ALCIBIADE,
LA CRITICA E IL SECOLO DI PERICLE
ALCIBIADE, LA CRITICA E IL SECOLO DI PERICLE
LETTERA
DI
FELICE CAVALLOTTI
A
YORICK FIGLIO DI YORICK
MILANO
TIPOGRAFIA FRATELLI RECHIEDEI
1874
Caro Yorick figlio di Yorick
Caro Yorick figlio di Yorick,
Difendono i ministri i loro spropositi, difendono i filosofi le loro utopie, difendono le mamme i loro mostricini, possono ben difendere gli artisti i loro lavori, fossero anche aborti delle Muse.
E poiché sono venuto nella idea di rispondere alle critiche da varie parti piovute sul mio povero Alcibiade; e bisognava pur trovare qualcuno a cui parlare per tutti — come a suocera veneranda, perchè le nuore pudiche della critica intendano, — ho pensato che quest'uno potevate benissimo essere voi.
Ciò per parecchie ragioni: delle quali salto subito subito, di piè pari, la prima — perchè dovrei discorrere della bacchetta di direttore che voi tenete da tempo con diritto incontestabile nell'orchestra, un po' scordata, della critica giornalistica italiana. Ora qui da un lato sdrucciolerei ne' complimenti, e in fatto di complimenti, io mi dichiaro confratello degli orsi delle caverne di Berna e del Pessimista dell'Arte Drammatica di Milano; dall'altro forse nelle scortesie, e nel lodare il direttore non vorrei offendere i violini di spalla.
Un'altra ragione riguarda me. — E questa lasciatemela pigliar dalla lunga.
La vita dell'arte, come quella della politica, non è stata per me tutta rose. In politica ho avuto addosso i nemici di partito; in arte — oh in arte, assai di peggio: ho avuto addosso i critici imparziali. Voi non immaginate che spaventosa parola sia questa per i poveri autori. In arte, si sa, è valuta intesa, non ci sono, non ci possono essere partiti, nè simpatie od antipatie partigiane: la legge di Solone che voleva i cittadini partigiani per forza, pena l'infamia, nella repubblica delle lettere, si sa, non ha corso; qui, non si parla, non si scrive, non si giudica che per semplice, solo, purissimo amore dell'arte. L'amore dell'arte ha messo al mondo in un solo parto i genj abortiti, gli autori fischiati — e i critici severi ma imparziali. E poichè l'amore, per legge di natura, quanto più è contrastato ed infelice, tanto più ne' contrasti s'accende e s'inasprisce, così questo amor divino dell'arte rende terribili coloro a cui l'arte ha negato le sue carezze. Con una abnegazione feroce, resa tale dal loro amor disperato — essi servono le caste Pimplee da cui furono messi alla porta. Appollajati lì sull'uscio che non possono varcare, se ne sono costituiti i portinaj e ne vietano agli altri o ne fanno pagar caro l'ingresso. Ributtati dalle vergini divine, si son fatti custodi inesorabili del loro onore. Controllano i doni, le primizie, le vivande, le offerte votive — drammi o commedie, romanzi o poemi — che ad esse vengono recate; non lasciano passare le indegne o nocive alla salute; i temerarj offerenti castigano; e siccome l'amoroso zelo li fa rigorosi, così nocive od indegne trovano quasi tutte; e giù botte da orbi ai fedeli che portano la roba, mentre, frattanto, alle divine fanciulle per troppo amore non lasciano arrivare in tavola più niente — e le poverette rischiano di morir di inedia — come Sancio Panza governatore, quando il medico sorvegliava la sua mensa.
Scherzi a parte, e fuori di metafora, oggi la critica si trova in Italia, fatte le debite ed onorande eccezioni, anzichè no a mal partito. Un certo numero di persone che non hanno potuto terminar bene i loro studj non sono riuscite nei tentativi dell'arte, o non sanno rassegnarsi all'ingiustizia di madre natura che fu loro nell'ingegno matrigna, si sono messe, in mancanza di meglio, a far della critica. Ufficio il più difficile e il più facile, secondo la maniera di pigliarlo: per costoro — il più facile. Non portando nell'esercizio di questo ufficio nessun chiaro concetto sulla missione dell'arte e sui suoi varj ideali, nessun criterio estetico determinato, nessun corredo di cognizioni sode e nessuna sapienza d'analisi, essi vi portano in compenso un'altra dote, che essi hanno convenuto di chiamare — la imparzialità. Infatti, essi sono imparziali in questo senso che tutte le scuole per loro sono uguali: tutti gli ideali si valgono: per loro è indifferente sia l'una piuttosto che l'altra: non si tratta di dar già all'arte questo o quell'altro indirizzo, di misurare alla stregua di questo o di quel criterio artistico il valore di un'opera d'arte: ne importa giusto assai a loro dell'opera d'arte! A loro importa di far sapere che essi ne hanno fatto la critica. Il loro giudizio critico, è questa per essi la vera opera d'arte, ed essi si figurano già e pregustano, scrivendo, la impressione che essa farà sul pubblico. L'autore è scomparso: chi ne sa più nulla della sua fatica e de' suoi studj? il problema è mostrare che qualunque siano l'autore e la sua opera e i suoi studj, il critico ne sa sempre di più: e tanto più se ne sa naturalmente quanto più si trova da correggere e da ridire: correggere e biasimare bisogna dunque e ad ogni costo: e la severità è di prammatica. Non si può essere indulgenti senza derogare e confondersi col volgo — o comparir parziali. — «La tal cosa è sbagliata, la tale altra assurda; questa va male, quest'altra così così;» eh? com'è presto detto! e il lettore che nel suo grosso criterio prima trovava la cosa passabile e credeva l'autore dovesse averci studiato sopra chi sa quanto, or pensa già con ammirazione a quel che ne sarebbe uscito se, invece di quell'asino di autore, quella tal cosa l'avesse scritta quella cima del critico. I meriti dell'artista senza i suoi sudori: fare il critico a questi patti dev'essere una specie di voluttà.
Questa professione non va esente certo anch'essa da' suoi rischi: viene il giorno che il pubblico, anche col suo grosso criterio, ride del critico o che il critico si trova per davvero imbrogliato a dare il giudizio su quel tal lavoro, che sfugge affatto al suo ordine di cognizioni. Ci sono però anche le risorse. Si aspetta che un critico — di quegli altri — voi per esempio — abbia aperto bocca e detta la sua: e allora, senza darsene l'aria, a tempo e luogo, sul motivo dato si eseguiscono le variazioni. Ciò non obbliga, beninteso, a saper la ragione delle cose che avete detto voi o a trarne i giudizj che ne avete tratto voi: anzi, il bello è pigliar della vostra critica quel tanto che basta per orientarsi, e poi concludere all'opposto. Io conosco dei critici che mettono sempre diligentemente da parte, in serbo, le appendici critiche di Yorick e dei critici francesi più in voga, per presentarle all'occasione ricucinate da loro: e i quali sarebbero maledettamente impacciati se dovessero spiegare la tale o tal altra cosa, la tale o tal altra parola, che hanno copiata a occhi chiusi, senza saperne il perchè. Ma in compenso, se vedeste, con che severità e con che sussiego ne fanno all'autore, come fosse roba loro, la girata!
Un'altra risorsa per questi critici è l'apparizione di un lavoro storico — o in cui c'entri per qualche verso la storia. Oh un dramma storico! è la loro festa. Quel giorno essi salgono di cento gradini nella scala della riputazione e si pigliano più autorità che non ne abbian presa in cento critiche di altri lavori. Perchè in altri bisogna discorrere poco o tanto di concetti artistici, di forme artistiche, di poesia, di psicologia, di morale, e che so io: tutte cose che legano i denti: e che permettono al lettore profano di essere di un parer diverso: ma qui! qui è un altro affare. Qui si piglia una Enciclopedia o un trattato di storia: e in due tratti di penna l'autore è spacciato. Qui si tratta di cognizioni serie, positive, su cui non ci possono essere dispareri. Come si fa, quando l'autore si è occupato di quel tal fatto o di quel tal personaggio storico, e il critico vi sentenzia con tutta la gravità che quel tal fatto è accaduto all'opposto, che il tipo di quel personaggio è sbagliato, che quella tal circostanza storica importantissima è stata ignorata, che il colore storico locale è falsato, e lì una bella citazione di tre o quattro o cinque nomi di autori in fila — come si fa, dico, a non trovare che il lavoro è un aborto che non regge alla discussione e a non ammirare il critico sapiente che ha saputo farne giustizia! «— Oh! hai letto la critica di X intorno al lavoro di Y? — Certo! Come te lo concia per le feste quell'Y! — E lì non si scherza! il critico si vede che è uno che sa il fatto suo! — Se lo sa! Pensare che volevano farlo passare per un buon lavoro! — Già! già! si vede ora che roba è. Ma neh che talento quell'X! che erudizione! come sa scrivere! come sa la storia! — E come gli prova a quel povero diavolo tutti i suoi spropositi citandogli gli autori sulle dita! — E come conosce a menadito Aristofile, Plutone, Tucilide e tutti quegli altri! Scommetto che l'autore non li aveva neppure letti! — Ah questi sì sono critici coi fiocchi!...» — E segue il resto delle litanie.
Ma se il povero autore strapazzato fosse lì in un angolo e provasse a quei signori che il critico conosce Platone, Aristofane, Tucidide e tutte quelle altre brave persone a un di presso come le conoscono loro — che non ha mai visto dei loro libri pure il cartone — e che tutta la scienza è stata improvvisata lì per lì dalla sera alla mattina sopra un articolo della Enciclopedia, quei signori giurerebbero che l'autore parla per dispetto. Eppure da molti, da troppi la critica non si fa che così.
Allato a questa categoria, ve n'ha, di critici, un'altra più coscienziosa, ma per gli autori non meno molesta. Sono ottime persone — talora qualche diligente professore, il più spesso dei bravi giovani che han riportato il premio nelle scuole — e che effettivamente sanno qualche cosa: ma che hanno (certo con maggior diritto degli altri) il bisogno irresistibile di farlo sapere e di mettere in mostra tutto quello che sanno. Anche questi d'arte s'occupano poco: per loro il lavoro d'arte non è che un eccellente mezzo per isfoderare la loro dottrina, smerciare la loro mercanzia e metter fuori tutto il bagaglio delle loro cognizioni. Anche quando questa mania non si scompagna da una certa benevolenza, la noia per gli autori non è minore. Perchè essi rimproverano l'autore che nello sviluppo di quel tal periodo storico ha dimenticato i tali personaggi; che i tali altri li ha rappresentati incompletamente; che nell'orditura di quella tal scena ha trascurato di valersi di quelle date circostanze storiche, di quelle date teorie filosofiche, di quelle date risultanze della critica storica e via via. Essi sanno benissimo probabilmente per i primi che se l'autore avesse fatto entrare nel suo dramma tutta quella roba, ne sarebbe risultato uno zibaldone impossibile, una mole indigesta da far dormire un morto in piedi: essi lo sanno, ma non importa — non si tratta di farcela entrare quella roba, che, tanto, il lavoro è già fatto — si tratta di far sapere che essi sapevano in proposito tutto quel mondo di belle cose e che l'autore ha avuto il torto di non pensarci.
Ci è poi ancora una classe di Aristarchi, anch'essi a loro modo coscienziosi. Questi hanno in arte degli ideali fatti, delle teorie fatte: e condannano irremissibilmente a priori tutto quello che esce o si allontana da quegli ideali e da quelle teorie. Per costoro, la libertà dell'arte non esiste; l'arte non è ammissibile, non è concepibile che sotto date forme: fuor di là, tutti aborti. Questi la confina nel mondo puramente fantastico; quest'altro in quello della realtà presente, pura e nuda. L'uno pretende l'osservanza rigorosa delle regole aristoteliche; l'altro, che è in progresso, le sopprime, ma per aver il diritto di sostituirvene dell'altre altrettanto rigorose ed altrettanto anguste.
Conosco un mio amico, ingegno egregio e critico acuto,[1] il quale in buona fede si crede rivoluzionario in arte, perchè pretende che ella debba essere nient'altro che la fotografia di quello che esiste in natura, e come vi esiste; e che i suoi uomini non debbano portare che il frac e le sue donne non debbano vestire che colle mode dell'ultimo figurino. Fantasia, poesia, idealizzazione del vero, evocazione d'altre età, tutte robe scolastiche da far dormire: prosa da conversazione ha da essere, e un po' di spirito di osservazione, per riprodurre, tal quale, quel che succede ogni dì, e un po' di raziocinio per coordinarlo; un problema sociale od economico da risolvere, o un adulterio pudico da legittimare. Shakespeare, o Byron, o Victor Hugo! Che arte stramba è questa vostra che cava da mondi impossibili Falstaff e Jago, Sardanapalo e Ruy Blas! Persone vere, a modo nostro, vogliamo, e vestite dei nostri panni e facciano quello che facciam noi, e parlino come parlano i cristiani: stramberie di cervelli malati le vostre e non arte: l'arte è là — nella camera oscura.
Andate dunque a presentare a questi critici un lavoro di un genere che non sia quel ch'essi ammettono! Andate dunque a dir loro che sono essi i retrogradi, essi che dell'arte non accettano che una forma sola, che pretendono misurarle avaramente il tempo e lo spazio; provatevi a dir loro che tutti i tempi e tutti i luoghi sono dominio dell'arte, perchè tutti ponno essere dominio del vero; che il classicismo era falso, come il loro realismo è falso, perchè entrambi pretendono di imporre indistintamente al vero che è universale le idee e il linguaggio di un solo paese[2] e di una sola età; che una sola forma l'arte respinge, ed è il brutto; che è ufficio dell'artista scovrir del vero le armonie più intime, afferrarne i rapporti più segreti e lontani, riunirne le linee sparse qua e là nella natura, farle rivivere in creazioni che la sola riproduzione meccanica del vero in natura non dà; che l'osservazione fredda e sola a ciò non basta, se la fiamma santa dell'ideale non la scalda; che sotto tutte le forme l'arte vuol essere creazione, cioè poesia: che non è lecito proscrivere Michelangelo e i suoi arcangeli in nome di Clerici e de' suoi gatti, — e quei critici rivoluzionarj vi rideranno per compassione sul muso!
E tutti questi ancora sono brava gente. Uomini serii dell'arte, Brid'oison della critica, Marchesi Colombi dell'erudizione, le loro sentenze sono perniciose, ma le loro intenzioni sono innocenti.
Or dove lascio le eccellenti persone, che si servono della critica come di un emolliente per la espettorazione del catarro e di tutti i cattivi umori dello stomaco? Esser rosi di dentro dalla bile dell'impotenza, dal tarlo della vanità; cercare ogni dì in fondo all'anima una scintilla di estro, e non trovarvi che una goccia di fiele; ogni dì frugare nella mente per trovare una imagine, una idea, pescarvi un'insolenza o una banalità; e allora, non potendo far dell'arte, ricattarsene col far della politica; non potendo servire alla riputazione propria, aver bisogno di pigliarsela coll'altrui, servendo ai rancori dell'alto ed alle invidie del basso; sempre rodersi, sempre odiare, odiare come in politica si odia: e dopo tutto questo, trovarsi d'aver dinnanzi un lavoro d'arte, una penna, un po' di carta, un dizionario e un calamajo, — ah, per Dio, negatemi che allora non diventi uno sfogo salutare, non diventi una cura igienica la critica! Quando il critico ha ridotto in pezzi il lavoro d'arte, ha dimostrato che è un aborto od un plagio, coperto di irrisione l'autore e le sue fatiche, — egli tira il respiro più libero: egli si sente il cuore più leggiero, e le tempie più fresche. Ciò fa bene alla salute.
E ciò permette degli sfoghi che non mancano neppure del loro lato estetico. Si può fingere la santa indignazione di Giovenale e darsi l'aria di menar lo staffile — quello di S. Ambrogio magari — per cacciare i profani dal tempio! si può incominciar l'opera deplorando il compito ingrato: — una speranza di più andata perduta per l'arte, l'amarezza di doverla registrare, perchè la verità va innanzi a tutto, e di esporsi alla taccia di partigiani, per aver avuto il coraggio di dir forte quello che gli altri non dicono che a bassa voce: — allora ogni staffilata all'autore diventa un atto di abnegazione del critico — a ogni brandello del lavoro, ch'ei strappa, è il suo cuor che ne piange, e che ne sanguina. È il console Bruto che decapita suo figlio. Santo, divino amore dell'arte, tu solo puoi ispirare questi sublimi eroismi, perchè fortemente colpisce, chi fortemente ama!
***
Ebbene da tre anni che il caso mi buttò nell'arena dell'arte, ho avuto anch'io che fare, come tutti i miei colleghi, con questi Minossi della critica, resi feroci dall'imparzialità, dalla giustizia e dall'amore. Di che sarebbe ingenuità o incomportabile superbia il lamentarmi: perchè a me, degli ultimi venuti nell'arringo e non certo ai primi posti, non ispetta lagnarmi di quel ch'è toccato anco a' maestri, che vi siedono da un pezzo prima di me e innanzi a me. Ma qualche circostanza antecedente della mia vita, affatto estranea all'arte, ha fatto che parecchi di quei signori si dedicassero a me con voluttà speciale; e che ai miei poveri pargoletti ne toccassero speciali tenerezze.
Però fu una grata e perfino strana sorpresa per me, nel tempo che più mi si prodigavano quelle carezze caritatevoli, il trovare un bel mattino, proprio nelle file de' miei avversarj politici, lì sulle rive dell'Arno, un critico che acconsentiva a giudicarmi come artista, senza chieder prima l'ispezione delle mie fedine nè politiche, nè criminali (molto sporche, tra parentesi, molto sporche)[3]; un critico pieno di erudizione, di quella vera, ma senza saccenteria; pieno di dottrina, di quella soda, ma senza pedanteria; che mi criticava senza mordermi, mi consigliava senza annojarmi, e — fenomeno raro pei tempi — le critiche erano scritte in italiano così puro che pareva di Crusca, e i consigli avevano tanto senso comune che pareva perfino — ed era difatti — buon senso. Quel critico — era un moderato, e reclamava per l'arte la santa libertà: mi parlava de' suoi ideali con convinzione, mi dava il benvenuto nel suo tempio con cortesia. — Yorick, figlio di Yorick, quel critico eravate voi.
Son passati da allora quasi tre anni; ma dovendo indirizzare la presente a qualcuno, ho amato di ricordarmene.
***
E adesso soltanto ve ne ricordate? E per questo mi scrivete le vostre frottole?
— Oh, non adesso e non per questo solo. Quando il mio Alcibiade venne ad esporre la coda del suo cane in riva all'Arno, per consultar sul da farsene, io mi occupai naturalmente di sapere che cosa il severo Yorick, figlio di Yorick, ne pensava: e quando seppi che egli, quantunque moderato, approvava il taglio della coda, ho detto fra di me: sono salvo! ho ripiegato diligentemente in quattro l'appendice della Nazione e me la son messa in tasca come un talismano contro i malefizj dei don Basilii.
Ma ahimè! l'appendice aveva anch'essa una coda, un pezzettino di quell'altra tagliata via: e nella coda tutta bianca c'era un piccolo punto nero ed io non lo avevo visto: e il punto nero era nientemeno (cerchiamo una frase originale) era la nuvola foriera della tempesta.
Voi avevate detto tra di voi: Per il mio amico Alcibiade e per l'operazione del taglio, vada: ma tra amici qualche scherzo di buon genere è permesso; e se Alcibiade ne ha fatto uno simile al suo cane, io posso ben farne un altro a lui. Per aver della dottrina — non è necessario rinunziare a far dello spirito: e qui è il caso d'una facezia che farà ridere tutta la platea. Alcibiade, democratico e il suo compare Cavallotti strapazzano i repubblicani dell'Atene antica: io, monarchico dell'Atene moderna, li difenderò. E la Nazione sarà l'asta che impugnerò, paladino della repubblica, contro il poeta anticesareo, e tutta Italia saprà che il rappresentante di Corteolona è stato richiamato al rispetto verso l'A. R. U. e le altre lettere repubblicane dell'alfabeto, da Celestino Bianchi che è commendatore, e da me, che sono Yorick.
«Ah che burla! ah che burla!» L'avete detto — e lo avete fatto — come potevate farlo voi. La difesa vostra dei poveri nepoti di Milziade e di Temistocle, indegnamente calunniati da un loro correligionario, è un modello del genere: giammai una tesi intrapresa per burletta fu sostenuta con più spirito e con più erudizione: l'illusione di quelle splendide pagine è così affascinante, così completa, che quasi io stesso, dimenticando per un momento i miei libri e le mie idee, finivo per restarci preso sul serio e giunto a quella solenne patetica apostrofe: — Ateniesi d'Italia rendete omaggio alla repubblica caduta! — portai involontariamente una mano all'occhio perchè mi pareva di sentirvi spuntare una lagrima di pentimento. Se la lagrima non c'era, egli è che le mie glandule lacrimali sono molto resistenti.
