FRANCESCO CRISPI:
Questioni Internazionali
DIARIO E DOCUMENTI
ordinati da T. Palamenghi — Crispi.
Il Cancelliere Caprivi e Crispi. — La Tripolitania e la Francia. — Le fortificazioni di Biserta. — Le relazioni italo-austriache e l'irredentismo. — Le relazioni franco-italiane dal 1890 al 1896. — La Francia contro il credito italiano. — Un incidente italo-portoghese. — La questione balcanica. — Le stragi d'Armenia e il concerto europeo. — 1896. La crisi delle alleanze e degli accordi.
MILANO
Fratelli Treves, Editori
1913
—
SECONDO MIGLIAIO.
————
Proprietà letteraria. Vietate anche le riproduzioni parziali. Riservati tutti i diritti di traduzione.
Copyright by Fratelli Treves, 1913.
Ciascun esemplare di quest'opera deve portare impresso, per incarico avuto dalla famiglia Crispi, il timbro della Società Italiana degli Autori.
Tip. Fratelli Treves.
————
INDICE
- [AVVERTENZA.]
- [GERMANIA, ITALIA E FRANCIA.]
- [Capitolo Primo. — Il cancelliere Caprivi e Crispi.]
- [Capitolo Secondo. — La Tripolitania e la Francia.]
- [Capitolo Terzo. — Le fortificazioni di Biserta.]
- [ITALIA E AUSTRIA.]
- [Capitolo Quarto. — Le relazioni italo-austriache e l'irredentismo.]
- [ITALIA E FRANCIA.]
- [Capitolo Quinto. — Le relazioni franco-italiane dal 1890 al 1896.]
- [Capitolo Sesto. — La Francia contro il credito italiano.]
- [L'ITALIA E IL VATICANO.]
- [Capitolo Settimo. — Un incidente italo-portoghese.]
- [L'EUROPA E LA QUESTIONE ORIENTALE.]
- [Capitolo Ottavo. — La questione balcanica.]
- [Capitolo Nono. — Le stragi d'Armenia e il concerto europeo.]
- [LA TRIPLICE ALLEANZA E L'INGHILTERRA.]
- [Capitolo Decimo. — La crisi delle alleanze e degli accordi.]
- [INDICE ALFABETICO dei nomi citati nel volume.]
[pg!v]
[AVVERTENZA.]
Questo volume, che fa seguito all'altro pubblicato or fa un anno sotto il titolo di Politica Estera, non esaurisce la documentazione dell'opera compiuta da Crispi nell'ufficio di Ministro degli Affari esteri.
Su di una parte dell'attività prodigiosa di Lui ho creduto opportuno sorvolare, su quella che spiegò a vantaggio degli italiani dimoranti all'estero, sia proteggendoli dalle sopraffazioni, sia moltiplicandone le scuole, sia sottraendo le missioni cattoliche nazionali al protettorato di altra potenza. Non ho potuto raccogliere una messe adeguata di documenti, ed anzichè esporre incompiutamente questioni così importanti, ho preferito, per ora, tacerne.
Sono belle pagine di energia fattiva, di alto sentimento di dignità, di amore alla stirpe che mancano a questo libro.
Dall'elevato concetto che Crispi aveva della solidarietà patria rampollava gagliarda la coscienza del dovere di tutela per ogni italiano che si trovasse al di là dei confini d'Italia. E gl'italiani lontani sentirono durante il governo di Lui di non essere abbandonati al destino, e più vivo l'attaccamento alla loro terra.
Le scuole nei paesi esteri, strumenti di cultura e di nazionalità, ebbero da Crispi le maggiori cure. Le poche esistenti quand'egli salì al potere erano affidate a Corporazioni religiose, le quali non impartivano un insegnamento che potesse soddisfarci e non permettevano ai nostri Consoli alcuna efficace vigilanza; in qualche luogo, come in Tunisia, specialmente durante la primazia [pg!vi] del cardinale Lavigerie, erano esclusi da scuole, che si dicevano italiane, anche i maestri italiani. Crispi le tolse alle Corporazioni religiose che insegnavano a beneficio di una influenza che non era la nostra, trasformandole in scuole laiche, con metodi didattici moderni e con mezzi sufficienti affinchè in Levante riconquistassero alla nostra lingua il primato che vi ebbe una volta. E molte altre ne istituì ex novo, vincendo ostilità d'ogni genere.
Nè trascurò nell'Oriente vicino ed estremo un altro organo di propaganda italiana, i missionari di nostra nazione, i quali, protetti dalla Francia quando l'Italia era divisa, dovevano poter contare sulla loro patria unita e grande potenza. Crispi considerando tutti i connazionali alla stessa stregua, accordò protezione in Turchia a tutte le missioni italiane che la richiesero, ed in Cina ottenne che non fossero ammessi i missionari del nostro paese sprovvisti di passaporto italiano.
Ma sebbene in questo volume manchino così belle pagine, altre ve ne sono straordinariamente interessanti nelle quali troverà solido fondamento il giudizio definitivo sulla concezione che Crispi ebbe della politica estera necessaria al nostro paese e sugli accorgimenti coi quali applicò le sue idee.
Allontanato dal potere nel 1891 e nel 1896, due volte alla vigilia della scadenza della Triplice Alleanza, Francesco Crispi ebbe il dolore di vedere isterilire il terreno che aveva lavorato con saldo aratro e con lena infaticata.
Ma se i frutti dell'opera di Lui non furono raccolti, se l'influenza acquistata all'Italia fu perduta, rimarrà ad onor suo e ad insegnamento altrui il solco profondo, nè andrà dispersa pei silenzi della storia la voce di questo Italiano per eccellenza che agli italiani a venire, fusi nel bronzo dell'unità e capaci d'intendere, griderà parole di fede, di ardire, di gloria.
Roma, gennaio 1913.
T. Palamenghi-Crispi. [pg!1]
[GERMANIA, ITALIA E FRANCIA.]
[pg!3]
[Capitolo Primo. — Il cancelliere Caprivi e Crispi.]
Leone di Caprivi annunzia a Crispi di avere assunto la direzione degli affari politici della Germania. — Scambio di saluti e proteste di fedeltà. — Caprivi viene in Italia per conferire con Crispi. — Colloquii del 7 e dell' 8 novembre 1890.
Il 20 marzo 1890 Guglielmo II di Germania nominava Cancelliere dell'Impero e Presidente del Ministero prussiano il generale conte Leone di Caprivi, in sostituzione del principe Ottone di Bismarck. Assumendo gli altissimi uffici il di Caprivi dirigeva a Francesco Crispi, il quale dall'agosto 1887 reggeva il Ministero degli Affari esteri d'Italia, la seguente lettera:
[Confidentielle]
«Berlin, le 3 avril 1890.
Monsieur le Président et cher collègue,
La volonté de mon Souverain m'a imposé la tâche de prendre la direction des affaires politiques de l'Allemagne après le plus grand ministre que ce pays ait jamais vu.
Amené depuis longtemps par la logique des choses comme par mes inclinations à un sentiment de ferme sympathie pour le groupement actuel des amitiés politiques, je m'étais familiarisé avec l'idée d'avoir peut-être à defendre ce principe en soldat, le jour où la défense en serait devenue nécessaire.
Mais mon Auguste Maître en a décide autrement. Il m'a appelé à collaborer avec les hommes d'état, qui [pg!4] ont à coeur de défendre essentiellement par des moyens pacifiques l'état des choses existant.
Puisqu'il en est ainsi, je Vous prie, Monsieur le Président, de croire que, tant que je resterai dans ma position actuelle, l'Empire d'Allemagne continuera sa politique sincère et pacifique, sans s'écarter jamais du principe de rester en toute circonstance l'ami de ses amis. C'est là la tâche qui m'est prescrite par mon Souverain comme par ma conscience. A ce titre je viens réclamer, pour le travail en commun qui est devant nous, la confiance de Votre Excellence. La mienne est acquise de longue date au ministre éminent que ma patrie est heureuse d'appeler son ami.
Je Vous prie, Monsieur le Président et cher collègue, d'agréer l'expression franche et cordiale des sentiments de haute estime de
Votre tout dévoué
von Caprivi.»
Monsieur le Président et cher collègue,
A questo saluto rispondeva Crispi:
[Confidentielle]
«Rome, 7 avril 1890.
Monsieur le Chancelier et cher Collègue,
J'ai reçu la lettre, que vous avez bien voulu m'adresser en date du 3 courant pour m'apprendre dans quel esprit vous avez accepté l'héritage du grand homme d'Etat, dont la volonté de l'Empereur, votre auguste maître, vous a donné la succession.
Je vous remercie de la franchise cordiale avec laquelle vous m'avez ouvert votre pensée.
Je connaissais en vous le vaillant soldat, le Général habile, l'administrateur expérimenté; je suis heureux de connaître l'homme politique, et de constater en lui des sentiments conformes à ceux qui m'animent moi-même.
Les principes de politique générale qui vous inspirent, sont tels que vous pouvez compter sur mon concours loyal pour les faire triompher. De même qu'avec le prince de Bismarck, je travaillerai consciencieusement avec vous au maintien de la paix. Mais si, par malheur, le jour devait venir où l'Italie et l'Allemagne, attaquées, [pg!5] se trouvassent dans la pénible nécessité de se défendre, vous me verriez aussi, à l'exemple du Roi, mon souverain, et d'accord avec la Nation italienne toute entière, prêt à remplir dignement et jusqu'au bout le devoir qui nous serait imposé.
C'est dans cet ordre d'idées que je me déclare heureux d'entrer en collaboration avec vous pour assurer, autant qu'il est en nous de le faire, le bonheur et la prospérité des deux Dynasties et des deux peuples que nous servons.
Veuillez agréer, monsieur le Chancelier et cher Collègue, l'expression sincère et cordiale des sentiments de haute estime de
Votre tout dévoué
F. Crispi.»
Monsieur le Chancelier et cher Collègue,
Questa lettera, presentata personalmente al nuovo Cancelliere dall'ambasciatore d'Italia, conte De Launay, fece la migliore impressione. «Egli l'ha letta in mia presenza — scriveva il De Launay — ed ha manifestato vivissima soddisfazione pel suo contenuto che si accorda perfettamente col suo modo di vedere e con gl'interessi reciproci degli Stati che formano la Triplice Alleanza, il cui programma è diretto essenzialmente al mantenimento della pace. Egli si è compiaciuto di osservare che ad un novizio come lui in materia di politica estera era prezioso il concorso di un uomo di Stato così illustre e sperimentato come il primo Ministro d'Italia.»
Il generale di Caprivi era un uomo grandemente stimato in tutta la Germania. Nella guerra franco-prussiana aveva dimostrato scienza militare e doti eccezionali di carattere che erano state riconosciute e premiate con la Croce di ferro di prima classe e con l'Ordine Pour le mérite. Nella direzione dell'Ammiragliato, assunta nel 1883, aveva reso servizi preziosi migliorando con mezzi esigui il materiale e con tenacia prussiana l'organizzazione della Marina da guerra.
Però, in politica il nuovo Cancelliere era una incognita. Egli aveva certamente le sue idee, ma non le aveva mai manifestate pubblicamente, e nei cinque anni ch'era intervenuto alle sedute del Reichstag sua cura costante era stata quella di rimanere fuori dalle lotte dei partiti e di tenersi sul terreno tecnico. [pg!6]
Si può avere alta intelligenza e vasta cultura, possedere anche facoltà d'iniziativa in taluni campi d'azione, ed essere inadatto al governo politico. L'Imperatore, scegliendo, tra i molti candidati alla successione di Ottone di Bismarck, il generale di Caprivi, giuocò d'azzardo, non avendo alcun dato per presumere che quest'ultimo sarebbe riuscito nell'ardua missione.
In luglio, il conte di Caprivi fece manifestare a Crispi il desiderio di fargli visita in Italia. All'ambasciatore a Berlino, De Launay, Crispi telegrafava l'11 di quel mese:
«Il conte di Solms al suo ritorno da Berlino, portandomi i saluti di S. E. il conte Caprivi, mi espresse il di lui desiderio di venire in Italia per abboccarsi con me. Risposi all'ambasciatore germanico, che io era lietissimo del gentile pensiero del Gran Cancelliere, ch'egli sarebbe il benvenuto tra noi, e che io sarei fortunato di averlo ospite in casa mia, o qui od a Napoli, dove a S. E. sarebbe più comodo od opportuno.»
Si trattava di stabilire l'epoca di cotesta visita. I primi mesi di cancellierato erano per il generale di Caprivi singolarmente operosi, e l'allontanarsi da Berlino gli era difficile. In una lettera del 1.º ottobre il conte De Launay riferiva a Crispi di aver avuto un colloquio col Cancelliere, nel quale questi gli aveva confermato
«il suo vivo desiderio e la sua ferma intenzione d'incontrarsi in Italia con Vostra Eccellenza. Il ritardo è dovuto a circostanze estranee alla sua volontà. Sinora si è allontanato da Berlino soltanto per accompagnare l'imperatore a Narva e alle grandi manovre nella Slesia. Ma è tale la quantità degli affari che deve esaminare per adempiere nel miglior modo possibile alle sue nuove funzioni, che per il momento non può realizzare il suo progetto di un viaggio al di là delle Alpi. Egli, tra l'altro, non ha ancora potuto restituire le visite, fattegli quando assunse il potere, dai ministri della Baviera e del Würtemberg. Il generale di Caprivi aggiungeva che il ritardo involontario aveva il vantaggio di lasciargli il tempo per mettersi al corrente delle questioni che interessano i due Stati e per potere quindi meglio discorrerne con Vostra Eccellenza.»
[pg!7]
Crispi ritornava il 20 ottobre sull'argomento di questa visita dopo avere ricevuto, da parte dell'Ambasciata germanica a Roma, un'altra comunicazione analoga alla precedente:
«Sento — scriveva al conte De Launay — che S. E. ha dovuto ritardare l'esecuzione del suo progetto per ragioni di pubblico servizio. Se le condizioni politiche dell'Italia e le prossime elezioni generali non esigessero la mia permanenza nel Regno, mi sarei avvicinato io stesso alla Germania ed avrei risparmiato a S. E. un incomodo viaggio. Il governo della cosa pubblica mi inceppa, e se S. E. potesse nello scorcio di questo mese o nei principii del novembre recarsi a Milano dove io sarei pronto a raggiungerla, potremmo nell'interesse delle due monarchie, le quali ambidue con onore serviamo, avere uno scambio di idee utili e prendere delle deliberazioni giovevoli alle due nazioni.»
Il Cancelliere germanico avendo risposto che tra il 1.º e il 10 novembre era a disposizione del suo collega italiano, questi telegrafò il 22 ottobre al De Launay:
«Dica al signor Cancelliere che sarò felice di riceverlo in Milano il 7 novembre.»[1]
[pg!8]
Il Cancelliere germanico giunse a Milano nel giorno fissato. Fu ricevuto cordialmente da Crispi, dalle autorità e dalla popolazione della grande città che visitò con la guida del Sindaco; l'indomani, 8 novembre, fu invitato a Monza dal Re Umberto, il quale dette un pranzo in suo onore e gli conferì l'ordine supremo della Ss. Annunziata. Il Caprivi ispirò subito in Crispi simpatia e fiducia. Aveva statura e forme gigantesche, fisionomia severa, ma aperta, sguardo sereno sotto sopracciglia foltissime che ricordavano quelle di Bismarck. Dei due colloqui segreti che ebbe con Crispi, questi conservò memoria, siccome soleva, nelle seguenti note del suo Diario:
«Dopo la colazione (una pom.) Caprivi ed io siamo entrati nel suo salotto per uno scambio d'idee.
Ricordai che il 30 maggio 1892, cioè da qui a 18 mesi scade il trattato di alleanza delle tre Monarchie. Soggiunsi,.... Necessario rivedere.... se vi ha altro da aggiungere. Dovrò credere che il governo tedesco vorrà rinnovare il trattato per un altro periodo di anni.
La triplice alleanza giova ai governi che la firmarono ed assicura la pace d'Europa. Ora, noi essendo interessati alla garanzia territoriale dei tre paesi ed alla pace d'Europa, dobbiamo volere la continuazione dell'alleanza.
Il conte Caprivi dichiarò che era pienamente d'accordo con me, e, quasi a conferma, mi strinse la mano. Era lieto poter essere d'accordo con me, e promise di occuparsi del trattato. [pg!9]
Allora ricordai che al 1887, con uno scambio di note, avevamo associato la Spagna. Il duca di Vega de Armijo non curò le prese intelligenze, nè curò di alimentarle. Oggi essendo ritornato al potere il duca di Tetuan, amico nostro, bisogna ripigliare le pratiche e rendere più stretti i vincoli con la Spagna.
Le tre grandi potenze alleate si devono interessare delle altre minori Monarchie e difenderne le istituzioni. Per lo che sarebbe pure necessario di trovar modo di comporre la vertenza tra l'Inghilterra ed il Portogallo.
La Spagna ed il Portogallo sono minati dagli emissarii repubblicani, e non sono abbastanza forti per resistervi. Bisogna che la Spagna riordini la sua marina militare, e possa esserci di aiuto nel Mediterraneo e fare, quando ne fosse il caso, un colpo sull'Algerìa. Così il Corpo di esercito francese che siede colà si troverebbe impegnato. Inoltre un esercito spagnuolo al di là dei Pirenei e pronto a varcarli, immobilizzerebbe un corpo di truppe francesi.
La propaganda repubblicana in quei paesi è attiva. I francesi fanno altrettanto in Italia.
— Non l'avrei creduto.
— La fanno anche in Italia, ma il nostro paese vi resiste. La grandissima maggioranza della nostra popolazione è conservatrice. Il paese è monarchico. La propaganda repubblicana pei francesi è una necessità. Pel governo di Parigi è una quistione di vita. Avvenne lo stesso sotto la prima repubblica. Ma allora lo stato dell'Europa era diverso. Non vi erano i due grandi Stati al di qua delle Alpi e al di là del Reno, l'Italia e la Germania. Bisogna dunque tenerci stretti, e difendere le istituzioni che ci siamo date.
— Sono pienamente d'accordo con V. E. e lavorerò insieme per la difesa dei principii monarchici.
— Bismarck fece delle grandi cose, e il vostro paese deve essergliene grato. Ma commise un gravissimo errore; quello di non aver favorito la restaurazione della Monarchia in Francia. Egli credeva che la Repubblica sarebbe stata rôsa dai partiti e non sarebbe stata forte abbastanza. Avvenne tutto il contrario; giammai la Francia fu forte come oggi.
— La stessa osservazione me la fece l'imperatore di Russia.
— Bisogna opporre alla propaganda repubblicana tutti [pg!10] i mezzi dei quali possono disporre le Monarchie. La Francia avrà fra breve una nuova tariffa doganale. Questa offenderà grandemente noi, perchè con essa potranno esser chiusi i mercati francesi ai nostri prodotti agricoli. Ne sarete colpiti anche voi. Pel trattato di Francoforte voi godete i beneficii della nazione favorita. Esiste cotesta condizione, quando esistono tariffe convenzionali; cessa, quando mancano i trattati. Ora la Francia va a denunziare tutti i trattati, e va ad applicare a tutte le nazioni una tariffa autonoma. È una minaccia di guerra, guerra economica, non meno terribile della guerra coi fucili e le artiglierie. Giova prepararsi a rispondere, ed io credo che lo si potrà. Non dico di fare una lega doganale fra le tre potenze alleate: questa non sarebbe di facile attuazione. Puossi però studiare un sistema di tariffe di favore mercè cui si rendessero più facili i commerci, più strette le relazioni. Sarebbe necessario che alla lega militare e politica si aggiungesse questa lega economica, la quale, senza offendere l'autonomia dei tre Stati, li rendesse talmente forti da resistere alla Francia. Io proporrei che i tre governi dessero a studiare la grave quistione ad uomini tecnici. Compiuti gli studii, ognuno di noi nominerebbe due delegati ciascuno, i quali, riuniti, concreterebbero le proposte che converrà tradurre in un trattato.
— Trovo savie le considerazioni di V. E. e farò studiare il grave argomento, e avvertirò V. E. dei risultati.
La conversazione continuò su cose di minore importanza, e ci siamo congedati con espressioni sincere di cordiale amicizia.
8 novembre. — Alle 11 ant. il conte Caprivi viene a restituirmi la visita. Siamo ritornati sugli argomenti toccati nel colloquio di ieri.
Biserta. Muta lo stato del Mediterraneo. Pericoli in caso di guerra.
Caprivi ne comprende l'importanza. Obietta che il reclamo potendo condurre ad una rottura con la Francia, è necessario attendere. In aprile, compiendosi la trasformazione dei fucili, si potrà iniziare il reclamo.»
Il Cancelliere partì da Milano il 9 novembre, soddisfatto delle accoglienze ricevute e dei risultati della sua visita. L'ambasciatore [pg!11] d'Italia a Berlino, tre giorni dopo, il 12 novembre, inviava a Crispi il seguente rapporto:
«Il Cancelliere dell'Impero è venuto a vedermi in questo momento. Confermandomi ciò che avevo già appreso ieri al Dipartimento Imp.le degli Affari Esteri, egli era profondamente commosso e riconoscente per le bontà del Nostro Augusto Sovrano e per l'alta distinzione che gli fu conferita da Sua Maestà. Egli era pure assai soddisfatto dei colloquii avuti con V. E. dichiarandosi completamente d'accordo in massima sopra gli argomenti circa i quali vi fu scambio d'idee, tanto sotto l'aspetto politico, quanto sotto l'aspetto commerciale. S. E. si era affrettata di far rapporto all'Imperatore della missione compiuta. Sua Maestà Imperiale manifestò viva soddisfazione di constatare una volta di più. che le relazioni fra l'Italia e la Germania sono e resteranno sul miglior piede a tutto vantaggio della triplice alleanza e del principio monarchico. Il Cancelliere mi pregò di rendermi interprete dell'eccellente impressione riportata da questo suo viaggio e di ringraziare per tutte le cortesie di cui fu colmato alla nostra Corte e da V. E. Egli ha solo rammarico che le esigenze di servizio l'abbiano costretto ad abbreviare il suo soggiorno in Italia. Il Cancelliere si dimostrò pure assai grato dell'accoglienza che gli fu fatta dalla popolazione di Milano e dalle Autorità municipali.»
Naturalmente, della sostanza dei colloqui di Milano fu informato il Cancelliere austro-ungarico conte Kálnoky, per mezzo dell'ambasciatore imperiale a Roma barone de Bruck, e dell'ambasciatore reale a Vienna, conte Nigra. Quest'ultimo telegrafava in data 1.º dicembre:
«Kálnoky mi ha pregato di ringraziare V. E. per la comunicazione da lei fatta a Bruck, i cui particolari gli furono confermati da Reuss e Caprivi. I due argomenti saranno studiati ed esaminati a suo tempo. Oggi cominciano le conferenze commerciali fra Austria-Ungheria e Germania. Da esse si vedrà se, e sino a che punto, i due imperi possano procedere sempre meglio d'accordo fra loro e preparare via a una intesa fra i tre Stati alleati sul terreno economico.»
[pg!12]
Tra lo stesso Conte Nigra e Crispi seguiva la seguente corrispondenza:
«4 dicembre 1890.
Mio caro Sig. Conte,
Adempio con ritardo — ed ella ne comprenderà il motivo — alla promessa fattale con mio telegramma del 18 novembre da Torino.
