F. PETRUCCELLI DELLA GATTINA

MEMORIE DI GIUDA

SECONDO VOLUME


Seconda Edizione Italiana


MILANO
FRATELLI TREVES, EDITORI
1883.


PROPRIETÀ LETTERARIA

Tip. Fratelli Treves.


MEMORIE DI GIUDA

XVIII.

Restai confuso. L'apostrofe brutale di Moab m'immerse in un disordine d'idee vicino alla stupidità. Una sola cosa non lasciava più alcun dubbio: che questa Ida era la sorella del Rabbì di Nazareth. Di più! C'era ben stato un Cajus Crispus comandante la cavalleria della 12.ª legione che abitava Gerusalemme quando Pilato se ne stava in Antiochia; ma aveva egli mai sposato questa ragazza che avea fatta comperare, e fatta rapire? Era egli morto? Aveva divorziato da sua moglie, o lasciato la sua ganza? Il cavaliere che io aveva veduto da Ida, nella notte dell'uragano, era egli Pilato, o uno del suo seguito? Che era egli andato a fare a quell'ora, con quel tempo, in quella casa? Io poteva rimuginare tutto ciò, andare al fondo di questo intrigo; ed avevo paura di conoscere la verità! La parola «sposare una tal donna, un simile angelo» increspava il mio viso d'un sorriso da demente, e mi metteva il delirio nei cuore.

Ero stato colpito dal sembiante d'Ida, al circo. Ne avevo accarezzata l'immagine immergendola sempre più nel mio cuore durante un mese, e la trovavo più bella ancora, più diabolicamente seducente. Il mio amore era scoppiato come un vaso che rinchiude un liquore fermentato. Doveva io resistere alla mia follia? Dovevo cedervi, sposarla, salvo, una volta saziata la passione, a ripudiarla, ad ucciderla, ed uccidermi con lei? Ma, anzitutto, consentirà ella a codesto matrimonio se io oso proporglielo? Che agguato mi si tendeva? E c'era poi un agguato? Io era idiota, ridicolo.

Meditavo tutte queste ed altre mille stravaganze avanzando lentamente sulla strada di Gerusalemme. Tentai di distrarmi.

Mi recai la sera presso Hannah, e gli resi conto del mio viaggio. Fu incantato dell'acquisto del Nazzareno. Gesù aveva fatto, e non senza successo, le sue prime armi in Gerusalemme. Hannah l'aveva scorto, ne aveva inteso a parlare; ed era ora più ardente di me stesso. Aveva veduto Claudia, che l'aveva ammaliato.

Claudia gli aveva tenuto un linguaggio più preciso. Si trattava inoltre di spiegare perchè Pilato, il quale aveva l'aria di dormire e vegliava con ambi gli occhi, avesse fatto venire una legione di più nella Samaria, un'altra in Galilea, una terza a Betlemme, ed aumentato di varie coorti la guarnigione stessa di Gerusalemme. Claudia fu esplicita, chiara, senza reticenze. Ella disse al sagan:

— Pilato vuol essere proconsole in Ispagna suo paese. A Roma si compra tutto. Noi non abbiamo denaro. Il vostro Tempio, la tomba di Davide, sono ricchi. Voi volete sbarazzarvi dei Romani: noi vogliamo sbarazzarci di voi. Voi avrete l'indipendenza e tutto ciò che vorrete. Ma cosa guadagneremo noi? Ebbene fate la vostra insurrezione. Noi vi lasceremo agire, ma avendo la forza di schiacciarvi quando vorremo. Terremo i nostri soldati nelle tre torri, nel palazzo d'Erode, nella fortezza Antonia. Voi potete comperare una capitolazione al prezzo dei tesori che vi ho indicati. Con quel denaro, noi compreremo i soldati che, potendo vincere, potrebbero avere della ripugnanza a rendersi, gli ufficiali che potrebbero resistere, il legato della Siria che potrebbe eseguire egli ciò che non faremmo noi, comperare infine l'impunità della reddizione, ed il governo della Spagna. Occorrono per tutto ciò milioni e milioni.... Siete voi disposti a comperare la vostra redenzione?

Claudia aveva risolte tutte le difficoltà sollevate dal sagan, e dissipati tutti i suoi dubbi. Hannah era sedotto, convinto, premuroso. Occorreva solamente che la sollevazione del popolo fosse talmente imponente, che Pilato potesse aver l'aria di dover cedere, senza che gli si domandasse come a Varo: Che hai tu fatto delle nostre legioni? Ora, per sollevare così il popolo, per riunire tutti i partiti e tutte le classi in un solo slancio, era necessario che qualche profeta o messia pieno di autorità facesse appello alle armi in nome di Dio e della patria. Ogni altro nome, qualunque si fosse stata la sua posizione sociale, non sarebbe riescito. Il sagan fu dunque fuor di sè dalla gioia udendo il ritratto che io gli dipingeva del Rabbì di Nazareth, e noi convenimmo di affrettare i preparativi, e disporre gli animi, onde tentare il gran colpo nel prossimo paschah.

Lasciando il sagan andai da Claudia. M'accolse a braccia aperte come un vecchio amico. Io diedi a lei ragguagli più completi, e valutai con più calma le probabilità dell'impresa. Le mie domande la imbarazzarono più forse di quelle del sagan. Ma in realtà, io prestava poca attenzione alle sue risposte. Una cosa per altro mi colpì, perchè ella stessa n'era impressionata. Claudia, dopo avermi raccontata la scena che seguì fra lei e suo marito dopo la mia partenza, mi disse, che da quella sera Pilato era divenuto invisibile e sembrava orribilmente triste. Arrivava al pretorio all'ora della giustizia, poi si chiudeva nella sua torre solitaria, e non se ne moveva più. Claudia non lo aveva intravisto, da circa un mese, che due volte, per darle delle lettere di Tiberio. Ella principiava a sospettare che suo marito l'amasse.

Ebbi paura di mettere questa lupa sulle traccie d'Ida, e di approfondire questa coincidenza di malinconia. Tuttavolta le dissi:

— Claudia, conosci tu Cajus Crispus?

— L'ho veduto a Joppa quando arrivai nella Siria.

— È egli morto ora?

— Otto giorni fa egli viveva, credo, poichè ne ho udito parlare. Non so se sia morto di poi.

— Conosci sua moglie?

— Mi fu mostrata a Roma spesse volte. È una delle Lesbiane alla moda, la più conosciuta nelle terme, aveva per amante il gladiatore Lydius, e per fellatore l'affrancato Cerinthus.

— A Roma! sua moglie non è dunque in Asia?

— Che io sappia almeno, no.

— Ma avrebbe egli ripudiato la sua moglie di Roma per prenderne una in Siria?

— Ne dubito. Terentilla è ricca. È figlia di un senatore, e Cajus Crispus è un ciompo, un legionario che ebbe fortuna. In quanto ad una moglie ch'egli potrebbe avere presa in Siria, non ci vedo nulla di straordinario. Tutti i nostri legionari si maritano nelle provincie ove stanno di guarnigione; poi quando partono, scrivono alle loro vedove desolate: «Cara amica, sono morto il venticinque del mese scorso» non dimenticarmi troppo, consolati come puoi, e non divenir troppo brutta nella tua vedovanza, addio.» I nostri legionarii, soldati ed ufficiali, ripetono questi matrimonii per una stagione o due, ovunque essi vanno, in Germania, in Ispagna, nelle Gallie, in Giudea, sotto ogni clima.

Ne sapevo abbastanza. Il destino di quella povera ragazza Galilea m'era ora spiegato. Vi pensai sopra tutta la notte: la mia convinzione fu completa. Ida era una vittima ed amava il suo carnefice, non dubitando punto del suo destino.

L'indomani all'alba, montai a cavallo, e mi recai di galoppo a Berachah. Moab vegliava in cima della sua piccola torre. La porta era chiusa.

— Ah! Giuda, mi gridò da quel posto senza muoversi, sei tu? Hai dunque riflettuto al mio consiglio?

— Si tratta di ben altro che del tuo consiglio, Moab. Vengo a svelare alla tua padrona il più infame tranello che si possa tendere ad una donna, e che le è stato già teso.

— Davvero! sclamò stupito Moab: parla dunque.

— Non è mica a te che devo raccontarlo, non sei tu che io possa prendere per confidente in affare così delicato.

— Sta bene. Va allora a raccontarla, la tua storia, al Monumento del gran sacerdote.

— Moab, finiamo questo scherzo che principia ad offendermi.

— Tanto peggio. Ma se tu principii soltanto ad offenderti di ciò che chiami il mio scherzo, io lo sono completamente di ciò che io chiamo la tua impudenza. Con qual diritto vieni tu ad insinuarti qui per attentare all'onore di una nobile dama che cerca la pace e la solitudine?

— Ma io vengo al contrario, per avvertirla.

— Di che?

— Ma bestia che sei, suo marito Cajus Crispus non è morto.

— E che importa a noi che il tuo Crispus sia morto o vivo?

— La tua padrona non è vedova.

— Ella vuol esserlo.

— Ella piange come un amore spento ciò che non è stato che un infame mercato.

— Tutti i mercati sono infami; compreso quello che tu fai in questo momento.

— Moab! Moab! la mia pazienza è stanca.

