RACCONTI.

Proprietà letteraria.


F. DALL'ONGARO

RACCONTI


[INDICE]


[A CHI LEGGE.]

Signori e Signore

I Racconti che vedete qui riuniti sono fratelli carnali delle Novelle vecchie e nuove che mandai per il mondo, anni fa. Anche tra questi ve n'ha di vecchi e di nuovi: c'è il primo che scrissi, i Complimenti di Ceppo, e l'ultimo, che fantasticai su' due piedi, dinanzi alla porta della mia casa in una delle ultime notti stellate.

I Complimenti di Ceppo, come la maggior parte de' suoi fratelli e sorelle, sono autentici e veri quanto può esserlo ogni altra storia e novella che corre per le stampe e per le bocche degli uomini. Ma perchè fu il mio primogenito, ed ha l'età della ragione, vi dirò come ei nacque e perchè.

Io viveva in diebus illis nella bella città di Trieste, e vi stampavo un giornale col titolo modesto di Favilla, e colla epigrafe ambiziosa:

Poca favilla gran fiamma seconda.

I miei abbonati, sparsi per tutta l'Italia, divenivano a vicenda i miei collaboratori gratuiti. I giornali, in quel tempo, non erano organi del governo o di un partito contro il governo: erano un ricambio d'affetti e d'idee, un amo gittato a caso per pescare, dovunque fosse, un amico del buono e del bello.

Una volta l'amo venne su carico di una grave censura ad uno dei più gentili poeti viventi; censura acerba ma vera, sottoscritta da un nome di donna. Il poeta rispose; la donna replicò col vigore e col senno di un critico provetto. Invitata ad onorare de' suoi scritti il giornale, mandava un altro scritto in cui rivedeva le bucce all'Ariosto, a proposito d'una sua versione o imitazione elegante ma poco esatta di Catullo o di Virgilio, sempre colla medesima firma. Credetti, sulle prime, che quel nome di donna coprisse quello di un letterato barbogio, il quale per rendersi accetto al pubblico usurpasse il nome di una gentil damigella.

Ma fatta un'inchiesta, venni a sapere che l'autore di quelle critiche argute era veramente una donna, e che il nome di Caterina Percoto, ond'erano sottoscritte, apparteneva davvero al libro d'oro della nobiltà friulana.

Ringraziando la mia incognita collaboratrice de' suoi eruditi articoli di critica letteraria, osai pregarla a mutar qualche volta registro; e poichè aveva l'onore di appartenere al sesso gentile, volesse mandarci qualche scritto da donna.

Tre mesi di silenzio punirono l'indiscreto consiglio. Poi, sollecitata a rispondere, mi fece significare che non sapeva indovinare che cosa io intendessi per uno scritto da donna.

Invece di scriverle una dissertazione, scrissi e le mandai stampato il racconto sovraccennato, dicendole, nel miglior modo ch'io seppi, ch'io le davo in mano l'orditura di una tela ch'ella saprebbe tessere e ricamare meglio di me. Nata contessa, e vivendo alla buona cogli abitanti della sua terra, avrebbe potuto meglio d'ogni altro descrivere i mille aspetti della natura, i costumi, le tradizioni, le vicende, gli affetti di quei campagnuoli.

Dopo un silenzio più lungo, la contessa Caterina Percoto mi mandò il manoscritto della sua prima novella Lis Cidulis. Ella aveva non solo compresa, non solo giustificata, ma superata la mia aspettazione.

Il mio raccontino era stato la cote di cui parla Orazio, che affila il ferro, inetta per se stessa a tagliare.

E questo vi spieghi perchè i Complimenti di Ceppo mi sono cari, e perchè mi applaudo segretamente di averli scritti e stampati. Senz'essi forse la contessa Caterina Percoto avrebbe continuato a scrivere le sue elucubrazioni erudite, e l'Italia aspetterebbe ancora la sua gentile e simpatica novellista.

La cote d'Orazio, affilando l'altrui stile, affilò pure il mio. Noi scrivemmo a prova racconti e novelle, dipingendo ciascuno le proprie impressioni, e commentando i fatti cotidiani di cui eravamo testimoni, o che ci arrivavano, comunque fosse, all'orecchio. Io ritraeva più spesso la città co' suoi vizj; essa la campagna e le sue modeste virtù. Poco ella prese da me: io molto da lei, massime i colori che resero accetta la mia Rosa dell'Alpi, ristampata da ultimo di là dell'Atlantico, e data come testo di lettura italiana ai concittadini dell'illustre Longfellow.

Ecco come nacque il mio primo racconto, e come fu seguìto dagli altri. Fate loro buon viso, o lettori, se non foss'altro, perchè furono stimolo ed occasione a cose migliori.

L'Autore.

Firenze, 20 luglio 1869.


[LA DONNA BIANCA DEI COLLALTO.]

I.

Gli uomini più saputi e più accorti del nostro tempo, udendo parlare di leggende, di tradizioni, d'apparizioni, si contentano di sorridere, e danno dei semplici, per non dir altro, ai nostri nonni che vi prestavano tanta fede. I filosofi, gli storici, i poeti fecero fino a' nostri giorni altrettanto, o al più al più, questi ultimi ne traggono qualche visione o qualche ballata per loro divertimento, quando hanno vuotato il sacco delle loro liriche appassionate o disperate, e delle lor querimonie contro il secolo positivo. La gente semplice, grossa, ignorante, benchè per un certo pudore sorrida anch'essa della propria credulità, pur si compiace ancor troppo di tali racconti, per credere che ne rida di buona fede.

Non so in quale di queste classi vorranno mettermi i miei lettori, nè in quale dovrò metter loro. Per ciò che mi concerne, dirò candidamente che non ebbi mai paura di streghe nè di folletti: aggiungerò che i miei sonni infantili non furono mai nè dall'aia, e molto meno dalla madre blanditi con queste favole. E pure, essendomi trovato sovente in luoghi e fra persone assai diverse, avendo l'abitudine di studiare i vari caratteri della gente che mi circonda, non ho saputo astenermi dall'esaminare questi fatti dello spirito umano. Dico fatti, perchè ogni opinione, ogni superstizione, ogni credenza, per falsa che sia, è un fatto, in quanto esiste nella mente del vulgo. Esaminando alcune di queste leggende, ci ho quasi sempre trovato sotto una ragione, e spesso tutt'altro che frivola. Credete pure, miei buoni lettori, che una favola destituita d'ogni senso non si trasmette di bocca in bocca, e non dura per secoli. Dico questo non per celia, ma di tutto il mio senno, e se ho raccolto di quando in quando alcuni di questi fatti e ho procurato di raccontarli alla meglio in prosa od in versi, non ho inteso di contar pure favole, o almeno, ho scelto fra queste le poche che mi parevano celare alcun che di morale e di significativo.

Questi pensieri mi giravano per la mente l'altr'ieri, recandomi da Conegliano a Collalto per visitare il teatro di una di codeste leggende. — Come! direte: tu facesti un viaggio per recarti costà? o che forse t'aspettavi di vederti apparire la Donna Bianca? A chi vuoi far creder codesto? — Io non ebbi mai il vezzo di voler far credere checchessia; meno a voi, miei lettori, che siete gente fina e aliena da ogni credulità. E il viaggio ch'io dissi, per quanto vi paia strano e ridicolo, non è per questo men vero; e aggiungo che, senz'esso viaggio, io non avrei oggi l'onore d'intertenermi con voi.

Or dunque, lasciata Conegliano alle spalle, sur un leggero calesse io m'indirizzavo verso Collalto. Aveva il sole di fronte, il quale precipitava al tramonto. A sinistra l'immensa pianura della Marca, a destra i bellissimi colli che dolcemente s'innalzano, verdi, pampinosi, festanti, curvandosi in mille forme, digradando e sfumandosi nel lontano azzurro del cielo. I colli di Conegliano non hanno invidia a quelli della Toscana, ai Berici, nè ai Lombardi. Un pittore, sia pure d'immaginazione la più ricca e feconda, non potrebbe nulla aggiungere e nulla togliere al vero, per figurare in tela l'ideale dell'Eden. E chi crede ch'io esageri, non ha che a fare il riscontro.

Spiccato in nero dalle roscide tinte del tramonto, mi sorgeva di rimpetto il castello di San Salvatore. Quando dico castello, intendo un paese; chè questa non è punto una delle solite ruine che piacciono ai paesisti. Il castello di cui parlo è ancora in perfettissimo stato, e più abitabile e abitato che mai. La principesca famiglia da cui si nomina ci viene a passare l'inverno in numerosa comitiva, e vi fa operare continui ristauri, che se non giovano all'arte, giovano al comodo. Un ampio terrazzo s'innalza dai circostanti edifici, come il tubo di un'immensa locomotiva. Verso la sommità si allarga per l'aggetto d'un'ampia cornice, sopra la quale, costrutta in età più recente, si curva la pina a modo di tulipano gigantesco. Perdonate la meschina similitudine; non saprei con qual altra immagine porvi sott'occhio codesto comignolo esagono ch'espande le curve merlature nell'aria, proprio come i petali di quel fiore.

Giace alle radici del colle l'ameno villaggio di Susegana, e di là dolcemente salendo la strada, ti conduce fino allo spazzo dove sorgeva la prima torre a saracinesca. Questa ed altre parecchie di queste torri furono atterrate, atterrate non poche altre costruzioni massiccie che difendevano il castello dalla parte di tramontana. In tempi pacifici, si sa bene che tutti codesti ripari sono più un lusso che altro; pure non può fare che non ci spiaccia la perdita infruttuosa di questi monumenti d'un'altra età. Ma io non intendo di fare il piagnone, tanto più ch'io vengo in traccia di tradizioni e non di ruine.

Feci sostare il cavallo, e salii pedestre fino alla casa d'un uomo, che è quasi lo spirito famigliare, il cronista, lo storico vivente della casa Collalto. Intendo dire il Franceschi, del quale avevo letto parecchie memorie scritte con sobria e sensata erudizione. Io lo conosceva poco più che di nome: ma la gente che scrive ha il suo passaporto con sè; e poi come pensare che in quelle amene colline, presso a quel bel castello, non istesse proprio di casa la cortesia? Chiesi del Franceschi, e mi guidarono a lui.

Dopo le oneste e liete accoglienze, inteso che la prima cagione del mio viaggio era un punto di erudizione, l'ottimo cancelliere di casa Collalto non tardò un istante a mettere agli ordini miei tutti i vecchi manoscritti che rovistava, i cronisti della Marca che avea raccolti, e nei quali era solito vagliar l'oro dalla scoria delle adulazioni e degli odii municipali. — Libri, pergamene, tutto è agli ordini vostri, diss'egli; e se le lunghe letture vi possono abbreviar la fatica, disponete della mia amicizia come del mio buon cuore.

— Che sapete voi della Donna Bianca?

Egli mi squadrò con uno certo sorriso tra il sorpreso e l'ironico. — Donna Bianca? Voi scherzate, non è vero?

— Non ischerzo punto, mio caro Franceschi. Io vi ringrazio infinitamente di tutte le vostre cronache, di tutti i vostri manoscritti, di tutte le vostre memorie storiche, genealogiche ed erudite. Vi domando solo che ne sapete di Donna Bianca?

— Intendo! riprese egli. Dopo aver manomesso il campo della storia, volete fare man bassa anche sulle povere leggende del popolo.

— Per l'appunto, risposi. E dipenderà da voi e dalla gentilezza vostra che io non cominci da quella di Donna Bianca.

— E dàgli con Donna Bianca! Non sapete voi che codesta è una vecchia storia, una storia che deve risalire al duecento!

— Tanto meglio. Le leggende più antiche sono le più belle. Raccontatemi dunque che se ne dice, giacchè, per dirvela, io so poco più del nome.

— Andiamo intanto a cena, chè mia moglie non brontoli. Sono cose da contarsi dopo aver provveduto allo stomaco. E mia moglie, forse, che è nata in questo castello, ne saprà più di me di cotesta filastrocca.

La proposizione era bella, ed aveva il merito poco comune dell'opportunità. Sicchè non è da dire se fu accettata con tutto il buon garbo che meritava.

II.

«Bianca, prese a dire la gentil Caterina, dopo le picciole ritrosie, senza le quali è impossibile che una donna cominci un racconto; Bianca, per quanto intesi a dire dall'avola, era il nome d'una orfanella ch'era stata raccolta in casa Collalto, quando la famiglia risiedeva ancora nel castello di questo nome, poche miglia lontano da qui. Qualcheduno sostiene che questo non fosse altrimenti il suo nome di battesimo, ma una specie di soprannome venutole dalla singolare bianchezza della carnagione e dal candore dell'animo. Checchè ne fosse, ella era, secondo l'opinione comune, una graziosa fanciulla, forse raccolta dalla madre del conte Tolberto, o nata costì da qualche affezionato maggiordomo della famiglia. Pareva dovesse condurre nella pace e nell'oscurità la sua vita, e divenire più tardi la moglie di qualche scudiere o paggio prediletto ai signori, e il suo nome sarebbe ora confuso con quello di tante che non si saprà che vivessero, se non quando risorgeremo insieme nella gran valle di Giosafatte. Meglio così per la povera Bianca! Ma la sua trista sorte doveva farla troppo famosa.

»Il conte Tolberto di Collalto, unico figlio di un barbone nominato Schinella, e di una contessa tedesca di cui non resta nè il nome nè il ritratto nel vecchio castello, avea menata a moglie la contessa Aica Da Camino, una famiglia nobilissima della Marca, che anche in tempi posteriori ebbe molto a che fare coi Collalto, a quanto mi viene raccontando il mio signor marito, quando mi crede degna di tanto onore.» — Disse queste parole, fissando il Franceschi con certa aria furbesca ed amabile, che il signor Franceschi dovette farle un inchino.

«Questa Aica, a sentir lui, non si trova ne' suoi alberi genealogici, anzi studiò quindici giorni e più per sapere qual altro nome potesse avere la nobile sposa del conte Tolberto. Quello che è certo si è che Aica è un brutto nome, molto antipatico, e che stava assai bene alla contessa Da Camino che s'imparentò coi Collalto. Corre voce che fosse fantastica, sofistica, brutta e gelosa come, come....»

— Come non siete voi — mi credetti in obbligo di soggiugnere, per toglierla dall'imbarazzo di trovare quel paragone.

La gentil narratrice guardò il marito, sorrise e ripigliò la parola arrossendo.

«La madre del conte Tolberto assegnò la povera Bianca come damigella d'onore alla nobile nuora, il giorno che ella venne ad abitare il castello. Le vantò la sua docilità, i suoi costumi semplici e ingenui, e la grazia con cui sapeva prestarsi ad ogni servigio che spettasse alla sua condizione. Aica la squadrò con aria dispettosa da capo ai piedi, e quel primo sguardo decise forse della sorte d'entrambe. Ringraziò con cerimonia del suo dono la suocera, e s'incamminò nelle sue stanze ordinando alla fanciulla che la seguisse. L'appartamento assegnato agli sposi era, com'è naturale, il più splendido del castello. La camera nuziale metteva in un'altra stanza destinata alla damigella, perchè potesse accorrere ad ogni cenno della signora. Questa stanza esiste ancora nella torre del castello, immediatamente sopra la carcere, ma non fu mai abitata dal tempo che si venne a conoscere l'orribile fatto di cui fu scena.

»Il matrimonio del conte di Collalto colla Caminese era stato, come suole avvenire tra' signori, più un affar diplomatico che un legame di simpatia. Quelle due famiglie ricorrevano spesso alle nozze, quando sentivano il bisogno di collegarsi insieme più strettamente, o contro i conti di Gorizia, o contro le altre città della Marca, che in quel tempo facevano tanto strepito, quanto adesso non ne menano i principi più potenti. Ma il cuore se la intende assai poche volte colla politica, dice il mio signor marito; onde avvenne che i due nobili sposi s'accorsero in breve che non erano fatti l'uno per l'altra. Il carattere del conte Tolberto era mansueto, indulgente, amorevole, tutto l'opposto di quello di Aica, la quale aveva tutti i cattivi numeri della famiglia da cui discendeva. In due mesi la nuora e la suocera non si guardavano più, se non nelle grandi cerimonie sacre o profane; e il povero conte Tolberto aveva adoperati inutilmente tutti i suoi mezzi per riconciliarle fra loro. Vedendo alfine che non poteva piegare a niun modo l'indole intrattabile della moglie, e che, se più rimaneva al castello, ne sarebbe seguita qualche rottura, pensò di cogliere il primo partito che gli venisse offerto per allontanarsi di là, e recarsi alla guerra. Egli preferiva i pericoli e le fatiche dell'armi a quegli astii familiari e incessanti che gli toglievano la sua cara tranquillità. A quei tempi le occasioni di menar le mani non si facevano attendere lungamente. Uno di quei signori, credo il conte di Gorizia, devastava il Friuli: il Conte s'unì in lega co' suoi vicini, e si disponeva a partire per combattere il nemico comune.

»La mattina della partenza, vestito di splendide armi, picchiò alla porta della consorte per prender commiato da lei. La Contessa stava assisa dinanzi ad uno specchio, mentre la Bianca, con pazienza instancabile, le accomodava i capelli. La gentil Bianca non le era stata concessa a quell'umile ufficio; ma l'altiera signora, quasi mettesse la sua gloria a far pesare il suo giogo sulla modesta orfanella, le prescriveva a bello studio i servigi più bassi; tanto più dal giorno che il conte Tolberto s'era avvisato di rimproverarle colla sua consueta dolcezza quei modi superbi ed indebiti. Aica s'era così contentata di chiedergli se la damigella fosse stata assegnata a lei sola od a lui? Or dunque, Bianca era lì architettando, secondo i capricci della dispettosa dama, gl'indocili crini che la natura le aveva dato, come emblema del suo carattere.

»— Si parte? domandò la Contessa senza guardarlo.

»— Il dovere di cavaliere me lo comanda, rispose il conte. Ma voglio esser certo che noi ci lasciamo senza rancore, mia nobile Aica. Mi sarà conforto alla lontananza, che mi troverò in compagnia de' vostri congiunti, e potrò combattere al loro fianco. Anche lontano da voi, il vostro pensiero mi seguirà. — Così la squisita cortesia del conte Tolberto procurava di velare agli occhi della dispettosa consorte il vero motivo della partenza. Ma costei non era tale da lasciarsi prendere a quelle dolci parole; e benchè le fosse tutt'uno che il conte se ne andasse o rimanesse al castello, non mancò di esacerbare per quanto era in lei quel congedo.

