F. PETRUCCELLI DELLA GATTINA

MEMORIE DI GIUDA

PRIMO VOLUME


Seconda Edizione Italiana


MILANO
FRATELLI TREVES, EDITORI
1883.


PROPRIETÀ LETTERARIA

Tip. Fratelli Treves.


SCHIARIMENTO.

Fabrizio, che raccolse i codici apocrifi del Nuovo Testamento, non conosceva questo, che fu ritrovato alla fine dell'ultimo secolo tra i papiri d'Ercolano.

Se la forma di questo codice ha qualche volta l'aria moderna, la colpa è mia, che ho voluto mettere alla portata dei miei contemporanei delle cose così vecchie.

P. D. G.

Parigi, gennaio, 1866.

MEMORIE DI GIUDA

I.

Era il 15 del mese di Thisri, la sera della festa dei Tabernacoli, nel settimo anno del governo di Ponzio Pilato a Gerusalemme.

La città formicolava di forestieri accorsi da tutti gli angoli della Giudea, della Galilea, della Perea e dell'Idumea, sì dalle città greche e romane, che dalle rive del mare e dai confini del deserto. Il movimento raddoppiava da per tutto; la gioja scintillava nelle vie, sulle piazze, sopra le colline che circondano il promontorio della città, e rischiarava tutte le fisonomie.

La raccolta dell'uva era stata abbondante.

La si accalcava dunque sul ponte Xistus per venire da Sion al Tempio sopra il Moriah, e portare l'offerta a Iehovah.

È così facile il ringraziar Dio nella gioja — quando non lo si dimentica!

Ognuno s'affrettava, giacchè il sole segnava l'ora quinta, e bentosto il corno di montone avrebbe suonato sulle terrazze del tempio per annunziare che il sabato era per cominciare.

Una circostanza straordinaria aveva aumentato il concorso degli stranieri. La moglie del procuratore arrivava da Roma. Il governatore della Siria, Pomponius Flaccus, aveva lasciato Antiochia, ed era venuto a Ioppa incontro alla nipote di Tiberio. Pilato aveva ordinato che si preparassero delle feste al Circo in onore di Claudia sua moglie, e del governatore.

La città di Gerusalemme aveva inviato a Ioppa una deputazione a fine di accompagnare la nobile Romana. Pilato nondimeno, che doveva andarvi coi membri dell'aristocrazia e del sacerdozio Ebreo, all'ultima ora era caduto ammalato e li aveva lasciati partir soli. Ciò dava da parlare al popolo; a me ed al Sagan da riflettere. In conseguenza di ciò il solo punto di Gerusalemme che fosse nel silenzio e nella tranquillità, era questa vetta di Sion, ove s'ergevano le tre torri, ed il palazzo d'Erode steso al loro piede.

Eppure i viaggiatori arrivavano all'indomani!

In una camera al secondo piano del palazzo di Hannah quattro persone si trovavano riunite all'istessa ora; Hannah ed io, sadducei; Moab, esseniano; Menahem, l'ultimo dei figli di Giuda e di Gamala. Attendevamo Jesu Bar Abbas, erodiano, e Justus, il fratello della moglie di Gamaliele, fariseo, figlio di Simeone il rettore del gran collegio, figlio egli stesso del famoso Hillel.

Nessuno di noi parlava.

Hannah, sotto sembianza di meditare, sonnecchiava.

Moab, sotto sembianza di pregare, accocolato in un angolo digeriva non so quale disgustoso intingolo di cavallette che aveva inghiottito qualche ora avanti, e che faceva passare sopra la sua faccia tutti i colori dell'arcobaleno.

Menahem calmava la sua impazienza di andar a vedere le donne di Sion alla fontana di Ezechiele, passeggiando pesantemente sopra i quadrelli di granito della sala del Sagan, come se avesse camminato su i sentieri da camelli della Galilea, e faceva levare in soprassalto di tanto in tanto l'ex-gran sacerdote.

In quanto a me, io era in piedi, vicino ad una finestra dirimpetto al tempio, guardando il sole che, discendendo dietro al Moriah, lo spolverava di scintille dorate; e pensavo a Maria.

Eppure, noi ci eravamo riuniti colà per una ragione terribile.

Ma l'uomo non è mai così spensierato come negli istanti in cui il suo destino bilica sopra un abisso. Era colpa mia? Il cielo era così azzurro! Il Golgota, il monte degli Ulivi, il Gareb, il Bezetha si panneggiavano nel loro mantello violetto della sera. Quella montagna di marmo e d'oro che si chiama Moriah, civettava così fastosamente! Il popolo rideva sì forte dalla strada! Il palombo gemeva sì dolcemente nel cielo! Il vento autunnale, ancora sì caldo, accarezzava con tanta grazia il dattero, il sicomoro, l'arancio, l'aloe, l'ulivo, il velo delle donne, le bianche nuvolette — che non dovevano esser altro che le ali dei cherubini di Dio, — ch'e' mi sembrava impossibile di levare lo sguardo da quella festa serena e raggiante, per seppellirlo nel sangue.

Menahem mi venne vicino, e mettendo fuori alla finestra la sua testa abbronzata sclamò:

— Ma non vengono dunque? non vengono?

— Quel galuppo di Bar Abbas ha i calli ai piedi, risposi tranquillamente io.

— Gli è che fra un'ora le porte della città saranno chiuse, riprese Menahem.

— Saresti tu invitato a cena da Pilato?

— No, ma restar fuori, sotto l'aria della notte e la rugiada del mattino....

— Raffreddarsi questa notte, quando si deve esser crocifissi domani sera....

— Domani è sabato, rispose Menahem senza scomporsi.

— Dopo dimani dunque.

— Tu credi che la finirà così?

— Diamine! Tutto dipende da voi.

Hannah mi chiamò.

Menahem restò a riflettere, il dosso appoggiato ad un angolo della finestra, la testa alta, lo sguardo perduto nel cielo. Lo additai ad Hannah che crollò le spalle.

Quella pietra pomice non si commoveva per nulla.

Menahem aveva allora l'età mia: non ancora ventitrè anni. Superava la statura ordinaria degli uomini della Siria, solido come la torre Ippiana. Il sole che tramontava, rischiarando la metà del suo viso, dava dei riflessi dorati alla sua pelle abbronzata. Il suo naso leggermente curvo, le labbra rosee e carnose, i denti bianchi come quelli dei carnivori del deserto, la fronte annegata sotto una foresta di capelli neri come quelli di Giuditta, separati in sul cocuzzolo, alla moda dei Galilei, il suo collo alto, rotondo, liscio come una colonna di porfido, tutto indicava in lui il coraggio, la forza, la volontà e l'amore. Io ammiravo quella figura mezza nell'ombra, e mezza immersa nella luce, quello sguardo che scrutava le profondità. Menahem portava una tonaca color vino, legata al fianco con una ciarpa bianca, e da cui usciva una spada ad impugnatura d'oro, più corta di quelle usate dai Romani. Un mantello nero copriva tutta la persona fino alle ginocchia.

— Eh! diss'io alla fine, torcendo gli occhi da lui, al postutto, e' sarà un pasto reale pei cani della Voragine dei cadaveri.

In quel momento, una voce stridula e dei passi rumorosi si fecero udire alla porta della strada prima, e ben tosto nelle scale e nell'anticamera. Poi la porta s'aprì e Bar Abbas, seguito da Justus, entrò trionfalmente.

— Non è colpa mia, sagan — miagolò egli — non è mia colpa, così Satana mi faccia gran sacerdote! se siamo in ritardo. È una storia graziosa, e ve la racconto come la sta.

Là dove Bar Abbas entrava, entrava il rumore. In ogni sito ove egli si presentava, tutti erano intorno a lui a festeggiarlo. Egli cominciava per far ridere, si finiva col bastonarlo. Le brighe seguivano i suoi passi. Se un giorno non riceveva delle busse, la sera era di un umore da appiccarsi per la tristezza. Per consolarsi, si ubbriacava.

La sua persona andava tutta di traverso. La parte sinistra del suo corpo spingeva avanti ed in alto la diritta: di maniera che i suoi occhi correvano verso le tempie, la bocca verso l'orecchio, il naso, il mento, tutto andava dall'oriente al ponente. Un colpo di cesto di un gladiatore, ricevuto in una rissa, aveva causata questa deviazione sopra la sua faccia. Dei denti, non si parlava più. Una barba grigia, dei capelli grigi, facevano ombra al suo naso rosso, venato d'azzurro, gremito di porri neri e velluto. Era piccolo, membruto e leggermente claudicante.

Bar Abbas aveva servito nelle legioni Romane per vent'anni, a piedi ed a cavallo, poi era ritornato a Gerusalemme, presso sua moglie, la quale, credendolo morto dieci volte, se n'era consolata venti. Nessuno avrebbe potuto dire a che Dio egli credesse, se questo disgraziato pagano non si fosse affrettato di mostrare, dalle sei del mattino alle sei della sera, che adorava Bacco e corteggiava la Dea Stercuzia. Nessuno poi gli aveva mai veduto un mantello o una tonaca che non fossero a pezzi.

Un uomo simile, nato nella Perea, non poteva che arruolarsi fra gli Erodiani e divenire uno dei loro capi.

Entrando, Bar Abbas pestò i piedi nudi di Moab, diede una spinta a Menahem, allungò la mano per staccare la borsa dalla mia cintura, rotolò sul sagan per sedersi presso di lui, e levandosi di un salto immerse il capo nello stomaco di Justus. Aveva già brancolato dovunque, nei capelli di Moab, sul mantello di Menahem, nelle tasche del sagan, sul tavolo per prendere una carta, sopra un armadio per volgere una chiave nella sua toppa. Finalmente sembrò equilibrarsi in mezzo del salone, e dopo aver sbadigliato, com'uomo che ha fame, e fatto scoppiettar la lingua, com'uomo che ha sete — del resto fame e sete aveva perpetuamente — gridò con voce acuta:

— In fede mia, vo' a raccontarvela. Calza così bene all'affare come un letto a dei sposi novelli.

