Produced by Claudio Paganelli, Carlo Traverso, Charles

Franks and the Online Distributed Proofreading Team. This
book has been completed in cooperation with the Progetto
Manuzio, http://www.liberliber.it. We thank the "Biblioteca
Sormani" di Milano that has provided the images.

FERDINANDO FONTANA

POESIE

E
NOVELLE IN VERSI

MILANO

1877.

A ANTONIO GHISLANZONI

SCUOLA MODERNA[1]

AD ANTONIO GHISLANZONI, DEDICANDOGLI IL LIBRO.

Alla tua nota satira
Chi porse l'argomento?
Forse i carmi d'un giovane
Da pochi giorni spento?[2]
Forse il Torso di Venere
O il Düalismo ardito,
Che una Musa propizia
Dettava a un erudito?[3]

Non già!…. Dalle tue laudi
Fu consacrato il primo;
Tu lo sapesti scegliere
Dal medïocre limo; [4]
All'altro degli stolidi
Soltanto il volgo indegno
Oggi contrasta il fervido
Estro e il robusto ingegno.

Forse dell'Inno a Satana [5]
Ti spaventò il concetto?
No!…. Che tu abborri i vincoli
Che strozzan l'intelletto,
E so che, quando mediti,
Ti ribelli ai confini,
Al pensier del filosofo
Imposti dai cretini.

È ver, talora il genio
Ama le forme strane,
Ma il pensator sa leggere
Nelle sue cifre arcane,
E sa discerner l'enfasi
Del verso che non crea
Dal balenar fantastico
D'una sublime idea.

Spesso il cantor d'Ofelia,
Col labbro d'uno stolto,
Strambi concetti mormora
Ed è di nebbie avvolto,
Ma sempre, come folgore
Che irradia la tempesta,
Risplende tra le nebbie
L'olimpica sua testa….

Evvia!…. se qualche Bécero,
Nelle invalide carte,
Pallia coll'artificio
La mancanza dell'arte;
Se con grottesche immagini
Pochi grulli impotenti
Cercano un vieto elogio
A mal composte menti;

Se nella solitudine
Dove ti sei rinchiuso
È giunto qualche cantico
Di giovinetto illuso.
Se un impudente o un ebete
Parlando in metro oscuro
S'imbranca colle vecchie
Che dicono il futuro;

Deh!…. non armar la cetera
Colla mordente corda!
Carni di imbelli vittime
Il verso tuo non morda!
Frena, romito Antonio,
La beffarda parola;
Non dir che pochi stolidi
Son la moderna scuola!

Serba ai pedanti, agli arcadi,
Lo scherno e l'ironia;
Taglia pei dorsi elastici
Le vesti in parodia;
Non fornir armi ai deboli
Che temono di noi
E che verranno a irriderci
Cantando i versi tuoi.

Pensa che ai pochi giovani,
Che vedon l'ardua meta,
Il ben d'un raro plauso
I grami giorni allieta….
E che il maggior cordoglio
Che contristi i gagliardi
È di sentirsi mettere
Col volgo dei codardi.

[1] Questi versi vennero già pubblicati in risposta ad una poesia del signor Ghislanzoni, dallo stesso titolo, nella quale l'egregio umorista avea preso a far la satira di certi sedicenti innovatori letterarii. Più die a rispondere al signor Ghislanzoni, questi versi intendevano a metter in chiaro la differenza che passa fra costoro e quelli che operano con vero ingegno.

[2] Emilio Praga.

[3] Due splendide liriche di Arrigo Boito.

[4] Il Ghislanzoni fu il primo che incoraggiò l'ingegno di Praga. Quando questi pubblicò la sua Tavolozza, l'eminente critico, parlandone in un giornale cittadino, dava principio al suo articolo colle seguenti parole: "Finalmente, abbiamo un poeta."

[5] L'Inno a Satana, di Giosuè Carducci.

LIRICHE

PREFAZIONE AI MIEI VERSI

Esser pöeti è legger nei futuri
Giorni; è spaziar nel cielo delle indagini
Condannate dai timidi cervelli;
Esser pöeti o sentirsi maturi
Quando nel sangue bollono i vent'anmi;
È ridere di tutto, esser ribelli
Alla gloria e agli affanni.

Esser pöeti è librarsi giganti
Sull'universo e, in sè raccolti, vivere
Animati da incognita scintilla;
È accogliere del par sorrisi e pianti,
Inni e bestemmie, rantoli e vagiti;
È scrutar con impavida pupilla
I misteri infiniti;

È piangere col vinto e coll'afflitto,
Nè al forte, al vincitor, negare il plauso,
Nè armar la cetra d'una corda sola;
È comprender la colpa ed il delitto,
Laudando il sacrifìcio e l'innocenza;
È cantar tra un bicchiero e una carola
Il chiostro e l'astinenza.

Prisma novello, col pensiero, i mille
Raggi dell'universo in sè raccogliere
E mutarli in cadenze e in armonie;
Poi fra le genti seminar scintille,
Fatali incendi suscitando intorno,
Turbando il cranio alle persone pie…
O illudendole un giorno!

Esser pöeti è salir sovra un monte,
Di notte, quando il ciel di stelle è fulgido,
E, in estasi, esclamar: "Credo! V'è un Dio!"
E inginocchiarsi, e chinare la fronte,
Ripieno il cor di mistica paura…
Poscia negarlo o metterlo in oblio
Discesi alla pianura!

Esser pöeti è viver d'illusioni
Che sull'Eterno Nulla il piede appoggiano;
È celiar con sè stessi e con coloro
Che vi sanno ammirar nelle canzoni;
È accettare, negando, il Bene e il Male;
È desiare la miseria e l'oro,
La reggia e l'ospedale.

Esser pöeti è tentar l'ocëano
Della vita; è svelarlo; è, ansanti, correre
Dietro un caro idëal…. cui non si crede!
È comprender del tutto il nulla arcano,
E, d'ogni cosa quaggiù disperando,
Trovare ancora entusïasmo e fede
Per vivere cantando.

Esser pöeti è abbandonarsi ai sensi;
È compendiare un secolo in un distico;
È mutar l'alimento del mattino,
A vespro giunti, in voli eccelsi, immensi….
E, invero, questi versi sono usciti
Dalle vivande o dal preteso vino
Che l'oste m'ha imbanditi.

LA FORMA E L'IDEA

(A EMILIO PRAGA)

La forma son le tenebre,
E la luce è l'Idea;
La Forma è il rito, il simbolo
Del pensiero che crea;
Il pensiero è l'Iehova
Dei veggenti profeti
Che parla dai roveti.,
E la Forma è Gesù.
La Forma è la parabola,
La Forma è il pane, è il vino,
È l'orto, il bacio, il Golgota,
È la Croce, è Longino;
E il pensiero è l'assiduo
Svolgersi del crëato,
Cui spiegar non è dato
Alle menti quaggiù!

Eterna lotta!…. Scorgere
L'Idea!…. Vedere il sole!…
E disperar d'esprimerlo
Con possenti parole!
Nelle affannose veglie
Concepir l'universo….
E alla foga del verso
Non saperlo svelar!
Dietro un fatal connubio
Il cervello si stanca!….
Giunge lo sposo al tempio,
Ma la sposa vi manca;
Egli, il Pensiero, l'évoca
Colla voce pietosa….
Ma la Forma, la sposa,
Non si reca all'altar.

Ahi!…. Talora nel cranio,
Indarno affaticato,
Disperando, un terribile
Dubbio m'è balenato!
Pensai che forse esistono
Idee sì vaghe e arcane
Che invan le menti umane
S'attentano a scolpir!
Forse passò fra gli uomini
Il sommo dei pöeti
Fra la schiera dei mutoli
E degli analfabeti….
E, forse, il suo silenzio
Fu incompresa epopea,
In cui sfuggì l'Idea
Della Forma il martîr!