»— Desidero, disse, che la mia memoria si dilegui al più presto dalla vostra mente: già non potrebbe che darvi noia. Andate, signore, e dite a' miei nobili fratelli ch'io sono felice! — Un accento d'amara ironia trapelava da queste parole ch'ella declinò l'una dopo l'altra senza alcuna emozione e senza rivolger lo sguardo dallo specchio che le stava dinanzi. Tutt'ad un tratto parve colpita da alcun che di strano e d'inaspettato. Il suo volto, naturalmente pallido, allibì più che mai; stette immobile riguardando lo specchio, come quella piastra esercitasse sopra il suo spirito un orribile fascino. Ella vedeva sorgere sopra il suo il viso candido ed amoroso di Bianca: vide i suoi begli occhi inturgidirsi e circondarsi d'un dilicato rossore: una lagrima invano repressa velò la nera pupilla, e rigò quelle guance come una stilla di rugiada sopra il candido marmo d'una statua. Bianca non pensò a nasconderla nè ad asciugarla. Forse non sapeva nè pure di spargerla, certo non s'accorse che altri stava guardandola, e nel suo cuore gliene faceva un delitto mortale. Aica non alitava dinanzi allo specchio rivelatore: ella voleva saperne di più, e seppe infatti più che non avrebbe voluto.

»Il conte aveva esitato se dovesse rispondere all'acre rimprovero della moglie; poi con un gesto della mano che dimostrava il suo risentimento, s'era incamminato verso la porta. Sul punto di oltrepassare la soglia, s'era rivolto verso le due donne. Aica non fece motto; ma gli sguardi lagrimosi di Bianca si scontrarono con quelli del conte: un lampo d'amorosa intelligenza li unì. Fu un lampo: che il conte era già sparito, e l'orfanella avea ripreso il lavoro per un momento interrotto. Fu un lampo, ma bastò a illuminare di sinistra luce tutto un passato, foriero della folgore che ne scoppiò. Partito il conte, Aica mandò fuori con un forte sospiro l'alito lungamente trattenuto; le sue guance, che s'erano fatte a grado a grado violette, ritornarono livide; s'alzò ritta rovesciando la pettiniera; fissò con occhio di vipera la giovanetta che non poteva indovinare l'origine di quell'ira, ma pure ne fu sgomenta per un secreto terrore che l'investì. Dopo alcuni momenti di silenzio terribile, la contessa ruppe in questa domanda: — Tu piangi? Perchè quelle lagrime? Rispondi, sciagurata, o questo è l'ultimo istante della tua vita. —

»Bianca si sentì soffocare da un sentimento fino allora a lei sconosciuto. Era paura, rimorso, indignazione? Non è facile a dirsi. Forse erano tutte e tre queste cose ad un tratto. Ella chinò il capo come il colpevole colto in fallo.

»— Dimmi tutto, o sei morta, — replicò la contessa. La povera giovane si lasciò cadere sulle ginocchia quasi svenuta. Aica l'afferrò per un braccio e la strascinò semiviva nella camera attigua ch'era, come sapete, la sua. Vi si chiuse con essa, e dopo una lunga ora n'uscì, chiudendola a chiave. Il suo volto era raggiante d'una gioia feroce. Ella avea saputo ciò che temeva, e pur desiderava d'intendere.

Ripassando dinanzi allo specchio, tornò ad affacciarvisi, come per un istinto, non saprei dire se di gratitudine o di terrore. Abbrancò colle mani le chiome scomposte, e le torse intorno alla testa come per dissimularne il disordine. Ma il suo viso aveva un'espressione così sinistra, che ne parve ella medesima inorridita. Ripassando la palma della mano sopra i capegli inegualmente spartiti, e asciugando il sudor freddo che le bagnava la fronte livida e corrugata, — S'amavano, s'amavano, mormorava la contessa fra' denti. Egli l'amava!....

»Si fermò come ascoltando il suono di questa parola; poi, tutto ad un tratto, mise alla bocca un fischietto, e ne trasse un sibilo acuto. Accorse un vecchio maggiordomo, e si fermò sulla porta in aspettazione del suo comando.

»— È partito il conte? — gli domandò la contessa.

»— Partito, Eccellenza: ma non può essere che all'ultima porta.

»— Richiamatelo... no... non monta. Andate. — Affacciandosi al veroncello, ella vide difatti calarsi la saracinesca dell'ultima torre alle spalle del conte Tolberto. Alla testa di cento cavalieri egli seguiva il tortuoso sentiero che mette alla valle. A poco a poco scomparve fra il folto degli alberi, e più non apparivano che a tratto a tratto gli ondeggianti cimieri e gli elmi lucenti, come l'acqua del vicino torrente percossa dal sole. Si staccò dalla finestra, ritornò dinanzi allo specchio, e mormorò di nuovo: Si amavano! In questa parola e nell'accento con cui veniva da lei proferita, più che l'amarezza d'un amore tradito, si sarebbe sentita l'onta dell'offeso orgoglio e la gioia atroce della vendetta. Infatti essa non amava Tolberto, e poco importavale che egli conservasse ad altri un amore che non sapeva apprezzare; ma l'idea che un'orfana oscura e plebea, una persona vile, di cui faceva assai meno conto che del proprio falcone, avesse osato alzare pur il pensiero ad occupare il posto che s'aspettava a lei per diritto di nascita e per patto nuziale, quest'idea le era insopportabile, e non potendo distruggerla in altra forma, pensò di annientar la persona a cui si legava. Bianca era morta nel suo pensiero, nè le restava a determinare che il modo di spegnerla.

»Povera Bianca! forse ella non era colpevole che di un moto inavvertito del proprio cuore. Nata nel castello, come vi dissi, o raccoltavi fin da' primi anni, non avea conosciuto altri oggetti degni di riverenza e d'amore che i suoi padroni. Il conte Tolberto l'avea veduta crescere sotto i suoi occhi in età, in bellezza ed in senno. L'avea spesse volte tenuta sulle ginocchia, palleggiata sulle robuste braccia, accarezzato colle mani avvezze alla lancia i neri e lunghi capelli dell'orfanella; ma tutto questo, come avrebbe fatto ad un bello e prediletto levriere, al generoso destriere che solea cavalcare ne' torneamenti. I suoi principii erano assai diversi da quelli de' suoi coetanei; le sue abitudini, mansuete ma non molli, lo portavano a qualche cosa di più virile che non sarebbe stato un amoretto con una povera fanciulla che risguardava come sorella, e avrebbe difesa contro chiunque avesse osato oltraggiarla. L'orfanella dal canto suo, giovanetta ancora di sedici anni, non avrebbe saputo nutrir pel suo signore altro sentimento che una specie di culto, un rispetto misto d'infantil tenerezza, come di figlia. Solamente quando Tolberto menò a moglie la Caminese, sentì quel sentimento farsi più profondo e più malinconico. Forse confessò a se medesima un affetto, che non avrebbe confidato nè pure all'aria, e men che a tutti, a colui che, senza saperlo, n'era l'oggetto. Gli aspri costumi della sua signora le avean fatto pensare alcuna volta all'ingiustizia della fortuna. Ne' suoi sogni verginali avrà detto talora: Oh! s'io fossi in lei, di quanto amore vorrei circondare un cavaliere così buono e così compìto! E ricadeva, così pensando, in una cupa tristezza, finchè il cenno dell'astiosa signora la scuoteva dal suo vaneggiamento, per ricondurla alla trista realtà della vita. I duri trattamenti che sosteneva, le parevano alcuna volta una giusta espiazione del torto che involontariamente le recava pur nel pensiero; e poi l'amore infinito che l'anima sua sentiva per il conte, si tramutava in una specie di riverenza per tutte le persone, per tutte le cose che appartenevano a lui. Quindi Aica medesima le era, se non cara, almeno rispettabile, e si sarebbe guardata dal torcerle pur un capello, come se il conte dovesse risentirne il dolore. Povera Bianca! allevata come figlia dalla vecchia contessa, ella aveva educato il cuore a sentimenti così squisiti, di cui nessuno avrebbe in lei sognato nè pur l'esistenza: il suo cuore, nello svolgersi de' suoi sentimenti, l'aveva innalzata tant'alto, che, mancando d'un legittimo scopo, doveva di necessità trovare il suo giornaliero martirio nella sua stessa virtù. Forse il conte l'aveva indovinata, e forse no: Aica non l'avrebbe potuto senza la sua confessione. Ed ecco ciò che la povera Bianca avea confessato: avea confessato d'amare il proprio signore; che quella lagrima, era una lagrima che la partenza di lui le avea strappato dal cuore; e non disse, e forse nol sapeva, come più che d'amore, era una lagrima d'indignazione per le villane parole con cui la superba sposa avea risposto alla officiosa cortesia del marito! Ma questo era bastato ad Aica: da questi indizi leggeri e incolpabili ella avea fabbricato nella sua mente la colpa. Finse a se stessa un amore che non avea per Tolberto, pure per rendere più legittima la punizione che serbava ad entrambi.

»Voi sapete in qual modo l'orribile donna si vendicasse. La giovinetta disparve agli occhi di tutti quel giorno medesimo. Nessuno ne parlò. Il conte, ritornato al castello dopo due mesi, seppe ch'ella era morta, e non chiese più là.

»Dopo due secoli, ristaurando la camera della torre contigua all'appartamento, si trovò murato nella parete lo scheletro d'una fanciulla.»

III.

Terminata questa tetra istoria, narrata dall'ospite mia, con meno pretensione drammatica ma con più verità, chè tutte le sue parole uscivano vestite di quell'accento che solo può dare l'intima persuasione del vero, primo il Franceschi, e poi ciascuno della brigata si provò a dare alla conversazione un colore più gaio. Ma per quanto ognuno si sforzasse a celiare sulle antiche leggende, e non si risparmiassero le più lepide allusioni, non ci fu verso di rallegrare i nostri spiriti, tanto erano rimasti sopraffatti da quel racconto.

Intanto l'ora s'era fatta assai tarda, e m'accorsi che gli ospiti miei non erano abituati alle nostre veglie cittadinesche; onde mi credetti in obbligo di gittare una parola sull'ora tarda e sulla mia propria stanchezza. Il Franceschi alzandosi senza più, si scusò di non mi poter alloggiare convenientemente in sua casa, e disse che m'aveva fatto apprestare una camera nel castello. — Già voi, soggiunse, non m'avete faccia da spaventarvi, se pure la Donna Bianca si pensasse di farvi una visita!

— Pensate! risposi, non sarei poeta! —

Così dicendo, presi congedo dall'ospitale famiglia, e preceduto da un servo, m'incamminai verso il vicino castello.

Alzavasi fra l'ombre della notte l'immensa mole bruna, misteriosa, terribile. Il gigantesco torrione pareva una scolta che vegliasse sopra il resto dell'edificio, le cui forme mal distinte lasciavano libera la fantasia di foggiarsele sotto le più strane e mostruose figure! Entrai per una postierla che metteva per un basso ed umido corridoio alle stanze più interne. Sempre preceduto dal servo, i cui passi suonavano nel vuoto del deserto castello, passai per un numero di stanze che non presi pensiero di numerare, ma che non finivano mai. Una sala ornata dai bruni ritratti della famiglia, metteva ad un gabinetto, questo a una dozzina di camere, variamente addobbate; poi altri gabinetti, altre sale, altre camere; e il famiglio domandavami scusa di sì lunghi andirivieni, annunziandomi sempre vicina la stanza assegnatami, la quale mi sfuggiva pur sempre dinanzi. In altri tempi avrei potuto tenermi per ispacciato; ma prima che questo pensiero m'entrasse nella mente, come a Dio piacque, la mia guida fermossi, ed accese due candele in una piccola ma gentil cameretta, prescelta, ei mi disse, da non so quale dei conti attuali, più letterato degli altri, come la più silenziosa e più confacente a' suoi studi. Un letto di ferro, avviluppato da un candido padiglione, n'occupava un buon terzo, i mobili erano d'ebano, una sola finestra s'apriva a mezzodì scavata, per così dire, nella muraglia, la cui spessezza poteva ben essere di due metri.

Terminata questa rassegna, il servo si credette in obbligo di avvertirmi che appena fuori della mia stanza c'era la sua, che a caso non mi credessi solo in quell'enorme edificio. Egli pronunciò questo benevolo avviso con una cert'aria significativa, quasi con bel garbo volesse dirmi: non abbiate paura. Come io mostrai d'intenderlo, e gli risposi, sorridendo, che nulla m'occorrerebbe, egli si scusò dicendo che questa era l'abitudine del signor conte, il quale, benchè abituato al castello, pure non avrebbe osato dormirci solo. Anche un professore di Padova, soggiunse, che fu qui non ha molto per tenere a battesimo il bambino del padrone, confessò una mattina che non avea potuto pigliar sonno in tutta la notte che vi dormì. — Egli diceva, soggiunse, che l'immaginazione alcune volte suol fare di brutti scherzi. Onde, signore, ho creduto mio dovere di dirglielo. Perdoni.

Lo ringraziai, congedandolo, e mi chiusi nella mia cameretta. Rimasto solo, non potei trattenermi dal sorridere, pensando al professore ch'io conoscevo per uomo scevro di pregiudizi, cinico anzi che no, e di spiriti assai positivi. Non lo avrei detto, ma lo pensai, che alcune volte le apparenze sono smentite dai fatti, e m'apparecchiai, io suo scolaro e in odor di poeta, m'apparecchiai, dico, a far arrossire col mio fermo contegno il freddo filologo, e l'uomo, come suol dirsi, di mondo. Gli vo' domandare, dissi fra me, come prima io lo vegga, che faccia avesse la Donna Bianca, quando gli comparve al castello di San Salvadore. D'idea in idea, nel breve intervallo che dovetti passare prima di addormentarmi, venni fino a desiderarmi l'apparizione, almeno in sogno, di quell'ospite misteriosa di cui s'era tanto parlato. Così saprei s'era bianca o bruna, diss'io, e le domanderei la ragione di queste sue visite. Così dicendo, o meglio, così fantasticando fra me, mi voltai sull'altro lato, e un placido sonno sospese il corso de' miei pensieri.

— Scommetto che questo è il posto d'un sogno, dirà qualcuno de' miei lettori. Nè più nè meno; e lascerò credere a chi lo vuole che sia uno di quelli che i poeti ritrovano sì spesso e sì a tempo nel fondo del lor calamaio. Il fatto sta, che il sogno ch'io vi annunzio fu sognato davvero; ed ho mestieri di crederlo sogno, o lettori, perchè altrimenti dovrei prestar fede alle apparizioni favolose, e non potrei più ridere alle spalle del mio professore d'Università. Lascio poi la pena ai fisiologi di chiarire da quali elementi sorgesse, se dal luogo dov'io mi trovava, da quella camera solitaria, dai discorsi avuti o dalle memorie risguardanti la famiglia Collalto che avevo leggicchiato prima d'addormentarmi, e che avranno dato probabilmente una tal direzione alle idee. Checchè ne fosse, ecco il sogno.

Erano, sulle prime, figure indistinte che procedevano a coppia a coppia, non saprei dir di qual sesso. Mi parevano come persone che, nelle fitte e nebbiose notti, ci passano inavvertite da canto, e appena ce n'accorgiamo al fruscìo della veste e al batter de' passi. Ma queste apparizioni sfumavano lievi senz'arrestarsi un momento, tanto ch'io potessi raffigurare le loro sembianze. Però la processione continuava, e, come se l'atmosfera si andasse un po' diradando, le immagini mi si facevano più distinte. Erano bei vecchi dalla barba candida o grigia, vestiti di lucide armature, ciascuno accompagnato da una grave matrona, riccamente abbigliata, con baveri inamidati o bei merletti di Fiandra rimboccati dal collo. Io discerneva già bene il lor volto, ma non mi parea di conoscerli. Quando, tutto ad un tratto, ne vidi uno, la cui fisonomia m'era nota.

Era il conte Tolberto. Ecco la sua dolce guardatura, la sua aria amorevole e trista! L'antipatica dama che gli sta a fianco, e par che sdegni porgergli il braccio, non è punto da dubitarne, è Aica da Camino. Mi sembra ch'io volessi rivolger loro qualche parola, ma, come segue ne' sogni, la voce non rispondeva alla volontà. Intanto anche questa coppia era sparita, e tutto era rientrato nell'oscurità. Ma se gli occhi più non discernevano alcuna cosa nell'ombra, l'orecchio era percosso da un sordo gemito che partiva come da una tomba.

Raddoppiai l'acume della pupilla, come cercando da qual parte uscisse quel doloroso guaìto. Ma non discernevo altra cosa che una parete bianchissima, ch'io potevo scambiare con quella della mia camera. Tutt'ad un tratto la calce parea sollevarsi in un canto, e presentare alcune ineguaglianze, alcune prominenze che offerivano i contorni d'una figura umana scolpita in bassorilievo. A poco a poco però le membra tondeggiavano, si spiccavano dal fondo e si campavano nell'aria. La statua non era più statua, ma sibbene un simulacro di donna avvolta in candida veste, pallida in volto e impressa i lineamenti d'un dolore ineffabile. Si chinò sul mio letto lievemente, e stette fisandomi d'uno sguardo tristo, prolungato e profondo.

— Oh! Bianca, parvemi ch'io le dicessi, povera Bianca! Quanto ho desiderato vederti e intendere le tue parole! Qual destino lega ancora la tua presenza in questi luoghi che ti dovrebbero essere così funesti? —

Ella crollò mestamente il capo, e il sentimento che mi parve dipingersi sul suo volto, era più d'amore che di odio.

— Che amore dovette essere il tuo, povera Bianca, se l'atroce supplicio a cui ti condannò la superba consorte, non te lo svelse dal cuore!

Ella chinò il capo quasi vergognando, e una lagrima parve rigarle il pallido volto: — Ah! una lagrima simile a quella ti tradì, sventurata, quel giorno fatale! — A queste parole che mi pareva d'indirizzarle, e ch'ella certo mi leggeva nell'animo, mandò un lamento così doloroso, che non mi ricordo d'averne udito alcuno di somigliante nel mondo. E come non potesse resistere alla penosa reminiscenza ch'io le avevo richiamata, la vidi allontanarsi da me, dileguarsi lentamente nell'aria, e addentrarsi di nuovo nell'opposta parete.

Addio speranze di udir la sua voce! Maledissi nel mio interno alla mia indiscrezione, rivolto pur sempre a quel punto della muraglia da cui l'avevo veduta svanire, quasi coll'intendimento di evocarla di nuovo per secreta attrazione magnetica. Tutto fu invano. L'aere s'era abbuiato, e mi si dipingeva tratto tratto in quelle fosche iridi che si veggono ad occhi chiusi la notte, e non hanno nome, cred'io, nella nostra favella. Ma quelle iridi, quelle sfere verdastre, azzurrognole, sparse di punti luminosi e vibranti, portavano scritto nel centro vari nomi che s'alternavano l'un dopo l'altro. Il primo ch'io potei leggere fu

SCHINELLA,[1]

e non appena l'ebbi letto, svanì col circolo raggiante dov'era scritto a lettere giallastre e fosforescenti. Non so quanti RAMBALDI e TOLBERTI lo seguitassero al modo stesso, finchè in una sfera di color rosato e cilestro, a lettere cangianti come l'opala, vidi apparirmi il nome di

GEMMA.

E poi una serie d'altri nomi che m'uscirono dalla mente, finchè in una ruota purpurea e come rabescata, lessi, il nome di

COLLALTINO.

