IL BUCO NEL MURO


IL
BUCO NEL MURO

STORIA
PUBBLICATA PER CURA

DI

F. D. GUERRAZZI

MILANO
CASA EDITRICE ITALIANA DI M. GUIGONI
1872


Proprietà letteraria.

Tip. Guigoni



[INDICE]


PROLOGO Il quale dirà a quelli che lo leggeranno di che cosa ragioni.

Care ricordanze dì affetto e venture di rado liete, spessissimo triste, e avvicendarsi cotidiano di fratellevoli offici operarono sì, che Domenico e Francesco sieno, come si costuma dire, due anime in un nocciolo. Il mio e il tuo non si conosce fra loro; amici sono, quali io penso che ormai non se ne abbia a trovare più la stampa nel mondo: a mala pena forse tu ne potresti cavare la idea nel trattato, scritto da quell'omaccione che un giorno fu Marco Tullio intorno all'Amicizia; piuttosto ti ci accosteresti dove tu immaginassi la domestichezza loro arieggiare quella degli Etiopi, appresso i quali si reputa non pure inurbano ma turpe se lo amico dello zoppo accompagnandosi con lui per le vie della città non arrancasse a sua posta; ond'è, che dopo tutto questo non ti parrà forte davvero se ti dirò, che essendosi recato l'altro ieri Francesco in casa Domenico, inteso dalla fante com'egli fosse uscito per certe sue faccende, se ne andasse diffilato nel suo studio dove assettatosi davanti al banco si mise, senza un rispetto al mondo, a rovistare per le scritture di lui.

Il banco di Domenico è veramente un magnifico arnese, condotto di legni pellegrini con sottile lavoro: glielo donava il padre suo, comecchè questi non si trovasse con gli averi in troppo prospera fortuna, e ciò non mica per superbia, bensì perchè ornando oltre le sue facoltà lo studio al figliuolo, questi riponesse nell'animo, che quando il nostro spirito dà opera alle umane discipline:

Ond'è simile a Dio la nostra mente

ha da penetrarsi di celebrare una cosa solenne, anzi l'accettissimo dei sacrifizii al Creatore dell'universo.

Forse è da credere che il padre di Domenico, il quale, per quello che ne afferma il suo figliuolo, fu uomo assai versato nello studio della vita e dei costumi dei nostri uomini grandi, così operando venisse mosso dal concetto medesimo, che persuadeva Niccolò Machiavelli a deporre gli abiti villerecci, e vestire il lucco prima di entrare nello studio, dove o meditabondo consultava i secoli passati, o scrivendo i discorsi sopra le Deche di Tito Livio legava la sua sapienza ai secoli avvenire.

Di fatti tôrre cotesto banco a Domenico sarebbe stato lo stesso che separare il Paganini dal suo Stradivario, o arrisicando più oltre, Orfeo dalla sua lira; ed egli, mostrando talvolta un regolo accomodato con garbo, narrava molto piacentemente come egli fanciullo, vegliando le intere notti seduto al banco, certa fiata vinto dal sonno ci si addormentasse, e la lucerna a caso spinta mettesse fuoco al legname, onde il padre da cotesta notte in su cogliendo ora un pretesto, ora un altro, non si coricasse se prima non lo aveva veduto andare a letto; la quale cosa egli prese indi a poco a costumare più presto del solito per aver agio, appena sentiva addormentato il padre, di uscirsene chiotto chiotto da letto, e tornarsene ai libri.

E intanto che Domenico narrava questi casi faceva bocca da ridere, ma una lagrima gli dondolava nel cavo degli occhi, cui egli, io non so dire il come, si ribeveva. Perchè mai ei se la ribeveva? Forse pari alla conchiglia marina, la quale mostrata appena la perla richiude i nicchi, egli aborriva palesare i tesori di bontà, che possedeva nell'anima: ad ogni modo egli adoperava nel celare le sue virtù tanto studio, quanto altri ne pone a nascondere i suoi vizii.

Queste cantere e questi scaffaletti del banco baleneranno un giorno peggio delle batterie di un vascello a tre ponti per fulminare coloro, che contristarono il suo cuore, o piuttosto (e questo io credo che preferirà) per chiarire come il suo cuore fosse ampio abbastanza, dopo cavatone un mantello pei suoi nemici e per parecchi dei suoi amici, a farci il gonfalone per la Patria rifiorita alla gloria vetusta: ma questo poco gl'importava, o fingeva importargli poco: ad ogni modo scarsi erano quelli che in cotesto punto lo sapevano, come saranno numerosi gli altri che a suo tempo lo dovranno sapere. E allora quale egli avrà premio dei benefizii per esso seme di perpetui tradimenti? Quale ristoro agl'ineffabili affanni senza pure stringere le ciglia patiti da lui? — E' pare gli basterebbe un ricordo, un saluto, un palpito del popolo, che glorioso ammira come visione divina, e avvilito dei vizii proprii e dalla tirannide altrui deplora come fratello infermo; nè cercherebbe di più; imperciocchè egli, sicuro dì vivere oltre i funerali, non dubiti che ai morti dentro le tombe si aspettino altri premii della vita nobilmente spesa, o piuttosto creda che essi ne godano un solo ma grande e divino, cui egli fa consistere nel sentirsi ricordare dai superstiti con amorosa benevolenza.

Però egli non ci spera; chè la esperienza gl'insegnò come popoli e mari conservino nella medesima maniera la traccia di quale per sua sventura ci navighi sopra; e questo contrasto tra il desiderio e la speranza lo tengono sempre annuvolato a mo' di un giorno di primavera, allora quando le lagrime della pioggia appese ad ogni fiore e ad ogni foglia, mentre la luce dei nuvoli rotti riconduce la giocondità sopra la terra, porgono testimonianza che al breve corruccio della natura successe la consueta grazia del cielo.

Inclito figlio di questa alma genitrice, unica forse per la potenza di cavare dalle lagrime i colori dell'iride, ornarsene il capo come gemme preziose e potere dire: — sono la regina del pianto, ma sono regina! — A Domenico più che a veruno altro intelletto italico parve che Dio veramente consentisse la facoltà di celebrare con immortale epitalamio le nozze del dolore con la poesia, e cantando innamorare le anime della sventura....

Ma di ciò basti, chè altri potrebbe credere com'io, svisceratissimo di lui, ci mettessi troppa mazza; torniamo al banco: quivi ogni cosa occorre disposta ottimamente.

Havvi una cantera, sul davanti della quale si legge: Religione, e dentro tu vedi sopra frusti di carta appunti di letture e note di pensieri; però lo inchiostro diventato colore della ruggine dimostra come lo scritto appartenga a tempi remoti, e che da parecchi anni Domenico ha smesso aggiungervene dei nuovi. In fondo della cantera occorre un foglio stampato, il quale dice così: livree, che tutti i sacerdoti di questo mondo mettono addosso a Dominedio, perchè questi faccia loro le spese e le faccende di casa, massime quelle del Canovaio.

Alla cantera della Religione tiene dietro quella della Filosofia: poche note ci scorsi dentro, ed anco queste vecchie: nel fondo stanno scritte, così che appena aprendola tu le possa leggere, le parole: dolori di capo.

Succede un'altra cantera indicata col titolo: Economia politica; io la trovai piena di appunti presi, ma considerazioni di suo mi ci apparvero scarse, e queste poche cominciavano nel modo che segue: — uscita topo di casa alla scienza, entrò nella dispensa della presunzione, dove, pasciutasi a crepa pancia di ciarlataneria, non le riesce più di ripassare dal buco; dov'ella da ora in poi si risolva a provare molto, ad affermare poco, e sopratutto a procedere modestamente, a casa sua un giorno e' ci potrà tornare.

Seguita la cantera della Poesia: un vero scrigno di diamanti, tutti della sua miniera, e forbiti e riforbiti con inestimabile amore: verun frammento è rimato, bensì tutti dettati in prosa o in verso sciolto, e lì pure nel fondo occorre di leggere:

«Odio il verso che suona e che non crea,

«Perchè Apollo mi disse: io Fidia prima

«Ed Apelle guidai con la mia lira.»

e poco sotto: — fiore caduto dalla mano della creazione per gloria e per conforto della razza umana.

Di Storia ci hanno due cantere piene zeppe di appunti, e dentro appaiono distinte in iscompartimenti, che dicono: — Storia EpicaStoria FilosoficaStoria OratoriaStoria DrammaticaStoria PindaricaStoria ChiaccherinaStoria BugiardaStoria Maligna — ed anco ci erano i nomi degli scrittori, scarsi quelli delle prime maniere di storia ed antichi; infiniti gli altri e moderni, anzi pure modernissimi, quali fossero però io non trovo spediente palesare; questo sarà fatto a suo tempo e luogo: intanto basti sapere che anco il fondo di questa cantera possiede la sua leggenda, la quale dice: fili di passioni perpetuamente pari, rinterzati con contingenze così fisiche come morali perpetuamente diverse; spesso in meglio, qualchevolta in peggio.

Dentro una cantera più capace delle altre occorreva scritto: Filosofia della Storia. Mirabile la quantità dei ricordi presi, non so nemmeno io per quale vaghezza, sopra carte di mille colori; forse essi dinotavano i popoli ed anche i tempi diversi; ma proprio di suo io non ci lessi niente, eccello la solita sentenza in fondo del coperchio, che diceva: arte di cercare e scoprire leggi regolatrici del mondo morale. Peccato! che i professori avendo creduto scoprire prima di cercare, è da temersi che non troveranno più il bandolo della matassa: e' sarebbe stato mestieri confidarne la cattedra ad Aasvero, l'ebreo errante dalla nascita di Gesù Cristo in poi, ed anco non sarebbe bastato. Ora volge la stagione della semente; i secoli futuri porteranno quella della messe; adesso non fa frutto, però che gli uomini continuino a guardare il mondo col cannocchiale alla rovescia: cercate.

Sopra la cantera accanto si leggeva: Politica, e rovistandoci dentro si trovavano note, frammenti e ricordi, e per la massima parte estratti dal Machiavello, che egli dichiarava maestro nell'arte di guardare bene le cose e giudicare gli uomini dirittamente: in fondo egli aveva scritto: scienza difficile per cui pensi un mese, parli tre minuti, ne scriva cinque; pianissima per quale ne parli sempre, ne scriva tutti i giorni, e non ci pensi mai. I giornalisti l'hanno condotta a giornata, ma questi spettano alla politica come zanzare alla estate. Però chi avrebbe cuore di respingere la dolce stagione pel tedio delle zanzare? E chi astenersi dalla politica per colpa dei giornalisti? Questa scienza con larga notizia dei casi passati e dei presenti, pratica grande di negozii, esperienza di uomini, di rado s'inganna a giudicare su i generali, pure qualchevolta s'inganna; nei particolari poi erra meno infrequentemente, perchè su certi punti le bisogna indovinare: ora, oltrecchè lo indovinare gli effetti di cause recondite sia sempre incerto, accade spessissimo che avventure inopinate, e nè inopinabili, ti vengano a mutare le carte in mano, e la opera che sotto gli occhi tuoi cominciò Achille tu te la veda finire da Tersite. Palestra terribile, dove non pertanto troverai Ercole e i Pimmei, nè questi già insaccati nella pelle leonina di quello, bensì baccanti, schiammazzanti e arrangolati da dare la emicrania a Ferdinandone di porto[1].

Oltre le note questa cantera conteneva un libro scritto di mano di Domenico, e certamente opera sua; era nitido, senza mende e però ricopiato; nondimanco nell'ultima pagina occorreva avvertito: va rifatto, e dopo quest'altra avvertenza: post obitum. — Ah! se per leggerlo stampato devo aspettare che tu sia morto, Domenico, io pregherò il cielo di non farmelo leggere mai, non già per prolungare la mia vita di un filo solo oltre la trama che mi prescrissero i fati, bensì perchè aborro sopravviverti, Domenico.

Penultima veniva la cantera della Filologia. Se non me ne fossi sincerato proprio con questi occhi, io non avrei creduto mai che Domenico potesse raccogliere con pazienza affatto benedettina tante schede intorno alla lingua: eranvi migliaia di voci lasciate fuori dei dizionarii, con gli esempii accanto, di locuzioni erronee, di modi tenuti buoni e poi trovati viziosi, e all'opposto di modi ripresi per viziosi e poi rinvenuti legittimi; di prove ad esprimere il concetto stesso in venti e più maniere, vera anatomia della lingua, e in fondo della cantera al solito si leggeva: arnesi pei quali lo intelletto si rivela all'intelletto: parole, ale dell'anima; parole, vincolo per cui un cuore si lega e si separa da un altro cuore.

L'ultima cantera era piena di racconti, e sopra la più parte di questi si leggeva: politici. Certa nota chiariva la intenzione dello Scrittore, la quale sonava in questa sentenza; che cosa importi esercitare l'arte per l'arte non si capisce; le scritture movono sempre dalle passioni o buone o triste o neutre, e partoriscono sempre effetti profondi nella comunanza civile. Tu venererai buone le lettere allorquando confortano la virtù, ottime poi e pietose quando la confortano languente, e la riaccendono spenta: imperciocchè la virtù si spenga talora pur troppo in mezzo ai popoli! Però reputa addirittura cuore malnato colui, che potendo sovvenire con libere carte alla Patria serva o avvilita, se ne astiene. Ora la Patria nostra non comparendo libera tutta, e la parte emancipata non agile, non vispa, bensì torbida e tarda nei moti dell'odio e dello amore, a queste infermità devono principalmente sovvenire le lettere. Se così non adoperano, quale tu troverai differenza tra il letterato e il musicante e lo strione? Guai al letterato, che sè reputa artista soltanto! Egli ha da essere, la Dio mercè e la valorosa dignità sua, tale che alla occasione si possa cavare da lui o magistrato, o legislatore, o capitano, o maestro di quelle scienze, che porgono fondamento all'ordinato vivere. Dicono che le opere uscite dalle mani delle arti durino assai più delle altre, che la passione crea; e questo dissi certa volta ancora io; però, fattaci sopra migliore considerazione, adesso risolutamente nego, conciossiachè le figure, le imagini, i baleni insomma della scrittura prorompano appunto dalle passioni: ma quando anco e' fosse così, coteste opere di arte si conserveranno come le statue di granito dei re di Egitto, spaventevoli all'occhio, obliate dalla memoria.

Ora di Ettore non avanzano simulacri, e tu, di', non preferiresti durare nei ricordi della gente, che hanno sacro il sangue versato per la Patria come Ettore, che ingombro agli occhi come le statue di Faraone? Però quando pensi, scrivi, argomenti ed operi, intenditela con la tua coscienza e con Dio, nè porgere mai orecchio al susurro dei critici maligni, i quali vivono a mo' dei tarli, rodendo, e le infelici opere loro ad altro non sono buone, che a deturpare il capo di Giove con le tele di ragnatelo.