Nei colloquii, tenuti il 7 e l'8 novembre, Caprivi ed io ci siamo occupati della Triplice, tanto dal lato politico, quanto dal lato economico e commerciale. Siamo riusciti d'accordo in tutto; e parmi che basti, senza ricordare qui i nostri ragionamenti, scrivere per lei sulle varie tesi il concluso.
Nissun dubbio che l'alleanza delle tre monarchie debba essere prorogata. Nissuno di noi può credere che nel maggio 1892 le condizioni politiche dell'Europa possano essere mutate. Le ragioni, per le quali il trattato fu stipulato al 1882 e rinnovato al 1887, è a prevedersi che saranno le medesime.
Giova apportarvi qualche modificazione, e qualche aggiunta? È quello che si deciderà dai tre governi, i quali han tempo ancora a meditarvi. Una cosa intanto appare evidente..... Il conte di Caprivi su questo fu meco d'accordo.
Fummo anco d'accordo sulla necessità di migliorare le condizioni commerciali dei tre Stati, stipulando dei favori speciali che ne rendano più facili le relazioni, e talmente intimi i vincoli da resistere alla guerra che potrebbe venirci dalla Francia, qualora la nuova legge doganale uscisse così aspra da quel Parlamento da non permetterci di venire a patti. Non una lega doganale si vorrebbe fra i tre Stati, ma una maggiore mitezza nei dazii d'importazione.
Ciò posto, siam rimasti intesi che i tre governi metterebbero allo studio le varie questioni, che il grave argomento comprende. Quando gli studii saran terminati, affideremo a delegati speciali, che potrebbero esser due per ciascuno Stato, l'esame del problema e le proposte per la sua soluzione.
Finchè la Francia è in repubblica — ed ormai questa forma di governo colà sembra consolidata — essa sarà sempre una minaccia per le monarchie in Europa. La [pg!13] Russia deve capirlo, essendo ormai Parigi l'asilo dei nihilisti — e le due penisole, l'Italiana e l'Iberica, lo sanno per la propaganda morale e gli aiuti finanziari dati ai partiti sovversivi dal governo del finitimo territorio.
Noi in Italia siamo abbastanza forti: il sentimento monarchico nelle nostre popolazioni è profondo, e resiste all'apostolato rivoluzionario. Ci battiamo e non ci faremo vincere. Non bisogna però nascondere a noi stessi che il Vaticano accenna a valersi dei radicali, e si è visto nelle ultime elezioni. Il cardinale Lavigerie, nella sua nuova fase, lavora d'accordo col Papa. I cardinali in parte dissentono, ed anche il clero francese non è compatto; ma ignoriamo quello che ne potrà avvenire più tardi.
Le monarchie pericolanti sono la portoghese e la spagnuola, e la prima più della seconda. Ove esse cadessero, e a Lisbona e Madrid la repubblica fosse proclamata, nissun dubbio che codesto sarebbe il principio di una trasformazione politica, che la Francia è interessata ad apportare in Europa. I tre governi alleati dovrebbero meditare sul possibile avvenimento, comunicarsi le loro idee, ed agire, ove d'uopo, nelle vie diplomatiche.
Il conte di Caprivi si disse convinto di ciò, e promise di procedere d'accordo.
Stabiliti gli argomenti che importa meditare e determinati i criterii secondo i quali i governi delle tre monarchie alleate dovrebbero condursi, resta a Lei, signor conte, di ragionarne con codesto ministro degli affari esteri, prendere con lui gli accordi necessarii, e manifestarmi le sue intenzioni. La lunga esperienza dell'E. V. supplirà alle lacune che può presentare questa mia lettera, affinchè si possano raggiungere gli scopi che io mi son prefisso, e nei quali è consenziente il Cancelliere germanico.
E dopo ciò accolga i miei più cordiali saluti.
Devotissimo
F. Crispi.»
Mio caro Sig. Conte,
[pg!14]
«Vienna, 10 dicembre 1890.
Le confermo mio precedente telegramma. Esposi a Kálnoky il contenuto della lettera. Egli d'accordo in massima con V. E. e Caprivi,....
Quanto alle questioni commerciali prevede un intoppo nell'articolo XI del Trattato di Francoforte.[2] Chiede tempo per studiare le due questioni. Intanto si vedrà fra non molto su quali basi si potranno fare concessioni commerciali fra l'Austria-Ungheria e la Germania, il che faciliterebbe la soluzione anche per l'Italia. Nell'esame delle due questioni Kálnoky apporterà vivo desiderio d'accordo completo. Divide poi l'opinione di V. E. sulla convenienza di una direzione diplomatica uniforme per la difesa delle istituzioni monarchiche.
Nigra.»
[Telegramma]
«Roma, 15 dicembre 1890.
Il barone de Bruck mi ha letto una nota del conte Kálnoky con la quale dichiara che il ministro austriaco [pg!15] è meco d'accordo in tutte le quistioni le quali furono oggetto del colloquio col conte Caprivi e che riassunsi a Lei con mia particolare del 4 corrente. Chiede intanto che io concreti le mie idee sulle modificazioni alla convenzione del 1887, il che sarà fatto.
Discorrendo col Bruck intorno al miglioramento delle relazioni commerciali ed economiche, si cadde d'accordo sulla necessità della proroga, di un anno almeno, del diritto alla denunzia del trattato 7 dicembre 1887, affinchè le due parti avesser agio a studiare la grave quistione. Bruck scrive oggi stesso a cotesto scopo a Kálnoky affinchè fosse autorizzato ad uno scambio di note. Voglia parlargliene e fare le debite sollecitazioni, stringendo il tempo e dovendo io rispondere ad interpellanze parlamentari sull'argomento.
Crispi.»
[Telegramma]
«Vienna, 16 dicembre 1890.
Ho vivamente impegnato Kálnoky allo scambio di note per proroga di un anno del diritto di denunzia del trattato di commercio. Kálnoky consente pienamente con V. E.; ha subito telegrafato a Pest ed ha fatto la proposta al Ministero austriaco d'agricoltura e commercio. Egli crede che non vi sarà ostacolo, ma forse bisognerà sottomettere scambio di note alla sanzione del Parlamento, che secondo Kálnoky potrebbe essere data anche dopo il dicembre.
Kálnoky mi ha promesso che non porrà indugio alla soluzione ed io lo solleciterò più che posso.
Nigra.»
[pg!16]
[Capitolo Secondo. — La Tripolitania e la Francia.]
La Triplice Alleanza e gl'interessi italiani nel Nord-Africa. — La Francia sulla frontiera tripolo-tunisina sino al 1890. — Una memoria del generale Dal Verme sul confine storico tra la Tunisia e la Tripolitania. — L'accordo anglo-francese del 5 agosto 1890. — Rimostranze di Crispi presso il governo inglese. — Nota di Said pascià su l'hinterland tripolitano. — Come si potevano impedire le ulteriori usurpazioni della Francia. — Crispi e il governo francese; questo nega di aver delle mire sulla Tripolitania. — Una nuova carta francese dell'Africa. — Dichiarazioni del ministro Ribot alla Camera. — Protesta di Crispi. — Stato della questione al 1894. — La convenzione franco-germanica. — La Francia tenta avanzarsi nel Sudan egiziano. — Fascioda. — Nuovi accordi anglo-francesi a danno dell'hinterland tripolitano. — L'Italia rinunzia senza compensi ai suoi diritti in Tunisia. — L'accordo franco-italiano del 1902. — L'opera di Crispi nel Marocco. — L'occupazione italiana della Tripolitania e un cattivo presagio.
Dai documenti che precedono — i quali, per quanto si riferisce alle precise stipulazioni della alleanza dell'Italia con la Germania e con l'Austria, sono necessariamente reticenti, un dovere elementare vietandoci di rivelare segreti di Stato — si deduce tuttavia quali fossero, alla fine del 1890, gli obiettivi della politica estera di Crispi. Il trattato d'alleanza non era lontano a scadere; l'esperienza aveva dimostrato che se esso garentiva la pace, l'Italia era esposta per questo beneficio comune alle tre potenze, a sopportare da sola i danni della guerra accanita che la Francia le faceva nel campo economico e, fuori d'Europa, anche nel campo politico. La teoria che i rapporti economici e i rapporti politici non debbano influirsi scambievolmente, non poteva convenirci perchè era innegabile che a cagione dell'alleanza noi subivamo danni ingenti dalla ostilità francese, con la rottura delle relazioni commerciali e coi colpi incessanti al nostro credito internazionale. [pg!17]
Crispi aveva dimostrato al Cancelliere germanico che le grandi alleanze politiche non possono essere limitate a categorie d'interessi e che il trattato della Triplice per arrecare tutti i suoi benefici doveva comprendere, oltre la garenzia territoriale, la difesa d'ogni interesse essenziale di ciascuno degli alleati nelle complesse relazioni della vita internazionale. E il generale Caprivi aveva aderito a tali vedute e domandato che il ministro italiano concretasse le sue proposte.
Ma l'argomento sul quale Crispi richiamò più vivamente l'attenzione del suo collega, come quello che racchiudeva un pericolo imminente e grave per l'Italia, fu la condotta della Francia nel Nord-Africa.
Crispi aveva nei mesi precedenti denunciato ai gabinetti di Londra, Berlino e Vienna il progetto francese di convertire nell'annessione il protettorato sulla Tunisia, ed era riuscito a promuovere le rimostranze delle tre Potenze a Parigi contro quel progetto.[3] Ma egli non s'illudeva sulla efficacia duratura di una pressione diplomatica e cercò di giovarsi senza indugio di questa per ottenere dalla Francia una maggiore considerazione degli interessi italiani. Posto che prima o poi la Francia si sarebbe resa padrona della Tunisia, Crispi pensò di trarre vantaggio da un evento ineluttabile, transigendo sui diritti garentiti dai trattati che l'Italia vantava nell'antica Reggenza. Il compenso non poteva essere che il dominio italiano sulla Tripolitania.
Le difficoltà però non erano lievi. I francesi aspiravano essi a estendersi ad oriente. Come avevano occupato la Tunisia col pretesto di assicurarsi il pacifico possesso dell'Algeria, l'occupazione della Tripolitania avrebbe dovuto assicurare il possesso della Tunisia, e l'impero francese nel Mediterraneo sarebbe stato un fatto compiuto. Le prove che queste aspirazioni imperialistiche erano entrate nel programma positivo del governo, non mancavano.
L'accordo anglo-francese, che porta la data del 5 agosto 1890, per la delimitazione delle sfere d'influenza della Francia e dell'Inghilterra in Africa, dimostrò chiaramente il piano della Francia d'insignorirsi dell'hinterland della Tripolitania. Quell'accordo [pg!18] rappresentò il corrispettivo che l'Inghilterra dava alla Francia pel riconoscimento che questa faceva del protettorato inglese sullo Zanzibar — e fu ventura che lord Salisbury resistesse alle pretese francesi di concessioni a Tunisi. Probabilmente il Primo ministro della Regina avrebbe ceduto se Crispi, appoggiato dalle Cancellerie di Berlino e di Vienna, non avesse fatto a Londra vive rimostranze. Egli fece dire al Salisbury
«che il governo del Re, nelle varie occasioni presentatesi per discorrere delle cose di Tunisi fra Roma e Londra, credeva essersi accorto che nel gabinetto inglese esistesse una tendenza a fare delle concessioni alla Francia a scapito d'interessi italiani che l'Italia riteneva comuni coll'Inghilterra e sui quali nè il governo italiano intendeva transigere, nè l'opinione pubblica lo avrebbe permesso; che, in conseguenza di ciò, era nell'interesse del mantenimento e sviluppo delle intime relazioni fra i due paesi, sul quale riposava principalmente la pace europea, che l'Italia doveva far conoscere al governo inglese che non sarebbe disposta a seguirlo in una via che conducesse a modificare politicamente o materialmente lo statu-quo nella Tunisia a favore della Francia.»
Allorquando la Francia occupò la Tunisia, nel 1881, la linea frontiera fra la Tripolitania e la Reggenza di Tunisi passava ad ovest della baia di El Biban, sul mare. Se ne ha facilmente la prova consultando le carte francesi più autorizzate, quella dei Signori Prax e Renou, e quella del «dépôt de la guerre» con le osservazioni del capitano di vascello Falbe. L'occupazione francese non era ancora un fatto compiuto che l'attenzione dell'esercito d'occupazione si volgeva verso la frontiera tripolitana.
Durante i mesi di agosto e settembre 1881, tre spedizioni militari si diressero simultaneamente verso il sud-est tunisino. I generali Logerot, Philibert, Jamais comandavano i tre corpi di spedizione. Il primo aveva ai suoi ordini circa 13000 uomini. La sua marcia non fu scevra di difficoltà; fu ostacolata presso Fum-el-Bab dalla tribù degli Slass, ma dopo un combattimento vittorioso il generale Logerot arrivò a Gafsa e la occupò. Da [pg!19] Gafsa cotesto generale si diresse verso Gabes, dove ebbe luogo la riunione dei tre corpi di spedizione. Egli percorse tutto il sud della Tunisia, senza tuttavia — cosa importante a rilevarsi — oltrepassare lo Uadi-Fessi.
In seguito a questa spedizione, le tre grandi tribù tunisine degli Slass, Hamamma, Beni-Zid con altre dissidenti delle vicinanze di Sfax, complessivamente circa 260000 persone, passarono sul territorio tripolitano sotto il comando supremo di Ben Khalifa, il capo che aveva organizzato la difesa di Sfax. Cotesti ribelli costituivano, presso la frontiera tunisina, un focolare permanente di rivolte e di torbidi.
Il governo francese si preoccupò di questo pericolo e tutti i suoi sforzi furono da allora diretti a favorire la pacificazione dei ribelli e il loro ritorno in Tunisia. Il Console Generale di Francia a Tripoli, Féraud, e il generale Allegro, soprannominato Jusef Negro — che i francesi avevano fatto nominare dal Bey governatore della provincia di Arad in ricompensa dei servizi resi nel tempo dell'occupazione — si adoperarono a raggiungere tale risultato, e a poco a poco vi riuscirono.
Nel mese di aprile 1885, il Féraud era sostituito a Tripoli dal Destrées, il quale continuò a seguire la linea di condotta del suo predecessore e facilitò il ritorno in Tunisia degli ultimi dissidenti.
In grazia di questo felice risultato la Francia poteva oramai avanzare verso l'Est.
Nel mese di maggio del 1885 il Ministro residente di Francia a Tunisi, Cambon, visitò il sud della Tunisia. Oltrepassando la frontiera egli si avanzò sino all'Oglad Djemilia. Più tardi, nel mese di luglio del 1887, egli dichiarò al nostro ministro a Madrid, marchese Maffei, che quell'escursione gli aveva permesso di convincersi che la vera frontiera della Tunisia è l'Uadi-Mochta. Il nome del largo torrente al quale il Cambon dava il nome di Uadi-Mochta era stato sino allora quello di Uadi-Sigsao, mentre in arabo «mochta» significa «frontiera».
Nel mese di ottobre 1886 tre navi francesi si presentavano sulla costa tripolina fermandosi presso il capo Macbes, donde cominciarono a fare i rilievi delle coste vicine. Il governatore generale di Tripoli, avvertito, inviò sui luoghi una corvetta turca sotto gli ordini del comandante la stazione marittima di [pg!20] Tripoli. Cotesto ufficiale superiore chiese al comandante francese con qual diritto e con quali intenzioni procedesse ai rilievi di una costa appartenente alla Turchia. Il comandante francese eccepì la propria ignoranza: egli credeva di rilevare una costa tunisina, della quale doveva fare la carta idrografica. Il turco avendo insistito nell'affermazione che la costa era tripolitana, le navi francesi si ritirarono, lasciando tuttavia eretta, a Ras Tadjer o Adjir, una colonna in muratura. Il Console Generale di Francia, signor Destrées, poco dopo si presentò al Governatore Generale di Tripoli e gli chiese per quali motivi il Comandante turco avesse imposto al Comandante francese di allontanarsi dal capo Macbes. Il Governatore Generale dette le spiegazioni richiestegli, alle quali il Console di Francia oppose che la proprietà del punto del quale si trattava era dubbia.
Nel mese di dicembre 1887, il Bollettino della Società di Geografia di Parigi annunciava che un accordo era stato concluso tra la Turchia e la Francia per la delimitazione della frontiera tripolo-tunisina, e che la nuova frontiera era portata a Ras Tadjer, a 32 chilometri al di là dell'antica demarcazione. Il Governo del Re comunicò immediatamente questa notizia all'ambasciatore d'Italia a Costantinopoli, Blanc, il quale si recò tosto dal Gran Visir. Il Gran Visir smentì perentoriamente l'esistenza della pretesa convenzione e dichiarò inammissibile che la Turchia, la quale non riconosceva il protettorato francese sulla Tunisia, potesse entrare in pourparlers colla Francia circa una delimitazione della frontiera tunisina. L'indomani il Sultano faceva al barone Blanc una dichiarazione non meno categorica: Sua Maestà assicurava che non avrebbe tollerato nè lo spostamento della frontiera, di cui parlava il Bollettino della Società francese di Geografia, nè alcun accordo che potesse implicare il riconoscimento del protettorato francese a Tunisi. Secondo il Sultano, gl'intrighi e le informazioni francesi non avevano altro scopo che quello di spingere l'Italia a impegnarsi in una «questione tripolitana».
Le medesime notizie continuavano a stamparsi sui giornali e l'ambasciatore italiano a Costantinopoli insistè di nuovo presso la Sublime Porta e ottenne da Said pascià, allora Gran Visir, che l'ambasciatore del Sultano a Parigi, Essad pascià, fosse [pg!21] incaricato di chiedere al governo della repubblica il richiamo del generale Allegro e la smentita categorica di qualsiasi modificazione di frontiera.
Verso la stessa epoca il Governo ottomano aveva deciso di cacciare dalla Tripolitania la frazione degli Uargamma, che erasi stabilita nella regione situata tra le antiche frontiere della Tunisia, regione denominata Giufara el Garbia e che è tra le più fertili e le più ricche di pascoli della Tripolitania. La presenza di cotesti tunisini nel territorio tripolitano poteva fornire alla Francia un pretesto per pretendere che cotesto territorio appartenesse alla Reggenza di Tunisi, dacchè una tribù tunisina vi si era pacificamente stabilita e vi faceva atto di proprietà.
Una spedizione partì da Tripoli sotto gli ordini del generale di brigata Mustafà pascià. Il corpo di spedizione si componeva di 1400 uomini, dei quali 800 di fanteria, 320 cavalieri, il resto di artiglieria. Ma si arrestò a Zuara e non andò oltre. Il generale, a mezzo d'intermediarii, fece intimare ai capi degli Uargamma l'abbandono del territorio abusivamente occupato, concedendo loro di stabilirsi, se lo volessero, nelle grandi Sirti. Gli Uargamma, poco curandosi della intimazione ricevuta, si stabilirono in parte a Gibel Nalut, in parte a Djemilia, restando così sul territorio tripolitano.
Il Console di Francia a Tripoli, avvertito ufficialmente della spedizione dal valì, si affrettò a informarne il Residente francese a Tunisi. Una commissione composta del segretario generale della Residenza e del segretario francese per gli affari indigeni, partì tosto su di una nave da guerra per raggiungere a Zarzis il generale Allegro che l'aveva preceduta. Costui, sulla fede di informazioni inesatte, ovvero con lo scopo di prevenire un fatto possibile, aveva avvertito il Destrées di una pretesa marcia di Mustafà pascià sopra Djemilia. Il Console si presentò al valì e non senza emozione, vera o finta, gli domandò se la notizia fosse esatta. Aggiunse che Djemilia apparteneva alla Tunisia e dichiarò che qualsiasi altro tentativo da parte della Turchia sarebbe stato considerato dalla Francia come un casus belli. Il valì, intimidito, si affrettò a rassicurare il signor Destrées circa la falsità della notizia, affermando tuttavia nuovamente i diritti incontestabili della Turchia su Djemilia, come appartenente alla tribù tripolitana degli Huail. [pg!22]
Il 31 dicembre 1887 l'ambasciatore d'Italia a Costantinopoli interrogò di nuovo il gran visir per conoscere con precisione le intenzioni della Turchia. In un promemoria mandato a Photiadès pascià, ambasciatore del Sultano a Roma, la Sublime Porta spiegò le sue vedute. L'ambasciatore italiano aveva fatto osservazioni su quattro punti:
1. La Porta, malgrado le macchinazioni francesi, non aveva occupato l'antica linea di confine della Tripolitania, nè aveva inviato colà degli ufficiali commissari;
2. La Porta non aveva domandato la sconfessione ufficiale e pubblica delle carte dello Stato maggiore francese;
3. La Porta non aveva dichiarato pubblicamente che il territorio ad est di El-Biban era e resterebbe tripolitano;
4. La Porta non aveva domandato l'allontanamento del generale Allegro, sebbene suggerito dal valì.
Il governo ottomano rispose che non sapeva spiegarsi la prima osservazione, giacchè le autorità imperiali della provincia non avevano giammai abbandonato un solo dei punti posti sotto la loro amministrazione, la qual cosa rendeva inutile l'invio sui luoghi di commissari speciali.
In secondo luogo il governo ottomano aveva creduto superfluo domandare la sconfessione ufficiale e pubblica della carta dello Stato maggiore francese, dopochè il Ministero degli Affari Esteri di Francia, precedentemente interpellato, aveva dichiarato di ignorarne l'esistenza (!) e aveva soggiunto che, se anche tale carta fosse esistita, essa non avrebbe avuto valore che dal momento in cui i due governi ne avessero approvato il tracciato, dichiarazione questa della quale la Porta aveva preso atto.
Sul terzo punto la Porta rispose di aver fatto smentire dai giornali di Costantinopoli l'esistenza della convenzione di delimitazione menzionata in uno dei bollettini della Società geografica di Parigi, e che i giornali francesi stessi avevano pubblicato un comunicato di smentita di tutte le voci lanciate circa negoziazioni che su quell'argomento avrebbero avuto luogo tra la Francia e la Sublime Porta. Vi era stata altresì una promessa che il bollettino successivo della Società avrebbe contenuto una rettifica.
Finalmente per l'allontanamento del generale Allegro, la [pg!23] Porta assicurava di averlo domandato, senza tuttavia dare un carattere ufficiale alle comunicazioni fatte a Parigi, non potendo riconoscere lo stato di cose creato in Tunisia dall'occupazione francese.
In conclusione, la Turchia rivendicava come tripolitano il territorio ad est di El Biban, ossia manteneva l'antico confine.
Nel 1888, dopo la spedizione turca, il resto dei rifugiati tunisini in Tripolitania ritornava in Tunisia.
La Francia si mise allora a fortificare il Sud della Tunisia, ossia Zarzis, Matamma, Tatauin, Duirat, dopo aver portato l'effettivo di Gabes a 2650 uomini e inscritto nel bilancio tunisino una somma di circa 900 000 franchi per le fortificazioni delle prime tre località suindicate.
Verso la fine del 1887 il giornale officioso della Residenza, La Tunisie, pubblicava un comunicato ufficiale circa le frontiere della Tunisia. In esso era detto che l'Italia «aveva sollevata una questione di rettificazione della frontiera tripolitana e parlato di negoziati aperti con la Porta, sotto pretesto di non lasciar distruggere l'equilibrio del Mediterraneo, ma in realtà perchè l'Italia, precocemente forse, considerava la Tripolitania come sua propria». Era necessario, dunque, descrivere esattamente la frontiera tripolitana; la quale, secondo La Tunisie, partendo dal mare, era nettamente stabilita col Mochta e lo Chareb Saonanda, sino all'Oglat-ben-Aisar, da una linea che parte da questo punto, passa per ben-Ali-Marghi e quindi al nord di Uessan, e in fine dall'Ued Djenain, che si perde nel Sahara.
