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I SUICIDI DI PARIGI
Proprietà letteraria riservata. I SUICIDI DI PARIGI
ROMANZO
DI
PETRUCCELLI DELLA GATTINA
Volume Unico
MILANO
EDOARDO SONZOGNO
1876
14. Via Pasquirolo
Tipografia Sociale—Via S. Radegonda. 6.
I SUICIDI DI PARIGI
REGINA
EPISODIO PRIMO
I.
Il cesto da nozze e ciò che segue.
Il dottore conte di Nubo dava a desinare nella sua casa di campagna a
Saint-James.
E' non aveva, a vero dire, l'abitudine di offrir pranzi; perocchè, quantunque si avesse in casa, da due anni, una nipote, e' continuava a vivere da scapolo, mangiando in città, al restaurant o al club.
Quel giorno, però, era in qualche guisa obbligato a violar la regola. Egli maritava sua nipote. Il fidanzato aveva inviato il cesto da nozze. Degli amici e delle amiche avevano espresso il desiderio di vederlo. Si era in campagna, al mese di luglio.
Due persone fra i convivi avevano mancato all'invito: Sergio di Linsac e la signora Augusta Thibault. Malgrado ciò, vi era ancora una ventina di commensali, assai festevoli per rallegrare il pranzo e fare onore alle squisite vivande servite da Potel.
La signora Thibault giunse pertanto, alla fine della tavola e diè, sul suo ritardo, di quelle spiegazioni, che in bocca di chiunque altri sarebbero state scuse, ma che sono sempre delle ragioni ragionevolissime nella bocca di una bella vedova. Insomma, ella aveva pranzato altrove.
Sergio di Linsac non comparve affatto.
Il desinare finito, gli uomini uscirono a fumar nel giardino. Le dame restarono ad ammirare o criticare il cesto da nozze—sopratutto, ad invidiarlo.
Imperciocchè, la prima sensazione che produce un bell'oggetto sur una femmina, è sempre un pensiero di appropriamento—il quale, se resta nello stato di desiderio nella donna ricca, diviene voglia spasmodica nella povera. L'Invidia è un'impotenza.
Alberto Dehal, il fidanzato, aveva menate le cose da principe. Era egli un ricco banchiere, ed aveva calcolato la spesa alla tavola pittagorica del suo amore.
Una duchessa del sobborgo Saint-Germain sarebbe stata rapita di quei doni. Regina vi prestò poco o punto attenzione. Ella faceva alle sue amiche gli onori dell'esposizione di quei regali, come un custode mostra e spiega i diamanti della Corona—per una fredda ed insipida nomenclatura.
—Oh! ma il disegno di questo scialle incarna un poema fatato di Saadi!—sclamò la signora Augusta, palpando uno sciallo dell'Indie di una bellezza incomparabile.
Si portavano ancor scialli a quell'epoca. La degradazione di gusto nelle donne li à poscia aboliti.
—No, cara te—rispose la nipote del dottore—esso non vien mica da Saadi, ma da uno Smith o da un Brown qualunque—il corrispondente del signor Dehal a Calcutta.
—Ma non si direbbe dunque che questo monile è uscito dall'officina di
Benvenuto Cellini!—osservò la vecchia marchesa di Montmartel.
—Ebbene, sì! dite codesto al signor Alberto ed e' tirerà di tasca il listino di Froment-Maurice e vi risponderà: Benvenuto Cellini! sconosciuto nel mercato di Parigi.
—Vedete qui! Furono, per Giove, delle fate che stellarono questi pizzi!—mormorò il giovane poeta Marco di Beauvois! l'amico intimo di Sergio di Linsac.
—Corbellate voi, sir di Beauvois!—replicò Regina. Furono nè più, nè meno che delle povere creature Welche, bene in cenci ed affamate al punto, ve lo assicuro.
—Cara mia—disse la signora Augusta—tu ài bello ad affettare l'indifferenza; i tuoi occhi, il tuo aspetto ti tradiscono. Tu irradii.
—Proprio così—rispose Regina, e continuò, noncurante, l'esposizione del suo cesto.
Ella ammonticchiava così la biancheria di madama Petit su i cappelli di Alexandrine, i coturni di Muller sulle magiche seterie di Lyon. Si sarebbe detto che Regina non comprendesse nè la ricchezza, nè la bellezza, nè il gusto elegante di quei capi d'opera dell'industria francese; che ella non sentisse la maestà dell'abbigliamento—questa sovranità, questa poesia della donna. Una donna mal vestita è un oggetto d'arte mancato, un fiore senza colore e senza profumo. Però, osservando con quanta ricercatezza, con quale gusto Regina era azzimata, uno si rassicurava: ella era incapace di quella indifferenza nella religione delle toilette.
La rivista terminata, si uscì nel giardino. Alberto Dehal si slanciò all'incontro della sua fidanzata, gittando precipitosamente il puros che aveva acceso.
—Ah! chè n'eravate voi lì, signor Alberto!—disse Regina, accettando della punta delle dita il braccio del suo promesso—vi sareste rigioito dell'estasi di queste signore, contemplando i vostri meravigliosi regali.
—In fatto di estasi, io non ne conosco che una, madamigella—rispose
Alberto d'un tuono sommesso.
—Sì—l'interruppe Regina—quella del sigaro.
Alberto si tacque.
—Quanto a me, io ne conosco due—riprese Marco di Beauvois…
—Il whist ed un poney di corsa—osservò Augusta sorridendo.
—…. I vostri occhi e la vostra bocca—soggiunse il giovane all'orecchio della vedova.
—Eh! caro, voi non farete mai sempre che di distici per avviluppare i bonbons fulminanti—osservò Regina, che aveva udito il motto del giovane poeta.
Si rientrò nel salone.
Le tavole da whist assorbirono una parte della società. Alcuni giovani circondarono il piano, ove Regina con noncuranza si assise. Si ascoltava di già!
Regina suonò alla ventura, tutti i pezzi che le vennero a mente, sfiorando qua e là il suo repertorio di opere, di valtzer, d'inni, d'oratori, correggendo Lanner con Bach, Rossini con Beethoven, Musard con Bellini, Haydn con Donizetti, passando dal gaio al lugubre, dal canto fermo alla danza alata, e legando il tutto con fioriture della sua fantasia, folgorante come un razzo. Imperciocchè, artista d'istinto prima di esserlo per scienza, ella non possedeva quel talento da conservatorio che consiste a saltabeccare, a sgambettare con un'agilità di scimmia sulla tastiera dello strumento; ma aveva quel sentimento della melodia che è lo scintillìo della musica.
La musica non è uno sforzo a superare; è un'idea a creare. L'artista non è un gladiatore; è un mago.
Alberto si tenne vicino al piano, silenzioso, gli occhi ebbri. Gli altri sclamavano:
—Va, Regina: ancora, ancora!
Bisognava essere giuocatore di whist per non discontinuare la partita in mezzo a quella cascata di melodie. L'orologio scoccò, per rompere la fascinazione del giuoco. Infatti, l'orologio suonando mezzanotte, i giuocatori si alzarono.
Alla mezza, eran tutti partiti.
Il dottore, che aveva guadagnato, sbadigliò spaventevolmente ed andò a coricarsi.
Ad un'ora del mattino, non era più in casa alcuno che non dormisse.
O' detto alcuno? No.
Regina non era neppure andata a letto.
La sua cameriera, Lisa, affastellava in un sacco da notte alcuni oggetti.
Quando le due donzelle si furono assicurate che il sonno chiudeva tutte le palpebre—perchè Lisa andò prudentemente ad ascoltare alle porte—esse scesero sulla punta dei piedi al salone.
Nick, il bel Terranuova, andò a leccare la mano di Regina e la guardò con occhi teneri e supplichevoli, quasi che avesse indovinato il disegno della fanciulla. Regina lo baciò. Nick si coricò, avendo compreso che gli era mestieri discrezione.
Lisa aprì allora dolcemente la porta vetrata che immetteva nel giardino.
Regina restò ad ascoltar per qualche secondo se alcun non le udisse. Poi, Lisa salì nella camera della padrona; recò giù un sacco da notte, un mantello da viaggio ed un cappello; spense il lume; ed entrambe uscirono, socchiudendo le imposte.
Nick gemè sommessamente.
La casa di campagna del dottore toccava il parco di Madrid, ove egli aveva diritto di passeggiare. Questo parco, scomparso oggidì, aveva ancora a quell'epoca una porta sporgente sul bosco di Boulogne, di cui il dottore possedeva una chiave per uso suo.
Lisa aprì—ed alle due del mattino si trovarono nel bosco. Lisa richiudeva la porta, quando un giovane si avanzò verso di loro.
—Regina! mormorò egli.
—Sergio! rispose questa.
Il giovane fischiò, ed immediatamente comparve una berlina di posta nascosta sotto gli alberi del viale.
Il postiglione aprì lo sportello senza soffiar verbo. Le due donzelle entrarono nella vettura con Sergio.
—Guida tripla—disse costui. Via d'Inghilterra.
I cavalli partirono ventre a terra.
II.
La lettera.
La luna navigava tranquillamente pel cielo. Il profumo degli alberi saturava l'aria infocata e voluttuosa. Le foglie alitavano appena, come il respiro di un fanciullo. Non una nuvola. Le stelle palpitavano di una luce azzurrognola. Si udì dunque nella berlina la parola: Grazie! pronunziata dal giovane, ed il rumore di un bacio lungo—protratto come la speranza! Il veicolo fendeva lo spazio a guisa di allodola. La parola magica: guida tripla, gli aveva dato le ali.
La sensazione che produce un coupè lanciato al galoppo à qualche cosa di elettrico e d'inebbriante. L'irradiazione delle forze animali che imprime il movimento alla vettura, si comunica al viaggiatore. L'immaginazione domina la mente. Gli oggetti esteriori perdono, nella rapidità della corsa, tutto ciò che ànno d'inarmonico e di angoloso. Una tiepid'aura avviluppa l'intera natura. Si può essere affranti e vaneggiatori in una diligenza o in un wagon; in una sedia di posta non lo si è mai.
Che s'immagini cosa dovesse essere un viaggio simile per due persone che si amano—e per una vispa cameriera, il di cui bernoccolo di osservazione era messo in azione da due molle: la curiosità e l'interesse!
Il dottor Gennaro di Nubo si svegliò l'indomani alla sua ora consueta e suonò pel suo valletto. Questi, secondo l'uso, entrò recandogli una tazza di caffè nero e dell'acqua calda per la toilette.
Alle nove, il dottore uscì nel salone per la colazione. Non trovando sua nipote con cui aveva costume di asciolvere.
—E Regina?—domandò al cameriere.
—Lisa non è comparsa stamane—rispose Trust, più preoccupato, a quel che sembra, della soubrette che della padrona.
—Io ti parlo di Regina, messer l'animale—sclamò il dottore.
—Ah! sì, scusi, padrone, madamigella non è alzata ancora, e neppur
Lisa.
—Sarebbe ella indisposta?
—Ah! Dio mio! il signor conte à l'istesso sospetto che me. Perocchè l'è codesto che io mi domandava or ora, non vedendola svolazzar per le aiuole, inaffiando i fiori.
—Odi, Trust, io sarò costretto a mandarti via, amico mio.
—Oh! dear me! E perchè il signore vorrebbe egli mandarmi via così?
—Perchè tu ài completamente perduto lo spirito, dopo che quella sgualdrinella di Lisa è capitata qui.
—Ah! padrone, vi assicuro che io non ò nulla perduto in fatto di spirito.
—L'è forse vero… tu non ne avesti mai molto. Va ad informarti della salute della signorina.
Forte di quest'ordine, Trust se ne andò a picchiare all'uscio della camera di madamigella Lisa.
Io non so cosa avrebbe fatto questa virtuosa donzella se la si fosse trovata lì dentro. Ma, galoppando sullo stradale d'Inghilterra, ella non poteva certo rispondere. Laonde Trust, temendo pur sempre un malore—che Lisa, per esempio, non si fosse asfissiata per amore di lui—picchiò di nuovo, picchiò più energicamente, poi forzò la porta.
Il suo cuore batteva mettendo il piede in quella camera che sovente lo faceva vaneggiare. Ma e' restò d'un tratto come stupidito, vedendo il letto non sfatto, il baule aperto e quasi vuoto. Baciò di fuga il guanciale di Lisa, e discese precipitoso nel salone.
—Grande sventura, padrone, grande sventura—gridò egli entrando—Madamigella Lisa se l'è spulazzata.
—Triplo idiota!—urlò il dottore, fulminando Trust di uno sguardo di collera ed allungandogli un calcio, per un resto di vivacità delle sue abitudini napolitane.
Poi salì egli stesso all'appartamento di sua nipote.
Battè per un pezzo all'uscio. Non ricevendo risposta, non udendo il minimo strepito nell'interno della stanza, e' portò la mano al luchetto della serratura—dopo avere però picchiato di nuovo.
A suo grande stupore, e' senti un tiepido brivido circolargli per le vene. Il cuore accelerava i suoi palpiti; la mano vacillava. La natura si faceva giorno per una maglia forata nella cotta d'acciaio di quest'uomo! Ei vide i mobili aperti, mille oggetti sparpagliati qua e là, il letto intatto, la camera vuota.
Tutto di un guardo solo!
Restò in piedi, freddo, in mezzo di quella stanza, in mezzo di quelle vesti, di quei gioielli, di quella biancheria, di quei mille nonnulla deliziosi che idealizzano la donna e la fanno felice. Restò come di ghiaccio. Si sarebbe detto S. Antonio circondato dalle sue tentazioni annientate.
Questo stato di stupore però non durò che un istante.
Un leggiero rossore colorò tosto le sue guancie, quando, avanzando verso un guéridon vicino al letto, vi scorse su un foglio piegato a foggia di lettera.
L'era una lettera, infatti, all'indirizzo di lui.
Il dottore la disuggellò lentamente.
Il carattere era tracciato da mano calma. La carta profumata.
—Vi è della premeditazione in questa lettera—si disse il dottore esaminandola—per conseguenza, delle cose false. Vediamo.
Il dottore leggeva a mezza voce. La lettera cominciava così:
«Bando al rancore, mio caro dottore. Io mi ribello.»
Il dottore sorrise e borbottò, decifrando la lettera:
—Che roba infame questa scrittura all'inglese! Le lettere si ecclissano nei profili. Non vi è più la persona in questo carattere: esso è chiunque.
«Io mi ribello.» Sta bene: lo si vede.
«Io scompiglio i vostri progetti. L'uomo a cui volevate confidare il mio destino, o piuttosto il nostro destino, onorevole e degno sotto ogni rapporto, non era di mia scelta. E' non mi avrebbe lasciato mancar di nulla, nulla desiderare. Io sarei stata blasée, vecchia a venti anni!»
—Diavolo!—sclamò il dottore—che logica!
«Se voi foste stato mio padre, o anche mio zio, voi avreste forse osservato, conducendomi nel mondo, ove i miei sguardi volgevansi, chi faceva arrossir le mie guancie, brillare i miei occhi, tuffandomi in quello stupore che lambe la sciocchezza. Ma voi andavate nel mondo per conto vostro: io era per voi un refrattore—perchè non oso dire, la vostra ipoteca dell'avvenire.»
Il dottore passò la mano sulla sua fronte pallidissima e sospese per un istante la lettura. Aggrottava le sopracciglia.
—Molto bene!—sclamò poscia—Vediamo la fine.
«Io feci la mia scelta dal lato mio; ma all'antipodo della vostra. Che volete! Io adoro Victor Hugo: Spasimo per le antitesi!
—Ed io pure—mormorò il dottore.
«Al momento dunque in cui riceverete questa lettera, io sarò con la mia antitesi in una sedia di posta sullo stradale d'Inghilterra, ove andiamo a maritarci.»
—Ella mente—gridò il dottore. Ella è in via per l'Alemagna, la Svizzera o l'Italia—in questa contrada abbominevole ove un prete, per venti soldi, commette un sacrilegio con la stessa facilità con cui trangugia una ciambella in un bicchier di moscadello.
Ahimè! il miglior mezzo per metter fuori sella un diplomatico sarà mai sempre la verità!
«Non mi prendete dunque in uggia: ciascuno per sè!—e Dio per noi tutti, soggiungeva il mio confessore alla pensione. Io vi dimando la vostra benedizione—per parentesi—ed in piene lettere, la vostra benevolenza, come pel passato.»
Il dottore sorrise di nuovo.
«Chi sa ciò che può arrivare. Non vi è una via sola per andare a
Roma.»
—Ella era civetta—pensò il dottore—si prepara a divenire sgualdrina.
«Ad ogni modo, ve lo ripeto, dottore: non rancori. Imperciocchè, se, al vostro punto di vista, io m'ò poco cervello per alloggiarvi delle ricordanze, io ò cuore abbastanza per dare loro un asilo. A rivederci, caro zio…
«REGINA.»
Il dottore restò qualche tempo a meditar su quella lettera. Non la rilesse. La sapeva già a memoria.
La testa inclinata sul petto; lo sguardo fisso sui mazzi di rose del bianco tappeto; le ciglia irsute; il respiro precipitoso; e' rifletteva. Poco a poco, però il suo viso spianossi. Trovandosi in piedi innanzi ad una Psiche, vi si mirò. La sua bocca s'increspò allora ad una leggiera smorfia, che aveva l'aria di un ghigno—uno di quei sorrisi che dànno la pelle d'oca agli agnelli nella società leonina in cui viviamo—e tentennando della testa si apostrofò!
—Tu eri proprio innocente, conte Gennaro di Nubo, dottore della Facoltà e membro dell'Accademia delle Scienze!…—Tu eri ben gonzo, convienine. Voler riescire per la linea retta? Giungere per la grande strada? Ah! bah! Altrettanto sarebbe valso di trangugiare il Panthéon in pillole.
E facendo un gesto di disprezzo contro sé stesso, ridiscese al salone, completamente freddo ed impassibile, ed ordinò la colazione.
Bevve enormemente di the; mangiò di tutto e trovò tutto eccellente.
Egli respinse perentoriamente, come imprudente, l'idea di comunicare l'avventura alla polizia, di segnalare la donzella e la fante per telegrafo, e di confidarle alle cavalleresche sollecitudini della gendarmeria.
La condotta di Regina doveva passare per una malizietta da testa romantica, una storditezza da pensionista. E' non doveva complicare la situazione, nè lasciare al mondo una presa qualunque sul fondo dei suoi sentimenti, sul movimento intimo del suo cuore. Doveva apparire sempre calmo, limpido, senza la minima ondulazione. Non doveva pregiudicar l'avvenire. Doveva avere un'anima incolore, muta, apatica.
Uscì dunque alla sua ora solita; visitò i suoi ammalati, e dopo le quattro, alla chiusura della Borsa, andò a trovare Alberto Dehal, per raccontargli lo strano ratto della sua fidanzata. Poi recossi al Circolo, ove trovò una lettera pressantissima di Augusto Thibault.
III.
Un buon viglietto di lotteria.
Nel mezzo della state del 1833, il dottore di Nubo trovavasi a
Nicastro di Calabria.
Un editore gli aveva dimandato di ripubblicare la grande opera di lui: L'etnologia delle popolazioni dell'Italia meridionale, che, nel 1812, gli aveva conquistato il posto di membro dell'Accademia delle Scienze ed il nastro della Legione d'Onore.
Il dottore, viaggiava per distrarsi. Controllava il suo libro, onde metterlo al livello delle scoverte e delle dottrine, le quali avevan, dopo quell'epoca, allargato il dominio delle scienze naturali. Egli amava, d'altronde, percorrere quelle vaghe contrade, poco esplorate, e dove non s'incontra neppure lo stesso inglese! Gli osservatori si compiacciono in queste lande sociali ancora vergini, ove, di ogni sguardo, si squarcia un velo dell'incontaminata Iside.
Il dottore infatti, scovriva costumi e maniere nuove, paesaggi potenti di splendore, di contrasti, d'inatteso: un lembo del mondo primitivo, perduto ai pie' dell'Italia, in mezzo al XIX secolo.
Era un giorno di fiera.
Il dottore di Nubo, a cavallo, accompagnato da una guida, se ne andava a visitar le montagne. Traversava la piazza pubblica della cittaduzza.
Una banda di zingari ostruiva la via, circondata da una folla grande di curiosi cui aveva attirata.