Ma intanto quella burla doveva avere delle conseguenze per me. Perchè voi non pensaste all'autorità delle vostre parole. Quello che voi avete scritto per ischerzo, gli altri in buona fede lo hanno copiato sul serio. Da che s'è saputo che Yorick, mi aveva accusato del delitto di offesa repubblica (constato che, prima di voi, nessuno in cento critici ci aveva mai pensato neppure per sogno), l'accusa ha fatto il giro — e non c'è stato più critico che si rispettasse il quale non si credesse in dovere di ripeterla. Ma l'originalità dell'idea e l'erudizione della forma se n'erano andate: e del frizzo di buon genere riuscito bene non restava più che uno sproposito copiato male.
«Per questa volta, grida l'uno, tocca ai monarchici mostrarsi più repubblicani del rappresentante di Corteolona[4].
«Quella repubblica ateniese, grida l'altro, non merita lo scudiscio dai lacerti avvelenati. Il deputato di Corteolona avrebbe dovuto, in vista della repubblica avvenire, usar un po' più di cortesia verso una delle più grandi repubbliche del passato[5].»
«Il popolo d'Atene,[6] ribatte il terzo, era forte, gagliardo, pieno d'amore per la patria: e il signor Cavallotti lo ha calunniato; ha falsato la storia e ha fatto offesa alla giustizia.» E tira via.
Tutto questo si stampa e si grida sul serio in coro, da quella vostra facezia in poi: ah, voi certo non pensavate, scrivendola, che m'avreste buttato sulle braccia tutto questo stormo di pappagalli.
***
Ora che l'accusa (vorrei dire la calunnia) è formulata, bisogna bene che io me ne difenda. E per difendermene, niente di meglio che rimontare alla origine e rispondere a quello che l'ha messa in giro.
Mi difendo, per rispetto a me, e a' miei principj; mi difendo per rispetto alla verità storica — la quale anch'essa è una dama che merita di essere rispettata.
Poichè avverto qui — una volta per tutte — e prego i maligni a tenerselo per detto — che non è già del merito artistico dello Alcibiade che si tratta in queste pagine mie. Quello lo abbandono intero al pubblico ed ai critici di tutte le specie e di tutte le categorie: io per il primo so benissimo d'avere scritto tutt'altro che un capolavoro; anzi spesse volte mi arrabbio contro di me, pensando alle tante e belle cose che vi avrei voluto mettere e che non ho saputo o potuto; perchè qui la ragion del dramma, lì la ragion poetica, altrove la ragione storica me lo impedivano, e alla scarsezza del mio ingegno non era dato di armonizzare e combinare insieme tutti quei criterj diversi.
Sul valore intrinseco dell'Alcibiade, ripeto, non solo intendo nel senso più ampio la libertà de' giudizj del critico, competente o incompetente, benevolo o malevolo — ma rinunzio alla parola per difendermi.
Io non ho a difendermi se non dalle critiche che toccano la mia coscienza d'artista — e un po' anche d'uomo politico. Questo è il mio diritto, e il critico egregio dell'Opinione ha la bontà di riconoscerlo. Mi si accusa di aver falsata la storia: chiedo licenza di interrogarla. Si interpretano a rovescio i miei intendimenti: chiedo licenza di spiegarli.
***
Perchè di intendimenti, nello scrivere l'Alcibiade — e nelle proporzioni in cui l'ho scritto — io ne ho avuto parecchi. E vada per il signor Roberto Stuart che mi rimprovera di non averne avuto nessuno. Non li avrò raggiunti: d'accordo: chi troppo vuole, nulla stringe: colpa mia. A me basta far sapere quali erano.
Primo: Un intento drammatico (non ne dispiaccia a coloro che si sbizzarrirono intorno a quel mio titolo di scene e vi vollero scorgere — troppo benevoli — una scusa e una attenuante per me). Scrivere un dramma — proprio, un dramma — in cui fossero — compatibilmente colle forze mie — i requisiti per ciò richiesti — azione, passione, caratteri — e sopratutto verità. E in questo, caro Yorick, vi ringrazio d'aver indovinato il mio pensiero[7]. Perchè se non avessi avuto intenzione di scrivere un lavoro drammatico, avrei cominciato col non dare il lavoro alle scene. Soltanto, è una mia idea, e di qualcun altro, che ciò che chiamasi il dramma possa svolgersi tanto in un ordine di fatti del mondo esterno, quanto nel fondo dell'anima d'un uomo. È una mia idea che dramma voglia dire contrasto di passioni, e che questo contrasto, questa lotta possa succedere tanto fra più individui, quanto in un individuo solo: anzi tanto più violento, quanto più angusto il campo. In un caso l'azione drammatica risulta da un intreccio di fatti materiali e di persone, che esige, perchè l'urto delle passioni e dei caratteri abbia a scaturirne, una tal quale unità materiale esterna, rispetto al tempo e al luogo: nel secondo caso, l'azione drammatica risulta da un intreccio di fatti psicologici molteplici e contrarii dai quali appunto sviluppasi l'urto in causa dell'unità del personaggio.
In un caso il rapporto di necessità è fra gli avvenimenti; nell'altro è fra le passioni del personaggio e le fasi della sua vita. Unità materiale l'una, unità psicologica l'altra, unità drammatiche entrambe. Tocca all'artista il fare che questa seconda unità sia poi veramente tale; che cioè non consista soltanto nella identità del personaggio (non ci è sugo nè costrutto nè senso drammatico a divider per scene la vita di un personaggio sia pure insigne, al solo scopo di rappresentarne la vita) ma che le fasi scelte della sua vita abbiano la loro ragione e il loro nesso in quelle date passioni, da cui risulti l'armonia del concetto drammatico e l'unità del contrasto.
Questo ebbi di mira scrivendo l'Alcibiade, e scegliendo per ciò a preferenza il tipo di un uomo che fu appunto la sintesi più mirabile di quanti contrasti si sia mai divertita ad accumulare in un solo individuo la natura. S'io abbia raggiunto quel mio intento, ripeto che non so, anzi son lontano dall'affermare; soltanto so, che, di quelle mie idee sul dramma e su modi varj di intenderne l'unità, potrei appellarmi ai grandi maestri dell'arte. Chi cerca il rapporto di necessità fra le scene del Coriolano? Chi lo cerca fra le scene del Sardanapalo? Eppure in pochi capolavori l'unità drammatica è più potente. Nel Nerone del mio ottimo amico Cossa quale rapporto di causalità materiale, quale nesso necessario di avvenimenti, quale ragione risultante dall'intreccio della commedia, perchè al primo atto debba succedere la scena della taverna, e poi nel palazzo la scena coll'astrologo, e poi quella del triclinio, e poi quella nella Suburra? Quale ragione, se tutte quelle scene stanno da sè, affatto indipendenti una dall'altra? oh bella, la ragione che il mio amico Cossa voleva far scaturire il dramma dal carattere del protagonista e chiese il nesso armonico fra le scene all'armonia tra le fasi del carattere. Lo chiese — e l'ottenne nel modo splendido che si sa. E non mi si venga a dire che ivi l'azione è sempre in Roma e gli atti non son separati che da ore o da giorni: una volta tolto il rapporto di necessità fra un avvenimento e l'altro — che la distanza che li separa sia di ore o di anni, di un chilometro o di mille, al dramma che ne fa? Il distacco è lo stesso e la questione in faccia all'arte è la stessa.
Ma perchè dunque chiamar scene il lavoro? L'ho chiamato scene perchè in esso l'intento drammatico era il primo, ma non il solo; perchè ve n'era qualcun altro a cui quel titolo s'attagliava; perchè non m'immaginavo che i pedanti si sarebbero fatti un'arma contro di me di quella parola e ne avrebbero cavate delle critiche, a cui, se io non l'avessi posta, non avrebbero pensato; e perchè in fine — oh bella! — mi è piaciuto di chiamarlo così. E sfido a provarmi che questa non sia una ragione che taglia la testa al toro.
Ma i caratteri? e i personaggi? di questi, se permettete, parleremo poi: e vengo alla seconda ragione del lavoro.
***
Una ragione storica, critica e filologica: offrire agli studiosi una pittura, dei quadri, delle scene della vita greca del secol d'oro, colta nella sua fase forse più caratteristica e culminante: in quel periodo cioè di transizione — della guerra peloponnesiaca — che conservava ancora il riflesso delle grandi memorie antiche e di tutti gli splendori del secolo di Pericle e aveva già in sè sviluppati tutti i germi di corruzione, tutti i fenomeni politici che provocarono la caduta della repubblica d'Atene. Presentar quella vita studiata nel linguaggio, nelle idee, nelle leggi, nei costumi — nel linguaggio, sopratutto: giovandomi delle fonti classiche antiche e dei lavori critici più recenti. Ho detto sopratutto nel linguaggio: perchè in questo almeno mi pareva di poter tentare, colle mie povere forze, qualche cosa di utile e di non tentato ancora.
La letteratura moderna, specialmente straniera, ha rievocato e ha ricostruito, in opere romantiche, la vita greca dell'antica età. Per non parlar dei viaggi di Anacarsi del buon Barthelemy e dei viaggi di Antenore, i romanzi greci di Wieland nel secolo scorso, e nel nostro il Caricle (Bilder des griechischen Privatlebens) di Becker e il Pericle e Aspasia di Laudor hanno contribuito a popolarizzare, fra le classi meno dedite agli studj eruditi, i costumi, le leggi e le dottrine della Grecia del secol d'oro.
Ma il linguaggio vivo — che è pur lo specchio del genio di quel popolo e della fisionomia di quell'epoca — sfuggiva naturalmente per la massima parte a questo lavoro di ricostruzione. Il linguaggio vivo sfugge alla forma del racconto, non può altrimenti ritrarsi e popolarizzarsi che per la forma viva del dialogo — la forma drammatica. D'altra parte, non era certo a ritrarre quel linguaggio che servivano i drammi e le tragedie greche del secolo scorso e più addietro — non aventi di greco altro che il nome — e le traduzioni che usavansi fare dei comici, dei tragici e degli altri autori greci, sopratutto de' prosatori: dove il traduttore si faceva un obbligo di coscienza di tradurre a senso, ossia interpretare la parola greca, la frase greca con un ribobolo o un proverbio di stampo tutto moderno; e credeva aver raggiunto il non plus ultra della bravura quando era riuscito a travestir completamente il povero greco all'ultima moda, tanto che fosse bravo chi capisse che quello era un greco che parlava. Più tardi, è vero, all'estero e in Italia, si cominciò a tradurre i classici con più coscienza dell'arte e più rispetto all'autore: le licenze dell'abbate Cesarotti, per quanto figlie d'ingegno ardito, cominciarono a passare per quel che erano, per delle irriverenze belle e buone. E quando si ha nome Omero e Demostene si può pretendere a un poco di creanza. — Il buon Gozzi, ingegno greco, dava il buon esempio e traduceva squisitamente Luciano. Più tardi sorgeva Foscolo: più tardi doveva nascere Leopardi. Ma già dai principj del secolo Francesco Negri e il Lamberti regalavano all'Italia traduzioni mirabili di greca fedeltà ed eleganza: in attesa che Felice Bellotti le desse il teatro de' tragici. Oggi nell'Aristofane del Cappellina, nel Luciano di Settembrini, nel Tucidide di Peyron, nel Demostene dell'Anelli e dell'egregio mio collega Mariotti (più elegante ed efficace il primo, più fedele il secondo, attici entrambi) possiede l'Italia traduzioni insigni che rendono la fisionomia degli scrittori e onorano gli studj e la letteratura. Ruggero Bonghi andò alquanto più in là e gli scrupoli della fedeltà lo portarono all'esagerazione. Egli dimenticò che la forma del traduttore dev'essere greca, senza cessare di essere italiana. Le sue traduzioni platoniche rispettano perfino nella giacitura delle parole le membrature più minute del periodo di Platone, ma rompono le ossa qualche volta alla grammatica del Fornaciari. E il buon gusto insieme molte volte se ne va: egli è che il traduttore che traduce un artista dev'essere artista anche lui. Con tutto questo la fedeltà resta un merito notevole delle traduzioni bonghiane, reso più notevole dalla erudizione ampia che le accompagna. Ma le versioni del Negri e del Settembrini e del Mariotti e del Bonghi forse ancora non servono a famigliarizzare il gusto italiano colle forme della prosa ellenica: voi sapete, Yorick, meglio di me quanti sono che leggano e conoscano in Italia ai dì nostri Demostene e Luciano, Platone ed Alcifrone: e voi siete troppo virtuoso e pudico (migliore certo in questo della fama) per consigliare ai giovanetti di aspirare il profumo delle eleganze greche nel profumatissimo Aristofane del Cappellina.
Pensai che l'arte scenica è fra tutti i fattori della coltura il più popolare e il più efficace: e che poteva per avventura tornare non inutile affatto un modesto tentativo inteso a ritrarre colle forme popolari del dramma una parte essenziale della greca antichità: perchè il linguaggio di un popolo è il prodotto della sua indole, delle sue tendenze, del suo genio artistico, delle sue idee — e la verità del linguaggio è necessaria a far vivere i fantasmi dell'età lontana nel mondo della realtà. Lo pensai, perchè senza credermi un pedante, senza correr dietro alla retorica del classicume, e con tutto il rispetto possibile agli scrittori della scuola realista, sono intimamente convinto che l'ostracismo bandito all'arte greca dai moderni innovatori non ha nulla di serio; perchè credo che la lingua nostra e le tradizioni dell'arte e del genio nostro ci rendano pur debitori di qualche cosa a quei poveri nonni di Atene, e che se l'influenza degli studj classici, senza riportarci agli sproloqui dell'Arcadia, si verrà armonizzando colle nuove forme dell'idioma create dai nuovi bisogni e dalle nuove idee, — la purezza della lingua, l'eleganza, e il buon gusto ci guadagneranno un tanto.
Naturalmente, accennando a questo mio tentativo, accenno al lavoro nella forma prima in cui lo scrissi, in cui vedrà fra poco la luce per le stampe. Nella riduzione pel teatro, attuare il tentativo era impossibile fuor che in parte. Molto dovetti concedere alla ragione drammatica: gran numero di locuzioni greche soppressi: altre modificai per l'intelligenza delle scene: serbai della forma prima solo quel tanto che significasse l'intento letterario del lavoro. S'io abbia avuto torto di propormelo, o se io l'abbia in parte raggiunto, il lettor cortese del dramma stampato giudicherà.
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Terzo intento del lavoro: un intento morale. Di questo non si scandalizzeranno almeno coloro i quali opinano che il teatro dev'essere un pulpito e che ogni lavoro drammatico deve avere la sua brava tesi morale da risolvere. Senza ambire il vanto di moralista nè di predicatore, per una volta tanto la mia tesi ce l'ho messa anch'io. Intendiamoci: siccome io non la penso come quei signori, alla tesi già non sagrificai lo sviluppo dell'azione; e mi guardai bene dal processo dimostrativo; ma da che mi si affacciò — e un concetto morale scaturiva spontaneo dallo argomento — no 'l trascurai: anche perchè dava al dramma un altro carattere di unità.
E il concetto è accennato nella comparsa appositamente fuggitiva (quasi staccata dal resto della scena) del misantropo Timone nel 2.º atto, che si lega alla catastrofe del dramma.
Mentre Alcibiade inganna il popolo ed empie Atene delle sue dissolutezze, Timone lo maledice e preconizza in lui il flagello della città. Alla fine, Alcibiade il dissoluto rotto a ogni vizio, il demagogo intrigante, ambizioso, e corruttor della plebe, Alcibiade, fatto migliore dalla sventura e dall'amore[8], riscatta le colpe della vita coll'opere generose, coi propositi generosi degli ultimi giorni, con una morte da eroe. Egli è che non bisogna disperar mai della natura dell'uomo, la più corrotta e pervertita, finchè essa sia aperta alla voce di un affetto, e in lei vibri la corda — sia pure una sola — di un solo nobile istinto.
E intorno ad Alcibiade, due altri esseri smentiscono Timone. Là in mezzo alle brutture che deturpano e trarranno a rovina la gloriosa città di Milziade, il misantropo disperato impreca l'umanità malvagia; alla fine, Alcibiade proscritto sogna il misantropo riconciliato coll'umanità[9], perchè la virtù non è scomparsa dalla terra: e delle due classi della società più disprezzate, sono i due esseri che soli restan fedeli al proscritto nella sua sventura. I nepoti di Temistocle e di Aristide condannano a morte i capitani vittoriosi delle Arginuse, pagano Alcibiade d'ingratitudine nera; una etèra e un parassito si sagrificano per lui. È la fede nell'umanità, attraverso i suoi delitti e le sue sventure, opposta al misantropismo e alla disperazione de' suoi destini.
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Eccomi infine ad un ultimo intento dell'Alcibiade mio: e questo si racchiude in una considerazione storica e politica, — che Socrate accenna fino dal principio del dramma.
La repubblica più grande e gloriosa della Grecia antica rovinò, quando le virtù repubblicane — che l'avevano fatta gloriosa e grande — se ne andarono.
È il concetto che si affaccia spontaneo a chi appena scorre dello sguardo la storia del periodo in cui l'Alcibiade si svolge.
E qui, eccomi a voi, caro Yorick, eccomi da lei, signor marchese D'Arcais — paladini egregi della repubblica contro di me: contro di me repubblicano, che appunto per ciò, da un pezzo ho dato alla grandezza d'Atene la mia ammirazione e ho negato agli Ateniesi della decadenza le mie simpatie. Artista, faccio a Pericle di cappello e vado in estasi davanti al suo secolo: uomo politico, gli voglio male. Non amo la repubblica di Eucrate, di Cleone e di Iperbolo, uscita dal grembo della corruzione sapiente di Pericle, come non amo la repubblica francese del 1848, uscita dal grembo della corruzione borghese della monarchia di luglio. L'una prepara i Trenta e la tirannide macedone; l'altra prepara il secondo Impero. È esatto peraltro il dire che il secondo Impero fu già esso medesimo la immagine più completa e più fedele del regime del flgliuol di Zantippo.
Sì, è vero, caro Yorick, verissimo, signor marchese, senza che Ella me lo insegni: non solo Atene grandeggiò nella Grecia, ma se mai grandezza antica fu meritata e fu vera ed ebbe spiegazione nella storia, ella è questa di Atene. Sentinella avanzata della Grecia e dell'Europa verso l'Asia, là in faccia all'Egeo, la natura, il mare, il tepido cielo le avean segnato i destini. Era impossibile che un popolo immaginoso, poeta, cresciuto nel mondo fantastico e splendido della sua mitologia, dotato di tutta la vivacità, la svegliatezza arguta e l'attività irrequieta, febbrile della razza jonica — costretto a dimorare su un terreno sterile, angusto, montuoso, insufficiente alla vita, quasi sull'alto di uno scoglio: e di là, sotto il raggio ardente de' suoi soli, al chiarore delle sue notti tepide e serene, vedendo a sè dinanzi il mare — il mare che lo invitava e gli apriva le braccia immense, misteriose — era impossibile che quel popolo non corresse entusiasta all'invito. Al mare! al mare! Ivi sarà la culla della prosperità, della grandezza d'Atene, e della sua forte democrazia.
Poichè il commercio e le ricchezze dal commercio derivanti altereranno man mano col tempo le condizioni economiche rispettive delle classi antiche; sopprimeranno le distinzioni fra di esse e promuoveranno l'uguaglianza nei diritti; poi le triremi, una volta che saran divenute il nucleo della città, reclameranno esse sole i quattro quinti dei cittadini e si riempiranno di popolani, consapevoli di essere la forza di Atene.
«Per la dominazione del mare, attesterà Isocrate poi, i nostri padri furono necessariamente costretti a calare all'odierna forma di democrazia»[10].
«I poveri ed il popolo — scriverà Senofonte — sono in Atene giustamente da più dei nobili e dei ricchi. E per questo motivo: che il popolo è quello che spinge le navi e procaccia potenza alla città. Poichè i piloti, i comiti, i capi di cinquanta, i sopraintendenti alla prora, i costruttori di navi sono quelli che acquistano potenza allo stato assai più che non i cittadini, i nobili, e gli ottimati»[11].
E la democrazia, ordinata dalla sapienza delle leggi di Solone, di Clistene, e di Aristide, fa grande difatti Atene al tempo delle guerre mediche. Poichè tutto, tutto, cospira allora a questa sua grandezza.
L'antagonismo di Sparta non è ancor nato e Salamina oscura ogni vanto. Le navi hanno salvato la Grecia e quelle navi sono la maggior parte ateniesi. Un spirito magnanimo di emulazione, di disinteresse, di amore alla gran patria greca anima i compatrioti di Temistocle; e mentre a Maratona li fa combattere da soli, e a Salamina li fa accettar volonterosi, benchè maggiori di numero, il comando di Sparta, e a Platea li move a cedere il posto d'onore ai Tegeati, — concilia loro l'ammirazione e le simpatie di tutta la Grecia.
