LA SPOSA DI MÈNECLE


FELICE CAVALLOTTI

LA
Sposa di Mènecle

COMEDIA
IN UN PROLOGO E TRE ATTI
CON NOTE

IN ROMA
Presso Forzani e C., tipografi del Senato
EDITORI
1882


PROPRIETÀ LETTERARIA
DEGLI EDITORI-TIPOGRAFI FORZANI E C.



[INDICE]



Una delle arringhe giudiziarie, a noi pervenute, di Iseo (l'oratore ateniese che fiorì sui principî del IV secolo avanti l'era volgare e fu maestro a Demostene), arringa intitolata: Della eredità di Mènecle, tratta di un caso giuridico che suggerì in germe la idea della presente commedia e il nome del suo protagonista. Ed è curioso che dei tanti grecisti i quali si son degnati di farmi, nelle appendici critiche, la lezione sulla commedia mia, sentenziando non verosimile il caso, nessuno abbia mostrato tampoco di conoscere il buon vecchio oratore Iseo almeno di vista. Mi sbaglio: l'uno di essi, più grecista degli altri, sentendo proferito nella commedia quel nome, mi rimproverò di avere alluso al discorso di Iseo dell'onorevole Zanardelli, e mi ammonì paternamente che queste allusioni non sono roba di sapor greco! Passiamo oltre... e veniamo al piato giudiziario che dovette decidersi a quei tempi davanti ai giudici cittadini ateniesi.

Un giovine orfano adottato per figlio da certo Mènecle, al quale avea dato la propria sorella in isposa, e divenuto, alla morte di Mènecle, erede di lui, si vede contesa la eredità da un fratello del defunto: il quale afferma in tribunale l'adozione non essere stata legittima, ma carpita al vecchio, già imbecillito dall'età, per mezzo di sua moglie, sorella all'adottato. Iseo scrive l'arringa in favor di quest'ultimo e sostiene legittima la adozione e la eredità, difendendo il giovine dall'accusa. Era questa poi falsa? Era vera? V'ha chi inclina a quest'ultima ipotesi: e scorger vorrebbe nell'arringa di Iseo la perizia di un avvocato abilissimo messa a servizio di due giovani imbroglioni, sfruttanti la imbecillità senile di Mènecle. A me la ipotesi pare molto avventata; dato che le cose stessero a quel modo, bisognerebbe ammettere che causa cattiva di rado fu difesa con migliori e più commoventi argomenti. Checchè ne sia, ecco i fatti, quali l'accusato, nell'arringa che da Iseo per lui fu scritta, innanzi ai giudici li espone: giusta la legge che agli accusati prescriveva di perorare la propria causa in persona:

Due vecchi ateniesi, Epònimo del borgo di Acarne e Mènecle, erano uniti da intima amicizia. Il primo morì lasciando quattro figli, due maschi (di cui l'uno è l'accusato) e due femmine. La maggiore fu maritata dai fratelli a certo Leucolofo. Quattr'anni dopo, quando la minore era già in età da marito, al vecchio e ricco Mènecle morì la prima moglie: ed egli andò dai due figli di Epònimo a chiedere in seconde nozze la lor sorella, in memoria dell'amicizia antica che lo legava al loro padre defunto. I due fratelli, in reverenza della memoria del genitore e pensando interpretarne il voto, di gran cuore gliel'accordarono. Ed ora lasciamo all'accusato la parola:

«Così collocate entrambe le sorelle, io e mio fratello, essendo giovani, ci demmo alla milizia e partimmo per la Tracia sotto la condotta di Ificrate. Quivi fattoci onore ed arricchitici, tornammo qua e trovammo la sorella maggiore con due figliuoli, e la minore sposata a Mènecle, senza prole. Questi, di lì a due o tre mesi, parlò con noi, e dettoci della sorella nostra un gran bene, si lamentò della propria età e dell'essere senza prole. Disse non dovere essere quello per lui il guiderdone della sua virtù, di invecchiare con lui senza aver figli: era già abbastanza che fosse infelice lui. Questo parlare chiaramente mostrava che egli la rimandava amichevolmente: perchè nessuno prega cui odia. Ei ci pregava di rendergli un segnalato servigio, dando la nostra sorella in moglie ad un altro col consenso di lui. E noi lo esortavamo a persuadere egli stesso la donna; e ove ella avesse acconsentito, noi avremmo appagato il desiderio suo. E quella, sulle prime, non volle saperne; ma poi col tempo, benchè a malincuore, acconsentì. E così la maritammo a Elèo del borgo di Sfetto, e Mènecle le restituì la dote...

«Passato da questo fatto alcun tempo, Mènecle meditava pur sempre tra sè come scongiurare la mancanza di prole, e come avere qualcuno che, lui vivo, avesse cura della sua vecchiaia, e morto gli celebrasse le esequie e i sacrifici ereditarî. Aveva bensì un nipote, il figlio di costui (l'avversario attore): ma essendo figlio unico, riteneva disdicevole, adottandolo in figlio proprio, privar di prole mascolina il fratello. E così stando, non vide altri a lui più prossimi di noi. Quindi ci parlò dicendoci parergli giusto, postochè la fortuna non gli aveva dato procrear prole dalla sorella nostra, avere almeno un figlio dalla stessa famiglia, onde avrebbe amato aver prole per via naturale. Questo udito, mio fratello assai lo ringraziò e lo approvò, dicendo che alla vecchiaia e alla solitudine di lui certo abbisognava qualcuno che di lui avesse cura e con lui convivesse nel borgo: «Per mio conto, egli disse, tu sai che mi tocca star fuori in viaggio; ma ecco qui mio fratello (me additando) che curerà le tue cose e le mie, se tu vuoi adottarlo». E Mènecle approvò le sue parole, e in questo modo mi ebbe figlio ed erede suo». Iseo, Ered. Mènecl., § 6-12.

È egli strano che, mentre sotto a questo racconto il Lallier non vede altro che tutto un intrigo ordito dai figli di Epònimo, fratelli e sorelle d'accordo, per impadronirsi dell'eredità di un vecchio ricco e senza figli; mentre la stessa renitenza della fanciulla ad accettare in sulle prime il divorzio gli pare aver l'aria di una commedia, e gli strappa un sorriso d'incredulità (Lall., La femme à Athènes, pag. 257 e seg.), al cuore di una donna invece abbia sorriso la poesia dell'accettare questo racconto per vero e credere ad un esempio raro e commovente di abnegazione, di generosità e di virtù? (Clarisse Bader, La femme grecque). Certo non è a dimenticarsi che questo è il racconto di una sola delle due parti, l'accusato, e a noi manca, per dar un giudizio, l'arringa dell'accusatore: e certo il figlio di Epònimo, soccorso dalla consumata abilità di Iseo, non avrà trascurato nel racconto, come qualunque accusato, di esporre i fatti sotto la luce che più gli giovava per muovere i giudici in proprio favore. Ma ammesso anche ciò, tutto il linguaggio dell'arringa ha pur sempre un accento di verità che colpisce: e le poche parole che Iseo ha posto in bocca al vecchio Mènecle sono tanto belle di semplicità, di naturalezza e di commovente nobiltà d'animo, che l'arte, a cui nulla importa dell'esito, qualunque fosse, di quel piato giudiziario di secoli fa, ancor meno sente il bisogno di giudicarle a priori una invenzione sfacciata, e di credere gratuitamente che il grande oratore che preparava Demostene ai magnanimi impeti e alle glorie della civile eloquenza fosse l'ignobile patrocinatore di una ignobile mariuoleria.

Ora, mutatis mutandis, e messi gli accessorî da parte, intorno a quelle semplici parole di Iseo si svolgono e favola e intreccio della commedia presente. La quale nel pensiero dell'autore mirava a innocentissimo scopo: e non quello già — Dioneguardi! — di scrivere intorno al divorzio una commedia a tesi; genere di roba a cui l'autore professa insuperabile repugnanza e ch'egli volentieri abbandona ai moderni riformatori della società; ma senza tante pretese, fra le cento e cento soluzioni del problema, escogitate in cento e cento drammi, una affacciarne, esempligrazia, già scritta nel diritto e nel costume antico, adatta a moderni casi, e sul teatro moderno non comparsa ancora: e questa, ad argomento non di tirate nè prediche filosofico-sociali, ma di una azione comica che ritraesse al vero la vita intima greca del secolo di Menandro e profili e idee e affetti e tipi della nova commedia menandréa. L'autore però non avea pensato ad un guaio: che quella vita intima d'allora, così diversa per chi la guardi alla superficie, studiata dappresso, e minutamente, somiglia in moltissime cose, come due goccie d'acqua si somigliano, alla vita intima d'oggidì: e che molti di que' tipi, di que' caratteri, di quegli affetti della commedia greca del IV secolo, trovano ancora oggi negli affetti e ne' tipi della società nostra riscontro meraviglioso: chè appunto non per nulla fu gloria di Menandro lo avere studiato dentro di sè e intorno a sè ed evocato sulla scena l'eterno umano, tutto ciò che nelle passioni, e nei dolori e nei ridicoli ha di eterno la umana natura: e per dirla con Manilio, «data la vita umana in ispettacolo ai viventi» (Manilius, Astronomicon, lib. V. E già prima di lui, Aristofane il critico esclamava: O Menandro! O vita umana! chi di voi due ha imitato l'altro?).

E così avvenne che la mia povera Sposa trasse seco dalla nascita la condanna sua, al cospetto dei critici... che la sanno lunga: i quali senz'altro, lì sui due piedi, con grande sussiego sentenziarono lei non essere che una moderna sposina sotto spoglie mentite; e non avere altro di greco fuor che le vesti ed il nome. Anzi qualcuno dei meno arcigni tra questi andò più in là, e si degnò con indulgenza domandarmi perchè mai, dal momento che la mia era una commedia affatto moderna, avessi ricorso al travestimento e non avessi dato addirittura ai miei personaggi moderni nomi, e messa la scena a Milano od a Cuneo. Eh, Dio buono! i perchè sono tanti: e tra i cento anche questo, che a Milano od a Cuneo, la soluzione pensata dal vecchio Mènecle, e a noi da Iseo testificata, se anche risponde al sentimento nostro, con i codici nostri non sarebbe stata possibile; sebbene anche a Milano ed a Cuneo essa forse sarebbe, pure ai dì nostri, in moltissimi casi desiderabile. E il mio Mènecle non essendo un moralista delle commedie a tesi, non declama su le leggi come sono da farsi, ma si serve delle leggi come sono già. Il che, per questi tempi di verismo, m'è parso anche più vero.

