LUCREZIA BORGIA SECONDO DOCUMENTI E CARTEGGI DEL TEMPO.
F. GREGOROVIUS.
LUCREZIA BORGIA
SECONDO DOCUMENTI E CARTEGGI DEL TEMPO.
TRADUZIONE DAL TEDESCO
PER
RAFFAELE MARIANO.
3ª Ristampa.
FIRENZE.
SUCCESSORI LE MONNIER.
—
1885.
Proprietà degli Editori.
A DON MICHELANGELO GAETANI DUCA DI SERMONETA.
Onorevole Signor Duca,
A dedicarle questo scritto mi mossero non solo eventi storici trattati in esso, ma altresì personali relazioni. Ed a Lei è piaciuto accogliere gentilmente ambo i motivi.
In questo libro Ella vedrà comparire antenati dell'antica e celebre casa sua, ma non in prospera luce. I Borgia sono stati nemici capitali dei Gaetani. E gran mercè per costoro, se schivarono quella rovina, che Alessandro VI e il suo formidabile figliuolo avevan loro giurata. Sermoneta con tutti i vistosi beni, appartenuti da tempo antichissimo alla casa Gaetani, furon dai Borgia rapiti. E per mano degli stessi gli avi suoi ebbero morte o dovettero prendere la via dell'esilio. Signora di Sermoneta divenne Donna Lucrezia. E poscia il figliuolo di lei, Rodrigo d'Aragona, fu, come Duca, investito delle possessioni dei Gaetani.
Da quel tempo sono oramai trascorsi secoli; ond'Ella può perdonare le prepotenti manomissioni de' diritti della Casa sua ad una donna bella e sventurata. Già la Bolla di Giulio II, ch'Ella, anche per riguardo alla perfezione calligrafica, serba qual gioiello nell'Archivio della famiglia, valse a ricostituir ben presto la casa dei Gaetani. E da quel tempo questa conservò sempre il retaggio de' padri gloriosi. E si deve poi a Lei, se gli aviti possedimenti, grazie ad un governo esemplare, siano oggidì tornati di nuovo in fiore.
Il persistere delle tradizioni storiche rispetto alle cose e agli uomini esercita in Roma indicibile attrattiva su tutti i cultori della storia. Su me ha in particolar modo avuto influenza potentissima l'osservare come perdurino caratteri proprii di un passato storico in famiglie romane antichissime, ma che tuttora sussistono, che ancora oggi sono vegete e floride; e l'aver potuto entrare con queste in personali relazioni. I Colonna, gli Orsini e i Gaetani si mostraron meco sempre benevoli. E sempre queste tre celeberrime famiglie mi furono larghe di ogni desiderabile agevolezza. Ed Ella, signor Duca, fu primo in Roma ad aprirmi senza riserva gli archivii della Casa sua. Poi per lunghi anni Don Vincenzo Colonna, del quale serberò eterna memoria, mi concesse pari favore, sino a che l'onorando vegliardo non morì nel Castello di Marino.
I Gaetani, gli Orsini e i Colonna s'erano ritirati da un pezzo dal teatro della storia di Roma. I primi anzi se ne allontanarono molto più presto degli altri. Venne però giorno, in cui Ella, illustre Duca, doveva far rientrare la sua antica stirpe nella storia della città. Fu il giorno, per quella il più onorevole, che, caduto il secolare dominio del Papato, Ella, a capo del Governo cittadino, depose nelle mani di Re Vittorio Emanuele, a Firenze, l'atto di dedizione del popolo romano. Momento memorando, che chiuse per sempre un lungo periodo della vita della città, iniziandone uno novello! Esso vivrà eterno nella storia de' Gaetani accoppiato al nome suo, e renderà quest'ultimo indelebile dalla memoria de' Romani.
Di quell'avvenimento in Roma io non fui testimone. Pure, parlandone, mi torna in mente tutto quel moto e quella progressiva attività pubblica e privata, alla quale mi fu dato assistere per lunga serie d'anni. Devo a Lei e alla liberale Casa sua l'esser rimasto per sì gran tempo nel più vivo contatto con la storia di Roma. E di tutte le relazioni, che ebbi l'onore di stabilire con insigni famiglie d'Italia, quelle che alla sua mi legano, sono, senza dubbio, le più antiche e le più personali.
Vidi già venir su i suoi nobili figliuoli; e veggo ora con gioia la schiera de' piccoli nipoti, che intorno a Lei, nuovo fondatore della famiglia, comincia a crescere rigogliosa. Possano prosperare, e perpetuare ancora per lunga e felice età la sua antichissima schiatta, e nel più lontano avvenire arricchirla ancora di geste e nomi d'uomini e donne nobili e famosi.
Con tali voti Le offro questo scritto ornato del nome suo. So che Ella lo accoglierà con bontà, che non sarà da meno dell'animo semplice e senza pretensione, col quale io glielo presento. In verità io intendo dare per esso un segno da me desiderato alla casa Gaetani; segno di riconoscente ricordanza, di profonda venerazione per Lei, di devozione grande che mai sempre mi legherà all'illustre famiglia sua.
Roma, 9 marzo 1874.
Gregorovius.
INTRODUZIONE.
Lucrezia Borgia è la figura della più sciagurata delle donne nella storia moderna. È forse tale, perchè fu insieme la più colpevole? Ovvero le tocca soltanto portare il peso dell'esecrazione, che il mondo per errore le ha inflitto? Perchè il mondo, in verità, si diletta dello spettacolo di virtù e di colpe in persone tipiche, appartengano esse al mito o alla storia.
Quelle domande aspettano ancora una risposta.
I Borgia stimoleranno per lungo tempo lo storico e lo psicologo alla ricerca. Un amico di molto ingegno mi domandava un giorno, come accadesse che tutto quanto si riferisce ad Alessandro VI e a Cesare e a Lucrezia Borgia, e ogni fatto della vita loro e ogni lettera nuovamente scoperta dell'uno o dell'altro di essi, ecciti la curiosità nostra più vivamente che non facciano simili cose rispetto ad altri individui, storicamente anche più importanti. Io non conosco spiegazione migliore di questa: la Chiesa di Cristo è pe' Borgia il loro fondo stabile; su questo sorgono e crescono; su questo si mantengono; e l'acuta opposizione della natura loro col concetto del santo gl'impronta di un carattere demoniaco. I Borgia sono la satira di una forma o di un concetto grande del mondo ecclesiastico, che essi abbattono o negano. Le basi, sulle quali s'elevano le loro figure, spiccano in alto, e i visi loro sono pur sempre tocchi dalla luce dell'ideale cristiano. Mediante questa noi li vediamo e riconosciamo. L'impressione morale delle azioni loro a noi non giunge che attraverso quel mezzo, tutto penetrato di concetti religiosi. Senza ciò, i Borgia, posti in loco profano, scenderebbero al livello di molti altri uomini della stessa tempra, e presto finirebbero per essere non più che singoli nomi di una grande classe.
Di Alessandro VI e di Cesare v'è una storia: di Lucrezia Borgia invece abbiamo appena qualcosa più di una leggenda. E, stando a questa, essa non è che una Menade, l'ampollina del veleno in una mano, nell'altra il pugnale: una Furia, con insieme i lineamenti belli e dolcissimi di una Grazia.
Vittor Hugo l'ha rappresentata qual mostro morale. E, come tale, fa ancora oggidì il giro de' teatri d'Europa. E così pure la concepisce tuttora l'immaginazione degli uomini in generale. Chi ami la vera poesia condannerà, come un grottesco traviamento dell'arte poetica, la Lucrezia Borgia, il dramma mostruoso del romantico poeta. Quanto poi al conoscitore della storia, questi, di certo, potrà sorriderne, non senza, per altro, scusare al tempo stesso lo spiritoso poeta della ignoranza e della credulità di lui ad una tradizione ammessa dal Guicciardini in poi.
Il Roscoe aveva già posto in dubbio siffatta tradizione e tentato confutarla. L'apologia scritta da lui venne dagl'italiani, per amor di patria, accolta con grato animo. E fra loro stessi s'è andato propagando negl'ultimi tempi un moto di reazione contro quella comune maniera di rappresentarsi la Lucrezia.
La miglior critica della leggenda non poteva esser fatta che ne' luoghi, ove sussiste il più gran numero di memorie e documenti relativi alla vita di lei: Roma e Ferrara; poi Modena e Mantova, ove trovasi nell'una l'Archivio degli Este, nell'altra quello dei Gonzaga. Alcuni scritti d'occasione mostrarono, che la questione sollevata continuava ad essere dibattuta ed esigeva una soluzione.
Ai tempi nostri scriveva primieramente di nuovo la storia de' Borgia Domenico Cerri nel suo: Borgia, ossia Alessandro VI papa, e i suoi contemporanei, Torino, 1858. Un anno dopo, Bernardo Gatti pubblicava in Milano le lettere di Lucrezia al Bembo. Nel 1866 il marchese G. Campori di Modena diè nel fascicolo di settembre della Nuova Antologia un breve scritto: Una vittima della storia — Lucrezia Borgia. E nel 1867 venne alla luce quello di monsignor Antonelli ferrarese: Lucrezia Borgia in Ferrara, sposa a Don Alfonso d'Este — Memorie storiche. Ed un altro opuscolo: Lucrezia Borgia duchessa di Ferrara, Milano, 1869, fu quindi pubblicato da Giovanni Zucchetti di Mantova. Intendimento di tutti questi autori fu di schiarire storicamente la leggenda di Lucrezia, e di fare un'apologia della sventurata donna.
Anche altri non Italiani, sopra tutto Francesi e Inglesi, cooperarono all'intento medesimo. Armando Baschet, al quale dobbiamo alcune meritevoli pubblicazioni diplomatiche, annunziava nel suo Aldo Manuzio, Lettres et Documents, 1475-1515, Venezia, 1867, che da anni preparava un'opera sulla vita di madonna Lucrezia Borgia, e che all'uopo aveva raccolto grande copia di documenti. Sciaguratamente il lavoro di codesto esimio conoscitore di parecchi Archivii d'Italia non è sin qui apparso; cosa che per mia parte deploro, senza però rinunziare alla speranza che il Baschet sciolga un giorno la sua promessa.
Frattanto vedeva la luce a Londra nel 1869 un libro, il primo abbastanza esteso, sull'argomento: Lucrezia Borgia Duchess of Ferrara, a Biography illustrated by rare and unpublished documents, di Guglielmo Gilbert. Disgraziatamente il manco di scienza e di metodo diminuisce il valore di questo libro, utile, del resto, che, come discendente inglese del libro del Roscoe, richiamò su di sè una certa attenzione.
Il torrente delle apologie, fatto oramai fiumana, produsse in Francia una delle più architettate manipolazioni che siano mai sbocciate nel campo della letteratura storica. L'Ollivier, un Domenicano, pubblicò nel 1870 la prima parte di un libro: Le pape Alexandre VI et les Borgia. È l'estremo opposto fantastico del dramma di Vittor Hugo. L'Hugo maltrattò la storia a fin di ottenere un mostruoso morale per l'effetto scenico; non la falsò meno l'Ollivier con l'intenzione contraria affatto. Se non che i tempi, in che i frati Domenicani imponevano al mondo i loro favolosi libri storici, ormai non è più possibile ripristinare. Il ridicolo romanzo dell'Ollivier fu senza tregua confutato sin da' più rigidi rappresentanti della Chiesa: primieramente dal Malagne nella Revue des questions historiques (Parigi, aprile 1871 e gennaio 1872); poi dalla Civiltà Cattolica, giornale della Compagnia di Gesù. Questa pubblicò il 15 marzo 1873 un articolo, nel quale l'autore abbandona la difesa del carattere morale di Alessandro VI, come quello che non è più dato poter salvare in presenza di documenti indubitabili.
L'articolo si fondava sul Saggio di Albero genealogico e di Memorie su la famiglia Borgia, specialmente in relazione a Ferrara, quivi pubblicato nel 1872 da L. N. Cittadella, Bibliotecario della Comunale di quella città. Il Saggio segnò notevole progresso ne' modi di schiarire la storia della famiglia Borgia, abbenchè non potesse essere scevro d'errori.
Sullo scorcio del 1872 mi posi anch'io nella serie degli scrittori enumerati. Dopochè nel 1870 fu apparso il volume della mia Geschichte der Stadt Rom im Mittelalter, che comprende i tempi di Alessandro VI, volli io pure portare il mio contributo romano alla storia dei Borgia. Nelle ricerche da me fatte negli Archivii d'Italia ero già venuto in possesso di molti documenti relativi ai Borgia. Ma non tutto potei mettere a profitto nella Storia della città di Roma. Epperò mi proposi impiegare il prezioso materiale in una monografia, che poteva avere per soggetto principale Cesare o la sorella.
Mi decisi per Madonna Lucrezia per motivi varii, il primo de' quali estrinseco, e fu questo. Nella primavera del 1872 nell'Archivio de' Notai al Campidoglio mi capitò in mano il Protocollo di Camillo de Beneimbene, per moltissimi anni notaio di fiducia di Alessandro VI. In quel voluminoso manoscritto scoprii un tesoro insperato. Avevo innanzi un'intera e lunga serie di documenti autentici, sino allora sconosciuti. Vi trovai tutte le tavole nuziali di Donna Lucrezia e molti altri pubblici contratti, che si riferiscono alle più intime faccende dei Borgia. Nel novembre 1872 lessi, a proposito di questo Protocollo, una memoria nella Sezione storica della Reale Accademia di scienze di Monaco, che fu pubblicata nel Bollettino delle tornate. Il contenuto de' documenti da quello estratti gettava nuova luce sulla storia della famiglia Borgia, intorno alla quale appunto allora il Cittadella aveva pubblicato la genealogia innanzi citata.
A tali fatti s'aggiunsero anche altre ragioni per determinarmi a scrivere di Donna Lucrezia. La storia politica di Alessandro VI e di Cesare era già stata da me largamente trattata e nuovamente esposta; ma di Lucrezia non m'ero occupato che solo alla lontana. E la figura di costei m'attraeva, come qualcosa di misterioso, che portava nel seno suo una contraddizione non spiegata e che voleva essere sciolta.
Io mi posi all'opera senza intenzione preconcetta. Non intendevo scrivere un'apologia, ma in rapidi tratti una storia di Lucrezia. E a me era per di più concesso fermarmi soprattutto sul periodo della vita di quella in Roma, ch'è pure il periodo veramente importante rispetto all'enimma non ancora risoluto. Volevo vedere quale specie di figura s'andrebbe formando tra le mie mani, ove facessi di Lucrezia Borgia il soggetto di una trattazione storica nel modo più rigoroso e sicuro che mai si potesse, appoggiandomi cioè a' documenti.
Raccolsi gli altri materiali necessarii. Feci ricerche ne' luoghi, ove quella donna aveva vissuto. Andai ripetute volte a Modena e a Mantova. Gli Archivii colà esistenti sono tesori inesausti, massime per la storia della Rinascenza, e anche di lì trassi materiali copiosissimi. Come sempre, vi trovai persone amiche, pronte a prestarsi per me; e così in Mantova il signor Zucchetti, sino a poco tempo fa direttore dell'Archivio dei Gonzaga, e il signor Stefano Davari, cancelliere del medesimo.
Ma la più ricca mèsse cavai dall'Archivio di Stato degli Este in Modena. Il signor Cesare Foucard n'è direttore. L'egregio uomo s'adoperò per l'intento mio con una liberalità veramente degna di un successore del Muratori in quell'ufficio. Egli mi agevolò il lavoro in ogni maniera possibile. Da un giovane impiegato dell'Archivio, il signor Ognibene, egli fece prima ordinare il gran numero di lettere e dispacci che potevano servirmi, e me ne consegnò quindi il catalogo, e mi provvide anche di molte copie. E per questo motivo se lo scritto presente ha qualche merito, una parte non piccola ne va dovuta alla bontà del Foucard.
Anche in altri luoghi, in Nepi, Pesaro e Ferrara, ebbi schiarimenti e trovai le più amichevoli cooperazioni. Devo al signor Cesare Guasti dell'Archivio di Stato di Firenze le lunghe e faticose copie delle importanti lettere di Lorenzo Pucci, da lui fatte fare per me.
Il materiale, del quale disponevo, non poteva, come è naturale, dirsi intero e compiuto; era pur sempre abbondevole e nuovo. Una piccola parte soltanto n'ho aggiunta al libro, come Appendice di documenti. E di questi non pubblico se non quelli che erano sin qui inediti. Per mezzo di essi il lettore ha in mano le prove di ciò che dico. Essi serviranno fors'anco di preservativo contro gli assalti di tali, che, a quanto preveggo, cercheranno anticipatamente in questo scritto una intenzione odiosa. Ad interpetrazioni cosiffatte non risguarderò più che tanto, avvegnachè il libro stesso mostri a sufficienza l'intenzione mia. Questa non fu altra che quella dello storico in generale. Io ho sostituito la storia ad un romanzo.
Ho dato nello scritto al periodo della vita di Lucrezia in Roma maggior peso che non a quello in Ferrara. Ciò è perchè quest'ultimo, se anche in modo insufficiente, pure è già stato trattato; mentre invece il primo è rimasto essenzialmente leggendario. Avendo composto il mio libro, fondandomi rigorosamente e sempre sopra documenti, mi fu dato, per quel ch'io penso, tentare un metodo di trattazione, mercè il quale venisse di per sè fuori un carattere proprio del tempo con la impronta della più concreta personalità.
LIBRO PRIMO. LUCREZIA BORGIA IN ROMA.
I.
La stirpe spagnuola dei Borja — o Borgia, come usano pronunziare gl'Italiani — fu ricca d'individui singolari. La natura le fu larga di qualità sontuose: bellezza di forme, forza, intelligenza e quella energia di volontà, che costringe la fortuna, e grazie alla quale Cortez e Pizarro e altri avventurieri spagnuoli divennero grandi.
Pari agli Aragona, anche i Borgia furono in Italia conquistatori. Quivi ottennero onori e potenza; ebbero efficacia profonda sui destini di tutto il paese; contribuirono a spagnoleggiarlo; e vi si propagarono copiosamente. Pretendevano discendere dagli antichi re d'Aragona. Pure delle origini dei Borgia si sa tanto poco, che la storia loro comincia appena col vero fondatore della casa, Alfonso, il cui padre talvolta è chiamato Juan, tal'altra Domenico, e della cui madre Francesca è ignoto il nome di famiglia.
Era nato nel 1378 a Xativa presso Valenza. Qual secretario intimo fu al servizio di re Alfonso d'Aragona, e divenne vescovo di Valenza. Con colui andò a Napoli, ove quel principe geniale, si assise sul trono. Fu fatto cardinale nel 1444.
La Spagna, uscita appena dalle sue guerre di religione, cominciava a venir su in grandezza di nazione e ad acquistare significazione europea. Andava ora in cerca di quel che innanzi aveva negletto: porsi anch'essa come attrice in Italia, cuore del mondo latino e pur sempre centro di gravità della politica e della civiltà d'Europa. La Spagna s'impossessò del Papato e dell'Impero. Di là vennero prima i Borgia sulla Santa Sede; di là venne più tardi Carlo V ad assidersi sul trono imperiale. Dalla Spagna venne pure Ignazio Loyola, il fondatore della più potente di tutte le sètte di natura politico-ecclesiastica, che la storia abbia mai vista.
Alfonso Borgia, uno de' più fervidi avversarii del Concilio di Basilea e degli sforzi di riforma della Germania, divenne papa nel 1455 col nome di Callisto III. Numeroso il parentado suo; e già in parte venuto a Roma sin da quando egli stesso come cardinale vi s'era stabilito. Componevasi originariamente delle tre famiglie di Valenza, tra loro congiunte, i Borgia, i Mila — o Mella — e i Lanzol. Delle sorelle di Callisto, Caterina Borgia era moglie di Giovanni Mila, barone di Mazalanes, e madre del giovane Gianluigi; e Isabella aveva sposato Jofrè Lanzol, ricco gentiluomo di Xativa, ed era madre di Pierluigi e Rodrigo e di parecchie figliole. A questi due nipoti lo zio diede per adozione il proprio nome di famiglia. E di Lanzol divennero Borgia.
Callisto III sollevò due di casa Mila alla dignità cardinalizia; il vescovo Giovanni di Zamora, morto poscia il 1467 in Roma, ove, in Santa Maria del Monserrato, se ne vede tuttora il mausoleo; e quel più giovane Gianluigi. Nell'anno stesso 1456 anche Rodrigo Borgia ricevette la porpora. Altri membri di casa Mila si stabilirono in Roma, come Don Pedro, la cui figliola Adriana Mila incontreremo nelle più intime relazioni con la famiglia dello zio suo, Rodrigo.
Delle sorelle dello stesso Rodrigo, Beatrice s'era sposata con Don Ximenes Perez de Arenos; Tecla con Don Vidal de Villanova; e Giovanna con Don Pedro Guillen Lanzol.[1] Tutte rimasero in Spagna. Di Beatrice abbiamo una lettera da Valenza al fratello, appena creato papa.[2]
Rodrigo Borgia aveva 25 anni, quando ricevette la dignità di cardinale. Alla quale un anno dopo accoppiò anche l'alto ufficio di Vicecancelliere della Chiesa Romana. Il fratello Don Pierluigi non lo superava in età che di un anno. Callisto elevò questo giovane valenzano ai massimi onori di nepote. Dopo d'allora comincia a mostrarsi il fenomeno di codesta creazione del Vaticano: un principe nepote, nel quale il Papa mira a concentrare ogni potere civile. Questo diviene il suo condottiero, il suo luogotenente, il custode del suo trono, e da ultimo l'erede de' beni suoi. A lui è permesso di farsi con la forza padrone di territorii nell'ambito dello Stato della Chiesa e di aggirarsi quale angelo sterminatore fra tiranni e repubbliche, per fondare una dinastia, nella quale il fugace momento del non ereditario Papato s'eterni.
Callisto fece Pierluigi capitan generale della Chiesa, prefetto della Città, duca di Spoleto e vicario di Terracina e Benevento. In questo primo nepote spagnuolo è anticipatamente abbozzata la carriera, che descriverà poi Cesare Borgia.
Gli Spagnoli, sinchè Callisto visse, furono in Roma onnipotenti. Soprattutto dal regno di Valenza ne venivan giù a torme a far fortuna alla Corte del Papa, come monsignori e scrittori, capitani e intendenti, o in altro modo pur che fosse. Ma Callisto III morì il 6 agosto 1458; e già la vigilia Don Pierluigi con pena e stento erasi fuggito da Roma, ove la nobiltà sin allora oppressa, i Colonna e gli Orsini s'eran levati contro gli odiati stranieri. Poco dopo, nel dicembre di quell'anno, il giovane avventuriero fu colto da improvvisa morte a Civitavecchia. Niuno può dire, se Pierluigi Borgia fosse ammogliato o lasciasse discendenti.[3]
Il cardinal Rodrigo pianse la perdita del fratello, forse unico ed a lui molto caro. Ma ne raccolse l'eredità; e d'altra parte l'alto stato suo nella Curia, pel mutare del Papa, non fu scosso punto. Come Vicecancelliere abitava nel quartiere Ponte una casa, che fu già la Zecca. E ne fece uno de' più ragguardevoli palazzi di Roma. L'edifìzio con due corti, i cui portici primitivi al pianterreno sono ancora riconoscibili, era costrutto a forma di castello, come il palazzo di Venezia, a un dipresso dello stesso tempo. Ma nè per bellezza di disegno nè per spaziosità il palazzo Borgia reggeva al paragone con quello di Paolo II. Nel corso del tempo subì alquante modificazioni. Oggi, e già da gran pezza, appartiene agli Sforza Cesarini.