— E poi?

— Ma te ne supplico. Moab, lasciami vedere la tua padrona. Vengo a portarle la gioja. È così dunque che l'ami tu?

— Non inquietarti del come io l'ami. Non inquietarti di ciò che non ti risguarda. Non inquietarti del passato della mia padrona e di penetrarne le angoscie. La mia conclusione è questa: io conosco il pudore, la purezza, il profumo di questa viola mammola che custodisco da quasi due anni, e quali che sieno le apparenze e le ombre che abbiano velato, forse offuscato, il suo candore, non c'è una figlia di Sion che possa esserle paragonata. Io la vedo disgraziata e sola. Sola, poichè io sono tutto per lei, io straniero; io sono per lei padre, fratello, protettore, custode. L'ho adottata, io, a cui la mia fede proibisce d'amare la donna che avevo scelta, ed il figlio che la mi aveva dato. Io non comprendo la mia fede; non la discuto. La trovo crudele, insensata, immorale; ma non avendola inventata io, avendola accettata, la rispetto straziando il mio cuore la notte, e soffocando le mie lagrime il giorno. Ebbene, questa povera creatura sulla quale io veglio, colpita da un seguito di sventure, di cui Dio solo può comprendere e giustificare la durezza, questa povera vittima ha bisogno d'un protettore che la difenda, d'un cuore che l'ami nobilmente e puramente. La tua fiamma, Giuda, mi pare una di quelle luci che si scorgono la notte nei cimiteri: una scintilla della putrefazione.

— T'inganni, Moab.

— Lascia che m'inganni; non c'è alcun male. Di tutti gli uomini che ho conosciuti, Giuda, tu sei quegli che io mi ami di più dopo il Battista; che io stimi meglio, malgrado la tua empietà ed i tuoi vizii. Sei l'uomo al quale confiderei con minor timore il destino e l'avvenire di Ida; perchè sono convinto che un giorno ella ti amerebbe, e che la tua concupiscenza d'oggi, si cangerebbe domani in un nobile amore. Se tu continui a vederla, la tua fiamma divamperà sempre più e non so che cosa potrà accadere. Io non vorrei ucciderti pertanto! T'impedisco di vederla. Tu la vedrai, quando l'avrai domandata in isposa.

— Ma, amico mio, come vuoi tu che io sposi una donna che non mi ama, e che conosco imperfettamente?....

— Ecco perchè t'impegno a continuare la tua strada ed a lasciarci tranquilli.

— Ma consentirebbe ella a questo matrimonio, anche quando io consentissi a tentarlo?

— Ora no. Ma dal momento che tu sembrerai risoluto, io so il mezzo di determinarla a tutto.

— Mi amerà essa?

— L'amore non si coglie come una rosa bella e sbocciata in primavera. Si prepara, si coltiva, si accudisce, si chiama; e sta sicuro che un giorno, quando ella t'avrà conosciuto, l'amore verrà.

— Ma lasciami tentare ancora una visita, lascia che io le parli ancora una volta, non fosse altro per decidermi completamente.

— Cosa vuoi dirle?

— Lo so io forse? Moab, tu non hai mai amato, tu?

— Non so. Mi pare però che quando penso a quella disgraziata che volevano lapidare come adultera, e che il Rabbì di Nazareth ha salvata...

Moab s'arrestò. Sembrava soffocato da un singhiozzo.

— Moab, te ne supplico per la memoria di tua moglie e di tuo figlio, cui ti prometto non lasciar mancare d'oggi innanzi più di nulla; Moab, te ne scongiuro, fammi veder Ida ancora una volta io muojo d'amore per lei.

— Sia, disse Moab. Ma sarà l'ultima. Mi sono già spiegato abbastanza.

Io andava a tentare il mio colpo supremo, e non avevo un'idea nel mio spirito, una parola nella bocca. Non sapevo neppure perchè mi trovassi là. Il mio cuore mi soffocava.

Ida si era appena alzata. Era in una piccola stanza vicino al suo tablinum (il salotto d'oggidì), una specie di gabinetto ove ella tenevasi pensosa, stesa sopra dei cuscini di seta. Era avviluppata in una stola di lana bianca a grandi pieghe, che la copriva dal capo in giù, non lasciando vedere che dei piccoli piedi calzati di stivaletti rossi, piedi così piccini che parevano inverosimili. Noah aveva finito di vestirla e le porgeva una coppa di latte caldo per quel primo pasto che i Romani chiamano jentaculum. Ella si mostrò molto sorpresa, e sgradevolmente, vedendomi. Moab mi precedeva.

In realtà, io aveva l'aria d'un importuno. Ciò raddoppiò il mio imbarazzo. Quando si ama si diviene stupido. Io amava per la prima volta nella mia vita. L'affrontai dunque con una sconveniente storditezza.

— Ieri, le dissi, ho dimenticato, nobile dama, l'oggetto principale che mi aveva condotto dinanzi a te. Avevo a rimetterti questa collana cui Erodiade, la moglie del tetrarca di Galilea, mi diede, dicendomi: La presenterai alla donna che ami di più. Ida, degna di accettarla.

— Ti sbagli d'indirizzo, o giovane. Non è per me quel gioiello: riponilo nel suo scrigno.

E non lo guardò neppure.

— Ti chiedo scusa, Ida, ripresi dopo un istante d'esitazione. Io non so a chi offrirlo, secondo la destinazione che Erodiade gli ha dato. Non ho moglie, non ho amica, non ho amante, mia madre è vecchia, le mie sorelle sono ricche e maritate. Io sono solo.

— Conservalo allora per quando non potrai più ripetere ciò che dici in questo momento. Non c'è motivo perchè io accetti il tuo regalo.

— Ciò mi avrebbe fatto pertanto un così gran piacere! Intorno a qualunque altro collo, questa collana perderà il valore.

— Cessa, e se non hai altro a dirmi, addio!

Gettai il mio giojello a Noah, dicendole:

— Comprane la tua libertà, quando non avrai più una simile padrona.

Noah arrossì, tremò, e fuggì col suo tesoro.

— Ebbene, Ida, poichè mi condanni a non vederti più, concedimi di parlare, avanti che io ti lasci.

Ida si sollevò sul suo gomito, con aria severa ed offesa, e non rispose.

— Non aggrottare il ciglio, Ida: non ti parlerò di me. Io non ho cercato conoscerti. Taluni briccioli della tua storia sono giunti fino a me, soli, inattesi. Ne so forse più di te stessa, poichè tu non t'immagini certo neppure d'essere stata venduta per 15,000 sesterzii. Io conosco tuo fratello, e chi t'ha venduta. Sospetto chi fu l'uomo che ti comprò.

— Tu deliri, esci da qui, gridò Ida.

— Io non deliro punto, ma continuo. Tuo marito non è morto. Ha un'altra moglie a Roma.

Credevo di colpirla mortalmente: Ida si coricò lentamente sui suoi cuscini. Ella dunque sapeva tuttociò. Continuai.

— Sei stata la vittima d'una infame mistificazione: io ti porto la vendetta.

— Grazie, rispose Ida freddamente, riportala teco.

Mi ero fuorviato nuovamente. Toccai un'altra corda.

— Ida, sei sola, e ricca, continuai.

— T'inganni, interruppe Ida con un ghigno di disprezzo, sono povera. Puoi andartene ora, mi pare, dopo una simile spiegazione.

— Tanto meglio, risposi. V'è una ricchezza che macchia. Ma dov'è tuo padre? Ov'è tua madre? Ov'è tuo marito? Sono tutti morti per te, o io m'inganno sul loro carattere. A chi dunque indirizzarmi per dire ciò che tu rifiuti d'udire?

— Ma infine, gridò Ida incollerita, chi sei tu? Cosa vuoi?

— Chi io mi sia, Moab te lo dirà, tutta Gerusalemme potrà ripetertelo. Ciò che io voglio, non oso dirtelo.

— E fai bene perchè io non voglio nulla sapere, e nulla intendere.

— Sei tu libera, Ida?

— Che t'importa ciò?

— Io debbo dunque soffocare nel mio cuore il grido che mi dice: questa giovinetta sì rudemente provata dalla sventura, è il tuo destino!

Ida alzò le spalle sdegnosamente, e si ricoricò. Io continuai.

— Io t'ho veduta, Ida, per la prima volta al circo.

— Cinquanta mila persone mi hanno veduta come te.

— Nessuna coi miei occhi. Poichè da quel momento tu riempi la mia anima, come l'anima riempie la vita.

— Via dunque! disse Ida con disgusto. Codeste passioni repentine e chiacchierone si comprano bell'e fatte dai poeti e dagli istrioni. Quanto ti ha dessa costato, giovanotto?

— Hai tu giammai amato, Ida?

— Che t'importa ciò?

— Oh, se hai mai amato, grazia per me.

— Ma veramente, giovane, tu deliri. Con qual diritto t'introduci tu nella mia casa, sotto un ridicolo pretesto, per offrirmi un amore di cui non ho d'uopo, che non ho in nessuna maniera nè autorizzato, nè incoraggiato, cui io non voglio, cui respingo con isdegno? Da chi credi tu trovarti? Quale ignobile impertinenza ti ha consigliato questo passo che mi offende! Ah! proruppe poi sciogliendosi in lagrime. Ah! se non fossi stata sola!