— Fa d'esser corto, sopratutto, disse il sagan.

— Come sempre, o sagan. Sì, m'ero incontrato con Justus sotto il porticato d'Erode ed ero andato con lui al Tempio per portare, come gli altri, la mia offerta al Signore. Io volevo essere splendido, ed offrire un giovine toro. M'avvicino, nel mercato, ad un mercante idumeo, e gliene domando il prezzo. — Venti sicli (100 lire), mi dice egli. — L'hai dunque rubato, gli rispondo io, per vendere un animale così nobile ad un prezzo così vile? venti sicli? è regalato. — Mi scusi, grida il mercante, venti sicli? ho detto venticinque. — Ah! così va bene, rispondo io, e metto la mano nella tasca della tonaca a diritta. Cerco e ricerco, non avevo i venticinque sicli. — Bene, dice Justus, offri dunque un montone. — È vero, dico a me stesso, un montone l'è proprio un'offerta da re! E mi volgo ad un pastore dei monti di Moab che ne aveva in vendita uno di stupendo. — Che prezzo domandi di questa bestia? — Venti denari, capitano, risponde il montanaro. — Vergogna! un montone che ha delle corna da far morire di rabbia Mosè? che ha la lana soffice come i mustacchi del rettore Simeone? Le bestie sono dunque in abbondanza nel tuo paese eh? — E pongo la mano nella tasca sinistra. Non avevo i venti denari. — Va là, disse Justus, offri un capriolo. — Bravo, dico io, un capriolo è ciò che mi va. Io amo il capriolo: perchè il Signore sarebbe più schifiltoso che non mi sono io, vecchio legionario di Augusto e di Tiberio? — Sbircio in un angolo un uomo di Samaria che aveva un superbo capriolo bianco con delle macchie scure e un muso rosa come una vergine del Tempio, degli occhi teneri e velati da una lagrima. Lo si sarebbe mangiato di baci — cotto in punto, e bagnato d'una rugiada di acqua ed olio con un ramo di rosmarino. Non se ne domanda che tre denari (due lire e mezza). Cavo la borsa dalla cintura: i tre denari non c'erano più. — Senti, dice Justus, un colombo è ciò che ti va bene. Comprane uno e finiamola. — Ma l'è precisamente quello che pensavo io fino da questa mattina, rispondo. Un colombo bianco come le ali d'un cherubino.... Sagan, hanno le ali bianche, i cherubini? Ben devi saperlo, tu. Mi decido dunque pel colombo. Non costa che un mezzo denaro. Guardo, frugo, rifrugo in tutte le mie tasche; poi stendo la mano al mio amico Justus, e gli dico: prestami un mezzo denaro. Ah! se aveste veduto che faccia m'ha fatto! Si sarebbe detto che gli avessi domandato un dente.

— Gli è che, ripetè Justus, te ne ho prestati tanti di sicli, denari e mezzi denari....

— Meglio, dico io, vai a ridomandarmeli mo! Finalmente, gettando un sospiro da rovesciare la torre Mariamna, Justus mi pone in mano la moneta che gli ho chiesta. Volete che ve lo dica? non avevo mangiato nulla fino da jeri, e non avevo bevuto niente, all'infuori di alcuni sorsi d'acqua della fontana di Salomone. Il Signore, lui, aveva ricevuto un sì gran numero di bestie d'ogni specie, che appena appena avrebbe più accettato la nobile testa del gran sacerdote Caifa. Mi decidevo dunque a bere il mio colombo, e ponevo il mezzo denaro in tasca, allorchè delle grandi grida si fanno udire dalla parte della porta di Bronzo. Un tafferuglio nella città di Gerusalemme senza di me! dico io: sono rubato! E corro. Era della bordaglia, che avendo trovato una giovine donna nel sobborgo di Besetha, in flagrante delitto d'adulterio con un soldato legionario Romano, la conduceva dinanzi il Sanhedrin perchè la fosse condannata ad esser lapidata.

Moab alzò la testa, che aveva tenuta fino allora appoggiata sulle ginocchia.

— La donna era giovine e bella ancora, continuò Bar Abbas, malgrado lo strazio della miseria che si scorgeva nei suoi tratti e nei suoi vestiti. Io la conosceva già. È di Gerico e si chiama Lia. Suo marito essendosi riunito alla setta degli Esseniani l'ha abbandonata da due anni insieme col suo bambino. Ella vive pettinando lana. Probabilmente il lavoro le era mancato. Gli scribi ed i farisei, che erano nella corte dei Gentili, e le guardie del Tempio, si affollavano intorno al gruppo che trascinava quella donna scapigliata, affogata nelle lagrime e gridante: Oh il mio povero figlio, il mio povero figlio! — To', dice allora un levita: se andassimo a vedere cosa ne dice il Rabbì di Galilea che predica lì abbasso, presso il pozzo di Salomone? — Sì, sì, rispondono in coro tutti i parassiti del Tempio, conduciamola dal Rabbì di Galilea. — Fino dal mattino questo Rabbì era andato di corte in corte, e di portico in portico, facendo capannelli intorno a sè ed indirizzandosi al popolo. Aveva provocato ed irritato i farisei mettendoli in ridicolo e trovandoli in fallo. Aveva parlato contro il Sabato, contro il lavarsi le mani, contro le pratiche esterne del culto: e che so io! di tutto infine. Il popolo diceva: Ma vediamo dunque, questo Rabbì non sarebbe egli un pochino profeta, un bricciolo di messia? Ed egli non avea risposto nè sì, nè no, ma aveva lasciato andare ora una parabola, ora un tale arruffamento di parole, che Satana strangolerebbe chi ne avesse compreso una sillaba. I farisei credevano ora di prenderlo in trappola. La legge di Mosè è chiara come la fontana di Siloam. Si spinge dunque la donna dalla parte ove era il Rabbì, e tutti si affollano per vedere ed intendere. Il caso era grave. La risposta doveva esser precisa. Pilato se ne ride dell'adulterio, che per lui non è nè un delitto nè un peccato. Ma il Rabbì cosa risponderà? Se condanna la donna, si disgusta con Pilato; se l'assolve, si abbaruffa con Mosè. Egli li lasciò venire. — Rabbì, Rabbì, gli si grida da ogni parte, ecco una donna che abbiamo presa sul fatto stesso d'adulterio. È maritata, tutti lo sanno, ed ella stessa lo confessa. — Hum, brontolò il Rabbì senza alzar la testa ed avendo l'aria di continuare a tracciare dei rabeschi sulla sabbia della corte. — Maestro, gridava disperata la povera donna; avevo fame, il mio bambino aveva fame, eravamo digiuni da due giorni. Non una bricciola di pane, non un denaro, il focolare era freddo. Il Rabbì levò gli occhi sopra la donna, e dopo averla considerata per alcuni istanti: — Sì, eh! mormorò continuando a tracciare sgorbi nella polvere. — La legge di Mosè è chiara, osservò Gamaliele che aveva seguito la folla. — Cosa ci comanda codesta legge? domandò con calma il Rabbì. — Di ucciderla a colpi di pietra, si gridò da ogni parte.

Moab che aveva ascoltato questo racconto di Bar Abbas, a questo punto si levò d'un salto, come se avesse camminato sopra una vipera. Era spaventevolmente pallido, ma non disse una parola. Noi lo guardammo, sorpresi. Bar Abbas continuò:

— La povera donna non cessava dal gridare: grazia, grazia! Avevo fame, il mio ragazzo aveva fame; non trovavo più lavoro, non avevo credito, non mi si faceva carità. — Qual è la legge? disse ancora il Rabbì volgendosi a Gamaliele. — Tu che insegni tante cose, rispose il maestro del collegio, dovresti pur conoscerla. — La tua opinione dunque è che ella sia lapidata? insistè il Rabbì. — È la legge, risponde Gamaliele. — Bene allora, grida il Galileo levandosi e dominando col suo sguardo quell'assemblea curiosa, e piena di ansietà. Bene! replica egli, colui in fra di voi che si crede senza peccato le getti la prima pietra.

Questa frase fu come uno scongiuro magico. Tutta la folla restò sorpresa per un istante, non comprendendo nè indovinandone il senso; poi ognuno s'allontanò in silenzio, con la testa bassa, e gli occhi pensierosi. Il Rabbì si avvicina allora alla donna che era caduta quasi svenuta nella polvere, le pone in mano di nascosto una moneta, la sola forse che possedeva, e le dice con soave sorriso: Va, povera donna, va e non peccare più.

Vedendolo levarsi dal posto ove stava seduto, io aveva biascicato: To'! ma gli è mio nipote codesto Rabbì!

Egli non mi aveva forse udito. Mi sono allora avvicinato. Voi lo comprendete. Se io mi potessi attirare un uomo di simile levatura nel nostro progetto, pensava io.... — Nipote, gli dissi, non riconosci più il marito della sorella di tua madre? — Il Rabbì levò lentamente il capo, e fissò il suo sguardo su me. Questo sguardo si rischiarò, si dilatò, divenne infiammato. E' fece un passo indietro.... e mi disse: Vattene, zio!

— Ma no, ma no, interruppe Justus, egli ti ha detto: Indietro, infame, indietro. — E la sua voce, sì dolce un momento prima, rintronava nel Tempio.

— Sì, sì, forse lo ha detto, continuò Bar Abbas. Io lo conosco; quel giovine è sempre stato misantropo e poco rispettoso verso i suoi parenti. Gli è per questo che io non ci feci attenzione, ed ostinato nel mio progetto di metterlo a parte delle nostre idee, gli insinuai a voce bassa una parola, domandandogli di unirsi a noi per liberare Israele dalla contaminazione dei Gentili. Ah sì! egli continuava sempre a gridare: Va....