La vita privata di Rodrigo durante il Pontificato di quattro papi, successori di Callisto, Pio II, Paolo II, Sisto IV e Innocenzo VIII, è piena d'oscurità. Memorie del tempo non ve ne sono, o ne abbiamo qualche frammento appena.
Codesto Borgia, uomo di bellezza e forza singolari, sin nella più tarda età sua fu dominato da inesauribile sensualità. Fu questo il demone della sua vita, dal quale non potè affrancarsi mai. Una volta coi suoi eccessi suscitò la collera di Pio II. Un monitorio di costui scritto da' bagni di Petriolo agl'11 giugno 1460 è il primo barlume sulla vita privata di Rodrigo. Il Borgia aveva allora 29 anni. Trovavasi nella vezzosa e seducente Siena, ove anche il Piccolomini aveva trascorso la giovanezza, certo, non da santo. Colà un giorno dispose un baccanale, di cui la lettera del Papa ci porge appunto una descrizione.
«Amato figliolo. Quando, or sono quattro giorni, convennero negli orti di Giovanni de Bichis parecchie donne di Siena, dedite alla vanità mondana, la dignità tua, come abbiamo appreso, poco memore dell'ufficio che copri, s'intrattenne con esse loro dalle 7 sino alle 22 ore. Dei tuoi colleghi avesti a compagno tale, cui se non l'onore della Santa Sede, certo l'età avrebbe dovuto ricordare il dover suo. A quanto abbiam sentito, costì si ballò dissolutamente; costì non una delle attrattive d'amore fu risparmiata, e il contegno tuo non fu diverso da quello che se fossi stato della schiera dei giovani mondani. Ciò che costì occorse il pudore impone tacere; imperocchè è indegno del tuo grado non solo il fatto, ma insino il nome suo. I mariti, i genitori, i fratelli, i parenti delle giovani donne e delle donzelle intervenute non furono ammessi, perchè il piacer vostro potess'essere tanto più sfrenato. Voi soltanto, con pochi domestici, v'incaricaste di dirigere e animare quei cori. Dicesi, che oggi in Siena d'altro non si parli che della frivolezza tua, diventata la favola di tutti. Certo è che qui, in questi bagni, ove il concorso di ecclesiastici e secolari è grande, tu sei il discorso del giorno. Il nostro dispiacere è indicibile; poichè questo torna a disdoro dello stato e dell'ufficio sacerdotale. Di noi si dirà che ci si arricchisce e aggrandisce, non perchè meniamo vita illibata, ma perchè ci procuriamo i mezzi a sodisfare il piacer nostro. Di qui il disprezzo per noi dei Principi e delle Potenze, e il sarcasmo quotidiano dei laici. Di qui pure il rimprovero per la nostra propria maniera di vivere, allorchè ci facciamo a riprovare quella degli altri. Anche il Vicario di Cristo è involto nel disprezzo medesimo, avvegnachè sembri ch'ei si contenti di tale stato di cose. Tu, amato figliolo, presiedi il Vescovado di Valenza, il primo della Spagna; tu sei anche Cancelliere della Chiesa; e, ciò che rende la condotta tua tanto più meritevole di biasimo, sei col Papa tra i cardinali, uno dei consiglieri della Santa Sede. Ce ne rimettiamo al tuo proprio giudicio, se sia conveniente per la dignità tua lusingar fanciulle, mandar frutta e vino a quella che tu ami, e l'intero giorno non ad altro pensare che ad ogni forma di voluttà. Per cagion tua noi riceviam censura; si vitupera la felice memoria di tuo zio Callisto, che, nel giudicio di molti, ebbe torto di coprirti di tanti onori. Se cerchi scusa nell'età, non sei più tanto giovane da non comprendere quali doveri la dignità tua t'imponga. Un cardinale deve essere irreprensibile, un modello di condotta morale agli occhi di tutti. E qual giusto motivo abbiamo poi d'irritarci, se i Principi della terra ci fregiano di titoli poco onorevoli, se ci contrastano il possesso dei nostri beni e ci costringono a sottometterci ai comandamenti loro? In verità codeste ferite ce le portiamo noi stessi, e da noi stessi ci apparecchiamo siffatti mali, scemando ogni giorno più con le azioni nostre l'autorità della Chiesa. Il nostro castigo in questo mondo è la vergogna; e nell'altro il patimento condegno. Possa adunque la prudenza tua porre argine a siffatte vanità, e tener in vista la dignità tua, e non volere che tra mogli e fanciulle ti si apponga il nome di galante. Imperocchè, ove fatti simili avessero a ripetersi, dovremmo costretti significare, che sono occorsi senza voler nostro e con nostro dolore; e la censura nostra non sarebbe senza tua ignominia. Noi ti abbiamo amato sempre; e ti tenemmo degno della protezione nostra, come uomo che rivelava natura seria e modesta. Opera dunque in guisa che ci sia dato mantenere cosiffatta opinione: e nulla può meglio a ciò contribuire che l'usare un genere di vita ordinata. L'età tua, che promette ancora miglioramenti, ci consente di ammonirti paternamente. Petriolo, 11 giugno 1460.»[4]
Pochi anni più tardi, sotto il reggimento di Paolo II, lo storico Gasparre da Verona schizzava così il ritratto del cardinal Borgia: «È bello; ha sguardo grazioso e gaio, ed eloquio ornato e dolce. Ove appena vegga donne belle, le eccita in modo quasi meraviglioso all'amore, e a sè le attira piu che calamita il ferro.»
Temperamenti, come quello disegnato da Gasparre, non mancano: sono gli uomini della natura fisica e morale di un Casanova e di un Reggente di Orléans.
La bellezza di Rodrigo, anche essendo già papa, è decantata da molti dei contemporanei suoi. Nel 1493 Jeronimo Porzio diceva: «Alessandro è alto di statura; di colore medio; nero ha l'occhio e le labbra turgidette. La sua salute è rigogliosa; egli sopporta, più che si possa immaginare, fatiche d'ogni specie. È straordinariamente facondo; e ogni modo men che civile gli ripugna.»[5]
La potenza di questo felice temperamento consisteva, a quel che pare, nella proporzione di tutte le forze. Derivava da questa la gioconda serenità della natura sua. Nulla è di fatto più falso del modo in che d'ordinario siam soliti rappresentarci questo Borgia, come uomo tenebroso e mostruoso. Anche il celebre Giasone Maino di Milano lodava in lui «l'elegante aspetto, la fronte serena, lo sguardo regale, il viso esprimente insieme liberalità e maestà, la geniale ed eroica compostezza di tutta la persona.»
II.
Una romana, Vannozza Catanei, verso l'anno 1466 o 67, fu vittima della potenza magnetica del cardinal Rodrigo. Sappiamo che era nata nel luglio 1442; ma nulla delle attenenze di famiglia. Autori del tempo le danno anche i nomi di Rosa e Caterina; ma essa stessa in documenti autentici si chiamò Vannozza Catanei. Abbenchè il Giovio tenga che il suo nome di famiglia fosse Vanotti, ed esistesse in effetto in Roma una famiglia popolana dei Vanotti; pure è asserzione erronea la sua. Vannozza era piuttosto l'abbreviazione in uso di Giovanna. E così ne' documenti di quel tempo s'incontra una Vannozza di Nardis, una Vannozza di Zanobeis, De Pontianis, e altre.
In Roma, come in Ferrara, Genova e altrove, v'era una famiglia Catanei. Questo nome così frequente venne dal titolo di Capitaneus. In un istrumento notarile dell'anno 1502 il nome dell'amante di Alessandro VI è scritto ancora nella sua forma antica: Vanotia de Captaneis.
Il Litta, al quale l'Italia deve la grande opera sulle sue famiglie storiche, — opera, malgrado degli errori e difetti, veramente ammirabile, — espresse l'opinione che Vannozza appartenesse alla casa dei Farnesi, e fosse una figlia di Ranuccio. Anche ciò è intieramente erroneo. Negli scritti del tempo questa donna vien chiamata: Madonna Vannozza de casa Catanei.
Niun contemporaneo ha notato le qualità, mercè le quali fu dato alla Vannozza di legare si fortemente il più lussurioso dei cardinali da divenir madre di parecchi dei figlioli da lui riconosciuti. Liberi noi di raffigurarcela come una di quelle possenti e voluttuose figure di donne, quali ancora se ne vedono a Roma. Nulla in loro delle grazie della donna ideale propria alla pittura umbra. Hanno però qualcosa della grandiosità di Roma. Giunone e Venere sembrano in esse accoppiate insieme. S'accosterebbero agl'ideali di Tiziano e di Paolo Veronese, se la negra chioma e il colorito più bruno da quelli non le allontanassero. Capelli biondi e rubei sono stati sempre rari fra' Romani.
Senza dubbio, Vannozza fu piena di bellezza e di focosa sensualità; senza che non avrebbe cotanto acceso un Rodrigo Borgia. Similmente il suo spirito, comunque privo di coltura, doveva possedere energia non comune; altrimenti, non si comprende nemmeno come sia riuscita a mantenere la relazione sua con colui.
Il tempo indicato segna certamente il cominciare di questo legame, massime se dobbiamo aggiustar fede allo storico spagnuolo Mariana, il quale dice, che Vannozza fu madre di Don Pierluigi, il maggiore dei figli di Rodrigo. Ora in un istrumento notarile del 1482 codesto figliolo del cardinale vien chiamato giovanetto — adolescens, — il che fa supporre un'età di 14, se non forse 15 anni.[6]
Non sappiamo in quali condizioni Vannozza vivesse, quando conobbe il Borgia. Difficilmente poteva aver appartenuto alla classe in Roma numerosa, e tutt'altro che spregiata, delle cortigiane di alto stato, le quali, grazie al favore degli adoratori loro, menavano vita splendida e lussuriosa. In tal caso sarebbe stata al tempo suo famosa; e novellieri ed epigrammisti n'avrebbero detto alcunchè.
Il cronista Infessura, che dovette conoscere personalmente Vannozza, racconta che Alessandro VI, volendo crear cardinale il suo bastardo Cesare, fece affermare da falsi testimoni esser quegli legittimo figliolo di un tal Domenico d'Arignano; ed osserva su tal proposito, che il Papa aveva maritata Vannozza appunto con quest'uomo. La testimonianza di un contemporaneo e romano ha qualche peso. Nulladimeno niun altro scrittore, eccetto il Mariana, che evidentemente si affida all'Infessura, fa menzione di Domenico; e presto vedremo, che per lo meno non si può parlare di un matrimonio legalmente riconosciuto di Vannozza con quest'uomo ignoto. Essa era già stata lungo tempo l'amante del cardinale, prima che questi le désse un marito officiale per coprire la sua propria relazione e agevolarla insieme. Questa difatti continuò, anche dopo che la Vannozza ebbe un marito legittimo.
E, come tale, primo ad apparire è nel 1480 un milanese, Giorgio de Croce, cui il cardinal Rodrigo aveva ottenuto da Sisto IV la carica di scrittore apostolico. Incerto rimane il tempo, in cui Vannozza s'unì col De Croce. Ammogliatasi, abitava una casa sulla piazza Pizzo di Merlo oggi chiamata Sforza Cesarini; lì vicino era appunto il palazzo del cardinal Borgia.
In quell'anno 1480 Vannozza era già madre di parecchi figlioli riconosciuti dal cardinale; Giovanni, Cesare e Lucrezia. Sulla origine di costoro non cade dubbio di sorta; mentre quella del maggiore, Pierluigi, dalla stessa madre è soltanto molto probabile. La data della nascita di questi bastardi Borgia è stata sin qui ignota, e ne furono assegnate diverse. Io scoprii in documenti incontrastabili quella di Cesare e di Lucrezia; e per tal mezzo molti errori rispetto alla genealogia e anche alla storia di questa casa sono tolti per sempre. Cesare nacque in un giorno del mese d'aprile nell'anno 1476, Lucrezia il 18 aprile 1480. Il padre, essendo papa, indicò l'età di entrambi, parlandone nell'ottobre 1501 con l'ambasciatore di Ferrara; e questi scrisse al duca Ercole: «Il Papa mi fece sapere che la nominata duchessa (Lucrezia) ha ventidue anni, i quali compirà nel prossimo aprile; e in quel tempo stesso l'illustrissimo duca di Romagna (Cesare) fornirà ventisei anni.»[7]
Se l'esattezza delle indicazioni del padre sull'età dei propri figlioli lasciasse ancora a dubitare, ogni dubbio sarebbe tolto da altre notizie e documenti. Nei dispacci che l'ambasciatore di Ferrara molto innanzi, nel febbraio e marzo 1493, spediva da Roma allo stesso duca Ercole, dava a Cesare in quel tempo 16 a 17 anni; il che concorda coi dati del padre.[8] Il figliolo di Alessandro VI era più giovane di alcuni anni di quel che sin qui s'era creduto. Questo fatto è importante per la storia della sua breve quanto orribile vita. Onde s'ingannarono il Mariana e gli altri autori, che a lui tennero dietro, affermando Cesare essere il secondogenito di Rodrigo, e quindi maggiore del fratello Don Juan. Invece è questi, che realmente dev'essere stato di due anni maggiore. A Venezia, per informazioni avute da Roma nell'ottobre 1496, si chiama Don Juan un giovane di 22 anni; epperò era nato nel 1474.[9]
Quanto a Lucrezia, essa venne al mondo il 18 aprile 1480. Questa data precisa si ricava da un documento valenzano.[11] Il padre aveva 49 anni, e la madre 38. Dalla costellazione celeste dominante gli astrologhi romani e spagnuoli poterono forse cavar l'oròscopo e rallegrarsi molto col cardinal Rodrigo e felicitarlo dello splendore, cui le stelle avevan destinata la figliola sua.
Erano appena trascorsi i giorni di Pasqua; feste sontuose erano state date in onore dell'elettore Ernesto di Sassonia, venuto a Roma ai 22 di marzo, accompagnato dal duca di Braunschweig e da Guglielmo di Henneberg. Questi signori erano entrati con un seguito di 200 cavalieri. Presero stanza in una casa nel quartiere Parione. Il papa, Sisto IV, gli onorò con profusione grande; ed una splendida caccia loro offerta da Girolamo Riario, l'onnipotente nepote, alla Malliana sul Tevere, levò molto rumore. Lasciarono Roma ai 14 di aprile.
In quel tempo il Papato andava divenendo tirannia politica; e il nepotismo assumeva quel carattere, che più tardi Cesare Borgia doveva svolgere in tutta la sua formidabile essenza. Sisto IV, uomo energico, e di tempra ancora più forte di Alessandro VI, era tuttora in guerra con Firenze, ove aveva ordito la congiura dei Pazzi per far trucidare i Medici ed elevare Girolamo Riario ad un gran principato in Romagna. Queste vie medesime doveva più tardi seguire Alessandro VI pel figlio Cesare.
Il tempo, in cui Lucrezia nacque, era orribile davvero. Il Papato spogliatosi di ogni santità sacerdotale; la religione materializzata del tutto; l'immoralità senza freni nè limiti. La più selvaggia lotta intestina infuriava nella città, massime ne' quartieri Ponte, Parione e Regola, ove quotidianamente stuoli di partigiani, eccitati dagli assassinii, scendevano in armi per le vie. E proprio nell'anno 1480 si levarono in Roma le antiche fazioni dei Guelfi e dei Ghibellini. Là i Savelli e i Colonna contro il Papa; qui gli Orsini per lui; mentre le famiglie dei Valle, dei Margana e dei Santa Croce, assetate di sangue e di vendetta, legavansi all'uno o all'altro partito.
III.
Lucrezia passò, senza dubbio, i primi anni della fanciullezza presso la madre. La casa di costei, come dicevamo, era sulla piazza Pizzo di Merlo, a pochi passi dal palazzo del cardinale. Il quartiere Ponte, cui apparteneva, era dei più animati di Roma, come quello che menava a Ponte Sant'Angelo e al Vaticano. Vi stavano molti mercatanti e i banchieri di Firenze, Genova e Siena; v'abitavan pure parecchi impiegati papali; e le cortigiane di maggior grido. Invece il numero delle antiche famiglie nobili non v'era grande, forse perchè gli Orsini non ve le lasciavano venire. Da lungo tempo in effetto questi potenti baroni dimoravano nella regione Ponte nel loro gran palazzo a Monte Giordano. Non lungi di lì era il loro antico castello. Torre di Nona, che in origine faceva parte delle mura della città sul Tevere. Allora era invece carcere pei condannati politici ed altri infelici.
Noi possiamo chiaramente immaginarci qual fosse l'ordinamento della casa di Vannozza, perchè il carattere della casa romana sugl'inizii della Rinascenza non era gran fatto diverso da quel ch'è tuttora oggi. Nel complesso oggi ancora ha alcunchè di grave e di triste. Una massiccia scala di peperino conduceva alle stanze abitate; una sala con camere accessorie, da' nudi pavimenti di mattoni, dalle soffitte di travi e assi dipinte. Le pareti semplicemente imbiancate; solo nelle più ricche case ricoperte di tappeti oprati, e questo, per altro, nelle sole ricorrenze solenni. L'uso dei grandi quadri paretali nel XV secolo era ancora raro; restringevasi a qualche ritratto di famiglia. E se Vannozza n'aveva nella sala sua, certo, tra essi, deve esservi stato quello del cardinal Rodrigo. Del resto mai non mancavano un reliquario, immagini di Santi e l'effigie della Madonna con lampade innanzi sempre accese.
Mobilia pesante; grandi, larghi letti, parati a sopraccielo; alte sedie di legno scuro, intagliato, con cuscini; massicci tavolini, con superficie di marmo o di legno variopinto, stavano intorno intorno alle pareti. Tra gli immensi forzieri uno veramente colossale sorgeva nella sala: era destinato a serbare la biancheria. In una di queste casse, il forziere della sorella, tenevasi nascosto l'infelice cavaliere Stefano Porcaro, quando il 5 gennaio 1453, fallito il suo tentativo d'insurrezione, cercò salvezza nella fuga. La sorella e un'altra donna, per maggior sicurezza del fuggiasco, s'erano assise su quella cassa; ma gli agenti della forza seppero cavarnelo fuori.
Se Vannozza aveva gusto per le cose antiche, il che non possiamo davvero supporre in lei se non in omaggio alla moda, nella sala sua doveva esservi pure di quelle. Le si raccoglievano allora con passione. Correva il tempo dei primi scavi. Il suolo di Roma ogni giorno metteva alla luce i suoi tesori. E da Ostia, da Tivoli e dalla Villa Adriana, da Porto d'Anzo e Palestrina le antichità affluivano innumerevoli nella città. Ma se Vannozza e il marito non partecipavano con gli altri Romani a codesta passione, non indarno si sarebbe cercato nella casa loro oggetti di valore, prodotti della moderna industria artistica, e coppe, e vasi di marmo e di porfido, e ornamenti d'oro dei gioiellieri. La parte essenziale di una casa romana tenuta con decenza e con cura era primieramente la credenza, grande armadio con vasellami e bicchieri d'oro e d'argento e di belle maioliche. Nei conviti tutti questi utensili facevan mostra e spettacolo.
Si pena molto ad ammettere che l'amica di Rodrigo possedesse anche una biblioteca. Private biblioteche nelle case della borghesia erano allora in Roma una grande rarità. Ma a breve andare fu facile crearne pel buon mercato della stampa, che vi fu importata da tipografi tedeschi.
La casa di Vannozza dovette, senza dubbio, avere aria d'agiatezza, non di lusso. Alcuna volta v'ebbe forse ospite il cardinale, o potette ricevervi gli amici della famiglia, a preferenza, i più intimi confidenti del Borgia, Giovanni Lopez, Caranza e Marades, e, dei Romani, gli Orsini, Porcari, Cesarini e Barberini. Egli, il cardinale, era per sè uomo molto temperato, ma sfarzoso in tutto che si riferisse a rappresentanza della sua dignità. La precipua necessità per un cardinale di quel tempo era un'abitazione principesca, con una corte numerosa e splendida.
Rodrigo Borgia viveva nel suo palazzo come uno de' più ricchi principi della Chiesa, con splendore pari al suo grado. Il contemporaneo Jacopo da Volterra ci ha lasciato di lui nel 1486 questo ritratto: «Egli è uomo di uno spirito atto ad ogni cosa e di largo senno. Pronto al discorso, cui, malgrado della sua mediocre cultura letteraria, riesce benissimo a dare uno stile. Per natura accorto e fornito di arte meravigliosa nella trattazione degli affari. Egli è straordinariamente ricco; e la protezione di molti re e principi gli dà fama. Abita un bello e comodo palazzo, che s'è fabbricato tra Ponte Sant'Angelo e Campo di Fiore. Dalle sue cariche ecclesiastiche, da molte abbazie in Italia e Spagna e da tre vescovadi, Valenza, Porto e Cartagine, cava redditi smisurati; mentre il solo ufficio di Vicecancelliere gli rende, a quanto si dice, 8000 fiorini d'oro l'anno. La copia del suo vasellame d'argento, delle sue perle, delle sue coperte tessute d'oro e di seta e dei suoi libri in ogni scienza è grandissima, e tutto ciò accoppiato ad una magnificenza splendida, quale sarebbe degna di un re o di un papa. E mi rimango poi dal dire degli innumerevoli ornamenti de' suoi letti e di quelli de' suoi cavalli e di altre simili decorazioni d'oro, d'argento e di seta, e della sua superba guardaroba, e della grande quantità d'oro coniato ch'ei possiede. Credesi, di fatto, ch'egli in oro e ricchezze d'ogni sorta vinca tutti i cardinali, eccettuato l'Estouteville.»
Il cardinal Rodrigo era dunque ricco abbastanza da dare ai figliuoli la più splendida educazione, in quella che venivan su crescendo nella modesta qualità di suoi nipoti. E non potè mostrarli alla chiara luce del giorno che quando fu giunto il tempo della vera grandezza sua.
Nell'anno 1482 egli non abitava la sua casa nella regione Ponte, forse perchè vi faceva fabbricare. Risiedeva invece in quel palazzo nel quartiere Parione, che Stefano Nardini aveva terminato nel 1475. Chiamasi oggi Palazzo del Governo Vecchio. Quivi troviamo Rodrigo nel gennaio 1482. Ce ne informa un istrumento del notar Beneimbene, un contratto nuziale tra Giannandrea Cesarini e Girolama Borgia, una figlia naturale dello stesso cardinal Rodrigo. Colà le tavole nuziali furon rogate in presenza del padre della sposa, de' cardinali Stefano Nardini e Giambattista Savelli e de' nobili romani Virginio Orsini, Giuliano Cesarini e Antonio Porcaro.[12]
Quest'atto è il primo documento autentico intorno alle intime relazioni di famiglia del cardinal Borgia.
Egli vi si dichiarò padre della nobile donzella Jeronyma, la quale vien indicata come sorella del nobile giovanetto Pietro Ludovico de Borgia e dell'infante Giovanni de Borgia. Poichè questi due, manifestamente nominati qui come figliuoli maggiori, erano illegittimi, è naturale che non si facesse parola della madre. Anche di Cesare fu taciuto, perchè non aveva più di sei anni.
Girolama era ancora minore, ed aveva forse 13 anni; e anche lo sposo Giannandrea, figliuolo di Gabriele Cesarini e di Godina Colonna, aveva di poco oltrepassata la fanciullezza. La nobile casa de' Cesarini con questo matrimonio entrò in istretta parentela con i Borgia; e di qui trasse più tardi copiosi vantaggi. La vicendevole amicizia loro risaliva al tempo di Callisto; mentre era stato il protonotario Giorgio Cesarini, che alla morte di quel Papa aveva aiutato Don Pier Luigi, fratello di Rodrigo, a fuggir da Roma. Girolama Borgia moriva già nel 1483, contemporaneamente al suo giovane marito.
