno contro l'altro; vedeva il sangue scorrere, e un tremito nervoso gli passava per tutto il corpo. Il sangue ed il pianto!… L'eterna vicenda ricominciava ancora una volta; e quale fatalità condannava gli uomini a scontare in tal modo l'incerto, il fugace piacere? Perchè la fantasticata asportazione del cuore, l'abolimento di ogni sensibilità non doveva esser dunque possibile?… Ah! tutto quel che si poteva di più, era il soffrir da soli, in secreto! il soffrire come egli stesso, in quel momento, al pensiero della catastrofe che aspettava la disgraziata, soffriva….

Un'esclamazione del Giussi lo richiamò ad un tratto alla coscienza del presente.

—Ecco quei signori.

Erano il barone De Falco e il giornalista Andritti. Scambiati i saluti, i quattro rappresentanti presero posto intorno a un tavolo, su cui la lampada gettava una viva luce.

Il duca di Majoli prese la parola, seccamente.