— Indietro, infame, indietro, ripetè Justus.

— Poichè ti sta tanto a cuore, sia pure, aggiunse Bar Abbas. Allora siamo usciti dal Tempio per la porta Dorata, ed eccoci un po' in ritardo, temo.

Hannah aveva ascoltato questo racconto con pazienza, sclamando soltanto: «Ancora quest'uomo!» allorchè Bar Abbas aveva nominato il Rabbì di Galilea. Ma io l'aveva seguito con interesse; Menahem, con indifferenza. Moab sembrava annientato. Alla fine, Hannah, sollevandosi a mezzo corpo, disse:

— Non abbiamo tempo da perdere. Veniamo alla nostra faccenda. Non c'è nulla da cangiare al piano già stabilito. Ecco ora le istruzioni definitive che voi porterete al Consiglio dei Trentacinque, aggiunse egli presentando a Menahem uno scritto. Dimani essendo Sabato, l'esplosione della sommossa è aggiornata a dopo dimani. Se qualche cosa dovrà essere modificata, lo saprete qui, domani, all'ora quarta.

— Spieghiamoci bene, disse Menahem. Dopo dimani entreremo nella città da tre porte, in tre colonne, senza bandiera e senza armi per non dare sospetto, e gridando: Abbasso l'acquedotto, abbasso l'acquedotto! Rispetto per l'offerta, che è la moneta di Dio e non del popolo o di Cesare.

— Va bene, rispose Hannah.

— Ci presenteremo dinanzi al Pretorio, e domanderemo di veder Pilato....

— Va bene, disse ancora Hannah.

— Allora, quando Pilato uscirà e domanderà che una commissione vada a parlargli, Moab ed io esciremo dalle file del popolo e gli andremo incontro.

— Sì, soggiunse Hannah.

— Presenteremo una carta a Pilato. Egli la prenderà, e, naturalmente, l'aprirà e incomincierà a leggerla; allora Moab da una parte ed io dall'altra ci slancieremo sopra di lui e lo uccideremo.

— Io non lo ucciderò, mormorò Moab lentamente, nel mentre si alzava: io non ucciderò quell'uomo.

— Come! dimandò Hannah, inchiodando sopra Moab i suoi occhi grigio-giallastri spalancati.

— No, ripetè Moab con fermezza, io non ucciderò mai quell'uomo.

Hannah si mordeva coi denti gialli le labbra grige, e non potendo divenir pallido, diventava livido.

— Spieghiamoci, disse egli alla fine con voce tremante dalla collera. I cinque principali partiti dell'antico regno d'Erode il Grande hanno o non hanno eglino nominato quaranta delegati perchè s'intendano sopra il mezzo di cacciare lo straniero dal suolo dei loro padri e del loro Dio?

— Sì, rispose Moab.

— I quaranta delegati non hanno essi scelto un consiglio di cinque dei loro capi, e non sono io il presidente di questo consiglio?

— Sì, è vero.

— Gli Esseniani non ti hanno eglino delegato come loro rappresentante, tu, Moab Bar Samuele di Bethabara? e non hai tu assistito alle nostre conferenze, discusso e approvato i nostri piani?

— È vero, sclamò Moab.

— Il consiglio ha deciso di cominciare dal disfarsi di Pilato, per mettere lo spavento e la confusione fra i Romani, e per poi poterli distruggere più facilmente al grido di Dio e patria!

— Io non nego nulla di tutto questo, disse Moab. I nostri cinque nomi soli sono stati posti nell'urna — poichè non si poteva comunicare un simile secreto a quaranta persone — ed il mio è uscito pel primo, poi quello di Menahem. Sì, è vero. Tuttavia io non ucciderò Pilato. Ella nol vuole.

— Ella, sclamò il sagan, chi è dunque codest'ella?

— Ella, replicò Moab.

— Ma finalmente chi è dessa? è tua madre?

— No.

— Tua sorella?

— No.

— Tua moglie?

— No.

— È la tua ganza, la tua regina, la tua fidanzata? chi è dunque codesta donna?

— No, no, no. È lei. È tutto questo, meglio, più di tutto questo. È lei.

— Quest'uomo è un pazzo o un vile, gridò il sagan.

— No, riprese Moab con calma, comandatemi di uccidere il gran Sacerdote, il tetrarca, il rettore, il governatore della Siria, lo stesso Cesare, ed io mi recherò a Roma immediatamente ed andrò ad ucciderlo. Ma Pilato, no. Ella nol vuole!

— Vediamo un po', disse Menahem inframmettendosi; codesto è un mistero che non sembra troppo vicino a schiarirsi; il Shofa del tempio sarà in breve suonato, quindi le porte saranno chiuse, ed i nostri fratelli attendono nella valle di Josafat le ultime istruzioni. Se Moab dà indietro, io resto sempre pronto, e credo che solo io basterò a compire l'affare. Dio mi ha dato un braccio, che i miei nemici, siano i tiranni del nostro paese o le bestie feroci del deserto, hanno appreso a temere.

— Prendo io il posto di Moab, gridai io allora.

— No, no, interruppe il sagan. Non è di ciò che si tratta. Non è questione di un braccio di più o di meno, d'un uomo piuttosto che d'un altro, per compiere questa santa opera. Si tratta di un giuramento. Ebbene, voi avete tutti giurato sull'Efod, che coloro cui la sorte additasse, compirebbero il sacrifizio del tiranno della Giudea. Ora uno di quegli eletti dalla sorte ci dice: Io non voglio più mischiarmene perchè c'è una donna che non lo vuole. Che mercato facciamo noi dunque di Dio, del nostro giuramento, della nostra parola, del nostro onore? Che sicurezza abbiam noi pel secreto confidato ad un uomo che pone un Ella al disopra del suo dovere?

— Basta così, gridò Moab, avanzandosi verso il tavolo del sagan. Dacchè sorge un sospetto, la questione è sciolta. Era il mio destino che lottava contro il mio dovere. Voi intervenite in nome di Dio; non ho più nulla a rispondere. Ucciderò Pilato, e poi mi ucciderò anch'io sopra il suo cadavere. Addio. Infrangerò il precetto della mia setta che abborre dal sangue[1]; ma espierò il mio fallo uccidendo la mia anima, che era sua, ed il mio corpo, che era vostro. Vado a raggiungere i nostri fratelli.

E ciò dicendo, Moab, il discepolo di Battista, alzò la testa bruciata dal sole del deserto, fiera come le creste del Libano, girò su noi il suo sguardo azzurro come il cielo, aggiustò intorno al corpo la sua tonaca di pel di cammello, strinse la sua cintura di cuoio, scosse la capigliatura nera e increspata come quella di Sansone, ed uscì.

La sua partenza fu seguita da un momento di silenzio triste e doloroso.

Il sagan lo interruppe.

— Allora, tutto è inteso, diss'egli. Non c'è nulla da cangiare, nulla da aggiungere al piano stabilito. Se qualche nuovo incidente accade nella giornata di domani, domani a sera decideremo.

— Va bene, rispose Menahem. Ora corro alla casa di Josafat.

Egli uscì. E nello stesso momento il suono del corno di montone diede il segnale dalla collina del Tempio che principiava il sabato.

Bar Abbas aveva seguito Menahem, fermandosi nelle sale inferiori, e noi lo intendevamo abbaruffarsi coi servitori del sagan, che non lo facevano cenare a suo modo. Justus mi disse:

— Giuda, vai da Maria questa sera?

— Non so, risposi; ho bisogno di trovarmi solo con me stesso.

— Allora non andrò ad attenderti là.

— No.

— A domani dunque.

Il sole era tramontato dietro il Moriah, dietro Modin, nel mare di Joppa e di Tiro. Il silenzio era disceso sopra la città. Hannah, colle folte sopracciglia aggrottate, gli occhi fissi sopra i quadrelli di marmo del pavimento, tenendo afferrato fra le mani il suo caftan, taceva, meditava, — forse non pensava a nulla o meglio, era dietro a calcolare ciò che meglio gli conveniva: di marciare colla cospirazione, o di consegnare i cospiratori nelle mani di Pilato. Io pure taceva, profondamente colpito dalla storia della povera adultera — che mi sembrava certo dover essere la moglie di Moab, — e della creatura misteriosa che aveva una influenza sì potente sopra quell'uomo di marmo, dagli occhi d'aquila. Hannah alla fine mi domandò:

— Sai tu a cosa penso, Giuda?

— Perdinci, alle quattrocento concubine di Salomone.

— Domani arrivano la moglie di Pilato e il governatore della Siria....

— Bisogna forse assassinarli anch'essi?

— Pilato riceve quindi delle nuove coorti.

— Tanto meglio; più se ne ammazza oggi tanto di meno a combattere domani.

— Saremo schiacciati.

— Che monta? altri faranno la prova dopo di noi, e riesciranno forse.

— Hum! brontolò il sagan, egli è che a me importa molto poco che gli altri riescano o no: ma noi saremo esterminati senza dubbio.

— Avresti paura, principe mio?

— No; ma io non mi sono unito ai tuoi progetti per aver l'onore d'essere appeso ad un patibolo sul Golgota.

— Parli d'oro, Sagan, risposi io, ma è troppo tardi ora per indietreggiare. D'altronde tu devi arder di zelo pel Tempio, di cui un pagano saccheggia il tesoro sotto il pretesto di costruire un acquedotto per dar da bere a delle ciurmaglie che muoiono di sete. Poi, una occasione come questa non si presenta tutti i giorni. Ci sono cinquanta mila persone accalcate sopra le colline di Gerusalemme ed in Gerusalemme stessa, venute da tutte le parti della Siria, e che ci daranno aiuto senza fallo.

— Nondimeno, disse il sagan, se quella gente esitasse....