Era essa figlia della stessa madre, come Lucrezia e Cesare? Lo ignoriamo, nè a noi sembra verosimile. Non v'ha, per dirlo anticipatamente, che una sola testimonianza autentica, ove insieme coi figliuoli di Rodrigo sia nominata anche la madre. È l'iscrizione sepolcrale nella chiesa di Santa Maria del Popolo in Roma, ove Vannozza è chiamata madre di Cesare, Giovanni, Jofrè e Lucrezia. Del maggiore di questi figliuoli Don Pierluigi e di Girolama non si parla punto.
Del resto Rodrigo ebbe pure una terza figliuola, di nome Isabella; e di questa neanche può essere stata madre la Vannozza. Egli la maritò il primo aprile 1483 col nobile romano Piergiovanni Mattuzi della regione Parione.[13]
IV.
La relazione del cardinale con Vannozza continuò forse sino all'anno 1482, perchè questa, dopo Lucrezia, gli diede ancora un figliuolo, Jofrè, nato il 1481 o 1482.
Poscia la passione del Borgia per questa donna quasi quarantenne s'estinse. Nullameno riguardava in essa la madre dei figliuoli suoi, e la confidente di molti dei suoi misteri.
Vannozza, del resto, al marito suo Giorgio de Croce aveva partorito un figliuolo, a nome Ottaviano: per lo meno il bambino passò per figlio di colui. Essa, grazie agli aiuti del cardinale, crebbe di molto le sue entrate. In documenti legali ci si presenta qual locataria di alcune osterie in Roma; e presso Santa Lucia in Selce nel quartiere della Suburra acquistò una vigna e una casa di campagna, a quel che pare, da' Cesarini. Giorgio de Croce s'era fatto ricco; in Santa Maria del Popolo fondò una cappella per sè e per i suoi. Egli morì il 1486, e l'anno medesimo morì pure il figlio Ottaviano.[14]
La morte di lui addusse un mutamento nelle relazioni di Vannozza. Il cardinale incalzava, perchè la madre dei suoi figliuoli passasse a seconde nozze. Così avrebbe avuto chi potesse difenderla, ed assicurare alla casa una esistenza decente. Secondo marito fu un mantovano, Carlo Canale. Prima di venire a Roma, s'era già fatto conoscere per la sua cultura ne' circoli umanistici di Mantova. Abbiamo ancora la lettera di Angelo Poliziano, nella quale il giovane poeta raccomandava al Canale il suo Orfeo. Il manoscritto di questo primo tentativo drammatico, col quale s'iniziò la rinascenza del teatro italiano, era di fatto nelle mani del Canale. E questi, riconoscendo il merito del lavoro, incoraggiava il poeta ancora pauroso e di sè incerto.[15] Poliziano aveva composta la poesia a richiesta del cardinale Francesco Gonzaga, grande favoreggiatore della bella letteratura, e distesala in due giorni soltanto: e Carlo Canale era cameriere del cardinale. L'Orfeo fu composto verso il 1472. Morto nel 1483 il Gonzaga, il Canale andò a Roma, e si pose al servizio del cardinale Sclafetano di Parma. Qual confidente e suddito dei Gonzaga si tenne sempre legato con questa casa principesca.[16] Nella sua nuova condizione appoggiò le pratiche di Ludovico Gonzaga, fratello di Francesco, quando nel 1484, fatto vescovo di Mantova, venne a Roma per ottener la porpora.[17]
Il Borgia aveva già conosciuto il Canale sin da quando era al servizio del Gonzaga; e lo incontrò dappoi in casa Sclafetano. Se lo destinò a marito della sua vedova amica, fu in grazia dell'ingegno e delle aderenze di lui che potevano essergli utili. Dall'altra parte il Canale non potè annuire alla proposta di farsi marito della Vannozza se non per avidità di guadagno; e l'aver accettato mostra che la condizione sin allora tenuta di cortigiano di cardinali non l'aveva arricchito.
Il nuovo contratto di nozze fu rogato l'8 giugno 1486 dal notaio di casa Borgia, Camillo Beneimbene. Furon testimoni Francesco Maffei, scrittore apostolico e canonico di San Pietro, Lorenzo Barberini de Catellinis, cittadino romano, Giuliano Gallo, un noto mercatante romano, i signori Burcardo Barberini, De Carnariis, e altri molti. Come dote la Vannozza portava allo sposo, oltre altri donativi, la somma di 1000 fiorini d'oro, e il diploma dato gratuitamente al posto di sollecitatore delle Bolle papali. Nell'istrumento il matrimonio di Vannozza è espressamente indicato come il secondo. Ed è chiaro, si sarebbe invece parlato di terze o in generale di nuove nozze, ove quelle pretese prime con Domenico di Arignano avessero realmente avuto luogo.[18]
Nel contratto come abitazione di Vannozza, dove le nozze furono stipulate, è indicata la casa sua nel quartiere Regola, a Piazza de Branchis, nome che la piazza porta ancora da una estinta famiglia De Branca. Ciò mostra che dopo la morte del primo marito essa aveva dovuto abbandonar la casa a Pizzo di Merlo e passare in quest'altra a Piazza Branca. La quale doveva essere di proprietà di lei; mentre il secondo marito pare uomo sprovvisto di sostanze, che solo col matrimonio e con la protezione del potente cardinale sperava far fortuna.
Da una lettera del nominato Ludovico Gonzaga, del 19 febbraio 1488, risulta che il nuovo matrimonio di Vannozza non fu sterile. Il vescovo di Mantova incaricava il suo agente in Roma di fare in vece sua da padrino a Carlo Canale, che di tale onore avevalo richiesto. La lettera non aggiunge altro: pure ciò non può essere inteso che nel senso indicato.[19]
Non si sa in qual tempo Lucrezia abbandonasse la casa della madre e andasse per determinazione del cardinale in tutela ad una donna, che su lui e su tutta la famiglia Borgia esercitava grande influenza.
Questa era Adriana della casa dei Mila, figlia di Don Pietro, uno dei nipoti di Callisto III e cugino di Rodrigo. Quale stato costui tenesse in Roma, ignoriamo.
Egli sposò la figliuola Adriana con un membro della nobile casa degli Orsini, Ludovico, signore di Bassanello presso Civitacastellana. Essendosi Ursino Orsino, nato da questo matrimonio, ammogliato nell'anno 1489, è da tenere che la madre Adriana sia divenuta moglie almeno 16 anni prima. In quell'anno stesso 1489 il marito Ludovico Orsino era già morto.
Nello stato matrimoniale e poscia nella vedovanza Adriana abitò in Roma uno de' palazzi degli Orsini, probabilmente quello a Monte Giordano, di qua da Ponte Sant'Angelo. Di fatto più tardi nella eredità di suo figlio Ursino si nomina la parte, cui egli aveva diritto appunto su tal palazzo.
Il cardinale Rodrigo viveva in istrettissima relazione con Adriana. Essa era per lui più che congiunta: la confidente de' peccati suoi, de' suoi intrighi e de' suoi disegni, e tale la ebbe sino alla morte.
A lei affidò anche sin dalla tenera età la figliuola Lucrezia, perchè la educasse. Di questo fatto non si può dubitare. Si rileva da una lettera dell'ambasciatore di Ferrara in Roma, Giannandrea Boccaccio, vescovo di Modena, indirizzata al duca Ercole nell'anno 1493. A proposito di Madonna Adriana Ursina dice, che questa ha sempre tenuta ed educata Lucrezia in sua propria casa.[20]
Secondo il costume italiano, mantenutosi insino ad oggi, l'educazione delle figliuole era affidata a monache. D'ordinario le fanciulle, passati alquanti anni in un monastero, andavano poscia a marito ed entravano nel mondo. Se non che, se è vera la descrizione che l'Infessura ci porge delle condizioni dei monasteri di donne, anche il cardinale dovette esitar molto prima di confidare la sua figliuola a quegli stinchi di sante. V'erano nulladimeno anche monasteri, ove tanta indisciplinatezza non era penetrata, come forse San Silvestro in Capite, nel quale i Colonna facevano educare alcune delle loro figlie, ovvero Santa Maria Nuova o San Sisto sulla via Appia. Essendo il Borgia papa, Lucrezia scelse appunto l'ultimo di questi chiostri per asilo, forse per la ragione che già bambina v'aveva per un pezzo ricevuta l'educazione religiosa.
Fondamento della educazione di una donna italiana fu in ogni tempo la devozione per la Chiesa. Quella non era già rivolta a formare il cuore e l'animo; ma una bella forma di contegno religioso, mercè la quale la fede potesse dare una certa ritenutezza alla morale. Il peccare in sè non rendeva brutta niuna donna; ma dalla peccatrice, fosse pure la più dissoluta, il costume esigeva che adempisse tutti gli obblighi della Chiesa, e si mostrasse all'apparenza una cristiana ben composta. Donne scettiche e di libero spirito, si può dir, non ve n'erano; in quelle condizioni di socievolezza sarebbero state impossibili. Quell'empio tiranno, che fu Gismondo Malatesta di Rimini, edificò una magnifica chiesa, e in essa una cappella in onore della sua amante Isotta. E Isotta sicuramente non fu a nessuna seconda quanto a praticar in chiesa. Vannozza fece costruire e ornare una cappella in Santa Maria del Popolo. Fu in voce di donna devota, e non mica dopo la morte di Alessandro VI. Suprema delle sue cure materne, come di Adriana, fu, senza dubbio, di dare alla figliuola quel decente contegno cristiano; e Lucrezia se l'era appropriato tanto per bene, che più tardi un ambasciatore di Ferrara potè lodarsi delle sue maniere rigorosamente cattoliche.
È erroneo credere che qui si tratti di una ipocrisia. Questa implicherebbe un pensiero indipendente intorno ai problemi religiosi o un processo interiore e morale, ch'è estraneo affatto alle donne di quel tempo, e che in massima parte tal è tuttora alle donne italiane. La religione era ed è in Italia forma di educazione; e, per minimo che fosse il suo valore etico, era pur sempre una specie di bella formalità, nella quale la vita quotidiana era rinchiusa e assicurata come in una cornice.
Le figliuole di famiglie fornite di mezzi di fortuna non potevano nei chiostri attendere agli studii letterarii; ricevevano invece questa istruzione da maestri, dati forse loro in comune coi fratelli. Non ê un'esagerazione il dire, che le donne bennate nel XV e nel XVI secolo avevano una coltura più soda e più erudita di quella del tempo nostro. La ragione di ciò è da riporre non nella vastità, ma ben piuttosto nel carattere esclusivo e nella limitazione della coltura d'allora. Le mancava quel patrimonio immenso e veramente incalcolabile di materiali di civiltà, che lo svolgimento e il progresso dello spirito europeo nel corso di tre secoli ha generati. La coltura della donna nella Rinascenza si concentrava essenzialmente nell'antichità classica. Si lasciava da banda come di niun valore tutto quanto potesse allora meritare il nome di moderno. Per tanto era una coltura dotta. In quella vece la coltura odierna della donna non è più classica; ma trae esclusivamente alimento dal tesoro delle cognizioni moderne. Se non che appunto la varia e multiforme natura di queste le toglie oggi quel carattere posato e sicuro, facilmente ottenibile dalla donna della Rinascenza in una cerchia limitata di educazione. L'istruzione odierna delle donne, anche nella Germania, tanto lodata per le sue scuole, è suppergiù senza fondo e superficiale, anzi scientificamente nulla. Tutt'al più si riduce ad imparare un paio di lingue viventi e a suonare il pianoforte; e per questo si spende un tempo sterminato. L'eccessiva lettura de' giornali, de' libri di amena letteratura e de' romanzi quasi non lascia più agio alle nostre donne di acquistare una cultura seria. Nella Rinascenza il pianoforte non si conosceva; ma ogni donna bene educata usava suonare il liuto. Il romanzo era appena su' primi albori. Ancora oggi l'Italia è il paese, ove si produca e legga il meno in quel genere letterario. Ebbe, dopo il Boccaccio, novelle; ma anche queste piuttosto con parsimonia. Le poesie furono numerosissime; ma per metà scritte in latino. Il commercio librario e la stampa erano bambini. Il teatro sorto appena; e solo una volta l'anno, nel carnevale, si davano rappresentazioni drammatiche, e non su pubbliche, ma su scene private. Ciò che noi oggi chiamiamo letteratura o coltura internazionale, consisteva allora nello studio de' classici, cui si attendeva con passione. Quel luogo che nella educazione delle nostre donne hanno preso le lingue straniere, era tenuto allora dalla conoscenza delle lingue latina e greca.
Agl'Italiani della Rinascenza non entrava in mente il pregiudizio, che la famigliarità con queste ultime lingue, che il sapere erudito rompa il fascino della natura femminile; e che le donne in genere debbano tenersi in una sfera inferiore di coltura. È un pregiudizio codesto, come alcuni altri penetrati nelle società nostre, d'origine germanica. Ideale della natura della donna ai Tedeschi parve sempre l'amoroso governo della madre nella cerchia della famiglia. Per lunga pezza le donne tedesche schivarono ogni esistenza pubblica per un sentimento di pudore e di moralità. Le attitudini loro restaron nascose, tranne il caso che peculiari condizioni, specialmente vivendo in Corte o per ragioni dinastiche, non le costringessero a mostrarle. Riandando, anche sino ai tempi moderni, la storia della coltura dei popoli germanici, non si trova un numero così grande di caratteri di donne pubblicamente famose, quali l'Italia, la terra prediletta della personalità, ha possedute nella Rinascenza. L'influenza, esercitata da donne di alto intelletto sulla vita socievole italiana ne' secoli XV e XVI, e nel tempo posteriore in Francia sullo svolgimento spirituale e sociale, fu ignota in Inghilterra e in Germania.
Nulladimeno più tardi le condizioni della coltura femminile nei paesi germanici e nei latini si sono invertite. Si elevò in quelli, mentre in questi diè giù, massime in Italia. La donna italiana, che durante la Rinascenza si poneva a fianco dell'uomo, e gareggiava con lui per la palma della coltura, e prendeva amore ad ogni progresso spirituale, restò poscia indietro e in basso. Da due secoli in qua si tenne indifferente ed estranea del tutto alla più elevata sfera della vita nazionale. Divenne piuttosto, nelle mani del prete, istrumento di servitù spirituale. In cambio, alle donne germaniche la Riforma rese maggior libertà personale. E a cominciare soprattutto dagl'inizii del secolo XVIII anche la Germania e l'Inghilterra han potuto esporre la loro serie di donne largamente colte e anche erudite. Non è colpa della Chiesa, ma della moda, delle abitudini sociali, e un po' anche del manco di ricchezza nelle famiglie, se in Germania la coltura delle donne è in generale mediocre.
Ai nostri tempi in una scuola tedesca superiore, nella Svizzera, è stato fatto un primo tentativo di rinnovamento di quell'antica coltura erudita per le donne; quale fu intesa in Italia. L'impresa fallì, perchè si volle aggiungervi altri scopi, oltre quello della coltura, e perchè non fu tutta opera di donne germaniche. Ma per dubbioso e incerto che dovess'essere l'esito di tale tentativo scolastico, rispetto alle abitudini e disposizioni della donna, fu pur forse il segno di una incipiente riforma nella istruzione femminile.
Una donna dotta, per la quale oggi gli uomini sentono d'ordinario più avversione che rispetto, noi Tedeschi la chiamiamo, massime se scrive libri, dottoressa.[21] Nella Rinascenza la si chiamava Virago, predicato ch'era titolo d'onore. Jacopo da Bergamo nello scritto Sulle donne celebri, composto nel 1496,[22] l'adopera sempre come segno di distinzione. Raramente quella parola trovasi in scrittori italiani usata per significare quel concetto che comunemente sveglia in noi Tedeschi. Chiamavasi a quel tempo Virago la donna, che per coraggio, intelligenza e coltura si levava al di sopra delle altre. Tanto era più festeggiata, se con simili doti accoppiava grazia e bellezza. Imperocchè l'erudizione e la classica coltura presso gl'Italiani non eran nemiche delle grazie femminili. Piuttosto quelle davano a queste nuova e maggior forza. Dell'una donna o dell'altra Jacopo mai non tralascia di notare, che, quantunque volte mostravansi in pubblico come poetesse od oratrici, ciò che affascinava l'uditorio era appunto l'incredibile pudore e la decenza loro. Loda così Cassandra Fedeli; e di Ginevra Sforza ammira l'eleganza della forma, la grazia straordinaria in ogni movimento della persona, la franca regal maniera e soprattutto la morale bellezza. Altrettanto dice di Ippolita Sforza, moglie d'Alfonso d'Aragona, che in sè riuniva coltura finissima, meravigliosa eloquenza, bellezza rara e nobilissimo pudore femmineo. Ciò che allora chiamavasi pudore (pudor), altro non era che la colta grazia naturale di una donna altamente dotata: in una parola, la grazia svolta e perfezionata. Lucrezia Borgia ne era fornita a dovizia. Nella donna rispondeva a quel che nell'uomo era il decoro del perfetto cavaliere. Forse non senza maraviglia si leggerà, che alcuni contemporanei lodavano in Cesare, nell'uomo di sì trista fama, la modestia, come una delle qualità sue più spiccate. Ma anche ciò bisogna intendere sotto il rispetto della coltura della personalità, della quale era essenzial forma di educazione e di manifestazione la modestia nell'uomo, nella donna il pudore.
Certo nel secolo XV o nel XVI sui banchi delle scuole pubbliche in Bologna, Ferrara e Padova non sedettero donne emancipate, quali, non ha molto, se ne videro a Zurigo per attendere a studii pratici professionali. Ma le scienze stesse umanistiche, coltivate da giovani e da uomini, erano una necessità anche per l'alta coltura femminile. Come nel Medio Evo tènere fanciulle dedicavansi ai Santi del chiostro per divenir monache, così nella Rinascenza bambine straordinariamente dotate venivano offerte alle Muse. Jacopo da Bergamo, a proposito della Trivulzia di Milano, contemporanea di Lucrezia, che già a 14 anni suscitava per l'eloquenza sua incredibile ammirazione, dice: «Allorchè i genitori si accorsero delle straordinarie facoltà della bambina, la dedicarono quando aveva appena sette anni alle Muse, e la confidarono a loro, perchè la educassero.»
Gli studii scientifici delle donne comprendevano allora le lingue classiche e i tesori letterarii delle stesse, l'eloquenza, la poesia, l'arte cioè di versificare, e la musica. Il dilettantismo nelle arti del disegno nacque naturalmente di per sè. La grande copia di creazioni artistiche della Rinascenza porgeva modo ad ogni donna colta italiana di acquistare senza fatica gusto e senso pel bello artistico.
Filosofia e teologia entravano esse pure nella coltura perfetta della donna. Dispute intorno a problemi relativi a tali discipline avevan luogo nelle corti e nelle sale delle Università tutti i giorni; e non mancavano donne aspiranti alla gloria di prendervi parte e illustrarvisi. La veneziana Cassandra Fedeli, un miracolo del tempo, sullo scorcio del secolo XV era tanto addentro nella filosofia e teologia quanto ogni dotto uomo. Essa disputava in pubblico con molta grazia, tra l'entusiasmo degli ascoltatori, in presenza del doge Agostino Barbarigo, e sovente nella pubblica scuola di Padova. La bella moglie di Alessandro Sforza di Pesaro, Costanza Varano, era versata nella poesia, eloquenza e filosofia. Scrisse molti dotti trattati. «Aveva quotidianamente tra mano gli scritti di Agostino, Ambrogio, Jeronimo e Gregorio, quelli di Seneca, Cicerone e Lattanzio.» Egualmente erudita la figliola, Battista Sforza, la nobile moglie di quel coltissimo uomo di Federico da Urbino. E della famosa Isotta Nugarola di Verona si racconta, che fu pienamente familiare coi libri dei Padri della Chiesa e dei filosofi. Nè erano poi sconosciuti ad Isabella Gonzaga ed Elisabetta di Urbino, per non dire di altre che subito dopo vennero del pari in celebrità, quali Vittoria Colonna e Veronica Gambara. I nomi di queste e di altre donne indicano il culmine della coltura femminile nella Rinascenza. E quando pure l'ingegno e l'istruzione loro fossero stati per ogni tempo eccezionali, è certo che quegli studii, che in sì alto grado si appropriarono, non entravan punto per eccezione nella sfera di coltura delle donne bennate. Eran coltivati invece per complemento della personalità e per render più adorna l'esistenza socievole. La frivolezza delle conversazioni nostre è veramente sconfinata: a siffatta vuotaggine si cerca rimedio nel canto e nel suono del pianoforte. Certo nelle sale stesse della Rinascenza le cose non saranno sempre ite come nei simposii platonici; e quelle dispute nelle conversazioni sarebbero oggi per noi motivo di noia insopportabile. Non di meno i bisogni d'allora eran diversi. Un discorso bello e pieno di spirito tra gente di valore e finamente educata, dandogli una tinta e un carattere di classicismo, introducendovi pensieri tolti da antichi autori; ovvero svolgere e compiere dialogizzando un discorso sopra un dato tèma: era questo l'altissimo de' diletti per la socievolezza d'allora. Questa forma di conversazione propria alla Rinascenza, toccò più tardi in Francia la vera altezza dell'arte. Il Talleyrand la chiamava la più bella e più grande felicità dell'uomo. Il dialogo classico rifiorì, con questo progresso, che vi pigliavan parte anche donne altamente istruite. Come modelli di siffatta elegante e geniale socievolezza valgono il Cortegiano del Castiglione e Gli Asolani, che il Bembo dedicò a Lucrezia Borgia.
La figlia di Alessandro non ebbe grido fra le donne italiane classicamente colte; mentre sembra l'educazione di lei non essersi di molto levata oltre il livello comune. Ma pel tempo suo ricevette istruzione compiuta. Aveva imparato le lingue, la musica e le arti del disegno; e più tardi in Ferrara la sua abilità artistica nel fare bei ricami in seta e oro fu oggetto di ammirazione. «Parlava spagnuolo, greco, italiano e francese, un tantino anche e correttamente latino; e in tutte queste lingue scriveva e faceva versi:» così di lei il biografo del Bayard nel 1512. Sotto l'influenza del Bembo e dello Strozzi, Lucrezia potè più tardi, nel periodo più tranquillo della vita sua, perfezionare la sua educazione. Pure è certo che dovette averne gettate le basi in Roma. Essa era ad una volta spagnuola e italiana; e delle lingue de' due paesi fu interamente padrona. Delle lettere sue al Bembo due sono scritte in spagnuolo: le molte altre — più di 100 — che ancora di lei rimangono, sono in italiano di quel tempo, semplici nell'espressione e spigliate nel concetto. Per contenuto non hanno importanza di sorta: v'appariscono l'animo e il sentimento, ma nessuna profondità spirituale. La calligrafia non è sempre uguale: talvolta ha tratti duri e forti, che ricordano la maniera di scrivere tutta piena di energia del padre; tal'altra è netta e fine come quella di Vittoria Colonna.
Nessuna delle lettere prova che Lucrezia comprendesse il latino; e il padre stesso ebbe una volta a dire com'ella non ne fosse padrona del tutto. Ad ogni modo doveva essere in grado d'intendere le scritture latine; altrimenti Alessandro non averebbe potuto più tardi farla sua rappresentante in Vaticano, con facoltà di aprire le lettere. Similmente gli studii di lei nel greco non devono essere stati molti serii; pure non è a dire che l'ignorasse affatto. Nella sua gioventù fiorivano ancora in Roma le scuole di letteratura greca, che vi andarono crescendo dopo il Crisolora e il Bessarione. Nella città dimoravano sempre molti Greci, parte esuli dalla Grecia, parte venuti con la regina Carlotta di Cipro. Questa principessa così vaga di avventure visse, sino alla morte, nel luglio 1487, in un palazzo del Borgo Vaticano, ove teneva corte e forse raccoglieva a sè d'intorno la gente dotta di Roma, come appunto usò molto più tardi la colta regina Cristina di Svezia. Nella casa di lei il cardinal Rodrigo doveva aver conosciuto, fra gli altri nobili Ciprioti, anche Ludovico Podocatharo, che fu poi suo secretario. Forse fu questi che insegnò il greco ai bambini Borgia.