Una costituzione squisitamente studiata sull'indole stessa del popolo, ne sviluppa i lati migliori, ne corregge i cattivi, ne stimola il valore, ne tempera mirabilmente le private e politiche virtù.
Ed era bello il dirsi in quei giorni cittadino ateniese: nome che era lo spavento della Media, l'orgoglio della Grecia: titolo d'onore ambito — e indarno — dai re.
Abolita la nobiltà ereditaria, fondata sulla rendita la divisione delle quattro classi, la dignità del cittadino s'era rialzata e rafforzata nel sentimento dell'uguaglianza: il cittadino trovava nel merito individuale, nel censo, e quindi nel lavoro che lo creava, la via per giungere agli alti gradi: l'esercizio dei pubblici uffizj, esteso da Aristide anco all'ultima classe, rappresentava ad un tempo per lui l'adempimento di un dovere, e l'uso di un diritto che era il più ambito compenso a sè medesimo.
Non pagato nelle assemblee, non pagato nei tribunali, il cittadino ritrovava pura e completa nel suo disinteresse la coscienza della sua sovranità: e questa ispirava gli alti, magnanimi propositi: e l'emulazione nobile, severa, per il pubblico bene governava le libere adunanze.
Indi più profondo il sentimento del dovere: indi più grande l'idea della patria. In essa era tutto, per essa tutto: e caro al cittadino lo ecclissarsi innanzi a lei. L'ambizione individuale non pensava a cercar le vie della tirannide. Ai valorosi e benemeriti compenso sufficiente una modesta iscrizione sulle Erme[12], e l'essere da uguali in virtù tenuti degni di primeggiar fra loro[13]. E niuno sdegnava tal gloria: niuno diceva: a Salamina Temistocle, a Maratona Milziade pugnò: ma bensì là gli Ateniesi: qui la repubblica[14].
E in quella modestia ispirata dal senso dell'uguaglianza e del dovere ritempravasi la repubblicana austerità. «Le case di que' prodi da noi tutti venerati sì modeste apparivano e sì temperate a popolare uguaglianza, che se alcuno di voi oggi vedesse quelle di Temistocle, di Cimone, di Aristide, di Milziade e di molti altri magnanimi, non le discernerebbe dalle vicine»[15].
E ritempravasi nella emulazione, più fecondo e magnanimo, il disinteresse: allora Aristide disponendo di tutti i tributi neppur d'una dramma crebbe gli averi e morto dovette fargli le esequie la repubblica[16]: allora il popolo, consigliato da Temistocle, rinunziava volonteroso alle distribuzioni dell'argento del Laurion, assegnato ai men ricchi cittadini: e con quell'obolo spontaneo del povero si costruivano le navi che dovean salvare la Grecia[17].
Tenuta la corruttela delitto esecrando in tanta gara di disinteresse e di virtù, la legge puniva di morte e di infamia i corruttori per danaro del popolo e dei giudici; e i corrotti insieme; e non parea pena soverchia[18]: chè la austerità del costume e la pubblica coscienza la sanzionavano.
«Vi aveva allora, Ateniesi, ne' petti nostri quello ch'ora mancò, quello che trionfò dell'opulenza persiana, che serbò libera la Grecia e in terra, in mare indomabile. Allora chi vendeasi ai tiranni, ai corruttori della Grecia, tutti l'esecravano: la corruttela era orribil misfatto: atrocissimo il castigo: taceano le brighe e la pietà. E non della opportunità, non della greca concordia, non dell'odio ai barbari e ai tiranni niun oratore, niun duce facea mercato»[19].
Indi la virtù fatta scala agli onori e al governo della cosa pubblica: poichè a capo di questa stavano gli oratori che dirigeano le discussioni e i voti nelle popolari assemblee: e il nobile diritto di dar consigli alla città non bastava a conferirlo il talento — ma sì la vita irreprensibile. Indi sindacata la condotta privata degli oratori; espulsi dalla bigoncia coloro dei quali le private virtù non dessero garanzia delle pubbliche; i prodighi, gli scioperati, i trascurati verso i genitori, i tardi e i riluttanti a pigliar l'armi e i segnati di viltà nelle battaglie; gl'impudichi, i notati di turpi vizi, i dediti all'orgie e alle voluttà[20]: perchè giustamente stimavasi indegno di consigliare il popolo, chi i consigli non accompagnasse colla austerità degli esempj.
Poi che l'esercizio della sovranità non era ancor fatto impiego venale, e di esso non si campava, e ancor non era la bazza dei tre oboli nè del dicastico nè dell'ecclesiastico, — tanto più onorato e rispettato il lavoro: salite in dignità le arti, i mestieri[21] (attento, sig. Z della Livornese, che in proposito ne ha dette di grosse); invigilarsi dagli Areopagiti di che arte ognun campasse onestamente la vita; punito l'ozio, la questua: notato d'infamia il recidivo[22].
Santo e rispettato il lavoro, santo e rispettato il vincolo della famiglia: l'unione degli sposi fatta qualcosa più che semplice affar di interesse o accoppiamento di sessi; rafforzati coi doveri dei figli verso i genitori, i doveri de' genitori verso i figli; punito, secondo i casi, di morte, d'infamia, di altre pene, severissime sempre, l'adulterio — consumato o tentato, adulteri e adultere ad una — e delle pene medesime il concubinato[23]; e di morte i lenoni[24].
Forte, virile la educazione. «Nel buon tempo antico, quando fiorivano gli antichi costumi — scrive Aristofane — i giovanetti affrontavano il verno senza mantello, benchè la neve venisse giù come farina; non mangiavano come oggi delicate vivande, non posavano in atteggiamenti svenevoli; la loro musica era maschia e marziale, i loro costumi decorosi e casti. Così furono educati gli uomini che pugnarono a Maratona.»[25]
E il regno delle etére non era ancora sorto. La corruzione ingentilita non aveva ancor pensato a far bella la prostituzione del nome santo dell'amicizia e a decorare del dolce nome d'amiche (ἐταίρα, compagna, buona amica) le alunne impudiche della Venere Volgare[26]. Demostene non iscriveva ancora: Abbiamo le etere per il piacere dell'animo, le donne legittime per la procreazione della prole[27]. Ristretta a poche schiave comperate all'uopo (πόρναι) e confinate rigorosamente ne' bordelli, la prostituzione ancora non rappresentava che un'istituzione di pubblica igiene[28], sotto la vigilanza dello stato. Il pubblico dispregio manteneva un cordone sanitario di isolamento intorno a quelle case, intese a prevenire il concubinato e a preservare dalla corruzione e dall'adulterio le famiglie. Siamo ancora lontani dal tempo che donne affrancate e libere eleggeranno spontanee la condizione lucrosa di cortigiane, usurperanno per proprio conto tutto il posto delle mogli, e rotti i vincoli delle famiglie faranno delle proprie case il luogo elegante di convegno del fiore della città.
E non era ancora il tempo dei parassiti, nel senso novissimo ed ignobile della parola. Essi ancora non erano che i venerandi commensali dei sacerdoti; eletti fra gli ottimi dei cittadini e soprintendenti alla scelta e alla percezione del frumento sacro[29] e dell'altre primizie offerte agli Dei. — La gola e l'infingardaggine non avevano ancora messa al mondo, sotto quel nome, un'altra generazione di commensali; in una città che obbligava i poveri all'onesto lavoro, non c'era ancor posto per quella casta di poveri scioperati e viziosi, che doveva più tardi divenire l'elemento caratteristico di una corrotta società.
E non era ancora il tempo dei sofisti. Le sapienti sottigliezze idealistiche della scuola eleatica e della megarica e dell'altre scuole non avean ancora sviluppato il funesto contagio della filosofia eristica; colla sua falange di ignoranti e ciarlataneschi cavillatori. Le ciancie vuote di senso non avevano ancora preso il posto dei fatti virili.
Questi — e non prolungo gli esempj — i costumi, le leggi, gli uomini. I fatti — si chiamavano Maratona e Artemisio; Salamina e Platea; Micale e Menfi.
In meno di otto lustri dalla cacciata dei Pisistratidi il piccolo popolo di montanari, di coloni e di pescatori, dimenticato là in un angolo di terra, sugli scogli di Sunio — è divenuto il primo fra gli stati della Grecia, è divenuto Atene la libera, la forte, la pingue, la gloriosa, i cui soldati portano la libertà fra i Greci dell'Asia e le cui triremi scorrono da padrone il mare, dal Ponte Eusino all'Egitto.
Atene raccoglie il frutto della sua grandezza morale e la lega degli stati greci congregata in Delo, nel santuario della stirpe Jonica, conferisce ad Atene, col patto di Bisanzio, l'egemonia (477 a. E. V.). Ella fa giurare ai collegati i patti dell'alleanza fraterna e della guerra ad oltranza contro lo straniero; e duce della lega, depositaria del giuramento, per bocca d'Aristide, impreca con riti solenni agli spergiuri[30].
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Ma già da quel momento comincia a verificarsi un fenomeno frequente nella storia degli stati. La prosperità genera l'insolenza. Atene la liberatrice dei Greci non tarderà a trovar troppo scarsa la gloria del primato morale e materiale, e a sentire il bisogno di signoreggiare la Grecia con ben altro impero[31].
Che Sparta dovesse cominciare a rammaricarsi della nuova potenza di Atene e del primato perduto, era ovvio; che la superba oligarchia dorica si dovesse adombrare di questo imponente allargarsi della jonica democrazia, era naturale; ma che Atene si affrettasse a legittimare le gelosie della sua emula, e a fornir pretesto a' suoi reclami, è altrettanto incontrastabile.
Già ella si vien preparando astutamente le vie del dominio, prolungando ad arte contro il Persiano la guerra che non ha più ragione di essere; ad arte stancando gli alleati, costretti a seguirvela, fin ch'essi non prescelgano esonerarsi, con tributo in denaro, dalla sovvenzione pattuita di uomini e di armi[32]. E intanto che Atene concentra in sè tutte le forze militari, gli imbelli alleati si van man mano convertendo in tributarj.
Undici anni appena sono scorsi, e Nasso, stanca di una lega la quale più non serve oramai che alle viste particolari di Atene, domanda d'uscirne: essa crede che l'alleanza sia libera come nel giorno in cui v'è entrata. Atene non tarda a disingannarla. Assedia Nasso e la riduce in servitù[33]. Sciro, Caristo, Samo, gli altri alleati che seguono Nasso nelle sue velleità, non tardano a seguirla nella sua sorte.
Però Atene non aveva aspettato fino allora a far chiari i suoi intendimenti. Già il suo primo atto come egemone era stato un atto di prepotenza diretto a togliere alla lega, ch'essa divisava di opprimere, il primo mezzo dell'indipendenza: il danaro; in attesa di toglierle le armi.
Pochi anni dopo il patto federale, a dispetto dei giuramenti giurati e col pretesto di mettere il tesoro della lega al sicuro dai Persiani, essa lo trasporta da Delo nell'acropoli ateniese[34], ove non tarda a confonderlo col tesoro cittadino, e a servirsene, come di cosa propria, per i bisogni della città. Più tardi, ad aumentar viemaggiormente le sue risorse e le sue ricchezze e a convertire il primato in assoluta signoria, essa graverà di nuovi tributi le città alleate insorte e ricostrette all'obbedienza, si impadronirà delle loro navi, distribuirà fra coloni ateniesi le terre dei vinti, ridotti da proprietarj alla condizione di fittabili, obbligherà i nativi delle città fatte suddite a recarsi per le loro cause civili e criminali in Atene, — nuova bazza e cospicua di introiti e di guadagni per il suo erario e per i suoi giudici cittadini[35].
Autore e consigliatore di quel primo passo al dominio che fu il trasporto del tesoro degli alleati in Atene — un vero furto — era stato un oratore giovane e già insigne: Pericle, figliuolo a Zantippo. Era il medesimo che ai danni di Atene stessa già macchinavane un altro: — il furto delle sue libertà.
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Ingegno vasto ed acuto, accortamente ambizioso, studiatore profondo di uomini e di cose, Pericle conosceva il suo popolo e il suo tempo. L'ambizione smisurata ed il talento degno dell'ambizione, lo chiamavano in alto; la riflessione e l'esperienza glie ne spianavano la via. Al primo giungere agli affari, trovò, egli, di stirpe nobile, la parte aristocratica stretta intorno a Cimone, del quale era vano emular la gloria dell'armi: la democrazia, potente di numero per il cresciuto navilio, per i politici ordinamenti. Comprese che la democrazia soltanto poteva essergli sgabello a salire.
Solone, Clistene, Aristide, avean dato molto al popolo, per renderlo sovrano di sè stesso: bisognava dargli di più, per renderlo soggetto. Le virtù antiche, il disinteresse antico avevano fatta e mantenuta libera Atene dai Pisistratidi in poi; bisognava intaccare quelle virtù alla radice, per intaccar l'albero della libertà. E la libertà era la seconda vita d'Atene; perchè Atene si acconciasse a perderla, bisognava darle in compenso qualcosa d'altro che ne tenesse il posto.
Bisogna rendere al popolo — e ad usura — in beni e godimenti materiali, ciò che gli si toglie di beni morali. Bisogna che il corpo stia bene, perchè l'anima si contenti di poco. Antica massima del despotismo sapiente — in tutte le età.
Cimone, figliuol di Milziade — insigne per le virtù, per la gloria dell'imprese, per l'appoggio della fazione aristocratica fatta autorevole dalla maestà dell'areopago — Cimone sbarra a Pericle la via del primato e del dominio. A Cimone, alla sua fazione, bisognerà contrapporre il basso popolo e cattivarselo nell'assemblea.
Ma Cimone, ricco, era beneviso al popolo per la sua generosità: lui del proprio imbandir cene ai poveri, fornirli di vesti, sovvenirli di danaro: lui togliere da' suoi campi le siepi perchè il coglierne i frutti fosse libero ad ognuno[36]. Pericle, men ricco e più taccagno, pensa di superarlo, con minore spesa; e introduce — a gran festa della plebe — la mercede dei tre oboli per l'intervento alle assemblee (μισθὸς ἐχχλεσιαστιχὸς). Cimone non dà al popolo che delle elemosine incerte. Pericle gli dà degli stipendi fissi. Cimone gli apre la propria borsa, che a lungo andare s'asciuga; Pericle, più furbo, gli spalanca le casse dello stato. Il popolo naturalmente non esita nella scelta; e Cimone è sbandito coll'ostracismo. Tucidide lo seguirà.
Così l'esercizio di un grande dovere e del diritto più nobile del cittadino diventa un impiego; e la sovranità popolare è fatta venale.
Ma i cinquecento del senato son scelti anch'essi tra il popolo: è il senato che propone i decreti, dirige le adunanze; bisogna ingraziarsi, per salire, anco il senato. Pericle paga anche i senatori e assegna loro la mercede di una dramma per ogni seduta.
Però il partito aristocratico è ancor potente nei tribunali: domina nell'areopago, magistrato supremo, correttor de' costumi. Anco ne' tribunali bisognerà contrapporgli ed ingraziarsi la plebe. Le attribuzioni dell'areopago saran mutilate e deferite ai giudici popolani (eliasti); e questi saran portati a seimila, e giudicheran tutte, quasi, le cause civili e criminali; ogni Corte di giustizia dell'Eliea avrà aspetto di una vera assemblea politica e giudicherà colle passioni di quella[37]. Perchè la somiglianza sia più completa, Pericle paga anche gli Eliasti: e assegna ai giudici cittadini la mercede di un obolo per ogni seduta in giudizio, di una dramma ai senatori (μισθὸς δικαστικὸς)[38]. E perchè i giudizî e gli oboli fiocchino, tutte le cause dei cittadini dell'altre città — alleate di nome — già suddite di fatto — sono avocate ai tribunali d'Atene.
Così l'esercizio di un altro officio augusto della sovranità diventa un altro impiego: l'avidità degli oboli distacca i cittadini dal lavoro, e genera la manìa dei giudizii; e la giustizia è fatta anch'essa venale.
Ma gli aristocratici disciplinati da Tucidide[39] resistono, e sono ancora per l'ambizione di Pericle una minaccia; poi, quest'amore della vita pubblica, alimentato nel popolo dalle paghe, può degenerare col tempo in pericolo. Quando le franchigie e gli uffici della sovranità popolare son adoprati a stromento di dominio, bisogna che il popolo non se ne pigli se non quel tanto che può giovare a chi li adopra. Il troppo discorrere nel foro, l'applicazione troppo intensa agli uffici publici, agli affari publici, a lungo andare, alla tirannide non giovano; il popolo bisogna divagarlo. Pericle ci penserà. Si aumenteranno le feste, si bandiranno in teatro nuovi spettacoli; e siccome a teatro l'ingresso è stato fin allora gratuito, ma i ricchi aristocratici pagan due oboli per sedersi e il popolo sovrano che non paga sta in piedi, Pericle riparerà l'ingiustizia e farà pagare sull'erario publico due oboli ai popolani per recarsi a teatro (θεωρικὸν). Ma il teatro non sempre è aperto tutte le feste: e nell'altre i ricchi la scialano in sagrifizi e banchetti tra di loro: perchè il popolo non resti a bocca asciutta, Pericle a spese dell'erario darà lauti banchetti anche al popolo e gli farà pagare dallo Stato i due oboli anche in tutte l'altre feste[40]. Le feste in Atene son molte, il doppio che negli altri Stati: i popolani sono a migliaia: e la mercede festiva, che svilupperà nel popolo le abitudini dell'ozio e del vizio, peserà sull'erario per grosse cifre di talenti[41]. Verrà il giorno che Platone chiamerà la democrazia d'Atene convertita in teatrocrazia[42]; che Plutarco farà il conto aver gli Ateniesi nelle Bacche, nelle Fenisse, negli Edipi, nelle Antigoni, nelle disgrazie di Medea, speso assai più che non nelle guerre sostenute per la libertà contro i barbari[43].
Ma non anticipiamo gli eventi: e sentiamo per ora il giudizio di Plutarco, gran lodatore di Pericle, su quelle sue mercedi:
«Distribuendo denari per gli spettacoli e per le giudicature, e dispensando altre mancie, premj e donazioni, Pericle corruppe la moltitudine, dell'opera della quale servivasi contro il senato dell'Areopago....: onde essendo il popolo stesso malavezzato, divenne per tali istituzioni scialaquatore e dissoluto, di sobrio ch'egli era e avvezzo a procacciarsi il sostentamento co' proprj lavori.»[44]
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In tanto scialaquo di paghe che aveano rotta l'antica austerità, e fatto merce di ogni diritto, un solo servizio pubblico restava ancora gratuito: la milizia. Dai tempi più antichi il diritto di difendere la patria coll'armi era stato tenuto il primo e il più santo dei doveri del cittadino ateniese: e dalla gara in adempierlo ripeteva Atene le sue glorie. Servivano i cittadini delle quattro classi a proprie spese, fornivan del proprio, secondo il vario censo, quelli la trireme, quegli altri il cavallo, questi altri le armi. Ma ormai anco il servizio dell'armi doveva per forza seguir la sorte degli altri. I facili e lauti guadagni delle nuove mercedi han presto sviluppate le abitudini della mollezza, dell'ozio, del viver dolce: come costringere, ad affrontare — e a proprie spese — la vita aspra dei campi e delle triremi, e i rischi delle battaglie, dei cittadini ormai avvezzi a scialarla metà dell'anno nelle feste, spossati dai divertimenti, abituati a pigliar danaro d'ogni parte e come niente, stando beatamente seduti a chiacchierare in teatro, nel foro, nella eliéa? Come costringerveli? Buon Dio! sarebbe stato il modo più sicuro per farsi mandar da quella gente a benedire e per perdere il frutto di tutte le mercedi spese a guadagnarsela. Poi, che che bisogno d'armi? Il barbaro è vinto per sempre: e Atene primeggia fra i Greci. Pure un esercito ci vuole per conservar la signoria: ci vuole per tener a segno gli alleati indocili che cominciano a trovar l'alleanza d'Atene troppo pesante ed incomoda. E Pericle ha bisogno di armi per le sue vaste mire sulla Grecia: e la forza maggiore di Atene è nelle navi, e il contingente navale è dato quasi tutto dalla plebe, che bisogna aver devota ad ogni costo. Quindi Pericle, cassato il severo obbligo antico, retribuirà di stipendio anco il servizio militare: e per contentare il popolo e allettarlo, fisserà la paga per ogni soldato o marinajo ad una dramma il giorno, il doppio cioè della mercede dei giudizj e del foro. Questo naturalmente non basterà per ridestare l'emulazione militare di Salamina: ma darà in mano a Pericle un altro elemento di popolarità e di forza, e svilupperà più tardi la piaga, già aperta, dei mercenarj.