— Anzi tutti e' sarebbero decimati dalle armi dei Romani: ma è così che si alimenta l'odio dei popoli oppressi contro gli oppressori stranieri. Tu avrai, Sagan, un posto nella nostra storia, vicino al mio grande antenato Mattatia il Maccabeo.

— Credo piuttosto, che sarò considerato come un meschino plagiario del mio grand'avo Esaù...

Mezz'ora prima, la città brulicava di vita. Dacchè il Shofa era stato suonato dalle mura del Tempio, il cuore stesso della città aveva cessato di battere.

Il sabato pietrificava l'Ebreo.

Non più un rumore nelle strade, non più lumi alle finestre; il fumo sulle terrazze delle case, il fuoco nei focolari erano cessati. La creazione era ravvolta nel silenzio. Non era più permesso di uscire, di andare a cercar acqua, di cuocere il pane, di accendere il fuoco se si era intirizziti, di rimetter in piedi il ragazzo se cadeva per terra, di abbracciare la giovine moglie, o di accomodarla nel suo letto di dolori. Se la madre stava morendo, il figlio non poteva soccorrerla. Se il suo asino cadeva in un fosso, bisognava lasciarlo divorare dai leopardi e dagli sciacalli. Ciascuno doveva restare dove si trovava e nell'istessa posizione; nè bere nè mangiare. Se l'inimico attaccava, bisognava lasciarsi uccidere; e molte volte, fino a Giuda Maccabeo, i nostri antenati erano stati trucidati così. Era nei giorni di sabato che gli Ebrei avevano quasi sempre perdute le loro battaglie contro gli stranieri, i quali, attaccandoli quando non potevano difendersi, ne avevano facilmente ragione. Non si poteva in quel giorno nefasto abbandonare il campo, continuare un viaggio, mettersi al coperto da un sole omicida, dall'uragano o dalla folgore. Il suono del corno del Tempio cangiava l'uomo in istatua come la moglie di Loth. Eccetto che nel Tempio stesso, che solo continuava il suo traffico ordinario, che riceveva le offerte — doppie di quelle degli altri giorni, — che sacrificava le vittime, e bagnava col sangue le fiamme azzurrastre dei suoi altari: eccetto in questo Tempio — perchè non c'era mai riposo per questi sacri traffici — ovunque altrove, cessavano tutti i sintomi della vita.

Noi altri Sadducei ridevamo bene di tutto ciò, avendo la massima che il sabato è fatto per l'uomo, e non l'uomo pel sabato. Hillel e Gamaliele avevano bensì detto ch'era permesso di fare buone opere durante il sabato; ma i farisei restavano incrollabili. Di maniera che Gerusalemme, a quell'ora, sembrava una città di tombe, ove l'aria stessa era divenuta muta.

Cento mila persone respiravano senza far rumore.

Tutto ad un tratto, dalla parte della porta Giudiziaria e della porta Genath, udimmo un fremito sordo, come uno sciame di api svegliate da un calabrone. Alziamo il capo, tendiamo l'orecchio. Il susurro aumenta, avanza, diviene più distinto. Sentiamo le voci e come uno strepito d'armi. Vediamo, ad onta del sabato, tutte le finestre popolarsi di teste di curiosi. Poi una luce rossastra, come di torcie accese, rischiara il cielo, cui grossi nugoloni cominciavano ad oscurare; e ben tosto dalle nostre finestre vediamo un gruppo di soldati trascinare in mezzo a loro dei prigionieri. Il nostro cuore s'ingrossa. Il corteggio avanza sempre più nel foro e si dirige poi verso le alture di Sion, dalla parte della torre Faselo. Allora diamo indietro spaventati: riconosciamo i nostri complici, ed alla lor testa, legati con delle corde ed insanguinati, Menahem e Moab.

II.

Durante il mio soggiorno a Roma, io aveva spesso inteso parlare della moglie del procuratore della Giudea, ma non l'aveva mai veduta. Claudia abitava Capri.

Ella era l'ultima figlia di quella Giulia figlia di Augusto, cui questi, dopo averla maritata a Tiberio, aveva esiliata, a causa delle sue dissolutezze. Giulia aveva avuto nell'esilio una figlia da un cavaliere Romano. Ma arrivata all'età di tredici anni ella l'aveva inviata al suo ex-marito Tiberio, il quale addobbava di giovani coppie l'isola di Capri, per rinverdire la sua caducità. Si conosce la storia «di quei piccoli bambini un po' vigorosi, ma ancora alla mammella, ch'egli abituava a giuocar fra le sue gambe, allorchè era al bagno, e che chiamava i suoi pesciolini.... Si raccontava che un cittadino Romano gli avesse legato un quadro di Parrhasius, ove Atalanta era rappresentata con Meleagro nell'istessa posizione di quei bambini con Tiberio. Questo quadro aveva il valore di un milione di sesterzi[2]».

Ora Claudia esercitava con Tiberio la parte di Atalanta.

Claudia era uno degli astri, ed uno dei delitti della corte di Cesare.

Due o tre anni dopo, Ponzio Pilato, spagnuolo, arrivava a Capri. Egli piacque a Tiberio, non si sa in quale maniera. Tiberio aveva tutti i capricci del vizio.

— Che posso io fare per soddisfarti? gli domandò un giorno il vecchio imperatore.

Pilato aveva veduto Claudia. Egli sapeva che funzione ella compiva alla corte imperiale. Malgrado ciò, la domandò in isposa. Tiberio acconsentì. La corte allora era a Baja. Tiberio ordinò che fossero condotti al tempio di Diana, nella sua stessa lettiga, assistette in persona al matrimonio, qual uno dei dieci testimonii richiesti dalla legge, e mise egli stesso la mano di Claudia in quella di Pilato. Il matrimonio compiuto una volta, Claudia, uscendo dal tempio, entrò nella lettiga imperiale; ma al momento che Pilato si disponeva a seguirla, Tiberio lo ritenne, e comandò agli otto schiavi liburniani di partire. Pilato tremò in tutte le sue membra. Tiberio allora tirò un papiro dal suo seno, glielo rimise, e si allontanò. Era l'ordine di recarsi a Gerusalemme in qualità di procuratore della Giudea. Sejano lo attese egli stesso per condurlo al mare, ove una bireme da guerra si dondolava nel porto, pronta a spiegare la vela.

Questo è ciò che si diceva: Dio vedeva forse qualche altra cosa. Scorsero sei anni. Giulia, la madre di Claudia, era morta. Tiberio era forse sazio della sua Atalanta. Pilato inviava dispacci sopra dispacci, che dipingevano quell'angolo della Siria da lui governato come una terra minata da sètte ribelli, sempre pronta alla rivolta[3].

Claudia era perseguitata dall'amore di Sejano.

Essa domandò a Cesare di andare a raggiungere suo marito, e l'ottenne. Di più, egli così avaro, la colmò di regali: cavalli, schiavi, gioielli, denaro, e scrisse a Pomponius Flaccus — lo stesso che egli aveva nominato governatore della Siria, perchè avevano passato insieme a bere due giorni e due notti consecutive — di considerare Claudia come una sua parente, e di obbedirle ed onorarla come tale.

Il viaggio fu prospero.

Claudia non si fermò che pochi giorni a Rodi per riposarsi, poi andò a sbarcare a Joppa.

Pomponius Flaccus l'attendeva di già. Gl'inviati della città di Gerusalemme vi erano arrivati da due giorni.

Gionata, il secondo figlio di Hannah, era il capo di questa deputazione Ebrea.

Il sole si alzava dietro le alture di Efraim, e colorava di porpora la catena delle cime che si stende da Ramah al Carmelo, allorchè le sentinelle, dall'alto del picco intorno al quale si agglomera Joppa, diedero il segnale che indicava l'avvicinarsi della bireme imperiale.

Infatti, una galera a due file di remi, dalla carena dorata e dalle vele di porpora, si avanzava verso la riva, spinta da un dolce e fresco venticello.

Un grande movimento ebbe allor luogo sì nella città che sulla galera. La guarnigione, i soldati che accompagnavano Pomponius Flaccus, questi stesso in persona con una folla di gente componente la sua casa, discesero sulle rive del mare, preceduti dalla commissione di Gerusalemme, e seguiti da tutta la popolazione. Sopra la bireme, i marinai siciliani si affrettavano ad asciugare la rugiada della notte, a stendere i tappeti di Cartagine, e le schiave di Claudia si preparavano a ricever la loro padrona, che si era alzata e si disponeva a venire sul ponte.

Claudia sembrava incantata dalla vista di quella Joppa, alla quale Hiram aveva inviato il suo legno di cedro, di quel porto ove Giona s'era imbarcato per quel terribile viaggio che doveva finire in maniera così insolita e così fantastica; di quella distesa di sabbia, punteggiata da palme, da fichi, melagrani, posto avanzato in quella pianura di Sharon, che i libri sacri hanno profumata di rose; di quella distesa di colline, risplendenti di rose e d'ambra, che si stendevano dinanzi i suoi occhi, e che formano il paese di montagna della Giudea, di Beniamino e d'Efraim. Claudia restò a contemplare tutto ciò fino al momento in cui la bireme approdò e fu tirata sulla riva, e che i marinai appoggiarono alla prora una scalea in legno di cedro incrostata d'argento e di rame. Pomponius Flaccus s'affrettò allora a montare sulla bireme, seguito dalla commissione di Gerusalemme e ch'egli presentò a Claudia.

Gionata, bel giovane, le indirizzò un complimento da parte della nobiltà, della gente del tempio, e del popolo della nostra città.

Scendendo sulla spiaggia, Claudia fu salutata con un grido immenso dal popolo che vi si affollava.

La moglie di Pilato non ascese quella specie di cono intorno a cui, simile ad un grappolo d'uva, è piantata la città. Ella non aveva bisogno di riposo, e quindi la partenza per Ramah fu immediatamente decisa.

Tutto, del resto, era pronto.