Ma con quei critici sapienti, autorevoli, competenti e consumatori di enciclopedie, dilungarmi in risposte non parmi del caso: e con le loro nozioni profonde della vita greca e del mondo greco, di riuscire ad intendermela dispero. Ai benevoli poi, i quali lessero nello intendimento artistico dell'autore, e furono larghi alla Sposa ne' teatri d'Italia di accoglienze cortesi, a questi dedico il volume con le note che l'accompagnano: soverchie certo a molti di loro per l'amore che professano a questi studî: non soverchie all'autore per il rispetto che deve all'arte sua.

Felice Cavallotti.

PROLOGO

PERSONAGGI DEL PROLOGO

  • TESMOTETA (presidente del tribunale).
  • BEOTO, accusatore.
  • EUDEMONIPPO, autor comico, accusato (Eudemonippo: εύδαιμων, felice; ἵππος, cavallo).
  • CANCELLIERE.
  • ARALDO.
  • 1º, 2º, 3º GIUDICE.
  • Altri Giudici (eliasti) che non parlano, e Testimoni.
  • Custode della clessidra, e Arciero scita in sentinella, che non parlano.

L'azione del prologo ha luogo in Atene l'anno 300 avanti l'E. V. (1º della 120ª Olimpiade) ossia 80 anni dopo l'epoca in cui è posta l'azione della commedia.

PROLOGO

UN PROCESSO ATENIESE[1]

DICASTERO ATENIESE.[2]

Aula del Tribunale verde (Batràchio).[3] Pareti colorite in verde. Su alcune colonne sono scolpite in tavole le leggi penali.

Verso il boccascena, a sinistra, è disposto il seggio elevato del Tesmoteta, che vestito di bianco e coronato di mirto, presiede. Accanto a lui, dai due lati, si stendono le gradinate o banchi di legno, coperti di stuoie (πίαδια)[4] per i giudici (eliasti) occupanti tutta la sinistra del palcoscenico, e supponentisi continuare in platea. Il recinto dei giudici è circoscritto nello sfondo da steccato o sbarre (δρυφάκτοις), di là dalle quali è lo spazio riservato al publico dei cittadini che frequentan le udienze: e più oltre in fondo, nel mezzo, l'ingresso, chiuso da un cancello (κιγκλίς).[5] Presso l'ingresso, guardato da una sentinella (arciero scìta),[6] sorge la statua o simulacro di Lico[7] ed è issata una piccola bandiera. Di fronte al Tesmoteta, nell'angolo tra lo sfondo e la destra della scena, due tribune elevate (βήματα), quella dell'accusatore (ringhiera dell'implacabilità, ἀναίδεια) e quella dell'accusato (ringhiera della protervia, ὕβρις). Presso alla ringhiera dell'accusato stanno i testimoni da lui citati. Dinanzi e vicino[8] alle due ringhiere, due vasi od urne pei voti, l'una di rame, coperta (urna del voto, κύριος κάδισκος), l'altra di legno, aperta (urna di controllo, ἂκυρος κάδισκος). Più innanzi, ma vicino sempre alle tribune, due tavoli, l'uno del cancelliere o scrivano (γραμματεύς) su cui è il vaso (ἐχιῖνος) contenente i documenti e altri papiri distesi sul tavolo; sull'altro più piccolo la clessidra od orologio ad acqua, regolata da un servo, soprastante alla stessa (ἐφ’ ὕδωρ).[9] Costui ha presso di sè due anfore, una grande contenente l'acqua, e una più piccola per attingerne le misure.


All'alzarsi della tela, i due litiganti son ritti in piedi nello sfondo. Il Tesmoteta (in veste bianca e con la corona di mirto) è già seduto: gli Eliasti entrano e vanno a prendere i posti. Essi hanno tutti in mano un bastone (βακτηρία) verde anch'esso come il color del Tribunale, e terminante in pomo. Man mano entrano, avanti sedersi, ritirano dal Tesmoteta una tavoletta di cera (gettone di presenza, ούμβολον). L'Araldo ch'è sul davanti della scena, in veste bianca, sta bruciando nel tripode dei rami di mirto e dell'incenso.[10]

1º El. (prendendo posto). Neh, Simone, speriamo la tengan corta...

2º El. Spero bene. Un bel piatto di lenticchie[11] m'aspetta a cena. Se l'accusato va per le lunghe, piangerà senza mangiar cipolle...[12]

Tesmot. Araldo, recita la preghiera e le imprecazioni.

Ar. (proseguendo ad ardere l'incenso).[13] «O Giove e Febo Apollo, e Pallade protettrice della rocca, e dèi Pizii, e dee Pizie, e Delìaci e Delìache, assistete al giudizio, illuminate il voto. E se alcun giudice abbia preso danari o doni dalle parti, o non le ascolti entrambe con animo eguale, e non giudichi secondo le leggi e il giuramento,[14] sia maledizione e ruina a lui e alla casa sua.[15] E se alcuno dei contendenti o testimoni inganni i giudici, e asserisca o giuri cose false, sia maledizione e ruina a lui e alla casa sua. Chi osserverà il giuramento, gli sia ogni evento felice. Così piaccia a Giove, e a Nettuno, e a Cerere».

Tesmot. ed Eliasti (in coro). Così piaccia...

Tesmot. Araldo, vedi se vi son giudici ancora fuori. Appena si incominci non entrerà più alcuno.[16]

Ar. (guardando e verso i cancelli e verso la platea). Pare ci sian tutti...

Tesmot. (accennando verso l'ingresso). Sian chiusi i cancelli. Chi dei giudici fosse ancor fuori, perderà la paga...

4º El. e altri Giudici (in ritardo, che vengon correndo mentre la sentinella sta per chiudere i cancelli). Aspetta! aspetta!

1º El. (a quei che vengono di corsa). Oh, oh, Carione! Zantia! Presto, presto! se no, non bevi il latte del questore!...[17]

4º El. (sedendosi cogli ultimi arrivati). Auff!... maledetta la furia!... Buon dì, Simone...

Tesmot. Silenzio!... (all'araldo) È chiuso? Chiama i litiganti.

Ar. Causa di Beoto, figlio di Blèpiro, del borgo di Tòrico...

Beoto (avanzandosi). Presente!

Ar. Contro Eudemonippo, figlio di Evalce, del borgo di Cefiso...

Eudem. (avanzandosi). Presente!

Tesmot. Cancelliere, recita l'accusa.

Cancel. (leggendo).[18] «Il giorno sei della luna crescente di Munichione,[19] Beoto di Blepiro, Toricese, innanzi all'Arconte accusò con giuramento Eudemonippo, autore comico, di leggi violate e corruzion del costume, perchè nella commedia La Sposa di Mènecle, presentata all'ultima gara delle feste Dionìsie,[20] mise in iscena cittadini col loro nome, disse ingiuria a magistrati, e divulgò idee contrarie alle leggi, alla famiglia, alle cose sante e stabilite della città. La pena sia dieci talenti e il bando dalle gare teatrali.[21] Stia in carcere fin che avrà pagato».[22]

Tesmot. Giudici, udiste l'accusa. Fu affissa nel termine prescritto, sotto le statue degli eroi.[23] Le parti hanno dato il giuramento.[24] Accusatore Beoto, monta in ringhiera.[25] Silenzio!...

(Beoto sale lento la ringhiera, dispone le carte a sè davanti, ne passa alcune giù al cancelliere con cui scambia sottovoce brevi parole, per mostrargli quelle da tener pronte, poi si mette la corona in testa e si soffia il naso).[26]

3º El. (durante la pausa preparatoria i giudici disattenti van chiacchierando fra loro).[27] Sai, chi ho visto ieri? Alce la sonatrice...

1º El. Come? È qui?

3º El. È tornata da Mileto, dove ha fatto fortuna. E come s'è fatta bella!...

1º El. Dove la sta?...

3º El. Ih, che fretta! Dietro il Pritanèo. Zitto... Sentiam questo chiacchierone...

Tesmot. Fate silenzio... attenti, giudici...[28]

2º El. To' che si soffia il naso per tirar giù le idee! Ah, sì, se crede che per tre oboli io voglia star qui fino a domani... (al servo che sta versando in più riprese l'acqua dall'anfora grande nella piccola che serve di misura, e da questa nella clessidra) Ehi, ehi, quell'anfore tienle scarse![29]

Beoto (dopo messasi la corona, e aggiustate le carte, comincia a parlare, appoggiandosi sul bastone[30] e rivolto al Tesmoteta). O giudici Ateniesi! La accusa testè letta mi dispensa...

1º El. Forte!...

3º El. Più forte!...

2º El. Che voce da chioccia!...

Beoto (alzando la voce) ... la accusa testè letta mi dispensa da lunghe parole, e sarò brevissimo...

1º El. Bravo!

2º El. Bene!...

Beoto. ... brevissimo... e mite: e regalo all'accusato tutta l'acqua che m'avanza...[31]

Eudem. Non so che farne...

Beoto. ... perchè la evidenza dei fatti val meglio di ogni arringa eloquentissima. Nè alcuno di voi creda, per l'olimpico Giove, che privata invidia o rancore m'abbiano mosso all'accusa:[32] chè l'animo nel muoverla mi piange...

3º El. Poveretto!...

Beoto. ... e pagherei volentieri, perchè i fatti non fossero, la multa dell'accusator soccombente.[33]

2º El. Eh, che generoso!...

Beoto (con accento e gesto di declamatore). Ma in vedere costui farsi giuoco dei patrii magistrati, e sommuovere con funeste massime la città,[34] chiamando complici della iniqua opera le Muse, santo e puro zelo d'indignazione mi prese per la offesa fatta a quelle dee: le quali invoco e gli altri numi ed eroi tutelari di questo suolo, perchè vendichino sè stessi, e voi, e le leggi, e i patrii templi, e i boschi, e i domestici sagrifici...[35]

2º El. (interrompendolo). Tira il fiato!...

Beoto. Che se, per far breve, a poche leggi sole nella accusa mi restrinsi, ben potrei portar qui tutto intero l'archivio di quante leggi e sentenze si conservano nel tempio della gran madre degli dei,[36] perchè questo impudentissimo tutte in una le calpestò. E tu, che tanto osasti, sei ancora vivo? sei qui?

Tesmot. Neh, oratore, se è qui, mi par inutile domandarglielo. Bada all'acqua...

