IL DESTINO
ROMANZO
DI
F. D. GUERRAZZI
PRIMA EDIZIONE
con 14 incisioni
MILANO
E. TREVES. & C., EDITORI
—
1869.
Questo romanzo, di proprietà della ditta E. TREVES & C., Editori della BIBLIOTECA UTILE, è posto sotto la salvaguardia della Legge e dei Trattati di proprietà letteraria.
Tip. P. Agnelli, Via Pietro Verri, 16.
INDICE
[Introduzione]
[CAPITOLO I - Lo Amore.]
[CAPITOLO II - La Morte.]
[CAPITOLO III - La Resurrezione.]
[CAPITOLO IV - Il Castigo.]
A
G. ANTONA TRAVERSI
Intitolo a Voi questo racconto, a voi per gratitudine del molto bene, che mi avete fatto; sì, in verità un gran bene, imperciocchè voi con la benevolenza, e la cortesia vostre ravvivaste la fede nell'amicizia in me se non affatto spenta, illanguidita almeno.
Confesso, che il nome vostro meritava fregiare più degna cosa, che questo lavoro non è, ma, voi lo sapete, la vita ha sue stagioni come l'anno, nè i frutti del finire dell'autunno pareggiano quelli del cominciare della estate: e voi baderete al cuore che offre, non già al pregio della offerta. Impertanto concedete, che conchiudendo dica con messer Ludovico nostro:
«Nè per poco io vi dia da imputar sono,
«Che quanto posso dar tutto vi dono.»
Auguro a Voi, ed ai vostri, anni lunghi, e sereni, sopratutto sereni.
Livorno, 1 giugno 1868,
Amico vostro
F. D. Guerrazzi.
Fulvia Piccolomini.
INTRODUZIONE
A piè del soglio di Giove gli antichi immaginarono stesse il Destino immoto ed arduo con mezzo il corpo nascosto dentro le nuvole, ed ambe le mani una soprammessa all'altra sul coperchio dell'urna, dove sono riposte le sorti degli uomini e degli Dei: egli tiene gli occhi volti in su quasi per tagliare a mezzo gli sguardi di Giove tesi nell'universo ove egli presumerebbe avventare la sua volontà insieme al suo fulmine.
Omero cantò, che i destini di Ettore posavano sopra le ginocchia di Giove, e a diritto, secondo le credenze di allora, ma Giove non poteva creare nè i propri nè gli altrui destini.
Sovente parvero gli uomini dati in balía degli Dei, e di fatti erano; ma allora gli Dei operavano come mandatari del Destino; però nè i figli di Latona avrebbero a colpi di saetta sterminato la famiglia di Niobe se non l'assentivano i Fati, nè Venere penetrato nelle ossa di Pasifae e di Fedra. Venere, la pessima fra le dee, anzi neppur meritevole di avere fama fra i mortali, come si chiarisce dalla ostinata guerra che sostenne perchè Amore non s'invaghisse di Psiche, ch'è l'anima, e non mai si affrancasse dalla materia. Due Veneri non esisterono mai, la Venere celeste, e la Venere terrena così in terra come in cielo una Venere sola: forse può darsi, io non lo nego, Venere dopo il caso di Psiche avrà mutato vita: non era vietato agli antichi immaginare a posta loro una Maddalena penitente, e metterla in paradiso in compagnia degli altri santi.
Però i nostri padri piuttostochè andarsene lassù in cielo pungeva la cura di chiamare gli Dei in terra: invece di volersi indiare, eglino attesero ad umanare gli Dei, non perchè essi portassero fra loro divini concetti, bensì perchè delle passioni proprie s'imbevessero. A questo modo giustificavano tutto: povero uomo! egli è cornuto a quattro, ch'è superlativo, come il buon fabbro Vulcano; ovvero somiglia a Giove per seminare nelle terre altrui; e così gli saldavano il conto dell'adulterio. Per quanto uomo o femmina ci si affaticassero, quello non poteva presumere di superare Mercurio nel genio del furto, nè Giunone nel furore della vendetta. Messalina gareggiò con la nobile cortigiana nel turpe arringo, e la vinse; nè manco una dozzina di Messaline arieno vinto Venere.
Diversi noi: se Dio venne nelle dimore degli uomini ci venne per fare fede delle virtù divine, di cui massima la benevolenza, e per mostrare alle turbe la via che al ciel conduce: a fine di conto, fatta la conveniente tara, i nostri santi non si possono dire furfanti; e allato al truce san Domenico o inventore o promotore dei roghi della Inquisizione ti occorre san Telemaco il quale col prezzo del proprio sangue operò, che la infamia dei gladiatori cessasse.
Ma poichè gira e rigira le religioni nuove ci appaiono come un tallo sul vecchio delle antiche, così nè anco noi abbiamo potuto rinnegare il Destino: in vero egli è più agevole negarlo, che non patirlo. Ma da un lato faceva ostacolo il libero arbitrio che pure si voleva ad ogni modo concedere all'uomo; dall'altro impensieriva la ogniveggenza, che non si poteva levare a Dio; e poi la inclinazione irresistibile della creatura a certe passioni si contrasta invano, perchè necessitate dalla compagine fisica di quella. — Dante Alighieri, che non fu mago, nè gentile, nè tutto seppe, ma molto seppe, si trovò un dì a questa porta co' sassi, nè sapendo che pesci pigliare, immaginò che le contingenze della umana vita fossero tutte dipinte nel cospetto eterno, non già perchè quivi prendessero necessità di succedere, ma sì per essere prevedute a modo di un burchiello che passa strascinato in giù dalla corrente del fiume.
E qui come vede chiunque abbia fior di senno si salta il fosso, e non si spiega niente, però che se la Provvidenza conosce per congettura, che il burchiello fie tratto in foce al fiume, ella può fallare, chè non è tolto tenerlo fermo a secca, o a cespuglio delle sponde, che rasenti: ovvero ella lo sa di certo, ed allora bisogna, che ciò sia, e dovendo essere non si comprende, che cosa giovi all'uomo il suo libero arbitrio.
Che dunque è mai questo Destino? Arduo dirlo: pure dacchè corse la domanda, egli è pur mestieri risponderci. Il Destino si manifesta dentro o fuori di noi; dentro, l'ho detto, resulta dalla compagine nostra, dagli umori, e dal temperamento; queste cose insieme unite generano le naturali disposizioni a cui di rado avviene, che l'uomo non si lasci andare, poichè nella acerba guerra fra lo spirito e la materia, questa senza requie trapana, e l'altro se si stanca, o si diverte un momento, rimane sopraffatto; onde le sequele dei casi, che sono necessità e si dicono Destino: fuori, da eventi i quali altresì stanno in potestà nostra o non ci stanno; i primi non si prevedono, nè possono prevedersi, epperò si sopportano; ai secondi, comecchè si prevedessero, e potessero prevedersi, non è dato a noi riparare, e quindi da capo patisconsi. Se garbi o no questa definizione del Destino, ignoro; questo so, che io non valgo a profferirla migliore; se altri si sente capace, io gli dirò come Donatello a Brunellesco a proposito di Cristi: fa meglio tu; e se farà meglio davvero, io me gli caverò la berretta.
Impertanto ora vi voglio raccontare una storia dove il dito del Destino (i preti odierni direbbero il dito di Dio) ci si vede espresso; la è vera, proprio pretta storia; io ci metto di mio un po' di colorito, e correggo qualche contorno; mi astengo da episodi immaginosi, da accessori più o meno verosimili persuasi dai tempi, dai luoghi, e dalle persone; non intrecci, non fantasie: io le ho poste da parte perocchè la realtà delle vicende di noi mortali, ho potuto toccare con mano, superi sovente qualsivoglia più sfrenata immaginativa; ed ora do di piglio ai ferri ed incomincio.
CAPITOLO I.
Lo Amore.
La Fulvia Piccolomini fu bellissima donna, anzi divina, nacque in Siena il 14 marzo 1630 al signore Alessandro, cui bastarono il cuore e i lombi per darle la compagnia nientemeno di quindici fratelli: di diciotto anni ella si maritò con Lelio Griffoli gentiluomo di Siena, e gli portò in dote fiorini 7376, che non furono troppi, ma nè anco sembreranno pochi a cui consideri la compagnia dei predetti quindici fratelli.
Ho affermato, che la signora Fulvia fu bellissima donna, e questo dissi non già perchè ogni eroina di poema o di racconto deva esser bella, ma sì perchè tale veramente a giudizio di quanti la videro, e scrissero di lei: io vi potrei dichiarare, che i suoi occhi chiamavano quanti amori volavano sopra la città di Siena, dove ce ne volano molti, e se diceste, puta il caso, quanto le rondini di maggio, voi direste niente, imperciocchè per l'aere di Siena si veggano gli amori andare su, giù, per diritto e per traverso, fitti e luminosi come gli atomi dentro i raggi del sole: potrei eziandio accertarvi che l'Amore avendo un dì intinte le ale nel sugo del melogranato ne colorì il sommo delle guancie alla venustissima donna; altre e più cose potrei vergare sopra la carta, che non vi farebbero comprendere un ette della bellezza di lei. Ut pictura poesis; proviamo un po' se la parola possa diventare pennello. La Fulvia era di statura anzichè no vantaggiosa, di spalle lata, di colmo petto, di fianchi e di anche potente; camminava con andatura gagliarda forte premendo del bel piede la terra, e pure agile ad un punto e maestosa: dov'ella si fosse sciolti i lunghi capelli neri avrieno coperto lei ignuda del più denso velo, che mai avesse potuto desiderare il pudore; neri altresì gli occhi, forse troppo lucidi e certo troppo spesso immoti, i quali le partecipavano certa aria di stupidità, che poi di subito sprigionando baleni sotto la stretta dei sopraccigli, neri anch'essi, e folti, l'accusavano di fierezza, e per avventura di crudeltà. Fidia non avrebbe sdegnato torre a modello cotesto naso, che segnava tutta una linea diritta, e pure non rigida con quella della fronte; la pelle candidissima da disgradarne il collo del cigno, e le guancie spruzzate, per così dire, del colore di amaranto: le labbra poi vermiglie, mobilissime, sicchè non parrà strano se affermo, ch'elleno parlavano quanto e più degli occhi. Non sarà stato così, perchè io mi professo servitore devoto di tutti, massime delle donne, ma pareva, che il liquore della voluttà o troppo spesso bevuto, o di qualità troppo ardente, avesse infiammato coteste labbra.
Nei dì feriali, quando Fulvia passava per le vie il popolo poeta al solo vederla gioiva.... (Pag. 16.)
Nei dì feriali quando passava per le vie, il popolo poeta al solo vederla gioiva; il calzolaio si affacciava allo sporto con la forma nella mano manca, e con la destra al cappello in atto di cavarselo; il falegname, che segava una tavola sottoposta al suo ginocchio teneva la sega sospesa, e fintantochè la poteva scoprire la seguitava con gli occhi; la vecchia con le dita appiccicate alle labbra dimenticava inumidirsele con la saliva per filare la canapa; dei maggiorenti, chi le faceva di berretta per amore dell'arte, imperciocchè Siena essendo la città dello Amore, questo si meni dietro, o piuttosto lo seguitino le Belle Arti figliuole: non so se questa figliazione sia ortodossa, secondo l'antica mitologia, ma egli è certo, che Amore ha più figli, che altri non pensa. Il Cristianesimo per avventura in Siena non ebbe il coraggio di cacciare via dai luoghi sacri Venere madre di Amore; di chiesa la bandiva, ma accompagnatala in sagrestia quivi la lasciò stare, non si sentendo il coraggio di metterla così ignuda fuori della porta; ed ora ammiriamo la Madre dello Amore nella sagrestia o biblioteca ammirata ella stessa di vedersi circuita da una corona di messali miniati dai Frati Benedetto da Matera e Gabriele Mattei, non però ammirata delle pitture che la circondano, le quali rappresentano i gesti di Enea Silvio Piccolomini dipinti dal Pinturicchio, e da Raffaello di Urbino; perchè questi, e il papa Pio fossero grandi maestri di Amore, come pel primo ne porgono immortale testimonianza i suoi dipinti, pel secondo il suo libro degli Amori di Eurialo e di Lucrezia: i Papi una volta si ricordavano, che gli uomini dalla parte manca del petto portano un cuore.....
Altri poi salutavano la Fulvia sapendola donna di alto affare, e capace così in patria come a Roma, se lo avesse voluto, di avvantaggiare le faccende loro.
E nè mancavano di quelli, che le facevano reverenza estimandola quasi appendice del Papa, avvegnachè ella fosse congiunta del pontefice Alessandro VII, che fu un Fabio Chigi; e Siena meritamente salutavasi città papale noverando ella otto Papi, e trentanove Cardinali; onde se alla Fulvia avesse preso il ghiribizzo di alzare tre dita della mano destra distribuendo croci a diritta ed a sinistra, se le sarieno tolte per buone, nè forse l'avrebbero barattate con le genuine papali. Narrasi come Pio VII vedendo certo giovane screpante sghignarlo per via delle benedizioni, che egli impartiva alle moltitudini accorse, gli dicesse: — non disprezzate la benedizione di un vecchio; essa non ha mai fatto male ad alcuno; — la Fulvia a miglior dritto avrebbe potuto dire: — accogliete la benedizione di una donna giovane e bella, essa altro non può, che farvi bene a tutti.
Siete voi mai andati a Genova? Se sì tornateci, se no fatevici condurre per vedere una donna maravigliosa, anzi divina, anzi un vero paradiso su questa terra. Or come, dovremmo noi lasciare la moglie, e l'ombrello per imprendere il pellegrinaggio alla casa di una femmina sia pure quanto vuolsi famosa? Poffar del mondo! O voi, o i vostri padri recaronsi pure in pellegrinaggio alla casa del Loreto per venerare una Madonna, che, a parte la santità, pare una cafra, potreste dunque portarvi senza contradizione a visitare a Genova una creatura divina.