Ventiquattro schiavi liburniani circondavano la lettiga, tutt'oro e porpora: otto per tappa. Un camello già bardato; due cavalli, uno di Selinunte e uno della Siria, scalpitavano sulla sabbia, rattenuti a briglia corta da schiavi nubiani. Claudia poteva così alternare di veicolo a suo piacere. Un nuvolo di cavalieri numerosi ed una mezza legione di guardie servivano di scorta.

Una pianura coperta da uno strato leggero di rosea sabbia, sovrapposta ad un altro di nero terriccio, si allargava dinanzi a loro, sparsa di villaggi, di rovine d'antiche città, e di tombe, reliquie della nostra vecchia storia e delle nostre disgrazie — ceneri di centinaia di generazioni d'uomini, Filistei, Ebrei, Macedoni, Romani. Più lungi, ove l'occhio non arrivava, Modin, che risuonava ancora del nome dei Maccabei, e da lato Gaza, Ascalon — ove nacque Erode il Grande — tutta quella regione che vide David abbattere il gigante, e Sansone prendere le volpi.

Claudia montò sul camello, e dietro a lei prese posto una schiava egiziana che teneva aperto un parasole per garantirla dai raggi del sole ancora vigoroso.

Traversarono dei giardini d'aranci e di cedri, ove la vite ed i fichi prosperano frammisti agli ulivi, ai mandorli, ai sicomori, alle palme. L'uva era matura, i pomidoro scarlatti si allineavano a spalliera, le mele della Siria rallegravano gli occhi col loro colore giallo o porpora, il mirto e la rosa selvatica profumavano l'aria. Lo sguardo si riposò sopra questi giardini fino a Beth Dagon — ove si trovano ancora i ruderi di un tempio dedicato a quella divinità marina dei Filistei, per la quale Goliath giurava, nel cui tempio Sansone, cieco ed avvilito, fu ucciso, e che fu rovesciato dall'arca del Signore allorchè i Filistei la misero nel suo tempio stesso, dopo aver vinto Hophni e Phineas, figli di Eli. Al di là di Beth Dagon il paese si allarga, e delle greggie immense di capre, di agnelli, di bufali e di camelli percorrono la pianura.

Il viaggio sembrava andar a genio di Claudia; e Gionata, che cavalcava alla sua sinistra, le rammentava tutte le tradizioni e le istorie della nostra patria, rammemorate dai siti che traversavano.

Ella era sorpresa delle gesta dei nostri padri, così differenti da quelle dei suoi antenati.

Si sostò, per pranzare, a Ramah, la patria di Samuele.

Tutto era stato previsto e preparato dagli ufficiali che Pilato aveva inviati lungo la strada. Si riposò alcune ore, giacchè il viaggio sul camello, che Claudia provava per la prima volta, l'aveva affaticata, tanto come il tramestio del vascello sul mare. All'ora nona, quando il sole tramontava dalla parte di Ascalon, ella montò a cavallo, e sul cader della notte, la piccola tribù cosmopolita di quella bella patrizia romana si fermò ai piedi della collina di Modin, — collina in confronto delle montagne della Giudea che si alzano dietro di essa, montagna in confronto alla valle che chiude.

— Noi calpestiamo coi nostri piedi sito più sacro, ed il più fatale della nostra storia politica, disse Gionata a Claudia.

— Quale? domandò ella.

— Quello che fu consacrato dalle gesta di Mattatia e dei suoi cinque figli, i Maccabei.

— Conosco questa storia, rispose Claudia.

Di fatti ella aveva spesso sentito parlare degli Ebrei, alla corte di Tiberio, allorchè questi li fece tutti cacciare da Roma, e rinchiudere in luoghi malsani, sotto pena, se ritornavano, della schiavitù. Essa ne aveva inteso parlare in seguito dalle lettere di Pilato, che dipingeva con tetri colori quel popolo che non sapendo essere indipendente non si rassegnava a servire[4] e aveva delle costumanze strane: il sabato, la circoncisione, l'orrore degli stranieri e di una quantità di oggetti che considerava come contaminanti; di quel popolo, infine, che adorava un solo Dio, con riti altrettanto atroci che quelli degli infedeli. Claudia si preoccupava di questi tumulti continui, di quelle sètte, di quei messia che si attendevano, ed interrogava ora Trasilio, l'astrologo di Tiberio, ora Seleuco, il grammatico che Tiberio fece prima esiliare dalla corte e poi uccidere, perchè s'informava presso gli schiavi del libro che Cesare aveva letto nella giornata.

Claudia aveva forse un interesse palpitante a conoscere a fondo il carattere e il temperamento del popolo Ebreo.

All'indomani, nondimeno, siccome Modin non è che a tre ore di distanza da Gerusalemme, mentre la scorta a piedi e l'immenso seguito di bagagli e di bestie che accompagnava Claudia si metteva in viaggio, essa, seguita da Flaccus, da Gionata e dalla truppa numida, arrivando alla collina montò a cavallo per visitare il sepolcro di Mattatia. Gionata — dall'alto di quel punto ove si abbraccia la vista magnifica della larga pianura, della fiera vallata d'Ascalon e del lontano mare senza navigatori — indicò a Claudia, rimpetto ad essa, la montagna rude, triste, erta, ove Mattatia si rifugiò coi suoi figli, dopo aver ucciso gli idolatri e rovesciato il simulacro di Giove nel tempio Madin; al disotto, a sinistra, coronata da nuvole, l'alta cima di Beth Horon, ove Giuda Maccabeo distrusse Seron, altro generale d'Antioco — uno contro venti — come aveva già rotto ed ucciso Apollonius, come doveva distruggere Lysias a Emmaus nel piano che si allunga dinanzi ad essi, e Nicanor a Adassa, che si scorge quattro miglia più lungi.

— Battaglie di giganti, gridò Gionata, suolo bagnato da sangue eroico, che illustrò la nazione, la vendicò dei passati oltraggi, la creò a nuova vita, ed alla fine la uccise.

— Come, la uccise? domandò Claudia.

— Ahimè! sì, rispose tristemente Gionata. Quando i Maccabei rovesciarono l'altare pagano a Modin, Israele non esisteva più che nei nostri libri sacri. La fede israelita era morta nell'indifferenza del popolo, per le leggi dei conquistatori stranieri. Il Tempio era profanato, la lettura delle nostre vecchie leggi proibita, la circoncisione posta in dimenticanza, l'osservanza del Sabato impedita sotto pena di morte; la successione dei grandi Sacerdoti era interrotta. Onias, il vero pontefice, aveva emigrato fra gli Ebrei che ormai popolavano Memfi e le rive del Nilo. In mezzo a mille di essi, uno solo forse sapeva leggere l'ebraico. Il caldeo, il siriaco, il greco avevano surrogato la lingua nella quale Mosè aveva comandato in nome del Signore, David aveva cantato e Salomone insegnato. Ma i Maccabei erano più uomini di mondo, politici, soldati, oratori, amministratori, che preti. Essi discendevano dagli esiliati di Babilonia, non già da quel vecchio stipite dell'aristocrazia Ebrea che era restata fedele ai costumi, alle leggi, alle tradizioni, agli usi e all'organizzazione sociale dei nostri padri. Con essi arrivò al potere il partito della nazionalità politica e della riforma. Essi accumularono il doppio potere civile e religioso. Sostituirono la tradizione orale alla legge scritta di Mosè; la teoria personale e variabile — legge vivente del gran Collegio — al patto del grande legislatore. Provocarono e favorirono forse lo scisma, e furono causa che il popolo ebreo si divise in Esseniani, Sadducei e Farisei, laddove Mosè aveva stabilito una fede, un rito, un'arca, un tabernacolo, un patto (ai nostri giorni si direbbe una carta) per tutto il popolo d'Israele. All'unità del sacerdozio di Mosè, si rizzò di fronte lo scisma, che trionfò nel governo civile e s'impose alla credenza religiosa. Mosè, David, Salomone, i giudici che avevano fatto uscire dall'Egitto il popolo Ebreo, al tempo dei Maccabei sarebbero stati come stranieri nel gran Collegio, nella sinagoga, nel sanhedrin, nella scuola di Hillel e Shammai, per quei grandi principi-sacerdoti, pei Samaritani, pegli Ebrei infine. Mosè ormai era divenuto una memoria, una vecchia gloria nazionale, e nulla più. Quella massa di bronzo, rozza, ma compatta e solida, che Mosè aveva fusa e malleata a prova dell'urto di tutti i popoli che circondavano Israele, fu rotta dai Maccabei a fine di meglio lisciarla ed appropriarla alla moda del giorno. E fin d'allora la condanna del popolo Ebreo fu pronunziata. Noi non siamo più noi stessi; noi siamo ora un popolo come un altro a disposizione di tutti i popoli! Volendo creare una nazione, i Maccabei hanno creato uno Stato. Il carattere politico, così mondato, si era sviluppato: l'anima della nazione era franta. A Modin aveva preso principio la reazione contro lo straniero, ma in favore di un solo partito della nazione che esagerò il pericolo, e non comprese l'essenza del carattere del popolo Ebreo. Il rabbì prese il posto di Dio.

Ciò dicendo, sempre camminando, volgendosi ora a Claudia, ora a Flaccus, Gionata entrò il primo nelle strette e nelle gole delle montagne ove principia l'ascesa verso Gerusalemme.