(Mentre Beoto parla, Eudemonippo è ritto in piedi a lato della propria tribuna, e prende annotazioni.)[37]

Beoto. Ci bado!... non temere, sarò cortese con questo... scelleratissimo. La commedia vi sta, o giudici, davanti: essa vi parli per me. Vietano le leggi nostre, o Ateniesi, sian messe sulla scena persone vere sotto il loro nome e dicasi ingiuria a magistrati: savio divieto, perchè l'onore di questi è onor dei cittadini che li elessero, e l'onor dei cittadini è patrimonio della Repubblica. E pur qui nella commedia si nominano e Fania ed Elèo: e pur non ignorate che il vecchio Mènecle fu eletto due volte tesmoteta, e andò ambasciatore ai Corintj e governatore in Lesbo: giudicate voi, dopo tanta dignità di uffici, qual parte nella commedia gli tocca di fare. Bellissima anzi, vi dirà questo istrion da dozzina:[38] ma voi non sorprenderanno le sue parole, perchè appunto la commedia è intesa a capovolgere ogni concetto e della famiglia e della virtù. Vedo molti fra voi dalla testa calva o canuta, i quali condussero in tarda età giovane sposa...

2º El. (scherzoso al vicino). Neh, senti Glaucone!...

Beoto. ... essi, essi diranno, per gli dei, se la condotta che a Mènecle costui attribuisce, sia imitabile e seria, se degna di un Arconte ella sia! Ad essi, ad essi, se a loro è pur caro sentirsi sui freddi levigati avorî della testa la carezza di mano morbida e tepida, e stringere la fresca dolce compagna fra le braccia antiche e dignitose — ad essi, ad essi[39] io domando se meriti pena costui che dalla scena osa propor simili esempî, e proporli in persona di un magistrato che porta corona, affinchè l'esempio, reso più autorevole, porti più presto, o vecchi giudici, nei talami vostri la solitudine...

(Esclamazioni dei giudici).

1º El. Eh, eh! senti?

2º El. Come, come? La solitudine nei talami nostri? Questo osa quel tristo?...[40]

Beoto (rilevando, con voce vibratissima, la interruzione). Sì... questo osa!... e difendeteli, difendeteli, i vostri talami, per gli dei!...

2º El. Ma anche per le dee, se occorre!... o sta a sentire!...

Beoto. Io non so se io deva... non vorrei...

1º El. Parla! parla! galantuomo!...

2º e 3º El. Sì, sì, segui!... segui!...

Beoto. Non vorrei eccedere nei diritti della accusa, fedele al mio proposito di essere cortese con questo... solennissimo birbante...

1º e 2º El. No, no, non esser cortese!...

Beoto. Ma egli forse vi dirà che nei panni di Mènecle altro partito non v'era da quello che egli inventò: e voi rispondetegli che miglior partito era la morte...

1º El. Sicuro!...

2º El. Sicuro!

Beoto. ... e che in quei panni ognun di voi preferirebbe morire...

1º e 2º El. Cioè, cioè...

3º El. Adagio, un momento...

Beoto. Perchè la legge non vieta a chi versi in tristi impicci nel mondo l'andarsene... (passa un foglio al cancelliere) dilla su, cancelliere... tu (al custode della clessidra) ferma l'acqua...[41]

Cancel. (leggendo). «Chi non voglia più vivere, lo annunzi al Senato: gli esponga le cause: ottenutone il permesso, vada pure...»

3º El. Ah, quando c'è il permesso, è un altro affare... ma io non lo domando...

Beoto. Come vedete, o Ateniesi, la via d'uscita e magnanima vi era: magnanima costui poteva rendere la condotta di Mènecle: ma a lui premeva sovvertir la famiglia, e dare ai vecchi mariti detestabile suggerimento... Or io mi volgo tra voi, giudici, anche a color che son giovani; a voi, che appena in quest'anno avete avuto la tabella e prestato in Ardetto il giuramento:[42] e a voi domando, se baldanza di mogli sia lecita in Atene, quanta costui nelle donne di Cròbilo e di Fània ne pensò... Ben più modesto ufficio, saviamente, o Ateniesi, fra noi si assegna alla sposa del cittadino: poichè abbiam le cortigiane pei piaceri dello spirito e per gli affetti della vita... e abbiam le mogli per crear figli legittimi e per la custodia della casa e della roba.[43]

Eliasti. Bravo! benissimo!

Beoto (segue riscaldandosi e battendo del pugno sulla ringhiera). Questa la legge, questo il costume, questa la base della città: se v'ha chi altra ne sappia, la indichi, salga qua, gli cedo l'acqua.[44] Ma costume, e legge, e città, che diverranno se manderete assolto costui che insegna alle mogli ad alzar la voce, quando parla il marito? O terra, o sole, o dei![45] Così tu, celibe, insidii dei mariti l'autorità, e nulla avendo da far nella tua casa, metti sossopra la loro?

1º e 2º El. Ah, ma la vedremo!...

3º El. Basta, basta! non dir altro!... lo aggiusterem noi!...

Beoto (rasciugandosi il sudore e ripigliando più calmo). Ancora una parola, e ho finito. Fu tempo, o Ateniesi, che le Muse tra voi furon ministre di virtuosa e virile educazione: allora esse crebbero quegli uomini che pugnarono a Maratona.[46] E vanno famosi quelli antichi poeti, perchè insegnarono il vero, onorarono gli iddii, beneficarono gli uomini: e trovarono molte leggiadre parole per dire molte utili cose. Orfeo fondò i misteri, vietò le stragi; Museo insegnò i rimedi delle malattie; Esiodo l'agricoltura e i tempi del seminare e del raccogliere (man mano che Beoto prosegue l'enumerazione degli esempi, gli Eliasti danno in esclamazioni d'impazienza). Omero perchè acquistò gloria? perchè insegnò l'arte di schierar le truppe.[47] Tirteo? perchè insegnò la politica. Così è del poeta ammaestrare gli adulti, come il pedagogo i puttini:[48] per questo ordinammo che i poemi di Omero si cantino nelle sante Panatenee:[49] per questo alzammo alle Muse, come a benefattrici, gli altari. E voi tollerereste che questo sacrilego ricorra ad esse per renderle seminatrici di guai? Ah, se da qui tornando alle case vostre, le mogli o le sorelle vi domandassero:[50] Che cosa avete fatto quest'oggi? risponderete voi: abbiamo assolto un poeta il quale pose in iscena mogli che si immischiano di quel che non devono e che non fanno quello che devono? Ah no, per Giove e per il trofeo e per i sepolcri della Tetràpoli![51] no, per gli eroi che dormono sotto i pubblici monumenti! oggi... tornando a casa, raccontereste la vostra sentenza: domani, tornando a casa... non trovereste la minestra in tavola!... Pensateci!

(Applausi degli eliasti. Beoto si leva la corona e scende pettoruto, con aria trionfante, dalla ringhiera).

2º El. Ah, le mie lenticchie!...

1º El. Questo è parlare!...

3º El. Scusa... stavo scrivendo... che cosa ha detto?...

1º El. Che se diamo a costui fava bianca, domani le donne non ci fan da pranzo...

3º El. Ma glie ne do cento di fave nere...[52]

Tesmot. Accusato, monta in ringhiera: e sii calmo: non mi andare fuor degli ulivi.[53] L'accusatore è stato moderato nei termini e cortese. Vedi di esserlo anche tu.

(Grandi e prolungati rumori e voci fra i giudici, intanto che Eudemonippo monta in ringhiera e si mette la corona).

Eudem. Ateniesi! Giudici!... A Giove...

(Parla fra i rumori ostili).

Eliasti (in coro). No, no!... Abbasso!

Eudem. (tentando fra i rumori, inutilmente, di farsi ascoltare). A Giove che ascolta i giuramenti e le ragioni... io domando...

2º El. Ma che domande!... ma sentilo che parla di ragioni...

Tesmot. Fate silenzio!...

Eudem. (sforzandosi sempre tra i rumori di farsi udire). Io domando che se ingiusti...

1º El. Ingiusti noi?... Oh sfacciato!...

3º El. Noi ingiusti?... Prova mo' a ripeterlo!...

Altri Eliasti. Basta! abbasso! abbasso![54]

(Rumori prolungati, conversazioni clamorose tolgono all'oratore la parola).

Eudem. (a voce fortissima). Una volta due uomini e un asino...

(Si fa silenzio improvviso).

1º El. Ohe, attenti!... una storiella!...[55] ssssss!...

Eliasti. Ssssss! ssssss!

(Silenzio generale completo).

Eudem. (ripiglia calmo). Un asino e due uomini viaggiavano:[56] l'uno, il padron della bestia, l'altro che l'aveva a nolo: e scottando forte il sole, litigarono i due, a chi l'ombra dell'asino toccasse: l'uno, il padrone, diceva aver noleggiato l'opera della bestia e non l'ombra: l'altro replicava, l'ombra essere parte dell'opera...

(Eudemonippo si arresta con lunga pausa).

1º El. To'! to'! un bel caso da decidere!...

2º El. E così?... (a Eudemonippo che ha fatto pausa) come è andata a finire?...

3º El. (ed altri). Come è finita? come è finita?...

Eudem. È finita che i due han ricorso ai giudici in tribunale, e i giudici li han sentiti imparzialmente tutti e due... quello che voi non fate con me: e voi che state attenti, appena vi parlo di un asino... potreste bene star attenti, or che vi parlo di... un altro!...

(Indica l'accusatore: risate fra gli Eliasti).

2º El. Bravo, per Giove! Sicuro! Ha ragione!...

1º e 3º ed altri El. Sì, sì, parla!...

Eudem. (con voce pacatissima e gesto parco e corretto). Non dubitate, sarò cortese: e se di quante leggi violate ei m'accusò, tante menzogne e stolidaggini gli proverò, bene io confido ei non sia per portar fuori, col quinto dei voti, salve le spalle da qui: perchè sul vostro animo incorrotto non han presa nè i grossi paroloni,[57] nè la truce minaccia onde egli, per ispaventarvi, concluse. Paroloni e minacce a lui dettate, s'intende (ironico), non da odio nè invidia, ma da purissimo zelo dei costumi e dell'arte: così almeno vi assicurò: tu intanto (al cancelliere) chiamami i testimoni.[58]

Cancell. (leggendo la lista testimoniale). Callia di Stefano del borgo di Alopéce, Pànfilo di Arìstide del borgo di Anagìro, Chèrea di Lisìppo del borgo del Pireo... (i testi citati si avanzano; il cancelliere estrae dal vaso[59] la testimonianza e legge) «Attestiamo ch'eravamo in teatro alle feste Dionìsie quando Beoto, figlio di Blepiro toricèse, oggi accusatore, presentò una sua commedia così brutta che non giunse alla fine, perchè il popolo lo cacciò a fischi, e per poco non lo lapidò...»[60]

Eudem. Basta. Giurate che è vero?

