FRANCESCO DE SANCTIS
UN
VIAGGIO ELETTORALE
CON NOTE ED APPENDICE
A CURA
DI GIUSEPPE LEONIDA CAPOBIANCO
La vita è azione; ma solo la dignità
è la chiave della vita, e l'onestà la
prima qualità dell'uomo politico.
De Sanctis
NAPOLI
ALBERTO MORANO EDITORE
Via Domenico Capitelli, 26-27
1920
Proprietà Letteraria
Napoli - Stab. Tip. Silvio Morano, S. Sebastiano, 48 p. p. (Telef. 8-54)
Ai miei nuovi e vecchi elettori
Queste pagine pubblicate a Torino, lungi dagli occhi vostri, ora io riproduco qui, desideroso che le leggiate con attenzione e con affetto come cosa che appartiene a voi. Perchè qui troverete una storia comune, dove molta parte vive delle nostre impressioni e dei nostri sentimenti. Mi sono mostrato a voi con perfetta sincerità, in uno dei momenti più appassionati della mia vita, come si fa con amici provati a' quali non si ha nulla a nascondere. Mi vedeste, mi udiste; voi sapete ora quello che io pensai, quello che io sentii, i più intimi segreti della mia natura. E perchè siete tutti amici degni di essere stimati, non importa se miei fautori o miei avversarii, ho fatto come fo con quelli che stimo, dicendo la mia opinione sinceramente quando anche possa dispiacere. La quale opinione, massime intorno al carattere delle persone, voglio sia ricevuta così com'è nella sua sincerità, ch'è a dire come un concetto momentaneo, derivato da impressioni fuggevoli e appassionate, e alquanto idealizzato a modo di artista.
Così questa storia, uscendo dall'angustia d'interessi e di caratteri personali, acquista un valore più alto e più umano, che certo sapranno apprezzare i vecchi e i nuovi amici, così benevoli, così indulgenti verso di me.
Vogliano essi leggermi con lo stesso animo col quale scrissi, disposti a' puri godimenti dell'arte, che purgano i cuori e li rasserenano. E possa il nuovo anno, questo è l'augurio ch'io fo a loro e a me, purificare ancora i nostri animi e renderci tutti più degni di amarci e di stimarci.
Francesco De Sanctis
Parecchi anni fa, discorrendo con Benedetto Croce della necessità di pubblicare, in veste più degna, tutte le opere—anche le minori—di Francesco De Sanctis, l'acuto filosofo e letterato napoletano mi esortò vivamente a curare l'edizione del Viaggio Elettorale,—poichè—diceva nella sua bontà—solo un esperto conoscitore delle cose irpine avrebbe potuto ripresentare al pubblico il libro, quale, invano, da lunghi anni si attende.
La parola del Croce mi convinse maggiormente della necessità di una migliore ristampa del Viaggio Elettorale, con opportune note illustrative su uomini e cose dell'Irpinia, per fare gustare pienamente i pregi di quel libretto, che Pasquale Villari definì «la più fedele dipintura dei nostri ambienti e dei nostri costumi politici».
Fin dal 1910, se non erro, avevo divisato di recare in atto il desiderio del Croce, ma tante diverse circostanze della mia vita travagliata mi fecero venir meno alla promessa fatta al Croce, e caldeggiata vivamente da un grande irpino—così affezionato al De Sanctis: ho detto, Enrico Cocchia.
Stavano così le cose, quando nell'autunno del 1915, mi vidi giungere in Monteverde, con la nomina a componente il Comitato Provinciale per le onoranze a Francesco De Sanctis, una viva esortazione dell'amico dott. cav. uff. Camillo D'Alessandro di intraprendere il lavoro promesso. Mi misi all'opera; e, dopo un non breve periodo di ricerche, riuscii a completare le note ed a mettere insieme un'appendice, che è onorata da un bel discorso del Cocchia.
Credo sia superfluo aggiungere qui altre parole sull'importanza del Viaggio Elettorale, dopo quello che ne ha detto il Villari, poichè a me pare che possa stare utilmente in mano a studenti e ad uomini politici, i quali avrebbero molto da imparare per correggere i nostri costumi politici, come desiderava il grande Critico.
Ma più di tutti avranno da apprendere gl'irpini—giovani ed adulti—, perchè ancora oggi l'ambiente della vita pubblica, specialmente provinciale, risente di quelle grettezze, di quelle piccole lotte campanilistiche e di quelle coalizioni personali, che il De Sanctis analizzò e condannò così recisamente. Molto hanno da apprendere e mettere in pratica i giovani, che sono destinati a rompere le dighe che si frappongono ad ogni progresso, facendo penetrare nel nostro ambiente un'aria più pura, un maggiore rispetto di noi stessi e la necessità di una vita politica, che prescinda dalle gare personali sempre meschine e deplorevoli.
Io ho voluto, perciò, pagare il mio debito di gratitudine al Sommo Irpino ed alla mia terra nativa, dando il mio contributo alla diffusione di questo libro, che ancora oggi conserva la sua freschezza, come nel 1876! Imparino da esso i giovani studenti, (poichè alle scuole è destinato pure questo libro), a servire il proprio paese con quella fede e con quella rettitudine, che informarono costantemente, nella vita pubblica e privata, Francesco De Sanctis!
L'Italia, che, con sì mirabile energia, si è battuta e si batte per l'affermazione dei suoi diritti e per il trionfo della civiltà europea, sappia trarre da queste ultime vicende l'incentivo ad essere unita e concorde nel raggiungimento di quella meta, che dovrà essere la forza e la ragion di essere della Terza Italia.
Sigmundsberberg (Austria), 21 febbraio 1917.
Giuseppe Leonida Capobianco
N. B. Nulla ho da mutare a quanto scrivevo nel mio forzato e doloroso esilio, quale ufficiale prigioniero di guerra. I miei voti di allora sono ancora quelli di oggi: che l'elevazione delle coscienze irpine si compia presto!
Da Monteverde (Avellino), 15 Febbraio 1920
G. L. Capobianco
[I.
Un viaggio elettorale]
Napoli 25 gennaio
Cara Virginia[1],
Sono tanti anni che non ci vediamo. Ma tu hai sempre serbato un piccolo posticino nel tuo cuore per me e per la mia Marietta[2], e in ogni capo d'anno ci hai mandato una tua letterina. Questa volta mi hai mandato un letterone, e mi dici tante cose, il tuo viaggio in Inghilterra, i tuoi giudizi sulla nostra prosa, e mi parli delle lettere critiche di Bonghi, e mi esponi i tuoi dubbi, e vuoi sapere dal tuo antico maestro, che libri hai a leggere e che indirizzo hai a tenere. Caspita! dissi tre me: Virginia, non le basta esser divenuta una principessa; ora la pretende a letterata, e giudica perfino del Bonghi, e fa un ritratto del suo ingegno e del suo carattere con la sicurezza e la chiarezza della spontaneità femminile. Vedi un po' come va il mondo; Bonghi giudicato da Virginia? E domani toccherà a me, e a tanti altri. Giudizi formidabili quelli di donna, che vanno diritti come l'istinto, a primo getto, a impressione, e spesso più sicuri che i sillogismi fabbricati da' dotti.
Volevo risponderti subito; ma era tempo di elezioni, e posi la tua lettera da parte, e dissi: risponderò dopo. E questo dopo è venuto molto tardi per me; le elezioni erano finite; ma la mia elezione continuava. Vidi contestata la mia elezione nel collegio nativo: gittai un occhio fuggitivo su' verbali, e fiutai molte brutture; avevo caro che la Camera annullasse l'elezione, perchè mi spiaceva dire al mio collegio naturale: rimango deputato di Sansevero. Mi si parlò di un'inchiesta, ed io dissi: No. Questo povero Collegio ha già subite parecchie vergogne: ha subito perfino un'inchiesta giudiziaria[3]; risparmiamogli questa nuova vergogna. La Giunta decretò la rinnovazione del ballottaggio; ed io fui lieto, e dissi: ora vado io là. Parecchi di quei paesi non avevo visto da quaranta anni: altri non avevo visti mai; in alcuni ero passato come corriere; non vi avevo lasciato alcun vestigio di me. Gli elettori dicevano: perchè De Sanctis non viene? perchè non scrive? Egli ci disprezza: e permette che il suo nome diventi coperchio di altri nomi e di altri interessi. Ed io dissi: andrò io là, voglio vedere da presso cosa sono questi elettori, e che specie di lavoro vi si è fatto, e se equivoco c'è, voglio togliere io l'equivoco. E per la prima volta ho fatto un viaggio elettorale.