Nel palazzo del cardinale viveva pure un umanista tedesco, Lorenzo Behaim di Nurenberga. A questo fu per 20 anni affidato il governo di casa Borgia; e poichè era latinista e membro dell'Accademia romana di Pomponio Leto, è naturale che la presenza sua non fosse senza una certa influenza sulla educazione dei figliuoli del suo signore. Del resto, d'insegnanti nelle scienze umanistiche non era difetto in Roma. Eran quelle nel loro fiore. E l'Accademia come l'Università producevano grande copia di uomini d'ingegno. V'erano quindi molti maestri che tenevano scuola, e molti giovani eruditi, accademici attivi e operosi, che in parte cercavano far fortuna alla Corte de' cardinali, come uomini di compagnia e secretarii, o come insegnanti dei loro bastardi. Anche Lucrezia ebbe da tali maestri lezioni di letteratura classica. Quanto alla poesia italiana o alla virtuosità di far sonetti, allora universalmente comune anche alle donne, essa potette facilmente apprenderla da uno de' tanti poeti, che allora vivevano in Roma. Imparò senza dubbio a far versi; ma nulla dava diritto agli storici della letteratura Quadrio e Crescimbeni ad assegnarle un posto nella poesia italiana. Di fatto nè il Bembo nè Aldo nè lo Strozzi l'hanno giammai nominata come poetessa, nè di lei si conoscono poesie. Anche le canzoni spagnuole, che si trovano nelle sue lettere al Bembo, nemmeno è certo che siano composizioni sue.
V.
È facile immaginare quanta commozione dovette cagionare in Lucrezia il primo sentore delle sue reali condizioni di famiglia. Il marito della madre non era suo padre. Insieme coi fratelli, ella si trovava figliuola di un cardinale. Lo spuntar di questa coscienza si accoppiava in lei con la comprensione di relazioni, che, condannate dalla Chiesa, volevano al cospetto del mondo rimaner coperte da un velo. Essa anzi fu sempre trattata come la nipote del cardinal Borgia. Nel padre suo onorava ad un tempo uno dei più eminenti principi della Chiesa di Roma, che sentiva anche designare come papa futuro.
Per certo la conoscenza degl'eminenti vantaggi di tal condizione ebbe sulla fantasia di Lucrezia efficacia più energica del concetto dell'immoralità. Il mondo, nel quale viveva, non si tormentava davvero con scrupoli morali; e raramente vi fu tempo, in cui l'abito di sfruttare in ogni modo e al massimo grado possibile le relazioni di fatto esistenti fosse altrettanto diffuso e radicato. Ben presto apprese come legami di quella natura fossero in Roma comuni e universali. Sentì che la più parte dei cardinali vivevano con amiche, e largamente provvedevano ai loro figliuoli. Le fu raccontato di quelli del cardinal Giuliano Della Rovere o Piccolomini. Vide coi proprii occhi i figli e le figlie di Estouteville; e sentì parlare dei feudi che il ricco padre aveva per loro acquistati sui monti Albani. Vide anche i figliuoli di papa Innocenzo salire in grande onore; le fu mostrato il figlio di lui Franceschetto Cibo con l'illustrissima moglie Maddalena Medici. Seppe che nel Vaticano vivevano altri figli e nipoti del Papa; e vedeva continuamente uscirne ed entrarvi la figlia, Madonna Teodorina, la moglie del genovese Uso di Mare. Aveva 8 anni, quando la figlia di costoro, Donna Peretta, fu sposata in Vaticano col marchese Alfonso del Carretto con tanta pompa e feste, che tutta Roma ne parlò.
Il primo concetto della sorte non comune, che a lei ed ai fratelli suoi per ragion della nascita poteva spettare, erasi già formato in Lucrezia al veder duca spagnuolo il maggiore di essi, Pierluigi. Non sappiamo con precisione in qual tempo il giovane Borgia lo divenisse: nel 1482 non era ancora. I legami potenti, che suo padre manteneva con la Corte spagnuola, avevano a costui reso possibile di far nominare il figlio Duca di Gandia nel regno di Valenza. E, come il Mariana osserva, il Ducato egli lo comprò.
Don Pierluigi moriva in Spagna ancora giovanissimo. Di fatto in un documento del 1491 si parla di lui come morto, e si fa menzione di un legato nel suo testamento a favore della sorella Lucrezia.[23] Il ducato di Gandia passò al secondogenito di Rodrigo, Don Juan, che si affrettò ad andare a Valenza per prenderne possesso.
E frattanto le inclinazioni del cardinale s'erano rivolte ad altre donne. Nel maggio 1489, quando Lucrezia aveva 9 anni, vediamo la prima volta apparire Giulia Farnese, giovane di maravigliosa bellezza, dal cui fascino fu preso con passione e ardore giovanile il già maturo cardinale e più tardi papa Borgia.
Si deve a questo adultero amore di lui per la Giulia, se la casa dei Farnese entrò prima nella storia di Roma e poscia in quella del mondo. Rodrigo Borgia fu di fatto il creatore della grandezza di questa famiglia, nominando cardinale Alessandro, fratello della Giulia. Così pose la base al papato di Paolo III, stipite dei Farnesi di Parma; schiatta famosa, che non s'estinse che nel 1758 sul trono di Spagna con la regina Elisabetta.
In Roma, dove due de' più belli edifizii della Rinascenza han reso immortale il nome dei Farnesi, non avevan costoro, sino al tempo del Borgia, importanza alcuna. Non abitavano nemmeno la città, ma l'Etruria romana. Possedevano ivi alcuni luoghi, come Farneto, donde devono aver tratto il nome, Ischia, Caprarola e Capodimonte. Più tardi, non si sa quando, vennero anche momentaneamente in possesso d'Isola Farnese, castello antichissimo sulle rovine di Veja, che già dal secolo XIV era stato degli Orsini. L'origine dei Farnesi è oscura, ma la tradizione, che gli fa derivare dai Longobardi o dai Franchi, ha per sè ogni verosimiglianza. Essa trova sostegno nel nome Ranuccio così frequente in quella casa, forma italianizzata di Rainer (Raniero).
I Farnesi s'agitavano in Etruria come piccola dinastia di feudatarii rapaci, senza però giungere alla potenza dei loro vicini, degli Orsini di Anguillara e Bracciano e di quei famosi Conti di Vico, tedeschi d'origine, che dominarono da prefetti nell'Etruria per secoli, sino a che non caddero sotto Eugenio IV. Mentre questi prefetti erano i più ardenti ghibellini e più feroci nemici dei papi, i Farnesi invece, al pari degli Este, furon sempre del partito guelfo. Dall'XI secolo in poi andarono Consoli e Podestà in Orvieto, quindi qua e là capitani della Chiesa in quelle molte guerricciole con città e baroni, specie nell'Umbria e nel Patrimonio di San Pietro. Ranuccio, avo di Giulia, fu tra' più valenti generali di Eugenio IV, e compagno del Vitelleschi, il terribile domatore di tiranni. Mercè sua la casa dei Farnesi era salita in maggior reputazione. Il figlio Pierluigi si sposò con Donna Giovannella della stirpe dei Gaetani di Sermoneta. Figliuoli di costui furono Alessandro, Bartolomeo e Angiolo, Girolama e Giulia.
Alessandro Farnese, nato il 28 febbraio 1468, era giovane di spirito e di mente colta, ma di cattiva fama per le sfrenate passioni. Nel 1487 aveva, dietro malvage imputazioni, messo in prigione la propria madre, per la qual cosa fu a volta sua da Innocenzo VIII fatto rinchiudere in Castel Sant'Angelo. Ma seppe evaderne, senza che ciò avesse per lui ulteriori conseguenze. Egli era Protonotario della Chiesa. La sorella maggiore Girolama si sposò con Puccio Pucci, uno dei più ragguardevoli uomini politici di Firenze, membro di numerosa famiglia molto intimamente legata coi Medici.
Il 20 maggio 1489 nella Camera Stellata del palazzo Borgia comparve la giovane Giulia Farnese con Ursino Orsini, giovane egualmente, per stipulare il loro contratto nuziale. Prima di tutto fa maraviglia che ciò avesse luogo nella casa del cardinal Rodrigo. Il nome suo sta nel contratto il primo di tutti i testimoni, come quello di persona che ha preso gli sposi sotto la sua protezione e concluso il matrimonio. Le nozze, del resto, erano già state innanzi fissate dai genitori — non più viventi nel 1489 — degli sposi, essendo questi ancora minori, cioè dire, da Ludovico Orsini, signore di Bassanello e da Pierluigi Farnese. Usava allora fidanzar legalmente bambini; e, come già nell'antica Roma, i promessi sposi contraevano poscia il matrimonio in età ancora minore, spesso a 13 anni appena. Il 20 maggio 1489 Giulia poteva aver solo 15 anni; era sotto la tutela dei fratelli e degli zii della casa dei Gaetani. Il giovane Orsini stava sotto la tutela della madre Adriana, che era l'Adriana de Mila, la parente del cardinal Rodrigo e l'educatrice di Lucrezia. Ciò rende a sufficienza ragione della parte officiale e personale che colui prendeva al matrimonio della Giulia.
Al contratto nuziale stipulato dal notaro Beneimbene furono, oltre il cardinale, testimoni il vescovo Martini di Segovia, i canonici spagnuoli Garcetto e Caranza e il nobile romano Giovanni Astalli. Assistenti della sposa dovevano essere i fratelli, ma venne solo il più giovane, Angiolo: Alessandro s'astenne. Il non essere apparso nel palazzo Borgia, in occasione così solenne per la famiglia, è notevole: nondimeno può essere stato per circostanze accidentali. Il protonotario Jacopo e suo fratello Don Nicola Gaetani, zii della sposa, eran presenti. La somma di 3000 fiorini d'oro fu la dote di Giulia, che per quel tempo era molto ragguardevole.[24]
Il giorno dopo, il 21 maggio, fu festeggiato lo sposalizio della giovane coppia nello stesso palazzo Borgia. Molti grandi signori vi presero parte, de' quali sono specialmente nominati i parenti dello sposo, il cardinal Gianbattista Orsini e Rainaldo Orsini, arcivescovo di Firenze. La bella stagione potè permettere agli sposi di andarsene al castello di Bassanello; ovvero, se così non fecero, essi presero stanza nel palazzo Orsini a Monte Giordano.
In questo palazzo, presso Madonna Adriana, madre del giovane Orsini, il cardinal Rodrigo aveva dovuto già prima del matrimonio conoscere e spesse volte vedere la Giulia Farnese. Colà pure la Lucrezia, più giovane di parecchi anni, dovette fare la conoscenza della stessa. Giulia era bella tanto, che si ebbe per soprannome la bella. Al pari di Lucrezia, aveva bionda la chioma come oro. Nella casa di Adriana questa dolce e vaga fanciulla diè nella rete del libertino Rodrigo. Cedette alle arti seduttrici di lui o già prima di sposarsi col giovane Orsini o subito dopo. Probabilmente accese la sensualità del cardinale, uomo già di 58 anni, allorchè gli si presentò nel palazzo in abito da sposa, in tutto lo splendore della sua gioventù affascinante. Comunque, il certo è, che già dopo due anni dal matrimonio la Giulia era l'amante dichiarata del cardinale. Quando Madonna Adriana ebbe scoperta la relazione, chiuse gli occhi e si rese complice delle turpitudini della nuora. Per tal guisa divenne la persona più potente e influente nella casa Borgia.
Dei tre figlioli del cardinale, Juan e Cesare eran frattanto venuti crescendo. Entrambi nel 1490 non erano a Roma. L'uno trovavasi in Spagna; l'altro agli studii nell'Università di Perugia, donde passò poi in quella di Pisa. Già nel 1488 Cesare deve aver frequentato una di quelle scuole superiori, e probabilmente la prima. In quell'anno di fatto Paolo Pompilio gli dedicò la sua Syllabica, uno scritto sulle regole per ben comporre in versi. Egli vi lodava il genio ascendente di Cesare, speranza e decoro di casa Borgia, i progressi di lui nelle scienze, la maturità dello spirito in età così giovanile, e ne predicava la gloria a venire.[25]
Il padre l'aveva destinato alla carriera ecclesiastica, abbenchè Cesare non sentisse per essa che repugnanza. Da Innocenzo VIII aveva colui ottenuto, che il figlio suo fosse fatto Protonotario della Chiesa e di più preconizzato vescovo di Pampelona. Come Protonotario apparisce in un documento del febbraio 1491. E in quel tempo stesso il più giovane dei figlioli di Rodrigo, Don Jofrè, fanciullo di circa 9 anni, è nominato Canonico e Arcidiacono di Valenza.[26]
Cesare dovette andare a Pisa nel 1491. Quell'Università accoglieva molti giovani di cospicue famiglie italiane, soprattutto per la rinomanza grande del Rettore degli studii, il milanese Filippo Decio. Il giovane Cesare v'andò con due condiscepoli spagnuoli, favoriti del padre, Francesco Romolini da Ilerda e Giovanni Vera da Arcilla nel regno di Valenza. L'ultimo gli venne dato come aio, così qualificandolo Cesare stesso in una lettera dell'ottobre 1492, ove lo chiama il più fido dei famigliari suoi.[27] Nel 1491 Francesco Romolini aveva già più di 30 anni; studiò con fervore Diritto, del quale acquistò ampia cognizione. Egli è il Romolino stesso, che più tardi in Firenze condusse il processo contro Savonarola. Nel 1503 Alessandro lo fece cardinale; e cardinale era pur divenuto Vera sin dal 1500. I mezzi di fortuna del padre permettevano al giovane Cesare di vivere in Pisa con sontuosità principesca; e lo stato di colui lo pose anche in grado di entrare in amichevoli relazioni coi Medici.
Il cardinal Borgia continuava allora a cercare nella Spagna la fortuna dei figliuoli suoi. Anche per la figlia Lucrezia non sapeva immaginare avvenire più splendido di un matrimonio spagnuolo. E, senza dubbio, dovette avere a segnalata fortuna, che il figliolo di una di quelle antiche e nobili case di Spagna acconsentisse a diventare il marito della bastarda di un cardinale. Questi fu Don Cherubin Juan de Centelles, signore di Val d'Ayora nel regno di Valenza, fratello del Conte di Oliva.
Nel 26 febbraio e 16 giugno 1491 in Roma furono firmate le tavole nuziali e distese in lingua valenzana. Il giovane sposo trovavasi a Valenza e la sposa a Roma; e a questa il padre aveva dato per procuratore il nobile romano Antonio Porcaro. Nel contratto fu per Lucrezia sborsata la somma di 300,000 timbres o soldi di moneta valenzana, ch'essa portava in dote al marito Don Cherubin, parte in moneta contante, parte in gioielli e altri oggetti di corredo. Fu espressamente notato, 11,000 timbres provenire dal testamento del fu Don Pierluigi de Borgia, duca di Gandia, che gli aveva assegnati in dote alla sorella sua, ed altri 8000 donarsi alla stessa pel medesimo titolo dagli altri suoi fratelli Don Cesare e Don Jofrè, similmente, com'è da presumersi, sulla eredità di costoro. Fu stabilito che Donna Lucrezia sarebbe condotta a Valenza a spese del cardinale entro l'anno dal contratto, e che il matrimonio sarebbe ecclesiasticamente solennizzato entro i sei mesi dall'arrivo di lei in Spagna.[28]
Così Lucrezia, bambina ancora di 11 anni, vide una volontà a lei estranea disporre della sua mano e della felicità sua, e da quel momento non fu più padrona del suo destino. Tale, del resto, era la sorte di tutte le figliole di alta e anche di bassa condizione. Poco innanzi che il padre divenisse papa, sembrò proprio deciso ch'ella dovesse trascorrere la vita sua in Spagna. E facilmente sarebbe sparita dalla storia del Papato e d'Italia, se quelle nozze si fossero in effetto avverate. Ma ciò non accadde. Impedimenti, che non conosciamo, ovvero mutamenti nei disegni del padre valsero a fare sciogliere quella promessa di matrimonio con Don Cherubin. Sin dal momento che tale promessa, mercè procura, veniva legalmente stipulata, il padre pensava già per la figlia ad altro matrimonio. Il marito predestinatole era Don Gasparo, anche lui giovane spagnuolo, figlio del cavaliere Don Juan Francesco di Procida, conte d'Aversa. Questa famiglia doveva essere andata a Napoli con la casa Aragonese. Madre di Don Juan Francesco vien chiamata Donna Leonora di Procida e Castelleta, contessa d'Aversa. Il padre di Gasparo viveva in Aversa; ma quest'ultimo trovavasi il 1491 in Valenza, dove forse attese alla sua educazione presso i parenti, essendo egli ancora fanciullo sotto i 15 anni. In un istrumento del notaro Beneimbene, del 9 novembre 1492, è espressamente detto, che nel 30 aprile dell'anno antecedente 1491, con tutte le formalità e mercè regolare procura, era stata conclusa promessa di matrimonio tra Lucrezia e Gasparo, e che il cardinal Rodrigo si era obbligato a mandare a spese sue la figlia a Valenza, ove il matrimonio sarebbesi solennizzato innanzi alla Chiesa. Ma un'identica promessa col giovane Centelles era stata legalmente stipulata solo il 26 febbraio dello stesso anno 1491, e ratificata ancora nel giugno 1491. Epperò vi sarebbe luogo a dubitare della esattezza della data. Se non che non solo l'istrumento nel protocollo del Beneimbene, ma anche una copia dello stesso nell'Archivio dell'Ospedale di Roma alla Sancta Sanctorum porta la data dell'ultimo d'aprile 1491, come giorno in cui ebbero luogo i capitoli matrimoniali tra Lucrezia e Don Gasparo. In questo atto fu procuratore di lei non più Antonio Porcaro, ma Don Jofrè Borgia, barone di Villa Longa insieme col canonico Jacopo Serra di Valenza e col valenzano Vicario generale Matteo Cucia.[29] Onde è innegabile questo fatto strano, che Lucrezia al tempo stesso fu promessa sposa di due giovani spagnuoli.
Malgrado della mancata promessa verso il primo degli sposi, sembra che la famiglia dei Centelles sia rimasta in buoni termini coi Borgia. Più tardi di fatto, quando Rodrigo era papa, tra i camerieri a lui più intimi troviamo un Guglielmo de Centelles, e un Raimondo della stessa casa qual Protonotario e Tesoriere di Perugia.
VI.
Il 25 luglio 1492 accadde ciò che i Borgia da tempo e con tanto ardore avevano sospirato e atteso, la morte di Innocenzo VIII. Quattro cardinali erano allora, a preferenza di tutti, candidati al Papato, Raffaele Riario e Giuliano Della Rovere, i due potenti nepoti di Sisto IV; quindi Ascanio Sforza e Rodrigo Borgia.
Per la famiglia di quest'ultimo, sino a che la nuova elezione non fu decisa, trascorsero giorni di ansietà febbrile. Dei figliuoli di lui erano in Roma soltanto Lucrezia e Jofrè, ambedue in casa Madonna Adriana. Vannozza viveva nella propria col marito Canale, che da un pezzo copriva la carica di Scrittore della Penitenzeria. Essa aveva allora 50 anni, e null'altro le restava a desiderare in vita che di veder effettuato il supremo e più fervido voto dell'animo suo, di veder salire il padre dei suoi figliuoli sul trono papale. Santi del Cielo! Con quante preci e con quali promesse solenni non saranno stati assaliti, perchè esaudissero quel voto! E con quante e quali non gli avranno pur tempestati Madonna Adriana, Lucrezia e Giulia Farnese!
L'11 agosto, di buon mattino, anelanti messi potettero a quelle donne recare dal Vaticano la nuova, che Rodrigo Borgia era uscito vincitore dal difficile agone. A lui, maggiore offerente, il Papato era stato venduto. Nella elezione il cardinale Ascanio aveva dato il tratto alla bilancia; e in guiderdone ebbe la città di Nepi, il posto di Vicecancelliere e il palazzo Borgia. Ancora oggi questo porta il nome di Sforza Cesarini.
Quando, la mattina dopo l'avventuroso giorno, Alessandro VI dalla sala del Conclave fu portato giù in San Pietro per ricevervi i primi omaggi, lo sguardo suo, raggiante di gioia, dovette fra la stipata moltitudine cercar le persone a lui care. Dovettero invero queste esser forse le prime a venire per festeggiare sì gran trionfo. Da lungo tempo Roma non aveva più visto un nuovo Papa dalla figura così piena di maestà e bellezza. Il suo modo di vita era generalmente noto a tutti. Pure niuno in quel momento lo conosceva tanto intimamente quanto quella donna, Vannozza Catanei. Essa se ne stava certamente ginocchioni in San Pietro, mentre fra i sacri cantici della Messa le immagini di un peccaminoso passato le agitavan l'animo.
Non tutte le Potenze accolsero sospettose l'elezione del Borgia. In Milano Ludovico il Moro dispose pubbliche feste; credeva, mercè l'influenza del fratello Ascanio, diventare egli stesso un mezzo Papa. Molto s'aspettavano da Alessandro i Medici; meno gli Aragonesi di Napoli. Incollerita si mostrò Venezia. L'ambasciatore della Repubblica, già nell'agosto, dichiarava apertamente che la Santa Sede era stata venduta con simonìa e molte ribalderie, e che la Signoria di Venezia era convinta che Francia e Spagna negherebbero obbedienza al Papa, non prima fossero venute in sentore di tali empietà.[30]
Frattanto con omaggi infiniti Alessandro VI riceveva il riconoscimento di tutti gli Stati italiani. La festa della sua esaltazione, il 26 agosto, fu solennizzata con pompa straordinaria. L'arme dei Borgia, un bove che pascola, fu vista in sì varii emblemi e figure e con tanti epigrammi salutata, che un satirico avrebbe potuto dire, festeggiarsi in Roma il ritrovamento del divino Api. Più tardi il bove dei Borgia è stato bene spesso bersaglio alla più avvelenata satira; ma sugl'inizii del reggimento di Alessandro era molto ingenuamente il portatore simbolico della magnificenza papale. Simbolismo di tal fatta oggi muoverebbe al riso e al sarcasmo; ma il senso plastico degl'Italiani d'allora lo trovava naturale.
Allorchè Alessandro, nella processione solenne al Laterano, passò innanzi al palazzo dei suoi fanatici partigiani, i Porcari, un fanciullo della casa con molta espressione e passione declamò alcuni distici, la cui chiusa suonava così:
Vive diu bos, vive diu celebrande per annos.
Inter Pontificum gloria prima choros.[31]
Bisogna leggere le relazioni di Michele Ferno e di Jeronimo Porcio sulla festa dell'incoronazione e su' discorsi di obbedienza degli ambasciatori italiani per formarsi una idea sin dove giungesse allora l'adulazione. Certamente oggi noi possiamo con difficoltà immaginare quell'imponente spettacolo, in cui un Papa dalla natura largamente favorito si presentava sul teatro di Roma, in un tempo che il Papato vi toccava appunto la più superba altezza. È vero che a siffatto culmine lo aveva sospinto, non il bene della Chiesa, non la religione da lungo profanata, ma il lusso del tempo e la politica moderna. Nulladimeno dal Medio Evo in poi un certo fondo interiore tradizionale s'era pur sempre mantenuto, che costringeva i credenti alla venerazione.