— Addio, Ida, le dissi. Tu hai mal giudicato le mie parole, ma hai ragione. Io mi sono condotto male. Che vuoi? non si è sempre padrone dei proprii istinti. Io venivo soltanto per avvertirti d'un pericolo, per illuminarti. Accogliesti male le mie proferte; io mi ritiro. Ma ricordati questo. Ida: io t'amo. Se un giorno, il dolore che ti padroneggia in questo momento si calma, se la nebbia che ti ricopre si dissipa, e se hai bisogno d'un amico che ti consoli, di' a Moab di chiamarmi: io sarò sempre pronto, senza rancore, senza tiepidezza. Bisognava bene che io provassi alla fine quel dolore spaventevole che si chiama il primo amore.

Ida non intese forse una parola di ciò che io le dissi, poichè, la testa immersa nei suoi origlieri, singhiozzava. Io mi sentiva morire. Il sangue m'invadeva il cervello. Avevo voglia di gettarmi ai suoi piedi, di ucciderla, di coprirla di lagrime e di baci. Osai prenderle la mano — bella ed agghiacciata come quella d'una statua di Venere. A quel contatto, Ida balzò e si rizzò a me dinanzi. I suoi occhi si tersero in un istante.

— Che vuoi tu? la gridò. Noah! Noah!

La giovine schiava entrò.

— Indica la sua strada a codesto straniero, riprese Ida divenuta calma di nuovo, e volgendomi le spalle.

— Ida, gridai alla mia volta, sei dunque stata ben provata dalla sorte per divenire così crudele? Sono stato indiscreto forse, ma non ho meritato d'essere trattato come un galuppo.

Ida sembrò commossa.

— Giovane, disse ella, tu non sai dunque che non si deve mai domandar l'elemosina al ricco, il quale non comprende cosa sia la miseria? Tu mi domandi, credo, dell'amore: lo domandi ad una donna che soffoca sotto questo peso. Ebbene, io non ho nulla a darti. La mia ricchezza è forse minacciata in questo istante. Che importa! gli è sempre vero, che non ho nulla per te, nè per alcuno. Quando la rovina sarà certa, oh, allora, ciò che si farà dei resti del mio cuore mi sarà indifferente. Se la morte li respinge, li prenda chi vuole. Io non sarò più della partita. Una carcassa senza anima, appartiene alla prima jena che vi si getta sopra.

— Ida, mi prometti di ricordarti allora di me!

— Si ricordano i morti, o giovane, ma i morti, essi, non ricordano più.

Ida lasciò la stanza. Passando per la corte, dissi a Moab:

— Avresti fatto meglio di uccidermi sulla soglia.

— Io ti aveva prevenuto, mi rispose con voce accasciata.

I quindici giorni che seguirono questa scena non contano nella mia esistenza.

Fuggii a Gerico. Mia sorella che m'amava tanto, che m'aveva fatto giuocare sulle sue ginocchia quando ero bimbo, che mi era stata quasi una madre, la mia povera sorella fu spaventata dal mio stato. Ella mi credette talvolta pazzo, talvolta stupido. Poi, ebbi la febbre ed il delirio. Chi non ha avuto una simile crisi nella sua vita? Tanto peggio per queglino che non l'ebbero mai. Finalmente mia sorella entrò nella mia stanza, un mattino, spaventata, e con voce concitata mi disse:

— Giuda, un corriere da Gerusalemme.

— Che mi vuol egli?

— Porta una lettera.

— La dia....

— È venuto a cavallo, e viene dal palazzo d'Erode.

— Dal palazzo d'Erode, o dall'inferno, per me è tutt'uno. Dove è la lettera?

— Eccola.

L'aprii macchinalmente. Era di Claudia, e diceva:

«Giuda, ho il cuore morso da un sospetto. Conducimi subito il tuo messia, dovessi tu farlo trascinare dai soldati. Ho d'uopo di consultarlo, ad ogni costo. Presto, presto, presto.

«Claudia.»

XIX.

Il Rabbì di Nazareth lasciò la Galilea la notte stessa che avemmo il colloquio in casa di Maria.

In meno di dodici ore, egli aveva traversato la crisi fatale della sua vita. L'attitudine del popolo nella sinagoga, l'aveva scosso la mattina; la prospettiva dell'immenso orizzonte che io aveva spiegato innanzi ai suoi occhi la sera, lo aveva deciso. La sua anima era tocca. In mezzo ad un amaro disinganno, una folgoreggiante visione l'aveva consolato ed esaltato. Ma egli aveva paura della tempesta che aveva scatenata, forse con più precipitazione e più prematura ch'egli stesso non l'avesse desiderato.

Ormai, egli non poteva restare più sotto il bel cielo del suo paese, ove aveva tessuto tanti idillii nella prima fase della sua missione. Dopo aver gettato la sua terribile parola, che lo tratteggiava a figlio di Dio, egli non poteva più abbandonarsi ai dolci amori dell'infanzia, dei fiori, della donna, dei profumi, alla sua morale gaia, alla sua sottile ironia contro le bizzarre pratiche dei Farisei. Gli era mestieri ora regnare nelle regioni della folgore. Ma nessuno lo comprendeva più. I suoi discepoli stessi lo trovavano strano, lo credevano tal fiata demente, si raffreddavano, o si allontanavano. Egli sentiva che doveva arrischiare un colpo decisivo; ed io gli offriva una gran parte, in un grande teatro. Nulla ostante, non credendo alle mie parole, volle assicurarsi dello stato degli spiriti, e per sua propria prova.

Il Rabbì era un cattivo Ebreo. Egli accettava le nostre leggi, le nostre tradizioni, i nostri patriarchi, i nostri profeti e le nostre dottrine, ma tutto sotto benefizio di stretto inventario; e ben poco ne lasciava in piedi dopo il suo esame.

Un abisso separava l'anima sua dall'anima nazionale.

L'Ebreo è materiale, formalista, rozzo, puntiglioso, orgoglioso, crudele, superstizioso, di passioni affatto vive e palpabili. Il Rabbì era dolce, semplice, tollerante, popolare; elevava lo spirito e l'ideale su tutto, e lasciava alla materia una grande libertà di sviluppo. Egli aveva sfiorato le dottrine di Sakya-Mouni, di Gesù figlio di Sirach, di Gamaliel, d'Hillel, d'Antigone da Soco, pigliando da loro i principii di eguaglianza sociale, di carità, di semplicità nel culto e nell'idea di Dio, di fratellanza umana. Ma egli faceva buon mercato del resto dei principii, presi sia nei libri di Mosè e dei profeti, sia nelle masores o tradizioni che formavano il corpo della legge orale. Respingeva, motteggiandola, la massa delle dottrine dei Farisei, come altresì quella dei Sadducei e degli Esseniani. Si alzava solo contro tutti: era egli perciò più alto di tutti? Al regno del popolo ebreo, opponeva quello di Dio. All'aspettazione di un messia più grande di Erode e di Giuda di Gamala, egli offriva un messia paradossale, addobbato ad iperboli incomprensibili, traboccante di promesse che se non erano delle assurdità, lambivano la mentecattaggine. Salomone, Giona, non arrivavano, diceva egli, all'altezza del suo malleolo[1]. Nonostante, la sua opera si riassumeva in un tessuto di frasi oscure, ed alcune guarigioni di ammalati, quali i ciarlatani della piazza pubblica compievano essi pure, e che i maghi egiziani sorpassavano. Non lo si comprendeva, egli diceva, irritandosi sempre maggiormente. Gli era forse vero, ma sta sempre, che avendo urtato profondamente le credenze degli abitanti dei villaggi del lago, sgomentati i Farisei, gettato la diffidenza nella Casa Dorata, egli non poteva più restare nella Galilea. Lo avrebbero perseguitato, e preso in qualche agguato.

Spronato dunque dalla paura, consigliato dalla prudenza di verificare le mie parole, egli partì la notte stessa, seguito da soli due discepoli, l'ambizioso e turbolento Simone, e l'indolente Giovanni, altrettanto ambizioso, ma più poltrone del vecchio marinajo. Questi altresì si aspettavano dal maestro, nel suo regno, dei posti di generali, d'intendenti, di grandi sacerdoti, un'alta posizione in fine, con un ricco seguito di donne, di schiavi, di provincie da governare, di palazzi, di giardini, la porpora, le stanze dorate, e spingevano quindi il Rabbì ai colpi decisivi[2].

Traversarono la regione delle colline della Galilea, e penetrarono nella pianura di Tiro. Percorsero a piedi il paese, dal piano di Sidon fino alle montagne di Gilead, fermandosi poco, fiutando l'opinione pubblica, non predicando nè insegnando; perchè credevano esser seguiti dalle spie dei Farisei.

La cosa che pungeva di più i Farisei, gli era il voltafaccia di Gesù a proposito dei pagani. Egli, che fino allora aveva rispettata la legge della separazione dallo straniero, come impuro, conversava ora con una Samaritana al pozzo di Giacobbe; dormiva sotto il tetto dell'uomo di Sychar; entrava nelle città greche, romane, o fenicie; si mischiava ai credenti di Baal e di Astaroth. Il popolo ebreo non era più per lui il popolo eletto, per il diletto del quale Dio aveva creato questa terra rivestita di fiori e di frutti, questo cielo inondato di astri. Egli credeva all'uomo, questo messia del popolo di Dio.