Tornai ieri ancora commosso. Nella mente mi si volgeva tutta una storia pregna di grandi dolori e di grandi gioie, ricca di osservazioni interessanti; avevo, imparato più in quei paeselli che in molti libri. E dissi: questo non è più storia mia; è storia di tutti, ci s'impara tante cose. È il mondo studiato dal vero e dal vivo e studiato da uno, che sotto i capelli bianchi serba il core giovine e intatto il senso morale e potente la virtù dell'indignazione. Ecco materia viva di una commedia elettorale. E non ne conosco nessuna ancora. Achille Torelli, che mi dialogizza in versi tesi ed antitesi, pensi che arte è natura studiata dalla fantasia e lasci ai mediocri le idee e le tesi. Che bisogno ha il potente Cossa di andarmi a cercare Nerone, o il simpatico Cavallotti di rompere il sonno ad Alcibiade? Si è filosofato e sì politicato in versi, ed ecco la volta degli antiquarii e degli eruditi.
E si discute se Cavallotti ha studiato la storia greca, e se Cossa s'intende di storia romana, e non mancheranno di quelli che vorranno sapere se hanno avuto la loro brava licenza liceale. Abbiamo tanto mondo intorno, vivo, palpabile, parlante, plastico, e vogliamo cercar l'arte ne' cimiteri, e profanare i morti per rifar loro una vita posticcia, mescolanza ibrida del loro e del nostro cervello. Brutto segno, quando si vede l'arte vivere di memorie come i vecchi, e non gustare più la vita che le è intorno, senza fede e senza avvenire.
E pensavo pure: qui non c'è politica, o piuttosto politica c'è, ma è nome senza sostanza, pretesto di altri interessi e di altre passioni. E tanto meglio; la politica spesso guasta, e ti crea una materia artificiale. Qui è un mondo quasi ancora primitivo, rozzo e plebeo, pure illuminato da nobili caratteri e da gente semplice, riprodotto con sincere e vive impressioni da un uomo che andava lì a riconquistare la sua patria.
Allora ho pensato a te, o Virginia. Non so cosa sei divenuta, ignoro la tua vita; sento che in te ci dee essere ancora molto di buono, poi che ti ricordi del tuo vecchio maestro. La Virginia a cui scrivo è quella giovinetta, che mi sta sempre innanzi, con quegli occhi dolci, con quella voce insinuante, a cui l'esule raccontava le sue pene, ricordava la sua patria lontana, e tu commossa mi diceva: Poverino!
Ero da poco in Torino; mi fu offerto il solito sussidio[4]; ed io dissi: no, voglio vivere col mio lavoro. E cercai lavoro.
Domenico Berti[5] mi procurò un posticino in un Istituto[6], lo ricordo con riconoscenza.
Cercai teatro più vasto, feci le mie conferenze sopra Dante, nè posso mai dimenticare i gentili torinesi, che m'incoraggiarono co' loro applausi, e mi rivelarono a me stesso.
E fra le ombre del passato mi sta presente quella stanza di Cavour, dove mi vedevo attorno piuttosto amici che discepoli, voi nobili piemontesi, Einardo Cavour, Luigi Larissè, e Balbo e Maffei.
Anche la tua casa si aperse all'esule, come o quando, non ricordo più. Ma ricordo bene che mi piaceva di leggere a te i miei scritti, che poi presero nome di Saggi Critici, e ricordo che una volta mi chiamasti crudele per il mio giudizio su quella povera Sassernò[7].
Ora che il Direttore di un giornale torinese mi concede ospitalità, tutte queste memorie mi si affollano, ed io mi ripresento a Torino con l'animo di chi risaluta la sua seconda patria.
[II.]
Rocchetta la poetica[8]
Decretata la rinnovazione del ballottaggio, dissi: ora vado io là. E andai. Venivano meco due miei concittadini, Achille Molinari e Salvatore De Rogatis[9].
Giunsi a Foggia domenica sera, il 10 gennaio. L'altra domenica era il dì posto per il ballottaggio. Avevo sei giorni innanzi a me.
Capitai improvviso in casa di Giovanni De Sanctis, dov'era pure un albergo. Colui me lo aveva fatto conoscere uno di quegli amici che la mente porta seco sino alla morte, Giorgio Maurea[10].
-È qui Giorgio? domandai.
-No, è partito ieri. Ma ci sono tutti i vostri amici di Foggia, che sarebbero tanto lieti di stringervi la mano.
-Sarà per un'altra volta. Ora acqua in bocca. Ho bisogno che Sansevero[11] ignori il mio arrivo qui. Non voglio ch'essi dicano: «De Sanctis è stato a Foggia, e non è venuto a vederci».
Rimasi solo. I miei pensieri andavano veloci, come i miei passi... Se io andassi a Sansevero! Tre quarti d'ora, e sarei a Sansevero. Cosa è l'uomo! Io ho là un nido riposato e sicuro, là stimato da tutti, amato da molti, e debbo correre appresso alle ombre, cacciarmi tra monti e dirupi in paesi meno civili, dove pochi mi conoscono, e nessuno quasi mi comprende, e dove il mio nome è trastullo delle loro piccole lotte e piccole passioni. Tu non sei più un giovinotto, mi dice Marietta mia; pensa che t'incammini verso la vecchiaia. E ora, nel cuore dell'inverno, con tanti anni addosso...
Ma respinsi questi pensieri come una tentazione. Questa è, dissi tra me, quella tale seconda voce, che è sempre una traditora. Ubbidiamo, alle prime ispirazioni che vengono dal cuore. Maggiore è il sacrifizio e più grande sarà la soddisfazione della coscienza.
Alto là! rispose un'altra voce. Tu posi, come un Iddio. Guarda bene in queste tue ispirazioni del core, e ci troverai un po' di passioncella, un po' d'impegno, un dispettuzzo, e forse anche una piccola vanità. Tu non vuoi apparire uno sconfitto.
Mi esaminai, e sentii che questa voce non avea tutto il torto. E rimasi perplesso. Camillo de Meis[12] aveva un po' di ragione, quando mi chiamava un Amleto vagabondo tra le voci del pensiero.
Io non sono un Amleto, ma sono un pigro, e non mi movo se non ho una buona spinta dagli avvenimenti. Ma se mi movo, io vivo là entro e ci metto tutto me, o scriva, o insegni, qualsiasi cosa io faccia. Piccola o grande, buona o cattiva, una passione c'era in me che mi traeva seco. Ed io non l'analizzai più; le ubbidii.
La mattina giunsi a Candela, e trovai per avventura alla stazione un agente di casa Ripandelli. Antichi legami avevo con quella casa, fortificati da nuova amicizia col mio Ettore, già mio collega, perfetto gentiluomo e perfetto amico. Non trovai nessuno, ma quel bravo agente, saputo il mio nome e la mia intenzione, mi fece gli onori di casa, e mi si offerse compagno al viaggio.
Fu spedito un corriere a Rocchetta di Sant'Antonio, la porta del mio collegio da quel lato. Doveva annunziare il mio arrivo, e consegnare una mia lettera al Sindaco.
Chi fosse il Sindaco, non sapevo[13]. Ma, conoscendo le piccole gelosie de' paesi, è stato sempre mio costume di indirizzarmi ai sindaci, come quello che rappresentano tutta la cittadinanza.
Scriveva al Sindaco:
«Vengo costà, diretto alla casa comunale, la casa di tutti, e voglio parlare a tutti gli elettori, senza distinzione. Ne dia avviso specialmente all'arciprete Piccolo[14], mia vecchia conoscenza».
Alcuni non credettero vera la lettera. Nelle lotte elettorali tra gli altri bei costumi ci è falsar telegrammi e lettere. È proprio sua questa lettera? E mentre disputavano fu annunziata la mia carrozza. Allora si posero a cavallo tutti, e mi vennero incontro.
Alla voltata mi fu mostrato quello spettacolo. Gridavano: Viva! Mi salutavano con le mani, impazienti di stringer la mia. E la faccia mi raggiò, come se l'anima fosse scesa lì.
Fra molta folla giunsi alla casa comunale, e mi feci presentare gli elettori ad uno ad uno. Strinsi la mano a parecchi, e tra gli altri Ippolito[15] e Piccoli[16], che passavano per miei avversarii.