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Così Pericle, già padrone dei voti nel foro, nei giudizj, già divenuto l'idolo del popolo, si vien spazzando davanti gli ultimi ostacoli dell'avverso partito: il capo di esso, Tucidide, colpito anch'egli di ostracismo, segue Cimone nell'esilio e Pericle rimane solo, senza emuli: Pericle, per cui la signoria di Atene non era nulla, se non significava in pari tempo la signoria di tutta la Grecia.
Naturalmente, tutto quello scialaquo di mercedi ha dissanguato le casse: l'erario di Atene non vi basta più. Pericle vi supplisce, come abbiam visto, col tesoro degli alleati, e fa complice il popolo, per cui lo spende, nella propria prepotenza; in attesa di averlo complice in altre prepotenze e in altre ingiustizie. Gli alleati protestano, e Pericle persuade il popolo a non farne conto; si ribellano, e Pericle li vince coll'armi, li multa in tributi, ne confisca le navi, ne confisca le terre, impone loro condizioni di servitù. La iniqua ripartizione delle terre dei Greci vinti, fra i coloni ateniesi, diventa un nuovo titolo di Pericle in faccia alla democrazia d'Atene. Il giogo imposto agli antichi alleati diventa un nuovo titolo della sua grandezza. Atene, fatta pingue delle spoglie conquistate ai Greci dei quali avea giurato difendere contro il barbaro gli averi e la libertà, Atene seguirà Pericle più docilmente e gli obbedirà più mansueta. Si obbedisce più volontieri quando si comanda a qualcuno.
Il tributo delle città federate — ormai tributarie — da 460 è portato a 600 talenti: e aumenterà ancora: finchè ai tempi della guerra del Peloponneso toccherà le cifra dei 1200 (sei milioni e mezzo).[45]
L'aumento della marina ha vinto la concorrenza commerciale di Egina, di Megara, di Samo, di Corinto, e dato ad Atene anche il monopolio del commercio nell'Jonio e nell'Egeo. All'argento del Laurion si è aggiunto l'oro di Taso. La città di Cecrope gavazza nell'oro e Pericle pensa al modo di spenderlo. Atene «la incoronata di viole»[46] avrà un'altra corona più superba di statue, di palazzi e di monumenti.
La ricchezza diventata opulenza ha rammorbidito le tempre, ingentilito e rammollito il costume, moltiplicati i bisogni. Le gioje pure della famiglia più non bastano a un popolo di gaudenti, annojato del lavoro. Bellezze famose convengono in Atene e i ricchi ateniesi corrono lor dietro. Il regno delle etère comincia e quello delle donne oneste se ne va. Pericle dà il buon esempio, ripudiando la moglie per una cortigiana di Mileto: e la casa di Pericle e di Aspasia, la gentile etèra fornita di tutti i doni delle Muse, diventa ad un tempo il luogo di convegno della società equivoca femminile e del fiore della società maschile di Atene. Là convengono le bellissime etère a dividere colla milesia l'impero della bellezza, della grazia e dello spirito: là convengono i più distinti Ateniesi a ricrearsi dalle brighe della vita pubblica e dalle noje del matrimonio. Le arti, le lettere, le scienze eleggon la sede in quelle adunanze geniali: e gli artisti, i poeti, i filosofi, vi accorrono. Si chiamano Sofocle ed Euripide, si chiamano Fidia, Mnesicle, Polignoto, si chiamano Anassagora: si chiamano Socrate. Il genio greco irraggia da quel centro sulla città, tutto investendo, anco il vizio, delle più splendide forme. La vita di una coquette è la vita di Atene: e Pericle adorna, indora, abbellisce Atene come una coquette[47]. Mentre nelle Panatenee e nelle Dionisiache si recitano la Fedra e l'Edipo, si ascolta la storia di Erodoto, Mnesicle innalza i Propilei, Ittino e Callicrate il Partenone, Corebo il tempio di Eleusi, Fidia modella il Giove e la Minerva, Polignoto e Zeusi dipingono i Portici. Il Greco e il barbaro accorrono d'ogni parte ad Atene ad ammirare i nuovi miracoli dell'arte, e il popolo ateniese, uscendo dall'assemblea ove è stato a sentir gli oratori commensali di Pericle, recandosi allo Pnice e ai dicasteri a guadagnarvi i tre oboli largiti da Pericle, andando a teatro a papparsi i due oboli, dono della larghezza di Pericle, — s'arresta con orgoglio, nominando Pericle, innanzi ai colossali monumenti, che ricorderanno la grandezza della sua patria alle età più lontane, ma diventeranno anche le pietre sepolcrali della sua libertà.
Egli deve troppo a Pericle per non lasciarsene governare e condurre a suo talento; a un uomo che ha fatto Atene così ricca, così grande, così bella, si può bene fidare ad occhi chiusi anche il deposito delle franchigie che l'han fatta libera e virtuosa.
E Pericle governa per 40 anni la democratica Atene con tanta pienezza d'autorità quanta a pochi sovrani assoluti sia stata concessa mai.
Sentiamo Plutarco: «Distrutta ogni fazione contraria, ei trasferì tutto in sè medesimo il dominio d'Atene: tutto dipendeva da lui quanto dipendeva prima dagli Ateniesi, i tributi, le spedizioni militari, le triremi, l'isole, il mare: egli solo avea autorità e potenza grande dinanzi ai Greci, dinanzi ai barbari. Però non era già più quel desso di prima; non cedea più così facilmente alla moltitudine: ma tirando la briglia a quel troppo rilassato popolare governo, lo fece aristocratico, anzi pur quale è quello che dipende da un solo re.... Chiamavano i comici nuovi Pisistratidi i famigliari suoi, a dinotar l'eccesso del suo potere, troppo gravoso e sproporzionato a governo democratico. Teleclide poi dice che gli Ateniesi posero in di lui mano i tributi della città e le città medesime, sicchè potesse altre legarne, altre disciorne a suo talento, e l'autorità di alzar mura, di atterrar le inalzate: e insomma le convenzioni, la pace, le forze, le ricchezze, la felicità loro. Nè questo già in circostanze che così richiedessero, nè solo nel breve tempo che era in vigore l'amministrazione sua: ma primeggiò per lo spazio di ben quarant'anni.... e dopo l'ostracismo di Tucidide per ben quindici anni: avendo ristretta in sè medesimo e renduta una sola l'autorità e possanza ch'era divisa in annue magistrature.»[48]
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Furono è vero, quarant'anni di un'epoca splendida, unica nella storia; e avete ragione, caro Yorick, di ricordarlo, la memoria di essa va sfidando i secoli.
Che importa che in quei quarant'anni di minorità politica si vada man mano alterando e perdendo nel popolo la dignità e l'abitudine del vivere libero, la coscienza di sè stesso e della sua sovranità, sicchè, quando alla morte di Pericle crederà di averla ripresa, si troverà tornato bambino e inetto a valersene, e della libertà ricuperata non troverà più in sè le virtù nè per usarla nè per mantenerla?
Che importa che si vadan perdendo via via gli istituti, le leggi, i costumi severi, lo spirito di abnegazione, gli slanci magnanimi, e tutte le austere virtù repubblicane dei padri che avean dato ad Atene le pagine più belle della sua storia?
Che importa che Atene vada smarrendo la coscienza della sua grande missione democratica e liberatrice, ond'era sorta un giorno, per libera elezione dello affetto reverente dei popoli, al primato morale nella Grecia?
Che importa che in mezzo a tutti quei nuovi splendori si prepari sordamente la corruzione morale e politica che crescerà rapida e gigante dopo la morte di Pericle, quando la mano sapiente di lui, che ne ha gittati i germi, non sarà più là per correggerne, e infrenarne almeno lo sviluppo? Che quelle apparenze di prosperità materiale debbano un giorno comparire al giusto Socrate niente più di un'enfiatura marciosa, perchè in mezzo ad essa si sarà spento il senso morale del popolo, divenuto ingiusto ed intemperante?[49]
Che importa che tutti quelli splendori, tutte quelle magnificenze siano il prodotto di una tirannide odiosa[50] sulle città greche, del loro danaro e delle loro spoglie[51] assai più che non delle spoglie e del danaro dei barbari? Che alle feste ed alle allegrezze di Atene faccian lugubre contrasto le stragi e le catene servili di Nasso, di Samo, della Eubea? Che quel fasto, quelle pompe, quei prodigi dell'arte siano il prezzo delle lagrime, del sangue, e dell'odio (notatela la parola, caro Yorick, voi che mi parlate degli amici di Atene) dell'odio, dico, dei Greci!
Che importa, che importa!! «La nostra tirannide ci ha fatti odiosi e gravosi, lo sappiamo; ma è massima antica che il forte tenga il debole in riga: e ancora ci ringraziino se non li tiranneggiamo di più.»[52] L'essere al presente esosi e gravi, dirà Pericle al popolo, è sorte inevitabile di quanti reputarono sè stessi degni di signoreggiare altrui; ma chi per alti fini si attira odio, quegli rettamente si consiglia. Imperocchè l'odio non contrasta a lungo; laddove il subitaneo splendore e la fama avvenire rimane sempre mai memoranda.»[53]
E il popolo batte le mani, il popolo è contento. Atene serve ad un uomo, ma comanda a molte città. È odiata, è corrotta, ma è splendida. Venga pur l'odio! è dolce raccoglierlo all'ombra del Partenone.
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Vero è che in quella affettazione di sicurezza celavasi alcunchè di forzato e Pericle in fondo non era così tranquillo sulle conseguenze della sua politica come ostentava di esserlo. Nel bel cielo sereno di quella prosperità viaggiano nuvolette annunziatrici di tempesta. Poche repressioni parziali e brutali non bastano a rendere più spontanea la soggezione della Grecia e a far accettare con maggior rassegnazione l'arrogante tirannia dell'antica liberatrice. Atene lo sa e lo sente. Ella comprende che le città greche non le stan più soggette che per la prepotenza dell'armi[54] e confessa a sè medesima che il giorno in cui quella prepotenza venisse meno, quelle se gli volterebbero contro[55]: pericolo e minaccia permanenti. Gli odii da lei soffocati colla forza perdurano latenti e van guadagnando sordamente intorno a lei di estensione e di intensità. Atene pensa con inquietudine al giorno che quel contagio propagandosi avrà stretto le città greche in una tacita lega contro di lei: perchè colla stessa facilità delle repressioni isolate, non le sarà dato estinguere l'incendio fatto generale.
Ma ciò che Atene sente, Sparta, la vigile, la gelosa, l'emula Sparta, lo osserva. L'Olimpio Pericle è inquieto, perchè qualcuno lo sta spiando; perchè sente istintivamente l'occhio di Sparta posato su di lui: occhio in apparenza calmo, immobile, ma a cui nulla sfugge: che studia la situazione e calcola il momento. Sparta d'uno sguardo ha misurato i disegni di Atene, e le resistenze de' suoi sudditi. Quelle resistenze abbisognano di una mano che le aiuti a prorompere, intanto che sono ancor fresche e tenaci e Atene è costretta a difendersene: più tardi, quando Atene avrà rassodato colla forza il suo dominio, elle saranno rese impotenti a farsi vive. Più tardi, Atene, se è lasciata fare, avrà realizzato il suo sogno d'impero assoluto su tutta quanta la Grecia; e sarà tardi per opporsele; chè nella parte soggetta, ella già vien spazzando un dopo l'altro gli ultimi avanzi delle greche autonomie; e le triremi di Pericle van sempre più lontano; e una nuova conquista non aspetta l'altra; e dopo aver soggiogata la Grecia jonica, Atene già intende palesemente ad intaccar la Grecia dorica. Infatti alleata con Argo ha già distrutto Micene; ha messo la mano su Megara; si è impadronita d'Egina; vincitrice ad Enofiti è entrata in Tebe[56]; ha battuto quei di Corinto e di Sicione[57]; ha preso Zante e Naupatto; devastate le coste di Laconia; alleatisi gli Achei. È tempo per Isparta, per la metropoli dorica, di muoversi — e provvedere ai casi proprii.
E certo era naturale che Sparta fosse gelosa di Atene; ma sarebbe stata anche sciocca — e avrebbe smentito la sapienza del suo legislatore — se non avesse approfittato delle occasioni che Atene le forniva per ovviare al pericolo che si veniva realmente avvicinando. Le città greche mordono impazienti il giogo di Atene; anelano a liberarsene, come un tempo dai Persiani; e Sparta, oscurata da Atene nella propria gloria, ferita nell'amor proprio, danneggiata nella propria potenza fra i popoli dorici, minacciata nella propria indipendenza e libertà, — Sparta sarebbe rimasta inoperosa, le braccia conserte, ad attendere che l'emula finisse l'opera incominciata e già condotta sì innanzi?
Era troppo pretendere dalla sua abnegazione.
La guerra tra Corcira e Corinto e le mosse di Atene a Corcira e a Potidea (dove Alcibiade comincierà la sua carriera) segnano a Sparta il momento aspettato. Corinto ricorre a Sparta e Sparta non si fa pregare. La scintilla è accesa e la guerra del Pelopponneso scoppia.
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Come, con che veste, con che titolo scende Sparta sul campo?
«Dalla vetta de' suoi monti, spingendo lo sguardo oltre lo spesso cerchio degli Iloti curvi sulla gleba, lo Spartano cercava ansioso il tremulo orizzonte marino e pel ceruleo piano dell'Egeo indagava fra i gruppi delle ridenti isolette il numero ognora più grande degli amici e degli alleati d'Atene... d'Atene la miscredente, la scettica[58], che osava inalberare il vessillo della libertà, fondare gli ordini dello Stato sul consenso dei cittadini.... Bisognava trovare un pretesto per metter fine allo scandalo.... E il pretesto fu subito trovato.... Atene durò un pezzo a schermirsi dalla necessità di impugnare le armi contro i vecchi commilitoni delle vittorie sui barbari, ma provocata in mille guise[59], messa colle spalle al muro, obbligata a battersi o a perdere inonoratamente la sua preminenza, scese finalmente in campo, e cominciò la lotta tremenda che doveva finire così miseramente per lei....»[60].
È bella, caro Yorick, è commovente, è poetica questa vostra narrazione delle origini della guerra: ma ahimè! la storia, la nuda, la prosaica storia, sciupa le tinte della vostra poesia e mi guasta maledettamente il vostro racconto.
Certo l'antipatia di razza entrava per qualcosa nelle origini della guerra; v'entrava il contrasto degli ordinamenti politici; non tutto era puro nelle intenzioni della gelosa Lacedemone e l'assegnamento fatto sugli ajuti dello straniero basterebbe a provarlo[61]. Ma quante dunque doveva averne fatte Atene, perchè allo scoppiar della guerra, nell'opinione di tutta la Grecia, le intenzioni di Sparta apparissero nobili, e la sua causa diventasse la giusta!
Io interrogo la storia ed essa mi dice che Sparta iniziava la guerra in nome dell'indipendenza dei popoli greci, in difesa delle greche autonomie.
Interrogo la storia e mi dice che Sparta prendea le armi nel momento che l'ambizione di Pericle, deposta la maschera, camminava diritta ed ardita a far serva tutta la Grecia[62]; che Sparta prendea le armi come protettrice della libertà greca, e accompagnata del libero appoggio, dal plauso e dai voti de' suoi proprj alleati e delle stesse città suddite di Atene.
Questo schierarsi risoluto delle simpatie di tutta l'opinione nazionale greca dal lato di Sparta è un fatto altrettanto incontrastabile e riconosciuto dagli storici[63], quanto poco considerato finora, secondo me, nel suo valore rispetto alle origini della guerra. Noi vedremo più tardi nel corso di questa le città alleate di Sparta rimanerle generalmente fedeli, anco nella contraria fortuna dell'armi; e all'opposto le città tributarie di Atene ribellarsi e passare a Sparta non appena un qualche rovescio degli Ateniesi o qualche altra vicenda della guerra ne fornisca loro l'occasione[64]. Un giorno son quei di Eritrea e di Chio, della fedele Chio, che si rivoltano; un altro giorno i Milesj; un altro i Rodii, gli Abideni, i Bizantini, gli Eubei[65]. Questo fatto, caro Yorick, che influirà sull'esito finale della guerra, assai più della defezion d'Alcibiade — da voi reputata sola causa del disastro — questo fatto mi pare valga la pena di tenerne conto, prima di dipingermi, come fate, la mistica, la feroce, la despotica Sparta che esce dal chiuso del suo covile per uccidere in Grecia la libertà. O come mai allora ella si trova aver tutta la Grecia per complice? Alla libertà i Greci di quel tempo ci tenevano pure qualche poco, e la loro opinione — nel giudicar da che parte stessero o almeno prevalessero il diritto e la giustizia — la loro opinione di interessati e competenti in causa mi sembra debba pure pesar per qualche cosa; magari, se lo permettete, qualche cosa più della vostra e della mia.
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Se fosse qui il caso d'intercalare un confronto storico, (anche per far la parte, caro Yorick, a ciò che havvi di vero nei giudizî vostri) direi che la fisionomia della guerra del Peloponneso offre una singolare analogia con quella della guerra di liberazione che sul principio del nostro secolo finiva a Lipsia e a Waterloo. Napoleone I rappresenta ben Pericle, come la Francia democratica serva dell'uno, rappresenta la democratica Atene serva dell'altro: tutti e due han dato, l'uno alla Francia, l'altro ad Atene, la gloria e il triste vanto di tiranneggiar sugli altri, in compenso della perduta libertà. Atene trascina per forza nella guerra le città alleate tributarie Chio, Samo, Lesbo, ecc., come il primo impero vi trascina, legati per forza alla fortuna delle sue bandiere, i soldati d'Italia e della Confederazione del Reno. E contro Atene la colta, la gentile, la democratica, si leva la rozza, l'aristocratica Sparta; contro la Francia imperiale, la splendida erede degli Enciclopedisti dell'89, si levano l'aristocratica Inghilterra, la Germania feudale e patriarcale, la Russia semibarbara. Naturalmente la Santa Alleanza pensava e mirava a qualche cosa d'altro, oltre la liberazione e la fratellanza dei popoli iscritte nella sua bandiera; ma chi negasse che la guerra del 1813 non fosse per la Germania una guerra di liberazione; che non fosse splendido l'entusiasmo divampante dai palazzi ai tugurî che suscitava come un solo uomo i popoli tedeschi contro l'invasore; che non fosse giusta la causa santificata dagli inni e dal sangue di Körner, costui negherebbe la storia. Il disastro di Sicilia e il disastro di Russia annunziano alla Grecia serva di Atene, all'Europa serva della Francia, l'ora propizia della libertà. I confederati del Reno disertano le odiate bandiere sul campo di battaglia come i confederati Joni disertano da Atene. Le defezioni e le cospirazioni interne completano il quadro, e dentro Parigi come dentro Atene preconizzano e affrettano la catastrofe: qua Francesi che preparano la ristaurazione e cospirano con Wellington e con Blücher; là Ateniesi che instaurano l'oligarchia e cospirano collo Spartano; qua le trame di Marmont e di Fouché, là le trame di Pisandro e di Antifonte[66]: tristi, ignobili spettacoli entrambi, ma frutti della spossatezza generale, del bisogno di pace, della reazione dei tempi. E il giorno che le due catastrofi succederanno, che sotto i colpi della coalizione esterna e delle interne congiure cadranno i due imperi, alla distanza di ventidue secoli i popoli manderanno lo stesso respiro più libero, alzeranno lo stesso grido di soddisfazione e lo saluteranno egualmente come un giorno foriero di libertà. Verranno poi gli storici al minuto, abituati a veder le cose in piccolo, e, dimenticando le grandi leggi della storia, attribuiranno a piccoli episodii le due grandi cadute; qua al tradimento di Grouchy a Waterloo, là alla defezion di Alcibiade, al tradimento dei capitani in Egospotamos. Intanto la storia, guardando dall'alto, dirà che i due imperi caddero per legge fatale di eventi: perchè l'opinione del tempo e la congiura dei popoli stavano contro di loro. Vero è che i popoli saranno delusi nelle loro speranze, perchè all'indomani della vittoria i vincitori avran dimenticate le loro promesse: e la egemonia di Sparta, fatta tirannica, infierirà nella Grecia dopo Egospotamos, come la reazione imperverserà sull'Europa dopo Waterloo. Ma alla umiliazione della Francia sotto l'asta del Cosacco come a quella di Atene sotto la verga dei Trenta, sopravviveranno gli splendori del genio di entrambe; e le due grandi decadute, pure espiando i loro errori, conserveranno il loro posto nella storia della civiltà.
Non è però ancora una ragione perchè la storia non sia severa e imparziale anche con loro, e non constati in quei loro errori la vera causa delle loro catastrofi.
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Voi mi parlate degli amici di Atene! Ma allo scoppiar della guerra, lo abbiam veduto, Atene non ne aveva di amici! Avea città suddite che la seguivano per forza, e da cui sapevasi e da cui confessavasi odiata.