Ma già il bruno campo nel quale agitavansi questi lucidi globi, si faceva ad ora ad ora più grigio, ed essi globi succedevano d'una tinta più languida e men distinta. A mano a mano che si confondevano nelle tinte del campo, anche le immagini della mia fantasia venivano perdendo d'intensità e di chiarezza. Vi fu un momento ch'io stetti come dimentico e inconscio di me medesimo: io passava evidentemente dal campo de' sogni a quello della realtà. Apersi gli occhi e m'avvidi che la luce del giorno avea già attenuato l'oscurità della stanza; balzai dal letto come trasecolato dalle visioni avute, delle quali ricordavo ancora e rannodavo alla meglio questi dispersi frammenti. Spinsi l'imposta quasi per finir di svegliarmi, e mi si aperse allo sguardo una scena che nessun pennello oserebbe dipingere.

Era una immensa pianura, la pianura della Marca Trivigiana, alla quale era termine l'Adriatico. Una tenue nebbiuzza la copriva a fior di terra, ammollendo i contorni delle piante sorgenti dal suolo, le quali apparivano come piccole macchie, anzi pur come punti dispersi nella vastità dello spazio soggetto. La Piave dappresso, più lontano il Sile, come un nastro d'argento volgeva i suoi lucidi meandri tra i regolari comparti dei seminati. Un rombo infinito, indistinto mi giungeva all'orecchio, e partiva dalle mille campane che dagli sparsi villaggi inneggiavano al sole nascente. Era la prima domenica di agosto. Sublime spettacolo! Questo suono era come la vita che animava la scena: come la voce della moltitudine, che da quelle mille villette destavasi a un'ora medesima, commossa da un sentimento comune.

Non ci voleva meno di questa scena così naturale, e pure così grandiosa e poetica, per tormi all'influenza de' sogni; poichè io sono così fatto, che basta un sogno talora a colorire d'una tinta conforme tutti i pensieri della giornata. Mi vestii frettoloso, e non senza fatica per quell'intricato labirinto di camere, trovai la via di uscir dal castello e recarmi alla casa dell'ospite mio.

IV.

Un'ora dopo un leggero calesse ci traeva entrambi all'antico castello dei conti. Parmi aver già detto, o lettori, come San Salvatore non era nè la sola nè la più antica sede della illustre famiglia. A sei miglia circa da questo castello ne sorge un altro, edificato forse verso il decimo secolo, men comodo ad abitarsi, ma pur magnifico per quel tempo e ragguardevole per la sua costruzione. La tragica morte di Bianca era seguìta in quest'ultimo, ed è naturale ch'io volessi vedere cogli occhi propri e toccare con mano quel poco che ancor rimaneva a testimonio del fatto. Il Franceschi non esitò ad appagarmi, e mi si offerì per compagno, benchè non era cosa lieve per lui l'affrontare l'afa d'una giornata d'agosto. Ma c'entrava di mezzo l'amicizia, l'archeologia e l'interesse che aveva per tutto ciò che riguardava i Collalto, onde si sarebbe gittato nel fuoco, non che altro, per non mancare, com'ei diceva, all'obbligo suo.

La via che percorrevamo è tra le più amene e poetiche che si possano immaginare. Da un lato la pianura verde coltivata, irrigata, sparsa di case, popolata di gente che accorreva, vestita a festa, a' rispettivi villaggi. Dall'altro la collina molle, cespugliosa, vitifera; più lungi le montagne azzurre, ombrate ancora dalla lieve nebbia del mattino. La strada or saliva dolcemente, or scendeva con facil declivio, fiancheggiata a destra da spinose ed eleganti robinie, a sinistra da qualche pioppo cipressino interrotte da folti e vellutati avellani. La verzura dell'Asia e quella dell'Italia spandevano le loro braccia e intrecciavano le loro ombre tremolanti sul nostro capo. Ma già la scena cambiava: ai terreni seminati da molto succedevano le terre ghiaiose, desolate dalle più recenti alluvioni del vorticoso Anasso, come lo chiama il Carrer; e quelle sono le antiche roveri del Montello che ricorrono sì spesso nelle sue lettere della Stampa. Vedi come il bosco seconda il sorgere e l'avvallar del terreno!

Già noi lasciamo il piano, per rivolgerci al monte. Ecco apparire da lunge le merlate sommità di Collalto: questo, un tempo, era un romitaggio abitato non so da qual ordine di claustrali; ora non è che un maniere, come un tempo dicevano; una casa attenente al castello, ed abitata dal custode di quello. Non vi so dire che effetto mi facessero que' corridoi, serbanti ancora le traccie dell'antica destinazione, ed ora volti ad altr'uso. Certo è che il luogo è posto sul pendìo del colle con sì felice accorgimento, che doveva essere un'amenità l'abitarvi. Forse il Bembo ed il Casa, che ne parlano ne' loro scritti, vi avranno attinta quella grave e dolce malinconia che alcune volte riscalda i lor versi, e li rende sì amabili. Di qui si domina oltre al torrente la Badia di Narvesa, appartenente anch'essa ai Collalto, e più lungi verso ponente, fra le mille sinuosità de' monti, vedi biancheggiare le colonne del tempio onde il Canova consecrò il povero villaggio dov'ebbe la culla.

Perdonate s'io non posso percorrere questi luoghi senza comunicarvi le grate impressioni che mi lasciarono. Ecco Collalto. Anche qui più d'una torre ne proteggeva l'ingresso. Peccato che l'istinto livellatore del secolo, il quale s'appiglia anche ai più lontani dal centro, abbia anche qui portati i suoi guasti: anche qui una scorciatoia, un rettilineo ha costato la vita a qualche massiccia costruzione monumentale. I mangiatori di pietre sono penetrati fin qui. Ma il corpo principale dell'antico castello rimane pur sempre: ecco il torrione, men gigantesco, meno elegante dell'altro che vi descrissi, ma più originale, più medio-evico. Una scala esterna mette al primo piano dell'edificio, il quale, benchè serbi qua e là le traccie del tempo in cui sorse, fu però rinnovato e ristaurato più volte. Passammo guidati da una vecchierella cortese per una lunga fila di camere, dove la varia tappezzeria accennava alle varie età e ai vari gusti dei signori che v'abitarono. Tutto però sembra abbandonato da molto, e infatti i Collalto preferiscono il castello di San Salvatore o le loro signorie nella Moravia.

Tuttociò non m'importava gran fatto; io era impaziente di vedere la stanza della povera Bianca, e non altro. Quando fummo sul limitare di quella, la buona vecchierella quasi involontariamente diede indietro segnandosi: cosicchè v'entrai solo in compagnia del Franceschi.

La stanza era più mal concia delle altre; ruinato il pavimento, sfondato il soffitto. È tradizione che, ritrovato nella parete il miserando scheletro, si smettesse il ristauro già incominciato, e la stanza rimanesse a un di presso come si vede. Certo è che non fu più abitata. I signori fecero dare onorata sepoltura alle infelici reliquie nella cappella medesima dove si vedono ancora le tombe de' lor famigliari: e lì su quella parete medesima, quasi in espiazione del fatto, fecero dipingere un Ecce Homo. Questo affresco fu poi intonacato di calce; e sopra l'intonaco fu incorniciata una tela con un crocifisso dipinto. Ora il quadro fu tolto, e scrostato qua e là l'intonaco, lascia vedere qualche vestigio della prima pittura. Ecco in quale stato ritrovai quella stanza che non solo Italiani, ma Francesi ed Inglesi non lasciano di visitare. Inspirato da questa vista, il poeta Roger consecrò nel suo intinerario poetico questo pietoso racconto, e non è questo il primo caso, nè sarà l'ultimo che gli stranieri, specialmente gl'Inglesi, più degli altri riverenti all'Italia, sappiano discernere ed illustrare le nostre poetiche tradizioni. Egli inventa a capriccio il nome della infelice vittima, forse per servire alle leggi della sua prosodia: del resto egli dovette attingere la tradizione alle medesime fonti da cui la traggo.[2]

I cronisti della Marca, e quelli che più specialmente si occuparono della famiglia Collalto, non ne fanno, ch'io sappia, menzione: ma la voce del popolo è lì per supplire alla storia, la voce del popolo che procede di padre in figlio, e può susurrare all'orecchio nei colloqui confidenziali i fatti pericolosi a narrarsi dagli scrittori o parziali, o timidi, o mercenari. Potessimo interrogar questa voce nei luoghi ove non è affatto spenta, molti avvenimenti, già consegnati alle storie, si vedrebbero mutar faccia, e apparirebbero le picciole cause che minarono sordamente la base delle umane sommità. Ma codesto non si può fare nel proprio gabinetto: bisogna recarsi sul luogo, mescolarsi col volgo, meritar la confidenza dell'umile donnicciuola. Una parola sfuggita a caso, potrebbe appurare una data e rivelare un evento, dipingere una persona. Ma questa sarebbe una scienza nuova. Gli eruditi pongono ancora la loro gloria nell'ammucchiar date su date, nomi su nomi: con ciò ne danno spesso il cadavere della storia; ma chi vi spira per entro il soffio della vita?

La vecchierella ci avea aspettati nell'anticamera. Le domandai, guardandomi bene da lasciarle trapelare il mio scetticismo, se la Donna Bianca le fosse mai apparsa.

— No, signore, risposemi. Io non sono stata degna di tanto: nè io, nè mia madre; ma la nonna la vide all'occasione della nascita del padron vecchio, e fu gran festa in paese. La povera nonna morì in concetto di santa.

— E chi è stato l'ultimo a vederla? Si potrebbe parlargli?

— L'ultimo è stato Lorenzoni, soggiunse seriamente la vecchia. Or saranno circa trent'anni. Da quel tempo nessuno meritò questa grazia, o forse mancò l'occasione.

— Qual occasione? diss'io.

— Si sa bene, signore. Domandi qui al signor Franceschi. La Donna Bianca comparisce tre giorni prima che i padroni si trovino in allegrezza o in gramezza. Vuol dire che in questi trent'anni non successe niente nè di buono nè di cattivo.

— Può essere, risposi. Chi sa che non tocchi a voi, buona donna, l'onor della prima visita.

— Oh! signore! Se fosse per bene de' nostri padroni, sarei ben contenta....

— Voi già non ne avete paura.

— Di che? La Donna Bianca non ha fatto mai male ad alcuno. È una grazia che fa l'avvertirci del bene e del male prima che seguano. Così possiamo prepararci.

— Dite bene, buona madre, diss'io. E, infatti, io non avrei trovata una ragione sì dilicata, e dirò anche, così filosofica. Ci congedammo dalla cortese vecchierella, la prima che sentissi a parlar di visioni con tanto buon senso. È certo che codeste apparizioni, e la causa di esse, erano per lei verità incontrastabili. Io posso riferir le parole, ma tenterei invano communicare ai lettori quell'accento di persuasione, quella specie di fede che mi fece notabile questo dialogo. — Andiamo via di qua, dissi celiando al Franceschi. Queste parole, questi luoghi, e un sogno ch'ebbi stanotte, per poco ch'io resti, mi faranno credere alla visione, come ci è forza credere al fatto che vi diede origine. Non mi maraviglio più che una tal tradizione si propaghi e si tenga per certa. Quasi quasi m'aspetto di vederla la Donna Bianca, prima di lasciar questi luoghi ch'ella ha fatto sì celebri!

V.

È vero. Sono stirpe violenta questi Collalto! Si narrano storie di sangue accadute ne' loro castelli. Un'ombra raminga di donna comparisce a quando a quando tra i verdi, e ricorda un'antica atrocità degli antenati del conte. Murata viva! che orrore! Ne avrei uditi tutta notte i lamenti.

Carrer. Lettere di Gaspara Stampa.

Non farò carico al Carrer di questa asserzione posta in bocca d'una donna gelosa che era stata amata e tradita da un conte Collalto. Quest'accusa, tuttochè falsa, come quasi tutte le accuse generali, chi non vorrà perdonarla alla povera Stampa? Ad onore del vero però, il fatto di Donna Bianca, per atroce che sia, non vuol imputarsi ai Collalto: nè i Collalto appaiono dalle cronache essere stati una stirpe violenta. Questo delitto era stato commesso da una Caminese, e i Collalto che forse non l'aveano potuto impedire, quando vennero a risaperlo, non omisero di espiarlo, per quanto fu loro concesso. Certo la tradizione che corre non è oltraggiosa a questa famiglia. L'apparizione di quest'ombra non è, come segue per ordinario, un simbolo di vendetta: Donna Bianca non odia i Collalto, anzi li ama, si prende parte alle loro vicende liete o triste che siano e ne dà loro l'annunzio tre dì prima che seguano. L'ombra stessa non è paurosa a quelli a cui comparisce: anzi non la vedeva che qualche antico servo o altra persona affezionata alla Casa; e se ne teneva, e ne traeva argomento d'orgoglio, come si dice del Lorenzoni, uomo del resto non punto superstizioso e di un coraggio che teneva della braveria, giacchè era solito a porsi col capo in giù fuori della feritoia della torre, sull'orlo d'un precipizio che metterebbe le vertigini agli animi più sicuri.

Questi ragionamenti ci fecero parer più breve il ritorno al castello di San Salvatore. Il Franceschi medesimo che, udendo la cagione della mia gita, era stato lì lì per beffarsene, cominciava a considerar questo fatto sotto un aspetto diverso. Passando in rassegna i principali avvenimenti della illustre famiglia, si meravigliava di trovarli congiunti alle apparizioni tradizionali della Donna Bianca. Egli mi raccontava dei fatti, io non potevo che narrargli dei sogni su questo proposito, e al più suggerirgli qualche induzione alla quale ei dava più o men peso, siccome quello che è più cronista per indole che poeta.

Ricorderò brevemente due di codeste apparizioni che si collegano a qualche nome accennato nel corso del mio racconto. La prima di queste si connette ad un avvenimento che fornirà forse argomento ad un dramma.

Correva il principio del secolo decimoquarto. Le due famiglie vicine e rivali, dei Collalto e dei Caminesi, erano allora rappresentate, quella dal conte Rambaldo, questa da Rizzardo da Camino, celebri entrambi nelle storie del tempo. Quest'ultimo, figlio di quel Gerardo che l'Alighieri pone tra' buoni, era molto degenere dal padre per valore e per senno. Era il don Giovanni dell'età sua: e le città e i villaggi eran pieni de' suoi soprusi e delle sue avventure galanti. Ei pose gli occhi, fra le altre, a una figlia del conte Rambaldo, di nome Gemma, bellissima giovinetta se alcuna ve n'ebbe a quei tempi. Il vecchio conte Collalto avrebbe volentieri condisceso a tal maritaggio, nè era il primo che le due famiglie avessero contratto fra loro. Ma dopo il delitto di Aica, gli amori fra i Caminesi e i Collalto doveano avere un augurio sinistro. La povera Gemma non era destinata a risplendere, come sposa legittima, nell'albero genealogico dei da Camino! —

È fama che l'ombra di Donna Bianca, e fu questa una delle prime apparizioni, si facesse vedere alla vecchia nutrice di Gemma. Questa l'ebbe per buon segno, e lo interpretò come un annunzio di prossime nozze. Ahimè, dopo tre giorni il traditore Rizzardo abbandonava la innamorata donzella, per dar la sua fede ad un'altra. La povera Gemma ne morì di vergogna e di dolore, e fu vendicata! Da lì a poco tempo Rizzardo da Camino moriva percosso dalla falce di un contadino chiamato pazzo. Ma il conte Rambaldo e i suoi vassalli guelfi non furono netti dell'assassinio.[3]

Due secoli dopo, Collaltino di Collalto dava anch'esso la mano di sposo alla marchesa Giulia Torella di Montechiarugolo, dopo di aver amoreggiato e tratto agli estremi la illustre poetessa Gaspara Stampa. Questa volta la Donna Bianca apparve alla giovane sposa, quasi volesse spaventarla da queste nozze. Ma la marchesana era uno spirito forte per quell'età, e sapendo gli amori di Collaltino con Gaspara, avrà pensato che l'opposizione fosse una gherminella della tradita poetessa, o un'ubbìa della sua riscaldata immaginazione. Le nozze si fecero, e la morte della Stampa fu auspice alle feste, al rito solenne. La marchesa Giulia Torella passò poco dopo a seconde nozze col conte Antonio Collalto, parente di Collaltino. Anche tu fosti vendicata, povera Saffo!....

Mi limito a questi due fatti che presentano una certa analogia colla storia di Bianca. Ma non sarebbe senza interesse poter notare tutte le apparizioni che il popolo ricorda di quella infelice. In tutte quelle che intesi narrare, Donna Bianca è sempre benevola alla casa Collalto, anche quando tentò inutilmente impedire qualche delitto o qualche sventura imminente. Oh! ella dovette bene amarlo, il conte Tolberto, la poverina, se murata nel suo castello, e condannata ad errare in quei luoghi memori dell'infelice sua fiamma, non si fa ministra d'una vendetta che potrebbe parer meritata, ma invece sembra proteggere i discendenti di quella stirpe!

Il giorno appresso, pieno ancora di questi fatti e di queste fantasie, io lasciava, non senza pena, il superbo castello di San Salvatore e l'ospitale famiglia a cui devo la maggior parte di queste notizie, e due giorni tra i più cari della mia vita.

NOTE.


[1] Schinella dei Collalto si diede alla Repubblica di Venezia nel principio del secolo XIV.

[2] Traduco dall'originale inglese il canto del Roger, perchè si vegga la conformità dei fatti, e perchè non manca di una certa originalità. Secondo lui il Conte sarebbe stato chiamato da lettere pressanti a Venezia; ma nel tempo che seguì il fatto che diede origine alla tradizione, i Collalto non s'erano ancora dati alla Repubblica, come appare alla nota precedente. Di qualche altra variante più o meno inesatta non faremo gran caso, giacchè sarebbe a desiderarsi che tutti i novellieri avessero altrettanto amore alla verità e rispetto all'Italia, quanta n'ebbe codesto poeta straniero. Ecco i versi:

COLL'ALTO.

Da questo speglio (la massiccia teca,
In cui gareggian le materie e l'arte,
Mostra che molte s'affacciaro in lui
Nobili dame del vetusto ceppo),
Da questo speglio, ora negletto, un giorno
Cosa apparì che ad un delitto atroce
Ed a lunghi dolori origin dette.
Da quel dì vi svolazza il vipistrello,
E se taluno al suo nemico impreca:
Sia la tua casa desolata, esclama,
Come Coll'Alto. —

I grigi merli infranti
Erge il castello sul pendìo d'un monte
Siccome un nido d'aquile, e prospetta
La tarvisina sottoposta Marca.
Il maggiordomo mi guidò nell'erma
Camera della dama ove dei prischi
Addobbi rimanea splendido avanzo
Qualche tappeto istorïato e i casi
Di Lancillotto e di Ginevra in mezzo
Alle selvette dei trapunti arazzi.
Argenteo arnese al mulïebre sacro
Mattutin culto v'ammirai pur anco
Di cesel fiorentino opra vetusta,
Ove putti e delfini, e frutti e fiori
Mescea forse Ghiberti e Benvenuto.
Dal soffitto pendeva aurata gabbia,
Dove loquace peregrino augello
L'ale agitando di smeraldo, al cenno
Della padrona modulava il canto
Che a lei piacesse.