Il viaggio si faceva in fretta; poichè dal primo suo passo sopra questo suolo, ove l'attività umana si sviluppava con energia, Gesù comprese la situazione degli animi. Questi popoli che correvano il mondo, che trafficavano il mare, che esportavano ed importavano le ricchezze dei differenti climi, che godevano di queste ricchezze nelle orgie che si prolungavano fra due soli, che s'inebbriavano di donne, di vino, di arti, di ornamenti, che abitavano dei palazzi soppannati di seta e risplendenti di marmo e d'oro, questi popoli che divoravano le voluttà della vita, e la vita stessa senza risparmio, non potevano odiare i Romani che loro lasciavano una completa libertà di sviluppo, che l'incoraggiavano e li favorivano. Essi non potevano in nessuna maniera preferire una dominazione giudea, meschina, dura, barbara, limitata nello spirito e nell'attività individuale, che scorgeva in ogni uomo non circonciso un impuro da evitare o da lapidare.

Gesù in questo paese sentiva mancare il suo senso dell'ideale. L'aria voluttuosa che respirava nelle città gli dava la vertigine. Si trovava piccolo, disorientato. Egli che veniva a predicare la supremazia di Dio sull'uomo, l'eclissi dell'uomo dinanzi lo spirito, trovava che qui l'uomo era Dio, e creava come lui. I suoi due discepoli, che non comprendevano nulla alla rivelazione ed alla rivoluzione che si compieva nello spirito del Rabbì, che non avevano come esso una forte energia morale per sostenerli, soccombevano sotto la fatica della corsa vertiginosa che trascinava Gesù.

Il Rabbì vedeva il mondo chiudersi sopra di lui per soffocarlo. La Galilea gl'involava il mondo ideale: qui, il mondo materiale l'assorbiva nella sua esuberanza.

Non potendo fissarsi in questa pianura di Tiro e di Sidon, in queste due città scintillanti di palazzi, ove il popolo lavorava per godere, non potendo, egli credeva, ritornare senza pericolo nella Galilea, Gesù ed i due discepoli vennero a cercar un ricovero nella Decapolis, gruppo di città greche alleate che accampa alla punta meridionale del lago di Gennesareth e sulle due rive del basso Giordano. In mezzo ai Greci ed agli stranieri d'ogni paese che popolavano Hippo, Gadara, Pella, Scitopoli, il Rabbì di Nazareth si credette sicuro.

Ma là pure, la sua anima non aveva eco, nè trovava quell'odio contro la dominazione straniera, di cui io gli aveva parlato, e quel desiderio della dominazione ebrea, che io attribuiva a quei paesi.

Qui, egualmente, il lusso, l'arte, il movimento per abbellire la vita di piaceri e di agiatezze, la scienza, la poesia, l'esistenza facile, le relazioni festevoli, si sviluppavano vivamente. Gli Dei erano umani ed alla buona, e non dei tiranni brontoloni ed arcigni come il Dio degli Ebrei. Omero, Platone, Tucidide, Erodoto, Anacreonte, non facevano punto desiderare il Pentateuco, i libri di Salomone e dei Profeti, di Giobbe e di Daniele. Qui, quell'ideale del popolo ebreo sembrava un cupo e mal costrutto fantasma che era antipatico, ed offendeva lo sguardo. L'ideale stesso di Gesù, così semplice, etereo, si annientava in quell'aria febbrile, pregna di emanazioni umane, dell'eretismo dei sensi. Il Padre ch'egli predicava nel paese giudeo, era qui una creazione fantastica cui Platone aveva già abbozzata nella regione dei sogni. I miracoli trovavansi classificati negli aforismi d'Ippocrate. Quegli allegri bellimbusti dell'Olimpo ne avevano fatto di più belle.

Gesù non potè mantenersi neppure in quell'angolo d'un suolo, d'onde scopriva nondimeno le cime del Carmelo ai cui piedi sorgeva Nazareth sua patria, le roccie bruciate sulle vette delle quali poggiava Cafarnaum ove dimorava sua madre, le spiaggie fiorite ove Magdala lavava i suoi piedi, e cui Maria percorreva gli occhi assetati di rivedere il suo Rabbì.

Gli è in quel sito che lo incontrò il messaggiero che io gli inviai da Gerico dopo la lettera di Claudia, onde affrettare il suo viaggio a Gerusalemme.

Se Gesù aveva per un momento azzannato all'avvenire splendido che io gli aveva fatto intrasognare, e' si guariva ogni dì più delle sue speranze. Sulle rive del Giordano, come nei piani e sulle spiaggie di Tiro e di Sidon, egli comprendeva le terribili difficoltà della missione che io gli proponeva, la ripugnanza che destava un messia politico. Magdala, d'altronde, lo attraeva. Egli era come il Tantalo di quella casetta linda e graziosa ove Maria lo circondava di cure, di carezze, di fede. La tentazione lo vinse, prese il battello, e vi andò.

La voce del suo arrivo si sparse immediatamente. La gioja frenetica e comunicativa di Maria lo tradiva. Poco alla volta, in quarant'ott'ore, i cinque villaggi della costa orientale di Gennesarth furono commossi. Coloro che credevano nel Rabbì ne aspettavano infine una manifestazione che loro desse confidenza, e li ponesse in grado di respingere il ridicolo di cui i loro nemici li coprivano. Questi nemici poi si misero in posizione di tendergli nuovi agguati, per farlo esagerare nella sua predicazione, e perderlo. Perocchè dessi non l'avevano nè dimenticato, nè perduto mai di vista, nelle sue peregrinazioni.

La lotta principiava a divenire implacabile e il terreno si circonscriveva sotto i piedi del Rabbì. Egli avrebbe voluto restare nascosto per alcun tempo in quel ritiro, onde meditare, onde meglio determinare la sua situazione, e poi decidersi sotto la pressione degli avvenimenti. Non lo potè. E' non andò alla sinagoga; il popolo venne da lui. La sua posizione era critica: eclissarsi e mostrarsi, egualmente pericoloso. Del resto non gliene fu lasciata la scelta.

Gesù era sceso sulla spiaggia verso l'ora ottava per recarsi a Cafarnaum, dalla moglie di Zebedeo che era ammalata. Alcuni Farisei ed alcuni Erodiani che si trovarono là, lo circondarono, e il cerchio in breve cominciò a farsi fitto. Gli agenti provocatori non mostrarono nessuna disposizione ostile. Festeggiarono dapprima il ritorno del Rabbì, perchè era corsa voce che avesse abbandonato il paese; poi cominciarono ad interrogarlo, come gente che ha voglia d'illuminarsi. Gesù comprese.

— Tu ci hai detto che sei il Messia, gli dissero, e noi siamo fortunati di crederti. Ma mostraci almeno con un segno, che tu sei quell'inviato di Dio che noi attendiamo.

Gesù sospirò profondamente. Capì la perfidia di questa domanda. Che cosa doveva egli rispondere? che era il Messia, provandolo con delle cose sorprendenti, e chiamando il popolo all'insurrezione? A pochi passi di distanza, i soldati di Antipas lo spiavano. Rifiuterebbe di dare il segno che gli si chiedeva? l'avrebbero beffato, bandito come un impostore, posto alla berlina: ben felice se si fossero limitati ad annegarlo nel lago. Gesù, le cui principali qualità erano la presenza di spirito ed il sangue freddo, rispose:

— Quando la sera voi scorgete il cielo tutto rosso, voi pensate: domani farà bello. Quando lo vedete rosso il mattino, voi sclamate: oggi farà cattivo tempo. Ebbene, ipocriti, se voi potete indovinare i segni della faccia del cielo, perchè non indovinate voi altresì i segni dei tempi? Una generazione miserabile ed adultera domanda segni del cielo? Io non ne ho alcuno a darle, eccetto quello del profeta Giona.

— Insultare non è rispondere, o Rabbì, gli gridarono da tutte le parti. Se noi ti domandiamo il marchio del tuo apostolato di Messia, gli è perchè tu ti presenti come tale, e la trinci da figlio di Dio. Se tu non ti mostri così, sei un empio, e noi ti tratteremo come si trattano i bestemmiatori.

I discepoli del Rabbì, che si trovarono presenti, intervennero. Gesù, protetto da essi, indietreggiò di due passi e si gettò nella barca di Simone che si dondolava sulla spiaggia. I suoi discepoli lo seguirono, e fecero forza di remi. Era tempo: cominciavano già a lapidarli.

Questa scena imprevista sconcertò il piano dell'escursione di Gesù. Invece di vogare verso Cafarnaum, a pochi minuti di distanza ove senza dubbio si sarebbe rinnovata l'istessa scena, Gesù fece mettere la proda verso la costa greca ove poteva trovare ricovero.

Sembrava scoraggiato, profondamente abbattuto. Egli vedeva che bisognava rinunziare per sempre a questa contrada che gli parlava della sua gioventù, della prima epoca della sua missione, profumata dalla memoria della grande fede che vi aveva trovato, di tante belle opere fatte, di tante belle parole dette. Un destino lo spingeva, e lo metteva nell'impossibilità di resistere, di ricalcitrare.