La banda componevasi di una dozzina d'individui; più, quattro scimmie, due orsi, una ventina di asini, tre cani e lo zio Tob—il quale era il proprietario, il principe, il papa, il padre, il padrone, il tiranno di tutta quella roba.
Dond'e' venivano?
Essi arrivavano: ecco tutto!
L'industria ch'esercitano gli zingari nella Bassa Italia è complessa. Essi sono ferrai, maniscalchi, giocolieri, calderai, incantatori, stregoni, indovini di buona ventura, trovatori di tesori, ladri di fanciulli, scassinatori di porte… cozzoni sopra tutto. Gli uomini comprano e vendono asini; le donne rubano animali domestici, dicono la buona sorte alle fanciulle—cui esse maritano sempre riccamente e subito—o fanno peggio ancora—senza neppure accorgersi che fanno male. Si conoscono le loro costumanze. È inutile ribiascicarne.
Essi danno del compare a chiunque. Ànno numerosi segreti di cozzoneria.
Il più vecchio, il più magro, il più consunto dei ciuchi—un censore teatrale della specie—diviene nelle loro mani brioso come una vedova che si rimarita, uno scolaro in vacanza.
Quando voi credete che lo zingaro apra la bocca di questa povera bestia per mostrarvene i denti—cui ha testè segati per dissimularne l'età—egli le cola destramente nella gola una pillola infernale di peperone che le brucia le viscere, la incita alle follìe e le dà gli ardori verdi ed irresistibili di un cappuccino. Quando voi credete ch'e' ne carezza le groppe; egli le punge a dentro, mediante un cardo a punte acute nascosto nelle palme. Voi credete che la bestia è grassa come un abate benedettino; essa è nè più, nè meno che gonfia. Laonde, il contadino diffida a modo delle compre e delle vendite dei gitani.
Il dottore, fermo un istante dall'ingombro nella via di quella comitiva bizzarramente stracciona, vide venire a lui una creatura di dieci o dodici anni ch'egli suppose del sesso femminile, e chiedergli un piccolo dono.
Gli zingari non mendicano mai. Essi prendono a mutuo; domandano un piccolo regalo; rubano; ma non stendono la mano alla limosina. Crederebbero mancarsi di rispetto: ànno un'industria!
La vista di quella cosina—era una ragazza—colpì il dottore.
Ella era assolutamente un embrione, tanto era segaligna e magra. Ma quell'embrione, sviluppato dalla natura che ne aveva gettato i rudimenti, poteva divenire sublime. Per il momento, non iscorgevasi che delle ossa ammirabilmente organizzate; dei grandi occhi neri scintillanti come quelli di un serpente in collera; dei lunghi e castagnini capelli, che contornavano una fronte elevata e larga, a mo' di paralellogramma; una pelle che non era bruna, che non era pallida, ma che, animata da una circolazione meglio nutrita, poteva acquistare una tinta più chiara e trasparente di quella di una creola. Poi, una bocca grandicella, ma ben fessa ed armata di piccoli denti bianchi, acuti ed eguali; una vitina svelta, alta, soffice, pieghevole come un giovane pioppo. Insomma eran quivi i primi stami di una di quelle donne che, trasportate in una grande città ed in un mondo come Parigi e Londra, possono addiventare un flagello, una magia: che cominciano sempre per levarsi da Cleopatre avvegnachè finiscano talvolta in Maddalene.
Il dottore gettò una moneta d'argento alla bambina e continuò il suo viaggio per l'escursione progettata. Ma, cosa bizzarra! quell'abbozzo di donna gli trottò per lo spirito tutto il dì.
Si fermò di un tratto.
Non era però il magnifico orizzonte che si spiegava innanzi ai suoi occhi che lo arrestava.
E' non vedeva punto, dalla cima di quell'appennino, solcato da filicciuoli di neve come una tavola di vecchio rovere niellata in argento, nè il Mar Jonio dai flotti verdastri; nè il Tirreno arrovellato dai suoi cavalloni turchini; nè l'Etna che ondeggia in distanza in un'aureola di vapori violetti; nè quel cielo allo spazio infinito, che con la sua profonda limpidezza sembra raddoppiare la potenza della vista. No: e' non vedeva nulla di tutto codesto, nè altra cosa. Un'idea aveva traversato la mente del dottore di Nubo come un lampo nel fitto della notte.
—E s'io m'impossessassi di questa potenza?—brontolò egli alla fine.
E dette ordine alla guida di tornare immantinente a Nicastro.
I psicologi àn tanto scritto sull'origine, la nascita, la cristallizzazione del pensiero, che non se ne sa assolutamente più nulla. Laonde, io m'astengo netto dall'intraprendere un'investigazione metafisica su questo subietto—ne fosse pur questo il momento.
L'intuizione subìta dall'avvenire poteva ben essere nello spirito del dottore la conclusione di un seguito di ragionamenti anteriori, la soluzione di numerosi dubbii, di molte paure, di lunghe ricerche, di una meditazione attiva e persistente sul suo proprio passato. Il suo grido finale poteva ben essere l'ultima parola di un problema, di cui studiava le premesse da lungo tempo, l'ergo di un sillogismo che era costato, Dio sa quante veglie e quante preoccupazioni. Però chi lo sa? Il conte di Nubo non era comunicativo sulle sue evoluzioni psicologiche.
E' non era di quella pasta d'uomini cui Orazio qualifica di fruges consumere nati—buoni tutto al più ad ingollare la loro polenta—come un deputato ministeriale. La sua esistenza, zeppa, poco ordinaria, era scorsa a cielo aperto, a cielo offuscato, nei chiarori del mezzodì sovente, più sovente ancora nei ciechi abissi della notte.
Tornato a Nicastro, e' fece chiamare l'albergatore e gli disse:
—Io sarei curioso di contemplar da vicino e parlare al capo degli zingari, che ò visto stamane nella piazza della fiera. Potreste indurlo a venir qui?
—Nulla di più facile, eccellenza, se tuttavia non se l'è svignata dal paese.
—No: l'ò visto or ora: vi è ancora.
—In questo caso, eccellenza, vado a servirvelo in un quarto d'ora.
—Io non chiedo che il capo solo.
—Vostra eccellenza non vedrà che lui.
Infatti, poco stante, lo zio Tob arrivò.
Non mai Callot, o Moya, o Pinelli, non fantasticò di un cialtrone più compiuto di questo zio Tob. Giammai fiero Castigliano non portò cenci con più fierezza e nobiltà che codestui—vantandosi del resto di discendere dai re di Polonia, benchè nato nello Yorkshire.
La sua toilette era il più strano abuso del pleonasma—eppure sembrava nudo! Aveva una camicia a merletto sur una camicia da notte, sovrapposta essa stessa ad una camiciuola di rosso fustagno. Sulla camicia à jabot s'incrociava un panciotto di piqué bianco, alla Robespierre, sotto, un panciotto di velluto, preceduto da un terzo panciotto di raso nero, che mostrava i suoi lembi consunti in fra i due. Poi, su codesto, un pastranello che si sarebbe detto una vareuse rossa, un attila ungherese, ed un mantello alla spagnuola. Il suo capo era coperto da un feutre grigio a larghe falde, il quale dava libero passo, dai suoi molti buchi, alle ciocche di un'irsuta capigliatura che aspiravano a sventolare a grado dell'aure. Il feltro era sormontato da un'altra piuma di coda di galli, azzeccata da uno scheggiale brillante di acciaio, ed abbellito da una fettuccia di velluto. Poi ancora, dei calzoni azzurri larghissimi, cacciati a mezzatibia, in un paio di stivali alla scudiera, sui quali ballonzavano delle uose mal bottonate.
I capelli neri del babbo Tob si attorcigliavano sulle sue spalle come colubri. I suoi lineamenti, regolarissimi, rilevati da un naso aquilino delicato e da un paio di magnifici occhi neri, restavano ancora imponenti, malgrado l'estrema loro magrezza ed il loro colorito di oliva.
Tob era alto, nervoso, spigliato. Però tutto codesto indovinavasi anzi che vedersi, non essendo facile a discernerlo.
Lo zio Tob era un composto di toppe di rapporto. Ogni parte del suo corpo serviva a completare l'armonia ed a compensar la dissonanza della parte vicina. Ogni arnese aggiunto al suo vestito, serviva a dissimulare la soluzione di continuità dell'arnese sottoposto, di guisa che, ravvicinati l'uno all'altro, essi formavano appena un involucro più screziato che caldo.
La regolarità delle sue forme serviva appena altresì a temperare la ripulsione, che senza ciò avrebbero desta la sua magrezza e la sua itterizia.
Lo zio Tob si fè avanti di un'aria sicura, mentre le sue ossa scricchiolavano al suo passo. Non cavò il copri-capo. Prese per di più una seggiola, cui avvicinò a quella del dottore, ed attribuendosi la parola pel primo e dandogli del tu, al modo dei gitani, disse:
—Che mi vuoi tu, compare?
Il dottore non rispose da prima. E' cercava a rendersi conto dell'uomo con cui aveva a negoziare, mediante l'analisi della fisionomia e l'osservazione di quelle mille protuberanze—cui certe abitudini della vita e del pensiero sollevano sul corpo—sì eloquenti, quando li si sa interrogare da frenologo, non da ciarlatano.
Dopo due minuti di silenzio, che turbavano lo zio Tob, il dottore fiutando una presa di siviglia, disse lento, lento:
—Io sono straniero. Viaggio perchè mi annoio. Son curioso. Amo le storie bizzarre. Ora, come io m'immagino, caro, ch'e' vi potria essere nella storia vostra qualche cosa di piccante, vi ò fatto chiamare per chiedervene il racconto.
Il dottore aveva aperta la conversazione con mal garbo—non tardò ad avvedersene.
Lo zio Tob restò un istante come stupefatto, gli occhi spalancati, pensando sognare, sospettando, malgrado ciò, che non fosse innanzi ad un commissario di polizia. Poi si alzò pian piano, e rispose:
—Io pure, sono straniero. Io viaggio per vivere. Io non sono punto curioso. Detesto le storie, bizzarre o no. E come non ò nella mia vita nulla di ghiotto, e come, quand'anche ve ne fosse, io non l'avrei spippolato al primo ozioso venuto che prendesse la pena di chiedermelo a brucia pelo, io ti rispondo: addio compare.
—Scusatemi, signore—riprese il dottore alzandosi—io non aveva intenzione di offendervi. Se vi ò dimandato il racconto delle vostre avventure non è mica unicamente per un sentimento di curiosità. Un'idea più generosa ispiravami.
—Alle corte, compare—sclamò bruscamente lo zio Tob.—tu ài un servigio a chiedermi. Un uomo come te non scomoda un uomo come me pel semplice piacere di fare una chiacchierata come un vecchio paio di amici. Andiamo dunque al busillis. Che mi vuoi tu?
—Dappoichè voi mettete la quistione in questi termini—replicò gaiamente il dottore—io l'accetto. Andiamo al fatto.
—Andiamovici—ripostò il babbo Tob.
—Io ò rimarcato, nella vostra banda di gente e di bestie, una creaturina di dieci o dodici anni cui suppongo una fanciulla.
—Ah! ah!—fece Tob grattandosi il naso—Sì, infatti, è una fanciulla.
E poi?
—È vostra figlia?
—Che ne so io? Del resto, appo di noi, il figlio appartiene alla comunità. E' non rileva che dal suo capo; non conosce che sua madre; ed è classificato dalla nazione ove nacque. Chi nasce in Ungheria è ungherese; chi nasce in Italia, italiano.
—Che diritto avete voi sulla vostra compagnia?
—Dimanda piuttosto, compare, qual diritto io non mi abbia.
—In questo caso, voi potete vendere quella fanciullina.
—Se volessi, il potrei senza fallo.
—Che prezzo, volendolo come il potreste, ne dimandereste allora?
—Io non ò detto che il volessi. Ma come tu ami a cianciare, cianciamo pur di codesto come di tutt'altro.
—Allora?
—Orbè, l'è secondo. Che vorresti tu farne, anzi tutto.
—Mia figlia—supponiamo.
—In questo caso, e' sarebbe più caro.
—Perchè?
—Perchè la sarebbe perduta per sempre per noi.
—Infine—sclamò il dottore con un po' d'impazienza.
—Cinque mila franchi—disse Tob, distillando le sillabe.
—Il prezzo di un cavallo inglese!—proruppe il dottore. Mille grazie.
Compro una Circassa.
—Ti tengo—gridò lo zio Tob. Non è una figlia che tu compri allora, l'è un'utilità, l'è uno strumento, l'è un godimento o un servizio qualunque che tu acquisti infine. Tu calcoli semplicemente, non compi un'opera da filantropo.
—Ciò mi riguarda, brav'uomo.
—E ciò riguarda anche me. Cinque mila franchi, dunque.
—Impossibile. Addio.
—Vuoi tu comprarla alla libbra, compare?
—La carne viva inganna al peso. Voi sareste minchionato, caro. No.
—Ad ogni modo, ne daresti tu che?
—Mille franchi.
—Mille franchi! La sarà per me la gallina dall'uovo d'oro. Però dimmi questo, compare: ne farai tu una cristiana?
—Senza dubbio.
—Io diffalco allora cinque cento franchi di mancia pel diavolo.
Prendila a 4,500 franchi.
—No.
—Ne farai tu una cattolica, apostolica, romana, compare?
—Sì.
—In questo caso, ne diffalco altri mille franchi—a causa della probabilità che la potrà un giorno tornare a noi, in un modo o nell'altro. Tre mila cinquecento franchi, allora.
—No. Due mila franchi, ecco l'ultimo mio prezzo.
—Un'ultima domanda, compare, insistè lo zio Tob, riflettendo—ove la conduci tu?
—A Parigi.
—Vada. Te l'abbandono per 3000 franchi. Tutto non è perduto.
Il dì seguente, lo zio Tob consegnava la fanciulla pel prezzo sopradetto, accettato dal dottore.
Infrattanto, il mercato conchiuso, il dottore faceva rivenire l'albergatore e gli comandava da cena per due.
—Io mi tedio a cenar solo e non mangio—diss'egli. A chi potrei indirizzarmi in città per averlo a conviva?
—Ah!—rispose l'albergatore—se vostra eccellenza ama il buon vino, noi abbiam qui il capitano della gendarmeria…
—Non vo' birri alla mia mensa, gnoccolone!—interruppe il dottore, conoscendo i polli di casa Borbone.
—Vi sarebbe inoltre l'arciprete.
—Io sono protestante.
—In questo caso, che vi sembra del medico?…
—Son medico anch'io. Ci arrovelleremmo prima di dar mano agli hors-d'oeuvres.
—Allora, eccellenza, io non so mica più… perchè il sotto-intendente non verrebbe.
—Nè io il voglio, perdio.
—Il suo segretario fa la corte alla moglie di lui, e non si scomoderebbe neppure pel re. Il sindaco à la gotta… Ah! un'idea.
—Dite pure.
—Vostra eccellenza gradirebbe ella un messere che mangia molto, ma molto?
—S'e' mi piacesse, per fermo.
—Ebbene, il cancelliere comunale è la perla delle tavole. E' non mangia mica sovente, il galantuomo, perchè è povero.
—Perchè è desso povero?
L'albergatore restò allampanato alla dimanda. E' sbirciò il dottore con attenzione, poi soggiunse:
—Cazzica! perchè è povero? Da prima perchè non guadagna abbastanza. In seguito perchè à una famiglia numerosissima. Infine, eccellenza, perchè giuoca alla lotteria quel po' di ben di Dio cui guadagna.
—Andate ad invitare il cancelliere—ordinò il dottore—e fate il festino per bene.
Il cancelliere accettò di balzo e giunse all'albergo.
E quest'uomo non aveva sul viso che occhi e peli; poi, un gobbo alle spalle, un piè più corto dell'altro. E' non rideva mai. Un libro sudicissimo faceva capolino d'una delle tasche della sua giacca.
Egli salutò sommariamente il dottore: la vista dell'imbandigione l'abbacinava.
La cena non fu guari allegra.
Messer lo scriba ingollava pietanze su vino e vino su pietanze. Il dottore assisteva, con noncuranza, al riempimento di quell'imbuto, aspettando il momento d'intraprendere il suo affare. Imperciocchè, non pretendiamo fare un mistero non aver egli invitato quel baratro per il piacere della di lui compagnia. Alle frutta, il momento gli parve propizio. Il degno uomo piangeva di tenerezza.
—Voi non siete mica ricco, l'amico, mi àn detto—sclamò il dottore.
—Lo sarò—rispose il cancelliere sfolgorante. Io non mi stancherò. O' un terno, che in tutte le giuocate rasenta l'uscita, e che mi avrebbe prodotto di già due ambi se io li avessi giuocati insieme. Ma, io vo' tutto, signore; tutto o nulla. Io lo spio, questo scellerato terno; e' verrà fuori, infine: ne son certo.
—E se io vi dessi dei numeri più certi ancora, eh! Meglio ancora che codesto: se io vi dessi dei numeri che usciranno senza neppur averli giuocati? Che ne dite?
—Peste e paradiso! signore… io direi… che voi vi burlate di me.
—Io non mi burlo giammai di alcuno. Io non scherzo mai.
—Ma allora, eccellenza… voi siete Dio o il diavolo.
—Ditemi un po'. Voi non giuocate dunque che dei numeri schietti schietti?
—Come mo? Vi sarebbe dunque altra cosa a giuocare?
—Senza la formola?
—Che formola?
—Non mi stupisco allora che perdiate sempre.
—Mi strangoli Dio, se ne comprendo goccia, gridò don Antonio.
—Lo veggo bene.
—Voi andrete a rivelarmi codesta formola—impose il cancelliere levandosi, fiammeggiante, con una energia ed una decisione che gli davano l'aria di un bandito.
—La formola del viglietto che giocherete la volta ventura, amico mio—rispose il dottore con calma—sarebbe la seguente; «Estratto dai registri dello stato civile della Comune di Nicastro, n°… pagina… ecc., ecc. Oggi, 20 aprile 1832, s'è presentato a noi, cancelliere della detta Comune, D. Antonio Bello, accompagnato da quattro testimoni onde fare iscrivere una bambina chiamata… chiamata… sì, chiamata Regina, cui il detto D. Antonio Bello ed i testimoni ànno dichiarato appartenergli, come pure a sua moglie Lucrezia Paolina Atripalda di Nubo, ecc., ecc.»
—In una parola, un atto di nascita!—riassunse lo scriba stupefatto.
—Nè più, nè meno…. secondo le vostre formole ordinarie.
Il cancelliere aveva ascoltato il dottore. Ora, come il discorso di costui gli sembrava incoerente, e' suppose che l'anfitrione gli favellasse in quel modo onde dargli dei numeri di lotteria così dissimulati, come talvolta si pratica.
I santi, i cappuccini non li danno altrimenti.
E' cavò dunque di saccoccia il libro sporchissimo che vi mostrava i lembi—chiamato Smorfia nell'ex-regno di Napoli—e che è una specie di dizionario con un numero appiccicato ad ogni parola. Cominciò a sfogliarlo, avvegnachè sel sapesse a memoria. Però non vedendo costrutto in quel che il dottore aveva detto, il cancelliere restò muto e si grattò il cocuzzolo a maniera di idiota.
—Ebbene?—fece il dottore. Rispondete voi? Vi va desso di guadagnar, a colpo sicuro, 500 franchi sur un terno?
—Sì, sì, balbuziò il cancelliere. Ma io non vi veggo il terno, io. Per esempio, noi abbiamo la bambina che fa 37, poi il padre che segna 15, e poi… buona sera.
Il dottore sorrise e rispose:
—Amico caro, quel che io vi chiedo è ben più semplice di tutto ciò. Io vi chiedo, secondo la vostra formola, di estrarre dai registri dello stato civile di Nicastro l'atto di nascita di Regina, figliuola di D. Antonio Bello e D. Maria Lucrezia, Paolina Atripalda di Nubo, nata il 20 aprile 1822. Capite voi?
Lo scriba comprese alla fine, e sorridendo a sua volta, chiese:
—Troverò tutto codesto nei miei registri, signore?
—Ciò vi riguarda—rispose il dottore un po' brusco. Io vi darò dimani un viglietto di 500 franchi contro l'atto in quistione, bollato, registrato, firmato dal sindaco e dal sotto-intendente.
—Ciò è grave!—mormorò il cancelliere.
—Cosa? ciò che vi chiedo?…
—Che voi non ne dimandiate che uno, di codesti atti.
—Ah!