I tre Testimoni (un dopo l'altro stendendo la mano sul tripode).[61] Giuro. Giuro. Giuro.

Eudem. Ebbene, o giudici, io non nego che scevro da invidia e purissimo sia lo zelo di Beoto: perchè la memoria delle sventure purifica, e i fischi a lui toccati nell'arte furon tanti, che nessuno zelo può essere più puro del suo. Ad una sua accusa vo' intanto rispondere: ch'abbia per me sofferto ingiuria il vero. Voi tutti ricordate di Frìnico, il poeta tragico che dilettò i vostri avi: chi sulla scena finse il vero più di lui? Tutta la città egli commosse rappresentando la presa e la distruzion di Mileto:[62] quand'egli mostrò l'orde persiane irruenti al baglior degli incendî per la città devastata, e lo strazio dei feriti e moribondi, e le jonie vergini strappate per i capelli agli altari, le donne trafitte, i poppanti scannati sul seno delle madri, tutti vinse la pietà, e per tutto il teatro fu altissimo pianto: ma gli avi vostri condannarono Frìnico a fortissima multa, per averli fatti piangere,[63] rappresentando troppo al vero quella disgrazia. Giusta e savia condanna! Perocchè a noi le Muse abbiano concesso i celesti doni a disvago e conforto dell'anima, non già ad intristirla nella contemplazione pura e semplice dei mali.[64] E chi non sa che uccisioni, e atti di ferocia, e pietosi casi avvengono tutti i giorni intorno a noi?... Incontrai e vidi, qua venendo, un padre piangere dirotto sul cadavere dell'unico figlio: io vi giuro, o Ateniesi, che egli superava nella verità del pianto ogni istrione, e che nè Sofocle nè Euripide mai non dipinsero un dolor come il suo: ed io non chiedo riveder finto ciò che i miei occhi han visto già così vero! Ma vollero i Numi che, a sollievo de' mali, noi alle Muse sagrificando ci levassimo sopra dei dolori umani: e da dolori e da colpe e da miserie, brutta discordante miscea, fuor balzasse un mondo di forme belle e nascose, parlasse una arcana divina armonia, che i cuori umani intendessero... e pure non fosse di quaggiù!... Questo vollero i nostri poeti: per questo ammirammo la legge di Tebe che punisce l'artista se dalla natura e dal vero non evoca le linee del bello. E tu calunnî, o Beoto, quegli altissimi poeti che nominasti: non da utili verità nè insegnamenti venne a loro la gloria, ma perchè le menti umane, sull'ali de' lor canti leggiadri, sorgendo a più vaste e più lucide sfere, ne ridiscesero migliori[65] e più gagliarde allo studio delle utili cose!...

Tesmot. Accusato, tu divaghi, e l'acqua scorre!..

1º El. Sì, sì, taglia corto!...

Eudem. Grazie, Arconte.... non esco dal tema. Perchè forse è poi vero che io abbia detto cose false e messa a capriccio la mia fantasia nel posto delle leggi e del costume? Vero forse che io insegni nuovi riti coniugali, libertà e diritti di donna e di moglie, a donna e a moglie negati?... Ma, o tristo che m'accusi, perchè non accusi anche l'ombre del vecchio Cràtino e del divino Aristofane, e di Antìfane, e di Alessi, e di Filemone, e di Menandro nostro dai dolcissimi amori, a cui le grazie conservino lunghi anni i geniali estri e la vita? Provami che le mogli delle lor commedie sbugiardino le mogli della mia: o trascinali anch'essi a questa ringhiera, e trascinavi Aristotile e Senofonte, che qui nel suolo dell'Attica il nome di sposa resero augusto e bello di più alti uffici, di cari diritti, di nova dignità.[66] A voi intanto, o giudici, basti la pazienza di udir la commedia, e raffrontarla alle leggi, se alcuna d'esse violai. Tu (al cancelliere) brevemente recita queste: voi appresso giudicherete quella. (Al custode della clessidra) Ferma l'acqua. (Al cancelliere) E di' su.

Canc. (legge). «La donna è dal padre o dal fratel consanguineo o dall'avo paterno data legittimamente in isposa a chi essi credono. L'orfana erede è in balìa di chi n'ha il diritto o n'ebbe podestà dal tutore».[67]

Eudem. Ora la terza di Solone sull'orfane.

Cancel. (legge). «L'orfana potrà reclamare che il parente più vicino la sposi. Questi dovrà condur l'orfana in moglie o collocarla, dandole cinquecento dramme di dote. Se nol fa, l'Arconte potrà obbligarvelo sotto multa di mille dramme, sacre a Giunone».[68]

Eudem. Continua l'altra.

Cancel. (legge). «Anche se la donna fosse già maritata, e le muoia il padre e non le restin fratelli, il prossimo parente la chiederà in moglie, e il precedente matrimonio sarà sciolto».[69]

Eudem. Queste, o giudici, le leggi nuziali, conservatrici delle stirpi. Passa a quelle dei divorzî.

Cancel. (legge). «Il divorzio ha luogo o per mutuo consenso de' coniugi, o promosso dal marito o dalla moglie: se dal marito, è ripudio: se dalla moglie, è abbandono.

«Se il divorzio accade per consenso mutuo o volontà del marito, non esige intervento del giudice. Se è chiesto dalla moglie per incuria o maltrattamenti del marito, la moglie presenta in persona la richiesta scritta all'Arconte».[70]

Eudem. Basta così. Queste savie leggi, o Ateniesi, a noi ha dato Solone: voi direte se ad esse scrupolosamente conforme il tema della commedia e la condotta di Mènecle non sia. Ben vero costui s'alza e vi dice: A Mènecle, ne' panni suoi, per fargli onore, miglior partito era scendere, volontaria ombra, fra i morti. E tu che lo affermi, l'avresti fatto? Tu che adduci la legge, perchè non l'adduci intera?[71] Perchè sapevi che, nel caso di Mènecle, il Senato di andar fra l'ombre anzi il tempo non gli avrebbe data licenza. Leggila tutta... Occhio all'acqua!...

Cancel. «Chiunque a cui siasi fatta grave la vita, lo annunzi al Senato, esponendone le cagioni: privazione di figli, perdita di sostanze, corpo mutilato, o morbo incurabile...

Eudem. Senti?...

Cancel. .... e impetrato dal Senato il permesso, beva la cicuta e vada pure».[72]

Eudem. Hai udito le cagioni che la legge enumera? Mi dirai che l'avere a sessantacinque anni una sposina di venti, sia compreso dalla legge nella rubrica dei morbi incurabili?

Beoto. Certo.

Eudem. Ammettiamolo. Chi ti dice che lo ammetteranno, per proprio conto, i senatori? E che a tutti poi accomodi di contar in piazza, al Senato, malattie di forma così atroce? E se il permesso è negato, perchè non parli della pena ai trasgressori?... Dilla tu.

Cancel. «Se uno si uccida da sè senza licenza, la mano che questo fece, sia seppellita separata dal corpo».[73]

Eudem. E tu, difensor delle leggi, tu volevi da me sulla scena l'esempio di un Arconte che le leggi offendesse, o scendesse col moncherino alla barca di Caronte, senza la mano per pagar l'obolo e ritirare il resto? Ma tagliati la tua che ha scritto più menzogne sulle tabelle di quanti abbi capelli sulla testa!...

Che resta adunque delle accuse di questo tristo? Una sola. Aver messo in iscena, contro la legge, cittadini Ateniesi col loro nome. Io non dirò che la legge, se tale fosse, fu posta da Làmaco, uno dei Trenta tiranni, quando la tirannide infuriava tra noi, e che le leggi dei Trenta sono a ritenersi abolite...[74] Non dirò che l'attica Musa, nei tempi d'oro della libertà nostra, ripudiò i freni come sacrileghi, e Pericle istesso, provatosi a porne, vi rinunziò.[75] Non dirò...

Tesmot. Neh, accusato, quello che non dirai, lascialo da parte.

Eudem. Ebbene, dirò che la legge, se tale foss'anche, costui non l'ha letta neppure. Dimmela su.

Cancel. (legge). «Làmaco disse e il Consiglio dei Trenta e il Senato decretarono: non sia lecito porre in commedia fatti contemporanei, o cittadini reali e viventi col loro nome. Il trasgressore qualunque cittadino possa citarlo in giudizio, e scriva la pena».

Eudem. Dunque la legge parla di fatti contemporanei: ora invece la commedia risale ai dì della 100ma Olimpiade, quando Atene raccolse i fuorusciti di Tebe, e Pelopida ed Epaminonda prepararono la riscossa. La legge parla di cittadini viventi: ora ecco ben sessant'anni che il buon Mènecle riposa nel sepolcro degli avi; ecco dieci anni che Aglae lo raggiunse, veneranda vecchierella, benedetta dai figli dei figli suoi. E se la legge dà al cittadin nominato facoltà di trarre in giudizio chi lo nomina, io sbaglierò, ma parmi, o giudici, che per far questo egli debba prima di tutto esser vivo... ti pare, o Arconte?...

Tesmot. Sì... mi pare...

Eudem. Perchè ai morti non è data facoltà di querela, e all'infuori di Orfeo, di Teseo e di Ercole non so chi altri fin qui sia tornato dalle porte dell'Erebo. Così Mènecle potesse tornarne!... egli, pel primo, pregherebbe, o giudici, a me propizio il vostro voto! (prende in mano un ramuscello[76] e lo stende verso i giudici) Egli ve ne pregherebbe, o voi giovani, per la memoria dell'atto suo generoso, a cui resero giustizia qui in quest'aula istessa, innanzi a questa effigie istessa di Lico eroe, i padri vostri, quando ad essi la parola eloquente di Iseo la raccontò. Egli ve ne pregherebbe, o vegliardi, non per lo squallore che costui vi minaccia, dei talami solitari, ma per i giorni sereni e consolati di affetti cari, che a lui furono compenso e letizia della tardissima età. Ben vero, egli non morse, il vecchio Mènecle, alla mela cotogna che la legge invita gli sposi a mangiar insieme, la notte delle nozze:[77] ben vero, per lui i bianchissimi graziosi dentini di giovinetta non furono costretti a cercar nella scorza del frutto sacro alla gamèlia Giunone, i solchi di denti gialli e tarlati...