Mi parlate delle provocazioni di Sparta! Certo Sparta fu quella che mandò prima le intimazioni[67]; ma ciò riguarda il principio materiale della guerra[68]: e Atene non aveva aspettato fin allora per far capire dove miravano le sue conquiste, e far sapere ai popoli dorici la sorte che li aspettava. Ho già ricordato più sopra i suoi colpi di mano su Megara, Corinto, Egina, Tebe, Sidone, Naupatto. Sparta trae la spada dal fodero all'ultimo momento, quando il pericolo ai Dori sovrasta imminente[69] e i suoi confederati già le rimproverano altamente gli indugi[70].
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Del resto a mostrar come Sparta rappresentasse realmente in quella lotta la difesa delle autonomie greche, basta uno sguardo di confronto alle due confederazioni avversarie. La jonica, come mostrai, non ha più di confederazione che il nome, ad ironia: le città greche tributarie si trovano in faccia ad Atene nello stato di servitù (δουλεία) come Nasso, o di schiavitù (ἀνδραποδισμὸς) come Ejone, o come Sciro: quelle che serve addirittura non sono, pur serbando le forme democratiche, obbediscono a soprastanti ateniesi (ἐπίσκοποι, φύλακες), dipendono da Atene pei tributi, per le leggi, pei giudizî, per le navi, per tutto, la seguono nelle imprese militari, senza alcun diritto nè di consiglio nè di voto. E Atene decreta la guerra senza pur degnarsi di interpellarne i confederati.
Nella confederazione dorica è tutto all'opposto. I confederati, dalla egemone Sparta all'ultima città, conservano nella lega la loro piena autonomia, si governano ognuno secondo le patrie leggi. Autonomi i giudizi in ciascuna città; delle contese fra alleati decide non l'egemone, ma l'oracolo di Delfo o una città qualunque scelta arbitra dai contendenti. La pace, la guerra, gli altri interessi comuni, trattati e decisi in comune assemblea, che la egemone convoca, ma la cui convocazione può essere chiesta dalle città; e nell'assemblea, parità di voto per ogni città confederata, dalla più grande alla più piccola: obbligatorie le decisioni della maggioranza. Gli alleati non pagano a Sparta nessun tributo: ma, a guerra votata, uno dei due re di Sparta ha il comando supremo delle forze, e ciascun confederato contribuisce il suo contingente stabilito di provvigioni, di denaro, di soldati e di navi[71]. Naturalmente, in quella lega così stabilita sul piede di un'assoluta eguaglianza, l'unione tra i confederati era vieppiù cementata dalla spontaneità dell'adesione, dalla libertà del voto, dalle affinità di sangue e dalla somiglianza delle istituzioni, foggiate dal più al meno a repubblica aristocratica, secondo l'indole e il genio delle razze doriche.
Questa la grande tirannia con cui Sparta si fa innanzi a nome dei Greci, sullo scoppiar della guerra![72] E non vi si decide se non dopo che l'assemblea delle città confederate a maggioranza di voti l'ha per ben due volte decretata[73]; e incaricata di dar corso al decreto, tenta prima se mai l'apparato delle forze basti a smuovere Atene da' suoi disegni; reclama libera Potidea, libera Egina, revocato il decreto contro i Dori di Megara. E poi che Pericle risponde con ripulse superbe, qual'è l'ultimatum della tirannica Sparta?
«Vogliono i Lacedemoni la pace: e si avrà, se lascerete che i Greci vivano indipendenti, e si governino colle proprie leggi.»[74].
È onesto, è giusto; ma è precisamente quello che Atene non può accordare e non accorderà. Perchè la sua nuova grandezza, le sue ricchezze, il suo commercio, sono il frutto della sua tirannia, ed essa ormai vive necessariamente di questa; perchè gli odj che la tirannide le ha attirati, se appena la tirannide rallentasse, scoppierebbero[75]; perchè rendere ai Greci la libertà significherebbe per lei restar sola e decadere dal primato.
La sua politica è netta, ed è logica; e le sue risposte sono degne della sua politica.
— Sì, è vero, il nostro imperio è tirannico; ma or che l'abbiamo, il timore e l'utile ci prescrivono di tenercelo[76].
Sì, è vero, la nostra tirannide è odiata: ma è massima costante che il forte detti la legge al debole[77].
Sì, è vero, abbiam tolto ai greci alleati il diritto di reggersi colle leggi proprie; ma essi devono ringraziarci se dal nostro grado ci abbassiam fino a loro, e se nei litigi facciam loro l'onore di giudicarli colle leggi nostre![78]
È vero, è verissimo, abbiam tolto loro la libertà; ma essi devono esserci riconoscenti se non li privammo di maggiori beni.[79]
Così risponde Pericle; rispondono a Sparta gli inviati di Atene; di questa povera, innocente, virtuosa Atene, ingiustamente aggredita, provocata in mille guise, messa colle spalle al muro, che ha impietosite le viscere — pietose sempre — di Yorick! Risposte, nel cinismo, incredibili, se uno storico ateniese e contemporaneo — il più rispettato e il più autorevole degli storici antichi — non ce le avesse conservate — e se le opere non avessero fatto fede delle parole!
Son questi i nuovi principj, le nuove idee di fratellanza e di patriottismo che la Atene di Pericle annunzia al mondo greco; questa è la missione di libertà, di giustizia, di uguaglianza, che la repubblicana Atene, l'antica liberatrice, inalbera e proclama innanzi alla Grecia, cinquantasette anni dopo Maratona, quarantotto anni dopo Salamina, quarantacinque anni dopo il patto fraterno giurato in Delo!
Ah, la politica materiale di Pericle ha già ben lavorate le coscienze ateniesi, ha già ben trasformato i rigidi repubblicani! Il carattere ateniese è ben mutato dal giorno che i padri, sul campo di Platea, offrian di cedere al Tegeati il posto d'onore, niun'altra gara chiedendo che di fortezza e di virtù![80]
Una profonda rivoluzione morale evidentemente si è già compiuta all'ombra dei magnifici monumenti del secol d'oro; e alla distanza soltanto di mezzo secolo, un abisso separa due periodi della vita e della storia della stessa città. Ma l'autore di quella rivoluzione non arriverà in tempo a vederne tutte le conseguenze morali e materiali: fortunato ancora, egli non vedrà che l'alba dei giorni tristi che la sua mano ha preparato ad Atene, e morirà ancora in tempo per potersi gloriare dei giorni di splendore che le ha procacciati. Egli morirà in tempo per potersi illudere, dal letto di morte, sul giudizio e sulla severità della storia; egli, il più grande certo e relativamente il più onesto, fra quanti corruttori di popoli si sian mai fatti grandi, sagrificando all'utile il giusto. Il ricordo delle sue glorie verrà solo a visitarlo al capezzale: eppure forse sarà un rimorso e un presentimento segreto, sarà un segreto bisogno di farsi perdonare qualche cosa dai suoi concittadini e dai posteri, quello che morendo lo spingerà a reclamare, per la memoria del suo nome, fra tante glorie, una sola:
«Nessun Ateniese, per cagion mia, non si è mai vestito a bruno.»
Parole sante. Ma la storia non le accetterà. Essa accorderà a Pericle il suo posto nel Panteon: ma fra i colpevoli illustri. Perchè il pervertimento lento, blando del senso morale, dell'anima di un popolo, è colpa più triste delle violenze e degli eccessi della tirannide brutale. Questi hanno già in sè ed affrettano da sè stessi il rimedio: quello lascia più lungo e più funesto il suo solco nel tempo. Atene sorge più balda, più forte dalla tirannide sanguinaria di Ippia: ma il veleno lento di Pericle la consegnerà morta al Macedone. Da Tarquinio v'è appello a Bruto: ma dalla corruzione del magno Cesare, si va diritto a Comodo e a Caracalla.
Nel nostro secolo, che ha visto difendere tutte le tesi, si doveva veder difesa — che dico? malamente copiata in trono — anche la politica di Pericle. Grote, il principe degli storici della Grecia, andrà ancora un passo innanzi, e secondando lo spirito ardito di critica innovatrice che ha invaso le regioni della storia, intraprenderà la difesa anche dei demagoghi successori di Pericle, e prenderà sotto il suo sapiente patrocinio Cleone il conciapelli e i suoi illustri colleghi. Ma la morale resta una sola sotto tutte le forme politiche, e formula le sue condanne, anche dopo tutte le scoperte della critica sapiente ed erudita[81].
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Malamente copiata in trono — ho detto dianzi: e certo sarebbe uno studio interessante quello di chi, senza fermarsi a Cesare, nè ad Augusto, nè a Leone X, nè a Cosimo o Lorenzo de' Medici, nè a Luigi XIV, cercasse i punti di confronto tra il figliuolo di Zantippo e il suo infelice imitatore morto in esilio a Chislehurst. Entrambi arrivano al potere puntellandosi sulla democrazia. Entrambi si accattano popolarità, ostentando zelo per il benessere delle classi inferiori, e facendo al bisogno del socialismo di falsa lega. L'uno spazza via l'opposizione cogli ostracismi, l'altro cogli esilii e le deportazioni. E l'uno e l'altro fanno il popolo rassegnato alla perdita delle sue franchigie, adescandolo coi vantaggi materiali, e paralizzando le virtuose resistenze col contagio della venalità. L'uno mette a prezzo tutti gli uffici della sovranità popolare; l'altro apre mercato di impieghi, dallo stallo del senatore e del consigliere di Cassazione all'ultimo dei sostituti Procuratori. Là senatori a una dramma il giorno, qui senatori a trentamila lire l'anno. Là un'assemblea venale, qui un Corpo legislativo cortigiano. Là eliasti venali, qui giudici compiacenti e servili.
E all'uno e all'altro abbisogna il lustro dell'armi. Quello assolda per la prima volta la milizia, e colla lue dei mercenari corrompe nell'esercito le tradizioni pure ed eroiche del patriottismo; questo satolla l'esercito di favori, di paghe e ne dissocia gli interessi e gli affetti dagli affetti e dagli interessi del paese.
Intanto l'uno si vanta che, se dipende da lui solo, i suoi concittadini ponno far conto di vivere sempre immortali[82]. L'altro rimette la formula a nuovo e annunzia che l'impero è la pace.
Ciò non impedisce naturalmente agli Ateniesi di morire nelle spedizioni lontane del Chersoneso e del Ponto Eusino, a Samo, a Tanagra, a Sidone, nell'Eubea; e quanto alla pace dell'impero, essa pianta i suoi ulivi in Crimea e in Africa, nel Messico e in Cocincina, a Gravellotte ed a Sedan.
Ma per giungere al primato materiale anco un po' di prestigio morale, di influenza morale sui popoli non guasta. Qualche bella iniziativa pacifica od umanitaria, a tempo e luogo, è tanta polvere eccellente nell'occhio dei popoli. Per alzar l'animo del popolo a pensieri più grandi,[83] (intanto che lavora a farne la libertà un po' più piccola) Pericle invita ad un congresso in Atene tutti gli Stati greci dell'Europa e dell'Asia, tutte le città grandi e piccole, per consultare in comune sui sagrifici agli Dei, sulle cose del mare, sui modi di provvedere alla sicurezza della navigazione, del commercio, alla conservazione della pace. Ventidue secoli dopo, il Napoleonide trova l'idea ancora ottima; e siccome anch'egli ha bisogno di dare alla Francia qualche soddisfazione morale in cambio delle tante di cui l'ha privata, così anch'egli bandisce il suo bravo congresso, e invita i Potentati a Parigi per discutere sui mezzi di assicurare ai popoli la pace e la prosperità. E come in illo tempore gli staterelli più piccoli tra i Greci — i piccini sono sempre di buona pasta — così fan ressa ad accettare i sovranelli europei; ma Sparta capisce il latino — anzi il greco — di Pericle e gli manda sul più bello il suo congresso in fumo; la Prussia capisce il francese delle Tuileries e manda l'altro congresso a farsi benedire.
Dai fiaschi morali però c'è sempre ricorso alle rivincite. Pericle si consola del fiasco del suo congresso, colla guerra sacra — la spedizione a Delfo — e il Napoleonide del fiasco del suo, con un'altra guerra sacra — il secondo intervento a Roma. Pericle va contro Delfo in odio di Sparta,[84] perchè questa ha la strana idea di pretendere che Delfo, la città santa, appartenga ai Delfiesi; Napoleone va contro Roma in odio di Bismark, perchè sospetta la sua zampa dietro quella di Garibaldi, e trova assurda la pretesa che Roma, la città santa, appartenga ai Romani.
È vero che la pietosa Eugenia di Montijo soffia nel fuoco; la mano gentile di una donna dirige nelle Tuileries il mestolo della politica e spinge il compiacente marito a sperimentare sui volontarj le meraviglie dei nuovi Chassepot. Era probabilmente per non invidiar nulla ad Aspasia, l'antica e gentile mestatrice politica, consigliatrice dell'olimpico marito; ad Aspasia, per le cui istanze e per compiacere alla quale[85] Pericle anch'egli si risolve alla iniqua spedizione contro Samo, e va a sperimentare su quei poveri isolani che difendono la loro libertà, le nuove macchine guerresche di Artemone «la novità delle quali recava perfino meraviglia a lui stesso»[86]!
Inique meraviglie; esperimenti infami: d'accordo. Ma intanto, di impresa in impresa, la gloria delle armi sorride al genio del figlio di Zantippo e alla fortuna del suo coronato imitatore. Atene e la Francia servono ad un uomo; ma il loro orgoglio nazionale è soddisfatto. Al di fuori la gloria delle armi e il primato fra i popoli le compensano entrambe della perduta libertà. Al di dentro, la prostrazione morale dei caratteri è nascosta sotto uno strato di prosperità materiale. I due despotismi camminano entrambi per le stesse vie; spargono entrambi sui loro passi il vizio colle sue magnificenze, perchè sia semenza di servi. Chiamano complici entrambi dell'opera le Muse, perchè la loro presenza dissimuli la scomparsa della gran Dea che se n'è andata. Atene e Parigi, divenute belle, magnifiche, grandiose, vedono rifiorir l'era degli artisti e dei letterati, delle lorettes e delle cocottes. La casa di Pericle e di Aspasia ha per succursali l'Academia e i tempj di Venere etéra; i ricevimenti delle Tuileries completano le sedute dell'Istituto e i balli di Mabille. Si assiste alla efflorescenza delle menti e alla depravazione dei costumi; le arti sono in rialzo e le coscienze sono in ribasso.
E in mezzo a tutto ciò, ad Atene come a Parigi, una irrequietudine vaga, incessante, prodotto di una quantità di cattivi umori che la tirannide ha fomentato, di cattivi istinti che essa ha accarezzato; un senso indefinito, profondo di malessere, il senso della mancanza di qualche cosa, che lascia il popolo insoddisfatto, che sveglia incessantemente in lui desiderî, rancori, memorie, passioni, a cui bisognerà pur trovare uno sfogo, perchè non diventino un pericolo. Atene, malcontenta fra i suoi splendori, guata il Peloponneso; la Francia, malata in mezzo alla sua opulenza, adocchia il Reno. Antipatie di razza, ad arte fomentate, aizzano le funeste cupidigie; e le due tirannidi, felici di aver trovato al di fuori questo potente diversivo ai pericoli di dentro, slanciano i due popoli a cuor leggiero sulla via delle grandi catastrofi e delle grandi espiazioni. E nel secolo V avanti l'Era volgare come nel secolo XIX il mondo assiste egualmente all'identico spettacolo di un popolo elegante, spiritoso, ciarliero, leggiero, vivacissimo; banditore un giorno di libertà agli altri, incapace a serbarla per sè; democratico di principj, arrogante di fatti; rappresentante di una civiltà splendida, raffinata, ma corrotta, snervante, dissolutrice della famiglia e del senso morale; di questo popolo che si scaglia ad un duello tremendo contro una stirpe ruvida, tarda, riflessiva, austera, fatta gagliarda dalla ferrea disciplina, dalla severità del costume, dal culto religioso della patria e della famiglia; più che sobria di parole, lenta, ponderata al risolvere, tenacissima all'opere. E perchè il riscontro sia più completo, tutte e due le volte è la nazione democratica che provoca alla lotta colla prepotenza; ed è il popolo cresciuto nella tradizione autoritaria che prende l'armi a difesa della sua indipendenza minacciata. L'urto è terribile e le vicende dei due conflitti son diverse, ma l'esito finale è il medesimo; perchè è forse scritto nelle leggi segrete della storia che agli stessi errori dei popoli presiedano gli stessi castighi. Il calcolo la vince sulla leggerezza; la disciplina sull'avventataggine, la scienza militare sulla presunzione, Lisandro su Tideo. — La ignoranza superba dei generali d'Atene in Egospotamo dà l'esercito ateniese, quasi senza colpo ferire, tutto quanto prigione in mano di Lisandro, e l'incapacità vanitosa dei marescialli consegna a Moltke gli eserciti della Francia. Lisandro entra ad Atene e Moltke a Parigi. La grandezza politica dell'Atene di Pericle finisce nella umiliazione di Lampsaco, la potenza del secondo impero nel fango di Sedan; e i due popoli espiano ben duramente la complicità morale coi loro padroni, nella provocazione della lotta spaventosa.
Atene, tornata libera e datasi ai demagoghi dopo la morte di Pericle, avea continuato nondimeno la guerra, come la continuò la Francia tornata repubblicana dopo caduto Napoleone III. Ma gli uomini erano scomparsi, e le conseguenze della loro opera restavano; ed erano queste — appunto queste — che rendevano ai due popoli non iscongiurabile il destino.
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Però Atene fu assai più tarda a subirlo, e potè lottare contro di esso per ben trent'anni: e perchè potentissima la sua marina, e perchè troppo diverse le circostanze e i metodi di guerra; e perchè in tempo la sovvenne il genio militare di Alcibiade: e perchè infine lo stato di Atene, quando Pericle morì, era ancora lungi dall'essere così fracido come lo stato della Francia alla caduta di Napoleone III. I germi, i fattori della dissoluzione sociale e morale che doveano portar lo stato alla rovina, Pericle pur troppo ve li avea deposti già tutti e alimentati da un pezzo: ma, come dissi più addietro, essi avean trovato lui, vivente, un correttivo nella sua moderazione, nel suo genio, nella sua stessa onestà relativa: era alla morte di lui che essi dovevano trovare il loro pieno e tristo sviluppo, invadere senza ritegno e corrodere dalle radici tutto quanto l'organismo politico e sociale dello Stato. Ciò dovette esigere qualche tempo: ma i risultati dovettero esserne ugualmente ben terribili, perchè nè la marina potentissima, nè il genio di Alcibiade non bastassero più neppur essi a scongiurarli, e Atene dovesse un bel giorno cader in mano del suo nemico come una pera fracida distaccata del ramo.
E alla morte di Pericle che troviamo la demagogia ateniese, come un pupillo malamente educato ed uscito in mal punto di tutela, impaziente di rifarsi dei suoi quarant'anni di inazione perduti; tanto più avida di far valere, per dritto o per traverso, la sua sovranità, quanto più priva per il lungo disuso e per la indecorosa abdicazione di tanti anni, delle virtù necessarie al suo esercizio; provvista di tutti i mezzi, di tutti gli incentivi di corruzione che Pericle le ha posto in mano, senza saperli, come lui, indirizzare a qualche altezza di fini politici;[87] prorompente sfrenata e vanagloriosa dappertutto, spargente dappertutto il contagio dei vizi che la sapienza di Pericle le ha inoculati, ma già abbastanza lontana, per distanza di tempo, dalle grandi tradizioni del principio del secolo, perchè il riflesso ne arrivi come un rimprovero sino a lei, e le imponga almeno il pudore del rispetto per la memoria delle antiche virtù.
È in quest'epoca che si svolge il mio dramma — e le leggi austere e i costumi virtuosi dell'epoca solonica quanto sono già lontani, quanto sono lontani da lei!
E l'epoca di cui abbiamo le informazioni in Aristofane, in Tucidide, in Platone, in Senofonte, in Isocrate, e nelle lettere di Alcifrone e nei Caratteri di Teofrasto: di cui possiamo chieder conto allo stesso Demostene; perchè sebbene ei sia vissuto nel secolo dopo, il periodo morale e storico è uno solo e medesimo: le piaghe morali che danno Atene in mano al Macedone sono le stesse che l'han data in mano di Sparta: e son già tutta roba ereditata dai contemporanei di Socrate i bei progressi del costume fulminati dall'eloquenza del Peanese[88].