Il Ferno in un luogo osservò, che tutta la storia della terra non offriva nulla da esser comparato con l'elevatezza del Papato e con questo culto reso ad una persona. E l'autore non era già un papista bigotto, ma sì un zelante discepolo di Pomponio Leto. Egli era però, come tutti quei romantici del classicismo, di una impressionabilità estrema per ogni effetto teatrale. E così non trova abbastanza parole per descrivere una processione di Alessandro a Santa Maria del Popolo: quella moltitudine di uomini riccamente adorni, che festosa si muove ed agita; e i 700 preti e cardinali coi loro famigliari; e quegli splendidi corteggi di cavalieri e grandi di Roma, e gli arcieri e cavalieri turchi; e quella guardia palatina dalle lunghe alabarde e dagli scudi rilucenti; e i dodici cavalli bianchi dagli aurei freni, condotti a mano, e le innumerevoli altre decorazioni della sfarzosa comparsa. Processione simile, pari a corteo trionfale, che oggi non potrebbe avere luogo che dopo lunga e molta preparazione, il Papa può improvvisarla ad ogni istante, perchè attori e guardaroba son sempre lì, bell'e pronti. Pel Papa è occasione di mostrarsi una volta ai Romani; sicchè Sua Santità si porge al popolo oggetto di divertimento e di festa.
Il Ferno poi dipinge il Borgia stesso come un vero semidio, sceso dal cielo. «Egli cavalca sopra cavallo bianco come neve con serena fronte, con dignità istantaneamente maestosa; così si presenta al popolo; così benedice tutti; così è la mira di tutti gli sguardi; così pure lo sguardo suo penetra per tutto; così tutto rallegra; così l'apparizione sua è per tutti segno di buon augurio. Quanto maraviglioso quel dolce abbandono della sua fisionomia; la schietta nobiltà del suo volto, e la liberalità del suo sguardo. Questo rigoglio e contegno di disinvolta bellezza e la fresca e piena sanità del corpo come non accrescono la venerazione ch'egli ispira!» Così e non altrimenti deve, a parere del Ferno, essersi mostrato un tempo Alessandro il Grande. Era un'idolatria, insomma, della quale si continuava a circondare il Papato, senza che mai alcuno prendesse la pena di domandarsi qual fosse l'intima e personale essenza dell'idolo fastoso.
Il giorno della incoronazione Alessandro nominò il figlio Cesare, giovanetto di 16 anni, vescovo di Valenza. Lo nominò, senza esser sicuro dell'assentimento di Ferdinando il Cattolico. E in realtà questo monarca resistette a lungo pria di concederlo, avvegnachè per tal guisa i Borgia facessero del primo Vescovado di Spagna un loro possedimento ereditario. Cesare intanto non era a Roma alla festa d'incoronazione del padre. Il 22 agosto, undici giorni dopo l'elezione di Alessandro, l'ambasciatore ferrarese Manfredi in Firenze informava la duchessa Eleonora d'Este «il figlio del Papa, vescovo di Pampelona, che era all'Università di Pisa, essersi il mattino avanti di colà partito per comando del padre e andato nella cittadella di Spoleto.»
Quivi trovavasi ancora Cesare il 5 ottobre, avendo in quel giorno da Spoleto mandato lettera a Piero de' Medici. Questo scritto al figlio di Lorenzo, fratello del cardinale Giovanni, è concepito in termini, che implicano confidenza molta tra lui e Cesare. Questi vi dice, che per la improvvisa partenza da Pisa non aveva più potuto abboccarsi con lui, ma che il precettore suo, Giovanni Vera, n'avrebbe fatto le parti. Raccomanda anche il suo fido famigliare Francesco Romolini pel posto di professore di Diritto canonico in Pisa, preferendo questo dotto uomo la carriera dell'insegnamento alla ecclesiastica. La lettera è firmata: «Come fratello Vostro Cesare de Borja, eletto di Valenza.»[32]
Se Alessandro non fece immediatamente venire il figliuolo a Roma, fu, senza dubbio, per confermare ciò che solennemente aveva dichiarato, di tenersi puro dal nepotismo. Probabilmente vi fu un momento, in cui la ricordanza dello spettacolo dato da Callisto, da Sisto e da Innocenzo lo indusse a riflettere e far proponimento di temperare l'amore suo pei congiunti. Nondimeno la nomina di suo figlio a vescovo il giorno stesso della incoronazione già mostrava che il proposito non era serio. Nell'ottobre Cesare era già in Vaticano, ove ora i Borgia si posero al posto dei miserabili Cibo.
Il primo settembre il Papa fece cardinale Giovanni Borgia, seniore, vescovo di Monreale. Era questi figliuolo di sua sorella Giovanna. Il Vaticano s'andava popolando di Spagnuoli, parenti o amici della casa ora onnipotente. Vi accorrevano avidi di fortuna e di onori. «Nemmeno dieci papati basterebbero a sbramare tutto questo parentado;» così, già nel novembre 1492, Giannandrea Boccaccio al duca di Ferrara. Fra i più prossimi amici di Alessandro, Giovanni Lopez fu suo Datario, Pietro Garanza e Giovanni Marades furono suoi camerieri secreti. Rodrigo Borgia, un pronipote del Papa, divenne capitano della guardia palatina, comandata prima di lui da un Doria.
Ben presto Alessandro pensò a provvedere in modo più splendido a sua figlia. Volle che non si parlasse più degli sponsali con un gentiluomo spagnuolo. Solo un principe poteva ottenerne la mano. Ludovico ed Ascanio gli proposero il loro parente, Giovanni Sforza; ed egli lo accettò per genero. Comunque colui non fosse che Conte di Cotognola e Vicario della Chiesa per Pesaro, pure nel suo dominio era indipendente e apparteneva alla illustre casa Sforza. E nei primi tempi Alessandro s'era legato con gli Sforza tanto strettamente, che il cardinale Ascanio era in Roma onnipotente. Giovanni Sforza, un bastardo di Costanzo di Pesaro, e successore di lui in quel dominio solo per grazia di Sisto IV e d'Innocenzo VIII, era uomo di 26 anni, di bello aspetto e largamente colto, come, a un dipresso, tutti i piccoli tiranni italiani. Nel 1489 erasi sposato con Maddalena, la bella sorella di Elisabetta Gonzaga, il giorno stesso in che quest'ultima si unì in matrimonio col duca Guidobaldo di Urbino. Ma dagli 8 d'agosto 1490, morta la moglie di cattivo parto, era rimasto vedovo.
Lo Sforza fu prontissimo ad accettare la mano della giovane Lucrezia, prima che altro dei molti pretendenti gliela togliesse via. Da Pesaro si condusse primieramente a Nepi, città data da Alessandro VI al cardinale Ascanio. Vi si trattenne pochi giorni, e quindi il 31 ottobre 1492 mosse secretamente per Roma. Quivi prese stanza nel palazzo del cardinale di San Clemente, che Domenico Della Rovere aveva edificato in Borgo, e che esiste ancora ben conservato rimpetto all'altro Giraud-Torlonia. L'ambasciatore ferrarese informò il suo signore dell'arrivo dello Sforza, osservando che colui sarebbe uomo grande sino a che regnerebbe quel Papa. E dava poi ragione del mistero, in cui lo Sforza tenevasi, notando come in quel tempo si trovasse in Roma anche secretamente quegli, che era già legalmente promesso sposo di Lucrezia.[33]
Il giovane conte Gasparo era di fatto venuto col padre a Roma, per dare effetto a' diritti suoi su Lucrezia, che ora appunto promettevano vantaggi così smisurati. Vi trovò invece un rivale nascoso, ma pubblicamente riconosciuto per tale; e andò sulle furie, quando il Papa si fece a richiederlo di una formale rinunzia. Per tal modo Lucrezia, fanciulla appena di 12 anni e mezzo, era involontario soggetto di litigi tra due pretendenti, ed insieme la prima volta motivo di pubblico scandalo. Il 5 novembre l'ambasciatore di Ferrara scriveva al suo signore: «Qui si fa un gran parlare di questo matrimonio di Pesaro; il primo sposo è ancora qui, e da vero Catalano fa molte bravate, protestando che leverà rimostranze presso tutti i principi e potentati della Cristianità; pure, il voglia o no, bisognerà pigliarsela con pazienza.» E lo stesso scriveva il 9 novembre: «Faccia il Cielo che il matrimonio di Pesaro non porti sciagura. Sembra il Re (di Napoli) aver espresso al proposito il suo dispiacere, stando almeno a ciò che Giacomo, il nipote del Pontano, ha detto l'altr'ieri al Papa. L'affare pende ancora sospeso; ad ambo le parti si dànno buone parole, voglio dire, al primo come al secondo sposo. Entrambi son qui. Pure si crede che a Pesaro sia serbata la vittoria, soprattutto perchè la causa sua è difesa dal cardinale Ascanio, che a parole come a fatti è potente davvero.»
Frattanto agli 8 novembre il contratto di matrimonio tra Don Gasparo e Lucrezia fu giuridicamente risoluto. Lo sposo e il padre di lui espressero soltanto la speranza, che l'unione potesse non per tanto avverarsi a circostanze più propizie. E all'uopo Gasparo prese impegno di non maritarsi con altra, prima che un anno fosse decorso.[34] Eppure non fu per questo Giovanni Sforza sicuro del trionfo. Ancora il 9 dicembre l'agente mantovano Fioravante Brognolo scriveva al marchese Gonzaga: «L'affare dell'illustre signore Giovanni di Pesaro è tuttora indeciso; sembrami che quel gentiluomo spagnuolo, cui la nipote di Sua Santità era promessa, non voglia rinunziarvi; egli ha anche molto séguito in Spagna; cosicchè è intenzione del Papa di lasciar maturare questa faccenda prima di risolverla.»[35]
E insino nel febbraio 1493 si parlò pure di un matrimonio di Lucrezia con lo spagnuolo Conte de Prada, nè si sposò con Giovanni Sforza che quando quel disegno fu sfumato.[36]
Quest'ultimo era frattanto tornato a Pesaro, donde mandò a Roma Niccolò de Savano suo procuratore per concludere i capitoli matrimoniali. Il conte d'Aversa cedette alla forza, e si tirò indietro, facendosi pagare il silenzio con 3000 ducati. Allora, il 2 febbraio 1493, le nozze dello Sforza con Lucrezia furono con formale istrumento stipulate in Vaticano; e, oltre l'ambasciatore di Milano, vi presero di nuovo parte come testimoni i più intimi amici e familiari di Alessandro, Giovanni Lopez, Giovanni Casanova, Pietro Caranza e Giovanni Marades. La figliuola del Papa ebbe 31,000 ducati in dote: entro l'anno doveva esser condotta dallo sposo nel paese di lui.[37]
Quando la nuova della cosa giunse a Pesaro, il fortunato Sforza diede una festa nel suo palazzo. Si ballò nella grande sala, e, condotte da monsignor Scaltes, ambasciatore del Papa, le coppie uscirono dal castello danzando. Per modo che si continuò così per le strade della città fra gli applausi del popolo.[38]
VII.
Alessandro aveva fatto disporre per Lucrezia un'abitazione vicinissima al Vaticano. Era una casa fatta edificare dal cardinale Battista Zeno nel 1483. Da lui o dal titolo della sua Chiesa ebbe nome di palazzo di Santa Maria in Portico. Era posto sulla sinistra della scala di San Pietro, quasi dirimpetto al palazzo dell'Inquisizione. La costruzione del Colonnato del Bernini ha reso quei luoghi quasi irriconoscibili del tutto.
Nel suo palazzo la giovane Lucrezia teneva già propria corte, cui presiedeva come dama d'onore, che quasi teneva il luogo di madre, Adriana Ursina, la sua educatrice. Alessandro aveva forse indotto questa sua parente a lasciare, in compagnia di Lucrezia, il palazzo Orsini e ad abitare l'altro di Santa Maria in Portico. E ivi la vedremo presto apparire, e con essa anche un'altra donna che stava pur troppo a cuore al Papa.
Vannozza restò nella propria casa alla Regola. Il marito fu fatto Soldano o Capitano di Torre di Nona, per la quale di lì a poco occorreva ad Alessandro VI un prevosto a lui devoto. Ed anche il Canale per parte sua accettava con compiacimento grande il ragguardevole e lucroso ufficio. Da questo tempo in poi tra Vannozza e i figliuoli si fece un più grande distacco, che non divenne però mai totale separazione. Le relazioni fra loro non furono spezzate. Pure quella non poteva che solo indirettamente partecipare alla felicità e grandezza di questi. Vannozza non si permise mai, ovvero Alessandro giammai non le consentì influenza di sorta in Vaticano. Molto di rado soltanto apparisce il nome di lei nelle notizie del tempo.
Oramai nel suo palazzo Lucrezia faceva le pratiche da principessa esordiente. Ivi riceveva le visite de' numerosi parenti di casa sua, come degli amici e adulatori de' Borgia, ora dominanti. È notevole che nello stesso tempo, in che si trattava del matrimonio con lo Sforza, in opposizione ancora con le pretensioni di Don Gasparo, apparve in casa di lei anche colui che, dopo tempeste spaventevoli, doveva alla fine menarla a salvamento in tranquillo porto.
Tra i principi italiani, che allora mandarono ambasciatori o vennero di persona ad offrire omaggio al nuovo Papa, vi fu anche il principe ereditario di Ferrara. Nessuna casa d'Italia splendeva così chiara come quella di Ercole d'Este e di sua moglie Eleonora d'Aragona, figliuola di re Ferdinando di Napoli, morta poco dopo, l'11 ottobre 1493. Dei loro figliuoli Beatrice, nel dicembre 1490, erasi sposata con Ludovico il Moro, l'avveduto quanto spietato reggente dello Stato di Milano in luogo del nipote Giangaleazzo. L'altra figlia Isabella, una delle più avvenenti e più ragguardevoli donne del tempo suo, era nel febbraio 1490, di 16 anni, divenuta moglie del marchese Francesco Gonzaga di Mantova. Alfonso era principe erede: a 15 anni, il 12 febbraio 1491, erasi sposato con Anna Sforza, sorella del nominato Giangaleazzo.
Suo padre nel novembre 1492 lo mandò a Roma per raccomandare gli Stati suoi al Papa. Questi accolse con grande onoranza il giovane parente di casa Sforza, nella quale la propria figlia doveva entrare. Don Alfonso fu ospitato in Vaticano. Durante la sua dimora di parecchie settimane ebbe non solo occasione, ma si fece un dovere di visitare donna Lucrezia. Così, tutto pieno di curiosità, potè la prima volta vedere la bella fanciulla dagli aurei capelli, da' grandi occhi espressivi. E nulla fu più estraneo alla mente sua quanto il presentimento, che la promessa sposa dello Sforza sarebbe dopo nove anni entrata nel castello degli Este a Ferrara come sua propria moglie.
Con quanta speciale premura Alessandro trattasse il principe erede si ricava dalla lettera di ringraziamento speditagli dal padre di costui. Il duca scrivevagli:
«Santissimo Padre e Signore, Signor mio venerabilissimo. Bacio prima di tutto i piedi della Santità Vostra e umilmente me le raccomando. Quanto Vostra Santità fosse da esaltare con le lodi più sublimi, già da tempo sapevo; ma ora me lo dicono anche le lettere del vescovo di Modena, mio ambasciatore presso Vostra Santità, e del mio amato primogenito Alfonso non solo, ma di tutti coloro che lo accompagnarono. Essi m'informano della singolare benignità, liberalità, grazia, umanità ed ineffabile carità della Santità Vostra per tutti, ma soprattutto per me e pe' miei, all'arrivo del mio figliuolo e durante tutto il soggiorno di lui in Roma. Per questo, come già da lungo tempo lo era di tutto quanto potessi, mi dichiaro ora debitore della Beatitudine Vostra anche di più di quello che sia in poter mio. Mando pure a Vostra Santità grazie imperiture, e quanto la terra tutta può concepirne, qual servo devotissimo e prontissimo a qualunque cosa possa esserle utile ed accetta. E voglio e desidero con ogni possibile umiltà esserle raccomandato io e tutti i miei. Ferrara, 3 gennaio 1493. — Della Santità Vostra figlio e servitore Ercole, duca di Ferrara.»[39]
La lettera fa vedere con quanto studio il duca cercasse tenersi bene col Papa. Egli era feudatario della Chiesa di Roma per Ferrara; e la Chiesa tendeva a trasformarsi in monarchia. Principi e repubbliche italiani, prossimi alla sfera di dominio della Santa Sede o legati ad essa con vincoli feudali, guardavan naturalmente sospettosi e timorosi ogni nuovo papa, e l'attitudine che sotto l'influenza di lui il nepotismo andava assumendo. Quanto facile non era che Alessandro VI tornasse daccapo ai disegni di casa Borgia, ripigliandoli al punto, in cui la morte dello zio Callisto gli aveva interrotti, e seguisse le tracce di Sisto IV?
Erano scorsi 10 anni appena da che quest'ultimo Papa, collegato con Venezia, aveva fatto guerra contro Ferrara.
Ercole aveva mantenuto amichevoli relazioni con Alessandro VI, durante il cardinalato. Insino al battesimo di suo figlio Alfonso, Rodrigo Borgia era stato padrino. Per l'altro figlio Ippolito il duca ambiva la porpora cardinalizia. A tale scopo l'ambasciatore suo a Roma, Giannandrea Boccaccio, si dava gran moto. Questi si rivolse ai confidenti di Alessandro più ricchi d'influenza, ad Ascanio Sforza, al cameriere segreto Marades e a madonna Adriana. Il Papa inoltre voleva far cardinale suo figlio Cesare; e il Boccaccio sperava che il giovane Ippolito gli sarebbe stato compagno di fortuna. L'ambasciatore dava a intendere al Marades che i due giovani, de' quali l'uno arcivescovo di Valenza, l'altro di Gran, stavan tra loro in perfetta convenienza. «L'età di ambedue differisce di poco; io credo che Valenza non abbia oltrepassato i 16 anni, mentre il nostro Strigonia (Gran) vi s'accosta.» Il Marades rispose questo conto non tornar giusto del tutto, perchè Ippolito non aveva ancora 14 anni compiuti, mentre l'arcivescovo di Valenza trovavasi nel diciottesimo.[40]
Le tendenze del giovane Cesare erano altre che alle dignità ecclesiastiche. Solo per comando del padre portava l'abito sacerdotale a lui esoso. Ma tuttochè arcivescovo, non aveva ancora che la prima tonsura. E viveva del resto in modo affatto mondano. Si diceva pure che il re di Napoli volesse dargli in moglie una sua figliuola naturale, e che per questo sarebbe tornato allo stato di laico. L'ambasciatore di Ferrara fu a fargli visita il 17 marzo 1493 nella casa di lui in Trastevere, volendo forse significare il Borgo. La dipintura, che in tale occasione il Boccaccio fece al duca Ercole della natura di questo giovane di 17 anni, è veramente importante e notevole, ed è forse il primo ritratto di Cesare Borgia:
«L'altr'ieri trovai Cesare a casa in Trastevere; andava appunto a caccia in abito affatto mondano, cioè dire, vestito di seta e armato, solo con piccola cherca da semplice tonsurato. Insieme cavalcando c'intrattenemmo un pezzo. Io sono tra suoi conoscenti molto familiare con lui. Egli è persona d'ingegno grande ed eccellente e d'indole squisita; i modi son di figlio di un gran principe; particolarmente l'umore ha sereno e gaio, e tutto festa. Fornito di modestia grande, il suo contegno è di molto maggiore e preferibile effetto, che non quello del fratello, il duca di Gandia. Anche questi non manca di buone doti. L'arcivescovo non ebbe mai inclinazione alcuna pel sacerdozio. Ma il benefizio gli rende più di 16,000 ducati. Se il disegno di matrimonio si avvera, le sue prebende andranno a un altro de' fratelli, che ha 13 anni appena.»[41]
L'altro fratello era Jofrè, la cui età è esattamente indicata dal Boccaccio. Si osserverà che l'ambasciatore mette specialmente in rilievo la serenità della natura di Cesare. Questo era pure il tratto fondamentale di quella di Alessandro; e da lui Cesare e Lucrezia l'avevano ereditata. Anche, di fatto, in quest'ultima viene più tardi lodata l'apparenza serena e gaia sempre, come la qualità più spiccata. Quanto alla modestia, la virtù medesima esaltava in Cesare, sei anni dopo, niente meno che Giuliano Della Rovere, il futuro Giulio II.
Il duca di Gandia trovavasi in quel tempo in Roma, ma doveva tornarsene dalla moglie in Spagna, solennizzato il matrimonio dello Sforza con Lucrezia. Era stato questo fissato pel giorno di San Giorgio, ma fu poi differito, non avendo potuto lo sposo arrivare a tempo. Alessandro con gioia da non si dire provvedeva al corredo della figlia. La felicità o, ciò che per lui era lo stesso, l'elevata condizione di quella gli stava moltissimo a cuore. Egli l'amava passionatamente, in superlativo grado, come l'ambasciatore ferrarese scriveva al suo signore.[42] E per esortazione dello stesso, il duca di Ferrara mandò un presente di nozze, due grandi bacini con coppe analoghe, d'argento del più squisito lavoro. Per l'abitazione della giovane coppia si pensò a uno de' due palazzi, quello di Santa Maria in Portico o l'altro del cardinale Domenico Porta d'Aleria, morto il 4 febbraio 1493, presso Castel Sant'Angelo. Ma fu scelto il primo, nel quale Lucrezia già abitava.
Arrivò finalmente lo Sforza. Fece il suo ingresso il 9 giugno per Porta del Popolo, accolto da tutta la Curia, da' suoi cognati e dagli ambasciatori delle potenze. Lucrezia con molte dame d'onore aveva preso posto su un terrazzino del suo palazzo per vedere il corteo dello sposo diretto al Vaticano. Lo Sforza a cavallo, passando, le fece un saluto con molta galanteria, e la sposa corrispose. Il suocero lo ricevette molto graziosamente.
Lo Sforza era uomo di piacevole aspetto. Di che veramente non possiamo giudicare che da una medaglia fatta imprimere 10 anni più tardi. V'è rappresentato con lunghi ondeggianti capelli e con barba intera; la bocca ha sottile, il labbro inferiore un po' compresso, alquanto ricurvo il naso, e libera e prominente la fronte. I tratti del volto son nobili, ma non certo significanti.
Tre giorni dopo il suo arrivo, il 12 giugno, fu festeggiato il matrimonio in Vaticano con clamorosa solennità.
Alessandro vi aveva invitato la nobiltà, i magistrati di Roma e gli ambasciatori stranieri. Vi fu banchetto, e furono pure rappresentate commedie di carattere affatto mondano e lascivo, come l'Infessura ha descritto.[43]
Per apprezzare l'esattezza della breve relazione di questo Romano e compierla insieme, mettiamole qui allato le parti più essenziali di un dispaccio dell'ambasciatore ferrarese. Il 13 giugno il Boccaccio scriveva al suo signore:
«Ieri, 12 del corrente, fu festeggiato lo sposalizio nel Palazzo, pubblicamente, con grandissima pompa ed apparato. V'erano invitate tutte le matrone romane. V'assistettero anche i cittadini più ragguardevoli e molti cardinali, dodici in numero; ed il Papa sedeva nel bel mezzo, sul trono della maestà. Palazzo e camere eran per tutto zeppi di gente, maravigliata di tanta magnificenza. Il signor di Pesaro si sposò con le debite solennità con sua moglie, e subito dopo il vescovo di Concordia tenne una degnissima orazione. Degli ambasciatori, per altro, non eran presenti che quel di Venezia, di Milano e io, e in fine uno di quelli del re di Francia.