Così argomenta Domenico, e, se bene o male, altri giudichi, non io; solo dirò che Francesco, oltre i racconti politici, vide nella cantera altri manoscritti intitolati racconti fantastici, racconti bizzarri; ma Domenico gli aveva condannati tutti scrivendo sopra le fasce: stravizii dello spirito.

Di questi percosse Francesco uno, il quale Domenico aveva battezzato Storia, non già racconto, ond'egli senza riguardo alcuno lo prese e cominciò a leggerlo. Allo improvviso, quando ei se lo aspettava meno, si sentì battere sopra la spalla, e levando il capo vide Domenico, il quale sorridendo gli disse:

— Tu hai morso la mela proibita e duolmene per te, che d'ora innanzi tu partorirai i figliuoli con molto dolore e morirai. —

— E tu goditi la tua immortalità e lasciami leggere, rispose Francesco, non meno dell'altro motteggevole e arguto; diffatti non si rimase finchè non giunse in fondo, allora si ripose prima il manoscritto in tasca, e poi voltatosi a Domenico con faccia imperterrita, disse:

— Vedi, tu avresti a fare una cosa; tu me lo avresti a donare.

— Queste tue maniere, rispose Domenico, arieggiano agli imprestiti volontarii, che l'Austria metteva addosso alla Lombardia; tu prima pigli, poi chiedi. —

— Già! O che i buoni esempii non hanno a fruttare mai? Diversamente, tu lo sai, tanto è il male che non mi nuoce, quanto il ben che non mi giova.

— Ma tu, che cosa intendi farne?

— Stamparlo.

— Guardatene! Ch'ella è Storia pretta, sai? E le Dramatis personæ vivono tuttavia.

— Che monta questo? Mettonsi esse forse alla gogna per opere ree? Dunque lascia correre l'acqua per la china; ancora, ne caveremo guadagno, e poichè certo uomo di Stato versatissimo nelle scienze economiche (e mi dicono anche nelle morali, ma in queste un po' meno) bandisce come articolo di fede, che i poveri non hanno a possedere altro patrimonio, eccetto quello della carità pubblica, così bisogna da ogni lato empire questo salvadanaio: ne caveremo pertanto danaro pei poveri.

— Se dal mio calamaio può uscirne questo, accostati Francesco tanto ch'io possa rovesciartelo sul capo, e amministrarti un secondo battesimo d'inchiostro: ma di' un po, come si chiama egli l'uomo di Stato tanto generoso pel popolo?

— Te lo dirò un'altra volta; per ora mi basta che tu convenga meco che non importava innalzare la economia alla dignità di scienza, nè beccarsi il cervello per riuscire poi a cosiffatte dottrine. Il Senato di Genova fin dal principio dello scorso secolo, senza andare a scuola di pubblica economia, intendendo manifestare l'animo riconoscente al popolo dell'Algaiola, il quale per esserglisi mantenuto fedele vide le sue case sovvertite, i colti arsi, gli armenti distrutti, con amplissimo senatusconsulto decretò potessero cotesti fedeli disperati domandare liberamente la elemosina a Genova ed anco nelle Riviere, credo, ma questo non lo so bene. —

Misericordia! Pensa se Genova si sarà rimescolata da cima a fondo per tanto scialacquo! Dev'essere senz'altro da quel dì che giudicarono necessario sottoporre in massa il patriziato genovese ai curatori, perchè non mandasse a male il fatto suo.

I discorsi che furono poi hinc et inde alternati non importa riferire; tanto ne avanzi che Francesco si portò seco il manoscritto, il quale adesso stampato voi leggerete, se vorrete leggere. Forse non vi dorrà avere gittati via il tempo e i danari: ad ogni modo vi consoli il pensiero che il danaro non avrete gittato via di certo, perchè tapperà qualche buco fatto a cagione di debito palese o di miseria segreta. —

FINE DEL PROLOGO.

CAPITOLO PRIMO Nel quale s'impara come Betta facesse il Thè, e il signor Orazio la lasciasse stare.

Il signor Orazio se n'era tornato a casa lieto più del solito: giù per le scale lo avevano sentito cantare un'aria degli Arabi nelle Gallie, cosa che gli tolse l'incomodo di sonare il campanello, imperciocchè Betta lì pronta gli avesse fatta trovare l'uscio aperto: entrato in camera e sovvenuto da Betta, spogliò le vesti cittadine, scalzò le scarpe, depose la parrucca, ed in vece di tutte coteste robe e' si mise addosso una guarnacca di casa di dobletto bianco stampato a mele, carciofi e non so nemmeno io con quanti altri frutti e legumi, propriamente da disgradarne le sottane di Pomona; il capo cacciò dentro un beretto di cotone candidissimo, che pareva crema sbattuta, e i piedi dentro un paio di pantofole di marocchino giallo, fatte venire a bella posta da Tangeri.

Dopo avere dato sesto ad ogni cosa, seguito sempre da Betta, come il pio Enea dal fido Acate, scese a vedere come stessero i famigli, e a dare e a ricevere la buona sera; poi visitò Lilla la gatta, che appunto in quel giorno si era sgravata felicemente di mezza serqua di gattini; per ultimo volle governare di propria mano, secondo l'usanza vecchia, Rebecca e Tobia, cagna e cane per bontà esemplare, castità, discretezza e parecchie altre virtù cardinali (teologali non si era mai accorto che ne avessero) degne in tutto di figurare (se posso dirlo senza tema di sbalestrare a parole) nella santa scrittura a canto le altre bestie famose, che ci hanno preso stanza.

Terminato il giro, Orazio tornò in cucina dove prese un lume, che i famigli avevano intanto preparato, Betta ne tolse un altro, e così si avviarono entrambi verso lo studio; qui Orazio si assettò, si rincalzò e dopo essersi stabilito fermamente sopra il suo seggiolone a bracciuoli, domandò:

— Betta! si è visto nessuno?

— Visite ne anco una, di fogliacci un diluvio: ecco lì, stanno davanti a lei.

— O bene! esclamò Orazio fregandosi le mani alla vista di cotesto mucchio di carte, ecco di che passare senza ozio la serata.

— Ed anche la massima parte della notte, e forse tutta senza chiudere un occhio: ma, caro signore Orazio, mi dica in grazia, o che ci guadagna ella a stillarsi il cervello a quel modo? Di quattrini, la Dio mercede, non ne abbiamo più bisogno; la scienza, mi ha detto gente che la conosce, è una torta tanto grande, che un uomo, il quale vivesse quanto Noè, se arrivi mai a mangiarne una fetta ed anco piccina, è bazza; e poi ella ne deve possedere tanta da caricarne un mulo e forse due; dunque quando, caro signore Orazio, vorrà riposarsi una volta?

— Avremo tanto tempo da riposare al campo santo, Betta mia; ma addesso va a farmi... o piuttosto va' ad ordinare che mi facciano il thè. —

Betta andò, fece e tornò col thè: interrogato Orazio se avesse a mescerglielo, quegli col cenno della mano rispose affermativamente, e Bella lo versò secondo il consueto in due tazze, una per lui l'altra per lei; ma siccome nè egli beveva, nè la invitava a bere, così ella si ritrasse da parte pure aspettando.

Con le braccia pendenti, le mani una dentro l'altra intrecciate, Betta si mise ad agguardare Orazio, ma non le veniva fatto di vederlo in viso, perocchè egli lo tenesse nascosto dietro un foglio, che pareva leggere con molta attenzione: tuttavolta riusciva difficile a credere ch'egli leggesse, tremandogli le mani per modo, che il foglio andava su e giù come il pettine del telaio. Betta si peritava a dirgli qualche cosa, e per altra parte si sentiva rifinire dentro; col naso al vento, gli occhi fissi, il volto sporto a mo' di bracco da punta intorno al cespuglio dove ha sentito stormire la lepre, ella ogni atto spiava, ogni moto di Orazio, i quali le porgessero così un po' di addentellato per iscalzarlo intorno alle cause di codesto subito affanno, quando ecco di botto a Orazio si prosciolsero le braccia, e il foglio gli cascò di mano; senonchè per virtù di volontà si riebbe tosto, e a prevenire qualunque domanda molesta disse con voce avventata:

— Betta! il thè... va farmi il thè....

— Caro signore Orazio, riprese Betta con un suono di voce che la sola donna possiede, conciossiachè nel sangue delle donne entrasse per eredità di quelle figliuole degli uomini, che si sentirono dire dagli angioli: vi vogliamo bene; — caro signor Orazio, la non se la pigli così di petto; ella che la sa lunga, dovrebbe approfittarsi per suo uso del precetto, che vale meglio un asino vivo che un dottore morto.

— Tu parli di oro in oro, ma come entri la morte col thè, io non ce lo so vedere.

— La morte no, che Dio guardi, bensì il suo affanno; oh! ella non è di quelli che perfidia a negare un po' di cervello a noi altre povere creature, perchè non sappiamo di lettera. No davvero, le si legge in viso, come in un libro da coro, il male che le ha fatto cotesto maledetto fogliaccio; dianzi aveva una cera da Gabriello, adesso poi... sto per dire che quando il re Erode ordinò la strage degl'innocenti, doveva essere come lei, o giù di lì... e poi la vuole vedere chiara che il suo intelletto ha dato nei gerundii? Miri un po': il thè lo ha chiesto da venti minuti in qua, ed io gliel'ho mesciuto per suo comando... e da venti minuti le sta davanti ed ella non se ne accorge.

— Ouf! che caldo, proruppe Orazio, e con la mano destra si coperse gli occhi, pure studiando sottrarsi alle investigazioni di Betta; per la quale cosa pigliò il partito d'interrogarla:

— Betta, che ora fa adesso? —

Era scritto che per cotesta notte ad Orazio non dovesse andarne una a bene, onde Betta, levatesi ambedue le braccia sopra il capo formando come un angolo a sesto acuto, esclamò con voce piagnolosa.

— O santa Vergine, proteggetelo voi! Oh non ha sentito il suo orologio lì sul cammino sonare testè le undici ore, e chetarsi giusto nel punto in che mi sono chetata io.

— Bè, sta bene; or va, Betta, a dire ai servitori che si mettano a letto, non ho bisogno di loro.

— Sì, signore.

— E se ti accomoda, ci puoi andare tu stessa.

— No, signore.

— Come no signore?

In primis perchè lasciandola sola in cotesto stato mi parrebbe commettere peccato mortale, e poi quando verrà Marcellino a casa, o che vuole andare ad aprirgli lei?

— Fa come vuoi, sorella mia, fa come vuoi, ma aspettalo fuori, e appena arrivi mandamelo subito, e porta via il thè che è diventato freddo, io non ne ho più voglia.

CAPITOLO SECONDO Come a Marcello nello staccarsi da Betta si attaccassero tutti i Santi del Calendario sul capo.

Marcello arrivò a casa quando l'ora si accostava più presso al tocco di quello che si discostasse dalla mezza notte; grattò lieve lieve la porta per due ragioni, la prima per amore di non destare lo zio, la seconda per sospetto che lo zio svegliato non conoscesse l'ora tarda del suo tornarsene a casa; però dobbiamo avvertire che nell'animo di Marcello l'ordine delle ragioni non si era presentato per lo appunto quale lo abbiamo scritto noi, anzi capovolto; ad ogni modo l'amore per lo zio, se non precedeva e forse nè anco accompagnava l'amore per sè, sarebbe stato ingiustizia affermare che non lo seguitasse da vicino così che i due amori apparissero uno solo, almeno per quelli che non istavano a squattrinarla tanto pel sottile. Ma era scritto nei fati che per cotesta volta le cautele andassero vuote, però che Betta, fattasegli incontro, gli dicesse lo zio aspettarlo levato. Il giovane stette alquanto sopra di sè sorpreso, e domandò poi:

— O che novità sono elleno queste, Betta? Sai tu nulla?

— Nulla, Marcellino, ma governati a modo, perchè in fondo alla marina ci è del torbo.

— Tempeste di luglio! esclamò il giovane, e senza levarsi nè il cappello di capo, nè il sigaro dalla bocca, in due salti entrava nello studio dello zio. —

Lo zio si levò appoggiando una mano sul tavolino, e non mosse passo verso il nipote, quindi volto il capo a Betta rimasta su l'uscio della stanza, le disse:

— Sorella, ora puoi andartene a letto; — e poichè Betta, presaga di futuri guai, nicchiava, egli aggiunse: — contentami via; — le parole veramente pregavano, ma la voce sonava imperativa, quale a memoria di Betta non aveva mai adoperato il signore Orazio; ond'ella così non bene sicura rispose:

— Senta, signore Orazio, ella chiuda bene l'uscio dello studio, io me ne vado in cucina e mi ci serrerò dentro; se le abbisognasse qualche cosa, non manchi di sonare il campanello... io starò sveglia... e starò sveglia... Signore! — tanto non potrei dormire.

— Ormai tu lo hai per còmpito di farmi sempre alla rovescia di quello che desidero... accomodati come ti pare.

Rimasti soli, zio e nepote, Orazio con voce sommessa ed anche un tantolino velata incominciò:

— Marcello, noi dobbiamo separarci...

— Per andare a dormire...?

— No; voi per imparare a vivere, io per inverdirmi di non avere saputo insegnarvelo.

— E chi può volere questo? E chi anco volendo lo potrà?

— Voi lo avete voluto, ed io lo voglio: quanto al potere, basta che vi pigliate la fatica di scendere sedici scalini e tirarvi la porta di casa dopo le spalle, la è cosa fatta.

— E lei è rimasto levato per darmi questa bella notizia? Veda, zio, meriterebbe per gastigarlo che io le leggessi tutto intero un fascicolo della Civiltà Cattolica, ma questa atrocità non commetterò già io, che non voglio la morte del peccatore, bensì ch'ei viva e si penta. Capitoliamo via: io per ora me ne andrò a dormire, e siccome la notte porge consiglio, le risponderò riposato domani....

— Domani! Domani voi avete a trovarvi di molte miglia lontano da Torino.

— Zio, abbia carità di me... casco dal sonno.