Le Assemblee del popolo — ormai cessate negli ultimi tempi di Pericle (da che egli non avendone omai più bisogno, avea trovato più comodo di farne senza) — richiamano di nuovo il popolo in folla, colla raddoppiata avidità de' tre oboli. — Ma la nuova tèmpra del costume ha reso già troppo incomode e viete le prescrizioni di Solone, che pretendeano escludere dal foro gl'indegni, gli oziosi, i rotti ai vizi, e sottoporre a sindacato la moralità degli oratori. Tanto varrebbe spopolar le adunanze. Anzi, al contrario, da che i vizi hanno invaso tutto, i peggiori, i più corrotti son quelli naturalmente che più gridano, più si danno attorno, più spadroneggiano nell'Assemblea. Una moltitudine pigra, cianciatrice, avara, ingorda di salarj[89], venuta su nell'ozio e nelle tristi abitudini dell'ozio[90], ascolta oratori, senza onestà e senza meriti, rotti a ogni bruttura, a ogni mercato[91], ladri dell'erario[92], corrotti e corruttori, dediti alle ambizioni più basse e all'adulazione più servile[93]. Siam lontani dal tempo che la legge puniva i venali, i ladri, i corruttori, d'infamia e di morte: oggi gli oratori in voga, i capi del popolo, i beniamini dell'Assemblea si chiamano Cleone che ruba a man salva i talenti dell'erario, e Iperbolo le cui laidezze arriveranno a disonorar l'ostracismo. Oggi non si tratta più per gli oratori di dar giusti e sapienti consigli per il bene della città; si tratta di salire in alto, mendicando suffragi per le piazze[94] e raggirando il popolo colle arti de' sofisti; perchè ora sono i sofisti — eviratori di menti e di caratteri — che da Pericle in poi tengono il campo, e il nuovo gusto del popolo vuol oratori usciti dalle loro scuole. Egli non vuol più che bei giuochi di parole e adulazioni ben condite. Non va più allo Pnice per sentirsi rampognare o far la predica da un Aristide o da un Cimone: ma per essere spettatore di discorsi[95] che siano bene declamati e gesticolati, o di buffonerie che lo tengano di buon umore: e ride e batte le mani al ciarlatano Cleone che entra già ubbriaco all'assemblea, avvisando il popolo ch'egli non ha tempo di parlar d'affari, e che differirà la seduta a un altro giorno perchè ha invitato degli amici a pranzo.
La lotta di influenza tra gli oratori ridotta gara di smancerie: a chi più basso, adula il popolo, lo liscia di più.[96] Il resto lo fa il danaro. La corruzione regola i voti, crea le improvvise fortune.
«Ora tutto come in mercato sta a prezzo ed è scambiato da passioni che già appestarono la Grecia: avara sete di mancie: riso a chi la confessa: perdono al convinto: e tutte l'altre necessità di corruzione.»[97]
«Una volta i convinti di corruzione eran dannati nel capo; ora vengono eletti generali.»[98]
Una volta s'ammiravano le case modeste di Temistocle e di Cimone: ora i poveri, venuti da jeri agli affari, andar in cocchio a tiro due;[99] «alzar case più sontuose e superbe de' pubblici edificj, comprar sì vaste distese di terreno, che neppur sognando l'avrebbero potuto sperare.»[100]
E non il foro soltanto ma i tribunali or sono teatro a' mercati. I cittadini a frotte abbandonano le officine, i ginnasj, per correre all'Eliea, poi che la mancia del dicastico è stata portata da un obolo a tre:[101] addio sane ed oneste abitudini del lavoro; la manìa dei giudizj moltiplica i processi, le condanne: la plebe, invasa dalla epidemia litigiosa, è tutta una vasta confraternita di triobolisti[102]. La vita del cittadino è un perpetuo conflitto legale: non passa dì, tranne le feste, ch'ei non sia occupato d'affari legali, o come giudice, come parte, o come procuratore, o come testimone[103]. Non vede, non pensa, non parla che di processi; «di notte non dorme e se chiude gli occhi un pocolino, la sua mente vola intorno alla clessidra dei giudizj; nel sonno sogna aver in mano il ciottolo dei voti, e scrive sulle porte: Bello è il bossolo dei voti. Se il gallo canta in sulla sera, grida che si è lasciato corrompere per isvegliarlo, e ha preso danaro dagli accusati. Dopo cena, corre al tribunale; sul far del giorno corre al tribunale, ci dorme appoggiato a una colonna, e tira dormendo lunghe righe in segno di condanna; in tal modo vaneggia e ha sempre la mente rivolta a quel suo giudicare[104].
E la manìa dei giudizj sviluppa naturalmente la manìa delle accuse: fioccano le false denunzie, pullula d'ogni parte — nuova piaga del senso morale — la ignobile genìa dei sicofanti. Un triste, incessante, sospettarsi a vicenda: e più sospettar di coloro che più si tengono appartati dal contagio de' costumi; già si mormora di Socrate perchè s'astiene da' giudizi e dal foro[105]. Se altre accuse mancano affatto, ci son quelle di irreligione o di cospirazione, che non mancan mai.
«L'accusa di cospirar per la tirannide è fatta più comune della carne salata. Se alcuno compera triglie e lascia le sardelle, tosto grida colui che lì presso vende le sardelle: sembra che costui di tali viveri provvedendosi, abbia in animo di farsi tiranno. Se alcuno poi chiede un porro per condire le acciughe, l'erbivendola, guatandolo coll'occhio del porco, gli dice: dimmi un po': tu chiedi il porro: vuoi forse farti tiranno?»[106]
E quel che avanza di tempo ai giudizj e alle condanne, le feste e gli spettacoli se lo portan via. Il diobolo di Pericle fa furore, e il popolo è sempre più puntuale nell'esigerlo. Altro che i tempi in cui rinunziava ai danari del Laurion per provveder di navi la città! Ora in un giorno delle Dionisiache, in ecatombi di buoi per un banchetto popolare, l'Erario spende l'importo di intere spedizioni navali[107]; or fra poco si bandirà pena di morte contro chi tenterà di stornare per le spese militari i denari delle feste[108]; ora fra poco sentiremo Demostene prorompere indignato: Voi popolo invilito, fiacco, spiantato, derelitto, più non siete che schiavi: e tanto sol che vi snocciolino il denaro degli spettacoli o vi ingoffino di un pezzo di bue ne fate gran festa; così incatenandovi nella patria stessa, vi ammansano ad abbiettezza e servitù: chè non sorge a grandi e generosi sentimenti chi infiacchisce in vili cure, e dai costumi del vivere non van disformi i pensieri.[109]
Infatti, tra quelli ozj, tra quelle baldorie, la fortezza de' padri se n'è andata. La legge, sopraffatta dall'ignavia del costume, non colpisce più come un tempo dei rigori estremi — chè troppi dovrebbe colpirne — i renitenti, i disertori, i codardi, che nelle battaglie fuggirono, abbandonarono l'armi e le schiere[110]. Già sotto Pericle, come accennai, la paga di una dramma a mala pena bastava ad allettare i cittadini poveri all'armi; dopo Pericle, diminuita di due oboli, per sopperire agli scialaqui e ai vuoti dell'erario, e ridotta a quattro oboli soli, non basta più. In fuor di quelli che non han proprio altro modo di procacciarsi il vitto[111], la ripugnanza alla milizia si va ogni dì facendo più estesa; invano le liste di leva dei cittadini sono affisse alle statue degli eroi; è di forestieri, di mercenarj traci, tessali, cretesi ed acarnani che bisogna riempir per forza i vuoti delle falangi e delle triremi[112].
Nè già i ricchi fan fronte al contagio: chè come i poveri ricusano il servizio, ed essi ricusano il denaro delle triremi[113]: alla guerra poi non amano andarci, perchè troppe mollezze li adescano nelle case, e in campo rifuggono dal trovarsi colla ciurmaglia de' mercenarj. Frattanto illanguidirsi ogni spirito di emulazion militare; ogni gara di valore; più frequenti in battaglia gli esempj di codardia, non puniti tutt'al più che da qualche motteggio de' comici[114]; moltiplicarsi invece in ragione inversa, e prodigarsi a piene mani, e immeritati, gli onori, le ricompense serbate in antico solo a' fortissimi; d'altrettanto scaderne lo allettamento ed il pregio; incapaci ed indegni salire spesso a' primi gradi dell'armi[115]; indi affievolirsi la disciplina, la fiducia, e tutte le virtù che in campo fanno valente il soldato, e le armate salde e poderose.
E intorno intorno a questo quadro di costumi publici, la brutta cornice de' costumi privati: una licenza, una oscenità di modi, di linguaggio, di usanze, così laidamente sfacciata, che Aristofane per flagellarla è costretto a far uso di altrettanta sfacciataggine[116]; rotti i vincoli della famiglia; i giovani spendere tutto il dì per le bische e per le case di suonatrici di flauto[117]; l'adulterio, il concubinato, sottratti ai rigori delle leggi antiche, liberamente, publicamente ostentati; comune usanza de' mariti il publico trescar colle etere; e queste — bandite da Sparta — qui cresciute di numero, di fasto, di importanza, occupare sole il posto serbato alla donna nella società; le mogli — laggiù a Sparta così influenti e rispettate — qui fatte arredi di casa, appartate da ogni vita sociale, confinate in fondo a' ginecei, a lavorar di conocchia e di cucina, e là nelle lascivie riscattarsi della perduta libertà[118]; lenoni, buffoni, barattieri, sofisti, parassiti, — non più ministri di riti sacri, ma scrocconi di mense profane — invadere i trivii, le piazze, le case, rallegrar l'orgie de' voluttuosi Calocágati, spargere fra il popolo la scioperataggine e le dissolutezze delle classi più ricche, spargere fra i ricchi la trivialità e le sconcezze della plebe.
Questa l'epoca. I fatti, le stragi di Melo e di Scione; il bando di Alcibiade; la condanna dei capitani delle Arginuse; la condanna di Socrate. La conclusione — per il momento Egospotamo: più tardi Cheronea.
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E poichè l'epoca era tale, e tutte le eleganze fiorite della vostra prosa, caro Yorick, non valgono a cambiarla — io, repubblicano, amante della mia fede e credente nel suo avvenire, non auguro alla repubblica del mio paese nè di alcun altro i progressi morali di quel periodo della repubblica ateniese.
Sono stato ingiusto io dunque, nel mio dramma, verso Atene? bugiardo in faccia alla storia?
Ma come crederlo, quando voi per il primo siete costretto a darmi ragione e ridotto a non poter sostenere la vostra tesi altrimenti che con curiosi anacronismi, con una strana confusione di tempi e di date, che nessuno storico vi può menar buona, e che ancora non capisco come al vostro acume storico possa essere sfuggita?
Come crederlo, quando voi stesso, per dar le prove della vostra affermazione, siete costretto a risalire ad un periodo che non ha nulla, nulla di comune col periodo del dramma mio; e le vostre prove me le andate pescando in un'epoca la cui grandezza morale e le cui virtù formano appunto il rimprovero più eloquente alla ignavia dei tempi che il mio dramma dipinge?
Io attacco i costumi dell'età di Alcibiade: e voi, per difenderli, che cosa mi rispondete? Ah, sentiamovi un po', che val la pena:
«Il popolo ateniese non era poi quella peste che il signor Cavallotti ci dipinge.... Quale splendida epopea nel gran movimento nazionale che respinse l'invasione di Dario! Che meravigliosa costanza di propositi, che slancio ardente di patriottismo nella cacciata di Serse, proprio allora (proprio davvero? adagio Yorick!) che Atene teneva in Grecia il primato delle armi, delle lettere, delle arti!... Come si battevano bene i demagoghi ateniesi e quante volte la salute della Grecia fu dovuta alle sanguinose vittorie di quella democrazia turbolenta e ciarliera!... Lo dicano gli eroi di Artemisio, celebrati nei versi di Pindaro quali fondatori della greca libertà; lo dicano i guerrieri di Salamina e di Platea, trionfatori della possanza persiana, dopo che le sorti della Grecia erano cadute con Leonida e co' suoi Trecento nella funesta stretta delle gole tessaliche! Un pover'uomo che non sappia tutte queste bellissime cose deve tornarsene a casa singolarmente turbato nell'anima dalla lezione di storia sceneggiata dal sig. Cavallotti.»
Ebbene, un pover'uomo che le sappia tutte queste bellissime cose, dirà che tutto questo è magnificamente scritto, ma non è serio, perchè tutto questo si chiama cambiar le carte in mano! Ma chi ve li attacca — che Dio vi benedica! — i vostri eroi di Artemisio, di Platea e di Salamina? Non ho io speso fin qui tante pagine (il mio amico carissimo, l'editore Rechiedei, che sa il suo Cornelio a memoria, mi assicura anzi che sono fin troppe) non ho io speso tante pagine ad esaltarli! Certo, all'epoca che essi cacciavano Serse, Atene non teneva proprio un bel niente di tutto quel che voi dite; nè il primato dell'armi, nè quello delle lettere e dell'arti[119]; ma fu per loro virtù che Atene in poco tempo potè alzarsi al colmo della sua grandezza, e ci voleva l'ignavia dei degeneri nepoti per precipitamela!
Ora dunque, se è di quest'epoca che mi parlate, aspettate prima ch'io abbia scritto un Temistocle, od un Aristide, non già un Alcibiade. Se è di quest'epoca e di quegli uomini che mi parlate, non solo io cavo loro di cappello insiem con voi, ma prego voi per il primo a rispettarli un po' di più. Perchè tutte le concessioni che andate facendo al mio dramma, per quella brava gente, diventano tante calunnie; non era, no, non era nè venale, come voi dite, nè inchinevole alla gozzoviglia e ai brutali piaceri del senso, quel popolo che fabbricava le sue navi coll'obolo volontario dei poveri, e le cui leggi — modellate, come voi dite benissimo, sui costumi — punivano di pene severissime i turpi vizj e facevano santi il lavoro e i vincoli della famiglia![120]. E non era no all'epoca di Salamina che Atene vedea tra le sue mura la ignobile vendita degli impieghi e delle dignità elettive al miglior offerente[121] e vi sfido a citarmene, nelle fonti storiche, un esempio solo!
Ma se non è quella l'epoca del dramma mio, oh allora per carità, caro Yorick, tralasciamo di sfondar le porte aperte! Lasciamo alle scuole di retorica i pregiudizî che per lungo tempo non permisero — come ben dice il Cappellina — di vedere dei popoli liberi dell'antichità che il lato grande ed eroico.
Non rivanghiamo le storielle solite sulla rivoluzione francese! Non venite a parlarmi della clemenza dell'Atene di Alcibiade e successori[122]; perchè la strage dei Mitilenesi[123] e gli abitanti di Melo e di Scione passati a fil di spada son là per ismentirvi![124] Non mi parlate dell'assenza delle esecuzioni capitali; perchè i supplizj per il processo delle Erme, e la condanna a morte dei dieci generali colpevoli d'aver vinto in battaglia il nemico, e i supplizj della rivoluzione dei Quattrocento, e la cicuta di Prodico, e quella di Socrate, e quella più tardi di Focione vi potrebbero guastar le citazioni! Non venite a vantarmi la moralità dei magistrati e degli oratori vigilata dall'Areopago[125], perchè già da un pezzo questo sindacato, prescritto dalla legge solonica, l'Areopago non lo esercitava più[126]: da un pezzo Pericle avea messo freno all'autorità e alla vigilanza di quell'incomodo sorvegliatore[127] e ormai da un pezzo Atene vedea gli onori della bigoncia e delle cariche dischiusi a' libertini, ai truffatori dell'erario e ai ciarlatani!
È dunque solo lo spirito militare e patriottico che nell'Atene di quei tempi vorreste darmi per vivo?
«Quando nella funesta spedizione di Sicilia Atene ebbe perduto il fior de' suoi guerrieri e l'eletta de' suoi marinaj, pochi mesi bastarono ai cittadini della grande repubblica per armare nuove triremi, per radunare nuovi eserciti! Gli eleganti Ateniesi, i molli, i cialtroni, gli effeminati, gli oziosi, corsero tutti a impugnare la spada e a curvare il dorso sul remo, e questa forza d'animo nel momento della sventura era l'espressione del patriottismo di un popolo intero.»
Così canta Yorick. Ma così non canta la storia. Dalla storia frattanto a ogni buon conto imparo che all'epoca della spedizion di Sicilia lo spirito militare era già così svanito, che per quella impresa, la quale era pur tanto popolare e solleticava tanto le speranze ateniesi, si dovettero adescare i cittadini al servizio alzando di nuovo il soldo militare ad una dramma; e ancora quell'aumento non allettò a mala pena che i proletarj; e di 5100 opliti che Atene potè riunire per quell'impresa a gran fatica, soli 1500 erano opliti di catalogo, cioè delle prime tre classi, iscritti sui ruoli; il resto si dovette comporre di proletarj dell'ultima classe e di mercenarj, come di mercenarj si dovettero in massa riempire le milizie leggiere, e le ciurme delle triremi.[128]
Questo innanzi il disastro di Sicilia: e dopo il disastro? Ah, dopo, poi — state attento, caro Yorick, è l'illustre storico grecista italiano Amedeo Peyron, che parla citando — terminata la spedizione di Sicilia, talmente crebbe la tepidezza degli Ateniesi per le armi, che Isocrate così scriveva: «Noi, mentre vogliamo dominare sopra tutti, ricusiam di militare, abbiamo eserciti mercenarj, composti di uomini esuli, disertori, malfattori, oltraggiatori de' nostri figliuoli, che abbandonano noi, se altri li paghi di più. Noi che difettiamo del vitto quotidiano prendemmo ad alimentare codesti forestieri.» — Ed altrove: «Noi talmente trascuriam le cose attinenti alla guerra, che non andiamo alle rassegne se non pagati.»[129].
Questo era, caro Yorick, lo zelo, era questo il patriottismo degli Ateniesi dopo la catastrofe di Siracusa. Non erano no i molli, gli effeminati, gli oziosi Cecròpidi che dopo il disastro vestiron l'armi o andarono, come voi dite, a curvarsi sul remo; erano le nuove leve di mercenarj della Tessaglia, della Acarnania, che formavano i nuovi eserciti, le nuove flotte; eran forestieri di Caria, di Tracia e di Creta, i soldati a cui Atene confidava tra quei rovesci la sua salvezza!
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Certo, non tutto, non proprio tutto nella città era abjezione. Quegli stessi eserciti di forestieri assoldati, quelle flotte di mercenarj improvvisate, lo furono con una prontezza di consigli e di provvedimenti, con una larghezza di contributi che fece onore alla città. Vi ebbero Ateniesi molti che in quei frangenti udirono la voce della patria in pericolo ed accorsero a combattere per lei.
Certo, anche questo periodo di prostrazione, di dissoluzione morale, appare qua e là solcato, ad istanti, ad intervalli, da fuggevoli lampi delle antiche virtù: a dati giorni, a date ore, questo popolo che degenera ritrova in sè ancora qualcosa della tempra antica, per prendere a tempo una decisione patriottica nell'assemblea, per afferrare a volo una vittoria sul mare, per rialzarsi con isforzi d'animo tra i rovesci della fortuna.
E chi non sa che il genio, la natura di nessun popolo non si ecclissano, non possono ecclissarsi interamente a sè medesimi in un giorno solo? Non v'ha nella storia nessuna epoca così corrotta che qualche raggio di virtù ancora non vi brilli, che qualche coraggiosa e generosa protesta non vi si faccia sentire: a maggior ragione in Atene, dove ogni pietra quasi, ogni lembo di suolo o di marina rammentava esempli fortissimi, tradizioni magnanime, dove passeggiavano ancora sotto i portici, gloriosi di canizie e di cicatrici, gli avanzi dei vecchi che avevano combattuto in Salamina.
Noi assisteremo anche più tardi, alla vigilia della conquista macedone, quando quelle memorie saranno ancor più lontane, a qualcuno di questi sussulti del gigante antico: ma saranno sussulti galvanici, sforzi spasmodici di una vitalità che reca la morte nel seno. Vedremo ancora splendide figure, quasi meteore luminose attraversare il tempo; udremo fra le brutture dell'età tuonare la indignazione virtuosa di Demostene, come un dì calma e mesta sorridere la ironia santa di Socrate. Ma esse appunto varranno a stimmatizzarle, non a redimerle; sarà il buon genio dell'Eliade antica, della gran madre degli eroi, che prima di spirare tra l'ignavia dei nepoti, vorrà svincolare dalla catastrofe la propria responsabilità e il proprio nome — e rimetterà per mano di quei giusti — suoi esecutori testamentarj — la sua protesta alla storia.
***
E questa protesta, come la storia l'ha raccolta, così tentai consegnarla nel dramma. Queste ultime voci mandate come un rimprovero da una generazione virtuosa che muore a una generazione corrotta che sorge, m'era parso che il poeta potesse e dovesse raccoglierle; m'eran parse interessanti per la morale della storia e per il contrasto della scena.