1º El. al 2º. Come i tuoi...

2º El. Eh già... de' tuoi no certo... non ne hai più...

Eudem. Ma egli ebbe il conforto, raro concesso a mortali, nell'ora suprema, di leggere in isplendide pupille il dolore di lagrime vere... Ah no, o giudici, non voi irriderete alla preghiera che di sotterra il buon vecchio vi manda per me: non voi raccoglierete la iniqua accusa di questo furfante...

Beoto (al Tesmoteta). Arconte!...

Tesmot. (a Beoto). Furfante... è un termine di giurisprudenza...

Eudem. (insistendo) ... di questo furfante, leggi invocando dai tiranni bandite, o la mia Musa incolpando di corrompere il costume. Ah non cambiano i carmi il midollo nelle ossa umane! Da ottanta e più anni dorme la vecchia commedia politica, tace e dorme la satira sfrenata, lussuriosa di Aristofane, e non perciò del suo silenzio la città e i costumi s'avvantaggiarono; oggi sovr'essi il mio collega Filìppide mena di nuovo la sferza,[78] e non perciò delle sue sferzate città e costumi miglioreranno. Poveri costumi, se non bastarono a salvarvi nè la parola di Demostene, nè il sangue dei morti a Cheronea!... Voi tutti le avete vedute le patrie fortune cadute in basso coll'andarsene delle patrie virtù; le avete vedute le apostasie dei caratteri, e le fedi instabili voltarsi al voltarsi dei venti, e i tribuni mutati in cortigiani; e le 360 statue inalzate a Demetrio Falerèo, rovesciate all'indomani per ergere gli altari al Poliorcète; e le supine adulazioni di Stratocle, le bassezze buffonesche di Dromòclide,[79] e la caccia febbrile agli uffici, alle ricchezze, ai vili onori: e la viltà fatta abitudine, la menzogna eretta in legge, la ciarlataneria surta a costume: queste son le cose, dirò anch'io col poeta, queste son le cose, e non già le commedie, che mandano il popolo in rovina![80] Condannatelo il poeta, se offende le leggi della eterna bellezza!... ma voi... voi pensateci per vostro conto a quelle eterne della virtù!...

(Durante l'ultima parte dell'arringa, il Tesmoteta e i giudici danno segni visibili di stanchezza sonnolenta. Il Tesmoteta abbassa più volte la testa sul petto, rialzandola tratto tratto come chi combatte contro il sonno. Quando Eudemonippo ha finito e si leva la corona, il Tesmoteta rialza, scotendosi, vivamente il capo).

Tesmot. Finito?... (vede Eudemonippo che si leva la corona). Ah... Passerem dunque, prima dei voti, alla recita della commedia in atti... Or quindi, o giudici, l'arringa che udiste...

Cancell. (udendo un certo rumore si è mosso dal suo stallo e si è appressato ai giudici per vedere che cos'è... poi fa segno maliziosamente all'arconte additandoli, e continuando la frase di lui) ... li ha già persuasi... (addita i giudici) Dormono.

Tesmot. Dormono? (vivamente all'accusato). Recita, ch'è il momento buono!...

(CADE RAPIDAMENTE LA TELA).

NOTE

[1]. Per quanto riguarda i tribunali d'Atene, gli ordinamenti e riti giudiziari, forme del processo, ecc., ecc., rimandasi alle fonti precipue e alle sparse notizie in Demostene, Eschine, Isocrate, Lisia, Iseo, Licurgo e tutti gli altri oratori attici; e in Aristofane e negli Scolii ad Aristof., in ispecie alle Vespe, alle Aringatrici, alle Tesmoforìe, al Pluto. Confr. Schömann, Antich. greche; Antiquitates jur. publ.; De Areopago et Ephetis; De sortitione judicum; De Dicasteriis; Meier e Schömann, Der Attische Prozess; Perrot, Droit public d'Athènes; Matthiae, De judic. athen.; Hudtwalker, De arbitr.; Meursius, Themis attica; Petit, Legg. att., ecc., ecc.

[2]. All'infuori dell'Areopago e degli altri quattro tribunali speciali dei magistrati detti Efeti (Pritaneo, Delfinio, Palladio e Freatte) giudicanti delle cause di omicidi volontari e involontari in genere (δίκαι φονικαί) giudicavano di tutte l'altre cause civili e penali i giudici popolari o cittadini giurati, 6000 di numero (dicasti od eliasti), scelti a sorte ogni anno fra tutti i cittadini non minori dei trenta anni, e integri di fama e di diritti politici e civili (ἐπίτιμοι). Cinque mila erano giudici effettivi; mille supplenti. Distribuivansi i 6000 in 10 tribunali, ossia sezioni o decurie (δικαστήρια), quant'era appunto il numero delle tribù (Scol. in Aristof., Pluto); e dicastero diceasi non pur la sezione, ma anche il luogo o tribunale a ciascuna assegnato per tenervi i giudizi. Designavansi le 10 sezioni per una lettera dell'alfabeto, dall'Α alla Κ, che veniva scritta in rosso sulla porta del tribunale rispettivo: indi, giudicare nella lettera tale (εν τινι γράμματι δικάζειν) equivaleva essere assegnato a questo o quel tribunale (cfr. Aristof., Plut., V. 277). Così ogni anno, insieme alla estrazione dei giudici cittadini (fatta dai Tesmoteti, per tribù) estraevasi a sorte anche la lettera indicante il dicastero a cui ciascun d'essi era assegnato. Compiuta la sortizione, a ciascun giudice veniva data una tabella di bronzo (πινάκιον) con su scrittovi il suo nome e la lettera del dicastero assegnatogli, e impressovi il gorgònio, stemma della città. Questa tabella era il distintivo della sua carica di quell'anno, e il cittadino giurato la recava seco ogni giorno di giudizi, alle estrazioni mattutine dei dicasteri di quel dì. Perocchè non sempre, e ben rado, tutti e 10 i tribunali simultaneamente sedevano; ma nei giorni che v'erano cause a trattare, tutti i giudici cittadini convenivan la mattina nell'agora, dove l'arconte estraeva dall'urna a sorte tante lettere o sezioni a seconda del numero de' processi di quella giornata, e a sorte assegnava in quali tribunali le sezioni estratte dovessero raccogliersi a giudicare. Poi, siccome ciascun tribunale distinguevasi da un colore suo proprio, così ai giudici delle sezioni estratte per quel dì veniva consegnato un bastone di forma speciale (βακτηρία, σκίπων) terminante in una specie di globulo (βάλανον); bastone dell'uguale colore del dicastero assegnato, e colla lettera del medesimo pure scrittavi sopra (Aristof., Vesp., v. 727; Scol., V. 1105; Scol., Pluto, 277). Oltre questo bastone che serviva ai giudici per sapere a quale dicastero recarsi e per farvisi riconoscere alla porta, il Tesmoteta, presidente del tribunale, consegnava a ciascuno d'essi una téssera (σύμβολον), che l'egregio Mariotti a torto confonde col πινάκιον dinanzi accennato. Quello era il distintivo della carica annua, e ognuno dei 6000 eliasti l'aveva con sè (quel che sarebbe pei deputati nostri la medaglia); il σύμβολον invece era un gettone di presenza che al giudice veniva dato per andare a ricevere la mercede del giudizio.

Quanto al numero dei giudici popolari sedenti in ogni causa, i giudici effettivi essendo 5000, risultava il numero ordinario per ciascun tribunale di 500 giudici. Se però di cause gravi trattavasi, adunavansi anche due, tre o più sezioni in un tribunale solo: e s'aveano così tribunali sedenti di 1000 o 2000 giudici, o magari composto di tutte e dieci le sezioni riunite. Viceversa, per le cause minori, talvolta neppure raccoglievasi una sezione intera. Due o tre centinaia anche bastavano: solo curando dispari il numero per evitare nei voti la parità. E innanzi alle porte del tribunale destinato s'estraeva di giudici o supplenti quanti per quella tal causa bisognavano (Isocr., Areopag., c. 20). Cfr. Schömann, Meier, ecc.

[3]. Distinguevansi, come sopra fu detto, ciascuno da un proprio colore, i tribunali ove recavasi volta per volta l'una o l'altra delle 10 sezioni o lettere a giudicare (Scol. in Aristof., Vespe; Polluce, VIII). E pare il lor numero fosse anche più dei 10 (senza contar l'Areopago e i 4 altri degli Efeti); la maggior parte situati intorno a l'Agora o Foro. Due di essi dal colore prendevano anche il nome, come appunto il Verde (Βατραχιοῦν) e il Rosso (Φοινικιοῦν), nominati in Pausania, I, 28. Oltre questi, ricordansi il Trigono o Triangolare, il Metioco o Callio, il Nuovo, il Maggiore, il Medio e il Liceo, presso al tempio di Lico. Anche l'Odeone serviva a giudizi popolari (Aristof., Vespe). Ma il più noto di questi tribunali era l'Eliea, che era un luogo spazioso a cielo aperto, come indica il nome: probabilmente lo si sceglieva a preferenza quand'era il caso di raccogliere più sezioni insieme per i giudizi più gravi; ond'è che il nome di eliasti, particolare ai giudici che andavano a sedervi, passò nell'uso come sinonimo di dicasti, ad indicare complessivamente tutti i giudici cittadini, anche degli altri dicasteri.

Il Batrachio qui nominato fu da taluno per errore confuso col Parabisto, ch'era un altro tribunale ove sedevano gli Undici, magistrato esecutore delle sentenze di morte, e sovrastante al giudizio dei furti.

[4]. Cfr. Aristof., Vespe, v. 90. Polluce, VIII, 133.

[5]. Cfr. Aristof., Vespe, v. 775, 830. «Vuoi tu citare senza che vi siano gli steccati, che primi a noi sogliono apparire tra le cose sacre del giudizio?» ibid.

[6]. A un picchetto di questi arcieri, per lo più traci o sciti, era affidato, durante l'udienza, l'ordine nella sala, e il mantener la quiete fra il publico numeroso dei curiosi. Polluce, VIII, 131. Meier, Att. Pr.

[7]. Lico, figlio di Pandione, antico re d'Atene, pare venisse onorato di culto particolarmente come patrono dei giudizî. Sorgeva il suo simulacro all'ingresso della maggior parte dei tribunali e precisamente nel luogo dove i giudici uscendo riscotevano i tre oboli. Cfr. in Aristof., Vespe, l'apostrofe dell'eliasta Filocleone: «O Lico signore, eroe a me vicino, tu al pari di me sempre t'allegri per le lagrime degli accusati e solo degli eroi volesti aver sede appo chi piange», v. 389 seg. Cfr. v. 819. Presso alla statua di Lico radunavansi anche, innanzi al giudizio, gli eliasti che si lasciavan corrompere e che vendevano il voto alle parti, per contrattare colle medesime il prezzo.