Non c'era strada. L'olivo, il lauro, il mirto, il mandorlo, la ginestra dal fiore d'oro, il frumento, crescono ancora in mezzo a quei gradini di macigno; ma a misura che si ascendeva, il bianco-spino, il leccio, la quercia nana, l'erica, la macchia, il picco nudo delle rocce, il sasso grigio o rossastro, divenivano più frequenti. Seguivano il letto dei torrenti. Non s'incontrava che dei guardiani di capre, dei poveri contadini a piedi, o un rabbì sul suo asino. Un grande silenzio ovunque. All'occidente, volgendosi, si scorgeva ancora il mare; di fronte, alture sopra alture; ai fianchi dei precipizii spaventevoli. Essi non si fermarono punto a Kirjath Jearim, ove i Daniti di Zorah e di Eshtaol piantarono le loro tende avanti di ascendere alla casa di Micah, sopra il monte Efraim, per rubare l'ephod, il teraphim e le imagini di metallo. Là pure, era restata per vent'anni, presso Eleazar, l'arca del Signore dopo che era stata perduta dagli Israeliti, presa dai Filistei, posta prima nel Tempio di Dagon a Asdhot e poi venduta.

All'undecima ora, essi poterono vedere il bel villaggio di Emmaus — a due miglia da Gerusalemme — in mezzo ai giardini verdi, brillanti, profumati, ove il pampino porporino ed il grappolo dorato aspirano all'ombra dell'ulivo, e si arrampicano intorno i fichi. Questa vegetazione, in questo sito, è un fuggevole bacio della natura che diviene sempre più aspra, nuda, dirupata a misura che si ascende verso l'altipiano del monte degli Ulivi e di Sion.

Claudia e Flaccus raggiunsero qui quella parte della loro scorta che li aveva preceduti, e passarono oltre camminando frettolosamente in mezzo a rocce bianche, splendenti, frante e bruciate, per una strada fatta tutta a zig-zag. Il sole del mezzogiorno li opprimeva.

Scorsero finalmente la lunga stesa di muraglie che circonda Gerusalemme, le sue torri, il tempio, i suoi palazzi, il boschetto di datteri che ombreggia la porta dei Pesci, e a diritta il monte degli Olivi.

In quel momento, le vedette che stavano alla porta di Genath, la quale dà nei giardini del palazzo d'Erode, rientrarono per annunziare a Pilato che i viaggiatori erano in vista e si dirigevano verso la porta dei Pesci.

Pilato attendeva questi viaggiatori, o meglio questa viaggiatrice, da sette anni.

Egli aveva stabilito la sua dimora nella torre Mariamna; ma fino dall'indomani del suo arrivo a Gerusalemme, gli appartamenti detti di Cesare e di Mariamna nel palazzo d'Erode, erano pronti a ricevere questa ospite in ritardo. Non era passato un sol giorno, durante tutto questo tempo, senza che Pilato venisse a passeggiare solo e per molto tempo in questa abitazione splendida, ma silenziosa e fredda. Alla fine questo lungo desiderio era per essere soddisfatto, questa sete inestinguibile per essere calmata.

Quando il suo liberto spagnuolo venne ad annunziargli che sua moglie toccava le mura di Gerusalemme, Pilato era terribilmente occupato. Egli aveva ascoltato il rapporto che gli faceva il centurione Cneus Priscus — fratello di quel Cesonius Priscus che era l'intendente delle voluttà di Tiberio — sopra l'arresto dei cospiratori della notte precedente, ed aveva incominciato ad interrogarli. Pilato interruppe sul momento questo interrogatorio, saltò sopra un cavallo che gli si teneva pronto nella corte, e si slanciò di galoppo, seguito da quegli otto schiavi nubiani, la cui faccia, le armi, ed i cavalli erano color della notte, e la cui fronte era cinta da una ciarpa rossa color dell'aurora, che componevano la sua unica guardia, e quasi i soli muti compagni che avesse.

Pilato raggiunse il corteggio alla porta dei Pesci.

La sua faccia bruna sembrava di scarlatto.

Saltò a terra per stringere la moglie fra le sue braccia.

Claudia, che parlava in quel momento con Flaccus, continuò la conversazione; poi si volse, e senza neppur alzare la ricca, di cui s'era coperto il viso lungo il viaggio per tema di abbronzire la pelle, presentò il fronte a suo marito. Pilato divenne pallido come una notte di luna piena, rimontò a cavallo dopo aver salutato il governatore della Siria, e si riprese il viaggio.

Gerusalemme sembrava un sepolcro. Non un uomo nelle vie, non un viso alle finestre, non un soffio umano nell'aria, eccetto il rumore che facevano gli uomini del corteggio che sfilando spaventavano le lucertole, i sorci ed i serpenti che si deliziavano al sole. Si sarebbe udito il ronzio degli insetti, e il gemitìo dei palombi del Tempio.

— È una città questa, o un cimitero? È la capitale della Giudea, o il Mar Morto, questa vostra Gerusalemme? domanda Claudia a Gionata.

— No, Claudia, rispose Pilato, che voleva attirare la sua attenzione, è il Sabato. Il Sabato che preme questo popolo come un mare di bitume.

— È l'animale che digerisce? domandò Pomponius.

— È forse la tigre che è alle scolte e striscia, rispose Pilato.

— Bah! esclamò il governatore di Siria.

— Vedrete domani, aggiunse il procuratore della Giudea.

Ed aveva ragione.

Lo si vedrà domani, e poi ancora, e poi ancora «fino al giorno fatale in cui l'aquila piomberà sul serpente» come hanno profetizzato i nostri veggenti. Pomponius Flaccus si alloggiò in quella parte del palazzo detta di Cesare, Claudia, in quella detta di Mariamna. Pilato ritornò la sera nel suo nido solitario della torre Mariamna.

III.

Ritorniamo ora sui nostri passi.

Un traditore s'era intromesso in mezzo a noi.

I nostri sospetti si fermarono per qualche tempo sopra Jesus Bar Abbas. Ma la condotta susseguente di questo cinico parassita ci provò che, se aveva tutti i vizii, aveva almeno la virtù del silenzio. Il fatto è, che Pilato fino dalla vigilia conosceva, se non lo scopo, almeno il sito della riunione dei nostri confratelli, nella casa della vallata di Josafat. Egli sapeva forse qualche cosa di più ancora, poichè s'astenne di andare incontro a sua moglie, facendole rimettere una lettera dove si scusava e le annunziava: che, tenendo in mano le fila di una grande cospirazione, la quale metteva in pericolo il governo Romano, egli non poteva allontanarsi dalla città.

La casa della vallata era un gran cubo a due piani, diviso in due stanze e preceduto da un piccolo giardino dinanzi la porta. Due finestre sul davanti, due sul di dietro, casa stillante l'umidità nell'inverno, infetta l'estate da scorpioni, lucertole, serpenti e topi, disabitata da un quarto di secolo forse, poichè il suo proprietario se ne stava a Cipro.

Fino dalla vigilia, una trentina di soldati dei più agguerriti, sotto il comando di quel demonio di centurione chiamato Cneus Priscus, erano usciti verso notte dalla porta del giardino del palazzo di Erode, per non passare per le porte della città, e scorrendo vicino le mura erano andati a prender possesso di quella casa. Avevano passato colà la loro giornata in una mezza oscurità. Eccettuato alcuni caprai che avevano condotto le loro bestie per leccare quel po' d'acqua fetida che viene dalla valle di Hinnom, niun'anima viva si era avvicinata a quel sito. Ma, dal momento in cui il sole principiò a declinare dietro il Moriah, quei soldati avevano osservato verso il monte degli Olivi e lo Scopas, dei piccoli gruppi d'uomini che venivano dalla parte di Goreb, da Bezetha, dal Mizpeh, dall'Akra, gli uni discendendo il fianco della collina, gli altri uscendo dalle porte, e che, stretti alle mura, si avanzavano a passi lenti e misteriosi verso la casa. A certa distanza i gruppi si scioglievano: alcuni si fermavano, mentre altri continuavano, facendo in guisa che mai più d'uno alla volta varcava la siepe bucata del giardino ed entrava nella casa. La porta non aveva serratura e restava semiaperta.

I soldati di Priscus avevano chiuse le imposte e si tenevano ai due lati della porta. Ne accadeva, per conseguenza, che appena uno dei congiurati entrava e spingeva la porta dietro a sè, i soldati gli gettavano un mantello sul capo, e afferrandolo per le braccia, lo trascinavano nella stanza interna, lo legavano, gli sbarravano la bocca, e lo consegnavano alla custodia dei loro compagni. Questa trappola prese così una ventina di cospiratori, fra i più frettolosi. Ma quando il corno del Tempio suonò, e le tenebre divennero più fitte, i cospiratori si avanzarono con minori precauzioni affrettandosi per non essere in ritardo.

Quando Menahem varcò la siepe del giardino, una dozzina dei suoi amici lo seguiva da presso. L'affare nell'interno non andava più coll'istessa precauzione e lo stesso silenzio. Il selvaggiume incalzava il cacciatore. Moab si dibatteva ancora quando Menahem si sentì prendere dalle braccia. Egli comprese subito. Gridò. E siccome era molto forte, cominciò a resistere. Questo rumore mise l'allarme negli ultimi che ponevano già il piede nel giardino. Ascoltarono; non vedendo più chiaro nella casa, sentendo dei gemiti repressi, un rumore d'armi e di lotta, compresero che i loro complici erano caduti in un agguato. Allora si allontanarono. Prisco li vide partire. Ma egli non aveva seco abbastanza forza per inseguirli e nello stesso tempo vegliare sulla preda già fatta.

— La tortura farà il resto, pensò: questi che ho in mano parleranno, e riveleranno i complici.

Comprendendo ch'era ormai inutile di attendere più lungamente, temendo forse che quelli che s'erano messi in salvo ritornassero con altri, in numero sufficiente per liberare i loro complici, Cneus Priscus prese la risoluzione di uscire dalla casa, e rientrare colle sue vittime a Gerusalemme.

Per maggior sicurezza, le aveva condotte nella torre Faselo. La prigione della città poteva essere infedele, o troppo debole per custodirle.

Tale era il rapporto che Priscus aveva fatto la sera stessa a Pilato, e ch'egli aveva la mattina dopo ripetuto alla presenza dei prigionieri. Dopo di che il procuratore aveva dato mano all'interrogatorio degli accusati.