Ah!…. Perché, dunque, struggerti,
O povero cervello?
Contro la Forma, il despota,
Sorgi, schiavo rubello!
Non ti curar degli uomini!
Vivi in te stesso e pensa!….
La tua melòde immensa
Non rivelar che a te!
Chiuso nel tuo silenzio
Ogni idïoma oblia!
Del tempo e dello spazio
Comprendi l'armonia!
Ogni idïoma e frivolo
A esprimer l'Universo!
Nato a servire un verso
Il mio pensier non è!!

Evvia!…. Sorridi, Emilio!….
Sorge nel Ciel l'aurora,
E, solitario, io vigilo
Sulle mie carte ancora!
Stolto!…. Giuro il silenzio,
E ti favello intanto!….
Stolto!…. E rileggo il canto
Che la mia man notò!
Emilio, io voglio illudermi!
Sono troppo felice!
Mi risveglio da un'estasi
E il pensiero mi dice:
"Stretto è il fatal connubio!
"Chiudi gli occhi e riposa….
"Questa notte la sposa
"All'altar si recò…."

Milano, giugno 1875.

NOJA LETTERARIA

Favello a voi, cui ferve la scintilla
Dei febbrili entusiasmi nel cervello;
Favello a voi, dentro il cui sguardo brilla
La balda gioja d'un pensier novello!

Favello a voi, che, frammezzo alle genti,
Vecchi a vent'anni, in silenzio passate,
Colla pupilla vólta ai firmamenti
E colle mani alle reni appoggiate.

Favello a voi, cui nota è l'armonia
D'ogni cosa creata, e cui son noti
Cogli entusiasmi la melanconia
E gli sconforti; a voi favello, iloti,

Dannati a conservar la stessa creta
Leggendo dentro ai secoli venturi;
Dannati a scorger la splendida meta
Dietro le grate di carceri oscuri!

Favello a voi, per cui dolore e gioja,
Pari al lampo, non duran che un istante,
E che desiate, per fuggir la noja,
Un'angoscia od un gaudio incessante;

Favello a voi, che vivete com'ebri
D'un arcano licor sovra la terra,
Ed avete un uncino nei cerébri
Che l'Universo nei suoi moti afferra!

Noi siam mendíchi, a cui la gente antica
Le briciole lasciò di lauta mensa;
Viviam di stenti e il genio s'affatica
Dietro una turba di fantasmi immensa.

Gli antichi Numi, ispirator dei carmi,
Son morti nel sogghigno universale;
La Natura ci annoja; il suon dell'armi
Ne spaventa; ridiam dell'idëale;

L'amore è un campo in cui non resta zolla
Da fecondare; senza scrosci è l'ira;
Il nostro corpo e una corteccia frolla,
Mentre la mente a nuovi cieli aspira.

E nuovi cieli, splendidi, profondi
Come lo spazio, immaginar n'è dato….
Ma dall'estasi, a cui traggonci i mondi
Senza cifra, un poëta non è nato!

I nostri canti son feti già morti;
Sono la serpe che la coda addenta;
Son l'urna ove troviam pochi conforti
E la febbre che i giorni ne tormenta.

Noi li cantiamo a noi stessi soltanto,
E all'ultimo levita siamo eguali,
Che, derelitto nel suo tempio santo,
Celebrerà da solo i ritüali….

E non ci resta che cingere i fianchi
Col bigiastro mantel del pellegrino,
E correre la terra erranti e stanchi,
E abbandonarci ad un pazzo cammino….

Milano, luglio 1875.

LETTERATURA DISONESTA

A CESARE TRONCONI [1].

Que la muse, brisant le luth des courtisanes,
Fasse vibrer sans peur l'air de la liberté;
Qu'elle marche pieds nuds, comme la verité.
ALF. DI MUSSET.

Dunque perchè le pagine
Noi modelliam sul vero;
Perchè neghiam di battere
Ogni volgar sentiero;
Perchè volgiamo intrepidi
Le pensierose fronti
Alla più vasta cerchia
Di splendidi orizzonti;

Dunque perchè l'indagine
I nostri libri ispira;
Perchè i costumi ipocriti
Ci fanno schifo ed ira;
Perchè, toccando l'ulceri,
La nostra man non trema.
D'insultatori un popolo
Ci scaglia l'anatema!?

Scosso all'ingiusto oltraggio,
Tu ti contristi e piangi:
Nelle dolenti veglie
Fremi e la penna infrangi;
E, forse, al melanconico
Ingegno tuo tu chiedi
Se un mondo immaginario
È quel che ascolti e vedi!

Me pur gli insulti colsero
Dei grulli e dei perversi,
E, inesperto degli uomini,
Un tempo anch'io soffersi..
Allor pensai che inutile
Pazzia sono i miei canti,
Che un vano desiderio
È il vincere i pedanti!

E mi tentò, nell'aride
Mie notti d'apatia,
La vile idea di scegliere
Men faticosa via;
E, a tesser panegirici
Alla Morale e a Dio,
Nel branco delle pecore
Giurai d'entrare anch'io!

Evvia!…. Sorridi!…. Il fascino
Della verace Musa
Venne a guarir l'insania
Della mia mente ottusa!
E da quel giorno, libero
Da ogni dubbio codardo,
Contro i melensi e gli Arcadi
Io sursi più gagliardo!

E il temerario oltraggio
Come una celia accolsi,
E l'amarezza inutile
Nella risata io sciolsi;
E i profili ridicoli
Di grotteschi figuri
Della mia stanza vennero
A popolare i muri.

Una lanterna magica
Mi rallegrò le notti;
E vidi volti d'ùpupa.
Ventri che parean botti,
E smisurate orecchie,
E code smisurate,
E uno stuolo di scimmie
Da artisti camuffate.

Imitando dei chierici
La vieta filastrocca,
Tutte ad insulse nenie
Aprivano la bocca;
E, mentre mi passavano
Lentamente dinanti,
Un'eco lontanissima
Ne ripeteva i canti:

"Heine e Musset son scettici
"Degni dell'odio umano;
"Giorgio Byron non merita
"Una stretta di mano!
"Con quei che il vero parlano
"Non si discute mai!….
"Se sonvi error, celiamoli;….
"Correggerli?…. Giammai!

"Lasciam che il mondo seguiti
"Le usanze inveterate;
"Che le donne ci aizzino
"A passioni dannate;
"Che le fanciulle uccidano
"I bambini illegali;
"Che le piaghe si coprino
"Con fiori e madrigali!

"L'amor del mondo è soffio….
"Ma guai chi fa all'amore!
"Giusto è che i vecchi imprechino
"Dei giovani al vigore!
"La Società dev'essere
"Il modello dell'Arte….
"Ma noi vogliamo scorgerla
"Soltanto da una parte!

"Perché della famiglia
"Son sante le affezioni,
"Non canterem che bamboli,
"Che madri in ginocchioni;
"Non canterem che Sindaci
"Che porgono l'anello;
"Consulteremo il Codice
"Per giudicare il Bello!

"Per chi dirà che esistono
"Altre fonti di gioja;
"Per chi dirà che a scrivere
"Al par di noi si annoja;
"Per chi dirà con libera
"Parola un'opinione,
"Invocheremo l'indice,
"La Santa Inquisizione!

"Su, giovinetti!…. Facile
"Strada v'abbiam dischiusa!
"Crear vorreste?…. È inutile!
"Deve copiar la Musa!
"Deve copiare!…. E il plauso
"Le largiranno tutti….
"E grideranno al genio
"Babbi, mammine e putti!