Quando egli disse a Simone di dirigersi verso Bethsaida-Julia, questi gli fece osservare che l'ora era avanzata, che la notte s'appressava e che avendo lasciato precipitosamente Magdala, non avevano preso con loro il pane.

— Che importa il pane? replicò Gesù.

— Bravo, osservò Giovanni indispettito, saremo obbligati d'impastare e di mangiare il pane senza lievito.

Gesù l'intese e gli rispose seccamente:

— Come! ne siete ancora alla preoccupazione dei Farisei e dei Sadducei, il lievito nel pane?

— Sta quieto, rispose Simone piano, toccando del gomito Giovanni; non vedi che è in collera perchè non abbiamo preso il pane?

— Uomini di poca fede! interruppe il Rabbì, seduto alla poppa. Che andate brontolando fra voi per non aver comperato il pane? Quante volte ne avete mancato? Quando io vi parlava del lievito del pane dei Farisei, è delle loro dottrine che io intendeva parlarvi.

Il Rabbì non si fermò a lungo a Bethsaida-Julia, alla sorgente del Giordano. Quivi ancora, egli era troppo vicino; gli echi di Cafarnaum ve lo inseguivano. Egli si sentiva eccitato da una forza invincibile che lo spingeva avanti, a passare, come Cesare, il suo Rubicone. Si arrampicò sulla collina e venne a Paneas, divenuta da poco Caesarea-Philippi.

Dominato dalla sua preoccupazione, credendosi assalito pure in questo ritiro negli stati del Tetrarca della Golonotide — Filippo, un'altro figlio di Erode — egli pensava nascondervisi per qualche tempo. Avrebbe voluto sottrarsi alla fatalità che lo impelleva verso Gerusalemme ove io lo attiravo. Chiese dunque ai suoi discepoli:

— Gli uomini di qui, dicono essi pure che io sono il figlio dell'uomo?

— Gli uni dicono, rispose Giovanni, che tu sei Johanan il Battista; gli altri che sei Geremia; alcuni che sei Elija o un altro dei profeti.

— E voi, chi credete voi che io mi sia?

— Che tu sei il Cristo, figlio del Dio vivente, rispose Simone bruscamente.

Gesù che si compiaceva molto di questo titolo il quale rispondeva meglio, pel suo vago, alle sue aspirazioni ancora indecise e assai complesse, lodò Simone della sua adulazione, e l'incoraggiò con promesse. Credendosi pertanto traccheggiato anche a Caesarea-Philippi dai suoi nemici, congedò una parte dei suoi discepoli, e con due o tre di essi soltanto, s'avanzò nelle vallate del monte Hermon onde raccogliersi per alcuni giorni. Raccogliersi solo; poichè ormai aveva presa una risoluzione.

Il Rabbì di Nazareth rinunziava definitivamente alla parte di messia politico, che aveva per qualche tempo accarezzata, dopo il quadro che io gli aveva tracciato della situazione degli spiriti nell'antico regno d'Erode. Io non avevo nulla esagerato nondimeno, come gli avvenimenti più tardi lo provarono. Ma Gesù, avendo nelle sue peregrinazioni toccato soltanto i paesi fenici, greci e romani, aveva creduto che il popolo ebreo dividesse con loro il sentimento di tolleranza del giogo romano. Avendo abdicato il titolo di figlio di David, cui alcuni mesi prima aveva vagheggiato, egli si era deciso per la parte di figlio di Dio che viene ad annunziare il regno di suo padre. Questo bisticcio, che non significava nulla, poteva prendere tutte le forme che le circostanze avrebbero indicate.

Il tipo di Rettore universale concepito da Gesù era quello di un gran sacerdote-re, il quale nel nome di Dio governasse e conducesse in via assoluta corpi ed anime — la monarchia teocratica la quale non conosce altro padrone che Dio con cui s'identifica, nè altro limite che le proprie aspirazioni — (il papato come è inteso oggidì al Vaticano).

Questo tipo non era realizzabile nei paesi misti, sotto la dominazione degli eredi d'Erode. La mescolanza di razze, di popoli, di credenze che s'incrociavano nelle provincie sotto la dominazione indiretta dei Romani, si opponeva a questa feroce autocrazia, quand'anche quei suscettibili figli di Erode fossero stati così dabbene da lasciarle gettare le sue basi nella loro casa. Occorreva dunque emigrare, e tosto; perchè i pericoli crescevano, si accumulavano dinanzi il Rabbì. Dove andare?

Io gli aprivo le porte di Gerusalemme, preparandogli una calda accoglienza. Io aveva bene specificato a quali condizioni. Gesù voleva sottrarvisi, e trar partito del favore che io gli preparava.

I primi colpi della contraddizione l'avevano cangiato. Era divenuto irascibile, assoluto, collerico, esigente più che mai, non tollerante alcun ritardo, alcun consiglio, alcuna controversia, alcuna resistenza: non discussioni, non dubbii. Era divenuto spaventevolmente assorbente. Egli comprendeva tutto ciò che la sua posizione aveva di terribile. Non vedeva nessuna maniera di sfuggirvi senza scadere, rientrare nell'ombra, annichilirsi, e morire di crepacuore nel ridicolo. Comprendeva che in situazioni simili l'ardire solo può esser salvezza. Cesare s'era salvato così. Pompeo ed Antonio avevano soccombuto per aver mancato di codesta prontezza necessaria a parare i colpi del destino. Egli non aveva più nulla a sperare dal tempo che facendogli violenza. L'occasione che io gli offriva non si presenta due volte nella vita dell'uomo che provoca la sorte. Occorreva agire, ora, e nient'altro che agire, sorprendere, forzare quelle decisioni dietro le quali si rizza o l'altare o il patibolo. I suoi nemici l'avevano compreso. Essi l'avevano segnato, avevano posto gli artigli sopra di lui, e parevano decisi a non più lasciarlo, che soccombendo essi stessi, o annientandolo.

Gli antichi partiti non potevano più vivere insieme con lui. Egli li aveva provocati; essi avrebbero creduto abdicare se non avessero accettata la sfida, e schiacciato l'audace che li aveva sberteggiati. Gesù veniva a disfare cinquemila anni di giudaismo. Si poteva incrociarsi le braccia e lasciarlo fare? Il tuono da lui assunto non poteva del resto durare più oltre. La dottrina, tale quale egli l'esponeva, si oscurava e diminuiva spiegandola maggiormente: al che lo si spingeva ogni giorno. Il figlio di Dio stava in equilibrio sopra un filo, fra il sublime ed il ridicolo, fra il messia ed il ciarlatano. Un soffio, e l'idolo ascendeva ai cieli, o si affondava nel fango. Già i suoi discepoli lo credevano un pazzo, ed i suoi nemici un demoniaco[3]. Ed egli si vedeva obbligato ad accelerare la progressione nell'entusiasmo, onde non precipitare dalle cime ove erasi innalzato.

Gesù aveva detto la sua prima parola: amore! Ora gridava freneticamente: Io sono la spada, il disordine, il fuoco! Rinnegava la patria, la famiglia, l'amicizia, la personalità: il sangue, il suo stesso sangue l'inebbriava. Dichiarava guerra alla società, alla natura. Un uomo gli disse: Io ti seguo, o Signore, ma lascia che prima io seppellisca mio padre. «Lascia» gli rispose il Rabbì «lascia i morti seppellire i morti: cammina». Ancora un passo, e questa fede, questa sicurezza, questa confidenza in sè stesso, questo idealismo, questa visione, questa fissità generavano la follia. Egli stesso me lo disse più tardi, tratteggiandomi lo stato del suo spirito nella capanna della valle del monte Hermon. Egli fe' violenza a queste riflessioni, tagliò corto all'aspettare, ai nuovi progetti, sviluppo consecutivo della sua dottrina e dei suoi piani, ed annunziò ai suoi discepoli che partiva per Gerusalemme ove andrebbe ad attenderli pel paschah.

— Aspetta ancora, o Signore, gli suggerì Simone, non andare ad esporti così presto.

— Indietro, Satana! gridò Gesù incollerito. Tu mi disgusti; perocchè tu non assapori le cose di Dio, e ti inebbrii di quelle degli uomini.

Gesù partì effettivamente dalla Galilea un mese prima della carovana. Andò a vedere sua madre a Cafarnaum — aveva rotto coi suoi fratelli che lo spingevano a perdersi con dei colpi messianici avventurosi. Andò a vedere Maria a Magdala, e le ordinò di unirsi alla carovana, e di recarsi a Gerusalemme per la valle del Giordano. Egli prese in seguito, solo ed a piedi, la via di Samaria, traversando Shichem, Shiloh e Bethel, le tre città sacre che precedono Sion.

La sera del 13 Adar, giorno del digiuno di Esther, vigilia della festa grottesca del Purim, le saturnalia degli Ebrei (carnevale odierno), il Rabbì di Nazareth, entrò a Gerusalemme pel sobborgo e la porta di Beniamino, vedendo alla sua sinistra Bezetha colle sue case, le sue sinagoghe, ed il nuovo palazzo di Antipas, alla diritta il Gareb coi suoi giardini, le sue ville, la sua piazza per i supplizj, le sue grotte e le sue tombe. Traversando la grande strada nella valle dei formaggiaj, e voltando a sinistra a mezza via nella strada che conduce alla porta delle Greggie, egli passò il letto disseccato del Cedron. Poi costeggiò la china occidentale del monte degli olivi, ed a traverso una piantagione di fichi e d'olivi arrivò a Bethany, villaggio a due miglia di Gerusalemme, nella casa del suo amico Lazzaro.