— Marcello, tu scherzi in mal punto. Rammenti quello che tanto spesso ti andava dicendo e ti ripetei anco ieri l'altro? —

Marcello, che dal trapasso del plurale al singolare e dalla voce tornata blanda argomentava prossima a sciogliersi la neve, con crescente arroganza rispondeva:

— Ma che le pare? Ci vorrebbe altro per tenere a mente tutto quanto ella mi dice! Bisognerebbe prima di tutto che empissi il mio capo, il quale confesso vuoto, ma non di grande capacità, e poichè questo non basterebbe, avrei a pigliare magazzini a pigione e lì dentro riporre il volume delle sentenze, massime, apotegmi, eccetera: ciò, come vede, menerebbe una spesa terribile e spianterebbe le regole della savia economia, ch'ella tanto spesso mi va predicando: sicchè osservi bene ch'egli è proprio per amore di lei, mio caro zio, e delle cose sue se di quanto ella mi dice la mattina procuro che non mi rimanga la sera nè anco una gocciola nel capo.

— Allora mi toccherà riprincipiare.

— Oh no! zio, in coscienza non me ne importa nulla.

— Importa però a me, disgraziato, che tu l'abbi presente.

— Zio, noi in virtù dell'autorità nostra la dispensiamo; davvero non ci si sentiamo disposti — e in così dire si alzava per andarsene, quando lo zio lo afferrò per un braccio, e suo malgrado lo costrinse a sedersi.

— Abbi pazienza e ascoltami. — Queste parole veramente furono proferite col solito suono di voce, senonchè Marcello levando gli occhi vide balenare dentro a quelli dello zio il lampo, che ricordò avere osservato nei tigri sul punto di avventarsi; allora gli tornò in acconcio il consiglio di Betta, e persuaso alla fine che si faceva davvero, tacque e si propose a modello i piloti, i quali allo avvicinarsi della tempesta si recano in mano il timone e forbiscono il vetro della bussola.

— Marcello, allora cominciò lo zio, tu mi cascasti addosso come il tegolo sul capo di Pirro, orfano, lattante, infermo e povero quanto Giobbe: mandai tosto per un medico proprio co' fiocchi amico mio sviscerassimo, il quale dopo averti guardato di sotto e di sopra mi disse così; non te ne avere a male, proprio così: — che cosa volete farvi di questo mostro? Buttatelo nel corbello della spazzatura, tanto ei non può vivere, — Io risposi: — mi sento capace di agguantare la natura pel collo e cavarle i denti, come Sansone costumava ai lioni.

— Bò! voi? soggiunse il medico: voi senza Betta non siete capace ad assodare un uovo.

— Che Betta non ci abbia a entrare, non perfidio, io ripresi; ma con lei di aiuto io mi vanto preservare da morte questo infante, e ci gioco.

— Non ne farete nulla.

— Scommettete.

— Denari buttati.

— Scommettete.

— Ve gli mangerei.

— Promettete per Dio! urlai fuori dei gangheri: tu scappasti via impaurito strillando ed agitando le braccia, sicchè a somigliarti a un pipistrello si correva rischio che questo se la pigliasse a male: il medico ed io scomettemmo un pane pepato a Ceppo. Ti curai, ti vegliai, Betta sempre diacona e suddiacona; in te schermii con suprema cautela quel tuo filo di vita, quasi lumicino riparato dal vento col cavo della mano: ti fui padre, m'ingegnai esserti madre; se come madre col latte del mio seno non ti ho nudrito, col calore del mio seno ti ho riscaldato: — e a Ceppo vinsi al medico il pane pepato.

Tu poi dal giorno della discrezione non cessavi pure un momento di ficcare i denti in questo seno, che non ha palpitato per altri che per te; così è da venti e più anni, tu mi regali ad ogni capo di anno un calendario di morsi nel cuore.

Io era bello allora, vedi, e giovane della tua età o poco più, e il sangue mi andava di su e di giù per le vene a modo di cartucce di aghi d'Inghilterra: ogni volta che m'imbatteva in qualche fanciulla che mi andasse a genio, spiccava un salto come un capriolo, e le ficcava gli occhi addosso, e ce li teneva fissi, finchè non mi fosse scomparsa davanti; qualcheduna anco ne ho vista voltarsi e ricambiare meco uno di quegli sguardi, tu mi capisci, che valgono quanto i baci o giù di lì: insomma, guà, io mi sentiva, sto per dire, fatto a posta per gli affetti soavi, pregustava i gaudii, m'inorgogliva nella potenza della famiglia: — Signor no, una voce dentro prese a predicare, signor no, poichè Dio della famiglia le ha dato begli e fatti gli effetti; ciò significa ch'ella deve astenersi dalle cause; lo ringrazii dunque per averlo letiziato di figliuoli senza moglie: se ci pensa su, conoscerà che le toccarono le ostriche quasimente senza i gusci; la si tenga addirittura come nato vestito. — Eh! sarà così, conchiusi fra me, e senza badare ad altro ti murai arpione unico alla parete domestica per attaccarci ogni scopo della mia vita. Quando Betta da una parte ed io dall'altra dondolavamo la tua culla, Betta, diceva: —

— Veda signor Orazio, questa creatura ha da essere proprio il bastone della sua vecchiaia. —

— Lo credo anch'io, rispondeva, rimane a vedersi però se su le spalle o nelle mani. Ora tu sai, Marcello, che a patirti bastone sopra le spalle quasi quasi mi ci era addattato, ma tu, per Dio, mi hai dato un picchio sul capo; questo non aveva presagito, ed a questo non mi posso adattare. —

E qui il povero uomo si asciugava il sudore; quindi riprese: — Ti ho fatto educare in ogni maniera di lettere e di scienze; e mi ci sono adoperato io stesso: dei classici tu mi hai fatto galletti, le grammatiche vendesti per comperarti tanta polvere da botta, la libreria convertisti in campo di battaglia; un giorno e' stette a un pelo che tu non mi mandassi all'aria la casa. Dopo tanto tempo perduto e tanto danaro speso mi fai il piacere di dirmi che cosa tu abbia imparato? Niente, nè meno a conoscerti un solennissimo ciuco ed a vergognartene. Un giorno mi dicesti:

— Che vuole ella, zio, io mi sento l'argento vivo nelle ossa; le parole, che leggo, dopo mezza ora mi pare che mi ballino il valzer davanti gli occhi, vorrei movermi.

— E così sia, ti risposi: vuoi milizia?

— No.

— Vuoi marineria?

— Nè meno.

— L'agricoltura ti garberebbe?

— Villano mi sento abbastanza senza bisogno di studio.

— Questa risposta fu un lucido intervallo del tuo giudizio: ho capito, replicai, tu se' come Bertoldo, al quale non piaceva verun albero dove lo avevano ad impiccare...

— Sicuro! interruppe il giovine, mi gingillai un pezzo perchè una delle sue sentenze, che non mi era voluta uscire di mente, mi diceva, — chi sta bene non si muova, ma poi scelsi...

— Lo so pur troppo, scegliesti viaggiare, e in Isvizzera ti recasti a pescare le trote, a Lisbona per bere il vino di Oporto, a Londra per vedere le corse di cavalli, a Palermo per assistere alla festa di santa Rosalia, a Buenos-Ayres per sincerarti come fosse fatta la Manuelita figliuola del Dittatore Rosas; e come la lumaca girando intorno al cavolo cappuccio ci segna una striscia che pare di argento, tu viaggiando pel mondo ti lasciasti dietro una striscia di debiti, che poi è toccato per onore della casa pagare a me, come se fossi andato co' filibustieri ad arraffare danaro in America, o co' banchieri ebrei a risucchiarlo a Parigi. — Il mondo vecchio ti bagnava, il nuovo ti cimava.

— È vero — disse Marcello contrito in suono di confiteor.

— Ti diedi compagnia di gente dabbene, da ventiquattro carati tutta; ti andai ricordando sempre gli esempii onoratissimi di tuo padre, mio degno fratello, e del tuo avo, fiore di galantuomo; nè da me, spero, tu ne imparasti di cattivi. E queste ultime parole Orazio pronunziò abbassando gli occhi, ed arrossendo con tale un senso di pudore, che se l'angiola (io veramente dichiaro di non sapere se tra gli angioli ci sia il maschio e la femmina, ma mi giova credere che ci abbiano ad essere) della verecondia gli fosse in quel momento capitata davanti gli avrebbe detto: — Ave, fratello! —

Dopo breve spazio di tempo il signore Orazio continuò:

— La notte del giovedì grasso, mentre spegnevi il lume per andartene a letto, io ti ammoniva: O Marcello e fino a quando?... E tu m'interrompesti dicendo:

— Zio; piglia un granchio, metta in vece di Marcello, Catilina, s'ella vuol ripetere il famoso esordio ex abrupto di Cicerone: però non ti badai e ripresi: e fino a quando del cuore del tuo povero zio non farai maggior caso di quello che i ragazzi si facciano delle ghiaie, allorchè le tirano a schizzare tre o quattro volte su l'acqua e poi cascano giù in fondo? —

— E tu qui, le lo rammenti? M'interrompevi da capo e soggiungevi: quanto a questo poi, caro zio, mi piglio lo impegno di farle saltare cinque volte o sei. Io sempre senza avvertirti continuai: aveva sperato cavare da te un pezzo grosso, e in vece di grosso mi diventi un giorno più dell'altro un pezzo duro; questo veramente non entrava nei miei calcoli, e nondimeno pazienza. Va a letto, figliuol mio, e se non mi è riuscito tirarti su dall'Asino, agguantati con le mani e coi piedi per non dare un tuffo nel birbone. Buona notte!

— Per alcuni giorni tu camminasti per la via della virtù da disgradarne Brigliadoro, che come sai fu il cavallo di Orlando; ma ahimè! giunti che fummo a mezza quaresima, io me ne ricordo sempre con raccapriccio, e me ne rammento bene, perchè frastornato dal chiasso mi affacciai alla finestra, dove vidi i monelli, che, dopo avere appiccato la coda a Don Margotto, gli facevano dietro la baiata: ebbi per la prima volta a minacciarti... sì, cattivo soggetto, tu costringesti, me Orazio, a minacciare il figliuolo del suo fratello, che lo avrebbe cacciato di casa se non mutava vita. Gli spessi rimedii, a dose doppia, accusavano il male aggravato. — Marcellino, da capo io li avvertiva, il mio cuore è infermo per te; la ragione gli tasta il polso, e sente diventargli ad ogni tratto più languido: fa attenzione, se un giorno o l'altro gli capitasse morire, guai a me! guai a te! Coi rimpianti non risuscitano i morti. Allora che potremmo fare noi? Uno diviso dall'altro, immemori del passato, irrimediabilmente, c'incontreremmo come estranei intorno al cataletto per cantargli requiem æternam.

— E a chi, zio, dovremmo io insieme con lei cantare l'uffizio dei morti?

— E non hai capito, disgraziato, la metafora? Al mio cuore, al mio cuore morto per te. Ma sta attento qui che adesso viene la stretta; tu, col moto del sasso che accostandosi al centro si moltiplica, hai percorso tutto il campo del vizio a scavezzacollo, e già, mira, tu tocchi... tu hai toccato... già le porte del delitto si spalancano dinanzi a te.

— Oh! — mise uno strido il giovane e si cacciò involontariamente la mano sotto la veste come per cercarvi il coltello.

— Sta fermo, Marcello, che non ti venisse voglia di ammazzare il tuo zio... protesto in tempo utile che non ci sarebbe il mio consenso. —

Ma il giovane strabuzzando gli occhi borbottava: — oh! fosse qui lo scellerato, che mi assassina nel cuore dello zio.

— Ecco l'assassino; vien qua oltre e leggi.

Lo zio Orazio mise in mano al giovane Marcello il foglio cagione di tanto scompiglio; il giovane gittandovi su gli occhi impallidì, abbrividì, poi di repente diventò pavonazzo, ed abbrancato il foglio lo ridusse in pezzi.

— Ecco l'orso, disse il signore Orazio, il quale, ferito, morde lo spiedo e non bada al cacciatore.

— Forse sentiamo, via, o non ha a chiamarsi spia costui?

— Che rileva questo? Attendi alla fiamma e lascia andare il fumo.

— Sì, ma ad ogni modo è spia.

— Ti rispondo come il Berni allo Aretino:

Il papa è papa e tu sei un furfante.

non giace qui il nodo: è vero o no quanto si scrive lì dentro?

— Costui non aveva diritto di spiare i miei passi.

— È vero o no quanto si scrive lì dentro? —

Il giovane getta via il cappello, si tira da parte i capelli scoprendosi la fronte, e dice: — è vero!

A Orazio saltarono addosso i brividi: se con quel piglio, se con cotesta risolutezza il giovane avesse affermato: — non è vero. — Orazio lo avrebbe, mi credo io, mangiato per la tenerezza, come le gatte talora costumano co' propri figliuoli; ora per non dare uno stramazzone in terra gli toccò ad agguantarsi con ambedue le mani al tavolino. Così rimasero alquanto, zio e nipote; per ultimo questi in tuono bimolle domandò:

— Signore zio, e giudica veramente che questo sdruscio non si possa rammendare.

— Vedi se venisse Bastiano stesso a pregarmene, quel Bastiano,

Che dell'anima mia tanto è gran parte

io gli direi come Carlomagno a Desiderio:

. . . . . . . cosa mi chiedi

Tal che da me non otterria Bertrada.

da ora in poi:

Tu vêr Gerusalemme io verso Egitto;

perchè la nostra amicizia è arrivata al laus Deo.

— E questo non fa nè anco una grinza, ma poniamo caso che lo zio Orazio pregasse lo zio Orazio.

— Se ciò accadesse e Orazio riuscisse, da ora in poi mentre io radendomi la barba mi guardassi nello specchio, direi: questa è la faccia del primo sciagurato, che Dio abbia messo in questo mondo. Potrebbe accadere che il castigo cascasse addosso a te solo, ma da ora innanzi la colpa sarebbe di tutti e due, e poi si ha da intendere del castigo del mondo, perchè quanto al castigo di Dio a me non potrebbe mancare la sua parte.

— Voglia almeno la bontà del mio zio concedermi, che io mi sono trovato a darci dentro col capo senza accorgermene nè manco.

— E sia, ma pensi tu che ti giovi cotesto? Anzi ti condanna. Per me giudico la sventatezza più biasimevole della premeditazione assai: invero questa commette il peccato per pensarci troppo, quella per non pensarci punto, onde si ha da credere che chi molto almanacca, non trovando il proprio conto a commettere una mala azione, se ne astenga, mentre il capo sventato la commetterà sempre.

— Tanto è, un divario ci corre, e venisse Marco Tullio in persona non saprebbe persuadercelo, perchè gli è il cuore, propriamente il cuore, che lo insegna.

— Io tengo fermo, e aggiungo per tuo uso, che se ti capiterà dì sdrucciolare in prigione a vanvera vedrai che ti ci tratteranno come se tu ci fossi entrato a caso pensato.