"Lasciate che combattano
"Per le donne gli stolti!
"Esse non saran l'ultime
"A graffiar loro i volti!
"Le donne sono un popolo
"Mansüeto di schiave….
"Non è d'un cuor di femmina
"Il buon-senso la chiave!

"Su, giovinetti!…. Facile
"Strada v'abbiam dischiusa!
"A magri pranzi assidasi
"L'indipendente Musa!
"Sol nella vita pratica
"Siate veristi!…. Il male,
"Fatto con volto ipocrita.,
"Diventa più idëale!!"

Ahimè!…. Superba Lirica,
L'ali su te ripiega!
Non già tuonar., ma ridere
Mi fe' quella congrega!….
Alle grottesche immagini
Dal letto mio, celiando,
Risposi, amico Cesare,
Coi versi che ti mando:

"Tutto è quaggiù possibile!
"Il tempo è omai passato,
"In cui, fanciullo e ingenuo,
"Mi son maravigliato!
"Degli antichi filosofi
"Or la saviezza imito;
"Alla meta so incedere
"Indifferente e ardito….

"E se color che insultanci
"Bandissero domani
"Che, per pudore, debbano
"Portar le brache i cani,
"Io, nel veder l'eccentrica
"Innovazion morale,
"Continüando a ridere,
"Direi: È naturale!"

Napoli, 16 marzo 1876.

[1] Cesare Tronconi, l'autore della Passione maledetta e delle Madri… per ridere. Cesare Tronconi, il romanziere più calunniato e più vilipeso dagli spigolistri. Ripeto a bella posta il suo nome per risarcirlo in parte della guerra sleale e vigliacca mossagli da alcuni giornalisti, i quali per non dargli voga erano andati d'accordo per chiamarlo l'innominabile…. tout court.

VERITAS, VANITAS!

Una sera piovosa, äutunnale,
Ora schivando il fango, ora una pozza.
Io seguii la carrozza
Che manda al Cimitero l'Ospedale.

Cimitero e Ospedal son buoni amici
E tengono fra lor conti correnti.
Davver, pochi clienti
Si dan l'un l'altro tanti benefici!

L'Ospedale gli manda i suoi defunti,
E il Cimiter lo paga col dolore,
Che rende infermo il cuore
E fa le donne e i giovinetti smunti….

L'Ospedale gli manda le sue spoglie,
E il Cimiter gli manda i suoi pöeti,
Che in mezzo ai sepolcreti
Tentano col pensier le eterne soglie….

La carrozza che va dall'Ospedale
Al Cimitero, portandovi i morti,
M'ha dati più conforti
Che non millanta libri di morale!

Filosofando, io le cammino allato
E vo pensando a chi dentro vi giace,
E, spesso, mi do pace
Se per caso quel dì non ho pranzato!

La colomba che sopra v'è scolpita
Par che dica, mandandomi un saluto:
"Che giova esser vissuto!
"Che giova il darci pena della vita!"

Or, quella sera, deposte le bare,
Il negro carro era diggià partito,
Ed io, come impietrito,
Restai del camposanto al limitare.

Là m'inchiodava una visione strana,
Di quelle che sa far soltanto il Vero,
E che vede il pensiero
Sol di chi studia la Commedia Umana.

Una vecchia magrissima e grinzosa
S'era posta a seder sovra le bare,
Ed io l'udìa cantare
Una canzon con voce cavernosa.

La solinga megera, gravemente,
S'accompagnava nelle note basse
Battendo sulle casse
Coll'ossa delle gambe macilente.

Elia diceva: "Io son la portinaja,
"E sono vecchia, e di pessimo umore….
"Ma quando ero sul fiore
"Degli anni, allora, ero leggiadra e gaja!

"Quanti baci, quand'ero ancor fanciulla,
"Su queste spalle secche e questa bocca
"Ora, bazza a chi tocca!
"Io vo' morir, che non son buona a nulla!

"Forse, qui dentro, in queste casse bianche
"Han chiuso qualche giovane d'allora,
"Che si tolse all'aurora
"Dalle mie braccia, colle membra stanche!

"Forse, a quel tempo, egli m'avrà adorata
"Come a ventanni un'illusion si adora!
"Il giovane d'allora
"Amore, arte, piacer m'avrà chiamata!

"Chicchetussia dei mille amanti miei,
"Che mi presti la bara a seggiolone,
"Sappi che un'illusione
"Per te, se fosti vivo, ancor sarei….

"E sarei la più triste e la più grama,
"La più steril di pace e d'allegrezza,
"E potrei d'amarezza,
"Non più di gaudio, pagar la tua brama.

"Sappi ch'io sono ancora un'illusione,
"Ma non siccome un dì bella e gioconda,
"Né alla mia treccia bionda
"Chiederesti il profumo e l'oblivione!

"Sappi che piangeresti in mia presenza,
"Perch'io son l'illusion la più inumana;
"La più caduca e vana;
"L'illusion dei sepolcri: l'Esperienza!"

Agosto 1876.

LE DEMOLIZIONI

A EUGENIO TORELLI-VIOLLIER.

Pietre, da tanti secoli
In un bacio congiunte,
Travi e barre, dall'acqua
E dal sole consunte,
Barcollanti casipole,
Ieri viventi ancora,
Oggi il Tempo vi mormora:
"È giunta l'ultim'ora!"

Il Tempo!… Il triste scettico;
L'êra, l'anno e l'istante;
L'orco che mangia i popoli;
L'impassibil quadrante;
La sfinge inaccessibile;
Il mistico serpente,
Che afferra, eterno circolo,
La sua coda col dente.

In un nembo di polvere
Cadon le vecchie mura;
Sembran côlte le tegole
Da un'orrenda paura;
Ed i balconi, vedovi
D'imposte e senza vetri,
Sovra i passanti guardano
Come occhiaje di spetri.

Povere case!… Il rantolo
Della vostra agonia
Fu lungo!… Il dì novissimo
Lentamente venìa!
Barbari sempre, gli uomini
V'han fatto i funerali,
Pria che cadeste vittime
Sotto i colpi mortali.

E accanto a voi scolpirono,
A scherno, in questi giorni,
Di fastosi palagî
I superbi contorni.
Ah! quei colossi risero
Di voi pigmei morenti,
E più amari vi fecero
I fatali momenti!

Povere case!… Io vagolo
A voi dintorno.—È notte.
E l'ombre dalle fiaccole
Rosseggianti son rotte;
E, somiglianti ai demoni
Cui l'eccidio conduce,
I pïonieri nereggiano
Sugli sprazzi di luce.

Ed io penso alla storia
Delle mura cadenti;
Ai drammi, alle commedie,
Agli idilii innocenti
Che si ordiron per secoli
Nelle piccole stanze
Ed impressero un marchio
Sulle umane sembianze.

Ed io penso alle veglie,
Alle insonnie, ai riposi,
Alle fedi, alle infamie,
Ai convegni amorosi,
Ai sorrisi, alle lagrime,
Ai dì foschi, ai dì lieti,
Ai pöemi che videro
Quelle quattro pareti!

Oh!… non ridete, splendide
Case dai freschi ornati,
Palagî da una magica
Mano in un dì crëati!
Or tutti a voi sorridono
Con beata alterezza
Ed i vostri muri spirano
La balda giovinezza….

Ma verrà il dì che i posteri
Vi chiameran capanne,
Ed al suolo abbattendovi,
Come fragili canne,
Tesseranno una lirica
Sovra i detriti immani….
Più caduchi edifizii
Innalzando il domani!

Tu sol, bigio fantasima,
Gotico tempio altero.
Tu, frastaglio di guglie,
Tu, gigante severo,
Vedrai le metamorfosi
Dei giorni che verranno,
Sogghignando alla gioja,
Sogghignando all'affanno!