Voi la troverete pronta a ricevervi così di notte come di giorno; non mai schiva, sempre cortese in tutto e con tutti, veruno scarta, a quanti sono sorride, toccatela quanto vi piace, si lascia fare; anco se vi attentaste a baciarla non si sdegnerà per questo, purchè adoperiate con discretezza: ella ha marito gagliardo a un punto e geloso, il quale la vigila sempre, ma non si sdegna mai; all'opposto si compiace dello smisurato affetto di cui si accendono gli amatori della sua donna: cioè, a dire la verità, non so se se ne compiaccia, egli è certo che sta fermo: e tutto questo perchè la dama è dipinta, e il suo marito altresì. Dicono, che cotesta dama fosse della famiglia dei Brignole Sale, dicono cotesto dipinto essere stato condotto dal grande pittore Van Dyck, e dicono ancora, che Van Dyck ne fosse innamorato; veramente se dovessi dire la mia, io per me giudico, che se Amore non gli guida, i pennelli non possono dipingere così. — Se la dama poi s'innamorasse del pittore, se con tenero affetto lo compensasse di averla resa immortale, almeno fintantochè i topi, le tarle, e la polvere, con gli altri nemici della immortalità non abbiano distrutto il quadro, io non ve lo saprei dire: la storia è antica, e fosse moderna, non vale il pregio rovistarne gli scartafacci per andarci a pescare di cosiffatte novelle.
E comecchè dipinta, e solo spirante dalla tela ciò non fece ostacolo d'innamorarsene al buon Revere, che maestrevolmente la descrisse nel capitolo degli Amori a olio nel suo libro: Paesi e Marine. Revere cui natura concesse bella e spigliata la nave dello ingegno, ed egli con l'arte ornò di fregi dorati e di polena, e corredò di elettissime vele e pareva destinata a navigare senza requie su le acque dei nostri mari; ma l'assalsero rabbiosi lo scilocco dei pedanti, e il libeccio degl'invidi, ond'ei per dispetto la spinse a dare in secco dentro l'arena, e quivi stette immobile. Rimetti a galla la tua nave o Revere; che fa a te ciò, che quivi ti bisbiglia? Anco la fama a taluno tocca domare come belva feroce; nè qui tutto è male, perchè se vinci la prova non ti troverai costretto a pararle la mano per ottenere la elemosina dei suoi favori, bensì l'agguanti pei capelli e la costringi a prestarti omaggio; te la strascini schiava dietro al carro,... così mi piace la fama. Rimetti a galla la tua nave, o Revere, e se tornando in porto non ti auguri vedere, come immaginò per sè messere Ludovico Ariosto, aspettarti sul molo plaudenti donne illustri, principi, e letterati magni, tienti lontano dalle sponde, naviga sempre in alto mare, e canta e scrivi per la Patria e per te.
Gli anni poi non contano; il cuore non invecchia mai, Anacreonte si metteva gli anni intorno al capo per sostituire le foglie della edera che cadevano dalla sua ghirlanda.
Pari a questa dama, fu la nostra Fulvia, se porge la tradizione il vero; per lo meno doveva arieggiarla, però che i segni corrispondano come goccia d'acqua a goccia; sicchè mentre la donna si aggirava per le anguste vie di Siena la precorreva, la seguiva un'aura vocale, che diceva: divina! divina! Se il vento l'avesse circumfusa di un nembo pregno di quanti produce l'Arabia profumi, non avrebbe di uguale allegrezza esultato il suo cuore.
Nei dì di festa, o di obbligo di messa i cittadini sapendo com'ella costumasse recarsi al Duomo verso nona si assiepavano davanti la sua porta per vederla uscire, a mo' che si usa in parecchi paesi, nei quali i giovani fanno il serraglio dinanzi alla porta, donde la sposa si reca a marito, sicchè questa è forza, che si riscatti se pure desidera di giungere all'altare. Giusto adesso avevano fatto a quel modo, perchè correva il mercoledì delle ceneri; ed ella, cessato il carnevale delle feste e dei balli ora sta per cominciare il carnevale delle prediche: si spalanca la porta, e si leva il solito sussurro di ammirazione, ed ella graziosa a tutti sorride, e tutti saluta. Dico cosa incredibile, e non di manco vera, e tutto giorno rinnuovata, cioè, che ognuno si reputava da lei singolarmente distinto, ed ella non vedeva mai persona distinta, bensì una congerie, una polenta, per modo di esprimermi, di facciacce umane.
Però se stamane taluno l'avesse considerata a partito avria rinvenuto le sue sembianze sconvolte, e se non brutte, che tali non avrebbero mai potuto essere, almanco sinistre: nè senza ragione, che quello ed il precedente giorno ella aveva provato uziaci, come dicevano Fiorentini di allora. Di fatti nella festa d'ieri con suo piuttosto spavento che maraviglia ella non era stata acclamata regina, lo sciame degli adoratori si era addensato intorno alla Virginia Chigi, sua dolcissima amica, e la Virginia procedeva in mezzo ad essi appunto come la regina in mezzo alle api, contenendoli ovvero letiziandoli maiestate tantum: ma forse la Virginia era più bella di Fulvia? No, mille volte no; anco Fulvia la pensava così: e dunque a che attribuire la subitanea parzialità? Oh! ecco, la Virginia era tuttora zitella, sicchè tra la Fulvia e lei correva la differenza tra un posto preso ed un posto da prendere; la Virginia sorgeva da levante, e Fulvia inchinava all'occidente; non mica potesse chiamarsi vecchia, dacchè allora ella noverasse ventisette anni confessati, ma reali ventinove, che questo caso successe nel 1659, e lei i registri battesimali fanno nata nel 1630, ma vi ha una aura di maggio ed un'aura di settembre entrambe tepide e liete, pure la prima è messaggera di vita, l'altra prima di rinfrescarti la faccia sembra sia passata tra le fronde dei cipressi; splende il sole in primavera ed in autunno, e pure lì ti blandisce come un saluto, qui t'intristisce a guisa di addio. Il suo marito Lelio fastidioso per molesta gelosia alla stregua, che si approssimava alla vecchiezza (che i suoi cinquantanove anni allora ei non doveva andarli a cercare) in cotesta notte le aveva detto parole acerbe, perchè la notò carezzevole oltre l'onesto (egli affermava) e certo oltre il consueto di lei verso i cavalieri; ed era vero, ma non ci entrava malizia; la povera donna aveva raddoppiato le blandizie come il capitano spinge in campo le riserve per vincere la battaglia. — Ultima trafittura fu, che dopo avere aspettato ore ed ore il sarto, che le riportasse una veste di velluto pagonazzo con la quale disegnava comparire alla predica bellissima fra le belle, la mandò ad avvisare, che aveva dovuto lasciarla indietro per finire un vestito di velluto nero per donna Virginia Chigi: e poi per la prima volta quel richiamo della polvere a ricordarsi ch'ella pure era polvere, incominciava a darle un tantino di uggia; anco il vento pungeva, il cielo era grigio, e una pioggierella minuta cacciava il ribrezzo nelle ossa: bastava tanto, e ne avanzava perchè Fulvia in cotesto dì fosse di animo disposta a tirare il collo all'amore se mai le capitava fra le mani, e metterlo in pentola a bollire come un cappone.
Comparsa appena su la porta, ecco il solito serraglio stringerlese alla vita, e i soliti salutari, e le consuete ammirazioni, ed ella a destra ed a sinistra snodando il collo flessibile a guisa di colombo quando vezzeggia, sorrideva a questo, ed a quello: tutti si credevano da lei conosciuti, e particolarmente distinti, ed ella secondo il solito non aveva avvertito veruno; dico male; uno avvertì, e parve gran cosa, che quel giovane da due mesi non mancasse mai alla corona del popolo, che l'aspettava al suo uscire di casa, e del continuo la seguisse per le vie, ai ritrovi, in chiesa, e allora giusto allora per la prima volta gli fissasse gli occhi addosso.
.... e allora, giusto allora, per la prima volta gli fissasse gli occhi addosso (Pag. 23.)
Non vi spazientite, che per me non sono uso tenere i miei lettori su la corda, io vi dirò addirittura chi ei si fosse: era Paride figlio di Belisario Bulgarini giovane gentiluomo sul fiore degli anni; egli non aveva più che un fratello di qualche anno minore a lui, il quale dilettandosi di cacciagioni e delle cure di villa, di rado veniva in città, e mai ci si fermava: ambedue celibi, per cotesti tempi doviziosi: entrambi poi di bel costume, e cortesi; ma a Paris diede la natura uno spirito inquieto, il quale sariasi nudrito negli esercizi della guerra, o in altri consimili, dove lo ingegno si affatica insieme col corpo; ma la stagione correva tanto propizia a cui volesse dare di piglio ad uno aspersorio, quanto contraria a quale inclinasse di trattare spada; tempi da campane non già da tamburi; tempi nei quali quando s'imbatte la storia, deposto lo stile, stira le braccia, e sbadiglia. Ora questa copia di forza fisica rovesciandosi sopra lo intelletto faceva sì che il peso ne sembrasse e fosse veramente soverchio; e per isfogarsi con lo esercizio s'inoltrava dentro il mare magno dei pensamenti senza il filo di Arianna per tornarsene a casa, come senza scopo prestabilito: andava per andare, come quei cani randagi, che si gettano la coda sul groppone e vanno tutto dì aggirandosi attorno senza sapere dove si ricovereranno la notte. Di qui egli diventò fosco sempre e accigliato, pensoso senza pro, e la confusione dello spirito si diffuse sul passo, negli occhi, su le voglie e su tutto: si mostrava ostinato a proseguire una cosa come se quella massimamente desiderasse, ed in sostanza non adoperava così perchè veruna cosa nè desiderasse nè amasse. Fu biondo, fu aitante della persona, ben disposto di membra; di occhio ceruleo, un dì alacre, ora spento come di pesce, che cominci a passare: fastidioso a sè e ad altrui; favellatore scarso, degli altri poco amatore, di sè nulla. Ora a questa anima in isciopero, venuta ventotto anni su senza un perchè, ecco offerirsi di un tratto splendida nella sua bellezza la Fulvia Piccolomini moglie di Lelio Griffoli: davvero in lui l'amore si palesò con un colpo di freccia, che lo traferì da banda a banda; non come quello che messere Francesco canta in rima ferisse lui, di saetta, mentre a madonna non mostrò pur l'arco, sicchè, a suo parere non gli fu onore[1]. Entrato appena in cotesto cuore, l'Amore, giusto secondo la immagine del Parini, crebbe gigante, e squassando ferocemente il turcasso gridò: «valgo, e vo' regnar solo» amori nati a mo' di turbine di neve nelle Alpi; di vortice di arena nel deserto, amori di uracano, essi varrebbero non già a sperdere un cuore ma l'esercito di Cambise, e la grande armata di Filippo II se potessero infuriare su le cose come infuriano su l'uomo.
E fu sventura, che la Fulvia in cotesto giorno, in quell'ora e con la disposizione di animo nella quale si trovava contemplasse Paride, conciossiachè subito sentisse per lui aborrimento, e paura. Al contrario parve a Paride, che ella lo guardasse con amore: credè l'affare fatto: stette sul punto di stramazzare; un bel pezzo barellò, ma poi si diede a correre a correre, che tanto non va presto lo struzzo nel deserto, per arrivare al Duomo prima della donna amata; e vi arrivò: allora si pose accanto la pila dell'acqua benedetta aspettando la Fulvia con un battito di cuore, che parve miracolo se in cotesto punto non isfiancò. La Fulvia giunse, ma non pareva dessa, tanto mostrava sconvolte la sembianza e la persona; senza punto avvertire gli obietti circostanti ella allungò il braccio per immergere la breve mano dove non appariva nodo, nè vena eccedeva, nell'acqua santa, ma improvviso le sorse davanti dall'altro lato della pila Paride che tuffata la mano tremula più che foglia al vento a lei la porse grondante. Rabbrividì la donna, e quasi mirasse o biscia, o scorpione, od altro più odiato animale, con un grido represso scappò via. Paride sentì stringersi ad un punto il cervello, ed il cuore; troppo breve, e troppo intenso il suo inganno, come troppo crudele la verità: spazio non breve di tempo rimase con la mano in alto, all'ultimo si segnò; le stille dell'acqua benedetta gli gocciarono fino agli occhi, e quivi crebbero per le lacrime che al povero uomo proruppero fuori irrefrenate. Preso da vergogna deliberò uscire e non potè; allora brancolando, chè la chiesa era buia a cagione delle tende tirate alle finestre, e di quella più grande stesa sopra il pulpito come costumasi quando entra la predica, si trasse fino la terza colonna della navata a mano manca, e quivi si rimase rannicchiato: adagio adagio egli riprese balìa, e gli occhi suoi assuefacendosi al buio incominciò a frugare dove si fosse nascosta la creatura nemica; per quanto rovistasse da ogni parte, e più volte si rifacesse alla ricerca, non la seppe rinvenire: ella era sparita: tuttavia non gli riuscendo darsi pace mentre stava per gittarsi al disperato, ecco lì, proprio accanto a lui, dalla parte opposta della colonna mira Fulvia inginocchiata con le mani giunte e il capo inchinato su quella: gli occhi teneva chiusi, e pareva, che pregasse. Paride anch'egli era genuflesso, sicchè camminando su i ginocchi si trasse innanzi per contemplarla meglio: a che rassomigliasse costui mentre aveva giù prosciolte le braccia, e le mani aperte, con la bocca schiusa, e un riso di marmo, la vita intera trasfusa nelle pupille degli occhi alacri, lucide al pari della punta di un coltello, io non potrei dire: certo si conosceva, che in cotesto istante qualche ordigno della sua compagine sforzato cedeva all'urto della passione, e di ora in poi lo intelletto, e la parola ne avrebbero patito nocumento ognuno per sè, e peggio nella corrispondenza fra loro. All'improvviso il meschino giovane sentendosi dentro mancare cadde col volto davanti, e lo avrebbe percosso sul pavimento se non gli facevano difesa le mani; non potendo più frenarsi dette in un sospiro profondo così, che parve un bramito di belva: allora la Fulvia spaventata abbassò gli occhi e vide l'uomo odiatissimo, a suo parere, trasformato in demonio, o in bestia, che cammini su quattro piè; e ciò tanto più parve vero alla sua immaginativa, che Paride cadendo a quel modo sul suolo teneva la faccia storta in molto brutta maniera per guardare in su. La ignoranza, che tornava a infittire le sue tenebre diradate alquanto dagli studi classici dei secoli decimoquarto, e decimoquinto aveva reso credibili anco alle persone di alto affare le leggende delle streghe, l'apparizione dei demoni, ed altre ciurmerie siffatte, anzi n'era cresciuto il numero con l'accessione dei lemuri, dei geni, degli dei mediossumi, e degl'inferi: perchè dove vi ha preti vi saranno sempre in un modo e nell'altro inferno, e paradiso; e poi non fu arduo in ogni tempo mai così ad uomini come alle donne immaginarsi gli uomini con la coda, facilissimo a queste ultime figurarseli con le corna, per le quali cose non parrà strano, che la Fulvia cominciasse a tremare alla vista di Paride in cotesto modo atteggiato, e paurosa, che si fosse convertito in demonio quinci a furia levossi dandosi a fuga affannosa e sviata quasi lodola inseguita dal falco: non per elezione bensì per istinto ella si cacciò là dove le tenebre comparivano maggiori, sicchè per caso si condusse nella cappella Chigi, che incominciata dal suo parente Alessandro VII mentre era nunzio apostolico allora non anco era terminata, nè lo fu prima del 1680.