—Va bene. L'avrete ad ogni modo domani. Perchè il sindaco firma sempre senza leggere, quando non firma in bianco nei suoi momenti d'ozio. Ma è mestieri far visitar l'atto dal sotto-intendente, onde legalizzare la firma del sindaco, ciò che io farò pure; poi dall'intendente, onde legalizzare la firma del sotto-intendente; infine dal ministro dell'interno a Napoli per legalizzare quella dell'intendente; e se voi dovete far uso di quest'atto all'estero, perchè desso sia autentico, bisogna farla vistare altresì dal ministro degli affari stranieri e dall'ambasciatore.
—Ciò mi riguarda—disse il dottore, dandogli congedo.
A mezzodì, il dì seguente, il dottor Gennaro conte di Nubo entrava nel coupé di posta, azzavorrato della sua nipote Regina Bello, munito dell'atto di nascita di lei legalmente falsato.
IV.
La gitanella.
La gitanella è oggimai Regina Bello, figliuola di un proprietario di
Nicastro e dell'ultima erede della famiglia gli Atripalda di
Nubo—nipote quindi del dottore Gennaro conte di Nubo.
Conte e non principe di Nubo, non avendo giammai voluto prendere questo titolo—tanto sacro era il culto ch'e' conservava alla memoria di suo padre, morto sul palco, per causa politica, nel 1799, a Napoli.
Il dottore sapeva, da sorgente autentica, che Maria Lucrezia Paolina di Nubo era morta presso la sua nutrice, nel 1807. Ma gli era utile ai suoi disegni di accreditare la leggenda, che questa fanciulla era restata nascosta, che aveva in seguito sposato un uomo oscuro, e che il governo borbonico aveva fatto vista, in questa circostanza, di nulla sapere, tanto più che la donzella non aveva dimandato, nè la restituzione dei beni di sua famiglia confiscati, nè la reintegrazione del suo rango.
Trapiantata di un tratto dalla polvere delle strade pubbliche—ove ella trottava quando non si accoccolava sulle groppe nude di un asino—in un bel coupé di viaggio, imbottito di crini e tappezzato di verde velluto, dopo qualche minuto di stupefazione, Regina cominciò a provare il mal di mare. Vedendola impallidire, il dottore la prese sulle sue ginocchia, le fe' sorbire una goccia o due di laudano in mezzo bicchier d'acqua, e subito gli spasimi dello stomaco della figliuola si calmarono.
Regina parlava l'ungherese, il russo, il tedesco, il polacco, il francese, e cominciava a cincischiare l'italiano. L'ungherese era la lingua di sua madre. Il russo, era la lingua del capo, il quale, quattro anni prima dello zio Tob, era lo czar della banda. Regina aveva vissuto quattro anni in Germania; due, nel mezzodì della Francia. V'erano nella truppa due polacchi ed una polacca—Senza parlare di due cani, sconcissimi e paganissimi, che scaturivano pure dalla nobile e cattolicissima Polonia—e dello zio Tob, il quale poteva esserne altresì, quantunque nato nel Yorkshire—non confessando giammai la sua patria, tuttochè si vantasse discendere dal re Augusto, per via scorciatoia. Regina parlava queste lingue con una maravigliosa facilità, senza accento, avvegnacchè pure senza grammatica.
Qualunque cosa la aveva visto, era restata impressa nel suo spirito. Qualunque cosa aveva udito, si era confitta nella di lei memoria. Non sapeva leggere, ma stampellava sulla via del pensiero. Poi, con un pezzo di carbone, sgorbiava le più strambe caricature e per fino i ritratti dei suoi camerati. Grattava un violino. Batteva naccare e tamburino con leggiadria. Per l'immaginazione, ella comprendeva e indovinava tutto, sovvenivasi di tutto, sapeva di tutto—e raccontando ciò che sapeva, mimicava con molta grazia i personaggi cui metteva in scena.
Regina si famigliarizzò subito col dottore—il quale, per leggere fino al fondo in quest'anima, prestavasi con compiacenza alle fanciullaggini, alle fantasie di lei.
Ella era completamente vergine d'anima, benchè il suo linguaggio, i suoi gesti, fossero bruttati dalle memorie di quella vita senza pudore, nè ritegno propria degli zingari. Il dottore non le fece mai un'osservazione—sapendo che con le nature, ove l'immaginazione predomina, l'osservazione è improficua e l'esempio è tutto. Nel medio dì un mondo nuovo, parlando un altro linguaggio, con altri costumi, Regina—calcolava il dottore—si eleverebbe immediatamente al medesimo diapason, e la damigella del mondo metterebbe senza pietà all'uscio la gitanella—senza aver bisogno di sermoni di morale, farla arrossire, sopra tutto farla pensare sul bene e sul male—ciò ch'è sovente pericoloso.
Il bene è di rado attraente, è mestieri ricordarsene.
Giunti a Napoli, il dottore spogliò Regina dei suoi cenci molticolori. Però, quando la vide azzimata da damigella civile, e' ne restò scompigliato.
Regina era brutta!
La disarmonia dell'attillamento aggiungeva abbellimento alla beltà rudimentale della gitana. Ora, l'armonia del vestito rilevava l'incoerenza, l'incompiuto, l'abrupto di quella leggiadria. L'occhio, inoltre, non aveva ancora trovato quel termine medio che si addimanda abitudine, e che è la linea di congiunzione ove gli estremi s'incontrano e le asperità scompaiono.
Imprigionata in gonne inamidate, in busti, in cerchi di balena e di acciaio, le trecce composte, il capo inquadrato in un cappellino rosa—ella che era bruna, stretta, stecchita, Regina aveva l'aria stupida, imbarazzata. Non sapeva più nè camminare, nè sedere, nè parlare, nè muoversi. Si dibatteva goffamente come un pesce tirato dall'acqua.
Questo stato di transizione, questo periodo di acclimatazione novella, quella specie d'intirizzimento fisico e di stupefazione morale, durarono una settimana. Regina piangeva più spesso che non parlava. Ma quella settimana trascorsa, della zingarella non restava più che l'istinto.
Il dottore si trattenne un mese a Napoli, poi si rimise in viaggio per la Svizzera. Viaggiando, e' raccontò a Regina, o piuttosto le apprese, l'istoria della di lei famiglia. Le parlò del padre, della madre, degli antenati, ricamando tutto codesto di circostanze assai naturali per spiegare alla figliuola—o meglio a coloro cui questa l'avrebbe poscia raccontato—la di lei vita nomada: come e per qual motivo ella era stata rubata dagli zingari; poi come ella era stata scoverta e riconosciuta dallo zio e messa in libertà.
Il romanzo era ammirabile di verosimiglianza, come lo sono spesso i romanzi—perchè il dottore aveva tirato partito dalla realtà, dalla vita di Regina. Questa s'intenerì sopra sè stessa—forse restò ella pure convinta del racconto. In ogni modo, ella percepì di volo che codesto doveva essere raccontato così, e che il più doveva essere obliato e taciuto.
Il dottore collocò Regina in una pensione di damigelle protestanti nel Cantone di Berna. Raccomandò alla direttrice di non cacciar dentro al cervello di sua nipote nè mitologia, nè catechismo, nè storia sacra, nè storia greca e romana, nè nulla di quella congerie di stolidezze che s'insegna in Francia alle donzelle. Chiese che le si apprendesse la grammatica, le matematiche, la geografia, la botanica, la storia naturale, i tratti principali della storia moderna di Europa, le lingue… e poi molta musica, disegno e ginnastica. Sopratutto la ginnastica.
Pagò in avanzo due anni di pensione e partì.
Passarono quattro anni prima che il dottore pensasse di andare a veder sua nipote, e perfino a scriverle. Ne riceveva qualche nuova dal banchiere di Berna, il quale pagava le spese di pensione.
Regina aveva adesso quindici anni.
Nel 1837, il dottore si decise infine a rivisitare la Svizzera.
E' si aspettava, senza dubbio, a trovare un cangiamento radicale nella gitanella che vi aveva lasciata. La natura e l'educazione avevan dovuto menare a buon termine l'opera, e realizzare o disingannare molte speranze e promesse. Ma tutto ciò cui il dottore aveva fantasticato lungo il viaggio, soprapponendo, per una specie di ricostruzione psicologica, immagine sur immagine, ritratto su ritratto, era rimasto indietro dalla realtà cui Regina doveva offrire ai suoi sguardi stupefatti.
La natura e l'educazione avevano principescamente finito lo schizzo, cui il dottore aveva intravisto a Nicastro. Regina era veramente divenuta, per bellezza, quella macchina infernale cui il dottore aveva presentito.
Il colorito stesso della giovinetta erasi rischiarato. Aveva acquistato quella pallidezza opaca ch'ànno le Italiane quando son pallide, non gialle—quella pallidezza perlata, cangiante sotto le pulsazioni, più o meno vive, del cuore, ed alla marea più o meno calda del sangue: un caleidoscopio di passioni! Poi, Regina sapeva tutto—o piuttosto parlava di tutto; perchè la sua memoria prodigiosa la serviva da sovrana.
Ella ricevè il dottore, innanzi al mondo, con il rispetto e l'affetto di una tenera nipote. Ma, non appena e' si trovarono soli, Regina si piegò all'orecchio del dottore e gli chiese:
—Orbene, caro zio, voi non mi dimandate dunque mica nuove della gitanella di Nicastro?
—Ella è morta, la piccola furfantella—rispose il dottore intrepidamente.
—Che disgrazia!—sclamò Regina—morta! Pertanto, convenitene, caro zio, quella scimmiuola lì era pur gentile.
—Io ne conosco un'altra che l'è di vantaggio—rimbeccò il dottore baciandola in fronte.
Il dì seguente ei partì…
E tre anni dopo, Regina di Nubo, nipote del dottore Gennaro conte di
Nubo, usciva di pensione e veniva a Parigi.
Il dottore la presentò nel mondo l'inverno seguente. Ella aveva diciannove anni.
Ora, quale era lo scopo del dottore, armando con tanto splendore questa trappola, caricando questa torpedine, e sopra tutto procurando con tanta cura di eliminar dal soggetto qualunque cosa potesse esservi di urtante e d'inverosimile? Ove mirava desso? Che voleva? Tendeva egli un laccio? Si dava egli un complice? Lavorava ad un'opera buona? Si associava un aiuto? Si preparava egli le gioie della famiglia—e' ch'era solo, i due piedi volti alla vecchiezza? Ordiva egli disegni infami su quella pura creatura?
Per spiegare il pensier del dottore è mestieri da prima di meglio conoscerlo… Vi dimandiam dunque l'onore di presentarvelo.
V.
Il conte Gennaro di Nubo.
Il conte Gennaro di Nubo era il fratello cadetto del fu principe di
Nubo di Napoli.
Questa famiglia aveva accettato con entusiasmo le idee repubblicane nel 1799. Aveva poi accolto i conquistatori francesi come liberatori e fratelli. Al reintegramento dei Borboni, quelli della famiglia di Nubo, che non perirono sul palco, furono sterminati dai briganti del cardinal Ruffo. I loro beni furono confiscati; il loro nome, devoluto all'infamia. Due individui però sfuggirono a questo massacro: una bambina, allora a nutrice e che poco dopo morì—Maria Luisa Paolina; ed il conte Gennaro.
Questi aveva previsto che cosa era per avvenire. Avendo dunque scongiurato inutilmente il suo fratello primogenito di espatriare con lui, e' precedè i francesi—i quali quinci a poco abbandonarono Napoli ed andò a fissarsi a Parigi.
Il conte Gennaro era stato l'allievo, l'amico del famoso dottore Cirillo—il quale, pur egli morì sul patibolo—e che era stato medico della madre del conte… e forse anche altra cosa. Il dottore Cirillo amò il fanciullo; di guisa che, all'età in cui gli altri garzoncelli affogano nella fasce della grammatica greca e latina, sotto la guardia di un gesuita, Gennaro sfogliava le aiuole fiorite della fisiologia e della fisica, ripiene di tante attrattive vaghezze. Giovane ancora, egli si librava di già nelle regioni le più elevate delle scienze naturali.
A Parigi, poi, il conte Gennaro s'invaghì degli studii medicali, trovandosi in contatto con i grandi spiriti della Francia dell'epoca—che era ancora la Francia dell'Enciclopedia e di Voltaire. Infine, e' prese servigio, come medico, negli eserciti dell'Impero e seguì la stella di Napoleone, a traverso l'Europa.
Le meditazioni scientifiche non avevano che di poco repressa la sua immaginazione, dalle lunghe e vaghe penne. Ecco perchè, i drammi commoventi, le vicessitudini, l'inaspettato dei campi di battaglia, lo affascinarono al punto, che, potendo per il suo sapere percorrere la carriera civile e pur quella dell'insegnamento, e' preferì l'agitazione, il subitaneo, il periglioso della vita militare.
E' dilettavasi sorprendere, colle sue osservazioni sempre un cotal poco sarcastiche, la natura presa alla sprovvista, in tutta la brutalità delle fasi differenti delle battaglie. Egli piacevasi a smussare i suoi sentimenti, la sua sensibilità istintiva, ad atrofizzare la sua anima. Egli erasi persuaso, che bisognava fare una grossa parte al cervello, a spese del cuore, se voleva riescire—in un'epoca in cui la forza fisica governava l'Europa e serviva di regola alle coscienze. Egli pesava i corollari inevitabili del sistema napoleonico: il culto dell'interesse; l'anatema dello spirito; l'annientamento completo di quantunque aveva rapporto con l'ordine morale dell'umanità… E non ne ripugnava.
Infatti, da quel punto, l'uomo non fu più per il dottor di Nubo altra cosa che un subietto a studio, un obietto a traffico. E' non stimollo più; non amollò più; non lo credè più. Lo commerciò, l'exploita. Divenne quindi scettico. Non trovò più nulla di attivo nè nella sua scienza, nè nella sua coscienza: non più fede di sorta, neppur quella del calcolo—il quale, in realtà, è pur esso una specie di fede ragionata. E' servivasi degli uomini come di materiali, e considerò le azioni umane come dei segni senza valore intrinseco, di cui si classificava la natura arbitrariamente, secondo la contrada, la latitudine, i secoli, la civiltà—: qui delitto, là deificamento!—E per conseguenza, non vizio, non virtù, non delitto, neppure azioni buone o perverse nella loro propria essenza. Tutto codesto non gli sembrava che una leva di convenzione per agitare il mondo. I nomi potevano esser diversi; l'efficienza era la medesima.
Il conte di Nubo amò le donne con veemenza—ma credendole e stimandole anche meno degli uomini. Egli le amò dei sensi e del cervello; giammai del cuore. Ed ecco perchè non commise mai sciocchezze, a causa di passione. La donna, secondo lui, rappresentava in società l'ufficio della moneta nel commercio: era un segno mediante il quale si scambiano i servigi sociali—lo scopo, l'intermediario, il salario di tutta la vita. Desiderò dunque la donna, se ne inebbriò, e la spese assolutamente come un pezzo d'oro. La ricevè, valutandone la somma di piaceri che la conteneva; la lasciò, senza rimpianti; la barattò, all'occorrenza.
Non avendo alcuna convinzione, non avendo alcuna tendenza elevata, il conte Gennaro di Nubo non poteva avere alcuna fissità nella vita. Era un eterno viaggiatore annoiato oramai di viaggi, stanco, spossato dal lavoro, dall'età, dalla sazietà. Cominciava perciò a sentire il bisogno di riposo. Ma e' non aveva trovato ancora nè il ramo, nè la nicchia dove avesse a riposare. Gli mancava quella calma dell'anima che addimandasi confidenza—senza la quale non vi è amicizia, senza la quale non vi è amore, nè famiglia possibili.
Egli spezzava la corrente magnetica che affluiva verso di lui. La sua potente intelligenza abbracciava e vedeva tutto; ma era il polo negativo contro il quale le fascinazioni della vita andavano ad infrangersi. Egli analizzava le tenerezze; indovinava le affezioni, come roba da chimica; e l'incantesimo si dissipava.
Sentendosi per il suo forte organismo della specie dei divoranti—come il leone, l'aquila, il boa—e' non ebbe più mercè per i deboli. L'istinto è la fatalità degli esseri organizzati; e' gli lasciò libero corso. Le vittime non lo commovevano più. Lo stesso delitto punto non l'arrestava. Ma la distruzione sgustollo alla fine, e lo usò.
E' provò allora, nella sua coscienza crepuscolare, una specie d'inquietudine che si avrebbe potuto dire un dubbio. Fece sosta un istante, misurando di uno sguardo l'orizzonte intorno intorno, onde orientarsi ed assicurarsi della via. Poi si rimise in cammino.
—A che pro' derogare?—pensava egli—La linea retta non è la linea della natura. La linea retta è la più lunga, è la più monotona. La natura ama la curva. Se l'uomo segue dunque la linea della natura—e quella della bomba—di chi la colpa? Se tale è il suo spirito, perchè pervertirlo? se Dio è che gl'infligge questa direzione, perchè contrariarlo? perchè cangiarlo? L'uomo rettilineo fu in ogni tempo l'uomo sciocco—anche quando se ne fece un Dio!
Ed il dottore studiava il procedere di Napoleone e di Pitt, che, andando entrambi per vie oblique, riescirono all'antitesi: l'uno divenne Imperatore, l'altro rovesciò l'Impero.
Questa vita di allerta necessitava naturalmente un consumo enorme di attività vitale e di energia. Perpetuamente a l'agguato, come gli animali carnivori, questa caccia al debole, questa battuta ai gonzi—che avevan durato circa trent'anni—avevano infine perduto per lui ogni interesse, ogni vaghezza. Non si vive a lungo in una regione elevata senza provar la vertigine ed il malessere.
E l'era proprio la posizione cui il dottore di Nubo occupava in società. E' si librava sull'ordine sociale. E' guardava dall'alto in basso le idee, i principii, i pregiudizii, le passioni, gl'interessi, quali, per una convenzione tacita, li si erano stabiliti ed accettati.
Arrogesi a ciò, che quella vita di uccellatore non lo aveva punto arricchito.
Il dottore spendeva con una prodigalità reale. Ora, per soddisfare a questi gusti assorbenti, occorreva una fortuna di Nabab. E' guadagnava certo, moltissimo, per tutti i mezzi; ma la ricchezza non faceva che traversar le sue mani.
In questa situazione di spirito, in questa posizione sociale, il dottore erasi più di una fiata dimandato:
—«Che addiverrò io nella vecchiaia, quando le mie forze saranno paralizzate, e la mia intelligenza sarà presso a poco ossificata?»
Inclinato al fatalismo, e' si fermò poco su questa considerazione. Ma dessa ritornava e ritornava poi inesorabile, ed accampava nel suo spirito con altrettanta e maggior persistenza che l'età sua avanzava; che i suoi proventi si assottigliavano; che le sue morali facoltà perdevano della loro sofficità e del loro rimbalzo. Inoltre, i dubbii cumulati poco a poco, goccia a goccia, sul suo conto, cominciavano adesso a pigliar forma, sostanza, ed il carattere di sospetto.
E' ritrovavasi precisamente nel parossismo di questa preoccupazione quando vide la gitanina, sulla piazza di Nicastro.
Il dottore insegnava che il pensiero nasce nella polpa grigia del cervello come il fiore dalla terra, e che l'impressione esterna teneva luogo di semenza. Ora, la vita della zingarella; le inquietudini sul suo avvenire; il suo stato di afflievolimento; il disgusto della sua vita equivoca… s'incrociarono nel suo spirito, si compenetrarono a vicenda, formarono una mischianza tenebrosa, informe, nella quale lungo lungo la via, e' non vide, non comprese assolutamente nulla. Arrivò così alla vetta della montagna di Nicastro.
Che la dottrina del dottore fosse buona o cattiva—ed è pur la nostra—chi à mai scandagliato a che tiene lo zampillar del pensiero, ove allogasi la sede della vita? Ciò che certo è, gli è che l'abbarbagliante lamina di oro—cui, di lontano, il sole ripercosso dal mare fece scintillare ai suoi occhi—dissipò come per incanto il caos ammonticchiato nel suo spirito, ed un'idea lo colpì.
Di un lampo, egli percorse ed acciuffò il suo avvenire; formolò un progetto.
Diede l'ordine di tornare a Nicastro. Ma allo scander misurato del passo del suo cavallo, gli avvenimenti, o, per meglio dire, i disegni, si svilupparono nella sua mente.