Poi dissi così:
«Saluto con viva commozione Rocchetta, la porta del mio collegio nativo. Il luogo dove son nato è Morra Irpino; ma la mia patria politica si stende da Rocchetta insino ad Aquilonia. Io vengo a rivendicare la patria mia. Dopo un oblìo di quattordici anni, voi miei concittadini, travagliati da lungo ed ostinato lavoro di parecchi candidati, avete all'ultima ora improvvisata la mia candidatura, ed avete intorno al mio nome inalberata la bandiera della moralità. Siate benedetti! E possa questa bandiera esser principio di vita nuova! Voi mi avete data una maggioranza notevole. Eppure quell'elezione gittò il lutto nell'anima mia. Io vi avevo telegrafato: Bravi gli elettori che intorno candidatura improvvisata inalberarono bandiera moralità! Auguro a quella bandiera strepitosa vittoria domenica». La domenica venne, la vittoria ci fu, e mi parve una sconfitta. Non mi sapevo dar ragione di tanto accanimento nella lotta, e del gran numero di voti contrarii, e di certe proteste vergognose, che gittavano il disonore su questo sfortunato collegio. E in verità vi dico, che se quell'elezione fosse stata convalidata, con core sanguinante, ma deciso, vi avrei abbandonato. Ma benedissi quelle proteste che indussero Giunta e Camera a decretare la rinnovazione del ballottaggio. Era in questione l'onor mio, l'onore dei miei elettori. Ed io dissi: fin'ora sono stato in Napoli spettatore quasi indifferente di quella lotta. Non debbo io fare qualche cosa per questi elettori? Non mi conoscono, sono involti in una rete di menzogne e di equivoci. Io ho pure il debito d'illuminarli, di dire la verità, di togliere ogni scusa agli uomini di mala fede. Ed eccomi qui in mezzo a voi, miei cari concittadini. Ed ecco la verità. Il Collegio è diviso in due partiti che lottano accanitamente, comuni contro comuni, cittadini contro cittadini ed io non sono qui che il prestanome delle vostre collere e delle vostre divisioni. È così che volete rendere la patria a Francesco De Sanctis? No, io non potrei essere mai deputato di un partito per schiacciare un altro partito; non posso essere lo scudo degli uni e il flagello degli altri; io voglio essere il deputato di tutti, voglio lasciare nella mia patria una memoria benedetta da tutti. Mi volete davvero? Volete che io passi gli ultimi miei anni in mezzo a voi? Stringete le destre, sia il mio nome simbolo della vostra unione[17]. Ed io sarò vostro per tutta la vita».
La commozione fu grande. Vidi alcuni piangere; altri, avversarii ieri, amici oggi, stringersi le mani. Tutti applaudivano.
Ed io soggiunsi:
«Signor Sindaco, ho pranzato a Candela, voi ci farete una cenetta, e voglio fare io il padrone di casa, voglio invitare i signori Ippolito e Piccoli. Mangeremo lo stesso pane, berremo lo stesso vino, faremo un brindisi a Rocchetta unita e prospera».
Benissimo! benissimo! Tutti batterono le mani. Rocchetta non dimenticherà più quel giorno.
Prese allora la parola l'arciprete Piccoli. Giovine e asciutto di viso, occhi vivi, avea nella fisonomia una cert'aria di finezza che non ti affida interamente. Rotto agli affari, uso a destreggiarsi mescolato in lotte locali, rimpiccolito in quel paesello, mi parve che in teatro più vasto sarebbe riuscito un buon diplomatico. Mi disse molte gentilezze, con certi giri di frasi, che volevano dire: vedi, anch'io ho fatto i miei studii.
Parlò poi Ippolito. Faccia austera, aria risoluta, parola semplice e diretta. Disse che, dissipato ogni equivoco, Rocchetta sarebbe stata unanime e desiderava che questo giorno fosse stato il preludio di unione sincera e durevole. Erano sentimenti di buon cittadino. Gli strinsi la mano con effusione.
Notai un prete, molto attento al mio dire, ma sentii che non avevo fatto presa su di lui. Era in quel viso non so che oscuro e compresso. Più tardi troverò io la via di quel cuore.
Dopo cena, mi coricai subito. Sentivo sonno. Ma che sonno e sonno! Mi passavano innanzi le ombre della giornata. Vedevo che l'arciprete Piccoli a cavallo correre, correre con quel suo cappello a tre pizzi, che mi parea sventolassero. Ferma, ferma. E tutta la cavalcata dietro. Come galoppava bene quel prete! Il povero Alfonso[18], ch'è il letterato del luogo, tirava forte le redini e faceva sì e no sul cavallo che poco lo capiva. Un altro prete mi stava accanto, rubizzo e mezzo scolaresco, con aria sicura, su di un cavallo che andava passo passo in grave atteggiamento come uno di quei cavalli educati da Guillaume. Rocchetta si avvicinava, e quel gruppo di case in quel chiaroscuro mi parevano uomini che m'attendessero e gridassero: Viva! Le immagini si confusero: ero stanco e sentivo freddo. E mi accoccolavo, e mi strofinavo le gambe. Mi volsi dell'altro lato, non c'era verso di dormire. Ed ecco un suono di chitarra giungermi all'orecchio, con un canto a cadenze e a ritornello, tra gran folla di contadini, che battevano le mani e mi gridavano: Viva! Bravo Rocchetta, diss'io. Mi accoglie a suon di poesia. E tesi l'orecchio, ma non potei raccapezzar verbo di quella canzone. Lungo tempo cantarono e gridarono; forse quella brava gente avrebbe voluto vedermi, sentirmi. Poi a poco a poco si fe' silenzio, ma quel suono mi errava deliziosamente nell'orecchio. Io mi applaudiva di quell'accoglienza. E se tutti gli altri comuni rassomigliano a Rocchetta, chi potrà più separarsi da questo collegio? Che potenza ha la parola, pensavo, la parola sincera e calda che viene dal cuore! Io conquisterò con la mia parola tutto il collegio, e la mia conquista sarà un beneficio, lenirà i costumi, unirà gli animi. Ma la voce del buon senso rispondeva: credi tu di poter fare miracoli? Sei ben certo che tu, proprio tu, hai procurata questa riconciliazione? Qui la materia era già ben disposta. Sarà il medesimo a Lacedonia? E un qualcuno m'aveva già detto: a Lacedonia non sarà così. Fantasticando, sofistificando, mi addormentai.
La mattina girai un po' il paese. Faccie allegre e sincere, bella e forte gioventù. A destra, a sinistra, gruppi che mi salutavano. Volli vedere cantanti e sonatori, e dissi loro che volevo battezzare quel paese così allegro, e lo chiamai Rocchetta la poetica.
E vennero le visite. Rividi la Luisa[19], a cui ero stato fidanzato giovanissimo, ora madre felice di robusta e allegra prole. E, buon per te, le dissi, che si fecero le nozze. Che vita avresti avuta appresso a me! Prigioni, esili e miseria. Tu hai avuto più giudizio di me, e ora sei ancora una rosa. Fui in casa Piccoli. E mi venne incontro un altro prete, faccia chiara e aperta che faceva contrasto con l'aria aperta arguta dei fratello arciprete. Vidi casa antica, illustrata dalle immagini degli antenati, guardata con sospetto da case nuove di gente laboriosa e industriosa. Feci altre visite. Attento! dicevo tra me. Un tal prete Marchigiani non visitato mi divenne in Sessa[20] nemico inespugnabile. Eppure dimenticai uno, quel prete dal viso oscuro. E credo che me ne volle. Credo.
Giunse il sindaco di Lacedonia con parecchi altri. Si fece una sola cavalcata, e via a Lacedonia. Io mi sentivo purificato. Venuto con un disegno non ben chiaro, e con molta passione, alla vista dei miei concittadini non ci fu in me altro sentimento, che di riacquistar la mia patria. Essi m'avevano già conquistato; dovevo io conquistar loro, guadagnarmi i loro cuori. E la cosa mi pareva facile. Rocchetta la poetica aveva trovato il motto dell'elezione. Nel partire, serrandosi intorno a me, gridavano:
—Tutti con tutti.
Ed io, rapito, risposi:
—E uno con tutti.
Era realtà? Era poesia? In quel momento era realtà. Le mani si levarono. Pareva un giuramento. Tutti ci sentivamo migliori.
[III.]
Lacedonia[21]
Napoli, 4 febbraio
Bel paese mi parea, questo, che mi ridea dalla sua altura. Là erano molte memorie della mia fanciullezza, e là avevo lasciati molti sogni de' miei anni. Mentre si saliva tra sparo di mortaletti e grida confuse e scalpitare di cavalli, io ero in cerca de' trascorsi anni, e poco mi accorgevo di quel chiasso, quando un'eccellenza! mi sonò all'orecchio e mi svegliò. Era un pover'uomo che mi porse una supplica, e lessi subito!
«Eccellenza!
Vi prego di volermi accordare un sussidio giornaliero....».
Ohimè, diss'io, si comincia male. Questo disgraziato mi crede un'eccellenza, e per di più un milionario.
Tirai un po' turbato e scontento, non sapevo io stesso di che, al municipio. Credevo trovarvi tutti gli elettori, come a Rocchetta. Mancavano molti, mancavano anche i Franciosi, in casa di cui dovevo andare. E nel mio disappunto guardai un po' di traverso il sindaco, che mi parve più sollecito di venirmi incontro, che di fare gli avvisi e prendere disposizioni opportune. Il mio disappunto mi comparve sulla faccia, e oscurò i volti di tanti bravi amici che m'erano intorno. Si fece uno di quei silenzi, che parlano più della parola, ci capivamo tutti. Ma fu un momento. Domandai scrivere. Scrissi:
«Caro Franciosi,
Sono il vostro ospite, e non mi venite incontro, e non vi trovo qui....»