Il maggiordomo, i radi
Grigi crini scotendo, i fasti antichi
Mi narrava e i mirabili portenti
Propagati nel vulgo. Il sol cadente
Io mirava frattanto, ed ei seguìa.

Avea, gran tempo è corso, una leggiadra
Damigella a lei cara, e cara a tutti
Per l'alma ingenua e come giglio pura.
Eran cresciute insieme, e alcun mirando
La giovinetta e i suoi modi soavi,
Mormorava tra sè: non è costei
Nata in sì basso ed umil loco. Un vago
Amor di solitudine, un istinto
Di peregrine fantasie nel folto
De' bruni boschi la traea sovente.
Onde chi la vedeva errar solinga
Nell'ora istessa, candida la veste,
Candido il viso, la chiamò col nome
Di Donna Bianca.... ma che vado io mai
Novellando, o signor? Già cade il giorno. —

Su quella sedia assisa era la dama,
Su quella sedia stessa, e dietro a lei
La vaga ancella le annodava in molli
Trecce la chioma. — Da quell'uscio il Conte
Apparì d'improvviso, e da pressanti
Lettere d'Adria alla ducal cittade
Pur mo' chiamato, a congedarsi prese
Dalla nobile sposa.

Ahi! ma non era
Per la sposa lo sguardo ed il sorriso,
Segno di mutua intelligenza arcana
Che alla gelosa dama in quel momento
Lo speglio rivelò! — Chi sa? Fu forse
Un demone crudel che si frappose
Fra il lucido cristallo, e gli occhi suoi.
Un demone crudel che si diletta
Volgere in fiel le brevi gioie umane!

Vide, o veder credette — ed all'offesa
Rapida, atroce, in quella notte istessa
Susseguì la vendetta. Anco la luna
Dal monte Calvo non sorgea, nè 'l lupo
Cominciava a ulular sotto la torre,
Che la infelice giovanetta a forza
Era tratta a morir!

Stilla di sangue
Non fu versata, nè veleno od altro
Mortifero strumento indizio diede
Dell'orrendo supplicio a cui soggiacque.
Non un capello le fu torto: fresca
Siccome un fior, piena di vita, calda
Del primo foco giovanil, murata, —
Murata fu nella parete, ed orma
Pur non rimase dell'orribil tomba
Che viva e palpitante la rinchiuse,
Rifatta a piombo e a squadra!... Or se vi aggrada
Visitar la funerea cappella,
Di grado in grado scenderem.

La notte
Nella marmorea nicchia immota e bianca,
Qual se le pietre innanzi a lei sien tolte,
Ricomparisce in atto di preghiera
E lieve lieve.... voi ridete? Oh! fosse
Pur una fola l'apparir di lei! —
Lieve dal marmo si distacca e fugge
A traverso le selve e le montagne
Come spirto ramingo. Il cacciatore
Che il dì precede, o il boscaiuol che all'opra
S'affretta, spesso la sorprende e grida,
Segnandola da lungi: È Donna Bianca!

Roger Italy.

[3] Vedi il Muratori e il Verci: Storia della Marca Trivigiana.


[I COMPLIMENTI DI CEPPO.]

Chi non abbia vissuto alcun tempo in una piccola città di provincia, non può dire di avere conosciuto intimamente nè il mondo nè l'uomo. Nelle città capitali si conosce la società, si conoscono gli uomini affatturati e mascherati dalle sue convenienze; ma è ben raro che si vegga a modo ciò che sentono e ciò che pensano: essi hanno tutti un contegno uniforme e convenzionale che li rende quasi uguali e senza alcun tratto risentito e caratteristico nella loro morale fisonomia. Quindi il poeta, il pittore, il novellista, uopo è che cerchino i loro tipi in provincia, dove si è conservato tutto ciò che v'era di poetico e pittoresco negli antichi nostri costumi.

Io cominciavo appena la mia carriera letteraria, quando la professione d'istitutore conducevami in una piccola città degli Euganei, dove ho fatto le prime esperienze su quella società in miniatura che non ha ancora bastantemente appreso l'arte di mascherarsi. Al primo entrare in una delle principali famiglie, fra i consigli o, a meglio dire, fra gli ordini che il capo di casa aveva creduto necessario di darmi, ci fu quello di non frequentare la casa dei signori R***. Stupii sulle prime, perchè sapevo che i signori R*** erano stretti di parentela colla famiglia dell'ospite mio. Io non avevo ancora pensato che le avversioni più ostinate e più irragionevoli sono appunto fra quelli che sono congiunti di sangue o d'affinità. Rara inter fratres concordia, dice il Poeta; e questa fu la prima occasione in cui ebbi a conoscere la verità di quell'emistichio che passa oggimai per proverbio.

Venni a sapere più tardi il perchè di codesta avversione tra le due famiglie. Le cagioni non erano state che un puntiglio, una gara di nobiltà, uno di que' nonnulla che ai nostri buoni nonni parevano una causa abbastanza grave per venire alle mani, per cominciare un'iliade di famigliari controversie e di domestici guai. Quelli che più ne soffrirono furono, come sempre, due buoni giovani, cugini in terzo grado, i quali si amavano cordialmente e sognavano da gran tempo una dispensa per annodare una più stretta parentela fra loro. Appunto nel concertare i preliminari di questa unione, l'amor proprio assai suscettivo dei due vecchi era stato punto, e quando si sperava che ogni ostacolo fosse tolto, le due parrucche scompigliate nella contesa giurarono di non mettere più piede nelle reciproche loro abitazioni, e fu proibito severamente ai due giovani di più pensare a codeste nozze, di più vedersi e di più parlarsi nè in pubblico nè in segreto. Vi lascio pensare le ciarle del paese, le recriminazioni vicendevoli dei due vecchi, gli scherni e gli epigrammi, i commenti delle brigate; e quello che più monta, le lagrime e il dispetto della giovane e del cugino.

Codesta pubblicità, effetto inevitabile d'una rottura fra due famiglie nobili e principali d'una piccola città di provincia, accrebbe gli ostacoli a qualunque transazione pacifica; mentre sì l'uno che l'altro, oltre alla difficoltà di far tacere il grido dell'offeso amor proprio, non poteva a meno di non consultare fra sè che ne avrebbero detto nel mondo? Tra una ragione e l'altra, la scissura, benchè nata da lievi cagioni, s'andava rendendo di giorno in giorno sempre più irreparabile. Tutte le azioni anche più semplici e naturali, interpretate dagli animi male prevenuti, divenivano appicco a nuovi e cotidiani disgusti: i due vecchi non si guardavano più, ed erano divenuti l'uno all'altro stranieri, anzi più che stranieri, nemici. Quanti di quegli odii intestini ed ereditarii che tennero sì scandalosamente divise tante famiglie italiane, nacquero forse da cause non più importanti di queste!... Quando due animi si sono posti in sospetto, ogni giorno porta un'esca alla fiamma, e l'incendio diventa tale che non è più possibile spegnerlo.

Tuttavolta non è a dire che i due vecchi parenti godessero nell'animo di tal disunione. Da lunghi anni stazionarii in quella piccola città, avevano contratte certe comuni consuetudini, che alla loro età non era più possibile abbandonare senza gran dispiacere.

Il padre della fanciulla, il conte Filippo di M*** teneva, come si dice, la migliore, anzi l'unica conversazione della città. Ogni sera, mentre i più giovani parlavano di caccia o di quei nonnulla che bastano ad intrattenere la gioventù, egli col suo parente e con altri due rispettabili vecchi del paese celebrava il cotidiano tressette, il quale, a dispetto dell'adagio che lo vuole inventato da quattro mutoli, è sempre il campo di molte contese, massime quando i giuocatori pretendono di saperne di più. Il tressette di casa M*** era cosa importante: certe singolari fortune, certe ostinate disdette fornivano materia a gravi diverbi, e divenivano memorabili come la battaglia di Marengo o di Waterloo. Ora, dal giorno che le due famiglie s'erano disunite, mancò un campione alla classica partita, e non si trovò chi potesse supplirlo. Il conte Filippo passeggiava gravemente buona pezza della sera nella camera da giuoco, e s'annoiava mortalmente, perchè la sua senile attività mancava dell'ordinario stimolo. Voleva attaccare discorso colla figliuola, che silenziosa e pallida badava a' suoi ricami pensando all'amante; ma essa gli rispondeva col cuore raggruppato, e spesso prorompeva in lacrime, delle quali non voleva raccontare al padre la causa a lui ben nota. Allora il vecchio non aveva altro partito che il cane, e si poneva a scherzare con lui, e mormorava di tutto, e malediva il tempo, e il cuoco, e la mala annata, e l'imposta. Povero vecchio! e' si ostinava a non voler riconoscere la vera sorgente di tanti disgusti, e della vita misantropa ch'era costretto a menare.

Una vita poco diversa conduceva il marchese Nicolò di R***, l'altra parrucca di cui vi parlavo. S'era provato a leggere, ma i suoi occhi non reggevano più ad una lunga lettura al lume della lucerna; andava al caffè, dove in mezz'ora sono esauriti tutti i discorsi, fino tutte le mormorazioni possibili. Allora si parlava d'araldica o di politica; si libravano le sorti dei Russi e dei Polacchi; e il Parlamento inglese e la Camera francese tremavano sotto a' giudizi ed ai tremendi scrutinii dei lettori della gazzetta privilegiata. Anche il marchese Nicolò si annoiava; ma come pensare al rimedio? avrebbe egli dovuto fare i primi passi ad una riconciliazione? non era egli forse l'offeso? Piuttosto morire! Un occhio perspicace e profondo avrebbe però potuto discernere sotto queste noie e questi proponimenti di sdegno eterno un mal dissimulato desiderio di pace.

Se tale era la disposizione dei vecchi, pensate quella dei due poveri innamorati! Dover tutto ad un tratto rinunciare ad un matrimonio lungamente vagheggiato, ritenuto come sicuro, consentito tacitamente dagli stessi genitori che ora per un puntiglio d'etichetta, che non osavano neppur confessare, avevano mandato a monte! Dopo una consuetudine di più anni, dopo un amore nato ne' primi scherzi infantili, e nutrito da cotidiani colloqui, trovarsi disgiunti, ridotti a non parlarsi più, quasi a non più vedersi, se non in chiesa alla festa! povero Adolfo! povera Amalia!

Egli aveva messo in opera tutti i mezzi possibili per rappattumare le cose; ma invano. Tentò di concertare qualche intelligenza con la fanciulla, ma ella era vegliata da un Argo; tentò di scriverle, e la lettera fu intercettata; si diede alla caccia, al biliardo, al vino, allo studio; niente giovò. Propose al padre di fare un viaggio, e il padre non era lontano dall'accordarglielo, giacchè vedeva ei pure che era un supplizio di Tantalo per esso il vivere costì; ma quando Amalia lo venne a sapere, cadde malata, e non si parlò più di viaggio.

Appena ella potè riaversi, ebbe un breve colloquio col giovine in casa d'una discreta e benevola zia. Sieno benedette le zie! Vorrei riportarvi i loro discorsi, i loro lamenti, le loro proteste reciproche; ma voi già le sapete, miei buoni lettori, le sapete meglio di me. Quante cose la povera Amalia aveva a dirgli, quanti rimproveri a fargli, quanti progetti inutili a confidargli! Ma fra tutte codeste cose ce ne fu una di buono, e fu quella che entrambi i giovani vennero ad accertarsi della propensione dei due vecchi a rappacificarsi, ove si fosse trovato un qualche mezzo termine che salvasse i riguardi e i diritti di tutti e due. Promisero di tentare ogni argomento, e stabilito un mezzo di pronta e sicura comunicazione fra loro, presero commiato non senza che la buona parente gli avesse più volte avvertiti che l'ora era già troppo tarda e pericoloso l'indugio.

Quella rottura fatale era successa nel maggio, ed eravamo già alla metà di dicembre che i due vecchi non s'erano mai parlati. Si avvicinavano le sante feste natalizie, giorni solenni in provincia, giorni principalissimi di tutto l'anno. Noi nelle grandi città a malapena ce ne accorgiamo, e se non fosse la sera di Santo Stefano, così importante per il Teatro, il Natale passerebbe come ogni altra festa dell'anno.

Ma in provincia, dove le vecchie consuetudini si conservano ancora immutabili, in provincia le feste di Natale sono un avvenimento. Chi di noi non ricorda il ceppo enorme posto a bruciare sul focolare? Chi non ricorda i lauti pranzi della vigilia, i buoni augurii reciproci di famiglia a famiglia, la messa della mezzanotte, ec., ec.?

Nella città dov'io mi trovavo, le feste di Natale erano più solenni ancora che non potreste pensare. Non so se vi è nota l'origine della parola complimento, parola ch'è già sulle bocche di tutti, ora in buono, ora in mal senso, secondo i casi. Quando papa Gregorio regolò i bisestili, espunse dal computo degli anni i giorni che sopravanzavano al calcolo, e questi giorni si chiamarono giorni di complemento. Siccome non appartenevano nè ad un anno nè all'altro, così tutto il mondo cattolico diede tregua agli affari e non pensò che a divertirsi in quel fortunato intervallo di tempo, che a dire il vero non ne meritava neppure il nome. Codesti giorni si passarono in visite, in augurii, in colloqui amichevoli, in cerimonie; cosicchè tutte quelle piacevoli occupazioni ebbero il nome di complimenti perchè avvenivano ne' giorni di complemento. Voi forse non avevate mai pensato a codesta etimologia; ma se foste vissuti in quella città l'avreste trovata probabilissima, mentre la settimana che scorre tra Natale e il Capo d'anno, vi si passa in continui e reciproci complimenti.

Or ecco come i due giovani amanti cercarono di trar partito dalla consuetudine del paese, e ciascuno dal canto suo prese a persuadere al proprio genitore essere sconveniente il continuare codesta ruggine in quelle sante giornate. L'Amalia forte della educazione religiosa che aveva ricevuta, forte dell'amor suo e dell'ascendente che dopo la morte della madre aveva acquistato sull'animo paterno, diede il primo crollo alle ostili risoluzioni del conte Filippo. La mattina della vigilia di Natale volle portare essa stessa il cioccolatte inevitabile al vecchio che non era per anco uscito dalla sua stanza, molestato a que' giorni da un sintomo di podagra. Mentre ei centellava con compiacenza la bevanda rituale osservava sottecchi la figliuola che se ne stava ritta dinanzi a lui colle mani congiunte e appoggiate sullo scrittoio.

Amalia era una bella e graziosa fanciulla; piuttosto grandetta della persona, nobile e dignitosa nel portamento. Dopo la sciagurata contesa che le aveva per la prima volta fatto sentire che cos'è dolore, il bell'incarnato delle sue guancie se n'era ito, e un pallore trasparente come di cera, le dava l'aspetto d'una clorotica. I suoi belli e lunghi capelli neri avevano cessato d'essere disposti colla cura di prima, e arrovesciati e annodati dietro la nuca in due grosse treccie annunciavano la negligenza d'una donna che ha rinunciato alla naturale civetteria della gioventù e dell'amore.

Ma quella mattina il padre la vedeva alquanto mutata: il moto delle scale, l'apprestamento del cioccolatte, e più ancora l'interna agitazione per l'arringa che preparavasi a fare, le avevano suffuso il volto di un lieve rossore come suol avvenire ai convalescenti. — I capelli avevano presa la prima foggia, e lasciati per la maggior parte all'indietro, sicchè il contorno della bellissima fronte apparisse netto e regolare; due ciocche le scendevano dalle tempie, e girando in due morbide spire le ricadevano lungo il collo e sul petto. Tale era l'acconciatura ch'era solita usare per il passato, e forse senza pensarlo, l'avea ripresa quel giorno per richiamare alla mente del padre le antiche reminiscenze, e risvegliargliene il desiderio.

Il padre la guardava in silenzio, e pensò difatti che ciò non doveva essere avvenuto senza un perchè. Egli conosceva sua figlia, e sapeva che niente faceva a caso; ma la prossima festa gli parve una ragione sufficiente di quel cambiamento, e poi ripetè a se medesimo il proverbio de' vecchi: — lascia fare al tempo: la mia figliuola avrà fatto senno, e avrà pensato a piacere a qualcun altro. — Ma l'Amalia pensava invece al suo Adolfo, e non ad altro uomo, e non sapeva come intavolarne il discorso col burbero padre. Fortunatamente egli fu il primo a parlare.

— Tu mi se' ringiovanita, figliuola mia. Così va bene! Tu cominci a conoscere che nè l'amore nè il dolore hanno ad essere eterni.

— Ah, padre mio, voi dite il vero! il dolore non può essere eterno: a lungo andare egli ne ucciderebbe; ed io confido molto nel vostro buon cuore che me ne vorrà abbreviare la durata.

— Che vuoi tu dire, figlia mia? — riprese il vecchio cominciando già a sospettare l'intenzione della fanciulla.

— Mio caro babbo, — diss'ella con tuono di voce timido e carezzevole: — non è vero che voi amate molto la vostra Amalia?

— Sì certo, e credo avertelo provato abbastanza.

— Babbo mio, io spero che vorrete darmene un'altra prova più grande e più significante di tutte.

— Sarebbe a dire?...

— Caro babbo, non v'adirate: io non posso vivere senza Adolfo. Perchè dovrebbe portar la pena delle follie e della ostinazione del padre suo? Perchè vorrete voi, babbo mio, che ci vada di mezzo la mia tranquillità, la mia vita? Babbo, ve lo dichiaro: la vostra Amalia sarà morta fra pochi mesi se voi non la consolate.

— Eh! via, ragazza; non rimettere in campo i tuoi soliti piagnistei. Fra pochi mesi tu ti sarai consolata da te. Il tempo è un gran medico: credilo al tuo babbo che ha settantaquattr'anni di esperienza.

— Babbo mio caro, il tempo non ha avuto nessuna forza nè anche per voi. Oh! non veggo io forse che voi soffrite assai per quello sciagurato accidente! Quanto siete diverso da quello d'anno! Voi vi annojate mortalmente, vi siete fatto pallido e quasi giallo. Babbo mio, se non ripigliate le vostre interrotte consuetudini, voi darete il più grande di tutti i dolori alla vostra figliuola!

— Ma che, ma che? dovrei io forse essere il primo a muovermi per andare a trovare il pregiatissimo signor cugino?

— Oh! il primo no certamente.... ma.... egli non osa forse di presentarsi....

— Ed ha ragione!...

— Caro babbo, oggi è la vigilia di Natale: è un giorno santo, un giorno solenne per tutti. Noi andremo a fare la solita visita....

— A chi?

— Alla mia buona zia Vittoria! Forse vi troveremo là il marchese vostro cugino con Adolfo, voi non ricuserete di entrare e la pace sarà fatta, non è vero?