[8]. «Conviene che ognuno di voi, giudici, si faccia vicino alla ringhiera (ἄχρι τοῦ βήματος) per dare un voto santo e giusto...» Demost., Falsa legaz., 441.

[9]. Polluce, VIII, 113. Esichio, Suida. Cfr. Meier, Att. Pr., 716.

[10]. Premettevasi alla udienza (che cominciava la mattina per tempo, ogni processo dovendo finirsi nel dì) una purificazione religiosa e una preghiera recitata dall'araldo. Aristof., Vespe. «Ora alcuno porti subito il fuoco e rami di mirto ed incenso, per porgere innanzi tutto le preghiere agli dei» v. 860 seg.

[11]. Cfr. Aristof., Vespe, 811 seg., v. 906.

[12]. Aristof., Lisistr., v. 798.

[13]. Per i criteri da me seguiti nel compilare il testo di questa formula, cfr. Aristof., Tesmof., v. 331-371; Vespe, v. 863 segg. Demost., C. Aristocr., 652-653; C. Timocr., 746-747; Corona, 319, 28. Andocide, Misteri, 13, 23.

[14]. V. la formula del giuramento annuo degli eliasti, in Demost., C. Timocr., 746: «Darò il voto conforme alle leggi e ai decreti del popolo ateniese e del Senato dei Cinquecento. Nè voterò per la tirannide nè per l'oligarchia. Nè se alcuno opprimerà la libertà del popolo o parlerà o voterà contro di essa, io lo consentirò, come non consentirò la remissione dei debiti privati nè la spartizione delle terre o delle case. Non richiamerò i fuorusciti o i condannati a morte; nè scaccierò i cittadini residenti in città, contro le disposizioni delle leggi, del popolo e del Senato. Non lo farò, nè consentirò lo faccia altri. Non nominerò a magistrato chi non abbia dato conto di altri uffici esercitati... Nè due volte nominerò pel medesimo magistrato il medesimo cittadino, nè consentirò ch'egli eserciti due ufficj nello stesso anno. Non accetterò doni per il giudizio nè permetterò che altri, me consapevole, ne accetti, nè consentirò artificj o frodi. Non ho meno di trent'anni di età. Ascolterò l'accusatore e il difensore con animo eguale e sentenzierò sulla questione. — Sarà giurato in nome di Giove, Nettuno e Cerere e imprecato la ruina a sè e alla casa sua in caso che siano violate le cose dette. Per contro a chi le osserverà, molte prosperità verranno». Quanta sapienza civile di popolo libero in poche linee! Questo giuramento era prestato al cominciar d'ogni anno, in luogo spazioso detto Ardetto, in riva all'Ilisso, dai cittadini che vi si radunavano per l'estrazione a sorte dei 6000 giudici dell'anno. Cfr. Schöm., Sort. jud.

[15]. ἐπαρᾶσθαι ἐξώλειαν ἑαυτᾧ και οἰκήᾳ τῇ ἑαυτου, Demost., C. Timocr., 746. ἐπιορκοῦντι δ’ἐξώλη αὐτὸν ειναι καὶ γένος. Andoc., Mist., κακῶς ἀπολέσθαι τοῦτον αὐτὸν κᾠκίαν, Aristof., Tesmof., v. 349.

[16]. Cfr. Aristof., Vespe, v. 891. Cominciato il giudizio, (la mattina per tempo), i giudici arrivati in ritardo restavano esclusi, e così perdevan la paga. Cfr. Vespe, v. 775: «E se anche t'alzerai da letto a mezzogiorno, nessun Tesmoteta ti farà più chiudere fuori dei cancelli».

[17]. Così era detta per celia la paga dei tre oboli, che i giudici pigliavano. κωλακρέτου γάλα πίνειν, Aristof., Vespe, V. 724.

[18]. Sulle formule di accuse, cfr. gli esempi varî in Demostene e negli altri oratori: e l'accusa contro Socrate in Platone, Apologia, e quella contro Alcibiade, Plut., Alcib. Cfr. Aristof., Vespe, 894.

[19]. Munichione, il 10º mese attico (dal 15 aprile al 15 maggio). Sul lunario ateniese, cfr. note all'Alcibiade.

[20]. Cfr. Eschine, C. Ctesif. Demost., Corona.

[21]. La pena ora era lasciata dalla legge al giudizio dell'Eliea (cfr. Demost. C. Mid. Plat. Apol. Soc.), ora iscritta nella legge stessa che contemplava il reato e nel testo dell'accusa proposta. Cfr. Demost., C. Timarc. Aristof., Vespe, 897.

[22]. ἔως δέ τοῦ ἀποτῖσαι εὶρχθήτω. Demost. C. Timarc., 3, 17.

[23]. Si affiggevano in publico, tempo innanzi il dibattimento perchè ognuno interessato potesse prenderne notizia: «affinchè ognuno leggesse sotto le statue degli eroi: Eutemone Lusiese diè querela di posto abbandonato a Demostene Peaniese». Demost., C. Midia. Quest'affissione era prescritta anche per le leggi che i cittadini proponevano, avanti sottoporle al Senato e all'assemblea: «Se bisogneran nuove leggi, i Tesmoteti le scrivano nelle tavole e le espongano innanzi alle statue degli eroi, all'esamina di ognuno». Andoc., Misteri.

[24]. Questo giuramento (ἀντομωσία) era dato dalle due parti innanzi al Tesmoteta nell'istruttoria del processo precorrente il dibattimento, l'accusatore giurando della verità dell'accusa, l'accusato della propria innocenza. Cfr. Plat., Apol. Meier, Att. Pr., 624.

[25]. αίγα, κάθιξε. σὺ δ’ἀναβὰς κατηγόρει. Aristof., Vespe, 905. Era prescritto per legge che ciascuna delle due parti perorasse da sè la propria causa (Quint., Inst., II): gl'incapaci a difendersi da sè, si faceano scrivere da altri o da parenti o da avvocati di grido che ne facean professione (logògrafi) le arringhe che poi per proprio conto recitavano. Cfr. Vite X Or. Demost., C. Leocar. Tutt'al più, a volte concedevasi che la parte limitasse il suo discorso a un semplice esordio, dopo il quale cedeva la parola a un amico od orator di mestiere che parlasse per lui (sinègoro). Così nella orazion contro Neera Teomnesto accusatore, dopo un breve proemio, cede la parola al proprio parente Apollodoro. Gli oratori parlavano dalla ringhiera, in piedi e postasi in capo la corona; quando non era il loro turno di parola, sedevano; e finito di parlare, deponevano la corona. Aristof., Eccles., v. 163. Cfr. Meier, Att. Pr., 707.

[26]. «Prima di parlare mettiti in capo questa corona. Fate silenzio, state attenti. Ecco, già si spurga il naso, come usano gli oratori, (χρέμπτεται γὰρ ἤδη, ὃπερ ποιοῦσ’. οἱ ῥήτορες) È probabile che farà un lungo discorso». Aristof., Tesmof., 381, 382. Ecclesiaz., v. 131.

[27]. Cfr. Barthel., Anac., cap. 18. A dar meglio idea dell'attenzione dei giudici nel corso del dibattimento, Aristofane ti mette in iscena per ischerzo anche il vecchio eliasta che durante le arringhe delle parti sta mangiando la minestra (Vespe, v. 906).

[28]. Σίγα, σιώπα, πρόσεχε τὸν νοῦν. Aristof., Tesmof., 381.

[29]. Colla clessidra (che noi chiameremmo orologio ad acqua, benchè non fosse precisamente la stessa cosa, cfr. Meier, Att. Pr., 715) misuravasi, com'è noto, il tempo concesso alle arringhe delle parti nei processi d'importanza. Nei processi inconcludenti e in alcuni di data specie, come la querela di maltrattamento, non s'usava clessidra (cfr. Harpocr.) e la misura del tempo lasciavasi probabilmente al discreto giudizio del presidente. Questi eran detti processi senz'acqua. Secondo la maggiore o minor gravità della causa variava la quantità e misura dell'acqua accordata; tante anfore per la tal causa, tante anfore per la tal'altra. Così per es. nella querela di falsa ambasceria (παραπρεσβείας γ.) eran concesse a ciascuna parte undici anfore (Eschin., Falsa amb.); nelle cause di eredità concedeasi a ogni parte un anforeo, e nelle repliche la metà, ossia tre coe (Demost., C. Macart.) L'acqua veniva fatta misurar dall'arconte all'udienza, come vedi nell'orazione contro Macartato. Nella misura dell'acqua non era compreso il tempo impiegato alla lettura degli atti, leggi, decreti o testimonianze: perciò l'oratore, quando stava per far dare lettura di documenti, o chiamar testi, ordinava al custode della clessidra di fermar l'acqua. (πίλαβε τὸ ὕδωρ, cfr. Demost., C. Stef., 1103; C. Eubul., 1305, ecc. Iseo, Ered. Menec., 221, ecc.)

[30]. «Procura di arringare in bel modo, appoggiandoti con decoro sul bastone». Aristof., Ecclesiaz., v. 150.

[31]. «Se alcuno vuol contraddirmi, venga qua, gli cedo l'acqua». Demost., Falsa legaz. «Quelli che mi affermano menzognero, vengano qua, si servano dell'acqua mia (parlino nella mia acqua, ἐπὶ τοῦ ἐμοῦ ὕδατος) per isbugiardarmi testimoniando». Demost., C. Eubul. «Indichi Eschine le sue proposte in pro della patria; se ci sono, le palesi e io gli cedo l'acqua». Demost., Corona. Cfr. Andoc., Mist.

Per esempio opposto, in altre arringhe demosteniche l'oratore lamentasi spesso che a dir tutto non gli basti l'acqua. «A voler isbugiardare i testimoni l'acqua non mi basterebbe». Demost. C. Stef.; I. C. Neera; C. Macart., ecc.