.... quinci a furia levossi dandosi a fuga affannosa e sviata... (Pag. 28.)
Colà ardeva una sola lampada, in onore del Sacramento custodito nel ciborio, nè ci occorreva persona, chè tutti stavano raccolti intorno al pergamo per raccogliere di prima mano la parola divina. Almeno qui avrò pace, pensò la donna; e a voi beatissima Vergine mi raccomando; proteggetemi voi. Così rimase un pezzo, quando sollevando la faccia proprio sotto la lampada scorse lo aborrito; i raggi del pallido lume cascavano giù a piombo sopra coteste sembianze desolate rendendole più del consueto lugubri: allora ella si tenne per ispacciata; credè davvero, che costui volesse torcerle il collo, e portare la sua anima nell'inferno con esso seco; un freddo acuto le penetrò le ossa; il sudore diaccio le imperlò la fronte, e svenne. Quando tornò il suo spirito ai consueti uffici della vita si vide circondata da pietose gentildonne, le quali le prodigavano ogni maniera di uffici cortesi; essa a quella stringeva affettuosamente la mano, quest'altra baciava, ringraziava tutte, e quasi le pareva sentirsi lieta essendosi liberata dalla visione di quel demonio fatto uomo, o di quell'uomo diventato demonio; e s'ingannava, però che nel girare degli occhi si rivide dinanzi Paride con gli sguardi intenti in lei quasi punte di fiocina, che il pescatore sta per fulminare nei fianchi alla Balena; onde ricaduta in deliquio fu dalle donne amorevoli non menochè curiose di scoprire le cause di cotesto accidente ricondotta in casa, e quivi affidata alle cure del marito, e delle ancelle discrete.
Lelio presa lingua del caso, fu colto dalla più sconcia gelosia di Paride che abbia tormentato marito; e come quasi sempre succede ai mariti gelosi non era lì, ma all'uscio accanto. Difatti questo Paride odierno, diverso in tutto dall'antico non arrivò mai ad assimilare Lelio Griffoli a Menelao degli Atridi: tuttavia a confermare Lelio nel suo falso concetto molto contribuiva Paride, che da quel giorno in poi seguendo il costume della farfalla, la quale non par contenta se prima non si abbia bruciato alla fiammella le ale, prese a perseguitare la Fulvia; la seguitava come ombra, dove ella levava il piede egli metteva il suo; per le vie, in chiesa, nei ritrovi, dovunque: molestia infinita, impronta, ostinata, da non si potere sopportare: avvisato Paride da qualche cittadino da bene cavò fuori il pugnale per ferirlo, ond'ei si tenne avvertito per un'altra volta: qualcheduno si consigliava informarne il Principe governatore di Siena nel tristo augurio, ch'ei desse nei gerundi, e un giorno o l'altro commettesse cosa da far piangere; ma non n'ebbe il coraggio: e per crescente abbiettezza ormai saliva nel massimo onore il proverbio: arrosto, che non tocca lascialo andare, che bruci, insomma la faccenda pigliava mala piega se Paride non cadeva infermo: chiamati i medici e assai sottilmente esaminatolo trovarono quello che pur troppo era; una passione indomata lo rodeva; la lama tagliava il fodero: termine di cotesto stato per ordinario o morte o pazzia: via di mezzo veruna.
Paride dì, e notte seduto sul letto, alquanto riverso della persona sopra i guanciali, con le mani aperte, e le braccia abbandonate su le coltri, gli occhi intenti, e fissi su qualche obietto, che non era mondano: ardeva dentro, la sua esistenza diventava cenere, nè alcuno poteva a cotesto incendio porgere aita. Non madre, non sorella, che lo sovvenissero, non amico che lo sollevasse; il fratello stava in villa, ed egli vietò severamente, che gli porgessero contezza del suo stato. Intorno a lui solo una donna, che gli fu nutrice, la quale come quasi tutte le nutrici sono, massime se prive di marito, e del figliuolo, che prima partorirono, gli portava uno amore, che io direi piuttosto strabocchevole, che disordinato; l'amore del cane, il quale nei giorni delle immanità di Nerone gittato il corpo del suo padrone Tito Sabino nel Tevere ci si tuffò anch'egli tenendolo sollevato su le acque perchè i vortici non glielo travolgessero al mare, e poichè con ineffabili conati lo ebbe tratto alla riva gli scavò la fossa, ce lo compose dentro; e su la fossa stette e morì. — Povera donna! a piè del letto, con le mani soprammesse ad un pomo di colonna teneva senza battere palpebra ficcati i suoi negli sguardi di lui; s'ei sospirava ella gemeva, se Paride faceva bocca da ridere, ed ella a posta sua rideva; se una mosca gli si posava su la faccia, ed ella moveva cheta cheta e gliela scacciava; adagio adagio per non ispazientirlo, gli accomodava le coperte del letto andate da parte, gli moderava la luce del sole, o della lampada: amore materno stemperato in atmosfera di cui la Provvidenza diede il tesoro alla donna, perchè l'uomo travagliato da tanti guai non maledisse la donna, e con essa le universe creature, che uscirono di mano a tale ente, il quale come poderoso non ci si rivela del pari buono e benefico.
Più volte la nutrice, che Betta aveva nome, si attentò a mettere innanzi una parola, tanto per addentellare un discorso, ma egli torvo le aveva intimato: taci; ed ella era rimasta cheta per tre giorni, tanta paura d'infastidirlo le si era cacciata addosso: non sapeva da qual parte pigliare il bandolo alla matassa: era amore? Era odio? O che cosa diavolo era? Conosciuta la infermità si può sperare di trovarci rimedio: egli chiuso come lettera sigillata, nè ella era femmina da girsene a zonzo d'intorno per udire novella, Dio ne liberi; a lei l'uscire senza bisogno di casa saria parso, non dirò peccato mortale, ma almeno grave come sette veniali, che altrimenti degli amori di Paride avria sentito bucinare qualche cosa. Pure dai dai le venne fatto un giorno di scoprire l'arcano, ed ecco come. La camera dove giaceva Paride era così formata: aveva una porta sola in fondo, e lì accanto alla parete in angolo alla porta stava un tavolino di legno intagliato e dorato, e sopra esso uno specchio dove ogni uomo, comecchè rubicondo al paro dei bargigli del gallo, saria parso di verderame; pure anco a quel modo ritraeva la immagine degli obietti: pertanto Betta nella contigua stanza camminando a scancio venne ad appuntare gli occhi nello specchio, dove stava in certo modo dipinto il letto, Paride, ed ogni altra cosa a lui circostante; lì costei si pose senza neppure alitare sempre mirando da quella parte; Paride si rimase lungamente immobile; poi di un tratto cavò fuori di sotto al guanciale uno astuccio, e apertolo si pose a contemplare il ritratto, che racchiudeva; da prima la sua faccia s'illuminò, gli corruscarono gli occhi, il riso figlio dell'amore e della gioia gli allietò il sembiante; parve adorarlo con quel delirio passionato, che oltrepassando l'estremo limite del piacere diventa tormento; quindi a mano a mano, come comparisce la procella sopra le chete acque del mare, e le rimescola con furia infernale, e Dio e il Diavolo pare che nel furore della tempesta si ricambino maledizioni di fulmine, così Paride si sconvolse tutto, le pupille gli sparirono sotto le ciglia aggrondate, gli si gonfiarono i muscoli della fronte, si morse le labbra fino a grondare sangue; strinse con ismisurata rabbia entrambi i pugni, poi levato il destro braccio, e aperta la mano scaraventò il ritratto nell'opposta parete: ciò fatto con le mani si strinse la fronte coprendosi gli occhi: dopo pochi minuti sembra, che una mutazione accadesse nello spirito dello infermo, imperciocchè balzato da letto si diede carpone a cercare il ritratto, il quale rinvenuto intero si accostò al cuore spasimante fra l'angoscia, e la contentezza; e dacchè il ritratto rimbalzato dal muro era caduto giusto davanti al tavolino sormontato dallo specchio nel drizzarsi in piè egli si vide riflesso nel cristallo; si vide, e si atterrì nel contemplarsi tanto disforme da quello, che era stato prima: non potendo più oltre sostenere lo spettacolo di sè si accosta vacillando al letto, dove essendosi posto bocconi pianse amaramente. Betta questi casi mirò, e si sentì trapassata l'anima da una spada, molto più che incapace a porgergli consolazione scappò via turandosi la bocca, affinchè egli non udisse le sue strida.
Quando fu alquanto rasserenata, Betta si lavò gli occhi, e fingendo essersi addormentata, anzi di questa sua negligenza domandando venia, tornò al letto di Paride spiando lo istante in cui il sonno scendesse a refrigerare le sue membra; ma il sonno fugge dagl'infelici, o vi si ferma quanto la farfalla sul fiore da morti: tuttavia ella, postasi a sedere accanto il letto, il suo capo abbandonò su le lenzuola, e fece le viste di dormire; intanto però stese la mano sotto il capezzale per pigliare il ritratto, e vedere un po', che diavolo si fosse; ma Paride al minimo moto apriva gli occhi ed ella ritirava la mano più presto, che vipera non fa la lingua: bisognò rimettere il tentativo alla notte, la quale venuta, più che mezza, Paride la passò in vaniloqui, o in lagni: oggimai egli non poteva dare altra testimonianza di vita, eccettochè con dimostrazione di dolore: poco innanzi l'alba egli si assopì, e Betta all'erta della occasione, cominciò ad allungare la mano procedendo in questa guisa: prima stendeva un dito poi l'altro, dopo puntando su questi spingeva innanzi cautissima il carpo della mano per ricominciare da capo; però se l'alito di Paride ingrossava, ella ferma lì come impietrita: riassicuratasi, il palpito alcun poco quetato di nuovo ripiglia il lavoro, che in breve la condusse a mettere le mani sopra l'astuccio; le pareva le scottasse le dita: nè da tanto sgomento nè da tanta paura dev'essere stato compreso chi prima si accostò all'ara degli Dei per commettervi sacrilegio: volse alcun poco le spalle al letto accostando il ritratto alla candela per contemplarlo a suo agio. Lo vide, e per un pelo non proruppe in un grido, imperciocchè la Fulvia comparisse a tutti maravigliosamente bella; e poi il pittore le aveva cresciuto grazia, cortigiani tutti i pittori; ma poichè la cortigianeria loro serve la bellezza, meritano indulgenza plenaria; pertanto Betta con una mano levata, e con la bocca aperta ammirava, quando allo improvviso sente come una morsa diaccia agguantarle la spalla, ond'ella urlò spiritata.
— Gesù, Giuseppe, Maria, vi dono il corpo e l'anima mia.
— Così dunque, subito dopo prese a rimbrottarla una voce, così dunque serbi fede al tuo padrone?
La parola padrone, ma più il modo con che fu detta valsero a riporre in un attimo il cervello a partito alla Betta, che rispose così:
— Paride! E tu non mi sei altro che padrone?
— E che ti hanno ad importare i segreti del tuo padrone?
— Che me ne importa?
— Sì, che te ne importa?
— Dio castiga i figliuoli, i quali mordono le mammelle, che gli hanno allattati; e in queste parole di Betta sonava un pianto, una rampogna, che anima viva non avrebbe potuto sopportare; molto più, che la povera donna, caso fosse, ovvero intenzione, con ambo le mani aperte si compresse il seno: cadde la ira a Paride, il quale su cotesto seno abbandonando il capo infermo esclamò:
— O mamma mia!
— Mira, Paride, tu te ne vai ed io me ne vo teco, e tu sai che il medico prima di dare mano alle medicine attende a conoscere la ragione del male, nel medesimo modo io, che non acconsento che tu te ne vada (di me poco importa), ho voluto pigliare contezza della tua infermità per vedere un po' se ci fosse verso di guarirla. Adesso so dove ti fa male la scarpa... tu ami...
— Non è vero...
— E questo dunque? Soggiunse la Betta mostrandogli il ritratto.
— Non è vero... ch'è mai cotesto? Un ritratto va bene. Di donna? Di donna bella di forme... angelica quasi? Sì certo, e che per ciò? Tu credi che io l'ami, menamela davanti, e chiamami fellone se io non le mordo il cuore.
— Anch'io nel tempo de' tempi diceva così, quando la gelosia mi dava martello, ma quando mi tornava a casa il mio Bastiano non mi sentiva balìa di guardarlo in volto; poi parendomi averlo offeso faceva la penitenza del peccato gittandogli le braccia al collo, e baciandolo piangendo.