Il comunicato continuava così:
«È noto quanto i turchi siano gelosi della difesa del territorio tripolitano; ora, i loro forti sono tutti al sud di questa linea che i soldati turchi non oltrepassano mai e sulla quale essi consegnano alle autorità tunisine i dissidenti che rientrano. Tale frontiera, del resto, conquistata or sono quattro secoli dagli Uargamma sugli Uled-Debbar, è stata consacrata verso il 1815 da un trattato intervenuto tra la Reggenza di Tunisi e la Porta. Salem Ben Odjila, capo degli Uderna, possiede altresì un atto recante i sigilli dei magistrati tunisini e tripolitani, nel quale è descritta dettagliatamente la frontiera da noi indicata. Quest'atto rimonta alla fine del secolo scorso. Il viaggiatore [pg!24] Barth nel 1849 dà ugualmente il Mochta come limite della Tunisia e della Tripolitania.
«Ricorderemo il viaggio fatto nel 1886 dal signor Cambon in compagnia del signor Fernand Faure, deputato, e del comandante Coyne. L'esercito stesso il quale, ingannato al momento dell'occupazione, si era arrestato all'Ued-Fessi, non tardò a sapere dagli stessi indigeni che la vera frontiera doveva essere riportata ad una trentina di chilometri più al sud.
«La Turchia non avendo giammai contestato cotesta frontiera alla Reggenza, ha fatto smentire l'accordo franco-turco del quale si è parlato alla Camera italiana. Non vi era materia a negoziati, nè ad accordo su di una questione che non è contestata e che soltanto gl'italiani han cercato di far nascere.
«E affinchè l'opinione pubblica non sia traviata terminiamo dicendo che si lavora all'organizzazione militare e amministrativa della suddetta regione-frontiera. Lo stabilimento di posti militari su cotesto territorio, garentendone la sicurezza, avrà altresì il vantaggio di porre i possedimenti francesi al riparo da ogni cupidigia nel caso in cui una potenza Europea si stabilisse in Tripolitania.»
È facile rilevare gli errori di questo comunicato. In esso è affermato che la Turchia non aveva mai contestato alla Reggenza la frontiera del Mochta, e qui sopra abbiamo riferito il linguaggio tenuto dal Sultano e dal suo Gran Visir all'ambasciatore d'Italia. Vi si parla di un trattato del 1815, che non è mai esistito e che non era neppur possibile, poichè la Porta non occupava allora la Tripolitania, dove regnò la dinastia dei Karamanli sino al 1835; e l'atto recante i sigilli degli Sceicchi degli Uderna non esiste, o se esiste non può essere che falso. Quanto al Mochta, che il viaggiatore Barth vide nel 1849, non può trattarsi dello chott al quale i francesi hanno attribuito quel nome, mentre esso è stato sempre precedentemente chiamato Uadi-Sigsao; era (e il Barth lo dice chiaramente) un pendìo leggero ch'egli vide a due ore dalle rovine di El Medeina, e quindi molto avanti l'Uadi-Sigsao. Dal punto dove arrivò gli sarebbe stato difficile scorgere lo chott ora chiamato Mochta dai francesi, poichè si tratta di un bassofondo situato a circa trentacinque chilometri dalle suddette rovine.
Al principio del 1887, dopo il ritiro di Mustafà pascià, la [pg!25] Turchia cominciò a ritirare le sue guarnigioni dalla frontiera ovest. Richiamò da Remada, punto importante incluso nella nuova demarcazione tunisina, i venticinque uomini che vi teneva. Fece lo stesso per la guarnigione di Kasr-Fazua, presso il capo Tadjer, la quale si ritirò nel forte di Bu-Kammech. Anche la guarnigione di Zuara fu diminuita di 400 uomini. Cosicchè la Turchia non solamente s'indebolì sulla frontiera minacciata, ma cedette volontariamente e di fatto i territori che poco prima rivendicava in diritto.
Il rimanente del 1887 e il 1888 passarono senza fatti notevoli; non vi furono che delle razzie fra tribù tripolitane e tunisine. Nulla faceva presagire altri cambiamenti, quando nel mese di febbraio del 1890 il Console italiano a Tripoli venne a sapere che alcune tribù del caimacanato di Nalut, dette Oglad Dahieba, avevano inviato dei commissari al valì per reclamare protezione contro nuove invasioni dei francesi. Alcuni spahis francesi erano comparsi sul loro territorio e l'avevano dichiarato appartenente alla Tunisia; quindi, avevano voluto obbligarli a pagare le decime al Bey, cessando di pagarle alla Turchia. Secondo le stesse informazioni il governatore generale aveva dichiarato ai capi di coteste tribù che si trattava di una questione da discutere tra Francia e Turchia e che essi non avevano a preoccuparsene. E aveva finito con l'invitarli a ritornare nel loro territorio senza comunicare ad alcuno il reclamo che avevano fatto.
Tali prime informazioni furono in parte confermate, in parte modificate in seguito. Realmente, nel mese di maggio di quell'anno il valì, alle interrogazioni del console generale d'Italia, aveva risposto che due o tre mesi prima nella parte del territorio tripolitano che era in contestazione (il valì ammetteva l'esistenza di una contestazione) i francesi avevano obbligato un arabo tripolino il quale aveva seminato un campo, a esibire il suo titolo di proprietà (hoget). Essi avevano affermato che, conformemente alle loro carte geografiche, quel territorio apparteneva alla Tunisia. L'arabo avendo ottemperato alla loro domanda e presentato il suo hoget, i francesi se n'erano impadroniti e non avevano voluto renderglielo. Venuto a conoscenza del fatto, il governatore, per evitare che si rinnovasse, aveva chiamato i capi della tribù cui apparteneva il coltivatore tripolino, [pg!26] e li aveva invitati a recargli i documenti attestanti i loro diritti di proprietà. Venuto in possesso di quei documenti, il valì ne aveva fatto fare delle copie che aveva rimesse ai proprietari, e aveva trattenuto gli originali. Il governatore dichiarò altresì che una tribù tripolitana, stabilita da circa 60 anni in Tunisia, l'aveva fatto pregare per il rilascio di una dichiarazione dalla quale apparisse che essa era originaria di Tripoli e, in conseguenza, non obbligata a pagare le decime al Bey. Aveva risposto di non poter consentire a tale domanda e invitato la tribù a ristabilirsi sul territorio tripolitano.
Contemporaneamente il valì aveva informato il console generale d'Italia che i francesi avevano anche tentato di guadagnare alla loro causa i Tuaregs, di averli incitati ad avvicinarsi a Gadames, e ad annettersi il territorio che, per effetto della nuova frontiera, si estende dall'Algeria da una parte, e la Tripolitania dall'altra, sino alla Tunisia. Nei loro intrighi i francesi erano aiutati dalla tribù algerina degli Sciamba.
Questi furono i fatti riferiti dal valì, dai quali si desume che la Turchia, o almeno il suo rappresentante a Tripoli, ammetteva che vi fosse contestazione su di un territorio dalla Sublime Porta e dal Sultano dichiarato appartenente alla Turchia, e che il valì riconosceva che potessero esistere dei diritti della Tunisia su territorii situati all'ovest dell'Uadi-Sigsao, che i francesi volevano chiamare Mochta.
Un altro fatto non deve passarsi sotto silenzio. Nel mese di novembre del 1888, la Francia fece in modo che la tribù tunisina degli Akkara si stabilisse a Djemilia. Circa cento tende di cotesta tribù rimasero durante un mese in quella località. Evidentemente si voleva creare uno stato di fatto per potere, a momento favorevole, rivendicare la proprietà di quel territorio e occuparlo facilmente. La Turchia non protestò, nè sollevò obbiezioni.
Mentre la questione della frontiera tripolo-tunisina era allo stato acuto e l'Italia ne informava le potenze interessate, una rivoluzione scoppiò nel territorio di Ghat. Essa venne suscitata da un preteso sceriffo che si disse francese, non avendo punto il tipo arabo, e che il pascià di Tripoli ritenne per un emissario del governo della Repubblica. Lo sceriffo predicava la guerra contro i turchi e contro i francesi. I Tuaregs si ribellarono contro i [pg!27] turchi, occuparono Ghat, uccisero il caimacan, imprigionarono il cadì. Quaranta soldati della guarnigione perirono combattendo; gli altri furono passati per le armi. Il governo dei Tuaregs a Ghat si sostenne per poco, ossia sino a quando il governatore di Tripoli inviò in quella città, come governatore del Fezzan, un arabo di Tripoli che godeva di una grande influenza e che riuscì a ristabilire l'autorità della Turchia. È da notarsi che cotesta rivoluzione fu eccitata dalla fazione del capo Knuken, amico fedele della Francia, quello stesso che stabilì l'accordo tra i Tuaregs e il maresciallo Mac-Mahon nel 1870 col trattato che fu detto di Gadames. È evidente che la Francia, stabilita allora da sessant'anni in Algeria e da nove anni in Tunisia, possedeva mezzi d'azione i più diversi ed efficaci per esercitare sulla Tripolitania, sul Fezzan, sulle popolazioni del deserto l'influenza più funesta.
Nè vanno passati sotto silenzio altri fatti, come le frequenti incursioni dei francesi in Tripolitania. Nel 1886 il generale Allegro percorse le vie di Tripoli accompagnato da due sceicchi tunisini, senza far visita al valì, ma intrattenendosi lungamente col console di Francia. Fatti analoghi si ripeterono più volte sotto gli occhi delle autorità turche. Anche in luglio 1890, il valì informava il Console Generale d'Italia di nuovi intrighi francesi nella regione di Gadames. Testimonianze sicure non lasciavano dubbio circa l'esattezza delle informazioni ricevute. Agenti francesi, partiti dal sud dell'Algeria, si recarono a Tamassinin, capitale dei Tuaregs Ajasser, e trattarono coi capi per la cessione di quella città alla Francia, o quanto meno per la sua occupazione temporanea. Tamassinin è punto d'importanza capitale per le carovane che vanno da Gadames al Tuat e di là al Sokoto. I Tuaregs ricevettero il prezzo della cessione, ma, come accade di frequente con quella gente, disparvero senza mantenere la loro parola. Degli spahis furono inviati dal governo francese a Gadames alla ricerca dei Tuaregs fuggitivi. Essi portavano altresì lettere per i notabili di Gadames e tra gli altri per uno dei più ricchi commercianti di quel centro, il quale aveva pure domicilio a Tripoli, tal Toher Bassiri, antico agente segreto del console Féraud. Il caimacan di Gadames sorprese cotesta corrispondenza e la spedì al governatore generale. Bassiri fu arrestato e condotto a Tripoli, dove però fu [pg!28] rimesso in libertà. La sera stessa dell'arrivo di Bassiri a Tripoli, il valì si recava secondo l'abitudine dal console di Francia per passarvi la serata e vi restò sino a notte tarda. È noto, del resto, che i rapporti tra il valì e il signor Destrées erano intimi.
In conclusione alla metà del 1890 la situazione era questa: la frontiera tunisina si era, di fatto se non di diritto, estesa al sud-est di qualche migliaio di chilometri quadrati; e i punti principali del sud-est tunisino erano stati fortificati, mentre la Turchia aveva diminuito i suoi effettivi sulla frontiera. Tutto era pronto in Tunisia per una rapida concentrazione di truppe sulla frontiera tripolitana. Grazie alla ferrovia Bona-Guelma, aperta all'esercizio il 1.º maggio 1887, forti contingenti di truppe potevano essere trasportati dall'Algeria sino a Tebessa, e da qui una strada militare conduceva per Feriana e Gafsa a Gabes. Dinanzi ad un movimento offensivo in tal modo preparato, il valì di Tripoli non avrebbe potuto opporre una resistenza seria.
A meglio chiarire lo stato della questione quale si presentava al governo italiano alla fine del 1890 giova riferire la seguente memoria che per incarico di Crispi fu redatta dal compianto generale Luchino Dal Verme:
«I) prescindendo da qualsiasi argomentazione desunta da documenti diplomatici, il solo esame delle carte della regione dimostra che il confine storico fra la Tunisia e la Tripolitania non è quello preteso dalla Francia, ma un altro 30 chilometri all'incirca più a ponente; e così pure che la Tripolitania ha un deserto proprio a mezzodì del Suf algerino;
II) l'usurpazione del territorio interposto fra l'antica e la nuova frontiera danneggia la situazione strategica della potenza che sta in Tripolitania, sia pel fatto dell'avvenuta occupazione come per l'usurpazione ulteriore a cui quella ha additata ed aperta la via;
III) l'accordo anglo-francese del 5 agosto 1890, pur avendo l'apparenza del rispetto all'hinterland tripolino, lascia alla Francia, all'atto pratico, libertà d'azione verso levante, con grave danno della potenza che è padrona della Tripolitania.
[pg!29]
I.
Della contrada in contestazione si sono prese in esame nove diverse carte, la più parte francesi, tutte ufficiali meno una, due inglesi ed una tedesca, nessuna italiana. Di tutte si espongono qui, per ordine cronologico, le risultanze in ordine alla vertenza.
1.º Chart of the gulf of Kabes, 1838. È questa la carta idrografica dell'ammiragliato inglese (n. 249) sulla quale appare distinta la linea di confine di cui è questione, colla leggenda Boundary between Tunis and Tripoli. Il Mediterranean Pilot (official) la illustra colle seguenti parole: «Within ras el Zarzis is a fort of the same name. A short distance west of the fort is the boundary between the States of Tunis and Tripoli».
2.º Carte de la Régence de Tripoli, dressée par M. M. Prax et Renou, Paris, 1850 (scala 1 a 2 000 000), la più antica ed una delle più attendibili, perchè redatta dietro osservazioni fatte ed informazioni raccolte sul luogo, e perchè costruita in un'epoca in cui non eravi alcun interesse a spostare sulle carte le frontiere naturali a scopo politico; reca il confine sud-orientale della reggenza di Tunisi dal forte El Biban sul mare direttamente al Gebel Nekerif. Da questo, continuando per poco nella stessa direzione, volge poi a nord-ovest, quindi a ovest e poscia a sud-ovest, lasciando a settentrione la contrada algerina del Suf. Viene così a comprendere nella Tripolitania un territorio che, per quanto deserto, si estende a nord-ovest verso il Suf per circa 180 chilometri da Ghadames, e va verso ponente ben oltre il 3.º meridiano orientale di Parigi.
3.º Carte de la régence de Tunis, dressée au dépôt de la guerre d'après les observations et les reconnaissances de M. Falbe, capitaine de vaisseau danois et de M. Pricot de St. Marie, chef d'escadron d'état major français, étant directeur le colonel Blondel — Paris, 1857 (scala da 1 a 400 000). Questa, che è la prima carta di fonte governativa francese della Tunisia, non porta nessun confine politico nè a sud nè ad est; ma termina a sud-est col uadi Fissi (altrove scritto Fessi), oltre il quale, a mezzodì del lago Biban, e precisamente in quella plaga che le carte odierne dello stesso [pg!30] stabilimento del governo comprendono nella reggenza di Tunisi, sta scritto a grandi caratteri Ouled Houeil, e fra parentesi, immediatamente sotto: Tribu de Tripoli.
4.º Côte septentrionale d'Afrique entre Zarzis et Tripoli; levée en 1871 par le capitaine de vaisseau E. Mouchez, membre de l'Institut; publiée au dépôt des cartes et plans de la marine en 1878; corrigée en novembre 1880. In questa, che è la carta ufficiale idrografica della marina francese, pubblicata un ventennio più tardi della precedente, si scorge l'identica ubicazione degli Ouled Houeil e la loro qualificazione di Tribu de Tripoli.
5.º Karte des Mittelländischen meeres, Dr. Petermann; edita da J. Perthes, Gotha nel 1880 e 1884 (scala da 1 a 3 000 000). Il confine in discorso vi si vede tracciato dalla estremità occidentale del lago Biban alla catena montana del Duirat, in un punto che dista da Nalut da 70 a 75 chilometri. Il uadi, che scorre a una trentina di chilometri più a levante dell'accennata frontiera, è denominato uadi Segsao in tutto il suo corso.
6.º Wyld's Map of Tunis, senza data, ma anteriore al 1886 (scala da 1 a 1 107 532). Porta il confine tra la Tunisia e la Tripolitania ben definito con una retta che dal forte El Biban attraversando il lago omonimo, va alla catena del Duirat ad un punto presso a poco alla stessa distanza da Nalut indicata sulla carta precedente. Pure come in questa (colla sola sostituzione della z alla s), è nella carta del Wyld detto Zegzao il uadi che scorre più a levante.
7.º Carte des itinéraires de la Tunisie, dressée et publiée par le service géographique de l'armée; due edizioni, 1885-87 (scala da 1 a 800 000). Sull'edizione del 1885 si ritrova per la prima volta la denominazione di Mokta data al uadi, che per lo addietro tutte le carte chiamavano Zegsao, Sigsao, Segzao. Makatà in arabo significa linea, trincea, fossato, ed implica il concetto della frontiera. Moktà, riferisce l'illustre Barth, vale grenzgebiete, ossia «paese di frontiera». Lungo cotesto uadi, altra volta Segsao, oggi Mokta, è tracciato il confine politico.
8.º Carte d'Afrique (F.lle n. 6) publiée par le service géographique de l'armée, 1887 (scala di 1 a 2 000 000). In questa sono naturalmente riportate tutte le novità introdotte nella precedente, uscita dal medesimo istituto governativo. Come però si estende maggiormente in ogni [pg!31] direzione, lascia scorgere tutto l'andamento del nuovo confine; il quale, passando in prossimità di Oezzan, rimasto alla Tripolitania, si dirige al deserto che contorna sino all'oasi di Ghadames, a nord della quale s'arresta, a 24 chilometri dalla città.
9.º Carte de la Tunisie, par le service géographique de l'armée; édition provisoire, 1890 (scala di 1 a 200 000). È questa la carta più recente della Tunisia edita dal Service géographique de l'armée. In essa è ben particolareggiato il nuovo confine partente dal mare a Ras Adjir, seguendo il uadi detto Mokta fino al confluente del Khaoai Smeida e che corre poi verso ponente e quindi verso sud-ovest in modo da lasciare Oezzan alla Turchia, sulla frontiera. Non si può vedere come sia definito il confine più al sud, non essendo ancora pubblicati i due fogli meridionali. In sostanza, conferma il confine dato dalle precedenti due carte pubblicate dallo stesso stabilimento governativo. Soltanto è da notarsi che la distanza lungo il littorale, fra l'antico confine al forte El Biban e il nuovo a Kas Adijr, appare in questa carta ridotta a 25 chilometri.
Riepilogando, dall'esame di tutte queste carte evidentemente risulta:
a) Che in nessuna di esse, nè francese (ufficiale o privata) nè tedesca nè inglese, anteriori al 1885, si trova segnato l'attuale confine e neppure altro che vi abbia qualche punto di contatto, dal mare alla catena del Duirat. Così pure in nessuna si trova il nome di Mokta applicato al uadi Segsao o Zegzao.
b) Che il territorio considerato nelle carte del service géographique de l'armée 1885-87 siccome appartenente alla Tunisia e perciò soggetto al protettorato francese, è l'identico che nel 1857 dallo stesso stabilimento governativo e nel 1878 dall'analogo istituto della marina, veniva esplicitamente dichiarato «territorio di Tripoli».
c) Che la denominazione di Mokta data dalla carta del service géographique de l'armée (1885-87) all'uadi Segsao, presumibilmente fu intesa a giustificare il tracciamento della frontiera lungo il medesimo. A tale proposito giova rammentare come l'esploratore Barth si sia servito del vocabolo arabo mokta per indicare il paese di frontiera (grenzgebiete) dove egli si trovava, a ponente del forte El Biban. Con ciò, anzichè designare la frontiera fra la [pg!32] Tunisia e la Tripolitania lungo l'attuale El Mokta, come si pretese in Francia, egli l'indicava là dove tutte le carte anteriori al 1885 la portavano, a El Biban.
Come se tutto ciò non bastasse, si può ancora aggiungere l'avviso del più autorevole geografo vivente, Eliseo Réclus, il quale nel suo volume XI pubblicato alla fine del 1886, quando cioè da un anno era apparsa la carte des itinéraires de la Tunisie, anzichè riconoscere la nuova frontiera del Mokta, scriveva a pag. 174: «L'îlot du cordon litoral situé entre les deux passages est occupé par le fortin des Biban ou des portes, ainsi nommé des ouvertures marines qu'il defend; en outre il est aussi la porte de la Tunisie, sur la frontière tripolitaine».
Che più? Lo stesso governo della repubblica, quando si sollevarono obiezioni in Italia e a Costantinopoli contro il nuovo confine segnato sulla carta del service géographique de l'armée ebbe a sconfessare quella carta e quel confine[4] affermando che non aveva carattere ufficiale. Una tale sconfessione era del resto assurda, perchè non si saprebbe davvero immaginare quale altra carta possa avere quel carattere, se non lo si riconosce in una «dressée, gravée et publiée par le service géographique de l'armée, étant chef du service géographique le général Perrier».[5]
La Turchia, com'è facile immaginare, non ha riconosciuta la nuova frontiera. Se ne ha una prova nella dichiarazione fatta il 27 novembre 1890 dal governatore generale di Tripoli al reggente il consolato d'Italia. «La Francia — così egli si espresse — oggi tratta per conoscere la nostra linea di confine verso la Tunisia. Ma noi non possiamo aderire a simili trattative, perchè sarebbe riconoscere il governo del protettorato. Anzi ho già protestato contro una carta di confine tracciata dal genio francese e che mi fu presentata per la debita ratificazione». [pg!33]
II.
Da quanto si è precedentemente esposto, si avrebbero elementi per provare come il confine storico fra la Tunisia e la Tripolitania fosse, sul mare, in vicinanza al forte Zarzis, e nell'interno seguisse, in parte almeno, il corso dell'uadi Fessi. In ogni modo volendo considerare come antico confine quello dato dalla carta francese di Prax e Renou e confermato dal Wyld, dal Petermann e dal Réclus, il confine cioè che dal forte El Biban va alla catena del Duirat ad un punto distante da 70 a 75 chilometri da Nalut, la superficie usurpata misurerebbe all'incirca 3000 chilometri quadrati; senza tener conto, si noti bene, di quanto è avvenuto a libeccio della catena stessa, di cui si dirà in seguito.
Ma questo non è il peggior male, poichè si potrebbe dire che una tale distesa di territorio è improduttiva e pressochè deserta. Il danno che sotto il punto di vista strategico deriva alla potenza che è padrona della Tripolitania sta in ciò, che anzitutto il confine tunisino, s'accosta alla capitale di 30 chilometri circa, cioè una tappa; inoltre, che il confine attuale si trova dove è maggiore la distanza dall'altipiano al mare, in modo che la difesa ne riesce più difficile. Fra le altre difficoltà poi a cui l'andamento della nuova frontiera dà luogo, vi è questa principalissima, che la piazza di Oezzan sulla catena di Nafusa, anzichè difendere la frontiera stessa, siccome sarebbe suo ufficio, viene col trasporto della medesima a ritrovarsi in posizione eccentrica rispetto a Tripoli, cosicchè riuscirebbe agevole a truppe francesi stabilite sin dal tempo di pace sul Mokta, d'impossessarsi appena rotte le ostilità di Nalut o d'altre posizioni sul ciglio dell'altipiano, in quella plaga, tagliando fuori per tal modo Oezzan e tutta la frontiera che si stende a ponente sino al deserto.