[32]. L'ipocrisia di questi esordî era in voga tra gli oratori, allora come oggi: tanto più frequente e necessaria in città dove l'accusa publica, fatta diritto di ciascun cittadino, allettava gl'ignobili sicofanti a servirsene a lucri e a vendette personali. «Non per desio di litigi, in nome degli dei, introdussi o giudici questa causa contro Beoto». Demost., C. Beot. «Nessuno di voi, Ateniesi, si avvisi che per privata inimicizia io venga qua accusator di Aristocrate». Demost., C. Aristocr. «Non per ruggine nè voglia di litigar con Leocrate ho dato questa accusa contro lui, ma perchè reputavo vergogna lasciar libero nella piazza un tanto vitupero della patria». Licurgo, C. Leocr. Cfr. Lisia, C. Filone, ecc.

[33]. L'accusatore che ritirava una publica accusa da lui promossa, o che non otteneva nei processi il quinto dei suffragi pagava nelle cause civili un obolo per ogni dramma, ossia la multa del sesto della somma in litigio; nelle cause penali, come questa, era multato in 1000 dramme, più la perdita del diritto di accusare e di star in giudizio. (Demost., C. Teocrine; Corona). Nelle cause religiose era aggiunta anche l'infamia.

[34]. Cfr. Plat., Apol. di Socr.

[35]. Su queste invocazioni, cfr. Licurg., C. Leocr.; Demost., Corona; Aristof., Ecclesiaz., v. 171.

[36]. Il tempio di Cibele (Metròo), nell'agora presso il Senato, era anche l'archivio ove custodivansi le leggi scolpite in pietra e i decreti del popolo. «Ditemi, o cittadini, se un uomo entrato nel tempio della gran madre vi raschiasse una sola legge, non lo uccidereste voi?» Licurgo, C. Leocr. «La sua rinunzia si conserva fra le scritture pubbliche nel Metroo, dove sono affidate alla custodia di un cittadino. Ivi sta scritto il decreto col nome suo». Demost., Falsa legaz., 381.

[37]. «Bdelic. Ed io noterò semplicemente per memoria quanto egli dirà». Aristof., Vespe, 540, 559. Così i giudici come gli oratori eran forniti dell'occorrente per prender note. Cfr. Vespe, 529: «tosto qui alcuno mi porti il mio cofanetto» (κθστη, ch'era la cartella con l'occorrente per iscrivere, tavolette e stili, σανίδας καὶ γραφάς, Vespe, 848).

[38]. τριταγωνιστής, istrione da terze parti, una delle garbatezze più frequenti che gli avvocati tra loro si regalavano, dacchè era venuto di moda, col moltiplicarsi dei giudizi e dei rétori, l'enfasi del declamare e gesticolare. D'altronde (e ciò valga per questo ed altri epiteti delle arringhe di Beoto ed Eudemonippo), gli oratori attici in genere e Demostene in ispecie, non brillavano precisamente per l'eccessiva urbanità. Merita conto di notarlo per coloro che usano spesso a rovescio la parola atticismo e si imaginano che l'atticismo antico consistesse, anzichè nella purezza dell'idioma, nell'uso delle frasi gentili. Basti un esempio per tutti, la graziosa raccolta di paroline dolci che Demostene regala al suo avversario Eschine, tutte di un fiato, in un solo discorso: «Che core, o istrion da dozzina, doveva essere il mio, quando io consigliavo la città?» (Corona, 297); e poi da capo: «Che gli Dei e gli uomini tutti ti annientino, scellerato cittadino, istrione da terze parti!» (Cor., 335); e poi: «Ciarliero, imbroglione, pestifero vasello di frodi, copista che va declamando paroloni a somiglianza d'un tragico» (Cor., 269); e avanti ancora: «Ma può mai darsi un più ribaldo ed esecrabile calunniatore di costui?» (Cor., 298) e seguita: «se andava attorno cogli altri, solenne birbante è costui...» (Cor., 300). E i complimenti non finiscono lì: sebbene per un discorso solo potrebbe parere che bastino.

[39]. Superfluo avvertire che l'eloquenza dell'accusatore Beoto (per contrapposto a quella di Eudemonippo) è qui presentata come quella appunto d'un sicofante declamatore e tronfio, giusta la descrizione di Demostene (Cor., 269).

[40]. Giudici che interrompono l'oratore o interloquiscono nell'arringa — cfr. Demost., C. Stef., I, 1128; C. Macart., 1060; C. Spudia, 1033; C. Beot., 1022, 1024.

[41]. ἐπίλαβε τὸ ὕδωρ. Demost., C. Stef., I, 1103; C. Eubul., 1305, 7; e altrove. Iseo, Ered. di Mènecle, 221; di Pirro, 21, ecc. Cfr. nota 30.

[42]. La lettura dei documenti e delle leggi citate in appoggio era fatta all'udienza, non dall'oratore, ma dal cancelliere. V. in Demostene e negli altri oratori. Della tavoletta o πινάκιον, distintivo degli eliasti, V. sopra, n. 2: del giuramento degli eliasti in Ardetto, n. 15.

[43]. τὰς μὲν γὰρ ἑταίρας ὴδονἦς ἕνεκ’ ἔχομεν.... τὰς δὲ γυναῖκας τοῦ παιδοποιεῖσθαι γνησίως καὶ τῶν ἔνδον φύλακα πιστην ἔχειν. Demost., C. Neera, 1386.

[44]. «Chi vuol contraddirmi, sorga e parli nella mia acqua» ἀναστὰς ἐν τῷ ἐμῷ ὕδατι, εἰπάτω. Demost., Falsa leg., 359; Cor., 274.

[45]. Demost., Cor., 269, 273 e in cent'altri luoghi.

[46]. Cfr. Aristof., Nubi, v. 986.

[47]. Cfr. Aristof., Rane, v. 1030-1036.

[48]. τοῖς μὲν γὰρ παδαρίοισιν — ἔστι διδάσκαλος ὅστις φράξει, τοῖς ηβῶσιν δὲ ποιηταί. Ar., Rane, 1054.

[49]. «Io voglio citarvi anche i versi di Omero, il qual poeta fu tenuto così eccellente dai nostri padri, che per legge decretarono recitarsi le poesie di lui solo e non d'altri, ogni cinque anni, nelle Panatenee». Licurgo, C. Leocr. Eliano fa autore di questa legge Ipparco, il figliuol di Pisistrato, il primo che portò i poemi omerici nell'Attica. Cfr. Plat., Ipparco.

[50]. Cfr. Demost., C. Neera, 1382: «τί δέ καὶ φήσειεν ἂν ὒμῶν ἕκαστος εὶσιὼν πρὸς τὴν ὲαυτοῦ γυναῖκα ἢ θυγατέρα... ἐπειδὰν ἔρηται ὑμᾶς ποῦ ἦτε, καὶ εἲπητε ὅτι ἐ δικάξομεν, ecc., ecc.» Cfr. Aristof., Lisistr., V. 512 seg.

[51]. Cfr. Demost., Corona, 297: ’Αλλ’ ουκ ἔστιν, οὐκ ἔστιν... μὰ τοὐς Μαραθῶνι, ecc., ecc.

[52]. Si davano i suffragi ne' giudizi in varie maniere, per via di piccole conchiglie, o per lo più di fave o di pietruzze (ψ ῆφοι) bianche per l'assoluzione, nere per la condanna: oppure per mezzo di pallottoline (σπόνδυλοι), le une nere e forate, le altre bianche ed intere; le forate per condannare, le intere per assolvere. Esch., C. Timarc.; Luciano, Apol. Paras.

[53]. «Bada che l'ira nel rispondergli non ti porti di là dagli ulivi», ἐκτὸς τῶν ἐλαῶν. Aristof., Rane, 995.

[54]. «Perchè egli era il primo a parlare, stravolse la lite, e col leggere molte cose e col mentire commosse i giudici di guisa, che non vollero neanche udire la mia voce. Così condannato all'ammenda della sesta parte, senza aver ottenuto di far la mia difesa, me ne andai triste e malcontento». Demost., C. Stefano, I. In simili casi i giudici vociferavano in coro al malcapitato di scendere dalla tribuna, gridandogli: abbasso! abbasso! κατάβα, κατάβα, κατάβα Aristof., Vespe, 979. E così nelle Vespe è preso dal vero perfettamente il bozzetto satirico del vecchio eliasta, impaziente di condannare dopo udita una parte sola: «Bdelic. Per gli dei, o padre, non pronunziar la sentenza prima di aver udite tutte e due le parti. Filoc. Mio caro, la cosa e già chiara e parla da sè». Vespe, 920.

[55]. «Dimmi un po' quali lusinghe non può un giudice ascoltare?... Chi piange la sua miseria; chi ci narra favole e qualche storiella da ridere di quelle di Esopo; chi fa il buffone affinchè io rida e deponga, nel giudicare, lo sdegno». Aristof., Vespe, v. 564. Cfr. v. 1259.

[56]. V. Plutarco, Demostene. Cfr. le note al mio Alcibiade, p. 215.

[57]. «Costui si vanta tanto della sua voce, che confida di far con essa molta impressione su di voi. Ma sarebbe assurdo che, mentre lo scacciaste a fischi dal teatro, qui gli faceste lieta accoglienza soltanto per la sua voce sonora». Demost., Falsa legaz. Cfr. Corona, 269.

[58]. Κάλει μοι τοὺς μάρτυρας. Demost., ecc. I testimoni non deponevano all'udienza, ma vi confermavano con giuramento le testimonianze scritte, date da essi nell'istruttoria o quelle loro deferite dall'oratore anche avversario. «A conferma del mio dire addurrò in testimonio Aristofane Olintio. Chiama Aristofane e leggi la testimonianza di lui». Eschine, Apol. «Chiama Egesandro per cui scrissi la testimonianza più modesta che non chiedano i suoi costumi... ma so bene che spergiurerà». Eschine, C. Timarco.

[59]. ἐχῖνος. (Harpocr.; Scol. in Arist., Vespe, 1427). Era un vaso di terra o di metallo nel quale si deponevano e custodivano i documenti presentati nella istruttoria del processo. Cfr. Meier, Att. Pr., 691.

[60]. Cfr. Demost., Falsa legaz. «Sarebbe assurdo che mentre voi, giudici, udendo costui (Eschine) rappresentare Tieste e le sventure di Troja, lo cacciaste di teatro a fischiate, e quasi lo lapidaste, tanto ch'egli abbandonò l'arte dello istrione, ora ch'egli, non già sulla scena, ma coi fatti danneggia la repubblica, gli faceste lieta accoglienza» p. 449.

[61]. «I testimoni parlino senza paura e giurino toccando le cose sacre». Lic., C. Leocr. Il giuramento veniva dato secondo i casi espressamente a voce («giuriamo: eravamo presenti» Demost., C. Stef., 1, 1109), oppure anche tacitamente, confermando col solo gesto la testimonianza scritta o già giurata prima nell'istruttoria: come nell'esempio in Demost., C. Midia, 560.