Finchè il Tempo, il terribile
Tarlo che rode il mondo,
Verrà te pure a spingere
Nell'abisso profondo;
E forse, fra un millennio,
Quivi sostando un uomo,
Tenterà di far credere
Che tu esistevi, o Duomo!….

Eugenio, sono effimeri,
Al par di queste stanze
D'ogni mortale i gaudii
I pianti e le speranze;
Il passato è macerie
Su cui sorge il presente,
E l'avvenire è il figlio
D'un vegliardo cadente.

Oh! umani eventi! oh! frivole
Parvenze d'un istante!
Perchè dunque ci esagita
Questa febbre incessante?
Perchè dunque sussistono
Il sepolcro e la culla?
Perchè mai tanto fremito
Se tutto attende il Nulla?

Perchè?… Perchè lo struggere
E il crëar son la vita;
Perchè la noja è l'unica
Larva da noi fuggita;
Perchè questa è l'armonica
Legge dell'universo;
Perchè senz'essa il cérebro
Non mi darebbe un verso!

Milano, 2 ottobre 1875.

IN MORTE DI EMILIO PRAGA[1]

Egli visse sognando e sogna ancora
Chiuso per sempre in questa negra bara;
Sogna il tripudio della nuova aurora
E il fior, che per il maggio si prepara.

Quand'ei moveva per le nostre vie
Parlava sempre del supremo giorno,
Ed un nembo di canti e d'armonie
Al grosso capo gli aleggiava intorno.

E poi che il guardo umano invan s'attenta
Di legger della Morte nei misteri,
Ei rafforzava la pupilla lenta,
Oppur tarpava il volo ai suoi pensieri.

E, spaventato dal fatal problema,
Triste amatore d'un'estasi arcana,
Cantava a sè medesimo un pöema
Inebbrïando la sua forma umana!

Or, ditemi, fu in lui colpa o sventura
Questo dispregio dei nostri costumi?
Dobbiamo noi su questa sepoltura
Rammentar la sua vita o i suoi volumi?

È vero!…. È vero!…. Ei calpestò un affetto,
Che men compianta potea far sua vita!….
È vero!…. È vero!…. Al domestico tetto
Per lui la mensa fu di duol condita!….

Ma chi di noi, sovra il proprio cammino,
Non calpestò, rimpiangendolo, un fiore?…
Nascer pöeta è orribile destino!
Il cérebro talor soffoca il cuore!

Oh! guai nascer pöeta ove la Musa
Non trova il pane per nudrire i figli!
Ove ogni sciocco delle labbra abusa
Per esser largo solo di consigli!

Oh! guai nascer pöeta ove il sol splende
Ed infervora i cantici ispirati,
Ma dove l'uomo allori e culto rende
Soltanto ai pensatori trapassati!

Costui vivrà da pochi consolato,
Fra il bivio orrendo d'essere un buon padre,
O di spezzar la cetera indignato,
Per altre voluttà meno leggiadre!

Costui vivrà la famiglia cantando,
La famiglia idëal,—cui dritto avea—
E ch'egli dovè perder lagrimando….
Chè, coi versi, nudrir non la potea.

Noi, cui sorride l'italo orizzonte,
Siamo un popol di bimbi analfabeti!
Da qualche lustro appena alziam la fronte….
Siam troppo grami per pagar pöeti!

Non turbi adunque questo popol gramo
Il sepolcro d'un povero cantore….
Meditiam la sua vita e confessiamo
L'ignoranza d'un secolo e l'errore!

Emilio! Emilio!… Son le tue parole
Ch'io ripeto commosso… e (lo rammento)
Da te un giorno le udii che le vïole
Dicean l'april con profumato accento.

E tu piangevi per le tue sventure,
Antiveggendo questo estremo istante,
Senza sentirne le viete päure
E mentre il viso tuo parea raggiante!

Poi soggiungesti sorridendo: "Amico,
"Quando mi porteranno al cimitero
"Verrai tu pure, com'è l'uso antico,
"A far dei versi sul mio drappo nero;

"Ma ti ricorda degli accenti miei,
"Ed agli astanti, quel dì, li ripeti….
"Se tu prima morissi, io li vorrei
"Ripetere fra i mille sepolcreti.

"E là, dove la Morte i ricchi accoglie
"E i poveri del par, tutti eguagliando,
"Mi parria che dovrebber le tue spoglie
"Ascoltare i miei versi giubilando!"

…………………………

Quest'oggi, in cui la legge di Natura
Te primo, Emilio, al dì fatal condusse,
D'ogni giogo servil la mente pura,
Pieno il cor delle mie fedi inconcusse,

Io vengo a replicar su questa bara
Le tue parole; io compio il tuo desìo….
E sento, amico, che mi è meno amara
L'ultima volta che ti dico: Addio!

[1] Questi versi vennero letti dall'autore il giorno 28 dicembre 1875 sul feretro del poeta delle Penombre.

ANACREONTE

Fra le colonne—d'un bianco tempio
Sacro a Minerva,—la Dea propizia
Ai savî, austera Dea,
Pensieroso sedea

Anacrëonte,—cantor dei fervidi
Baci e degli inni—nati fra i calici
E delle porporine
Rose allacciate al crine.

Sedea pensoso,—stringendo l'abile
Stil nella destra,—la intatta tavola
Sulle gambe giacente
Guardando avidamente.

Un sacerdote—dall'occhio linceo
Di là passava;—vide l'insolito
Vate nel sacro albergo
E gli si fece a tergo.

Ei non udìllo;—come le statue
Chiuse nel tempio—pareva immobile,
E la fisa pupilla
Non mandava scintilla.

Spesso la destra—la cerea tavola
Avvicinava;—ma sulla tenue
Veste che la copriva
Non un verso scolpiva.

E d'inusato—pallor coprivansi
D'Anacrëonte—le tempia, e l'unghia
Tormentava la lama
Con rabbïosa brama.

Nella clessidra—cadea la polvere,
E intorno, intorno—con suon monotono,
Sotto le arcate fosche,
Ronzavano le mosche.

Alfin lo stile—sovra la tavola
L'acuta punta—venne a configgere,
E con note indefesse
Questo cantico impresse:

"Perchè mi manca nel pensier la vita?
"Perchè come una spugna inaridita
"Mi sta il cervel nel cranio?
"Perchè la luce mi niega i colori?
"Perchè il profumo mi niegano i fiori,
"E la Musa un esametro?

"Non sono io quello che i ridenti canti
"Questa notte vergò?—Perchè gli incanti
"Söavi, perchè l'estasi
"E l'armonia dei non studiati carmi,
"Come donne, veniano a visitarmi,
"Innamorate e ingenue?

"Ed or ch'io chieggo un verso, una melòde;
"Or che una sete mi esagita e rode
"Di profumi e di cantici,
"Non una lieta immagin mi consola,
"E invano alla mia Musa una parola
"Io chieggo in elemosina!

"Forse Minerva, l'äustera diva,
"Si vendica di me;—greggia votiva
"Non reco;—nel suo tempio
"Prima di questo giorno io non entrai;
"Gli amori, il vin, le rose io sempre amai!;
"Minerva ama il trapezio!

"Anacrëonte dai versi söavi
"Non t'è propizia la Diva dei savi!
"
"Dirà ridendo il popolo….
"Stolto!… Il più savio è chi gode la vita!
"Il più savio son io!… Pòpol m'addita
"Qual'è dunque il mio tempio!