— O Betta, non è la gelosia, che mi travaglia, ella mi odia.
— Ti odia? O brutta befana; ella ti odia... ti amerà... ti amerà; io ti so dire che io non sono io, o in capo ad un mese ella andrà pazza di te. Ti amo tanto io, e perchè non ti dovrà amare ella? Ma per principiare a modo e a verso, come si chiama cotesta femmina?
— Ah! il suo nome è Fulvia...
— Chi mai quella, che celebrano regina delle belle di Siena? Un occhio di sole, una rosa imbalconata?
— Non so...
— La Griffoli, via, quella che da fanciulla era dei Piccolomini, la parente del Papa?
— Giusto quella dessa.
— Oh! allora muta specie, Paride mio, qui inciampiamo dentro un comandamento del Signore... e capisci che direbbe mai l'anima di donna Flaminia, la madre tua, che fra onorata e bella non so qual fosse più, se lo venisse a sapere?
— Ma, Betta, perchè non mi lasciavi stare? Vedi mi hai strappato la benda dalla scottatura, e adesso non ti dà l'animo di rifasciarla...
— Paride, potresti patire, che la tua Betta diventasse un tratto una vituperosa portatrice di polli?
— Ma, Betta, io nulla chiedo, nulla; non pretendo parlarle, rinunzierò a vederla, me ne andrò lontano da Siena, non ci tornerò senza ch'ella me ne abbia conceduto licenza; una cosa sola domando da lei.
— E che cosa tu domandi allora?
— Che mi assicuri, che ella non mi odia.
— E non altro?
— Null'altro, eccettochè, caso mai rimanesse vedova di suo marito, costui conta due volte tanto gli anni di lei, non mi lascerà addietro per un altr'uomo.
— Ma questo, Paride mio, ho inteso, che non si possa fare, perchè insomma si vorrebbe fondare un sacramento sopra la bara di un uomo.
— Nota bene, Betta, io non dico, che sposi me, dico, che morendo suo marito non mi preferisca altri; tu vedi, che questo muta specie.
— La muterà, ma mi ci entra poco; basta la Beata Vergine mi sovverrà di consiglio.
— Betta, fa a modo mio; per questa volta non domandare consiglio ad alcuno; però senti, Betta, ingègnati, se puoi, ottenere da lei un ricordo, che venga proprio da lei... un nastro... un pannolino... che so io.
— Vada pel nastro...
— Senti Betta, non sarebbe meglio, Betta, una ciocca dei suoi capelli lucidissimi e neri?
— Per buttarli via appena avuti: tu le morderesti il cuore, pensa come mai conceresti quei poveri capelli...
— Tu mi strazi, Betta, ma di' o come farai per parlarle?
— Quanto a questo è il mio segreto (e ciò la Betta diceva, perchè proprio fin lì non aveva pensato a nulla), tu intanto cerca di riposare; perchè ricorda, che io mi metto a questo impegno solo per vederti risanato; fidati di me, che dove ci è uomini ci è modo, molto più poi se ci è donne.
CAPITOLO II.
La Morte.
La Betta pareva, che dormisse, ma il suo cervello se ne andava in volta scapigliato senza essere capace di somministrarle nulla di buono pei fatti suoi. O Betta, o Betta, in che ginestraio tu hai messo le gambe! Ed ora a qual santo ti voterai? Che pesci piglierai? La è una brutta matassa quella che hai preso a dipanare. Vogli o non vogli; non ci è caso, i polli li porti: che cosa arzigogoli mai, che qui non ci casca ombra di male? Non ricordi le parole del buon Gesù? Esse parlano chiaro: «Ma io vi dico, chiunque riguarda una donna per appetirla, già ha commesso adulterio con lei nel suo cuore.»
Non ci è cavillo, che tenga: il solo desiderio è peccato, e di che tinta! E poi, Betta, tu sei vecchia, e il diavolo, giusto è tristo perchè gli è vecchio; e puoi tu metter pegno, che Paride si rimarrà fermo al chiodo di chiamarsi satisfatto alla novella, che la gentildonna non l'odia? E non hai tu visto come navigava con le vele gonfie di desiderio in desiderio? Prima si contentava sapere, che ella non lo odiava; subito dopo voleva la promessa, che rimasta vedova con altri non si sposasse tranne con lui; per ultimo implorava un ricordo, prima nastro, poi capelli, e se tu gli davi spago, chi sa, che peste di roba avrebbe preteso per memoria. Si sa l'appetito viene mangiando, massime in faccende di amore; e tu, Betta, donna da bene, educata dallo esempio di quella santa femmina, che fu madonna Flaminia, ti sei condotta a questa età per diventare di un tratto trista insidiatrice dell'onore altrui, corrompitrice della onestà delle mogli; via, senza tanti ghirigori, mezzana?
Ouf che caldo! Ma alla fin fine tutto a filo di sinopia non può andare in questo mondo; però ci hanno messo la confessione, il suo bravo pentimento e la penitenza: ora gli è chiaro come l'acqua, che se peccato non fosse, nè manco tutte coteste belle cose potrebbero essere. E poi senti, Betta, vien qua, facciamo i conti: se Paride tuo non riceve refrigerio alla passione, che lo mangia, ne morirà disperato, la sua anima andrà perduta irrimediabilmente; e questo o non è male grosso? Puoi mettere addirittura grossissimo; però concesso male eziandio la raccomandazione, che intendo fare alla signora Fulvia; quale meno peggio dei due? — Diavolo! non occorre stadera nè braccio: si vede ad occhio. E tu, Betta, non conti nulla? Perdesti il tuo marito Bastiano, ch'era una coppa di oro, perdesti quel bello angiolo del tuo unico figliuolo Celso; tutto il tuo affetto riversasti sopra Paride; ogni cagione di vita riponesti sul capo di lui, ed ora dovresti sopravvivere anco a lui? La sarebbe una bella storia cotesta! Sicchè io mi volgo a te, Madonna santissima, e in te confido: se tu non fossi madre, non ci penserei nè manco di raccomandarmi a te; ma tu fosti madre, e soffristi per tuo figlio quanto donna al mondo sofferse mai; tu sentisti come una spada sola trafigga a un punto due cuori, quello del figliuolo e della madre; uno schiaffo percuota due gote, una spina laceri due capi: te, a ragione, chiamano Madonna dei sette dolori, e meglio direbbero dei settemila, te salutano refugio degli afflitti; però non mi abborrire se per questo meschino io mi adoperi, forse meno che dirittamente; se erro consigliami, se pecco perdonami: anco a santa Maria Maddalena, anco a santa Teresa fu molto perdonato perchè molto esse amarono, ed io pure amo svisceratamente, e non sia per vantarmi, ma l'amore delle prelodate due sante non fu tale da stare a petto al mio, perchè.... eccetera; chétati, lingua.... E a te domando, Vergine Maria, Madre del buon Consiglio, dove mai io non imprenda opera, che incontri il tuo sdegno, sovviemmi nell'angustia in cui mi trovo, suggerendomi il modo col quale io possa presentarmi alla signora Fulvia, e trovare grazia presso lei, affinchè, salva sempre la onestà sua, si benigni[2] darmi una mano per liberare questo dolcissimo mio figliuolo dalla mala morte in questa vita e dalla dannazione nell'altra.
Io per me non so come la sia ita, ma dopochè la coscienza diventò avvocata, nell'anima dell'uomo (di quella delle donne non importa ragionare), successe una grandissima strage di linee diritte; e Betta ce ne presenta lo esempio vivo: essendosi in questo modo messo l'animo in quiete, ella cominciò ad abbacare come potesse giungere fino alla Fulvia, e poichè rinvenne la via assai più presto, che non l'era dato sperare, così pensò davvero, che tanta spontaneità di fantasia non fosse senza manifesta protezione della Santissima Vergine. A Voi tutti, che leggete, è noto come in ogni tempo le femmine o vuoi buone, o vuoi triste si sieno dilettate delle gemme: la causa rimane ignota: crederono taluni, che ciò accadesse, perchè essendo le gioie ammirabile oggetto, lo spettatore dalla splendidezza di quelle fosse condotto a contemplare più spesso, e più intensamente la beltà, che se ne ornava la faccia e la persona; ma questa ragione non mi pare che c'incastri, perchè troppo più spesso delle famose, e delle giovani io ne vidi ornate le laide e le vecchie, che senza esse sarebbero passate, pel loro meglio, inavvertite; dunque poniamo in sodo il fatto, rimettendoci per iscoprirne le ragioni vere a quando troveranno le cateratte del Nilo. — Oltre le gemme, ai tempi della nostra storia, le donne insanivano dietro le trine di Malines, di Digione, e di altri paesi fiamminghi per coteste industrie famosi: oggi le nostre predilette ci hanno aggiunto due gusti, per far toccare con mano anco agl'increduli, che in proposito progresso elleno possono stare a petto di chiunque altro: le pelliccerie voglio dire e gli scialli turchi. — Così è, mentre i Russi congiurano per cacciare via i Turchi dalla Europa, le donne ce gl'introducono sotto forma di scialli fino in casa: chi la dura la vince; vedremo come l'andrà a terminare.
Ora, donna Flaminia d'Elci, moglie di Belisario Bulgarini, madre di Paride, comecchè fosse virtuosissima, ed insigne per bontà, pure ebbe un debole per le trine di cui mise insieme una famosa raccolta; la quale ebbe in custodia la Betta, come donna di fiducia e di simili faccende perita: ed ecco, che, pensando al pretesto per intromettersi in casa della Fulvia, le venne in mente di pigliare una scatola la quale empita dei più sfoggiati merletti girsene con quella ad offerirli in compra alla signora Fulvia: le piacque il trovato, se ne applaudì esclamando: — Brava Betta! — , ed è da supporsi, che dov'ella lo avesse potuto fare si sarebbe dato un bacio in un occhio. Più difficile le riuscì ammannire un discorso co' fiocchi: ne imbastì parecchi, ma veruno tirò fino in fondo, ond'essi terminarono collo incatricchiarsi fra loro, generando uno arruffio che nè anco Arianna sarebbe venuta a capo ravviare; allora considerò come i discorsi preparati in simili occasioni abbiano garbo del cavolo a merenda; e il meglio fosse imitare il pescatore, il quale gittò le reti dicendo: — Butta in mare, e spera in Dio.
La mattina per tempo si acconciò come per recarsi a messa, mise a parte del suo trovato Paride, che assai l'applause, e dopo concertate certe cosarelle fra loro uscì di casa con tale impeto, che pareva volesse correre il palio; ma dopo pochi passi rallentò il moto, il quale divenne più fievole mano a mano che si avvicinava al palazzo Griffoli: lo riconobbe, senza domandarne, dall'arme, che Paride le disse avere a rappresentare sei gigli messi in iscancío; stese la mano al picchiotto, lo strinse, lo lasciò andare, poi fatto cuor di leone bussò da spiritata: quel colpo parve che percotesse a un punto la porta e il suo cervello, però che essa balenò per cascare: sentì per di dentro uno strepito di passi accelerati, ed un borbottio che taroccava: — s'intende acqua, ma non tempesta, gli è il Duca, che vuol passare? — Aperto subito l'uscio, quando il servo insolente, come la più parte di quelli delle case magnatizie sono, si vide dinanzi cotesta vecchia azzimata con cera stizza, e voce di agresto, le domandò:
— Chi siete? Che volete? Chi vi manda? Su presto, dite.
La Betta cresciuta tra le blandizie della padrona Flaminia, e del figliuolo Paride, andò sottosopra a cotesta accoglienza; ma tenendosi meglio, che le fu dato, rispose: — Andate dalla vostra padrona, e ditele, che sono venuta con le trine di Malines ch'ella sa...
Il servo andò, e Betta pensava: — Ecco una bugia, ma le colpe pur troppo fanno come le ciliege, una tira l'altra. La Fulvia all'ambasciata del servo arguta com'era, sospettò non sapendo di donna, nè di merletti, che gatta ci avesse a covare, onde le mandò a dire ch'entrasse pure, e questo tanto più ordinò volentieri, quanto che sapeva il suo marito in campagna a vigilare le faccende.
Ma Lelio, secondo la usanza vecchia dei mariti gelosi, mentre glielo aveva dato ad intendere, non si era allontanato di casa; lì stando da arrugginirsi l'anima smanioso di fare da testimonio alla propria vergogna; però appena udì salire la Betta mise fuori il capo da certo stambugio a mezze scale, e guardandola a stracciasacco con voce molto più terribile di quella del servo la interrogò:
— Chi sei? Dove vai? Che vuoi?
Ora sì, che Betta si tenne per isfidata, immaginando così allo ingrosso, ch'egli doveva essere il Griffoli; almeno l'arroganza lo chiariva nobile, e la superbia padrone; per tanto armeggiando, come chi sta per dare il terzo tuffo, ella rispose:
— I' sono Nunziata, la guardarobiera della illustrissima signora Virginia Chigi, che sta qui oltre; ella mi manda alla illustrissima donna Fulvia sua signora consorte perchè, essendole capitato uno assortimento di trine di Fiandra da comprare a mezza gamba, l'è parso non lasciarsi scappare di mano la occasione; ma siccome per la signora Virginia Chigi sarebbero troppe, offre alla signora Fulvia di metterla a parte dello acquisto lasciando in potestà sua la scelta, e la quantità delle trine, che vorrà pigliare per sè.
E quattro, ed otto delle bugie, la via di sdrucciolare allo inferno è troppo più destra, che altri non pensa. — Lelio, si mise l'indice della mano manca tra ciglio e ciglio, poi a scatto impose alla Betta:
— Mostrami qua le tue trine.
E l'altra gliele mostrò aprendo la scatola sotto gli occhi di lui; egli finse ammirarle, o forse le ammirò davvero, chè belle estimavansi da quanti se ne intendevano, ma intanto ch'ei le spiegazzava avvertiva se mai ne cadesse carta, od altro oggetto, che lo confermasse nella sua gelosia: non rinvenendo nulla, alquanto si rammorbidì, sicchè, alla Betta, che stava tutta tremante disse:
— Perchè tremi?