[62]. Anno 498 av. l'E. V. (Olimp., 70, 3). Nell'anno stesso dello avvenimento rappresentò Frinico in Atene la sua tragedia: La presa di Mileto.

[63]. Erodoto. Cfr. Müller, Ist. Letterat. Gr., II, 35; Becq de Fouquières, Aspasie.

[64]. Cfr. un passo del comico Similo, ex inc. fab., presso Stobeo, 60.

Rispetto alle teorie estetiche qui svolte da Eudemonippo, giovi confrontare anche tutta la scena della contesa fra Eschilo ed Euripide, nelle Rane di Aristofane. Caratteristico e curioso in ispecie quel passo: «Eurip. Forse che non esposi in iscena la storia di Fedra esattamente vera come stava? Eschil. Sì, per Giove, l'hai esposta come stava. Ma ciò che è turpe il poeta deve celarlo, non esporlo, nè metterlo in iscena» v. 1052-3. Tanto è vero, che certe polemiche di oggidì, e certe teorie veriste nelle quali taluni si credono avere inventata la polvere da sparo, giravano già nel mondo dell'arte qualche secolo prima che nascessero i veristi della giornata.

[65]. «Esch. Per che cosa si deve ammirare il poeta? Eurip. Perchè prepara cittadini migliori alla città». Aristof., Rane, 1008-9.

[66]. Vedi in Aristotile, Morale a Nicomaco, VIII. Cfr. Polit., I, cap. 1, 5; II, cap. 2; e in Senofonte, Economico, VII, lo squisito bozzetto della moglie d'Iscomaco. Cfr. fra le molte opere moderne, che trattarono della posizione morale e giuridica della donna di famiglia ateniese, l'eccellente studio di Lallier, La femme dans la famille athénienne.

[67]. Demost., II, C. Stef. Cfr. Meursius, Themis Attica, 34.

[68]. Meursius, Them. Att., 35. Cfr. Terenzio, Phormio; Diod. Sic., XII.

[69]. Iseo, Eredità di Pirro, § 64.

[70]. Plut., Alcib., VIII; Cratino, La bottiglia, framm. Petit, Leg. Att.; Schöm., Antiq. Jur. Pub., 343; Meier, Att. Pr., 558; Mariotti, Demost., III, 541.

[71]. Di oratori travisanti o mutilanti furbescamente il testo delle leggi che citavano, vedi esempio: «Non ti vergogni di accusarmi per invidia e scambiar leggi e smozzicarle, invece di allegarle intere a chi ha giurato di sentenziare secondo le leggi?» Demost., Corona, 268.

[72]. Libanio, Decl. X. cfr. Meursius, Them. Att., 52.

[73]. ἐὰν τις αὺτόν διαχρήσεται, τὴν χεῖρα, τὴν τοῦτο πράξασαν, χωρὶς τοῦ σώματος θάπτομεν. Eschine, C. Ctesif.

[74]. «Le cose operate sotto i 30 e le sentenze date, private o pubbliche, non siano valide». Demost., C. Timocr. Vedi nella stessa arringa anche il testo del decreto di Diocle.

[75]. Al tempo di Pericle, e mentre più fioriva il poeta comico Cratino, nell'anno 440 av. l'E. V. fu portato primamente un decreto, che frenava la libertà degli scherzi nelle commedie. Questo decreto prese il nome da Morichide, ch'era l'arconte di quell'anno. Ma questo decreto fu abrogato di lì a soli 3 anni, nel 437, essendo arconte Eutimene. Venne posteriormente, a regolare la licenza sfrenata degli attacchi, un decreto così detto di Siracosio, che proibiva attaccare i cittadini direttamente per nome (μὴ κωμῳδεῖν ὀνομαστὶ): ma il divieto proteggeva gli uomini politici come tali, non come privati. E che il decreto, nel fiorire della democrazia ateniese, subisse larghissimi strappi, lo prova ampiamente la virulenza degli attacchi di Aristofane contro il demagogo Cleone, nelle Vespe. Ma allorquando la libertà ateniese cadde, per la disfatta di Egospotamo, e Sparta impose ad Atene la oligarchia dei trenta tiranni, era evidente che la commedia, colla libertà nata e cresciuta, dovesse seguirne per la prima le sorti. E così Lamaco, forse più che altro richiamando in vigore e completando con più rigorose sanzioni quel decreto caduto in dissuetudine, recò alla commedia antica l'ultimo colpo con il decreto ch'ebbe nome da lui e che vietava assolutamente porre in iscena i viventi. Cfr. Cappellina, Pref. ad Aristof.; Schleg., Letter. dram.; Müller, Istit. lett. gr.; Meursius, Them. Att. II, 20; Petit, Leg. Att., 79.

[76]. «Vedo qualcuno sedente al tribunale e protendente il ramoscello dei sùpplici». Aristof., Pluto, 382. Tutto era buono agli accusati per cercar perorando d'impietosire i giudici: e se il ramoscello de' supplicanti non bastava, si faceano venir intorno i vecchi parenti, le mogli, i bambini, come vedi in Eschin., Apol. Tutta questa perorazione o digressione supplichevole di Eudemonippo appartiene appunto al genere di quelle di che gli oratori ne' giudizi popolari dell'Eliea facean maggior uso, ma che erano rigorosamente vietate davanti al tribunale dell'Areopago. Cfr. Meier, Att. Pr., 719.

[77]. Prescrisse Solone, che «la sposa rinchiusa collo sposo in una stanza, a mangiar abbia con lui una mela cotogna, e sia obbligato il marito della ereditaria di giacere con essa almeno tre volte il mese». Plut., Solone.

[78]. Il processo, non bisogna dimenticarlo, ha luogo intorno ai tempi di Demetrio Poliorcete nel breve intervallo di respiro lasciato alla democrazia ateniese, fra il cader delle sorti di questo principe e il ristabilirsi definitivo del giogo macedone. A quell'epoca fiorì Filippide, poeta comico della commedia nuova, acerbo flagellatore nelle sue commedie delle smaccate, vergognose adulazioni prodigate a Demetrio dal popolo ateniese, e in ispecie dai demagoghi cortigiani Stratocle e Dromoclide. Vedi i suoi versi riferiti in Plutarco, Vita di Demetrio, c. 12.

[79]. Plutarco, Vita di Demetrio, c. 26.

[80]. Ταῦτ ακαταλύει δῆμον, οὐ κωμωδία. Filippide, presso Plutarco, Vita Demetrio, 12.

ATTO PRIMO

PERSONAGGI DELLA COMMEDIA

  • MÈNECLE, vecchio eupatrida ateniese (65 anni).
  • ÀGLAE, sua sposa, giovinetta (sui 19 o 20 anni).
  • ELÈO, giovine ateniese.
  • FÀNIA, fratello di Aglae.
  • CRÌSIDE, sposa di Fània.
  • CRÒBILO, marito di
  • MÌRTALA, ricca ereditiera (epiclera) (sui 45 anni).
  • BLÈPO, servo di Mènecle.
  • DÈLFIDE, ancella di Aglae.
  • TRATTA, vecchia fantesca.
  • DÀMOCLE, fuoruscito tebano.

L'azione ha luogo in Atene, in casa di Mènecle, nel 379 avanti l'E. V. (2º della 100ª Olimpiade), l'anno che Pelòpida coi fuorusciti tebani liberò Tebe.

ATTO PRIMO

Stanza interna, da lavoro, d'un gineceo ateniese, riccamente decorata. Ingresso nel mezzo, dalla porta e corridoio (μέαυλος), che mette dal gineceo all'appartamento del marito. Da un lato altra porta, che mette alle altre stanze riposte del gineceo.[81]

SCENA I.

Aglae e Mènecle.

(Aglae sta seduta a un tavolino di lavoro, con un canestro di fiori accanto, intrecciando una corona. Mènecle dall'altro lato della stanza sta terminando di rotolare un papiro, poi cammina su e giù pensoso e rannuvolato, tenendo il rotolo in mano).

Agl. (dal suo tavolino di lavoro, parlando seduta e intenta al lavoro) Hai terminato?

Mèn. (passeggiando, e con voce secca) Sì.

Agl. (sempre chini gli occhi sul lavoro) Sei ben triste, Mènecle, stamattina. Si direbbe ti sii imbattuto nell'ombra di qualche eroe taciturno[82], o la Terra questa notte t'abbia mandato qualche infausto sogno...

Mèn. (passeggiando su e giù, le mani di dietro, serio e brontolando fra sè) Sarà...

Agl. Pure hai vegliato ad ora tarda. La vecchia Tratta m'assicurò che alla terza vigilia della notte c'era ancora lume nella tua stanza.

Mèn. (c. s.) E Tratta farà meco i conti, se la colgo a spiare i fatti miei...

Agl. Vedi come sei! Una volta eri cortese. Da qualche tempo non ti si può parlare. Fui io a dirle che scendesse a dare un'occhiata, udendo rumor di passi nella stanza tua. Dubitavo stessi male... ti abbisognasse qualcosa...

Mèn. (sempre passeggiando come assorto in pensieri, e brusco nel parlare) Grazie. E s'anco mi fosse bisognato, dei servigi delle vecchie non so che farne...

Agl. (sempre cogli occhi al lavoro, e con voce calma, quasi indifferente) Ma la mi disse che stavi scrivendo... Se no mi sarei alzata io... Forse quella lettera? (additando il rotolo che Mènecle ha in mano. Mènecle si stringe nelle spalle e non risponde) Qualche affare urgente?

Mèn. (c. s.) Può darsi.

Agl. Del tuo dicastero?

Mèn. Non so.[83]

Agl. E avrai a far molto oggi?

Mèn. Non saprei.

Agl. Eccomi ben informata!... (sollevando il capo dal lavoro) Mi puoi favorire quel libro lassù...

Mèn. (prende un rotolo nel luogo indicatole da Aglae e legge il titolo esterno) Amori di Piramo e Tisbe... (fra sè) (Non sono i nostri...)

Agl. No... l'altro...

Mèn. (c. s. leggendo il titolo esterne) Le Trachìnie... e la Medea.

Agl. Quello.

Mèn. Vuoi rileggere come Dejanira si disperò dell'abbandono di Ercole, e Medea del divorzio di Giasone?... Erano due stupide... (nell'avviarsi verso Aglae col libro in mano, legge macchinalmente quel che gli vien sott'occhio):

«Arse Achelòo per me: come potea