"No!… Minerva è propizia al mio poeta!
"Io sono un savio dalla fronte lieta!…
"Rido, ma penso!—Ahi!… dubito
"Che la mia Musa, de' miei baci stanca,
"Or m'abbandoni!… Già il mio crin s'imbianca
"E gli occhi miei si offuscano!…

"Nave sdruscita, si rintana in porto
"A morir nella noja e lo sconforto!
"Oh!… splendide memorie!…
"Solcasti l'onde un dì, di fiori ornata,
"E sulla tua bandiera inalberata
"Stava scritto:—Odi Erotiche.

"Venian da lunge a udir la melodia
"Che dalle tue seriche sarchie uscia
"Sotto la man de' Zeffiri,
"E del mar della vita i nocchier stanchi
"Si fean dappresso ai tuoi dorati fianchi
"Per guarir dalla noja.

"Giungevan mesti e cogli occhi infossati
"E partivano lieti e consolati
"In cor benedicendoti;
"E, giunti in patria, alle persone care
"Recavan, talismano salutare,
"Un'ode a Bacco o a Venere.

"Or sei sdruscita; le sarchie di seta
"Son rotte; il fianco tuo puzza di creta
"Guasto dal tarlo e fracido!…
"Povera nave, ti rintana in porto
"Ahimè!… Pria di perire di sconforto
"Languirai di memorie!

"O Musa mia, dammi un ultimo canto,
"L'estremo bacio sia, l'estremo incanto
"Dell'amor tuo!… D'un'estasi
"Fammi ancora bëato!… E poi… ch'io muoja!
"Più della morte ho in orrore la noja….
"E il dolore di perderti!

"Ahi!… Vane preci!… Nel pensier la vita
"Mi langue!… Come spugna inaridita
"Mi sta il cervel nel cranio!
"Ahimè!… La luce mi nega i colori!
"Ahimè!… Un profumo mi niegano i fiori
"E la Musa un esametro!"

Sovra il suo ciglio—brillò una lagrima;
Scosso era il labbro—da un lieve tremito;
E la spaziosa fronte
Chinava Anacrëonte.

Allor dei vate—battè sull'omero
Il sacerdote,—la cerea tavola
Colla destra additando,
E disse sogghignando:

"Pazzi e pöeti—sono sinonimi!
"Tu della Musa—ti lagni, il ciglio
"Ancor molle hai di pianto….
"Ed hai crëato un canto!

Luglio 1875.

EVO MEDIO

(A GIUSEPPE GIACOSA)

Oh!… Il bel tempo dei miracoli,
Dei giulivi menestrelli,
Delle fate, degli spiriti
E dei magici castelli!
Oh! il bel tempo dei pigmei,
Delle imprese e dei tornei!

Oh!… Il bel tempo delle maglie,
Dei vestiti di velluto,
Quando Iddio, la dama e il trono
Si rubavano il tributo,
E cantavasi il perdono
Sul motivo dei fendenti,
Ed insieme pullulavano
I castelli ed i conventi!

Oh!… Il bel tempo dell'assiduo
Alternar di paci e guerre,
Quando i vescovi aggiravansi
Cavalcando per le terre,
Mentre ai piè delle Eminenze
Chiedean tutti le indulgenze!

Beppe, il mondo di quell'epoca
Pare un mondo immaginario!
Il ladron della mattina
Bacia a sera un reliquiario;
Sulla massa che cammina,
Come pecore attruppate,
S'erge sempre, quasi a bussola,
Il cocuzzolo d'un frate.

* * * * *

Eran più che innumerevoli
I colori delle tonache;
Una mistica lussuria
Dava l'estasi alle monache;
E cantavansi a distesa
Inni e salmi nella chiesa.

Sovra un asse Frate Angelico
Dipingea le sue Madonne;
Sempre azzuro il manto aveano,
Sempre rosse avean le gonne;
N'era il capo incoronato
Da un bel circolo dorato.

Gli alchimisti si sfiatavano
Sulle brage dei fornelli;
I teologi soffiavano
Nei fanatici cervelli;
Il delirio universale
Era l'or filosofale.

Si chiedeva allo Zodïaco
L'avvenir delle persone;
I romiti fabbricavano
Le medaglie e le corone;
E diceano i benefíci
Dei flagelli e dei cilici.

Come noi si va in America,
Lor si andava in Palestina;
Qual tesor ne riportavano
Una scheggia peregrina
Della croce di Gesù….
Nè chiedevano di più!

* * * * *

Oh!… I corteggi all'Evo Medio
Nei trionfi e nelle feste!
Oh! i cavalli, i fanti, i carri,
L'oro e i drappi sulle teste!
Eran splendidi e bizzarri
I corteggi d'un possente,
Smaglïanti come il crotalo
Sotto il sol d'Affrica ardente.

Nani, alfieri, paggi e chierici,
Gente bella e foggie strane
E buffoni e trovatori
E vezzose castellane
Ed in mezzo ai gran signori,
Del suo prence a mano manca,
La ventraglia d'un cenobita
Su una mula tutta bianca!

Imbandíansi sulle tavole
Le vivande in piatti d'oro;
Il vestito delle dame
Era un piccolo tesoro:
Della plebe il brulicame
Facea ressa nelle vie,
Quando andavano a godersela
Monsignori e Signorie.

Poi le danze! Al suon di pifferi
Di sirvente e di mandòle
Tarantelle e cavalloggie
Alternavansi a spagnole;
E, vedute dalle loggie,
Quelle genti a più colori
Un gran mazzo ti parevano
In cui vita aveano i fiori.

* * * * *

L'Evo Medio si compendia
Nella chiesa e nel castello;
Dominavan le nazioni
Un guerriero o un fraticello;
Fra le mille devozioni,
(Sacerdote il trovatore)
Una sola era pregevole,
Beppe: quella dell'amore!

Nelle chiese c'era l'organo,
Avean trombe i cavalieri,
Ma la musica del popolo
Era quella dei trovieri
E le libere parole
Uscian fuor delle mandòle.

Oh!… I bei tempi!… Il nostro secolo
È una nenia e non un canto!
Noi siam lucciole sbiadite,
Essi il fuoco, essi l'incanto!
Oggi i bozzoli e la vite
Ci preoccupan l'idea
Più dei lauri e della gloria
D'una bellica epopea!

Oh!… I bei tempi!… Eppur s'io medito
Sulle stragi dei possenti;
S'io ricordo il Sant'Uffizio
Ed i roghi dei sapienti;
S'io rifletto alle baldanze
Di tiranniche ignoranze;

Benedico le vittorie
In onor dei Veri eterni,
E il prosaico vestimento
Dei filosofi moderni;
Benedico dei presenti
La volgar monotonia;
Nella scienza e nei negozii
Trovo ancor la poesia!

Penso, è ver, che in tutti i secoli
Si pareggian beni e mali;
Che gli umani desiderii
Han confini sempre eguali….
Ma davver sono contento
Di non viver nel trecento.

Agosto, 1876.

IL SECOLO DI PERICLE

(AL MAESTRO GIOVANNI RINALDI)

Sotto la ferrea—clava spartana
Isterilivasi,—schiava gemente,
La nata libera—volontà umana.
Delfo, silente,

Sull'aureo tripode—parea dormire,
Poichè le belliche—tube eran mute,
Nè più all'Oracolo—chiedevan l'ire
Senno e virtude.

Nojata e gelida—la Pitonessa
Sonar nel tempio—non intendea
Che d'una vecchia—la voce fessa
Cui, sorda, Igea

Degli anni all'ónere—curva lasciava,
O qualche timida—prece d'amore
Che su virginee—labbra mandava
L'ansia del cuore.—

Tebe era mutola;—tacea Corinto;
Messene, esangue,—nelle sue mura
Chiudeva un popolo—per sempre vinto
Dalla sciagura.

Brandían gli Ellenii—zappe e bipenni!
Di illustri ceneri—piene eran l'urne,
E le Olimpiadi—venian solenni
E taciturne

A baciar l'ampie—fronti dei saggi…
Ma, in fondo ai bigî—tempi, un fulgore
Brillava… ed erano—gli accesi raggi
Di Atene in fiore.