— Che siate benedetto, voi mi guardate con tali occhiacci, e con tale vociaccia mi favellate da far entrare la maremmana addosso anche al Mangia.
Di vero io non so se Lelio Griffoli potè in sua gioventù chiamarsi gentiluomo leggiadro, fatto sta che allora metteva proprio paura: comecchè apparisse più vecchio di quello che era, pure gli si mantenevano i capelli più, che pece neri, e neri altresì i sopraccigli foltissimi, i baffi e la barbetta a nappa: i capelli portava lunghi fin sotto le orecchie, dove li faceva mozzare; la pelle del colore dello avorio vecchio, giallo malsano; sopra cotesto giallo risaltava orribile la barba, che più o meno rasa presentava una tinta verderame, da metterti in sospetto, che la faccia tutta fosse un grosso govacciolo venuto a suppurazione: lungo il naso allato alle narici scendevano due rughe profonde, che allargandosi arrivavano fino oltre gli angoli delle labbra, canali, che scavano l'atrabile e il mal di fegato senza pro, perchè essi dentro trapánano e sgrondano logorando; forse per avvertire chi piglia usanza con loro a starsi su lo avvisato, chè coteste infermità i buoni fan tristi, i tristi pessimi: le pupille ardenti in fondo a certe occhiaia, che ti sembravano condotte con un tizzo spento di carbone potevano paragonarsi a due lupi appiattati dentro due caverne in aspettativa di preda. Lelio per un tempo ebbe fama nè buona, nè rea, anzi taluno, che lo conobbe da giovane lo affermò d'indole mite come per lo più sono gli uomini della sua patria, di costumi umani e di concetti pieni di moderazione; ma poi il continuo furore della gelosia, che lo agitava, la brama di vendetta contro chiunque per suo avviso macchinava in danno dell'onore suo, la paura di tirarsi addosso l'ira del potente parentado della moglie dov'egli si fosse attentato di torcere pure un capello alla Fulvia, lo avere condotto buona parte di vita nel regno, luogo pieno di uomini facinorosi, ed infame per continui assassinamenti, lo avevano reso mano a mano feroce: l'animo suo era diventato familiare col delitto; forse gli arieno fatto fallo la mano, e il coraggio se avesse dovuto commettere l'omicidio da sè; quanto poi a meditarlo, e ad ordinarne la esecuzione ad altri sarebbe stato per lui come bere un uovo. Ora parendo a Lelio, che la faccenda della Betta fosse farina schietta la lasciò ire, raccomandandole, che non ingalluzzisse la moglie a spendere troppo, chè con lei si sarebbe trovato il fondo al pozzo di S. Patrizio, e se il Papa non sovveniva si sarebbe condotto a dare del sedere sul lastrone. — E questo diceva perchè Alessandro VII, che su i primordi del suo pontificato dichiarò non volere conoscere altro parente che la Chiesa, indi a breve mutato registro chiamò a Roma i nepoti ai quali si mostrò parziale due cotanti più, che non avessero costumato i papi suoi predecessori. La natura, che non è demonio, resiste all'acqua santa; e triregno, mitra, e corona se spesso spengono lo intelletto nel capo, rado lo affetto nel cuore. Nondimanco svoltata appena la scala, un'altra pulce entrò nell'orecchio a Lelio; stette per risalire, e già aveva voltata la persona per farlo, ma poi si pentì e scese un'altra scala: qui pure nuove ambagi, e raddoppiate esitanze, a cui pose fine non mica ponendole giù, sibbene andando di corsa a informarsi se si fosse apposto al vero.
La Betta va oltre, di tratto in tratto le si gonfia, il cuore con un sospiro, ch'ella respinge indietro; dentro gli occhi le si accumulano lagrime, ch'ella ribeve: dopo trapassate parecchie stanze, una vecchia, che pareva il caval bianco dell'Apocalisse presala pel braccio aperse un uscio, e per mezzo di esso spingendola strillò:
— Illustrissima, ecco la donna, che domanda di lei. —
Betta da prima non trovò parole, fissa considerava il volto della Fulvia, che veracemente le parve bellissimo, però non tale, che del tutto le quadrasse: se avesse avuto tempo lo avrebbe in certa guisa smontato, e vistolo pezzo per pezzo, forse avrebbe potuto altresì indicare il mancamento: non gliene dette agio la Fulvia, la quale con accento vibrato le domandò:
— Orsù, che volete da me?
Betta annaspa, la Virginia Chigi, le trine, madonna Flaminia, Gand, Malines, Brusselles, Digione, con tutta la Fiandra per giunta; disegni portentosi; principesse e donne di alto affare averle viste, e averne fatto le stimate, e le marie, la compra, la vendita, lo acquisto, il dono, l'omaggio, insomma un guazzabuglio senza capo nè coda, e più andava innanzi più s'irretiva, sicchè la Fulvia di natura risentita, spazientendosi ad un tratto, esclamò:
— Voi mi parete ebbra, levatemivi davanti prima, che io vi faccia cacciare dai miei servitori.
Allora Betta, mossa dal pericolo, si lasciò andare giù di sfascio in ginocchioni, e supplice domandò alla Fulvia:
— Signora, avete figliuoli?
— No.
— Ne aveste mai?
— Neppure.
A Betta s'increspano per subito tremore le labbra, pure si attenta a dire: — Nè ebbra, nè matta sono io, signora, bensì madre desolata di un figlio bello e buono: mia consolazione, mia vita, mio tutto: egli giace infermo di tale malattia donde non si riavrà più, se voi non lo aiutate....
— Io! O che so di medicina, io?
— Questo non monta, egli è certo che voi sola lo potete guarire....
— E di che cosa si tratta? Udiamo via, che ne vale il pregio.
— O Dio! O Dio! — Continua Betta con ambedue le mani coprendosi il volto — la infermità, che uccide il mio figlio è il disperato amore, che sente per voi....
— Per me! E che ciò a fare io? — Donna obbliate....
— No, signora, io non dimentico nulla: nacqui in villa, non so di lettere, ma so di religione e di onestà: io non vi propongo cosa, onde patisca offesa la vostra illibatezza, innanzi di proporvela io morirei: vi prego di una grazia, che voi potete.... anzi come cristiana dovete fare, ed è, che voi mi assicuriate, che non sentite odio per questo vostro misero e sviscerato amante, e mi concediate, che io da parte vostra glielo assicuri per voi.....
La Betta qui considerando come per siffatte parole non si alterasse la Fulvia (che rimase pensosa o tirando a indovinare lo sconosciuto amatore, ovvero deliziandosi nel compiacimento, che prova ogni femmina nel sapersi amata comecchè per nulla disposta a corrispondere di tenerezza), preso coraggio aggiunse: — Il figliuol mio da me è detto tale non perchè lo abbia generato io, ma sì perchè io lo allattai, io lo allevai; ma ciò non rileva: egli è giovane, bello, del bene di Dio ne ha anco troppo, valoroso, saputo, lo amano tutti... perchè dunque non me lo avreste ad amare voi? Mandategli in mercè del fervente amore un nastro, un fiore, una ciocca dei vostri capelli magnifici.... egli non vi comparirà al cospetto; se così vi piace si recherà in remote contrade, non tornerà senza il vostro permesso a Siena, e niente domanda, nè un colloquio, nè.... insomma nè manco un'et... solo vi scongiura, che gli mandiate a dire, che, se alla Provvidenza piacesse voi aveste a restare vedova, voi non gli vogliate preferire veruno altro uomo; o vedova, o lui...
— Dunque le trine?
— Furono scusa per arrivare fino a voi...
— E vostro figlio si chiama?
— Si chiama... un bel nome in verità... e mi hanno detto piacente alle femmine del tempo passato....
— Dunque?
— Si chiama Paride Bulgarini.
Se le avessero letto la sentenza di morte in faccia, se passeggiando per l'erbe e i fiori, una vipera si fosse ritta su a trafiggerle il piede, se un coltello le avesse dato per mezzo del cuore, la donna non avrebbe gittato urlo più straziante nè più pauroso; respinse di una potente spinta la Betta da sè, la quale, dopo mutati su le calcagna alcuni passi precipitosi, andò a cascare supina sul pavimento, ci rotolò ancora la cassetta, che apertasi, sparse da per tutto il tesoro delle sue trine; la Fulvia con subita vicenda di vermiglia diventò bianca come panno lavato, poi da capo pavonazza, e all'ultimo del colore della morte, barellò per cadere, senonchè di repente, ricuperate anzi cresciutele fuori di misura le forze, diede un salto all'uscio, ne aperse furiosa le imposte, e sparve sbatacchiandole con impeto dietro di sè.
La Betta stentò a rimettersi in piedi non tanto per le sconce ammaccature riportate dalla caduta, quanto molto più per lo sbigottimento, che la opprimeva; a crescerle il quale ecco sopraggiungere la vecchia, che pareva il caval bianco dell'Apocalisse, a dirle ingiuria e a spaventarla.
— Andate via, sciagurata femmina; andate via.... su presto prima, che torni messer Lelio, e vi scanni come un cane.... cioè come una cagna.... ripigliate le vostre ciarpe.... guai a voi se la sgarrate di un attimo, il pezzo più grosso ha da essere l'orecchio.
E così borbottando raccoglieva le trine per riporle nella cassetta alla rinfusa, ostentando uno affannarsi da non si poter dire; mentre, colto il destro, ne acciuffava un pezzo nascondendolo con disinvoltura nelle tasche dello scheggiale. La Betta stordita, più morta che viva, non sapendo che dire, e meno che fare, scappò infilando le scale, e trottando per la via quanto le bastavano le gambe; ma la sventura non aveva per anco cessato di perseguitare la povera Betta, però che allo svoltare di un canto ecco incontrare faccia a faccia Lelio, truce in sembiante, il pallore del suo volto era diventato cenerino, teneva irti i baffi come un gatto inferocito, il quale tostochè la ebbe scoperta trasse fuori dalle tasche delle brache un pugnale, e le si avventò addosso urlando:
— Ah! malvagia femmina, aspetta, che vo' lavarmi le mani nel tuo sangue.....
La Betta via, che chi corre corre, ma chi fugge vola, e l'altro incalzando continuava: — Ti vo' cavare il cuor di corpo, e sbattacchiartelo sopra le gote... donna Virginia eh! Le trine eh!... — e qui un turbinío di male parole, che il lettore si può agevolmente immaginare risparmiando a noi lo ingrato ufficio di averle a riferire. Ormai della vita di Betta non si sarebbe dato un quattrino, imperciocchè a cagione dello sconforto dell'animo, e dello sfinimento delle forze ella incominciava a rallentare il corso, mentre il suo persecutore fulminava vie più; e la gente che passava o non la poteva soccorrere, o vista la mala parata che prometteva quel bestiale col coltello ignudo in mano si tirava a sè. Come a Dio piacque, mentre Lelio corre tenendo gli occhi tesi dinanzi a sè, dà dentro a un ciottolo male su gli altri sporgente in mezzo alla via, e va giù a capitombolo battendo il più solenne stramazzone, che da parecchi mesi si fosse visto a Siena. Gli schizzò il coltello dalle mani, si ruppe il naso, si ammaccò gli stinchi; se bestemmiasse, Dio ve lo dica, o piuttosto il diavolo per me; allora i cittadini sanesi gli furono attorno per raccattarlo, e presolo sotto le ascelle, intanto che lo conducevano dallo speziale, lo andavano raumiliando ammonendolo, che non istava bene ad un gentiluomo pari suo inveire armato contro una povera vecchia; e le ingiurie gridate contro quella o l'erano calunnie, e non si dovevano dire, o l'erano verità, e si dovevano dire anco meno; perchè i prudenti non mettono cattedra in piazza per bandire la propria vergogna, con altre più cose, che unite allo spasimo delle ferite riportate facevano venire a Lelio la schiuma alla bocca. Rattoppato alla meglio, con due cerotti sul viso, e un empiastro alla gamba, adagiatolo sopra una seggiola, portarono a casa messer Lelio, che mugliava come un toro battuto.
La Betta non si accorse del caso, e sempre corse finchè non si rinvenne riparata dietro le porte del palazzo Bulgarini cui ella attese a chiudere tirandone per di dentro due grossi catorci; ed era un farsi prestare lo imbuto dopo la vendemmia: così sicura, si mise a sedere sopra i primi scalini perchè, povera donna, non ne poteva più, e il cuore le picchiava dentro con una puntura da levarle il respiro; riposatasi alquanto disse: — Santa Vergine, se ho peccato, ed ho peccato di certo, tu mi hai punita a misura di carboni — e pianse giù a dirotta: tante poi furono le lacrime versate dalla meschina, che bagnò lo scalino dov'ella stava seduta: quivi rimase, finchè un servo scendendo, nè per di dietro così al barlume ravvisandola le gridò: — Che cosa è questo guazzo per terra, ne'? — Al quale ella rispose: — sono io, Giangio, che nel mettermi a sedere per riposarmi ho rotto una boccetta di acqua da occhi, che aveva preso dallo speziale per guarirmi la flussione. — La buona donna ebbe avvertenza a tutto, volle evitare il pericolo, che Giangio mirandola cogli occhi rossi sospettasse, che aveva pianto. Si levò, si ritrasse in camera sua gittando là dove andavano andavano le trine già sua cura e suo tesoro; poi seduta sul letto si mise a mulinare qual contegno avrebbe dovuto tenere con Paride suo; la sua immaginativa girava, e rigirava e non veniva a verun costrutto, pareva un cane quando si rivolge per mordersi la coda (il paragone io lo confesso gli è un zinzino abbrivato; ma ormai è cascato giù dalla penna ed ora mi par fatica a dargli di frego: fammi grazia, lettore, cancellalo tu); tuttavia premeva si decidesse, perchè intendeva di mano in mano più frequenti le scampanellate di Paride impazientissimo di sapere s'ella fosse tornata a casa; all'ultimo deliberò presentarsi a lui senza aver preso partito. Paride sentì da lungi il rumore dei suoi passi comecchè ella camminasse lieve e studiata come chi passeggia fra l'uova; appena si affacciò su la soglia di camera, egli guardò lei, ella lui. — Paride declinato il capo volle reprimere un sospiro, che strozzato si convertì in singulto da squarciargli la gola; Betta se ne andò ad appoggiarsi alla sponda in fondo al letto volgendo le spalle al malato sorreggendosi con la destra mano il gomito sinistro, del quale su ritto ella fece puntello alla faccia annuvolata.