Le istruzioni scritte, che si erano trovate sopra Menahem, semplificavano singolarmente la procedura. Pilato li interrogò uno dopo l'altro a parte; nessuno disse una parola. Alla domanda: Perchè andavi tu in quel sito solitario e remoto? tutti fecero l'istessa risposta: per pregare!

Moab rispose con questa variante: Per pregar Dio che mi liberasse dagli scrupoli di ucciderti, o Pilato!

E Menahem disse: io vi odio tutti, avoltoi romani: noi vi odiamo tutti, e verrà il giorno in cui i nostri fratelli vi schiacceranno come vipere.

Pilato avrebbe dovuto sottoporli alla tortura per farli parlare, per strappare dalle loro labbra il nome dei complici ed il piano della cospirazione. Ma, sia ch'egli credesse ventidue vittime esser bastanti, sia che disdegnasse colpire le altre, sia che conoscesse i nostri progetti, sia pietà o sazietà, egli non ordinò di mettergli all'aculeo.

Egli confessava l'ultimo prigioniero, allorchè il suo liberto gli annunziò l'arrivo di Claudia.

Il resto del Sabato, non si occupò più di quella gente. I doveri dell'ospitalità verso il suo superiore, l'ansietà di trovarsi con sua moglie, gli servirono di distrazione.

La conversazione ch'egli ebbe con lei non fu lunga. Lo si vide uscire dalle stanze di Claudia abbattuto.

Il suo abboccamento con Pomponius Flaccus fu più lungo e più soddisfacente.

Nondimeno all'alba del dì seguente egli discese al pretorio, e dopo aver dato certi ordini in segreto ai capi delle truppe, ricominciò l'interrogatorio dei prigionieri, e la discussione della sentenza coi suoi consiglieri. Era a quel punto, allorchè i suoi emissarii vennero a parlargli in segreto.

Il segreto era del resto inutile. Ciò ch'essi venivano a denunziare si denunziava da sè.

La giornata del Sabato era stata lugubre. L'arresto di ventidue capi dei più considerevoli e dei più arditi di tutti i partiti aveva colpito nel cuore la nazione. Quelli che s'erano salvati, e noi stessi, commissarii superiori, non avevamo potuto prendere nessuna risoluzione, sia che il giorno del Signore ci paralizzasse, sia che temessimo di esser sorvegliati. Noi ci attendevamo anzi di essere arrestati da un momento all'altro. Alla sera le porte erano state chiuse contro l'abitudine del tempo delle grandi feste del Purim, del Peschah e dei Tabernacoli, e i soldati romani avevano surrogato i nazionali. La guarnigione della cittadella Antonia era restata in piedi tutta notte. Tutto insomma indicava che Pilato seguiva le fila dei nostri progetti, e vegliava.

Io m'era nondimeno arrischiato ad andare a vedere alcuni dei nostri capi che abitavano la città. Non ne trovai nessuno. Del sagan e di Bar Abbas non sapevo che farmi. Justus venne a raggiungermi da Maria, come di solito, ma tremava e non sapeva nulla. Io aspettava il giorno con ansia febbrile per andare a vedere quelli di Galilea, Perea ed Idumea, che erano accampati sotto le tende o le capanne di rami sulle colline da cui Gerusalemme è coronata.

All'alba ero in piedi. Uscii dalla mia casa del quartiere d'Ophel e mi avvicinai alla porta della Torre delle donne, che conduce al sobborgo di Bezetha-Gareb, aspettando che il guardiano aprisse.

Avevo meditato tutta la notte sopra la posizione della congiura dopo la sua scoperta e l'arresto dei ventidue capi, ed avevo deciso che, in qualunque evento, bisognava spingere le cose fino all'estremo.

Sapevo fino dal principio che tutto questo non avrebbe fatto progredire d'un pollice ciò che si chiamava la liberazione nazionale, e non me ne davo alcuna pena. Il mio progetto era di compromettere la gente del Tempio, di soddisfarla per attaccarmela, e metterla male sempre più con Pilato. Il sagan che non capiva niente, che non pensava niente, si lasciava condurre, purchè lo si credesse l'anima di tutto il movimento, e che fosse lui quegli che concepiva, che comandava, il padrone, il cuore ed il cervello del popolo ebreo. Anche con me egli recitava qualche volta questa parte. Una volta compita la rottura fra il palazzo d'Erode ed il Tempio, tutto sarebbe andato per bene. Che importavano allora l'insuccesso, le vittime, l'indietreggiare d'un giorno, l'aggiornamento di alcuni mesi, il sangue degli uni o il trionfo degli altri? Io intendevo dunque di andare a spingere avanti le genti di Samaria e di Galilea che sono le più intraprendenti, ed attendevo l'apertura delle porte. Udivo dall'altra parte un rumore più forte che all'ordinario. Vedevo sul fianco della collina un movimento insolito, un mormorio lontano, continuo, che veniva da differenti punti della città e dai suoi contorni, colpiva le mie orecchie. Bar Abbas mi vide e mi venne dappresso.

Egli toccava di già ad un sufficiente grado di ubbriachezza.

— Giuda, mi diss'egli, sai dunque...

— Tutto.

— Ed ora che gli altri sono presi, che dobbiamo fare?

— Andare sempre avanti. T'arresti forse tu, se in un campo di battaglia un camerata ti cade vicino?

— È ciò ch'io mi diceva. Allora ho fatto bene...

— Che cosa hai fatto?

— Perdinci! Ho consigliato d'agire, come se nulla fosse accaduto.

— A meraviglia. Ora bisogna scuotere gl'indolenti, e rinfrancare i dubbiosi.

— Io me ne vado dalla parte del mercato e alla piazza della Legna, e li farò marciare come dei vecchi legionari. Addio; verrò a pranzo da te, perchè ieri, per onorare il Signore, non ho messo nulla nella mia bisaccia.

Le porte si aprivano. Un fiotto di popolo si precipitava nella città. In pari tempo un formicaio d'uomini si svegliava e si animava in quell'alveare di case, che dalla valle dei Cacciai fino alla cima s'addossa al Moriah e al Sion. Vidi passare per quelle immonde straduzze centinaia di giovani e vecchi che si dirigevano verso la piazza del Pretorio. Questa piazza diveniva per necessità il centro del movimento. Io mi ci recai pure. Passai però prima dal sagan. Egli mi attendeva. Caifa era con lui, più scompigliato, più confuso, più pauroso e più indeciso che lo stesso Hannah. Ottenni la loro attenzione, e li decisi, facendo loro considerare che, non potendo più indietreggiare, si doveva lasciar agire gli avvenimenti, che si producevano da sè medesimi.

Caifa uscì per far mettere all'opera la sua gente.

Hannah mi raccomandò d'eseguire strettamente le sue istruzioni.

Nel partire incontrai Justus quasi travolto da una immensa folla, che lo portava in avanti come suo capo. La parola d'ordine era sempre la stessa: Abbasso l'acquedotto! rispetto alle offerte!

I Romani hanno una marcata predilezione per l'acqua e le fontane nelle loro città. Ne fanno un oggetto d'ornamento ed un mezzo d'igiene pubblica. Pilato intendeva illustrare il suo governo a Gerusalemme lasciandovi delle fontane, di cui la città, del resto, aveva ben d'uopo. Egli aveva principiato un acquedotto di venticinque miglia per condurre l'acqua da lontano: monumento d'arte e di pubblica utilità che avrebbe rivaleggiato e forse eclissato l'Acqua-Giulia. Non volendo per quest'opera caricare il popolo di tasse, aveva reclamato ed ottenuto da Caifa, per forza o per amore, quell'imposizione di mezzo siclo che ogni Ebreo è obbligato di pagare al Tempio tutti gli anni, ed il doppio se paga il giorno di Sabato. Questo sacro tributo si chiamava l'offerta.

Mi avvicinai a Justus, e gli dissi a bassa voce:

— Sempre avanti. Nulla è cangiato.

Intanto dalla porta Dorata, che conduce pel ponte sul Cedron alle strade del Giordano e del Mar Morto, dalla porta Giudiziaria, che s'apre sopra le strade di Gaza e di Egitto, dalla porta di Efraim che mena a Samaria, e da quella di Beniamino ove mette capo la via di Anathot e quella di Betlemme, delle onde di provinciali s'ingolfavano nella città, condotti da quei capi che erano scappati al tranello teso nella casa di Josafat da Pilato. Tutti si dirigevano verso il forum di Gerusalemme, la piazza del Pretorio che sta dinanzi al palazzo d'Erode. Io mi diressi da quella parte, toccando la piazza del mercato.

Là, in mezzo ad una folla immensa, vidi Bar Abbas che gridava:

— Dannazione dell'anima mia! Dell'acqua? ancora dell'acqua? Abbiamo noi bisogno d'acqua? a che serve l'acqua? È buona tutt'al più per annegarsi, pelle persone sudicie che hanno d'uopo di lavarsi; e per quei zelanti che non sfiorerebbero le labbra delle loro mogli senza credersi impuri!

— Sì, sì, abbasso l'acquedotto! gridava il popolo.

— Se si facessero almeno delle fontane di vino! allora si capirebbe. Il vino! Vi piace il vino, ragazzi?

— Evviva il vino! vociavano i biricchini: gloria al vino e a chi ne ha!

— Del vino sopratutto, ragazzi, continuava Bar Abbas. Val bene la pena di costruire degli acquedotti lunghi venticinque miglia per fornire d'acqua il popolo di quel Dio che si divertì a fare il diluvio, il popolo che durante quarant'anni ha bevuto dell'acqua nel deserto con Mosè! Anche a Mosè piaceva l'acqua. Ecco perchè era odiato da sua moglie. È dunque deciso. Non vogliamo acqua. Abbasso l'acqua! La pioggia ci bagna già abbastanza, la Dio mercè, quando le nostre case sono bucate.