— Dunque veniamo al grano. Che consiglio mi dà, zio? Deh! non me lo neghi; consideri che fuoco per accendere il sigaro e avvertimenti di buona condotta in Italia non si ricusano a nessuno; anzi qui in Piemonte ho sentito dire che non si nega neppure una terza cosa a cui la domanda, ed è la croce dei Santi Maurizio e Lazzaro, sicchè pensi se può onestamente rifiutarmi i suoi savi consigli!

Osanna in excelsis! L'alba del buon senso comincia ad apparire anco pel mio nepote; veramente può chiamarsi l'alba dei tafani, che spuntava a mezzo giorno; ma non fa nulla; porgi gli orecchi e ascolta.

— Dacchè tu ti sei fatto canzonare in quattro parti del mondo io non ci vedo altro rimedio, che tu provi la quinta. Va in Australia, immagina che tuo zio sia morto e tu abbia rifinito il suo patrimonio, cose, come vedi, che vanno si può dire pei loro piedi. Tu dimentica me... cioè non mi hai a dimenticare, bensì non fare più capitale di casa tua; io dimenticherò te... o piuttosto addormenterò la mia memoria, e la sveglierò di qui a cinque anni: allora urlerò ai quattro venti della terra:

Chi avesse o sapesse chi avesse,

come fu la grida per le calze di Messere Andrea, e qui darò i tuoi segnali: naso lungo, pelle filigginosa, gambe storte, mani di falco, una spalla più alta dell'altra quattro dita, occhi colore di sospiro di amante disperato, capelli tinti nella coscienza di un moderato aristocratico: età quella del giudizio, che, bene intesi, ei non ha avuto mai, e come nella grida di Messere Andrea aggiungerò:

Chi lo avesse trovato non lo bea,

ma lo riporti al curato della Madonna degli Angeli, che gli sarà usata cortesia. Se riportato o venuto da te, ti troverò quadrato nelle massime del ben vivere, allora io ti aprirò la casa mia, e con la casa il mio cuore. Se no, no.

— Ora basta; ma, zio, non mi vuole dare altro, mentre sto in procinto di separarmi forse per sempre da lei? Ella pure mi ha detto che mi fu padre e madre; ora che fanno eglino i genitori quando i figliuoli vanno lontano da casa?

E tale favellando Marcello s'inginocchiò davanti allo zio; questi con una mano tenendosi sempre forte al tavolino, e l'altra abbassando sul capo di Marcello, disse:

— I fabbricanti di drammi pei teatri diurni tanto non hanno potuto sciupare le benedizioni, che non sieno sempre atti solenni; ecco io ti benedico per conto di tuo padre e di tua madre, ed anco per conto mio ricevi questa benedizione con la religione con la quale io te la do; la virtù, mi giova sperarlo, è come una miniera dentro al tuo cuore, scava di notte e di giorno e forse tu la troverai.

— Farò quello che potrò, zio: ma mi conservi intiero il suo cuore, me lo difenda, sa, dagli assalti dei miei nemici, che ora sapendomi disgraziato stanno come di regola per moltiplicare. La separazione nuoce sempre, sia che si parta, sia che si rimanga; infatti Agamennone tornando a casa trovò che la moglie, mentr'egli attendeva a coronarsi il capo di allori su lo Scamandro, ella glielo aveva inghirlandato di bene altre frasche in Argo; e per giunta Egisto lo ammazzò; e quella povera fanciulla ebrea, che non si sa nè manco come si chiamasse e fa piangere tanto, per essere corsa verso il padre reduce dalla battaglia, dopo aver pianto la sua verginità su i colli (allora le ragazze piangevano la verginità su i colli, adesso non ci è più pericolo che la piangano nè su i colli nè pei piani), ebbe a sentirsi segata la gola da quel malanno d'Jefte.

— O Marcello, tu mi rammenti cose tanto fuori di squadra, che io non ho mai saputo accordare con la idea dello eterno Architetto. Io non so se veramente Dio ci abbia fatto a similitudine sua; questo altro so bene, che gli uomini hanno fatto Dio a similitudine di loro e lo hanno conciato pel dì delle feste. Quando l'Angiolo scese dalla parte di Dio a comandare ad Abramo di ammazzargli il suo figliuolo Isacco, Abramo doveva mandare pei gendarmi e fare mettere l'Angiolo in prigione; e quando Jefte si presentò al gran sacerdote dicendogli: — ho fatto voto a Dio di segare la gola della mia figliuola, costui doveva rispondergli: — sega la tua, matto da catena; — ma qual sacerdote dissuase mai un galantuomo da commettere qualche bestialità? — Però ora non corre tempo di queste novelle... alzati e pulisciti i ginocchi....

— Il nostro Redentore, continuò Orazio, mandando gli apostoli a bandire la divina parola pel mondo disse loro: — picchiate e vi sarà aperto: oggi bisogna confessare che i tempi sono mutati; perchè se tu andassi a picchiare agli usci altrui, saresti sicuro che non ti sarebbe aperto, bensì ti rovinerebbero addosso cose più o meno solide con pronta tua edificazione; onde io ti munisco del debito viatico — e qui, tratto dalla cantera un portafogli, lo porse al nipote, che voleva schermirsi dall'accettarlo, se non che Orazio insistendo favella:

— Piglia, Marcello, e fa conto di vedere redivivo in me uno degli antichi Narbonesi, i quali prestavano il danaro per riaverlo nell'altro mondo; solo procura risparmiarli, perchè questi ti do volentieri, ma ti avviso che quando me ne chiederai degli altri, sarà lo stesso che chiederli al Conte Verde su la piazza del Municipio.

E tacquero: da una parte e dall'altra si erano detto tutto quello che avevano voluto dirsi; e pure stavano fermi uno di faccia all'altro senza osare guardarsi; due tazze colme fino all'orlo poste sopra uno zoccolo di granito, per tempo che volga, non traboccheranno mai; ed essi non erano diversi da queste. Marcello si attentò muovere un passo a ritroso. Sperava o no lo richiamasse lo zio? Questo non possiamo dire; certo è però che egli si trattenne alquanto sul primo, più risoluti impresse gli altri, a mezza stanza voltò le spalle e corse via a precipizio.

Corse e saltò gli scalini a quattro a quattro, ma giusto nello aprire l'uscio di casa si accorse di due cose, ch'ei giudicò nella diversa loro importanza ugualmente necessarie, pigliare il cappello e dire addio a Betta. Però da storici fedeli qui dobbiamo narrare come innanzi tratto egli pensò a Betta; ond'egli accostossi alla cucina, aperse piano piano l'uscio e sporgendo il capo vide Betta, la quale, malgrado la buona volontà, era stata vinta dal sonno, e con la faccia abbandonata sopra le spalle dormiva. Marcello si peritò svegliarla ed ebbe ragione, perchè sarebbe stato proprio peccato; tanto appariva piena di beatitudine; pareva che, come il patriarca Giacobbe, ella nei suoi sogni contemplasse gli angioli andare su e giù per la scala, che dalla terra arrivava fino alla botola del paradiso, a mo' di guardie del fuoco, che si affrettino a spegnere lo incendio; e se il signor Bersezio criticando osservasse che Betta non poteva rassomigliare il patriarca Giacobbe, perchè questi portava la barba e Betta no, gli risponderei, la si dia pace, caro signor Bersezio, che anche Betta la sua brava barba l'aveva, e se non se la faceva radere, non era certo per obbedire al divieto della legge delle dodici tavole, che probabilmente Betta non aveva letto mai e il signor Bersezio nemmeno[2]. Pertanto Marcello richiuse l'uscio, ed appoggiò il capo al pannello, giusto in mezzo al lunario che Betta ci aveva impastato sopra. In cotesto atto esclamò:

— O Betta, a te non correva debito amarmi, e pure mi amasti come madre; tu nel tuo cuore di donna hai trovato sempre una parola di conforto pei miei dolori, e nelle tasche del tuo grembiale uno scudo alle mie matte spese; tu benefica come il sole, senza curarti se ti avessi preso in uggia, tutti i giorni ti sei levata per me, mi hai schiarito e mi hai riscaldato. Quando ti sveglierai e mi saprai partito, tu certo mi accuserai di cuore sconoscente, e pure non è così; non potendoti fare adesso, come non ti ho fatto mai, verun bene, non mi è bastato l'animo di torti la pace del sonno! O Betta, ecco io piango per te, io, che non ho pianto nello staccarmi dallo zio; ma tu queste lacrime non vedi e non le crederai. O Santi, che formate tutto questo lunario su cui appoggio il capo, se durate in paradiso ad essere quei fiori di virtù che già foste in terra, deh! siatemi testimoni voi presso Betta della sincerità delle mie lacrime nel separarmi da lei.

E staccò il capo dal lunario, ma il lunario non si staccò da lui: come il Crocifisso, dicesi, si sconficcò dalla croce per istrignere nelle amorose sua braccia (bisogna avvertire per ogni buon rispetto ch'egli rimase sempre inchiodato nei piedi) santa Caterina da Siena, così il lunario si spastò dall'uscio per unirsi a Marcello, il quale lo rimise al posto per benino dicendo: Sta al tuo posto, che dei lunarii da qui innanzi parmi che io ne avrò da rivendere. Essendosi accorto poi di avere lasciato il cappello in camera dello zio, salì nella sua, ne prese un altro, e se ne uscì di casa, abbottonandosi il vestito fino al mento; e proponendosi di non tornarci finchè non avesse messo insieme quattordici milioni. Una voce interna si attentò obbiettargli: — O se fossero dieci non ci torneresti? — No signore, hanno da essere quattordici: cascasse un quattrino, non se ne fa nulla.

Betta, svegliatasi di soprassalto, corse nello studio di Orazio, e lo trovò sul pavimento svenuto: non si smarrì di animo la buona femmina, lo fece rinvenire, lo spogliò, lo sovvenne a coricarsi a letto, lo vegliò tutta la notte e per altre sei consecutive, finchè non si fu rimesso in piedi di cotesta batosta.

CAPITOLO TERZO Dove si fa conoscere chi fossero Orazio e Betta, non che le gravi considerazioni di Orazio sul consorzio umano in proposito del gatto Maccabruno vestito da Gesuita, e nel cane Tobia vestito da Giandarme.

Adesso che Marcello viaggia e Orazio è a letto custodito da Betta, parliamo un po' dei nostri personaggi, e cominciamo da questa, dacchè ultima ella ci cascasse dalla penna.

Bella era l'angiolo di Orazio; però voi non vi avete a figurare che Betta fosse buona come le pecore o le vitelle sono, mai no. Betta aveva conquistato valorosamente la sua bontà, aveva combattuto e aveva vinto le male passioni; i travagli della lunga contesa le si leggevano in volto: quantunque queste passioni ormai stessero rassegnate a non levare più il capo, tuttavolta Betta dal piglio risoluto e da una certa tal quale trucezza dello sguardo si mostrava pronta a riappiccare la battaglia dove occorresse. Questo tornava in massima lode di Betta, per mio avviso, imperciocchè che cosa valgano le innocenze o non tentate, o ineccitabili, o fuggitive, io non so vedere. Allora le cause del tenerci ritti paiono, e sono, poste piuttosto fuori che dentro di noi, mentre all'opposto per le virtù battagliere le cause stanno barbicate dentro l'anima nostra. Delle prime, dove il tentatore trovi modo di appoggiare le scale, novantanove su cento puoi giudicare che saranno espugnate, muraglie e cassero tutti di botto, mentre le seconde sono capaci di attendere il nemico ai merli, e, agguantatolo pel collo, scaraventarlo a capo fitto nel fosso. Insomma, quelle ti si mantengono oneste finchè la campana del furfante non le chiami a refettorio; per queste l'ora del ribaldo non viene mai, o l'orologio è scarico; per le prime tu hai il simbolo in Eva, prima che le si faccia davanti il serpente, per le seconde tu l'hai in Ercole bambino, che, trovatisi sotto mano nella culla due serpenti, senza cerimonie gli strozza. Tale è Betta, la quale essendosi condotta dagli anni primi della sua gioventù a vivere in casa del signor Orazio, mostrò possibili a stare insieme due cose dall'universale reputate contrarie, voglio dire reverenza ed affetto tra uomo e donna, e, quello che sembrerà eziandio più difficile, tra padrone e serva, anzi tra intelletto esperto in ogni maniera di sapere ed intelletto che dalla natura in fuori non pigliò mai insegnamento nè ispirazione da nessuno. I lunghi anni vissuti insieme da Betta e dal signor Orazio facevano fede che i cuori non sanno di ragguagli, non conoscono misure; e che quando essi sono coppe di oro il più o meno di oreficeria non cresce nulla al valore intrinseco della materia. Tutto questo quanto allo affetto: circa lo ingegno, Betta era la battuta che rimetteva in chiave i pensieri discordanti di Orazio; il piombino dell'archipendolo, che gli faceva ritrovare la linea retta smarrita per la copia dei pensieri o delle immagini che ribollivano nel cervello di lui: in una parola Betta era il buon senso in gonnella.

Di Marcello toccai abbastanza: importerà meglio dire dello zio, uomo proprio nato apposta per essere a suo tempo impagliato e messo nel museo di Storia naturale; egli nasceva di padre generoso, per colpa degli avi ridotto al verde di ogni bene di Dio; tuttavolta questo uomo per virtù di pertinacia trasse la famiglia della miseria con istento ineffabile, talchè il cavare la pietra dal pozzo non gli sembrava paragone bastevole ai travagli sofferti: quando, il forte uomo morì, se avesse lasciato ai suoi figliuoli retaggio così ricco di facultà come di esempii lodevoli, i figliuoli avrieno potuto condurre i Rotscildi per mozzi di stalla; ma dall'accurata educazione e dalla benedizione in fuori, più poco essi poterono raccogliere della eredità del padre, che non per questo venerarono meno come santa memoria.