—Io sono vecchio—pensava egli. Fra non guari non sarò più in istato di lottare, e meno ancora di spezzare la stolida corrente della società quale essa è. Sono solo. Quando non sarò più forte abbastanza per tenermi in piedi e fuori la portata della folla, io cadrò. Ed altri, che procedono di già sulle mie piste, passeranno sul mio corpo. La miseria, l'umiliazione, forse il castigo, si rovesceranno su me. Io ò bisogno di lusso. O' abitudini di benessere che esigono una spesa enorme, e quindi dei guadagni eccessivi. Il delitto, l'imbecillità, le passioni, e gl'interessi degli altri àn provveduto fin qui alla mia esistenza. Li ò trafficati e taglieggiati, tenendomi in guardia ed imponendomi quando invitato non ero. Poichè dessi vivevano nel male e del male, che io mi fossi angelo o demone, avevano a subirmi…
Il conte si fermò un istante sul passato. Poi la sua meditazione si slanciò sulle onde dell'avvenire.
—Fra poco—pensava egli—io non potrò più nulla di tutto ciò, e chi sa? Per una monelleria della provvidenza—come essi la chiamano—lo schifo, sì abilmente condotto per trent'anni, potrebbe naufragare alla fine su quella spiaggia inetta e goffa che si addimanda la polizia correzionale o le Assisi… Fermiamoci a tempo. D'altronde, proviamo un po' dell'altra linea—di quella che addimandasi retta, perchè tutta la plebe la segue più o meno, e perchè il Codice l'à autorizzata, la religione l'à consacrata. Perchè no? Con l'abilità di un jockey abituato alla corsa sur un cammino accidentato, la corsa sur una via piana potrebbe essere, egualmente profittevole. Ma, ad ogni modo, è mestieri munirsi di un parafulmine e di un paracadute, per qualunque cosa possa arrivare. Quella piccola zingara, la di cui bellezza si annunzia con tante promesse, potrebbe contenere la mia salvezza. Le darò un'educazione brillante e spigliata; le aprirò tutte le porte del gran mondo di Parigi; sarò un mistero per coloro che vorranno scandagliare le mie dovizie… Sia dunque per le speranze che si allogheranno sulla mia successione—speranze cui raddoppierò in raddoppiando di lusso; sia per l'abbagliante bellezza della fanciulla, ella si mariterà riccamente… o soccomberà come una regina. Allora finchè lo potrò, seguirò la mia via. Quando poi sarò stanco, quando il pericolo sarà sicuro, io avrò il mio piccolo nido assicurato nei di lei penati—il mio Hôtel des Invalides—prima del suicidio. Perocchè, se ella guazza fra i milioni, potrei io morire all'ospedale, o avvelenarmi?… I creditori, avendo a traversare i cortili di un palazzo circondato da giardini e popolati di servi, divengono trattabili. Le diffidenze si spunteranno, quando mi si saprà coverto della corazza d'oro di mia nipote.
Questo progetto, materiale, volgare, sviluppato e seguìto in tutt'i suoi dettagli, spinto fino alle conseguenze le più remote dell'abiezione, dell'egoismo, della bassezza, del delitto, fermentò nello spirito del dottore.
E' lo mise poi in atto, circondandolo di tutte le precauzioni e di tutte le attrattive che dovevano farlo riescire.
Regina rispose a tutto, meravigliosamente. La macchina del conte di Nubo funzionò superbamente. Ella attirò tutti gli sguardi; svegliò tutte le avidità le più sfrenate. Regina ebbe un successo di voga nel mondo: fu alla moda, fu la lionne della stagione. Gli amorazzi, gli amoretti, le seduzioni, le tentazioni, le dimande in matrimonio piovvero a catinelle.
Il dottore restò saldo.
Regina però aveva indovinato lo scopo del suo allevatore, e con una certa leggerezza calcolata, gaissima d'altronde, glie lo aveva sviluppato un giorno in cui il suo pseudozio mostravasi un pochino più espansivo del consueto. Ella faceva vista, pertanto, di accomodarsi con docilità alla condotta del suo cornac—lo chiamava di questo nome—si lasciò pilotare, e si promise di giungere al porto con lui, combinando le sue proprie aspirazioni con i calcoli del suo exploiteur.
Il conte di Nubo credè avere alla fine trovato il suo desideratum nella persona di Alberto Dehal, il banchiere svedese. Egli analizzò la fortuna del giovane alla lente d'ingrandimento, per suo proprio conto. In seguito, scoprì che Alberto, oltre i milioni, possedeva uno spirito meditativo, poetico, un po' vaneggiatore, ma colto e fino, un aspetto distintissimo, ed amava Regina alla follia. Con delle condizioni simili, il matrimonio fu subito abborracciato.
Quando tutto fu definitivamente stabilito, il dottore significò il suo piano alla fidanzata.
Regina si sentì profondamente ferita dai procedimenti del conte. Si tacque nonpertanto. Fece anzi sembiante di annuire. Però, nel suo foro interno giurò di liberarsi a proposito.
Noi abbiam già visto ch'ella non vi mancò. E sappiamo ch'ella corre adesso sulla strada d'Inghilterra—non per le messaggerie, ove il dottore avrebbe potuto farla arrestare per telegrafo e dove si sarebbe trovata mista ad un mondo eccessivamente importuno nella sua situazione, ma in una bella sedia da posta, mollemente cullata nelle nuvole d'oro dell'amore.
Sergio erasi fatto precedere da un corriere per preparargli i cavalli da rilievo.
All'ora stessa, il dottore di Nubo, il quale aveva ripreso tutta la sua calma e si era rassegnato, leggeva al club la lettera di madama Augusta Thibault. E poco dopo, recavasi da lei.
VI.
Le consolazioni che non consolano.
La bella vedova giaceva distesa sur una dormeuse, nel suo boudoir, in négligé di mattino, quantunque fossero già le 9 della sera. Ella aveva interdetto la sua porta a tutt'i suoi amici ed aspettava il dottore con impazienza.
Di Nubo tamburinò carezzevolmente sulle belle guance della cameriera che gli aprì la porta del salone e le fe' segno di ritirarsi. E' penetrò in seguito nel boudoir, e baciò la sua amica.
—Ebbene, ch'avete voi dunque, bella incantatrice?—dimandò egli. Un novello accidente di maternità contrariata, eh?
—Dottore—disse Augusta con umore—io non ò il capo a scherzi quest'oggi. Abbiatevelo per detto.
—Benissimo—replicò il dottore—E' non si tratta mica dunque della fine di un imprudente oblio, di un…
—Basta, via…
—Allora, si tratterebbe egli forse di un principio di….
—Ah! voi siete incorreggibile.
—A meraviglia. Non abbiam dunque nè un principio, nè una fine.
Tastiamo altra cosa.
—Fatela finita, su! Io sono ammalata.
—Oh! Io vorrei bene veder codesto, veh! che voi disponghiate del vostro corpo per una così villana bisogna—la malattia!
—Ciò è, pertanto.
—In questo caso… quanto codesto vi rende?—domandò il dottore sorridendo.
—Voi mi seccate. Andate pur via.
—Sareste voi dunque ammalata per bene?
—Voi nol vedete, eh?
—E dove codesto vezzoso corpicino soffre dunque, colomba mia?
—Al cuore, al cervello, all'anima… da per tutto… Io soffoco.
—Poffardio! che magagne! E voi possedete tutto codesto—voi—cuore, cervello, anima! Dite mò; vi avrebbero dessi rubato?
—Se non aveste i vostri laidi capelli fango di Parigi… vi batterai—vel giuro.
—Vedete mo' l'abitudine! Si calunnia perfino il colore dei miei capelli. Ma via, eccomi qui. Parlate: ch'avete voi?
—Io amo.
—A che tasso?
—Per nulla.
—Non trattasi allora di un agente di cambio o di un banchiere, m'immagino!
—Un artista—no, un poeta, un giornalista.
—Come domine vi siete cacciata voi in codesto brutto roveto?
—Lo so, io? la si è guizzata dentro di soppiatto, a mo' di ladro.
—Amore innocente, platonico, ideale, eh?
—Passate oltre.
—Amore cognito al mondo?
—Misterioso come una cospirazione.
—Allora?
—Allora, allora…—scoppiò Augusta; ma il miserabile m'à ingannata.
—Requiescat in pace! Ed è così difficile di sostituirlo? La letteratura è in sciopero in questo momento. Le odi non sono scontate alla Borsa. I giornalisti s'inscrivono all'ufficio di collocamento. Non avrete quindi che a scrivere, franco di posta, ai Petites affiches e vi si riporterà il vostro barboncello smarrito, o vi si servirà un rimpiazzante a modo.
—Orsù! cessate, in nome di Dio e del diavolo. O' bisogno di consigli.
O' bisogno di cure. Soffro.
—Ebbene, in fede mia, debb'essere un bel bellimbusto colui che à fatto il miracolo di dotarvi di un cuore. Che nome date voi a codestui?
—Voi lo conoscete: Sergio di Linsac.
—Se lo conosco! Egli era uffiziale nello squadrone volante che caracollava intorno a mia nipote. Eppoi?
—E' m'à piantata lì… e si ammoglia!
—La fine prosaica di tutte le cattive commedie.
—Ritornando di casa vostra, ieri sera, trovai una lettera di lui, con la quale mi dà congedo, e mi annunzia che partiva per andare a sposare.
—In provincia?
—O all'inferno, che so io? E' mi lascia ed ammogliasi: ecco tutto. Ed io, l'amo.
Il dottore non rispose. Era divenuto pensoso.
—A che pensate voi dunque?—dimandò Augusta.
—A nulla. Avreste voi qualche sospetto della donna con cui il vostro poeta maritasi? perocchè non suppongo che la conosciate.
—In guisa alcuna. E voi?
—Io credo… Vi sono delle coincidenze strane… Sovvienemi adesso di parecchie cose a cui io non poneva mente. Pertanto… fo dei confronti…
—Insomma, la conoscete voi, sì o no!
—O' dei sospetti.
—Come ella chiamasi?
—Innanzi tutto, che pensate voi fare?
—Uno scandalo, un dramma, un'opera… un tafferuglio di tutt'i diavoli… e vendicarmi.
—Di chi?
—Di entrambi.
—Ciò è male.
—Male! che cosa?
—Lo scandalo.
—Ma io non posso far senza di lui. Non òvvi io detto che l'amavo, che n'ero pazza?
—Ragione di più per agire con prudenza. Volete voi riescire?
—Ad ogni costo.
—Mettete voi nel gioco perfino Alberto Dehal?
—E la Svezia.
—Perfino il principe di Lavandall?
—Dottore…
—Inteso.
—Il principe è la mia ultima posta!
—Sapete voi chi è la fanciulla, cui il vostro Sergio di Linsac à rapita la notte scorsa?
—Rapita?
—Sì, rapita, e con cui egli corre le grandi strade in questo istante?
—Nominatemela.
—Mia nipote.
Augusta saltò dal suo canapè e levossi in piedi, il viso pallido, gli occhi spalancati.
—Sì, mia nipote se n'è ita la notte scorsa—rispose il dottore.
—Ma in questo caso…
—Ma, in questo caso, come io non ò nulla a farmi del vostro poeta, ed abbisogno di mia nipote, io conto che voi agirete con prudenza e non bruscherete le cose, per non perder tutto irreparabilmente.
—Io perdo la bussola! sclamò Augusta ricadendo affranta sul canapè.
—Prestatemi il vostro principe di Lavandall.
—Impossibile. Voi lo sapete: egli è la mia provvidenza.
—Io v'ò detto: prestatemi il principe.
—No. Vi sono dei prestiti che non si ricuperano mai più.
—Voi sapete, belloccia mia, che io lo conosco, che lo incontro presso i ministri, nelle ambasciate, nei saloni del Faubourg. Laonde, se volessi rapirvelo, non avrei permesso a dimandarvi.
—Ma che volete voi dunque?
—Che me lo serviate in una festa, a casa vostra, alla mia prima richiesta.
—Sarà ciò subito?
—Non lo so ancora. Ciò dipende…
—Accetto.
—Infrattanto, calma e silenzio. Come vai tu, figliuola mia bella, adesso?
—Meglio, dottore. Ma Sergio…
—Che vuoi tu che io mi faccia di un poeta, di un giornalista, in un'epoca in cui ogni monello politico e morale, sciorina giornali, ed in cui il miglior poema è il listino della Borsa? Ve lo dò come buona mancia, va! Ma, ve lo ripeto, punto d'imprudenze, e non forziamo il tempo.
—Sia.
Il dottore baciò Augusta sulla fronte ed uscì.
VII.
Su per le nuvole.
Mentre cospiravasi a Parigi contro la felicità dei due fidanzati, essi correvano gaiamente la strada per l'Inghilterra.
Quando Lisa faceva le viste di dormire, ovvero cacciava il capo fuori degli sportelli della carrozza, le bocche dei due innamorati si rapprossimavano, si toccavano, si azzeccavano l'una all'altra, si assorbivano, e l'uno aspirava dall'altra un bacio lungo, melodioso, penetrante, luminoso come l'aurora che levasi, profumato di paradiso. Essi avevano tante cose a dirsi, che restavano in silenzio! Le cataratte della parola erano anguste: il troppo pieno traboccava dagli occhi in uno sguardo, dalla bocca in un bacio.
Essi divoravano la via, perchè la presenza di Lisa li incomodava, ma non potevano sbrigarsene con convenienza, prima che non si fossero sposati.
A Boulogne presero il paquebot. A Folkstone, la posta di nuovo… E non si fermarono più che alla frontiera della Scozia, a Gretna-Green, per celebrarvi il matrimonio provvisorio—cui dovevan poscia far sanzionare, alla privata, a Parigi, nella chiesa della Trinità.
Quegli sponsali scozzesi erano un pretesto per un lungo e delizioso vaneggiamento—cui addimandarono la luna di mele dell'amore.
L'albergatore della locanda di Gretna-Green li congiunse. Egli diede loro, alla benedizione, un estratto del registro ove egli iscrisse il compimento delle formalità delle nozze—estratto firmato da lui e da quattro testimoni, per eccesso di precauzione.
Quest'atto compiuto, rimandarono Lisa ad aspettarli a Parigi, e si misero in viaggio.
Ecco innanzi tutto il certificato: «Regno di Scozia. Contea di Dumfries, parrocchia di Gretna. Le presenti sono per certificare a tutti coloro che le vedranno, come mademoiselle Regina di Nubo, della parocchia di Nicastro nel regno di Napoli, e Mr. Sergio conte di Linsac, di Nantes, nel regno di Francia, essendo qui presenti ed avendo dichiarato che erano celibi, sono stati maritati oggi, secondo le leggi scozzesi, come l'attestano le nostre firme. Gretna-Green Hall, il 27 giugno…» Nomi dei testimoni.
Questo documento prezioso incassato, essi partirono per visitare le
Terre Alte—Highland—a piccole giornate.
Viaggiatori poco frettolosi, una fontana, un cespuglio, un poggio a scalare o un bel panorama ad ammirare e bozzare sull'album… tutto serviva loro di pretesto per fermarsi. Sedevano, allacciavano le mani, ovvero consertavano le braccia, si guardavano seriamente, scoppiavano in un folle scroscio di risa, o si baciavano. Tutto cominciava e finiva per codesto.
La natura sembrava non occuparsi che di queste due felici creature. Se il sole sorgeva splendido di dietro le isole Orknei; se le alte cime dei Gramplans, il Ben Mac Dhui, il Cairngorn, il Brocriach… scintillavano sotto il riverbero del sole che fondeva lentamente gli strati di ghiaccio; se gli uccelli gorgheggiavano dei loro piccoli affari di famiglia; se il fiore apriva il suo calice per aspirare la brezza e la luce; se gli alberi ondulavano soavemente sotto i fuochi del sole al tramonto; se i paesaggi del Ben Lewis, del Ben Lomond, del Ben Nevis, del Cruachan si sviluppavano rapidi, profondi, incantevoli, viventi, armoniosi di tinte e di forma… ratto, Sergio e Regina s'invitavano scambiavolmente a quelle feste della natura.
—Gli è per te—diceva Sergio—che quel sole s'imporpora di tanta orgia di luce; l'è te che quel piccolo fiore curioso vuole spiare al passaggio; gli è di te che quegli augelli ciarlieri chiacchierano per dirsi: Vedi mo! che begli occhi! Tu non n'ài di così splendidi, mia vezzosa cardellina! Che bei capelli neri! Nasconditi, su, mastro corvo! Che testa viva ed allerta! Tu sei ben contadina, al paragone, signorina rondinella.
E tutto celebrava così il zonzare dei due mortali che traversavano una contrada poco bazzicata dalla turba, onde trovarsi, soli, intieri in faccia a Dio ed alla natura, con tutta l'opulenza infinita del loro amore.
—In fede mia—diceva Sergio—se io potessi tirar dal mio cuore altra rima che: t'amo! scriverei dei versi.
—Tira pure, tira, e scrivine ancora su codesta rima—rispondeva
Regina.—Io ti darò la replica.
—Con la stessa parola?
—Imparate dunque, signor mio, che io rispetto la prosodia—rimbeccava
Regina, baciandolo.
Di montagna in montagna, di villaggio in villaggio, di clan in clan, essi consumarono così due mesi di voluttà. Le ore snocciolavano come perle d'ambra d'un monile nelle mani di una cortigiana greca.
Essi non sfioravano il mondo che delle punte delle ali.
La vita materiale, a dir vero, non era delle più confortevoli. In fra le montagne di Argyle, di Ross, d'Inverness, di Stillig—dove essi s'inerpicavano a piedi, le braccia allacciate, gli occhi negli occhi più sovente che nel cielo—il pranzo, a quell'epoca, lasciava molto a desiderare, ed il giaciglio ancora di più. Ma quando eglino non avevano che un cattivo oat-cake—focaccia d'avena—o un milk-porridge—zuppa di latte—Regina l'accostava alle sue labbra, poi lo porgeva a Sergio, e diceva:
—Gusta un po' di questo camangiare!
E quando la sera non trovavano talvolta, in luogo di letto, che una manata di varech o un lembo di vecchio plaid striato, Sergio tendeva il suo braccio e diceva a Regina:
—Poggia il tuo capo su questo origliere!
Quanto lontana era Parigi! Come la vita era di rose!
Se un bel garzoncello dagli occhi attoniti vedevali passare, Sergio gettava a Regina uno sguardo ardente, smagliato di un sorriso significativo. E Regina arrossiva. Se una povera vecchia, dai capelli rossi, ben segaligna, ben disseccata, fermavasi e tendeva loro la mano in silenzio, Regina tuffava la sua mano nelle tasche di Sergio e dava alla meschina una moneta di sei pence, dicendole:
—Dalla parte di questo signore, la mamma!
Le sere in cui esse non trovavano albergo, domandavano ospitalità in qualche cottage di montanaro o in qualche House di landlord, e riuniti intorno alla tavola a the di fronte ad una bella fiamma di sterpi resinosi, Regina provocava la conversazione sugli usi e costumi della contrada, dimandava storie ed aneddoti, per arricchire l'album e la galleria del suo romanziere.
Sovente e' scalavano i dirupi a picco sul mare—falaises—per ammaliarsi, per contemplare le onde fosforescenti dell'Oceano che attaccava la spiaggia ai loro piedi, ed il cielo profondo scintillante di stelle azzurrognole. E Sergio esclamava:
—Gli astri di lassù non valgono questi!
E baciava gli occhi di Regina.
Poi esaltato da quello spettacolo e' le raccontava ora le lotte della sua infanzia e le follie dell'adolescenza, ora le gioie della sua vita giovanile e virile contro l'odio, l'indifferenza, la gelosia, gli ostacoli che aveva avuto a sormontare per praticarsi una via, tra ciò che puossi addimandare le savane delle lettere, e le steppe della politica. Egli apriva tutto intero il suo cuore: rimuginavano fino i più segreti ripostigli; prodigava checchè si aveva di passione e di sensibilità. E' non celava nulla, non sparmiava nulla. Sciupava senza riserbo, nè misura, sopratutto senza il tedio del dimani—quel tedio pensieroso che è lo scoglio a cui frangesi l'amor ingenuo ed ardente, il quale dà tutto in una volta sola, schiaccia e soffoca l'oggetto preso nei suoi artigli divini.