— Abbasso l'acqua! abbasso l'acqua! rispondeva la folla.

— E rispetto all'offerta, figliuoli. La moneta santa! Per le corna di Mosè! e che cosa farebbero i nostri preti? Vogliamo dunque ch'e' diventino magri come tante cavallette? Si lagnavano già che la tassa santa era troppo leggiera. Figuratevi se la confiscano. Ci metteranno una tassa di un siclo a testa.

— Rispetto all'offerta! gridava la plebe.

— Mi piacciono i preti grassi, a me, seguitava Bar Abbas. Sono contenti, e quindi di buon umore ed umani. Samuele era magro, e inquietò Israele. Geremia era magro perchè non digeriva bene, e fece di Gerusalemme una valle di lagrime. Si andava a nozze piangendo, si mangiavano dei buoni pranzi versando lagrime, si abbracciava la moglie gemendo: si aveva disimparato a ridere. Prendere l'offerta? ma si vuol dunque ridurre i nostri amabili preti a nutrirsi di sterco, come.... rammentatemi un po' il nome di quel profeta maiale...

— Vivano i preti grassi! rispetto all'obolo di Dio! gridava sempre la plebe.

— E poi, ragazzi, i Romani devono forse darci da bere? non è abbastanza che ci prendano quello che abbiamo per mangiare, senza che vogliano ancora condannarci all'acqua per raffreddarci? Se amano l'acqua, vadano a berla a Roma. Noi siamo figli di coloro che si regalarono nella terra promessa di grappoli d'uva grossi come la torre Phasaelus. Non basta dunque ai Romani di prenderci tutto: vogliono far tavola rasa, tavola lavata, tanto che non ci resti più nulla sopra. Vogliamo essere sporchi noi! I nostri profeti lo erano e conversavano con Dio, malgrado ciò.

— Abbasso gli acquedotti! abbasso gli acquedotti! continuava la plebe.

— Sì, agnellini miei, ed andiamo a cercare una spiegazione chiara dal procuratore. Che lasci tranquilli i nostri preti! Quando i preti sono contenti, tutto prospera, principiando dalle vostre donne. Il nostro Dio è già abbastanza povero: lo derubano a chi può meglio. Vorrebbero infine ch'e' si mettesse al servizio dei Romani, per vedere il colore dell'oro? Egli fa dei miracoli: se vuole dell'acqua, come al tempo di Mosè, non ha bisogno di comperarla.

— No, no, che non si tocchi il denaro di Jehovah!

— Ebbene, è questo che andiamo a cantare gentilmente al procuratore. Seguitemi e zitti! Parlerò io per voi: unitemi soltanto alcuni di Galilea e di Samaria. Io so come si parla ai capi. Ho parlato a Tiberio, quando combattevo sotto di lui! Un capo fermo, quello! I vecchi avanti, i giovani in mezzo, le donne ed i bimbi a casa o nel Tempio.

In un batter d'occhio, quella moltitudine immensa si mise in ordine, e Justus ed altri quattro commissari si univano a Bar Abbas, costituitosi oratore dei lagni popolari. Allora, salendo verso il Moriah, lasciando a sinistra il palazzo dei Maccabei e l'Ippodromo a diritta, camminando lungo il Tempio dalla porta Occidentale fino al palazzo degli Archivii, essi traversarono la grande piazza, e si fermarono appiedi dei diciotto gradini che formavano la scala del Pretorio.

Pomponius Flaccus, che era stato avvisato fin dalla vigilia di ciò che doveva accadere in quel mattino, non si stupì nè si commosse per quelle grida del popolo. Egli digeriva ancora, del resto, la cena ed il vino della notte. Poichè Pilato, quantunque non bevesse che acqua pura, aveva una cantina eccellente. Claudia Procula, che ignorava tutto ciò che accadeva, si destò, o meglio, fu destata dalle sue schiave, spaventate dalla sommossa.

Pilato fece avvertire la moglie di non temere di nulla; ma Claudia, coperta ancora da quelle bandelle dell'acconciatura notturna di cui usavano le dame romane per conservarsi la pelle più fresca e più bella, si gettò sulle spalle una specie di pallium incarnato che la copriva da capo a piedi, e salì sopra la terrazza che circondava il palazzo.

Essa dominava la città.

Pilato, all'avvicinarsi della folla, aveva inviato i suoi prigionieri alla torre Phasaelus, temendo non glieli strappassero dalle mani. Aveva appunto finito di scrivere la sentenza di condanna per essi, allorchè il capo della guardia che vegliava alle porte del palazzo entrò per annunziargli che una deputazione del popolo desiderava di parlargli. Pilato esitò un momento fra il riceverla e il farla respingere a scappellotti. Alla fine si decise a lasciarla entrare.

Jesus Bar Abbas si avanzò alla testa dei cinque altri parlamentari, camminando nella sala con passo da re. I suoi stracci facevano spiccare la dignità della sua andatura. Aveva l'intenzione, semplicemente, d'esser sublime. Una mano al petto, l'altra sul fianco, la testa alta e un po' indietro, mentre fissava lo sguardo su Pilato, sembrava ammirare gli intagli in legno di cedro del soffitto. Puzzava d'aglio come tutti gli spagnuoli uniti insieme. E siccome Justus lo incalzava troppo da vicino, egli spingeva di tanto in tanto il piede indietro, affin d'allontanarlo e tenerlo al suo seguito, non al suo fianco. Ond'è ch'ei sembrava zoppicare.

Le sopracciglia di Pilato si aggrottarono, il suo respiro divenne agitato.

— Signor procuratore, son io, disse Bar Abbas, avanzandosi davanti la sedia curule di Pilato.

— Quella bruzzaglia non aveva dunque nulla di meno sporco da inviare come suo ambasciatore? domandò Pilato volgendosi agli altri parlamentari.

— La bruzzaglia sa che io sono un oratore, rispose Bar Abbas, interrompendo Justus che era lì per fare una scusa; ecco, o Pilato, la ragione perchè io varco la soglia del palazzo dei nostri padri.

— Dei tuoi padri? Sì, sì, disse Pilato sogghignando: parla dunque, parla.

— Il popolo d'Israello.... cominciò Bar Abbas.

— La canaglia! interruppe Pilato da focoso spagnuolo ch'egli era.

— Se mi esprimo male in latino, che, per altro, ho parlato per vent'anni nelle legioni di Cesare, ti arringherò in greco. Vedi, Pilato, sono letterato, sai! Ho insegnato ai Galli il passo che David danzava dinanzi l'arca, ed ai tuoi compatriotti il concime di quelle lenti per le quali Esaù vendette la sua primogenitura.

Pilato si contorceva sulla sua sedia, ma Bar Abbas continuò:

— Non ho avuto tempo, o Pilato, di comporre la mia concione. Gli avvenimenti mi hanno sorpreso nella piazza del Mercato, e l'amore pel mio popolo m'ha detto: Va avanti. Mi sono posto alla sua testa, e vengo a dirti a suo nome: Quousque tandem abuteris, Pilate, patientia nostra?

— Non c'è nessuno fra voi che abbia un po' di senso comune per prendere la parola? gridò Pilato battendo col pugno sul tavolo.

— Come, del senso comune! io vengo a nome del popolo ebreo per parlarti dell'acqua e non del senso comune, io che ho avuto l'onore di parlare al divino Tiberio, tuo padrone, e di dirgli: Buon giorno, Cesare!

— Gettami codesto galuppo fuori della porta a pedate, ordinò Pilato ad un decurione di guardia nella sala.

Il decurione obbedì alla lettera; ed intento che eseguiva l'ordine, Bar Abbas sgambettava gridando e grattandosi le parti offese.

— Andiamo, via, Lentulus, a modo, fa da vecchio camerata, più dolcemente, non colla punta, dal lato... Ah, bravo, ora la tunica è forata, ed ecco la mia faccia posteriore esposta agli sguardi del signor Pilato e delle stelle della Siria.

Justus si avanzò allora, e domandando scusa delle buffonerie di Bar Abbas, espose a Pilato i piati del popolo ebreo.

— Sta bene, rispose il procuratore: non ho consigli a prendere dal popolo ebreo, e non ho conti da rendere che a Cesare. So quel che faccio, e quel che faccio è ben fatto. La città ha bisogno di fontane, ed io voglio farle. Se il popolo ebreo trova che agisco male nell'adoperare l'offerta, invece di aggravarlo con un'altra tassa, e fa come l'asino, che, soccombendo sotto il peso, dà delle calciate al padrone, che si affretta ad alleggerirlo. Ecco la mia risposta. Andate.

— Dunque, dimandò Justus, l'acquedotto sarà finito, e l'offerta continuerà ad essere spesa in quella costruzione?

— Sì. Andate.

La deputazione salutò e partì.

La folla rumoreggiava di già al racconto fantastico che Bar Abbas le tratteggiava dell'accoglimento ricevuto. Quando gli altri commissarii vennero ad annunziargli che la volontà di Pilato era incrollabile, che i lavori dell'acquedotto non sarebbero sospesi, la tassa del Tempio non rispettata, un grido immenso partendo dalla piazza del Pretorio, circolò di strada in strada, di fila in fila, da Sion al Moriah, dall'Akra al monte degli Ulivi, risuonò nell'aria, avviluppò la città tutta.

Claudia ne fu spaventata.

Flaccus si risvegliò.

Pilato sorrise. Egli l'aveva di già castigato, questo popolo, allorchè non voleva che girassero per le vie della città le insegne con l'effige di Cesare, la legge ebrea proibendo le immagini come idolatre. Senza dunque commuoversi, fece chiamare Decius Crispus, comandante di tutte le forze romane che occupavano Gerusalemme, e gli disse:

— Prendi le due coorti che stanno nella corte del centro, e, l'arma nel fodero e la frusta alla mano, disperdimi quella marmaglia. Non fate sangue; ma batteteli bene e forte.