— Eh! signorina, non ve la credete sì facile!... —

Non daremo il resto del dialogo; Amalia e i nostri lettori s'accorsero già dalle parole del vecchio che l'animo suo non era alieno da por termine a quello stato di guerra in cui si trovava. Egli stesso aveva dovuto riflettere sulla poca importanza dei fatti dai quali era nata una tal disunione; perchè invitato più volte a manifestarli, biascicava le parole e non trovava espressioni abbastanza chiare per ispiegarsi. Terminava col dire: — Insomma, io ho le mie buone ragioni, e non opero senza un perchè... — Parole che sono, come tutti sanno, la salvaguardia solita di chi vuol nascondere i veri motivi d'una risoluzione già presa, o non li trova sufficienti a giustificarla.

Dal canto suo Adolfo aveva posto dinanzi agli occhi del padre tutte le ragioni che dovevano persuaderlo a rappattumarsi, anche a costo di dover muovere il primo passo. — Se lasciate passare — diceva egli — questa occasione delle feste, aggiugnete un'esca di più all'avversione del conte Filippo, e la riconciliazione diverrà più difficile, anzi impossibile. Andiamo oggi come il solito a visitarlo; andiamo colla solita compagnia degli anni passati; v'assicuro ch'egli non ci farà nessuno sgarbo; vi bacerete, e tutto sarà terminato. D'altronde vi prego a riflettere: voi non troverete mai un più bel partito di matrimonio per me, ed io non consentirò a sposare mai nessun'altra donna che l'Amalia. Rinuncierete voi alla compiacenza di stringervi fra le braccia un figlio de' vostri figli? Padre mio, ve ne scongiuro: lasciatevi una volta guidare dal vostro Adolfo, il quale non vorrebbe certo esporvi a nessuna mortificazione. Togliamo una volta questo scandalo che ha dato occasione a tante ciance maligne e ci ha resi la favola del paese. —

Il marchese Nicolò ascoltava senza interrompere il discorso del figlio, e comprendeva bene, ancorchè non volesse confessarlo, tutta la solidità di queste ragioni, e la convenienza di un tal passo verso il conte Filippo.

Potrebbe forse taluno meravigliarsi di codesta improvvisa arrendevolezza de' due nemici parenti, ma cesserà la sua maraviglia se vorrà por mente alle circostanze in cui si trovavano. Lasciamo stare l'amore che portavano a' propri figli sì l'uno che l'altro; lasciamo stare la forza delle ragioni onde aveano cercato di vincere una tale ritrosìa. Vi sono alcuni astii, alcune inimicizie che nascono dai motivi più frivoli, e terminerebbero tosto se venisse una buona occasione di potersi parlare di nuovo senza sacrificio dell'orgoglio e del puntiglioso amor proprio. A questo solo giovano talora i complimenti che i giorni onomastici e natalizii, le principali feste, e il rinnovarsi dell'anno comandano per lunga consuetudine agli uomini, offerendo un appicco per rompere, come si dice, il ghiaccio, e rannodare le interrotte amicizie. In queste occasioni una parola che si può proferire senza compromettersi, è più eloquente di un formale trattato di riconciliazione; gli è come un tempo di tregua fra le potenze belligeranti, durante il quale, massime a' tempi antichi, i due campi nemici potevano accomunarsi e bevere alla salute gli uni degli altri.

Dall'altra parte, nel caso nostro, v'era la qualità del giorno, che perorava di molto a pro della pace e dell'amore. Mi appello anche per questo ai villaggi e alle città di provincia. Quell'allegro scampanìo delle vigilie, quel suonare a distesa la mattina del dì festivo, quel veder tutto il popolo, vestito di nuovo e de' migliori suoi abiti, abbandonar le faccende per riposare un poco dalla fatica, e per concorrere alla parrocchia a udire la voce del buon pievano; la stessa infrequenza di codesti riti solenni li rende più cari e più venerabili. Una sola parola, un solo pensiero li accorda e li anima tutti. Le memorie degli anni andati si riannodano a queste principali solennità, e allora si formano i presagi della futura prosperità dell'annata. Vedete i proverbi rurali: partono tutti da un santo e da una festa primaria. Le feste di Natale poi, che sono poste come una specie di ponte fra l'anno che va e l'altro che sta per venire, il pranzo rituale della vigilia, gl'inviti che raccolgono tutti gli individui ad una sola mensa comune; tutto ciò concorre mirabilmente a porre gli animi in una certa armonia di pensieri e di sentimenti, la quale è parte principalissima della religione: giacchè la religione è appunto un vincolo di fratellanza fra gli uomini e l'accordo de' loro animi in grande unità.

Quando fu presso il mezzogiorno, il conte Filippo, ancorchè non fosse molto contento della propria salute, uscì colla figlia per visitare la zia Vittoria. Ivi doveva trovarsi il Marchese, ed era stabilito ch'ei fosse il primo a porger la mano, lasciando al caso la cura del resto. I due giovani poi s'arrogavano il diritto di dirigere il caso.

Ma il caso questa volta non si lasciò comandare dai giovani. Il conte e la figliuola rimasero lungamente presso la zia, nè il marchese si vedeva mai comparire. Vi lascio pensare l'impazienza e l'inquietudine della povera Amalia la quale non sapeva a che attribuire tale contrattempo. Ella era tutta occhi alle finestre che guardavano sulla via, tutta orecchi al più piccolo rumore che potesse parere quello di persona che si avvinasse: rispondeva a balzi ora sbadata, alla buona parente, ora affettuosa per prolungare la visita, e affettava avere qualche cosa a comunicarle. Il conte era un po' rannuvolato perchè gli pareva d'essere stato un'altra volta leso nella sua dignità. Dieci volte s'era levato per partire, e alla fine, essendo già corsa un'ora che si trovavano lì, disse severamente alla figlia: — O venite, o vado! —

Alla poveretta bisognò rassegnarsi e partire, benchè le paresse sfuggirle di pugno, partendo, il buon esito del suo progetto. Cominciò a scendere lentamente la scala, e finse d'aver dimenticato il fazzoletto, tanto per indugiarsi un momento di più. Raggiunto il padre che pestava i piedi, sperava pure che gli avrebbero trovati nell'andito. Nes-suno. Almeno si fossero incontrati per via! v'era ancora mezzo di salvare le convenienze. Nessuno, nè anche per via. Giunsero a casa senza che il padre le rivolgesse una parola, senza che rispondesse pure alle sue molte domande; ambidue col cuore raggruppato, l'uno dalla bile, l'altra da un misto di dolore e di stizza ch'era lì lì per prorompere in pianto.

Ma nel salire in fretta le scale della propria abitazione, le parve di sentire gente nella stanza da ricevimento: una nuova speranza, come per una intuizione dell'anima, le sorrise al pensiero; la cameriera dall'alto della scala le s'affacciò imbarazzata e premurosa per avvertirla di una strana visita che si trovava da mezz'ora là sopra.... Era il marchese Nicolò con Adolfo, i quali avevano creduto più opportuno andar direttamente dal Conte che sapevano indisposto, e segnare col nome di Dio la loro transazione colà piuttosto che in casa d'un terzo. La figlia tornò indietro a precipizio; raggiunse il padre ch'era restato in cucina a dare i suoi ordini al cuoco; e con poche parole lo persuase a salire informandolo dell'accaduto, e presentandogli nel miglior aspetto codesta prévenance de' due visitatori.

— Da mezz'ora v'aspettano, caro babbo, e vogliono augurarvi felici le sante feste! —

I due vecchi, apparentemente freddi, ma pure frenando a fatica la commozione dell'animo s'incontrarono nell'anticamera, si strinsero la mano e a più riprese ricambiarono i loro augurii: — per molti anni, caro cugino! per molti anni! e voglia il Cielo che possiamo passargli in buona armonia! — La povera Amalia ch'era stata fino allora perplessa fra la speranza e il timore, al vedere i due vecchi stringersi a più riprese la destra con tutta l'apparenza d'una vera riconciliazione diede in un pianto dirotto e si gettò nelle braccia d'Adolfo che aveva pure gli occhi rossi, e poco mancava non la imitasse. Sopraggiunsero altri visitatori, e fu bene, perchè liberarono tutti dall'imbarazzo di venire a spiegazioni e proteste che avrebbero forse recato più danno che altro. I cuori avevano parlato e bastava. I due giovani videro bene che la pace non si sarebbe fatta a metà.

Quel giorno fu consumato in discorsi; chè potete ben pensare quante cose avevano a dirsi i due parenti riconciliati. Giunse l'ora del pranzo, anzi pur della cena, e il marchese e il figlio dovettero rimanersene lì, perchè l'Amalia, sbadatamente, avea fatto preparare due posate di più. Un buon bicchiere di vino stravecchio suggellò la pace perfettamente, e questo caso fece smentire in parte il proverbio, minestra riscaldata e amicizia rinnovata..... con quel che segue.

Ed ecco intanto le visite della sera: ecco portarsi i lumi, stendersi i tavolieri, trar fuori le carte e gli altri giuochi consueti della giornata. In una vasta sala si piantò una dolce partita di tombola, mentre quattro persone mature e assennate, fra le quali i nostri due campioni, si posero a rinnovare il classico e troppo a lungo interrotto tressette. Di mano in mano che la varia fortuna agitava gli animi fra l'intervallo delle partite, ricorrevano nella mente de' giuocatori i casi memorandi ed incredibili della passata carriera, e il marchese Nicolò fece onore alla sua memoria ricordando un cappotto dato due anni prima, e indicando l'ordine con cui s'erano giuocate le carte, e gli artifici finamente e coscienziosamente adoperati da una parte e dall'altra. Per buona sorte non ci furono sproporzionate vittorie nè di qua nè di là; sicchè gli animi rimasero in pace, e tutti celebrarono, prendendo il caffè, la restaurazione della sublime partita.

Dei casi della tombola non parlerò: dirò solamente che Adolfo ed Amalia furono sfortunatissimi. Mai non accadde che vincessero nè punto nè poco: anzi non saprei dire perchè i loro numeri non venivano coperti mai. O l'uno o l'altro gridava tombola, ed essi non avevano ancora fatto quintina.

Ma erano però tanto contenti dell'ambo!


[I DUE CASTELLI IN ARIA.]

I.
La Camelia.

Matilde, quando io la vidi la prima volta, poteva avere tutt'al più sedici anni. Ella era l'unica figlia del conte Rinaldo di Susans, una delle più ricche e nobili case della provincia. Venuta alla luce assai tardi, quando il padre e la madre aveano già perduto la speranza d'aver un frutto della loro unione, fu circondata fin dalle fasce di tutte le cure che la tenerezza materna e l'orgoglio patrizio possono suggerire. Padre e madre erano fino allora vissuti per se medesimi; ora rivolsero entrambi il loro diviso egoismo in lei sola, e non vissero che per lei. Se creatura al mondo potesse essere un modello di perfezione e centro di tutte le umane felicità, questa creatura pareva dovesse esser Matilde. Lei ricca, lei bella, lei nobile, lei fornita di naturale ingegno e di tutti i mezzi più validi a svilupparlo. Il padre e la madre vagheggiavano codesto idolo, fabbricavano nella loro immaginazione il suo avvenire; la vedevano amata, ammirata, fatta segno d'una specie di culto a tutto il paese. Oh! se avessero potuto fabbricarle anche un compagno degno di lei! Questa sola idea, questo solo dubbio intorbidava le loro serene fantasie, e interrompeva il corso de' loro amorevoli sogni.

Appena Matilde cominciò a muovere i primi passi, appena la sua lingua balbettò le prime parole, si pensò al genere di educazione che si sarebbe adottato per questa privilegiata creatura. Il conte e la contessa erano stati educati come usava al lor tempo, in quel tempo in cui si diceva: — Tu sei nobile, tu sei ricco, che bisogno hai tu di studiare? Il povero che non ha terre al sole, studii e si affatichi per te. — Aveano imparato, una il ballo in convento, l'altro la scherma in un collegio di Gesuiti: sapevano scrivere, essa un viglietto d'invito, egli una rimostranza al fattore: quella avea letto la Clarissa di Richardson per tenersi in guardia dai Lovelace, questi il Candido di Voltaire per imparare a prendere il mondo con una certa superiorità: del resto avevano ubbidito ai consigli tradizionali ch'io dissi, senza pensare più là: anzi quando sentivano parlare di nuovi metodi educatorj, di nuovi istituti e di una farragine di libri che s'andavano stampando a tal uopo, ridevano cordialmente e chiamavano col titolo di novatori e di filosofi moderni tutta quella buona gente, veri don Desiderj disperati per eccesso di buon cuore.

Ma quando ebbero questa figlia si trovarono non so come cambiati. Le nuove idee erano loro entrate nel sangue senza che se ne avvedessero, anzi malgrado loro. Molte cose, che si sogliono biasimare finchè si considerano così in astratto, fuori del caso di metterle in pratica, si mostrano poi sotto un aspetto diverso quando l'adottarle o il respingerle può in qualche modo influire sul nostro ben essere. Ciò avvenne appunto ai genitori di Matilde. Cominciarono a dirsi fra loro: — Che fosse vero? Che abbiano ragione costoro? Che una migliore educazione possa proprio concorrere alla maggior felicità di Matilde? Bisogna provare: non foss'altro perchè il mondo non abbia a dire che si è trascurata alcuna cosa per lei. — Persuasione o vanità che fosse, fu stabilito fino da quel momento che la bambina sarebbe educata secondo i metodi, non dirò migliori, ma più moderni. E forse il conte e la contessa, facendo un esame di coscienza un po' più scrupoloso del solito, si saranno stimati per quello ch'erano, non per ciò che si sforzavano d'apparire. — Ella dev'essere più colta e più felice di noi! — si dissero i due conjugi, concludendo un diverbio in cui s'erano immersi un bel dopo pranzo, il giorno che la loro bambina era tornata da balia.

Povera bambina, da quel momento la tua sentenza fu irrevocabile. Tu dovevi riuscire perfetta e felice a lor modo!

Il metodo di educazione adottato dal conte e dalla contessa divideva l'educanda in tre parti: corpo, spirito e cuore; il corpo doveva riuscire sano ed elegante; lo spirito ornato di tutte le cognizioni che piacciono nella donna; il cuore poi bisognava preservarlo da tutte le forti emozioni di qualunque genere fossero — perchè — diceva il conte — le nostre passioni devono servire ai veri interessi della famiglia, — e perchè — aggiungeva la contessa — chi ha un cuore troppo sensibile, è alla fine infelice, ed io lo so per prova. — I due nobili conjugi si guardarono in volto, parvero voler dirsi non so che altro, ma poi si tacquero per prudenza. Il conte si contentò di grattarsi la tempia col dito mignolo, la contessa si morse un pochino il labbro inferiore e s'accostò alla finestra per pigliar aria.

La grand'opera intanto fu cominciata. Un medico amico di casa, esaminata la fisica costituzione della bambina, gracile anzi che no, ordinò che si dovesse guardarla dalle infreddature, coprirla bene, esporla all'aria meno che si potesse, trattarla, in una parola, come una pianta esotica che si fa vegetare nel calidario. Ogni giorno c'era qualcosa da fare, qualcosa da prendere; ora il calomelano pei vermini, ora l'ipecacuana pei denti, or la manna, or la magnesia caustica per altri malori infantili. Povero fiorellino! a cui si voleva dar tutto, fuori che il latte materno, l'aria, la luce e la libertà!

Quanto allo spirito ci si pensò subito. Si fece venire un'aja svizzera per insegnarle la lingua francese e la tedesca. — Già l'italiana — diceva il conte — s'impara da sè; — e poi — soggiungeva la contessa — l'italiano non potrebbe servirle a nulla nel bel mondo dov'è chiamata a brillare; tutt'al più a cantare un'arietta o una romanza quando se ne presenti l'occasione. — Allo studio delle lingue straniere tenne dietro il disegno, il ricamo e l'inevitabile pianoforte. Bisognava dai primi anni educare le dita alla flessibilità che domanda quell'istrumento. Più tardi poi si svolgerà l'organo della voce, si passerà dal suono al canto, com'è costume. Ogni giorno era diviso in piccoli frammenti: ogni giorno aveva la sua lezione di lingua, di disegno, di ricamo, di danza, di musica. Povero spirito! se non riuscivi un modello di perfezione, certo non era per difetto di cure.

Resta il cuore. Che cosa è il cuore? — s'era domandato il conte. Il cuore è un muscolo, un organo, un pezzo di carne e nulla più. Ma la contessa l'avea fatto tacere, citando madama di Genlis e non so quali altre chiarissime chiacchierone francesi che non hanno altra cosa in bocca se non il cuore. — Il cuore è tutto; e chi non ne ha, non ne parli. — Il conte tornò a grattarsi la tempia e abbandonò alla contessa e al suo venerabile direttore l'educazione di questa parte della sua diletta unigenita. Il venerabile direttore insegnò alla fanciullina di sett'anni il catechismo, le spiegò il libro dell'Imitazione, le inculcò l'obbedienza, l'umiltà, la rassegnazione, la veracità, la pietà e tutte le altre virtù. Questi insegnamenti erano utili e santi, ma la poverina li trovava spesso contradetti dalle massime che le venivano inculcando il padre, la madre, l'aja e le altre buone e savie persone che le facevan corona. — Questo è bene in sè — dicevano — ma non conviene al tuo grado. Fare la carità è cosa santa, ma non bisogna farla a persone sfaccendate e viziose. Questo è un dovere dinanzi a Dio, ma ti esporrebbe alle beffe dinanzi al mondo. Il decoro, il decoro, figliuola mia! Tutto sta nel distinguere. Altro è la teoria, altro la pratica. Da ciò si vede che il conte, non contento della triplice divisione, avrebbe voluto suddividere la educazione del cuore in due parti: il bene e il conveniente, la virtù e il decoro, la coscienza e il bon ton. — S'io sapessi scrivere — diss'egli — la vorrei inculcare a tutti questa necessaria distinzione. Ne parlerò al direttore. Io gli darò le idee, egli le metterà in carta, e porteremo la nostra pietra al grande edifizio della educazione sociale. —

Povero cuore! e che colpa ne avrai tu, se pel conflitto del dovere e della moda ti lascerai trasportare dalla corrente? —

Ospite, per un accidente che non importa narrare, in casa del conte, fui invitato ad ammirare i miracoletti dell'unigenita, che aveva, come vi dissi già, sedici anni. Vidi immersa in un soffice seggiolone una biondina pallida, magra, tutta occhi, che al mio entrare fece le viste di alzarsi, e ricadde a un cenno della madre sull'elastico suo cuscino. Aveva una cuffietta annodata sotto al mento da un nastrino celeste, un elegante accappatojo le avvolgeva le gracili forme, i piedini erano mezzo vestiti d'una pantofola ricamata. Doppie impannate impedivano all'aria di penetrare in quel santuario: e la luce del sole giugneva attraverso i ricchi cortinaggi che l'attenuavano e raddolcivano all'occhio. Molli tappeti coprivano il pavimento, serici arazzi le pareti, tutto era fatto per allontanare dalla delicata personcina le impressioni troppo vive che potessero ferirne i sensi. Il mondo fisico e il mondo morale non dovevano giugnere a lei se non modificati dall'arte.