Cosa strana! quell'uomo che sapeva con tant'arte e talento distribuire le scene di un dramma, e condurre gli effetti di un romanzo, preparando le passioni, versandole gocciola a gocciola, con progressione ed opportunità, quell'uomo lasciavasi andare, nella vita reale, con una imprevidenza da adolescente.
Regina, lei, ritenevasi meglio, e vi guardava più al sottile. Ella smaniava di voglia per raccontare le scene bizzarre di sua fanciullezza—la vita da zingari, di cui essi vivevano adesso, richiamandone il sovvenire. Ella avrebbe raccontato quelle scene con le delizie egoiste di colui che, dall'alto dei veroni del suo castello, mira i cavalloni dell'Oceano correr l'un sull'altro a mo' di montagna. Ma Regina si raffrenò. Ella non discorse che della sua pensione, e della sua vita vaneggiatrice di giovinetta. Ella prodigò meno ancora l'amor suo—il suo cuore essendo del resto rimasto straniero alla sua scappatuccia.
Ella erasi entusiasmata, inebbriata del poeta, e lo aveva amato del cervello, infra la lettura di due odi e due romanzi.
Regina non lesinò dunque un briciolo di questa specie d'amore prismatico—cui si potrebbe addimandar pure fantasia. Ma quanto a quello del suo cuore, la gl'impose silenzio.
—Vedremo poi—dicevasi ella.—Ogni cosa a tempo suo. Ciò che dò oggi basta pel momento.
La donna à sempre, in fondo, un pensiero d'avvenire. In ogni cosa, ella sfiora il presente e passa senza fermarvisi. Il presente è un gradino di quella scala di Giacobbe cui ella vede perennemente rizzarsi dinanzi ai suoi occhi, avendo a cima quell'angelo ideale verso il quale ella aspira sempre, e cui non stringe giammai. L'è l'essenza della sua natura di edera—natura incompleta che mai non si basta.
Questa epopea di amore durò due mesi. Ma alla perfine l'ora della realtà scoccò.
Sergio, vero galeotto del pensiero, aveva contratto impegni per procurarsi quattrini. Lo si chiamava a Parigi per tenerli.
E' doveva somministrare un romanzo, in sei volumi, ad un giornale—romanzo di cui non aveva dato che il titolo: I Sesti Piani di Parigi. Del resto, non aveva abbozzato nè manco un'idea. Partendo, erasi proposto di meditare il suo soggetto viaggiando. Ed infatti, aveva di tempo in tempo fantasticato un tantino sul tema. Ma, avendo cominciato dal rêver dei sesti piani, era poi poco a poco disceso al primo, dove erasi visto con Regina, in uno splendido appartamento, circondato di lusso, di fiori, di felicità.
Sergio parlò dunque di ritorno—tanto più che il clima di Scozia cominciava a divenir rigido pel loro vagabondare.
Partirono quindi in sulla fine di settembre.
Sergio di Linsac aveva pregato il suo amico Marco di Beauvois di trovargli un alloggio e di farlo mobigliare alla larga, riserbandosi di ornarlo affatto secondo il gusto di sua moglie, al loro ritorno. Egli aveva ceduto il suo appartamentino da scapolo a Marco. Questi gli aveva procacciato un piccolo chalet, tra due giardini, nella via di Boulogne—dimora appartata, tranquilla, civettuola.
Regina trovolla stupenda e l'addobbò a magìa.
Lisa li serviva.
Qualche giorno dopo il loro arrivo a Parigi, Regina scrisse al dottore di Nubo una lettera meno burliera della prima. Alla quale il dottore non rispose. Alla vigilia del giorno prefisso per legittimare il matrimonio secondo le leggi francesi, Regina si recò dal suo ex-zio e gli portò una lettera di suo marito. Il dottore ricevè la sua ex-nipote gelidamente, non le diresse un motto di rimprovero, non fece alcuna allusione al passato. Gettò l'epistola di Sergio sul tavolo senza aprirla, e non andò nè al municipio, nè alla chiesa.
Regina cominciava a sentire una specie di freddo al cuore. Ella principiava a trovarsi sola e si atterriva di quell'isolamento.
Imperciocchè, checchè se ne dica, il marito non è mica tutto per una donna!
Per trovarsi a completo, la donna à mestieri sentirsi dietro una famiglia del passato—i parenti—ed innanzi una famiglia dell'avvenire—i figliuoli. Codesti sono le sue guardie del corpo. Un marito, anche imbecille, è poi sempre, più o meno, un padrone.
A quella specie di solitudine, cui le creava l'assenza dei legami del sangue, arrogevasi la libertà intera ed illimitata cui Sergio le lasciava, e la vita che costui era forzato condurre per compiere i suoi lavori.
Un uomo di lettere—poche eccezioni salve—è il peggiore dei mariti, per una donna che aspettasi a trovare in lui il pontefice massimo della bellezza di lei ed il primo gentiluomo di sua camera—un essere previggente, in una parola, dalle piccole moine, espansivo, delicato, innamorato.
Un uomo di lettere serio, non si mischia troppo al mondo, che per eccezione. Di consueto, egli vive fuor del mondo, di una vita fittizia, in mezzo ad esseri ch'egli evoca dal suo cervello. I giorni dell'uomo del pensiero scorrono in mezzo al cozzo delle idee che s'incrociano nel suo spirito; assiepato di sistemi, di dottrine, di collezioni, di teorie, di libri; in presenza di allievi o di nemici, di credenti o di denigratori; assorto, distratto, sgarbato, stanco, strano, perduto fra gli uomini reali. Però, quando à la sorte di sapersi lasciar dietro, nel suo gabinetto, tutta questa plebe di larve, il letterato o lo scienziato, è un trionfo di grazia—Egli indora e rallegra la vita di coloro che lo attorniano e l'avvicinano.
Libero di queste preoccupazioni, quando trovasi in contatto con stranieri o nel mondo, l'uomo di lettere o di scienze, spoglia la persona sua vera e s'investe di una parte—cui egli rappresenta del resto con una abilità suprema. Ma, nel grembo della famiglia, in faccia della moglie—per la quale egli crea quella miriade di spettri, che debbe loro servire il pane quotidiano—ben pochi uomini di lettere o di scienze si smentiscono o si trasformano; ben pochi rinunciano al loro essere intimo e si addobbano di un carattere forzato, e fuori dell'elemento abituale in cui vivono; ben pochi insomma divengono commedianti al loro focolaio. L'uomo della sala da pranzo, l'uomo della camera da letto, resta spessissimo l'uomo del gabinetto dal lavoro. Ed e' racconta a sua moglie la vita del suo pensiero e le gesta dei suoi fantasmi.
Se questa moglie è una donna superiore, se ama suo marito, ella interessasi a questa creazione quotidiana; invita suo marito a presentargliela, l'incita a parlare—accelerando così la procreazione. Ella l'aiuta dei suoi consigli—spessissimo eccellenti—Gli comunica le sue impressioni e le sue idee, non raramente giuste.
Una donna leggiera, una donna egoista, che vive in sè e per altrui, annoiasi dei vaneggiamenti, dell'idealismo di suo marito—se tuttavolta non ne diviene gelosa e se n'offende. Ella trovasi negletta.—Ella vede delle rivali nelle visioni di lui.
L'uomo di lettere, inoltre, à spesso dei doveri sociali, cui non può fare partecipare a sua moglie. Egli bazzica talvolta una compagnia ove una madre di famiglia si troverebbe fuori posto.
Sergio, capitano nella stampa quotidiana, lasciava dunque Regina assai soventi soletta, per delle lunghe sere, dopo aver passato tutto un giorno nel suo studio.
Egli vedevala per un istante all'ora dell'asciolvere; poi rientrando, ad un'ora del mattino, e' sedeva alle sponde del letto di Regina e chiacchierava con lei fino alle tre.
Egli era obbligato a desinare in città parecchie volte nella settimana. Lo si sapeva uomo di spirito, ed i suoi protettori lo servivano come un hors d'oeuvre ai loro commensali.
Quando era ben stanco, addormentavasi a fianco di sua moglie. Ma alle 8 del mattino, il galeotto ripigliava la sua catena—e via!
Regina aveva conosciuto Sergio nei libri scritti da lui, e nel mondo. Ella aveva per conseguenza conosciuto la maschera—direi meglio l'attore—Ed erasi invaghita di lui come un'educanda—avvegnachè la fosse di già bene sveglia e bene allerta. Ella aveva rinvenuto il medesimo essere durante i due mesi di peregrinazione passati insieme. Imperciocchè lì, Sergio erasi completamente obliato, aveva messo la sordina all'ebbolizioni del suo cervello; aveva rilegato ben lontano l'esigenze di Parigi, ed aveva vissuto del cuore. Adesso, egli aveva ripreso il suo giogo… E Regina nol riconosceva più.
—Me l'ànno cangiato—ella dicevasi—o egli m'à stranamente mistificata.
Ella pertanto non querelavasi. Però, un lievito di amarezza cominciava a germogliare nella sua anima. Non rimpiangeva nulla ancora, ma rifletteva.
A che rifletteva dessa?
L'ora giunse.
Le feste cominciarono.
Durante il suo soggiorno col dottore, Regina aveva frequentato i balli dei ministri, degli ambasciatori, del Faubourg Saint-Germain.
Il medico è un elemento neutro nella società. Egli è al suo posto dovunque, nel soffitto come alla Corte; egli à il suo libero parlare, il suo libero procedere; egli è re—egli ordina; egli è padre—e' consiglia. Nipote del dottore di Nubo, Regina andava ove il dottore voleva condurla; nipote del conte di Nubo—uno dei nomi più aristocratici in Italia—ella era al suo posto dovunque.
Non era la medesima cosa per la signora Sergio di Linsac—quantunque contessa.
Regina trovavasi identificata alla condizione di suo marito. Il suo posto era disegnato conseguentemente in quel medio ove l'uomo di lettere può vivere—nella sua qualità di uomo; il suo posto era determinato dal partito politico cui egli apparteneva. Dappoichè—nella sua qualità di artista—sopra tutto quando il letterato è celibe, egli non trovasi intruso in alcun sito.
Regina, che piacevasi a disegnare, spendeva i suoi dì nel suo piccolo atelier, sovente in compagnia di amici di suo marito. Perocchè il marito di bella donna non manca mai di amici, più o meno intimi, teneri, divoti, pieni di attenzione—disinteressati sopra tutto! Questi amici accorciavano un poco le lunghe serate di Regina e le rallegravano. Ma ciò non bastava. Ciò non soffocava, principalmente, il rimpianto del paradiso da cui era esiliata adesso. Ella sospirava i balli diplomatici e ministeriali, ed in cima a tutto quelli del Faubourg.
Ella trovava milensamente ridicole le feste della Chaussée d'Antin, e quelle del mondo della finanza. Ella sbadigliava a morire allo spettacolo—ove Sergio la conduceva ogni qualvolta ella lo desiderava. Regina principiò a sentire una specie di nostalgia del mondo elegante ed aristocratico. Non pertanto, ella divertivasi moltissimo a quelle feste fantastiche che davano di tempo, in tempo gli artisti—ma desse erano rare, perchè troppo costose.
Regina non fiatò motto a Sergio della rivoluzione che si operava nel suo spirito. Nè Sergio la scoprì. Il dottore, lui, era perfettamente al corrente di ciò che avveniva della sua pupilla.—Perchè Lisa lo raccontava a Trust, e Trust lo ripeteva al padrone. Solamente egli diceva:
—Ah! signor Dio, monsieur, Lisa si annoia; Lisa vuole andare al ballo; Lisa è andata al teatro; Lisa à voglia di pizzi e di cachemire.
Egli confondeva le persone; identificava la soubrette con la padrona.
Un mattino—il mattino del capodanno—il dottore colazionava, quando sentì due piccole mani poggiare sulle sue spalle, ed udì una voce insinuante che gli mormorava all'orecchio:
VIII.
Dove si vede… ciò che vedrete.
—Voi tenete dunque ancora il broncio, cattivo zio?—disse quella voce.
—Affatto—rispose costui tranquillamente. Io ti aspettava.
—Davvero?—gridò Regina, sfolgorante di gioia.
—Magari! Credi tu che io avrei vissuto sessant'anni per non imparar nulla? Ti aspettavo.
—Perchè allora non mi avete chiamata prima?
—Perchè io non aveva bisogno di te; e perchè io era sicuro che tu saresti venuta quando avresti avuto bisogno di me.
—Sempre lo stesso!—sclamò Regina, sospirando. Il vostro cuore non spiana dunque giammai le sue rughe?
Il dottore la fissò tra i due occhi e sorrise.
—Voi credete dunque che sono venuta perchè ò bisogno di voi?—chiese
Regina.
—Non lo credo: ne sono certo—rispose il dottore. Ed ecco perchè soggiungo: sbrigati a dire che cosa ti occorre—perchè debbo uscire.
—Ma, non mi occorre proprio nulla. Voleva solamente…
—Grazie, e buon giorno. Prendi una tazza di thè?
—Venivo a far colazione con voi. Ma ora nol voglio più. Sareste capace di dire che non venivo se non per questo…
—E per altre cose.
—Ah! E quali dunque, se vi piace, signore?
—Mi riguarda ciò forse? Sarà di già bene abbastanza di udirlo. Non mi dò dunque la pena d'indovinarlo e di dirlo.
—A maraviglia. Voi divenite di una brutalità a far scoppiar d'invidia… un editore—direbbe mio marito.
—Gli è che gli editori ànno ragione quando ànno a fare con scribacchiucci del calibro di quello lì.
—Voi siete ingiusto, dottore. Il signor Sergio di Linsac è un uomo compito, di grande ingegno, di gran cuore, che mi ama molto e mi rende felice.
—Peste! lo tradiresti di già, per consacrargli un simile elogio da epitaffio al Père Lachaise?
—Mi pento di esser venuta. Oh! sì: dovevo pur saperlo che gli uomini come voi non perdonano mai.
—E perchè no… quando sprezzano l'offesa?
—Io sovverrommi mai sempre di ciò che ero, e di ciò che avete fatto per me. La gitanella di Nicastro aveva la sua piccola volontà; ma ella aveva altresì del cuore.
—Per chi, dunque?
Regina guardò a sua volta fissamente il dottore e rispose:
—Per quelli che l'ànno amata.
—In questo caso, io conosco mica male di deseredati. Ma passiam oltre. Adesso la gitanella in questione si annoia.
—Un pochino.
—Ella trova il tempo lungo, l'esistenza vuota, le serate monotone e scure. Ella è sola nel mezzo della folla, vedova al focolaio domestico. Ella si trova fuori di classe, fuori dell'orbita sua naturale…
—Voi credete?
—La giovinetta cotanto festeggiata nel mondo, si tedia, giovane donna più che giammai. La giovinetta sì elegante, sì scintillante di gusto e di semplicità, si trova, giovane sposa senza diamanti, senza carrozza, senza una falange di lacchè… attrice riboccante di brio e di spirito, in tutta la potenza dei suoi mezzi, ma senza teatro, senza pubblico.
—Voi esagerate, dottore.
—La fanciulla aveva vaneggiato di un Dio che doveva trasfigurare la giovane sposa. Ella à visto quel Dio trasformarsi egli stesso in una creatura fastidiosa, silenziosa, distratta, che beve, mangia, dorme, e carezza sua moglie—quando la carezza—come l'ultimo dei facchini dell'Auvergne.
—Eh, Dio mio! l'è la storia di chicchessia—sclamò Regina sospirando—l'è la storia della donna e del matrimonio. Perchè me ne lagnerei, io?
—E chi dice che tu te ne lagni? Io constato la situazione del tuo spirito.
—Ebbene. Quando ciò fosse? Io avrei torto: ecco tutto.
—Ma, è fuori dubbio che tu ài torto. Il realizzamento di queste visioni non può esser permesso che alle donzelle dell'Opera… o alle mogli dei milionarii. La moglie di uno scrittore deve fare i conti con la sua cuoca—quando ne à una—andare al mercato, portare delle toilettes modeste, e mettere da banda un po' di gruzzolo per i giorni di non lavoro, par i figliuoli—che capitano checchè si faccia per evitarli. Che sono, al postutto, tutte codeste follie della vita elegante? Tu le conosci pure. Tu le ài gustate, tu le ài divise con le duchesse e con le ambasciatrici. Quantunque un ex-zingara, tu devi esserne sazia, stufa. N'è vero, figliuola mia?
—Mica poi tanto!—sclamò Regina, sospirando.
—E tu ài torto. Tuo marito vive nobilmente della sua penna—lo riconosco, avvegnachè non l'ami. Ma il tempo della penna è passato. La Francia muore d'un ingorgamento di lettere. Mr. Guizot vi metterà ordine—e farà bene. Meno scienziati, e più sensali e agenti di cambio! Tu mi costavi dodici mila franchi l'anno. Adesso…
—Non ve ne costerò che sei mila…—susurrò Regina, carezzante.
—Mille grazie. Io mi riformo. Metto poste alla cassa di risparmio, per la vecchiaia—come le cuciniere. Chi sa che può avvenire? Prendi dunque il bruno del passato, e rassegnati.
—Io mi tedio a perirne.
—La gloria non ti basta, dunque, eh!
—La gloria è del sesso femminile, dottore. E poi, dessa è a mio marito.
—Non vi siete voi dunque mica maritati col regime della comunità?
Egli ti celebra pertanto, nei suoi romanzi.
—Ebbene, sì. Egli mi à ultimamente collocata in un soffitto. La sua Regina è bella… ma abita il sesto piano sul mezzanino. Io l'avrei preferita in un palazzo. Mi capite?
—Il sesto piano è l'olimpo dell'amor vero. Non l'abita chi vuole.
—Si ama benissimo anche al primo piano, m'immagino.
—Ami tu tuo marito?
—Che domanda! l'avrei sposato senza ciò?
—Un milione di gaudi, allora. Un tugurio… ed il suo cuore!…
—E poichè vi siete, soggiungete: e sessanta mila lire di rendita!
—Io conoscevo un certo Svedese che ne possedeva trecento mila.
—Codesto, è storia antica… passiamo.
—Ne conosco che ne ànno cinquecento mila.
—Codesto è un sospiro di vedova… passiamo ancora.
—Vi auguro il buon giorno, signora contessa Sergio di Linsac.
—Quando verrete voi a pranzo da me—a pique-nique, bene inteso!
—Non ne so nulla. Non ne ò il tempo. Gl'inviti mi soffocano.
—Mettetevi al regime omiopatico.
—Io sono allopatico, carina—e non appostato—quantunque ciò sia alla moda. A proposito, se incontrate per avventura la gitanella in questione, ditele, che vi è per lei da Delille una veste e certi pizzi. Che vada a reclamarli. Inoltre, ditele che io vado al ballo dell'ambasciata d'Austria il 10 corrente, e che quella sera lì, io resterò in casa fino alle 11 pomeridiane, aspettando una vettura che venga a prendermi.
—Voi volete dunque pervertirla?—sclamò Regina, baciando il dottore sulla fronte. Io non porto mica di tali messaggi. Addio. O' fame, e vado ad asciolvere in casa mia.
—A vostro comodo, signora Alberto Dehal… ah! scusa! signora contessa di Linsac.
Regina fece un segno di minaccia col suo dito, scintillando di un sorriso che illuminò la camera.
Il dottore la vide partire ed un ghigno spaventevole si stemperò sul suo sembiante. Poi prese un foglietto e scrisse:
«Trovata. Al ballo dell'ambasciata d'Austria.»
Piegò quindi la lettera e vi mise l'indirizzo: «Al signor principe di
Lavandall. Rue d'Amsterdam, n. 97.»
Si vestì ed uscì.
IX.
Eva ritorna all'Eden.
—Vittoria su tutta la linea, mio caro!—gridò Regina, rientrando e saltando al collo di suo marito.
—Che dunque?—sclamò costui.
—Lo zio à piegato. L'ò portato via di assalto.
—Ed e' à lasciato fare?
—Non mica. À resistito, il vecchio ostinato, à risposto di becco ed unghia; ma infine…
—Egli à ceduto?
—Completamente. La pace è firmata. Egli è stato per fine gentile.
—Al postutto che cosa gli costa codesto.
—Codesto?… gli costerà almeno sei o otto mila franchi, per il momento.
—Vale a dire?
—Vale a dire, ch'egli mi à annunziato esservi per me da Delille una veste e dei pizzi. Ora, poichè vi sono, non vo' fare le cose a mezzo.
—Ed è lui che paga?
—Bene inteso.