Essi si erano parlati, si erano detto tutto, forse troppo, che poco. Chi sostiene, che la favella stia unicamente nella lingua piglia un granchio. La favella significa più esatti, e meglio i discorsi della mente; la passione può passarsi della favella: di vero, considerate i veraci amatori fatto getto di ogni soverchio eloquio, si stringono nelle espressioni: — Io ti amo; io ti amo. Ora quante più cose non si parlano ad un tratto con uno sguardo, o con un sorriso? Come avremmo potuto noi nei tempi passati esprimere i dubbiosi deliri, la paura, la gelosia, il rimprovero, la gratitudine, la fede, la discolpa, massime al cospetto dei congiunti mascolini e femminini, se non ci sovvenivano gli occhi? E due mani che si stringano non si comunicano esse tanti concetti da disgradarne una dozzina di fili di telegrafo elettrico? I labbri co' muscoli, che ci fanno capo per via dei loro sussulti, non palesano più affetti, che non manda suoni la più compita tastiera di piano-forte? L'Accademia della Crusca, quando avrà posto fine al nuovo vocabolario della lingua (lo faccio per augurarmi la eternità), mi darà licenza di compilare a mia posta un dizionario della lingua degli occhi, delle labbra, e dello stringersi delle mani: sono accademico della Crusca anch'io, e intendo esercitare il tocco di autorità, che mi riviene — di qui a cento anni: la Crusca non ha furia, ed io meno di lei.
Lelio Griffoli.
Ora rechiamoci al palazzo Griffoli: se messer Lelio nei suoi giorni più gai metteva spavento, figuriamoci che demonio incarnato doveva parere adesso gonfio, impolminato, tutto intriso di sangue: volevano spogliarlo; con la gamba sana tirò calci, volevano metterlo a letto; morse cui prima ne fece la proposta; rifiutò ogni refrigerio, cacciò via tutti; sola trattenne la Fulvia, la quale rimase con inestimabile disgusto, però senza paura, stantechè sapesse il suo marito senz'armi, ed a cagione della gamba offesa egli non si potesse movere.
— Chiudete gli usci, Fulvia.
— Ecco chiusa la stalla dopo fuggiti i buoi, vale il pregio davvero fare misteri in casa quando siete ito a bandire la vostra insania in mezzo di strada.
— Fulvia, deponete il pensiero di abbindolarmi: se le vostre ree opere, i vostri costumi diventarono tali, che senza vituperio non può sopportarli un gentiluomo onorato....
— Silenzio, uomo indegnissimo! In che e come puoi tu accusarmi? In che ti mancai? Dove ti offesi? Se qui al tuo cospetto mi trovo femmina, e sola, non pigliarne baldanza perchè con queste mani basto a pigliare di te la vendetta, che mi persuade l'offeso onor mio; e poi pensa, che sei fratelli miei giustamente irritati dello scempio che meni della reputazione di casa Piccolomini, in meno che tu reciti un Credo, ti possono nel tristo tuo corpo far tanti fori da rassomigliare un vaglio. Ricòrdati, sciagurato, del Papa mio cugino; la mia fama è sua: costuma a Roma tagliare la lingua ai calunniatori.
— A Roma può darsi; usa altresì assassinare gl'innocenti; a Siena corre lo andazzo di esporre a lunghe agonie le mogli impudiche; la Pia informi.
— Ma, stupido uomo: puoi tu dirmi di che ti duoli?
— Di che mi dolgo io? Vedi ve' la immacolata coscienza; e netta! E ignoro forse il continuo attenderti fin su l'uscio, quando vai fuori di casa, quel tuo drudo Paride Bulgarini? Non grida la città intera a quel suo scandaloso seguitarti da per tutto: del vostro incontrarvi in chiesa come a posta di amore, dei guardi protervi, dei sorrisi sfacciati, la gente dabbene non ne vuole la vita.... continui messi da una parte e dall'altra, corrotti i servi, me ludibrio in casa e fuori... e di' rea femmina puoi negare, che qui, poco anzi, in casa mia, sotto il tetto dei miei padri, ricevevi una vile mezzana, la quale col pretesto di non so quali trine mandava cotesto tuo Paride per concertare teco nuovi tradimenti all'onor mio?
— Uditemi, messer Lelio, e vergognatevi se potete: tutto quanto avete detto per iscoprire marina è vero, tranne una cosa, il mio consentimento; anzi tale e tanto è il fastidio, che io sento della disordinata persecuzione di cotesto insensato giovane che non vi ha cosa al mondo, che io non fossi disposta a fare per liberarmene, bene inteso senza danno della mia reputazione e della mia coscienza; vera la donna mezzana, vero il pretesto delle trine; ma voi non sapete la collera, che m'infiammò alle proposte bieche, e lo urtone che io diedi alla malcapitata nel petto, ond'ella stramazzò per terra, e le trine andarono sparse sul pavimento. Se io non temessi di mettere a troppo dura prova la vostra cortesia come gentiluomo, e la fede, che come marito voi mi dovete, vorrei che mi credeste addirittura; pure se parvi onesto voi potete cercarne la testimonianza della Caterina, la quale è donna vecchia di casa e privatissima vostra. Se di ciò non vi feci motto, Lelio, egli è perchè precipuo custode dell'onore della donna ha da essere la medesima donna: ed io, la Dio mercede, mi sento oggi come sempre di provvedere ai casi miei, e poi perchè la femmina prudente deve rifuggire in simili faccende gli uomini, i quali tumidi di orgoglio non dubitano di mandare con omicidi e con ferite sottosopra le città e le famiglie: ed io vi confesso, che giammai vi avrei detto un motto di ciò, laddove non fosse accaduto, per vostra colpa, lo scandalo pubblico, con quanta reputazione di voi, ed augumento della integrità mia, lascio considerarlo a voi stesso: spero, anzi vado convinta, che l'avvertimento di questa mattina basterà senz'altra provvisione. Se contro l'aspettativa mia non fosse sufficiente, allora o ce ne andremo in villa o meglio ci recheremo a Roma per tòrre a me questa molestia dintorno, a voi la causa di gelosia indegna quanto affannosa.
— Io vi ringrazio, Fulvia, e se non fosse, che la gamba offesa me lo impedisce, io vorrei inginocchiarmi dinanzi a voi: che mi parlate di testimonianza? Per me; che Dio me lo perdoni, credo più ad una paroletta vostra, che agli Evangeli dei quattro evangelisti. State tranquilla; invece d'incomodarci, io vi assicuro di mandare questo Paride Bulgarini in paese tanto lontano, che voi non ne udrete da ora in poi più novella.
— Ch'è questo, Lelio? Io capisco vie più, che voi con parole non significate... per vostro governo io vi dichiaro espresso, che dove vi attentaste a torcere pure un capello al Bulgarini io vi detesterei.... mi adopererei a sciorre il mio matrimonio con voi.
— E sì e sì che tu mi ami, fellona nata per la perdizione dell'anima mia; or di' su, se non ti garbasse l'amore del Bulgarini, o che ti avrebbe a premere di lui? Che ti fa ch'egli stia sopra terra o sotto? Così da lui non avresti più briga nel mondo....
La Fulvia fece spallucce impazientita, e rispose poi:
— Di qua, ma al mondo di là pensate mai, Lelio? — Alle corte, voi siete tale fantino, che con voi non si vince nè s'impatta, io vi giuro da gentildonna di onore, che se mettete una mano addosso al Bulgarino io lo paleserò al Papa, e chiamatemi bastarda di casa Piccolomini se io non vi rendo il più tristo uomo, che viva adesso sotto la cappa del sole.
— Non andate su i mazzi, via: io non gli porrò le mani addosso.
— Giuratemelo da cavaliere onorato.
— Ve lo giuro da cavaliere di onore.
— E giuratemi altresì, che anco per via indiretta vi asterrete da qualunque oltraggio, ferita o percossa.
— Ed anco questo giuro.
— Or bene, adesso attendete a guarirvi, sicchè in breve possiate accompagnarmi a Roma, che mi pare mille anni di levarmi da tanto travaglio.
Così dicendo partiva: non potevano per anco essere passati cinque minuti da quando ella lasciò la camera di Lelio, che questi chiamata la Caterina se la fece sedere al fianco, e con voce blanda le disse:
— Caterina, tu sei vecchia di casa mia; tu mi fosti sempre fedele, i miei ed io sempre amorevoli a te; già l'onore mio si può dire l'onore tuo: ora parlami schietto come faresti davanti a Dio, e non temere d'indiscretezza, sai! che chiamarmi segreto come il sepolcro gli è piccolo paragone per me. Dimmi dunque come la è passata stamani la faccenda con la mezzana del Bulgarini? Che le riportò questa, e che le rispose la Fulvia? Quali concerti presero? Dove stabilirono trovarsi? Era la sesta o la dodicesima volta ch'ella ci veniva? Dimmi, e fa di ricordartelo bene: udisti rammentare la Tofano? il nome della Spera fu pronunziato da loro? Parlarono di acquetta? Ma perchè non rispondi.... non hai risposto ancora? Ti penti eh? L'hai avuta la imbeccata? Ti farò parlare al corpo di Cristo....
— Gesù mio! che cosa mi tocca a udire! esclamò la Caterina turandosi con gl'indici delle due mani le orecchie....
— Parla, strega, ti dico.... parla.
— Signore benedetto! come posso rispondervi io se favellate sempre voi? Ascoltate; e qui prese a raccontargli il caso della Betta appuntino come glielo aveva esposto la Fulvia, e com'era di fatto.
Lelio si arrabattava, pareva preso dalla colica; che cosa avrebbe fatto costui scoprendosi vituperato non si sa, se tanto insaniva nel sapersi riverito. Finalmente con una faccia, che pareva Longino, interrogò la Caterina, che gli tremava davanti come una vetta:
— Ma che diavolo vi mulina per la testa stamani? Non vi sarebbe mica entrato satanasso in corpo?
— Portami qui la immagine di Dio.
— Dove l'avete? In casa io non ce l'ho mai vista.
— Via, un Crocifisso, egli è lo stesso.
— Ecco il Cristo....
— Di' su, Caterina, ne hai paura di Cristo?
— Io? No davvero: io lo amo con tutto il cuore, e così confido che mi abbia ad amare anco Lui.
— Dunque se non ne hai paura non fa al caso. Peggio sarebbe santa Caterina da Siena: siete tutte donne, e tra voi vi reggete: vien qua, di':
— Giuro.
— Giuro.
— Per l'anima mia.
— Per l'anima mia.
— Per la mia eterna salvazione, e se spergiuro possa ardere in perpetuo anima e corpo senza consumarmi mai; il mio cuore e le mie viscere stracciate in brandelli per essere subito ricucite insieme, a fine di lacerarle da capo, possa in tutte le cavità del mio corpo essermi colato piombo strutto, tormentata dalla fame, dalla sete, dal sonno.... Qui si fermò col fiato grosso come persona, che abbia salito di rincorsa l'erta di un colle, e la donna era andata ripetendo fino a questo punto tutte le enormezze, ch'egli aveva profferito: fatto punto ad un tratto conchiuse:
— Or be', per tutte queste cose giurami avermi confessato la vera verità.
— Mi fiderò.... ora va.... e mandami Ciriaco.
A Caterina non parve vero sentirsi licenziata, tanto le s'era mosso il ribrezzo addosso; ma, quando meno se lo aspettava, ecco sente richiamarsi da Lelio, che le dice:
— Via parla libera, me l'hai tu detta la verità? Bada! sei sempre a tempo a salvarti l'anima. L'offeso son io; io ti do la quitanza, però all'arcangiolo Michele cesserebbe il diritto di proseguire contro di te al Tribunale di Dio la querela di falso testimonio.
— Vi ho a dire una cosa, lustrissimo signor padrone, io credo, che invece di darvi tanti pensieri del Rosso per l'anima altrui voi fareste pur bene a provvedere un po' più alla vostra.... Io vi ho detto la verità, e parmi ci avreste dovuto provare piacere, ma voi cercate il male per medicina; pregate Dio di non trovarlo quale vi meritate: io mangio il pane vostro non la vostra cenere; voi fareste scappare la pazienza a Giob; se così vi quadra, e voi tenetela, altrimenti rincaratemi il fitto.
E se ne andò sbatacchiandosi l'uscio dietro; dopo lei venne Ciriaco: brevi le parole e sommesse, accompagnate da gesti rotti e da sguardi furtivi: indi a poco Ciriaco conchiuse: Ho capito! — E recatosi nella stalla sellò un cavallo mettendosi senza indugio in via; a mezzo la contrada, essendosi imbattuto nella Fulvia, che tornava a casa, questa gli domandò:
— Dove vai con tanta prescia?
— Io me ne vado a Roma.
— E non per acquistarvi la indulgenza. Bada, Ciriaco, colà adesso tira un vento di forca, che consola; — e le massaie dai campi hanno raccolto la canapa.
— Gran mercè del buon viaggio, ma non dubitate, padrona, io ci vo per un'opera di misericordia corporale: sono arrivate novelle, che al povero babbo mio sia cascata la gocciola; però, se prima che ei muoia io voglia rivederlo, bisogna che mi affretti.
— Mi pare, anzi sono certissima avere inteso dire, che tuo padre t'insegnò la via del paradiso montando la scala della forca, venti anni fa.
— Giusto, proprio come dite voi.
— O dunque?