Senonchè, per quanto sotto il rispetto militare gli accennati inconvenienti sieno gravi, perchè non è cosa di poco momento l'accostare alla frontiera la capitale di uno Stato di un milione di chilometri quadrati che si trova già tanto spostata da quella parte, ed altresì [pg!34] perchè padrone di Nalut e del ciglio dell'altipiano, il nemico può agevolmente piombare su Tripoli, pure v'ha un altro inconveniente ancora più grave.
L'oasi di Ghadames per effetto della nuova frontiera, che contornando il margine orientale del deserto fu condotta a passare appena a 24 chilometri dalla città, si trova ora all'estremo angolo sud-ovest del possedimento turco, mentre altra volta questo si estendeva, come già s'è veduto, a mezzodì del Suf algerino fin oltre il 3.º meridiano orientale di Parigi. Ora, per questa sua posizione e per effetto dell'accordo anglo-francese (come si vedrà in appresso) l'oasi di Ghadames è divenuta un'appendice della Tripolitania, unita alla stessa soltanto a nord-est e ad est.
Il trasporto della frontiera verso levante, che lascia esposte le posizioni militari di Oezzan e l'altre sul ciglio dell'altipiano, minaccia pure nella sua esistenza Ghadames. Difatti, quando il nemico sia padrone di Nalut, le comunicazioni della capitale con Ghadames sono in mano sua, e riesce pertanto senza colpo ferire in suo potere Ghadames stesso, accerchiato da ogni altra parte com'è dal deserto francese. Ora, come il possesso di quella importantissima oasi, l'antica Cydamus dei Romani che vi dominarono per 250 anni, punto di partenza necessario delle carovane provenienti da Gabes e da Tripoli e dirette al lago Tciad, al Bornu e al Niger, e quindi centro ed emporio commerciale, è da tempo vivamente ambito dai francesi, si deve scorgere in quell'avanzata di frontiera verso levante, il fine ultimo, essenziale, di disgregare l'unità del possedimento, accostarsi alla capitale, minacciarne le comunicazioni colla sua più importante oasi e ridurla a tale isolamento che un dì abbia a finire per cadere nelle loro mani. La sospensione del tracciato della frontiera[6] a 24 chilometri a nord di Ghadames, quale si vede sulla carta del service géographique de l'armée (1887), è un evidente indizio che dai Francesi non si vuol riconoscere il dominio turco appena ad ovest e neppure appena a sud dell'oasi. Gli è questa, nel concetto francese, come una sentinella turca perduta nel deserto, che si molesta, si accerchia, [pg!35] si minaccia, tanto da giungere ad obbligarla a ritirarsi per lasciare ad altri il suo posto.
È superfluo il dire che la perdita di Ghadames sarebbe per la potenza che sta a Tripoli un gravissimo colpo, oltrechè sotto il punto di vista commerciale anche sotto quello strategico; innanzitutto perchè è nodo di comunicazioni allaccianti nientemeno che due mari, il Mediterraneo e il golfo di Guinea, e il bacino interno del Tciad; e poi perchè la sua perdita trarrebbe seco quella di tutto il territorio fino alle oasi di Dergi e di Sinaun, alle quali sarebbe in progresso di tempo riservata la stessa sorte. Al quale proposito giova ricordare come nelle sterminate regioni dei deserti africani, le oasi ritraggono dall'acqua che le creò una capitale importanza, giacchè fuori di esse non vi è vita; di guisa che a buon dritto possono dirsi i punti strategici del deserto.
III.
Fu accennato or ora come l'accordo anglo-francese del 5 agosto sia una minaccia per l'oasi di Ghadames. E difatti quell'accordo riconosce la zona d'influenza francese a sud dei possedimenti mediterranei fino ad una linea determinata da Say sul Niger a Borruva sul lago Tciad, senza che vi sia in nessuna guisa indicato il limite orientale di questa immensa contrada. Soltanto si può dedurlo col riunire il punto estremo orientale del confine dei possedimenti mediterranei con Borruva, sul lago Tciad, avendo cura di lasciare intatti a levante i diritti spettanti alla Porta in forza della dichiarazione di Waddington in risposta alla richiesta (5 agosto) di lord Salisbury.
E così la linea verrebbe a riuscire il prolungamento di quella che rasenta l'oasi di Ghadames e che passando a ponente di quella di Ghat o Rath, anche appartenente alla Tripolitania, dovrebbe andare direttamente a Borruva.
Or quando si consideri che siamo in pieno Sahara, con distanze enormi, rarissime vie di comunicazione, ancor più radi centri abitati, cioè le oasi; che quindi le notizie dell'interno impiegano mesi a giungere alla costa, quando [pg!36] giungono; che i francesi hanno il diritto, in forza dell'accordo, di stabilirsi sulla sponda occidentale del lago Tciad; che essi hanno proclamato il confine sud-orientale dei loro possessi mediterranei scorrente a soli 24 chilometri dalla città di Ghadames; che la Turchia non ha trovato la vigoria di contestarlo, la Turchia che ne riceve il danno immediato e che si prepara a sottostare alla perdita di Ghadames od almeno, quasi preludio alla perdita, alla deviazione dei commerci tendenti a Tripoli, ai porti francesi; che infine l'oasi di Rhat così lontana ha una dipendenza non certo diretta dal valì di Tripoli; quando si sia considerato tutto ciò, si può chiedere: che v'ha di più facile pei francesi di divenire di fatto poco a poco gli arbitri, se non i diretti padroni e di Ghadames e di Rhat e quindi di tutto l'hinterland tripolitano? Poichè occorre rammentare che in regioni di deserto come queste di cui è questione, il padrone effettivo è chi si trova sul luogo in forze e con denari in modo da disporre dei commerci e delle vie di comunicazione; ed inoltre che la dichiarazione supplementare all'accordo del 5 agosto, non garantisce che i diritti del Sultano, e riesce assai dubbio lo stabilire se siasi voluto comprendere fra questi anche i diritti sorti dalla recentissima teoria dell'hinterland. V'ha anzi molta ragione per ritenere che si sia inteso di salvaguardare soltanto i diritti sui territori riconosciuti parte integrante della Tripolitania, di guisa che pur volendo ammettere il rispetto di quelli per parte della Francia, cioè di Ghadames e di Rhat, nessuna esplicita garanzia si ritrova nè nell'accordo, nè nella dichiarazione supplementare, che valga ad arrestare i francesi nella loro lenta, pacifica ma costante marcia verso levante, dove oggi possono procedere a sud della Tripolitania, senza incontrare nessuna linea di delimitazione.
Conclusione.
Si è veduto che la Francia ha addirittura abolito l'antica frontiera fra l'Algeria e la Tripolitania (v. Carta di Prax e Renou) dichiarando francese tutto il deserto che si stende a ponente di Ghadames, a mezzodì del Suf algerino, assai prima ancora che intervenisse l'accordo del 5 agosto 1890. Si è pure veduto che ha arbitrariamente [pg!37] avanzato la frontiera della reggenza di Tunisi verso levante ai danni della Tripolitania, col fine di avvicinarsi alla capitale, girare le difese verso nord-ovest sull'altipiano e tagliar fuori Ghadames.
Quest'opera di lenta demolizione la Francia l'ha iniziata non appena posto il piede in Tunisia, e la continua. Oggi è la volta di Ghadames. Per ora semplicemente attratto nell'orbita del commercio francese, cadrà necessariamente di poi nelle mani della Francia, e con esso cadranno le dipendenti oasi di Dergi (Derdj) e Sinnaun e la lontana di Rhat. E quando la Francia sarà l'arbitra di tutto l'hinterland tripolino e padrona delle vie carovaniere dal Tciad a Tripoli, e quindi del commercio di tutto quel vasto bacino centrale africano, che ne sarà dell'equilibrio del Mediterraneo?
Il potere ottomano ridotto alla regione costiera, diverrà poco a poco una larva di potere anche in Tripoli stesso, finchè, alla prima circostanza propizia, non cadrà definitivamente in mano alla potenza che, stringendola da ponente e da sud, ne avrà già l'effettivo dominio. E allora la Francia estenderà il suo non interrotto dominio dall'Atlantico e dal Mediterraneo al lago Tciad su di una sterminata distesa di territorio, quasi un terzo del continente africano. Padrona del littorale dal Marocco all'Egitto, avrà rotto l'equilibrio del Mediterraneo; arbitra del vastissimo paese fra i due mari e il bacino interno del Tciad, giungerà al Uadai, al Darfur, alla valle del Nilo.
Roma, 2 dicembre 1890
Generale L. Dal Verme.»
————
Dati i precedenti, è naturale che alla Consulta si desse importanza ad ogni notizia che veniva dal confine tripolo-tunisino. Il ricordo del modo col quale la Francia aveva iniziato la occupazione della Reggenza di Tunisi, faceva pensare che ogni incidente di frontiera potesse offrire un pretesto ad una invasione del territorio tripolitano. Il 31 luglio Crispi aveva telegrafato alle ambasciate di Londra, Berlino e Vienna:
«Il nostro console a Tunisi mi telegrafa la notizia di un serio combattimento alla frontiera della Tripolitania fra tribù tunisine e tripoline. [pg!38]
Non vorrei fosse una ripetizione della favola dei Krumiri che diede pretesto al 1881 alla occupazione della Tunisia. Ora è la volta della Tripolitania.»
In quei giorni avevano termine tra i gabinetti di Parigi e di Londra i negoziati per la delimitazione delle zone d'influenza della Francia e dell'Inghilterra nel Sudan e veniva firmato l'accordo anglo-francese più volte innanzi citato e che porta la data del 5 agosto 1890.
Tanto il Ministro francese Ribot, che il ministro inglese lord Salisbury dichiaravano che in quell'accordo erano stati rispettati i diritti della Turchia, ma in realtà l'hinterland della Tripolitania era abbandonato alla invadenza francese, siccome dimostrava il Dal Verme nella memoria che precede.
Crispi prima della firma del detto accordo, cioè il 2 agosto, telegrafava a Londra:
«Ho più volte avvertito cotesta ambasciata degli sconfinamenti che si fanno o si tentano dalla Francia dalla Tunisia nella Tripolitania.
Or sento il dovere d'informarla, che in un colloquio su cotesto argomento tenuto il 31 luglio dal generale Menabrea col ministro Ribot, questi dichiarò che, nello hinterland preteso dalla Francia, essa intende comprendere la grande strada delle carovane che unisce il Sudan alla Tripolitania. Ove ciò fosse, la Francia verrebbe a prendere quasi tutto l'hinterland tripolino, togliendo qualunque avvenire a quella provincia.
Ne prevenga il Foreign Office.»
E il conte Tornielli rispondeva l'indomani, 3, col seguente telegramma:
«Ogni volta che codesto Ministero ha avvisato questa ambasciata di sconfinamenti francesi a danno della Tripolitania o di atti tendenti a preparare ingrandimento a pregiudizio di quella provincia ottomana, non ho mancato di parlarne al Foreign Office ed anche lasciare memoria dei nomi delle località segnalate. Ho reso conto a V. E. di quelle comunicazioni e dell'accoglienza fatta alle medesime. Non era forse ancora pervenuto a V. E. il mio telegramma d'ieri 8 pom. allorchè Ella ha telegrafato [pg!39] circa pretesa confessata da Ribot a Menabrea in abboccamento del 31 luglio. Dalle cose dettemi da Salisbury circa l'hinterland tripolitano risulta che accordo stabilito lascia che Francia arrivi toccare soltanto riva occidentale lago Tciad. Sua Signoria mi ha detto espressamente che tutti i diritti del Sultano erano stati salvaguardati. La trattativa non essendo ancora stata chiusa ieri nel pomeriggio e Salisbury essendosi trasferito in campagna per tre giorni, gli scrivo oggi stesso un privato biglietto per avvisarlo che pretese Ribot tendono mettere in mano della Francia strade carovane del Sudan, che, in circostanze date, possono essere importantissime e utili allo Stato che possiede l'Algeria e la Tunisia, anche per operare nascostamente sovra altre parti di Africa. Sua Signoria comprenderà certo l'allusione all'alto Egitto e se un impegno positivo non è già stato preso, sono persuaso che porterà la sua attenzione più scrupolosa ad evitare che le strade suddette passino alla Francia.»
Naturalmente, le nuove preoccupazioni del governo italiano erano partecipate a Costantinopoli, come le precedenti. In ottobre la Sublime Porta finalmente si decise a intervenire nella questione e diresse la seguente Nota ai suoi ambasciatori a Parigi e a Londra:
«Octobre 1890.
Sublime Porte à ses réprésentants
à Paris et à Londres.
Votre Excellence sait qu'en signant le 5 Août dernier les arrangements intervenus entre eux au sujet de l'Afrique, le Gouvernement Britannique et le Gouvernement Français ont échangé des notes pour constater leur parfait accord de respecter scrupuleusement les droits appartenant à S. M. I. le Sultan au sud des provinces de ses possessions Tripolitaines.
Cependant, afin de prévenir toute équivoque le Gouvernement Imperial croit devoir déclarer que dans la partie méridionale de la Tripolitaine du côté du Grand Sahara en dehors des districts de Gadames, de Gah (Rhah) d'Argar (Asdser), Touareg, de Mourzouk (chef lieu du Tsezzan), de Ghatroun, de Tidjerri et de leurs [pg!40] dépendances qui sont tous administrés par les Autorités Impériales, les droits de l'Empire doivent d'après les anciens titres et la doctrine même du Hinterland s'étendre sous les territoires compris dans la zone determinée ci-après. La ligne de cette zone partant des environs de la frontière méridionale de la Tunisie du point connu sous le nom de Bin Turki au N. E. de Berresok, descend vers Bornou en passant à l'O. de Gadames et d'Argar, Touareg et en comprenant les oasis de Djebado et d'Agram. Elle passe ensuite entre les limites de Sokoto et de Bornou pour aboutir à la frontière septentrionale de Cameroun, et suit de là vers l'Est la ligne du partage des eaux entre le bassin du Congo et celui de Tchad de façon à englober le territoire de Bornou, Baghirmi, Ouadaï, Kanem, Ouanianga, Borkou et Tibesti, laissant ainsi en notre possession la grande route des caravanes qui va de Morzouk à Kouka par les oasis du Yat de Kaouar et d'Agadem.
V. E. verrà par le tracé de la ligne décrite ci-dessus que la localité de Barrowa sur le lac Tchad reste dans la sphère d'action du Gouvernement Imperial.
Les raisons qui militent en faveur de notre point de vue consistent dans le fait que la route des caravanes de Mourzouk à Kouka devant nécessairement rester à l'Empire, on ne peut laisser en d'autres mains la susdite localité de Barrowa qui se trouve précisément sur la même route des caravanes et non loin de Kouka.
Il est vrai que l'art. 2 de la déclaration franco-anglaise du 5 août semble comprendre Barrowa (sur le lac Tchad) dans la zone d'influence de la France, mais outre la double considération que cette localité n'a pas, que nous sachions, appartenu jusqu'ici à une puissance quelconque et que géographiquement même, ainsi que d'après la doctrine du Hinterland, au lieu de faire partie de la zone française elle revient à celle de l'Empire pour les raisons plus haut exposées; il y a lieu de ne pas perdre de vue que le texte même de l'article sus visé porte dans son second alinéa que la ligne doit être tracée de façon à comprendre dans la zone d'action de la Cie du Niger tout ce qui appartient équitablement au royaume de Sokoto. Or comme le tracé contourne Sokoto sans y toucher et englobe seulement Bornou, et comme d'autre part Bornou est bien en deçà de Sokoto, nous sommes [pg!41] en droit de croire que le tracé ne pourra pas donner lieu à une objection fondée.
Je prie V. E. de vouloir bien notifier par écrit ce qui précède au gouvernement près duquel Elle est accréditée afin que lors de la délimitation de la ligne à determiner suivant l'art. 2 susmentionné, il ne soit point empiété sur notre zone d'influence et tenir mon département au courant des phases futures de cette question et du résultat de ses démarches.
Said.»
Sublime Porte à ses réprésentants
à Paris et à Londres.
Lo zelo dell'Italia nella difesa dell'integrità della Tripolitania era appreso a Costantinopoli con diffidenza, e a tener viva questa diffidenza contribuivano gli agenti e i giornali francesi, i quali per stornare l'attenzione del governo turco dall'azione costante della Francia, parlavano continuamente delle mire italiane. Il 14 agosto il Sultano faceva telegrafare a Zia bey, ambasciatore turco a Roma:
«Un dispaccio privato annunzia che l'Italia preparerebbe una spedizione militare. Benchè questa notizia ci sembri inverosimile prego informarci.»
Zia bey rispondeva subito non esservi in Italia indizio alcuno di una spedizione militare in preparazione.
In novembre, i giornali francesi stamparono che nei colloqui tenuti a Milano tra Crispi e Caprivi, si erano presi accordi in vista di un'occupazione italiana di Tripoli. Ma l'ambasciatore turco a Berlino, invitato ad assumere informazioni in proposito, telegrafava:
«J'ai eu une entrevue avec le baron Marschall. S. E. m'a dit que le Chancelier avait rapporté la meilleure impression de son entrevue avec Monsieur Crispi. Il a ajouté à ce propos que la Sublime Porte était eclairée pour n'attacher aucune importance aux versions mensongères relatives à la Tripolitaine. Le nom même de cette province de l'empire ottoman n'ayant pas été prononcé dans l'entrevue.»
Ma il sospetto era sempre vigilante. Il 15 dicembre Zia bey telegrafava al proprio governo: [pg!42]
«Osman bey addetto militare ha saputo da fonte sicura che il colonnello Ponza di San Martino è partito per la Tunisia e per Tripoli allo scopo di constatare segretamente il preteso incontro delle truppe imperiali colle truppe francesi e di indagare quali siano i mezzi di difesa di cui la Turchia dispone nella Tripolitania. Avendo io smentito la voce sparsa su quest'incontro tanto nella stampa, quanto nelle mie conversazioni con S. E. Crispi, credo piuttosto che si tratti di constatare se abbia fondamento la notizia delle usurpazioni della Francia avanzate da S. E. Crispi in base al rapporto del Console di Italia che avrebbe particolarmente studiato l'hinterland della Tunisia.»
Constatato il pericolo della usurpazione francese dell'hinterland tripolitano per la situazione creata dall'accordo 5 agosto 1890, si pensò dal governo italiano al modo di portarvi rimedio. E il modo si era trovato, come appare dalla memoria che trascriviamo e che porta la data del 19 gennaio 1891. Ma pochi giorni dopo, il 31 gennaio, avveniva la crisi ministeriale che allontanava Crispi dal potere, e i suoi successori abbandonarono la questione:
«A ricercare il modo col quale portare rimedio alla situazione, occorre prendere in esame l'accordo anglo-francese del 5 agosto 1890, che solo ha dato origine alla stessa, sia con quanto ha stabilito, sia, e più ancora, con ciò che ha ommesso di stabilire.
Infatti, con quell'accordo fu concesso alla Francia di arrivare sino a Borruva sul lago Tciad, e quindi assai più a levante di quanto un'imparziale applicazione della teoria dello hinterland le avrebbe assegnato. D'altra parte, nel medesimo accordo venne ommesso di determinare il limite orientale della zona d'influenza francese, lasciando così aperto il campo ad arbitrarie interpretazioni ed alle conseguenti usurpazioni nell'avvenire.
Che l'estensione della zona d'influenza francese sino al Tciad oltrepassi la misura che l'equa applicazione della novella teoria indicherebbe, riesce evidente a chiunque esamini una carta del continente africano colle recenti frontiere politiche. Salvo il caso della presenza di fiumi, il cui corso possa venire di preferenza seguito, [pg!43] per regola la delimitazione dello hinterland fra due potenze vicine si fa per mezzo di una linea normale all'andamento generale della costa.
Se pertanto si prolunghi l'attuale confine fra la Tunisia e la Tripolitania (sia pure quello voluto dalla Francia) e che è appunto nel suo generale andamento normale alla costa, si vedrà come la nuova linea dovrebbe correre in direzione di sud-ovest o quanto meno di sud-sud-ovest, in guisa da lasciare allo hinterland della Tripolitania un'immensa distesa di Sahara oggi assegnata alla Francia.
Senonchè, una tale spartizione, quantunque fatta in base alla regola generale rispettivamente alla costa da Tripoli a Gabes, non sarebbe equa per riguardo al littorale algerino; e neppure lo sarebbe sotto un punto di vista più complesso, imperocchè trattandosi d'una sterminata regione nella quale pochissimi sono gli obbiettivi, questi più che la superficie del territorio debbono essere equamente divisi fra i contendenti. Giustizia pertanto avrebbe richiesto che la linea di divisione si fosse fatta scendere direttamente a sud, per meridiano, in guisa da consentire alla Francia di raggiungere la frontiera del Sokoto dal Niger insino all'incontro del Bornu, e alla Tripolitania quella del Bornu e il lago Tciad.
Invece, l'accordo del 5 agosto ha fatto avanzare la Francia assai di più verso levante, per modo da confinare essa sola col Bornu, escludendone la Tripolitania che vi aveva diritto e per ragioni geografiche in base alla nuova giurisprudenza dello hinterland, siccome fu testè dimostrato, e per ragioni di dominio commerciale, dappoichè è da Ghadames e da Tripoli che si esercita da secoli il traffico col Bornu, così da poter dire che la Tripolitania ne ha di fatto il monopolio. Inoltre, l'accordo del 5 agosto ha portato la Francia a quel lago Tciad che si trovava intero nello hinterland del possedimento turco. Nè è da passare sotto silenzio che l'avere acconsentito alla Francia di giungere al lago, significò l'aggiudicazione alla stessa di un triangolo della superficie di 200 000 miglia geografiche quadrate a levante del meridiano che avrebbe dovuto segnare il limite; tutto territorio che non è quindi situato au sud des possessions méditerranéennes, come dice la lettera dell'accordo, ma bensì au sud-est. [pg!44]
Oggi poi, come se la porzione toccata alla Francia nel modo così poco equo ora veduto, non bastasse, si va per mezzo di carte, di articoli, di conferenze, infiltrando nel pubblico la convinzione che la zona d'influenza francese s'estende a mezzodì della Tripolitania, tanto da comprendere gran parte della carovaniera che da Tripoli per Murzuk va al Tciad, l'oasi di Bilma e gran parte della sponda settentrionale del lago. Le carte del Temps e del Petit Journal del dicembre scorso lo dicono chiaro, alla breve distanza di cinque mesi dalla data dell'accordo. E lo possono dire, e il pubblico può crederlo, dacchè nell'accordo non venne determinato il limite orientale della zona d'influenza francese se non nei due punti estremi, uno dei quali non esplicitamente indicato, lasciando, come s'è detto sin dal principio, aperto il campo vastissimo a svariate interpretazioni, che non possono non condurre ad ulteriori arbitrarie occupazioni.
Nè vale il dire che la dichiarazione del signor Waddington a lord Salisbury in data 6 agosto precisi l'incerto confine col garantire i diritti del Sultano, dappoichè il ministro degli affari esteri semplicemente dichiara salvaguardati «les droits qui peuvent appartenir à S. M. I. le Sultan dans les régions situées sur la frontière sud de ses provinces tripolitaines»; il che non implica affatto che sieno guarentiti quei diritti sulle regioni che costituiscono l'hinterland del possedimento turco, le quali avrebbero dovuto in tal caso venire indicate con frase ben diversa nella sostanza, quantunque poco dissimile nella forma, e cioè «les régions situées au sud de la frontière méridionale de ses provinces tripolitaines».