—Senza condizioni?
—Una sola.
—Me lo immaginavo. Quale dunque?
—Che il 10 gennaio io vada a prenderlo in carrozza per condurlo al ballo dell'ambasciata d'Austria.
—Addobbata di quell'abito e di quei pizzi in discorso?
—Lo penso bene.
—Per farne mostra innanzi ad una turba di stranieri, e provar loro, che in fatto di gusto, la Parigina è la prima donna del mondo?
—Il dottore è naturalista: egli ama provare con i fatti.
—Ebbene, mia cara, ne sono incantato.
Regina lo abbracciò ancora una volta.
—Ma tu sarai meco—disse ella.
—Uhm! codesto è un altro paio di maniche—borbottò Sergio.—Io sono in delicatezze con l'Austria.
—Come ciò?
—L'Austria è una vecchia civetta che vuol darsi l'aria, i gusti, l'andazzo, le passioni di una giovinetta. Ora, nella mia qualità di giornalista dell'opposizione, mi occorse più di una fiata provarle, che i suoi denti erano falsi; i suoi colori, belletto; i suoi diamanti, strass; i suoi addobbi, un vecchio resto di rivendugliola di toilette; la sua fierezza, burbanza scenica; la sua forza, un po' d'isterismo; ed il suo codazzo, dei creditori, i quali un giorno o l'altro finiranno per perder pazienza, e non mica amanti. Tu comprendi! dopo codeste brutalità, una vecchia ragazza non perdona mai.
—Ma allora?
—Tu andrai al ballo con tuo zio. Ciò è ammesso e si vede ogni giorno. Egli, è più austriaco del principe di Metternich. Ed io ne sono rapito; perchè io capisco, piccina mia, che la vita in cui forzato sono d'imbragarti, è scura e monotona. Non appartenendomi io stesso, posso appartenerti ben poco. Ma io non sono egoista.
—Lo so.
—Divertiti dunque, poichè tuo zio vuol di nuovo servirti di introduttore. Solamente, ricordati amica mia, che tu porti un nome che obliga. Io tengo poco ad un titolo che vienmi di antenati che furono alle Crociate. Ma tengo moltissimo a quello che vienmi da Dio, il quale me ne fè dono sotto la forma di strofe scintillanti, di romanzi passionati, e di una polemica politica che à spezzato più d'un ministro.
—Il nome tuo è pure il mio—risposa Regina—e ne sono fiera quanto te.
L'indomani fu per Regina una giornata di lavoro. Ella corse i negozi, le sarte, le modiste, i mercanti di fiori, i gioiellieri. Ella apparecchiava le sue armi da battaglia.
Vi è una certa ansietà nella donna che va per la prima volta nel mondo, dopo le sue nozze. Ella va a pigliar posto. Ignora ancora se la graziosa o civettesca disinvoltura della giovane donna farà obliare facilmente l'aria impacciata, la modestia quasi sciocca cui affettò fanciulla. Non conosce ancora quella linea indefinibile, e pertanto capitale, ove la facilità, l'indipendenza, la grazia, la seduzione, l'originalità delle maniere finiscono, e dove la libertà comincia. Ella conosce un uomo, ma non ancora gli uomini. Non à sperimentato ancora l'effetto del cangiamento che si è operato nella persona sua—se desso à aggiunto o tolto qualche vezzo ai vezzi suoi. Ella non à provato ancora le novelle armi della toilette di una donna: lo scollacciato, i monili, lo sguardo intrepido, il sorriso franco ed aperto, il rimbecco subito senza arrossire, la provocazione. Ella fa la sua prima entrata sul teatro attivo della vita. Mentre la giovinetta aspettava, ella va adesso ad agire. Ella presentasi sotto un'altra maschera, sotto un altro nome, in un'altra parte: riescirà?
Ella va a piantar questo problema—ed il dubbio, l'ansietà, l'agitano.
Regina sentiva tutto codesto. Ella andava a dar battaglia.
Ad ogni azzardo, ella cominciò dall'armarsi a meraviglia.
Portava una veste di crespo cilestre con un grande volant di pizzo bianco, rilevato ai lati da quattro grappoli di brughiera rosa. Il suo seno nudo si apriva sopra un mazzetto di mughetti. Alcuni rami di brughiera bianca s'innestavano nelle dense trecce dei suoi serici e lunghi capelli. Due bottoni, di un sol diamante, pendevano dalle sue orecchie rosee e sottili. Le sue spalle nude rivaleggiavano col soffice bagliore delle file di perle che serpeggiavano intorno ad un collo maravigliosamente bello. E le sue braccia bianche e rotonde impedivano di rimarcare le due girate di grosse perle che le allacciavano i polsi.
Regina era alta, flessibile, svelta come una liana. La sua vita avrebbe destato invidia in una vespa. I suoi occhi, di un nero bleu, illuminavano la sua fisionomia del più puro tipo spagnuolo della scuola di Zurbaran. Aveva una pallidezza sana, fresca come una gionchiglia, appetita e mordente, che rivelava l'equilibrio della vita, animando in modo eguale una struttura di primo ordine. Sul suo sembiante volteggiava quella calma calda e stellata delle notti di està. Le sue labbra rosse, un tantin carnute, erano un focolaio di amore, una pila voltaica di voluttà. Il naso, insensibilmente curvo, le dava un'aria fiera e degna, che imponeva rispetto ed indicava ad un tempo che, se giammai una passione agitasse il suo cuore, quella passione potrebbe diventare un uragano. I suoi piedi piccini, inarcati, elastici davano i brividi.
Quando Regina entrò nel salone, tutti gli sguardi si volsero e fermarono su di lei. In mezzo ad una folla d'inglesi—pettinate con uccelli di paradiso, azzimate di rosso e schiacciate sotto una bardatura di diamanti; in mezzo a delle matrone germaniche—caricate d'abiti di velluto verde pomo; infra Americane adornate come tabernacoli di ogni sorta d'oreficeria; d'Italiane, balenanti come iride, e di Russe splendenti di gioielli… quella giovane sì bella, sì elegantemente semplice, messa con un gusto sì squisito, di un portamento sì sereno e sicuro di sè, doveva naturalmente far senso, per la stessa bizzarria del contrasto. Regina, del resto, era di quel piccolo numero di Parigine che—adorne con la medesima aristrocratica semplicità—formavano la via lattea del ballo dall'ambasciata.
Ella divenne quindi all'istante il centro della festa. Gli inviti alla danza s'incrociavano.
Alberto Dehal, che era pur quivi, non osò neppure salutarla. Restò a contemplarla in uno stato di stupefazione estatica.
Il dottore si tenne sotto l'arco di una porta e calcolava. Ma non passò guari, e vide entrare nel salone, in faccia a lui, un signore di alta statura, il petto screziato di decorazioni, vestito da generale, ed i suoi lineamenti, i suoi capelli biondo-rossi, il suo portamento, tradendo la sua origine settentrionale.
Il dottore traversò la sala dove trovavasi Regina, e cui lo straniero traversava anch'egli lentamente, salutando questi, dicendo un motto a quegli e sbirciando tutti e tutto.
Lo straniero vide venirgli incontro il dottore e fermossi.
—Dottore—disse egli, porgendogli la mano—sono fortunato potervi annunziare pel primo che la nostra Accademia delle Scienze si è largito l'onore di nominarvi suo membro straordinario.
—Mille grazie, principe—rispose il conte di Nubo salutando. Il vostro sovrano debbe essere ben fiero di aver all'estero un rappresentante, come l'Eccellenza vostra, che recluta anime… anche per l'accademie!
—A proposito, dottore, vorreste voi permettermi di presentarvi uno dei nostri scienziati, che m'è capitato con l'ultimo corriere, e di pregarvi di piloteggiarlo un po' pel mondo della scienza?
—Sarò felice di essere ai vostri ordini, principe.
Essi parlavano così, un po' a voce alta, perchè molta gente stava loro intorno. Ma, senza cessar di parlare, il dottore aveva rinculato passo a passo nel vano di un balcone.
Quando si videro soli:
—Ebbene?—domandò il principe.
—Ella è qui.
—Quale dunque?
—La più bella del ballo.
—Sarebbe dessa la giovane che porta delle brughiere bianche tra i suoi capelli neri?
—Per l'appunto.
—Un abito cilestre con pizzi bianchi ed un mazzolino di mughetti sul seno?
—Vostra Eccellenza la dipinge.
—Dal color pallido.
—Proprio così.
Il principe, senza soggiunger sillaba, volse le spalle al dottore di
Nubo e rientrò nel salone.
Regina era circondata da una palizzata di attachés d'ambasciate di tutte le nazioni.
La contradanza finiva allora. Ella favellava con ciascuno e con tutti nel tempo stesso, indirizzando la parola in inglese all'uno, rispondendo in russo all'altro, parlando in tedesco, per mettere sulla via un Prussiano che schermeggiava di un francese a mo' di singhiozzo. Il principe di Lavandall aleggiava intorno al circolo, e, pur chiacchierando con un maresciallo, non perdeva nè una sillaba, nè un movimento di Regina.
L'orchestra dette il segnale del walzer.
Il principe ed i passeggiatori sgombrarono il salone.
Il principe incontrò il dottore in un'altra camera dove giuocavasi al whist.
—Incantevole!—disse egli.
—Una moxa!—rispose il dottore, sorridendo. Dovunque la si vorrà applicare, porterà via un lembo.
—Bisogna che io le parli.
—L'è facile.
—Non qui però.
—Vi preparo allora un'incontro ad un ballo di madama Thibault. Là, voi sarete in casa vostra.
Il principe sorrise ed uscì, dicendogli:
—Il più presto possibile.
Alle due del mattino, il dottore rapiva sua nipote dalla festa. La quale dopo la partenza di lei, sembrò oscurarsi.
Regina era fulgurante di gioia e di bellezza. La vita del ballo aveva raddoppiato la sua vita.
Otto giorni dopo, il ballo da madama Thibault aveva luogo.
X.
Ciò che si cerca e ciò che si trova.
Sergio era partito da due giorni, per non so quale inauguramento di statua di grande uomo in una città di provincia.
Madama Thibault era uno di quei misteri delle grandi città, cui si sospettano, cui si indovinano anzi, ma cui non si riesce mica spesso a spiegare.
Il solo uomo che conoscesse il totale di questo logogrifo era il dottore di Nubo, perchè egli era stato in parecchie occasioni, come per tanti altri, il suo medico, il suo confessore, il suo complice, il suo coadiutore, il suo consigliere, e chi sa se non vi ebbero pure tra loro relazioni di altra natura.
Il dottore aveva conosciuto questa donna in una circostanza terribile. Egli aveva prestato i soccorsi del suo ministero al signor Thibault, che era stato portato in casa sur una barella, ferito a morte in duello. Poi, il dottore era restato medico della giovine bella vedovina.
Il signor Thibault aveva guadagnato una fortuna considerevole nel commercio dei grani. Quella fortuna era nel suo portafogli. Perocchè, egli andava a farne collocamento, quando una provocazione—sotto la forma di uno schiaffo—sopraggiunse,—e vi mise ostacolo.
Gli eredi non trovarono becco di quattrino di quella fortuna.
E si disse, che la vedova avesse rubato i parenti di suo marito; che il dottore le avesse tenuto il sacco nell'operazione.
Tutto codesto, nel fondo fondo, era presso a poco falso. Madama Thibault non aveva sottratto che un centinaio di mille franchi, tutt'al più.
Nondimanco, ella menava una grande esistenza!
Per giustificarla in un modo meno sgustevole, ella lasciava correre, senza troppo contraddirli, gli altri rumori sull'origine di sua ricchezza. La verità però l'è la seguente:
Madama Thibault aveva un magnifico appartamento nella via di Provence. Attiguo al suo appartamento, eravi un piccolo alloggio ove dimorava Sergio di Linsac. Se si fosse spostato la libreria di costui, sarebbesi scorto, dietro questo mobile, una piccola porta praticata nel muro, la quale aprivasi addirittura in un armadio a specchi, nell'appartamento vicino, nella propria camera da letto di madama Thibault. Augusta poteva amar così il poeta a suo comodo, senza che il mondo ne avesse giammai potuto indovinar nulla e neppur sospettarlo.
Bisogna però soggiungere che Sergio di Linsac non era iscritto nel bilancio di rendita di madama Augusta Thibault. Ella lo amava di cuore, lo amava dei sensi e la partita saldavasi così.
Ma la buona dama non si contentava della diaria un po' magrina del poeta.
Alla sommità della via di Clichy, eravi a quell'epoca una gran casa, con un'immensa corte, nel fondo della quale prendeva origine una scalinata di servizio. La gabbia della scala nascondeva quasi una porticina a vetri colorati, che non aprivasi mai, sporgendo in un piccolo giardino, affittato allora al proprietario di una palazzina dietro la casa. La porta a vetri era dunque interdetta.
Madama Thibault aveva affittato il quarto piano di quella casa, per allogarvi una povera vecchia paralitica sua parente, a cui portava affetto. E come la signora Thibault bruciava di carità a mo' delle divote, ella recavasi colà due o tre volte la settimana, onde largir sussidii alla congiunta, e restava a favellare a lungo con lei.
A lungo, diceva ella, ripetevano altri. In realtà madama Thibault non vi si tratteneva che cinque o sei minuti. Poi, discendeva con cautela, apriva la porticina vetrata, di cui possedeva la chiave, e si trovava nella stufa della palazzina—l'entrata principale della quale era nella via di Amsterdam, n. 97.
Quella palazzina apparteneva al principe di Lavandall.
Questi era iscritto sul bilancio d'introito di madama Thibault ad una quota variante, tra i 90 ai 100,000 franchi, l'anno.
Quando madama Thibault riesciva, verso le cinque, dalla palazzina del principe, e traversava il cortile della casa della via di Clichy, i portinai, se per avventura sbirciavanla dal loro covo, sclamavansi:
—La santa donna! quante consolazioni reca dessa all'inferma!
—Ed a voi, eh!—madama Pillet?—soggiungeva la cuoca del secondo piano.
Il signor Pillet degnava sorridere.
Quelle visite occupavano un tantino l'ozio dei lunghi giorni di madama
Thibault.
Ma le notti erano altresì così lunghe, così solitarie, così silenziose! Non piacendole ricevere visite in casa, se ne andava al teatro od a far visita altrui.
Madama Thibault aveva un intendente che avrebbe sconcertato tutti gli etnografici del mondo, se si fossero avvisati di classificarlo e determinare a quale nazione appartenesse. Costui non aveva tipo, e parlava tutte le lingue come sua lingua nativa. Forse, rimuginando bene, noi avremmo potuto riconoscere, sotto l'epiderme di babbo Timoteo, l'antico capo degli zingari di Nicastro, lo zio Tob. Ma noi non abbiam tempo, in questo momento, di occuparci di codesta scoverta, che aveva fatto tanto onore alla scienza del dottor di Nubo.
Due mila franchi l'anno di salario, nudrito, vestito, alloggiato, ed altri piccoli accessori, facevano del babbo Tob, o Timoteo, un miracolo di fedeltà. Per lo manco, lo si diceva. La signora Thibault, del resto, non se ne lamentava. Il babbo Tim o Tob era discreto come i geroglifici della piramide di Louqsor.
Questo intendente l'accompagnava.
Si vedeva dunque madama Thibault in una baignoire, fino al secondo atto—talvolta fino al terzo, se la commedia l'interessava. Poi, nell'intermedio, l'intendente giungeva, gettava una pelliccia sulle spalle della padrona, discendeva, apriva lo sportello di una vettura che l'aspettava alla porta del teatro. Augusta entrava. L'intendente ordinava al cocchiere: Andate.
Egli, l'intendente, se ne iva per i piccoli fatti suoi.
E madama Thibault?
La degna dama bazzicava la soirées, faceva visite—diceva ella, diceva altresì l'intendente. In realtà, la signora Thibault recavasi in una deliziosa piccola palazzina, fra due giardini, nella via Neuve-des-Mathuarins—il paradiso del signor Alberto de Dehal. Ella restava quivi presso a poco fino alle due del mattino, dopo cui, il babbo Tim o Tob—che scaldavasi al camino, o passeggiava, o dormiva nell'anticamera fin dalla mezzanotte—le apriva di nuovo lo sportello del coupé e rientravano in casa.
Il signor Alberto Dehal, anch'egli figurava nel bilancio di entrata della bella vedova, per cinquanta o sessanta mila franchi l'anno—tutto compreso.
Con un'esistenza così piena e così sapientemente combinata, la signora Thibault passava nel mondo per una donna irreprovevole. Ella era patronesse di opere pie nella sua parrocchia. Questuava per i poveri alla messa cantata della domenica. Riceveva le visite officiali del signor curato, della società divota, e, quando ella vi consentiva, anche la buona società, la borghesia. Perfino qualche membro dell'aristocrazia avventuravasi a cacciare in quelle steppe. Per lo meno, codesto dicevasi a proposito del principe di Lavandall. Imperciocchè, di certi signori stranieri, di certi principi italiani, conti polacchi, baroni tedeschi, dicevasi, nè più nè meno, ch'essi bazzicavano la casa della vedovina schiettamente per sposarla.
Lo scudo non è desso forse la migliore delle armi?
Il ballo cui Augusta dava—ella non ne dava che due soli nella stagione—fu brillante.
I lions della festa furono, è inutile dirlo, il principe di Lavandall e Regina—l'uno per la sua colluvie di decorazioni; l'altra per la sua bellezza.
Il dottore presentò il principe a sua nipote—E costei ed il principe restarono a chiacchierare insieme un venti minuti.
Lavandall fu abbarbagliato dello spirito penetrante e fine della giovane; del tatto di lei ad indovinar tutto; della di lei abilità di tutto dire o di tutto dissimulare; della solidità del di lei giudizio e della chiarezza con cui esprimeva ciò che la voleva dire.
Quando il principe la lasciò, per discrezione, Alberto Dehal—che assisteva anch'egli a quel ballo e che l'aveva covata degli occhi senza volgerle la parola, come fatto aveva all'ambasciata d'Austria, le si accostò.
—Madama, vorreste farmi la grazia di un giro di walzer? chiese egli con voce commossa.
—Volevo riposarmi, signore—rispose Regina—ma a voi non posso rifiutare.
Levossi.
Alberto la prese fra le sue braccia.
Era estremamente pallido; si sentiva quasi svenire sotto il peso di quella donna, cui aveva tanto amata e cui amava ancor tanto! Si lanciarono alla danza.
—Madama—le sussurrò Alberto all'orecchio—non mettete giammai più il piede in questa casa, e diffidate.
—Di grazia, di che?
—Questa casa vi contamina. Voi siete in una gabbia di tigri. Partite all'istante. Non vi tornate più, e silenzio… silenzio assoluto!
Egli condusse Regina al suo posto e partì.
Regina rimase pensierosa. Poco dopo lasciò il ballo anch'ella. Non disse ad alcuno delle parole di Alberto. Però, riferì a suo marito di essere stata a quel ballo.
—Regina—rispose Sergio di un accento profondamente attristato—va pure nel mondo quanto ti aggrada. Frequenta i balli ufficiali e diplomatici, i balli del Faubourg… ma, se vuoi piacermi, fuggi il mondo borghese e quello dei finanzieri, checchè si siano. Io li detesto.
—Perchè dunque, amico mio?
—Li detesto d'istinto. Nelle regioni elevate, la corruzione, la seduzione, il vizio, la belletta non mancano di certo. Però, se tutto codesto disonora, codesto non imbratta. Imperocchè, quella gente sa orpellare il fondo con la forma. Ora, gli è vergognoso confessarlo, ma ciò è; noi viviamo per gli altri, molto; per noi, poco.
—Ài tu qualche cosa a rimproverare alla signora Thibault?
—Ella è una cliente di tuo zio. Ciò basta. Mi astengo parlarne.
—Ti comprendo amico mio. Non avrai più rimprocci a farmi.
Qualche giorno dopo, il dottore invitava Regina ad un ballo dal ministro della marina. Regina esitò.
—Come?—sclamò il dottore—saresti di già stufa?
—Magari, no.
—Ebbene, dunque?
—Ditemi, dottore, posso recarmi a codesto ballo con la stessa toilette che portavo al ballo dell'ambasciata austriaca?
—Mah! ciò ti riguarda.
—Lo so bene.
—Volgi allora codesta dimanda a tuo marito.
—Non è guari pochi dì, e voi pretendevate che il mestiere di uomo di lettere è mestiere di pezzenti.