Quando la disdetta piglia a perseguitare vogli popolo, vogli famiglia o individuo, tu ti potrai accorgere ch'ella procede a modo delle tempeste di mare, le quali non cessano mica da un punto all'altro; bensì, calato il vento, continuano a nabissare le onde, che a mano a mano scemano il mareggio e per ultimo quetano: pertanto, giusto a quel modo, la sventura, che infuriò nel padre, rallentava nei figli, ma non troppo, i quali per maggiore stroppio morirono tutti immaturi, eccetto Orazio, e senza lasciare altra discendenza da Marcello in fuori. Orazio, quando accadde l'accidente infelice, contava ventiquattro anni, ed era di corpo ottimamente composto e di aspetto gentile; adesso lo vediamo arrivato a cotesta età, che si può dire che stia a cavallo al fosso della morte e della vita, come sarebbe la cinquantina, con forse qualche altro anno per giunta, e nonostante ciò, a guardarlo bene, si sarebbe giudicato subilo che la bellezza doveva essere passata di costà: ma ciò poco rileva. Orazio, al pari del padre suo, era stato da madre natura scolpito nel porfido; rimasto solo superstite della famiglia, come la colonna del tempio della Concordia in Roma, si ficcò in testa rilevare la sua casa: veramente, pensandoci sopra, parve anco a lui una faccenda seria e difficile a un dipresso quanto pretendere che cotesta colonna unica, ritta, intendesse sollevare su la base le gemelle rovesciate e ricostruir il tempio: tuttavolta avendo sbandito dall'anima sua ogni altra passione ne commise il governo a due amori, o piuttosto ad un amore solo applicato a due cose distinte. Patria e famiglia. Una senza dell'altra egli tenne che non potessero stare; che questa venerò come il tempio, l'altra come la divinità. A che allevare figliuoli, educarli, tirarli su nello esercizio delle buone arti, ammaestrarli negli esempii magnanimi, eccitarli alla pratica della virtù, se poi avessero solo a limitarsi nei traffici o a perigliare sui campi? Ei tornerebbe lo stesso che mandare cappelli nell'isola (alcuni opinano che sia terra ferma e giaccia da queste parti), dove gli uomini per testimonianza di santo Agostino nascono senza testa. E per altra parte qual pro travagliarci nei negozii pubblici, sostenere contese, affrontare odii, patire di ogni ragione disagi, rilevare ferite, dalla stessa morte non rifuggire, se la lode e l'utile di tali fatti noi non potessimo, se superstiti, goderceli in casa co' nostri consanguinei e defunti lasciarli ai posteri pegno perenne di riverenza e di affetto? E' sarebbe lo stesso che sonare il violino dentro un campo santo. Orazio trovò la Patria serva, e più dei tiranni assai gli increbbero i popoli servi della propria viltà; oscuro e solo dapprima, poi con pochi eletti cominciò la terribile iliade di odio, da un lato barattato in tanto odio a misura di carbone; di amore dell'altro non ricambiato da amore se non che tardo e scarso; ond'egli, quando lo assaliva l'umore nero, diceva, ripeteva e tornava a ripetere il verso:

— Ho servito a signor crudele e scarso, —

ma s'egli apponesse cotesto verso, come fece messere Francesco Petrarca, all'amore, o se piuttosto a qualche altra cosa, come sarebbe il popolo, non lo lasciava capire.

Pari allo Anteo della favola, quante volte egli picchiò di uno stramazzone in terra, tante si rilevò più gagliardo di prima; e più destro di lui ei procurò di non farsi sollevare per morire soffocato nelle braccia di Ercole. Sembrava fatto dalla natura di panno di lana il quale per mantenersi immune dalle tignuole ha mestiere di essere battuto almeno una volta la settimana: nelle prigioni studiava quanto un benedettino, e ritemprava i ferri ed altri ne fabbricava, per tornare subito più infesto alla guerra sì dell'odio e della pietà; ma di ciò basta, che di Orazio a noi preme discorrere come privato.

Fu sempre sua ferma opinione che l'uomo, il quale non si affatichi a uscire di miseria, meriti di essere schiavo; se la ricchezza genera vizii, il bisogno è padre di viltà, onde le moltitudini, anco da cui le ama, chiamansi vili, e meritamente; chi non le ama loro contende persino le nozze e rinfaccia la prole! Certo all'uomo uscito dal bisogno si apre tuttavia immenso innanzi a sè il campo per peccare, chè la cupidità lo tira co' desiderii smodati, e le lusinghe del lusso allettano infinite; ma il bisogno gli è proprio la Cibele dalle cento mammelle, che allatta la infinita famiglia dei delitti: alla più trista esci dal bisogno, e ti scemerai mezze le cagioni della infamia: però chi potendo procurarsi agiata la vita si mantiene indigente, egli reputava che se non era ancora tornato di casa dentro un articolo del Codice penale, e' fosse ito per le chiavi e a fissarne la pigione. Anzi teneva per fermo che il popolo, per provare se quelli che gli si profferivano tutori dicessero davvero, aveva una pietra di paragone infallibile in mano, la quale egli pregava volesse, almanco d'ora in poi, adoperare più spesso, e questa pietra aveva due facce, la prima se i suoi protettori, essendo ricchi oltre i termini del bene ordinato vivere civile, presumessero durare così e peggio se aspirassero a dovizie maggiori; la seconda che, messi da parte statuti, leggi, assemblee, dicerie e franchigie, pensassero a sicurare, migliorare e allargare il pane del povero, redimendolo dalla necessità o dalla tentazione di farsi schiavo ed infame. Se la prova tornava, il popolo si gettasse pure a chiusi occhi in balìa del tutore, chè allora egli lo avrebbe sperimentato Agide, o Cleomene o Gracco; se non tornava, rispondesse al tutore quello che disse la tortora al gatto Mur, quando questi spasimandole al lume di luna sotto le finestre la supplicava di scendere ad aprirgli la porta, tanto ch'egli potesse chiarirla più da vicino del gran bene che le portava.

Rispetto a lui, il dì che potè fare incastrare i suoi bisogni dentro la cornice della rendita, chiamò Betta, la invitò a inginocchiarsi insieme con esso e levare le mani al cielo per rendere grazie a Dio proprio col cuore, e questo egli fece perchè in casa sua non permetteva immagini per reverenza al Padre della natura; se non che Betta, a ridosso di queste sublimità, trovandosi in mezzo della stanza con le mani e con gli occhi levati in su vide un ragnatelo, e riavviata com'era, di un tratto rizzassi in piedi, e presa la spazzola lo levò, e poi appoggiata sul manico ammonì Orazio tuttavia genuflesso:

— Che sia benedetto, noi abbiamo l'aria di raccontare le nostre ragioni ai travicelli. —

— In ginocchio, Betta; di là da cotesti travicelli ci è Dio. —

— Badi a quello che dice, signore Orazio; oh, non sente che sopra i travicelli i figliuoli del casigliano fanno il diavolo a quattro? —

— Non importa, Betta, giù in ginocchioni; sopra quei ragazzi che fanno il diavolo a quattro ci è Dio. —

Orazio un tempo passò per avaro e non lo fu mai; superbo era molto, e soleva dire in proposito che se non ci fosse stato Cristo, il quale gl'insegnò la dignitosa alterezza della natura umana, egli avrebbe acceso le candele al diavolo perchè padre della superbia; ed aggiungeva che in difetto di altro, per salvare l'anima dalle tignuole, egli giudicava la superbia canfora unica al mondo. Per questo egli sovvenne sempre il suo simile in secreto, e studioso della soddisfazione della propria coscienza, la lode altrui non cercava nè curava; le repulse poi erano clamorose, e non contento a negare, voleva con lunga diceria chiarire il postulante che a cagione delle sue pessime qualità avrebbe avuto tutto al più diritto ad una fune che lo impiccasse. Certa volta domandarongli l'elemosina pei bambini chinesi, allegando ch'egli era per riscattarli dai cani; egli si abbattonò precipitosamente fino all'ultimo bottone delle vesti e rispose.

— Nè anco un quattrino; la mia carità somiglia ai cerchi cagionati dal sasso che si butta nell'acqua; il primo cerchio comprende me e la mia famiglia, il secondo i parenti e gli amici, il terzo i compatrioti; altri cerchi non sa fare e dentro questi rimango. Ipocriti! siete pieni di carità pei chinesi, e veruna ve ne piglia pei vostri fratelli italiani. Ipocriti! pietosi pei morti, potreste vedere un vivo stramazzare dalla fame senza porgergli un boccone di pane. —

L'amore suo per la Patria si mostrava così esclusivo, che durò un pezzo a insegnare la geografia al nipote con la carta d'Italia unicamente ritagliata alle alpi, e così impastata sopra un foglio bianco, e quando Marcello gli veniva domandando:

— E di là a sinistra oltramonte che cosa ci si trova, zio?

Egli borbottando arruffato rispondeva:

— Dicono che ci si trovi un paese, il quale si chiamava la Francia. —

Se per disgrazia il fanciullo lo interrogava su i paesi a destra di là dalle alpi, egli si rizzava in piedi co' capelli ritti gridando:

— Ci è il diavolo che ti porti. —

E per cotesta sera non si faceva più lezione; e' fu pertanto dall'amico Bastiano che il ragazzo seppe coteste contrade essere abitate da una gente perversa, odiatrice nostra, e da noi più che mortalmente odiata, che aveva nome di austriaca; e fu eziandio per intercessione del signore Bastiano che egli pure ottenne dallo zio l'atlante intero e il mappamondo.

Orazio non solo non era capace di commettere mala azione per volontà, ma per natura gli sarebbe riuscito impossibile; e tale pretendeva lo estimassero non solo i conoscenti, ma altresì quelli che non lo avevano in pratica; onde riusciva talvolta gioconda la sua meraviglia, se comprando egli qualche cosa per via e non si trovando danaro allato, il venditore non si contentasse delle sue parole:

— Galantuomo, vi pagherò domani, — e agguantatolo pel braccio non lo lasciasse andare.

In questo fu irremovibile, che non volle mai giuocare, e chiamato un dì per testimone, e negando il giuramento, a cui gli notava ciò imporre la legge, egli rispose:

— Ma lo nega Cristo; ora io non conosco legge che vinca il vangelo; — e poichè minacciavanlo restringerlo in carcere, egli crollate le spalle soggiunse:

— Mi ci hanno messo tante volte per cause meno sante che adesso mi parrebbe andarmene a nozze. —

La ipocrisia aveva virtù non solo di voltarlo sottosopra nel morale, ma gli cagionava le convulsioni: pietoso era e magnanimo, aborrente dal sangue; pure senza tema di aggravarmi la coscienza affermo che se la ipocrisia avesse avuto persona, egli per finirla a un tratto, l'avrebbe appostata al cantone, e quivi ammazzatala di una coltellata nel cuore; ma poichè la ipocrisia non vestiva persona, e di lei solo apparivano i portati, egli sgomento di poterli sperperare si rimaneva; imperciocchè se si fosse trattato unicamente dei tartufi neri, col tempo e la pazienza avrebbe sperato di metterci buon sesto: ora poi che pullulavano su a miriadi anco i tartufi bianchi, che a paragone degli altri pizzicavano due volte tanto, gli erano cascate le braccia e si era dato per vinto. Soleva rammentare sovente come il padre suo gli avesse lasciato per ricordi, primo di non avere che fare con gli uomini, co' cavallini e con tutta la robuccia piccina; secondo: se hai da comprare, compra giovane; perchè gli anni non fanno cascare solamente i denti e i capelli, bensì ancora le virtù; il diavolo appunto è cattivo perchè vecchio. In obbedienza al primo ricordo fuggiva come peste ogni luogo frequentato da insetti, ed una volta che gli accadde di passare accosto ad una botte di vino guasto, si cavò il cappello salutando rispettosamente i moscerini, e a cui sorridendo lo domandò che cosa intendesse con cotesta burla di significare, egli con volto scuro e vista paurosa rispose:

Terribile è la potenza del piccino. Fra le fatiche di Ercole tu non ci trovi quella dei moscerini; guai a lui se l'avesse tentata, egli ne sarebbe uscito a capo rotto!

E fu creduto dai più ch'egli intendesse accennare ai mediocri in lettere, ai moderati in politica, alla turba dei giornalisti ebrei battezzati e cristiani circoncisi, i quali al mestiere antico di tosare le monete avevano aggiunto quello moderno di tosare le reputazioni dei galantuomini.

Si dilettava di arti; amò la poesia, ma più d'abaco, per modo ch'ei stava dietro ad una scrittura, con la quale intendeva dimostrare per via di operazioni aritmetiche, piane, facili e da stamparsi nei lunarii a luogo dove mettono i numeri del gioco del lotto, che i delitti rispondevano ad altrettante somme sbagliate. Ma se i modi suoi apparvero bizzarri, bisogna dire che per la favella si era ridotto a tale, che chiamare pane il pane, e sassi i sassi, ormai non sapeva più nè poteva.

Cotesto suo spirito, che ritraeva alquanto dello Sterne e moltissimo del Montaigne, un po' per imitazione dei begli umori italiani dei secoli decimoquinto e decimosesto, un po' per naturale propensione, si era fabbricato un linguaggio grottesco, a riboboli, che non immeritamente si potrebbe paragonare a quella maniera di pittura che si chiama raffaelesca, e nondimanco è più antica di Raffaelo assai: per essa in cima di uno stelo lunghissimo miri uscire da un fiore leggiadro a mo' di insetto anche più leggiadro una ninfa; più sotto un amorino che avendo alle spalle invece di ale un nicchio di chiocciola striscia su di melo granato e ride; là di mezzo a un canestro di fichi e di mele sbuca la testa barbuta di un filosofo; qui ai manichi di un candelabro stanno appese a guisa di spegnitoi due sfingi con la coda mezzo squame di serpe, mezzo foglie di acanto; in altra si corrono dietro sistri e crotali, lire e nacchere in compagnia di uccelli, di farfalle, di rose, vero stravizio di cervello ebbro di bellezza; ma forse il linguaggio di Orazio talora ritraeva piuttosto la follia del quadro di sant'Antonio dipinto dal Callotta, dove i diavoli fanno da artiglieri e da artiglierie, le quali accese alla bocca sparano tentazioni da un'altra parte, che non importa dire quale, contro il povero santo, e più spesso altresì rammentavano i dipinti di cotesta scimmia delle stranezza umane Hogarth: nè basta; vi era dei giorni che Orazio adoperava costantemente per esprimere i suoi concetti immagini e vocaboli desunti dall'architettura: così quella tua proposta gli pareva fuori di squadra; — questo discorso strapiombava, l'altro era cubo come un piedistallo, un ragionamento mancava di base, un concetto di capitello, qui tu mettevi l'architrave prima del cornicione e via discorrendo; un altro giorno dalla pittura; un terzo dalla chimica: in somma egli era cosa da farne strabiliare i cani, e ciò che riusciva giocondo egli era ch'ei si stizziva co' servi se non lo capivano di colta. Tu puoi ben credere che questo aere di bizzaria, diffondendosi intorno a lui, aveva a lungo andare viziato tutta la famiglia, tranne Betta, puritana settatrice delle cose semplici semplicemente significate; sicchè i suoi domestici si mostravano tutti uomini nuovi favellanti per via di traslati, d'iperboli e di metafore nelle più bizzarre maniere del mondo; le guali cose o per contradizione o per altro avevano abilità di rallegrare mediocremente Orazio, e qualche volta lo affliggevano, come accadde un dì, che uscendo di casa in compagnia del signor Bastiano gli si pararono su l'uscio acculattati il gallo Maccabruno e il cane Tobia, dei quali quello i domestici avevano vestito da gesuita, questo da giandarme. Orazio si fermò a guardarli tutto arruffato, e al signor Bastiano che ne sghignazzava disse severo:

I miei servi mi hanno oltraggiato, perchè mi credono capace di aprire canova di civiltà, avendomene messo la insegna su l'uscio. — I poli della civiltà, almeno per ora, sono il gesuita e il giandarme.