Con una siffatta dizione si sarebbe esclusa la Francia da qualsiasi usurpazione al sud della Tripolitania, incominciando da Ghadames, mentre colla dizione contenuta nel documento diplomatico citato, nulla si garantisce, salvo ciò che sta sulla frontiera tripolina; il che può anche limitarsi a significare quanto sta entro il territorio turco lungo la frontiera.
Non sarà egli possibile trovare oggi un rimedio alla situazione creata dall'incompleto accordo del 5 agosto, situazione esiziale (siccome venne dimostrato nella precedente Memoria I) all'Italia, all'Inghilterra ed alle potenze [pg!45] centrali cui interessa il mantenimento dell'equilibrio nel Mediterraneo?
Il rimedio si presenta facile, poichè non si tratta di rinvenire sul già fatto, ma soltanto di chiarirlo e delinearlo; d'altra parte non si chiede alla Francia se non la sanzione precisata di ciò che essa per bocca del suo ministro degli affari esteri reiteratamente dichiarò d'intendere quale lo s'intende da noi. Null'altro pertanto si vuole all'infuori di una dichiarazione supplementare del ministro francese, nella quale venga specificata quella del 6 agosto, col designare nettamente quel limite orientale della zona d'influenza francese che fu ommesso nell'accordo del 5.
Basterebbe a tale effetto che si dichiarasse come il limite orientale di quella zona, indicato soltanto ed anche imperfettamente nei suoi punti estremi, sia determinato secondo una linea che partendo dal confine tripolo-tunisino a ponente dell'oasi di Ghadames, corra direttamente a rasentare, pure a ponente, l'oasi di Ghat, donde con altra linea retta raggiunga Borruva sul lago Tciad.
Non si saprebbe invero come impugnare l'equità di una tale delimitazione, dacchè nell'accordo 5 agosto sta scritto: «la zone d'influence de la France au sud de ses possessions méditerranéennes». Ora, come il punto estremo orientale di tali possessi entro terra si ritrova (pure ammettendo il confine delle carte del «service géographique de l'armée») sul lembo occidentale dell'oasi di Ghadames, così gli è da quel punto che devesi condurre la linea a Borruva, designato esplicitamente nell'accordo; la quale linea dovrà essere retta se nel suo andamento non risultasse intaccare l'oasi di Ghat, possedimento turco; sarà invece spezzata, se al giungere a quest'oasi la posizione geografica della medesima lo richiedesse.
Con una tale precisa delimitazione s'impedirebbe qualsiasi arbitraria interpretazione sin d'oggi; si garantirebbero effettivamente i diritti del Sultano a sud dei suoi possedimenti; s'arresterebbe qualunque velleità d'avanzata a levante per parte della Francia, la quale del resto non avrebbe a lagnarsi di questo assetto definitivo che è in massima quello acconsentito coll'accordo del 5 agosto, col quale, è d'uopo ripeterlo, il governo della repubblica [pg!46] ha ottenuto ai danni della Tripolitania assai di più di quanto l'equa applicazione della novella teoria dell'hinterland le avrebbe assegnato.»
In quali termini la questione fosse trattata a Parigi, risulta da due telegrammi del generale Menabrea:
«Parigi, 3 gennaio 1891,
Signor Ministro,
Il colloquio che io ebbi col Sig. Ribot in occasione del suo ultimo ricevimento ebdomadario del 30 dicembre prossimo passato, fu alquanto animato per non dire vivissimo. Al primo momento egli con parole concitate mi accennò la polemica aperta sulla questione Tripolitana ed in cui si attribuisce alla Francia l'intenzione d'occupare quella Reggenza, accusa questa sostenuta dai nostri giornali qualificati di ufficiali e supposti ispirati da codesto Ministero. Secondo il suo dire l'Eccellenza Vostra avrebbe denunziato quelle intenzioni della Francia ad altre potenze e fra queste all'Inghilterra, come risulterebbe da rapporti che gli pervengono. Il signor Ribot chiudeva la sua arringa col pregare Vostra Eccellenza di smettere la continuazione di una tale accusa che potrebbe suscitare interpellanze in Parlamento e dare luogo a spiacevoli incidenti.
Ascoltai con molta calma il discorso appassionato del signor Ribot, il quale protestava contro le mire che si supponevano alla Francia di assorbire anche la Tripolitania, mentre essa non pensava che a valersi delle vie aperte colla recente convenzione Anglo-francese relativa all'Hinterland nel Soudan per volgere una parte del commercio di quella regione verso la Tunisia dove le si stanno creando nuove facilitazioni.
Prendendo a mia volta la parola, dissi al signor Ribot che potremmo con ben maggiore ragione rivolgere a lui o per meglio dire al suo Ministero i rimproveri che egli mi esprimeva sul nostro contegno verso la Francia riguardo alla questione Tripolitana, poichè non v'è giorno in cui l'Italia ed il suo primo Ministro non siano svillaneggiati dai giornali francesi che hanno note aderenze col Ministero degli Affari Esteri e ci attribuiscono in modo persistente l'intenzione di occupare Tripoli, benchè si debba sapere che ciò non è vero: eppure siamo [pg!47] informati che un ammiraglio francese, il Duperré, recatosi non ha guari a Costantinopoli, ebbe dal Sultano una udienza in cui cercò di mettere quel Sovrano in grave sospetto contro di noi, a proposito di Tripoli. Soggiunsi che io ignoravo quali comunicazioni Vostra Eccellenza potesse aver fatte ad altre Potenze riguardo a quella Reggenza, ma che se ciò per avventura ebbe luogo eravamo nel nostro diritto di portare la loro attenzione sopra una tale questione che non ci può essere indifferente, come non lo deve essere a qualsiasi Potenza che abbia interessi nel Mediterraneo ed alla quale importi che l'equilibrio in quel mare non sia turbato a benefizio di qualche potenza invadente. All'Italia poi più che ad ogni altro importa quella questione, e la Francia deve assuefarsi a riconoscere che l'Italia costituisce oramai una nazione di trentadue milioni di abitanti, con duecentomila veri marinai inscritti, con uno sviluppo di seimila e più chilometri di litorale Mediterraneo. Percui, benchè non aspiri alla Tripolitania, è però naturale che essa possa inquietarsi di una Potenza vicina solita a chiamare il Mediterraneo lago francese, e che sotto un futile pretesto s'impossessò se non di nome, almeno di fatto della Tunisia, la quale ogni giorno è maggiormente assorbita dalla Francia, al punto che, sotto pretesto di protettorato, il Bey ha perduto ogni libertà d'azione sino a quella di scrivere e spedire una lettera senza l'autorizzazione del Residente Francese.
Bisogna adunque aspettarsi a che se alcuno tentasse di attribuirsi la Tripolitania, incontrerebbe un serio ostacolo nella resistenza delle alte Potenze interessate. Io dichiaravo che con ciò non intendevo giustificare il linguaggio dei giornali, ma nello stesso modo che non abbiamo mai pensato a fare il signor Ribot mallevadore di tutte le sciocchezze e di tutte le falsità di cui sono ripieni i giornali francesi che si pretendono organi ufficiosi del suo Ministero, fra i quali primeggia il Siècle diretto da un antico funzionario di questo Ministero degli Affari Esteri, che figura tuttora nell'annuario diplomatico di Francia, riteniamo che sia cosa ingiusta lo attribuire alle ispirazioni di Vostra Eccellenza le elucubrazioni dei nostri giornali sulla Francia.
Soggiunsi poi che in Francia si ha una falsa idea della posizione politica di Vostra Eccellenza. La si considera [pg!48] come il rappresentante di una fazione, mentre il risultato delle elezioni dimostra che Ella è l'espressione del pensiero dell'opinione generale del Paese. Infatti Ella, nata in Sicilia, nell'estrema Italia del mezzodì, trovò il suo più serio trionfo nell'estremo nord, in Torino, capitale di quel Piemonte che rinunziava volontariamente alla sua preponderanza in favore della unità d'Italia. Vostra Eccellenza dopo di aver combattuto con Garibaldi e sofferto l'esiglio, si associava al gran Condottiero nel salutare la Monarchia di Casa Savoia come quella che doveva sancire e mantenere l'indipendenza e l'unità d'Italia. Il coraggio politico e civile dimostrato da Vostra Eccellenza provano ch'Ella ebbe sempre quel doppio scopo di mira tanto col mantenere le nostre alleanze, che col ricondurre ad un sistema uniforme le varie amministrazioni, avanzo di quelle degli antichi Stati in cui la Nazione era divisa, e col fare sparire i molti abusi che deturpavano alcune di esse.
Conchiusi questa digressione col dire che conveniva lasciare ai giornalisti la responsabilità del loro dire senza farlo risalire ai capi del Governo, che talvolta sono vittime delle indiscrezioni dei proprii dipendenti.
Sul finire della conversazione il signor Ribot mi parlò della delimitazione dei nostri territori rispettivi presso Assab e Obock; io risposi che dipendeva da lui di riprendere i negoziati accettando le basi stabilite dall'Eccellenza Vostra e dalle quali Ella non poteva recedere. Soggiunsi che questo suo Ministero coll'opporre a quelle condizioni trattati antiquati e colpiti da prescrizione e contratti più recenti passati con Sultanetti vassalli del Negus, sembrava volere ripetere le gherminelle ideate per Massaua.
Ciò bastava per una volta specialmente ora che in quelle regioni un Sovrano effettivo costituito aveva accettato la nostra alleanza protettrice; e conchiusi che con un poco di arrendevolezza per parte della Francia quella quistione sarebbe stata sciolta.
In questa lunga discussione parlai con molta fermezza e precisione, senza però mai uscire dai limiti di una somma cortesia. Percui il colloquio ebbe fine con pacatezza e con una reciproca stretta di mano.
Il R. Ambasciatore
Menabrea.»
Signor Ministro,
[pg!49]
«Parigi, 13 Gennaio 1891.
Signor Ministro,
In seguito al mio colloquio col signor Ribot del quale resi conto a codesto Ministero col mio rapporto del 3 corrente N. 24-7 portai particolarmente la mia attenzione sulla carta d'Africa testè pubblicata dal giornale il Temps la quale fa oggetto del pregiato dispaccio di V. E, in margine citato. Osservai come la delimitazione dell'Interland tra l'influenza rispettiva di Francia e d'Inghilterra sulle regioni costituenti il Sudan al nord dell'Algeria e della Tunisia da una parte e della Tripolitania dall'altra, non corrisponde esattamente a quella fissata dall'accordo anglo-francese del 5 agosto u. s. Infatti la linea di delimitazione toccava un punto solo del littorale occidentale del lago Tchad a Borruva dove la sponda tende a volgere a settentrione, mentre la carta estende a tutto il littorale settentrionale del lago la tinta rossiccia alquanto allargata, che sembra volere indicare l'estensione della influenza francese. Quella medesima tinta rossiccia si estende anche sulle oasi Rath e Chadames le quali posizioni appartengono alla regione Tripolitana. Questa incertezza di delimitazione è fatta per eccitare o per lo meno per segnare una direzione agli appetiti di protettorato che invadono facilmente l'opinione francese la quale, non contenta dei varii territorii sui quali la Francia estende la sua autorità più o meno solida e incontestata, ambisce ad ampliare il dominio nel nord dell'Africa e si prepara ad allestire imprese per volgere il commercio assai importante del Sudan verso la Tunisia. Così alcuni portano già le loro mire sul lago Tchad che considerano come il gran porto interno di quella regione. Queste tendenze mi spiegano il linguaggio tenutomi dal signor Ribot in occasione del suo ricevimento ebdomadario del 30 Dicembre u. s. (vedi mio rapporto suaccennato). Respingendo l'accusa fatta dalla stampa alla Francia di voler invadere la Tripolitania, egli confessava però che mentre negava tale proponimento, la Francia tuttavia intendeva trarre il miglior partito possibile dalla regione lasciata nel Sudan all'influenza francese per condurre il commercio Sudanese verso l'Algeria e la Tunisia. [pg!50]
Ciò essendo, le due oasi precitate di Rath e Chadames sono i punti principali di sosta delle carovane: Chadames sopratutto si può considerare come il punto strategico commerciale che domina le due vie principali dirette l'una verso Tunisi e l'altra verso Tripoli. Se si vuole evitare che questa ultima Reggenza non cada tosto sotto il protettorato francese e che, in seguito, Tunisi non sia definitivamente annesso all'Algeria, è necessario che le due anzidette oasi e specialmente Chadames non vengano in mano dei Francesi. I pretesti per occupare Chadames non mancherebbero certamente: tutti i Krumiri non sono ancora spariti; per evitare che risorgano e porgano un'occasione alla Francia di impossessarsi delle sovradette oasi occorrerebbe che fossero custodite con truppe mandatevi dal Sultano; una piccola guarnigione sarebbe sufficiente; la vista della bandiera ottomana basterebbe a frenare le velleità che si suppongono nei francesi. La forza turca però dovrebbe essere sufficiente per resistere a qualche attacco dei mahdisti.
L'Inghilterra più d'ogni altra, poscia l'Italia, hanno interesse grandissimo a che il commercio sudanese non diventi il monopolio di una Potenza che già possiede una parte estesissima del littorale africano del Mediterraneo; epperciò mi pare che l'Inghilterra specialmente ed anche l'Italia dovrebbero concorrere in qualche modo alla occupazione sovraccennata delle truppe turche, sussidiando, ove d'uopo, il Governo ottomano per il loro mantenimento. Il concorso così prestato dall'Italia avrebbe per risultato di dissipare i sospetti che si cercò di suscitare presso il Sultano circa le nostre aspirazioni Tripolitane, e di acquistare maggior influenza nell'Asia minore per contrastare la guerra che vi è fatta alla nostra lingua, ai nostri stabilimenti, al nostro commercio dalla ostile concorrenza francese.
Se al contrario si lascia che le oasi di Rath e principalmente di Chadames rimangano esposte in balia della Francia, dovremmo fin d'ora pensare a non lasciarci cogliere all'improvviso come avvenne per la Tunisia e prepararci ad opporci con tutti i mezzi a che la Francia estenda il suo dominio anche sulla Tripolitania, il che sarebbe forse Finis Italiae, almeno come Potenza marittima di primo ordine.
Dò fine a questo rapporto col conchiudere che mi [pg!51] pare esser necessario che il R. Governo si concerti coll'Inghilterra circa le eventualità sovraccennate e nel caso che questa vi si voglia disinteressare, l'Italia potrebbe passare oltre ed intrattenersi direttamente della quistione col Governo turco.
Il R. Ambasciatore
L. F. Menabrea.
P.S. La soluzione precedentemente indicata rispetto alla oasi di Chadames si può dire soluzione pacifica; però si potrebbe pensare ad un'altra più radicale come sarebbe quella dell'occupazione della Tripolitania per parte dell'Italia che, a difetto della Turchia, è la potenza più indicata per prendere quella Reggenza sotto il suo protettorato. Ma una tale soluzione potrebbe dare luogo a conflitti armati, sull'opportunità e le conseguenze dei quali io non sono chiamato a pronunciarmi.
L. F. M.»
Signor Ministro,
Il gabinetto di Berlino, tenuto al corrente delle mene francesi, appoggiava a Parigi e a Londra l'azione italiana. Il seguente telegramma è del 21 gennaio:
«Berlino, 21 gennaio 1891.
In questi ultimi giorni, al suo passaggio per Berlino, vennero confermate al Conte di Münster istruzioni d'intrattenersi col Ministro degli affari esteri francese sopra la Tripolitania e sue frontiere verso la Tunisia. Ambasciatore di Germania telegrafò iersera che il Ribot avevagli categoricamente dichiarato che le apprensioni italiane su Tripoli sono affatto senza fondamento e che le notizie sparse in proposito sono false. Francia non mosse neppure un soldato in quella direzione e non pensa tagliare strada delle carovane traverso Sahara. Ministro aggiunse esser vero che le frontiere tra Tunisia e la Tripolitania sono mal tracciate; ma a scopo di evitare ogni contestazione non volere che le frontiere fossero meglio fissate. Egli non intende in nessun modo creare difficoltà all'Italia; se lo volesse, ben lungi sceglierebbe come oggetto di litigio, nè Tripoli, nè attinente deserto, ma troverebbe terreno più propizio in [pg!52] Abissinia. Egli stesso, allo scopo di calmare certe preoccupazioni in Italia, aveva provocato alla Camera una interpellanza alla quale risponderà domani. Quantunque Conte di Münster avesse ordine di parlare anche di Biserta, suo telegramma non ne fa cenno: forse egli avrà stimato migliore partito tacere in presenza delle dichiarazioni ricevute, qualunque possa esserne il valore, o di rinviare ad altro colloquio questione di Biserta. Intanto Segretario di Stato stima che ha importanza il fatto solo che il governo della repubblica deve dedurre dalle spiegazioni chieste dalla diplomazia tedesca come Germania invigila politica francese verso il Mediterraneo; d'altronde schiarimenti che Ribot darà domani alla Camera dei Deputati nel senso qui sopra indicato, costituiranno sino ad un certo punto impegno della Francia. Al Conte Hatzfeld furono pur confermate istruzioni di conversare sull'argomento con Lord Salisbury che segue con vivo interesse mosse della Francia in quelle regioni, ma non crede giunto il momento di accentuare il suo contegno.
Per ciò occorrerebbe appoggio opinione pubblica, che si commuoverebbe soltanto se si producessero fatti più palesi sulle intenzioni francesi.
Launay.»
Il 22 gennaio alla Camera francese si parlò della Tripolitania. Interrogante era il signor Pichon — divenuto dipoi ministro degli affari esteri — «Sulle voci sparse da giornali italiani, anche ufficiosi, relative a mire della Francia sulla Tripolitania». Il Pichon — avvertiva in un primo telegramma il Menabrea — «esprimendosi in termini assai simpatici verso l'Italia, sorriso della civiltà latina,[7] disse desiderare che i sentimenti della Francia verso l'Italia siano palesi, dissipandosi le insinuazioni ostili il cui solo movente era, a suo avviso, di rendere popolare in Italia la triplice alleanza». Rispose il Ribot «brevemente riferendosi alle precedenti sue dichiarazioni sulla cordialità dei rapporti tra la Francia e la Turchia, ed aggiunse [pg!53] che il governo non doveva preoccuparsi della campagna mossa dalla stampa italiana, tantoppiù dopo le esplicite assicurazioni fatte dall'E. V. nel suo discorso di Firenze. L'atteggiamento della Camera durante la discussione fu piuttosto favorevole».
Ma il generale Menabrea, che forse non aveva assistito alla seduta, leggendo il testo ufficiale delle parole pronunziate dai due oratori, le giudicò diversamente in successivi telegrammi:
«Parigi, 23 gennaio 1891.
Si vede chiaramente che la scena parlamentare di ieri tra Ribot e Pichon venne concertata, perchè quest'ultimo non fece che ripetere i discorsi più volte fattimi da Ribot.
Il Journal des Débats di questa mattina consacra a quella discussione un lungo articolo la cui origine ministeriale è manifesta.
Siccome queste aspirazioni della Francia su Tripoli hanno incontrato una marcata opposizione presso le grandi potenze, si cerca, mediante una risposta ironica, di dare il cambio all'opinione pubblica sulle intenzioni di questo Governo per ora paralizzate. Ma la gente di buon senso non si lascierà cogliere da tali discorsi. Basti rammentare il modo di procedere della Francia colla Tunisia. Finora non ha ancora trovato i Krumiri per la Tripolitania e così questo Governo vuole dissimulare la sua delusione scherzando contro l'Italia.
Non conosco ancora telegramma Stefani cui allude V. E.»
«Parigi, 23 gennaio 1891.
(Riservato). Ecco secondo il testo ufficiale il solo periodo mordace del brevissimo discorso di Ribot: «Quant à cette campagne, dont vous a parlé tout à l'heure monsieur Pichon, quant à tous ces articles de journaux dont la fréquence et la similitude peuvent en effet attirer l'attention, c'est peut-être leur faire beaucoup d'honneur que de s'en occuper ici. Ce n'est pas le Gouvernement français qui doit se plaindre de ces articles; c'est, il me semble, le Gouvernement italien, car, dans un discours, que vous n'avez pas oublié, l'honorable monsieur Crispi a déclaré qu'il tenait à l'amitié de la France».
L'ironia era più spiegata nel discorso Pichon che perfino in una frase di calde proteste di amicizia, chiamando [pg!54] l'Italia il più simpatico sorriso della civiltà latina, sembrò rinviare a V. E. il complimento di Firenze.»
L'on. Crispi il 22 stesso, ricevendo dall'Agenzia Stefani il resoconto telegrafico della interpellanza Pichon e della risposta del ministro Ribot, aveva notato l'ironia che contenevano e se ne era lagnato come di una sconvenienza col Menabrea. Il 26 telegrafava a quest'ultimo:
«(Personale). Ieri al ricevimento ebdomadario venne da me il Signor Billot. Dopo parlato di vari argomenti, egli cominciò insistere nel voler conoscere la mia opinione sulla interrogazione del signor Pichon. Avendolo io più volte pregato di non toccare quello increscevole tema ed egli seguitando a parlarne gli dissi: «Vous français vous aimez faire de l'esprit et monsieur Pichon en a fait parlant de l'Italie, comme monsieur Ribot en parlant de moi». Allora l'ambasciatore tentò scusare il suo Ministro osservando che forse non conoscevo testualmente le parole da lui pronunciate. Risposi e gli mostrai che ne avevo il testo ufficiale sotto gli occhi e lo pregai nuovamente di cambiar discorso. Non aderendo egli a questo mio desiderio dissi: «Eh bien, comme homme je me sens supérieur à votre monsieur Ribot, parce que j'ai fait pour la cause de la liberté, ce qu'il n'a fait jamais; comme ministre je suis son égal et par conséquent j'ai droit à son respect». E avendo il signor Billot esclamato: «c'est de la susceptibilité italienne» replicai: «non, c'est l'effet de l'attitude de vous français, d'autant plus que l'interpellation avait été combinée entre monsieur Pichon et monsieur Ribot. Or je comprends que dans une improvisation un ministre puisse sortir de la juste mesure. Je ne comprends pas que cela arrive lorsque le discours a été preparé d'avance».
Il signor Billot non seppe che rispondere ed io allora per mutare argomento gli chiesi del signor Desmarest, e di altro; così la conversazione procedette e finì amichevolmente come al solito.
Di quanto precede ho voluto informare Vostra Eccellenza per sua norma personale, non già perchè Ella prenda occasione d'intrattenerne il signor Ribot.
Crispi.»
[pg!55]
Gl'incidenti di frontiera, come le esplorazioni militari nell'hinterland tripolitano, continuarono negli anni seguenti. Le autorità turche o lasciavano indisturbati i francesi o fiaccamente mostravano di ostacolarli. Al principio del 1894, quando Crispi riassunse il governo, la Francia aveva allargato il suo già vastissimo dominio africano a danno della Tripolitania, e continuava a sopraffare le timide resistenze della Turchia, con silenziosa pertinacia, impedendo ai viaggiatori di altre nazioni europee d'inoltrarsi verso il sud[8] affinchè mancasse ogni accertamento delle voci, che pur correvano a Tripoli, di nuove usurpazioni, in aprile di Kuka, in giugno delle oasi di Gadames e di Ghat, più tardi di Zuara e della baia di El Biban, oltre la quale avevano portato il confine sul litorale.