Mentre il conte, la contessa e la bonne mi mostravano a gara chi un ricamo, chi un acquerello, chi un tema diligentemente ricopiato, chi l'albo pieno dei più smaccati elogi, la giovinetta si sforzava di sorridere con una gentile smorfietta, non saprei dire se di modestia o d'orgoglio, secondo il sistema anfibologico della educazione paterna. Ma la sua fronte cerea apparve solcata da una ruga obliqua tra i sopraccigli, e gli angoli della bocca presentavano una linea d'una espressione indefinibile d'amarezza e di pena. Era una malattia fisica o morale che si manifestava in quel sintomo? Non saprei dire. Forse l'una e l'altra insieme.

Uscendo da quella camera mi disse il conte: — Oh! mia figlia, quando sarà lanciata nel mondo, farà onore all'educazione che ha ricevuta. Un bel nome, dugentomila scudi di dote, e un'educazione così compìta! Che cosa le manca per essere perfetta e felice!

II.
La Rosa.

Alcuni mesi prima che venisse alla luce l'amabile e privilegiata creatura che descrissi alla meglio, in un villaggio tre leghe discosto dalla città, nasceva un'altra bambina che doveva dividere con essa il latte materno. Nasceva senza aspettazioni, senza complimenti, quasi quasi senza levatrice; fu battezzata col nome di Maria, e il padre e la madre, buoni mezzajuoli del conte di Susans, vedendola vegeta e tarchiatella si dissero fra loro: — In pochi anni ci aiuterà al campo, e si farà il corredo filando. — Fu spoppata di sei mesi, perchè metteva già i denti ed appetiva altro cibo, e la Margherita s'offerse per balia alla bambina della propria padrona nata a quei giorni. Questa approfittò dell'occasione, dimenticò i libri che raccomandano alle madri questo primo dovere d'allattare i propri figli, consultò il medico di casa, il quale, interrogati prima gli occhi di lei, dichiarò che la sua salute non permetteva l'allattamento, e quietata così la coscienza, si mandò la figliuola a balia dalla Margherita. Chi vedeva quelle due bambine non poteva trattenersi dal paragonarle fra loro. Quella era vera figlia del campo, piena di vigore e di sangue, un bel boccino di primavera; questa era languida, sparutella; somigliava ad una di quelle roselline tardive che nascono alla seconda vegetazione d'autunno, e sentono già il verno imminente. Non avevano di comune che il latte della villana, e anche questo per puro accidente.

Questo accidente non fu però inutile alla Maria. La madre, dal punto che fu assunta all'onore d'allattare la figlia della contessa padrona, divenne oggetto di mille attenzioni. Le fu dato agio di ben nutrirsi, perchè il latte scorresse più salubre e sostanzioso nelle vene aristocratiche della bambina; le furono ripetuti e dalla dama e dal medico non so quanti avvertimenti d'igiene, dei quali la buona donna non aveva mai udito parlare al villaggio, ma che pure le parvero comodi e buoni a seguire. Conosciuta l'utilità di queste norme, le usò del pari per la propria figliuola che per l'altrui, e dei buoni brodi che le venivano amministrati godeva più la figlia naturale che l'adottiva, o almeno giovavano più alla prima che alla seconda. Tratto tratto la contessa faceva una corsa al villaggio e non dissimulava l'invidia che quella disparità le svegliava nell'animo. Anzi talora le spuntò il rimprovero, quasi che Margherita trascurasse la bambina a lei confidata per badare alla propria. Poi si racconsolava dicendo: — Si vede bene che codesto è sangue villano, mentre nei delicati lineamenti di mia figlia traspare la nobiltà del lignaggio! — Così, dato un bacio alla propria, e un pizzicotto all'altrui figliuola, rimontava in carrozza, e accompagnata dai suoi staffieri e dal medico, se ne tornava in città.

Mentre i due nobili parenti almanaccavano sulla educazione da darsi al proprio sangue, i due genitori del contado pensavano a Maria un po' meno che ai bachi da seta di cui solevano tenere una bella partita a metà. Ella veniva su come la mal'erba nell'orto, senza l'opera della vanga nè della zappa. Ma l'aria aperta, il sole, gli alimenti semplici e sani, svolgevano mirabilmente la sua buona natura, e fino da quei teneri anni si poteva augurare assai bene della futura rosa del contado.

Era davvero un bel bottoncino di rosa; paffutella, vermiglia, begli occhi neri, capelli folti, vispa come una anguilla, voce intonata e vibrante; correva, sguizzava fra le anitre e le galline, senza cuffia e quasi senza abiti, al sole e alla pioggia, senza timore d'infreddature, senza bisogno di magnesia nè d'altro.

Certo non sapea nè la Bibbia nè il Kempis. La madre le aveva insegnato l'orazione domenicale e l'Ave Maria, non senza qualche storpiatura inevitabile di pronuncia. Di tre anni fu mandata all'Asilo che proprio in quell'anno era stato aperto nel villaggio, secondo il metodo dell'Aporti. Quivi imparò a leggere, a filare, a cantare, mentre il padre e la madre badavano alle loro faccende, e si tenevano felici d'esser dispensati da quel pensiero. Quando la sera la rivedevano pulita, compostina, e più sveglia di prima, si sogguardavano fra loro con tacita compiacenza e benedivano la carità del buon fondatore. — Se avessimo avuto questa fortuna a' dì nostri! — dicevano — adesso non avremmo bisogno di ricorrere ad altri per una lettera e per un conto! — Quella buona gente riconosceva con queste parole la bontà dell'istituzione che fino dal suo nascere ebbe tante calunnie e tante opposizioni dagli illuminati del secolo e della Chiesa.

All'età di sette anni cambiò i denti e mutò d'occupazione. Andò ai campi, falciò l'erba, aiutò la madre in molte faccenduole domestiche, e così snodò le membra e divenne svelta ed aitante della persona. La sua musica si limitava al cantare la preghiera domenicale e l'Ave Maria colla semplice cantilena che aveva imparata all'Asilo; ma quando si trovava nei prati, o girava l'arcolaio dinanzi alla porta della casa, canterellava i patrii stornelli senza bisogno di maestro e senza cercarne l'intonazione sul pianoforte. Il ballo lo avrebbe imparato più tardi senz'altro insegnamento che l'esempio delle compagne: il disegno poi.... il disegno lo lasciava ai pittori, ed il dono delle lingue agli apostoli.

Questa è l'educazione fisica, spirituale e morale della Maria. Felice lei se non avesse pensato più in là, se la sua vita come quella di sua madre, fosse potuta scorrere fra l'angusta sfera delle idee d'una contadina!

Ciò sarebbe forse avvenuto senza l'accidente che pose per alcun tempo a contatto la figliuola del povero con quella del ricco. La contessa, anche dopo aver ritirato la sua bambina, ebbe più volte la degnazione di visitare la donna che aveva adempite presso di quella le funzioni di madre; fosse per bontà di cuore, o perchè quella specie di trasfusione di un sangue nell'altro avesse innalzato a' suoi occhi l'umile Margherita. E questa, piena di riconoscenza per tali atti di bontà, ed incoraggiata dall'affetto quasi materno che aveva concepito per la sua figlia di latte, recavasi qualche volta al palazzo colla sua bimba, e vedeva con gioia e con orgoglio assai perdonabile, quel resto di dimestichezza che regnava ancora fra quelle due creature destinate più tardi ad una vita così differente. Queste visite continuarono, benchè più rare, anche in seguito: cosicchè le due fanciulline ebbero agio di parlare insieme, di comunicarsi senza saperlo una parte delle loro idee, dei loro istinti e delle loro abitudini. Matilde mostrava alla villanella i suoi balocchi, le sue stampe, i suoi libri, tutti quei nonnulla di cui la circondavano i suoi genitori e gli amici di casa, nel Capo d'anno, nel Natalizio e nel giorno onomastico. La Rosa apriva tanto d'occhi, lodava questo, toccava quello, s'acconciava per celia e per contentare la padroncina gli smanigli e le altre cianfrusaglie di cui aveva piena la stanza: avrebbe voluto ella pure far pompa di qualche cosa, ma, poverina! che poteva mostrare di suo alla ricca damigella, se non qualche fiore cresciuto nell'orto, qualche volgare garofano, qualche mammola primaticcia. Questi erano i suoi tesori, e non mancava di recare alla sorellina di latte i più bei fiori che sbocciavano inaffiati dalle sue mani e destinati a quell'uso. Era appunto in queste occasioni ch'ella pregava la madre a volerla condurre dalla Matilde, la quale faceva buon viso al dono ed alla donatrice, sebbene che cosa erano quei fiori per lei che possedeva nei sontuosi stanzoni le piante più rare che l'industria del giardiniere aveva raccolto in più climi per essa? — Un giorno, non so se per orgoglio o per leggerezza, Matilde condusse la contadinella là dentro, tenendo ancora in mano il volgar mazzolino di mammole che aveva colto per lei frugando e rifrugando tutte le siepi del vicinato.

Quando Rosa vide quei fiori mirabili di forme e di tinte così peregrine, rimase mortificata del suo dono ed era lì lì per piangere. Matilde non si accorse di ciò, e quand'anche se ne fosse accorta, poteva essa indovinare la causa di quelle lagrime?

Avrei io forse fatto torto al suo cuore con questa supposizione? Avrei io, senza volerlo, data la preferenza alla figlia dei campi per istrazio dell'altra? Questa non era la mia intenzione. Entrambe avevano avuto qualche cosa più di comune che il primo alimento. S'amavano le due fanciulle quanto possono amarsi due esseri appartenenti alle due opposte estremità della scala sociale. Questo contatto fortuito aveva aumentato il capitale delle loro idee e delle loro affezioni. Se la villanella avesse potuto comunicare all'altra il semplice gusto per la campagna e non più, avrebbe contribuito alla educazione del suo cuore: così se la damina si fosse accontentata d'ispirare alla forosetta il sentimento della dignità e del decoro, e non altro, avrebbe avuto un diritto alla sua gratitudine. Ma non vediamo i beni altrui senza che in un modo o nell'altro non nasca nel nostro cuore, se non l'invidia, almeno un inutile desiderio di quelli. Di qui le due fanciulle cominciarono a fabbricare ciascuna nel suo segreto i loro castelli in aria. Gentili lettrici, uditeli entrambi, e poi mi saprete dire qual è il più bello.

III.
Se io fossi villanella!

Io non so se Matilde abbia mai formulato così nettamente il suo desiderio; ma educata com'era fra le mura della sua camera, schiava delle convenienze, e più ancora di quella tenerezza guardinga dei genitori, che può essere anch'essa una specie di tirannia, trovando sempre un limite determinato ai movimenti del suo corpo, del suo spirito, del suo cuore, si può facilmente comprendere come dovesse aspirare ad una vita più libera, qualunque ella fosse. Il medico aveva un bel dire ch'ella si dovesse guardare dall'aria, dagli odori troppo forti, dalla soverchia luce del sole, dall'umidità della notte. Queste prescrizioni le acuivano il desiderio di ciò che le veniva interdetto: e mancandole il coraggio di protestare, si contentava d'invidiar la sorte di quelle che potevano a loro bell'agio mirare le stelle, dar la caccia alle fuggenti farfalle, abbandonare al venticello di primavera la lieve capellatura, e aspirare il profumo della tuberosa e della cardenia senza temere una nevralgia.

— S'io fossi villanella! — Se così non cantava il suo labbro, quando, assisa dinanzi al suo piano, addestrava la voce ai difficili gorgheggi che le venivano prescritti dal metodo, certo così avrà mormorato il suo cuore, quando dalle socchiuse persiane vedeva gli alberi e i campi, quando pensava alla sua sorella di latte, alla Rosa, che, a parer suo, doveva essere la più felice creatura del mondo. — S'io fossi villanella! —

— Di grazia, se foste villanella, che cosa fareste voi, signorina? — Oh, s'io lo fossi! Vorrei alzarmi prima dell'alba, vorrei visitare le mucche quando allattano i vitellini a cui spuntano appena appena le corna: vorrei cogliere i fiori del campo stillanti ancora della rugiada notturna, adornarmene il seno e la fronte, farne un mazzetto de' più belli per regalarli alla mamma e a tutti quelli che mi vogliono bene.

— Che fa a me la musica di Liszt con quei salti sterminati che mi rompono le dita? E quando son giunta in sei giorni a suonarne una pagina, non n'ho acquistato che un'emicrania? E quella di Thalberg e di Moscheles che, a dire del maestro medesimo, non ha sugo se non è suonata con quella perfezione alla quale, dic'egli, io non giugnerò mai? E perchè mi dovrò annojare mesi e mesi sul pianoforte, se non c'è speranza ch'io possa riuscire a tanto? Per me mi sembra che i trilli dell'usignuolo, che ascolto talvolta dalla finestra, fra i carpini del giardino, valgano bene le stravaganze del re de' pianisti; e le cicale che s'accordano fra loro la state, hanno anch'esse il loro merito, e quasi quasi, giacchè il maestro non mi sente, vorrei dire che mi piacciono più del trillo di Döhler.

— Dover consumarmi gli occhi per disegnare e ricamare qui questi fiori che non hanno nè odore nè eleganza nè senso comune, mentre laggiù ve ne sono tanti che crescono senza coltura nei prati, e così belli che il pittore più bravo del mondo non potrebbe imitarli? Non parlo di quelli che crescono e sbocciano a tutte le stagioni nelle conserve del babbo. Che stravaganza! Aver lì tutte le meraviglie del regno vegetabile, sempre pronte a' miei comandi, e dover logorarmi la vista qui per fare degli sgorbi per l'onomastico del tale, e per il giorno natalizio di un altro! Non sarebbe meglio darglieli questi fiori belli e freschi come sono in natura? Oh! io per me, quando sarà la festa del signor Antonio, penso che gli farò un bel mazzo di fiori freschi piuttosto che obbligarlo a lodare i miei scarabocchi. Il signor Antonio, che ha tanta buona grazia, mi saprà grado del cambio! —

Il signor Antonio era un giovane medico che aveva appena terminati i suoi studj, ed era stato presentato al castello da una vecchia zia che voleva lanciarlo, com'ella diceva, nel gran mondo, perchè avesse a meritare la ricca eredità che alla sua morte gli spetterebbe. Fra tutte le persone che Matilde aveva veduto, il giovine dottore le era parso il men lontano da quel tipo ideale che ne' suoi sogni la fantasia verginale le dipingeva. Egli l'avea guarita di un'emicrania con certe pasticche soavi, ben diverse dai beveraggi che gli altri medici la obbligavano ad ingollare. E poi egli non era stato così severo ad interdirle l'accesso negli stanzoni: insomma il dottorino le avea fatto una impressione se non profonda almeno gradita. Non ch'ella andasse più là! Sapeva bene che la vanità de' suoi genitori e le convenienze di famiglia non le avrebbero mai permesso d'amarlo. Sì davvero! il nobile stemma di Susans inquartarsi colla laurea dottorale del signor Antonio! Sarebbe stato un orrore!

Ma tra il sonno e la veglia, quando codeste idee di convenienza e di gentilizio decoro si presentano all'immaginazione attenuate dall'istinto involontario della natura, allora Matilde faceva il più bell'appartamento del suo castello in aria a proposito del dottore. — S'io fossi villanella! — tornava a cantare fra sè. — Egli m'ha detto l'altra sera che, ad onta della volontà della zia, pensa di lasciar la capitale e di accettare una condotta in un povero villaggio. Che nobili sentimenti! Egli non intende d'essere a carico di nessuno, nè anche della sua parente di cui dev'esser erede! Egli vuole farsi un'esistenza da sè, bastare, in una parola, a se stesso! Sapessi almeno il villaggio dov'egli intende di confinarsi! Mi sembra già di vederlo recarsi volontario, nella cruda notte, alla capanna del povero, restituire quasi per miracolo i perduti colori alla figlia del campo. Io la invidio! Credo che vorrei sopportare di buon grado qualche lieve incomodo per dargli il piacere e il trionfo di liberarmene! Che compiacenza essere a lui debitrice della salute! Che dolce ricambio di affetto nascerebbe nell'animo nostro! E chi sa! forse egli potrebbe amare la villanella che avesse salvata da morte, e legata a se stesso col saldo vincolo della gratitudine. Ed io gli direi cogli occhi, perchè non oserei colle labbra: Io sarò la vostra compagna per tutta la vita. —

Ma qui i suoi pensieri, i bei sogni pastorali di Matilde prendevano un'altra via. Ella tornava nella realtà del suo stato, e diceva a sè stessa: — Pure, questa dichiarazione, che non compromette, potrei fargliela addirittura! Una buona dote non guasta. Ma e' saprei allora se egli accettasse la mia proposta per riguardo a me o non piuttosto per amor delle mie ricchezze! La povera villanella sarebbe certa che l'amor solo lo indurrebbe a darle la mano: mentre io sono qui fatta segno alle smancerie di quattro o cinque aspiranti, che, ne son certa, fanno la corte a' miei denari e non altro. —

E restava pensando alla sua posizione, e cercando pure di acquetarsi alla grande infelicità d'aver una dote di dugentomila scudi. — Io li ho, tutti questi denari, io li ho certo: tutti me lo dicono con invidia. Ma intanto io non posso servirmi della più lieve somma senza passare per una trafila di domande e risposte che mi fanno rinunciare a una moltitudine di piccoli bisogni e di piccoli desiderj. Almeno la povera villanella che ha vegliato alcune notti torcendo il fuso, è padrona assoluta delle poche lire che busca, e può servirsene a suo talento! Ella è più ricca di me che passo per milionaria, e non posso comperarmi uno spillo senza dire il perchè. — Ella va al mercato, sceglie un corsettino aggiustato alla persona come quello della Rosa, e la domenica alla chiesa o alla festa di ballo tutti gli occhi sono rivolti a lei, e tutti l'ammirano. E se l'è fatto co' suoi guadagni!

Io invece non vado mai al ballo: hanno paura ch'io pigli un reumatismo. Oh! vorrei sapere perchè m'hanno fatto dare tante lezioni di ballo da quel brutto monsieur Moulin! Veramente un bel gusto a ballare il valzer e la polka con quello stupido scimmiotto! Ecco la Rosa che balla meglio di me, e non ha mai preso lezione di sorta. Davvero ch'io la invidio, la Rosa! Voglio assolutamente andarmene a stare un mese con lei, al villaggio. Oh sì! Coglierò il momento che il babbo è di buon umore; gli salterò al collo e gli dirò: Babbo mio, se non volete vedermi morire, lasciatemi andare due settimane in compagnia della Rosa. E piangerò tanto che me lo dovranno permettere perch'io non ammali davvero. Quando sarò colla Rosa, mi comprerò un gonnellino corto come il suo, m'aggiusterò un corsetto verde con bei nastri color di rosa, e farò conto d'esser una villanella.... Oh, se il signor Antonio venisse a far il medico in quel villaggio! Che bella improvvisata gli vorrei fare! —

— Madamigella Matilde, sapete voi quante sciocchezze avete pensato in questo quarto d'ora? Se foste villanella! E sapete voi, signorina, che cosa significhi vegliar più notti di seguito torcendo il fuso? Sapete voi che fa la povera filatrice delle poche lire che busca? Sapete voi?... Voi non sapete nulla, Matilde. Entro il vostro splendido appartamento voi vedete il mondo esteriore come a traverso d'un prisma che ve lo dipinge di tinte brillanti che esistono forse, ma non si scernono ad occhio nudo. Voi sognate un mondo ben diverso dal vero: e se il caso avverasse i vostri desiderj, pochi momenti basterebbero a trarvi d'inganno. Io non dirò che siate molto felice nel vostro stato; ma so che non reggereste ne' panni della povera Rosa.