E non so cos'altro mi sarebbe venuto sotto la penna, ma mi padroneggiai subito e dissi: qui ci dee essere un malinteso, e stracciai la carta. Vidi che quella gente stava lì per sentirmi, e dissi poche parole col cuore, e mi batterono le mani e le facce si rischiararono. Ora sono stanco, conchiusi, domani voglio vedere tutti gli elettori qui. E andai a casa Franciosi. Il bravo sindaco[22], che mi avrebbe voluto in casa sua, storse un po' gli occhi, ma comprese il mio pensiero e mi accompagnò.
Mi venne incontro per le scale Michelangiolo, vecchio amico di casa, mio collega al Consiglio provinciale, e che già un'altra volta mi aveva offerta ospitalità. Mi si diceva che quella casa era divenuta il covo dei miei avversarii, e non credevo possibile ciò e mi pareva cosa contro natura. Abbracciai lo zio don Vincenzo, un vecchio giovanile, faccia arguta, mente fresca, gravida di motti e di fatterelli, che scoppiettano fuori ad ogni tratto. Voi avete lasciato male amministrare il vostro nome, disse lui. E dunque, eccomi qua, diss'io, ora sono io che lo amministro. E pensai: don Vincenzo è già conquistato. Ma che! Mi scappa di sotto al discorso, e mi parla del sonetto. Che sonetto? diss'io.
—Come che sonetto? Quel tale sonetto che era così bello, e voi trovaste brutto! E la bella ragione! Brutto perchè lì dentro ci è Cupido con le ali.
—Tientelo dunque caro questo sonetto, amico mio, e anche Cupido, se ti piace.
—Ma io l'ho capita! Si vede che siete un romantico.
—Questo ti hanno detto? E ti hanno detto pure che io sono un ateo.
—Questo poi, te la vedrai con l'arciprete. Ma sei un romantico ed io, io sono un classico.
Don Vincenzo era tutto contento. Quel sonetto era come qualcosa che gli era restato sullo stomaco, e che ora aveva ruttato fuori. Si sentiva come sgravato.
—Ora, fate il vostro comodo, disse. La vostra stanza è la. Sapete che è casa vostra.
Rimasi solo. E mi affacciai subito. Era dinanzi a me una larga distesa di cielo. Mi parea vedere lontano il Vulture, con la sua cima nevosa, fiammeggiante un giorno, e con le spalle selvose, onde si stende quel bosco infinito e quasi ancora intatto, che si chiama Monticchio[23]. Qui è tanta poesia, dicevo, e costoro pensano a Cupido con le ali. E ricordai questo bel sonetto sul Vulture, che ispirato da quei luoghi improvvisò Regaldi[24].
«Ah! dimmi, o sepolcral muta fornace,
O monte carco di vetusta lava,
Da quale età nel grembo tuo si tace
L'incendio che terribile tonava?
Sin dall'alba de' tempi il capo audace
Coronato di fiamme al ciel s'alzava,
E all'uomo tratto sul cammin fallace
Dello sdegno del Nume ognor parlava.
Ma forse allora che un immenso flutto
Travolse l'erbe, in te si estinse l'ira
Per la pietà dell'universo lutto;
Ed ora l'erbe e i fior manto ti sono,
E l'aer dolce che d'intorno spira
Parla all'uomo di pace e di perdono».
Se togli via quella sottigliezza del monte impietosito innanzi al lutto dell'universo, qui tutto è caldo e incosciente, come la natura, tutto venuto fuori di un getto, con un po' di negligenza che ti rende più viva l'immagine di una produzione spontanea, su di cui non è passata la lima. O buon Regaldi, voluto tanto bene da noi meridionali, accolto sempre con festa come di casa nostra, faccia aperta, fronte ispirata, allegria di tutt'i cuori!
E andavo e riandavo per le stanze, accompagnando co' passi e co' gesti i miei pensieri, quando sentii gente nel salotto e uscii.
C'era il sindaco e parecchi altri, che con delicato pensiero venivano a visitarmi in una casa non loro amica. E c'era l'arciprete[25], e il teologo[26] mio parente, e Carlo, figlio di don Vincenzo, e giovane sposo. E chi più? Nessun altro, credo. Ah! dimenticavo prete Pio[27]. Qui siamo tutti amici, pensavo. Dove stanno rintanati i miei avversari? Sono in casa loro amica, e non vengono a farmi visita. Un po' di gentilezza non è poi gran male, mi pare.
Ed ecco sopraggiungere quei di Rocchetta, che venivano a congedarsi da me con un muso asciutto, come volessero dire: ve l'avevamo pur detto, Lacedonia è tutt'altro. Ero così preoccupato, che appena strinsi loro la mano, e non pensai a ringraziarli del molto affetto che mi avevano mostrato.
Ridotti soli, scherzai con Carlo, augurandogli belli figli maschi, e soprattutto gentili. Rotto il ghiaccio, confessò ch'egli m'aveva votato contro.—Tu, proprio tu? Mi pare ancora vederti con quel tuo turbante, che ti chiamai un turco, e mi dicesti tante cose amabili. O dove è ita la tua amicizia?—Mi giustificherò, dirò le mie ragioni e quelle di molti altri.—Ma, caro, nessuno ha bisogno di giustificarsi. Non venni qui ad accattar voti, a sentire giustificazioni. Non mi tengo offeso da chicchessia. Tutti dite che ci è stata una votazione per equivoco. Vengo a toglier l'equivoco.
Qui prese la parola l'Arciprete, una mia conoscenza di quaranta anni indietro, molto stimato per il suo carattere e la sua dottrina.
Disse in conclusione che tutti mi avrebbero dato il voto, se avessi manifestate le mie intenzioni a tempo. Foste l'anno passato qui: perchè non vi apriste? Il vostro nome fu lanciato all'ultima ora, e parve una manovra di partito, e non fu preso sul serio. I vostri fautori sembra che avessero meno affetto per voi che odio verso il vostro competitore[28], il quale è poi—una persona rispettabile.
Qui saltò a dire l'impaziente sindaco: E chi vi ha detto che gli abbiamo mancato di rispetto?
Sì—No—Le voci s'ingrossarono. Ne venne un battibecco.
E il teologo, mio parente, rideva. Gli altri chiacchieravano, egli rideva di un riso falso che mi dava a pensare più di un suo discorso. Quel riso pareva una cosa e ne voleva dire un'altra. Pareva una spensieratezza, ed era un sarcasmo. E voleva dire a me che attento ascoltava: povero semplicione, tu stai così attento alla scena, che non dice nulla e ignori il dietroscena che dice tutto.
In effetti, da quel vivo scambio di parole veniva fuori come un lampo di una storia secreta d'interessi e di passioni ordita da intelligenti artefici per un par d'anni e che io con molta semplicità credevo di poter disfare in mezz'ora a furia di parole. E il teologo rideva.
Carlo pretendeva ch'io era ineleggibile: questa voce era stata insinuata in tutto il collegio. Ed io a rispondergli e a mostrargli ch'era un cavillo. Ed ecco l'arguto don Vincenzo sostenere che nessun collegio si può dire nativo, perchè il deputato rappresenta tutta l'Italia. Ed io a dirgli, o gran bontà! che di questo passo si andava a quel cosmopolitismo, che aveva perduta l'Italia. E il sacerdote Pio, con quel suo mezzo riso, che annunzia una ironia intelligente, ribattè: «voi volete un partito De Sanctis, e un partito così fatto non c'è. Qui c'è due partiti provinciali e comunali e voi portate la bandiera dell'uno contro dell'altro». Ed io volevo rispondergli tante cose, ma il teologo rideva, rimasi muto.
Ecco rientrare il sindaco con un telegramma in mano. Una grossa notizia, signori. Don Serafino è passato a sinistra.
Ooooh!
E il Comitato di Sinistra appoggia Don Serafino contro De Sanctis![29].
Ooooh!
Il sindaco andò via. Bugia, bugia, gridarono. E il teologo non rideva più, anzi con faccia sdegnosa mi si avvicinò, malmenando il sindaco, e che non doveva leggere quella cartoffia, e che l'era una impostura, e che queste cose non si fanno. Pareva una calunnia al buon Serafino. Non concepivano, come nella stessa elezione e agli stessi elettori lo stesso candidato potesse recitare due programmi diversi. Le menti erano scombussolate. Fino il padrone di casa, il bravo Michelangiolo, che se ne sta sempre vicino al foco, e temendo di raffreddarsi sta sempre raffreddato, lui che dice sempre sì, con quel certo movimento da sinistra a dritta della faccia che significa: è naturale, la cosa è così; questa volta, attirato nel salotto dalla grossa notizia, fece pure il suo oooh! allungando il naso, che in quel viso macilento parea già lungo.