Questa casa era bassa e nuda; aveva un tetto aperto, un solaio a calce e sabbia, una piccola corte, e dominava la valle del Cedron, il mare d'Asfalto, le montagne di Moab, e quel sentiero di pietre liscie e sdrucciolanti sulle quali nè cavallo nè cammello possono tener piede, e che da Gerusalemme conduce a Gerico. Fu lì, seduto fra le due sorelle di Lazzaro, Marta e Maria, che rinvenni finalmente il Rabbì di Nazareth, dopo esservi andato dieci volte per trovarlo.

Era tempo, imperciocchè ecco che cosa era accaduto.

XX.

Io non aveva mai compreso, nella nostra istoria, la violenza della passione di Amnon per la sua sorella Tamar, e la sua indegna condotta. La comprendevo adesso.

L'amore è sempre una malattia. In alcuni momenti, l'è una distruzione. Durante quindici giorni la mia anima aveva dato un terribile combattimento al mio cuore. Essa gli aveva presentato una ad una tutte le impossibilità, le inconvenienze, gli oltraggi del mio amore per Ida. Il cuore aveva sempre risposto: È vero, ma io l'amo. L'anima era restata colle sue ragioni vittoriose; ma il cuore aveva trionfato. Partii dunque da Gerico, risoluto di sposar Ida, checchè ne potesse accadere. L'avvenire era armato da capo a piedi in mio favore, se mai mi ripentissi. Poteva cacciarla, farla uccidere, ucciderla, se il delirio della mia passione si fosse calmato. Nonpertanto, quantunque assolutamente determinato al passo disperato di sposare l'abbandonata favorita d'un ufficiale romano, volli, per giustificarmi ai miei propri occhi, domandare un consiglio.

Arrivando a Gerusalemme andai a trovare Hannah.

Il sagan era uomo da darlo, questo consiglio.

Dopo la morte d'Erode, l'indomani stesso, due partiti si erano levati in armi l'uno contro l'altro in Gerusalemme: il partito dei nobili, depresso dai Maccabei; il partito dei separatisti, schiacciato da Erode: i vecchi legittimisti[4], i quali sulla base della legge organica di Mosè ambivano una grande libertà oligarchica; il partito democratico, che mirava a monopolizzare e trar profitto del potere, oligarchico pure, ma dal basso in sù. I due partiti erano ambo contrarii alla dinastia, alle istituzioni di Erode, ed alla divisione ch'egli aveva fatto dei suoi Stati. Il partito nobile aveva per iscopo di rovesciare l'etnarca Archelao figlio di Erode, ed il gran sacerdote Joazar, della casa Betusiana, e d'impadronirsi del governo civile e religioso. Il partito popolare aveva per iscopo di rovesciare a qualunque costo Archelao, figlio d'una regina Samaritana, quindi impuro, e di trattare con Joazar, meno odiato, a causa delle sue maniere facili e nobili. Il capo del partito nobile era questo Hannah, figlio di Seth, uomo di grande nascita, di grandi ricchezze, dotato di coraggio, d'ambizione, di perseveranza illimitata, quantunque d'intelligenza scarsa, e di costumi depravati.

I due partiti avevano trionfato della famiglia di Erode. Archelao era stato chiamato a Roma per render conto della sua condotta. Accusato da tutti i partiti e dai suoi stessi fratelli, Augusto l'aveva esiliato a Vienna. In seguito l'Etnarchia era stata annessa alla Siria come provincia romana, mentre le due tetrarchie restavano ai due altri figli di Erode, che ambivano d'annettere la Giudea e la Samaria ai loro Stati. L'accusa principale contro Archelao era questa: ch'egli aveva cacciato sua moglie Mariamne, e sposato Glaphyra, figlia del re di Cappadocia, la quale era stata prima moglie di suo fratello Alessandro. Quando Archelao fu esiliato, la bella e giovine regina ne morì di dolore. Cyrenius, governatore della Siria, fu incaricato di organizzare le nuove provincie sotto un governatore speciale, chiamato procuratore. Caesarea, sulla costa, fu destinata a capitale e residenza di questo funzionario.

Cyrenius venne a Gerusalemme. Dopo aver tasteggiato tutti i partiti, destituì Joazar il gran sacerdote popolare, e mise al suo posto Hannah. Mentre il primo procuratore, Coponius, risiedeva a Cesarea, Hannah regnava in Gerusalemme. Durante quindici anni, quantunque i Giudei fossero oppressi d'imposte, addolorati dalla perdita della loro nazionalità e del loro governo nazionale, nulla turbò l'impero di Hannah e del partito nobile che governava Gerusalemme in nome di Roma. Ma Valerius Gratus, il governatore della Siria inviato da Tiberio, si avvisò di dare un altro assetto al dominio romano, forse perchè egli vide la marea dello scontento ingrossare, e perchè sperava scongiurare il pericolo appoggiandosi al partito popolare. Fatto sta che Hannah fu destituito, e Ismael elevato a grande sacerdote.

Gratus comprese presto l'importanza del fallo che aveva commesso, dallo scontento più grave ancora che seguì la destituizione d'Hannah, scontento fomentato dal partito nobile. Non volendo indietreggiare, e pur volendo calmare gli spiriti, destituì alla sua volta Ismael, e nominò gran sacerdote Eleazar figlio di Hannah, lasciando a quest'ultimo, col titolo di sagan (deputato), le funzioni spirituali, ed il regolamento dei riti inerenti alla carica di gran sacerdote.

Gratus non poteva però consolarsi di essere stato costretto a tutto ciò da Hannah e dai nobili. Per cui appena il potè impunemente, depose anche Eleazar, ed elesse in suo luogo Simone. Nuovo fallo; perchè in meno di un anno fu obbligato di deporre anche Simone e di nominare Caifas, genero del sagan. Da allora il trionfo del partito nobile fu definitivo, almeno per un certo tempo.

Pilato se ne fece un appoggio. Ma non riuscì nè a neutralizzare nè a vincere con questo partito quello popolare. Questo abbracciò i principii d'una fazione — la galilea di Giuda, di Gamala — cioè l'odio contro i Romani, e l'attesa d'un messia, il quale doveva vendicare i Giudei, spezzandone il giogo. Hannah vide questo partito ascendere, crescere, divenire ardito. Sentendosi in mezzo a due pericoli, piaggiò Pilato, e cospirò meco.

Tale era il sagan — un bell'uomo d'una cinquantina d'anni, rotto a tutti i vizii ed a tutte le astuzie, — che io stava per prendere a giudice della mia condotta.

Gli raccontai tutto: i miei passi presso l'Ida, l'accoglimento che ne aveva avuto, la mia lotta interiore, la risoluzione da me presa. Hannah m'ascoltò seriamente, tranquillamente, poi mi chiese:

— Hai tu la forza di strappare codesta passione dal tuo cuore?

— No. Ho provato, e non ci sono riescito.

— Lo vedo. Il tuo viso porta le traccie della sua lotta. Allora che vieni a domandarmi? Ogni transazione per mascherare la vergogna del tuo matrimonio, sarebbe un'altra vergogna. La passione non ha logica, non può quindi avere un codice. Agisci francamente, apertamente, altamente. Sposa quella donna, e aspetta dal tempo il rimedio.

— Ella non ha alcun parente a cui dirigermi. Non oso presentarmi a lei di nuovo, per paura di romper tutto. Vuoi tu andare a domandarle per me la sua mano?

— Son pronto.

— Non ne arrossisci? Non indietreggi dinanzi il rimprovero di esser entrato in una casa impura?

— Per nulla. Soltanto combineremo una storia, che allontani più ch'è possibile di tali rimproveri.

— Ti lascio piena libertà d'azione.

— Quando devo andare a vederla?

— Aspetta. Bisogna che io parli prima con Moab onde prepararla alla tua visita. Temo di non riescire.

— Allora m'avviserai quando potrò presentarmi.

— In che maniera pensi tu di diminuire dinanzi il mondo la mia follia, e di mostrare mia moglie ai miei amici?

— Molto semplicemente. Noi non possiamo presentarla come la vedova di Cajus Crispus, che tutta Gerusalemme conosce, e sa essere vivo a Sebaste in questo momento, e che può capitar qui domani forse, alla testa della sua cavalleria. Gli è mestieri dunque far passare Ida per la moglie di quell'ufficiale, ripudiata da lui perchè la trovò invincibilmente attaccata alla fede dei suoi padri. Così, tutto è salvo. La bellezza d'Ida giustifica la passione del Romano che l'ha sposata, sperando convertirla in seguito. Questa perseveranza nel culto delle leggi di Mosè allontana da lei il rimprovero di avere sposato un pagano, e noi possiamo, senza contaminarci, entrare nella sua casa. Qualunque onest'uomo può sposare una donna divorziata per simile ragione. Ma gli è d'uopo d'una cosa: che Ida abbia uno scritto di suo marito che confermi codesto divorzio. Ella non l'ha, probabilmente. Occorre ad ogni costo che ne abbia uno, dovesse ella falsificarlo. Io m'incarico, se c'è di bisogno, di far domandare da Pilato questo attestato, se Cajus Crispus lo rifiuta. Nella condizione eccezionale di quella giovane, possiamo alterare il rito ordinario del matrimonio, accorciare le dilazioni, semplificare le formalità. In una parola, noi siamo padroni di agire un poco a nostro comodo, e preparare così dei motivi di nullità di matrimonio nel caso che tu te ne penta, o che abbandoni la tua follia.