Rinnovando proteste ed esortazioni ad agire diplomaticamente per impedire che l'equilibrio del Mediterraneo fosse ulteriormente turbato, Crispi trovò indifferente l'Inghilterra e tepide la Germania e l'Austria. Il 4 aprile, l'ambasciatore Tornielli telegrafava:
«Lord Kimberley non ha ancora ricevuto avviso della occupazione di Kuka, ma non mette dubbio che i francesi sieno in cammino per raggiungere il Bar-el-Ghazal. Gli domandai se a suo avviso la Turchia non avesse nulla a dire in proposito, e rimase silenzioso. Credo che malgrado che qui si continui a credere che Francia non potrà tenere un paese così vasto, tuttavia la marcia verso il Sudan egiziano inquieta Governo.»
E da Costantinopoli avvertiva l'ambasciatore Collobiano:
«La Sublime Porta sembra non dimostri interesse per la questione dell'hinterland tripolino dopo insuccessi delle pratiche fatte nel 1890.»
L'attività e la fermezza della Francia nell'estendere i confini del suo impero africano erano davvero sorprendenti. Grande era lo slancio dei suoi ufficiali e funzionari coloniali, i quali [pg!56] avrebbero voluto inalberare il vessillo francese su tutta l'Africa; ma anche il governo di Parigi nel suo spirito d'intraprendenza non vedeva ostacoli. Il 4 febbraio 1894 fu stipulato un accordo tra la Francia e la Germania per la delimitazione dei rispettivi territorii del Camerun e del Congo, la quale partiva dalla intersezione del parallelo della foce del fiume Campo col 15º meridiano Est Greenwich e seguiva una linea spezzata i cui lati principali erano il 13º longit. E. Greenwich, il 10º lat. N. e il thalweg dello Sciarì, sino al lago Tciad.
La Francia riuscì con quell'accordo a congiungere i suoi possedimenti del Congo coll'hinterland riconosciutole dall'Inghilterra nel 1890 e che s'estendeva dall'Algeria e dalla Tunisia al lago Tciad. Praticamente le sponde di quel lago, dalla foce dello Sciarì girando a destra fino a Barruva (limite anglo-francese), divennero francesi; e verso oriente la Francia non aveva altri impedimenti alla sua espansione che quelli che potessero esserle suscitati dall'Inghilterra il giorno in cui volesse penetrare nel bacino del Nilo.[9] Parve allora che tutto l'hinterland tripolino cadesse in balìa della Francia, e sebbene nell'accordo del 1890 l'Inghilterra riservasse i diritti della Porta, si prevedeva che la Turchia non avrebbe sollevato resistenze, e neppure l'Inghilterra, allorquando la Francia, impadronitasi del Wadai e del Baghirmi, si fosse avanzata verso la frontiera tripolina meridionale.
Per dare un'idea dell'attività usurpatrice della Francia riferiamo [pg!57] due memorie che in giugno 1894 e in giugno 1895 l'Ufficio Coloniale del Ministero degli Affari Esteri faceva a Crispi:
«Con rapporto 2 corrente il regio console generale a Tripoli riferisce intorno ad una corrispondenza comparsa sul giornale francese La Dépêche Tunisienne del 26 maggio, nella quale, sulle traccie di un articolo del Journal des Débats, si raccomanda la prossima occupazione delle oasi di Ghadames e di Ghat da parte della Francia. Con altro rapporto del 3 corrente il cav. Grande dice d'averne parlato al governatore di Tripoli, il quale non dubita punto che i francesi mirino ad impadronirsi di quei due villaggi e che presto o tardi vi riescano.
Le oasi di Ghadames e di Ghat si trovano sulla carovaniera che parte da Tripoli, e biforcandosi a Ghat, conduce per Agades al Sokoto, oppure per Bilma al lago Tciad. La ricchezza della Tripolitania è esclusivamente commerciale, e privata delle carovaniere che mettono al Sokoto, al Bornù, ai Baghirmi e al Wadai, la Tripolitania potrebbe paragonarsi ad «uno scrigno vuoto». Ora, lo stabilimento della Francia a Barruva sul lago Tciad, permesso dalla delimitazione anglo-francese del 5 agosto 1890, taglierà le comunicazioni fra Tripoli ed il Sokoto, e renderà difficili quelle col Bornù; la occupazione francese di Ghadames e di Ghat lascierebbe alla Tripolitania la sola strada Bengasi-Kufra, la quale però perderebbe ogni sbocco colla conquista, pur troppo non impossibile, del Wadai da parte della Francia.
A Ghadames i turchi hanno una guarnigione d'oltre [pg!58] 500 soldati, e dominio effettivo; gli stranieri non possono risiedervi ed un algerino che intrigava apertamente a favore della Francia venne ultimamente espulso.
L'incidente relativo provocò la destituzione del kaimacan di Ghadames, che la Turchia promise, pro bono pacis, all'ambasciatore Cambon.
Adesso la Francia vuol ottenere a favore degli algerini la facoltà di risiedere a Ghadames, e ottenutala, ne approfitterà per mandarvi emissari i quali facciano deviare su Tunisi il commercio della regione del Tciad.
A questo si aggiunga che una esplorazione francese semi-ufficiale, condotta dal giovane de Maistre, è partita in questi giorni dall'Algeria nella direzione di Ghat.
Venne chiamata sulla questione l'attenzione dei governi di Berlino e di Londra, come interessati, al pari del nostro, a conservare l'equilibrio del Mediterraneo. Ma quelle pratiche, non formali, trovarono poco ascolto. La Germania non vuole contrastare alla Francia i suoi progressi africani, e l'Inghilterra, minacciata nel bacino del Nilo, cerca adesso un aggiustamento a Parigi, e tutto lascia credere che per ottenerlo sacrificherebbe di buon grado l'hinterland tripolino.»
«La Carte générale des possessions françaises en Afrique au 1er janvier 1895 edita in Parigi da Augustin Challamel (Librairie coloniale, 5 rue Jacob) a cura di quel Ministero delle Colonie, e destinata ai membri del Parlamento francese, è tale da richiamare la generale attenzione.
Affinchè l'occhio di coloro ai quali è destinata non sia distratto dallo scopo cui si è mirato, sulla distesa in bianco del continente africano sono colorati con due diverse tinte rosee solo i paesi ed i territori considerati in Francia come possessi francesi, i quali (come si apprende dalla leggenda della carta stessa) vengono distinti in due categorie; cioè:
1.ª Possessions et pays de protectorat proprement dits;
2.ª Zone d'influence politique;
quelli, segnati con fitte righe orizzontali continue; questi, con punteggiatura; segni che danno all'occhio l'impressione di un colore vivo per i primi, più attenuato per i secondi. [pg!59]
La carta è stata costruita prendendo per meridiano di base quello di Parigi.
Or, ciò che nell'esaminarla colpisce, a prima vista, l'osservatore, è oltre all'aver fatto della Tunisia una semplice continuazione, una cosa sola col diretto possesso dell'Algeria, la franchezza con la quale vi si accenna a costituire in un grande insieme, senza soluzione di continuità, tutta la sterminata distesa di territorii che va dal capo Bon a Brazzaville sul Congo, dal Capo Verde al Bahr-el-Ghazal, con tentativo di limitare alla costa, senza alcun hinterland, il Marocco ed i possessi europei di qualunque nazionalità scaglionati sull'Atlantico fin verso le foci del Congo.
La gran macchia rosea s'avanza così con una larga curva, che va dal golfo di Gabes al 5º di latitudine nord, donde s'insinua nel territorio del Bar-el-Ghazal.
Nè basta: altra macchia parte dalla baja di Tagiura con sfumatura che accenna all'intendimento di congiungersi alla precedente, in modo da avvolgere a sud la valle del Nilo, tagliandole tutte le comunicazioni con l'Africa australe.
Quando si rifletta alla tenacia dei propositi con cui la Francia continua a rodere gli hinterlands ancora rimasti al Marocco ed alla Tripolitania; al diritto di prelazione che si arroga sul territorio dello Stato indipendente del Congo, col quale, in questi ultimi tempi, ha stretto una convenzione in antitesi con la precedente stipulata dal Congo coll'Inghilterra circa la zona fiancheggiante l'Alberto-Nianza, disponendo così in favore del Congo di un territorio posto nella valle del Nilo; e si pensa, inoltre, all'opposizione non dissimulata contro l'azione inglese in Egitto, nonchè ai tentativi fatti in Etiopia a danno dell'influenza italiana sancita dai trattati; dinanzi a questa carta così recente ed ufficiale, risulta evidente che la Francia prosegue il disegno grandioso di ridurre al suo dominio ed alla sua influenza il continente nero, a partire da oltre il 10º parallelo di latitudine sud, per giungere fino alle rive del Mediterraneo.
Quando poi da una osservazione sommaria si passa ad un esame minuto della carta, ciò è eloquentemente confermato da significanti particolari.
Infatti, mentre per i paesi dell'Africa australe fin [pg!60] verso l'Equatore gli scompartimenti territoriali sono indicati, segnando e i rispettivi confini e la potenza che ne ha il possesso diretto od il protettorato, per quelli a settentrione non avviene altrettanto. In tutta l'Africa orientale non si trova nessun segno di confine e nessuna indicazione di possesso, tranne sulla costa dell'Oceano indiano, che va dal confine N. e N.-E. dei possedimenti tedeschi nell'Africa orientale, al capo Guardafui; costa divisa dalla foce del Giuba in due parti. Su di essa e ben prossime al mare si trovano le due leggende: «Possessions anglaises de l'Est africain» ad ovest del Giuba, e «Possessions italiennes» ad est di detto fiume.
Ma più a nord non si trova nessuna traccia dei confini fissati dal protocollo anglo-italiano del maggio 1894 per le rispettive zone d'influenza nella penisola dei Somali. E peggio ancora avviene risalendo al golfo d'Aden ed al mar Rosso; che, mentre il confine di sud-est del possedimento francese di Obock viene spinto sin presso alla città di Harar, nessunissimo cenno reca la carta sui possedimenti italiani del mar Rosso, sull'Eritrea, sul nostro protettorato in Etiopia e sui protocolli anglo-italiani del marzo ed aprile 1891, che fissano i confini occidentali della nostra sfera di influenza.
Solo confine segnato nella vasta zona d'influenza italiana ed inglese nell'Africa orientale è quello suaccennato, che fu stabilito con la nota convenzione anglo-francese del febbraio 1888; ma, senza far altri nomi o dare altre indicazioni, che potevano riuscire incomode, il confine stesso viene — come s'è già rilevato — spinto vicino alla città di Harar, la quale è lambita a nord dal colore roseo sfumato indicante i paesi d'influenza francese, invece di fermarsi a nord-est di Gildezza, come è fissato nel detto protocollo.
Ma non la sola Italia è trattata, in questa carta ufficiale, in modo fantastico.
Sulle coste del mar Rosso, come lungo tutta la valle del Nilo, è vano ricercare qualsiasi punto che accenni ad un qualche interesse od influenza inglese o d'altra potenza; così pure lungo le spiaggie africane del Mediterraneo fino al golfo di Gabes, fin dove, cioè, incomincia il roseo vivace del dominio francese.
Nel Mediterraneo è degno di nota il fatto che, mentre alla indicazione «I. de Malte» fa seguito fra parentesi [pg!61] quella di (A) «anglaise», e così avviene pure per «Gibraltar», non avviene altrettanto per l'«Ile de Chypre».
Mentre poi il compilatore della carta ha sentito vivo scrupolo di far conoscere che l'Ile de Malte e Gibraltar sono inglesi, dimentica invece di segnare che sullo stretto di Gibilterra, e precisamente sulla sponda africana, la Spagna ha da secoli dei possedimenti; e del pari dimentica d'indicare essere la costa dell'Atlantico che corre da capo Bojador al capo Bianco pure possesso spagnuolo, conosciuto col nome di governo del Rio dell'Oro, e riunito alla capitaneria delle isole Canarie.
Nè minori sono le sorprese che riserva allo studioso l'ispezione degli altri paesi segnati in colore di rosa, e che a parere dell'autore della carta, formano le «Possessions françaises en Afrique».
Con lo stesso metodo con cui si è fatta giungere l'influenza francese sino alla città di Harar, si fanno lambire dalle varie tonalità del delicato colore, Figuig, finora marocchino, Ghadames e Ghat (sulla carta Rhât) appartenenti senza contestazione all'hinterland tripolino; e così Jat, donde la linea sfumata della influenza francese volge arditamente a sud-est, per terminare, come si disse, sul Bahr-el-Ghazal al 5º grado di latitudine nord. Ivi si congiunge al colore più denso, segnale di possesso effettivo, che dall'Ubangi e dal M'Bomu a sud, va a nord ed a nord-ovest, abbracciando tutto il bacino dello Sciarì superiore fino al 10º di latitudine nord e da questo punto la destra soltanto, recingendo il lago Tciad dalla foce dello Sciarì ad est, nord ed ovest fino a Cuca, rasentata, al solito, dal colore di rosa.
Dalla parte occidentale, una linea retta che parte dai possessi algerini, segnati come effettivi fino a sud di Figuig, taglia lo incrocio del 5º di longitudine occidentale da Parigi col 30º di latitudine boreale, e va a terminare al 21º 20' pure di latitudine nord, sul prolungamento della linea di divisione fra il Senegal ed il governatorato di Rio dell'Oro, togliendo al medesimo ogni hinterland.
Con queste due linee sono congiunti i possessi francesi del Mediterraneo a quelli del Senegal, della Guinea francese, della Costa dell'Avorio e del Congo francese; e la congiunzione si termina, dal Niger al lago Tciad, con [pg!62] altra linea, che, nonostante la convenzione anglo-francese dell'agosto 1890, va direttamente secondo il 12º 30' di latitudine nord, lasciando Barruva e Sokoto alla Francia.
Dal vasto aggregato rimarrebbe tagliato fuori il territorio del Dahomey poichè gli hinterlands rispettivi della costa d'Oro inglese, del Togo tedesco, del Dahomey francese e del territorio del Niger anche inglese, non furono mai oggetto di convenzione fra le potenze interessate, i cui interessi potrebbero essere in antagonismo; ma l'ingegnoso autore della carta non si scoraggia per ciò. Prolunga alquanto verso nord i confini che separano il Dahomey ad ovest del Togo germanico, ad est del territorio del Niger britannico; quindi li fa volgere arditamente, il primo a nord-ovest fino poco sopra il 10º di latitudine nord, il secondo a nord-ovest fino alla riva destra del Niger, il quale fiume è preso da lui per confine effettivo a nord-est, poi con una larga fascia del solito color di rosa attenuato, limita l'hinterland del Togo tedesco e della Costa d'Oro inglese, mentre collega il Dahomey all'impero africano francese.
Il quale impero viene così ad avere, per ora, tre basi d'espansione, senza pregiudizio dell'altra a cui si mira d'altro lato: la baia di Tadjura. Esse sono Tunisi ed Algeri a nord, quello che l'autore della carta chiama Sudan francese ad ovest, ed il Congo francese, aspettando che vi si aggiunga il Congo indipendente, a sud.
Così senza parlare dell'oasi di Tuat, che verrebbe ad essere considerata come completamente avvolta dalla zona d'influenza francese ed in essa compresa, senza parlare del modo equivoco col quale figurano Figuig, Ghadames e Ghat, modo che può offendere gli interessati all'integrità marocchina e tripolina, l'hinterland tripolino viene a subire un altro ben grave attentato.
Le due grandi strade carovaniere, le quali da Ghadames e da Tripoli per l'oasi di Bilma conducono al Tciad, sarebbero, accettando questa nuovissima geografia politica dell'Africa, a discrezione della Francia, venendo ad essere in suo potere l'oasi di Bilma stessa, ove debbono necessariamente far capo. Nè basta: venendo con tale sistema anche il Vadai ed il Baghirmi ad essere inclusi nella sfera d'influenza francese, questa non troverebbe ormai più altri limiti alla sua espansione verso est che nel suo beneplacito stesso. [pg!63]
Quando nella convenzione anglo-germanica del 20 novembre 1893 sul lago Tciad, l'Inghilterra proponeva e la Germania accettava che quest'ultima non avrebbe estesa la sua influenza ad est dello Sciarì, e quando nell'accordo del 4 febbraio 1894 fra la Germania e la Francia si ripeteva ancora che lo Sciarì era il limite dell'espansione tedesca ad est, non poteva essere certo nell'intenzione di tutte le parti Contraenti che quello che non veniva consentito alla Germania dovesse senz'altro essere considerato come concesso alla Francia.
Tutt'al più la questione potrà essere oggetto di ulteriori accordi fra le potenze interessate, anche per il fatto evidente che, in rapporto alla Francia, detti paesi sfuggono alla sua influenza secondo la teoria degli hinterlands, e che, rinunziandovi per parte loro e la Germania e l'Inghilterra per i possessi rispettivi sull'Atlantico (compagnia Niger e Cameron), la teoria stessa starebbe in favore della Tripolitania, anche senza tener conto dei diritti della Turchia.
Nè va omesso che, a norma di quanto venne stabilito dall'Atto Generale della Conferenza di Berlino, le affermazioni di protettorato debbono essere notificate alle potenze firmatarie, alle quali fu riconosciuto il diritto di fare le proprie eccezioni.
Ora nulla di simile è avvenuto per il Vadai e per il Baghirmi, e per tante altre delle regioni summenzionate.
Riassumendo, la carta che abbiamo esaminato, mentre segna vere usurpazioni di territori per parte della Francia, sia perchè la presa di possesso non ne fu mai notificata alle potenze firmatarie dell'Atto Generale di Berlino, sia perchè essi formano parte integrante di legittimo dominio di altre potenze, non tiene alcun conto dei diritti acquistati dall'Italia in Africa in virtù di regolari trattati, non accenna neppure a quelli dell'Inghilterra lungo il corso del Nilo, e porta un fiero colpo all'equilibrio del Mediterraneo, con una arbitraria determinazione degli hinterlands tripolino, tunisino, algerino e marocchino. Così anche i possedimenti spagnuoli del Mediterraneo, i possedimenti tedeschi e portoghesi dell'Atlantico e quelli dello stesso Stato libero del Congo sono, come si è visto, arbitrariamente delimitati.»
[pg!64]
La marcia della Francia attraverso le vie carovaniere che congiungono Tripoli al centro dell'Africa non si arrestò più. Una nuova convenzione franco-britannica (14 giugno 1898), completata con una dichiarazione addizionale del 21 marzo 1899 dopo l'urto di Fascioda, estendeva ancora la zona d'influenza francese. La difesa che l'Italia tentò dei diritti della Turchia fu fiacca e senza effetto. A Costantinopoli si dava più importanza al sospetto che l'Italia meditasse l'occupazione di Tripoli, anzichè alla realtà delle usurpazioni della Francia.
Questa non aveva più preoccupazioni per la sua conquista tunisina. Finchè il governo italiano tenne fermo ai diritti e ai privilegi che godeva in Tunisia in virtù di trattati che la Francia aveva nel 1881 dichiarato di volere rispettare, l'Italia era in grado di proteggere gl'interessi italiani nell'antica Reggenza, e teneva una posizione che imponeva alla Francia, e l'avrebbe costretta, desiderosa com'era di consolidare la sua conquista, a scendere a patti. Ma il ministero Rudinì-Visconti Venosta, al desiderio di disarmare i malumori francesi sacrificò quella posizione senza compenso.
Già il 15 agosto 1895 il governo francese aveva denunciato il trattato di amicizia, commercio e navigazione concluso l'8 settembre 1868 tra l'Italia e la Tunisia, dichiarando di agire in nome del Bey e in virtù del trattato di Kassar-Said (detto anche del Bardo) del 12 maggio 1881. Il Ministero Crispi aveva risposto, per mezzo del conte Tornielli ambasciatore a Parigi,
«essere bensì vero che, con nota del 9 giugno 1881, il signor Rustan portava a notizia della R. Agenzia e Consolato Generale d'Italia in Tunisi il trattato di Kassar-Said; ma che di tale comunicazione non fu da noi preso atto e nemmeno segnata ricevuta. Epperò mentre fo le più ampie riserve in merito all'argomento cui si riferisce la nota del signor di Lavaur, prego Vostra Eccellenza di voler significare, verbalmente per ora, a codesto Governo, le eccezioni del Governo del Re al procedimento seguito.»
Il governo della Repubblica rispondeva come risulta dal seguente telegramma del Tornielli:
«Ministro degli Affari Esteri mi disse che la clausola di riconduzione tacita per 28 anni non gli lasciava [pg!65] per così dire libera scelta di condotta, e gli imponeva di denunziare il trattato italo-tunisino perchè nessuno presentemente acconsente a lasciare impegno per così lungo periodo. Fortunatamente, egli soggiunse, previdenza dei negoziatori di quel trattato ci lascia un anno di tempo, durante il quale avremo tempo scambiare insieme molte idee, e di vedere insieme il miglior assetto da dare alle cose. Il Ministro non suppone che in Italia il Governo abbia potuto attribuire alla denunzia del trattato un effetto diverso da quello che è nell'intenzione del Governo francese di darvi, cioè, di un atto reso necessario eventualità clausola di riconduzione anzidetta; ma egli tiene ad escludere che altri concetti abbiano guidato il Governo francese in questa occasione. Dissi che io non avevo ricevuto istruzioni a tale riguardo, e che avrei trasmesso a Vostra Eccellenza questa dichiarazione.»
Crispi non era disposto a rinunziare senza compenso ai benefici che le capitolazioni e le convenzioni anteriori — richiamate nel trattato del 1868, non annullate — assicuravano all'Italia, e la Francia avrebbe dovuto tenere conto degli interessi italiani. Vi era un anno di tempo per discutere e negoziare; ma ai primi di marzo 1896 il ministero Crispi si dimise, e il negoziato fu condotto dal Ministero Rudinì-Caetani, il quale volle trattare contemporaneamente la questione tunisina e il ristabilimento delle relazioni commerciali franco-italiane. In realtà le due cose erano estranee l'una all'altra; in Tunisia avevamo una posizione giuridica eccellente e diritti da far valere, mentre non era sperabile che, cedendo su quelli, la Francia ci avrebbe accordato tariffe di favore.
Infatti in Francia, dove la considerazione dei nostri diritti non entrava in mente a nessuno, anche l'idea di tornare al regime convenzionale nei commerci con l'Italia sembrò una concessione eccessiva, cioè senza corrispettivo. Il governo francese sapeva l'opinione pubblica così prevenuta contro di noi che scongiurò il ministro italiano di non insistere. Passarono alcuni mesi; il ministero Rudinì si ricompose, alla Consulta il duca Caetani fu sostituito dal Visconti-Venosta. Quest'ultimo trovò la situazione peggiorata, poichè mancata la vigilanza del [pg!66] governo italiano, l'Inghilterra — la quale in agosto 1895 aveva assicurato che avrebbe proceduto d'accordo con l'Italia — aveva consentito a negoziare con la Francia, rinunziando al trattato perpetuo che aveva col Bey; e anche l'Austria-Ungheria, in luglio 1896, aveva ceduto alle istanze francesi, riservandosi in Tunisia il trattamento della nazione più favorita. Insistere nella via tracciata da Crispi era, ormai, impossibile, poichè l'Italia non avrebbe trovato nelle potenze amiche e alleate l'appoggio sul quale Crispi aveva fatto assegnamento. L'on. Visconti-Venosta non insistette neppure per un accordo commerciale; e il 28 settembre 1896 furono firmate le convenzioni con le quali l'Italia riconosceva senza compensi, dopo quindici anni, la conquista francese della Tunisia con tutte le sue conseguenze. «Nous y gagnions — ha scritto recentemente[10] l'ambasciatore che la Francia aveva allora in Italia, il signor Billot — de libérer notre protectorat des entraves qui en paralysaient l'exercice.... l'Italie renonçait à y demeurer avec nous sur un pied de complète égalité et reconnaissait implicitement les consequences des événements qui nous y avaient conféré une situation privilegiée.»