»Il cardinale Ascanio era d'opinione che io rimettessi il donativo durante la cerimonia. Ma ne feci interrogare il Papa, osservando, a me non parer conveniente, e reputar meglio la minor dimostrazione possibile. Non dispiacque a Sua Santità e ad Ascanio stesso. Pure fra loro con alcuni cardinali vollero di poi consultar meglio la cosa. Tutti convennero meco; tanto che il Papa, chiamatomi, mi disse: «Sembrami quel che tu hai detto esser bene.» E così fu disposto, che la sera sul tardi mi troverei in Palazzo col donativo. Sua Santità diede una cena di famiglia in onore dello sposo e della sposa. Vi presero parte i cardinali Ascanio, Sant'Anastasia e Colonna; poi la sposa e quindi lo sposo; dopo il conte di Pitigliano, capitano della Chiesa, il signor Giulio Orsini; e poscia madonna Giulia Farnese, della quale si fa sì gran parlare — de qua est tantus sermo, — madonna Teodorina con la figlia, la marchesana di Gerazo; una figlia del nominato capitano, moglie del signor Angelo Farnese, fratello della detta madonna Giulia. Seguivano un giovane fratello del cardinale Colonna e madonna Adriana Ursina. Questa è la suocera della indicata madonna Giulia. È quella che, essendo nipote del Papa, ha sempre tenuto in sua casa la sposa in educazione. Era di fatto figlia del cugino carnale di colui, del fu signor Pietro de Milla, noto a Vostra Eccellenza.
»Finita la tavola, che fu tra le tre e le quattro di notte, fu rimesso alla sposa il regalo del nobile duca di Milano: 5 pezzi staccati di broccato in oro e due anella, un diamante e un rubino. Il tutto fu stimato su 1000 ducati. Dopo presentai io il regalo di Vostra Eccellenza con acconce parole, esprimenti voti di felicità e letizia per l'avvenuto matrimonio e la profferta di servizii. Il regalo piacque molto al Papa. Insieme con la sposa e lo sposo, egli manifestò la sua infinita gratitudine. Quindi Ascanio offrì il regalo suo, consistente in un compiuto apparecchio di credenza in argento dorato, quasi del valore di 1000 ducati. Il cardinale Monreale offri due anelli, un zaffiro e un diamante, belli assai e del valore di circa 3000 ducati; il protonotario Cesarini un bacile con boccale del prezzo di 800 ducati; il duca di Gandia una coppa, ammontante a un 70 ducati; il protonotario Lunate un'altra, in forma di diaspro, di argento dorato, che poteva valere da' 70 agli 80 ducati. Non vi furono altri regali. Alle feste per le nozze si supplirà dagli altri, cioè cardinali, ambasciatori e via di seguito: e anch'io mi sforzerò fare il simile. Credesi avran luogo domenica prossima; ma non si sa di certo.
»Di poi le donne ballarono, e per intermezzo fu rappresentata una buona commedia con molti canti e suoni. Il Papa e tutti noi altri eravamo presenti. Che cosa mi resta a dire ancora? sarebbe un lungo scrivere. Così spendemmo tutta la notte; se bene o male lascio giudicarlo all'Eccellenza Vostra.»[44]
VIII.
Il matrimonio di Lucrezia con Giovanni Sforza valse a suggellare l'alleanza politica stretta tra Alessandro VI e Ludovico il Moro. Il reggente di Milano voleva chiamare Carlo VIII dalla Francia in Italia, perchè andasse a portar guerra al re Ferdinando di Napoli, ed egli stesso, Ludovico, potesse impadronirsi del Ducato di Milano. Egli di fatto era tutto divorato dall'ambizione e dall'impazienza di deporre dal trono il suo malaticcio nipote Giangaleazzo. Ma questi era marito d'Isabella d'Aragona, figlia di Alfonso di Calabria e nipote del re Ferdinando.
Il 25 aprile la lega fra Venezia, Ludovico, il Papa e alcuni altri signori italiani era già stata pubblicamente annunziata in Roma. Niun dubbio che la era rivolta contro Napoli; epperò è naturale che quella Corte ne fosse terribilmente agitata.
Malgrado di ciò, re Ferdinando mandò i suoi augurii felici al signore di Pesaro per l'avvenuto matrimonio. Egli lo risguardava come suo congiunto, e Giovanni Sforza era anche stato ammesso nella famiglia degli Aragonesi. Il re gli scrisse da Capua il 15 giugno 1493:
«Illustrissimo Cugino e Amico nostro amatissimo. — Abbiamo ricevuto la vostra lettera del 22 del passato, per la quale ne avete significato il matrimonio contratto con la illustre donna Lucrezia, nipote di Sua Santità Signor Nostro. Di che abbiamo preso singolarissimo piacere e contentezza, sì per l'amore che sempre abbiamo portato e portiamo a voi e a tutta la casa vostra, e sì perchè crediamo che tale matrimonio non potrebbe essere più al proposito vostro di quel ch'è. Epperò ce ne congratuliamo sommamente, pregando con voi Nostro Signore Dio che esso sia con felicità della persona e dello Stato, e con aumento di autorità e reputazione.»[45]
Otto giorni innanzi, lo stesso re aveva mandato lettera al suo ambasciatore in Spagna, invocando la protezione di Ferdinando e d'Isabella contro gl'intrighi del Papa, la cui vita egli chiamava detestabile affatto. E non intendeva già della condotta diplomatica, ma della personalità stessa di Alessandro. Giulia Farnese, che fra gl'invitati allo sposalizio in Vaticano è dall'Infessura designata addirittura come concubina del Papa, faceva allora parlare tutto il mondo di sè e di costui. Questa donna giovane si dava ad un vecchio di 62 anni, nel quale ad un tempo doveva venerare il sacerdote supremo della Chiesa. Dell'adulterio suo durato per anni non è a dubitare. Ma i motivi della sua passione sono un mistero. Perchè, per potente che fosse stata la natura demoniaca di Alessandro, pure aveva dovuto già perder molto della sua forza magnetica. Forse, poichè ebbe ceduto alla seduzione e fatto tacere ogni senso di vergogna, quella giovane e vana creatura dovette sentirsi forte attrarre dall'idea di veder languire a' piedi suoi, a' piedi d'una debole fanciulla, il dominatore spirituale del mondo, colui innanzi al quale tutto si prosternava nella polvere.
Certamente, il sospetto che gl'ingordi Farnesi si facessero lenoni di tanta ignominia, è molto naturale. In vero la prima ricompensa del peccato di Giulia non fu meno della porpora cardinalizia, guadagnata dal fratello suo Alessandro. Il Papa lo aveva già preconizzato con altri; ma la nomina incontrava ancora l'opposizione del Sacro Collegio, a capo della quale stava Giuliano Della Rovere. Anche il re Ferdinando appoggiava l'opposizione. Egli pose agli ordini de' cardinali, che la componevano, l'esercito suo in quei giorni appunto, in cui Lucrezia festeggiava il suo matrimonio con Pesaro.
Per un momento il marito Sforza fu un uomo d'importanza in Roma e intimo con tutti i Borgia. Il 16 giugno fu visto a cavallo col duca di Gandia andare all'incontro dell'ambasciatore spagnuolo, vestiti entrambi di abiti costosi, splendenti di pietre preziose, come se fossero due re. Gandia ritardò la sua partenza per la Spagna. Egli s'era colà sposato con donna Maria Enriquez, nobile valenzana, poco tempo innanzi l'ascensione al trono di suo padre. Di fatto un Breve di Alessandro, fin dal 6 ottobre 1492, permetteva a questo figlio e alla moglie di prendere l'assoluzione da qualunque confessore a scelta loro. L'alta origine di donna Maria mostra in quali splendide relazioni il bastardo Juan Borgia entrasse come Grande di Spagna. La moglie di fatto era figlia di Don Enrigo Enriquez, visconte di Leon e di donna Maria de Luna, prossima parente con la Casa reale d'Aragona. Don Juan lasciò Roma il 4 agosto 1493 per imbarcarsi sulle galee spagnuole in Civitavecchia. Stando alla relazione dell'agente ferrarese, tolse seco gran copia di oggetti preziosi, alla lavorazione de' quali gli orafi di Roma erano stati da mesi occupati.
De' figli quindi di Alessandro rimanevano in Roma Cesare, che doveva divenire cardinale, e Jofrè, che doveva andare a vivere principescamente in Napoli. Perchè, grazie agli sforzi di Spagna, la rottura tra il Papa e il re Ferdinando era cessata. La Spagna riuscì a far ritrarre il Papa dalla Francia e dalla lega con Ludovico il Moro. Questa repentina mutazione fu suggellata con lo sposalizio di Don Jofrè, bambino di 13 anni appena, con donna Sancia, figliuola naturale del duca Alfonso di Calabria. Lo sposalizio fu concluso il 16 agosto 1493 in Vaticano mercè procura, ed il matrimonio doveva essere solennizzato più tardi in Napoli.
Ora anche Cesare divenne cardinale, il 20 settembre 1493. I cardinali Pallavicini e Orsini, incaricati di esaminarne lo stato di legittimità, avevan fatto felicemente sparire la macchia della sua origine. A proposito di tale legittimazione Giannandrea Boccaccio in tono ironico scriveva a Ferrara, il 25 febbraio 1493: «Il vizio suo di figliuolo naturale sarà tolto via, e con ragione; e si giudicherà esser legittimo, essendo stato generato in casa, quando il marito della madre viveva; su ciò non cade dubbio: colui era allora in vita e presente, talvolta in città, tal'altra per ragion d'ufficio nelle terre della Chiesa, qua e là viaggiando.» Pure il nome di quest'uomo, che il solo Infessura chiama Domenico d'Arignano, non è nominato dall'ambasciatore.
In quel giorno medesimo furono anche elevati alla dignità di cardinali Ippolito d'Este e Alessandro Farnese. Questo giovane libertino doveva il suo alto stato nella Chiesa all'adulterio della sorella. Ciò era tanto saputo, che l'arguzia popolare de' Romani avevagli dato nome di Cardinale della Gonnella. I congiunti gaudenti non vedevano nella Giulia che l'istrumento della loro fortuna. Girolama Farnese, il 21 ottobre 1493, scriveva da Casignano al marito Puccio: «Voi avrete ricevuto lettere da Firenze anche prima di questa mia, e sentito quali beneficii Lorenzo abbia ottenuti, e tutti per opera della Giulia; e ciò vi farà molto piacere.»[46]
Anche il Governo di Firenze cercava sfruttare la relazione della Giulia con Alessandro, nominando Puccio, cognato di lei, ambasciatore a Roma. I Fiorentini avevano, appena dopo l'assunzione al trono di Alessandro, mandato colà questo insigne giurista per fare atto di obbedienza. Fu poscia per un anno lor commissario a Faenza, ove resse il Governo pel minorenne Astorre Manfredi. Andò poi sul cominciar dell'anno 1494 ambasciatore a Roma; e vi morì non più tardi dell'agosto.[47]
Suo fratello Lorenzo Pucci fu molto favorito nella sua carriera ecclesiastica. Più tardi, sotto Leon X, fu cardinale potente.
I Farnesi e la loro numerosa parentela erano ora nella migliore grazia del Papa come di tutti i Borgia. Nell'ottobre 1493 invitarono Alessandro e Cesare ad una riunione di famiglia nel castello Capodimonte, ove madonna Giovannella, madre della Giulia, preparò una festa. Non si sa se questa abbia in effetto avuto luogo; pure è da crederlo, poichè gli ultimi di quel mese Alessandro trovavasi a Viterbo.
La Giulia nel 1492 aveva partorito una figliuola, che ebbe nome Laura. Officialmente la bambina passava per figlia del marito Orsini; ma di fatto padre suo era il Papa. I Farnesi e i Pucci conoscevano benissimo il secreto, e senza il minimo sentimento di pudore cercavano trarne ogni possibile profitto. La Giulia si curava sì poco del giudizio del mondo, che se ne stava nel palazzo di Santa Maria in Portico, quasi fosse parente carnale di Lucrezia. Alessandro stesso ve l'aveva messa a dimorare, come dama di compagnia di sua figlia. Il marito Orsini aveva preferito, o forse dovuto preferire, di vivere, invece che a Roma, testimone importuno della vergogna sua, nel suo castello di Bassanello o di scegliersi a soggiorno una delle tenute che il Papa aveva regalate a lui, marito di madonna Giulia, della Sposa di Cristo, come la satira la chiamava.
Una lettera singolare di Lorenzo Pucci al fratello Giannozzo, del 23 al 24 dicembre 1493 da Roma, chiarisce questi ed altri secreti di famiglia. Egli ci fa assistere a scene intime nel palazzo di Lucrezia. Lorenzo era stato richiesto dal cardinal Farnese d'accompagnarlo a Roma pel Natale. E con costui era ito da Viterbo a Rignano, ove con gran festa furono ricevuti da' baroni di casa Savelli, parenti del cardinale. Quindi a cavallo continuarono il viaggio per Roma. Ora Lorenzo comunicava innanzi tutto al fratello i discorsi confidenziali, avuti, via facendo, col cardinale. Trattavasi di fidanzare la piccola figliuola di Giulia con qualcuno, che potesse poscia diventarle marito. Su ciò il cardinale apriva a Lorenzo l'animo suo. Al giovane Astorre Manfredi di Faenza Piero de' Medici voleva dare una sua figliuola: invece desiderio del Farnese era che Astorre impegnasse la sua mano con la nipote, la figlia della Giulia. Egli sperava persuadere Pietro de' Medici che tal matrimonio sarebbe utile a lui e alla Repubblica di Firenze, e che varrebbe a raffermare le relazioni di lui con la Santa Sede. Simile disegno occorreva svolgere in guisa che apparisse affatto come risultato dell'accordo del Papa e di Piero. Il cardinale contava sul consenso di Alessandro e di Giuliano e sull'influenza di madonna Adriana. A siffatte espansioni confidenziali Lorenzo Pucci rispose: «Monsignore, io credo sicuramente che il Signor Nostro (il Papa) darà una figliuola a questo signore (Astorre), perchè, intendiamoci bene, tengo che quella bambina sia figlia del Papa, come madonna Lucrezia, e nipote di Vostra Eminenza.»[48] Lorenzo nella lettera non dice che il cardinale abbia replicato motto a questa osservazione spinta sino all'impudenza, e che avrebbe fatto arrossire ogni uomo d'onore. In quella vece a noi sembra scorgere sulle labbra di Alessandro Farnese un sorriso di approvazione. Il temerario Pucci insisteva, del resto, ripetendo subito il pensier suo: «Essa (dic'egli nella lettera stessa) è figlia del Papa, nipote del cardinale, e figlia putativa del signor Orsini, al quale il Signor Nostro darà ancora altri tre o quattro castelli presso Bassanello. Oltracciò il cardinale pretende, che caso mai il signor Angelo (suo fratello) avesse a rimanere senza figli, i loro beni proprii non andranno ad altri che a quella bambina, avendola egli molto cara; e già pensare a ciò. Per tanto l'illustre Piero potrà disporre del suffragio del cardinale e averselo obbligato per sempre.» Fra tutti questi disegni Lorenzo non dimenticava se stesso. Esprimeva apertamente la speranza, che il fratello suo Puccio venisse a Roma, come in effetto venne, quale ambasciatore della Repubblica, e che anche per sè, grazie alla cooperazione di madonna Adriana e della Giulia, vi fosse da guadagnare qualche pingue beneficio.
Il 24 dicembre Lorenzo Pucci continuava la sua lettera, descrivendo una scena domestica nel palazzo di Lucrezia. Col suo racconto ci presenta quelle donne, specie la Giulia, in tutta la loro viva realtà.
«Giannozzo mio, vi scrissi iersera quel che più su; oggi poi, vigilia della Pasqua, sono andato a cavallo con monsignor Farnese in Palazzo al vespro papale. Prima però che il Signor Nostro entrasse nella cappella, sono stato nella casa di Santa Maria in Portico per vedere madonna Giulia. La incontrai giusto al punto, in cui s'era lavato il capo e, con madonna Lucrezia, la figliuola del Signor Nostro, e madonna Adriana ne stava accanto al fuoco. E l'una e le altre mi videro tanto volentieri quanto è possibile dire. Madonna Giulia volle che le sedessi vicino, ringraziandomi d'aver io condotto a casa Jeronima, e dicendomi che, a volerla contentare, era necessario che la conducessi ancora qua. Madonna Adriana aggiunse: «È egli vero che essa non abbia licenza di venir qua più che di andare a Capodimonte e Marta?» Risposi non m'esser noto, e quanto a me bastare di aver contentato madonna Giulia, conducendo colei a casa, della qual cosa avevami per lettere richiesto; che ora lasciavo a madonna Giulia, che nelle cose sue non mancava d'ingegno, la cura dei mezzi per trovarsi con quella; e che anche Jeronima non desiderava meno vedere Sua Signoria che questa desiderasse veder lei. Di che madonna Giulia mi ringraziò assai, dicendomi tenersi soddisfatta di me. Poscia le ricordai gli obblighi che con Sua Signoria aveva per tutto ciò che aveva operato per me; e che per questo non aveva saputo mostrarle meglio l'animo mio grato che accompagnando madonna Jeronima a casa. Ella mi rispose non valer la pena di ringraziarla per sì poca cosa; sperare potermi ancora compiacere in cose di maggior momento, ed all'occorrenza n'avrei fatta esperienza. Madonna Adriana replicò ch'io fossi certo di questo, che non pel cancelliere messer Antonio o per ambasciate sue, ma solo per favore di madonna Giulia avevo io ottenuto quei benefizii.
»Io mostrai crederlo per non contraddire, e ringraziai ancora una volta Sua Signoria. Quindi madonna Giulia mi domandò con molta premura di messer Puccio, e mi disse: «Noi lo faremo un dì venir qua; e se, quando ci fu, malgrado di tutti gli sforzi nostri non ci fu possibile ottenerlo, oggi invece riusciremo senza difficoltà.» M'accertò anche averle il cardinale iersera parlato di quel che per la via avevamo insieme conferito, e mi pregò di scrivere. Reputava però che, ove le cose si trattassero con l'intermezzo vostro, il magnifico Piero le udrebbe volentieri. Sicchè vedete ove le cose sono già ite. Volle anche che vedessi la fanciulla, la quale è già grandicella, e, a quanto mi sembra, somiglia al Papa adeo ut vero ex eius semine orta dici possit. Madonna Giulia si è ingrassata e fatta una cosa bellissima. In mia presenza si sciolse i capelli e se gli fece acconciare; le andavano sin giù a' piedi; nulla di simile vidi mai. Ha la più bella capigliatura che possa immaginarsi. Portava al capo un cuffione di rensa, con sopra una reticella leggiera come fumo con certi profili di oro: pareva davvero un sole. Gran cosa avrei pagato, perchè foste potuto esser presente per chiarirvi di quello più volte avete desiderato. Aveva un fodero indosso alla napoletana, e così anche madonna Lucrezia, che dopo poco andò via a cavarselo. Tornò di poi in veste foderata, pressochè tutta di raso pavonazzo. Le lasciai quando il vespro fu finito e i cardinali partivano.»[49]
Le relazioni intime con la Giulia, gl'illeciti legami del padre con colei, de' quali la Lucrezia era ogni giorno testimone, se non le furono proprio scuola del vizio, la fecero stare con questo in continuo contatto. In tale atmosfera poteva mai una fanciulla di soli 14 anni mantenersi pura? Non doveva l'elemento della immoralità, nel cui mezzo era costretta a vivere, avvelenare i sentimenti suoi, attutire o falsare in lei ogni idea di morale e di virtù, e quindi penetrare anche tutta la natura sua?
IX.
Sul finire dell'anno 1493 Alessandro VI aveva largamente provvisto all'avvenire de' figli suoi. Cesare era cardinale; Juan duca in Spagna; Jofrè fu presto principe a Napoli. Questo più giovane figliuolo del Papa si sposò con donna Sancia in Napoli il 7 maggio 1494, il giorno stesso in cui suo suocero Alfonso, qual successore di re Ferdinando, salì al trono e fu incoronato dal cardinale legato Giovanni Borgia. Don Jofrè restò a Napoli: egli divenne principe di Squillace. Anche Don Juan ricevette grandi feudi in quel reame, e portava per questo i titoli di duca di Sessa e principe di Teano.
Il marito di Lucrezia dimorò ancora un pezzo a Roma, ove il Papa avevalo preso al suo soldo, conforme al preesistente trattato d'alleanza con Ludovico il Moro. Del resto, lo Sforza era al tempo stesso anche uno de' condottieri di quest'ultimo. Ma già la condizione di lui alla Corte d'Alessandro cominciava a farsi ambigua. Gli zii suoi l'avevano sposato con Lucrezia, per fare del Papa un partigiano e complice della loro politica, che mirava ad una rivoluzione in Napoli. Ed ora invece Alessandro si legava strettamente con la dinastia Aragonese; dava al re Alfonso l'investitura del regno; e dichiaravasi contrario alla vagheggiata spedizione di Carlo VIII.
L'imbroglio per lo Sforza non era quindi piccolo. Sui primi d'aprile 1494 informava lo zio Ludovico della sua disperata condizione.
«Vedendo (così scriveagli) queste bandiere contro ogni debito dirizzarsi ad un cammino, che non mi piace, nè mai avrei creduto, tutto perplesso, come colui che non vorrei maculare la fede mia, nè contravvenire alle obbligazioni, che ho per capitoli col Pontefice e con l'Eccellenza Vostra, non avendo altro rifugio, non altro signore nè padrone qui che il Reverendissimo Cardinale Vicecancelliere (Ascanio Sforza), il quale mi fermò a' comuni stipendii, mi rivolsi a lui e lo supplicai che nel caso presente si degnasse consigliarmi e drizzarmi a quel cammino che più salutifero per me gli paresse e pel quale io venissi a conservare la fede mia, che mentre vivrò intendo mi sia una dote di ricchezza. E il cardinale mi rispose che ne parlassi al Pontefice, e facessi che Sua Beatitudine ne parlasse a lei; chè ella vedrebbe di assettare i fatti miei; e così feci. E ieri, dicendomi Sua Santità al cospetto di esso cardinale: «Ben ecco qua messer Gio. Sforza, che vuo' tu mo dire?» Gli risposi: «Padre Santo, per tutta Roma si tiene che la Santità Vostra sia d'accordo col Re (di Napoli), il quale è inimico dello Stato di Milano. Quando così sia, io mi trovo a un mal partito. Perchè, essendo ai comuni stipendii di Vostra Santità e di tale Stato, quando le cose andassero innanzi di questo passo, non vedo poter servire ad uno che non disserva all'altro. E spezzare la compagnia io nol vorrei fare. Supplico Vostra Beatitudine si degni ordinare la condizione mia in modo che non resti inimico al sangue mio, nè debba contravvenire alle obbligazioni che ho per capitoli.» Mi rispose, ch'io volevo intender troppo de' fatti suoi, e che togliessi la prestanza dall'uno e dall'altro, e non cercassi dai coppi in su. E così commise al detto cardinale ne scrivesse all'Eccellenza Vostra, come più diffusamente ella intenderà dalle lettere dello stesso, alle quali mi rimetto. — Signor mio, se avessi creduto venire a termini tali, avanti di essermi legato per questa via, sarìa stato a mangiarmi la paglia sotto. Io mi getto nelle braccia vostre. Prego l'Eccellenza Vostra non mi voglia abbandonare, ma considerare lo stato in che io mi ritrovo, e non mi mancare dell'affetto suo ed aiutarmi, favorirmi e consigliarmi, perchè io resti buon servitore dell'Eccellenza Vostra; e mi conservi il credito e quel poco di mio, che grazie allo Stato di Milano mi hanno lasciato i miei progenitori; e il quale, insieme con la propria persona e genti d'armi, io manterrò sempre agli ordini dell'Eccellenza Vostra.
»Roma.... aprile 1494.
»Giovanni Sforza.»[50]
La lettera rivela anche altri più profondi e più ascosi timori circa la durata del dominio su Pesaro. Sin d'allora i propositi del Papa di far sparire dallo Stato della Chiesa tutti quei tirannelli e vicarii eran già in qualche modo trapelati.