Egli aveva composto parecchi libri, e quasi tutti o scritti o meditati in prigione, cui egli levava a cielo e metteva in cima di ogni altro istituto letterario; affermava, che messere Francesco Berni, nel suo capitolo del Debito, non era giunto a dire nè manco mezzo dei mezzi i grandi beni, che ci si trovavano dentro, e questo non per difetto d'ingegno, che il dabbene uomo aveva sortito dalla natura pari al cuore, bensì perchè ai tempi suoi la prigione non era arrivata al perfezionamento che tocca oggi. E poichè la materia lo merita, non fia grave udire come un tratto sponesse questo suo concetto. Accadde un dì che il signor Bastiano gli portasse a casa un diario inglese dove occorreva narrato il fatto seguente: in Londra la pubblica carità aveva istituito certa consorteria, di cui lo scopo consiste sovvenire alle fanciulle traviate; preside di questa una gentildonna, proprio di quelle che hanno la prima tacca sul mille, alla quale certa volta si presentava una meschina che con le lacrime agli occhi e il viso rosso espose: lei e la madre sua trovarsi ridotte a miserie estreme; fin lì essersi schermita lavorando giorno e notte; adesso, mancato il lavoro, non avanzarle altro scampo che accettare il prezzo della vergogna, la quale con insistenza diabolica le veniva offerendo una rea femmina: quanto a sè avrebbe preferito annegarsi nel Tamigi, ma la tratteneva il pensiero della madre inferma e vecchia... deh! per lo amore di Cristo la salvasse dalla disperazione. La gentildonna, continuava il diario, avere ascoltato la desolata con uno stringimento di cuore da non potersi dire, ma osservando le regole dello istituto averle dovuto rispondere: figliuola mia, a me non è concesso soccorrere altro che le pericolate, e tu sei pericolanda; fa una cosa, va prima a pericolare e poi torna, e credi che non ci sarà aiuto, che tu non possa sperare da me; tanto mi hanno tocco la tua modestia, la tua verecondia! — E qui Bastiano non rifiniva di pestare mani e piedi imprecando alla stravaganza inglese, alla pedantesca ipocrisia, alla crudeltà dei cuori saccenti e a un flagello di cose peggiori, se peggiori tu puoi immaginarle. Ora pensa com'egli avesse a rimanere, quando al termine della sua filippica, e giusto nel punto in che si asciugava il sudore, sentì esclamare Orazio:

— Grullerie! grullerie!

— Come grullerie! urlò il Signor Bastiano fuori dei gangheri.

— Ma sicuro, grullerie, perchè, Bastiano mio, se intendi crepare arrabbiato, non hai mestieri di uscire di casa: tu avresti dovuto arrabbiare già da un pezzo e per cose domestiche: questa sarebbe stata almeno rabbia patriotica. Dà retta, che io ti vo' chiarire, a patto che tu cessi di farmi gli occhiacci e ti ponga a sedere. Conosci tu il giardino dove la Filantropia coltiva i suoi fiori con lo studio, che altra volta mettevano gli Olandesi a educare i tulipani? Lo conosci?

E siccome Bastiano s'impazientiva, Orazio si affrettò ad aggiungere:

— Parlo della prigione in genere e dei penitenziarii in specie. La civiltà gli ha ai giorni nostri ordinati in modo, che il popolo, se vuole essere tenuto per carne battezzata, per creatura di Dio, per fratello degli altri fratelli del genere umano, per anima insomma, bisogna che si risolva ad ammazzare una mezza dozzina dei suoi simili, senza premeditazione s'intende, o per lo meno a sfondare un magazzino. Ecco il figlio del popolo onesto; cammina la notte co' piedi nella neve, e sopra il capo ha neve, nè alcuno lo ricovra sotto il suo tetto; ha le mani crispate dal freddo, i piedi dolorosi dai pedignoni, e non trova chi gli faccia luogo al caldano. Chi lo ricopre ignudo? Chi lo sfama? Chi lo disseta? Chi...? Certo, certo qualche cuore che non sia di pietra il poverino così di tratto in tratto lo trova... Diavolo! non siamo mica tutte bestie. Ma nota la diversità che passa tra il ladro e l'onesto, il ladro, che ignudo e assiderato dal freddo rubò nel bel mezzo di un giorno di gennaio, venuto in mano dei giandarmi, veri angioli custodi della società per evitare scandali si trova prima di tutto ad essere messo in carrozza dandogli il posto di dietro, e questo è già un diletto che in vita sua il meschino non aveva provato mai; condotto al penitenziario, cominciano a ficcarlo nel bagno caldo, ed anco questo gli giunge insolito piacere; poi lo puliscono, e questo pure gli avveniva fare da sè di rado per opera altrui giammai; gli tagliano i capelli; quando era onesto, per non avere di che pagare il barbiere gli toccava andarsene zazzerone; lo rivestono, ed ecco la veste, che non gli avevano mai dato la carità e il lavoro, gliela dà il delitto: ha stanza, ha letto ed oh maraviglia! strapunto ancora e lenzuoli e coperte; all'ora debita pane, minestra, carne e vino. Ch'è questo mai? Pargli sognare, si frega gli occhi, e torna a guardare; sì signore, egli non s'è punto ingannato; cotesti sono veri e vivi, pane, minestra, carne e vino. Allora piglia al cuore del disgraziato un pensiero molesto: che avesse proprio sbagliato a dare retta fin lì ai ricordi di sua madre, ai rimproveri del padre ed agli ammonimenti del parroco? Il cammino del galantuomo fosse quello appunto che menava dritto dritto alla rovina? Sente la contrizione, che gli si abbriva addosso, e cascando giù di sfascio recita il confiteor, e al mea culpa si dà botte nel petto da spaccare un muro maestro per avere resistito fin lì alla vocazione che lo tirava al ladro. E dopo il primo giorno le facende vanno di bene in meglio; da un lato pigliano a educarlo nella lettura, nella scrittura, nell'abbaco, e se più ne vuole e più gliene versano; in qualche bella arte l'istruiscono ancora, dandogli agio di perfezionarsi col non curare il guasto che si mena della roba sul principio, però che chi non fa non falla, e dove onesto e libero gli avrebbero rotto il regolo sciupato sul capo, e dato un calcio che lo spingesse a ruzzolare in mezzo alla strada, adesso che è ladro gli mettono in mano un altro scorcio di tavola, e lo correggono con carità. Anche i suoi buoni maestri di morale non mancano, veramente e' stanno lì per rammentare il proverbio: chiudere la stalla quando sono fuggiti i bovi; ma non fa caso, tanto glieli danno; nè basta ancora; letterati di conto, e insignis pietatis viri, come sarebbe a dire preti e frati, che incontratolo onesto per la strada lo avrebbero fuggito come il bufalo che cozza, adesso si degnano trattenersi in geniali colloquii con essolui, sostenendo l'assalto così delle cimici come delle pulci annidiate dentro le celle dei ritenuti; quanto granatieri della vecchia guardia la mitraglia di un ridotto; e non si fermano nè anco qui; chè uscito di carcere il nefario è messo sotto la protezione di qualche valent'uomo, il quale lo accomoda presso operai di sua conoscenza, perchè apprenda utili mestieri, e col vigilarlo, ammonirlo, soccorrerlo e persuadere i maestri a tenerlo con garbo, s'industria a farlo diventare persona agiata. Che se i padroni non riescono, non si può dire, senza ingiustizia, che la colpa sia loro. Dunque cessa di arrovellarti, e vedi come la migliore strada anco tra noi per diventare qualche cosa nel consorzio civile (per dirla co' Dottori) sia appunto il passare per la trafila della prigione; di tanto poi mi piacque chiarirti, Bastiano, come per chiosa a quel detto del santo evangelio, che non bisogna montare su i trampoli per isbeffare il fratello che ha il bruscolo nell'occhio, mentre nel suo ci sopporta una trave maestra: il meglio, Bastiano, che possano fare gli uomini consiste nell'adoperare carità gli uni verso gli altri, e pregare Dio che ci renda tutti più buoni, o per lo manco meno tristi.

I libri, che Orazio stampò, furono mai sempre volti ad accendere i petti degl'Italiani allo amore della Patria e della Libertà, e in questo meritavano lode non fosse altro per la intenzione; gl'incresceva avere a mescer l'odio nei suoi inchiostri, e più nell'anima sua; ma con Vienna e con Roma e con certi amici suoi peggiori di Vienna e di Roma messi assieme, e fattone tutto un pesto, non sapeva quali spedienti, oltre quelli suggeriti dall'odio, potessero giovare, però picchiava e picchiava forte, quale incudine sul martello, e certo non era stato per lui se, all'ora che faceva, Vienna e Roma non si trovavano ridotte in cenere; quanto ai nemici suoi avrebbe desiderato vivessero e si pentissero, ma non ci vedeva verso; però gli raccomandava a Dio o al Diavolo secondo il merito; comecchè andasse più che persuaso che quanto a raccomandarli a Dio gli era fiato perso. A parte il concetto, furono celebrati sopra modo i suoi libri per la vaghezza dello stile colorito, e per la lingua a quando a quando popolesca e vispa, o curiale e solenne, e anch'egli dalla corrente fu portato al Campidoglio, e salutato anch'egli da plauso infinito, e davvero tanto ei fu sciaguattato, che se non dette la volta e diventò aceto fu miracolo, e fece prova di essere vino di Chianti, ma non di Broglio, chè questo è fumoso e sfonda lo stomaco. — Non si ha però da credere che in questo suo trionfo mancassero le scede i vituperii come nei trionfi romani, ma tanto non sapevano o non potevano dire in biasimo suo, che egli non ne dicesse due volte più da sè.

«O povera, povera Patria, egli sclamava talora smorto in viso e con voce piagnolosa, a quali stremi condotta! Ora conosco sì che tu se' prossima al fallimento, e in procinto proprio di dare del sedere sul lastrone, se ti tocca mettere fuori questi fondi di magazzino pel tuo meglio! E dove prima ponevi in mostra nelle tue bacheche broccati d'oro, velluti finissimi o per lo meno damaschi, ora hai di catti e sporci bigelli e frustagni.» Ciò non pertanto aveva in uggia i critici, anco i buoni; perchè aveva visto di rado che non patissero tutti il vizio del mestiere, ch'era la saccenteria; o non si poteva capacitare come cervelli, che alla prova del fare riuscivano male e poco, presumessero insegnare altrui le ragioni del far bene. Se poi il critico, oltre al mostrarsi benevolo spettava alla specie di Brunellesco, che, sfidato da Donatello a scolpire meglio il Cristo, glielo lavorò tale da fargli cascare per istupore le uova dal grembiale, allora gli si cavava di berretta e gli baciava la mano.

Però, giudiziose o no gli apparissero le censure, benevole o maligne, non se ne tormentava mai: se ci era di cavarne costrutto le notava, se no, lasciava correre tre pani per coppia; quanto poi alle presuntuose, alle gaglioffe o alle maligne, una volta gli vidi pigliare con le molle del caminetto cento fogli della Gazzetta Piemontese, e, buttatigli sul fuoco, non disse altro che questo: — Scorpione! —

Potrei aggiungere molte cose sul conto del signore Orazio, ma se non giudico male, quelle che ho dette penso le abbiano a parere anche troppe e fo punto.

CAPITOLO QUARTO Vita e miracoli del Romanzo: della morte ne parleremo più tardi.

Miei amabili lettori — prima di mettere un altro passo protesto che nel nome di lettori intendo e voglio comprese anche, ed anzi principalmente, le leggitrici, tanto più che trattandosi di lettori maschi soltanto non si sarebbe potuto assegnare a tutti l'addiettivo amabili, almeno senza le debite riserve. Perchè poi adoperi così vorrei tacerle, ma sforzato dirò che lo faccio, perchè, secondo lo insegnamento antico, tutto quello che occorre nel mondo di savio e di gagliardo hassi a distinguere con nome maschile...

— E chi sono questi barbari, i quali si concedono commettere siffatte enormezze?

— La non m'interrompa, madama; veda, i romani costumavano così e non erano barbari; questi usavano la parola auctor a modo dello indovino Tiresia, ch'ella come sa, fu maschio e femmina, da bosco e da riviera; e noti ancora, Virgilio, che fu l'elegantissimo dei poeti latini, disse ducente Deo, e parlava di Venere; scrisse Deus impare gaudet, ed accennava a Proserpina....

— Virgilio non fa testo perchè e' si mostri sempre parziale pel genere mascolino, come ne fa fede la sua egloga di Coridone.

— Non mi tagli a mezzo le parole, madamigella; veda anco Macrobio, che per quanto io sappia non consentiva con Coridone, parlando di Venere detta: pollentemque Deum Venerem....

— Ad ogni modo furono latini e noi siamo italiani, essi antichi e noi altri moderni.

— Anzi, mia gentile marchesina, ella può vantarsi modernissima stando alle fedi del suo battesimo, e meglio alla freschezza del suo amabile volto; ma che però? Gl'italiani le danno torto non meno dei latini; quanto agli etruschi io non saprei; consideri, di grazia: «Madonna Cia degli Ordelaffi (Matteo Villani scrive) che rimase guidatore della guerra»; e altrove — che il re Roberto di Napoli lasciò la giovane reina governatore del suo regno, — nella vita di santa Maria Maddalena si afferma che ella era molto bellissima parlatore — e avverta che gli esempii non finiscono qui....

— Non finiscono qui davvero gli esempii, e tanto è vero, che nelle favelle latina e italiana tutto quanto occorre nel mondo di savio e di gagliardo piglia nome dal maschio, che il Cavalca, parlando di donna, le affibbia la qualità di peccatore, così mi salta su a dire una sorella del Sacro Cuore, ed io...

— La non si sbracci, mia dilettissima sorella in Cristo, perchè consideri che lo esempio le sia proprio contra; di fatto volendo significare il Cavalca come la donna nel peccato sia piuttosto sghangherata che rotta, la qualificò con l'aggettivo maschile, mentre, trattandosi di doti lodevoli, il femminile come più parco bastava, e ce n'era di avanzo.

— Ella è un insolente.

— Può darsi, signora contessa, ma la cosa sta com'io gliela conto.

— Niente affatto: anzi le cose brutte o fiere o maligne per la massima parte pigliano nome dal maschio; mi dica l'inferno di che genere è? Mascolino o femminino?