Io me la godevo, io di tutti il meno sorpreso, perchè se ignoravo il dietroscena di Lacedonia, conoscevo perfettamente il dietroscena di Napoli. Sapevo di quella giravolta a sinistra, sub conditione, proposta e accettata, e la condizione era un «faremo ritirare De Sanctis» e ridevo, perchè quei signori, proponenti e accettanti, facevano il conto senza l'oste, e l'oste ero io, principale interessato. Sentivo dunque quelle esclamazioni con un certo piacere, perchè in quelle impressioni immediate vedevo rivelarsi quel buon sentimento naturale, che anche i più prevenuti conservano in qualche piega dimenticata del cuore, e che scatta fuori improvviso in certi momenti.
È impossibile! è impossibile!
Ma ecco entra di nuovo il terribile sindaco, e questa volta col giornale Roma in mano. E lesse. Tutti gli occhi erano sopra di lui. E lesse la famosa sentenza co' debiti considerando di alcuni miei colleghi del Comitato, e la famosa dichiarazione del mio rispettabile competitore. Il telegramma era confermato.
Ed ora, buona sera, disse il sindaco, come volesse dire: Ne avete abbastanza? Tutti si guardavano.
—Dunque è vero, proprio vero? disse il teologo.
—Ed ora che è a Sinistra, che bene ci può fare più? notò un ingenuo.
—E il sottoprefetto, come può appoggiarlo? Costui si è rotto le gambe.
—Adagio, interruppe Carlo. Forse questa dichiarazione è falsa, e sarà una nuova gherminella de' suoi avversarii.
Ma non fu di questo parere il degno arciprete, fatto grave e pensoso. E conchiuse: questo prova sempre più la verità di quel detto, che l'ambizione acceca.
Signori, è pronto in tavola, disse tutto teso un cameriere. E questa fu la conchiusione migliore. Alcuni andarono a pranzo dal sindaco; altri rimasero con noi.
La sera scrissi lettere ai sindaci, annunziando il mio arrivo a Bisaccia per il dì appresso, e a Calitri per l'altro dì.
Intanto si popolava il salotto. Erano i soliti. I miei avversarii rimanevano invisibili. Mi si riferivano certi loro motti graziosi, questo tra gli altri: Loro hanno sparato i mortaretti, e noi spareremo i cannoni.
—Per celebrare che? diss'io.
—Non sapete? Attendono l'arrivo di un personaggio illustre, con corteggio di molte carrozze. Qui ci sarà mezza Avellino.
—E chi è questo illustre?
—Ma voi non sapete nulla! Il prossimo ministro dell'interno[30], come si è fatto qui correr voce.
Il fatto è che io sapevo tutto, informato a Napoli di queste velleità e di queste voci. E dissi ridendo al sindaco di Morra[31], che mi era accanto, mio compagno di viaggio: «Signor sindaco, io tiro innanzi, voi rimarrete qui. E se viene, non fate come gli avversarii: andate tutti a fargli visita, e ditegli: De Sanctis è stato qui e ci ha incaricato di farvi gli onori di casa sua e di dirvi che nessuno ha il diritto di togliergli la patria».
Ma non verranno, disse il sindaco, immagino che muso quando sapranno che in Lacedonia ci siete voi.
Verranno e non verranno. I sangui si scaldavano.
—Ma che? Credono gli elettori sieno pecore?
—E cosa è questo Comitato, che vuole imporre a noi?
—E chi vuol togliere la patria a Francesco De Sanctis?
—E se vengono, e voglion parlare nella casa comunale senza mio permesso, vi dico che li farò cacciar via da' carabinieri, conchiuse il rigido sindaco di Lacedonia.
Io abbassavo lentamente tutt'e due le mani, come per calmarli. A poco a poco andaron via, e ultimo il sacerdote Pio con quel suo mezzo riso mormorava: qui ci sarà mezza Avellino.
Rimasto solo, passeggiavo per lungo e per largo nel salotto. Che andare a letto! Il cervello fumava come il mio eterno sigaro. Non avevo dormito che poche ore a Rocchetta. Ma il sonno se n'era ito. E lo spirito sostentava il corpo.
Fumavo e fantasticavo.
[IV.]
Fantasmi notturni
Sansevero, 18 febbraio.
Qui ci sarà mezza Avellino! aveva detto quel prete col suo sorrisetto. Qualche avviso ha dovuto avere quel prete.
Ricordai che in Napoli, alla stazione, stando in sul partire, avevo incontrato un amico. «Se voi partite, verremo tutti.» No, risposi io, dov'è De Sanctis, non voglio vedere nessuno. Venga mezza Avellino, non voglio io con me l'altra metà. Voglio essere io solo.
E che gusto ci avrei, dicevo ora, se venissero proprio domani. Già un discorso debbo fare a questa gente. Avrò un uditorio pieno. Volevo io andare a loro, ed ora sono loro che vengono a me. Essi portano seco i loro rancori e le loro ire di Avellino, ed io offrirò loro il ramo di ulivo. Usciranno dal loro covo anche i miei invisibili. E si farà una pace generale. E avrò raggiunto d'un colpo lo scopo del mio viaggio. E mi benediranno in Lacedonia e mi benediranno in Avellino.
La mia faccia rideva, tanto ero contento, tanto mi lusingava quella fantasia.
Ma non verranno, oh non verranno. A quest'ora sarà giunta la notizia del mio arrivo qui. Figurarsi che musi! come ha detto il sindaco. E diranno: la partita è perduta, non ne faremo niente.
E quei miei cari amici! È proprio il caso: dagli amici mi guardi Dio. E presi il Roma[32]. E rilessi la sentenza incredibile. Considerando e considerando. Caspita! come la trinciano da giudici costoro! Assegnano collegi, e questo a te, e questo a me, come se gli elettori ci fossero per niente. Fossi l'ultimo gregario, pure non dovevano sentenziare senza consultarmi. Ed io che sapevo i loro impegni, e credevo tirarli d'impaccio, venendo qui e addossando tutto sopra di me. Nossignore. Bisognava andare avanti, e passare addirittura il mio corpo... Ora vi darò io una lezione.
E venutami la bizza, vinto dal dispetto, scrissi in fretta questo telegramma al bravo Avezzana presidente del Comitato:
«Protesto contro deliberazione presa, me assente. Non riconosco a nessun Comitato, e a nessun partito, e neppure all'Italia intera dritto decidere quistioni riguardante mio onore, mia posizione morale nel mio collegio nativo».
Ridevo pensando l'effetto di questo telegramma, giunto da Lacedonia. Ma pensai che se uno scandalo avevano fatto loro, non era ragione perchè un altro scandalo facess'io. E uso a giudicare gli uomini con indulgenza, pensai pure che quella sentenza del Roma sarebbe rimasta lì pro forma e per dare una soddisfazione al mio competitore, e che una volta saputomi qui, avrebbero detto: cosa volete? De Sanctis è lì: potete pretendere che noi combattiamo De Sanctis?
Così m'acquetai e stracciai il telegramma[33].
Apersi la finestra per dar luogo a quella nebbia di fumo. Era notte alta, con uno di quei silenzii della natura, che ti tengono il capo basso. Osservavo quel fumo aggiunto a fumo che con leggi sue faceva la colonna e lentamente si scioglieva via. Ecco qui, dicevo, il mistero delle cose. Il sigaro fumato non esiste più, ciò che esiste è il fumo che non formerà nuove combinazioni, nuove esistenze. Ed io che sarò? Un sigaro fumato. Bella consolazione! Niente muore, tutto si trasforma. Una gran frase, sicuro, per farci ingoiare la pillola. E la pillola è che l'individuo muore e non torna più. Dite a quel fumo che si rifaccia sigaro, si rifaccia il mio sigaro, o piuttosto del padrone di casa. Caro Michelangiolo, tu russi, e io fumo i tuoi sigari, e i sigari non torneranno più. Me ne darai dei nuovi domani; ma questi non torneranno più. Mentre tu russi e io fantastico, già quest'istanti non sono più, morti per sempre, e i morti non torneranno più. E mi si ficcò nella mente questo «non torneranno più» come il ritornello della mesta canzone. E più continuavo la canzone, e più il ritornello si ostinava a non volerne uscire.
Per finirla mi avvolsi sotto le coltri, e buona notte. Ero stanco a morte, ma il cervello non voleva dormire. Pareva una pentola che bolliva, e cacciava vapori, e i vapori si condensavano, prendevano forme varie. Sentivo parlare, vedevo in quella tenebra raggi di luce. Caso simile mi successe la prima notte nelle prigioni di Castel dell'Uovo[34], e molte altre volte. Anzi talora in veglia, in certi momenti di ozio, mi fo io i fantasmi, che sono come un altro me dirimpetto a me, col quale discuto, e so che è un inganno, e mi compiaccio dell'inganno.
Cervello, cervello, stai quieto, dicevo io. Ho bisogno di dormire. Dimani ho a fare un discorso, di quei discorsi che si ricordano per un pezzo. Pensa che debbo convertire mezza Lacedonia, che se ne sta rintanata e non si vuol far vedere.