A TAIDE

Taide, il mondo è un'accolita
Di sciocchi e di bricconi;
A poche menti garbano
Le libere canzoni;
Gli sciocchi non camminano
Che coi piedi degli altri,
E l'armi degli scaltri
Son frasi e ipocrisia.

Il labbro, che ti predica
L'azzurro e la morale,
Beve, nell'ombra, al lurido
Nappo del baccanale;
Le donne oneste mostrano
Nudo ai teatri il seno
E chiameranno osceno
Questo povero canto!

In custodia ridicola
Ognun stringe la sposa….
E volge all'altrui talamo
La mente desïosa;
Mille impotenti giovani
Sparlan dell'altrui donne….
E delle proprie nonne
Si fanno i paladini!

È l'infanzia un miscuglio
Di lubrici misteri;
La pubertà ci innebria
D'ardenti desideri;
Ma i vecchi scaraventano
Sovra noi l'anatèma,
Se ne facciamo il tema
D'un'ode in settenari.

L'arte greca è lascivia
E l'insegna il pedante;
Porta e Goldoni estasiano
E venerato è Dante;
Ma se noi, baldi giovani,
Tessiamo un inno al Vero,
Sorge un popolo intero
A gridarci la croce!

Quadri, melodi e statue
E commedie e volumi
Tutti d'amor ci parlano
Negli umani costumi….
È una rancida nenia!
È un nojoso frastuono!
Sempre lo stesso tôno
Su una nota tenuta!…

Taide, tu pure, ingenua,
Alla nenia credesti!
Con chi primo ti piacque
Una notte giacesti….
E trovasti, togliendoti
Al convegno geniale,
L'infamia e l'ospedale
Dove morir di stenti.

Altre, di te più caute,
Si ribellano al mondo
E, odïandoli, agli uomini
Fanno il viso giocondo;
Ed, ingannate, ingannano;
E rubano, baciando;
E ridono, sputando
In fronte ai derubati!

Innanzi a lor si inchinano
Gli sciocchi riverenti,
E i poeti le ragliano
Con patetici accenti,
E le madri del popolo,
Che soffrono la fame,
Alle fanciulle grame
Le citano a modello!

Io nacqui troppo povero
Per comperarne i baci,
E non m'impiglio al vischio
Dei lor sguardi procaci;
Delle fanciulle ingenue
La ritrosia m'annoja,
Chè dell'amor la gioja
Non disgiungo dai sensi.

Le donne oneste adescano
Senza conceder mai;
Fra gli imbecilli, o Taide,
Finor non m'imbrancai!
Odio gli altari e gli idoli
A cui la turba grulla,
Senza ottener mai nulla,
Si inginocchia pregando!

Spose od amanti, il talamo
E la tomba d'amore!
La noja o l'amicizia
Lo sùrrogan nel cuore….
Il Piacer, che n'è figlio,
Come l'Ebrëo Errante,
Con ardore incessante
Cerca novelle forme!

Taide, tu sola, vittima
Degli umani disprezzi,
Ai tristi che ti insultano
Rendi lagrime e vezzi,
Chè le fanciulle povere
Dal sangue ardente e buone,
Perdendo un'illusione
Non si mutano in serpi!

Tu sola sei possibile
Per le menti severe,
Che le catene abborrono
Adorando il piacere!
Tu, che ai ricchi ed ai poveri
Mostri un egual sembiante
E accogli in un istante
Ogni filosofia!

Tu, che non rechi i triboli
D'un amore geloso;
Che non ti atteggi a vittima
D'un dolor fastidioso;
Tu, che ti serbi vergine,
Anche da lebbra infetta
Che bocca maledetta
T'infiltrò nelle carni!

Tu, con cui scorre libera
E aperta la parola;
Tu, d'ogni umana lagrima
Educata alla scuola;
Tu, che dai per un obolo
Ciò che l'altre, per anni,
Con amarezze e inganni,
Vendono a caro prezzo!

No!… L'amor non è l'unica
Gioja al mortal concessa!
Anche l'odio ha i suoi gaudî!
E la vendetta anch'essa!
E l'han le acute indagini
Note ai sapienti, e l'ore
Consacrate all'ardore
D'un ambizioso sogno!

Vieni, povera vittima,
Vieni!… Al tuo sen mi stringi!
Al par di mille ipocrite,
Taide, il delirio infingi!
A sozze man proficua
Tu stessa non comprendi
Che la merce che vendi
È una perla preziosa!

Vieni!… Svanita l'estasi
Col sol di domattina,
Ti lascerò, per correre
Dietro un'Arte Divina….
Nè subirò la nenia
Di promesse o lamenti,
Che dei versi fluënti
Potrian rompermi il filo!…

Milano, ottobre 1875.

LA NOTTE DI SAN SILVESTRO

La falange dei secoli stanotte
Si accrescerà d'un milite novello;
E di tanti dolor, di tante lotte,
Di tante gioje, raccolte in un anno,
Forse un'eco infedele per memoria
I dì venturi avranno!
Per legger dentro ai secoli remoti
Noi meditiam la forma d'un avello;
E i nostri figli, cui sarem mal noti,
Mediteran nei nostri cimiteri,
Dei nostri eventi tessendo la storia
E dei nostri pensieri.

E strana legge!… I tumuli silenti
Serban per lunghe etadi la parola,
Mentre le mille voci delle genti
Duran lo spazio che dura un istante,
E vanno dei superstiti a morire
Nel frastuono incessante!
Ah!… Chi potrà afferrar l'attimo arcano
Che al tempo stesso sussiste e si invola?!
Chi mai potrà indicar con ferma mano
Il limite sottil che fu segnato
A divider fra loro l'avvenire,
Il presente e il passato?!

E noi viviamo; ed ogni dì che fugge
Segna una ruga sulla nostra fronte;
E un'agonia lentissima ne strugge;
E, tremebondi, a noi stessi chiediamo
Se esisterem, trascorso un anno, ancora;
E mormoriam: "Speriamo!"
E interroghiamo gli eventi passati,
E gli amori, e i dolori, e l'ire, e l'onte;
E dai mille fantasimi evocati
Attendiam le speranze ed i conforti,
Baciando i figli che vedon l'aurora
E ripensando ai morti.

Oh!… Tomba sconfinata!… Oh! Eterno Nulla!
Tremendo Iddio che le esistenze ingoi!
Oh! Infinito cammin!… Campagna brulla
Dai nebbïosi orizzonti!… Ocëàno
Sovra i cui flutti non scerne la sponda
L'ansioso sguardo umano!…
Dimmi, rispondi, che son divenuti
I giorni senza numero, e gli eroi,
E i popoli, che in sen ti son caduti?
Che mai facesti tu di tanta polve
Che, come l'onda s'accavalla all'onda,
Su sè stessa s'avvolve?

Che mai facesti tu di tante glorie,
Di tanti pianti e di tanti sorrisi?
Che giovano ai presenti le memorie
Se chi lasciolle eternamente è spento?
Oh!… Triste scherno!… Un'êra di mill'anni
S'accoglie in un accento!
Oh!… Triste scherno!… Il mozzicon di sego,
Nella cui scialba fiamma ho gli occhi fisi
E presso a cui scrivo e bestemmio e prego,
Val più dei raggi insiem moltiplicati
Che piovvero dal sol su gaudi e affanni
Nei secoli passati!