Nel 1902 avvenne il noto accordo franco-italiano pel quale l'Italia si disinteressò del Marocco a favore della Francia, e la Francia ci lasciò mano libera in Tripolitania e in Cirenaica.
Il governo della Repubblica fece con cotesta combinazione un buon affare, poichè mentre il valore commerciale di quei due vilayets era di molto ridotto per le erosioni fatte dagli stessi francesi nei loro hinterlands, il ministro Delcassé — che concluse l'accordo col ministro italiano Prinetti — abbandonava all'influenza italiana un territorio dove la Francia non aveva interessi e che mai avrebbe potuto far suo; l'Italia non avrebbe subìto quest'altro colpo, e non sarebbe rimasta sola a pararlo.
L'abbandono del Marocco all'esclusiva influenza francese fu un notevole sacrificio degli interessi italiani e pregiudicò irrimediabilmente l'avvenire della nostra politica mediterranea. Una Francia troppo forte nel mare che ci circonda è un pericolo [pg!67] permanente per noi. Crispi intendeva che la Tripolitania divenisse italiana come compenso all'ingrandimento già avvenuto della Francia con la occupazione della Tunisia; il Marocco allora indipendente, non poteva formare oggetto di accordi che avessero relazione col passato. Per questo egli lavorò a creare interessi italiani e influenza italiana nell'impero sceriffiano e prese intelligenze con la Spagna che, purtroppo, i suoi successori non seppero mantenere.
Durante il suo primo ministero, Crispi colorì il suo disegno con importanti successi. Il Sultano Mulei Hassan dette a italiani consenso e denaro per l'impianto di una fabbrica d'armi a Fez e di una zecca, e giunse nella sua deferenza ai consigli del nostro governo sino a risolversi alla creazione di una marina da guerra e ad ordinare ad un cantiere italiano, quello degli Orlando di Livorno, la costruzione della sua prima nave.[11]
[pg!68]
La Spagna aveva nel Marocco una tradizione da continuare e ingenti interessi, sia per i possessi effettivi tenuti in quell'impero, sia per i diritti che vantava per il trattato di Wad Ras e per la stessa sua posizione geografica. Era quindi sana politica quella seguita da alcuni suoi statisti, come il duca di Tetuan, di procedere di conserva con l'Italia per resistere alla invadenza francese. Crispi sinchè fu al governo dette alla Spagna l'appoggio della sua autorità presso le grandi potenze e dei suoi consigli, e le sorti dell'influenza spagnuola nel Marocco sarebbero state più propizie se Spagna e Italia avessero continuato quell'indirizzo.
L'accordo franco-italiano del 1902, sebbene oneroso per l'Italia, ebbe contraria una gran parte dell'opinione pubblica francese. Non v'è scrittore francese di questioni internazionali che non l'abbia deplorato, considerandolo da un angolo visuale esclusivo [pg!69] come se la Francia sola esistesse e gli altri popoli non avessero il diritto di provvedere al loro avvenire. «Lo statu-quo nella Tripolitania — hanno scritto sino a ieri — non è la migliore garenzia della durata delle buone relazioni tra la Francia e l'Italia nel Mediterraneo? Quando l'Italia si sarà stabilita a Tripoli, le buone relazioni non potranno durare!»[12]
E pochi mesi or sono, in febbraio 1912, quando l'Italia già guerreggiava contro la Turchia, Gabriele Hanotaux, ex-ministro degli affari esteri, ha scritto che l'occupazione italiana della Tripolitania «apre un grande conflitto tra l'Italia e la Francia!»[13]
Se il senso dell'equità non riuscirà a penetrare nelle menti dei nostri vicini d'occidente, se il governo della Repubblica non saprà rendersi superiore alla latente ostilità del popolo francese per ogni interesse italiano, se la Francia non dimenticherà la storia del suo predominio e della sua influenza al di qua delle Alpi, le parole di Gabriele Hanotaux saranno un vaticinio. E sarà un triste giorno per i due popoli, i quali anche nell'opera d'incivilimento dell'Africa potrebbero giovarsi di una solidarietà che sarebbe gloriosa per entrambi.
Ma se l'avvenire ci riserba il «grande conflitto», siamo sicuri che non sarà l'Italia ad accenderlo.
La Porta accettò soltanto nel 1910 di trattare una delimitazione di frontiera, ma chiese ed ottenne, affinchè non fosse implicito, per tale suo atto, il riconoscimento del trattato del Bardo, che i commissarii tunisini fossero nominati dal Bey e non dal Residente francese.
La Commissione si riunì a Tripoli in aprile 1910. Dapprima i commissarii ottomani sostenevano una linea che da El-Biban, sul mare, va all'oasi di Remada, rivendicando alla Tripolitania le usurpazioni compiute dai francesi. Poi, chissà per quali influenze, ripiegarono, e il 10 maggio venne firmato un atto che indicava sulla carta il tracciato della frontiera. Cotesto tracciato si sviluppa dal Mediterraneo a Gadames su di una lunghezza di 480 chilometri; parte da Ras Adjedir (o Adijr), tocca Dehibat, passa tra Dehibat e Uezzen, volge verso i due pozzi di Zar, dei quali uno rimane alla Tripolitania e l'altro alla Tunisia, quindi si dirige verso il pozzo di Mechiguig (o Imchiguig) che rimase in Tripolitania. A partire da questo pozzo, la frontiera resta equidistante tra le carovaniere Djeneien-Gadames e Nalut-Gadames, [pg!70] gira la Sebkhat-el-Melah e va a finire a 15 chilometri al sud di Gadames, che rimane alla Tripolitania. (Cfr. Leon Pervinquière: La Tripolitaine interdite — Ghadamès.)
La commissione franco-turca doveva poi proseguire i suoi lavori per la delimitazione delle zone d'influenza oltre Gadames, rimaste incerte anche negli accordi anglo-francesi che, del resto, la Turchia non riconobbe. La guerra italo-turca impedì quella riunione; così che la questione è aperta e dovrà trattarsi tra l'Italia e la Francia, se il governo italiano non ha già commesso la debolezza di cedere alle pretese francesi, senza vagliarle, cominciando dal riconoscere legittima l'occupazione di Gianet, compiuta dalla Francia durante quest'ultima guerra, in ispregio alla dichiarazione di neutralità.
[pg!71]
[Capitolo Terzo. — Le fortificazioni di Biserta.]
Biserta, la «maggiore posizione strategica del Mediterraneo». — Crispi impedisce alla Francia di fortificarla. — Gl'impegni del 1881, confermati da vari ministri francesi, sono da Ribot dichiarati senza valore. — Sorpresa della Germania per la teoria di Ribot. — Lord Salisbury presta fede alle dichiarazioni della Francia che non fortificherebbe Biserta. — Pro-memoria di Crispi a Salisbury. — Il cancelliere Caprivi e il reclamo italiano. — Possibilità di guerra. — Il ritiro di Crispi dal Governo lascia libera la Francia. — Lo Stato Maggiore germanico e Biserta. — Una lettera angosciosa di Crispi al Re Umberto. — Biserta fortificata è l'orgoglio della Francia e una minaccia per l'Italia.
La questione di Biserta, accesa, si può dire, fin dal 1881, si fece viva e ardente più che mai, sotto il primo ministero Crispi (1887-91).
L'on. Crispi, nella qualità di ministro per gli affari esteri, tenne costantemente rivolta la propria attenzione a siffatta vertenza, e non si stancò mai:
a) di far tener dietro, con vigilante cura, sul posto, al progresso e alla natura de' lavori che si venivano compiendo a Biserta:
b) di denunziare alle potenze amiche, alleate, o interessate, siffatti progressi ed ogni lieve fatto che meritasse di essere rilevato;
c) di chiedere schiarimenti e ottenere assicurazioni dal governo francese;
d) e sopratutto, di interessare l'Inghilterra a prendere l'iniziativa e ad associarsi a noi e ai nostri alleati in una azione diretta ad impedire il proseguimento di que' lavori. [pg!72] che si rivelavano contrari agl'impegni presi dalla Francia all'epoca dell'imposizione del suo protettorato in Tunisia, e che minacciavano di turbare l'equilibrio e lo statu quo nel Mediterraneo.
Il gabinetto britannico, dietro nostre replicate sollecitazioni, con memorandum 10 gennaio 1889 ammise e dichiarò al nostro governo di riconoscere che Biserta era la maggiore posizione strategica nel Mediterraneo, e fermamente ammonì, in conseguenza, il governo della Repubblica francese rammentando gl'impegni da esso presi nel 1881. La Germania fece altrettanto a Parigi per mezzo del proprio ambasciatore. E risulta così che la Francia non dette esecuzione ai suoi progetti perchè l'Europa teneva gli occhi rivolti a Biserta. La Repubblica francese, infatti, — (essendo ministro degli esteri il Goblet) — si affrettò a rassicurare Londra e Roma che non aveva intenzione nè di ampliare nè di fortificare il porto di Biserta, e che trattavasi soltanto di scavi necessarii e periodici.
A nuove insistenze del ministro Crispi in data 29 gennaio 1889, Salisbury risponde confermando che la questione di Biserta interessa non meno la Gran Brettagna che l'Italia, e avvertendo che fa esercitare sul luogo continua vigilanza e manda ogni tanto una nave della flotta a constatare il vero stato delle cose.
Incessante dopo d'allora fu lo scambio di comunicazioni in proposito con Londra, con Parigi, Vienna e Berlino. Ancora il 5 novembre 1889 lord Salisbury trova giustificate le apprensioni nostre rispetto al porto e ai lavori che cautamente si eseguono a Biserta.
Il 25 giugno 1890 l'ambasciatore Tornielli telegrafa a Roma:
«Salisbury mi ha detto che il signor Waddington [ambasciatore francese a Londra] nega che i lavori di Biserta abbiano carattere militare.»
Ma in ottobre il ministro degli affari esteri della Francia, Ribot, mentre assicura che non sono in corso studi per l'erezione a Biserta di opere militari, afferma che la Francia ha facoltà di erigervene, e alla obiezione mossagli dall'ambasciatore italiano che per bocca dei ministri suoi predecessori la Francia ha assunto impegno di non fortificare quel porto, risponde che qualunque [pg!73] dichiarazione precedente non lega il governo francese, e che il Bey, in ogni caso, ha piena libertà di premunirsi.
Questa arditissima teoria del ministro Ribot, comunicata alle Cancellerie amiche col rapporto del generale Menabrea che la riferiva, parve ed era una sfida. La Cancelleria germanica l'accolse severamente, secondo si legge nella lettera che segue dell'ambasciatore di Launay:
«Berlino, 5 Novembre 1890.
Signor Ministro,
Nel ricevimento ebdomadario di ieri ho dato lettura al Segretario di Stato del dispaccio di V. E. del 30 ottobre scorso num.... Mi sono giovato dell'allegato per redigere un promemoria confidenziale che rimetterò in copia, omettendo le due ultime frasi che concernono l'attuale attitudine dell'Inghilterra. Ma nel senso di esse mi sono espresso verbalmente.
Il barone de Marschall criticò vivamente la dottrina enunziata dal signor Ribot sul non valore delle dichiarazioni scritte e verbali fatte dai suoi due predecessori circa il porto di Biserta. Una dottrina simile sarebbe contraria a tutte le regole adottate nelle relazioni internazionali ed in opposizione con la buona fede, dalla quale nessuno saprebbe fare astrazione. Sarebbe altresì un atto cinico ed una vera mistificazione il porsi dietro la sovranità del Bey di Tunisi, ridotto a rappresentare una parte da marionetta, per mascherare i progetti della Francia. È questa una nuova goffaggine da aggiungere alle altre commesse dal ministro degli affari Esteri della Repubblica. Egli avrebbe fatto meglio dal suo punto di vista limitandosi a sostenere che la natura dei lavori progettati o in corso di esecuzione a Biserta, e il loro scopo, non hanno e non avranno che un carattere commerciale.
Il Segretario di Stato m'ha promesso di scrivere all'ambasciatore di Germania a Londra affinchè parli al Foreign Office nel senso del promemoria predetto e ne richiami l'attenzione sul contenuto del medesimo. Se lord Salisbury — forse perchè l'opinione pubblica del suo paese non si appassiona ancora a tale questione — non crede che sia venuto il momento per ricordare al gabinetto francese i suoi impegni formali, questo ministro [pg!74] è però animato da buone intenzioni verso di noi e sorveglia da vicino le mene francesi. Nondimeno è utile dare al marchese di Salisbury una spinta.
Il Cancelliere dell'Impero, che ho accompagnato ieri alla stazione per prendere congedo da lui nel momento che partiva per l'Italia, mi ha confermato in termini generali quello che mi ha detto il Segretario di Stato.
Launay.»
Signor Ministro,
Lord Salisbury, in verità, si dimostrava proclive a prestar fede alle assicurazioni francesi, e all'Incaricato d'affari della Germania esprimeva il parere
«non essere opportuno risolvere la questione a Parigi finchè non si produca qualche fatto palese sulle intenzioni del governo francese, mentre il Waddington l'aveva assicurato in modo positivo che il suo governo non mirava a fare di Biserta un porto fortificato.»
Dovette Crispi dimostrare a Londra l'irrefutabile carattere militare dei lavori, la gravità della questione e le irreparabili conseguenze che sarebbero per derivarne.
Il pro-memoria che fece presentare a lord Salisbury è questo:
«Bizerte ou Benzert, l'ancienne Hippo-Zarytos des Phéniciens, située sur la côte de la Tunisie, là où le continent africain s'allonge vers la Sicile, est à cheval sur le bras de mer qui mène au lac du même nom. Ce lac a une étendue et une profondeur suffisantes pour offrir aux plus gros navires, à l'achèvement des travaux, cinquante milles carrées de mouillage. Ainsi placée sur la Mediterranée, favorisée par la nature qui lui a donné un port très vaste et parfaitement à l'abri des colères de la mer et des attaques des flottes ennemies, et se trouvant aujourd'hui aux mains d'une puissance maritime de premier ordre, Bizerte est un élément de grande valeur dans le calcul des ressources défensives et offensives actuellement à la position des différentes puissances européennes.
Cette nouvelle situation, créée par les événements de 1881, attira immédiatement l'attention des cabinets [pg!75] intéressés au maintien de l'équilibre dans la Mediterranée, et il en vint cet échange de notes, de remontrances d'un côté et de vagues assurances de l'autre, qui, commencé dès la descente des Français en Tunisie, n'a pas encore pris fin.
Il appert de cet échange de notes qu'au commencement de 1889 le premier ministre de S. M. Britannique paraissait avoir pris un grand intérêt à cette affaire, à cause de laquelle de pressantes démarches avaient été faites auprès de lui, même de Berlin; mais que, plus tard, des explications fournies à Paris l'avaient persuadé que «les travaux projetés n'avaient point de grande importance». Une année après, le 3 juin dernier, toujours convaincu que ce qu'on était en train de faire ou de projeter pour Bizerte n'offrait qu'une mediocre importance, il disait à l'ambassadeur du Roi que «si, comme il le désirait et l'espérait, l'Angleterre et l'Italie restaient unies, leurs forces navales suffisaient à leur donner la supériorité sur toute autre puissance, et n'avaient rien à redouter des fortins de Bizerte». Plus tard, en septembre, le sous-secrétaire d'Etat aux affaires étrangères déclarait que «les travaux en voie d'execution ne paraissaient pas encore avoir un but militaire».
Les considérations suivantes pourront démontrer que l'avis exprimé par le Foreign Office n'est guère conforme à l'état réel des choses.
En creusant de quelques mètres le port actuel de Bizerte et en élargissant le canal d'entrée moyennant la démolition de la Kasba, on répondrait suffisamment aux exigences du commerce qui est à peu près nul, comme il est démontré à l'evidence par les récettes de la douane qui n'atteignent jamais 50 000 fr. par an. Or, comme il n'est guère admissible qu'on songe à faire de Bizerte le port commercial de la Tunisie, de grands travaux étant en même temps en cours d'exécution dans le port de Tunis,[14] à 32 milles de Bizerte, il est facile [pg!76] d'en conclure que tout ouvrage visant non pas à améliorer le port actuel, mais à en créer un nouveau de grands proportions, a un but essentiellement militaire. Et les travaux qu'on est en train d'executer à Bizerte ont précisément en vue un port immense, l'un des plus grands du monde, pour lequel on creuse un canal d'entrée de 200 mètres de largeur et de 12 de profondeur.
Il est à remarquer que quand même le mouillage serait de beaucoup plus limité, la profondeur que l'on veut donner à ce canal suffit à prouver qu'il est destiné aux grands navires de guerre. En effet, il n'y a pas aujourd'hui de navire marchand ayant un tirant d'eau de 8 ou 9 mètres, qu'atteignent seulement les navires de combat de 1re classe, jaugeant de 12 à 14 000 tonnes. Le canal de Suez qui interesse tous les pays, qui a été creusé exclusivement pour le commerce et donne passage aux plus grands steamers de toutes les marines marchandes du monde, n'a qu'une profondeur de 8 mètres.
Il existe d'ailleurs des preuves directes que dans ce que l'on fait ou qu'on compte faire a Bizerte, on s'est proposé pour but non le commerce mais la guerre. On trouve ces preuves dans la construction d'une grande caserne pour laquelle on a publié dès le mois de mai dernier le décret d'expropriation du terrain nécessaire; dans la construction déjà achevée de baraques pour le génie militaire; dans l'augmentation de l'effectif de la garnison qui a eu lieu ces derniers jours; dans la construction imminente d'ouvrages de fortification en vue desquelles le gouvernement tunisien vient de publier (le 3 de ce mois) un décret du Bey portant constitution de servitudes militaires.[15] En dernier lieu la fondation d'une grande compagnie appelée du Port de Bizerte[16] avec un capital de neuf millions, prouve qu'il ne s'agit point de travaux de petite importance, mais bien de travaux grandioses dans lesquels, d'après ce qu'on vient d'exposer et malgré le caractère privé qu'on leur a artificiellement [pg!77] donné, on peut, selon toute raison, reconnaître l'intention de faire de Bizerte un port militaire.
Il est inutile d'objecter qu'il faudra de plus grandes sommes et beaucoup d'années pour que cette transformation s'accomplisse; on ne sait que trop que lorsqu'il s'agit de pareils travaux, qui intéressent la défense nationale, les crédits sont toujours accordés aussitôt qu'ils deviennent nécessaires. Il faut au contraire remarquer, ce qui n'est pas aussi universellement connu, qu'il ne faut point de travaux de grandes proportions pour faire de Bizerte un port de guerre, mais qu'il suffit relativement de peu de chose, de façon que le temps et les dépenses nécessaires ne seraient rien moins que proportionnés aux résultats que l'on obtiendrait.[17] Il ne faut d'ailleurs pas oublier que quand même la place ne serait point fournie de tout le nécessaire dès le commencement des hostilités, elle n'en serait pas moins une grande ressource pour la France et une menace sérieuse pour ses ennemis, si seulement le canal en était rendu praticable aux grands navires sous la protection de quelques puissantes batteries côtières, et si la place contenait les approvisionnements indispensables de charbon, vivres et munitions de guerre et les moyens nécessaires pour radouber des navires.
Il n'y a par conséquent rien que de vraisemblable dans la supposition que la France si elle veut (et tout nous prouve qu'elle le veut) possédera à Bizerte, dans un peu plus de cinq ans, un port militaire vaste et sûr qui lui servira de base pour des expéditions maritimes dans la Mediterranée meridionale, et de port de refuge en cas d'insuccès. Et quand même cela n'arriverait que dans dix ans, y a-t-il moyen de ne pas voir que sa puissance sur mer en serait énormément augmentée?
La France ne possède actuellement sur la Méditerranée qu'un seul port militaire, celui de Toulon, qui occupe par rapport à l'Italie méridionale et à la mer Jonienne, une position tellement excentrique qu'un gros convoi de troupes de débarquement ne pourrait mettre à la voile de ce port pour le sud de la péninsule ni pour [pg!78] la Sicile, sans courir de graves dangers, soit à cause de la distance à franchir, soit à cause de la flotte italienne qui, de la Madeleine, surveillerait ce mouvement. Mais lorsque Bizerte sera devenue accessible aux grands navires et ceux-ci pourront y trouver du charbon, des vivres, des munitions de guerre et des moyens pour réparer leurs avaries; lorsque cette place sera munie de fortifications maritimes et terrestres, les Français seront alors en mesure de menacer, de la côte tunisienne, les escadres ennemies manoeuvrant dans le bassin méridional de la Méditerranée, et pourront se porter en 20 heures sur Naples, en évitant les eaux surveillées de la Madeleine par la flotte italienne, et se jeter en 8 heures sur Cagliari et sur la Sicile.
Il n'y a rien d'exagéré dans l'importance que nous attribuons plus haut aux difficultés provenant de la distance à la quelle Toulon se trouve des côtes de l'Italie méridionale. Il ne s'agit, en effet, ni d'une escadre ni d'une flotte qui peuvent naturellement parcourir la Méditerranée quel que soit l'état de la mer; il s'agit d'un convoi de navires de transport (plus de cent) qui doivent naviguer de conserve sous la protection d'une escadre et par conséquent marcher lentement.
Ce convoi, au surplus, ne serait pas en mesure d'opérer le débarquement par un mauvais temps et devrait, dans ce cas, chercher un abri, ou rebrousser chemin, jusqu'à Toulon, en s'exposant, dans le deux hypothèses, au danger d'une attaque de la part de la flotte italienne s'appuyant sur la Madeleine. Ces difficultés ne proviennent donc pas de la distance, mais des dangers que le convoi doit courir pendant cette longue traversée, et qui peuvent venir de deux differents côtés, — de la mer, l'état de laquelle peut rendre impossible d'atteindre à temps le point d'atterrissage, ou empêcher l'opération même du débarquement, — et de la flotte ennemie, à laquelle on offre de cette manière une occasion favorable pour attaquer en route le convoi.
Bizerte, étant donnée comme point de départ, tous ces dangers disparaissent. On y concentre le corps de débarquement (la France n'est pas obligée de faire venir, à cet effet, des troupes d'Europe attendu qu'elle a en Algérie un corps d'armée permanent et pourvu de tout ce qu'il faut), on y rassemble et on y tient prêts les [pg!79] transports, on attend ensuite que les conditions générales de la guerre soient favorables à l'opération, et par un soir de calme le convoi met à la voile, se présente le lendemain au point du jour, sans avoir été signalé, sur la côte de Sicile, et opère le débarquement bien avant que le forces destinées à la défense de l'île aient eu le temps d'accourir.