Giacchè non è poi niente vero che sian tutti fior di mariuoli quelli che parlano e si muovono nel dramma mio; non è niente vero che della faccia dell'epoca io non abbia guardato che un lato solo — il lato più brutto ed ignobile[130]. S'io non erro, sono due le correnti morali che da capo a fondo traversano il dramma, e intorno ad Alcibiade e dentro di lui. Se io non erro, Socrate, che rinfaccia le virtù del tempo passato, Timone che impreca i vizj del presente, Lamaco ed Eufemo, i soldati valorosi e leali; Timandra, la cortigiana che alla voce del dovere e della virtù presta le lusinghe divine dell'amore, appartengono a una corrente morale diversa, da quella in cui si muovono Tessalo e Cleonimo, e Diocare ed Aminia; e al basso fra il popolo Cimòto, il parassita di buon cuore, segna il punto di contatto fra le due correnti; in alto, fra i patrizî, Alcibiade segna la sintesi delle due età. Infatto, nessuna figura personificò mai nella storia più al vivo, e con più spiccati colori, i contrasti, le lotte intime d'un periodo di transizione; l'influenza di Alcibiade tra i suoi contemporanei fu straordinaria, perchè egli era il prodotto più naturale, più vero e più completo, della sua epoca. Alcibiade è la risultante degli splendori di Pericle, delle glorie eroiche d'Artemisio e Maratona, della corruzione di Cleone e di Iperbolo. È egli la personificazione delle virtù che se ne vanno, e dei vizj che arrivano; è egli stesso il demos d'Atene, del quadro di Parrasio[131]; egli il popolo ateniese colle qualità che lo han fatto grande e con quelle che lo tirano a rovina. Nel fondo della sua anima, come dintorno a lui, le due epoche si incontrano; e il rimprovero severo di Socrate lo disputa alle lascivie d'una cortigiana; il sarcasmo di Timone lo rimorde tra gli intrighi del foro; Cleonimo, il vigliacco lo insidia, e Làmaco il valoroso lo difende. La faccia di Alcibiade è metà rivolta verso i crepuscoli di uno splendido giorno che tramonta, metà verso l'ombre che sopraggiungono. Socrate scomparirà dalla scena, perchè è alla notte che spetta la vittoria; lui scomparso, la resistenza morale, da lui rappresentata nella forma più intransigente, più elevata e più pura, continuerà ancora, ma dovrà cercarsi più al basso altri rappresentanti quali il tempo lo consente, battere alla porta delle caste che la corruzione del tempo ha fatto sorgere.
Questo concetto storico (che almeno nel dramma completo si sviluppa di più), questo contrasto d'idee e di colori, di ombre e di luce, la povera tavolozza del poeta non sarà bastata a ritrarlo: d'accordo: ma al poeta non par troppo il domandare che almeno si piglino le sue intenzioni per quel che furono, pigliando la storia per quella che è; che non si tiri il collo a questa, per dare lo scambio a quelle; e dove egli vuol fare dell'arte a modo suo, non gli si faccia fare, per forza, della politica a modo degli altri. Se politica ci è nell'Alcibiade, adagio un po' — caro Yorick e compagni — a sciuparmela: che non l'ho fatta per voi. O che strani, che cocenti amori son questi, signori monarchici d'Italia, che vi pigliano ad un tratto per la repubblica d'Atene? Certo, il vedervi divenuti così fieri repubblicani in causa mia, mi commove nelle viscere, mi insuperbisce e mi consola; che affè non vi sapevo così rossi di dentro, e richiamerò sopra il fatto l'attenzione del Ministero. Ma siate prudenti! Volete si dica che la repubblica per poter piacere a voi, bisogna prima che il vizio l'abbia ben bene imputridita? Volete si dica che per rendervela accettabile, per conciliarvi subito con lei, bisogna prima ch'ella mandi le virtù repubblicane a dormire; che ella metta in carcere Socrate, come Mazzini; che paghi a misura di carbone i vincitori delle Arginuse, come il vincitore di Milazzo; che dia in fatto di corruzione tutto quello che può dare una monarchia?
Quanto a me, non credo proprio che la repubblica possa farmi il viso arcigno, se nei torti del suo passato raccolgo qualche insegnamento del suo avvenire[132].
***
E con questo, (permettete Yorick, ho bisogno di dir due parole, a questo signore, qui, dalla barba lunga, che ci ascolta) con questo, gentilissimo signor marchese d'Arcais, mi trovo aver risposto abbondantemente, se non erro, anche alle prime e capitali delle sue censure. Censure ch'Ella ha copiato — ormai, via, lo confessi qui a sei occhi, che il nasconderlo è inutile, dal bravo Yorick qui presente[133] — le ha copiate nella gran fretta, senza controllarle; e quindi, naturalmente, ha detto delle.... facezie: delle quali non le faccio torto: ma bensì della fretta che gliele ha fatte dire. Con tutto il possibile rispetto per lei, Ella mi ammetterà, signor marchese, che quando un autore — sia pur mediocre — ha investigato, se non altro, con pazienza e cura un'epoca storica così complessa come quella d'Atene — e presenta al pubblico il frutto, sia pur povero, di indagini parecchie e di studj coscienziosi — non è serio (noti bene la parola signor marchese), non è serio, dopo poche ore dalla recita, uscir fuori come ha fatto lei, con dodici colonne di roba stampata, a sentenziare lì per lì sul valore storico dell'opera, e sul complesso dei problemi storici che l'opera solleva: a meno di posseder già sulla materia degli studj estesi e delle cognizioni che evidentemente — senza farle torto (Ella s'intende a fondo di musica, mi dicono, e non ha obbligo di intendersi anche di storia greca) senza farle torto, a lei mancano, a cominciar dagli elementi. — Dio mi guardi dal credere, calcolando il tempo materiale che a me di solito occorre per raccoglier le idee (ma io sono molto lento, sa!) che tutto quell'ammasso di roba stampata nell'Opinione, poche ore appena dopo finita la prima recita del dramma, che tutta quella roba fosse scritta già prima: ma se invece di buttar giù tante pagine di manoscritto con tanta furia, a rischio di storpiarsi qualche dito, Ella si fosse preso almeno un giorno di tempo — e avesse prima almeno data un'occhiata, non dirò alle fonti storiche, ma a qualche buon compendio di storia greca per le scuole — lo Smith per esempio — ella avrebbe potuto forse risparmiarsi qualcheduno dei granchi ch'Ella ha preso. Poichè Ella vede bene — tutto quanto il giudizio, che in mano di Yorick (l'erudizione e il brio nascondono molte cose — non è riuscito Yorick a farsi passare anche per botanico?) in mano di Yorick poteva parere un paradosso ingegnoso, ora in mano sua, non è proprio più che un granchio solo.
Ella mi parla della grandezza dell'antica Grecia, e di Atene (grandezza di cui più addietro le ho anche spiegato le ragioni), e non s'accorge che la mi confonde insieme due o tre epoche fra di loro; poichè non è l'epoca della grandezza, ma della decadenza politica e morale quella in cui vive Alcibiade e in cui il mio dramma si svolge. Non siamo all'indomani delle grandi vittorie, siamo alla vigilia delle grandi catastrofi. Ella mi afferma che col mio dramma quella grandezza d'Atene non si spiegherebbe più: anzi, a chi conosce la storia, resta spiegata benissimo; poichè essa se ne va coll'andarsene delle virtù che l'han prodotta; poichè — Dio buono! — non è già la grandezza, ma è la caduta di Atene ch'io spiego!
Ella mi afferma che la civiltà greca bisogna cercarla altrove che nei parassiti, nelle cortigiane, nei vaniloqui dei politicastri. Sicuramente! la civiltà greca (che razza di confusioni la mi fa mai!) ha dato qualche cosa di assai meglio, e più in su glie n'ho mostrato anche il come; ma all'epoca di cui le parlo, se appena Ella vorrà farvi qualche studio sopra, vedrà che appunto i parassiti, le cortigiane, i politicastri — v'aggiunga pure, se crede, i sofisti[134], i mercenari, gli eliasti venali e tutto il rimanente — sono prodotti caratteristici di quella civiltà; ed è precisamente perchè i prodotti son diventati questi, che i vincitori ed i liberi di un secolo innanzi, diventeranno i vinti ed i servi del secolo dopo. E se non vuol credere a me, creda agli scrittori del tempo; e per pigliarne uno solo, creda al pittoresco Alcifrone, il qual volendo descrivere i costumi di quella età, non parla che di etère e di parassiti, di sofisti e di barattieri!
Le figure del dramma non son però queste sole. Ella afferma che io dell'epoca non ho riprodotto che un lato solo, il più ignobile; eppure il lato più nobile, come mostrai, gli ruba almeno la metà dei personaggi e del posto; glie ne ruba, per ragioni d'arte, assai più di quello che la storia non concederebbe!
Ella afferma che la corruttela del costume forma il lato meno importante della età che io descrivo. Eppure è precisamente il contrario che è vero! È il nuovo ambiente morale di Atene che prepara e matura le sue catastrofi.
Perchè giammai le grandi crisi dei popoli avvennero isolate e senza causa, per capricci del caso; un popolo grande jeri, non muore oggi, lì per lì, di morte fortuita, per una battaglia perduta, per una tegola cascata sulla testa. Ma all'epoca d'Alcibiade il guasto morale aveva invaso tutto, e la virtù era divenuta l'eccezione. Se quell'epoca invece corrispondesse alla idea falsa che il signor marchese se n'è formato — allora sì le catastrofi di Atene e della Grecia non si spiegherebbero, e la storia conterebbe un enigma di più.
***
A cert'altre delle sue censure (sulla questione del titolo di scene mi pare d'essermi spiegato già) permetterà, signor marchese, ch'io passi sopra. Ella vede bene, noi siamo un po' lontani dall'intenderci. Ella parte da un concetto dell'epoca sbagliato e vorrebbe che io adattassi il mio dramma alle sue idee storiche sbagliate. Ella mi richiama al rispetto della verità storica e vorrebbe che per accontentarla io commettessi degli anacronismi. Ma per contentar lei, dovrei disgustare gli intelligenti e i grecisti, come per esempio il chiarissimo cav. A. Franchetti dell'Antologia Italiana e il signor Garofalo dell'Unità Nazionale, che pur criticandomi in parecchie cose, mi dichiarano, se non altro, fedele alla storia[135]. Or Ella certo è troppo discreto per volere ch'io esiti tra l'autorità dei competenti in materia e la sua.
Ella mi invita a una discussione seria: ma è il discutere con lei che è già un affar troppo serio. I suoi giudizi sono di quelli dai quali un povero autore non sa come difendersi, per il semplice motivo che sfuggono alla discussione.
Quand'Ella dice «uno scambio di madrigali non basta a richiamare alla mente tutta la greca poesia» cosa vuole mai ch'io le risponda? Eh mio Dio, sicuro che non basta; ma la «greca poesia» da Omero in giù, messa in volumi, mi occupa una libreria: ed io credevo di avercene già messa, per saggio, più del bisogno, tanto più che altrove Ella mi accusa di non saper fare che declamazioni! come si fa dunque a contentarla!
Quand'Ella dice che poche parole di Socrate non bastano a riprodurre tutta la greca filosofia, cosa vuole che io le risponda? Certamente che la greca filosofia di chiacchiere ne ha fatto assai di più; ma a mettere nell'Alcibiade tutti i dialoghi di Platone tradotti da Ruggiero Bonghi, c'era pericolo che il pubblico mi tirasse le panche sulla scena.
E poi, chi le dice che Socrate sia lì per quello, e ch'io abbia voluto riprodurre nell'Alcibiade tutti i sistemi filosofici della Grecia antica? Sarei stato matto da legare se a questo scopo e a questi lumi di luna mi fossi messo a scrivere un dramma! Questo suo giudizio è tanto serio quanto quell'altro che io abbia preteso di giudicare col furto di una torta tutta quanta la legislazion di Licurgo! Ma le pare! Queste pretese io le lascio a lei, che in due tratti di penna — e con quegli studj che lei possiede — lì sui due piedi mi sa risolvere i problemi più complicati della storia! Io mi ero contentato, vede, trovandomi a Sparta, di buttar là qualche schizzo comico di leggi e di usanze spartane; certo non tutte, perchè un dramma non è un bollettino di leggi ed è molto strana — in bocca a lei che rimprovera il mio dramma di non essere abbastanza teatrale! — la pretesa ch'io avessi a farne anche un trattato enciclopedico di poesia, di filosofia, e di legislazione! Ma che poi delle usanze di Sparta io non abbia accennato che una sola, la legge famosa sul furto, quest'è una semplice sua bugia — signor marchese — e niente più: di leggi e di tratti del costume spartano, per dare un'idea dello ambiente, io ne avrò accennate — vede — almeno una trentina: naturalmente, se Ella avesse qualche cognizione della materia, li avrebbe subito a volo riconosciuti: ma non è ancora una ragione per isputar sentenze così a tondo su cose che si ignorano: e poi la scena di Cinesia (che ella trova triviale e il Fanfulla trova mirabile: oh diversità dei giudizi umani! facciamo il male in mezzo e mettiamo che non sia nè l'uno nè l'altro) la scena di Cinesia non è che una parte di quel quadro di costumi: e l'eforo Endio e il soldato Brasida ci entrano pure per qualche cosa![136]
Perchè, signor marchese, — se lo lasci dire — ciò che urta i nervi singolarmente nelle sue critiche è il tòno. Errare humanum est, e tutti possono benissimo commettere degli errori giudicando di un lavoro d'arte, come io certo nello scriverne, e sarebbe strano che l'infallibilità fosse privilegio dei critici: ma non tutti buttan là i loro errori con quel sussiego con cui li butta lei. — Non tutti si dan l'aria, come lei, di buttar fuori degli oracoli. Dove meno Ella ne sa, e più Ella ingrossa la voce. Pur dovrebbe conoscere l'adagio: ne sutor ultra crepidam. Veda, per es., perfino quella storiella de' baffi! Ella non si contenta di dire, sia dritta o storta, la sua; ma impone addirittura al signor Emanuel di tagliarseli i baffi (povero Emanuel che ci tien tanto) — e perchè mai? Perchè io, marchese D'Arcais, 1.º e solo — «posso assicurarlo che Alcibiade non li portava!» Posso assicurarlo! E perchè Emanuel non si crede ancora abbastanza assicurato e se li tiene, Ella monta in collera e accusa il signor Emanuel di mancarle d'obbedienza e di rispetto! Ma perchè mo' invece di sciupar tempo e fiato in tante assicurazioni, non la si piglia in mano un volume del Winkelmann o dell'Ennio Quirino Visconti, o non la va — Ella che parla di far la barba ai moderni — non la va in qualche museo ad istruirsi prima sul modo con cui se la facevano gli antichi? perchè essendo Ella in tanta intimità con Alcibiade, non è andata almeno una volta a fargli visita al Campidoglio e al Vaticano? Come!? Ella impone ad Emanuel in nome di Alcibiade di radersi i baffi e non si informa prima se il suo amico Alcibiade ne è contento? Ella abita da un pezzo in Roma, discorre di cose d'arte, e non visita nè il museo del Vaticano, nè quello del Campidoglio, e ignora che in quest'ultimo ci è un marmo antico di Alcibiade, e nel primo ce ne sono tre — tutti co' baffi![137] Ma sa che è grossa — e basta per far perdere la voglia di credere alle sue assicurazioni! mi dirà che non sapeva che quei marmi fossero Alcibiadi, perchè non c'era sotto il nome, e quello che lo ha, lo ha scritto in greco, ed ella non è obbligata a capirlo: ma allora non si discorre di cose greche!
Ed è Ella che giudica del grado maggiore o minore della erudizione mia!
Ecco perchè, signor marchese, più sopra dicevo che discutere con lei è un guajo serio. Ella afferma, trincia, sentenzia con un tono di autorità, con una sicurezza che sconcerta: e, a non volerle mancare di rispetto, non si sa da che parte pigliarla. O dovrei occuparmi a ribattere la sua caritatevole insinuazione, che la buona fortuna fin qui arrisa all'Alcibiade è dovuta a ragioni estranee all'arte, cioè alla claque de' miei amici politici? O dovrei spiegarle — a lei che mi onora di giudizi così serii e così pii — spiegarle perchè ho riso tanto di quell'altra sua notizia faceta, colla quale informa da sè i suoi lettori, come e qualmente Ella è un critico imparziale, che non fa in arte della politica di partito? Excusatio non petita, ecc.
Ma queste son cose che si.... ammirano e non si commentano. — Passiamo oltre, passiamo oltre.
***
Poichè la via lunga ne sospinge — ed ho ancora a difendere da parecchi capi d'accusa il mio povero protagonista. Il quale in vita sua ha viaggiato molto: ma si è trovato che nel mio dramma non ha viaggiato abbastanza. Uno si lamentò per non averlo visto ad Atene, nel ritorno; un altro voleva vederlo anche a Samo: un altro anche a Sardi, alla corte di Farnabazo, e così via, in questa o quest'altra circostanza omessa della sua vita.
Rispondo: il carattere di Alcibiade è così complesso, presenta un tal numero di lati, che a volerli ritrarre, almeno tutti i più essenziali, — nei limiti di un dramma e della ragion drammatica — bisognava procedere con economia. — Perciò, scegliere tra le fasi della vita dell'uomo; seguir sì dal principio alla fine le passioni dominanti e costanti, ma nel loro mutar delle forme per certi tratti del carattere contentarsi di un incidente solo, di una scena sola; evitar le fasi, le scene in cui si ripetesse su per giù lo stesso lato morale; affinchè dalla varietà degradante nelle tinte principali, uscisse più vivo il contrasto, più completa la fisionomia.
Nel caso concreto, il quadro del ritorno ad Atene, era stato fatto[138]; ma dovendo pur sopprimerne per la scena qualcuno, ho soppresso questo: Alcibiade il glorioso, il beniamino del popolo e maneggiatore delle sue passioni, è già comparso nell'atto secondo.
A Samo poi non l'ho seguito; perchè Alcibiade, il patriota generoso che pensa a salvare, a dispetto degli ingrati e dei malvagi, la sua città, lo ritroveremo più tardi in faccia ai capitani in Egospotamo.
È vero che questo mi tirerà addosso un altro guajo. Un critico sapiente di un foglio milanese, e il signor Roberto Stuart del Daily News, si scandalizzeranno di veder un Alcibiade che prega[139]. Neh, che scandalo! Questi signori critici si son fatti degli eroi a modo loro — tutti d'un pezzo, come nella tragedia antica — e con un orgoglio di fabbrica loro speciale. Uno poi di quei signori avendo sentito dire per combinazione[140], che c'era stato al mondo un certo signor Ajace Oileo così fiero e superbo, ch'era morto sfidando gli Dei, voleva ch'io facessi fuori del mio Alcibiade un altro Ajace. Ma Alcibiade era un eroe più umano. Il suo orgoglio era altissimo — ma non orgoglio zotico, brutale: orgoglio d'un uomo rotto ai casi della vita, che ha la forza di adattarsi agli eventi per lottare contro di loro, che ha l'anima capace di alti sentimenti e aperta alle grandi passioni. La superbia insomma di tutti i grandi uomini della storia, buoni e cattivi, sia che si lascin battere, come il superbo Temistocle, pensando alla salute della patria, sia che servano come il Corso fatale pensando al regno. Ed è perciò forse che Shakespeare — il quale del cuore umano ne sapeva un po' più di quei critici e di me insieme — costrinse alla preghiera fin Coriolano, che fu un uomo di una superbia ben più feroce e più intrattabile dell'Ateniese.
Che cosa vuol dir mai non pensarla allo stesso modo! Quei signori critici trovano che un Alcibiade che prega è un Alcibiade rimpicciolito: ed io invece gli faccio dire da Timandra: Prega Alcibiade, e sarai più grande! Quei signori — basati sulle loro profonde ricerche — accusano me di aver alterato con quelle preghiere il carattere di Alcibiade; ed io — basato sui miei studi incompleti — affermo che questa accusa è la prova più palmare che quei signori non solo mancano di criterio drammatico, ma non sanno nè dove il carattere di Alcibiade stia di casa, nè chi egli sia stato. — E il bello è che uno di quei signori critici, con una intuizione così acuta dei grandi caratteri storici, aveva avuto la faccia franca di mettersi a compilare un libro sui caratteri: per fortuna l'han fermato sul principio.
Nel fatto concreto poi, non solo la scena ha un fondamento storico — prego quei critici che, vedo, non lo sanno, a legger Plutarco[141] ed informarsene — ma a me era parso (spiego il mio concetto soltanto — e potrà ben darsi che la povertà delle mie forze lo abbia tradito) che lì fosse uno dei lati essenziali del carattere di Alcibiade, senza il quale la sua figura sarebbe rimasta addirittura affatto incompleta, e quindi non vera. — Migliorato dall'amore e dalla sventura il fondo dell'uomo[142], anco il suo orgoglio ha migliorato le forme; è una nuova faccia di questo suo orgoglio che si palesa; è un'altra grandezza morale — a lui nuova — che amaramente lo tenta. Alcibiade prega, ma, com'egli ha cura di rammentarlo ai duci, solo perchè è per Atene ch'egli prega; perchè sente che questo motivo è il solo che gli dà ancora nella sua sventura una superiorità morale sui duci competitori; perchè Timandra è là, testimone affettuosa della sua eroica abnegazione. — Lo sforzo ch'egli fa sopra sè medesimo, è esso stesso l'elemento drammatico della scena; che se, tornate vane le preghiere, la fierezza antica d'Alcibiade rompe le barriere e prorompe, egli è che — per le nature che non son di santi — tutte le prove morali hanno i loro limiti.