— Voi sapete, che tutti noi abbiamo come cattolici due padri: già due padri; non ci è che ridire, uno spirituale, e l'altro corporale: lo spirituale, vale a dire il compare, ebbe la disgrazia d'incappare in un nodo scorsoio, ma il corporale, vale a dire quello che mi diede di certo il nome, e forse la vita, adesso è giunto al confitemini, ed io vado a dargli la consolazione di chiudergli gli occhi in pace.
— Dio faccia, che sia come tu dici, e in questo caso san Giuliano[3] ti mandi la buona ventura nel tuo viaggio.
La Betta avvilita non aveva balìa di comparire per città a giorno chiaro; e siccome ogni giorno più sentiva il bisogno di andare in chiesa per raccomandarsi a Dio, così furtiva ci si recava per udire la messa innanzi che sorgesse il sole, e dopo tramontato a recitarvi i paternostri verso l'un'ora. — Certa sera, tornando a casa, vide presso gli scalini di casa un capannello di persone, onde ella ne pigliò sospetto, ed alquanto sostò; fatta poi accorta dalle voci, ch'ell'erano donne della contrada con le quali aveva usanza si attentò farsi oltre; e quelle la salutarono con la solita amorevolezza, per la qual cosa la povera donna compunta rispose:
— Dio vel rimeriti, sorelle mie....
E poichè esse continuarono i loro colloqui mentre passava, ella udì certa femmina, cui appellavano l'avvocata, per la facile parlantina, che diceva:
— E per tornare ai nostri montoni, questo fisico famoso ci è venuto da Roma dove medica gente, che va per la maggiore, cardinali, prelati ed altri pezzi grossi; affermasi talora lo consulti anco il papa quando gli dà noia il catarro: non vi ha male per quanto incancrenito egli sia, ch'ei non guarisca in meno che non si recita un rosario: possiede poi un'acqua.... un'acqua che fa la mano di Dio a chiunque la beva: affermasi l'abbia inventata niente meno che un santo.... mi pare san Niccolò di Bari....
La Betta drizzate le orecchie non perdeva sillaba del discorso di costei; e sembrandole, che la Provvidenza le mandasse nella sua misericordia questo aiuto davanti, voltatasi a un tratto interrogò la donna:
— Carmina, vorreste farmi una carità fiorita?
— Due, Betta, se posso.
— Oh! sì che lo potrete molto agevolmente, Carmina: io vorrei che mi additaste dove potrei rinvenire questo benedetto dottore.
— Voi siete nata vestita; voi non avrete a sconciarvi per trovarlo; il fisico che io vi ho detto alberga qui presso, in questa stessa contrada nella locanda dell'Àncora di Oro; chi lo ha visto, e ci ha parlato, me lo assicura tanto benigno, che per lui non ci è pasto, o sonno che tenga, sempre parato a soccorrere chi patisce, massime noi altra povera gente.
La Betta tolto commiato dalle donne, non senza avere prima profferto grazie alla Carmina, se ne andò difilata alla stanza del fisico romano; ci arrivò su le due ore di notte; e siccome costui non si era messo a giacere, e le visite lo avevano lasciato libero, così senza indugio fu fatta passare. Difficil cosa ci è ritrarre questo alunno di Esculapio, imperciocchè ci comparisca davanti di notte; dalla lucerna emana scarsissima luce, a moderare la quale una ventola di taffetà verde l'è messa dintorno: arrogi una parrucca arruffata a riccioloni, che gl'ingombra le spalle, e gli casca sul petto a guisa di stola; di più a cavallo al naso porta due occhialoni con le lenti larghe come uno scudo, legati in osso di balena, i quali eziandio ai giorni della gioventù nostra abbiamo visto stringere spietatamente il naso delle ave nostre, tuttavia conosciuti col nome di occhiali di Roma: del rimanente pallido in faccia, bernoccoluto, duro; le mani rugose, venose, piuttosto convenevoli a villano che a chi fa professione di arte liberale. A giudicarne dal dardeggiare delle sue pupille verso la porta, per iscorgere chi entrava, si sarebbe detto, che cotesti occhi di falco non avessero mestieri di aiuto, ma l'apparenza inganna; parve altresì, che alla vista della Betta esultasse, che la riconoscesse e movesse le labbra per salutarla; poi si tenne aspettando che la sopraggiunta favellasse. Betta, dopo le più umili salutazioni che ella seppe fare, incominciò:
— Molto magnifico signor mio, dopo la Madre dei dolori non credo sia stata al mondo donna più spasimata di me; io vengo a voi come a persona, che dopo Dio può dare un po' di refrigerio alla tribolazione che mi travaglia......
— Parlate libera, donna mia, che noi altri faremo quello che potremo; li santi, non ci è che dire, possiedono soli la virtù di operare li miracoli, ma anco noi altri qualche cosa possiamo.
— Vorreste voi venire a visitare il mio figliuolo?
— Non impreme per ora, raccontatemi in dove si duole.
E qui la Betta minutamente, a parte a parte narra le infermità di Paride, la vigilia pressochè continua, il sonno affannoso, breve ed interrotto, la luce odiosa, ogni leggero strepito potente a commoverlo da capo a' piedi, abborrimento al cibo, inestinguibile la sete; la voce varia ora acuta ora cupa; un vaneggiare frequente; sospiri profondi, e incessanti così da logorare un petto, che non di carne, bensì di bronzo si fosse; un deperire ad occhio, un subito trapasso dalla tenerezza al furore; chiuso nei detti, più che con altro esprimere il suo affetto col celere e veemente stendere, e chiudere le dita delle mani. Il fisico romano tutte le quali cose udite, senza neppure pensarci, esclamò:
— Poffare Dio! Se questo non è amore, io non so che mi sia.
— Pur troppo voi vi siete apposto alla prima.
— Ma ci credo anch'io! Adesso sentitemi; a malattie di simile natura dopo la mano del Signore non si trovò medicina che giovi più di quella, che mandare il malato in paesi lontani....
— Ahimè! sospirò Betta nel presagio di aversi a stare alcuno spazio di tempo separata dal suo Paride.
— Cara mia, ci vuol coraggio, e poi chi ha fede si rivede: il punto adesso sta nel ristorare le forze del vostro figliuolo, ond'egli possa mettersi in viaggio; e questo vi prometto in breve; non vo' speranzarvi da un minuto all'altro, ma fra due giorni, o meno vi assicuro averlo allestito da condurlo fino al Cattajo, per mare o per terra, senza che ei se ne risenta....
— Oltre le benedizioni, che vi manderò finchè io viva, voi ne avrete premio di cui vi chiamerete contento.
— Oh! questo non monta; noi altri operiamo sempre per il bene della umanità. Ecco qua, aggiunse il medico levandosi da sedere, e andato a prendere ad un armadio certa boccetta contenente forse un bicchiere di liquore limpidissimo affatto simile all'acqua; ell'appariva ottimamente chiusa con una carticina impastata davanti dove si vedeva ritratto un vescovo con la sua brava mitra e il pastorale, e sotto a quello leggevansi le parole: Manna di san Niccolò di Bari; il medico mostratala a Betta aggiunge: — Ecco qua san Niccolò, roba santa ella è, dunque non può fallare. Adesso ascoltatemi: voi farete una mulsa dove metterete miele vergine in abbondanza, e se ci volete anco sbattere un uovo non sarà male, come non farà peggio se ci scotterete due o tre chiodi di garofano: quando lo infermo chiederà da bere, e lo chiederà spesso, per ogni bicchiere di mulsa, potete metterci da otto o dieci gocciole della manna di san Niccolò, e mirerete il miracolo: sopra modo poi vi raccomando operare queste cose segretamente, senza che lo infermo ne sospetti nè meno: ciò potrebbe guastare la cura: voi incomincierete quando vorrete, ed anco subito; e questo mi parrebbe il meglio prima che la infermità pigli maggior piede.
— Voi siete il mio salvatore; mi pare mille anni di provare: ora ecco, scusatemi, accettate questi due scudi che mi trovo avere allato; io non pensava venire da voi; ma se il mio Paride guarisce io vi ripeto, che non istarà per me, che voi non vi diciate soddisfatto....
— Vi aveva pur detto, donna mia, che me non muove fine di lucro: tuttavia mi repugna mortificarvi; io accetterò questi scudi per farne dire un paio di messe in suffragio.... voleva dire per la salute di Paride.
Betta tornossi a casa, che pareva avere le ali; se non fosse stato tardi si sarebbe messa a cantare: prima si fece ad augurare la buona sera a Paride, il quale la rimproverò di averlo lasciato solo, ed ella:
— Come solo? O non ci era Filippa? Non la Girolama? Non Laparello?
— Sì, ci erano, ma quando non ci sei tu, mi sembra essere solo.
— O caro, risponde Betta, abbracciandogli il capo e stringendoselo al seno: fatti cuore, io mi trattenni a pregare Dio per te, il quale ho supplicato tanto, che confido mi abbia esaudita.... vedrai.
Subito in cucina, dove mise tanto carbone ad ardere, che ce ne sarebbe avanzato per arrostire un bue, e perchè accendesse più presto ci soffiava da scoppiarne le gote, senza curare della cenere, la quale le andava ad insozzare la faccia e i capelli. In breve la mulsa fu lesta, e tutta festosa, come fanciulla che vada a nozze, Betta la portò a Paride, che per la nuova assenza, e per la sete taroccava: egli la prese, e di un tratto la buttò giù:
— Buona!
— Ma ci credo, che sia buona, ripetè orgogliosa la Betta.
Povera Betta prima di porgerla al suo dilettissimo figliuolo ci aveva versato la manna di san Niccolò: anzi la dose assegnatale dalle otto alle dieci gocciole sembrandole poca ce ne versò dodici. — Contenta più di una Pasqua per la buona accoglienza incontrata, chiese ed ottenne tornarsene in cucina ed ammannirne un'altra. — Era cosa da strabiliare, vedere la Betta correre su e giù, che tanto non avria fatto un capriolo, garrire, mettere le mani da per tutto, e per la prescia, contro il consueto, non ripulire gli arnesi e rimetterli al posto. Questa volta ne fece per quattro bicchieri, avvisando, che sarebbe bastata durante la notte. Ricondottasi in camera, lui richiedente, gliene porse un secondo bicchiere, poi curvata la persona con le mani incrocicchiate si abbraccia i ginocchi, sporgendo la faccia verso Paride per contemplarne i moti lievissimi del volto. Mentre piena di ansietà aspetta vederselo trasformare sotto gli occhi, rifiorirne le guance, e l'alma salute versare a piena mano i suoi tesori su quel caro capo, con terrore infinito lo vede farsi colore di cenere, pigliare la faccia aspetto di cadavere, attenuarsi le narici, infossare gli occhi, incavarsi le tempie: tremare le labbra convulse, tutta la pelle incresparsi fitta fitta come nell'agonia degli uomini, ed anco degli animali bene spesso succede: indi a momenti il sudore piovergli giù dalla fronte in tale una copia, che pareva che piangesse; di subito ecco con voce rantolosa gemere:
— O Dio ardo, Betta, mi piglia fuoco la gola; acqua, subito dopo grida, acqua. — E la Betta in piedi acqua cerca, acqua gli porge non senza prima versarci nuova dose di manna di san Niccolò per amore di calmarne le angoscie: ma quelle andavano aumentando: di corto il veleno si palesa nella sua terribile potenza, avendo trovato il corpo debole, e mal disposto vi si apprese come la fiamma alle legna secche, ecco mutare la immobilità in agitazione, Paride si voltola per il letto mugolando, straccia co' denti le lenzuola, si aggrappa con le mani alle colonne del letto, tira calci frequenti più che non fa il marinaio cascato in mare in procinto di annegarsi; urla il nome di Dio e dei santi, chiama in soccorso i congiunti morti e vivi; maledice la Fulvia causa di ogni infortunio, mostra pentirsi poi, torna a maledirla, finalmente ogni cara affezione si spegne, e prevale esclusivo l'odio nel suo aspetto più terribile. Il veleno prosegue la opera della distruzione, la faccia del misero giovane, da cenerina, ch'ella era, piglia il colore violaceo, indi con subita vicenda nera; gonfia qua e là di vesciche: davvero era una rincorsa spaventevole alla distruzione. Con disperato progresso dalla bocca piglia a colare un'umore viscoso di odore insopportabile; dopo cominciano i conati al vomito accompagnati da singulti da schiantare la gola; appena cessato il vomito cominciano le deiezioni alvine di cui la fetidezza ammorbava.
Tali, e più tremendi ancora gli effetti dell'acqua tofana, così appellata perchè certa mala femmina nata a Palermo la trovò; ella si conobbe distinta anco col nome di acqua di Perugia; comunemente dicevasi acquetta, perchè limpidissima; da Palermo la strega si recò a Napoli, dove assai si adoperò nella tetra sua arte, ed istruì alcune, le quali la propalarono da per tutta Italia massime a Roma: sovente la cupidità dava mano a cotesto veleno, ma più spesso l'odio e lo amore; nati a un parto come Esaù e Giacobbe di cui l'uno nascendo agguantava l'altro pei piedi, ed anco un po' come Eteocle e Polinice s'è pur vero quanto ci raccontano i vecchi libri, vo' dire, che eziandio nel ventre di Giocasta si azzuffassero. Parecchie mogli diventate moleste ai mariti sparivano, ma due e tre cotanti più erano i mariti, che di mala morte cessavano. — E' sembra, che le donne, in tutto il resto, bene intesi, amabilissime creature, quanto ad avvelenare ci abbiano un genio proprio speciale; difatti a Roma andò celebre la Locusta ai tempi di Nerone, in Francia la Brinvilliers, vera provvidenza degli eredi impazienti, a benefizio dei quali inventò la polvere di successione; e fo punto[4]. — La più celebre allieva della Tofana si chiamò Spera, la quale (orribile a dirsi!) tenne scuola frequentata da giovani mogli (uomini l'avvelenatrice non voleva) che certo non appresero il mestiere indarno, sicchè Roma andò funestata da strane morti: e tanto si sparse intorno il terrore, che il governo di papa Alessandro VII attese con ogni sottil diligenza a scoprire la congiura, e ci riuscì con molta sua lode. La Spera alunna della Tofana e come lei siciliana con quattro altre complici finì strozzata, e non ebbe il suo avere. Intorno alla morte della Tofana corre diverso il grido: taluno afferma, ch'ella si riparasse dentro un convento, dove traeva vita santissima da edificare le compagne; però tanto non seppe infingersi, che gli occhi acuti di un bargello non distinguessero sotto le vesti della recente monaca l'avvelenatrice antica; onde, quinci tolta, e processata, dopo avere confessato, che ben seicento persone per opera sua ebbero la morte pagò le debite pene; altri poi narra, che nel convento ella finì la vita lasciando esempio imitabile di virtù ed odore di santità da sentirsi pel paese quattro miglia lontano.