— Che vuol'ella? anco compare Matteo domandò al sole s'egli si fosse maschio o femmina, ma quei non gli rispose.

— La non si sbracci di uscirne pel rotto della cuffia, risponda in chiave:

— Lo inferno è maschio, ma la dannazione eterna è femmina.

— Il peccato e il vizio portano calzoni o vestono gonnella? mi dica in grazia?

Fragilità, il tuo nome è donna, e badi che lo ha scritto quell'omaccione del Shakespeare.

— Nell'inferno ha mai letto che ci sieno demoniesse?

— No, signora: e la ragione è chiara, perchè elleno stanno tutte in questo mondo.

— Chi tentò Eva non fu serpente? lo può negare?

— Diamo un taglio al serpente; egli è certo che Eva tentò Adamo.

— Qui bisogna finirla: datemi un codice, un codice, dico, criminale; tutte le mie crinoline, per un codice criminale; venga qua, legga: il furto è maschio o femmina? Il parricidio, il fratricidio, l'omicidio, l'uxoricidio, maschi tutti; maschio l'assassinio; maschio l'adulterio...

— Si fermi lì, chè mi ha convinto, le sue ragioni mi avevano scalzato, ma gli esempii, massime l'ultimo, mi strozzano, e poi considero che le donne con le delicate loro dita talora si dilettano a sfilacciare un uomo come un pezzo di tela, e Orfeo informi; però chiedo a tutti perdono, e mi affretto a fare ammenda del fallo. —

Miei lettori dunque e amabili leggitrici, io vi prego a immaginare nello svolgere questa pagina che sieno passati due anni dal punto in che vi lasciai nel mio racconto; vedano non facciano greppo, non aggrinzino il naso; le ho compiaciute qui sopra, ora qui sotto compiacciano di grazia, un po' me: e poi pensino che la eternità di petto alla sua durata pone meno tempo a consumare due secoli, che le signorie vostre di faccia alla loro a fingere passati due anni nel voltare di una pagina. Non mi parlino di unità chè altramente butto via la penna e lascio in tronco la storia.

Dove ci ha maggiore inverisimiglianza, di grazia; nello immaginare trascorsi due anni nello svolgere di una pagina, ovvero nel capacitarmi che tante e sì strane vicende sieno accadute nel medesimo giorno, e per lo appunto in un medesimo luogo? A mo' di esempio vi sembra che stia a martello, che l'Oreste del massimo Alfieri, avendo avuto tanto tempo di palesare nella reggia di Strofio allo amico Pilade, dove crebbero insieme, quello che mulinava nella mente; avendolo avuto nella nave mentre veleggiavano; avendolo avuto allorchè dal lido s'incamminavano in Argo; si decida a spifferare il suo proponimento di ammazzare Egisto giusto dentro la usurpata reggia, di cui i muri, a senso del tragedo illustre, vanno intonacati di spie?

E poi il romanzo, io ve lo voglio dire dentro un orecchio per la reputazione del sacro collegio[3] (e intendete delle Muse, non già di quello dei Cardinali, che reputazione non ha da perdere), è figliuolo illegitissimo di una Musa. Non tentennate il capo; io so quello che mi dico: le Muse in Olimpo, come accade di tante altre, che non sono Muse, in questo mondo, godono riputazione di vergini, e si hanno a predicare tali; quanto allo essere, gli è un altro paio di maniche; però una tradizione credibile racconta come certa Musa, affermano fosse Tersicore la ballerina, sviatasi dalle altre, andasse un dì su l'ora dell'Angelus Domini a visitare Bacco, che trovò assettato a tavola con un branco di Sileni e di Satiri; ci erano anco dei Fauni, ch'è quanto dire tutti elettori, i quali avevano votato per lui per mandarlo deputato al parlamento dei cieli; la Musa a contemplare cotesto spettacolo nuovo per lei, tôrse vereconda il passo e sì fece:

Della mano su gli occhi una visiera.

Felice lei e noi, se la visiera fosse stata più fitta! ma, no signore, ella si parò gli occhi come la vergognosa del campo santo di Pisa; onde scorgendo due satiretti che pigliavano a saltare, vinta dalla passione dominante pel ballo, ed anco per vanità, rimase.

Cessato il ballonzolo, la pregarono di mostrare un po' di che cosa fosse capace, ed ella, che pure aveva voglia che la vedessero dieci volte maggiore di quella ch'eglino avevano di vederla, si fece tanto e poi tanto pregare, che ormai come disperati stavano lì lì per cessare: della quale cosa ella spaventandosi, di sfascio saltò in mezzo alla sala, spanta, e briosa come vino che spilli fuori dalla botte lasciata per negligenza priva di zipolo. E' fu un delirio mirarla; andavano in visibilio Sileni e Satiri; per allegrezza agitavansi, baciavansi, qualcheduno piangeva alla dirotta, i più ridevano ed abbracciandosi co' nappi pieni in mano, venivano col barellare a versarseli sul capo, senza avvertire da lunge mille miglia che un giorno le anime si salverebbero dalla eterna dannazione a quel modo, e per di più adoperandoci non mica vino, ma acqua schietta. Quando la Musa fu stanca le porsero a bere; ella se ne schermì dicendo, ch'era solita spegnere la sete sua nell'acqua chiara delle fontane di Parnaso. Bacco le rispose che l'acqua era buona per fare i bucati; gradisse una tazza di nettare, e non credesse che fosse vino del piano di Pisa; e poi soggiunse che per compagnia aveva preso moglie un frate. La Musa bevve e dopo tornò a ballare; ribevve più tardi, e quindi col più snello dei satiri menò un gentile minuetto, e per l'ultimo un ballonchio da casa del diavolo, dove entrarono tutti; così produssero la veglia innanzi della notte un pezzo; e le guardie di sicurezza, che passarono e ripassarono sotto le finestre di casa Bacco, l'avrebbono fatta smettere di prima sera, se non li tratteneva il pensiero che i signori pari a Bacco in prigione non si mettono mai, bensì ci mandano spesso; però crescendo il baccano, e temendo i rapporti di qualche pezzo non meno grosso di Bacco, come sarebbe stata Minerva, la quale desiderava per le sue elucubrazioni la notte tranquilla, o vogli Venere che anch'ella ama quiete le ore notturne per un altro genere di lavori, sforzarono l'uscio ed entrarono in casa.

Egli era un mucchio di corna, di code, di orecchie asinine, di zampe di capra, di cosce pelose e di qualche altra cosa ancora; e sotto a quel mucchio (orribile a dirsi!) trovarono la Musa concia. Dio ve lo dica per me. Col favore della notte, la portarono a casa; Apollo, che fu per darsi del capo nel muro, buttò via di capo il berretto di cotone, spezzò le corde alla cetra e cantò un lamento senza accompagnature, che chi lo udì ebbe a dire: Apollo non avere mai fatto di meglio. Il peggio fu, che indi a pochi giorni pigliarono alla povera Musa le nausee, gli stomacucci, i capogirli, eccetera; onde ebbe a mettersi in letto; le sue sorelle mandarono per Esculapio, a cui dissero, le ingenue! che temevano forte Tersicore fosse caduta inferma pel male dell'idrope, per colpa di una famosa bevuta fatta a sangue caldo nel fonte di Aganippe. Esculapio visitò la inferma per di sopra e di sotto, e poi sentenziò che la Musa idropica veramente era; però di quella certa idropizia, che così in cielo come in terra guarisce nello spazio di nove mesi: non sbigottissero, non correre la sorella pericolo di sorta alcuna; però medico più adattato di lui per questa specie di malattia essere una donna: facessero capo a lei: egli designava loro madama Reale, la più famosa levatrice di Torino, donna capace e sopratutto segreta; ma se conoscessero di meglio, quella adoperassero.

Tersicore, ahi! Tersicore in capo a nove mesi partorì un fanciullo più bello del giorno, almeno Tersicore diceva così; e a questo fanciullo fu imposto il nome di Romanzo. S'egli, appena messa la testa fuori dal materno alvo, non chiese da bere come Pantagruello, secondo che ci racconta il Rabelais, storico veridico quanto il signor Ranalti e il signor Gualterio, marchese e intendente, che piglia possesso di Orvieto sotto il fuoco (stile di gala dei giornali moderati) gli è un fatto che a lui appena nato spuntarono le ali e si mise a volare; e vola e vola, ora si posò sul naso a Giove, che credendolo una zanzara, ci diede un picchio di ammazzare un cavallo, ma non lo colse, ora su la lancia a Marte, un dì stette con Ercole, un altro con Amore, ond'egli incominciò a raccontare le guerre dei Titani, le galanterie di Venere, le fatiche del figliuolo di Alcmena e le vicende di Psiche gentile; finchè aveva dei fatti veri si serviva di quelli, quando gli mancavano egli ce ne annestava di suo; diventato più adulto, derise li Dei, prese a bazzicare gente perduta, scrisse coi Greci le favole milesie, a Roma strinse amicizia con Apuleio, anco a Tito Petronio Arbitro resse la penna; insomma una ne faceva e un'altra ne pensava; per ultimo, tante commise scapestratezze, e tanti dolori arrecò a quella povera donna di Tersicore, che sovente tutta in lacrime, la meschina, ebbe a dire che ben per lei se dava retta a Momo, il quale, quando gli nacque il figliuolo, la consigliò a muso duro di metterlo nella ruota dei Trovatelli. Il peggio poi fu, allorchè il Romanzo si fece cristiano, e un dì scappando di casa alle muse portò via a Melpomene i coturni, a Talia la maschera, a Clio lo stile, ad Urania il compasso.

Tersicore andò a Roma alla cerca del figliuolo, e da quella via, per fare un viaggio e due servizi, baciare il piede al Papa, dacchè ella, come ballerina, una grande devozione pei piedi se la sentiva; però non se gli faceva baciare; ma a Roma le dissero che il Romanzo si era fatto turco; allora corse affannosa a Costantinopoli, e costà seppe come da parecchio tempo, ridottosi nella China, seguitava la credenza di Budda: non lo trovò neppure a Canton, perchè ito in America a farsi mormone; gli corse dietro invano per le terre degl'idolatri, a Londra, a Madrid, a Ginevra, alla fine lo trovò a Parigi, dove aveva aperto bottega di rigattiere di tutte le religioni del mondo. Magazzino sterminato di Numi smessi e da smettere, presso cui l'antico Panteon di Roma appariva un vero guscio di noce!

Quindi vago ei si mostrò mai sempre di mescere il sacro col profano, il serio col faceto, le lancie confondere con le mannaie; protervo e insolente, talvolta gli piacque, mutato in paggio, sostenere lo strascico dei manti regi o insinuarsi nei penetrali delle regine a rovistare nei e pomate, ed anco, ahimè! veleni; ardì anche ficcarsi dentro le alcove delle marchese e vedere e udire cose, che non si devono vedere nè udire, molto meno ridire; e non per tanto, non solo volle vederle e volle udirle, ma altresì, lo svergognato, volle stamparle, con tale una strage di anime, che Dio ve lo dica per me; poi mettendosi un perruccone in folio sul capo, assistè ai Consigli dei Principi e ci volle dire la sua; nè valse chiudergli le porte in faccia o tirare le cortine; chè quanto si covò là dentro di arcano, tanto lessero poi, pieni di spavento, spifferato pel mondo vecchio e pel nuovo. Conobbe i disegni delle battaglie del principe di Condè e delle fortificazioni del maresciallo Vauban, anche prima che questi gli avesse concepiti. Un bel giorno montò sopra una seggiola nel palazzo reale a declamare con Camillo Dumoulin, muggì col Danton alla Convenzione, miagolò col Robespierre ai Giacobini, schiattì col Marat nello Amico del popolo; poi stette a vedere il ballo di tondo di tutta questa gente e dei reali di Francia, che stringendosi per la mano sparivano uno dopo l'altro nel regno della morte, come gli anni si dileguano nella eternità; e la mannaia batteva la musica per tutti.

Quinci si tolse e lavò col sangue glorioso delle battaglie il sangue scellerato delle proscrizioni civili; gli piacquero il fuoco, il ferro, lo stridore e il fumo, esultò nei gaudii della strage; con la spada nella destra e la bandiera della Libertà nella manca si fece a urtare di corsa il ridotto, che lo aspettava con bocca aperta de' suoi cannoni, quasi tigri in atto di sbranarlo; tutte codeste bocche balenarono, tonarono, e intorno si diffuse una procella di morte; ogni vista disparve così dalla terra come dal cielo, e Tersicore dal Parnaso non sapeva nè manco lei a qual santo raccomandarlo, tanta era la confusione degli Dei che le mulinava per la testa... quando di un tratto, sgombrato l'aere, ella lo rivide in cima al parapetto drappellare la bandiera della Libertà, col piè calcante un uomo ucciso, più radioso per avventura che non fu Dio quando soffiò la vita nell'uomo. In seguito avendo meditato i cari versi di Tommaso Grossi intorno alla gloria, si fa pacifico,

E vede come alfine ella le incresce

Se una imagin di amor non vi si mesce.

Però ridottosi a vivere in città, si rese frate: se i monasteri fossero di maschi o di femmine non distinse, o piuttosto non volle distinguere; entrò in tutti; e quivi egli legò amicizia con Abelardo ed Eloisa, eterno sospiro dei veraci amanti; anzi fu proprio lui il primo che vide il sepolto amante levare le braccia, quando gli scoperchiavano il sepolcro per mettergli a riposare allato la sua Eloisa. Uscendo di lì col cuore chiuso, occorse nella Teologia, e per sollevarsi, le trasse la parrucca di capo e gliela buttò nella Dora; capitatagli fra i piedi la Politica, la ghermì per la coda, e mulinatala un pezzo, la frombolò come un gatto morto in piazza Castello; allo svoltare dal canto della Università, trovatasi innanzi la Metafisica che s'incamminava co' suoi arnesi a mettere al tormento i cervelli dei poveri giovani, non potè resistere alla tentazione di darle a mano aperta un solennissimo picchio sul berettone e ingozzarglielo fino al mento: la Metafisica poi non fece sembianza di accorgersene, anzi non tentò nè anco di tirarselo in su, nè parve che col berettone sugli occhi vedesse meno; al contrario taluni avvisarono ch'ella a quel modo vedesse di più e più chiaro, ed anco a lei parve così; rallegratosi il cuore, il Romanzo fu preso da immenso affetto del popolo, e di botto lo andò a visitare nelle soffitte dei palazzi, dov'egli abita forse per trovarsi sottomano il paradiso, a cui lo accostano ogni giorno più i patimenti che dura.