— Grazie, Hannah, tu mi salvi. Corro a Berachah.

Vi corsi infatti immediatamente e vidi Moab. Gli dichiarai che volevo sposare la sua padrona, e gli spiegai il tutto.

Egli comprese. Promise di fare tutto ciò ch'era necessario, d'ottenere l'atto di divorzio, e di venire da me fra due giorni, per annunziarmi il risultato dei suoi passi. Ritornai più calmo, e, devo confessarlo? scusando me stesso della mia viltà.

Moab non disse una parola ad Ida di tutti questi accordi. A sua insaputa andò a vedere Pilato, nel giorno stesso, alla sua torre di Mariamne.

Ho saputo da Noah e da Moab, più tardi, i fatti che sto per raccontare, e li racconto qui onde far meglio comprendere le scene dolorose che stanno per svolgersi.

L'uomo che io aveva veduto uscire dalla casa di Ida, la notte in cui vi cercai un ricovero, era propriamente Pilato. Cajus Crispus non aveva mai veduto Ida. Colui che l'aveva comperata e fatta rapire era lo stesso Pilato. Il suo amante era Pilato. Nessuno conosceva questo amore. Egli andava a vederla la notte, e quasi tutte le notti. L'amore d'Ida era la brezza di quella vita bruciata da tante cupidigie e da tante passioni. Dopo la terribile scena però, ch'egli aveva avuto con sua moglie, Pilato aveva tremato forse; aveva avuto rimorso; in ogni caso e' voleva prepararsi il diritto d'essere d'ora in avanti severo con Claudia.

Ida l'aspettava come sempre. Quando ella udì il rumore dei cavalli, il rumore dei passi nell'atrium, corse, il sorriso sul volto, i baci sulle labbra, le braccia aperte. Ventidue ore della sua giornata erano un desiderio ed un preparamento a quelle due ore di beatitudine che passava col triste e cupo Romano. Ella cominciava a perder la speranza di vederlo in quella notte; la tempesta sfrenata metteva a soqquadro il cielo; l'ora ordinaria era scorsa. L'arrivo di Pilato le parve dunque una doppia festa. Ma appena fu egli penetrato nei raggi di quella camera da letto rischiarata vivamente, ella indietreggia colpita dall'aspetto di lui. Era orribilmente pallido, aveva gli occhi stravolti, gli abiti coperti di sangue, il braccio ferito, Ida gettò un grido. Pilato quella volta non le rese le sue carezze; non la calmò. Sedette, o meglio si lasciò cadere affranto sopra dei cuscini, e piegò la fronte fra le mani, sulle ginocchia. Ida corse a lui.

— Dio mio, Dio mio, cos'hai? gridò essa.

Pilato si alzò d'uno sbalzo, e baciandola in fronte le disse:

— Tranquillizzati. Questa notte hai d'uopo di tutta la tua calma. Vengo ad annunziarti una disgrazia.

— Che! non m'ami più? sclamò Ida tremante.

— Peggio ancora, Ida.

— Impossibile. Ma parla dunque, parla, Dio buono.

— Ida, non ho che alcuni istanti a darti, e darei la mia vita, per diminuirti l'amarezza. Ma non posso più nasconderti il vero senza disonore.

Ida gettò le braccia al collo del suo amante, e con voce soffocata, balbettò:

— Parla.

— Ida, io ti lascio.

— Come? tu mi lasci?

— Ida, amo mia moglie.

Le braccia d'Ida si sciolsero a poco a poco, un gemito sordo si sprigionò dal suo petto, e cadde al suolo fulminata. Pilato la prese fra le sue braccia, la posò dolcemente sul letto, e s'inginocchiò al suo capezzale, spiando, con gli occhi annegati di lagrime, il suo ritorno alla vita. Scorse lungo tempo. Finalmente, poco a poco, le pallide guancie, le labbra scolorite d'Ida si animarono, un soffio ardente traversò la sua bocca, le sue diafane narici palpitarono, le palpebre si aprirono dolcemente, smisuratamente, l'occhio ceruleo brillò come la stella mattutina, le lunghe ciglia tremarono; poi alzandosi di un colpo sul letto, gettando le braccia al collo dell'amante, e scoppiando in un riso convulso, ella gridò:

— Oh! amico mio, che sogno infame ho io fatto.

Pilato diede in un lungo sospiro, e tacque.

— Indovina! continuò Ida, ho sognato che tu mi lasciavi, dicendomi con voce breve e mortale: Amo mia moglie.

— Ida, non hai sognato.

— Non ho sognato, dici? gli è dunque vero! è vero che m'abbandoni e che ami quella donna, bella.... oh! bella, che ho veduta nel circo?

— È vero.

— E l'amavi tu, quando m'hai presa? L'amavi tu durante quelle notti lunghe e felici nelle quali mi hai mille volte ripetuto, che io era la luce della tua vita? L'amavi, quando mi prendevi sulle tue ginocchia, e la testa piegata sulle mie spalle, m'abbruciavi del tuo soffio, mi compenetravi di un fuoco che ci faceva tremare insieme, come due foglie sotto i buffi della tempesta? L'amavi tu, quando, qui, in questo posto, dove tu sei, dove sono io, m'inondavi dei tuoi sguardi come d'un bagno di fiamme, e che la tua anima si esalava in una cascata di baci? Dimmi, dimmi, era a lei che tu pensavi quando eri così vinto di tristezza, quando eri così fosco, quando sospiravi di così profondo, da sì lontano, che quel sospiro pareva uscisse dalla tomba della tua anima?

— Ida, mia moglie non sa ancora che io l'amo, che l'amo da sei anni! Ella non ha ancora ricevuto un solo bacio da me.

Ida balzò dal suo letto, e prendendo la testa di Pilato sul suo seno la coperse di baci.

— È vero quello che mi dici? è proprio vero, amor mio?

— È vero, Ida. L'è la mia terribile storia. Ma non è meno vero, figliuola mia, che io devo lasciarti per sempre, e che amai quella donna fatale dal primo giorno che la vidi.

— Tu non m'hai dunque mai amata!

— Ho fatto meglio che amarti, Ida, io ti ho considerata come il riposo della mia anima. I giorni felici della mia vita si contano con quelli che ho passato vicino a te.

— Ah! me ne ricordo ora: tu non mi hai mai detto d'amarmi. Sì, almeno non mi hai mentito. Ah! se tu sapessi, Ponzio, come io t'amo? Ma trovami dunque un paragone perchè io possa esprimerti come io t'amo, perocchè io, povera figlia del popolo, sono ignorante. Sì, ti sfido a trovare un paragone che non sia pallido e mentitore. Ma perchè non m'ami tu? Sono brutta forse? Sono cattiva? Mi vesto male, e non so dirti mille tenere cose? Me ne passano tante nell'anima, pure; te ne dico tante, quando non sei più là! Poi, non so come avvenga, dacchè tu arrivi, non so far altro che guardarti, abbracciarti, e poi.... ecco tutto! Ebbene inventa qualche cosa che valga un bacio tutto pregno di ciò che l'esistenza ha di più ardente. Dimmi i miei difetti, Ponzio, me ne correggerò. La mia testa, il mio corpo sono tuoi, fanne ciò che vuoi, col ferro e col fuoco.

— Ida, tu sei la creatura la più bella, la più soave, che io m'abbia vista in mia vita. Ma io amo mia moglie, che mi odia.

— Ma, io t'amo, io, Ponzio. Non sono così folgorantemente bella come tua moglie; ma io t'amo, non amo che te, non ho mai amato che te. Questa sera sono una stolida, vedi! Ho ricevuto un colpo troppo forte dalle tue parole. Ma vedrai domani sera come ti dirò delle cose gentili, come mi farò bella. M'adornerò dei bei giojelli che mi hai regalati. Il vecchio Thorix mi coglierà dei fiori che metterò nei miei capelli. Vedrai come Noah mi pettinerà bene. La povera ragazza ruberebbe la bellezza d'una regina per adornarmene, e farti piacere. Ceneremo insieme domani sera. Ti canterò quella bella canzone del tuo paese che m'hai insegnata..... Vedi, Ponzio, ti parlerò in Iberiano.

— Ida, fanciulla mia, non c'è più «domani sera» per noi! Ti dico addio per sempre.

— Oh! impossibile, impossibile, ti dico. Non si viene da una povera ragazza che ti ama, che non ti ha mai fatto del male, e non le si dice con quell'accento feroce che hai questa sera nella voce: Addio! addio, sia pure: ma nel cielo. Uccidimi, ucciditi, ed andiamo a ritrovarci in seno al Dio d'Abraham. Chi è dunque che ti ha consigliato di venirmi a torturare così, stanotte, con codesto orribile scherzo? È tua moglie forse. Ma di che sarebbe ella gelosa poichè la è così bella, più bella di me?