Intanto tutti i servi di casa Bulgarini, e non pochi del vicinato, tratti dal rumore degli omei, eransi raccolti nella stanza di Paride; tanti capi, tanti pareri, chi, secondo gli umori, voleva, che innanzi ogni altra cosa si pensasse all'anima e si mandasse pel confessore, chi all'opposto si provvedesse al corpo e si cercasse il medico, e chi il notaio per acconciare gl'interessi del mondo, chè a quelli dell'altro Dio ha destinato la eternità per pensarci due volte ed assettarli a bello agio. I rimedi proposti vari e stranissimi; ognuno, o per dire meglio ognuna, sosteneva a spada tratta il suo, sicchè vennero a lite fra loro; e' fu mestieri transigere accettando un po' da tutte; così preso un piccione, e tagliatolo in mezzo lo adattarono al povero infermo come cuffia sul capo, ebbe senapismi ai piedi, fomente al ventre, cristei, per bocca acqua calda e olio; poi il lumen Cristi sul seno; l'ulivo benedetto su la fronte; abitini un diluvio; le goccie di san Tommaso di Aquino, le quali, per dire la verità, in cotesto caso facevano proprio la figura del Soccorso di Pisa, s'è pur vero, che san Tommaso morisse per lo appunto avvelenato. Dopo un tafferuglio da non si dire, tre persone corsero in tre parti per chiamare confessore, medico e notaio; quindi subito fu spedito la quarta per avvisare il fratello di Paride, Lattanzio con raccomandazione, che venisse via a rotta di collo se pure intendeva vedere vivo il fratello. — Primo accorse il prete con tutti gli arnesi del suo mestiere, il quale messa subito la mano ai ferri incominciò dalla confessione; ma lo infermo comecchè fosse più nel mondo di là, che di qua, mostrò disgusto per cotesto ronzío, che il prete gli faceva nelle orecchie da parere più che altro un moscone dentro un fiasco; allora lo tenne per confessato, e passò alla comunione; nè in questa il prete fu meglio avventuroso, chè il vomito incessante non gli concesse il destro per introdurgli in bocca l'ostia consacrata: indizio pessimo per alcune comari, le quali dopo cotesto caso si allontanarono, giudicando lo infermo al tutto sfidato; imperciocchè tenessero per sicuro, che se ci entrava l'ostia avrebbe fatto perdere la virtù al veleno come si era altre volte veduto. Sopraggiunse in cotesto frattempo il medico, il quale per far presto si era vestito correndo per la strada, che era a vederlo una pietà: tolto subito un lume lo accosta alla faccia del moribondo, nè parve nè anco un momento perplesso intorno alla indole del male: tra spaventato, e affannoso si volge agli astanti e domanda:
— Chi aveva in cura questo infelice?
— E chi altri se non io? rispose Betta.
— Che cosa gli avete voi ministrato?
— L'acqua miracolosa del medico romano.
— Quella, che aveva suggerito io, mormorò sommesso una comare comparsa nella stanza per amore di curiosità e di confusione.
— Ecco qua la guastadetta, continua la misera donna, vedete egli ne ha bevuta appena la metà.
La vide il medico, lesse la leggenda: Manna di san Niccolò di Bari e compreso di orrore esclamò:
— Avvelenato! — Iniqua femmina.... tu l'hai avvelenato....
La Betta proruppe in un urlo che straziò le orecchie, e più il cuore a quanti lo udirono, con una mano si svelse una ciocca intera dei suoi capelli grigi, con l'altra strinse la maladetta guastada, e fuggì via come persona diventata per subita mattezza vesana. Ogni rimedio parve inutile al medico, pure lo tentò, ma lo stato dello infermo andò di mano in mano peggiorando, sicchè sul mettersi del dì egli si era condotto in extremis. In cotesto punto si affacciò su la porta il fratello Lattanzio, il quale, passando a respirare dal vivido aere cotesta atmosfera tetra e pestifera, balenò su la soglia per cadere: riavutosi alquanto, corse diritto alla finestra e la spalancò. Il sole sorgente ci versò un fascio di raggi i quali precipuamente illuminarono il letto, lo infermo e ogni altra cosa. Orribile vista! Nulla più presentava di umano il misero giovane, quanto rimaneva era informe carne putrefatta; Lattanzio stette come impietrito, ma Paride, o sia che lo improvviso colpirlo della luce suscitasse in lui la estrema scintilla della vita, o sia, come per ordinario avviene alla creatura prossima a finire, che sembra farsi indietro nella vita per pigliar campo a dare il tuffo nella morte, fatto sta, che aperti gli occhi riconobbe Lattanzio, e con voce maggiore di quella, che pareva consentirgli il suo misero stato susurrò:
— Fratello! Ti lego la mia sostanza e la mia vendetta. La Fulvia mi ha avvelenato.
E più non potè dire: un singulto gli troncò la parola e la vita. Per consiglio, anzi per ordine espresso del medico, fu ordinato che senza perdita di tempo il corpo o piuttosto i miserandi avanzi del corpo di Paride si ponessero dentro una cassa di quercie piena di calcina forte, ed occorrendo, la prima con una seconda cassa si fasciasse come invero fu fatto. Osservarono, ed anco questo diede novella prova dello avvelenamento, come nel levare il cadavere dal letto per metterlo dentro la cassa lasciasse la massima parte dei capelli sul guanciale, e gli cascassero le unghie dalle mani diventate nere. Essendogli stato rinvenuto il testamento sotto l'origliere, si notò, che di veruno dei tre accorsi tornarono utili gli uffici; così la va pur troppo, mentre un uomo solo può far male quanto vuole, ed anco più di quello che vuole, una moltitudine di uomini si trova inetta a ripararne la minima parte, ed anco questo si chiama provvidenza.
Non invitato era comparso un altro personaggio, ed era il bargello, che avuto fumo della cosa venne a pigliare notizie per informarne il Magistrato degli Otto; non ci fu mestiero argutezza, per mettere la mano sul filo della matassa: la Betta aveva la chiave di ogni cosa: dov'è la Betta? Chiamisi la Betta. Si fruga, si rovista, mandasi fuori, e da per tutto si cerca, tranne nel luogo dove sembrava più facile rinvenirla, in camera sua. Andarono, trovatala chiusa, di uno spintone scassinarono l'uscio. Betta giaceva morta sul pavimento accanto ad un inginocchiatoio; erano in lei meno gagliardi, pure tutti i segni di veleno come in Paride: di fatti sopra lo inginocchiatoio appariva la guastada della Manna di san Niccolò di Bari vuota fino all'ultima goccia; cadendo riversa l'era schizzato fuor della tasca del grembiale uno stiletto, che fu riconosciuto appartenere a Paride.
.... Betta giaceva morta sul pavimento accanto ad un inginocchiatoio; (Pag. 78.)
Dietro alquante lievi ricerche si venne a sapere come Betta, quando sparve dalla camera dopo le parole fiere del medico, fattasi a certo stipo ne cavasse fuori un pugnale, riponendovi in vece e chiudendovi a chiave la caraffa dell'acqua tofana; poi uscì correndo. Recatasi all'albergo dell'Àncora di oro domandò del medico romano, e dall'oste le fu risposto con una carta d'improperi contro cotesto farabutto, che appena ella aveva sceso le scale egli le aveva tenuto dietro, ed essi avevano creduto la seguitasse a casa per visitare lo infermo; ma sendo scorse parecchie ore della notte, senza vederlo tornare, saliti nella sua camera avevano veduto, come l'assassino avesse loro lasciato in pagamento la valigia piena di paglia e la parrucca di cui compariva incamuffato; male patendo la beffa, e il danno, essersi l'oste condotto fino alla porta Romana per domandare alla guardia se avesse visto passare gente, e la guardia avere risposto, che sì, ma verso la terza ora di notte, e volere adesso rincorrere l'uomo, il quale, a quanto sembrava, buon cavallo aveva sotto, egli era come andare a mettere un pizzico di sale su la coda di una rondine. Allora la Betta si ridusse a casa; chi l'avesse vista, per certo avrebbe detto: costei porta la morte in seno; riaperse lo stipo, prese la guastada della mortale acquetta e con essa in mano si chiuse in camera.
Pare, che suo intendimento fosse uccidere prima il medico traditore, poi sè forse di ferro: mutò pensiero, e le piacque procurarsi morte uguale a quella, onde periva il suo Paride. Dimenticò rimettere al posto il pugnale, chè altra cura la tribolava: s'inginocchiò davanti la Beata Vergine, pregò per Paride, per tutti e per sè, con molte lacrime chiese perdono di quanto stava per commettere, confessò a Dio padre le sue peccata, e per ultimo bevve tutto fino all'ultima stilla l'acqua tofana; nè si rimase dallo stare genuflessa, finchè gli atroci dolori di visceri non la costrinsero a contorcersi convulsa sul pavimento. Quivi spirò supplicando a vicenda ora la Madonna ed ora Paride.
Povera Betta! — Povera Betta! Aveva tanto cuore la povera Betta.... ah!
CAPITOLO III.
La Resurrezione.
Lelio sempre malconcio del solenne cimbottolo, che aveva tombolato, stavasene tuttavia in casa dove costringeva la Fulvia, contro sua maladetta voglia a tenergli compagnia. A cotesti colloqui presiedeva lo sbadiglio nei dì di festa; in quelli di lavoro la meno trista passione che ispirasse cotesti due coniugi era l'odio: ogni parola portava seco il pungiglione, trafiggevano tutte, la diversità consisteva nella punta più sottile o meno, tra lo stiletto e l'ago; se non così quelle di Lelio, allora fastidiose, e sazievoli fino alla morte; quando ei favellava pareva a Fulvia avere un sassolino entro una scarpa, un bruscolo nell'occhio, una zanzara allorchè piglia a bersaglio il naso di un galantuomo, ovvero il ronzío dello impronto moscone dentro l'orecchio: e chi più sa più ne metta. O che giocondo vivere in matrimonio quando i coniugi riposano la testa sopra un guanciale, che ognuno dalla parte sua ha ripieno di desiderio di scambievoli e cordiali accidenti apopletici, ovvero epilettici non monta. — La sera stessa, che successe il caso del Bulgarini, questi due sposi stavano, secondo la usanza, a lacerarsi gentilmente, quando di un tratto fu udito un fischio acutissimo; Lelio si scosse, ed esclamò:
— Ha da essere Ciriaco, che torna da Roma, e mosse per andargli incontro.
— Proprio gentil maniera! E sopportate voi, che il vostro servo vi chiami a mo', che il bargello costuma gli sbirri suoi?
Ma l'altro non gli rispose che altra cura lo stringeva; egli stesso aperse a Ciriaco, come erano già accordati, per la porta di dietro, che metteva in cucina; appena potè incollare i suoi labbri all'orecchio di lui lo interrogò:
— Ebbene?
— È affare fatto; ma mi è toccato sudare acqua e sangue per trovare un po' di acquetta, che prima si aveva alla mano come l'acqua di Fontebranda; mi rincresce per voi, messer Lelio.
— Per me? Che ha che fare meco l'acqua tofana?
— Eh! riprese Ciriaco con aria compunta, perchè mi toccò pagarla un'occhio se pure ho voluto portarla meco.
— Ho capito; io metto pegno, che più di mezzi tu me gli ha rubati; prega il tuo Dio, che io non lo sappia....
— Ecco, il benefizio non è compito e la ingratitudine incomincia: ma non sapete voi, che il meno, che si arrisica per servirvi gli è il caso di trovarsi arrotato e squartato? Se tutto questo accadesse quando non ci sono io, guà! non m'importerebbe più che tanto, ma il busillis sta, che sono arnesi da farmelo quando mi ci trovo proprio presente, e questo muta specie ed aggrava notabilmente. Ogni cosa invecchia, specchiatevi in cotesta perla di uomo di Francesco Cenci; or sono cinquant'anni, nel quaderno delle sue spese in opere di misericordia scriveva: per le peripezie di Toscanella seimila ducati, e non furono troppi; e voi, io mi aspetto, a vedere fare greppo per mille ducati spesi in una guastada di acqua limpidissima, che era un desio a vederla.
Lelio fece l'atto di cui tocca col dito un ferro, che crede freddo, e poi trova rovente; il boccone era ostico, ma fu mestieri mandarlo giù, onde senz'altre parole interrogò:
— Riuscì pulito il trovato di fingerti medico?
— A capello; e la femmina trasse al brumeggio meglio che non fa il muggine: a questa ora od egli è già partito, od ha messo il piede dentro la staffa.
— A che ora per lo appunto consegnasti la guastada alla vecchia, e che facesti poi?
— Fra la seconda, e la terza ora di notte, uscii da porta Romana, e rientrai per Pispini da Santo Viene; sicchè come potete riscontrare da voi ho corso a staffetta, e giusto adesso tutto polveroso con gli usatti in gamba mi presento a voi.
— Bene sta: hai lettere, o messaggi dei parenti di Roma? Novelle da raccontare?
— Lettere no; messaggi un sacco ed una sporta: quanto a novelle se me ne manca le semino, e le raccolgo in meno che non balena.
— Adesso vieni, che ti presenterò a madonna....