Colà pose amore alla fanciulla di madre sempre viva e di padre sempre morto in battaglia o sul mare, la incoraggì, la sostenne, le cinse il capo di una ghirlanda di fiori immortali, colti nei giardini dello amore e dell'allegria; egli le ornò la stanza, egli insegnò al suo canarino i bei versi che chiamarono sul tetto uno stormo di pennuti amatori a plaudirgli col canto, egli gli mutò l'acqua, gli riempì la cassetta di pannico e lo ricompensò della dolce canzone col pinolo; ma soprattutto fu pei conforti del Romanzo; che la fanciulla si sentì rafforzata le dita al lavoro, e diventò zuava del cucito; egli la fece valorosa da tenere sempre fuori della porta la miseria, la quale di ora in ora si provava stendere la minaccia trista per arraffarle la mamma, e portargliela all'ospedale. La fanciulla, sovvenuta dal Romanzo, sostenne le querimonie della vecchia, le durezze, le male parole, i rinfacci; studiò le mancasse mai nulla; ella talora digiunò un giorno, affinchè nella scatola della madre non mancasse tabacco, e avesse a masticare il suo bravo zucchero candito; ringraziata, ne rimase lieta, pagata d'ingratitudine pianse, ma raddoppiò le sue cure; quando per ultimo la vecchia venne a morte, il Romanzo andò pei casigliani perchè salissero su, o scendessero a vestirla e vegliarla, andò a trovare il falegname, il quale per carità fece la cassa, ed egli ce la ripose dentro, e ci dipinse sopra la sua brava croce col pennello imprestatogli dal pittore accanto, e con la filiggine stemperata nell'acqua: chiamò eziandio quattro giovanotti della contrada, ognuno dei quali si mise in ispalla una stanga della barella, ed egli precedendo con la croce, portarono il cadavere al camposanto, dove lo sepellirono implorando alla defunta, che Dio nel giudicarla guardasse meno ai suoi peccati, che alle angoscie patite nei suoi giorni brevi ed infelici.

Tornato a casa per consolare la ragazza, si accorse com'ella il consolatore se lo fosse bello e trovato nel giovane pittore, che andato per ripigliare il suo pennello e' ci era rimasto a piangere; e poichè piangere non si può sempre, i giovani si misero a leggere, e il Romanzo, niente impermalito, stette lì aperto in mezzo a loro per dilettarli, ed anco un pocolino per istruirli, ma leggi, leggi, anche questo viene a noia, onde un bel giorno chiusero il Romanzo, ed egli non vide più nulla; quando ei rimase chiuso, il Romanzo non sa, chè gli avevano rubato l'orologio alla fiera di Novara, ma ci deve essere stato un pezzo, perchè ruzzolando certa volta per terra, si aperse e vide... che vide? La povera fanciulla con gli occhi gonfi, le chiome sciolte, dimagrata da per tutto, meno nei fianchi, affaticarsi a soffiare dentro un caldano pieno di carboni. Il Romanzo innanzi tutto spalancò la finestra, che non si sentiva punto voglia di rimanere soffocato per compagnia, poi si accostò alla fanciulla e pianamente le disse: «Matta, che fai? Ci capita così presto addosso la morte, che a fè di Dio non vale il pregio affrettarla con le nostre mani; ti par'egli colpa di morte dare la vita ad un'altra creatura? Matta; e non vedi che questo egli è come un rubare il mestiere al Creatore? Quanto ai rispetti umani, pensi che sarà lodato dagli uomini chi si va a rimpiattare col suo errore dentro una fossa, o non piuttosto chi resta valorosamente ad espiarlo? Il fallo cara mia, è un debito come gli altri, che va saldato, e la morte rassomiglia alla bancarotta; la virtù poi di madre la è spugna, che basta a cancellare qualunque trascorso di donzella; rimanti, rimanti, e ti conforta col pensiero, che dove voce di femmina non arriva più, aggiuntata con la voce del pargolo, arriva sempre o quasi: io poi che mi trovai pei mezzi, ed ho bisogno di rimettermi in credito, veglierò per te.»

E il buon Romanzo attenne la promessa, poichè entrò in casa al pittore diventato famoso, e chiappatolo a frutto, gli narrò un giorno la sua storia, con tinte messe a chiaroscuro così a pennello, che il pittore si sentì tutto scombussolato dentro; e poichè conduceva allora su la tela il quadro dell'Assunta, ed aveva lasciato in bianco il capo di un angiolino, non gli essendo occorso modello capace di stare a confronto co' tanti che ci aveva di già disegnato, gli parve la provvidenza lo avesse fatto a posta, perch'ei ci mettesse la immagine del suo figliuolino, che doveva nascere bellissimo, perchè la mamma sua era molto arcibellissima, ed egli non si poteva chiamare brutto — qui si guardò allo specchio lisciandosi i baffi; — onde di punto in bianco scese tre piani, ne salì sette, entrò nella soffitta della desolata, chiese perdono, e, figurarsi! l'ebbe; abbracciò, fu abbracciato, eccetera...

Correva appunto un giovedì quando tutte queste cose accadevano, e nella domenica prossima in casa al pittore cascò, stò per dire, un diavolìo di sacramenti, perchè la donna fu confessata, l'uomo comunicato, ed amendue congiunti in matrimonio: nè basta; che usciti appena di chiesa la sposa, a cui per allegrezza si erano commosse le viscere, partorì; però ebbero a tornare in chiesa da capo, affinchè battezzassero il bambino, e il prete lo battezzò; se non che, mentre si metteva gli occhiali sul naso per registrarlo sul libro delle anime, ammonì lo sposo che non pigliasse di coteste rincorse, altramente egli si esponeva a rischio di condurre ai fonti battesimali la sua discendenza in gregge, come il profeta Giacobbe spingeva le sue pecore a pascere nel paese di Canaan.

È fama che il Romanzo in cotesto giorno, entrando e uscendo di chiesa, correndo pel parrucchiare, per la balia, pei convitati, per le provviste et reliqua, tutto rosso in viso ed affannoso, mentre si asciugava il sudore, esclamasse: «Quando faceva il Figaro figuro era un mestiere cane, ma fare il Figaro galantuomo è un cane mestiere.»

Avendo preso amore pei luoghi alti come il Dio Moloc, il Romanzo quinci spiccando un salto si recò sul campanile della Madonna di Parigi, e colà assistè allo amore del prete che piglia il filo su la pietra stessa dove arrotano i rasoi, conobbe i baci sacrileghi, i quali dove toccano lasciano il livido, descrisse gli abbracciamenti satanici, che stringono una creatura vivente, e la lasciano cadavere, ed un bel giorno consigliò Quasimodo e lo sovvenne a scaraventare Claudio Frollo di sotto al campanile.

Poi per ricrearsi venne in Italia, e si aggirò pei colli della Brianza, dove conobbe Renzo e Lucia, e prese tabacco nella scatola di padre Cristoforo; un degno frate in verità, ma il Romanzo dentro un orecchio ai suoi amici sussurrava sommesso, che tre quarti delle virtù del frate Cristoforo Alessandro Manzoni le aveva tolte a nolo da lui Romanzo, con promessa di riportargliele finito il lavoro, e poi gliele aveva negate; egli avere taciuto e tacere per non fare scandalo, ma, conte o non conte, questo cavargli di sotto tante virtù per regalarle altrui... e poi a chi? a un frate! sembrargli solenne bindoleria. Basta! contentarsi per ora, che i Promessi sposi si chiamassero romanzo: caso mai si attentassero battezzarli storia, egli era capitale da citare il signor conte davanti il giudice civile, ed a un bisogno anche criminale.

A Livorno ci si condusse per amore dei bagni di mare, e stretta amicizia con un popolano, gli mostrò con certa sua lanterna magica le virtù e le colpe di un popolo caduto, e l'anima grande del Ferruccio, che ad ogni secolo (e n'erano già passati tre) si affacciava sdegnosa fuori del sepolcro per domandare se l'ora della vendetta era venuta; e il popolano accelerò la vendetta con arte, che di leggieri avrebbe potuta essere superata da ogni uomo; nessuno avrebbe potuto superarne il coraggio, l'impeto e l'odio contro la tirannide.

In somma, chi può adesso tenere fermo il Romanzo o circoscriverlo dentro certi confini? Taluno lo ha visto attraversare il deserto accoccolato sul cammello dell'arabo; chi lo trovò a Siviglia a cantare per la notte stellata una canzone del romancero sotto la finestra della più bella senora del paese; lo incontrarono nella baia dell'Udson col Parry e col Franklin; si trattenne con gli Esquimesi, bazzicò coi Camsciadali; incammuffato di pelle di vitello marino, sostenne l'aere pingue dei loro antri, schiariti dall'olio di vitello marino; partecipò alle mense di vitello marino; assistè alle caccie armato di ossi di vitello marino e tutto questo per raccogliere la storia delle loro passioni e raccontarcela; passò in China, scavalcando di un salto la muraglia, fu in India, entrò in Jeddo, malgrado il divieto dello imperatore del Giappone, e per l'America corre e ricorre costante e benefico a mo' di vento etesio. Ora dunque consentitegli ch'ei vaghi a suo senno, non gli chiedete forme antiche, nè osservanza a regole vetuste, imperciocchè egli si rinnova sempre, Proteo inesauribile della letteratura moderna. Un giorno forse anch'egli verrà meno, e si troverà attaccato al palco, come una giubba vecchia in bottega dell'ebreo in compagnia dei poemi epici, dei trattati di metafisica, di storie contemporanee, ma per ora egli palpita, egli regna; non gli perfidiate pertanto vivere a modo suo, dacchè egli vi lascia vivere al vostro; per le quali ragioni che a me paiono tutte buone, vi prego immaginare che voltando una pagina sieno discorsi due anni; e chi lo vuol fare, sì il faccia, chi no, mi rincari il fitto e ripiglio la storia. —

Sono discorsi due anni, e niente sembra mutato in casa Orazio; forse, guardandoci sottilmente, negli angoli degli occhi e sopra la fronte di lui il tempo ha terminato il solco della ruga principiata da un anno fa, e ora torna indietro per mettere mano a condurne un'altra accanto; e sopra la faccia di Betta si legge pur troppo la medesima storia: ma queste sono cose, che non giova avvertire mai, massime nelle donne, di cui capitale se non unico, almanco più chiaro consiste nella bellezza vera o presunta.

Tutto uguale dunque, perfino la tazza del thè fumante dinanzi ad Orazio, il quale, seduto co' gomiti appoggiati ai bracciuoli del seggiolone, le dita intrecciate, con la persona china in avanti, stava fisso fisso guardando, non mica gli oggetti sensibili parati dinanzi a lui, bensì le visioni del proprio spirito; e su questo punto non cadeva pericolo di sbagliare, imperciocchè le sue pupille sbalestrassero una a ponente, l'altra a levante.

La Betta, che da un pezzo mirava cotesto divagamento dello intelletto di Orazio, e n'era inquieta, onde trarnelo fuora prese a tossire, e smovere i mobili, e ad agitargli la mano sugli occhi, nella guisa che costumavano i santi quando cacciavano via da loro le tentazioni e le mosche, nè tutto questo bastando, postergato ogni rispetto, gli si accostò, con ambedue le mani gli cinse il capo, e con divina audacia se lo fece posare sul seno. Orazio tremò, e tornato in sè, non volle e non seppe liberare il capo dalla benevola stretta, bensì le lacrime gli spuntarono negli occhi, le quali si sparpagliarono per le palpebre, e quivi rimasero appese come stille di rugiada su l'orlo delle foglie, pure aspettando le consumi il sole.

— Io pensava, alfine disse Orazio con un gemito.

— E troppo spesso, e troppo lungamente, perchè il suo cervello non abbia a patirne; si rammenti che ci abbiamo avuto due o tre picchi, caro signore Orazio.

— Ma il trapassare d'idea in idea non affatica come credi, Betta: quello che fa male davvero è il pensiero fisso, questo poi trapana il cervello; io lo sento qui doloroso come un bottone di ferro infocato.

— E glielo credo; dunque perchè la si vuole limare sempre dentro cotesto pensiero solo?

— E che sai tu dei pensieri che mi galoppano per la mente? La Dio grazia, le ossa e la carne tappano meglio il cuore del pastrano abbottonato fino al mento.

— Oh! non tappano nulla, ed io glielo miro sopra la fronte, come se ce lo avesse scolpito il signor Bastiano.

— Sì eh, o indovina, via...

— Marcello!... Marcello! bisbigliò sommesso Betta, curvandosi sopra Orazio.

Mirabile contradizione umana! Orazio aveva provocato la risposta di Betta; dirò di più; egli l'aveva presagita, se fosse stata diversa l'avrebbe afflitto, ed ora invece di rallegrarsene se ne adontò, sottrasse il capo dalle mani di Betta, levossi in piedi respingendo il seggiolone con ira, e si mise a passeggiare per la stanza stizzito così, che peggio non appare un poeta ruggente, in cerca della chiusa del suo sonetto, e smanioso diceva:

— Ecco gli avanzi che l'uomo fa, quando si addomestica troppo i suoi servitori: questi finiscono con lo stimarlo meno di un truciuolo; io le aveva detto e ripetuto non so quante volte, che al mio nepote io non voleva pensarci più; epperò non ci pensava mai; ora se Betta avesse saputo l'obbligo suo, doveva credere alle mie parole, e non levarmi il rispetto, dandomi una mentita sopra la faccia, e venirmi a sostenere così di punto in bianco che io penso sempre a cui io ordino che si creda che non penso mai.

Betta non rispose nulla, se non che alla sesta giravolta agguantò Orazio per un braccio, e lo ricondusse soavemente a sedere: allora Orazio, quasi in tacito pegno di pace, mise la sua dentro la mano di Betta, la quale, sentendola madida di sudore e tremante, fu commossa da un struggimento interno da non potersi dire, e gli occhi le si gonfiarono di lacrime: provò a trattenerle, ma e' non fu nulla, che le stavano lì lì per uscire fuora, e dall'altro canto non le volea piangere; imperciocchè se con le sue lacrime fosse venuta a crescere il fascio dell'afflizione di Orazio, povera a lei! che le sarebbe parso di commettere un peccato, e grosso. Di botto die' in uno strido, ed esclamò subito:

— Il mio occhio! Mi è entrato un bruscolo dentro l'occhio. Signore Orazio, per carità, mi soffi dentro l'occhio.

E Orazio subito rizzato in piedi, intanto che Betta, tirando in su in giù la pelle delle palpebre, scopriva quanto più poteva della congiuntiva dell'occhio, ci soffiava dentro come un mantice, di ora in ora osservando:

— Misericordia! Quante lagrime! ti deve angosciare davvero questo maledetto bruscolo?