—Aaaah!
Uno scroscio di risa fu la risposta.
Guardo, e vedo lì in fondo il corpo lungo come un palo del mio Teologo[35].
Aaaah!
—Tu mi beffi, mio caro.
—Una bella predica, una bella predica.
—Già per te, che sei un teologo, la è una predica.
—E finita la predica, finita la messa.
—Questa poi non la intendo.
—Vuoi sentire me, nipote mio. Non curarla questa gente, che, finita la messa, chi pensa più alla chiesa?
—Teologo, teologo, tu mi hai oggi faccia di eretico.
E lui rideva.
Poi mi si avvicina e s'inchina a me, e mi dice: Ciccillo (così mi chiamava fanciullo), tu sei rimasto ancora Ciccillo!
—Eh, questa è bona.
—Hai visto mo. Hai viaggiato tanto, e io ne so più di te.
—Imparerò, imparerò.
—Hai letta la lettera ad Quintum fratrem?
—Credo.
—E anche ne' libri avresti potuto imparare la lotta elettorale. Ne parla Cicerone. E tu credi poter fare le elezioni coi discorsi.
—E co' discorsi le hanno fatte i ministri.
—Cioè, la scena era quella. Ma il dietroscena lo facevano prefetti, pretori, sindaci e che so io.
—Anche questo sai tu! Comincio a crederti.
—Tu mi puoi insegnare molte cose. Ma dell'arte di fare le elezioni io posso stampare un libro. Tu vuoi fare una scena con un dietroscena immaginario. Sai tu solamente cosa sono gli elettori, che con un colpo di bacchetta magica della tua eloquenza pretendi di convertire?
—E perchè no? Già il miracolo è succeduto a Rocchetta.
—Uhm! Sai che dietro il miracolo c'è sempre il prete.
—Teologo, tu stai ereticando.
—E anche lì, il prete c'è, il prete c'è, non dico un prete col collare, ma qualcuno che la sa lunga più di un prete.
—Teologo, tu distruggi tutte le mie illusioni. In verità, la conquista mi è parsa troppo facile.
—Hai visto mo. Tu vuoi fare un romanzo, ed il mondo è storia. E il mondo lo conosco io.
—Spiegami dunque questo dietroscena di Lacedonia.
—Di Lacedonia non so niente io. Fo i fatti miei e sto a casa mia. Ma tutto il mondo è paese. E se in luogo di stare sui libri avessi corso i paesi durante le lotte elettorali, non saresti ora qui a fare un romanzo.
—Io lo farò e lo pubblicherò.
—E se tu fai il romanzo, io fo la storia. La farò e la pubblicherò. E la mia storia farà le fiche al tuo romanzo. Una mezza storia vale più che cento discorsi. Finita la predica, finita la messa. Aaaaah!
Rideva, veggendo la mia faccia farsi oscura. Stavo interdetto, spaventato sotto a quel riso.
Allora, come avesse compassione, raddolcì la voce.
—Via, la maggioranza l'avrai.
—E cosa importa a me la maggioranza? Voglio tutti io.
—E dàlli col romanzo.
—E dàlli con la storia. Dimmi almeno cosa è questa tua storia, o piuttosto questa storia di Lacedonia, che dici di sapere.
—Io? Ma sei rimasto Ciccillo! Vai dunque a parlare a fanciulli. Di Lacedonia non so niente io. Sto a casa mia e fo i fatti miei.
—Che razza dunque di storia è la tua?
—Non è storia di Francia o d'Inghilterra. È storia generale come la filosofia.
—Dì ugualmente.
—E mi maraviglio come tu, che sei un filosofo, consulti un teologo.
—Dì ugualmente, mio caro.
—Farò io il filosofo. Guardiamo ai piccoli centri elettorali. Credi tu che là ci sieno tutte le idee e tutti i sentimenti del romanzo che ti frulla pel capo? Piglia paesi su per i monti, dove si va talora a dorso di mulo, senza circolazione di merci e d'idee, e miracolo se ci arriva un giornale o un mercante che vi rinnovi un po' l'aria. Gruppi di paesi intorno a qualche paese più grandetto, dove appena è se sopra a quel bassofondo si elevi uno strato meno superficiale di mezza coltura e di mezza fortuna. Vai innanzi, in centri più popolosi, meglio accarezzati da natura o arte, e troverai nuovi gradini di quella scala sociale, alla cui sommità è il tuo romanzo. Capisci ora?
—Non capisco niente affatto. Vuoi farmi il ritratto del collegio.
—E da capo. Fo storia generale io. E poichè hai il cervello duro, puta caso che siamo in America. Tutto il mondo è paese. O credi tu che anche in America non ci sieno questi bassi gradini della scala sociale? E se tu capiti là, che cosa è De Sanctis? È uno scrivano, dirà qualcuno che ha saputo che tu scrivi. No, è un letterato; correggerà il saputo del paese. E cosa è un letterato di rimpetto a un avvocato? ripiglierà tutto impettito qualche azzeccagarbugli. E per poco non ti farà una lezione di grammatica qualche sugainchiostro...
—Oh, oh, oh, questo poi...
—Questo non sarà in Italia, ma siamo in America. Non ti piace la storia? fai il romanzo.
—Prosegui la tua storia che la trovo gustosa.
—Vammi dunque a fare i tuoi discorsi colà, e diranno che sei un piagnoloso, che fai per accattar voti, che la è una predica...
—E finita la predica, finita la messa.
—Ma non finito il ridicolo della bella figura che vai a fare.
—Mi pare che il torto sia loro e non mio.
—Tuo il torto e il ridicolo. E in verità, non è da ridere vedere un omo della tua età così nuovo degli uomini e delle cose, e metterti ad abbaiare alla luna?
—Come dunque ho a fare per essere un omo serio?
—Capire con chi tratti e a chi parli, e se vuoi il fine, volere i mezzi.
—Intendo. E' quella tale arte, su cui puoi stampare un libro.
—Sicuro. E in primis hai a sapere che ogni elettore è sovrano, e se ne tiene, e vuol essere trattato col lustrissimo, e più è giù in quei tali gradini, e più gli hai a fare la corte e te gli hai a professare umilissimo servitore. Tu non hai scritto, metto pegno, nessuna letterina così inzuccherata. E vuoi essere un omo serio. E poi ci vuole il poscritto, qualche cosa che più lo solletichi e gli vada ai versi. T'hai da fare un modello, un segretario ad uso degli elettori, secondo tendenze, caratteri, bisogni. Senza questa statistica non hai base. Che dolce cosa vedersi un sarto o un barbiere capitare a casa un bel dì un bel biglietto di visita, o una letterina profumata, sì che l'incenso gli monti al cervello, e se ci fosse un timbro poi, oh che cosa! farà gli occhioni, e dirà: dee essere un pezzo grosso costui! E più le sballi grosse, e più ne hai credito. Essere il barbiere di una eccellenza! ma il barbiere si mirerà allo specchio, e si liscerà i baffi, e dirà: quanto son bello! Sul collegio pioverà oro da tutte le parti, false monete che parranno di zecca a quei grulli. E che bei sogni vorranno fare!... Che bel tocco di sottoprefetto sarò io!—Agente delle tasse! Scorticato, scorticherò io a mia volta! Sostituto procuratore del Re! meglio non ci pensi, che il capo mi gira.—Cavaliere! mi chiameranno cavaliere! gli è come dire conte o barone, e sarò barone anch'io.
—Le son tutte baronate coteste, mio caro.
—Lasciami dire. Poi, in questi piccoli centri, il mondo comincia e finisce lì. Il campanile è la stella maggiore di quel piccolo cielo. E in quelle gare, in quelle gelosie, in quelli che tu chiami i pettegolezzi municipali è tanta passione, quanta è, poniamo, tra Francia e Germania. Ciascuno ha la sua epopea a modo suo. L'epopea del fanciullo è il suo castello di carta. E l'epopea loro è l'assalto al municipio. E tu chiami tutto questo pettegolezzi. E vuoi essere deputato di tutti, che è a dire di nessuno. E vuoi essere un omo serio. Ma un omo serio dee usare ogni industria per tener vive quelle gare, e vellicare le passioni, e incensare le vanità, e suscitare le rivalità tra un paese e l'altro, tra una famiglia e l'altra. Così ti farai il partito. L'entusiasmo è fuoco fatuo. Passioni e interessi, questa è la pasta umana, lì è la base di operazione.
—Basta, basta.
—Ma noi siamo appena all'abbicì. Bada alle chiavi.
—Che chiavi?