Poco tempo dopo, il 23 aprile, il cardinal Della Rovere fuggì da Ostia e andò in Francia per spingere Carlo VIII alla spedizione in Italia, non tanto per rovesciare l'ordine di cose esistenti in Napoli, quanto per trascinare quel Papa simoniaco innanzi a un Concilio e deporlo.
Ne' primi di luglio lasciò similmente la città Ascanio Sforza, oramai compiutamente rotto con Alessandro. Andò dai Colonna, a Genazzano, i quali erano al soldo di Francia. Carlo VIII si disponeva già a muovere per l'Italia. Intanto il 14 luglio il Papa e re Alfonso ebbero un convegno a Vicovaro presso Tivoli.
Erano in questo frattempo occorsi mutamenti importanti nel palazzo di Lucrezia. Il marito s'affrettò ad allontanarsi da Roma, il che dovette fare come condottiero della Chiesa. In tal qualità doveva unirsi all'esercito napoletano, che, sotto gli ordini del duca Ferrante di Calabria, s'andava concentrando in Romagna. Gli articoli del contratto matrimoniale gli davano facoltà di condur seco la moglie in Pesaro. Andarono con essa anche la madre Vannozza, Giulia Farnese e madonna Adriana. Alessandro stesso volle che partissero, temendo della peste, che cominciava a manifestarsi. Di ciò l'ambasciatore di Mantova in Roma informava sin dal 6 maggio il marchese Gonzaga; e il 15 scriveva allo stesso: «L'illustre signor Giovanni partirà immancabilmente lunedì o martedì in compagnia di tutte e tre le dame, che, per ordine del Papa, restano a Pesaro sino all'agosto: poscia faranno insieme ritorno.»[51]
Lo Sforza deve esser partito su' primi del giugno, essendo l'11 di questo mese giunta lettera di Ascanio al fratello a Milano, con la quale informavalo essere il signore di Pesaro con la moglie, con madonna Giulia, l'amante del Papa, e la madre del duca di Gandia e di Jofrè, partito da Roma e andato a Pesaro; e Sua Santità aver pregato madonna Giulia di ritornare al più presto.[52]
Il 18 luglio Alessandro fu di ritorno da Vicovaro a Roma; ed ecco la lettera che il 24 scrisse a sua figlia in Pesaro:
«Alessandro Papa VI, manu propria.
»Donna Lucrezia, figlia carissima. Da parecchi giorni non abbiamo tue lettere. A noi reca grandissima maraviglia che tu trascuri scriverci più spesso e darci nuove della salute tua e di quella del signor Giovanni, nostro carissimo figliuolo. Fa per l'avvenire di essere più accurata e diligente. Madonna Adriana e Giulia sono giunte a Capodimonte, ove trovarono morto il fratello. Della qual perdita han preso tanta alterazione e afflizione il cardinale e la Giulia, che entrambi sono stati colti da febbre. Noi abbiamo mandato Pietro Caranza a visitarli e provveduto a medici e al necessario. Speriamo in Dio e nella Nostra Donna gloriosa, che in breve staranno bene. Veramente in questa faccenda della partenza di madonna Adriana e di Giulia, il signor Giovanni e tu avete avuto poco rispetto e considerazione verso di noi. Le lasciaste partire senza espressa licenza nostra; mentre avreste, com'era debito vostro, dovuto pensare che un repentino allontanamento, senza nostra saputa, non ci poteva che sommamente dispiacere. Che se dici aver loro così voluto, perchè il cardinal Farnese così voleva e comandava; voi altri avreste dovuto considerare, se ciò fosse di gradimento al Papa. Oramai è fatto. Altra volta saremo più accorti, e penseremo molto bene in mano di chi mettiamo le cose nostre. Grazie a Dio e alla gloriosa Nostra Donna, noi stiamo benissimo di salute. Abbiamo avuto un convegno col Serenissimo re Alfonso. Egli s'è portato con noi con tanto amore ed osservanza ed obbedienza, come se fosse nostro proprio figlio. Non ti potremmo dire nè esprimere quanto siam partiti contenti e soddisfatti l'uno dell'altro. E sii certa che Sua Maestà metterà per lo Stato e in servizio nostro la propria persona e quanto al mondo possiede.
»Noi speriamo che ogni suspicione e tutte le differenze con questi Colonnesi in tre o quattro dì saran tolte. Per ora non resta che esortarti ad attendere a star sana e ad esser devota della gloriosa Nostra Donna. — Data a Roma da San Pietro, il 24 luglio 1494.»[53]
Questa lettera, la prima delle poche che ancora restano di Alessandro alla figlia, fa vedere che Giulia Farnese era, è vero, andata con madonna Lucrezia a Pesaro; ma che presto erane, all'insaputa e senza permesso di Alessandro, ripartita per rendersi alle terre della casa sua in Etruria. Stando ai dispacci di quell'ambasciatore mantovano, ella vi sarebbe accorsa per la malattia del fratello Angelo, che in effetto, poco dopo, nell'agosto, morì. Invece secondo una lettera veneziana in Marin Sanuto, la Giulia avrebbe abbandonato Roma per assistere ad un matrimonio presso i suoi congiunti, e in questa occasione lo scrittore la chiama: «la favorita del Papa, giovane sposa di grande bellezza, intelligente, savia e di dolce carattere.»
La lettera del Papa ci fa conoscere che le relazioni di lui con l'amante, tuttochè allontanatasi da Roma, rimanevan le stesse.
X.
Le tempeste, che vennero allora a scatenarsi sul capo di Alessandro, non toccarono Lucrezia, che col marito entrava in Pesaro l'8 giugno 1494. Sotto una pioggia torrenziale, che turbò la festa del ricevimento, essa prese possesso del palazzo degli Sforza, che ora doveva essere la sua residenza.
Ecco in brevissimi cenni la storia di Pesaro sino a quel tempo:
L'antica Pisaurum si dice edificata dai Siculi, e aver preso nome dal fiume, che non lungi dalla città va a sboccare nel mare, chiamato oggi Foglia. Nell'anno 570 di Roma la città divenne colonia Romana. Cominciando da Augusto fece parte della quarta Regione dell'Italia: da Costantino poi della provincia Flaminia. Caduto l'Impero Romano, Pesaro corse la sorte di tutte le altre città italiane, specialmente nella grande guerra de' Goti con l'imperatore greco: Vitige la distrusse; Belisario la riedificò.
Caduti i Goti, Pesaro fu incorporata all'Esarcato, componendo con le altre quattro città sull'Adriatico, Ancona, Fano, Sinigaglia e Rimini, la Pentapoli. Allorchè Ravenna venne in potere di Astolfo, re de' Longobardi, anche Pesaro diventò longobarda. Ma poscia per effetto della donazione di Pipino e di Carlo passò in possesso del Papa.
La storia ulteriore della città s'intreccia con quella dell'Impero, della Chiesa e del Marchesato d'Ancona. Per lunga pezza residettero colà Conti imperiali. Innocenzo III ne investì Azzo d'Este, signore di quella Marca. Più tardi, durante la lotta degli Hohenstaufen col Papato, fu talvolta dell'Impero, tal'altra della Chiesa, sino a che al finire del XIII secolo i Malatesta, dapprima suoi Podestà, se ne fecero poscia signori. Questa famosa stirpe Guelfa, proveniente da Castel Verrucchio, posto fra Rimini e San Marino, acquistò nel territorio di Pesaro prima la cittadella Gradara e via via estese il suo dominio sino ad Ancona. Nel 1285 Gianciotto Malatesta divenne signore di Pesaro. Alla morte sua nel 1504 ereditò il potere il fratello Pandolfo.
Poscia i Malatesta, signori nella prossima Rimini, dominarono non solo su Pesaro, ma su una gran parte della Marca, della quale s'impadronirono, mentre i papi sedevano in Avignone. Si assicurarono il possesso di Rimini, Pesaro, Fano e Fossombrone mercè un trattato al tempo del celebre Gil d'Albornoz, che gli confirmò colà quali Vicarii della Chiesa. Un ramo secondario della casa ebbe sede in Pesaro sino a Galeazzo Malatesta. Minacciato questi dal parente suo Gismondo, il tiranno di Rimini, e inetto a proteggere Pesaro contro gli assalti di lui, nel 1445 vendette la città per 20,000 fiorini d'oro al conte Francesco Sforza; il quale ne investì per contratto suo fratello Alessandro, marito di una nipote di Galeazzo. Lo Sforza fu quel gran condottiero, che, estinti i Visconti, salì sul trono di Milano, come primo Duca della casa sua. Mentre egli fondava colà la linea de' duchi Sforza, il fratello suo Alessandro si faceva fondatore della casa de' signori di Pesaro.
Questo valoroso capitano prese possesso di Pesaro nel marzo 1445; due anni dopo ricevette l'investitura papale. Egli era maritato con Costanza Varano, una di quelle donne più esimie per bellezza e per spirito, che fiorirono in Italia nei primi tempi della Rinascenza.
Costei gli partorì Costanzo e una figliuola, Battista, la quale benanche, come moglie di Federico d'Urbino, sfolgorò più tardi per le virtù sue e pel suo genio. Le vicine corti di Pesaro e d'Urbino s'imparentarono e gareggiarono a vicenda nel culto delle arti belle e delle scienze. Un'altra figliuola non legittima di Alessandro fu Ginevra Sforza, donna a tempo suo non meno ammirata, famosa come moglie di Sante prima, poi di Giovanni Bentivoglio, signori di Bologna.
Dopo la morte della moglie, Alessandro Sforza passò a seconde nozze con Sveva Montefeltro, figlia di Guidantonio d'Urbino. Il 3 d'aprile 1473, dopo un regno felice, lasciò il suo bel paese al figlio.
Costanzo Sforza l'anno appresso si sposò con Camilla Marzana d'Aragona, principessa bella e di larga mente della Casa reale di Napoli. Egli pure era uomo illustre e liberale. Morì nel 1483 a 36 anni appena, senza eredi legittimi, Giovanni e Galeazzo essendo suoi figliuoli naturali. Il governo di Pesaro fu quindi retto dalla vedova Camilla per sè e pel figliastro Giovanni, sino a che questi nel novembre 1489 non la costrinse a lasciargli intero il reggimento.
Tale la storia della famiglia Sforza di Pesaro, nella quale ora Lucrezia Borgia era entrata come moglie appunto di Giovanni.
Il dominio comprendeva allora la città di Pesaro ed un novero di piccole comunità, chiamate castelli o ville: cioè Sant'Angelo in Lizzola, Candelara, Montebaroccio, Tomba di Pesaro, Montelabbate, Gradara, Monte Santa Maria, Novilara, Fiorenzuola, Castel di Mezzo, Ginestreto, Gabicce, Monteciccardo e Monte Gaudio. Di più anche Fossombrone da' Malatesta era passato agli Sforza.
Il Principato, come s'è detto, apparteneva da tempo antichissimo alla Chiesa, dalla quale prima i Malatesta e poi gli Sforza ne erano stati come Vicarii investiti, a titolo feudale, contro l'annuo canone di 750 fiorini d'oro. La figlia quindi di un papa per un tiranno di Pesaro doveva essere la più conveniente delle mogli, che potesse augurarsi nelle condizioni d'allora, quando i papi sforzavansi a far scomparire dallo Stato della Chiesa quelle illegittime dominazioni. Se Lucrezia guardava l'estensione e l'importanza del suo piccolo regno, certo doveva a se stessa confessare, che rimaneva indietro rispetto alle altre donne residenti a Urbino, Ferrara e Mantova, o in Milano e Bologna. Pure, sotto il supremo dominio del Papa, del proprio padre, ella era sempre diventata principessa indipendente. E comecchè i possedimenti suoi non abbracciassero che poche miglia quadrate, eran pur sempre uno de' più preziosi giardini d'Italia.
Pesaro giace libera e piana in spaziosa valle. Una catena di verdeggianti colline le fa corona d'intorno, quasi a forma d'anfiteatro, che va a terminarsi nel mare. E su questo, all'estremità del semicerchio, due erti promontorii si spiccano, l'Accio e l'Ardizio. Il Foglia serpeggia attraverso la valle. La graziosa città siede sulla destra sponda, e con le sue torri, e le mura e il castello si stende sulla piaggia biancastra. A settentrione, verso Rimini, i monti si serrano al mare; a mezzogiorno invece la riva è più larga. E di quivi attraverso i tenui vapori marini veggonsi spuntare le torri di Fano. E più in là si mostra il Capo d'Ancona.
Quelle deliziose colline e quella valle ridente, e quel cilestre cielo che le copre, e il mare raggiante formano insieme un quadro, ove spira un soffio di amenità che rapisce. Gli è il più soave idillio sulla spiaggia adriatica. Le aure dalla terra e dal mare sembrano colà comporre una lirica melodia, che slarga il cuore e fa vibrare nell'anima immagini belle e felici. Pesaro è la culla del Rossini e di Terenzio Mamiani, dell'esimio poeta ed uomo di Stato, che oggi ancora sa consacrare le più nobili facoltà sue al risorgimento d'Italia.
Le passioni de' tiranni di questa città non furono così spaventevoli come di altri dinasti del loro tempo, forse anche perchè il bel paese era troppo piccolo per feroci ambiziose geste. Dico forse, perchè lo spirito umano non sempre si forma secondo le influenze della natura. Uno de' più empii scellerati fu Gismondo Malatesta nella mite e bella città di Rimini. Gli Sforza però, quando si paragonino co' loro cugini di Milano, sembrano signori buoni e felici. Una serie di nobili dame fu ornamento della loro piccola corte. Ed ora Lucrezia doveva sentirsi chiamata a modellarsi su quelle.
Poichè fu entrata a Pesaro, se in età così giovane l'anima sua non era per anco resa incapace di una felicità modesta, dovette la prima volta provare l'inebbriante sentimento della libertà. Colà Roma severa col sinistro Vaticano, con i suoi delitti e le sue passioni, potette apparirle quasi carcere, dal quale erasi sottratta. Certamente, tutto quello che in Pesaro la circondava, era piccino in confronto della grandezza di ogni cosa a Roma. Pure colà non era più soggetta all'influenza immediata e al volere del padre e del fratello, da' quali oramai la dividevano l'Appennino e una distanza per quel tempo grande.
La città di Pesaro, che oggi conta più di 10,000 abitanti e col suo territorio n'ha quasi 20,000, allora ne conteneva forse la metà. Aveva strade e piazze regolari, con architettura essenzialmente gotica, però già interrotta da edifizii in stile della Rinascenza. Alcuni chiostri e chiese, che ancora oggi serbano le antiche facciate, come San Domenico, San Francesco, Sant'Agostino e San Giovanni, davano alla città aspetto degno e onorevole, tuttochè non straordinariamente bello.
I più grandi edifizii monumentali di Pesaro erano quelli dei tiranni regnanti; il castello sul mare, e il palazzo sulla piazza della città. Quello fu costrutto da Costanzo Sforza nel 1474, e poi interamente rifatto dal figlio Giovanni. Ancora oggi se ne vede il nome su una lapide di marmo alla porta d'ingresso. Con quattro torri rotonde e tozze, e bastioni, in rasa pianura, circondato da una fossa, esso è posto all'angolo delle mura della città verso il mare; e solo la prossimità di questo poteva dargli certa saldezza. Malgrado di ciò, ha apparenza di sì poco rilievo, che v'è da maravigliarsi come, anche in quel tempo, per imperfettissima che fosse ancora l'artiglieria, potesse esser tenuto atto a resistere.
Il palazzo degli Sforza sta ancora sulla leggiadra piazza della città, della quale occupa un lato. Costruzione a due grandi cortili, di bell'aspetto, ma non maestoso. I Rovere, successori degli Sforza, l'abbellirono nel secolo XVI. N'edificarono pure la sontuosa facciata che posa su portico a sei archi rotondi. Le armi degli Sforza nel palazzo sono sparite. Sulle facciate e sotto le vôlte sono invece frequenti le iscrizioni Guidobaldus II Dux, e l'arme de' Rovere. V'era già al tempo di Lucrezia la magnifica sala per le feste, il più bel fregio del palazzo; grande e vasta da farla degna del più potente de' monarchi. Ma la mancanza di decorazione alle pareti, o di porte guernite di marmi finissimi, quali si ammirano nel Castello di Urbino, mostra anch'essa le modeste condizioni della dinastia di Pesaro. La ricca vôlta della sala in legno dorato e dipinto risale al tempo del duca Guidobaldo.
Ogni memoria del tempo, in cui quel palazzo fu abitato da Lucrezia Borgia, è morta. Non vivono che i ricordi di un tempo posteriore; della vita della corte de' Rovere, ove il Bembo, il Castiglione e il Tasso furono più volte ospiti. La corte ufficiale, che Lucrezia aveva seco menata, non bastava a popolare quegli ampii spazii. Anche la madre, madonna Adriana e Giulia Farnese non si trattennero con lei che breve tempo. Essa maritò in Pesaro una giovane spagnuola del suo seguito, donna Lucrezia Lopez, nipote del Datario, e poscia cardinale Giovanni Lopez, con Gianfrancesco Ardizio, il medico e il confidente di Giovanni Sforza.
Nel palazzo non trovò altri parenti del marito che il più giovane fratello Galeazzo. Questa dinastia non fu feconda, e già tendeva all'estinguimento. Anche Camilla d'Aragona, la madrigna di Giovanni, non era della compagnia di lei, avendo sin dal 1489 abbandonato Pesaro per sempre, ed essendosi ritirata in un castello presso Parma.
L'estate, l'attraente paese potette procacciare alla giovane principessa qualche svago. Potè visitare la vicina corte di Urbino, ove vivevano Guidobaldo di Montefeltro e la moglie Elisabetta nel superbo castello, del quale l'intelligente Federico aveva fatto un centro di coltura. Viveva allora in Urbino Raffaello, fanciullo di 11 anni, discepolo assiduo e zelante nello studio del padre suo Sanzio.
Lucrezia andò nella state in una delle belle ville sulle colline de' pressi. Soggiorno preferito dal marito era Gradara, castello in luogo elevato sulla strada di Rimini, che ancora oggi con le sue mura rosse e con le sue torri si mantiene intatto. Ma il più magnifico dei castelli era la Villa Imperiale. Rimane a mezz'ora da Pesaro; sul Monte Accio; e si gode di là una estesa vista sul mare e sul continente. Sontuoso palazzo d'estate per gran signori e per gente felice, nata ai più eletti comodi e ai godimenti più belli. Questa villa deve aver somigliato a un giardino di Armida. Alessandro Sforza l'edificò il 1464; l'imperatore Federico III, tornando dal suo viaggio in Roma per l'incoronazione, ne pose la prima pietra; indi il nome di Villa Imperiale. Più tardi fu compiuta da Eleonora Gonzaga, moglie di Francesco Maria Della Rovere, erede di Urbino e successore di Giovanni Sforza nel dominio di Pesaro. Artisti celebri l'ornarono di pitture allegoriche e storiche; il Bembo e Bernardo Tasso la cantarono in versi; e Torquato vi lesse alla corte dei Rovere la sua favola boschereccia, l'Aminta. Oggi è anch'essa in uno stato di deplorevole rovina.
Pesaro, del resto, non poteva offrire grande divertimento ad una giovane signora abituata alla rumorosa vita di Roma. La piccola città non aveva nobili d'importanza. Le case dei Brizi, degli Ondedei, dei Giontini, Magistri, Lana, Ardizii ed altri con le loro maniere e costumanze patriarcali non potevano per Lucrezia supplire alle relazioni tanto cospicue e importanti con i grandi di Roma. Del movimento umanistico della coltura italiana qualche soffio era pur penetrato in Pesaro. Colà, come nelle città limitrofe sull'Adriatico e sin nell'Umbria, era in fiore quella leggiadra arte industriale, la dipintura delle maioliche, che, portata alla sua perfezione, degnamente successe all'arte vasaria della Magna Grecia e dell'Etruria. Aveva già preso largo incremento al tempo degli Sforza. Una delle più antiche maioliche nel Museo Correr a Venezia, rappresentante Salomone in adorazione innanzi a un idolo, porta la data del 1482. E sin dal secolo XIV era quell'arte coltivata anche in Pesaro, e v'aveva preso poderoso slancio sotto il reggimento di Camilla d'Aragona. Ancora oggi nella Casa Comunale si conservano alcuni avanzi della ricchezza delle antiche fabbriche cittadine.
Anche per altre vie si muoveva colà la vita dello spirito, che v'era stata suscitata dagli Sforza o dalle donne loro, gareggiando con Urbino e Rimini. In quest'ultima città Gismondo Malatesta raccoglieva intorno a sè poeti ed eruditi, ai quali dava stipendii in vita, e, morti, faceva erigere sarcofaghi sul muro esterno del Duomo. Specialmente Camilla ebbe molto a cuore il culto delle scienze. Nel 1489 chiamò a Pesaro un greco, Giorgio Diplovatazio di Corfù, uomo di merito, parente di Laskari e Vatazes, che, fuggito da' Turchi, era venuto in Italia. E in quel tempo stesso già vivevano nella ospitale Pesaro altri esuli Greci delle stirpi degli Angeli, de' Komneni e de' Paleologhi. Il Diplovatazio aveva studiato a Padova; a Pesaro Giovanni Sforza lo fece nel 1492 Avvocato del fisco. Dopo d'allora e sino alla morte, nell'anno 1541, sfolgorò colà come giurisperito.[54]
Lucrezia adunque trovò in Pesaro quest'uomo illustre. Con lui e con altri Greci avrebbe potuto continuare i suoi studii, ove la maturità degli anni o la natia inclinazione ve l'avesse spinta. Una biblioteca, raccolta dagli Sforza, gliene offriva i mezzi. Mancava colà un altro uomo allora non meno celebre, Pandolfo Collenuccio, poeta, retore e filologo, divenuto conosciutissimo per la sua storia di Napoli. Aveva servito la casa Sforza come segretario e diplomatico; e alla sua eloquenza il marito della Lucrezia doveva, se a lui, bastardo di Costanzo, fu concessa l'investitura di Pesaro da Sisto IV e da Innocenzo VIII. Ma il Collenuccio cadde poscia in disgrazia; Giovanni Sforza nel 1488 prima lo mise in prigione, e poi lo esiliò. Andò a Ferrara a prestare i suoi servizii a quella corte. Accompagnò il cardinale Ippolito a Roma; e vi si trovava nel 1494, proprio al tempo, in cui Lucrezia andò a prender possesso di Pesaro. Probabilmente in Roma ella ebbe occasione di conoscerlo.[55]
Ai tempi di Lucrezia non era neanche in Pesaro il giovane poeta Guido Postumo Silvestro, allora sempre a Padova agli studii. Ben dovette forse a Lucrezia rincrescere di non aver potuto accogliere alla sua corte questo poeta pieno di spirito quanto irrequieto. La sua grazia affascinante gli avrebbe probabilmente ispirato altri versi, diversi da quelli ch'ei più tardi indirizzò ai Borgia.
La sposa dello Sforza fu accolta in Pesaro con amore; e ben presto v'ebbe amici molti. Era in sul primo schiudersi della florida giovanezza sua. Niuno di quegli eventi, che più tardi la resero oggetto di diffidenza o di pietà, ne turbava ancora l'esistenza. Se nel suo matrimonio con lo Sforza godette mai realmente la felicità della vita, furono, certo, i giorni passati in Pesaro quelli che poterono farla vivere come invidiabile regina di un idillio pastorale. Ma tale non era la sorte a lei destinata. L'ombra sinistra del Vaticano si spandeva sin sulla Villa Imperiale del Monte Accio. Un dispaccio del padre poteva ogni giorno richiamarla a Roma. Forse anche cominciò ella stessa a trovare il soggiorno di Pesaro troppo monotono e vuoto, soprattutto per questo, che di frequente il marito era costretto ad allontanarsi dalla corte di lei per i doveri di condottiero presso l'esercito del Papa e de' Veneziani.