Ora, tornando a quella tal ragione dell'economia che dicevo, è verissimo che il mio protagonista non l'ho neppur seguito — come altri volevano — in Persia, tra le effeminatezze del fasto asiatico. Egli è che l'Alcibiade effeminato, dedito al lusso, al fasto e alle mollezze, era già apparso ad Atene; e se il figliuol di Clinia in Persia, per tornare quel d'una volta non dovette far molta fatica, — in teatro, il ritoccar le stesse corde avrebbe potuto produrre molta noia.
E sempre per la stessa ragione — e per un'altra ancora — visto che la coscienza del mio protagonista era già non troppo pulita — l'ho alleggerita della distrazione commessa a Sparta colla moglie del re Agide, la bella Timea. Di che, grande scalpore del signor Garofalo nell'Unità Nazionale e del signor Z. nella Gazzetta Livornese. L'uno, il pudico signor Z., in nome della moralità, che mi accusa di aver offeso coi discorsi di Cinesia, voleva ch'io mostrassi «un'altra donna accesa di amorosa passione» e Alcibiade occupato a soffiar la moglie a quel povero diavolo di re: l'altro, il dottissimo signor Garofalo mi assicura che per i contrasti e per il dramma quella seduzioncella proprio ci voleva, come le stacchette di garofano nel ragù. Ebbene, di donne accese di amorosa passione per quella buona lana del figliuolo di Clinia, io credeva di averne già mostrato un numero sufficiente in Aspasia, in Eufrosine, in Glicera ed in Timandra; e del talento del mio uomo nel condur l'acqua delle donne al suo mulino, avendo egli già dato qualche saggio, non mi pareva necessario di fargli ritentar la prova, a meno di rubar a Ovidio il mestiere e di ridurre tutto il dramma ad un trattato teorico e pratico sulla materia. Invece a Sparta c'era qualche altro lato del suo carattere non ancora sviluppato e che secondo me meritava di esserlo: e siccome appunto pensavo a fare un dramma e non delle scene sconnesse — così mi premeva continuar l'azione di Timandra — e dopo aver visto Alcibiade scherzante cogli amori da burla, metterlo alle prese, nelle lotte della vita, con un amor vero.
Sono contenti quei signori? Se no, me ne rincresce tanto: ma l'autore drammatico, quando mette un grand'uomo in iscena, ha qualche cos'altro a fare che non pigliar le situazioni della sua vita e metterle in fila una dietro l'altra: scimunitaggini queste dei critici da un soldo la dozzina. L'autor drammatico alla storia non può sagrificare il dramma; ed Ella in ispecie, signor Garofalo, che di storia ne sa — la storia me la insegni pure — ma il dramma me lo lasci fare a modo mio. — Veda: tutti mi rimproverano di aver fatto il dramma troppo lungo: lor signori sono i primi a farmene un torto: e poi se dovessi dar retta a loro, e aggiungere tutto quel che loro vogliono, dieci volumi in quarto non basterebbero. — Questo si chiama metter gli autori in croce, e prova che il criticare è una cosa, e il fare è un'altra.
***
Ma e allora, se ci tenevi tanto a evitar le ripetizioni, perchè quella scena dell'atto sesto che riproduce in parte la situazione del quarto? Perchè è una fase nuova e diversa del tipo di Alcibiade che volevo porre in luce e la cui diversità non poteva balzar fuori che dal confronto e dall'analogia delle situazioni. Nel quarto atto Alcibiade a cui le calunnie e l'ingratitudine sbarrano il sentiero della gloria, si vendica; nel sesto, Alcibiade, in cui il bisogno della gloria è soddisfatto, attaccato dalla calunnia e dall'ingratitudine, perdona.
«Alcib..... No, per i Numi! gli oboli della paga ai giudici che devono sentenziar di Alcibiade, non son coniati ancora.
Timandra (inquieta, supplichevole) Alcibiade, ricordati di Catania!
Alcib. Oh rassicurati! La ingratitudine e la invidia mi ritrovano oggi ben più forte di allora. Allora era la fama che mi rubavano; oggi è di questa che mi fanno una colpa. Allora mi toglievano un nome: oggi non possono togliermi più che il comando.... o la vita anche: perchè oggi, se anche morissi, ricorderebbe il mondo che c'è stato un Alcibiade. Tu vedi che mi basta — e non ho più bisogno di una colpa per vendicarmi.»
***
E non bastan le accuse. Gran cosa l'amor della storia! Per amore della storia un critico veneto, avendo letto che Alcibiade mangiava l'erre e incespicava nel parlare, mi biasimò di non aver fatto Alcibiade anche balbuziente! E per amor della storia, invece, un altro critico, quel della Stampa, si lamentò che io non avessi snodato abbastanza al mio eroe lo scilinguagnolo! Perchè l'eloquenza politica di Alcibiade — secondo lui — non l'ho che abbozzata appena nel secondo atto: egli voleva invece dei bei discorsi alla Pasquale Stanislao Mancini: ma se l'aggiusti dunque con Cicerone che afferma caratteristica della eloquenza politica di Alcibiade la brevità concettosa spinta quasi fino all'oscurità[143]; se l'aggiusti col signor D'Arcais il quale mi rimprovera di averne, di discorsi, fatti troppi! Oh, la storia di quel tale che conduceva l'asino al mercato!
***
Cimoto, il buon Cimoto, ha diviso col suo padrone anche la sorte dei giudizj: a cominciar dal critico egregio del Diritto, che ha trovato da ridir sul suo mestiere. Il critico del Diritto voleva trovar nel parassito l'antica professione di questo nome[144]. Ma come già da un pezzo il vocabolo avesse mutato fortuna — e ai tempi di Alcibiade significasse un'altra casta — progenitrice rispettabile de' parassiti de' nostri dì — il critico egregio potrà chiarirsene leggendo il libro VI di Ateneo.
Eccogli intanto, se vuole, la metamorfosi spiegata da un parassita in persona, in una commedia di Diodoro da Sinope:
«La mia professione è sempre stata gloriosa ed onesta. La nostra città che rende grandi onori ad Ercole, fa sagrificj in tutti i borghi, dando a questo Dio dei parassiti, scelti fra i primissimi della città, per queste cerimonie sacre. In seguito di tempo, alcuni cittadini agiati, volendo imitare ciò che facevasi per Ercole, si impegnarono a prendere un numero di parassiti per mantenerli; ma non scelsero già persone veramente ammodo: presero invece adulatori sempre pronti a colmarli di elogi: di modo che se il padrone loro rutta sul naso dopo aver mangiato del rafano o del pesce stantìo, essi lo complimentano per le rose e le violette con cui ha pranzato. O p....... egli vicino all'uno all'altro? quegli gira il naso fiutando qua e là, e domanda: Dove prendi tu questo profumo squisito? — È così che i parassiti hanno fatto di ciò che era onesto e rispettato una professione ignobile qual è oggi.»[145]
E' all'inclita categoria di questi parassiti del nuovo stampo che appartiene il Filippo del Simposio Senofonteo: e su questo prodotto caratteristico della corruzione ateniese dallo scorcio del V secolo in giù, chi brami saperne più in là delle storielle di Ateneo, può divertirsi colle Lettere di Alcifrone e con parecchi degli scritti del Samosatense.
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Ma ammessa la patente del suo mestiere, il povero Cimoto non è ancora fuor de' guaj. L'essere diventato da mariuolo un galantuomo non pare, per i tempi che corrono, una cosa lecita ed onesta. In ogni modo, il signor D'Arcais dell'Opinione e il signor Stuart del Daily News, e un altro critico o due, non la intendono: peccato che, in fuor di loro, critici e publici l'hanno intesa tutti: e non è parsa strana a nessuno. — Infatti è impossibile che un vero birbante diventi mai arnese da Paradiso: com'è vero che un'indole non cattiva nel fondo, ma solo corrotta dall'ambiente e dalle circostanze della vita, può sperar sempre di aspirare un dì o l'altro al premio Monthyon. Il qual assioma morale non l'ho già scoperto io: credo l'abbia scritto il marchese di Lapalisse sopra i boccali di Montelupo.
«Ma questa conversione doveva essere in qualche modo preparata da uno studio psicologico che il Cavallotti non ha fatto, e che, siamo giusti, non poteva fare, senza darci un dramma anzichè delle scene.»
Ebbene io affermo, signor marchese, che l'idea di Cimoto di far la fine del quarto di agnello — idea che nè a lei nè a me (per conto mio) verrebbe in mente — è così stramba, così curiosa, che se la conversione di Cimoto non fosse stata — come lei dice — preparata, avrebbe fatto scoppiar dalle risa qualunque pubblico di questo mondo. Perchè certe sgrammaticature psicologiche nessun pubblico le passa — laddove un critico, sia pur lei o il signor Stuart, può benissimo avere sbagliato, senza accorgersene, i suoi studj di psicologia. Che se nessun pubblico ride dell'arrosto dell'ultimo atto — bisogna che una ragione ci sia. Una ragione potrebbe esser questa, che il pubblico ha già assistito da un pezzo al risvegliarsi progressivo della coscienza morale in Cimoto: questa coscienza è già viva, sebben latente, sin dal primo atto, quando Cimoto confessa a sè medesimo con rimorso la disonestà dell'azione commessa: traluce nel secondo, nel terzo e nel quarto, quando Cimoto attacca i nemici di Alcibiade, e si affeziona a lui e lo segue; è venuta crescendo, ed è vivissima nel quinto, dove il parassita si rammarica e si impietosisce sulle disgrazie di Atene, ama davvero il suo padrone e pur lo rimprovera del suo tradimento, gli rinfaccia i caduti per colpa sua, lo richiama al sentimento del suo dovere, accorre giojoso ad associarsi alla vittoria riportata dallo affetto di Timandra. E questa coscienza è già fatta abnegazione affettuosa e virtù di sagrifizio nell'atto sesto, quando Cimoto, accortosi della disgrazia di Alcibiade che sta per fuggire, si affaccia a domandargli di dividere la sorte con lui nello esilio e nella sventura. Sicchè la progressione[146], nel settimo, non lascia ormai più posto che al sagrifizio, senza di che essa sarebbe stata affatto inutile; e il parassita vi reclama come titolo al sagrifizio quello che fu il suo titolo di disonore. Così l'avevano intesa tutti i publici e quasi tutti i critici[147]; così l'aveva intesa l'autore, quando tentò di rappresentare in quel carattere la influenza rigeneratrice che sulle piccole nature esercita il contatto delle grandi. Ma per avvertir la progressione, bisognava nientemeno che star a sentire il dramma: e, siamo giusti, il signor D'Arcais non aveva tempo di starlo a sentire, dovendo scrivere le dodici colonne dell'appendice del giorno dopo.
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Socrate fu più fortunato di Cimoto: anzi gli han preso a voler tanto bene, che certuni gli han fatto un carico di parlar troppo poco e di scomparir troppo presto. È vero che nel dramma completo Socrate fa un'altra breve apparizione: prego però quei signori a riflettere che se avessi voluto farlo parlare di più, allora avrei scritto un Socrate e non un Alcibiade. Perchè a me la figura del grande filosofo era parsa una di quelle che, dove entrano, hanno diritto a pigliarsi per sè sole tutto il posto che trovano: e se questo non si può o non si vuol fare, allora le esigenze del protagonismo insegnano a non mostrarle che disegnate di profilo, nello sfondo, quasi appartate dal resto dell'azione, perchè non restino impicciolite dal frammischiarsi a questa, come figure secondarie, e di lontano conservino nella mente dello spettatore la grandezza ideale dei contorni. E questo m'ero messo in mente, volta che della figura di Socrate, in un quadro drammatico di Alcibiade e della sua età, non si potea far a meno: e al grande maestro bisognava pur fare la sua parte nelle lotte morali del carattere di Alcibiade, e premea chiarir da principio la posizione delle etére[148] rispetto al mondo intellettuale di Atene. Certo, se è libero all'artista di non isbozzare che un profilo, s'intende però sempre che il profilo ha l'obbligo di essere fedele al vero: che quello di Socrate il fosse, la maggior parte de' critici me ne avea dato lusinga fin qui: toccava a quel profondo filosofo che è il signor Stuart il disingannarmi!
— Ecco, io avevo detto fra me; bisognerà che m'ingegni di far parlare Socrate colle sue idee e col suo metodo divenuto proverbiale; accennerò di volo il lato poetico e il lato pratico della sua dottrina, secondo la tradizione de' maggiori fra' suoi discepoli; e quanto al primo, qual poema più bello del Fedro? e quanto all'ultimo, poichè non posso occuparmene che nei riguardi del dramma, e il dramma è Alcibiade — quale imagine più vera, più bella, più completa dell'azione morale del gran maestro sul suo vizioso discepolo, di quella che Platone ci presenta nel Primo Alcibiade e nel Convito? Quale sintesi più fina di questa parte nobile, moralizzante della filosofia socratica, di quel breve dialogo nel III dei Memorabili di Senofonte, che riproduce l'identico concetto del Primo Alcibiade e mostra Socrate intento a reprimere la baldanza prosuntuosa di Carmide? Piglierò l'idea cardinale di que' dialoghi, me ne servirò per l'azione del dramma, ossia per la spedizione di Sicilia; accomoderò ai limiti e alle esigenze della scena le lungaggini del dialogare socratico, pur conservandone la fisionomia; presenterò così in iscorcio i rapporti fra Alcibiade e il suo maestro; e in bocca al grande vecchio, là in mezzo allo ambiente depravato che lo circonda, farò suonare la santa sdegnosa protesta della virtù. —
Non l'avessi fatto! Ecco il sapiente sig. Stuart — che dei dialoghi platonici non ha neppure la nozione più lontana — il quale mi incolpa di non aver fatto entrare nel carattere di Socrate i suoi rapporti con Platone, col vecchio Critone, coll'ambizioso Crizio (voleva dir Crizia) e la condanna a morte e la cicuta — e perfino (ah questa poi non l'avrei mai indovinata) le sue relazioni col «matto Apollodoro» e collo «scettico Pirro» (voleva dire Pirrone), il quale, poveretto,.... ebbe la disgrazia di nascere un po' troppo tardi dopo che Socrate era già morto, per poterlo conoscere!
Ecco qua un altro critico che conta nel dialogo di Socrate i punti interrogativi e mi dice che quello non è il suo metodo, perchè non l'ho scritto come un catechismo, tutto a domande e risposte! Ma se quel critico volesse ascoltar meglio, s'accorgerebbe che il dialogo procede precisamente tutto per interrogazioni, fino a che Socrate non ha costretto l'avversario a scoprirsi; e se non tutte le interrogazioni finiscono materialmente col punto interrogativo, egli è che l'indole del dialogo socratico consiste in ben altro; e molte domande son fatte nella forma suggestiva, caratteristica della socratica ironia.
Ma ecco appunto qui il peggio; Socrate, proseguendo quella forma ironica, finge di dar ragione alle risposte del suo discepolo, per meglio ridurlo nelle strette, ed attaccarlo poi. Ebbene, capita un critico che mi piglia quella finzione sul serio, e mi biasima di aver fatto che Socrate «finisca col ceder così debolmente accettando ad occhi chiusi i progetti ambiziosi del suo discepolo!» — Ma se ve lo dico io, caro Yorick, che è meglio fare il lustrascarpe che non l'autore drammatico!
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Ed anche Glicera — (ah pallido, romantico Yorick, che Glicera stupenda, se vedeste, la signora Giulia Zoppetti!) anche alla povera Glicera è toccata la sua. Ma vi pare? Una etera, una grisette di quei tempi, essere così ingenua, così sentimentale, così virtuosa, così ignorante di certe cose che dovrebbero sapere fin le donne oneste, e farsi menare a quel modo per il naso! Un critico di Trieste[149] non l'ha voluta mandar giù.
Eppure mi facevan credere gli storici e i comici che di queste ingenue allieve Aspasia ne crescesse e ne istruisse parecchie in casa sua: eppure doveva essere tanto carina quella ragazza ricordata in Antifane:
«Avea costui per vicina una giovane cittadina: appena la vide che la fece sua amante: cosa tanto più facile ch'ella non aveva nè tutori nè parenti: era una ragazza dalle inclinazioni più virtuose, oneste, d'aurei costumi: insomma quel che può dirsi veramente una meretrice (ἑταίρα), diversa da altre che disonorano un nome così bello.»[150]
Ed era una grisette di buoni costumi e niente più scaltra della mia Glicera la bellissima Pizia di Aristeneto:
«Benchè ella sia etera di condizione, pure conserva la nativa ingenua semplicità e l'indole irreprensibile e i costumi assai migliori della di lei condizione: nulla tanto mi fece innamorare di lei quanto la sua innocenza!»[151]
E non era un portento di astuzia femminile neppur la piccola etera Filemazio che a' suoi galanti scriveva:
«Voi credete di facilmente ingannarmi, perchè sono una fanciulla senza alcuna esperienza di amore, non ancora iniziata ai misteri di Venere; e potermi accalappiare più facilmente che non possa il lupo una agnellina dormente.»[152]
È persuaso quell'egregio critico che c'erano a que' tempi delle etere anche più ingenue di qualche ragazza da collegio dei nostri giorni?
Me ne appello a voi Yorick, ed invoco in appoggio, sulla materia, la vostra sapiente autorità.
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Glicera mi richiama a Timandra. Imitazione di Atte![153] Nego. Il mio amico Cossa, nel suo impareggiabile Nerone, ha pensato, per le sue buone ragioni, ad una cosa, ed io ho pensato ad un'altra: perchè la diversità dei protagonisti riflette una luce diversa sui loro amori. La passione di Atte è essenzialmente una passione fisica: perchè, se nol fosse, una donna che sente e pensa come Atte non potrebbe amar un uomo che pensa e sente come Nerone. La passione di Timandra si scalda ad altre fiamme che a quelle sole della Venere sensuale. L'amor di Atte e di Nerone è quello di due nature opposte, che non hanno niente di comune, nessuna corda unisona, nessun punto di contatto fra loro, unite da una specie di fatalità che è più forte di loro: quello di Timandra e di Alcibiade è l'incontro di due anime sorelle, che han molte corde comuni, che si sentono affini nella energia della tempra e nello istinto del piacere, nello amore del bello e della gloria; di due anime fatte per intendersi, naturalmente chiamate una verso l'altra, e che perciò, al loro primo incontrarsi nella vita, subito si ravvisano e si riconoscono. È il riconoscimento istantaneo delle anime, descritto da Socrate nell'Atto Primo. Atte si impone a Nerone, dal quale la separa un'abisso morale, colla ferrea energia che all'altro manca; gli parla un linguaggio che l'altro non può, non deve intendere; e Nerone subisce riluttante il suo fascino[154]; — Timandra si insinua in un carattere che è energico quanto il suo; tocca una dopo l'altra in lui delle corde di cui ella conosce e l'altro sente, suo malgrado, l'efficacia; e anche quando ella investe Alcibiade più irruente e più severa, l'armonia segreta di quelle due anime non cessa un istante solo. Degli attacchi di Atte, Nerone, sempre conseguente a sè, si annoja o si impaurisce; dinanzi agli attacchi di Timandra, Alcibiade quando va in collera si giustifica, e quando non vuol rispondere si commuove.
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Ma io ho un bel ricorrere a Socrate; quella teoria del riconoscimento subitaneo delle anime, o, per così dire, degli innamoramenti a colpo di sole, i critici posati e flemmatici non me l'accettan per buona: e fra le categorie della specie non me la ammettono.
«L'amore di Timandra ad Alcibiade è posticcio: non ha causa apparente nel dramma: viene non si sa da dove, nasce lì per lì, non si sa come»[155].
Nego. E ho spiegato or dianzi perchè nego. Mostrare al critico poi, nella ragione psicologica dei due caratteri e nella ragione intima del dramma, la causa di quell'amore dov'è; e il perchè quell'amore, a differenza degli altri, l'ho fatto nascere a quel modo, e il come di quella fiamma che s'accende istantanea al primo contatto delle due nature — mi porterebbe a discutere col critico sopra le leggi del cuore umano, per sentirmi rispondere che egli non le intende a modo mio. Questione di gusti! risparmio la fatica e me ne appello a Stendhal e alla sua Fisiologia dell'amore. E se Stendhal non basta — oh allora poi — me ne appello alle donne.
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Un altro critico egregio piglia la cosa in altro modo. «O non era assai più naturale dare a Timandra nel primo quadro la parte commessa a Glicera, e farla poi ricomparire nel terzo a ricevere il premio del suo affetto gentile?» E subito un terzo: Sicuro! Sicuro! Glicera e Timandra non son che un duplicato[156].