Oh!… Triste scherno!… Il mio vecchio bastone
Vale gli scettri dei re che son morti!
Il mio gramo cappel val le corone
Che il tempo infranse! E il mio mantel sdruscito
Val le toghe di porpora e di bisso
Del popolo quirito!!!
Cesare, Carlomagno e Bonaparte
Ove siete?… Ove siete?… I volti smorti
Spingete, o spettri, sovra queste carte….
Datemi voi l'accento arcano, il verso,
Ond'io possa descrivere l'abisso
Su cui sta l'Universo!

…………………………..

Io mi prostro!… In un'orgia di visioni
S'accascia la brïaca fantasia….
Veggo mari di sangue, e templi, e troni
Accatastati, e altari, e deliranti
Moltitudini, e donne, e bare, e fiori,
E spade luccicanti….
E tutta questa baräonda vola
Dinanzi agli occhi della mente mia;
S'apre ogni bocca e non dice parola;
Batte ogni piede ed un fruscìo non s'ode;
E, in fondo a un bujo ciel, senza fragori,
Ogni folgore esplode.

Talor frammezzo alla gente piccina
Giganteggia d'un Genio la figura;
Socchiusi gli occhi e colla fronte china
Passano i savî delle età trascorse,
Color che innanzi all'ardüo problema
Hanno esclamato: Forse!
Ed io, fiutando l'aura che circonda
Questa turba idëal che fa paura,
Sento le nari tormentarmi un'onda
Di lezzi e di profumi; una miscela
D'odor d'alcòve e di tombe; l'emblema
Che la carne rivela!

…………………………..

Dal suolo, ov'io gemevo, rovesciato
Come un tronco cui svelse la bufèra,
Io mi sollevo.—Il mio sogno è passato,
Al pari d'ogni gente e d'ogni evento;
Sorgo e, senza nudrir stolide fedi,
Alla vita mi avvento.
E a lei mi stringo, a questa grama vita
Irta di noje, vana e passaggiera,
Ma che all'avida bocca inaridita
Può ancor porger la mistica mammella!
A questa vita, il solo maravedi
Dell'umana scarsella!

Dolce tesor di mie brevi giornate,
Io ti vo' spendere in luce e in amore,
In lagrime e in ebbrezze spensierate!
Ah!… Ch'io frema!… Ch'io viva!… È nulla il resto!
Muoja chi non vuol vivere!… I piagnoni,
Non morti, io li detesto!…
Io sparirò pria che i capelli bianchi
M'abbian cinta la fronte, ed ho poche ore,
Ma vo' morir colla testa sui fianchi
Ignudi d'una donna amata e bella,
Ripetendo le libere canzoni
Di mia mente rubella!

Milano, dicembre 1876.

LA SENAVRA[1]

AI DOTTORI A. MAGNI E A. ARCARI.

Sognatori incorreggibili;
Fervidissimi credenti;
Cranî vasti e cranî piccoli
Dai cervelli turbolenti;
Furibonde crëature
Piene d'ansie e di paure;
Vociatori allucinati
Dagli spettri torturati;

Barcollanti paralitici
Avviati alla demenza;
Infelici, cui sovreccita
L'epilettica potenza;
Pellagrosi, a cui la Fame
Dissanguò le carni grame
Per dipingere le rose
Delle mense sontüose;

Catalettici, insensibili
Come il cuor d'una beghina,
Dallo sguardo spento e immobile,
Dalla testa sempre china,
Cui l'orrenda malattia,
Ch'è peggior dell'agonia,
Indurì la gamba e il braccio
Come il ferro e come il ghiaccio;

Idïoti tardi e sucidi
Dalle stolide risate;
Silenziosi melanconici
Dalle fronti ottenebrate;
Vecchi e bimbi, uomini e donne,
A cui celan vesti e gonne
(Dalla modula uniforme)
La goffaggin delle forme;

O pöeti, cui, per esserlo,
Non mancò che l'equilibro;
O confuse e sparse pagine
Che talor non fan più un libro;
O filosofi egoïsti
Che furiosi, o lieti, o tristi,
Suggeriste un entusiasmo
All'indagine d'Erasmo;

Io vi veggo dell'Ospizio
Negli androni lunghi e scuri
Sfilar tutti e, a larve simili,
Rasentar gli scialbi muri;
E me stesso e il mondo oblio
Nell'udir lo stropiccìo
Delle scarpe trascinate
Sulle pietre levigate.

Quest'Ospizio, or non è un secolo,
Era un chiostro solitario;
Vi dormian, tranquilli, i monaci
Fra una cena ed un rosario:
Quella pace chi rimembra?
Tutto muta!… E il chiostro or sembra,
Per le grida e il chiasso eterno,
Una bolgia dell'inferno!

Quanti sogni!… Quanti fascini!
Quanti inani desideri!
Quante vacüe dovizie
Di ipotetici forzieri!
Quante inutili ambizioni
Irte a mille umiliazioni!
Quanto spreco di esistenze
Per ridicole parvenze!

Quanto fremer di battaglie
Idëali in queste mura!
Che splendor di luci incognite!
Che prodigi di natura!
Che profumi di giardini….
Nel pensiero dei meschini!
Che romane orgie evocate
Dalle femmine eccitate!

Salve!… Salve!… Questo popolo,
Che stropiccia i corridoi,
È di re un'augusta accolita!
È un manipolo d'eroi!
Sono artefici immortali!
Sono duci e generali!
Sono menti sovrumane!
Son duchesse e cortigiane!

Questo giovane, che medita,
È un sapiente… che sa nulla!
Questa vecchia ottuagenaria
Va affermando esser fanciulla!
Questo mostro d'ambizione
Vi domanda un mozzicone!
Questo semplice artigiano
Vuole onori da sultano!

Una donna, melanconica
E dal volto deformato,
Vi susurra: "Dunque, Emilio,
"Non m'inganno!… Sei tornato!"
Ed un'altra, in foggie strane,
Si rimbocca le sottane
Al disopra dei ginocchi,
Ammiccandovi degli occhi!

Chi combatte cogli spiriti
Grida, impreca e il braccio ruota;
Altri, al suol cadendo supplice,
Resta in estasi devota;
Poi proteste, insulti ed ire!…
"Io son savio!… Voglio uscire!
"Scellerati!… Al cenno mio
"Ubbidite!… Io sono Iddio!…"

Se la vita è un mar simbolico,
E se noi siam naviganti;
Se quaggiù bonaccie e turbini
Voglion dir sorrisi e pianti,
O miei buoni, questa gente,
Che non sa dov'è l'oriente,
Questi miseri sparuti
Sono naufraghi perduti!…

Ahi!… La Scienza, con un gemito,
Dietro a lor perde il coraggio,
Nè sa ancor qual sia la gomena
Da gettar pel salvataggio!
Incessante l'uragano
Scuote il rabido oceàno….
Ed i fragili intelletti
Si frantuman tra gli affetti!…

Fedi e infamie, amori ed odii,
Amarezze ed illusioni!
Ecco i venti, i nembi, i fulmini!
Ecco i tristi cavalloni!
Fino il duol del padre oppresso
Nei nepoti resta impresso,
E van pazzi a cento a cento
Per chimerico spavento!

O follia, sei tu un'orribile
E fantastica megera
Che trapassi in mezzo agli uomini
Come rapida bufera,
E che godi, sghignazzando,
A toccare il fronte blando
Del dormente nëonato
Con un dito arroventato?

O Follia!… Cupa voragine!…
Viver… morti!—Esser sepolti….
Nè saperlo!—Aver lo spregio….
E non leggerlo sui volti!
O Follìa!… Pensier tremendo!…
Forse l'estro ond'io m'accendo
È lo stigma del Destino,
Che mi colse da bambino!…

…………………………..

Le notturne ore discesero;
Son deserti i foschi androni;
Già i maniaci s'addormentano
Nei squallenti cameroni;
Già dei poveri sospetti,
Presso l'ànsole dei letti,
I metodici guardiani
Assicuran piedi e mani….