—E lo pretendo ancora—a qualche eccezione tranne: rara avis! Ma di chi colpa se tu non ài ad indirizzarti ad un uomo di scudi?
—Dottore, non torniamo più su codesto. È un fatto compiuto.
—Allora vieni al ballo con la stessa toilette d'altra volta.
—Le donne si burleranno di me. Direbbero che dormo con essa.
—Allora, resta a casa.
—Mi vi annoio.
—E dire—sclamò il dottore quasi parlasse a sè solo—che con la metà dello ingegno che il marito di costei sciupa in frascherie fantastiche, in combinazioni fittizie, e' potrebbe, applicandolo a cose reali e serie, navigar sull'oro!
—Applicato a che mo', se vi piace, amico mio? A delle combinazioni di Borsa? Ad inventare un cappello meno ridicolo per gli uomini? un rimedio contro la malattia delle patate? un'assicurazione contro l'infedeltà dei mariti?
—Che pensi tu di quei piccoli bellimbusti che ti farfallavano intorno al ballo dell'ambasciata?
—Mah! che ve n'ànno dei dannatamente sciocchi e vani.
—E pertanto, ecco lì il vivaio degli uomini che avranno un giorno la fortuna degli Stati di Europa nelle loro mani.
—Compiango l'Europa, allora.
—Tuo marito, al paragone di quei fantocci lì, sarebbe un'aquila.
—Lo credo bene! E' ne fabbrica e demolisce, di uomini di Stato.
—Se egli volesse entrare nella diplomazia.
—Oh! per esempio!
—E perchè no?
—Perchè. Ciò sarebbe come un proporre a Scheffer di dipingere insegne per i mercanti di vino.
—Capisco. I gonzi del suo partito l'addimanderebbero apostata—quasi che il mondo fosse popolato di altre bestie che di codeste! Chi non è apostata di qualche cosa? Tu, però…
—Io?
—Perchè non utilizzeresti tu le tue abilità per lo bene di tua casa e per i tuoi piaceri?
Regina scoppiò in un fragoroso scroscio di riso.
—E che volete voi dunque ch'io faccia—dimandò ella.
—Ciò che fa la principessa di Tobelskoy; ciò che fa la contessa di Thent; ciò che fanno lady Mouthbury, la baronessa Steingel, la duchessa di Castelmoro… ed altre parecchie che nè tu, nè io, nè altri conosciamo.
—Ma le sono delle bas-bleu politiche codeste. Poffardio! Elleno predicherebbero i diritti della donna, per entrare in Parlamento e reggere un ministero. Io, io sono, tutto al più, una civetta soppannata di un abbozzo di artista.
—La diplomazia à più di facce che tu non ài di capricci.
—Ne avrebbe dessa una allora, non mica troppo brutta, perchè io potessi provarne?
—Si potrebbe rovistare nel vestiario.
—Quale mo', per esempio?
—Mah! che pensi tu di una fanciulla bella…
—Come me…
—Spiritosa… continua dunque.
—Come me—poichè ciò vi aggrada.
—Allerta, civettuola, insinuante; che avrebbe dei belli occhi per tutto osservare; che intenderebbe tutto; che comprenderebbe a mezza parola; che saprebbe far parlare; che saprebbe dare ad intendere; che fiuterebbe i secreti; che scompiglierebbe i progetti; che leggerebbe nelle anime; che dominerebbe le resistenze con un sorriso; che saprebbe farsi pagare un bacio con un segreto di Stato… un'ammaliatrice insomma, una…
—E voi credete che codesto prodigio di donna esista?
—Io la conosco.
—E che dovrebbe far ella, codesta donna miracolo, alla fin fine?
—La donna—niente altro che la donna.
—Oh!
—Vestire splendidamente ed elegantemente, correr le feste, frequentare i balli ufficiali, ricevere, cinguettare, ascoltare, comprendere, rammentarsi, e…
—Riferire… n'è vero, eh?
—Raccontare. Vi àn degli uomini che scrivono ai dì nostri la cronaca contemporanea come Saint-Simon, il cardinale di Retz, ed altri scrivevano la cronaca dei tempi loro. V'è la mania delle Memorie, delle auto biografie… Vi àn dei curiosi assai ricchi per pagarsi gli aneddoti, i si dice, i motti, il racconto degl'intrighi dei saloni; sapere ciò che Parigi ciarla, ciò che Parigi pensa, ciò che Parigi delira, ciò che Parigi fantastica, ciò che progettasi e ciò che si è in via di compiere. Vi sono dei signori stranieri, i quali, per allietare le nere cure dei loro sovrani, amano scriver loro delle follie di Parigi e tutto ciò che fermenta sotto il cranio di questa città turbinosa—come il principe di Talleyrand scriveva a Luigi XVIII tutto ciò che occorreva nei saloni di Vienna, al tempo del congresso… come la contessa di Lieven scrive alli Tzar Alessandro e Nicola…
—Ed il mio curioso in quistione, caro zio, non abiterebbe desso, per azzardo, nella via di Jérusalem, eh?¹
¹ In questa via è la prefettura di polizia.
—No, carina—rispose il dottore dopo un minuto di silenzio. Egli abita la via di Amsterdam, e chiamasi il principe di Lavandall.
—Bene. E ciò che codesto nobile signore richiede da codesta donna non si addimanderebbe, con nome proprio, senza ambiguità, con l'impertinenza sfrontata di un dizionario… dite, dottore, non si addimanderebbe desso spionaggio?
—Bazzeccole! stoltezza! L'uomo che riceve quaranta soldi al dì, e la spesa di ciò che consuma nei luoghi pubblici, spia. La donna che palpa 12,000 franchi di onorario, 24,000 franchi per toilette, e 20,000 per spese di ricevimento, osserva. L'è la logica del mondo… e della lingua.
—Tentatore!—gridò Regina levandosi di botto… e fuggendo.
Ella aprì la porta del salone e fece un passo nell'anticamera, poi si fermò. Riflettè quivi un istante, come qualcuno che cerca qualcosa. Poscia ritornò su i suoi passi, riaprì un filetto della porta del salone, passò di quivi la sua testolina svegliata, e mandò dentro, in uno scroscio di riso:
—Caro zio, accetto il ballo dal ministro della marina. E partì.
Il dottore di Nubo restò, degli occhi devaricati sulla porta, e borbottò:
—La tengo. Sarò vendicato!
Disgraziato! Egli non sospettava che veniva di pronunziare la sentenza di morte di quella creatura di venti anni!
XI.
Il frutto dell'albero della scienza.
Regina ritornò a casa affranta.
Vi àn certi pensieri, i quali per la loro intensità producono, in un momento, lo stesso spossamento di spirito che se durato avessero lungamente.
La proposizione del conte di Nubo aveva messo a soqquadro l'anima di Regina. Ella aveva trovato in quelle insinuazioni qualche cosa di anormale, di così mostruoso, qualche cosa di così ribrezzevole ed inatteso, ch'ella non sapeva più rendersi conto delle sue proprie idee, dei suoi propri sentimenti.
Una giovane donna, quasi ancora una fanciulla; una natura eletta, bella, ammirata, desiderata, aleggiante nelle regioni sfolgoranti della poesia e dell'arte, portando un nome senza macchia e glorioso, ella, ancor innocente civettuola, accolta dovunque con un sorriso, lasciando dovunque desiderio di sè in partendo: quella natura di fiore e di stella si era vista, di un tratto, tuffata, perduta nei gurgiti scuri della polizia. La donna di mondo marcata dello stigmata dello spionaggio, avendo in tasca una patente di agente provocatore! Quello sgorbio terrificante, ch'ella si sentiva impresso sul sembiante, stillare come catrame dal suo viso, la fece quasi sdilinquire. Ella videsi riconosciuta, smascherata, poi cacciata via dai lacchè, indicata a dito… Ella vide suo marito suicidarsi di vergogna. Si vide rugata, allaidita dal delitto… e rugghiò di dolore e terrore.
Regina giunse a casa sotto l'impressione di questo incubo. Imperciocchè la sua immaginazione, in qualche minuto, dalla via di Lille, ove dimorava suo zio, alla via di Boulogne, ove ella abitava, l'aveva travolta per tutte le sentine della bassa polizia e, di conseguenza in conseguenza, le aveva fatto traversare e percorrere tutte le infamie, tutti i tradimenti, tutte le miserie. Ella si chiuse nel suo atelier e si lasciò cadere sur un divano, ove si assopì.
Il suo polso batteva quasi avesse avuto la febbre.
Svegliandosi un'ora più tardi, molto più calma, Regina si fregò gli occhi come per cacciarne il sonno dai tristi sogni. Sollevossi sul cubito, sorridendo. Poi, dopo aver lasciato galleggiar qualche istante il suo spirito nel vago, ella riprese a ruminare col pensiero, in secondo ripasso e raffinamento, la conversazione con lo zio.
—Non m'à desso parlato di 24,000 franchi di spese di toilette e di 20,000 per spese di ricevimento?—pensava dessa. Non m'à egli ammonticchiato contesse su principesse e baronesse su duchesse? Non m'à egli parlato di balli, di spettacoli, di feste; e poi di cicalecci vivi ed insinuanti; e poi di vedere, ascoltare, ripetere ad un gran signore curioso, straniero, che vuole disannoiare non so più qual sovrano? La noia! oh! l'orribile baratro! Ma, vi rifletto: e se non si vedesse che ciò cui vuolsi vedere? e se non si ascoltasse punto, ma punto? Non si potrebbe dunque raccontar questo e non quello? Si potrebbe anzi non raccontar niente del tutto. Perchè, che debbe importare ad una onesta giovane donna, come me, la politica ed i suoi segreti, la diplomazia ed i suoi intrighi? Riflettiamo dunque.
Regina levossi e cominciò a gironzare per l'atelier, mentre la sua mente batteva le ali per lo spazio.
—Sì, riflettiamo. La morale impone di non calunniare e di non ripetere la maldicenze, di non portare intorno cose che potrebbero danneggiare l'onore e la vita delle persone. Sia. Ora, che la Francia civetti con la Russia, che l'Inghilterra cospiri con la Germania, e che si mettano in quattro per ingoiare di un sol boccone la Turchia, l'Italia… che importami, a me? Ciò si dice, ciò si pensa, ciò si fa… Se male ci è, essi non debbono fare il male. Lo fanno? Tanto peggio. Io lo appuro, me lo dicono, l'odo… e lo ripeto come un altro—ve'! proprio proprio come un giornale! Non resterebbe dunque, tutto al più, che una questione di data: io lo saprei e lo direi per la prima. Oh! ecco poi il gran delitto! Peccato da calendario. Cinquanta mila franchi ne assolvono ben d'altri, nel seno della chiesa! Ma tratterebbesi, a quanto pare, di forzare a parlare e di profittare dei miei mezzi di seduzione per cavar dei segreti, dei… che so io? Bah! non si vede che codesto in società, lo si vede tutti i dì… e ve n'àn pure di quelle che profittano di questi vantaggi per saccheggiare i bietoloni. Io farò parlare. Benissimo. Se l'agente di un governo qualunque è così malaccorto di parlare, tanto meglio che lo si smascheri. Egli non sarà impiegato più nella bisogna, e non sarà più periglioso.
Regina si assise di nuovo, e gli occhi fissi sur un pastello bozzato continuò a vaneggiare.
—Ma che uffizio superbo è poi quello di ricevere alti funzionari, e quindi della gente del corpo diplomatico, e poi dei giornalisti serii, ed inoltre il mondo della corte, dei generali, dei grossi banchieri, il nunzio… Trovo che davvero 20,000 franchi è troppo poco per codesto… Sì troppo, troppo poco… Occorrerà dimandare un aumento di dotazione sulle spese di rappresentazione. E chi lo saprà? Io sono a chiedermelo. Nè il principe, nè il dottore, nè io, certo, ne parleremo. Sarebbe dunque il diavolo che si accollerebbe codesta brutta bisogna per nulla? Decisamente, io penso che posso accettare. Il conte di Nubo, del resto, che è stato il mio miglior amico, non mi avrebbe consigliato una cosa simile, se la fosse stata cattiva.
Dopo questo esame di coscienza, dopo questa espansione di confidenza, Regina ebbe un novello accesso di dubbio. In seguito, una nuova crisi di bramosia. Poi ancora delle paure novelle. Ella bilicò infine su questa altalena per due giorni. Sovvennesi però di aver detto a suo zio, in un primo slancio di leggierezza, ch'ella accettava l'invito al ballo del ministro della marina. Se ne pentì. Poi se ne consolò sclamando:
—Il primo impulso è sempre il più retto; ed ò ben fatto. Ma la toilette?
Questo spettro offuscava il quadro.
Il dottore di Nubo, dal lato suo, sospettava bene della lotta che infuriava nel cuore della giovane. E' sapeva troppo bene di avervi gettato il germe di un cancro. Lasciò a questo germe pigliarvi vita e radice. Però, per accelerare lo sboccio, egli scrisse questo vigliettino alla nipote:
«Mio bell'angelo, il proprietario delle Villes de France mi deve qualche moneta. Vuoi tu darti la pena di andarla a toccare, in mercanzie? È l'ultimo credito che posseggo sui marcanti di mode. Profittane. Ti bacio su quel bel fronte ripieno di capricci.»
Il colpo fu decisivo.
Regina si dette una toilette splendida. Ed otto giorni dopo il sermone del dottore, si recò al ballo della rue Royale.
Il principe di Lavandall non vi mancò.
Egli trovò l'opportunità di porgere il braccio a Regina e di menarla intorno pei saloni. Le parlò per mezz'ora e completò la conversione sì maestrevolmente intrapresa dal dottore.
Regina ascoltò tutto, ridendo; rispose a tutto con spirito. Accettò tutto infine, ridendo sempre, quasi avesse portato una sfida al principe di esser serio in ciò che diceva.
Del resto, quantunque costui avesse uno scopo di più che Regina, egli vi si condusse con un tatto sì delicato, nascose così bene l'amante sotto il diplomatico, ch'e' sarebbe stato impossibile di comprendere la cosa di una maniera brutale ed offendersene.
Regina, d'altra banda, barcamenò con tanta scaltrezza e gaiezza, ch'ei sarebbe stato impossibile di accettare un'infamia di miglior grazia e con maggior buon gusto.
Capì dessa l'amante nella proposizione del diplomatico?
Nol sappiamo. Ma che cosa una donna non comprende dessa?
In ogni modo, si separarono a punto per non fissare l'attenzione. E come la conversazione era stata interrotta espressamente sur un capitolo curioso—e Regina era curiosissima—ella si lasciò sfuggire dalla labbra:
—A domani.
Il principe susurrò qualche parola al dottore.
Questi dette le sue istruzioni alla nipote.
XII.
Oh! i consigli, i consigli!
Erasi in carnevale.
Il ballo del ministro aveva avuto luogo il lunedì. Il giovedì, Sergio riceveva questo viglietto:
«Sabato, all'una del mattino, al Foyer dell'Opéra, seguite il domino a faveur rosa che vi toccherà la spalla. Trattasi del vostro onor di marito.»
Sergio lasciò scappar lentamente un buffo di fumo azzurro dal suo sigaretto, e sclamò gittando il viglietto su i tizzoni:
—Sempre e poi sempre delle infamie anonime!
Il viglietto cadde in un angolo del caminetto e si bruciò a metà.
—Ma, mi pare riconoscere quella scrittura—mormorò Sergio tirando dal fuoco la metà del foglietto.
Non ne restavano che due motti: «domino a faveur rosa» ed «onor di marito.»
Sergio esaminò attentamente quella scritta, poi disse:
—M'ero ingannato. È la scrittura di un uomo—scrittura cattiva, ma a sangue freddo; penna pesante; spirito distratto. Si direbbe che l'è una copia. Al diavolo allora!
E rigettò la carta nel fuoco. La fiamma l'assorbì: essa si annerì da prima, poi delle scintille vivide vi serpeggiarono, si accasciò, si ridusse in cenere grigia. Sergio assistè alle diverse fasi della distruzione della denunzia con compiacenza e rimase a meditare sul suo auto-da-fe. A capo di qualche tempo, gettò il sigaretto che gli bruciava le labbra e riprese la penna.
Egli scrisse una pagina o due molto sgorbiate e cancellate—e' che di consueto scriveva di un fiato, senza radiare una virgola, senza cangiare un motto! Le sue idee si presentavano adesso ingarbugliate, confuse, le immagini cozzavano nel suo cervello e svanivano in briciole scure. Era distratto. Il mondo a cui impartiva movimento e vita, svaporavasi per cedere il posto a fantasmagorie abrupte e strane. Franse la penna sur un presse-papier e levossi.
—Che natura milensa ed incorreggibile ch'è quella dell'uomo!—si disse egli. L'assurdo lo sedurrà mai sempre!
Accese un altro sigaretto, fece qualche passo pel gabinetto, aprì la finestra, poi prese un'altra penna.
Le sue idee nascevano più arruffate che prima. Volle farsi violenza. Fissò il suo spirito sur un obbietto: impossibile! Aveva le traveggole e scriveva una frase, mentre ne pensava un'altra. Allora egli tolse via la sua vareuse grigia, si cacciò addosso un pastrano, ed uscì per passeggiare e far visite.
Voleva recarsi all'atelier di Delacroix. Sul boulevard, incontrò un romanziere dei suoi amici, il quale, il naso al vento, era a caccia di tipi e di scene.
—Ebbene, caro,—gli disse Prospero Dalleux—i tuoi Sixièmes Etages de Paris finiranno per darti un château. Essi sono deliziosi.
—Piaggiatore!—rispose Sergio sorridendo. Li si leggono: ecco tutto.
—Li si leggono? di' dunque che li si divorano, che se li strappano, che non si parla che d'essi.
—Tu non ne diresti altrettanto in un articolo bibliografico, ve'! Ma, a proposito, vuoi tu darmi un consiglio?
—Più volentieri che venti franchi, figliuolo.
—Io mi son cacciato in un angiporto, nel mio romanzo.
—Sfonda l'angiporto, o sollevati in pallone.
—Su mo'! Trattasi semplicemente di questo: un marito à ricevuto una lettera anonima che l'invita a recarsi al ballo dell'Opéra, ove un domino a faveurs bleues vuole intrattenerlo sul di lui onore di marito. Occorr'egli che il mio piccolo brav'uomo si trasporti all'Opéra ed accetti l'invito?
—Innanzi tutto, mon petit, codesto è vecchio arci-vecchio, anti-diluviano, e tu faresti meglio frugar per altra cosa. Ma non importa. Noi viviamo tutti di bric à brac nel passato. Dimmi un po': il tuo marito conosc'egli il carattere della lettera? Sospetta egli l'autore di codesta missiva?
—No, o quasi no.
—In questo caso, tu non ài bisogno assoluto di codesto vecchio intingolo per la catastrofe. Io gli farei dunque sprezzar la denunzia e nol farei gire al ritrovo.
—Nol farei gire, nol farei gire…! L'è facile a dir codesto, in fra noi. Ma il mio marito non è un pizzicagnolo che può e che vuole passar oltre sur una simile circostanza. Senza essere geloso, egli à un profondo sentimento di dignità. Senza credere che una donna sia una proprietà inviolabile, per un articolo del codice civile, egli pretende, nonostante, che questa donna rispetti gl'impegni liberamente contratti, spontaneamente presi, sapendo tutta la portata dei suoi doveri, quali la società, a torto od a ragione, gliel'impone. Egli dà piena libertà a sua moglie, piena confidenza; ma egli non tollererebbe di guisa alcuna che codesta donna abusasse della lealtà di lui per coprirlo di ridicolo e di vituperio. Egli è indulgente per i capricci; inesorabile per le colpe. Infine, la di lui fierezza s'insorgerebbe a cogliere sulla bocca di sua moglie il guaime dei baci di un altro. Egli vede nell'infedeltà coniugale non una violazione di proprietà, ma una rottura di patto ed un segno di disprezzo per la sua persona. Tu comprendi allora ch'egli non può restare indifferente alla lettera del domino, quantunque anonima.