Gli avvenimenti, che in quel mentre avevan messo l'Italia a soqquadro, ridussero Lucrezia di nuovo a Roma, dopo un anno di pace goduto in Pesaro.
XI.
Su' primi di settembre 1494 Carlo VIII entrava in Piemonte; e d'un tratto le condizioni d'Italia mutavan tutte. Il Papa, il suo alleato Alfonso e Piero de' Medici, in breve tempo, si videro quasi inetti a difendersi. Già a' 17 novembre faceva quel re ingresso a Firenze. Alessandro avrebbe voluto mettergli contro le truppe sue e le napolitane a Viterbo, ove trovavasi come Legato il cardinal Farnese. Ma i Francesi, senza ostacolo, penetrarono e si sparsero nel Patrimonio. E insino l'amante del Papa, la sorella Girolama, e madonna Adriana, quelle donne ch'erano il cuore e gli occhi di Alessandro, caddero in mano di una colonna francese.
L'agente mantovano Brognolo ne informava il suo signore con dispaccio del 29 novembre 1494: «È occorso un caso, ch'è oltraggio grande pel Papa. L'altr'ieri madonna Adriana e madonna Giulia con la sua sorella uscivano dal loro castello di Capodimonte per recarsi a Viterbo presso il loro fratello, il cardinale. A qualche miglio di colà s'imbatterono in una schiera di cavalleria francese, e furon prese e menate a Montefiascone insieme con tutto il seguito loro, 25 a 30 persone a cavallo.»
Il capitano francese, che fece sì preziosa presa, fu monsignor d'Allegre, forse quell'Ivo, che più tardi entrò al servizio di Cesare. «Allorchè seppe chi fosse quella bella dama, le impose per riscatto la somma di 3000 ducati; e informò per lettera il re Carlo della persona che aveva fatta prigioniera; ma colui non volle vederla. Madonna Giulia scrisse quindi a Roma, che la era trattata benissimo, e le si mandasse la somma pel riscatto.»[56]
La nuova dell'accaduto gettò Alessandro nella massima costernazione. Immediatamente mandò un cameriere a Marino, ov'era allora al quartier generale de' Colonna il cardinale Ascanio, il quale, da lui vivamente pregato, era tornato il 2 novembre e messosi a negoziare col re Carlo. Col cardinale si dolse dell'affronto arrecatogli, e impetrava che s'impegnasse per la liberazione de' prigionieri. Scrisse puranco a Galeazzo di Sanseverino, che accompagnava il re a Siena. E, compiacente verso codesti signori, Carlo VIII ordinò che quelle donne fossero mandate libere. Sotto la scorta di 400 Francesi furono condotte sino alle porte di Roma, e ivi ricevute, il primo dicembre, da Giovanni Marades, cameriere del Papa.[57]
Il romantico avvenimento fece parlar di sè per tutta Italia. Fu un rallegrarsi dello scandalo, di cui il Papa era stato vittima, e un ridere alle spalle sue. Una lettera del Trotti, ambasciatore ferrarese presso la corte di Milano al duca Ercole, ci mostra come Ludovico il Moro, l'usurpatore del trono di suo nipote, fatto da lui avvelenare, giudicasse il Papa in tal circostanza: «Egli biasimava fortemente monsignor Ascanio e il cardinal Sanseverino per la restituzione di madonna Giulia, di madonna Adriana e di Girolama a Sua Santità, perchè, essendo tali donne il cuore e gli occhi del Papa, sarebbero state il miglior flagello per costringere costui a tutto quello che si desiderava; mentre Sua Santità non sapeva vivere senza di esse. I Francesi, che le presero, non avevano avuto per riscatto che 3000 ducati; invece, solo per riaverle, il Papa ne avrebbe pagati più di 50,000. Secondo notizie arrivate al nominato signor duca da Roma e anche da Firenze da Angelo, che era colà, quando le donne entrarono, Sua Santità andò loro incontro, in giubba nera, con liste di broccato in oro, con una bella ciarpa alla spagnuola e col pugnale e la spada. Portava stivali spagnuoli e berretto di velluto molto galante. Il duca, ridendo, mi domandò cosa ne pensassi; e io, senza indugiare, gli risposi, che se fossi, come lui, duca di Milano, vorrei tentare, mercè il re di Francia o per qualunque altra via, sotto pretesto di accordo, di aggirare e vincere in astuzia Sua Santità, e con belle parole, il che egli stesso ha fatto, prender lui e i cardinali prigionieri; cosa del resto agevole di molto! Chi ha in mano il servo — almeno così suona da noi il proverbio — tiene anche il carro co' bovi insieme; e mi ricordai bensì di quel verso di Catullo: tu quoque fac simile, simile ars deluditur arte.»[58]
Ludovico, il degno contemporaneo de' Borgia, amicissimo una volta di Alessandro VI, ora l'odiava, dopo che questi erasi alienato da lui e da Francia. Soprattutto l'imprigionamento traditoresco del fratello Ascanio era valso ad irritarlo oltre ogni misura. Lo stesso ambasciatore scriveva ad Ercole il 28 dicembre: «Il duca Ludovico mi disse parergli d'ora in ora vedere arrivare messer Bartolomeo de Calcho con una staffetta per informarlo che il Papa fosse stato preso, e tagliatagli la testa.»[59] Libero il lettore di ritenere o no, che per questo odio appunto Ludovico si permettesse rispetto al Papa un linguaggio così maledico, o anche di esagerare nel suo dialogo col Trotti, ovvero di affermare in pubblico Consiglio di Stato, il Papa essersi fatto venire per suo uso tre donne: l'una, monaca di Valenza; l'altra, una castigliana; la terza, una fanciulla di Venezia, bella come un'immagine, tra i 15 e 16 anni. «Qui in Milano — così il Trotti — si pronunziano in pubblico tali ingiurie contro questo Papa, quali forse in Ferrara non si ammetterebbe contro il Torta.»[60]
Come Carlo VIII vittorioso, senza riportar vittorie, si spingesse sino a Roma e a Napoli, è raccontato in altre storie. La sua spedizione conquistatrice attraverso l'Italia è forse la più umiliante delle invasioni che quel paese abbia avuto a subire. Ma essa insegna, che, quando Stati e popoli son divenuti maturi per la decadenza, basta anche la forza di un fanciullo di fiacca mente per mandarli in perdizione. Il Papa seppe giuocare d'astuzia col monarca di Francia e superarlo. Questi, anzi che farlo deporre mercè un Concilio, lo riconobbe qual Vicario di Cristo e concluse con lui un trattato.
Egli irruppe quindi nel Napoletano. E dopo breve tempo il paese venne in poter suo. Ma poichè l'Italia riprese coraggio e gli si strinse in lega alle spalle, Carlo VIII fu costretto a tornare indietro. Alessandro lo schivò, andandosene prima ad Orvieto, poi a Perugia. Quivi fece venire Giovanni Sforza, che v'andò con la moglie il 16 giugno 1495; e, restatovi quattro giorni, se ne tornò poi di nuovo a Pesaro.[61] Il re di Francia si aprì felicemente sul Taro un varco attraverso l'esercito della Lega; e così con onore si sottrasse alla morte o alla prigionia.
Tornato a Roma, Alessandro VI si trovò tanto più raffermato sulla Santa Sede, intorno alla quale raccolse i suoi ambiziosi bastardi. E questi Borgia si levarono con tanta maggiore audacia, in quanto, scosso per l'invasione tutto l'ordine di cose esistenti in Italia, riusciva assai più facile dar seguito ai propositi loro.
Lucrezia restò ancora un po' di tempo a Pesaro col marito, che per la Lega era stato preso al soldo dai Veneziani. Pure nè alla battaglia sul Taro, nè all'assedio di Novara Giovanni Sforza erasi lasciato vedere. Conclusa poi nell'ottobre 1495 la pace tra Carlo VIII e il duca di Milano, mercè la quale cessava la guerra nell'Alta Italia, lo Sforza potette ricondurre la moglie a Roma. Marin Sanudo c'informa della presenza di lei nella città sul finire dell'ottobre, e il Burkard di quella per la festa di Natale.
In servizio della Lega lo Sforza comandava 300 fantaccini e 100 uomini d'arme. Con questo corpo doveva nella primavera dell'anno seguente muovere per Napoli, ove l'esercito alleato sosteneva vigorosamente il giovane re Ferrante II in guerra coi Francesi, ch'erano sotto gli ordini del Montpensier. Colà s'indirizzava benanche il capitano generale di Venezia, il marchese di Mantova. Questi entrò in Roma il 26 marzo 1496. Il 15 aprile vi giunse anche lo Sforza con i suoi mercenarii, e ne partì il 28 aprile, lasciandovi la moglie. Il 4 maggio arrivò a Fondi.[62]
I due figli di Alessandro, Don Juan e Don Jofrè, continuavano allora a rimaner lontani. L'uno, il duca di Gandia, fu preso similmente al soldo da Venezia. Era atteso dalla Spagna per porsi alla testa di 400 uomini, che il suo luogotenente Alovisio Bacheto raccoglieva per lui. L'altro, Don Jofrè, come s'è visto, era ito nel 1494 a Napoli, ove erasi sposato con donna Sancia e stato nominato principe di Squillace. Come membro della casa Aragonese, corse anch'egli i pericoli della declinante dinastia; e ciò doveva spingere il Papa ad impedire di questa l'estrema e totale rovina. Accompagnò il re Ferrante nella fuga, e seguì anche le insegne di lui, allorchè, dopo la ritirata di Carlo VIII, quegli per gli aiuti di Spagna, di Venezia e del Papa, tornava di nuovo a impadronirsi del reame e rientrava in Napoli nell'estate 1495.
Don Jofrè con la moglie non vennero a Roma che l'anno appresso. Entrambi fecero il loro ingresso solenne il 20 maggio 1496 con pompa veramente regale. Ambasciatori, cardinali, magistrati della città, molti baroni andarono loro incontro avanti a Porta Lateranense. V'andò anche Lucrezia accompagnata dalla sua corte officiale. Con tutto questo seguito la giovane coppia fu condotta al Vaticano. Il Papa ricevette il figlio e la nuora sul trono, circondato da undici cardinali. Fece sedere a terra, sopra cuscini, Lucrezia alla sua destra e Sancia alla sinistra. Era il tempo pasquale. Alle solenni funzioni si vedevano le due principesse e le loro dame di corte sfacciatamente sedute sugli stalli de' canonici; e per tal modo, come il Burkard nota, erano pel popolo motivo di pubblico scandalo.
Tre mesi più tardi, il 10 agosto 1496, anche il maggior figlio di Alessandro, Don Juan, duca di Gandia, entrò con grandissima solennità in Roma, per fermarvisi, avendo il padre deciso far di lui un gran principe.[63] Non è mai detto ch'egli abbia condotto seco la moglie donna Maria.
Così per la prima volta Alessandro VI vedeva intorno a sè tutti i suoi figli. Nel Borgo Vaticano non v'erano allora meno di tre corti di nepoti. Juan aveva stanza nel Vaticano; Lucrezia nel palazzo Santa Maria in Portico; Jofrè nella casa del cardinale d'Aleria presso Castel Sant'Angelo; e Cesare nel Borgo stesso.
Tutti codesti individui eran venuti su dal nulla, avidi d'onori, di potenza e di godimenti; giovani tutti e belli, e pressochè anche tutti gente di vita rotta, ma graziosamente eloquenti e rivestiti, pari alla gioventù depravata dell'antica Roma, delle forme più amabili e più leggiadre della socievolezza. Solo, in verità, un angusto modo di giudicare, che non vede in quegli uomini se non le crudezze, può indursi a raffigurare i Borgia qual branco di bestie per natura feroci. Essi erano, nè più nè meno, come parecchi principi e signori del tempo loro. Spietati e scellerati adoperavan veleno e pugnale; spazzavano via tutto quanto si parasse contro la passione loro; e ridevano, quando l'azione diabolica era consumata. Ciò che pone i Borgia particolarmente in rilievo fra la schiera de' privilegiati malfattori di quel tempo, è il fondamento della Chiesa e del Cristianesimo, sul quale s'appoggiano. Di qui appariscono come la caricatura infernale del concetto del santo; e Alessandro stesso è stato designato come anticristo.
Se potessimo penetrare ne' misteri della vita, che quei dissoluti bastardi traevano intorno al Vaticano, ove il padre loro nella coscienza della sicurezza e potenza sua era oramai despota assoluto, scopriremmo senza dubbio cose da sbalordire. Era davvero spettacolo non mai visto quello che si svolgeva in quel sacro recinto di San Pietro. Due donne giovani e belle vi tenevano splendida corte, e ogni dì si vedevano aggirarsi colà nugoli di dame e cavalieri spagnuoli e italiani; e la gente elegante di Roma e nobili e monsignori affollarsi e pigiarsi per fare omaggio a quelle donne. Delle due, Lucrezia aveva appena 16 anni, Sancia poco più di 17.
È facile immaginare quanti intrighi amorosi in quei palazzi fossero allora orditi, e che ridda infernale vi menassero gelosia e ambizione. Niuno in vero crederà che quelle principesse piene di giovanili ardori e di vanità vivessero, all'ombra di San Pietro, come monache o sante. Invece i loro palazzi risuonavan sempre di canti e di suoni, di banchetti e festini. Si vedevano quelle donne andar con cavalcate sontuose per Roma, ed entrare in Vaticano. Si vedeva il Papa sempre in contatto con loro, sia che andasse di persona a visitarle e prender parte alle loro feste, sia che le ricevesse, talvolta in privato, tal'altra in forma solenne, come principesse della casa sua. Alessandro per se stesso, per quanto affogato nella sensualità, non amava l'orgia sregolata. L'ambasciatore ferrarese, il Boccaccio, scriveva di lui nel 1495 al suo signore: «Il Papa non si ciba che di una vivanda sola, abbenchè questa debba essere abbondante. È quindi una pena desinar con lui. Ascanio ed altri, specialmente il cardinal Monreale, che solevano essere commensali di Sua Santità, e così anche Valenza, non andando loro a genio tanta parsimonia, hanno rinunziato a quella compagnia e la schivano quando e come è possibile.»[64]
La vita del Vaticano doveva porger motivo a ciarle moltissime, e in Roma la sete di scandalo era da tempo antichissimo più che ardente. Già nell'ottobre 1496 si raccontava a Venezia, il duca di Gandia aver seco condotto una spagnuola pel padre, con la quale questi viveva; e si parlava di un empio fatto, che par quasi incredibile, ma che vien narrato dall'ambasciatore veneziano e da altri.[65]
Ben presto donna Sancia fece discorrer molto di sè. Era bella e leggiera; si sentiva figlia di re. Dalla più corrotta delle corti era passata in Roma demoralizzata, qual moglie di un fanciullo immaturo. Dicevasi, che i suoi cognati il Gandia e Cesare disputavansi il possesso di lei, e che lo acquistarono alternativamente; e che giovani baroni e giovani cardinali, come Ippolito d'Este, potevano vantarsi de' suoi favori.
Ebbe ben donde il Savonarola se prese di mira anche questa corte di nepoti, allorchè dal pulpito di San Marco di Firenze con accesa indignazione tuonava contro la Sodoma di Roma.
Quando anche la voce del gran predicatore, la cui fama risuonava allora per tutta Italia, non fosse giunta sino a lei, pure Lucrezia, per propria esperienza, poteva già sapere che abominevole mondo fosse quello, nel quale viveva. A sè d'intorno vedeva vizii mostrarsi nudi e impudenti o tutt'al più coperti di certa dignitosa vernice; cupidigia di onori e di danaro, che non rifuggiva da qualunque delitto; una religione fatta più pagana dello stesso Paganesimo; un culto ecclesiastico, nel quale preti, cardinali, il fratello Cesare, il padre, tutti quei santi personaggi, la cui maniera di vivere era a lei nota perfettamente e nel più intimo fondo suo, avevano a compiere con pompa e decoro i misteri della Divinità. Tutto ciò vedeva Lucrezia. Sbagliano però quei che credono, ch'essa o altri a lei simili, lo vedessero e giudicassero così come facciamo noi oggi o forse fecero alcuni pochi, animati allora da sentimento più puro. Imperocchè in ogni tempo l'educazione e l'abitudine attutiscono nella comune degli uomini il senso necessario al riconoscimento del vero. S'aggiunga per di più, che in quel tempo i concetti della religione, della decenza e della moralità non erano gli stessi che oggi prevalgono.
Quando nella Rinascenza lo spirito ebbe compiuto la sua prima separazione dal Medio Evo e dall'ascetismo della Chiesa, le passioni ruppero ogni freno e si scatenarono oltre ogni limite. Tutto ciò che era stato tenuto santo fu deriso. I liberi spiriti italiani crearono una letteratura, il cui crudo cinismo non ha uguale. Dall'Ermafrodito del Beccadelli a venire giù giù sino al Berni e a Pietro Aretino, la letteratura in novelle, epigrammi e commedie divenne una immensa palude, alla cui vista il serio Dante si sarebbe ritratto pieno di terrore, come innanzi ad una bolgia infernale.
Anche nelle novelle meno lascive, delle quali il Piccolomini cominciò la serie con l'Eurialo, e nelle commedie meno oscene, motivo dominante sono pur sempre l'adulterio e la derisione del matrimonio. La cortigiana fu la musa della bella letteratura della Rinascenza. Prese sfacciatamente posto allato alla santa della Chiesa a contenderle la palma della gloria. Una raccolta manoscritta di poesie del tempo di Alessandro VI contiene una lunga serie di epigrammi, i quali esaltano prima la Vergine Maria e molte sante, e poi con la stessa intonazione, senza pausa nè osservazione di sorta, magnificano le cortigiane del tempo. E all'epigramma su Santa Paula si vede immediatamente tener dietro quello sulla meretrice Nichine, una delle celebri cortigiane di Siena; e così via, tutta una serie. Le sante del Cielo e le sacerdotesse di Venere vengono senza altro mescolate insieme, come donne famose.[66]
Non una donna, che si rispetta, assisterebbe oggi ad una di quelle commedie della Rinascenza. E sovente furono papi e principi che le fecero mettere in scena in onore di gentildonne; e la censura di ogni paese non le farebbe rappresentare sopra qualunque teatro, si componesse pure il pubblico di uomini soltanto.
Quella certa franca maniera, che le donne del Mezzogiorno usano in cose, che nel Settentrione si vogliono coperte d'un velo, spesso ancora oggi fa maraviglia. Pure ciò che nella Rinascenza era ammesso, per gusto o per costume, è incredibile davvero. Certamente non è da dimenticare che quella oscena letteratura non era allora diffusa come la romantica odierna. Di più la stessa abitudine meridionale per la nuda naturalezza s'invertiva per la donna in mezzo di difesa. Molto rimaneva alcunchè di puramente estrinseco ed era come tale considerato, e non esercitava quindi efficacia alcuna sulla fantasia. E in mezzo poi a sì dissoluta socievolezza cittadina non mancavano donne di natura eletta, che sapevano serbarsi pure.
Quanto alla moralità de' grandi, soprattutto delle corti di quel tempo, bisogna leggere le storie de' Visconti e degli Sforza, de' Malatesta di Rimini, de' Baglioni di Perugia e de' Borgia di Roma per formarsene un'idea. Non eran certo più depravate delle corti del tempo di Luigi XIV e XV e di Augusto di Sassonia; ma più abominevoli per gli orribili delitti di sangue. Il valore della vita umana era sceso bassissimo; e d'altra parte l'egoismo criminoso era apertamente fregiato del predicato di grandezza d'animo — magnanimitas, — senza guardare più che tanto alle vittime dell'ambizione e dell'ingordigia. L'egoismo e il servirsi freddamente di ogni relazione e di ogni uomo in niun luogo furono così di regola come nella patria del Machiavelli. E gl'italiani, volendo esser sinceri, dovrebbero dimandarsi, se anche oggi simili difetti non vengano di tratto in tratto alla superficie della vita loro. Liberi dai pedanteschi pregiudizii de' Tedeschi e dalla venerazione per le classi, le condizioni e la nobiltà di nascita, che a partire dal Medio Evo è divenuta per questi ultimi abitudine, gl'Italiani in quella vece hanno immediatamente accettata qualunque potenza della personalità, fosse pur bastarda e illegittima quanto si voglia. Ma di qui appunto l'essere stati così facilmente schiavi del successo. Il Machiavelli afferma, che la colpa del decadimento morale d'Italia fu della Chiesa e de' preti. Se non che e preti e Chiesa non furon forse prodotti dell'Italia? Egli avrebbe dovuto dire, che alcuni elementi vitali, che presso i Germani diventano interiori, presso gl'Italiani invece rimangono esteriori. Fra gl'Italiani non poteva nascere Lutero. Ove ancora alcuno ne dubiti, si domandi chi e che cosa vi sia nata dopo l'ultimo Concilio dell'anno 1870.
Se i modi nostri di vedere su Alessandro VI e su Cesare sono essenzialmente dominati dalla morale, non la pensava così il Guicciardini, e per lo meno il Machiavelli. Essi giudicavano non l'uomo morale, ma il politico; non i suoi motivi, ma l'azione sua. L'enormezza non incuteva orrore, pur di apparire come il fatto di un volere audace. E il delitto non recava infamia, ove, come un'opera d'arte, riuscisse ad esigere ammirazione. L'orribile condotta di Ferdinando di Napoli nella congiura de' Baroni del regno suo rese il despota non abominevole, ma grande. E l'astuzia, con la quale più tardi Cesare Borgia seppe trarre nella rete a Sinigaglia i suoi condottieri infedeli, il Machiavelli la descrisse come un capolavoro, mentre il vescovo Paolo Giovio la chiamava il bellissimo inganno. In quel mondo dell'egoismo, ove non era un tribunale della pubblica opinione, l'uomo poteva esistere e conservarsi, solo cercando di predominare con la violenza e di soperchiare altrui in iscaltrimento. Se nulla fece mai e fa ai Francesi più paura del ridicolo, per l'Italiano niun predicato fu ed è più esoso di quello di semplicione.
In un luogo de' suoi Discorsi (I, 27) con una sincerità, che mette i brividi, il Machiavelli rivela gl'intimi pensieri dell'animo suo. E ciò ch'ei dice illumina di luce sinistra tutta la morale di un'epoca. Racconta che Giulio II ebbe il coraggio d'entrare in Perugia, abbenchè Giampaolo Baglione, che intimidito da lui gli aveva resa la città, vi tenesse raccolta molta milizia. Ed osserva in proposito: «Fu notato dagli uomini prudenti, che col Papa erano la temerità del Papa e la viltà di Giovanpagolo; nè potevan stimare donde si venisse, che quello non avesse con sua perpetua fama oppresso ad un tratto il nimico suo, e sè arricchito di preda, sendo con il Papa tutti li cardinali con tutte le loro delizie. Nè si poteva credere che si fosse astenuto o per bontà o per coscienza che lo ritenesse; perchè in un petto d'un uomo facinoroso, che si teneva la sorella, che aveva morti i cugini e i nipoti per regnare, non poteva scendere alcuno pietoso rispetto; ma si conchiuse, che gli uomini non sanno essere onorevolmente tristi o perfettamente buoni, e come una tristizia ha in sè grandezza o è in alcuna parte generosa, eglino non vi sanno entrare. Così Giovanpagolo, il quale non stimava essere incesto e pubblico parricida, non seppe, o, a dir meglio, non ardì, avendo giusta occasione, fare una impresa, dove ciascuno avesse ammirato l'animo suo, e avesse di sè lasciato memoria eterna, sendo il primo che avesse dimostro ai prelati quanto sia da stimare poco chi vive e regna come loro, ed avesse fatto una cosa, la cui grandezza avesse superato ogni infamia, ogni pericolo che da quella potesse dipendere.»