Deh!… Con sogni placidissimi
La pietà li benedica!
Chè sui pazzi sta l'anàtema
D'una duplice fatica,
E domani essi dovranno,
Quando tutti sorgeranno
Dell'albore ai raggi incerti,
Risognare ad occhi aperti!…

Dalla Senavra, 26 settembre 1876.

[1] La Senavra è il nome dell'ospizio dei pazzi di Milano.]

IN ALTO

(A GIUSEPPE GALLOTTI)

Non domandarmi un cantico
Per le umane passioni!
L'inesorabil logica
M'impone altre canzoni;
Io non posso più esprimere
Nè il pianto, nè la gioja,
Chè mi vennero a noja
Le lagrime e i sorrisi dei viventi.
Mi rifiuto all'analisi
Delle cose crëate,
Per viver nel delirio
Di altezze sconfinate;
Ivi è un eterno fascino,
Ivi, un pugno di polve,
Che ignoto soffio avvolve,
Sembrano gli astri nello spazio ardenti.

Dinanzi alla voragine
Dell'eterna armonia
Le passioni degli uomini
Perdon la poësia;
Così l'estremo rantolo
Del nocchier si confonde
Col ruggito dell'onde,
Su cui passa, tuonando, la bufera!…
Il Bene e il Mal s'intrecciano
Nell'assidua natura;
Il Bene e il Mal s'alternano
Con sapiente misura;
E, indivisi, si aggirano
Fra il turbo dei viventi,
Gelidi, indifferenti
A chi piange, a chi ride ed a chi spera.

La medaglia simbolica,
Dalla gianica faccia,
Ha nella prima il gaudio,
Nell'altra la minaccia;
Ma si palesa agli uomini
Sempre con fronte eguale,
Perchè nel Ben sta il Male,
Perchè nel Male sta del Bene il germe.

I contenti e le lagrime
Dei poveri mortali
Per varïar di secoli
Saranno sempre eguali;
I desiderii fervono
In ogni crëatura…
E il gaudio o la sventura
Vengono a soddisfar l'umano verme,

E poi che un giorno ridere
O pianger gli è concesso,
Torna dei desiderii
Il popolo indefesso;
La noja uccide il gaudio
Ed il dolor si accheta…
E la caduca creta
Ribeve al fonte dell'antica speme!
È una storia monotona
Degli uomini la storia!
Sempre lo stesso fremito
Di bassezze e di gloria!
Sempre gli stessi gemiti
Per gli stessi dolori!
Sempre gli stessi amori!
Sempre il labbro che ride e quel che geme!

Al suon delle battaglie
Succedono le paci;
Dopo l'orgie del sangue
Vengon quelle dei baci;
Come fantasmi, i popoli
Agitando le braccia,
Contorcendo la faccia,
Per un istante passan sulla terra….
Nè resta che una debole
Eco di tanti eventi,
Che nel frastuon va a perdersi
Delle novelle genti,…
Poi ricomincia il turbine
Dei desiderii arcani,
Che dai cervelli umani
Elettrico incessante si disserra!

Dal sorriso d'un popolo
Nasce d'un altro il pianto;
Per una gente è un empio
Chi per un'altra è un santo;
E le bufere scrosciano,
E il sol sfavilla, e i fiori
Si veston di colori,
E nello spazio rotëan le stelle!…

Tutti, mendìchi e principi,
Deboli e forti, tutti
Proviam gli stessi gaudii,
Abbiam gli stessi lutti!
Il Bene e il Mal ci scuotono
Coll'istessa potenza,
E l'umana sapienza
Alla gran legge invan si fa ribelle!…

No, il sorriso degli uomini,
No, degli uomini il pianto,
Nel cranio mio non destano
Giocondo o mesto un canto;
Perch'io so che le lagrime
Fan più dolci i sorrisi;
Perch'io so che indivisi
Il Bene e il Mal s'aggiran fra i viventi.
Sol nell'immensa sintesi
Delle cose crëate,
Nel supremo delirio
Di altezze sconfinate
Trovo dei carmi il fascino!
Ivi, un pugno di polve,
Che ignoto soffio avvolve,
Sembrano gli astri nello spazio ardenti.

Giugno 1875.

CIRCOLO

(A PAOLO GORINI)

Un dì d'autunno, al tramontar del sole,
In un ermo giardino entrò la Morte;
E impallidìr le rose e le vïole
Presàghe di lor sorte.

Le foglie, scosse da leggiero vento
E per sottil pioviggin lagrimanti,
Siccome colte da orribil spavento
Si fecero tremanti.

E dal bigiastro ciel, parlando ai fiori,
Disse una voce: "Così vuole Iddio!
"Voi dovete morire!—Addio colori!
"Olenti effluvii, addio!"

E la Morte passava.—Un'armonia
Di indistinti sospiri e di lamenti
Sorgea dovunque, ovunque la seguia
Nei sentieri silenti.

Eran sospiri timidi, repressi,
Come il fruscìo d'un abito di dama
Che va di notte a colpevoli amplessi;
Era un pianto, una brama

Di restar fiori e foglie un giorno ancora.
Un povero giacinto domandava
Di lasciargli veder la nuova aurora…
Ma la Morte passava.

Il giranio avvizziva; le vïole,
Baciandosi fra lor con aria mesta,
Diceansi addio, e sull'umide ajuole
Chinavano la testa.

Solo una rosa, una fulgida rosa
Dal vivace color, nata il mattino,
Surse a lottar, fidente e coraggiosa,
Coll'avverso destino.

E alla Morte gridò: "Perchè degg'io
"Morire adesso che son nata or ora?
"La mia parte di vita io chieggo a Dio…
"Io vo' vivere ancora!"

"Perchè vivere ancor?"—chiese la Morte.
"Perchè ho terror del nulla…"—"Erri; m'ascolta:
"Morir non è svanîr, ma cambiar sorte,
"Nascere un'altra volta…

"La mia man non distrugge, ma trasforma;
"Apportatrice di vita indefessa,
"La Materia non muor; muta la forma,
"Ma la creta è la stessa."

—"Lasciami dunque la forma presente,
"Con te non mi lagnai della mia sorte.
"Io voglio restar rosa eternamente!…"
—Le rispose la Morte:

"E che dirà la terra, a cui tu devi
"Porger te stessa in provvido alimento?
"Tu dalla morte altrui vita ricevi;
"A te l'altrui tormento

"Dà l'esistenza; il loto che si muta
"Nel tuo stelo e le foglie ti colora,
"Muore anch'ei; d'esser rosa ei si rifiuta
"Ma pur convien ch'ei mora!…

"A che tanto terror?… Prima d'un mese
"Che saran le tue foglie?… Od aria o loto.
"Per ridonarle a te, l'April cortese
"Le farà d'aria e loto.

"La stessa brama, che tu senti, avranno,
"Morir dovendo, l'aria e il loto allora…
"Ma poi, mutati, Iddio benediranno
"D'essere rose ancora…

"Benediran l'Ente Infinito e Ignoto
"E d'esser rose lo ringrazieranno,…
"Per poi lagnarsi il dì che in aria o loto
"Rimutarsi dovranno!

"È un'assidua vicenda!…—Il nëonato
"È vecchio quanto il Tempo!—È un'infinita
"Catena!… Tutto muore!… E nel Crëato
"Freme eterna la vita!…"

Tacque e passò.—Cadean le foglie a mille
Giallastre e secche; e dietro i tenui fusti
Biancheggiavan le mura delle ville;
E gli sfrondati arbusti

Parevan membra di bimbi malati
Usciti da mefitici ospedali;
Borea scopava coi buffi gelati
Le foglie nei vïali;