Pilato si alzò. Questa specie di divagazione della giovinetta, lo straziava.

— Ida, diss'egli, da alcune ore una nuova vita è principiata per noi. Mia moglie ha un amante che io non ho il diritto di uccidere, ma ella ti ucciderebbe se sapesse che tu sei mia. Eppure, Dio sa quanti rimorsi m'hanno costato queste goccie di consolazione di cui tu hai sparso la mia vita lugubre e disonorata. Io mi getto in un avvenire di tenebre, cui non oso guardar di fronte, e nemmeno intravedere. Non so cosa avverrà di me. So che non posso ormai continuare a vederti senza insultarti, senza insultare me stesso, senza insultare la donna che porta il mio nome. Tu ti consolerai, col tempo. Sei pura, sei restata pura anche sotto i tristi baci strappati al mio dolore. Sei giovane, l'avvenire è un abbagliante promettitore: confida in lui. Se sei stata punta da un'ortica cogliendo delle mammole, i fiori che si schiudevano nelle tue braccia non saranno men belli, quando il bruciore sarà calmato. Ah! potessi dire altrettanto di me! Gli Dei mi hanno messo nel cuore un amore per farne il mio carnefice....

— Cessa, o Ponzio, disse Ida, vedo che tu sei infelice, e che sei determinato. Oh! come vorrei vedere tua moglie, e dirle quanto tu sei buono, e supplicarla a ginocchio di amarti.

— Ida, Ida, sclamò Pilato abbracciandola in un accesso di delirio, perchè non posso io dirti: t'amo! tu sei la più nobile di tutte le creature!

Poi sciogliendosi ad un tratto da quella stretta, si precipitò fuori della stanza gridando:

— Addio, mia gioja perduta, addio consolazione celeste, sii felice per sempre!

— Pilato! Pilato! gridò Ida come risvegliandosi di un balzo, ancora una parola, un ultimo bacio. Pilato! ascoltami, Pilato.....

Pilato era già nella corte ed usciva dalla cinta. Ida corse fino all'atrio, e cadde svenuta nelle braccia del vecchio Thorix, il suo giardiniere gallo.

Dopo quella notte, Pilato non uscì più dalla sua torre, consumato da una implacabile malinconia.

Ida si strusse in lagrime, dopo due giorni di delirio, ed otto di febbre. Noah, Febea, la vecchia moglie del giardiniere, vegliarono giorno e notte su lei. Infine ella si alzò come dal fondo d'una tomba ove aveva lasciato la sua gioja, la sua speranza, la sua gioventù. Il giorno stesso in cui potè dare degli ordini, rese la libertà a tutti gli schiavi di cui Pilato l'aveva circondata, come una piccola regina. Thorix che da trent'anni abitava quella casa, passando di padrone in padrone, attaccato a quella gleba di cui aveva fatto un piccolo paradiso, a quelle piante, a quei fiori, a tutta la creazione che aveva imposta a quelle nude roccie, non volle la libertà, onde non lasciare quel mondo che era nato sotto le sue mani. Febea non abbandonò suo marito. Noah rifiutò di separarsi dalla sua padrona.

Intanto, Ida — continuo a chiamarla così — avendo perduto l'amante, non volle conservarne le reliquie. In questa casa, tutto le ricordava una felicità svanita, un amore che aveva naufragato al primo volo. Ma dove andare? Che divenire? Allora il pensiero di sua madre, della casa di suo padre, brillò come un arcobaleno dinanzi ai suoi occhi. Bisognava far loro conoscere la sua posizione. Chi inviare? Ella non aveva nessuno cui confidarsi. Moab era ancora molto ammalato, malgrado le cure ed i rimedii secreti di Febea che lo vegliava. Thorix non comprendeva quel mondo di cose, che una donna sa, od indovina, e che Ida voleva far conoscere a sua madre, per commuoverla. Prese una risoluzione, ed un mattino fece montare Noah sopra un cammello, Thorix sopra un asino onde accompagnarla, e li inviò a Nazareth.

Gesù conosceva da lungo tempo la dolorosa storia di sua sorella, dalla sua vendita al suo destino finale. Non ne aveva detto nulla nè a sua madre, nè ai suoi fratelli, nè a sua sorella. Noah trovò la famiglia partita per Cafarnaum. Ida sapeva già la morte del padre. Gesù era assente.

È impossibile descrivere il lutto che si abbattè sul cuore della povera madre del Rabbì, al racconto misto di lagrime che le fece Noah. Ne parlò ai suoi figli. Un grido di riprovazione sorse da tutta la famiglia.

I fratelli, l'altra sorella del Rabbì, erano gente di intelligenza limitata, rozzi, senza cuore, pieni d'avidità, d'ambizione, d'invidia, e di gelosia. La madre avrebbe voluto attendere a rispondere fino all'arrivo di Gesù, che era allora il capo della famiglia, essendo il primogenito. Ma gli altri figliuoli della moglie del carpentiere si pronunziarono in forma chiara ed energica «Mirjam è una straniera per noi, se la mette il piede in questa casa, noi la lasciamo tutti, ti lasciamo tutti, madre, o l'anneghiamo nel lago.» Questa è la risposta che la povera Noah udì tremante, e la sola che potè recare alla sua padrona.

Ida aveva ricevuto questa comunicazione da due giorni, allorchè io picchiai alla sua porta.

In questa situazione, si comprende la proposizione che mi venne fatta da Moab. Occorreva a quella povera giovane un angolo per ricoverarsi, poichè era decisa ad abbandonare la casa di marmo ed il delizioso rifugio donato da Pilato.

Ida, nonpertanto, sperava ancora nel ritorno del suo amante. Non poteva rendersi conto di ciò che era accaduto, e come in alcuni minuti avesse potuto rompersi un legame tessuto d'oro e di raggi per due anni. Per determinarla era mestieri un colpo decisivo.....

Moab stava per portarlo.

Egli si recò da Pilato.

Lo trovò in un piccolo appartamento nella torre Mariamna, molto poco ed assai semplicemente ammobigliato. Dappertutto c'erano soldati romani, cosicchè l'avresti detto alloggiato in un accampamento in tempo di guerra. Moab fu introdotto appena fece dire qual era il suo nome, e che veniva da Berachah.

Una certa emozione si dipinse sul viso di Pilato. L'aspetto di quell'uomo gli faceva ricordare tante cose, tanti giorni felici, irrevocabilmente tramontati! Imperciocchè Pilato era davvero cupamente triste, pallido più del solito, e come consunto da una febbre che non gli dava tregua. Lo si sarebbe detto convalescente. Aveva ancora il braccio avvolto in un pezzo di stoffa.

— È accaduta qualche disgrazia? gli chiese Pilato ansiosamente.

— La disgrazia sta di casa da noi, rispose Moab, non può dunque più arrivare.

— Parla, allora. È Ida che t'invia?

— No. Ella non conosce il passo che io faccio. Agisco di mia propria ispirazione.

Pilato prese un'aria più fredda, e soggiunse:

— Cosa vuoi dunque?

— Ecco, in due parole: m'occorre una tua lettera ad Ida, nella quale tu, nella maniera più definitiva e più formale, le dichiari che la non debba più pensare a te, perchè tu sei felice con tua moglie.

— Proprio! sclamò Pilato.

— Che la debba maritarsi, se trova uno sposo, e dimenticare il passato.

— È tutto?

— Non ancora. Mi farai poi uno scritto, in nome di Cajus Crispus, che dica ch'egli l'ha ripudiata, e che Ida è libera di convolare a nuove nozze.

— Quante nozze nelle tue parole! Stanno esse soltanto nel tuo discorso?

— No.

— Come no! Ida si mariterebbe dunque di già?

— Non è lei che si marita, sono io che la marito.

— Tu? ma, fulmini di Giove! parla dunque chiaro e presto.

— Io procedo per ordine. Non posso principiare dalla fine.

— Allora?

— Ebbene! Tu sai che Ida non vuole nulla da te, che ti ha rinviato i tuoi schiavi, e che si apparecchia a lasciare la casa che le hai data. Ella inviò Noah presso sua madre a Cafarnaum. N'ebbe in risposta: che non la conoscono più, e che se si arrischia a por piede in quella casa, i suoi fratelli la annegheranno nel lago di Gennezareth.

— Bestie brutali.'

— Cosa vuoi? ci sono dei bruti simili, i quali considerano che l'onore è ancora qualche cosa in questo mondo. Non sei dell'istessa opinione tu, marito di Claudia Paolilla?

Pilato fulminò di uno sguardo il suo insultatore, e non rispose. Moab continuò:

— Tu sai inoltre che Ida è povera, che è giovine e bella, e che, malgrado il tuo contatto, la è una delle più pure figlie d'Israello. Che diverrà ella quando sia uscita da quella casa, ove tutto le ricorda una gioja estinta, un amore oltraggiato, l'onore perduto? La sua vita è nelle lagrime; se non lascia quella casa, ella morrà.

— Che posso io fare?

— Quello che ti ho chiesto.

— Con quale scopo?