—Poichè tu ài messo al mondo un marito di così cattiva tempra, bisogna pur essere conseguente—lo veggo. Ora, innanzi tutto, non considerando in ciò che addimandasi disonore se non una rottura di contratto, egli non può volerne al suo rivale, non avendo egli trattato che con sua moglie. È dessa dunque che debb'essere sola risponsabile dell'infrazione, secondo la tua teoria. Non potendo per conseguenza vendicarsi da uomo, egli è sconvenevole e grottesco fare strepito, chiamare il prossimo a testimone delle sue piccole brighe con la moglie. Arrogi a ciò, ch'e' non bisogna giammai disonorare una donna con la pubblicità. Imperciocchè, anche decaduta e gualcita, la donna è sempre augusta pel dritto divino della bellezza e del piacere. Gli antichi, che non erano pertanto mica galanti, dichiaravano sacrilega, tu il sai, la mano che toccava il velo di una donna. Il velo! figurati la fama. Laonde, caro, da banda il contatto con denunziatori.
—Ma allora?…
—V'ànno altri mezzi per sapere a che stanno le cose—mezzi non buoni neppur dessi, però men fragorosi. Conosci tu una casa da ragguagli?
—No.
—In questo caso, tu farai fare al tuo marito ciò che fatto ò io stesso.
—Vale a dire?
—Ecco qui. Io aveva un'amante dotata di tutte le virtù cardinali e teologali del catechismo—e di altre ancora. Ella faceva sbocciar sulle sue spalle del Cachemire, cui io non le aveva mai regalati. Ella innestava ai suoi polsi, alle sua dita, alle sue orecchie, e dovunque, dei gioielli, cui io non aveva mai avuto la tentazione di comperare. Ella faceva fiorire sul bel suo corpo delle vesti magnifiche, cui io contemplavo solo con ammirazione negli étalages—a cinquanta mila franchi lontani dalla mia borsa. La madre della mia maîtresse era portinaia, ed il padre invalido. Per lo che, quei belli oggetti non le venivano certo mica dai dominii paterni. Malgrado ciò, la mia innamorata, che aveva la frega di poser, voleva passare assolutamente per donna onesta. Io abbomino le donne oneste, io: esse costano troppo caro! Io aveva un bel dire a Fanny ch'io non volevo punto della sua virtù, ma dei suoi vezzi. Ella mi avrebbe assolto, mi perdoni Iddio! che io l'avessi trovata brutta, gobba, sciancata, butterata… che so io? basta che io l'avessi sospettata capace di aver della morale e di andare a messa. Io mi piccai al gioco e volli finire per provarle, fatti in punto, ch'ella non aveva alcun titolo al compenso della virtù di Monthyon.
—Tu avevi ragione.
—Io era un imbecille, mon petit. Io perdetti la mia amante, la quale non costavami assolutamente altro che il soffio dei miei baci.
—E poi?
—Poi? Regola generale: la donna non debbe giammai aver torto che ai suoi proprii occhi, nel suo foro interno, senza che si dubiti mai ch'altri pure conoscano i suoi peccatuzzi. A questa condizione sola, ella può correggersi—e si corregge. La donna, se potesse giammai amar altro che il suo squisito visuccio, amerebbe l'uomo generoso.
—Borsa alla mano?
—Moralmente. Ma io mi condussi come uno gnoccolone. Me ne andai da madama Goupil.
—Cosa è codesta madama Goupil, innanzi tutto?
—Un tipo, mio caro, un tipo restato incognito per fino al gran Colombo di Parigi—il nostro sommo pontefice Balzac. Vuoi tu che ci rechiamo da lei?
—Non ne ò il tempo, oggi. Continua pure.
—Ebbene, nella via dei Martyrs, alla casa che fa angolo con la via di Naverin, al quarto piano, dimora una certa donna di cinquanta anni. Ella à perrucca, denti posticci, belletto sulle guance. Il suo alloggio è popolato di gatti e di conigli, che non vivono sempre nella più completa armonia. Le mura sono gremite di gabbie ripiene di canarini. Sul caminetto del suo salone si sguaia, sotto una campana di vetro, un barboncello imbalsamato, affiancato da due Gesù-bambino cacciati in boccali di alcool. Delle sedie a testa di sfinge, in velluto di Utrecht giallo, vi permettono—non senza inconvenienti, a causa dei chiodi che vi germogliano fitti—di mortificarvi le natiche, se siete stanco, mentre delle testuggini bene educate guizzano fra le vostre gambe, ed una dozzina di gazze e di corvi malappresi vengono ad appollaiarsi sul vostro cappello e lo marmorizzano di guano…
—L'è dunque l'arca di Noè codesto alloggio di monna Goupil?…
—Un'arca, sotto il regime d'una volpe—madama Goupil—ex… ecc.., ecc…—Voi potete soggiungere tutto ciò che vi aggrada, senza pericolo di calunnia.
—La vedo proprio.
—Tanto meglio. Madama Goupil, vedova, ecc., ecc…, à fondato una casa di ragguagli—quantunque, sia detto fra noi, io m'immagino ch'ella n'abbia un poco rubata l'invenzione. Comunque sia, voi vi presentate da questa nobile dama—la quale ne sa cinquanta volte più che monna polizia—e le dite…
—Ella parla dunque?
—Qualche volta. In ogni modo, ella ascolta. Le dite dunque: Madama, vorrei sapere vita e morte del signore o della signora Tal dei Tali. Direte il nome se vi piace, basta alla cosa d'indicar la persona. Ovvero, le direte:—Vorrei sapere come il signore o la signora So-and-So—come dicono gl'inglesi—passa il suo tempo. Date quindi l'indirizzo ed il segnalamento esatto, più esatto che all'uffizio dei passaporti, e pagate.
—Quanto?
—L'è secondo. Nelle circostanze in cui trovasi il tuo marito, l'è venti franchi al dì—più, le spese di carrozza, se carrozza v'à. Madama Goupil à i suoi agenti. Ella li apposta, o li slancia sulle piste della persona indicata, e… fouette cocher! Voi riceverete ogni dì, per messaggiere o per la posta, il giornale dei fatti e delle gesta dell'individuo sorvegliato. Quando credete di averne abbastanza, saldate i conti… e riposate tranquillo. Madama Goupil è una donna onesta, e la sua casa è una tomba. Altri dettagli sono superflui. Va a vederla. L'è una fisionomia a delineare che quella di madama Goupil—ed il tuo puntiglioso marito te ne presenta un'opportunità magnifica.
—Credo di averne quanto basta per questa fiata. Ci andrò un altro dì.
Per il momento, vado a veder di meglio: una principessa russa, a cui
mi àn servito l'altra sera, in fra due tazze di the—come un tigre del
Bengala. Le debbo una visita per apprenderle che sono francese.
—Ed io men vado a spigolar da Granville. Molto di Sesti Piani, eh!
—Grazie.
Sergio prese un fiacre e se ne andò dritto da madama Goupil.
XIII.
Il giornale del segugio.
La sera, egli covava sua moglie di uno sguardo di desiderio ineffabile.
Giammai e' non l'aveva trovata così bella. E' ripentivasi della vigliaccheria di averla sospettata. E' voleva quasi confessare il suo errore e dimandarle perdono. La prese fra le sue braccia. L'assise sulle sue ginocchia. Le baciò la punta delle dita.
—To' il bel braccialetto che tu ài lì!—le disse egli. Io ignorava che tu avessi quel gioiello.
—Infatti, è lo zio che mel regalò ieri—ed io obliai mostrartelo.
Sergio ringuainò la confessione espansiva ch'era sul punto di farle, e parlò d'altro.
Sergio aveva compreso che per giudicare la condotta di sua moglie con un po' d'insieme non bisognava fermarsi ad un sol giorno della vita di lei, ma sorvegliarla per parecchi dì. Laonde, egli aveva pagato per cinque giorni, dicendo a madama Goupil, che andrebbe a prender egli stesso il giornale, o piuttosto il cartolare dell'investigamento.
Vi andò infatti al quinto giorno.
Madama Goupil gli rimise il quadernetto seguente:
«Primo giorno.
«La signora Sergio di Linsac—Sergio non le aveva mica detto il nome—è uscita a mezzodì e cinque minuti. È scesa a piedi per la via Blanche: à parlato con un signore decorato nella Chaussée d'Antin per due o tre minuti, ed è entrata nel negozio della Glaneuse. All'una e mezzo, à traversato i boulevards ed è entrata da Janisset, ove la ànno mostrato dei gioielli. À comprato qualcosa ed è uscita. Quivi à preso una vettura e si è recata dalla contessa di Boisbruns, via di Verneuil, n. 17. Riescita alle quattro e mezzo, à traversato il giardino delle Tuileries a piedi, ove à parlato ancora per cinque minuti con un giovane biondo a barba rossiccia. In seguito per la via della Paix—ove à ordinato qualcosa da Cuvillier—e per la via Caumartin, ella è rientrata in casa, via di Boulogne. Madama di Linsac aveva un abito color castagno chiaro, un Cachemire, un cappello di velluto nero. Non uscita nella sera, fino a mezzanotte.
«Secondo giorno.
«Madama è uscita all'una. Vestiva un abito di moire antico nero, cappellino lilas coverto di un velo nero. À preso una vettura di rimessa giù nella via di Clichy, che l'à condotta alla piazza della Concorde. À pagato ed è passeggiato a piedi per i Champs Elysées, viale Gabriel, fino alla porta dei giardino dell'ambasciata inglese.
«Un cocchiere, sur un coupé, aspettava. Madama à detto un motto. Il cocchiere si è precipitato di predella; à aperto lo sportello. Madama è entrata nel coupé, e sono partiti.
«Madama aveva bassato il velo. Al n. 97 della via di Amsterdam, il cocchiere à dato voce al portinaio. La porta si è aperta. La vettura è entrata. La porta si è rinchiusa, e la signora non è più uscita. Quella palazzina appartiene al principe di Lavandall. Alle cinque e mezzo, una vettura è uscita, portando via un signore solo. La dama è rimasta, se tuttavia non è uscita da un altro lato. La palazzina deve avere due uscite.
«Terzo giorno.
«La signora è sortita dal suo châlet alle nove meno un quarto. À preso un fiacre di rimessa ed è andata dal dottore di Nubo, via di Lille, n. 31. Alle dieci e mezzo è partita di là, à preso un'altra vettura ed è tornata a casa. Molti signori venuti in visita dalle tre alle cinque.
«Quarto giorno.
«Identicamente come il secondo giorno. Solo, il cocchiere del viale Gabriel l'à riconosciuta e le à aperto lo sportello senza dimandare il motto di passo.
«Quinto giorno.
«Uscita alle due, in veste bleue chiaro, à volants, cappello di peluche bleue, mantello di velluto nero. Una vettura, alla via Blanche. Comprato dei fiori, alla Chaussée d'Antin. Poi, come al secondo ed al quarto giorno, è andata al n. 97 nella via d'Amsterdam. È restata quivi. Alle sei, il coupè à portato via lo stesso signore—che è il principe Alessandro di Lavandall. La palazzina à un'altra uscita nella via di Clichy, n. 69.»
Leggendo questo infernale processo verbale, Sergio divenne eccessivamente pallido: e' si sentiva svenire. Lo rilesse, per avere il tempo di rimettersi.
Avrebbe voluto parlare all'agente che aveva seguito sua moglie, per volgergli mille quistioni sul portamento e l'aria di lei; informarsi se l'era gaia, se l'era sollecita, se sembrava abbattuta, ed altro, ed altro ancora. L'agente non era lì. E d'altronde, per sistema, madama Goupil nol metteva giammai in confronto con i suoi clienti, onde scansare i disordini possibili, cui una conoscenza reciproca poteva poscia occasionare.
Sergio pagò le spese straordinarie ed andò via.
Ne sapeva già abbastanza. Tre volte, in cinque giorni, dal principe di Lavandall, in quella palazzina cui tutta Parigi denunziava come il Parc-aux-Cerfs di sua Eccellenza!
Quando rientrò, all'una del mattino, egli andò ad abbracciare sua moglie, come di uso, ma non fermossi a lungo nella camera di lei. Pretestò un furioso mal di capo per andare a riposare nella sua propria stanza. Pertanto, non coricossi. Passeggiò la notte intera.
Egli giudicava sua moglie!
Alle cinque del mattino, agghiadato a mezzo, Sergio si annicchiò sotto le coverte. Ma il sonno non venne. Nondimanco, egli era calmo oggimai. Aveva preso una risoluzione. Dopo colazione, uscì. Voleva andare ad ispezionare personalmente i luoghi. Voleva, in seguito, prendere un fiacre; rinchiudervisi; bassar le tendinelle; appostarsi in faccia alla palazzina del principe. Passando nella strada, osservò che l'atelier di un pittore suo amico sporgeva proprio sul piccolo giardino che precede la porta interna della dimora del principe—tra giardino e stufa—di guisa che, restando a sentinella nell'atelier, egli poteva vedere tutto ciò che avveniva nella palazzina.
Salì dal suo amico.
Poi, parlando sempre, aprì la finestra dell'atelier e si assicurò ch'aveva ben giudicato della topografia del luogo. S'installò allora vicino la finestra ed allontanò un piccolo lembo di tela verde che figurava da bandinella e temperava la luce. Di questo modo, egli potè vedere liberamente di fuori senza esser visto. Chiacchierò molto col suo amico, mascherato dal cavalletto, e restò in agguato. Ad ogni strepito di carrozza, volgeva il capo dal lato della via.
Alle due, una superba vettura a due cavalli si fermò innanzi la palazzina, li cocchiere vociò: la vettura entrò nel giardino. E Sergio vide il principe, cui conosceva di vista, discendere sotto la marquise.
Mezz'ora dopo, giunse un coupè. Il cocchiere appellò pure: la porta si riaprì; si rinchiuse tosto. E Sergio scorse una dama, celata da un denso velo, saltar fuori d'un lancio, e d'un lancio spiccarsi nella palazzina.
La dama portava un abito verde scuro a strisce nere, un grande sciallo, un cappello nero.
E' riconobbe sua moglie.
Scambiò ancora qualche parola col suo amico, e ritirossi.
Aspettò Regina, che rientrò alle cinque e mezzo, a piedi, portando lo stesso vestimento della dama della palazzina del principe Alessandro di Lavandall.
—Tu sei incantevole, in quella toilette!—le diss'egli con un sorriso.
—N'è vero, amico mio? La trovan tutti elegante.
—Dove sei stata, ma chèrie?
—O' fatto un giro pel Bois de Boulogne poi ò passeggiato dieci minuti per i Champs Elysées, e rientro a piedi.
—Chi ài incontrato?
—Molta gente e niuno… Ah! il re.
—Decisamente, andrai tu al ballo delle Tuileries?
—Non ne so nulla, a fè. Credo però che non androvvi. Tu porti il broncio; e me ne vorrebbero forte, al Faubourg.
—Tieni tu tanto all'opinione del Faubourg?
—Mah! l'è il tribunale del mondo elegante di Europa.
—E che si dice, al proposito, di questo conte portoghese che à ucciso sua moglie, perchè innaspava delle relazioni col suo cocchiere?
—Ch'egli è stato uno sciocco…
—Come mo'?
—Di esservisi preso di maniera da compromettersi con la giustizia.
—Ah! il delitto, per un certo mondo, non è dunque che un affare di stile?
—Orbè! la legge stessa non ammette le circostanze attenuanti?
—Veggo bene, diletta mia, che tu ti risenti della ricrudescenza dell'amicizia per tuo zio.
—Via, Sergio, tu ài torto di non amare mio zio. Egli è migliore di ciò che tu penai.
—L'è possibile. Ma in compenso, tu l'ami per due… e mi rubi.
—Saresti tu geloso?
—M'ami tu dunque sempre, ma mie?
Regina si alzò, cacciò le sue dita tra i capelli di suo marito, scartò le ciocche dalla fronte e la baciò dicendo:
—Più che giammai.
Ella uscì.
Sergio la seguì degli occhi, aggrottando terribilmente le sopracciglia, e sclamò lentamente:
—Se avessi potuto dubitare ancora, questa parola sarebbe bastata per condannarla. Ella morrà.
Infatti, le donne infedeli raddoppiano gli attestati di amore e carezzano più teneramente coloro cui tradiscono. Ma Regina non mentiva. Ella amava suo marito.
XIV.
Complicazioni che tutto semplificano
Sergio si diede, per parecchi giorni, al lavoro il più ostinato. Egli voleva avanzar la bisogna dei suoi Sixièmes ètages de Paris, cui aveva in cantiere, e la spinse di fatto ben oltre. Imperciocchè era di già giunto allo scioglimento, quando cadde ammalato.
Mandò il suo manoscritto al giornale senza dare avviso della sua indisposizione.
Sergio non aveva solo lavorato, aveva altresì passate quasi tutte le sere nei saloni di Parigi, togliendo al sonno le ore cui destinava ai piaceri. Non lo si era mai visto più gaio, più galante, più felice con maggior vena, raccontar con più spirito e con più amplitudine. Lo si diceva innamorato di una principessa russa, la quale faceva mattezze per lui.
Egli aveva ricevuto un secondo viglietto anonimo, più circostanziato del primo col quale lo si invitava di nuovo al ballo dell'Opéra.
Non v'era andato.
Solamente, questa volta, invece di bruciare il viglietto, se lo aveva cacciato in tasca e si era recato da suo fratello, Giustino di Linsac, per mostrarglielo.
Giustino era fratello minore di Sergio, e medico. Luigi Filippo l'avvea fatto deportare, dopo l'affare Fieschi. Poi, egli era ritornato. Ma lo avevano gettato di nuovo in prigione, dopo l'attentato di Alibau. La sua clientela erasi dispersa malgrado l'immenso suo merito. Le sue opinioni rigide, rude, puritane, spiccate, mettevan paura nei timorosi—in quelli stessi del suo partito. Imperciocchè, il coraggio morale in Francia non è così comune come il coraggio fisico. Si brava la morte. S'impallidisce innanzi a un epigramma.
I due fratelli ebbero un colloquio di più ore, chiusi nel gabinetto del medico. E quando si separarono, si abbracciarono teneramente.
La politica li aveva un po' straniati. Giustino, repubblicano della tempera di Saint-Just, non approvava certe transazioni cui Sergio aveva creduto convenevole ammettere, cedendo alla forza delle cose.
L'indomani di questa riconciliazione, Sergio era caduto ammalato.
Suo fratello lo accudiva.
Infrattanto, il manoscritto mandato al giornale smaltivasi e volgeva alla fine. Il direttore dell'appendice gli chiedeva nuova copia di tutta fretta, perocchè non ne restava più che per tre feuilletons.
Preso così alla gola, dal suo impegno e dai suoi lettori, Sergio si era alzato ed aveva cominciato a scrivere. Ma si sentiva troppo debole.
Il campanello della cancellata del suo chálet risuonò. Andò alla finestra e scorse il suo amico Marco di Beauvois.
—Bravo!—sclamò Sergio. Arriva a proposito. Va ad aiutarmi.
Si assise innanzi al caminetto ed aspettò.
Marco non venne da lui. Era entrato nel piccolo atelier di Regina. Sergio andò in busca di lui. Ma, giunto alla porta dell'atelier, alcune frasi, cui infraintese, colpironlo.
Ecco ciò che Marco raccontava:
—………. Un'avventura, madama, che sarebbe stata davvero comica, se il vostro nome non vi si fosse mischiato, e se un uomo non fosse stato mortalmente ferito.
Sergio fermossi ed ascoltò.
—Il mio nome, voi dite?—gridò Regina—il mio nome al foyer de l'Opéra?
—Sventuratamente, sì, madama.
—Impossibile, signore.
—Io vi era, madama, ed ecco come le cose sono avvenute. Non debbo nulla dissimularvi.
—Parlate, al contrario.
—Eravamo riuniti, lì, verso l'una del mattino, un gruppo di giornalisti e di letterati e cicalavamo con delle maschere che ci facevano corona, di ogni specie di monellerie, quando, non so da chi nè perchè, il nome di Sergio fu pronunziato.
—«Non lo si vede più, disse taluno.
—«Lo si vede anzi da pertutto, adesso—sclamò un altro.
—«Egli è nel paradiso dei mariti—osservò un dominò al faveur rosa.
—«Egli è in Russia—sbadigliò Prospero Dalleux.
—«Proprio! egli coltiva le steppe di una principessa russa—ripostò
Gaston di Beauval.
—«L'è giustizia—fece riflettere un Selvaggio. Egli si vendica. Un principe russo amministra sua moglie.
—«Che?—gridammo noi tutti.
—«Ebbene, sì, signori—continuò il Selvaggio. Madama di Linsac è un'abituata del Parc-aux-Cerfs del principe di Lavandall.