IV.
S'io fossi damigella!

Rosa girando l'arcolaio dinanzi all'uscio della sua modesta casetta vedeva tramontar il sole di là dai pioppi che ombreggiavano il cortiletto, e cantava questa canzone senza temere il critico che le rimproverasse le rime assonanti, nè la madre che la trattasse di pazzerella.

S'io fossi damigella
Signora d'un castel,
Vorrei montare in sella
A un nobile destrier.
Vorrei vestir un manto
Stellato come il ciel,
Ed un cappel piumato
Al par d'un cavalier.
Caracollando intorno
Per ville e per città,
Farei stupir il mondo
Di tanta nobiltà.
Vorrei, dovunque andassi,
Gettar argento ed ôr —
La gente su' miei passi
Seminerebbe i fior....

Ella cantava questi versi in parte improvvisati, in parte tolti da un'antica ballata, con una cadenza malinconica conveniente più all'ora del giorno e allo stato del suo cuore che al senso delle parole. Dissi allo stato del suo cuore, perchè la giovanetta non era punto allegra come avrebbe creduto Matilde, ma dal timbro della sua voce, dal pallore del suo viso, e più dai suoi sguardi trapelava una secreta tristezza. Ella cantava nondimeno perchè il canto è per il popolo uno sfogo alla passione, al dolore, e fino alla collera. Tutto ad un tratto ella interruppe la sua ballata, o perchè non rammentasse più avanti, o perchè i pensieri le si facessero d'altra specie e troppo dissonanti dal tenore delle sue strofe. Ma cessando dal canto, nella fantasia seguì a costruire il suo castello in aria, d'un'architettura assai diversa da quello della sorella di latte. Gli è forse che si desidera al mondo ciò che ci manca; o piuttosto, afflitti dai dolori inseparabili d'ogni stato, invece di pensare che ogni condizione ha i suoi proprj, si pensa che la felicità stia di casa molto lontano e sia il retaggio degli altri che si trovano o più alto o più basso di noi. Per questo Matilde, sui ricchi arazzi della sua camera, desiderava lo smalto de' prati, e Rosa pensava con invidia agli agi e alle mille superfluità della sua nobile amica. Chi mi sa dire se i pochi mesi passati insieme non avevano influito a codesto? Chi sa se l'amor della natura non era entrato nel sangue a Matilde col latte della villana, e se l'ambizione della ricchezza non era stata alla Rosa inoculata per gli occhi quando entrava nei ricchi appartamenti della padrona?

Checchè ne sia, Rosa fabbricava anche essa il suo castello in aria, ed era davvero un castello. Sognava cocchi volanti per le vie popolose, ricchi addobbi, splendide vesti, e tutto ciò che il lusso e la ricchezza può dare.

— S'io fossi damigella — pensava fra sè — vorrei ben vedere io se mi terrebbero in catene come tengono la padroncina! Povero il mio arcolajo, fa' pur conto che io non vorrei toccarti nè pure per giuoco. È un mese che ti giro e non sono ancora giunta a mettere insieme tanto da farmi una gonnella nuova. Sempre c'è qualcosa che mia madre mi fa toccar con mano come più necessaria. Trista condizione del contadino! lottare continuamente contro i bisogni, e mai poter mettere da parte una sommerella che basti a soddisfare un capriccio! Ecco: quel povero Marcello dovrà marciare per la Germania, e abbandonare la sua famiglia fra pochi giorni. Mille lire basterebbero a trovargli un cambio, ed egli potrebbe restare al paese, lavorare i suoi campi, e mantenere la sua parola!.... —

Qui la Rosa restava sopra pensiero, e una lagrima grossa le rigava il pallido viso senza ch'ella pensasse ad asciugarla. Ad un tratto diede una spinta più rapida all'arcolaio, il quale girò, girò, portando seco nelle sue rabbiose giravolte il sogno della fanciulla. Voi v'immaginate già, mie care leggitrici, che codesto Marcello non era straniero alla povera Rosa. Ella lo amava nel secreto del suo cuore, assai più che Matilde non avrà amato il giovane medico: ed anche Marcello, passandole vicino o con un pretesto o con l'altro, le aveva fatto intendere più per cenni che per parole che le voleva tutto il suo bene. Al villaggio non si parla per ordinario d'amore se non c'è la possibilità di santificarlo col matrimonio. Ivi si conoscono molto meno quelle dichiarazioni vaghe che non compromettono, e intanto aprono l'adito a sì spiacevoli disinganni. Marcello non aveva al mondo che le sue braccia, e la Rosa nulla di più; ma le braccia sono una buona dote per un contadino, e il giovanotto non avrebbe esitato un momento a fare la sua domanda in regola, se non avesse avuto il pensiero della coscrizione che lo perseguitava siccome un incubo. Avrebbe egli impegnato la sua fede colla giovane, senza esser certo di poter accasarsi con lei?... Infatti il pericolo ch'ei temeva s'era avverato a que' giorni. Egli tirò a sorte un numero che non oltrepassava il contingente richiesto. Sano e robusto com'era e non soggetto ad alcuna eccezione, dovette rassegnarsi a passare i più begli anni della sua vita in una caserma, sa il cielo in qual clima. La Venezia in quel tempo era ancora governata dai caporali di Vienna. Il giorno che, ritenuto per buono, ritornava per l'ultima volta a dormire a casa, colse uno de' soliti pretesti per passare dinanzi al cortile della Rosa. Questa, come lo vide un po' stralunato, capì subito di che si trattava, e non osò aprir bocca per accertarsene. Egli avvicinandosi timidamente alla villanella, le prese per la prima volta la mano, e sforzandosi a sorridere mestamente, come se avesse seco lei un'antica famigliarità: — Rosa, — disse — a rivederci fra ott'anni, se saremo vivi. — La fanciulla rivolse gli occhi gonfi di lagrime, e non rispose. — Se non era questa disgrazia — soggiunse l'altro — forse io vi avrei parlato d'un mio progetto.... ma io non ero degno di questa fortuna. Perdonate, Rosa, state sana, e ricordatevi qualche volta di chi vi vuol bene. — Rosa seguitava a tacere, perchè sentiva stringersi il cuore ognor più; raccolse una bianca pratellina che vide poco lungi fra l'erba, e la porse al coscritto per tutta risposta. E ambedue si lasciarono frettolosi, quasi per vincere colla violenza un sentimento che involontariamente s'impadroniva dei loro cuori. Il pallore e la tristezza che abbiamo notato nella giovane poco fa, derivavano da questa causa.

Chi mi domandasse qual risoluzione prendesse nel suo cuore la giovinetta, risponderò che una sola risoluzione le era possibile: quella di aspettare. Rosa aspettava, la poverina, aspettava che passassero quegli otto anni, che le sarebbero parsi sì lunghi, che potevano essere così pieni d'avvenimenti, ogni giorno de' quali poteva distruggere quel tenue filo che legava oggimai la sua vita a quella del giovine soldato. Questa era la risoluzione seria: del resto la fantasia vivace della fanciulla trascorreva talvolta in sogni chimerici, architettava le più assurde combinazioni che avrebbero potuto abbreviare quella lunga separazione. — Ecco che cosa è l'esser poveri! — diceva la Rosa. — S'io fossi ricca, venderei tutte le mie gemme, tutti i miei poderi per rendere al povero Marcello la sua libertà. Mille lire! M'hanno detto che questo basterebbe a mettere un cambio. Che cosa sono alfine mille lire? — diceva la Rosa che non n'aveva vedute mai più di venti ad un tratto. Ma ella era in questo diversa dalla gente della sua condizione, per la quale mille lire sarebbero una somma favolosa, un non plus ultra. Rosa aveva l'istinto della ricchezza, e tutto era niente per lei, quando la sua immaginazione pigliava il volo per gli spazi aerei ch'era abituata a trascorrere.

In questi sogni d'oro ella pensava sempre a Matilde, e diceva: — S'io fossi in lei! — Povera Rosa! E chi ti assicura che colle ricchezze non ti fosse saltato addosso anche l'egoismo che per lo più le accompagna! Chi ti assicura che l'adempimento di tutti i tuoi desiderj non t'avesse ad inaridire quei nobili impulsi del cuore? A sentir lei, avrebbe fatto felice tutto il villaggio. Tutti i bambini e le bambine avrebbero imparato a leggere e a scrivere, tutte le fanciulle avrebbero avuto un po' di dote per facilitare il lor matrimonio. A quella vedova che abitava laggiù in un casolare aperto alle intemperie, ella avrebbe fatto trovare un buon letto in luogo dell'umido canile dove passava gli ultimi giorni della sua vita. Quella famiglia di coloni, ch'era stata licenziata da un podere che teneva a fitto, perchè i bachi erano iti a male, e non aveva potuto pagare puntualmente la rata, avrebbe trovato nella madia, o in un cantuccio della casa, la somma che non aveva potuto raggranellare e che l'avrebbe consolata. Ella assisteva dal buco della chiave alla sorpresa di quella buona gente, ne vedeva la gioja, e gustava un piacere più grande ancora del loro. E Marcello! Essa gli avrebbe pagato il cambio senza ch'ei lo sapesse, e all'indomani, recandosi al Distretto, gli sarebbe risposto che il numero era saldato, e ch'egli poteva tornarsene al suo villaggio. Immaginava la sua meraviglia, la sua allegrezza, e con qual animo sarebbe venuto a ritrovarla e a raccontarle la sua fortuna, ignorando che la gli venisse da lei. Ella gli dava la mano, si rinnovavano le promesse, e si stabiliva d'accordo il dì delle nozze: — S'io fossi damigella! — diceva la Rosa.

— E se foste damigella, mia buona Rosa, conservereste voi per Marcello quel cordiale affetto che gli portate? Non aspirereste voi a qualche partito più splendido? Non sognereste voi un cavaliere, con un bel pennacchio sull'elmo, o qualcheduno di quei signorini che stancano i loro cavalli inglesi nei viali, o passano lungo il corso nei loro cocchi lucenti?

V.
Confidenze.

Non erano passati due mesi dacchè le due fanciulle aveano fabbricato ciascuna il proprio castello, quando un bel giorno la Rosa sentì lo scalpito di due cavalli, e alzando gli occhi dall'arcolajo vide arrivare Matilde in abito d'amazzone assisa sopra un bel ginetto a scorza di castagna, accompagnata da un suo cugino che aveva assunto l'incarico d'insegnarle l'arte del cavalcare. Poco dopo giunsero in carrozza i suoi genitori, i quali le furono tosto d'attorno inquieti per la cara sua vita. Avevano dovuto arrendersi al capriccio di lei, ed anche alle istanze del suo maestro sul quale m'avverrà in seguito di far qualche parola: ma vi potete figurare con quante restrizioni, con quanti consigli, con quanti timori! La fanciulla alla fine l'aveva vinta, o piuttosto essi avevano dovuto cedere al suo desiderio, per paura che il contrastarvi a lungo non recasse più danno alla sua salute che una cavalcata di poche miglia.

Matilde spiccò un salto dal suo palafreno, e lesta come una gazzella, senza depor lo scudiscio, s'accostò alla sua sorella di latte e l'abbracciò con insolita effusione di tenerezza. La Rosa attonita lasciava l'aspo e l'accoglieva con un misto d'imbarazzo, d'affetto e di meraviglia.

Le mie lettrici potrebbero qui domandarmi s'io volessi addirittura por mano alla doppia trasmigrazione di quelle due anime. — Che sì — diranno — che fra poco vedremo la Rosa inurbarsi a cavallo, e la Matilde, novella Erminia, travestirsi da villanella e girar l'arcolajo in luogo d'affaticare gli abbandonati suoi tasti? — No, signorine; io non ho l'intenzione di soddisfarvi. Dal detto al fatto c'è un gran tratto. V'ho già detto sul principio di questo capitolo che erano corsi due mesi d'intervallo, e voi vi dareste a credere che codesti edifizj reggano tanto? Oibò! La Matilde s'era fatta una ragione; avea già considerato la differenza delle due condizioni, e benchè non potesse convenire della propria felicità, pure aveva smesso il singolar desiderio di farsi villana. Anzi, come vedrete fra poco, avea cambiati altri desiderj annessi a quel primo: avea rinunciato, in una parola, a quel sogno pastorale, accontentandosi di far quella gita. Ora però abbracciando la semplice villanella, le era rifluito nel cuore un resto di quel capriccio, e si ricordò del suo sogno, quanto la Rosa del proprio. Anzi, a dire il vero, quest'ultima, anima più schietta e più affettuosa, da quella insolita visita avea preso argomento a non diffidare interamente de' suoi progetti.

Le due fanciulle ebbero un lungo colloquio a quattr'occhi, mentre il conte, la contessa, il cugino e due staffieri sopraintendevano ad ammannire un pranzo campestre in compagnia della madre di Rosa. Non è bisogno ch'io dica che avevano trasportato in carrozza un'intera dispensa. Lascio lì questi preparativi gastronomici, e mi nascondo dietro una vite per assistere non veduto al dialogo delle due cervelline.

— Sai tu — diceva Matilde — sai tu ch'io invidio la tua condizione?

— Oh! che dice mai?... Contessina!

— Sì davvero. Se tu sapessi, cara sorella, quante noje nel nostro palazzo, quante cerimonie, quanti riguardi che opprimono l'anima e c'impediscono quasi di respirare. Qui tu sei felice, non ti manca nulla; se vuoi, lavori e ti pigli di bei quattrini: se non vuoi lavorare, corri pei campi senza cappello, e senza timore che si trovi a ridire sul fatto tuo. Parli con chi ti piace, fai all'amore con chi ti va a genio: insomma più ci penso, e più mi confermo che la vera felicità sta di casa fra i boschi e fra le capanne.

— Ma.... lei certo vuol scherzare, signorina....

— Come, io voglio scherzare?... Non ne sei tu persuasa?

— Io veramente non mi lagno del mio stato, ma nondimeno, veda, ci corre assai dal quadro che me ne fa.... Per esempio, ella dice ch'io busco di bei denari, e invece il lavoro ci manca assai di frequente, e si guadagna sempre meno di quel che bisogna. Ho fatto un conto che per guadagnare la somma di mille lire che mi sarebbe necessaria, dovrei lavorare dodici anni.... anche vegliando la metà della notte.

— Mille lire! Ma che vuoi tu fare di mille lire?

— Ma, non dico per me.... — e qui senza ch'io lo ripeta per filo, la Rosa mezzo arrossendo, mezzo interrompendosi, con certe sue originali parafrasi, raccontò alla ricca damigella l'affare del cambio, e come qualmente ella avrebbe voluto fare una grata sorpresa al povero vignajuolo.

Matilde si ricordò allora del dottore, ma non credette punto necessario di farne la confidenza alla Rosa. Questo episodio della sua storia ideale avea già dato luogo ad altri episodii. Onde tra per evitare quella coincidenza, tra per l'affezione che portava alla villanella, volle sapere lo stato preciso della faccenda. Il coscritto si trovava già al capoluogo aspettando il momento d'indossar l'uniforme, e cominciare i primi elementi del tirocinio militare.

— Signora — seguiva la Rosa — incoraggiata dalla sollecitudine che mostravale la damina, io ho fatto proprio un castello in aria contrario al suo. S'io fossi in lei, diceva fra me, in lei ch'è così ricca, che ha tanti aderenti, che può comandare a bacchetta, vorrei farmi sentire! E quando avessi trovati inutili gli altri mezzi per ottenerne l'esenzione, avrei fatto un fascio dei miei giojelli, e n'avrei impiegato l'importo a mettergli un cambio senza ch'ei sapesse da qual parte fosse venuta la libertà....

— Senza ch'ei lo sapesse! — pensò Matilde. — Ecco una bella idea, cara Rosa. Questo si chiama aver della generosità e della delicatezza....

— Oh! che dice mai! È naturale. Sarebbe lo stesso che volersi comprare l'amor suo a contanti!

— Benissimo, cara Rosa. Questo tuo sentimento val più di mille lire, vale più di tutte le gemme del mondo! — E l'ammirazione della damigella era vera e cordiale; ma pure non l'era ancora balenato in mente ch'ella poteva avverare quel sogno senza suo incomodo. Il conte avea bene speso oltre a tremila lire per comperarle il suo cavallo inglese. Il terzo di quella somma sarebbe bastato a redimere un uomo, e il pensiero di codesta azione generosa avrebbe fruttato a Matilde una serie di compiacenze molto più profonde che non facesse il possesso del suo cavallo. — Ma pure questa idea così facile non le poteva entrare in mente. La Rosa che formulando quel suo desiderio l'avea battezzato per sogno, guardava timidamente la damigella, la vedeva con gioja secreta infervorarsi; ma poi accorgendosi che non s'andava più là, abbassava gli occhi vergognosa o d'aver detto troppo o d'aver troppo sperato.

A questo punto del loro colloquio sopraggiunse una parte della comitiva che già cominciava ad inquietarsi dell'assenza di Matilde. Rosa si levò tutta rossa, e si recò presso alla madre per dar mano agli ultimi preparativi del pranzo. Matilde presa in mezzo dal cugino e dal padre la seguì lentamente senza più pensare al dialogo di poc'anzi.

Mezz'ora dopo sotto il porticato dinanzi alla povera casa colonica, sedettero a mensa i quattro ospiti illustri. I due staffieri in livrea stavano ritti dietro alle seggiole provvedendo al servizio del pranzo improvvisato alla meglio; Rosa e sua madre tutte rosse e trafelate per la insolita faccenda portavano fuori le vivande nella signorile majolica che non s'era mancato di trasportare dalla città.

La ricca damigella, seduta come una principessina sulla povera scranna (le scranne non s'era pensato a portarle), s'affisò una volta nel viso rubicondo e mesto ad un tempo della sua sorella di latte, ridotta allora all'umile ufficio di serva. Non vo' dire che si passasse nell'animo suo. Forse un sentimento d'orgoglio di trovarsi collocata a tanta distanza da quella a cui poco prima avea degnato parlare come a sua pari, forse anche un po' di gratitudine al vederla così affaccendata per farle piacere. Quello ch'io vi so dire, lettrici mie care, si è che in quel momento la contessina non avrebbe canterellato fra' denti: — S'io fossi villanella! — E pure quante circostanze più gravi, più dolorose, più umilianti di questa dovevano contrassegnare la vita di Rosa!