—Alle chiavi delle posizioni. Tutti questi sovrani hanno poi chi è sopra a loro, e li fa ballare, ed essi credono di ballare loro, e ballano il ballo suo. Ciascuno di questi centri ha qualche ricco sfondolato, qualche leguleio cavilloso, qualche camorrista, che anche in America ci sono i camorristi, un sopracciò che comanda a bacchetta e lì è la chiave. E il punto sta ad indovinare la chiave. Il tuo romanzo ti dice che bisogna tenersela con gli onesti, brava gente ma poltrona e sconclusionata. E se vuoi sentire la storia hai a tenertela coi forti, leoni o volpi che sieno, e meno hanno scrupoli, e più sono efficaci, gente come si deve, che ti sa bene ordire le fila...
—Ah cinico di un Teologo, proruppi io.
E mi passai la mano sulla fronte, come per cacciarne quei fantasmi, e mi gittai di letto, e apersi la finestra, e presi una boccata di aria fresca. Era già l'alba, quel po' di luce dissipò le nebbie del cervello e mi parve di aver fatto un cattivo sogno.
Povero Teologo, pensai, la brutta figura che io ti ho fatto fare! Tu te la dormi saporitamente, e immagineresti mai più che se' stato la mia comparsa, la comparsa del mio cervello. Ma onde mi vengono tante ubbie? e che pazzie son queste?
E passeggiavo. E di cosa in cosa, non so come, mi tornò innanzi quel: niente muore e tutto si trasforma. L'immaginazione mi ha ingrandito gli oggetti, pensai, e per disfare un romanzo ne ho fatto un altro. Tutta questa roba notturna non è che un cattivo romanzo, messomi nel cervello dal malumore, dal sentirmi contrariato nella mia aspettazione. E volere sfogare il mio malumore pigliandomela con questi miei concittadini, i quali non hanno in fondo altro torto, che di esser nati qui! Tutto si trasforma, e qui la trasformazione è lenta. Si animi Monticchio, venga la ferrovia e in piccol numero d'anni si farà il lavoro di secoli[36]. La industria, il commercio, l'agricoltura saranno i motori di questa trasformazione. Vedremo miracoli. Perchè qui gli ingegni sono vivi e le tempre sono forti. Questa stessa resistenza che incontro, questa durezza che talora chiamerei rozzezza, questa fedeltà a impegni presi, a parola data, non mi prova che qui carattere c'è? E dove è carattere, c'è la stoffa dell'avvenire. E io non debbo pure fare qualche cosa che affretti questo avvenire? Non è bello consacrare a loro questi ultimi anni della mia vita? Non è mio dovere? Non so, ma questa stessa loro resistenza più mi attira, più mi lega a loro. Essi credono indispettirmi, e dicono forse: ci faremo così brutti, così rozzi, che De Sanctis si sdegnerà, e non vorrà saperne di noi, e daremo la vittoria al nostro amico. E non mi indovinano, e non sanno che più accendono in me il desiderio di farli miei, di essere il loro amico. Mi sentiranno oggi, e le mie parole saranno seme che frutterà nei loro cuori.
E con questi propositi mi posi a meditare cosa avevo loro a dire.
[V.]
Il Discorso.
Napoli, 24 febbraio.
Io soglio meditare passeggiando. Se mi seggo, le idee mi si abbuiano e mi viene il sonno. Ho bisogno di stare in piedi, di avere ritta tutta la persona. E quando medito, fossi anche fra cento persone, sto sempre lì, non mi distraggo mai. Mi chiamano distratto. La verità è che siccome per me l'importante è spesso quello che medito e non quello che dicono, tutto quel vento di parole che mi soffia all'orecchio non giunge alla mente, non può distrarmi. Pure s'ingannano quelli che veggendomi così raccolto in me, credono che io mediti sempre cose gravi e importanti. La concentrazione diviene abitudine malaticcia, e spesso dietro a quel raccoglimento non c'è che un inutile fantasticare. Nella mia vita ho meditato più che letto. E a forza di lavoro il cervello ha presa la pessima abitudine di lavorare anche dove non è materia, lavoro a vuoto e malsano, e talora quello che appare meditazione, non è che castelli in aria continuati a lungo, e ci sto dentro e mi ci diverto. Sicchè, trattando anche argomenti gravi, che richiedono tutta l'attenzione, mi avviene che sul più bello mi si rompe il filo, e mi distraggo, e rifò qualche castello, e mi si mettono a traverso le impressioni della giornata, camminando sempre, e il moto più mi eccita, insino a che stanco mi seggo e chiudo gli occhi, e addormento quelle onde e torno in porto. Il pensiero mi dice che bisogna stare stretto all'argomento, tirar dritto, pure m'interrompo, e dico a me stesso: bravo! oppure: No, non va così: e armeggio e gestisco, e mi distraggo dietro a' miei castelli. Scrivere mi riesce difficile, perchè non metto in carta, se non dopo lungo battagliare con me, e se vengono pentimenti e son costretto a cassare, quel foglio mi pare brutto, e lo straccio, e da capo. Parlare mi è più facile, perchè mi scrivo su d'un pezzetto di carta l'ordine delle idee, o come si dice, lo scheletro, e il resto lo abbandono al caso, salvo qualche punto che m'interessa e mi attira, e dove studio a trovare la forma più adatta. Però siccome non sono nato attore, anzi sono sincerissimo, quando giungo lì, ci giungo freddo, e come volessi acchiappare per aria qualche cosa che non ha a fare col resto, e tutti se ne accorgono, e la tanto studiata frase, non fa effetto.
Così mi avvenne anche in Lacedonia. Ordii nella mente la tela del discorso, e mi fu assai facile. Parlando a un pubblico mescolato di amici e di avversarî tenaci, che non si erano degnati di venire a farmi visita, pensai che dovevo mirare più a questi che a quelli, e mi promettevo di dire loro tante cose gentili. Io mostrerò loro quanto antichi e quanto saldi sono i legami di affetto, che mi stringono a Lacedonia. Mostrerò il vivo desiderio che ho di riacquistare la mia patria, se essi me ne porgono il modo. Trarrò da loro ogni sospetto che io venga qui ad appoggiare un partito ad essi contrario. Io voglio essere, conchiuderò, il deputato di tutti...
E perciò di nessuno!
Questa voce sonò nel mio cervello e mi ruppe la meditazione. Il cervello cominciò a sottilizzare, come un vero teologo. E non ci fu verso di cacciar via il teologo.
Ah! maledetto il riso del mio teologo! E lo vedevo lì, dirimpetto a me, che mi faceva le fiche e rideva. Tu vorresti ch'io mi chiamassi gli elettori ad uno ad uno e dicessi loro qualche parolina all'orecchio. E se è così, vanne in malora tu e la tua storia, amo meglio la mia poesia. A tuo dispetto io qui rifarò Rocchetta la poetica, e chiamerò Lacedonia l'arcipoetica. E non ci sarà più dietroscena, e ti farò assistere a questa scena io, che vedrai tutti, come a Rocchetta, stringersi le mani, e tutti uniti a fraterno banchetto e Michelangiolo farà la spesa.
Poi risi io stesso di questa mia esaltazione, e dissi: Non credo al banchetto per oggi; ma chi sa! sarà un augurio.
Con miglior animo mi rimisi a quella tela, e mi feci a pescare nella memoria qualche cosa che avesse tratto a Lacedonia. Riandai gli anni giovanili, andai più indietro, cercai le prime impressioni, dove trovavo Lacedonia, e mi balzò innanzi un pensiero delicatissimo, il quale mi pareva dovesse produrre un effetto straordinario sugli animi più duri e quasi bastare esso solo ad amicarmeli. Avevo negli orecchi già gli applausi. Inanimato tirai innanzi, e poichè pare, diss'io, che qui pochi mi conoscano, voglio fare a rapidi tocchi la mia storia; ma lanciato appena tra' flutti del passato, vi errai come un naufrago, e dimenticai il discorso. Quella concitazione nervosa mi disponeva alla tenerezza, e talora m'asciugavo gli occhi. Diavolo! che sono donna? dicevo. Ma la via alle lacrime era fatta, e le mie rimembranze presero un aspetto irrimediabile di malinconia. La mia storia mi apparve come una processione di morti. Quanti mi si offersero innanzi pieni di vita e di allegria, compagni de' miei trastulli e dei miei sogni! E sono morti. E non torneranno più. Iti via come il fumo del sigaro. E io stesso, quanto di me è ito via! Dove sono i miei amori, i miei ideali? chi mi ridà la mia giovinezza? Quando viene la morte, già molta parte di noi è morta. Moriamo a poco a poco, visti prima morire madre e padre, e maestri, e amici, e compagni. Qui stesso in Lacedonia, dov'è più Isidoro? dov'è Angelantonio? Di eternità nel mare...
E qui cercai alcuni bei versi di Schiller, e non me ne ricordavo, e in quello sforzo risensai. O che! dissi io, comincio a sentire di vecchio. E mi fo la nenia a me stesso. E mai non ho avuto tanto bisogno di essere vivo. Mi restano tante cose a fare. E io penso a' morti. Pensiamo al discorso.