Il est inutile d'ajouter que la descente en Sicile d'un gros corps d'armée (35 à 40 000 hommes) aurait une grave influence sur le sort de la guerre. Un pareil évènement serait un désastre matériel et moral et pourrait même entraîner une défaite définitive. Il faut plutôt faire remarquer que si la France voulait renforcer, dès le début des hostilités, ses garnisons d'Algérie, ses ressources maritimes et le nouveau port de Bizerte lui permettraient, la traversée étant très courte et la Madeleine bien éloignée, de porter en Sicile jusqu'à deux corps d'armée, c'est-à-dire 60 000 hommes, en s'assurant par là la supériorité numérique sur les troupes chargées de la défense de l'île.[18]
Cependant l'accroissement énorme de force que la France tirerait, le cas échéant, de la possession d'une nouvelle base d'opérations maritimes dans la Méditerranée, n'est pas fait pour préoccuper seulement l'Italie et ses alliées, les puissances centrales; cela regarderait aussi de très près l'Angleterre, quand même l'alliance de cette puissance avec l'Italie serait un fait accompli. Ce ne sont pas en effet, les «fortins de Bizerte» qu'on aurait à craindre, mais la nouvelle situation qui serait créée par l'existence, sur la côte d'Afrique, d'un port militaire français, d'où la France pourrait aisément attaquer l'Italie du sud et la Sicile sans avoir à redouter les mouvements de la flotte italienne opérant de la Madeleine. Ce nouveau port militaire paralyserait l'action de la Madeleine dans la Méditerranée méridionale, rendrait [pg!80] nécessaire le maintien d'un gros corps d'observation en Sicile et d'autres forces considérables dans les villes maritimes de l'Italie du sud. Il deviendrait par conséquent nécessaire de diminuer d'autant les troupes à porter au delà des Alpes, et cela même si l'Angleterre et l'Italie étaient alliées.
Telles sont les conséquences de la création, à Bizerte, d'un nouveau Toulon; tels sont les dangers que l'Italie doit redouter bien plus que les attaques directs sur ses navires pouvant partir des fortifications du nouveau port. Ces fortifications ne seraient que le complément nécessaire de toute place maritime, et doivent être considérées comme telles, et non comme des ouvrages placées sur un bras de mer par où il serait indispensable de passer.
Mais ceci n'est pas tout. Si la création du nouveau port militaire nuit directement à l'Italie et indirectement à ses alliées à cause de la diminution de la puissance offensive du royaume et du danger que courrait la Sicile, l'Angleterre aussi, bien qu'elle soit, ou plutôt parce qu'elle est la première puissance maritime du monde, en ressentirait un préjudice sérieux, même si elle était l'alliée de l'Italie et indépendamment du dommage indirect auquel elle serait exposée en cette dernière qualité.
Il suffit, en effet, de se rappeler quelle est la situation respective de Gibraltar, Bizerte, Malte e Port-Saïd pour voir que le jour où Bizerte sera un port militaire, elle occupera une formidable position offensive sur le flanc de tous les navires se rendant de l'orient à l'occident et viceversa. Elle sera parfaitement en mesure de harceler et même d'arrêter complètement le commerce de Gibraltar à Malte et à la mer Rouge, c'est-à-dire le commerce de l'Angleterre avec les Indes, et d'empêcher la jonction des flottes anglaises ou anglo-italiennes dans la Méditerranée méridionale. Ce qui forcerait l'Angleterre, si elle était l'alliée de l'Italie aussi bien que si elle demeurait neutre, a augmenter ses forces navales dans la Méditerranée, en restant néammoins menacée dans son commerce, qui est pour elle la vie, et en dégarnissant nécessairement la Manche où, en cas de conflagration européenne, il lui faut absolument être maîtresse de la mer.»
[pg!81]
Nel colloquio di Milano dell'8 novembre 1890 Crispi aveva detto al Conte di Caprivi non poter permettere che Biserta divenisse un porto militare, e al Cancelliere germanico non era sfuggita tutta l'importanza che la questione aveva per l'Italia. In gennaio 1891, essendo evidente che la Francia non si curava delle proteste italiane e tirava diritto nell'attuazione di un piano prestabilito, Crispi reclamò l'appoggio delle potenze alleate e dell'Inghilterra per una comune azione a Parigi la quale imponesse l'abbandono dei lavori iniziati a Biserta e li vietasse per l'avvenire. L'ultima ratio di questo passo poteva essere la guerra, e Caprivi ne ammise l'eventualità. Egli infatti diceva al nostro ambasciatore che, pur sperando si raggiungesse lo scopo senza conflitti,
«nondimeno bisogna tenersi preparati ad ogni peggiore eventualità e, questa presentandosi, avere in mano tutti i possibili elementi politici e militari di successo. Ora, l'armamento della fanteria germanica col fucile a piccolo calibro sarà compiuto soltanto nella primavera ventura e la formazione dei due nuovi corpi d'esercito soltanto nel prossimo inverno. Tutto, dunque, consiglia di camminare adesso con prudenza e sicuramente.»
Pochi giorni dopo il ministero Crispi cadeva, e l'energica sua azione veniva abbandonata. L'Inghilterra e la Germania avvertirono subito ch'era mutata la mano al timone della politica italiana, e ne profittarono. Lord Salisbury sentiva in tutta la questione tunisina la prevalenza degl'interessi italiani su quelli inglesi, e aveva opposto alle premure di Crispi un contegno di cortese passività, senza tuttavia osare di opporsi alla logica stringente del ministro italiano e sconfessare le sue proprie precedenti dichiarazioni. Alla Cancelleria germanica la scomparsa della pressione esercitata da Crispi in base ad argomenti validissimi, sembrò una liberazione.
D'altronde, il successore di Crispi, on. Di Rudinì, recando al governo scarsa coscienza degl'interessi d'Italia, prevenzioni mal fondate e minore autorità personale, si adattò alle risposte evasive del Foreign Office, il quale facendo propria la teoria dell'Ammiragliato Britannico finì con l'affermare che dalle fortificazioni di Biserta l'Italia e l'Inghilterra nulla avevano a [pg!82] temere, e altresì che Biserta, operando una diversione delle forze navali francesi, sarebbe stata una debolezza e un danno per la Francia.[19]
Cosicchè la Francia preso coraggio dalla remissività del nuovo ministero italiano che si preoccupava di fare una politica estera diversa da quella di Crispi — caduto dal potere con grande e non dissimulata gioia della Francia — dopo avere raccolto a poco a poco i materiali necessarii, iniziò nel 1892 le fortificazioni sull'estremo punto nord dell'Africa, dissimulandone con [pg!83] la lentezza dei lavori il valore bellico per poter negare l'opera che andava compiendo in dispregio degl'impegni presi dinanzi alle potenze, quando nel 1881 impose il suo protettorato al Bey di Tunisi.
L'on. Crispi, ritornato privato cittadino aveva continuato a seguire la questione con cuore di patriotta. Qualche amico lo informava di quanto avveniva nella Reggenza in fatto di armamenti. [pg!84]
Ecco un saggio delle notizie che gli pervenivano:
«29 maggio. — Arrivarono col postale francese Ville de Naples 80 casse polveri.
31 maggio. — Arrivarono col postale francese via Algeri casse 50 cartucce.
3 luglio. — Arrivarono col postale francese Ville de Bône 750 barili polveri.
6 luglio. — Arrivarono col postale francese Ville de Rome 27 casse cartucce.
10 luglio. — Arrivarono col postale francese 350 barili polvere; peso di ogni barile cg. 5».
In settembre 1891, in seguito a informazioni allarmanti pubblicate da qualche giornale intorno a una intensa preparazione militare dei francesi in Tunisia, il ministro Rudinì ordinò al Console generale Macchiavelli di recarsi a Biserta per verificare quali lavori si facessero in quel forte. Il Macchiavelli fu respinto dal Comando militare perchè non aveva un permesso da Parigi! Parecchi giornali osservarono che quella mortificazione poteva esserci risparmiata, giacchè non occorreva mandare a Biserta il rappresentante ufficiale d'Italia per apprendere ciò che in Tunisia era noto a tutti. Un giornale ispirato da Crispi, la Riforma, scriveva il 1.º dicembre:
«Non sa il Governo italiano che le fortificazioni di Biserta sono in opposizione con gl'impegni assunti formalmente dalla Francia?
E non pensa a richiamare quegli impegni alla memoria del Governo di Parigi?
Non potendo far altro, il 14 febbrajo 1892 Crispi espresse al Re la sua angoscia con la seguente lettera:
«Sire!
Qual'è la miglior politica, lasciar fortificare Biserta o impedire che sia fortificata? Delle due vie l'Italia, sotto il mio ministero, scelse la seconda.
La questione fu trattata a Londra e a Berlino.
Lord Salisbury in conseguenza dei nostri reclami interpellò due volte Waddington su cotesto argomento: e l'ambasciatore francese assicurò Sua Signoria in modo positivo che il suo governo non mirava a fare di Biserta [pg!85] un porto militare. Ciò risulta da un telegramma giuntoci da Berlino il 28 gennaio 1891.
Da due dispacci del 5 e del 13 agosto 1890 fummo informati che circa la questione tunisina Caprivi aveva detto al nostro Incaricato d'affari che «la Germania non trascurerebbe gl'interessi italiani e saprebbe all'occasione fare onore agli impegni contratti verso di noi».
Alla sua volta il conte di Kálnoky il 5 agosto 1890 faceva al conte Nigra, sullo stesso argomento, la seguente dichiarazione: «Il governo Austro-Ungarico è disposto associarsi a qualunque azione diplomatica, insieme alle altre potenze amiche, in favore dell'Italia».
Io devo credere che nulla fu fatto negli ultimi dodici mesi che il mio successore ha tenuto il Ministero degli affari esteri. Dovrò anche supporre che sia rimasto senza risposta un dispaccio giunto da Londra alla Consulta dopo il 31 gennaio 1891. Intanto è constatato che a Biserta son cominciate le opere di fortificazione!
Con Biserta e Tolone i Francesi diverrebbero gli assoluti padroni del Mediterraneo.[20] A lord Salisbury io scrissi un giorno che, ciò avverandosi, l'Inghilterra non sarebbe più sicura in Malta e che potrebbe essere cacciata dall'Egitto.
«Sire!
Sarebbero maggiori i pericoli per noi, e ci si renderebbe necessario munire potentemente la Sicilia e la Sardegna, le quali, in caso di guerra, sarebbero le prime ad essere minacciate. Nè basta: dovremmo tenere forti eserciti nelle due grandi isole del Regno, ed occupata la nostra flotta nelle acque africane.
Per munire potentemente la Sardegna e la Sicilia vuolsi una enorme spesa, per la quale al Tesoro italiano mancano i mezzi. Comunque, in un momento in cui il governo di V. M. è obbligato a fare dolorose economie, è strano che per una falsa politica il governo medesimo debba esser causa di una nuova spesa.
Quello che importerebbe Biserta fortificata fu fatto palese a Berlino, e fu aggiunto che qualora scoppiasse la guerra, e la Germania fosse attaccata, noi non potremmo disporre di tutte le nostre forze, imperocchè saremmo costretti a localizzare la maggior parte delle [pg!86] truppe per prevenire gli attacchi che sicuramente verrebbero dal mare, ed in conseguenza per difenderci.
Quando la Francia occupò Tunisi promise che non ne avrebbe fatto una piazza di guerra. Oggi, fortificando Biserta, il governo della Repubblica non solamente manca alla promessa, ma muta lo statu-quo nel Mediterraneo. Con gli accordi del 12 febbraio e del 24 marzo 1887, la Gran Brettagna, l'Italia e l'Austria-Ungheria s'impegnarono a non permettere che questo mutamento avvenisse e, in ogni caso, si obbligarono a procedere d'accordo.
Io non porto la questione alla Camera perchè una pubblica discussione su così grave argomento nuocerebbe agl'interessi nazionali. Io poi personalmente ne raccoglierei nuovi odii dai Francesi senz'alcun beneficio pel nostro paese: e mi taccio.
Il silenzio del Parlamento e l'inerzia dei Ministri, mi permetta, Sire, di dirlo schiettamente e lealmente, non salvano il Re dalla sua responsabilità verso la Patria comune.
Costituzionalmente V. M. non è responsabile di quello che avviene, ma lo è moralmente dinanzi alla Nazione della quale è il Capo e il tutore. Or l'avvenire della Nazione può essere compromesso dalla politica attuale.
Questa lettera da parte mia non sarà comunicata ad anima viva; rimarrà segreta. È scritta per V. M. e per V. M. soltanto.
Ho creduto un dovere di coscienza di scriverla. Ho voluto anche questa volta testimoniare la mia piena fede nel Re, nel quale è personificata l'unità nazionale.
Al Re dunque doveva rivolgere la franca parola.
Ho l'onore di ripetermi di V. M.
L'umil. Dev. Servit. e Cugino
Francesco Crispi.»
Non risulta che il governo italiano facesse opera diplomatica efficace. I lavori furono incessantemente proseguiti, e quando Crispi ritornò al potere, nel dicembre 1893, essi erano giunti a tal progresso che ogni contrasto sarebbe giunto tardivo. Il 7 marzo 1894 l'ambasciatore Ressman, in seguito ad una pubblicazione che annunziava l'inizio dei lavori ch'erano, invece, molto innanzi, interpellò il Presidente del Consiglio, Casimir-Périer; [pg!87] il quale, abbandonato il sistema di denegazioni seguito in passato dai ministri francesi, dichiarò la realtà, giustificando però la decisione di fortificare Biserta col concentramento di truppe italiane in Sicilia, come se questo, invece che determinato dalle condizioni allora allarmanti dell'ordine pubblico in quell'isola, nascondesse il proposito di un colpo di mano sulla Tunisia!
Ma ecco la lettera del Ressman:
«Signor Ministro,
Sotto il titolo «Bizerte et la Spezia» il Figaro pubblica stamane in prima pagina un articolo che principia colle parole:
«Ci si assicura che sono stati testè dati ordini per cominciare i lavori militari di Biserta: felicito il Governo di questa patriottica risoluzione».
Riferendomi a quest'asserzione del Figaro, ho nell'odierna udienza domandato al signor Casimir-Périer se vi fosse alcun che di vero, non senza premettere che più volte i suoi predecessori, interpellati sui lavori che il Governo francese faceva eseguire nel porto di Biserta, avevano dichiarato che quei lavori avevano per solo scopo di facilitare alle navi mercantili l'accesso del lago interno e che erano intrapresi esclusivamente per ragioni e scopi di commercio.
Il Ministro degli Affari Esteri mi rispose che egli diede difatti gli ordini di proteggere l'entrata del canale di Biserta, dietro ripetuta richiesta del Bey di Tunisi e del signor Rouvier, circa sei settimane addietro. Egli ebbe la franchezza d'aggiungere che a tale risoluzione lo avevano determinato le apprensioni che allora qui si manifestarono per il sì considerevole accentramento di truppe italiane in Sicilia. Mi disse poi che i lavori militari a Biserta si limitavano all'armamento di due batterie, una sulla destra e l'altra sulla sinistra della entrata del canale, per le quali già da tempo erano state costruite le spianate e tracciati gli accessi, e che l'ammontare della spesa incontrata, che fu di soli 600 000 franchi, prova non essersi fatto nulla di eccessivo. Gli pareva d'altronde che non vi fosse ragione di giudicare questi lavori diversamente dai lavori di fortificazione di Tunisi pei quali si erano spesi 300 000 franchi.»
«Signor Ministro,
[pg!88]
A poco a poco la verità non fu più negata; anzi il lavorìo dissimulato divenne aperto e le opere di fortificazione e di armamento furono accelerate.
La Dépêche Tunisienne dell'11 giugno 1895 pubblicava:
«Paroles significatives:
En réponse aux souhaits de bienvenue que lui adressaient à Bizerte le vice-consul de France et les députations du conseil municipal, du syndicat de Bizerte et de la compagnie du port, M. le vice-amiral de la Jaille, commandant l'escadre active de la Méditerranée, a exprimé, nous apprend le Courrier de Bizerte, toute sa satisfaction de voir arriver à bonne fin, et en un si court laps de temps, ces travaux qui font de Bizert un port si précieux pour la France.
Jusqu'ici, a-t-il ajouté, retenue par de vains prétextes, la flotte française avait évité d'y jeter l'ancre. Mais le charme est maintenant rompu, car dédaignant certaines susceptibilités ménagées jusqu'ici, la marine française vient de prendre définitivement possession de Bizerte. Comme le croiseur Suchet, dit-il, les cuirassés de mon escadre auraient pu entrer dans le canal et le lac, n'eût été ce banc de rocher qui reste à enlever sur une cinquantaine de mètres et qui rétrécit à 37 mètres le chenal navigable; mais ce n'est que partie remise, puisque ce travail n'est plus qu'une affaire de semaines. A sa prochaine tournée l'escadre de la Méditerranée commandée alors par l'amiral Gervais, ne manquera certainement pas de venir y jeter l'ancre et de séjourner dans le lac.»
Quanto fossero fondate le ansie di Crispi e colpevole l'indifferenza dei suoi successori dinanzi al pericolo che sorgeva con la creazione del porto militare di Biserta, lo desumiamo dall'orgoglio col quale autorevoli uomini politici e scrittori francesi hanno esaltato dipoi l'accrescimento di potenza che n'è derivato alla Francia.
Un ministro della marina francese, il signor Pelletan, con poca diplomazia, ma con grande sincerità, affermò nel 1902 che Biserta assicurava al suo paese il dominio del Mediterraneo.
E Gabriele Hanotaux, ex-ministro degli Affari Esteri, in un libro intitolato La Paix latine si compiacque nell'enumerare [pg!89] le difficoltà superate e magnificare la conquista compiuta. Giova riprodurre e meditare alcune pagine di quel libro:
«.... Du côté de l'Italie, enfin, sous le ministère de M. Crispi les relations étaient telles que l'on pouvait tout craindre.
Cette situation générale, qui résultait d'une accumulation de circonstances, pour la plus part indépendantes de la volonté des hommes, était franchement mauvaise. Je n'avais qu'à suivre les exemples qui m'étaient laissés par mes prédécesseurs, pour m'efforcer d'y porter remède. J'eus le bonheur d'y réussir, L'incident franco-congolais fut promptement réglé.......... Enfin, entre la France et l'Italie, après une période difficile qui eût son point de tension extrême au moment du rappel de l'ambassadeur Ressman, les dispositions se modifièrent. Une grave difficulté était en perspective: l'échéance des conventions qui engageaient la Tunisie à l'égard des puissances européennes. Le sort de la Régence et celui de la Méditerranée étaient en suspens. Mais, par une volonté réciproque, l'orage menaçant se dissipa. Un esprit de conciliation et de concessions dû surtout à l'influence de M. le marquis de Rudinì et de M. le marquis Visconti-Venosta, inspira les pourparlers qui eurent finalement pour résultat les divers arrangements qui confirmèrent le protectorat de la France sur la Tunisie, qui laissèrent à celle-ci la disposition pleine et entière de la puissante position maritime de Bizerte....[21]
Le vaste établissement militaire qui s'achève à Bizerte intéresse à la fois l'Europe et l'Afrique. Il commande un des grands chemins du monde. Il est place dans une région où l'antiquité a toujours connu de grands ports, Utique, Hippone, et surtout Carthage. Plus d'une fois, les destinées du monde ont basculé sur cette pointe de terre où la nature a creusé — comme un abri et comme une menace — ce double lac dont les dimensions et la profondeur sont faites pour l'armada des léviathans modernes.
La mer Méditerranée est divisée en deux parties nettement définies: l'une forme la tête du lion, l'autre le corps; l'une, à l'Occident, baigne l'Espagne et le Maroc, la Provence et l'Algérie; l'autre, dans la partie orientale, réunit les trois continents: Europe, Asie, Afrique; elle caresse, de son flot bleu, la Grèce et ses îles, l'Asie-Mineure et l'Égypte: elle se prolonge par les détroits, jusque dans la mer Noire; elle débouche sur le reste du monde par le canal de Suez.
Or, ces deux parties, se rejoignent en un point qui forme comme le col de la bête; c'est à l'étranglement qui se produit entre la Sicile et la terre d'Afrique. L'île de Malte, un peu en arrière de ce détroit, en surveille la [pg!90] sortie; mais Bizerte est mieux située encore, car elle le domine. Bizerte prend la Méditerranée à la gorge.
En ce point décisif, une volonté de la nature a creusé ce lac offrant une surface de 15.000 hectares sur lesquels 1.300 sont assez profonds pour recevoir les plus grands bâtiments. Un des plus beaux ports du monde se trouve donc dans un des points les plus importants du monde. Il fallait avoir le point et il fallait avoir le port.
Telle est l'entreprise à laquelle la France s'est consacrée depuis vingt ans et qu'elle a réalisée avec une ténacité et un esprit de suite qui peut-être, un jour, seront comptés à notre pays, si méconnu par les autres et si souvent calomnié par lui-même.
Pour avoir Bizerte, il fallait avoir la Tunisie: ce fut la première partie de l'entreprise. Au début, il ne fut guère question de Bizerte: on était tout aux Khroumirs. Seules, les puissances européennes, connaissant à merveille l'importance de la partie qui se jouait, prétendirent mettre un veto sur l'entreprise éventuelle d'un grand port à Bizerte, et M. Barthélemy Saint-Hilaire, alors ministre des affaires étrangères, agit sagement, en remettant à l'avenir le dessein d'un établissement militaire au sujet duquel on l'interrogeait.
Contre vents et marée Jules Ferry en vint à ses fins; l'occupation française imposa notre protectorat à la Régence. La question de la défense militaire fut posée du même jour. Elle se combinait naturellement avec celle de l'Algérie. La Tunisie, faisant l'effet d'un bastion avancé vers la mer et vers l'Orient, attira donc toute l'attention.
En quel point établirait-on la citadelle et l'arx de la nouvelle conquête? Quelques-uns, songeant à l'esprit turbulent des populations indigènes et aux difficultés que rencontrerait éventuellement une expédition venue du dehors, si elle était obligée de pénétrer dans les terres, désignaient comme nœud de la défense, cette antique ville de Tébessa qui avait été longtemps le refuge de la domination romaine en péril. D'autres, prévoyant le développement africain de l'Empire colonial français vers les régions centrales et vers le lac Tchad, insistaient pour qu'on utilisât l'angle et le port naturel que fait, au coude de la Syrte, derrière l'île de Djerba, la baie de Bougrara.
Mais Bizerte s'imposa: Bizerte, point propice, à la fois, à la défensive et à l'offensive, également bien situé si on envisage la terre et si on envisage la mer, dominant la capitale, Tunis, sans être entravé par elle, aboutissant presque immédiat du plus grand fleuve de la Tunisie, la Medjerda, et de la plus importante voie ferrée du Nord de l'Afrique, celle qui réunit Alger à Tunis.
Quant aux avantages militaires de ce port, véritablement unique, ils sont exposés, avec la plus grande précision, dans une étude du lieutenant-colonel Espitalier: «Le rayon tactique d'action, d'un cuirassé filant 18 nœuds, [pg!91] autour d'un point d'appui, est de 180 milles environ, si l'on veut qu'il puisse revenir à son port d'attache. Dans ces conditions, le cercle tactique de Bizerte coupe le rivage de la Sicile et couvre tout le passage entre ce rivage et la côte africaine. Il coupe aussi le cercle d'action des navires anglais de Malte. Si l'on combine le cercle d'action de Bizerte avec ceux de Mers-el-Kébir, d'Alger, d'Ajaccio et des ports métropolitains, il est facile de voir que tout le bassin occidental de la Méditerranée est sous notre dépendance tactique et que Bizerte est la clef de notre action du côté de l'Est».
Ces raisons confirmèrent les impressions favorables que la situation géographique et la convenance du site avaient fait naître dans les esprits. Mais comment rompre les engagements, comment déjouer la surveillance étroite des diplomaties rivales qui tenaient en suspens l'avenir de Bizerte? L'histoire éclairera un jour, ces points. [?]