Certo in quel momento non era codesto che spargeva di tanta amarezza i lineamenti di Rosa. La povera fanciulla era stata crudelmente disingannata sul conto della nobile sua sorella. Nella sua poetica semplicità ella s'imaginava che Matilde all'intendere la storia di Marcello non avrebbe esitato un momento a dire: — Ecco un giojello del valore di mille lire: va' dal giojelliere e libera il tuo promesso dalla trista necessità che lo attende. — Vedremo però che la Rosa non s'era tanto ingannata sull'animo di Matilde, quanto sul potere che le attribuiva di disporre a suo talento dei propri giojelli. La colpa di Matilde era quella di non avere inteso di lancio il bene che poteva fare, e che la villanella osava sperare da lei. Ciò prova che, ornando il suo spirito, non s'era pensato a svolgere le nobili facoltà del suo cuore. È vero che al cuore basta sovente l'istinto; ma se l'educazione nostra è fatta appunto per ammorzare gl'istinti e per sostituirvi i calcoli dell'interesse e dell'egoismo?

Ma in che razza di riflessioni mi vado io perdendo? Ecco il pranzo al suo termine: ecco gli staffieri in moto per allestire i cavalli e la carrozza. Si disputa una mezz'ora se Matilde sarebbe ritornata a cavallo o nel cocchio. Ma il suo giovane maestro fece avvertire che la sera era fresca, che la bestia era tranquilla e fatta a bella posta per una damigella che voglia addestrarsi all'equitazione; onde fu risoluto che la carrozza seguirebbe l'ambio delle due cavalcature, per esser pronta a un bisogno.

Giunta l'ora della partenza, Matilde chiamò la Rosa per salutarla. Questa le si accostò; ma men lieta e men confidente del solito. Invece del cordiale abbracciamento che era solita ricambiare, le fece un umile inchino, e le cadde una lagrima. Matilde volle chiederle la cagione di tal cambiamento, ma il suo ginetto raspava per desiderio d'aver sul dorso sì nobile peso. Le due sorelle si separarono senza più, e chi sa con qual animo si rivedranno!

VI.
Conclusione.

Mentre Matilde cavalcava a bell'agio verso la città, il lento e monotono passo, l'ora del vespro, e sa Iddio quali altre circostanze, influivano per modo sull'animo suo, che si mostrava più mesta che mai. Alle galanti rimostranze del cugino che le cavalcava da presso, o non dava risposta, o le risposte eran tali che gli toglievano il desiderio di replicare. Matilde aveva sempre dinanzi agli occhi quella lagrima sfuggita alla Rosa, ripensava al colloquio avuto con essa, e cerca, cerca, finalmente le parve di scoprire la vera causa della subitanea freddezza che era in lei succeduta alla ingenua espansione della mattina. Dico le parve, perchè in Matilde non era più che un sospetto. — S'io verificassi il suo sogno — diss'ella fra sè — S'io le consegnassi questi braccialetti da vendere? A mio padre dirò d'averli perduti, che mi sono stati rubati, che so io? Una scusa la troverò. Anzi vo' dirgli la verità; gli chiederò le mille lire per mettere il cambio allo sposo della mia sorella di latte: mio padre non mi negherà di fare una buona azione. Egli ne ha spesi ben più per comperarmi il cavallo. — Ella diceva così perchè la cosa infatti non avrebbe dovuto parer differente nè pure al conte: ma egli avea talora certe ragioni inaspettate per opporsi ai desiderj della figliuola, che questa non era senza inquietudine intorno all'adesione di lui nel caso presente. Ci pensò alquanto, poi conchiuse fra sè: — E s'egli mi negherà queste mille lire, io ricuserò di dar la mano a costui!...

Questo costui era poco lontano da lei: era il cugino che le aveva posto in capo il grillo di cavalcare. Noi non entreremo nelle ragioni di famiglia che potevano indurre il conte di Susans a preferire a tutti gli altri questo partito. Forse sarà stato il nobile desiderio di condensare in una sola famiglia la dote della figliuola e il ricco patrimonio di lui. Dico nobile nel senso stretto della parola. E forse la ragione che lo induceva era un'altra. Il conte s'era avveduto dell'inclinazione nascente della Matilde per il giovane medico. Ho detto ch'egli s'era assentato dalla città per farsi uno stato da sè: ma io dubito invece che le mene secrete del conte ci avessero alcuna parte. Checchè ne sia, non giova diffondersi, giacchè ho preso l'obbligo di conchiudere. Dirò solo che la Matilde ne fu ammalata per alcuni giorni, poi cominciò a pigliar aria, a rasserenarsi, a dimenticare. Già fin dal primo momento quel partito le era parso impossibile secondo le idee gentilizie della famiglia. Onde s'acquetò, transigendo col padre e con se medesima con questa restrizione mentale: — S'io non posso maritarmi a voglia mia, almeno non isperi maritarmi alla sua. — Questa risoluzione era troppo recente perchè non pensasse a metterla in atto nell'occasione che le si offerse pochi dì appresso. Il conte le parlò alla lontana del cugino, delle sue amabili maniere, delle sue ricchezze, delle sue aderenze, ecc., ecc. Matilde intese, e finse dapprima di non intendere; ma poi, dichiarata la cosa, trovò il coraggio di rispondere al conte: — Padre mio, voi non vorrete, spero, sacrificarmi: io non amo il cugino, e non sarò sua sposa in eterno. — Capite che nel piano educativo del signor conte padre dovea essere ammessa o almeno tollerata la lettura di qualche dramma o romanzo di bella stampa. Non era un mese che quella parola sacramentale in eterno era stata proferita da Matilde, e già l'eternità cominciava ad accorciarsi contro l'avviso dei metafisici. Almeno in questo caso il capriccio che eccitava Matilde a venir a patti col tempo e colla sua parola, era un capriccio di buon genere. — Io sposerò — diss'ella — un uomo che non amo, ma almeno avrò contribuito alla felicità della Rosa. — Quell'apparenza d'eroismo che c'era in questa proposizione sedusse l'animo cavalleresco della fanciulla; spronò il ginetto, e in preda all'entusiasmo di questo progetto non si fermò che nel cortile del suo palazzo, rubiconda le guancie e animata gli sguardi d'una nuova e gentile alterezza. Porse graziosamente la mano al cugino ch'era smontato prima di lei, ed entrò balzelloni nell'appartamento che, sia detto fra noi, le parve più bello e agiato della capanna di Rosa.

Non erano passati alcuni giorni da questa memorabile cavalcata, che Rosa si vide comparire dinanzi Marcello. Povera Rosa, fu per trasecolare quando seppe da lui che aveva potuto sottrarsi alla coscrizione e mettere un cambio. Ma come? In qual modo? Come aveva trovata la somma enorme che si chiedeva? Questa somma oggimai pareva enorme alla Rosa, perchè il recente suo disinganno le aveva mostrato che c'è quasi altrettanta difficoltà ad averla in dono dai ricchi, quanto a raggranellarla col cotidiano lavoro. Marcello le raccontò come un maggiordomo incognito fosse venuto a trovarlo nella caserma, gli avesse consegnata la somma necessaria ad un cambio, e l'assenso della Commissione di leva a rilasciarlo in libertà, tosto che avesse presentato persona che lo rappresentasse nel numero. Il maggiordomo aveva fatto entrare un soldato che aveva pochi dì prima terminata la sua capitolazione, e il quale, per la somma proposta era pronto a riprendere l'uniforme. — Io credevo di sognare — soggiunse Marcello — ed ebbi appena il tempo di chiedere da chi mi veniva l'inaspettata beneficenza. Il maggiordomo sorrise, e mi disse che veniva da voi; e prima che mi riavessi dalla sorpresa era già sparito, lasciandomi nelle mani il denaro e la prova della mia libertà. Ora mi direte voi la parola di questo mistero. —

La Rosa non la sapeva questa parola, ma non tardò a immaginarsela. Ella riconobbe l'opera di Matilde, e quest'opera le parve tanto più nobile e generosa, che era stata eseguita prima che promessa, prima che chiesta; anzi oggimai fuori di ogni aspettazione e d'ogni speranza. Raccontarono alla famiglia l'avvenuto, e come si può credere, si stabilirono su due piedi le nozze.

Di lì a pochi giorni i due sposi, seguiti dalla madre di Rosa, giunsero al castello per ringraziare la loro benefattrice. Ella stava soscrivendo il contratto nuziale che la doveva legare al cugino, e ne pareva contenta. Certamente, se il merito d'una buona azione può influire sulla nostra felicità, Matilde non avrà a pentirsi di ciò che ha fatto. — Ma i castelli in aria?

E se erano fabbricati in aria, mie buone lettrici, dovevano presto o tardi dileguarsi in seno d'un elemento così mutabile ed incostante. Ma tutto almeno non isvanì. Rosa vide avverarsi la parte più essenziale del suo bel sogno, senza cavalcare all'amazzone per le ville e per le città; e Matilde si riconciliò colla sua ricchezza che se, inoperosa, le aveva dato più noia che altro, le aveva procurata la più gran compiacenza della sua vita quando aveva cominciato ad usarne.


[IL DIRITTO E IL TORTO.]

PROEMIO.

Questi due nomi, o meglio le due idee, i due giudicii che esprimono, si alternano, si intrecciano, si confondono nel mondo morale, come il filo bianco e il nero in que' tessuti misti che sono il più volgare indumento degli uomini che vestono panni.

Il diritto non è mai solo nè assoluto in questa bassa valle di lagrime, di soprusi, d'interessi reciproci, di passioni accanite. Quando vi si pianta arrogante dinanzi, guardategli subito intorno, e vedrete far capolino una figura storta e gobba che è l'antitesi del diritto; lo segue passo a passo, gli attraversa il cammino, gli dà il gambetto, lo prende a mezzo il corpo, lotta con lui, e gli si avvinghia alle gambe e alle braccia sì strettamente, che gli amici della pace si affaticano invano a dirimerli e a porli d'accordo.

Sia nel campo politico che nel sociale, diritto e torto non vanno mai scompagnati. Vi sono uomini rigidi e puritani che assumono l'ufficio di giudici, e sono sempre lì per sentenziare: codesto è il diritto. Ce ne sono altri di natura benevola, che continuano le allucinazioni di Don Chisciotte, e si affannano a raddrizzare i torti. Ce ne sono finalmente di quelli che a forza di veder confuse quelle due idee, e l'una pigliar lo aspetto dell'altra, sono divenuti scettici e indifferenti, e chiamati a decidere chi abbia ragione fra l'assassino e la vittima, fra il giudice e l'accusato, si stringono nelle spalle e rispondono: — chi lo sa? —

Voi mi domanderete, lettori, a quale di queste tre classi appartenga lo scrittore di queste righe. La domanda è imbarazzante e forse indiscreta: onde io penso di schermirmene come si suole, rispondendo nè all'una nè all'altra. Io riconosco e adoro il diritto nelle serene e inaccessibili sfere della ragion pura. In questo basso e limaccioso fondo non intendo spaccarla da puritano. Homo sum: humani nihil a me alienum puto. Pigliate il motto di Terenzio in questo volgare significato che non è il vero. Cito il poeta latino, come la più parte dei predicatori la Bibbia. Vo' dire che l'uso del mondo e degli uomini mi ha fatto piuttosto cauto a proferire il giudicio del diritto e del torto; cauto, dico, non indifferente nè scettico. Ciò del resto sarà chiarito nell'indole stessa del racconto che sottopongo alla vostra benigna considerazione.

Qualche curioso vorrà qui sapere se il fatto ch'io prendo a narrare sia vero o falso. È sempre la stessa storia. Il vero e il falso s'intrecciano anch'essi come il diritto e il torto. Leggete e guardate da voi. Io lo racconto come lo trovo in certe mie note raccolte nel tempo ch'io dimoravo a Trieste.

Avrei potuto, per quella facoltà che hanno tutti i romanzieri, trasportare in altro luogo i fatti e le persone; ma dal tempo che mi avvenne di raccogliere questi appunti, corse un intervallo abbastanza lungo perchè non sia necessario ricorrere a questo palliativo. Lasciamo dunque le cose e le persone al loro posto: e i miei lettori si dieno la pena di prendere un passaporto per quella città che va demeritando ogni giorno l'antico titolo di fedelissima, e viene accostandosi al resto d'Italia, non so bene se per forza di repulsione dall'Austria, o di attrazione per noi. Forse sarà anche qui l'uno o l'altro. Lasciamo il giudizio agli avvenimenti. Se non è il partito più coraggioso, è il più cauto.

Parlando di Trieste io lascio da parte la popolazione avventizia o cosmopolitica, che è la schiuma delle città commerciali. I miei eroi appartengono alla classe indigena, alla città vecchia, alla moltitudine anonima che vegeta come la gramigna sul nudo terreno.

Cominciamo dal basso, se non fosse altro per farla in barba all'antico adagio: ab Jove principium. Del resto barba Giove sta nell'alto e nel mezzo, cioè da per tutto. Abbiate indulgenza e carità per le povere creature che sto per mettervi innanzi.

I.
Il Magazzino.

Il magazzino è la più splendida parte delle cose di Trieste; è per così dire l'appartamento di prima necessità; gli altri piani sono men vasti, meno apprezzati, men cari, e s'intende il perchè. Il magazzino è come a dire il fondamento morale dell'edifizio; là si vagliano, si ammassano, si conservano le merci d'ogni clima e di ogni maniera che a tempo vendute, a tempo cambiate, faranno circolare nella città commerciale quello spirito di vita che la sostiene e l'anima. Questo in generale: l'attento osservatore però, solo che passi dinanzi a codesti fondachi, riconoscerà a colpo d'occhio quanto l'uno sia diverso dall'altro, e serbi per così dire il carattere della merce che contiene, dell'attività del padrone, della pulitezza degl'inservienti maggiori o minori. C'è fra questi ultimi una specie di gerarchia; il direttore del magazzino, o semplicemente magazziniere, è un uomo di grande importanza, riceve una grossa paga e risponde per lo più della giornaliera amministrazione. Dopo di lui vengono gli scrivani; poi il capo facchino co' suoi nerboruti compagni; in ultimo luogo le donne che sono di giorno in giorno chiamate secondo il bisogno a mondare la merce, a sceverare la prima qualità dalle meno perfette, a prestare in una parola quell'opera diligente e tediosa a cui sembrano più adatte degli uomini. Seggono in due o più file, chine sopra la merce che tengono in grembo, e dalla mattina alla sera ripetono l'atto medesimo qualche volta ciarlando tra loro, assai di rado cantando per non scemare la tenue mercede che riceveranno alla fine della giornata. Queste donne, dall'arnese che adoperano, si chiamano sessolotte o sessole,[4] nome che le pareggia ad uno strumento affatto materiale e positivo, e mostra quanto poco conto si faccia della loro speciale abilità. Infatti tutte le altre arti, gli altri mestieri si apprendono per ammaestramento o almeno per esercizio: una tal quale attitudine è necessaria anche per cucinare, per pulire una scranna, per ordinare una stanza; quindi si può fare sì gran differenza fra cuoca e cuoca, fra serva e serva. Ma per l'opera della sessolotta non si domanda che occhio e pazienza: è un'arte nella quale si può farsi eccellente in un'ora; quindi, s'intende, è l'infima condizione in cui devono necessariamente trovarsi siffatte femmine: si pigliano, si adoprano, si rimandano senza scelta, senza domandare nè nome, nè età, nè condizione, nè altro. Si vuole una macchina semovente, dotata d'occhi e di mani, e basta così. La professione di cui parliamo è dunque l'ultima fra le industrie che si confessano senza rossore e senza giri di frase: è l'operaia ridotta a' suoi minimi termini che dà tanta parte del suo tempo per tanti soldi, senza che si domandi se ha fatto meglio o peggio delle altre.

Non crediate però che il loro guadagno sia tanto misero, o la condizione sì universalmente abbietta, come potrebbero credere quelli che hanno visitato gli opifici della Francia, della Germania e dell'Inghilterra. A Trieste, grazie alla sua posizione, a' suoi privilegi, ad una certa liberalità degli indigeni, qualunque presti un'opera ha una mercede che basta a vivere: semprechè l'opera si colleghi a quella vasta macchina che domandiamo commercio. Queste povere donne traggono dunque un profitto che, se fosse durevole, e in certo modo assicurato per tutti i giorni dell'anno, potrebbe rendere la loro condizione invidiabile alle stesse modiste e alle sarte che sono così altiere dell'arte loro, e se ne fanno una specie di vanto. Una lira o due, che è l'ordinaria giornata che guadagnano, nelle mani di una donna economa e buona massaia, basta a provvederla sufficientemente perchè non accatti, e non ricorra ad altre fonti di sudicio lucro. Intesi dire che le femmine che si dànno a simile industria non sono tutte spregevoli; che c'è fra loro qualche madre di famiglia la quale con quella tenue mercede saggiamente usata potè nutrire più figlie, farle ammaestrare in altre arti e onestamente accasarle: prova che non c'è stato sì povero dove sia impossibile l'esercizio dei primi sociali doveri.

In uno di questi fondachi sedevano una ventina o più di queste operaie, occupate a mondare non so bene se gomma o caffè: sedevano come dissi, in due file, sopra sgabelli assai bassi, intente all'opera senza parlare, senza guardarsi, rivolte verso l'ingresso del magazzino per ricevere da quell'unica apertura quanto di luce bastasse al lavoro. Erano tutte di Trieste, tranne due sole, madre e figlia, le quali all'aria del volto, al bruno pallor delle carni si sarebbero dette di un altro clima. Erano infatti dell'Italia di là, non dirò di qual paese, ma la cadenza prolungata della parola le mostrava nate sul mare. La più attempata guardava spesso la figlia, sedutale allato, in aria di compassione e d'affettuoso rimprovero e punzecchiavala tratto tratto col gomito, quando alcuno dei sorveglianti le passava da presso, perchè la giovine dimenticava talvolta il lavoro, e restavasi sopra pensiero colle dita conserte in attitudine dolorosa. Una lagrima di cui la poverina non si accorgeva, le rigava di quando in quando la guancia pallida, e cadevale sulla merce che doveva sceverare dalla mondiglia. Scossa dalle parole o dal gesto della sua vigilante vicina riprendeva l'opera, si affrettava come volesse riparare all'indugio, o togliersi col moto accelerato ai crucciosi pensieri che l'occupavano. Ma questi riacquistavano tosto il primo dominio, onde la misera obbediva senza avvedersene a due forze diverse: tutta l'anima sua era volta ad altra parte, e le mani compiendo meccanicamente il lavoro a cui s'erano abituate, per difetto di attenzione rigettavano il grano, e tenevano in serbo le bucce. La madre che non la perdeva d'occhio, se ne avvedeva, ma dissimulava, e rimediava ella stessa al disordine, tanto che gli scrivani o il magazziniere non avessero ad escludere la figliuola nei dì seguenti.

Il sole intanto, tramontando sereno, tingeva il fondaco ed il viso delle operaie di quella rosea tinta del nostro vivace crepuscolo: poi la luce a poco a poco veniva meno: ai giovani del magazzino pareva mille anni di poter uscire di catena, e andare a zonzo per le contrade: stromenti e merci si riponevano per l'indomani, e le donne, ricevuta la loro paga, tutte quelle che non erano in caso di lasciarla ammassata per la domenica, sfilarono a due a due, a tre a tre dalla porta, e s'incamminarono ai loro tugurii verso la barriera vecchia, quartiere che le ricovera a più tenue prezzo che non potrebbero altrove.