E volevo ripigliare il filo, quando si annunziarono visite. Nessuna faccia nuova. Sempre i soliti. Mancava l'arciprete e il teologo. Carlo sogghignando mi disse: la si è capita! lei viene per il signor Ripandelli![37]. Questa è la riflessione che ha fatto Lacedonia stanotte? diss'io; già s'intende; mi avete veduto venire nella sua carrozza! Ma un altro mi si avvicina lentamente, e ammiccando dell'occhio mi mormora: no, no, lei è venuto qui per un altro, per un altro! Ed ecco entrare Cipriani[38], arrivato di lontano, piombato in quel punto in Lacedonia.
Ah! ah! la si è capita!—Cosa viene a fare qui costui? E fosse del collegio!—cosa ci cova qui sotto.—
E guardavano lui e me, che gli stringevo la mano e gli davo il ben venuto.
E mi si fa innanzi l'inevitabile Carlo—Volete essere il deputato di tutti. Sapete bene che tutti gli elettori non potete averli. Ponete una condizione che sapete impossibile.
Questo dicevano le parole; ma gli occhi sospettosi volevano dire: foste venuto qui a mistificarci, eh?
Sorrisi; poi dissi: le parole non vanno prese alla lettera; tutti, vuol dire la maggior parte. Del resto, venite a sentirmi tutti, ecco quello che domando io; giudicherete poi, e farete a vostro piacere.
Le disposizioni sono prese, disse il sindaco; la sala comunale già si riempie, e vi attendono.
Ma qui verranno tutti gli elettori di Bisaccia; aggiunse in fretta Cipriani.
E se si fossero dati gli avvisi in tempo, potevano venire anche quelli di Monteverde[39], notò un altro.
Altri poi attendevano mezzo Avellino. Nella loro immaginazione ci era carrozze, trofei, viva! e il famoso sparo de' cannoni, e De Sanctis saltato in aria.
Ma non venne Bisaccia, e non venne Monteverde, e non venne Avellino. E mio fu il dispiacere. Perchè quel giorno, avrei compiuto il mio viaggio elettorale, o con un trionfo, o un fiasco tale, che me ne sarei partito con l'ingrata patria! sul labbro.
Venne solo da Bisaccia don Pietro[40] a dirmi che colà tutti mi attendevano. Modi semplici, faccia intelligente, aria modesta, ma risoluta. Lo trattai come un vecchio amico; pure allora lo vedevo per la prima volta.
Andiamo, disse il sindaco.
Datemi una mezz'oretta, ch'io mi raccolga.
Chiusomi, riepilogai bene in mente l'ordine delle idee, come fo sempre, ben determinato a parlare con estrema sincerità e col core in mano. Per parte mia debbo fare il mio dovere, togliere ogni pretesto, ogni equivoco. E mi pareva quasi impossibile che i cuori anche più rozzi potessero resistere alla mia sincerità e al mio affetto. Mi venne in mente una parola francese che rispondeva così bene al mio concetto. E dissi: io debbo con la potenza della parola enlever tutto il collegio.
Pregai Michelangiolo, se mi voleva accompagnare. Ma Michelangiolo se ne sta attaccato al foco, e non c'è cristi che lo smova.
Trovai la sala piena, tutte le sedie occupate molto popolo agglomerato in fondo. Vidi a destra tra' primi Don Vincenzo, il classico e il cosmopolita, e me ne compiacqui. A sinistra vidi don Pietro di Bisaccia, e gli strinsi la mano. Pregai il sindaco volesse farmi conoscere i principali elettori. Girai un poco, scambiai qualche motto, strinsi la mano a parecchi che rammentavo, ma finito il giro, dissi un po' turbato: e il Canonico Balestrieri? e Saponieri? e il Salzarulo? e l'arciprete? e il teologo?
Il teologo entrò, e si pose fra gli ultimi, quasi volesse farsi vedere e non vedere. L'arciprete mi disse all'orecchio ch'era ito ad assistere un moribondo, e mi faceva le scuse. Gli altri saranno avvisati.
Attesi un poco chiacchierando, girando, e non vennero, e vidi che era partito preso, e mi turbai. Questo poi non m'era venuto in capo, non me l'aspettavo. Non venirmi a visitare, era già poca cortesia; ma ricusare di sentirmi a me parve un fatto senza nome. E dev'essere deliberazione fresca, pensai, perchè appena venuto, Carlo disse: ci giustificheremo. Qualche motto d'ordine, ricevuto. Non andate a sentirlo, hanno detto; il fatto di Rocchetta li ha impensieriti. E forse hanno detto: glie ne faremo tante, che gli scapperà la pazienza, e se ne tornerà.
In verità non avevano ragionato troppo male, perchè, trattato a quel modo, dissi: che fo più io qui? Gli avversarii rimangono invisibili: a chi discorro io? deggio convertire i già convertiti? Il mio discorso è senza scopo. Ma levai gli occhi, e vidi tanta brava gente venuta lì per sentirmi, e lessi nelle loro fisonomie una espressione così sincera di benevola aspettazione, e vidi soprattutto quel popolo lì ammonticchiato in aria così semplice e così avido della mia parola che ne fui preso, e salii in fretta gli scalini di una specie di piedistallo; e respinto da me il seggiolone, così in piedi cominciai a dire:
«Amici miei, la mia presenza qui nel cuore dell'inverno vale tutto un discorso; quest'atto vi prova il mio affetto per voi e il vivo desiderio di esser vostro. Io vengo senza corteggio di giornali, di comitati, di carrozze, io vengo solo, non portandomi appresso altro che il mio nome».
L'allusione fu colta a volo; sentii dir: bene! da' più vicini. Inanimato, continuai: «Io voglio spiegarvi cosa è per me Lacedonia. Ne' miei primi anni sentivo spesso parlarmi dei nostri parenti di Lacedonia, e voi sapete che in quella età la patria non è ancora che la famiglia, la patria è la parentela, sicchè nella mia immaginazione infantile univo insieme Morra e Lacedonia, come una patria sola».
Questo pensiero nuovo e delicato in una forma così semplice era troppo sottile, e non fece effetto. Tirai innanzi.
«Poi andai via. A vent'anni, col core caldo, con l'immaginazione dorata, in mezzo a tanti giovani più amici che discepoli, mi tornò innanzi Lacedonia, e venni qui a cercarmi la sposa, e conobbi qui l'arciprete e il teologo, e molti altri, e se non vi acquistai la sposa, credei di avermi acquistate amicizie incancellabili. E chi avrebbe pensato allora, accolto con tanta festa, pure ignoto al mondo, che in così tarda età, tornando fra voi, avrei trovato qui avversarii, e alcuni, che è peggio, in sembianza di amici?».
Questa punta troppo smussata non punse alcuno. Sentii che dovevo parlare tondo e forte.
«Quale fu la mia vita poi, voi lo sapete. Illustrai la patria con l'insegnamento, e cacciato in esilio, la illustrai con gli scritti, che forse non morranno; e forse un giorno i vostri posteri alzeranno statue a colui, al quale voi contendete i voti».
Botta dritta questa. Il teologo si scosse un po' il petto, come avesse sentito lo strale dentro la carne. Non se l'aspettavano. Io mi facevo lo stesso il mio piedistallo, e li guardavo dall'alto e la voce era concitata.
«Tornai dall'esilio con l'aureola del martirio, del patriottismo e della scienza, e fui Governatore di questa provincia[41], e fui ministro di Garibaldi, e fui deputato di Sessa, e non fui deputato di Lacedonia. Voi mi preferiste Nicola Nisco, ancorchè eletto in altro collegio, e decretaste il mio esilio dal collegio nativo. Dopo quattordici anni di cotesto secondo esilio, l'esule viene a chiedervi la patria, date la patria all'esule».
La mia voce era tremula; la commozione aveva invaso me, e invase tutto l'uditorio. Una salva di applausi mi mostrò che avevo trovata la via dei loro cuori.
«Io voglio la patria mia, ma non voglio un pezzo di patria voglio la patria intera. Se debbo essere qui l'amico degli uni contro gli altri, meglio l'esilio, confermate il mio esilio. Tutti dite di amarmi, di stimarmi; bella stima in verità! posto in uno dei luoghi più elevati presso la pubblica opinione, i miei concittadini hanno voluto darmi una promozione, e fanno di me un alfiere, il porta bandiera di questo e quel partito».
I più intelligenti sentirono l'ironia. Don Pietro sorrise finalmente.
«Io qui non porto la guerra, non voglio essere il flagello della mia patria; se debbo consacrare a voi gli ultimi anni miei, voglio essere il padre e il benefattore di tutt'i miei concittadini. Io non porto bandiera altrui; sono io la bandiera, e la mia bandiera si chiama concordia».
Questo appello alla concordia era prematuro; le passioni erano ancora vive; stavano sospesi, come chi attenda che si dica altro.